Niccolò de' Lapi; ovvero, i Palleschi e i Piagnoni (part 2 of 3)
Qucll'ardire, quella prontezza medesima che mostrò in codesta notte Niccolò e tutta la famiglia de' Lapi, apparve spontanea e mirabile in ogni casa di Firenze[44], ed il principe d'Orange, che avea stimato per esser la notte scurissima e piovosa, e la vigilia di S. Martino, trovar le guardie negligenti o sepolte nel vino, ed aveva con questa fiducia all'improvviso assaltato le mura dalla Porta S. Niccolò a quella di S. Friano con gran numero di scale, pensandosi aver la terra per sorpresa, fu invece accolto con tanto furore d'artiglierie, trovò i bastioni così ben provvisti di difensori, che dovette alla fine ritrarsi dall'impresa con vergogna, e con non poca uccisione de' suoi soldati. Ma se gli fosse pur riuscito di superare le mura in qualche parte, è difficile prevedere che cosa sarebbe avvenuto; e quanto a noi, crediamo che neppur per questo non avrebbe riportato vittoria; chè la milizia s'armò in un attimo, tutti i cittadini corsero oltrarno, e pei quartieri più prossimi al campo, insino ai ponti, ed al di qua per un buon tratto, le vie eran calcate d' uomini armati; dalle case i vecchi, le donne, i fanciulli avrebbero col gettar sassi, tegoli e qualunque cosa venisse loro alle mani, dato ajuto non piccolo alla difesa, la disperazione avrebbe duplicate le forze e l'ardire d'un popolo che aveva pel passato anche troppo fatto conoscere quanto valesse nelle battaglie cittadine, e forse l'esercito imperiale che d'uomini utili non sommava a quindicimila persone, avrebbe trovato in Firenze la tomba: ma questa generosa ed infelice città era da Dio condannata a più lunghi dolori ed a maggiori castighi.
Dopo brev'ora le bande nemiche, disperatesi affatto di poter vincere, si tolsero dall'impresa, e si ridussero agli alloggiamenti, di dove l'indomani il principe d'Orange partì alla volta di Bologna onde ottenere dall'imperadore e dal papa, che s'eran colà condotti per l'incoronazione, nuovi ajuti di genti e d'artiglierie, senza i quali conosceva impossibile di far profitto nessuno. Le milizie dei quartieri, vedendo passato il pericolo, si divisero tornando ognuno a poco a poco alle sue case: le vie rimasero presto vuote, le finestre si chiusero, i lumi ed i lanternoni de' soldati scomparvero, tutto ritornò nella quiete e nel silenzio consueto; ed in ogni famiglia i vecchi e le donne rimaste sole in casa, udendo i passi sonanti de' mariti, de' fratelli, de' figli usciti poco innanzi con tanta probabilità di non aversi a riveder più vivi, e che ora tornavan salvi, e dopo aver colla virtù loro respinto il nemico e salvata la città, correvano ad incontrarli con festa, con carezze, e lodi, e abbracciamenti, e lacrime d'allegrezza, non restando di render grazie a Dio che gli avesse tutti campati da una tanta rovina. Quei fortissimi uomini, que' poveri popolani, tutti trafelati, molli pel sudore, per la pioggia, e taluni pel sangue, deponendo per poco le loro armature, ajutati dalle mogli, dalle sorelle, dai vecchi genitori, che tosto si davano a forbirle e rassettarle per le future battaglie, si riposavano intanto cresciuti di speranze e d'ardire per l'ottenuta vittoria: seduti al fuoco, o ristorandosi di quei cibi, che comportavano le loro scarse facoltà e la strettezza presente, circondati dalla famigliuola rimessa appena da tanto spavento, e che a bocca aperta gli stava ascoltando, narravano i fatti di quell'assalto, l'irrompere de' nemici, l'armi, l'insegne, le strane fogge, i barbari aspetti che dalle mura benissimo si eran potuti discernere per la moltitudine infinita di lanterne e di torce che portavano i nemici con loro. Descrivevano con parole vivissime il giungere, l'appoggiar delle scale, il salire a furia e tumultuariamente, e poi a un tratto dai fianchi de' bastioni, ove nelle casematte s'ascondevano cannoni grossi ed artiglierie d'ogni misura, lo scoppiare e lo scagliarsi, come da tante bocche d'inferno, del fuoco di mille tiri, che percuotendo per fianco quelle scale le mandava a fracasso con quanti soldati portavano, tutti in un monte nel fosso: e qui aggiungevano, delle ferite, del sangue, delle strane ed orribili morti di quegli sciagurati, delle grida, dei lamenti, del guizzare dei mal vivi, del fumo che occupava ogni cosa, del tonare e lampeggiare incessante di tante cannonate, e di nuovo tutti insieme lodavano e rendevan grazie a Dio d'averli salvati dalle mani di così feroci nemici.
Quelli tra i difensori che avean riportate ferite venivano medicati con diligenza, i più maltrattati negli spedali, gli altri nelle proprie case, ed intanto si nominavano i compagni, i cittadini rimasti morti nell'assalto;, chi li compiangeva, chi pregava per essi, ma i più portavan loro invidia, tenendo per fermo fossero le loro anime, come quelle de' martiri, salite immantinente a godere della gloria del paradiso; ed i più divoti e zelanti tra Piagnoni, stimando si fosse avverata in quest'occasione la profezia di Fra Girolamo; che prometteva a' Fiorentini l'ajuto stesso degli angioli, divenivan sempre più fervidi in quella loro fede, tenendosi sicurissimi all'ultimo di codesti alleati, e non mancò chi affermasse d'aver veduto in aria serafini che colle spade infocate sbaragliavano, e, ad ogni colpo, abbattevano l'intere file nelle bande imperiali.
Nessuno più di Niccolò potea vantarsi d'avere intera e vivissima questa fede nel frate, e se non era forse intimamente persuaso (avea troppo senno per giungere a tanto) che dovessero apparir visibilmente angioli a difender Firenze, fondava però, sulle parole del Savonarola, la speranza, per non dir la certezza, d'uno speciale ajuto celeste pel quale sempre sarebbe stato respinto il nemico. Eppure avea potuto creder possibile che fossero entrati in città!
Quando, cessato il romore e svanito il pericolo, egli fu ritornato in camera colle figliuole, sedutosi al focolare, veniva col pensiero riandando tutto il successo di quella sera, e sospirando diceva: «Modicae fidei! quare dubitasti?» Parole usate spesse volte da Fra Girolamo, e ch'egli ora applicava a sè stesso, dolendosi d'aver potuto vacillare un momento.
Mentr'egli stava in questi pensieri, Lisa e Laudomia, ritte contro le impannate delle finestre, aspettavano con impazienza il ritorno de' giovani, non senza agitazione e timore, che fosse avvenuta loro qualche disgrazia. Ma svanì presto ogni sospetto; e verso la mezzanotte tornaron tutti, eccetto Averardo, che quasi mai veniva a casa a dormire, e non voleva altra camera che le cannoniere de' bastioni, nè altro letto che la nuda terra; e quella letizia, quell'ebbrezza che ci siamo ingegnati dipingere accennando il ritorno delle milizie dei quartieri alle case loro, riempie parimenti la casa de' Lapi quando, Bindo pel primo, e poi gli altri, entrando tutti allegri, e gettando in un angolo con fracasso i loro pesanti archibusi, ancora anneriti dal recente sparare, e con un odore di polvere arsa che empiè tosto la camera, si posero intorno a Niccolò ed alle giovani, raccontando anch'essi a loro modo, con festa grandissima, e con ardite e concitate parole, la gloriosa sconfitta data all'armi imperiali. E narrando a gara le loro prodezze, e quelle degli amici e de' cittadini più noti, veniva a saper Niccolò che Bindo avea toccata un'archibusata nel lato manco del corsaletto, ed il fanciullo, pur ripetendo che non era nulla, e mostrando non doversene far caso, scintillava d'allegrezza negli occhi, mostrando l'ammaccatura che era rimasta impressa nel ferro, e diceva in cuor suo, «son pur soldato anch'io!» Vieri narrava, come Lamberto avesse fatto cadere un sasso grandissimo con tanto giudizio e fortuna su una scala piena da cima a fondo d'assalitori, che tutta l'avea vuotata, proprio, diceva egli, come a sfrondar un ramo pieno di foglie secche: e presa poi la scala vuota pei due capi che giungevano ai merli l'avea rovesciata nel fosso, ed ucciso e storpiato con essa buon numero di nemici. Tutti poi lodavan Troilo per la sua prodezza, e Bindo più degli altri, chè avea combattuto al suo fianco, e vedutogli menar le mani in modo, che molti imperiali e Palleschi, se avessero saputo da qual mano uscivan i colpi che li ferivano, avrebber potuto dire, che Troilo recitava la parte di Piagnone un po' troppo al naturale. Egli difatti s'era portato da soldato ardito e valoroso, chè si trovava condotto a tale da non poter fare altrimenti; rodendosi però internamente di dover correre rischio d'uccider alcuno de' suoi amici o di venirne ucciso, mandava divotamente il canchero a Baccio Valori che l'aveva messo a questo sbaraglio, e se l'avesse scoperto tra nemici, non è certo che si fosse potuto trattenere dal fargli coll'archibuso parer poco felice la sua invenzione di mandarlo in Firenze.
Alle lodi espresse da Bindo, che Niccolò udì con mostra di contento grandissimo, parendogli sempre più confermarsi da' portamenti di Troilo, l'intera sua mutazione, e l'amore per la parte che voleva la libertà ed il governo popolare, questi rispondeva, simulando modestia e compunzione:
--Messer Niccolò, qual merito si può avere a combatter con qualche ardire quando si fa per una causa cotanto santa, e si conosce per segni manifesti che Iddio sta per noi! E se non, paresse.... se non temessi parer troppo facile a prestar fede a certe cose nelle quali conviene pure andar cauti assai.... ardirei quasi asserire d'aver veduto questa notte gli angioli che dalle mura ributtavano i nemici.--Il mariuolo sapeva ch'era quest'opinione tra Piagnoni, ed aveva fra popoli in quella notte stessa uditone bisbigliare come di cosa veduta da molti nell'assalto:
--Iddio può tutto, rispose Niccolò, e ciò sarà forse vero: ma meritan tanto i nostri peccati? A ogni modo siam certi, che Dio si farà scudo alla debolezza nostra, e dove non giungeranno le forze umane, giungerà col suo braccio Egli. Di tanto si fece mallevadore il B. Fra Girolamo, ed i suoi miracoli ci fanno sicuri ch'egli era inspirato da Dio.... Figliuoli, riprese dopo breve pausa, io vi fui stasera cagione di scandalo, mostrai di dubitare!.... ho fatto errore, e stimo mio debito farvelo conoscere, affinchè non ne prendiate mal esempio, e duriate invece sempre più saldi in quella fede colla quale potremo alla fine ottenere vittoria.--
In un uomo qual era Niccolò, una confessione tanto candida doveva produrre gran senso; ma egli era di que' tali che son capaci di sacrificar tutto al vero e prima di tutto se stessi.
