← Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I (part 3 of 3)

Part 3 of 3 · Villari, Pasquale · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #61704, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I (part 3 of 3)

[349] Vedi la mia Storia di G. Savonarola e de' suoi tempi, in due volumi, nuova edizione: Firenze, Successori Le Monnier, 1888. Avendo già trattato a lungo questo argomento, vi accenno ora assai brevemente.

[350] Così nella sua Storia fiorentina, come nel suo trattato Del Reggimento di Firenze, pubblicati nelle Opere inedite.

[351] Tutto ciò è assai più minutamente esposto nella mia Storia di Girolamo Savonarola, alla quale rimando di nuovo il lettore.

[352] Secondo la legge, il numero minimo era di 500, giacchè se i beneficiati non superavano i 1500, non venivano sterzati. La sala del Consiglio, allora costruita nel Palazzo della Signoria dal Cronaca, fu per questa ragione chiamata dei Cinquecento.

[353] Tra Pratica e Consulta v'era allora assai poca differenza, tanto che spesso si confondeva l'una con l'altra; ma pare che nella Consulta si discutesse anche più liberamente.

[354] Nelle lettere, che citammo più sopra, del Capponi a Piero de' Medici, pubblicate dal DESJARDINS, Négociations, ecc., vol. I, pag. 393 e segg.

[355] Questa lettera, che è la seconda in tutte le edizioni delle Opere del MACHIAVELLI, porta la data del dì 8 marzo 1497. È noto però che i Fiorentini, sino alla metà del secolo passato, computarono l'anno, ab incarnatione, incominciandolo cioè dal 25 marzo, e quindi la data sarebbe ora, nello stile moderno, 8 marzo 1498. Dopo la prima lettera, che citeremo più oltre, segue un frammento latino, che nelle stampe non ha un suo proprio numero. Ripetiamo, che citando le Opere del MACHIAVELLI, senz'altra indicazione, intendiamo riferirci sempre all'edizione colla data d'Italia, 1813.

[356] Questo nome si trova scritto, anche dallo stesso Machiavelli, in modi diversi: Malclavellus, Maclavellus, Machiavegli, Machiavello, Machiavelli. Si trova anche Maclavello, Macciavello e Malclavelli.

[357] La casa, in cui il Machiavelli visse e morì, è quella che in Via Guicciardini ha ora il numero 16.

[358] Nella Marucelliana di Firenze (Cod. 229, A, 10) trovasi un Quaderno di ricordanze di Ristoro di Lorenzo di Niccolò Machiavelli, il quale Niccolò, figlio di Alessandro, fu più volte dei Signori e dei Dieci, e fu contemporaneo del Nostro, ma di un altro ramo della stessa famiglia. Qualche volta è stato confuso l'uno con l'altro, e ne sono seguìti molti errori. Il Quaderno di ricordanze di Ristoro incomincia col primo settembre 1538, e contiene, fra i conti di casa, alcune notizie importanti, parte delle quali copiate da più antichi libri di famiglia. Così vi si trovano notizie raccolte da Lorenzo Machiavelli, ed altre ancora più antiche, cavate da un Ricordo di Bernardo di Niccolò Machiavelli, scritto l'anno 1460. Ed è appunto in questo Ricordo, che il padre del nostro Machiavelli, nove anni prima che nascesse il figlio, dava la genealogia della famiglia. Parte di queste notizie vennero confermate da GIULIANO DE' RICCI nel suo Priorista, che trovasi manoscritto nella Nazionale di Firenze, e discorre anch'esso molto della famiglia Machiavelli. (Vedi nel cit. Priorista: Quartiere Santo Spirito, Sesto d'Oltrarno, Machiavelli).

Il ramo della famiglia, cui il nostro Machiavelli appartenne, si estinse nel principio del secolo XVII, in Ippolita d'Alessandro di Bernardo, terzo figlio di Niccolò. Sposata a Pier Francesco de' Ricci, nel 1608, Ippolita morì nel 1613. Baccia, figlia del Machiavelli, aveva assai prima sposato un altro de' Ricci (Giovanni), e fu così madre di Giuliano, l'autore del Priorista, e raccoglitore di notizie e carte attinenti al suo illustre antenato, le quali insieme con molti scritti di lui riunì in un codice, noto col nome di Codice Ricci, del quale parleremo più oltre. (Vedi BALDELLI, Elogio di Niccolò Machiavelli: Londra, 1794, pag. 86 e 87). Un altro ramo de' Machiavelli si estinse a Firenze nel 1727 in Francesco Maria de' Machiavelli. Di essi furono eredi i Rangoni di Modena, che si chiamarono perciò Rangoni-Machiavelli.

Il conte Passerini, prima nelle sue note al romanzo Marietta de' Ricci, dell'ADEMOLLO, e poi nel ragionamento premesso alla nuova edizione delle Opere del MACHIAVELLI (vol. I: Firenze, Tipografia Cenniniana, 1873), afferma che la parentela dei Machiavelli coi signori di Montespertoli fu una favola inventata ai tempi del principato, per lusingare l'ambizione dei Machiavelli, allora divenuti potenti. Ma da quanto abbiamo detto è chiaro che l'origine di tali notizie è assai più antica. Vedi ancora la Monografia storica e statistica del Comune di Montespertoli, compilata dall'avv. MARCELLO NARDI-DEI: Firenze, Tipografia Cooperativa, 1873. Ivi, fra le altre notizie, si cita a pag. 21 il documento che prova come, verso la fine del secolo XIV, la famiglia magnatizia dei signori di Montespertoli si spense in Ciango di Agnolo, il quale aveva nominato suoi eredi pro indiviso, Lorenzo e Buoninsegna, figli di Filippo Machiavelli.

[359] GIOVANNI VILLANI (Cronica, vol. I, lib. VIII, cap. 80: Firenze, Coen, 1847), nel dare la nota di coloro che esularono allora, pone i Machiavelli «fra gli popolani del detto Sesto (Oltrarno), case notabili.» La stessa notizia trovasi nell'AMMIRATO, Delle famiglie nobili fiorentine (Firenze, 1615) a pag. 120, Famiglia Soderini.

[360] G. BALDELLI, Elogio, ecc., nella nota 1, a pag. 86 e 87, dice che i Machiavelli ebbero dodici Gonfalonieri e cinquanta Priori. Il Priorista RICCI enumera cinquantasette Priori; ma è da notare che qui i nomi d'una stessa persona si trovano più volte ripetuti, quando ebbero ripetutamente l'ufficio.

[361] Vedi BALDELLI, Elogio, ecc., e la Vita premessa alle Opere del MACHIAVELLI nell'edizione fiorentina del 1873.

[362] Vedi il Libro di Ricordanze di RISTORO MACHIAVELLI, più sopra citato.

[363] Uguali a fiorini di suggello 132, soldi 16 e denari 10, sui quali gravava una Decima o imposta di fiorini 11, 1, 5. Vedi i due documenti pubblicati dal PASSERINI nel primo volume delle Opere di N. Machiavelli, più sopra citato, pag. LVIII e LX. Questa edizione fu cominciata dai signori Passerini e Fanfani nel 1873. Ritiratosi ben presto il signor Fanfani, subentrò invece il signor Gaetano Milanesi, e insieme col Passerini continuarono l'impresa condotta già fino al quinto volume. D'ora innanzi, per maggiore brevità, citeremo questa edizione nel modo seguente: Opere (P. M.). — Nel 1877 fu pubblicato il vol. VI, e poi l'edizione restò interrotta.

[364] Il fiorino d'oro ordinario, alquanto minore del fiorino largo, aveva lo stesso valore e la stessa lega dello zecchino più moderno, che può valutarsi a circa 12 lire italiane. Ritenendo, come alcuni vorrebbero, che nel secolo XV l'oro avesse un valore quadruplo di quello d'oggi, si arriverebbe ad una rendita anche maggiore delle cinquemila lire. È, in ogni modo, un calcolo assai lontano da ogni precisione matematica, essendo ben noto quanta incertezza, a questo proposito, vi sia anche fra i più autorevoli scrittori.

[365] Discorso del senatore G. B. Nelli, con la Vita del medesimo: Firenze, eredi Paperini, 1753, pag. 8. La libreria Nelli pare che andasse dispersa, e però non ci fu possibile trovare questi scritti della madre del Machiavelli.

[366] C'è un piccolo brano autografo d'una traduzione molto libera di VITTORE VITENSE (Historia persecutionis vandalicae). Il Passerini, senza darne prova, lo dice scritto prima del 1494; e veramente, non sapendosene nulla, può mettersi nell'anno che si vuole; può credersi anche lavoro giovanile. Lo diamo in Appendice, doc. III. FRANCESCO PALERMO lo pubblicò assai scorrettamente in un opuscolo, che restò quasi ignoto: Niccolò Machiavelli e il suo centenario, con una sua versione non mai pubblicata: Firenze, tip. Bencini, 1869. Il Codice Ricci contiene una Risposta fatta ad uno ambasciatore pel re di Francia, che non ha nome di autore, sebbene vi sia la data del 1495, e da qualcuno siasi, senza ragione, voluta attribuire al Machiavelli.

Questo Codice Ricci, che già abbiamo citato e citeremo più volte, è una raccolta di lettere e di altri scritti del Machiavelli, insieme con molti documenti che a lui o alle sue opere si riferiscono, ma che non sono scritti da lui. Il Ricci copiò e raccolse tutto ciò, aggiungendovi di suo prefazioni, osservazioni, comenti. Di questa raccolta si trovano nella Bibl. Nazionale di Firenze l'autografo e due copie del secolo passato. Un'altra copia più antica delle due fiorentine, trovasi nella Bibl. Barberini in Roma, ed un frammento se ne trova nella Corsiniana della stessa città. Questi codici differiscono pel diverso ordine in cui sono disposti i documenti, il che ha reso necessaria qualche differenza di forma nelle prefazioni e comenti del Ricci. L'autografo (che solo in parte è autografo) non segue l'ordine cronologico, che è invece serbato nelle due copie fiorentine.

Il Codice fiorentino segnato E, B, 15, 10 è l'autografo; ma in esso si riscontrano altre due mani, una delle quali ritroviamo anche nel Priorista RICCI, che si trova nella stessa Nazionale di Firenze, ed è segnato B, A, 9, p. 2, n. 1. Vi sono poi alcune note marginali di Scipione de' Ricci. Delle due copie fiorentine, una è il Codice Palat. 815 (già 21, 2, 692), l'altra, che pare una copia di esso, ha le indicazioni: Bº, R^i, 5, 1, 16, e II, II, 334. — Il TOMMASINI (La Vita e gli Scritti di N. Machiavelli: Torino, Loescher, 1883) ha dato di tutti questi Codici un indice copioso con molti estratti e confronti.

[367] Sono le prime fra le lettere pubblicate del Machiavelli. Fra le Carte del Machiavelli, conservate nella Biblioteca Nazionale di Firenze, in sei cassette, si trova una lettera, che discorre d'un altro patronato della famiglia, ma non è firmata, e, sebbene sia autografa di Niccolò, parla di lui come di terza persona. Vedi Appendice, doc. IV.

[368] Così apparisce da un documento citato dal NITTI, Machiavelli nella vita e nelle opere: Napoli, 1876, vol. I, pag. 39. Quest'opera rimase interrotta col I vol., che arriva solo fino all'anno 1512, prima cioè che il Machiavelli incominciasse a scrivere le sue Opere. Il cardinale perugino era Giovanni Lopez, spagnuolo.

[369] Il breve Elogio del GIOVIO incomincia: «Quis non miretur in hoc Macciavello tantum valuisse naturam, ut in nulla vel certe mediocri latinarum literarum cognitione, ad iustam recte scribendi facultatem pervenire potuerit...?» E più oltre: «Constat eum, sicut ipse nobis fatebatur, a Marcello Virgilio, cuius et notarius et assecla publici muneris fuit, graecae atque latinae flores accepisse quos scriptis suis insereret.» Elogia doctorum virorum, auctore PAULO JOVIO: Antuerpiae, 1557, pag. 192-93. Da queste affermazioni inesattissime, come segue troppo spesso al Giovio, hanno origine quelle che altri molti ripeterono poi.

[370] «Seppe di greco e di latino a perfezione,» dice il PASSERINI a pag. X, del Discorso da lui premesso alle Opere (P. M.); ma lo dice senza provarlo, e senza neppure toccare delle osservazioni fatte in contrario da scrittori autorevolissimi.

[371] Storia di Firenze: ediz. L. Arbib: Firenze, 1843-44, vol. I, pag. 266.

[372] Nel suo Codice più sopra citato (E, B, 15, 10, pag. 23, e nel Palat. 815, pag. 8-10) egli dice infatti che le parole del Giovio non hanno nessun fondamento; che il Machiavelli non fu mai notaio di Marcello Virgilio, ma Segretario dei Dieci; che il brano di lettera latina da lui scritta nel dicembre 1497, prova come egli sapesse il latino. Quel brano, egli aggiunge, è solo un'ottava parte dell'intero, il resto essendosi perduto perchè lacero il foglio. Ed in quel tempo Niccolò Machiavelli «appena aveva cominciato a conoscere, non che a praticare e conversare con Virgilio.» Il codice Palatino, sebbene disponga i documenti con ordine diverso dall'autografo, ne è però, come dicemmo, copia fedele. In fine di esso si legge infatti: «Il presente volume da me Marco Martini, in quest'anno 1726, è stato copiato dall'esemplare del signor abate Corso de' Ricci, quale esemplare fu copiato da Giuliano de' Ricci dagli originali di Niccolò Machiavelli, e questa copia da Rosso Antonio Martini, mio fratello, è stata collazionata coll'esemplare suddetto di Giuliano de' Ricci.» Le stesse parole trovansi anche nell'altra copia già ricordata, ma vi furono poi cancellate, il che ci riconferma nell'opinione che la seconda derivi dalla prima, sia cioè copia di copia.

[373] Così almeno si può argomentare dall'avergli i parenti affidato la difesa dei loro diritti nell'affare di Santa Maria della Fagna, e da qualche altro incarico di simile natura, che assunse assai più tardi. Suo padre potè facilmente iniziarlo in questi studî, intorno ai quali però non troviamo nessuna notizia sicura nelle opere del Machiavelli, nè altrove.

Il GERVINUS nel suo lavoro, Florentinische Historiographie, più sopra citato, si ferma lungamente e con qualche esagerazione a determinare i danni che vennero, secondo lui, agli studî ed all'ingegno del Machiavelli dal non aver esso conosciuto la lingua e la cultura greca. Invece il prof. TRIANTAFILLIS, prima in un suo lavoro intitolato: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875); poi in un altro sulla Vita di Castruccio Castracani del MACHIAVELLI, pubblicato nell'Archivio Veneto, crede di aver vittoriosamente provato che questi conoscesse il greco, e si valesse degli autori greci, leggendoli nell'originale. I due lavori del Triantafillis mettono certo in chiaro, che il Segretario fiorentino si valse molto di alcuni scrittori greci; ma non bastano, secondo noi, a provare che li studiasse nella lingua originale, e non già nelle traduzioni. Il torto principale del Triantafillis sta nell'aver creduto che basti esaminare il Lexicon bibliographicum dell'HOFFMANN, e quando in esso non si trovi citata una qualche traduzione, già fatta al tempo del Machiavelli, di un autore greco, del quale egli si valse, possa concludersene senz'altro, che la traduzione non c'era, e che l'autore fu dal Machiavelli studiato nell'originale. È evidente che questo metodo non può condurre ad un resultato sicuro, perchè moltissime furono le traduzioni fatte in quel secolo, che restarono inedite, e possono quindi essere ignote a noi. Di qualcuno infatti degli autori, di cui il Triantafillis crede che non vi fossero allora traduzioni, se ne trova nelle biblioteche di Firenze più d'una, e nulla vieta di credere che il Machiavelli di queste o d'altre, che noi non conosciamo, si fosse valso. Il signor Triantafillis si ferma ancora lungamente a provare, che il dialogo Dell'ira o dei modi di curarla è quasi una traduzione di Plutarco, senza però occuparsi punto di esaminare se l'opinione degli scrittori i quali autorevolmente affermarono che quel lavoro non è del Machiavelli, sia fondata. Oltre di che, nella Laurenziana trovasi (come apprendo dal prof. E. Piccolomini, che ho più volte consultato in questa questione) un'antica traduzione appunto di quell'opuscolo di Plutarco, attribuita a Coluccio Salutati, della quale il Machiavelli potrebbe in ogni caso essersi valso. I due lavori del prof. Triantafillis adunque, per quanto sotto altri aspetti lodevoli, non mutano lo stato della questione, e non ci rimuovono dalla nostra opinione, che del resto è quella più generalmente accettata. Si potrebbe qui aggiungere come il RICCI, nel suo Priorista, ricordi che il Machiavelli compose un ragionamento, in forma di commedia, il quale andò poi perduto, ed era intitolato: Le Maschere. In esso l'autore imitava, ad istigazione di M. Virgilio, le Nuvole ed altre commedie di Aristofane, facendo amara satira di molti suoi contemporanei. Questo fatto però non potrebbe dare un argomento in favore della tèsi sostenuta dal prof. Triantafillis, perchè si tratta solo di una generica imitazione, per la quale bastava una qualsiasi illustrazione o comento, fatto in iscritto o a voce dallo stesso M. Virgilio o da altro professore dello Studio fiorentino. Diamo in Appendice (doc. V) una lettera che ci ha indirizzata a questo proposito il nostro amico prof. E. Piccolomini. — Il signor G. ELLINGER ha poi pubblicato un suo lavoro: Die antiken Quellen der Staatslehere Machiavelli's: Tübingen, 1888. In esso si discorre dei molti autori antichi dei quali il Machiavelli si valse nelle sue opere politiche. Ne riparleremo.

[374] Questo si cava dall'esame dei Registri della Repubblica nell'Archivio fiorentino. Le legazioni ed istruzioni ad ambasciatori dal 1499 al 1512 sono talora in nome dei Signori, tal'altra dei Dieci, o anche degli uni e degli altri. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. I, num. 105). Alle lettere dirette alla Signoria, spesso per delegazione rispondevano i Dieci. Secondo lo Statuto del 1415 (stampato nel 1781, colla data di Friburgo, vol. II, pag. 25 e seg.) essi potevano nominare sindaci, procuratori, ambasciatori, cursori, ecc.; non però destinare ambasciatori al Papa, Imperatore o ad un re o regina, senza il consenso dei Priori e Collegi, ai quali più specialmente tali nomine spettavano. Generalmente si richiedeva anche l'approvazione del Consiglio.

[375] Bartolomei Scalae Collensis, Vita, auctore DOMINICO MARIA MANNIO: Florentiae, 1768.

Il PASSERINI nel suo Discorso a pag. XII, Opere (P. M.), vol. I, afferma che il Machiavelli, «desideroso di avviarsi al servizio del suo paese, si pose, intorno al 1494, sotto la direzione di Marcello Virgilio Adriani, nella seconda cancelleria del Comune.» Ma non sappiamo dove mai abbia potuto trovare che prima del 1498 il Machiavelli e Marcello Virgilio fossero già regolarmente in ufficio: non certo nei documenti. È ben vero che, con deliberazione del 28 dicembre 1494 (Deliberazione dei Signori, reg. 86, a c. 120^t), formandosi allora il nuovo governo, vennero cassati Bartolommeo Scala ed altri ufficiali delle cancellerie. Ma il 31 dicembre seguente i Priori «attenta capsatione facta per dictos Dominos de domino Bart. Sch., et attenta necessitate Palatii et negotiis eiusdem,» lo rielessero. E così restò in ufficio fino al 1497, come risulta dai documenti, e come ricorda anche il MANNI nella Vita di lui. Nella riforma della cancelleria, deliberata poi nel Consiglio Maggiore il 13 febbraio 1498 (stile nuovo), è detto che il «primo cancelliere, cioè dove serviva Bartholomeo Schala,» abbia un salario di fiorini 330. E poco più oltre, parlando dei Segretari della Signoria, si accenna a quello «dove ha servito Alessandro Braccesi,» che infatti era stato allora appunto dimesso, e venne poi sostituito dal Machiavelli. (Provvisioni, reg. 189, a carte 56^t-58). — Tuttavia recentemente il Dr. DEMETRIO MARZI, (La Cancelleria fiorentina, pag. 287, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1910) osservò che non solo il Passerini, ma anche altri scrittori dicono che nel 1494 o 1495 il Machiavelli fu adoperato nella Cancelleria. Ed aggiunse ancora che Agostino Vespucci suo collega, in una lettera che gli scrisse il 20 ottobre 1500, ricordava, che essi erano già stati in ufficio un quinquennio. Ne concluse perciò che possa indursi, che tra il 1494 e 1495, quando, dopo il mutamento del governo, molti della Cancelleria furono dimessi o si dimisero, il Machiavelli potè essere stato chiamato a servire in essa provvisoriamente quale straordinario. Questo, egli dice, spiegherebbe ancora come mai nel 1498 potesse, in età di soli 29 anni, senza altri titoli, essere eletto segretario.

