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La Mala Femmina domata

William Shakespeare · 1859 · Free in the US

19,277 words · about 1 h 21 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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Licence: PD-US · Published in 1859 (before 1931): public domain in the United States. Text and transcription from it Wikisource by Wikisource contributors (transcription licensed CC BY-SA 4.0; contributors: https://it.wikisource.org/w/index.php?title=La_Mala_Femmina_domata&action=history). · Wikisource contributors

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Language
Italian
Published
1859
Length
19,277 words · about 1 h 21 min
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8 reader sections
Text
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Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Interlocutori about 1 min
  3. Prologo about 9 min
  4. Atto primo about 14 min
  5. Atto secondo about 13 min
  6. Atto terzo about 10 min
  7. Atto quarto about 23 min
  8. Atto quinto about 12 min

Continue:

Front matter

ct ct

ct

Indice

Interlocutori

ct

Un Signore. | Personaggi del Prologo

CRISTOFORO SLY calderaio ubbriacone,

Un’Ostessa,

Un Paggio,

Commedianti, Cacciatori e parecchi Domestici del Signore,

BATTISTA, ricco cittadino di Padova.

VINCENZO, vecchio gentiluomo di Pisa.

LUCENZIO, figlio di Vincenzo, innamorato di Bianca.

PETRUCCCHIO, gentiluomo di Verona, amante di Caterina.

GEREMIO, | Amanti di Bianca.

ORTENSIO,

TRANIO, | domestici di Lucenzio.

BIONDELLO,

GRAMIO, | domestici di Petrucchio.

CURTIS,

Un Pedante che si finge Vincenzo.

CATERINA, la mala femmina, | figlie di Battista.

BIANCA, sua sorella,

Una Vedova.

Un Sarto, un Merciaio, Domestici di Battista, e di Petrucchio.

V'è chi disse che l'idea di questo dramma fosse inspirata a Shakspeare da un aneddoto narrato da Goulard sopra Filippo il Buono, duca di Borgogna. Vedi perciò il Tesoro di racconti memorabili di quell'autore.

ct

Prologo

ct

ct

ct ct ct Sly. Vi pettinerò la chioma a dovere, siatene sicura.

Ost. Il diavolo vi porti, malandrino.

Sly. Voi siete una malandrina: i Sly non sono malandrini; leggete le cronache, e vedrete che venimmo in Inghilterra con Guglielmo il Conquistatore. Perciò poche parole, e il mondo vada come sa. Tacete.

Ost. Come! non pagherete i bicchieri che avete rotti?

Sly. No, neppure un soldo. — Itevene; ite in fondo del vostro antro, e coricatevi se volete riscaldarvi.

Ost. So un buon rimedio per farvi pagare: anderò a chiamare il constabile. (esce).

Sly. Consti o no, non me ne cale: gli risponderò come debbo; di qui non mi muoverò, venga quando vuole.

Sig. Abbiate cura de’ miei cani, che non ne possono più: si è molto cacciato oggi. Silver si è comportato da eroe contro i cervi, e non vorrei perdere quel cane per venti ghinee.

1° Cacc. Belman è migliore di lui, signore: due volte egli ha fiutato oggi, laddove gli altri veltri passavano insensibili: credetemi è il vostro miglior cane.

Sig. Sei pazzo: se Eco l’uguagliasse in celerità, varrebbe dieci cani eguali a lui. Ma dagli ben a mangiare, e abbine ogni cura. Dimani correrò i campi di nuovo.

1° Cacc. Così farò, signore.

Sig. Chi è costà? Un morto o un ubbriaco? Guarda se respira.

2° Cacc. Respira, signore. Se il vino nol tenesse caldo, sarebbe un letto ben freddo per dormire così profondamente.

Sig. Oh mostruosa bestia! egli giace come un maiale! Fatal morte! come il tuo aspetto è spaventoso! Amici, vuo’ divertirmi con questo ubbriaco. Se lo recassimo in un letto, e l’avvolgessimo fra morbide stoffe, ponendogli diamanti nelle dita, uno squisito banchetto davanti e molti servi d’intorno, il povero uomo svegliandosi non crederebbe egli aver perduta ogni conoscenza di sè?

1° Cacc. Sarebbe una leggiadra beffa.

2° Cacc. Il suo stato diverrebbe assai confuso.

