← Orlando innamorato

Orlando innamorato (part 3 of 3)

Part 3 of 3 · Matteo Maria Boiardo · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #57787, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

Orlando innamorato (part 3 of 3)

Dicea il parone: - Il cel turbato è meco, E non me inganno già, ma ben me sforza, Perché io vorebbi ne la taza il Greco, E lui me 'l dona ne la vela a l'orza. Io non posso alla zuffa durar seco: Ove gli piace, convien che io mi torza. - Poi dice a Brandimarte: - A dir il vero, Con questo vento in Franza andar non spero.

Africa è quivi dal lato marino, Se drittamente ho ben la carta vista, E noi volteggiaremo nel camino, Ché, quando non se perde, assai s'acquista. Forse mutarà il vento, Dio divino! E cessarà questa fortuna trista; Pregar si puote che un siroco vegna, Qual ci conduca al litto de Sardegna. -

Parlava quel parone in cotal sorte, Chiedendo quel che egli avrebbe voluto, Ma tramontana ognior cresce più forte, E 'l mar già molto grosso è divenuto; Onde ciascun per tema de la morte Facendo voti a Dio dimanda aiuto; Ma lui non li essaudisce e non li ascolta, E sottosopra il mar tutto rivolta.

Pioggia e tempesta giù l'aria riversa, E par che 'l celo in acqua se converta, E spesso alla galea l'onda atraversa, Battendo ciò che trova alla coperta. Vien la fortuna ogniora più diversa, E spaventosa, orribile ed incerta, Pur col vento che io dissi, tuttavia, Sin che condotti gli ebbe in Barbaria.

Presso Biserta, al capo di Cartagine, Son gionti, ove già fu la gran citade Che ebbe di Roma simigliante imagine, E quasi partì seco per mitade; Di lei non se vede or se non secagine, Persa è la pompa e la civilitade; E gran trïomfi e la superba altura Tolti ha fortuna, e il nome apena dura.

Or, come io dissi, il franco Brandimarte Fu gionto per fortuna in questo porto. Ma un fie' comandamento in quelle parte Che ogni cristian che ariva ivi, sia morto; Perché una profecia trovarno in carte, Che in fine, al lungo andare o in tempo corto, Da un re de Italia fia la terra presa, Per cui da poi serà la Africa incesa.

E Brandimarte, che il tutto sapea, Non volse palesarse per nïente, Avengaché di sé poco temea, Ma sì de la sua dama e d'altra gente. A tutti disse ciò che far volea, Ma poi discese in terra incontinente, E presentossi allo amiraglio avante, Dicendo come è figlio a Manodante;

E come vien da le Isole Lontane, Per vedere Agramante e la sua corte, Ed a provarse a sue gente soprane, Qual son laudate al mondo tanto forte; Onde lo prega che quella dimane Lo faccia accompagnar con bone scorte, Sin che a Biserta sia salvo guidato, Proferendosi a ciò de esser ben grato.

E lo amiraglio, che era assai cortese, Lo fece accompagnar di bona voglia; E Fiordelisa di nave discese E molta altra brigata con gran zoglia. Verso Biserta la strada si prese, Ed arivarno senza alcuna noglia Vicino alla citate una matina, E là fermârsi a canto alla marina.

Dapoi che ebbe donato molto argento A questi che gli han fatto compagnia, Coi suoi se ragunò baldo e contento Sopra una larga e verde prataria, Ove dal mar venìa suave vento, Tra molte palme che quel prato avia. Sotto di queste senza altra tenzone Fece adricciare il suo bel pavaglione.

Questo era sì legiadro e sì polito, Che un altro non fu mai tanto soprano. Una Sibilla, come aggio sentito, Già stette a Cuma, al mar napolitano, E questa aveva il pavaglione ordito E tutto lavorato di sua mano; Poi fo portato in strane regïone, E venne al fine in man de Dolistone.

Io credo ben, Segnor, che voi sappiati Che le Sibille fôr tutte divine, E questa al pavaglione avea signati Gran fatti e degne istorie pellegrine E presenti e futuri e di passati; Ma sopra a tutti, dentro alle cortine, Dodeci Alfonsi avea posti de intorno, L'un più che l'altro nel sembiante adorno.

Nove di questi ne la fin del mondo Natura invidïosa ne produce, Ma di tal fiamma e lume sì iocondo, Che insino a l'orïente facean luce; Chi avea iustizia e chi senno profondo, Quale è di pace, e qual di guerra duce; Ma il decimo di questi dieci volte Le lor virtute in sé tenea raccolte.

Pacifico guerrero e trïomfante, Iusto, benigno, liberale e pio, E l'altre degne lode tutte quante Che può contribuir natura e Dio. La Africa vinta a lui stava davante Ingenocchiata col suo popol rio; Ma lui de Italia avea preso un gran lembo, Standosi a quella con amore in grembo.

E come Ercole già sol per amore Fo vinto da una dama lidïana, Così a lui prese Italia vinta il core, Onde scordosse la sua terra Ispana, E seminò tra noi tanto valore, Che in ogni terra prossima e lontana Ciascaduna virtù che sia lodata O da lui nacque, o fo da lui creata.

Ma l'undecimo Alfonso giovanetto, Con l'ale è armato, a guisa de Vittoria, Sì come la natura avesse eletto Uno omo a possidere ogni sua gloria; Ché, volendo di lui con dir perfetto Di ciascuna cosa seguir la istoria, Avria coperto, non che il pavaglione, Ma il mondo tutto in ogni regïone.

Pur vi era ordita alcuna eletta impresa De arme, o di senno, o di guerra, o de amore: Sì come è Italia da' Turchi diffesa Per sua prodezza sola e suo valore; E la battaglia tutta era distesa Di Monte Imperïale a grande onore, E le fortezze ruïnate al fondo, Sì belle che eran di trïomfi al mondo.

Il duodecimo a questo era vicino, Di etate puerile e in faccia quale Serìa depinto un Febo piccolino, Coi raggi d'oro in atto trïomfale. Ne l'abito sì vago e pellegrino, Giongendovi gli strali e l'arco e l'ale, Tanta beltate avea, tanto splendore, Che ogniom direbbe: "Questo è il dio d'Amore."

Avanti a lui si stava ingenocchiata Bona Ventura, lieta ne' sembianti, E parea dire: "O dolce figliol, guata Alle prodezze de gli avoli tanti, E alla tua stirpe al mondo nominata; Onde fra tutti fa che tu ti vanti Di cortesia, di senno e di valore, Sì che tu facci al tuo bel nome onore."

Molte altre cose a quel gentil lavoro Vi fôr ritratte, e non erano intese, Con pietre prezïose e con tanto oro, Che tutto alluminava quel paese. Di sotto al pavaglione un gran tesoro In vasi lavorati se distese, De smeraldo e zaffiro e di cristallo, Che valeano un gran regno senza fallo.

Non vi potrei contare in veritate Il bel lavoro fatto a gentilezza; Ninfe se gli vedeano lavorate, Che eran tanto legiadre a gran vaghezza, Che meritan da tutti essere amate; Vedeansi cavallier di tal prodezza: Quivi erano ritratti a non mentire; Ma a qual fine, alcun non sapria dire.

Or Brandimarte presto lo abandona, Come lo vidde a quel campo dricciato; Sopra a Batoldo la franca persona Presso a Biserta se appresenta armato, E con molta baldanza il corno suona. Ne l'altro canto ve sarà contato Come il fatto passasse e la gran giostra; Dio vi conservi e la Regina nostra.

Canto ventesimottavo

Segnori e dame, Dio vi dia bon giorno E sempre vi mantenga in zoia e in festa! Come io promissi, a ricontar ritorno De Brandimarte, che con tal tempesta Presso a Biserta va suonando il corno Ed isfida Agramante e la sua gesta, Dicendo nel suonare: - O re soprano, Odi mio suono, e nol tenire a vano.

Se non è falsa al mondo quella fama La qual per tutto tua virtù risuona, E per valore un altro Ettor ti chiama, Perché hai de ogni prodeza la corona, Onde per questo ti verisce ed ama Tal che giamai non vidde tua persona, Ed io tra gli altri certamente sono, Che non te ho visto, ed amo in abandono:

Fa che risponda a ciò che se ne dice, O valoroso ed inclito segnore, Della tua corte, che è tanto felice Che de ogni vigoria mantiene il fiore. A me soletto in su quella pendice Provarli ad un ad un ben basta il core; Ma non so se al pensier cotanto ardito Mancarà lena, e vengami fallito. -

Stava Agramante in quel tempo a danzare Tra belle dame sopra ad un verone Che drittamente riguardava al mare, Ove era posto il ricco pavaglione. Odendo il corno tanto ben sonare, Lasciò la danza e venne ad un balcone, Apoggiandosi al collo al bel Rugiero, E giù nel prato vidde il cavalliero.

E stando alquanto a quel sonare attento, La voce e le parole ben comprese, E vòlto alli altri disse: - A quel ch'io sento, Questo di noi ragiona assai cortese; E certo che me ha posto in gran talento De essere il primo che faccia palese Se ponto ha di prodezza o di valore; Siano qua l'arme e il mio bon corridore. -

Benché dicesse alcun che facea male, E mormorasse assai la baronia Che sua persona nobile e reale Aponga ad un che non sa chi se sia: Lui di natura e de animo è cotale Che mena a fretta ciò che far desia; Onde lascia da parte l'altrui dire, E prestamente se fece guarnire.

De azuro e de ôr vestito era a quartiero, E a tale insegne è il destrier copertato; La rocca e' fusi porta per cimiero. Ver Brandimarte se ne vien al prato; E solo è seco il giovane Rugiero, Senza alcuna arma, for che 'l brando a lato, E dopo alcun parlar tutto cortese, Voltò ciascuno e ben del campo prese.

Poi ritornarno con le lancie a resta Quei dui baron, che avean cotanta possa, Drizzando i lor ronzon testa per testa. Ciascuna lancia a meraviglia è grossa, Ma entrambe se fiaccarno con tempesta, E l'uno a l'altro urtò con tal percossa, Ch'e lor destrier posâr le groppe al prato, Benché ciascun di subito è levato.

E via correndo come imbalorditi Ne andarno a gran ruina quasi un miglio, E credo che più avanti serian giti, Ma fu dato a ciascun nel fren di piglio. E duo baroni al tutto eran storditi, E a l'uno e a l'altro uscia il sangue vermiglio Di bocca e da l'orecchie e per il naso, Tanto fu il scontro orribile e malvaso!

Or se vengono a dietro a passo a passo, Ciascun di vendicar voluntaroso; Poi spronarno e destrieri a gran fraccasso, L'un più che l'altro a corso ruïnoso. Alcun di lor non segna al scudo basso, Ma dritto in fronte a l'elmo luminoso; Le lancie de le prime eran più grosse, Ma non restarno integre alle percosse.

Però che nel scontrar di quei baroni Sino alla resta se fiaccarno, in tanto Che non eran tre palmi e lor tronconi, Né più che prima se donarno il vanto De alcun vantaggio e forti campïoni, E l'uno e l'altro è sangue tutto quanto; E, come e lor destrier sian senza freno, Ne andâr correndo un miglio, o poco meno.

Due lancie fece il re portare al prato, Che avea il tempio de Amone, antiquo deo, E, sì come da vecchi era contato, Di Ercole l'uno, e l'altra fo de Anteo. Bene era ciascun tronco smisurato: Ognuna a sei bastasi portar feo; Vedise adunque aperto in questo loco Che la natura manca a poco a poco,

Se questi antiqui fôr tanto robusti, Che avean forza per sei de quei moderni; Ma non so se gli autor fosser ben giusti, E scrivesseno il vero a' lor quaderni. Or son portati al campo e duo gran fusti; E guarda pur, se vôi: tu non discerni Qual sia più forte, ché senza divaro Di vena e di grossezza son al paro.

A Brandimarte fu dato la eletta: Ciò volse il re Agramante per suo onore. Ben vi so dir che ogniomo intorno aspetta Veder che abbia più lena e più vigore. Ma, mentre che ciascun di lor se assetta, Di verso al fiume se ode un gran romore. Fugge la gente trista e sbigottita: Tutti venian cridando: - Aita! aita! -

Il re Agramante sì come era armato Ver là se tira e lascia il gran troncone; E Brandimarte a lui se pose a lato, Per aiutarlo in ogni questïone. Via vien fuggendo il popol sterminato; Ed Agramante prese un ragazone, Qual sopra ad un ronzone era a bisdosso E senza briglia corre al più non posso.

- Ove ne andati? - diceva Agamante - Ove ne andati, pezzi de bricconi? - E quel rispose con voce tonante: - Per beverare andavamo e ronzoni Dietro a quel fiume che è quivi davante, E là fummo assaliti da leoni, Qual posti ce hanno in tal disaventura, Che bene è paccio chi non ha paura.

Da trenta insieme sono, al mio parere, Che ce assalirno con tanta tempesta, Che de scampare apena ebbi il potere, Ben che io gli vidi uscir de la foresta. Che sia de gli altri, non potea vedere, Perché giamai non ho volta la testa A remirar quel che de lor se sia; Or fa al mio senno, e tuotti anco te via. -

Il re sorrise e a Brandimarte volto Gli disse: - Certo alquanto ho di dispetto Che il piacer della giostra ce sia tolto, Benché alla caccia avrem molto diletto. - E Brandimarte, il qual non era stolto, Rispose: - Il tuo comando sempre aspetto; Sì che adoprame pure in giostra o in caccia, Ch'io son disposto a far quel che ti piaccia. -

Il re dapoi mandò nella citate Che a lui ne vengan cacciatori e cani, De' qual sempre tenìa gran quantitate, Segusi e presti veltri e fieri alani, Ed altre schiatte ancora intrameschiate. Or via ne vanno e tre baron soprani, Brandimarte, Agramante e il bon Rugiero, Per dare aiuto ove facea mestiero.

Ma ne la corte se lasciâr le danze, Come il messo del re là su se intese, E fuor portarno rete e speti e lanze, E furvi alcun che se guarnîr de arnese, Ché a cotal caccia vôle altro che cianze; Né lepri o capre trova quel paese, Ma pien son e lor monti tutti quanti Di leoni e pantere ed elefanti.

E molte dame montarno e destrieri, Con gli archi in mano ed abiti sì adorni, Che ogniom le accompagnava volentieri, E spesso avanti a lor facean ritorni. E tutti e gran segnori e cavallieri Uscîr sonando ad alta voce e corni: Da lo abaglio de' cani e dal fremire Par che 'l cel cada e 'l mondo abbia a finire.

Ma già Agramante e il giovane Rugiero E Brandimarte, che non gli abandona, Sopra a quel fiume ove è l'assalto fiero, Ciascuno a più poter forte sperona; E ben de esser gagliardi fa mestiero, Ché ogni leone ha sotto una persona; Alcuna è viva e soccorso dimanda, E qual morendo a Dio se aricomanda.

A ciascadun di lor venne pietate, E destinarno di donarli aiuto, Avendo prima già tratte le spate: Non vôle indarno alcun esser venuto. Ecco un leon con le chiome arrizzate, Maggior de gli altri, orribile ed arguto, Che in su la ripa avea morto un destrero: Quello abandona e vien verso Rugiero.

Rugier lo aspetta e mena un manroverso, E sopra della testa l'ebbe aggionto, E quella via tagliò per il traverso, Ché tra gli occhi e l'orecchie il colse a ponto. Ora ecco l'altro, ancora più diverso E più feroce di quel che io vi conto, Al re se aventa da la banda manca, E l'elmo azaffa e nel scudo lo abranca.

E certamente il tirava de arcione, Se non ne fosse il bon Rugiero accorto, Qual là vi corse e gionselo al gallone, Sì che de l'anche a ponto il fece corto. Brandimarte ancor lui con un leone Fatto ha battaglia, e quasi l'avea morto, Quando se odirno e corni e' gran rumori Di quella gente, e' cani e' cacciatori.

Ora cantando a ricontar non basto Di loro e cridi grandi e la tempesta; Tutte le fiere abandonarno il pasto, Squassando e crini ed alciando la testa. Quale avean morto, e qual è mezo guasto; Pur li lasciarno, e verso la foresta, Voltando il capo e mormorando d'ira, A poco a poco ciascadun se tira.

Ma la gente che segue, è troppo molta, E fa stornir del crido e il monte e il piano; Dardi e saette cadeno a gran folta, A benché la più parte ariva invano. De quei leoni or questo or quel se volta, Ma pur tutti alla selva se ne vano; E il re cinger la fa da tutte bande: Allor se incominciò la caccia grande.

La selva tutto intorno è circondata, Che non potrebbe uscire una lirompa; Più dame e cavallieri ha ogni brigata, Che mostrava alla vista una gran pompa. Il re dato avia loco ad ogni strata, Né bisogna che alcun l'ordine rompa; Alani e veltri a copia sono intorno, Né se ode alcuna voce, o suon di corno.

Poi son poste le rete a cotal festa Che spezzar non le può dente né graffa, Indi e sagusi intrarno alla foresta: Altro non si sentia che biffi e baffa. Or se ode un gran fraccasso e gran tempesta, Ché per le rame viene una ziraffa; Turpino il scrive, e poca gente il crede, Che undeci braccia avia dal muso al piede.

Fuor ne venìa la bestia contrafatta, Bassa alle groppe e molto alta davante, E di tal forza andava e tanto ratta, Che al corso fraccassava arbori e piante. Come fu al campo, intorno ha la baratta De molti cavallieri e de Agramante E molte dame che erano in sua schiera, Onde fu alfine occisa la gran fiera.

Leoni e pardi uscirno alla pianura, Tigri e pantere io non sapria dir quante; Qual se arresta a le rete e qual non cura. Ma pur fôr quasi morti in uno istante. Or ben fece alle dame alta paura, Uscendo for del bosco, uno elefante: Lo autore il dice, ed io creder nol posso Che trenta palmi era alto e vinti grosso.

Se il ver non scrisse a ponto, ed io lo scuso, Ché se ne stette per relazïone. Ora uscì quella bestia e col gran muso Un forte cavallier trasse de arcione, E più di vinti braccia gettò in suso, Poi giù cadette a gran destruzïone, E morì dissipato in tempo poco; Ben vi so dir che gli altri gli dàn loco.

Via se ne va la bestia smisurata, Né de arestarla alcun par che abbia possa; La schiera ha tutta aperta ove è passata, A benché de più dardi fu percossa, Ma non fu da alcun ponto innaverata; Tanto la pelle avea callosa e grossa E sì nerbosa e forte di natura, Che tiene il colpo come una armatura.

Ma già non tenne al taglio di Tranchera, Né al braccio di Rugiero in questo caso; A piedi ha lui seguita la gran fiera, Ché il destrier spaventato era rimaso. Tanto ha quello animale orribil ciera Per grande orecchia e pel stupendo naso E per li denti lunghi oltra misura, Che ogni destriero avia di lui paura.

Ma, come vidde solo il giovanetto, Che lo seguiva a piedi per lo piano, Voltando quel mostazzo maledetto, Qual gira e piega a guisa de una mano, Corsegli adosso, per darli di petto; Ma quel furore e lo impeto fu vano, Perché Rugier saltò da canto un passo, Tirando il brando per le zampe al basso.

Dice Turpin che ciascuna era grossa, Come ène un busto d'omo a la centura. Io non ho prova che chiarir vi possa, Perché io non presi alora la misura; Ma ben vi dico che de una percossa Quella gran bestia cadde alla pianura: Come il colpo avisò, gli venne fatto, Ché ambe le zampe via tagliò ad un tratto.

Come la fiera a terra fu caduta, Tutta la gente se gli aduna intorno, E ciascun de ferirla ben se aiuta: Ma il re Agramante già suonava il corno, Perché oramai la sera era venuta, E ver la notte se ne andava il giorno. Or, come il re nel corno fu sentito, Ogniomo intese il gioco esser finito.

Onde tornando tutte le brigate Se radunarno ove il re se ritrova; Tutti avean le sue lancie insanguinate, Per dimostrar ciascun che fatto ha prova. Le fiere occise non furno lasciate, Benché a fatica ciascuna se mova; Pur con ingegno e forza tutti quanti Furno portati a' cacciatori avanti.

Da poi de cani un numero infinito Era menato in quella cacciasone: Qual da tigre o pantere era ferito, E quale era straziato da leone. Come io vi dissi, il giorno era partito, Che fo diletto di molte persone, Però che ciascadun, come più brama, Chi va con questa, e chi con quella dama.

Qual de la caccia conta meraviglia, E ciascadun fa la sua prova certa; E qual de amor con le dame bisbiglia, Narrando sua ragion bassa e coperta. E così, caminando da sei miglia Con gran diletto, gionsero a Biserta, Ove parea che 'l celo ardesse a foco, Tante lumiere e torze avea quel loco.

E dentro entrarno a gran magnificenzia, Quasi alla guisa de processïone; Omini e donne a tal appariscenzia Per la citade stavano al balcone. Brandimarte al castel prese licenzia Per ritornar di fora al paviglione, E benché il re il volesse retenire, Per compiacerlo al fine il lasciò gire;

E dal nepote il fece accompagnare, E da cinque altri. Lì con grande onore La sera istessa il fece appresentare De più vivande, ciascuna megliore; E una sua veste gli fece arrecare, Con pietre e perle di molto valore: La veste è parte azurra e parte de oro, Come il re porta, senza altro lavoro.

Poi l'altro giorno, come è loro usanza, Una gran festa se ebbe ad ordinare, E venne Fiordelisa in quella danza, Ché Brandimarte e lei fece invitare. Tre son vestiti ad una somiglianza, Ché tal divisa altrui non può portare; Brandimarte, Agramante con Rugiero D'azurro e d'or indosso hanno il quartiero.

Standosi in festa ed ecco un tamburino Vien giù del catafalco a gran stramaccio. Per tutto traboccava quel meschino, Ché ogni festuca gli donava impaccio, O che la colpa fosse il troppo vino, O che di sua natura fosse paccio; Ma sopra al tribunal ove è Agramante, Pur se conduce e a lui se pone avante.

Il re credendo de esso aver diletto, Lo recevette con faccia ridente; Ma, come quello è gionto al suo cospetto, Batte la mano e mostrase dolente, E diceva: - Macon sia maledetto, E la Fortuna trista e miscredente, Qual non riguarda cui faccia segnore, Ed obedir conviensi a chi è peggiore!

Costui de Africa tutta è incoronato, La terza parte del mondo possiede, Ed ha cotanto popolo adunato Che spaventar la terra e il cel si crede. Or ne lo odor de algalia e di moscato Tra belle dame il delicato siede, Né se cura de guerra, o de altro inciampo, Pur che se dica che sua gente è in campo.

Non si dièno le imprese avere a ciancia: Seguir conviensi, o non le cominciare, E fornir con la borsa e con la lancia, Ma l'una e l'altra prima mesurare. Così faccia Macon che il re de Francia Te venga a ritrovar di qua dal mare, Ché alor comprenderai poi se la guerra Fia meglio in casa, o ver ne l'altrui terra. -

Parlando il tamburin, fo presto preso Da la guarda del re che intorno stava, Né fu però battuto, né ripreso, Perché ebriaco ogniomo il iudicava. Ma il re Agramante che lo ha ben inteso, Gli occhi dolenti alla terra bassava; Mormorando tra sé movia la testa, E poi crucioso uscì fuor de la festa.

Onde la corte fo tutta turbata: Langue ogni membro quando il capo dole; La real sala in tutto è abandonata, Né più se danza, come far se suole. Il re la zambra avea dentro serrata: Alcun compagno seco non vi vôle; Pensando il grande oltraggio che gli è detto, Se consumava de ira e de dispetto.

Poi, come l'altro giorno fo apparito, Fece il consiglio ed adunò suo stato, Dicendo come ha fermo e stabilito Di fornire il passaggio che è ordinato; E poi fa noto a tutti a qual partito E da cui serà il regno governato, Perché il vecchio Branzardo di Bugea Vôl che a Biserta in suo loco si stea,

A lui dicendo: - Attendi alla iustizia, E ben ti guarda da procuratori E iudici e notai, ché han gran tristizia E pongono la gente in molti errori. Stimato assai è quel che ha più malizia, E gli avocati sono anco peggiori, Ché voltano le legge a lor parere; Da lor ti guarda, e farai tuo dovere.

Il re di Fersa, Folvo, anche rimane, E Bucifar, il re de la Algazera; L'uno al diserto alle terre lontane, E l'altro guarda verso la rivera. Se forse qualche gente cristïane Con caravella, o con fusta ligiera, Over gli Aràbi te donino affanno, Sia chi soccorra e chi proveda al danno. -

Dapoi gli fece consegnar Dudone, Che era condotto de Cristianitate, Dicendo a lui che lo tenga pregione, Sì che tornar non possa in sue contrate; Ma poi nel resto il tratti da barone, Né altro gli manchi che la libertate. Da poscia a Folvo e a Bucifar comanda Che a Branzardo obedisca in ogni banda.

E perché ciò non sia tenuto vano, Per la citate il fece publicare, Ed a lui la bacchetta pose in mano, La quale è d'oro, e suole esso portare. Or se aduna lo esercito inumano: Chi potrebbe il tumulto racontare De la gente sì strana e sì diversa, Che par che 'l celo e il mondo se sumersa?

Quando sentirno il passaggio ordinare, Chi ne ha diletto, e chi n'avea spavento. La gran canaglia se adunava al mare, Per aspettar sopra le nave il vento. Chi vôle odir l'istoria seguitare, Ne l'altro canto lo farò contento, E se gran cose ho contato giamai, Seguendo le dirò maggiore assai.

Canto ventesimonono

La più stupenda guerra e la maggiore Che racontasse mai prosa né verso, Vengo a contarvi, con tanto terrore Che quasi al cominciare io me son perso; Né sotto re, né sotto imperatore Fu mai raccolto esercito diverso, O nel moderno tempo, o ne lo antico, Che aguagliar si potesse a quel che io dico.

Né quando prima il barbaro Anniballe, Rotto avendo ad Ibero il gran diveto, Con tutta Spagna ed Africa alle spalle Spezzò col foco l'Alpe e con lo aceto; Né il gran re persïano in quella valle Ove Leonida fe' l'aspro decreto, Con le gente di Scizia e de Etïopia Ebbe de armati in campo maggior copia,

Come Agramante, che sua gente anombra Solo a la vista, senza ordine alcuno. De le sue velle è tanto spessa l'ombra, Che il mar di sotto a loro è scuro e bruno; E sì l'un l'altro il gran naviglio ingombra, Che fu mestier partirse ad uno ad uno, Avendo il vento in poppa alla seconda. Avanti a gli altri è Argosto di Marmonda:

Ne la sua nave è la real bandiera, Che tutta è verde e dentro ha una Sirena. Il re Gualciotto apresso di questo era, Quale era ardito, e bella gente mena, Ed era la sua insegna tutta nera, Di bianche columbine al campo piena; E Mirabaldo viene apresso a loro, Che porta il monton nero a corne d'oro:

Il campo ove è il montone, è tutto bianco. E da questi altri venìa longi un poco Sobrin, che è re di Garbo, il vecchio franco, Il qual portava in campo bruno il foco; E dietro mezo miglio, o poco manco, Il re de Arzila seguitava il gioco: Il nome di costui fu Brandirago, Che avea nel campo rosso un verde drago.

Dapoi Brunello, il re de Tingitana, Avea la insegna di novo ritratta, Più vaga assai de l'altre e più soprana, Perché lui stesso a suo modo l'ha fatta; Come oggi al mondo fa la gente vana, Stimando generosa far sua schiatta E le casate sue nobile e degne Con far de zigli e de leoni insegne.

Così Brunel, la cui fama era poca, Come intendesti, ché era re di novo, Nel campo rosso avea depinta una oca, Che avea la coda e l'ale sopra a l'ovo. De ciò parlando lui con gli altri, gioca - Ben - dicendo - fo antico, e ciò ti provo: Ché lo evangelio, che è dritto iudicio, Afferma che la oca era nel principio. -

Il re Grifaldo apresso a lui ne viene, Che porta una donzella scapigliata, E quella un drago per l'orecchie tiene: Cotal divisa avea tutta la armata, Benché sua insegna a questa non conviene, Ché solo è nera e di bianco fasciata. Il re di Garamanta era vicino, Giovane ardito, e nome ha Martasino.

Costui portava nel campo vermiglio Le branche e il collo e il capo de un griffone; E dietro alla sua nave forse un miglio Veniva il re di Septa, Dorilone, Qual porta al campo azurro un bianco ziglio; Poi Soridano, che porta il leone. Il leon bianco in campo verde avia: Costui ch'io dico, è re de la Esperia.

E re di Constantina, Pinadoro, Venne, che al rosso la acquila portava, Ch'è gialla, con due teste, in quel lavoro; E poco apresso Alzirdo il seguitava, Che ha la rosa vermiglia in campo d'oro; E Pulïano alla bandiera blava Segnata avea de argento una corona; Franco è costui, che è re de Nasamona.

Né 'l re de la Amonìa ponto vi manca, Benché sua gente è tutta pedochiosa, Dico Arigalte da la insegna bianca, Né dentro vi ha dipenta alcuna cosa. Poi Manilardo, che porta la branca Qual tutta è d'oro a l'arma sanguinosa: La branca di cui parlo, è di leone. La armata apresso vien di Prusïone.

De la Norizia è re quel Manilardo, Questo altro de Alvarachie, ch'io vi conto. Saper volete qual sia più gagliardo? Né l'un né l'altro, a dirvelo ad un ponto. Re di Canara, il qual venne ben tardo, Ma pure apresso di questi altri è gionto, Portava, se Turpin me dice il vero, Nel campo verde un corvo tutto nero.

Era costui nomato Bardarico, Che in occidente ha sua terra lontana. Poi venne Balifronte, il vecchio antico, E Dudrinasso, il re de Libicana; Fo re di Mulga quel vecchio ch'io dico, E porta in campo azurro una fontana; E Dudrinasso alla bandiera e al scudo Porta nel rosso un fanciulletto nudo.

E Dardinello, il giovanetto franco, Ha le sue nave a queste altre congionte. Il quartiero ha costui vermiglio e bianco, Come suolea portare il padre Almonte; E pur cotale insegna, più né manco, Portava indosso ancora Orlando il conte. Ma ad un di lor portarla costò cara; Questo garzone è re de la Zumara.

Presso vi viene il forte Cardorano, Il re di Cosca; e porta per insegna Un drago verde, il quale ha il capo umano. Da poi Tardoco, che in Alzerbe regna, E seco Marbalusto, il re de Orano; Quello avia al scudo una serpe malegna, Che intorno avolto ha il busto tutto quanto, Per non odire il verso de lo incanto.

E Marbalusto un capo de regina Portava, intorno a quello una ghirlanda. Poi Farurante, che è re di Maurina, Che al scudo verde ha una vermiglia banda. Alzirdo ha la sua armata a lui vicina (In campo azurro avea d'oro una gianda); E de Almasilla il re Tanfirïone, Qual porta in bianco un capo di leone.

Or già vien de la corte il concistoro, Che a quella impresa è tutta gente eletta; Mordante avea il governo di costoro. La prima armata vien di Tolometta, Con due lune vermiglie in campo d'oro, Che portava Mordante e la sua setta; Costui fo grande e di persona fiero, Filiol bastardo fo di Carogiero.

Da Tripoli seguia la gente franca: Non fo di questa la più bella armata, Né più fiorita; e, se nulla vi manca, Da Rugier paladino era guidata. Lui ne lo azurro avea l'acquila bianca, Qual sempre da' suoi antiqui fu portata. Da poi venìa la armata de Biserta, Ove Agramante ha la sua insegna aperta.

