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ATO TI DAI
IN APPENDICE « EMILIO E SOFIA O I SOLITARI »
TRADUZIONE DI AUGUSTO CASTALDO VOLUME PRIMO FIRENZE ADRIANO SALANI, EDITORE
Libro Primo 23
Che significa questo? Non vi sono forse delle abitudini che non si contraggono se non a forza, e che non soffocano mai la natura? Tale è, per esempio, l'abitudine delle piante delle quali si ostacola la direzione verticale. La pianta liberata conserva l’inclinazione che la si è costretta a prendere; ma il succo non ha cambiato perciò la sua direzione primitiva, e se la pianta continua a vegetare, il suo prolungamento ritorna verticale. È lo stesso delle inclinazioni degli uomini. Finchè si resta nel medesimo stato, si possono conservare quelle che risultano dall’abitudine e che ci sono le meno naturali ; ma tosto che muta la situazione, l’abitudine cessa e la natura ritorna. L'educazione non è certo che un'abitudine. Ora non vi sono delle persone che dimenticano e perdono la loro educazione e altre che la conservano? Donde proviene questa differenza? Se bisogna limitare il nome di natura alle abitudini conformi alla natura, si può fare a meno di questa filastrocca.
Noi nasciamo sensibili, e dalla nascita siamo impressionati in diversi modi dagli oggetti che ci circondano. Tosto che abbiamo, per così dire, la coscienza delle nostre sensazioni, siamo disposti a cercare o a fuggire gli oggetti che le producono, prima secondo ch’esse ci sono piacevoli o sgradevoli, poi secondo la convenienza o la sconvenienza che troviamo tra noi e quegli oggetti, e finalmente secondo i giudizii che ne facciamo per l’idea di felicità o di perfezione che la ragione ci dà. Queste disposizioni si estendono e si consolidano via via che diventiamo più sensibili e più illuminati; ma, costrette dalle nostre abitudini, si alterano più o meno colle nostre opinioni. Prima di questa alterazione, esse sono ciò ch'io chiamo in noi natura. A queste disposizioni primitive adunque bisognerebbe riferire tutto ; e ciò si potrebbe, se le nostre tre educazioni fossero solo differenti: ma che fare quando sono opposte, quando invece d’educare un uomo per se stesso, si vuole educarlo per gli altri? Allora il concerto è impossibile. Costretto a contrastare colla natura o colle istituzioni sociali, bisogna scegliere se fare un uomo o un cittadino ; poichè non si può a un tratto fare l'uno e l’altro.
Ogni società parziale, quando è ristretta e ben unita, si isola dalla grande. Ogni patriotta è duro verso gli stranieri: essi non sono che uomini, e quindi non sono niente ai suoi occhi. *
Quest’inconveniente è inevitabile, ma è leggiero. L'essenziale è di essere buono colle persone colle quali si vive. Fuori lo Spartano era ambizioso, avaro, iniquo: ma regnavano fra le sue mura il disinteresse, l'equità, la concordia. Diffidate di quei cosmopoliti che vanno a cercare lontano nei loro libri i doveri che essi disdegnano di adempiere intorno a sè. Qualche filosofo ama i Tartari, per essere dispensato dall’amare i suoi vicini.
L'uomo naturale è tutto per sè; è l’unità numerica, l’intero assoluto, che non ha rapporto che con se stesso o col suo simile. L'uomo civile non è che un'unità frazionaria che è connessa al denominatore, e il cui valore sta nel suo rapporto coll’ intero, che è il corpo sociale. Le buone istituzioni sociali sono quelle che sanno meglio snaturare l’uomo, togliergli la sua essenza assoluta per dargliene una relativa, e trasferire l'io nell'unità comune; di guisa che ciascun particolare non si creda più un’unità, ma parte dell’unità, e non sia più sensibile che nel tutto. Un cittadino di Roma non era nè Caio nè Lucio ; era un Romano: parimenti egli amava esclu-
1 Così le guerre delle repubbliche sono più crudeli che quelle delle monarchie. Ma, se la guerra dei re è moderata, la loro pace è terribile: è meglio essere loro nemico che loro suddito.
