Front matter
ct
ct
ct
La famiglia Cattabeni
fi
LLORCHÉ, sul finire del 1905, apparve nei giornali di Roma la notizia che le sorelle Cattabeni avevano, per mezzo del Sen. , offerto in dono al Museo garibaldino di quel Municipio il calzetto insanguinato e bucato da palla, tolto dal piede di in Aspromonte e religiosamente conservato dal loro fratello , a molta parte degli Italiani, io credo, sarà riuscito quel nome pressoché nuovo. Certo pochi in Italia, e vergognoso a dirsi, nelle stesse Marche natìe, conoscono esattamente quanto sia stato grande in quella famiglia il tributo di fede, di opere e di sangue alla causa nazionale. E per gli stessi storici il cognome di Cattabeni o Cattabene, che spesso incontrasi nelle pagine del risorgimento patrio, sarà oggetto di equivoci e di confusioni, avendo i Cattabeni formato una vera pleiade di patrioti.
Alla gloria di questa famiglia di valorosi noi abbiamo voluto faticosamente radunar le fronde sparse di su per le stampe, i diari e le storie dell’epoca, facendo tesoro di indicazioni specialmente genealogiche favoriteci dall’egregio prof. A. Piersantelli, loro parente. Se non che ci sarebbe sempre rimasto il timore di gravi lacune, ove da ultimo non fossimo riusciti a vincere le ritrosie dell’ing. , che in ben sette volumi in folio tuttora inediti, con erudizione, intelletto d’amore, pazienza e nitidezza grafica di benedettino, ha scritto la storia della sua illustre famiglia. Così, mercè la sua cortesia (di che pubblicamente lo ringraziamo) abbiamo potuto render complete le notizie di questo nostro breve studio biografico.
La famiglia Cattabeni si vuole in antico derivata dalla tribù araba dei Kahtan, di cui fa parola anche nella sua Storia naturale. Certo si è che un discendente di quella prosapia, Flaminio, grande amico e protettore del e figlio del ferrarese Lionello, generale di , (che era stato alla Corte d’Urbino per trattare le nozze di ) venne nel secolo XVI a stabilirsi a Fossombrone, formando il capostipite del ramo marchigiano. fi Di questa progenie era l’avv. Giuseppe Cattabeni da Saltara, il quale, dopo essere stato Uditore della Repubblica di Genova, nel 1797 si stabilì a Senigallia, insieme con la consorte Teresa Guerrini da Monteacuto di Ancona, da cui ebbe cinque figli maschi, che di persona e con i loro discendenti, doveano, in modo più o meno segnalato, partecipare agli avvenimenti del tempo. Il maggiore di essi, Giovambattista, entrò nel 1807 nelle Guardie d’onore del e parti poi per la sciagurata campagna di Russia, dove con tanto altro fiore di prodi perì al fatal passo della Beresina. L’altro fratello, Pietro, nato nel 1795, fu con il giovane conte , della guardia d’onore, che a Senigallia mosse incontro a Re Gioacchino in marcia per l’impresa dell’Indipendenza. Andrea e Francesco, quasi coetanei, per esser nato il primo nel 1793 e nel 1794 l’altro, bevvero fin dagli anni fortunosi della loro prima giovinezza l’amore d’Italia.
