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Indice
Alle mie giovani amiche
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A voi giovinette italiane, ch’io amo come figlie; a voi desiderose d’istruirvi, di rendervi migliori, per onorare il nostro sesso, la patria nostra, finalmente risorta a vita libera ed indipendente, a voi dotate d’ingegno e di squisito sentire, queste mie poche pagine offro, nella speranza d’aiutarvi a raggiungere la nobile meta del vostro morale perfezionamento.
Sarò breve, sarò chiara; mi studierò di rappresentarvi dilettevole il mio dire con aneddoti ed esempi tratti possibilmente dalla storia i quali, commentati dalle vostre buone madri e maestre vi invoglieranno, spero, a più serie letture.
E voi, carine mie, siatemi cortesi d’ascolto. È una madre che famigliarmente ed affettuosamente parla a sua figlia, additandole il miglior sentiero, che seguir deve, per rendersi stimata e cara in società, e felice.
Non mi fate subito i visacci, leggendo sul frontespizio del libro. Il galateo insegnato alle fanciulle con esempi storici e morali. Non isfogliatelo svogliatamente, con mala prevenzione credendolo difficile o noioso.
No, fanciulle mie, io mi lusingo anzi di farvi passare qualche ora con diletto, conducendovi a riflettere sul miglior modo di comportarvi in casa, in iscuola, in istrada, in chiesa, al teatro, al ballo, in conversazione ed in tutti i più notevoli casi della vita.
Il galateo altro non è che un codice di sociali consuetudini e senza difficoltà s’impara dalle anime buone e gentili come le vostre, che già conoscono i precipui loro doveri e sentono l’umana dignità.
Volete poi che v’insegni un astuzia per applicarlo facilmente?
Seguite sempre il santo precetto cristiano di fare agli altri ciò che ragionevolmente vogliamo che altri facciano a noi, e di non fare mai agli altri ciò che non vogliamo che a noi sia fatto.
Il galateo dev’essere appreso e messo in pratica tanto dai ricchi, quanto dai poveri, e chi, negli atti, meglio dimostra di conoscerlo, dicesi più urbano e più educato.
La donna poi dotata da natura, di tanta grazia, sensibilità e buon gusto, più dell’uomo ancora è obbligata a minutamente seguirlo. Qual brutto spettacolo è mai quello d’una fanciulla sguaiata, rozza, insolente, invereconda, in una parola ineducata! Vi auguro di non vederlo mai!
Lezione I - Scopo del galateo
ct ct Mia cara Maria, tu sai quanto io ti ami e desideri di vederti buona, istruita e felice. Io ti diedi la vita fisica: te la alimentai prima col latte, e poi con un cibo salubre e proporzionato alle forze digestive del tuo stomachetto; resi robuste le tue membra, lasciandoti saltare e passeggiare all’aria libera, e, senza stancarti, teco giuocando, t’insegnai a parlare, a leggere, a scrivere, a calcolare, e ti comunicai le più elementari nozioni delle cose. Ora è tempo che più spesso tu ti segga tranquillamente al mio fianco, perchè l’anima tua riceva un più abbondante alimento. Tu avrai fra pochi mesi otto anni; sei sana, robusta, Dio mercè, e puoi benissimo senza danno del tuo fisico, imparare a riflettere, durante alcune ore del giorno, su tutti i tuoi doveri ed a giustamente pensare e sentire. È vero, tu già sai leggere, scrivere; studi la storia sacra, la grammatica, un po’ di geografia e di francese; fai la calza, cuci, ricami. Ciò sta bene, e basta a nutrir per ora il tuo intelletto. Ma il tuo cuoricino ha d’uopo anche esso di qualche pascolo; e di questo appunto, mia cara piccina, intendo ragionarti. Guardami bene in viso, perchè l’anima mia possa nella tua trasfondersi; apri gli occhi della mente, standomi attenta, e proverai, ne sono sicura nell’ascoltarmi, un vero piacere. È d’uopo che tu impari a ben vivere in questa nostra società umana.