[376] L'atto di nomina del Machiavelli fu più volte pubblicato, sempre però con qualche omissione. Recentemente lo ripubblicava il PASSERINI, nel volume citato, a pag. LIX; ma di due documenti ne fece uno solo, avendo, al principio del secondo paragrafo, omesso la data: Die XVIIII mensis iunii, dalla quale apparisce che la deliberazione del Consiglio Maggiore fu presa quattro giorni dopo quella del Consiglio degli Ottanta. (Archivio fiorentino, Cl. II, n. 154, a carte 104). I due decreti sono scritti in margine del foglio indicato. Questa filza porta anche l'indicazione più moderna: Signori e Collegi, Deliberazioni, reg. duplicato 169.

[377] Tutto ciò spiega perchè lo chiamarono il Segretario fiorentino, e perchè nei documenti è detto ora segretario dei Dieci, ora della Signoria, ora della seconda cancelleria.

[378] A questa conclusione siamo venuti esaminando la riforma del 28 dicembre 1494, quella del 13 febbraio 1497 (98), più sopra citata, e gli ordini di pagamento, uno dei quali può vedersi nell'Archivio fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 69, a c. 142.

[379] ANGELO MARIA BANDINI, Collectio veterum aliquot monumentorum: Aretii, 1752. Nella prefazione parla di Marcello Virgilio, di cui si può vedere l'elogio anche nel vol. III degli Elogi storici degli uomini illustri toscani: Firenze, 1766-73.

Il BANDINI, nella citata prefazione, dice: «Id vero in Marcello mirum fuit, quod etsi publice florentinam iuventutem humanioribus literis erudiret, nomine tamen Reipublicae literas scribendi munus numquam intermiserit.» Dopo la prefazione, si trovano in questo volume lettere indirizzate a Marcello dal Calcondila (1496), da Roberto Acciaioli, da Aldo Manuzio (1499) e dal card. Soderini (1508), nelle quali si parla sempre di ricerche d'antichi classici, scoperte d'antichi monumenti, ecc. Vedi anche PREZZINER, Storia del pubblico Studio, ecc., vol. I, pag. 181, 187 e 190; FABRONI, Historia Academiae Pisanae, vol. I, pag. 95, 375 e 377. Da una lettera inedita di Marcello Virgilio al Machiavelli, che citeremo più oltre, si vede chiaro che anche nel 1502, quando questi era presso il Valentino, Marcello Virgilio dirigeva la prima segreteria, e continuava le sue lezioni. Di ciò parlano il VALERIANI, De literatorum infelicitate: Venetiis, 1630, pag. 71, e il BANDINI, a pag. XIX della citata prefazione. — Molte notizie su Marcello Virgilio Adriani e i suoi scritti si trovano in WILHELM RÜDIGER, Marcellus Virgilius Adrianus aus Florenz. Halle a. S., Max Niemeyer, 1898.

Fu sepolto nella tomba di famiglia, nella chiesa di S. Francesco a S. Miniato al Monte, fuori delle mura. Ivi è il monumento di famiglia con una iscrizione. Più tardi vi fu messo il busto di Marcello Virgilio, con quest'altra iscrizione:

Suprema nomen hoc solo Tantum voluntas iusserat Poni, sed hanc statuam prius Erexit haeres, nescius Famae futurum et gloriae Aut nomen aut nihil satis.

Da queste ultime parole potè forse essere suggerita la bella iscrizione che fu messa più tardi sulla tomba del Machiavelli in Santa Croce. Il figlio di Marcello Virgilio, G. B. Adriani, lo storico, ed il nipote sedettero sulla stessa cattedra del padre e dell'avo.

[380] Molti sono i ritratti che, senza ragioni sufficienti, si dicono del Machiavelli. Ricordiamo prima di tutti il busto in marmo, con la data del 1495, che fu messo nella Galleria degli Uffizi l'anno 1824, e passò poi al Museo Nazionale, nel Palazzo del Bargello. Esso porta sempre il nome del Machiavelli, sebbene adesso ne sia generalmente negata l'autenticità. Negli Uffizi si trova ancora una maschera in gesso, che si dice formata sul cadavere del Machiavelli. Ma dai documenti che ivi si conservano, apparisce che la maschera fu rinvenuta fra il 1840 e 48, nell'armadio d'una cantina della casa abitata già dal Machiavelli (Via Guicciardini, n. 16); e che solo perciò fu supposta di lui, sebbene il gesso non abbia neppur ora l'apparenza di molta antichità, nè, che si sappia, vi sia nessuna antica tradizione, che ne ricordi l'esistenza.

Presso la Società Colombaria si trova un antico ritratto in terra cotta colorata, che da qualcuno si volle attribuire al Machiavelli. Ma la Società cominciò solamente nel secolo passato; ebbe in dono questo ritratto, senza però che nessun documento accerti che sia di lui. Il signor Seymour Kirkup, dotto Inglese, che fu anche pittore, e lungamente dimorò in Firenze, possedeva un busto in terra cotta, che egli acquistò da un rivendugliolo, e lo credeva fermamente del Machiavelli, anzi lo supponeva formato sul cadavere. Questo busto, andato in Inghilterra, dopo che il proprietario morì a Livorno, ha una qualche lontana somiglianza con quello della Colombaria, specialmente pel naso aquilino, che non hanno gli altri ritratti. Io ricordo d'aver più volte sentito dire dallo stesso signor Kirkup, non so però con quale fondamento, che quel busto era uscito dalla Colombaria, in uno sgombero che essa fece. Sembra un lavoro non finito; i capelli infatti sono messi solamente al lato destro della maschera. Forse una certa somiglianza può trovarsi fra questi due busti e la testa assai piccola, assai brutta, assai male incisa sul frontespizio della edizione delle Opere del MACHIAVELLI, che fu fatta nel 1550, ed è chiamata la Testina.

V'è però un'altra serie di ritratti, che sono di un tipo assai diverso, e con maggiore fondamento si possono dire del Machiavelli. E prima di tutti poniamo il busto che pare in terra cotta, ma è di stucco colorito, e trovavasi nella casa dei Ricci, parenti come si sa del Machiavelli, di cui conservarono lungamente le carte. Con la morte della marchesa Ricci-Piccolellis, esso venne in eredità al conte Bentivoglio d'Aragona, e fu allora inciso ed illustrato nella Revue Archéologique (gennaio-giugno, Parigi, 1887). Io lo esaminai in compagnia d'alcuni artisti, che lo giudicarono lavoro certamente antico, ma di merito assai secondario come opera d'arte. Dalle Memorie di SCIPIONE DE' RICCI (vol. II, pag. 13, ediz. Le Monnier), risulta chiaro che questo busto, conservato religiosamente nella sua famiglia, ritenevasi formato sul cadavere del Machiavelli, e che se ne era fatta una copia in gesso, la quale fu data ad amici che volevano riprodurla. Probabilmente di essa si valse il pittore Santi di Tito (n. 1536, m. 1603), nel fare quel suo ritratto del Machiavelli, che venne più volte inciso, e che ora non si sa più dove si trovi.

Quando lo scultore Bartolini lavorava la sua bella statua, che è sotto gli Uffizi, cercò ed esaminò tutti i ritratti allora conosciuti del Machiavelli. Nel suo studio si conserva ancora un busto in gesso, che somiglia molto a quello in stucco di casa Ricci; ma è migliore assai come opera d'arte, ed io ne possiedo un calco, che feci eseguire dal formatore Nelli. Sembra un lavoro antico, che il Bartolini prescelse per eseguire la sua statua, la quale par da esso veramente ispirata. Non so come nè dove il Bartolini lo trovasse; probabilmente è il gesso di cui parla Scipione de' Ricci. Sia comunque, il busto in stucco, questo dello studio Bartolini, il ritratto dipinto da Santi di Tito e la statua dello stesso Bartolini riproducono tutti un medesimo tipo, diverso assai dal busto della Colombaria, da quello del Kirkup e dalla così detta maschera degli Uffizi. Il naso non è aquilino, ma diritto e piccolo; v'è una espressione di sottigliezza, di accortezza, quasi di furberia, tanto che, se non fosse la certezza di un'antichità più o meno remota, si direbbe un concepimento moderno del Machiavelli tradizionale.

[381] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 174.

[382] Il NARDI dice che la condotta di Paolo e Vitellozzo, consigliata dal Moro, fu fatta d'accordo col re di Francia «ed a soldo comune del detto Re e del popolo fiorentino.» Storia di Firenze, vol. I, pag. 173.

[383] Questa Orazione trovasi nella Biblioteca Laurenziana, Plut. LXXXX, cod. 29: Oratio pro eligendo imperatore exercitus Paullo Vitellio, et dandis illi militaribus imperatoriis signis. In essa l'oratore accenna a pericoli che aveva corsi recentemente, forse nei casi del Savonarola: Scitis enim omnes quantis vitae periculi his diebus iactatus sim, quantoque metu coactus sim fugere presentem ubique mortem, quam nescius ipse mecum forte trahebam.

[384] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 176.

[385] Di questo don Basilio abate di San Felice in Piazza, e poi vicario generale dei Camaldolesi, il MACHIAVELLI dice nei suoi Frammenti storici: Cuius fuit summa manus in bello, et amor et fides in patriam. Opere, vol. II, pag. 366.

[386] Vedi le Storie di Firenze del NARDI e del GUICCIARDINI. Quanto alla somma che dovevano pagare i Fiorentini ai Veneziani, il Nardi dice 100,000 ducati in 12 anni, il Guicciardini 150,000 in 15 anni. Il Diario del BUONACCORSI ha qui una lacuna, e l'autografo, che è nella Riccardiana, ha una nota, la quale dice, che l'autore sospese il lavoro per essere stato sei mesi assente da Firenze. Osserviamo che questo basterebbe a smentire, se pur ve ne fosse bisogno, l'opinione di chi volle attribuire il Diario del BUONACCORSI al Machiavelli, che allora certo non fu sei mesi assente. Ma di ciò più oltre.

[387] La lettera dei Dieci, che dà la commissione al Machiavelli, in data 24 marzo 1498 (stile fiorentino), e trovasi fra le Legazioni, nelle Opere a stampa, è generalmente preceduta, per errore, da un'altra del novembre 1498, la quale, come si osserva giustamente nella edizione (P. M.), inviava colà Niccolò Mannelli, non il Machiavelli.

[388] Secondo la riforma del 2 dicembre 1494, i Dieci duravano in ufficio sei mesi. (Archivio fiorentino, Provvisioni, reg. 186, a c. 4). Per deliberazione del Consiglio degli Ottanta (11 maggio 1495), l'elezione doveva esser fatta nel Consiglio Maggiore. Secondo la riforma del 27 aprile 1496 (Provvisioni, reg. 188, a c. 16 e segg.), fu stabilito che i «Commissarî, così generali come particolari nel dominio, si eleggano nel Consiglio degli Ottanta, sulla proposta dei Dieci, che presenteranno 10 nomi da porre a partito.» In caso urgente potevano anche di propria autorità mandare in campo un Commissario per quindici giorni, e procedere poi alla regolare elezione, la quale, come è naturale, assai spesso confermava in ufficio quello già mandato dai Dieci. Questi potevano inoltre prorogare il tempo dell'elezione fino a sei mesi, mantenendo intanto nell'ufficio il Commissario da essi inviato. E qui nascevano molti abusi, giacchè, per favorire gli amici, si mandavano d'urgenza commissarî, quando l'urgenza non v'era; si confermavano poi di quindici in quindici giorni, e finalmente si cercava di farli eleggere dal Consiglio. Oltre le nomine dei «commissarî e rettori dei luoghi,» i Dieci deliberavano le condotte per le milizie, e le spese della guerra, cose tutte che potevano aprir la porta ad altri abusi.

[389] Vedi GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 202 e segg., e NARDI, op. cit., vol. I, pag. 189-91. Questo secondo scrittore, a pag. 184, nel parlare delle strettezze della Repubblica, racconta d'un Lorenzo Catucci, il quale offerì ad essa in dono mille fiorini, e cinquemila in prestito, per cinque anni, purchè «gli fosse conceduto il beneficio dello Stato per le Arti minori.» La sua domanda fu respinta, ma, venuto il giorno in cui il beneficio si poteva legalmente concedere, il Catucci fu messo a partito per le Arti maggiori, ed ottenne così gratuitamente più di quello che aveva chiesto per danaro. Ciò prova che allora esistevano ancora virtù repubblicane a Firenze.

Una provvisione del 31 maggio 1499 (Archivio fiorentino, Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 191, a c. 10^t) stabilisce nuove norme per l'elezione dei magistrati, giacchè occorrendo allora, per ottenere la maggioranza legale dei voti, radunare più volte il Consiglio Maggiore, molti si stancavano e non andavano alle adunanze. Si deliberò quindi che tutti coloro i quali ottenevano il voto della metà più uno dei presenti, venissero imborsati, e fra di loro decidesse poi la sorte. Quanto ai Dieci, venne sospesa ogni deliberazione, fino a che gli Ottanta non avessero, con due terzi dei voti, dichiarato se volevano che un tale ufficio continuasse o no.

[390] È singolare che il NARDI, contemporaneo e fedele storico, la dica (op. cit., vol. I, pag. 34) sorella del Moro, quando ella stessa, nelle sue lettere ai Fiorentini, lo chiama il nostro barba, cioè zio.

[391] Pier Francesco de' Medici padre di Giovanni (1467-98) era figlio di quel Lorenzo, che fu fratello minore di Cosimo padre della patria. Il padre di questi due fratelli fu, come è noto, Giovanni de' Medici vero fondatore della casa. Il ramo primogenito, cioè la discendenza di Cosimo, si estinse l'anno 1537 in Alessandro, ucciso da Lorenzino de' Medici. Dal ramo secondogenito vennero i granduchi di Toscana.

[392] Abate ANTONIO BURRIEL, Vita di Caterina Sforza, 3 vol. in-4: Bologna, 1795; T. A. TROLLOPE, A Decade of Italian Women: London, 1859, due volumi. — Il senatore conte P. D. PASOLINI ha recentemente pubblicato un'opera in tre volumi, che tratta il soggetto ampiamente e compiutamente, con moltissimi nuovi documenti (Caterina Sforza: Roma, Loescher, 1893).

[393] Vedi la Istruzione al Machiavelli, deliberata il 12 luglio 1499, nelle Opere, vol. VI, pag. 7.

[394] Lettera del 17 luglio, nella Legazione a Caterina Sforza.

[395] I Fiorentini ne avevano bisogno senza indugio, «perchè il capitano sollecita, stringe e infesta ogni ora.» Così dice la lettera del 18 luglio, firmata Marcello Virgilio. Questa ed altre dello stesso, che sono però di poca o nessuna importanza, trovansi nella Biblioteca Nazionale di Firenze (Carte del Machiavelli, cassetta II), e furono pubblicate dal PASSERINI, insieme con la Legazione a Caterina Sforza di Forlì, nel terzo volume delle Opere (P. M.).

[396] Vedi la Legazione a Caterina Sforza, che è la prima in tutte le edizioni. Contiene sette lettere del Machiavelli, dal 16 al 24 luglio. Opere, vol. VI, pag. 11-31.

[397] Per questa legazione furono dati al Machiavelli, con deliberazione del 31 agosto 1499, fiorini diciannove larghi in oro, «per rifacimento di spese fatte in andare, stare e tornare in giorni diciannove, incominciati addì 13 di luglio, e finiti per tutto il primo del presente.» Il documento fu pubblicato nelle Opere (P. M.) vol. III, pag. 32, nota 2.

[398] «Il spettabile Ioanni mio auditore.» Vedi la lettera della Contessa in data del 3 agosto 1499, nelle Opere, vol. VI, pag. 31.

[399] Di queste lettere, scritte dal Buonaccorsi nel luglio se ne trovano nella Biblioteca Nazionale di Firenze tre, di cui due in data del 19, una del 27. Carte del Machiavelli, cassetta II, numeri 1, 77, 78. Le diamo in Appendice, documento VI.

Biagio Buonaccorsi, fedele al Machiavelli anche quando questi cadde più tardi nella sventura, e molti lo assalivano per la pubblicazione del Principe, nacque nel 1472, e sposò una nipote di Marsilio Ficino, la quale fu poi amica della moglie del Machiavelli. Le sue poesie restano inedite nelle biblioteche di Firenze. Scrisse la Impresa fatta dai Signori fiorentini l'anno 1500 con le genti francesi, per espugnare la città di Pisa, capitano monsignor di Belmonte. Questo breve lavoro, utile per la esattezza delle notizie che dà, venne pubblicato da F. L. POLIDORI nell'Arch. Stor. It., vol. IV, parte II. Sono 19 pagine, precedute da una prefazione del Polidori, che in essa raccolse varie notizie intorno all'autore. Questi pubblicò, ai suoi tempi, una lettera dedicata a Girolamo Benivieni, la quale discorre del comento di Pico della Mirandola alla Canzone dell'amor divino, scritta dallo stesso Benivieni. Vedi Opere di GIROLAMO BENIVIENI: Firenze, Giunti, 1519. Ma il lavoro principale del Buonaccorsi è il Diario dei fatti seguiti in Italia, massime in Firenze, dal 1498 al 1512, durante il qual periodo di tempo, esso ed il Machiavelli stettero insieme nella seconda cancelleria della Repubblica, per uscirne insieme, quando mutò il governo. Il Diario fu pubblicato a Firenze l'anno 1568 dal Giunti, ed ha certo importanza storica, perchè composto, quantunque con assai poca arte, sulle lettere della cancelleria. Il suo stile non si può in nessun modo paragonare con quello del Machiavelli, sebbene qualcuno abbia avuto la strana idea di attribuire a lui il Diario.

L'AMMIRATO, nelle Famiglie nobili fiorentine, a pag. 103, accennò ad un piccolissimo quadernuccio, scritto di mano del Machiavelli, «per metterlo forse nell'historia, che di poi non seguì.» In conseguenza di ciò, negli Elogi di Uomini illustri toscani (Firenze, 1766-73, vol. I, pag. 37), fu scritto che un letterato aveva scoperto come il Diario non fosse del Buonaccorsi, ma del Machiavelli, e si osservava ancora che il Diario comincia quasi là dove i Frammenti storici, che fanno seguito alle Storie del MACHIAVELLI, finiscono. Il MORENI, nella Bibliografia della Toscana, ripetè la stessa osservazione senza combatterla. Pure sarebbe stato assai facile notare che l'Ammirato citava un brano del quadernuccio, e che questo brano era il ritratto di Niccolò Valori, scritto dal MACHIAVELLI, e pubblicato fra le Nature di Uomini illustri fiorentini. Queste potevano formare un quadernuccio, ma il Diario è invece un volume di mole discreta. Così si sarebbe evitata una ipotesi in nessun modo sostenibile.

Inoltre, tutti i Mss. antichi del Diario portano il nome del Buonaccorsi, e quello che si conserva nella Riccardiana di Firenze (Codice 1920), ed è l'autografo, ha, come abbiamo già osservato, la postilla che ricorda l'assenza dell'autore da Firenze, in un tempo nel quale il Machiavelli non era certo assente. Si volle da qualcuno sostenere ancora che la scrittura del Diario autografo si potesse confondere con quella del Machiavelli; ma basta paragonarle fra loro, per accertarsi del contrario. Del resto, è superfluo fermarsi troppo su di ciò, e notiamo invece che il Diario si trova quasi tutto di sana pianta riportato nella Storia di Firenze di IACOPO NARDI, il quale ne corresse solo alquanto la forma.

[400] Archivio fiorentino, Lettere de' Dieci di Balìa, 1499, Cl. X, dist. 3, n. 91. Secondo il nuovo ordinamento dell'Archivio, la stessa filza ha anche l'indicazione: Signori, Missive, n. 21. La lettera qui sopra citata è del 5 agosto, e trovasi a carte 64.

