← Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I (part 2 of 3)

Part 2 of 3 · Villari, Pasquale · Public domain text

About this edition

Source: Project Gutenberg e-text #61704, public domain in the United States · text not rewritten or summarized · How RedLectern is built

 

Contents (3)

Continue:

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I (part 2 of 3)

Ben presto cominciavano più gravi pensieri da un altro lato. Il Valentino, impedito dagli ordini di Francia d'assalire Bologna, si rivolgeva verso la Toscana, ed insignoritosi di Brisighella, chiave della Val di Lamone, s'era, con l'aiuto di Dionigi Naldi,[462] uomo d'armi e di gran parentado colà, messo in grado di disporre di tutto quel paese. Egli chiedeva, minaccioso, libero passaggio attraverso il territorio della Repubblica, dicendo di volersene coi suoi tornare a Roma. Ed i Fiorentini, che sapevano con chi avevano da fare, mandarono a lui Piero Del Bene suo amico privato, mandarono un commissario di guerra sul confine a Castrocaro, ed uno speciale inviato a Roma, per informare di tutto l'ambasciatore francese: apparecchiarono nello stesso tempo 20,000 ducati[463] da spedirsi a Luigi XII, per averlo, come l'ebbero difatti, più decisamente favorevole. Intanto mille voci diverse correvano per tutto. I Senesi ed i Lucchesi mandavano continui aiuti a Pisa, dove Oliverotto da Fermo, soldato del Valentino, era entrato con alcuni cavalieri; i Vitelli aiutavano i Panciatichi a vendicarsi dei loro nemici. Da ogni parte erano noie e pericoli. Bisognava subito provvedere, ed il Machiavelli sembrava moltiplicarsi, scrivendo lettere, dando ordini ai capitani, ai commissari, ai magistrati.[464] Fortunatamente però arrivarono avvisi di Francia, che promettevano sicuro aiuto, e così la Repubblica fu nel maggio assai più tranquilla.

Ma il Valentino non si fermava. A Firenze infatti venne la nuova che gli Orsini ed i Vitelli minacciavano già al confine; che un tal Ramazzotto, vecchio amico dei Medici, s'era presentato a Firenzuola, chiedendo la terra in nome del Duca e di Piero de' Medici.[465] E per questi fatti gli animi si sollevarono in modo, che si parlava perfino di creare una Balìa con pieni poteri,[466] cosa che poi non si fece; pure si pigliarono i necessarî provvedimenti a difendere la Città da un improvviso assalto. Si posero nei dintorni alcuni comandati, fatti venire dal Mugello e dal Casentino, sotto l'abate don Basilio; ne vennero anche dalla Romagna; altre genti furono messe dentro le mura. Il Machiavelli era l'anima di questi movimenti d'armati, e se ne occupava con un ardore singolarissimo in un uomo di lettere. Ma egli aveva, contro l'opinione prevalente allora, perduto ogni fede nelle armi mercenarie; questi comandati gli parevano il germe d'una milizia nazionale, chiamata a difendere la patria nel modo stesso che facevano gli antichi Romani, e ciò bastava a tener viva la sua fede, il suo entusiasmo.

Dopo di ciò si mandarono ambasciatori al Duca, invitandolo a passar pure se voleva; ma alla spicciolata, senza gli Orsini ed i Vitelli. Egli s'avanzò sdegnato pel Mugello, dove i suoi soldati venivano insultando e saccheggiando le terre; onde l'irritazione popolare andò sempre più crescendo nella Città e nella campagna, gridandosi per tutto contro la «pazienza asinina» dei magistrati, i quali dovettero durare grandissima fatica ad impedire una sollevazione generale contro quell'esercito di predoni.[467] Il Duca finalmente, vedendo la mala parata, e sapendo che i Fiorentini adesso erano davvero protetti dalla Francia, dichiarò di volere stringere con essi sincera amicizia, mediante una condotta in qualità di loro capitano. Aggiungeva però che dovevano lasciargli libero il passo per andare alla sua impresa contro Piombino, e dovevano anche mutare la forma del governo, richiamando Piero dei Medici, affinchè si potesse esser sicuri delle loro promesse. Di fronte a queste pretese, i Fiorentini prima di tutto armarono altri mille uomini in Città, ordinando maggiore diligenza e buona guardia per ogni dove; risposero poi che, quanto all'impresa di Piombino, continuasse pure il suo viaggio; ma quanto al dovere essi mutare governo, non ne ragionasse neppure, che non era affar suo, e dei Medici nessuno voleva più sapere in Firenze. Il Valentino allora, non aggiungendo altro, arrivato che fu a Campi, fece sentire che si contentava d'una condotta di 36,000 ducati l'anno per un triennio, senza obbligo d'effettivo servizio, pronto però ad ogni richiesta, con 300 uomini d'arme, in caso di bisogno. In sostanza, non potendo ormai sperare altro, voleva almeno, secondo il solito, danari. Ed i Fiorentini, per farlo una volta partire, firmarono il 15 maggio 1501 la convenzione con cui gli concedevano la condotta, e fermavano alleanza perpetua fra le due parti.[468] Essi in verità speravano di non dargli neppure un soldo, ed il Duca, che se n'era avvisto, accettava nonostante i patti, perchè, non avendo il danaro, avrebbe, in tempo più opportuno, trovato facile pretesto a nuove aggressioni. Intanto continuava il suo cammino saccheggiando, e giungeva a Piombino il 4 giugno. Ivi non potè far altro che pigliare qualche terra vicina e l'isola di Pianosa; passò poi, sopra alcune navi mandate dal Papa, nell'isola d'Elba.[469] Ma di là fu subito richiamato, per accompagnare i Francesi, che tornavano alla guerra nel Napoletano; e così, lasciate ben difese le poche terre conquistate, se ne andò in fretta a Roma, dove entrò come un trionfatore, sebbene le sue imprese fossero state più di predatore che di capitano.

Ma se la guerra nel Reame liberava la Repubblica dalla presenza del Valentino, essa le recava pure altri danni e pensieri. L'esercito francese forte di 1000 lance e 10,000 fanti, di cui 4000 erano Svizzeri, senza tener conto di più che 6000 uomini, i quali venivano per mare, s'avanzava diviso in due parti, l'una delle quali passava, col maggior numero delle artiglierie, per Pontremoli e Pisa; l'altra, discendendo da Castrocaro, doveva traversare quasi tutta la Toscana. Al che s'aggiungeva, che soldati spicciolati del Valentino con Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Vitelli ed altri capitani, venendo alla coda, sarebbero andati al solito predando, o entrati in Pisa, avrebbero aiutato i ribelli. Bisognò dunque scrivere ai Commissarî e Podestà, perchè apparecchiassero vettovaglie agli uni, si difendessero dagli altri; bisognò con 12,000 ducati soddisfare alle continue domande dei Francesi, fatte sempre col pretesto delle paghe dovute agli Svizzeri, che tanto male avevano servito la Repubblica.[470] Il Machiavelli s'adoperò a tutt'uomo in queste faccende, e finalmente, come Dio volle, l'esercito abbandonò la Toscana ed entrò nello Stato del Papa. A questo allora solamente fu reso noto il trattato segreto concluso in Granata fra i re di Spagna e di Francia, ed egli col suo solito cinismo promise l'investitura ai due sovrani.

Arrivati i Francesi al confine napoletano, l'infelice Federico raccoglieva le sue poche genti, avendo già messo ogni speranza d'aiuto nella Spagna, il cui esercito era comandato dal valoroso Consalvo di Cordova. Ma questi allora appunto dichiarò che doveva ricusare i feudi nel Napoletano, perchè i suoi doveri di capitano di Spagna non si conciliavano più con quelli di vassallo di Federico. Così il misero Re si trovò senza aiuti, ed il Reame fu in breve tempo tutto occupato da stranieri. Solo Capua resistette ai Francesi, e fu presa d'assalto nel mese di luglio, messa crudelmente a sacco, perdendovi la vita da settemila persone. Il Guicciardini afferma, che neppure le vergini nei chiostri poterono sfuggire alla libidine dei soldati, che molte donne si gettarono disperate nel Volturno, altre si ricoverarono in una torre. Colà il Valentino, che aveva seguìto l'esercito colla sua guardia, ma senza comando effettivo, e s'era nel saccheggio abbandonato ad ogni eccesso, avrebbe, secondo lo stesso scrittore, voluto vederle per sceglierne quaranta delle più belle. Il 19 agosto i Francesi entrarono in Napoli, e poco dopo Federico cedette interamente al loro Re, che gli diè in Francia il Ducato d'Angiò con 30,000 scudi di rendita. Ivi egli morì il 9 settembre 1504; i suoi figli lo seguirono ben presto nella tomba l'un dopo l'altro, e con essi s'estinse la casa aragonese di Napoli. Consalvo aveva intanto, senza trovare resistenza, preso la parte del Reame che spettava alla Spagna. Se non che, il trattato di Granata era stato, forse non a caso, scritto in maniera da dar luogo, nella divisione, a diverse interpretazioni. Ben presto fu chiaro infatti che l'uno o l'altro dei due sovrani doveva restare padrone di tutto, e che la decisione finale spettava alle armi. Nondimeno fra gli eserciti si venne allora ad un temporaneo accordo, amministrando in comune le province soggette a disputa.

Ed ora le genti del Valentino entravano il 3 di settembre in Piombino, donde l'Appiano fuggiva, e dove nel febbraio veniva il Papa stesso col figlio a vedere i disegni delle fortezze, che questi voleva costruire colà.[471] Così i Fiorentini si trovavano da capo col temuto nemico alle porte, mentre che i Lucchesi ed i Pisani si mostravano sempre più audaci, e la Francia tornava a dimostrarsi poco benevola, sebbene, dopo averle pagato 30,000 ducati per gli Svizzeri, si trattasse ora di pagargliene ancora da 120 a 150 mila, in tre o quattro anni, sempre con la solita vana promessa di restituire Pisa.[472] Mentre tutto ciò teneva la Repubblica in sempre maggiori strettezze, e rendeva sempre più impopolari i Dieci, da Pistoia si chiedevano nell'ottobre pronti aiuti, perchè la città era di nuovo lacerata dal furore delle parti, e nessun ordine di governo vi era possibile. Il Machiavelli, che già era stato ripetutamente inviato colà, vi fu ora, nel mese d'ottobre, mandato altre due volte, per portare ordini, e suggerire, tornando, i necessari provvedimenti così ai Dieci come alla Signoria.[473] E questa faceva poi da lui stesso scrivere, che unico rimedio era pensare adesso a riordinare il governo e l'amministrazione della città, facendovi subito tornare i Panciatichi, per pensare più tardi al contado, ove i guai erano anche maggiori.[474] In questi mesi, tra le molte lettere, ordini ed istruzioni, egli scrisse ancora, nella sua qualità di segretario, una breve relazione dei fatti seguìti in Pistoia, per dare ai magistrati una più chiara idea di tutto.[475] Di siffatte relazioni o narrazioni di quello che avveniva nel territorio della Repubblica, se ne compilavano allora molte nella cancelleria dei Dieci e della Signoria, e questa del Machiavelli, scrittura d'ufficio come le altre, non ha neppur essa maggiore importanza.

Calmati appena i torbidi di Pistoia, si sentiva nel maggio 1502 che Vitellozzo e gli Orsini s'avanzavano nella Val di Chiana, seguìti a poca distanza dal Valentino. E Massimiliano, volendo venire in Italia a prendere la corona, chiedeva ai Fiorentini, col solito pretesto di far guerra al Turco, 100,000 ducati, di cui 60,000 subito. Questi danari non furono dati; ma colla Francia bisognò bene obbligarsi a pagarle in tre anni 120,000 ducati, secondo un trattato d'alleanza, concluso il 12 aprile 1502, col quale il Re prometteva di difendere la Repubblica e mandarle 400 lance ad ogni richiesta.[476] Tutto questo però non bastava punto a fermare il Valentino, che invece lentamente s'avanzava, e intanto s'era talmente esausta di danari la Repubblica, che non si poteva più ricorrere a nuove gravezze, essendosi già messa perfino la Decima scalata, che differisce poco da quella che noi oggi chiamiamo imposta progressiva.[477] Così la guerra di Pisa dovè restare come sospesa, e restringersi solo a dare il guasto nel contado. I cittadini perciò furono da capo tanto scontenti dei Dieci, che di nuovo tornarono a non eleggerli, affidando le cose della guerra ad una commissione scelta dalla Signoria, il che le fece subito andare di male in peggio.[478] I Pisani infatti s'avanzarono impadronendosi di Vico Pisano, e continuarono le trattative iniziate nello scorso dicembre col Papa e col Valentino, per formare uno Stato indipendente, che arrivasse fino al mare, e ripigliasse dall'altro lato le terre occupate dai Fiorentini, coi quali non volevano in nessun modo far mai pace o tregua. Il Valentino avrebbe avuto il titolo di duca di Pisa, e il Ducato sarebbe stato ereditario; verrebbe conservato l'antico magistrato degli Anziani, e uno dei Borgia sarebbe nominato arcivescovo della città.[479] Questi disegni restarono senza effetto, ma bastavano a mettere in pensiero i Fiorentini, a danno dei quali i Borgia cercavano sollevare nemici in tutta Italia, dicendo ora di volerla unire in lega contro gli stranieri in genere ed i Francesi in particolare.

Intanto Vitellozzo era già presso Arezzo, con manifesta intenzione di sollevarla, ed il Valentino se ne stava a poca distanza, con la simulata apparenza di non pigliar nessuna parte a ciò che uno dei suoi proprî capitani faceva.[480] Firenze, non potendo ora disporre di nessuna forza, spedì in gran fretta, come commissario di guerra, Guglielmo dei Pazzi, che era padre del vescovo d'Arezzo. Ma il commissario non era appena giunto colà, che il popolo si levò a tumulto (4 giugno), e dovettero, padre e figlio, chiudersi nella fortezza insieme col capitano fiorentino. Vitellozzo allora entrò con centoventi uomini d'arme e buon numero di fanti, seguìti subito da Giovan Paolo Baglioni, altro capitano del Valentino, con cinquanta uomini d'arme e cinquecento fanti. Per riparare a questi pericoli, Firenze richiese dalla Francia le 400 lance promesse, anzi mandò Piero Soderini a Milano, per farle addirittura partire. Le genti del campo di Pisa ebbero intanto ordine d'avanzarsi per la Val di Chiana, dove fu mandato commissario, con ufficio di capitano, Antonio Giacomini Tebalducci, il quale, datosi da qualche tempo al mestiere dell'armi, aveva già cominciato a provare alla Repubblica quanto i capitani proprî valessero più dei mercenarî.[481] Ed il Machiavelli, che a lui continuamente doveva scrivere, ne seguiva i passi, e continuava le sue osservazioni, maturando le proprie idee sulla milizia nazionale. Ma le cose precipitavano, perchè la cittadella d'Arezzo, dopo una resistenza di 14 giorni, dovette arrendersi prima di poter ricevere aiuto dagli uomini partiti dal campo di Pisa, i quali perciò ebbero dai Dieci, nuovamente eletti, ordine di ritirarsi a Montevarchi, ora che i nemici, ingrossati in Arezzo, occupavano tutta la Val di Chiana, e Piero dei Medici col fratello s'era già unito ad essi.[482]

I Fiorentini, com'è facile immaginarlo, aspettavano ansiosissimi gli aiuti di Francia, per uscire dall'imminente pericolo, quando il Valentino (19 giugno) chiese che gl'inviassero persona con cui conferire; ed essi mandarono subito Francesco Soderini vescovo di Volterra, accompagnato dal Machiavelli. Il Duca trovavasi in Urbino, di cui s'era a tradimento impadronito; e l'infelice Guidobaldo di Montefeltro aveva potuto appena, con una fuga precipitosa su pei monti, salvare la propria vita, dopo che s'era creduto amico dei Borgia, e li aveva aiutati colle sue genti, il che era valso invece a fargli torre improvvisamente lo Stato. Il Machiavelli restò in compagnia del Soderini qualche giorno solamente, per tornare subito in Firenze, a ragguagliare a voce i Signori. E però solo i due primi dispacci di questa legazione sono scritti da lui, sebbene anch'essi firmati dal vescovo Soderini. Nel secondo, che ha la data di Urbino 26 giugno, ante lucem, si trova descritto un ritratto del Valentino, che dimostra chiaro come questi avesse già lasciato una profonda impressione sull'animo del Segretario fiorentino. Furono ricevuti la sera del 24, a due ore di notte, nel palazzo in cui il Duca si trovava con pochi de' suoi, tenendo la porta sempre serrata e ben guardata. Egli disse di volere ormai uscire da ogni incertezza coi Fiorentini, ed essere loro amico o nemico vero. Quando non accettassero la sua amicizia, sarebbe scusato con Dio e cogli uomini, se avesse cercato d'assicurare in qualunque modo il proprio Stato, che confinava col loro per sì lungo tratto. «Io voglio avere esplicita sicurtà, chè troppo bene conosco come la città vostra non ha buono animo verso di me, anzi mi lascerà come un assassino, ed ha cerco già di darmi grandissimi carichi con il Papa e col re di Francia. Questo governo non mi piace, e dovete mutarlo, altrimenti se non mi volete amico, mi proverete nemico.» Gl'inviati risposero che Firenze aveva il governo che desiderava, e nessuno poteva in Italia vantarsi di serbar meglio la fede. Che se il Duca voleva davvero esserle amico, poteva provarlo subito, facendo ritirare Vitellozzo, che in fine era suo uomo. A questo egli disse, che Vitellozzo e gli altri operavano per proprio conto, sebbene a lui non dispiacesse punto che i Fiorentini ricevessero, senza sua colpa, una buona e meritata lezione. Nè altro fu possibile cavarne, onde gli ambasciatori scrissero subito, parendo loro che importasse assai far conoscere con quale intenzione erano stati dal Duca invitati, tanto più che «il modo del procedere di costoro è di essere altrui prima in casa che se ne sia alcuno avveduto, come è intervenuto a questo Signore passato,[483] del quale si è prima sentito la morte che la malattia.»

Il Duca aveva detto ancora che della Francia era sicuro, e lo stesso fece ripetere loro dagli Orsini, i quali non solo lasciarono capire che l'impresa di Vitellozzo era fatta di comune accordo, ma aggiunsero che tutto era in ordine per invadere subito la Toscana con 20 o 25 mila uomini, che gli oratori però valutavano a 16 mila solamente. «Questo Signore,» concludeva la lettera, «è tanto animoso, che non è sì gran cosa che non li paia piccola, e per gloria e per acquistare Stato mai si riposa, nè conosce fatica o pericolo; giugne prima in un luogo, che se ne possa intendere la partita donde si lieva; fassi ben volere a' suoi soldati; ha cappati i migliori uomini d'Italia, le quali cose lo fanno vittorioso e formidabile, aggiunto con una perpetua fortuna.» Ma il fatto era, che egli sapeva che i Francesi venivano in aiuto de' Fiorentini, che voleva perciò stringere subito in ogni modo. Infatti a tre ore della notte dal 25 al 26, quando gli oratori avevano già parlato cogli Orsini, li fece chiamare di nuovo, per dire loro che voleva una pronta risposta dalla Signoria, nè fu possibile ottenere un indugio maggiore di quattro giorni. E però la lettera,[484] finita all'alba, partì subito con un corriere espresso, cui teneva dietro il Machiavelli stesso, che altro non aveva ora da fare colà. Egli se ne tornava con l'animo pieno d'una strana ammirazione per questo nemico della sua patria, ammirazione che era stata in lui alimentata da quella che già aveva pei Borgia anche il vescovo Soderini.[485] Questi restò presso il Duca, che faceva ogni giorno maggiori premure e minacce, a cui però i Fiorentini davano assai poca retta, perchè sapevano che già erano in via gli aiuti francesi.

E per la medesima ragione, al Giacomini, che aveva dato prova d'un coraggio, d'un'attività maravigliosa, e scriveva che, se gli mandavano 3000 fanti e mille comandati, sentivasi in grado d'assalire i nemici, rispondevano, ai primi di luglio, che si contentasse di stare sulla difensiva; giacchè erano in via le artiglierie e 4000 Svizzeri mandati dalla Francia; che bisognava subito dar loro le paghe, e non era perciò prudente impegnare la Repubblica in nuove spese, tanto più che il Valentino già abbassava le ali.[486] E lo stesso ripetevano nei giorni successivi.[487] Il 24 luglio il Re scriveva da Asti, che sarebbero arrivati uomini a piè ed a cavallo, con sufficienti artiglierie, capitano La Trémoille: si tenessero pronte le paghe e le vettovaglie.[488] E ben presto il capitano Imbault presentavasi con pochi soldati ad Arezzo, dove Vitellozzo venne subito a patti, che furono di rendere tutte le terre, eccetto la città stessa, nella quale egli si trovava, e dove gli fu concesso di restare con Piero dei Medici fino al ritorno del cardinale Orsini, andato a trattar direttamente col Re. Ma anche questa concessione, che ai Fiorentini parve giustamente indecorosa,[489] venne poi ritirata, perchè il Papa stesso e il Duca, gettando la colpa d'ogni cosa su Vitellozzo e sugli Orsini, che odiavano a morte, li abbandonarono; nè dei Medici in sostanza si curavano molto, appunto perchè amici e parenti degli Orsini.[490] S'impegnarono inoltre ad aiutare la Francia nella impresa di Napoli.[491] E i Fiorentini, ottenuto che al capitano Imbault, il quale li aveva scontentati, succedesse il De Langres,[492] riebbero subito dopo tutte le loro terre, come annunziavano ai sudditi con lettera del 28 agosto, ordinando ancora pubbliche feste.[493]

Il Machiavelli fu mandato, verso la metà d'agosto, al campo francese, per accompagnare il De Langres e raccogliere notizie a carico dell'Imbault; ma tornò subito al suo ufficio, essendo stati mandati in Arezzo Piero Soderini e Luca degli Albizzi, uomini autorevolissimi, con incarico di riordinare la terra appena sedata la ribellione, e fare che il De Langres non partisse troppo presto, non potendo i Fiorentini disporre delle loro forze, occupate contro i Pisani che s'avanzavano dall'altro lato.[494] Dalla cancelleria intanto egli scriveva al Soderini, che si affrettasse a mandare in Firenze, prima che i Francesi partissero, tutti quegli Aretini, «che tu giudicherai, o per cervello o per animo o per bestialità o per ricchezza, potere trarsi dreto alcuno, e penderai più presto in mandarne più venti che manco uno, senza avere rispetto nè al numero nè a rimanere vota la terra.»[495] L'11 ed il 17 settembre lasciò di nuovo l'ufficio per far due corse ad Arezzo, a fin di vedere da sè lo stato delle cose, e provvedere alla partenza dei Francesi, che erano ormai decisi ad andarsene.[496]

Per fortuna tutto riuscì discretamente bene, ed egli che già da un pezzo meditava sulle faccende politiche, non solo come semplice segretario, ma più ancora come uomo di studio e di scienza, cercando sempre indagar le cagioni dei fatti, che raccoglieva e coordinava poi nella sua mente, sotto norme e principî generali, compose, dopo l'esperienza avuta delle cose d'Arezzo, il suo breve scritto: Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati.[497] È un discorso che l'autore suppone di fare ai magistrati della Repubblica, ma non fu compilato per obbligo d'ufficio nella segreteria; è anzi addirittura il primo tentativo per sollevarsi dalla pratica burocratica di tutti i giorni, alle sommità della scienza. E noi possiamo fin d'ora cominciare a vedere in germe i grandi pregi e i difetti che più tardi ritroveremo nelle opere maggiori del Machiavelli. Ciò che prima di tutto qui ferma la nostra attenzione, è il modo singolare con cui nella mente dello scrittore si trovano fra loro innestati l'esperienza dei fatti veduti, i giudizî che si era andato formando sulle azioni degli uomini da lui conosciuti, tra cui non ultimo il Valentino, con una straordinaria ammirazione dell'antichità romana, la quale sembra essere per lui quasi l'unico anello che congiunga le osservazioni raccolte di giorno in giorno con le generalità della sua scienza ancora incerta. — Paragonando, egli dice, quello che oggi succede con quello che in simili casi è seguito e s'è fatto a Roma, possiamo arrivare a capire quello che dovremmo fare noi, giacchè gli uomini in sostanza sono sempre gli stessi, hanno le medesime passioni, e però quando le condizioni sono identiche, le medesime cagioni portano i medesimi effetti, e quindi gli stessi fatti debbono suggerire le stesse regole di condotta.

Certo il ricorrere all'antichità ed alla storia per cercare, paragonandole coll'esperienza del presente, i principii che regolano l'andamento delle azioni umane, e debbono guidare i governi, era a quei tempi un pensiero ardito ed originale. Ma se la storia ci espone la successione delle umane vicende, essa anche ci dimostra che l'uomo e la società mutano di continuo, e però norme assolute ed immutabili difficilmente si possono trovare. Ed in verità, se bene si osserva, quantunque essa sia l'esemplare, il modello a cui di continuo ricorre il Machiavelli, pure assai spesso gli serve solo a dare maggiore autorità, o a fornirgli la dimostrazione di quelle massime che a lui, in sostanza, erano state già suggerite dalla esperienza. Ed in ciò si può trovare la prima sorgente di molti suoi pregi e difetti. Non essendo ancora riuscito a veder chiaro il processo, secondo cui dal passato risulta un presente sempre diverso, e pure ad esso intrinsecamente unito; non essendo ancora abbastanza sicuro del suo metodo, per cavare con rigore scientifico principii generali dai fatti particolari, tra gli uni e gli altri poneva l'antichità, la quale doveva riuscire un legame artificiale, ogni volta che era chiamata solo a dimostrare ciò, di cui egli s'era già innanzi persuaso. Tuttavia in questo suo primo tentativo noi vediamo assai chiaro, come solo salendo, direi quasi, sulle spalle di essa, a lui riuscisse, stanco com'era delle minute faccende di tutti i giorni e d'una politica di piccoli ripieghi, sollevarsi in un mondo superiore. Ivi portato e sospinto dalla potenza della sua analisi, dal suo genio, da una fantasia irrequieta, tentava creare una scienza nuova, non senza cadere qualche volta in eccessi, che nei suoi scritti non scomparvero mai del tutto, e che più tardi gli furono rimproverati anche dal Guicciardini, il quale lo accusò di amare troppo «le cose e modi estraordinarî.»

Ecco adunque come egli incomincia il suo discorso. «Lucio Furio Camillo, dopo aver vinto i popoli ribelli del Lazio, entrò in Senato e disse: Io ho fatto quello che si poteva colla guerra; ora tocca a voi, Padri Coscritti, sapervi stabilmente assicurare per l'avvenire dei ribelli. Ed il Senato perdonò generosamente ai vinti, facendo solo eccezione per le città di Veliterno e di Anzio. La prima fu demolita, e gli abitatori mandati a Roma; nella seconda si mandarono invece abitatori nuovi e fedeli, dopo aver distrutto le sue navi, proibito di costruirne altre. E ciò perchè i Romani sapevano che bisogna sempre fuggire le vie di mezzo, e guadagnarsi i popoli coi benefizî, o metterli nella impossibilità di offendere.» «Io ho sentito dire che la istoria è la maestra delle azioni nostre, e massime de' principi,[498] e il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri e chi serve volentieri, e che si ribella ed è ripreso.» «Si può dunque approvare la condotta da voi tenuta coi popoli della Val di Chiana in generale; ma non quella tenuta in particolare cogli Aretini, che si sono sempre ribellati, e che voi non avete saputo nè beneficare nè spegnere, secondo l'esempio romano. Non avete infatti beneficato gli Aretini, ma li avete tormentati col chiamarli a Firenze, toglier loro gli onori, vendere i loro possessi; nè ve ne siete assicurati, perchè avete lasciato in piedi le loro mura, lasciato in città i cinque sesti degli abitatori, non mandato altri che li tengano sotto. E così Arezzo sarà sempre pronta a ribellarsi di nuovo, il che non è cosa di poco momento, perchè Cesare Borgia è vicino, e cerca formarsi uno Stato forte col pigliare anche la Toscana. E i Borgia non vanno coi rispetti e colle vie di mezzo. Il cardinal Soderini, che li conobbe assai, più volte mi ha detto che fra le altre lodi di grande uomo, che si posson dare al Papa ed al figlio, vi è questa, che sono conoscitori della occasione e la sanno usare benissimo, il che viene confermato dalla esperienza di ciò che han fatto.»[499] E qui si ferma in tronco questo discorso, di cui non abbiamo la fine.

Il Machiavelli che aveva messo tanto ardore nel condurre a fine l'affare della presa e condanna del Vitelli, ed il dì 8 settembre aveva scritto ai commissari fiorentini che, nel mandar via gli uomini pericolosi da Arezzo, preferissero inviarne piuttosto «venti di più che uno di meno, non temendo neppure di lasciar vuota la terra,» non aveva bisogno di dimostrare che a lui non piacevano in politica i mezzi termini, che credeva solo in una condotta risoluta e pronta, e non era punto contento del misero e continuo tergiversare dei Fiorentini. Ma non bisogna neppur credere, che in questi suoi discorsi teoretici egli volesse addirittura biasimare, senza riserve, la condotta dei magistrati. Sapeva bene che questi dovevano tener conto delle passioni e dell'indole degli uomini fra cui e su cui governavano; scriveva per indagare quale avrebbe dovuto essere la vera politica di un gran popolo, formato come lo immaginava, dopo aver letto e meditato la storia di Roma.

Certo è però che le cose della Repubblica procedevano allora così fiacche ed incerte, che tutti vedevano la necessità di qualche riforma. Una nuova legge s'era fatta nell'aprile di quell'anno, con la quale s'erano aboliti il Podestà ed il Capitano del popolo, antichi magistrati che avevano avuto in origine un ufficio politico e giudiziario; ma perduta da un pezzo la prima delle due loro attribuzioni, male adempivano ora anche la seconda, che pure era importantissima. Fu quindi istituita, secondo un antico suggerimento del Savonarola, la Ruota, composta di cinque dottori in legge, di cui ognuno presiedeva a turno per sei mesi, durante i quali teneva il luogo del Podestà. Essa, che doveva giudicar le cause civili e criminali, fu iniziata, con una provvisione del 15 aprile 1502, per soli tre anni, termine che venne poi prorogato.[500] Con altra del 21 aprile fu riformata la Corte della Mercanzia, destinata a trattare i soli affari commerciali.[501] Ma tutto ciò, come è ben facile immaginare, non rimediava punto all'andamento generale delle cose d'un governo, la cui debolezza nasceva principalmente dal mutare ogni due mesi il Gonfaloniere e la Signoria.[502] In esso non si formavano tradizioni, nè vi potevano essere segreti di Stato; tutto si trattava in pubblico, e solamente il primo cancelliere, Marcello Virgilio, per la sua molta fede ed autorità, poteva mantenere una qualche coerenza ed uniformità nella condotta degli affari.[503] I provvedimenti erano sempre lenti ed incerti, i danari si profondevano, i cittadini, gravati d'imposte, erano scontentissimi, e non potevano rivolgersi contro alcuno, perchè i magistrati scomparivano dalla scena quando appena s'erano seduti in ufficio. Così si finiva col non votare il danaro che era richiesto, e i soldati non si pagavano, e i cittadini autorevoli ricusavano di accettare le ambascerìe o gli uffici più onorevoli, che erano invece occupati da uomini leggieri e di poco conto, gente che, secondo la espressione del Guicciardini, avevano «più lingua che persona,» si facevano avanti, ed erano eletti perchè sempre pronti.[504]

Per tutte queste ragioni si pensò di portare addirittura qualche mutamento nella forma stessa del governo. Fu dapprima proposto un Senato a vita, a similitudine dei Pregadi di Venezia, che era sempre il modello cui si guardava; ma temendo poi di restringere con ciò lo Stato in mano di pochi, si pensò invece di creare un Gonfaloniere a vita come il Doge,[505] ed il 26 agosto 1502 fu votata la Provvisione.[506] Il carattere e l'ufficio del nuovo Gonfaloniere non furono molto diversi da ciò che era stato in passato: egli era capo della Signoria e non altro. Se non che poteva sempre prendere in essa l'iniziativa delle proposte di legge; poteva ancora intervenire e votare coi giudici nelle sentenze criminali, il che già gli dava un aumento di potere. L'essere poi eletto non più per due mesi, ma a vita, fra magistrati politici che mutavano tutti così spesso (i Signori ogni due mesi, i Dieci ogni sei), era quello che gli dava ora un'autorità ed una forza assai maggiori. Doveva avere cinquant'anni almeno, e non poteva esercitare altri ufficî: i figli, fratelli e nipoti avevano divieto dall'ufficio dei Signori; a lui ed ai figli era vietato d'esercitare il commercio; lo stipendio era di 1200 fiorini l'anno. Il numero degli eleggibili era grande, essendovi ammessi anche i cittadini che appartenevano alle Arti Minori; la elezione doveva farsi dal Consiglio Maggiore, potendovi allora intervenire e votare tutti coloro che erano abilitati a sedervi. Ogni consigliere era chiamato a dare il nome del cittadino che voleva eleggere, e quelli che ottenevano la metà più uno dei voti, venivano sottomessi a nuovo scrutinio per tre volte, intendendosi la terza volta eletto colui che aveva raccolto più voti, tra coloro che ne avevano ottenuti più della metà. I Signori, i Collegi, i Dieci, i Capitani di Parte Guelfa e gli Otto, riuniti insieme, potevano con tre quarti di voti privarlo dell'ufficio, quando avesse violato le leggi. Questa Provvisione portata due volte negli Ottanta e due nel Consiglio Maggiore, dopo che molti l'ebbero difesa,[507] fu finalmente vinta con 68 voti contro 31 negli Ottanta, e 818 contro 372 nel Consiglio Maggiore. Il 22 settembre venne poi con grandissimo favore eletto Piero Soderini, che, fratello del vescovo, era stato poco prima Gonfaloniere, aveva tenuto molti altri uffici politici, e sebbene fosse di antica e ricca famiglia, era tenuto amatore del popolo e del governo libero. Egli era inoltre facile parlatore, buon cittadino; non aveva figli, non aveva nè grande energia nè grandi doti da potere suscitare troppi odî o troppi amori, il che non fu tra le ultime cause della sua elezione.[508] Il 23 dello stesso mese, il Machiavelli, in nome dei Dieci, gli faceva scrivere e mandare in Arezzo, dove era commissario, la lettera di partecipazione, esprimendogli la speranza che riuscisse a dare alla Repubblica quella felicità, per cui il nuovo ufficio era stato creato.[509] Questa elezione fu un fatto assai importante, non solo nella storia di Firenze, ma anche nella vita del Machiavelli, perchè egli conosceva da più tempo la famiglia Soderini, alla quale subito scrisse rallegrandosi,[510] e ben presto seppe guadagnarsi tutta quanta la fiducia del nuovo Gonfaloniere, che, come vedremo, si valse di lui continuamente ed in affari di molta importanza.

CAPITOLO V.

Legazione al duca Valentino in Romagna. — Ciò che nel medesimo tempo fa il Papa in Roma. — Il Machiavelli compone la Descrizione dei fatti di Romagna.

(1502-1503)

E qui son di nuovo i Borgia che richiamano l'attenzione di tutta Italia. La Lucrezia per sua fortuna scompariva adesso dalla scena di Roma, dove aveva continuato ad essere il soggetto principale dei più scandalosi e turpi racconti, dei quali sembrava curarsi assai poco. Infatti si era lasciata vedere col padre e col fratello assistere ridendo a mascherate, a balli così osceni, che erano veramente orgie, e sarebbe a noi impossibile descriverli.[511] Ma nel gennaio del 1502 finalmente partiva per Ferrara, con un grandissimo séguito, con un lusso che passava ogni misura; e qualche volta promuove addirittura disgusto vedere i cronisti del tempo occuparsi minutamente a darcene eterne descrizioni. Andava in moglie al duca Alfonso d'Este in Ferrara, e colà per molti giorni continuavano da capo le feste col medesimo lusso.[512] Ma la sua vita entrò allora in un periodo assai più tranquillo e riservato, perchè aveva da fare con un marito, il quale non avrebbe esitato molto a valersi delle arti stesse dei Borgia, per mandarla via dal mondo. I pochi fatti che potevano ricordare ancora la vita passata, restarono perciò avvolti sempre nel più gran mistero.[513] Ella si circondò di letterati che l'adularono, si dètte anche ad opere di pietà; ed a ciò si deve la reputazione migliore che godette allora, e la difesa che fecero di lei molti scrittori.

A Roma, dove era il Papa, ed in Romagna, dove si trovava il Valentino, la scena invece mutava solo per divenire sempre più tragica e sanguinosa. Nella Città Eterna comparivano libelli, epigrammi atroci; ma il Papa non se ne curava punto, occupato com'era d'altri pensieri. Di tanto in tanto qualche cardinale, divenuto assai ricco, s'ammalava e moriva a un tratto, o sotto falso pretesto gli era fatto un processo sommario, per metterlo poi in Castel Sant'Angelo, donde non usciva più vivo. Mobili, tappezzerie, argenti e danari andavano subito in Vaticano. I loro uffici e benefizi venivano concessi ad altri, che, appena arricchiti, erano assai spesso destinati a fare la medesima fine. «Nostro Signore,» scriveva l'ambasciatore veneto, «suole prima ingrassarli, per far poi loro la festa.» Così avvenne nel luglio di quell'anno al datario Battista Ferrari, cardinale di Modena, che era stato il suo più fido strumento nell'aiutarlo a cavar danari da tutto e da tutti. Divenuto ricchissimo, s'ammalò improvvisamente; il Papa lo visitò nell'ultima ora, e poi al solito spogliò la casa e prese i danari. La più parte de' suoi benefizi andò a Sebastiano Pinzon, intimo segretario del defunto, a cui, secondo la comune opinione, aveva, per ordine del Santo Padre, amministrato il veleno.[514]

In quei giorni la città era illuminata; il governatore di Roma e le guardie palatine, seguite da una gran turba, andavano per le vie gridando: Duca, Duca.[515] Cesare Borgia era entrato in Camerino, ed aveva preso prigioniero il signor Giulio Cesare da Varano coi figli. Il Papa era per ciò pieno di tanta gioia, che gli riusciva impossibile frenarsi. Radunato il Concistoro con l'intendimento d'annunziare una vittoria degli Ungheresi contro i Turchi, parlò invece di Camerino e del Duca. Avvertito dal cardinale di Santa Prassede dello scopo che li aveva fatti radunare, mandò subito a pigliare la lettera; ma poi, continuando nel primo discorso, dimenticò di farla leggere.[516] Parlando coll'ambasciatore veneto e collo spagnuolo, non poteva tenersi sulla sedia, e girava per la stanza; faceva leggere invece la lettera, in cui il Duca, dopo aver tutto narrato, concludeva: «che buon pro faccia alla Santità Sua;» ne esaltava la grandezza d'animo e la prudenza, «laudandolo ab omni parte.»[517] Egli vedeva già le future conquiste del figlio, lo vedeva col pensiero signore di tutta l'Italia centrale. Non sapeva però che cosa avrebbe detto o fatto Venezia, in presenza di così rapidi progressi. Chiamato quindi l'ambasciatore veneto, aveva subito cominciato a fare grandi proteste d'amicizia, tanto per sentire che cosa dicesse. Ma Antonio Giustinian era una volpe vecchia, e scriveva al Doge: «In risposta di quanto è soprascritto, Principe Serenissimo, ambulavi super generalissimis, se il Pontefice andò super generalibus.»[518]

Il Valentino intanto assumeva i titoli di Cesare Borgia di Francia, per la grazia di Dio, Duca di Romagna, di Valenza e d'Urbino, Principe di Andria, Signore di Piombino, Gonfaloniere e Capitano generale della Chiesa; e senza perdere tempo s'avanzava verso Bologna. Se non che, in questo punto arrivò il veto della Francia, la quale fece sentire, come non avrebbe mai permesso che i Borgia s'andassero così insignorendo d'Italia: smettessero dunque di pensare a Bologna ed alla Toscana.[519] E nel medesimo tempo i principali capitani del Duca, la più parte piccoli tiranni dell'Italia centrale, vedendo come egli andasse, a uno per volta, distruggendo tutti i loro compagni, capirono che sarebbe ben presto sonata l'ora anche per essi. Seppero, in questo mezzo, che egli aveva già deliberato d'insignorirsi prima di Perugia e Città di Castello, di metter poi le mani sugli Orsini; onde, «per non essere a uno a uno devorati dal dragone,»[520] si riunirono, deliberando di prendere le armi e ribellarsi contro di lui, sembrando opportuno il farlo ora che la Francia lo abbandonava. Il primo resultato di questo accordo fu, che il giorno 8 di ottobre alcuni de' congiurati s'impadronirono per sorpresa della rôcca di San Leo nel ducato d'Urbino, dove la cosa produsse una straordinaria impressione, come segno e principio di nuovi eventi. Il giorno 9 di ottobre,[521] infatti, tutti i congiurati convennero alla Magione presso Perugia, per stipulare solennemente i patti della lega. V'erano molti degli Orsini, cioè il cardinale, il duca di Gravina, Paolo e Frangiotto; inoltre Ermes, figlio di Giovanni Bentivoglio, con pieno mandato del padre; Antonio da Venafro con pieno mandato di Pandolfo Petrucci; messer Gentile e Giovan Paolo Baglioni, e Vitellozzo Vitelli che, essendo ammalato, si fece portare in letto.[522] Si obbligarono a difesa comune, a non muovere guerra senza mutuo accordo, ed a mettere insieme un esercito di 700 uomini d'arme in bianco,[523] 100 cavalli leggieri, 9000 fanti e più, occorrendo; pena 50,000 ducati e la taccia di traditore a chi non osservasse questi patti legalmente stipulati. Si cercarono subito aiuti ai Fiorentini; ma si corse senz'altro aspettare alle armi, e il ducato d'Urbino fu da Paolo Vitelli, che il 15 ottobre prese d'assalto anche la rôcca della città, sollevato tutto, restando colà al Valentino qualcuna solamente delle molte fortezze che v'erano.

Questi capì bene la gravità di siffatta ribellione. Ma, senza perdersi d'animo, mandò contro i nemici quella parte dell'esercito che gli restava fedele, sotto il comando di don Michele Coriglia, crudelissimo spagnuolo,[524] suo capitano e suo strangolatore, più noto col nome di don Micheletto. Questi entrò subito nella rocca della Pergola, che si teneva ancora pel Duca, e di là fece impeto nella terra che saccheggiò. Si racconta che allora scannasse Giulio da Varano con la moglie e due dei figli tenuti prigioni colà, mentre che un altro di loro veniva prima straziato in Pesaro, e poi menato semivivo in una chiesa, dove era trucidato da un prete spagnuolo, che a sua volta fu più tardi, a furore di popolo, fatto in pezzi a Cagli. Dalla Pergola l'esercito andò a Fossombrone, e allora molte donne, per scampare al furore dei soldati, si gettarono coi propri bimbi nel fiume.[525] Se non che l'esercito dei ribelli, essendo già arrivato il Baglioni co' suoi, s'era ingrossato fino a 12,000 uomini, ed a tre miglia da Fossombrone venne a giornata con quello del Valentino, comandato ora da don Micheletto e da don Ugo di Moncada, anche questi spagnuolo. La disfatta dei ducheschi fu intera; don Ugo cadde prigioniero, don Micheletto scampò a stento, e la gioia dei ribelli fu al colmo. Il fuggitivo Guidobaldo di Montefeltro tornò di nuovo nel suo Stato, e venne accolto trionfalmente in Urbino; Giovan Maria da Varano, unico superstite della stirpe infelice, tornò a Camerino. Così pareva che ad un tratto la faticosa e sanguinosa opera dei Borgia andasse in fumo. Tuttavia seguivano ancora scontri abbastanza importanti: don Micheletto si difendeva sempre in Pesaro; il Duca era in Imola con buon numero di armati, che cercava aumentare. I ribelli avevano chiesto aiuto a Venezia, la quale se ne stava invece a guardare, ed a Firenze che, ricordando sempre le imprese degli Orsini e dei Vitelli in Toscana, nè volendo entrare in guerra coi Borgia, temporeggiò prima, poi ricusò addirittura. Il Duca invece ricorse ai Francesi, che gli mandarono subito alcune lance, sotto il comando di Carlo d'Amboise, signore di Chaumont. Questo atto, di cui furono universalmente biasimati, mutò a un tratto lo stato delle cose, perchè mise un timor panico nei nemici del Valentino, i quali, non avendo potuto o saputo profittar del momento, vedevano ormai nella bandiera di Francia la salvezza di lui e la loro rovina.

Fin dal momento in cui la rottura cogli Orsini divenne manifesta, il Valentino ed il Papa avevano con premura chiesto a Firenze, che mandasse ambasciatori presso di loro, volendo assicurarsi l'amicizia di uno Stato che, confinando così largamente colla Romagna, poteva molto giovare e molto nuocere. Quanto al Papa, i Fiorentini deliberarono subito di mandare Gian Vittorio Soderini, che per indisposizione di salute, partì solo il 7 dicembre, e intanto v'andò invece Alessandro Bracci. Ma quanto al Duca, vi fu lunga discussione, perchè, se non lo desideravano nemico, neanche volevano stringere con lui un'amicizia che li obbligasse ad aiutarlo. Certo a loro non metteva conto irritarlo, ma neppure tirarsi addosso l'ira dei ribelli, così numerosi ed in armi; non potevano poi, nè volevano decidersi a nulla senza previo accordo colla Francia. Sicchè dopo molto disputare non si potè vincere l'elezione, e fu deliberato invece, che i Dieci mandassero un inviato speciale.[526] La loro scelta cadde su Niccolò Machiavelli, che non aveva nè il grado, nè la reputazione necessaria ad un ambasciatore; ma aveva fatto buona prova in altre legazioni, e, secondo osserva il Cerretani, era «uomo da servire bene alla voglia di pochi,»[527] cioè da guadagnarsi la fiducia di coloro coi quali veniva in relazione diretta, come fece più tardi col gonfaloniere Soderini.[528]

Essendo segretario dei Dieci, egli non poteva ricusare l'onorevole commissione; pure sembra che l'accettasse con grande rincrescimento, e partisse di malissima voglia. Ognuno di questi incarichi l'obbligava a far nuovi debiti, perchè era sempre assai poco retribuito, ed a lui piaceva lo spendere ed il tenere la dignità del suo ufficio. Sentiva ancora di non avere nè il grado nè l'autorità necessaria a trattare onorevolmente col Valentino. A tutto ciò si aggiungeva che da breve tempo aveva preso per moglie Marietta di Lodovico Corsini, la quale era a lui affezionata molto, e dolentissima perciò di una così pronta separazione.[529] Veramente anche di questo fatto, certo importante nella vita privata del Machiavelli, conosciamo assai poco. Pure tutto ciò che si è scritto contro la povera Marietta, affermando che a lei avesse alluso il marito nella sua famosa novella di Belfagor, sappiamo che non ha ombra di fondamento. Alcune lettere di lei, e molte scritte da amici al Machiavelli, provano invece che ella era affezionata ai figli ed al marito.[530] Questi pur troppo della moglie parla assai poco, nè pare che le scrivesse di frequente valendosi invece spesso di altri per farle arrivare le sue nuove. Anzi neppure il recente matrimonio gli fece smettere del tutto un abito di vivere assai poco morigerato, di che parlava e scriveva, ridendo, a molti, e fra gli altri al Buonaccorsi stesso, di cui appunto si valeva per ricevere notizie della Marietta, e mandarle le sue. Ma senza volergli attribuire, in fatto di costumi, una delicatezza raffinata di sentimenti, la quale egli certo non ebbe, non possiamo neppure concludere punto, che non sentisse molta affezione per la moglie e per la famiglia. Questo sarebbe un errore smentito dai fatti. Nella sua condotta, nei suoi discorsi dobbiamo invece vedere la conseguenza di quel poco rispetto, per non dire disprezzo della donna, cominciato in Italia con la decadenza morale della nazione, e di quel cinismo nel parlare di tutto ciò che s'attiene al costume, cinismo che largamente introdotto fra noi dagli eruditi, era divenuto allora un abito anche negli uomini più buoni ed affettuosi. Da quanto noi sappiamo infatti del Buonaccorsi, questi era d'un animo sotto ogni rispetto eccellente; eppure le sue lettere al Machiavelli ci forniscono un'altra prova assai chiara di quanto abbiam detto qui sopra, e nel pubblicarle bisogna spesso sopprimere molte parole ed anche molti periodi, per non disgustare troppo il lettore moderno. Comunque sia di ciò, il Machiavelli, non potendo ricusare la commissione che vollero dargli, ed avendo ogni ragione di credere che la sua assenza sarebbe stata assai breve, la fece credere alla moglie brevissima, e s'apparecchiò a partire.

Il 4 di ottobre fu firmato il salvocondotto; il dì seguente, la commissione che gli ordinava di partire senza indugio, per recarsi dal Duca, a fargli ogni più larga protesta di buona amicizia, e a dichiarargli che la Repubblica aveva esplicitamente negato ogni aiuto ai congiurati, i quali già ne avevano fatto richiesta. «Ed in questa parte ti allargherai quanto ti parrà a proposito; ma di quanto Sua Eccellenza ti ricercasse più oltre, ti rimetterai a darcene avviso, ed aspettarne risposta.» Gli veniva inoltre commesso di chiedere un salvocondotto pei mercanti fiorentini che, andando o venendo d'Oriente, passavano per gli Stati del Duca, raccomandando assai vivamente una tal cosa come quella «che è lo stomaco di questa città.»[531] Ognuno capisce che ardua impresa dovesse essere pel modesto Segretario fiorentino, l'andare in sostanza a vender parole ad un uomo come il Valentino, che di parole ne faceva poche e dagli altri ne voleva meno, e che ora si trovava coll'animo assetato di vendetta. Pure, appunto in questa legazione così mal volentieri accettata, il Machiavelli cominciò la prima volta a manifestare tutto il suo genio di scrittore politico.

Ancora inesperto della vita pratica, e per natura più facile assai a scrutare e capire che ad operare, egli si trovò di fronte ad un uomo che non parlava, ma operava; che non discuteva, ma accennava il suo pensiero con un gesto, un atto, i quali indicassero la risoluzione già presa o eseguita. Sentendo tutta la superiorità del suo ingegno su quello del Duca, il Machiavelli sentiva del pari la sua inferiorità come uomo d'azione, e vedeva quanto poco giovasse, in mezzo all'urto delle passioni e nella realtà della vita, il troppo riflettere e troppo ponderare. Tutto questo cominciò subito a crescere in lui quell'ammirazione, di cui i primi segni vedemmo già nella sua andata col cardinal Soderini ad Urbino. Il Valentino non era, come già notammo, nè un gran politico, nè un gran capitano; ma una specie di capitano brigante, la cui forza veniva principalmente dal Papa e dalla Francia. Aveva però saputo creare uno Stato dal nulla, ispirando terrore a tutti, perfino al Papa stesso. Circondato a un tratto da gran numero di nemici potenti e armati, seppe liberarsene e disfarsene con un'audacia grande ed un'arte infernale. Quest'audacia e quest'arte erano ciò che tanti allora ammiravano, ed il Machiavelli anche più degli altri. Considerandole in sè stesse, e senza troppi scrupoli, egli si domandava: dove non potrebbero esse arrivare, quando fossero adoperate ad un diverso e più nobile fine? E così la sua mente cominciò ad esaltarsi. Il Duca, dall'altro lato, trovandosi di fronte ad un uomo educato sui libri e nella cancelleria di Firenze, sentiva di fronte a lui tutta la superiorità della propria forza, e lo mostrava chiaro ne' suoi discorsi. Quest'uomo era però Niccolò Machiavelli, il cui occhio penetrava assai addentro, e se non aveva sempre quell'istinto che suggerisce la pronta risposta e l'immediata azione, nessuno poteva al pari di lui, dopo il fatto, arrivare ad una più sicura analisi delle azioni altrui. Il Machiavelli non poteva nè voleva prendere nessuna parte a quel che seguiva sotto i suoi occhi; ma nella sua mente ora per la prima volta si cominciava a formulare preciso e chiaro il concetto, che lo dominò poi sempre, e che mirava a dare alla scienza politica una base scientifica e sicura, dandole un suo proprio valore indipendente, separato affatto da ogni valore morale, quasi un'arte di trovare i mezzi per ottenere il fine, qualunque esso fosse. E sebbene nella Repubblica che egli serviva si fosse tutt'altro che scrupolosi e teneri della morale, pure quest'arte egli la vedeva ora per la prima volta personificata, vivente nel Valentino, chiara dinanzi ai suoi occhi. Di lui fece perciò il tipo rappresentativo di essa, ed esaltandosi sempre di più, finì con l'ammirarlo quasi fosse la creatura della sua propria mente. Ma su di ciò torneremo più oltre.

Il Machiavelli partì subito a cavallo, e giunto a Scarperia, si mise in vettura, continuando fino ad Imola, dove arrivò il 7 ottobre, e ad ore 18, senza neppure mutare abiti, si presentò al Duca (scrive egli ai Dieci) così cavalchereccio com'ero. Allora la ribellione era appena cominciata, e non se ne poteva misurare l'importanza. Il Duca ascoltò le proteste d'amicizia fatte dal Machiavelli in nome della Repubblica, senza rispondere, tenendole come semplici formole d'uso. Disse volergli confidare dei segreti, che non aveva mai rivelati ad uomo vivo; e cominciò a raccontare come gli Orsini s'erano altra volta quasi gettati ai suoi piedi, perchè assalisse Firenze, ed egli non aveva mai voluto consentirvi. Della loro andata in Arezzo non aveva saputo nulla, ma non gli era dispiaciuta, perchè i Fiorentini non gli avevano mantenuto la fede. Venute poi le lettere di Francia e del Papa, dovè ordinare che si ritirassero. Da ciò gli odî che li avevano portati a questa «dieta di falliti;»[532] ma erano pazzi, perchè l'essere il Papa vivo e il Re di Francia in Italia, gli facevano «tanto fuoco sotto, che ci voleva altra acqua che coloro a spegnerlo.» La conclusione di tutto il discorso fu, che questo era pei Fiorentini il momento di fare una stretta alleanza con lui. Se aspettavano che egli si fosse «rimpiastrato cogli Orsini,» tornavano i medesimi rispetti e le stesse difficoltà di prima. Bisognava quindi dichiararsi e venire subito ai patti. Il Machiavelli dovè rispondere che avrebbe scritto a Firenze, il che subito annoiò per modo il Duca, che non volle aggiungere altro, quando fu pregato che determinasse in qualche modo, che specie d'accordo voleva. «E non ostante che io gli entrassi sotto, per trarre da lui qualche particolare, sempre girò largo.»[533]

Il giorno 9, quello in cui i ribelli firmarono i patti alla Magione, il Duca chiamò il Machiavelli, colmandolo di tali gentilezze, che questi diceva di non saper come fare a descriverle. Gli fece sentire alcune lettere favorevoli, venute di Francia, volendo che leggesse la firma al Machiavelli già nota, e insisteva da capo sulla necessità di pronti accordi. «Si vede chiaro,» concludeva il Machiavelli, dopo aver dato molti altri ragguagli, «che il Duca è pronto ora ad ogni mercato; ma sarebbe necessario mandare un ambasciatore con patti definiti e precisi.»[534] Il segretario e gli agenti del Duca gli ripetevano le medesime cose, stringendolo da ogni lato. Arrivava intanto la nuova della rotta data a don Ugo e don Micheletto dagli Orsini e Vitelli, ed il Machiavelli trovava una difficoltà grandissima a conoscerne i particolari, «perchè in questa Corte tutto si governa con un segreto mirabile, e le cose che sono da tacere non si dicono mai.» Il Duca, sempre impenetrabile, affettava un sommo disprezzo pe' suoi nemici e pel numero delle genti d'arme, che pretendevano di avere, dicendo, che facevano bene a chiamarle «uomini d'arme in bianco, che vuol dire in nulla.» Vitellozzo fra gli altri non s'era mai visto fare «una cosa da uomo di cuore, scusandosi col mal francioso. Solo è buono a guastare i paesi che non hanno difesa, e a rubare chi non gli mostra il volto, e a fare di questi tradimenti.» In ciò dire si diffuse assai, «parlando così pianamente senza mostrarsi punto alterato.»[535] Il pericolo lo aveva reso più mite, ed il Machiavelli potè allora ottenere il salvocondotto pei mercanti fiorentini, che mandò subito ai Dieci,[536] aggiungendo sempre tutte le notizie che poteva raccogliere.

Il 23 ottobre ebbe un'altra lunga conferenza col Duca, che gli lesse una lettera assai amichevole del Re di Francia, aggiungendo che le lance francesi erano per arrivare subito, e così i fanti forestieri. Poi parlò con grandissimo sdegno del tradimento degli Orsini, i quali ragionavano d'accordo. «Ora fanno,» egli disse, «gli amici, e scrivonmi buone lettere. Oggi deve venire a trovarmi il signor Paolo, domani il Cardinale, e così mi scoccoveggiano a loro modo. Io dall'altro canto temporeggio, porgo orecchio ad ogni cosa, ed aspetto il tempo mio.» E tornò a ripetere, che i Fiorentini avrebbero dovuto fare con lui amicizia esplicita.[537] Era sempre la stessa conclusione, alla quale l'oratore non poteva mai dare risposta. A tutto ciò s'aggiungeva, per crescere la sua confusione, che egli non riusciva a capire qual risultato potessero avere gli accordi iniziati coi ribelli. Il 27 ottobre arrivava Paolo Orsini, travestito da corriere, per trattare; «ma quale animo sia ora quello del Duca, io non lo giudicherei: non vedo come egli possa perdonare l'offesa, nè come gli Orsini possano lasciare la paura.»[538] Il segretario Agapito lo avvertiva che non si era anche concluso nulla, perchè il Duca voleva nei patti aggiungere una clausola, «la quale, se è accettata, gli apre una finestra, se ricusata, una porta per uscire di questi capitoli, dei quali infino alli putti se ne debbono ridere.»[539] Altri agenti tornavano a ripetergli, che quello era il momento per Firenze di stringere amicizia col Duca, dandogli la condotta promessa, senza perdere un tempo prezioso. «Quanto agli accordi coi ribelli, dicevano, non erano anche conclusi, e in ogni caso non doveva darsene pensiero, perchè dove è uomini è modo. Una parte sola degli Orsini sarà salva; ma di Vitellozzo, che è il vero nemico di Firenze, il Duca non vuol neppure sentir parlare, per essere un serpente avvelenato, il fuoco di Toscana e d'Italia.»[540]

Finalmente i capitoli dell'accordo furono conclusi colla data del 28 ottobre, firmati dal Duca e da Paolo Orsini; ed il Machiavelli con la lettera del 10 novembre ne mandava ai Dieci una copia ottenuta segretamente.[541] Si giurava pace e lega offensiva e difensiva tra il Duca e i ribelli, con l'obbligo di rimettere in obbedienza Urbino e Camerino. Il Duca prometteva tenere ai suoi stipendi gli Orsini ed i Vitelli, come prima, con questo che essi non erano obbligati a stare in campo più d'uno alla volta, ed il Cardinale non era tenuto a stare in Roma se non quando a lui piacesse. Il Papa avrebbe, come fece, confermato i capitoli. Quanto al Bentivoglio, non venne incluso in questi patti, e ciò perchè, avendo la protezione di Francia, non sarebbe stato possibile ai Borgia violarli. Era chiara la diffidenza con cui veniva da una parte e dall'altra fatto l'accordo, nè si può capire come mai gli Orsini ed i Vitelli si lasciassero così miseramente tirare nella rete, se non fosse che l'aiuto delle lance francesi al Duca li aveva atterriti, e la mancanza di danaro rendeva loro impossibile continuare la guerra con un avversario potente, sostenuto dal Papa e dalla Francia. Speravano prendere tempo, per tornare da capo alle cospirazioni; ma il Duca era in sull'avviso, e sebbene circondato da molti nemici, doveva riuscirgli facile sbrancarne qualcuno, e indebolirli, cosa che non potevano essi, avendo da fare con un uomo solo.[542] Il Machiavelli descriveva ai Dieci con la più grande evidenza, passo per passo, tutto il procedere di questi eventi; e quando il dì 11 novembre essi si dolevano con lui di non avere per otto giorni ricevuto alcuna sua lettera[543] rispondeva: «Le SS. VV. mi abbino per scusato, e pensino che le cose non s'indovinano, e intendino che si ha a fare qui con un principe che si governa da sè, e che chi non vuole scrivere ghiribizzi e sogni, bisogna che riscontri le cose, e nel riscontrarle va tempo, e io m'ingegno di spenderlo e non lo gittare via.»[544] Egli infatti osserva, esamina, studia il dramma che si svolge sotto i suoi occhi, con tutto l'ardore di chi, con uno spirito ed un metodo scientifico, va dietro alla ricerca del vero. Qualche volta par proprio di vedere un anatomico che sezioni un cadavere, nel quale è sicuro di scoprire il germe d'un male ignoto. Racconta con una fedeltà ed una evidenza non mai uguagliata, ed il suo stile acquista un vigore, una originalità, di cui la prosa moderna non aveva ancora dato esempio. Qui, sotto i nostri occhi, si cominciano a formare ed a formulare le dottrine politiche, il rigore metodico, e si manifesta finalmente tutta quanta l'eloquenza, di cui è capace il Machiavelli.

Eppure, strano a dirsi, egli era scontentissimo, e chiedeva ogni giorno con maggiore insistenza d'essere richiamato. Alcune ragioni di questa sua scontentezza le abbiamo già notate. Di natura irrequieto, non gli piaceva il restar lungamente fermo in un luogo;[545] in questa come in tutte le sue legazioni non trovava modo di vivere con quel poco che la Repubblica gli dava, e non volendo, come altri facevano, starsene a spese del Duca nella Corte, nè mancare in nulla alla dignità del proprio grado, gli toccava spendere e far debiti. La moglie, trovandosi, appena sposata, priva del marito, che le aveva promesso di rimanere assente soli otto giorni, ed invece non tornava e di rado le scriveva, lasciandola anche in domestiche strettezze, era ogni giorno nella cancelleria a chiedere nuove di lui, a dolersi, a strepitare col Buonaccorsi e cogli altri amici, che di continuo gli scrivevano di ciò.[546] A queste ragioni se ne aggiungevano però altre, anche di maggior peso per lui. Era certo un ufficio penosissimo stare a temporeggiar col Duca, senza nulla poter concludere, trovarlo ogni giorno più impaziente, e sentirsi con derisione ripetere dagli agenti di lui, «che chi aspetta tempo ed hallo, cerca miglior pane che di grano.»[547] A concludere ci voleva in ogni modo un ambasciatore, che venisse con proposte chiare e decise. Era stato, secondo lui, un errore mandarne uno a Roma invece che ad Imola, perchè dell'accordo doveva contentarsi il Duca e non il Papa, il quale non avrebbe mai potuto disfare ciò che il Duca faceva, mentre l'opposto poteva facilmente seguire.[548] Ma sebbene, per queste inquietudini e travagli, la sua stessa salute ne soffrisse, ed egli se ne dolesse, i suoi lamenti non approdavano a nulla,[549] avendo i Fiorentini assai buone ragioni per voler temporeggiare.

Nè dei Borgia, nè degli Orsini e Vitelli potevasi la Repubblica in modo alcuno fidare, perchè gli accordi fatti con essi valevano solo finchè tornava loro il conto. La base della sua politica in Italia era l'alleanza colla Francia, non certo sicura, ma non così mal fida come quella dei Borgia. A questi dunque non si volevano dare che parole, e però un ambasciatore poteva bene mandarsi per ossequio al Papa, ma non al Duca che voleva subito stringere. Per inviarlo anche a lui, era necessario aspettare avvisi ed istruzioni di Francia. Questo i Dieci scrivevano di continuo al Machiavelli, che non se ne contentava, giacchè la sua condizione restava sempre la stessa. Da un altro lato a Firenze v'era bisogno grandissimo d'informazioni esatte sui movimenti non solo, ma ancora sulle intenzioni del Duca, e per questo verso la importanza delle lettere del Machiavelli era ormai così universalmente riconosciuta da tutti, che nessuno voleva sentir parlare di richiamarlo, non potendosi trovare uomo più di lui adatto al suo ufficio presente. Niccolò Valori gli scriveva il 21 ottobre: «E veramente queste due ultime (lettere) ci avete mandate, v'è suto tanto nervo, e vi si mostra sì buono iudicio vostro, che non le potrebbano essere sute più aprovate. Ed in spezie ne parlai a lungo a Piero Soderini, che non iudica si possa a nessun modo rimuovervi di costì.»[550] Più tardi gli scrissero il Buonaccorsi, Marcello Virgilio ed il Gonfaloniere stesso, ripetendogli che non era possibile richiamarlo, perchè bisognava pure che uno stésse presso il Valentino, e più adatto di lui non si sapeva trovarlo.[551] Il Gonfaloniere e i Dieci aggiungevano a ciò l'invio di 25 ducati d'oro e 16 braccia di damasco, i primi affinchè egli si potesse mantenere più convenientemente colà, il drappo per donativi da farsi.[552]

Ma a tutte le ragioni sinora accennate del suo scontento, bisogna aggiungerne un'altra. Sebbene il Machiavelli trovasse grandissima materia di studio nell'osservare le azioni del Valentino e di coloro che lo circondavano,[553] pure, per quanto egli astraesse la politica dalla morale, e non avesse una coscienza troppo tenera e troppo scrupolosa nelle faccende di Stato, il vivere in mezzo a una rete così continua e fitta d'infamie; fra uomini così pieni di delitti, così pronti al tradimento ed al sangue, i quali tutti non rispettavano altro che la forza, senza potere egli nè impedire, nè moderare le loro azioni in modo alcuno, era più assai di ciò che la sua indole potesse comportare. Non c'è un'opinione più erronea di quella di coloro i quali vollero supporre, che in questo momento le azioni del Valentino fossero consigliate e guidate dal Machiavelli.[554] Da tutte le lettere che questi scrisse, si vede chiaro come egli durasse invece una gran fatica a scoprire le intenzioni e i segreti disegni del Duca, assai spesso non riuscendovi e restando al buio di tutto. Il Duca non aveva bisogno dei consigli del Segretario fiorentino, di cui qualche volta sembrava quasi prendersi gioco. Il Machiavelli non era punto sanguinario e crudele, anzi quando si trovava proprio in presenza ed in contatto del male, anche per mitezza d'indole ne rifuggiva. Più volte, difatti, in questa legazione cadono dalla sua penna parole che, sotto l'apparente cinismo, tradiscono un certo angoscioso terrore. Ed allora, per allontanarsi dal tristo spettacolo, scriveva lettere oscene e facete ai compagni d'ufficio, i quali rispondevano che, leggendole, smascellavano dalle risa,[555] e poi gli raccontavano a loro volta i pettegolezzi e le baruffe seguite nella cancelleria, dove in sua assenza il disordine era sempre grande, o pure i loro stravizî e le loro oscenità. Altra volta, stanco di tutto ciò, si chiudeva in sè stesso a meditare sugli antichi scrittori, e lo vediamo chiedere con febbrile insistenza le Vite di Plutarco al suo Buonaccorsi, cui ricorreva di continuo per libri, per danari e per mille altre faccende, trovandolo sempre pronto e servizievole. Questi in una lettera del 21 ottobre gli scriveva: «Habbiamo fatto cercare delle Vite di Plutarco, e non se ne truova in Firenze da vendere. Abbiate pazienza, che bisogna scrivere a Venezia; ed a dirvi il vero, voi siete lo 'nfracida a chiedere tante cose.»[556] Singolare spettacolo è questo del Machiavelli che, contemplando gli eroi di Plutarco da un lato e le azioni del Valentino dall'altro, comincia a creare quella scienza politica che deve fondarsi sulla storia del passato e sull'esperienza del presente. La scolastica aveva cercato le origini prime e la base della società umana, partendo dal concetto di Dio e del Sommo Bene, perdendosi in considerazioni che non avevano nessun valore nella pratica della vita. Lo stesso Dante Alighieri non s'era potuto nella sua Monarchia liberare dalle troppo artificiali e astratte teorie. Il Machiavelli non aveva nè tempo, nè opportunità, nè voglia da ciò. Trovandosi dinanzi alla realtà delle cose, indagava secondo quali leggi seguivano i fatti umani, per cavarne precetti utili a governare gli uomini. Voleva sapere donde tragga la sua forza l'uomo di Stato, e come debba adoperarla per ottenere il fine propostosi, e quando non rispondevano i moderni, interrogava gli antichi.

Intanto gli riusciva sempre più difficile vedere il Duca, il quale, quando lo riceveva, tornava sempre sulla necessità di stringere alleanza, di confermargli la condotta già stipulata, e quando sentiva nuove proteste d'amicizia, senza che si venisse a proposte determinate, prorompeva sdegnato: «ecco che qui non si stringe nulla.»[557] Pure di tanto in tanto lo chiamava e cercava di scoprire terreno, sotto colore di far nuove confidenze. Un giorno gli disse che Giovan Paolo Baglioni aveva nel passato chiesto una lettera, con cui gli si ordinasse di seguire Vitellozzo, per aiutarlo a rimettere i Medici in Firenze, ed egli l'aveva scritta. «Ora non so,» seguì egli, guardando a un tratto il Machiavelli, «se se ne sarà fatto bello, per darmi carico.» Al che questi rispose di non averne notizia.[558] Un altro giorno cominciò con molta gravità a confidargli, come Paolo Orsini dicesse d'avere allora appunto avuto dai Fiorentini offerta d'una condotta, per andare al campo di Pisa, offerta che fu ricusata. Al che il Machiavelli chiese se l'Orsini aveva pronunziato il nome di chi gli portò l'offerta, o fatto vedere le lettere, e se aveva mai detto bugìe. Il Duca, accorgendosi che il Segretario non cadeva nella rete, rispose che l'Orsini non aveva detto i nomi, nè mostrato le lettere; ma che delle bugìe gliene aveva dette assai. «E così si risolvè questa cosa ridendo, nonostante che nel principio lui ne parlasse turbato, mostrando di crederla e che la gli dolesse.»[559] Raccontò poi d'un segreto accordo fatto dai Veneziani in Rimini, per mezzo d'un Veneto che abitava colà, aggiungendo che egli, «per l'onor loro, lo aveva fatto impiccare.» Dato questo avvertimento, come di passaggio, venne a parlare della espugnazione di Pisa, ed osservò che sarebbe la più gloriosa impresa che potesse fare un capitano. «Di qui saltò in Lucca, dicendo che era la più ricca terra, e che era un boccone da ghiotti. Poi aggiunse che se egli, Firenze e Ferrara fossero d'accordo, non avrebbero avuto a temere di nulla.»[560] Pareva proprio il gatto che volesse pigliarsi gioco del topo, se non che il topo era Niccolò Machiavelli.

In questo mezzo le trattative già iniziate continuavano, per tirarvi dentro quanti più si poteva. Vitellozzo era ancora restìo e temporeggiava, sicchè di lui parlavasi con grande sdegno nella Corte. «Questo traditore ci ha data una coltellata, e ora crede guarirla con le parole.»[561] Pure anch'egli fu preso finalmente al laccio. Tutto essendo ormai concluso, il Duca d'Urbino si trovò da capo abbandonato; laonde dovè subito pensare ai casi suoi, e quindi, demolite alcune delle fortezze, altre lasciate in mano di gente fida, se ne fuggì sopra una muletta, piangendo, ed era fatto cercare a morte, con furore indescrivibile, dal Papa e dal Valentino. L'angoscia e la fatica furono tali, che a Castel Durante si svenne. Pure riuscì a salvarsi.[562] Nel suo Stato fu dal Borgia mandato ad amministrare giustizia Antonio da San Savino, il quale procedette con qualche moderazione; in Romagna invece adempiva lo stesso ufficio, con crudeltà inaudita, un tal messer Ramiro.[563] Nel medesimo tempo il Valentino partiva con l'esercito per Forlì; il Machiavelli lo seguiva, ed il 14 dicembre scriveva da Cesena, pieno d'incertezza, che tutti erano sospesi, vedendo che non licenziava neppure una lancia: e però, sebbene ci fosse l'accordo, il passato faceva giudicare dell'avvenire, e costringeva a creder che volesse ora assicurarsi de' suoi nemici. Tornava poi sulla necessità di concludere accordo per mezzo di un ambasciatore, e chiedeva nuovamente d'essere richiamato.[564] Ma la Repubblica meno che mai lo ascoltava ora che le cose si avvicinavano ad una soluzione, e che la Francia faceva capire di non voler più lasciare la briglia sciolta ai Borgia.