Di Tunici ivi apresso era il naviglio, E quel governa il vecchio Daniforte, Omo saputo e di molto consiglio, Gran siniscalco de la real corte. Portava in campo verde un rosso ziglio Costui, che viene in Franza a tuor la morte; E poscia da Bernica e da la Rassa L'una armata con l'altra insieme passa.

Di queste avea il governo Barigano, Quale ha nutrito il re da piccolino, E porta per insegna quel pagano In campo rosso un candido mastino. Dietro da tutti il gran re di Fizano, Mulabuferso, ha preso il suo camino; Lui porta divisato nel stendardo, Come nel scudo, in campo azurro un pardo.

In cotal modo, come io vi discerno, La grande armata in Spagna se disserra; Il re Agramante ha de tutti il governo: Non fu tal furia mai sopra la terra. Come se aprisse il colmo de lo inferno, Se far volesse al paradiso guerra, E la sua gente uscisse tutta integra, Qual con pallida faccia e qual con negra:

Morti e demonii, dico, tutti quanti, Del fuoco uscendo e d'ogni sepultura, Sarebbono a questi altri simiglianti, Per contrafatte membra e faccia oscura. Il stil diverso e i navigli son tanti, Che cento miglia e più la folta dura, Qual nel litto di Spagna se abandona, E da Maliga tiene a Taracona.

Il re Agramante lui sotto Tortosa Discese, ove il fiume Ebro ha foce in mare; Là se adunò la gente copïosa, E verso Franza prese a caminare A gran giornate, senza alcuna posa. Già la Guascogna sotto a loro appare, Callando l'Alpe, e giù scendono al piano, Sin che fôr gionti sopra a Montealbano.

Di sotto a quel castello, alla campagna, Era battaglia più cruda che mai, Però che il re di Franza e il re di Spagna, Come di sopra già vi racontai, Con lor persone e con sua corte magna, E gente de' suoi regni pure assai, Sono azuffati, e sopra di quel dosso Corre per tutto il sangue un palmo grosso.

Là se vedea Ranaldo e Feraguto, L'un più che l'altro alla battaglia fiero; E il re Grandonio orribile e membruto Avea afrontato il marchese Oliviero; Ad alcun de essi non bisogna aiuto. E Serpentino e il bon danese Ogiero Se facean guerra sopra di quel piano; E il re Marsilio contra a Carlo Mano.

Ma Rodamonte il crudo e Bradamante Avean tra lor la zuffa più diversa; Ché, come io dissi, il bon conte de Anglante Avea de un colpo la memoria persa, Quando il percosse il perfido africante, Che tramortito a dietro lo riversa. Tutta la cosa vi narrai a ponto, Però trapasso e più non la riconto.

Se non che, essendo quella dama altiera Ora affrontata al saracino ardito, E durando la zuffa orrenda e fiera, Il conte Orlando se fu risentito; E ben serìa tornato volentiera A vendicarse, come aveti odito: Essendo dal pagan sì forte offeso, Gli avria pan cotto per tal pasto reso.

Ma pur, temendo a farli villania, Poi che era de altra mischia intravagliato, Sua Durindana al fodro rimettia, E, lor mirando, stavasi da lato. Quel loco ove era la battaglia ria, Posto è tra duo colletti in un bel prato, Lontano a l'altra gente per bon spaccio, Sì che persona non gli dava impaccio.

Tre ore, o poco più, stettero a fronte La dama ardita e quel forte pagano; E stando quivi a rimirare il conte, Alciando gli occhi vidde di lontano Quella gran gente che callava il monte, E le bandiere poi di mano in mano, Con tal romor che par che 'l cel ruine, Tanta è la folta; e non se vede il fine.

Diceva Orlando: - O re del celo eterno, Dove è questo mal tempo ora nasciuto? Ché il re Marsilio e tutto suo governo Di tanta gente non avrebbe aiuto. Credo io che sono usciti dello inferno, Benché serà ciascuno il mal venuto E il mal trovato, sia chi esser si vôle, Se Durindana taglia come suole. -

Così parlava con molta arroganza; Verso quel monte ratto se distende. Sopra del prato integra era una lanza: Chinosse il conte e quella in terra prende, Ché cotal cosa avea spesso in usanza. Non so se lo atto a ponto ben s'intende; Dico, stando in arcione, essendo armato, Quella grossa asta su tolse del prato.

Con essa in su la coscia passa avante Sopra de Brigliador, che sembra occello. Ma ritornamo a dir del re Agramante, Che, veggendo nel piano il gran zambello, Forte allegrosse di cotal sembiante, E fie' chiamarsi avante un damigello, Qual fu di Constantina incoronato, E Pinadoro il re fu nominato.

A lui comanda che vada soletto Tra quelle gente e, senza altra paura, Là dove il grande assalto era più stretto E la battaglia più crudiele e dura, Piglia qualche barone al suo dispetto, Vivo lo porti a lui con bona cura; O quattro o sei ne prenda ad un sol tratto, Accioché meglio intenda tutto il fatto.

Re Pinadoro parte cavalcando, E prestamente scese la gran costa; Da poi, per la campagna caminando, Non pone a speronare alcuna sosta, Ma poco cavalcò che trovò Orlando, Come venisse per scontrarlo a posta, E disfidandol con molta tempesta Se urtarno adosso con le lancie a resta.

Quivi de intorno non era persona, Benché fosse la zuffa assai vicina; L'un verso l'altro a più poter sperona A tutta briglia, con molta ruina. Ciascadun scudo al gran colpo risuona, Ma cade a terra il re di Constantina; Sua lancia andò volando in più tronconi, E lui di netto uscì fuor de l'arcioni.

Orlando lo pigliò senza contese, Poi che caduto fu de lo afferante, Però che lui non fece altre diffese, Né puote farle contra al sir de Anglante; E seco ragionando il conte intese Come quel ch'è nel monte è il re Agramante, Che per re Carlo e Francia disertare Con tanta gente avia passato 'l mare.

De ciò fu lieto il franco cavalliero: Guardando verso il cel col viso baldo Diceva: "O summo Dio, dove è mestiero, Pur mandi aiuto e soccorso di saldo! Ché, se non vien fallito il mio pensiero, Serà sconfitto Carlo con Ranaldo, Ed ogni paladin serà abattuto, Onde io serò richiesto a darli aiuto.

Così lo amor di quella che amo tanto Serà per mia prodezza racquistato, E per la sua beltate oggi mi vanto Che, se de incontro a me fosse adunato Con l'arme indosso il mondo tutto quanto, In questo giorno averòl disertato." Ciò ragionava il conte in la sua mente, E Pinadoro odìa de ciò nïente.

Ma il conte, vòlto a lui, disse: - Barone, Ritorna prestamente al tuo segnore, Se ti ha mandato per questa cagione Che tu rapporti a lui tutto il tenore. Dirai che il re Marsilio e il re Carlone Fan per battaglia insieme quel furore, E s'egli ha core ed animo reale, Venga alla zuffa e mostri ciò che vale. -

Re Pinador lo ringraziava assai, Come colui che molto fo cortese; E torna adietro e non se arresta mai, Sin che il destriero avanti il re discese, Dicendo: - Alto segnore, io me ne andai Ove volesti, e dicoti palese Che la battaglia ch'è sopra a quel piano, È tra Marsilio e il franco Carlo Mano.

Né so circa a tal fatto il tuo pensiero, Ma giù non callerai per mio consiglio, Perché io trovai nel piano un cavalliero De la cui forza ancor mi meraviglio, Che il scudo e sopraveste de quartiero Ha divisato bianco e di vermiglio; E se ciascun de gli altri serà tale, Il fatto nostro andrà peggio che male. -

E disse sorridendo il re Sobrino, Che a questo ragionare era presente: - Quel dal quartiero è Orlando paladino: Or scemarà il superchio a nostra gente; Ben lo cognosco insin da piccolino. Così Macon lo faccia ricredente, Come di spada e lancia ad ogni prova Il più fiero omo al mondo non se trova.

Or saperà se io ragionava invano Dentro a Biserta, allor che io fui schernito, Perché io lodai da possa Carlo Mano E lo esercito suo tanto fiorito. Traggasi avanti Alzirdo e Pulïano E Martasino, il quale è tanto ardito, Ché Rodamonte, alor cotanto acceso, Per la mia stima adesso è morto o preso.

Tragansi avanti questi giovanetti, Che mostravano aver tanta baldanza, E sono usati a giostra, per diletti, Andar forbiti e ben portar sua lanza. Ed acciò che altri forse non suspetti Ch'io dica tal parole per temanza, Gir vo' con essi, e l'anima vi lasso, Se alcun di lor mi varca avanti un passo. -

Re Martasino a questo ragionare De ira e de orgoglio tutto se commosse, E disse: - Certamente io vo' provare, Se questo Orlando è un om di carne e de osse, Poi che Sobrin non lo osa ad affrontare, Che sin da piccoletto lo cognosse. Chi vôl callar, se calla alla pianura: Nel monte aresti chi de onor non cura. -

Così parlava il franco Martasino: Non avea il mondo un altro più orgoglioso. Grossetto fu costui, ma piccolino De la persona, e destro e ponderoso, Rosso de faccia e di naso acquilino, Oltra a misura altiero e furïoso; Onde, cridando e crollando la testa, Giù de la costa sprona a gran tempesta.

Re Marbalusto il segue e Farurante; Alzirdo e Mirabaldo viene apresso, E Bambirago e il re Grifaldo avante. Né il re Sobrin, de cui parlava adesso, Mostra aver tema del segnor de Anglante, Ma più de gli altri tocca il destrier spesso, E con tanto furore andar se lassa, Che a Martasino avanti e a gli altri passa.

Né valse de Agramante il richiamare, Ché ciascaduno a più furia ne viene; Di esser là giù mille anni a tutti pare, Come livreri usciti di catene. Quando Agramante vede ogniomo andare, Movese anch'esso, e già non se ritiene, Né pone ordine alcuno alla battaglia, Ma fa seguire in frotta la canaglia.

Lui più de gli altri furïoso e fiero, Sopra de Sisifalto avanti passa, E seco a lato a lato il bon Rugiero, Ed Atalante, che giamai non lassa. Contar l'alto romor non fa mestiero; Ciascun direbbe: "Il mondo se fraccassa." Trema la terra e il cel tutto risuona, Cotanta gente al crido se abandona.

Suonando trombe e gran tamburi e corni La diversa canaglia scende al piano. Pochi di lor ne avea di ferro adorni, Chi porta mazze e chi bastoni in mano. Non se numerariano in cento giorni, Sì sterminatamente se ne vano. Ma tutti eran di lor con l'arme indosso Avanti van correndo a più non posso.

In questo tempo il re Marsilïone Gionto era quasi al ponto di morire, Né più se sosteniva ne lo arcione, Ma già da banda se lasciava gire, Però che adosso ha il franco re Carlone, Che ad ambe man non resta di ferire, E, come io dico, lo travaglia forte, Che quasi l'ha condutto in su la morte.

Ma, alciando gli occhi, vidde il re Agramante, Qual giù callando al piano era vicino, Con tante insegne e con bandiere avante, Che empìano intorno per ogni confino. Quando vidde callar gente cotante, Fasse la croce il figlio di Pepino; Per meraviglia è quasi sbigotito, Veggendo il gran trapel di novo uscito.

Il re Marsilio abandonò di saldo, Per porre altrove l'ordine ed aiuto. Poco lontano ad esso era Ranaldo, Che male avea condotto Feraguto. Benché ancor fosse alla battaglia caldo, Il brando pur di man gli era caduto; Or con la mazza ben gran colpi mena, Ma de la morte se diffende appena.

Ranaldo l'avria morto in veritate, Come io vi dico, e sempre il soperchiava, Perché poco estimava sue mazzate, E de Fusberta a lui spesso toccava. Tra le percosse orrende e sterminate Odì re Carlo, che a voce chiamava: Sì forte lo chiamò lo imperatore, Che pur intese intra tanto romore.

- Figlio, - cridava il re - figlio mio caro, Oggi d'esser gagliardo ce bisogna; Se tosto non se prende un bon riparo, Noi siam condotti alla ultima vergogna. Se mai fu giorno doloroso e amaro Per Montealbano e per tutta Guascogna, Se la Cristianità debbe perire, Oggi è quel giorno, o mai non de' venire. -

A questo crido de lo imperatore Il franco fio de Amon fu rivoltato, A benché combattesse a gran furore Con Feraguto, come io vi ho contato, Il qual de la battaglia avia il peggiore; E poco gli giovava esser fatato: Tanto l'avea Ranaldo urtato e pisto, Che un sì malconzo più non fu mai visto.

E sì fu per affanno indebilito, Ed avea l'armi sì fiaccate intorno, Che intrare a nova zuffa non fu ardito, Ma prese posa insino a l'altro giorno. Ranaldo al campo lo lasciò stordito, Tornando a Carlo, il cavalliero adorno, Che ordinava le schiere a fronte a fronte Verso Agramante, che discende il monte.

De le schiere ordinate la primiera Dette il re Carlo a lui, come fu gionto, Dicendo: - Va via ratto alla costiera, Ove e nemici giù callano a ponto. Fa che seco te azuffi a ogni maniera Nel piè del monte, sì come io ti conto; Apizza la battaglia al stretto loco, Ove è quel re che ha in campo nero il foco.

Ora certanamente me divino Che il re Agramante avrà passato il mare, Ché quel da tale insegna è re Sobrino: Ben lo cognosco e so ciò che può fare. Di certo egli è gagliardo saracino. Or via, filiolo, e non te indugïare! - Poi la seconda schiera Carlo dona Al duca de Arli e al duca di Baiona.

Entrambi son del sangue di Mongrana: Sigieri il primo, e l'altro ha nome Uberto. Poscia il re Otone e sua gente soprana L'altra schiera ebbe sopra al campo aperto. La quarta, ch'era a questa prossimana, Governa il re di Frisa, Daniberto; La quinta poi il re Carlo arriccomanda A Manibruno, il quale era de Irlanda.

El re di Scozia giù mena la sesta; La settima governa Carlo Mano. Or se incomincia il crido e la tempesta. Gionto alla zuffa è il sir de Montealbano, Sopra Baiardo, con la lancia a resta: Tristo qualunche iscontra sopra il piano! Qual mezo morto de lo arcion trabocca, Qual come rana per le spalle insprocca.

Rotta la lancia, fuor trasse Fusberta: Ben vi so dir che spaccia quel cammino. - Or chi è costui che mia gente diserta, - Diceva, a lui guardando, il re Sobrino - Ed ha il leon sbarato alla coperta? Io non cognosco questo paladino. Nel gran paese dove Carlo regna, Mai non viddi colui, né questa insegna.

Ma debbe esser Ranaldo veramente, Di cui nel mondo se ragiona tanto. Or provarò se egli è così valente, Come de lui se dice in ogni canto. - Nel dir sperona il suo destrier corrente Quel re che di prodezza ha sì gran vanto; La lancia rotta avia prima nel piano, Ma ver Ranaldo vien col brando in mano.

Ranaldo il vidde e, stimandol assai Per le belle arme e per la appariscenza, Fra sé diceva: "Odito ho sempre mai Che il bon vantaggio è di quel che incomenza; Al mio poter tu non cominciarai, Ché chi coglie de prima, non va senza." Così dicendo sopra de la testa Ad ambe man lo tocca a gran tempesta.

Ma l'elmo che avea in capo era sì fino Che ponto non fu rotto né diviso, E nïente se mosse il re Sobrino, Benché non parve a lui colpo da riso. Ma già son gionto a l'ultimo confino Del canto consueto; onde io me aviso Che alquanto riposar vi fia diletto: Poi serà il fatto a l'altro canto detto.

Canto trentesimo

Baroni e dame, che ascoltati intorno Quella prodezza tanto nominata, Che fa de fama il cavallier adorno Alla presente etade e alla passata, Io vengo a ricontarvi in questo giorno La più fiera battaglia e sterminata, E la più orrenda e più pericolosa Che racontasse mai verso né prosa.

Se vi amentati bene, aveti odito Ove sia questa guerra e tra qual gente, E come il re Sobrin fosse ferito Dal pro' Ranaldo in su l'elmo lucente; Ma tanto era feroce il vecchio ardito, Che mostrava di ciò curar nïente; E vòlto contra il sir de Montealbano Sopra la fronte il colse ad ambe mano.

Ranaldo a lui rispose con ruina, E tra lor duo se cominciò gran zuffa; Ma l'una schiera e l'altra se avicina, E tutti se meschiarno alla baruffa. Benché sia più la gente saracina, Ciascun cristian dua tanta ne ribuffa: Grande è il romor, orribile e feroce Di trombe, di tamburi e de alte voce.

Di qua di là le lancie e le bandiere L'una ver l'altra a furia se ne vano, E quando insieme se incontrâr le schiere Testa per testa a mezo di quel piano, Mal va per quei che sono alle frontiere, Perché alcun scontro non ariva in vano; Qual con la lancia usbergo e scudo passa, Qual col destriero a terra se fraccassa.

E tuttavia Ranaldo e il re Sobrino L'un sopra a l'altro gran colpi rimena, Benché ha disavantaggio il saracino, E dalla morte se diffende apena. Ecco gionto alla zuffa Martasino, Quello orgoglioso che ha cotanta lena; E Bambirago è seco, e Farurante, E Marbalusto, il quale era gigante.

Alzirdo e il re Grifaldo viene apresso, Argosto di Marmonda e Pulïano; Tardoco e Mirabaldo era con esso, Barolango, Arugalte e Cardorano, Gualciotto, che ogni male avria commesso, E Dudrinasso, il perfido pagano. De quindeci ch'io conto, vi prometto, Stasera non andrà ben cinque a letto.

Se non vien men Fusberta e Durindana, Non vi andranno, se non vi son portati, Ma restaranno in su la terra piana, Morti e destrutti e per pezzi tagliati. Ora torniamo alla gente africana E a questi re, che al campo sono entrati Con tal romore e crido sì diverso, Che par che il celo e il mondo sia sumerso.

La prima schiera, qual menò Ranaldo, Che avea settanta miglia di Guasconi, Fu consumata da costor di saldo, E cavallier sconfitti con pedoni. Così come le mosche al tempo caldo, O ne l'antiqua quercia e formigoni, Tal era a remirar quella canaglia Senza numero alcuno alla battaglia.

Ma de quei re ciascun somiglia un drago Adosso a' nostri; ogniom taglia e percote, E sopra a tutti Martasino è vago De abatter gente e far le selle vote; E così Marbalusto e Bambirago Al campo di costui seguon le note, E gli altri tutti ancor senza pietate Pongono i nostri al taglio de le spate.

Il crido è grande, i pianti e la ruina Di nostra gente morta con fraccasso, Crescendo ognior la folta saracina, Che giù del monte vien correndo al basso. Re Farurante mai non se raffina; Grifaldo, Alzirdo, Argosto e Dudrinasso, Tardoco, Bardarico e Pulïano Senza rispetto tagliano a due mano.

Ranaldo, combattendo tutta fiata Contra a Sobrino, il quale avea il peggiore, Veduta ebbe sua gente sbaratata, Onde ne prese gran disdegno al core, E lascia la battaglia cominciata, Battendo e denti de ira e de furore. Stati per Dio, segnori, attenti un poco, Ché or da dovere si comincia il gioco.

Battendo e denti se ne va Ranaldo, Gli omini e l'arme taglia d'ogni banda; Ove è il zambello più fervente e caldo Urta Baiardo e a Dio si racomanda. Il primo che trovò fu Mirabaldo, In duo cavezzi fuor d'arcione il manda; Tanto fu il colpo grande oltra misura, Che per traverso il fesse alla centura.

Questo veggendo Argosto di Marmonda Divenne in faccia freddo come un gelo, Mirando quel per forza sì profonda Tagliar quest'altri come fosse un pelo. Ranaldo ce gli mena alla seconda, Facendo squarzi andare insino al celo; Cimieri e sopraveste e gran pennoni Volan per l'aria a guisa de falconi.

Di teste fesse e di busti tagliati, Di gambe e braccie è la terra coperta, E' Saracini in rotta rivoltati Fuggendo e ansando con la bocca aperta; Né puon cridar, tanto erano affrezzati. Sempre Ranaldo tocca di Fusberta, Facendo di costor pezzi da cane: Tristo colui che là oltra rimane!

Sì come Argosto, che in dietro rimase, E Ranaldo il ferì con gran possanza, E sino in su l'arcione il partì quase: Tre dita non se tenìa della panza. E quelle genti perfide e malvase Chi getta l'arco e chi getta la lanza, E chi lascia la tarca e chi il bastone, Tutti fuggendo a gran confusïone.

Combatte in altra parte Martasino, Che ha per cimiero un capo de grifone, E sotto a quello uno elmo tanto fino, Che non teme di brando offensïone. Costui, veggendo per quel gran polvino Sua gente persa e la destruzïone Che fa tra loro il sir di Montealbano, Là s'abandona con la spada in mano.

Gionse a Ranaldo dal sinistro lato E ne l'elmo il ferì de un manriverso; Quasi stordito lo mandò nel prato, Tanto fu il colpo orribile e diverso. Tardoco ancor di novo era arivato, E Bardarico gionse di traverso Con Marbalusto, che è sì grande e grosso; Ciascun tocca Ranaldo a più non posso.

Lui da cotanti se diffende apena, Sì spesso del colpire è la tempesta; Ciascun de questi quattro è di gran lena, Né l'un per l'altro di ferir se arresta. Ranaldo irato a Bardarico mena, E colse de Fusberta ne la testa, E fesse l'elmo e la barbuta e 'l scudo: A mezo il petto andò quel colpo crudo.

Ma lui gionse ne l'elmo Marbalusto, Il qual portava in mano un gran bastone, Che avea ferrato tutto intorno il fusto; Lui gionse ne la testa il fio de Amone. Cotanta forza ha quel pagan robusto, Che quasi lo gettò fuor de lo arcione; Già tutto da quel canto era piegato, Ma Tardoco il ferì da l'altro lato.

Tardoco, il re de Alzerbe, il tiene in sella, Ferendo, come io dico, a l'altro canto, E Martasino adosso gli martella, Ed il cimier gli ruppe tutto quanto. E mentre che Ranaldo stava in quella, Il popol de' Pagan, che era cotanto, Da Grifaldo guidato e Dudrinasso, Di novo i nostri posero in fraccasso.

Tanta la gente sopra a' nostri abonda, Che non vi val diffesa a ogni maniera, A benché alcun però non se nasconda. Ma tutta consumata è quella schiera, Onde al soccorso mosse la seconda, Che alle baruffe entrò ben volentiera; Né soi megliori aveva il re de Francia Di questi dui, de ardire e di possancia:

Del duca d'Arli, dico, il bon Sigieri, E 'l bono Uberto, duca di Baiona, Usi in battaglia e franchi cavallieri; E l'uno e l'altro avea forte persona. Via se ne vanno al par de bon guerrieri, De arme e de cridi il cel tutto risuona. E par che 'l mondo seco se comova; Or la battaglia al campo se rinova.

Uberto se incontrò col re Grifaldo, Sigiero e Dudrinasso l'africante; Uscîr d'arcione e duo pagan di saldo, Voltando verso il celo ambe le piante. Vicino a questo loco era Ranaldo, Qual combattendo, come io dissi avante, Con quei pagan, condutto era a mal porto, Benché de' quattro Bardarico ha morto.

Pur sempre il re Tardoco e Martasino E quel gigante il quale è re de Orano Toccano adosso al nostro paladino, L'un col bastone e' duo col brando in mano. Ora Sigieri, essendo là vicino, Presto cognobbe il sir de Montealbano, E là per dargli aiuto se abandona: A tutta briglia il suo destrier sperona.

E mena al re Tardoco in prima gionta, E tra lor duo se cominciò la danza, Con gran percosse di taglio e di ponta. Ma pur Sigieri il saracino avanza, Come Turpino al libro ce raconta; Al fin gli messe il brando per la panza, E le rene forò sotto al gallone, Via più de un palmo passò ancor l'arcione.

Né avendo ancora il brando rïavuto, Ché forte ne l'arcione era inclinato, Per voler dare al re Tardoco aiuto Aponto Martasino era voltato; Ma, poi che il vidde a quel caso venuto, Che il freno aveva e il brando abandonato, Sopra a Sigieri un colpo orrendo lassa, E la barbuta e l'elmo gli fraccassa.

Tanta possanza avea quel maledetto, Che per la fronte gli partì la faccia, E 'l collo aperse e giù divise il petto, Ché non vi valse usbergo né coraccia. Or bene ebbe Ranaldo un gran dispetto, E con Fusberta adosso a lui se caccia: Dico Ranaldo adosso a Martasino Lascia un gran colpo in su l'elmo acciarino.

Forte era l'elmo, come aveti odito, E per quel colpo ponto non se mosse, Ma rimase il pagano imbalordito, Ché la barbuta al mento se percosse, E stette un quarto de ora a quel partito, Che non sapeva in qual mondo se fosse; E, mentre che in tal caso fa dimora, Re Marbalusto col baston lavora.

Ad ambe mano alzò la grossa maccia, E sopra al fio de Amon con furia calla; Ranaldo a lui rimena, non minaccia, Con sua Fusberta che giamai non falla. Meza la barba gli tolse di faccia, Ché la masella pose in su la spalla, Né elmo o barbuta lo diffese ponto, Ché 'l viso gli tagliò, come io vi conto.

Smarito di quel colpo il saracino Subitamente se pose a fuggire, E ritrovò nel campo il re Sobrino, Qual, veggendo costui in tal martìre, - Ove è, - cridava - dove è Martasino, E Bardarico, che ebbe tanto ardire? Ov'è Tardoco, il giovane mal scorto? So che Ranaldo ogniun di loro ha morto.

Non fu dato credenza al mio parlare; Da Rodamonte apena me diffese, Quando a Biserta io presi a racontare La possanza di Carlo in suo paese. Se io dissi veritate ora si pare, Ché faciamo la prova a nostre spese; Or fuggi tu, dapoi che ti bisogna, Ché qua voglio io morir senza vergogna. -

Così dicendo quel crudo vecchiardo Via va correndo e Marbalusto lassa; Tagliando e nostri senza alcun riguardo E sempre dissipando avanti passa. Da ciascun canto quel pagan gagliardo Destrieri insieme ed omini fraccassa. E ne lo andare il forte saracino Trovò Ranaldo a fronte e Martasino.

Perché, dapoi che in sé fu rivenuto, Fu con Ranaldo di novo alle mano, Ma certamente gli bisogna aiuto, Ché male il tratta il sir de Montealbano. Come Sobrino il fatto ebbe veduto, Cridava, essendo alquanto anco lontano: - Ove son le prodezze e l'arroganze Che dimostravi in Africa di zanze?

Ove lo ardir che avesti, e quella fronte Che dimostravi in quello giorno, quando Con tal ruina giù callavi il monte E che stimavi tanto poco Orlando? Or questo che ti caccia non è il conte, Che avevi morto e preso al tuo comando; Questo non è colui che ha Durindana, E pur ti caccia a guisa de puttana. -

Non guarda Martasino a tal parlare, E ponto non l'intende e non l'ascolta, Ché certamente aveva altro che fare, Tanto Ranaldo lo menava in volta. Ma il re Sobrin non stette ad aspettare: Avendo ad ambe man sua spada còlta, Percosse di gran forza il fio d'Amone Sopra al cimier, che è un capo di leone.

Un capo di leone e il collo e il petto Portava il pro' Ranaldo per cimiero, Ma il re Sobrino il tolse via di netto, Ché tutto il fraccassò quel colpo fiero; Onde prese de ciò molto dispetto, E volta a quel pagano il cavalliero; Ma, mentre che si volta, Martasino Percosse lui ne l'elmo de Mambrino.

Come ne l'alpe, alla selva men folta, Da' cacciatori è l'orso circondato, Quando l'armata è d'intorno aricolta, Chi tra' davanti e chi mena da lato; Lui lascia questo, e a quello altro si volta, Ché de ciascun vôle esser vendicato, E mentre che a girarse più se affretta, Più tempo perde e mai non fa vendetta:

Cotale era Ranaldo in quel zambello, Sendo condutto a quei pagani in mezo; A lui sempre feriva or questo or quello, Ed esso a tutti attende e fa 'l suo pezo. Ciascuno de quei re sembrava ocello, Come scrive Turpino, il quale io lezo; Tanto eran presti e scorti nel ferire, Ch'io nol posso mostrar, né in rima dire.

Come io vi dico, senza alcun riguardo Qual dietro mena e qual tocca davante; Ma quel bon cavallier sopra a Baiardo Pur fa gran prove, e non potria dir quante. Mentre ha tal zuffa il principe gagliardo, Del monte era disceso il re Agramante, E di tanta canaglia il piano è pieno, Che par che al crido il mondo venga meno.

Poco davanti è Rugier paladino, Daniforte vien dietro e Barigano, Ed Atalante, quel vecchio indivino, Mulabuferso, che è re di Fizano, El re Brunello, il falso piccolino, Mordante, Dardinello e Sorridano, E seco Prusïone e Manilardo E Balifronte, il perfido vecchiardo.

Re de Almasilla vien Tanfirïone: Chi potria racordar tutti costoro? Mancavi il re di Septa, Dorilone, Che dietro ne venìa con Pinadoro. Provato ha l'uno il figlio di Melone, E l'altro è copïoso di tesoro: Perché e ricchi ebban seguir tutti quanti, Mandan gli arditi e' disperati avanti.

Per tal cagione indetro era rimaso Il re di Constantina e quel di Cetta, E ben confortan gli altri in questo caso A gire avanti, ove è la folta stretta. Ora me aiuta, ninfa di Parnaso, Suona la tromba e meco versi detta; Sì gran baruffa me apparecchio a dire, Che senza aiuto io non potrò seguire.

Re Carlo tutto il fatto avea veduto, E a' soi rivolto il franco imperatore Dicea: - Filioli, il giorno oggi è venuto, Che sempre al mondo ce può fare onore. Da Dio dovemo pur sperare aiuto, Ponendo nostra vita per suo amore, Né perder se può quivi, al parer mio: Chi starà contra noi, se nosco è Iddio?

Né vi spaventi quella gran canaglia, Benché abbia intorno la pianura piena; Ché poco foco incende molta paglia, E piccol vento grande acqua rimena. Se forïosi entramo alla battaglia, Non sosterranno il primo assalto apena. Via! Loro adosso a briglie abandonate! Già sono in rotta; io il vedo in veritate. -

Nel fin de le parole Carlo Mano La lancia arresta e sprona il corridore. Or chi serìa quel traditor villano Che, veggendo alla zuffa il suo segnore, Non se movesse seco a mano a mano? Qua se levò l'altissimo romore; Chi suona trombe e chi corni, e chi crida: Par che il cel cada e il mondo se divida.

Da l'altra parte ancora e Saracini Facean tremar de stridi tutto il loco. Correndo l'un ver l'altro son vicini: Discresce il campo in mezo a poco a poco, Fosso non vi è né fiume che confini, Ma urtarno insieme gli animi di foco, Spronando per quel piano a gran tempesta; Ruina non fu mai simile a questa.

Le lancie andarno in pezzi al cel volando, Cadendo con romore al campo basso, Scudo per scudo urtò, brando per brando, Piastra per piastra insieme, a gran fraccasso. Questa mistura a Dio la racomando: Re, caval, cavallier sono in un fasso, Cristiani e Saracini, e non discerno Qual sia del celo, qual sia de l'inferno.

Chi rimase abattuto a quella volta, Non vi crediati che ritrovi iscampo, Ché adosso gli passò quella gran folta, Né se sviluppâr mai di quello inciampo; Ma la schiera pagana in fuga è volta, E già de' nostri è più de mezo il campo; Ferendo e trabuccando a gran ruina, Via se ne va la gente saracina.

