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Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni (part 3 of 3)

Part 3 of 3 · Azeglio, Massimo d' · Public domain text

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Contents (3)

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Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni (part 3 of 3)

La fede nella giustizia di Dio e nella sua bontà,... la fede nelle profezie di Fra Girolamo, che a guisa d'un raggio celeste gli era stata per tant'anni guida e conforto, la vide offuscarsi e sparire in una tenebrosa caligine, piena di spaventi e di dubbi. Se in tutto quanto ho sperato... in tutto quanto ho creduto per novant'anni, mi fossi ingannato!

Questo tremendo sospetto sorse in quel travagliato cuore, quando appunto avrebbe avuto maggior bisogno di trovar nella Fede argomento e sollievo d'incorruttibili speranze: provò un brivido per l'ossa (materialmente, non per iperbole) sentendosi uscir di pugno l'ultimo filo al qual poteva ancora attenersi, come rabbrividisce chi, sospeso per un valido ramo su un baratro profondo, lo sente all'improvviso crocchiare e venirsi schiantando: o chi in nave battuta dal vento o dall'onde vicino ad un'irta scogliera, vede strapparsi la gomena dell'ultim'àncora di salute.

Un doloroso gemito uscì dal petto di Niccolò quando, non ostante i suoi sforzi per chiuder la porta del cuore a pensieri di disperazione, sentì che v'entravan terribili e ruinosi, come si versano i nemici in una rocca difesa a lungo e combattuta indarno. Per la prima volta a novant'anni sentì che cos'era spavento, parendogli veder crollare ad un tratto le speranze di tutta una vita per questo mondo e per l'altro, cercando invano nel presente e nell'avvenire un senso che non fosse dolore, un pensiero che non fosse tenebre ed incertezza, e alzandosi seduto sul letto, disse, levando le braccia al Cielo: Deus meus quare dereliquisti me?....

Era ne' destini di Niccolò servir d'esempio sin dove possa su questa terra giungere la sventura e la forza dell'uomo nell'ottenerne vittoria. Colla tremenda potenza di volontà, ch'era stata sempre virtù sua principalissima, volle cacciar quelle idee, e le cacciò: volle averne d'un genere affatto opposto, e le ebbe, raccolse gli sfrenati pensieri, e disse in cuor suo: «Chi son io per giudicare quell'ente che fece me e gli uomini tutti, e cielo, e terra, e l'universo! Dir ch'egli o non possa, o non voglia, o non gli caglia occuparsi d'ognuna, benchè minima, delle sue creature, pesarne i meriti e le colpe, i dolori e le gioje, perch'egli è troppo grande per iscender sì basso; qual empia pazzia? Non sarebbe ciò appunto limitare la sua potenza, volerlo rimpicciolire alla nostra misura? Le creature tutte non son esse egualmente atomi, e nulla a fronte della sua immensità? Volgere il sole e gli astri pel firmamento costa più forse alla sua mano che dar forma e moto al minimo degl'insetti? Oh, Iddio grande, dacchè m'hai pur creato, abbi dunque cura anche di me! Soccorri dunque quest'anima immortale ora che sta per ritornare donde tu la movesti! Perdona i dubbj di quest'intelletto, che è per tua fattura! Tu non gli desti di poterti comprendere, ma, lo sento, tu m'hai posta nel cuore, compenso a tutti i miei mali, bastante virtù da poter sperare in te, nelle tue misericordie. Sì, mio Dio, io spero.... io confido nella tua bontà, mi getto tra le tue braccia, nel tuo paterno seno, ove saprò forse un giorno perchè in terra ebbi tanto a patire!....»

La speranza, celeste amica degli afflitti, scese così nel cuore del povero vecchio, e vi sparse una nuova dolcezza, una quiete serena per la quale si sentì riconfortar tutto. Gli parve essere già trasportato in una regione alta e lontana dalle miserie del nostro mondo, sentirsi sciolto oramai dalle passioni, dalle cure di esso, e trasfondersi tutto nelle idee d'una vita migliore. Questi pensieri a poco a poco, senza perder punto della loro soavità, si confusero, vennero acquistando non so che di fantastico e d'immaginoso, chè lo stanco vecchio s'era alla fine addormentato, e gli pareva vedersi dinanzi tre figure, tre forme umane vestite di tonacelli bianchi, co' piedi scalzi, che gli sorridevano, e parean godersi in un fuoco vermiglio ed ardentissimo, che per ogni parte guizzando con mille rapidissime fiammelle le circondava.

Quello che era nel mezzo cominciava a parlargli, ma le sue parole erano come un'armonia dissimile ad ogni lingua terrena, ed incomprensibile a Niccolò, al quale, riconoscendo Fra Girolamo, pareva prostrarsegli, esclamando:

--O santissimo de' martiri, fa che il tuo servo t'intenda!--

Il frate allora, mutando voce e lingua, gli diceva:

--E vorresti intendere i misteri di Dio? Adorali, e spera. S'adempiranno le mie profezie. Florentia post flagella renovabitur. Ma non puoi sapere nè quale abbia ad essere il flagello, nè quanto debba durare.... sic dicit dominus.... passeranno le generazioni ed i secoli, poi sarà luce nuova e terra nuova, e quella patria che abbiamo amata cotanto ambedue risorgerà libera, rinnovata.--

Il fuoco, i martiri, la visione tutta sparì: e Niccolò destatosi, e stimando appunto visione divina il sogno che con apparenze sovrumane gli avea ritratte quelle idee che avea sempre avute fisse nel cuore, si sentì più che mai avvampare di quell'ardente carità di patria, di quella fede inconcussa, che era stata l'anima del viver suo, e doveva essere in morte l'unico suo conforto.

Iddio, che giammai non abbandona chi d'abbandono non è meritevole, avea mandato l'ajuto quando appunto stava per isorgere maggiore il bisogno.

Un romore di persone e di chiavi si fe' sentire nell'andito vicino: si riaprì la porta della segreta, entrò un tavolaccino con un torchietto, poi alcuni birri della famiglia del bargello, e comandarono al vecchio d'alzarsi e di seguitarli. Egli ubbidì, e preso in mezzo da costoro, uscirono, e dopo un lungo ravvolgersi per corridoi e scalette vennero alla porta d'una sala ove teneva ragione il nefando tribunale, statuito, non a giudicare, ma a mandar alla morte i nemici del nuovo stato, aggiuntovi lo scherno di un giudizio.

Era un camerone quadrato ed alto, mostrava dipinta nella facciata per mano di Giotto una storia piena di figure di santi, sotto i quali il pittore ritrasse molti de' più ragguardevoli cittadini dei tempi suoi, tra gli altri, Corso Donati, Brunetto Latini e Dante Alighieri.

Sotto Pietro Leopoldo fu dato il bianco alla pittura. A nostri giorni l'ugne de' prigionieri scortecciando quell'intonaco, la scoprirono qua e là. Speriamo che si scopra del tutto, e che quel luogo pieno di così onorate memorie, sia ridotto meno schifo che non è al presente.

Sotto la pittura era una spalliera, o banco, sul quale sedeano otto giudici vestiti di robe pavonazze, ed avean dinanzi un lungo tavolone ov'eran registri, scritture, calamaj, un involto, ed in quattro candellieri altrettanti ceri accesi, chè ancora non era apparsa la prima luce del giorno: e per due finestre strette, lunghe ed alte dal suolo, poste a manca di chi entrava, ed aperte pel caldo, si vedean tra le sbarre dell'inferriate scintillare le stelle.

Presso la porta s'intrattenevano mazzieri, birri, testimonj e tavolaccini. In un angolo sporgeva dal muro una trave con una carrucula in punta, e la corda del tormento. Un'immagine di Nostra Donna dipinta accanto sulla parete, con una lampada accesa davanti, dovea forse colla sua vista confortar le vittime: o piuttosto era ivi collocata per la vecchia usanza degli uomini di usar le cose divine a tutelare le loro ribalderie.

Quando entrò il vecchio sorse un leggiero bisbiglio tra que' ribaldi che erano in sull'uscio. Alcuni si riposavano sdrajati lungo il muro, chè a que' giorni il tribunale non avea avuto posa d'un momento. Uno di costoro, stirandosi e sbadigliando, tutto svogliato diceva:

--Quando verrà l'ultimo di codesti uccellacci! che possiamo un tratto andarci a dormire!....--

Niccolò venuto avanti, si fermò a due passi dalla tavola. Quantunque si sentisse, come si può immaginare, parendogli che al cospetto di que' nemici della sua patria, avesse egli il carico di sostenerne l'onore colla presenza e colle parole: si tenne ritto più che poteva, e girando lo sguardo, non arrogante, ma pure ardito sui giudici, nessuno potè sostenerlo, ed abbassarono gli occhi o li volsero altrove.

Erano stati scelti costoro tra' più sviscerati amatori de' Medici, o piuttosto tra quell'antica e mala razza, la quale, dacchè gira il mondo, s'è trovata sempre pronta a porre la sua viltà a servigi del partito vincente.

Era tra essi Baccio Valori (Dio ti benedica le mani, Cosimo de' Medici!) v'era messer Benedetto de' Nobili, degli altri non accade dire.

Il presidente, volto all'accusato, l'interrogò:

--Il tuo nome, l'età, la patria?--

E Niccolò con voce sicura

--Niccolò di messer Cione de' Lapi, del popolo di S. Giovanni, gonfalone del Leon d'oro, di anni 91.--

--Messer Benedetto, leggete l'accusa.--

S'alzò il Nobili, e tolto dalla tavola un foglio, lesse con volto, in apparenza compunto, le seguenti parole:

«In Nomine D. I. C., ac Beatiss. V. Mariae. Amen (ed il ribaldo chinò il capo sin quasi sulla tavola che avea dinanzi), Hoggi addì..... agosto 1530, è comparso dinanzi agli eccelsi signori Otto di Balia della ciptà et repubblica di Fiorenza, Niccolò di Cione de' Lapi, et accusato come per infrascripti testimonj, d'avere

I.º Sollevato et aggirato il popolo con frodi et macchinazioni, a danno et vituperio di questo Stato, intromettendosi clam, seu palam, nelle deliberazioni e nelle pratiche de' magistrati per contraddire che la sopraddetta ciptà et repubblica di Fiorenza non iscendesse alle giuste et honeste conditioni domandate da S. B. papa Clemente VII per l'ill.^{ma} casa Medici, e pei cittadini Palleschi che aveano avuto bando di rubelli dopo il 1527, et essere stato cagione principalissima che si prolungasse la guerra con infiniti danni della ciptà et del contado.

II.º Item d'havere consigliata et favorita la deliberazione di spogliare le chiese, cappelle, luoghi pii et oratorj degli ori, argenti, gemme et arredi pretiosi, contro l'espressa proibizione di S.ª S.ª et a danno gravissimo del clero, de' conventi et della S.ª Catt.ª Chiesa, per sostentare le spese della guerra et dell'abominevole ribellione contro gli ordini et le leggi antiche della repubblica di Fiorenza, e contro la chiesa romana.

III.º Item d'havere consigliato et confortato molti pessimi huomini, alle ruberìe, arsioni et rovine delle ville di Careggi et altre case dell'ill.^{ma} casa Medici, ed a far villania, e tagliar a pezzi papa Clemente a' Servi e ad altre brutte insolenze[73].

IV.º Item d'havere tenuto in casa sua culto empio et sacrilego alla memoria di frate Hieronimo Savonarola arso sulla piazza di Palagio come heretico ostinato, et scomunicato dalla SS.^{ma} memoria di papa Alessandro VI, come appare dalla tonaca et dalle ceneri del sopraddetto frate, quali sono presenti all'accusa, et havute dal sopraddetto Niccolò in venerazione et tenute in casa, nella propria camera da letto per farvi le sue divozioni, con iscandalo della famiglia, de' buoni cristiani et disubbidienze alla S.ª R.ª Chiesa.»

Dalle quali accuse, ammoniti a dir la verità, e presone sacramento sull'anima loro e sopra i SS.^{mi} Evangeli, seguono gl'infrascritti testimonj....

E qui lesse una filza di nomi della più bassa canaglia, seguiti tutti da una croce, perchè nessuno di costoro sapeva scrivere, poi soggiunse:

«Per le quali et per altre colpe et malefizj che si tralasciano, ma che all'occasione potrebbero venir dimostrati, si richiedono gli eccelsi signori Otto di Balia della repubblica et popolo di Fiorenza, facciano giustizia del sopraddetto Niccolò di messer Cione de' Lapi, colla condennagione alla pena de' traditori della patria; ad defensione de' buoni cittadini ed delle leggi, et esemplo de' tristi, et malvagi. Ad Dei gloria. Amen.»

Durante questa lettura un riso amaro era più di una volta apparso sulle labbra del vecchio: venuta a fine, disse il presidente:

--Niccolò, tu hai udito:, confessi, o vuoi parlare in tua difesa?--

--In mia difesa? rispose il vecchio sorridendo, io non butterei il fiato e le parole per questo: non vi conosco forse? non so io chi v'ha posti a quest'ufficio? Chi m'ha fatto pigliare e menar prigione, contro la fede de' capitoli della resa, che patteggiavano salve le vite e la libertà de' cittadini?

--E vorreste ch'io pensassi a difendermi? No, non parlo per salvare il mio capo: cada pure, e Dio volesse fosse caduto assai prima! non avrei veduta la rovina di questa santa ed altrettanto disavventurata patria, nè tanti tradimenti, nè tanta viltà.

--Ma parlo per l'onor di Firenze, perchè sempre, sinchè avrò libera almeno la lingua ed il respiro, sinchè mi lascerete vivo, non udrò mai vituperare e calunniar questo assassinato popolo, senza ch'io levi il grido in sua difesa.--Io non l'ho nè aggirato nè sollevato con macchinazioni, nè ho turbate le deliberazioni o le pratiche: ma in casa, in chiesa, in piazza, per tutto, a viso aperto (come ha parlato sempre Niccolò) l'ho confortato alla difesa della sua libertà, e me ne vanto: chè Firenze è stata sempre città libera e di sua ragione, ed i Medici e loro consorti, essi con macchinazioni e frodi tentarono sottometterla, e se ne furon cacciati, fu fatto loro il dovere: ora ritornano armata mano a calpestarla; Iddio l'ha consentito pe' nostri peccati, ma l'infamia di traditori alla patria starà eterna sovr'essi e non su noi.

--Gli ori e gli argenti delle chiese furon usati, ed avevam potestà d'usarli dal papa stesso, che l'aveva concesso prima del 27 in defensione dello stato de' Medici. O non è lecito adoprar que' tesori ad uso profano, e neppur allora non dovean porsi a discrezione de' laici; o è lecito, e furon adoprati santamente a sollevar la miseria e salvar la vita a migliaja d'innocenti che morivan di fame.

--Dell'arsione di Careggi non parlo; ciò varrebbe soltanto a mia particolar difesa, ed io non curo difendermi.

--Ma parlo bene, e protesto alla faccia di Dio e del mondo, contro le vituperevoli bestemmie ch'io ebbi pure ad udire in offesa del santo martire Fra Girolamo Savonarola, che non vi basta aver morto, non vi basta averne disperse e battute in Arno le ceneri, se colle calunnie non lo vituperate. E vi pensereste forse che vi venisse fatto? Che non fosser note ed aperte al mondo le ribalderie, le frodi, le false accuse colle quali procuraste la sua rovina voi Palleschi, cui facean vergogna le sue virtù, le sue sante esortazioni? Che non sappia ognuno come fu falsato il suo processo? Come ser Ceccone, notajo, che fu istrumento di queste abbominazioni, per giusto castigo di Dio morì disperato? Ed una scomunica fondata sulle calunnie avrebbe a tenere?.... Io non prestai alle reliquie del santo martire culto che non si convenisse, ma le tenni in casa con quel rispetto che era dovuto alle ceneri d'un santo, chiarito tale da miracoli, in vita e dopo morte operati.--

Messer Benedetto a queste parole sciolse l'involto che era sulla tavola, ne trasse la tonaca ed un sacchetto di seta trapunta d'oro ov'eran le ceneri, e mostrandola a Niccolò, disse:

--E' basta che tu riconosca queste cose esser tue, e quelle medesime che tu tenevi in camera in una nicchia, con accesa una lampada dinanzi; quello che si debba inferir poi di codesto culto, e della validità della scomunica no' lo sappiam ben noi.--

--Sì, ch'io le riconosco, e son mie, disse Niccolò prendendole e baciandole con impetuosa effusione d'affetto, e ringrazio Iddio che mi porge occasione di confessare a viso aperto il suo profeta innanzi a voi suoi nemici! di confessare la patria innanzi a voi che l'avete assassinata e tradita! Chi ero io, povero vecchio, da meritar di morire per cause cotanto sante ed onorate? Ora fatemi il peggio che voi potete, trionfi potestas tenebrarum, ma sappiate che Niccolò solo, inerme, prigione in mezzo a voi, v'ha compassione, e che a voi toccherà un giorno portargli invidia. Io dico e te, Baccio Valori.--

Disse alzando la mano e la voce verso di lui, che mezzo sbigottito si scosse.

--Io dico a te! verrà il giorno che la morte di Niccolò ti farà invidia: e non ch'io t'imprechi alcun male per quel che tu mi fai ora, chè liberamente ti perdono, ma non perdona Iddio a chi fa alla sua patria quello che tu facesti!--

--Orsù! disse Baccio troncandogli le parole, e facendo un risoluto cenno a' mazzieri, a questo modo si porta egli rispetto al magistrato? Ed il presidente, accennando anch'esso ai ministri, disse:

--Dacchè egli non vuol prender la buona via, e per arroto dice villania al magistrato, egli è dovere collarlo. Tu t'hai a dolere di te, Niccolò! Cancelliere, scrivete l'esamina.--

Alcuni birri si gettarono su Niccolò e, presolo per le braccia, lo trassero violentemente presso il brutto istrumento che accennammo dianzi, gli strapparon di dosso il lucco, il cappuccio, li gettarono a terra, ed il venerabil vecchio rimase in sole calze[74] e camicia. Il crocifisso d'argento, quello che avea tolto da capo al letto all'atto della partenza, ed era stato di M.ª Fiore sua moglie, gli pendeva sul petto, e trasse gli sguardi di quegli sgherri, che gliel'ebber tosto strappato. A quest'atto uscì dal petto di Niccolò un doloroso sospiro, ma levò gli occhi al Cielo rassegnato, e le sue labbra mormorarono alcune sillabe di preghiera, o forse di perdono.