Infatti le 450 lance francesi, che avevano dato al Duca tanta riputazione, furono a un tratto richiamate, e partirono il 22 dicembre: cosa, scriveva il Machiavelli, che ha mandato il cervello sossopra a questa Corte....; e «ognuno fa sua castellucci.» La ragione di così subito mutamento non si capiva allora, e le conseguenze di un tal procedere non si potevano prevedere.[565] Certo è però, che questo fatto, l'essere ancora tutte le fortezze d'Urbino o smantellate o tenute sempre in nome di Guidobaldo, il non aversi nè potersi avere nessuna fiducia negli accordi conclusi, «avevano subito tolto metà delle forze e due terzi della riputazione al Duca.»[566] Pure le sue artiglierie andavano innanzi, come se nulla fosse. Mille Svizzeri erano arrivati a Faenza, altri 1500 ne aveva già tra Svizzeri e Guasconi. Nessuno sapeva indovinare lo scopo di tali mosse, tutto era mistero, perchè «questo signore non comunica mai cosa alcuna, se non quando e' la commette, e commettela quando la necessità strigne, e in sul fatto e non altrimenti; donde io prego VV. SS. mi scusino, nè m'imputino a negligenza, quando io non satisfaccia alle SS. VV. con gli avvisi, perchè il più delle volte io non satisfo etiam a me medesimo.»[567] E ad accrescere il mistero seguiva, in quei giorni appunto, un caso strano. Messer Rimino o Ramiro, il fidato strumento del Duca in Romagna, autore delle più nefande crudeltà per sottomettere quel paese, da cui era perciò odiatissimo, arrivato da Pesaro in Cesena, fu, con generale maraviglia di tutti, preso il 22 dicembre e messo in fondo d'una torre.[568] Dopo quattro giorni il Machiavelli scriveva ai Dieci: «Messer Rimino questa mattina è stato trovato in dua pezzi, in sulla piazza dove è ancora, e tutto questo popolo lo ha possuto vedere: non si sa bene la cagione della sua morte, se non che li è piaciuto così al principe, il quale mostra di saper fare e disfare gli uomini a sua posta, secondo i meriti loro.»[569]

Ma ora le cose procedevano rapidamente al loro fine; tutto era diretto alla presa di Sinigaglia. Questa terra, fino dai tempi di Sisto IV appartenuta a Giovanni della Rovere, marito di Giovanna sorella di Guidobaldo d'Urbino, era per la morte di quel Signore, pervenuta nel 1501 al figlio suo Francesco Maria, di anni 11, che Alessandro VI nominò prefetto di Roma, come era stato il padre. Nella sua prima fuga Guidobaldo aveva menato seco il nipote, che trovavasi ora di nuovo in Sinigaglia con la madre, la quale governava pel figlio, aiutata dai consigli del celebre Andrea Doria tutore di lui, ed era chiamata la prefettessa. Vedendo che l'esercito del Valentino s'avvicinava in gran fretta, e innanzi a lui erano già le genti di Vitellozzo e degli Orsini, disposte ad assalir la città, il Doria salvò la madre ed il figlio alle sue cure affidati, e poi, ordinato ai suoi di difendere la fortezza più che potevano, se n'andò egli stesso a Firenze.[570] Il 29 dicembre, il Machiavelli scriveva da Pesaro una lettera che andò smarrita, nella quale narrava minutamente ciò che compendiò poi in altre, cioè come Vitellozzo e gli Orsini erano entrati in Sinigaglia, e come il Duca, avutone notizia, ordinò subito che ponessero le loro genti nel borgo, fuori delle mura, e s'avanzò col suo esercito verso la terra, in cui entrò la mattina del 31. Primo a farglisi incontro fu Vitellozzo, colui appunto che più di tutti aveva resistito all'accordo, il quale, sapendo d'essere perciò il più odiato, veniva sopra una muletta, disarmato, dimesso, con la berretta in mano. Seguivano il duca di Gravina, Paolo Orsini, Oliverotto da Fermo, e tutti quattro accompagnarono il Duca per le vie della città, nella casa in cui alloggiò. Egli che già aveva fatto cenno a chi doveva guardarli, entrato che fu con essi in una stanza, li fece subito prendere prigioni; dette ordine che fossero svaligiate le loro fanterie nel borgo, ed inviò una metà del suo esercito per fare lo stesso alle genti d'arme, che erano alloggiate nelle vicine castella, a sei o sette miglia da Sinigaglia. Quel medesimo giorno il Machiavelli dava immediata notizia del fatto ai Dieci, aggiungendo: «La terra va tuttavia a sacco, e siamo a ore 23. Sono in un travaglio grandissimo; non so se i' mi potrò spedire la lettera, per non avere chi venga. Scriverò a lungo per altra; e secondo la mia opinione, non fieno vivi domattina.»[571]

Un'altra lettera, più lunga e più importante assai, scritta quel medesimo giorno, andò perduta. Abbiamo però quella del primo di gennaio 1503, in cui egli racconta come verso un'ora della notte innanzi era stato chiamato dal Duca, il quale «colla miglior cera del mondo si rallegrò meco di questo successo, aggiungendo parole savie e affezionatissime sopra modo verso cotesta Città. Disse che questo era il servigio che aveva promesso di rendervi a tempo opportuno. E come aveva dichiarato, che vi offrirebbe la sua amicizia con istanza tanto maggiore, quanto più fosse stato sicuro di sè, così ora teneva la promessa; e venne esponendo tutte le ragioni che l'inducono a desiderare questa amicizia, con parole che mi fecero restare ammirato. M'invitò ancora a scrivervi che, avendo spento i capitali nemici suoi, di Firenze e di Francia, e levata quella zizzania che minacciava guastare l'Italia, dovevate dargli segno manifesto d'amicizia, col mandar gente verso Perugia dove s'avviava ora, e col ritenere per lui il duca Guidobaldo, se nella sua nuova fuga entrasse in Toscana. È seguìto poi che questa notte passata, a ore dieci, fece strangolare Vitellozzo e messer Oliverotto da Fermo;»[572] «gli altri due sono rimasi ancora vivi, credesi, per vedere se il Papa arà avuti nelle mani il cardinale[573] e gli altri che erano a Roma, che si crede di sì, e dipoi ne delibereranno tutti di bella brigata.» La rôcca s'era già arresa; l'esercito era partito quel giorno stesso alla volta di Perugia, per continuare verso Siena; il Machiavelli lo seguiva, ed essendo inverno, erano grandissimi gli stenti dei soldati e di chiunque andava con essi.[574]

Il disordine, il trambusto divennero universali, ed all'avvicinarsi del Duca tutti i piccoli tiranni del paese fuggivano come dinanzi all'idra.[575] Ben si può credere che, in tanta confusione, corrieri per portar le lettere non se ne trovassero, o non fossero sicuri, e però non poche di quelle scritte allora dal Machiavelli andarono perdute. Il 4 gennaio 1503, egli avvisò che le genti vitellesche ed orsine erano riuscite a scampare. Intanto s'andava innanzi, e i Baglioni fuggivano da Perugia, che il giorno 6 si arrese. Le loro sorelle, arrivate al confine, donde il Commissario fiorentino Piero Ardinghelli aveva, per gli ordini ricevuti, respinto tutti i profughi, vestirono due figlie giovinette da uomo, abbandonandole per forza alla compassione di lui, piuttosto che vederle cadere nelle mani dei nemici. Sicchè quegli scriveva il 19 gennaio al gonfaloniere Soderini: «Ora io non ho potuto far che la pietà di questa fortuna, di questa età non mi abbia commosso.... Ho eletto scriverne in proprio all'E. V., per intendere se le persone sole delle quattro donne o almeno le due pulzelle io possi qui receptare.... Quando non fussi contro la pubblica intenzione, io che naturalmente ho compassione agli afflitti, me ne terrò obbligatissimo.»[576] E gli fu permesso.

Il giorno 8 Niccolò Machiavelli scriveva da Assisi, che tutti si maravigliavano come ancora non fosse venuto da Firenze alcuno a congratularsi col Duca, il quale ripeteva d'avere cogli ultimi fatti reso gran servigio alla Repubblica, perchè «alle SS. VV. sarebbe costo lo spegnere Vitellozzo e gli Orsini dugento mila ducati, e poi non sarebbe riuscito loro sì netto.» E intanto continuava il suo cammino, procedendo sempre «con una fortuna inaudita, un animo e una speranza più che umana,»[577] risoluto a cacciare di Siena il tiranno Pandolfo Petrucci, e, potendo, anche impadronirsi della sua persona, al qual fine il Papa cercava «addormentarlo coi Brevi,» perchè è bene, diceva il Duca, «ingannare costoro che sono suti li maestri dei tradimenti.» Non si attentava d'impadronirsi della città stessa, non permettendolo la Francia; ma quanto a Pandolfo, che era stato «il cervello» dei congiurati, voleva levarlo di mezzo.[578]

Il 13 gennaio si trovavano a Castello della Pieve, ed essendo finalmente per arrivare il nuovo ambasciatore fiorentino, Iacopo Salviati, il Machiavelli s'apparecchiava a partire, come fece poi il 20. Ma prima, per sopperire alle molte lettere perdute, si pose a scriverne una che riepiloga tutti i fatti seguìti, della quale sfortunatamente non abbiamo che il primo foglio. In essa egli incomincia con grandissima cura ed amore a fare un quadro generale dell'impresa che, sin dalle prime parole, dichiara veramente «rara e memorabile.» Non accenna nel Duca alcun disegno premeditato di tradire, ma piuttosto un animo risoluto a vendicarsi in tempo, quando s'avvide che, per la partenza delle lance francesi, volevano tradirlo. Descrive la somma accortezza che egli usò per tener celato agli Orsini ed ai Vitelli il numero delle genti che ancora gli rimanevano, facendole credere minori che non erano. Con uguale ammirazione descrive minutamente gli ordini dati per dividere in piccoli drappelli tutto l'esercito, e condurlo poi unito a Sinigaglia, in modo da arrivare inaspettato con forze preponderanti, trovando disseminate lungi dalla città quelle dei falsi amici, i quali così non avrebbero potuto disobbedirgli, senza scoprirsi traditori prima del tempo. Ma appunto quando si è per descrivere l'entrata in Sinigaglia, finisce il brano di questa lettera,[579] in cui lo scrittore, cercando pure di restar fedele alla verità storica, sembra quasi esaltarsi a descrivere un eroe, cosa di cui qualche rimprovero gli era stato già fatto da Firenze, come apparisce dalle lettere stesse del Buonaccorsi.[580]

Il Machiavelli trovavasi ancora il giorno 18 gennaio a Castello della Pieve, quando il Valentino, ricevuta la notizia lungamente aspettata, che il Papa aveva cioè preso prigioniero il cardinale Orsini e gli altri in Roma, fece strangolare anche Paolo e il duca di Gravina Orsini, che aveva menati seco da Sinigaglia, sotto buona guardia. Il Duca procedette saccheggiando le terre del Senese, e minacciando di assalire la città stessa, se non ne cacciavano subito il Petrucci; ma si contentò poi di lasciarlo partire, quando questi chiese un salvocondotto, perchè la Francia gli vietava d'assalire la terra, ed il Papa lo chiamava in fretta a Roma. Ciò per altro non impedì punto che, dopo avergli concesso il salvocondotto e raccomandatolo con lettera ai Lucchesi, gli mandasse dietro cinquanta uomini armati, per averlo, morto o vivo, nelle mani. E veramente il tiranno di Siena scampò questa volta per miracolo. Il 28 gennaio, infatti, aveva lasciato la sua città, e fuggiva più che in fretta con Giovan Paolo Baglioni verso Lucca, perchè, sebbene non sapessero di essere inseguiti, pure nessuno si fidava dei Borgia. E gli sgherri erano sul punto di raggiungerlo, se non che, durando sempre la guerra tra Firenze e Pisa, il commissario fiorentino, ignaro di tutto, non volle permettere che uomini armati corressero liberamente un paese guerreggiato, e li fermò chiedendo istruzioni a Firenze. Questo bastò perchè la desiderata preda avesse il tempo necessario a sfuggire dagli artigli avvelenati del Duca. Ed egli dovette ora finalmente decidersi ad andar subito verso Roma, chiamatovi con febbrile istanza dal Papa, il quale non si sentiva punto sicuro, essendo la Campagna piena d'armati che lo minacciavano. La Francia da un altro lato aveva di nuovo e severamente vietato che si procedesse oltre nelle conquiste.

Mentre in Romagna e nell'Italia centrale vediamo il Duca, e Niccolò Machiavelli che con tanta evidenza ci fa assistere a tutto quello che seguiva colà; a Roma possiamo osservare il rovescio, non meno tragico, della medaglia. Ivi si trovavano di fronte il Papa, che sapeva dominarsi assai meno del figlio, e Antonio Giustinian che, senza avere nè l'ingegno nè la cultura del Machiavelli, aveva assai maggiore autorità, maggiore esperienza del mondo, straordinaria conoscenza degli uomini, e, come ambasciatore veneto, molti mezzi che mancavano al Segretario fiorentino, per conoscere il segreto delle cose. Fin dal 6 agosto egli aveva scritto al Doge, che Vitellozzo andava «scantonando» il Duca, e che tutto faceva prevedere che questi ed il Papa fossero decisi a «mozzar le ali» agli Orsini. Quando vennero le nuove della ribellione, e della rotta di don Ugo e don Micheletto, il Papa si scagliò in Concistoro con un furore forsennato contro gli Orsini, ma poi subito, a poco a poco, abbassò la voce in modo da mostrarsi, scrive l'oratore, quasi umile ed avvilito. Alle prime notizie dei favori di Francia la sua gioia era di nuovo tale, che i cardinali sogghignavano fra loro, vedendo che il Santo Padre sapeva così poco frenarsi.[581] Cominciarono poi le trattative per gli accordi, e subito l'ambasciatore veneto, senza avere i dubbi e le incertezze del fiorentino, notava che erano condotti in modo da non farvi entrare di mezzo persone potenti, per non trovare poi ostacoli a violarli, venendo al sangue.[582]

Intanto non si perdeva tempo. Il Papa confessava d'avere in pochi giorni mandato al Duca 36,000 ducati;[583] e raccoglieva artiglierie, armava come se i nemici fossero alle porte, pigliando danari «cusì da amici come da nemici, non avendo respetto che sieno nè Orsini, nè Colonnesi: e fa come chi se aniega, che se attacca alle frasche.»[584] Senza punto occuparsi di cercare i principî o teorie d'una nuova scienza dello Stato, il Giustinian era, quanto e più del Machiavelli, intento a dare una fotografia di quel che vedeva; e sin dai primi di novembre, notando che la mala fede grandissima con cui procedevano gli accordi, traspariva dalle parole stesse del Papa, le riferiva al Doge de verbo ad verbum, aggiungendo: «E se possibile fosse, vorìa depenzerli la cosa inanti li occhi, perchè el modo fa molte fiate vegnir li uomini in cognizion dell'intrinseco più che le parole:» ognuno è persuaso che sia un finto accordo.[585] Infatti quando si lessero i nomi degli Orsini che lo avevano firmato, il Papa disse ridendo all'ambasciatore fiorentino: «Non vi pare che questa sia una compagnia di tristi e di falliti? Non vedete dai patti, come diffidano e si confessano traditori, non escluso il cardinale stesso, che ci fa l'amico, e intanto vuol mettere per condizione di stare a Roma solo quando gli pare?» Al quale proposito, il Giustinian scriveva: Gli Orsini possono essere ben certi d'aver preso il «tossego a termene.»[586] Nessuno invero capiva la cecità loro, massime del cardinale, che era sempre intorno al Papa, quasi volesse da sè medesimo entrare nella rete.

A misura che Alessandro VI credeva più vicini e sicuri i nuovi trionfi del Duca in Romagna, faceva ogni opera per cattivarsi l'amicizia della repubblica veneziana. Egli chiamava a parte l'ambasciatore, ed incrociando le braccia, stringendole al petto, deplorava che la gelosia dei governi d'Italia avesse dato il paese in mano a stranieri, che stavano con la bocca aperta per pigliarsi il resto. «Finora ci ha salvati solo la gelosia tra Francia e Spagna, altrimenti saremmo già rovinati. Ma non vi pensate esser figli dell'oca bianca. Ce ne sarebbe stato anche per voi. Noi siamo vecchi e dobbiamo pensare alla nostra posterità, onde non possiamo sperare in altri che nella serenissima Repubblica, che è eterna. Per amor di Dio, uniamoci insieme e provvediamo alla salute d'Italia. Sapete che cosa si dice? Che volete esser troppo savî. Contentatevi d'esser savî e lasciate quel troppo. E nel dir queste cose (aggiunge l'ambasciatore) pareva quasi gli si aprisse il petto, e che le parole gli uscissero dal core e non dalla bocca.»[587] Ma chi poteva prestar fede ai Borgia? E però gli disse in risposta brevissime parole; «e solum rengraziai la Santità Sua del bon volere dimostrato verso la Eccellentissima Signoria Vostra.» Del resto neppur Venezia era allora capace di seguire una politica veramente nazionale, e tale da cavar partito dalle giuste idee che, per suo proprio interesse e per fini malamente mascherati, esponeva il Papa, pronto il giorno dopo a fare il contrario di quel che con tanta passione diceva allora.

Comunque sia di ciò, il 24 novembre, quando il Machiavelli in Romagna era ancora al buio dei disegni del Valentino, e invano si stillava il cervello, il Giustinian scriveva da Roma: «La prima botta sarà a Sinigaglia, per impedire che la Prefettessa aiuti il duca d'Urbino, che il Papa ha una passione sfrenata d'aver nelle mani.»[588] Raccoglieva e mandava di continuo danari al figlio, che spendeva da 1000 ducati al giorno,[589] e s'aiutava perciò col saccheggiare e rubare. Aspettava con straordinaria impazienza le nuove dei progressi di lui, a segno tale che quando lo seppe per qualche tempo fermo a Cesena, andava gridando, fuori di sè per la stizza: Non sappiamo che diavolo stia a fare colà; gli abbiamo scritto che si spicci in sua buon'ora. E ad alta voce, per ben tre volte ripeteva, sì che tutti l'udirono: «Al fio de putta bastardo!» e simili parole e bestemmie in spagnuolo.[590] Per riposarsi poi da questi pensieri, e deviare la pubblica attenzione da' suoi segreti maneggi, promuoveva in Roma feste e mascherate popolari, che percorrevano le strade, e divenivano più oscene, quando arrivavano sotto le sue finestre, donde egli guardava ridendo il suo solito riso di vecchio dissoluto.[591] La sera la passava in Vaticano, continuando spesso fino a giorno «ne li consueti solazzi,» non mancandovi mai le solite belle donne, senza le quali «non se ne fa festa che diletti,» e giocavansi qualche volta centinaia di ducati. A questi sollazzi interveniva anche il cardinale Orsini, con maraviglia di tutta la Corte, la quale non capiva come egli si andasse così da se stesso «intrapolando.»[592]

Il 31 dicembre il Papa girava per le stanze del Vaticano, dicendo di non saper capire che cosa facesse il Duca, consumando invano mille ducati al giorno; ma poi non poteva celare il suo buon umore, e ridendo aggiungeva: «Vuol far sempre cose nuove, ha troppo grande animo.» Ed i cardinali gli dicevano che stesse contento, perchè il Duca sapeva spender con profitto il danaro. « — Noi tutti, essi aggiungevano, lo aspettiamo presto qui di ritorno per fare un bel carnevale. — Lo sappiamo bene, lo sappiamo, diceva il Papa, continuando a ridere, che voi non pensate ad altro. — » Era quello il giorno stesso, in cui Niccolò Machiavelli annunziava ai Dieci la presa di Sinigaglia e dei nemici del Duca. Il giorno dipoi il Santo Padre, finita la messa, chiamò gli ambasciatori presenti, e dètte loro la grande notizia, mostrandosi quasi maravigliato; ed aggiungeva che il Duca non perdonava mai a chi gli faceva ingiuria, e la vendetta non la lasciava ad altri, e minacciò quelli che l'avevano offeso, ed in particolare Oliverotto, «el qual el Duca aveva giurato in ogni modo di appiccar con le soe proprie mane.» I cardinali lo circondavano, e con varî rallegramenti «li grattavan le orecchie,»[593] mentre che esso «entrò in un gran cantar della virtù e magnanimità del Duca.» Poi si guardavano in viso, e stringendosi nelle spalle, pensavano a quello che presto sarebbe seguito.»[594]

Infatti il giorno 3 di gennaio 1503, essendo arrivata al Papa, sebbene ancora tenuta segreta, la notizia certa che Oliverotto e Vitellozzo erano stati strangolati, egli fece in gran fretta chiamare in Vaticano il cardinale Orsini, che venne col Governatore e con Iacopo da Santa Croce, i quali pare avessero ordine d'accompagnarlo, sebbene fingessero di venir con lui a caso. Non era anche arrivato, che fu preso e messo, come tutti prevedevano, in Castel Sant'Angelo, per non uscirne mai più vivo. La casa fu subito svaligiata, e la madre con due giovinette che le tenevano compagnia, cacciate senza poter portare seco altro che quello avevano in dosso. Le tre donne andaron raminghe per Roma, non trovando chi volesse riceverle, perchè ognuno temeva. Seguirono senza indugi moltissimi altri arresti. L'auditor della Camera, vescovo di Cesena, fu portato via dal letto con la febbre, e la sua casa del pari svaligiata; lo stesso fu fatto al protonotario Andrea de Spiritibus,[595] e così ad altri ed altri ancora. Chiunque aveva danari tremava per la sua vita, perchè ora «non par che il Pontefice pensi ad altro che a recuperar denari. Si afferma che abbia, tra robe, ufficî e beneficî, raccolto non meno di 100,000 ducati; e dice che quel che è fatto è nulla a quello che farà.»[596] I Medici stessi a Roma erano assai sbigottiti, ed il vescovo di Chiusi morì di spavento. Quelli che fuggirono erano già tanti, che il Papa credè necessario chiamare i Conservatori della Città, per dir loro che ormai erano presi tutti quelli che avevano commesso male: attendessero dunque gli altri a fare un bel carnevale.[597] Ed egli stesso, pure continuando la sua opera di sterminio, passò i due mesi di gennaio e febbraio tra le feste carnevalesche. L'ambasciatore veneto, andato a parlargli d'affari, lo trovò al balcone che rideva guardando il popolo mascherato buffoneggiare sotto le sue finestre.[598] Invitato poi a veglia una sera, lo trovò che assisteva, dopo aver passato il giorno a veder correre palii, alla recita di commedie, delle quali fu sempre amantissimo, in presenza d'altri diplomatici, in mezzo ai cardinali, «alcuni con l'abito cardinalesco, ed alcuni anco da maschera, con quelle compagnie che soleno gradir al Pontefice, e qualcuna ne era a' piedi del Santo Padre.»[599]

Il giorno che seguì a quella festa, il cardinale Orsini spirava nella prigione di Castel Sant'Angelo, dove, secondo che tutti dicevano, era stato avvelenato. Invano i cardinali avevano supplicato per la sua vita, invano i parenti avevano offerto 25 mila ducati per salvarlo. La madre, cui prima era stato concesso di mandar cibo al figlio, e poi vietato, inviò una donna amata dal cardinale, con l'offerta d'una grossa perla al Papa, che da più tempo la desiderava, sperando così di muoverlo a pietà. Prese la perla, ma non fece la grazia. Solo concesse che si mandasse di nuovo il desinare. Allora però il cardinale cominciava a dar «segni di frenesia,» e secondo la comune opinione, aveva già bevuto alla tazza avvelenata: quasi per ironia si ordinò poi ai medici lo curassero con ogni diligenza.[600] Il 15 si disse che lo avevano trovato con la febbre: il 22 era morto; il 24 quelli che lo avevano assistito furono chiamati a giurare che era stata morte naturale. Vennero poi, per ordine di Sua Santità, celebrate pubbliche esequie.[601]

Ed ora s'aspettava il Duca. Il cardinale d'Este era già fuggito da Roma a tale annunzio, temendo per la propria vita. Tra le mille voci che correvano, dicevasi anche che egli amasse donna Sancia cognata del Duca, e da questo pure amata.[602] Quelli fra gli Orsini che erano avanzati alla strage, i Savelli, i Colonna, corsi alle armi, s'erano fortificati in Ceri, Bracciano, altrove, ed avevano il 23 gennaio assalito il ponte Nomentano. Sebbene fossero stati respinti, pure il Papa aveva armato il Palazzo; era fuori di sè per la rabbia e la paura; andava gridando che voleva sradicar casa Orsini, e chiedeva al suo Duca, che non perdesse tempo, s'affrettasse a venire. Ed egli s'era avanzato, portando sterminio dovunque arrivava. A San Quirico, non trovò che due vecchi e nove vecchie, essendo fuggiti tutti gli altri. Li fece sospendere per le braccia, ponendo il fuoco sotto i loro piedi, perchè rivelassero dove erano nascosti i tesori; e non potendo nè sapendo essi rispondere nulla, dovettero morire. Simili atrocità commise a Montefiascone, Acquapendente, Viterbo, ecc.[603] Ma quantunque tutto cedesse dinanzi a lui, e molti dei nemici si fossero ritirati, pure Ceri e Bracciano resistevano, non bastando a sottometterli le artiglierie mandate dal Papa, nè il Duca osando secondarlo ora con troppo zelo, a cagione degli ordini ricevuti di Francia, dei quali l'altro non si curava punto. In questo modo le cose andarono per le lunghe; e però il Valentino, lasciati in una villa vicina 50 uomini armati, coi quali era venuto, entrò il 26 febbraio in Roma, insieme con il cardinale Borgia, il cardinale d'Alibret e tre servitori, tutti in maschera. La sera assisteva mascherato alla rappresentazione d'una delle solite commedie in Vaticano, sebbene ognuno lo riconoscesse.[604]

Il Machiavelli intanto, con la fantasia esaltata, piena la mente di tutto quello che aveva veduto e sentito del Valentino e dei Borgia, era tornato a Firenze, dove continuava nella cancelleria a leggere ed a scriver lettere che parlavan di loro. Ma chi credesse che egli si fosse addirittura illuso nel giudicare il vero carattere del Papa e del figlio, dovrebbe rileggere la sua prima Legazione a Roma, ed il suo primo Decennale, per convincersi facilmente del contrario. In questo egli chiama il Duca uomo senza pietà, ribellante a Cristo, l'idra, il basilisco, degno della più trista fine, e parla in termini non molto diversi del Papa.[605] Pure fu, come dicemmo, accanto al Valentino, che nella sua mente sorse la prima volta e cominciò a formularsi assai chiaro il pensiero, che doveva poi occupare tutta la sua vita, d'una scienza dello Stato, separata, indipendente da ogni concetto morale. In questa separazione egli credette di vedere l'unico mezzo per concepire chiaramente, e fondare su nuova base la vera arte di governare. Si trovò in uno stato d'animo e di mente non molto diverso da quello di chi si fosse la prima volta messo a ricercare le leggi, secondo cui si aumenta o si diminuisce la ricchezza delle nazioni, ed avesse esaminato il fenomeno economico così nel mercante, nell'industriale e nell'agricoltore che producono, come nel soldato che saccheggia, nel brigante e nel pirata che rubano. Da questa separazione, più o meno astratta e forzata, di uno solo dei fenomeni sociali da tutti gli altri, cominciò infatti la scienza economica a formarsi, ed a ciò dovette così il suo rapido progresso come anche alcuni di quegli errori che più tardi cercò di correggere. E da una separazione non molto diversa partiva il Machiavelli, quando cominciò ad esaminare, a studiare le azioni del Valentino: in esse l'assoluta distinzione della politica dalla morale non appariva come un'ipotesi o un'astrazione, perchè era invece un fatto reale. Se non che, allora il Machiavelli riusciva solo a formulare alcune massime generali, senza innalzarsi ad un concepimento teoretico di principî, e molto meno poteva riuscire ad esser tanto sicuro del suo metodo, da tentar di raccoglierli in un corpo di dottrine. Le sue idee, quasi inconsapevolmente, lo conducevano piuttosto a formar nella sua mente un personaggio ideale, che rappresentava l'uomo politico, accorto, abile, audace, non trattenuto da nessuno scrupolo di coscienza, da nessuna autorità morale, pur di giungere, superando ogni ostacolo, anche attraverso il sangue ed i tradimenti, allo scopo che s'era prefisso. In sostanza, esaminando le azioni del Valentino, egli aveva finito col concepire un Valentino immaginario, al quale ritornò continuamente più tardi. È la nota figura che così spesso ricomparisce in mezzo alle considerazioni dei Discorsi e del Principe, come a ricordare la loro prima sorgente, ed a testimoniare di nuovo che l'autore ha cercato il fondamento della sua politica, non già risalendo al Sommo Bene, o movendo da qualche metafisica astrazione, ma solo esaminando la realtà della vita. Ad un simile impulso egli obbediva, quando più tardi scrisse la Vita di Castruccio Castracani, la quale, come tutti sanno, non è storia, ma è invece un tentativo per cavare dalla storia il suo proprio ideale politico. Tutto questo ci spiega com'egli potesse tanto lodare e tanto biasimare il Valentino. Le lodi vanno generalmente al personaggio della sua mente, il biasimo a quello della storia. L'uno però non è così diverso dall'altro, che non ci accada qualche volta di confonderli insieme, tanto più che ciò segue anche all'autore, trasportato come è da una fantasia, che spesso lo domina con forza tanto maggiore, quanto più egli crede di ragionare a freddo. Nè è veramente raro il caso di vedere appunto gli uomini che più riflettono e ponderano, cadere a un tratto in assoluta balìa della propria immaginazione.

Qualunque del resto fosse lo stato del suo animo e delle sue idee, il Machiavelli non aveva allora il tempo necessario alle scientifiche meditazioni, ed a scrivere lavori di lunga lena. Si provò quindi solamente a narrare in breve tutto quel che aveva veduto in Romagna, non per darne un esatto ragguaglio storico, che già trovavasi nelle molte lettere della sua legazione, sebbene più d'una ne fosse andata perduta; ma per mettere, invece, anche meglio in chiaro la prudenza e l'arte, secondo lui maravigliose, del Duca. Compose perciò la ben nota Descrizione,[606] in cui il modo da questo tenuto nell'uccidere i suoi nemici, vien dipinto in quella forma che meglio rispondeva allo scopo che lo scrittore aveva preso di mira. Così e non altrimenti si può spiegare perchè il Machiavelli ora descriva i fatti tanto diversamente da quel che vedemmo nella Legazione, quando egli era sul luogo, e ragguagliava i Dieci per dovere d'ufficio.

Nella Descrizione comincia col presentarci il Duca che ritorna di Lombardia, dove era stato a scusarsi col Re di Francia «di molte calunnie gli erano state date da' Fiorentini per la ribellione d'Arezzo.» Il che non è vero, perchè i Fiorentini non lo avevano calunniato, e ciò dovrebbe in ogni caso bastare a far ricredere tutti coloro che in questa Descrizione non vollero vedere altro che una delle sue solite lettere ai Dieci o ai Signori. Certo il Segretario non avrebbe potuto, scrivendo ad essi, parlare delle calunnie de' Fiorentini. Continuando poi, egli narra con molta brevità la congiura alla Magione, e l'accordo più tardi seguìto fra i ribelli e il Duca, del quale fa in ogni maniera risaltare l'astuzia. Qui il Duca parte da Imola alla «uscita di novembre,» e nella Legazione il 10 dicembre; parte da Cesena «intorno a mezzo dicembre,» e nella Legazione, invece, era il 26 dicembre ancora «in sul partire.» Si procede poi narrando come, presa Sinigaglia dai Vitelli e dagli Orsini, la fortezza non si volle arrendere, avendo il castellano dichiarato di cederla solo «alla persona del Duca,» che fu perciò invitato a venire. A lui, osserva il Machiavelli, parve la occasione buona e da non dare ombra, e per meglio colorire la cosa licenziò i Francesi.[607] Nella Legazione invece aveva detto, come del resto da tutti gli storici ed ambasciatori del tempo risulta chiaro, che i Francesi partirono improvvisamente il 22 dicembre, perchè furono richiamati senza che se ne sapesse la ragione, e in ogni modo con grande dispiacere e pericolo del Duca.[608] Anzi il 20 dicembre scriveva che la cosa aveva «mandato il cervello sottosopra a questa Corte,» ed il 23, che al Duca erano così «mancate più che la metà delle forze e a due terzi della reputazione.» Nella Descrizione, invece, tutto ciò si muta in un tratto di fina accortezza del Valentino. Anche la strada che da Fano mena a Sinigaglia, apparisce qui assai diversa da quella minutamente descritta nel brano che ci resta della citata lettera, in cui si epiloga il racconto dei fatti. E sino alla fine si continua sempre allo stesso modo. Il Duca comunica il suo disegno a otto de' suoi fidi, di alcuni dei quali sono dati i nomi della Descrizione, sebbene nella Legazione di ciò non si faccia parola. Si racconta diversamente anche la presa dei quattro capitani, e si danno le parole dette da Oliverotto e Vitellozzo in sul morire, parole di cui nessuno può confermare o negare la verità storica, non avendone l'autore accennato nulla altrove, nè essendo presumibile che le conoscesse di certa scienza. Come si spiegherebbero mai così patenti contradizioni, se non si ammettesse che qui non si tratta di storia vera e propria? Il Valentino che il Machiavelli ci descrive ora, calunniato dai Fiorentini, abile ed accorto anche più di quel che appaia nella Legazione, non è altro che il precursore del suo Principe, nel quale ci sarà più tardi esposto in una forma teoretica ciò che ora vediamo invece in una forma individuale e concreta. Il concetto scientifico, sebbene ancora non apparisca molto chiaro, è però già nascosto nel personaggio ideale che ci sta dinanzi.

CAPITOLO VI.

Necessità di nuove imposte. — _Discorso sulla provvisione del danaro_. — Provvedimenti contro i Borgia. — Guerra di Pisa. — Nuovi misfatti del Papa. — Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di Giulio II.

(1503)

La Repubblica trovavasi ora molto angustiata dall'urgente bisogno di danari necessarî ad assoldare nuove genti; giacchè non solo i Borgia minacciavano da un lato e i Pisani dall'altro, ma un nuovo esercito francese era in via per Napoli, ed a nessuno era dato prevedere le complicazioni e i pericoli che da ciò potevano nascere. Pure fu questo il momento, in cui il gonfaloniere Soderini, che finora aveva governato con grandissimo favore, e tutto gli era riuscito, trovò la prima forte opposizione nei cittadini. Sette proposte diverse furono nel febbraio e nel marzo 1503 presentate al Consiglio Maggiore, per ottenere il danaro necessario, e nessuna fu vinta. Nè si sapeva più a quale partito appigliarsi, perchè se la imposta che si proponeva era grossa, non poteva essere accettata da un popolo già tanto gravato; se piccola, non soddisfaceva al bisogno. A queste ragioni di scontento se ne univano altre, che rendevano la presente opposizione assai viva. I cittadini più ricchi avevano non solo pagato le ordinarie gravezze; ma erano stati costretti ad imprestare non piccole somme di danaro al Comune, il quale perciò aveva con essi un debito di 400,000 fiorini, di cui 18,000 erano dovuti al Soderini ed ai suoi nipoti. Non volevano adunque i ricchi sentir parlare di provvedimenti straordinarî; ma chiedevano una imposta ordinaria e generale che, cadendo del pari su tutti, desse alla Repubblica modo di pagare qualche parte de' suoi debiti a chi essa aveva finora più aggravato. Questa norma s'era appunto seguìta nelle varie proposte sostenute dal Gonfaloniere, e respinte dal Consiglio, in cui prevalevano i meno ricchi, i quali si dolevano che egli, eletto dal popolo, favorisse invece i potenti. Ed aggiungevano che tutto ciò seguiva, perchè voleva ora farsi pagare i crediti che aveva egli verso lo Stato, dal quale riscoteva pure così grosso stipendio. Nè bastando, si univano a questi lamenti anche le grida di coloro che erano stati colpiti dai molti risparmî introdotti nella nuova amministrazione; e si faceva perfino un gran brontolare, perchè la moglie del Gonfaloniere, che era dei marchesi Malaspina, «bellissima, benchè attempata, e savia con modi regî,» secondo l'espressione del Cerretani, avesse allora preso alloggio in Palazzo, e quindi si vedesse per quelle scale un gran salire e scendere di signore, cosa fino allora insolita a Firenze.

La conseguenza naturale di tutto ciò fu, che il credito della Repubblica, rapidamente salito per la elezione del nuovo Gonfaloniere, e per la ordinata amministrazione di lui, discese ora con uguale rapidità, e i luoghi del Monte Comune e del Monte delle Fanciulle si tornavano a negoziare a bassissimo prezzo come in passato. Onde egli, stanco ormai di più temporeggiare, radunò il Consiglio Maggiore, e fece un solenne discorso, in cui, esposti gl'imminenti pericoli, rimise nei cittadini stessi la forma da dare alla nuova gravezza, pur che il danaro necessario a conservare e difendere la Repubblica, fosse una volta deliberato. E così finalmente si vinse una Decima universale su tutti i beni immobili, compresi gli ecclesiastici, quando se ne avesse il permesso da Roma, consentendo anche «un poco d'arbitrio.» Era l'arbitrio una tassa sull'esercizio delle professioni, e questo nome derivava forse dal mettersi senza regole molto determinate, massime poi nel caso presente, in cui veniva affidata del tutto alla discrezione dei magistrati. In ogni modo le cose tornarono subito nel loro stato normale, essendosi così superate le difficoltà assai più facilmente che non si sarebbe potuto supporre.[609]

Il Machiavelli si provò allora a mettere sulla carta il discorso che, secondo lui, avrebbe dovuto essere fatto in quella occasione. Se lo scrivesse per ordine del Soderini, e se veramente sia lo stesso che questi lesse o recitò in Consiglio, noi non possiamo affermarlo. Certo egli lo compose come se a ciò fosse destinato. Scritto in modo da poter essere, nel pronunziarlo, ancora più ampliato e svolto, ha una forza e concisione di stile singolarissime, e vi si trovano molte di quelle massime, di quelle sentenze generali e reminiscenze storiche, che, quasi direi, galleggiavano ancora non bene coordinate fra loro nella mente del Segretario fiorentino, ma venivano pur sempre da lui esposte e ripetute con una lucidità inarrivabile.[610] Egli incomincia col notare che tutti gli Stati hanno bisogno d'unire la forza alla prudenza. I Fiorentini avevano fatto prova di prudenza, nel dare unità e capo al governo; mancarono però subito al debito loro, non volendo provvedere alle armi, quando pochi mesi prima erano stati, per opera del Valentino, vicini all'ultima rovina. Nè valeva il dire che ora egli non aveva più ragione di offendere, «perchè bisogna sempre tenere che sia nemico chiunque può levarci il nostro, senza che noi siamo in grado di difenderci. E voi non potete ora difendere i vostri sudditi, e siete fra due o tre città, che desiderano più la vostra morte che la loro vita. Se andate poi fuori di Toscana, troverete che l'Italia gira tutta sotto i Veneziani, il Papa e il Re di Francia. I primi vi odiano e vi chiedono danari, per farvi guerra: meglio spenderli voi, per farla ad essi. Ognuno conosce che fede si può avere nel Papa e nel Duca, coi quali finora non vi è stato possibile concludere alleanza di sorta, e quando pure vi riuscisse, io vi ripeto che quei signori solamente vi saranno amici, che non vi potranno offendere, perchè fra gli uomini privati le leggi, le scritte, i patti fanno osservare la fede, e fra i Signori le armi. Quanto al Re di Francia, ci vuol proprio chi osi dirvi il vero, e quest'uno son io. O egli non troverà altro ostacolo che voi in Italia, e allora siete perduti, o vi saranno anche altri, e la salute vostra dipenderà solo dal sapervi fare rispettare in modo, che non si pensi d'abbandonarvi in preda a lui, e che egli non creda potervi lasciare fra i perduti. Pensate, in ogni caso, che non sempre si può mettere mano sulla spada di altri, e però gli è bene averla allato e cingersela, quando il nemico è discosto. Molti di voi debbono ricordare che, quando Costantinopoli fu per esser presa dal Turco, l'Imperatore previde la rovina, e non potendo provvedere colle sue entrate, chiamò i cittadini, ed espose quali erano i pericoli ed i rimedî; e se ne feciono beffe.» «La ossidione venne. Quelli cittadini che aveano prima poco stimato i ricordi del loro Signore, come sentirono suonare le artiglierie nelle loro mura, e fremere lo esercito de' nemici, corsono piangendo all'Imperadore con grembi pieni di danari, i quali lui cacciò via, dicendo: andate a morire con codesti danari, poi che voi non avete voluto vivere senz'essi.... Se però gli altri diventano savi per li pericoli dei vicini, voi non rinsavite per li vostri.... Perch'io vi dico, che la fortuna non muta sentenza dove non si muta ordine; nè i cieli vogliono o possono sostenere una cosa che voglia ruinare ad ogni modo. Il che io non posso credere, veggendovi Fiorentini liberi, ed essere nelle mani vostre la vostra libertà. Alla quale credo che voi avrete quei rispetti, che ha avuto chi è nato libero e desidera viver libero.» Quello che noi dobbiamo per ora notare si è la tendenza, che apparisce sempre più chiara nel Machiavelli, a formulare massime di politica generale, anche parlando di un affare così semplice come era il raccomandare una nuova imposta.

Le trattative intanto iniziate dai Borgia, per fare alleanza coi Fiorentini, continuavano senza speranza d'alcun resultato, perchè questi volevano procedere in tutto col consenso della Francia, la quale ora s'allontanava dal Papa, che dimostrava favore agli Spagnuoli. Essa cercava di favorire una lega tra Siena, Firenze, Lucca e Bologna, il che era finora riuscito solo ad aiutare il Petrucci a tornare in Siena. Colà i Fiorentini mandarono nell'aprile il Machiavelli, per comunicare a quel Signore le pratiche e le premure fatte dal Papa; e ciò per dargli una prova d'amicizia, più che per speranza o desiderio avessero di venire a qualche pratico resultato.[611] E però vinta che fu la provvisione del danaro, pensarono seriamente a mettersi in difesa contro inaspettati assalti dei Borgia, ed il Machiavelli era di nuovo al suo banco a scrivere lettere. Ad un commissario scriveva di tener d'occhio i nemici, ad un altro d'armare la fortezza, un terzo veniva rimproverato aspramente di mollezza e pigrizia. Nel maggio avvertiva che il Valentino licenziava le sue genti, le quali potevano fare qualche colpo di mano per proprio conto, o anche tentar, sotto queste mentite apparenze, di meglio servire il loro signore. Intanto esse erano verso Perugia, e minacciavano il confine. «Laonde, sebbene il divieto della Francia non ci faccia credere possibile un assalto, nè abbiamo pelo addosso che pensi quella Maestà essere per consentirgliene;[612] pure non bisogna punto addormentarsi, ma stare in guardia come se ci si credesse, visto il modo con cui procedono ora le cose, riuscendo quasi sempre dove nessuno immagina. Più adunque le vedi rannugolarsi e le conosci pericolose, e più terrai gli occhi aperti.»[613] I Dieci invero temevano poco un assalto manifesto, ma dubitavano molto di furti, di rapine, di saccheggi o anche di ribellione provocata in qualche terra, per poi scusarsene. «Se si ha a dubitare di assalto manifesto a 12 soldi per lira, e' se n'ha a dubitare a 18 soldi di furto.»[614] Forse ancora tutti questi segni di minacce avevano per unico scopo d'impedire che si désse il solito guasto ai Pisani, richiamando altrove l'attenzione e le forze della Repubblica. Ma quanto a ciò, essa era fermamente decisa a profittar della buona stagione.

Infatti s'erano già inviati al campo, come commissarî di guerra, Antonio Giacomini, che faceva anche l'ufficio di capitano con ardore sempre maggiore, e Tommaso Tosinghi. Nell'aprile una circolare dei Dieci ordinava che s'arrolassero nel territorio alcune migliaia di marraiuoli per dare il guasto, e nel maggio si mandavano al campo travi, bombarde, maestri d'ascia, e si annunziavano pronti a partire fanti, uomini d'arme e guastatori, tanto che i Pisani si spaventarono e dettero segno di voler venire ad accordi. Ma nè il Giacomini nè il Tosinghi si lasciarono prendere a questa pania, dichiarando di volere stare ai fatti, non alle parole, e ne furono molto lodati dai Dieci, in nome dei quali Niccolò Machiavelli scriveva loro il 22 maggio, confortandoli «a seguire co' medesimi termini in ogni vostra azione, mostrando sempre dall'una mano la spada e dall'altra l'unguento, in modo che conoscano essere in loro arbitrio pigliare quale e' vogliano.»[615] E il 23 del mese uscirono in campagna 300 uomini d'arme, 200 cavalli leggeri, 3000 fanti e 2000 guastatori, che per l'energia del Giacomini, in due giorni, dettero dalla parte dell'Arno un guasto così generale, che i Dieci stessi ne restarono assai soddisfatti, anzi maravigliati, e incoraggiavano a continuare in Val di Serchio.[616] Il Machiavelli, nello scrivere tutte queste lettere, non solo trasmetteva gli ordini avuti; ma qualche volta si distendeva a dare consigli, direzioni, suggerimenti, entrando nei più minuti particolari, quasi fosse un uomo di guerra, e che si trovasse in sul posto, pure ripetendo sempre che la Repubblica si rimetteva del tutto ai giudizî dei commissarî e capitani.[617]

Ai primi di giugno era finito il guasto anche nella Valle del Serchio, ed arrivava il balì di Caen, il quale, portando poco più che la bandiera di Francia, e qualche uomo d'arme, cominciava subito coi soliti lamenti e le solite pretese. Tuttavia la sua presenza e quella dei suoi, senza poter fare nè gran male nè gran bene, toglievano animo ai Pisani e ne davano ai Fiorentini, i quali subito presero Vico Pisano e la Verruca, di che i Dieci molto si rallegrarono,[618] ed il 18 giugno ordinarono che si espugnassero Librafatta e la Torre di Foce.[619] Ma la notizia che i Francesi comandati dal La Trémoille s'avanzavano verso Napoli, fece sospendere queste operazioni, essendo ora necessario d'avere l'esercito libero ad ogni occorrenza imprevista; e però fu dato invece ordine di limitarsi a pigliar solo la Torre di Foce, «perchè si lievi questo riceptacolo ai Pisani, e che non possino più rifarci nidio alcuno.»[620] Dopo di ciò la guerra fu da quel lato sospesa, ed il Giacomini richiamato per mandarlo ai confini.

Le cose del Reame avevano preso una piega assai contraria alla Francia, di cui i Borgia perciò cominciavano a curarsi assai poco, e quindi i Fiorentini si sentivano ora meno sicuri che mai. Alcune genti del Valentino scorrevano già nel Senese, di che il commissario Giovanni Ridolfi era in grandissimo pensiero, e però, con lettera del 4 agosto, il Machiavelli cercava fargli animo, scrivendo: «Gaeta non è poi all'olio santo come tu supponi, gli Spagnuoli cominciano a ritirarsi, i Francesi s'avanzano. Ed è falsa la tua opinione che l'esercito loro resti in Lombardia per paura dei Veneziani;» «e' quali non sono meglio in su le staffe, che si sieno stati tutto questo anno, nè si sente che tramutino un cavallo, nè che muovino un uomo d'arme, tale che, per tornare al proposito, noi non veggiamo come el Duca in su el traino di queste cose, abbi a cominciare una guerra e turbare apertamente le cose di Toscana, possendo in mille modi esserli, colla metà di questi favori, messo fuoco sino sotto el letto.»[621] Tuttavia, non ostante questa fiducia apparente, si davano gli ordini per la difesa, e si mandavano al Ridolfi 250 lance francesi. Così fra questo ondeggiare passò buona parte dell'anno, quando nuovi eventi in Roma mutarono affatto le condizioni della politica italiana.

Colà, dopo che le genti del Duca avevano finalmente preso Ceri, pareva che fosse nato dissenso fra lui ed il Papa, non volendo quegli procedere risoluto contro Bracciano e gli Orsini, per rispetto della Francia, quando l'altro si mostrava per ciò pieno di così gran furore, che minacciava scomunicare il figlio; e corse perfino la voce che una sera erano tra loro venuti alle mani.[622] Ma tutto questo, secondo l'ambasciatore veneziano, era una commedia. Nella presente incertezza intorno ai prossimi eventi del Reame, il Papa dimostrava d'inclinare a Spagna, il Duca a Francia. Pure, «buttandosela un all'altro, continuava il Giustinian, non restano di far li soi disegni.»[623] La verità era che adesso più che mai speravano poterli finalmente, fra i prossimi ed inevitabili disordini, porre in atto, e perciò con ogni mezzo davano opera a far danari. Il dì 29 marzo lo stesso ambasciatore scriveva che erano stati con una Bolla creati ottanta nuovi ufficî nella Curia, venduti subito a 760 ducati l'uno. «La Sublimità Vostra fazi el conto, e vedrà quanti denari ha toccato el Pontefice.»[624] E nel maggio aggiungeva, che erano stati nominati nove cardinali, uomini della peggior sorte, pagando tutti buona somma di danaro, alcuni da 20,000 ducati in su, tanto che s'erano messi insieme da 120 a 130 mila ducati. Così Alessandro aveva fatto vedere al mondo, che le entrate d'un Papa possono esser quali e quante esso vuole.[625]

Ma tutto ciò non bastava, e si ricorreva quindi ad altri mezzi. La notte dal 10 all'11 aprile, il cardinale Michiel, dopo due giorni di vomito, moriva, e prima dell'alba la sua casa era svaligiata, per ordine del Papa, che, secondo il Giustinian, tra danari, argenti, tappezzerie, prese più di 150,000 ducati. Infatti, andato questi in Vaticano, trovò tutte le porte serrate, e non fu ricevuto, perchè erano occupati a contar danari, e continuavano ancora nella sala, in cui fu condotto la mattina del 13, quando v'andò perchè invitato dal Papa. Questi gli disse: «Vedete, non sono che 23,832 ducati, e pure tutta la terra è piena della notizia che abbiamo avuto in contanti da 80 a 100 mila ducati.» E domandava la testimonianza di quelli che erano presenti, «quasi,» osservava l'ambasciatore, «ch'el fosse gran cosa che loro el dovessero servire di busìa.» E tuttavia il Papa gli faceva vivissime premure, perchè si ricercasse nel Veneto dove erano gli altri danari del cardinale, parendogli pochi quelli che aveva trovati.[626] Non andò guari, e Iacopo da Santa Croce, colui che lo aveva aiutato ad impadronirsi del cardinale Orsini, accompagnandolo in Vaticano, fu fatto prigioniero anch'egli, e dopo pattuito con lui di lasciarlo vivo, mediante buona somma di danari, gli fu invece il dì 8 giugno tagliata la testa. Il suo cadavere venne lasciato per terra sul ponte Sant'Angelo fino a sera, i suoi beni mobili e immobili confiscati, la moglie ed il figlio mandati raminghi.[627]

Intanto il 19 maggio era a un tratto fuggito di Roma il Troches o Troccio, uno dei più fidati strumenti degli assassinii de' Borgia, i quali ora lo cercavano a morte.[628] Il Valentino, con lettera dello stesso giorno, pregava gli amici, ed ordinava «a tucti nostri vaxalli,» sotto pena di ribellione, che lo ritenessero prigioniero, fuggendo egli per cose che erano «contro l'onore del Re di Francia.»[629] Altri però affermavano, che causa della fuga di questo assassino era stata lo sdegno di non esser messo nella lista dei nuovi cardinali, sdegno da lui manifestato al Papa, il quale gli avrebbe risposto che tacesse, se non voleva essere ammazzato dal Duca; e ciò lo aveva, come si affermava, indotto a rivelare alla Francia i loro segreti maneggi colla Spagna. Quindi il furore dei Borgia, e la brama ardente d'averlo nelle mani. Comunque sia, fu preso in una nave che lo menava in Corsica, e portato subito a Roma, venne chiuso in una torre nel Trastevere. Colà, dopo poche ore, comparve il Duca che gli parlò brevemente, e poi, ritiratosi in luogo donde lo vedeva e non era visto, mandò don Micheletto a strangolarlo. La sua roba, che era stata già inventariata, fu distribuita secondo gli ordini del Papa. E così, osservava il Giustinian, di tutti i più sicuri e fedeli strumenti dei Borgia restavano ora vivi solo don Micheletto e Romolino, ai quali era forse tra poco serbata la medesima sorte degli altri.[630] Veramente pareva che non vi dovesse essere più fine alle persecuzioni ed alle morti. Molti vennero imprigionati come ebrei, altri in maggior numero come marrani: con questi pretesti s'entrava nelle loro case, svaligiandole d'ogni cosa; poi si pattuiva con ciascuno di essi di lasciar solo salva la vita, mediante una somma più o meno grossa. «Sono tutte invenzioni da far danari,» scriveva l'ambasciatore fiorentino Vittorio Soderini, e lo stesso diceva presso a poco il veneto.[631] Questi annunziava più tardi che il dì 1º agosto, verso l'Ave Maria, dopo due soli giorni di malattia, era improvvisamente morto il cardinal di Monreale, Giovanni Borgia, «per la morte del quale el Pontefice ha abuto una bona zera, benchè li fosse nepote.» Andato l'ambasciatore in Vaticano, non fu ricevuto, scusandosi il Papa col dire d'esser fastidito per la morte del cardinale nepote; «et el fastidio doveva esser in contar danari e manizar zogie.» Infatti, tutto computato, si trovò, fra contanti ed altro, pel valore di 100,000 ducati; e pubblicamente si affermava, «che lui etiam sia sta' mandato per la via che sono tutti gli altri, da poi che sono bene ingrassati; e dassi di questo la colpa al Duca.»[632] Le cose erano ormai arrivate a tal punto, che chi aveva danari o fama d'averne, tremava per la sua vita, parendogli da tutta ora aver el barisello alle spalle.»[633]

I Borgia facevano ora ogni sforzo, per trovarsi pronti a nuove imprese, in mezzo al disordine generale che s'aspettava pei rapidi mutamenti che seguivano nel Napoletano. Il D'Aubigny era stato disfatto in Calabria dagli Spagnuoli sopravvenuti di Sicilia; il Nemours alla Cerignola da Consalvo di Cordova, che era uscito di Barletta, e dopo una splendida vittoria entrò nel maggio trionfante in Napoli. In breve ai Francesi non restò che la fortezza di Gaeta, dove si rifugiò il maggior numero dei loro soldati avanzati alla rotta; Venosa, dove era Luigi d'Ars; Santa Severina, dove era assediato il principe di Rossano. Luigi XII si dovette quindi rifar da capo, assalendo direttamente la Spagna, ed inviando in Italia un nuovo esercito sotto Luigi La Trémoille e Francesco Gonzaga, esercito che doveva essere poi accresciuto cogli aiuti promessi da Firenze, Siena, Mantova, Bologna, Ferrara. Questa spedizione procedeva però con una lentezza incredibile, a causa della sospetta neutralità di Venezia, e della sempre più mutabile e meno comprensibile politica del Papa. Egli manifestamente inclinava a Spagna, cui permetteva fare pubblici arrolamenti in Roma; ma faceva poi sentire ai Francesi, che gli avrebbe aiutati nella loro impresa, pagando sino a due terzi della spesa, quando però dessero il Reame o la Sicilia al Valentino, rifacendosi nell'Italia superiore a loro piacere.[634] Nello stesso tempo faceva le più grandi profferte d'amicizia e d'alleanza ai Veneziani, perchè s'unissero con lui contro la Francia e contro la Spagna, a difesa comune dell'Italia dagli stranieri.[635] A Massimiliano re dei Romani, che pensava sempre di venire in Italia a pigliar la corona imperiale, chiedeva invece con grande istanza la investitura di Pisa pel Duca, dicendo che altrimenti sarebbe obbligato d'abbandonarsi alla Francia, che gli prometteva il Reame in cambio della Romagna.[636] Che riuscita potesse avere una così stolta condotta, lo lasceremo giudicare a coloro che esaltarono l'accortezza e il senno politico dei Borgia. Trattando con tutti contro tutti, dopo tanto agitarsi, il Papa si trovava condannato alla immobilità, senza poter contare sull'amicizia di alcuno. E il Duca, che s'armava con animo d'andar contro Siena, di unirsi a Pisa, e, fattosene padrone, spingersi contro Firenze, non poteva neppur egli muovere ora un passo; giacchè avrebbe per via incontrato l'esercito francese, e gli sarebbe stato necessario dichiararsi amico o nemico, cioè combatterlo o unirsi con esso e seguirlo nel Reame. Volendo invece serbarsi pronto a tutti i possibili eventi, a lui non conveniva nè l'uno nè l'altro partito, e quindi il resultato di tanto agitarsi, di tante astuzie, di tanti assassinii, era anche per lui l'immobilità e l'incertezza.

Ma un fatto inaspettato venne a mutare improvvisamente lo stato delle cose. Il 5 agosto verso sera, il Papa andò col Duca a cena nella vigna del cardinale Adriano da Corneto, in Vaticano, e stettero colà fino a notte. Il mese di agosto, sempre cattivo per le febbri romane, era quell'anno pessimo. Alcuni degli ambasciatori, moltissimi della Curia, specialmente coloro che abitavano in Palazzo, s'erano ammalati; e però tutti quelli che erano stati alla cena, se ne risentirono più o meno gravemente. Il giorno 7 il Giustinian andò dal Papa che, rinchiuso e rimbacuccato, gli disse volersi aver cura, perchè gli facevano paura le tante febbri e morti che allora seguivano in Roma.[637] Il giorno 11 il cardinale Adriano era a letto colla febbre; il 12 il Papa fu preso da un assalto di febbre e di vomito; il Duca s'ammalò anch'egli dello stesso male.[638] Il Papa aveva allora 73 anni, e quindi era evidente la gravità del suo stato. Infatti cominciarono subito minacce di congestione cerebrale, cui si cercò riparare con abbondanti salassi, i quali, indebolendo il malato, rendevano più forte la febbre.[639] Sopravvenne un sopore minaccioso, che pareva quasi di morte. Il 17 la febbre, che l'ambasciatore di Ferrara chiama tertiana nota,[640] tornò con parossismi così violenti, che il medico dichiarò il caso disperato. Il disordine fu subito grandissimo in Vaticano, molti cominciavano già a mettere in salvo le loro robe. Alessandro VI, che durante tutto questo tempo non aveva neppur chiesto notizia del Duca o della Lucrezia,[641] il giorno 18 si confessò e comunicò. Verso le ore 6 si svenne in modo che parve spirare, e si rinvenne solamente per dar subito dopo l'estremo respiro, verso l'ora di vespro, in presenza del vescovo di Carinola, del Datario e di alcuni camerieri.[642]

Allora la confusione fu al colmo. Il Duca, sebbene stésse sempre assai male, tanto che pareva in pericolo di vita, aveva fatto trasportare in Castello buona parte delle proprie robe, e dato ordine alle sue genti di venire in Roma. Don Michele era con alcuni armati entrato nelle stanze del Papa, e, chiuse le porte, aveva fatto puntare un pugnale alla gola del cardinal Casanova, minacciando di ucciderlo e gettarlo dalle finestre, se non dava subito le chiavi e i danari del Papa. Così furono presi pel Valentino da 100,000 ducati in contanti, oltre le argenterie e le gioie, in tutto un valore di più che 300,000 ducati.[643] Fu però dimenticata la stanza accanto a quella, in cui era spirato Alessandro, nella quale erano le mitrie preziose, anelli e vasi d'argento da empirne molte casse.[644] I servitori pigliarono ogni altra cosa che trovarono nelle camere già saccheggiate. Da ultimo si spalancarono gli usci e fu pubblicata la morte.

Tutto ebbe un aspetto lugubre e sinistro fino alla sepoltura. Lavato e vestito il cadavere, fu abbandonato con due soli ceri accesi. I cardinali chiamati non vennero, e neppure i penitenzieri che dovevano dire l'ufficio dei morti. Il giorno seguente il cadavere s'era, per la corruzione del sangue, alterato in modo che aveva perduto ogni forma umana. Nerissimo, gonfio, quasi altrettanto largo che lungo; la lingua s'era ingrossata così che riempiva tutta la bocca, la quale rimaneva aperta.[645] In sul mezzogiorno del 19 agosto fu esposto, secondo il costume, in San Pietro; «tamen per esser el più brutto, mostruoso et orrendo corpo di morto che si vedesse mai, senza alcuna forma nè figura de omo, da vergogna lo tennero un pezzo coperto, e poi avanti el sol a monte, lo sepelite, adstantibus duobus cardinalibus de' suoi di Palazzo.»[646] In San Pietro mancava il libro per leggere le preci, e poi seguì un tafferuglio tra preti e soldati, in conseguenza del quale il clero, smesso il canto, fuggì verso la sagrestia, ed il cadavere del Papa restò quasi abbandonato. Portatolo all'altar maggiore, si dubitò d'insulti per l'ira popolare, e lo posero perciò con quattro ceri dietro un'inferriata che venne chiusa: così restò tutto il giorno. Dopo 24 ore fu portato nella cappella de febribus, dove sei facchini, beffando ed insultando la sua memoria, cavarono la fossa per seppellirlo, mentre che due falegnami, i quali avevano fatto la cassa troppo corta e stretta per lui, messa la mitria per parte, copertolo con un vecchio tappeto, ve lo introdussero pestandolo a forza di pugni.[647] La sepoltura fu tale, che il marchese di Mantova, il quale nel settembre trovavasi coll'esercito francese presso Roma, scriveva a sua moglie, la marchesa Isabella: «Fugli fatto un deposito tanto misero, che la nana, moglie del zoppo, l'ha lì a Mantova più onorevole.»[648]

La rapida decomposizione del cadavere per la corruzione del sangue, e l'essersi nello stesso tempo ammalati il Papa, il Valentino ed il cardinale Adriano, fecero spargere la voce, e credere universalmente, che vi fosse stato veleno, opinione che veniva suggerita dal nome stesso dei Borgia. Si disse che il Papa e il Duca volevano disfarsi del cardinale; ma che per errore, il vino, già prima avvelenato per lui, era stato dato invece ad essi. Senza qui osservare che i Borgia non erano nel proprio mestiere tanto inesperti da lasciar facilmente commettere, a proprio danno, simili errori, non si capirebbe in questo caso, come mai anche il cardinale si fosse ammalato.[649] Da altri si affermava che questi si salvò, perchè, avvedutosi a tempo del pericolo, corruppe con 10,000 ducati il coppiere, che dètte perciò il veleno solo ai Borgia. Ma tutte queste voci pèrdono ogni valore dinanzi ai dispacci degli ambasciatori, massime del Giustinian, il quale descrisse, giorno per giorno, l'origine ed il progresso della malattia; parlò continuamente col medico del Papa, e così seppe che la congestione cerebrale, sopravvenuta alla febbre, aveva prodotto la morte. Lo stesso ambasciatore ferrarese Beltrando Costabili, che il 19, dopo la rapida corruzione del cadavere, annunziava la voce per questa ragione diffusa e creduta di avvelenamento, aveva il 14 dichiarato esplicito, che era febbre terzana, di che nessuno poteva maravigliarsi, perchè quasi tutti della Corte erano stati presi dallo stesso male, che allora infieriva in Roma, «per la mala conditione de aere.» Sarebbe in ogni caso assai strano, per non dire di più, che il veleno dato la sera della cena avesse cominciato a produrre i suoi effetti visibili solo dopo sette giorni, quando infatti cominciò la febbre.[650] Anche l'oratore ufficiale, che dinanzi ai Cardinali radunati prima del Conclave, pronunziò la orazione funebre sopra Alessandro VI, dice che fu quadriduana febris quella che lui e medio abstulit.

Noi risparmieremo al lettore tutti gli altri racconti che furono allora ripetuti, di diavoli visti presso al letto del Papa, con cui avevano pattuito sin dal principio del pontificato, per avere la sua anima, e simili altre favole, tanto più credute, quanto più incredulo era il secolo. Il 19 agosto anche il Duca sembrava vicino a morte, le botteghe si chiudevano, gli Spagnuoli si nascondevano, e correva voce che Fabio Orsini era entrato in Roma coll'Alviano e cogli altri di sua casa, pieni d'un furore indescrivibile di vendetta. Cesare Borgia lo sapeva; ma egli che, come disse al Machiavelli più tardi, aveva pensato a tutto meno che al caso di trovarsi moribondo quando il Papa era morto, sembrava che ora si fosse perciò affatto smarrito.[651] I suoi soldati tumultuavano e mettevano fuoco alle case degli Orsini, bruciandone una parte. Finalmente il Conclave, per mezzo degli ambasciatori, riuscì a persuadere tutti ad una specie di tregua. Gli Orsini ed i Colonna si allontanarono quindi da Roma; il Duca, essendo migliorato, mandò innanzi le sue artiglierie, ed il 2 settembre uscì anch'egli da Roma in portantina, per andarsene al castello di Nepi ancora suo. Colà si trovava vicino all'esercito francese, già in via per Napoli, e da esso sperava aiuto, essendosi a un tratto dichiarato per la Francia, sebbene ponesse sempre tutta la sua fiducia nei cardinali spagnuoli, dai quali era circondato e favorito.

Arrivarono a Roma il cardinale Giuliano Della Rovere, dopo un esilio di dieci anni; il cardinale Ascanio Sforza, liberato dalla prigionìa per opera del cardinale di Rouen, che aspirava al papato, ed altri molti. Il 3 di settembre furono fatte le esequie solenni e di rito al Papa morto; il 22 fu eletto finalmente Francesco Todeschini dei Piccolomini, nipote di Pio II, e prese il nome di Pio III. Aveva allora 64 anni, ed era così malato, che saliva sul trono come un'ombra passeggera, quasi destinato solamente a lasciar continuare le trame che d'ogni parte si ordivano, e dar tempo di misurarsi ai varî partiti, che già erano in moto per la prossima elezione. L'esercito francese che s'era fermato, proclamato che fu il nuovo Papa, continuò il suo cammino; ed allora il Duca, trovandosi solo co' suoi a Nepi, dove s'avvicinava l'Alviano assetato di sangue e di vendetta, tornò subito a Roma. Ivi seppe che le città, già sue una volta, richiamavano i loro antichi signori, i quali tornavano ed erano festosamente accolti. La Romagna però, essendo stata da lui assai meglio governata, gli restava ancora fedele, e le sue fortezze colà, occupate da comandanti spagnuoli, si mantenevano sempre per lui. Pure non gli venne mai l'idea di mettersi alla testa del suo piccolo esercito, per aprirsi la via fra i nemici, riconquistare e difendere il proprio Stato colle armi. Sperava sempre e solo negli intrighi orditi, acciò la prossima elezione riuscisse a lui favorevole. Intanto il nuovo Papa, d'indole mitissima, gli dimostrava per ora compassione. Ma gli Orsini, sentito che egli s'era volto a Francia ed era stato accettato, ne furono sdegnatissimi, e fecero subito alleanza coi Colonna, con Consalvo e la Spagna. Una parte di essi assalirono Borgo, misero fuoco a porta Torrione, per entrare in Vaticano ed ivi impadronirsi del Borgia, che essi cercavano a morte. A fatica ed in fretta egli potè essere salvato da alcuni cardinali, i quali lo menarono pel corridoio in Castel Sant'Angelo. E così là dove tante vittime di lui e del padre erano spirate nelle tenebre, fra i tormenti, consumati dal veleno, si trovò finalmente anch'egli per un momento quasi prigioniero. Seppe allora che Pio III, il quale non s'era potuto tenere in piedi il giorno 8 ottobre, quando fu incoronato, dopo dieci giorni era morto.[652]

Il resultato della nuova elezione non poteva ormai essere più dubbio, perchè tutto era stato apparecchiato con danari, concertato con promesse, con intrighi fatti per ogni verso, anche coi cardinali spagnuoli, per mezzo del Valentino, il quale credeva così d'essersi assicurata valida protezione. Il 31 ottobre trentacinque cardinali entrarono in Conclave. S'erano a mala pena radunati, e quasi non s'era ancora, secondo il costume, chiusa la porta, che già il nuovo Papa veniva proclamato nella persona di Giuliano Della Rovere, che prese il nome di Giulio II. Questo acerrimo nemico dei Borgia, il quale pure seppe a tempo favorirli, nato presso Savona, di bassa origine, aveva allora 60 anni; ma della forte stirpe di Sisto IV, di cui era nipote, cardinale dal 1471 e per molti vescovadi ricchissimo, aveva una tempra di ferro. Sebbene la sua gioventù non fosse stata molto diversa da quella dei prelati d'allora, e sebbene non fosse uomo di molti scrupoli, pure egli mirava alla potenza e grandezza politica della Chiesa con un ardore ed un ardire maravigliosi alla sua età. Senza abbandonare i suoi, non voleva sacrificare ad essi gl'interessi dello Stato e della Chiesa, e però non trasmodò mai troppo nel nepotismo. Le sue vie, le sue mire, il suo carattere impetuoso, violento, erano affatto contrari a quelli dei Borgia. Pure sapeva a tempo simulare e dissimulare, e non aveva avuto scrupolo alcuno di trattare col Valentino per la propria elezione, promettendo di farlo Gonfaloniere della Chiesa, lasciargli governar la Romagna, far sposare la figlia di lui con Francesco Della Rovere, prefetto di Roma. Sebbene però egli non fosse proprio deliberato a violare queste promesse, era ben altro che deciso a mantenerle. Tutto dipendeva dal vedere se il Duca poteva, per un po' di tempo almeno, essere utile strumento ai disegni del Papa, che erano di respingere i Veneziani dalla Romagna, dove s'avanzavano. Prima o poi doveva consegnare le fortezze che ancora si tenevano per lui, qualunque fossero le promesse fatte o le speranze date; giacchè l'interesse generale della Chiesa non poteva cedere dinanzi ad alcun riguardo umano. In questi propositi Giulio II era saldo e deliberato, ed il suo carattere era tale, che nulla poteva ormai farlo deviare. Lo stato delle cose s'andò quindi rapidissimamente complicando; con questo Papa anzi cominciò addirittura un'epoca nuova, non solamente in Italia, ma in Europa. Ha perciò tanto maggiore importanza la nuova legazione del Machiavelli, che allora appunto fu spedito a Roma.

CAPITOLO VII.

I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani. — Legazione a Roma. — Gli Spagnuoli trionfano nel Reame. — Seconda legazione in Francia. — Si ripiglia la guerra di Pisa. — Vani tentativi per deviare l'Arno. — Decennale Primo. — Uno scritto perduto.

(1503-1504)

Quando a Roma seguivano i fatti da noi ora descritti, Firenze teneva l'occhio rivolto a quello che accadeva negli Stati già appartenuti al Valentino, coi quali essa confinava. Ciò che più di tutto voleva evitare era l'avanzarsi dei Veneziani, che aspiravano sempre alla Monarchia d'Italia. E però il Machiavelli, per ordine e in nome dei Dieci, scriveva ai commissarî e podestà, che favorissero la Chiesa o il ritorno degli antichi Signori o quello del Duca stesso, secondo la piega che gli avvenimenti pigliavano, pur di chiudere la porta a Venezia.[653] Nè si tralasciasse di considerare, se non fosse possibile profittare del generale trambusto, impadronendosi per conto proprio di qualche terra vicina: si raccomandava però sempre di farlo con molta prudenza, e senza esporre la Repubblica a conseguenze pericolose. In questo senso i Dieci scrivevano al commissario Ridolfi per Citerna, Faenza, Forlì, dichiarandosi pronti a spendere, per avere quest'ultima terra, sino a 10,000 ducati. Ma aggiungevano al solito che, non avendo la Repubblica forze sufficienti a fare imprese ardite, bisognava, ad eccezione dei Veneziani, favorire in ogni caso chiunque avesse maggiore probabilità di fortunato successo.[654] Mentre però si discuteva se conveniva impadronirsi di Forlì, v'entrò invece il signor Antonio Ordelaffi, il quale fu bene accolto dalle popolazioni, e dichiarò subito di rimettersi tutto alla protezione dei Fiorentini. Questi allora non seppero più come regolarsi. Non potevano convenientemente ricusargli protezione; ma non si sentivano in forze da difenderlo contro la Chiesa e contro il Valentino, che facilmente lo avrebbero assalito. Ricorsero quindi al ripiego d'invitarlo a Firenze, dicendo che ivi starebbe più sicuro, e che avevano da trattare con lui faccende di importanza. Nello stesso tempo il Machiavelli scriveva al commissario in Castrocaro: «Questa venuta farà sollevare gli animi dei Forlivesi, e insospettire le genti del Duca. Ai primi dirai che lo abbiamo fatto venire per aiutarlo meglio; ai secondi, invece, che lo abbiamo chiamato per vantaggio del Duca, e per chiudere quella porta aperta ai Veneziani, togliendo loro di mano uno strumento. E così verrai bilanciando la cosa per farci guadagnare tempo. Bisogna però governare con destrezza e segretamente questo maneggio, e colorirlo in modo che nessuna delle parti s'avvegga d'essere aggirata o tenuta in pratica.»[655] Un così continuo e misero tergiversare era ciò che più di tutto disgustava il Machiavelli, che vi si trovava, per obbligo d'ufficio, costretto, e lo spingeva sempre più ad un'esagerata ammirazione per la condotta di uomini come il Valentino, i quali, senza riguardi umani nè divini, andavano diritti al loro fine.

Per buona fortuna egli fu presto levato da siffatta tortura, giacchè il 23 ottobre ebbe le istruzioni e l'ordine di recarsi a Roma, con lettere di raccomandazione a molti cardinali che doveva visitare, specialmente al cardinal Soderini, che trattava colà i principali affari della Repubblica, e dal quale egli doveva dipendere.[656] Era mandato a far condoglianze per la morte di Pio III; a raccogliere tutte le notizie che poteva, durante il Conclave, ed ancora a concludere, mediante il cardinale di Rouen, una condotta con G. P. Baglioni. Questa si faceva in nome dei Fiorentini, ma tutta nell'interesse ed a servizio della Francia, per bilanciare il danno da essa risentito a causa dell'abbandono degli Orsini, che insieme coi Colonna s'erano uniti a Consalvo di Cordova, appena che l'amicizia del Valentino era stata accettata dai Francesi. Come era naturale, la condotta fu subito conclusa, ed il Baglioni s'apparecchiò senza indugio a partire, per riscuotere il danaro in Firenze, che s'era impegnata a pagarlo coi 60,000 ducati dovuti alla Francia «per conto della protezione.»[657] Al quale proposito il Machiavelli scriveva di lui, «che anch'egli era come gli altri che saccheggiano Roma, i quali sono più ladruncoli che soldati, e vengono cercati più pel nome e le amicizie che hanno, che pel loro valore o per gli uomini di cui dispongono. Obbligati come sono alle proprie passioni, le alleanze fatte con essi durano fino a quando non torna loro l'occasione d'offendere, e però chi li conosce cerca solo di temporeggiarli.»[658]

Del resto gli avvenimenti mutarono subito lo scopo e l'indole di questa legazione. Al giungere del Machiavelli in Roma, già erano in sul finire quegli scandalosi maneggi coi quali, secondo che scriveva l'ambasciatore veneto, i voti s'erano contrattati non a migliaia, ma a diecine di migliaia di ducati, chè «ormai non è differenzia dal papato al soldanato, perchè plus offerenti dabitur.»[659] Il cardinale Giuliano Della Rovere aveva così guadagnato rapidissimamente terreno, ed essendogli, come già dicemmo, riuscito, mercè le promesse fatte al Valentino, di avere il favore dei cardinali spagnuoli, era sicuro del fatto suo. Gli animi erano però sempre assai agitati, e grandissimo il disordine nella città, a segno tale che un servitore di quel cardinale, la sera del 31 ottobre, fu accompagnato da venti uomini armati, nell'andare a casa del Machiavelli. Tuttavia questi scriveva la sera stessa, che l'elezione era omai sicura. Il giorno seguente, infatti, radunatosi il Conclave, veniva proclamato il nuovo Papa, che prese subito il nome di Giulio II, e senza esitare strinse con mano fermissima le redini del governo. Così ora non si trattava più di pensare a raccogliere e trasmettere notizie intorno al Conclave; ma sorgevano invece due altre questioni assai più gravi. Che cosa il Papa intendeva fare del Valentino, cui aveva tanto promesso? Che condotta voleva tenere di fronte a Venezia, la quale già si dimostrava deliberata ad avanzarsi in Romagna?

