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Il Re Giovanni

William Shakespeare · 1859 · Free in the US

22,838 words · about 1 h 36 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Language
Italian
Published
1859
Length
22,838 words · about 1 h 36 min
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8 reader sections
Text
Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (8)
  1. Front matter under 1 min
  2. Interlocutori about 1 min
  3. Atto primo about 11 min
  4. Atto secondo about 21 min
  5. Atto terzo about 22 min
  6. Atto quarto about 21 min
  7. Atto quinto about 19 min
  8. Nota about 2 min

Continue:

Front matter

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ct

Indice

Interlocutori

Il Re GIOVANNI.

Il Principe ENRICO suo figlio; che divien poscia re col nome di Enrico III.

ARTURO, duca di Bretagna, figlio di Gefredo, ultimo Duca di Bretagna, e fratello maggiore del Re.

GUGLIELMO MARESHALL, conte di Pembroke.

GEFREDO FITZ-PETER, conte di Essex, capo della Giustizia d’Inghilterra.

GUGLIELMO LUNGASPADA, conte di Salisbury.

ROBERTO BIGOT, conte di Norfolk.

UBERTO DE BURGH, ciambellano del Re.

ROBERTO FAULCONBRIDGE, figlio di sir Roberto Faulconbridge.

FILIPPO FAULCONBRIDGE, suo fratello spurio, figlio bastardo di Riccardo I.

GIACOMO GURNEY, addetto al servizio di lady Faulconbridge.

PIETRO DI POMFRET, profeta.

FILIPPO, re di Francia.

LUIGI, delfino.

L’Arciduca d’Austria.

Il cardinal PANDOLFO, legato del Papa.

MELUNO, signore francese.

CHATILLON, ambasciatore di Francia al re Giovanni.

ELINORA, vedova di Enrico II, e madre del re Giovanni.

COSTANZA, madre di Arturo.

BIANCA, figlia di Alfonso re di Castiglia, e nipote del re Giovanni.

Lady FAULCONBRIDGE, madre del bastardo e di Roberto.

Lordi, Lady, Cittadini di Angers, Sceriffo, Araldi, Ufficiali, Soldati, Messaggieri ed altri.

Atto primo

ct

ct ct ct Gio. Ora, signor di Chatillon, parlate; che chiede da noi la Francia?

Chat. Quel sire vi saluta, e dice per bocca mia alla Maestà, alla simulata Maestà d’Inghilterra...

Elin. Strano principio... Maestà simulata!

Gio. Silenzio, buona madre; ascoltiam l’ambasciatore.

Chat. Filippo di Francia, disposando la causa e i giusti dritti del figlio di Gefredo, tuo fratello estinto, Arturo Plantageneto, reclama in nome della legge questa bella isola e il suo territorio, l’Irlanda, il Poitiers, l’Anjou, la Turarne e il Maine, e vuole che tu deponga la spada con cui t’afforzi in un ingiusto potere, e la rimetta fra le mani del giovine Arturo, tuo nipote, e tuo vero legittimo sovrano.

Gio. E che seguirà ov’io rifiuti?

Chat. Una guerra implacabile e sanguinosa che convaliderà quei diritti a cui ti opponi con violenza.

Gio. Avremo guerra per guerra, sangue per sangue, forza per forza. Rendi questa risposta alla Francia.

Chat. Ebbene, abbiti dunque per mia bocca la sfida del mio re. Qui finisce la mia ambasciata. Gio. Recagli ora la mia e partiti in pace da questi luoghi. — Tu sarai agli occhi della Francia il lampo della folgore; imperocchè prima che tu abbia potuto annunziare ch’io v’entrerò, rimbombo del mio cannone vi si farà intendere. Animo, parti, sii la tromba nunziatrice di nostra vendetta e il foriero sinistro della vostra comune ruina. — Lo si riconduca con onore fuori de’ miei Stati. Pembroke, vegliate a ciò. — Addio Chatillon. (escono Chatillon e Pembroke)

Elin. Ebbene, figlio mio? Non vel dissi io sempre che l’ambiziosa Costanza non troverebbe pace, finchè non avesse sollevata la Francia e il mondo per sostenere le pretese del figlio suo? Ecco quello che si sarebbe potuto prevenire. Si sarebbe potuto conciliar con mezzi facili e amichevoli la contesa, che è ora forza venga decisa dall’urto di due possenti regni, coll’esito incerto e sanguinoso delle battaglie.