Essendo da due arcate già fuggiti, Pur li fece Agramante rivoltare; Allora e nostri, in volta e sbigotiti, Incominciarno il campo abandonare, Fuggendo avanti a quei che avean seguiti: Come intraviene al tempestoso mare, Che il maestrale il caccia di riviera, Poi vien sirocco, e torna dove egli era.

Così tra Saracini e Cristïani Spesso nel campo se mutava il gioco, Or fuggendo or cacciando per quei piani, Cambiando spesso ciascaduno il loco, Benché e signori e' cavallier soprani Se traesseno a dietro a poco a poco. Pur la gente minuta e la gran folta Com'una foglia ad ogni vento volta.

Tre fiate fu ciascun del campo mosso, Non potendo l'un l'altro sostenire. La quarta volta se tornarno adosso, E destinati son de non fuggire. Petto con petto insieme fu percosso; L'aspra battaglia e l'orrendo ferire Or se incomincia e la crudel baruffa: Questo con quello e quel con questo ha zuffa.

Re Pulicano e Ottone, il bono anglese, Se urtarno insieme con la spada in mano; Rugiero al campo de' Cristian distese, Ciò fu Grifon, cugin del conte Gano. Ricardo ed Agramante alle contese Stettero alquanto sopra di quel piano, Ma al fin lo trasse il saracin de arcione, Poi rafrontò Gualtier da Monlïone,

E Barigano, el duca de Baiona, E Gulielmier di Scoccia, Daniforte. De Carlo Mano la real corona Feritte in testa Balifronte a morte. Re Moridano avea franca persona, Né de lui Sinibaldo era men forte, Sinibaldo de Olanda, il conte ardito: Costor toccâr l'un l'altro a bon partito.

Apresso Daniberto, il re frisone, Col re de la Norizia, Manilardo; Brunello il piccolin, che è un gran giottone, Stava da canto con molto riguardo. Ma poco apresso il re Tanfirïone S'affrontò con Sansone, il bon picardo; E gli altri tutti, senza più contare, Chi qua chi là se avean preso che fare.

È la battaglia in sé ramescolata, Come io ve dico, a questo assalto fiero; De crido in crido al fin fu riportata Sin là dove era il marchese Oliviero, Che combattuto ha tutta la giornata Contra a Grandonio, il saracino altiero, E fatto ha l'un a l'altro un gran dannaggio, Benché vi è poco o nulla d'avantaggio.

Ma, sì come Olivier per voce intese L'alta travaglia ove Carlo è condotto, Forte ne dolse a quel baron cortese: Lasciò Grandonio e là corse di botto. Così fu reportato anche al Danese, Qual combatteva, e non era al desotto, Anci ben stava a Serpentino al paro; De la lor zuffa vi è poco divaro.

Ma, come oditte che 'l re Carlo Mano Entrato era a battaglia sì diversa, Subitamente abandonò il pagano, Io dico Serpentin, l'anima persa, E via correndo il cavallier soprano Poggetti e valli e gran macchie atraversa, Sin che fu gionto sotto a l'alto monte Ove azuffato è Carlo e Balifronte.

Così a ciascun che al campo combattia, Fu l'aspra zuffa subito palese, Ove il re Carlo e la sua baronia Contra Agramante stava alle contese. L'un più che l'altro a gran fretta venìa A spron battuti e redine distese, E sì ve se adunarno a poco a poco, Che ormai non è battaglia in altro loco.

Però che 'l re Marsilio e Balugante, Grandonio di Volterna e Serpentino E l'altre gente sue, ch'eran cotante, Mirando per quel monte il gran polvino, Ben se stimarno che gli era Agramante, Ed ormai gionger dovea per confino, Onde tornarno adietro a dargli aiuto; Ma già con lor non viene Feraguto.

Però che era fiaccato in tal maniera Dal pro' Ranaldo, come io vi contai, Che, stando a rinfrescarsi alla riviera, Più per quel giorno non tornò giamai. Vago fu molto il loco dove egli era, De fiori adorno e de occelletti gai, Che empìan di zoia il boschetto cantando, E là in nascosto stava ancora Orlando;

Perché, poi che esso lasciò Pinadoro (Non so se ricordate il convenente), Venne in quel bosco e scese Brigliadoro, E là pregava Iddio devotamente Che le sante bandiere a zigli d'oro Siano abattute e Carlo e la sua gente; E pregando così come io ve ho detto, Lo trovò Feraguto in quel boschetto.

Né l'un de l'altro già prese sospetto Come se fôrno insieme ravisati; Ma qual fosse tra lor l'ultimo effetto, Da poi vi narrarò, se me ascoltati. Or l'aspro assalto che di sopra ho detto, Quale ha tanti baron ramescolati, Si rinovò sì crudo e sì feroce, Che io temo che al contar manchi la voce.

Onde io riprenderò di posa alquanto, Poi tornarò con rime più forbite, Seguendo la battaglia de che io canto, Ove l'alte prodezze fiano odite Di quel Rugier che ha di fortezza il vanto. Baron cortesi, ad ascoltar venite, Perché al principio mio io me dispose Cantarvi cose nove e dilettose.

Canto trentesimoprimo

Il sol girando in su quel celo adorno Passa volando e nostra vita lassa, La qual non sembra pur durar un giorno A cui senza diletto la trapassa; Ond'io pur chieggio a voi che sete intorno, Che ciascun ponga ogni sua noia in cassa, Ed ogni affanno ed ogni pensier grave Dentro ve chiuda, e poi perda la chiave.

Ed io, quivi a voi tuttavia cantando, Perso ho ogni noia ed ogni mal pensiero, E la istoria passata seguitando, Narrar vi voglio il fatto tutto intiero, Ove io lasciai nel bosco il conte Orlando Con Feraguto, quel saracin fiero, Qual, come gionse in su l'acqua corrente, Orlando il ricognobbe amantinente.

Era in quel bosco una acqua di fontana; Sopra alla ripa il conte era smontato, Ed avea cinta al fianco Durindana, E de ogni arnese tutto quanto armato. Or così stando in su quella fiumana, Gionse anche Feragù molto affannato, Di sete ardendo e d'uno estremo caldo Per la battaglia che avea con Ranaldo.

Come fu gionto, senza altro pensare Discese de lo arcione incontinente; Trasse a sé l'elmo e, volendo pigliare De l'onda fresca al bel fiume lucente, O per la fretta o per poco pensare L'elmo gli cadde in quella acqua corrente, Ed andò al fondo sin sotto l'arena: Di questo Feraguto ebbe gran pena.

L'elmo nel fondo basso era caduto, Né sa quel saracin ciò che si fare, Se non in vano adimandare aiuto E al suo Macone starsi a lamentare. In questo Orlando l'ebbe cognosciuto Al scudo e a l'arme che suolea portare; Ed appressato a lui in su la riviera, Lo salutò parlando in tal maniera:

- Chi te puote aiutare, ora te aiute, Ed usi verso te tanta pietate, Che non te mandi a l'anime perdute, Essendo cavallier di tal bontate. Così te dricci alla eterna salute Cognoscimento de la veritate; Nel ciel gioia te doni e in terra onore, Come tu sei de' cavallieri il fiore. -

Alciando Feraguto il guardo altiero A quel parlar cortese che ho contato, Incontinente scorto ebbe il quartiero, E ben se tenne alora aventurato, Poi che la cima de ogni cavalliero Aveva in quel boschetto ritrovato, Parendo a lui de averlo a sua balìa O de pigliarlo o farli cortesia.

E fatto lieto, dove era dolente Per quel bello elmo che è caduto al fondo, - Non vo' - disse - dolermi per nïente Più mai di caso che mi venga al mondo; Perché, dove io stimai de esser perdente, Più contento mi trovo e più iocondo Che esser potesse mai de alcuno acquisto, Dapoi che 'l fior d'ogni barone ho visto.

Ma dimmi, se gli è licito a sapere: Perché nel campo, ove è battaglia tanta, Non te ritrovi a mostrar tuo potere, Dove Ranaldo sol de onor si vanta? Sopra di me ben l'ha fatto vedere, Che son fatato dal capo alla pianta Per tutti e membri, fora che un sol loco; Ma ciò giovato me è nïente, o poco.

Né credo che abbia il mondo altro barone Qual superchi Ranaldo di valore, Benché per tutto sia la opinïone La qual ti tien di lui superïore; Ma se veder potessi il parangone E provar qual di voi fosse il minore Di fortezza, destrezza e de ardimento, E poi morissi, io moriria contento.

E certo che io te volsi disfidare Come io te viddi ed ebboti compreso, Ché ogn'altra cosa fabula mi pare, Poiché dal fio de Amon me son diffeso. - Odendo Orlando questo ragionare, De ira e de sdegno fu nel core acceso, Onde rispose: - E' si può dir con vero Ch'el fio de Amone è prodo cavalliero.

Ma quel parlare e lunga cortesia Qual tanto loda alcun fuor di misura, Ne offende l'onor de altri in villania. Se tu tenessi in capo l'armatura, In poco d'ora si dimostraria Quel parangon de che hai cotanta cura; Se il valor di Ranaldo ti è palese, Me provaresti, e forse alle tue spese.

Poscia che stracco sei di gran travaglia, Non ti farebbe adesso adispiacere, Ché tornar voglio in campo alla battaglia, E, mal per qual che sia, farò vedere Se la mia spada al par d'una altra taglia. - Così parlando il conte, al mio parere, Con molta fretta ed animo adirato Sopra al destrier salì de un salto armato.

Rimase Feraguto alla foresta, Che era affannato, come io ve contai, Ed era disarmato de la testa, E penò poi ad aver l'elmo assai. Ma il conte Orlando menando tempesta Via va correndo, e non se posa mai Sin che fu gionto a ponto in quelle bande Ove è la zuffa e la battaglia grande.

Come io ve dissi nel passato giorno, Re Carlo ed Agramante alla frontiera Avea ciascuno e suoi baroni intorno: Battaglia non fu mai più orrenda e fiera. Non vi è chi voglia di vergogna scorno, Ma ciascun vôl morir più volentiera E che sia il spirto e l'animo finito, Che abandonar del campo preso un dito.

Le lancie rotte e' scudi fraccassati, Le insegne polverose e le bandiere, E' destrier morti e' corpi riversati Facean quel campo orribile a vedere; E' combattenti insieme amescolati, Senza governo on ordine de schiere, Facean romore e crido sì profondo, Come cadesse con ruina il mondo.

Lo imperator per tutto con gran cura Governa, combattendo arditamente, Ma non vi giova regula o misura: Suo comandar stimato è per nïente; E benché egli abbia un cor senza paura, Pur mirando Agramante e sua gran gente, De retirarse stava in gran pensiero, Quando cognobbe Orlando al bel quartiero.

Correndo venìa il conte di traverso, Superbo in vista, in atto minacciante. Levosse il crido orribile e diverso, Come fu visto quel segnor de Anglante; E se alcun forse avea l'animo perso, Mirando il paladin se trasse avante; E 'l re Carlon, che 'l vidde di lontano, Lodava Idio levando al cel le mano.

Or chi contarà ben l'assalto fiero? Chi potrà mai quei colpi dessignare? Da Dio l'aiuto mi farà mestiero, Volendo il fatto aponto racontare; Perché ne l'aria mai fu trono altiero, Né groppo di tempesta in mezo al mare, Né impeto d'acque, né furia di foco, Qual l'assalir de Orlando in questo loco.

Grandonio di Volterna, il fier gigante, Gionto era alora alla battaglia scura; Con un baston di ferro aspro e pesante Copria de morti tutta la pianura. Questo trovosse al conte Orlando avante, E ben gli bisognava altra ventura, Ché tal scontro di lancia ebbe il fellone, Che mezo morto uscì fuor de l'arcione.

Quel cadde tramortito alla foresta; Il conte sopra lui non stette a bada, Ma trasse il brando e mena tal tempesta Come a ruina lo universo cada, Fiaccando a cui le braccia, a cui la testa. Non si trova riparo a quella spada, Né vi ha diffesa usbergo, piastra, o maglia, Ché omini e l'arme a gran fraccasso taglia.

Cavalli e cavallieri a terra vano Ovunque ariva il conte furïoso. Ecco tra gli altri ha visto Cardorano, Quel re di Mulga, che è tutto peloso. Il paladin il gionse ad ambe mano, E parte il mento e 'l collo e 'l petto gioso; Lui cade de l'arcion morto di botto, Il conte il lascia e segue il re Gualciotto:

Il re Gualciotto di Bellamarina, Qual ben fuggia da lui più che di passo; E 'l conte fra la gente saracina Segue lui solo e mena gran fraccasso, Ché porlo in terra al tutto se destina; Ma avanti se gli oppose Dudrinasso, A benché dir non sappia in veritate Se sua sciagura fosse o voluntate.

Costui ch'io dico, è re de Libicana. Un volto non fu mai cotanto fiero, Larga la bocca avea più de una spana; Grosso e membruto e come un corbo nero. Orlando lo assalì con Durindana Ed ispiccolli il capo tutto intiero; Via volò l'elmo, e dentro avia la testa: Già per quel colpo il conte non s'arresta,

Perché adocchiato avea Tanfirïone, Re de Almasilla, orrenda creatura, Che esce otto palmi e più sopra a l'arcione, Ed ha la barba insino alla cintura. A questo gionse il figlio de Melone, E ben gli fece peggio che paura, Perché ambedue le guanze a mezo 'l naso Partì a traverso il viso a quel malvaso.

Né a sì gran colpi in questo assalto fiero Giamai se allenta il valoroso conte. Più non se trova re né cavalliero Qual pur ardisca di guardarlo in fronte, Quando vi gionse il giovane Rugiero, E vidde fatto di sua gente un monte: Un monte rasembrava più né meno, Tutto di sangue e corpi morti pieno.

Cognobbe Orlando a l'insegna del dosso, A benché a poco se ne discernia, Ché il quarto bianco quasi è tutto rosso, Pel sangue de' Pagan che morti avia. Verso del conte il giovane fu mosso: Ben vi so dir che ormai de vigoria, De ardire e forza e di valore acceso, Una sol dramma non vi manca a peso.

E se incontrarno insieme a gran ruina: Tempesta non fu mai cotanto istrana Quando duo venti in mezo la marina Se incontran da libezio a tramontana. De le due spade ogniuna era più fina: Sapeti ben qual era Durindana, E qual tagliare avesse Balisarda, Che fatasone e l'arme non riguarda.

Per far perire il conte questo brando Fu nel giardin de Orgagna fabricato: Come Brunello il ladro il tolse a Orlando, E come Rugier l'ebbe, è già contato, Più non bisogna andarlo ramentando; Ma seguendo l'assalto incominciato, Dico che un sì crudele e sì perverso Non fu veduto mai ne l'universo.

Come loro arme sian tela di ragna, Tagliano squarci e fanno andare al prato. Di piastre era coperta la campagna, Ciascadun de essi è quasi disarmato, E l'un da l'altro poco vi guadagna: Sol di colpi crudeli han bon mercato; E tanto nel ferir ciascun s'affretta, Che l'una botta l'altra non aspetta.

Sopra de Orlando il giovane reale Ad ambe mano un gran colpo distese, E spezzò l'elmo dal cerchio al guanzale, Ché fatason né piastra lo diffese. Vero che al conte non tocca altro male, Come a Dio piacque; ché il colpo discese Tra la farsata aponto e le mascelle, Sì che lo rase e non toccò la pelle.

Orlando ferì lui con tanta possa, Che spezzò il scudo a gran destruzïone, Né lo ritenne nerbo o piastra grossa, Ma tutto lo partì sino a lo arcione; E fuor discese il colpo ne la cossa, Tagliando arnese ed ogni guarnisone: La carne non tagliò, ma poco manca, Ché il celo aiuta ogni persona franca.

Fermate eran le gente tutte quante A veder questi duo sì ben ferire; Ed in quel tempo vi gionse Atalante, Qual cercava Rugiero, il suo disire; E come visto l'ebbe a sé davante Per quel gran colpo a risco de morire, Subito prese tanto disconforto, Che quasi dal destrier cadde giù morto.

Incontinente il falso incantatore Formò per sua mala arte un grande inganno E molta gente finse, con romore, Che fanno a Cristïan soperchio danno. Nel mezo sembra Carlo imperatore Chiamando: - Aiuto! aiuto! - con affanno: Ed Olivier legato alla catena, Un gran gigante trasinando il mena.

Ranaldo a morte là parea ferito, Passato de un troncone a mezo il petto, E cridava: - Cugino, a tal partito Me lasci trasinar con tal dispetto? - Rimase Orlando tutto sbigotito, Mirando tanto oltraggio al suo cospetto, Poi tutto il viso tinse come un foco Per la grande ira, e non trovava loco.

A gran roina volta Brigliadoro, E Rugiero abandona e la battaglia, Né prende al speronare alcun ristoro. Avanti ad esso fugge la canaglia, Menando li pregioni in mezo a loro, Che gli ha de intorno fatto una serraglia; E proprio sembra che li porti il vento, Tanta è la forza de lo incantamento!

Rugier, poiché partito è il paladino, Rimase assai turbato ne la mente; Prese una lancia e, rivolto Frontino, Con molta furia dà tra nostra gente, E sopra al campo ritrovò Turpino. Né vespro o messa a lui valse nïente, Né paternostri on altre orazïone, Ché a gambe aperte uscì fuor de l'arcione.

Rugier lo lascia e a gli altri se abandona, Come dal monte corre il fiume al basso; Colse nel petto al duca di Baiona, E tutto lo passò con gran fraccasso. Re Salamon, che in capo ha la corona, Andò col suo destrier tutto in un fasso; Dà a Belenzero, Avorio, Ottone e Avino: Tra lor non fu vantaggio de un lupino;

Ché tutti quattro insieme nel sabbione Se ritrovarno a dar de' calci al vento. Rugier tutti gli abatte, el fier garzone, E sempre cresce in forza ed ardimento; Poi riscontrò Gualtier da Monlïone, E fuor di sella il caccia con tormento. Non fu veduto mai cotanta lena: Quanti ne trova, al par tutti li mena.

Già gli altri saracin, che prima ascosi Per la tema de Orlando eran fuggiti, Or più che mai ritornano animosi, E sopra al campo se mostrano arditi. Rugier fa colpi sì meravigliosi, Che quasi sono e nostri sbigotiti, Né posson contrastare a tanta possa; La gente a le sue spalle ognior se ingrossa.

Però che 'l re Agramante e Martasino Dopo Rugiero entrarno al gran zambello, Mordante e Barigano e 'l re Sobrino, Atalante il mal vecchio e Dardinello, Mulabuferso, il franco saracino; E dietro a tutti stava il re Brunello, Benché conforta ogniom che avanti vada, Per governar qualcosa che gli cada.

Rugier davanti fa sì larga straza Che non bisogna a lor troppa possancia, Né fuor del fodro ancor la spada caza, Però che resta integra la sua lancia. Ben vi so dir che Carlo oggi tramaza, E fia sconfitta la corte di Francia. Ma non posso al presente tanto peso: Nel terzo libro lo porrò disteso.

Prima vi vo' contar quel che avenisse Del conte Orlando, il quale avea seguito Quel falso incanto, sì come io vi disse, Ove sembrava Carlo a mal partito. Parea che avanti a lui ciascun fuggisse Tremando di paura e sbigotito, Sin che fôr gionti al mare in su l'arena, Poco lontani alla selva de Ardena.

Di verde lauro quivi era un boschetto Cinto d'intorno de acqua di fontana, Ove disparve il popol maledetto: Tutto andò in fumo, come cosa vana. Ben se stupitte il conte, vi prometto, Per quella meraviglia tanto istrana, E sete avendo per la gran calura, Entrò nel bosco in sua mala ventura.

Come fu dentro, scese Brigliadoro Per bere al fonte che davanti appare; Poi che legato l'ebbe ad uno alloro, Chinosse in su la ripa a l'onde chiare. Dentro a quell'acqua vidde un bel lavoro, Che tutto intento lo trasse a mirare: Là dentro de cristallo era una stanza Piena di dame: e chi suona, e chi danza.

Le vaghe dame danzavano intorno, Cantando insieme con voce amorose, Nel bel palagio de cristallo adorno, Scolpito ad oro e pietre prezïose. Già se chinava a l'occidente il giorno, Alor che Orlando al tutto se dispose Vedere il fin di tanta meraviglia, Né più vi pensa e più non se consiglia;

Ma dentro a l'acqua sì come era armato Gettossi e presto gionse insino al fondo, E là trovosse in piede, ad un bel prato: Il più fiorito mai non vidde il mondo. Verso il palagio il conte fu invïato, Ed era già nel cor tanto giocondo, Che per letizia s'amentava poco Perché fosse qua gionto e di qual loco.

A lui davante è una porta patente, Qual d'oro è fabricata e di zafiro, Ove entrò il conte con faccia ridente, Danzando a lui le dame atorno in giro. Mentre che io canto, non posa la mente, Ché gionto sono al fine, e non vi miro; A questo libro è già la lena tolta: Il terzo ascoltareti un'altra volta.

Alor con rime elette e miglior versi Farò battaglie e amor tutto di foco; Non seran sempre e tempi sì diversi Che mi tragan la mente di suo loco; Ma nel presente e canti miei son persi, E porvi ogni pensier mi giova poco: Sentendo Italia de lamenti piena, Non che or canti, ma sospiro apena.

A voi, legiadri amanti e damigelle, Che dentro ai cor gentili aveti amore, Son scritte queste istorie tanto belle Di cortesia fiorite e di valore; Ciò non ascoltan queste anime felle, Che fan guerra per sdegno e per furore. Adio, amanti e dame pellegrine: A vostro onor di questo libro è il fine.

Libro terzo

Canto primo

Come più dolce a' naviganti pare, Poi che fortuna li ha battuti intorno, Veder l'onda tranquilla e queto il mare, L'aria serena e il cel di stelle adorno; E come il peregrin nel caminare Se allegra al vago piano al novo giorno, Essendo fuori uscito alla sicura De l'aspro monte per la notte oscura;

Così, dapoi che la infernal tempesta De la guerra spietata è dipartita, Poi che tornato è il mondo in zoia e in festa E questa corte più che mai fiorita, Farò con più diletto manifesta La bella istoria che ho gran tempo ordita: Venite ad ascoltare in cortesia, Segnori e dame e bella baronia.

Le gran battaglie e il trïomfale onore Vi contarò di Carlo, re di Franza, E le prodezze fatte per amore Dal conte Orlando, e sua strema possanza; Come Rugier, che fu nel mondo un fiore, Fosse tradito; e Gano di Maganza, Pien de ogni fellonia, pien de ogni fele, Lo uccise a torto, il perfido crudele.

E seguirovi, sì come io suoliva, Strane aventure e battaglie amorose, Quando virtute al bon tempo fioriva Tra cavallieri e dame grazïose, Facendo prove in boschi ed ogni riva, Come Turpino al suo libro ce espose. Ciò vo' seguire, e sol chiedo di graccia Che con diletto lo ascoltar vi piaccia.

Nel tempo che il re Carlo de Pipino Mantenne in Franza stato alto e giocondo, Uscì di Tramontana un Saracino, Che pose quasi lo universo al fondo; Né dove il sol se leva a matutino, Né dove calla, né per tutto il mondo, Fo mai trovato in terra un cavalliero Di lui più franco e più gagliardo e fiero.

Mandricardo appellato era il Pagano, Qual tanta forza e tale ardire avia, Che mai non vestì l'arme il più soprano, Ed era imperator di Tartaria; Ma fo tanto superbo ed inumano Che sopra alcun non volse segnoria, Che non fosse in battaglia esperto e forte: A tutti gli altri facea dar la morte.

Onde fo il regno tutto disertato, Abandonò ciascuno il suo paese. Ora trovosse un vecchio disperato, Qual, non sapendo fare altre diffese, Passando avanti al re preso e legato Con alti cridi a terra se distese, Facendo sì diverso lamentare Che ogni om trasse intorno ad ascoltare.

- Mentre ch'io parlo, - disse il vecchio - aspetta, E poi farai di me quel che ti pare. L'anima del tuo patre maledetta Non può il mal fiume allo inferno passare, Perché scordata se è la sua vendetta. Sopra alla ripa stassi a lamentare: Stassi piangendo e tien la testa bassa, Ché ogni altro morto sopra li trapassa.

Il tuo patre Agrican, non so se 'l sai, O nol saper te infingi per paura, Dal conte Orlando occiso fo con guai: A te del vendicar tocca la cura. Tu fai morir chi non te offese mai, E meni per orgoglio tanta altura; Non è stimato, datelo ad intendere, Chi offende quel che non si può deffendere.

Va, trova lui, che ti potrà respondere, E mostra contra a Orlando il tuo furore. La tua vergogna non si può nascondere: Troppo è palese ogni atto de segnore. Codardo e vile, or non ti dèi confondere Pensando alla onta grande e il disonore Qual ti fu fatto? E sei tanto da poco Che hai faccia de apparire in alcun loco? -

Così cridava il vecchio ad alta voce, Come io vi conto, e più volea seguire; Se non che Mandricardo, il re feroce, A lo ascoltar non puote sofferire. Una ira sì rovente il cor li coce, Che se convenne subito partire, E ne la zambra se serrò soletto, Di sdegno ardendo tutto e de dispetto.

Dopo molto pensar prese partito Suo stato e tutto il regno abandonare. Per non esser da altrui mostrato a dito Giurò nella sua corte mai tornare, Ma reputar se stesso per bandito Sin che il suo patre possa vendicare; Né a sé ritenne tal pensiero in petto, Ma palesollo e poselo ad effetto.

Avendo a tutto il regno proveduto Di bon governo de ottima persona, Nel tempio de' suoi dei ne fo venuto, E sopra al foco offerse la corona; Poi se partì la notte scognosciuto, Ed a fortuna tutto se abandona: Senza arme, a piede, come peregrino Verso ponente prese il suo camino.

Arme non tolse e non mena destriero, Per non voler che al mondo fosse detto Che alcuno aiuto a lui facea mestiero Per vendicar sua onta e suo dispetto. E lui prosume molto de legiero De acquistarse arme e un bon destrier eletto, Sì che ponga ad effetto el suo disegno Sol sua prodezza, e non forza di regno.

Così, soletto sempre caminando, Passò gli Armeni ed altra regïone, E da un colletto un giorno remirando Presso a una fonte vidde un paviglione. Là giù se calla, nel suo cor pensando, Se vi trova arme dentro né ronzone, Per forza o bona voglia a ogni partito Non se levar de là se non fornito.

Poiché fu gionto in su la terra piana, Ne la cortina entrò senza paura. Non vi è persona prossima o lontana, Che abbia del pavaglion guarda né cura; Solo una voce uscì de la fontana, Qual gorgogliava per quella acqua pura, Dicendo: - Cavallier, per troppo ardire Fatto èi pregione, e non te poi partire. -

O che lui non odette, o non intese, Alle parole non pose pensiero, Ma per il pavaglione a cercar prese, Se ivi trovasse né arme né destriero. L'arme a un tapete tutte eran distese, Ciò che bisogna aponto a un cavalliero; E lì fuori ad un pino in su quel sito Legato era un ronzon tutto guarnito.

Quello ardito baron senza pensare L'arme se pose adosso tutte quante. Preso è il destriero e, via volendo andare, Subito un foco a lui sorse davante. Nel pino prima si ebbe a divampare, E, quello acceso sin sotto le piante, Per ogni lato il foco se trabocca, Ma sol la fonte e il pavaglion non tocca.

Gli arbori e l'erbe e pietre di quel loco Tutte avamparno a gran confusïone; La fiamma cresce intorno a poco a poco, Tanto che dentro chiuse quel barone. A lui se aventa lo incantato foco Ne l'elmo, el scudo, ed ogni guarnisone, E lo usbergo de acciaro e piastre e maglia Gli ardeano a cerco, come arida paglia.

El cavallier per cosa tanto istrana Lo usato orgoglio ponto non abassa; Smonta de arcion quella anima soprana, Per mezo il foco via correndo passa. Come fu gionto sopra alla fontana, Dentro vi salta e al fondo andar si lassa; Né più potea campare ad altra guisa: Arso era tutto insino alla camisa.

Ché, come io dissi, e piastre e maglia e scudo Gli ardeano atorno come foco di esca; Arse la giuppa, e lui rimase ignudo Sì come nacque, in mezo a l'onda fresca; E mentre che a diletto il baron drudo Per la bella acqua se solaccia e pesca, Parendo ad esso uscito esser de impaccio, Ad una dama se ritrova in braccio.

Era la fonte tutta lavorata Di marmo verde, rosso, azurro e giallo E l'acqua tanto chiara e riposata, Che traspareva a guisa de cristallo; Onde la dama che entro era spogliata, Così mostrava aperto senza fallo Le poppe e il petto e ogni minimo pelo, Come de intorno avesse un sotil velo.

Questa ricolse in braccio quel barone, Basandoli la bocca alcuna fiata, E disse ad esso: - Voi seti pregione, Come molti altri, al Fonte de la Fata; Ma, se sereti prodo campïone, Cotanta gente fia per voi campata, Tanti altri cavallieri e damigelle, Che vostra fama passarà le stelle.

Perché intendiati il fatto a passo a passo, Fece una fata ad arte la fontana, Che tanti cavallieri ha posti al basso, Che nol potria contar la gente umana. Quivi pregione è il forte re Gradasso, Quale è segnor di tutta Sericana; Di là da la India grande è il suo paese: Tanto è potente, e pur non se diffese!

Seco pregione è il nobile Aquilante E lo ardito Grifon, che è suo germano, Ed altri cavallieri e dame tante, Che a numerarli me affatico invano. Oltre a quel poggio che vedeti avante, Edificato è un bel castello al piano, Ove rinchiuse dentro ha quella fata L'arme di Ettorre, e mancavi la spata.

Ettor di Troia, il tanto nominato, Fu la eccellenzia di cavalleria, Né mai si trovarà né fu trovato Chi il pareggiasse in arme o in cortesia. Ne la sua terra essendo assedïato Da re settanta ed altra baronia, Dece anni a gran battaglie e più contese: Per sua prodezza sol se la difese.

Mentre ch'egli ebbe il grande assedio intorno, Se può donar tra gli altri unico vanto Che trenta ne sconfisse in un sol giorno, Che de battaglia avea mandato il guanto; Poi d'ogni altra virtù fu tanto adorno, Che il par non ebbe il mondo tutto quanto, Né il più bel cavallier, né il più gentile; A tradimento poi lo occise Achile.

Come fu morto, andò tutta a roina Troia la grande e consumosse in foco. Or dir vi vo' di sua armatura fina Come se trovi adesso in questo loco. Prima la spata prese una regina Pantasilea nomata; e in tempo poco, Essendo occisa in guerra, perse il brando; Poi l'ebbe Almonte; adesso il tiene Orlando.

Tal spata Durindana è nominata (Non so se mai la odesti racordare), Che sopra a tutti e brandi vien lodata. Or de l'altre arme vi voglio contare. Poi che fu Troia tutta dissipata, Gente da quella se partì per mare Sotto un lor duca nominato Enea; Lui tutte l'arme eccetto il brando avea.

De Ettorre era parente prossimano El duca Enea, che avea quella armatura; E questa fata, per un caso istrano, Trasse tal duca de disaventura, Che era condotto a un re malvaggio in mano, Che 'l tenea chiuso in una sepoltura: Stimando trar da lui tesoro assai, Lo tenea chiuso e preso in tanti guai.

La fata con incanto lo disciolse, Per arte il trasse fuor del monumento, E per suo premio le belle arme volse, E il duca de donarle fu contento. Lei poscia a questo loco se racolse E fece l'opra de lo incantamento Onde io vi menarò, quando vi piacia, E provarò se in core aveti audacia.

