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Çittara zeneize

Gian-Giacomo Cavalli · 1745 · Free in the US

35,320 words · about 2 h 28 min to read

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About this book

Author
Gian-Giacomo Cavalli
Language
Italian
Published
1745
Length
35,320 words · about 2 h 28 min
Sections
20 reader sections
Text
Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (20)

Continue:

Dedicatoria

SERENISSIMO,

E Regie cure sospendete, o Prence, E alle Muse le date. Apollo ancora, Sciolti dal giogo aurato Eto e Piroo, Il gran pensier di ricondurre il giorno

5Acqueta alquanto, e d’Ippocrene al margo Tranquillo assiso, al plettro riede e a i carmi. Non così greve incarco al curvo dorso Del vecchio Atlante è il ciel, come l’immensa Mole della Cittate incombe e grava 10Sulle menti de’ Grandi: opra che alterno D‘ozio e fatica variar dimanda. Ma Voi, di maestate armato il ciglio, Severo mi guardate. Io ’l so: la Vostra Non è tempra comun. Non mai si allena, 15Chi nacque a Gloria ed a Virtute: eterno Sudor ne bagna i primi e i giorni estremi. Ben so, che l’ardue faticose cime De’ cittadini Onor toccaste, ignaro O di mezzo o di via, giovine e nuovo, 20Immaturo mm mai. L‘occulto foco, Che le vene V’mpiea, più che a Natura, Alla Gloria servendo, al più sublime Vi conducea; nè dievvi mai del giogo Lo scosceso a mirar, ma quanto illustre 25La meta fosse. Tal Vi scorse, e presto, Zelo e senno supplendo al crin canuto,

Fra’ suoi Padri Vi elesse, e poi sovente, Quando il soffrir le leggi, a Voi commise Il difficil governo, in Voi sicura, 30La Pubblica Dovizia. Onor fu sempre E ’l giudizio e la scelta; e Voi godeste, Che l’opra Vostra pace altrui recasse E sicurezza, a Voi travaglio e merto. Vide Astrea la grand’Alma, e tosto anch’Ella 35V’offrì la libra e ‘l brando; e Giano poscia Di sue leggi il tesoro; e ad ambi uguale, Nè mai mm pronta e mente e man prestaste. E forse allor che Interpetre e Ministro De’ suoi consigli Libertà mandovvi 40Alla Donna d’Insubria, il fè per pompa, Ambiziosa a mostrar, di quanta ardeste Di vero onore inestinguibil brama. E se Le balenò gioja sul volto All’iterato farvorir di Sorte, 45Che compagno seder Vi feo sul Soglio, Pria che al Seggio primier Virtù Vi ergesse,

Un lampo fu di quel, che ardeale in petto, Impaziente desir d’avervi in opra; Onde per varj aspetti Ella regnasse, 50Voi Preside ed autor. Riser le Dive E Nemesi e Salute allor che offriste Vigile e difensore e l’occhio e il braccio: Ma disperata a quel gioir la Colpa Le man si morse; e le tartaree pesti 55Fremero invano a’ nostri lidi intorno. Così Vi volle Libertate al lato, Sempre all’uopo maggior: finchè vestito D’Ostro e Corona rammentovvi a un tempo Ciò che faceste, e ciò che a far Vi resta; 60Che di fatica a Voi parlar si debbe, Non di riposo; ignota essendo ogni altra Al Vostro ardor, fuorchè in oprar, vicenda. Tale s’aggira irrequieto, e scende Dal Primo Foco all’imo suolo, e i corpi 65Penetra, scuote, illumina, colora Il tenue mobil Etere, poi torna Alla Rota maggior; nè qui si perde,

Ma, sè movendo, il moto ad altri imprime, Non mai dal Sol diviso, o parta, o rieda. 70Lunge da Voi ciò che d’ignavia è figlio! Ma chi d’inerzia osa dannare un Vate? Non fu vil ozio, che alle selve Amiro Trasse d’Arcadia, e che sovente incise Lasciar Vi feo sul Menalo le scorze 75Del nome di Colei, che lunga etate Del Vostro spirto ammiratrice e donna Vi accese in sen con miglior nume i carmi, E di sua man spesso intrecciovvi il lauro. Ahi dura invida morte! ahi lungo amaro 80Desiderio di Lei! che or forse andrebbe Della Ligure Cetra al suon sgombrando La Regia mente; e i vivi tratti alteri Mostrando a dito, ove de’ Prischi Eroi L’augusta Immago il Vostro volto adombra: 85E or chiederebbe alle Tenarie Porte In passaggiero don l’Ombra onorata Del nobil Pescator, che a Voi dinante,