Gio. Abbiamo per noi l’alto vantaggio del possedimento e del diritto.

Elin. Dite del possedimento più che del diritto; ovvero converrà confessare l’onta vostra e la mia. Sì, la mia coscienza vi mormora qui all’orecchio ciò che niun altro, tranne il Cielo, voi ed io, m’udrà pronunziare.

Entra lo Sceriffo della provincia di Northampton e parla sommessamente con Essex.

Elin. Mio sovrano, occorre la più strana controversia che mai udissi suscitata in questo paese. Le due parti chieggono che le giudichiate: le farò io comparire?

Gio. Fatelo. — (lo Scer. esce) Le nostre abbadie e i nostri priorati pagheranno le spese di questa guerra. — (rientra lo Sceriffo con Roberto Faulconbridge e Filippo suo fratello bastardo) Chi siete voi?

Fil. Vostro fedel suddito, generato nella provincia di Northampton e figlio primogenito, a quel che credo, di Roberto Faulconbridge, soldato che Riccardo Cuor-di-Leone, colla mano sua che dispensava l’onore, fece cavaliere sul campo di battaglia.

Gio. Chi sei tu?

Rob. Il figlio ed erede di quel medesimo Faulconbridge.

Gio. Egli è il maggiore, e tu vuoi esser l’erede? Voi non derivate dunque entrambi da una medesima madre?

Fil. Sì, da una madre stessa, potente re, ciò è ben noto; e voglio anche credere da un medesimo padre: ma per la certezza di tale verità la lascio al Cielo e alla mia genitrice; quanto a me, ne dubito, come ne potrebbero dubitare tutti i figli degli uomini. Elin. Vergogna a te, villano! Tu deturpi tua madre e ferisci il suo onore con sì fatta diffidenza.

Fil. Io, signora? No: io non ho alcun interesse a farlo: è questa la pretesa di mio fratello, e non la mia. S’ei può fornirne prova, mi fa cader dalle mani almeno cinquecento belle lire sterline di reddito annuo. Conservi il Cielo l’onore a mia madre e a me la eredità.

Gio. Rozzamente franco è costui! E perchè dunque, se l’altro nacque dopo di te, pretende egli alla tua eredità?

Fil. Non so il perchè, se non è per aver le mie terre. — Una volta ei m’ha insultato col nome di spurio. — Se io sia nato legittimo o no, è cosa di cui lascierò rispondere la madre mia; ma ch’io sia, mio principe, nato tanto bene quanto lui (Dio accordi pace alle ossa che si presero la pena di generarmi!) è cosa che potrete conoscere comparando i nostri volti. Giudicate voi stessa se fu il vecchio sir Roberto che ne mise al mondo entrambi, e se è possibile ch’ei sia nostro padre, ed io suo figlio. Oh vecchio sir Roberto, inginocchiato, io ringrazio il Cielo di non rassomigliarti.

Gio. Che strano pazzo ne fu qui mandato?

Elin. Havvi nel suo viso qualcosa alla Cuor-di-Leone; di ciò vi è pure nel suo accento e nel suono della sua voce. Non vedete voi alcuna somiglianza con mio figlio nell’alta e forte persona di costui?

Gio. I miei occhi lo hanno bene osservato, e lo trovano in tutto simile a Riccardo. — Giovine, parla: qual cosa ti muove a reclamare le terre di tuo fratello?

Fil. Il non aver egli che un mezzo volto come mio padre, e il volere per quel mezzo volto tutti i suoi possedimenti. Ad un mezzo volto cinquecento lire ogni anno!

Rob. Mio grazioso sovrano, allorchè il mio genitore vivea, vostro fratello molto se ne servì...

Fil. Sta bene: ma questo non è un titolo per carpir le mie terre. Quel che dovete spiegare, è come ei si servisse di mia madre.

Rob. (continuando) E un giorno lo spedì ambasciatore in Alemagna per trattarvi con quel sovrano bisogne gravi riferentisi a quei tempi. Durante la sua lontananza ei fe’ soggiorno in casa di mio padre, e quali fossero i di lui progressi e la sua vittoria, arrossisco in dirlo: sebbene la verità sia verità. Vasti mari s’estendevano fra mio padre e mia madre adunque, come molte volte lo intesi dire al genitore mio stesso, allorchè il robusto garzone che lì vedete fu generato: onde mio padre col suo testamento, fatto in punto di morte, lascia le sue terre a me, dichiarando costui figlio di mia madre, non figlio suo; o, se suo, venuto al mondo quattordici intere settimane prima del termine stabilito dalla natura. Dopo ciò, mio buon sovrano lasciatemi possedere quello che è mio, conformemente agli ultimi voleri di lui che mi ha procreato.