Dimmi, Mariuccia mia, non hai tu mai riflettuto su ciò che più ti può rendere felice?... Tu mi guardi e rumini nel tuo cervellino, senza rispondermi. — T’aiuterò io. — Se tu mangi un dolce squisitissimo, provi momentaneamente un piacere fisico, cioè materiale, il quale presto vien dimenticato e non vale certo a consolarti, se sei mesta. Se invece io ti do un bacio, dicendoti: «figlia mia, ti amo assai, sono contenta di te»; — se soccorri un poverello, il quale t’invochi dal Cielo mille benedizioni, se col tuo lavoro ti rendi utile in famiglia, se t’accorgi infine che tutti quelli che ti conoscono, ti stimano ed amano, perchè negli atti, nei modi, nelle parole, in casa ed in iscuola (se tu vi andassi), per istrada, in chiesa, al teatro, in conversazione, coi superiori, cogli uguali, cogl’inferiori, tu conservi sempre il contegno d’una fanciulla bene educata, la tua coscienza ti fa godere una beatitudine, che è premio al giusto, e che supera in dolcezza qualunque altro godimento.
Tu mi dirai che è molto difficile l’essere in tutte le circostanze della vita così buoni. Sì, è difficile, non lo nego, ma non tanto poi come forse ti pare. Se tu sei di continuo presente a te stessa, se hai sempre in mente di fare agli altri ciò che vorresti fosse a te fatto, se ti mostri più
curosa dei riguardi che devi a chicchessia, di quelli che li pare dover da altri pretendere, facilmente tu riuscirai a farti giudicare buona, gentile, ed a conciliarti l’amore e la stima degli onesti e dei saggi. Abbi sempre in mente che il vivere pel bene altrui è la migliore strada per procurarci soavi e sante consolazioni.
Enrico IV, re di Francia diceva che il più bel giorno della sua vita era quello, nel quale poteva fare un maggior numero di felici.
Lezione II - Noncuranza e sguaiatezza
ct ct Vi sono, cara mia, fanciulle non cattive, le quali però non sono amate, nè desiderate, perchè non riflettono abbastanza su ciò che dicono e fanno e, senza volere, offendono, o non si accorgono, che nelle loro maniere di comportarsi, danno molestia o disgusto a chi le avvicina.
Eufrosina, a mo’ d’esempio, era di siffatto genere.
Troppo ciarlava ed a voce alta, la qual cosa infastidiva gli astanti. Spesso interrompeva i discorsi altrui per fare domande indiscrete ed insulse, o permettevasi di dare il suo parere su tutto, d’insolentire, d’intromettersi in quistioni superiori alla sua intelligenza o disdicevoli ad una fanciulletta di poca età, la quale deve mostrarsi riservata, modesta, tranquilla.
Nel suo contegno pure lasciava molto a desiderare. Invece di star composta quando sedeva, e di camminare con grazia, allorchè doveva muoversi, ella stendeva sguaiatamente le gambe o si contorceva, strisciava i piedi con rumore o saltava urtando qua e là persone o cose o s’appoggiava sui vicini, ne pestava i piedi e gli abiti, senza chiedere scusa. Ora si grattava il capo od altre parti del corpo; ora poneva le dita in bocca o nel naso o nelle orecchie; ora si prendeva i piedi in mano, o rosicchiavasi le unghie; ora faceva scricchiolare le giunture delle dita, sbadigliava o tossiva o starnutava, senza portar la mano od il fazzoletto alla bocca ed al naso; in una parola faceva atti disgustosi all’altrui vista. «Quale peccato che non conosca il galateo!» sclamava ciascuno, osservandola. — «Se avesse miglior educazione, sarebbe una bella e simpatica creatura! Eufrosina offendeva la sensibilità altrui, non solo coi sopraccennati atti, ma bensì ancora con molti altri. A tavola insudiciava spesso sè e chi le sedeva allato, perchè, dopo aver toccato i cibi unti colle mani, accarezzava i genitori, i fratelli e gli amici, spruzzava di qua e di là la salsa, maneggiando con mala grazia il coltello e la forchetta; s’empiva troppo la bocca e, colle gote rigonfie, parlava, beveva, rideva in guisa da farsi andar di traverso il cibo, spaventando tutti per la tosse convulsa, che la soffocava; aveva la smania