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Del riordinamento amministrativo del Regno

Leone Carpi · 1860 · Free in the US

10,292 words · about 43 min to read

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Author
Leone Carpi
Language
Italian
Published
1860
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10,292 words · about 43 min
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Contents (10)
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  2. I about 4 min
  3. II about 8 min
  4. III about 6 min
  5. IV about 2 min
  6. V about 4 min
  7. VI about 7 min
  8. VII about 5 min
  9. VIII about 4 min
  10. IX about 4 min

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DEL RIORDINAMENTO AMMINISTRATIVO DEL REGNO

e del sistema proposto dal Ministro dell’Interno nel suo discorso inaugurale dei lavori della Commissione speciale presso il Consiglio di Stato.

CONSIDERAZIONI DI LEONE CARPI

I

« Les dissidences en matiere politique sont inevitables et peut-être dans une certaine misure necessaires. »

Washington Let. ad Harrison e ad Hamilton.

I.

Lo sviluppo dei concetti accennati nel discorso della Corona, concetti con cui preludeva il sig. Ministro dell’interno dinanzi la Commissione presso il Consiglio di Stato, per ciò che ha tratto all’organizzazione politico-amministrativa del Regno, deve essere, a mio avviso, retto e determinato dalle seguenti considerazioni.

1. Che uno Stato nuovo in contingenze difficili ha mestieri che l’azione governativa sia libera, forte, e di rapido effetto.

2. Che l’aumentare degli organi che servono al movimento della macchina dello Stato, senza assoluta ed evidente necessità, nuoce alla speditezza ed alla potenza dell’azione.

3. Che dal governo deve partire ogni grande iniziativa, ogni straordinario impulso in riverbero del genio e della volontà collettiva della nazione, acciò si ecciti, si educhi e vi s’informi la libera azione individuale, cosicchè la stessa favilla rigeneratrice sotto mille forme faccia concorrere alla grandezza ed alla potenza dello Stato, la mente, l’opera, il senno e la coscienza di ogni individuo.

4. Che per conseguenza la centralizzazione governativa per quanto si riferisce alla politica, all’armata, alle finanze, ed alle leggi, non che tutte quelle accessorie ingerenze che si connettono allo sviluppo di un’azione superiore generale, efficace, ed iniziativa di tutto che possa esservi di grande, di generoso, di utile per un gran popolo, deve operarsi indilatamente, francamente, senza reticenze, e senza lasciare addentellati a funesti risorgimenti di autonomie fra loro rivali, e per speciali interessi spesso riluttanti a ciò che è il bene della nazione.

5. Che le popolazioni di quasi tutti i paesi formanti ora il Regno d’Italia sotto lo scettro del leale e valoroso furono abituate ad essere rette con mano, ove semibenevole ed ove ferrea, ma sempre ed inesorabilmente guidata dalla volontà dei governanti, a scapito dell’iniziativa e dell’azione libera individuale, in guisa che ora in generale si vuol ripetere, a torto od a ragione, dal governo nel bene quell’azione, quel fare deciso ed energico, che si subiva da più o meno odiati governi nel male. Conviene andare a rilento a far calcolo assoluto, e ciò forse ancora per molti lustri, sull’iniziativa individuale, sotto pena di disillusioni, e di sentire to il governo di snervato, improvvido, insciente perchè non vede e provvede a tutte le esigenze sociali. Da questo debbono ripetersi, a mio avviso, quelle lievi ondulazioni di innocui lamenti che si appalesano di tratto in tratto in alcuna delle provincie annesse, avvegnachè dopo tanti anni di educazione servile e di assolutismo non basta dire — fate — perchè si faccia e si sappia fare.

6. Che la discentralizzazione amministrativa non può determinarsi nei fatti che a grado a grado, nè tradursi in azione nelle libertà dei Comuni e delle Provincie che semplificando via via le ruote della pubblica amministrazione, e non aumentandone l’intreccio e gli inevitabili conflitti. «Les changements à vue (dice Wolowski) ne s’executent qu’a l’opéra; sur la scene du monde réel, la marche du progrés est lente et laborieuse».

7. Che in fine importa avvisare all’economia di tempo, di uomini, e di denaro.

Se bene mi appongo nelle suaccennate considerazioni preliminari, il disegno ministeriale per la nuova organizzazione dello Stato offre un lato sommamente pericoloso nella proposta delle Regioni qual primo grado della divisione territoriale, ed una superfetazione dispendiosa nelle circoscrizioni dei Circondari inoltre alle Provincie.