LIBRO PRIMO 25 sivamente la patria sua. Regolo pretendeva di essere Cartaginese, essendo diventato proprietà dei suoi padroni. In tale qualità di straniero rifiutava di sedere nel senato di Roma; e bisognò che un Cartaginese gliel'ordinasse. Egli s'indignava che gli si volesse salvare la vita. Vinse, e se ne ritornò trionfante a morire tra i supplizii. Ciò non ha gran riscontro, mi sembra, cogli uomini che conosciamo.
Lo spartano Pedareto si presenta per essere ammesso nel consiglio dei trecento ; è respinto. Egli se ne ritorna tutto lieto che si siano trovati in Sparta trecento uomini migliori di lui. Io suppongo sincera questa dimostrazione, e vi è luogo a crederlo: ecco il cittadino.
Una donna di Sparta aveva cinque figli nell’armata, e attendeva notizie della battaglia. Arriva un Ilota ; essa gliene chiede tremante. «I vostri cinque figli sono stati uccisi. — Vile schiavo, t'ho io domandato questo ? — Noi abbiamo avuto la vittoria. » La madre corre al tempio e ringrazia gli Dei.
Ecco la cittadina.
Chi, nell'ordine civile, vuol conservare la primitività dei sentimenti di natura, non sa ciò che vuole. Sempre in contraddizione con se stesso, sempre ondeggiante tra le sue inclinazioni e i suoi doveri, non sarà mai nè uomo nè cittadino, non sarà buono nè per sè nè per gli altri. Sarà uno degli uomini dei nostri giorni, un francese, un inglese, un borghese ; non sarà niente.
Per essere qualche cosa, per essere se stesso e sempre uno, bisogna operare come si parla; bisogna essere sempre deciso sul partito che si deve prendere, prenderlo altamente e seguirlo sempre. Io aspetto che mi si mostri un tale prodigio per sapere se è un uomo o un cittadino, o come egli si regola per essere ad un tempo l'uno e l’altro.
Da questi obbietti necessariamente opposti derivano due forme d'istituzioni contrarie; una pubblica e comune, l’altra privata e domestica.
Volete avere un'idea dell’educazione pubblica? Leggete la Repubblica di Platone. Non è affatto un’opera di politica, come credono quelli che giudicano i libri dal solo titolo: è il miglior trattato di educazione che mai si sia fatto.
Quando si vuol mandare qualcuno al paese delle chimere, si nomina l'istituzione di Platone. Se Licurgo non avesse fondato la sua che per iscritto, io la troverei ben più chimerica. Platone non ha fatto che purificare il cuore dell’uomo ; Licurgo l’ha snaturato.
L'istituzione pubblica non esiste più, e non può più esistere; perchè, dove non c’è più patria, non possono più esservi cittadini. Queste due parole patria e cittadino debbono essere cancellate dalle lingue moderne. Io ne so bene la ragione, ma non voglio dirla, perchè non serve al mio soggetto.
To non considero come un'istituzione pubblica quei ridicoli stabilimenti che si chiamano collegi. * Io non calcolo di più l’educazione della società, perchè quest’educazione, tendente a due fini contrari, vien meno a tutti e due: essa non vale che a fare degli uomini doppi, che sembrano sempre far tutto per gli altri, e fanno tutto solamente per se stessi. Ora queste dimostrazioni essendo comuni a tutti, non ingannano nessuno. Sono altrettante fatiche perse.
Da queste contraddizioni nasce quella che noi proviamo continuamente in noi stessi. Trascinati dalla natura o dagli uomini per strade contrarie, costretti
1 Ci sono in molte scuole, e specialmente nell’ Università di Parigi, dei professori che io amo, stimo e credo capaci d'’ istruire bene la gioventù, se non fossero costretti a seguire l’uso stabilito. Io esorto uno di essi a pubblicare il progetto di riforma che ha concepito. Si sarà forse indotti a guarire il male, Vedendo che non è senza rimedio.