Sig. Come se uscisse da un sogno lusinghiero o da una vana illusione. — Su, prendetelo, e recatelo lentamente nelle mie migliori stanze; appendete intorno a lui tutti i miei quadri più voluttuosi; profumategli il capo con essenze odorifere, e abbruciate legni fragranti in ogni parte: ai momento del suo risvegliarsi si oda la musica più dolce che immaginar si possa, e se egli parla, itegli col più profondo rispetto: «quali son gli ordini di monsignore?» Uno di voi gli presenti un bacino d’argento pieno d’acque di rose; un altro uno specchio di Venezia, un terzo un drappo d’Olanda, chiedendogli: «Vostra Grandezza vorrebb’ella lavarsi le mani?» qualcun altro poi sia presto coi più belli abiti, e gli dimandi quale vuole porsi. Parlategli quindi de’ suoi cani e del suo cavallo, ditegli che la sua consorte è dolentissima della sua infermità. Persuadetelo che ha avuto un attacco di follia, e quando vorrà dirvi che non è che un pover’uomo, interrompetelo sostenendogli che vaneggia, e che è un potente signore. Fate tutto ciò con sagacità, miei amici, e avremo il più bel sollazzo del mondo.

1° Cacc. Noi compiremo così bene la nostra parte, ch’egli si crederà veramente quello che diremo che è.

Sig. Portatelo adagio, e fate ciò che ho detto. (Sly è portato via. Si ode lo squillo di una tromba) Tu va a vedere che tromba è questa (un Dom. esce). forse qualche signore che passando di qui vorrà soggiornare nel nostro castello. (rientra il Dom.) Ebbene? Chi è? Dom. Sono commedianti che offrono i loro servigi a Vostra Signoria.

Sig. Di’ loro che vengano. (entrano i commedianti) Siate i benvenuti, amici.

1° Comm. Vi ringraziamo, signore.

Sig. Volete restar con me questa sera?

2° Comm. Sì, se piace a Vossignoria d’accettare i nostri servigi.

Sig. Con tutto il cuore. Mi sembra d’aver veduto quell’attore e di averlo inteso in una parte in cui vagheggiava una fanciulla... Ho dimenticato vostro nome, ma certamente quella parte fu ben riempita, e con molta verità.

1° Comm. Credo intendiate, signore, la parte di Soto.

Sig. Appunto. Oh! voi la compieste a dovere. Siete venuti qui in momento propizio e tanto più opportuno, quanto che mi va per la testa certa ricreazione in cui voi mi sarete del maggior sussidio. Vi è da me un signore che vi vedrà di buon grado a recitare questa sera, ma io temo per voi; temo che, osservando il suo bizzarro contegno e portamento, non prorompiate in risa, e non l’offendiate; perchè vi fo fede che, se riderete, egli si sdegnerà.

1° Comm. Non temete, signore, sapremo contenerci; foss’egli l’uomo più balzano e ridicolo di questo mondo.

Sig. (a uno de’ suoi Dom.) Conducili in casa, e abbi ogni pensiero di loro, onde nulla manchi. (esce il Dom. coi Comm.) Tu va a trovare il mio paggio Bartolomeo (a un altro Dom.) e fallo vestire da donzella dai piedi alla testa: dopo ciò, conducilo nella camera dell’ubbriaco, e chiamalo Signora col più gran rispetto. Digli per conto mio che se vuole venirmi in grazia simuli l’aria e il contegno delle nobili donne che ha vedute, e parli all’ubbriaco con un dolce accento di voce, e con umile garbo gli dica: «che comanda Vostra Signoria? In che mai la vostra sposa, la vostra docile sposa può ella addimostrarvi il suo zelo e l’amor suo?» e quindi stringendolo fra le braccia lo baci amorosamente, e inchinandosi sopra il suo seno versi pianti di gioia, vedendo il suo nobile signore tornato in salute, dopo che per quindici anni ei s’è creduto un povero e vile mendico. Che se il mio paggio non ha il dono delle femmine per spargere lagrime, il sugo di una cipolla potrà ottenere l’effetto; ne porti una avvolta nella pezzuola, e il pianto sgorgherà naturalmente da’ suoi occhi. Istruiscilo bene di ciò, e ritorna che ti darò altre incumbenze. (il Dom. esce) So che quel garzone simulerà a meraviglia una dama di qualità; nè vedo l’ora di udirlo chiamare l’ubbriaco suo sposo, e di vedere come gli altri faranno per non ridere, quando s’inchineranno davanti a quel ribaldo. Entrerò per insegnare a tutti la lezione, e la mia presenza varrà forse meglio d’ogni altro a contenerli. (escono)

ct ct Sly è vestito di una magnifica veste da camera e circondato da molti domestici in livrea; alcuni con bacini d’argento, altri con specchi e profumi. Il Signore è fra di loro, vestito anch’egli da domestico.