di riempire fino all’orlo, a sè ed agli altri, il bicchiere mac- chiando di vino la tovaglia, e di bevere tutto d’un fiato, facendo rumore nell’inghiottire; fiutava, leccava il boccone prima di mangiarlo o lo cacciava avidamente in bocca, introducendo il cucchiaio o la forchetta fino al manico. S’asciugava il sudore, si puliva i denti, si faceva vento col tovagliuolo, domandava con insistenza ed in modo prepotente or questa ed or codesta cosa; non si curava se gli altri fossero o no serviti, ed insolentiva o piangeva se non era subito compiaciuta. Ella era la prima a sedersi a mensa, o si faceva aspettare a pranzo mezz’ora per leggerissimi motivi. Poi voleva essere vicina ora all’uno ed ora all’altro dei commensali, si lagnava del posto stretto, stendeva le braccia sulla tavola per prendere da sè o il sale o l’olio, o la bottiglia di vino o d’acqua, passando davanti alle persone, senza chiedere scusa; si muoveva ed alzava da tavola per ogni lieve pretesto, porgeva con impazienza il piatto sudicio a chi glielo doveva cambiare, versando sugli abiti del vicino il brodo od il sugo in esso rimasto. Mangiando più cogli occhi che colla bocca pretendeva grosse porzioni e le lasciava mezze nel piatto; sorbiva prima tutto il brodo della minestra e poi mangiava a grossi cucchiai la parte asciutta. In principio di tavola era vorace e taciturna; in fine diventava ciarlona, chiassosa; o appoggiava le gomita sulla tavola e faceva giochetti col pane, le posate, i bicchieri, le frutta stesse, o si cullava sulla sedia, col rischio di cader supina, o rideva sgangheratamente dopo aver narrati aneddoti triviali o dalle allusioni sconce, che eccitano la nausea e non certo l’appetito in chi mangia.
Anche gli abili di Eufrosina davano disgusto.
Ora era una calza, che lentamente le scendeva sul piede, perchè non ben legata; ora uno stivalino che mancava di stringa; ora la vestina rotta, scucita, senza ganci o sgualcita, e macchiata; ora erano i pantaloncini sbottonali, slegati, per difetto d’occhiello e di nastro; ora il grembialino bianco tinto d’inchiostro o di che so altro.
Il naso d’Eufrosina poi respingeva i baci, ch’ella con noiosa insistenza ad ogni istante chiedeva, o meglio si prendeva, buttandosi al collo degli uni e degli altri, in modo da strozzarli o da disordinarne la pettinatura ed il vestiario. Esso era sempre sudicio, come se il fazzoletto destinato a pulirlo non fosse ancora stato inventato.
Se l’impiegare un tempo troppo lungo in toletta dinota leggerezza di carattere, colpevole vanità, il trascurare la nettezza del corpo e degli abiti, il trasandarne l’ordine, l’assestatezza è prova d’animo ignobile, apata, che non sente amore pel bello che è indifferente all’altrui stima e simpatia. Iddio ci diede un corpo ed un’anima e c’incombe l’obbligo di curar l’uno e l’altra. Il primo deve considerarsi come servo della seconda; ma anche un servo vuol essere convenientemente trattato. Che diresti mia cara Ma- riuccia, se un padrone si lasciasse sempre comandare dal suo servo, invece di farsi obbedire, o se gli facesse mancare il necessario? Diresti, che è un cattivo padrone. E così è colui che non sa comandare al suo corpo di muoversi con dignità e con grazia o che non lo mantiene igienicamente, nutrendolo con cibi salubri, facendogli respirare aria pura, vestendolo con nettezza e decenza, secondo la sua condizione, tanto pel rispetto che dobbiamo a noi stessi, quanto per quello che gli altri hanno il diritto di aspettare da noi.
Perchè se siamo obbligati, alcuna volta, da circostanze impreviste, di presentarci spettinati, sudici, od in abito poco decente, tosto ne domandiamo perdono? 1° Perchè supponiamo che il nostro aspetto produca una sgradevole impressione su chi ci vede, ne diminuisca la stima, e ne siamo dispiacenti; 2° perchè in società vi sono delle consuetudini che bisogna conoscere e rispettare, quand’anche esse ci riescano costose e pesanti.