Ma quando non ve piaccia de venire E vinto vi trovati da viltate, Contro a mia voglia me vi convien dire Quel che serà di voi la veritate: In questa fonte vi convien perire, Come perita vi è gran quantitate; De quai memoria non serà in eterno, Ché il corpo è al fondo e l'anima a lo inferno. -

A Mandricardo tal ventura pare Vera e non vera, sì come si sogna; Pur rispose alla dama: - Io voglio andare Ove ti piace e dove mi bisogna; Ma così ignudo non so che mi fare, Ché me ritiene alquanto la vergogna. - Disse la dama: - Non aver pavento, Ché a questo è fatto bon provedimento. -

E soi capegli a sé sciolse di testa, Ché ne avea molti la dama ioconda, Ed abracciato il cavallier con festa Tutto il coperse de la treccia bionda; Così, nascosi entrambi di tal vesta, Uscîr di quella fonte la bella onda, Né ferno al dipartir lunga tenzone, Ma insieme a braccio entrarno al pavaglione.

Non lo avea tocco, come io disse, il foco, Pieno è di fiori e rose damaschine. Loro a diletto se posarno un poco Entro un bel letto adorno de cortine. Già non so dir se fecero altro gioco, Ché testimonio non ne vide el fine; Ma pur scrive Turpin verace e giusto Che il pavaglion crollava intorno al fusto.

Poi che fôr stati un pezo a cotal guisa Tra fresche rose e fior che mena aprile, La damigella prese una camisa Ben perfumata, candida e sotile; Poi de una giuppa a più color divisa Di sua man vestì il cavallier gentile; Calcie gli diè vermiglie e speron d'oro, Poi lo armò a maglia de sotil lavoro.

Dopo lo arnese lo usbergo brunito Gli pose in dosso, e cinse il brando al fianco, E uno elmo a ricche zoie ben guarnito Li porse e cotta d'arme e scudo bianco; Indi condusse un gran destriero ardito, E Mandricardo non parve già stanco, Né che lo impacci l'arme o guarnisone: D'un salto armato entrò sopra allo arcione.

La damigella prese un palafreno Che ad un verde genevre era legato, E caminando un miglio o poco meno Passarno il colle e gionsero al bel prato, Dicendo a lui la dama: - Intendi appieno, Ché tutto il fatto ancor non te ho contato: Acciò che intenda ben quel che hai a fare, Col re Gradasso converrai giostrare.

Adesso del castello è campïone E diffensore il re tanto membruto; Cotale impresa prima ebbe Grifone, Qual da lui poco avanti fu abattuto. Se quel te vince, restarai pregione Sin che altro cavallier ti doni aiuto; Ma se lui getti sopra alla pianura, Te provarai a l'ultima ventura.

Provar convienti al glorïoso acquisto Di prender l'arme che fôrno di Ettòre; Più forte incanto il mondo non ha visto, E sino a qui ciascun combattitore Ce è reuscito a tale impresa tristo, Né par che gionga alcuno a tanto onore; E tu la proverai, poiché èi venuto: Fortuna o tua virtù ti darà aiuto. -

Così parlando gionsero al castello. Mai non se vidde il più ricco lavoro: Le mura ha de alabastro, e il capitello De ogni torre è coperto a piastre d'oro. Verdeggiava davanti un praticello Chiuso de mirto e de rami de aloro Piegati insieme a guisa di steccato, E stavi dentro un cavalliero armato.

- El re Gradasso è quel che avanti appare - Disse la dama - dentro a quel ridotto. Ora con me non averai a fare, Che sempre teco mi trovai di sotto. - E Mandricardo, odendo tal parlare, La vista a l'elmo se chiuse di botto; Spronando a tutta briglia e gran tempesta, A mezo il corso l'asta pose a resta.

Da l'altra parte il forte re Gradasso Contra di lui se mosse con gran fretta. Alcun de' duo corsier non mostra lasso, Anci sembravan folgore e saetta, E se incontrarno insieme a tal fraccasso, Che par che nello inferno il cel si metta E la terra profondi e la marina: Odita non fu mai tanta ruina.

Ni quel ni questo se mosse de arcione, E sì fiaccarno l'una e l'altra lanza, Che sino a l'aria andava ogni troncone: Un palmo integro d'esse non avanza. Or veder se conviene il parangone De' cavallieri e l'ultima possanza, Perché, voltati con le spade in mano, Se razuffarno insieme in su quel piano.

Cominciâr la battaglia orrenda e scura: Già non mostrava un scherzo il crudo gioco, Ché pure a riguardarlo era paura, Perché a ogni colpo se avampava el foco. A pezzi si ne andava ogni armatura, Già ne era pieno il prato in ogni loco; E lor pur drieto, e non guardano a quella: Ciascuno a più furor tocca e martella.

Duo guerrier son costor di bona raccia, E ben lo dimostravan ne lo aspetto: Cinque ore e più durò tra lor la traccia; Pervennero alla fine in questo effetto, Che Mandricardo il re Gradasso abraccia Per trarlo de lo arcione al suo dispetto, E il re Gradasso a lui se era afferrato, Sì che ne andarno insieme in su quel prato.

Non so se fu fortuna o fusse caso, Quando caderno entrambi de lo arcione Di sopra Mandricardo era rimaso, E convenne a Gradasso esser pregione. Già se ne andava il sol verso l'occaso Allor che se finì la questïone, E la donzella di cui vi ho parlato, Con piacevol sembiante entrò nel prato;

Ed a Gradasso disse: - O cavalliero, Vetar non pôsse quel che vôl fortuna; Lasciar questa battaglia è di mestiero, Perché la notte vene e il cel se imbruna. Ma a te che hai vinto, tocca altro pensiero; E dir ti so che mai sotto la luna Fo sì strana ventura in terra o in mare, Come al presente converrai provare.

Come di novo il giorno sia apparito, Vedrai l'arme di Ettorre e chi le guarda; Ora che il sole all'occidente è gito, Entrar non pôi, ché l'ora è troppo tarda. In questo tempo pigliaren partito Che tua persona nobile e gagliarda Qua sopra a l'erba prenda alcun riposo, Sin che il sol se alci al giorno luminoso.

Dentro alla rocca non potresti entrare (Di notte mai non se apre quella porta); Tra fiori e rose qua pôi riposare, Ed io vegliando a te farò la scorta. Ben, se ti piace, te posso menare Ove una dama grazïosa e accorta Onora ciascaduno a un suo palagio, Ma temo che ivi avresti onta e dannagio.

Perché un ladron, che Dio lo maledica! Quale è gigante e nome ha Malapresa, Alla donzella, come sua nemica, Fa gran danno ed oltraggio ed ogni offesa; Onde non pigliarai questa fatica, Ché converresti seco aver contesa, Né a te bisogna più briga cercare, Perché domane avrai troppo che fare. -

Rispose Mandricardo: - In fede mia, Tutto è perduto il tempo che ne avanza, Se in amor non si spende o in cortesia, O nel mostrare in arme sua possanza; Onde io ti prego per cavalleria Che me conduci dentro a quella stanza Qual m'hai contata; e farem male, o bene, Se Malapresa ad oltraggiar ce viene. -

Per compiacere adunque al cavalliero La damigella se pose a camino. Lei era a palafreno, esso a destriero, Sì che in poca ora gionsero al giardino Ove è posto il palagio del verziero, Qual lustreggiava tutto quel confino; Cotanti lumi accesi avea de intorno, Che si cerniva come fusse il giorno.

Sopra alla porta del palagio altano Era un verone adorno a meraviglia, Ove si stava giorno e notte un nano, Che di far guarda molto se assotiglia. Come suonato ha il corno, a mano a mano Corre de intorno tutta la famiglia; E se egli è Malapresa, il rio ladrone, Saette e sassi tran da ogni balcone.

Se egli è barone, o cavalliero errante, Dece donzelle, ad onorare avezze, Apron la porta e con lieto sembiante Al cavallier fan festa e gran carezze; E notte e giorno il servon tutte quante, Con sì bon viso e tal piacevolezze E con tanto piacere e tanta zoglia, Che indi a partirse mai non li vien voglia.

Dunque a tal modo tra le dame accolto Fu Mandricardo con faccia serena. La dama del verzier con lieto volto A braccio seco festeggiando il mena; Né passeggiarno per la loggia molto, Che con diletto se assettarno a cena, Serviti alla real di banda in banda De ogni maniera de ottima vivanda.

A lor davanti cantava una dama, E con la lira a sé facea tenore, Narrando e gesti antichi e di gran fama, Strane aventure e bei moti d'amore; E mentre che de odire avean più brama, Odirno per la corte un gran romore. - Ahimè! ahimè! - dicean - che cosa è questa, Che 'l nano suona il corno a tal tempesta? -

Così dicean le dame tutte quante, E ciascuna nel viso parea morta. Già Mandricardo non mutò sembiante, Ché era venuto a posta per tal scorta. Perché intendiati il tutto, quel gigante De cui vi dissi, avea rotta la porta, E del romore e gran confusïone Che ora vi conto, lui ne era cagione.

Entrò cridando quel dismisurato: Parean tremar le mura alla sua voce; De una spoglia di serpe ha il busto armato, Che spata o lancia ponto non vi nôce. Portava in mano un gran baston ferrato Con la catena il malandrin feroce; In capo avea di ferro un bacinetto, Nera la barba e grande a mezo il petto.

Quando egli entrava ne la loggia aponto, Tratto avea Mandricardo il brando apena; Né stette a calcular la posta o il conto, Ma nel primo arivare assalta e mena, Ed ebbe nella cima il baston gionto, E via tagliò di netto la catena. Ricopra il colpo e tira un manroverso, E tagliò tutto il scudo per traverso.

Per questo colpo il gigante adirato Menò del suo baston, che a due man prese; E il cavallier de un salto andò da lato, E ben de gioco a quella posta rese; A ponto gionse dove avea segnato, Sotto al ginocchio, al fondo de lo arnese, E spezzò quello e le calcie di maglia, Sì che le gambe ad un colpo gli taglia.

Quel cade a terra. A voi lascio pensare Se le donzelle ne menavon festa. Più Mandricardo nol volse toccare, Onde un sergente li partì la testa. Fuor del palagio il fecer trasinare, E longi il sepellirno alla foresta; Le gambe gettâr seco in quella fossa: Di lui più mai non si parlò da possa.

Come se stato mai non fosse al mondo, Di lui più non si fa ragionamento. Le dame cominciarno un ballo in tondo, Suonando a fiato, a corde ogni instromento, Con voci vive e canto sì iocondo, Che ciascun qual ne avesse intendimento, Essendo poco a quel giardin diviso, Giurato avria là dentro il paradiso.

Così durando il festeggiar tra loro, Bona parte di notte era passata, E stando incerco come a consistoro, Venne di dame una nova brigata: Chi ha frutti, chi confetti e coppe d'oro, E ciascuna fu presto ingenocchiata, E la dama cortese e il cavalliero Se renfrescarno senza altro pensiero.

De bianche torze vi è molto splendore, E girno a riposar senza sospetti. Parate eran le zambre a grande onore De fina seta e bianchissimi letti; Rame de aranci intorno a molto odore, E per quei rami stavano ocelletti, Che a' lumi accesi se levarno a volo. Ma qua non stette il cavallier lui solo,

Perché una dama il rimase a servire De ciò che chieder seppe, più ni meno. La notte ivi ebbe assai che fare e dire, Ma più ne avrà nel bel giorno sereno, Come tornando potereti odire Lo orrendo canto e di spavento pieno, Che il maggior fatto mai non fo sentito. Addio, segnori: il canto è qui finito.

Canto secondo

Il sol, de raggi d'oro incoronato, Trasse il bel viso fuor de la marina, E il cel depinto di color rosato Già nascondea la stella matutina; Sentiasi entro il palagio in ogni lato Cantar la rondinella peregrina, E li augelletti nel giardino intorno Facean bei versi a lo apparir del giorno;

Quando dal sonno Mandricardo sciolto Uscì di zambra e nel prato discese; Ad una fonte renfrescosse il volto, E prestamente se vestì lo arnese. Combiato avendo da le dame tolto, Là dove era venuto, il camin prese, E quella dama che l'avea guidato, Non l'abandona e sempre gli è da lato.

Ragionando con seco tuttavia De arme e de amore e cose dilettose, Lo ricondusse in quella prataria Ove eran l'opre sì maravigliose. Lo alto edificio avanti se vedia, Candido tutto a pietre luminose, Con torre e merli, a guisa di castello: Mai vide al mondo un altro tanto bello.

Un quarto avea de miglio ad ogni fronte, Ed era quadro aponto di misura; Dritto a levante avea la porta e il ponte, Ove se puote entrar senza paura: Ma come ariva cavalliero o conte Sopra alla soglia dell'entrata, giura Con perfetta leanza e dritta fede Toccar quel scudo che davante vede.

Posto è il bel scudo in mezo a la gran piaza, A ricontarvi el come non dimoro; Avea la corte intorno ad ogni faza Logie dipinte con sotil lavoro; Gran gente era ritratta ad una caza, E un gentil damigello era tra loro: Più bel di lui tra tutti non si vede, Ed avea scritto al capo: 'Ganimede.'

Tutta la istoria sua vi era ritratta Di ponto in ponto, che nulla vi manca: Come, cacciando alla selva disfatta, Lo portò sino al cel l'acquila bianca, Qual poi sempre fo insegna di sua schiatta, Sino al giorno che Ettòr, l'anima franca, Occiso fu nel campo a tradimento; Cangiò Priamo e l'arme e il vestimento.

L'acquila prima avea bianche le piume, Ché candida dal celo era mandata; Ma poi che Troia fie' de pianti un fiume, Ne la crudele e misera giornata Quando fu morto Ettorre, il suo gran lume, La lieta insegna allor fu tramutata: Per somigliarse a sua scura fortuna, L'acquila bianca travestirno a bruna.

Benché el scudo d'Ettòr, che io vi ho contato, Quale era posto in mezo alla gran corte, Non era in parte alcuna tramutato; Ma tal quale il portava il baron forte, Ad un pilastro d'oro era chiavato, Ed avea scritto sopra in lettre scorte: ' Se un altro Ettòr non sei, non mi toccare: Chi me portò, non ebbe al mondo pare.'

Di quel color che mostra il cel sereno Avea il scudo, ch'io dico, appariscenzia. La dama dismontò del palafreno E fece in su la terra riverenzia, E Mandricardo fece più né meno; Poi passò dentro senza resistenzia. Essendo gionto in mezo a quel bel loco, Trasse la spada e toccò el scudo un poco.

Come fu tocco il scudo con la spada, Tremò de intorno tutto il territoro, Con tal romor che par che il mondo cada; Indi se aperse il campo del tesoro. Questo era un campo folto de una biada Che avea tutte le paglie e spiche de oro: Quel campo se mostrò senza dimora Per una porta che se aperse alora.

Ma l'altra da levante, ove era entrato Il cavallier, se chiuse tutta quanta. La dama disse a lui: - Baron pregiato, Uscir de quindi alcun mai non se vanta, Se la biada che vedi in ogni lato, Prima non tagli, e se la verde pianta Qual vedi in mezo a quel campo felice, Prima non schianti in fin dalla radice. -

E Mandricardo senza altro pensare Entrò nel campo con la spada in mano, E, cominciando la biada a tagliare, Lo incanto apparve ben palese e piano; Ché ogni granetto se ebbe a tramutare In diverso animale orrendo e strano, Or leonza, or pantera, ora alicorno: Al baron tutti se aventarno intorno.

Come cadeva il grano in su la terra, In diverso animal se tramutava; Per tutto intorno Mandricardo serra, E sua prodezza poco gli giovava, Ché non se vidde mai sì strana guerra. La folta sempre più multiplicava De lupi, de leoni e porci ed orsi: Qual con graffi lo assalta, e qual con morsi.

Durando aspra e crudel quella contesa Quasi era posto il cavalliero al basso, E restava perdente de la impresa, Tanto era de le fiere il gran fracasso; Né potendo più quasi aver diffesa, Chinosse a terra e prese in mano un sasso. Quel sasso era fatato; e non sapea Già Mandricardo la virtù che avea.

Questa pietra ch'io dico, avea segnali Verdi, vermigli, bianchi, azuri e de oro, E, come tratta fu tra gli animali, Tra quelli apportò zuffa e gran martoro; Perché e tauri selvatici e' cingiali E l'altre bestie cominciâr tra loro Sì gran battaglia e morsi aspri e diversi, Che in poco d'ora fôr tutti dispersi.

Le bestie fôr disperse in poco de ora, Ché l'una occise l'altra incontinente; E Mandricardo non fece dimora, Ché a ciò che far conviene, avia la mente. L'altra aventura vi restava ancora, Dico la pianta lunga ed eminente, Che ha mille rami, e ogni ramo è fiorito; A quella presto il cavalliero è gito.

Di tutta forza al tronco s'abbracciava, E pone a radicarla ogni vigore, Ma dibattendo forte la crollava, Onde a ogni foglia si spiccava il fiore, E giù cadendo per l'aria volava. Odeti se mai fu cosa maggiore: Cadendo foglie e fiori a gran fusone, Qual corbo diveniva, e qual falcone.

Astori, aquile e guffi e barbagianni Con seco cominciarno a far battaglia; A benché non potean stracciarli e panni, Ché armato è il cavalliero a piastre e maglia, Pur eran tanti, che davano affanni D'intorno a gli occhi e sì fatta travaglia, Che non potea fornire il suo lavoro De trare il tronco alle radice d'oro.

Ma come quel che avea molto ardimento, Non teme impaccio e la forza radoppia, Sì che in fin la divelse a grave istento, E nel stirparla parbe tuon che scoppia. Con orribil romore uscitte un vento, E tutti quelli ocelli a l'aria soffia: Il vento uscitte, come Turpin dice, Dal buco proprio ove era la radice.

For di quel buco il gran vento rimbomba Gettando con romor le pietre in sue Come fossero uscite de una fromba; E riguardando il cavallier là giue, Vide una serpe uscir di quella tomba; Indi li parbe non una, ma due, Poi più de sei e più de otto le crede, Cotante code invilupate vede.

Or, perché sia la cosa manifesta, Era la serpe di quel buco uscita, Quale avea solo un busto ed una testa, Ma dietro in dece code era partita; E Mandricardo ponto non se arresta, Ché volea sua ventura aver finita; Col brando in mano alla serpe se accosta, E il primo colpo a mezo il collo aposta.

Ben gionse il tratto dove era apostato, Dietro alla testa, a ponto nella coppa; Ma quel serpente aveva il coio fatato. Sì come un scoglio al legno che se intoppa, Adosso al cavallier se fu lanciato; E con due code alle gambe lo agroppa, Con altre il busto e con altre le braccia, Sì che legato a forza in terra il caccia.

Lungo ha il drago il mostaccio e il dente bianco, E l'occhio par un foco che riluca; Con quello azaffa il cavalliero al fianco, La piastra come pasta se manduca. Lui se rivolge assai, ben che sia stanco, E rivolgendo cade in quella buca Ove uscia quel gran vento oltre misura: Non è da dimandar s'egli ha paura.

Ma sua ventura nel cader fu questa, Ché in altro modo da la morte è preso: Cadendo nel profondo con tempesta, Fiaccò il capo al serpente col suo peso, Sì che schiantar gli fie' gli occhi di testa, Onde se sciolse e tutto s'è disteso; Dibattendo le code tutte quante, Rimase a terra morto in uno istante.

Morto il serpente, or guarda il cavalliero La scura grotta de sopra e de intorno (Lucea un carbonchio a guisa de doppiero, Qual rendea lume come il sole al giorno): La tomba era de un sasso tutto intiero, Ma quello era coperto e tanto adorno De ambra e corallo e de argento brunito, Che non si vede di quel sasso un dito.

Avea nel mezo un palco edificato, De uno avorio bianchissimo e perfetto, E sopra un drapo azuro ad ôr stellato, Posto come dossiero o capoletto. Parea là sopra un cavalliero armato, Che se posasse senza altro sospetto: Parea, dico, e non vi era; ogniom ben note: Sol vi eran l'arme, e dentro eran poi vote.

Queste arme fôr de la franca persona Che viene al mondo tanto racordata, De Ettor, dico io, che ben fu la corona De ogni virtute al mondo apregïata. Sua guarnison, di cui mo se ragiona, Priva è del scuto e priva de la spata. Ove stia il scuto, poco su se spiana; La spata ha Orlando, e quella è Durindana.

Forbite eran le piastre e luminose, Che apena soffre l'occhio di vederle, Frissate ad oro e pietre prezïose, Con rubini e smiraldi e grosse perle. Mandricardo ha le voglie disïose, Mille anni a lui pare de indosso averle; Guarda ogni arnese e lo usbergo d'intorno, Ma sopra a tutto l'elmo tanto adorno.

Questo avea de oro alla cima un leone, Con un breve d'argento entro una zampa; Di sotto a quel pur d'oro era il torchione, Con vinti sei fermagli de una stampa; Ma dritto nella fronte avea il carbone, Qual reluceva a guisa de una lampa. E facea lume, com'è sua natura, Per ogni canto de la grotta oscura.

Mentre che il cavallier stava a mirare L'arme, che eran mirande senza fallo, Sentì dietro alle spalle risuonare Ne lo aprir de una porta di metallo. Voltosse, e vidde a sé più dame intrare, Che a copia ne venian menando un ballo, Vestite a nova gala e strane zacare, Suonando dietro a lor zuffoli e gnacare.

Lor, scambiettando ad ogni lato, sguinceno, Con salti dritti se innalciano a l'aria; Così danzando, una canzon comincieno Di nota arguta, consonante e varia; E con le voci, ch'e stormenti vinceno, Fan rintonar la tomba solitaria; Poi ne la fin, tacendo tutte quante, Se ingienocchiarno al cavalliero avante.

Quindi se fu levata una di quelle, E Mandricardo comincia a lodare, Ponendo sua virtù sopra alle stelle Per questa impresa tanto singulare. Come ella tacque, e due altre donzelle Apresero il barone a disarmare, E disarmato sotto alla sua scorta Fuor de la tomba il misero alla porta.

Adosso poi gli posero un bel manto De fina seta, ricamato a ziffere, E perfumârlo apresso tutto quanto De odor suavi e con acque odorifere; E con festa ioconda e dolce canto, Suonando tamburini e trombe e piffere, Per una scala di marmoro ad aggio Con lui se ritornarno entro al palaggio:

Nel bel palaggio, quale io ve contai, Che avea il scudo di Ettorre alla gran piaza. Quivi eran cavallieri e dame assai, Chi canta e danza, e chi ride e sollaza: Più regal corte non se vidde mai; Ma, come apparve Mandricardo in faza, Gli andarno contra, e a sumissimo onore Lo riceverno a guisa de segnore.

Nel mezo a ricco seggio era la fata, Che a sé davante Mandricardo chiede, E disse: - Cavallier, questa giornata Tal tesoro hai, che il simil non si vede. Or se conviene agiongervi la spata, E ciò mi giurarai su la tua fede: Che Durindana, lo incantato brando, Torai per forza de arme al conte Orlando.

E sin che tale impresa non sia vinta, Giamai non posarà la tua persona, Nulla altra spada portarai più cinta, Né adornarai tua testa di corona; L'aquila bianca a quel scudo dipinta, Nulla alta enchiesta mai non la abandona, Ché quella arma gentile e quella insegna Sopra ad ogni altra de trïomfi è degna. -

Re Mandricardo allor con riverenzia, Sì come piace a quella fata, giura; E l'altre dame ne la sua presenzia Tutte il guarnirno a ponto de armatura. Come fu armato, allor prese licenzia, Avendo tratta a fin l'alta aventura, Per la qual più baron de summo ardire Eron là presi, e non potean partire.

Ora uscirno le gente tutte quante, Che gran cavalleria vi era pregione: Isolieri il spagnolo e Sacripante, Il re Gradasso e il giovane Grifone, E sieco uscitte il fratello Acquilante. Gente di pregio e di condizïone Vi erano assai, e nomi de alta gloria, Che non accade a dire in questa istoria.

Però che il re Gradasso e Mandricardo Insieme se partirno in compagnia, Né a ricontarvi molto serò tardo Ciò che intravenne a loro in questa via. Ben vi so dir che un par tanto gagliardo Non fu in quel tempo in tutta Pagania; Però faran gran cose e peregrine, Prima che in Francia sian condotti a fine.

Ma Grifone e Aquilante altro camino Presero insieme, perché eran germani, E sapendo il lenguaggio saracino Securi andarno un tempo tra' Pagani. Or, cavalcando un giorno a matutino, Due dame ritrovarno con duo nani; L'una di quelle a bruno era vestita, L'altra di bianco, candida e polita.

E similmente e nani e' palafreni Di neve e di carbone avean colore; Ma le donzelle avean gli occhi sereni, Da trar col guardo altrui di petto il core, Accoglimenti di carezze pieni, Parlar suave e bei gesti d'amore; Ed è tra queste tanta somiglianza, Che l'una l'altra de nïente avanza.

E cavallier le dame salutaro Chinando il capo con atto cortese: Ma quelle l'una a l'altra se guardaro, E la vestita a nero a parlar prese, Dicendo alla compagna: - Altro riparo Far non si può, ni fare altre diffese Contra di quel che il cel destina e il mondo, Come infinito è il suo girare a tondo.

Ma pur se puote il tempo prolungare E far col senno forza a la fortuna: Chi fece il mondo, lo potrà mutare, E porre il sole in loco de la luna. - - Prendiam dunque partito, se ti pare, - Disse la bianca alla donzella bruna - De ritener costor, poi che la sorte Or gli conduce in Francia a prender morte. -

Queste parole insieme ragionando Avean le dame, e non erono intese Da quei duo cavallieri, insino a quando La bianca verso de essi a parlar prese, Dicendo loro: - Io me vi racomando: Se la ragion per voi mai se diffese, Se amate onore e la cavalleria, Esser vi piaccia alla diffesa mia. -

Ciascun de' duo baron quasi ad un tratto Proferse a quelle aiuto a suo potere. Disse la bruna: - Ora intenditi il fatto, Poi che inteso abbiam noi vostro volere. Fermar vogliamo a fede questo patto, Che una battaglia avrete a mantenere, Insin che un cavallier sia al tutto morto Il qual ce offende e villaneggia a torto.

Quel disleale è nominato Orilo, E non è in tutto il mondo il più fellone; Tiene una torre in su il fiume del Nilo, Ove una bestia a guisa de dragone, Che là viene appellata il cocodrilo, Pasce di sangue umano e di persone. Per strano incanto è fatto il maledetto, Che de una fata nacque e de un folletto.

Com'io vi dico, nacque per incanto Quella persona di mercè ribella, Che questo regno ha strutto tutto quanto, Perché ogni cavalliero o damigella, Qual quivi gionga o passi in ogni canto, Fa divorare a quella bestia fella. Cercato abbiamo de un barone assai, Che tragga il regno e noi de tanti guai.

Ma sino a qui rimedio non si trova Né alcun riparo a tal destruzïone, Ché quel da morte a vita se rinova Per alta forza d'incantazïone. Ora de voi se vederà la prova, Ché ciascun mostra d'essere campïone Per trare a fine ogn'impresa eminente, Se a vostra vista lo animo non mente. -

A quei duo cavallier gran voglia preme De provar questa cosa tanto istrana; E, caminando con le dame insieme, Girno alla torre, e poco era lontana. Già se ode il maledetto che là freme Come fa il mar quando esce tramontana; Fremendo batte Orilo in forma e denti, Che sembra un mar turbato a suon de venti.

Avea ne l'elmo per cimero un guffo Cornuto, a penne e con gli occhi di foco, E lui soffiava con orribil buffo; Ma quei duo cavallieri il stimon poco, Perché altre volte han visto il lupo in zuffo, E stati sono a danza in altro loco, Né stimono il periglio una vil paglia; Onde il sfidarno presto alla battaglia.

Ma quel superbo non fece risposta, Mosse con furia e la sua mazza afferra; Né più fece Aquilante indugia o sosta, Ma la sua lancia lascia andare a terra, E poi col brando in mano a lui se accosta; E tra lor cominciarno una aspra guerra, Dando e togliendo e di sotto e di sopra, E quel la maccia e questo il brando adopra.

Di quel ferir Grifone ha poca cura, Ché era guarnito a piastre fatte ad arte, Ma lui taglia al pagano ogni armatura, Come squarciasse tegole di carte. Gionselo un tratto a mezo la cintura, E in duo cavezzi aponto lo diparte; Così andò mezo a terra quel fellone, Dal busto in giù rimase ne lo arcione.

Quel che è caduto, già non vi è chi lo alci, Ma brancolando stava ne l'arena; E il suo destrier traea terribil calci, Facea gran salti e giocava di schiena, Onde convien che il resto al prato balci. Ma non fu gionto in su la terra apena, Che un pezo e l'altro insieme se sugella, E tutto integro salta ne la sella.

Se a quei baron parea la cosa nova, Quale è incontrata, a dir non è bisogno, Ché, avengaché Turpino a ciò me mova, Io stesso a racontarla mi vergogno. Disse Aquilante: - Io vo' veder la prova, Se io faccio dadovero o pur insogno. - Così dicendo adosso a quel si caccia, E Orilo adosso a lui con la sua maccia.

E l'uno e l'altro a bon gioco lavora, Benché disavantagio ha quel pagano, Ché il gagliardo Aquilante in poco de ora L'arme gli ha rotte e poste tutte al piano; Essendo destinato pur che ei mora, Abandona un gran colpo ad ambe mano Sopra le spalle, alla cima del petto, E il collo e il capo via tagliò di netto.

Ora ascoltati che stupendo caso: La persona incantata e maledetta, Colui, dico, che in sella era rimaso, Par che la mazza a lato se rimetta, E prende la sua testa per il naso, E nel suo loco quella se rassetta; Indi sua mazza ha presto in man ritolta, E torna alla battaglia un'altra volta.

La bianca dama cominciava a ridere, E disse ad Aquilante: - Bello amico, Lascia costui, ché non lo puoi conquidere, E credi a me che vero è quel ch'io dico: Se in mille parte l'avesti a dividere, E più minuto il tagli che il panìco, Non lo potrai veder del spirto privo: Spezato tutto, sempre sarà vivo. -

Disse Aquilante: - E' non fia mai sentito Questo nel mondo o tal vergogna intesa, Che ogni mio assalto non abbi finito, Se ben me consumassi in fiama accesa; E benché a questo non veda partito, Sino alla morte seguirò la impresa. Fia de mia vita poi quel che a Dio piace, Ma con costui non vo' tregua ni pace. -

Così dicendo e turbato nel volto Voltò ad Orril, ed hallo in terra a porre; Ma quel ribaldo è già del campo tolto, E rifuggito dentro da la torre. Lo orrendo cocodrilo avea disciolto: Fuor della porta quella bestia corre, E dietro Orilo in sul cavallo armato: Ben par che il campo tremi in ogni lato.

Come vide Grifon quello animale, Qual vien correndo a quel fellone avante, Mossesi ratto, come avesse l'ale, Per dare aiuto al germano Aquilante. Altra battaglia non fu mai cotale Di tanto affanno e di fatiche tante Quanto se puote in zuffa sostenire; Ma ciò riserbo in l'altro canto a dire.

Canto terzo

Tra bianche rose e tra vermiglie, e fiori Diversamente in terra coloriti, Tra fresche erbette e tra soavi odori De gli arboscelli a verde rivestiti, Cantando componea gli antichi onori De' cavallier sì prodi e tanto arditi, Che ogni tremenda cosa in tutto il mondo Fu da lor vinta a forza e posta al fondo;

Quando mi venne a mente che il diletto Che l'om se prende solo, è mal compiuto. Però, baroni e dame, a tal cospetto Per dilettarvi alquanto io son venuto; E con gran zoia ad ascoltar vi aspetto L'aspra battaglia de Grifone arguto E de Aquilante, il tanto apregïato, La qual lasciai nel canto che è passato.