Umido il sajo ancor del salso spruzzo, Di Nereidi e Triton guidasse un coro, 90Il seno colmi di coralli e conche, Tributo e pegno della fè, che il Mare De’ Vostri Avi al valor giurata osserva. Or poichè il Fato Ve la tolse, e Voi La lira e ’l plettro Le appendeste all’urna, 95L’altrui prendete; nè Vi sembri indegno Del Grado Vostro richiamar la fredda Di Lei membranza, e alla bell’Alma i casti Voti e affetti drizzar: che non ripugna Le Regie cure tranquillare, o Prence; 100E alle Muse dà loco Apollo ancora.

Prefazione

Ian-Jacopo Cavalli, nativo Genovese, e Notajo di professione, sarà sempre uno de’ più bei lumi della sua Patria nella Poetica Facoltà, coltivata da lui ne’ ritagli di tempo, che gli avanzavano dalle sue quotidiane occupazioni. Di esso la fama si è ristretta ne’ confini del Genovesato, perché fuor di questi non si stende la lingua, ch’egli scelse per interpetre della feconda sua fantasia. Non è stato egli il primo, che della natural favella della Liguria abbia fatto uso ne’ Poetici componimenti: lo precederono il Foglietta, e lo Spinola, il Casero, e il Dartona, e il Villa, ed altri; fra’ quali sebbene può trovarsi qualche differenza d’abilità, niuno però deve o puote paragonarsi col Cavalli, il quale gli ha superati di tanto, ch’egli con molto maggior ragione si meriti quel nome di Poeta Genovese, di cui già gloriavasi il Foglietta. Mallevadori di questa asserzione possono recarsi i verseggiatori coetanei, che francamente lo anteposero agli antichi, siccome fanno fede i Sonetti del Giustiniani, e dell’Assarino, uomo letteratissimo dell’età sua, rapportati nella seconda Parte di questa Raccolta; e il sempre infallibil giudizio del Pubblico, che del Cavalli ha richieste molte e varie edizioni, e tutte in poco tempo spacciate e rese rarissime, non mostrando ugual premura degli altri. Fra coloro che lo hanno seguitato, non saprei trovarne pur uno, che meriti luogo in Parnaso. Di quei nobilissimi Spiriti, che in Genova diedero opera alle Muse, ed oggi ancora viventi degni sono de’ primi scanni fra i Poeti, pochissimi sono, che nel natio linguaggio abbiano scritto, e questi ancora il fecero di rado, e per ischerzo, abbandonando poi alla polvere e all’oblivione questi medesimi giocosi trattenimenti; bramosi di teatro molto più ampio, in cui riscuotessero le meritate acclamazioni .

Non è rimasto però cotanto ignoto agli Stranieri, che a molti di questi non sia giunta, e ben chiara, la notizia di questo valente Scrittore. Vaglia per tutti il famosissimo Padre della Compagnia di Gesù, ornamento e promotore singolarissimo e gentilissimo della Sacra Poesìa, il quale non si saziava di leggere le Rime del Cavalli; e fra queste solea dire piacergli tanto il Ballin Ambasciao dri Pescoei, che lo anteponeva al panegirico di a Trajano. Sembrerà questa a molti un’iperbolica espressione: a me, e paesano e ammirator del Cavalli, non pare che giusta, se l’uno e l’altro Panegirico nel vero loro sembiante si vogliano considerare. Il medesimo Padre affermava, essere stato sentimento del celebratissimo Padre , della cui dotta e religiosa conversazione potè aver lungamente goduto, che bene impiegata sarebbe la noja d’imparare la favella Genovese, al solo fine di leggere il Cavalli: correggendo, dopo la seria lettura di esso, la forse troppa aria di superiorità, colla quale nel , Cap. 20 , si lasciò fuggire così a mezza bocca queste secche ignude parole: Ed in Genovese sono usciti nell’età nostra Poeti di qualche grido.