Troncate nel 1815, così sinistramente, le patrie speranze e ridotta l’Italia «più serva, più vil, più derisa», le ardenti anime dei fratelli Cattabeni non furono insensibili al rammarico ed allo sdegno che ferirono il cuore dei liberali, fra cui era lo stesso loro vecchio genitore Giuseppe, che aveva visto con favore le passate rivoluzioni. Di lui infatti è parola nelle processure delle prime cospirazioni carboniche del 1816-17. Negli atti processuali per le trame di Macerata del 1820 si parla di un fratello di Francesco Cattabeni, di Senigallia, «cioè quello che ha viaggiato tanto» (certamente Cristoforo, il quale infatti da giovane viaggiò per la Dalmazia e l’Istria, esercitando la mercatura e il commercio in legnami con l’Inghilterra), ed è ricordato come Gran Maestro dei Carbonari. fi Francesco poi, impiegato a Roma nel corpo degli Ingegneri, si era portato nei mesi estivi di quell’anno a Macerata, e stava di là in corrispondenza con gli amici romani e col Gran Maestro carbonico di Forlì, che lo teneva a giorno del movimento patriottico, suscitatosi con speranze nuove anche nello Stato pontificio in seguito alla rivoluzione di Napoli. Le notizie egli poi comunicava man mano ai cospiratori di Macerata. Se non che, caduti questi in sospetto di trame alla vegliante polizia, e cominciati gli arresti, Francesco potè porsi in salvo, con infiniti stenti, nel territorio napoletano. E buon per lui, perchè uno degli arrestati, studente e suo amico, per imperdonabile debolezza rivelò i più gelosi segreti, fra cui la corrispondenza e le comunicazioni del Cattabeni. A Napoli Francesco, aggregato dal gen. Pepe nel corpo del Genio militare, cooperò alle fortificazioni difensive contro l’esercito austriaco invasore. Rimase poi occulto a Bittoli, protetto dall’ospitalità generosa della famiglia Silvestri, finché per un salvacondotto che la madre riusci a fargli ottenere per intercessione di influente sacerdote suo parente, potè venire a scagionarsi dinanzi all’autorità pontificia e trovare indulgenza, malgrado il suo contegno dignitoso, come io ho potuto rilevare nelle carte processuali (Archivio di Stato di Roma), ed essere in seguito ammesso ad esercitare la sua professione di ingegnere di acque e strade.
Se nel rivolgimento del 1831 Francesco Cattabeni, allora a Porto d’Anzio, partecipò solo col cuore, non così avvenne del fratello Avv. Andrea. Nominato rappresentante di Senigallia all’Assemblea delle , egli fece parte di quella Commissione che elaborò il progetto di Costituzione provvisoria, promulgata il 4 marzo di quell’anno. (. L’Italia durante il dominio austriaco. Tomo II, pagg. 187-88). Ma parte ben più segnalata doveva prendere al movimento patriottico dopo che nel 1846 fu assunto al trono pontificio il suo concittadino ed antico compagno di studi , che parve sul principio destinato a far epoca nella storia dei papi e a realizzare il sogno del e le esulcerate speranze degli Italiani.
In quell’esperimento costituzionale e liberale del papato, in cui, fin dall’atto primo dell’amnistia, fu così cospicua e caratteristica la cooperazione delle più elette menti marchigiane, il Cattabeni si gettò con tutto il fervore. Andato a Roma con la Commissione senigalliese per congratularsi col nuovo Pontefice, Pio IX lo fece rimanere per averne consiglio, ed egli lo incoraggiò sulla via delle riforme. Il , colà giunto nel febbraio 1847, lo ebbe intermediario per abboccarsi col Papa, e così ne scrisse in una lettera al , che, sebbene senza data, deve presumersi del 14 di quel mese: «Sono arrivato a Roma lunedì sera. La mattina dopo mi venne a trovare persona per parte dell’avv. Cattabene, allevato col papa e suo amico, e mi disse che bisognava combinassimo col detto avvocato, il quale doveva comunicarmi che il Papa voleva vedermi. Conobbi l’avvocato, che mi espresse quelle ottime disposizioni di Sua Santità, etc. Questo avvocato è un ometto sulla cinquantina d’anni, intelligente, buono ed aperto. Mi è piaciuto assai e dice che gli son piaciuto anch’io e siamo divenuti amiconi...»
Fattosi il Cattabeni, con il prof. e con , vessillifero in Roma dei moderati, ossia dei partigiani di un graduale e non avventato progresso, prese a dirigere il periodico La Bilancia, il cui programma di benevola ma non servile cooperazione all’indirizzo riformatore di , se suscitò aspre critiche, specie da parte dello che scrisse La Contro-Bilancia, raccolse anche l’adesione di sinceri liberali di tutto lo Stato pontificio, fra cui , con una lettera notevole, che fu pubblicata nel num. 7 (28 maggio 1847), come contenente «una lucida esposizione dei caratteri in cui deve ragionevolmente informarsi il nostro progresso, e de’ principj che costituiscono la formola e il tipo dell’opinione moderata.»
La Bilancia, per quanto indipendente, dalla persona del Cattabeni, che godeva la confidenza del Pontefice, parve assumere talvolta voce officiosa. Certo si è che, scritta con tono alquanto cattedratico, giornalisticamente poco incontrò, secondo dicono gli storici. Sorta il 7 maggio 1847, il 16 marzo 1848 si fuse col giornale l’Italico, dando luogo all’Epoca, che ebbe sul principio gli stessi intendimenti moderati della Bilancia, e che col nome voleva solennizzare la concessa Costituzione. Il Cattabeni ne fu condirettore con e , ma solo per poco, che il 31 marzo cessò di farne parte, intendendo (come in essa fu pubblicato) ridonarsi nuovamente ed interamente alla sua professione legale.