E due erano gli uomini, che con maggiore diligenza e penetrazione le esaminavano: il Machiavelli ed il Giustinian. Questi però, come era naturale, s'occupava assai meno dell'affare del Valentino, di cui la sua Repubblica poco temeva. Fin da quando sentì parlare delle promesse, che gli faceva colui che stava per essere eletto Papa, era andato con grande accortezza a scrutarne l'animo. E gli fu risposto: «Fate che l'elezione riesca, e non dubitate. Voi vedete la miseria, in cui ci ha condotto la carogna che dopo sè ha lasciato papa Alessandro, con questo gran numero di cardinali. La necessità costringe gli uomini a fare quello che non vogliono, finchè dipendono da altri; ma, una volta liberati, fanno poi in diverso modo.»[660] Il Giustinian non ebbe dopo ciò bisogno d'altre spiegazioni, nè più si occupò del Valentino, anzi ripetutamente da lui pregato che venisse a trovarlo, non volle andare, per non crescergli importanza.[661] Invece scrutava, con una riserva e costanza maravigliose, i più segreti pensieri del Papa circa l'avanzarsi dei Veneziani, e ne ragguagliava il suo Governo con una diligenza insuperabile. Egli si era subito avvisto che i primi segni di benevolenza e le prime incertezze del Papa erano solo apparenti ed illusorie, essendo questi deciso a mettere a repentaglio la tiara e la pace d'Europa, per riprendere le terre, che, secondo lui, appartenevano alla Chiesa. E così, prima che si manifestino ad altro occhio umano, noi vediamo i germi della Lega di Cambray nei dispacci del veneto ambasciatore, che invano dava consigli di prudenza al suo Governo, ed invano cercava calmare l'animo irritato e fiero del Papa. Diversa assai apparisce di fronte a questi fatti la condizione del Machiavelli. I Fiorentini erano sopra ogni altra cosa impazientissimi di vedere Giulio II dichiararsi nemico dei Veneziani. Le necessarie riserve da lui usate alle prime notizie dell'avanzarsi di costoro, venivano da essi interpetrate non solo come segni d'imperdonabile freddezza; ma quasi come una prova che egli fosse contento, e forse andasse d'accordo, per impedire così il ritorno del Valentino. Il Machiavelli perciò veniva dai Dieci spronato a destare con ogni arte gelosia e odio contro Venezia; ma ben presto egli si dovette avvedere che la cosa era assai facile, perchè i primi accenni del passionato e deliberato sdegno del Papa non tardarono a manifestarsi. Invece doveva tener d'occhio il Valentino, il quale, quando fosse andato in Romagna, avrebbe dovuto passare per la Toscana, il che non sarebbe stato un piccolo malanno per la Repubblica. Egli poi non aveva come il Giustinian molto frequenti occasioni d'avvicinare il Papa, e quindi non sapeva quale fosse veramente l'animo di lui verso un uomo che aveva molto odiato, ma a cui aveva pure molto promesso.

L'importanza di questa legazione, per quel che risguarda la vita del Machiavelli, viene dal trovarsi egli, dopo breve tempo, nuovamente in presenza del Valentino, caduto dal potere e dalla fortuna in cui lo aveva la prima volta veduto. Infatti ora ne scrive e ragiona con una indifferenza ed un freddo disprezzo, che ha scandalezzato moltissimi, i quali vollero in ciò vedere non solo una flagrante contradizione con quanto aveva scritto di lui altra volta; ma anche la prova di un animo basso, che sapeva ammirare solo il prospero successo e la buona fortuna, pronto a calpestare il proprio eroe appena lo vedeva caduto. Questo falso giudizio però non è altro che la conseguenza naturale del precedente errore, commesso nel voler dare all'ammirazione del Machiavelli pel Valentino un significato ed un valore che non potevano avere. Anche presso un capo di briganti, che fosse stato assai audace ed accorto, tale da saper mettere a soqquadro tutto un paese e dominarlo, il Machiavelli ne avrebbe ammirato l'accortezza ed il coraggio, senza lasciarsi spaventare da qualsiasi azione più sanguinosa e crudele. Ne avrebbe anzi potuto formare nella propria fantasia una specie d'eroe immaginario, lodandone la prudenza e la virtù, nel senso che a questa parola dava il Rinascimento italiano. E tutto ciò per la natura del suo ingegno, per l'indole dei tempi, ed anche, se vuolsi, per la freddezza del suo cuore, non punto cattivo, ma neppur sempre riscaldato da troppo ardenti entusiasmi pel bene. Se però avesse più tardi ritrovato il medesimo brigante, caduto dalla prima fortuna, ritornato nella vita privata, e si fosse visto dinanzi l'uomo, avvilito ed abbietto, nella sua ributtante ed immorale mostruosità, egli, seguendo sempre lo stesso esame impassibile della realtà, senza punto esitare e senza punto temere di contradirsi, lo avrebbe descritto e giudicato quale veramente lo vedeva ed era. Non molto diverso dobbiam credere che fosse allora lo stato del suo animo di fronte al Valentino; e la contradizione non è perciò ne' suoi giudizî, ma in quelli di chi volle attribuirgli opinioni, virtù o vizi che non ebbe mai.

Intanto molte e molto varie erano le voci che correvano sulle intenzioni del Papa, a proposito delle promesse fatte. Non voleva mantenerle, e non voleva passare per violatore della fede, accusa da lui tante volte lanciata ai Borgia. E il Duca dall'altro lato, scriveva il Machiavelli, trasportato sempre «da quella sua animosa confidenza, crede che le parole d'altri sieno per essere più ferme che non sono sute le sue, e che la fede data de' parentadi debba tenere.»[662] Il 5 novembre le lettere dei Dieci narravano come Imola s'era ribellata dal Valentino, e i Veneziani s'avanzavano verso Faenza. Il Machiavelli recò queste notizie prima al Papa, che le ascoltò senza turbarsi, e poi ad alcuni cardinali, cui disse che, andando di questo passo, Sua Santità si ridurrebbe ad essere il cappellano dei Veneziani. Si presentò quindi al Duca, che subito si turbò sopra modo, e si dolse amaramente dei Fiorentini, i quali, egli diceva, con cento uomini avrebbero potuto assicurargli quegli Stati, e non lo avevano fatto. «Giacchè Imola è perduta, Faenza assalita, egli dice che non vuol più raccogliere gente, nè essere uccellato da voi: metterà tutto quello che gli resta, in mano dei Veneziani. Così crede che vedrà presto rovinato lo Stato vostro, e sarà per ridersene, avendo i Francesi tanto da fare nel Reame, che non potranno aiutarvi.» «E qui si distese con parole piene di veleno e di passione. A me non mancava materia di rispondergli, nè anco mi sarebbe mancato parole; pure presi partito di andarlo addolcendo, e più destramente ch'io posse' mi spiccai da lui, che mi parve mill'anni.»[663] Lo stato delle cose era adesso totalmente mutato da quello d'una volta; il Duca non aveva più la forza a suo comando; si trattava solo di ragionare e discutere, ed in ciò il Machiavelli sentiva tutta la propria superiorità sul suo interlocutore, che altra volta gli era apparso tanto maggiore.

A Roma si trattavano adesso i più grandi affari diplomatici e politici del mondo: quelli della Francia e della Spagna, che erano i più importanti in Europa; le faccende della Romagna; le fazioni dei baroni nel Reame e nello Stato della Chiesa. Ma il Papa, obbligato a tutti per la sua elezione, non avendo ancora raccolto proprie forze o danari, non poteva decidersi a favorire alcuno. «Conviene di necessità che giocoli di mezzo, infino a tanto che i tempi e la variazione delle cose lo sforzino a dichiararsi, o che sia in modo rassettato a sedere, che possa, secondo lo animo suo, aderire a fare imprese.» «Nessuno capisce che cosa voglia fare col Valentino: lo spinge a partire, ha scritto e fatto scrivere a VV. SS. che gli diate il salvocondotto, ma non si cura poi che lo abbia davvero.[664] Questi s'apparecchia a prendere la via di Porto Venere o Spezia, e di là per la Garfagnana e Modena, in Romagna. Le sue genti, che sono 300 cavalli leggieri e 400 fanti, passerebbero per la Toscana, avuto il salvocondotto da VV. SS., verso cui si dimostra ora tutto benigno. Ma chi si può fidare della sua amicizia, massime ora che egli stesso non sembra sapere che cosa voglia? Il cardinal di Volterra lo ha trovato» «vario, inresoluto e sospettoso, e non stare fermo in alcuna conclusione, o che sia così per sua natura, o perchè questi colpi di fortuna lo abbino stupefatto, e lui, insolito ad assaggiarli, vi si aggiri drento.» Il cardinal d'Elna[665] ha detto che «gli pareva uscito di cervello, perchè non sapeva lui stesso quello si volesse fare, sì era avviluppato e irresoluto.»[666]

Il nome del Valentino poi era così odiato dalla generalità dei cittadini in Firenze, che, nonostante le raccomandazioni, certo non molto calde, del cardinal Soderini e del cardinal di Roano,[667] portata nel Consiglio degli Ottanta la proposta del suo salvocondotto, sopra 110 votanti ve ne furono 90 contrarî.[668] Ed al ricevere questa notizia, Sua Santità, alzando il capo, disse al Machiavelli, che andava bene così e che era contento; laonde questi scriveva: «si vede chiaro che vuol levarselo dinanzi, senza parere di mancare alla fede, e quindi non si cura punto di quel che altri faccia contro di lui.»[669] Ben diversa naturalmente doveva essere l'impressione prodotta nell'animo del Duca, il quale, appena vide il Machiavelli, andò in furore, dicendo che aveva già inviato le sue genti, che era per montare in acqua, e non voleva più aspettare. L'oratore cercò calmarlo col promettergli di scrivere a Firenze, dove anche il Duca poteva spedire un suo uomo, e qualcosa di buono si sarebbe certo concluso. Ma ai Dieci scriveva invece d'aver parlato così per calmarlo, e perchè esso minacciava che, ove non si concludesse subito, si sarebbe gettato ai Pisani, ai Veneziani, al diavolo, pur di far loro male. «Venendo il suo uomo, VV. SS. potranno trascurarlo e governarsene come parrà loro. Quanto alle genti che sono già partite, 100 uomini d'arme e 250 cavalli leggieri, cercheranno intendere di loro essere, e, quando paia a proposito, opereranno che le si svaligino in qualche modo.»[670] Il Valentino partiva per Ostia con 400 o 500 persone, secondo la pubblica voce, la quale faceva ascendere a 700 i cavalli in via per la Toscana,[671] e il vescovo di Veroli li aveva preceduti, recandosi a Firenze con una lettera di raccomandazione, firmata dal cardinal Soderini, e scritta di mano del Machiavelli,[672] che subito ne inviava direttamente un'altra, con cui avvertiva che erano lustre per addormentare e mandar via il Duca. Potevano regolarsi come volevano.[673]

Ora però le cose si complicavano, perchè arrivava la notizia che i Veneziani avevano preso Faenza, e non molto dopo che avevano acquistato Rimini, per accordo col Malatesta. Il Machiavelli allora, con un linguaggio veramente profetico, scriveva che questa impresa dei Veneziani «o la sarà una porta che aprirà loro tutta Italia, o la fia la ruina loro.»[674] Infatti qui è il germe della futura lega di Cambray. Il cardinal di Rouen, fieramente alterato, giurava sull'anima sua che, se i Veneziani minacciavano Firenze, il Re lascerebbe tutto per soccorrerla; il Papa dichiarava che, se non mutavano consiglio e non si fermavano, s'accozzerebbe con la Francia, con l'Imperatore, con chiunque, per pensare solo alla loro rovina, come difatti poi fece.[675]

E non potendo più stare alle mosse, se prima aveva tollerato che il Valentino se ne andasse ad Ostia, senza lasciare i contrassegni delle fortezze di Cesena e Forlì, che ancora si tenevano per lui, mandava ora il cardinal di Volterra ed il cardinal di Sorrento, perchè se li facessero dare in ogni modo, avvertendolo che altrimenti Sua Santità lo avrebbe fatto arrestare, e dato ordine che fossero svaligiate le genti di lui. Infatti, essendo essi tornati senza aver potuto nulla concludere, spedì subito l'ordine al comandante delle navi in Ostia, che s'impadronisse del Duca; e scrisse a Siena ed a Perugia, perchè ne svaligiassero le genti, e, potendo, gli mandassero prigioniero don Michele che le comandava.[676] Tutto ciò fece correr la voce che Cesare Borgia era stato gettato addirittura nel Tevere, cosa a cui il Machiavelli non prestava piena fede, aggiungendo però: «Credo bene che quando non sia, che sarà.... Questo Papa comincia a pagare i debiti suoi assai onorevolmente, e li cancella con la bambagia del calamaio; e poichè gli è preso (il Duca), o vivo o morto che sia, si può fare senza pensare più al caso suo....[677] Vedesi che i peccati sua lo hanno a poco a poco condotto alla penitenza: che Iddio lasci seguire il meglio.»[678] Ecco un esempio di quel linguaggio che tanto scandalezza coloro i quali, dopo aver fatto del Machiavelli non solo un cieco ammiratore, ma quasi un consigliere ed un agente segreto del Valentino, si debbono maravigliare, non possono comprendere che ne parli ora con così freddo disprezzo, e trovano quindi in ciò materia di nuove accuse contro di lui. Ma la condotta del Valentino in questi giorni apparve a tutti, quale veramente era, bassa, inconseguente, spregevole. Invece di difendere colla spada i male acquistati dominî, divenuto umile ed incerto, fidava solo nei più volgari intrighi. Non è questi più l'uomo che il Machiavelli aveva ammirato e lodato. E per quanto il suo presente linguaggio paia cinico a coloro che lo vogliono, in ogni modo, o troppo lodare o troppo biasimare, assai diverso era il giudizio dei contemporanei. A Firenze egli veniva invece accusato di voler sempre fare gran caso del Duca, al che i meno benevoli aggiungevano ancora la derisione e perfino la calunnia. «Voi,» dice una lettera del Buonaccorsi, «nell'universale ne siete uccellato, scrivendo di lui gagliardo; nè è chi manchi di credere, che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi.»[679]

Cesare Borgia intanto, accompagnato dalla guardia del Papa, arrivava il 29 novembre per il Tevere, sopra un galeone, fino a San Paolo, donde la sera entrò in Roma. «Le SS. VV.,» scriveva il Machiavelli, «non hanno a pensare per ora dove possa spelagare. Le genti partite con lui son tornate alla sfilata, quelle venute con don Michele in costà, non la faranno molto bene.»[680] Il primo dicembre infatti arrivava la notizia che esse, inseguite dai Baglioni e dai Senesi, erano state disfatte e svaligiate, e don Michele, preso dalle genti di Castiglion Fiorentino, mandato prigioniero a Firenze. Il Papa ne fu lietissimo, e voleva averlo nelle mani, per «scoprire tutte le crudeltà di ruberìe, omicidî, sacrilegi e altri infiniti mali, che da undici anni in qua si sono fatti a Roma contro Dio e gli uomini. A me disse sorridendo, che voleva parlargli, per imparare qualche tratto da lui, per saper meglio governare la Chiesa. Spera che voi glielo mandiate, ed il cardinal di Volterra gliene ha dato ferma speranza, e conforta quanto e' può le SS. VV. a fargliene un presente, come di uomo spogliatore della Chiesa.»[681] Il Duca, come era naturale, ne restò sempre più avvilito nelle stanze del cardinal di Sorrento, dove alloggiava. Non per questo però mutava modo. Aveva finalmente dato i contrassegni a Pietro d'Oviedo, che doveva partire con essi, per far cedere le fortezze; ma chiedeva dal Papa assicurazioni per le terre di Romagna, e che il cardinal di Rouen gli guarentisse in iscritto queste assicurazioni. Ma mentre che egli «sta così in sul tirato,» scriveva il Machiavelli, «e pretende guardarla pel sottile, il Papa, sicuro del fatto suo, lascia correre e non vuole sforzarlo. Credesi però che, senza altra assicurazione, il D'Oviedo parta domani;» «e così pare che a poco a poco questo Duca sdruccioli nello avello.»[682]

È inutile ora fermarsi a raccontare come il D'Oviedo partisse; come venisse in Romagna impiccato da uno dei comandanti delle fortezze, che non volle cedere, perchè il suo signore era sempre in potere del Papa, e come questi avesse finalmente le fortezze, ed il Valentino, da tutti abbandonato, andasse a Napoli, dove Consalvo di Cordova lo prese prigioniero, e lo mandò nella Spagna. Sono cose molto note, ed estranee al soggetto di questa narrazione. Importa invece ricordare un ultimo fatto, che illustra assai bene la condotta del Valentino in questi giorni, gettando una luce sinistra sul suo carattere. Egli, che aveva così iniquamente tradito il povero duca Guidobaldo d'Urbino, inseguendolo, cercandolo a morte, volendolo costringere a sciogliere il matrimonio come impotente, a rinunziare al proprio Stato di cui già lo aveva spogliato, ed a farsi prete, come più volte ripetè, aggiungendo che senza questo non li darìa uno suspiro,[683] adesso invece chiedeva, supplicava, come «una grazia speciale,» d'essere ricevuto dal duca Guidobaldo, che da Urbino era venuto a Roma, dove trovavasi in assai buoni termini col Papa. Guidobaldo, sdegnato e disgustato, come era naturale, ricusava di vederlo; ma pure cedè finalmente alle intercessioni di Sua Santità. Il Valentino, scrive un testimone oculare, entrò con la berretta in mano, e s'avanzò facendo due volte umile riverenza, trascinandosi con le ginocchia per terra, fino al duca d'Urbino, che sedeva nell'anticamera dei pontefici sopra una specie di letto. Questi, al vederlo in tale posizione, mosso da un sentimento di dignità e quasi di rispetto per sè stesso, si levò e lo fece con le proprie mani alzare e sedere accanto a sè. Chiese il Valentino umilmente perdono del passato, «incolpando la gioventù sua, li mali consigli suoi, le triste pratiche, la pessima natura del Pontefice, e qualche uno altro che l'haveva spinto a tale impresa, dilatandosi sopra el Pontefice, e maledicendo l'anima sua.» Promise di restituirgli la roba rubata, salvo alcuni «panni troiani» dati al cardinale di Rouen, e qualche altra cosa che più non aveva. Guidobaldo rispose poche parole cortesi, ma tali che l'altro «remase pauroso assai e bene chiarito.»[684] Nonostante, continuò con tutti nella stessa petulante e bassa umiltà, come apparisce dal seguito della citata lettera e dai dispacci dei varî ambasciatori italiani a Roma. Possiamo noi dunque maravigliarci, che il Machiavelli sentisse ora per la persona del Valentino un freddo disprezzo, e cercasse quasi cancellar dalla sua memoria il presente spettacolo, per non perdere la reminiscenza delle osservazioni già fatte, e delle idee che altra volta gli erano state suggerite dallo stesso individuo in condizioni ben diverse?

La legazione può dirsi adesso quasi finita. Il Machiavelli si trattenne qualche giorno di più in Roma, impedito di partire da una tosse allora prevalente colà, e dalle premure del cardinal Soderini, che mal volentieri si separava da lui. In questo mezzo continuò a trasmettere le notizie che raccoglieva alla giornata. Annunziò la presa d'un segretario, che si riteneva avesse, per ordine di Alessandro VI, avvelenato il cardinale Michiel, e che si diceva ora sarebbe perciò stato pubblicamente arso;[685] continuò, come aveva fatto sempre, a dare le notizie che correvano sulla guerra nel Reame, e scritta qualche altra cosa del Valentino, che ormai era come prigione, mandava la sua ultima lettera in data del 16 dicembre, e partiva per Firenze con una del cardinal Soderini, la quale faceva di lui i più alti elogi alla Repubblica, come uomo di fede, diligenza e prudenza senza pari.[686]

Durante la sua dimora in Roma, il Machiavelli aveva mandato sempre notizie incerte e contradittorie sulla guerra che seguiva allora fra gli Spagnuoli ed i Francesi, i quali si trovavano accampati da una parte e dall'altra del Garigliano, su terreni paludosi, sotto piogge continue. Fino alla sua partenza, infatti, non era seguìto nulla di veramente decisivo, e non v'erano che voci sempre diverse. Ma egli non era appena giunto a Firenze, che arrivò la notizia di quella che si chiamò la rotta del Garigliano, seguìta nella fine del dicembre, e che fu pei Francesi una vera catastrofe. Il loro esercito venne disperso e distrutto; i loro migliori capitani uccisi, prigionieri o fuggiaschi; il Reame ormai fu tutto nelle mani degli Spagnuoli. Fra le tante notizie arrivate allora a Firenze, ve ne fu una che rallegrò assai la Città: Piero de' Medici, che seguiva l'esercito francese, era rimasto, come altri non pochi, affogato nel Garigliano, mentre cercava passarlo in una barca. L'essere finalmente liberati da questo tiranno odioso e spregiato, era però un piccolo compenso di fronte alla gravità dei nuovi pericoli che ora appunto minacciavano la Repubblica. A molti pareva già di vedere il gran capitano Consalvo, alla testa del suo esercito vittorioso, avanzarsi fino in Lombardia, per cacciare addirittura dall'Italia i Francesi. Che sarebbe stato allora di Firenze? Sape vasi che Consalvo favoriva i Pisani. E quale animo poteva mai essere il suo verso la più fida alleata di Francia nella Penisola?

Per tutte queste ragioni il Machiavelli, quasi non aveva ancora ripreso il suo ufficio in Firenze, che fu per la seconda volta, spedito in Francia, dove era già ambasciatore residente Niccolò Valori. Le istruzioni, in data 19 gennaio 1501, firmate da Marcello Virgilio, dicevano: «Anderai a Lione presso il nostro oratore Niccolò Valori e presso la Maestà del Re, per far loro conoscere lo stato delle cose di qua; vedere in viso le provvisioni che fanno i Francesi, e scrivercene subito, dando il giudizio tuo. E quando non ti paiano sufficienti, farai bene intendere, che noi non siamo in grado di mettere insieme tante forze da poterci difendere; e però saremmo costretti di volgerci altrove, per cercare la salute nostra donde si può averla, non ci restando altro che questa piccola libertà, la quale ci conviene salvare con ogni industria. Nè ti contenterai di grandi promesse e disegni, ma farai capire che occorrono aiuti effettivi ed immediati.»[687] Oltre di ciò, essendo stata rotta la condotta del Baglioni, doveva sollecitar qualche provvedimento anche per questo verso.

Il Machiavelli partì subito, ed il 22 gennaio 1504 scriveva da Milano, che il signore di Chaumont non credeva che Consalvo fosse per venire innanzi, e affermava che in ogni caso il Re avrebbe saputo difendere i suoi amici, ed egli stesso gli avrebbe scritto, perchè si fermasse la condotta col Baglioni, e s'aiutasse la Repubblica a fare amicizia «con questi spicciolati d'Italia;» quanto ai Veneziani «li farebbero attendere a pescare.» Altri gli assicuravano invece che il re di Francia si trovava senza danari, con poche genti e sparse in più luoghi, mentre «i nemici erano in sulla sella, freschi e «in sulla vittoria.»[688] Il 26 il Machiavelli arrivava a Lione, ed il 27 si presentava col Valori al cardinale di Rouen, cui parlò assai vivamente, esponendo lo stato delle cose e la necessità d'immediati provvedimenti. Le risposte erano sempre vaghe e tali da non soddisfare; ma ad un tratto si vide che l'orizzonte abbuiato rapidamente si rischiarava. La Spagna, sebbene avesse ottenuto una straordinaria vittoria, non s'era lasciata ubriacare dalla prospera fortuna, e cercava consolidare quello che aveva conquistato, piuttosto che slanciarsi in nuove e pericolose imprese. Essa prestava perciò facile ascolto alle proposte di tregua fatte dalla Francia, la quale non poteva negli accordi dimenticare i Fiorentini, che così vedevano inaspettatamente dileguarsi i temuti pericoli. Una tregua di tre anni fu infatti firmata a Lione il dì 11 febbraio. Gli Spagnuoli restavano per ora padroni del Reame, le buone relazioni venivano ristabilite temporaneamente fra i due potentati, e i Fiorentini erano inclusi nella tregua come amici della Francia. Subito il Valori ne dava notizia ai Dieci; ed ora al Machiavelli non restava da fare altro che apparecchiarsi a partire. Il 25 febbraio, infatti, egli scriveva che, appena giunta la notizia della tregua, era stato in sulle staffe per tornarsene, come fece dopo qualche giorno, essendo trattenuto solo per affari di poco momento dal Valori. Questi faceva di lui moltissimo conto; ne lodava ai Dieci lo zelo e l'intelligenza; si valse molto de' suoi consigli; ma pure continuò sempre a tenere da sè la corrispondenza diplomatica, e così in tutta questa Legazione non troviamo che tre lettere del Machiavelli, fra le quali solo quella scritta da Milano è notevole.[689]

Tornato questi a Firenze, venne il 2 di aprile mandato a Piombino, per dare a quel Signore assicurazioni di sincera amicizia da parte della Repubblica, e metterlo in diffidenza contro i Senesi.[690] Al solito gli ordinavano di esaminare attentamente quale fosse l'animo di lui e di chi lo avvicinava, per poi riferirne, come fece, quando fu di nuovo in Firenze. E dopo ciò ricominciarono più fitti che mai gli affari della cancelleria, ripigliandosi con nuovo zelo la guerra di Pisa.

Il Soderini aveva ora preso animo, e cominciava un poco a fare di sua testa; il Machiavelli, che aveva gran potere su di lui, lo secondava per meglio dominarlo. L'ufficio di Gonfaloniere perpetuo toglieva naturalmente importanza a tutti gli altri, nei quali si rimaneva assai poco, e vi entravano perciò uomini di minore autorità, che lasciavano mano sempre più libera a colui che era il capo effettivo dello Stato, ed al quale un'amministrazione assai economica dava, dopo il tanto profonder danari, sempre maggior credito appresso gli uomini prudenti. Per il che egli otteneva facilmente dalla Pratica, dagli Ottanta e anche dal Consiglio Maggiore quello che voleva, sebbene non mancassero già le gelosie contro di lui, ed anche contro del Machiavelli, nel quale egli aveva riposto pienissima fiducia.[691] In ogni modo si fermarono le condotte con G. P. Baglioni, Marcantonio Colonna e con altri capitani più o meno reputati, per 50, per 100 o più uomini d'arme ognuno. Si assoldarono 3000 fanti per dare il guasto.[692] Era allora commissario di guerra il Giacomini, che incominciò subito le operazioni militari. Nel maggio uscì a dare il guasto a San Rossore, e tutto fu compiuto in quattro giorni; lo stesso fece in val di Serchio, e poi subito prese Librafatta. Si assoldarono tre galee, che furono assai utili ad impedire l'arrivo di vettovaglie ai nemici, ed intanto egli eseguì varie scorrerìe nel Lucchese, per fare vendetta degli aiuti che di là venivano sempre ai Pisani. A lui scrivevano il dì 1º luglio i Dieci, per mezzo del Machiavelli, rallegrandosi di ciò che aveva compiuto, ed invitandolo a far ben capire, essere egli deliberato ad operare in modo che i Lucchesi «non presumino rinfrescare di un bicchiere d'acqua i Pisani; e perchè sai che da essi li è mantenuto loro la vita in corpo, hai fatto fermo pensiero che non vada più così, e sarai per andarli a trovare fin dentro in Lucca.»[693]

Ma tutto ciò non aveva nulla d'insolito. Se non che era entrata ora nella testa del Soderini un'idea assai infelice, nella quale egli ed il Machiavelli s'erano riscaldati stranamente, contro il parere delle persone più competenti. Trattavasi nientemeno che di deviare l'Arno presso Pisa, gettandolo in uno stagno vicino a Livorno, per lasciare a secco quella città, e toglierle ogni comunicazione col mare. Consultati i maestri d'acqua, dissero che con 2000 operai e certa quantità di legname, poteva farsi una pescaia, la quale avrebbe fermato il corso del fiume, deviandolo e gettandolo nello stagno, per mezzo di due fossi a questo fine cavati, e di là poi nel mare. Bastavano 30,000 o 40,000 giornate di lavoro. Portata la cosa dai Dieci nella Pratica, non fu consentita, parendo «più tosto ghiribizzo che altro.»[694] Ma il Gonfaloniere allora la girò per tante vie che ne venne a capo, e fu deliberata. Il 20 agosto Niccolò Machiavelli scriveva una lunga lettera al Giacomini, comunicandogli la risoluzione presa, ed ordinandogli di metter mano ai necessari provvedimenti per eseguirla, d'accordo con Giuliano Lapi e Colombino, mandati espressamente.[695] La cosa non persuadeva punto nè al Bentivoglio, nè al Giacomini. Il primo con la penna in mano dimostrava che, avendosi in tutto a cavare 800,000 braccia quadre di terreno, occorrevano 200,000 opere almeno, e poi non si sarebbe concluso nulla.[696] Il Giacomini, pur dichiarandosi, come doveva, pronto ad eseguire gli ordini avuti, scriveva: «Vedranno VV. SS. che ci nascerà grandissime difficultà ogni giorno, e che la tanta facilità monstrasi, resterà inferiore.»[697] Anch'egli in tutto ciò non vedeva altro che una perdita di danaro e di tempo, con l'obbligo di stare a guardare gli operai, senza poter fare intanto altre fazioni di guerra. Ed essendo uomo di poca pazienza, ben presto, tolta occasione dalle febbri che davvero lo avevano ridotto a mal partito, chiese con lettera del 15 settembre licenza, che gli fu concessa il giorno seguente, inviando i Dieci a succedergli Tommaso Tosinghi.[698]

Il Machiavelli intanto scriveva una serie interminabile di lettere per dirigere i lavori. Si ordinava a tutti i Comuni l'invio al campo di zappatori per fare i fossi; si ordinava il mettere soldati a guardia per difendere i lavori; si mandavano maestri d'ascia per la pescaia; si facevano venire maestri d'acqua da Ferrara: non si posava mai.[699] Il lavoro dei due canali che dovevano essere profondi sette braccia, e larghi, l'uno 20, l'altro 30, procedeva rapidamente; ma più rapida ancora procedeva la spesa, non essendosi con 80,000 opere anche a mezzo dell'impresa. E quel che era peggio, ben presto cominciarono gravi dubbi sulla possibile riuscita; giacchè, fatta, durante una piena, entrar l'acqua nel primo dei fossi che era già compiuto, ritornò tutta in Arno cessata che fu la piena.[700] Si affermava che la pescaia, fermando il corso del fiume, ne avrebbe rialzato il letto; ma si vide poi che, dovendola costruire a poco per volta, si restringeva il corso delle acque, che subito procedevano più rapide, e quindi invece lo abbassavano. Si rispondeva che l'inconveniente sarebbe cessato una volta compiuto il lavoro, e intanto i soldati restavano oziosi a far guardia agli operai.

Il Soderini tuttavia non si dava per vinto, ma, portata la cosa prima nella Pratica e poi nel Consiglio degli Ottanta, fece deliberare che si continuasse, e così fu scritto al Tosinghi il 28 e 29 settembre.[701] Tuttavia ben presto si cominciò a desiderar solamente, che la spesa già fatta di 7000 ducati non riuscisse del tutto inutile, operando in modo che i fossi, allagando il paese, servissero almeno ad impedire l'avanzarsi dei Pisani.[702] Si mandò poi fuori un bando, che fu letto sotto le mura di Pisa, e diceva che i Signori avevano dal Consiglio Maggiore ottenuto di poter perdonare coloro che, uscendo da quella città, si dichiarassero obbedienti alla Repubblica.[703] Ma anche questo riuscì male, perchè i Fiorentini speravano così di levar forze ai Pisani, e questi ne profittarono invece per scaricarsi delle bocche inutili, durante la carestìa. Altri si fecero, uscendo, reintegrare nei loro beni, e tornavano poi di nascosto. Fu quindi necessario riscrivere subito a fin di provvedere in modo, che le intenzioni benevole del bando non ne facessero frodare lo scopo.[704] Ma tutto andò rapidamente a rovina in questi giorni. Le navi noleggiate per guardare il mare, erano già naufragate con la morte di 80 uomini; le genti d'arme si dimostravano sempre più scontente; gli operai al sopravvenire delle pioggie andavano via.[705] E sebbene nuovi maestri d'acqua, venuti da Ferrara, uniti con quelli che erano al campo, non dessero la impresa per disperata affatto, pure il 12 ottobre si commetteva al Tosinghi che decidesse egli se bisognava andar oltre, o licenziare l'esercito e sospendere tutto, il che significava che in Firenze ormai mancava ogni fiducia per continuare. Infatti il Tosinghi poco dopo fu richiamato, inviandogli un successore; l'esercito fu licenziato, e i fossi con tanta spesa e fatica condotti, vennero in fretta ripieni dai Pisani. Così ebbe fine la mal consigliata impresa.[706]

In questo momento appunto il Machiavelli si mise a scrivere i primi versi che abbiamo di lui, ed in quindici giorni compose il suo Decennale Primo,[707] che con lettera del 9 novembre 1504[708] dedicò ad Alamanno Salviati, uno degli uomini più autorevoli in Firenze, e del quale si fanno nel Decennale medesimo grandi lodi, sebbene più tardi egli si dimostrasse molto avverso al Machiavelli.[709] In questo breve lavoro noi non possiamo dire di trovar poesia vera, perchè si tratta d'una semplice narrazione storica dei fatti seguìti in Italia nel decennio che incominciò coll'anno 1494. Il racconto procede assai rapido, in terzine semplici e disinvolte, accennando solo i principalissimi avvenimenti, senza tralasciarne alcuno d'importanza, massime in tutto quel che risguarda la storia di Firenze. Di tanto in tanto però scoppia una pungente ironìa, che ravviva coi suoi frizzi la narrazione, e fa singolare contrasto colle espressioni di vero dolore, che non meno spesso sfuggono all'autore.

Egli invoca la Musa, perchè l'aiuti a descrivere le sventure d'Italia, incominciate quando questa si lasciò nuovamente calpestare dalle genti barbariche, così chiama sempre gli stranieri. I Francesi invitati dalle nostre discordie nazionali, percorrono la Penisola, senza che alcuno osi far loro fronte. Solo in Firenze resiste il coraggio di Piero Capponi:

Lo strepito dell'armi e de' cavalli Non potè far che non fosse sentita La voce d'un Cappon fra cento Galli.

Ma quando essi si debbono ritirare dall'Italia, ed al Taro passano, respingendo l'esercito della Lega, Firenze non sa più separarsi dalla loro alleanza, e «col becco aperto aspetta sempre che qualcuno venga d'oltr'Alpe a portarle la manna nel deserto.» Invece fu ingannata, e per tutto le si levarono contro nemici, che ne misero a pericolo l'esistenza, specialmente quando essa si lasciò «dominare e dividere dalle dottrine di quel gran Savonarola, che, afflato da virtù divina, l'avvolse colla sua parola.» Nè vi sarebbe stato più modo a riunirla, conclude egli cinicamente:

Se non cresceva o se non era spento Il suo lume divin con maggior foco.

Seguono i guai della guerra nel Casentino, della guerra di Pisa, ed il Machiavelli accenna chiaro al tradimento di Paolo Vitelli «cagion di tanto danno.» Egli continua ricordando le guerre di Lombardia e la ribellione di Arezzo, al quale proposito esalta anche più del dovere la virtù e prudenza di Piero Soderini, che trovavasi allora Gonfaloniere, non però ancora a vita. Descrive poi i fatti di Romagna, rappresentando il Valentino e i suoi capitani come serpenti avvelenati che si lacerano, rivolgendo l'un contro l'altro i denti e gli ugnoni. Il Duca è fra essi il basilisco che, soavemente fischiando, li attira nella sua tana e li uccide. E mentre di nuovo i Francesi scendono in Italia, per tornare all'impresa di Napoli, «lo spirito glorioso di papa Alessandro è portato fra l'anime dei beati, e ne seguono i passi tre sue indivisibili ancelle: lussuria, crudeltà e simonìa.» Giulio II venne allora eletto «portinar di Paradiso;» i Francesi furono disfatti, ed il Valentino ebbe finalmente dal Papa e da Consalvo la punizione

Che meritava un ribellante a Cristo.

Per dieci anni, conchiude il Machiavelli, tornando di nuovo serio e grave, il sole ha girato su questi eventi crudeli, che tinsero il mondo di sangue. Ora esso raddoppia l'orzo ai suoi corsieri, perchè presto seguiranno altri fatti, in paragone dei quali parrà nulla tutto ciò che è avvenuto sinora. La fortuna non è ancora contenta; la fine delle italiche guerre non è ancora vicina. Il Papa vuol ripigliare le terre della Chiesa; l'Imperatore vuole essere coronato; la Francia si duole del colpo avuto; la Spagna tende lacci ai vicini, per assicurarsi quello che ha preso; Firenze vuole Pisa; Venezia ondeggia fra la paura e l'ambizione di nuove conquiste; onde facilmente si vede che la nuova fiamma, una volta riaccesa, arriverà fino al cielo. Il mio animo resta tra la speranza ed il timore,

Tanto che si consuma a dramma a dramma,

perchè vorrei sapere dove anderà a riparare la navicella della nostra Repubblica. Io m'affido tutto al suo accorto nocchiero; ma il cammino sarebbe assai più facile e certo, se i Fiorentini riaprissero il tempio di Marte.

In tutto questo lavoro troviamo un continuo e singolare contrasto. Non solo, come già notammo, una pungente e qualche volta cinica ironìa trovasi accanto al più profondo dolore per le sventure d'Italia; ma un sentimento assai vivo della unità nazionale, sta di fronte all'amore anche più vivo per la piccola patria fiorentina. L'autore incomincia col deplorare le crudeli ferite che l'Italia riceve dagli stranieri, e vorrebbe saperle guarire; ma l'odio contro Pisa, Venezia e gli altri Stati vicini prorompe subito. Spesso egli ritorna al suo primo e nobile dolore; ma il pensiero con cui il canto si chiude, è rivolto a Firenze, non all'Italia. L'ultimo verso accenna poi all'idea, che da un pezzo agitava la sua mente, di salvare cioè la Repubblica, armandola di proprie armi. Del resto questa lotta di scetticismo e di fede politica, d'ironìa e di dolore sincero, di sentimento nazionale e di municipalismo, trovasi in tutto il Rinascimento italiano; è però meglio che in altri personificata nel Machiavelli, massime in questi anni, nei quali, non potendo egli darsi a studî più serî e prolungati, gettava sulla carta i più intimi suoi pensieri così come venivano.

Questo Decennale Primo fu dato alle stampe solo nel principio del 1506, per opera d'uno dei coadiutori della cancelleria;[710] ne venne poi subito fatta una ristampa illegale, ad insaputa dell'autore, e così circolò subito largamente fra gli amici, letto con grande avidità, a causa delle allusioni contemporanee, senza però esser tale da poter crescere di molto la fama dell'autore. È tuttavia notevole una lettera che il dì 25 febbraio del 1506, gli scrisse da Cascina, dove era a servizio della Repubblica, il signor Ercole Bentivoglio, cui il Machiavelli aveva inviato un esemplare del proprio scritto. Ringraziandolo, lodava prima di tutto l'arte, con la quale in sì piccolo spazio erano raccolti i principali eventi del decennio, senza tralasciarne alcuno che fosse notevole davvero. Lo confortava poi a continuare, «perchè, sebbene questi tempi sono stati e sono tanto infelici, che il ricordarli rinnuova ed accresce a noi altri dolori non pochi, pure ci è gratissimo che queste cose scritte in verità pervenghino a chi verrà dopo noi, sì che conoscendo la mala sorte nostra di questi tempi, non c'imputino che siamo stati cattivi preservatori dell'onore e riputazione italiana.» «Chi non legge la storia di questi anni,» conchiude il Bentivoglio, «non potrà mai credere, come in sì breve tempo l'Italia sia da tanta prosperità precipitata a così grande rovina, alla quale pur troppo sembra correre, come a cosa desiderata, anche tutto il poco che resta, se non ci salva inopinatamente Colui che salvò dai Faraoni il popolo d'Israele.»[711] È certo singolare assai questo serio e severo linguaggio in un capitano di ventura; ma tali erano i tempi, e tale era il presentimento che tormentava allora tutti coloro che pensavano in Italia.

Pare che il Machiavelli si dilettasse in quegli anni d'accoppiare spesso l'ironìa e la satira al quotidiano lavoro degli affari, ed alle severe meditazioni politiche; giacchè è assai probabile che allora appunto componesse anche un secondo lavoro letterario, il quale sfortunatamente andò perduto. Era un'imitazione delle Nuvole e di altre commedie d'Aristofane, intitolata Le Maschere. Tutto quello che ne sappiamo è che la scrisse ad istigazione di Marcello Virgilio, e che pervenne con altre sue carte e lavori nelle mani di Giuliano de' Ricci, il quale non volle copiarla, come aveva fatto di tante altre cose inedite del suo illustre antenato, perchè era ridotta in frammenti appena leggibili, e perchè l'autore «sotto nomi finti va lacerando e maltrattando molti di quelli cittadini, che nel 1504 vivevano.» Dopo di che lo stesso scrittore aggiunge: «Fu Niccolò in tutte quante le sue composizioni assai licenzioso, si nel tassare persone grandi, ecclesiastiche e secolari, come anche nel ridurre tutte le cose a cause naturali o fortuite.» E veramente questo spirito satirico e mordace fu quello che gli procurò molti nemici, molti dispiaceri nella vita; ma l'ostinarsi a ridurre tutti i fatti, massime della storia, a cause naturali, se fu, come osserva con dolore il Ricci, la cagione che ne fece proibire le opere da Paolo IV e dal Concilio di Trento,[712] fu quella ancora che lo condusse ad iniziare la scienza della storia e la scienza politica.

CAPITOLO VIII.

Tristi condizioni dell'Umbria. — Legazione a Perugia. — Pericoli di guerra. — Nuova Legazione a Siena. — Rotta dell'Alviano. — I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti. — Legazione presso Giulio II. — Istituzione della milizia fiorentina.

(1505-1507)

Verso la fine del 1504 le cose sembravano avviarsi assai male per la Repubblica. Bartolommeo d'Alviano s'era partito scontento da Consalvo di Cordova, e dicevasi volesse tentare qualche impresa per suo conto nell'Italia centrale. I Vitelli, gli Orsini, il signore di Piombino e quello di Siena lo secondavano; ma quel che era peggio, pareva che anche G. P. Baglioni, sebbene capitano dei Fiorentini, fosse con lui d'accordo. Questi se ne stava a Perugia, senza rinnovare la condotta scaduta, ed alle lettere che essi gli scrivevano,[713] rispondeva evasivamente, o non rispondeva affatto. Le cose non procedevano bene nè a Livorno nè a Pisa,[714] ed alla fine del marzo 1505, incontrandosi sul fiume Osole, al ponte a Cappellese, e venuti fra loro alle mani buon numero di Pisani e di Fiorentini, questi ebbero una vera disfatta, dovuta quasi esclusivamente alla negligenza dei loro capi. Di tale rotta, com'è naturale, la Repubblica si dolse amaramente,[715] e dopo aver mandato danari al campo per riordinarlo, pensò ad assicurarsi per l'avvenire. Ma prima di tutto fu mandato Niccolò Machiavelli a Perugia, a fin d'indagare quale fosse veramente l'animo del Baglioni.

È difficile farsi un'idea dello stato d'anarchia in cui trovavasi allora tutta l'Umbria, specialmente Perugia, e del modo con cui in questa dominavano i Baglioni. Era uno stato di guerra continua. Le città vicine erano tutte piene de' suoi esuli, fra i quali primeggiavano gli Oddi, che di tanto in tanto tornavano per sorpresa, ed insanguinavano ferocemente le strade. Quando Alessandro VI, cacciato dalla paura di Carlo VIII, andò a Perugia nel 1495, pensò profittare dell'occasione, e propose ai Baglioni che facessero qualche gran festa, col segreto intendimento di pigliarli nella rete tutti in una volta. Ma Guido Baglioni rispose, che la più bella festa sarebbe stata di fargli vedere il popolo armato sotto il comando de' suoi parenti, che ne erano i condottieri. Allora, dice il cronista Matarazzo, Sua Beatitudine capì che Guido «aveva sale in testa,» e non insistè più oltre. Non era appena partito il Papa, che i Baglioni combattevano per le vie di Perugia, alcuni di essi ancora in camicia, per essere stati improvvisamente assaliti dagli Oddi, i quali, entrati di notte in città, li avevano cercati a morte nelle case, fin dentro i proprî letti. Più di cento furono i cadaveri sparsi per le vie o impiccati alle finestre: il sangue corse a fiumi, e ne bevvero, secondo che afferma il medesimo cronista, i cani ed anche un orso domestico, che girava per le strade.[716] Finalmente i Baglioni restarono vittoriosi.

Dopo due anni venne il cardinale Borgia, mandato da Roma a mettere ordine nell'Umbria. Tutti si dichiaravano obbedienti all'autorità del Sommo Pontefice; ma aggiungevano essere pronti piuttosto a spianare al suolo la loro città, che rinunziare alle vendette. Laonde il cardinale scriveva essergli impossibile concludere nulla, se non gli mandavano genti d'arme per combattere «contra questi demonii, che non fugono per acqua santa.»[717] Partito il cardinale, senza aver nulla concluso, seguì una guerra tra i Baglioni stessi, divisi per gli odii di Guido e Ridolfo fratelli. I giorni della state del 1500, nei quali si celebravano le feste per le nozze di Astorre figlio di Guido, furono quelli appunto in cui si venne alle mani. I Varano di Camerino cominciarono la strage, uccidendo molti dei Baglioni, prima che avessero tempo di svegliarsi. Giovan Paolo che fuggì, dopo essersi difeso colla spada, fu creduto morto, e Grifone Baglioni trionfava pel sangue sparso de' suoi parenti. La madre lo maledisse e lo respinse dalla casa, in cui s'era ritirata coi figli di Giovan Paolo. Ma dopo poco, questi entrò in città, alla testa d'uomini armati, che aveva raccolti fuori delle mura, e si sentirono le grida di Grifone pugnalato nella piazza. A mala pena la desolata madre fu in tempo per accorrere colla moglie a vederlo spirare. Gli assassini si ritirarono, compresi di rispetto, ed il figlio, obbedendo, strinse «la bianca mano de la sua giovanile matre,» in segno di perdono ai nemici, e spirò. Il suo cadavere fu messo nella stessa bara, in cui era stato ventiquattro ore innanzi Astorre da lui fatto uccidere, in quei giorni in cui se ne celebravano le nozze. Così G. P. Baglioni rimase signore di Perugia per la distruzione dei suoi, e passò trionfante davanti all'arco innalzato a celebrare gli sponsali del cugino, e su di esso si leggeva l'iscrizione poco prima composta dal Matarazzo. Questi, dopo averci data la minuta narrazione dei fatti sanguinosi, conclude dicendo, che «Perugia non si potrà più chiamare augusta, ma angusta, et, quod peius est, combusta.» Pure egli va in estasi quando parla dei Baglioni, quando descrive il terrore che ispiravano a tutti, e la fama che di loro correva nel mondo. Ogni volta che uno di essi comparisce coll'elmo in testa e la spada in pugno, è sempre per lui un nuovo San Giorgio, un nuovo Marte, e la città doveva essere superba delle loro prodezze.[718] Questi erano i tempi!

G. Paolo Baglioni non era però contento di viversene tranquillo a Perugia; ma cercava sempre agguati, guerre ed avventure dentro e fuori della città, lasciando governare i suoi parenti superstiti. Unitosi con Vitellozzo, noi lo vediamo andare alla caccia di un tale Altobello da Todi, contro del quale l'odio popolare si scatenò così ferocemente, che molti si ferirono colle proprie armi, per volere ognuno essere primo ad ucciderlo. I Perugini mangiarono la sua carne, secondo che afferma il cronista, il quale aggiunge che uno di essi ne morì d'indigestione; che altri la cercavano invano ad altissimo prezzo, e non potendola avere, per furore di vendetta ponevano nelle vie carboni accesi sul suo sangue.[719] Dopo di ciò il Baglioni si trovò fra i congiurati della Magione; ma questa volta, meno fortunato, dovè presto fuggire innanzi all'idra che s'avanzava. Allora fu capitano di ventura a servizio dei Francesi e dei Fiorentini, e Carlo Baglioni governò pel Valentino in Perugia. Quando però si seppe, nell'agosto del 1503, la morte del Papa, Giovan Paolo lasciò subito il soldo dei Fiorentini, ed insieme con Gentile, che era cugino di Carlo Baglioni, corse armato a ripigliare il proprio Stato. Il dì 8 di settembre fu dato l'assalto; i due cugini Carlo e Gentile vennero alle mani inferociti come due leoni, «mostrandosi la virtù di ciascheduno, e quanta sia la virtù e fortezza che Marte concesse a questa magnifica casa Baglioni, la cui fama per Italia resona.»[720] Il 9 settembre Giovan Paolo era di nuovo signore di Perugia, e tornò al soldo di Firenze; ma con uno o un altro pretesto non prestava effettivo servizio. Chiamato con più insistenza che mai, quando si cominciò a diffidare di lui, propose che dessero a suo figlio una condotta con qualche lancia, sperando così di far credere ad essi che restava fedele alla Repubblica, senza compromettersi coi loro nemici. Ed anche in ciò i Fiorentini s'erano indotti a contentarlo; ma ora che l'Alviano s'avanzava, e sopra tutto dopo la rotta che essi avevano avuta dai Pisani, al ponte a Cappellese, non volevano più restare in questa incertezza. Mandarono quindi parte della prestanza o anticipazione che soleva darsi a chi veniva in campo, ordinandogli d'inviar subito i cavalli leggieri, e seguire senza indugio egli stesso colle genti d'arme, che avrebbe trovato il resto della prestanza. Vedendo che non pigliava il danaro e non partiva, si decisero a mandare il Machiavelli, perchè venisse in chiaro di tutto, se poteva.

Le istruzioni, in data 8 aprile, dicevano, che egli doveva far le viste di prestar fede alle pretese ragioni che avrebbe addotte il Baglioni per scusarsi; ma, «pungendolo poi in qualche parte,» cercare di scoprir le vere, e indagare se operava così solo per migliorare i patti, o perchè s'era addirittura collegato coll'Alviano e cogli altri nemici di Firenze. Il giorno 11 il Machiavelli scriveva, che G. P. Baglioni adduceva, per non muoversi, le macchinazioni fatte contro di lui in Perugia, e l'essere a servizio della Repubblica i Colonna ed i Savelli suoi capitali nemici, aggiungendo, che aveva fatto esaminare da molti dottori perugini i capitoli della condotta, e che gli era stato assicurato non doversi per essi tenere obbligato a servire i Fiorentini. Io gli risposi, continuava il Machiavelli, che da ciò poteva venire più danno a lui che a voi, giacchè se per colpa sua «voi rimanete ora allo scoperto ex improvviso di 130 uomini d'arme, egli era tanti cavalli in Italia fuora della stalla, che voi non eri per rimanere a piè, a nessun modo.» «Ma il suo male invece non era curabile, perchè, se anche voi non vi dolevate di lui, chiunque conosce il suo procedere, e sa la condotta data al figlio a sua richiesta, e la prestanza portata a lui infino a casa,» «lo accuserà d'ingratitudine e d'infedeltà, e sarà tenuto un cavallo che inciampa, che non trova persona che lo cavalchi, perchè non facci fiaccare il collo a chi vi è su, e che queste cose non hanno a essere giudicate da dottori, ma da' signori, e che chi fa conto della corazza e vuolvisi onorare drento, non fa perdita veruna che la stimi tanto quanto quella della fede, e che mi pareva che a questa volta e' se la giuocasse.» «Gli uomini debbono far di tutto per non aversi mai a giustificare; ma a lui seguiva invece di doversi giustificare troppo spesso.» «E così lo punsi per ritto e per il traverso, dicendogli molte cose come ad amico e da me; e benchè più volte li vedessi mutare il viso, mai fece col parlare segno da potere sperare che mutassi opinione.» Il risultato di tutto ciò fu, che il Machiavelli si convinse esservi accordo fra l'Alviano, gli Orsini ed il Baglioni, per tòrre Pisa a' Fiorentini, e fare anche peggio potendo; che il Petrucci di Siena secondava queste trame, e che se tutti in parole professavano amicizia per Firenze, in fatto si armavano. Laonde, ripetuto anche una volta al Baglioni, che pensasse bene a quel che faceva, perchè «questa cosa pesava più che non pesava Perugia,» se ne tornò a casa. Questa Legazione è composta d'una sola lettera, scritta però con molto vigore, con una singolare evidenza, ravvivando col linguaggio più domestico e familiare la dignità diplomatica, il che forma uno dei grandi pregi nella prosa del Segretario fiorentino, aggiunge vivo colorito alla originalità sua propria.[721]

In Firenze ora si spingevano innanzi, a tutta possa, le cose della guerra, per essere pronti alla difesa contro i minacciati pericoli. Si sparse in quei mesi la voce che Luigi XII era morto, e subito si diceva che l'Alviano, aiutato non solo dagli Orsini e dai Vitelli, ma dai Veneziani, dallo stesso Consalvo di Cordova e dal cardinale Ascanio Sforza, si sarebbe avanzato per rimettere i Medici in Toscana, e poi cacciare i Francesi da Milano, dove avrebbe nella persona del cardinale ristabilito il dominio degli Sforza.[722] Tutte queste voci però svanirono qual fumo al vento, quando si seppe che il re di Francia non era morto, e che nel maggio moriva invece Ascanio. Non per questo l'Alviano si fermava; ma i suoi disegni si restringevano alla Toscana, come s'era sin dal principio sospettato, tanto che alcuni in Firenze fecero persino la strana proposta di dargli una condotta, e così farla finita. Quantunque non pochi cercassero di sostenere un tale partito, esso non poteva riuscire accetto a nessun uomo prudente, perchè contrario alla dignità della Repubblica, ed anche assai pericoloso, sapendo ognuno che l'Alviano e gli Orsini desideravano il ritorno dei Medici. E quindi, colla elezione dei nuovi Dieci, tutti gl'intrighi andarono a monte, prevalendo invece la proposta di fare una condotta di 300 uomini d'arme col marchese di Mantova, come capitano generale. Ma anche qui le trattative andarono in lungo, e sebbene il 4 maggio si spedisse il Machiavelli per concludere, non si venne a capo di nulla, affacciando il Marchese sempre nuove difficoltà.[723]

Le gravi cure dei Fiorentini perciò non diminuivano, ma invece crescevano ogni giorno. Anche il signore di Piombino sembrava ora unirsi ai nemici di Firenze, e si parlava del prossimo arrivo colà di 1000 fanti spagnuoli; laonde al commissario Pier Antonio Carnesecchi fu dato ordine d'andare a vedere un poco quale fosse il vero stato delle cose.[724] Ranieri della Sassetta, altro venturiero nemico di Firenze, si recava in Piombino, ed il Machiavelli, in data del 28 giugno, scriveva di nuovo al Carnesecchi, che sembra fosse alquanto incerto e prosuntuoso, che si tenesse in forze da quel lato, e se la intendesse bene col governatore Ercole Bentivoglio. «Il che non ti si è ricordato per diffidarsi di te, nè per parerci che' e' panni tuoi non sieno finissimi, e per questo volere che tu ti vesta con quelli d'altri;» «ma perchè egli è prudente, ha ai suoi ordini tutte le nostre forze, e quindi bisogna pure in ogni modo intendersela con lui.»[725] Lo stesso giorno fu scritto al Bentivoglio, esponendogli i dubbî che avevano i Dieci sul procedere del signore di Piombino, incerto sempre tra Pandolfo Petrucci e i Fiorentini, diffidente di questi e di quello. «Si era rivolto a Consalvo, il quale dicevasi avesse mandato 800 fanti spagnuoli per farli pagare agli altri, e intanto sbigottire con essi Firenze. Se tutte queste notizie,» concludeva la lettera, «non sono certe, è certo l'arrivo degli Spagnuoli, onde bisogna in ogni modo stare in guardia.»[726] Si pensò quindi d'inviare un ambasciatore a Consalvo stesso, e sebbene il Soderini desiderasse mandarvi Niccolò Machiavelli, trovò ne' Consigli tale opposizione, che fu eletto invece Roberto Acciaiuoli. Il Machiavelli ebbe allora un'assai più modesta commissione presso il Petrucci in Siena, il quale era noto avversario dei Fiorentini; eppure avvertiva ora delle mene dell'Alviano contro di essi, coi quali proponeva di fare alleanza, offerendo 100 uomini d'arme per l'impresa di Pisa, e 50 di più l'anno seguente. La cosa pareva assai strana, e si voleva quindi indagare che intenzione egli veramente avesse.

Se il Baglioni era un tiranno della scuola del Valentino, il Petrucci non era uomo di guerra, ma uno di quelli che s'impadronivano allora del potere quasi unicamente con l'accortezza e l'astuzia, come i Medici, non senza di tanto in tanto ricorrere al sangue. Era suo consigliere e segretario Antonio da Venafro, che di poco conosciuti natali, fu prima professore nello Studio di Siena, e giudice delle Riformagioni; poi, mescolandosi nella politica, s'arricchì, e co' suoi consigli aiutò assai efficacemente il Petrucci a farsi tiranno. La potenza di costui, cominciata a consolidarsi nel 1495, quando, tornando Carlo VIII da Napoli, lasciava a Siena alcune lance francesi, si andò rafforzando negli anni successivi colla morte de' suoi più temuti rivali, i quali furono in un modo o nell'altro assassinati, aiutandolo sempre il Venafro co' suoi consigli. Cacciato dal Valentino, che lo chiamava il cervello dei congiurati della Magione, dove infatti aveva inviato il Venafro come uno dei più abili ad ordire la trama, era tornato coll'aiuto francese e col favore di tutto il popolo. Questo gli si era affezionato, perchè lo vedeva uomo d'ingegno, e perchè gli oppositori erano peggiori di lui, il quale, una volta sicuro di sè, cercò d'esser mite e giusto nel governare. A ciò si aggiungeva, che l'odio universale contro il Valentino destava nel popolo una simpatia assai naturale verso un uomo che, quasi per miracolo, era scampato vivo dalle mani di lui. Il Petrucci non ostante continuò sempre ad aver mano in tutti gl'intrighi, desiderando esserne stimato come l'autore principale. In mezzo alle nuove complicazioni che nascevano ora, si destreggiava con grandissima accortezza, e mentre si dimostrava amico di Firenze, da cui certo poteva ricevere molti danni, cercava avvicinarsi anche ai nemici di essa, vedendo che la cattiva fortuna di Francia aumentava la loro forza, e rendeva sempre più potenti gli amici di Spagna.

Le istruzioni, in data 16 luglio 1505, dicevano al Machiavelli: «Tu chiederai consiglio sul da fare, e allargandoti su questa materia, la rivolterai per tutti i versi, regolandoti, secondo che procederà il discorso, con quella prudenza che fu sempre tua, per arrivare a conoscere quale sia l'animo di quel signore.»[727] Ed il 17 egli scriveva da Siena, che il Petrucci voleva stringere accordo con Firenze, senza punto impegnarsi a far desistere l'Alviano dalla sua impresa, proponendo che si dovesse prima indebolirlo, isolandolo dai Vitelli, «perchè, essendo di natura fiera e senza rispetti, trovandosi ora armato e senza Stato, poteva far qualche colpo disperato; e l'Italia era piena di ladri, usi a vivere di quel d'altri, onde molti per predare gli sarebbero corsi dietro.»[728] Da più lati però l'oratore veniva messo in diffidenza, ed assicurato che Pandolfo Petrucci era nemico di Firenze e del Gonfaloniere, andava d'accordo con Consalvo e con l'Alviano, era l'autore di tutti i movimenti che ora seguivano, «e teneva il piè sempre in mille staffe, in modo da poternelo trarre a sua posta.»[729] Sicchè, quando egli e Antonio da Venafro, «che è il cuore suo e il caffo degli altri uomini,» tornarono a proporre che si facesse prima l'accordo, per pensar poi ad isolare l'Alviano dagli altri, il Machiavelli, temendo che volessero così compromettere sempre più la Repubblica, chiedeva invece che si venisse prima ai fatti, cominciando «a por piè in su queste faville.»[730]

Il 21 luglio si venne ancora più alle strette, dichiarando il Petrucci con lungo ragionamento, che, nonostante il suo buon volere, non poteva solo e senza previo accordo opporsi all'Alviano, e fermare quei movimenti. «Non era già vero che lui avesse in questo caso la briglia e gli sproni; perchè gli sproni non ci ebbe mai, e la briglia tira quanto può.» Invano il Machiavelli replicava tutte le ragioni suggerite dal suo ingegno, chè l'altro, ben fermo nel suo proposito, cercava aggirarlo con strani consigli e notizie contradittorie. E però egli scrisse ai Dieci: «Per fargli capire che intendevo bene quegli aggiramenti, dissi che queste pratiche mi facevano in modo confuso, che io dubitavo non dare la volta avanti me ne ritornassi. Ora si sentiva che Bartolommeo d'Alviano veniva coi danari e fanti di Spagna, ed ora invece che Consalvo gli era contrario e l'avrebbe fermato; ora che era pronto a passare, ed ora che limosinava aiuto; ora che era d'accordo col Papa, ed ora che erano nemici; ora che era d'accordo con Siena, ed ora che i suoi soldati predavano i cittadini senesi. Pertanto io desideravo che Sua Signoria mi rilevasse questa ragione.» E Pandolfo, senza punto confondersi, rispose: «Io ti dirò come disse il re Federico ad un mio mandato in un simil quesito, e questo fu, che io mi governassi dì per dì, e giudicassi le cose ora per ora, volendo meno errare, perchè questi tempi sono superiori a' cervelli,» aggiungendo che l'Alviano li secondava, perchè «uomo da dare in un tratto speranza e timore ai suoi vicini, mentre che sarà così armato.»[731] Ed in questo tenore continuò fino all'ultimo il Petrucci, il quale era tale, dice il Machiavelli, «che per guardarlo in viso non si guadagna nulla o poco.» La sera del 23 il Petrucci gli fece leggere una lettera, che avvisava avere Consalvo ordinato all'Alviano di non alterare le cose di Toscana; e chiedendogli l'oratore che cosa ne pensasse, rispose: «La ragione vorrebbe che l'Alviano obbedisse e restasse fermo; pure gli uomini non sempre seguono la ragione, quindi potrebbe invece muoverlo la disperazione.» «E benchè di quelli che si muovono per disperati, de' quattro, tre capitino male, tamen sarebbe bene che questa disperazione egli non l'usasse, perchè non si può muovere una cosa, non se ne muova mille, e gli eventi sono varî.» Perciò era bene che i Fiorentini provvedessero.[732] Nè ci fu verso di cavarne mai nulla; sicchè, dopo un colloquio avuto col Venafro, cui disse di avere da un pezzo in qua veduti molti «ridere la state e piangere il verno,»[733] il Machiavelli se ne tornò a Firenze più confuso di quel che ne fosse partito.

Non c'era dunque che apparecchiarsi alla guerra, e i Dieci richiamarono in ufficio il prode commissario Giacomini, inviandogli la patente il 30 luglio, con ordine di mettersi subito d'accordo col governatore sul da fare; e nello stesso tempo davano coraggio al commissario Carnesecchi in Maremma, assicurandolo che non v'era immediato pericolo.[734] Ben presto però dovettero ricredersi, dolendosi con lui stesso che già l'Alviano fosse presso a Campiglia, e cominciasse ad assalire «avanti che la testa nostra sia fatta. Ma ci pare che la tela sia ordinata in modo che, per la prudenza vostra, si potrà rassettare ogni cosa.» E promettevano solleciti rinforzi.[735] L'Alviano sapeva di non poter far nulla contro la voglia di Consalvo, il quale non voleva che i Fiorentini pigliassero Pisa, ma neppure che fossero direttamente assaliti, perchè erano compresi nella tregua firmata in Francia, e aveva mandato pochi fanti spagnuoli in Piombino, solo acciò si tenessero pronti ad ogni possibile evento. L'altro adunque, sebbene avesse con sè il favore ed i segreti aiuti del Baglioni e del Petrucci, non aveva ancora potuto deliberare un disegno di guerra. Avrebbe bene accettata una condotta dai Fiorentini, per far poi a suo modo; ma questo non sembrando ormai possibile, restò fino al 17 luglio in Vignale, luogo del signore di Piombino, ed ora s'apparecchiava ad entrare in Pisa, donde poteva assai danneggiarli. Circa la metà di agosto, infatti, il Giacomini faceva sapere che i nemici s'avanzavano, e che egli era deciso di venire a giornata; al che i Dieci rispondevano, rimettendo il giudizio di tutto in lui e nel governatore: «Osservassero però che se l'entrata dell'Alviano in Pisa era pericolosa, più pericolosa assai poteva essere una zuffa, in cui si dovesse tutto vincere o tutto perdere.»[736]

I Fiorentini avevano in campo 550 uomini d'arme e 320 cavalli leggieri, oltre poca artiglieria, e qualche migliaio di fanti. Di questi un cento uomini d'armi erano a Cascina, gli altri a Campiglia ed a Bibbona, centro principale delle loro forze. Quelle dell'Alviano non erano minori, e quindi lo scontro poteva essere aspro e decisivo. Il 14 venne al Giacomini l'avviso che il nemico s'avanzava, ed il mattino del 17, in sul far del giorno, che già era vicino, ordinato a battaglia: i Fiorentini lo affrontarono alla Torre di San Vincenzo, e cominciò subito la zuffa. Le fanterie che erano, a quanto si diceva, pagate coi denari del Petrucci, furono rotte al primo scontro, e poi subito detter l'assalto gli squadroni di Iacopo Savello e Marcantonio Colonna, di fronte ai quali cominciarono a piegare tutte le genti dell'Alviano. Questi allora si fece innanzi coi suoi 100 uomini d'arme, e guadagnò terreno; ma sopravvenuto dall'altro lato Ercole Bentivoglio col grosso delle forze fiorentine, la vittoria fu sua, e l'artiglieria finì di sbaragliare il nemico. Il combattimento non durò più di due ore, nel qual tempo l'Alviano, assai abile capitano, ma quasi sempre sfortunato, dopo la totale disfatta de' suoi, ferito nel viso, a mala pena scampò con 8 o 10 cavalli nel Senese. I Fiorentini presero da 1000 cavalli, grandissimo numero di carri, di prigionieri, e videro l'esercito che li minacciava, come per incanto scomparso: la gioia fu universale nella Città.[737]

Ma questa vittoria riuscì a loro assai poco utile, per la troppa fiducia in cui vennero delle proprie forze. Il Giacomini aveva reso conto della rotta data al nemico, senza aggiungere altro; il Bentivoglio, invece, che era tenuto generalmente più capace a far disegni di battaglie che ad eseguirli, proponeva d'assaltare Pisa senza metter tempo in mezzo, dando poi ancora qualche colpo a Siena ed a Lucca.[738] Il Gonfaloniere allora s'infatuò appunto nel pensiero d'assaltare e prendere subito Pisa, profittando del caldo della vittoria. Invano s'opposero i cittadini più prudenti e i Dieci, facendo osservare che non si avevano forze, e che si correva un gran rischio, essendo gli Spagnuoli in Piombino. Questi erano pochi, è vero, ma altri ne potevano d'ora in ora arrivare, imbarcandosi, se non s'erano già imbarcati, a Napoli. Alcuni parlavano pure d'un campo formato o da formarsi in Livorno. Certo il Gran Capitano s'era assai adirato, e chiamato a sè l'Acciaiuoli, aveva fatto grandissime minacce ai Fiorentini, i quali avevano, diceva egli, promesso di lasciar stare per ora almeno la città di Pisa, la quale egli farebbe in ogni modo difendere da' suoi soldati. Ma il Soderini rideva di ciò, affermando che in otto giorni l'impresa sarebbe compiuta.[739] Tenuta dai Dieci una Pratica assai numerosa, la sua proposta non fu approvata; ma egli portò la cosa negli Ottanta e nel Consiglio Maggiore, dove volle spuntarla e la spuntò, riuscendo il 19 agosto a far votare 100,000 fiorini per correre senza indugio all'assalto.

Il Machiavelli venne spedito in campo a portare gli ordini al Giacomini ed al Bentivoglio, che fu nominato capitano generale.[740] Il 24 egli era di ritorno a Firenze, dove faceva conoscere quello che occorreva al campo, e ponevasi con ardore a spingere innanzi i necessarî provvedimenti. Si ordinarono fanti in tutto il territorio; se ne assoldarono in Bologna, in Romagna, e perfino in Roma, dove vennero pagati 575 Spagnuoli, che erano liberi, non per servirsene, ma solo per impedire che andassero in aiuto dei Pisani. Si comandarono marraiuoli; si spedirono armi, munizioni, tutte le artiglierie.

Il 7 di settembre il campo si trovava a poche ore da Pisa, e il giorno dipoi 11 cannoni furono piantati dinanzi alla porta Calcesana. Cominciato il fuoco al levare del sole, verso le 22 ore s'erano buttate a terra 36 braccia di mura; ma, dato l'assalto, venne subito respinto. Tuttavia, essendosi adoperato solo un terzo delle forze fiorentine, il cattivo successo non aveva importanza. Se non che, in quel mezzo entravano per la Porta a Mare 300 fanti spagnuoli, partiti da Piombino per ordine di Consalvo, e questo era un pessimo segno. Pure, mutata la posizione delle artiglierie, si ricominciò a far fuoco, continuando nei giorni 10, 11 e parte del 12. A ore 18 cadevano a terra 136 braccia di mura, e si diè un secondo e più generale assalto, che riuscì assai peggio del primo, non avendo voluto le fanterie fiorentine combattere in modo alcuno, preferendo piuttosto farsi ammazzare dai loro capi che presentarsi davanti alla breccia. E allora cominciarono le mille voci che provano il disordine e la dissoluzione morale di un esercito. Si parlava di 2000 Spagnuoli entrati in Pisa, di altri partiti da Napoli per Livorno, e si affermava già formato colà un campo che nessuno vide mai. A Firenze poi, dove tanti avevano biasimata l'impresa, e dove alcuni erano perfino accusati d'essersi intesi col nemico per non farla riuscire, la notizia dell'esercito per la seconda volta respinto, e del campo in pieno disordine, produsse tale effetto, che fu subito deciso di abbandonare l'impresa. In breve, alla mezzanotte del 14, si levarono le artiglierie; il 15 fu portato il campo a Ripoli, poi a Cascina, donde le genti d'arme andarono alle loro stanze.

L'autorità del Soderini per questo fatto ne scapitò assai; ma, non potendo tutti pigliarsela con lui, le ire si rivolsero assai ingiustamente contro il Giacomini, che aveva eseguito gli ordini avuti con indomita energia e mirabile coraggio. Egli fu assai sdegnato di questa ingratitudine, e mandò la sua rinunzia, che venne subito accettata, inviandogli anche il successore. Da quel giorno, dopo aver reso tanti servigi alla patria, la sua fortuna cadde per sempre, e la sua vita militare può dirsi finita.[741] Il Machiavelli fu dei pochi che gli restarono sempre fedeli, e nel Decennale Secondo ne esaltò la virtù, biasimando l'ingratitudine dei Fiorentini, che lasciarono morire il loro generoso concittadino, cieco, povero e vecchio, senza aiutarlo, e lo fece con un linguaggio che onora del pari l'uno e l'altro. Iacopo Nardi lo pose accanto a Francesco Ferrucci, nè meno largo di lodi gli fu il Pitti; e tutto ciò aumenta non poco la vergogna di coloro che così vilmente lo abbandonarono finchè visse.

Il deplorabile resultato che ebbe l'assalto di Pisa, fece nel 1506 rivolgere l'animo del Machiavelli, con più ardore che mai, ad un suo antico disegno, l'istituzione cioè d'una milizia propria della Repubblica fiorentina. A questo pensiero egli rivolse ora per molti anni tutte le sue forze. Ma prima di cominciare a parlarne, noi dobbiamo accennare alla legazione presso Giulio II, che fu un episodio importante della sua vita, in questo medesimo anno. Il nuovo Papa non trascurò i parenti, ma provvide subito ai casi loro, per darsi poi tutto all'impresa di riconquistare alla Chiesa le provincie che le appartenevano. Ora che gli Spagnuoli dominavano nel Napoletano, era più che mai necessario distendersi verso il settentrione, per non restare in balìa dei vicini. Cacciare i Veneziani dalla Romagna, distruggere i piccoli tiranni ritornati ivi potenti per la caduta dei Borgia, e tutto ciò a benefizio della Chiesa, non dei nipoti, ecco lo scopo che si propose, ed a cui questo vecchio di 63 anni dedicò il resto della sua vita, con una volontà di ferro, con un ardore giovanile, con un coraggio da soldato e non da sacerdote. Già nel trattato firmato a Blois, tra la Francia e la Spagna, il 22 settembre del 1504, s'era per opera sua convenuto, che Luigi XII, l'Imperatore e l'arciduca Filippo assalirebbero i Veneziani. Ciò non ebbe effetto; ma la pace definitivamente conclusa nella medesima città, il 26 ottobre del 1505, tra i Francesi e gli Spagnuoli, che dovettero sottomettersi a molti sacrifizî per restare padroni del Reame, lasciava l'Italia tranquilla; ed il Papa si decise allora a cominciare da sè quello che gli altri non volevano fare per lui. E prima di tutto, per esser sicuro della quiete in Roma, reintegrò molti dei nobili negli averi tolti loro da Alessandro VI, che nelle sue Bolle egli chiamava fraudolento, ingannatore ed usurpatore. Strinse ancora parentado cogli Orsini e coi Colonna, dando una sua figlia in moglie a Giovan Giordano Orsini, ed una nipote al giovane Marcantonio Colonna. Dopo di ciò, il 26 agosto, con ventiquattro cardinali, alla testa di 400 uomini d'arme, e della sua poca guardia di Svizzeri, partì per andare alla conquista di Perugia e di Bologna, due città fortissime e ben difese da armati. Aspettava da Napoli 100 Stradiotti; altre genti dai Gonzaga, dagli Este, dai Montefeltro, dalla Francia e dai Fiorentini, che tutti erano amici. Questi ultimi, ai quali aveva chiesto il loro capitano Marcantonio Colonna con la sua compagnia, spedivano il 25 agosto Niccolò Machiavelli, per dirgli che erano pronti a favorire la sua «santa opera;» ma non potevano in sul momento mandare il Colonna, per non lasciare senza comando il campo di Pisa; promettevano però dargli tutto quel che voleva, quando la sua impresa fosse «in sul fatto.»[742]

Il Machiavelli andò subito, ed il 28 agosto scriveva da Civita Castellana, che a Nepi aveva trovato il Papa già pronto a partire, pieno di buona speranza. Era contento delle promesse dei Fiorentini, aspettava 400 o 500 lance dai Francesi, oltre i 100 Stradiotti da Napoli, «e de' fanti aveva piena la scarsella.» Cavalcava in persona, alla testa delle sue genti comandate dal duca d'Urbino. L'ambasciatore veneto gli prometteva aiuti dai Veneziani, se lasciava loro tenere Faenza e Rimini; ma egli se ne faceva beffe, e andava innanzi sicuro.[743] Il 5 settembre già il Baglioni, spaventato dal fatto insolito di vedere il capo stesso della Chiesa venirgli contro in persona, s'era presentato ad Orvieto, per trattare della resa. Ed il 9 il Machiavelli scriveva da Castel della Pieve, che l'accordo era concluso: già erano cedute le porte e le fortezze della città. Quel signore servirebbe nella impresa come capitano del Papa, il quale dichiarava perdonargli il passato; ma se peccasse poi anco venialmente, lo avrebbe impiccato. Giulio II aveva deliberato di porre 500 fanti nella piazza di Perugia, e 50 a ciascuna delle porte, per poi entrare in città;[744] ma tale e tanta era la sua furia, che il 13 settembre entrava coi cardinali, senza lasciare al duca d'Urbino il tempo necessario per eseguire gli ordini ricevuti. Questi aveva condotto le sue genti presso alle porte, e poco discosto si trovavano quelle del Baglioni, in modo che il Papa e i cardinali erano a disposizione di costui. «Se non farà male,» scriveva il Machiavelli, «a chi è venuto a tòrgli lo Stato, sarà per sua buona natura e umanità. Che termine si abbi ad avere questa cosa io non lo so; doverassi vedere fra 6 o 8 dì che 'l Papa sarà qui.»[745] Giovan Paolo diceva di avere preferito allora salvare lo Stato con la umiltà, piuttosto che con la forza, affidandosi perciò al duca d'Urbino. Ma il Papa, senza curarsi d'altro, occupata che ebbe la città, vi fece entrare i fuorusciti vecchi, non però i nuovi, giudicandoli troppo pericolosi all'ormai spodestato signore: intanto arrivarono da Napoli i cento Stradiotti che aspettava.[746]

È noto che, nei Discorsi sulla Prima Deca di Tito Livio,[747] il Machiavelli biasimò la condotta del Baglioni, accusandolo di viltà, per non avere osato impadronirsi della persona del Papa e dei cardinali, levandoli addirittura dal mondo, e dimostrando il primo ai prelati «quanto sia da stimare poco chi vive e regna come loro.» Ma noi non dobbiamo qui fermarci, ad esaminare ciò che egli disse assai più tardi in opere di un'indole affatto teoretica e scientifica. Questa Legazione ci obbliga invece a fare un'altra osservazione. Colui il quale s'era potuto esaltare accanto al Valentino, ammirandone l'astuzia e le arti assai poco oneste, rimane ora quasi indifferente dinanzi a Giulio II, che, nonostante molti difetti e molte colpe, aveva pure alcune parti di vera grandezza. È certo che non solamente egli restò maravigliato assai, vedendo che il Baglioni non osava resistere, profittando della occasione propizia; ma la sua indifferenza verso il Papa fu tale, che questa Legazione riesce una delle meno importanti, quantunque ci sarebbe stato da aspettarsi appunto il contrario. Adempì strettamente il dovere d'ufficio, senza trovare materia particolare di studio, senza abbandonarsi a nessuna considerazione generale o estranea allo scopo pratico del momento.