Senza aspettar risposta alle sue parole, egli diede commiato ad ognuno, accennando all'ora tarda ed al bisogno che doveano aver di riposo, e rimasto solo, aperse il priorista sul quale soleva scrivere le cose notabili che venivano accadendo alla giornata, e dopo avervi descritto l'accidente di quella sera, ed aver poi di nuovo caldamente raccomandato a Dio la città, la famiglia e se stesso, il vecchio entrò nel letto e presto s'addormentò.
Ma sotto quell'istesso tetto, non a tutti riusciva quella notte prender sonno così subito.
Lamberto, salito nella sua cameruccia che aveva abitata sin da fanciullo, ed era per lui piena di tante memorie così dolci un tempo, ed ora così acerbe, chiamò il suo servo che l'ajutasse disarmarsi, e mentre Maurizio gli veniva prestando i suoi servigi, ogni tanto alzava gli occhi in viso al padrone, il quale non poteva a meno di non mandare tratto tratto qualche sospiro. Lo svizzero allora scrollava il capo soffiando; chè, non parendogli bene d'entrar egli pel primo su quelle cose che supponeva agitassero l'animo di Lamberto, sperava con cotali atti di condurlo a cominciar egli in qualche modo; ma quest'arti non gli riuscivano e già gli avea tratto di dosso l'arnese senza che avesse mostrato por mente a que' suoi atti, nè profferita parola.
Maurizio allora si poneva ad asciugare e forbire con un panno l'armadura, che pezzo per pezzo veniva appiccando a certi chiodi fissi nel muro. Quando fu al pugnale, lo trasse dal fodero per nettar la lama, ed ora guardandola a striscio di luce per veder ove abbisognasse di ripulitura, ora strofinandola, osservava pur sott'occhio che viso facesse Lamberto, il quale si veniva spogliando per entrare in letto, e stava tutto scuro e malinconico. Vistolo a quel modo non si potè più tenere, e diceva, senz'alzar gli occhi dal suo lavorío:
--Io sapere tofe starebbe pene questa pella lama!--
--E dove?--domandò Lamberto sorridendo a fior di labbra, chè già mezzo indovinava la mente di Maurizio.
--Starebbe pene nella putelle di messer Droile.--
--Pazzo! mettila, mettila nel fodero, e vattene a letto.--
--Io anterò. Ma messer Droile hafer fiso di traditore,..... quello non galantuomo!.... io star pofere soltate, pofere servitore, non potere parlare... ma questa sera folefa dire «Non pefer fine, messer Lamperte, non pefere.... Ma io, soggiungeva scrollando il capo con un certo suo fare curioso, io però non hafer pefute!»--
Lamberto parte sgridandolo, parte ridendo di quella sua tedesca maniera, e dicendogli che un buon sonno l'avrebbe guarito da' suoi furori, lo mandò a dormire, ed egli v'andò, ma ripetendo sempre «Io però non hafer pefute» ed il motivo pel quale tanto gli premeva stabilire questo fatto lo vedremo poi.
Coricatosi Lamberto, non istette forse mezz'ora, che provando una smania insopportabile, buttò giù le gambe dal letto, e messosi indosso un poco di veste andò verso la finestra, ed apertala, si pose appoggiato co' gomiti sul davanzale a respirare l'aria libera. Quella vita di sacrificio che s'era promesso di fare, cominciava duramente per lui. Pensi ognuno come dovea sentirsi il cuore trovandosi in quella stessa casa d'onde era partito pochi anni innanzi, pieno d'amore e di speranza, e beato per tante illusioni! vedendosi accanto il terrazzo medesimo ove Lisa gli avea data quella rosa, troppo fedel simbolo della sua costanza. Per essa s'era scostato da Laudomia, avea incontrato fatiche e pericoli, lasciata la madre, (ed era stato per sempre!) per essa avea negata una parola di conforto a quell'infelice che trovò in riva al Po, a quella Selvaggia che suo malgrado, tornandogli tratto tratto alla mente, e ponendovisi a paragone della Lisa, gli facea dire: «Per qual cagione Iddio perdona egli ogni peccato, e gli uomini ne perdonano alcuni soltanto? Romper la fede data, tradir patria e parenti, dovrà trovare scusa e perdono? E non dovrà un'infelice tradita essa dal padre stesso, e strascinata suo malgrado alla colpa, trovar più misericordia nè pietà nessuna? Questa, viver vita miserabile tra gli scherni e gli oltraggi: quella, venir accolta, onorata oramai al paro d'ogni altra, ed esser contenta e felice?».... Pensare ch'essa era al piano disotto, in braccio a quello pel quale l'avea così bruttamente tradito, che bisognava pur sopportarlo, ch'egli avea dovuto perdonare ad ambedue, costretto da così strane ed improvvise circostanze, che a riflettervi pareano un sogno! Tutto ciò era peso soverchio, era troppo amaro calice per Lamberto, il quale non aveva imparato ancora, che ogn'anno aggiunto alla vita dell'uomo passa portandone seco una speranza, e lasciando in suo luogo un dolore. Egli era ancora in quell'età, ove si crede che la felicità sia una cosa lontana forse e difficile a raggiugnersi, ma però reale, ottenibile, la condizione ordinaria, per dir così, della vita; e la sventura invece un'eccezione. Dovendo ora dimenticare il passato, rinunziare ai disegni, ai desiderj di tant'anni, si consolava pensando «io ebbi disgrazia, e non seppi guidarmi» e si confortava colla lusinga di poter meglio ordinare il suo avvenire: i consigli della madre, venerandi per esso come ordini divini, stimava gl'indicassero la via sicura per giungere alla felicità, a quella quiete contenta del cuore, dalla quale si sentiva cotanto lontano. Si volgeva colla mente a Laudomia, ch'egli sin da fanciullo, come dicemmo, avrebbe amata prima di Lisa, se non gli fosse parsa troppo alta e divina cosa, nella quale neanche adesso non avrebbe ardito fermare il pensiero se non gli avessero fatto animo i conforti materni e le accoglienze di Niccolò; cercava di figurarsi una vita nuova tutta riempiuta dal suo amore, ma correndo colla fantasia dietro queste immagini, il cuore pareva arrestato da un ostacolo che Lamberto stesso non poteva definire, sul quale ripugnava ad arrestare la riflessione, quasi temesse che esaminandosi nel profondo, potesse trovarvi cosa che gli troncasse ad un colpo ogni nuova speranza, distogliendola dall'ubbidire alla madre, facendolo immeritevole dell'amore angelico di Laudomia.
Era immaginario o reale quest'ostacolo? Qual era? Neppur Lamberto, lo ripetiamo, avrebbe saputo rispondere a tali questioni; pensi dunque il lettore, se potremmo rispondervi noi! Ma forse vi risponderà per tutti il seguito di quest'istoria, ed ora lasciando il giovane ondeggiante tra suoi dubbj, troviamo gli altri abitatori di casa Lapi, che in quella notte a nessuno, fuorchè alla Lisa, non mancavan cure moleste e pensieri pungenti.
Laudomia, dopo aver condotti ed alloggiati gli sposi nella loro camera, s'era chiusa nella sua, che rimaneva di sotto a quella di Lamberto, e postasi ad un inginocchiatojo sul quale stava un'immagine di Nostra Donna, del beato Angelico da Fiesole, pregava tutta raccolta; e dai pensieri di Dio scendeva a quelli della patria, del padre, della sorella, implorando per tutti la celeste bontà, e ringraziandola d'averli salvati dall'ultimo pericolo. A vederla in orazione in atto composto, colle mani giunte, le palpebre abbassate, tanto pura ed onesta nel volto, si sarebbe pensato che quello della Vergine fosse ritratto dal suo. Dopo alcuni minuti s'alzò, e scioltasi la veste, si trovò presto nel suo lettuccio, tenendo, nel deporre o mutar panni, tali modi, che nessun occhio, per quanto fosse pudico, vedendola in quel momento non avrebbe dovuto volgersi altrove, chè il pudore in essa non era studio, neppur virtù; era natura.
In breve prese sonno, ma non istette molto a venir destata da uno strepito, che al primo svegliarsi non sapeva d'onde nascesse, tosto però s'accorse esser passi nella camera di sopra, e naturalmente i suoi pensieri si volsero a Lamberto, ricordando una ad una tutte le circostanze che a lui si riferivano sin dalla loro infanzia: fermando con delizia la mente a quell'epoca ov'egli aveva a lei consacrato il primo pensiero d'amore: chè Laudomia era modesta, ma al tempo stesso sagacissima, e s'era allora benissimo accorta qual fosse per lei il cuore del giovane, quale la cagione che l'impedì di scoprirsi, e come poi a poco venisse preso dai modi più facili della sorella, alla quale ella aveva così tosto sacrificato ogni pensiero di sè, solo per procurarle ciò che stimava la maggiore tra le venture. Ma ora che le cose eran tanto mutate, le pareva nella serie de' tanti accidenti avvenuti, scorger come una traccia disposta da Dio per unirla poi finalmente a quel solo col quale si sentiva di poter esser felice.
Un discorso tenutole da Niccolò la stessa sera dell'arrivo di Lamberto la raffermava in queste idee, e la persuadeva che le era lecito aprire il cuore alla nuova speranza. Egli, presala per la mano, quando furon rimasti soli, le avea detto: «Laudomia, io non ho pensiero che tanto mi stia a cuore, e tanto mi tenga in travaglio nei rischj di quest'assedio, quanto quello della tua sicurezza e del tuo bene. Da più di un anno tu hai rifiutato molti parentadi che ti s'offrivano, assai onorevoli. Avrai avute le tue ragioni, nelle quali non m'intrometto; ma ora, lo vedi, io son vecchio, mille pericoli ti circondano; vorrei pur vederti appoggiata a tal braccio, che ti potesse guidare e difendere. Io ho pensato a Lamberto per te? Ora sta a te il pensarvi. S'io ti comandassi di dargli la tua mano, m'ubbidiresti?»
Laudomia, che non confondeva il pudore colla simulazione, gli avea risposto, arrossita bensì un poco, ma schietta ed ingenua: «Babbo, v'ubbidirei e ci avrei poco merito.»