In verità , per quelle imprese giornalistiche si era finanziariamente assai esposto, trascurando inoltre soverchiamente gli interessi famigliari. Agli ultimi di aprile dell’anno stesso il Cattabeni fu nominato Assessore legale nella città di Pesaro e Presidente del Tribunale commerciale di quella città, uffici che egli seguitò a coprire finché, in seguito alla fuga di Pio IX a Gaeta, egli per volontà di popolo fece prima le funzioni del Pro-Legato di Pesaro-Urbino e quindi fu dal Governo provvisorio nominato Preside di quella Provincia, rimanendo in carica anche sotto la Repubblica. Egli mostrò così di anteporre l’amor della patria alla devota amicizia per un Pontefice che aveva ormai disertato dalla causa d’Italia.
Il Cattabeni fu anche eletto fra i deputati di Pesaro e Urbino alla Costituente romana (con voti 3330), e se in principio non potè esercitare il mandato, impegnato per la sua carica di Preside a reggere, in momenti difficilissimi e pressoché sprovvisto di forza armata, quella provincia funestata da tentativi retrogradi come da eccessi sanguinari, allorché gli Austriaci occuparono Pesaro, egli accòrse a Roma, stretta d’assedio, e partecipò alla discussione della Costituzione in quell’Assemblea.
Mentre così Andrea Cattabeni serviva la causa italiana, non se ne stavano inoperosi i suoi fratelli e i suoi figli. Il nome del fratello Pietro (amministratore in Senigallia del negozio di legnami dell’altro fratello Cristoforo) figura nel 1849 fra i deputati del Circolo popolare e fra i membri del Municipio di Senigallia; e il nome dell’altro fratello Francesco, pure in quel- l’anno, figura fra i consiglieri del Municipio di Urbino, dove trovavasi Ingegnere di acque e strade. (Vedi: Protocollo della Repubblica romana).
Andrea aveva due figli maschi, e Gio: Battista, nato il primo nel 1820 e il secondo nel 1822. Vincenzo era studente a Bologna allorché nel 1844 fu ordita colà quella cospirazione patriottica, la cui scoperta portò all’arresto fra gli altri del famoso avv. : come sospetto in politica fu espulso dall’Università. fi Nel ’46 poi egli doveva essere arrestato come inteso in una trama rivoluzionaria dell’Anconetano; se non che, trapelata la notizia, si era salvato rimanendo nascosto nella torre Albani presso Senigallia. Entrambi ferventi patrioti, i due giovani Cattabeni, non appena nel ’48 fu bandita la guerra santa contro i Tedeschi nel Lombardo - Veneto, presero le armi e corsero sul campo volontari. Gio: Battista parti da Roma tra i primissimi, precedendo i generali Ferrari e Durando: il 27 marzo era a Bologna e si ascrisse alla legione dei Cacciatori del Reno comandata dallo . Impaziente poi d’azione, con un manipolo di animosi si spinse fino a Padova, diretto per Venezia.
Giunto il 16 aprile a Padova, dove trovò festose accoglienze, il giorno appresso egli, con i suoi compagni , Andrea Mannaresi, e Giovanni Mazzini, sottoscrisse un ardente proclama di ringraziamento, intitolato: I Crociati romani ai fratelli lombardo-veneti, in cui fra l’altro si preannunziava l’imminente passaggio del Po «di ventimila soldati di Pio IX, inviati e benedetti da lui, per volare a marcie forzate all’inimico, alla vittoria», e si concludeva da ultimo con «Evviva Pio IX, evviva l’Unità e l’Indipendenza d’Italia» (Vedi N. 51 dell’Epoca di Roma, 21 aprile 1848).
partì da Roma il 24 marzo con le prime Legioni romane, e giunto ad Ancona, attese l’arrivo del gen. Durando per proseguire sotto di lui la marcia. Vincenzo partecipò a varie fazioni militari, fra cui la difesa dì Vicenza e si ritirò quindi con alcuni avanzi delle truppe romane a Venezia.