Il suo pensiero era in verità rivolto altrove, alla istituzione cioè della milizia fiorentina da lui già iniziata; e però egli ardeva del desiderio di tornare a casa per condurla a termine: ne chiedeva infatti e riceveva continue notizie dal Buonaccorsi.[748] Inoltre il Machiavelli aveva un disprezzo, quasi un odio singolare contro i preti, e più specialmente contro i Papi, che secondo lui erano stati sempre la rovina d'Italia. Era poi persuaso che l'uomo politico poteva apprendere ben poco dallo studio fatto sui principati ecclesiastici, perchè la loro forza, egli diceva, viene tutta dalla religione, ed essi sono i soli che si mantengano sempre, comunque siano governati.[749] Se l'autorità della religione e la potenza della Chiesa erano ancora tali che un uomo perfido, accorto, audace come il Baglioni, si sentiva spaventato dalla sola presenza del Papa, il Machiavelli non credeva che da questo fatto potesse molto apprendere colui che cercava indagare l'arte dell'uomo di Stato, e voleva nel fenomeno politico ritrovare le cause naturali, le passioni umane che lo producono. Ciò che era o pretendeva essere divino usciva dalla sfera de' suoi studî prediletti, e però non se ne occupava. Il fato, i capricci stessi della fortuna potevano secondo lui essere soggetto di studio, non la volontà di Dio, che, comunque si consideri, trascende sempre il nostro intelletto. Quanto poi al generoso ardimento di Giulio II, che a 63 anni, nel fitto della state, s'avanzava senza curarsi se cadeva in balìa del nemico, questo non gli sembrava che fosse prova di vero accorgimento politico. La prudenza e l'astuzia infernale del Valentino potevano essere studiate come modelli dell'arte; ma la cieca audacia del Papa, se poteva essere una sua virtù personale, non dimostrava le qualità vere di un uomo di Stato, e quindi egli se ne occupava assai poco. Come aveva separato il fenomeno politico dal morale, così separava anche l'arte politica dal carattere individuale, privato di colui che la esercitava, cercando in esso solamente le qualità utili o necessarie a bene adoperarla.

E non si fermò neppure a descrivere come venisse allora ordinato il nuovo governo in Perugia. Il 25 settembre scriveva da Urbino, che il Papa era più caldo che mai nel voler compiere la sua impresa, la quale era difficile prevedere dove e come andasse a finire, potendo egli, se mancavano gli aiuti francesi, colla sua furia precipitare.[750] I Veneziani lo aspettavano a qualche stretta, per farlo, con l'aiuto del Re, venire alla voglia loro; altri affermavano invece che il Papa avrebbe saputo condurre il Re, «tali sproni gli metterà ai fianchi...; ma che sproni si abbino ad essere questi, io non li so.»[751] Certo il 3 di ottobre Luigi XII s'era già chiarito pel Papa contro Venezia e Bologna, e sei oratori di questa città erano in Cesena per trattare della resa. Quando però essi gli ricordarono i capitoli firmati già da più Papi, Giulio II rispose che non se ne curava punto, e non voleva sapere neppur di quelli che avesse egli stesso firmati. S'era mosso per liberare quel popolo dai tiranni, e sottomettere alla Chiesa tutto ciò che le spettava; non facendolo, gli sarebbe sembrato di non poter trovare scusa appresso Dio.

Sicuro ormai degli aiuti francesi, fatta in Cesena una mostra delle sue genti, 600 uomini d'arme, 1600 fanti e 300 Svizzeri, chiese ai Fiorentini che mandassero senz'altro indugio il Colonna co' suoi 100 uomini d'arme, essendo egli vicino a partire per Bologna.[752] Giovanni Bentivoglio già cominciava a parlare di resa; ma quando propose che il Papa entrasse in città colla sola sua guardia svizzera, questi, in risposta, pubblicò una Bolla contro di lui e de' suoi seguaci, dichiarandoli ribelli di Santa Chiesa, dando le loro robe in preda a chiunque le pigliasse, concedendo indulgenza a chiunque operasse contro di loro o anche li ammazzasse, e continuò il suo cammino.[753] Non volendo ora toccar le terre usurpate dai Veneziani, andò da Forlì ad Imola, passando pel territorio dei Fiorentini, di che dette loro avviso, quando già era per passare il confine. Essi fecero nondimeno tutto quello che potevano per dimostrargli amicizia ed ossequio. Marcantonio Colonna ebbe da loro ordine di partire in ogni modo il 17 per raggiungerlo; Niccolò Machiavelli s'avanzò, perchè in un viaggio così rapido ed improvviso non mancassero al Papa le cose più necessarie. I Dieci scrivevano poi in fretta a Piero Guicciardini, commissario in Mugello, che Sua Santità s'avanzava: «Gli spedisse incontro quattro o sei some del vino di Puliciano, e del migliore che vi si trovava, qualche poco di trebbiano, qualche soma di caci raviggiuoli buoni, e una soma almeno di belle pere camille.»[754] Il Papa passò rapidamente per Marradi e Palazzuolo, dove tutto fu pronto; il 21 era ad Imola e vi pose il suo quartier generale. Di là il Machiavelli scriveva lo stesso giorno, che Sua Santità voleva dal Bentivoglio resa incondizionata, e tutto faceva prevedere che l'avrebbe. Se non che, divenendo ora lo stato delle cose assai più grave, e dovendosi trattare delle condizioni generali d'Italia, era necessario che fosse mandato al campo un ambasciatore. Il Papa lo aveva chiesto, ed i Fiorentini gl'inviarono Francesco Pepi, che arrivò il 26 ad Imola, donde partì il Machiavelli per tornar subito a Firenze.

Il Bentivoglio avrebbe potuto respingere l'assalto, quando non fosse stato in odio al suo popolo, che già s'era sollevato all'arrivo delle Bolle papali, e non fosse stato abbandonato dalla Francia, che mandò in aiuto di Giulio II 8000 uomini comandati da Carlo d'Amboise, il quale s'impadronì subito di Castelfranco. I Bolognesi, temendo il saccheggio, obbligarono il loro Signore ad andarsene il giorno 2 di novembre, e poi inviarono messi ad Imola, per sottomettersi addirittura al Papa. Quando però i Francesi volevano entrare, il popolo si levò a tumulto, andò contro il campo nemico, mostrandosi parato alla difesa; e così obbligò il Papa a licenziare l'Amboise, mediante buona somma di danaro, oltre la promessa del cappello cardinalizio al fratello di lui. Giulio II potè allora, il dì 11 novembre, entrare in Bologna trionfante come un Cesare, in mezzo a cardinali, vescovi, prelati e signori delle vicine città. Egli mutò subito il governo, istituendo un Senato di quaranta cittadini, il quale durò poi lunghissimo tempo; rispettò gli Statuti municipali; fece costruire una fortezza, e finalmente il 22 di febbraio 1507 se ne partì contentissimo d'essere così riuscito in tutto quello che aveva voluto. Il 27 marzo arrivava pel Tevere a Ponte Molle, e faceva poi la sua entrata solenne nella Città eterna. Questa impresa lo aveva già innalzato, con maravigliosa rapidità, ad una grande altezza dinanzi agli occhi de' suoi contemporanei.

Il Machiavelli intanto, giunto a Firenze, s'era già dato al suo lavoro prediletto per la milizia. Da un gran pezzo egli s'era persuaso, che la rovina degli Stati italiani veniva dal non avere essi armi proprie, dal dovere perciò sempre ricorrere a soldati mercenarî. E si confermò in questa sua idea ogni volta che, costretto ad andare in campo, potè coi proprî occhi osservare il disordine, l'insolenza e la mala fede di quei venturieri, nella cui balìa i magistrati si trovavano costretti a rimettere la salute della patria. Aveva visto la forza acquistata dal Valentino, quando «comandò un uomo per casa nelle sue terre,»[755] formando così un grosso nucleo di soldati proprî. Tutti gli Stati d'Europa che si facevano rispettare, come la Spagna, la Germania, la Francia, avevano proprî eserciti, che fedelmente li servivano; la Svizzera stessa, così piccolo paese, ma con libere istituzioni, era riuscita ad aver la prima fanteria del mondo; perchè non potevano gl'Italiani, i Fiorentini fare lo stesso? Non lo avevano fatto i Comuni del Medio Evo; non se ne vedeva ora un debole esempio nella pertinace difesa dei Pisani, dalla necessità educati alle armi; non lo avevano sopra tutto fatto i Romani, maestri al mondo nelle arti della pace e della guerra? Perchè non si potevano i loro ordini e quelli degli Svizzeri imitare in Firenze; ed imitandoli, che dubbio poteva esserci, che identici ne sarebbero stati gli effetti? Così pensava il Machiavelli, e l'animo suo era a tali idee singolarmente esaltato. Dare a Firenze, e più tardi forse all'Italia, armi proprie, e con esse quella forza che loro mancava, quella dignità politica che gli Stati deboli non hanno mai, fu d'ora in poi il sogno della sua vita. A questo si dedicò con un ardore così disinteressato, con un entusiasmo così giovanile, che il suo carattere desta adesso in noi una simpatia, un'ammirazione che ancora non avevamo potuto provare per lui. Il cinico sorriso del freddo diplomatico scomparisce dalle sue labbra; la sua fisonomia si colorisce a un tratto, dinanzi ai nostri occhi, di una seria e severa solennità, che ci rivela la fiamma d'un sincero patriottismo, la quale arde nel suo cuore e nobilita la sua esistenza. Come padre, come marito e come figlio, se poco abbiamo trovato da biasimare in lui, poco abbiamo anche trovato da ammirare. I suoi costumi non erano liberi dalle colpe del secolo. Come cittadino, finora egli non ha fatto che servire fedelmente la Repubblica, con quell'ingegno che la natura gli aveva così prodigamente largito. Ma ciò non bastava a sollevare in alto il suo carattere. Lo abbiam visto, è vero, nelle molte legazioni che gli furono affidate, non pensar mai a valersi della opportunità, per farsi strada nel mondo; abbandonarsi invece a cercare i principî d'una nuova scienza, con un ardore che gli faceva dimenticare i suoi interessi personali, e qualche volta trascurare anche i più piccoli affari che di giorno in giorno gli venivano raccomandati. Ma questo era un disinteresse scientifico, di cui infiniti esempî troviamo in mezzo alla corruzione del Rinascimento italiano. Quando però il Machiavelli cerca di esaltare l'animo del Gonfaloniere, per indurlo a fondare la nuova milizia, e scrive al cardinale Soderini, perchè lo aiuti a persuadere di ciò il fratello, e corre tutto il territorio della Repubblica, portando armi, arrolando fanti, scrivendo migliaia di lettere, e si raccomanda che non lo levino di mezzo ai campi ed agli armati, noi non possiamo in tutto ciò non vedere la prova d'una sincera, d'una profonda abnegazione in favore del pubblico bene. Come segretario e come uomo di lettere, che non seguì mai il mestiere delle armi, non poteva da questo suo lavoro aspettarsi alcun grande vantaggio personale, avanzare di grado nel proprio ufficio. Suo unico movente fu quindi allora quel patriottismo, di cui gli esempî cominciavano già a divenir troppo rari in Italia; ed esso circonda perciò la sua immagine di un'aureola, che invano ricerchiamo intorno a quella degli altri più illustri letterati del secolo.

Da quanto abbiam detto non segue però che sia opportuno esaltarsi qui a segno da dimenticare gli errori o i difetti del Machiavelli, e neppure da farne, come alcuni han preteso, un genio militare. La grandezza e la originalità del suo pensiero furono in ciò quali possiamo aspettarci da un patriotta e da un uomo politico, che aveva amministrato le cose della guerra, e che, quando essa era molto più semplice che non è oggi, s'era trovato spesso in campo, ne aveva a lungo ragionato col Giacomini e con altri capitani del tempo; ma non aveva in nessun caso comandato mai una compagnia. Il suo medesimo libro dell'Arte della guerra, in cui sono tante osservazioni giuste, e tante idee originali, più di una volta ci obbliga a ricordarci, che egli non era un capitano, nè un soldato. Basterebbe la poca o nessuna fede che ebbe nei grandi effetti delle armi da fuoco, che pur distrussero l'antica e crearono la nuova tattica. Matteo Bandello, in uno dei proemî che pone alle sue Novelle, racconta d'essersi un giorno trovato sotto le mura di Milano con Giovanni dei Medici, il celebre capitano, più noto col nome di Giovanni delle Bande Nere, e col Machiavelli. Questi, volendo dar loro un'idea dell'ordinanza da lui tante volte così bene descritta, li tenne al sole per più di due ore, senza poter mai venire a capo di mettere in ordine 3000 uomini, tanto che, essendo già passata l'ora del desinare, Giovanni, perduta la pazienza, lo mise da parte, ed in un batter d'occhio, coll'aiuto dei tamburini, li ordinò mirabilmente in più modi. Dopo di che il Machiavelli, a sdebitarsi del tempo che aveva fatto loro perdere, raccontò a tavola una novella, che si legge appunto fra quelle del Bandello.[756] L'aneddoto non si trova, è vero, ricordato nelle storie; ma pur non ha nulla d'improbabile, ed in ogni caso può valere a riconfermare, che ai suoi tempi l'autore dell'Arte della guerra, da tutti ammirato come scrittore di cose militari, non era del pari riconosciuto veramente pratico delle armi.

L'idea d'istituire una milizia propria c'era nella Repubblica da più tempo; mancava però la fede nella riuscita, e questa fede ebbe il Machiavelli. La pessima prova che facevano quasi sempre i comandati; la viltà delle fanterie fiorentine che, nell'ultimo assalto alle mura di Pisa, s'erano ricusate di presentarsi dinanzi alla breccia aperta, avevano persuaso i più che ormai si dovesse contar solo sui soldati di mestiere; ed era questa un'opinione che il Machiavelli combattè sempre, sforzandosi di mostrare che tutto il male veniva solo da mancanza di buoni ordini e di disciplina. Cercò innanzi tutto persuaderne il Gonfaloniere, «e veduto che gli era capace, cominciò a distinguergli particolarmente i modi.»[757] Ma quando l'ebbe persuaso, si presentarono subito le mille difficoltà dell'attuazione, e prima la diffidenza di coloro i quali temevano che il Soderini potesse o volesse in questo modo farsi tiranno. Si ricorse quindi al prudente consiglio di cominciare qualche parziale esperimento della nuova ordinanza, sperando che i cittadini, vedendola alla prova, si convincerebbero della sua utilità, e voterebbero i provvedimenti legislativi, necessarî a renderla stabile e più generale, come di fatto avvenne più tardi.

Noi abbiamo uno scritto del Machiavelli, che ci espone per filo e per segno le norme seguite in questo primo tentativo, norme che furono poi approvate per legge. E da esse impariamo sempre più a conoscere quanto diverse dalle nostre fossero le idee di quel tempo, e contro quali enormi e spesso insuperabili difficoltà si dovesse combattere. Prima di tutto egli afferma, come cosa la quale non meriti d'essere discussa, che, volendo la Repubblica avere un esercito proprio (salvo il comandante in capo, che doveva essere straniero, come poteva essere ancora qualche altro ufficiale), era necessario che fosse comandato solo dai Fiorentini, i quali soli dovevano formarne la cavalleria. Non potendosi subito metter mano a questa, che era la parte più difficile della nuova ordinanza, bisognava cominciare intanto col far le leve di fanti fuori della Città. Ma il territorio si divideva in contado propriamente detto, ed in distretti, cioè quelle parti che contenevano grosse città, cui avevano obbedito prima che queste fossero, per la forza delle armi o per libera dedizione, divenute suddite della Repubblica. Sarebbe stato sommamente pericoloso dare le armi ai distretti, appunto perchè in essi erano le città; e «li umori di Toscana sono tali, che come uno conoscessi potere vivere sopra di sè, non vorrebbe più padrone.»[758] Bisognava quindi contentarsi per ora di armare solo il contado. Nè ciò bastava. La generale diffidenza era tale e tanta, che ancora i conestabili eletti a comandare i drappelli formati sotto le bandiere, non dovevano mai, secondo il Machiavelli, essere dello stesso luogo dei fanti, e ogni anno bisognava mutarli, perchè si temeva che altrimenti, affezionandosi troppo ai loro uomini, avrebbero preso più autorità che non conveniva, e sarebbero divenuti pericolosi.[759]

Or chi non s'avvede che dovevano mancare i primi e i più essenziali elementi della forza ad uno Stato, nel quale tutte le città tendevano a separarsi da quella che le comandava, e che, serbando per sè sola la libertà politica, era di necessità condannata ad una grandissima diffidenza verso quei medesimi sudditi, cui voleva poi affidare la propria difesa? Ma il Segretario fiorentino alcune di queste difficoltà non le valutava neppure, perchè secondo le idee del tempo non v'era in esse nulla di anormale o d'insolito; altre sperava che si sarebbero a poco a poco superate. Così, per esempio, egli scriveva che, dopo avere armato il contado, si poteva forse, con qualche cautela, armare una parte almeno del distretto. Nondimeno la sua fiducia in questi nuovi ordini militari era illimitata, ed egli concludeva dicendo ai suoi cittadini: «Vi avvedrete ancora a' vostri dì, che differenza è avere de' vostri cittadini soldati per elezione e non per corruzione, come avete al presente, perchè se alcuno non ha voluto ubbidire al padre, allevatosi su per li bordelli, diverrà soldato; ma uscendo dalle scuole oneste e dalle buone educazioni, potranno onorare sè e la patria loro.»[760]

Animato da queste idee, egli non solo cercava infonderle direttamente nell'animo del Gonfaloniere; ma si valeva anche dell'opera di coloro che su di esso avevano autorità. Nel principio dell'anno 1506 scriveva al cardinal Soderini in Roma, perchè persuadesse il fratello che solo una severa giustizia nella Città e nel contado poteva essere la salda e sicura base della nuova Ordinanza. Ed il cardinale rispondevagli il 4 marzo: «Essere più che mai convinto che i fatti confermavano la speranza nostra, pro salute et dignitate patriae; non potersi dubitare che le altre nazioni siano divenute superiori a noi solamente perchè ritengono la disciplina, la quale già da gran tempo è sbandita d'Italia; nè debbe esser poca la contentezza vostra, che per vostra mano sia dato principio a sì degna cosa.» E, secondando la domanda del Machiavelli, il giorno stesso scriveva al Gonfaloniere, rallegrandosi per la fede universalmente riposta nella nuova milizia, da cui ognuno s'aspettava il rinnovamento delle antiche glorie, e ripetevagli appunto che tutto dipendeva dalla buona disciplina, quae plurimum consistit in obedientia, maximeque fundatur in iustitia. Concludeva poi, proponendo che, per mantenere questa giustizia, si nominasse «qualche ministro simile a Manlio Torquato, rigido e severo, el quale ne le cose liquide proceda alla esecuzione de fatto, nelle altre lassi la cura alli officiali.»[761]

La nuova milizia, essendo appena in formazione, non richiedeva ancora un comando generale, e potevano gl'iscritti istruirsi sotto i loro conestabili, di cui si fece qualcuno venire anche di fuori; ma v'era pur bisogno di uno che comandasse con maggiore autorità, non foss'altro per mantener ferma la disciplina generale, ed, occorrendo, punir severamente i colpevoli. A questo fine si deliberò di eleggere, secondo il consiglio dato o meglio fatto dare dal cardinale al Gonfaloniere, un uomo pratico delle armi, e di reputazione. Ora chi crederebbe mai che appunto il Gonfaloniere ed il Machiavelli, animati allora da un così puro e nobile patriottismo, da tanta ammirazione per Manlio Torquato, gli Scipioni ed i Camilli dell'antica Roma, pensassero d'eleggere ad un tale ufficio lo spagnuolo don Micheletto, l'assassino, lo strangolatore, il confidente del Valentino, colui che poco prima la Repubblica aveva fatto prigioniero e mandato a Giulio II, come un mostro d'iniquità, nemico di Dio e degli uomini? Eppure così fu. Il fatto destò in sul principio qualche contrarietà nei magistrati e nei cittadini, non per alcuna repugnanza morale, ma pel titolo di bargello che si voleva dare ad un tale uomo,[762] e per tema che il Soderini volesse farne un pericoloso strumento di tirannide. Il Machiavelli, che ebbe incarico di tentare destramente l'animo di Francesco Gualterotti, G. B. Ridolfi e Piero Guicciardini, che erano dei Dieci, per sentire se volevano consentire a nominare don Michele, con 100 provvigionati e 50 balestrieri a cavallo, li trovò infatti assai poco favorevoli; ma quando, mutato il titolo di bargello in quello di capitano, la proposta venne portata negli Ottanta, essa fu vinta dopo essere stata messa tre volte a partito.[763]

In Romagna ed in Roma il Machiavelli aveva avuto occasione di conoscere molto bene chi era don Michele. Lo aveva visto sotto il Valentino comandare uomini raccolti dal contado, i quali non essendo soldati di ventura nè di mestiere, avevano pur fatto assai buona prova nelle fazioni; lo credeva perciò adatto a mantenere l'ordine e la disciplina nella nuova milizia fiorentina. Non gli erano ignoti i delitti e le iniquità da lui commessi, come non erano ignoti a nessuno; ma la reputazione di sanguinario e di crudele gli pareva che giovasse anzi che nuocere nel caso presente. Voleva che don Michele si facesse rispettare e temere dai soldati; che, occorrendo, li conducesse dinanzi al nemico, e col suo esempio, unito al nome della sua crudele severità, li rendesse arditi e temuti nelle fazioni. Infatti, quando nel giugno di quell'anno alcuni de' nuovi fanti, inviati al campo di Pisa, non pareva che facessero buona prova, egli scriveva al commissario generale Giovanni Ridolfi in Cascina, che «gli si mandava don Michele con la sua compagnia di 100 uomini, per servirsene contro i Pisani, i quali fanno poco conto di questi nostri fanti, di che vorremmo farli ridire.» «Ed essendo dall'altro canto uso, mentre fu con il Duca, a comandare e maneggiare simili uomini, pensiamo, quando si potessi, che sarebbe da alloggiarlo costì con loro, acciò prima lui li praticassi, e dipoi, bisognando correre in un subito in qualche luogo, fossi pur presto con li suoi fanti insieme con loro, i quali, per averli veduti e maneggiati in su le mostre, possono etiam meglio convenire costà nelle fazioni.»[764] Questo era dunque il pensiero del Machiavelli; don Michele doveva infondere il nuovo spirito militare nel giovane esercito fiorentino! — Ma perchè, si può assai ragionevolmente qui domandare, non chiamarono invece il Giacomini sempre fedele alla patria e valoroso soldato? Come potevano mai credere un assassino capace d'infondere in altri la vera disciplina, cioè l'onor militare? — Quando anche il Giacomini non fosse allora caduto in disgrazia, assai difficilmente avrebbero i Fiorentini dato mai ad uno solo dei loro cittadini grande autorità sul nuovo esercito, e ciò sempre per la paura che non si facesse poi tiranno. Come in altri tempi il Podestà, così ora volevano che il capitano della guardia nel contado fosse uno straniero.

Questa milizia doveva dunque, secondo il Machiavelli, essere animata da un vero patriottismo, e perciò composta d'uomini onesti e bene educati; ma a chi era chiamato ad istruirla e comandarla bastava aver solo l'arte a ciò necessaria, la quale non aveva nulla che fare col carattere morale di lui. Spesso anzi la bontà dell'animo poteva riuscire d'ostacolo a quegli atti severi o crudeli, che il capitano come l'uomo di Stato sono pure costretti a compiere. Quella unità tanto desiderabile fra chi guida e chi è guidato, quasi siano un corpo solo con un'anima sola, la quale personifichi in colui che comanda la coscienza di tutti, e faccia della sua condotta come la manifestazione più intelligente ed elevata del pensiero comune, e della sua severità stessa un atto di giustizia, il Machiavelli non la vide negli eserciti, come non la vide nei governi. Anche il popolo della sua Repubblica deve essere buono; ma esso poi perde quasi la propria coscienza, per divenire nelle mani dell'uomo di Stato come una creta molle, cui questi può dare la forma che più gli piace, se sa quello che vuole, e conosce il modo di recarlo in atto, senza arrestarsi dinanzi ad alcuno scrupolo. Calunnia atrocemente il Machiavelli o non lo conosce punto chi dice che egli non ama, non ammira la virtù. Non bisognerebbe esser nato d'uomo, ripete egli più volte, per non amarla, non ammirarla; e le parole con cui la esalta hanno spesso tanta eloquenza, che nessuna retorica potrebbe mai suggerirle, se non venissero veramente da una profonda convinzione. Ma la morale era per lui, come per quel secolo in generale, un affare del tutto individuale e personale; l'arte di governare, di comandare, di dominare non era in opposizione, ma indipendente affatto da essa. L'idea d'una coscienza e moralità pubblica, intelligibile solo quando s'abbia già il concetto della unità e personalità sociale, che ci fanno comprendere chiaramente come non solo per gl'individui, ma anche per le nazioni, il vero governo sia il governo di sè stessi, e come esso porti inevitabilmente seco una propria responsabilità, questa idea mancava affatto al secolo XV, e non si presentò mai chiara neppure alla mente del Machiavelli. Pel Medio Evo gli eventi della storia, le trasformazioni della società erano effetto della volontà divina, e l'uomo non ci poteva nulla; pel Machiavelli invece il fatto sociale è divenuto un fatto umano, razionale, che egli studia per conoscerne le leggi; e per lui le vicende della storia son quasi sempre opera esclusiva dei principi o dei capitani. La forza perciò che egli attribuisce all'arte dell'uomo di Stato, alla volontà e prudenza di lui, alle istituzioni ed alle leggi che può escogitare, se ha l'ingegno e l'energia necessarie, si direbbe quasi che non abbia limiti.

E così potè facilmente persuadersi, che la nuova Ordinanza militare, immaginata da lui secondo l'esempio degli Svizzeri[765] e dei Romani, dovesse produrre infallibili resultati, purchè ne fossero fedelmente e severamente seguite, rispettate le norme. Quando egli ebbe di ciò persuaso il Gonfaloniere, si pose, fin dal dicembre del 1505, in moto per la Toscana, con regolare patente, e cominciò ad iscrivere fanti sotto le bandiere. Nel gennaio e febbraio la sua attività si moltiplica, trovandolo noi ogni giorno in un luogo diverso[766] anche alla metà di marzo, quando tornò a Firenze, donde, scrivendo infinite lettere, continuò la medesima opera.[767] Come fu prima possibile, cioè nel febbraio di quell'anno stesso, si fece una mostra di 400 uomini, i quali condotti in piazza della Signoria, vestiti con colori diversi e bene armati, piacquero moltissimo alla cittadinanza; e ripetendosi l'esperimento di tanto in tanto, la nuova milizia divenne sempre più popolare.[768] Alcuni di questi fanti furono, come dicemmo, mandati anche al campo di Pisa, dove in verità non fecero prodezze, e don Michele ebbe perciò ordine di raggiungerli con la sua compagnia.[769] Sebbene neanche con ciò s'ottenessero grandi risultati, pure nell'agosto si riuscì a qualche scaramuccia con successo non del tutto infelice.[770]

In ogni modo, essendo l'Ordinanza ormai istituita di fatto, e già venuta in favore del popolo, era necessario sanzionarla definitivamente con una legge. Per questa ragione il Machiavelli scrisse la relazione, cui abbiamo più sopra accennato. In essa espose come s'era nel contado messo una bandiera in ogni podesterìa, nominando un conestabile per ogni tre, quattro o cinque bandiere. V'erano in tutto già 30 bandiere ed 11 conestabili, con più di 5000 uomini iscritti, che potevano ridursi a minor numero, rinviando a casa i meno abili: di 1200 s'era già fatta mostra in Firenze.[771] Dopo di ciò egli veniva col suo scritto a provare la necessità d'istituire un nuovo magistrato, cui fosse affidato l'ordinamento regolare della milizia. Il 6 dicembre 1506 fu nel Consiglio Maggiore approvata, con 841 fave nere contro 317 bianche, la Provvisione che creava i Nove ufficiali dell'Ordinanza e milizia fiorentina, chiamati più comunemente i Nove della milizia; e questa Provvisione non fece altro che sanzionare tutte quante le proposte presentate dal Machiavelli. Eletti dal Consiglio Maggiore, i Nove duravano in ufficio otto mesi, e dovevano iscrivere i fanti, armarli, ordinarli, educarli alla disciplina, punirli, nominare i conestabili, ecc.; appena però che fosse dichiarata la guerra, l'Ordinanza doveva venire sotto la dipendenza dei Dieci.[772] La stessa Provvisione istituiva il Capitano di guardia del contado e distretto di Firenze, cui si davano ora solo 30 balestrieri a cavallo e 50 provvigionati. Esso doveva stare sotto il comando dei Nove, ed essere eletto come gli altri condottieri, con questo però, che la elezione non poteva cadere sopra «alcuno della Città, contado o distretto di Firenze, nè di terra propinqua al dominio fiorentino, a quaranta miglia.»[773] I Nove vennero eletti il 10 gennaio 1507, prestarono giuramento il 12, ed il 13 presero possesso dell'ufficio. La Provvisione dava loro facoltà d'avere uno o più cancellieri, e come era naturale, essi pigliarono subito a loro servizio il Machiavelli. Con deliberazioni dei 9 e dei 27 febbraio rinominarono poi don Michele capitano di guardia del contado e distretto, con i 30 balestrieri a cavallo e i 50 fanti concessi dalla legge.[774]

Ed ora incomincia nella vita del Machiavelli un nuovo periodo, nel quale egli entra sempre più convinto d'essere chiamato a restituire non solo a Firenze, ma a tutta Italia l'antica gloria delle armi e l'antica virtù. Una tale speranza egli era stato il primo, ma non era adesso più solo ad averla. Il cardinale Soderini esprimeva la opinione di molti, quando gli scriveva da Bologna il 15 dicembre 1506: «Parci veramente che cotesta Ordinanza sit a Deo, perchè ogni dì cresce, non ostante la malignità;» e continuando aggiungeva, che la Repubblica da lungo tempo non aveva fatto cosa tanto onorevole come questa, che si doveva tutta a lui.[775] E se ormai tale era l'opinione dei più autorevoli suoi concittadini, non deve farci maraviglia il vedere che l'uomo, cui tutti riconoscevano il merito della grande riforma, guardasse l'avvenire pieno di speranza. Questa speranza di certo non si poteva in tutto avverare, in parte anzi doveva esser solo una nobile e grande illusione; nondimeno l'opera del Machiavelli riuscì più tardi di non dimenticabile gloria alla Repubblica. Quando infatti nel 1527 Firenze si trovò circondata ed assediata da innumerevoli nemici, allora il suo amore di libertà venne riacceso dai seguaci del Savonarola, e la Repubblica rinacque e fu eroicamente difesa da quella milizia, che era stata consigliata ed istituita da Niccolò Machiavelli.

APPENDICE DI DOCUMENTI

DOCUMENTI

DOCUMENTO I.

(Pag. 243)

Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, nella quale si discorre della prossima venuta dei Francesi in Italia, e di ciò che a questo proposito diceva Lodovico il Moro. — 30 e 31 marzo 1494.[776]

Magnifico Piero....[777] Stamani andai a Castello um poco innanzi agl'altri, et lexi la lectera tua de xxiiij al sig. Lodovico, presente il Chalcho,[778] la quale S. E. stette a udire con grande attentione. Poi mi rispose: — Io non ho manco desiderio della amicitia vostra, come altre volte vi ho decto, che voi diciate desiderare la mia, per le ragioni altre volte narrate; et se io intendessi liberamente quello che desiderate, come etiam più volte vi ho decto, non mancherei dello offitio mio. Ma voi mi parlate pure di questa Italia, et io non la vidi mai in viso; et non sento che di noi altri si faccia pensiero, il che dà anchora a me confusione d'animo; et quando voi parlerete liberamente con me, et che vi lasciate intendere, sempre troverrete correspondentia. — Io li risposi: — Quanto al parlare delle cose d'Italia, mi parea che si potessi intendere e' beneficii nostri, benchè non si dicessi per expresso; a il lasciarsi intendere, che noi li haviamo parlato molto liberamente: prima, che desiderando la pace et quiete, la venuta de Franzesi per niente non ci piaceva, et più preghavamo la Excellentia Sua che, come l'havea dato principio a dare favore in Francia, che non havessimo a essere astretti a declaratione, seguitassi. Ma ci dava bene grandissima molestia d'animo havere veduto la Excellentia Sua dar principio a tante buone cose, et da poi in uno subito mutarsi come ha facto, non ci conoscendo maxime alcuna nuova cagione. —

La S. E. dixe, che poichè non era chi pensassi a' facti suoi, era necessario che vi pensassi lui, et se non basteranno i Franzesi, sarà necessitato aiutarsi et con Franzesi et con Tedeschi; et saltò a dire: — Questi regii hanno usato dire, che il re Alfonso si farà innanzi insino qua con la gente dell'arme; et che[779] havea scripto una lettera che faceva intendere alla Maestà Sua, che, volendo muovere la gente d'arme, facessi pensiero di non passare le terre della Chiesa, perchè, quando volessi venire più avanti, li andrebbe all'opposito con tucte le sue forze, et rimanderebbeli la figliuola a casa. — Ad questo io risposi, che credevo che in questa proposta il Re farebbe pocha perdita, perchè si stima che, venendo e' Franzesi con le spalle di S. E., l'harebbe per nimica in ogni modo. — Replicò che non era obbligato a' Franzesi, se non a cinquecento huomini d'arme. — Io li subiunsi, che la E. S. havessi rispecto di non mettersi Franzesi in casa, perchè, quando fussi imbarcato, li bisognerebbe andare a 500 et a 1000, et a quella somma che paressi a loro. Et in su questo mi parve di toccarlo umpoco più avanti, et dixi: Signore, io vi voglio parlare liberamente come servitore, et ho caro ci sia presente messere Bartolommeo. Io vi affermo quello che altre volte vi ho decto, che della città nostra et di Piero in specie, la E. V. si può promettere come delle prime cose che abbi, andando con quelli termini che ragionevolmente si conviene alli amici. Dipoi le voglio ricordare amorevolmente, che consideri bene in che termine si truovano le cose; et havendo quella autorictà che ha di poterle posare, se è bene lasciarle schorrerle; perchè, quando pure si venissi all'arme in Italia, o per mezo di Franzesi o altrimenti, potrebbe accadere che non sarebbe poi in sua facultà poterle posare quando li paresse, et ch'io ero certo, per la sua prudentia, ne intendeva più di me. — Dixe: — A questa parte non voglio rispondere. Ma che vorresti voi da me? Domandatemi liberamente ciò che voi vorresti, et io vi responderò. — Dixi: — Che la E. V. mi chiarisca, che cagione l'ha facto fare tanta mutazione: acciò che noi possiamo remediarvi, se e' nascessi da noi. — Risposemi, la cagione essere che avendoci richiesto d'uno scripto per la sicurtà,[780] etc., tu li havevi renduto solamente buone parole; et che, veduto non era havuto consideratione a' facti suoi, era constrecto pensarvi ut supra; accennando che non li basterebbe anche starne alla sicurtà vostra sola; che si vede volle ritornare a quello ti scripsi per l'ultime mie, che questi Signori non li erano venuti a particulare alcuno, etc. Et subiunse: — Et anche vi ricerchai per mio fratello della sicurtà delli Orsini, come sapete, che benchè io sia disposto di queste cose di Roma non me ne travagliare, pure tuttavolta non posso lasciare mio fratello.[781] — Io domandai di nuovo: — Sono queste le cagioni che hanno facto mutare la E. V.? — Dixe: — Sì veramente. — Risposili, parermi che la E. S. havessi torto, concio sia che le lettere tue, dal mandare lo scripto infuora, parlavano in modo che gli haveva molto bene potuto comprehendere lo animo tuo buono; et intorno a questo m'ingegnai quanto potei farli intendere la tua buona disposizione, nientedimeno con parole di natura che non obligassino, et non togliessino speranza. Alla parte delli Orsini: che la S. E. medesimamente haveva inteso, che tucta la autorità che tu havevi con loro, la opereresti più volentieri per monsignore Ascanio, che non faresti pel Cardinale tuo. Et compresi che, o per le parole li haveva prima decte el Conte,[782] aggiunte quelle gli havevo decte io, che furono più non ti scrivo per brevità, et delle brusche et delle dolci, o perchè così fussi disposto, che gl'era volto di cominciare a parlarmi liberamente, et per tornare in su quelli ragionamenti buoni che ti scripsi. Et sopragiugnendo li ambasciatori regii et venetiano, dixe: — Io voglio che ci riserbiamo a oggi a finire questo ragionamento. — E diemmi la posta alle xx hore.

Non voglio lasciare di dirti, che nel sopradecto discorso egli toccò pure qualche paroletta di quelle ha altra volta facto, se e' ti piaceva tanta grandezza del Re;[783] et mostrando lui che 'l Papa se n'andava alla volta di Sua Maestà, subiunse, che, non li bisognando più le gente d'arme di questo Stato, le richiamerebbe, con dire che un altro li farebbe forse un Concilio adosso come potrebbe lui; ma che essendo in quella sede per loro, et havendolo beneficato (come hanno), non si potevono sì presto ridire, et che se la Santità Sua non farà verso di loro quello che è conveniente, non sarà per questo che li vogli fare altro che bene.

Desinando, arrivò la tua de' xxviij con li advisi da Roma de' 26. Andai a Castello alle xx hore, secondo l'ordine datomi; trovai el signore Lodovico essendo con tucti e' consiglieri, che erono gran numero; et per quanto ritrahessi da uno amico, erono in sull'accordo di Roma, che ne haveva lettere di là, de xxiij, che gliene davono qualche fiuto, ma non particolarmente, come intesi poi per la tua. Stette poco et licenziolli, et fecemi chiamare, et trova' lo assai di buona cera. Quando li lexi le particolarità dello achordo, si vide manifestamente et mutarsi et risentirsi, et poi mi disse: — Ambasciatore, havetemi voi a dire altro? — Risposi, che ero venuto per finire quello ragionamento, come eravamo rimasti stamani. Dixemi, che era in sulla medesima sententia di stamane, ciò è che s'era mutato per le cagioni predecte. Quanto alle cose di Ascanio, ciò è delli Orsini, etc., non ne dixe parola; ma che bene era xv o xx dì, che haveva scripto ad Ascanio, che e' farebbe bene a venirsene di qua sotto ombra di venire ad visitarlo, che riscontra che Ascanio si partirà di Roma. Entramo dipoi nelle cose nostre di Francia, et promise più liberamente che havessi ancora facto mai, di aiutarci sanza exceptione alchuna, et che non era per fare a voi in queste occorrentie mercantìa, sì come non vorrebbe che voi pensassi di volerla fare seco.... Mi tochò quest'altra corda: che non li mancherà riconoscere el re Alfonso per cognato, et il Duca di Calabria per nipote, et che dalla sera alla mattina lo potrebbe fare....[784] Et vedesi manifestamente che lo adviso da Roma li ha entorbidato in modo el cervello, che e' restò tucto confuso e con grandissima suspensione, che mi persuado fussi cagione che non seguitassi el ragionamento. Sarò domattina con la E. S., et farò quel bene che potrò, et di tucto ti darò adviso. Et io non mi sono molto curato che la sia ita per hoggi così, perchè non ho giudicato fuora di proposito lasciarlo stare in questa concia, tanto che habbi resposta da te come mi habbi a governare....

Come io ti ho tocho di sopra, costui si vede in tanta confusione di animo, quanta io non credo che fussi mai alla vita sua; et per bene che vedessi che il Papa era per accordarsi col Re, non stimò però mai che l'accordo venissi con tanta securtà et reputatione del Re quanto ha facto. Nè harebbe creduto che el Re si fusse lasciato andare a sì gran partito col Papa, ciò è di dare Stati et sì gran provisioni al figliuolo; et èccisi aggiunta la venuta subita del Vincula a Roma, che interamente li ha tocho il cuore, et parli, quello che è il vero, che ci sia andato assai della reputatione sua. Et per la sua natura fumosa, et per havere parlato in sua gloria quanto ha facto a questi tempi, questa bastonata è stata molto maggiore, e più li è doluta. Et perchè tu intenda, qua, in fra e' suoi medesimi, ci ha tanto perso, che non te lo potrei mai dire, benchè ci sieno molti che ne fanno fuoco ne l'orcio. Et in effecto costui è tristo come una starna, et non credo sia cosa alcuna, et fussi di che natura si vuole, vedendo fussi a suo proposito, che e' non tentasse, che è pure da haverci qualche consideratione. Et parmi ancora essere certo che buona parte del grado tocchi a noi; et quando voi fussi in proposito di costà di non lasciare andare le cose a totale disperatione, et di mantenervi costui, non so se sia da lasciare transcorrere più in là, perchè, secondo el mio poco iuditio, egli è in luogo che potrà molto bene conoscere, che quello che si facessi procederebbe da altro che da paura et da minaccia, ma da buona natura d'altri. Se noi giriamo tucta la buxula, si vedrà che costui è necessitato o rimettersi nelli Ultramontani, et séguiti quello che vuole, o reconciliarsi col Re nel modo che potrà, et temporeggiare quanto potrà (et el Re per la natura sua et per posarsi, la doverìa fare), o tentare qualch'altra via scandalosa, o veramente rassettarsi et ritornare in fede et amicitia con voi, il che io credo senza dubio nessuno, quando non havessi vergognosamente a mendicare, che sarebbe volto a farlo, et sommamente lo desideri. Io col mio poco iuditio sono nella sententia medesima che ti scripsi nell'altra, et crederrei quello si aprovassi essere bene da farlo presto, in uno tempo a farlo in un altro sarebbe grande differentia nell'averne o più o manco grado. Voi siate prudenti, et in tutto vi resolverete bene, et super omnia è necessario che spesso spesso mi advisiate delle deliberationi vostre, a fine che io possa di mano in mano accordarmi con quelle; chè vedi a che termini strecti ci riduciamo.

Non lascerò di dirti che el signor Lodovico considerò molto bene tucti quelli capi dello accordo, ad uno ad uno, più d'una volta; et in su quella parola che dice, il Papa s'obliga difendere il Re contra Franciosi et quoscumque alios, si fermò et replicò più volte quello quoscumque alios, et mostrò considerarlo molto bene.

Tenuta a stamani a dì 31, che hiersera tornai tardi da Castello....

Postcripta. Deliberai, poi che tanto era soprastato il cavallaro, di tenerla tanto che parlassi col sig. Lodovico. Et dixemi havere advisi di Francia, che le cose procedono nel modo che advisano li ambasciatori nostri, con quella caldezza, et che il Re insiste in voler venire in persona. Dipoi mi dice, che Monsignore di Obignì era partito, et con lui Perone di Baccie,[785] et già erano cominciate ad adviarsi le genti d'arme, che sarebbono insino in ccc^to lancie....

Di sopra ti dico, che il sig. Lodovico mi aveva toccho di reconciliarsi col Re, etc.; stamani ha decto a messere Ferrante, che in ogni modo vuole aconciare le cose della Maestà del Re, et che li farà un servitio el più relevato che si sia facto gran tempo fa a huomo in Italia. Ulterius li vuole dire un secreto con iuramento di grandissima importantia, con promissione che la Maestà del Re non li faccia risposta se non di sua mano o di mano del Duca di Calabria, perchè non vuole che cancelliere nessuno l'habbi ad intendere. Questa è la substantia di molte buone parole et liberalissime offerte ha facto stamani a costoro, che sono molte più che insino ad hora habbi mai facto: tucto non replico per non essere sì lungo....

Servitor devotus PETRUS ALAMANNI.

DOCUMENTO II.

(Pag. 263)

Lettera di Alessandro Bracci, ambasciatore fiorentino in Roma, ai Dieci, relativa all'uccisione del Duca di Gandia. — 17 giugno 1497.[786]

Magnifici Domini mei observandissimi. Hieri diedi notitia alle S. V. del miserando caso del Duca di Candia,[787] el quale fu sepellito a ore 24 in Santa Maria del Popolo, et andò scoperto in sulla bara, con non molta cerimonia di pompa funebre, et fu acchompagnato solamente dalli oratori della Legha, excepto il Venitiano, et dalla famiglia sua et del Papa, la cui Santità non resta di affliggersi, et non dà anchora audentia a persona. Et per li ministri suoi di iustitia, et per tucti li modi possibili di coniecture, di inditii et d'altro non si attende se non a ricercare et investigare li auctori del male, nè per anchora truovono cosa di fondamento: et se bene hanno varie opinioni, non le riscontrano poi. El Ghovernatore et così el Bargello sono entrati in più case, non solum dove il Duca havea qualche consuetudine manifesta, ma anchora occulta, non senza nota di qualche persona da bene, con examinare famigli et fantesche, intra li quali è suto il conte Antonio Maria Dalla Mirandola, per havere una figliuola molto formosa, ma di buonissima fama: et questo perchè è certissimo che el Duca fu morto non molto dischosto dalla casa sua, la quale è poco lontana da luogho donde il Duca fu buttato in fiume. Et è comune opinione, che chi ha voluto condurre alla rete il povero signore, li habbi gittato innanzi questo logoro, et datoli ad intendere che l'ordine fusse dato per quella sera, perchè colui che li parlò stravestito, et che li montò in groppa, li ha parlato altra volta in simile habito, et sempre di nocte per monstrarli bene el secreto. Et stimasi che lo habbi pasciuto con vana speranza d'una simile impresa, tanto che chi lo voleva giugnere al bocchone, havessi l'esca bene preparata. Et certamente chi ha governata la cosa ha havuto cervello et buono coraggio, et in ogni modo si crede sia stato gran maestro. La Santità del Papa è immodo accesa alla vendecta, per quanto si può intendere, che non è per lassare alcuno pensiero indietro, per ritrovare li malfactori, et per valersi della iniuria, la quale non li poteva essere facta nè più intollerabile nè maggiore, per le circumstantie che la aggravono....

Et io mi rachomando humilmente alle S. V.

Rome, xvij iunii 1497.

Servitor SER ALEXANDER BRACCIUS.

DOCUMENTO III.[788]

(Pag. 299)

_Traduzione assai libera, fatta dal Machiavelli, d'un brano dell'Historia persecutionis vandalicae di Vittore Vitense._

Libro delle persecutione d'Africa per Henrico re dei Vandali, l'anno di Cristo 500, et composto per San Victore vescovo d'Utica. — Già sono sexanta anni da questo tempo, che quello crudele popolo de' Vandali entrò ne' confini d'Affrica, passando per lo stretto del mare, quale è intra l'Africa et la Spagna. Venendo adunque questa generatione di huomini, che erano fra piccoli et grandi, giovani et vecchi, più che octocento mila, secondo che loro medesimi affermavano, acciò che li huomini sbigottiti da tale numero pensassino meno a difendersi; et trovando l'Affrica pacifica et quieta, piena di richeze et d'ogni bene abbundante, non mancorno di alcuna ragione d'iniuria, così contro alli huomini come contro al paese, perchè questo arsono et ruinorno dovunche passavano, et li huomini rubavano, ammazavano, pigliavano ad prigioni, et li facevono morire in carcere, con ogni ragione suplitio. Nè perdonò la loro crudeltà alli arbori et ad le piante, et, che è peggio, non lasciorno indreto le chiese, nè le sepulture de' sancti, che tucte le arsono et disfeciono. Nè valeva ad li huomini nascondere loro et loro cose per le valli o selve o caverne, perchè in ogni loco erano ritrovati, et dipoi rubati et morti, et con maggiori odii et maggiori persecutioni guastavano e' templi di Dio che le case de' privati, et trovandole serrate, con le scure le assaltavono, come si fa le querce ne' boschi, acciò che si potesse dire quel verso della Scriptura: Quasi in silva lignorum, securibus conscinderunt ianuas eius; in securi et ascia deiecerunt eam, incenderunt igni sanctuarium tuum.[789]

Quanti preclari[790] vescovi et prelati et nobili sacerdoti furono morti con diversa ragione di suplicio, acciò che palesassino[791] s'egli havevono o oro o ariento apresso di loro. Et non bastava che dessino loro quello ch'egli havevono, perchè semple (sic) estimando che ne potessino dare più, quanta maggior somma ne davono, tanto più li tormentavano, mettendo ad alcuno del fango puzolente giù per la gola, ad alcuni facevono bere acqua di mare, ad alcuni aceto, ad alcuno altro sterco o feccia di vino, o qualunque altra cosa liquida et puzolente, et di quelle li riempievono come otri, senza havere di loro alcuna misericordia: nè perdonavano anchora alle donne o alle fanciulle. Quivi non era consideratione di nobiltà nè di doctrina, non reverentia di sacerdotio; ma queste cose facevano li animi loro più efferati; et dove era più nobiltà et più grado, quivi si vedeva il loro furore più esercitarsi. Quanti sacerdoti egregii, quanti huomini inllustri (sic) si vedevono con pesi adosso, ad uso di cammegli et d'asini, e' quali erano da loro con certi pungenti, come e' buoi, punzechiati, ad ciò ch'eglino accelerassino el passo, de' quali molti socto la graveza di detti pesi morivano. Non gli moveva ad misericordia la vechiaia, non la pueritia; et infiniti fanciulli erano da' pecti delle madri divelti o[792] mandati in captività, o presi per li piedi et bactuti in el conspecto delle madri in terra, o veramente presi per le gambe, et divisi infino al capo in due parti. Et potevasi in ogni loco dire questo verso: Dixit inimicus incendere se fines meos, interficere infantes meos, et parvulos meos se elisurum ad terram.[793]

Quelli edifitii che per lo splendore et grandeza loro non potevono essere offesi dal fuoco, li distruggevono con la ruina, in modo che l'antiqua belleza di molte città non apparisce niente come la era già; et molte terre o da nessuno o da pochi sono habitate, et in Cartagine si vede come e' teatri, le chiese, la via che si chiamava celeste, et molti altri belli edifitii essere ruinati. Oltra di questo, molte chiese che non destruxono, come la basilica dove sono e' corpi di Sancta Perpetua et di Sancta Felicita, li accomodorno ad templi della loro religione; et dove e' trovavano qualche ròcca o sito forte che loro non potessino expugnare, e' vi ammazavono intorno di molti huomini,[794] et conducevonvi di molti huomini morti, acciò che quelli di drento fussin constrecti per il puzo o morire o arrendersi.

Quanti sancti sacerdoti fussino da costoro cruciati et morti non si potrebbe explicare, infra e' quali el venerabile Pampinia[795] (sic), vescovo della nostra città, con lame di ferro ardenti fu tucto dibruciato, et similmente Mansueto fu arso in su la porta decta Fornitana. Et in quel medesimo tempo la città di Ippona era assediata, della quale era vescovo sancto Agostino, huomo degno di ogni laude, perchè el fiume della sua eloquentia correva per tucti e' campi della Chiesa; ma in quel tempo adverso si veniva ad sechare, et la dolceza del suo parlare era convertita in amaro absentio, et verificavasi quel detto di Davit: Dum consisteret peccator adversum me, obmutui.[796] Infino a quel tempo lui haveva scripto dugento trentadue libri, oltre alle innumerabili Epistole ch'egli haveva facte, insieme con la expositione di tucto el Saltero et de' Vangelii,[797] le quali sono decte ordinariamente Omelìe; el numero delle quali non si potrebbe appena comprendere.

Che bisogna dire tante cose? Dopo molte crudeli impietà, Gisserico expugnò et obtenue la bella et grande città di Cartagine, et quella antiqua, ingenua et nobile libertà riduxe in servitù, perchè fece servi tucti e' Senatori d'essa, et propose uno decreto, che ciascuno dovessi portagli tucto l'oro, pietre pretiose et vestimenti richi ch'egli havessi: et così in breve tempo li huomini si privorno delle robe che 'l padre et l'avolo havieno loro lasciate; perchè e' divise infra sua soldati tucte le provincie, riservandosi ad sè le principali, anchora che Valentiniano imperadore ne difendessi alcuna, le quali poi furno medesimamente occupate da Gisserico dopo la sua morte. Nel quale tempo egli occupò tucta l'Affrica insieme con l'isole che sono tra quella et l'Italia, come la Sicilia, la Sardigna, Maiorca et Minorica, le quali occupò et difese con la sua consueta superbia; nondimanco poi la Sicilia a Clodoacro re d'Italia, con reservo di certo tributo.[798] Facta che Gisserico hebbe questa distributione, comandò ad tucti e' Vandali, che cacciassino tucti e' vescovi e tucti e' nobili de' luoghi et terre loro, il che fu facto in dimolti lati: et noi conoscemo et vedemo essere servi de' Vandali molti nobili vescovi et honorati et clarissimi huomini.

In quel medesimo tempo el vescovo della detta cictà di Cartagine, chiamato Quodvultdeus, insieme con una gran turba di cherici furono spogliati et posti sopra certi navilii, et cacciati d'Affrica, e' quali per miseratione di Dio si conduxono ad Napoli in Italia, e' quali, cacciati di facto, la chiesa loro nominata Restituta, nella quale sempre facevono residenza e' vescovi, la consacrò alla sua religione. Et tucte l'altre chiese, così drento alla città come fuori, spogliò, et in particulare due grandi et belle chiese, di San Cipriano martire, l'una, dove lui sparse el sangue, l'altra dove fu sepolto, el quale luogo si chiama Mappalia. Chi potrebbe sanza lacrime ricordarsi, come questo crudele tiranno comandava, ch'e' corpi de' nostri sancti, sanza solennità di salmi o altre cerimonie ecclesiastiche, fussino sepelliti?

Et mentre che queste cose si facevano, quelli sacerdoti delle decte provincie che lui haveva divise, e' quali ancora non erano iti in exilio, deliberorno d'andare ad trovare il Re, et suplicare che dovessi havere compassione di loro. Et così, sendo tucti convenuti, andorno ad Re, che era questo al lito Maxilitano, suplicandolo che per consolare el popolo di Dio, e' dovessi essere loro dato solamente facilità di potere habitare in Affrica, et mendicare la vita loro. A' quali dixe el Re: — Io ho deliberato del nome et generatione vostra non ne lasciare alcuno, et voi havete ardire di domandarmi gratia? — Et voleva farli in quel medesimo punto gittarli tucti in mare, se non fussi suto da' suoi baroni lungamente pregato, che non volessi fare questo male. Fattisi loro maninconosi et afflicti, cominciorno, come potevano et dove potevano, administrare e' divini misterii.

DOCUMENTO IV.

(Pag. 300)

Lettera che non ha firma, nè indirizzo, nè data; trascritta dal Machiavelli, ma non sua; accenna ad affari di famiglia.[799]

Carissime frater. Sabato fece 8 dì, ti scripse,[800] dandoti notizia come e' ci pareva da pensare di far San Piero in Mercato litigioso,[801] come hanto da messer Baldassarre per simonìa, perchè 'l piovano vechio non volle mai cedere alla renuntia, se non haveva cento ducati da Pèro, et di questo ce ne è tanti testimoni et sì autentici et sì disposti al provare, che se questa cosa si dà in accomandita ad chi voglia la golpe, el priore ci ha una speranza grandissima, et crede che sia costì chi ci attenderà. Messesi innanzi messer Pº. Accolti o el Cardinal di San Piero in Vincula o messer Ferrando Puccietti.

Ad me pare che tu ti ingegni di tòrre huomo che non solum sia atto ad favorire la causa, ma anchora ad spendere di suo, et che dal canto nostro non corra spesa; et più tosto convenire collui grassamente, purchè e' titoli una volta rimanghino: dell'altre cose.... mettile ad tuo modo, perchè la spesa si lievi da dosso ad noi, et che altri....[802] colli favori et con la industria et con danari. Dal canto nostro puoi offerire la simonìa certa, la contenteza de' 2/3 de' padroni, la possessione facile, le pruove della simonìa vera et autenticha, le quali son tucte cose da farci correre un di cotesti cortigiani, che non sogliono attendere ad altro che ad simile imprese, quando e' ne possono havere. Et tu sai che per la soddomia, che è causa più ingiusta, sono molti che hanno e' benifitii litigiosi, et assai li hanno perduti. È costì messer Giovanni delli Albizi, che è huomo d'animo: penserai se ad questo tu potessi valertene in cosa alcuna. Nicholò nostro ci farà tucti quelli favori che saranno possibili, et parli mill'anni vedere el fummo di questo fuoco. Le altre letere si mandorno per la via dello 'mbasciatore, et harai ricevuto la cifera, con la quale hora ti scrivo. Di nuovo ti ricordo el mettere in questa impresa huomo che spenda et habbi favori da sè. Vale.[803]

DOCUMENTO V.

(Pag. 305)

Lettera del professore Enea Piccolomini intorno a due scritti del professore Triantafillis, nei quali si sostiene che N. Machiavelli conosceva la lingua greca.[804]

Pregiatissimo sig. Professore,

Fino da quando Ella mi fece conoscere lo scritto del professor Triantafillis intitolato: Niccolò Machiavelli e gli scrittori greci (Venezia, 1875), nel quale è provato con tutta evidenza che il Segretario fiorentino si valse di Polibio nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, della Orazione d'Isocrate a Nicocle nella dedica del Principe, e dell'opuscolo di Plutarco Del non adirarsi nel Dialogo Dell'ira e dei modi di curarla; mentre mi parve importante che per siffatte indagini fosse posta in chiaro la cognizione e l'uso che il Machiavelli ebbe della materia trattata dagli scrittori greci, non seppi liberarmi da un certo sentimento di meraviglia, accorgendomi come il prof. Triantafillis ne inferiva che esso avesse attinto direttamente ai testi greci, e che per conseguenza ben conoscesse la lingua greca. A chiunque ponga mente alle condizioni degli studî classici in Italia nei secoli XV e XVI, non può sfuggire che fu principale opera degli ellenisti italiani di quel tempo di propagare per mezzo di traduzioni latine i monumenti della letteratura greca; come ancora, che una gran parte di quelle versioni che allora andavano manoscritte per le mani di molti, o non fu mai stampata e rimase obliata nelle biblioteche, o andò perduta dal momento che si spense in Italia il fervore per gli studî classici. Conseguentemente, le prove addotte dal prof. Triantafillis, che cioè i frammenti del VI libro di Polibio non fossero tradotti in latino prima del 1557, nè l'opuscolo di Plutarco prima del 1525, non essendo appoggiate ad altra autorità che a quella del Lexicon Bibliographicum dell'Hoffmann, mi parvero affatto prive di valore rispetto all'asserto, per il quale l'autore se ne serviva. Questa convinzione che io mi era formata a priori, trovò piena conferma appena ebbi agio di far qualche ricerca nelle biblioteche fiorentine.

Rispetto dunque al Polibio, posso affermare che anche i frammenti del libro VI erano tradotti in latino fino dal principio del secolo XVI; essendosi occupato della versione del brano sulla milizia dei Romani Giovanni Lascaris, come attestano Filippo Strozzi e Bartolomeo Cavalcanti, che poco appresso volgarizzarono quel medesimo brano; e leggendosi anc'oggi nel Cod. Laur. 40 del Plut. 89 inf. una traduzione latina di Francesco Zefi del frammento sulle forme degli Stati. Alcune notizie intorno allo Zefi sono date dal Bandini, Catalogo dei Mss. latini della Laurenziana, vol. III, pag. 401, nota.

Egualmente una traduzione latina antichissima dell'opuscolo di Plutarco, corretta e raffazzonata nello stile da Coluccio Salutati, si trova nel Cod. 125 della biblioteca del Convento di Santo Spirito, ora Laurenziano. Nel Cod. 40 tra quelli provenienti dal Convento di Ognissanti questa versione è attribuita senz'altro al Salutati.

Del discorso di Isocrate a Nicocle non ho trovato una versione più antica di quella che da Giovanni Brevio fu intitolata al duca Alessandro de' Medici, e che si trova nel Cod. 67 Mediceo-Palatino, oggi Laurenziano.

Una seconda pubblicazione del prof. Triantafillis (Sulla vita di Castruccio Castracani descritta da Niccolò Machiavelli: Venezia, 1875) è intesa a provare come il Machiavelli si valesse eziandio di Diodoro Siculo e di Diogene Laerzio.

Quanto alle Vite di Diogene Laerzio, è ben noto che Ambrogio Traversari le tradusse in latino. Le biblioteche di Firenze hanno esemplari manoscritti a dovizia di questa traduzione, che del resto fu messa a stampa già nella fine del secolo XV.

Dei libri XIX e XX delle Storie di Diodoro, che contengono la narrazione verace dei fatti di Agatocle, sopra la quale dimostrò il Triantafillis essere stata composta dal Machiavelli quella favolosa dei fatti di Castruccio, una versione latina che potesse essere adoperata dal Machiavelli non mi è nota. Poggio Bracciolini non voltò in latino che i primi cinque libri di Diodoro. Un'altra versione di anonimo dedicata a Pio II (non già fatta da lui, come erroneamente fu creduto da alcuni, perchè egli stesso si lagna nelle epistole di non sapere di greco) si trova nel Cod. Laur. 10 del Plut. 67; ma non va oltre il libro XIV. Nondimeno questa versione inedita e poco conosciuta basterebbe a provare che siffatte ricerche, se non condurrebbero ad un risultato definitivo quando pur comprendessero le collezioni dei manoscritti (niuna delle quali è pervenuta sino a noi nella sua integrità), riescono poi affatto illusorie quando non si estendano oltre le cose messe a stampa.

Certo è pertanto che al tempo del Machiavelli erano già voltati in latino i frammenti del VI libro di Polibio, le Vite di Diogene Laerzio e l'opuscolo di Plutarco: nè è inverosimile che a quel tempo già esistessero traduzioni del discorso d'Isocrate e dei due libri di Diodoro. Non è dunque da escludere la possibilità che il Machiavelli attingesse alle traduzioni latine anzichè ai testi greci, restando però intatta la questione se e quanto egli sapesse di greco; per risolvere la quale non mi sembra che abbiamo dati sufficenti. Positivo e pratico parve a me di ricercare, mettendo a confronto i luoghi del Machiavelli dal Triantafillis indicati, con il testo greco e con le antiche versioni latine, se egli si valse di quello o di queste. E tralasciato il confronto del dialogo, sull'autenticità del quale cade qualche dubbio, presi infatti ad esaminare quelli tra i detti memorabili della vita di Castruccio, che sono foggiati sopra gli apoftegmi da Diogene Laerzio attribuiti al filosofo Aristippo, e il frammento di Polibio, del quale il Machiavelli fece suo pro nei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Sennonchè nè rispetto al Diogene Laerzio, nè rispetto al Polibio, mi fu dato di giungere ad un risultato per me soddisfacente, cioè sicuro e definitivo. Nè ciò è da far meraviglia se si considera che il Machiavelli, piuttosto che tradurre, imita liberamente i due scrittori greci, di rado gli segue da vicino; mentre le interpretazioni del Traversari e dello Zefi sono così letterali, che difficilissimo è decidere se l'imitatore attinse, come io suppongo, sia da quelle sia da altre versioni latine, oppure dal testo greco, come crede il professor Triantafillis.

Mi creda con distinto ossequio.

Pisa, 11 novembre 1876.

Suo devotissimo

E. PICCOLOMINI.

DOCUMENTO VI.

(Pag. 325)

_Lettere di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Forlì. — Luglio 1499._

1[805]

Chiarissimo Niccolò. Benchè dopo la partita vostra di qui non sia accaduto cosa di molto momento, nè che io reputi degnia di vostra notitia, tamen non voglio obmectere darvi notitia come le cose vadino circa la impresa nostra di Pisa, le quali sono cominciate immodo ad riscaldare, che indubitatamente si può dire habbino ad havere quello fine che merita una impresa tanto iusta quanta è questa; perchè, come sapete, Giovanni di Dino tornò di campo, il quale era ito per intendere a punto l'animo et intentione di quelli Signori, dove si risolveranno, et circa il danaio volevono loro, et la somma de' fanti et il numero delle artiglierie et altre cose necessarie a simile expeditione; et tornò al tucto instructo et benissimo resoluto, et le cose chiese per parte del Capitano et Governatore sono state tucte approbate, perchè in vero sono state tanto giuste et tanto honeste, che ciascuno ne è rimaso contentissimo. Et perchè intendiate ad punto la somma del danaio, vogliono fra amendua di presente, cioè innanzi alla expugniatione di Pisa, e' ducati dodicimila di grossi, il che sapete quanto è stato fuora della intentione di omni uno, che si stimava molto maggiore somma. Hora la principale cosa era questa, la quale è ferma, le altre cose sono ordinarie; et di già si è incominciato ad fare li fanti, et mectere ad ordine tucte le altre cose necessarie, le quali il signore Capitano vuole che omnino sieno in campo a dì 28 del presente, che vuole il primo dì d'agosto senza manco accamparsi; et se al dì disegniato de 28 dì, non saranno le cose ad ordine, che possa uscire ad campo il dì dallui disegniato, dice non si moverà poi, se non a dì 13 di agosto: sì che qui con omni sollicitudine si attende sieno expedite il sopradecto dì 28, etc., le quali io stimo certamente saranno, in modo si sollicitano, che a Dio piaccia.

Qui ci è di nuovo come il Duca di Milano ha richiamato da Roma Monsignore Ascanio che vadia ad stare in Milano, perchè lui vuole cavalcare a' confini, et in persona trovarsi in campo. Et benchè noi non habbiamo più lettere di Francia, per esserci intercepte, etc., tamen per le private si intende il Re a dì X di questo essere arrivato a Lione, et con pompa grandissima: et il transferirsi la persona del Duca in campo è segnio che la cosa riscalda troppo, come etiam è da credere.

Da Roma ci è come lo agente del Re Federigo residente quivi, dicendo al Papa, che bisognava che Sua Santità pensassi ad rimediare alli disordini di Italia, etc., li espose, lo haveva facto et farebbe; et decto agente replicò che bisognava uscire de' generali, et che il suo Re non voleva essere giunto al sonno, et che pareva che Sua Santità più tosto cercassi la ruina d'Italia che la salute di quella, con altre parole più ingiuriose. Lui respose reprehendendolo della poca reverentia che elli usava a Sua Santità, et più oltre che il Re passerebbe in Italia, in modo sarebbe per opporsi et al Turco et a omni altro, et expugniare Milano, etc.

Da Vinegia non ci è altro: accadendo, ve ne farò parte, etc.

Scrivendo, sono comparse lettere di là, et in effecto del Turco non si intende altro, se non grande scorrerìe et prede, per non essere anchora giunta l'armata, la quale dicono è cosa grandissima, etc.

Io vi conforto ad tornare più presto potete, che lo stare costì non fa per voi, et qui è uno trabocho di faccende tanto grande, quanto fussi mai.

Tra lo havere ad scrivere fugiasco, et essere impedito quanto è possibile, non posso fare mio debito, et altro non mi accade, se non recomandarmivi, et di nuovo dirvi come le cose di Pisa si sollicitano quanto più è possibile, ad ciò sieno ad ordine a dì 28, etc. Bene valete.

Ex Palatio, die xviiij iulii MCCCCLXXXXVIIII.

Servitor BLASIUS.

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, Dominationis Florentinae Secretario dignissimo. Forlivii.

2[806]

Che io non sia adirato, et che sempre mantenga la fede mia, ve ne faranno buona testimonianza li advisi et de' Turchi et Franzesi, li quali saranno inclusi nella publica;[807] chè, benchè sia stato un poco dificile, pure mi parse meglio farlo per via publica che privata, benchè anchora io private vi advisi di qualche cosetta, et così mi sforzerò, Niccolò mio, di fare mentre sarete costì. Ma vi fo fede che se qui fu mai faccende, hora trabochano; sì che, se non fussino scripte le mia lettere come si richiederebbe, harete patientia, et voi con la industria et ingegno vostro ne caverete più constructo vi fia possibile; et quando harò punto di tempo, più vi scriverrò, et più ad pieno et più distincto, benchè io non credo habbiate ad soprastare costì molto tempo, che qui è nicistà de' casi vostri.

Et quanto al fuggirmi et venire costà, se havessi voluto fussi venuto, non bisogniava mi indugiassi ad hora, chè farei fare uno viso a ser Antonio della Valle,[808] che parrebbe non havessi ritenuto l'argomento; che se farete a mio modo, recherete assai acqua rosa per rinvenirlo, che qui non si sente altri che lui; et di già ci ha facto lavare il capo a' nostri Magnifici Padroni, et da maledecto senno: che li venga il cacasangue nel forame! Pure la cosa è qui, et quattro fregagioni hanno assettato omni cosa. In effecto tucti vi desideriamo, et sopra omni altro il vostro Biagio, il quale a omni hora vi ha in bocha, et parli omni hora un anno, come non pareva a voi quando lui era fuori, il che credo habbia ad essere il riscontro di quelli stratiò lui, etc.[809]

Io non dubito punto che la Ex.^tia di Madonna[810] vi faccia quello honore, et vi vegga lietamente, come ne scrivete, maxime per più respecti, li quali al presente non replicherò per non essere tedioso, chè presto vi verrei ad noia.

A mio iudicio voi havete exequito insino a hora con grande vostro honore la commissione iniunctavi, di che io ho preso piacere grandissimo, et di continuo piglio; ad ciò si vegga ci è altri anchora, che benchè non sia così pratico, non è inferiore a ser Antonio, etc., che gonfiava così; sì che seguitate, chè insino ad hora ci havete facto grande onore.

Io vorrei per il primo,[811] mi mandassi in su uno foglio ritracta la testa di Madonna, che costì se ne fa pure assai; et se la mandate, fatene uno ruotolo ad ciò le pieghe non la guastino. Et altro al presente non mi occorre, se non recomandarmi et offerirmi a voi, etc. Bene valete.

Ex Palatio, die xviiij iulii MCCCCLXXXXVIIII.

SERVITOR Blasius Bona: CANCEL.

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, Dominationis Florentinae dignissimo Secretario. Forlivii.

3[812]

Spectabilis vir et honorande patrone, etc. Per le mani di messer Marcello mi fu presentata una vostra, la quale mi fu nel numero delle altre cose vostre oltre ad modo grata, come di quello che io amo sopra tucti li altri di, etc. Et perchè intendiate in che modo ci fu lavato il capo da' nostri padroni, ad ciò siate anchora advisato de' casi della Cancelleria, brevibus accipite. Ser Antonio, come sapete, è in omni minima cosa impedito, et non ci sendo noi la mattina così ad buona hora, et la sera non stando insino alle 3 hore, ne fe' querela grandissima; donde la mattina, chiamati al conspecto de' Signori, fumo pure honestamente admoniti, etc. A che fu resposto prima per lo Alphano, dipoi per il grande ser Raphaello,[813] tanto bestialmente quanto fussi possibile, benchè fussi lasciato dire ad suo modo. Et prima dixe,[814] che Loro Signorie havevono preposto a quello officio uno che haveva poco obligo con la natura, et che non sapeva dove si era, et che quando fussi conmesso a lui farebbe cose grande, maggiore di lui; et così molte altre cose et parole più iniuriose, etc., immodo che lo essere prosumptuoso li è giovato, che a omni hora è chiamato da' padroni, etc. Et io sono et da Marcello et da omniuno sbattuto, et stomi continue ad pregare et sollicitare che ne vegniate, chè ce n'è di bisognio; et tandem io ho voluto giucare il resto con lo amico, et dectoli lo servirò infino alla tornata vostra, et poi voglio ritornare al mio luogo, cioè ad scrivere con voi. Et così mi sto da me, et se non mi è decto, non parlo a persona; in modo s'è adveduto già lo amico, che mi ha iniuriato et non poco; et questo fu che a una certa lettera mi vagliò,[815] et comandò non mi fussi decto cosa alcuna, il che sarà l'ultima volta, perchè mi chiama sei volte inanzi responda; ma io ho disposto l'animo, et così voglio seguire mentre ci starò. Et voi conforto ad expedirvi con quanta più presteza si può, chè non è il facto vostro ad stare costì, di che a bocha vi raguaglierò; così di molte altre cose, et di Marco anchora, il quale ha sentito molto lodare le vostre lettere, et omni dì viene ad fiutare et sbottoneggiare; ma vi possete presummere per certo, li resposi in modo non me ne parla più, nè me ne parlerà per lo advenire: et credo conoscerete nel fine chi è stato et è Biagio, et basti. Alla tornata saremo insieme, et potremovi conferire di quelle cose, pure nostre, che ad scriverle sarebbe lungo, etc.

Con messer Marcello, circa il respondervi presto, etc., non vi sono più buono nè voglio essere, sì che cercate altro mezo, et quello potrò fare io, sapete non sono nè sarò mai per mancare, come a quello al quale sono sommamente obligato.

Qui ci è di nuovo come il Re ha rotto a Milano, et messer Gianiacopo ha facto certe scorrerìe, ma non di danno, secondo habbiamo; et il Re, quanto più vede il Duca[816] prepararsi, tanto più si accende alla impresa.