E valga il vero: Il signor Ministro dell’interno formula il concetto delle Regioni appoggiandosi a due cardinali rispetti.

1. Alle tradizioni italiche che legano e coordinano numerose popolazioni attorno a varie grandi città che furono, per correre di secoli, capitali di Stati autonomi, le quali irradiano di loro luce vaste e speciali circoscrizioni territoriali, diverse fra loro per grado di civiltà, di costumi e di abitudini, come lo furono altra volta per leggi. 2. All’opinione che la creazione delle Regioni, le quali dovrebbero rispondere presso a poco al mantenimento, mercè di nuova convenzionale esistenza, degli Stati testè soppressi, sia spediente efficace in grado superlativo, perchè ha tratto a considerevoli nuclei di cittadini sopra i quali deve moralmente influire a coordinare (come disse il Ministro) la forte unità dello Stato, coll’alacre sviluppo della vita locale.

Fin qui tutto è colore e odore di rose, e nessuno certamente potrebbe in astratto negare plauso all’alto e concilievole intendimento del Governo. Ma se ci addentriamo nel midollo del gravissimo quesito di cui si cerca la difficile soluzione, non si può di certo ottemperare sì di leggieri alla proposta ministeriale per le ragioni che verrò esponendo.

O le tradizioni e le aspirazioni dirò così locali sono legittime, attendibili, e tali insomma da doversi e potersi soddisfare anche a fronte della prodigiosa palingenesi politica d’Italia a cui assistiamo; o non lo sono che in modo relativo, indiretto, ed in guisa da non doversene rendere ragione che in tesi generale nell’universale ricomponimento di tutta la nazione.

— Nel primo caso risponde forse il disegno delle Regioni, le quali, prive di vita e di azione propria, ripugnando il governo, con qualche inconseguenza dai premessi principii ma a ragione, di farne dei corpi morali liberi, saranno rette da governatori, specie di vicerè i quali non rileveranno direttamente se non che, ed esclusivamente, dal beneplacito ministeriale? No per fermo: A meno che non si volesse credere da senno ciò che pur sarebbe una strana illusione, che popolazioni di paesi, alcuni dei quali debbono rarsi fra i più civili e gentili d’Europa, possano andare paghi, a soddisfacimento delle avite tradizioni, e di odierne aspirazioni che si volessero tenere per buone, di lustre, di apparenze! e per ciò, commettere tanta jattura alla unità dello Stato, alla forza della Nazione!

Nel secondo caso a che giova l’arrovellarsi di un tratto per adottare il peggiore di tutti i sistemi di centralizzazione, creando cioè sei od otto grandi amministrazioni governative irresponsabili, e localmente incontrollabili, quali satelliti del maggior pianeta, piuttosto che lasciare centralizzato tutto ciò che sia di pertinenza governativa nel nuovo organamento dello Stato in un centro unico, ove la ragione di Stato, l’opinione pubblica, i poteri contemperati, la libera stampa, possono fare l’ufficio di supremi moderatori di ogni intemperanza?

II

II.

Rispetto altamente lo scopo a cui si mira da coloro che in buona fede propugnano la creazione delle Regioni, ma dubito forte che non si dia con tale espediente un po’ troppo nel genio dei partiti estremi, e si presti loro terreno propizio per trincerarsi contro il governo, e contro la nazionale volontà, nei momenti ad essi loro più opportuni. La vita delle nazioni si conta per secoli e non per anni e lustri. L’uomo politico innanzi di fermarsi ad un procedimento deve colla mente misurare, per quanto sia dato a mente umana di fare, i contingibili casi futuri almeno sotto il loro aspetto più generale. Ora se nel correre del tempo dovesse per isventura sorgere un governo assoluto, qual modo più potente per reggere ad arbitrio e dispoticamente una nazione di quello dei governatori di grandi circoscrizioni territoriali? Ricorda il Piemonte il regime dei governatori, e le Romagne quello dei legati a latere d’infausta memoria.

Ricorda la storia a chi vuol consultarne i dettami dai più remoti tempi sino a noi, e presso tutti i popoli, quale più urtante strumento di assolutismo e di tirannide efferata furono certi potenti funzionari di despoti, sparsi in poco numero, sulla superficie di vasti regni ed imperi.