Gio. Giovine, tuo fratello è legittimo. La sposa di tuo padre lo concepì dopo il matrimonio, e se essa violò i talami, tal fatto la concerne sola, ed è ventura a cui tutti i mariti si assoggettano nel dì in cui menano moglie. — Rispondimi: se mio fratello, che tu dici aver presa la pena d’ingenerar colui, reclamato avesse da tuo padre questo figlio per suo, tuo padre avrebbe potuto ritenerlo contro gli sforzi dell’intero mondo, e il torello uscito dai fianchi della sua giovenca, sarebbe rimasto perpetuamente seco: onde, se essendo figlio di mio fratello, mio fratello non poteva fondarvi sopra ragione, tuo padre, quand’anche suo figlio non fosse, non aveva diritto di cacciarlo. Questo argomento tronca il nodo della quistione. Il figlio di mia madre ha procreato l’erede del padre tuo; l’erede del padre tuo deve avere la sua eredità.

Rob. Ma il volere del mio genitore non sarà pesato per nulla nella bilancia?

Fil. Esso non ha più forza, amico, per ispossessarmi, di quello che non ne avesse, credo, per pormi al mondo.

Elin. Che preferiresti tu, o di essere un Faulconbridge, simile a tuo fratello, per avere la tua eredità, ovvero di essere il figlio riconosciuto di Cuor-di-Leone, possessore della tua sola grandezza personale senza un pollice di terra?

Fil. Madonna, se mio fratello avesse la mia persona ed io la sua; se le mie due gambe fossero quei due stecchi, le mie braccia quelle due intirizzite anguille, il mio volto sì magro e sparuto da non ardire di pormi una rosa all’orecchio, per tema che non mi si dicesse: mirate dove va quella moneta da tre denari! e che a prezzo della sua persona dovessi essere l’erede di tutto questo regno, vuo’ non mai più escire da questo luogo, se nol cedessi tutto per riprendere questo mio volto: per nulla al mondo vorrei essere sir Roberto.

Elin. Mi piaci. — Vuoi tu abbandonare la tua fortuna, cedere le tue terre e seguirmi? Sono guerriera, e sto per imbarcarmi verso Francia.

Fil. Fratello, prenditi i miei beni, io seguo la mia ventura: il tuo volto ti ha fatto guadagnare cinquecento sterline di reddito all’anno, e nondimeno quel tuo volto a cinque soldi sarebbe venduto assai caro. — Madonna, vi seguirò fino a morte.

Elin. Vorrei che arrivaste prima di me in Francia.

Fil. È costume nel nostro paese di cedere il passo ai nostri superiori.

Gio. Qual è il tuo nome?

Fil. Filippo, mio signore: Filippo, primogenito della moglie del buon vecchio sir Roberto.

Gio. Oramai porta il nome dell’uomo di cui hai le forme. Piega il ginocchio, Filippo, e rialzati maggiore. — Sorgi, sir Riccardo Plantageneto. (lo fa cavaliere)

Fil. Fratello dal lato di mia madre, datemi la vostra mano: mio padre mi ha conferito l’onore, il vostro vi diè terre: ora sia benedetta l’ora del dì o della notte in cui fui generato, assente sir Roberto.

Elin. Egli ha tutti i sentimenti di Plantageneto! Io sono tua avola, Riccardo: chiamami con questo nome.

Fil. Madonna, voi lo siete per caso e non per natura. — Ebbene? Quegli che non osa uscire il dì, conviene esca la notte: possedere è tutto, qual che si sia il modo; da vicino o da lontano ben mirò colui che ottenne il prezzo. Sono quel che sono, in qualunque guisa sia stato generato.

Gio. Vattene, Faulconbrindge: ora i tuoi occhi son paghi. Un cavaliere senza terre fa di te un signore possidente. — Venitene, madonna, e venite voi pure, Riccardo: convien partir per Francia, per Francia: ed abbiamo indugiato anche troppo.