Contentissimo Niccolò, veniva d'allora in poi considerando come potesse condurre a termine questo suo desiderio, e si disponeva, calmata che fosse l'agitazione che aveva turbato Lamberto al trovar, ritornando, le cose sue tanto mutate, di muovergliene parola egli stesso. Laudomia adunque ripensando ora in cuore i disegni del padre, diceva: «beata me che rifiutai codesti parentadi!» e volgendosi col cuore alla Nostra Donna di Frate Angelico, che tanto vivamente le raffigurava la divina madre della purità, la pregava chiamasse sul suo cuore la benedizione del Cielo, l'accogliesse sotto il suo manto, e sempre la mantenesse illibata in ogni atto ed in ogni pensiero; e facendo per se queste preghiere, sentiva di farle al tempo stesso anche per Lamberto, col quale le pareva ormai aver una vita, un interesse, un desiderio solo.
Con pensieri tanto diversi e lontani da questi quanto lo può esser l'inferno dal paradiso, l'anima d'un traditore da quella d'un angiolo, Troilo anch'esso vegliava accanto alla Lisa, che sola, a quell'ora, trovandosi aver raggiunto il sommo de' suoi desiderj, e stimando la sua felicità stabilita per sempre, dormiva tranquilla e riposata. Non sapeva, poveretta, che certi errori, giammai non sfuggono al castigo neppure nella vita presente! ch'esso indugia talvolta, ma posto da Dio sulla traccia del reo non la perde più d'occhio, e lo coglie dopo lunghi anni, quand'egli forse neppur più si ricorda d'averlo meritato!
Troilo intanto, che aveva alle mani troppo diffidi bisogna per potersi addormentare così al primo, e conosceva necessario pensare e ponderar molto ogni sua azione nell'arduo passo a cui si trovava, veniva dicendo tra se stesso: «Eccomi dunque in casa!.... l'entrare è andato benone, sta a vedere come se n'uscirà!.... corpo di Fra Girolamo e di tutti i domenicani! che muso ha quel vecchione! me gli sono inginocchiato davanti come un bambino! questa, per tutti i santi, non l'avrei mai immaginata. L'avessero a sapere in campo starei fresco, vorrebbero rider poco! E quell'altro Alberto, Adalberto, che so io.... stava là ritto ritto che pareva avesse inghiottito il braccio che gli serviva anni sono, a misurar le rascie, e mi faceva cert'occhi!.... È capace immaginarsi di mettermi paura! Ora che ha la spada accanto, gli pare d'esser divenuto qualche gran cosa! e mi ricordo.... quant'anni saranno?.... che lo vedevo a bottega sul canto di Vacchereccia a innaspar seta co' fattorini.... ma io dico così che son proprio commedie!.... Alberto! s'è messo un nome, questo poltrone, come fosse de' duchi di Brandeburgo! Se non era che mi tocca aver pazienza, quasi quasi stasera gli insegnavo io.... Gli ho rubata l'innamorata! se non ha altro con me.... eccola qui, se la venga pure a prendere.... gli ajuterò una mano se gli bisogna, e sopra mercato.... via, muoja l'avarizia.... gli darò anche quel bambino, che se è vero che i maschi tengono dalla madre, dovrebbe, quando fosse fatto grande, aver più del setajuolo che del gentiluomo.»
Così dicendo, volgeva sulla povera Lisa, che gli dormiva accanto col suo bambino, un'occhiata piena di noja, e della sazietà che provava omai grandissima di quell'infelice.
Ad alcuno fra' miei lettori, o le mie lettrici, se avrò la fortuna d'averne, parrà forse impossibile che un cuore umano possa giungere a tanta perversità. Beati loro! hanno la fortuna di non conoscere tutte le vergogne della nostra natura!
Proseguendo poi il corso delle medesime idee, soggiungeva: «Dice pur bene quell'altro di Ferrara, quel poeta....
Che non v'è soma da portar più grave Come aver donna quando a noja s'ave.
Ed io... Dio sa quanto tempo mi toccherà a godermi questo diletto!.... e di giunta, aver sempre sotto i baffi quella sua bella sorellina, che par un giglio appena sbocciato.... non si potrebbe?... trovar modo?.... Eh! giudizio, messer Troilo.... che qui non si scherza! non ci mancherebbe altro, che il vecchio, o que' grugni di lupi manari de' fratelli se n' avvedessero!.... eppure, a non voler morire di seccaggine in questo mortorio, bisognerà ajutarsi in qualche modo, e così, per far ora trovar qualche trastullo.... la cosa è difficile, è vero... ma alle cose facili, in fatto di donne, Troilo non ci s'è messo mai.... e se mi riuscisse, m'avrebbe a far di berretto più d' uno, là in campo; che le figlie di Niccolò de' Lapi son altra maggior cosa che non quelle loro sguajate di che si vanno vantando tutto giorno!....Insomma, vedremo! me ne son riuscite dell'altre; fa che nulla nulla quest'assedio s'allunghi, e col tempo e la pazienza.... e se questi arrabbiati seguitano a dir davvero, come nell'assalto di stasera, e' ci sarà da spingere.... eppoi, io credo che quando i nostri saranno in piazza, e' converrà loro mettere il campo sotto questa casa, a volerla avere.... hai veduto come lavora qui il nostro messere!.... In un baleno, il serraglio, il ponte, la casa piena di picche, d'archibusi, di balestre, che pareva il mastio di castello al tempo del sacco[45]. E messer Baccio, che lo vuol vivo nelle mani! bisognerà discorrer con Niccolò!»
Verso il fine di queste parole il ribaldo avea cominciato a sbadigliare e stirarsi, chè gli era pur venuto sonno: stette un altro poco pensando, e ruminando più di tutto sul fatto di Laudomia (che davvero ci duole figurarci la sua pura immagine dipinta nella mente di questo sciagurato, ma il raggio del sole si riflette pure nel più sudicio pantano senza macchiarsi), poi s'acconciò sul guanciale e presto rimase addormentato.
Non molto dopo, quando mancava un'ora all'incirca al far del giorno, si destò Niccolò, chè aveva, come accade ai vecchi, il sonno breve, e l'ebbe quella notte più del solito, non potendo esser tanto padrone di se stesso che il pensiero d'aver Troilo in casa non gli riuscisse molesto, e pieno d'indefinibili sospetti: ma quando voleva chiarirne l'origine, non la sapeva trovare, e si perdeva in mille dubbi, ognun de' quali era lieve per se stesso, ma tutti insieme uniti si facean gravi e lo metteano in pensiero. La sua riunione colla Lisa, il ritorno in Firenze ed alla parte popolare, erano stati coloriti in modo di togliere ogni adito alla diffidenza, ma i ribaldi, per quanto siano sottili ed astuti, hanno però sempre in fronte un marchio indelebile, (Dio ne sia lodato e ringraziato) che in modo più o meno evidente, li tradisce: e la frode, per quanto s'ingegni coprirsi o celarsi colle veste della verità e della schiettezza (ci si perdoni la strana espressione) ha sempre indosso un tanfo che la fa riconoscere: ma poco giova, chè gli uomini dabbene pel timore d'ingannarsi, e di far torto a chi fosse innocente, non consentono a questi indizj, cercan prove; ed il birbone intanto gliela ficca, come pur troppo accadde a Niccolò, il quale pensando e ripensando ai portamenti di Troilo, non pensava dove intaccarlo, e dovea ridursi a dire «sarà immaginazione, o forse per l'odio gli portavo da tanto tempo.... ma non mi finisce di piacere.»
Poi, come animoso, e che non avrebbe temuto di cento uomini, non che d' uno, soggiungeva: «Alla fine sarà quel che Dio vuole, ed il tempo chiarirà ogni cosa» e per distogliere la mente da queste angosciose idee cominciò a vestirsi, chè già a molte chiese veniva suonando l'ave maria del giorno. Fatta poi la sua preghiera, innanzi alla nicchia ov' eran le ceneri di Fra Girolamo, accese alla lampada, che v' ardeva dì e notte, una candela, ravvivo il fuoco del cammino, e sedutosi si diede a pensare come potesse venir presto a capo del suo disegno di maritar Laudomia a Lamberto, parendogli, quando ciò gli avvenisse, aver provveduto, per quanto si poteva in quel tempo, al bene ed alla salvezza della figliuola. Risolse anzi di non metter tempo in mezzo ed aprir al giovine l'animo suo quel giorno istesso: stava però in due, o di parlargli o di scrivergli, prese partilo alla fine di averne seco ragionamento, stimando così più facile lo scoprire l'intimo de' suoi pensieri, chè non avrebbe voluto facesse forza in nessun modo al proprio cuore, spinto forse dal desiderio di compiacerlo.
Intanto a poco a poco s'era fatto giorno, e Niccolò sentiva su in alto della casa, madonna Fede che andava trafficando per le sue faccende: fattosi dappiede alla scala, la chiamò, e le disse, che le mandasse Lamberto, come fosse desto: egli era già in piedi e vestito, onde scese tosto e si presentò al vecchio, che fattoselo seder vicino, e guardandolo amorevolmente, dopo alcune parole, come per avviare il discorso, gli disse:
--Ora ascoltami, Lamberto: Se questa città non fosse in tanto pericolo, come essa è, o tu non fossi di casa, come tu sei, nè più nè meno ormai degli altri miei figliuoli, io non sarei mai per dirti cotanto apertamente quello che ti dirò or ora. Ma questi rovinosi tempi non comportano indugio, nè con te accade far troppi rigiri di parole, chè assai ci conosciamo l'un l'altro. Tu sai, ed io non lo dimentico, l'obbligo grandissimo ch'io ebbi a Piero tuo padre; e ti devi rammentare, che volendotene dare quella maggior prova ch'io potevo, ed essendomi avveduto del tuo amore per la Lisa, io ti tenni un giorno tal discorso da farti conoscere quanto l'avevo caro.
Iddio poi volle tribolare te e me, e le cose sono andate come tu sai. Ma fatti animo, chè forse è stato pel tuo meglio: che tu meriti altra donna che codesta pazzarella. Io ti tengo di troppo alto pensare; perchè io dubiti ti possa esser rimasta in cuore la menoma favilla di quell'amore che le portasti, dopo i modi ch'ella ha tenuto con te.