Da questo momento noi cominciamo a valerci delle lettere d'ufficio, scritte dal Machiavelli, che si trovano in grandissimo numero ancora inedite nell'Archivio fiorentino. Più di 4100 sono le schede delle sole lettere autografe, nelle quali vanno però comprese alcune legazioni e circa 264 lettere pubblicate dal CANESTRINI negli Scritti inediti di N. Machiavelli. Queste lettere erano scritte di mano propria del Machiavelli nei minutarî o protocolli, e poi copiate nei registri da ufficiali della cancelleria. Naturalmente non tutte quelle dei minutarî sono di mano del Machiavelli, sebbene da lui ispirate; ma il suo autografo si riconosce in modo da non lasciar dubbio. Delle lettere scritte nell'agosto 1499 non abbiamo trovato il minutario, ma solo il registro, e però quelle pochissime che citiamo come scritte da lui in questo mese, le abbiamo supposte tali solamente dallo stile. Dal 1º settembre in poi (lo noti bene il lettore), tutte le lettere che citiamo senz'altra osservazione, sono del Machiavelli, e se ne trova l'autografo.

[401] Lettera del 7 agosto, a carte 68 del Registro sopra citato.

[402] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 196 e seg.

[403] GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 204.

[404] Lettera del 14 agosto, a carte 74 del Registro citato.

[405] A questo punto, una mano contemporanea ha scritto in margine del Registro: Quantus moeror.

[406] Diamo in Appendice questa lettera del 20 agosto, insieme con un'altra del 15 nei documenti VII e VIII.

[407] Anche questa lettera del 25 agosto diamo in Appendice, documento IX.

[408] Vedi negli Scritti inediti di Niccolò Machiavelli, illustrati da G. CANESTRINI (Firenze, Barbèra, Bianchi e C., 1857), le lettere dell'8, 10 e 13 settembre, e quella del 27 ottobre 1499, a pag. 81, 82, 85 e 118.

Il Canestrini ha in questo volume ristampate le lettere scritte dal Machiavelli, quando ordinò la milizia in Firenze, che già erano state da lui pubblicate nell'Arch. Stor. It. Vi ha poi aggiunto molte altre lettere inedite. In tutto sono 264, e trattano sempre affari della Repubblica. Salvo quelle che risguardano la milizia, la scelta può dirsi fatta a caso, senza un concetto, senza un vero ordine cronologico, e senza una vera distribuzione per materie. Salta da una lettera all'altra, tralascia brani più o meno lunghi di quelle che pubblica, senza dirne la ragione, e senza neppure avvertirne il lettore. Evidentemente poi egli non conobbe o non esaminò la massima parte delle lettere d'ufficio scritte dal Machiavelli, avendone pubblicate molte che non hanno valore, e tralasciato un grandissimo numero di assai importanti.

[409] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 199-200.

[410] Scritti inediti, a pag. 95. Vedi anche la lettera del 29 settembre a pag. 96, e le altre che seguono sullo stesso argomento.

[411] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 201 e 202. Quello stesso giorno 28 settembre, Paolo Vitelli scrisse da Cascina, dopo essere stato fatto prigione, una lettera ad un tal Cerbone da Castello, la quale si trova fra le Carte del Machiavelli, cassetta II, n. 75. Il NARDI ci dice infatti (op. cit., vol. I, pag. 204) che questo Cerbone fu preso ed esaminato, e che gli si trovarono addosso lettere e carte che si riferivano al Vitelli. Vedi la lettera in Appendice, documento X.

[412] Opere, vol. V, pag. 364.

[413] Archivio dei Frari, Consiglio dei Dieci, Misti, vol. 275, anno 1495-98, carte 213^t. Il primo a richiamare l'attenzione su questi documenti e sulla loro importanza fu il BROSCH, nell'Historische Zeitschrift del SYBEL (XXXVIII, 165). Risulta da essi, che i Veneziani trattarono a lungo con Piero dei Medici per rimetterlo in Firenze con l'aiuto del Vitelli, discorrendo i modi e le condizioni. Vedi Appendice, documento XI.

[414] Dalle notizie che il Machiavelli mandava, nell'aprile e luglio 1499, a Francesco Tosinghi, commissario nel campo di Pisa, risulta manifesto che i Fiorentini, stretti dalla Francia e dal Moro, non si dichiaravano, «temporeggiando coll'uno e coll'altro, usando il benefizio del tempo.» Vedi nelle Opere, vol. VIII, la lettera V, in data 6 luglio 1499, e le due precedenti.

La lettera del 27 settembre, da noi più sopra citata, nella quale i Fiorentini, raccomandando che si pigliasse subito il Vitelli, dicevano di esser decisi a far capire, «massime alla Cristianissima Maestà,» che volevano essere rispettati, conferma che sospettavano davvero, che il Vitelli, amico di Francia, menasse in lungo le cose, per vedere prima l'esito della guerra in Lombardia.

[415] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 210.

[416] Il signor NITTI (op. cit., vol. I, pag. 67 e segg.) pubblica, a questo proposito, una lettera che si trova fra le Carte del Machiavelli (cassetta I, n. 49) senza indirizzo, senza data e senza firma. Egli, pur notandovi «il disordine delle idee e la eccezionale verbosità,» la crede del Machiavelli perchè autografa. Io, per le ragioni che dirò in Appendice, doc. XII, dove la ripubblico riscontrata sull'originale, non la credo di lui. Osservo intanto che fra le carte del Machiavelli sono più lettere o scritti non suoi, di sua mano copiati, per obbligo d'ufficio o per altre ragioni. Un esempio ce ne ha già dato il nostro documento IV.

Nel giugno 1501 fu preso ed esaminato un tale Piero Gambacorti, che aveva servito i Pisani. Anche il suo processo, che trovasi nell'Archivio fiorentino, è scritto in parte di mano del Machiavelli. Interrogato come andò la cosa di Stampace, disse che i Pisani credevano tutto perduto: «ogni uomo si abbandonò, et tutto il sabato et mezza la domenica Pisa stette vostra.» Egli se ne andò, perchè non vi vedeva rimedio; diversi soldati et conestabili s'apparecchiavano a partire; «ma veduto che i vostri non seguivano la vittoria, si tornò ai bastioni et alle mura.» Domandato se credeva che Paolo Vitelli avesse tradito, rispose che non poteva affermare il tradimento, poteva bene affermare che Pisa stette un giorno e mezzo nelle mani di lui. Che anzi lo aveva in Faenza detto a Vitellozzo, il quale rispose, che non sapevano allora in che termini si trovassero i nemici; che credevano aver fatto abbastanza pigliando Stampace, e la volevano fortificare per prendere poi la città; «et che la natura di Pagolo era di volere risparmiare e' suoi fanti, et «nolli mettere ad pericolo.» Alcuni degli atti di questo processo, vennero pubblicati dal PASSERINI nelle Opere (P. M.), vol. III, pag. 73 e seg. Ma neppur questi noi porremo fra le Opere del Machiavelli (sebbene scritti in parte di sua mano), perchè egli di veramente suo potè mettervi poco o nulla.

[417] Opere, vol. II, pag. 380. Intorno all'anno, in cui fu scritto questo Discorso fatto al Magistrato dei Dieci, qualche dubbio può nascere appunto dall'essere diretto ai Dieci, che nel 1499 non furono eletti. Pure, leggendolo, riesce assai difficile metterlo in altro anno, perchè accenna al fresco esempio dei Veneziani, che avevano abbandonato i Pisani, i quali si trovavano «non accettati da Milano, discacciati dai Genovesi.» Ora il fatto dei Veneziani seguì nella fine del 1498, e verso la fine del 1499 in Milano erano già entrati i Francesi. Oltre di che, se i Dieci non furono eletti nel 1499, il loro ufficio non fu soppresso, ma solo per alcuni mesi sospeso. Essi vennero rieletti verso la fine del 1500, e intanto la loro cancelleria aveva continuato sempre a trattar come prima gli affari della guerra, e così era continuata come prima la serie dei loro protocolli e dei registri.

[418] NARDI, I, 209. Tra i Sonetti del PISTOIA (Torino, Loescher, 1888) se ne trova uno (334), che incomincia:

Pur tornò Italia al Duca di Milano. Chi negarà ch'el non sia un Dio in terra? Chi farà senza lui pace e guerra? Chi dirà ch'el non abbi il mondo in mano?

[419] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 209-10.

[420] Il PISTOIA, al solito, mutò ben presto linguaggio. Il suo Sonetto 378 finisce:

O Ludovico vale! Ch'io vedo la tua piaga di tal sorte Ch'el medico di lei serà la morte.

[421] Nell'Archivio fiorentino si trovano alcune lettere con le quali si mandava Niccolò Machiavelli presso il Trivulzio, per determinare queste somme. Ma poi, mutato avviso, le lettere non furono spedite, ed egli non partì. Vedi Opere (P. M.), vol. III, pag. 33 e seg.

[422] MOLINI, Documenti di Storia italiana: Firenze, 1836-37, vol. I, pag. 32-36. Il DESJARDINS riporta un sunto della convenzione, cavato dall'Archivio fiorentino. Vedi Négociations, ecc., vol. II, pag. 26, nota 1.

[423] Il BUONACCORSI (Diario, pag. 30), nel determinare questa somma è assai confuso, ci pare però d'averlo interpretato con precisione; il NARDI (Storia di Firenze, vol. I, p. 223) copia letteralmente il Buonaccorsi.

[424] Il BUONACCORSI nel Diario dice, che s'erano fissati 5000 Svizzeri, ma che poi ne furono trovati 2000 di più, ai quali bisognò pure dar due paghe; ma nell'Impresa contro Pisa, ecc. (Arch. Stor. It., vol. IV, parte II, pag. 404), che discorre più specialmente di questi fatti, dice invece che s'erano fissati 4000 Svizzeri e 2000 Guasconi; ma ne furono trovati 1200 di più, ai quali fu necessario dare una paga, perchè se ne tornassero a casa.

[425] Una delle lettere dell'Albizzi, scritta il 24 giugno, era datata: Ex terribilibus Gallorum castris, il che dimostra che già i guai erano grossi. Essa trovasi inedita nell'Archivio fiorentino, ed è, come la più parte delle altre che formano questa commissione, scritta di mano del Machiavelli, ma poco importante.

[426] Tra le Carte del Machiavelli (cassetta I, n. 83) trovasi una narrazione dei fatti allora seguìti, scritta da Biagio Buonaccorsi e da Agostino Vespucci, ambedue della cancelleria, e compilata per dovere d'ufficio. In un punto il Buonaccorsi dice, che l'Albizzi non voleva lasciar partire il Ridolfi, per non restar solo al campo, e nel margine una nota d'altra mano scrisse: Mentiris Blasi. Là dove il medesimo scrittore dice che l'Albizzi si governava in ogni azione sua con prontezza d'animo, la stessa mano pose in margine: Immo temerarie. Anche il BUONACCORSI, nella sua Impresa contro Pisa, ecc., rese la più ampia testimonianza di lode al coraggio, che del resto, era assai ben noto, dell'Albizzi. Le due postille marginali non sono di mano del Machiavelli, come parve al Passerini, che pubblicò quel brano di narrazione nel terzo volume delle Opere (P. M.).

[427] Più tardi il MACHIAVELLI, ne' suoi Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio (libro I, cap. XXXVIII), biasimò questo procedere dei Fiorentini; ma di ciò non dobbiamo ora occuparci.

[428] Questa lettera trovasi con altre nell'Archivio fiorentino. Ne parleremo più innanzi.

[429] BUONACCORSI, Diario, pag. 32 e seg. Vedi anche l'Impresa contro Pisa, ecc. dello stesso, nell'Arch. Stor. It., vol. IV, parte 2, p. 413 e seg. Iacopo Nardi, che copia il Diario, aggiunge che i Francesi arrivarono fino a nascondere il pane ed il vino, per aver pretesto di lamentarsi. NARDI, Storia di Firenze, vol. I, p. 227.

[430] Questa lettera, firmata dall'Albizzi, e scritta di sua mano, è la prima fra quelle a stampa nella Commissione in campo contro i Pisani. MACHIAVELLI, Opere, vol. VI, pag. 32.

[431] Porta la data: Ex castris apud Pisas, die viiij iulii, hora xiiij. Nell'ultimo verso le stampe hanno tutte un non mutino, che non ha senso. L'autografo in Archivio dice: non muoino. La lettera è indirizzata ai Signori; ed accanto all'indirizzo è scritto:

ito. C ito. ito.

[432] È la quarta fra le lettere pubblicate.

[433] La somma precisa è data con qualche lieve differenza dai diversi storici. Si trova però determinata in una lettera dei Signori al Courçon. Carte del Machiavelli, cassetta I, inserto 83, n. 6.

[434] Vedi la Storia di Firenze del NARDI, il Diario e la citata Impresa contro Pisa, ecc. del BUONACCORSI.

[435] Vedile nella citata Commissione a stampa, la quale, oltre alcuni documenti, contiene quattro lettere. La prima è dell'Albizzi, la seconda del Machiavelli, la terza del Bartolini e la quarta dell'Albizzi. Solamente quella firmata dal Machiavelli è di sua mano. Il PASSERINI ed il MILANESI, nella nuova edizione delle Opere, ristampando queste lettere, dicono (vol. III, pag. 51): «Giova avvertire che non abbiamo, siccome avremmo desiderato, potuto aumentarne la serie, perchè così i registri dei carteggi della Signoria, come quelli dei Dieci di questo tempo, mancano.» Ma l'Archivio fiorentino contiene molte altre lettere inedite di questa commissione nella filza segnata: Classe X, dist. 2, n. 44, o secondo la nuova classificazione: Signori, Carteggio, Responsive, reg. 17. Qualche altra se ne trova anche nella 3ª filza delle carte Strozziane dello stesso Archivio.

Le lettere inedite, è ben vero, non sono importanti, ma non poche di esse sono scritte di mano del Machiavelli, e firmate prima dall'Albizzi e dal Ridolfi, poi, partito il secondo, solo dal primo. Sono di sua mano quelle del 10 giugno, da Pistoia; 11 giugno, da Pescia; 18 giugno, da Camaiore; 23 giugno, da Cascina; 24 giugno, presso Cascina; 24 giugno, da Cascina; 27 giugno, presso Campi. Sono anche di sua mano, ed hanno qualche importanza, quelle del 26 giugno, presso Campi; 29 giugno, ex Gallorum castris; 30 giugno, dal campo (questa trovasi a carte 159 della 3ª filza delle carte Strozziane); 2 luglio, ex Gallorum castris. Tornano a non avere importanza quelle in data 4 luglio, dal campo; 6 luglio, dal campo (qui non v'è che una giunta di mano del Machiavelli); 7 luglio, dal campo (nella 3ª filza, carte Strozziane, a carte 160); dal campo, senza indicazione di giorno (3ª filza, carte Strozziane, a carte 161); 11 luglio da Casciana (è firmata dal nuovo commissario Vespucci); 12 luglio, da Empoli (non ha che una postilla di mano del Machiavelli). Si trovano in Archivio anche altre lettere, che fanno parte di questa commissione, ma non sono di mano del Machiavelli. Non crediamo necessario pubblicarle in Appendice, perchè troppe sarebbero allora le lettere da stamparsi. Per questa commissione al campo di Pisa, il Machiavelli ebbe fiorini sei larghi in oro, «e' quali fiorini se li danno et donano per remunerazione delle fatiche vi sopportò, et pericoli vi corse.» Lo stanziamento fu pubblicato dal PASSERINI, Opere (P. M.), vol. I, pag. LX. La data è però, 28 agosto 1501, non 1500, come fu erroneamente stampato.

[436] BUONACCORSI, Diario ed Impresa, ecc.; NARDI, Storia di Firenze; GUICCIARDINI, Storia d'Italia: Pisa, Capurro, vol. III, lib. V, pag. 11.

[437] Nel primo foglio d'uno dei registri dei Dieci (Archivio fiorentino: Lettere dei Dieci di Balìa dal 1500 al 1501, Cl. X, dist. 3, n. 93) si trova scritto: Questo libro del C. [Comune] e per le cose della guerra infra dominium, scripto per la seconda cancelleria, cuius caput est Nicolaus Machiavellus, qui hodie mittitur ad regem Francorum a Dominatione. Franciscus Della Casa itidem. XVIII Iulii, 1500, die Sabb., ecc. Così quando era al campo di Pisa, in principio d'un altro registro fu scritto: Hic erunt literae de rebue bellicis scriptae per Magnificum Dominum Marcellum ad commissarios in castris, quo tempore Nicolaus Maclavellus fuit apud commissarios. Vedi il vol. VI delle Opere, pag. 32, nota 1.

[438] Vedi la Commissione e le istruzioni in principio della Legazione. Opere, vol. VI, pag. 48 e segg.

[439] I Fiorentini, dopo avere, nel giugno 1498, mandato tre ambasciatori a congratularsi col Re della sua ascensione al trono, elessero il 18 settembre 1499, Francesco Gualterotti e Lorenzo Lenzi. A questi si unì anche il Salviati, per andare con essi fino a Milano, a congratularsi col Re della vittoria ottenuta, e se i patti che si riferivano a Pisa non erano ancora firmati, farli firmare. I due ambasciatori seguirono in Francia il Re, che partì da Milano il 22 novembre 1499. Vedi DESJARDINS, Négociations, ecc.

[440] MACHIAVELLI, Opere, vol. VI, pag. 54.

[441] Nella sua lettera del 30 luglio, il Machiavelli diceva: «per essere (noi) uomini senza danaro e senza credito.»

[442] Il 27 agosto 1500, Totto scriveva al fratello Niccolò Machiavelli, che, dopo quindici giorni continui di premure fatte da lui, i Signori avevano pareggiato gli stipendî. Gli aggiungeva che nella primavera aveva speso per lui 11 fiorini, e gliene aveva dipoi mandati altri 50. La lettera trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 8, e fu pubblicata dal NITTI, Machiavelli nella vita e nelle dottrine, vol. I, pag. 89. L'aumento, di cui si parla, cominciò solo dal 28 agosto, come apparisce dagli stanziamenti in Archivio. (Cl. XIII, dist. 6, n. 64, a c. 90^t).

[443] Lettera del 12 agosto, firmata dal solo Machiavelli.

[444] Vedi le lettere del 29 agosto e del 3 settembre.

[445] La Corte del Re è descritta nella seconda lettera del 12 agosto.

[446] Lettera del 7 agosto.

[447] Dalla lettera del dì 11 agosto si vede che il cardinale di Rouen non conosceva la nostra lingua, giacchè i due oratori sono costretti a tradurgli in francese una lettera italiana. Neppure il Re la parlava, ma il Rubertet sì.

[448] Secondo una lettera dei Signori, in data 30 luglio 1500, al Gualterotti e al Lenzi, il Courçon s'era trattenuto una sera solamente al campo, «dove non vediamo, in sì breve tempo, come possa aver satisfatto alla Maestà del Re, circa lo investigare le cause e li autori dei disordini seguìti quivi.» (Carte del Machiavelli, cassetta I, inserto 83, n. 4). Il PASSERINI la pubblica nelle Opere (P. M.), vol. III, p. 111, come una lettera dei Dieci; ma i Dieci non erano ancora stati rinominati. In essa è detto che, quando i Fiorentini addussero al Courçon le ragioni per le quali credevano di non dover pagare i Tedeschi, aveva risposto: che chi «voleva disputare con Tedeschi di ragione, era uno spezzarsi il capo.» Allude agli Svizzeri tedeschi, che erano stati al Campo di Pisa.

[449] Lettera del 27 agosto.

[450] Lettera del 29 agosto, da Melun.

[451] Lettera del 14 settembre.

[452] Lettere del 2 e dell'8 ottobre.

[453] Lettera dell'11 ottobre, da Blois. Da questa lettera si vede che il Machiavelli parlava in latino col cardinale di Rouen.

[454] Lettera del 4 novembre da Nantes. Qui pare che la conversazione venisse fatta in francese.

[455] Lettera del 21 novembre. Questa è diretta ai Dieci stati rieletti nel settembre, cosa di cui il Machiavelli s'era rallegrato nella sua del 2 ottobre.

[456] Principe, cap. III, in fine.