Ivi, già prima dell’arrivo del gen. , si era formato nel giugno il famoso Battaglione dei Cacciatori del Sile, e Gio: Battista Cattabeni ne era stato nominato 1° tenente. Nel riordinamento poi delle milizie in difesa di quella Repubblica, operatosi nel luglio del ’48, Vincenzo Cattabeni e il Pigozzi, in qualità di luogotenenti della divisione romana, entrarono a far parte dello stato maggiore del generale in capo. (. Guerra dell’Indip. ital. 1848-49. Vol. II, pag. 117).
Gio: Battista si trova il 22 ottobre comandante la sua compagnia all’avanguardia della spedizione vittoriosa contro il Cavallino (Ulloa, l. c. Vol. II, pag. 166); lo si ritrova quindi il 27 ottobre al glorioso assalto di Mestre, insieme col fratello Vincenzo, il quale con l’altro capitano di stato maggiore era addetto al comando della colonna del centro (Ulloa, l. c. Vol. II, pag. 173), guidata dal maggiore . L’avanguardia di questa colonna impegnò prima la lotta impetuosamente contro gli Austriaci ponendoli in fuga, impadronendosi di due cannoni e di prigionieri e incalzando il nemico con un distaccamento di ottanta Lombardi (Ulloa, l. c. Vol. II, pag. 176). Il gen. Pepe nel suo ordine del giorno su quell’assalto, ove cadeva ferito , aggiunge: «Il nemico, dopo aver perduto parte della sua artiglieria, difendevasi dalle case di Mestre. Il capitano Sirtori, il maggiore Rossaroll ed il capitano Cattabene, arditi sino alla temerità, con un gruppo di bravissimi Lombardi, si diedero a cacciare gli Austriaci, casa per casa, e ad aprire la via a’ nostri, che occuparono la città militarmente.» E nel Notamento dei distinti che gli tien dietro, dopo aver ripetuto che «il maggiore Sirtori, e Cattabene mostrarono sommo valore», afferma che fra i cacciatori del Sile «i tenenti Cattabene e Belli attaccarono un distaccamento nemico con ardire, e vi fecero dei prigionieri.» (Gazzetta di Venezia, mercoledì 1 novemdre 1848).
si apparecchiava alla riscossa. Il gen. Pepe nel dicembre concertò con un generale da lui inviato il piano di campagna comune, e incaricò i capitani Pigozzi e d’abboccarsi col Governo romano per concertarne la esecuzione anche da sua parte. Intanto sul principio del 1849 lo stesso Vincenzo Cattabeni, come il padre suo , veniva eletto dalla provincia di Pesaro e Urbino rappresentante alla Costituente romana con voti 3056. fi Vi si presentò egli per la prima volta nella seduta del 12 febbraio e, come risulta nei Resoconti della Costituente, vi fece, tra gli applausi, la seguente dichiarazione: «Soldato della indipendente Laguna, non mi fu dato prima d’ora far parte dell’Assemblea. Prego pertanto il signor Presidente a prender nota del mio nome, e a far menzione nel processo verbale di questa tornata, che io dichiaro di aderire pienamente al decreto di questa assemblea del giorno 9 febbraio sulla decadenza dei papi e sulla proclamazione della repubblica, sospiro della mia vita.»
Nel marzo il capitano Cattabeni, per ordine del Comitato esecutivo della Repubblica romana, ritornava al suo posto a Venezia, latore di un dispaccio con le analoghe istruzioni al presidente del Governo veneto (Monitore romano, N. 51, venerdì 23 marzo 1849). Ma egli colà non rimase a lungo, poichè nella distribuzione del servizio per lo stato maggiore generale della romana Repubblica, disposta dal Ministro della Guerra nell’aprile successivo, alla Seconda Sezione figura fra i tenenti (Monitore romano, N. 34). Per decreto poi del Triunvirato in data 29 aprile, egli trovasi a far parte della Commissione centrale delle barricate, insieme con ed , il quale doveva singolarizzare i manifesti della Commissione con l’ardito suo umorismo meneghino.