Ora dunque, senza allungarla di più, pensa Lamberto, che un'altra figliuola mi rimane, pensaci: ed insieme sappi, che Niccolò chiuderebbe gli occhi in pace, se morendo potesse riposarsi nell'idea che Laudomia non resta sola, e senz'appoggio, in tempi così tristi.... Io sono schietto con te.... più forse che non si converrebbe ne' casi ordinarj.... Siilo tu con me,.... non parli tu col padre tuo? con quello che non avrà bene nè riposo finchè non ti veda contento?--
La commozione di Lamberto, che era venuta sempre crescendo a mano a mano che Niccolò parlava, non ebbe più misura a queste parole dette in suono così tenero; gli prese una mano, se la strinse alle labbra, e rimasto così un momento rispose:
--Oh! pensate s'io non voglio essere schietto con voi!.... e vi dirò tutto addirittura.... senza neppur ringraziarvi prima come dovrei....--
E qui cominciando da' quei primi tempi, quando avea, ancor fanciullo, donato a Laudomia l'amor suo, gli facea l'istoria degli affetti, delle impressioni diverse che avea provate sino al momento del suo ritorno: dipingeva il rammarico, la terribile angoscia sofferta, pensando a sua madre; narrava del ragionamento avutone con Fra Zaccaria, della lettera ch'ella gli avea lasciato, ed aggiungeva:
--Oh sì! Il primo, il sommo de' miei desiderj, la sola speranza ch'io scorgessi nel futuro, fu tosto di poter ottenere quel bene di che voi mi parlate. Ma coll'animo in tanta agitazione, tenevo questa speranza per illusione, ne diffidavo come d'un inganno. Oh! per giungere a tanto,.... perchè venga meno anco il conforto dello sperare bisogna pur esser misero! Vedevo difficoltà, ostacoli in tutto.... tremavo d'aprire di nuovo il cuore a quest'affetto,.... (s'io mi trovassi deluso, pensavo, sarebbe troppo!....) A quest'affetto che, ora lo conosco, è stato il primo, il solo della mia vita che mai potrà cancellarsi.... io credetti averlo volto altrove.... oh, come mi sono ingannato!.... mi pare ora come se mi destassi da un lungo sonno.... Oh! ma chi può dirsi degno di Laudomia...? di quell'angiolo! chi potrebbe tanto presumere di sè da sperarne l'amore!--
Da molto tempo Niccolò non avea provata gioja eguale a quella che sentiva in questo momento. Le calde parole del giovane gli mostravano che l'adempimento del suo desiderio non sarebbe costato nè a Laudomia nè a Lamberto, ed avrebbe anzi stabilita la felicità d'ambedue. Gli venne sulle labbra di dirgli «consolati dunque ch'ella t'ama» si rattenne però, frenato da un cotal senso d'alterezza, da un riguardo per la figlia, che non ardiremo chiamare eccessivo; e pensò: «Ormai la cosa non può fallire: sarà miglior partito lasciar che s'intendano tra loro.» Posta di poi una mano sulla fronte al giovane, gli diceva sorridendo:
--Eh via! ti pare? Un soldato par tuo dubitare tanto di se?... Tutti due alla fine siete miei figliuoli, non è dovere ch'io favorisca più l'uno che l'altro, e perciò ti dico: se merita il tuo amore, tu meriti il suo.--
--Oh, che dite mai! rispose Lamberto scrollando il capo, e rimase pensoso.
Ma s'egli amava Laudomia, come in effetto l'amava più di quel che sel pensasse egli stesso, a che rimaner sospeso e pensoso? Se da quello che ci siamo ingegnati descrivere sin qui sul fatto di Lamberto, ha potuto il lettore comprenderne l'animo e la natura nobile, e dilicata fino allo scrupolo, non troverà strani i pensieri che in quel momento lo combattevano.
Appunto perchè l'amor di Laudomia era il primo ch'egli avesse provato, il solo che meritasse veramente di riempire un cuore qual era il suo, e perchè ora risorgeva più possente dopo le vicende che l'avean bensì represso, ma estinto non mai, stava il valoroso giovane più timoroso di non avere ad offrirle un cuore tanto puro, tanto immemore d'ogni altro affetto, quant'ella gli pareva meritare.
Rammentando Selvaggia ed i suoi pietosi casi, si sentiva ancora commovere sin nel profondo, e questa giusta compassione, degna d'ogni anima gentile, questa premura (come non sentirla!) che provava per una infelice che tanto disperatamente s'era abbandonata all'amor suo, il povero Lamberto le scambiava con affetti d'altro genere, e sospirando pensava: «Sarei io tanto sciagurato d'offrire a Laudomia un cuore ove rimanesse vestigio dell'immagine d'una....» e non poteva sostenerne l'idea nè compiere la frase.
Agitato la sera antecedente da queste angustie non era riuscito a superarle, nè a distinguere il reale dall'immaginario, chè il giudicare è incerto ed offuscato quando le passioni sono in tempesta. A questo punto però la gioja intima ed immensa, provata alle parole di Niccolò, fu come un raggio che gli rischiarò l'animo, e dovette avvedersi quanto profondamente vi fosse radicato l'amor di Laudomia. Così dopo un momento rasserenatosi tutto in viso, si volse a Niccolò che attento lo guardava non senza maraviglia, e gli disse:
--La troppa opinione appunto che avete di me è quella che mi pone in pensiero.... ma qualunque io mi sia, meritevole o no della grazia vostra, voglio che voi mi conosciate meglio.... che sappiate tutto.... mi parrebbe tradirvi se vi tenessi celato un solo pensiero.... voi poi siate mio giudice....--
Lamberto allora narrando sin dal principio tutto quanto si riferiva a Selvaggia, apriva interamente il suo cuore a Niccolò, mostrandogliene con intera schiettezza i dubbj, i timori, gli affetti; ed il vecchio, che dall'esperienza d'una lunga vita trascorsa tra vicende ed uomini d'ogni maniera, aveva conosciuto quanto sian rari quelli che in fatto d'amore e di donne danno retta agli scrupoli, s'avvide quanto gran tesoro verrebbe a posseder Laudomia divenendo donna di chi pareva proprio formato da Dio sul di lei stesso modello. E quando il giovane ebbe posto fine alla sua, si può dir confessione, gli prese il capo tra le mani, e, baciatolo in fronte con effusione di tenerezza, gli disse:
--Va, che s'io avessi dovuto crearti apposta, per farti sposo di Laudomia, io non avrei saputo immaginare la metà di quel che tu vali.... io leggo nel tuo cuore più che non vi leggi tu stesso.... tu ami Laudomia.... e se di quell'altra sventurata non sentissi pietà non saresti quel Lamberto che sei... Orsù, sta di buona voglia, e se saprai (come non ne dubito) rendere a Laudomia accetto il tuo amore, sappi insieme, che prima di morire potrò aver ancora per cagion tua un momento di bene, in mezzo a tanti mali che ci minacciano.... chè io, vedi, non sono ormai per campare un pezzo, ma di ciò non ho un pensiero, quando sia certo che tu rimani a guardia e a consiglio di questa mia casa: chè io mi fido di te, più che d'ogni altro, Lamberto!--
CAPITOLO XXI
Nel dir queste parole Niccolò s'era fatto grave nell'aspetto; rimasto sopra di se un momento, proseguiva:
--Dacchè siam venuti su questo ragionamento, sappi ch'io fo capitale di te pel tempo in cui non sarò più di questo mondo. Averardo è animoso, amante della patria, ma soverchio feroce: ed il furore suole offuscar la prudenza: Vieri, buon cittadino e valente anch'esso, ma leggiero: Bindo è fanciullo. Ed ora questo Troilo ci s'aggiunge.,.. io non diffido di lui.... ma egli era Pallesco; i suoi maggiori ed esso, insino a ieri, furon sempre nemici nostri e di questo stato.... egli è seme di traditori!.... Forse ho io il torto di porre innanzi cotali sospetti.... A ogni modo m'hai a promettere, che pel futuro, tu, Lamberto mio, avrai di questa casa e de' miei figliuoli quelle cure che io ebbi di te fanciullo, e spenderai a loro benefizio il senno e la prudenza di che per avventura sei fornito meglio di loro. Me lo prometti, Lamberto?--
--Oh, babbo, ma pensate s'egli accade ch'io vi faccia codesta promessa! Quel poco ch'io sono, e tutto il bene ch'io ho, non lo tengo forse da voi e da' vostri..., e potreste dubitare....--
Gli occhi ed il viso del giovane esprimevano tanta passione nel dir queste parole, che Niccolò riprese tosto:
--Tu dici il vero, non occorron promesse tra noi.... io ti leggo in cuore, ed ove tu legga altrettanto nel mio, vedrai quanta fede io riponga in te... se ti parlai a quel modo fu soltanto affinchè le mie parole ti rimanesser poi sempre più vive e presenti nella memoria. Ora dunque ascoltami: tieni a mente, che questa casa venne in qualche riputazione, e si mantenne onorata e sicura attenendosi alla nostra santa religione ed alla libertà di questo stato popolare; le quali cose non è possibile che stieno l'una senza l'altra. Religione senza libertà, non sarà religione, ma frode ed ipocrisia. Cristo re nostro non morì forse egualmente per tutti? Non volle egli che ci tenessimo in conto di fratelli? non maledisse forse i violenti, i superbi, coloro che s'innalzano sulle rovine dei deboli, che occupano il loro avere, i loro diritti, che li costringono a porre in proprio benefizio le fatiche e la vita? E quelli che operano in codesto modo chi sono eglino, se non i nemici della religione ed al tempo stesso della libertà? Quel che più nuoce poi si è, che queste male operazioni le cuoprono col manto della fede. Quali furono i portamenti dei Medici e di tutti i Palleschi? Quale il loro intendimento nell'edificare conventi, stabilir regole di frati, dotar chiese ed ospedali? Il fatto l'ha dimostrato.
Libertà poi senza religione, se pur fosse possibile stabilirla, non potrebbe durare, e saria spenta da qualunque tra' cittadini salisse in maggior grado degli altri, o per ricchezze, o per potere, o per ingegno ed astuzia, che non avendo il freno della religione, non sarebbe schivo dal farsi ingiusto e violento, ed occupar lo stato.
Sia dunque sempre vostro primo pensiero mantenerle ambedue, chè ove queste sian salve, sarete salvi ancora voi, e non altrimenti.