[457] A Firenze lo chiamavano Scurcigliato, Scorciato o Scruciato, e così anche il Machiavelli nelle sue lettere. Egli era della famiglia De Scruciatis di Castelluccio, nobili napoletani; fu giudice della Vicarìa, consigliere di Santa Chiara, avvocato fiscale, e si trovò fra coloro che giudicarono Antonello Petrucci e gli altri della congiura dei baroni. Ferdinando di Napoli lo aveva come uno dei suoi più fidi strumenti, e se ne giovò molto nel commettere le sue maggiori iniquità. Più tardi però, caduta la fortuna degli Aragonesi, il De Scruciatis li abbandonò, per darsi ai Francesi, che nel 1499 lo nominarono Senatore di Roma. Seguì poi il campo francese, ebbe molti incarichi e commissioni anche in Toscana, commise molte e molte ribalderie, e finì in Roma inquisitore del Santo Uffizio.

[458] Questa lettera del Buonaccorsi trovasi, come le altre sue, fra le Carte del Machiavelli, (cassetta I, n. 7). Vedila in Appendice, documento XIII.

[459] Archivio fiorentino: Consigli Maggiori, Provvisioni, registro 191, a carte 26.

[460] Pubblicata dal PASSERINI nelle Opere (P. M.), vol. III, pag. 279. Dovevano pagare la somma di 500 fiorini, di cui metà andava all'offeso, un quarto al magistrato che la esigeva, un quarto serviva a riparare le fortezze di Pistoia. Vedi anche Sommario della Città e Sommario del Contado, che si trovano fra le Carte del Machiavelli (cassetta I, n. 12), e furono pubblicati dal PASSERINI, Opere (P. M.), vol. III, pag. 355. Essi non sono altro che i provvedimenti deliberati e le norme da seguirsi, per pacificare la città ed il contado. Sono carte d'ufficio senza valore letterario, e non possono andare fra le Opere del MACHIAVELLI, non essendo neanche scritte di sua mano.

[461] Opere (P. M.), vol. III, pag. 299. Seguono altri ordini e ragguagli, che non sono scritti di mano del Machiavelli. Il suo nome si trova scritto a piè di questa e di altre lettere pubblicate dal Passerini. Bisogna però notare che la firma del Machiavelli, la quale assai spesso non è neppur di sua mano, indica solo l'approvazione data dal capo della cancelleria, e qualche volta anche da chi ne faceva le veci. Perciò la troviamo messa così alle lettere scritte da lui, come a quelle dei suoi coadiutori: qualche volta anzi la firma non autografa del Machiavelli si trova sotto lettere dirette a lui stesso fuori di Firenze. E però solo le lettere autografe si possono con sicurezza attribuire a lui.

[462] Era chiamato indistintamente_ Dionigi Naldi, Naldo_ e di Naldo.

[463] Vedi la lettera dei Dieci, del 3 maggio, Opere (P. M.), vol. III, pag. 298.

[464] Grandissimo è il numero delle lettere in questi mesi scritte dal Machiavelli, le quali si trovano autografe nell'Archivio fiorentino. Ne citiamo solo alcune, che ci sembrano più notevoli, e sono nella filza: Classe X, dist. 3, n. 95, a carte 12, 18, 30, 92, 103, 163^t, 183, ecc.

[465] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 239; BUONACCORSI, Diario.

[466] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXII, pag. 237.

[467] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 243.

[468] Arch. Stor. It., vol. XV, pag. 269. Secondo questa, convenzione, il Duca doveva essere pronto a difendere la Repubblica con 300 uomini d'arme, ad ogni richiesta; in caso d'altra impresa, doveva esserne avvertito tre mesi innanzi, e non era obbligato d'andare in persona; ma chiamato in tempo utile, poteva essere obbligato d'andare coi Francesi all'impresa di Napoli. Quest'ultima clausola conveniva al Duca, perchè, sapendo egli già di dovere andare coi Francesi, avrebbe avuto il danaro senza altri obblighi; conveniva ai Fiorentini, perchè, avendo preso impegno di aiutare il Re con uomini d'arme, potevano, quando vi fossero stati in un modo o l'altro costretti, con una medesima somma adempiere i due obblighi.

[469] Il BUONACCORSI, nel suo Diario (pag. 44 e 45), non parla dell'andata nell'Elba; ne parlano però il NARDI e il GUICCIARDINI (Storia d'Italia). Questi poi, nella sua Storia Fiorentina (cap. III, pag. 244), dice che il Valentino cacciò allora il Signore di Piombino, il che seguì invece più tardi.

[470] Anche in questi mesi sono moltissime nell'Archivio fiorentino le lettere, ancora inedite, scritte dal Machiavelli in nome dei Dieci. Ne accenniamo solo qualcuna. Una del 18 maggio annunzia la condotta fatta col Valentino (Classe X, dist. 3, n. 96, carte 23). Un'altra del 28 dello stesso mese (ivi, a carte 41) dice che il Valentino, sopraggiunto, «colle sue innumerabili dishonestà, ha lacero et affamato la metà del paese nostro.» Una terza in data 2 giugno ordina di mandare via da Cascina donne e fanciulli, a cagione dell'esercito che passa. Una quarta, senza data (a carte 57 della stessa filza), ordina che si lascino libere le genti prese al Valentino, ad eccezione di Dionigi Naldi. Una del 16 luglio (a carte 77 retro) è diretta a Luigi Della Stufa, cui ordina di calmare le parti in Scarperia, e tener d'occhio le genti di Vitellozzo comparse colà.

Molte altre se ne trovano nella filza seguente, notata col numero 97. Diamo in Appendice, documento XIV, quella del 7 maggio a Giuliano Caffino. Con una lettera del 7 luglio si scrive a Piero Vespucci: T'imponiamo di non dare salvacondotto ad Oliverotto di Fermo. Se l'hai dato, ritiralo, e scrivi «che sia ritenuto e svaligiato, trattato da inimico» (a carte 73). Il dì 8 luglio allo stesso: Siamo lieti degli ordini dati contro Oliverotto. Si aspettano in Pisa 40 cavalli di don Michele. Se vengono «t'ingegnerai svaligiarli e trattarli da nemici.» Non andare però a cercar briga, che non vogliamo nuova guerra, se non la cercano essi, come sarebbe quando mandassero gente in Pisa (a carte 74). Il 13 ai commissarî di Livorno e Rosignano: Il signor di Piombino ci scrive che sono comparse sessanta vele di Turchi presso Pianosa, e pare vadano a Genova. Se sbarcano per cercar vettovaglie, lo permetterete, dicendo che siamo amicissimi del loro Signore. Se poi vogliono avanzarsi, cercherete fermarli, pigliando tempo per aspettare ordini (a carte 77). E così infinite altre.

[471] BUONACCORSI, Diario, pag. 53.

[472] Vedi nel DESJARDINS (Négociations, ecc., vol. II, pag. 43-69) le varie istruzioni date agli ambasciatori in Francia.

[473] MACHIAVELLI, Opere (P. M.), vol. III, pag. 330 e 332. Nell'agosto di quell'anno era stato inviato anche a Siena presso Pandolfo Petrucci, a Pistoia ed a Cascina. Vedi i documenti a pag. 358 dello stesso volume. Un altro documento lo farebbe credere inviato nel maggio a Bologna presso Giovanni Bentivoglio, ma non si riscontra che v'andasse poi di fatto.

[474] Vedi nelle Opere (vol. VI, pag. 166) la lettera della Signoria, in data 26 ottobre 1501, quasi tutta di mano del Machiavelli. Il GUICCIARDINI (Storia Fiorentina, pag. 269-70) parla di questi disordini del contado.

[475] Opere (P. M.), pag. 352.

[476] BUONACCORSI, Diario, pag. 49-53; GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXIII.

[477] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXI. Questa imposta era gravissima, se non che parte di essa veniva messa a credito del contribuente, sotto forma d'imprestito, come osserva il CANESTRINI nel suo libro, La Scienza e l'Arte dì Stato: Firenze, Le Monnier, 1862.

[478] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXIII.

[479] DESJARDINS, Négociations, ecc., vol. II, pag. 69-70.

[480] L'ambasciatore veneto scriveva da Roma il 7 giugno 1502, che l'affare d'Arezzo era «pratica vecchia del Duca;» e il 20 giugno aggiungeva, che il Papa, sempre «intento alle passion sue particolari,» e sebbene la Francia avesse fatto gagliarda protesta per l'affare d'Arezzo, non parlava che di questa e delle altre imprese del Duca. Vedi i Dispacci di A. GIUSTINIAN.

[481] NARDI, Vita di Antonio Giacomini; JACOPO PITTI, Storia Fiorentina, pag. 77 e seg. (nell'Arch. Stor. It., vol. I). Il Pitti dice che i Dieci furono rieletti nel settembre del 1500.

[482] BUONACCORSI, Diario, pag. 54 e seg.

[483] Guidobaldo da Montefeltro, duca d'Urbino.

[484] La parte principale di questa lettera, con alcune del Soderini, demmo in fine del vol. I dei Dispacci di A. Giustinian. Il PASSERINI pubblicò tutta la legazione, nella quale, come dicemmo, due sole lettere sono del Machiavelli. Opere (P. M.), vol. IV.

[485] Lo dice, come vedremo fra poco, lo stesso Machiavelli.

[486] Lettere del 1º e 12 luglio, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 2 e 24. Vedi Appendice, documenti XV e XVI.

[487] Lettere del 2, 4 e 15 luglio, negli Scritti inediti pubblicati dal CANESTRINI, pag. 3, 5 e 8.

[488] DESJARDINS, Négociations, ecc., vol. II, pag. 70.

[489] Vedi in Appendice, documento XVII, la lettera del 24 luglio, e vedi anche la lettera del 30 luglio nel CANESTRINI, Scritti inediti, pag. 19.

[490] L'ambasciatore veneto a Roma scriveva chiaro, nel luglio 1502, che il Papa aveva dovuto, per ordine della Francia, imporre a Vitellozzo ed agli Orsini di ritirarsi da Arezzo; ma che non aveva vero desiderio di rimettere i Medici in Firenze, perchè essi erano amici degli Orsini, i quali egli voleva sradicare. Vedi i Dispacci di A. Giustinian, specialmente quelli in data 1º e 7 luglio. Il BUONACCORSI poi, a pag. 54 del suo Diario, dice che il Valentino si sarebbe ben volentieri unito ai Fiorentini, per andare ai danni degli Orsini e dei Vitelli, ma non osava scoprirsi, per paura di non trovare consenso.

[491] BUONACCORSI, Diario, pag. 62.

[492] BUONACCORSI, Diario, pag. 63; CANESTRINI, Scritti inediti, pag. 21. Sono da notarsi anche le lettere del 4 agosto e seguenti, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 100, a carte 68 e seg.

[493] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 104.

[494] Lettere del 3, 4 e 6 settembre 1502, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 100, foglio 107, 109 e 111.

[495] Lettera dell'8 settembre, scritta nomine Priorum, loc. cit., a c. 116. Altra lettera simile, in nome dei Dieci, trovasi negli Scritti inediti, pag. 28 e 29.

[496] Vedi in MACHIAVELLI, Opere, vol. VI, pag. 182-84, varie lettere che si riferiscono a queste gite.

[497] Opere, vol. II, pag. 385.

[498] Cioè: uomini di Stato.

[499] Vedi la nota 3, a pag. 369.

[500] Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 194, a carte 1. GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, pag. 250-51; GIOVANNI CAMBI, nelle Delizie degli Eruditi toscani, vol. XXI, pag. 172.

[501] Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 194, carte 11.

[502] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXV.

[503] NARDI, Storia di Firenze, vol. I, pag. 276. Del Machiavelli non dice nulla.

[504] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXIV, a pag. 257-58, e cap. XXV, a pag. 274.

[505] Ibidem, cap. XXV, pag. 278.

[506] Questa Provvisione (Consigli Maggiori, Provvisioni, reg. 194, a carte 150) fu pubblicata dal signor LUCIANO BANCHI, in una Raccolta di scritture varie, per le nozze Riccomanni-Fineschi: Torino, Vercellino, 1865. Vedi anche i documenti pubblicati dal RAZZI, nella Vita di Pier Soderini: Padova, 1737.

[507] Il GUICCIARDINI (Storia Fiorentina, pag. 280-82) dà un assai minuto ed esatto ragguaglio della provvisione. In questo luogo, come in tutta la sua Storia Fiorentina, noi abbiamo potuto, riscontrandola coi documenti originali, ammirare la straordinaria precisione dell'autore, il quale qualche volta riporta le parole stesse delle leggi e dei documenti, di cui discorre. Ciò prova che l'illustre prof. Ranke s'ingannò nel giudizio troppo severo che fece degli studi, delle cognizioni e della fedeltà storica del Guicciardini. Ben è vero che il sommo storico tedesco non poteva, quando espresse quella opinione (Zur Kritik neuerer Geschichtschreiber: Berlin, 1824), aver letto le Opere inedite del GUICCIARDINI, che lo fecero anche in Italia conoscere sotto nuovo aspetto.

[508] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, pag. 200; BUONACCORSI, Diario, pag. 64.

[509] Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 134: Appendice, documento XVIII. La lettera non è scritta, ma corretta di mano del Machiavelli.

[510] Il codice di Giuliano de' Ricci ha infatti una lettera del 29 settembre 1502, con la quale il cardinal Soderini fa caldi ringraziamenti al Machiavelli per le sue cordiali congratulazioni.

[511] Ne parlano il Burcardo ed il Matarazzo.

[512] La marchesa Isabella Gonzaga, donna di un sentire così nobile che fa contrasto singolare con quello prevalente a' suoi tempi, era andata a Ferrara per assistere a quelle feste, e scriveva al marito, che essa le trovava insulse, e le pareva mille anni di tornare a Mantova, «sì per vedere V. S. et lo mio figliolino, come per levarmi di qui dove non se ha uno piacere al mondo.» (Lettera del 5 febbraio 1502). Fossero pur belle, essa aveva già scritto, «senza la presenzia de V. S. e del nostro puttino non me poteriano satisfare.» In mezzo a tanta allegria ufficiale, la Gonzaga non s'illudeva punto, e notava: «a dire il vero, son pur queste nozze fredde.» (Lettera del 3 febbraio). Vedi queste bellissime lettere pubblicate dal signor CARLO D'ARCO nell'Arch. Stor. It., Appendice, vol. II, pag. 300 e segg.

[513] GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia.

[514] «Et è fama publica che li abbi avuti in premium sanguinis, perocchè per molti evidenti segni se tien ch'el cardinale sia morto ex veneno, e che questo Sebastian era stato el manigoldo....: el Papa lo ha ricevuto inter familiares.» ANTONIO GIUSTINIAN, Dispaccio del 20 luglio 1502. Vedi anche quello del 19.

[515] Dispaccio del 24 luglio 1502.

[516] Dispaccio del 29 luglio.

[517] Dispaccio del 27 luglio.

[518] Dispaccio del 22 luglio 1502.

[519] A questo proposito la buona Isabella Gonzaga scriveva al marito: Si dice che il Re di Francia vuol farvi cavalcare contro il Duca, ma a me par che bisogna andar molto cauti, «perchè adesso non se sa di chi fidarsi,» e fra poco si potrebbe di nuovo vedere il Re d'accordo col Duca. (Lettera 23 luglio 1502). E non s'ingannava. Ella però non si esprimeva così per simpatia che avesse verso il Valentino. Quando, infatti, i Faentini difendevano valorosamente il loro Signore, aveva invece scritto al marito: «Piacemi che li Faentini siano tanto fedeli et costanti alla defensione del suo Signore chè recuperano lo onore de Italiani. Così Dio gli conceda gratia di perseverare, non per augurar male al Duca Valentino, ma perchè quel Signore nè il suo fedele popolo non meritano tanta ruina.» (Lettera 20 aprile 1501). E il 3 luglio dello stesso anno scriveva, che per l'anniversario della battaglia di Fornuovo aveva ordinato, «sii celebrato uno officio per le anime di quelli nostri valorosi homini, quali persero la vita per salvare Italia, siccome prudenter et pie mi ha commesso V. E.» Un tale linguaggio è molto nobile, e però tanto più notevole nel secolo dei Borgia e di Lodovico il Moro. Queste lettere furono anch'esse, insieme con le altre, già citate, pubblicate dal D'ARCO nell'Arch. Stor. It., Appendice, vol. II. — Altre lettere e documenti importanti hanno ora date alla luce i signori A. LUZIO ed R. RENIER, nel loro libro: Mantova e Urbino — Isabella d'Este ed Elisabetta Gonzaga: Torino, Roux, 1893.

[520] Questa espressione si trova nella lettera scritta il dì 11 ottobre da Giovan Paolo Baglioni, uno dei congiurati, a messer Vincenzo conte di Montevibiano, ultimo che tenesse l'ufficio di Podestà in Firenze. Vedila insieme con altre pubblicate dal PASSERINI, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 94 e seg.

[521] Questa data si cava dalle lettere sopra citate. V'erano però state altre precedenti riunioni preparatorie, come apparisce dagli storici e dalla Legazione stessa del Machiavelli al Valentino in Romagna.

[522] Lettere del Baglioni sopra citate.

[523] Voleva dire che si obbligavano ad assoldarli, ma ancora non li avevano pronti; e però il Valentino, come vedremo, di ciò li canzonava.

[524] Una nota nell'edizione delle Opere del MACHIAVELLI (vol. VI, pag. 485), ripetuta nell'edizione Passerini e Milanesi, lo dice veneto, citando una lettera del commissario d'Arezzo, la quale invano cercammo e facemmo cercare nell'Archivio Fiorentino. Tutti gli altri lo dicono spagnuolo; e quando fu condotto come capitano di guardia dai Fiorentini, la deliberazione del 27 febbraio 1507 dice: «Dicti Domini deliberarono, ecc.: Michele Corigla spagnuolo si conducessi per capitano....» Cl. XIII, dist. 2, n. 70 (Deliberazioni dei IX d'Ordinanza), a c. 9^t.

[525] UGOLINI, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. II, pag. 98 e seg.

[526] Il mandare ambasciatori ai re, all'Imperatore, al Papa toccava generalmente ai Signori, e non ai Dieci. Di questa disputa per la elezione di un oratore al Valentino, parlano il PARENTI, Storia di Firenze (Biblioteca Nazionale di Firenze, stanza II, palchetto II, Cod. 133, a carte 62), ed il CERRETANI, Storia di Firenze (Ivi, stanza II, palchetto III, Cod. 74, a c. 301^t). Vedi anche i Dispacci di A. GIUSTINIAN, vol. I, pag. 181, nota 1.

[527] CERRETANI, loc. cit.

[528] Sebbene eletto nel settembre, il Soderini venne in Firenze solo ai primi di ottobre, ed entrò in ufficio verso la fine del mese. CERRETANI, Cod. cit., a carte 301^t e 302; PARENTI, Cod. cit., a carte 65.

[529] Il tempo preciso del matrimonio non ci è dato determinarlo; ma si può affermare che seguì nell'anno 1502. Nel 1503 il Machiavelli ebbe un figlio, come apparisce da più lettere del Buonaccorsi. Questi che prima, nelle sue lettere a lui dirette, non parlava della Marietta, durante la legazione al Valentino ne parla, come vedremo, in modo da non lasciar dubbio che era già moglie. Il 27 ottobre 1502 anche gli ambasciatori fiorentini in Francia, in una lettera al Machiavelli, che citiamo più oltre, accennano alla sua moglie restata sola a Firenze.

[530] Il primo a darne la prova con autentici documenti fu il signor INNOCENZIO GIAMPIERI, in un suo scritto sul Machiavelli, pubblicato nei Monumenti del Giardino Puccini: Pistoia, tip. Cino, 1846.

[531] Commissione a Niccolò Machiavelli, deliberata a dì 5 ottobre 1502: Opere, vol. VI, pag. 185. È scritta in nome dei Signori, sebbene il Machiavelli corrispondesse poi coi Dieci, da cui era stato inviato.

[532] La lettera è in data del 7 ottobre (Opere, vol. I, pag. 188), il che prova che la dieta tenuta alla Magione il 9, era stata, come dicemmo, preceduta da altre.

[533] Lettera del 7 ottobre 1502.

[534] Lettera del 9 ottobre 1502.

[535] Prima lettera del 20 ottobre.

[536] Si trova nella Legazione: Opere, vol. VI, pag. 225.

[537] Lettera del 23 ottobre 1502.

[538] Lettera del 27 ottobre.

[539] Lettera del 1º novembre.

[540] Lettera dell'8 novembre.

[541] Vedila nelle Opere, vol. IV, pag. 264.