, rinomato filosofo greco col suo cinismo, si rendeva ridicolo sebbene molte delle sue massime fossero sapientissime. Solo curando lo spirito, egli sprezzava ciò che concerneva il corpo. Abitava in una botte, rinunziando ai comodi d’una buona casa; vestiva indecentemente e si faceva un pregio di non sentir bisogni. Ridotto ad estrema povertà, solo una coppa per bere s’era conservata. Un giorno vide un fanciullo che, appressatosi ad
un ruscello, fece conca delle mani e bevve l’acqua che con esse raccolse. Diogene tosto gettò via la sua coppa, sclamando: Oh me stupido! che l’ho creduta finora necessaria!
Lezione III - La vanità
ct ct Se le inurbanità di Eufrosina, se la scuola del cinico non sono certo da imitarsi, mia cara Maria, bisogna non meno procurar d’evitare l’eccesso opposto.
Troppa ricercatezza nella toletta, nel modo di vestire, di muoversi, di parlare riesce non meno stucchevole della scompostezza, del disordine e dello sprezzo alle civili usanze, e tutto ciò che, è stucchevole, che dà noia a qualcheduno, è inurbano, cioè contrario al galateo, alla buona educazione.
Vi sono fanciulle che non si contentano di pulirsi la pelle con acqua limpida e fresca, ma s’impasticciano con olii, pomate, polveri, sperando di apparir più belle. Esse s’illudono,
Diana di Poitiers, duchessa di Valentinois, una delle bellezze del secolo xvi, alla Corte di Francia, che seppe innamorare Francesco I e poi suo figlio Enrico II, sul cui cuore così lungamente imperò, si seppe conservare fresca e bella fino ad avanzata età, non adoprando mai altro per lavarsi che acqua pura e fredda e rifiutando belletti, polveri, odori,
pasticci, tutte cose che corrodono la pelle ed anticipano le rughe della vecchiaia. Le cronache del suo tempo narrano che Diana di Poitiers a 80 anni era ancora bella. Fosse stata altrettanto buona, invece che si valse de’ suoi vezzi per consigliar delitti e sfogare i suoi ambiziosi capricci!
Ama in tutto la semplicità, figlia mia e piacerai.
Dorotea sarebbe una bella fanciulla, se non avesse la vanità di apparirlo, infarinandosi di cipria, come un pesce da friggere, od arrossandosi straordinariamente le labbra e le gote, annerendosi le sopracciglia, in guisa che par più una bambola di carta pesta che un essere umano. Si carica la testa di capelli finti, si stringe oltremodo nel busto, negli stivaletti, nei guanti, tantochè la circolazione ne viene impedita; spende più di ciò che le sue finanze lo consentono, in abiti ricchi e di moda bizzarra, a colori vistosi, per farsi notare; impiega metà della giornata ad accomodarsi davanti allo specchio; si lascia crescere le unghie due centimetri fuori delle dita e non lavora per non romperle; tormenta i suoi parenti, perchè l’accompagnino ai pubblici passeggi, alle feste, alle grandi riunioni, dove spera di far la prima figura, avvilendo con un orgoglioso contegno le altre fanciulle, di lei meno eleganti od invidiando quelle che ottengono più lode ed ammirazione di lei. — Dorotea con tutta la sua smania di brillare, di essere considerata, si accorge, con suo grande rammarico, che è disprezzata come una vana, come una stupida presuntuosa. Accecata com’è dalla vanità, non aspira che ad essere ammirata in società, per la sua avvenenza, per le sue grazie, e si rende invece ridicola, insopportabile con le sue ricercatezze, colle sue moine, col suo fare svenevole. Con artificio ella volge il languido occhio; con artificio atteggia le labbra al sorriso, inclinando il capo ora a destra ed ora a sinistra; con artificio si siede, cammina, muove le braccia, le mani; con artificio modula la voce quando parla. Davanti allo specchio prende ogni mattina delle pose plastiche, delle quali si rende schiava per tutto il giorno.
Povera Dorotea! Ella agogna di essere distinta pe’ suoi pregi, ed invece è sfuggita pe’ suoi difetti. Ella crede d’essere più squisitamente educata d’ogni altra ed il mondo la giudica una volgare vanitosa, che non conosce le più elementari regole del galateo!