Pro-Consoli, Satrapi, Legati, Luogotenenti, Governatori (non importa il nome), furono sempre i poco numerosi, ma i prepotenti e più diletti ministri dei governi assoluti, nelle grandi divisioni territoriali di vasti paesi. Ognun vede come sia più facile ritrovare, ispirare, condurre ad arbitrio pochi grandi dignitari, che centinaia di amministratori di seconda sfera. È vero che un governo perverso potrebbe creare di un tratto alla sua foggia il sistema che respingo, ma giova intanto non istabilire precedenti in guisa tale che il solo cangiamento di pochi uomini possa pervertire le migliori istituzioni.

Potrebbe taluno osservare che, ove si concedessero alle Regioni opportune guarantigie, reagirebbero alle esorbitanze governative. Ma qui si entra in un prunaio a non più escirne, vuoi per coloro che vezzeggiano un neo-federalismo, vuoi per quelli, ed io sono fra codesti, che non transigono per niun conto sul principio dell’unità nazionale. Creando tanti enti morali con orbite propria di azione, si creano, non bisogna illudersi, tanti Stati nello Stato. Il neo-federalista, benchè tale nessuno osi ora dichiararsi apertamente, non troverà mai abbastanza pronunciata e libera l’autonomia regionaria; ruinerà — voglia o non voglia — il potere del governo centrale. L’unitario vorrà circondare di tanti ritegni l’azione dei parlamenti, o consigli regionari, da renderli una inutile larva di teorica costituzionale.

Qual vantaggio può ritrarre la nazione da questo dualismo militante, da questo attrito di forze che si elidono in pura perdita da ambo i lati? Potrete trovare artificiosi e sottili congegni per frenare, temprare, correggere l’azione centrale governativa di uno Stato, e ce ne porsero esempi i Batavi, i Veneti, e gli Anglo-Sassoni, popoli sdegnosi e fieri della loro indipendenza e libertà; ma se volete applicarli ai governi di tante circoscrizioni territoriali di un medesimo Stato, avrete tutto giorno a riparare a quegli attriti, a quei fenomeni, a quegli abusi che si riprodurranno, sotto forme ed aspetti vari, in ogni luogo, invece di operare energicamente ed efficacemente d’un tratto sul potere centrale con minor sperpero di tempo, di forze e di pubblica moralità.

Pongasi un caso pressochè opposto:

Le nazioni compongonsi di uomini, e vanno soggette a tutte le peripezie morali inerenti alla natura degli elementi dei quali sono composte. Accadono nelle nazioni commovimenti repentini, impensate agitazioni, aberramenti febbrili, che se concorrono nella suprema ragione provvidenziale, come i cataclismi nell’ordine fisico, all’armonia dai contrari, ed all’infinito progresso dell’umano consorzio, presentano però periodi di allucinazioni dissolventi, che possono trarre fra i traviamenti di cieche passioni a perdizione un dato popolo, qualora il fondo delle sue istituzioni non sia tale da resistere all’urto dei marosi sociali, o peggio ancora ove le istituzioni si prestino allo sviluppo delle tendenze deleterie che sogliono invadere la società in tali fenomenali contingenze.

Ciò può accadere, come accadde presso tutti i grandi popoli e presso tutte le grandi nazioni antiche e moderne, fra noi soprattutto che storicamente e tradizionalmente siamo temprati alle gare altra voltra feroci dei comuni e delle repubbliche, attutite poi nel loro odierno abito a fronte del pericolo comune. Veggasi quali supremi pericoli correrebbe la nazione, ove questi sconvolgimenti, e queste rivoluzioni politico-sociali trovassero costituite con struttura propria tante popolose regioni con propria concentrica organizzazione, ed auspici antiche e nocevoli abitudini di autonomie politiche. I governatori delle Regioni, comunque si volessero dipendenti dal potere esecutivo centrale, tuttavolta non cesserebbero di essere supremi rettori di quelle date circoscrizioni territoriali, attorniati da numeroso personale di loro creazione, ad essi ossequiente e devoto. Sarebbero altrettanti Vicerè colle inevitabili loro corti, influentissimi, ove si concedessero loro tutte quelle importanti e quasi sovrane attribuzioni accennate e discorse dal signor Ministro dell’interno.