Ma non i soli Palleschi sono i nemici da temersi. Io veggo serpeggiare un rumore per la città che mi tiene in sospetto. La setta di Niccolò Capponi, la setta de' grandi, che vorrebbe ristretto in pochi il reggimento, se venisse a farsi più potente, potrebbe arrecare a questo popolo altrettanto danno di quello che si teme da' Palleschi e dai nemici di fuori. Per ora costoro mostrano tener pel popolo: ma sarà egli da fidarsi di loro? in ogni tempo, e presso tutti i popoli, i grandi per nobiltà e ricchezza ebber sempre volto l'animo a ristringer lo stato, sperando così accrescer codesti beni, o goderne meglio e più sicuramente; e per questi motivi nelle mutazioni e ne' contrasti cittadineschi inclinaron sempre piuttosto alla tirannide che alla libertà. E converrà aver loro gli occhi addosso, Lamberto. Io ne tenni già ragionamento con questi nostri uomini di stato, e gli ho trovati nella medesima opinione. Ora ho voluto farne motto anche con te, affinchè un giorno, quando abbi ad esercitare alcun magistrato (allora, la Dio grazia, sarà sciolto quest'assedio, la città viverà libera e felice, ed io non vi sarò più) quando t'avvenisse esser de' rettori del popolo, ti torni a mente questo ricordo di Niccolò, e lo usi in beneficio della patria. E sappi, Lamberto, che in popolo omai corrotto, quale è il nostro pur troppo, le buone leggi ed i buoni ordini poco giovano, anzi nulla, ove non si vieti ai grandi ed ai ricchi di ristringersi e far setta tra loro. Che vale in fatti, che ad eleggere i magistrati, i rettori, e tutti coloro che debbon fare e mantener le leggi, si richieggano i voti d'uomini liberi, se questi si vendono, e se i petenti li comprano?
Però, te lo ripeto, guardati da costoro, che sono i più pericolosi nemici del viver libero, che da principio non si possono frenare perchè non apertamente colpevoli, ed alla fine perchè troppo potenti.
Nelle parole del vecchio era una tal effusione di confidenza, che Lamberto, parte maravigliato, parte commosso, non batteva palpebra, e tutto riverente lo stava ascoltando:, a questo punto però non potè tenersi di non esclamare:
--Dio mio! se voi foste all'ultim'ora non potreste parlare altrimenti.... oh! perchè tenermi cotali discorsi? Io non son tale d'aver mai in Firenze autorità nessuna, ma ciò dovesse pure avvenire un giorno, avanzerà tempo, la Dio mercè, perchè possiate reggermi ed ammonirmi al ben fare co' vostri consigli.
--Forse ci avanzerà questo tempo che tu dici: ma ci potrebbe anco venir meno. Ti voglio a buon conto dar questi ricordi oggi, che più che mai mi sembri divenuto mio figlio: mio buon Lamberto, lo veggo, t'attristan le mie parole.... ti fanno il senso d'un'ultima dipartenza, m'è caro il tuo amore, lo sa Iddio, ma questo è tempo di virili pensieri, non di deboli affetti; prima o poi tutti dobbiamo andarcene, ed il quando poco importa: ma assai importa a me che la morte non mi colga tanto improvviso ch'io non abbia disposto tutto quanto è in poter mio a pro della città e di questa mia casa. Or va, che Dio ti benedica mille volte!--
Lamberto uscì dalla camera pieno il cuore di gratitudine, e, se era possibile, di più alta venerazione per Niccolò; pieno del pensiero di Laudomia, e formando mille disegni sul modo d'aprirsele una volta interamente. Non avrebbe tardato un momento a cercar di lei; se non che giunse in quella l'avviso, che dovesse, ognuno per non so che motivo di non grave importanza, raccogliersi in piazza sotto il suo gonfalone, per la qual cosa i giovani di casa i Lapi uscirono, e per tutto quel giorno più non poteron tornare.
Ma prima di sera Laudomia già s'era trovata da sola a solo col padre, il quale non le nascose il ragionamento ch'egli avea tenuto con Lamberto, e, pieno d'allegrezza, la fe' sicura dell'amor suo. Sul volto di Laudomia apparve una luce di gioja così serena, così pura a quelle parole, che ben mostrava quanto divina cosa sia l'amore quando nessuna colpa lo macchia, nessun timore l'attrista, nessun rimorso lo turba. Essa alzò al cielo gli sguardi umidi, giungendo le mani e stringendosele al seno in atto tenero e riconoscente, e nel suo cuore la gratitudine verso Dio, l'amore per Lamberto si fusero in un solo affetto, ineffabile ed ardente, che per un momento cangiò il di lei pallore in un leggiero incarnato, mentre con voce tremula disse:
--Povero Lamberto! lo sapevo!--
Niccolò se la strinse al cuore e la baciò in fronte, poi soggiunse:
--Io però non volli scoprirgli quel ch'io t'avevo letto nell'animo, nè dirgli che tu l'amassi.--
Laudomia gli alzò in viso gli occhi, e, tutta attonita, disse in modo cotanto ingenuo e candido che mosse il vecchio ad un sorriso:
--Oh, perchè non dirglielo, s'egli è pur così vero? povero Lamberto! egli l'avrebbe avuto caro.--
--L'avrà più caro assai udendolo dalla tua bocca--rispose Niccolò, poi, presa una mano della figlia tra le sue, proseguiva con un affetto che sul suo volto, abitualmente severo, riusciva più commovente:
Laudomia mia, tu sei giunta al passo più grave ed importante della vita d'una donna. In questa occasione, più che in ogni altra, ti gioverebbe aver viva tua madre, ma, poveretta! tu l'hai perduta!... dal cielo almeno ella ti benedica e preghi per te; e s'io non sapessi pienamente far le sue veci, l'amore grandissimo ch'io ti porto, o meglio forse la di lei mente, di lassù m'ispirino que' consigli e que' pensieri che più fanno ora al tuo caso. Tu vedi in quanti pericoli s'avvolga questo popolo; in giorni più lieti, l'essere sposa ad un uomo come Lamberto ti prometterebbe una vita piena d'allegrezza. In questi invece io prego Iddio, ed egli sa con che cuore! di farti contenta, di raccogliere sul mio capo ogni sventura, purchè s'allontani dal tuo, ma sarà ascoltata la mia preghiera?.. nei casi dunque che minacciano la nostra città, armati di fortezza, Laudomia, chè forse e' ti farà mestieri, sta preparata ad ogni fortuna, e ferma l'animo in modo che tu sappi in tutte mostrarti degna della tua fede, della tua patria, di quel sangue che ti corre nelle vene, e ch'io vi trasfusi, la Dio grazia, libero ed onorato....--
Qui il vecchio si fe' ad un tratto scuro nel volto, serrò le ciglia, ed alzando il pugno chiuso in atto di minaccia, esclamava:
--Ah, Lisa! Lisa! Se non eri tu, questo vanto sarebbe più pieno!....--
Sentì in quella sulla sua mano gelida il tocco delle labbra tiepide di Laudomia, vi sentì il caldo d'una stilla di pianto.... ricompose il volto, e proseguì:
--E per mostrarti degna figliuola di Dio, e di Firenze, può nascer tale occasione che ti costi assai caro, Laudomia! Il primo tuo pensiero, il primo tuo affetto tra le creature viventi debb'essere d'or innanzi Lamberto, ma devi pure ad esso anteporre Iddio e la patria, che in certo modo fanno una cosa sola, poichè il bene dell'una, non mai va disgiunto dal volere dell'altro. Pensa, figliuola, che viviamo in tempi ove per la salute pubblica, quel Lamberto che ami, che sarà presto il padre dei tuoi figli, il tuo solo sostegno, l'unico conforto che ti rimanga dopo me, dovrai vederlo cacciarsi tra le ferite e le morti con occhio sereno! dovrai tu stessa spingerlo ne' maggiori pericoli! pensar ogni volta che ti lascerà, sarà forse l'ultima! e non piangere, non dolerti, non tornar troppo agli abbracci, alle carezze, non dirgli di quelle parole che sgorgan pronte ed impetuose dal cuore in tali occasioni, ma che scuotono, rendono men sicuro l'ardire, perchè troppo rammentano le dolcezze della vita quando appunto più importa l'averla in dispregio.
La patria ne' suoi pericoli assai chiede agli uomini, ma più forse talvolta alle donne. Agli uni il sangue e la vita propria, alle altre quella de' loro cari. Gli uni incontran la morte nel fervor della battaglia, agli occhi de' cittadini e de' nemici, bollenti di furore, d'amor patrio e di gloria; le povere donne, sole, chiuse nel silenzio della casa, debbono udir lontano il fragor de' colpi, gli urli dei combattenti, pensare: in questo punto forse cade il marito, il padre, il fratello.... tra gli uni e le altre chi ha più mestieri di fortezza, di sicurtà d'animo?.... Tu piangi, povera Laudomia?.... Non per sbigottirti od affliggerti io ti ho dipinti i cimenti ai quali sarai posta, ma perchè sappi quali sono i doveri d'una donna: d'una moglie in una città libera, perchè li pensi, li mediti, conosca quanto siano sacri ed importanti, fermi l'animo e lo disponga ad adempierli virtuosamente, e ti sostenga il nobil pensiero, che a mantener la libertà di un popolo, a produrre azioni grandi e generose, hanno grandissima forza le donne, purchè sappiano e vogliano usarla; e tu, son certo, vorrai e saprai.--
--Oh! sì, sì, padre mio.... io non mancherò.... questo mio pianto non è per poco animo.... sono figliuola vostra. Certo.... non mi vo' far più brava di quel che sono.... pensar che Iddio mi dona oggi Lamberto.... e forse domani....--
Qui la voce della giovane fu troncata da un singhiozzo represso, le sue labbra sporgevano chiuse e tremolanti, finchè riuscì ad aprirle ad un sorriso dicendo:
--Ma non dubitate di me, babbo! Iddio mi darà forza.... e dacchè voi tenete pur le donne buone da qualcosa, non sarà Laudomia vostra che vi torrà di codesta opinione.... già non siamo a questo mondo per godercela, ma per patire come e quando piace a Dio.--
--Ora hai detto bene, figliuola, che in questa vita la vera, la sola sapienza, sta non nell'affannarsi col tener dietro ad un fantasma di felicità, che quanto più s'insegue tanto più s'allontana, ma nel racchetar l'animo nell'idea del patire. E siccome rassegnarsi a patir senza compenso è contrario ed impossibile alla nostra natura, chi vuol trovar quiete quaggiù e regger al peso de' mali che ci opprimono, non ha altro ajuto se non la speranza d'un compenso futuro. Se questa speranza sola guidasse gli uomini, il mondo non sarebbe in mano de' violenti, degli ambiziosi, degli iniqui, e la libertà oppressa presto risorgerebbe.