Che se de’ Nazionali ragioniamo, ne’ quali abbia avuta maggior forza l’amore della verità, che la passione pe ’l suolo natìo, v'è luogo a confermare cotanto la sentenza del Ceva, che sembri anzi non dire abbastanza con tutto quel suo splendidissimo paragone. , uomo senza dubbio immortale, e fino ad ora impareggiabile nel buon gusto del poemtare, ha accomunato al Cavalli quel titolo di singolare Ritrovatore, che con tanta giustizia insieme e gelosia egli a se medesimo attribuiva. Rapporterassi per intiero l’Elogio, ch’egli a lui vivente spedì in una sua lettera, nella quale dà a conoscere non meno la sua amicizia, che la sua sincera stima per quello. Il P. della Compagnia di Gesù, che oggi con tanto decoro della Nazion Genovese riempie e le Rettoriche Cattedre di Firenze coll’eruditissime sue lezioni, e il Mondo Letterario colla celebrità del suo nome, e coll’espettazione delle sue dotte fatiche sull’opere di , ha sempre tenuto in altisima stima un sì sovrano Scrittore (sono sue parole in una lettera ad un suo amico); e a commendazione della Lingua Genovese, in cui quegli scrisse, non ebbe difficoltà di dire in mezzo a Firenze in una sua orazione noll’apertura degli studj del 1736, stampata poi in Venezia, e susseguentemente in Augusta nel 1740, le seguenti parole: Quis sermo magis, quam Ligurium, Etruscis quidem auribus inconditus atque absonus habetur? Eum tamen Paulus Folieta vario scriptorum genere mirifice exortavit. Cavallus vero ex eadem gente, homo ingenii felicissimi, atque ad omnia, quod de Catone dictum adcepimus, versatilis, ad eam pulchritudinem ac venustatem patriam linguam suis scriptis evexit, ut illa (fidenter dicam) possit, tali Scriptore freta, cum quavis ex elegantissimis de dignitate certare.

Sarebbe forse usar violenza alla modestia di altri moltissimi valentuomini del nostro illuminatissimo secolo, e nazionali e stranieri, i quali hanno concetto del Cavalli, qual di uomo maraviglioso, se io pubblicassi appoggiato da' loro nomi il loro giudizio: non hanno essi voluto farlo palese: a me non tocca scoprire ciò che essi celarono. Egli è certo però, che ogni uom di buon gusto, sol che intenda il parlar Genovese, di qualunque nazione egli siasi, ne resta preso in tal guisa, che non può a meno di paragonarlo co’ più eccellenti Poeti di qualsivoglia età o sermone: tanta è la facilità, la dilicatezza, lo spirito che regna in tutte le composizioni di esso.

Non vuolsi negar tuttavia, che non abbia egli ancor qualche neo, contratto dall’universale contagio del corrotto secolo, in cui viveva: disgrazia comune a tutti coloro, che toccarono anche i primi confini dell’infelice Secento, non che a quei che vi menarono tutta l’età loro, o la parte maggiore. Nulladimeno deesi confessare a gloria del Cavalli, che se un qualche raro raffinamento, una qualche allusione ritrovasi ne’ suoi scritti, ciò accade in quelli soltanto, ne’ quali non parla il cuore, ma piuttosto l’ingegno, e conseguentemente che meno dimostrano il buon fondo e giudizio del Poeta; il quale dal paragone di Lui con Lui medesimo apertamente dimostrasi avere in cotali scherzi e lievi arguzie voluto condiscendere alquanto alla insana passion di que’ tempi, i quali facevano a se stessi un piacere di essere ingannati, nè gustavano l’armonia delle Rettoriche o Poetiche lodi, senza il frastuono d’un infinito conflitto di frasche e d’orpelli.