Tutto ciò sarebbe esca al fuoco per determinare in brevissimi istanti, nei tempi grossi a cui alludo, temerarie separazioni di territori, sia per defezioni audaci di governatori, sia per violenti sostituzioni di altri governanti, imposte dagli ammutinamenti di plebi o di caste, aizzate da ambiziosi ed incorreggibili capi-parte, come suoleva accadere troppo sovente dei Podestà e dei Capitani del popolo con lata autorità, i quali nei popolani commovimenti venivano tal fiata balzati, non solo dai loro seggi, ma persino dalle finestre dei loro palazzi.

Che forse non vediamo anche ora, in onta ai solenni momenti da cui pendono le sorti della Penisola nostra, prodromi di separazioni sorgere dal capriccio e dalle passioni di partiti, per l’ambizione o improntitudine degli uni, per la sorpresa buona fede di molti altri?

Lungi adunque da noi il pensiero di porgere quando che sia alle accese passioni punti di coesione a cui rannodarsi, grandi centri organizzati a cui far capo per sorpresa o per lavoro di partiti.

È bensì vero che l’unità militare e finanziaria sarà sempre potente ausiliare dell’unità politica; ma nelle vicende testè preconizzate tutto resta scosso dalle fondamenta: saranno quindi minori gli attriti, le gare cittadine, gli odii di parte, e le civili discordie, con quante minori probabilità si porgeranno ai partiti dissidenti di serrarsi attorno ai centri a cui converga la vita e l’azione di milioni d’uomini, con una completa organizzazione che a quei centri faccia capo.

Affinchè non paia che io dia importanza più che non si convenga al gravissimo subbietto di cui sopra è parola, ed affinchè possa cogliersi la sintesi delle mie osservazioni trascrivo le attribuzioni che a mente del sig. Ministro dovrebbersi affidare ai Governatori delle Regioni “fanno capo, egli dice, ad esso (al Governatore) politicamente gl’Intendenti delle Provincie. Egli pronuncia in via di appello nelle materie che la legge determina. Nomina i Sindaci o Gonfalonieri sopra una terna proposta dai consigli munali, meno quelli dei capo-luoghi di Regioni e di Provincia i quali saranno nominati dal Re. Presso di Lui vi sarà un Ufficio d’ispezione sulla disciplina degli impiegati e dei pubblici funzionari. Nomina gl’impiegati d’ordine inferiore, propone gli impiegati d’ogni grado, e li può sospendere per un tempo determinato. Governa supremamente la polizia di tutta la Regione.„

Dopo ciò vogliansi considerare le conseguenze del seguente inevitabile dilemma.

O i Governatori Regionari rileveranno esclusivamente, come accenna il sig. Ministro, dal potere esecutivo, ed in questo caso il concetto ministeriale rimane in istato di potenza, e non si appagano sotto niun reale aspetto i voti, le tendenze, e le aspirazioni che si vorrebbero per tal mezzo soddisfare.

O i Governatori Regionari rileveranno dagli elementi delle singole circoscrizioni territoriali, sotto il severo controllo di un Parlamento o di un Consiglio regionario con voto deliberativo, eletto in primo od in secondo grado dalla popolazione della rispettiva regione; ed in allora saranno bensì consoni i fatti all’espositiva ministeriale, ma le regioni prenderanno l’indole e la forma di enti morali con grande jattura dell’azione governativa e dell’unità politica dello Stato!

Conviene inoltre riflettere che ogni cambiamento di ministero, e specialmente se avesse per causa una modificazione sulle tendenze politiche del Governo, trarrebbe dietro le dimissioni dei Governatori, dei vice-Governatori, e forse dei loro Segretari generali, e quindi ecco di getto creata una nuova categoria di alti funzionari in aspettativa, di pretendenti Vicerè, alcuni dei quali forse pronti ad audaci imprese senza esempio nell’interno reggimento di un paese retto ad ordini liberi, e ciò se con vantaggio delle pubbliche finanze, e delle istituzioni liberali, non è a dirsi!