Guardati, Mariuccia mia, dalla vanità e rifletti, che ve ne sono di molteplici specie, tutte più o meno ributtanti.
Una fanciulla che cerchi le lodi, atteggiandosi come Dorotea, o che le provochi simulando esagerata modestia, col dire p. e. ch’ella è brutta, mal vestita, ignorante, nella speranza di sentirsi a rispondere che è bella, elegante, colta, non è men vana di quella che pretende di saper parlare di tutto, annoiando, nel discorso famigliare, con frequenti citazioni d’autori, o vantandosi di valer meglio d’ogni altra, perchè ha frequen- tato una data scuola, letti i tali libri, seguito uno speciale metodo educativo, o perchè venne istruita da maestri ch’ella giudica più valenti di qualsiasi altro, o parlando spesso della nobiltà della nascita sua e de’ suoi antenati, delle sue dovizie, delle sue beneficenze.
Quanto sono stucchevoli queste povere saputelle, che per l’ordinario, con una superficialissima coltura, sputano sentenze come se fossero altrettante Minerve in carne ed ossa e spifferano poi, senz’accorgersene, spropositi madornali! Ad esse con ragione il sommo nostro poeta direbbe: E tu chi sei che vuoi sedere a scranna — Per giudicar da lunge mille miglia — Con la veduta corta d’una spanna?
Rammenta spesso questa bella terzina, Mariuccia mia.
Quant’è più cara invece l’Emilia, umile, conscia del poco che sa in confronto al molto che ha da imparare, che non ambisce le lodi e si mostra paga della tacita stima dei buoni!
Curosa di essere sempre pulita ed assestata nel vestiario, semplice e gentile nelle maniere con chicchessia, non agogna di far la prima figura, nè s’accorge neppure quando la sua avvenenza, le sue grazie le attirano gli sguardi d’ammirazione di tutti. — La bontà, il candore dell’animo suo angelico sono espressi dal suo sguardo, riservato e soave ad un tempo, dalle sue movenze dignitose, aggraziate, ma naturali, dalla sua parola schietta, pura, spontanea, e
senza ch’ella lo cerchi, lo desideri, ottiene quel culto che invano agogna e spera Dorotea.
Spesso, Mariuccia mia, l’ambiziosa raccoglie mortificazioni invece di encomii, e chi si umilia sarà esaltato, dice il Vangelo.
La Staël fu incontestabilmente la più gran donna del suo tempo. Ma quando ella stessa volle sentirselo a dire da Napoleone I, questi, che già di mal occhio la vedeva, perchè sua nemica politica, le rispose: «Stimo essere la più gran donna del tempo colei che ha dato alla luce più figli.» La Staël che si aspettava dal grand’uomo non meno ambizioso di lei, ben altra più lusinghiera risposta, essendo ella senza prole, rimase avvilita e più che mai congiurò contro l’uccisore della repubblica francese.
Lezione IV - Smodata vivacità e volubilità
ct ct Se la vivacità, il brio sono spesso indizio di spirito, tanto pregevole nella buona società, bisogna però star molto in guardia contro il loro eccesso. Una fanciulla che non sappia mai fermarsi dal saltare, dal ridere, dallo scherzare, dal gesticolare, dal muoversi di posto, dal chiacchierare, dal gettar le mani addosso alle persone o le cose, è un vero incubo per chi deve stare nella sua compagnia. Un motto arguto, epigrammatico, uno scherzo di buona lega, fatto a tempo e luogo, coi nostri uguali od inferiori, è
spesso ben accolto e desta ilarità. Se è troppo spesso ripetuto, se scende nel triviale, se è diretto ad un superiore od a persona seria che ha diritto al nostro massimo rispetto, perchè occupata di cose importanti, o viene a noia od offende il buon gusto di chi ci ascolta, ed invece di spiritosi, veniamo stimati seccanti, ineducati ed anche stupidi. — Se un bello spirito disse che vi sono sciocchezze ch'egli avrebbe volentieri comprate, perchè, dette con grazia ed in tempo opportuno, attirano l'attenzione della brigata, mantengono viva la conversazione ed il buon umore, — di maggior peso è però l'esservazione di Plutarco, che ci raccomanda a tempo e luogo di saper tacere, osservando egli che ci pentiamo sovente aver parlato e mai d’aver taciuto. — E un giorno che un tale domandò a Demostene, grande oratore greco, il perchè avessimo due orecchie ed una lingua sola, egli rispose: perchè dobbiamo assai più ascoltare che parlare. Spesso chi più parla, meno pensa e più sproposita.