Volesse Dio, che così facil cosa fosse il purgarlo da queste macchie, come facile ci riuscirà il sottrarlo dall'altra miserabile conseguenza del medesimo secolo, il quale alla trascuratezza del candore ne’ sentimenti accoppiò l’estrema negligenza riguardo alla nettezza delle edizioni. Quattro varie ne ho vedute del Caval li, e tutte assai meschine e scorrette; nelle quali, oltre gli errori propri del Libbrajo, regna una incertissima, e conseguentemente oscurissima ortografia. Io mi prendo la libertà di fissarla, premettendo alcune regole per leggere con sicurezza. Se io avessi a render conto delle ragioni, le quali mi hanno determinato a fissare le tali o tali altre pronunzie, farei cosa ai più piena d’inutilità, a molti di noja: contentandosi il mondo, in materia di lingua, vale a dire spinosissima, di saper le pronunzie, senza rintracciarne il perchè. Ho aggiunte e là alcune poche noterelle, per illustrare alcuni o vocaboli o luoghi, de’ quali o l’uso è antiquato, od oscura la sintassi, o men conosciuta l’allusione. Avrei bramato di poter raccogliere le molte letterarie curiosità, le quai si porrebbono produrre comentando il nostro Poeta: ma poichè queste presupporrebbono la spiegazione di alcuni modi proverbiali Genovesi, de’ quali l’origine in altissime tenebre è sepolta, mi è convenuto affogar questa brama; non senza speranza mai, che i molti Signori Letterati della nostra Patria, bene informati degli antichi usi di Genova, non debbano prestarmi favorevole la lor opra, o per meglio dire il lor ozio in quelle ricerche, le quali non sono così leggiere o inutili, come alcuno si stima. Forse col tempo, e con questo ajuto ch’io dimando, porrassi in altra stagione ristampare in forma più nobile, arricchito e di note e di Toscane Versioni, per mezzo delle quali veggano le altre Regioni d’Italia un saggio almeno del gran Poeta, che è il CAVALLI.

Elogio del signor Gabriello Chiabrera sovra il Cavalli

Popoli della Grecia per li tempi antichi, abitando in varie Regioni, favellavano variamente; onde appellossi uno Idioma Attico, altro Dorico, ed altro Jonico, ed altro Eolico. Ciascuno di questi ebbe molti Scrittori e di chiara fama. Tal cosa non intervenne all'Italia anticamente, perchè altra scrittura non si usò, nè a noi è trapassata, salvo Romana. Dopo ammutolitasi la Lingua Latina, in Italia sorsero molti linguaggi, per la lunga dimora, che vi fecero Popoli Barbari: ma niuno ebbe pregio, se non fu il Fiorentino; e per lunga stagione e Prose e Versi solamente Fiorentinamente si dettarono. Ben leggesi presso in una Scrittura, ch’egli latinamente compose, ed appellolla De vulgari eloquentia, che sua opinione era, che d‘ogni lingua d’Italia si facesse quasi una messe; stimando così doverti più arricchire ed ornare la favella: ma non veggiamo essersi abbracciata sì fatta opinione; e però Fiorentinamente hanno gli uomini distesi i loro componimenti. A’ nostri giorni sorsero in Padova ed in Vicenza Spiriti vivaci e leggiadri, i quali poetarono sotto nome di e di in favella Vicentina e Padovana di Contado; e la loro eccellenza ha tratti uomini di senno a leggerli di buon grado. Ora vive uomo Genovese, che a nome chiamasi Gian-Jacopo Cavalli; ed egli ha composto in volgare di Genova Sonetti e Canzoni, rappresentando Amori di Pescatori e di personaggi plebei; ma per salda verità altro deono stimarsi che plebee Poesie. Egli ha tra le Muse potuto porre una lingua in pregio, la quale fra’ popoli era quasi in vilipendio; e per ischerzo ha rappresentate passioni di gente vile in favella disprezzata, per modo che meglio non si è fatto da Poeti chiari da buon senno in idiomi nobili; ed io non mi vergogno punto d’affermarlo. Veramente alcuna volta poetò quasi andando a diporto per lo Parnaso, e prese a dire le mortali battaglie che si diedero una volta i topi con esso i ranocchi; e quivi fu Omero senza fallo: ma egli non diede gloria al volgare Greco, già celebrato per ogni parte; solamente inalzò materia bassa con sua gran maestria. Gian-Jacopo Cavalli, imitando gravi passioni di minuta gente, ha rischiarata favella non conosciuta, e si forza a gli stranieri di apprenderla, per godere di cosa riputata non possibile ad avvenire; ed altri rimane con meraviglia, recandosi in mano componimenti presi a leggere con intendimenno di ridere solamente. Dunque se la favella è opera propria dell’uomo, il Cavalli, con onorare l’idioma Genovese, ha fatto onore alla sua nazione in cosa, onde gli abitatori delle nostre Riviere non rimanevano senza vergogna, adoperandola malamente. Per certo in ciò fare è stata nuova e strana vaghezza: ma la Liguria produce uomini Trovatori, e Trovatori di cose non immaginate e appena credute.

Regole d'Ortografia

â si pronunzia come aa, cioè un’a strascinata.