LIBRO PRIMO HT a dividerci tra questi impulsi diversi, noi ne seguiamo uno composto, che non ci mena nè all’una nè all’altra meta. Così combattuti e ondeggianti per tutto il corso della nostra vita, la terminiamo senza aver potuto accordarci con noi stessi, e senza essere stati buoni nè per noi nè per gli altri.
Resta infine l'educazione domestica o quella della natura. Ma che cosa diventerà per gli altri un uomo unicamente formato per sè? Se mai il doppio obbietto che ci proponiamo potesse riunirsi in un solo, togliendo le contraddizioni dell’uomo, si toglierebbe un grande ostacolo alla sua felicità. Bisognerebbe, per giudicarne, vederlo tutto formato ; bisognerebbe avere osservato le sue inclinazioni, visto i suoi progressi, seguìto il suo cammino : bisognerebbe, in una parola, conoscere l’uomo naturale. Io credo che si sarà fatto qualche passo in tali ricerche dopo aver letto questo scritto.
Per formare quest'uomo raro, che cosa dobbiamo fare? Molto, senza dubbio: impedire che si faccia la minima cosa. Quando non si tratta che d’andare contro vento, si bordeggia; ma se il mare è grosso e si vuole restare fermi, bisogna gettare l’àncora. Bada, giovane pilota, che la tua corda non si fili e la tua àncora non si stacchi e la nave non si allontani dalla riva prima che tu te ne sia accorto.
Nell’ordine sociale, dove tutti i posti sono assegnati, ciascuno dev'essere allevato pel suo. Se un privato fatto per il suo posto ne esce, non è più adatto a niente. L'educazione non è utile se non in quanto la fortuna si accordi con la vocazione dei genitori; in ogni altro caso è dannosa all’alunno, non fosse che pei pregiudizii che gli ha dato. In Egitto, dove il figlio era obbligato ad abbracciare lo stato del padre, l'educazione almeno aveva una mira sicura ; ma tra noi, dove le sole classi sociali restano, e dove gli uomini mutano continuamente, nes-
- suno sa se, allevando il proprio figlio per la sua, egli non s'adoperi contro di lui,
Nell'ordine naturale, essendo gli uomini tuttii eguali, Ia loro vocazione comune è lo stato d'uomo; e chiunque è ben educato per questo, non può adempiere malamente quelli che vi si riferiscono. Che si destini il mio scolaro alla spada, alla chiesa, al foro, poco m’ importa. Prima della vocazione dei genitori la natura lo chiama alla vita umana. Vivere è l’arte che io gli voglio insegnare. Uscendo dalle mie mani egli non sarà, ne convengo, nè magistrato, nè soldato, nè prete: egli sarà principalmente uomo ; tutto ciò che un uomo dev'essere, egli saprà esserlo all'occorrenza, tanto bene come qualsiasi altro, e se anche la fortuna potrà fargli mutar posto, egli si troverà sempre al suo. Occupavi te, Fortuna, atque cepi, omnesque aditus tuos interclusi, ut ad me adspirare non posses.*
Il nostro vero studio è quello della condizione umana. Chi fra noi sa meglio sopportare i beni e i mali di questa vita, è, a parer mio, il meglio educato: donde segue che la vera educazione consiste meno nei precetti che negli esercizii. Noi cominciamo ad istruirci cominciando a vivere ; la nostra educazione comincia con noi; il nostro primo maestro è la nutrice. E questa parola educazione aveva presso gli antichi un altro senso che noi non le diamo più: significava nutrimento. Educit obstetrix, dice Varrone, educat nutrix, instituit paedagogus, docet magister.? Così l'educazione, l'istruzione, l' insegnamento sono tre cose tanto differenti nel loro obbiet-
1 Occupati, ecc. ‘Ti ho prevenuto, o Fortuna, e ti ho preso, e ho chiuso tutte le tue strade, perchè tu non potessi raggiungermi. CICERONE, Tusculane, V, cap. 9.
2 Educît, ecc. L'ostetrica trae fuori, la nutrice alleva, il pe- SEI istruisce, il maestro insegna. VARRONE, presso Nonio Marcello.