--Ma, diceva sorridendo il vecchio, io ti volevo parlare di te, delle cose tue, ed invece io ragiono di cose di stato! che vuoi? la mia vita sta presso il suo termine; mi preme il pensiero della patria, e la mente mi corre, contro mia voglia, talvolta ad esprimer quel solo. A ogni modo, anco sul fatto tuo, t'ho detto abbastanza e mi sono accorto che m'hai inteso molto bene. Ora sta di buona voglia, e piaccia a Dio di non porti a troppo ardui cimenti.--
Questo dialogo era accaduto mentre, come dicemmo, non era in casa se non Niccolò colle figlie. Lisa, che era in camera col suo bambino, si vide comparir Laudomia col viso commosso, le palpebre umide: s'avvide che qualche novità doveva esser nata; l'interrogò premurosa, e seppe dalla sorella i suoi pensieri, le sue speranze, è tutto quanto, poco innanzi, aveva discorso col padre. Laudomia parlava coll'affetto caldo ed espansivo che nasce dal bisogno d'aprirsi con quelli che si amano, e di metterli a parte delle gioje, de' secreti del cuore, ed era troppo intenta a ciò che diceva, troppo agitata, ed anco forse troppo ingenua per avvedersi del senso che le sue parole producevano sull'animo della sorella.
Lisa la veniva ascoltando con un sorriso ch'ella cercava di rendere affettuoso e compiacente; sa il lettore che testina avesse costei. Colta all'improvviso, si sentì punger proprio, come si suoi dire, ove le doleva, dal pensiero che l'amore di Lamberto era svanito assai più presto che non era ragionevole, e non era dunque stato quale essa se l'era figurato e le parea meritare. Quest'idea riusciva doppiamente dolorosa al suo amor proprio, perchè non potea non iscorgere quanto abbietto fosse il motivo che la produceva, non v'è maggior dispetto per i superbi che venir condotti a trovarsi bassi e ridicoli nella propria opinione, e questo dispetto si dipinse amaro e cocente sul volto di Lisa. Durò un momento; e Laudomia per fortuna, non se n'avvide, chè la sorella più per ingannar se stessa, che per ingannarla (almeno così ci giova sperare per onor suo) le profuse mille espressioni e mille carezze, passato appena quel primo momento, e facendo ogni opera per persuadersi ch'ella sentiva grandissima premura per la felicità de' nuovi sposi, ch'ella era sopra modo contenta di quest'unione, riuscì alla fine a parere, e fosse ad essere, sincera e naturale nelle sue dimostrazioni.
A due sorelle, a due giovani, in tali occasioni non mancano le parole: e qui furon molte; piene di progetti, di disegni, di disposizioni per l'avvenire, e non le ripeteremo, per l'ottima ragione che al lettore annojerebbe il leggerle ed a noi lo scriverle.
Si lasciarono alla fine abbracciandosi e rallegrandosi insieme, ed appena uscì Laudomia, che tornato a casa Troilo salì dalla moglie.
Chi l'avesse veduto per le scale dovea dire, costui del mestiere che gli tocca fare n'ha proprio piene le tasche. Veniva su lentamente dondolandosi ad ogni scalino con un fare svogliato, e si strascinava dietro una grande alabarda, che tenendola impugnata da capo presso il ferro, veniva col calcio picchiando sul ciglio d'ogni gradino. Giunto sul pianerottolo, gonfiò a un tratto le gote lasciandone tosto uscire il fiato, che durò un bel pezzo, tanto s'avea pieni i polmoni, e con certe ciglia alte ed inarcate, cogli occhi a terra e la testa su una spalla, canterellando a mezza voce, appiccò ad un chiodo l'alabarda accanto all'uscio di camera sua, si sfilò una rotella che aveva in braccio, volle deporla ritta appoggiata al muro, ma sdrucciolò e venne a terra, senza ch'egli si chinasse per raccoglierla; poi entrò ov'era la Lisa sforzandosi di fare il miglior viso che potesse, e facendosi animo col dir tra sè: «Su, Troilo, coraggio; tutta questa seccaggine non sarà senza premio!»
--Credevo s'uscisse a combattere, disse baciando in fronte la giovane così a fior di labbra, ma è stata soltanto una rassegna, ed altra novità non v'è.---
--La c'è bene in casa, invece--rispose Lisa.
--Ed è?--
--Lamberto sposa Laudomia.---
--Ah! eh!.... Come?.... oh! n'ho piacere.--
Poi fissando la Lisa in volto, e conosciuto ottimamente i suoi pensieri, soggiungeva, godendo d'esercitare la sua cattività naturale:
--Oh, bella davvero!.... Proprio, non l'avrei indovinata!... Chi avrebbe pensato che costoro s'amassero? Bisogna dire che se l'intendessero da un pezzo.--
Lisa si morse le labbra, e si strinse nelle spalle; e Troilo avanti:
--Davvero ci ho gusto... che a dirtela, di quel povero Alberto.... Lamberto voglio dire.... me ne sapeva male.... quantunque non avessi avuto intenzione di fargli dispiacere.... pure ero stato cagione di disturbargli il suo amore.... e nessuno più di me doveva avergli compassione, chè io so quanto vale il tesoro ch'egli ha perduto....--
E qui trovandosi alle spalle della Lisa tirò fuori dalla bocca un palmo di lingua.
--Ora ringrazio Dio ch'io vedo ch'egli non s'è buttato al tutto al disperato.... ed anche per te n'ho piacere, Lisa mia. Capisco, col tuo buon cuore doveva esser una spina.... ed ora devi provare un gran sollievo a vederlo contento, e che ha saputo così ben far uso della ragione, e consolarsi....--
--Oh! quanto a me son contentissima--- disse Lisa asciutto asciutto.
Troilo se le piantò davanti e, fissandola, disse:
--Eppure, a veder che viso fai, e' parrebbe che fossi tutt'altro che contenta. Hai forse qualche altra cosa, qualch'altro dispiacere....--
--Io, non ho nulla.... mi pare d'essere come il solito.--
--Oh! come il solito no, Lisa mia. Perchè non dirmi addirittura: «non te lo voglio dire?» A ogni modo ti si vede in viso il dispetto un miglio lontano.--
--Ma che dispetto vuoi tu che abbia?.... e con chi?--
--Questo appunto è quello che ti domandavo... chè da me non lo so indovinare.... ma qualunque cosa sia, mi piace che in questo momento il veder felice tua sorella, Lamberto consolato e contento, ti dovrebbe rallegrare in modo da farti scordar ogn'altra cosa.--
Lisa a queste parole, delle quali conosceva la profonda ironia, senza che le fosse concesso lo sfogo di potervi risponder direttamente, fu presa da un tal impeto d'impazienza, che battè il piede in terra, s'alzò, e ripetendo due o tre volte: «Ma se dico che non ho niente!» alla fine, come i bambini cattivi, si mise a piangere.
Troilo, godendo intieramente di questa scena, che, come diremo or ora, serviva ai suoi fini, la stava guardando con mostra di grandissima maraviglia, e badava a dire:
--Io non capisco.... ma che cos'hai? Ma che è accaduto?
--Ma non ho nulla, non è accaduto nulla.... anche tu vieni qui con un certo viso, mi guardi a un certo modo.... e poi: che cos'hai.... e di certo hai qualche cosa.... e non me lo vuoi dire.... tu mi faresti uscir de' termini.... ch'ell'è pure una gran noja....--
--Noja! mi piacque la parola! che è quanto dire: levamiti d'innanzi. Se non vuoi altro, saremo presto d'accordo.--
In così dire volse le spalle alla giovane, che mutata a un tratto, e sbigottita all'idea d'aver isdegnato quello che pur cotanto amava, si mosse frettolosa per rattenerlo; ma fu inutile, e Troilo con una strappata liberò il braccio ch'ella gli avea preso ed in quattro salti si trovò in istrada. Udito appena il matrimonio di Lamberto, era venuto in mente allo sciaurato d'impedirlo a ogni modo, chè ove s'eseguisse andava a monte affatto ogni disegno ch'egli avesse fatto sopra Laudomia: disegno appena abbozzato, che conosceva benissimo d'assai difficile esecuzione, ed al quale avrebbe forse potuto rinunciare: ma vederla ora in mano d'un altro, diede nuova forza al suo malvagio appetito, presa la cosa in gara, e conoscendo che non era da perder tempo, seppe profittar dell'occasione per far nascer la contesa colla moglie, or ora accennata, per la quale l'uscir di casa ed il lasciarla così tosto sola parve cosa naturale.
Mentre camminava, egli, che non era punto in collera, quantunque n'avesse fatto le viste, diceva tra se ridendo:
--Quest'amoroso sdegno non lo darei per un fiorino! alla fediddio, ch'egli non potea venir in miglior punto! Ora, messer Troilo; a noi, a saperlo usare! Prima di tutto, trovar modo di mandar Lamberto a cento mila paja di diavoli.... E come? questo, domando io.--
Gli sovvenne in quel punto del Nobili; di quel che gli avea detto circa la buca di S. Girolamo, del modo di potergli parlar segretamente, e pensò potersi valer di costui. In pochi minuti fu all'ufficio della confraternita suddetta, e, dato notizia di sè ad uno di quegli anziani, che conoscendo Niccolò e la casata sua, avea udito bisbigliare di tutto quanto era accaduto a quei giorni, ottenne facilmente di venire scritto tra' fratelli. Pagò que' pochi danari che vi volevano per l'ammissione, diede la ben entrata allo scaccino, e ricevuto l'abito della compagnia ne fece un fardelletto, col quale si mosse tutto allegro per ritornarsene a casa.
In questo frattempo Lamberto cogli altri giovani v'eran già ritornati. Questi salì in camera, si disarmò frettoloso, parendogli mill'anni di trovar Laudomia, alla quale, fatto ora mai sicuro e confidente, ardeva l'aprir una volta il cuore, e rifarsi del lungo silenzio, dell'incertezze, delle pene sofferte, scese al piano di sotto, non senza aver prima posto maggior cura del solito onde il suo vestire, i capelli, la barba, avesser miglior garbo possibile, e persino (già in certi momenti siam tutti a un modo) gettò nell'uscire di camera un occhio così alla sfuggita su una spera che era appiccata alla parete, ma nel punto istesso, fatto accorto di quel suo donnesco pensiero, rise di sè, e tirò innanzi.
Giunto all'uscio di Laudomia lo trovò socchiuso, picchiò piano piano chiamandola a nome, chè pure gli batteva il cuore assai bene; siccome nessuno rispondeva, spinse la porta ed entrò; la camera era vuota. Quantunque vi fosse stato parecchie volte, gli parve questa la prima, si sentì correr per le vene un leggier fremito non mai provato sin allora, e rimase un momento girando intorno lo sguardo sulle pareti, sul mobile tutto nitido, ordinato e ben disposto, che assai mostrava da qual gentilmano ne fosse tenuta cura. L'aria della stanza era profumata d'un certo misto dell'odor de' fiori che ornavano l'immagine della Vergine, e della fragranza delle biancherie di bucato che coprivano il letto. La luce del giorno ormai presso all'imbrunire, cadeva languida sul pavimento sotto le finestre; e la sua tinta azzurrina si sfumava nel chiarore rossiccio diffuso dalla lampada che ardeva sopra l'inginocchiatojo.