æ ed ǽ vale un e larghissima e strascinata.

æ’, un’e larghissima, ma tronca e corta.

ao dittongo vale ou Toscana, pronunziata distintamente.

e si pronunzia regolarmente stretta, fuorchè innanzi alla r, seguendo un'altra consonante, ove si pronunzia larga e strascinata, come in reversa, terra, inferno, &c.

ê vale un e stretta, ma strascinata, come ee.

ei dittongo si pronunzia distesa, ma in guisa che si posi l'accento più sopra la e, e questa sentasi più che la i.

î vale un i strascinata, come ii.

o si pronunzia ora stretta, ora larga, come fra' Toscani; ma la o stretta fra' Genovesi suona come u ne' Toscani.

o pronome, stretta; come, o disse, il dit, e' disse.

ó si pronunzia larga e strascinata.

ò si pronunzia larga, ma tronca e corta.

ô stretta come u Toscana, ma strascinata.

oi dittongo, in cui si sente più la i che la o, la quale però si pronunzia stretta.

œu trittongo francese, come cœur.

œü si pronunzierá come œuü.

u sempre stretta alla Francese.

Delle consonanti in genere deve osservarsi, che, quando sono raddoppiate, si pronunziano come se fossero una sola e semplice, in maniera che, la vocale antecedente pronunziandosi corta e come abbattuta sulla consonante seguente raddoppiata, si viene a sentire questo raddoppiamento.

ñ si pronunzia in guisa, che alla vocale antecedente lascia attaccato il suono di una n finale Francese, e poi essa suona come n toscana innanzi alla vocale seguente. Così nella voce peña, si pronunzia come se fosse pen, colla n finale Francese, e poi na toscana, pen-na.

r semplice in corpo alla dizione, quando, non accompagnata da altra consonante, precede ad una vocale, e nell'articolo ro, ra, ri, re, non si pronunzia, o, per meglio dire, si pronunzia così dolce, che appena se ne oda un leggier mormorìo: ma nel principio della dizione si pronunzia sempre, come in ræne, regatta, &c.

rr si pronunzia come r semplice, strasci- nando però la vocale antecedente, come se avesse l'accento circonflesso, terra, têra, morro, môro, &c.

s si pronunzia sempre aspro alla Toscana: ma inanzi alle consonanti, e alla vocale i, si pronunzia sempre col fischio di sc, come signora, scignora; stella, sctella. Si eccettuano le voci plurali de' nomi che hanno la terminazion singolare in sso, come: passi da passo, bassi da basso, &c. parimente le voci di seconda persona de' verbi terminanti in sso, come passi da passo verbo, abbassi da abbasso verbo; le quai voci si pronunziano colle due ss mute alla Toscana.

ss nelle voci esse, foisse, foissi, foissimo, foissan del verbo sostantivo si pronunziano come una sola s strascinando la vocale antecedente.

scc si pronunzia col fischio di sc, soggiuntovi poi il suono chiaro d'un'altra c, come scciavo, sc-ciavo.

x, sempre come la j Francese: dexe, come déja.

z si pronunzia dolce, ovvero come la s dolce de' Francesi.

ç, come in Francese façon ugualmente in ambedue le lingue Francese e Genovese.

Rime civili

fi

Oî, che a ro son de Çittara Zeneize Dri mæ sospiri in carta ve fæ spegio, Che inançi tempo me fen vegnî vegio, Da pœu che ro sorchetto Amô m’atteize,

Zà che Amô ve fa savii a re mæ speize, Mentre in sciù re mæ spalle fæ collegio, Aggǽme compassion così a ra megio, In no me condannâ sença defeize.

E mentre in leze me virei cangiao E ro nomme e ra forma dro gippon Aora in ommo de villa, aora in pescao,

Fǽve vegnî in mente un Salamon; Che se lê mæsmo è uscìo de semenao, Amô no amette lumme de raxon.

fi fi

A mi in fœura, e chi, mæ cœu, pensâvo, Che a tanto fœugo poesse moǽ resiste? Solo se, per miracoro de Criste, Vegnisse da l’inferno ro Diavo?

Per saveira, mæ cœu, considerâvo, Ch’hei da dâ cointo, corpo d’Antecriste? Zà che avei tanta façça da persiste, Dri mæ stenti che cointo me ne dâvo?

Ri mæ suoî (se ben no son ciù mê, Che ra vostra conscençia ri ha conseigo) Ve ri protesto e sbatto chì a ri pê.