Contai del cocodrilo in che maniera Da la torre de Orrilo a furia n'esce. A meraviglia grande è questa fiera, Che molto vive e sempre in vita cresce; Ora sta in terra ed or nella riviera, Le bestie al campo, a l'acqua prende il pesce; Fatto è come lacerta, over ramaro, Ma di grandezza già non sono al paro;

Ché questo è lungo trenta braccia, o piue, Il dosso ha giallo e maculoso e vario; La mascella di sopra egli apre in sue, Ed ogni altro animal fa pel contrario. Tutta una vacca se ingiottisce, o due, Ché ha il ventre assai maggior de un grande armario, E denti ha spessi e lunghi de una spana: Mai fu nel mondo bestia tanto istrana.

Ora Grifon, che lo vidde venire, Come detto è di sopra, a tal tempesta, Mosse con gran possanza e molto ardire Verso di quello e la sua lancia arresta. Più bello incontro non se potria dire: Tra gli occhi il colse, a mezo de la testa. Grossa era l'asta, e il ferro era pongente, Ma l'uno e l'altro vi giovò nïente.

Fiaccosse l'asta come una cannuza E poco fece il ferro alla percossa, Ché a quella bestia non passò la buza, Tanto era aspra e callosa e dura e grossa. Ora apizata è ben la scaramuza, E la fiera orgogliosa, ad ira mossa, Aperse la gran bocca; e senza fallo Integro se il sorbiva esso e 'l cavallo.

Se non che a tempo vi gionse Aquilante, Che avea già Orilo in due parte tagliato, E veggendo il germano a sé davante A tal periglio e quasi devorato, Mena un gran colpo del brando trinciante Sopra al mostaccio, che era rilevato. Fatato è il brando, ed esso avea gran forza, Ma a quella bestia non taccò la scorza.

Il cocodrilo ad Aquilante volta, Ma tanto spaventato è il suo destriero Che già non lo aspettò per quella volta, Né di aspettarlo gli facea mestiero, Ché in bocca non gli avria dato una volta, Ma travalciato in un boccone intiero: L'omo, il cavallo, l'arme e' paramenti Giù serian giti e non toccati e denti.

Ma, come io dico, il destriero è smarito, Fugge correndo e ponto non galoppa; Quello orrendo animal l'avea seguito, E quasi il tocca spesso ne la groppa. Essendogli vicino a men de un dito, Altro che fare ad Aquilante intoppa, Ché Orrilo è suscitato e non soggiorna, Ma con la mazza alla battaglia torna.

Ora Grifone a terra era smontato, E salta al cocodrilo in su le rene, E sì pel dosso è via correndo andato, Che per la coppa al capo se ne viene. Saltava il cocodrilo infurïato, Ma Grifone attaccato a lui se tiene, Ché ad ambe man l'ha preso per il naso: Mai non fu visto il più stupendo caso.

Da l'altra parte Orrilo ed Aquilante Ripresa insieme avean cruda battaglia, Quale era pur come l'altre davante. Non giovano al pagan piastre né maglia, Ché in pezzi vanno a terra tutte quante. Ecco il gionge alla spalla e quella taglia, Credendo darli a quella volta il spaccio; La spalla via tagliò con tutto il braccio.

Va il braccio dritto a terra col bastone: Non sta queto Aquilante, il sire arguto, Ché ben sapea di sua condizïone; Veggendol morto, non l'avria creduto. Da l'altro lato mena un roversone, E monca il manco braccio e tutto 'l scuto; Poi salta dell'arcione in molta fretta, Prende le braccia e quelle al fiume getta.

Nel fiume le scagliò da mezo miglio: Grande in quel loco è il Nilo, e sembra un mare. Disse Aquilante: - Or va, ch'io non te piglio, E fami el peggio ormai che mi pôi fare. La mosca mal te cacciarai dal ciglio, E potrai peggio e gambari mondare, Malvaggio truffator, che con tuo incanto M'hai retenuto in tal travaglia tanto. -

Voltosse Orilo e parve una saetta, Tanto correndo va veloce e chiuso, E da la ripa nel fiume se getta: Col capo innanti se ne andò là giuso. Corse Aquilante a Grifon che lo aspetta, Che il cocodrilo avea preso nel muso; Non bisognava che indugiasse un anno, Ché là stava il germano in grande affanno.

Come io vi dissi su poco davante, Grifon quello animale al naso ha preso, E sopra al capo vi tenea le piante, Facendo a forza il muso star disteso; E così stando, vi gionse Aquilante, Qual prestamente fu de arcion disceso, E prese la sua lancia, che era in terra, Ché non l'aveva oprata in questa guerra.

Con quella in mano allo animal s'accosta, Ponendo a tal ferire ogni possanza, E tra la aperta bocca il colpo aposta, E dentro tutta vi cacciò la lanza. Via per il petto e per la prima costa Fece apparir la ponta per la panza, Però che sotto al corpo e ne le aselle Il cocodrilo ha tenera la pelle.

Ben vi so dir che il tratto a Grifon piacque, Perché già più non lo potea tenire; Mai lieto fu cotanto poi che nacque. Ora comincia Orilo ad apparire, Che su venìa natando per quelle acque. Quando Aquilante lo vidde venire, - Può far - diceva - il celo e tutto il mondo Che abbi pescati e monchi in su quel fondo? -

Lui l'uno e l'altro de' bracci menava E l'onda con le mano avanti apriva; Come una rana quel fiume notava, Tanto che gionse armato in su la riva. Grifon verso Aquilante ragionava: - Se questa bestia fosse ancora viva, Quale abbiam morta con affanno tanto, Di tale impresa non avremo il vanto. -

Disse Aquilante: - Io non so certo ancora Che onor ce seguirà questa aventura; Far non so io tal prova che mai mora Quella incantata e falsa creatura. Del giorno avanza poco più de un'ora: Che faren ne la notte a l'aria scura? A me par di vedere, e già il discerno: Quel ce trarà con seco nello inferno. -

Grifon diceva: - Adunque ora si vôle, Mentre che è il giorno, la spada menare, Prima che al monte sia nascoso il sole: Per me la notte non sapria che fare. - E quasi al mezo di queste parole Volta ad Orilo e vallo ad afrontare; Ciascun da dover tocca e non minaccia, L'un con la spada e l'altro con la maccia.

Molto vi era da far da ciascun lato, Ché quello a questo e questo a quel menava, Avenga che Grifone è bene armato, E di mazzate poco se curava. Durando la contesa in su quel prato, Un cavalliero armato vi arivava, Che avea preso in catena un gran gigante. Ma di tal cosa più non dico avante.

Ben poi ritornarò, come far soglio, E questa impresa chiara conterò, Ché, quando de una cosa è pieno il foglio, Convien dar loco a l'altra; ed imperò De Mandricardo racontar vi voglio, Qual con Gradasso in Franza menerò. Ma, prima che sian gionti, assai che fare Avranno entrambi e per terra e per mare.

Partiti da la fata del castello, Ove l'arme di Ettòr già star suoleano, Sorìa, Damasco e quel paese bello Senza travaglia già passato aveano. Sendo gionti sul mare ad uno ostello, Perché era tardi aloggiar vi voleano, Ma quello è aperto ed è disabitato, Né appar persona intorno in verun lato.

Guardando giuso al lito il re Gradasso, Verso una ripa a pietre dirocata, Ove la batte l'onde e il mare al basso Stava una dama ignuda e scapigliata, Che era legata con catene al sasso, Chiedendo morte la disconsolata. - Morte, - diceva - o tu, morte, me aiuta, Ché ogn'altra spene è ben per me perduta! -

E cavallier callarno incontinente Giuso nel fondo di quel gran petrone Per saper meglio l'aspro conveniente Di quella dama, e chi fosse cagione; Ma lei piangeva sì dirottamente, Ch'e sassi mossi avria a compassïone, Dicendo a quei baron: - Deh! per pietate Tagliatime qua tutta con le spate.

E se il celo o fortuna vôl che io pèra, Per le man de omo almen possa perire, Né divorata sia da quella fiera, Ché peggio assai è il strazio che il morire. - Volean saper la cosa tutta intiera E duo baron, ma lei non potea dire, Sì forte in voce singiociva, e tanto Tra le parole gli abondava il pianto.

E pur dicea piangendo: - Se io mi doglio Più che io non mostro, n'ho cagione assai. Se il tempo bastarà, dir la vi voglio: Odeti se una al mondo è in tanti guai. Dimora uno orco là sotto a quel scoglio: Non so se altro orco voi vedesti mai, Ma questo è sì terribile alla faccia, Che al ricordarlo il sangue mi se agiaccia.

Apena apena che parlar vi posso, Ché il cor mi trema in petto di paura. Grande non è, ma per sei altri è grosso, Riccia ha la barba e gran capigliatura; In loco de occhi ha due cocole de osso, E bene a ciò providde la natura, Ché, se lume vedesse, a tondo a tondo Avria disfatto in poco tempo il mondo.

Né vi è diffesa, a benché non gli veda, Ché, come io dissi, il perfido è senza occhi. Io già lo vidi (or chi fia che lo creda?) Stirpar le quercie a guisa de finocchi; E tre giganti che avea presi in preda, Percosse a terra qua come ranocchi; Le cosse dispiccò dal busto tosto, E pose il casso a lesso e il resto a rosto.

Però che sol se pasce a carne umana, E tien de sangue de omo a bere un vaso. Ma gite voi in parte più lontana, Che quel malvagio non vi senta a naso; A benché giace adesso nella tana, Che per dormir là dentro si è rimaso; Ma come se resvegli, incontinente Al naso sentirà che quivi è gente.

E come un bracco seguirà la traccia; Non valerà diffesa, né fuggire, Ché cento miglia vi darà la caccia, E converravi in tutto al fin perire. Onde vi prego che partir vi piaccia, E me lasciati misera morire, Ma sol chiedo di grazia e sol vi prego Che a una dimanda non facciati nego;

E questa fia: se forse tra camino Avesti un giovinetto a riscontrare, Re di Damasco (e nome ha Norandino; Non so se mai lo odesti racordare), A lui contati il mio caso tapino (So ben che lo fareti lacrimare), Dicendo: "La tua dama te conforta, Che te amò viva ed ama ancora morta."

Ma ben guardàti, e non prendesti errore, De dir ch'io viva più tra tante pene, Però che lui mi porta tale amore, Che nol potrian tener mille catene; E la mia doglia poi saria maggiore, Veggendo perir meco ogni mio bene; E più mi doleria che la mia morte, Che se a lui fosser sol due dita torte.

Direti adunque come sotterrata M'avete istessi a canto alla marina; Ma lui dimandarà de la contrata Per trovar morta almen la sua Lucina. Direti che l'aveti smenticata Come se chiami, e il loco che confina; Poi confortati lui con tal parole Che stia contento a quel che 'l mondo vôle. -

Così ragiona, e la faccia serena Piangendo bagna quella sventurata. Tenea Gradasso le lacrime apena, E già dal fianco avea tratta la spata Per rompere e tagliar quella catena, Con la qual quivi al sasso era legata; Ma la dama cridò: - Per Dio, non fare! Morto serai, né me potrai campare.

Questa catena, misera! dolente! Per entro al sasso passa nella tana; Come toccata fosse, incontinente Scocca uno ordegno e suona una campana; E se quel maledetto se risente, Ogni speranza del fuggire è vana. Per piani e monti e ripe e lochi forti Mai non vi lasciarà, sin che vi ha morti. -

A Mandricardo molta voglia tocca De odir se la campana avea bon suono. La dama non avea chiusa la bocca, Che è scosso la catena in abandono. Ben vi so dir che dentro là si chiocca: Sembra nel sasso risuonare un tuono; E la donzella pallida e smarita - Ahimè! - cridava - ahimè! mia vita è gita!

Sol de la tema tutta me distorco: Adesso qua serà quel maledetto. - Eccoti uscir de la spelonca lo orco, Che ha la gozaglia grande a mezo il petto; E denti ha for di bocca, come il porco, Né vi crediati che abbi il muso netto, Ma brutto e lordo e di sangue vermiglio; Longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio.

Quanto una gamba ha grosso ciascun dito E negre l'ungie e piene di sozzura. Ora Gradasso già non è smarito Per tanto istrana ed orrida figura. Col brando in mano adosso a quello è gito, Ma l'orco del suo brando ha poca cura, Nel scudo il prende e via strappò del braccio, E quel stringendo franse come un giaccio.

Se così preso avesse nella testa, L'elmo avria rotto e trito come cenere, Serìa compita ad un tratto la festa. Come se schiazzan le nociole tenere, Come se fiacca un ziglio alla tempesta, O vero un fongo che al fango se genere, Sì sciolto il capo avria, senza dissolvere Le fibbie a l'elmo, e fatto tutto in polvere.

Ma lui non vede ove ponga la mano, Per questo a caso l'ha nel scudo preso; E dette un scosso sì crudo e villano, Che a terra il re Gradasso andò disteso. L'orco il prese a traverso a mano a mano, Alla spelonca lo portò di peso; Ben se dibatte invano e se dimena, Pur l'orco il lega e pone alla catena.

Come legato l'ebbe, incontinente Fuor de la tana di novo è venuto; E Mandricardo si stava dolente, Ché il suo caro compagno avia perduto. Non avea brando il cavallier valente, Però che aveva in sacramento avuto Mai non portare alla sua vita brando, Se non acquista quel del conte Orlando.

Chinosse e prese una gran pietra e grossa: Bene è cinquanta libre, vi prometto; E trasse quella di tutta sua possa, E gionse lo orco proprio a mezo il petto. Ma quel non teme ponto la percossa, Anci l'ira gli crebbe e il gran dispetto; Ove ebbe il colpo, con la man se tocca, E, come un verro, ha la schiuma alla bocca.

E dietro al cavallier par che se metta, Come un seguso a l'orme de una fiera. Già Mandricardo ponto non lo aspetta, Ché avea persona destra, atta e legiera. Su corre al poggio, e sembra una saetta; Quindi, fermato a megio la costiera, Tra' un gran sasso tratto fuor del monte, E quel percosse dritto nella fronte.

Quel sasso in mille parte se spezzò, Ma fece poco male a quel perverso, E già per questo non lo abandonò, Ché non l'aveva mai di naso perso. Mandricardo ne va quanto più può, Cercando il monte a dritto ed a traverso, Tanto che gionse a quello in su la cima, E lo orco apresso; e quasi ancora in prima.

Non sa più che si fare il cavalliero, Né a questa cosa sa prender partito; Per ogni balza e per ogni sentiero Questa malvagità l'avea seguito, Né far bisogna ponto di pensiero Aver con esso de diffesa un dito; Ben gli tra' sassi e tronchi aspri e robesti, Ma non ritrova cosa che lo aresti.

Torna correndo in giù, verso il vallone, A benché indietro se voltava spesso, Ed ecco avanti trova un gran burone: Da cima al fondo tutto il monte è fesso. Alor se tenne morto quel barone, E per spazzato al tutto se è già messo; Sopra alla balza a corso pieno è mosso, Di là de un salto andò con l'arme in dosso.

Ed era larga più de vinti braccia, Sì come altri estimar puote alla grossa; Ma quel brutto orco che seguia la traccia, Perch'era cieco non vidde la fossa, Onde per quella a piombo giù tramaccia. De intorno ben se odette la percossa, Ché, quando gionse in su le lastre al fondo, Parve che il cel cadesse e tutto il mondo.

Non dette la percossa sopra al letto, Perché quella aspra ripa era molto alta, E ben tre coste se fiaccò nel petto, E quelle pietre del suo sangue smalta. Diceva Mandricardo con diletto: - Chi ponto stecca al segno mal si salta. Or là giù ti riman in tua malora! - Così dicendo più non se dimora.

E giù callando lieto e con gran festa, Al mar discese e venne alla spelonca. Qua vede un braccio, e là meza una testa, Colà vede una man co' denti monca. Per tutto intorno è piena la foresta Di qualche gamba o qualche spalla tronca E membri lacerati e pezzi strani, Come di bocca tolti a lupi e a cani.

Ciò riguardando varca di bon passo; E gionse a quella tana in su la intrata, Qual molto è grande dentro da quel sasso, E riccamente d'oro è lavorata. Poi che ebbe sciolto quindi il re Gradasso, E la dama che al scoglio era legata, Tutti se revestirno a nove spoglie, Ché veste ivi trovarno e ricche zoglie.

Montarno, e ciascadun forte camina; Seco è la dama dal viso soprano: E via passando a canto alla marina Iscorsero una nave di lontano. Viddero in quella, quando se avicina, L'alta bandiera del re Tibïano: Qual era parte di questa donzella, Tolta da loro alla fortuna fella.

Re de Cipri in quel tempo e de Rodi era Quel Tibïano ed altre terre assai, E va cercando per ogni rivera De la filiola, e non la trova mai; Onde di doglia in pianto se dispera, E mena la sua vita in tristi guai. Come la dama la bandiera vide, Per allegrezza a un tratto piange e ride.

Già meglio se comincia a discernire La nave e la sua gente tutta quanta; E la donzella non può sofferire, Ma con la veste a quella nave amanta; E, senza più tenirvi in lungo dire, Salirno al legno; e la zoia fo tanta Quanto a sì fatto caso esser credia, Trovando lei che morta esser tenìa.

E già le poppe voglion rivoltare, Tirando con le corde alte le antene. Eccoti lo orco che nel poggio appare, E verso il mare a corso se ne viene; Ben vi so dir che ogniom si dà che fare, Ché la più parte alor morta se tiene; Ciascun de' marinari era parone A tirar presto e volgere il temone.

Pur giù vien lo orco e verso il mar se calla. La barba a sangue se gli vedea piovere, Un gran pezzo de monte ha in su la spalla, Che dentro vi eran pruni e sterpi e rovere; Legier lo porta lui come una galla, Né cento boi l'avrian potuto movere. Correndo vien la orrenda creatura: Già dentro al mare è sino alla cintura.

E tanto passa, che va come il buffolo, Che il muso ha fuori e i piedi in su la sabbia; Movere odendo e remi al suon del zuffolo, Trasse là verso il monte con gran rabbia. Gionsine presso; e l'onda diè dal tuffolo, Che saltar fece l'acqua in su la gabbia; Ma se più avanti un poco avesse agionto, Sfondava il legno e li omini ad un ponto.

Se e marinari alora ebber spavento, Non credo che bisogni racontare, Ché qual di loro avea più de ardimento Nascoso è alla carena e non appare. Ora levosse da levante il vento, L'onda risuona e grosso viene il mare; Già rotto il celo e l'acqua insieme han guerra: Più non se vede lo orco né la terra.

De l'orco, dico, ormai non han paura, Ma morte han più che prima in su la testa, Però che orribilmente il celo oscura, Il vento cresce ogniora e gran tempesta. Pioggia meschiata de grandine dura Giù versa con furore, e mai non resta: Ora fùlgore, or trono ed or saetta, Che l'una l'altra apena non aspetta.

Per tutto intorno bursano e delfini, Donando di fortuna il tristo annoncio; Non sta contento il mare a' suoi confini, Che in nave ne entra assai più d'un bigoncio: Da far vi fia per grandi e piccolini. Ma non vi vo' tenir tanto a disconcio, E nel presente canto io ve abandono, Ché ogni diletto a tramutare è bono.

Canto quarto

Segnor, se voi potesti ritrovare Un che non sappia quel che sia paura, O se volesti alcun modo pensare Per sbigottire una anima sicura, Quando è fortuna quel poneti in mare, E si non se spaventa o non se cura, Toglietelo per paccio, e non ardito, Perché ha con morte il termine de un dito.

Orribil cosa è certo il mar turbato, E meglio è odirlo dir che farne prova, Però creda ciascuno a chi gli è stato, E per provar di terra non si mova, Come io contava al canto che è passato, Di quella nave che entro al mar se trova, Sì combattuta da prora e da poppa, Che l'acqua ve entra ed escine la stoppa.

Mandricardo era in quella e il re Gradasso, Re Tibïano e sua figlia Lucina. Ora se rompe l'onda a gran fraccasso, E mostra un gregge tutta la marina: Un gregge bianco, che si pasca al basso, Ma sempre mugge e sembra una ruina; Stridon le corde e il legno se lamenta: Gemendo al fondo, par che 'l suo mal senta.

Or questo vento ed or quell'altro salta, Non san che farsi e marinari apena; Tra' nivoli talor è la nave alta, E talor frega a terra la carrena. Sopra a ogni male e sopra a ogni difalta Fu quando gionse un colpo ne la antena; Piegosse il legno e giù dette alla banda: Ciascun cridando a Dio si racomanda.

Più de due miglia andò la nave inversa, Che a ponto in ponto sta per affondare, La gente che vi è dentro è tutta persa: Se fa de' voti, non lo adimandare. Ecco da canto gionse una traversa, Che a l'altra banda fece traboccare; Ciascadun crida e non se ode persona, Sì muggia il mare e il vento sì risona.

Questo se cangia e muta in uno istante, Ora batte davanti, or ne le sponde; Spiccosse al fine un groppo da levante Con furia tal, che il mar tutto confonde. Gionse alla poppa e pinse il legno avante, E fece entrar la prora sotto l'onde; Sotto acqua via ne andò più d'una arcata, Come va il mergo e l'oca alcuna fiata.

Pur fuore uscitte, e va con tal ruina Qual fuor de la balestra esce la vera. Da quella sera insino alla matina E da quella matina a l'altra sera, Via giorno e notte mai non se raffina, Sin che condotta è sopra alla riviera, Ove quel monte in Acquamorta bagna Il qual divide Francia dalla Spagna.

Quivi ad un capo che ha nome la Oruna, Smontarno con gran voglia in su la arena, E sì sbattuti son dalla fortuna, Che sendo in terra nol credono apena. Passò il mal tempo e quella notte bruna, Con l'alba insieme il cel se raserena, E già per tutto essendo chiaro il giorno, Deliberarno andar cercando intorno.

Cercar deliberarno in che paese Sian capitati e chi ne sia segnore, E tratto fuor di nave ogni suo arnese, Ciascadun se arma e monta il corridore. Ma lor vïaggio poco se distese, Ché oltra ad un colle odirno un gran rumore, Corni, tamburi ed altre voce e trombe, Che par che 'l suono insino al cel rimbombe.

Il franco re Gradasso e Mandricardo Fecer restar la dama e Tibïano. Possa alcun de essi a mover non fu tardo, Sin che fôr sopra al colle a mano a mano; E giù facendo a quel campo riguardo Vider coperto a genta armata il piano, Che era afrontata insieme a belle schiere Sotto a stendardi e segni di bandiere.

Perché sappiati il tutto, il re Agramante Contro al re Carlo avea questa battaglia, Come io contai nel libro che è davante: Un'altra non fu mai di tal travaglia. Quivi era il re Marsilio e Balugante, Tanti altri duci e tanta altra canaglia, Che in alcun tempo mai né alcuna guerra Maggior battaglia non se vidde in terra.

Orlando qua non è, ni Feraguto: Stava il pagano ad un fiume a cercare De l'elmo, qual là giù gli era caduto, Sì come io vi ebbi avanti a ricontare. Al conte era altro caso intravenuto Troppo stupendo e da meravigliare: Ché lui, qual vincer suole ogni altra prova, Tra dame vinto e preso se ritrova.

Di lui poi dirò il fatto tutto intiero, Ma non se trova adesso in queste imprese; Ben vi è Ranaldo e il marchese Oliviero, Èvi Ricardo e Guido e 'l bon Danese, Come io contava alor, quando Rugiero Tanti baroni alla terra distese Di nostra gente, e tal tempesta mena Come fa il vento al campo de l'arena.

Come si frange il tenero lupino O il fusto de' papaveri ne l'orto, Cotal fraccasso mena il paladino; Condotta è nostra gente a tristo porto. Roverso a terra se trova Turpino, Uberto, el duca di Baiona, è morto; Avino e Belengiero e Avorio e Ottone Sono abattuti, e seco Salamone.

Gualtieri ebbe uno incontro ne la testa, Che il sangue gli schiattò per naso e bocca, E cade trangosciato alla foresta. Il giovane Rugiero a gli altri tocca, Né se potria contar tanta tempesta: Qual tramortito e qual morto trabocca. Via va correndo e scontrasi a Ricardo Quel duca altiero, nobile e gagliardo.

Ispezza il scudo e per la spalla passa, Di dietro fore andò il pennon di netto; La lancia a mezo l'asta se fraccassa, Urtarno e duo corsier petto per petto. Rugier quivi Ricardo a terra lassa E tra' la spada, il franco giovanetto, La spada qual già fece Falerina, Che altra nel mondo mai fu tanto fina.

Comincia la battaglia orrenda e fiera, Che quasi è stata insino adesso un gioco; Sembra Rugier tra gli altri una lumiera, Trono e baleno e folgore di foco. Or questa abatte ed or quell'altra schiera, Par che si trovi a un tratto in ogni loco; Volta e rivolta e, come avesse l'ale, Per tutto agiongie il giovane reale.

La nostra gente fugge in ogni banda: Non è da dimandar se avean paura, Ché a ciascun colpo un morto a terra manda: Sembraglia non fu mai cotanto oscura. Già Sinibaldo, il bon conte de Olanda, Partito avea dal petto alla cintura, E Daniberto, il franco re frisone, Avea tagliato insino in su l'arcione.

E il duca Aigualdo, il grande e sì diverso, Qual fu Ibernese e nacque de gigante, Fo da Rugiero agionto in su il traverso, E tutto lo tagliò dietro e davante. Non è il marchese de Vïena perso, Se l'altre gente fuggon tutte quante; Se ben gli altri ne vanno, ed Oliviero Sol lui se affronta e voltase a Rugiero.

Alor se incominciò l'alta travaglia, Né questa zuffa come l'altre passa; La spada de ciascun così ben taglia, Che io so che dove giongie, il segno lassa. Ecco il Danese ariva alla battaglia, Ecco Ranaldo ariva, che fraccassa Tutta la gente e mena tal polvino Come il mondo arda e fumi in quel confino.

Quando Rugier, che stava alla vedetta, Se accorse che sua gente in volta andava, Come dal cel scendesse una saetta, Con tal furore ad Olivier menava. Menava ad ambe mano, e per la fretta, Come a Dio piacque, il brando se voltava; Colse di piatto, e fo la botta tanta, Che l'elmo come un vetro a pezzi schianta.

Ed Olivier rimase tramortito Per il gran colpo avuto a tal tempesta; Senza elmo apparve il suo viso fiorito, E cadde de lo arcione alla foresta. Quando il vidde Rugiero a tal partito, Che tutta a sangue gli piovea la testa, Molto ne dolse al giovane cortese, Onde nel prato subito discese.

Essendo sopra al campo dismontato Raccolse nelle braccia quel barone Per ordinar che fusse medicato, Sempre piangendo a gran compassïone. In questo fatto standosi occupato, Ecco alle spalle a lui gionse Grifone: Grifone, il falso conte di Maganza, Vien speronando e aresta la sua lanza.

Di tutta possa il conte maledetto Entro alle spalle un gran colpo gli diede, Sì che tomar lo fece a suo dispetto: Tomò Rugiero e pur rimase in piede; Mai non fu visto un salto così netto. Ora presto si volta e Grifon vede, Che per farlo morir non stava a bada: Rotta la lancia, avea tratta la spada.

Ma Rugier se voltò con molta fretta, Cridando: - Tu sei morto, traditore! - Grifone il falso ponto non lo aspetta, Come colui che vile era di core. Ove è più folta la battaglia e stretta, In quella parte volta il corridore; Tra gente e gente e tra l'arme se caccia, Né può soffrir veder Rugiero in faccia.

Questo altro il segue a piede, minacciando Che lo farà morir come ribaldo; E quel fuggendo, e questo seguitando, Gionsero al loco dove era Ranaldo, Quale avea fatto tal menar del brando, Che 'l campo correa tutto a sangue caldo. Parea di sangue il campo una marina: Veduta non fu mai tanta ruina.

Grifon cridava: - Aiutame per Dio! Aiutame per Dio! ché più non posso; Ché questo saracin malvaggio e rio Per tradimento a morte me ha percosso. - Quando Ranaldo quella voce odìo, Voltò Baiardo e subito fu mosso Per urtarsi a Rugiero a corso pieno; Ma, veggendolo a piè, ritenne il freno.

Sappiati che il destrier del paladino Era rimaso là dove discese. Là presso sopra il campo era Turpino Che da' Pagani un pezzo se diffese; Essendo a quel destrier dunque vicino, A lui se accosta e per la briglia il prese; E destramente ne lo arcion salito Ritorna alla battaglia il prete ardito.

Rugiero adunque, come ebbi a contare, Se ritrovava a piedi in su quel piano. Fuggito è via Grifone e non appare, E lui affronta il sir di Montealbano; Il qual nol volse con Baiardo urtare, Però che ad esso parve atto villano, Ma de arcion salta alla campagna aperta Col scudo in braccio e con la sua Fusberta.

Tra lor se cominciò zuffa sì brava, Che ogni om per meraviglia stava muto; Né già Ranaldo stracco si mostrava, Benché abbia combattuto il giorno tuto; E l'uno e l'altro a tal furia menava, Che meraviglia è che non sia destruto. Non che il scudo a ciascuno e l'elmo grosso, Ma un monte a quei gran colpi serìa mosso.

Durando aspra e crudel quella contesa, Ecco Agramante ariva a la battaglia, Che caccia e Cristïani alla distesa, Come fa il foco posto ne la paglia. Re Carlo e' nostri non pôn far diffesa, Tanta è la folta di quella canaglia, Che sembra un fiume grosso che trabocca: Per un de' nostri, cento e più ne tocca.

Avanti a gli altri el re di Garamanta, Io dico il dispietato Martasino, Qual vien cridando, a gran voce se vanta Di prender vivo il figlio de Pipino. Tanto è il romore e la gente cotanta, Che il campo trema per ogni confino, E tale è il saettar fuor di misura, Che al nivolo de' dardi il cel se oscura.

La gente nostra fugge in ogni lato, E quella che se arresta riman morta. Quivi è Sobrino, il vecchio disperato, Che per insegna il foco a l'elmo porta; E Balifronte, in su un gambelo armato, Taglia a due mano ed ha la spada torta; E Barigano e Alzirdo e Dardinello Ciascun de' Cristïan fa più macello.

Oh! chi vedesse in faccia il re Carlone Guardare il cielo e non parlar nïente: E sassi mossi avria a compassïone, Veggendol lacrimar sì rottamente. - Campati voi, - diceva al duca Amone - Campati, Naimo e Gano, il mio parente, Campati tutti quanti, e me lassati, Ché qua voglio io purgare e mei peccati.

Se a Dio, che è mio segnor, piace ch'io mora, Fia il suo volere, io sono apparecchiato; Ma questa è sol la doglia che mi accora, Che perir veggio il popul battezato Per man di gente che Macone adora. O re del celo, mio segnor beato, Se il fallir nostro a vendicar ti mena, Fa che io sol pèra e sol porti la pena. -

Ciascun di quei baron che Carlo ascolta, Piangono anco essi e risponder non sano. Già la schiera reale in fuga è volta, E boni e tristi in frotta se ne vano. La folta grande è già tutta ricolta Ove Rugiero e 'l sir de Montealbano Facean battaglia sì feroce e dura, Che de questi altri alcun de lor non cura.

Ma tanto è la ruina e il gran disvario Di quella gente, e chi fugge e chi caccia, Chi cade avanti, e chi per il contrario, E chi da un lato e chi d'altro tramaccia; Onde a que' dui baron fu necessario Spartir la zuffa, e sì grande la traccia Gli urtava adosso e tanta la zinia, Che alcun di lor non sa dove si sia.