Roma, dopo una ostinata ed eroica difesa, sopraffatta dal numero delle truppe regolari francesi, dovè cessare da ogni resistenza. Il entrò trionfante con le sue truppe ma come nemico, fra lo sdegnoso silenzio e il corruccio popolare. Vincenzo Cattabeni era in quei momenti a fianco di Cernuschi, a capo di una schiera di dimostranti pel Corso, portando una bandiera tricolore, che fu poi issata al Caffè delle Belle arti. Avendola i Francesi tolta via, ne nacque, dinanzi allo stesso gen. Audinot, una colluttazione, in cui fu loro per un istante strappata di mano, finchè fu da essi portata alla guardiola della Posta. In quel frattempo i moderati Pantaleoni e ab. Perfetti si avventurarono ad uscire pel Corso in carrozza, non curanti del pubblico lutto e facendo sospettare che quasi si compiacessero della vittoria francese. «Un rappresentante del popolo, narra nella sua , Vol. II, pag. 302) a vederli sì lieti perdette il senno e si gittò loro addosso per malmenarli L’angoscia profonda, quando trabocca, sfiora in follia.» Il Lancellotti nel suo Diario della rivoluzione di Roma nel 1848-49 (Napoli, Tip. Guerrera, 1862, pagg. 186-87), accennando all’assalto di quella carrozza, parrebbe identificare quel rappresentante del popolo, soggiungendo, a proposito del ferimento dell’ab. Perfetti, «dicesi dal figlio di Andrea Cattabeni.»
Allorchè poi il giorno appresso un battaglione di cacciatori francesi, con i moschetti impostati, penetrò nella sala dell’Assemblea in Campidoglio e lesse loro in faccia la protesta in nome della Repubblica romana, tale protesta (come questi posteriormente raccontò in una lettera al Carducci) ebbe la firma, oltre che di lui, di e di Cattabeni, colà sopraggiunti, (, Repubblica romana, Vol. I, pag. 17).
Mentre così Vincenzo Cattabeni aveva dato tutta l’anima sua alla difesa di Roma, il fratello Giov. Battista assisteva col valoroso suo braccio la Repubblica veneta morente. E delle sue gesta è traccia luminosa in documenti ufficiali. In un rapporto relativo all’eroica difesa del forte di Marghera, datato il 7 maggio 1849 e firmato dal comandante , si legge: «E qui mi fo un dovere di accennare con somma lode come una compagnia della legione del Sile, guidata dal segnalato suo capitano Cattabene, nel momento in cui infieriva la pioggia delle palle nemiche, si rendesse, fra gli evviva e le acclamazioni del presidio, alla discosta dimora del suo comandante, donde riportava in trionfo la sua bandiera, attraversando gran parte del forte.» (Monitore romano, N. 101, lunedì 14 maggio 1849). E l’Ulloa stesso così accenna a questo episodio ardimentoso nella sua storia: «Il comandante ordinò al capitano Cattabeni di prendere, colla sua compagnia, la bandiera della legione, e di fare il giro della fronte d’attacco affine di rianimare il coraggio della guarnigione; dappetutto sul suo passaggio non fu che un prolungato grido di viva l’Italia.» (Vol. II, pagg. 222-23).
Venezia aveva decretato di resistere allo straniero ad ogni costi, e resistette fino all’ultimo strenuamente. Dovutosi sgombrare il forte di Marghera ridotto un mucchio di rovine, la difesa fu concentrata alla testa del ponte della Laguna. Narra l’Ulloa (Vol. II, pag. 286) che «il capitano Cattabeni, segnalatosi specialmente nella spedizione del Cavallino e a Marghera, ebbe il comando dell’isola di San Giorgio in Alga», e osservando poi (pag. 294) che la Commissione militare sapeva distinguere il vero merito, menziona il Cattabeni fra «i principali capi che essa nominò per far fronte al nemico sul ponte e sul Brenta.» Con la difesa del ponte, nella quale cadde da valoroso l’intrepido , la Repubblica di Venezia diede l’anelito estremo, ma coprendo d’onore come Roma il vessillo italiano.
Eccetto che in Piemonte, il quale, fra tanta ruina, potè restare ultimo propugnacolo e custode delle speranze e del- l’anima d’Italia per i destini futuri, la reazione, appoggiata alle armi straniere, infierì dovunque trionfante. E i Cattabeni furono naturalmente fra le prime vittime: Francesco in Urbino, per aver aderito alla Repubblica, fu destituito dall’ufficio di Ingegnere di acque e strade; Andrea, colpito da sentenza di esilio, riparò in Piemonte, dove, mercè l’amicizia del D’Azeglio, fu dal Governo sardo nominato professore di letteratura italiana nel liceo di Bonneville; Gio: Battista e Vincenzo esularono anch’essi, il primo in Australia e il secondo a Ginevra, peregrinando poi a Londra e a Parigi, e di qui nel ’58, in seguito all’attentato di , rifugiandosi in Olanda, ove ebbe la sorte di esser chiamato ad insegnar lingua italiana ai figli del re.