Fil. Fratello, addio; buona fortuna a te che procreato fosti nelle vie dell’onestà. (tutti escono, tranne il Bastardo) Così ho fatto un passo di più nel cammino dell’onore; ma quanti piedi di terra io perdo in pari tempo! Non vale. Ora d’una meretrice posso fare una lady. Salve, messer Riccardo..... Gran mercè amico......... — E se il tuo nome è Giorgio, lo chiamerò Pietro: perocchè l’onore della nuova dignità fa dimenticare i nomi degli uomini. Sarebbe troppo avventurarsi, arrischiar troppo il permettere ad un vassallo di conversare con voi; ed è adesso, caro viaggiatore..... che assiso al desco, quando il mio stomaco di cavaliere sarà ben pasciuto, ch’io balbutirò sconnesse parole per interrogarvi sui vostri viaggi in paese estero. — Mio caro signore, comincierò io, nettandomi i denti, adagiato sopra mia poltrona, vorrei pregarvi..... Questa è la mia dimanda a cui segue come A B C la risposta: Oh signore, parato ai vostri servigi; tutto a voi devoto. — No, mio caro ospite, dice la dimanda: son io, io, mio caro amico, che non anelo che a servirvi. E così, prima che la risposta sappia quello che vuol l’inchiesta, imbandisce un lauto pasto di amabili cerimonie, e mi parla di Alpi, di Apennino, di Pirenei, del fiume Po, onde il racconto vi guida fino al termine della mensa. Tale è il vivere degli uomini di corte, e ben si addice a un’anima elevata e fatta per salire come la mia. Degenere figlio del tempo è colui che non sa profittare dell’esperienza e delle osservazioni, e non segue il suo secolo nelle usanze, nei propositi, nei modi, inetto a proferire la seduttrice menzogna, o a fare il racconto maraviglioso che solletica il timpano dei vecchiardi. — Io non praticherò quest’arte per ingannare; ma l’apprenderò e l’impiegherò per evitare che mi si inganni. Quest’arte seminerà di fiori i gradini su cui salirò. Ma chi viene a me con passi sì concitati, e in abito da Amazzone? Qual donna corre sì veloce? non ha essa un marito che si prenda il fastidio di suonare un corno innanzi a lei? Oimè, è mia madre. — (entrano lady Faulcondbridge e Giacomo Gurney) Ebbene, buona signora, qual cosa vi induce a correr tanto?

Faul. Dov’è quel miserabile tuo fratello? Dov’è colui che mi diffama?

Fil. Mio fratello Roberto? Il figlio del vecchio sir Roberto? Il gigante Colbrand, il potentissimo? È il figlio di sir Roberto che cercate?

Faul. Il figlio di sir Roberto! Sì, irriverente garzone, il figlio di sir Roberto. Perchè insulti tu alla memoria di quel cavaliere? Egli è il figlio di sir Roberto come tu il sei.

Fil. Giacomo Gurney, vuoi tu lasciarci soli un istante?

Gur. Di buon cuore, Filippo.

Fil. Filippo?..... M’ha in conto di zingano costui?..... Giacomo, corrono voci pel mondo..... fra poco ne saprai di più. (Gurney esce) Madonna, non mai io fui figlio del vecchio sir Roberto. Sir Roberto avrebbe potuto mangiare nel venerdì santo la parte che ebbe alla mia concezione, senza guastare il digiuno. Sì, sir Roberto lo poteva. Orsù, di buona fede, confessate la verità; potè egli generarmi? No; sir Roberto nol potè. Conosciamo le sue produzioni: onde, mia buona madre, parlate: a chi son io debitore di queste membra nervose? Imperocchè sir Roberto non era uomo da far simili gambe. (accennando le proprie)

Faul. Cospirasti tu ancora adunque con tuo fratello contro di me? tu che per tuo bene dovresti assumere la difesa del mio onore? A che intende questo disprezzo, indomabile ribaldo?

Fil. Cavaliere, cavaliere, buona madre, e non ribaldo. Sì, sull’onor mio, ebbi la piattonata che fa i cavalieri, e ne porto il livido sulla spalla. — Madre mia, io non son figlio di sir Roberto: ho rinunziato a sir Roberto e a’ suoi dominii: la legittimità, il nome, tutto è annichilito. Perciò, tenera genitrice, degnatevi farmi conoscere mio padre, che sarà stato, spero, un valentuomo. Chi fu esso?