È un fatto forse unico nella storia, che tanti Stati autonomi appartenenti ad una stessa nazione, rinuncino spontaneamente alla loro autonomia, per unificarsi in un solo Stato compatto e potente. È la forza delle cose secondata dal senno italiano che produce questo miracolo di alta politica, ma è una via che non puossi percorrere a metà, e conviene che la rinuncia alle piccole autonomie delle membra sia completa se si vuol dare al tutto vita rigogliosa ed altissima considerazione. Siate forti e sarete rispettati. E non può una nazione nel bel mezzo della vecchia Europa essere forte ed indipendente, in guisa da poter imporre il rispetto pe’ suoi diritti di nazione, senz’essere unita. Oggi l’alta ragione di Stato, le sofferenze passate, e i pericoli presenti, guidano gli italiani ad eclissare le individualità di piccoli Stati a benefizio della grande elaborazione di uno Stato solo, concetto che nei tempi di mezzo il Duca Valentino voleva fra noi tradurre in atto, volgendo in istrazi la muta iperbole di Tarquinio, nel mentre che il più spietato assolutismo porgeva adito ai sovrani di Spagna, e di Francia di conformare col mezzo di inaudite violenze ad unità le loro rispettive nazioni. Vien detto che la creazione delle regioni ha tratto agli antichi scompartimenti italiani, rispettando per tal guisa vecchie tradizioni, usanze speciali, dialetti, caratteri e temperamenti affatto distinti. Ma di grazia, egli è forse che non potevasi, e non potrebbesi tuttavia dire altrettanto in Ispagna dell’Aragona, delle Provincie Basche, della Murcia, dell’Andalusia; ed in Francia dell’Alsazia, della Borgogna, della Lorena, e della Brettagna? Il signor Ministro dell’Interno opina che passato il parossismo degli attuali gravissimi avvenimenti, possano risorgere le antiche gare di campanile, e per antivenire a questo pericolo, egli trova buon consiglio l’appagare le tendenze locali coll’istituzione delle regioni (ombre di autonomie pur sempre nocive); a me invece parrebbe se il soverchio amore all’Italia mia non mi fa velo all’intelletto, che fosse ufficio pietoso pel bene d’Italia, di abilmente valersi di questi supremi momenti, procedendo nelle necessità presenti con fermezza di propositi, per farla per sempre finita colle autonomie delle circoscrizioni che altra volta formavano Stati indipendenti.

Del resto, sapendo quanto sia difficile l’arte di governare, non farei soggetto di severo sindacato se in ispecialissimi casi si adottasse provvisoriamente, e quasi direi ex lege, qualche isolato temperamento conciliativo di transizione purchè scevro d’ogni carattere di stabilità. Ma qualora trattisi di seria, completa e definitiva riorganizzazione territoriale ed amministrativa del Regno, non saprei ottemperare a nessuna misura che tendesse a riconsacrare in qualsiasi guisa le oramai spente autonomie di cui sopra è parola. A questo punto confesserò apertamente come io per istinto e per riflessione tengo per fermo che per fare l’Italia degli italiani, e per condurla a’ suoi alti destini attraverso le grandi burrasche che ci restano a superare, faccia d’uopo di una centralizzazione potente delle forze tutte della nazione coi temperamenti amministrativi liberali di cui parlerò in appresso, subordinatamente però alla ragione suprema della salute della patria, e sotto il sindacato del Parlamento.

Non mi seduce come condizione normale, ma mi attira in questo momento solenne di risorgimento italiano, e per qualche anno ancora, la vivace pittura che ha fatto il Cormenin della centralizzazione francese, a cui faccio essenziale variante: «au même instante la nation veut, le gouvernemént ordonne, le prefet transmet, le maire execute, les regiments s’ébranlent, les flottes s’avancent, le tocsin sonne, le canon gronde, e lItalie est debout».

III

III.

Posta in chiaro l’inanità della creazione normale e stabile delle Regioni per soddisfare veleità di singole autonomie, quando restino nella effettiva dipendenza dal Governo, l’immenso pericolo che ne deriverebbe quando sussistessero quali enti morali completi e distinti; addimostrate le prevaricazioni temibili in ambi i casi, discorrerò in breve delle suddivisioni in Provincie e in Circondari.

Se parmi assai difficile la discussione senza passione sull’arduo subbietto delle Regioni, perchè di primo slancio brilla cara a tutti l’idea dellio collettivo e di avervi una eminente o almeno fulgente parte, non trovo siavi consimile sdrucciolo di errore nel trattare delle minori circoscrizioni. Qui non aureole di antiche reminiscenze storiche che vi faccia guardare attraverso di un prisma che trasmuti la luce, che è il tutto essenziale e vivificante, nei distinti più brillanti e, alla volgarità, più attraenti colori; qui non sono in giuoco orgogli tradizionali che ci offuscano il retto senso: trattasi semplicemente di vedere se non sia una superfetazione dispendiosa, e di nessuna utilità, altre circoscrizioni territoriali in Circondari, inoltre a quelle per Provincie.