[542] Così il Machiavelli scriveva nella lettera del 13 novembre, ed in quella del 20 raccontava d'aver detto al Duca, che per questa ragione lo aveva giudicato sempre vincitore, e se avesse fin dal primo giorno scritto quel che pensava, sarebbe sembrato un profeta. Più tardi, di questa osservazione fece una delle sue teorie, dando come regola generale, che ad uno il quale si trovi circondato da molti nemici, riesce sempre facile indebolirli e vincere, perchè li può separare, il che non è possibile ai suoi avversarî.

[543] Lettera dei Dieci, firmata Marcello, in data 11 novembre 1502. Vedi Opere (P. M.), vol. IV, pag. 168. Lo stesso lamento ripeteva nelle sue lettere il Buonaccorsi: Appendice, documento XIX.

[544] Lettera del 13 novembre.

[545] In una lettera del 18 novembre, il Buonaccorsi gli dice: «Avendo tanta fermezza che non vi basta una hora ad stare in uno saldo proposito.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 16. Ser Agostino Vespucci da Terranova gli scriveva il 14 ottobre: Vides igitur quo nos inducat animus iste tuus equitandi, evagandi ac cursitandi tam avidus. Ivi, cassetta III, n. 38: Appendice, documento XIX.

[546] Il Buonaccorsi, il 18 ottobre 1502, gli scriveva ad Imola, che la Marietta chiedeva di lui e si doleva che, avendo promesso di stare assente soli otto giorni, tardasse poi tanto. Essa non voleva scrivergli, «et fa mille pazzie...; sicchè tornate in nome del diavolo.» Carte del Machiavelli, cass. III, n. 5. Ed in un'altra del 21 dicembre 1502 gli diceva: «Mona Marietta riniega Iddio, e parie avere gettato via la carne sua e la roba insieme. Per vostra fe', ordinate che l'abbia le dotte (sic) sua, come l'altre sue pari, altrimenti non ci si harà patientia.... Io sono successo nel luogo vostro, quando questi Dieci fanno certe cenuzze, ecc.» Ivi, cassetta III, n. 17: Appendice, documento XIX.

[547] Lettera del 13 novembre 1502.

[548] Lettera del 14 dicembre. Il 27 giugno 1502 il vescovo Soderini aveva scritto da Urbino alla Signoria, che il Duca gli aveva detto, che «quanto alle cose dell'arme, di qui si regolava Roma, e non da Roma qui.» Opere (P. M.), vol. IV, pag. 19.

[549] Il 22 novembre scriveva da Imola: «Oltre al vedere di non poter fare cosa utile a cotesta Città, vengo in mala disposizione di corpo, e due dì fa ebbi una gran febbre, e tuttavolta mi sento chioccio. Di più, le cose mia non hanno costì chi le rivegga, e perdo in più modi.» Anche da molte lettere degli amici suoi risulta che era costretto allora a fare debiti. Ed in una del 6 dicembre (la prima di quel giorno) egli scriveva, pregando al solito di avere licenza, «per tòrre questa spesa al Comune, e a me questo disagio, perchè da dodici dì in qua io mi sono sentito malissimo, e se io vo facendo così, dubito non avere a tornar in cesta.»

[550] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 30. Il dì 11 ottobre aveva scritto allo stesso: «Il discorso vostro et il ritratto non potrebbe essere suto più approvato, et conoscesi quello che sempre io in spetie ho cogniosciuto in voi, una necta, propria et sincera relatione, sopra che si può fare buono fondamento.» Ivi, cassetta III, n. 12: Appendice, documento XIX. Le medesime cose scrivevano i Dieci, il Soderini, molti amici. Vedi fra le altre le lettere del Soderini, in data 14 e 28 novembre, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 169 e 201.

[551] La lettera di M. Virgilio è scritta in data 7 novembre 1502, e trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 32. In essa dice che mal volentieri gli scrive queste cose, perchè «mi truovo con le faccende mie, con le tue e con la lectione addosso.» Il che prova, come altrove dicemmo, che il primo Segretario continuava ancora ad insegnare nello Studio. Appendice, documento XIX.

[552] La lettera del gonfaloniere Soderini, scritta il 21 dicembre, trovasi anch'essa fra le Carte dei Machiavelli, e fu pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 243. Vedi anche la lettera dei Dieci pubblicata nello stesso volume, a pag. 239-41.

[553] Il 27 ottobre 1502 gli ambasciatori fiorentini in Francia, Luigi Della Stufa e Ugolino Martelli, gli scrivevano: «Di voi avemo qualche compassione, che avete lasciata la donna e la casa come noi, se non giudicassimo che la profondità delle faccende di là vi debbino avere oggimai infastidito, e che volentieri relassiate l'animo e riposiate il corpo; che il mutare aria e vedere altri volti e massime di cotesta qualità, suole assottigliare la mente; e però ce ne rallegriamo con voi, e vi confortiamo che, avanzandovi tempo, non vi rincresca scriverci qualche cosa.» Opere (P. M.), vol. IV, pagine 133-34.

[554] Il PASSERINI, nelle sue note alla Marietta de' Ricci, romanzo dell'Ademollo, disse addirittura, che il Machiavelli, credendo d'avere nel Valentino «trovato lo strumento che mettesse ad esecuzione la sua tanto idolatrata idea della libertà ed unione d'Italia, lo istigava al tanto famoso tradimento di Sinigaglia.» (Nota 10 al cap. IV). Lo stesso ripete nelle Opere (P. M.). Questa stranissima opinione senza verun fondamento storico, sostenuta prima e dopo anche da altri, fu, tra i primi, combattuta energicamente dal Gervinus.

[555] Una lettera di Bartolommeo Ruffini, in data del 23 ottobre 1502, diceva: «Le vostre lettere a Biagio et alli altri sono a tutti gratissime, et i motti e le facezie usate in esse muovono ognuno a smascellare dalle risa. La donna vostra vi desidera, e manda qui spesso ad intendere di voi e del ritorno.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 14. Lo stesso cavasi da molte lettere del Buonaccorsi: Appendice, documento XIX.

[556] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 6. La sua affezione pel Machiavelli era tale, che il 18 ottobre 1502, dopo avergliene scritto, aggiungeva: «Di che io non voglio mi sappiate grado, perchè volendo non amarvi e non esser tutto vostro, non lo potrei fare, forzato, dicasi, dalla natura che mi costrigne ad farlo.» Ivi, cassetta III, n. 5: Appendice, documento XIX.

[557] Lettera del 20 novembre.

[558] Lettera del 20 novembre. In un dispaccio del 7 agosto 1502, il Giustinian scriveva, che il Papa confessava d'essere stato trascinato a secondare Vitellozzo e gli Orsini nell'affare d'Arezzo. L'ambasciatore, sempre accortissimo, ne induceva che egli parlava così, per mettere le mani avanti, avendo forse scritto qualche lettera agli Orsini ed a Vitellozzo, la quale poteva scoprirlo.

[559] Nel dispaccio del 13 novembre, il Giustinian scriveva che il Papa gli aveva detto che gli Orsini tentavano di continuo i Fiorentini con la speranza di dar loro Pisa, «e quei pazzi ci credono..., che per aver Pisa darìano l'anima al diavolo, abbandonerìano il Re di Franza, noi e tutto il mondo.»

[560] Prima lettera del 6 dicembre.

[561] Lettera del 28 novembre 1502.

[562] Lettere di Piero Ardinghelli, Commissario fiorentino (tra i Manoscritti Torrigiani), pubblicate da C. GUASTI, Archivio Storico, Serie III, tomo XIX, pag. 21 e seg.

[563] È chiamato indistintamente messer Rimino o messer Ramiro d'Orco; il suo vero nome era Remigius de Lorqua. Vedi i Dispacci di A. GIUSTINIAN, vol. I, pag. 226, nota.

[564] Lettera del 14 dicembre 1502, da Cesena.

[565] Lettere del 20 e 23 dicembre.

[566] GIUSTINIAN, dispaccio 29 dicembre, e nota allo stesso.

[567] Lettera del 26 dicembre, ultima fra quelle scritte da Cesena.

[568] Lettera del 23 dicembre 1502. — Il signor E. ALVISI nel suo libro Cesare Borgia (Imola, Galeati, 1878) ha pubblicato importanti documenti, i quali provano che veramente questo messer Ramiro aveva oppresso le popolazioni, andando qualche volta al di là, ed anche contro gli ordini del Duca.

[569] Lettera del 26 dicembre. Nel Principe (cap. VII) il Machiavelli, accennando a questo fatto, dice che il Duca volle liberarsi dall'accusa di crudele, venutagli dall'operare di messer Ramiro, dopo che questi lo aveva liberato dai nemici. Vedi anche Dispacci di A. GIUSTINIAN, vol. I, pag. 293.

Nella stessa lettera il Machiavelli ringraziava i Dieci di avergli mandato i 25 ducati d'oro e le 16 braccia di dommasco nero, di cui s'è detto più sopra. Al quale proposito il Buonaccorsi gli scriveva il 22 dello stesso mese: «Voi sgallinerete pure un farsetto di questo drappo, tristaccio che voi siete.» Vedi nelle Opere la nota, a pag. 332 del vol. VI.

[570] UGOLINI, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. II, pag. 106-115.

[571] Lettera del 31 dicembre 1502.

[572] La lettera veramente dice solo che furono fatti morire, ma è noto che vennero strangolati, e lo afferma altrove anche il Machiavelli. Nel cap. VIII del Principe, egli narra che Oliverotto da Fermo, allevato da suo zio Giovanni Fogliani, e mandato a militare sotto Paolo e poi sotto Vitellozzo Vitelli, era divenuto il primo uomo nella milizia di quest'ultimo. Volendo impadronirsi di Fermo, dove molti erano scontenti dello zio, si mise prima d'accordo con alcuni della città, e poi gli scrisse che voleva tornare a riveder lui e la terra natale. Entrò con 100 cavalli, e fu ricevuto con grande onore per opera dello zio; dette un solenne desinare a lui ed ai primi uomini di Fermo, e poi li fece tutti uccidere.

Niccolò Vitelli ebbe cinque figli, quattro dei quali morirono di morte violenta. Il primo, Giovanni, d'una cannonata all'assedio d'Osimo; il secondo, Camillo, d'un sasso a Circello nel Napoletano, combattendo pei Francesi; Paolo fu decapitato; Vitellozzo strangolato.

Il GREGOROVIUS, ecc., Geschichte, vol. VII, pag. 483, osserva in nota, come, a proposito di questo assassinio, il Giovio scrisse nella sua Vita di Cesare Borgia, che questi aveva «con bellissimo inganno» ammazzati gli Orsini; e il re di Francia aveva detto, secondo l'orator di Ferrara, che era stata «un'azione da Romano.» I Veneziani invece disapprovarono il fatto come assai crudele, ma l'oratore di Ferrara colà scriveva che dovettero tacere, quando egli dimostrò loro che assai bene avevano fatto Papa e Duca «etiam a squartare costoro, per infino all'ultimo esterminio di quella casa.» È singolare poi vedere che in questo momento, Isabella Gonzaga, con lettera del 15 gennaio 1503, mandava da Mantova 100 maschere al Duca, il quale assai la ringraziò con lettera del 1º febbraio. Si leggano i documenti XLIV e XLV nella Lucrezia Borgia, del GREGOROVIUS.

[573] Il cardinale Orsini.

[574] Lettera del dì 1º gennaio 1503.

[575]

«Sentì Perugia e Siena ancor la vampa Dell'Idra, e ciaschedun di quei tiranni, Fuggendo innanzi alla sua furia scampa.» MACHIAVELLI, Decennale primo.

[576] Lettere di Piero Ardinghelli, più sopra citate.

[577] Lettera del dì 8 gennaio 1503.

[578] Lettera del dì 10 gennaio.

[579] Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 19, autografo. Questo brano di lettera fu pubblicato nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 254. Il Passerini la giudica scritta il 31 dicembre 1502; ma in essa si dice già arrivato il nuovo ambasciatore, che il 13 gennaio 1503 era ancora aspettato.

[580] Più volte infatti gli scrisse, che lo accusavano di far troppo gran caso del Valentino.

[581] GIUSTINIAN, dispacci dei giorni 1, 7 e 18 ottobre 1502.

[582] Dispaccio del 22 ottobre.

[583] Dispaccio del 23 ottobre.

[584] Dispaccio del 24 ottobre 1502.

[585] GIUSTINIAN, dispaccio del 4 novembre.

[586] Cioè, il veleno a termine fisso. GIUSTINIAN, dispaccio del 6 novembre, e nota alla pag. 195 del vol. I.

[587] GIUSTINIAN, dispacci del 7 e 15 novembre e del 2 dicembre 1502.

[588] Dispaccio del 15 novembre 1502. È il secondo che fu scritto in quel giorno, ed è segnato col numero 168.

[589] Dispaccio del 17 dicembre 1502.

[590] Dispaccio del 23 dicembre.

[591] Il BURCARDO nel suo Diario racconta (il 25 dicembre) d'una mascherata di trenta persone che vennero in Piazza San Pietro habentes nasos longos et grossos in formam priaporum sive membrorum virilium, in magna quantitate, precedente valigia cardinalari. Il Papa guardava dalla finestra. Nelle feste natalizie dell'anno precedente si era, secondo lo stesso scrittore, fatto anche peggio.

[592] GIUSTINIAN, dispaccio del 30 dicembre.

[593] Espressione usata dal Giustinian per significare che lo lusingavano e blandivano.

[594] GIUSTINIAN, dispaccio del 1º gennaio 1503.

[595] Dispaccio del 5 gennaio 1503, ad ore 20.

[596] GIUSTINIAN, dispacci del 6 e dell'8 gennaio.

[597] Dispaccio dell'8 gennaio, hora 19.

[598] Dispaccio del 7 gennaio.

[599] Dispaccio dell'8 gennaio 1503, hora 2 noctis.

[600] GIUSTINIAN, dispaccio del 21 febbraio.

[601] Dispacci 22, 23 e 24 febbraio.

[602] Quia idem Cardinalis diligebat et cognoscebat principissam, uxorem fratris dicti Ducis, quam et ipse Dux cognoscebat carnaliter. BURCARDO citato dal GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 486, nota 4.

[603] Così racconta il BURCARDO nel suo Diario, il 23 gennaio 1503.

[604] GIUSTINIAN, dispacci 26 e 27 febbraio.

[605] Quando il Duca inganna gli Orsini, lo chiama il basalischio; quando va verso Perugia, lo chiama l'idra; quando spera in Giulio II, osserva:

E quel Duca in altrui trovar credette Quella pietà che non conobbe mai.

Quando fu preso a tradimento, e fatto prigioniero da Consalvo di Cordova, il Machiavelli dice:

gli pose la soma Che meritava un ribellante a Cristo.

E finalmente, narrata la morte di Alessandro VI, aggiunge:

Del qual seguirno le sante pedate Tre sue familiari e care ancelle, Lussuria, Simonia e Crudeltate.

Vedremo quel che dice poi nella prima Legazione a Roma.

[606] Descrizione del modo tenuto dal duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini. Opere, vol. II, pag. 391 e seg.

[607] Tutte le edizioni dicono: «e per più assicurarsi, licenziò le genti francesi;» ma l'autografo, che si conserva nell'Archivio fiorentino (Carte Strozziane, filza 139, carte 208 e seg.) dice: «e per più assicurargli,» cioè, per meglio ingannare i congiurati.

[608] Il 28 dicembre 1502 i Dieci scrivevano al commissario Giovanni Ridolfi, in conseguenza delle notizie avute dal Machiavelli e da altri, che non si capiva la ragione di questa improvvisa ritirata, non essendo sorto pericolo in Lombardia. «Donde pare si possa concludere, che sia suto solo a fine di raffrenare el corso di questa sinistra fortuna et pensieri et disegni di accrescere.» In ogni caso era tutt'altro che furberìa del Duca. (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 104, fog. 59^t). Vedi anche A. GIUSTINIAN, Dispacci, vol. I, pag. 293, e doc. III in fine dello stesso volume.

[609] PARENTI, Storie Fiorentine, Ms. nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Cl. II, Cod. 133, vol. V, a c. 87 e seg.

[610] Parole da dirle sopra la provvisione del danaio, fatto prima un poco di proemio e di scusa. Questo discorso fu pubblicato la prima volta nell'Antologia di Firenze (luglio 1822, tomo VII, pag. 3-10) da un manoscritto autografo del Machiavelli; venne poi ristampato a Milano, coi torchi di Felice Rusconi, 1823; nelle Opere minori del MACHIAVELLI: Firenze, Le Monnier, 1852; e nell'edizione (poco nota) di tutte le Opere, fatta in Firenze, A. Usigli, 1857. Alcuni lo credettero recitato dal Machiavelli nel Consiglio Maggiore; ma nè egli, che come ufficiale amministrativo e stipendiato non vi poteva essere ammesso a discutere e votare, nè altro cittadino, ad eccezione del Gonfaloniere stesso, poteva tenere il linguaggio tenuto in quel discorso. Nel Consiglio Maggiore allora o si votava senza parlare, contro le proposte del governo, o si parlava in favore, per poi votare. E non si parlava in nome proprio, ma delle varie pancate, in cui i cittadini si dividevano a consultare sul partito da prendere: tutto ciò sempre con infiniti riguardi. Il Parenti racconta d'un tale che venne in questa occasione appunto imprigionato e poi esiliato, per avere parlato con troppa vivacità contro le passate imposte. (Vedi anche la mia Storia di Girolamo Savonarola, lib. II, cap. V, dove ho minutamente esposto come si soleva procedere allora in Consiglio). Nelle Consulte o Pratiche, assai più ristrette, si discorreva con maggiore libertà; ma oltre che non è credibile che il Machiavelli v'intervenisse, il Discorso di cui parliamo è diretto ai cittadini in genere, ed ha tutta la solennità del linguaggio che si tiene in una grande assemblea. Nè molto meno crediamo ammissibile l'altra ipotesi che lo vuole indirizzato ai Dieci di Balìa, i quali erano i superiori del Machiavelli. Esso è scritto per esser detto nel Consiglio Maggiore, dove solo il Soderini poteva tenere quel linguaggio. Il Parenti racconta, infatti, che il Gonfaloniere fece allora un discorso solenne; e noi teniamo per certo che il Machiavelli lo componesse in questa occasione, sia che gli venisse commesso, sia che lo scrivesse allora come semplice esercizio letterario. Anco il Guicciardini ci lasciò molti discorsi dello stesso genere, che sono, senza dubbio, semplici esercizî letterarî, spesso anche destinati a far parte della sua Storia.

[611] Vedi la Commissione che gli fu data dai Dieci. Opere, vol. VI, pag. 261.

[612] Lettera del dì 1º maggio 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 104, a carte 157.

[613] Loc. cit., a carte 163.

[614] La prima probabilità era di 12, la seconda di 18 su 20, la lira essendo di 20 soldi. Lettera del 14 maggio 1503, Cl. X, dist. 3, n. 103, a carte 172. Vedila in Appendice, doc. XX. Le filze 103 e 104 contengono un gran numero d'altre lettere del Machiavelli sullo stesso argomento.

[615] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 7^t.

[616] Lettera del 25 maggio 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 18.

[617] Vedi la lettera del 27 maggio in Appendice, doc. XXI, Cl. X, dist. 3, n. 107, a carte 24.

[618] Lettera del 14 giugno, Cl. X, dist. 3, n. 107, a carte 47^t. Vedila in Appendice, doc. XXII.

[619] Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 54.

[620] Lettera del 22 giugno 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 58.

[621] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 111.

[622] GIUSTINIAN, dispacci dei giorni 1 e 28 febbraio, 1, 4, 8, 11 marzo 1503.

[623] Dispaccio 304, primo con la data del 3 marzo. Vedi anche quello del 19 marzo.

[624] Dispaccio 29 marzo.

[625] Dispaccio 31 maggio.

[626] GIUSTINIAN, dispaccio del 13 aprile 1503.

[627] Dispaccio 8 giugno.

[628] Dispaccio 387, primo del 19 maggio 1503, e dispaccio 390, secondo del 20 maggio.