Zà che con lô no v’onzo ni ve freigo, Donna, ri daggo (se no pecco a Dê) A ro Diavo. Gexo sæ comeigo!

fi fi

Ro torto, che reçeivo in questo Mondo, A ro tò Magistrato, Amô, m’appello. Crio giustiçia a gora de lavello Dro mæ patî, chi n’ha ni fin ni fondo.

Mœuvo a pietǽ l’abisso ciù profondo Con questo mæ cruissimo maxello: Ri sassi a son de lagrime strepello: Ra terra sott’e sovera confondo.

Giudica ti, ma con man giusta e netta, L’ingiustiçia d’un tanto desbaratto, Chi demanda a ro Çê sangue e vendetta.

Ma che sperâ da ti forma ò recatto, Giudiçe chi n’ha testa ni berretta? Ah nescio! che stravañio, e che son matto!

fi

Onna (megio dirò, se diggo stria, Allevâ tra re añime perdûe) Tanto intenta a bramâ che me destrue, Che no reste de mi pria sciù pria:

Perchè un dì questa festa sæ finìa, Zà che ra mæ desgraçia me condue, Resoluto de veime ò sciù ò zue, Vegno a dâ ra mæ vitta per spedìa.

Vegnimmo a meza lamma chì tra noî. In mill’agni che chiño comme scciavo Ro collo a tanti amareghi e doroî,

Dri mæ súi che descarrego me dâvo? Minetta, no sei persa? son mattoî: Sei persa, comm’è perso ro Diavo.

Onna, serpente de l’inferno crua, Uscìa da ro profondo de l’abisso, Per metteme a sbaraggio e in compromisso L’añima, in terra pe ro Çê nasciua:

Donna, a ro mondo (posso dî) vegnua, Comme Dommenendê forsi ha permisso, Per tormentâme, e fâme in breve schiçço Ro retrǽto d’un’añima perdua:

Zà che re mæ pecchǽ m’han condannao A così agra e dura penitença De pregâ sempre un marmaro incarnao,

Sbatto terra a ra fin dra paçiença; E de tanti sospiri che ho buttao Ve demando ra morte in recompensa.

Onna, quando m’appenso che agge avuo Fin chì con voî così cattiva sciorte, Sento vegnîme ri suoî dra morte, Giastemmo l’ora quando son nasciuo.

Con tutto questo, dæto e rebattuo, Se torno à vei quelle beneite porte, Me sento ciù che moǽ gaggiardo e forte: Me poæro in quello pointo renasciuo.

Poco primma, con veime int’re tenagge, Veime trattao da voî pezo che un can, De voî n’averǽ dæto int’re muragge.

Tornao che son in mi, tocco con man, Che vâ poco che sbatte e che m’arragge; Che hò bezœugno de voî ciù che de pan.

On questo cœu ciù morto assǽ che vivo, Con questi œuggi de lagrime aççuppǽ, Con ra corda a ro collo dra pietǽ, Minetta, questa lettera ve scrivo.

Mi, per graçia de Dê, fin a chì vivo: Ma tosto m’assemeggio a uña meistrǽ: Hò ro corô dri corpi sotterrǽ, Dro papê, donde chì me ve descrivo.

Minetta, a questo passo che sentî, In questo grao sì mizero m’attrœuvo, E tanto in là, che ciù no se pœu dî.

Voî, per chi tenti ascâdi ogni dì prœuvo, Stæ comme se sentissi discorrî Dre Indie perdue, dro Mondo nœuvo.

Uanto ciù me despœuggio, manco sâto. Añima mæ, che compassion è questa, Che faççǽ profession d’avei ra testa Dura ciù che re legne de l’appâto?

Che me tegnî ro morro così âto In ogni mæ giustissima requesta, Che voggǽ sempre che ve vegne in Questa Comme se foissi ro mæsmo Senato?

Che stagghe nœutte e dì con re moen zointe? Pregando, sença moæ veime exaudio, Passando a son de centi re strapointe?

E ch’aggǽ voî ro cœu sì incancario De voreime redue dro tutto in ninte? Gexo, misericordia de Dio!

Inetta, me ne vaggo quanto posso. Mœuro, mæ cœu, ma mœuro desgustao, Che, se vaggo de là, sarò forçao A descrovîve a voî ra porpa e l’osso.