Sly. Per amor di Dio! datemi un po’ di vernaccia.

1° Dom. Vossignoria desidera cipro o canarie?

2° Dom. Vostro Onore si degnerebbe assaggiare quest’acqua d’arancio?

3° Dom. Quale vestimento indosserà oggi Vostra Grandezza?

Sly. Io sono Cristoforo Sly; non mi chiamate nè Onore, nè Grandezza; non ho mai bevuto vino di canarie nè di cipro, e prima che ber acqua d’arancio, mangerei un quarto di bue. Non mi chiedete qual abito io voglia indossare. Non ho che un abito, come non ho che un dorso; il numero delle mie calze corrisponde a quello delle mie gambe, quello delle mie scarpe a quello dei miei piedi, e spesso ho anche più piedi che scarpe; i pollici dei piedi miei fanno poi spesso capolino dai loro calzari.

Sig. Il cielo dissipi dalla vostra mente queste bizzarre idee! Oh monsignore! è ben tristo che un uomo del vostro grado, della vostra nascita, possessore di sì vasti dominii, e avuto in tanta considerazione, sia imbevuto di sentimenti così bassi!

Sly. Volete farmi impazzire? Non son io Cristoforo Sly, figlio del vecchio Sly di Burton, facchino un tempo, ed ora calderaio? Chiedete a Maria Achet, l’ostessa di Wincot, se mi conosce; e se non dice ch’io le debbo quattordici soldi di mezzo vino bevuto, abbiatemi in conto del maggior bugiardo di tutta la cristianità. Che! Ho io forse la febbre calda? Ecco.....

1° Dom. Oimè! è appunto ciò che fa pianger sempre la vostra signora.

2° Dom. È ciò e non altro che empie d’angoscia i vostri domestici.

Sig. E la cagione è questa per cui i parenti nobilissimi che avete fuggono dal vostro castello, cacciatine dagli strani delirii della vostra mente. Sa, signore, ricordatevi della vostra nascita; rammentate i vostri antichi sentimenti, e bandite queste vili chimere. Mirate come i vostri domestici vi stanno intorno, pronti ad obbedirvi appena comandiate. Desiderate voi di udir musica? Porgete ascolto: è Apollo stesso che sfiora la lira, e venti rosignuoli cantano nelle loro gabbie (si ode musica). Volete riposarvi? Vi porteremo in un letto di piume, più soffice che nol fu quello fatto per Semiramide. Vi piace di passeggiare? Annaffieremo la terra d’acqua di rose. Volete cavalcare? Appresteremo i vostri cavalli e li cuopriremo con gualdrappe ricamata in oro e in perle. Amate invece la caccia? Avrete falchi che s’innalzeranno molto al disopra dell’allodola mattutina. Volete inseguire i cervi? I vostri cani faran risuonare coi loro latrati la volta del cielo, e risveglieranno gli echi nella profondità della terra.

2° Dom. Se vi piacciono i quadri noi vi recheremo tosto un Adone giacente accanto ad una sorgente d’acqua viva, intantochè Venere lo contempla voluttuosamente da un cespuglio.

Sig. Altri quadri vi mostreremo di maravigliosa freschezza; Io, Dafne, Apollo, e cento altri dipinti, tutti fatti con tal valore da restarne stupefatti. Voi siete un signore, avete la più bella donna per moglie: a che dunque vi affliggereste?

1° Dom. Prima che le lagrime, che la costringeste a versare, avessero irrigato il suo volto, ella era la creatura più leggiadra di questo mondo; ed anche ora non la cede in bellezza ad alcuna del suo sesso.

Sly. Son io dunque un signore? È dunque vero ch’io possegga tanto bella donna? è forse un sogno che fo? oppure ho sognato fino a questo giorno? Io non dormo, ma veggo, favello, intendo; sento questi odori soavi, e le mie mani son sensibili alla dolcezza dei drappi che mi attorniano. Sulla mia vita! io sono un signore davvero, e non un calderaio, non Cristoforo Sly. Via; fate venir qui la mia dama, ch’io la vegga, e con lei venga un fiasco di vino.