Intanto i ministri del manigoldo, vestiti di farsetti e calze d'un rosso cupo, colle maniche rimboccate sin sopra il gomito, avevano spinto il vecchio sotto la carrucola, e legategli dietro le reni le braccia strettamente ai polsi colla corda che ne pendeva.

Tre di costoro afferratone l'opposto capo, aspettavano con istupida indifferenza il cenno d'incominciare, e Niccolò, volgendo il cuore a Dio ed implorando l'intercessione di Fra Girolamo, diceva:

--O tu, che soffristi tanto per la giustizia, fa ch'io sappia soffrir questo poco per la gloria di Dio, e per l'onore di questa povera patria.--

Messer Benedetto intanto, alzatosi dal suo posto, s'era accostato al paziente, e collocatosi ritto in faccia, accanto ad una piccola tavola, alla quale sedeva il cancelliere con un foglio bianco e la penna in mano aspettando di scrivere la confessione.

Molti pittori, nel rappresentare il martirio di qualche santo, si sono ingegnati render la scena più dolorosa ed evidente col contrasto tra i ceffi de' manigoldi ed il volto del martire; ma nessuno potè mai giungere ad immaginarlo quale era quivi realmente. Il volto di Niccolò, che per l'estremo pallore era quasi d'un color solo colla barba e coi capelli, illuminato dalla lampada della Madonna che gli stava sul capo, avrebbe avuto l'apparenza del marmo o dell'alabastro, e sarebbe sembrato il volto d'un profeta scolpito da Michelangelo, ma gli occhi neri levati al cielo davan vita a quel volto, splendendo umidi tra quel candore, e tuttochè devoti, e tutti trasfusi in Dio, non erano spogliati però del tutto della consueta fierezza. La bianchezza parimenti della camicia e del petto, che appariva largo e ben formato, benchè un po' scarno, la figura tutta in una parola di Niccolò, parea circondata d'una certa aureola, parea quasi risplendesse sull'oscuro campo che le faceano le brune pareti della sala, le immonde vesti della sbirraglia, ed i loro sozzi visacci, quali rossi e spugnosi per l'abuso del vino, quali smorti e disfatti per immoderate libidini, quali scuri e bestiali per abituali e sanguinose violenze. Nè men turpe di loro, benchè d'aspetto meno plebeo, appariva il viso di messer Benedetto. Qual cosa e più turpe d'un viso d'ipocrita?

Mettendo un sospiro, ed abbassando gli occhi per simular umanità, disse:

--Niccolò, confessi tu d'aver sedotto e traviato il popolo, come appare dall'accusa e da' testimonj?--

Il vecchio non rispose, e cominciò a recitar il versetto «Domine adjutor meus ecc.»

Il Nobili accennò ai ministri, e questi ravvoltasi meglio la fune alle mani piegarono le ginocchia lasciandosi andar di tutto peso.... Le braccia dell'accusato gli corsero su per le schiene, i muscoli del petto stirati con violenza gli s'avvallarono tra costa e costa, perdè colle piante la terra, e rimasto sospeso s'aggirò un momento colle ciglia e le labbra strette, ma senza mandar un gemito. Rimasto così alcuni secondi, fu riposto giù.... ma non ci regge l'animo dir più oltre di questa barbarie, della quale per secoli furono vittime tante migliaja d'infelici, e se più crudele o più pazza, sarebbe difficile definirlo. Basti dire che l'innocente vecchio soffrì la fune tre volte, e la fortezza dell'animo potè tanto sulla natura che non rallegrò i suoi nemici nè d'un grido nè d'un lamento: ed alla fine, doloroso e languente, ma costante sempre, fu di nuovo portato, più che condotto, nella sua segreta.

CAPITOLO XXXVIII

Quando Niccolò fu lasciato, si può dir, semivivo, sul lurido saccone che gli serviva di letto, era già fatto giorno da un'ora. Rimase come lo aveano posto; chè quel misero corpo era oramai divenuto un peso inerte, e privo d'ogni forza; gliene fosse pur rimasta, il minimo atto, il più lieve moto avrebbe resi insopportabili gli acerbi dolori che lo tormentavano per la sofferta tortura. Ma neppur questi patimenti poterono prostrare quell'anima riconfortata dalla celeste visione che in sogno avea creduto avere, e dal pensiero ch'era ormai presso al termine di tante miserie.

Al silenzio della notte era succeduto colla nuova luce quel confuso e continuo rumore che s'ode in una città desta, e che penetrava pure in quella segreta per l'alta e piccola finestra, munita d'una ferriata fitta, e d'una tramoggia al di fuori.

Tra quel rumore, tra quel ronzìo confuso, che era un misto di voci e di schiamazzi lontani, dell'andar de' carri, dello scalpitar de' cavalli, del picchiar delle arti per le botteghe, parea talvolta a Niccolò udire un bisbiglio più forte, come d'una frotta di uomini che passasse sotto le mura del bargello, ed un tratto levarsi il rumore, col maladetto grido: Palle, Palle!.... muojan i Piagnoni! urlato dalla più vile canaglia di Firenze; poi tra mezzo qualche voce sonora e di comando profferir parole tedesche, ovvero spagnole, chè tutte le strade all'intorno eran, per sospetto del popolo, stivate di soldatesche straniere.

--Oh perchè vissi tanto! diceva sospirando Niccolò. Perchè non fui anch'io all'ultima battaglia ove morirono i miei figli?... sarei morto con essi! Oh felice me allora!--e sforzandosi d'alzar le braccia riuscì pure, malgrado la doglia degli omeri e delle spalle, a turarsi colle mani le orecchie.

Lo prese a quel punto più che mai ardentissimo il desiderio della morte, e come pratico de' processi criminali per cose di stato, che in que' tempi, da chiunque venisser ordinati, si sbrigavano assai presto, veniva calcolando l'ore che avrebbe ancora dovute passare in quest'inestimabil passione, e pensava come per confortarsi «non è possibile ch'io sia mai vivo domattina.» Gli venne a quel punto un pensiero «Potrò io avere un confessore, che non sia uno de' costoro ribaldi?» E volea dire, se gli avrebber concesso d'aver una frate di S. Marco, e non invece un di quegli altri avversi a Fra Girolamo, ed allo stato popolare, come verbigrazia erano i Frati di S. Croce. Poi rifletteva. «I nostri si terranno chiusi in convento con sospetto grandissimo, e potrebbero portare grave pericolo uscendo; dovrò io esporveli facendoli chiamare? Fra Benedetto, che sarebbe pur quello ch'io vorrei, si attenterebbe egli a venire? Egli è un santo, ma altrettanto pusillo d'animo. E se anco venisse, vorrei io esser cagione che soffrisse oltraggio, villania, e forse peggio da questa setta perversa?»

O Niccolò, tu devi saper morire solo, senz'altro conforto che la memoria della tua vita passata! Ora è tempo d'usare quella fortezza che predicavi agli altri, se non vuoi che dican di te, come disse Cristo de' Farisei:[75]

All'ora che era solita distribuirsi la vivanda ai prigionieri, verso mezzamattina, comparve il carceriere con un pane ed una scodella di broda, nella quale il vecchio prese qualche cucchiajo, ajutandosi alla meglio, chè il riposo gli avea già in parte restituito l'uso delle braccia. Poi rimessosi a giacere, e rimasto solo, volse tutti i pensieri a Dio, ingegnandosi di venirsi così preparando alla morte.

Dopo un'ora udì disserrarsi di nuovo il chiavistello dell'uscio, e disse:

--Ecco chi viene a darmi il comandamento dell'anima! Ora sii tu ringraziato Iddio, che finalmente mi chiami alla tua gloria!--

Ma invece dell'uomo che era solito adempiere quel triste ufficio, vide entrare messer Benedetto, il quale, com'ebbe diligentemente richiuso, si fermò ritto avanti il lettuccio.

Niccolò, che sapeva chi egli era, vedendolo in atto tutto benigno, gli piantò gli occhi in viso tanto sicuramente, e come per iscrutare i suoi pensieri, che il tristo ipocrita dovette volgere altrove lo sguardo. Poi, tutto modesto e compunto, disse:

--Niccolò, io ti vengo a visitare, ch'egli è dovere d'ogni cristiano sollevare i tribolati, come se' tu. Ora sappi che mi duole moltissimo del tuo caso, ma non istette in me il potervi riparare.... pure, se vi fosse cosa che si potesse fare per levarti i tuoi dispiaceri io sarei disposto farla....--

Niccolò, al quale non cadeva neppur in pensiero prestar fede alle costui proteste, veniva dicendo «Che vorrà egli da me?» ma non riusciva indovinarlo. Pure gli volle rispondere umanamente, raffrenando l'ira che destava in lui quel ribaldo.

--Io ti ringrazio, Benedetto, e voglio esser persuaso di tutto quanto tu m'hai detto. Ma oramai io non ho altro desiderio se non che facciam presto, ed intanto sarai contento tu ed ognuno lasciarmi solo e non mi dar noja, chè in questi momenti l'uomo ha bisogno di star con sè stesso e con Dio, e non con altri.--

Dette queste parole Niccolò fece colla mano l'atto di dar commiato, e volse il capo verso il muro, sperando torsi colui d'allato. Ma il Nobili non si mosse, e riprese sempre più melato:

--Troppo parli sicuramente, Niccolò! E' pare che non ti curi nè di vivere nè di morire!.... tu ti butti troppo presto al disperato.... e ti credi non aver attorno che nemici, eppur non è così, Niccolò.--

Il vecchio volgendo il capo lo squadrò di nuovo con un'occhiata, che le pupille del Nobili evitarono, errando qua e là, poi disse, un pò più risoluto:

--Dov'io sia, e con chi.... lo so, Benedetto.... e dov'io sono, la Dio grazia, son contento d'esservi, ch'io morrei dieci volte non che una per non veder Firenze in mano di chi ella è.... ora te lo dico un'altra volta, vatti con Dio e lasciami in pace.--

Il Nobili parve stesse tra due d'andarsene; tacque un momento, poi, quasi riprendesse il primo pensiero, diceva:

--S'io venni qui, e s'io ti do noja ora, egli è ogni cosa pel tuo bene. Ascoltami Niccolò.... no' siam soli.... nessun ci può udire.... Che io tenga pe' Palleschi, e tu pel popolo, poco importa.... no' siam vecchi tutt'a due... ed io penso pure che io ho un'anima da salvare, e codesto importa assai. Credi tu ch'io non veda i modi che tengono costoro del nuovo stato? ch'io non conosca il brutto torto che ti vien fatto? Tu mi dirai «O perchè dunque fosti tu ad accusarmi?» Come potevo io non ubbidire a quel ribaldo di Baccio? e poi.... e se io ora appunto, per non imbrattarmi del sangue innocente, venissi a te per salvarti?--

Niccolò si scosse a questa parola, ma il Nobili, accennandogli colla mano onde non l'interrompesse, proseguiva:

--Vuoi tu aver in dispregio la vita perchè la tua parte fu vinta? È questo l'esempio che ci diedero i nostri antichi? E se in Firenze, ogni volta che una parte fu cacciata e dispersa, avesse fatto come vuoi far tu, sarebb'ella mai ritornata....

--Ingegnati di vivere, chè niuno ha ancor trovato chiodo che valga a conficcar la ruota della fortuna, e solo pe' morti non v'è più speranza. Io parlo pel tuo bene, Niccolò! Vedi questi ribaldi che ti voglion veder morto, sta in te il farteli amici... tu sei ricco, Niccolò... io so che in casa tua,.... o forse al tuo podere presso il Poggio, tu hai molto tesoro nascosto.... insegnami il luogo.... ora non è tempo di miserie... i danari si ritrovano, ma la vita! Dimmi, dov'è codesto tuo nascondiglio, e con questo tesoro io saprò far in modo che quei tuoi nemici....--

Niccolò, che non aveva tesori nascosti, e che a un tratto conobbe aperta la scellerata ed avara frode del Nobili, non si potè più tenere.

--Ah ribaldo ladrone! gridò alzandosi con potente sforzo a sedere, non ti basta egli avermi involati que' danari ch'io ti prestai per coprire le tue ladroncellerie, se non vieni ora ch'io sto in fin di morte a sobbillarmi con queste tue finte compassioni per ispogliarmi di ciò che tu credi ch'io abbia, e che non ho, nè ebbi mai? Che tesori? che nascondigli? Che sogni son codesti? Io diedi pei bisogni della città infin quella poca urnetta d'argento ove tenevo le ceneri del B. Fra Girolamo, e vuoi ch'io abbia i pozzi pieni di fiorini? Tu fosti sempre un ribaldo, e sempre sarai, e non mai ti verrà fatto comprendere come usino gli uomini dabbene, che stimano la patria e la libertà più che l'oro e la vita.... e per salvarla credi tu ch'io vorrei aver obbligo ad un Pallesco? Una sola volta in 91 anni m'impacciai con Palleschi, e fu la mia mala ventura; chè la città non sarebbe forse fatta serva, io non sarei qui, e non avrei macchiato l'onor di casa mia, s'io non avessi accettato per genero un traditore Pallesco.--

Vedersi scoperto, deluso, e sentir le rigorose e pur vere parole di Niccolò, generarono una tanto velenosa rabbia nel cuore del Nobili, che per darle sfogo, e fargli dispiacere in qualche modo, disse:

--E neppur a termini in cui se' ridotto t'abbandona la tua smisurata superbia? Ora, se tu credi non aver altra macchia all'onor tuo, se non quella d'aver un Pallesco per genero, sta di buona voglia, che mai Pallesco (e Troilo, gentiluomo ch'egli è, meno d'ogni altro) ebbe pur il pensiero di sposar la figlia d'un par tuo.--

--Oh! che discorso e codesto?--

--Io non t'avrei detta mai tal cosa, ma il tuo pazzo orgoglio mi vi sforza. Tua figlia fu concubina di Troilo e non moglie....--

Ed il vile ribaldo, godendosi tutto di far quel vituperio al povero vecchio, gli narrò da capo a fondo l'istoria del matrimonio della Lisa. Niccolò, che attentissimamente l'ascoltava, dapprima mostrò maraviglia, poi un lampo di sdegno gli balenò tra le ciglia, alla fine rimasto pensoso un momento, e ricomposto il volto in atto grave ed altero, disse, con istupore grandissimo del Nobili, che tutt'altro s'aspettava:

--Io ringrazio Iddio, e ringrazio te, Benedetto, di quel ch'io odo. Un pensiero, un solo mi travagliava uscendo di questa vita..... che mia figlia era pur moglie di quel traditore: ch'io so qual sia il debito d'una moglie verso il marito, sia pur ribaldo quant'esser si voglia.... Ma ora! Essa è disciolta d'ogni obbligo! Essa è libera! Può fuggire, può detestare chi s'è fatto traditore alla patria, e n'ha procurata la rovina!.... chè al tradimento fatto a me neppur vi penso..... A che si riduce oramai il mio caso? Aver sofferto oltraggio e villanie da un ribaldo! Essere stato preso all'obbrobriose frodi d'un Pallesco, d'un gentiluomo cortigiano! Egli ha fatto l'arte vecchia de' pari suoi!.... Ed a me è toccato ciò che a tanti leali e dabbene. Ma l'infamia a chi resta ella? ad esso, o a me? Non macchia nè toglie l'onore la mannaja! non lo toglie l'esser ingannato da un falsissimo ribaldo! ma lo macchia e lo toglie il fare quel che voi faceste, e tu, e Troilo, e Baccio: e tutti quanti siete voi Palleschi, vi siete messo in capo il cappello de' maggiori traditori del mondo!... ed insin ch'egli duri, insin che giri il sole, diranno gli uomini e l'istorie, che voi Palleschi, non colla forza, ma con mille frodi e mille tradimenti vinceste, e noi Piagnoni, non dalla forza, ma da mille tradimenti restammo oppressi....--

Niccolò, che nel dir queste fiere parole s'era a mano a mano venuto infiammando, alzò il braccio alla fine, ed indicò la porta al Nobili con quell'autorità che usava quand'era padrone in casa sua, scordando in quel momento ch'egli era prigione. Ma neppur il Nobili non vi pose mente, raumiliato ed invilito dalla severa ed augusta presenza dell'indomito vecchio, e dal suo cenno risoluto, al quale gli parve impossibile disubbidire. Senza replicar sillaba, senza esser ardito d'alzar gli occhi in viso a Niccolò, si volse all'uscio, l'aperse, uscì, e rimandati a luogo i chiavistelli, s'andò con Dio, deluso ed isconfitto, pieno di quella vergogna e quella rabbia che si può immaginare.

L'ore intanto passavano. Il sole cominciava a volgersi verso l'occaso, e Niccolò era sempre solo nella sua prigione senza sapere nulla ancora della sua sorte, senza gli ajuti ed i conforti che sogliono pur concedersi ai condannati.

Ma non tutti l'aveano abbandonato; ed in quell'ora appunto v'era chi si disponeva incontrar ogni rischio per adempiere a ciò che in cotali occasioni comanda la virtù, l'amicizia e l'onore.

Ove si tratta di rischi non s'aspetterà forse il lettore trovare il nome di Fra Benedetto, del superiore di S. Marco, di quello che dal primo capitolo di quest'istoria avea fatta così trista prova del suo coraggio. Eppure egli stesso, saputa appena la presura di Niccolò, risolse voler esser quello che l'ajutasse, e gli fosse vicino, e gli porgesse, nell'ultime ore del viver suo, i conforti della religione, fatti più soavi dal lungo abito d'una confidente amicizia. La fama, che in modo cotanto veloce ed inconcepibile sparge talvolta la notizia de' fatti, avea divulgata la voce del tradimento di Troilo, ed il povero frate, ricordandosi d'aver egli consigliato Niccolò d'accettarlo in casa, si rammaricava pensando «Io son cagione della sua rovina!»