Che se voî me mettei ra morte adosso, Me mandǽ sotteterra desperao, Se sarò d’ogni cosa interrogao, Comme posso passâmera de grosso?

Mæ cœu (tremmo de dîra) e che doroî Saran ri mæ de veime in quello intrigo? Añima cara, e che sarà de voî?

Minetta, poei, schivâ questo perigo? Dighemmosera netta chì tra noî: Donca vorei fâ rie l’iñemigo?

Añima mæ, voî fæ cointo che cante: Ve mettei ra pietǽ sotta ri pê. Me resorvo a fâ cera da brocchê, Comme voî fæ oregge da mercante.

Diggo in voxe cærissima e lampante, Che cangǽ verso per amô de Dê, Che, se no, voî sei persa a parei me, Minetta: no ve poære stravagante.

Comme voreivo in somma che piaxe Uña tanta superbia a ro Segnô, Se ro Segnô, lê mæsmo è tutto paxe?

Minetta, temperǽ tanto rigô. No vei, quanto ro Çê se compiaxe, Quando re creature s’han amô?

ruxo e crio comme un añima dannâ Dì e nœutte pietǽ dent’ro mæ cœu. A l’inferno, che prœuvo, no se pœu Tutto l’inferno insemme assemeggiâ.

Re prie mæsme, se poessan parlâ, Per compatîme mandereivan fœu Voxe e lamenti comme d’un chi mœu, Urli da fâ ra terra spaventâ.

Voî sola, che sei caoza che mi crie Questa gran compassion fin a ro Çê, M’hei manco caritǽ, che n’ha re prie.

Ançi fæ con re moen e con ri pê Perchè ro Trentamiria se ne rie, Con veime tormentao mi ciù che lê.

æ cœu, se ro croâve un dì a ri pê Foisse un sódâ tra noî ro nostro cointo, Quanto a mi, l’averǽ per un pan vointo, Per levâmeve un giorno d’adderrê.

L’un’e l’atro dirǽ: Laodao sæ Dê! Mi sarǽ fœu d’un tanto laberinto; Voî, zà che fæ de mi sì poco cointo, Giubileressi sciù ri sette Çê.

Ma perchè, vitta mæ, ra veggo nasce, Che, se ben sarò morto e sotterrao, No ghe sarà moǽ verso che ve lasce,

Purgo donca deçà ro mæ peccao. Onde pœu stâ che ancora un dì v’incasce, Che a torto son da voî sì tormentao.

uanto ciù ro çervello me lambicco Aprœuvo a questi versi benedetti, Per vei de mœuve a força de Sonetti Questa Crua, chi me ten sempre a l’appicco,

M’interven giusto comme a l’arabicco: Me ne vaggo in pancœutto e menuetti: Ogni dì ciù me cazze ri noetti, Con vei che ogni dì manco ra bosticco.

Façço ri versi, sempre ri taggiucco: Ghe staggo dì e nœutte tanto adosso, Che no ghe lascio un minimo pelucco.

Ma mentre m’assassiño a ciù no posso, Che peiro a lô ra ciumma, e ri pelucco, Amô me peira a mi ra porpa e l’osso.

e ra vitta, che façço e che hò da fâ, (Se no veggo atro) in tempo de mæ vitta, M’avesse da servî per l’atra vitta, M’avesse in l’atro Mondo da zovâ,

Spererǽ d’avei tanto a meritâ, Minetta cara, in quell’eterna vitta, Che avessi ancon da leze ra mæ vitta, Che avessi ra mæ veiria a zazzunâ:

Che se deçà me destrascǽ sì a torto, In penitençia dro vostro peccao Me vegnissi anco a fâ ro collo torto:

Che con veime cresciuo tanto de grao, Se vivo aora ve spuçço ciù che un morto, Che morto v’œuritasse de moscao.

Æ cœu, ben veggo che ro stâve a fâ Ra tintinolla aprœuo, ro cianzorin, L’è tutto tempo perso, e in sciù ra fin Che ro tutto in un ninte ha da sparâ:

Che voî sei bella vòtta ond’hei d’andâ, Faççe pù quanto sò ro pigoggin: Che, se ve fesse mille pellegrin, A ri pê sciù ra fin v’hò da croâ.

Ma che posso ciù fâ? Zà sento a l’osso Zœumoæ ra freve in viçio deçernuo: Zà voî m’avei troppo possesso adosso.