Partito l'un da l'altro e a forza ispento, Ché una gran frotta a lor percosse in mezo, Rimase ciascun de essi mal contento, Che non si discernia chi avesse el pezo; Ma pur Ranaldo è quel dal gran lamento, Dicendo: - O Dio del cel, ch'è quel ch'io vezo? La nostra gente fugge in abandono, Ed io che posso far che a piedi sono? -

Così dicendo se pone a cercare, E vede il suo Baiardo avanti poco. A lui se accosta, e, volendo montare, Il destrier volta e fugge di quel loco. Ranaldo si voleva disperare Dicendo: - Adesso è ben tempo da gioco! Deh sta, ti dico, bestia maledetta! - Baiardo pur va inanti e non lo aspetta.

E lui, pur seguitando il suo destriero, Se fu condutto entro una selva scura, Onde lasciarlo un pezo è di mestiero, Ch'egli incontrò in quel loco alta ventura. Ora torno a contarvi di Rugiero, Qual pure è a piedi in su quella pianura, E ben se augura indarno il suo Frontino: Eccoti avanti a lui passa Turpino.

Turpino era montato a quel ronzone, Ché il suo tra' Saracini avea smarito, Come io contai alor quando Grifone Ne le spalle a Rugiero avea ferito; Or correndo venìa per un vallone. Quando lo vidde il giovanetto ardito, Dico Rugiero avanti a sé lo vide, Non dimandar se de allegrezza ride.

E così a piede se il pone a seguire Cridando: - Aspetta, ché il cavallo è mio! - E il bon Turpin, che vede ogni om fuggire, Non avea de aspettarlo alcun desio; Ma per la pressa avanti non può gire, Tanta è la folta di quel popul rio; Sì sono e nostri stretti e inviluppati, Che forza fo a fuggir da l'un de' lati.

Fugge Turpino, e Rugiero a le spalle, Sin che condotti fôrno a un stretto passo, Ove tra duo colletti era una valle; La giù cade Turpino a gran fraccasso. Rugiero a meza costa per un calle Vide il prete caduto al fondo basso, Ove l'acqua e il pantano a ponto chiude; Embragato era quello alla palude.

Rugier ridendo del poggio discese E il vescovo aiutò, che se anegava. Poi che for l'ebbe tratto, il caval prese; A lui davante quello appresentava, E proferiva con parlar cortese, Che lo prendesse, se gli bisognava. - Se Dio me aiuti, - disse a lui Turpino - Tu non nascesti mai di Saracino.

Né credo mai che tanta cortesia Potesse dar natura ad un Pagano: Prendi il destriero e vanne alla tua via: Se lo togliessi, ben serìa villano! - Così gli disse, e poi si dispartia Correndo a piedi, e ritornò nel piano, E trovò un Saracin fuor di sentiero: Tagliolli il capo e prese il suo destriero.

E tanto corse, che gionse la traccia De' Cristiani che ogniom fuggia più forte; Non ve si vede chi diffesa faccia: Chi non puotè fuggire, ebbe la morte. Sei giorni e notti sempre ebber la caccia Sino a Parigi, e sino in su le porte Occisa fo la gente sbigotita: Maggior sconfitta mai non fu sentita.

Tra' Cristïani sol Danese Ogiero Fe' gran prodezze, la persona degna, Ché di quel stormo periglioso e fiero Riportò salva la reale insegna. Preso rimase il marchese Oliviero, Ottone ancor, che tra gli Anglesi regna, Re Desiderio e lo re Salamone, Duca Ricardo fo seco pregione.

De gli altri che fôr presi e che fôr morti Non se potria contar la quantitate, Cotanti campïon valenti e forti Fôr presi, o posti al taglio de le spate. Chi contarebbe e pianti e' disconforti, Che a Parigi eran dentro alla cittate? Ciascadun crede e dice lacrimando Che gli è morto Ranaldo e il conte Orlando.

Fanciulli e vecchi e dame tutte quante La notte fier' la guardia a' muri intorno; Ma de Parigi più non dico avante. Torno a Rugiero, il giovanetto adorno, Qual gionse al loco dove Bradamante La gran battaglia avea fatta quel giorno Con Rodamonte, come io vi contai; Non so se vi ricorda ove io lasciai.

Nel libro che più giorni è già compito, Narrai questa gran zuffa, e come il conte Rimaso era de un colpo tramortito, Quando percosso fo da Rodamonte; E come stando ad estremo partito, Quella donzella, fior di Chiaramonte, Io dico Bradamante la signora, Fece la zuffa che io contava alora.

Da poi se dipartitte il paladino, Ed incontrolli ciò che io vi ebbi a dire; Tra Bradamante adunque e il Saracino Rimase la battaglia a diffinire. Non stava alcuno a quel loco vicino, Né vi era chi potesse dipartire L'aspra contesa e il grande assalto e fiero, Sin che vi gionse il giovane Rugiero.

Gionto sopra a quel colle il giovanetto Vista ebbe la battaglia giù nel fondo, E fermosse a mirarla per diletto, Ché assalto non fu mai sì furibondo; Perocché chi in quel tempo avesse eletto Un par de bon guerreri in tutto il mondo, Non l'avria avuto più compiuto a pieno Che Bradamante e il figliol de Ulïeno.

E ben ne dimostrarno esperïenza A quel che han fatto e quel che fanno ancora; Par che la zuffa pur mo si comenza, Sì frescamente ciascadun lavora, E se quel coglie, questo non va senza. Da un colpo a l'altro mai non è dimora, E nel colpir fan foco e tal fiammelle, Che par che il lampo gionga nelle stelle.

Rugiero alcun de' duo non cognoscia, Ché mai non gli avea visti in altro loco, Ma entrambi li lodava, e discernia Che tra lor di vantaggio era assai poco. Mirando l'aspre offese ben vedia Cotal battaglia non esser da gioco, Ma che è tra Saracino e Cristïano, Onde discese subito nel piano.

- Se alcun de voi - disse egli - adora Cristo, Fermesi un poco e intenda quel ch'io parlo, Ché annunzio gli darò dolente e tristo: Sconfitto al tutto è il campo del re Carlo, Ciò ch'io vi dico, con questi occhi ho visto. Onde, se alcun volesse seguitarlo, A far lunga dimora non bisogna, Ché alle confine è forse di Guascogna. -

Quando la dama intese così dire, Dal fren per doglia abandonò la mano, E tutta in faccia se ebbe a scolorire, Dicendo a Rodamonte: - Bel germano, Questo che io chiedo, non me lo disdire: Lascia che io segua il mio segnor soprano, Tanto che a quello io me ritrovi apresso, Ché il mio volere è di morir con esso. -

Diceva Rodamonte borbottando: - A risponderti presto, io nol vo' fare. Io stava alla battaglia con Orlando: Tu te togliesti tal rogna a grattare. Di qua non andarai mai, se non quando Io stia così che io nol possa vetare: Onde, se vôi che 'l tuo partir sia corto, Fa che me getti in questo prato morto. -

Quando Rugier cotal parlare intese, Di prender questa zuffa ebbe gran voglia, E Rodamonte in tal modo riprese Dicendo: - Esser non può ch'io non me doglia, Se io trovo gentil omo discortese, Però che bene è un ramo senza foglia, Fiume senza onda e casa senza via La gentilezza senza cortesia. -

A Bradamante poi disse: - Barone, Ove ti piace ormai rivolgi il freno, E se costui vorà pur questïone, De la battaglia non gli verrò meno. - La dama se partì senza tenzone, E Rodamonte disse: - Io vedo a pieno Che medico debbi esser naturale, Da poi che a posta vai cercando il male.

Or te diffendi, paccio da catena, Da poi che per altrui morir te piace. - Non minaccia Rugier, ma crida e mena, E l'altro a lui ritocca e già non tace. Ciascun di questi è fiero e di gran lena, Onde battaglia orrenda e pertinace Ed altre belle cose dir vi voglio, Se piace a Dio ch'io segua come io soglio.

Canto quinto

Còlti ho diversi fiori alla verdura, Azuri, gialli, candidi e vermigli; Fatto ho di vaghe erbette una mistura, Garofili e vïole e rose e zigli: Traggasi avanti chi de odore ha cura, E ciò che più gli piace, quel se pigli; A cui diletta il ziglio, a cui la rosa, Ed a cui questa, a cui quella altra cosa.

Però diversamente il mio verziero De amore e de battaglia ho già piantato: Piace la guerra a l'animo più fiero, Lo amore al cor gentile e delicato. Or vo' seguir dove io lasciai Rugiero Con Rodamonte alla zuffa nel prato, Con sì crudeli assalti e tal tempesta, Che impresa non fu mai simile a questa.

E' se tornarno con le spade adosso Gli animosi baroni a darsi morte. Rugier primeramente fu percosso Sopra del scudo a meraviglia forte, Che tre lame ha di ferro e quattro d'osso; Ma non è resistenzia che comporte: Di Rodamonte la stupenda forza Tagliò quel scudo a guisa de una scorza.

Su da la testa alla ponta discende, Più de un terzo ne cade alla campagna; Rugier per prugna acerba agresto rende, Ne la piastra ferrata lo sparagna. Il scudo da la cima al fondo fende, Come squarciasse tela d'una aragna; Né a quel ni a questo l'armatura vale: Un'altra zuffa mai non fu cotale.

E veramente morte se avrian data E l'uno e l'altro a sì crudo ferire, Ma non essendo l'ora terminata Né 'l tempo gionto ancora al suo morire, Tra lor fu la battaglia disturbata, Ché Bradamante gli venne a partire, Bradamante, la dama di valore, Qual dissi che seguia l'imperatore.

E già bon pezzo essendo caminata, Né potendo sua gente ritrovare, La qual fuggiva a briglia abandonata, Ne la sua mente se pose a pensare, Tra sé dicendo: "O Bradamante ingrata, Ben discortese te puote appellare Quel cavallier che non sai chi se sia, Ed ha' gli usata tanta villania.

La zuffa prese lui per mia cagione, E le mie spalle il suo petto diffese. Ma, se io vedesse quivi il re Carlone E le sue gente morte tutte e prese, Tornar mi converrebbe a quel vallone, Sol per vedere il cavallier cortese. Sono obligata a l'alto imperatore, Ma più sono a me stessa ed al mio onore."

Così dicendo rivoltava il freno, E passò prestamente il monticello, Ove Rugiero e il figlio de Ulïeno Faceano alla battaglia il gran flagello. Come ella ariva a ponto, più né meno, Gionse Rugiero, il franco damigello, Un colpo a Rodamonte a tal tempesta, Che tutta quanta gli stordì la testa.

Fuor di se stesso in su lo arcion si stava E caddeli di mano il brando al prato; Rugier alora adietro se tirava, Ché a cotale atto non l'avria toccato; E Bradamante, che questo mirava, Dicea: - Ben drittamente aggio io lodato Di cortesia costui nel mio pensiero; Ma che io il cognosca, al tutto è di mestiero. -

E come gionta fo gioso nel piano, Alta da l'elmo si levò la vista, E voltata a Rugier con atto umano Disse: - Accetta una escusa, a benché trista, De lo atto ch'io te usai tanto villano; Ma spesso per error biasmo se acquista: E certo che io commessi questo errore Per voglia di seguire il mio segnore.

Non me ne avidi alora se non quando Fu la doglia e il furor de me partito; Ora in gran dono e grazia te adimando Che questo assalto sia per me finito. - Mentre che così stava ragionando, E Rodamonte si fo risentito, Qual, veggendosi gionto a cotale atto, Quasi per gran dolor divenne matto.

Non se trovando ne la mano il brando, Che, com'io dissi, al prato era caduto, Il celo e la fortuna biastemando Là dove era Rugier ne fu venuto. Con gli occhi bassi a la terra mirando, Disse: - Ben chiaramente aggio veduto Che cavallier non è di te migliore, Né teco aver potrebbi alcun onore.

Se tal ventura ben fosse la mia, Ch'io te vincessi il campo alla battaglia, Non sono io vinto già di cortesia? Né mia prodezza più vale una paglia. Rimanti adunque, ch'io me ne vo via, E sempre, quanto io possa e quanto io vaglia, Di me fa il tuo parere in ogni banda, Come il maggiore al suo minor comanda. -

Senza aspettar risposta via fu tolto, In men che non se coce a magro il cavolo; Il brando su dal prato avea racolto, Il brando qual già fo de suo bisavolo. In poco de ora longi era già molto, Ché sì camina che sembra un dïavolo; Né mai se riposò quel disperato Sin che la notte al campo fu arivato.

Rimase Bradamante con Rugiero, Dapoi che il re di Sarza fie' partenza, E la donzella avea tutto il pensiero A prender di costui la cognoscenza. Ma non trovando ben dritto sentiero Né via di ragionar di tale essenza, Temendo che non fosse a lui disgrato, Senza più dimandar prese combiato.

Disse Rugiero, il giovane cortese: - Che vadi solo, io nol comportaria. Di Barbari è già pien tutto il paese, Che assaliranno in più lochi la via. Da tanti non potresti aver diffese: Ma sempre serò teco in compagnia; Via passaren, quand'io sia cognosciuto, Se non, coi brandi ce daremo aiuto. -

Piacque alla dama il proferire umano, E così insieme presero il camino, Ed essa cominciò ben da lontano Più cose a ragionar col paladino; E tanto lo menò di colle in piano, Che gionse ultimamente al suo destino, Chiedendo dolcemente e in cortesia Che dir gli piaccia de che gente sia.

Rugiero incominciò, dal primo sdegno Che ebbero e Greci, la prima cagione Che adusse in guerra l'uno e l'altro regno, Quel de Priamo e quel di Agamenòne; E 'l tradimento del caval di legno, Come il condusse il perfido Sinone, E dopo molte angoscie e molti affanni Fo Troia presa ed arsa con inganni.

E come e Greci poi sol per sua boria Fierno un pensier spietato ed inumano, Tra lor deliberando che memoria Non se trovasse del sangue troiano. Usando crudelmente la vittoria, Tutti e pregion scanarno a mano a mano, Ed avanti a la matre per più pena Ferno svenar la bella Polissena.

E cercando Astianatte in ogni parte, Che era di Ettorre un figlio piccolino, La matre lo scampò con cotale arte: Che in braccio prese un altro fanciullino, E fuggette con esso a la disparte. Cercando i Greci per ogni confino, La ritrovarno col fanciullo in braccio, E a l'uno e a l'altro dier di morte spaccio.

Ma il vero figlio, Astïanatte dico, Era nascoso in una sepoltura, Sotto ad un sasso grande e molto antico, Posto nel mezo de una selva oscura. Seco era un cavallier del patre amico, Che se pose con esso in aventura, Passando il mare; e de uno in altro loco Pervenne in fine alla Isola del Foco.

Così Sicilia se appellava avante, Per la fiamma che getta Mongibello. Or crebbe il giovanetto, ed aiutante Fu di persona a meraviglia e bello; E in poco tempo fie' prodezze tante, Che Argo e Corinto pose in gran flagello; Ma fu nel fine occiso a modo tristo Da un falso Greco, nominato Egisto.

Ma prima che morisse, ebbe a Misina (De la qual terra lui n'era segnore) Una dama gentile e pellegrina, Che la vinse in battaglia per amore. Costei de Saragosa era regina, Ed un gigante chiamato Agranore, Re de Agrigento, la oltraggiava a torto; Ma da Astianatte fu nel campo morto.

Prese per moglie poscia la donzella, E fece contra e Greci il suo passaggio, Insin che Egisto, la persona fella, Lo occise a tradimento in quel rivaggio. Non era gionta ancora la novella De la sconfitta e di tanto dannaggio, Che e Greci con potente e grande armata Ebber Misina intorno assedïata.

Gravida era la dama de sei mesi, Quando alla terra fu posto lo assedio, Ma a patti se renderno e Misinesi, Per non soffrir di guerra tanto tedio. Poco o nïente valse essersi resi, Ché tutti morti fôr senza rimedio, Poi che promesso a' Greci avean per patto Dar loro la dama, e non l'aveano fatto.

Ma essa, quella notte, sola sola Sopra ad una barchetta piccolina Passò nel stretto, ove è l'onda che vola E fa tremare e monti alla ruina; Né si potrebbe odire una parola, Tant'alto è quel furor de la marina; Ma la dama, vargando come un vento, A Regio se ricolse a salvamento.

E Greci la seguirno, e a lor non valse Pigliar la volta che è senza periglio, Perché un'aspra fortuna a l'onde salse Sumerse ed ispezzò tutto il naviglio, E fôr punite le sue voglie false. Ora la dama a tempo ebbe un bel figlio, Che rilucente e bionde avia le chiome, Chiamato Polidoro a dritto nome.

Di questo Polidoro un Polidante Nacque da poi, e Flovïan di quello. Questo di Roma si fece abitante Ed ebbe duo filioli, ogniun più bello, L'un Clodovaco, l'altro fu Constante, E fu diviso quel sangue gemello; Due geste illustre da questo discesero, Che poi con tempo molta fama apresero.

Da Constante discese Costantino, Poi Fiovo e 'l re Fiorello, il campïone, E Fioravante e giù sino a Pipino, Regal stirpe di Francia, e il re Carlone. E fu l'altro lignaggio anco più fino: Di Clodovaco scese Gianbarone, E di questo Rugier, paladin novo, E sua gentil ischiatta insino a Bovo.

Poi se partitte di questa colona La nobil gesta, in due parte divisa; Ed una di esse rimase in Antona, E l'altra a Regio, che se noma Risa. Questa citade, come se ragiona, Se resse a bon governo e bona guisa, Sin che il duca Rampaldo e' soi figlioli A tradimento fôr morti con dôli.

La voglia di Beltramo traditore Contra del patre se fece rubella; E questo fu per scelerato amore Che egli avea posto alla Galacïella; Quando Agolante con tanto furore, Con tanti armati in nave e ne la sella, Coperse sì di gente insino in Puglia, Che al vòto non capea ponto de aguglia.

Così parlava verso Bradamante Rugier, narrando ben tutta la istoria, Ed oltra a questo ancor seguiva avante, Dicendo: - Ciò non toglio a vanagloria, Ma de altra stirpe di prodezze tante, Che sia nel mondo, non se ne ha memoria; E, come se ragiona per il vero, Sono io di questi e nacqui di Rugiero.

Lui de Rampaldo nacque, e in quel lignaggio Che avesse cotal nome fu secondo; Ma fu tra gli altri di virtute un raggio, De ogni prodezza più compiuto a tondo. Morto fu poscia con estremo oltraggio, Né maggior tradimento vidde il mondo, Perché Beltramo, il perfido inumano, Traditte il patre e il suo franco germano.

Risa la terra andò tutta a ruina, Arse le case, e fu morta la gente; La moglie di Rugier, trista, tapina, Galacïella, dico, la valente, Se pose disperata alla marina, E gionta sendo al termine dolente Che più il fanciullo in corpo non si porta, Me parturitte, e lei rimase morta.

Quindi mi prese un negromante antico, Qual di medolle de leoni e nerbi Sol me nutritte, e vero è quel ch'io dico. Lui con incanti orribili ed acerbi Andava intorno a quel diserto ostìco, Pigliando serpe e draghi più superbi, E tutti gli inchiudeva a una serraglia; Poi me ponea con quelli alla battaglia.

Vero è che prima ei gli cacciava il foco E tutti e denti fuor de la mascella: Questo fo il mio diletto e il primo gioco Che io presi in quell'etate tenerella; Ma quando io parvi a lui cresciuto un poco, Non me volse tenir più chiuso in cella, E per l'aspre foreste e solitarie Me conducea, tra bestie orrende e varie.

Là me facea seguir sempre la traccia Di fiere istrane e diversi animali; E mi ricorda già che io presi in caccia Grifoni e pegasei, benché abbiano ali. Ma temo ormai che a te forse non spiaccia Sì lunga diceria de tanti mali: E, per satisfar tosto a tua richiesta, Rugier sono io; da Troia è la mia gesta. -

Non avea tratto Bradamante un fiato, Mentre che ragionava a lei Rugiero, E mille volte lo avea riguardato Giù dalle staffe fin suso al cimero; E tanto gli parea bene intagliato, Che ad altra cosa non avea il pensiero: Ma disiava più vederli il viso Che di vedere aperto il paradiso.

E stando così tacita e sospesa, Rugier sogionse a lei: - Franco barone, Volentier saprebbi io, se non ti pesa, Il nome tuo e la tua nazïone. - E la donzella, che è d'amore accesa, Rispose ad esso con questo sermone: - Così vedestù il cor, che tu non vedi, Come io ti mostrarò quel che mi chiedi.

Di Chiaramonte nacqui e di Mongrana. Non so se sai di tal gesta nïente, Ma di Ranaldo la fama soprana Potrebbe essere agionta a vostra gente. A quel Ranaldo son sôra germana; E perché tu mi creda veramente, Mostrarotti la faccia manifesta -; E così lo elmo a sé trasse di testa.

Nel trar de l'elmo si sciolse la treccia, Che era de color d'oro allo splendore. Avea il suo viso una delicateccia Mescolata di ardire e de vigore; E' labri, il naso, e' cigli e ogni fateccia Parean depenti per la man de Amore, Ma gli occhi aveano un dolce tanto vivo, Che dir non pôssi, ed io non lo descrivo.

Ne lo apparir dello angelico aspetto Rugier rimase vinto e sbigotito, E sentissi tremare il core in petto, Parendo a lui di foco esser ferito. Non sa pur che si fare il giovanetto: Non era apena di parlare ardito. Con l'elmo in testa non l'avea temuta, Smarito è mo che in faccia l'ha veduta.

Essa poi cominciò: - Deh bel segnore! Piacciavi compiacermi solo in questo, Se a dama alcuna mai portasti amore, Ch'io veda il vostro viso manifesto. - Così parlando odirno un gran rumore; Disse Rugiero: - Ah Dio! Che serà questo? - Presto se volta e vede gente armata, Che vien correndo a lor per quella strata.

Questi era Pinadoro e Martasino, Daniforte e Mordante e Barigano, Che avean posto uno aguato in quel confino Per pigliar quei che in rotta se ne vano. Come gli vidde il franco paladino, Verso di lor parlando alciò la mano, E disse: - Stati saldi in su il sentiero! Non passati più avanti! Io son Rugiero. -

In ver da la più parte e' non fu inteso, Perché cridando uscia de la foresta. E Martasin, che sempre è de ira acceso, Subito gionse e parve una tempesta. A Bradamante se ne va disteso, E ferilla aspramente nella testa; Non avea elmo la meschina dama, Ma sol guardando al celo aiuto chiama.

Alciando il scudo il capo se coperse, Ché non volse fuggir la dama vaga. Re Martasino a quel colpo lo aperse, E fece in cima al capo una gran piaga. Già Bradamante lo animo non perse, E riscaldata a guisa d'una draga Ferisce a Martasin di tutta possa; Ma Rugier gionse anch'esso alla riscossa.

E Daniforte cridava: - Non fare! Non far, Rugier, ché quello è Martasino! - Già Barigano non stette a cridare, Ché odio portava occulto al paladino, Ed avea voglia di se vendicare, Però che un Bardulasto, suo cugino, Fo per man di Rugier di vita spento; Ma lui lo avea ferito a tradimento.

Se vi racorda, e' fu quando il torniero Se fece sotto al monte di Carena. Scordato a voi debbe esser de legiero, Ché io che lo scrissi, lo ramento apena. Ora, tornando Barigano il fiero, Sopra a Rugiero un colpo a due man mena; Sopra la testa a lui mena a due mano, E ben credette di mandarlo al piano.

Ma il giovanetto, che ha soperchia possa, Non se mosse per questo dello arcione; Anci, adirato per quella percossa, Tornò più fiero, a guisa di leone. Già Bradamante alquanto era rimossa Larga da loro; e, stracciato un pennone Di certa lancia rotta alla foresta, Con fretta avea legata a sé la testa.

L'elmo alacciato e posta la barbuta, Tornò alla zuffa con la spada in mano. La ardita dama aponto era venuta Quando a Rugier percosse Barigano. Lei speronando de arivar se aiuta, E gionse un colpo a quel falso pagano; Non par che piastra, o scudo, o maglia vaglia: A un tratto tutte le sbaraglia e taglia.

Rugiero aponto si era rivoltato Per vendicar lo oltraggio ricevuto, E vidde il colpo tanto smisurato, Che de una dama non l'avria creduto. Barigano in duo pezzi era nel prato, Né a tempo furno gli altri a darli aiuto, A benché incontinente e destrier ponsero; Ma, come io dico, a tempo non vi gionsero.

Onde adirati, per farne vendetta Contra alla dama tutti se adricciarno. Rugier de un salto in mezo a lor se getta Per dipartir la zuffa, a benché indarno; Non val che parli, o che in mezo se metta, E Martasino e Pinador cridarno: - Tu te farai, Rugier, qua poco onore: Contra Agramante èi fatto traditore. -

Come quella parola e oltraggio intese Il giovanetto, non trovava loco, E sì nel core e nel viso se accese, Che sfavillava gli occhi come un foco; E messe un crido: - Gente discortese, Lo esser cotanti vi giovarà poco. Traditor sete voi; io non sono esso, E mostrarò la prova adesso adesso. -

Tra le parole il giovane adirato Urta il destriero adosso a Pinadoro. Or vedereti il campo insanguinato, E de duo cori arditi il bel lavoro. Chi gli assalta davanti e chi da lato, Ché molta gente avean seco coloro; Dico gli cinque re, de che io contai, Avean con seco gente armata assai.

De' suoi scuderi in tutto da cinquanta Avean seco costoro in compagnia. El resto di sua gente, ch'è cotanta, Era rimaso adietro per la via; Ma se qui ancora fosse tutta quanta, Già Bradamante non ne temeria; Mostrar vôle a Rugier che cotanto ama, Che sua prodezza è assai più che la fama.

Né già Rugiero avia voglia minore Di far vedere a quella damigella Se ponto avea di possa o di valore, E lampeggiava al cor come una stella. Ragione, animo ardito e insieme amore L'un più che l'altro dentro lo martella; E la dama, ferita a tanto torto, L'avrebbe ad ira mosso essendo morto.

Dunque adirato, come io dissi avante, Se adriccia a Pinadoro il paladino; Né più lenta se mosse Bradamante, Che fuor de gli altri ha scorto Martasino. Ma questo canto non serìa bastante Per dir ciò che fu fatto in quel confino, Onde io riservo al resto il fatto tutto, Se Dio ce dona, come suole, aiutto.

Canto sesto

Segnor, se alcun di voi sente de amore, Pensati che battaglia avranno a fare Que' duo, che insieme agionto aveano il core, Né volevan l'un l'altro abandonare. La fulmina del cel con suo furore Non gli potrebbe a forza separare; Né spietata fortuna e non la morte Può disgiongere amor cotanto forte.

Come io contava, il nobile Rugiero Sopra de Pinador forte martella; L'elmo gli ruppe e spennacchiò il cimiero: Quasi a quel colpo lo trasse di sella. Da l'altra parte Martasino il fiero Non avantaggia ponto la donzella, La qual sempre cridava: - Ascolta! ascolta! Non me trovi senza elmo a questa volta. -

Così dicendo a duo man l'ha ferito De un colpo tanto orrendo e smisurato, Che sopra de lo arcion è tramortito: E veramente lo mandava al prato, Ma in quel Mordante, il saracino ardito, Correndo alla donzella urtò da lato, Ferendola a duo man de un roversone Che fu per trarla fuora de lo arcione.

Ma Rugier presto venne ad aiutare, Lasciando Pinador che aveva avante; Però che, benché assai abbia da fare, Sempre voltava gli occhi a Bradamante. Or sembra il giovanetto un vento in mare: Spezza in due parte il scudo di Mordante, Taglia le piastre e usbergo tutto netto, Ed anco alquanto lo ferì nel petto.

Ma Pinadoro, che lo avea seguito, Percosse a mezo il collo il paladino, E tagliò la gorziera più de un dito: Tenne il camaglio el brando, ché era fino. Non si spaventa il giovanetto ardito: Tondo de un salto rivoltò Frontino, E mena a Pinadoro in su la testa; E Martasino a lui, che già non resta.

Mentre che questa zuffa se scompiglia, Daniforte se afronta e viene in tresca Con circa a trenta della sua famiglia, Con targhe e lancie armati alla moresca. Bradamante ver loro alciò le ciglia: Come starà cotal canaglia fresca, Che armati son di sàmito e di tela! Oh che squarcioni andran per l'aria a vela!

Urta tra lor la dama e il brando mena, E gionse un moro in su un gianetto bianco, Che coda e chioma avia tinto de alchena; Lei tagliò il nero dalla spalla al fianco. Non era a terra quel caduto apena, Che afronta uno Arbo, e fece più ni manco; La spada adosso in quel modo gli calla, Sì che il partì dal fianco in su la spalla.

Quasi che insieme tutti ebber la morte; Chi qua chi là per el campo cascava, E quando il primo bussava alle porte Giù dello inferno, lo ultimo arivava. Più fiate la assalitte Daniforte; Ma, come Bradamante a lui voltava, Quel fugge e sguincia, e ponto non aspetta, E torna e volta, e sembra una saetta.

Egli avea sotto una iumenta mora, Di pel di ratta, con la testa nera, Che in su la terra mai non se dimora Con tutti e piedi, tanto era legiera. Vero è che in dosso avia poche arme ancora, Ché non portava usbergo né lamiera: La tòcca ha in testa, e la lancia e la targa, E cinta al petto una spadazza larga.

Armato come io dico, il saracino Tenea sovente la dama aticciata; Or corre, e volta poi che gli è vicino, Or da traverso mena una lanciata. Ecco la dama ha visto Martasino, Che al suo Rugier ferisce della spata: Di dietro il tocca, sopra delle spalle, E ben si crede di mandarlo a valle.

Ma Bradamante vi gionse a quel ponto Che Rugiero ebbe il colpo smisurato; Balordito era e sì come defonto Al col del suo destrier stava abracciato. Or bene a tempo è quel soccorso agionto, Perché certo altrimente era spacciato; Ma come gionse, la dama felice Parve un falcone entrato a le pernice.

Insieme Martasino e Pinadoro A lei voltarno, e gionsevi Mordante E Daniforte, e molti altri con loro: Chi la tocca di dietro, e chi davante. Ma lei, che di prodezza era un tesoro, Dispreza l'altre gente tutte quante; Tocca sol Martasino e quel travaglia, Né cura il resto che de intorno abaglia.

Tanto adirata è la dama valente, Che Martasin conduce a rio partito; La sua prodezza a lui giova nïente, Spezzato ha l'elmo e nel petto è ferito. Né vi giova il soccorso de altra gente; La dama nel suo core ha statuito Che ad ogni modo in questa zuffa e' mora, E ben col brando a cerco gli lavora.

Al fin turbata e con molta tempesta De coprirse col scudo non ha cura, E ferillo a due man sopra alla testa: Divide il capo e parte ogni armatura. Quella tagliente spada non se arresta, Ché tutto il fende insino alla centura; Nel tempo che a quel modo lo divide, Rugier rivenne e quel bel colpo vide.

Torna alla zuffa il giovanetto forte, Sì rosso in vista che sembrava un foco: Guardative, Pagan, ché el vien la morte! A zaro il resto, ormai non vi è più gioco. E ben se avide il falso Daniforte Che il contrastar più qua non avea loco: Già morto è Martasino e Barigano, Quaranta e più de gli altri sono al piano.

Esso è rimaso e seco Pinadoro, Circa ad otto altri ancora, con Mordante. Tagliava allora il capo a un barbasoro La dama, e gli altri avea morti davante. Intanto insieme consigliâr costoro Che Daniforte attenda a Bradamante E conducala via, mostrando fuggere, Gli altri Rugiero attendano a destruggere.