LIBRO PRIMO 29 to, quanto sono differenti la governante, il precettore e il maestro. Ma queste distinzioni sono male intese; e per essere ben condotto, il fanciullo non deve seguire che una sola guida.
Bisogna dunque generalizzare le nostre vedute e considerare nel nostro alunno l’uomo in astratto, l’uomo esposto a tutte Ie vicende della vita umana. Se gli uomini nascessero attaccati al suolo di un paese, se la medesima stagione durasse tutto l’anno, se ciascuno fosse legato alla sua fortuna in modo da non poterla mai cambiare, la pratica stabilita sarebbe buona per certi riguardi; il fanciullo formato per il suo stato, non uscendone mai, non potrebbe essere esposto agli inconvenienti di un altro. Ma, vista la mutabilità delle cose umane, visto lo spirito inquieto e turbolento di questo secolo che scompiglia tutto ad ogni generazione, si può concepire un metodo più insensato che di educare un fanciullo come s’egli non avesse mai ad uscire dalla sua stanza, come se dovesse essere continuamente attorniato dai suoi? Se lo sventurato fa un solo passo sulla terra, se discende un solo scalino, è perduto. Questo non è insegnargli a sopportare il dolore, è esercitarlo a sentirlo.
Non si pensa che a conservare il proprio figlio ; non basta: bisogna insegnargli a conservarsi essendo uomo, a sopportare i colpi della sorte, ad affrontare l'’opulenza e la miseria, a vivere, se fa d'uopo, fra i ghiacci d’Islanda o sulle scottanti rocce di Malta,
Avete voglia di prendere precauzioni perch’ egli non muoia: bisognerà tuttavia che muoia; e quando anche la sua morte non fosse l’opera delle vostre cure, queste sarebbero sempre mal intese. Non si tratta tanto d’impedirgli di morire quanto di farlo Vivere.
Vivere non è respirare, è agire; è fare uso dei nostri organi, dei nostri sensi, delle nostre facoltà, di tutte le parti di noi stessi, che ci danno la sensazione della nostra esistenza. L'uomo che ha vissuto di più, non è quello che ha contato più anni, ma quello che ha sentito maggiormente la vita. Tale s’ è fatto seppellire a cento anni, che morì fin dalla nascita. Egli avrebbe guadagnato andando alla sepoltura in giovinezza, se avesse almeno vissuto fino a quel tempo. Tutta la nostra sapienza consiste in pregiudizii servili; tutte le nostre usanze non sono che soggezione, impedimento e costrizione. L'uomo civile nasce, vive e muore nella schiavitù: alla nascita lo si cuce in una fascia; alla morte lo s'inchioda in una bara; finchè conserva l’aspetto umano, è incatenato dalle nostre istituzioni.
Si dice che molte levatrici pretendono, plasmando la testa dei neonati, di darle una forma più conveniente, e lo si tollera! Le nostre teste sarebbero brutte come furono formate dal Creatore della nostra esistenza: noi abbiamo bisogno che siano formate fuori dalle levatrici, e dentro dai filosofi. I Caraibi sono per metà più felici di noi.
«Appena il fanciullo è uscito dal seno materno e appena gode della libertà di muovere e di stendere le sue membra, gli si impongono nuovi legami. Lo s'infascia, lo si corica col capo immobile e le gambe allungate, le braccia pendenti ai lati del corpo ; egli è attorniato di biancheria e di bende d’ogni sorta, che non gli permettono di cambiar posizione. Felice se non lo si è stretto al punto d' impedirgli il respiro, e se si è avuto la precauzione di coricarlo su di un lato, affinchè le bave che deve versare dalla bocca possano colare da se stesse; perchè egli non avrebbe la libertà di girare la testa di fianco per facilitarne lo scolo. » 1
1 Storia naturale, tom. IV, pag. 190.
LIBRO PRIMO s1
Il neonato ha bisogno di stendere e imuovere le membra per toglierle dall'intirizzimento, in cui, raggomitolate, sono rimaste così a lungo. Le si distendono, è vero, ma si toglie loro la libertà di muoversi; s' imprigiona anche il capo in testiere: pare che si tema che il neonato mostri d’esser vivo.