2° Dom. Piacerebbe a Vossignoria di lavarsi le mani? Qual gioia proviamo, veggendovi rientrato in voi stesso! Oh se voleste riconoscere anche una volta soltanto quello che siete! Son quindici anni che vivete in un sogno continuo, e che vaneggiate anche desto.

Sly. Quindici anni! Ma non ho io mai parlato durante tal tempo?

1° Dom. Sì, signore, ma con parole vuote di senso, avve- gnachè, sebbene voi vi giaceste qui in queste belle stanze, dicevate sempre che vi avevano cacciato fuori di casa, e ve la pigliavate contro un’ostessa che volevate far chiamare dinanzi alla Corte di giustizia perchè vi aveva maltrattato. A costei solevate dare il nome di Cecilia Achet.

Sly. Sì, era la cameriera dell’ostessa.

3° Dom. Su dunque, signore, voi non sapete niente di alcuna osteria, nè di alcuna fanciulla, nè di tutti coloro che nominavate Sly, Naps, Turf, Pimprenel, e venti altri che non han mai esistito.

Sly. Sia lodato il Cielo di questa mia bella guarigione!

Tutti. Così sia.

Sly. Io ti ringrazio, e verrai ricompensato. (entra il paggio vestito da dama con altre donne del seguito)

Pag. Come sta il mio nobile signore?

Sly. Bene in verità, perocchè qui viene imbandito un assai bel pasto. Dov’è mia moglie?

Pag. Eccomi, signore: che volete da me?

Sly. Voi siete mia moglie, e non volete chiamarmi marito? I domestici han da dirmi signore; voi dovete dirmi sposo.

Pag. Sposo e signore, signore e sposo; io vostra sposa son pronta ad obbedirvi in tutto.

Sly. Lo so: come debbo io chiamarla?

Sig. Madonna.

Sly. Madonna sposa, e’ dicono che ho vaneggiato per quindici anni.

Pag. Oimè! sì, e tal tempo mi è sembrato doppio, essendo stata così divisa da voi.

Sly. A meraviglia: lasciateci soli, domestici. — Madonna, venitene accanto a me.

Pag. Nobile signore, vogliate scusarmi anche per un poco. I vostri medici mi hanno espressamente vietato di giacermi con voi per alcuni altri giorni, per tema che non ricaggiate nei vostri impeti: spero che tal ragione varrà a scusarmi.

Sly. Nello stato in cui sono mi sarà difficile l’aspettare; ma in onta della carne e del sangue attenderò per non ritornare nel mio infausto delirio. (entra un domestico)

Dom. I commedianti di Vossignoria, essendo stati istruiti della vostra guarigione, si faranno udire da voi. I medici credono che tal sollazzo vi sarà profittevole, e vi distorrà dalla vostra malinconia: essi hanno quindi approvato che assistiate alla rappresentazione, e vogliono che avvezziate la vostr’anima alla le- tizia e al diletto, rimedii che prevengono mille mali, e allungano la vita.

Sly. Così farò: dite che vengano. Cosa reciteranno?

Pag. Un piccolo dramma; qualche graziosa istoria.

Sly. Udiremo. Venite, madonna mia moglie, assidetevi al mio fianco, e lasciate che il mondo corra; per l’avvenire noi non saremo mai più giovani di adesso. (si assidono)

Atto primo

ct

ct ct ct Luc. Tranio, sospinto dal violento desiderio che avevo di vedere la bella Padova, nutrice delle arti, eccomi giunto in Lombardia, ridente giardino d’Italia. Io venni qui col permesso di un padre che mi ama, e accompagnatovi da te, degno servitore: respiriamo qui dunque, e cominciamo un corso scientifico e letterario. Pisa, rinomata pe’ suoi illustri cittadini, mi diede nascita; Vincenzo mio padre, mercatante che faceva tanto commercio, discende, lo sai, dai Bentivogli. È necessario quindi che il figlio di Vincenzo, educato a Firenze, si abbelli d’ogni virtù; e questo io voglio fare. Ho lasciata Pisa, e son venuto a Padova, come uomo che abbandona una leggiera superficie d’acqua per ire ad immergersi in un fiume, largamente abbeverandosi de’ suoi flutti.

Tran. Lodo assai il mio amabile signore per vederlo perseverare nei suoi nobili divisamenti. Solo, mio caro padrone, mentre ammiriamo tanto la virtù e lo studio della morale, guardiamoci dal divenire stoici, ve ne scongiuro, nè siamo così ligi ai dori precetti di , che l’amabile debba essere interamente proscritto da noi. Parliam di logica con cognizione, ma siamo retori parlandone; profittiamo della musica e della poesia per ricrearci gli spiriti, e sopratutto versiamo assai nelle matematiche e nella metafisica, scienze prime del mondo.