Li Svizeri et Alamanni sono venuti a questi dì alle mani, et chi se ne habbia havuto il meglio, non si può sapere il vero, come vi è noto, perchè donde viene, se è amico, la fa grassa, et e converso: pure stimiamo per più riscontri li Svizeri havere havuto il meglio.

L'armata del Turco uscì fuora dello strecto, et stimasi vadia ad ferire ad Napoli di Romanìa: è cosa grande, secondo si intende. Così quella Signoria[817] ha facto grande preparationi per defendersi, et anchora ha cominciato ad dare danari alle gente d'arme vuole adoperare in Lombardia, ad rompere a Milano, che dicono vogliono servare le promesse al Re, etc. Dio lasci seguire il meglio.

La impresa nostra di Pisa va di bene in meglio, et questi M.^ci S.^ri non restono nè dì nè nocte di fare le provisioni necessarie et di danari et di omni altra cosa, et di già hanno ad ordine quasi tucti li fanti, in modo si stima certo Pisa essere presso che in potestà di questa M.^ca S.^ria, benchè loro sieno per ancora durissimi, etc. Ben sapete che ser Philippo Radichi monstrò tanti disegni, che elli andò Commissario in Lunigiana ad sgallinare,[818] et sovi dire farà il dovere. Nec alia. A voi mi recomando et offero, etc.

Florentie, die xxvij iulii MCCCCLXXXXVIIII.

Servitor B., etc.

Al suo honorando Niccolò Machiavelli, D. F.^tie Secretario dig. Forlivii.

DOCUMENTO VII.[819]

(Pag. 329)

Lettera dei Dieci di Balìa a Paolo Vitelli, per esortarlo all'espugnazione di Pisa. — 15 agosto 1499.

Illustri Capitaneo Paulo Vytello. Die xv augusti 1499. — Anchorchè la Signoria Vostra, per mezo de nostri Comissarii, habbi più volte inteso lo animo et desiderio nostro, et che quella, per la sua innata affectione verso della nostra Excelsa Repubblica, non habbi bisogno di essere altrimenti pregata et exortata ad expedire quelle chose che ci habbino a tornare in utilità et honore maximo; tamen per lo offitio et debito nostro non vogliamo omettere di scrivere alla Signoria Vostra, et monstrarle come li infiniti oblighi habbiamo con seco, e' quali, non sendo necessarii, non rianderemo altrimenti, richieghono di corroborarsi con questo ultimo della recuperatione di Pisa, per la quale potissimum li fu concesso lo arbitrio delli exerciti nostri. Et veramente quando noi pensiamo con noi medesimi la somma sua virtù, et quanto felice exito habbino auto e' preteriti sua conati, noi non dubitiamo in alcuno modo di conseguire questa desiderata victoria. Dall'altra parte, el desiderio che habbiamo di conseguirla, ci fa stare dubbii assai che la dilatione del tempo non rechi tale incomodità et disordine seco, che non sia in nostro potere el ripararvi; nè ci darebbe mancho dispiacere quando tal cosa seguissi (quod absit), l'honore di che si priverrebbe Vostra Illustrissima Signoria, che lo utile, commodo et sicurtà dello Stato nostro, di che saremo privati noi, perchè non mancho habbiamo a core la grandeza sua che la preservatione nostra, di che sappiamo non bisognare farle altra fede che le opere che si sono facte sino a qui, le quali sempre si accresceranno con li meriti suoi. Sia adunque Vostra Signoria contenta et pregata volere prima coronare sè di cotanta victoria quale è cotesta, con admiratione non solo di tutta Italia, ma di tutto el mondo; et dipoi, con satisfactione et nostra e di tutto questo popolo, preso supplicio di cotesti nostri ribelli, ed reintegrati delle cose nostre, possiamo voltarci a chosa che facci la città nostra felicissima, et la Signoria Vostra non seconda ad alcuno altro, benchè antico et famosissimo capitano. A la quale del continuo ci offeriamo.

DOCUMENTO VIII.[820]

(Pag. 329)

Lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso il capitano Paolo Vitelli. — 20 agosto 1499.

Comissariis in Castris contra Pisanos. Die xx augusti 1499. — Noi veggiamo, et con tanto dispiacere nostro quanto si possi mai sentire per alcun tempo, differirsi in modo cotesta giornata, che noi non sapiamo più che ci sperare di bene; perchè, nonobstante che voi scriviate che per tutta stanocte futura saranno ad ordine tutte le cose disegnate; tamen per le parole del Capitano, non ci pare ancora vedere terra, nè ad che porto noi habbiamo ad applicare questa barchetta. Et se Sua Signoria dice che è per fare quello di bene può, et che elli è necessario che ancor noi lo aiutiamo, etc.; noi non veggiamo in che cosa noi li siamo mancati, perchè e' ci pare havere infino a qui et concedutoli ogni cosa che Sua Signoria ci ha adomandata in sua particolarità, et provistolo in tutto quello ci ha richiesto a benefitio della impresa; et per ultimo con quanta celerità ci è stato possibile, vi habbiamo provisto delle balle della lana, delle palle, del fuocho lavorato, et della polvere in quella quantità si è possuto; et questa mattina, per non mancare del consueto, vi habbiamo mandato le lame del ferro stagnato, secondo ne richiedete; et e' danari per rinfrescare e' soldati vi si sono promessi ogni volta ci advisavi il dì della giornata. Ma veggiendo con varie cavillationi et agiramenti tornare invano ogni nostra fatica, et ogni nostra diligentia usatasi annihilarsi,[821] sentiamo dolore infinito; et se la honestà o le leggi el permettessino, egli è più giorni che due di noi sarebbono venuti costì, per vedere con gli occhi et personalmente intendere la origine di cotanti aggiramenti, poi che voi o non ce li volete scrivere o in facto non ve li pare conoscere. Et veramente noi credevamo, et ancora non possiamo se non crederlo, che cotesti Signori volessino più presto tentare la fortuna, et essere ributtati per forza da cotesta expeditione, che per socordia et inertia, consumando il tempo, essere necessitati, per la diminutione della reputatione et delle forze, partirsi di costì con una inhonesta fuga. Il che succederà ad ogni modo, se passa due giorni da oggi che la forza non si sia tentata; perchè, venuta la pagha nuova, cotesti pochi soldati vi restano, haranno iuxta causa di partirsi, et e' nostri cittadini, per parere loro essere dondolati, non saranno per volersi più votare le borse, veggendo non essere del passato suto alcuno utile alla loro città. Noi vi parliamo liberamente a ciò che con la prudentia vostra possiate tocchare fondo, et a noi fare intendere apertamente come ci habbiamo a governare, se hora non succeda la cosa secondo l'ordine dato.[822] Parendoci non havere mancato in nulla, saremo in ferma opinione di essere trastullati, et faremo tutta quella provisione per la salute et honore nostro che ci occorrerà. Et perchè dal canto nostro, come insino ad hora si è facto, non resti ad fare alcuna chosa, siamo contenti che il Capitano facci venire costì a' soldi sua messer Piero Ghambacorti,[823] et riceva etiam e' balestrieri a cavallo sono in Pisa, secondo che voi ne scrivete. Il che facciamo contro a nostra voglia, per molte ragioni, le quali noi vi habbiamo per l'adrieto significate: pure il desiderio habbiamo fare piacere a Sua Signoria ci fa non pensare se non satisfarli; et così confortate Sua Signoria satisfare a noi di questo unico et singulare benefitio, di fare questa benedecta giornata, della quale voi, per nostra parte, con quelle parole vi occorreranno più efficaci il pregherrete, et con ogni instantia graverrete.

Le genti del Signore di Piombino si potranno in parte satisfare alla giunta de' danari vi manderemo, et con questa speranza li intracterrete.

Habbiamo questa mattina lettere da Milano, come e' Franzesi hanno expugnato Annone,[824] castello populato assai, forte di sito, di munitioni et di presidio, in uno dì, et noi siamo già con cotesta obsidione a dì 20, et non sapiamo qual successo seguirà.

Da Lucha intendiamo come Rinieri della Saxetta è tornato in Pisa, sì che vedete quello possiamo sperare, poi che luy vi creda stare sicuro hora, et per lo adrieto ne dubîtava. Valete.

DOCUMENTO IX.

(Pag. 330)

Altra lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso Paolo Vitelli. — 25 agosto 1499.

Comissariis in Castris contra Pisanos. Die xxv augusti 1499.[825] — Se voi vedessi in quanta mala contenteza et afflictione di animo è tutta questa Città, non che a voi che siete membri di quella, ma a qualunque altro verrebbe istupore et admirazione grande; ma chi sapessi come le cose fino a qui sieno procedute, et con quale spendio conducte, et di che speranza nutriti, non se ne maraviglierebbe, perchè conoscerebbe noy et questa città dopo una lunga fatica et dispendio, quando aspectava indubitata victoria, essere minacciati di manifesta ruina; et sì de repente la vedrebbe menare da uno extremo all'altro, che più tosto la indicherebbe animosa per non si prostèrnere et invilire in tanta angustia, che altrimenti. Et veramente e' ci dorrebbe manco ogni damno che di cotesta impresa fussi resultato a la Città nostra, quando e' si fussi un tracto secondo el desiderio nostro tentato animosamente la forza; perchè, se ne fussino suti ributtati, si sarebbe da' nostri cittadini con più prompteza reparata tanta forza che si fussi al nemico superiore. Ma sendosi consumata tanta fanteria, et preparata con tanti danni, in otio et sanza farne alcuno experimento in favore della nostra città, non sapiamo nè che ci dire nè con qual ragioni exscusarci in cospecto di tutto questo popolo, el quale ci parrà havere pasciuto di favole, tenendolo di dì in dì con vana promessa di certa victoria. Il che tanto più ci duole quanto più ce lo pare havere conosciuto, et con ogni efficacia ricordato alli antecessori vostri.[826] Pure, poi che Dio o la fortuna e qual si fussi altra causa ha condocto le cose in termine che bisogna o soldare di nuovo fanteria, o perdere con perpetua infamia coteste artiglierie, ci sforzeremo di non mancare di fare quanto ci fia possibile.

Et perchè nel fare nuovi danari, per havere a fare nuovi provvedimenti, andrà più tempo; et desiderando che in questo mezo coteste cose si salvino, habbiamo scripto per tutto el territorio nostro, per numero di comandati, de' quali buona parte dovevano essere costì subito, et noi seguiremo col provedimento, per poterci valere di buon numero di fanti freschi e pratichi come ci scrivete....

Siamo a hore 3, et habbiamo differito la staffetta, perchè desideravamo pure con quella mandarvi somma di danari. Ma per essere hoggi domenica, et tutto il giorno suti occupati nella pratica, non ne habbiamo possuto expedire alcuna somma; ma domattina di buon'ora vi se ne manderà quelli ci fia possibile.

DOCUMENTO X.

(Pag. 332)

Lettera di Paolo Vitelli a Messer Cerbone. 28 settembre 1499.[827]

Cerbone. Questa sera, a hore 24, questi Signori Commissarii, essendo in casa del Governatore, me retennoro, et hannome messo, a petitione di testa Signoria, nella roccha di Cascina. Io ve ne do notitia, aciò che siate con testi Signori et con testi cittadini, et faciateli intendere come, se non m'è fatto torto, in me non trovaranno errore di natura che meriti minima penitentia. Voi sete prudente; pigliate in questa cosa quello riparo che vi pare expediente, per giustificare la innocentia mia.

Ex Cascina, die 28 settembris 1499.

PAULUS VITELLUS, etc.

Al mio Cerbone dei Cerboni de Castello, in Firenze, etc.

DOCUMENTO XI.

(Pag. 333)

Lettere approvate nel Consiglio dei Dieci sulle pratiche dei Venetiani, per rimettere Piero de' Medici in Firenze, coll'aiuto di Paolo Vitelli.

1.[828]

1498 (s. n. 1499) Die XXX Januarij. — In Cons.º X cum additione.

Quod Magnifico Petro de Medicis, respondeatur in hunc modum:

Nuij habbiamo ben intesa la relatione et propositione factane per Vostra Magnificentia, et hane molto piaciuto intender el bon animo et la oblatione del Magnifico Paulo Vitellio, sì verso la Magnificentia Vostra, come verso l'assetamento de le presente dissensione. Et ricercando la importantia de la materia celere resolutione, non habiamo voluto interponer puncto de dilatione a la resposta. Dicemovi adunque ad questo modo: Nuij haver grandemente desiderà et desiderar el ritorno vostro et dei fratelli vostri ne la patria, sicome per experientia habiamo dimonstrato et tutavia demonstramo. Et pero, quando el. Mag.^co Paulo sia per far questo effecto, nuij siamo per vederlo tanto volentiera, quanto dir se possi, et maxime, essendo accompagnato cum la compositione de le cosse pisane, sicome ne havete proposto. Et per dirvj in particulari la nostra opinione, circa el desyderio et oblatione del Mag.^co Paulo, siamo ben contenti attender al partito el ne propone. Et promettendovi luij el remettervj in casa, cum assetar le cosse de Pisa per quelle vie et modi che siano convenienti, et che ne ha toccato la Mag.^tia Vostra, ex nunc nuij volemo concorrer a la conducta soa insieme cum Sig.^r Fiorentini, perchè serà via et forma ben rasonevele; et intrando Vostra Magnificentia in casa, come se presupone, potria esser certissima Sua Mag.^tia de esser non solum secura de quello li serà promesso, ma etiam cum perpetuo honor et stabilità de le cosse sue. Diremo anche questo altro particulare, per stringersi più a la conclusione, che 'l stipendio del prefato Magnifico Paulo ne pararia conveniente dover esser quello ne ha dichiarito Vostra Mag.^tia Luij al presente haver cum Fiorentini, zoè ducati XL/m., de li quali nuij contribuissamo la portione nostra. Questo è quanto ne occorre.

Ben havessamo grato che Vostra Magnificentia subito se transferisse personalmente ad stringer la practica, et veder de condurla ad votivo fine, come ben la saperà far per la prudentia sua, et dielo far gagliardamente, intervenendo principaliter el suo interesse. Li mezi non tocheremo altramente, remettendosi a quella; a la qual etiam volemo affirmar questo per conclusione: che quantunque ne sia sta et sia necessario, per honor nostro, non manchar a Pisanj de le promesse nostre, pur sempre habiamo havuto bon animo verso Sig. Fiorentini, sì per la conformità de l'uno et l'altro Stato, come etiam per la antiqua benivolentia et mutui beneficij che in diversi tempi sono stati fra nuij.

De parte 30 De non 0 Non sincere 0

2.[829]

1498 (s. n. 1499) Die ultimo Januarij, in Cons.º X cum additione.

Ser Jacobo Venerio Provisori nostro.[830]

Non ve replicheremo altramente la propositione factane dal Magnifico Petro de Medici circa Paulo Vitellio, sì per esser sta prima da vui particolarmente significata, si etiam perchè la resposta nostra ve la farà manifesta; la copia de la qual ve mandamo qui introclusa, non perchè la participiate cum alcuno, ma solum per instructione vostra. Vederete per essa nostra resposta tutto el sentimento et resolutione nostra, et anche el desiderio habiamo de vederne presto alcuno effecto, et perhò habiamo deliberato cum el Conseglio nostro di Dieci, cum la Zonta, scrivervi le presente. Et volemo che, zonto el Magnifico Pietro, de lì insieme cum lui vui intrate in questa pratica, cum quella più secreta et cauta via vi apparerà esser cum decoro de la Signoria nostra, forzandovi vederne, senza interpositione de tempo, l'exito de la cosa, cum tal fundamento, che intendiamo subito, et vediamo la ultimatione de tal practica; et se cum Nui se prociede cum quella rectitudine, che Nui procediamo cum altri. Et perchè potria occorrer che sopra doi articoli Paulo Vitellio fusse renitente, et movesse difficultà, come anche de qui ha cegnato el Mag.^co Pietro, habiamo deliberato in chadauno de loro resolverne et dechiarirve la mente nostra, per trunchar ogni forma de dilatione che per questo potesse esser introducta.

Primo el potria esser che Paulo Vitellio non se contentasse del solo titulo de Capitanio de' Fiorentini, nel qual caso el M.^co Pietro ha proposto che per nui se li desse titulo de Vicario nostro. Ad questo ve dicemo che, occorrendo tale difficultà, vui promettiate tal titulo, et dagate speranza che per questo la cossa non resterà de recever bon fine. Preterea, se dicto Paulo omnino volesse, ultra la conducta de cavalli, per li quali l'ha el stipendio de ducati XL,[831] alcuno numero de fanti, come se affirma lui haver da Fiorentini, etiam in questo affirmerete che nui seremo contenti contribuir insieme cum Fiorentini la portion nostra de la spesa de dicti fanti, in caso che i se habino adoperar. Queste sono le doe particularità ve habiamo voluto far intender resolutamente, per remover ogni termino de dilatione. Vui però non procederete a la promissione de quelle, nisi vedendo, che altramente far non potesti, et che la conclusione se differisse, over se rompesse per esse difficultà, over alcuna de quelle. Et però, in tal caso, semo contenti vui li possiate prometter cum le altre condicion contenute et expresse ne la resposta nostra. Sollicitate adunque cum ogni vostro studio et diligentia stringer questa pratica a la fine; et venendo Paulo Vitellio ad alcuna resolutione, lo farete confortar ad mandarne subito suo nuncio, cum pieno et sufficiente mandato, azò se possi far la sigillatione. Et tutto questo ordine tenerete apresso vui secretissimo, quanto recercha la importantia sua, dandone hora per hora diligentissimo adviso de ogni successo.

De parte 29 De non 1 Facte et misse littere cum incluso Non sincere 0 exemplo.

DOCUMENTO XII.

(Pag. 333)

Lettera, senza firma e senza indirizzo, che discorre della cattura di P. Vitelli.[832]

Sendo pervenuta nelle mani d'un mio amico una lettera sopradscripta ad m. Jacobo Corbino canonico pisano, me la portò, et io per lo officio mio apertola, non mi maravigliai tanto del subbiecto di epsa, quanto io mi maravigliai di voi che lo havessi scripto, perchè io mi persuadevo che ad uno huomo grave, quale sete voi, et ad una persona publica, quale voi tenete, si aspectassi scrivere cose non disforme alla professione sua. Hora come e' sia conveniente ad un secretario di cotesti magnifici Signori notare d'infamia una tanta Republica, quale è questa, ne voglio lasciare fare iuditio ad voi, perchè di quello che dite contro ad qualunque pontentato di Italia, se ne ha più ad risentire e' Signori vostri che alcuno altro; perchè, sendo voi la lingua loro, si crederrà sempre che quelli ne sieno contenti, et così venite ad partorire loro odio sanza loro colpa. Nè io mi sono mosso ad scrivere tanto per purghare le calunnie, di che voi notate questa Città, quanto per advertire voi adciò per lo advenire siate più savio, il che mi pare essere tenuto ad fare, sendo noi sotto una medesima fortuna. Fra molte cose che dimostrono[833] li (sic) huomo quale e' sia,[834] non è di poco momento el vedere, o come egli è facile ad credere quello che li è decto, o cauto ad fingere quello che vuole persuadere ad altri; in modo che ogni volta che un crede quello che non debbe, o male finge quello che vuole persuadere, si può chiamare et leggiere et di nessuna prudentia.

Io voglio lasciare indirieto la malignità dello animo vostro, demostrato per queste vostre lettere; ma solo mi distenderò in demostrarvi quanto ineptamente o voi avete creduto quello vi è suto referito, o fincto quello desideravi si disseminassi in infamia di questo Stato. Io vi ringratio prima della congratulatione fate col Pisano, per la gloria che ad vostro iuditio hanno adquistata, et per la infamia ne haviamo reportato noi, condonando tucto alla affectione ci portate. Di poi vi domando, come può stare insieme, che questa Città habbi speso un tesoro da non poterlo extimare, et li Pisani si sieno difesi sanza fraude di Pagolo Vitelli, come voi volete inferire.[835] Appresso vi domando, quale sana mente o quale bene edificato ingegno si persuaderà o che Pagolo Vitelli ci habbi prestati danari, o che la cagione dello haverlo preso[836] sia per non pagharlo. Nè vi advedete, povero huomo, che questo totalmente excusa la Città nostra et accusa Pagolo; perchè ogni volta che un crederrà che Pagolo ci habbi prestati danari, crederrà de necessitate che Pagolo sia tristo, non potendo haver avanzato danari, come ognun sa, se non o per corruptione factegli, perchè c'inghannassi, o per non havere tenuta ad un pezo[837] la conpagnia. Donde ne nascie che, o per non havere voluto, sendo corropto, o per non [hav]ere potuto, non havendo la conpagnia, ne sono nati per sua colpa infiniti mali ad la nostra [Città; et] merita l'uno o l'altro errore o tucta dua insieme (che possono stare), infinito [castigo].[838] Alle altre parti della lettera vostra, per essere fondate tucte in su questi due [errori],[839] non mi occorre rispondere; nè mi schade etiam iustificarvi la captura, come cosa che non mi si aspecta ad farla; et quando mi si aspectassi, ad voi non si richiede lo intenderla. Solum vi ricorderò che non vi rallegriate molto delle pratiche, che voi dite andare attorno, non sapiendo maxime le contrappratiche che si fanno; et admunirodvi, fraterno amore, che quando pure voi vogliate per lo advenire seguitare nella vostra captiva natura di offendere sanza alcuna vostra utilità, voi offendiate in modo che ne siate tenuto più prudente.

DOCUMENTO XIII.[840]

(Pag. 355)

_Lettera di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Francia. — 23 agosto 1500._

Honorando et charo mio Niccolò. Se io vi ho ad confessare la verità, questa vostra lettera ricevuta stamani mi ha facto un poco gonfiare et levare in superbia, vedendo che tra li Stradiotti[841] di Cancelleria pure tenete un poco più conto di me; et per non calare di questa mia opinione, non ho voluto ricercare se ci è vostre lettere in altri. Io ne ho preso piacere grandissimo, parendomi parlare con voi proprio et familiarmente, come eravamo usati; et ne havevo preso qualche poco di passione, havendo visto la prima volta vostre lettere, et non esser facto da voi mentione alcuna di me, dubitando che il proverbio che si dice vulgarmente — dilungi da ochio, dilungi da quore — non si verificassi in voi, il che questa vostra lettera ha cancellato: et così vi prego seguitiate quando vi avanza tempo, chè io per me non mancherò mai di fare mio debito verso di voi.

Io non voglio mancare di significarvi quanto le vostre lettere satisfanno a omniuno; et crediatemi, Niccolò, chè sapete che l'adulare non è mia arte, che trovandomi io ad leggere quelle vostre prime a certi cittadini et de' primi, ne fusti sommamente commendato; di che io presi piacere grandissimo, et mi sforzai con qualche parola dextramente confermare tale oppinione, mostrando con quanta facilità lo faciavate.[842] Et così dove io veggo potere giovare, lo fo, parendomi farlo per me proprio, come certamente fo; et pure stamani fui con Luca delli Albizi, col quale era di già stato Totto vostro fratello, et facto il bisognio: fece lo officio dello amico, come sempre è usato fare. Così messer Marcello, insieme con Totto vostro, fa omni cosa obtegniate il desiderio vostro;[843] et credo per adventura, avanti il serrare di questa, harà effecto; et non lo havendo così hora, lo harà un'altra volta. Scrivete pure a Totto che non la stachi, perchè stamani mi dixe: — Se io non la fo hoggi, io me ne andrò in villa, etc. — Voi sete savio, et basti.

La vostra lettera mi dètte il nostro messer Marcello, et seco era Totto, al quale havea date le altre vostre fidelissimamente. Così havea mandate quelle di Francesco[844] ad casa sua per huomo ad posta, chè per non mi sentire bene non ero in Cancelleria: basta che hanno havuto optimo ricapito, et così haranno tutte le altre.

Io ho messo da uno canto tutt'i piaceri che io ho, sendo qui, et tutti li altri che io harei, sendo costì; et certamente lo essere insieme con voi dà il tracollo alla bilancia; pure bisognia havere patientia, da che non si può: et se voi continuerete nello scrivermi anchora, mi sarà manco grave questa vostra absentia, di che io vi prego quanto più posso.

Io feci la ambasciata del parcatis a messer Cristophano. Mi respose che alla tornata vostra facessi motto a Lione al Rosso Buondelmonti, che da lui sarete informato di tutto, per essere pratico, etc.

Dapoi la partita vostra habbiamo perso Libbrafacta et il bastione della Ventura, et per anchora Pisani sono signori della campagnia.

Pistoia ha facto grandi movimenti, et la parte Cancelliera ha cacciato la parte Panciatica con grande arsione di case et botteghe, et morte di qualche huomo; pure la parte restata superiore si dimostra fidelissima et observantissima di questa Excelsa Signoria. Dio ne aiuti, chè ce n'è bisogno.

Niccolò, io vi prego che a mia contemplatione spendiate uno scudo in guanti et dua scarselle di tela, delle più piccole trovate, et qualche altra zachera, che ve ne rimborserò a chi mi ordinerete. Così vi prego mi mandiate uno stocco, ma lo voglio in dono, poichè non ho havuto quello mi promectesti alla partita. E raccomandatemi quanto più possete al nostro Francesco Della Casa, et me li offerirete in tutto quello li accaggia di qua, et che lui stimi si possa fare per me. Nec plura. A voi mi raccomando quanto più posso, et prego Dio vi guardi dalle mani di Svizeri.

Florentie, die xxiij augusti M. D.

Vester BLAS. BO. Cancellarius.[845]

Spectabili viro Nicolao de Maclavellis, mandatario fiorentino apud Christianissimam Maiestatem, amico honorando. Alla Corte.

DOCUMENTO XIII^bis.

Due lettere di Agostino Vespucci da Terranova, scritte da Roma nel luglio e agosto 1501, al Machiavelli. Ragguagliano di fatti seguìti in Roma.[846]

1[847]

Spectabilis vir, honorande, etc. È sul mezo dì, et io spiro del gran chaldo è a Roma, et per non dormire fo questi pochi versi, et etiam mosso da Raffaello Pulci che si trastulla con le muse. Spesso alle vigne di questi gran maestri et mercanti dice improviso, et comprendo dica con uno ser Francesco da Puligha di costà, che non so che si faccia a Roma. Et costui a' dì passati fe' uno sonetto per contro a Francesco Cei nostro, che mi pare un poco troppo dishonesto; et ho facto ogni cosa di haverlo scripto, et non ho possuto; et questo ser Francesco non lo ha dato a persona, ma sì bene lecto o vero recitato: potendolo havere ve lo manderò. El Pulcio si trastulla, et sempre è in mezo di quattro p....; et emmi decto lui havere qualche dubio, che sendo di lui opinione et certeza di esser poeta, et che l'Academia di Roma lo vuole coronare ad sua posta, non vorrìa venire in qualche pericolo circa pedicationem, perchè è qui Pacifico Phoedro, et delli altri poeti, qui nisi haberent refugium in asylum nunc huius, nunc illius Cardinalis, combusti iam essent.

Evenit etiam che in questi proximi dì in Campo di Fiore fu abrusciata viva una femina, et assai di grado, venitiana, per havere lei pedicato una puctina di 11 in 12 anni, che la si teneva in casa, et factole etiam altro che taccio, per esser troppo dishonesto, et simile alle cose di Nerone romano. Il che etiam conferma decto Raffaello in dovere stare continue per li giardini fra donne, et altri simili ad sè, dove con la lyra loro suscitent musam tacentem, diensi piacere, et si trastullino. Ma, bone Deus, che pasti fanno loro, secondo intendo, et quantum vini ingurgitant poy che li hanno poetizato! Vitellio romano, et apud hesternos Sardanapalo, si reviviscerent, non ci sarìano per nulla. Hanno li sonatori di varii instrumenti, et con quelle damigelle dansono et saltono in morem Salium, vel potius Bacchantium. Honne loro invidia, et mi bisogna rodere la cathena in camera mia, che è ad tecto, chalda, et con qualche tarantola spesse volte: et moro di chaldo, ut vix possim ferre estum; che se non fussi uno respecto, il quale sa Biagio, mene verrei in costà. Vogliovi pregare che rispondiate a Raffaello o ad me, et traheteci mattana del capo, che so lo saprete fare.

El Papa mi pare entrato nel pensatoio in su questo romore de' Turchi, che già risuona forte; et comincia sospirando a dire: Heu quae me tellus, que me equora possunt accipere! Dupplica le guardie al Palazo, dì et nocte, prebet se quibuscumque difficillimum, et tamen animus eius sullaturit[848] et proscripturit in dies magis, che, omnibus videntibus, ad chi toglie la roba, ad chi la vita, et chi manda in exilio, chi in galea ad forza, ad chi toglie la casa et mettevi entro qualche marrano: et haec nulla aut levi de causa. Lascia oltre ad questo fare ad di questi baroni et sua amici molti oltraggi, et torre roba et votare fondachi, et huiusmodi 1000. Sono qui più venali li beneficii che non sono costì e' poponi o qui le cyambelle et acqua.[849] Non si seguita più la Ruota,[850] perchè omne ius stat in armis et in questi marrani, adeo che pare necessario il Turcho, poi li Christiani non si muovono ad extirpare questa carogna del consortio humano: ita omnes qui bene sentiunt, uno ore locuntur. Restavami dire, che si nota per qualcheuno, che, dal Papa in fuori, che vi ha del continuo il suo greggie illecito, ogni sera XXV femine et più, da l'Avemaria ad una hora, sono portate in Palazo, in groppa di qualcheuno, adeo che manifestamente di tutto il Palazo è factosi postribulo d'ogni spurcitie. Altra nuova non vi voglio dare hora di qua, ma se mi rispondete vene darò delle più belle. Godete et valete.

Ex Roma, 16 julii 1501.

AUGUSTINUS vester.

Spectabili viro Nicolao domini Bernardi de Maclauellis, secundo Cancellario florentino, Secretario honorando. Florentie.

2[851]

Spectabilis vir, etc. Nicolò Machiavello mio amatissimo, sommi spogliato in pitoccho, sarei in giubbone, nisi austrum nocentem per auctumnos corporibus metuerem. Sendo il desiderio vostro di volere intendere utrum la heredità del Cardinale di Capua sia restata al Papa, o vero instituerit alios heredes, in risposta vi dico, serio loquens (nam secus (sic) fortasse quam claudam istas): il Papa non permettere ad alcuno Cardinale che loro faccino herede, immo circa il testamento la vuol vedere molto pel sottile, il che testifica il caso del Cardinale di Lysbona, quale ne' dì passati, sentendosi grave, non possendo lasciare de' danari che si trovava, che furono 14 mila, ad chi harìa desiderato, più tosto se ne volle spotestare vivente, che il Papa, se mortuo, li havessi ad godere luy. Et chiamando tutta la sua famiglia a giumelle in sul suo lecto, ad vista, tutti li spartì in dono per li sua di casa; et così rinuntiò tutti li sua beneficii veramente, in modo che non si truova nulla in questo mondo, se non la grazia grande, non solo della sua famiglia, ma di tutta Roma. È dipoi sanato, benchè sia vecchio, et hieri parlò con lo ambasciatore, me presente, una hora o più sempre in latino, et constabat sibi in omnibus. Onde il Papa decte l'arcyvescovado di Capua, che vale VI mila ducati l'anno, al cardinale di Modena, il quale, benchè sia o vero pare in gratia del Papa, sborsò 15 mila ducati per la Santità di N. S.; uno altro suo arciveschovado che è in Hispania diè a Monreale, con questo che lasciassi al cardinale da Esty il vescovado di Ferrara. Delli altri beneficij non dico nulla, sennonchè il Papa (quod pace sua dixerim) ne ha di pretio numerato hauto insino in XXV mila o più, perchè era il prefato molto richo. Se volessi intendere quo genere mortis obierit, quì vulgo tenetur ch'è veneno, per esser lui poco amico al gran Vexillifero, che di simil morte si intende spessissimo in Roma: et omnia ex fonte, nec non ex primo rivo emanant. Habes, puto, plus quam petieras; et però resta che ser Antonio, Biagio, ser Luca, et ser Octaviano faccino quanto mi scrivete.

Circa al Pulcio lo trouerrò, et leggerolli la vostra, credo haremo poi materia da rispondere, et piacevole: è un mal muscione, fa più facti che parole, et non pare quel desso.

Hoggi, benchè siamo a dì 25, qui si celebra la festa di San Bartholommeo, et dicesi è per honorare più la festa di San Ludovico re di Francia, che è questo medesmo dì. È in Roma una chiesecta di questo Santo, ignobile, et che mai non vide 50 persone insieme, et questo anno, per havere facto la invitata lo Re di Francia a tutti li cardinali, oratori, prelati et baroni di Roma, stamattina vi è stato ogniuno, videlicet 16 cardinali, tutti l'imbasciatori si truovono in Roma, tutti li baroni et altri signori, e tutti stati a la Messa, che durò 3 hore di lungo. Fuvi la Capella del Papa, che è cosa mirabile: li sua pifferi che ad ogni cardinale, arrivando, li faceano lor dovere; tutti li trombecti; altri delicatissimi istrumenti, id est l'armonia papale, che è cosa dulcisona e quasi divina; non so per ora nominare nissuno de' sei instrumenti per nome, di che non credo Boetio facci mentione, quia ex Hispania. Fu etiam ad meza la Messa per uno doctissimo huomo recitato una oratione latina, contenente breviter la somma della vita di San Ludovico. Dipoi latissime fatta in transgressu aliqua mentione de regibus Gallorum, della grandeza, sublimità et maestà del presente Re, in cuius virtutibus recensendis, videlicet in dotibus corporis et animi, quantumque adversam fortunam egerit sub pedibus prosperae vero quam bene moderetur frenis, consumò circa una grossa hora. Et veramente, Nicolò mio, qui è l'arte dell'oratore, perchè costui è uno ignobile, et non più visto, nè udito circulare o poco; et nondimeno per esser Romano è piaciuto più che o il Fedra o il Marso o il Sabellico o el Lippo, che habentur optimi, et ha dimonstro havere auto in primis memoria grande, sapere bene distinguere et apte narrare; monstrò quantum valeat pronuntiatio, quantum verborum copia et gestus, qui et ipsi voci consentit et animo, cum ea simul paret, ut equidem affirmare ausim, che spessissimo, non solum manus sed nutus ipsius, haria dimonstro alli auditori la sua volontà. Et non so come tam feliciter costui mai avessi potuto orare nisi imitatus Demosthenem, qui actionem solebat componere, grande quoddam speculum intuens. Et lassando la doctrina, la eloquentia, i colori infiniti, molti flosculi et aculei quibus inspersa sua oratio est, illud mehercule prestitit, ut sibi conciliaret, persuaderet, moveret, ac denique delectaret. Et in calce orationis tantam eloquentiae procellam effudit, ut omnes admirarentur ac stupescerent; obque factum est, ut plausus ei quasi theatralis, quamvis in templo, a multis datus sit. Credono molti che, sendo suto alla presentia il Re, che lo harìa facto in quello instanti grande homo appresso di sè.

Una sol cosa mi resta, che alli dì passati, sendo il Papa in fregola di voler ire a spasso, et sendo in camera del Pappagallo uno circulo di 5 in 6 docti, che invero ce ne è assai, benchè anche delli scelerati et ignoranti, ragionando et di poesia et astrologia, etc., uno di loro fu che dixe esser solo uno a Roma, ad che il Papa prestava fede in astrologia, et costui havere male, et è in miseria et povertà per la gran liberalità di questo Principe. Et il Fedra dicendomi costui havere predicto al Papa che sarìa pontefice, sendo ancora cardinale, li mossi che si vorría fare qualche procnostico sine auctore, et lasciarselo cadere, et ita factum est. Prima ci partissimo di lì, questi 3 versolini furon facti, videlicet:

Praedixi tibi papa, bos, quod esses, Praedico moriere, hinc abibis, Succedet rota, consequens bubulcum.

La rota è insignia di Lysbona, el bubulco è lui. Questo effecto se ne è visto, che mai poy ha ragionato di partirsi, se bene ci è opinione, che se si scuopre il parentado con Ferrara, lui vorrà ire là, et vagare per la Romagna. Vedreno quello seguirà; et se Valentino tornerà qui, che ce ne è varie opinioni, tornando assai delle sua genti alla sfilata, et etiam havendo mandato Vytellozo e fare quello che vorrìa ragionevolmente poter fare presentialmente da sè. Et venendo la beatitudine del Papa in costà, voi et altri che volessi qualche dispensa o di tòrre o di lasciare la mogliera, la harete benignamente, modo gravis aere sit manus. In questo mezo Camerino teme, Urbino fila, perchè dubita delle relliquie di casa Sforzesca, et di Piombino non dico nulla. Bene vale et excusatum me habe, se io non vi scrivo lungo, perchè non ho tempo. Alias.

Roma, XXV augusti 1501.

Deditissimus AUGUSTINUS.

Spectabili uiro Nicolao de Maclauellis, Secretario, Maiori honorando. Alli Signori Dieci. In Firenze.

DOCUMENTO XIV.[852]

(Pag. 362)

Lettera dei Dieci al Vicario di Scarperia. 7 maggio 1502.

Iuliano Caffino, Vicario Scarperie. Die vij maii. — Tu ci hai scripto più lettere piene di tante exclamationi et tante paure, che le sarebbono sute troppe havendo el campo intorno, et in terra cento braccia di muro. Et perchè sappia da quello che tu ti hai ad guardarti, et quanto habbino ad ire in su e' tuoi sospecti, el campo del Valentinese è ad Medecina, e' Franzesi se ne sono iti verso Lombardia, et noi teniamo buona amicitia con el Duca et col Papa. Ma tucti e' sospetti che si hanno, sono perchè, sendo nel campo del Valentinese Orsini et Vitegli, pensiamo che, sendo inimici nostri, potrebbero di furto fare qualche insulto ad qualche nostro luogo, nè si crede che per altri conti o per altra via possiamo essere offesi. Et sta' di buona voglia, che non ha ad venire costì campo ordinato et con artiglierie et altri instrumenti atti ad expugnare una terra come è cotesta; et se pure e' vi havessino ad venire, l'artiglierie non volano, hanno ad passare li monti, et per certo noi el doverremo intendere, et intendendolo, vi provederemo; sì che non è necessario sbigottire a cotesto modo li subditi nostri, ma confortarli ad stare alla vista et a' passi, et ricorrere così quando tu li chiamerai, et fare la nocte qualche guardia, per guardarsi da' facti; et mostrare di essere huomo, et conoscere di essere in una terra che habbi bisogno del campo ad perdersi, et non ne andare preso alle grida. Noi ti haviamo voluto dire questo, acciò che tu ti conforti et conforti e' sudditi nostri, perchè noi non siamo per abbandonarli, quando tu et loro faranno loro debito, come speriamo....

DOCUMENTO XV.[853]

(Pag. 370)

Lettera dei Dieci al Commissario Giacomini Tebalducci. 1º luglio 1502.

Commissario generali, Antonio Iacomino. Die prima iulii 1502. — Hiarsera ti si scripse quello ci occorreva in risposta di più tua; haviamo dipoi ricevute l'ultime di hieri, et per quelle inteso cosa che ci satisfa, et questo è come Anghiari si tiene, et come e' nemici non lo possono molto sforzare per mancamento di palle, etc. Et havendo dipoi ricevuto una lettera da M.^re di Volterra,[854] el quale pochi dì sono mandamo ad Urbino ad el Duca Valentinese, della quale ti mandamo copia, et per quella intenderai quello che lui giudicha et advisa delle genti di quello Duca. El quale adviso, quando fussi vero, ci renderebbe più sicuri, et più facile ci farebbe la recuperatione delle cose nostre. Ma desidereremmo bene che la perdita di quelle non fussi maggiore che la si sia suta infino ad qui, ad ciò che si cominciassi dipoi più facilmente ad racquistare la reputatione, et non si continuassi in perderla. Et per questo, se si possessi soccorrere Anghiari o monstrarli qualche speranza di soccorso, ci sarebbe sopradmodo grato, et tornerebbe molto approposito alle cose nostre: il che ci fe' più desiderare uno adviso haviamo hauto da huomo prudente, che ci scrive dalla Pieve ad San Stephano, significandoci prima come gli Anghiaresi si difendono ingenuamente: et che se si mandassi un cento cavalli et qualche fante, admonendogli che facessino spalla ad quelli della Pieve et ad altri del paese, sarebbono per molestare intanto e' nemici, che sarebbono necessitati levarsi da campo. Et per questa cagione ci è parso mandarti la presente volando, ad ciò veggha quello si può fare in questa cosa, et non manchi del possibile. Et ad noi pare che, havendo hora la gente franzese alle spalle, si possa governare le cose costì più audacemente, et con più fiducia mettersi avanti; et però di nuovo ti ricordiamo, se possibile è, se non in facto, saltem in demostratione, rincorare quelli nostri fedeli d'Anghiari, sì per dare animo loro ad stare forti, sì etiam per non lo tòrre ad li altri, et per non dimostrare ad li subditi nostri che noi li lasciamo in preda et sì vilmente nelle mani d'un semplice soldato: et di questo ne aspectiamo risposta, et lo effecto se li è possibile.

Noi attenderemo ad sollecitare e' Franzesi, e' quali fieno ad Sexto domani ad ogni modo, et di mano in mano li respigneremo secondo che ad voi occorra o al capitano di epsi, con el quale speriamo di essere domattina ad Lugo. Scriverete oltre ad di questo ad Poppi, alla Pieve, et se voi potete, ad Anghiari et al Borgo, confortando, monstrando gli aiuti propinqui et che presto con loro satisfactione et danno delli adversarii saremo liberi da ogni molestia. Bene valete.

DOCUMENTO XVI.[855]

(Pag. 370)

Altra lettera dei Dieci allo stesso. — 12 luglio 1502.

Antonio Thebaldutio, Commissariis[856] in castris. Die xii (iulii). — Noi haviamo diferito il rispondere alle vostre ultime de' 10, ad questa mattina, per essere stati tutto el giorno di hieri occupatissimi in cose di gravissima importanza, et pertinenti tucte alla salute nostra et confusione delli inimici. Et venendo a' particulari delle vostre lettere, intendiamo el disegno vostro dello alloggiare sopra li inimici, havendo le forze chieste più volte de' 3000 fanti, giudicando che quelli fussino necessitati o appiccarsi con voi al disavvantaggio, o ad ritirarsi in Arezo, il quale disegno vostro non ci potrebbe più piacere, nè ve ne potremo più commendare. Ma ad intelligentia vostra vi si fa intendere, come la Maestà del Re Cristianissimo ha preso questa difensione nostra sopra di sè, et ha deliberato questa volta, con honore et reputatione sua, levarci el nimico da dosso, et restituirci el perso. Et però, oltre ad coteste lance et alle 150 che si debbono questo giorno trovare presso ad Bologna, egli ha mosso Messere della Tramoio,[857] uno de' primi capitani del Regno, con dugento altre lance et 15 carra d'artiglieria, et con questi el Balì di Digiuno con 4000 Svizeri, le quali forze et aiuti fieno qua subito. Et perchè noi havemo ad concorrere alla maggiore parte di questa fanteria; et perchè oltre ad questo ci correrà addosso infinite spese di vectovaglie, provisioni et altre cose consuete, delle quali non si può manchare, havendosi ad servire de' capitani, ci pare da fare masseritia et restringersi da ogni banda. Et però verrete temporeggiando le cose di costà, come vi si scripse per l'ultima nostra, et el Signore franzese intracterrete o con questo adviso, quando e' vi paressi, monstrandoli la voglia del Re essere che si temporeggi infino che le sue forze venghino, o vero, se in questo modo vi paressi da alterarlo, piglierete qualche altro expediente come alla prudentia vostra occorrerà, per farlo quieto et patiente ad mantenersi, perchè, recando in somma el desiderio nostro, voi havete ad intractenervi et sanza spesa o con mancho che si può....

DOCUMENTO XVII.[858]

(Pag. 370)

Altra lettera dei Dieci allo stesso. — 24 luglio 1502.

Antonio Thebaldutio, Commissariis in castris. Die 24 (iulii). — Anchora che per la nostra di hieri vi si scrivessi lo animo nostro circha ad quello ne haveva referito Lorenzo de' Medici della pratica tenuta fra Ubalt[859] et Vitellozo; nondimancho, veduto quanto ci scrivete per la vostra di hiarsera circha la medesima praticha, et quello che Ubalt ha disegnato dire ad Vitellozo et concludere seco, ci parve necessario di nuovo farvi intendere lo animo nostro, perchè questa resolutione d'Ubalt, facta ultimamente, ci pare poco discosto da quello ha referito Lorenzo. Nè veggiamo con che honore della Maestà del Re o utile nostro la si possa fermare così, sendovi incluse conditioni, che 'l cardinale Orsino debbe prima parlare ad quella Maestà; perchè per la parte del Re ogni conditione che si mette nell'appuntamento è con poco suo honore; et per la parte nostra non veggiamo che sicurtà ci rechi rimetterci al parlamento del cardinale Orsino, per essere uno de' capi delli adversarii nostri. Per tanto non ci consentirete per la parte vostra in alcun modo, se già, come hieri si dixe, non si levassino tucte le conditioni, et che subito le terre tucte si rimettessino nelle mani di cotesti capitani, sanza riservo di alcuna cosa, et che quelli ne havessino ad fare tucto quello ne disponessi la Maestà del Re, sanza mettervi alcuna conditione o interpositione di tempo, perchè ad questo modo venemo ad restare solo ad discretione di quella Maestà, il che ci sarebbe grato per essere sempre suti disposti riconoscere el bene et il male da quella. Pure, quando voi vedessi cotesti capitani vòlti ad alcuna cosa contro ad questo nostro disegno et opinioni, vedrete, sanza consentirvi, di non li alterare; ma li anderete temporeggiando prudentemente.

Piaceci bene sommamente questa ultima vostra conclusione et resolutione facta di uscire in campagna, perchè ci veggiamo più beni; el primo, che Vitellozo si perderà quella reputatione che li ha dato questo abboccamento; el secondo, che si salverà buona parte di questi grani di Val di Chiana, che ne vanno tucti in quello di Siena; l'altro, che voi viverete con più facilità, potendovi provedere da quelli castelli et terre, che sono pieni di vectovaglie; et oltra queste comodità che sono certe, potrebbe seguirne dal farsi innanzi molto honore et molto utile, che la occasione ne potrebbe arrecare per la reputatione che si adquisterebbe d'essere in compagnia....

Havendo[860] scripto fino qui, ci è suto referito di luogo che noi li prestiamo fede assai, come Perugia è in arme per esservisi achostato el duca Valentino colle sue genti, et volere entrare dentro, et li Perugini non lo volere acceptare; il che quando fussi vero, che lo crediamo in maggior parte, vi debba dare tanto più animo allo andare avanti, perchè tucto torna in preiudicio di Vitellozo, per essere una medesima cosa Giovan Paolo et lui, come sapete.

DOCUMENTO XVIII.[861]

(Pag. 379)

Lettera dei Dieci al Soderini, cui si partecipa la sua nomina a Gonfaloniere a vita. — 23 settembre 1502.

Petro Soderini, ad Arezzo, die quo supra (23 settembre). — E' fu sempre mai giudicato da tutti li huomini che sono chiamati prudenti, cosa utile et necessaria costituire un capo al governo di questa[862] Città, el quale potesse mantenere nelli ordini suoi le cose che ancora non ne fussino uscite, et quelle che ne fussino uscite ridurvele; la quale opinione è stata tanto favorita dalla industria di buoni,[863] da' tempi et da la fortuna della Città, che prima e' se ne fece pubblica deliberatione, et da poi, havendosi ad venire ad lo individuo della electione, come è piaciuto a Dio (che in vero sua opera la giudichiamo) è cascata la sorte sopra di te, di che noi tanto più ci rallegriamo, quanto elli è stato più secondo el desiderio nostro, conoscendo nelle qualità tue tutte quelle parti che in comuni si possono immaginare in uno huomo che habbi a tenere tanto segno quanto è questo. Ringratiamone adunche lo altissimo Dio et la gloriosa sancta Madre, le intercessioni[864] della quale non sono stati ad noi manco propitie in questo, che si sieno stati per qualunque altro tempo, in qualunque altro accidente che habbia auto questa Repubblica. Nè e' nostri preghi et supplicationi sono stati meno accepti che si richiegha, et a la fede nostra et alla clementia sua. Rallegriancene per tanto con tutti e' pretettori di questa Città,[865] con tutto questo popolo, et con epso teco, pregando l'altissimo Dio che ti sia in tanto favorevole, che la patria nostra non manchi di questo bene, et di quelle felicità che la spera con seguitare mediante le opere tue.

DOCUMENTO XIX.[866]

(Lib. I, cap. V)

LETTERE DI AMICI AL MACHIAVELLI, DURANTE LA SUA LEGAZIONE AL VALENTINO.

1 Lettera di Niccolò Valori al Machiavelli. 11 ottobre 1502.[867]

Niccolò mio carissimo. Anchora ch'io sappia che per le lettere del publicho siete bene raguagliato, et io stia contento a quelle, non posso però fare che a mia satisfactione non vi faccia dua versi. Il discorso vostro et il ritratto non potrebbe essere suto più aprovato, et conoscesi quello che senpre io in specie ho congniosciuto in voi, una necta, propria et sincera relatione, sopra che si può fare buono fondamento. E io in verità, discorrendola con Piero Soderini, ne paghai il debito tanto larghamente quanto dire vi potessi, dandovi questa loda particulare et peculiare. Pare che, essendo cotesto Signore vostro,[868] dovessi farsi più inanzi; et a chi ne ha iudicio, pare di aspectare lui, et che la ragione voglia vengha con qualche offerta et condictione honorevole. Il iudicio vostro è desiderato qui delle cose di costà, et il ritratto delle di Francia, et la speranza ne ha il Ducha. Perchè voi ne promettete scrivere le forze, et dipresente di cotesto Principe, et così quelle spera, et taliane et franzese, non accade dirne altro, sennone che quanto meglio s'intenderanno, tanto più facilmente et meglio qui ci potreno risolvere. Se nulla v'accade, sono così vostro come huomo habbiate in questa città, et bastivi, solo per le vostre bone qualità ed affectione havete. Raccomandomi a voi. Cristo vi guardi.

A dì xj d'ottobre 1502.

NICCOLÒ VALORI in Firenze.

Egregio v[iro] Niccolò Machiavelli, Segretario degnissimo all'illustrissimo ducha Valentino.

2 Lettera di Agostino Vespucci da Terranova al Machiavelli. 14 ottobre 1502.[869]

Nicholae, salve. Scribam ne an non scribam, nescio: si non, negligentia obest; si scripsero, vereor ne maledicus habear, et presertim in Marcellum et Riccium.[870] Marcellus tanquam rei, hoc est officii tui, neglector, onus scribendi reiecit. Riccius interim, qui usquequaque rimatur istiusmodi officia, ecce tibi heri sero, cum esset in Consilio LXXX^ta virorum, ambitiosulus iste vocat Marcellum, qui modico illo momento et puncto temporis a Palatio aberat. Surgit statim, descendit schalas, in Cancellarium se proripit, et minitabundus quodam modo clamitat: — Heus heus, scribite. — Blasius statim, quasi divinans quod evenit, ne Riccio dictante scriberet, fugam arripit. Solus remansi miser, suspiriaque ab imo pectore ducens, et anhelus, capio pinnam cadentem, conscribillo, veritus si verbum proferrem, ne mihi et eveniat hic quod in Gallia aiunt Perusgino evenisse; et quia Dominis nostris collega est, idcirco bolum devoro plus fellis quam mellis habens; ternas scribo, eo dictante, sive quaternas litteras. Homo iste, cum libro, eo unde venerat redit, legit, et quod recitat approbatur. Adeoque sive hac re, sive ob aliam, iam illum Domini deputarunt mittendum, longis itineribus in Galliam ad Gallorum regem. Vides igitur quo nos inducat animus iste tuus equitandi, evagandi, ac cursitandi tam avidus: tibi non aliis imputato, si quid adversi venerit.

Velim equidem quod nullus praeter te astaret essetque in Cancellaria mihi superior, quamvis tu omnia tentes et audeas quibus mihi vipera venenosissima insurgat, me petat, me frustatim necet, mihi pessimus et nequam et ambitiosus imperitet: sinemus vel nos aquam fluere. Blasius itidem, praeter id quod te ob talia odit, blatterat, maledictis insectatur, imprecatur ac diris agit, nihil dicit, nihil curat, flocci omnia faciens. Credo hercule isthic sis magno in honore constitutus, cui Dux ipse et aulici omnes faveant te, veluti prudentem laudibus prosequantur, circumstent, blandiantur; quod volupe est, quia te deamo; nolim tamen id negligas, propter quod munus istud paulo post amplius exequi nequeas. Et si nunc, mi Nicholae, ista obrepant ac serpant, non multo post palam fiant necesse est. Nosti hominum ingenia, nosti simulationes ac dissimulationes, simultates et odia, nosti denique quales sint, a quibus homo totus hoc tempore pendet. Tu itaque, cum prudens sis, illud age quo tibi et nobis prospicias, quo in commune consulas. Marcellum tuis litteris excites, cohorteris, urgeas, instes et ita flagites, ut velit aliquot dies, officio tuo fungens, onus dictandi litteras subire, non detrectare, connivere seu, ut facit, despicere. Murceam deam, postquam tu discessisti, is incolit arbitror, adeo Murcidus, idest nimis desidiosus et inactuosus, factus est.[871]

Uxor tua duos illos aureos accepit, opera Leonardi affinis et amantis tui.

Heri mane dum litteras proxime scriptas Petro Soterino recitarem, dumque ipse quampluries eas interlegendum mussitaret, inquit tandem: — Autographus hic scriptor multo quidem pollet ingenio, multo iudicio praeditus est, ac etiam non mediocri consilio. — Pro ad viso. Vale.

Ex Cancellaria. Die xiiij octobris 1502: raptim et cum strepitu.

AUGUSTINUS tuus, coadiutor.

Spectabili uiro Nicolao de Malclauellis, Secretario et mandatario fiorentino honorando. In Corte dell'Ill. Duca di Romagna.

3 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 18 ottobre 1502.[872]

Niccolò mio....[873] io non sono adirato, nè anchora fo iuditio dello animo vostro verso di me da queste favole,[874] perchè in facto non mi è se non briga, et io pure ho delle occupationi poi non ci sete, ma sì bene da infinite altre cose, che mi costringnerebbono, ricordandomene, ad non vi portare quella affectione che io fo, di che io non voglio mi sappiate grado, perchè, volendo non amarvi et non esser tutto vostro, non lo potrei fare, forzato, dico, sì dalla natura che mi constrigne ad farlo, benchè in facto sia da tenerne poco conto, non vi potendo io nuocere, et manco giovare. Et se io vedessi o havessi visto che voi fussi il medesimo che siete meco con tutti li altri amici vostri, non ne harei facto tale impressione in me medesimo; ma io veggo che io mi ho ad dolere della mi' cattiva fortuna et non buona electione, et non di voi, poichè io non truovo riscontro alcuno in quelli che io amo tanto quanto me medesimo, et che io ho scelti per mia patroni et signori; di che voi potete esser optimo iudice, prima da voi, dipoi da qualcun altro che vi è così noto come a me. Ma di questo non si parli più, che io non voglio se non quel che voi, et basti.

Le vostre lettere questa mattina ho mandate tutte ad posta et fidatamente. Expecto il velluto da Lorenzo, et da mona Marietta il farsetto, et subito havuto, vi manderò omni cosa; et se altro vi accade, scrivete.

Scrivendo, Lorenzo mi ha mandato il velluto, et così per il presente latore, che sarà Baccino, ve lo mando, et con epso il farsetto, che pure siate uno gaglioffo, poichè, ad posta di uno braccio di domasco, voi volete portare una cosa tutta uncta et stracciata: andate ad recere, che voi ci farete un bello honore.

Mona Marietta mi ha mandato per il suo fratello ad domandare quando tornerete, et dice che la non vuole scrivere, et fa mille pazìe, et duolsi che voi li promectessi di stare 8 dì et non più; sichè tornate in nome del Diavolo, che la matrice non si risentissi, chè saremo impacciati insieme con frate Lanciolino.

Io vi harei da dire circa «la electione[875] di Bernardo dei Ricci per in Francia molte cose più bella l'una che l'altra, et così molte favole del nostro ser Antonio da Colle,[876] che secretamente andò ad Siena con certi sua ghiribizzi che non è stato niente;» ma penso lo farò meglio ad bocca, et più sicuramente. «Il Riccio» anchora non è ito, et non so se si andrà, benchè habbi «havuto la commissione et ogni cosa, da danari in fuora;» et perchè dubitava «chi lo mandava, che la letera credentiale non si vincessi, per ire sicuramente lo indirizzava a lo Oratore, et voleva che lui lo presentassi al Re, et dipoi exequissi la commissione;» et in effecto «non portava nulla, ma era facto per farli sgallinare» un cento ducati, poichè «cotesta proda era presa, et simile quela di Milano. Non è ancora ito et non so se andrà,» perchè «li parenti de lo Imbasciatore si sono risentiti, parendo non passi sanza suo carico; et il vostro Lionardo non li vuole dare danari, se non si stantiano, il che non si vincerebbon mai, sendo» maxime «scoperta la cosa.»

Io vo omni dì 4 o 6 volte al nuovo Gonfaloniere, et è tutto nostro, et Monsignor suo fratello mi domandò hoggi, sendo seco, di voi, et mostra amarvi unice, et io anche feci seco lo officio dell'amico circa casi vostri: così li facessi voi di me, chè non desidererei più da voi.

Se non vi incresce, scrivete uno verso al Guidotto in mio favore, che poichè io ho lo stantiamento, mi cavi del generale.[877] Fatelo se vi pare, o se vi viene bene....

Florentie, die 18 octobris M D I J.

BL. BO.

Nicolao Maclauello, Secretario florentino p[lurimu]m honorando. Ad Imola.

4 Lettera di B. Buonaccorsi al Machiavelli. 21 ottobre 1502.[878]

Niccolò. Perchè hieri, quando riceve' la vostra, era festa, non potetti farvi fare l'uchettone;[879] ma stamani di buona hora andai ad trovar Lionardo Guidotti, et tolsi il panno, lasciandomene governare a lui come mi scrivesti; et tagliossi in su uno taglio che haveva, che a me pare bello; et intròvi dentro braccia 7 et 1/2 di panno, che, a quello potetti vedere, vi costerà la canna da 4 ducati et 1/2 in giù. Hollo facto tagliare a me, et del collare et altre cose ho facto quanto ne commectesti, et il meglio ho possuto....[880]

Habbiamo facto cercare delle Vite di Plutarco, et non se ne truova in Firenze da vendere. Habbiate patientia, chè bisogna scrivere ad Venetia; et a dirvi il vero voi siate lo 'nfracida ad chiedere tante cose.

Expecto habbiate scripto al Guidotto, et non tractatomi all'usato.

E' mi duole non vi havere servito in tutto, perchè mona Marietta vostra [ha] saputo di questo uchettone, et fa mille pazìe. Et se voi non havessi allogato la putta sua sì bene, come havete, starebbe di mala voglia; ma desiderrebbe intendere le circunstantie della dota; il donamento et altre cose è ad ordine, et tutte le cornachie di Sardigna verranno ad honorarla et accompagnarla honorevolmente.[881]

Io non so se io harò l'uchettone stasera, havendolo lo manderò; se non, per il primo non mancherà. Et voi mi adviserete della ricevuta del velluto, il prezo del quale Lorenzo non volse chiedere alla Marietta, ma dice lo metterà ad piè di un altro vostro conto havete seco. Et se quel cieco del Guidotto mi havessi voluto dare li mia danari, co' danari contanti si faceva ogni cosa meglio. Habbiate patientia, chè maggiore tocca ad havere ad me.

Io non ho che scrivervi niente di nuovo, et però habbiate patientia; et se nulla verrà, vi tracterò da amico.

Ser Antonio della Valle è in sullo impazare, et disputando lui et ser Andrea[882] di Romolo, a' dì passati, dello Sbaraglino, ser Andrea li adventò uno zocholo et ruppeli le rene, et il povero huomo porta uno bardellone adosso, non sapendo o potendo fasciarsi più comodamente, et non c'è rimedio se lo voglia levare da dosso. Vanno armati amendua, non so se voi m'intendete: ser Andrea di pesceduovi, et ser Antonio d'argomenti; et ciascuno di loro sta in su' sua. Credo che noi la comporreno, se si trova modo da racconciare le rene a ser Antonio.

Niccolò, io sono ad mal partito, perchè ser Antonio ha smarrito il suo caldanuzo, et fassi ad me, et vuole lo rifacci di danni et interessi: non so come me lo accordare, et vorrei pure contentarlo, però non mi mancherete del consiglio vostro.

Il presente latore, che sarà Iacopino, vi porta l'uchettone, et a me pare stia bene, et dinanzi è cucito, perchè ho visto portate così e' luchi: quando non vi piacci, fia poca fatica ad sdrucirlo. Et in effecto ho facto il meglio ho possuto: fate pure che la prima volta vi sia assettato adosso, che pigli buona forma....

Lionardo ha pagato il rimendo et la fattura dell'uchettone lire 5, et di tanto li siate debitore, et con me siate debitore qualche sgallinatura.[883]

Io non ho parlato di licentia, perchè voi non ve ne curate et io lo so. A me basta c.... il sangue per voi et per me, et che voi «sgaliniate.»

Niccolò, io vi ho ad dire ch'e' Collegi fanno mille pazìe del mio stantiamento,[884] et dicono che se non si revoca non faranno nulla, perchè non vogliono habbiamo dua salarii; sichè quando voi siate al termine dello havere guadagnato e' danari havesti, ordinate di non havere ad chiedere stantiamento, et anche non credo lo habbiate mai, per potere poi cancellare il debito dove appariranno li danari havete havuti.[885] Governatevene come vi parrà meglio....

Lorenzo di Giacomino mi dice che domattina manderà il vino et che vi ha servito da huomo da bene, et che avanti sia costì, vi costerà poco meno di 5 ducati; sichè voi ve n'andate in chiasso. Et di più mi ha pregato che, havendo cotesto Signore ad mectere le poste per di qua, che desidererebbe operassi con li amici vostri costì, che lui havessi la posta qui di Firenze. Et perchè voi sapete quanto io lo ami, ve lo raccomando quanto posso.

Florentie, die xxi octobris M D i j.

BL. BO.

Nicolao Maclauello, Secretario florentino suo plurimum honorando. Ad Imola.

5 Lettera di Niccolò Valori al Machiavelli. 21 ottobre 1502.[886]

Carissimo tamquam frater. Noi habiamo dato per conto vostro a Biagio ducati 40, che meglio non s'è possuto fare per dua cagione: l'una per la scarsità et miseria in che ci troviamo; l'altra mi riserberò nella penna. Se io ho manchato di satisfarvi con i detti, Deus testis, ho sopperito et in publicho et in privato di fare cognioscere le opere vostre; quæ, nihilominus per se luceant, non è fuora di proposito scoprille, et in verità et con i Signori nuovi et Dieci ne ho satisfatto ad me medesimo. Et veramente queste due ultime lettere ci havete mandate v'è suto tanto nervo, et vi si mostra sì buono iudicio vostro, che le non potrebbano essere sute più aprovate; et in spetie ne parlai a lungho con Piero Soderini, che non iudicha si possa a nessuno modo rimuovervi di costì. Et io non manchai fargli intendere quello bisognava fare, et vedrete lo troverrete favorevolissimo alle domande vostre. Confortovi a pacientia, et fare come solete, che doverranno essere più cogniosciute le opere non sono sute qui. Et se io posso nulla per voi, poi non ho fratelli, fo pensiero non vi havere et non mi habbiate in altro luogho che di fratello. Et questa vi vaglia in luogho di contratto. Cristo vi guardi.

Non entro in nuove, perchè etiam non ne voglio da voi.

A dì 21 d'ottobre 1502.

_Vostro N. V. in Palagio._

Prestantissimo Niccolò Machiauelli, Segretario degnissimo. In Imola.

6 Lettera di Niccolò Valori al Machiavelli. 23 ottobre 1502.[887]

Carissime tanquam frater. Io ho una vostra de' XX, che mi è suta carissima, come mi saranno sempre tutte le cose vostre. Et veramente i raguagli et discorsi vostri non potrebbano essere migliori, nè più approvati. Et volessi Idio che ogni huomo si governassi come voi, che si farebbe mancho errori. Noi qui, perchè le nuove dipendano di costà, non habiamo molto che dirvi. Mandamo ser Alexandro[888] a Roma, che doverrà essere cosa grata a cotesto Principe, et voi ve ne potrete honorare assai. Le gente comandate non si sono mandate alle frontiere, perchè non farebbono sennon male; ma potete bene dire a Sua Excellentia, s'è mandati più conestabili, de' migliori et da fare fatti al Borgho et negli altri luoghi. Et tutta volta si pensa fare qualche dimostratione che darà reputatione a Sua Excellentia, et sicurtà a noi. Circa a' casi miei particulari, Deus testis, che io v'amo et stimo più che fratello. Et perch'io so haresti voglia d'esserci a questa cerimonia del Gonfaloniere nuovo, ne farò pruova, ma non riuscirà, perchè lui etiam non se ne accorda molto. Bastavi in coscientia non s'è mancato secho di fare l'officio per voi, et satisfare alla verità. Et per la fede è fra noi, io in particulare ne ho parlato secho due volte a lungho, in modo credo che d'amicho vi sia diventato amicissimo. Quello desiderate in secondo luogho, non vi doverrebbe essere dinegato; ma questi nostri Collegii sono in modo attraversati, e non habbiamo mai possuto farne fare loro nessuno: non resteremo d'aiutarne, et voi et gli altri. Nè più per fretta, sennone sono senpre a' piaceri vostri. Cristo vi guardi.

A dì 23 d'ottobre 1502.

NICCOLÒ VALORI in Palagio.

7 Lettera di Iacopo Salviati al Machiavelli. 27 ottobre 1502.[889]

IHS. Addì xxvij ottobre 1502.

Magnifice Vir, etc. Io ho la vostra de XXIII per la quale resto avisato a quanto vi trovate d'acchatto,[890] et il desiderîo avete di ricuperarlo, per soprire[891] a' vostri affari. All'entrata del futuro mese, o a pochi dì di quello, se ne risquoterà lo viijº, et rimanente dipoi subcessivo per e' tempi correranno. Et perchè desidero compiacervi, et soprire possiate a' comodi vostri, sono parato servirvi sino a detta somma di mio, non per ritragli di detto assegnamento, ma in presto. Accadendovi, avisate, et pagherogli a chi commetterete, quando così v'attagli. E per questo non acchade altro. Sono a' piaceri. Cristo vi guardi.

Delle nuove, accepto la deliberazione n'avete presa, et quella conmendo.

IACHOPO SALVIATI, in Firenze.

Magnifico domino Niccolao de Machiauellis, apud Ill. Ducem Valentinensem. A Imola.

8 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 28 ottobre 1502.[892]

Niccolò, anchora che voi siate savio et prudente, et che la mia sia presumptione ad volervi ricordare come habbiate ad scrivere, et di quelle cose maxime che a omni hora vedete in viso; tamen io vi dirò brevemente quello mi occorre, non obstante che qui io habbi facto il debito mio, in tutti quelli luoghi et con tutti quelli che vi havessimo volsuto dare carico. Et prima vi ho ad ricordare lo scrivere più spesso, perchè lo stare otto dì per volta ad venire quagiù vostre lettere, non passa con vostro honore, nè con molta satisfactione di chi vi mandò; et siatene stato ripreso da' Signori et dalli altri, perchè, sendo coteste cose della importantia sono, qui si desidera assai intendere spesso in che grado si truovino. Et non obstante che voi habbiate scripto largamente le genti che si truova cotesto Principe, et li aiuti in che li spera, et il prompto animo suo ad defendersi; et che voi habbiate benissimo dichiarato et le forze sua et quelle delli inimici, et messole avanti alli ochi, tamen voi fate «una conclusione troppo gagliarda» quando voi scrivete, che «li inimici non possono horamai nuocere molto a cotesto Signore;» et a me pare, nonchè di questo ne habbiate havuto carico che io sappia, che voi non ne possiate fare iudicio così resoluto, perchè costì ragionevolmente, et secondo havete scripto, non si debbano publicare li progressi delli inimici, et che forze si habbino così ad punto, da che ha ad nascere il iudicio vostro. «Et qui per diversi advisi si intende le cose de la lega essere gagliarde, et non si fa molto buono iudicio de le cose di cotesto Signore:» sì che come voi havete facto et prudentemente, discorso che havete particolarmente tutto quello ritrahete, «del iudicio rimetetevene a altri;».... et non me ne rispondete cosa alcuna.[893]

La lettera al Salviato si presentò, et lui ve ne risponde. Et scrivendomi voi che, riscotendo, vi mandi la berretta, non havendo riscosso, non credo la vogliate; volendola a omni modo, advisate che la comperrò del mio, et con più rispiarmo potrò. Le altre vostre a Niccolò et Albertaccio similmente si presentorono; et io di bocca feci lo officio da amico con Piero Soderini, leggendoli la vostra; perchè nell'ultimo, dove voi chiedete licentia o etc., lui rise; et io seguitai con dire che mi havate scripto, che se non eri provisto ve ne verresti, perchè havate inteso che qui non si stantiava se non alli electi per li Ottanta, et che voi non volavate consumarvi.[894] Ridendo mi rispose et dixe: — Elli ha ragione, ma li scrive troppo di rado, — et così finirono li nostri ragionamenti. Et io vi conforto ad non adormentarvi, perchè voi non ritrarresti mai il servito; governatevi hora come meglio vi pare....

Il signore Niccolò Valori mi ha facto fare dua lettere in nome vostro, una al signore Luigi Venturi, et l'altra al signore Giannozo, pregandoli vi provegga: et in effecto mi hanno promesso lo faranno. Io ci uso ogni extrema diligentia, et credo bucherare tanto, ve li manderò. Nec plura.

Florentie, die 28 octobris 1502.

BLASIUS.

Nicolao Maclavello, suo plurimum honorando. In Imola.

9 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 3 novembre 1502.[895]

Niccolò mio. Perchè costà non venga huomo sanza mia lettere, vi fo questi pochi versi, havendovi scripto li oggi insieme con una del Gonfaloniere, il quale, poichè intrò in Palazo, pare si sia omni cosa cominciata ad indirizare: et di già ha dato principio di volere che le faccende si faccino ad buon'ora, perchè la mattina a 18 hore, et la sera a 3 omniuno sbuca.[896] Et questa sera ha fatto imbasciatore in Francia il vescovo de' Soderini suo fratello, con tanto favore che è stata cosa mirabile; et ha parlato, poi che fu facto alli Ottanta, et decto che, benchè habbi ad essere al Vescovo cosa grave, pure lui farà ultimum de potentia, che vi vadia, et di certo vi andrà, et con lui Alexandro Nasi. Èssi hoggi cominciato ad assettarli la audentia de' Dieci nel modo sapete; et la nostra Cancelleria per hora servirà a' Dieci, et la sala a noi: et questo vi basti.

Io vi ho scripto havere li 30 ducati,[897] nè volere mandarli sanza vostra commissione; sichè advisate, et tanto farò. Il capitano che pagò il fante ritenne li 30 soldi: faromeli dare se vorrà; se non, harò patentia, et di tutto harete buon conto.

La Lessandra[898] non è ita alla Marietta, perchè la non si parte di casa Piero del Nero, et lei non sapeva la casa; manderovela come prima potrà.

Io vi manderò la berretta di velluto, se voi non scrivete in contrario. Nec plura.

Florentiae, die iij novembris 1502.

BLASIUS.

Carlino Bonciani, quel bello, è stato morto, nè so da chi.

Giovanbatista Soderini si raccomanda a voi.

Nicolao Malclavello, suo honorando. Imola

10 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 5 novembre 1502.[899]

Niccolò mio. Chi iudica le cose troppo presto, spesso si ha ad ridire, come di presente adviene a me. «Il nuovo Gonfaloniere comincia ad rassettare la Città dal volere scemare li salarii a' cancelieri,» et ha facto di havere in nota tutti li ordinari, et il salario loro, in modo che se questa cosa si desta, farà dua cattivi effecti: l'uno della diminutione, l'altro che non obterrà nessuno. Et io vi havevo scripto mirabilia, parendomi pure il principio buono: non errerò più, perchè mi governerò dì per dì, et anche mi parrà lungo tempo, et piutosto farò hora per hora. Voi medesimo conoscete l'importantia della cosa, et quello faccino di malo effecto simili rumori, però non ve ne scriverò altrimenti ad lungo. Io con ser Antonio Vespucci ho facto una diligentia, ma ad dire meglio, ho voluto fare, che mi pareva ci havessi ad giovare assai, et questo era, che in su la nota si mectessi il salario risquotavamo ad punto il mese,[900] ad ciò si vedessi dove battevano le centinaia, et che le non tornavano nulla: non credo si facci anche questo. Et così omni uno s'arrovescia, «et il Gonfaloniere» lo fa sanza saputa nostra: ma perchè io vi ho decto non volere iudicare più sì presto, di questo anchora fo il simile, per non mi havere ad ridire, perchè potrebbe essere che così come elli ha volsuto in nota et tavolaccini et cavallari et omni altro, volessi questo, per il medesimo effecto, cioè per vedere et sapere una volta quanti ministri habbi. Harei caro fussi ad questo fine, benchè il rumore sia in contrario, et parlisi di quello vi ho decto disopra. Stareno ad vedere, et pregherreno Dio ci aiuti.

El tempo della rafferma ne viene forte, et io non piglierò già cura per voi di andare ad dire dello albero et de' fructi, et della mula et della..., perchè non lo farò per me, et anco non satisfarei. Pensate a questo che importa.

Scrivendo ho ricevuto la vostra de' iij, et benchè io sia in faccende, et perciò, Niccolò mio, disperato, sendomi facto forza ad ire in Francia con questi oratori, che sono il vescovo de' Soderini et Alexandro, come vi scripsi, pure ho lasciato stare, o ad dire meglio, lascerò et farò quanto mi dite; et in Francia mi lascerò prima impiccare che andare. El drappo l'acconcerò in modo non si guasterà, et advertirò il cavallaro come advisate.

Dello accatto voi intendesti quello vi scripse il Salviato, et il medesimo mi ha confermato dipoi, dicendomi vi servirà di suo, ma non in su quello assegnamento, volendo, perchè non si può trarre la cosa dell'ordinario: et di quello ve ne havete ad rimborsare hora, lo dirò al Guidotto, et farò quello mi dirà.

Il velluto lo riebbi et andò ad casa.[901]

A Lorenzo ho dato ducati 29, et mi manderà il drappo, et scriverravi, secondo mi ha promesso, del costo et di omni altra cosa; sichè io me ne rimecto a lui.