Faul. Hai tu rinnegato il nome di Faulconbridge?

Fil. Con tanto cuore con quanto rinnego Satana.

Faul. Il re Riccardo Cuor-di-Leone fu tuo padre. Sedotta da lunghe e vive istanze, gli accordai alfine un posto nel talamo nuziale. Voglia il Cielo perdonarmi la mia offesa! Tu fosti il frutto di fallo sì caro, e ch’io non commisi che vinta da una forza, che trionfò di tutti gli ostacoli!

Fil. Per questa luce del dì, se dovessi ancor nascere, signora, non desidererei, più nobile genitore. Hannovi certi falli che, sulla terra almeno, meritano scusa, e tale è il vostro. La vostra debolezza non fu follìa da insensata. Convenne ben dargli il cuore in piena balìa, come tributo sottomesso all’impero invincibile dell’amore, la di cui potenza irresistibile trionferebbe del più intrepido leone. Il leone non seppe proteggere il suo real cuore dalla mano di Riccardo, e l’uomo il di cui braccio strappa il cuore ai re delle selve può facilmente domare quello di una femmina. Sì, mia madre, vi ringrazio grandemente del padre che mi avete dato. Chiunque vive e oserà dire che commetteste un fallo concependomi, sarà da me mandato all’inferno. — Venite signora, vuo’ presentarvi alla mia famiglia. Tutti converranno che se il giorno in cui Riccardo mi generò voi gli aveste detto no, sarebbe stata una colpa, e chiunque dirà che colpa vi fu, dirà una menzogna. (escono)

Atto secondo

ct

ct ct Entrano da un lato l’Arciduca d’Austria, dall’altro Filippo re di Francia coi loro eserciti; Luigi, Costanza e Arturo seguono quest’ultimo.

Luig. Prode duca d’Austria, siate il ben giunto dinanzi alle mura di Angers. Giovine Arturo, quell’eroe il di cui sangue scorre per le tue vene, Riccardo, che svelse il cuor di un leone, e che nelle guerre sante meravigliò la Palestina coi portenti del suo valore, discese troppo presto nel sepolcro, vittima di questo valente duca; ed è ora per espiarne la morte, servendo la sua posterità, che egli ha ceduto alle nostre istanze, e vien qui a spiegare i suoi vessilli in tua difesa. A respingere egli viene l’usurpazione di Giovanni d’Inghilterra, tuo zio snaturato: tu accoglilo, amalo, ed onoralo.

Art. Dio vi perdonerà la morte di Riccardo mio avolo, poichè date vita ai suoi discendenti, proteggendo i loro diritti all’ombra dei vostri stendardi. Ve ne ringrazio, porgendovi una mano impotente, ma insieme con essa un cuore pieno d’amor sincero. Siate il benvenuto dinanzi alle porte di Angers, valoroso duca.

Luig. Nobile fanciullo, chi non vorrebbe sostenere i tuoi diritti?

Arc. Possa questo tenero bacio, ch’io imprimo sulla tua gota, esser suggello del giuramento che ti fa la mia amistà! Essa ti giura, ch’io non rivedrò i miei Stati se non quando Angers, e i dominii che ti appartengono in Francia, non che quelle rive biancastre il di cui piede respinge l’onda spumante dell’Oceano, che ne separa gli abitanti dalle altre contrade d’Europa, quella fiera Inghilterra infine che il mar cinge con un baluardo di flutti e che irride baldamente a tutti i disegni degli stranieri, non ti abbia riconosciuto e salutato re da una punta all’altra del suo territorio. Fino a quell’istante, amabile fanciullo, non ricorderà la mia patria, e non abbandonerò queste armi.

Cos. Oh, ricevete i ringraziamenti di sua madre, i ringraziamenti di una vedova, fino a che il vostro braccio potente, afforzando l’infanzia sua, gli dia facoltà di riconoscere più degnamente il vostro generoso zelo.

Art. La pace del cielo è per quelli che snudano la spada in guerre sì giuste e pie.

Re Fil. Su, conviene operare. Le nostre batterie stanno per rivolgersi contro i tempestati baluardi di questa città tenace. Raduniamo i duci più esperti per accordarci. Forse accadrà, che le ossa di un re rimangano ai piedi di questa fortezza, e che mestieri ne sia l’incedere fra flutti di sangue francese fino al centro delle sue vie. Ad ogni caso l’assoggetteremo a questo fanciullo.