Così l impulso delle parti interne di un corpo che tende al proprio sviluppo trova un ostacolo invincibile ai movimenti che desidera. Il bimbo fa continuamente degli sforzi inutili che spossano le sue forze o ritardano il loro progresso. Egli stava meno allo stretto, meno impedito, meno compresso nell’utero, che non ora nelle fasce: io non vedo che cosa abbia guadagnato a nascere. L’inazione, la costrizione in cui si tengono Ie membra di un bimbo, non possono che impedire la circolazione del sangue e degli umori, impedire al bimbo di fortificarsi e di crescere, e alterare la sua costituzione.
Nei paesi dove non si usano queste precauzioni stravaganti, gli uomini sono tutti grandi, forti e ben proporzionati. I paesi dove si fasciano i fanciulli, pullulano di gobbi, di storpi, di zoppi, di rachitici, d’individui contraffatti d'ogni specie. Per paura che i corpi si sformino con movimenti liberi, ci si affretta a sformarli mettendoli sotto pressione, Si renderebbero volentieri rattrappiti, per impedire che si storpino.
Una costrizione così crudele potrebbe non infiuire sul loro umore, come sul loro temperamento ? Il loro primo sentimento è un sentimento di dolore e di sofferenza: essi non trovano che ostacoli a tutti i movimenti di cui hanno bisogno: più infelici che un delinquente ai ferri, fanno vani sforzi, s’irritano, gridano. Le loro prime voci, voi dite, sono dei pianti? Lo credo bene: voi li contrariate fin dalla nascita; i primi doni che ricevono da voi sono delle catene; i primi trattamenti che provano sono dei
32 EMILIO 0 DELL’ EDUCAZIONE tormenti. Non avendo niente di libero che la voce, come potrebbero fare a meno di servirsene per lamentarsi? Essi gridano pel male che fate loro ; così imprigionati, voi gridereste più forte di essi.
Donde nasce quest’usanza irragionevole? Da una usanza snaturata. Poichè le madri, disprezzando il loro primo dovere, non hanno più voluto allattare i loro figli, bisognò affidarli a donne mercenarie, le quali, trovandosi così madri di bimbi estranei, pei quali la natura non ispirava loro nulla, non hanno cercato che di risparmiarsi gli affanni. Sarebbe stato necessario vegliare continuamente sopra un bimbo libero; ma, quando egli è ben legato, lo si getta in un angolo senza preoccuparsi dei suoi gridi. Purchè non si abbiano prove della negligenza della nutrice, purchè il bimbo non si rompa nè un braccio nè una gamba, che importa alla fin fine ch'egli perisca o rimanga infermo pel resto dei suoi giorni? Si conservano le sue membra a spese del suo corpo; e checchè avvenga, la rutrice è al coperto.
Queste affettuose madri che sbarazzatesi dei figli si abbandonano gaiamente ai divertimenti della città, sanno intanto quale trattamento il bimbo in fasce riceve in campagna? Al primo bisogno che capita, si appende il lattante ad un chiodo come un involto di panni; e mentre, senz’affrettarsi, la nutrice attende alle cose sue, il malcapitato rimane così crocifisso. Tutti quelli che sono stati trovati in tale posizione avevano il viso color viola ; poichè il petto fortemente serrato non lasciava circolare il sangue, questo gli saliva alla testa ; e si credeva che il paziente fosse tranquillissimo, perchè non aveva la forza di gridare. Io non so quante ore un bimbo possa restare in tale stato senza morire, ma dubito che ciò possa durare molto a lungo. Ecco, io penso, una delle maggiori comodità delle fasce.
Si pretende che i bambini in libertà potrebbero prendere delle false posizioni e fare dei movimenti capaci di nuocere alla buona conformazione delle loro membra. Ecco uno di quei vani ragionamenti della nostra falsa saggezza, che non è mai stato confermato da nessuna esperienza. Della moltitudine di bambini i quali, presso popoli più sensati di noi, sono alimentati nella piena libertà delle loro membra, non se ne vede uno solo che si ferisca o si storpi: essi non saprebbero dare ai proprii movimenti la forza che può renderli dannosi, e quando prendono una cattiva posizione, il dolore li avverte subito di cambiarla.