Luc. Ti ringrazio, Tranio, e ho nel concetto che meritano le tue parole. Ah Biondello! se tu fossi qui giunto, noi faremmo ora i nostri apparecchi insieme, e prenderemmo quell’albergo che ci tornasse più idoneo, per ricevere quegli amici che il tempo ci procaccierà in Padova. Ma chi son coloro che vengono verso di noi?

Tran. Saranno persone mandate per ben accoglierne.

Batt. Signori, non m’infestate di più; voi sapete come ferma e invariabile è la mia risoluzione; non mariterò la mia figlia minore prima d’aver trovato uno sposo alla primogenita. Se l’uno di voi due ama Caterina, sapendo chi siete, vi do la libertà di vagheggiarla.

Gre. Ella è troppo aspra per me. Ortensio, volete voi ammogliarvi?

Cat. (a Batt.) Ve ne prego, signore, mi getterete così in faccia a questi sposatori?

Or. Sposatori? Che volete voi dire? Non sposatori per voi, a meno che non diveniate di tempra più amabile e dolce.

. Davvero, signore, temete invano; voi siete assai lungi dal cuore di Caterina. Ma se foste anche in esso, prima cura di lei sarebbe il pettinarvi la parrucca con un bastone, il dipingervi il volto, e il farvi servire da pazzo.

Or. Da tali diavolesse, buon Dio, deh! liberami sempre.

Gre. E me anche, o buon Signore.

Tran. Stiamoci zitti, padrone; la scena è assai piacevole. Quella fanciulla è un vero cervellino.

Luc. Ma nel silenzio dell’altra io scorgo tutte le grazie d’una giovine beltà. Silenzio, Tranio.

Tran. A meraviglia; taciamo ed osserviamo.

Batt. Signori, per cominciare a riempiere la parola che v’ho data. Bianca ritornerà in casa; e non sdegnarti di ciò, Bianca, perchè io nè t’amo, nè t’amerò mai meno.

Cat. Affettuose tenerezze! Fareste meglio a immergerle un dito in un occhio, ed ella ben ne saprebbe il perchè.

Bian. Sorella, contentatevi del mio dolore. — Padre, mi rassegno umilmente ai vostri voleri; i miei libri e i miei strumenti mi terran compagnia; io studierò, e questo sarà il mio unico conforto.

Luc. Odi, Tranio, è Minerva stessa che favella.

Or. Signor Battista, sarete dunque così ingiusto? Dovranno i sentimenti miei esser cagione della solitudine di Bianca?

Gre. Come? La porrete dunque in ritiro a motivo di quella furia d’inferno, e la vorrete punire per la cattiva lingua di sua sorella?

Batt. Signore, la mia risoluzione è presa: tornate in casa, Bianca. (Bian. esce) Siccome so ch’ell’ama molto la musica e la poesia, farò venire da me maestri che potranno istruirla. Se qualcuno ne conoscete, Ortensio, mandatemelo ch’io l’accoglierò come merita, e non risparmierò nulla per dar una buona edu- cazione a’ miei figli. Addio. Potete restare, Caterina; debbo parlar con Bianca. (esce)

Cat. Ma io pure avrò ben facoltà d’andarmene a mio senno, credo. Sono io trattata come una bambina, quasi non sapessi quello che mi si addice e quello ch’è sconveniente? Ah! (esce)

Gre. Tu puoi andare a raggiungere la sposa di Satana; le tue qualità son così buone, che nessuno ne vuol godere. Il nostro amore non è tanto caldo, Ortensio, che noi non possiamo soffiare sulle nostre dita, e guarircene coll’astinenza. Però, per l’amore ch’io porto a Bianca, se m’abbatterò in un abile maestro lo raccomanderò a suo padre.

Or. Ed io pure, Gremio. Ma udite una parola. Sebbene il carattere della nostra contesa non ci abbia mai permessi lunghi dibattimenti, pure io vi dirò oggi che l’unico modo per avere accesso presso la nostra bella amante, è quello di trovare un marito a sua sorella maggiore.

Gre. Un marito? Un demonio piuttosto.

Or. Io dico un marito.

Gre. Ed io un demonio. Credi tu, Ortensio, che in onta di tutta l’opulenza di suo padre, vi sia un uomo tanto pazzo da volerla sposare?