Dopo il Comune, culla e primitiva base del civile consorzio che regge, invigila ed avvalora i primi vagiti della vita economico-politica delle nazioni, si ricerca una istituzione maggiore a cui si rannodino le affezioni e le tendenze omogenee di un dato numero di Comuni, per agire con più efficacia in un’azione collettiva, a moderazione e ad incremento degli interessi dei singoli Comuni per ciò che non sia loro dato di effettuare da soli; istituzione che deve servire di legame intermediario e naturale fra il Comune e lo Stato nell’irradiamento perenne e vicendevole dell’immensa e complicata azione che dà vita, consistenza, sicurezza, e splendore a tutto un popolo. Per ottenere tale risultato conviene che ne sia semplice l’organamento, che consti di elementi che non si elidano per alcun verso, e che non sia reso difficile il disimpegno delle sue feconde attribuzioni con superflue gradazioni di uffici che ne attraversino il libero movimento espansivo, sia verso il potere centrale, sia verso gli enti morali, dei quali deve essere riverbero e luce.

Se l’idea semplice dell’organizzazione sociale è il Comune, la prima idea composta è quell’agglomerazione di Comuni che appo noi suol dirsi Provincia.

Si formarono grado grado nell’assestamento delle umane aggregazioni, per cause fenomenali che è inutile qui esporre, e presero consistenza dall’uniformità di costumi, di bisogni, di dialetti; cementate da condizioni telluriche e topografiche, contro cui si lotterebbe invano.

Sin qui tutto è naturale perchè è il frutto spontaneo dell’azione del tempo, degli uomini, e delle cose. A quale scopo dunque creare altri enti morali artificiali, parassiti, che non hanno dalla sanzione del tempo ragione naturale di essere, per porli fra il Comune e la Provincia, o fra la Provincia e lo Stato? Sarebbe un aumentare gli attriti, e quindi la macchina governativa ne andrebbe menomata di forza, di celerità e di economia. Qualora per avventura molte Provincie, avessero in date emergenze degli interessi identici a cui provvedere, si associno fra loro come possono farlo i Comuni per ragioni analoghe, associazioni o consorzi che cessano o variano col cessare o variare delle cause occasionali che vi dessero vita.

L’idea di porre il Circondario tra il Comune e la Provincia, e quindi la Provincia tra il Circondario e lo Stato, credo che sia un palido omaggio che si inclini a prestare inavvertitamente alle inconcepibili circoscrizioni territoriali del Piemonte in Comuni, Provincie e Divisioni, testè modificate nella forma, ma non nella sostanza. La Divisione comprendeva più Provincie che avevano ragione di esistenza propria, come ora si proporrebbe che le Provincie comprendessero più Circondari, aventi propria esistenza, equivalenti alle Provincie nelle suaccennate Divisioni.

Se non che giova osservare che in nessun’altra parte d’Italia esiste tale forma di zione territoriale, di guisa che se il concetto ministeriale dovesse attuarsi converrebbe, come provvisoriamente si è tentato di fare, creare ad arte Circondari entro le Provincie antiche, frastagliandole ad ecclissarne alcune per farne dei Circondari satelliti di nuove Provincie d’improvvisata creazione, quando invece in Piemonte tali subordinate aggregazioni provinciali, ribattezzandi col nome di Circondari, erano nientemeno che tante Provincie costituite da remotissimi tempi con tutti gli elementi di coesione che si richieggono alla salda e non effimera loro esistenza. Da ciò rilevasi che anche dal lato dell’esecuzione materiale s’incorrerebbe in difficoltà gravissime nelle nuove Provincie del Regno, ed in una bisogna nella quale conviene essere assai parchi di nuovi temperamenti. Non sarebbe miglior consiglio di prendere le mosse, in generale, dalla semplicità delle circoscrizioni territoriali degli Stati annessi, per uniformarvi, semplificandole, quelle del Piemonte, anziché complicare quelle per uniformarle a queste?