[629] Questa lettera trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 1, e venne pubblicata dal PASSERINI, Opere (P. M.), vol. IV, pag. 298. Se non che egli non interpretò bene il nome della persona, di cui si parla, leggendo Noch, invece di Troche, e quindi suppose che si trattasse d'un soldato ignoto. Nè si accorse che quel foglio contiene solo una copia fatta dal Machiavelli della lettera originale. Indotto forse in errore dall'aver questi un poco imitato la firma convenzionale, che il Valentino usava specialmente nelle lettere d'ufficio, suppose che fosse un ordine scritto dal Machiavelli e firmato dal Valentino. Dovè quindi supporre una gita ignota del Segretario fiorentino a Roma, e ne prese occasione a ritornare sull'altra sua ipotesi, che questi cioè fosse stato il consigliere della politica e degli assassinii del Valentino. Tutto ciò va in fumo quando si osserva il documento. La firma del Valentino non è autografa, ma imitata; manca quella di Agapito, che trovasi in tutti gli ordini del Valentino; non v'è sigillo nè bollo di alcuna sorte, e la lettera non ha indirizzo: dietro v'è però scritto, sempre di mano del Machiavelli e con qualche abbreviazione: 1503, di messer Troche. Il signor NITTI, op. cit., vol. I, pag. 223-24, nota (1), osservando che il 16 maggio il Machiavelli scriveva una lettera da Firenze, dubita giustamente della supposta gita a Roma; fa però un'altra ipotesi non meno impossibile, che il Valentino cioè mandasse al Machiavelli un foglio in bianco, colla sola sua firma, perchè questi vi scrivesse sopra l'ordine, nel modo che credeva. L'egregio signor Nitti però ha dovuto in quel momento dimenticare affatto chi erano i Borgia e chi era il Valentino, per poter fare una tale ipotesi. Perchè poi si dovesse mandare al Machiavelli una firma in bianco, trattandosi solo di scrivere una circolare come quella, non si capisce; ed in ogni caso il Valentino non avrebbe mai fatto tal cosa neppure con Agapito, con don Micheletto o chiunque dei suoi più fidi, fra i quali non si potrà mai mettere il Machiavelli. Notiamo in fine che non solo il 16, ma il 17, il 18, il 19, il 21 maggio, questi scriveva lettere da Firenze, come apparisce dai Registri dei Dieci nell'Archivio fiorentino (Cl. X, dist. 3, n. 108, da carte 2 a carte 12). La sua gita a Roma è, quindi, non solo improbabile, ma impossibile. Il Troccio fuggì da Roma il 19 maggio (GIUSTINIAN, dispaccio 19 maggio), e l'ordine d'arrestarlo è datato da Roma lo stesso giorno. Il Machiavelli dunque non può averlo scritto in nessun modo.

[630] GIUSTINIAN, dispaccio dell'8 giugno 1503. Vedi in Appendice, doc. XXIII, la lettera dell'ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, in data 11 giugno, citata anche nella Storia del GREGOROVIUS. Parrà singolare che un uomo come il Troccio s'occupasse di poesia; eppure ciò apparisce da due sue lettere, in cui chiede con grande premura alcuni sonetti alla marchesa di Mantova. Vedi anche, nella Lucrezia Borgia del GREGOROVIUS, i documenti 42 e 43. Del resto simili fatti non erano punto rari nel Rinascimento italiano, come prova la vita di Sigismondo Malatesta di Rimini. È noto anche che il capitano G. G. Trivulzio, sopra tutte le cose perdute nella presa di Milano, deplorava quella di un Quinto Curzio, facendo grandi promesse e ricerche per averlo.

[631] Dispaccio 19 giugno e nota.

[632] GIUSTINIAN, dispaccio del 2 agosto 1503.

[633] Dispaccio dell'8 giugno.

[634] GIUSTINIAN, dispacci del 7 e 8 giugno 1503.

[635] Dispaccio del 29 maggio.

[636] Dispacci de' 7 giugno e 31 luglio.

[637] GIUSTINIAN, dispaccio del 7 agosto, e nota 1 a pag. 99 del vol. II.

[638] Dispaccio del 13 agosto.

[639] Sebbene il Burcardo ed il Giustinian vadano d'accordo nei ragguagli che danno, pure fu osservato come il primo afferma che al Papa furono, il 15 agosto, cavate 13 once di sangue vel circa, quando invece il secondo scrive che già il 14 gli furono cavate, chi diceva 12 e chi 14 once di sangue. È però da osservare ancora che il Burcardo non dice nulla addirittura del giorno 14, e che nel giorno 15, il Giustinian, scrive nuovamente d'un salasso di otto once di sangue, aggiungendo essergli impossibile aver notizie veramente precise e sicure su tutti questi particolari.

[640] Anche il Burcardo la chiama, nel Diario, febris tertiana.

[641] «Dux nunquam venit ad Papam in tota eius infirmitate nec in morte, nec Papa fuit unquam memor sui vel Lucretiae, in aliquo minimo verbo, etiam in tota sua infirmitate.» BURCHARDI, Diarium, Ms. della Biblioteca Nazionale di Firenze, tomo IV, a carte 1. L'ediz. Thuasne (III, 239) dice: «nec in sua infirmitate.»

[642] GIUSTINIAN, dispacci 484-87, in data del 18 agosto 1503.

[643] Nel Sanuto si trovano ragguagli che portano questa somma fino a 500,000 ducati. Noi stiamo a quella più generalmente ripetuta dagli scrittori.

[644] BURCHARDI, Diarium, tomo V, a carte 1 e seg.

[645] «Et continuo crevit turpitudo et negredo faciei, adeo quod hora vigesima tertia qua eum vidi, factus erat sicut pannus vel morus nigerrimus; facies livoris tota plena; nasus plenus; os amplissimum; lingua duplex in ore, quae labia tota implebat; os apertum et adeo horribile, quod nemo viderit unquam, vel esse tale dixerit.» BURCHARDI, Diarium, ediz. Thuasne, I, 243. E andò divenendo sempre più orribile, come dicono del pari gli ambasciatori Costabili, Giustinian, ecc.

[646] GIUSTINIAN, dispaccio del 19 agosto, hora 24.

[647] «Et cum pugnis pestarunt eum ut capsam intraret, sine intorticiis vel lumine aliquo, et sine aliquo presbitero vel persona una vel lumine.» BURCHARDI, Diarium, loc. cit.

[648] Lettera del 22 settembre 1503, in GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, documento 49. Più tardi il cadavere di Alessandro VI fu dalle Grotte Vaticane portato in San Giacomo degli Spagnuoli, e poi in Santa Maria di Monserrato, dove si trova con quello di Calisto III, dietro l'altar maggiore, senza alcuna iscrizione. Anche quella che era stata messa in Santa Maria del Popolo alla Vannozza ed ai figli, fu tolta.

[649] Il Giovio afferma che il cardinale gli disse di credere, che la sua malattia era conseguenza del veleno datogli dai Borgia. Se non che, le affermazioni del Giovio non sono sempre credibili, e poteva anche il cardinale, che pur s'era ammalato, credere d'avere avuto il veleno, quando da per tutto se ne parlava, senza che perciò il fatto fosse vero.

[650] Sebbene anche gli scrittori più sinceramente cattolici abbiano dovuto riconoscere le colpe, i delitti e la pazza politica dei Borgia in genere e di Alessandro VI in specie, pure non mancarono mai gli apologisti, e neppure oggi, nonostante i molti nuovi documenti che parlano sempre più chiaro, mancano coloro che vorrebbero attenuare il giudizio severo della storia imparziale. A questa tendenza noi crediamo che abbia obbedito il signor R. GARNETT (English Historical Review, aprile 1892, pag. 312-14) nel ripubblicare una parte della orazione funebre in onore di Alessandro VI, scritta e letta dal Vescovo di Gallipoli, dinanzi ai Cardinali che dovevano entrare in Conclave. Egli vorrebbe in essa trovare un'attenuazione autorevole dei giudizî, secondo lui, troppo severi di molti storici sui Borgia. Quale era il valore storico delle orazioni funebri ufficiali, pronunziate nei secoli XV e XVI, lo sanno tutti; e nessuno può, io credo, dare importanza a certe frasi convenzionali, in simili occasioni, allora universalmente ripetute.

Mi sembra piuttosto, che sia una prova sicura della pessima opinione, che tutti avevano allora di Alessandro VI, il sentir l'oratore ufficiale pronunziare, dinanzi ai Cardinali, molti dei quali creati dallo stesso Papa, parole come queste: «Quid plura? Adeo et sermone et ingenio confidebat ut videretur non quid aggrediendum, sed quid cupiendum cogitare. Unde tantam auri vim in pontificatu collegit, quantam nec ipse fortassis si viveret, rationem reddere posset. Forma etiam oris proceritateque corporis, ut nostis, egregius fuit. His autem naturae fortunaeque dotibus quomodo usus fuerit, quid apud vos attinet dicere, qui bene et fortasse melius nostis? Habet enim hoc etiam infelicitatis principatus, quod, in excelso positus, nihil celare potest.» E più oltre, dopo aver detto che una quatriduana febris lo portò via dal mondo, aggiunge, confermando sempre più le parole del Giustinian circa la morte e i funerali, d'averlo visto, «humili feretro iacentem, turpem, fetidum, et usque ad horrorem deformem.» Questa orazione parrà di certo una conferma assai notevole del pessimo concetto in cui i contemporanei tenevano Alessandro VI, specialmente se si pensa chi era l'oratore, chi erano gli uditori e quali erano il tempo ed il luogo in cui essa fu letta.

[651] Et nescit quo se vertit, nec ubi reclinet caput. GIUSTINIAN, dispaccio 489, secondo del 19 agosto 1503.

[652] Una lettera, in data 8 novembre 1503, firmata: Sigismundus doctor et clericus senensis, e indirizzata ad Alessandro Piccolomini, nipote di Pio III, dopo aver lodato la bontà di questo Papa, dice che esso «non poter morir in miglior termine che ora, che era esaltato in questa felicità, et prima che in quella lui si venissi a imbrattare; chè chi è in quello luogo, non può far di manco.... Lui non ha facto simonie; non ha fatto guerre a christiani; non ha facto homicidî, nè impiccar, nè far iustitia; non ha dissipato el patrimonio di San Pietro in guerre, in bastardi, nè in altra gente.» — Tale era il concetto, in cui erano allora tenuti i Papi! Questo Sigismondo, nato a Castiglione Aretino, eletto nel 1482 cittadino senese, fu autore di storie scritte in latino. La sua lettera venne pubblicata a Siena co' tipi dell'Ancora, nel 1877, per le nozze Piccolomini-Giuggioli, dal compianto signor Giuseppe Palmieri-Nuti.

[653] Circolare del 20 agosto 1503, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 108, a carte 129. Molte altre lettere del Machiavelli si trovano nella stessa filza. Citiamo solo quelle a carte 136, 139 e 148 che ci sembrano più importanti.

[654] Lettera del 25 agosto, loc. cit., filza 107, a carte 136, e lettera del 12 settembre, a carte 156.

[655] Lettera del 5 ottobre ad Americo Antinori, filza 107, a carte 171. Vedi Appendice, documento XXIV.

[656] Fino dal 28 agosto era stato deliberato di mandarlo a Roma, come apparisce dai registri dei Dieci. Ma poi non partì altrimenti, e più tardi fu di nuovo deliberata la sua commissione. Le istruzioni e la lettera al cardinal Soderini, si trovano con la Legazione, nelle Opere, vol. VI, pag. 364 e segg.

[657] BUONACCORSI, Diario, pag. 83 e segg.

[658] Lettera del 29 ottobre 1503.

[659] GIUSTINIAN, dispaccio del 19 ottobre.

[660] GIUSTINIAN, dispaccio del 30 ottobre.

[661] Dispaccio del 6 novembre.

[662] Lettera del 4 novembre.

[663] Questa lettera, senza data, è la IX nella Legazione. Opere, vol. VI, pag. 388.

[664] Lettera dell'11 novembre.

[665] Francesco Loris, vescovo d'Elna. Spesso lo dicono d'Euna, d'Herina, d'Helna. Pel vero suo titolo vedi i Dispacci di A. GIUSTINIAN, vol. I, pag. 247, nota 1.

[666] Lettera del 14 novembre.

[667] Le due lettere di raccomandazione si trovano nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 349.

[668] Lettera del Buonaccorsi, in data 15 novembre 1503, Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 21: Appendice, documento XXV. Vedi anche a questo proposito la lettera dei Dieci. Opere (P. M.), vol. IV, pag. 361.

[669] Lettera del 18 novembre. Il Giustinian scriveva il 17 dello stesso mese: «Il Papa attende alla destruzion del Duca, ma non vuol che para la cosa vegni da lui.» E il 13 aggiungeva, che il Papa stesso gli aveva detto: «Questo Duca è tanto volubile e inintelligibile, che certo non sapremo come dei fatti suoi possiamo affermarvi alcuna cosa....; lassatelo pur andar, che credemo che sarà svalizato.»

[670] Lettera del 18 novembre.

[671] Lettera del 19 novembre.

[672] Trovasi nelle Opere, vol. VI, a pag. 430, in nota.

[673] Lettera del 20 novembre.

[674] Lettera del 24 novembre.

[675] Lettera del 21 novembre. Nella lettera seguente il Machiavelli chiede danari ai Dieci, e fa loro i suoi conti. Ebbe in sul partire 33 ducati. Ne spese 13 nelle poste, 18 in una mula, 18 in una veste di velluto, 11 in un catelano, 10 in un gabbano, il che fa un totale di 70 ducati. Era all'osteria con due garzoni e la mula, spendendo 10 carlini al giorno. Sebbene gli avessero dato il salario che aveva chiesto, pure non conosceva allora la carestìa che era in Roma. Chiedeva perciò che gli fosse almeno pagata la spesa del viaggio, come soleva praticarsi cogli altri. Il suo desiderio fu esaudito. Infatti trovasi nell'Archivio fiorentino uno stanziamento del 3 gennaio 1503 (1504), in cui è detto che, essendogli stato concesso un salario di 10 lire di piccoli al giorno, compreso in ciò il suo ordinario stipendio, gli toccavano dal 23 novembre al 22 dicembre lire 300. Cavandone lire 164, soldi 3, danari 4, per salario ordinario, restavano lire 132, soldi 12, danari 8, di cui si ordinava il pagamento, con più 25 fiorini larghi in oro, e lire 6 di piccoli, che «appare per il conto, lui havere speso per andare ad Roma, et tornare in sulle poste.» Opere (P. M.), vol. I, pag. LXII.

[676] Lettere del 23 e 24 novembre.

[677] Lettera del 26 novembre. È inutile quasi avvertire, che molti brani di queste lettere erano scritti in cifra.

[678] Prima lettera del 28 novembre.

[679] Lettera del 15 novembre, citata più sopra.

[680] Lettera del 29 novembre. Vedi ancora il dispaccio scritto nel medesimo giorno dal Giustinian. I due oratori dànno qualche volta le stesse notizie quasi con le stesse parole, caso che non è molto raro nelle corrispondenze diplomatiche di quel tempo. In parte dipende dalla fedeltà e precisione degli ambasciatori italiani; in parte, io credo, anche dal servirsi dei medesimi agenti segreti nell'attingere le notizie, o dall'aver letto di straforo i medesimi documenti, le stesse frasi trovandosi riprodotte nelle lettere non di uno o due solamente, ma anche di più oratori. Nel pubblicare i Dispacci del GIUSTINIAN, ci è più volte occorsa questa osservazione, quando li abbiamo paragonati con quelli di altri oratori.

[681] Lettera del dì 1º dicembre.

[682] Lettera del 3 dicembre.

[683] Vedi la lettera del 29 agosto 1502, pubblicata nel già citato libro dei signori LUZIO e RENIER, a pag. 142. Tutto il cap. III dà particolari e documenti importanti su questo dramma doloroso.

[684] Questa importantissima lettera fu trovata e pubblicata dall'UGOLINI nella sua Storia dei Duchi d'Urbino, vol. II, pag. 523. Manca la data del giorno, essendovi scritto solo: Dat: Romæ V.... 1503.

[685] Lettera del 14 dicembre. Il 17 il Giustinian dava i medesimi ragguagli.

[686] Trovasi nelle Opere, vol. VI, pag. 494, in nota.

Fra le lettere di questa Legazione se ne trova una, segnata nelle Opere col numero XLII, e diretta ad un cittadino fiorentino in forma privata. Il Machiavelli scrive in essa di non poter fare altro che ripetere alla buona le cose già dette d'ufficio: «parlerò in volgare, se io avessi parlato con l'ofizio in grammatica, che non mel pare aver fatto.» Generalmente si suppone che sia scritta al Soderini: ma, a questo proposito, osserva giustamente il signor NITTI (op. cit., vol. I, pag. 261), che la forma ne è troppo familiare per poterlo credere. Egli la ritiene, invece, scritta ad un messer Tucci, che era allora dei Signori, e che, secondo una lettera del Buonaccorsi, in data del 4 dicembre, s'era molto doluto che il Machiavelli non gli avesse risposto; nè è impossibile che sia così, giacchè questi si scusa appunto del suo silenzio. La cosa del resto non ha importanza. Solamente notiamo che lo scrivere in volgare e non in grammatica non ha il significato di risentimento che gli attribuisce il signor Nitti, e che verso uno dei Signori il Segretario non avrebbe usato, come egli suppone, «vive e pungenti parole.» La lettera del Buonaccorsi, accennata dal signor Nitti, contenendo anche altre notizie sul Machiavelli, la diamo in Appendice, documento XXVI.

[687] Opere, VI, 495. L'originale trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 130, e non è scritto di mano di M. Virgilio, come afferma il PASSERINI, Opere (P. M.), vol. V, pag. 3, nota 1, ma di altro ufficiale della Cancelleria, con qualche postilla messa dal Machiavelli per suo uso. La minuta, non intera, che v'è unita, è della stessa mano, e non del Machiavelli, come afferma il Passerini.

[688] Lettera del 22 gennaio 1504, da Milano.

[689] Il signor GASPAR AMICO, a pag. 182 del suo libro, La Vita di Niccolò Machiavelli (Firenze, Civelli, 1875), parla d'una gita finora ignota del Machiavelli in Francia, nel gennaio del 1502, e cita, in conferma di ciò, una lettera, che crede inedita, di Francesco Vettori, in data del 17 gennaio di quell'anno, da Pulsano. La lettera però, che trovasi non a carte 8, ma 83 del codice da lui citato (Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 4, n. 92) è scritta da Bulsano (Bolzano), e porta la data, non del 17 gennaio 1502, ma del 17 gennaio 1507, quando il Vettori era ambasciatore presso l'Imperatore. Al signor Amico è inoltre sfuggito, che la lettera da lui pubblicata è quella stessa che trovasi come terza nella Legazione all'Imperatore, nel 1507.

Una lettera poi di Niccolò Valori (Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 63) dà luogo ad una serie di congetture del signor NITTI (op. cit., vol. I, pag. 220, nota 1), che a noi sembrano assai poco probabili. Egli vede in essa la prova che il Machiavelli s'adoperasse col Valori a «ricondurre all'antica intima unione la casa Borgia col re di Francia.» Il Machiavelli avrebbe seguìto una politica per conto suo, cercando col Valori riannodare legami, pei quali essi non avevano ricevuto alcun incarico. Ma il Segretario dei Dieci non poteva pigliarsi queste libertà. Del resto tutto l'equivoco è nato dal non avere osservato che la data della lettera: Rouen, 7 marzo 1503, è secondo lo stile fiorentino, e risponde perciò al 7 marzo 1504, nello stile moderno. Allora Alessandro VI era morto, il Valentino era stato arrestato ad Ostia, e non contava più nulla. La lettera fu scritta dal Valori, quando il Machiavelli dalla Francia tornava in Firenze, ed accenna ad alcuni affari, di cui doveva per viaggio occuparsi a benefizio della Repubblica, in nome e per ordine del Gonfaloniere stesso. Non v'è quindi nulla di misterioso, e non c'entrano i Borgia.

[690] Opere, vol. VI, pag. 564.

[691] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXVIII.

[692] BUONACCORSI, Diario, pag. 88-89.

[693] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, foglio 32.

[694] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXVIII, pag. 315.

[695] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, foglio 89^t: Appendice, documento XXVII.

[696] Fra le Carte del Machiavelli (cassetta VI, n. 78): trovasi su tutto ciò una relazione fatta dal Buonaccorsi. Il Bentivoglio dichiarava impossibile l'impresa anche perchè, secondo lui, dalla parte dello stagno bisognava percorrere circa sette miglia, ed il terreno pendeva meno che da quella su cui scorreva il fiume. «Queste ragioni, quale sono tutte palpabile et infalibili,» conchiude il Buonaccorsi, «tamen non furono admesse. La experientia ha chiarito ogni homo.»