Or. Vi sono nel mondo certi uomini, a cui il denaro fa fare grandi cose.

Gre. Non so che dirne; per me vorrei aver piuttosto la sua dote senza lei, anche a patto d’esser frustato ogni mattina.

Or. Giacchè l’ostacolo, in cui ci siamo imbattuti ci rende amici, l’amicizia nostra durerà fino al momento in cui, trovando un marito a Caterina, procureremo a Bianca la libertà di riceverne un altro: e allora ridiverremo rivali. — Cara Bianca! Felice quegli che t’avrà. Che ne dite, Gremio?

Gre. Dico come voi ch’è un’amabile donzella. (escono)

Tran. (avanzandosi) Ve ne prego, signore, spiegatemi una cosa. È egli possibile che l’amore divampi così rapido?

Luc. Oh Tranio! fino che non ne avevo fatta l’esperienza, non l’avrei creduto possibile; ma ora che ho sentito l’impressione dell’amore, ora ingenuamente confiderò tutto a te, che caro mi sei, come lo era Anna a sua sorella regina di Cartagine. Tranio, io ardo, languo, muoio, se non giungo ad ottenere quella giovine bellezza. Consigliami, Tranio, perocchè so che tu lo puoi; assistimi, te ne scongiuro.

Tran. Signore, non è più tempo di rimostranze: i sermoni non svelgono dal cuore la passione che se n’è impadronita: se l’amore v’ha punto, non vi rimane che questo dettato: Redime te captum quam queas minimo.

Luc. Te ne ringrazio, amico, continua: quello che m’hai già detto, m’appaga: il resto non può che consolarmi, perocchè i tuoi consigli son saggi.

Tran. Signore, voi che avete tanto guardata quella fanciulla, non ne avete forse osservata la cosa che era più degna di nota.

Luc. Oh! io ho veduto una beltà ch’eguaglia quella che possedeva la figlia d’Agenore, allorchè fece schiavo di sè l’onnipossente Giove.

Tran. Ma non vedeste come sua sorella si sdegnò, e com’ella cominciò a gridare, quando...

Luc. Ah Tranio! io non vidi che le labbra di Bianca, che spandevano un profumo per l’aere; e ogn’altra cosa che in lei vidi, era divina e incantevole.

Tran. È tempo di toglierlo dalla sua estasi. Ve ne prego, signore, svegliatevi; se amate quella fanciulla, pensate ai mezzi d’ottenerla. Sua sorella è così trista, che fino che suo padre non se ne sia liberato, bisogna, signore, che il vostro amore viva come una giovinetta in convento. Suo padre l’ha fatta chiudere perchè non sia infestata dagli adoratori.

Luc. Oh Tranio! qual padre crudele! Ma non hai tu notato con quanta cura ei s’adopera a procurarle maestri tali da istruirla?

Tran. Sì, ed ho anche pensato...

Luc. Io pure ho pensato a ciò, Tranio.

Tran. Scommetterei, signore, che meditammo lo stesso stratagemma.

Luc. Dimmi il tuo prima.

Tran. Voi sarete l’uomo d’ingegno, che assumerete sopra di voi l’istruzione della fanciulla: non è questo il vostro disegno?

Luc. Sì; ma come eseguirlo?

Tran. È impossibile, perchè chi farebbe le vostre veci e sarebbe qui in Padova il figlio di Vincenzo? Chi terrebbe casa, studierebbe per voi, riceverebbe i vostri amici, visiterebbe i vostri compatrioti, e darebbe loro feste?

Luc. Basta: calmati, che a tutto ciò ho riparato. Noi non siamo ancora andati in alcuna casa, niuno ci conosce, e quindi tu diverrai il padrone, Tranio, in vece mia, comanderai com’io farei; io diverrò un Fiorentino, un Napoletano, o qualche Pisano, di poca importanza. Il disegno seguirà com’io ho pensato. Spogliati Tranio, prendi il mio mantello, e quando Biondello verrà, ei sarà del seguito tuo, ed io lo ammonirò perch’ei taccia. (mutano i loro abiti)

Tran. Seguirò il vostro volere, mio buon signore.

Luc. Te ne sarò grato, Tranio, ed io penserò ad ottenere quella fanciulla, la di cui vista m’ha intenebrati gli occhi, ed ha posto il mio cuore in schiavitù. (entra Biondello) Ebbene, neghittoso, dove sei tu stato?