Questo pensiero, il pensiero d'adempiere un dovere, il desiderio di compensare in qualche modo quel male che stimava aver fatto, vinsero ogni altro rispetto, superarono ogni timore nel cuore del semplice vecchio, tanto è vero che la virtù e la più valida e sicura potenza dell'uomo! Fatta una breve ma calda preghiera a Dio che l'ajutasse e gl'infondesse quella forza e quell'ardire che per sè stesso sentiva di non avere, prese il suo bastoncello ed uscì dalla cella. Andò a quella del sottopriore, gli palesò il suo disegno, gli lasciò l'autorità sua pel caso che non avesse a tornare, gli disse pregassero per lui, esso ed i suoi frati, e raccomandandogli il convento, l'osservanza delle regole, la reciproca carità, esortandolo a soffrir con fortezza le tribolazioni presenti, prese commiato dicendo: «ricordatevi di me nelle vostre orazioni.» Il sottopriore volle accompagnarlo insino alla porta del chiostro, e mentre v'andavano, parecchi frati si unirono a loro, tantochè giunti alla porteria, molti s'offerivano e facevan forza per accompagnare il loro superiore. Ma egli non volle; ringraziò ed abbracciò tutti, e disse:

--Sarà di me quel che Iddio vuole, ma l'andare in molti darebbe nell'occhio, e sarebbe talvolta cagione di peggio. Ora apri (disse al portinajo) ed andiamo col nome di Dio.--

Il portinajo penò assai prima che avesse tolte tutte le stanghe ed i chiavistelli che sbarravano ed afforzavano il portone; quando fu a volgere l'ultima chiave, guardò per una finestrella se in piazza fosse sospetto di nulla, alla fine aperse, e mentre Fra Benedetto varcava la soglia, gli prese la mano e gliela baciò, dicendogli:

--Voi fate opera santa e non vi mancherà l'ajuto di Dio.... Dite, vi prego, a messer Niccolò, che si rammenti del povero portinajo, chè anch'io prego per lui, e quando sia tra' beati, preghi egli Iddio per me.--

Fra Benedetto se n'andò, raccomandando richiudessero bene; e prima d'ogn'altra cosa pensò andare a casa i Lapi per vedere se niuno vi fosse della famiglia, concertar con essi il modo di giungere insino a Niccolò, o fors'anco condursi a lui in compagnia d'alcuni di loro. Prese per la via Larga, che da capo a fondo vide pressochè vota, e que' pochi che camminavan per essa, erano uomini dell'ultima plebe, ovvero soldati. Le botteghe tutte a sportello, chè era un male starvi in que' giorni a Firenze, tanto più nelle strade solitarie e fuor di mano. Il povero vecchio se n'andava muro muro effrettando il passo quanto glielo permettevan l'età e le forze; e per dir il vero gli tremava il cuore come una foglia. Giunse al palazzo Medici, ora Riccardi, e vide il portone preso da una guardia di lanzi, e via innanzi sempre lungo il muro, facendosi piccin piccino quanto poteva. Udì qualche sghignazzata tra que' soldati, qualche motteggio, qualche villania forse mandatagli dietro, ma parlavan tedesco e non intese che gli dicessero. Sulla piazzetta di S. Giovannino, ove alloggiava il grosso di costoro, ne eran molti, non meno che innanzi alla portiera del convento, ma neppur qui gli avvenne nulla di male, e per via de' Martelli, poi per S. Giovanni, si trovò finalmente presso il portone de' Lapi.

Era aperto, ma vi stava di guardia un soldato col suo archibuso in ispalla, appoggiandosi colla destra sulla forcina posata in terra. Fra Benedetto sentì un momento quasi venirsi meno ogni ardire di passar presso a quel brutto ceffo, abbronzato come una vecchia pentola, con certi baffi che dai due lati si rizzavan fin sopra le tempie: pure, facendosi animo e pregando Iddio d'ajutarlo, venne innanzi, e guardando il soldato quanto più pietosamente poteva, quasi per impetrarne il favore, rimase un momento sospeso, osservando se era da tentare il passo. Per fortuna il soldato era spagnolo: e gli Spagnoli in quei tempi (l'età dell'oro dell'Inquisizione) non potean vedere la tonaca d'un domenicano senza sentirsi quel certo brivido che a giorni nostri prova, verbigrazia, un mariuolo alla vista d'un'uniforme di giandarme. Per la qual cosa costui, senza molto scomporsi, fece però più che altro, riverenza a Fra Benedetto, e tirandosi da un lato gli sgombrava l'entrare.

--Non sempre l'apparenza dice la verità, pensò questi passando innanzi; e gli sovvenne in quel momento di Fanfulla, che con quel suo terribil viso era pure un uomo dabbene. Ma ben altri pensieri l'assalsero appena fu dentro, e visto l'androne e il cortile pieno di forzieri, di casse, di masserizie, e scrivani con registri che una ad una le notavano, viste andar in volta ed affaccendarsi facce di mal augurio, che avean viso di birri, o dipendenti dal bargello o dal fisco, conobbe che quella disgraziata casa era sottoposta ad un saccheggio legale, per la confisca pronunciata dalla Balia sui beni, com'essi dicevano, de' rubelli.

Chi abbia lasciato un suo giardino bello, fiorito, ben coltivato, e lo riveda poi dopo che l'innondazione d'un torrente l'ha tutto guasto e sconvolto, lasciandolo coperto di melma e di ghiaja, prova assai men rammarico che non Fra Benedetto vedendo quella casa, sede un tempo d'ordine, di dovizie, di senno, e di tutto quanto rende spettabile ed onorata una famiglia, venuta ora in mano di que' ladroni che la svaligiavano, e ne facevano ogni mal governo. Gli vennero agli occhi le lacrime, e mentre si guardava attorno cercando chi gl'insegnasse, se pur v'erano, i padroni, scorse in mezzo al cortile il Nobili ritto, che parlando con un omaccio di perversa apparenza, gli dava alcune chiavi di molte che teneva in mano, e diceva parlando d'alcune ch'egli serbava:

--Queste delle cantine le terrò io, e vedremo poi a miglior agio....--

Intanto, di dietro la sua larga persona, fatta maggiore da un ampio e maestoso lucco, tutto di bel panno rosato, usciva una donna, che col grembiale si copriva e s'asciugava gli occhi, e scostandosi da quel ribaldo veniva, senz'avvedersene, alla volta di Fra Benedetto. Non s'accorse di lui se non quando fu quasi per dar in esso col petto; ed alzando a un tratto gli occhi lo riconobbe, ed egli lei.

--Oh povera Fede, tu piangi!....--disse il buon vecchio, che neppur esso aveva le palpebre asciutte.

--Ed anche.... voi!.... e.... come.... non.... piangere?...--

E non potè dir altro, chè la convulsion del singhiozzo le stringeva la gola. Oltre tutte l'altre tribolazioni di que' giorni, e quasi a compimento, essa stessa avea dovuto consegnar tutte le chiavi al Nobili. Quelle chiavi che da 50 anni erano il suo pensiero, la sua cura, la sua gloria, che considerava come una parte di sè stessa, che racchiudevano quelle provvisioni d'ogni qualità, quelle biancherie filate in gran parte dalle sue mani, o almeno scelte, comprate, mantenute, ordinate da tanto tempo da lei sola, ed ora tutta quella roba in che mani andava?

Cuori di padrone di casa, di cameriere, di donne di guardaroba!.... cuori di donne, di zie vecchie, di ragazze di 50 anni, voi sapete che dolore fu codesto!

Fra Benedetto s'impegnò alla meglio farle animo e consolarla, poi s'informò se vi fosse in casa nessuno della famiglia, e seppe che la sola Lisa col suo fanciullino era, si può dir, prigioniera dalla sera innanzi nella sua camera all'ultimo piano; udì l'istoria delle diavolerie di Gavinana, e questo racconto confusamente narrato, tramezzato sempre da singhiozzi, da esclamazioni, da lagrime e sospiri, si faceva, mentre avviatosi per condursi presso la giovane, veniva lentamente salendo le scale.

--Oh Madonna Santissima! diceva M. Fede stendendo la mano al saliscendi dell'uscio, che spettacolo vedrete!... la poverina pare smemorata! e non ha dormito mai tutta la notte, o non piange, e sta muta, cogli occhi fissi in terra, ed ogni poco dice: Era un traditore! e non c'è verso a farla muovere, o parlare, e non risponde altro.... Oh Vergine benedetta, in che modo ha a finire questa casa, e noi poverine, sventurate!... E di messere che ne sarà?.... e de' figliuoli.... e di M.ª Laudomia?.... neppur sapere dove sian capitati.... Oh Signore, che rovina! che rovina!--

--Ora via, apri, disse il frate, qui non v'è rimedio, non v'è speranza che in Dio.--

La vecchia aperse, ed entrarono.

Lisa sedeva innanzi ad una tavola; v'appoggiava i gomiti e le braccia, e su queste il capo, tantochè il viso si nascondeva, mostrando soltanto la capigliatura disordinata e negletta, come lo eran le vesti, che l'avvolgevan incomposte, più che non la coprissero.

Accanto alla tavola si tenea ritto il piccolo Arriguccio, e per esser troppo piccino, non aggiungendo agli orli di essa col viso, vi s'attaccava colle manine, tra lo sbigottito e 'l piangente di veder la mamma a quel modo; e colle sue dita, piccole e tonde come pignoletti, facea forza inutilmente per sollevarsi tanto che la vedesse in volto; ma essa immobile e muta, neppur parea s'avvedesse degli sforzi del fanciullino.

--Povera infelice! disse Fra Benedetto commosso, se fu grande il tuo errore non è minore il castigo!....--

Poi pianamente fattosele dappresso la chiamò più volte invano, la scosse, poi dolcemente postale una mano sotto la fronte, le sollevava il capo. Essa mise un gemito, come le desse noja quest'atto; pure alzò il viso, affissò il guardo nel frate, e fu tale, che questi più che mai doloroso, pensò in cuor suo:

--Oh Dio! che il senno di costei si smarrisce! Ed essa intanto scrollando il capo:

--Eh?.... Che ne dite?.... L'avreste immaginato ch'egli era un traditore?--e rimasta muta un momento, soggiungeva, stringendosi nelle spalle:

--Eppure è così.... Era un traditore!--

--Oh figlia benedetta! Poverina! Troppo avete ragione di dolervi.... ed io, che parte ho inteso i vostri casi, son venuto poi apposta per sentir come stavi, per profferirmivi in quel poco che posso, per consolarvi e pianger con esso voi.... Poverina.... via... su.... un po' di forza.... è tremenda la vostra tribolazione.... ma Iddio non le manda per nostro danno, le manda perchè a lui ci volgiamo, per rammentarci che non s'ha a cercar il bene quaggiù, ma in Lui solo....--

Lisa pareva tutta attenta a queste parole, ed il buon vecchio ne traeva felice presagio; ma essa a un tratto interrompendolo, e prendendogli con forza convulsa le mani, gli diceva:

--Ma ditemi il vero, Fra Benedetto, voi l'avreste creduto, che era un traditore?--

--E che volete che vi dica, figliuola benedetta? No, non l'avrei creduto; ma chi può penetrare ne' cuori se non Iddio.... tant'è vero, che io pur troppo dissi a messer Niccolò....--

--Ah dunque lo sapevate!.... ma perchè, perchè non dirmelo anche a me poverina? perchè mettervi d'accordo tutti per tradir questa disgraziata?--

--Ma via, chetatevi figliuola, chetatevi per l'amor di Dio, voi non m'avete inteso....--

E M.ª Fede anch'essa tutta piangente: --Chetatevi, madonna, ch'egli non v'ha detto cotesto....--

--Ed io sto cheta, non dico nulla.... che ho io detto?---

E l'infelice li guardava, or l'uno or l'altra, con occhi pieni d'un talchè così nuovo, così spaventato, che ambedue più che mai ne sbigottivano.

--Oh! non pensate ora a coteste cose, via, fatevi un po' di forza!.... cacciate la memoria di quel disgraziato... perdonategli.... pregate Iddio che abbia pietà di lui; poi dimenticatelo....--

--E come ho io a fare per dimenticarlo se io l'ho sempre qui (e colle mani si premeva il petto), qui nel cuore che me lo tormenta, me l'abbrucia, e non mi lascia requie nè riposo?.... io che l'amavo tanto, che non vedevo se non lui solo nel mondo!... perchè non dirmi quand'era tempo «Bada, ch'egli è un traditore!....»

--E perch'egli è tale, per questo appunto tu l'hai a scordare figliuola, e tanto più ora, a' termini in che è ridotto il babbo! pensa al povero padre tuo!....--

--Oh! il babbo.... è vero.... dov'è, che gli hanno fatto?--

Disse Lisa quasi colpita da una spaventevole idea del tutto nuova ed inaspettata:

--Ah, è vero, sciaurata!... è vero.... ma s'io non ho più il capo!... compatitemi Fra Benedetto, abbiate pietà di me, povera pazza.... io lo sento, il cervello non è più mio,... oh! ditemi, del babbo che n'è stato!...--

E qui cacciandosi le mani ne' capelli, dette finalmente in uno scoppio di pianto, versando lacrime a torrenti, e dicendo interrottamente:

--E pensare che.... sono.... stata io cagione di tutto!... Che.... avrò all'anima.... la morte sua!.... Oh! disse alzandosi risoluta, e racconciandosi i panni indosso, chè da ogni lato, male allacciati, le cadevano, andiamo per l'amor di Dio, andiamo a lui subito.... ch'io voglio morire a' suoi piedi.... io non posso morire altrimenti. Ah, poterlo salvare! poter trovare una via di morir per lui!... insegnatemi il modo, e prendetevi... che posso io darvi?... che m'è rimasto?... la vita di questo fanciullo?.... prendetevela.... tutto, tutto! purchè il sangue di quel vecchio non mi spruzzi il viso, non mi piova sull'anima come un fuoco d'inferno....--

Il Frate e M.ª Fede, mentr'ella smaniava a quel modo, mezzo fuori di sè, le stavano attorno tentando ogni via di racchetarla, ora con parole, ora con atti, con carezze, con persuasioni, che neppure udiva, o non curava quell'infelice. Ma lo sfogo del tanto piangere le giovò più di tutto, e si venne a mano a mano rallentando quello stato convulso e violento, divenner più rari i singhiozzi, più lento l'ansare del petto, sembrò volgesse gli sguardi più naturali, tanto che a Fra Benedetto parve poter acconsentire a condurla fuori, e tentare con essa di penetrare nelle carceri del bargello.

M.ª Fede la venne rassettando per tutta la persona, e le compose alla meglio i capelli e le vesti, mentre Lisa, recatosi in braccio il bambino, stringendolo e baciandolo, diceva, bagnandogli il viso di lacrime:

--Oh poverino! Quando potrai conoscere l'istoria di casa tua, i casi della mamma, saprai quanto caro ci sei costato a tutti.... Fede, ti raccomando Arriguccio.... chiuditi a chiave, sai!--

Ripose in terra il fanciullo e si mosse per uscire: poi fermatasi a un tratto si rivolse, tornò ad abbracciarlo, e disse, tenendogli tra le mani il capo:

--Oh bimbo mio, Dio ti benedica! Dio non ti castighi mai per le colpe di tua madre!.... tu che sei innocente, oh potessi pregar per me!--

Lo baciò un'ultima volta, dicendo:

--Ti vedrò ancora, bambino mio? poi, staccatasi da lui, tenne dietro al frate e scesero in cortile.

Pensò questi di far motto al Nobili per ottener che la Lisa potesse uscire, o, meglio ancora, impetrare che le venisse concesso veder il padre.

Trovò messer Benedetto in un angolo del portico, ove, tra un monte di masserizie, ed attendendo a ciò che faceano que' suoi ribaldi, s'era seduto sul seggiolone proprio di Niccolò, su quello che, collocato nella stanza del letto accanto al cammino, troppo era noto a Fra Benedetto. A quella vista gli si rinnovò più dolorosa la memoria del perduto amico, e non potè accostarsi al Nobili, e parlargli, senza che negli occhi e nel volto non apparisse turbamento grandissimo. Pure, facendo forza per comprimere codesti affetti, gli disse:

--Messer Benedetto, io v'ho a chieder in grazia, che sia concesso a M.ª Lisa, alla figlia di Niccolò, d'uscir di questa casa... e che ella possa condursi sicuramente al bargello, e veder suo padre. Voi non vorrete negarle questa consolazione, non è egli vero?--

Il Nobili fu per dir no addirittura, chè ben lontano di sentirsi disposto a far piaceri a Niccolò, gli avrebbe fatto volentieri invece quel maggior dispiacere che avesse potuto; adirato e rabbioso com'era tuttora per la scena che abbiamo dianzi descritta. Ma non potendo mancare alla sua natura d'ipocrita, considerò che a nulla gli sarebbe giovato mostrarsi duro in questo caso, ed invece poteva con poca spesa apparire caritatevole, umano, e superiore ad ogni pensiero di vendetta o di parte. Disse dunque:

--Veramente io non dovrei, non potrei... chè gli ordini son severi. Pure.... conosco anch'io, sarebbe troppo disumana cosa impedir che una figlia abbracciasse il padre.

E messo un sospiro, alzò gli occhi al Cielo, aggiungendo:

--Già abbastanza son infelici costoro. Oh, la ragion di stato!... ell'è pur la terribil cosa!...--

--Iddio vi tenga conto di questa vostra umanità; ora dunque siate contento darci un de' vostri uomini che ci accompagni.--

--Oh, ser Cecco, disse accennando ad un ometto sparuto, e mal in arnese, fate motto.... Andate con costoro, e procurate che possano entrare da Niccolò. Se qualcuno facesse opposizione, valetevi del nome mio.--

Ottenuta questa licenza, si mosse il Frate colla Lisa e la loro guida: passando sotto l'androne per uscire in istrada, vide in terra buttato tra un monte di robe anco il ritratto di Fra Girolamo, e s'accorse che per ischerno, l'aveano imbrattato tutto col carbone, e fategli le corna ed altre insolenze e sporcizie; ne torse gli occhi con dolore, e affrettando il passo, gli parve mill'anni trovarsi fuori di quel luogo di tanta desolazione.

CAPITOLO XXXIX.

L'ira alla quale s'era lasciato trasportare Niccolò contro il Nobili, e le rigorose parole usate con esso, le ripensava l'afflitto vecchio nell'amarezza del cuore, dolendosi di non aver saputo raffrenar quell'impeto, quando l'appressarsi della sua ultim'ora, avrebbe dovuto più infondergli la mansuetudine e la pazienza.