Era già gionto il giovanetto al ballo, E stranamente incominciò la danza, Ché incontrò un rebatin sopra al cavallo, E tutto lo partì sino alla panza. Non avea intorno pezzo di metallo, Perché era armato pure a quella usanza, Moresca, dico, essendo Genoese: Ma con la fede avea cambiato arnese.

Rugier lo occise, e un altro a canto ad esso. Né Bradamante ancora se posava; Ma Daniforte occultamente apresso Di lei se fece e sua lancia menava. Là dove il sbergo alla giontura è fesso, Colse, ma poco dentro ve ne entrava, Ché forte mai non mena quel che dubita: La dama se voltò turbata e subita.

Già Daniforte ponto non la aspetta, Né star con seco a fronte gli bisogna; Lei con li sproni il suo destriero afretta, Ché voglia ha di grattare a quel la rogna. Serìa scappato come una saetta, Ma non volea, quel pezzo di carogna, Che va trottone e lamentase ed urla, Mostrando stracco sol per via condurla.

Gli altri a Rugiero intorno combattevano, Io dico Pinadoro e il re Mordante, Che circa a sei de' suoi ancor vi avevano, E di dietro il toccavano e davante, Usando ogni vantaggio che sapevano. Ma lascio loro e torno a Bradamante, Che dietro a Daniforte invelenita Lo vôl seguire a sua vita finita.

E quel malvaggio spesso se rivolta, Aspettala vicino, e poi calcagna, E per un pezzo fugge alla disciolta, Poi va galoppo e il corso risparagna, Tanto che di quel loco l'ebbe tolta, E furno usciti fuor de la campagna, Che tutta è chiusa de monti de intorno, Ove era stata la battaglia il giorno.

Il falso saracin monta a la costa E scende ad un bel pian da l'altro lato. Bradamante lo segue, ché è disposta Non lo lasciar se non morto o pigliato; E non prendendo al lungo corso sosta, Il suo destriero afflitto ed affannato, Sendo già in piano, al transito d'un fosso, Non potendo più andar gli cade adosso.

E Daniforte, che sentì il stramaccio, Presto se volta, e stracco non par più, Dicendo: - Cristïan, di questo laccio Ove èi caduto, non uscirai tu. - Or Bradamante col sinistro braccio Pinse il ronzon da lato, e levò su, E forte crida: - Falso saracino, Ancor non m'hai legata al tuo domìno. -

Pur Daniforte de intorno la agira, E de improviso spesso la assalisse; Or mostra de assalirla, e se ritira, Ed a tal modo il falso la ferisse. La dama gionta a l'ultimo se mira, E tacita parlando fra sé disse: "Io spargo il sangue e l'anima se parte, Se io non colgo costui con la sua arte."

Così con seco tacita parlava, Mostrandosi ne gli atti sbigotita, Né molta finzïon gli bisognava, Però che in molte parte era ferita, E il sangue sopra l'arme rosseggiava. Or, mostrando cadere alla finita, Andar se lascia e in tal modo se porta, Che giuraria ciascun che fusse morta.

E quel malicïoso ben se mosse, Ma de smontare a terra non se attenta, E prima con la lancia la percosse Per veder se de vita fusse ispenta; La dama lo sofferse e non se mosse, E quello smonta e lega la iumenta; Ma come Bradamante in terra il vede, Non par più morta e fu subito in piede.

Ora non puote il pagan maledetto, Come suoleva, correre e fuggire; La dama il capo gli tagliò di netto E lasciòl possa a suo diletto gire. La ombra era grande già per quel distretto, E cominciava il celo ad oscurire: Non sa quella donzella ove se sia, Ché condotta era qua per strana via.

Per boschi e valle, e per sassi e per spine Avea correndo il pagan seguitato, E non vedeva per quelle confine Abitacolo o villa in verun lato. Salitte sopra la iumenta in fine, E caminando uscitte di quel prato; Ferita e sola, a lume de la luna Abandonò la briglia alla fortuna.

Lasciamo andare alquanto Bradamante, Poi di lei seguiremo e soa ventura, E ritorniamo ove io lasciai davante Rugier lo ardito alla battaglia dura. Il re di Constantina con Mordante, Che non han di vergogna alcuna cura, Gli sono intorno per farlo cadere, E ciascun de essi tocca a più potere.

Oh chi vedesse il giovanetto ardito, Come a ponto divide il tempo a sesto, Che non ne perde nel ferire un dito! Or quinci or quindi tocca, or quello or questo; Apena par che l'uno abbia ferito, Che volta a l'altro, e mena così presto Che con minor distanzia e tempo meno Fulmina a un tratto e seguita il baleno.

E per non vi seguir sì lunga traccia, La cosa presto presto vi disgroppo. Mordante, che assalirlo se procaccia, Ebbe tra questo assalto un strano intoppo: Fu ferito a traverso nella faccia, E via volò de l'elmo tutto il coppo; Meza la testa è ne lo elmo che vola, Rimase il resto al busto con la gola.

Non avea fatto questo colpo apena, Che a Pinador voltò, che era da lato, E nel voltarse lo assalisce e mena; Ma quello era già tanto spaventato, Che parea un veltro uscito di catena, Fuggendo a tutta briglia per il prato. Fuggito essendo per sassi e per valle, Rugier gli tolse il capo dalle spalle.

Era già il sole allo occidente ascoso, Quando finita è la battaglia dura; Allor guardando il giovane amoroso Di Bradamante cerca e di lei cura, Né trova nel pensiero alcun riposo. Per tutto a cerco è già la notte oscura: Veder non può colei che cotanto ama, Ma guarda intorno e ad alta voce chiama.

Passando per costiere e per valloni, Trovò duo cavallieri ad un poggetto, E sentendo il scalpizzo de' ronzoni Prese alcuna speranza il giovanetto; Ma come a lui parlarno que' baroni, Che il salutarno de animo perfetto, Tanto cordoglio l'animo gli assale, Che non rispose a lor ni ben ni male.

- Costui certo debbe esser un villano, Che avrà spogliato l'arme a qualche morto! - Disser que' duo; ma il giovanetto umano Rispose: - Veramente io ebbi il torto. Amor, che ha del mio cor la briglia in mano, Me ha da lo intendimento sì distorto, Che quel che esser soleva, or più non sono, E del mio fallo a voi chiedo perdono. -

Disse un de' duo baroni: - O cavalliero, Se inamorato sei, non far più scusa: Tua gentilezza provi de legiero, Perché in petto villano amor non usa; E se di nostro aiuto hai de mestiero, Alcun di noi servirti non recusa. - Rispose a lui Rugiero: - Ora mi lagno, Perché ho perduto un mio caro compagno.

Se lo avesti sentito indi passare, Mostratimi il camin per cortesia; Per tutto il mondo lo voglio cercare: Senza esso certo mai non viveria. - Così dicea Rugiero, e palesare Altro non volse, sol per zelosia; Però che il dolce amore in gentil petto Amareggiato è sempre di sospetto.

Negarno e duo baroni aver sentito Passare alcuno intorno a quel distretto, E ciascadun di lor si è proferito De accompagnar cercando il giovanetto; Ed esso volentier prese lo invito, Ché se trovava in quel loco soletto, Dico in quel monte diserto e salvatico, Ed esso del paese era mal pratico.

Tutti e tre insieme adunque cavalcando, Avosavano intorno spessamente, Per ogni loco del monte cercando Tutta la notte, e trovarno nïente. E già veniva l'alba reschiarando, La luce rosseggiava in orïente, Quando un de quei baron tutto se affisse Mirando il scudo de Rugiero, e disse:

- Chi vi ha concessa, cavallier, licenzia Portar depenta al scudo quella insegna? Il suo principio è di tanta eccellenzia, Che ogni persona de essa non è degna. Ciò vi comportarò con pacïenzia, Se tal virtù nel corpo vostro regna, Che alla battaglia riportati lodo Contro di me, che l'ho acquistata e godo. -

Disse Rugiero: - Ancor non mi ero accorto Che quella insegna è fatta come questa; E veramente la portati a torto, Se non siamo discesi de una gesta; Onde vi prego molto e vi conforto Che tal cosa facciati manifesta: Ove acquistasti tale insegna e come, E quale è vostra stirpe e vostro nome. -

Disse colui: - Da parte assai lontane A vostra stirpe credo esser venuto; Tartaro sono e nacqui de Agricane, Mio nome ancora è poco cognosciuto. Per forza de arme ed aventure istrane In Asia conquistai questo bel scuto; Ma a che bisogna dare incenso a' morti? Chi ha più prodezza, quello scudo porti. -

Rugier, poi che lo invito ebbe accettato, Giva il nimico a cerco rimirando: Vide che spata non avea a lato, E disse a lui: - Voi sete senza brando: Come faremo, ché io non sono usato Giocare a pugni? E però vi adimando Quale esser debba la contesa nostra: Brando non vi è né lancia per far giostra. -

Rispose il cavallier: - Mai non vien manco Fortuna de arme a franco campïone; Le vostre acquistarò, se io non mi stanco: Acquistar le voglio io con un bastone. Portar non posso brando alcuno al fianco, Se io non abatto il figlio di Melone, Però che Orlando, la anima soprana, Tien la mia spata, detta Durindana. -

L'altro compagno di quel cavalliero (Che era Gradasso, ed esso è Mandricardo) Presto rispose: - E' vi falla il pensiero, Perché quel brando del conte gagliardo Sì non acquistareti de legiero, Ché gionto seti a tale impresa tardo, E serìa vostra causa disonesta: Prima di voi io venni a questa inchiesta.

Cento cinquanta millia combattanti Condussi in Francia fin de Sericana; Tante pene soffersi, affanni tanti, Per acquistare il brando Durindana! Par che il mercato sii fatto a contanti, Così faceti voi la cosa piana; Ma prima che il pensier vostro se adempia, Farò scadervi l'una e l'altra tempia.

Né vi crediati senza mia contesa Aver per zanze quel brando onorato. - E Mandricardo di collera accesa Disse: - Io so che di zanze è bon mercato: Or vi aconciati e prendeti diffesa. - Così dicendo ad uno olmo in quel prato Un grosso tronco tra le rame scaglia, E quel sfrondando viene alla battaglia.

Gradasso il brando pose anco esso in terra, E spiccò presto un bel fusto di pino; L'un più che l'altro gran colpi disserra E fuor de l'arme scuoteno il polvino. Stava Rugiero a remirar tal guerra E scoppiava de riso il paladino, Dicendo: - A benché io non veda chi màsini, Quel gioco è pur de molinari e de asini. -

Più fiate volse la zuffa partire: Come più dice, ogniom più se martella. Eccoti un cavalliero ivi apparire Accompagnato da una damigella. Rugier da longi lo vidde venire; Fassegli incontro e con dolce favella Espose a lui ridendo la cagione Perché faceano e duo quella tenzone.

Dicea Rugiero: - Io gli ho pregati in vano, Ma di partirli ancor non ho potere. Per la spata de Orlando, che non hano, E forse non sono anco per avere, Tal bastonate da ciechi se dano, Che pietà me ne vien pur a vedere: E certo di prodezza e di possanza Son due lumiere agli atti e alla sembianza.

Ma voi diceti: onde seti venuto? Perché, se io non me inganno nel sembiante, Mi pare altrove avervi cognosciuto: Se bene amento, in corte de Agramante. - Rispose il cavalliero: - Io ve ho veduto Di certo quando io venni di Levante. Io ve vidi a Biserta, questo è il vero; Son Brandimarte, e voi seti Rugiero. -

Incontinente insieme se abbracciarno, Come se ricognobbero e baroni, E parlando tra lor deliberarno De ispartir quella zuffa de bastoni. Ebbero un pezzo tal fatica indarno, Ché sì turbati sono e campïoni, Che per ragione o preghi non se voltano: L'un l'altro tocca, e ponto non ascoltano.

Pur Brandimarte, a cenni supplicando, Fece che sue parole furno odite, Dicendo a lor: - Se desïati il brando Per il quale è tra voi cotanta lite, Condur vi posso ov'è al presente Orlando: Là fìen vostre contese diffinite. Or sì ve ha tolto l'ira il fren di mano, Che per nïente combattete in vano.

Ma se traeti il campïon sereno Di certa incantason dolente e trista, Lui di battaglia a voi non verrà meno; Sia Durindana poi di chi l'acquista. Se il mondo è ben di meraviglia pieno, Una più strana mai non ne fu vista Di questa ove ora vado, per provare Se indi potessi Orlando liberare. -

Gradasso e Mandricardo, odendo questo, Lasciâr la pugna più che volentiera, Pregando Brandimarte che pur presto Gli volesse condurre ove il conte era. Esso rispose: - Ora io vi manifesto Che vicino a due leghe è una riviera, Qual nome ha Riso, e veramente è un pianto; Dentro vi è chiuso Orlando per incanto.

Uno indovino, a cui molto è creduto, In Africa m'ha questo apalesato; E perciò in questo loco ero venuto A liberarlo, come disperato. Bastante non ero io; ma il vostro aiuto, Come io comprendo, il cel me ha destinato, E so che ogniom di voi passaria il mare Per tuore impresa tanto singulare. -

Ciascun de' duo baroni ha più desio Di ritrovarsi presto alla fiumana. Dicea Rugiero: - E dove rimango io, Se ben non cheggio Orlando o Durindana? - Più non dico ora. Il grave incanto e rio Farò palese e la aventura istrana, E come tratto for ne fosse Orlando; Cari segnori, a voi me racomando.

Canto settimo

Più che il tesoro e più che forza vale, Più che il diletto assai, più che l'onore, Il bono amico e compagnia leale; E a duo, che insieme se portano amore, Maggior li pare il ben, minore il male, Potendo apalesar l'un l'altro il core; E ogni dubbio che accada, o raro, o spesso, Poterlo ad altrui dir come a se stesso.

Che giova aver de perle e d'ôr divizia, Avere alta possanza e grande istato, Quando si gode sol, senza amicizia? Colui che altri non ama, e non è amato, Non puote aver compita una letizia; E ciò dico per quel che io vi ho contato Di Brandimarte, che ha passato il mare Sol per venire Orlando ad aiutare.

Di Biserta è venuto il cavalliero Per trare il conte fuor de la fiumana; Il re Gradasso e Mandricardo altiero Avea richiesti a quella impresa strana. - Ma dove rimango io? - dicea Rugiero - Se ben non chieggio a Orlando Durindana, Se ben seco non voglio aver contesa, Venir non debbo a sì stupenda impresa? -

- Esser conviene il numero disparo, - Rispose Brandimarte - a quel che io sento; Condurvi tutti quanti avrebbi a caro, Ma nol concede questo incantamento; Ed io non vedo a ciò meglior riparo Che per la sorte fare esperimento. Ecco una pietra bianca ed una oscura: Chi avrà la nera, cerchi altra ventura. -

Ciascun de stare a questo fo contento, Così gettarno la ventura a sorte, E Mandricardo fuor rimase ispento, E quindi se partì dolente a morte. Turbato se ne va, che sembra un vento, Per piano e monte caminando forte. Tanto andò, che a Parigi gionse un giorno, Ove Agramante ha già lo assedio intorno.

Di fuor ne l'oste, io dico de Agramante, Fu ricevuto a grandissimo onore. Ma di lui non ragiono ora più avante, Perché io ritorno nel primo tenore A ricontarvi del conte de Anglante, Che se ritrova preso in tanto errore Tra le Naiàde al bel fiume del Riso; Or odeti la istoria che io diviso.

Queste Naiàde ne l'acqua dimorano Per quella solacciando, come il pesce, E per incanto gran cose lavorano, Ché ogni disegno a lor voglia rïesce. De' cavallier sovente se inamorano, Ché star senza uomo a ogni dama rencresce, E di tal fatte assai ne sono al mondo; Ma non si veggion tutti e fiumi al fondo.

Queste ne l'acque che il Riso se appella, Avean composto de oro e di cristallo Una mason, che mai fu la più bella, E là si stavon festeggiando al ballo. Già vi contai di sopra la novella, Quando discese Orlando del cavallo Per rinfrescarse a l'onde pellegrine; Ciò vi contai de l'altro libro al fine.

E come tra le dame fu raccolto Con molta zoia e grande adobamento; Quivi poi stette libero e disciolto, Preso de amore al dolce incantamento, A l'onde chiare specchiandosi il volto, Fuor di se stesso e fuor di sentimento; E le Naiàde, allegre oltra misura, Solo a guardarlo aveano ogni lor cura.

Però di fuora, in cerco alla rivera, Per arte avean formato un bosco grande, Ove stava di pianta ogni mainera, Ilice e quercie e soveri con giande: L'arice e teda e l'abete legera Di grado in grado al ciel le fronde spande, Che sotto a sé facean l'aere oscuro; Poi for del bosco se agirava un muro.

Questa cinta era fabricata intorno Di marmi bianchi, rossi, azurri e gialli, Ed avea in cima un veroncello adorno Con colonnette di ambre e de cristalli. Ora a quei cavallier faccio ritorno, Che vengon senza suoni a questi balli, Né san de le Naiàde la mala arte: Dico Rugier, Gradasso e Brandimarte,

E Fiordelisa, che seco favella Di questa impresa e molto li conforta. Gionsero in fine a la muraglia bella, Qual di metallo avea tutta la porta. Sopra alla soglia stava una donzella, Come a guardarla posta per iscorta, E tenea un breve, scritto da due bande, Con tal parole e con lettere grande:

' Desio di chiara fama, isdegno e amore Trovano aperta a sua voglia la via.' Questi duo versi avea scritti di fuore, Poi dentro in cotal modo se leggia: 'Amore, isdegno e il desïare onore Quando hanno preso l'animo in balìa, Lo sospingon avanti a tal fraccasso, Che poi non trova a ritornare il passo.'

Gionti quivi e baron, come io vi ho detto, La dama con la mano il breve alciava, E fo da tutti lor veduto e letto Da quella banda che se dimostrava. Adunque e cavallier senza sospetto Passâr, ché alcun la strata non vetava; Con Fiordelisa entrarno tutti quanti, Ma per la selva andar non ponno avanti.

Però che quella molto era confusa De arbori spessi ed alti oltra misura; La porta alle sue spalle era già chiusa, Che più facea parer la cosa scura; Ma Fiordelisa, tra gli incanti adusa, - Non abbiati - dicia - de ciò paura; A ogni periglio e loco ove si vada, Il brando e la virtù fa far la strada.

Smontati de li arcioni, e con le spate Tagliando e tronchi, fative sentiero; E se ben sorge alcuna novitate, Non vi turbati ponto nel pensiero. Vince ogni cosa la animositate, Ma condurla con senno è di mestiero. - Così dicea la dama; onde e baroni Smontano al piano e lasciano e ronzoni.

Smontati tutti e tre, come io vi disse, Rugier nel bosco fo il primo ad entrare, Ma un lauro il suo camin sempre impedisse, Né a' folti rami lo lascia passare; Onde la mano al brando il baron misse E quella pianta se pose a tagliare, Dico del lauro, che foglia non perde Per freddo e caldo, e sempre se rinverde.

Poi che soccisa fu la pianta bella E cadde a terra il trïomfale aloro, Fuor del suo tronco sorse una donzella, Che sopra al capo avia le chiome d'oro, E gli occhi vivi a guisa de una stella; Ma piangendo mostrava un gran martoro, Con parole suave e con tal voce, Che avria placato ogni animo feroce.

- Serai tanto crudel, - dicea - barone, Che il mio mal te diletti e trista sorte? Se qua me lasci in tal condizïone, Le gambe mie seran radice intorte, El busto tramutato in un troncone, Le braccie istese in rami seran porte; Questo viso fia scorza, e queste bionde Chiome se tornaranno in foglie e in fronde.

Perché cotale è nostra fatasone, Che trasformate a forza in verde pianta Stiamo rinchiuse, insin che alcun barone Per sua virtute a trarcene se avanta. Tu m'hai or liberata de pregione, Se la pietate tua serà cotanta, Che me accompagni quivi alla rivera; Se non, mia forma tornarà qual era. -

Il giovanetto pien di cortesia Promesse a quella non la abandonare, Sin che condotta in loco salvo sia. La falsa dama con dolce parlare Alla riviera del Riso se invia; Né vi doveti già meravigliare Se còlto fu Rugiero a questo ponto, Ché il saggio e il paccio è da le dame gionto.

Come condotto fu sopra a la riva, La vaga ninfa per la mano il prese, E de lo animo usato al tutto il priva, Sì che una voglia nel suo cuor se accese De gettarsi nel fiume a l'acqua viva. Né la donzella questo gli contese; Ma seco, così a braccio, come istava, Ne la chiara onda al fiume se gettava.

Là giù nel bel palazo de cristallo Fôrno raccolti con molta letizia. Orlando e Sacripante era in quel stallo E molti altri baroni e gran milizia. Le Naiàde con questi erano in ballo; Ciuffali e tamburelli a gran divizia Sonavano ivi, e in danze e giochi e canto Se consumava il giorno tutto quanto.

Gradasso era rimaso alla boscaglia, Né trova al suo passar strata o sentiero, E sempre avanti il varco gli travaglia Tra l'altre piante un frassino legiero. Lui questo con la spata intorno taglia, Subito uscitte al tronco un gran destriero; Leardo ed arodato era il mantello: Natura mai ne fece un così bello.

La briglia che egli ha in bocca è tutta d'oro, E così adorno è 'l ricco guarnimento Di pietre e perle, e vale un gran tesoro. Gradasso non vi pone intendimento Che per inganno è fatto quel lavoro; Anci se accosta con molto ardimento E dà di mano a quella briglia bella Senza contrasto, e salta ne la sella.

Subito prese quel destriero un salto, Né poscia in terra più se ebbe a callare; Per l'aria via camina e monta ad alto, Come tal volta un sogna di volare. Battaglia non fu mai né alcuno assalto, Qual potesse Gradasso ispaventare; Ma in questo, vi confesso, ebbe paura, Veggendose levato in tanta altura;

Perché ne l'aria cento passi o piue L'avia portato quella bestia vana. Il baron spesso riguardava in giue, Ma a scender gli parea la scala strana. Quando così bon pezzo andato fue E ritrovosse sopra alla fiumana, Cader si lascia la incantata bestia; Nel fiume se atuffò senza molestia.

Così Gradasso al fondo se atuffoe, E 'l gran caval natando a sommo venne, Poi per la selva via si deleguoe Sì ratto come avesse a' piè le penne. Ma il cavallier, che a l'acqua si trovoe, Subito un altro nel suo cor divenne; Scordando tutte le passate cose, Con le Naiàde a festeggiar se pose.

A suon de trombe quivi se trescava Zoiosa danza, che di qua non se usa: Nel contrapasso l'un l'altro baciava, Né se potea tener la bocca chiusa. A cotale atto se dimenticava Ciascun se stesso; ed io faccio la scusa, E credo che un bel baso a bocca aperta Per la dolcezza ogni anima converta.

In cotal festa facevan dimora Tutti e baroni in suoni e balli e canti; Sol Brandimarte se affatica ancora, Né per la selva può passare avanti, Benché col brando de intorno lavora Tagliando il bosco; e da diversi incanti Era assalito, ed esso alcun non piglia, Ché Fiordelisa sempre lo consiglia.

Lui tagliò de le piante più che vinte, E de ciascuna uscia novo lavoro, Or grandi occelli con penne depinte, Or bei palagi, or monti de tesoro; Ma queste cose rimasero estinte, Ché Brandimarte ad alcuna di loro Mai non se apiglia e dietro a sé le lassa, E per la selva sino al fiume passa.

Come alla riva fu gionto il barone, Divenne in faccia di color di rosa E tutto se cangiò de opinïone Per trabuccarse ne l'acqua amorosa; E per gran forza de incantazïone Non se amentava Orlando né altra cosa, E gioso se gettava ad ogni guisa, Se a ciò non reparava Fiordelisa.

Perché essa già composti avea per arte Quattro cerchielli in forma di corona Con fiori ed erbe acolte in strane parte, Per liberar de incanti ogni persona; E pose un de essi in capo a Brandimarte, Quindi de ponto in ponto li ragiona Lo ordine e il modo e il fatto tutto quanto Per trare Orlando fuor di quello incanto.

Il franco cavalliero incontinente Fa tutto ciò che la dama comanda; Nel fiume se gettò tra quella gente, Che danza e suona e canta in ogni banda. Ma lui non era uscito di sua mente, Come eron gli altri, per quella ghirlanda Che Fiordelisa nel capo gli pose, Fatta per arte de incantate rose.

Come fo gionto giù tra quella festa Nel bel palagio de cristallo e de oro, Un de' cerchielli al conte pose in testa, E li altri a li altri duo senza dimoro. Così la fatason fu manifesta Subitamente a tutti quattro loro; E le dame lasciarno e ogni diletto, Uscendo fuor del fiume a lor dispetto.

Sì come zucche in su vennero a galla; Prima de l'acqua sorsero e cimieri, Poi l'elmo apparve e l'una e l'altra spalla, Ed alla riva gionsero legieri. Quindi, levati a guisa di farfalla Che intorno al foco agira volentieri, Sospesi fuôr da un vento in poco de ora, Qual li soffiò di quella selva fuora.

Chi avesse chiesto a lor come andò il fatto, Non l'avrebbon saputo racontare, Come om che sogna e se sveglia di tratto, Né può quel che sognava ramentare. Eccoti avanti a lor ariva ratto Un nano, e solo attende a speronare; E, come presso e cavallier si vede, - Segnor, - cridava - odeti per mercede!

Segnor, se amati la cavalleria, Se adiffendeti il dritto e la iustizia, Fati vendetta de una fellonia Maggior del mondo e più strana nequizia. - Disse Gradasso: - Per la fede mia! Se io non temessi di qualche malizia E de esser per incanto ritenuto, Io te darebbi volentieri aiuto. -

Il nano allora sacramenta e giura Che non è a questa impresa incantamento. - Oh! - disse il conte, - e chi me ne assicura? Tanto credetti già, che io me ne pento. Lo augel ch'esce dal laccio, ha poi paura De ogni fraschetta che se move al vento; Ed io gabbato fui cotanto spesso, Che, non che altrui, ma non credo a me stesso. -

Disse Rugier: - Non è solo un parere, E ciascun loda la sua opinïone. Direbbe altrui che fosser da temere L'opre de' spirti e queste fatagione; Ma se il bon cavallier fa el suo dovere Non dee ritrarse per condizïone Di cosa alcuna; ogni strana ventura Provar se deve, e non aver paura.

Menami, o nano, e nel mare e nel foco, E se per l'aria me mostri a volare, Verrò teco a ogni impresa, in ogni loco: Che io mi spaventi mai, non dubitare. - Gradasso e 'l conte se arrossirno un poco Odendo in cotal modo ragionare; E Brandimarte al nano prese a dire: - Camina avanti, ogniom ti vôl seguire. -

Il nano aveva un palafreno amblante: Via se ne va per la campagna piana. Dicea Gradasso verso il sir de Anglante: - Se questa impresa fia sublime e strana, E per sorte mi tocca il gire avante, Io voglio adoperar tua Durindana, Anci pur mia, però che il re Carlone Me la promisse, essendo mio pregione. -

- Se lui te la promisse, e lui te attenda! - Rispose il conte, in collera salito - Ben parlo chiaro, e vo' che tu me intenda, Che non è cavallier cotanto ardito, Dal qual mia spata ben non mi diffenda; E se a te piace mo questo partito Di guadagnarla in battaglia per forza, Eccola qua: ma guàrdati la scorza. -

Così dicendo avea già tratto il brando, A cui piastra né usbergo non ripara; Gradasso d'altra parte fulminando Trasse del fodro la sua simitara. Araldo non vi è qua che faccia il bando, Né re che doni il campo chiuso a sbara; Ma senza cerimonie e tante ciacare Ben se azufarno, e senza trombe e gnacare.

E cominciano il gioco con tal fretta, Con tanta furia e con tanta ruina, Che l'una botta l'altra non aspetta; De intorno al capo l'elmo gli tintina, E ciascun colpo fuoco e fiama getta. Come sfavilla un ferro alla fucina, Come chiocca le fronde alla tempesta, Cotal l'un l'altro mena e mai non resta.

Menò a due mano il conte un colpo crudo, Con tal furor che par che il mondo cada; Gradasso il vidde e riparò col scudo, Ma non giova riparo a quella spada: La targa e usbergo in fino al petto nudo Convien che 'n pezzi a la campagna vada, E la gorzera e parte del camaglio Ne portò seco a terra de un sol taglio.

Quando il re franco del colpo se avvide, Mena a due mano e il fren frangendo rode; Sino alla carne ogni arma li divide, E 'l gran rimbombo assai de intorno se ode. Dice Gradasso, e tutta fiata ride: - Se ben ti rado, fàcciati bon prode! In questa volta più non te ne toglio, Perché a mio senno il pel non è ancor moglio. -

Diceva il conte: - Che bufonchie, che? Prima che quindi te possi dividere, Tante te ne darò che guai a te, E insegnarotti in altro modo a ridere. - Rispose a lui Gradasso: - Per mia fè! Se omo del mondo me avesse a conquidere, Esser potrebbe che fusti colui; Ma in verità né te stimo né altrui.

Quando un tuo pare avessi alla centura, Non restarei di correre a mia posta. Se pur te piace, prova tua ventura: Vieni oltra, vieni, e a tuo piacer te accosta. - Orlando se avampò fuor di misura, Dicendo: - Poco lo avantar ti costa; Ma tra fatti e parole è differenzia, Del che vedremo presto esperïenzia. -

Tuttavia parla e mena Durindana, Ad ambe mano un gran colpo gli lassa; Manda il cimiero a pezzi in terra piana, E 'l copo col torchion tutto fraccassa. Risuonò l'elmo come una campana, E il re chinò giù il viso a terra bassa; Di sangue ha il naso e la bocca vermiglia, Perse una staffa e abandonò la briglia.

Ma non perciò perdette la baldanza Quel re superbo, e divenne più fiero; Parea di foco in faccia alla sembianza. Mena a duo mani e gionse nel cimiero Con tanto orgoglio e con tanta possanza, Che il coppo e il torchio manda nel sentiero. Risuonò l'elmo, ed accerta Turpino Che un miglio o più se odette in quel confino.

E fu per trabuccar de lo arcion fuore Il franco conte a quel colpo diverso; La sembianza proprio ha d'un om che more, E piedi ha fuor di staffe e 'l freno ha perso. Fuggendo via ne 'l porta il corridore Per la campagna, a dritto ed a traverso, E 'l re Gradasso il segue con la alfana, Per darli morte e tuorli Durindana.

Pur ne la istoria il ver se convien dire: A suo dispetto li dava de piglio; Ma Brandimarte non puote soffrire Vedere Orlando posto in tal periglio, Onde correndo se 'l pose a seguire. Voltò Gradasso il viso, alciando il ciglio, E disse: - Anco tu vai cercando noglia? Io ne ho per tutti; venga chi ne ha voglia. -

Ma in questo Orlando se fu risentito, E ver Gradasso vien col brando in mano. Rugiero allora, el giovane fiorito, Fra lor se pose con parlare umano, Cercando de accordargli ogni partito; E similmente ancor faceva il nano Pregando per pietate e per mercede Che vadano alla impresa che lui chiede.

E tanto seppon confortare e dire, Che tra lor fu la zuffa raquetata; Ma ben la compagnia voglion partire, E ciascadun ha sua strata pigliata. Gradasso con Rugier presero a gire Ove il nano una torre ha dimostrata; E Brandimarte e il conte paladino Verso Parigi presero il camino.

Quel che Rugier facesse e il re Gradasso, Vi fia poi racontato in altra parte, Perché al presente a dir di lor vi lasso, E seguo come il conte e Brandimarte Vennero in Francia caminando a passo, Con Fiordelisa, maestra in tutte l'arte; E una mattina, al cominciar del giorno, Vidder Parigi, che ha lo assedio intorno.