Cos. Aspettate prima la risposta della vostra ambasciata, e non tuffate imprudentemente le vostre spade nel sangue. Chatillon, reduce d’Inghilterra, può riportarci colla pace la sanzione di quei diritti che vorremmo riconquistar colla guerra. Allora ci sarebbe di rimprovero ogni goccia di sangue, che un ardor troppo cieco ci avesse fatto versare. (entra Chatillon)

Re Fil. Mirate dunque, signora! secondo il vostro desiderio ecco Chatillon! — Che risponde l’Inghilterra? Ditecelo in poche parole, valente cavaliere; noi ci taciamo per ascoltarvi: parlate, Chatillon.

Chat. Richiamate le vostre squadre da quest’assedio di poco pondo, e guidatelo a bisogne più gravi. L’Inglese, avverso alle vostre giuste dimande, ha preso le armi: i venti nemici, di cui sono stato costretto ad aspettare lo spiro, gli han dato agio di approdare colle sue legioni in pari tempo di me: egli ora marcia rapidamente verso questa città; il suo esercito è numeroso, e i suoi soldati pieni di baldanza. Con lui viene la regina madre, furia che lo istiga alle battaglie e alla carnificina: con lui sua nipote, Bianca di Spagna: con lui un bastardo del re estinto, e tutta la gioventù del suo paese, il cui acre umore cerca le avventure; volontari intrepidi che, sotto aspetti di femmine, chiudono cuori di leoni. Costoro han venduta la loro eredità nel paese nativo, e portando fieramente il loro patrimonio sugli omeri, vengono a cercare fra le imprese della guerra una nuova fortuna. In breve; non mai più elette schiere solcarono i mari inglesi, per recar guerre e stragi alla cristianità. (s’odono lontani suoni di tamburi) Il rumore dei loro tamburi minacciosi m’interrompe e mi vieta di estendermi di più. E’ stan poco lungi chiedenti conferenza o battaglia: a ciò apparecchiatevi.

Re Fil. Come imprevista ne riesce questa rapida marcia!

Arc. Più è inaspettata e più dobbiamo doppiare gli sforzi per ben riceverli. Il coraggio cresce col pericolo: siano dunque i ben giunti; siamo preparati. (entrano il re Giovanni, Elinora, Bianca, il bastardo Filippo, Pembroke, e l’esercito)

Gio. Pace alla Francia, se la Francia ne permette di prender placido possesso delle terre dei nostri avi; se no, il sangue della Francia scorra, e la pace ritorni in cielo, intanto che noi, ministri del corruccio di esso, castigheremo l’orgoglio di coloro, che offendono questa figlia di Dio.

Re Fil. Pace sia all’Inghilterra se questo esercito torna in Inghilterra per vivere in pace colà. Noi amiamo gl’Inglesi, ed è per essi che abbiamo indossata questa grave armatura. Il carico che assumemmo dovrebbe essere tuo: ma tu non ami l’Inghilterra, tu che per vie tenebrose spossessato ne hai il suo legittimo re, sovvertendo l’ordine di successione stabilito dalla natura, e annullando la regal fortuna di questo fanciullo, a cui rapisti sì indegnamente una corona vergine ancora, e che non era mai stata profanata da mano usurpatrice. Mira qui; (indicando Arturo) vedi il ritratto del tuo fratello Gefredo... Questa fronte non ti mostra essa tutti i suoi lineamenti? Questo garzone rivela, come in miniatura, quel che morì in Gefredo; e la mano del tempo, ampliando le sue forme, le renderà in tutto eguale a suo padre. Quel Gefredo ti era fratello; riconoscine qui il figlio! L’Inghilterra fu retaggio di Gefredo, e a questi tocca! In nome di Dio, come avvien dunque che ti si chiami re, mentre scorre il sangue per le vene di questa fronte a cui appartiene la corona della quale t’impossessasti?

Gio. E da cui tieni tu, re di Francia, l’autorità d’interrogarmi?

Re Fil. Da quel Giudice Supremo che ispira al cuore di coloro che hanno il potere in mano, il generoso debito di punire i delitti. È quel Giudice che mi ha fatto tutore di questo fanciullo; è in suo nome che io ti accuso d’ingiustizia e di frode; è col suo soccorso che pretendo di abbattere un usurpatore.