Scrivendo, Lorenzo è stato ad me et mi dice che, per non havere in bottega raso nero, che sia cosa da servirvi, bisogna lo compri, et che per esser tardi et cattivo tempo, ad volere servirvi bene, bisogna differisca ad lunedì; et io che vorrei fussi contento et havessi honore, non me ne sono curato.

Li ambasciatori vanno via domani, et io credo mi sgabellerò al certo; et portano seco lettere di cambio di X^m scudi per la paga, etc. Et se l'amico fussi vivo, rinnegherebbe Dio, perchè Monsignore subito che acceptò, dixe era a cavallo, et sollicitò Alexandro, et così col nome di Dio andranno. Nè altro di presente mi accade.

La lettera alla Marietta mandai subito, et così manderò l'altra ad Andrea.

Florentiae, die iiiii novembris MDII.

Frater BLASIUS.

Nicolao Maclavello, suo plurimum honorando.

11 Lettera di Marcello Virgilio Adriani al Machiavelli. 7 novembre 1502.[902]

Spectabilis vir, etc. Il Gonfalonieri stamani mi ha decto che non li pare ad verun modo che tu ti parta, per non li parer anchor tempo, et lasciare cotesto luogo vacuo di qualche segno di questa Città; per havervi ad mandare un altro, non sa chi si potessi essere più a proposito, respecto a molte cose. Però mi ha decto ch'io ti scriva così, et ti advertisca ad non partire; et se io lo fo volentieri, Dio lo sa, che mi truovo con le faccende mie, con le tue et con la lectione addosso. Et se tu harai ad seguire il Duca o non, andando ad Rimine, per la publica ti si dirà più appunto. Vale.

Ex Palatio Florentino, die VII novembris MDII.

MARCELLUS VIRG.

Spectabili viro Nicolao Malchiavello, Secretario et mandatario Florentino, apud Ill.mum Ducem Romandiole, tanquam fratri. A Imola.

12 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 12 novembre 1502.[903]

Niccolò honorando. Io vi scripsi hier sera per Carlo cavallaro et non vi pote' mandare quelli danari, che ne ho havuto dispiacere grandissimo per vostro amore, et così la berretta, la quale, benchè havessi nello scannello aconcia, non me ne ricordai. Questa mattina dipoi Lorenzo è stato ad me, et hammi portato li 29 ducati che io li havevo dati, et così per il presente cavallaro, che sarà un Caio, ve li mando, et con epsi la berretta, la quale vi costa uno ducato, che per essere colore vario non ho potuto fare meglio. Habbiate patientia.

[A Li]onardo ho dato la poliza, che risquota quelli 2 fiorini vi toccano hora dello accatto; et havendoli, li manderò ad madonna Marietta, o li farò scrivere a lui ad vostro conto, così li 30 soldi che ancora non li ho riscossi, ma sono in buon luogo; et volendo altro, advisate, che volentieri farò omni cosa.

Di quello vi scripsi dello scemare,[904] etc., non se n'è sentito altro; ma c'è chi dice che non è necessario farlo solamente de' salari, ma anchora delli huomini, Dio lasci seguire il meglio. Et io vi credo ne siate stucco, et che non vi habbi ad dare molta briga; et doverresti fare omni instantia di tornare, come havete facto infino ad qui....

Florentie, die XII novembris 1502.

Frater BLASIUS.

Niccolao Malclavello maiori suo honorando.

13 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 15 novembre 1502.[905]

Niccolò honorando. Poichè io hebbi scripto la alligata, comparse la vostra de' 10, et dipoi una delli 8, venuta per uno vetturale. Che vi venga il cacasangue. Et scrivendo la vostra de' 13, et circa ad quello ne ricercate per la preallegata de' dieci, di intendere se io sono ito in Francia, et in che modo me ne liberai, in primis vi respondo, che io mi credo essere in Firenze. Potrebbe essere me ne ingannassi, perchè, considerato la calca me ne fu facto, mi pare ancora essere in compromesso; nè altro mi liberò da tale gita, che una extrema diligentia usata dalli amici, et con lo havere facto io intendere chiaramente lo animo mio al Vescovo, il quale, benchè ancora insieme con Alexandro me ne riscaldassi, pure, mònstroli che io ero per sopportare omni pena piuttosto che andare, mi promisse di aiutarmene, et così fece.

La cagione che ha mosso Monsignore ad andare così presto, non è stata ad altro fine che per amore del fratello, et per credere al certo avere ad fare là qualche buono frutto, per essere appresso la Maestà del Re la Città in buona gratia, et havere tal sicurtà del nuovo Gonfaloniere, che non li sarà dato cagione di alterarla, perchè non se li mancherà de' pagamenti debiti, di uno dì solo. Et hora hanno portato seco li diecimila ducati; et omni bene che ha ad havere la Città, et honore che ha ad havere il fratello, ha ad dependere dalla Maestà del Re, dove, per fare et l'una et l'altra cosa, è ito volentieri, et con animo li habbi ad riuscire, secondo mi dixe al partire suo: et io, conosciutolo, ne sto di bonissima voglia. Hallo mosso anchora la necessità, perchè li pareva si fussi troppo indugiato ad mandarvi oratori, come pareva anchora a voi quando eravate qui, et lui è huomo resoluto. Et dello augmento non ha parlato, ma sì bene Alexandro, il quale per l'auctorità del Gonfaloniere ne è stato contento, benchè nel favorirlo, il Gonfaloniere promectessi al Collegio che per l'advenire non se ne parlerebbe più.

Di quello vi scripsi dello scemarci, etc.,[906] non s'è poi altrimenti parlato, nè anche credo se ne habbi ad parlare; et dello ambulare io ne sto di buona voglia, perchè la dispositione universalmente è buona, pure li appetiti sono varii. Et voi staresti meglio qua che costà, et credo desideriate di tornare, ma voi vedete quello vi fa scrivere il Gonfaloniere: governatevene in quel modo che voi crediate obtenere il desiderio vostro, et anche non li dispiacere.

Il presente apportatore vi porterà la berretta et li danari, et sarà Carlo, et vengono ad vostro ristio. Harò caro venghino ad salvamento, che così piacci a Dio et a' ladri.

Mandai la vostra alla Marietta, et le racomandatione et ambasciate ho facte a tutti, et di più raccomandatovi a Giovambaptista Soderini, che li parlo omni mattina allo studio. Et tornate per l'amore di Dio, che io non posso contentare «Piero Guicciardini,» benchè quasi habbi preso la piega: diguazomi il meglio posso, et duro troppa fatica....

A questi Signori pareva che voi indugiassi ad scrivere, perchè una allegata da voi de' dì 5 non comparse mai, nè voi forse la scrivesti; et quel c.... del Totto penò 8 dì ad giugnere, et Carlo hora ha servito benissimo....

Dove si acconci per il Gonfaloniere ve l'ho scripto diffusamente, et di lui non vi ho da dire altro, se non che omni dì li cresce la reputatione, et lui se la saprà mantenere.

Niccolò, voi berete bianco, perchè credesti «fare costì qualche conclusione che piacesse a cotesto Signore,» et questa risposta «la intorbida,» et siate uno c..., se voi credessi che noi voliamo «comperare tanto tanto a punto penitere.»[907]

Mandovi in uno legato 29 ducati, 25 scempi et 2 doppioni, et la berretta. Advisate della ricevuta, et non guardate se non fussi così bello oro, che mi parve fare un mondo ad haverlo così. Vorrei scrivessi ad Niccolò Valori, et lo ringratiassi della opera fece per voi, perchè è huomo che per natura è tirato ad servire li amici. Bene valete.

Florentiae, die xv novembris 1502.

Frater BLASIUS.

14 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 18 novembre 1502.[908]

E' bisogna che io mi adiri con voi in omni modo, perchè voi mi scrivete per questa vostra de' 14, come se da me venissi lo havere differito ad mandarvi li danari et non da voi, che havete tanta fermeza che non vi basta una hora, ad stare in uno proposito.[909] Voi sapete ch'e' danari io li haveo dati a Lorenzo, et bisognommi poi, havendo voi mutato sententia, expectare Lorenzo che era in villa, ad poterveli mandare; et se io ho differito qualche poco, è stato per il desiderio havevo di contentarvi; et quando io vi offersi de' mia, che di nuovo lo raffermo, non haveo anchora ritracti de' vostri. Et basterà solo un cenno, quando ne vogliate, che io non sono come voi, che vi venga 40 mila cacasangui, che voi havete tanta paura di non havere ad spendere 20 soldi, poi vi richiesi per compare, che io non vi potevo scrivere peggio, che si disdirebbe a me, havendo havuto per maestro uno che era principe delli avari: andate ad recere. Et il voler hora così ad punto intendere della mancia, mi chiarisce più che doverresti a simili cose minime non pensare. Sichè voi la havesti col malanno che Dio vi dia; che io non ho procurato per voi, qui in questa vostra absentia, li casi vostri, come facesti voi nella mia; et il provveditore non è in Firenze, ma a Arezo. Et se voi non volete vi scriviamo più la festa dei Magi, scriverrenvi quella dell'asino, et fareno in modo che vi contenteremo....[910]

Di Dieci non si ragiona per anchora, et di omni altra cosa vi ho scripto adbastanza.

Lionardo Guidotti riscosse quelli dua ducati dello accatto, et halli messi ad vostro conto, come mi ordinaste. Se altro vi accade, semate. Le vostre si dettono.

Florentie, die XVIII novembris MDII.

Frater BLASIUS.

Nicolao Malclavello, suo honorando. Imole.

15 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 21 dicembre 1502.[911]

Io vi vorrei scrivere uno guazabuglio di cose, che se io lo facessi vi farei spiritare; però me la passerò di leggieri, et Totto vi raguaglierà della opera che io ho facto col Gonfaloniere, che voi siate provisto; et se l'à havuto buono fine, il provedimento ve lo dimonstra, et della licentia, voi vedrete per la alligata quello vi scriva lo Ill.mo Gonfaloniere nostro.[912] Bastavi che per le cose vostre ho havuto una buona fortuna, non so come io havessi facto nelle mia; ma io dubito che la mancia vostra non vadi ad sacco, perchè qui si grida tra questi cancellieri che voi siate una cheppia, et non facesti mai loro una gentilezza. Et io che desidero purgare omni infamia che vi venissi a dosso, la riempierò loro alle spese et barba vostra; et andate ad recere, se voi non ve ne contentate, che così ha ad ire....

Dalla Corte non c'è anchora lettere, cioè da Monsignore, da una breve letteruza infuora, da Lione; ma bene c'è hoggi lettere inpru....[913] dalla Corte proprio, et danno nuove dello adrivare suo là, et dicono esserli stato facto honore grandissimo, et visto tanto volentieri quanto huomo che vi andassi mai: intenderete quello seguirà. Ma io vi expectavo in queste belle stanze ad fare buona cera, et per adventura avanti torniate, chi ambulerà qua et chi là. Dio ci aiuti. Io governo in buona parte questo officio al comando vostro, et così mi vo dignazando, et expectovi per Dio con grande desiderio, et non credo veder l'ora; et Madonna Marietta riniega Dio, et parli havere gittato via la carne sua et la roba insieme. Per vostra fè, ordinate che l'abbia le dotte sua come l'altre sua pari, altrimenti non ci si harà patientia.

De' mogliazi ci si sono facti di nuovo, vi ho scripto abbastanza, et il vostro Albertaccio Corsini è delli Octo nuovi.

Io sono successo nel luogo vostro, quando questi Dieci fanno certe cenuze, et ser Antonio sta intozato,[914] tal sia di lui....

Florentie, die XXI decembris MDII.

Frater BLASIUS.

16 Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 9 gennaio 1503.[915]

Niccolò. Io non so quale sia stato maggiore o il carico che havate del non ci adrivare vostre lettere, o il contento che dipoi si è havuto, visto per queste vostre che siate vivo; perchè qui non se ne stava sanza sospecto, veduto che da otto dì che era seguito il caso,[916] non ci era vostre lettere, et pure da omni banda et da omni altri ci piovevano li advisi. Adrivò hieri la vostra dell'ultimo di dicembre, scripta in sulla presura di coloro, la quale fu data in quello di Urbino a uno viandante, et quello che voi spacciasti fu svaligiato, et qui non comparse mai. Et la lettera capitò al Borgo, ad Giovanni Ridolphi, il quale per tucte sua lettere si rimecteva de' particulari a voi, et visto quella breve lettera, si immaginò quello che in facto era, cioè che da voi non si era mancato di diligentia, scrivendo queste formali parole: che s'è portato amorevolmente verso di voi. Le altre vostre del primo et de' dua sono adrivate hoggi, che siamo a dì 9, et così habbiamo havuto cattiva fortuna in questi advisi di questa cosa, benchè di assai luoghi sempre habbiamo havuti li particulari, et assai veri. Doverrete hora poterle mandare più facilmente, avendo più luoghi de' nostri vicini dove fare scala, et non se ne perdere più, che da quella dell'ultimo dì infuora, et queste dua, non ci è capitata altre lettere. Subito che adrivò hieri quella prima, mandai uno correndo alla Marietta, ad ciò non stéssi più sospesa; et hoggi sono stato col signore Domenico Stradi, che fa lo officio del depositario, et hammi promesso di rimborsarmi de li 5 ducati, li quali manderò subito alla Marietta vostra.

Hovi scripto più volte ad questi dì, et datovi molti advisi, et così molte chiachiere. Harò caro intendere se le havete havute. Bene valete.

Florentie, die VIIII ianuarii MDII.[917]

Frater BLASIUS.

Nicolao Maclavello, suo plurimum honorando.

DOCUMENTO XX.[918]

(Pag. 430)

Lettera dei Dieci al Commissario di Borgo a S. Sepolcro.

Petro Ardinghello Commissar. Burgi. Die xiiij maij 1503. — Noi haviamo questo dì ricevute tre tua, l'una di hieri et l'altre d'avanti hieri; et commendiamoti della diligentia che usi et hai usata in intendere et advisarci. Et perchè tu desideri sapere prima quello che delle genti venute ad Perugia noi ne intendiamo, et dipoi quanto noi confidiamo nella natura et fortuna di quello Duca, ti rispondiamo, che da Roma di coteste genti nè dell'altre non se ne è mai inteso nulla; et se ci havessimo ad rapportare ad quelle lettere, ad Perugia non sarebbe un cavallo; nè ce ne maravigliamo come fai tu, perchè le vengono di verso Roma et non da Roma, sendo sute alloggiate 30 o 40 miglia discosto; et movendosi ad nutum Principis, et ad hora che lo Oratore nostro non ne può havere notitia, non ce ne ha possuto advisare. Pertanto conviene rapportarcene ad te, del quale crediamo li advisi essere fedeli ed ben fondati; nè possiamo di coteste cose fare altro iuditio che si possa chi è costì, nè dartene altro adviso.

Et se noi habbiamo da pensare alla natura et fortuna di quello Signore, non crediamo che la meriti disputa, perchè tucti gli andamenti et cenni suoi meritono di essere considerati et advertiti da chi è discosto, non che da noi ad chi lui è addosso. Nè manchiamo di pensare che quelle genti conviene sieno venute là, o per venire alle stantie, o per assicurarsi di quella città, o per assaltarci per divertire el guasto, o per darci tali sospecti che noi o non diamo el guasto a' Pisani, per paura di essere divertiti, o, dandosi, non si dia gagliardamente, come si farebbe quando fussimo liberi da ogni sospecto. Le prime dua cagioni ci dànno piccola brigha, la terza pensiamo che el Duca ne habbi voglia grande et che la desideri, quando e' non habbi ad havere altro rispecto che 'l nostro. Et perchè noi non veggiamo però che sieno cessati tucti e' rispecti, ne stiamo alquanto sollevati con lo animo, perchè nè lui nè el Papa sono sì pochi obbligati ad el Re, nè el Re ha tanti impedimenti, che loro non li debbino havere, non vogliamo dire reverentia, ma respecti grandi, o che lui facciendo loro qualche temerità non li possa correggere. Et benchè noi conosciamo quello Duca volonteroso, giovane et pieno di confidentia; tamen non lo giudichiamo al tucto temerario, et che sia per entrare in una impresa che facci alla fine ruinarlo, come delli altri che infino ad qui vi sono entrati. Noi siamo però obstinati in questa opinione, anzi crediamo che facilmente ci potremo ingannare, et per questo si pensa ad non lasciare cotesto paese al tucto abbandonato di forze. Diciamoti bene questo, che se si ha da dubitare di assalto manifesto ad 12 soldi per lira, e' se ne ha da dubitare ad 18 soldi di furto, et acciò che lui sotto qualche colore potessi nascondersi, come sarebbe di fare rebellare una di coteste terre, et possere excusarsene. Et perchè ad questo si ha ad pensare più noi, più te lo haviamo sempre ricordato, et di nuovo te lo ricordiamo, che ti guardi dagl'inganni, et di non essere giunto incauto in modo, o che di nocte non ti truovi e' nemici in corpo, o di dì non sia ad tempo ad serrare le porte.

Nè possiamo dirti altro in questa materia, nè dartene altri advisi, perchè quanto ti si discorre et scrivetisi, ti si dice in su li advisi tuoi; et quando quelle genti vi fussino venute per quella quarta cagione di farci risolvere la presa o ire freddamente, siamo disposti che ci facci male la forza et non la opinione. Nè voliamo desistere, nè allentare un punto da lo incepto nostro; perchè ci conforta ad questo el malo essere dei Pisani, el desiderio di toccarne fondo, la causa iusta et li conforti della Maestà del Re, el quale non vorrà che le cose cominciate sotto gli auspitii suoi habbino altro fine che honorevole....

DOCUMENTO XXI.[919]

(Pag. 431)

Lettera dei Dieci ai Commissarî nel Campo presso Pisa.

Commissariis in Castris. Die 27 maij 1503. — Questo giorno occorre fare risposta alla vostra di hiarsera, data ad 2-1/2 di notte, per la quale restiamo advisati della cagione perchè hieri non passasti Arno, et come hoggi disegnavate ad ogni modo passarlo, et noi crediamo lo habbiate facto. Et quanto a' fanti da pagarsi di nuovo, vi si mandorno hieri e' danari, et con lo adviso come havessi ad soldare et pagarli, et così come e' danari dovettono arrivare hiarsera di buona hora, così questa sera debbono essere arrivati Lazzero di Scaramuccia et il Guicciardino, perchè così ci promissono. Et perchè voi ci dite circha el capo da darsi ad quelli cento fanti da farsi costì, non vi parere ad proposito Bernardo di messere Criacho, rispecto alla emulatione, ci conformiamo facilmente nell'opinione vostra; et se per la nostra vi se ne scripse, fu più per ricordo che perchè ne fussimo al tucto resoluti; et però ve ne governerete come vi parrà, et noi tucto approvreremo.

El discorso che voi ci fate del passare in val di Serchio, et la prontepza dello animo vostro, non ci potrebbe più satisfare, il che tanto più vi si adcrescerà, quanto voi vi vedrete provisti di quella forza più per li fanti 200 nuovamente ordinati. Nè vi potremo più confortare ad procedere animosamente et tirare la 'mpresa avanti; perchè veggiamo el tempo fuggirsi fra le mani, et essere in preiuditio nostro et in favore de' nemici, e' quali si vede che non pensono ad altro, se non come e' possessino temporeggiarci. Voliamo nondimancho ricordarvi più per el debito dello ofitio nostro, che per credere che bisogni farlo, che noi equalmente desideriamo et stimiamo la salute di cotesto exercito quanto il danno dell'inimici, et però vi confortiamo ad adoperare in questa parte animo, et in quella prudentia, et ad pensare bene ogni accidente che potessi nascere, non perchè vi facci stòrre dalla impresa, nè dal procedere avanti; ma per farvi entrare ne' periculi con maggiore securtà et più cautamente. Le cose che noi vi havemo ad ricordare in questa parte sarebbono molte; ma non ci pare da dirle per giudicarlo superfluo, sapiendo voi el paese come egli è facto, le fiumare come le stanno, quello possete temere da Pisa per la disperatione loro, quello da Lucha per la invidia et odio naturale di ogni nostro bene. Et havendo innanzi ad gli ochi tucte queste cose, potrete facilmente pensare ad li rimedii, e' quali noi giudichiamo facili, stando voi ordinati sempre, et ciascuno sotto le bandiere sua, non permettendo ad alchuno che esca dell'ordine, o per cupidità di preda, o per altra insolentia che suole disordinare e' campi, et fare spesso ruine grandissime: di che stiamo di buona voglia per conoscere e' capi, et sapere che tenete bene el segno nostro, et vi fate obbidire.

Noi, perchè la desperatione de' Pisani non ci offenda, haviamo provedute quelle tante forze havete con voi; ma perchè l'odio de' Luchesi non vi nuoca oltre alle forze vi trovate, come più dì fa vi si dètte notitia, si mandò Andrea Adimari in montagna di Pistoia, Lº. Spinelli in Val di Nievole, et prima si era mandato Girolamo de' Pilli in Lunigiana, con ordine tenessi parati tucti gli huomini delle loro provincie et in su quella frontiera di Lucha, per assaltare e' Luchesi da quella banda, quando e' movessino contro a di voi in su la factione del Val di Serchio. Commissesi loro s'intendessino con voi, et colli cenni, ordini et consigli vostri si governassino. Non si sono dipoi altrimenti sollecitati, per volerli lasciare disporre ad voi, e' quali scriverrete quanto sia necessario, componendovi con quelli del modo, acciò che altri stia a' termini, et che disordine non segua sanza bisogno.

Et perchè voi ci dite, che non potendo condurre con voi in una volta tante vectovaglie in Val di Serchio, che voi potessi fare quella factione, et che, bisognandovi ritornare per esse, è bene pensare di farne una canova o ad Bientina o ad Monte Carlo, vi si risponde che questa cura ha ad essere vostra, et di quello di voi che ha ad rimanere ad Cascina, dove è bene rimanghi tu, Pierfrancesco, ad ogni modo, perchè una volta havete la Comunità obbligata ad portare el pane, havete costì la farina, havete e' ministri che ne hanno carico, a' quali potrete ordinare dove le habbino ad volgere et ad farne canova, per rinfrescarne lo exercito, anchora che ad noi paressi che fussi più ad proposito fare capo con quelle a Bientina che ad Monte Carlo, per potervi servire del lago, et condurvele co' navicelli incontro.

Noi crediamo che vi sia venuto in consideratione in questa passata d'Arno, ch'e' Pisani non possono havere altro expediente ad molestarvi, che assaltare Cascina o qualchuno di cotesti luoghi nostri; et siamo certi, havendovi pensato, vi harete anchora proveduto. Et noi, stimando questa cosa, disegnavamo mandare ad Cascina gli huomini d'arme di Luca Savello, e' quali questa sera in parte debbono essere comparsi ad Poggibonzi. Ma non volendo noi etiam abbandonare in tucto le cose di sopra, per esservi pure qualche cavallo del Duca, c'è parso fermarle ad Poggibonzi, per potercene servire ad un tracto, et ad Cascina et di sopra. Haviamovi voluto scrivere la verità, et voi darete nome che decte genti habbino ad venire subito costì ad Cascina, per tenere e' nemici addreto, et valervi di questa reputatione....

DOCUMENTO XXII.[920]

(Pag. 431)

Lettera dei Dieci ai Commissarî nel Campo presso Pisa.

Commissariis in Castris. Die 14 iunii 1503. — La vostra lettera data questa nocte ad 7 hore, ci dètte et piacere et speranza grande di quello che è poi seguìto, come per l'altra vostra data ad 9 intendiamo, cioè Vico et la forteza essere venuta nelle mani nostre, la quale nuova è stata da tucta questa Città ricevuta con allegreza grande, et ciascuno insieme con epso noi ne ringratia sommamente lo Omnipotente Iddio, et ne exalta et lauda con infinita laude la virtù del signore balì et del signore messer Hercole, et di cotesti altri signori et conductieri nostri, et ne commenda la vostra diligentia et amore verso la patria sua. Et ciascuno crede che questo principio buono et felice ci habbia ad partorire presto fructo più desiderato da noi, et di che ne habbi ad seguire maggiore honore et utile ad cotesto nostro exercito. Et perchè noi conosciamo quanta sia la prudentia di cotesti capitani, et così quale sia la diligentia vostra, et come voi conosciate che la fortuna buona si fa optima collo andare avanti et usare bene l'occasione, nè lasciare freddare la caldeza del vincitore, nè respirare ad chi perde, pensiamo che subito voi harete di già pensato di andare avanti et levarvi dinanzi alli occhi la Verrucola, la quale ci è stata sempre una continua molestia et uno impedimento ad cotesti nostri luoghi all'intorno, et adiuto non piccolo alli inimici. Et tanto più crediamo vi sarete vòlti ad expugnarla, et noi tanto più desideriamo lo facciate, quanto per altri tempi et da chi è capo di coteste genti è stata giudicata tale impresa non molto difficile. Desideriamo adunque che voi la facciate subito et sanza perdere una hora di tempo, perchè non perderemo tempo anchora noi in dare la pagha ad cotesti soldati nel tempo debito. Et quando pure in questa impresa voi vedessi qualche difficultà, la quale non crediamo, ce ne darete subito risposta, significandoci lo animo vostro et opinione di cotesti signori capitani, perchè, come vi si è detto, el desiderio et voglia nostra è che non si perda una hora di tempo; et ci adviserete quando tale impresa non paressi da farsi, quello vi occorra, et così quello che fussi da fare poi, faccendo la 'mpresa della Verrucola, et havendola expugnata. Vale.

DOCUMENTO XXIII.[921]

(Pag. 436)

Lettera in cui Beltrando Costabili, ambasciatore ferrarese in Roma, al Duca di Ferrara, narra la morte di Troccio. — 11 giugno 1503.

Mercuri de nocte passata fu tagliato la testa a Iacobo de Sancta Croce, et la mattina seguente se ritrovò el corpo cum la testa tagliata in Ponte, et lì stette tutto el dì; poi alla sera accompagnato da multi homini et done romane, fu portato a la casa sua, et poi sepulto.

La zobia de matina[922] fu menato Trochia; et secondo intendo, essendo giunto in Ostia la notte, li andò don Michele (capo delle navi pontificie),[923] il quale lo fesce descendere da nave in terra, et dètte voce che 'l se fusse gitato in mare. Poi lo condusse qui, et venendo in Transtevere, intrò nel barco apresso una torre rotunda de le mura, fece fare Papa Nicola, et lì lasciò dicto Trochia guardato da alcuni alabarderi, et lui andò a la Santità del Papa et a la Excelentia del signor Duca; et poi ritornò, dopo spacio de due hore, et fece partire tutti quelli lo haveva lasciato a la guardia de Trochia, restando lui cum due altri soli. Et secondo intendo, el Duca poi li andò, et parlò cum Trochia per un poco; poi, mettendosse Sua Excelentia in loco dove la poteva vedere et non essere vista, Trochia fu strangolato per mano di don Michele. La matina seguente fu dipensata tutta la roba sua, la quale insino a quella hora non era stata mossa, ma solo inventariata, et la famiglia fu licentiata. Et secondo intendo, la Santità de Nostro Signore, havendo longamente parlato de esso Trochia in camera, affirmò che lo era morto, se ben la monstrò che 'l se fusse gitato in mare ad Ostia ed annegato, et poi che 'l corpo fusse stato trovato et portato qui. Et dopoi intendo, che Sua Santità ha pur dicto al cardinal Sancto Severino la cosa come la sta, dicendoli che 'l Duca lo ha facto amaciare a quella torre che è nel barcho, et che Sua Santità non se ne è impaciata.

De li beneficii de dicto Trochia intendo chel migliore ha havuto el cardinale de Trani, uno altro ne ha havuto el cardinale de Euna, et uno altro è in Viterbio ha havuto el cardinale Farnese.

Del fallo suo, altro non se intende se non che Nostro Signore ha havuto a dire più volte, che 'l se ne era fugito perchè el voleva essere cardinale. Dopoi intendo che, havendo veduto Trochia la lista de li cardinali se haveano a creare, el se dolse cum la Santità del Papa, per non li essere lui descripto. Et dicendo Sua Beatitudine che 'l signore Duca havea facto la scripta, intendo che 'l se dolsse poi anche più cum Sua Santità del signore Duca; et che la Santità Sua li dixe che l'hera uno pacio a dire cussì, et che se 'l signore Duca intendesse quello che 'l diceva, lo farìa morire: et per le parole de Sua Beatitudine pare che, impaurito, la matina el se ne fugisse. El che tutto per mio debito significo a Vostra Illustrissima Signoria; et a la sua bona gratia de continuo me ricomando

De V. Ill.ma S.

Rome, xj iunii 1503.

Servo BELTRANDO DE COSTABILI.

DOCUMENTO XXIV.

(Pag. 449)

Lettera dei Dieci al Commissario in Castrocaro. 5 ottobre 1503.[924]

Amerigo Antinori, Capitaneo et Commissario Castricarii. Die quinta octobris. — Questa mattina si è ricevuto la tua di hieri, et con piacere habbiamo inteso la venuta costì del signor Antonio degli Ordelaffi, che veramente la liberalità sua dello essersi rimesso nelle mani nostre et lo honore che gli ha facto ad questa Repubblica ci ha in modo satisfacto, che quando e' non ci havessi ad muovere altro rispecto ad piacerli, ci ha ad muovere questo. Et perchè e' si hanno in questa materia ad praticare più cose, che hanno necessario della presentia sua qui, e conviene, ad volerne deliberare bene, parlarli ad boca, voliamo gli facci intendere per parte nostra, che, quanto prima e' può, ne venga alla volta nostra. Et t'ingegnerai che parta subito, perchè lo attendiamo acciò non si habbi ad perdere tempo, quando o la occasione o altra cosa si mostrassi favorevole ad li disegni di Sua Signoria et nostri; et ce li offerirai.

Post Scripta. — L'allegata ti si scrive, acciò la possa leggiere et comunicare al signor Giovannantonio, et appresso fare opera come in quella si contiene, che detto Signore ne venga qui; et perchè noi pensiamo che lui habbi bisognio di qualche danaio per potersi levare, voliamo che, ricercandotene lui o bisognandogli, lo serva al più di 25 ducati d'oro, et noi ci obblighiamo ad rimborsartene al primo tuo adviso. Et in summa lo ofitio tuo debbe essere circa al decto Signore, di fare con ogni dextreza che subito ne vengha ad questa volta. Ulterius, noi pensiamo che questa venuta costà di decto signor Antonio habbi dall'un canto dato buona speranza ad quelli di Furlì, che desideravono e' ritornassi per le mani nostre, et fàccilli stare sollevati; et è ragionevole che ti mandino ad fare intendere qualche cosa di loro animo. Dall'altra parte crediamo che 'l maiordomo et altri huomini, ofitiali et partigiani del Duca Valentino, e' quali per ordine nostro da Giovambaptista Ridolfi sono stati intractenuti infino ad qui et favoriti, insospectischino al presente di noi, et dubitino che noi non voliamo perturbare lo Stato di Furlì, et disfavorire el loro Signore con questo signore Antonio, et che quello che noi vedevamo di non potere fare con Madonna[925] et li figliuoli, per le conditioni loro, noi lo vogliamo fare con cotestui. Et essendo certi che le cose di quella terra saranno in tali dispareri, et non ci venendo per ancora ad proposito farci inimici di alcuna delle parti, voliamo, in quanto fare si può, che le s'intractenghino tutte addua, in questo modo: che ad li huomini ed ministri del Duca facci intendere, quando gli vedessi ne' sospecti predecti, che decto signor Antonio si è facto venire di qua solum ad benefitio del Duca loro, per levare ad li Vinitiani questa via di perturbare quella città di Forli, et per chiudere loro quella porta che solo pareva fussi loro aperta; et con questa iustificatione li intracterrai. Et per adverso, a' Furlivesi che favorissino el signore Antonio predecto, et che ti facessino intendere alcuna pratica, mostrerai come noi lo haviamo facto venire qui in Firenze per pratichare, ordinare et disporre seco quanto sia da fare, et che non si mancherà di cosa alcuna. Et così da ogni parte verrai bilanciando la cosa, acciò noi ci guadagnamo tempo, el quale stimiamo assai in questo maneggio; ma bisogna haverci buona prudentia et dextreza, et governarlo secretamente et in modo colorirlo, che nessuna delle parti si advegha di essere o adgirata o tenuta in pratica. Et sappiamo che non ci mancherai dentro, et sopr'ad tucto ci scriverrai spesso quanto harai o inteso o operato in questa materia.

Ricorderenti solo questo, che di tucte quelle cose che aspectono tempo, te ne rimetta ad scrivercene et pigliarne ordine et parere da noi.

DOCUMENTO XXV. (Pag. 456)

Due lettere del Buonaccorsi al Machiavelli in Roma. 15 e 17 novembre 1503.

1[926]

Niccolò. Elli è comparsa questa mattina la resposta vostra alla nostra delli 8, spacciata ad posta per le cose di Romagna, dove voi discorrete coteste cose lungamente, et maxime di quello si possa sperare costà, che in facto saranno provisioni a fare poco fructo. Et qui si è facto tutto il possibile, et pare a ogniuno che qui la Città, oltre allo interesse suo, habbi ancora operato in beneficio di cotesta Santa Sede, tanto da haverne qualche grado. Et presto si vedrà che Vinitiani non fanno questo per odio del Duca, ma per loro sfrenata cupidità et ambitione, etc.

Io non voglio mancare di farvi intendere in privato anchora, benchè per la nostra di hieri[927] lo harete possuto vedere, che «qui è tanto in odio cotesto nome solo del Duca, che ogni volta che gli è ricordato in una lettera, non pare che vi possi essere cosa più accetta.[928] Et vogliovi dare questo segnio di questa cosa: che, proponendosi ieri per via di parere ne li Ottanta et buon numero di cittadini, se si haveva ad dare il salvacondotto o non, quelli che non volevano furono circa novanta, et quelli del sì circa venti. Et qui» è ferma oppinione che «il Papa voglia levarselo presto dinanzi, et ad questo fine dica di mandarlo in Romagnia, et non per altro; et voi ne lo universale ne siate uccellato,» scrivendo «di lui gagliardo. Nè è chi manchi di credere che voi ancora vogliate cercare di qualche mancia, che non è per riuscirvi,» perchè qui non bisogna «ragionarne,» ma sì bene di qualche cosa che «gli avessi ad nuocere.»[929] Hovi voluto fare intendere questo ad vostra informatione.

Il vostro figliuolo et la Marietta sta bene, et così tutti li altri vostri, et qua vi desiderano. Pregovi che, venendovi alle mani una plasma, ma vorrei fussi piccola, la togliate ad mia instantia, et io rimborserò chi ordinerete. Io non vi scrivo questo, perchè creda ne habbiate ad usare una minima diligentia; ma perchè io non sono chiaro anchora ad facto di voi, et sono un pazo.

Florentiæ, die 15 novembris 1503.

Noi operreno che quello tallo[930] sia di qualità da haverne honore, non dubitate; ma pare uno corbachino, si è nero.

N[icolao] Maclavello, Secretario flo[renti]no, Romae, suo honorando.

2[931]

Questa mattina ho ricevuto la vostra delli XI, col postscripto de' XIII, che dovesti ricordarvi di me ad punto quando andavate al cesso, poichè voi la trovasti tra li scartafacci, cercando di qualcosa per uno paragone. A l'usato, et basti.

Voi doverresti esser chiaro che nelle cose che vi importano, io non le ho altrimenti mai havute ad quore che le mie proprie. Et però, se vi scripsi del fanciulo mastio, vi scripsi la verità; et di più vi dico che la Marietta l'à dato ad balia qui in Firenze; et lui et lei sta bene, gratia di Dio. Vero è che la vive con grandissima passione di questa vostra absentia; nè vi è rimedio. Et quando la Lessandra potrà andarvi, non ne mancherà, che pure domenica vi fu. Et lei et io pensiamo sempre ad farvi piacere. Così pensassi voi ad me.

Io vi scripsi ultimamente, non mi ricordo già del dì, tutto quello mi occorreva, che vi fu qualcosa da haverlo caro. Se voi harete facto all'usato, non lo harete letto. Vostro danno. Nè io vi scrivo con altro animo. Dal canto mio non si mancherà mai del debito, benchè alle volte mi adiri, et ad ragione.

Piacerami habbiate aggiunto alla lettera mia al Cardinale[932] quello dite, di che ne dubito. Non dubito già della ricevuta, perchè ne ho da lui risposta. Voi sapete il desiderio mio; et buscando per voi, ricordatevi che io sono qui in tanta fatica et servitù quanto posso, con quello emolumento vi è noto.

Li ambasciatori per costì s'apprestano, et hanno il tempo assignato tutto dì 25 di questo. Et Niccolò Valori anchora presto ne andrà in Francia.

Erami scordato respondere alla domanda vostra delli altri compari,[933] che furono messer Batista Machiavelli, messer Marcello, Lodovico, il capitano Domenico et Io, di bella brigata: et demovi tutti grossi nuovi. Bene valete.

Florentiae, die xvii novembris MDiii.

Uti frater BL.

N[icolao] Maclavello, Secretario F[lore]ntino, Romae, suo honorando. Romae.

DOCUMENTO XXVI.

(Pag. 463)

Lettera di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli. 4 dicembre 1503_.[934]

Compare honorando. Questa mattina ho ricevuto dua vostre de' 29 et 30, et mi maraviglio non habbiate ricevuto mie lettere da' 21 in qua, che pure vi ho scripto dua o tre volte, et ultimamente per le mani di Bolognino, quale venne in costà con danari del Re; la quale mi sarà caro intendere habbiate ricevuto, perchè per vostro amore ne desidero risposta, ad ciò si mitigassi il signor Agnolo Tucci, il quale, come per quella harete visto, era alterato gravissimamente contro di voi, per non li havere mai resposto, che dice havervene facto scrivere dal Gonfaloniere et da quanti Cancellieri è in questo Palazo. Scripsivi qualcuna delle parole che, in presentia di tutti Signori, haveva usato contro di voi, che invero «furono di mala natura;» et tutti gli altri Signori «stettano ad udire, che chi per una passione et chi per un'altra, non si hebbono per male. Et alla tornata vostra vi raguaglierò di cose che non le iudico da scrivere. Bastivi che ci è di maligni cervelli, et a chi dispiace scriviate bene di Volterra, et a chi un'altra cosa; et così altri con poco suo grado si affatica, et con mettervi del suo.»

Se voi fusti stato presente alla resposta, haresti iudicato vi amo più che me medesimo. Non mi sforzerò già di persuadervelo altrimenti, perchè un dì harete tanti riscontri di questo che lo crederrete, et forse userete verso di me altri termini non havete facto fino qui. Et dove io possa farvi honore, o di parole o di facti, sanza respecto la do per il mezo. Nè sono per mutarmi mai di questo animo, anchorachè poco vi possa fare. Chi vi scrive che troviate altro exercitio non vi vuole bene, perchè io non veggo altro pericolo ne' casi nostri che il consueto. Il Vespuccio una volta ha carpito il tordo, che buon pro li facci, et anche a noi altri se ci riuscirà. Credo habbiate speso assai, et spendiate anchora: non so già come qui habbiate ad esserne satisfacto. Una volta li ambasciatori verranno, fra 4 o 5 dì, et voi harete subito licentia. Et io non so per anchora niente di venire,[935] nè qui si pensa a questo. Verranno honorevolissimamente ad ordine, et maxime il Girolamo et Matheo Strozzi, che si fanno vesti et altre cose sumptuosissime; et credo hareno honore....

«Intendo che il Gonfaloniere pensa mandarvi con Roano verso Alamagnia, per essere là a questo loro Parlamento.» Se fa per voi, bene quidem; se no, ordinate li defensivi. «Ma questo sia secreto, chè mi faresti danno assai.»

La Marietta non ha possuto fin qui scrivere, per essere in parto; credo lo farà per lo advenire. Et pure hieri vi andò la Lessandra, et per Dio non è possibile farla acquiescere che stia in pace.

Duolmi delli affanni vostri, et a Lodovico Morelli farò l'ambasciata. Sarà in una poliza in questa, quello desideri[936] per il fratello, quello de' Tucci; et dice che, spendendo, vi rimborserà. Pregovi ne riscriviate una sola parola. Bene valete.

Florentiae, die 4 decembris MDiij.

Frater BL.

Nicolò vostro dice non vi scrive per non vi dare noia, che ha raguagliato Totto vostro; et li casi sua non vi ricorda.

Nicolao Maclavello, mandatario [et] Secretario fiorentino, tanquam fratri honorando. Romae.

DOCUMENTO XXVII.

(Pag. 469)

Lettera dei Dieci ad Antonio Giacomini. 20 agosto 1504_.[937]

Antonio Jacomino. Die xx augusti 1504. — Hiarsera ti si scripse della deliberatione facta da noi circha el voltare Arno alla Torre ad Fagiano, et come noi volevamo fare questa factione subito dopo el guasto, et che per questo egli era necessario che tu pensassi dove, dato el guasto, stéssi bene el campo, per rendere securo chi lavorerà ad tale opera. Di nuovo ti replichiamo per questa el medesimo, perchè tale deliberatione è ferma, et voliamo ad ogni modo che la si metta innanzi; et però bisognia che oltre allo aiutare tale cosa collo effecto, la si aiuti etiam colla demostratione. Questo ti si dice, perchè se fussi costì alcuno condottiero ad chi non paressi, voliamo tu li possa fare intendere quale sia lo animo nostro, et che noi voliamo unitamente et con le parole et co' fatti la sia favorita.

Et perchè noi non voliamo che si perda punto di tempo, domattina manderemo costà Giuliano Lapi e Colombino, ad ciò sieno teco, et, mostroti el disegnio, possiate ordinare quanto sia necessario. Et acciò intenda qualche particolare, e' si è ragionato che bisognino dumila opere il dì, et che gli habbino le vanghe et zappe; voliamo pagare questi huomini ad dieci soldi el dì per ciascuno. Bisogna adunque pensare se di cotesto paese all'intorno se ne può trarre tanti, perchè bisognia che siano buoni, pagandogli noi nel modo soprascripto. Et havendo ragunato così 1000 marraioli, secondo lo adviso di Francesco Serragli, potrai examinare fra loro quali sieno sufficienti all'opera soprascripta, et li farai fermare et provedere degli instrumenti loro; et el resto provedere in quel modo che ti occorrerà meglio. Et non ti bastando ad adempiere el numero questi luoghi convicini, te ne andrai ne' luoghi più propinqui; et quando non si potessi el primo dì cominciare la opera con dumila huomini, voliamo si cominci con quegli più si può, et così quanto prima si può, adempia el numero decto.

Ragionerai tucte queste cose con Giuliano Lapi, et ti varrai dell'opera sua per comandare ad quelle cose che in tale factione sono necessarie. Mena decto Giuliano seco tre o quattro huomini per valersene, et noi facciamo conto che tu ti vaglia, oltre ad quelli, di Pagolo da Parrano et altri simili, che fussino in cotesto campo buoni ad essere soldati, et ad indirizare una simile faccenda. Nè ti scrivereno altro in questa cosa, ma ci rimettereno ad quello che ad bocca ti discorrerà Giuliano Lapi. Et el disopra ti si è scripto, acciò che intenda avanti allo arrivare suo, e' meriti di questa cosa, vi volga l'animo, et ti prepari ad quella con ogni modo possibile.

Fara' ci scrivere appunto da chi ne ha la cura, quante marre, vanghe, pale, et libbre d'auti[938] si truovono costì in munitione, et di tucto ci darai adviso. Potrai cominciare ad fare comandare e' Comuni che venghino con quelli huomini ti parrà, et un dì, quale tu giudicherai che si possa, principiare l'opera; et farai che portino seco la metà vanghe, et l'altra metà meze pale et meze zappe.

DOCUMENTO XXVIII.

(Pag. 471)

Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. 28 settembre 1504.[939]

Tomaso Tosinghi, Commissario in Campo. Die 28 septembris 1504. — Questo dì si sono ricevute tre vostre lettere di hieri, le quali, perchè ci confermavano in quello medesimo che voi ci havevi scripto per la de' 26 dì, accrescendo le dubitationi et le difficultà circa el fornire coteste opere, deliberamo haverne consulta del Consiglio degli Ottanta, et di buon numero di cittadini, per vedere come havamo ad procedere. Et insumma, loro consigliono che per ogni respecto si debbe ire avanti et non abbandonare l'opera, anzi raddoppiare la buona diligentia, perchè l'abbi el fine si desidera, et non perdonare ad alcuna spesa, nè disagio; et lo hanno consigliato con tanta caldezza che non si potrebbe stimare. Pertanto è bene che si faccia in modo che nè per voi, nè per noi manchi, et se sturbo veruno habbi ad seguire, nasca dal tempo; perchè desideriamo, avendoci addolere di alcuna cosa, dolerci del tempo et non delli huomini. Et per non mancare dal canto nostro, questa sera manderemo danari per li operai, et così sollecitereno le altre cose che per noi si hanno ad sollecitare. Ma perchè e' danari et el tempo si spenda utilmente, ci pare che non si spenda ad nessuno modo danari in quelli operai che voi giudicate disutili, così di quelli che si truovono costì, come di quelli vi venissero per lo advenire. Et però potrete tali disutili licentiare, perchè voliamo piuttosto habbiate 500 huomini che sieno buoni, che 1000, et che ve ne sia 500 inutili.

Vorremo, oltre ad di questo, che si pensasse come infinite volte si è decto, che quando pure el tempo sforzassi ad levarsi, la opera restassi meglio et più perfecta che fussi possibile, il che ci parrebbe seguissi quando voi ordinassi in modo quello è facto, che tucto operassi qualche cosa. Et però vorremo che con sollecitudine si attendesse ad ridurre la pescaia in modo che la facessi qualche operatione, et che le piene la fermassino et facessino più forte, et così che si sboccassi ad ogni modo el secondo fosso. Et se non si potesse detto secondo fosso condurlo ad Arno tucto largo come e' fu cominciato, vi si conducessi con quella largheza si potessi, acciochè per qualche modo e' pigliassi le acque, et non havessi ad rimanere una buca in terra senza fructo. Parrebbeci anchora che voi facessi la sboccatura di quel fosso fornito, largo almeno cento braccia, ritirando la largheza in verso dove havessi ad essere la bocca del secondo fosso; et se voi non potessi fare questa tale sboccatura quadra, la farete smussata, facendo che el più largo fussi dalla parte del fosso fornito. Questa cosa ci parrebbe che déssi la via più facilmente all'acqua, che con maggiore empito entrassi nel fosso, et togliesse facilità a' Pisani di chiudere la sboccatura, sendo largha. Di nuovo vi si dice che noi desideriamo che l'opera si tirassi innanzi infino al fine, servendo el tempo. Ma perchè el tempo può guastarsi ad ogni hora, vorremo che si lavorasse in quello che facessi l'opera più utile, il che ci pare che sii il fermare la pescaia, sboccare quomodocunque el fosso secondo, et al fosso primo fare una sboccatura. Noi penseremo in questo mezo dove debbino andare cotesti huomini d'arme alle stanze, et te ne mandereno listra, acciochè, bisognando levarsi in un subito, tu sappi dove si habbino ad distribuire, et non segua disordine. Ma terrai questa cosa in te, acciochè, sappiendosi per il campo, e' non cominciassino a levarsi prima che tu non ordinassi o che non fussi el desiderio nostro. Et perchè tu ci scrivi che il sig. Marcantonio desiderrebbe essere alloggiato in Maremma, potrai nel discorso del parlare dirli, come tu credevi che si fussi pensato qui, per honore della sua persona, et per riputatione delle cose nostre costà, di alloggiare la persona sua et li cavalli leggieri in Cascina, et le genti sue d'armi ne' luoghi convicini et commodi.

Intendiamo oltre ad di questo quello tu scrivi delle castagne, le quali noi desiderreno tòrre ad li Pisani ad ogni modo; et però vorremo pensassi ad questa cosa, et ci scrivessi el modo come ti paressi da procedere, et se andandovi con una scorta grossa et con li huomini del paese ad ritorle, e' bastassi. Communicherai questa ad Giuliano Lapi.

DOCUMENTO XXIX.

(Pag. 471)

Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. 30 settembre 1504.[940]

Tomaso Tosinghi in Castris Commissario. Die xxx septembris 1504. — Hieri et avanti hieri et questa mattina ti si scripse particularmente quale fussi el nostro desiderio circa el procedere nelle cose di costà, et di nuovo brevemente ti replicheremo, come noi vogliamo si stia tanto in campagna et si seguiti cotesta opera, quanto el tempo ci serve, el quale, per essere questo dì bellissimo, ci dà speranza che, se non mancha da voi, cotesta impresa debbi havere el fine desideriamo. Et vi si ricorda particularmente el fortificare la pescaia, et ridurla in termine che la facci qualche fructo, et così che voi diate la perfectione ad quel secondo fosso, et lo riduciate in termine che pigli dell'acqua; et sopra ad ogni altra cosa, vi si ricorda fare l'abboccature de' fossi larghissime, in modo che fra l'uno et l'altro fosso presso ad Arno, almeno ad cento braccia, non rimanghi punto di grotta, anzi sia sgrottato ogni cosa, se non infino al piano de' fossi, almeno quanto più giù si può, acciò che venendo Arno grosso, et non trovando chi lo ritengha, e' rovini più facilmente verso quella parte donde se gli è cominciato ad dare la via. Noi ve lo replichiamo spesso perchè lo desideriamo, parendoci che, potendosi finire l'opera o non si potendo finire, questa sia una delle più utili cose et delle più necessarie che voi dobbiate fare. Non voliamo manchare farvi intendere come e' ci è venuto ad notitia, che in Barbericina et etiam da cotesta parte d'Arno donde è il campo, si truovono anchora ritte buona quantità di biade; di che ti diamo notitia, perchè vorremo che ad ogni modo le si togliessino o guastassino a' Pisani. Et se non si potessi nè guastare nè tòrre quelle di Barbericina, si guastassino almeno quelle che fussino da cotesta parte del fiume; però intenderai dove le sieno, et vedrai ad ogni modo di privarne e' nemici. Vale.

Sendosi dato per il Consiglio Grande della nostra Città, autorità amplissima a' nostri Excelsi Signori di potere per arbitrio loro perdonare et rendere e' beni ad qualunque Pisano, ti mandiamo, in questa, copia d'uno bando, per il quale si possi pubblicare tale loro autorità; el quale bando vorremo che tu mandassi ad quella hora ti paressi più comodo, in lato che chi fussi in sulle mura di Pisa lo potessi udire; et dipoi lo mandassi anchora in cotesto exercito nostro. Vale.

Per parte de' Magnifici et Excelsi Signori Priori di Libertà et Gonfalonieri di Iustitia del Popolo Fiorentino, si fa bandire et pubblicamente notificare, come egli è stato ad loro Excelse Signorie conceduta amplissima autorità et facultà dal Popolo et Consiglio Maggiore della città di Firenze, di potere concedere venia per arbitrio loro ad ciascuno di qualunque grado, stato o conditione si sia, el quale al presente habiti nella città di Pisa, et restituirli e' suoi beni, et adsolverlo da qualunque delitto, maleficio o oxcesso, per alcun tempo infino ad questo dì havessi commesso.

DOCUMENTO XXX.

(Pag. 471)

Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. 3 ottobre 1504.[941]

Tomaso Tosinghi, Commissario in Castris adversus Pisanos. 3 octobris 1504. — Per questa tua di hieri mattina, data ad levata di sole, siamo advisati di molti particulari del fosso facto, et dello ad farsi, et della pescaia, et così di tucta l'opera: commendiamoti del ragguaglio. Restaci hora solo un desiderio d'intendere quello habbi facto tanta acqua che voi ci scrivete havere preso et continuamente pigliare el fosso facto; perchè vorremo intendere bene dove l'approda, et quello che la fa, et quanto s'allargha, et che volta piglia, et se la è ancora condocta allo stagno. Intendiamo appresso con piacere grande che del secondo fosso sia fornito per tucta la sua lungheza, una largheza di 10 braccia, et come per tucto dì di hieri non vi doveva restare altro che 80 braccia di sboccatura, la quale voi disegnate largha 55 braccia; et benchè voi ci scriviate che con ogni studio et diligentia voi adtendiate ad decta sboccatura, nondimeno vi ricordereno quello ci occorre. Noi intendiamo quello che voi dite della difficultà che ha cotesta sboccatura ad cavarsi, rispetto alla strada et alla grotta dove è el terreno più fermo et più forte che in tucta la coda del fosso; intendiamo come fra sei dì credete haverla fornita, secondo el parlare di cotesti capi maestri, et come e' se ne potrebbono ingannare, etc.; et examinato con quante difficultà vi si conducono gli huomini, et con quanta, condocti vi sono, voi ve gli mantenete, stiamo con dispiacere in qualche parte di questa cosa; perchè, scorciandosi el tempo,[942] giudichiamo che bisognerà levare mano subito, veggiendo maxime la voglia di coteste genti d'arme, et quando el tempo non si scorciassi, la pagha delle fanterie ci è addosso. Pertanto noi vorremo che si attendessi con quella più diligentia è possibile alle sboccature, et però ci parrebbe che voi deputassi al lavorare in su la sboccatura del fosso secondo, et in su el fare più largha quella del primo, tucte quelle opere che vi si possono maneggiare; et se ve ne avanzassi, non levando mano dalla pescaia, nelle cose necessarie, ci parrebbe le mettessi a lavorare in allarghare più, secondo el primo disegno, la coda del secondo fosso; et potrete cominciarvi da capo, andando lavorando col benefitio del tempo et della fortuna, perchè si potrà ogni volta levar mano, et tucto quello che sarà facto, recherà utile all'opera, et quello che rimarrà ad farsi, non la disturberà.

Tale modo ci pare da tenere per le cagioni dette; et perchè voi ci ricordate vangatori et danari, vi diciamo che bisogna teniate ordine che non si fughino, perchè fare venire nuovi huomini da San Giovanni et Mugiello non sarebbeno a tempo, et tucti questi Vicarii credono che voi teniate quelli vi si sono mandati infino all'ultimo dell'opera, perchè altrimenti loro non li possono ogni dì mandare. Pertanto, se voi gli lasciate fuggire ad stiere, voi rimarrete in secho, et quanto a' danari, noi hiarsera l'altra si mandò ad Giuliano Lapi 200 ducati, et questa sera se ne manda dugento altri....

E' caporali di coteste genti sono stati qui, et in summa ci siamo resoluti con quelli, si stia costì tanto che la opera sia finita, servendo el tempo; habbiamo bene detto loro questo: che fra sei o otto dì crediamo che la harà hauto el suo debito. Et perchè Marcantonio Colonna ci fa intendere desiderare venire infino qui, siamo contenti gli dia licenza vengha la sua persona, con ordine di ritornare in costà subito. Vale.

DOCUMENTO XXXI.

(Pag. 478)

_Lettera dei Dieci a Giovan Paolo Baglioni. 9 dicembre 1504._[943]

Johanni Paulo de Balionibus. 9 decembris 1504. — Havendo noi inteso più volte da qualche giorno in qua, et da più luoghi da prestar loro fede, come Bartolomeo d'Alviano ingrossa in terra di Roma di gente, non vi habbiamo vòlto molto lo animo, giudicando che la non possessi essere cosa di molto momento, et non appartenente allo Stato nostro. Ma havendo inteso nuovamente el medesimo, et di più come e' Vitegli fanno el simile, et richiamano tucti li huomini d'arme, usi ad militare sotto e' padri loro, et rassettono insieme tucte le bandiere delle lor fanterie, et che sono uniti con decto Bartolomeo, et che gli hanno delli altri seguaci; ci è parso, anchora che per questo non ci sia cresciuto molta dubitatione, di darvi notitia di quanto per noi s'intende, non per altra cagione che per riscontrare con Vostra Magnificentia questi advisi, et di più intenderne l'opinione et el parere suo, et che iuditio ne facci; et se tali ristringimenti sono veri, ad che fine si faccino, et se altri che Vitelli et Alviano convengono con questi preparamenti, et qual fine sia el loro; perchè in su l'opinione di Vostra Magnificentia ci riposereno assai; la quale per essere più propinqua loro, et per molti altri respecti, ne harà potuto intendere el vero o coniecturarlo. Et ad questo effecto le mandiamo ad posta el presente nostro cavallaro, ad ciò habbi più occasione di responderci indreto.

Ulterius, ricercando questi tempi che si riveggha spesso le sua armi in viso, per satisfarsi nel riconoscerle, et per potersene servire, bisognando, desiderremo che quelli suoi huomini d'arme et cavalli leggieri che per loro commodità si ritruovono nel Perugino, ritornassino alle stanze loro, acciò che in sul dare questi nuovi danari o prima, li possiamo vedere in viso et rassegnarli. Nè altro, se non offerirci alla Signoria Vostra.

DOCUMENTO XXXII.

(Pag. 478)

Lettera dei Dieci al Capitano di Livorno. 10 gennaio 1504 (1505).[944]

Al Capitano di Livorno. Die x ianuarii 1504. — La Excellentia del Gonfaloniere nostro ci ha mostro una tua lettura che tu li scrivi, dandogli notitia delle cose di costà, et della buona et diligente guardia che per te si fa in cotesto luogo, il che ci è suto sommamente grato, perchè in vero non habbiamo al presente chosa che noi desideriamo più che cotesta. Et di tale tua diligentia ci fa assai buona testimonianza, lo esservi stato ropto la carcere, et tractone el prigione sanza che da te o da altri per tuo ordine sia suto sentito, et dipoi sanza essere visto se ne sia per le mura fuggito, in modo che ogni poco meno di diligentia che per te si fussi usata, posseva costì nasciere caso di maggiore importanza e per adventura inremediabile; perchè chi può uscir fuora per le mura senza esser visto, può etiam sanza esser visto entrar drento; et così chi sanza esser sentito può rompere una prigione, può etiam fare delle altre cose più pernitiose, le quali non hanno per adventura bisogno di tanto aiuto, et con mancho strepito si possono condurre. Pertanto noi non restereno mai satisfacti della tua diligentia, infino non intendiamo che tu l'habbi in modo raddoppiata, che costì non si possa muovere una foglia che la non si veggha o non si senta; et perchè noi speriamo che ad questa hora tu harai ritrovato chi è suto autore della roptura della carcere et della fuggita del prigione, voliamo ce ne dia subito notitia, scrivendoci chi furno et di quale compagnia sono et da quali cagioni mossi. Et quando tu non li havessi anchora ritrovati, userai diligentia in cercarli per poterci satisfare in darcene notitia.

Tu accenni, oltre ad di questo, nella preallegata lettera al Gonfaloniere nostro, come haresti da dire altre cose, oltre ad quelle scrivi che ragguardano alla salute di cotesta terra, et sono d'importantia grande; ma non lo fai per esser cose da riferire ad bocha. Donde e' ci pare che in questo caso tu non usi minor prudentia che ti habbi usata diligentia in quel primo; et veramente le cose d'importanza si debbono tener segrete, ma non tanto che per ignoranza di quelle non vi si possa provedere. Et però era bene considerare che tu parlavi di Livorno, et che bisognia parlar chiaro, et le cose d'importanza dirle, maxime scrivendo alla Excellentia del Gonfaloniere in particulare, del quale ragionevolmente doverresti confidarti. Et però se tu hai da dire alcuna cosa, dilla et scrivila larghamente, acciò che vi si possa fare provisione, et che noi non restiamo in aria per li advisi tuoi.

DOCUMENTO XXXIII.

(Pag. 486)

_Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi Commissario in Maremma. — 6 giugno 1505._[945]

Ad Pierantonio Carnesechi. Die 6 iunii, in Maremma. — Le ultime tue de' 3 et 4 del presente, per essere più copiose di advisi delle cose di Piombino, ci hanno dato alquanto più piacere, et più ci hanno satisfacto che le altre tua; perchè quanto alli advisi, come hiarsera ti si scripse, desideriamo essere tenuti un po' meglio raggualiati; dell'altre cose ne siamo sempre restati cumulatissimamente satisfacti. Habbiamo notato inter alia, in queste tue lettere, come tu ricordi che sarebbe bene, per fare venire in maggiore desperatione e' subditi di quello Signore, et per fare riconosciere lui de' suoi errori, prohibire alli suoi subditi che non potessino venire nel dominio nostro, nè godere el benefitio et commodo traggono delle mulina, come fanno continuamente; et havendo bene discorso et examinata questa cosa, laudiamo assai questo tuo motivo, et lo metteremo ad effecto, quando non credessimo che questo havessi ad essere un principio di zuffa. Et però, pensato ad tucto, voliamo che si tenti una terza cosa; et pare con questo pigliare occasione d'appiccare ragionamento, et intendere et scoprire in parte lo animo di quel Signore, et questo è che tu li scriva una lettera con quella prudentia che tu saprai; et li mostri maravigliarti assai della prohibitione che Sua Signoria ha facta, che non entrino subditi nostri nella sua terra; et che tanto più te ne maravigli, quanto tu non sai indovinare la cagione; et li dirai non havere voluto scrivercene, se prima non intenderai la causa da lui, perchè e' fa tale prohibitione, desiderando che più presto, con rimutare quel suo edicto, noi non lo havessimo hauto ad sapere, che, sappiendolo, noi fossimo forzati ad prohibire anchora noi e' paesi nostri a' subditi suoi. Et lo graverai ad volerci scrivere se si tiene offeso, o si truova in alcuno sospecto d'alcuno nostro, promettendoli essere parato ad iustificarlo con quella facilità che il vero si iustifica; et in questa sententia li scriverai con quella prudentia che ad te occorrerà, et della risposta ci manderai copia.

Quanto alla paga di cotesti conestaboli, qua non si pensa ad altro che alla expeditione d'epsa, et subito si manderà. Noi scriviamo l'alligata ad messere Criacho, per la quale l'imponiamo si transferischa in Cascina, dove voliamo stia per capo di quella guardia, et con la provisione sua ordinaria, et con cento provigionati: nè se li dà più compagnia, per non essere necessario accrescere quivi più guardia. Conforteralo ad risolversi et presto, secondo el voto nostro, monstrandoli che chi vuole bene da questa città, bisogna si lasci regolare et governare ad lei; et non voglia che lei sia regolata da lui; et che questa via è da ire insino in cielo, dove noi siamo per condurlo et presto: quando altrimenti, che sarà male consigliato. Vale.

DOCUMENTO XXXIV.

(Pag. 486)

Lettera dei Dieci al Governatore Ercole Bentivoglio. 28 giugno 1505.[946]

Ad messere Ercole Bentivoglio Governatore. Die 28 iunii 1505. — Quanto la S. V. discorre per questa sua de' 26, ci satisfa assai, parendoci che sia tucto bene considerato et ragionevole. Et perchè quella presuppone che questi fanti venuti ad Piombino sieno paghati da' Sanesi et da' Luchesi, et che vi sieno condocti con consentimento loro (e' quali giudichano più facilmente farci ritirare da la impresa di Pisa, et per conseguens tenerla più viva in questo modo, che se li havessin seguitato di pagare e' fanti et cavalli di Pisa, come feciono lo anno passato); et così questi fanti, secondo quello scrive la S. V., satisfanno al desiderio de' Luchesi et Sanesi, et a Consalvo assicurarsi che Pisa non ci verrà sotto, non voliamo manchare di farvi intendere quello che contro ad tale opinione s'intende. Riferisce alcuno che ha hauta qualche tempo la mente del Signore di Piombino, come sendo decto Signore, poichè li entrò in quello Stato, vixuto sempre con paura che noi o Pandolfo non ne lo priviamo, monstrò prima di confidarsi di Pandolfo più che di noi, presupponendo che lui havessi meno animo ad ingannarlo; et Pandolfo, che dubitava che noi non ce ne insignorissino, attese sempre ad crescerli e' sospecti in modo, che nè e' nostri buoni portamenti, nè la fede observata, nè e' benefitii li habbiamo facti, li hanno mai possuto trarre questa gelosia dal capo. Nè si è però tanto diffidato di noi che interamente si fidassi di Pandolfo, come di sopra si dice; onde vivendo in questa diffidenza, pensò ricorrere ad un terzo aiuto, et non lo trovando propinquo, si gittò ad intractenere Consalvo, con el quale dice costui essere chiaro che li ha contracto parentado, et che sarà presto per scoprirsi. Et di questa confidentia che el Signore ha hauto in Consalvo, ne allega, che tenne già praticha di assicurarsi per via del Papa, et come e' trovò luogho in Consalvo, lo lasciò. Dice questo tale havere sollecitato decto Signore[947] Consalvo al mandargli in casa questi fanti, per esserli cresciuto el sospecto di Pandolfo, rispecto allo havere alle spalle Bartolomeo d'Alviano, in campagna et sanza partito et sanza stato, del quale ha dubitato, che con consenso di Pandolfo, sotto colore di passare per ad Pisa, non se li gittassi in casa; et Consalvo ha mandati volentieri tali fanti, perchè li torna ad proposito haverli quivi, per tenerci indreto et sbigottirci da el fare la 'mpresa di Pisa; et che ad Consalvo non è importato molto el tenere questi fanti più ad Piombino che nel Regno, havendoli ad paghare in ogni modo; ma piuttosto ci guadagna per discaricarsene, faciendoli pasciere in sul paese d'altri.

Et così giudicha costui che, sendo venuti decti fanti sanza participatione de' Sanesi et Luchesi, che non sieno per havere altra coda, nè possino fare altra factione, nè che sia da temerli, se non per quanto possono per il numero sono. Nondimancho la conclusione vera è, che questi 800 fanti sono là in vicinanza nostra, et che bisogna pensare che possino havere coda et possino non la havere, et fare in ogni opinione quelle provisioni si può, delle quali non siamo per manchare. Et ad Volterra et ad Campiglia et ad Pescia si è ricordato quello habbiamo giudicato convenirsi per la salute di quelle terre, ad ciò si preparino che di furto non possino essere offesi. Alle forze si provedrà ogni volta s'intenda che maggiore bisogno lo richiegga; nè siamo per abbandonarci, nè dubitiamo etiam essere abbandonati. Et Vostra Signoria si transferirà personalmente in tucti quelli luoghi, dove ella crederrà fare qualche fructo per honore suo et securtà nostra. Valete.

DOCUMENTO XXXV.

(Pag. 490)

_Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi Commissario in Maremma. — 30 luglio 1505_.[948]

Pier Antonio Carnesechi. 1505, die 30 iulii. — Noi habbiamo questo dì ricevute dua tua lettere di hieri, le quali ci hanno dato dispiacere, veduto quanto tu monstri di temere in su li advisi ci sono suti porti di Bartolomeo; et perchè tu intenda l'ordine nostro, quando infino ad qua non lo havessi inteso, sappi che in su questi movimenti di Bartolomeo, havendo noi considerato l'insulti ci poteva fare, et veduto ci posseva assaltare in Maremma et in Valdichiana, habbiamo sempre creduto che vengha più presto verso Valdichiana che in costà: le ragioni che ce lo facevono credere sono molte, le quali non adcade replicare. Et per questa cagione si era pensato fare testa grossa al Poggio, luogo comune ad potere soccorrere costà et le Chiane, dove fussi bisognio. Et quivi habbiamo vòlte tucte le fanterie che si sono facte, et tucta volta le spignamo ad quella volta, andando dietro ad el primo disegno nostro. Habbiamo questo dì hauto l'adviso tuo, per il quale scrivi Bartolomeo doveva essere infino hieri ad Scarlino; el quale adviso, quando fussi vero, harebbe chiarito la partita che venissi con le genti in costà et non nelle Chiane; et haremo facto spignere ad cotesta volta tucte le forze ordinate, se noi d'altronde non intendessino Bartolomeo a' 28 dì essere ad Istia[949] in sul fiume. Et perchè questo riscontro habbiamo di più d'un luogho, lo crediamo; et essendo anchora in lato da potersi anchora voltare in Valdichiana, non ci determiniamo ad voltare tucte le forze costà. Pure alcuni conestaboli, che hanno la compagnia loro qui in Firenze, l'inviereno ad cotesta volta, nè manchereno, al primo adviso certo dove e' sia, d'inviare gli altri; nè siano per manchare di aiuto nè ad te, nè ad cotesto paese.

Et perchè tu intenda meglio le qualità del nimico, sappi che el conte Lodovico di Pitigliano, che ha 60 huomini d'arme, non solum non viene seco, ma noi questa mattina l'habbiamo condocto, et è diventato soldato nostro. El signore Renzo de Ceri, che ha più di 80 huomini d'arme, non vuole seguirlo; molti huomini da bene, spicciolati, come el Mancino da Bologna et altri, l'hanno lasciato, tale che non li resta 150 huomini d'arme et 200 cavalli leggieri: fanterie non ha; Gian Paulo nè Sanesi non lo aiutono. Viene ad questo insulto contro la voglia di Consalvo; et di questo ne habbiamo mille riscontri, in modo che delle fanterie di Piombino non è per valersi, nè per havere riceptaculo in quella terra.

Onde, considerato ogni cosa, non è tanto terribile questa sua venuta che non si possa opporseli, et che con le forze ti truovi costì non lo possi tenere ad bada tanto che li altri soccorsi venghino, che verranno subito. Et quando havessi dove fussi al certo, ne scriverrai al Governatore, chiedendogli quelle forze che ti può subministrare. Pertanto di nuovo ti si fa fede che noi non siamo per abbandonare nè te nè cotesto paese, purchè tu non l'abbandoni te medesimo. Et comunicherai li advisi di questa lettera ad el signor Marcantonio, ad ciò veggha in quanti passi d'acqua si trova el nemico, et conosca quanto e' si abbia ad temere di lui, ad ciò che non ci nuoca più la reputatione sua che le forze. Polvere, passatoi, gavette et molte altre cose ti se ne mandò infino domenica buona somma.

Se Girola[mo] Pilli si truova in cotesto paese, fermera'lo costì, et per la prima ti scriverreno quello voliamo ne facci.

DOCUMENTO XXXVI.

(Pag. 491)

Lettera dei Dieci al Commissario Antonio Giacomini. 16 agosto 1505.[950]

Antonio Giacomino, Commissario Generali. 16 augusti. — Per la tua Δ,[951] data hiarsera ad 6 hore, intendiamo come voi, per havere inteso per duplicate, Bartolomeo d'Alviano volere ire alla volta di Pisa, eri deliberati andarne questa mattina alle Caldanelle, per essere el passo dove lui è necessitato venirvi sotto, quando voglia ire ad Pisa per la Maremma. Intendiamo le genti dite che sono rimase ad Bartolomeo, et la opinione certa havete di metterlo ad mal cammino, quando vi vengha ad trovare. Noi habbiamo considerato et examinato bene questo scrivere vostro; et considerata la prudentia tua et della Signoria del Governatore, non ne habbiamo pelo che pensi e' vi possa incontrare per alcun conto alcuna cosa sinistra, perchè sappiamo harete pensato ad ogni cosa che potessi sforzarvi, et mettere in ruina coteste genti; et che harete considerato come, nonobstante che si dica che Gian Paulo sia ad Grosseto, e' potrebbe sanza la persona sua havere ingrossato Bartolomeo delle sue genti; et come nonobstante che el Signore di Piombino vi habbi testificato havere ad sospecto Bartolomeo, potrìa tamen essere che fussino confidenti, et che queste cose fussin facte per havervi più incauti. Crediamo che harete etiam pensato gli aiuti ch'e' Pisani possono dare ad Bartolomeo nel farsi avanti, et ad mille altre cose che noi non sapremo altrimenti discorrere.

Nondimancho, con tucta questa opinione, vi significhereno lo animo nostro, quale è che noi desideriamo assai, che Bartolomeo d'Alviano non passi per ad Pisa, per fuggire tutte quelle molestie che ci potrebbe fare, essendo congiunto co' Pisani. Ma noi desideriamo molto più, et senza comparatione, che si salvi cotesto exercito; perchè, passando lui ad Pisa, noi haremo mille rimedi, come potete per voi immaginare, mediante le nuove genti condocte, le quali fanno adcelerare forse Bartolomeo di darvi occasione d'appiccarvi, per non lo havere ad fare quando fussi tucti insieme, et mediante le pratiche che vanno adtorno, di che vi habbiamo dato piena informatione. Ma, perdendo coteste genti, non ci sarebbe remedio alcuno; et però desiderreno che si fuggissino tucte quelle zuffe, dove tucte coteste nostre forze s'havessino ad impegnare, et nelle quali bisognassi o vincere al tucto o essere ropti al tucto. Nè crediamo che voi la intendiate altrimenti, nè habbiate altro in disegno che questo, per le ragioni preallegate, per quelle che per altre vi habbiamo decte, et per quelle che voi medesimi conosciete et ad noi anchora havete scripte. Insomma noi ricordiamo di nuovo alle prudentie vostre la salute di coteste nostre genti, la quale voliamo si prepongha ad ogn'altra cosa. Noi non vi ricordereno che egli è bene pensare in ogni evento come rimane Volterra et Livorno; perchè, sendo certissimi che el fine habbi ad essere buono, governandovi con quella prudentia che noi ci persuadiamo, non scade pensarvi. Pure, quando ad voi paressi di havervi consideratione et provedervi in qualche modo, o voi lo farete costà, o voi ce ne adviserete; et così d'ogni altra cosa che ad voi occorra. Et noi di nuovo vi ricordiamo el salvare coteste genti.[952]

DOCUMENTO XXXVII.[953]

(Pag. 492)

Lettera del Commissario Antonio Tebalducci Giacomini ai Dieci, scritta in Bibbiena il 17 agosto 1505. Narra la rotta data dall'esercito fiorentino all'Alviano in quello stesso giorno.

Magnifici Domini mei observandissimi, etc. — Hiersera a hore una, fu l'ultima mia da presso a Campiglia, donde questa mattina, per haver notitia che il signor Bartolomeo si levava, ci mettemo in ordine ancora noi. Et stando in aspectatione alla volta di Pisa, nel levare del sole, lo vedemo sulla campagnia, con le battaglie, appresso le Caldane; al quale passo non parve al signor Governatore et ad me assaltarlo, ma andarne per la via che va da Campiglia a San Vincenti, con ordine che dove lo trovavamo, incontrarlo. Et affine di haverlo maturo et disordinato, et che non ci schappassi innanzi, li mandamo per dirieto, per la via delle Caldane, messer Malatesta et Pavolo da Parrana, con commissione che andassino tucta volta assaltando; et per davanti, per la via facemo noi, tucto il resto de' cavalli leggieri, per fare quello medesimo effecto che quelli mandati per coda, quali arrivati a Santo Vincenti avanti loro, furono alle mani. Et ancora che pigliassino parecchi cavalli de' nimici, non poterono risistere, et se ne tornorono per la via nostra, quali ci trovorono a mezo miglio discosto a Santo Vincenti, con li fanti et gente d'arme.