Se nel riordinamento generale del Regno si adottasse in massima il principio di prendere per base di ogni legge e di ogni disposizione generale quelle leggi e disposizioni speciali, più semplici, più logiche, che si trovassero funzionare ottimamente in alcuna delle circoscrizioni che formavano Stati autonomi, ritengo che ce ne troveremmo pur bene. Così le difficoltà sarebbero minori, essendo arduo proposito, e ciclopica impresa quella di volere creare di getto nuove leggi e nuovi organismi amministrativi. Procedendo invece con sapiente ecletismo, prendendo il meglio da tutte le provincie (antichi Stati) d’Italia, in ciascuna delle quali era veramente talun pregiabile elemento di buona amministrazione, se ne formerebbe un insieme, a vantaggio generale del Regno, così a mio vedere eccellente, da non invidiare l’assetto amministrativo di qualsiasi altra quantunque civile nazione. Oltre a ciò siccome tutto quello che l’opinione pubblica, e la coscienza retta degli uomini speciali hanno giudicato e giudicano ottimo ed attendibile, e più se abbia già ottenuto la sanzione della esperienza, può tenersi per un portato della maturità dei tempi, dei costumi e delle abitudini più generali degli italiani, così faremo o generalizzeremo leggi ed istituzioni che avranno il loro inconcusso fondamento nell’intima natura della nostra peculiare società.

Un altro vantaggio meno avvertito, ma non meno importante si otterrebbe seguendo il sistema che accenno; che generalizzando a tutta la nazione quelle leggi e quelle istituzioni, per le quali i vari gruppi di popoli italiani si sentono tratti anche loro malgrado ad affezionare rispettive autonomie che le comprendevano, vien tolta la precipua ragione di queste tendenze, o per lo meno se ne menomano grandemente i pericoli. Quando si trova nel tutto quello che di meglio si aveva nella parte, con quell’aumento di prosperità, di forza e di potenza, che l’unione delle parti produce sempre in ragione multipla, cessa di per sè ogni onesta ragione di rifuggire in qualunque siasi modo da una completa unificazione. Si prenda adunque, concluderò in questa digressione, il semplice, il logico, l’omogeneo, ed il giusto ovunque si trovi, per sostituirlo al complicato, all’illogico, allo screziato, al meno congruo ovunque fra noi esista, e si eviteranno molte difficoltà e molte recriminazioni. Non può credersi che aumentando le ruote e l’addentellamento delle varie funzioni della macchina amministrativa, si giunga a renderne più semplice l’azione e meno penoso l’impulso e il lavoro della forza motrice; tanto più trattandosi di uffici intermedi senza azione propria, uffici che farebbero sempre capo in ultima analisi al potere centrale.

A me parrebbe più razionale e semplice che dopo il Comune, vi fosse la Provincia, tale quale esiste, tale quale si è formata naturalmente nel correre dei secoli, oppure con quelle modificazioni, o diverso riparto territoriale, come meglio fosse gradito alle popolazioni medesime; e dopo la Provincia lo Stato.

Se invece di Provincia si vuol usare l’appellativo di Circondario, ciò poco monta qualora tra esso e lo Stato non vi siano altre istituzioni intermedie che ne complichino le funzioni, e purchè dalla legge sia creato ente morale a guisa delle attuali Provincie. Ove poi il concetto del Circondario implicasse l’idea di dividere alcuna delle vecchie Provincie che si tenessero per troppo vaste od aventi grossi centri popolosi riluttanti all’antica coesione, parmi che, senza ricorrere ad una modificazione radicale di circoscrizione territoriale, si dovesse e potesse operare, in tali casi, come si opera quando una frazione popolosa di un Comune chiede spontanea di erigersi in Comune separato.

Parmi però che tutto questo porterebbe un invertimento di concetti ed una confusione d’idee nelle popolazioni abituate a dare un senso al nome di Provincia diverso da quello che colla nuova suddivisione si verrebbe a stabilire. Come l’appellativo di Circondario, che si volesse tuire a quello di Provincia, potrebbe ingenerare l’idea, nelle singole locatità, che si volesse menomare la considerazione e le attribuzioni che aveva la Provincia; parrebbe a molti si volesse, se non altro nella importanza morale, far scadere la Provincia quasi a livello dei Distretti e dei Mandamenti, circoscrizioni meramente giudiziarie ed amministrativamente pressochè nulle. So bene che si raddrizzerebbe in breve correre di tempo ogni falsa idea di degradazione gerarchica; ma non sarebbe miglior consiglio lasciar sussistere l’appellativo di Provincia nel senso in cui attualmente suona, modificando soltanto e migliorando le leggi che vi hanno tratto?