Gio. Sei tu stesso che usurpi l’autorità.

Re Fil. Se lo fo, è per atterrare un tiranno.

Elin. Chi chiami tu tiranno, re di Francia?

Cos. Lasciatemi rispondere;... il tiranno è tuo figlio.

Elin. Via di qui, proterva! Oh senza dubbio il tuo bastardo diverrà re, onde tu qual regina possa reggere il mondo. Cos. Il mio letto fu sempre così fido a tuo figlio, quanto il tuo potè esserlo a tuo sposo; e questo fanciullo somiglia più a suo padre Gefredo, che tu e Giovanni non vi rassomigliate nei vostri procedimenti, sebbene siate simili come una goccia di pioggia lo è ad una goccia di acqua, o il diavolo alla sua dama. — Mio figlio bastardo! Sull’anima mia credo che suo padre non nascesse così legittimo: no, nol potè, se tu fosti sua madre.

Elin. Fanciullo, hai una buona genitrice che disonora il padre tuo!

Cos. Arturo, hai un’eccellente avola che vorrebbe farti arrossire!

Arc. Tacete.

Fil. Odi un uomo che grida. (gridando)

Arc. Chi diavolo sei tu?

Fil. Un uomo che vi tratterà da diavolo, messere, se sa trovarvi solo colla vostra pelle di leone. Voi siete il timido capriolo il cui valore infierisce sugli animali morti. Ma io scuoterò la polvere della vostra criniera, se posso prendervi a mio talento. Pensate a quello che dico. Sulla mia fede lo farò; sì, colla fede mia.

Bian. Quella pelle di leone si addice a meraviglia a lui che ne spogliò il leone!

Fil. Sta sul suo omero come la calzatura del grande Alcide starebbe ad un giumento. Ma giumento, io ti torrò la soma di dosso, o ti farò curvare, come dèi, le spalle.

Arc. Chi è questo vanaglorioso cianciatore che ne assorda coi garriti della sua voce?

Re Fil. Luigi, pensate a quello che conviene fare.

Luig. Donne, e voi uomini insensati, cessate dai vostri propositi. — Re Giovanni, ecco la somma delle cose. — Io richieggo da te in nome di Arturo, l’Inghilterra e l’Irlanda, l’Angiò, la Turenna e il Maino; vuoi tu cedere e deporre le armi?

Gio. Prima la vita; e ti sfido, re di Francia. — Arturo di Bretagna, confida in me, e la mia sola tenerezza ti darà più che la mano timida e vile della Francia non potesse mai darti. Sommettiti, fanciullo.

Elin. Vieni dall’avola tua, garzone.

Cos. Va, fanciullo, va dalla tua avola e dàlle un regno perchè essa te ne ricambi con un balocco. La tua avola è ottima. Art. Mia tenera madre, desistete! Vorrei esser sepolto nella mia tomba; perch’io non valgo la contesa di cui sono cagione.

Elin. Sua madre affligge quel miserello; mirate, egli piange.

Cos. Sono le ingiustizie della sua avola, e non le parole di sua madre, che fanno sgorgare da’ suoi occhi quelle lagrime innocenti, valevoli a commuovere il cielo. Sì, quelle lagrime impietosiranno Iddio che gli farà giustizia e si vendicherà di te.

Elin. Donna odiosa, tu calunnii il cielo e la terra.

Cos. Sei tu che insulti la terra e il cielo! Non mi dare i nomi che si competono a te sola. Insieme col tuo figlio tu usurpi un regno, i dominii e i dritti di questo oppresso fanciullo. Egli è figlio del tuo primogenito, e la sua sola sventura è di averti per avola. Sono i tuoi delitti che il cielo gastiga in questo fanciullo sfortunato; è su di lui che cade la pena dei giudizi celesti, su di lui, lontano una sola generazione dal tuo colpevole seno.

Gio. Insensate, tacetevi.

Cos. Solo questo mi rimane a dire: Cielo, in vece di questo fanciullo, punisci piuttosto l’usurpatore e il figlio di colei: la punizione del figlio sarà quella della madre... maledizione su di essi!

Elin. Donna bisbetica, che ne importuni colle tue grida; posso produrre un testamento che esclude tuo figlio.

Cos. Sì, chi dubita di ciò? Un testamento! Un iniquo testamento, il testamento di una donna; il testamento di una diabolica donna.