Et ritracto da loro che e' nimici erono in buona parte passati, piacque al signor Governatore che temporeggiando ci conducemo appunto alla coda de' nimici, nelle ruine di Santo Vincenti, dove havevono fatto testa di loro gente d'arme et fanti. Et noi, visto tale ordine, con il colonnello del Zitolo et messer Victorio, uniti insieme, et con le squadre del signor M. Antonio et signor Iacopo investimo ne' nimici, i quali al primo assalto ne detton le spalle: dove furono feriti et amazati buona parte de' fanti, talmente che mai più se ne vide nissuno. Così fu preso qualche cavallo. Et non più avanti ci detton le spalle, che una arcata passato il fosso di Santo Vincenti, verso Bibbona; et fatto testa, li ributtorono li nostri fino al detto fosso, tanto gagliardemente del mondo (sic): al che si provide con il tirare avanti il colonnello del signore Piero et Conte di Sterpeto uniti, et le squadre di messer Hanibale Bentivogli et lance spezate. Et fatto grandissima punta li inimici di riguadagnare tal passo, maxime la persona del signor Bartolomeo, quale fu ferito nella faccia, con tutto il fiore delle sue genti non potè mai spuntarne: dove fu guasti assai cavalli et huomini. Infra il qual tempo giunsono i falconetti, quali per insino allora non s'erono possuti operare: in su che facemo gran fondamento, et vincere a ogni modo sanza nissuno pericolo, et sanza cacciaregli altrimenti con le genti, battendo con detti falconetti il ristringimento delle loro genti, che era circa cento huomini d'arme. Quale cominciatosi per le artiglierie ad aprire et desordinare, ci parve tempo investirgli con tutte le forze, et così con li cavalli leggieri per marina, le gente d'arme per la strada, et li fanti dal canto di sopra per il boscho, li mettemo per quella via che più volte s'è detto a Vostra Signoria di fare, talmente che da Santo Vicenti sino in Ciecina, mai s'è facto che pigliare.

Et in effecto, abreviando, ritraiamo solo essere schappato il signor Bartolomeo con circa XX cavalli corridori, tutti disarmati, quali crediamo che da Musachino et quelli di Rosignano non possino schappare; perchè non potendo li nostri seguitarli sin là charichi di preda et di prigioni (che infino a' fanciulli et pastori di Bibbona n'ànno presi), usaron li nostri cacciatori farlo intendere a Rosignano. Donde in questa hora habbiamo lettere da Giovanni, che Musachino calava loro adosso, non sapendo però fussi della fuga de' cacciati da noi, non havendo nuova della rotta, ma indicando solo cavalli di Pisa. Harannoli trovati strachi talmente, che tenemo per certo non ne sia schappato nissuno; et maxime che intendiamo andavano per marina, dove sono passi strectissimi. Piaccia a Nostro Signore Dio che li nostri li arrivino, affine che lo insolente sia exemplo alli altri presuntuosi.

Se le Signorie Vostre non saranno per questa raguagliate secondo il desiderio di quelle, mi haranno per iscuso; et fia con la prima, altra con dire particularmente e' nomi de' baroni presi et numero della bella gente trovata, quali di cavalli, arme et veste sono benissimo addobbati, con presentia di huomini da bene: di che hanno facto prova, non havendo perso per difetto loro, ma di chi insolentemente li conduceva.

Scordavami dire che, poi havemo rotto e' nimici alla Torre, non havendo comodità di scrivere, spacciai il Zerino cavallaro, che a boca facessi intendere quel tanto haveva visto, et la speranza che havamo dipoi sotto Castagneto, seguitando la caccia de' nimici. Dètti fatica a Luca Cavalcanti di venire fino costì, per ragguagliare Vostre Signorie, quali haranno agiustar fede, per essere stato in fatto. Et se ho tardato fino a mo' a scrivere, l'à causato lo attendere le genti qui, con tanti prigioni che sono più di noi.

Domane et non prima che noi ci saremo tucti, piglieremo qualche luogo dove si possa stare; et in questo mezo Vostre Signorie diranno quel tanto voglion si facci, quali sono sapientissime, et noi siamo figliuoli di obbedientia. Que feliciter valeant. Ex felicibus castris iusta Bibbonam, die xvij augusti 1505, hora xxiiij.[954]

ANTONIUS DE TEBALDUCIS Generalis Commissarius

Magnificis dominis Decem Viris Libertatis et Balie Reypublice Florentine.... observandissimis.

DOCUMENTO XXXVIII.

(Pag. 472 e 498)

Lettere di B. Buonaccorsi al Machiavelli in legazione presso Giulio II.[955]

1[956]

Niccolò honorando. Io ho ricevuto la vostra de' 30, et mandato le chiavi alla Marietta, con farli intendere quanto m'ordinasti. Il simile farò domani de' danari della Δ,[957] benchè non vegga modo ad mandarveli securi. Et però vorrei ve ne valesti costì o da Monsignore reverendissimo o da qualcuno altro, et me li traessi qui, dove subito li pagherei. Expecteronne una risposta: dipoi ne farò quanto m'imporrete.

Le cose de' fanti vanno per quello ordine desiderate; et così feci pagare quelli 4 conestabili mi lasciasti in nota. Et se nulla mi mancava, questo rifiorisce, che voi non fusti partito di dua dì, che io ero per Palazo con tre drieto; et questa mattina n'ho rimandato il Tedesco, che volse ire in quello di Pisa ad vedere il paese. State di questo con lo animo posato, perchè sendo rinfrescati qui quelli medesimi advisi della passata dello Imperatore che scrivete voi, tra li primi ragionamenti in su tale accidente fu che le ordinanze si tenessino di presso, come cosa più salutifera et più importante per ogni respecto. Nè vo' mancare di dirvi che, havendo facto mettere dreto allo officio Bastiano da Castiglione, capo di quelli del Valdarno di sotto, per lo effecto sapete, et essendo domandato come haveva li homini ad ordine, rispose: — Io ve ne darò in 4 hore 700, et tutti homini da ogni factione. — In sulle quali parole si maravigliarono gustam[ent]e[958] come cosa di grande momento; et così fu expedito di ciò che desiderava. Hovvi volsuto [dire] queste poche parole di questa materia, ad vostra satisfactione, stimando vi habbi[no ad] essere grate. Le altre cose tutte vanno per l'ordine loro.

Se io dicessi non vi havere invidia, non vi confesserei la verità; et per la fede mia, non per altro, se non per la continua conversatione harete col nostro reverendissimo Monsignore, la quale sono certo vi riuscirà tra le mani d'una gran lunga meglio non ve la haveva dipinta. Raccomandatemeli, ve ne prego, quando vi viene bene. Con le altre Dio vi dia migliore fortuna non dètte a noi, che credo le faccende vi adiuteranno assai, quale fanno destare li homini et mutare di natura.

Io non so che altro mi vi scrivere. Messer Iustiniano vi si raccomanda, et io fo il simile. Adio.

Florentie, die prima augusti 1506.

Vester BLA.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino apud Summum Pontificem, Secretario, [su]o plurimum honorando, etc. Alla Corte.

2[959]

Niccolò honorando. Io vi ho scripto ad questi dì più volte et dectovi della ricevuta delle chiavi, et come s'eron mandate ad madonna Marietta, et dell'origine ad punto del tumulto di Casentino, et ciò che altro s'intendeva di nuovo, et di più quello che si pensassi. Et perchè io stimo pure che ad quest'hora le avete ricevute, non le replicherò altrimenti; perchè, quando bene volessi, non potrei, che non mi ricordo di quello feci due hore fa. Inoltre harete, per mano di Michelagnolo scultore, ricevuto li denari della Δ, di che expecto intenderne qualcosa, per la prima vostra. Hieri dipoi mi furono presentate l'ultime de' dua et de' 3, alle quali non mi accade che dire, perchè non ho udito brontolare persona, nè reprehendervi in cosa alcuna. Delle altre cose sapete ne sono del medesimo animo di voi, havendovi, alla tornata mia di cotesta Corte, assai bene expresso el modo del vivere, et le qualità et condictioni di ciascuno. A Alexandro farò l'ambasciata, et con quelli altri non harò a durare molta fatica, perchè non ce ne conosco troppi. Così voi farete per me l'officio d'amico col Monsignor reverendissimo di Volterra.

Hoggi è stato al magistrato de' Dieci uno Iacopo Doffi nostro cittadino, homo sensato et di bonissimo cervello, quale 3 dì sono tornò di Alamagna; et delle cose dello Imperatore referisce quanto vi dirò appresso. Et prima, haverlo lasciato qualche 5 giornate di qua da Anspruc, verso el Friuoli pure, dove attendeva ad fare buona cera, et alle caccie: et le gente sue essere tutte alle stanze, quali (quando le havea insieme) non erano, tra homini ad piè et cavallo, 4 mila: et quivi ragionarsi poco del passare, anchora che habbi comandato tutte quelle città che li hanno ad dare aiuti, che stieno ad ordine con epsi: et in effecto esservi poca preparatione al passare, et maxime di danari, che dice non ha un soldo. In Anspruch era il Consiglio suo et buono numero d'artiglierie, ma movimento alcuno non vi si vedeva. Et che del passare suo non ha udito, se non poichè fu in su quel de' Vinitiani, quali ne parlarono assai, et mandavono anchora qualche forza verso quelli confini, ma poche: et lui havea trovati quando 50 et quando 100 fanti: altre provisioni no. A Venetia era 3 sua ambasciatori, quali non havevono, tra tutti tre, 12 cavalli; et la expositione loro non si ritraheva. In modo che, udito costui, persona sensata, io credo certo che queste nuove della passata sua non sieno da' Vinitiani tracte fuora ad altro fine che quello scrivete voi.

Altro non ho da dirvi stasera, se non che di hora in hora si expecta el Catholico a Piombino; et qui non s'è anchora facto ambasciatori in alcun luogo....

Florentie, 6 7bris 1506.

Frater BL.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino apud Summum Ponti[ficem], maiori honorando. Alla Corte, in casa Monsignore reverendissimo di Volterra.

3[960]

Carissimo Niccolò.... Le nuove dello Imperatore ogni dì rinfrescano qui, et l'ultime che ci furono per quello Iacopo Doffi venuto di là, per l'ultima mia vi scripsi particularmente, quale portò el canonico de' Serristori, con molte altre et pubbliche et private. Rinvenitele. Tamen, perchè la cosa importa quanto sapete, et lo haversi a fondare in su advisi incerti e confusi è periculoso, vi si manda[961] Bernardo de' Ricci con salario di dua fiorini larghi di grossi el dì; et alla mano ha havuto 150 ducati. Doverranne fare meglio di voi; «et chi lo ha messo innanzi, ha facto per riuscitarlo, et darvi uno contrappeso: è homo che si sappia accomodare meglio di voi.»[962] Dio li dia buona fortuna, et li altri non dimentichi, se li piace, che ce n'è bisogno, anzi necessità. La commissione sua è rappresentarsi a quello Principe, et in nome di questa Signoria offerirli come buon figliuoli tutti li loro favori, etc., con parole larghe et generali. Ma il fine della mandata è per havere certa notitia di questa passata, per potersi meglio deliberare a quello che si havessi ad fare, etc. Hoggi si faranno ambasciatori per ad Napoli, per honorare el Catholico; et se tocherà Piombino, vi si manderà messere Giovanvictorio, Alamanno, el Gualterotto et Niccolò del Nero, per riceverlo et honorarlo anchora in quello luogo. Sono homini di assai qualità et che lo sapranno fare; et quella Maestà doverrà restarne satisfacta.

Delle ordinanze non vi ho da dire altro, se non che Bastiano da Castiglione, che sta a San Miniato, 8 dì sono fece il battaglione generale; dove si trovò el Signore di Piombino che tornava da' bagni, ad instantia di chi fu facto, et molti altri di quelli di Cascina. Satisfece assai, secondo mi scrive Bastiano. Ma questa voce di darsi danari a Bologna et in Romagna, ha facto che qualcuno di quelli del vicariato di Firenzuola vi sono andati. Èvisi riparato in modo non si doverrà partire da casa persona.

La vostra brigata sta bene: così stéssi la mia, che io a ogni modo ho ad girare, in modo sono traficto! Et advisate se havesti da Michelagnolo quelli danari. Ringratiovi dell'oferta facesti, che anchorachè io sia in extrema necessità, so che a voi costà non avanza, et haresti bisogno di molti più. Non altro.

Florentie, die viiij 7bris 1506.

Frater B.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino apud Summum Pontificem, [tan]quam fratri honorando.[963]

4[964]

Niccolò honorando. Io ho paura di non diventare con li amici un poco transcurato come voi. Dicovi questo, perchè mi pare un anno che io non vi scripsi, et solo è accaduto per infingardaggine, ad chiamarla per il nome suo. Dua dì fa riceve' la vostra, credo de' 26, con la alligata a Francesco, quale si mandò fidatamente. Et io, per respondervi al quesito, credo possiate domandare danari al publico securamente, perchè «de li ambasciadori facti non verrà nessuno, nè vi si pensa più per hora.» Et però credo la cosa sia per durare anchora qualche dì, non si mutando vento: et voi non lo dovete havere per male, perchè le faccende non vi assassinano. Dicovi bene questo, che le due vostre de' 25 et 26 giunsono ad tempo, perchè «digià Iacopo Ciachi diceva: si [v]ole farlo tornare, poichè non vi fa niente: con alttre parole de le sua, quali furono ribattute da Bernardo Nasi vostro amico.» Sì che scrivete più spesso, se vi pare. Al Soderino lessi quanto mi scrivete. Credo vi riscriverrà di nuovo, et voi farete quanto vi parrà.

Ad Napoli andranno li dua ambasciatori, cioè messer Francesco Gualterotti et Iacopo Salviati: et sarà bella legatione, et per la qualità delle persone, et per la compagnia de' giovani si dice andranno con loro: che tutto sarà ad proposito, perchè questo Catholico Re, che dua dì fa era a Savona, viene con tanta pompa di abriglamenti et di ogni altra cosa, che chi vi andrà bene ad ordine, li bisognerà ad volervi comparire. Consalvo a' dì 27 fu a Livorno, che andava incontro al suo Re, et dal Commissario nostro di decto luogo fu visitato et presentato, in modo se n'andò satisfactissimo, con dire che Italia riceverà molti beni per la venuta del suo Re, et che Firenze ne harà la parte sua; excusandosi delle cose di Pisa con dire che quelli tempi ricercavono così, ma che per l'advenire farà in modo che la Città conoscerà che ne fa capitale. Fu a Piombino, dove erano ambasciatori pisani; et non obstante lo pregassino ad ire in Pisa, absolute lo recusò. Le cose di Genova al continuo sono peggiorate per li gentili homini, quali tutti sono fuora; et di già hanno tolto tutte le terre teneva messer Gianluigi nella Riviera di Levante, o buona parte di esse. «Et il Re tiene da chi vince, a lo usato suo.» Questa mattina, per advisi privati da Lione, de' 23 dì, s'intendeva esservi stato lo homo di Ays che veniva di Corte, con commissione del Re ad Ciamonte, che déssi a Nostro Signore, per la impresa di Bologna, quelle tante lance vorrà. Così andrà l'impresa avanti a ogni modo, po' che costì si va di buone gambe. Qui non è altro di nuovo; et io non so che mi vi dire di più, se non che la brigata vostra sta bene, et li danari della Δ sono in quel medesimo legato, chè non seppi la venuta di Giuliano Lapi. Credo domani adoperarne uno ducato, che ne lo riporrò fra pochi dì, che ne ho preso sicurtà in sulle parole vostre. Nec plura.

Florentie, die xxx 7bris, hora 4 noctis 1506.

Quem nosti B.

Respondete della ricevuta almeno.

Nicolao Maclavello, Secretario florentino [apud] Pontificem, suo maxime honorando. Alla Corte.

5[965]

Niccolò honorando. Io non ho dato a Piero del Nero quelli danari, et la causa fu, perchè io sono sì bene agio, che non pote' valermi d'uno fiorino per rimectervi quello ne haveo cavato. Et poichè non volete gnene dia, non lo farò; anzi per il primo cavallaro che verrà ad Castracharo, li manderò al Ruffino, con ordine ne segua l'ordine vostro. Nè di questo accade parlarne più.

Questi Signori Dieci, in sulla domanda vostra di qualche danaio, dixono: — Elli è ben ragione, noi lo faremo ad ogni modo. — Et stamani mi dixe el Gonfaloniere, che voi gnene scrivevi per quella li decti; et che hoggi li parlassi, et così farò. Et credo, senza manco per il primo, mandarvi qualche provisione. Et statene sopra di me, che il chiedere non mancherà.

A Giovambatista Soderini leggerò quel capitulo, come feci l'altro; ma voi vi volete scusare sempre, o con la trascuraggine o con le faccende; et questo non basta alli amici, perchè vogliono essere riconosciuti per tali; et io sono in modo fracido ad fare scuse per voi, che se vo' fussi mie padre, harei più d'una volta decto: — Vadi ad recere. — Scrivete una volta se voi desti la lettera d'Alexandro a San Giorgio, o se mai lo rivedesti poi dal primo adviso me ne desti. Se voi sapessi quanto v'è amico, ne terresti altro conto. Ma voi siate un carellone, et chi vi vuole vi trassini col bastone.

Io non voglio mancare di dirvi, benchè lo potessi differire alla tornata, che, per chi vi fu presente et più d'uno, che «Alamanno[966] sendo a Bibona, ad tavola con Ridolfo, dove v'erano anchora molti giovani, parlando di voi, dixe: — Io non commissi mai nulla a cotesto ribaldo, poi che io sono de' Dieci, — »[967] seguitando el parlare in questa sententia o meglio. Notate questo, se voi non fussi bene «chiaro de lo animo suo ad facto.» Et ingegnatevi di esserci avanti le raferme.[968] Potre' vi scrivere molte altre cose, sed coram copiosius.

Questa mattina ci sono suti advisi in questi Uguccioni, della morte dell'Arciduca, in 4 dì, di riscaldato et rafreddato: cosa veramente di grandissimo momento, perchè si tiene per certo, et ad quest'hora ne è l'adviso costì. Non si stima però che habbi tale nuova ad fare ritornare indrieto el Re d'Aragona, che per li ultimi advisi s'aspettava a Genova, perchè quelli baroni di Castiglia hanno el suo figliolino nelle mani, et vorranno governarlo ad loro modo, come feciono Fiaminghi del padre; nè anche si fiderebbono di lui, per essersi una volta inimicati, etc. Et però, vedendo Sua Maestà la cosa incerta, et sendo horamai vicino ad Napoli, che è suo certo, et da non lo stimare manco che la Castiglia, si fa iudicio verrà avanti: che Dio lo voglia per il bene d'Italia. Se pure tornassi indrieto, ci sarà pure questo bene, che li ha seco Consalvo, et non lo doverrà ragionevolmente volere più nel Regnio. È iudicata questa cosa molto ad proposito del Christianissimo, et il contrario de' Vinitiani, che non potranno più usare la maschera dello Imperatore, nè lui passare in Italia, et li dua Re sopradecti, sanza respecto, procedere all'acquisto di quello tengono di loro. Perchè mancando questo sospetto al Christianissimo della passata del Re de' Romani, mancheranno quelli respecti che lo facevano tanto intractenerli; et il Papa anchora doverà più liberamente et più animosamente cercare il suo. Sono cose che bisogna, ad non volere ingannarsi, rimectersene al successo.

Per lettere di Francia de' 25, s'intende il medesimo che scrivete voi, della larga et honorevole concessione facta al Papa delle gente; et di più una caldeza oltr'ad misura del legato in favore di Sua Santità. Ma la condotta di Giampaulo è dispiaciutali fino alla anima. Perchè, nel parlare, Sua Signoria dixe: — El Papa ci dovea adiutare castigare quello mecciante, che ci fece, etc. Ma avanti che 'l giuoco resti, noi ci varreno ad ogni modo: indugi quanto può, che non la camperà. — Dànno al Papa 550 lance, et di più messer Mercurio greco, con cento cavalli leggieri, 8 cannoni grossi et più altri pezi d'artiglierie, et Ciaimonte per capo. Et hanno ordinato che il conte Lodovico della Mirandola sia tracto di Stato, et messovi el conte Giovanfrancesco.

El Re d'Inghilterra non ha volsuto publicare el mariaggio di madama Margherita, perchè pare che il Duca di Savoia perissi di mal franzese, et che lei ne patissi: et in su questo sospecto sta sospeso. Di che Franzesi hanno pensato valersi, con tenere pratica di darli la damisella d'Angolème, «non per concludere, ma per tenerlo sospeso», et farlo ire ratenuto nello adiutare l'Arciduca contro ad Ghelleri.[969]

El Christianissimo è partito da Bles, et viene verso Borges; et non passando l'Imperatore, si tornerà indrieto con animo resoluto venire ad primavera in Italia. Quivi non era anchora adviso della morte dell'Arciduca. Et di più hanno ordinato di guadagnarsi el Duca di Savoia per più respecti. Le vostre lettere mandai ad bottega di Piero del Nero. Adio.

Florentie, die 6 octobris 1506.

Quem nosti B.

Non rispondete dello adviso vi do di quello ragionamento «facto a Bibona.»

Nicolao Maclavello, Secretario florentino apud Pontificem... suo observ. Alla Corte.

DOCUMENTO XXXIX.[970]

(Pag. 506-507)

_Relazione del Machiavelli sulla istituzione della nuova Milizia._

Voi mi havete richiesto che io vi scriva el fondamento di questa Ordinanza, e dove la si truovi: farollo; et ad maggiore vostra cognitione, mi farò un poco da alto, et voi harete patienza ad leggierla.

Io lascierò stare indreto el disputare se li era bene o no ordinare lo Stato vostro alle armi; perchè ognuno sa che chi dice Imperio, Regno, Principato, Repubblica; chi dice huomini che comandono, cominciandosi dal primo grado et descendendo infino al padrone d'uno brigantino, dice iustitia et armi. Voi della iustitia ne havete non molta, et dell'armi non punto; et el modo ad rihavere l'uno et l'altro è solo ordinarsi all'armi per deliberatione publica, et con buono ordine, et mantenerlo. Nè v'ingannino cento cotanti anni che voi sete vissuti altrimenti et mantenutivi; perchè se voi considerrete bene questi tempi et quelli, vedrete essere impossibile potere preservare la vostra libertà in quel medesimo modo. Ma perchè questa è materia chiara, et quando pure la si havessi addisputare, bisognerebbe entrare per altra via, la lascierò stare indreto. Et presupponendo che la sententia sia data, et che sia bene armarsi, volendo ordinare lo Stato di Firenze alle armi, era necessario examinare come questa militia si avessi ad introdurre. Et considerando lo Stato vostro, si truova diviso in Città, contado et distrecto; sì che bisognava cominciare questa militia in uno di questi luoghi, o in dua, o in tutti ad tre ad un tracto. Et perchè le cose grandi hanno bisogno d'essere menate adagio, non si poteva in nessuno modo, nè in dua, nè in tucti ad tre e' sopraddecti luoghi, sanza confusione et sanza pericolo, introdurla: bisognava pertanto eleggierne uno. Nè piacque di tòrre la Città, perchè chi considera uno exercito, ad dividerlo grossamente, lo truova composto di huomini che comandano et che ubbidiscono, et di huomini che militano ad piè et che militano ad cavallo; et havendo ad introdurre forma di exercito in una provincia inconsueta all'armi, bisognava, come tutte l'altre discipline, cominciarsi da la parte più facile; et sanza dubbio egli è più facile introdurre militia ad piè che ad cavallo, et è più facile imparare ad ubbidire che ad comandare. Et perchè la vostra Città et voi havete ad essere quelli che militiate ad cavallo et comandiate, non si poteva cominciare da voi, per essere questa parte più difficile; ma bisognava cominciare da chi ha ad ubbidire et militare ad piè, et questo è el contado vostro. Nè parse pigliare el distrecto, anchora che in quello si possa introdurre militia ad piè, perchè non sarebbe suto securo partito per la Città vostra, maxime in quelli luoghi del distrecto dove sieno nidi grossi, dove una provincia possa far testa; perchè li humori di Toschana sono tali, che come uno conoscessi potere vivere sopra di sè, non vorrebbe più padrone, trovandosi maxime lui armato, et il padrone disarmato: et però questo distrecto bisogna, o non l'ordinare mai all'armi, o indugiarsi ad hora che l'armi del contado vostro habbino preso piè, et sieno stimate. Quelli luoghi distrectuali che sono da non li armare, sono dove sono nidi grossi, come Arezo, Borgo ad San Sipolcro, Cortona, Volterra, Pistoia, Colle, Sangimigniano: li altri dove sono più castella simili, come la Romagna, Lunigiana, etc., non importono molto, perchè non riconoscono altro padrone che Firenze, nè hanno particulare superiore, come interviene nel contado vostro; perchè el Casentino, Valdarno di sotto et di sopra, Mugiello, etc., ancora che sieno pieni di uomini, tamen non hanno dove fare testa, se non ad Firenze; nè più castella possono convenire ad fare una impresa. Et però si è cominciata questa Ordinanza nel contado, dove, volendola ordinare, bisognava darle ordine et modo, cioè segni sotto chi e' militassino, armi con che si havessino ad armare; terminare chi havessi ad militare sotto ciascuno segno, et dare loro capi che li exercitassino.

Quanto alle armi, quelle che sono date loro sono note. Quanto a' segni, è parso che le siano bandiere tucte con un segno medesimo del Lione, ad ciò che tucti li huomini vostri sieno affectionati di una medesima cosa, et non habbino altro per obiecto che 'l segno publico, et per questo ne diventino partigiani: sonsi distinti e' capi ad ciò che ciascuno riconosca la sua: sonsi numerate, perchè la Città ne possa tener conto, et comandarle più facilmente. Era necessario dare ad queste bandiere termine di paese; et ad questo bisognava, o terminare el paese vostro di nuovo, o pigliare de' termini suoi antiqui; et perchè e' si truova diviso in Capitaneati, Vicariati, Potesterie, Comuni et Populi, parve, volendo andare con uno di questi ordini, da terminare queste bandiere con le Potesterie, sendo li altri termini o troppi larghi, o troppi strecti. Et però si è dato ad ogni Potesteria una bandiera; et ad dua, tre, 4, et cinque bandiere si è dato uno conestabole che li struischa, secondo la commodità del ragunarli, et secondo la moltitudine delli uomini descripti sotto tali bandiere; tanto che trenta bandiere che voi havete, sono in governo d'undici connestaboli; et li luoghi dove le sono messe, sono Mugiello, Firenzuola, Casentino, Valdarno di sopra et di sotto, Pescia et Lunigiana. Pareva bene, anchora non si sia facto, scrivere sotto ogni bandiera, cioè in ogni Potesteria, più huomini si poteva, perchè, come dixe messer Hercole in uno suo scripto, questo ordine vi ha ad servire sempre in reputatione, et qualche volta in fatto; nè può servirvi in reputatione poco numero di huomini; nè etiam, in facto, del poco numero di huomini, quando pure bisognassi, si può trarre lo assai, ma sì bene dello assai el poco. Nè impedisce cosa alcuna el tenere ordinati ne' paesi assai huomini, non li obbligando ad fare più che 12 o 16 monstre lo anno, et dando loro libera licentia d'andare dove vogliono ad fare e' facti loro. Et però el tenerne ordinati assai è più prudentia, con animo di non havere poi adoperare, nè levare da casa chi ha honesta cagione di starvi, o chi si conoscessi inutile. Et così alla reputatione ti giova el numero grande, al facto el numero minore e buono; perchè sempre si potrà farne nuova scielta et meglio, havendogli visti più volte in viso, che non li havendo visti.

Voi dunque vi trovate scripti ne' sopra scripti luoghi, et sotto 30 bandiere et undici connestaboli, più che cinquemila huomini; havetene facto mostra in Firenze di 1200;[971] et sono procedute le cose, sendo nuove, assai ordinatamente; ma le non possono stare più così, perchè e' bisogna, o che la 'mpresa ruini, o che la facci disordine; perchè, sanza dare loro capo et guida, non si può reggiere contro alli inimici che la ha. El capo che bisogna dare loro, è fare una leggie che ne dispongha, et uno Magistrato che l'observi; et in questa leggie bisogna provvedere ad questo, che li scripti stieno bene ordinati, che non possino nuocere, et che si remunerino. Ad tenerli ordinati, bisogna che questo magistrato habbi autorità di punirli, et facultà da farlo, et che la leggie lo necessiti ad fare tucto quello che è in substantia della cosa, et che, stralasciandola, le facessi danno; et però bisogna costringerlo ad tenerne armati un numero, almeno ad tenere le bandiere et e' connestaboli, ad provvedere all'armi, ad far fare loro le mostre et vicitarli, ad rivederne ogni anno cento, et cancellare in certi dì et in certo tempo, et rimetterli, ad mescolarvi qualche cosa di religione per farli più ubbidienti. Quanto ad ordinare che non possino nuocere, si ha ad considerare che possono nuocere in dua modi: o fra loro, o contro alla Città. Se fra loro, possono ferirsi l'uno l'altro particularmente, o fare ragunate per fare male, come soglono. Nel primo caso si vuole duplicare loro la pena, et maxime quelli che ferissino in su le mostre; ma ferendo altrove, si potrebbe observare le leggie vechie. Quando e' facessino ragunate in comuni, bisognerebbe fare ogni viva et grande demostrazione contro ad chi ne fussi capo, et uno exemplo basta uno pezo nella memoria delli huomini. Contro alla Città costoro possono fare male in questi modi: o con ribellarsi et adherirsi con uno forestiero, o essere male adoperati da uno magistrato o da una persona privata. Quanto ad lo adherirsi ad uno forestiero, li huomini ordinati nelli luoghi sopraddecti non lo possono fare, et non se ne debbe dubitare. Quanto allo essere male operati da uno magistrato, è necessario ordinare le cose in modo che conoschino più superiori. Et considerando in che articulo loro hanno ad riconoscere el superiore, mi pare che li habbino ad riconoscere chi li tenga ad casa ordinati, chi li comandi nella guerra, et chi li remuneri. Et perchè e' sarebbe periculoso che riconoscessino tucte queste autorità in uno solo superiore, sarebbe bene che questo Magistrato nuovo li tenessi ordinati ad casa; e' Dieci dipoi li comandassino nella guerra; et e' Signori, Collegi, Dieci et nuovo Magistrato li premiassi e remunerassi: et così verrebbono sempre ad havere in confuso el loro superiore, et riconoscere un pubblico et non un privato. Et perchè una moltitudine sanza capo non fecie mai male, o, se pure lo fa, è facile ad reprimerla, bisogna havere advertenza alli capi ad chi si dànno le bandiere in governo continuamente, che non piglino più autorità con loro si conviene; la quale possono pigliare in più modi, o per stare continuamente al governo di quelle, o per havere con loro interesse. Et però bisogna provedere, che nessuno natìo delli luoghi dove è una bandiera, o che vi habbi casa o possessione, la possa governare; ma si tolga gente di Casentino per il Mugiello, et per Casentino gente del Mugiello. Et perchè l'autorità con el tempo si piglia, è bene fare ogni anno le permute de' connestaboli, et dare loro nuovi governi, et dare loro divieto qualche anno da quelli governi primi; et quando tutte queste cose sieno bene ordinate et meglio observate, non è da dubitare. Quanto al premiarli, non è necessario ora pensarci; ma basterebbe solo darne autorità, come di sopra si dice, et dipoi venire a' premi di mano in mano, secondo e' meriti loro.

Questo ordine bene ordinato nel contado, de necessità conviene che entri ad poco ad poco nella Città, et sarà facilissima cosa ad introdurlo. Et vi advedrete anchora a' vostri dì, che differentia è havere de' vostri cittadini soldati per electione et non per corruptione, come havete al presente; perchè se alcuno non ha voluto ubbidire al padre, allevatosi su per li bordelli, diverrà soldato; ma uscendo dalle squole honeste et dalle buone educationi, potranno honorare sè et la patria loro; et il tucto sta nel cominciare addare reputatione ad questo exercito, il che conviene si faccia di necessità, fermando bene questi ordini nel contado, et che sono cominciati.[972]

INDICE DEL PRIMO VOLUME

DEDICA Pag. vii AVVERTENZA ix AVVERTENZA PREMESSA ALLA SECONDA EDIZIONE xi PREFAZIONE ALLA PRIMA EDIZIONE xiii

INTRODUZIONE

I. Il Rinascimento 1 II. I principali Stati italiani 27 1. Milano ivi 2. Firenze 37 3. Venezia 48 4. Roma 59 5. Napoli 73 III. Letteratura 82 1. Il Petrarca e l'Erudizione ivi 2. Gli eruditi in Firenze 94 3. Gli eruditi in Roma 123 4. Milano e Francesco Filelfo 148 5. Gli eruditi a Napoli 153 6. I minori Stati italiani 156 7. L'Accademia Platonica 165 8. Risorgimento della letteratura italiana 183 IV. Condizioni politiche dell'Italia alla fine del secolo XV 229 1. Elezione di papa Alessandro VI ivi 2. Venuta di Carlo VIII in Italia 239 3. I Borgia 258 4. Il Savonarola e la Repubblica fiorentina 276

LIBRO PRIMO

Dalla nascita di Niccolò Machiavelli alla sua destituzione dall'ufficio di segretario dei Dieci

(1469-1512)

CAP. Pag.

I Nascita e primi studî di Niccolò Machiavelli. — Viene eletto segretario dei Dieci (1469-1498) 293 II Niccolò Machiavelli comincia ad esercitare l'ufficio di segretario dei Dieci. — Sua legazione a Forlì. — Condanna a morte di Paolo Vitelli. — Discorso sopra le cose di Pisa (1498-1499) 313 III Luigi XII in Italia. — Disfatta e prigionia del Moro. — Niccolò Machiavelli al campo di Pisa. — Prima legazione in Francia (1499-1500) 335 IV Tumulti in Pistoia, dove è inviato il Machiavelli. — Il Valentino in Toscana; Condotta da lui stipulata coi Fiorentini. — Nuovo esercito francese in Italia. — Nuovi tumulti in Pistoia, e nuova gita del Machiavelli colà. — Continua la guerra di Pisa. — Ribellione d'Arezzo e della Val di Chiana. — Il Machiavelli e il vescovo Soderini inviati presso il Valentino in Urbino. — I Francesi vengono in aiuto per sedare i disordini d'Arezzo. — _Del modo di trattare i popoli della Val di Chiana ribellati_. — Creazione del Gonfaloniere a vita (1501-1502) 356 V Legazione al duca Valentino in Romagna. — Ciò che nel medesimo tempo fa il Papa in Roma. — Il Machiavelli compone la Descrizione dei fatti di Romagna (1502-1503) 379 VI Necessità di nuove imposte. — _Discorso sulla provvisione del danaro_. — Provvedimenti contro i Borgia. — Guerra di Pisa. — Nuovi misfatti del Papa. — Prevalenza degli Spagnuoli nel Reame. — Morte di Alessandro VI. — Elezione di Pio III e di Giulio II (1503) 424 VII I Fiorentini si dimostrano avversi ai Veneziani. — Legazione a Roma. — Gli Spagnuoli trionfano nel Reame. — Seconda legazione in Francia. — Si ripiglia la guerra di Pisa. — Vani tentativi per deviare l'Arno. — _Decennale Primo_. — Uno scritto perduto (1503-1504) 448 VIII Tristi condizioni dell'Umbria. — Legazione a Perugia. — Nuova Legazione a Siena. — Rotta dell'Alviano. — I Fiorentini assaltano Pisa e sono respinti. — Legazione presso Giulio II. — Istituzione della milizia fiorentina (1505-1507) 478

APPENDICE DI DOCUMENTI

DOC.

I Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, nella quale si discorre della prossima venuta dei Francesi in Italia, e di ciò che a questo proposito diceva Lodovico il Moro. — 30 e 31 marzo 1494 519 II Lettera di Alessandro Bracci, ambasciatore fiorentino in Roma, ai Dieci, relativa all'uccisione del Duca di Gandia. — 17 giugno 1497 525 III Traduzione assai libera, fatta dal Machiavelli, d'un brano dell'Historia persecutionis vandalicae di Vittore Vitense 527 IV Lettera che non ha firma, nè indirizzo, nè data; trascritta dal Machiavelli, ma non sua; accenna ad affari di famiglia 531 V Lettera del professore Enea Piccolomini intorno a due scritti del professore Triantafillis, nei quali si sostiene che N. Machiavelli conosceva la lingua greca 533 VI Lettere di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Forlì. — Luglio 1499 536 VII Lettera dei Dieci di Balìa a Paolo Vitelli, per esortarlo all'espugnazione di Pisa. — 15 agosto 1499 542 VIII Lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso il capitano Paolo Vitelli. — 20 agosto 1499 543 IX Altra lettera dei Dieci ai Commissarî fiorentini, presso Paolo Vitelli. — 25 agosto 1499 546 X Lettera di Paolo Vitelli a Messer Cerbone. — 28 settembre 1499 547 XI Lettere approvate nel Consiglio dei Dieci sulle pratiche dei Veneziani, per rimettere Piero de' Medici in Firenze, coll'aiuto di Paolo Vitelli 548 XII Lettera, senza firma e senza indirizzo, che discorre della cattura di P. Vitelli 551 XIII Lettera di Biagio Buonaccorsi a Niccolò Machiavelli in Francia. — 23 agosto 1500 555 XIII^bis Due lettere di Agostino Vespucci di Terranova, scritte da Roma nel luglio e agosto 1501, al Machiavelli. Ragguagliano di fatti seguìti in Roma 557 *XIV Lettera dei Dieci al Vicario di Scarperia. — 7 maggio 1502[973] 563 *XV Lettera dei Dieci al Commissario Giacomini Tebalducci. — 1º luglio 1502 564 *XVI Altra lettera dei Dieci allo stesso. — 12 luglio 1502 566 *XVII Altra lettera dei Dieci allo stesso. — 24 luglio 1502 567 *XVIII Lettera dei Dieci al Soderini, cui si partecipa la sua nomina a Gonfaloniere a vita. — 23 settembre 1502 569 XIX Lettere di amici al Machiavelli, durante la sua legazione al Valentino 570 1. Lettera di Niccolò Valori. — 11 ottobre 1502 ivi 2. Lettera di Agostino Vespucci da Terranova. — 14 ottobre 1502 571 3. Lettera di Biagio Buonaccorsi. — 18 ottobre 1502 573 4. Lettera dello stesso. — 21 ottobre 1502 575 5. Lettera di Niccolò Valori. — 21 ottobre 1502 578 6. Lettera dello stesso. — 23 ottobre 1502 579 7. Lettera di Iacopo Salviati. — 27 ottobre 1502 580 8. Lettera di Biagio Buonaccorsi. — 28 ottobre 1502 581 9. Lettera dello stesso. — 3 novembre 1502 583 10. Lettera dello stesso. — 5 novembre 1502 584 11. Lettera di Marcello Virgilio Adriani. — 7 novembre 1502 586 12. Lettera di Biagio Buonaccorsi. — 12 novembre 1502 587 13. Lettera dello stesso. — 15 novembre 1502 588 14. Lettera dello stesso. — 18 novembre 1502 590 15. Lettera dello stesso. — 21 dicembre 1502 592 16. Lettera dello stesso. — 9 gennaio 1503 593 *XX Lettera dei Dieci al Commissario di Borgo a S. Sepolcro. — 14 maggio 1503 594 *XXI Lettera dei Dieci ai Commissarî nel Campo presso Pisa. — 27 maggio 1503 596 *XXII Lettera dei Dieci ai Commissarî nel Campo presso Pisa. — 14 giugno 1503 599 XXIII Lettera in cui Beltrando Costabili, ambasciatore ferrarese in Roma, al Duca di Ferrara, narra la morte di Troccio. — 11 giugno 1503 600 XXIV Lettera dei Dieci al Commissario in Castrocaro. — 5 ottobre 1503 602 XXV Due lettere di Biagio Buonaccorsi al Machiavelli in Roma. — 15 e 17 novembre 1503 604 *XXVI Lettera dello stesso. — 4 dicembre 1503 607 *XXVII Lettera dei Dieci ad Antonio Giacomini. — 20 agosto 1504 609 *XXVIII Lettera dei Dieci al Commissario T. Tosinghi. — 28 settembre 1504 610 *XXIX Lettera dei Dieci allo stesso. — 30 settembre 1504 612 *XXX Lettera dei Dieci allo stesso. — 3 ottobre 1504 614 *XXXI Lettera dei Dieci a Giovan Paolo Baglioni. — 9 dicembre 1504 616 *XXXII Lettera dei Dieci al Capitano di Livorno. — 10 gennaio 1504 (1505) 617 *XXXIII Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi, Commissario in Maremma. — 6 giugno 1505 618 *XXXIV Lettera dei Dieci al governatore Ercole Bentivoglio. — 28 giugno 1505 620 *XXXV Lettera dei Dieci a P. A. Carnesecchi, Commissario in Maremma. — 30 luglio 1505 622 *XXXVI Lettera dei Dieci al Commissario Antonio Giacomini. — 16 agosto 1505 624 XXXVII Lettera del Commissario Antonio Tebalducci Giacomini ai Dieci, scritta in Bibbiena il 17 agosto 1505 626 XXXVIII Lettere di B. Buonaccorsi al Machiavelli in legazione presso Giulio II 629 *XXXIX Relazione del Machiavelli sulla istituzione della nuova Milizia 637

ERRATA-CORRIGE

Pag. 188, verso 89 e del Poliziano leggi: e amico del e 29. Poliziano

» » nota 2, 1867-69 » 1867-73 verso 2.

» 194, nota 1. La Canzone » La Canzone, che incomincia: è però del Poliziano, incomincia:

NOTE:

[1] Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 368. Firenze. Barbèra, 1875.

[2] Ora sono sei, e l'edizione restò poi interrotta.

[3] Prego il lettore di notar bene, che quando io riporto testualmente un brano d'autore o di documento qualunque, pongo le virgolette ad ogni verso; quando invece ne do un sunto assai simile all'originale, pongo le virgolette solo in principio ed in fine del brano.

[4] Firenze, Successori Le Monnier, 1876.

[5] Il primo volume venne in luce nel 1877 (Firenze, Successori Le Monnier); il secondo dovette poi esser diviso in due, che furono pubblicati nel 1881 e 1882.

[6] Più tardi questa ricca biblioteca si cominciò a vendere ed una parte dei codici fu acquistata dal Museo Britannico. Nel giugno del 1910 tutto il rimanente della collezione fu messo all'asta, e qualche volume fu acquistato anche dall'Italia.

[7] VILLARI, Storia di Girolamo Savonarola: Firenze, Successori Le Monnier, 1887, vol. I, pag. 287-8.

[8] Paradiso, XVI, 66-68. Vedi anche tutti i versi 42-72.

[9] Lettere familiari, lib. XI, lett. 16, ediz. Fracassetti.

[10] GUICCIARDINI, Opere inedite, pubblicate per cura dei conti Piero e Luigi Guicciardini, in Firenze, dal 1857 al 1866, in dieci volumi. Vedi nel vol. I (Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli) la Considerazione sul cap. XII dei Discorsi. Il Guicciardini, in questo luogo, chiama regno ciò che noi diciamo monarchia, e monarchia l'unione di più Comuni in una repubblica.

[11] Opere inedite, vol. II, Storia di Firenze, pag. 8-9.

[12] Questo argomento l'ho esaminato a lungo in un articolo (La Repubblica fiorentina al tempo di Dante Alighieri), pubblicato nella Nuova Antologia di Firenze, vol. XI, luglio 1869, pag. 443 e segg.; ripubblicato nel mio libro: I primi due secoli della storia di Firenze.

[13] Novella XC, ediz. Le Monnier: Firenze, 1860-61.

[14] MACHIAVELLI, Storie, vol. II, lib. V, pag. 11. Per le opere di questo scrittore citiamo generalmente l'edizione colla data d'Italia, 1813.

[15] Id., op. cit., lib. VII, pag. 184.

[16] BURCKHARDT, Die Cultur der Renaissance in Italien: Basel, 1860. Di quest'opera importantissima fu fatta una seconda edizione (Berlin, 1878) con modificazioni ed aggiunte; ne è stata pubblicata anche un'assai fedele traduzione italiana in due volumi, dal prof. Valbusa, con alcune aggiunte e correzioni fatte dall'autore: La civiltà del secolo del rinascimento in Italia, ec.: Firenze, Sansoni, 1876. L'opera continuò e continua a ristamparsi in Germania.

[17] Il MACHIAVELLI dice invece: Mors acerba, fama perpetua, stabit vetus memoria facti. Storie, vol. II, lib. VII, pag. 203. La confessione dell'Olgiati trovasi nel Corio. Vedi anche ROSMINI, Storia di Milano, vol. III, pag. 23; GREGOROVIUS, Geschichte der Stadt Rom (zweite Auflage), vol. VII, pag. 241 e seg.; Cola Montano, Studî storici di GEROLAMO LORENZI: Milano, 1875.

[18] MACHIAVELLI, Storie, vol. I, lib. III, pag. 193.

[19] Così affermano il Cavalcanti ed il Machiavelli, ai quali si attiene il marchese Gino Capponi, sebbene il Berti dell'Archivio fiorentino ed altri, appoggiandosi ad alcuni documenti dell'Archivio stesso, abbiano sostenuto che Giovanni de' Medici non fu favorevole alla legge. Questa, secondo il Machiavelli, fu poi anche da Cosimo, sempre per ottenere il favore del popolo, richiamata in vigore nel 1458. Io ho discusso a lungo la questione nell'Arch. Stor. It., Serie V, vol. I, pag. 185, e non ripeterò ora quello che ivi ho scritto. Aggiungerò solo che, nella prima pagina dei Ricordi di MATTEO PALMIERI (assai affezionato ai Medici), i quali trovatisi nell'Archivio fiorentino, si parla della istituzione del Catasto nel 1427, ed a carte 52 retro, se ne riparla, ricordando che il dì 11 gennaio 1457 (1458 s. n.) fu rimesso in vigore. Il Palmieri non dice nulla della parte presa dai Medici in favore della legge; ma egli, mediceo dichiarato, al pari del Machiavelli afferma che prima di essa non «mai si poson le gravezze secondo stima vera di sostanze,» e così coloro che ne avevano l'incarico, «aveano a porre, secondo loro discretione, a chi pareva loro, quella prestanza volevano.» Ci sembra che se davvero Cosimo fosse stato, come alcuni vogliono, contrario alla legge, il Palmieri non l'avrebbe così apertamente lodata.

[20] GUICCIARDINI, Storia di Firenze, pag. 6.

[21] Voleva con ciò dire, che, per esser cittadini da bene, bastava avere il panno per farsi il lucco necessario a sedere negli ufficî.

[22] Il Machiavelli, che nelle sue Storie fiorentine cerca spesso di scusare i Medici, attribuisce il fatto solo al gonfaloniere Bartolommeo Orlandini. Il GUICCIARDINI, invece, che nella sua Storia fiorentina è giudice assai più imparziale dei Medici, attribuisce tutto a Cosimo.

[23] MACHIAVELLI, Storie, vol. II, pag. 148-52.

[24] Vedi gli storici fiorentini del tempo, e le Cronache volterrane pubblicate dal TABARRINI nell'Archivio Stor. It., App., vol. III, pag. 317 e seg. Alla opinione generalmente accolta, e seguita anche da G. Capponi, si è recentemente opposto L. FRATI (Il Sacco di Volterra nel 1472, ecc. nella Scelta di Curiosità letterarie: Bologna, Romagnoli, 1886). Non mi sembra però che sia riuscito a scagionare Lorenzo dall'accusa che i contemporanei gli fecero. Se il suo nome non si trova nel contratto degli appaltatori delle miniere, bisogna ricordarsi che l'accusa fatta a Lorenzo, era, come dice lo stesso Frati, di essere sottomano interessato nell'appalto.

[25] Diari di Alamanno Rinuccini, pubblicati dall'AIAZZI: Firenze, 1840, pag. CX-XII. Nell'Archivio Stor. It., vol. I, pag. 315 e seg., si trovano pubblicate ed illustrate dal marchese G. Capponi le due Provvisioni, che istituirono il Consiglio dei Settanta.

[26] Storia Fiorentina, cap. IX, pag. 91.

[27] Il ROMANIN (Storia documentata di Venezia, vol. IV, lib. X, cap. 3) riporta, cavandola dal Sanuto, tutta questa relazione, di cui noi abbiamo dato un breve sunto.

[28] ROMANIN, Op. cit., vol. IV, pag. 108.

[29] Parole della sentenza nel ROMANIN.

[30] Diari di Marin Sanuto, e Cronaca del Dolfin. Vedi i brani riportati dal ROMANIN, vol. IV, pag. 286 e seg.

[31] Sotto il suo ritratto, nella Sala del Maggior Consiglio, fu messa questa iscrizione:

Post mare perdomitum, post urbes Marte subactas, Florentem patriam longaevus pace reliqui.

[32] La lettera trovasi negli Annali del Malipiero, ed è riportata anche dal ROMANIN, vol. IV, pag. 335-36.

[33] Vedi il Viaggio di frate Pietro da Casola, milanese, pubblicato da G. Porro: Milano, Ripamonti, 1855. Il ROMANIN, vol. IV, pag. 494-95, ne riporta qualche brano.

[34] GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 70.

[35] Per la storia di Roma, oltre le opere più antiche, vedi GREGOROVIUS, Geschichte der Stadt Rom, vol. VII, e REUMONT, Geschichte der Stadt Rom, vol. III, parte I e II. Recentemente il Dr. PASTOR pubblicò la sua Geschichte der Päpste, ecc. (Freiburg i. B. 1891), che è stata già tradotta in francese ed in italiano, ed è un'opera di molto valore, scritta però con tendenza esclusivamente cattolica. Anche il CREIGHTON, History of the Papacy (London, 1882-87), merita d'esser consultato.

[36] Vedi il Codice Aragonese, pubblicato dal prof. F. TRINCHERA, già sopraintendente degli Archivi Napoletani, in tre volumi: Napoli, 1866-74.

[37] Considerazioni sul libro del Principe, premesse dal prof. A. ZAMBELLI al volume che contiene il Principe e i Discorsi di N. Machiavelli: Firenze, Le Monnier, 1857. Le osservazioni, a questo proposito fatte dal prof. Zambelli, vennero poi da moltissimi altri ripetute.

[38] Per ciò che s'attiene al Petrarca come erudito, bisogna valersi principalmente delle sue lettere, pubblicate con pregevoli note dal FRACASSETTI: — Epistolae de rebus familiaribus et variae: Florentiae, typis Felicis Le Monnier, 1859-63, tre vol.; — Lettere Familiari e Varie (traduz. con note), cinque vol.: Firenze, Le Monnier, 1863-64; — Lettere Senili (traduzione con note), due vol.: Firenze, Successori Le Monnier, 1869-70. Oltre di ciò assai importanti sono le considerazioni che fa sul Petrarca GIORGIO VOIGT nella sua opera Die Wiederbelebung des classischen Alterthums, oder das erste Jahrhundert des Humanismus: Berlin, Reimer, 1859. Quest'opera (di cui una seconda edizione assai ampliata, in due vol., fu pubblicata nel 1888, e una traduzione italiana ne fu poi fatta dal professor Valbusa) e quella, molte volte pubblicata, tradotta anch'essa dal Valbusa, del BURCKHARDT, Die Cultur der Renaissance in Italien, sono della massima importanza per la storia dell'erudizione italiana. Meritano ancora di esser menzionate: A. MÉZIÈRES, P_étrarque, Étude d'après des nouveaux documents_: Paris, Didier, 1868, e LUDWIG GEIGER, Petrarca: Leipzig, Duncker und Humblot, 1874. Il prof. Mézières si vale molto delle lettere pubblicate dal Fracassetti, ma poco o punto dei pregevoli lavori del Voigt e del Burckhardt; l'opera del Geiger è invece una chiara sintesi di tutto ciò che fu scritto prima di lui, e venne pubblicata in occasione del Centenario celebrato in Arquà il 18 luglio 1874. Il DE SANCTIS, nel suo Saggio critico sul Petrarca (Napoli, 1869), si occupò del poeta italiano e non dell'erudito. Vedansi anche: KOERTING, Petrarca's Leben und Werke (Leipzig, 1887); BARTOLI, Storia della Letteratura Italiana, vol. VII (1884); GASPARY, Geschichte der Ital. Literatur, vol. I (1885); DE NOLHAC, Pétrarque et l'Humanisme: Paris, 1892.

[39] Parad., XVII, 61-3; 68-9.

[40] È noto che il Petrarca credette d'aver posseduto il libro De Gloria di Cicerone, e d'averlo poi perduto, imprestandolo al suo maestro, che per miseria lo avrebbe venduto, il che egli deplorò per tutta la vita. Il VOIGT (Wiederbelebung, ecc., 1ª ediz., pag. 25-7) esprime il dubbio, che il Petrarca siasi ingannato. Il volume imprestato conteneva molti trattati; è possibile, quindi, dice il Voigt, che il titolo De Gloria fosse dato, come pur facevano i copisti, ad uno o più capitoli d'altra opera, per esempio delle Tusculane. Questa ipotesi del dotto scrittore si fonda sull'osservazione, che il Petrarca imprestò il suo codice in età assai giovane, quando conosceva pochissimo Cicerone, e che più tardi non fu mai in grado di dir niente di particolare su quell'opera: se fosse stata veramente posseduta dal Petrarca, conclude il Voigt, non era facile che egli non ne ricordasse nulla, e che, anche smarrita, andasse perduta per sempre. V. pure DE NOLHAC, Pétrarque et l'Humanisme, chap. IV, pag. 216-223.

[41] Lettere Familiari, ediz. italiana. Vedi la nota alla lettera 5 del libro XI. Il Petrarca ricevette l'invito il dì 6 aprile 1351.

[42] «Et ita cum quibusdam fui, ut ipsi quodammodo mecum essent,» dice egli stesso nella Lettera ad Posteros, nelle Fam. et Variae, edizione latina, vol. I, pag. 3.

[43] Lettere Senili, lib. XVI, ep. 7, vol. II, pag. 505-07.

[44] Opere, vol. I, proemio alle Storie, pag. CLV.

[45] Epistola ad Posteros, in principio delle Familiares.

[46] Lettere Familiari, lib. V, ep. 4.

[47] Lettere Familiari, lib. V, ep. 5.

[48] Lettere Familiari, lib. V, ep. 4.

[49] Lettere Familiari, lib. V, ep. 3. Il Fracassetti dà a questa lettera la data del 23 novembre 1343.

[50] Lettere Familiari, lib. VIII, ep. 1.

[51] Il professore MÉZIÈRES, nel cap. IV del suo libro sul Petrarca, racconta come il poeta cominciò nel 1330 ad amar Laura, che già nel 1325 aveva sposato Ugo De Sade, e morì nel 1348, lasciandogli più figli. Nel 1331 la passione del Petrarca era, secondo il Mézières, fortissima, e tale continuò fin dopo la morte di Laura. Il biografo francese poi, costretto a notare che il Petrarca, canonico di Lombez e arcidiacono di Parma, non si contentò di questo amore, ma nello stesso tempo amava altra donna, da cui ebbe nel 1337 un figlio, nel 1343 una figlia, osserva: «Ce n'est pas une des particularités les moins curieuses de son amour pour Laure, qu'au moment où il éprouvait pour elle une passion si vive, il fût capable de chercher ailleurs ces plaisirs des sens qu'elle lui refusait obstinément. C'est une histoire analogue à celle d'un grand écrivain de notre siècle, qui, au sortir du salon d'une femme célèbre, qu'il était réduit, malgré lui, à aimer platoniquement, se dedommageait dans des amours plus faciles des privations qu'il subissait auprès de sa maîtresse.» (Pag. 153). Ma sono queste particularités curieuses quelle che fanno giudicare gli uomini: ed il prof. Mézières, che voleva dimostrare la serietà e profondità della passione del Petrarca e del carattere di lui in ogni cosa, avrebbe forse fatto meglio a non alludere qui allo Chateaubriand, che di leggerezze e contradizioni n'ebbe non poche.

[52] Lettere Senili, lib. XVI, ep. 1. Vedi anche Lettere Familiari, lib. V, ep. 3; lib. VII, ep. 13; lib. XIII, ep. 6; Epist. ad Posteros; e nell'edizione italiana delle Lettere Familiari, le due note alle lettere 1 e 12 del libro VIII.

[53] Epistolae de rebus famil. et variae, vol. III, ep. 48, pag. 422-32. Questa epistola è indirizzata a Cola di Rienzo ed al popolo romano.

[54] Lettere Familiari, lib. VII, ep. 13. Il Fracassetti ritiene che questa lettera sia stata scritta nel 1348.

[55] Lettere Familiari, lib. VIII, ep. 1.

[56] Lettere Familiari, lib. XIII, ep. 6.

[57] Lettere Familiari, lib. XI, ep. 16.

[58] Epistolae de rebus famil. et variae, vol. III, ep. 48, pag. 422-32.

[59] Lettere Familiari, lib. XII, ep. 1, 24 febbraio 1350.

[60] Epist. de rebus famil. et variae, lib. III, 7: «Monarchiam esse optimam relegendis, reparandisque viribus Italis, quas longus bellorum civilium sparsit furor. Haec ut ego novi, fateorque regiam manum nostris moribus necessariam,» etc. Fu scritta nel 1339, secondo il Fracassetti. Vedi la sua nota nell'edizione italiana.

[61] Per la storia degli eruditi sono una fonte assai importante le Vite di uomini illustri del secolo XV, scritte da VESPASIANO DA BISTICCI, pubblicate la prima volta dal Mai, poi dal prof. Adolfo Bartoli (Firenze, Barbèra, 1859). Ora n'è uscita, a cura di L. Frati, una nuova edizione, anche più compiuta, di cui il primo volume fu pubblicato nella Collezione dei Testi di lingua a Bologna sin dal 1892. Questo autore pregevole per le molte e sicure notizie che dà, vuole essere esaminato con giudizio, a cagione della sua eccessiva ingenuità, e mancanza di critica. Le sue lodi sono spesso sconfinate; poco c'è da fidarsi delle sue cifre, e generalmente non si occupa di date. La Storia della Letteratura italiana del TIRABOSCHI contiene una mèsse preziosa di fatti intorno agli eruditi. Il VOIGT ed il BURCKHARDT, più volte citati, meritano d'essere a preferenza studiati. L'opera del NISARD, Les gladiateurs de la république des lettres aux XV^me, XVI^me et XVII^me siècles (Paris, Levy, 1810), nonostante il titolo bizzarro, ha notizie ed osservazioni di pregio. Una vasta miscellanea di notizie trovasi nelle Epistolae di AMBROGIO TRAVERSARI, pubblicate dal Mehus con la biografia dell'autore; e utilissime sono anche, non per critica, ma per esattezza di fatti, le molte biografie scritte da CARLO DE' ROSMINI. Altri lavori più speciali citeremo dove occorra.

[62] A questo proposito moltissime notizie si trovano raccolte nel volume, che il signor Alessandro Wesselofsky pose innanzi al Paradiso degli Alberti. Vedi I_l Paradiso degli Alberti, ritrovi e ragionamenti del 1389, romanzo di Giovanni da Prato_, a cura di ALESSANDRO WESSELOFSKY: Bologna, Romagnoli, 1867. Questi ritrovi si facevano ora in casa di Coluccio Salutati, ed ora nel Paradiso, villa di Antonio degli Alberti, fuori della Porta San Niccolò.

[63] Comento a una canzone di Francesco Petrarca, per LUIGI MARSILI: Bologna, Romagnoli, 1863. Il Wesselofsky è stato dei primi a notare che vi fu un periodo di transizione fra i Trecentisti e gli eruditi.

[64] Detto anche Lino, Niccoluccio, Niccolino.

[65] Il VOIGT, pag. 115 (lª ediz.) pose anche Giannozzo Manetti fra coloro che frequentavano queste riunioni, ma fu un errore. Luigi Marsigli nacque verso il 1330, e morì il 21 agosto 1394 (TIRABOSCHI, vol. V, pag. 171: Firenze, Molini, Laudi e C., 1805-13); il Manetti nacque l'anno 1396 (TIRABOSCHI, vol. VI, pag. 773), ed appartenne ad una generazione posteriore. L'errore nacque da ciò, che dopo la morte del Marsigli, insegnarono in Santo Spirito Vangelista da Pisa e Girolamo da Napoli, presso i quali studiò il Manetti.

[66] Il Voigt è stato il primo che abbia, sotto questo aspetto, richiamato l'attenzione sul Salutati. Una compiuta edizione delle sue epistole è stata recentemente iniziata dall'Istituto Storico Italiano per opera del prof. Novati.

[67] Leonardo Aretino scriveva, che se egli sapeva il greco, se aveva approfondito lo studio del latino, lo doveva a Coluccio Salutati: «Nemo unquam parens in unico diligendo filio tam sedulus fuit quam ille in me.» E Coluccio parla di questa amicizia con gran delicatezza d'animo e nobilissimo linguaggio: «Continua et studiosa nobis consuetudo fuit, et cum de cunctis quae componerem iudex esset, et ego suarum rerum versa vice, nos mutuo sicut ferrum ferro acuitur, exacueramus; nec facile dixerim ex hoc dulce et honesto contubernio, uter nostrum plus profecerit. Uterque tamen eruditior evasit, fateri operteat mutuo nos fuisse vicissim discipulus et magister.» Questi due brani di lettere si trovano riportati nella Prefazione (pag. XI) premessa dal MORENI alla Invectiva Lini Colucci Salutati in Antonium Luscum Vincentiuum: Florentiae, 1826. Il Loschi o Lusco, come lo chiama P. Bracciolini, era dotto nel latino e nel diritto civile; fu cancelliere di Gio. Galeazzo; poi segretario a Roma, dai tempi di Gregorio XII fino ai tempi di Niccolò V. Avendo egli detto male di Firenze, Coluccio gli rispose colla sua Invectiva, nella quale si può vedere a quale esagerazione e gonfiezza arrivasse qualche volta lo stile degli eruditi. «Quaenam urbs, non in Italia solum, sed in universo terrarum orbe est moenibus tutior, superbior palatiis, templis ornatior, formosior aedificiis; quae porticu clarior, platea speciosior, viarum amplitudine laetior; quae populo maior, civibus gloriosior, inexhaustior divitiis, cultior agris; quae situ gratior, salubrior coelo, mundior caeno; quae puteis crebrior, aquis suavior?» ec. ec. E con questo stile continua per molte pagine. (Vedi pag. 125 e seg.). Secondo P. BRACCIOLINI (vedi nota a pag. XXVII della Prefazione all'Invectiva) il Salutati aveva una collezione di 800 codici, numero che è veramente straordinario per quei tempi. Della liberalità con cui ne faceva copia a tutti, ecco come parla Leonardo Aretino: «Ut omittam quod pater communis erat omnium, et amator bonorum.... omnes in quibus conspiciebat lumen ingenii, non solum verbis incendebat ad virtutem, verum multo magis cum copiis, tum libris suis iuvabat, quos ille pleno copia cornu non magis usui suo quam ceterorum esse volebat.» (Vedi questo brano nella citata Prefazione, pag. XXVII). I libri del Salutati andarono poi dispersi, essendo stati venduti da' suoi figli (Ibid., pag. XXVII-VIII). Lo Shepherd, nella Vita di Poggio Bracciolini, dà varie notizie sul Salutati, alcune lettere e un elenco delle opere, molte delle quali son sempre inedite nelle biblioteche fiorentine. L'edizione delle Epistolae del Salutati fatta dal Mehus è assai poco corretta. Invece con grandissima cura è condotta quella del prof. Novati recentemente venuta alla luce tra le Fonti dall'Istituto Storico Italiano. V. anche NOVATI, La giovinezza di Coluccio Salutati: Torino, Loescher, 1888.

[68] Dopo di Coluccio Salutati furono successivamente segretarî della Repubblica, Leonardo Bruni, Carlo Marsuppini, Poggio Bracciolini, Benedetto Accolti, Cristoforo Landino, Bartolommeo Scala, Marcello Virgilio Adriani (che fu primo segretario quando il Machiavelli era secondo), Donato Giannotti, ed altri non pochi.

[69] VESPASIANO nella Vita di Piero dei Pazzi.

[70] VESPASIANO, nella Vita di N. Niccoli, paragrafo VIII; Poggio Bracciolini nella Prefazione all'Invectiva del Salutati, citata più sopra, pag. XXVII. Altri portano i codici a poco più di 600.

[71] Vedi VESPASIANO, Vita di N. Niccoli; MEHUS, Ambr. Camaldulensis Epist. Praefatio, pag. XXXI, LXIII, LXXXII; TIRABOSCHI, vol. VI, pag. 125 e seg., e l'opera del VOIGT, già citata. Cosimo de' Medici fece porre i libri in San Marco, l'anno 1444, nella stupenda sala costruita a sue spese dall'architetto Michelozzi, la quale fu restaurata ed ampliata dopo il terremoto seguito l'anno 1453. (P. MARCHESE, Scritti varii: Firenze, Le Monnier, 1885, pag. 135). Più tardi, cioè dopo la cacciata di Piero de' Medici, seguita nel 1494, i frati di San Marco comprarono i codici della libreria privata dei Medici, che vennero poi ricomprati dal cardinal Giovanni, che fu papa col nome di Leone X, ed alla sua morte il cardinal Giulio dei Medici, anch'egli poi eletto papa col nome di Clemente VII, esecutore della volontà di Leone, li riportò in Firenze, ordinando a Michelangelo la costruzione dell'edifizio, in cui dovevano essere collocati, nel chiostro di San Lorenzo. L'edifizio fu compiuto sotto Cosimo I, dopo la morte di Clemente VII, e così fu fondata la famosa libreria Laurenziana. Secondo il Padre Marchese, avendo Cosimo de' Medici pagato i debiti del Niccoli, ed avendo mescolati in San Marco codici suoi con quelli del morto amico, i figli e nipoti ritennero su di essi un certo diritto; e così quando riacquistarono dai frati i libri che erano stati di proprietà privata dei Medici, ve ne inclusero parecchi anche di quelli del Niccoli. Intorno alla storia di queste collezioni, notizie svariate si trovano in VESPASIANO, Vita di N. Niccoli, e Vita di Cosimo de' Medici; TIRABOSCHI, vol. VI, pag. 128 e segg.; POGGIO, Opp.: Basilea, 1538, pag. 270 e seg.; MEIIUS, Ambr. Camaldulensis Epist. Praefatio, pag. LXIII e seg., LXXVI e seg.; P. MARCHESE, Scritti varii, pag. 45 e seg. Parecchie notizie con nuovi documenti pubblicai io nella mia Storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi. Una breve relazione, Della biblioteca Mediceo-Laurenziana di Firenze; Firenze, Tofani, 1872, fu pubblicata dal cav. FERRUCCI bibliotecario e dal sig. ANZIANI vice-bibliotecario, che ne fu l'autore. Ma tutto ciò che risguarda la storia della privata Collezione dei Medici trovasi ampiamente narrato ed illustrato con nuovi ed importanti documenti dal prof. E. PICCOLOMINI nell'Archivio Storico Italiano, tomo XIX, dispense 1, 2 e 3 del 1874, e tomo XX, 4ª dispensa del 1874. Questo medesimo lavoro fu poi stampato a parte col titolo: Intorno alle condizioni ed alle vicende della libreria Medicea privata, Ricerche di E. PICCOLOMINI: Firenze, Cellini e C. 1875.

[72] VESPASIANO, Vita di P. Strozzi.

[73] La deliberazione è del 1472. V. PREZZINER, Storia del Pubblico Studio, ecc.: Firenze, 1812, volumi due. Quest'opera non ha però gran valore storico. Altre notizie sullo Studio trovansi sparse negli scritti degli eruditi, e si può consultare anche l'opera intitolata: Historia Academiae Pisanae, auctore ANGELO FABRONIO: Pisis, 1791-95, in tre volumi. Nel 1881 la R. Deputazione sugli Studi di Storia Patria in Firenze pubblicò gli Statuti dello Studio fiorentino, con un discorso del prof. C. MORELLI, e altri documenti a cura del cav. A. GHERARDI.

[74] PETRARCA, Lettere Senili, lib. III, lett. 6; lib. V, lett. 1; lib. VI, lett. 1-2.

[75] LEON. BRUNI, Rerum suo tempore in Italia gestarum, Commentarius, in MURAT., Script., tomo XIX, pag. 920.

[76] TIRABOSCHI, Storia della Letteratura italiana; GIBBON, Decline and Fall, ec.; VOIGT, Die Wiederbelebung, ec.

[77] Vedi il VOIGT, il GIBBON, ed anche la mia Storia di G. Savonarola, vol. I, cap. IV.

[78] G. SHEPHERD, Vita di Poggio Bracciolini, tradotta dall'inglese da T. Tonelli, con note ed aggiunte: Firenze, Ricci, 1825, volumi due. Vedi nel vol. I, pag. 65 e segg., la traduzione della lettera citata.

[79] POGGII, Opera, edizione di Basilea, pag. 301-05.

[80] L. ARETINI, Epist., lib. IV, ep. 5.

[81] TIRABOSCHI, Storia della Letteratura italiana, vol. VI, pag. 118; ROSMINI, Vita e disciplina di Guarino, Veronese: Brescia, 1805-06.

[82] Vedi Lettera al Niccoli in data 29 ottobre 1420, pubblicata nella traduzione dello SHEPERD, vol. I, pag. 111, nota C.

[83] VESPASIANO, Vita di Poggio Bracciolini, § I.

[84] POGGII, Opera, pag. 69.

[85] Vedi la lettera nello SHEPHERD, vol. I, pag. 184-85.

[86] «Verum nequaquam mirum videri debet, cum eius mater Arimini dudum in purgandis ventribus et intestinis sorde deluendis quaestum fecerit, maternae artis foetorem redolere. Haesit naribus filii sagacis materni exercitii attrectata putredo et continui stercoris foetens halitus.» POGGII, Opera, pag. 165.

[87] «At stercorea corona ornabuntur foetentes crines priapei vati.» POGGII, Opera, pag. 167. Riesce impossibile riferire i più osceni brani delle Invettive di Poggio e delle Satire del Filelfo. Il NISARD (Les Gladiateurs, etc.) si provò a riportarne parecchi nelle appendici alle Vite del Filelfo e di Poggio, ma anch'egli fu costretto a fermarsi.

[88] «Volui itaque eis ostendere id quod facerem non vitium esse corporis, sed animi virtutem.» Antid. in Pogium, pag. 177: Parisiis, 1529.

[89] ROSMINI, Vita di F. Filelfo, vol. I, doc. IX, pag. 125.

[90] PLATINA, Vita Pii II.

[91] Gasparo Veronese citato in VOIGT, Die Wiederbelebung, etc., pag. 437.

[92] Il Sannazzaro scrisse:

Dum patriam laudat, damnat dum Poggius hostem, Nec malus est civis, nec bonus historicus.

[93] Questa lettera è diretta a Flavio Biondo di Forlì e trovasi riportata anche in A. BARTOLI, I due primi secoli della Letteratura italiana: Milano, Vallardi, 1880.

[94] Una elegante edizione di questa Storia, colla traduzione di Donato Acciaioli, fu pubblicata in Firenze, 1856-60, in tre volumi in-8. Il signor CIRILLO MONZANI pubblicò un accurato Discorso sul Bruni nell'Archivio storico italiano, Nuova Serie, vol. V, parte I, pag. 29-59 e parte II, pag. 3-34. Vedi anche le considerazioni che fa sulle storie del Bracciolini e del Bruni il GERVINUS nel suo lavoro, Florentinische Historiographie, pubblicato nel volume intitolato: Historische Schriften: Frankfurt a. M., 1883.

[95] Sulla storia dell'Aretino si può consultare un pregevole lavoro di E. Santini, pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa (1910). L'autore però ne esalta un po' troppo i meriti, che pur sono in buona parte innegabili.

[96] La prima volta nel 1410 per un anno solo, la seconda dal 1427 al 44.

[97] VESPASIANO, Vita di Carlo d'Arezzo.

[98] VESPASIANO, op. cit., TIRABOSCHI, Storia della Letteratura italiana.

[99] Questa orazione fu premessa alle Epistolae del Bruni.

[100] VESPASIANO, Vita di G. Manetti, § II.

[101] VESPASIANO, Vita di G. Manetti, § XV.

[102] Vedi in VESPASIANO le due Vite di Zembrino pistolese e di Maestro Pagolo.

[103] VOIGT, Die Wiederbelebung, etc., pag. 279, nota 3.

[104] «Scripsit item exempla quaedam et veluti formulas, quibus Romana Curia in scribendo uteretur, quae etiam ab eruditissimis viris in usum recepta sunt.» — FACIUS, De viris, illustribus, pag. 3.

[105] VOIGT, Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite, vol. III, pag. 548 e segg.

[106] La sua libreria, in 30 casse che contenevano 600 volumi, fu lasciata a Venezia, e formò il primo nucleo della Biblioteca di San Marco. VESPASIANO, Vita del card. Niceno; VOIGT, Die Wiederbelebung, etc.; TIRABOSCHI, Storia della Letteratura italiana.

[107] VESPASIANO, Vite di Enocke d'Ascoli, di Niccolò V, di Giovanni Tortello.

[108] TORTELLII, Commentariorum grammaticorum de Ortographia dictionum e Graecis tractarum Opus, Vicentiae, 1479.

[109] Così nella Vita di Niccolò V, § XXV: in quella di Tortello, § I, dice, invece: «Aveva fatto inventario di tutti i libri che aveva in quella libreria, e fu mirabile cosa la quantità ch'egli diceva avere, ch'erano «da volumi novemila.» Altri danno altre cifre; il numero preciso è difficile conoscerlo. VOIGT, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 364.

[110] VESPASIANO, Vita di Niccolò V. G. MANETTI, nella sua Vita Nicolai V, dà un ragguaglio minuto dei disegni di questo Papa. Vedi anche VOIGT, Die Wiederbelebung, ecc.; GREGOROVIUS e REUMONT nelle loro Storie di Roma.

[111] BAROZZI e SABBADINI, Studi sul Panormita e sul Valla, nelle Pubblicazioni dell'Istituto superiore, pag. 52 e seg.: Firenze, successori Le Monnier, 1891.

[112] Poggio e Fazio lo accusano di avere anche fatto un falso chirografo, ed attribuiscono a ciò la sua fuga. Essi però erano suoi nemici, e sono quindi poco credibili testimoni contro di lui.

[113] È divisa in tre parti. Vedila nella edizione delle Opere del Valla fatta a Basilea, 1543. Nel 1430 l'opera era già scritta, nel 1433 ne usciva a Pavia una seconda edizione.

[114] A questo proposito egli dice: «Tot praelia vidi, in quibus de salute quoque mea agebatur.» Opera, edit. Basil., 1543, pag. 273. Gli eruditi però assai facilmente si vantavano d'aver corso pericoli, ogni volta che accompagnavano un principe al campo.

[115] Vedila nelle Opere.

[116] VOIGT, Enea Silvio de' Piccolomini, als Pabst Pius der Zweite, vol. II, pag. 313; Die Wiederbelebung, ecc., pag. 221. Vedi anche un articolo del professore FERRI sul Cusano, nella Nuova Antologia, anno VII, vol. XX, maggio 1872, pag. 109 e segg.

[117] In Novum Testamentum e diversorum utriusque linguae codicum collatione annotationes, etc.: nelle Opere del VALLA.