Lamberto fattovisi dappresso fissava gli sguardi su quella Madonna, che non gli era mai sembrata di bellezza cotanto divina; considerava a minuto quel, per dir così, santuario de' pensieri più ascosi della sua Laudomia, que' fiori, que' libri di preghiere, que' cuscini che mantenevan l'impronta della persona ne' luoghi ove si soleva appoggiare. Tutte queste cose, che per ogni altro sarebbero state mute e senza vita, per esso in quel punto aveano e senso e voce, che dolce e potente al tempo stesso, gli scendea ne' segreti del cuore.
Tutto immerso ne' suoi appassionati pensieri, Lamberto, quasi senz'avvedersene, piegò le ginocchia innanzi all'immagine, appoggiando al cuscino un braccio, sul quale posava la fronte. Le troppe celeri e potenti vibrazioni del suo cuore si venivan rallentando, e si perdevano in un indefinibile e placido assopimento dell'intelletto, quando sentì sulle sue spalle il posarsi d'una mano ed all'orecchio suonarsi dolce la voce di Laudomia, che gli diceva:
--Tu qui, Lamberto? E per chi preghi?--
Il giovane alzò il capo volgendosi, e che cosa provasse in quel punto, come rimanesse incontrando lo sguardo di quelle pupille umide che tanto pietosamente lo guardavano, si può immaginarlo, ma non esprimerlo. Senza mutar luogo, prese tra le sue mani quella di Laudomia, e posandovi le labbra tutto tremante, rispose:
--Io veniva per pregar te; e di qual preghiera, e con che cuore, lo sai Laudomia!--
--Sì, lo so--disse la giovane, ma gli occhi suoi diedero più piena e più dolce risposta: senz'aggiunger altra parola, s'inginocchiò anch'essa al fianco di Lamberto, che sempre le teneva la mano, ed affissati gli occhi nel volto della Nostra Donna, dopo breve silenzio, diceva:
--Oh, Maria! Se il cuor di Lamberto dovesse venirmi mai tolto, fammi prima morire!....--
E ambedue tacquero, chè il parlare era impossibile a quel punto, ed inutile tra due cuori trasfusi a un tratto l'uno nell'altro, colla rapidità di due fiamme che vengan poste a contatto.
Quando riebbero entrambi, dopo lunga pausa, la facoltà di discernere e di parlare, Laudomia impotente a reggersi più sulle ginocchia si lasciò andare su un seggiolone che avea vicino; un appassionato ed onesto languore le velava gli sguardi, che cadendo teneri e lenti sul suo caro, pur tuttavia inginocchiato a' suoi piedi, gli narravano la sua felicità colla sicurtà confidente e ingenua d'un amore innocente. Pareva ad ambedue esser nati ad una nuova vita, trovarsi in un mondo diverso, sto per dir quasi, aver mutato natura ed essenza; nessuna memoria del passato, nessun affanno dell'avvenire; un intendersi scambievole, senza parlarsi, ed al tempo stesso un bisogno di parlarsi, e dirsi tratto tratto l'uno all'altra «Ma tutto ciò non è un sogno?.... Ma è proprio vero?» Ed intanto la mano candida di Laudomia sfuggendo ai troppo ardenti baci del giovane, gli si posava sulla fronte, e facea debol forza per tenerlo lontano.
Poi, ravviando a poco a poco le idee, e rannodando i pensieri, i casi della vita passata colla felicità presente, ricordavano mille inezie della fanciullezza, i primi pensieri, i primi moti del cuore nell'adolescienza, si chiedevano e davano spiegazioni scambievoli di parole rimaste oscure, d'atti, di sguardi, e di cento minuzie passate molt'anni addietro, ma vive sempre e presenti alla memoria del cuore: e nel tener questi cotanto intimi ragionamenti, Lamberto frammetteva ad ogni frase nomi d'amore dolcissimi, coi quali chiamava Laudomia in modi sempre diversi: nomi che non si possono ripetere, profanati come furono e resi ridicoli dai poeti arcadi, buona memoria, e dagli sciocchi, ma che perciò non son meno un bisogno, uno sfogo dell'anima quando essa prova troppo più che non può esprimere colle parole consuete.
--O mia Laudomia, diceva il giovane, mio dolce, mio solo pensiero, tu ora mi fai accorto del mio errore passato... io, che credevo d'aver provato che cosa fosse amore!.... Oh! non pensavo mai potesse giungere a tanto.... vedi.... soltanto un'ora fa, io mi struggevo pensando, che avea potuto volgermi alla Lisa.... mi parea d'aver fatto troppo gran torto al tuo amore.... che fu il primo, il solo della mia vita, ora me n'avvedo degno di un tal nome.... ora conosco che credetti amar altri.... ma non fu vero.... Oh! quanto mi conforta questo pensiero.... non fu vero!.... non amai se non te sola, di quell'amore che sola tu meriti, che solo è tuo, e lo è stato sempre nell'intimo del cuor mio, e sempre lo sarà finchè viva!.... Ma puoi tu comprender quanto quest'idea mi ridoni la vita?... Pensar ch'io non son macchiato di quella colpa che mi faceva indegno dell'amor tuo? Che lo sguardo celeste della mia Laudomia può scendere su me sereno, il suo pensiero posarsi sul mio cuore senza cader troppo basso?--
CAPITOLO XXII.
Durante questi ascosi colloquj, s'era fatto notte chiusa, e la camera rischiarata soltanto dal lumicino della lampada, era in una semi-oscurità che in tutt'altro momento avrebbe avvertito i due giovani a provvedersi di maggior lume, ma in quel momento non se n'avvedevano. La famiglia s'era già radunata al pian terreno nella stanza di Niccolò per le orazioni della sera, e mancando Lamberto e Laudomia, Vieri s'era fatto a piè di scala per chiamarli; la sua voce si fece udire, e risuonò per tutta la casa, ma non all'orecchio de' due chiamati, che non s'accorsero di nulla, e Vieri, non dandosene maggior pensiero, ritornò al fuoco cogli altri, mentre Lamberto proseguiva:
--Oh cara! non sai in quanto travaglio vivessi per queste immaginazioni!.... ora vo' dirti tutto.... chè nulla vi debb'essere in me che non ti sia palese....-- E qui le narrava di Selvaggia, della memoria che glie n'era rimasta, della pietà che pur ancor ne sentiva, e mentre parlava, veniva osservando attento e pauroso, qual impressione producesser le sue parole sul volto di Laudomia. Quando non gli rimase nulla ad aggiungere, diceva:
--Ora sai tutto, amor mio. Ti par egli ch'io avessi motivo di tenermi immeritevole del tuo celeste amore? Ti sembro io degno ancora d'un tuo pensiero? Oh, non tardar a rispondere, Laudomia mia!--
Ed aspettava coll'ansia d'un reo che dubiti udire la sentenza del capo.
Il viso di Laudomia, sul quale dapprima era apparsa una leggiera nube, si rasserenò, mentre con un pò di sospiro (forse pensando che il cuor di Lamberto non sempre era stato di lei sola) rispondeva:
--Dimmi, caro, se codesta donna non fosse stata cotanto vile, se tu potessi amarla senza vergogna, l'avresti cara più di Laudomia tua?--
Lamberto si cacciò le mani a' capelli non trovando parole per esprimere l'orrore che provava d'un cotal dubbio, ma l'atto ed il volto dissero assai, onde la giovane proseguiva:
--Ora dunque, Iddio accetta pure i cuori che prima non eran suoi! Egli pur si contenta di succedere ad altro amore! Ed io, inferma e debol creatura, non dovrei contentarmene? Dovrei levar più alte le mie pretese? Ah no! Lamberto. L'orgoglio mio non giunge a tanta pazzia.... Non mi dolgo del passato, neppur n'avrei motivo.... ma l'avessi anco, più non vi penso.... Ma l'avvenire! Oh Lamberto! l'avvenire!--
E qui giunse le mani in atto d'umil preghiera, dicendo:
--Vedi, Lamberto, io sono una timida, una debol creatura, che tutta s'affida all'amor tuo; per esso io saprò trovar forza ed ardire in ogni caso della vita travagliosa cui ci facciamo incontro, in questi tempi d'ire e di sangue: nessun pericolo, nessuna sventura potrà mai ridurmi a tale che tu debba arrossir di me.... tanto promisi a Dio, al babbo.... e tanto saprò mantenere.... ch'io mi sento d'esser cristiana, nata d'un popolo libero, e figlia di Niccolò.... Ma, Lamberto, d'una sola cosa ti prego.... non amar mai che me sola!... io, vedi, mi sento di poter esser forte contro ogni sventura, ma contro questa!.... oh, non lo sarei! La vita di noi donne è tutta nel cuore, sai.... Per noi l'amore non è un trastullo.... non un sollievo da cure maggiori! Quel cuore che mi donasti è oramai il mio solo tesoro, l'unico mio pensiero; non rapirmelo, Lamberto, fin che son viva!--
Quel che sentì in cuore il giovane a queste tenerissime parole, non potè esprimerlo fuorchè baciando mille volte quella mano che, abbandonata tra le sue, oramai più non gli fuggiva. Dopo un poco, rialzando a un tratto il capo e cercandosi in seno, ne cavò la lettera della madre, che sempre avea seco, e, fattala leggere a Laudomia, che la bagnò di lagrime di tenerezza, la riprese, e disse:
--Tu vedi qual cuore avesse per te la povera mamma mia; tu vedi com'essa mi benedisse all'ultima ora; ora dunque ascoltami, se mai io potessi esser tanto sciaurato da farti torto sol d'un pensiero, questa benedizione si volga....--
Ma non potè finir la parola, chè la mano di Laudomia gli si posò sulle labbra vietandogli di più parlare.
--Oh! Lamberto, non dir di queste parole, Iddio le riprova.... mi basta leggerti in cuore.... oh! sì, vi leggo che il nostro amore non finirà neppure in cielo, ove ci ameremo pur sempre, immersi nell'amor santo di Lui che ci creò per farci in eterno beati.--
E gli occhi suoi si levarono al cielo con quello sguardo di paradiso, che nacque talvolta sotto il gentil pennello di Guido Reni.