Bion. Dove sono stato? Ma dove siete voi ora? Forsechè il mio compagno Tranio vi ha rubati i panni? o ve li sareste invece barattati?

Luc. Avvicinati, non è tempo da celie; pensa a quello ch’io ti dirò, mentecatto. Il tuo compagno Tranio, per salvarmi la vita, assume la mia parte e i miei abiti: io per isfuggire alla sventura indosso i suoi; perocchè dopo che son qui venuto, ho ucciso un uomo in rissa, e temo d’essere scoperto: mettiti agli ordini suoi, e servilo a dovere: te l’impongo, intantochè io partirò da questo luogo per porre in salvo la mia vita.

Bion. V’obbedirò, signore.

Luc. E non dir una parola di Tranio: Tranio è divenuto Lucenzio.

Bion. Tanto meglio per lui, vorrei io pure esserlo.

Tran. Ed io vorrei che Lucenzio ottenesse ciò che desidera. Ma tu rammenta, non per me ma pel tuo padrone, di comportarti discretamente, e di chiamarmi signor tuo.

Luc. Andiamo, Tranio. Rimane ancora una cosa a cui devi attendere. È di porti nel novero dei pretendenti. Ho le mie buone ragioni per ciò. (escono)

1° Dom. Signore voi vi addormentate e non badate alla commedia.

Sly. Sì, per Sant’Anna! l’ascolto. Una bell’astuzia. È finita?

Pag. È cominciata appena, signore.

Sly. È davvero una bella cosa! madonna moglie, vorrei fosse finita!

ct ct ct Pet. Verona, io mi accommiato da te per qualche tempo; vuo’ vedere i miei amici di Padova, ma innanzi tutti Ortensio, che è quello che più amo. Credo questa la sua casa. Batti Grumio. (entra Ortensio)

Or. Chi vi è? Ah, Petrucchio! Come vivete in Verona?

Pet. Siate con tutto il cuore il ben trovato!

Or. Qual vento felice vi ha condotto all’antica vostra patria qui in Padova?

Pet. Il vento che disperde i giovani pel mondo, e li manda a tentar fortuna fuori del loro paese natìo, dove non si acquista che ben poca esperienza. In poche parole, signore, ecco la mia storia. Antonio mio padre è morto, ed io mi sono avventurato a fare questo viaggio, per trovare una ricca moglie, e cercare tutti quegli altri beni che mi sarà dato di conseguire: ho buoni ducati nella mia borsa, ho terre nel mio paese, e son venuto a vedere il mondo.

Or. Petrucchio, s’io ti proponessi per isposa una cattiva fanciulla, tu non me ne sapresti buon grado. Nondimeno ella sarebbe ricca assai, ma le sue ricchezze potrebbero non fruttarti.

Pet. Ortensio, fra amici, come siam noi, non vi son che poche parole a dire. Perciò se conosci una donna abbastanza ricca per divenire mia sposa (essendo la ricchezza il solo ritornello della mia canzone d’amore), foss’ella deforme e vecchia come una sibilla, malvagia come Santippe, tempestosa come il mare Adriatico, non me ne curerei. Vengo per ammogliarmi riccamente a Padova, e se trovo ricchezze, sarò abbastanza felice.

Or. Poichè mi dici questo, continuerò da senno il discorso, che avevo fatto solo per celia. Io posso, Petrucchio, procurarti una sposa ben fornita di dovizie, giovine, bella e ben educata, ma malvagia di cuore, e irosa al segno, che se anche io fossi rovinato non la vorrei sposare per una miniera d’oro.

Pet. Non dire così, Ortensio: tu allora non dimostri di conoscere gli effetti e la potenza di quel metallo. — Manifestami il nome di suo padre, e ciò basta; ch’io la chiederò quand’anche ella fosse peggiore di Medea.

Or. Suo padre si chiama Battista Minola, onesto cittadino dei più colti ed affabili: ella poi ha nome Caterina, ed è famosa in Padova per la sua maligna lingua.

Pet. Conosco suo padre, ma non la fanciulla: ed egli conosceva molto il padre mio. Non dormirò senz’averla veduta, onde permettetemi di lasciarvi, o vogliate accompagnarmi alla sua casa.

Grum. (a Or.) Ve ne prego, signore, lasciatelo seguire il suo disegno. Sull’onor mio! se ella lo conoscesse come lo conosce io saprebbe che le sue bizzarrie faranno poco effetto sopra di lui; ella potrà ben forse chiamarlo mille volte un malandrino, dargli altri epiteti simili, ma egli si befferà di tutto ciò. Per quanto la fanciulla gli resista egli finirà per soggiogarla.