Tornarono quasi tutti nel campo dell’azione il giorno della riscossa.
, nominato nel 1860 dal Commissario Valerio presidente del Tribunale di Pesaro, fu suo collaboratore per l’ordinamento giudiziario delle Marche, insieme con , presidente del Tribunale di Ancona e Celestino Giuliani, giudice del Tribunale d’appello di Macerata, i quali tre composero la Commissione a ciò istituita. (, Le Marche: Ricordanze. Ancona, Morelli, 1897, pag. 122). Fu poi deputato per la provincia di Pesaro e Urbino per recare al Re a Napoli il plebiscito delle Marche per l’annessione. E nessuno meglio di Andrea Cattabeni poteva andare a fronte lieta ed altera nella capitale partenopea, perchè colà i suoi due figli «belli, pre- stanti, animosi» come li chiama il , aveano valorosamente militato col grado di maggiori, unitamente ad , figlio di Francesco (nato il 1836), nelle file di Garibaldi per la liberazione dell’Italia meridionale.
, venuto nel ’59 in Italia, dapprima erasi unito al gen. , accettando l’invito di appartenere al suo stato maggiore nei Cacciatori degli Appennini in Toscana, i quali dovevano accorrere in Lombardia. Poi si era gittate nella Nazione armata voluta da : egli, con , , , era destinato per la liberazione degli Stati romani. Fallita però la , il Cattabeni si era imbarcato l’11 giugno 1860 con Medici, Corte, Mario per la Sicilia, dove aveva partecipato alla battaglia di Milazzo. Allorché poi Garibaldi, padrone della Sicilia, nella sera dell’8 agosto 1860 aveva ordinato al Musolino di tentare la sorpresa del forte Cavallo e l’insurrezione della Calabria, il Cattabeni era nel novero limitato dei volontari scelti fra i più audaci, insieme col Missori e col Mario (. Garibaldi, Firenze, Barbèra, 1882, Vol. II, Cap. 9°, pag 153). Fallita per un incidente l’impresa, quella mano di volontari aveva dovuto ritirarsi in Aspromonte, donde però, in seguito allo sbarco di Garibaldi a Melito, era discesa a prestar man forte per la presa di Reggio. Vincenzo Cattabeni, entrato da ultimo nello stato maggiore di Garibaldi, era stato al suo fianco nella battaglia del Volturno.
Il prode fratello di Vincenzo, Gio: Battista, dall’Australia, ove trovavasi esule, avute le nuove italiane, nel marzo del 1860 si era imbarcato per tornare in patria e era giunto a Torino il giorno che si annunziava la . D’accordo col Bertani per la progettata spedizione negli Stati romani, a Bologna si era fatto organizzatore del battaglione dei Cacciatori bolognesi, che avrebbe avuto per obbiettivo le Marche. Ma contrastato il progetto dal Governo piemontese, il Cattabeni col suo battaglione, a cui aveva finito con l’ascriversi anche il cugino Attilio, nell’agosto si era imbarcato a Genova sul Klipper americano per il Golfo degli Aranci, donde poi, giunto il Garibaldi, aveva proseguito per la Sicilia, ed era passato nel Napoletano. Il gen. Turr il 13 settembre lo aveva inviato a Marcianise, grosso borgo in quel di Caserta, a sedare una sollevazione borbonica, colà scoppiata al vecchio grido di Viva Marta! E il Cattabeni, come racconta l’ nelle sue Noterelle d’uno dei Mille (Da Quarto al Volturno. Bologna, Zanichelli, 1891, pag. 196), era tornato dopo aver quetato tutto, con due soli morti di quattordici che n’aveva condannati.»
Essendosi ritirato il Re di Napoli con grandi forze a Gaeta, il gen. , comandante delle truppe garibaldine al Volturno, con poco tatto militare, deliberò di ordinar una ricognizione fi offensiva su Capua per antivenire una battaglia che stava preparandosi dai Borbonici e per impedire ad essi di portar soccorso alla loro sinistra, ove dovevano operare le colonne di Csudafy e di Gio: Battista Cattabeni. Di ciò che il Cattabeni col suo coraggioso cugino operò, e dell’avvenutogli nella fatal giornata di Caiazzo, crediamo non poter dar qui miglior ragguaglio di quello fatto brevemente da lui stesso al padre, non appena potè, in una lettera da Napoli il 14 ottobre, lettera che fu resa di pubblica ragione (Corriere delle Marche, N. 18, 24 ottobre 1860).