Raccolse i pensieri, e procurando dimenticare quella dolorosa scena, tutti li volse a Dio chiedendogli perdono del suo errore; offerendogli il desiderio, se non altro, di perdonare a chi avea procurata la rovina di Firenze, e pregandolo volesse per sua misericordia purgarlo in quegli ultimi momenti d'ogni lievito d'odio gli fosse rimasto nel cuore.

Così a poco a poco gli venne pur fatto di calmarsi, e stette a questo modo insin che sonarono in Palagio le 22 ore. Udì allora nell'andito vicino un rumor di passi e quel suonar di chiavi che tanto di frequente ferisce l'orecchio de' poveri prigionieri: poi sentì aprirsi la toppa della sua segreta, scorrere i chiavistelli, e finalmente spalancato l'uscio entrò un uomo, che dalla cappa scura e da una medaglia che avea al collo con suvvi il giglio fiorentino, conobbe essere il cancelliere della Balia. Cinque o sei birri e tavolaccini l'accompagnavano, e fecero cerchio intorno al cancelliere suddetto, il quale, volto a Niccolò, gli disse, usando le parole che si costumavano in quella trista occasione:

--Niccolò, assai mi pesa di doverti annunciare ciò che è pur mio ufficio annunciarti, che per partito vinto di tutte fave nere dell'eccelsa Balia del popolo Fiorentino, tu sei condannato nel capo, quale ti sarà mozzo questa notte ad ore sei nel cortile del bargello. Così il nostro Signor Jesù Cristo abbia in pace l'anima tua: Niccolò, rispondimi, hai tu inteso? affinchè costoro possano farne testimonianza.--

--Io ho inteso.--

Disse il vecchio, che a quell'annunzio non diede col volto, nè in tutta la persona, segno veruno di alterazione: poi soggiunse tosto, parlando con tranquillità, ma al tempo stesso in modo grave e solenne:

--Non per me, ch'io accetto volentieri questa morte pe' miei peccati, ma per salvare i diritti de' cittadini e di Firenze, e la fede de' patti giurati, quale si falsa e s'offende ora nella persona mia, protesto e dichiaro irrita e nulla questa condennagione.--

Que' birri e quel cancelliere, che avea di birro tutto fuorchè il vestire, e che non s'impacciavan d'altro, che del loro ufficio, e non intesero o non badarono alla protesta di Niccolò, che scambiarono colle solite dichiarazioni d'innocenza di tutti i condannati, al momento in cui vien loro annunciata la morte. Lo fecero alzare senza maltrattarlo, nè usargli gran riguardi o mostrargli compassione, ma coll'indifferenza che s'acquista in ogni mestiere a forza d'abitudine; ed ajutandolo, chè s'avvedevano mal potea reggersi in piedi e camminare, lo condussero passo passo insino alla cappella.

Dal 1260, quando il palazzo del bargello serviva a' Priori, ed essi udivan la messa ogni mattina in questa cappella, non era stata mutata in nulla, e si manteneva nella sua divota e venerabile antichità. Era un rettangolo coperto da un'ardita ed elevata vôlta, che quattro spine rilevate, innalzandosi dai capitelli di sottili colonne poste agli angoli, tagliavano in quattro parti, incontrandosi nella sommità, ove, a guisa di chiave, era lo scudo fiorentino di parte Guelfa. Le spine eran dipinte a liste in traverso rosse e bianche: i campi d'un azzurro annerito omai dal tempo e dal fumo de' ceri, sparso di stelle d'oro. Di faccia all'ingresso, l'altare con un Cristo crocifisso grande al naturale di legno nero, coperto sino a mezza gamba d'una tunica o clamide oscura ricamata d'argento, come il Volto Santo di Lucca: da ciascun de' lati due ceri accesi, le mura tutte dipinte per mano di quegli artefici che ornarono il camposanto di Pisa, Buffalmacco, Gaddi, Tafo ec., ma per esser affumicate poco più si vedevano le loro pitture. La luce riflessa dal sole cadente (dritta non potea giungervi) ravvivava i colori dell'invetriate dipinte di due finestroni, e penetrando nell'interno della cappella vi spargeva una tinta misteriosa ed incerta nella quale spiccavan soltanto i lumi dell'altare.

Vicino a questo era già radunata la compagnia della Misericordia: quattro giornanti ed un capo guardia, coperti di loro cappe nere colla buffa calata sul viso del quale gli occhi solo apparivan per due buchi tondi. Aveano appoggiato al muro in un angolo un lor crocifisso grande, portatile però, sul quale un archetto confitto nel braccio superiore reggeva un drappo nero impresso di due croci bianche.

Quando entrò Niccolò sorretto da' birri, i fratelli attendevano a recitar i salmi del vespero a voce bassa. Appena lo videro si mossero tutti ad incontrarlo, e levatolo di mano a que' ribaldi, che tosto se n'andarono all'uscio e vi rimasero di guardia, disse uno di loro:

--Iddio ti salvi, Niccolò, e dacchè egli ti chiama a sè dalle miserie di questa vita mortale, noi siam qui per assisterti e prestarti tutti que' servigi che per noi si potrà, come è dover nostro, e come vuole la nostra santa regola.--

Ed in così dire lo volsero verso un lettuccio posto dirimpetto all'altare ove i condannati a morte usavano riposare, se stanchezza od infermità o vecchiaja lo richiedesse.

Sedutosi Niccolò, rispose:

--Io vi ringrazio, fratelli. Iddio sia quello che vi rimuneri della vostra carità.--Costoro allora andarono in un angolo ov'era preparata una piccola tavola e la portarono d'appresso al vecchio: poi con una tovaglia di bucato apparecchiarono pulitissimamente, ponendovi stoviglie, posate, tutto in somma l'occorrente per la cena, meno i coltelli, chè, non eran permessi ai condannati, e domandarono a Niccolò quando volesse cenare e qual vivanda desiderasse.

--Io non vo' aggravarmi di cibo, figliuoli, che, per queste poche ore debbo pensare allo spirito e non al corpo: pure, per non ismarrire troppo le forze, accetterò un po' di brodo e due dita di vino, e di nuovo di tutto vi ringrazio.

Non tardarono a comparire l'uno e l'altro, e preso questo poco ristoro parve che visibilmente Niccolò si riconfortasse, ch'egli era assai accasciato e cadente quando era quivi venuto. Quelli che lo servivano, vistolo star più ritto e girar gli occhi non più tanto languidi e spenti come innanzi, parve concertassero non so che fra loro, bisbigliandosi poche parole all'orecchio; poi quattro di essi se n'andarono verso la porta, tenendosi tra quella e Niccolò, il quinto gli si pose a sedere accanto, come per intrattenerlo secondo s'usa co' pazienti, ed accostandogli la bocca all'orecchio, gli disse pianamente:

--Messere, io v'ho a palesar una cosa... ponete mente di non dar segno veruno, che que' ribaldi di guardia non se n'avvedessero.--

Niccolò, un po' maravigliato, pure disse che farebbe.

--Voi dovete sapere, riprese l'altro, ch'io sono il Bozza; e quelli colà sono messer Bindo vostro, messer Lamberto, e quello che gli dicon Fanfulla, ed un loro famiglio: e jernotte, prima dell'alba, mi vennero a chiamare, e s'è concertato di barattar il giro co' giornanti che dovevan venirvi assistere, e siam venuti noi in vece, e sotto queste cappe siamo benissimo armati, e ci siam risoluti o liberarvi o morire con esso voi, e quel che vi promise il Bozza in S. Marco, ora ve l'attiene... ed il modo l'udrete ora da messer Lamberto, ch'io ve lo mando qui, e così un po' per uno parlerete con tutti senza far parere di nulla, che così usan fare i Fratelli co' condannati....--

E prima che Niccolò potesse rispondere, s'alzò, e poco stante Lamberto e Bindo eran venuti a sedersi a' fianchi del vecchio: presagli nascostamente ognuno una mano, che tratto tratto di sotto la buffa caldamente baciavano, disse Lamberto:

--Nostro solo timore era che non poteste reggervi e camminare; poichè potete, la Dio grazia, il resto lo faremo noi.... ci getteremo su codesti birri di guardia, e se ci vien fatto liberarcene al primo senza che levino il rumore, abbiam qui con noi una cappa della Misericordia che vi metteremo indosso e potremo uscire: verranno altri Fratelli... e parrà che ci diano la muta... io spero che ci verrà fatto.... altra speranza non ci rimane.... Molti del popolo son ordinati fuori ad aspettarci ed ajuteranno...--

--Lamberto, Bindo, figliuoli miei! disse Niccolò tagliandogli le parole, io ringrazio Dio ch'Egli m'ha procurato un conforto ch'io mai non mi sarei aspettato, e che non meritavo... quello di vedervi ancora una volta.... io vi ringrazio.... e conoscendovi, so che fareste più che non dite.... ma io non accetto le vostre animose offerte, e vi prego e vi comando come padre di togliervi affatto da codesti pensieri. S'io potessi uscir di qua senza pericolo, senza danno d'alcuno, io non vorrei.... pensate ora s'io vorrei mettendo a rischio la vita di tanti, le vite vostre, che potranno forse essere spese un giorno per l'utile della città! E vi pensate che mi pesi morire?

--Che mi possa parer duro dopo 91 anni di vita, dopo tanti travagli incontrati per veder onorata e felice questa povera patria, che son pur troppo andati invece a riuscire a vederla ora caduta al fondo d'ogni miseria, senza potervi far contrasto o trovar rimedio!.... Creder ch'io possa temer la morte?

--Io la desidero figliuoli! Essa è il solo pensiero tranquillo e dolce tra tanti dolorosi che mi travagliano! e voi vorreste levarmelo? vorreste togliermi quel riposo che Iddio concede alfine a queste membra logore ed afflitte, appunto perch'Egli conosce che han sofferto abbastanza? Qual ajuto potrei dar ancora a questa disavventurata patria? Vorreste voi che scordassi per me quegli insegnamenti che vi diedi, essere scopo dell'uomo non il protrarre la vita più ch'egli può, ma usarla virtuosamente, e saperla lasciare virilmente quando bisogna?--

I due giovani a quelle parole non poterono raffrenare le lagrime, e con caldissime istanze lo stringevano, tentando ogni via di rimoverlo da quel proposito; Niccolò allora, vestendo il suo aspetto di quell'autorità, alla quale nessun de' suoi aveva mai avuto pur il pensiero di far contrasto, diceva:

--Io credevo coll'esempio e colle parole avervi insegnato quella virtù che s'appartiene a' buoni cittadini, e mi confortavo d'avervi allevati in modo che in ogni occasione porreste l'utile della patria innanzi ad ogni altra cosa.... Volete voi ora che vada alla morte col disperato pensiero che neppur questo lo potetti ottenere? Che un vecchio di 91 anni viva pochi giorni più o meno, importa forse alla salute di Firenze? Ad essa pensate, e non a me... pensate ad uscir di qui, e ridurvi in salvo, voi che siete giovani, e vi potete valere della vita vostra.... pensate a rannodar i fuorusciti della parte del popolo.... io sono invecchiato in queste bisogne, e so come si conducono.... pensate a preparar la vendetta.... a tornar forti un giorno, e liberar quella patria che non abbiam saputo guardar dai traditori.... a questo pensate se siete figli di Niccolò, e se vi preme esser da lui benedetti.... non vidi io morire i vostri fratelli? Piansi forse o mi lamentai, o tentai impedirli che facessero il debito loro? E credete voi ch'io gli amassi meno che voi non amate me? Orsù, neppur una parola voglio aggiungere, chè il contrastar di tal cosa troppo invilisce me e voi. Addio, figliuoli, dividiamoci ora, e ci rivedremo felici in quella patria che conquistano i forti e non i codardi; in quel regno che, al detto di Cristo, vim patitur, et violenti rapiunt illud.--

La mirabile ed indomita costanza del valoroso vecchio, si comunicò come una fiamma a' cuori de' due giovani, che da un tanto esempio si sentiron, per dir così, trasportati in una regione superiore, ove rimanean sotto i piedi gli affetti e le miserie terrene.

Convinti che ogni loro istanza sarebbe tornata vana, ed accesi di desiderio di mostrarsi quali egli voleva che fossero (non potendolo salvare era la sola consolazione che rimanesse a dargli) gli promisero ambedue non iscostarsi un punto dalla sua volontà.

--Noi saprem vincere il nostro dolore, disse Lamberto, e la vostra virtù ci sarà di sostegno,.... non avrete a vergognarvi de' vostri figli.... e finchè ci duri la vita, vi giuriamo che il vostro volere, i vostri pensieri saranno i nostri....--

--E così vi benedirà Iddio, rispose Niccolò rasserenato tutto; così verrete accompagnati sempre dalle benedizioni mie; e le mie preghiere v'ajuteranno dal Cielo, ove per bontà d'Iddio spero aver luogo.... Ora due altre parole, per le cose di quaggiù, poi non avrò altro pensiero in terra. Lamberto, tu ti ricorderai, che non è gran tempo, io ti raccomandava la casa mia.... la casa mia ora, è tutta in questo fanciullo. Ricordatevi che siete fratelli, amatevi, aiutatevi, e tu, Bindo,.... dacchè Iddio ti vuole orfano.... odi i consigli di Lamberto, e secondo quelli informa la vita tua.... Laudomia non accade raccomandartela, Lamberto, essa è tua moglie, e ti conosco. Ma Lisa! Oh! quando nacque costei, chi m'avesse detto!.... sia fatta la volontà di Dio!.... Costei ha più che mai bisogno di conforto e d'ajuto, povera disgraziata! Sappiate....--

E qui narrò a' figliuoli tutto quanto avea inteso dal Nobili.

Rimaser muti i due giovani a questo racconto, tanta fu l'indegnazione che gli invase contro quel traditore, e tanta la meraviglia d'un caso che era del tutto contro ogni loro aspettazione; e con brevi parole, dato prima un qualche sfogo allo sdegno, narrarono anch'essi al vecchio tutto quanto era avvenuto dopo che s'eran lasciati sulla strada di Prato; dissero aver lasciata a M.^e Murlo, in custodia del Pievano e di Selvaggia, Laudomia, la quale, prostrata affatto di forze ed ammalata, non s'era potuta movere, ma avea ad ogni conto voluto ch'essi venissero subito a Firenze per tentar tutto onde salvare il padre, e toccò a Niccolò maravigliarsi alla sua volta, che potesse giungere tant'oltre l'umana scelleratezza, e che tanto avesse potuto fidarsi d'un ribaldo qual era Troilo.

--Iddio ci voleva castigare, e ci rese ciechi.... ci tolse l'intelletto.... quos vult perdere dementat.... anche in questo, fiat voluntas tua!....

--Ora portate alle mie figliuole l'ultima mia benedizione, a Laudomia, all'angiolo della mia povera casa.... ed a Lisa il mio perdono.... Così voglia dimenticare Iddio ciò ch'ella ha fatto.... Tenete cura di quella povera derelitta, e confortiamci almeno, chè la vituperosa frode onde fu tratta in inganno, non macchia chi ne fu vittima, ma ne macchia e n'infama l'autore. Ringraziate Fanfulla, il Bozza, il tuo famiglio, che per amor mio volean porsi a tanto disperato pericolo, Dio vi rimuneri, vi benedica tutti.

In quella si fece alla porta un poco di rumore. Si volsero i due giovani, e Niccolò, lasciando a mezzo la frase, e videro il Bozza che stato un momento in parole con chi era al di fuori, s'accostò dicendo:

--V'è qui Fra Benedetto di S. Marco, e conduce seco M.ª Lisa.--

--Dio del Cielo! disse Niccolò, pieno di vivissima allegrezza, come ho io meritato tanta consolazione!--

Ed era in effetto la maggiore che ancor potesse provare.

--Voi, disse a' figliuoli, tenetevi discosti.... non è bene vi riconoscano neppur costoro.--

Venne avanti il frate, seguito dalla Lisa, che a capo chino, e tutta tremante, piangeva.

--Oh! Fra Benedetto, voi avete pur voluto porvi a tanto disagio, e forse pericolo, sol per venirmi confortare!--ed i due vecchi s'abbracciarono e rimasero così stretti un buon poco, mescolando la loro veneranda canizie in quel caldissimo abbraccio. Quando se ne sciolsero, Niccolò aveva a' suoi piedi, colla fronte sulla terra, l'infelicissima Lisa, che la vista del padre in quel funebre luogo, de' tremendi apparecchi della sua morte, l'oribil pensiero che tutto ciò accadeva per sua cagione l'avean colpita d'un tanto terrore, l'avean colmata d'una così desolata disperazione, che avrebbe desiderato morire, essere inghiottita e coperta da que' lastroni di marmo sui quali appoggiava la fronte, annichilarsi sull'attimo purchè sfuggisse ad un tormento mille volte maggiore di quanto avea mai potuto immaginare. Scosse le membra da un tremore convulso, molle d'un sudore diacciato, diceva tratto tratto con voce spenta:

--Perdono.... perdono!....--

Il cuor d'un nemico n'avrebbe sentita pietà, s'immagini quale ne dovesse provare quello d'un padre! Si volle movere per levarla da terra, ma Fra Benedetto non gli dette tempo, e sollevandola e facendogli animo con amorevoli parole, che accompagnava Niccolò con altrettante, fecero in modo che Lisa alla fine pur si rizzò. Quand'ebbe alzato il viso ed affissate nel padre due pupille immobili, invetrite e fuori del punto, questi fece in cuore l'istesso giudizio che avea fatto poco innanzi Fra Benedetto, e disse, levando gli occhi al cielo:

--Oh disgraziata! ecco l'ultima delle sventure!--

Poi presale una mano se la fece accostare, le pose sulla fronte quella che avea libera, e gli parve toccare un marmo. Procurando render la voce, gli sguardi quanto poteva più dolci, disse, tirandosi sul petto il capo della figliuola:

--Qua.... vien qua, poverina!... appoggia qui... riposa questo tuo povero capo.... riscaldalo sul cuore di tuo padre che t'ha perdonato, e ti compiange... oh! come sei fredda, poverina... Dio di misericordia, dimentica ciò che nell'ira m'uscì di bocca contro quest'infelice.... rammenta soltanto il mio perdono ed il suo pentimento... ha assai sofferto, fu punita abbastanza questa poveretta! Lisa! figliuola mia!.... fatti animo, ascoltami!.... È tuo padre che t'ama, e ti parla per consolarti.--

Lisa, che aveva sempre sin allora seguitato a tremare, senza dar segno che mostrasse se udiva o no i conforti del vecchio, parve un poco si risentisse, e rispondeva:

--Io v'ascolto, babbo... Iddio vi rimuneri d'essere sceso a tanto di farmi queste carezze... a me sciagurata!--

--Poverina! Via.... su.... fatti animo.... noi, lo vedi, ci abbiamo la lasciare.... fammi contento, Lisa, ch'io possa vederti un po' più a modo, un po' più tranquilla... io, te lo ripeto, t'ho perdonato, e ti benedico. Non fu tua colpa, poverina!.... tu fosti tratta in errore!.... e quale errore!.... ed anche noi vi cademmo.... Ma tu! tu sei stata troppo tradita... Ora..... sappi... io ho a darti una cosa.... ti sarà di dolore, di maraviglia sul primo.... ma ti scioglie pure d'un gran debito.... ti toglie a maggiore sventura.... ti senti l'animo pacato abbastanza da poterla ascoltare?--

--Io son tranquilla, babbo.... lo vedete.--

Niccolò considerando l'ansar del petto, il pallore, il guardo soprattutto della Lisa, non era troppo rassicurato, pure, parendogli e sperando farle bene piuttosto che male, diceva:

--Odi dunque Lisa mia. Tu sai pur troppo d'essere stata tradita... ma sin dove giungesse il tradimento, tu non lo sai.... Ora poni mente, prima ch'io ti dica altro, che la vergogna è di chi inganna, non di chi vien ingannato... onde non istar a creder di te stessa quel che non fu nè poteva essere... chè una perversa non lo sei stata mai.... sappi dunque.... e per poco ti direi consolatene.... tu non sei moglie di Troilo.... non lo fosti mai....--

Lisa si scosse.