Perché Agramante, come io vi contai, Sconfitto avendo in campo Carlo Mano E morta e presa di sua gente assai, Se era atendato a cerco per quel piano. Tanta ciurmaglia non se vidde mai Quanta adunata avea quello africano; Ben sette leghe il campo intorno tiene, Che valle e monti e le campagne ha piene.

Quei de la terra stavano in diffese, E notte e giorno attendono alle mura, Ché sol de' paladin vi era il Danese, Che a far beltresche e riparar procura. Ma quando il conte mirando comprese Cotal sconfita e tal disaventura Sì gran cordoglio prese e dolor tanto, Che for de gli occhi li scoppiava il pianto.

- Chi se confida in questa vita frale - Diceva lui - e in questo mondo vano, Lasci gli alti pensieri e chiuda l'ale, Prendendo esempio dal re Carlo Mano, Che sì vittorïoso e trïonfale Facea tremar ciascun presso e lontano; Or l'ha del tutto la fortuna privo In un momento, e forse non è vivo. -

Ma, mentre che dicea queste parole, Nel campo si levò sì gran romore, Che par che il cel risuoni insino al sole, E sempre il crido cresce e vien maggiore. Or, bella gente, certo assai mi dole Non poter mo chiarir tutto il tenore; Ma apresso il contarò ne l'altra stanza, Ché in questo canto abbiam detto a bastanza.

Canto ottavo

Dio doni zoia ad ogni inamorato, Ad ogni cavallier doni vittoria, A' principi e baroni onore e stato, E chiunque ama virtù, cresca di gloria: Sia pace ed abundanzia in ogni lato! Ma a voi, che intorno odeti questa istoria, Conceda il re del cel senza tardare Ciò che sapriti a bocca dimandare.

Donevi la ventura per il freno, E da voi scacci ogni fortuna ria; Ogni vostro desio conceda a pieno, Senno, beltade, robba e gagliardia, Quanto è vostro voler, né più né meno, Sì come per bontate e cortesia Ciascun di voi ad ascoltare è pronto La bella istoria che cantando io conto.

La qual lasciai, se vi racorda, quando Sorse il gran crido al campo de' Pagani, Talabalachi e timpani suonando, Corni di brongio ed instrumenti istrani, Alor che Brandimarte e il conte Orlando, Gionti ne' poggi e riguardando e piani, Vider cotanta gente e tante schiere Che un bosco par di lancie e di bandiere.

Perché sappiati il fatto tutto quanto, L'ordine è dato a ponto per quel giorno Di combatter Parigi in ogni canto, E lo assalto ordinato intorno intorno. De li Africani ogni om se dà più vanto, L'un più che l'altro se dimostra adorno; Chi promette a Macone, e chi lo giura, Passar de un salto sopra a quella mura.

Scale con rote e torre aveano assai, Che se movean tirate per ingegno. Più nove cose non se vidder mai: Gatti tessuti a vimine e di legno, Baltresche di cor' cotto ed arcolai, Ch'erano a rimirare un strano ordegno, Qual con romor se chiude e se disserra, E pietre e foco tra' dentro alla terra.

Da l'altra parte il nobile Danese, Che fatto è capitan per lo imperiere, Fa gran ripari ed ordina in diffese Saettamenti e mangani e petriere. Con gli occhi suoi veder vôl lui palese, Ché con li altrui non guarda volentiere, E sassi e travi e solfo e piombo e foco Per torre e merli assetta in ciascun loco.

Sopra a ogni cosa egli ordina e procura La gente armata a piede ed a cavallo; Mo qua mo là scorrendo per le mura, Non pone a l'ordinar tempo o intervallo. Già se odeno e Pagani alla pianura Con tamburacci e corni di metallo, Sonando sifonie, gnacare e trombe, Che l'aria trema e par che 'l cel rimbombe.

O re del celo! O Vergine serena! Che era a veder la misera citate! Già non mi credo che il demonio apena Se rallegrasse a tanta crudeltate. De strida e pianti è quella terra piena: Piccoli infanti e dame scapigliate E vecchi e infermi e gente di tal sorte Battonsi il viso, a Dio chiedendo morte.

Di qua di là correa ciascuno a guaccio, Pallidi e rossi, e timidi è li arditi; Triste le moglie con figlioli in braccio, Sempre piangendo, pregano e mariti Che le diffendan da cotanto impaccio; E disperate a li ultimi partiti, Caccian da sé la feminil paura, Ed acqua e pietre portano alle mura.

Suonano a l'arme tutte le campane; De cridi e trombe è sì grande il rumore, Che nol potrian contar le voce umane. Va per la terra Carlo imperatore: Ogni omo il segue, alcun non vi rimane, Che non voglia morir col suo segnore; E lui qua questo e là quell'altro manda, Provede intorno ed ordina ogni banda.

Lo esercito pagano è già vicino, Che intorno se distende a schiera a schiera: Alla porta San Celso è il re Sobrino Con Bucifar, il re de la Algazera; E Baliverzo, il falso saracino, Là dove entra di Senna la riviera Se sforza entrar con sua gente perversa; E seco è il re de Arzila e quel de Fersa.

A San Dionigi il re di Nasamona Col re de la Zumara era accostato: E il re di Cetta e quel di Tremisona Combatteno alla porta del mercato; L'aria fremisce e la terra risona, Ché la battaglia è intorno ad ogni lato, E foco e ferri e pietre con gran fretta Da l'una parte a l'altra se saetta.

Non sorse più giamai furor cotale Tra Cristïani e gente saracina: Ciascun tanto più fa quanto più vale. Giù vengon travi e solforo e calcina, E se sentiva un fraccassar di scale, Un suon de arme spezzate, una roina, E fumo e polve, e tenebroso velo, Come caduto il sol fosse dal celo.

Ma non per tanto par che satisfaccia La gran diffesa contra a quei felloni. Come la mosca torna a chi la scaccia, O la vespe aticciata, o i calavroni: Cotal parea la maledetta raccia, Da' merli trabuccata e da' torroni, Che dirupando al fondo giù ne viene; Già son de morti quelle fosse piene.

Onde era fatto su per l'acqua un ponte, Orribile a vedere e sanguinoso. Quivi era Mandricardo e Rodamonte, Ciascun più di salir voluntaroso; Ni Feraguto, quella ardita fronte, Né il re Agramante si stava ocïoso: L'un più che l'altro di montar se afreza Tra frizze e dardi, e sua vita non preza.

Orlando, che attendeva il caso rio, Quasi era nella mente sbigotito; Forte piangendo se acomanda a Dio, Né sa pigliare apena alcun partito. - Che deggio fare, o Brandimarte mio, - Diceva lui - che il re Carlo è perito? Perso è Parigi ormai! Che più far deggio, Che ruïnato in foco e fiama il veggio?

Ogni soccorso, al mio parer, si è tardo: Su per le mura già sono e Pagani. - Brandimarte dicea: - Se ben vi guardo, Là se combatte, e sono anco alle mani. Deh lasciami callar, ché nel core ardo Di fare un tal fraccasso in questi cani, Che, se Parigi aiuto non aspetta, Non fia disfatta almen senza vendetta! -

Orlando alle parole non rispose, Ma con gran fretta chiuse la visiera, E Brandimarte a seguitar se pose, Che vien correndo giù per la costiera. Fiordelisa la dama se nascose In un boschetto a canto alla riviera, E quei duo cavallier menando vampo Passarno il fiume e gionsero nel campo.

Ciascun di lor fu presto cognosciuto: Sua insegna avea scoperta e suo penone. - Arme! arme! - se cridava - aiuto! aiuto! - Ma già son gionti al mastro pavaglione, Che era di scorta assai ben proveduto. Il re Marsilio vi era e Falsirone, Molta sua gente e re de altri paesi, Per far la guardia a' nostri che son presi.

Come sapeti, il nobile Olivieri Quivi è legato e il bon re di Bertagna, Ricardo e 'l conte Gano da Pontieri, E 'l re lombardo e molti de Alemagna. Or qua son gionti e franchi cavallieri: Ben dir vi so che alcun non se sparagna. Chi se diffende, e chi fugge, e chi resta: Tutti li mena al paro una tempesta.

Al pavaglione, ove era la battaglia, Non puote il re Marsilio aver diffese; Gran parte è morta de la sua canaglia, Lui bon partito via fuggendo prese. Orlando il pavaglion tutto sbaraglia, Squarzato in pezi a terra lo distese; Ma quando quei pregion viddero il conte, Per meraviglia se signâr la fronte.

Oh che spezzar de corde e di catene Faceva Brandimarte in questo stallo! De arme e ronzoni ivi eron tende piene, Onde èno armati e montano a cavallo. L'un più che l'altro a gran voglia ne viene Per seguitare Orlando in questo ballo, Qual ver Parigi a corso se distese, E seco è Gano e Oliviero el marchese;

Re Desiderio e lo re Salamone E Brandimarte (che era dimorato Alquanto per disciorre ogni pregione), Ricardo e Belengieri apresïato. Seguiva apresso Avorio, Avino e Ottone, Il duca Namo e il duca Amone a lato, Ed altri, tutti gente da gorzera, Che più di cento sono in una schiera.

E' già son gionti presso a quelle mura, Ove la zuffa è più cruda che mai, Che era cosa a vedere orrenda e scura, Come di sopra poco io ve contai. Grande era quel rumor fuor di misura De cridi estremi e de istrumenti assai, E facevan tremar de intorno il loco, Né altro se odìa che morte e sangue e foco.

Già Mandricardo avea pigliato un ponte, Rotte le sbarre e spezzata la porta, Ed avea gente a seguitar sì pronte, Che ciascun dentro molto se sconforta. Da un'altra parte il crudo Rodamonte Su per le mura ha tanta gente morta Con dardi e sassi, e tanta n'ha percossa, Che vien da' merli il sangue nella fossa.

Guarda le torre e spreza quella altezza, Battendo e denti a schiuma come un verro. Non fu veduta mai tanta fierezza: Il scudo ha in collo e una scala di ferro E pali e graffie e corde fatte in trezza, E il foco acceso al tronco de un gran cerro; Vien biastemando e sotto ben se acosta, La scala apoggia e monta senza sosta.

Come egli andasse per la strata a passo, Cotal saliva quel pagano arguto. Quivi era il ruïnare e il gran fraccasso: Adosso a lui ciascun cridava aiuto. Se Lucifero uscito o Satanasso Fosse giù da lo abisso e qua venuto Per disertar Parigi e ogni sua altura, Non avria posto a lor tanta paura.

E nondimanco in tanti disconforti Se adiffendiano per disperazione, Ché ad ogni modo se reputan morti, Né stiman più la vita o le persone. Poi che, condotti a dolorosi porti, Veggion palese sua destruzïone, E pali e dardi tranno a più non posso Con sassi e travi a quel gigante adosso.

Lui pur salisce e più de ciò non cura, Come di penne o paglia mosse al vento; Già sopra a' merli è sino alla cintura, Né 'l contrastar val, forza né ardimento. Come egli agionse in cima a quelle mura, E nella terra apparve il gran spavento, Levossi un pianto e un strido sì feroce, Sino al cel, credo io, gionse quella voce.

Ma quel superbo una gran torre afferra, E tanta ne spiccò quanta ne prese; Quei pezzi lancia dentro dalla terra, Dissipa case e campanili e chiese. Orlando non sapea di tanta guerra, Ché in altra parte stava alle contese; Ma la gran voce che di là si spande Venir lo fece a quel periglio grande.

Gionse correndo ove è l'aspra battaglia: Non fo giamai da l'ira sì commosso. La gran scala di ferro a un colpo taglia, E Rodamonte roinò nel fosso, E dietro a lui gran pezzi de muraglia, Ché gli è caduta meza torre adosso; E un merlo gionse Orlando nella testa, Qual lo distese a terra con tempesta.

Fo Rodamonte sviluppato e presto. Tanta fierezza avea il forte pagano, Che non mostrava più curar di questo, Come se stato fosse un sogno vano. Ma il franco conte non era ancor desto, Qual tramortito se trovava al piano; Or Rodamonte già non se ritiene, Esce dal fosso e contro a i nostri viene.

De esser gagliardo ben li fa mestiero, Ché a lui de intorno sta la nostra gente: Su l'orlo aponto è Gano da Pontiero. Benché sia falso e tristo della mente, Purché esser voglia è prodo e bon guerrero; Ma la sua forza alor giovò nïente, Ché Rodamonte, che de l'acqua usciva, De un colpo a terra il pose in su la riva.

Questo abandona e ponto non se arresta. Ché sopra 'l campo afronta Rodolfone; Parente era di Namo e di sua gesta: Tutto il fende il pagan sino allo arcione. Poi mena al re lombardo ne la testa: Come a Dio piacque, colse di piatone, Ma pur cadde di sella Desiderio A gambe aperte e con gran vituperio.

La gente saracina, che è fuggita Per la gionta de Orlando, ora tornava, Più assai che prima mostrandosi ardita; Ché Rodamonte sì se adoperava, Che ciascuno altro volentier lo aita. Di qua di là gran gente se adunava: Balifronte di Mulga e il re Grifaldo E Baliverzo, il perfido ribaldo.

Quivi era Farurante di Maurina E il franco Alzirdo, re di Tremisona, Il re Gualciotto di Bellamarina Ed altri assai che 'l canto non ragiona; Tutti non giongeranno a domatina, Ché Brandimarte, la franca persona, Ne mandarà qualcun pur allo inferno, E qualcuno Olivier, se ben discerno.

Stati ad odire il fatto tutto a pieno, Ché or se incomincia da dover la danza. Salamon vide il figlio de Ulïeno, Qual più de un braccio sopra alli altri avanza: Ove il colpo segnò, né più né meno, A mezo il petto il colse con la lanza; Quella se ruppe, e 'l Pagan non se mosse, Ma con la spada il Cristïan percosse.

Il scuto gli spezzò quel maledetto, Le piastre aperse, come fosser carte, E crudelmente lo piagò nel petto; Gionse allo arcione e tutto lo disparte, Il collo al suo ronzon tagliò via netto. Ora a quel colpo gionse Brandimarte, E, destinato di farne vendetta, Sprona il destriero e la sua lancia assetta.

A tutta briglia il cavallier valente Percosse Rodamonte nel costato, Che era guarnito a scaglie di serpente; Quel lo diffese, e pur giù cade al prato. Come il romor d'uno arboro si sente, Quando è dal vento rotto e dibarbato, Sotto a sé frange sterpi e minor piante: Tal nel cader suonò quello africante.

Or Brandimarte volta al re Gualciotto, Poi che caduto è il franco re di Sarza; Ad ambe man lo percosse di botto, Per mezo il scudo lo divide e squarza. Lo usbergo e panciron che egli avea sotto Partitte a guisa de una tela marza; Per il traverso il petto li disserra, E in duo cavezzi il fece andare a terra.

Ed Olivieri, il franco combattente, Mostra ben quel che egli era per espresso; Alla sua gesta il cavallier non mente, Ché il re Grifaldo insino al petto ha fesso. In questo tempo Orlando se risente; Stato gli è sempre Brigliadoro apresso, Tanto era savio, quella bestia bona! Sta col suo conte e mai non lo abandona.

Onde salito è subito a destriero, Esce del fosso la anima sicura. Quando quei dentro videro il quartiero, Levase il crido intorno a quelle mura. Fu reportato insino allo imperiero Come apparito è Orlando alla pianura, E che scampati sono e Cristïani Da' Saracini, e son seco alle mani.

Non domandati se lo imperatore Di tal novella zoia e festa prese; A tutti quanti sfavillava il core, Brama ciascun de uscire alle contese. Aperta fu la porta a gran furore, E salta fuori armato il bon Danese, E Guido de Borgogna è seco in sella, Duodo de Antona e Ivone de Bordella.

Avanti a tutti è il figlio de Pipino, Ché non vôl restar dentro il re gagliardo; Solo in Parigi rimase Turpino, Per aver della terra bon riguardo. Or torniamo al Danese paladino, Che sopra al ponte scontra Mandricardo, Qual, come io dissi su, poco davante, Là combatteva, e seco era Agramante.

Correndo viene Ogier con l'asta grossa, E gionse Mandricardo, che era a piede; Gettar se 'l crede de urto nella fossa, Ma quello è ben altro om che lui non crede. Fermosse il saracin con tanta possa, Che al scontro della lancia già non cede; Via passava Rondello a corso pieno, Ma quel pagan gli dà di man a freno.

Ed Agramante, che era lì da lato, Se sforza scavalcarlo a sua possancia; Ma Carlo Mano, che ivi era arivato, Percosse il re Agramante con la lancia Trabuccandolo a terra riversato, E passolli il destrier sopra la pancia. Or qua la zuffa grossa se rinova, Ché ogniom se affronta e vôl vincer la prova.

Raportato era già di voce in voce Come abattuto se trova Agramante, Onde ciascun se aduna in quella foce: Lo un più che l'altro vôl ficcarse avante. Quivi è Grandonio, il saracin feroce, E seco è Feraguto e Balugante; Ma sopra tutti Mandricardo è quello Che fa diffesa e mena gran flagello.

Sol fu quel lui che Agramante riscosse Per sua prodezza e 'l trasse di travaglia. Oh quanti morti andarno in quelle fosse, Perché era sopra al ponte la battaglia, E l'acque dentro diventorno rosse Per tanto sangue che la vista abaglia; Re Carlo, Ogieri e li altri tutti insieme Adosso a quei pagan con furia preme.

E già cacciati for gli avea del ponte: Pur tra le sbarre ancor se contrastava; Ecco alle spalle de' Pagani il conte E Brandimarte, che lo seguitava, Con l'altre gente vigorose e pronte. Or la baruffa terribile e brava Qua se radoppia, e tanto dispietata Che simigliante mai non fu contata.

Però che Rodamonte, quello altiero, Sempre ha seguìto Orlando alla spiegata; Più non si tien né strata né sentiero, Tutta la zuffa è in sé ramescolata; Né adoperarse ormai facea mestiero: Tanto è la gente stretta ed adunata, Che Rodamonte solo e solo Orlando Fan piazza larga quanto è lungo il brando.

Ma fusse o per quel populo devoto Che in Parigi pregava con lamento, O per altro destino al mondo ignoto, Ne l'aria se levò tempesta e vento, E sopra al campo sorse un terremoto, Dal qual tremava tutto il tenimento; Terribil pioggia e nebbia orrenda e scura Ripieno aveano il mondo di paura.

E già chinava il giorno ver la sera, Che più facea la cosa paventosa; Di qua, di là se ritrasse ogni schiera, E mancò la battaglia tenebrosa. Ma Turpin lascia qua la istoria vera, Che in questi versi ho tratto di sua prosa, E torna a ragionar di Bradamante, De la qual vi lasciai poco davante,

Quando ella occise al campo Daniforte, Quello avisato e falso saracino Che a tradimento la feritte a morte: Ma lui perse la vita, essa il camino, Ché era la notte ombrosa e scura forte. Lei sempre via passò sera e matino Per quel deserto inospite e selvaggio, Ove atrovò nel mezo un romitaggio.

E gran bisogno avendo di riposo, Per molto sangue che perduto avia, E per il camin lungo e faticoso, Smontava a terra e alla porta battia; E quel romito, che stava nascoso, Signosse il viso e disse: - Ave Maria! Chi condotto ha costui? O che miracolo Fa che omo arivi al povero abitacolo? -

- Io sono un cavallier, - disse la dama - Ch'ier me smaritti in questa selva oscura, Ed ho de riposar bisogno e brama, Ché son ferito e stracco oltra misura. - Rispose quel romito: - In questa lama Mai non discese umana creatura; Da sessanta anni in qua che vi son stato, Non vidi una sol volta uno omo nato.

Ma spesse fiate il demonio me appare, In tante forme ch'io non saprei dirti, E poco avante io presi a dubitare Che fosti quello, e stei per non aprirti. Questa matina qua viddi passare Una barchetta carica de spirti, Che ne andava per l'aria alla seconda Battendo e remi come fusse in onda.

Colui che stava in poppa per nocchiero, Mi disse: "Fratacchione, al tuo dispetto Partito è già di Francia il bon Rugiero, Qual serìa stato un cristïan perfetto. Tolto lo abbiamo dal dritto sentiero, Ché vòlto avria le spalle a Macometto; Ma di sua legge ormai non credo che esca, Ed hollo detto acciò che ti rincresca."

Passò la barca, poi che ebbe parlato Quel tristo spirto, e più non fu veduta; Ed io rimasi assai disconsolato, Pensando che era l'anima perduta Di quel baron, che morirà dannato, Se Dio per sua pietate non lo aiuta, O se persona non li mette in core Di batezarse e uscir di tanto errore. -

Quando queste parole udì la dama, Tutta se accese in viso come un foco; Pensando al cavallier che cotanto ama, Nella sua mente non ritrova loco; E sì desia di rivederlo e brama, Che cura di riposo o nulla, o poco, A benché quel romito assai la invita A medicarse, perché era ferita.

E tanto ben la seppe confortare, Che pur al fine ella pigliò lo invito; Ma, volendoli il capo medicare, Vide la trezza e fo tutto smarito. Battese il petto e non sa che si fare, - Tapino me, - dicendo - io son perito! Questo è il demonio, certo (il vedo a l'orma), Che per tentarmi ha preso questa forma. -

Pur cognoscendo poi per il toccare Ch'ella avea corpo e non era ombra vana, Con erbe assai la prese a medicare, Sì che la fece in poco de ora sana; Benché convenne le chiome tagliare Per la ferita, che era grande e strana: Le chiome li tagliò come a garzone, Poi li donò la sua benedizione,

Dicendo: - Vanne altrove a ogni maniera, Ché donna non può star con omo onesta. - Lei se partitte e gionse a una riviera, Qual traversava per quella foresta. Il sole a mezo giorno salito era: E fame e sete e 'l caldo la molesta, Onde alla ripa discese per bere; Bevuto avendo, posese a giacere.

Lo elmo si trasse e il scudo se dislaccia, Ché qua persona non vede vicina; Prese a posar col capo in su le braccia. Così dormendo quella peregrina, Era venuta in questo bosco a caccia Una dama, nomata Fiordespina, Figliola di Marsilio, re di Spagna, Con cani e occelli e con molta compagna.

Questa cacciando gionse in su la riva De la fiumana che io dissi primiero, E vide Bradamante che dormiva: Pensò che fosse un qualche cavalliero. Mirando il viso e sua forma giuliva, De amor se accese forte nel pensiero, "Macon - fra sé dicendo - né natura Potria formar più bella creatura.

Oh che non fosse alcun meco rimaso! Fosse nel bosco tutta la mia gente, O partita da me per qualche caso, O morta ancora, io ne daria nïente, Pur che io potessi dare a questo un baso, Mentre che el dorme sì suavemente Ora aver pazïenza mi bisogna, Ché gran piacer se perde per vergogna."

Parlava Fiordespina in cotal forma, Né se puotea mirando sazïare. Sì dolcemente par che colui dorma, Che non se atenta ponto a disvegliare. Ma già vargata abbiam la usata norma Del canto nostro, e convien riposare; Apresso narrarò la bella istoria: Dio ce conservi con piacere e gloria.

Canto nono

Poi che il mio canto tanto a voi diletta, Ché ben ne vedo nella faccia il signo, Io vo' trar for la citera più eletta E le più argute corde che abbia in scrigno. Or vieni, Amore, e qua meco te assetta, E se io ben son di tal richiesta indigno, Perché e mirti al mio capo non se avoltano, Degni ne son costor che intorno ascoltano.

Come nanti l'aurora, al primo albore, Splendono stelle chiare e matutine, Tal questa corte luce in tant'onore De cavallieri e dame peregrine, Che tu pôi ben dal cel scendere, Amore, Tra queste genti angelice e divine; Se tu vien' tra costoro, io te so dire Che starai nosco e non vorai partire.

Qui trovarai un altro paradiso; Or vieni adunque e spirami, di graccia, Il tuo dolce diletto e 'l dolce riso, Sì che cantando a questi satisfaccia De Fiordespina, che mirando in viso A Bradamante par che se disfaccia E del disio se strugga a poco a poco, Come rugiada al sole o cera al foco.

E non potea da tal vista levarsi: Quanto più mira, de mirar più brama, Sì come e farfallin, sin che sono arsi, Non se sanno spiccar mai dalla fiama. Erano e cacciatori intorno sparsi, E qual suo cane e qual suo falcon chiama, Con corni e cridi menando tempesta; Onde al romor la fia de Amon se desta.

Sì come gli occhi aperse, incontinente Una luce ne uscitte, uno splendore, Che abbagliò Fiordespina primamente, Poi per la vista li passò nel core; E ben ne dimostrò segno evidente, Tingendo la sua faccia in quel colore Che fa la rosa, alorché aprir se vôle Nella bella alba, allo aparir del sole.

Già Bradamante se era rilevata, E perché a gli atti e allo abito comprese Quest'altra esser gran dama e pregïata, La salutò con modo assai cortese; E dove la iumenta avia legata, Quando da prima in su il fiume discese, Ne venne, ché trovarvela vi crede; Ma non la trova ed ove sia non vede,

Perché a se stessa avia tratta la briglia, E nel bosco più folto errando andava. Or tal sconforto la dama se piglia, Che quasi gli occhi a lacrime bagnava; Ma amor, che ogni intelletto resviglia, A Fiordespina subito mostrava Con qual facilitate de legiero Se trovi sola con quel cavalliero.

Essa aveva un destrier de Andologia, Che non trovava parangone al corso; Forte e legiero, un sol diffetto avia, Che, potendo pigliar co' denti il morso, Al suo dispetto l'om portava via, Né si trovava a sua furia soccorso. Sol con parole si puotea tenire: Ciò sa la dama e ad altri nol vôl dire.

Per questo crede lei di fare acquisto Di Bradamante, che stima un barone, E dice: - Cavallier, tanto stai tristo Forse per aver perso il tuo ronzone. Se ben non te abbia cognosciuto o visto, La ciera tua mi mostra per ragione Che non pôi esser di natura fello: Alle più volte bono è quel che è bello.

Onde non credo poter collocare In altrui meglio una mia cosa eletta; Però questo destrier ti vo' donare, Che non ha il mondo bestia più perfetta. Sol colui dà, qual dà le cose care; Ciascun privar se sa de cosa abietta: E, per stimarme di poco valore, Io non ardisco di donarti il core. -

Così dicendo salta della sella E il corsier per la briglia li presenta. Bradamante, che vide la donzella Nel viso di color de amor dipenta, E gli occhi tremolare e la favella, Dicea tra sé: "Qualche una mal contenta Serà de noi e ingannata alla vista, Ché gratugia a gratugia poco acquista."

Così tra sé pensando, Bradamante Disse alla dama: - Questo dono è tale Che a meritarlo io non serìa bastante: Se ben tutto mi dono, poco vale. Ma il dar per merto è cosa di mercante, E voi, che aveti lo animo regale, Degnareti accettarmi quale io sono, Che il corpo insieme e l'anima vi dono. -

- Ciò non rifiuto, - disse Fiordespina - Né di cosa ch'io tengo, più me esalto; Non fece mai, che io creda, un don regina, Che ne pigliasse guidardon tanto alto. - Bradamante tacendo a lei se inclina, E sì come era armata prese un salto, Che avria passato sopra una ziraffa; Salì a destriero, e non toccò la staffa.

La Saracina a quello atto se affisse, Con gli occhi fermi e di mirar non saccia, Poi chiamando e compagni intorno, disse: - Per me, non per voi fatta è questa caccia. Se al mio comando alcun disobidisse, Serà caduto nella mia disgraccia, Che meglio vi serà cader nel foco: Vo' che ciascun stia fermo nel suo loco.

Stativi quieti e come gente mute, E lasciate venir le bestie fuora, Però che io sola le vo' seguir tute; E tu, barone, apresso a me dimora. Piacer non ho maggior, se Dio m'aiute, Che quando un forastier per me se onora, E non è cosa, a mia fè te prometto, Che io non facessi per darti diletto. -

Acquetossi ciascun per obedire: Chi stende lo arco, e chi suo cane agroppa; Già tutto il bosco si sentia stromire De corni e abagli, e 'l gran romor se incoppa. Eccoti un cervo de la selva uscire, Che avea le corne insino in su la groppa, Un cervo per molti anni cognosciuto, Perché il maggior giamai non fu veduto.

Questo uscì al prato de un corso sì subito, Che non par che lo aresti pruno o lapola, E venne presso a Fiordespina un cubito, Sì che aponto alla coda e can li scapola; E fra se stessa diceva: "Io me dubito Che costui resti e non senti la trapola, Se, pregando che segua, non impetro"; E poi se volse e disse: - Vienmi dietro. -

Nel fin de le parole volta il freno, Seguendo il cervo, e pur costui dimanda. Benché avesse uno amblante palafreno (Quale era nato nel regno de Irlanda, E correa come un veltro, o poco meno, Come tutti i roncin di quella banda; Non già che fosse in corso simigliante A l'altro, che avea dato a Bradamante),

Quello andaluzo correva assai più Che non volea il patrone alcuna fiata. Ora apena nel corso posto fu, Che varcò Fiordespina de una arcata. Già se pente la dama esservi su, E vede ben che la bocca ha sfrenata; Ora tira di possa, or tira piano, Ma a retenerlo ogni remedio è vano.

Era davanti un monte rilevato, Pien di cespugli e de arboscelli istrani, Ma non ritenne il cavallo affogato: Questo passò, come ha passato e piani. Il cervo alle sue spalle avia lasciato; Ben lo ha vicino, e presso a questo e cani, E poco longe a' cani è Fior de spina, Che studia il corso e quanto può camina.

Nella scesa del monte a ponto a ponto Fo preso il cervo da un can corridore; E come fu da questo primo agionto, Li altri poi lo aterrarno a gran furore. Ora faceva Fiordespina conto De non lasciar più gire il suo amatore, E scridando al destrier, come far suole, Fermar lo fa ben presto come vôle.

Non dimandar se Bradamante alora, Vedendo il destrier fermo, se conforta, E smontò de lo arcion senza dimora, Che quasi già se avea posta per morta, Tanto che li batteva il core ancora. E Fiordespina, che è di questo accorta, Gli disse: - O cavallier, vo' che tu imagine Che un fal commesso ho sol per smenticagine.

Ben si suol dir: non falla chi non fa. Non so come mi sia di mente uscito Di farti noto che il destrier, che te ha Quasi condutto di morte al partito, Qualunche volta se gli dice: "Sta!" Non passarebbe più nel corso un dito; Ma, come io dissi, me dimenticai Farlo a te noto, e ciò mi dole assai. -

Rimase Bradamante satisfatta Per le parole ed anco per le prove, Ché, correndo il cavallo a briglia tratta, Come odiva dir: "Sta!" più non se move. La esperïenza fo più volte fatta; Al fin smontarno in su l'erbette nove, Sottesso l'ombra del fronzuto monte, Ove era un rivo e sopra a quello un ponte.

Quivi smontarno le due damigelle. Bradamante avia l'arme ancora intorno, L'altra uno abito biavo, fatto a stelle Quale eran d'oro, e l'arco e i strali e 'l corno; Ambe tanto legiadre, ambe sì belle, Che avrian di sue bellezze il mondo adorno. L'una de l'altra accesa è nel disio, Quel che li manca ben sapre' dir io.

Mentre che io canto, o Iddio redentore, Vedo la Italia tutta a fiama e a foco Per questi Galli, che con gran valore Vengon per disertar non so che loco; Però vi lascio in questo vano amore De Fiordespina ardente a poco a poco; Un'altra fiata, se mi fia concesso, Racontarovi il tutto per espresso.

- FINE -

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us