Non abbiamo ancora pensato di mettere in fasce i parti dei cani e dei gatti; si vede forse che resulti per essi qualche inconveniente da tale negligenza ? I I bambini sono più pesanti; siamo d’accordo; ma , in proporzione sono anche più deboli. A stento pos- ? sono muoversi ; come potrebbero storpiarsi ? Se li distendessimo sulla schiena, morrebbero in questa posizione, come la tartaruga, senza mai potersi voli tare.
Non paghe d’aver lasciato di allattare i proprii bimbi, le donne smettono di volerne procreare ; la conseguenza è naturale. Giacchè lo stato di madre
l è pesante, si trova subito il mezzo di liberarsene affatto: si vuol fare un’opera inutile, per ricomin-
\ ciarla ogni giorno, e si rivolge a danno della specie l’allettamento dato per moltiplicarla. Quest’uso uni-
ll to alle altre cause di spopolamento ci annunzia il
i 3 prossimo destino dell’ Europa. Le scienze, le arti, la filosofia e i costumi ch’essa produce non tarde-
ranno a farne un deserto. Essa sarà popolata da
Î bestie feroci; non avrà troppo mutato abitanti. Io ho visto qualche volta i piccoli rigiri delle giovani madri che fingono di volere allattare i proprii figli. Sanno farsi costringere a rinunziare a tale fantasia: fanno destramente intervenire i mariti, i mei D
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2-1 dici, e principalmente le madri. Un marito che osasse permettere che sua moglie allatti il suo bimbo, sarebbe un uomo perduto: lo si giudicherebbe un assassino che vuole sbarazzarsi di lei. O mariti prudenti, bisogna immolare alla pace l’amore paterno. Buon per voi che si trovino in campagna donne più continenti delle vostre! Felici ancora, se il tempo che queste vostre guadagnano, non è destinato ad altri che a voi!
Il dovere delle madri non è dubbio ; ma si disputa se, dato il disprezzo che mostrano per esso, sia lo stesso pei bambini essere nutriti dal loro latte o da quello di un’altra. Io credo risolta secondo il desiderio delle donne! questa quistione, della quale sono giudici i dottori ; e, per me, penserei anche che sia meglio che il bimbo succhi il latte di una nutrice di buona salute che quello di una madre mal sana, S'egli avesse a temere qualche altro malanno dal medesimo sangue da cui è formato.
Ma la quistione deve guardarsi solo dal lato fisico? E il fanciullo ha forse meno bisogno delle cure di una madre che della sua mammella ? Altre donne, e magari degli animali, potrebbero dargli il latte ch’essa gli nega: ma le premure materne non si possono supplire. Quella che alimenta il figlio altrui invece del suo è una cattiva madre ; come potrà essere una buona nutrice? Potrà diventarlo, ma lentamente ; bisognerà che l'abitudine cambi la natura; e il bambino mal custodito avrà il tempo di morire cento volte prima che la sua nutrice abbia acquistato per lui tenerezza di madre.
1 La lega delle donne e dei medici m’ è sempre parsa una delle più amene singolarità di Parigi. Per mezzo delle donne i medici acquistano la loro riputazione, e per mezzo dei medici, le donne fanno quello che vogliono. Quindi si arguisce quale sia il genere d’abilità che occorre ad un medico di Parigi per diventar celebre,
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Da questo medesimo vantaggio deriva un inconveniente, che solo dovrebbe togliere ad ogni donna sensibile il coraggio di fare allattare suo figlio da un’altra: si tratta di far parte altrui del diritto di madre o piuttosto di rinunziarci; di vedere il proprio figlio amare un’altra donna come e più di lei; di sentire che la tenerezza ch'egli serba per la propria madre è una grazia, e che quella che nutre per la madre adottiva è un dovere: perchè a colei, in cui ho trovato le cure d'una madre, non dovrei la tenerezza di un figlio? Il modo con cui si rimedia a questo inconveniente è d’ispirare ai bambini del disprezzo per le proprie nutrici, trattandole come delle vere serve. Quando il loro servizio è finito, si ritira il bimbo o si licenzia la nutrice; a forza di riceverla male, le si fa passare la voglia di venire a trovare il suo figlioccio. A capo di qualche anno, egli non la vede e non la conosce più,
La madre che crede di sostituirsi ad essa e rimediare alla sua negligenza con la crudeltà, sbaglia. Invece di fare un tenero figlio di un alunno snaturato, essa l’esercita nell’ingratitudine; essa gl’ insegna a disprezzare un giorno colei che gli diede la vita come colei che lo ha nutrito del suo latte.