«Il giorno 18 settembre ebbi ordine dal general Turr di partire con i miei bravi Cacciatori per tentare la presa di Caiazzo, La notte del 18 fu passato il Volturno, e alle 7 del mattino (19) Caiazzo era in mio potere.
Nel mentre che i miei soldati si ristoravano, i regi mi attaccarono, e fortunatamente avevo così bene disposto gli avamposti, che invece di attenderli marciai contro loro; ma avendo da combattere con forze superiori, feci suonare la ritirata, e m’impossessai di una casa, e di una posizione a noi vantaggiosa. Un fuoco vivissimo s’impegnò per due ore ed ero già circondato, quando presi la risoluzione di sortire con i più risoluti, attac- cando alla baionetta. Questa carica decise la giornata in nostro favore, e i regi furono messi in dirotta. Ebbi qualche perdita ma non fu così grande come quella dei nostri nemici.
Il 21 alle 11 ant. fui attaccato di nuovo. Avevo fatto fare le barricate in tutti i punti. Non avevamo più da lottare contro dei battaglioni, ma contro un’armata.
Gli atti di eroismo dei miei soldati nessuno potrà dimenticarli. Il nemico almeno venti volte superiore, con artiglieria di campagna, artiglieria di montagna, cavalleria, genio, ed altro tutti combattevano contro noi. Per cinque volte riprendemmo le nostre posizioni. Nell’ultima carica alla baionetta eravamo rimasti in pochissimi, uno dei quali . Il fuoco d’artiglieria incrociato era terribile. Da un colpo di mitraglia fui colpito unitamente a Zavoli primo tenente e Fabbrini tenente.
Debbo la vita al bravo Fabbrini ferito e ad Attilio che non mi vollero abbandonare, e mi trasportarono per mezzo miglio alla prima barricata sotto una pioggia di palle. Feci medicare la mia ferita, e volli tentare di sortire; ma i regi avevano già presa la prima barricata; i soldati rimasti in pochi senza cartuccie, ma alla mia presenza volevano ancora conbattere. Una scheggia mi ferì la gamba, ed allora fui trasportato coll’ambulanza dal vescovo. Il mio battaglione fu quasi distrutto, e pochi furono quelli che si salvarono.
I regi nel dare l’assalto al palazzo del vescovo entrati nella nostra ambulanza non vollero rispettarmi. Due colpi di baionetta potei schivarli, ma il terzo con tutto l’impeto mi ferì allo stomaco e tutti mi credettero morto.
In questo momento alcuni ufficiali regi entrarono ed esposero la loro vita per salvarmi, e così quelle tigri si calmarono. Abbenchè la ferita allo stomaco fosse molto profonda pure nessuno dei visceri fu toccato. Tutte le attenzioni possibili ci furono fatte; e dopo essere bene medicato, fui messo in un carro ed a mezza notte arrivammo in Capua all’ospedale. Caiazzo era tutto in fiamme con saccheggio. Gli ufficiali regi furono umani con noi, ma non i soldati.»
Il cugino , come fu al Cattabeni compagno valoroso ne’ supremi cimenti, così volle essergli compagno indivisibile nella prigionia di Capua. Garibaldi, rendendo omaggio all’eroismo dei Cattabeni, promosse Gio: Battista a colonnello e nominò Attilio sottotenente. Entrambi dopo alcuni giorni furono liberati nel cambio dei prigionieri.
Ben diceva io dunque che l’avv. , recando nel novembre del 1860, con gli altri deputati delle Marche, il plebiscito al Re in Napoli, poteva andare altero. Mai più luminoso risplenduto avea il nome della sua famiglia. L’ing. Attilio con quella sua voce commossa, con quel gesto vivo e con quel lampo degli occhi fulminei, contrastanti bizzarramente con la canizie della barba e del lungo crine, tratteggiandomi il patriottismo e le eroiche gesta de’ suoi, si compiacque accennarmi che in uno di quei giorni tutti quattro i Cattabeni che trovavansi in Napoli, si riunirono assieme a banchetto ed ebbero l’onore di ricever visita d’omaggio dal più grande apostolo della rivoluzione italiana, .