--Chetati, poverina! Odimi..... vedrai.... chè Iddio forse t'apre una via.... Dammi retta. No, tu non sei moglie sua, egli finse il matrimonio..... quello che credesti un prete era il suo staffiere, poi, non contento quel traditore, insidiava l'onore di tua sorella: ier notte la condusse al Barone, e se Iddio misericordioso non l'ajutava essa non potea fuggirgli. Ed in poche parole le narrava come era passato il fatto... Poverina!... lo so, t'ha a parere orrendo tal caso, e così parve a me quando lo seppi.... ma considera che in te non è colpa, poichè non fu volontà.... e neppur vi può esser vergogna... fu sventura, sventura tremenda, e non altro... ma non sarebbe forse sventura peggiore trovarsi ora irremissibilmente sua moglie? Tu invece ora sei di tua ragione, puoi.... non ti dirò odiarlo.... perdonagli figliuola..... e così gli possa perdonare Iddio.... ma puoi fuggirlo.... non sarei legata ad un traditore.... potrai viver se non felice, tranquilla ed onorata almeno, co' fratelli, con Laudomia.... andare dov'essi andranno.... e forse.... io son vecchio.... vedi.... e so che quaggiù nulla è durevole: non lo è la felicità, ma neppur il dolore.... forse verrà tempo che le ferite di quel tuo povero cuore sian rimarginate....--

Niccolò parlava, e Lisa, tenendogli fissi in viso gli sguardi, parea che l'ascoltasse. Ad un tratto battè insieme le mani stringendole con forza, e disse con quella voce che esce da un cuore spezzato dal dolore:

--Ma dunque non m'ha amata mai, mai!.... neppur allora!.... non è stato mai vero quel che mi diceva! neppur una volta!.... E che viso! che bellezza d'angiolo! Com'eri bello Troilo!....--

A quel punto Niccolò, che teneva sulla figliuola fisso lo sguardo, pieno di funesti presentimenti, vide il suo volto, le sue pupille tramutarsi tutt'a un tratto, e cangiarsi, per dir così, in un nuovo viso, come se il primo, a guisa di maschera che si tolga, fosse scomparso.

Il lume della ragione, che già in lei vacillava, s'era a quest'ultimo colpo spento del tutto: il cervello dell'infelice avea dato volta: era pazza.

Rimase immota un buon pezzo, poi stese le braccia come chi per sonno o per accidia si stira, poi rise, e prestissimamente movendo le labbra parea tra se ragionasse, facendo gesti or con una mano or con l'altra.

Niccolò si coperse gli occhi colle mani, e Fra Benedetto, impietosito di lui e della Lisa, diceva con voce alterata:

--Niccolò, ora è tempo di ricordarsi che Gesù Signor nostro, santo ed innocente, patì sulla croce più che tu non soffri in questo momento! Patì anco per te, anco per la povera Lisa. Adoriamo il suo giudizio su questa meschina. Sappiam noi se ciò non sia pel suo meglio? Noi sappiam certo che l'anima sua fu anch'essa redenta dal suo sangue divino.... Da un Dio di tanto amore, come non isperar misericordia? Adoriamo, e chiniam la fronte, e diciamo insieme: «Non sicut ego volo, sed sicut tu.»

Niccolò, che era rimasto sin ora colle mani sugli occhi, ripetè:

--Non sicut ego volo, sed sicut tu!--

E le braccia gli caddero sul lettuccio prive di forza.

Visto poco lungi Fanfulla, che quantunque ricoperto riconobbe all'alta statura, gli accennò, e fattoselo accostare, gli disse pianamente:

--Conducete costei a casa, e Dio abbia di lei misericordia.--

Fanfulla venne alla Lisa, la prese per la mano, la condusse verso la porta, ed essa, come cosa insensata, si lasciava volgere per ogni verso. Uscirono, e mentre varcavan la soglia, il povero vecchio alzava le stanche braccia per implorare la divina bontà sulla figliuola, e ripensando alla maledizione che un giorno avea scagliata sul suo capo, diceva:

--Dio mio! Dio mio! Perchè m'hai tanto esaudito!... .........................--

Le invetriate avean intanto perduto ogni colore, e sovr'esse si rifletteano soltanto i lumi dell'altare, chè l'aria al di fuori era oramai fatta scura. Eran comparsi altri Fratelli della Misericordia, che divisi in due, ai lati dell'altare, recitavano salmi a voce bassa per non tor la testa al condannato. Questi era rimasto immobile, muto, colla fronte caduta, e Fra Benedetto, postosegli a sedere al fianco, gli tenea le mani stringendogliene con affetto tratto tratto, senza tuttavia parlargli, parendogli convenisse per allora dar campo che quella terribile ed ultima impressione per sè stessa un poco s'indebolisse. Rimasti così alcuni minuti, diceva il frate:

--Iddio ti porge occasione, Niccolò mio, di meritar molto in quest'ore che t'avanzano di vita, poichè ti fa molto patire! Tu hai a far ogni opera per portar questa croce con prontezza di spirito e rassegnazione.... e per racchetar l'animo un poco sul fatto della Lisa, pensa che Quegli il quale, ha cura del passero che vola pe' tetti, e veste il giglio del campo, tanto più avrà pensiero d'una creatura fatta a sua immagine, e che non ha creata nè per perderla nè per istraziarla.... Considera quali e quanti erano i suoi mali!.... quel velo che Iddio permise le si calasse sull'intelletto fu per renderle ottuso forse il senso de' suoi dolori..... Adoriamo, Niccolò, adoriamo; e speriamo in Lui che non spezza la canna fessa, calamum quassatum non confringet..... speriamo nell'autore di quel precetto d'amore col quale volle, che gli uomini tutti nelle loro miserie elevassero a lui il cuore, e lo chiamassero padre.--

Niccolò mise un sospiro, giunse le mani, e disse:

--Non sicut ego volo, sed sicut tu: e rimasto pensoso un momento, riprese:

--Fra Benedetto mio, io credo certissimo tutto quello che voi mi dite: e potrei dubitare della bontà di Dio, mentre m'accorda ora il massimo, il più dolce de' conforti, quello d'avervi qui, e d'udire dalla vostra bocca cotali parole? Sia fatto quel che Dio vuole di me, e de' miei poveri figliuoli! Di tutto in lui mi rimetto. Ora, una cosa mi rimane a dirvi, un ultimo mio desiderio.... poi non penseremo che al Cielo. Io vorrei esser sepolto domattina senza pompa veruna, e vestito dell'abito di S. Domenico, nel nostro avello di casa in S. Marco all'altare della Madonna, e che voi dicessi la messa pel riposo dell'anima mia.

--Te lo prometto, Niccolò: e questo, ed ogni altra cosa che tu volessi sarà fatta.--

--Non altro, Fra Benedetto: e vi ringrazio.... pure.... sì, d'un'altra cosa v'avrei a pregare. Io, da tante scosse, mi sento tutto stanco e doloroso.... vorrei poter tener il pensiero fisso in Dio... e la mente non regge... il capo mi duole forte, e mi pare che mi si spacchi.... io avrei un desiderio,.... che mi lasciassi appoggiarlo un poco sulla vostra spalla e mi stringessi la fronte colle mani... mi pare ch'io n'avrei refrigerio, e riposato così un poco potrei meglio attendere all'anima....--

Fra Benedetto non gli lasciò finir le parole e, preso tra le sue mani il venerando capo del vecchio, se l'accomodò sulla spalla e sul colmo del petto, tenendogliene stretto, ed avvertì di fermarsi in cotal positura che potesse, senza stancarsi, reggerla un pezzo.

Niccolò, dopo due minuti, chiuse gli occhi, e per l'estrema stanchezza placidamente s'addormentò. Se n'avvidero i fratelli che recitavan l'uffizio, e per non isvegliarlo si chetarono, rimasero immobili ognuno al suo luogo, e durò per quasi mezz'ora questa tacita e terribile scena, che avea pure in se non so che di soave e celeste, vista la serena tranquillità di quel vecchio, di cui solo s'udiva in quel silenzio il largo respiro, e considerando quanta virtù, quanta costanza dovesse essere in un uomo, che in cotal forma s'avvicinava alla morte.

Alla fine un respiro lungo e profondo diede segno ch' egli si destava. Si destò infatti, e lenta lenta sollevò la fronte, vi pose una mano, poi disse:

--Voi m'avete dato conforto grandissimo, Fra Benedetto, Iddio vi rimuneri.... Oh! quante cose, diceva sorridendo così un poco, quante cose belle e divine ho vedute mentre dormivo. Dio mio, tu sei troppo amorevole al tuo povero servo!... Anco ier notte egli m'ha fatto degno di vedere la gloria sua.... egli mandò a visitarmi il suo santissimo martire.... Oh, Fra Benedetto, qual dolcezza!.... pensate.... è ritornato..... lo vidi dianzi..... e mi consolava!..... Quid retribuam Domino? come potrà la mia miseria ringraziar degnamente l'eterna bontà d'un tanto dono?.... Ora mi sento pieno di quella forza, che Iddio solo può dare; di quella vita ch'egli solo comparte, e che non può corrompersi nè perire!--

--Dunque ringrazialo..... ringraziamolo insieme--disse il frate, pieno di soavissima allegrezza nel veder confortato a quel modo l'afflitto vecchio.

--Sì, rispose questi, gloria a Dio nelle altezze de' cieli!... prepariamoci ad entrar nella sua gloria.--

Niccolò sentendosi la mente più libera, si volle allora allora confessare; com'ebbe finito, si disposer le cose per dargli la comunione per viatico, e Fra Benedetto, andato all'altare, fece accendere altri lumi, e vestì i paramenti sacerdotali.

I Fratelli accesero ognuno una torcia e si posero in cerchio a piedi della predella: due soli di loro (eran Lamberto e Bindo) s'accostarono a Niccolò, collocarono un guanciale in terra ove potesse inginocchiarsi, e gli si tennero ai lati per ajutarlo.

Fra Benedetto trasse la pisside dal tabernacolo, l'aprì, ne tolse una particola, e volgendosi, levò le mani all' altezza del petto, pronunciando quelle soavi ed auguste parole:

--Agnus dei qui tollis peccata mundi, miserere nobis.

E Niccolò intanto, sfavillando dagli occhi luce di paradiso, era ginocchioni, sorretto da' suoi figli, ed alzava le palme tremule e bianche verso il Sacramento.

Chi ricorda la testa di S. Girolamo dipinta dal Domenichino in codesto atto medesimo, avrà una lontana idea del divino ed ardente amore di che s'impresse il volto di Niccolò. Quando si vide davanti Fra Benedetto in atto di porgergli la particola, disse, versando lagrime di dolcezza:

--Io ti ringrazio, altissimo Iddio, che tu vieni a visitare il tuo servo per condurre l'anima sua immortale fuori delle miserie di questa tenebrosa valle! Lavami d'ogni macchia e d'ogni peccato, chè di tutti mi pento e ti domando perdono! Accetta quello che di cuore io concedo a' miei nemici.... a questi che ci tolsero la patria.... voi che mi state d'intorno, siate testimonj ch'io morendo perdono ai Palleschi.... mi sento in cuore di amarli come fratelli.... e prometto in Cielo pregar per essi onde ci troviam tutti un giorno riuniti in quella celeste Gerusalemme, ove saranno spenti gli odj, e vivremo trasfusi nel sempiterno amore--

Gli astanti tutti piangevano: piangeva Fra Benedetto, e per gl'impetuosi affetti che l'agitavano, vacillava sulle ginocchia, quando depose il Sacramento tra le pallide labbra del vecchio.

Tornò all'altare, terminò le preghiere, e deposti i paramenti, si rimase allato al suo amico, che sempre ginocchioni, sempre sorretto da' suoi figli, che dirottamente piangevano, teneva alto il viso, sereni e ridenti gli occhi, pronunciando tratto tratto brevi e segrete preghiere.

Stette così un'ora. All'orologio di Palazzo sonarono le cinque. Entrò il ministro, quello cui era dato l'ufficio d'eseguir la sentenza. Uomo rozzo, tarchiato, di stupido aspetto, si accostò a Niccolò, e, com'era l'uso, disse:

--Messere, io fo l'ufficio mio, e ve ne chiedo perdonanza.--

--Anzi, io ti rendo grazie, tu m'apri la porta del paradiso.--

E Niccolò volle abbracciarlo. Poi disse a Fra Benedetto:

--Siate contento tagliarmi questi pochi capelli sulla collottola..... ecco l'ultimo disagio ch'io vi do.--

Fu mandato per un pajo di forbici, e la bianca capigliatura di Niccolò venne recisa, e raccolta dal frate, che gliela porse ad un suo cenno. Questi, osservando di non esser veduto, la pose sotto la cappa di Bindo, nella sua mano propria, che gli strinse: ed il povero vecchio sentì, per dir così, raccolto in quella stretta tutto l'immenso amore che avea portato e portava a quel suo ultimo e giovinetto figliuolo.

Passò un'altr'ora..... sonaron le sei..... entrarono dieci tavolaccini con torchi accesi. Fra Benedetto, i figliuoli, tutti intesero, e si scossero. Il solo Niccolò rimase, come prima, tranquillo e sereno. S'alzò ajutato, e volto ai fratelli che lo circondavano ed avean tolto di terra e levato in alto il loro crocifisso per metterglisi innanzi, disse, tutto ridente, due volte:

--Addio! Addio!--

S'avviarono. Bindo da un lato lo reggeva, alle spalle Lamberto, dall'altro Fra Benedetto, e tenendogli innanzi la tavoletta con suvvi il crocifisso, gli suggeriva preghiere ed affetti, ora in latino, ora in volgare.

Il passo di Niccolò era franco, sicuro, nè troppo lento, nè troppo veloce.

Giunsero sulla porta all'alto dello scalone, d'onde si scopriva il cortile illuminato da molte fiaccole, e pieno intorno intorno di tavolaccini e soldati colle loro alabarde, tutti taciti e cogli occhi volti in su verso il condannato.

Questi scese sempre nel modo descritto, e venuto nel mezzo del cortile, ov'era il ceppo, ed il carnefice con una lucente mannaja presa a due mani, si fermò, e gli disse:

--Come abbia la testa sul ceppo dammi un momento, chè raccomandi l'anima a Dio.--

Poi volto in giro uno sguardo su tutti, disse con voce chiara:

--Io perdono a' miei nemici, e prego Iddio accetti questa mia morte per la salute della patria nostra.--

S'inginocchiò, e pose il collo sul ceppo.

Bindo e Lamberto chiusero gli occhi, e per un momento fu altissimo silenzio.... poi un colpo sordo e risoluto. Gli aprirono. Il tronco era a terra da un lato. Il santo capo riverso dall'altro, candidissimo ed ancor sorridente.

Ebber tanta forza ancora di muoversi, tolsero il corpo e lo stesero nella barca, vi posero il capo, e rimase (tanto fu netto il taglio) come se un nastro vermiglio gli avesse circondato il collo.... ........................

Addì 16 agosto, la mattina innanzi giorno, la campana di S. Marco sonava a morto, Nell'interno della chiesa era collocata nel mezzo una bara con quattro candelieri di ferro agli angoli, all'altare diceva messa Fra Benedetto, parato di nero, nella forma medesima descritta al primo capitolo di quest'istoria. Nel cataletto era il cadavere di Niccolò vestito dell'abito di S. Domenico. Parea che dormisse; avea il viso candido e sereno.

Lamberto, Bindo, Fanfulla, Maurizio, il Bozza ed una turba d'artefici e di popolo minuto pregavano inginocchiati all'intorno, in silenzio ed immobili, se non che talvolta col dosso delle mani s'asciugavano gli occhi.

Finì la messa, finirono le esequie. Vennero alcuni uomini del convento, e con pali di ferro levaron la lapide che copriva un avello posto innanzi all'altare della Madonna. Lamberto, Bindo e gli altri presero il corpo nel lenzuolo sul quale era steso, e cautamente, senza scomporlo, lo calarono nella tomba. La lapide fu rimessa al suo luogo. Que' poveri artefici pregarono e piansero un poco sovr'essa, poi, alla sfilata, se n'andarono, ed in chiesa non rimasero che Bindo, Lamberto, Fanfulla e Maurizio.

I due fratelli inginocchiati sulla pietra che copriva Niccolò si presero per la mano, e Lamberto disse con voce alta e sicura:

--Noi giuriamo a Dio ed a te, padre nostro, di adoperarci sempre, infin che ci duri la vita, per ritornar Firenze nella sua libertà, e non depor mai l'arme, e combattere i suoi nemici insino alla morte.--

Poi rizzatisi usciron di chiesa.