Quanto insisterei su questo punto, se fo$se meno scoraggiante ribattere invano sopra argomenti utili! Ciò ha attinenza con più cose di quello che non si creda. Volete restituire tutti ai primi doveri? Cominciate dalle madri; e resterete maravigliati dei cambiamenti che produrrete. Tutto proviene successivamente da questa prima depravazione: tutto l’ordine morale si altera ; il naturale si spegne in tutti i cuori; l’interno delle case assume un’aria meno viva; il tenero spettacolo di una famiglia nascente non attira più il marito, non impone più riguardi agli estranei; si rispetta meno quella madre della quale non si vedono i figli; non vi è residenza nelle famiglie ; l'abitudine non rafforza più i legami del sangue; non vi sono più nè padri, nè madri, nè figli, nè fratelli, nè sorelle ; tutti si conoscono appena, come potrebbero amarsi? Ciascuno pensa a sè. Quando la casa non è altro che una tetra solitudine, bisogna bene andare ad allietarsi altrove.
Le madri si degnino d’allattare i loro bimbi, i costumi si riformeranno da sè, i sentimenti della natura si desteranno in tutti i cuori; lo Stato si ripopolerà ; questo primo punto, questo solo punto è capace di riunir tutto. L’attrattiva della vita domestica è il migliore contravveleno dei corrotti costumi. Il baccano dei bambini che si crede importuno diventa, piacevole ; esso rende il padre e la madre più necessarii, più cari l’uno all’altro, ribadisce fra loro il legame coniugale. Quando la famiglia è viva e animata, le cure domestiche costituiscono la più cara oecupazione della donna e il più dolce passatempo del marito. Così da questo solo abuso corretto risulterebbe tosto una riforma generale ; tosto la natura avrebbe riacquistato tutti i suoi diritti. Che la donna ritorni madre una volta, e subito gli uomini torneranno padri e mariti.
Discorsi superflui, ai quali non riconduce nemmeno la noia stessa dei piaceri mondani! Le donne hanno cessato di essere madri; e non lo saranno più; non vogliono più esserlo. Quando volessero, a stento potrebbero: oggi che l'uso contrario è stabilito, ciascuna dovrebbe combattere l'opposizione di tutte quelle che l’avvicinano, unite contro un esempio che le une non hanno dato e le altre non vogliono seguire. Pertanto si trovano ancora qualche volta delle giovani di buona indole, che, su questo punto osando affrontare l'impero della moda e i clamori del loro sesso, adempiono con virtuosa intrepidezza quel dovere dolcissimo che impone loro la natura. Possa il loro numero aumentare per l’attrattiva
LIBRO PRIMO 37 dei beni destinati a quelle che vi si abbandonano! In base a conseguenze che risultano dal più semplice ragionamento e ad osservazioni non mai smentite, ardisco promettere a queste degne madri un’affezione vera e costante da parte dei loro sposi, una tenerezza veramente filiale da parte dei loro figli, la stima e il rispetto dell’universale, dei felici puerperii senza incidenti e senza conseguenze, una sanità stabile e vigorosa, infine il piacere di vedersi un giorno imitate dalle proprie figlie e citate in esempio a quelle degli altri.