[118] In Bartholomeum Facium ligurem, Invectivarum seu Recriminationum libri IV. L'occasione della disputa era stata una critica del Fazio contro la Vita che il Valla aveva scritta del padre d'Alfonso d'Aragona. L. VALLAE, Historiarum Ferdinandi regis Aragoniae libri III: Parisiis, per Robertum Stephanum. — Nel rispondere al Fazio, il Valla attaccò anche il Panormita.

[119] Elegantiarum libri VI, nelle Opere del VALLA.

[120] Paraphrasis luculenta et brevis in Elegantias Vallae: Venetiis, 1535. — _Paraphrasis, seu potius Epitome in Elegantiarum libros Laur. Vallae_: Parisiis, 1548.

[121] Il RITTER, Geschichte der neuern Philosophie, parte prima, pag. 252, nota appunto questa superiorità che il Valla attribuisce alla Retorica sulla Dialettica: «Noch viel reicher ist die Redekunst, welche ein unerschöpfliches Gedächtniss, Kenntniss der Sachen und der Menschen voraussetzt, alle Arten der Schlüsse gebraucht, nicht allein in ihrer einfachen Natur, wie sie die Dialektik lehrt, sondern in den mannigfaltigsten Anwendungen auf die verschiedensten Verhältnisse der öffentlichen Gescäfte nach der Lage der Sachen, nach der Verschiedenheit der Hörenden abgeändert. Dieser reichen Wissenschaft solle die philosophische Dialektik dienen (Dial., disp. II, praefatio). Das meint Valla, wenn er die Philosophie unter dem Oberbefehl der Rede stellen will.» Questo è il concetto che espone nella Dialettica, ma nelle Eleganze va ancora più oltre, cercando ritrovare la filosofia o la logica nel linguaggio.

[122] «Ut si quid retractatione opus est, et quasi ablutione, en tibi me nudum offero.» Ad Eugenium IV, Pont. Apologia: VALLAE, Opp. Le Lettere ai cardinali Scarampo e Landriani trovansi nelle Epistolae Regum et Principum: Argentinae per Lazar. Zetzenerum, A. 1595, pag. 336 e 341.

[123] TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 1029 e segg.; VOIGT, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 224 e segg.; VOIGT, Enea Silvio de' Piccolomini, ecc., vol. I, pag. 237; ZUMPT, Leben und Verdienste des L. Valla, nel vol. IV del Zeitschrift für Geschichtswissenschaft, von A. SCHMIDT; RITTER, Geschichte der neuern Philosophie, parte prima; INVERNIZZI, Il Risorgimento (secoli XV e XVI), cap. III, opera che fa parte della Storia d'Italia pubblicata a Milano dall'editore Vallardi; Lorenzo Valla, ein Vortrag von J. VAHLEN: Berlin, F. Vahlen, 1870, pag. 26 e segg. Recentemente furono pubblicati altri lavori sul Valla. Oltre quello già da noi citato di L. BAROZZI e L. SABBADINI, si possono consultare: G. MANCINI, Lorenzo Valla: Firenze, Sansoni, 1891: D.^r MAX VON WOLFF, Lorenzo Valla, sein Leben und seine Werke: Leipzig, Seemann, 1893.

[124] VOIGT, Die Wiederbelebung, ecc.; GREGOROVIUS, Geschichte der Stadt Rom, vol. VII, pag. 577 (2ª edizione): TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 635 e segg. La Roma instaurata e la Italia illustrata furono stampate la prima volta: Romae in domo nob. v. Iohannis de Lignamine, 1474, e ristampate insieme con tutte le opere del Biondo a Basilea nel 1559; vennero poi anche tradotte e pubblicate in italiano.

[125] È un trattato indirizzato, in forma di lettera, a Giovanni Aich, il 30 novembre 1444.

[126] Opera: Basil., Hupper, 1551, vol. I, pag. 91-93.

[127] Wiener Baedeker, Führer durch Wien und Umgebungen, von B. BUCHER und K. WEISS, Zweite Auflage: Wien, Faesy und Frick, 1870, pagine 43-44.

[128] Epist. 165, ediz. di Basilea, 1571.

[129] POGGII, De varietate fortunae: Parisiis, 1723. Quest'opera incomincia con una lunga introduzione, nella quale l'autore parla della devastazione in cui erano i monumenti di Roma. Il primo libro descrive le rovine, e passa quindi a narrare le vicende di Tamerlano e le calamità di Bajazet. Nel secondo libro Antonio Lusco discorre delle vicissitudini seguite in Europa dal 1377 fino alla morte di Martino V. Il terzo contiene un compendio della storia italiana sotto Eugenio IV. Il quarto, che è come un lavoro staccato, e fu tradotto più volte, contiene un ragguaglio dell'India e della Persia, che Poggio raccolse dal Conti, il quale era andato fino di là dal Gange. È certo un lavoro fra i più importanti che Poggio abbia lasciati, e vi si trova un po' di tutto: filosofia, descrizione della politica italiana nel secolo XV, viaggi in Oriente, ecc.

[130] PAOLO CORTESE dice: «In eo primum apparuit saeculi mutati signum.» De Cardinalatu, pag. 39 (ediz. del 1510).

[131] I Commentarii furono riveduti e in parte ritoccati da Gianantonio Campano, vescovo di Teramo. Vedi GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 599 e segg. (2ª ediz.) Il VOIGT ha dato una compiuta biografia di questo Papa nella sua opera, già molte volte citata: Enea Silvio de' Piccolomini als Pabst Pius der Zweite und Seine Zeitalter. Vedi più specialmente vol. I, lib. I, cap. 12, e passim; vol. II, lib. III, cap. 6-11. Il D.^r Lesca ha recentemente pubblicato un accurato lavoro sui Commentarii: Pisa, Nistri, 1894.

[132] IOVII, Elogia doctorum virorum; TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pagine 107, 210, 644-49; BURCKHARDT, op. cit.; GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII.

[133] «Fateor et me errasse, peccasse et ideo pœnas mereri.... Rursus peto veniam; ad pedes me Pauli Pont. clementissimi esse credatis, qui solita pietate et misericordia omnibus parcit, etc.» Così dice la confessione di cui il GREGOROVIUS trovò non l'originale, ma una copia nella Vaticana: Geschichte der Stadt Rom (2ª ediz.), pag. 587 e seguenti.

[134] Su Pomponio Leto e l'Accademia alcune nuove notizie si trovano in A. DELLA TORRE, Paolo Marsi da Pescia, Rocca S. Casciano, Cappelli, 1903.

[135] «Tibi polliceor, etiam si a praetervolantibus avibus aliquid contra nomen salutemque tuam sit, audiero, id statim literis aut nunciis Sanctitati tuae indicaturum. — Celebrabimus et prosa et carmine Pauli nomen, et auream hanc aetatem, quam tuus felicissimus pontificatus efficit.» Questa lettera del Platina che trovasi in VAIRANI, Monum. Cremonensium, vol. I, pag. 30, è citata dal GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 588.

[136] GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 603 e seguenti, (2ª ediz.); TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 317 e segg.

[137] RITTER, Geschichte der neuern Philosophie; GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 592; FERRI, Il Card. Niccolò di Cusa e la Filosofia della Religione (Nuova Antologia, vol. XX, anno VII, maggio 1872, pag. 100 e segg.). In questo articolo l'autore esamina il sistema filosofico del Cusano. «L'idea che signoreggia tutto, egli dice, è l'assoluto, pensabile e incomprensibile nella sua infinità, minimo e massimo, principio e termine di tutte le esistenze; da esso nascono i contrarii che esso armonizza. L'idea del Cusano non è l'identità del pensiero e dell'essere, ma è solo un'immagine della verità assoluta. L'intelletto umano rimane distinto dal divino, ma la creazione è una esplicazione del mondo da Dio, non è una creazione ex nihilo. La dialettica del Cusano non arriva all'identità del pensiero e dell'essere come in Hegel; il suo sistema non è ancora schietto panteismo, perchè ammette due ordini d'esistenze, finito ed infinito.» Il Bruno dette un passo più oltre in questa via. Su di ciò si legga il lavoro pubblicato dal professore Tocco negli Atti dell'Accademia dei Lincei: Le fonti più recenti della filosofia del Bruno: Roma, 1892.

[138] GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 596.

[139] MATARAZZO, Cronaca di Perugia, nell'Archivio Storico, vol. XVI, parte II, pag. 180; NOTARIUS A NANTIPORTU, Diarium etc., in MURATORI, Scriptores, vol. III, parte II, col. 1094; INFESSURA, Diaria rerum romanorum, ediz. Tommasini (nelle Fonti per la storia d'Italia, pubblicate dall'Istituto Storico Italiano): Roma, 1890.

Nelle Mittheilungen des Instituts für oesterreische Geschichtforschung, vol. IV (Innsbruck, 1883), si leggono due lavori, che esaminano assai minutamente tutto ciò che fu scritto e detto sul ritrovamento di questo cadavere. Il primo (p. 75-91) è di HENRY THODE; il secondo (p. 443-49) è di CHR. HÜLSEN, il quale confuta alcune ipotesi del Thode, pubblica qualche nuovo documento, e determina ciò che si può ritenere come veramente accertato, e ciò che si deve ritenere come ipotetico. V. anche BURCKHARDT, Die Renaissance, pag. 183 (1ª edizione).

[140] Lettere del 1485, pubblicate dall'HÜLSEN, nelle citate Mittheilungen, pag. 435-6.

[141] Così conchiudeva una satira, che scrisse allora:

.... Vobis res coram publica sese Offert in medium, referens stragesque necesque Venturas, ubi forte minus pro lege vel aequo Supplicium fuerit de sonte nefando; Aut etiam officium collatum munere civis Namque relegatus, si culpae nomine mulctam Pendeat, afficiet magnis vos cladibus omnes.

(PHILELPHI, Satirae, quartae decadis hecatostica prima).

[142] Il ROSMINI nella sua Vita di F. Filelfo (Milano, Mussi, 1808, volumi tre) ha pubblicato alcuni di questi versi:

A Francesco Sforza il Filelfo dice:

Nam quia magnifici data non est copia nummi Cogitur hinc uti carmine rancidule. Quod neque mireris, vocem pretiosa canoram Esca dat, et potus excitat ingenium. Ingenium spurco suerit languescere vino, Humida mugitum reddere rapa solet. (ROSMINI, vol. II, pag. 285, doc. VI).

A Gentile Simonetta:

Filia nam dotem petit altera et altera restes, Filiolique petunt illud et illud item. (Vol. II, pag. 287, doc. VI).

A Bianca Maria Sforza:

Blanca, dies natalis adest qui munera pacis Adtulit eternae regibus et populis, Dona mihi quae, Blanca, tuo das debita vati, Cui bellum indixit horrida pauperies? Foenore mi pereunt vestes, pereuntque libelli, Hinc metuunt Musae, Phaebus et ipse timet. . . . . . . . . . . . . . . . Non ingratus ero: nam me tua vate per omne Cognita venturis gloria tempus erit. (Vol. II, pag. 288, doc. VI).

A Francesco Sforza:

Si, Francisce, meis rebus prospexeris unus, Unus ero, qui te semper ad astra feram. (Vol. II, pag. 290, doc. VI).

[143] C. DE ROSMINI, Vita di F. Filelfo, vol. II, pag. 317, doc. XX.

[144] C. DE ROSMINI, Vita di F. Filelfo, vol. II, pag. 90, e pag. 305 e 308, doc. X.

[145] Per il Filelfo si possono consultare, oltre le sue opere, i tre volumi della biografia pubblicata dal Rosmini (troppo lodatore) con molti documenti, fra cui brani degli scritti inediti di quell'erudito. Lo SHEPHERD nella Vita di P. Bracciolini parla a lungo del Filelfo. Vedi anche NISARD, Les Gladiateurs, ecc., vol. I; GUILLAUME FAVRE, Mélanges d'Histoire littéraire, tome I: Genève, 1856; TIRABOSCHI, VESPASIANO e VOIGT nelle opere citate.

[146] Nel 1465 moglie d'Alfonso d'Aragona, duca di Calabria.

[147] Divenuta poi moglie di Federigo, duca d'Urbino.

[148] VESPASIANO, Vita d'Alfonso d'Aragona, § VI e XIV. Il VOIGT, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 235, dice 120,000 ducati; ma è forse errore di stampa.

[149] VESPASIANO, Vita d'Alfonso, § VII.

[150]

Crede velim nostra vitam distare papyro, Si mea charta procax, mens sine labe mea est.

(ANTONII PANORMITAE, Hermaphroditus. Primus in Germania edidit et Apophoreta adjecit F. C. Forbergius: Coburgi, 1824. Vedi Epig. II, 1).

[151] Archivio St. It., vol. XVI, parte I e II, Cronache del GRAZIANI e del MATARAZZO.

[152] G. VOIGT, Enea Silvio de' Piccolomini, vol. III, pag. 123.

[153] PII II, Comm.: Romae, 1584, lib. II, pag. 92. Il BURCKHARDT, pagine 223-224, osserva che la parola historia indica qui la conoscenza dell'antichità. — Pei Malatesta e Rimini, vedi CHARLES YRIARTE, Un condottiere au XV siècle: Rimini, Paris, Rotschild, 1882; e nei miei Saggi storici e critici (Bologna, Zanichelli, 1890) lo scritto: Rimini e i Malatesta.

[154] I fratelli erano quattro: Alfonso I, il cardinale Ippolito, don Ferrante e Giulio, figli tutti di Ercole I.

[155] GIOSUÈ CARDUCCI, Delle poesie latine edite ed inedite di Ludovico Ariosto: Bologna, Zanichelli, 1875, pag. 21 e seg.

[156] C. DE ROSMINI, Vita e disciplina di Guarino Veronese: Brescia, 1805-6, vol. I, pag. 6; TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 118.

[157] Il ROSMINI nella sua Vita di Guarino ci dà ampia notizia di tutti questi discepoli.

[158] PAOLO VECCHIA, Vittorino da Feltre, Roma, presso I diritti della Scuola, 1905.

[159] C. DE ROSMINI, Idea dell'ottimo precettore nella Vita e disciplina di Vittorino da Feltre e de' suoi discepoli: Bassano, tip. Remondiniana, 1801.

[160] PII II, Comm., pag. 131.

[161] Il prof. E. Piccolomini, nel suo lavoro Sulla libreria privata dei Medici, da noi più sopra citato, riporta a pag. 25 le istruzioni per il bibliotecario, le quali danno prova appunto della grande precisione e dell'ordine voluto dal Duca.

[162] Questa libreria rubata poi dal duca Valentino, e più tardi acquistata da Alessandro VII, trovasi ora nella Vaticana. Brevemente ne parla il CASTIGLIONI nel suo Cortegiano; ma VESPASIANO ne discorre a lungo e va in estasi descrivendola. «Solo a questo duca è bastato l'animo di fare quello che non è ignuno che l'abbia condotto da anni mille o più in qua, d'avere fatta fare una libreria, la più degna che sia mai istata fatta da quello tempo in qua.... E ha preso quella via che bisogna pigliare a chi vuole fare una libreria famosa e degna come questa.... E che lettere! e che libri! e come degni! non avendo rispetto a spesa ignuna (Vita di Federico duca d'Urbino, § XXVII e XXVIII).... In quella libreria i libri tutti sono belli in superlativo grado, tutti iscritti a penna, e non v'è ignuno a stampa, che se ne sarebbe vergognato; tutti miniati elegantissimamente, e non v'è ignuno che non sia iscritto in cavretto.» Ma il pregio principale era l'ordine con cui fu composta, contenendo i principali autori antichi e moderni in tutto lo scibile, e non molti esemplari d'uno stesso autore, ma una copia di ciascuno, nè «ci manca una carta sola delle opere loro che non ci sia finita.» (Ivi, § XXXI).

[163] Il PICCOLOMINI ha nel lavoro sopra citato, pag. 111 e seg., riportato il canone bibliografico composto dal Parentucelli, poi papa Niccolò V, e può vedersi quanto esso sia incompiuto, e quanto sieno perciò esagerate le lodi che riscosse.

[164] VESPASIANO, Vita di Federico duca d'Urbino, § XXXI.

[165] VESPASIANO, ibidem; UGOLINI, Storia dei Conti e Duchi d'Urbino, vol. due: Firenze, 1859; DENNISTOUN, Memoirs of the Dukes of Urbino: London, Longman, 1851; BURCKHARDT, Die Cultur der Renaissance, pag. 44-46; VOIGT, Die Wiederbelebung, ecc., pag. 263.

[166] De Platonicae atque aristotelicae philosophiae differentia: Basileae, 1574.

[167] Nella mia Storia di G. Savonarola, ecc., ho esaminato più ampiamente questo argomento. Vedi vol. I, lib. I, cap. 4.

[168] «Unser heutiger monotheistischer Gottesbegriff hat zwei Seiten, die der Absolutheit und die der Persönlichkeit, die zwar in ihm vereinigt sind, doch so, wie bisweilen in einem Menschen zwei Eigenschaften, davon die eine ihm nachweislich von der väterlichen, die andre von der mütterlichen Seite kommt: das eine Moment ist die jüdisch-christliche, das andre die griechisch-philosophische Mitgift unsres Gottesbegriffs. Das alte Testament können wir sagen hat uns den Herrn-Gott, das neue den Gott-Vater, die griechische Philosophie aber hat uns die Gottheit oder das Absolute vererbt.» — STRAUSS, Der alte und der neue Glaube: Bonn, 1873, 5ª ediz., pag. 107. Lo stesso autore osserva nella pagina precedente: «In Alexandria war es, wo der jüdische Stamm-und Nationalgott mit dem Welt-und Menschheitsgott zusammenffoss und bald zusammenwuchs, den die griechische Philosophie aus der olympischen Göttermenge ihrer Volksreligion heraus entwickelt hatte.» (Pag. 106). Da Alessandria venute in Italia, queste idee si diffusero in Europa, e divennero sangue e sostanza della cultura moderna.

[169] Una simile tradizione si diffuse anche intorno a Pitagora ed Apollonio, nata forse dall'antico uso dei primitivi cristiani, che chiamavano spesso giorno di nascita quello in cui passavano a miglior vita i loro martiri.

[170] Nel suo Comento al Simposio di Platone.

[171] Nelle sue lettere il Ficino distingue gli accademici platonici in suoi discepoli ed in suoi amici, dai quali ultimi dice che spesso imparava molto. Uno di questi era il Poliziano, il quale scriveva: «Tu cerchi il vero, io cerco il bello negli scritti degli antichi; le nostre opere si compiono a vicenda, essendo come due parti d'un solo e medesimo tutto.»

[172] Intorno a questi tentativi si possono vedere le notizie raccolte dal prof. A. ALFANI nel suo libro: Della Vita e degli Scritti di O. R. Rucellai: Firenze, Barbèra, 1872. L'autore però si sforza di dare al Rucellai un'importanza filosofica che esso non ebbe.

[173] Dobbiamo fare eccezione in favore d'un assai breve, ma pur dotto lavoro di K. SIEVEKING, Die Geschichte der Platonischen Akademie zu Florenz: Hamburg, Druck und Lithographie des Rauhen Hauses zu Horn, 1844. Questa bella monografia venne pubblicata, senza nome d'autore, come appendice ad una breve e pregevole storia di Firenze dello stesso scrittore. La fonte principale, per tutto ciò che risguarda l'Accademia Platonica ed il Ficino, sono le opere di lui. Dell'Accademia egli parla specialmente nelle Epistole e nella Introduzione o Comento alla sua versione del Simposio di Platone. Molte notizie si trovano anche nel TIRABOSCHI; nella Vita di M. Ficino scritta in latino dal CORSI, e in quelle di Lorenzo de' Medici, scritte dal ROSCOE e dal REUMONT; in ANGELO MARIA BANDINI, Specimen litteraturae florentinae saec. XV, ecc.: Florentiae, 1747. Quest'opera è principalmente una biografia di Cristoforo Landino seguace del Ficino, e membro dell'Accademia. Molte notizie raccolse anche LEOPOLDO GALEOTTI nel suo Saggio intorno alla Vita ed agli Scritti di Marsilio Ficino, pubblicato nell'Archivio Storico italiano, Nuova Serie, tomo IX, disp. 2ª, e tomo X, disp. 1ª. Per l'esposizione delle dottrine vedi RITTER, Geschichte der neuern Philosophie, parte I, lib. II, cap. IV; e per la filosofia di questi tempi, in generale, si consulti ancora F. SCHULTZE, Geschichte der Philosophie der Renaissance: Jena, 1874. Recentemente il prof. Arnaldo della Torre ha pubblicato, come tesi di laurea, una Storia dell'Accademia platonica, nelle Pubblicazioni dell'Istituto di Studî Superiori in Firenze: Firenze, 1902. Questo dotto volume di 858 pag. in 8º, contiene molte nuove ricerche. Al solito però si occupa assai poco delle dottrine filosofiche e del loro intrinseco valore.

[174] Oriundo di Pratovecchio, nato in Firenze nel 1424, dotto nel greco e latino, venne chiamato ad insegnare nello Studio, l'anno 1457. Fu cancelliere della Parte Guelfa; poi uno dei segretarî della Repubblica, ufficio che tenne fino al 1497: allora per vecchiezza si ritirò a Pratovecchio, continuando a godere lo stipendio di 100 fiorini annui, sino al 1504, quando morì in età di ottanta anni, in una villa donatagli dalla Repubblica, in premio del suo Comento su Dante. TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 1065; BANDINI, Specimen, ecc.

[175] Il Bandini dice che queste riunioni si suppongono tenute nel 1460; ma il ROSCOE osserva che Lorenzo de' Medici aveva allora 12 anni, e sostiene invece la data del 1468. The Life of Lorenzo de' Medici, called the Magnificent, capitolo II. V. DELLA TORRE, op. cit., pag. 579 e seg.

[176] «Hoc pronunciare libere possum, opiniones eorum tenebricosis allegoriarum involucris et dicendi genere plusquam poetico, qui omnium fere academicorum mos erat, fuisse absconditas.» Dopo di che egli procede citando espressioni che, giustamente osserva, nessun uomo di sana ragione vorrebbe usare. Specimen, vol. II, pag. 58.

[177] DELLA TORRE, Op. cit., pag. 814.

[178] Vedi il Commentarium Marsilii Ficini, in Convivium Platonis de Amore, che trovasi unito alla sua traduzione latina di Platone. I conviti suburbani dell'Accademia Platonica pare che si tenessero nella villa di Careggi, presieduti generalmente da Lorenzo de' Medici. Così dice ANGELO MARIA BANDINI (Specimen, vol. I, pag. 60-61), e così dice lo stesso Ficino in una sua lettera a Iac. Bracciolini (pubblicata nello SPECIMEN del BANDINI, vol. I, pag. 62-63). «Platonici veteres urbana Platonis natalitia quotannis instaurabant; novi autem Platonici, Braccioline, et urbana et suburbana nostris temporibus celebrarunt; suburbana quidem apud mag. Laurentium Medicem in agro Caregio. Cuncta in libro nostro de amore narrantur. Urbana vero Florentiae sumtu regio celebravit Franc. Bandinus vir ingenio, magnificentia excellens....» Nella riunione urbana, di cui ragiona in questo luogo, si disputò della immortalità dell'anima. Il convito di Careggi, di cui Ficino ci dà nel suo Commentario così minuto ragguaglio, fu presieduto anch'esso, per mandato di Lorenzo, che restò allora in Firenze, da Franc. Bandini. Infatti nel principio del primo cap. egli dice: «Plato philosophorum pater, annos unum et octoginta aetatis, natus septimo novembris die, quo ortus fuerat, discumbens in convivio, remotis dapibus, expiravit. Hoc autem convivium, quo et natalitia et anniversaria Platonis pariter continentur, prisci omnes Platonici usque ad Plotini et Porphyrii tempora quotannis instaurabant. Post vero Porphyrium mille ac ducentos annos, solennes hae dapes praetermissae fuerunt. Tandem nostris temporibus, vir clarissimus Laurentius Medices platonicum convivium innovaturus, Franciscum Bandinum Architriclinum constituit. Cum igitur septimum Novembris diem colere Bandinus instituisset, regio apparatu in agro Caregio novem platonicos accepit convivas.»

[179] Vedi nel Commentarium i due discorsi del Cavalcanti.

[180] Commentarium, Oratio IV.

[181] Commentarium, ecc., Oratio VII, cap. XVII. «Quomodo agendae sunt gratiae Spiritui Sancto, qui nos ad hanc disputationem illuminavit atque accendit.»

[182] Lugduni, 1567.

[183] Vedi la mia Storia di G. Savonarola, lib. I, cap. V.

[184] Commentario alla Vita di L. B. Alberti, nel quarto volume del VASARI, edizione Le Monnier; TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 414 e seg.; l'edizione di tutte le Opere di L. B. ALBERTI, curata dal Bonucci e pubblicata in Firenze (Tip. Galileiana) negli anni 1843 e segg. In questa edizione trovasi la Vita dell'Alberti scritta da un anonimo. Vedi anche l'Elogio dì L. B. Alberti, nelle Opere di G. B. NICCOLINI, ediz. Le Monnier, 1843, vol. III, pag. 401 e seg.; l'Elogio scritto dal POZZETTI, pubblicato a Firenze nel 1789, e finalmente Gli Alberti di Firenze, Genealogia, ecc., pubblicata dal cav. L. Passerini, per commissione del Duca di Luynes: Firenze, Cellini, 1870.

[185] BANDINI, Specimen, vol. I, pag. 164; TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 420, dove si riporta una lettera del Poliziano.

[186] ALBERTI, Opere, e TRUCCHI, Poesie italiane inedite: Prato, 1846-47, vol. II, pag. 335.

[187] ALBERTI, Opere, vol. II, pag. 221 e seg.

[188] Questo libro, tenuto generalmente per lavoro del Pandolfini, venne poi sostenuto essere opera dell'Alberti, specialmente da F. Palermo, il quale si scaldò tanto nella questione, e tanto s'esaltò nei suoi Prolegomeni promessi al Padre di famiglia (Firenze, tipografia Cenniniana, 1872), da dimenticare affatto il metodo e i confini di una critica scientifica. Il Pandolfini morì prima dell'Alberti, e difficile sarebbe concepire come egli avesse voluto copiare una prosa erudita, non solo riducendola in una forma parlata, ma ponendo idiotismi e sgrammaticature là dove non erano. Da un altro lato l'Alberti si dichiara esplicitamente autore dell'opera, cosa che non fa il Pandolfini. La questione fu lungamente discussa dal prof. Cortesi, che crede alla priorità del Pandolfini, e dai proff. Scipioni e Pellegrini, che con validi argomenti sostengono l'opinione contraria.

[189] PANDOLFINI, Trattato del governo della famiglia, pag. 21: Venezia, pei tipi del Gondoliere, 1841.

[190] Ibid., pag. 5.

[191] Ibid., pag. 14.

[192] Ibid., pag. 160 e seg.

[193] PANDOLFINI, Trattato del governo della famiglia, pag. 42.

[194] Furono pubblicate in tre volumi dalla R. Deputazione di Storia Patria, per la Toscana, Marche ed Umbria: Firenze, Cellini, 1867-73, e vanno dal 1399 al 1433.

[195] Nella sua Storia fiorentina.

[196] A. DESJARDINS, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane (tre volumi in-4): Paris, 1859-65, Imprimerie impériale, vol. I, pag. 214. È giusto ricordare, che la più parte di questi documenti furono trovati dal nostro G. Canestrini.

[197] FABRONI, Vita Laurentii Medicis: Pisis, 1784, vol. II, pag. 312, nota 179.

[198] Ibid., vol. II, pag. 359, nota 206.

[199] Ibid., pag. 363.

[200] Il FABRONI chiama questa lettera il canto del cigno, tamquam cycnea fuit, perchè Lorenzo poco dopo morì. Vol. II, pag. 308, nota 178.

[201] Abbiamo già visto nel Pandolfini, che i contadini italiani e più specialmente i toscani, di cui qui sopra si ragiona, avevano nel secolo XV un'agiatezza assai superiore a quella degli altri d'Europa. I novellieri, come per esempio il SACCHETTI (Vedi Nov. 88 e 202), parlano spesso di contadini proprietarî ed accorti. Nella Beca di Dicomano, in cui il PULCI descrive la vita dei contadini, uno di essi dice all'amata:

«Tu sa' ch'i' sono ignorante e da bene — Ed ho bestiame e case e possessione, — Se tu togliessi me, io torrei tene.» Vedi anche BURCKHARDT, Die Cultur der Renaissance (1ª ediz.), pag. 356.

[202] A. D'ANCONA, La poesia popolare fiorentina nel secolo XV. Questo lavoro fu pubblicato nella Rivista Contemporanea di Torino, vol. XXX, fascicolo 106 (settembre 1862). Vedi anche Carducci nella prefazione premessa al volume: Le Rime, le Stanze e l'Orfeo di A. POLIZIANO: Firenze, Barbèra, 1863. Questi due scrittori sono quelli che meglio di tutti hanno ragionato dell'antica poesia popolare italiana.

[203] Questa leggenda trovasi stampata anche fra le opere di Leon Battista Alberti.

[204] Ripubblicata da A. D'ANCONA (Pisa, Nistri, 1863). Vedi ancora i tre volumi di Sacre Rappresentazioni dei Secoli XIV, XV e XVI, pubblicati dallo stesso in Firenze, Successori Le Monnier, 1872.

[205] Più giusti assai nei loro giudizî sono il CAPPONI nella sua Storia della Repubblica fiorentina, ed il REUMONT nella sua opera, Lorenzo de' Medici: Leipzig, 1873. Il Carducci ha discorso più volte del valore e dell'indole poetica di Lorenzo, con moltissima originalità, sebbene, a nostro avviso, lo lodi un po' troppo.

[206]

Dum pulchra effertur nigro Simonetta feretro, Blandus et exanimi spirat in ore lepos, ecc.

[207] Comento di Lorenzo de' Medici sopra alcuni de' suoi Sonetti, in fine delle sue poesie volgari (edizione del 1554). Vedi anche ROSCOE, Life of Lorenzo de' Medici, cap. II.

[208] Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero de' Medici, ed altre lettere di varî concernenti al matrimonio di Lorenzo il Magnifico con Clarice Orsini. Pubblicazione per nozze, fatta da CESARE GUASTI: Firenze, Le Monnier, 1859.

[209] Furono ristampati dal ROSCOE, nell'Appendice alla sua Vita di Lorenzo, Doc. XII.

[210] La Canzone, che è però del Poliziano, incomincia:

Ben venga maggio, E 'l gonfalon selvaggio.

[211] Il VASARI, nella sua Vita di Piero di Cosimo, ci descrive la cura con cui erano ordinate queste feste, che furono lungamente continuate in Firenze, e le dichiara cosa che fa assottigliare gl'ingegni. I Canti Carnascialeschi di varî autori furono poi raccolti dal Lasca in due volumi: Fiorenza, 1559.

[212] Vedi ciò che dice il CARDUCCI nella sua bella Prefazione alle Poesie di Lorenzo: Firenze, Barbèra, ediz. diamante.

[213] ISIDORO DEL LUNGO, Uno scolare dello Studio fiorentino, Memoria pubblicata nella Nuova Antologia di Firenze, vol. X, anno 1869, pag. 215 e seg. Dello stesso autore vedi: La Patria e gli antenati di Angelo Poliziano nell'Archivio storico italiano, Serie III, vol. XI, pag. 9 e seg.

[214] Il prof. BONAMICI di Pisa, nel suo lavoro, Il Poliziano Giureconsulto (Pisa, Nistri, 1863), ha esaminato le postille alle Pandette, ed ha cercato di ridurre nei giusti confini il merito dell'autore.

[215]

Molles, o violae, Veneris munuscula nostrae, Dulce quibus tanti pignus amoris inest; Quae vos, quae genuit tellus? quo nectare odoras Sparserunt Zephyri mollis et aura comas? Vos ne in acidaliis aluit Venus aurea campis? Vos ne sub Idalio pavit Amor nemore? His ego crediderim citharas ornare corollis, Permessi in roseo margine Pieridas. Hoc flore ambrosios incingitur Hora capillos, Hoc tegit indociles Gratia blanda sinus, Hoc Aurora suae nectit redimicula fronti, Cum roseum verno pandit ab axe diem, etc.

[216] Fu detto e ripetuto generalmente, che queste Stanze vennero scritte nel 1469, quando cioè il Poliziano non aveva che quindici anni. L'errore nacque dal confondere la giostra di Lorenzo con quella di Giuliano. La prima fu data veramente nel 1469, ma fu descritta da Luca Pulci, secondo la più comune opinione, dal fratello Luigi, secondo altri. Questo è, in ogni modo, lavoro di poco merito, assai artificioso. Il poeta dice a Lorenzo: la tua vittoria (nella giostra) non invidia nulla alle vittorie di Emilio, Marcello, Scipione; tu hai meritamente avuto l'onore,

Di riportar te stesso in su la chioma,

cioè lauro su Lauro. La giostra di Giuliano fu data invece il 28 gennaio 1475, e venne poi descritta dal Poliziano, che aveva allora ventun'anno. Di ciò ha parlato con dottrina il prof. I. DEL LUNGO. Vedi le sue parole riferite nella Prefazione del CARDUCCI alle poesie del Poliziano, pag. XXIX. Secondo lui le Stanze furono composte fra il 1476 e il 1478, e forse anche descrivono un'altra giostra data in Firenze nei primi del 1478.

[217] Stanze, lib. I, 43 e 44.

[218] A torto fu per molto tempo attribuita al Poliziano. I copisti toscani la modificarono in più luoghi, e le dettero la forma in cui si diffuse poi a Firenze. Invece di brunettina, Olimpo aveva scritto pastorella. Vedi l'opuscolo di SEVERINO FERRARI: A proposito di Olimpo da Sassoferrato: Bologna, Zanichelli, 1880.

[219] Vedi la già citata Prefazione alle poesie del POLIZIANO, pag. CXVII. Il D'Ancona crede che i Rispetti i quali oggi si cantano ancora nelle campagne toscane, sieno, almeno nei loro caratteri generali, quegli stessi che la scuola medicea prese dal popolo, per restituirglieli ingentiliti da una forma più letteraria. E così, per la tenacità dei volghi, sarebbero continuati a cantarsi fino ad oggi. Rivista Contemporanea, citata più sopra.

[220] CARDUCCI, Prefazione, ecc., pag. CXXV.

[221] Per la vita del Pontano vedi TIRABOSCHI, op. cit., vol. VI, pag. 950; C. M. TALLARIGO, Giovanni Pontano e i suoi tempi, volumi due: Napoli, Morano, 1874. In questa monografia trovansi anche molti brani scelti delle migliori poesie latine del Pontano, con traduzioni fatte dal professore P. Ardito, e tutto il dialogo latino, Il Caronte. Il SETTEMBRINI, nelle sue Lezioni di Letteratura italiana (Napoli, 1866-72, vol. tre), discorse con verità ed eloquenza del Pontano (vol. I, pag. 281-83), e fu di stimolo al Tallarigo, che, dopo aver letto quelle pagine, s'indusse a scrivere la monografia qui sopra citata. Oltre di ciò si veda l'edizione fatta a Basilea delle opere del Pontano.

[222] CARDUCCI, Studi letterarî: Livorno, 1874, pag. 97.

[223] Trovasi fra le poesie ristampate dal Tallarigo, op. cit., vol. II, pag. 627.

[224] I taralli sono ciambelle anche oggi comunissime in Napoli.

[225] Vedi il TALLARIGO, op. cit., vol. II, pag. 619 e seg.

[226] Il Novellino di Masuccio Salernitano, restituito alla sua antica lezione da LUIGI SETTEMBRINI: Napoli, Morano, 1874. Vedi il Prologo alla terza parte. Sono cinquanta Novelle, divise in cinque parti. Ogni parte comincia con un Prologo, e il primo di essi è indirizzato a Ippolita d'Aragona, cui il libro è dedicato. Ogni Novella ha un Esordio, con cui viene dedicata a qualche illustre personaggio napoletano; segue la Narrazione, e poi viene una conclusione intitolata sempre Masuccio, perchè in essa l'autore fa le sue considerazioni. Il poco che sappiamo di Masuccio trovasi raccolto nel Discorso che il Settembrini ha premesso al volume.

[227] Prologo alla terza parte.

[228] Prologo primo.

[229] Fra i lavori che possono servire a dar notizia esatta di questa parte della nostra storia letteraria, citiamo prima di tutto la Memoria letta nell'Accademia di Berlino da L. RANKE, Zur Geschichte der italienischen Poesie: Berlin, 1837. Questo breve scritto è fra quelli che primi aprirono una via nuova nella storia del Romanzo cavalleresco; esso però non risponde ora più allo stato presente della scienza. Più ampio assai e con molte nuove ricerche sulla storia letteraria, principalmente della Francia, ma in parte anche dell'Italia, è il libro di G. PARIS, Histoire poétique de Charles Magne: Paris, A. Franck, 1865. Per ciò che risguarda la nostra letteratura, il lavoro più recente e compiuto è quello del prof. P. RAJNA, Ricerche intorno ai Reali di Francia: Bologna, Romagnoli, 1872 (nella collezione pubblicata dalla Commissione dei testi di lingua). In questo libro ed in altri suoi scritti venuti alla luce nel Propugnatore, il prof. Rajna dimostra una conoscenza profonda della materia, conoscenza assai spesso attinta a nuove sorgenti da lui scoperte. Vedi anche CARDUCCI, Scritti letterarî: Livorno, 1874.

[230] Vedi a questo proposito i due importantissimi lavori del professore P. RAJNA: La materia del Morgante Maggiore in un ignoto poema cavalleresco del secolo XV (Propugnatore, anno II, dispense 1ª, 2ª e 3ª); La Rotta di Roncisvalle (Propugnatore, anno III, dispense 5ª e 6ª; anno IV, disp. 1ª, 2ª, 3ª, 4ª e 5ª).

[231] Cito a caso alcune stanze tra le moltissime riportate dal RAJNA (Propugnatore, anno II, disp. 1ª, pag. 31-33):

Quando più fiso la notte dormìa Una brigata s'armò di pagani, E un di quegli la camera aprìa, E poi entraron ne' luoghi lontani, E un di lor ch'è pien di gagliardìa, Al conte Orlando legava le mani Con buon legami per tanta virtute, Ch'atar non si può dalle genti argute. (Orlando, foglio 92).

Quando più fiso la notte dormìa Una brigata s'armâr di pagani, E un di questi la camera aprìa: Corsongli addosso come lupi o cani; Orlando a tempo non si risentìa, Che finalmente gli legâr le mani, E fu menato subito in prigione, Senza ascoltarlo o dirgli la cagione. (Morgante, XII, 88).

Tu sei colei che tutte l'altra avanza, Tu se' d'ogni beltà ricco tesoro, Tu se' colei che mi togli baldanza, Tu se' la luce e specchio del mio cuore, ecc., ecc. (Orlando, foglio 114).

Tu se' colei ch'ogni altra bella avanza, Tu se' di nobiltà ricco tesoro, Tu se' colei che mi dài tal baldanza, Tu se' la luce dello eterno coro, ecc., ecc. (Morgante, XIV, 47).

[232] Questo episodio fu poi stampato a parte col titolo di Morgante Minore, donde venne l'aggiunta di Maggiore al titolo di tutto il poema, che l'autore aveva chiamato semplicemente Il Morgante.

[233] Sono ben noti questi versi, che dànno idea chiara dello spirito mordace, comico e scettico del Pulci:

Rispose allor Margutte: A dirtel tosto, Io non credo più al nero che all'azzurro, Ma nel cappone, o lesso o vuogli arrosto; E credo alcuna volta anche nel burro; Nella cervogia, e quando io n'ho, nel mosto, E molto più nell'aspro che il mangurro; Ma sopra tutto nel buon vino ho fede, E credo che sia salvo chi gli crede. E credo nella torta e nel tortello, L'uno è la madre, e l'altro è il suo figliuolo; Il vero paternostro è il fegatello, E possono esser tre, e due, ed un solo, E diriva dal fegato almen quello. (Morgante Maggiore, XVIII, 115, 116).

[234] Lettera IV, nelle Lettere di Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico: Lucca, Giusti, 1868. Questa bella pubblicazione devesi al chiarissimo signor cav. Salvatore Bongi dell'Archivio di Lucca.

[235] Lettera III.

[236] Lettera IV.

[237] Lettera XXI.

[238] Sonetti di MATTEO FRANCO e LUIGI PULCI, pubblicati senza data di luogo, l'anno 1759. Grande spontaneità e disinvoltura ha il Franco; ma il Pulci è più poeta ed ha più brio. Fra i sonetti del secondo rende chiara immagine dell'autore quello che incomincia:

Costor, che fan sì gran disputatione Dell'anima, ond'ell'entri o ond'ell'esca, O come il nocciol si stia nella pesca, Hanno studiato in su n'un gran mellone, ecc. (Sonetto CXLV, pag. 145).

Il Sonetto VIII:

Ah, ah, ah, ah sa' tu di quel ch'io rido;

il LV:

Don, don, che diavol fia? A parlamento;

il LXI:

Chiarissimo maggior dite su presto,

ed altri moltissimi, che sono del Franco, dimostrano chiaro come egli gareggiasse col Pulci per arrivare alla maggiore possibile facilità e disinvoltura. Nello stesso volume, a pag. 151, trovasi la Confessione a Maria Vergine di LUIGI PULCI. In essa l'ingrato peccatore confessa le sue colpe, e riconosce il passato errore:

Però qui le mie colpe scrivo e 'ncarno Con le lacrime miste con l'inchiostro.

Tutto ciò naturalmente non gl'impediva di tornare il giorno dopo a far peggio.

[239] Rime edite ed inedite di ANTONIO CAMMELLI, detto il PISTOIA, per cura di A. Cappelli e S. Ferrari: Livorno, Vigo, 1884; I Sonetti del PISTOIA, giusta l'apografo trivulziano, a cura di Rodolfo Renier: Torino, Loescher, 1888.

[240] D'ANCONA, La poesia popolare italiana, pag. 41 e seg.: Livorno, Vigo, 1878.

[241] Questa, è anche l'opinione del prof. Ulisse Poggi, nel suo breve Elogio di Matteo Maria Boiardo, pubblicato nel Supplemento al n. 35 dell'Italia Centrale di Reggio-Emilia, il 23 marzo 1871.

[242] BOIARDO, Orlando Innamorato, lib. III, canto VII, 1.

[243] Questa credenza nella fortuna si manifesta a volte in un modo singolare. Nei libri di Provvisioni della repubblica fiorentina ne abbiamo trovata una del 20 febbraio 1498 (stile antico), che incomincia colla solita formola: In Dei nomine. Amen. E nell'interno dell'I maiuscolo è scritto: Fortuna in omni re dominat. Arch. fiorentino, Consigli Maggiori, Provvisioni, Registro 190, a c. 122 t.

[244] Aveva allora settanta anni, e su di lui furono scritti questi versi:

Dum fidus serrare volo patriamque Ducemque, Multorum insidiis proditus interii. Ille sed immensa celebrari laude meretur Qui mavult vita quam caruisse fide.

[245] Guidantonio Vespucci e Piero Capponi scrivevano da Lione, il 6 giugno 1494, a Piero de' Medici, che li aveva mandati ambasciatori in Francia: «La Santità di Nostro Signore, il quale di sua natura è vile, et è conscius criminis sui, ecc.» DESJARDINS, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane, vol. I, pag. 399. Ferrante d'Aragona, nella sua lettera del 17 gennaio 1494, che citeremo più oltre, diceva che il Papa era di sua natura «acuto e timido.»

[246] Tutta questa parte della vita di Alessandro VI è minutamente narrata da F. GREGOROVIUS e da A. DI REUMONT nelle loro Storie di Roma. Il Gregorovius specialmente è quegli che cominciò le più minute e pazienti ricerche sui Borgia.

[247] GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia nach Urkunden und Correspondenzen ihrer eigenen Zeit, vol. I, pag. 21-22: Stuttgart, Cotta, 1874. Quest'opera dell'illustre scrittore contiene molti importanti documenti. Essa è stata tradotta in italiano, ed ebbe subito in Germania tre successive edizioni.

[248] Le ultime e più precise notizie sulla genealogia dei Borgia trovansi nella Lucrezia Borgia di F. GREGOROVIUS. Si possono consultare però, oltre le due Storie di Roma più sopra citate, il Saggio di albero genealogico e di memorie sulla famiglia Borgia, di L. N. CITTADELLA ferrarese: Torino, 1872; la Rassegna bibliografica su questo lavoro del Cittadella (il quale non è senza errori), pubblicata da A. DI REUMONT nell'Archivio Stor. It., serie III, tomo XVII, dispensa 2ª del 1873, pag. 318 e segg.; e la Genealogia dei Borgia, Nota dello stesso REUMONT al suo proprio articolo, vol. cit., dispensa 3, pag. 509. Nuove notizie ha aggiunto recentemente il signor YRIARTE col suo libro César Borgia, sa vie, sa captivité, sa mort, 2 vol.: Paris, Rotschild, 1889. Merita poi una speciale menzione la eccellente pubblicazione del Burcardo, in tre volumi, fatta da L. Thuasne: I. BURCHARDI, Diarium sive rerum urbanarum commentarii (1483-1506): Paris, E. Leroux, 1883-85. Qui sono aggiunti anche molti nuovi documenti.

[249] Figlia d'un suo cugino.

[250] GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 22-23, 36-37.

[251] Il GUICCIARDINI, acerrimo avversario del Borgia, dice nella sua Storia d'Italia, che Ferrante fu spaventato della elezione del nuovo Papa a segno tale da piangere, cosa in lui insolita. Il GREGOROVIUS, invece, dalle lettere ufficiali di congratulazione vuole argomentarne che nessuno degli Stati italiani ne fosse allora scontento. Ma forse la verità in questo caso, come spesso, sta nel mezzo, e così crede il REUMONT. (Vedi il suo articolo sul Codice Aragonese, nell'Archivio Stor. It., serie III, vol. XIV, pag. 375-421). Che il re di Napoli si fosse opposto all'elezione di Alessandro VI, non può dubitarsene. Nel novembre 1492, l'ambasciatore fiorentino Pietro Alamanni scriveva da Napoli a Piero de' Medici, che il Papa sapeva come il Re aveva cercato d'opporsi alla elezione di lui, «et essendo il Papa della natura che è, il Re non si ha persuadere che lo dimentichi così presto.» Vedi DESJARDINS, Négociations, ecc., vol. I, pag. 434.

[252] Nel descrivere il carattere di Lucrezia molti si sono illusi, e qualche volta per futili ragioni. Leggendo negli storici contemporanei, che Lucrezia era «savia e accorta,» o altre simili parole, hanno voluto tirarne conseguenze singolari. Ma queste medesime espressioni si trovano ripetute a proposito della Giulia Bella, e anche del Valentino. Era un modo di dire, specialmente trattandosi di chi aveva buone maniere, e faceva le cose senza provocare troppo scandalo. Il BURCARD, nel suo Diario, raccontando una delle orgie del Valentino, la famosa cena delle meretrici, incomincia: «In sero fecerunt coenam cum Duce Valentinense, in camera sua, in Palatio Apostolico, quinquaginta meretrices honestae cortesanae nuncupatae, etc.» Meno irragionevolmente valsero a difesa di Lucrezia Borgia, la sua condotta a Ferrara, e le lodi che essa ebbe allora dall'Ariosto e da altri. Di ciò noi non dobbiamo qui parlare; notiamo però, che nella biografia scritta da F. Gregorovius, si trovano fatti della vita di lei in Ferrara, che somigliano a quelli seguiti in Roma. Sono pochi, è vero, ma Lucrezia aveva allora da fare con un marito che le ricordava la sorte della Parisina; nè essa aveva più la protezione del padre. Quanto alle lodi dell'Ariosto sono frasi di cui fu largo a molti che non le meritavano.

[253] Figlio naturale di Costanzo, che era figlio di Alessandro, il fratello di Francesco Sforza.

[254] L'Infessura, che descrive anch'egli le nozze, parlando della Giulia, la dice aperto l'amante del Papa, eius concubina, e aggiunge di non voler dire tutto quello che si raccontava della festa, «perchè non vero o, se vero, incredibile.»

[255] Questa lettera, in data 13 giugno 1493, indirizzata al duca di Ferrara dal suo ambasciatore Giov. Andrea Boccaccio, ep. mutinensis, trovasi in GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, documento X.

[256] GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 327-28 (2ª ediz.).

[257] Dispaccio di Giacomo Trotti (Milano, 21 dicembre 1494) citato dal GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 83.

[258] Eppure non mancano anche adesso scrittori che vorrebbero attennare le colpe dei Borgia, e trovare in quel Papa almeno un qualche alto concetto politico. Ma i fatti e i documenti parlano ogni giorno più chiaro; nè io capisco davvero come, dopo la pubblicazione dei dispacci di A. Giustianian, si possano ancora aver dei dubbî, o sperare attenuanti.

[259] ALBÈRI, Relazioni degli Ambasciatori veneti, Serie I, vol. IV, pag. 16 e segg.

[260] C. DE CHERRIER, Histoire de Charles VIII, roi de France (Paris, Didier, 1868), vol. I, pag. 235. È questo un lavoro pregevole, che pur va letto con circospezione, perchè non senza errori. DELABORDE, L'expédition de Charles VIII en Italie: Paris, Firmin Didot, 1888.

[261] DE CHERRIER, op. cit., pag. 242.

[262] Lettera di Piero Alamanni a Piero de' Medici, scritta da Napoli il 2 gennaio 1493. Vedila nel DESJARDINS, Négociations diplomatiques de la France avec la Toscane, vol. I, pag. 442.

[263] DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag. 227.

[264] Ibidem, pag. 256: lettera del 18 settembre 1493.

[265] Ibidem, pag. 327: lettera del 20 settembre 1493.

[266] Ibidem, pag. 330-331; lettere del 28-29 settembre 1493.

[267] Ibidem, pag. 350: lettera del 21 novembre 1493.

[268] Ibidem, pag. 358: lettera del 17 gennaio 1494. Vedi anche a pag. 350 e 352 le lettere del 29 novembre e del 9 dicembre 1493.

[269] Ibidem, pag. 359: lettera del 22-23 gennaio 1494.

[270] Lettera del 31 marzo 1494. Vedi Appendice, doc. I.

[271] DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag. 555: lettera del 7 giugno 1494.

[272] Ibidem, pag. 504: lettera del 12 agosto 1494.

[273] Ibidem, pag. 514: lettera del 20 settembre 1494. Queste lettere sono scritte quasi tutte da Paolo Antonio Soderini, e indirizzate a Piero de' Medici, che egli poi abbandonò.

Anche il Capponi, che più tardi stracciò i contratti in faccia a Carlo VIII, e tanto contribuì alla cacciata dei Medici, era andato a Parigi come confidente di Piero. Il COMMINES, nelle sue Mémoires, lo chiama traditore (vol. II, pag. 340); ma egli aveva ragioni personali per essere poco contento di lui. Infatti, quando, insieme con Stefano di Vesc e col Briçonnet, cercò di tramare accordi ed intrighi a favore di Piero de' Medici, gli fu da questo, per mezzo del Capponi appunto, risposto comme par moquerie. (LETTENHOVE, op. cit., vol. II, pag. 98 e 144). Pare che non si fosse scelto il momento opportuno per queste trattative. Certo è però che, quando furono fatte al Capponi dal vescovo di San Malò proposte contrarie al governo dei Medici, egli ne scrisse subito a Piero, dicendo: «Ho disposto voi non abbiate persona che i fatti vostri tratti con più amore di me.» (DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag. 393 e segg.). La sua condotta non è molto chiara, ma non c'è neppure da fidarsi del giudizio del Commines, perchè egli intrigava allora per conto proprio. Secondo lui Lodovico il Moro aveva dato troppo poco danaro ai ministri del Re: «Si argent ils devoient prendre, ils en devoient demander plus.» (COMMINES citato dal LETTENHOVE, op. cit., vol. II, pag. 97).

[274] Beatrice sposò il 25 giugno 1475 Mattia Corvino, re d'Ungheria, e dopo la morte di lui, sposò Lodovico re d'Ungheria il 23 luglio 1493. Sciolto il matrimonio, tornò a Napoli nel 1501, e morì nel 1508.

[275] Codice Aragonese, pubblicato dal comm. TRINCHERA, direttore generale degli Archivi Napoletani, in tre vol. (il secondo in due parti): Napoli, 1866-74. La lettera citata è dell'11 aprile 1493, e trovasi nel vol. II, parte I, pag. 355.

[276] Codice Aragonese, vol. II, parte I, pag. 394: lettera del 24 aprile 1493.

[277] Elmetti.

[278] Codice Aragonese, vol. II, parte II, pag. 41 e segg.: lettera del 7 giugno 1493.

[279] Piero de' Medici secondava sempre l'Aragonese. Vedi le lettere che scriveva al suo ambasciatore in Napoli, nel luglio del 1493. Si trovano nell'Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. I, num. 1, a carte 16.

[280] Principe d'Altamura, fratello di Alfonso e secondogenito del re Ferrante.

[281] GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 332-33 (2ª ediz.). Vedi nel Codice Aragonese, le tre lettere del 3 agosto e quella del 29 agosto 1493, pag. 198, 200 e 223. In queste lettere deve però esser corso qualche errore di stampa nelle date. L'ambasciatore fiorentino, A. Guidotti, in una del 17 agosto 1493, indirizzata agli Otto (Archivio Fiorentino, Cl. X, dist. 2, num. 18, a carte 21), parla minutamente dell'accordo fatto cogli Orsini, e del contratto di matrimonio, nel quale si diceva, come «il Papa venìa in affinità col serenissimo re Ferdinando et, in vice et nome di loro Maestà et Excellentie, don Federico prometteva dare per donna allo illustrissimo don Geffre, figliuolo di Sua Santità, M.ª Xances figliuola del duca di Calabria.... Consentito et stipulato tale contracto per le parti, da poi per verba de presenti don Geffre contraxe matrimonio con M.ª Xances, in persona di don Federico come suo procuratore, al quale in signum matrimonii decte et sua Excellentia ricevette lo anello, nè questo atto per confessarsi donna, et come donna ricevere lo anello don Federico, passò senza grandissime risa et festa, et ultimamente, con molta letitia, don Federico, come parente, si abbracciò col Papa et con tucti i parenti di Sua Santità.»

[282] Codice Aragonese, vol. II, parte II, pag. 322: lettera del 5 dicembre 1493.

[283] Codice Aragonese, vol. I, parte II, pag. 348 e segg.: lettera del 18 dicembre 1493. Da questi dispacci risulta chiarissimo non esser possibile supporre, come pur s'è fatto, che il Papa abbia mai avuto il pensiero nazionale d'unire l'Italia contro la Francia.

[284] Codice Aragonese, vol. II, parte II, pag. 421. Dopo questa lettera ne seguono solamente altre poche e brevissime di Ferrante.

[285] Cronaca di Notar Giacomo: Napoli, 1845, pag. 178. Il Guicciardini ed il Machiavelli pretendono che re Ferrante volesse in ultimo darsi nelle mani del Moro, ed il Machiavelli aggiunge ancora, che voleva levar sua figlia a Gio. Galeazzo per darla al Moro, dimenticando che ella aveva tre figli e che il Moro aveva moglie.

[286] Vedi le lettere del 5 e 23 gennaio 1494, nei documenti pubblicati da A. CAPPELLI col titolo: Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno al suo tempo: Modena, 1869.

[287] Breve del dì 1º febbraio 1494, nell'Arch. Stor. It. (Annali del MALIPIERO), vol. VII, pag. 404.

[288] Addosso all'ambasciatore furono trovati i 40,000 ducati e la lettera del Sultano al Papa, nella quale gli si offerivano, se mandava il cadavere di Gemme, altri 300,000 ducati, concludendo: «Così il degno Padre della Chiesa Cattolica potrà comprare Stati ai suoi figli, ed il nostro fratello Gemme troverà riposo nell'altra vita.» Questa lettera e quella del Papa al Sultano si leggono nel Diario del BURCARDO, e nel SANUTO, De adventu Karoli Regis Francorum in Italiam, opera di cui trovasi un'antica copia nella Biblioteca Nazionale di Parigi. Una copia moderna, che io ne feci fare coll'aiuto del nostro Ministero di Pubblica Istruzione, e della quale mi sono valso, trovasi nella Biblioteca di San Marco a Venezia. — Più tardi il prof. FULIN la pubblicò prima nell'Archivio veneto, poi in un volume a parte col titolo: La spedizione di Carlo VIII in Italia: Venezia, 1883. Si può dire che essa sia il primo volume dei Diari dello stesso autore, perchè questi cominciano là dove quella finisce. Vedi anche CHERRIER, op. cit., vol. I, pag. 415; GREGOROVIUS, Geschichte, ecc. (2ª ediz.), vol. VII, pag. 350, nota (1).

[289] Vedi le lettere inedite di Piero più sopra citate, e quelle pubblicate dal Desjardins.

[290] Mémoires, vol. I, pag. 156.

[291] LETTENHOVE, op. cit., vol. I, pag. 194; vol. II, pag. 108 e 123.

[292] Al quale proposito il Commines, che tante volte aveva mutato bandiera, dice che il Soderini «estoit des sages hommes qui fussent en Italie.» PH. DE COMMINES, Mémoires, vol. II, pag. 359, edizione pubblicata da M.^lle Dupont. Vedi ancora: Lettres et Négociations de Ph. de Commines, par le baron HERVYN DE LETTENHOVE (in tre vol.): Bruxelles, 1867-74. Questo è un lavoro assai importante.

[293] Il leone che posa la zampa sopra uno scudo, in cui è inciso il giglio rosso fiorentino. L'origine della parola Marzocco è assai incerta. Il signor Gaetano Milanesi suppone che, quando nel 1333 la piena d'Arno portò via il Ponte Vecchio con la statua di Marte, che v'era sopra, i Fiorentini, nel ricostruirlo, invece della statua di Marte, vi ponessero il leone con lo scudo ed il giglio, chiamandolo Martocus o Martiocus, quasi piccolo Marte o Marzocco.

[294] In questo mezzo era seguìto un fatto che aveva dato molto da ridere a tutta Italia. Giulia Bella, la sorella di lei e madonna Adriana erano cadute in mano dei Francesi. Il Papa era di ciò disperato, e non si diè pace fino a che la sua Giulia e le altre donne non furono, mediante la somma di 3000 ducati, riscattate. GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 81.

[295] BURCHARDI, Diarium, ediz. Thuasne, vol. II, pag. 230 e seg.

[296] CHERRIER, op. cit., vol. II, a pag. 137, traduce la lettera, in cui i Dieci parlano di ciò. E veramente i Borgia, con la morte di Gemme, perdettero i 40,000 ducati l'anno, senza avere i 300,000 che erano stati loro promessi una volta tanto, se consegnavano il cadavere. Il SANUTO racconta l'origine ed il progresso della malattia di Gemme, la quale fu un catarro con febbre, che i medici curarono con salassi ed altri rimedî energici. Ad Aversa era già tanto peggiorato, che lo portavano sopra una sbara. (De adventu Karoli regis, pag. 212 della copia esistente nella Marciana). Questo autore, secondo il suo solito, riferisce le lettere dell'ambasciatore veneto, che si trovava sul luogo, il quale osserva appunto, che la morte di Gemme era stata dannosa all'Italia «et maxime al Pontefice, che lo privò di ducati 40,000 d'oro haveva ogni anno da suo fratello (il Sultano), per caxon havessi custodia di lui.»

[297] SANUTO, De adventu, ecc., pag. 230.

[298] «Il ne sembloit point aux nôtres, que les Italiens fussent hommes,» scriveva il Commines, a proposito delle crudeltà francesi.

[299] Questa lettera si trova nel ROMANIN, Storia documentata di Venezia, vol. V, pag. 50. Vedi anche CHERRIER, Histoire de Charles VIII, vol. II, pag. 97.

[300] COMMINES, op. cit., vol. II, pag. 168; CHERRIER, op. cit., vol. II, pag. 151.

[301] Questo trattato trovasi nel DESJARDINS, op. cit., vol. I, pag. 630. Vedi anche CHERRIER, op. cit., vol. II, pag. 293.

[302] CHERRIER, op. cit., vol. II, pag. 338.

[303] Ferdinando I, Alfonso II, Carlo VIII, Ferdinando II, Federico.

[304] Bartolommeo d'Alviano da Todi, marito di Bartolommea Orsini.

[305] «Ipsum ducem alicubi cum puella intendere luxui sibi persuadens, et ob eam causam puellae domum exire ipsi, illa die, duci non licere.» BURCHARDI, Diarium, nella Biblioteca Nazionale di Firenze, Cod. II, 450, fol. 21^t. È questo il codice, che abbiamo più spesso riscontrato. V. anche l'edizione Thuasne, II, 388.

[306] «Respondit se vidisse, suis diebus, centum in diversis noctibus varie occisos in flumen proiici per locum praedictum, et nunquam aliqua eorum ratio habita fuit; propterea de casu huiusmodi existimationem aliquam non fecisse.» BURCHARDI, Diarium, Cod. cit., fol. 23.

[307] BURCARDO, MALIPIERO, SANUTO, ecc.

[308] Il duca di Gandia aveva 24 anni, e fu il solo che continuò la discendenza dei Borgia. Un suo nipote fu il terzo generale dei Gesuiti.

[309] «Pontifex, ut intellexit Ducem interfectum et in flumen ut stercus proiectum, compertum esse, commota sunt omnia viscera eius.» BURCHARDI, Diarium, Cod. cit., fol. 23^t.

[310] Questo discorso del Papa, riferito dall'ambasciatore veneziano, trovasi nel SANUTO, ed è riportato dal REUMONT, Geschichte der Stadt Rom, vol. III, parte II, pag. 838.

[311] Il SANUTO, nei suoi Diarî, reca diverse lettere che affermano il sospetto esser caduto anche sugli Orsini. Ne parla anche il MANFREDI, ambasciatore del duca di Ferrara in Firenze, nelle sue lettere del 12 agosto e del 22 dicembre 1497. Nella prima dice che il sospetto cadeva sugli Orsini, nella seconda su Bartolommeo d'Alviano. V. CAPPELLI, Fra Girolamo Savonarola e notizie intorno al suo tempo, ecc.

[312] Di ciò parla lungamente l'ambasciatore fiorentino Alessandro Bracci nelle sue lettere, che trovansi inedite nell'Archivio Fiorentino, e sono assai importanti. Quella però del 16 giugno, in cui era descritta appunto l'uccisione del duca di Gandia, manca nella filza. Archivio Fiorentino, Lettere dei Dieci di Balìa da maggio a dicembre 1497, Cl. X, dist. 4, num. 54, foglio 53.

[313] Lettera di A. BRACCI, in data 4 luglio 1497. Cod. cit., foglio 78.

[314] Lettera di A. BRACCI, in data 17 giugno 1497. Vedi Appendice, documento II.

[315] Tutti gli storici del tempo raccontano a lungo la morte del duca di Gandia. Il GREGOROVIUS nella sua Storia di Roma cita molti documenti originali, fra i quali pubblica una lettera assai notevole di Ascanio Sforza a Lodovico il Moro, in data del 16 giugno 1497. (Vol. VII, pag. 399, nota 1). Il BURCARDO dà un minuto e tragico ragguaglio del fatto nel suo Diario; ne parlano il Matarazzo, il Malipiero, tutti i contemporanei, massime le lettere dei privati e degli ambasciatori residenti a Roma. Di queste il Sanuto riporta molte, dalle quali si vede la straordinaria impressione che la cosa aveva fatta in Roma, dove le fantasie s'erano assai esaltate. Una lettera del 16 giugno (SANUTO, vol. I, foglio 310) dice: «Maxima demonum caterva in basillica beati Petri audita et visa fuit per plures, et ibidem tot et tanta luminaria, ut ipsa basillica penitus a fundamentis supra ardere et comburi videretur: ecce quanta prodigia!» Lettere del 17 dicembre 1497 (vol. I, foglio 391), ed altre posteriori riportate dallo stesso (Vol. I, foglio 408), ripetono cose di simil natura. Abbiamo ancora le lettere del Papa che, annunziando il fatto espone il suo dolore ai potentati: da esse però non si cava nulla di nuovo. Nel discorso fatto in Concistoro, egli escluse i sospetti che erano caduti sopra Ascanio Sforza, sul principe di Squillace e sul signore di Pesaro, il che prova però che questi sospetti v'erano stati. Vedi REUMONT, Geschichte, ecc., e SANUTO, Ragguagli storici, pubblicati dal Brown (Venezia, 1837-38), vol. I, pag. 74.

[316] Di ciò parla a lungo il SANUTO, ne' suoi Diarî, vol. I, foglio 556 e 559. Alcuni brani ne riportò il BROWN, op. cit., vol. I, pag. 212.

[317] GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, vol. I, pag. 88.

[318] Il 19 luglio l'ambasciatore fiorentino A. Bracci scriveva che trattavasi del divorzio fra il signore di Pesaro e donna Lucrezia, «la quale Sua Beatitudine tre dì dopo la morte del duca di Gandia richiamò in Palazzo, dove sta assiduamente.» Nel separarsi dal signore di Pesaro, la Lucrezia si dichiarò disposta a giurare, che non aveva avuto alcuna relazione col marito, e che era perciò vergine. Al quale proposito aggiunge il MATARAZZO, a pag. 72: «etiam advenga ad dio che fusse stata e fusse allor la più gran p.... che fusse in Roma.»

[319] Il REUMONT prima lo credette, nella sua Storia di Roma, figlio di Lucrezia, poi figlio del Papa, senza saper più ritrovare la madre. (Arch. Stor. It., ser. III, tomo XVII, disp. 2ª del 1873, pag. 329). I documenti pubblicati dal GREGOROVIUS nella sua Lucrezia Borgia (vol. I, pag. 159 e segg.) gettano sul fatto una luce sinistra.

[320] «De dilecto filio nobili viro Cesare Borgia.... et soluta (muliere).» Il Breve dice che Giovanni aveva allora tre anni vel circa. GREGOROVIUS, Lucrezia Borgia, doc. 27.

[321] «Cum autem tu defectum predictum (natalium) non de prefato Duce sed de nobis et de dicta muliere soluta patiaris, quod bono respectu in litteris predictis specifice exprimere noluimus, ecc.» E poi conchiude, che restava tuttavia la già fatta legittimazione, con la facoltà di ereditare. Tutto ciò, secondo il GREGOROVIUS, papa Alessandro lo fece, perchè non poteva legittimare un suo figlio, nato quando egli era Papa, e non voleva che il Valentino potesse aver ragione d'annullare un atto di legittimazione, che gli attribuiva un figlio non suo. Op. cit., doc. 28.

[322] Vedi il dispaccio dell'ambasciatore di Ferrara, di cui il GREGOROVIUS riproduce un brano nella sua Lucrezia Borgia, vol. I, pagina 101, nota 3.

[323] Lettera dell'ambasciatore fiorentino A. BRACCI (del 19 luglio 1497), il quale dice di aver questi ragguagli da persona che è «degno prelato e palatino.» Archivio Fiorentino, Cod. cit.

[324] «Et bene non dixit verbum Papae Valentinus, nec Papa sibi, sed, eo deosculato, descendit de solio.» BURCHARDI, Diarium.

[325] BURCHARDI, Diarium. V. anche la lettera dell'ambasciatore A. BRACCI, in data del 27 settembre 1497, Cod. cit., fol. 144.

[326] Secondo il SANUTO, il Re aveva detto: «Mi pare el fiol del Papa, ch'è cardinal, non sia in grado di darli mia fia per moglie, licet sia fio del Papa.» Diarî, vol. I, parte II, pag. 75. Di questa seconda parte del vol. I pare si sia perduto l'autografo. Ne esiste solo una copia del secolo scorso, che ora trovasi nella Marciana di Venezia, insieme cogli altri volumi che sono autografi. Le nostre citazioni del Sanuto rimandano al Codice marciano. — Nel 1879 fu cominciata a Venezia la pubblicazione dei Diarî, e la stampa ne è già molto avanzata.

Il Re di Napoli scriveva al suo ambasciatore in Francia: «L'affanno insopportabile avuto per noi in disturbare lo matrimonio.... tra la figliuola legittima nostra e lo cardinal di Valenza, cosa disconveniente e contraria d'ogni ragione, a voi è ben noto. Averiamo prima consentito di perder lo regno, li figli e la vita.» Arch. Stor. It., ser. I, vol. XV, pag. 235.

[327] «Per non desperare lo Papa, il quale manifestamente ne minacciava.» Arch. Stor. It., loc. cit.

[328] SANUTO, Diarî, vol. I, parte II, pag. 164.

[329] Breve del 3 settembre 1498, in GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 423.

[330] Così racconta, nei Diarî del SANUTO, vol. I, parte II, pag. 44, una lettera dell'agosto 1498, che finisce con queste parole: «Conclusive, è un cattivo Papa et non è mal che non facesse per dar stado a soi figlioli.»

[331] MOLINI, Documenti di Storia Italiana: Firenze, 1836-37, vol. I, pag. 28.

[332] Il Sanuto parla spesso dell'accordo già seguìto allora fra il Papa ed il cardinale Della Rovere. Il prefetto di Roma, chiamato spesso prefetto di Sinigaglia, perchè dimorava colà, era fratello del cardinale, e non fu compreso nell'accordo, per avere (come dicemmo) svaligiato l'ambasciatore G. Bocciardo, che il Sanuto chiama Bozardo, quegli che portava al Papa il danaro del Sultano. Più tardi fu anch'esso perdonato con un Breve del 18 novembre 1499. Vedi GREGOROVIUS, Geschichte (2ª ediz.), VII, pag. 425-29.

[333] SANUTO, Diarî, vol. II, fol. 156.

[334] Ibidem, vol. II, fol. 274. Più oltre, nel foglio 323, è descritta la mutabile natura del Papa.

[335] Ibidem, vol. II, fol. 326: l'ambasciatore dice che il Papa «vuol il Reame (di Napoli) per suo fiol.»

[336] Giulio II restituì più tardi questo feudo ai Caetani, dichiarando che era stato ingiustamente usurpato.

[337] SANUTO, Diarî, vol. II, fol. 529 e seg.

[338] L'ambasciatore P. Cappello in SANUTO, citato dal GREGOROVIUS, Geschichte, ecc., vol. VIII, pag. 441.

[339] BURCHARDI, Diarium, Cod. cit., fol. 185.

[340] Relazione di P. Cappello, ambasciatore veneto, pubblicata dall'ALBÈRI nelle Relazioni, ecc., Serie II, vol. III, pag. 10.

[341] «Singulis diebus bono mane exibat in habitu brevi hospitale predictum cum balista, et interficiebat quos poterat commode, et pecunias eourum auferebat.» BURCHARDI, Diarium, Cod. cit., fol. 209.

[342] BURCHARDI, Diarium, ibidem.

[343] SANUTO, Diarî, vol. III, fol. 141. Le lettere ivi riferite, in data del 4 giugno 1500, parlano del piacere che ebbe il re di Francia per questa condanna, ed aggiungono pure che furono, nel termine di dieci giorni, cacciati i Côrsi che solevano far da sicarî nella Città.

[344] Ella poi ritornò ben presto.

[345] In questo tempo, e prima che seguisse il fatto del duca di Bisceglie, il Papa aveva corso pericolo per un tetto caduto in Vaticano. L'ambasciatore veneziano, andandolo a visitare il 3 luglio, trovò che «erra con Soa Santità madonna Lugrezia, la principessa, e so marito, e una soa damisella sta con mad. Lugrezia, che è favorita del Papa.» SANUTO, Diarî, vol. III, fol. 172.

[346] «Cum non vellet ex huiusmodi vulneribus sibi datis mori, in lecto suo fuit strangolatus circa horam 19^m, et in sero circa primam horam noctis portatum fuit cadaver ad basilicam Sancti Petri.» BURCHARDI, Diarium. Questo è un altro dei fatti narrati da quasi tutti gli storici e ambasciatori contemporanei, fra i quali va ricordato specialmente l'ambasciatore veneto Paolo Cappello, che allora trovavasi a Roma, e che nella Relazione sopra citata racconta minutamente tutti i particolari da noi riferiti. La sua narrazione concorda con quella del Burcardo e con quella del Sanuto, il quale ultimo trascrive quasi sempre in esteso o in sunto i dispacci dello stesso Cappello da Roma. Dopo aver narrato il fatto, il SANUTO (Diarî, vol. III, fol. 201) aggiunge, che l'autore del delitto fu colui che aveva fatto ammazzare il duca di Gandia. Più oltre (fol. 263 retro) riferisce lettere dell'oratore, del 18 e 20 luglio, le quali dicono che il duca di Bisceglie era stato ucciso, «perchè tratava di occider il Duca (Valentino), et il Duca la fato far per alcuni arzieri, et allo fato taiar a pezi fino in la sua camera.» Nella Relazione, che fu scritta dopo, quando forse aveva potuto avere più minute informazioni, il Cappello dice invece che lo aveva fatto strangolare da don Micheletto. Più oltre il SANUTO (fol. 273) riferisce lettere del 23 e 24 agosto, in cui si narra come il Papa scusasse il Valentino, affermando che il duca di Bisceglie voleva ammazzarlo. Recentemente il signor THUASNE, in fine del terzo volume della sua ediz. del Burcardo, pubblicò alcuni dispacci dell'ambasciatore fiorentino Francesco Cappello, che su per giù confermano le stesse notizie.

[347] P. CAPPELLO, Relazione citata. Il SANUTO invece riferisce lettere di Roma, in data del 20 febbraio 1498, in cui si racconta come Pierotto cameriere fu trovato annegato nel Tevere con una donzella fida e creatura del Papa, «et la cagione non si sa.» Le parole della Relazione del CAPPELLO sono queste: «E altra volta ammazzò (il Valentino) di sua mano, sotto il manto del Papa, messer Pierotto, sì che il sangue saltò alla faccia del Papa.» La Lettera di Silvio Savelli citata dal GREGOROVIUS (Geschichte, ecc., vol. VII, pag. 447) dice: «Pontificis cubicularius Perottus in eius gremio trucidatus.» Anche il Burcardo lo dice annegato nel Tevere. Forse vi fu gettato il cadavere, dopo l'uccisione, per nascondere il delitto.

[348] Il Manfredi aveva alla sua morte 18 anni. Il Nardi, sempre temperato, parla con orrore grandissimo di questo fatto (Storia di Firenze: Firenze, 1842, vol. I, pag. 237-38). Ne parlano anche il Guicciardini e molti altri. Il Diario del BURCARDO dice che nel giugno Astorre Manfredi fu trovato nel Tevere con due giovani, una donna ed altri cadaveri. Accenna alla morte del Manfredi anche il dispaccio 6 giugno 1502 dell'ambasciatore veneto Antonio Giustinian. Dispacci di Antonio Giustinian da me pubblicati in Firenze, Succ. Le Monnier, 1876, in tre vol.

Spotted a typo or a problem in this chapter? Tell us