[697] Cioè: questa cosa che par tanto facile, riuscirà nel fatto assai difficile. Lettera ai Dieci, del 25 agosto 1504. Arch. Stor. It., vol. XV, pag. 296. Il NARDI, nella Vita di Antonio Giacomini, dice: «Fu commessa tale opera ad Antonio, ed egli la faceva conducere con ogni diligenza e sollecitudine, comecchè da lui e da messer Ercole Bentivogli non fusse approvata, come spesa e fatica inutile.»

[698] Anche questa lettera del Giacomini trovasi pubblicata nell'Arch. Stor. It., vol. XV, pag. 306; la concessione della licenza chiesta, e l'annunzio della nomina del Tosinghi sono nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 125^t.

[699] Vedi Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a carte 94 e 103^t, e n. 113, a carte 96^t. Queste due filze sono piene di lettere del Machiavelli sul deviare l'Arno.

[700] BUONACCORSI, Diario, pag. 93 e seg.

[701] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 152 e 154. Vedi in Appendice, documento XXVIII, la prima di queste due lettere.

[702] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 147^t.

[703] Il bando trovasi, loc. cit., n. 112, a carte 156: Appendice, doc. XXIX. Vedi anche GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXVIII, pag. 314-15.

[704] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a carte 160^t.

[705] Loc. cit., a carte 157^t: Appendice, documento XXX.

[706] Il cardinale Soderini scriveva da Roma al Machiavelli, il 26 ottobre 1504: «Assai c'è doluto che in quelle acque si sia presa tanta fallacia, che ci pare impossibile sia stata senza colpa di quelli maestri, che si sono ingannati sì in grosso. Forse anche che piace così a Dio, a qualche miglior fine incognito a noi altri.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 58.

[707] Opere, vol. V, pag. 351-73.

[708] Ivi, a pag. 355.

[709] Ciò apparisce dalla lettera 5 del Buonaccorsi pubblicata in Appendice, documento XXXVIII.

[710] La prima edizione, fatta nel febbraio 1506 da AGOSTINO VESPUCCI, aveva per titolo queste parole: Nicolai Malclavelli florentini, compendium rerum decennii in Italiam gestarum ad viros florentinos incipit feliciter. Essa venne dopo venti giorni contraffatta, ed il Vespucci ne mosse querela agli Otto, del che parla in una sua lettera al Machiavelli, nella quale aggiunge che, non conoscendo i magistrati «questa vostra cantafavola,» egli era uscito di casa con dieci copie, per farle legare elegantemente, e darne poi una a ciascuno di loro e ad altri due cittadini. La lettera è in data del 14 marzo 1506, e fu pubblicata dal PASSERINI, Opere (P. M.), vol. III, pag. LXIII. Questa rarissima edizione del Decennale, senza data di luogo nè d'anno, fu dal Libri creduta del 1504; ma la lettera del Vespucci leva, secondo noi, ogni dubbio. — Il signor GIUSEPPE TORRE (Bibliofilo, anno II, n. 5: Firenze, Success. Le Monnier, 1881), dice che possiede un esemplare della prima e rarissima edizione del Decennale, e torna a sostenere che è del 1504, ma senza argomenti che possano convincere. Tutto si riduce a dire che, trattandosi di libri, l'autorità del Libri deve aver molto valore, e che il libraio inglese Boone affermava aver visto l'esemplare posseduto dal Bembo, il quale di sua mano vi aveva scritto sopra: stampato a Venezia nel 1503. Ma il Decennale così sarebbe stato stampato un anno prima che fosse scritto. In ogni modo l'esemplare posseduto dal signor Torre, secondo la descrizione che ne dà egli stesso, è in-4, di 12 carte. Il titolo latino è quello stesso che abbiam dato qui sopra. Sulla prima pagina è stampato solamente: Decemnale; sulla seconda c'è questa lettera del Vespucci.

«Augustinus Mathei N. V. Viris Florentinis Salutem.

Se le cose pericolose a passare sono dilectevole ad ricordarsene, la memoria de proximi tempi vi doverrà esser grata, sendo suti quelli pericolosissimi. Onde havendoli Niccolò Machiavegli in versi et con mirabile brevità descripti, come quello che desideroso in qualche parte mostrarsi grato de molti honori, quali confessa havere ricevuti da voi; mi è parso imprimerli, et fare questo suo dono più liberale.»

Il TOMMASINI pubblicò la medesima lettera dall'autografo, che trovasi in un manoscritto strozziano della Nazionale di Firenze, nel quale essa è più lunga assai. Quella a stampa ne sarebbe solo la prima metà. Secondo lui le parole, Augustinus Matei N. V. Viris Florentinis Salutem, provano che il Vespucci dedicò la stampa ai (Nobili o Nostri) Cinque Conservatori del Contado e dominio fiorentino, magistrato autorevole della Repubblica fiorentina.

[711] Questa lettera fu pubblicata dal NITTI, vol. I, pag. 301, in nota. Trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 99.

[712] Vedi nella Biblioteca Nazionale di Firenze il Priorista del RICCI, quartiere Santo Spirito, famiglia Machiavelli, a carte 161 e seg.

[713] Lettera del 9 dicembre, nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a carte 211^t: Appendice, doc. XXXI. Nelle filze 114 e 116 sono molte lettere del Machiavelli relative ai fatti, di cui discorriamo ora.

[714] È notevole, fra le altre, la lettera al Capitano di Livorno. Archivio fiorentino, filza 116, a carte 23: Appendice, documento XXXII.

[715] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a carte 69 e 70.

[716] MATARAZZO, Cronaca di Perugia, nell'Arch. Stor. It., vol. XVI, parte II, pag. 59.

[717] Le sue lettere trovansi a Venezia nella Biblioteca di San Marco: Epistolae Variorum, vol. II, Cl. X, codice CLXXVI. Esse sono scritte in italiano, spesso aggiungendovi il Cardinale, di suo pugno, qualche parola in spagnuolo. E per citare un esempio, in quella del penultimo luglio, scritta da Perugia, chiedendo soldati per tenere a dovere le genti di Todi e di Narni, prima di firmare, egli fa nuove premure in spagnuolo, concludendo col dire che quelle tumultuose popolazioni no obeyexen perque son vilans i mala gent, que volen lo basto y que quyls ha de governar los puga manar, que altrament no sen pot aver overa. E firmava generalmente: De V. S. esclav e factura, qui los benerats peus li besa,

lo Car.al de Boria.

[718] MATARAZZO, op. cit., pag. 130-144.

[719] MATARAZZO, op. cit., pag. 150.

[720] Ibidem, op. cit., pag. 241.

[721] Vedi la Legazione nelle Opere, vol. VII.

[722] BUONACCORSI, Diario, pag. 102-103. Ascanio Sforza aveva da lungo tempo aspirato a governare Milano. Fin dal 10 settembre 1487, l'ambasciatore Lanfredini in Roma scriveva a Lorenzo il Magnifico, che il cardinale Ascanio gli aveva detto: «Io sono advisato da Milano, che il signore Lodovico è gravemente malato, et che sanza la grazia di Dio non può scapolare di questo male, et li medici ne parlano chiaro. Io, quando Dio facessi altro di lui, desidererei, come mi pare sia il dovere, di andare ad quello ghoverno, et nessuno credo li sia ad chi tocchi più che ad me, nè di chi quello Stato et quello signore» (il nipote Giovan Galeazzo ancora minorenne) «possa viver più quieto, per esser io suo barba, et etiam per essere nello habito che io sono di religione.» Chiedeva poi, per mezzo dell'ambasciatore, di essere a ciò aiutato da Lorenzo. Vedi le Lettere dell'ambasciatore Lanfredini, nell'Archivio fiorentino, Carte Medicee, filza LVIII.

[723] Vedi la Commissione, nelle Opere, vol. VII, pag. 13. Nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 103 e seg., sono pubblicati i Capitoli proposti per la condotta.

[724] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a carte 151: Appendice, documento XXXIII. Vedi anche CANESTRINI, Scritti inediti, pag. 188, 190-91.

[725] Lettere del 28 giugno: Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a carte 143.

[726] Ibidem, n. 116, a carte 141^t: Appendice, documento XXXIV.

[727] Vedi questa Legazione nelle Opere, vol. VII, pag. 16 e segg.

[728] Lettera del 17 luglio.

[729] Lettera del 18 luglio.

[730] Lettera del 20 luglio.

[731] Lettera del 21 luglio, hora 19.

[732] Lettera del 21 luglio.

[733] Lettera del 23 luglio.

[734] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 114, a carte 173. Ibidem, n. 116, a carte 171^t: Appendice, documento XXXV.

[735] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a carte 178^t.

[736] Loc. cit., a carte 191^t: Appendice, documento XXXVI.

[737] BUONACCORSI, Diario, pag. 113. La sera stessa il Giacomini scrisse ai Dieci una lettera, in cui narrava la rotta data all'Alviano. Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 11: vedi Appendice, documento XXXVII.

[738] Anche la lettera del Bentivoglio è in data del 17 agosto, e trovasi fra le Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 10.

[739] BUONACCORSI, Diario, pag. 115-17; CANESTRINI, Scritti inediti, pag. 205 e seg.; GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXVIII, pag. 321-22; NARDI, Vita di A. Giacomini; PITTI, Vita di A. Giacomini, nell'Arch. Stor. It., vol. IV, parte II.

[740] Vedi le tre lettere dei Dieci, non scritte dal Machiavelli, pubblicate nelle Opere, vol. VII, pag. 48-55.

[741] Vedi la Vita del Giacomini scritta dal NARDI, e l'altra scritta dal PITTI.

[742] Vedi la Istruzione al Machiavelli, nelle Opere, vol. VII, pag. 64.

[743] Lettera del 29 agosto da Civita Castellana, e dell'ultimo d'agosto da Viterbo.

[744] Lettere del 9 settembre da Castel della Pieve, e del 12 settembre da Corciano.

[745] Lettera del 13 settembre.

[746] Lettere del 16 e 19 settembre da Perugia.

[747] Lib. I, cap. XXVII.

[748] Vedi le lettere del Buonaccorsi nell'Appendice, docum. XXXVIII.

[749] Principe, cap. XI.

[750] Lettera del 25 settembre da Urbino.

[751] Prima lettera del 28 settembre.

[752] Lettere del 3, 4 e 5 ottobre.

[753] Lettera del 10 ottobre da Forlì.

[754] Lettera del 17 ottobre 1506, pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. V, pag. 231, nota 1.

[755] Vedi il brano di documento riferito dal CANESTRINI negli Scritti inediti del MACHIAVELLI, Prefazione, pag. XXXVI.

[756] È la novella XL della parte I: Inganno usato da una scaltrita donna al marito, con una subita astuzia. Il Machiavelli incomincia a narrarla così: «Io, Signor mio, porto ferma opinione, che se questa mattina voi non mi levavate d'impaccio, noi ancora ci troveremmo in campagna, al sole.» Vedi anche il Proemio che è indirizzato a Giovanni dei Medici, e nel quale l'autore, dopo raccontato l'aneddoto, dice: «Vi prego bene a considerare che messer Niccolò è uno dei belli e facondi dicitori e molto copioso della vostra Toscana, e che io sono lombardo; ma quando vi sovverrà che è scritta dal vostro Bandello, che tanto amate e favorite, io mi fo a credere, che non meno vi diletterà leggendola, di quello che si facesse allor che fu narrata. State sano.»

[757] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXIX, pag. 324.

[758] Due scritture inedite di Niccolò Machiavelli, pag. 11: Pisa, Nistri, 1872. Furono pubblicate dal prof. A. D'ANCONA per le nozze Cavalieri-Zabron. Solo la prima di esse tratta dell'Ordinanza, ed era stata già pubblicata nel 1868 dal Ghinassi, per nozze Zambrini-Della Volpe: Faenza, tipografia di Pietro Conti. Queste pubblicazioni per nozze sono spesso così difficili ad aversi ed a conoscersi, che come il D'Ancona, diligentissimo, non conobbe quella del suo predecessore, così altri potrebbe ignorare o non trovare la sua. E però noi diamo in Appendice, documento XXXIX, quella relativa all'Ordinanza.

[759] Appendice, documento XXXIX.

[760] Ibidem. Il Canestrini (Arch. Stor. It., vol. XV, pag. 258) pubblica un documento per la condotta di conestabili, senza data, senza nome d'autore, e dice che forse potrebbe essere del Machiavelli. Io non lo credo, ed in ogni caso esso non parla dell'Ordinanza, ma della condotta di conestabili con soldati provvigionati.

[761] Queste due lettere del cardinal Soderini, ed un'altra dello stesso, che citiamo più basso, trovansi fra le Carte del Machiavelli, e furono la prima volta pubblicate dal PASSERINI nel Periodico di Numismatica e Sfragistica, anno VI, fasc. VI, pag. 303-06: Firenze, Ricci, 1874. Vennero poi quasi per intero ripubblicate dal NITTI, op. cit., vol. I, pag. 340 e segg. Dalle Carte del Machiavelli vedesi, che sin dal 1504 egli scriveva sulla milizia al cardinal Soderini, il quale gli rispondeva, fra le altre, con una lettera in data del 29 maggio dello stesso anno. Vedi cassetta III, n. 57.

[762] Così apparisce da una lettera di Roberto Acciaioli al Machiavelli, che si trova nella Bibl. Naz. (Carte del Machiavelli, cassetta IV, 59) e fu pubblicata dal TOMMASINI (I, 354, in nota).

[763] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XXIX, pag. 323. La proposta fu deliberata dai Dieci il dì 1 aprile 1506, col titolo di capitano, non di bargello.

[764] Lettera del 12 giugno 1506, nell'Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 121, a carte 1^t.

[765] Il GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, pag. 324, dice che i fanti erano esercitati «in ordinanza, al modo svizzero.» Molte occasioni aveva allora avute il Machiavelli di conoscere in Italia la milizia svizzera e la tedesca.

[766] Opere, vol. VII, pag. 56-58; Opere (P. M.), vol. V, pag. 141.

[767] CANESTRINI, Scritti inediti, pag. 284 e seg.

[768] GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, pag. 324-25; Opere (P. M.), vol. V, pag. 147, nota 2.

[769] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 121, a carte 1^t (citato più sopra).

[770] Vedi le molte lettere nell'Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 120 e 121.

[771] Qui era nella Relazione aggiunto: Et ne avete mandati 500 in campo. Queste parole furono poi cancellate, forse per non ricordare che le prove da essi fatte non erano state sempre felici.

[772] Al quale proposito il Machiavelli dice nella Relazione: «Et così verrebbero sempre ad havere in confuso el loro superiore, et riconoscere un pubblico et non un privato.» È sempre la medesima diffidenza.

[773] Vedi nelle Opere, vol. IV, pag. 427 e seg., la provvisione. Le parole qui sopra citate sono a pag. 444.

[774] La deliberazione del 27 febbraio trovasi nell'Archivio fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 70 (Deliberazioni dei IX d'Ordinanza), a carte 9^t. Il primo Registro delle Deliberazioni dei Nove, dal 1506 al 1511 (Archivio fiorentino, Cl. XIII, dist. 2, n. 70), è fin dalla prima pagina scritto di mano del Machiavelli. Si era poi così certi che egli sarebbe stato, in ogni caso, nominato cancelliere dei Nove, che il 28 dicembre 1506 Agostino Vespucci, uno dei suoi coadiutori, gli scriveva per essere anch'egli trasferito a servizio dei Nove, che dovevano avere, oltre il cancelliere, uno o più ufficiali: «Pregovi mi vogliate in questi casi havere per raccomandato; et veggiendo voi sia il bisogno mio più sicuro che dove io sono, operiate sì et in tal modo, io sia uno di quelli coadiutori, cum pro certo habeam, fore ut tu sis Cancellarius illorum Novem, ni locum tuearis quo nunc frueris, quod Deus avertat.» Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 93.

[775] Periodico di Numismatica e Sfragistica, loc. cit.

[776] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 2, n. 18, a carte 16. Manca l'anno, che però s'argomenta chiaro dal contesto della lettera. Non è l'originale, ma una copia del tempo, e non fu pubblicata dal Desjardins. Piero Alamanni, inviato dagli Otto di Pratica presso Lodovico il Moro, teneva corrispondenza diretta anche con Piero de' Medici, da cui certo aveva ricevuto particolari istruzioni, come solevano fare i Medici con gli oratori della Repubblica.

[777] Le lacune accennate con punti, senza porre in nota alcuna avvertenza, indicano i brani che si sono tralasciati, perchè di nessuna importanza.

[778] Bartolommeo Calco, segretario del duca di Milano.

[779] Intendi: — egli, il Moro.

[780] Al Moro non era mai riuscito avere assicurazione scritta dell'amicizia di Piero, che dava buone parole a tutti, ma in realtà favoriva i Reali di Napoli.

[781] Il cardinale Ascanio Sforza.

[782] Giovan Francesco Sanseverino, conte di Caiazzo.

[783] Di Napoli.

[784] Qui intende dire, che da un momento all'altro, mutando politica, potrebbe accordarsi con Napoli.

[785] Perrone de' Baschi.

[786] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 4, n. 54, a carte 53.

[787] Questa lettera, che dovrebbe avere la data del 16 giugno 1497, manca nel Codice.

[788] Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 73. Abbiamo in questo scritto (forse giovanile) del Machiavelli conservata l'ortografia dell'autografo anche nelle sue diversità.

[789] Salmo LXXIII, versetti 5, 6 e 7.

[790] L'autografo italiano dice: prelati; ma l'originale latino ha invece: praeclari.

[791] Prima lezione, poi cancellata: acciò che dessino loro.

[792] Prima lezione, come sopra: et.

[793] IV Re, cap. VIII, versetto 12.

[794] Qui l'originale latino aggiunge: ut putrefactis cadaveribus, quos adire non poterant, arcente murorum defensione, corporum liquescentium (Vandali) enecarent foetore.

[795] Papianus.

[796] Posui ori meo custodiam, cum consisteret peccator adversum me. Obmutui et humiliatus sum et silui a bonis. Salmo XXXVIII, versetti 2 e 3.

[797] Qui il testo dice invece: atque tractatibus popularibus, quos Graeci Homilias vocant.

[798] Il testo dice: Quarum unam illarum, id est Siciliam, Odoacro Italiae regi postmodum tributario iure concessit.

[799] Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 54. Fu scritta in cifra, trovasi deciferata di mano del Machiavelli, ma accenna a lui come a terza persona, e neppure dallo stile si può credere che sia sua. La diamo solamente perchè ha qualche relazione con le prime due lettere che abbiamo di lui. Vedi il testo, lib. I, cap. I.

[800] Prima era scritto: ti scrivèmo el priore et io; poi è stato cancellato e sostituito: ti scripse.

[801] Nel Quaderno di ricordanze da noi citato (lib. I, cap. I), si trova scritto che nel 1393 Ciango de' Castellani lasciò, fra le altre cose, a Buoninsegna e Filippo di Lorenzo Machiavelli, tutte le ragioni del patronato della pieve di San Piero in Mercato.

[802] Lacune nell'originale, che qui è lacero.

[803] A tergo della lettera è scritto d'altra mano: «O' trovato virum bone conditionis, qui vocatur messer Bartolbleo (sic) Scaranfi, che expedisce gratis, et serviracci senza voler chosa alcuna. Farassi la impretatione; dipoi, avanti si pigli piato, lo consiglereno bene.»

[804] Sebbene io abbia già accennato nel testo alla opinione del mio amico prof. Piccolomini, pure credo utile riportar questa sua lettera, avendo egli speciale conoscenza dei Codici greci del secolo XV.

[805] Carte del Machiavelli, cassetta II, n. 78.

[806] Carte del Machiavelli, cassetta II, n. 77.

[807] Accenna alla lettera precedente, scritta d'ordine dei Dieci lo stesso giorno.

[808] Altro coadiutore nella Cancelleria.

[809] Prima diceva: stratiai io.

[810] Caterina Sforza.

[811] Pel primo corriere.

[812] Carte del Machiavelli, cassetta II, n. 1.

[813] Sono altri ufficiali della Cancelleria.

[814] Intendi: — Raffaello disse.

[815] Intendi: — A proposito d'una certa lettera, mi parlò prima, come per esaminarmi, e poi non mi mandò a dire altro.

[816] Lodovico il Moro.