Ma l’Italia non era ancora affrancata che in parte — l’Italia era fatta ma non compiuta — alla sua corona mancavano fra l’altro due gemme fulgidissime: Roma e Venezia, e finchè Roma e Venezia erano staccate dalla madre patria, l’anima dei patrioti, primo il , non posava. Cimentarsi con l’Austria era affar periglioso, e per agevolarlo si pensava di suscitare l’azione contemporanea di altri popoli soggetti.
I Greci intanto (1862) eransi sollevati contro il loro re, e Garibaldi progettava col Governo di fare una spedizione in loro soccorso. A comandante della prima spedizione per la Grecia era stato prescelto Gio: Battista Cattabeni.
Questi partecipò il 9 marzo 1862 in Genova all’Assemblea dei rappresentanti i Comitati di Provvedimento e le Associazioni unitarie, congresso che fu chiamato un piccolo Parlamento. Il 21 marzo Garibaldi commise al Cattabeni di ingaggiare un piroscafo della Rubattino per imbarcare 400 uomini per la Grecia. Ciò fatto il Cattabeni fu chiamato da Garibaldi a Piacenza, dove la partenza fu sospesa per i consigli del . Venuta meno la opportunità della spedizione in Grecia, il piano di Garibaldi cambiò terreno, prendendo di mira il Tirolo, ed egli decise che lo stesso Cattabeni si sarebbe gittato nelle campagne del Tirolo. Nel medesimo tempo si sarebbe provocata la sollevazione dei Veneti, Ungheresi, Slavi, Romeni e Polacchi e si sarebbe tentato l’incendio dell’Impero ottomano. L’esecuzione era fissata pel 19 maggio.
Il (Garibaldi. Vol. II pag. 289) cita il Cattabeni fra i più noti luogotenenti di Garibaldi e i più celebrati agitatori del partito d’azione, che giravano apertamente di città in città ad incettar armi, a commetter vesti, a comprar scarpe, a negoziar prestiti di danaro.
Se non che il primo di maggio avviene in Genova un fatto strepitoso: alle 2 pomeridiane sei sconosciuti, di cui nessuno genovese alla favella, entrati con borse da viaggio nel Banco Parodi, sorprendono e bendano gli scrivani, pigliano ottocentodiecimila lire e se ne vanno senza che alcuno vi si opponga. La polizia riuscita ad avere in mano il bandolo del furto misterioso, e informata che i ladri (tutti bolognesi, tra cui il Ceneri) dovean fuggir con una tartana che avea nome l’Amor patrio, li fece sorprendere in alto mare, sequestrando loro gran parte della refurtiva.
In seguito alle risultanze di tali operazioni e dei primi esami, dietro requisitoria del Tribunale di Genova, fu notte tempo arrestato Gio: Battista Cattabeni ai bagni di Trescorre, dove allora si trovava ospite di Garibaldi. A siffatto arresto «dell’eroe di Cajazzo, del colonnello nominato sul campo di battaglia, del soldato coperto di ferite per la patria, dell’intimo amico del Generale, dell’ospite di Garibaldi», come è detto in una pubblicazione del tempo , eseguito dai carabinieri mentre Garibaldi dormiva, per gettare poi il Cattabeni nel carcere assieme ai ladri del Banco Parodi, non mancò di sollevare scalpore e indignazione. Primo di tutti il Garibaldi nel mattino appresso all’arresto (13 maggio) inviava a mezzo di alla Gazzetta di Milano la seguente protesta:
Alla Direzione del giornale la " Gazzetta di Milano „.
Il colonnello G. B. Cattabeni valoroso ufficiale coperto di nobili cicatrici, di condotta sempre intemerata, venne arrestato, senza le formalità prescritte dalle leggi, nella scorsa notte in questa casa, e tradotto a Milano come un malfattore — lo ricordo al paese, che se il governo ha l’obbligo di far rispettar la giustizia, ha pur l’obbligo di rispettare la dignità dei cittadini e principalmente dei benemeriti.
Altra lettera inviava al Ministro di Grazia e Giustizia, garantendo pel Cattabeni.
The opening of the book is shown; the full text loads in the reader.
Loading the full text…
The end
You’ve reached the end of I Cairoli delle Marche - La famiglia Cattabeni.