CONCLUSIONE

I capitoli della resa di Firenze patteggiavano salve le vite, gli averi e la libertà di tutti i cittadini indistintamente. Questi capitoli erano stati solennemente giurati dal commissario Valori e da D. Ferrante Gonzaga. Entrati costoro in città, e divenutine padroni, ammazzaron parecchi, molti spogliaron dell'avere, moltissimi cacciaron in bando, assegnando a ciascuno il luogo dell'esilio; e chi rompeva questo confino era dichiarato ribelle. Cotal principio ebbe il principato mediceo.

Le città d'Italia s'empirono di sbanditi fiorentini, che vi giungevano smunti dalla fame del lungo assedio, dalle fatiche del doloroso viaggio, e lo spettacolo delle loro calamità, la vista de' vecchi, delle matrone, de' fanciulli strappati violentemente ed a tradimento alle loro case, fece levare un grido universale d'indegnazione contro gli autori di tanta scelleratezza, e destò forse il rimorso nel cuor di coloro che avrebber potuto e non la vollero impedire.

Di pari errori, seguiti da pari rimorsi, è piena l'istoria d'Italia.

Molte famiglie fiorentine, senza aspettar il bando della nuova Balia, uscirono volontarie dalla città, e riparandosi in qualche angolo fuor di mano del dominio, cercarono di potervi rimaner oscure e dimenticate, forse parendo loro di non perder così interamente la patria. Alcune si ritirarono a Serravezza, ove al dì d'oggi ancora, per tradizione, si mostran le case che occuparono codesti fuggiti.

Nel centro della catena de' monti Apuani, che si stendono a man destra da chi va da Lucca a Sarzana per la via di Pietrasanta, e mostrano le loro nude e scoscese roccie accavallate e sporgenti l'une dietro l'altre con infinita varietà d'accidenti, di contorni e di tinte; nel centro, dico, di questi monti s'apre una stretta e sinuosa valle per la quale, scendendo dalle altezze delle Panie, scorre la Versilia limpida e fresca, sotto l'ombre di folti ed antichissimi castagni. Lo sbocco di questa valle, mascherato dall'intreccio di due gioghi dirupati ed alti, si nasconde a chi da lungi vi diriga lo sguardo, quasichè la natura abbia voluto con amorevole antiveggenza, preparar luoghi che servisser di rifugio ai deboli contro la violenza de' forti.

Risalendo la Versilia, ad un miglio dentro la montagna, si trova Serravezza, ove s'allarga un poco la valle pel confluire d'un altro torrente che viene dal M.^e Altissimo. Quivi, sul finire di settembre, s'eran ricoverati Lamberto colla sposa e il cognato, ed era con essi Selvaggia, Fanfulla, Maurizio ed il piccolo Arriguccio.

Il tempo trascorso dalla morte di Niccolò sino a quest'epoca l'avean passato a M.^e Murlo, ove Laudomia era, come vedemmo, rimasta inferma, e dove per la tremenda nuova della fine del padre, che non fu possibile nasconderle, cadde in più grave pericolo della vita; ed a stento avea, dopo più settimane, potuto alzare il capo dal guanciale. Ebbe lunga e penosa convalescenza, resa più lenta dal cocente e continuo pensiero del padre, de' fratelli, della patria: e dalla disperata vista della Lisa che le avean ricondotta da Firenze. In quello stato, che divide da persona che s'ami con un abisso cento volte più doloroso e tremendo della morte medesima: perchè è men duro piangere spenta un'intelligenza, dalla quale s'ebbe lungo ricambio di pensieri e d'affetti, che trovarla degradata e sconvolta.

La pazzia della Lisa non era furibonda, e, neppur in apparenza almeno, continua. Passava l'ore, e le giornate talvolta, in una cupa e taciturna immobilità, tenea gli occhi spalancati, fissandoli in terra col guardo intensissimo, e per così dire, impietrito, e talvolta con voce bassa diceva: «Era un traditore!» A momenti pareva pur che riconoscesse le persone, intendesse le loro parole; ma eran brevi lampi in un'immensità tenebrosa.

Siccome però ne' suoi modi non era nulla che potesse dar a temere, veniva lasciata in sua libertà, ed una contadinella soltanto avea l'incarico di tenerla d'occhio quando si riusciva a condurla fuori di casa: chè un medico, al quale s'era potuto chieder consiglio, avea suggerito si facesse stare, per quanto fosse possibile, all'aria ed in luoghi ameni ed aperti.

Un giorno, adoperandosi con quel sottil senso d'astuzia che suol ne' pazzi sopravvivere all'intelletto, riuscì, mentr' era fuori colla sua guida, ad allontanarla per pochi momenti. Quando la villanella tornò al luogo ove aveva lasciata la Lisa, questa era scomparsa, nè per quanto cercasse e corresse tutto all'intorno le venne fatto di rintracciarla od udirne novella, e tutta piangente dovette pur tornare a casa e narrare il fatto alla famiglia, che sbigottita uscì tutta, meno Laudomia, in cerca della povera fuggita, e correndo le pendici ed i boschi sottoposti al castello la venivan chiamando tratto tratto frugando e rifrugando ogni macchia, ogni siepe, ogni cespuglio. Fu tutto inutile; ed a notte chiusa soltanto, afflitti e malcontenti, tornarono alla pieve, nè venne loro fatto, per quanto ne' susseguenti giorni moltiplicassero le ricerche e l'inchieste, di scoprire ove fosse capitata.

Ma una lettera scritta in que' giorni dal Vanni, custode della villa del Barone, a Baccio Valori, ne darà notizia al lettore, e perciò la riportiamo qui tutt'intera.

«Magnifico messer Baccio, signor mio onorandissimo.

--Dipoi dell'ultima lettera vi mandai per Cecco cavallaro, nella quale, chome era debito mio, vi davo notizia del facto di que' gentilhuomini che voi ci mandasti, che schomparsono senza che nè per me nè per alcuno di questi dintorni si sia possuto haverne notitia insin al dì d'hoggi, non s'è manchato di usare ogni diligentia per eseguire li vostri chomandi, ma non s'è possuto insin ad hora saper niente di messer Troilo, che nissuno ha veduto qui attorno che pare cosa impossibile, a non essersi partito per l'aere, che qualcuno non l'havessi veduto.

--Jeri essendo entrato nella villa, che non c'ero più stato dal giorno che costoro ci vennono, mentre attendevo ad aprir le finestre per dar aria, onde le cose della V.ª M.ª si mantenghano in buon essere, come è debito mio, venni alla chamera gialla, et aperto l'uscio, mi parve entrare in una sepoltura per l'inestimabile puzza di morto ch'era là entro, che a non voler ammorbare, ebbi a spalanchar usci, finestre et quanto c'era.

--E cerchando diligentemente d'onde il decto puzzo potesse uscire, m'avvidi che saliva dal buco del trabocchetto accanto al letto, che la Magn.ª V.ª molto ben chonosce. Io chorsi per una fune et attachatovi un lume lo calai giù, ma non potetti discerner nulla per esser quella bucha tanto profonda, et ancho per essersi spento il lume che ancora non era sceso 20 braccia. Se il luogo fosse più agevole m'ingegnerei scoprire chi sia stato buttato laggiù, ma e' converrà, a volerlo sapere, romper muri, et volte, che per altra via non ci conosco modo: et perchè aspetto li chomandi della V.ª Magn.ª.

--Mentre mi travaglio per questa faccenda, che ero solo nella villa, mi udii camminare alle spalle, et voltomi vidi una giovane che entrò in chamera a furia, tutta in disordine, et alla guardatura m'avvidi presto, che avea dato di volta: assai bella giovane, et al vedere gentildonna, et m'avviluppò un monte di sciocchezze come usano i pazzi, et voleva le insegnasse dov'era quel traditore, et un po' mi bravava, un po' piangeva, et mi si raccomandava, tanto chè io hebbi a durar fatica grandissima, a tormi di dosso questa tribolazione. Chi fosse costei, et qual fusse questo traditore io non potrei dirlo che pocho stette che se n'andò al modo stesso ch'era venuta, dove la portava la sua pazzia, et questi pecorai dicono haverla veduta che prendeva su pel monte jer sera all'annottare, e volendola fermare si difese a graffi, et si fece lasciare, et dicono che si messe correndo su pe' boschi. Che non avesse a capitar male, che di lupi ne girano parecchi su per queste vette.

Altro non acchade per hora, che humilmente raccomandarmi alla V.ª Magn.ª.

Del Barone adì... Agosto 1530.

Il vostro Servo Vanni.»

Baccio Valori, al quale era nato il sospetto della mala fine di Troilo, e che anco a un dipresso ne indovinava gli autori senza che ne provasse, come si può credere, una troppo viva afflizione, pensò bene non fare su questo caso maggiori ricerche, contentandosi d'aver un creditore di meno, senza andar cercando nè il come, nè d'onde questo vantaggio gli fosse venuto. Scrisse a Vanni di far buttare nel trabocchetto due some di calce viva, lasciar aperte le finestre sinchè il puzzo fosse dissipato, e del resto non si curar d'altro. Queste furono le onorate esequie di Troilo, e qui finisce la sua istoria.

Quella della povera Lisa finisce anch'essa; chè nè la sua famiglia, per quanto lunghe e ostinate ricerche ne facesse, nè alcun uomo di que' paesi non ebbe più notizia veruna del come fosse andata a finire.

Morì di stento in qualche solitudine ignota? Fu pasto de' lupi accennati dal Vanni? Lo sapremo il dì del giudizio. Ma se ci vien meno ogni certezza su questi fatti, non ci manca però qualche congetura, e col lettore paziente e cortese, che avendoci accompagnati sin qui possiam oramai considerare come un amico d'antica data, non vogliamo aver segreti nè usar reticenze. Nel 1580, vale a dire 50 anni dopo l'assedio, alcuni cacciatori cercando i gioghi sopra S. Marcello giunsero ad un luogo nascosto tra le rupi aride, pieno di sassi, desolato e selvaggio, ove molte caverne entrano ne' fianchi del monte senza che si sappia ove vadano a riuscire. In questa solitudine, detta insin ad oggi Macereto (forse per le macerie che l'ingombrano) costoro trovarono una vecchia coperta di vilissimi panni, non però luridi e negletti, come suol portarli chi per mestiere è mendico. I capegli sciolti, e lunghi insino al ginocchio; le scendevano dal capo spandendosi tutt'intorno sulla persona quasi un velo d'argento. Il viso pallido e macilente. Lo sguardo basso e doloroso. Era ginocchioni sull'entrata d'una di quelle spelonche, innanzi ad una croce fatta rozzamente di due rami di castagno tenuti insieme da una vermena di vinco. Non si mosse e non si volse al giunger de' cacciatori, che fermatisi a considerarla maravigliati e riverenti, udiron che tratto tratto sospirando diceva «Dio mio! Dio mio! Son tanti anni che piango per lui!... Gli avrai tu perdonato?....»

E rimasta muta qualche momento, ripeteva poi la sua preghiera, e sempre colle stesse parole. Ritrattisi costoro s'informaron da' contadini dell'esser suo, ed udirono che dai più era tenuta una santa, ma nessun seppe dire chi fosse o di dove fosse venuta. Narravano, che dopo aver inutilmente tentato di condurla a vivere nell'abitato, le avean accomodato un po' di lettuccio in quella spelonca, ed or gli uni or gli altri le portavano di che campare. Un giorno poi finalmente la trovarono stesa sul suo lettuccio, bianca e fredda come un alabastro, e fatti certi ch'ell'era passata, la seppellirono nel campo santo di S. Marcello. Fosse l'esempio di costei, o qualsivoglia altra cagione, si trovò sempre d'allora in poi chi abitasse quella spelonca, ed a dì nostri due povere vecchie vi menan vita romita e selvaggia.

Se costei fosse la povera Lisa, non lo possiamo asserire: posto però che fosse essa realmente quale non dovè essere l'amore di quell'infelice se, dopo tanti dolori, tanti tradimenti, dopo aver tutto perduto, persin il senno, il solo amore per quel traditore le rimase intatto nel cuore, e tanto potente, che insin agli ultimi anni ed all'ultimo respiro, non potendo far altro, pregava e piangeva per lui!...................... ........................

Nei primi giorni d'ottobre, Lamberto, che potea in certo modo dirsi ora mai capo e guida della sua brigata, avea dovuto pensare a levarla di M.^e Murlo, ove per la troppa vicinanza di Firenze, e pei sospetti del nuovo stato, vivevano in continuo pericolo. Si condusse con essa a Serravezza, non senza disagio grandissimo per la povera Laudomia, della quale il caso della Lisa avea più che mai dissestata la vacillante salute. Sublime dono dell'anime veramente nobili e virtuose è il mantenersi tranquille e serene anco nelle più terribili prove. Questa pace del cuore che l'invidiosa impotenza degli spiriti volgari scambia coll'apatia, fu cagione che Laudomia rimanesse in vita, e potesse grado a grado ricuperar le forze, e, per così dire, rinascere ad una nuova esistenza.

Nella casa ove s'erano alloggiati, una delle prime entrando nella terra dalla parte di Ripa, stavano tutti assai comodamente, rimettendosi di tanti travagli colla quiete di quella vita intima, domestica e divisa dal rimanente del mondo, che tanto giova agli afflitti, e per ogni uomo è pure il sommo dei beni.... ma a quanto pochi è dato il poterne godere!.... La dolcezza di questo vivere non dovea tuttavia far dimenticare a Lamberto ed a Bindo l'augusto pensiero della patria, le ultime parole di Niccolò ed il giuramento pronunciato da essi sulla sua tomba. Appena ebbero dato assetto stabile alle loro cose, cominciarono a considerare in qual miglior modo l'opera loro potesse giovare al grande intento di restituire a Firenze la sua libertà. Nel primo stordimento di una tanta rovina, i fuorusciti Piagnoni, sparsi per le città italiane, riprendevano a stento la facoltà di sperare e formar disegni per l'avvenire, come allo scoppiar d'un fulmine gli uomini penano qualche momento prima di rivedersi in viso l'un l'altro. Presto però cominciarono ad accozzarsi e parlar tra loro, e corrisponder per lettere, ed ordir quella tela d'imprese spicciolate, deboli, sconnesse, che invece di spezzar le catene de' fiorentini, le ribadirono. Fu risoluto da' due cognati, tener dietro e partecipare a qualunque novità fosse per farsi, e deliberarono, che Lamberto rimanesse, e Bindo partisse per visitare le città d'Italia ov'era maggior numero di fuorusciti, e vedendo l'occasione propizia, ne avvertisse il cognato, che non avrebbe tardato a concorrere ove lo chiamassero più santi doveri che non son quelli della famiglia. Bindo partì, ed andò seco Fanfulla, che fatto esperto della vita di frate, non provava nessun desiderio di ritornarvi.

Giacchè siam a parlare di questi due attori del nostro racconto, diremo brevemente, e senza curarci d'anticipar sull'epoche, quel che sappiamo de' fatti loro, onde non dover poi interrompere il filo di quel poco che ci resta a narrare.

In tutte quante le pratiche, le imprese e le fazioni colle quali i fuorusciti fiorentini tentarono mutar lo stato di Firenze, insino alla presa di Siena nel 1555, colla quale si spense per sempre ogni speranza di sottrarsi al giogo mediceo, Bindo operò con quell'obblio di se stesso e d'ogni utile proprio, con quell'ardire e quella fierezza che lo rendevano vivo e vero ritratto di Niccolò suo padre. Nel 1535 fu a Napoli co' principali della sua parte, che vi concorsero per domandare a Carlo V l'osservanza de' capitoli della resa di Firenze.

L'imperatore ascoltò le loro ragioni esposte da Jacopo Nardi (lo storico) in una lunga orazione. Ascoltò la risposta del duca Alessandro. Diede buone parole a' fuorusciti, e ragione al duca, stipulando tuttavia alcune condizioni, sotto le quali questi potessero ritornare in patria.

La fiera e generosa risposta de' fuorusciti servirà, insin che duri il mondo, d'esempio a chi si trovasse in somigliante od in egual condizione.

«Noi non venimmo qui, risposero, per domandare alla Cesarea Maestà con che condizioni dovessimo servire al duca Alessandro, nè per impetrar per mezzo suo perdono da lui di quel che giustamente e volontariamente abbiamo adoperato in benefizio della libertà della patria nostra; nè di ritornar servi in quella città, onde non molto tempo innanzi noi siamo usciti liberi, acciocchè i nostri beni ci fosser renduti; ma ben ricorremmo a Sua Maestà, confidando nella giustizia e bontà dell'animo suo, perchè le piacesse di renderne quell'intera e vera libertà, la quale dagli agenti e ministri suoi, l'anno 1530, in nome di quella ci fu promessa di conservare. Ora veggendo noi aversi più rispetto alle soddisfazioni del duca Alessandro, che ai giusti meriti della onesta causa nostra; che non si fa pur menzione della libertà, poca degli interessi pubblici, e che anche la restituzione de' fuorusciti non si fa libera, ma condizionata e limitata, non altrimenti che se la si domandasse per grazia, non sappiamo altro replicare se non che, siamo noi tutti risoluti a voler vivere e morir liberi, siccome noi siamo nati, e di non macchiar giammai per i nostri privati comodi la sincerità e 'l candore degli animi nostri, mancando di quella carità e pietà, la quale meritamente è richiesta a tutti i buoni cittadini inverso la patria loro.»

Aggiunge il Varchi (dal quale abbiam trascritta, abbreviandola, la detta risposta):

«.....e fu cosa molto notabile che nessuno di loro volle pigliar la grazia che l'imperatore loro fatta aveva per sua sentenza di poter ritornare nella patria loro, riaver i loro beni immobili, e godere quegli onori e quelle dignità che allora godevano gli altri cittadini, ancorchè la maggior parte di loro fuorusciti fosse molto malagiata e povera, ecc. ecc.»

Rotta la via delle pratiche, tentarono quella dell'armi, e (morto da Lorenzino il duca Alessandro) travagliarono Cosimo, primo suo successore, guidati da Piero Strozzi, ardito capitano ed altrettanto disavventurato, il quale ebbe la peggio a Sestino, a M.^e Murlo (ove furon presi Baccio Valori e Filippo Strozzi) e finalmente una totale sconfitta dal M.^{se} di Marignano alla giornata di Marciano o di Scannagallo in quel di Siena.