Zerlina, fanciulla di vivacissimo carattere, aveva una grande smania di apparire spiritosa e credeva di fatto di esserlo, dimostrando un’ecessiva e lepida loquacità. In casa, in iscuola, in società, non si sentiva che la sua voce acuta. Coi genitori, coi fratelli, colle maestre, colle amiche e con chicchessia ella scherzava e rideva di continuo, cercando un doppio senso in ogni parola da altri profferita, storpiando i nomi delle persone e delle cose, interpretando in moda bernesco ed anche spesso poco pulito qualunque atto o detto altrui, tantoché con lei non si riusciva mai a ragionare di cose serie, nè a darle utili lezioni. Parlando tanto ed a precipìzio, le era impossibile fare ciò che Cicerone raccomandava; cioè di pensare, prima di parlar, a ciò che s’ha da dire; e spesso, senza volere, diceva sciocchezze madornali, insolenze, ed offendeva e stancava quanti l'avvicinavano. Ella sperava poi che ogni cosa le venisse perdonala, in vista della sua eccessiva vivacità; ma s’ingannava. 0gnuno la sfuggiva o divertivasene qualche momento per poi deriderla. 1 migliori la compiangevano, accusando i suoi educatori, i quali non l’avevano in tempo avvertita de’ suoi difetti.
In società Zerlina si credeva obbligata a prendere parte a qualunque discussione e riscaldandosi per sostenere la sua tesi, spesso regalava titoli d’asino, d’imbecille, d’infame e peggio ai suoi avversarii o s’ingolfava in argomenti che una fanciulla non dovrebbe trattare ed ai quali sarebbe bene che rispondesse con un dignitoso silenzio, se su di essi venisse interpellata, imitando l’esempio del filosofo Zenocrate, il quale, alle interrogazioni indecenti d'un indiscreto sempre tacque; e quando questi gli domandò: «Perchè non mi rispondete? egli disse: Se a voi sia bene il fare questa sorta di domande, a me non conviene rispondere».
La buona Emilia, che già ho avuto il piacere di farli conoscere, mia cara Maria, anche in questa parte non lasciava nulla a desiderare.
Ella era vivace. In campagna, nelle ore di ricreazione colle sue amiche correva, saltava, rideva, scherzava infantilmente. Quando le si presentava una favorevole occasione di far uno scherzo gentile, anche in società, di dire un motto arguto, non se la lasciava sfuggire; ma aveva sempre presente il seguente detto di Montesquieu: «Chi corre dietro all’arguzia, raggiunge spesso la stupidità»; vale a dire, chi vuol far sempre dello spirito lo esaurisce e dice sciocchezze; — epperciò molto imparava tacendo ed ascoltando, e solo parlava quando aveva ben ponderato ciò che doveva dire per non pentirsi poi. Il Metastasio dice che: Voce dal sen fuggita — Poi richiamar non vale — Non si trattien lo strale — Quando dall’arco uscì. — Con questo sistema non le avveniva mai di dire o far cose insulse, scurrili od offensive a chicchessia e si meritava la stima e la benevolenza dei buoni.
La smodata vivacità ha sempre compagna la volubilità, difetto che impedisce di far notevoli progressi in qualsiasi ramo dell’umano sapere. La fanciulla volubile incomincia 50 studii, 50 lavori e non li conduce mai a termine. Dopo un momento di lettura, butta via il libro: agogna una bambola, un oggetto di vestiario e dopo un giorno l'una e l’altro trascura o mette in disparte. Nella virtù stessa, nell'amicizia non ha
costanza. Oggi propone in sè e promette alla mamma, alla maestra di correggersi di qualche mala abitudine e si mostra un vero angioletto. La giornata però non è peranco finita, ch’ella è già stanca della violenza fattasi durante qualche ora e ritorna quella di prima. Oggi protesta la più viva e costante amicizia ad una buona fanciulla della sua età. Dopo pochi giorni l’amica le viene in uggia, l'abbandona e quasi la maltratta.