Quante volte nei tempi passati grossi Borghi non si arrovellarono con ingenti sacrifizi pecuniari per ottenere dal potere Sovrano il battesimo di città? Io opino quindi che per la ragione inversa produrrebbe una penosa sensazione, nel caso nostro, il sostituire al nome di Provincia quello di Circondario. Sono innocenti suscettibilità che vanno esse pure rispettate, quando nessuno impellente motivo consiglia di fare altrimenti.

IV

IV.

Agli Intendenti delle città più cospicue si dia pure il nome di Governatore; ciò poco monta, purchè in via normale e stabile non abbiano maggiori attribuzioni degli altri Intendenti.

Accadono vicende straordinarie nella vita delle nazioni che richieggono provvedimenti, severi o conciliativi, speciali e transitori per parte del potere esecutivo; vicende che le leggi non possono prevedere, nè prevedendole vi possono provvedere innanzi tratto. Egli è perciò che nei limiti delle proprie attribuzioni, non puossi precludere al potere esecutivo (tanto più controllato come è dal Parlamento) la via di delegare, in tali contingenze, facoltà eccezionali alle autorità subalterne, sempre nei limiti di cui sopra è parola. Ma da queste eventualità, di che ora abbiamo esempi stringenti e solenni, non si deve trarre argomento a farne base di leggi fondamentali, e di istituzioni bene ordinate, stabili, e durature. Meglio varrebbe soprassedere.

Colui che pensasse che, ottemperando il Parlamento all’istituzione delle Regioni, delle Provincie, e inoltre, subordinatamente a queste, dei Circondari nel senso della proposta ministeriale, farebbe opera di maggiore scentralizzazione amministrativa, s’ingannerebbe a partito. Il potere esecutivo deferirebbe, è vero, molte delle sue attribuzioni ai Governatori delle Regioni da esso nominati, ma da questo alla scentralizzazione massima che molti invocano, e a cui io non inclino precipitare, v’è un abisso! Le centinaia di occhi, e le centinaia di braccia, erano sempre gli occhi di un Argo e le braccia di un Briareo.

In quanto ad esservi una sola grande circoscrizione intermediaria tra il Comune e lo Stato, od esservene due, Provincia e Circondario, l’una subordinata all’altra, e questa allo Stato, ognun vede non poter ciò portare gran differenza nell’effetto pratico, se non forse minore speditezza negli affari per la maggiore complicanza degli uffici, con aumento del personale impiegato, e quindi delle gravezze dell’erario nazionale, senza veruno adequato compenso. Se il Governo ama di non essere sovracaricato di lavoro al centro, deferisca agli Intendenti, circondati dai loro consultori, alcune delle facoltà quali si proporrebbe concedere ai Governatori delle Regioni; deferisca a sessioni del contenzioso amministrativo, stabilite presso gli Intendenti, le decisioni dei conflitti per le quali ora si ricorre alla capitale, fermo il ricorso in cassazione al Consiglio di Stato; deferisca ai Tribunali ordinari buon numero di quistioni amministrative come si pratica in Inghilterra; deferisca in fine ai Giudici di Pace, che vorrei vedere instituiti alla foggia Americana perchè assai consoni alle nostre istituzioni ed alle nostre abitudini, quella congerie di minute querele gerarchiche, di abusi di potere, di lamentata atonìa nei pubblici funzionari, di piccole prevaricazioni morali non passibili di pene giudiziarie, di inapplicazione, o di male intesa applicazione delle leggi e dei regolamenti municipali, che tanto molestano col loro continuo frastuono i grandi Dicasteri dello Stato.

V

V.

All’assioma costituzionale — il Re regna ma non governa — si vuole oggidì, con crescente insistenza, aggiungere l’altro — Lo Stato governa ma non amministra. — Il primo assioma va accettato senza restrizioni, salvo il caso della Dittatura che in momenti supremi vuolsi concedere al potere esecutivo; ma, avuto riguardo alle peculiari nostre condizioni, bisogna andare a rilento nell’accettare il secondo in modo assoluto. Affinchè non paia che io mi ponga in contraddizione, nel subbietto della scentralizzazione, con quanto esposi in proposito in altri miei scritti, conviene che io qui mi trattenga su alcune considerazioni positive che intimamente ci riguardano in quest’argomento.

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