Averò fæto quello che hò posciuo: Sarò scuzao: dirò, se ciù no posso: Paçiençia! Minetta n’ha vosciuo!

uando ro Sô comença a tramontâ, Stanco d’avei stentao tutto ro giorno Mi, che bruxo de dentro comme un forno, Escio a vei se me poesse refrescâ.

Dopo avei dæto quarche passeggiâ, E saruao Minetta, me ne torno: Stanco comm’un cavallo de retorno Me vaggo in cà de nœuvo a sotterrâ.

Lì façço ri mæ cointi in sciù re die, Che cazzo da ra poela dent’re braxe, Che Amô infin no vœu che me ne rie.

No trovando partìo chi me piaxe, Sbatto ra terra d’esto mondo chìe: Così me metto re mæ mente in paxe.

e pâ giusto a ro zœugo de Promera D’avei çinquanteçinque con ra man, Quando ve veggo a sciorte int’ro mezzan, Che me fæ graçia de trâ fœu ra cera.

Se foisse Generâ d’uña gran Schera, O se foisse Ræ’ d’India ò dro Giappan, No ve crei miga, a fæ’ de Crestian, Che giubilasse dentro in tâ manera.

Che uña sola oggiaretta, che me dæ, Me porta dent’ro cœu tanto contento, Quanto porta a ri Ræ’ re sœu Çittǽ.

Ma se parlâ, se sospirâ ve sento, Darǽ ri mondi a trei per doî dinǽ, Se ghe ne foisse çento votte e çento.

onna, zà che per lagrime e per centi, Onde porto zœumoǽ ra vista torta; Zà che con questa cera e fûta e smorta No basto a fâve fæ’ dri mæ tormenti;

Frusto da tenti amareghi e bestenti, Descreditao con voî (che ciù m’importa) Metto re ciave ancœu sotta ra porta, Resoluto d’andâ pe ri mæ venti.

Addio, donna, me parto e vivo e san, Ro pezo che poei fâ, ve ne poei rie, Che parto a ra lovesca comme un can.

Minetta, addio, ve cianto bello chìe. Ro tempo ve farà toccâ con man. Chi è veramente bestia, ò voî, ò mìe.

onna, zà che ton tanto studio e cura Ve mostrǽ così gravia dro mǽ scento, Per saolâve, a ri pê me v’apprezento, Ma ciù per bestia che per creatura:

No zà per fâve moǽ cangiâ natura, Che questo no me cazze in pensamento; Ma per dâve a ra fin questo contento, De mette a sacco ra mæsma figura.

Cosìe in manco assǽ d'un quarto d'ora Ve trarrei da ro cœu questo roziggio, Con liverâ de metteme in malora.

L’un l’atro se trarremmo de letiggio: Voî finirei de ciódeve ra gora; Mi, de spuççâve da ra larga un miggio.

æ cœu, seben per voî son dent’re picche, Ond’Amô dì e nœutte m’assequæra, Ho ro cœu largo comme uña tortæra, Chi me conseggia che no me bosticche.

Ognun pe ra Çittǽ me fa re ficche: Tutto ro Mondo se ne fa gazzæra. Mi façço dro mæ mâ festa e bombæra: Rio, per no parei che me ne picche.

Ançi quando quarcun se n’ascramaña, Diggo che in voî no gh’è corpa nisciuña, Che me son lamentao de gamba saña.

Dezinganno re gente a uña a uña: M’inganno mi d’andâ troppo a ra ciaña. Dî voî, se son taggiao de bonna luña!

e passo in passo un pensamento nœuvo Pâ che a ro cœu me picche, e me consegge Che sæ tosto raxon che me revegge, Con trovâme a ro segno che me trœuvo.

Tra mi mæsmo re osse me descrœuvo: No sò trovâ, con che raxon me degge Rezeve dì e nœutte re oregge, Con stâ voî sempre in Scacco, no me mœuvo.

Così da l’uña parte ra sperança, Da l’atro lao ra desperaçion Me tegnan nœutte e dì sempre in barança.

Infin pâ che me ditte ra raxon, Che agge da veive ancon pietosa e mansa, Se ben foissi ciù forte che Sanson.

Son de tromba tutta ra Çittǽ Dixe che in Çê s’è visto ra cometa. Tutto ro Mondo prîca, che s’aspeta Quarche grosso castigo de pecchǽ.

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