È ella cattiva? No, è volubile. Ma la volubilità è un gran difetto, Mariuccia mia; sta in guardia contro di esso, combattilo con forza ogni qualvolta ti si manifesta; sii ferma ne’ tuoi buoni propositi, costante nell’adempimento de' tuoi doveri e ne’ nobili affetti. Non è che colla costanza che tutti i grandi uomini nelle scienze, - nelle arti, nelle industrie che noi onoriamo, hanno sparso tanta luce sul vero ed hanno fatto progredire l’umanità. Leggi la storia di Cristoforo Colombo, di Newton, di Buffon, d’Humboldt, di Franklin, di Michelangelo, dell'Alfieri stesso per tacere di cento altri e t’ispirerai all'amor dello studio, del lavoro, della costanza.
Lezione V - Il pettegolezzo
ct ct Le fanciulle che troppo chiacchierano, facilmente sono anche pettegole, perchè, quando hanno terminato di narrare i fatti proprii, en-
trano nel campo altrui per trovar nuova materia di conversazione. Per lo più esse poco amano lo studio ed il lavoro, ed invece di cercare in utili occupazioni, nei buoni libri e nelle serie conversazioni di persone virtuose e dotte l'alimento alla vivace loro fantasia, alla loro intelligenza, all’istintiva loro curiosità, lo mendicano o meglio lo involano nei santuario delle famiglie di loro relazione, per poi diffondere imprudentemente con colori vivaci ciò che hanno udito, fra quanti conoscono. Oh! Mariuccia mia, sta lontana da questo brutto difetto, che fa trascendere alla maldicenza, che da Giovio è paragonata al solletico, al principio del quale si ride e continuandolo si muore.
Quanto male può fare una pettegola colla sua imprudente loquacità, colla sua mormorazione, contraria alla carità, che Iddio da noi desidera!
La sunnominata Zerlina era pur troppo pettegola. Elia sentiva una grande smania di stare alla finestra e sulla porta di casa, per vedere chi entrava da’ suoi vicini e chi ne usciva. Ella poi aveva l’orribile abitudine d’ascoltar agli usci, per udire, senz’essere veduta, ciò che i parenti e gli amici dicevano di lei o di altri, per poi riferirlo e farne un grosso guaio, e di frugare nelle carte altrui, di leggerne di nascosto le lettere per aver la spiegazione di qualche mezza parola sfuggita dal labbro di un imprudente. Interrogava le persone di servizio per sapere che cosa mangiavano i signori A. ed i signori B., come vestivano, come giudicavano Tizio, Caio ecc., per poi farsi un vanto, andando a trovar questi ultimi, di mostrarsi di tutto informata e di riferire coi fiocchi e le frange l’udito.
— Una parola detta forse indifferentemente o in confidenza tra marito e moglie, tra madre e figli, ripetuta da un terzo o da un quarto, prende spesso un carattere di malignità ed irrita la persona alla quale è diretta.
Cosicché Zerlina, per sola legpgerezza, rendeva nemiche fra di loro più famiglie, che si sarebbero, senza di lei, slimate ed amate. Sono incalcolabili i dispiaceri, le discordie, che il pettegolezzo può produrre nelle famiglie.