Bindo e Fanfulla, questi vecchio oltre i settanta, quegli uomo sui quarant'anni, che avean per tanto tempo divisa la buona e la cattiva fortuna, le speranze, i timori, i pericoli, amandosi come s'aman gli uomini che abbian battuta insieme cotale strada, morirono entrambi il primo nella battaglia, il secondo la notte innanzi. Di Lamberto, che si trovava con loro, diremo poi narrando le ultime sue vicende.

È dunque giunto il momento di dividerci, e per sempre, dal nostro buono e dabben Fanfulla. Al lettore, che non lo ha trattato ed avuto in cuore siccome noi per tanto tempo, che non può immaginare, per quante glien abbiam dette, qual bontà, qual fede, qual grandezza d'animo fosse sotto quella sua scorza un po' ruvida e strana, non parrà gran fatto questa separazione. Se così è, mi dolgo per te, povero Fanfulla, che da quelli i quali avrebber saputo scriver meritamente, e far palese al mondo la tua virtù, tu non fosti conosciuto, ed io che ti conobbi non seppi scriverne com'era dovere! E, quel che è peggio, questo rammarico sarà cagione che per raccontar la tua fine io sappia meno che mai trovare stile e parole quali si converrebbero. Eppure, tacerla al lettore, non si può!... Per uscir d'impaccio trascrivo una lettera scritta a Lamberto dal suo servo Maurizio dalla solitudine della Vernia, ove s'era ritirato a piangere la morte di Fanfulla, della quale, come appare dalla sua confessione stessa, egli era pur troppo l'involontaria, ma non del tutto innocente cagione.

Dalla Fernia ha dì 3 Ott.^e 1555.

Mie patrone et signore.

«Pofere Maurizie fenire ora con ginocchia in terra et braccia in croce, et domandare pertone, et misericordie at sue patrone, che non meritar, ma pofer Maurizie hafer tanto crando dolori che non più torme, non più mancia, et voler far penitentia semper semper, et haver giurato non mai più pefer fine, et pregar Dio de morir presto, ma non poter morire si sue Patrone non dirà Pofer Maurizie mi hafer pertonate.»

Io hora dirò tutto, tutto, proprio ferità, como è achatuta la cativa disgrazia, che Dio, et messer Lamperte possa pertonare a pofer Maurizie et vedere che non hafer fato cum cativa intenzione.

V.ª S.ª Ill.ª mie pone patrone, ti deve dunque sapere che in la notte prima de la patallia de Marciane mi star con pofer vecchie Fanfulle lontane dal alociamente a far veletta, et mi dire a Fanfulle, Fanfulle mie hafer multo desiderio de confessar mie peccate, perchè mi hafer pensato in sogno dofer morire in patallia de domane, et Fanfulle risponder, mi hafer medesima desideria, ma qui non star prete nè frate, mi allora trovate rimedie et dire, ti confessar io, et io confessar ti, et Idio star contente de pone voluntà nostra[76], et così hafer fato. Mi prima confessare a pone Fanfulle tutte mie peccate che star molte grande et Fanfulle per penitentia dar con manicho da halabarde sopra spalla mia forte, forte, molto forte, et mi dir: paciencia, meritar ancora più forte. Dopo, pone Fanfulle, confessar a mi tutte peccate sue sin da piccole fanciulle che durar più di due hore, che non finiva più, et mi alhora pensare Fanfulla hafer fate molto più ripalterie da pofer Maurizie, dunque meritar penitenzia de manicho de halabarde molto più forte, et hafer dato cum molte grandissima desideria de far pene ad anima sua, et Fanfulle un poco hafer patientia, poi non hafer più, et dare gran colpe at pofere Maurizie et tutte due perder giuditie et prender molta collera et pofere Maurizie hafer cativa desgrazia, che non vedefa alle scure, de dar sopra testa de pone Faufulle che andate in terra et dire «Pone Maurizie ti mandar me in paradise, et mi ringraziare, et pone Fanfulle non folere più dire niente perchè star morto, et mi piangere et piangere et sempre piangere finchè mie patrone non hafer pertonate etc. etc.»

Il corpo di Bindo, morto, come accennammo nella battaglia, fu seppellito onorevolmente. Nello spogliarlo gli trovarono in petto una lunga ciocca di capelli bianchi: eran quelli del padre che avea sempre portati qual segno del giuramento fatto sulla sua tomba. Molli e vermigli del suo sangue attestavano la serbata fede. I contadini che seppellivano il cadavere ebber rispetto a questa memoria e gliela poser sul petto prima di colmare la fossa........................ ...........................

Per narrare quest'ultimi fatti siamo stati costretti trascorrere innanzi 25 anni. Dovendo ora far conoscere al lettore le ultime vicende di Lamberto e delle due giovani ci convien ritornare al tempo in cui Bindo lasciò Serravezza.

Dopo la lunga serie di agitazioni, di patimenti e di disgrazie ond'erano state afflitte Selvaggia, Laudomia ed il suo sposo, pareva che finalmente volesse la fortuna conceder ad essi un po' di riposo. Il loro stato presente, la quiete de' luoghi ove avean fissata la loro dimora, tutto pareva prometter pace e tranquillità. Ma la promessa era fallace. La tranquillità era lontana ancora da quell'anime travagliate.

Il lettore che troverà, lo temiamo, già assai ben lunga la storia nostra, ci saprà grado che non la veniamo allungando ancora, col descrivere troppo minutamente le costoro passioni. D'altronde egli può immaginarle dagli antecedenti, ed a questo punto basteranno poche parole.

I portamenti della Selvaggia, il suo beneficio era stato tale, che a nessuno, non che a Laudomia e Lamberto, sarebbe potuto venir in pensiero d'allontanarla, o di negarle quel solo guiderdone che era stato scopo di così lunghi e dolorosi sagrificj per la poveretta; il bene di trovar finalmente chi l'amasse. Di questo bene ne godeva pure una volta anch'essa, e vi si beava coll'ineffabile effusione che compensa le anime ardenti di quel soprappiù di dolori al quale son condannate dalla Provvidenza.

Nell'ebbrezza di uno stato così nuovo per lei, parendole aver ottenuto ciò che appena si sarebbe attentata a desiderare, stimò che la felicità della sua vita potesse consistere sempre nel veder Lamberto, e nel goder dell'amicizia e della gratitudine dei due sposi. Tuttociò era il paradiso messo a fronte della vituperosa miseria della sua vita passata. Essa propose non lasciarli mai più. Lamberto e Laudomia l'accolsero, e promisero tenerla sempre come sorella, e tutti e tre stimarono aver fatta una combinazione maravigliosa, e che dovesse riuscire pel migliore d'ognun di loro.

A quanti sbagli è soggetto il buon cuore (che è pur così bella e divina cosa) se la ragione e l'esperienza non gli servon di guida! Questa verità non avrà bisogno di commento per ogni lettore che abbia appena venticinque anni.

Le cose andarono bene per qualche tempo. Ma dopo la partita di Bindo, riducendosi i tre rimasti ad una convivenza più intima e ristretta, provarono a poco a poco nelle loro relazioni reciproche un senso di soggezione, nuovo, più sentito che ammesso, o spiegato dal raziocinio d'ognuno; ma che molto facilmente sarà inteso e spiegato dal nostro lettore.

Selvaggia amava sempre Lamberto: ed il bene di poterlo vedere ad ogn'ora, del quale si teneva paga dapprima, le s'era fatto in appresso quasi un tormento, per la necessità di progresso che è nell'amore.

Nel cuor candido di Laudomia non poteva capire quella gelosia che si nutre di sospetto o di diffidenza, e che avvilisce egualmente chi la prova, e chi ne dà motivo o pretesto. Ma essa non potea illudersi sulla bellezza di Selvaggia, sul senso che dovean produrre le sue sventure, la generosità del suo sacrificio continuo, e la sposa di Lamberto viveva col cuor pieno d'un'ansia timida, indefinibile e dolorosa.

Troppo avveduta per non indovinare quali tormenti soffrisse Selvaggia nel segreto del cuore: troppo amorevole per non cercare ogni via di renderli meno amari, si trovava, quand'erano tutti e tre insieme, a non saper quali modi tener col suo sposo, dubitava sempre apparisse troppo aperta la corrispondenza d'amore ch'era tra loro: le pareva persino talvolta che Selvaggia dovesse odiarla, che l'odiasse; in altri momenti le passava come un baleno per la mente il dubbio che Lamberto potesse o raffreddarsi o mutarsi, e se in ciò prendeva errore, poteva il suo dubbio non parer del tutto fuor di proposito a chi stesse alle sole apparenze.

Nel cuor del giovane non era un affetto, non un pensiero che non fosse per la sua Laudomia; ma appunto perchè tanto l'amava, si faceva severissimo, anzi ingiusto giudice di se stesso, sembrandogli di non poter sentire affetto o gratitudine per Selvaggia senza profanar quell'amore che tutto avea donato alla figlia di Niccolò. Trovandosi colle due giovani temeva di continuo con uno sguardo, un atto, una parola volta a Selvaggia offendere in qualche modo la sua sposa; d'onde un cotale impaccio nel discorso e ne' modi che potea facilmente trarre in inganno, venire attribuito a tutt'altre cagioni.

Se la convivenza tra persone poste in tali condizioni potesse avere quell'intimità, quella scioltezza che n'è il primo, l'indispensabil pregio, sel pensi il lettore.

Esse avean però trovato un tema di discorso sul quale, quasi su un campo neutrale, potean le loro menti scorrere ed incontrarsi senza la compagnia di pensieri molesti od arcani; e questo tema era la religione.

Lamberto e Laudomia per tendenza inseparabile da tutte le persuasioni sincere e profonde, ponevano ogni studio a procurare che Selvaggia divenisse cristiana, nè costò ad essi troppa fatica risolverla a questo passo. Fu persuasione? Fu desiderio di seguir la medesima fede che professava Lamberto? Fu effetto di quell'irrequieto bisogno di cambiamento che provan le anime appassionate ed afflitte? Iddio lo sa che cosa fu. Fatto sta, che Selvaggia ebbe il battesimo ed accolse in cuore la nuova Fede, seguì le pratiche, i precetti, le idee del nuovo culto, coll'ardore e coll'impeto naturale al suo carattere. Ma se avea mutato culto, non avea potuto al modo stesso mutarsi il cuore.

L'infermità di Laudomia e le sventure, le agitazioni che n'erano state cagione avean sin ora frapposto ostacolo all'ardentissimo desiderio che provava Lamberto di potersi dir marito a quella cui aveva in S. Marco dato già l'anello di sposa. A questo punto pareva tolto di mezzo ogni ostacolo, ed il giovane con calde preghiere incominciò a stringer Laudomia onde le piacesse stabilir il giorno della loro unione. La figliuola di Niccolò parea non vi si sapesse risolvere, ed udendo le appassionate istanze del suo sposo, si mostrava pensosa, esitante, e pareva persino talvolta frenar a stento le lagrime.

Lamberto non sapea che pensare di questi modi a lei così insoliti, ed un giorno, buttandosele ai piedi, la scongiurò di torlo ad una così tormentosa incertezza, e d'aprirgli il cuore, come era dovere, con chi tanto l'amava.

Erano in casa, sull'imbrunire. Laudomia senza rispondere s'alzò, e data la mano al giovane, lo condusse fuori. Presero taciti il sentiero che lungo le rive ombrose della Versilia conduce verso Ripa. Giunsero dove la corrente divisa in due rami cinge un'isoletta piena di salci, di pioppi e di nocciuoli. Vi si condussero passando sui sassi che disposti in fila attraversano il torrente, e giunti per uno stretto sentiero ove sotto una volta di rami e di verzura erano alcuni rozzi sedili, disse Laudomia:

--Io t'ho condotto in questo luogo remoto, perchè le parole ch'io debbo dirti son gravissime. Volevo esser certa non venissero udite nè interrotte da alcuno, promettimi non interromperle neppur tu.--

Lamberto maravigliato e quasi sbigottito lo promise, e Laudomia soggiungeva:

--L'amor ch'io ti porto, Lamberto, fu benedetto da Niccolò padre nostro: non debbo dunque arrossire di confessartelo: esso è grande, e perciò appunto egli è pensoso del tuo bene più che del mio. Lamberto, lo sai, non sono io sola ad amarti. Della mia bellezza, se pur n'ebbi, le sventure n'hanno appassito il fiore. Io, poveretta, mai ho avuta occasione d'incontrar perigli, dolori, travagli, di versare il mio sangue per amor tuo.... Oh, così l'avessi avuta!.... Io non ebbi campo di mostrarmi grande, generosa, com'essa.... (è inutile il dire, che Lamberto fuor di sè voleva ogni tratto interrompere Laudomia, che col guardo e col cenno gli ricordava la promessa) Tuttociò lo conosco.... ma, Lamberto, rammentalo, te lo dissi la prima volta che mi parlasti d'amore:... io potrei rinunciarvi, ma non dividerne una menoma parte con altra donna!.... Essa, lo so, sarebbe stata un tempo indegna troppo d'un sol tuo pensiero.... ma il pentimento ha virtù di rinnovar l'anima e tornarla alla prima sua nobiltà.... non apre Iddio al pentimento le porte del Cielo? Io non posso vederla così misera per cagion mia.... se poi ora, o col tempo, lo divenissi anche tu.... sarebbe troppa disperazione per la povera Laudomia.... lascia ch'io cerchi riposo in Dio.... e nel pensiero di sapervi felici....--

Lamberto era pur riuscito sin allora a raffrenar l'impeto che lo spingeva a gettarsi a' piedi della sua sposa, rattenuto più che altro dalla dolcezza di contemplar senza velo quell'anima di paradiso, ma non potè regger più a questo punto, e cadendo colla fronte sul lembo della sua veste, che baciò mille volte, seppe trovar parole degne di colei che le udiva, degne dell'amor suo: parole che sciolsero ogni dubbio, vinsero ogni timore, ritornarono nel cuor di Laudomia una fiducia tranquilla e serena che le si diffuse sul volto, mentre posando la mano candida sulla fronte di Lamberto, gli diceva: «Ora dunque, per sempre son tua»......................... ...........................

Ritornati a casa, che già era notte, non vi trovaron Selvaggia. Sul tardi comparve un contadino con una lettera, l'aprirono, e vi lessero queste parole:

«L'ultima mia speranza d'ottener pace è in quel Dio che m'avete fatto conoscere. Io vado ad implorarlo sul suo sepolcro, in quella terra ove volle morire per la nostra salute. Io vi porterò sempre nel cuore, voi che soli al mondo, m'avete amata, mi donaste quel che era in voi di donarmi; ma questo mio cuore chiedeva di più. Io vi benedico, pregate per me da Dio pace, e fine al mio patire, ch'io pregherò per voi vita e felicità.

La vostra Selvaggia.»

..........................

Due anni dopo, Laudomia e Lamberto erano una sera nella loro saletta: egli leggeva una lettera di Bindo, essa avea a' piedi una culla nella quale dormiva un bel bambino di cinque mesi al quale avean posto nome Niccolò. Comparve un uomo, che disse loro essere il giorno sbarcata alla marina una donna, che all'aspetto pareva afflitta da gravissima infermità: aver voluto avviarsi tosto a Serravezza, ma venendole meno la lena e la vita, e volendo pur condurvisi ad ogni modo, essere stata costretta farsi portare su un letto fatto in fretta di rami d'albero con suvvi un saccone. Giunta alla Madonna di Quercia, e sentendosi presso al suo fine, s'era fatta deporre sulla porta della chiesa sotto alcuni cipressi, e mandava pregando Laudomia e Lamberto venissero a lei prestamente.

Ambedue ad un tempo, dissero:

--È Selvaggia!--

Ed ansiosi di chiarirsene, montati a cavallo, scesero velocemente al luogo indicato.

La notte era serena, risplendente la luna, che portava sulla facciata bianca della chiesuola l'ombra opaca de' cipressi. Videro da lontano il letto. La donna che vi giaceva, un prete al suo fianco, ed a' piedi un contadino con un cero acceso: punsero i cavalli, ed un momento dopo stavano entrambi stringendo tra le loro mani quelle della povera Selvaggia, che appena raffigurarono, tanto era mutata e ridotta un'ombra.

Guardò Laudomia e Lamberto, e quel suo nobile ed ardente cuore tutto parve trasfondersi in questi ultimi sguardi. Tacque un momento come per raccogliere le poche forze che le eran rimaste, poi disse, con parlar interrotto dall'affanno dell'agonia:

«Non l'ho... trovata mai... la pace.... sapete... Mai!... Sentivo... invece... crescermi nel cuore.... la morte.... temevo.... non giunger.... sin.... qui.... vi son giunta.... benedetto sia Iddio.... benedetti voi ambedue.... che soli amaste.... la povera cortigiana.... Lamberto, posami la mano.... sulla fronte.... fu l'ultimo mio desiderio.... in riva al Po.... quella notte.... dimmi tua.... perdonami Laudomia.... ma io l'amo sin d'ora.... come s'ama in Cielo....»

Mentre Lamberto poneva la mano sulla fronte alla donna, la sentì agghiacciarsi, un sorriso le corse a fior di labbra, e la morte ve lo fissò. Lamberto e la sua sposa piansero lungamente sul corpo freddo ed esamine di quella cui si dovea molto perdonare, perchè molto avea amato, poi la seppellirono con onore nel sagrato della chiesuola....... ..........................

Per lunga serie d'anni la vita de' due sposi passò agitata tra continue e gravi vicende. Geloso custode della fede data a Niccolò, Lamberto seguì con Bindo e Fanfulla, finchè vissero, la fortuna de' fuorusciti. La seguì ugualmente dopo la loro morte, e finchè in Italia vi fu una spada levata contro il dominio de' Medici, ebbe compagna quella di Lamberto. Alla fine, ceduta ogni speranza, stanco per tante guerre, si ridusse colla moglie a Genova, e vissero felici quanto si può esserlo in questo mondo, e soprattutto quanto può esserlo chi abbia perduta la patria, e la vegga misera ed avvilita.

Qui finisce la storia nostra nella quale, narrando le sventure d'una sola famiglia, abbiamo inteso raffigurare quella di molte altre, anzi di un intero popolo.

Coloro che in modo più o meno colpevole e diretto furono autori della rovina della loro patria, ottennero essi, a prezzo almeno di tante lacrime e di tanto sangue, quel fine che s'eran prefisso? Vediamolo.