Or. Aspettatemi Petrucchio, bisogna ch’io v’accompagni perchè il mio tesoro sta chiuso sotto la chiave di Battista; egli tiene fra le mani il gioiello della mia vita, la sua figlia minore, la bella Bianca, e la nasconde a’ miei sguardi, e a quelli di vani altri che mi son rivali. Supponendo che sia impossibile, a cagione dei difetti di cui vi ho parlato, che Caterina divenga mai sposa, Battista ha giurato che alcuno non avrà accesso appresso Bianca, a meno che quell’altra indiavolata fanciulla non trovi un marito.

Grum. Quest’altra indiavolata fanciulla! Curioso elogio.

Or. Bisogna ora che il mio amico Petrucchio mi renda un servigio; quello di presentarmi travestito sotto abiti gravi al vecchio Battista come un maestro di musica atto a ben istruir Bianca, affine che con tale astuzia io possa aver almeno la libertà di vagheggiarla, e di esprimerle senza sospetti l’amor mio.

Grum. Le non son queste mariuolerie? Oh! vedete come per ingannare i vecchi, i giovani se l’intendono fra di loro. Guardate, guardate, padrone, chi è quello che passa là?

Or. Silenzio, Grumio; è il mio rivale in amore, Petrucchio; stiamo in disparte.

Grum. Un bel giovine, e un vago innamorato! (si ritirano)

Gre. Benissimo; ho letto la nota. Ascoltate bene, signore; voglio che siano tutti ben legati; son tutti libri d’amore, pensateci bene; non le fate alcun altra lettura. Voi m’intendete? Ai doni che vi farà il signor Battista altri io pure ne aggiungerò. Prendete anche le vostre carte, e siano ben profumate, perocchè quella a cui vengono destinate è più amabile dei profumi stessi. Che cosa leggerete voi.

Luc. Qualunque cosa ch’io le legga perorerò per voi, siatene sicuro, e con tanto calore, come se voi stesso foste al mio posto: lo farò con termini più eloquenti, e più persuasivi anche dei vostri. Ma chi viene verso di noi?

Or. (avanzandosi) Iddio vi salvi, signor Gremio.

Gre. Son lieto d’incontrarvi, Ortensio. Sapete dov’io vada? Da Battista Minola. Gli ho promesso di trovargli un maestro per la bella Bianca, e il caso ha voluto ch’io m’imbatta in questo giovine, che per la sua scienza e i suoi modi è veramente degno di divenirle precettore. Or. Sta bene; ed io pure le ho trovato un maestro di musica che le insegnerà con ogni zelo. Ma non è questo il momento, Gremio, di far pompa dell’ardor nostro. Uditemi, e vi dirò novelle assai buone per entrambi. Ecco un onest’uomo che il caso mi ha fatto incontrare, e che, affidandosi alla nostra promessa di aiutarlo, amoreggierà la malvagia Caterina. Egli la sposerà anche se la sua dote gli piace.

Gre. A meraviglia. Ma gli avete rivelato, Ortensio, tutti i di lei difetti?

Pet. So che è una trista fanciulla, che grida sempre, ma se qui sta il tutto, io non ci veggo gran male.

Gre. Dite da senno, amico? Di qual paese siete?

Pet. Nacqui a Verona, e non ho più padre: spero veder volgere giorni lunghi e felici.

Gre. Sarebbe cosa strana tal vita, quando vi uniste a Caterina. Ma se siete così ardito, all’opera, in nome di Dio! Voi potete contare interamente sul mio soccorso. Ma volete da vero corteggiare quella tigre?

Pet. E perchè sarei io qui venuto se non per ciò? Credete che le mie orecchie si spaventino di un po’ di rumore? Non ho io sentito nella mia vita ruggire i leoni? Non ho veduto il mare investito dai venti sdegnarsi come un cinghiale in furore? Non ho inteso gli scrosci dei cannoni della terra, e quelli delle folgori del cielo? Non ho assistito ai lai di una battaglia! E voi venite a parlarmi della lingua di una donna? Via! è ai fanciulli che bisogna far paura colle larve.

Grum. (a parte) Egli non ne teme alcuna.

Gre. Ortensio, ascoltate: questo forestiero è giunto in tempo, per suo bene e nostro.

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