Tra le amiche spesso v’ha un momento di espansione, nel quale per intiero s’apre l’animo nostro, si narra ciò che abbiamo di più intimo, accennando alla causa delle nostre maggiori gioie e de’ nostri dolori. Guai se l’amica, che s’è prima a noi confidata, per invitarci a far altrettanto, si vale di ciò che è riuscita a strapparci dal labbro, in un momento forse d’orgasmo e ci tradisce! Guai, se invece di custodire gelosamente il segreto confidatole, se ne serve come di soggetto di leggera o maligna conversazione! È inurbano, è indelicato l’insistere per avere la rivelazione d’un segreto; quando questa venga però fatta, è infamia il non mantenerlo celato con ogni maggior riguardo a qualsiasi costo, com’è leggerezza imperdonabile l’eccitare la curiosità altrui vantandosi d’aver un segreto di importanza da custodire — Se però, a questo proposito, figlia mia, tu vuoi un buon consiglio da tua madre, la quale vorrebbe poterti salvare da ogni pericolo ed evitarti anche il minimo dispiacere, eccotelo: Conserva in cuor tuo scrupolosamente i segreti altrui ed anche i tuoi. Neppure all’amica intima, non confidare un segreto delicato, che ti prema serbare per sempre ignoto. Ciò che assolutamente non vuoi che si sappia, nè oggi, nè mai, non lo dire. Per causa di vicende disgraziate, di circostanze impreviste, l’amica può diventarti nemica, può trovare il suo interesse danneggiando la tua fama o quella di qualche altra persona, può essere pervertita, forzata a parlare a tradirti, o credersi svincolata dal suo giuramento per mutate condizioni.
Zerlina era intima di Dorotea, che abbiamo veduta non poco vana e leggera. Trovandola un giorno più triste del solito, le si pose al fianco, dichiarandosi a lei tenera amica, allo scopo di interrogarla, per conoscere la causa della sua afflizione. Dorotea in prima taceva, poi accusava, per non commettere imprudenze, un mal essere di salute, la soverchia elettricità dell’atmosfera, una lettura troppo patetica fatta e simili. Ma la cattiva Zerlina, non sentendo appagata la sua curiosità e sospettando invece ch’ella avesse motivo di lagnarsi d’una sua cognata, colla quale conviveva, e che spesso rimproveravala per la sua vanità, incominciò a dirle, che avrebbe avuto bisogno d’essere meglio compresa e più amata in famiglia; che sebbene non parlasse, pure tutti s’accorgevano ch’ella era una vittima di sua cognata, la quale da lei pretendeva cose esagerate e superiori al poter suo, e censurandola fuor di casa, le faceva un cattivo nome. Dorotea, sentendosi a stuzzicare il dente, che pur troppo le dolea, si fece rossa come una ciliegia e poi si sfogò a dire il peggio che poteva di colei, che pel suo bene, forse con un po’ di severità, l’ammoniva, Zerlina cercò alla meglio di consolarla e poi appena si trovò con altre persone, che conoscevano Dorotea, non potè trattenersi dal ripetere tutto ciò che questa le aveva detto, in confidenza, della cognata, dipingendo, con vivaci tinte, l'infelicità della prima e l’insopportabile cattiveria della seconda; per cui ambedue divennero la favola del paese. Non paga di ciò Zerlina, un giorno trovandosi da sola con la suddetta cognata, commise la grave imprudenza di compiangere Dorotea, di augurarle un avvenire più lieto ed infine di ripetere tutto ciò che Dorotea stessa aveva detto contro di lei. — È facile immaginare come questo pettegolezzo abbia avuto fine. Le due cognate, se prima a mala pena si tolleravano, non poterono da quel giorno in poi più parlarsi, senza dirsi cose dure, e la convivenza riuscendo loro, in tal guisa, insopportabile, dovettero separarsi, per trovare un po’ di calma.
Non sarebbe stato meglio se Zerlina avesse saputo tacere o si fosse incaricata della parte di conciliatrice, rilevando le buone qualità di entrambe e ripetendo all’una sola il bene detto dall’altra, invece del male?
narra che il filosofo , alfine di non essere forzato dal dolore dei tormenti a palesare alcun segreto, si recise la lingua coi denti e sputolla nel volto al tiranno.
Oh! quanto meglio sarebbe che certe fanciulle pur si mordessero nella lingua, prima di compromettere la pace delle famiglie colle loro imprudenti ed inopportune ciarle.
Lezione VI - Sincerità e prudenza
ct ct Per vivere d’accordo colla nostra coscienza e col nostro prossimo, dobbiamo saper accoppiare, in ogni contingenza della vita, la sincerità alla prudenza; cosa pur troppo non sempre agevole.
Non dir mai, figlia mia, ciò che non è, ma neppure tutto ciò che ti pare che sia, tu devi dire. Vi sono delle verità che è scortesia il manifestare.
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The end
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