[817] La Signoria di Venezia, alleata con Francia contro Milano.

[818] Questo verbo è spesso usato dal Buonaccorsi, e significa: guadagnar con modi non sempre corretti. Qui però è usato in senso burlesco.

[819] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 91, a carte 77. In margine l'amanuense scrisse: Exortatoria pulcherrima. Come abbiam detto nel testo, questa e le due lettere seguenti, per molte ragioni, noi le giudichiamo del Machiavelli; non possiamo però affermarlo con tutta certezza, non avendo trovato l'autografo, ma solo la copia fatta nei registri della Cancelleria.

[820] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 91, a carte 81.

[821] In margine è scritto: O quantus moeror!

[822] Qui è scritto in margine: Verba minantia.

[823] Questi è quegli che fu preso e processato in Firenze.

[824] Il testo ha Annòm, e in margine è questa nota: Annon in Longobardia capitur. Certo si tratta di Annone presso Asti. Il BUONACCORSI parla di «Nori castello fortissimo presso Asti,» preso dai Francesi il 17 agosto. Diario, pag. 25.

[825] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 91, a carte 85^t.

[826] I due antecessori s'erano per la malaria ammalati, e uno di essi, Piero Corsini, ne era morto. Successero perciò Paolo Antonio Soderini e Francesco Gherardi. — Cfr. GUICCIARDINI, Storia Fiorentina, cap. XX, pag. 207.

[827] Carte del Machiavelli, cassetta II, n. 75. Il Machiavelli vi scrisse sopra queste parole: Lettera di Pagolo Vitelli, di sua mano, quando e' fu preso. Fu già pubblicata dal signor NITTI, ma con qualche variante. Noi abbiam seguìto fedelmente l'originale.

[828] Archivio di Stato di Venezia, consiglio dei Dieci, Misti, reg. 27, c. 213^t.

[829] Arch. di Stato di Venezia, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 27, c. 215.

[830] Provisori nostro in Tuscia, dice un doc. che precede nello stesso registro.

[831] Così dice il codice, ma è chiaro, anche dalla precedente lettera, che deve dir XL m.

[832] Nella prima edizione di quest'opera, non credetti di dover pubblicare questa lettera, che trovasi fra le Carte del Machiavelli (cassetta I, n. 49), perchè essa era stata già pubblicata, quasi integralmente, dal NITTI, ed io non la credevo autografa del Machiavelli, nè altrimenti sua. Ora però m'induco a stamparla intera, riscontrandola coll'originale, perchè, riesaminandola e facendola riesaminare, ho dovuto persuadermi che la scrittura, sebbene diversa da quella che era solita del Machiavelli, ne serba tuttavia i caratteri fondamentali. La diversità nasce forse dall'essere egli allora assai giovane, e dall'avere, copiando, scritto con molta più cura del solito. Di qui una forma calligrafica, che assai difficilmente si troverebbe in altre sue scritture.

La lettera non ha data, non ha indirizzo di sorta, non ha firma. Si vede però chiaro, che è diretta ad un segretario della Signoria di Lucca, di Siena o d'altro vicino Comune, e che è scritta da un qualche alto ufficiale della repubblica fiorentina, incaricato di aprire e leggere le lettere che venivano intercette. Essa trovasi fra quelle Carte del Machiavelli, che contengono altre lettere e parecchi scritti non suoi, ma pur di sua mano copiati. Esaminandola attentamente, vi si trova più d'una di quelle cancellature e correzioni proprie di chi, copiando, salta qualche parola, e poi se ne avvede e corregge. Ma oltre tutto ciò, e sebbene vi sia la forma propria del tempo, a me riesce assai difficile crederla del Machiavelli, sia per la lingua, sia per lo stile. Mancano la sua chiarezza, la sua vivacità, evidenza ed acume; le idee sono intralciate, incerte, confuse; la forma è quasi sempre pesante, e non poche sono le ripetizioni. Insomma non vi trovo quelle qualità, che s'incontrano in tutte le opere, in tutte le lettere del Machiavelli, di qualunque tempo sieno. Io non sono riuscito a veder nessuna ragione intrinseca, per crederla decisamente di lui; molte invece ne trovo per dubitarne.

[833] Qui accanto, nel margine del manoscritto, incomincia una postilla o giunta, che continua fino al verso in cui sono le parole: preso sia per non pagarlo. Essa ha, in principio ed in fine, il segno [v^], senza che nel corpo della lettera si ritrovi un segno corrispondente. Noi la riportiamo in nota, là dove ci sembra che il senso lo suggerisca.

[834] Prima aveva scritto: li huomini quali e' sieno.

[835] Ecco la postilla marginale: — perchè se vi ricorderà bene, lo exercito fio[re]ntino si adco[stò] ad Pisa sì [gag]liardo et sì [ben]e pagato, et [fece] tale progre[sso] in pochi dì, come dimostrò la fuga m. Piero Gambacorti et la paura vostra, che se la fraude vitellescha non vi intercedeva, nè noi ci dorremmo della perdita, nè voi ve ne rallegreresti. —

Le lettere che abbiamo messe nelle parentesi quadre, mancano nell'originale, per essere corroso alquanto l'orlo del foglio.

[836] Prima aveva scritto: del non pagarlo, saltando le parole: haverlo preso, sia per, come succede qualche volta a chi copia.

[837] Cioè aveva tenuto una compagnia di soldati di gran lunga, a gran pezza, inferiore a quella per cui era pagato.

[838] Forse anche: biasimo, vitupero o simile. Le parole, che qui abbiamo messe tra le parentesi, mancano nell'originale, per essere strappato il cantuccio inferiore, a sinistra del foglio.

[839] Manca nell'originale questa parola, svanita per l'umidità.

[840] Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 7. Solo il principio di questa lettera fu, con qualche variante, pubblicato dal NITTI, op. cit., vol. I, pag. 99.

[841] Stradiotti, com'è noto, erano generalmente Albanesi a cavallo, armati alla leggiera. Qui intende: — impiegati minori.

[842] Dai registri della Cancelleria si vede infatti la molta facilità del Machiavelli nello scrivere lettere. Il gran numero di quelle che son di sua mano, e hanno la data del medesimo giorno, ne è una prova; la rapidità del comporre apparisce dalla forma stessa della scrittura. — Fin qui pubblicò il sig. Nitti.

[843] Un aumento di paga, mentre che era in Francia.

[844] Francesco Della Casa, compagno del Machiavelli nella legazione presso il Re di Francia.

[845] Dopo la firma segue una breve poscritta del Buonaccorsi, senza importanza, e poi una giunta assai lunga d'un altro impiegato della Cancelleria, che si firma Andreas tuus. Questa non contiene nulla di notevole, ed è piena di tali e tante oscenità, che non è possibile pubblicarla.

[846] Non furono citate nel testo; le pubblichiamo, perchè utili a conoscere i tempi e la vita romana d'allora.

[847] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 9.

[848] Sullaturit o syllaturit: fa da Silla, silleggia. Ita syllaturit animus eius, et proscripturit, trovasi in Cicerone.

[849] Una lettera di Roberto Acciaiuoli al Machiavelli (Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 6), in data 4 genn. 1499 (1500, stile nuovo), dice:

«De Iubilei non vi scrivo, perchè son già rinviliati, e dassene pel capo a chi ne vuole, immodo che costui sommamente debba essere commendato, perchè al tempo suo harà scoperto quanto si debbono stimare queste cose, et un altro non c'ingannerà con la superstitione: et io per me ne lo ringratio, che m'ha chiarito una gran posta, et cavatomi d'un gran pensiero, poi che ho visto come nascon queste historie, et quello che hanno sotto; ma son ben contento che mi costino ogni cosa da danari in fora.» È sempre lo stesso scherno.

[850] Il tribunale della Ruota.

[851] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 39.

[852] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 97, a carte 4: autografo del Machiavelli.

[853] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 2: autografo del Machiavelli.

[854] Francesco Soderini, vescovo di Volterra, allora ambasciatore presso il Valentino.

[855] Archivio fiorentino. Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 24: autografo del Machiavelli.

[856] Solevano usare il plurale anche quando il commissario era uno solo.

[857] De la Trémoille.

[858] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a carte 51: autografo del Machiavelli.

[859] Il capitano francese Imbault.

[860] Quest'ultimo paragrafo non è di mano del Machiavelli.

[861] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 101, a c. 134. Il manoscritto di questa lettera somiglia moltissimo a quello del Machiavelli, pure vi sono differenze notabili nel d, b, et, f, ecc. Sono però certamente di mano del Machiavelli le correzioni che vi si trovano.

[862] Era scritto cotesto. Di mano del Machiavelli è stato corretto _q_ª (questa).

[863] Aggiunto di buoni, nell'interlinea, di mano del Machiavelli.

[864] Era scritto: e' prieghi; il Machiavelli corresse: intercessioni. È poi rimasto stati, da correggersi in state.

[865] Qui si legge in margine: di questa libertà, non però di mano del Machiavelli.

[866] Il lettore troverà forse che queste lettere di amici al Machiavelli sono troppe, tanto più che di alcune già ne era noto qualche brano citato nelle biografie. Pure chi vorrà leggerle con attenzione, vedrà che sono assai utili a far conoscere il carattere privato del Segretario fiorentino, e la vita che menava cogli amici dentro e fuori della Cancelleria.

[867] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 12.

[868] Questa parola è abbreviata, e par che dica vostro. Intendi: — Se il Duca è veramente, come si dimostra, amico di voi, che siete nostro oratore, dovrebbe farsi avanti con proposte onorevoli.

[869] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 38.

[870] Marcello Virgilio e Bernardo de' Ricci, del quale ultimo si parla nella seguente lettera del 18 ottobre 1502, scritta dal Buonaccorsi.

[871] Il giorno 18 dello stesso mese scrisse altra lettera in aggiunta a questa, per dirgli che stésse tranquillo, perchè le cose andavano discretamente bene: «et quello vi scrissi in latino ne' dì passati, rogatus feci.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 38.

[872] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 5.

[873] Abbiam dovuto sopprimere il principio di questa lettera, perchè troppo osceno, e scritto con un gergo non sempre intelligibile.

[874] Allude a qualche commissione data e non eseguita, cui accenna vagamente anche nel brano da noi soppresso.

[875] Questa parola è in cifra, come tutte quelle che in queste lettere segniamo con virgolette, ed è di mano del Machiavelli interpretata nell'interlinea, ectione, ma deve essere errore di scrittura.

[876] Un altro ufficiale della Cancelleria.

[877] Intendi — Giacchè fu presa la deliberazione di darmi il danaro chiesto, me lo faccia avere di fatto.

[878] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 6.

[879] Il lucchettone, il lucco.

[880] Qui è al solito una esclamazione indecente, che si sopprime.

[881] Qui non intendiamo a che cosa alluda il Buonaccorsi. La moglie del Machiavelli non poteva ancora aver figli, e molto meno una figlia da marito. Della dote si riparla nella lettera 15, in data 21 dicembre 1502. Ma il gergo dal Buonaccorsi spesso usato ci riesce qui impenetrabile.

[882] L'uno e l'altro coadiutori nella cancelleria.

[883] Si vede chiaro che queste lettere del Buonaccorsi erano scritte a varie riprese, secondo che gli affari della Cancelleria lo lasciavano qualche momento libero.

[884] Deliberazione di pagamento, oltre il salario, alla quale allude anche nella lettera precedente.

[885] Cioè: — Quando avrete speso i danari avuti nel partire, non chiedete stanziamento. Vi farete poi pagare quello che dimostrerete avere speso di più. — Il Machiavelli però ebbe subito altri danari.

[886] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 30.

[887] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 41.

[888] Alessandro di Rinaldo Bracci, il quale era stato altra volta inviato a Roma, vi tornò adesso, come già notammo, in qualità di mandatario. Gianvittorio Soderini, fratello del Gonfaloniere, era stato eletto ambasciatore; ma, trovandosi indisposto, partì solo il 7 dicembre, ed allora restò a Roma anche il Bracci come segretario.

[889] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 42.

[890] Specie d'imposta, sotto forma di prestito, che veniva restituita a rate, almeno in parte.

[891] Sopperire.

[892] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 7.

[893] Intendi: — Nel rispondermi è meglio non tocchiate questo soggetto. — Il Buonaccorsi temeva che le sue lettere fossero vedute da altri.

[894] Il Machiavelli, come notammo, era stato inviato al Valentino dai Dieci, senza essere eletto dagli Ottanta.

[895] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 3.

[896] Intendi: — Gl'impiegati sbucano, escono dall'ufficio.

[897] Aveva il dì 1º novembre scritto d'avere ricevuto per lui 30 ducati, che teneva a sua disposizione. Non s'era però fatto stanziamento per essi. Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 1.

[898] La moglie del Buonaccorsi.

[899] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 4.

[900] Si facevano sugli onorari ritenute, le quali rendevano il valore reale assai inferiore al nominale.

[901] In altra lettera dice, che questo velluto era stato alla porta della Città tolto a colui che lo portava.

[902] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 32.

[903] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 8.

[904] Intendi: scemare i salarî.

[905] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 15.

[906] Allude di nuovo alla temuta diminuzione de' salarî, di cui parla nelle lettere antecedenti.

[907] In due lettere del dì 8 novembre, il Machiavelli aveva insistito sulle grandi premure fatte dal Duca per venire ad accordo coi Fiorentini. I Dieci avevano il 15 novembre, il giorno stesso cioè in cui scriveva il Buonaccorsi, risposto che non era possibile venire ad accordi come quelli desiderati dal Duca. Vedi la lettera dei Dieci nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 178. Il significato delle parole del Buonaccorsi ci par, presso a poco, questo: — Voi, caro Niccolò, l'avete sbagliata, se credete d'aver fatto conclusione favorevole al Duca. La risposta dei Dieci che parte oggi v'intorbida tutto. Siete uno sciocco, se credete che noi vogliamo sforzarci tanto per venire poi alla penitenza con lui.

[908] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 16.

[909] Il Buonaccorsi aveva scritto: saldo proposito; ma poi cancellò la parola saldo.

[910] Qui segue una delle solite esclamazioni indecenti.

[911] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 17.

[912] Il Gonfaloniere infatti scriveva il 21 dicembre al Machiavelli, che gli si mandava del danaro per ora, promettendo che sarebbe stato richiamato, quando si fosse visto chiaro che via pigliavano le cose. Vedi la lettera nelle Opere (P. M.), vol. IV, pag. 219. Una lettera d'Alamanno Salviati al Machiavelli, in data 24 dicembre 1502, dice: «Toccante la licentia vostra, non credo ne siate compiaciuto per al presente. La causa v'intendete benissimo, che questi Signori non sono per lasciare cotesto Signore senza uno loro uomo. E l'essere voi absente non credo abbia a tòrvi favore per la vostra rafferma, sì perchè e' portamenti vostri sono suti e sono di qualità che più presto havete a essere pregato che pregare altri, tanto più quanto siate fuori per cose pubbliche, ed in luogo di non poca importanza.» Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 54.

[913] Foro nell'originale.

[914] Imbroncito.

[915] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 18.

[916] Allude all'eccidio di Sinigaglia.

[917] 1502 secondo lo stile fiorentino, 1503 secondo lo stile nuovo.

[918] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 103, a c. 172: autografo del Machiavelli.

[919] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 107, a c. 24^t: autografo del Machiavelli.

[920] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 107, a c. 47^t: autografo del Machiavelli.

[921] Archivio di Modena, Cancelleria Ducale, Dispacci da Roma, busta 13.

[922] Il giovedì mattina.

[923] Nel Giustinian non troviamo che don Micheletto comandasse le navi pontificie, ma solo le armi di terra, e più specialmente quelle del Valentino.

[924] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 107, a c. 171^t: autografo del Machiavelli.

[925] Caterina Sforza, già signora di Forlì.

[926] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 21.

[927] Allude alla lettera scritta dai Dieci il dì 14 novembre 1503, che trovasi pubblicata nelle Opere (P. M.) del Machiavelli, vol. IV, pag. 361.

[928] Intendi: — Ogni volta che ne ricordate solo il nome in una vostra lettera, si crede subito che egli vi sia troppo accetto, che vogliate favorirlo, perchè ora qui bisogna dirne solo male, e non mai bene.

[929] Qui come altrove le virgolette indicano le parole in cifra. Il deciferato, quando non è del Machiavelli, è ricavato dalle Chiavi dei cifrarî diplomatici esistenti nell'Archivio Fiorentino, e compilate da Pietro Gabrielli già ivi archivista.

[930] Sembra un'allusione scherzevole al bimbo del Machiavelli.

[931] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 23.

[932] Il cardinal Soderini.

[933] Al battesimo del bimbo.

[934] Carte del Machiavelli, cassetta III, n. 26.

[935] Intendi: — non so che debba venire io.

[936] Desidera.

[937] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a c. 89^t: autografo del Machiavelli.

[938] Aguti, chiodi.

[939] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a c. 152^t: autografo del Machiavelli.

[940] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a c. 156: autografo del Machiavelli.

[941] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 112, a c. 157^t: autografo del Machiavelli.

[942] Intendi: — Scorciandosi le giornate, per l'avanzarsi della stagione.

[943] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 113, a c. 211^t: autografo del Machiavelli.

[944] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a c. 23: autografo del Machiavelli.

[945] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a c. 151: autografo del Machiavelli.

[946] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a c. 141^t: autografo del Machiavelli.

[947] Intendi: — Il Signore di Piombino avere sollecitato Consalvo.

[948] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a c. 171^t: autografo del Machiavelli.

[949] Istia d'Ombrone.

[950] Archivio fiorentino, Cl. X, dist. 3, n. 116, a c. 191^t: autografo del Machiavelli.

[951] Questo segno indica che la lettera era venuta per staffetta.

[952] In margine è scritto: Per Δ_, ad ore 2-1/2, al Console._ È questa l'indicazione dell'ora in cui doveva, per staffetta, partire questa risposta. Console sarebbe il nome del corriere.

[953] Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 11.

[954] La lettera scritta lo stesso giorno dal governatore E. Bentivoglio, molto più breve e lacera in diversi punti, dà assai minori ragguagli della rotta. L'abbiamo citata a suo luogo.

[955] Pubblichiamo queste lettere, perchè, oltre le notizie politiche che contengono, dimostrano chiaro come, anche lontano da Firenze, l'animo del Machiavelli fosse allora rivolto sempre alle cure della nuova milizia.

[956] Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 103.

[957] Questo segno è messo generalmente invece della parola staffetta.

[958] Le parole o lettere, qui e appresso, poste in parentesi quadra, sono supplite, essendo in quei luoghi rotta la carta nell'originale.

[959] Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 105.

[960] Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 81.

[961] Cioè: — all'Imperatore.

[962] Qui il decifrato è di mano del Machiavelli.

[963] In una strisciolina di foglio, attaccata poco sopra all'indirizzo, è scritto: Bernardo Nasi è de' dieci in cambio del Guicciardino.

[964] Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 83.

[965] Carte del Machiavelli, cassetta IV, n. 84.

[966] Alamanno Salviati, che non era amico del Soderini, e quindi neppure del Machiavelli, sebbene questi gli avesse nel 1504 dedicato il Decennale Primo, come vedemmo.

[967] Anche in questa lettera il decifrato è di mano del Machiavelli.

[968] Intendi: — Prima del tempo in cui vengono confermati in ufficio gl'impiegati della Cancelleria.

[969] Ducato di Geldern.

[970] L'autografo di questo scritto si trova nelle Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 78. Non fu stampato in nessuna edizione delle Opere; ma venne come dicemmo nella nota a pag. 506, pubblicato in opuscolo per nozze, prima dal Ghinassi, poi più correttamente dal prof. D'Ancona.

[971] Qui l'autografo ha queste parole, poi cancellate: Et ne havete già cinquecento in campo. Al già fu poi dall'autore stesso sostituito mandati.

[972] Lo scritto finiva con contado. Seguono due cancellature (Vale, Vale); poi: et che sono cominciati.

Nella coperta trovansi, pur di mano del Machiavelli, queste parole: «1512. La cagione dell'Ordinanza, dove la si truovi, et quel che bisogni fare. Post res perditas.» La data 1512, e la nota finale, post res perditas, furono scritte d'altro inchiostro, e quindi più tardi, quando cioè la Repubblica era caduta.

[973] L'asterisco indica che il documento è autografo del Machiavelli.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.

Le correzioni indicate a pag. 648 ("Errata Corrige") sono state riportate nel testo.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us