Clemente VII volendo stabilire il dominio del ramo illegittimo di casa Medici, a danno dell'altro che odiava, e dal quale usciva Giovanni delle Bande Nere, aprì invece al figlio di questi la strada del principato, che durò nella sua stirpe fin quasi alla metà del secolo scorso.

Carlo V il quale, sperando poter trasmettere a Filippo suo figliuolo la corona imperiale, avea profuso sangue e tesori per raffermare la sua potenza in Italia, che veniva così a legare insieme le due parti d'una cotanto vasta monarchia, deluso nella sua speranza, lasciò al figlio il ducato di Milano ed il regno di Napoli, dominj pericolosi e lontani, che, a far bene i conti, costarono più che non produssero alla Spagna, e contribuirono alla fine ad esaurirla nella lunga guerra della successione.

Se i Fiorentini, che con tanta costanza e per tanto tempo difesero la loro libertà contro l'usurpazioni de' Medici, riuscissero infine a sottrarvisi, l'abbiam veduto. Meritarono la loro sorte? Avremo il coraggio di dirlo? sì; in parte almeno, la meritarono. Volevano libertà per sè, ed intanto opprimevano le città del loro dominio; procuravano che i Cancellieri e i Panciatichi di Pistoja si scannassero tra loro, che i fossi dell'agro pisano si colmassero, onde, co' miasmi de' paduli, si decimasse la popolazione, che, troppa, potea ribellarsi; intesero il proprio dritto, e non l'altrui: usarono due pesi e due misure. Venne il pericolo; le città del dominio cooperaron di mala voglia e forzate alla difesa di Firenze; la sua caduta parve ad esse una liberazione, il principato de' Medici, un'eguaglianza colla loro antica e rigida dominatrice.

I Palleschi e gli Ottimati, che col loro tradimento negli ultimi giorni dell'assedio avean creduto procurare il trionfo dell'oligarchia, e s'accorsero troppo tardi d'aver procurato invece quello del dominio d'un solo, che tolse loro ogni autorità, e li tenne sempre bassi ed inerti.

Baccio Valori ottenne il premio degno de' traditori; disprezzo da quelli a pro de' quali avea fatto tradimento, infamia dall'universale, ed in ultimo dal duca Cosimo la mannaja.

Malatesta anch'esso, predicato traditore da tutta Italia, si ritirò a Perugia ove non ebbe quell'autorità e quelle grazie che avea patteggiato con Clemente VII. Travagliato anzi dal cardinal Ippolito legato della città (che il papa non volle o non seppe raffrenare) e che favoriva apertamente la parte di Braccio, nemica a Malatesta, egli si ritirò ad una sua villa, la quale, come dice il Varchi, per passare più il dolore che il tempo faceva fabbricare, e quivi quattordici mesi dopo la resa di Firenze, fradicio d'anima e di corpo uscì di vita.

Ecco in qual modo, gli autori di tanti mali, ottennero il fine che s'eran prefisso.

Non avevam dunque ragione d'avvertire il lettore coll'epigrafe del frontispizio, ch'egli avrebbe veduto con quanto poca sapienza si governi il mondo?

FINE.

RETTIFICAZIONE

ERRORI CORREZIONI

Pag. 15 linea 24 coprendosele coprendoselo " 257 " 15 tendeva stendeva " 438 " 1 quest'unione, si quest'unione, riuscì riuscì " 452 " 1 che al che la " 453 " 22 soave e puro soave e pura " 484 " 22 lasciate lasciatene " 486 " 8 portanti importanti " 497 " 3 scarpiccio scarpicciò " 498 " 7 luminiera luminaria " 500 " 11 infinita indefinite " 508 " 20 la destra a destra " 545 " 18 Baracone Baracane " 546 " 21 Butini Busini " 547 " 20 fra Rigolo fra Rigogolo " 548 " 10-11 Polverose Polverosa " 551 " 25 la sede la fede " 553 " 30 Bibbona Bibbiena " 554 " 4 Fabbrizi Fabbrizio " " " 11 la sede la fede " 557 " 15-16 per porta al Prato per porta al Prato Pasquino Pasquino, Corso col Corso col suo suo colonnello per colonnello; per la la porticciuola, porticciuola, Malatesta Malatesta attelandosi lungo ec. lungo ec. " 560 " 3 Balduccio Baldaccio " 570 " 17 più sollevati già sollevati " 572 " 18 Via Maggiore Via Maggio " 573 " 28 Mutato d'animo Mutato animo " 587 " 2 avrebbe voluto avrebber voluto " 594 " 27 che un ferro se non ferro " 596 " 19 Vecchietto Vecchieto " 611 " 15 con loro Leo Paolo con loro Paolo da da " 614 " 8 armeggio armeggiò " " " 21 e implorasse ajuto n'implorasse l'ajuto " 616 " 15 Porro Stipicciano Pirro Stipicciano " 619 " 4 e da que' cittadini ec. ed a que' cittadini ec. " 621 " 24 Venerata Repubblica Venerata insegna della Repubblica " 623 " 10 Resta a saper se Resta a sapere se " 624 " 16-17 per perduti per perduta " 627 " 1 abbandonati, a se abbandonati a se soli, soli " 629 " 22 il misero venne alla il misero alla presenza presenza ec. ec. " 643 " 11 le linee dell'armatura le linee dell'architettura " 653 " 5 ora spiravan soltanto ora spiccavano soltanto " 655 " 5 a ogni tempo a ogni tratto " 668 " 11 noi che i ricchi poi che i ricchi " 684 " 23 si metta il disordine si metta in disordine " 689 " 12 non posson farci del non possiam' farci del male.... male.... " 693 " 10 di questa, di questi " " " 12 vestivano di caldi vestivano de' " 696 " 16 intarciate e miste intarsiate e messe d'oro, d'oro, " 697 " 20 sormontare sornuotare " 698 " 19 attellati attelati " " " 26 che gli stava innanzi che stava innanzi " 705 " 7 crocicchiavan piegati crocchiavan pigiati " 709 " 7 ciò che ciò di che " " " 11 se li lasciava se si lasciava " 781 " 10 ricomparse ricomparve " 787 " 12 ora da Bindo e da Bindo " 797 " 29 corsegli dietro dietrogli

--in alcune copie--

" 817 " 11 iscorgere scorgere " " " 24 ed alto, ed alto: " 821 " 14 Dalle Delle " 823 " 7 Se non O non " 826 " 1 boccate in boccate sin

NOTE:

[1] Eran i tempi della grandezza e della semplicità. Quei mercanti che servivano il re d'Inghilterra di 20 milioni di fiorini d'oro, avean appena sulla loro tavola una guastada d'argento, e le loro mogli audavan la mattina colla fante a far la spesa in mercato.

[2] Vocabolo tutto fiorentino, col quale si distinguevano i capi delle arti.

[3] «Firenze sarà flagellata, e, dopo i flagelli, rinnovata.»

[4] Pezzo d'artiglieria così chiamato, che i Sanesi avean mandato al campo con quell'amorevol premura che mostravan gl'italiani in quel tempo gli uni verso gli altri.

[5] Grandissima colubrina gettata da M. Vincenzo Brigucci. Pesava diciottomila libbre. Aveva nella culatta una testa d'elefante, ed i fanciulli le avevan posto nome l'archibuso di Malatesta, il quale era capitano de' Fiorentini.

[6] Vuol intendere Gio. de' Medici che in quel tempo serviva di paragone fra i soldati Italiani per dir un uomo d'arme perfetto.

[7] Nome dato per ischermo ai soldati Spagnuoli, perchè i loro ufficiali nel far gli alloggiamenti usavano chiedere ciò che occorreva per la loro gente scrivendo polizze che tutte cominciavano colla frase «C'è bisogno ec.»

[8] Leon X avea spogliata la casa della Rovere del Ducato d'Urbino.

[9] Parole del trattato. «Che Cesare per la quiete d'Italia e pace universale di tutta la cristianità, dovesse rimettere in Firenze nella medesima grandezza di prima, l'illustrissima Casa de' Medici a spese comuni secondochè tra lui ed il papa si deliberasse» Varchi Stor. Lib. VIII, pag. 216.

[10] Si seppe che la madre del Re avea detto «Che per aver un solo, non che amenduni i figliuoli del re suoi nipoti avrebbe dato mille Firenzi.» Varchi lib. IX, pag. 229.

[11] Erano anche dette degli arrabbiati e compagnacci, degli adirati, de' poveri, ec.

[12] Eran le bande che avea comandate il sig. Giovanni de' Medici, e che essendosi vestite a lutto dopo la sua morte si chiamavan Nere.

[13] Segni, Stor. Lib. II. Pag. 39.

[14] Apparecchia i broccati che veniamo a comprarli a misura di picche!

[15] Circa le cinque dell'oriuolo così detto francese.

[16] Il Legno Santo era il rimedio più in uso in quel tempo per questa malattia.

[17] Lo scapulario viene anche detto Pazienza.

[18] Tal crede tosare e torna tosato.

[19] L'arte della seta così nominata in Firenze, per aver avuto dapprima quasi tutte le sue botteghe in Por S. Maria.

[20] Visse in casa--Filò lana.

[21] V'eran, e vi sono le tombe della casa Medici.

[22] Ciò non era modo di dire, poichè appena cacciati i Medici nel 27, era stato vinto il partito nel cons. magg. di crear G. C. re de' Fiorentini.

[23] Una delle campane del Palazzo de' Signori avea questo nome.

[24] In Firenze ai tempi della repubblica, si nutrivan leoni a spesa del comune, e se ne teneva grandissima cura, in onore del Marzocco (leone di pietra sul canto di Palagio) una delle imprese della città. Il popolo credeva a molte superstizioni sul fatto de' leoni.

[25] All'epoca della nostra storia le meretrici per esser distinte dalle altre donne dovevan portar il velo giallo. Più tardi (nel 1600) un nastro giallo al cordone del cappello: poi l'appuntarono alle trecce. Alla fine ottennero, pagando una tassa, di smettere codesto segno.

[26] Varchi, lib VI, pag. 146.

[27] Capo della ciurma.

[28] Anch'essi comandavano la ciurma sotto gli ordini del nostromo.

[29] Una galera ben servita dalla ciurma e di buona proporzione, doveva prendere sei palate ad ogni impulsione data dai remi: cioè il primo remo, e così gli altri via via, dovean tuffarsi nel mare, al luogo istesso ove s'era prima tuffato il sesto remo che gli stava dinanzi verso prora.

[30] Voga tutto, volea dire vogar con tutto lo sforzo possibile.

[31] Cannon di corsia.

[32] Nei momenti di pericolo si obbligava i galeotti a prender tra i denti un pezzo di sughero che avevano appeso al collo con una funicella affinchè non potessero, urlando, destar paura ne' soldati e ne' marinai.

[33] Le convulsioni infantili son chiamate il benedetto dalle donne Fiorentine.

[34] Prima del concilio di Trento le leggi claustrali, molto rilassate, permettevano alle monache d'uscire. Molte di esse potevano così (essendo poverissime) campar delle elemosine che andavano raccogliendo, come al dì d'oggi fanno i frati mendicanti.

[35] Micce.

[36] --Ora--ora te lo segno in modo questo bambino, che non s'ha a svegliare sino al dì del giudizio. --Aspettate------ vediamo prima. Potrebb'essere qualche gran gentildonna della terra, che fuggisse... e amerei meglio i suoi fiorini, che le cervella di questo figliuolo d'una.... Oh! non pare che già gli escano le budella? E che canna che hai al tuo comando, figlio mio!

[37] --Si fermi, signor cavaliere, si fermi. Siamo poveri zingani, e venivamo al campo per suonare e tener allegre le signorie loro. Siamo poveri ora. Ma eravamo ricchi un momento fa. Avevamo una borsa con 100 fiorini, e certi soldati alemanni che passavan di qua ce l'hanno tolta... que' ribaldi m'hanno spolverato le spalle a me colle loro alabarde, ed a quella poveretta una ceffatta che ha colto anche il bambino. Collà! collà guardino tra gli alberi... ancora li vedo che se ne vanno correndo. Si raggiungano perdio, e della borsa ci daranno poi quel che parrà loro.

[38] Nardi, libro IV, pag. 120.

[39] Uffiziale nelle bande del conte Pier Maria, che per quistione avuta con esso fuggì in Firenze. Preso in un fatto d'arme fu scannato poi dal conte di sua mano.

[40] 1434.

[41] I vecchi del 1530 erano chiamati, per derisione, zazzeroni, dalla zazzera che portavano secondo l'uso antico di Firenze, mentre i giovani, secondo la nuova moda, si tosavano, e lasciavan crescer la barba.

[42] Lastri. Cominciò il Giunta a stampare nel 1494, e durò sino al 1555.

[43] Dice il Varchi, libro IX, che nel 1530 erano in Firenze 75 compagnie di Scolari che si radunavano per attendere insieme a pratiche divote: erano di molte maniere, e sotto diversi nomi. Quattro nelle quali non erano se non uomini nubili, e si radunavano solo di notte, eran dette Buche. Quella di S. Girolamo, (V. Lastri) ebbe principio nel 1410 sul monte di Fiesole nel luogo detto Belcaso, ove Antonio De Conti Guidi era stato fondatore degli Eremiti Gerolimini nell'anno 1380. Per comodo dei frequentanti fu trasportata a Firenze sotto lo spedale S. Matteo.

[44] Varchi, lib. X, pag. 310.

[45] Castel S. Angelo.

[46] Gli amici usavan aspettar la sposa al suo tornar di chiesa, e con un nastro le sbarravano la porta di casa. Lo sposo comprava il passo con una mancia, ch'essi spendevano in una cena.

[47] Questa s'appendeva ad un chiodo, e serviva a ripulire i pettini.

[48] Per l'esattezza storica si avverte il lettore, che questa mossa avvenne circa otto giorni prima di quest'epoca.

[49] Il doge Grilli interrogato dall'oratore fiorentino che mostrava temere quello che di fatto avvenne, avea risposto «Questa repubblica non fece mai cose brutte e non comincerà adesso.»

[50] Varchi, lib. X.

[51] Varchi, lib. XI, fol. 349.

[52] Vedi vita di B. Cellini.

[53] Copia estratta dal N. 17 della Lib. Rinucciniana. Mi stimo felice di poter qui attestare al mar. Rinuccini la mia gratitudine per la cortesia colla quale mi permise d'usare della sua libreria data in cura al sig. Ajazzi, nel quale sono al sommo grado riunite gentilezza e coltura.

[54] Ove oggi è il Gabinetto fisico.

[55] Capo di fanterie, che venuto in sospetto ai Signori fu chiamato in Palazzo e quivi ucciso, poi gettato in piazza dalle finestre. La sua vedova fu la virtuosa Anna Lena, fondatrice del convento di questo nome, ove si ritirò dopo la morte del marito, e finì i suoi giorni.

[56] Varchi lib. XI, foglio 420.. «e a Piagnoni, i quali aveano affermato, che Ferruccio era Gedeone, e ch'egli dovea esser senza fallo vittorioso e liberar Firenze, non era altra speranza che quella degli angioli rimasa.»

[57] Varchi, lib. XI, foglio 427.

[58] Niccolò Capponi, Gli Ottimati.

[59] Per ben intendere le espressioni di Baccio convien sapere che vi fu sospetto il principe non venisse ucciso se non per ordine di chi temeva volesse farsi poi egli signore di Firenze. Varchi Lib. XI, fog. 420.

[60] La casa de' Mezzalancia è ora de' Ciampalanti.

[61] Anche in oggi vien detto campo di ferro.

[62] Allude all'assalto dato al convento da' nemici di Fra Girolamo.

[63] Tra i frati minori e quelli di S. Marco ardevan ire e rivalità fratesche sin da' tempi di Fra Girolamo, alla cui rovina molto s'adoperarono i primi. Dopo la sua morte ottennero dalla Signoria di togliere ai Domenicani la campana, e la portarono al loro convento di S. Francesco, fuor di porta S. Miniato, di dove però fu poi restituita al primo luogo.

[64] Nel 1496 venne l'imperatore Massimiliano a Livorno colle genti del Duca di Milano e l'armata de' Veneziani per mutar lo stato di Firenze. I Fiorentini si tennero perduti, ed i nemici del Savonarola andavan dicendo tra loro: «Si tu chiaro, che questo frate ci ha ingannati!» Succeduta la rotta dell'imperatore secondo la predizione di Fra Girolamo, questi fece una predica, ripetendo in suo favore le parole de' suoi avversarj onde venne poi chiamata la predica del Sei tu chiaro?

[65] La notte in cui venne espugnato il convento di S. Marco (così racconta il P. Pacifico Burlamacchi) «Le monache di S. Lucia non patirono molestia alcuna da maligni spiriti, i quali dissero poi la mattina per la bocca loro: Questa notte siamo stati occupati nell'esercito che era contro alli frati.»

[66] Fatto narrato dal Burlamacchi nella vita del Savonarola.

[67]

....E 'l suo giubbone Le mette il tristo e una berretta in testa E l'usa in ogni ufficio di garzone.

(Bentivoglio, Satire)

[68] Per scoprire se fossero rimasti almeno i nomi delle due opposte fazioni, domandai a un contadino di Gavinana, se usassero da paese a parse chiamarsi con qualche nome particolare ed oltraggioso, come accade in altre parti, mi rispose soltanto, che chiamavano Canciugli quelli di S. Marrello, senza sapermi dir perchè. Sarebbe una corruzione di Cancellieri? Ma essi invece eran Panciatichi.

[69] Cin da Pistoja.

[70] Dopo scritte queste pagine fu posta finalmente una povera lapide che indica il luogo ove morì Ferruccio.

[71] Modo toscano per dir vi son gli spiriti.

[72] Natale.

[73] V'era a' Servi un'immagine di Clemente VII appesa alla vôlta, simile a quelle che trovammo alla buca di S. Antonio. Alcuni giovani la fecero in pezzi.

[74] Calze, significava allora un vestimento che dai piedi ricuopriva sin sopra l'anche, come oggi i calzoni.

[75] Quia oneratis homines oneribus quae portare non possunt et ipsi uno digito vestro non tangitis sarcinas.

S. Luca c. II, v. 46

[76] Tra i soldati di quell'epoca erano molte superstizioni di questo genere. Ad un ferito a morte solevano, per esempio, i troppo zelanti compagni, empier la bocca di terra per supplire alla comunione.

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