Re Fil. Basta, signore; basta, placatevi. Non è conveniente in così fatta assemblea l’abbandonarsi a tali clamori. — Un araldo inviti i cittadini di Angers a comparire sui loro baluardi; ascoltiamoli, e dichiarino essi se riconoscono i diritti di Arturo o di Giovanni. (squillo di trombe; compariscono i cittadini sulle mura)

1° Citt. Chi ne invita a comparir sulle mura?

Re Fil. La Francia in nome dell’Inghilterra.

Gio. L’Inghilterra in suo nome. — Cittadini di Angers, amati miei sudditi.

Re Fil. Amati cittadini di Angers, sudditi di Arturo, furono le nostre trombe che vi chiamarono a questo pacifico parlamento.

Gio. Per vostro interesse udite noi prima. — Questi stendardi della Francia che stanno schierati alla vista della vostra città, non accennano che alla vostra ruina. Quei cannoni hanno i loro fianchi tumidi di furore e in procinto li vedete di vomitare contro le vostre torri una grandine di palle. Tutti gli apparecchi di un assedio sanguinoso, e tutta l’ira crudele di questi spietati Francesi minaccia la vostra città e le deboli vostre porte, e senza il nostro arrivo quell’immobile barriera di pietre che vi circonda tempestata dalle loro batterie, sarebbe già caduta fin dalla base, lasciando larghe breccie alla furia dei vincitori. Ma al nostro avvicinarsi, alla vista del vostro legittimo re, che con rapido e penoso cammino ha condotto dinanzi a voi un esercito, atto a contenere i vostri nemici e a conservare intere le vostre mura minacciate, voi li vedete diggià confusi venirne a concioni anzichè avventare, come n’aveano disegno, palle roventi sulle tremanti vostre case. Con vane parole di pace, che dileguansi per l’aere come fumo, essi vogliono sedurre le vostre orecchie, e deludere la vostra credulità: date loro la fede che meritano, degni cittadini, e aprite le vostre porte al vostro re, che, stanco dalle fatiche di questa veloce marcia, implora un asilo fra l’amore de’ suoi.

Re Fil. Allorchè avrò parlato, rispondete ad entrambi. Vedete alla mia destra questo fanciullo ch’io conduco e di cui ho fatto voto a Dio di difendere la causa; è Arturo Plantageneto, figlio del fratello primonato di quell’Inglese, e sovrano suo, non che di quanto ei possiede. Fu per vendicare i suoi giusti diritti che schierati in battaglia noi calpestiamo le verdi zolle di queste pianure e ci mostriamo vostri nemici; quanto solo ci costringe ad esserlo però un doveroso zelo ospitale, che ci impone di sollevare questo principe oppresso. È la sua causa virtuosa che ne mette le armi in mano. Offrite dunque di buon grado un omaggio legittimo a quegli a cui è dovuto, a questo giovine principe, e tosto le nostre armi cadranno dalle nostre mani senza nuocervi, e non avranno più, come un leone incatenato, nulla di pericoloso fuorchè l’aspetto. I nostri bronzi avventeranno il loro inutile piombo contro il seno invulnerabile delle nubi, e con ritirata pacifica e benedetta da voi, noi riporteremo nella nostra patria le nostre spade e i nostri elmi interi, e il sangue bellicoso di cui venivamo ad annaffiare i vostri baluardi, lasciando così in pace le vostre donne, i vostri fanciulli, e voi. — Ma se sdegnate stoltamente questa offerta, il cinto delle vostre vecchie mura non varrà a sottrarvi al nostro sdegno, quand’anche questi Inglesi, con tutti i loro eserciti e il loro valore vi fossero alloggiati in mezzo. Rispondete: la vostra città vuol essa riconoscere in noi il suo sovrano, pel principe a nome di cui le chiediamo omaggio? o daremo invece il segnale di guerra, per correre fra flutti di sangue al possedimento di ciò che ne appartiene?

1° Citt. In brevi parole: noi siamo sudditi del re d’Inghilterra, è per lui e in suo nome che teniamo questa città.

Gio. Riconoscetemi dunque per re, e lasciatemi entrare. 1° Citt. Non possiamo farlo, ma proveremo la nostra fede di sudditi a quegli che proverà esserci re. Infino a quel momento le nostre porte staranno chiuse per tutti.

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