Assente la madre, assente il figlio. Tra essi i doveri sono reciproci, e se sono male adempiuti da un lato, saranno negletti dall'altro. Il fanciullo deve amare la madre prima di sapere che cosa le deve. Se la voce del sangue non è rafforzata dall’abitudine e dalle cure, si spegne nei primi anni, e il cuore, per così dire, muore prima di nascere. Eccoci fino dai primi passi fuori della natura.
Si può anche uscirne per una strada opposta, quando invece di trasandare le cure materne, una donna le porta all’eccesso; quando fa del suo nato un idolo, aumenta ed alimenta la sua debolezza per impedirgli di sentirla ; e, sperando di sottrarlo alle leggi della natura, allontana da lui i colpi dolorosi, senza considerare quante sventure e pericoli, per qualche incomodo da cui momentaneamente lo preserva, essa vada accumulando sul suo capo per l’avvenire, e quanto barbara precauzione sia prolungare la debolezza dell’ infanzia nei travagli della virilità. Teti per rendere invulnerabile il figlio lo immerse, come dice la favola, nell'acqua dello Stige. Quest’allegoria è bella e chiara. Le madri crudeli delle quali io parlo fanno altrimenti: a forza di immergere i loro figli nella mollezza, aprono i loro pori ai mali di ogni specie, dei quali saranno preda nell’età matura. Osservate la natura, e seguite la strada che vi traccia. Essa esercita continuamente i fanciulli; indurisce il loro temperamento con prove di ogni sorta; insegna loro per tempo che cosa siano pena e dolore. I denti che spuntano danno loro la febbre; le coliche acute danno loro le convulsioni ; le lunghe tossi li soffocano ; i vermi li tormentano ; la pletora corrompe il loro sangue ; dei germi varii vi fermentano e cagionano pericolose eruzioni. Quasi tutta la prima età consta di malattie e pericoli; la metà dei bambini che nascono perisce prima dell'ottavo anno. Superate le prove, il fanciullo ha guadagnato della forza, e dal momento che può usare della vita, il principio ne diventa più sicuro.
Ecco la regola della natura. Perchè la contrariate? Non vedete che pensando di correggerla distruggete l’opera sua, impedite l’effetto delle sue cure? Fare al di fuori quello che essa fa internamente, secondo voi, è raddoppiare il pericolo ; e al contrario è farvi diversione, attenuarlo. L’esperienza insegna che muoiono più fanciulli cresciuti fra le delicatezze che gli altri. Purchè non si oltrepassi la misura delle loro forze, si rischia meno ad impiegarle che a risparmiarle. Esercitatele dunque alle prove che dovranno sopportare un giorno. Indurite i loro corpi alle intemperie delle stagioni, dei climi, degli elementi, alla fame, alla sete, alla fatica ; temperateli nell'acqua dello Stige. Prima che l’abitudine del corpo sia acquisita, gli sì dà quella che si vuole senza pericolo: ma quando finalmente esso è nella sua consistenza, ogni alterazione gli diventa pericolosa. Un fanciullo sopporterà dei cambiamenti che non sopporterebbe un uomo: le fibre del primo, molli e pieghevoli, prendono senza difficoltà la piega che si dà loro; quelle dell’uomo, più indurite, non cambiano più se non con violenza la piega che hanno ricevuto. Si può dunque rendere un fanciullo robusto senza esporre la sua vita e la sua salute; e quan-
LIBRO PRIMO 39 d’anche vi fosse qualche rischio, non bisognerebbe esitare. Poichè sono rischi inseparabili dalla vita umana, si può far meglio che respingerli su quell’età nella quale sono meno dannosi?
Un fanciullo diventa più prezioso crescendo in età. Al pregio della sua persona sì unisce quello delle cure che è costato ; alla perdita della sua vita si unisce in lui il sentimento della morte. Dunque soprattutto all'avvenire bisogna pensare vegliando alla sua conservazione; contro i mali della giovinezza bisogna armarlo, prima ch'egli vi sia pervenuto: perchè, se il pregio della vita aumenta fino all’età di renderla utile, quale stoltezza è mai di risparmiare pochi mali all'infanzia moltiplicandoli per l’età della ragione? Sono queste le lezioni del maestro ?
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