Stati così un momento, risorse nel cuor di Laudomia il pensiero di Selvaggia: i suoi rimorsi, la sua miseria l'avean commossa, volle udirne i casi più a minuto, ed alla fine diceva, quasi sbigottita:
--Oh poveretta!.... oh, che scellerati si trovano!.... che orrende cose succedono a questo mondo!.... che cosa non ha dovuto soffrire, e non dovrà forse soffrire ancora quella poverina! Oh! sì... amarti, caro, e non aver ombra di speranza!.... dev'esser orrendo! Ma almeno si potesse saper dov'è! rintracciarla, recarle qualche conforto.... farle provare una volta la dolcezza d'essere amata, se non d'amore, d'affetto, d'amicizia almeno!--
--Dov'ella sia ora, Dio solo lo sa.... (non lo direi con altri.... ma con te, Laudomia mia, posso dir tutto....) mi sta in mente ch'ella non abbia a perder la mia traccia.... che vuoi? s'io non corrisposi al suo amore, le parlai almeno con riguardo, e mostrandole compassione, avvezza, come era, a trovarsi sempre tra insulti o scherni, le parve d'aver una volta incontrato chi avesse viso e viscere d'uomo.--
--Oh, quanto l'avrei caro se la ritrovassi!.... io, vedi, son fatta così.... saper che la mia felicità rende cotanto infelice una povera creatura.... mi stringe il cuore... avrei bisogno, in certo modo, di farmelo perdonare.... di risarcirla in qualche maniera. Oh Lamberto!.... troviamola! Io le sarò amica! non avrà più a dire che nessuno al mondo non le ha voluto mai bene!--
--Un angelo come te non c'è neppure in paradiso!--disse Lamberto fuor di sè, e sulla fronte di Laudomia, soave e puro come il petto d'una colomba, fu colto dal giovane il primo bacio dell'amore.
Niccolò in quella, vedendo che Lamberto e Laudomia non comparivano, mezzo s'addette di ciò ch'era dovuto accadere. E per chiarirsi, rattenne Vieri, che s'era mosso per chiamarli di nuovo, e volle andar per essi egli stesso. Salì, ed al primo venne all'uscio di Laudomia, che era socchiuso, tantochè potè entrare senz'esser sentito, udir l'ultime parole, e veder l'atto di Lamberto.
Fu così contento il buon vecchio vedendo adempirsi il suo maggior desiderio che, contro la natura sua, posto per un momento sullo scherzare, fe' risentire i due giovani, ripetendo le parole che nell'ultimo colloquio gli avea detto Lamberto.
--Oh, io non merito l'amor di costei! Io non son degno dell'amore di quell'angelo!.... Povero Lamberto! anch'io principio a dubitare non abbi ragione!--
Poscia, ripreso il suo solito viso, pieno però di dolcissimo affetto, strinse in un solo abbraccio i due giovani che, sorridenti e parte arrossiti, si eran levati in piedi, e tenutili così un poco, li trasse presso l'Immagine, e fattili inginocchiare, pose ad entrambi le mani sul capo, dicendo:
--Oh, figliuoli miei! voi che foste sempre buoni, ubbidienti; che siete la dolcezza e l'onore della mia vecchiaja, io vi benedico. Benedico il vostro amore, i vostri figliuoli sin d'ora, e chi verrà da essi! Quand'io non sarò più con voi.... e sarà presto.... rammentate Niccolò padre vostro, ricordate l'amore ch'egli vi portava, la benedizione ch'egli oggi vi diede, e se volete che Iddio la confermi dal cielo, amatevi sempre come ora v'amate.... ma prima ancora amate Iddio, la patria vostra, e così ci verrà concesso alla fine d'esser per sempre riuniti tutti nella celeste.--
Tacque, nè dai due giovani venne per alcuni minuti profferita parola, compresi, com'erano, da un senso di religiosa venerazione e di tenera gratitudine per le parole udite. Alla fine, Niccolò, il primo, si mosse, dicendo:
--Ora andiamo chè ci aspettano.--E scesi insieme vennero nella sua camera, ove gli altri individui della famiglia, che avean dalla Lisa udito che cosa si trattasse, sorridendo, notarono una tinta più accesa del solito sulle guance di Laudomia, e sul volto di Lamberto, abitualmente mesto, una cotal effusione d'allegrezza tutta espansiva, che appariva eguale, e parea ancor più nuova sulla severa fronte del vecchio. Mentr'egli era uscito per cercar di loro, eran comparsi i soliti amici che venivan a veglia, e Fanfulla tra gli altri, chè era ormai fatto di casa come la granata.
Niccolò diede alla brigata la nuova del parentado concluso, e seguirono gli abbracci, i rallegramenti, gli augurj, la festa insomma che si suol fare in cotali occasioni. Il contratto venne fissato pel domani a sera nella chiesa di S. Marco, secondo l'antico costume fiorentino; chè agli sposi, non meno che al padre, non pareva di frapporre maggior indugio. Egli disse a tutti quanti eran presenti, che gl'invitava ad un pò di cenetta, che si sarebbe fatta tornando di chiesa, non quale, diceva, avrebbe voluto in quest'occasione, ma quale le presenti calamità lo concedevano. Voltosi a Fra Benedetto da Faenza, lo pregava fosse contento benedir egli questo matrimonio, che si sarebbe fatto tra tre giorni nella chiesa medesima.
--Oh Lisa! Che n'è di Troilo, che non è qui stasera?--disse volgendosi alla figlia che stava lavorando presso una tavola in disparte.
Lisa rispose, ch'egli s'era scritto quel giorno stesso alla buca di S. Girolamo, e v'era andato, nè potrebbe ritornare che sul tardi.
--Bene sta--disse Niccolò, che non era in quel momento disposto a dar ascolto a sospetti, nè inclinato a male interpretazioni, e godendosi nell'allegrezza di trovarsi fra suoi cari, in quel momento non pensò più a Troilo, nè ad altro, e così venne passando quella sera.
Ma Troilo pur troppo pensava bene a loro.
Ritornando a casa con quel suo fardelletto, e rimessosi in buona colla moglie, che, poveretta! era rimasta tutta sbigottita ed in grandissimo travaglio, dandosi tutta la colpa di quel bisticcio, il primo nato fra loro dacchè erano insieme, aspettò che imbrunisse, e messosi indosso l'abito di fratello si mosse verso porta S. Gallo, ov'era l'oratorio della confraternita. Giuntovi, e fattosi conoscere alla porta dall'anziano di guardia, fu messo dentro, e scese per molti gradini in una chiesuola, che per esser sotterra veniva chiamata buca. Si trovò sotto una vôlta bassa, lunga, partita in croce da grosse e rilevate spine di pietra rozza ed affumicata dal lungo arder delle torce. Il pavimento di lastre larghe, era sparso d'avelli, sui quali stavan scolpite l'effigie di guerrieri, di cittadini, vestiti con lunghe tonache, ed il basso rilievo era quasi spianato pel lungo stropiccio de' piedi. Sull'altare, in fondo, ardevan alcune candele dinanzi all'immagine di S. Girolamo, dipinta su un trittico d'antica maniera, tutto pieno di dorature e d'intagli: e moltissimi voti che, secondo l'uso del tempo, consistevano in fantocci grandi al vero rappresentanti figure di divoti d'ambo i sessi coi loro abiti al naturale, pendevan nel vano appiccati alla vôlta. Questa popolazione aerea, simile in tutto, fuorchè nel moto, a quella che le stava sotto i piedi, avea un non so che di strano, e, vista in massa scura contro il chiarore dell'altare, pareano fantasmi evocati dalle sottoposte tombe. Voci basse e nasali e strascinate cantavan le ore canoniche dietro l'altare, e per la chiesa, inginocchiati muro muro contro una spalliera di legno, oravano molti fratelli chiusi nell'abito, e colla buffa calata sugli occhi.
A Troilo, avvezzo ai balli, alle cene, ai sollazzi d'ogni maniera, e che ai suoi giorni non era stato forse dieci volte in chiesa, parve proprio, scendendo quivi, d'essersi calato in sepoltura. Venne avanti con riguardo di non sdrucciolare, chè il pavimento era grommato d'una muffa umidiccia, a modo delle cantine, e, fermatosi, diceva guardandosi intorno:
--A pensar che per andar in paradiso e' convien pigliare questa razza di scorciatoje!... Pazienza!.... anche questa tocca a te, messer Troilo!.... Ah, Baccio cane!... ci rivedremo, se piace a Dio!... E ora, come si fa a riconoscere quel poltrone di messer Benedetto in mezzo a que' sacchi di carbone tutti compagni?.... Lasciami un pò guardare.... Quello costà tutto rannicchiato che par che covi?... Sì.... le zucche marine!.... è più alto un braccio... Oh! quell'altro là con quel groppone trionfale, come un cavallo da giostra?.... È lui senz'altro.--
Fattosegli dappresso s'inginocchiò al suo fianco, e, dato e ricevuto il segno combinato fra loro, trovò ch'egli s'era apposto, e cominciarono a voce bassa a bisbigliare insieme. Troilo, per ottenere più sicuramente e più presto il suo intento, venne al primo a mezza spada, e, senza preamboli, disse a messer Benedetto, che in nessun modo egli non si sentiva più di rimanere in Firenze a far quella vita di frate, ch'era una seccaggine, che non sarebbe stato vivo dopo una settimana, e però ne facesse avvertito messer Baccio, ch'egli si voleva partire a ogni modo.
E messer Benedetto, a dirgliene quante sapeva per persuaderlo, e fargli mutar proposito, e l'altro sempre più duro: pure, alla fine, dopo molto disputare, si lasciò fuggir di bocca, ch'egli si sarebbe contentato di rimanere, ma ad un patto «Qualunque sia, purchè cosa fattibile, vi sarà accordato» rispose tosto il Nobili.
--Ora dunque ascoltatemi, disse Troilo. Voi vi avete ad adoperare in modo col sig. Malatesta che dentro domani Lamberto, quell'uomo d'arme della compagnia del signor Amico d'Arsoli, che è alloggiato in casa di Niccolò, sia mandato fuor di Firenze colle bande di contado, o dove vogliono, chè poco m'importa, purchè mi si levi d'innanzi.--
--Se non vuoi altro, figliuolo, e' sarà subito fatto,--rispose il Nobili cui parve averne bonissimo mercato.
--Anzi, proseguiva, mi vien in mente, dacchè siamo mascherati a questo modo, la meglio sarà che andiamo insieme da Malatesta, come sia finito l'uffizio. Ora taci, e fatti in costà per non dar sospetto.--
Troilo, tutto contento, si rise in cuore della costui sciocchezza, nel credere avesse intenzione daddovero di torsi da un'impresa alla quale cominciava invece a prender gusto: e tiratosi un po' lontano si pose il capo fra le mani, fingendo di pregare, e ruminando invece le sue ribalderie.
Passò così un pajo d'ore, che per la posizione incomoda, e pel dolor delle rotelle, cui toccava per la prima volta di portar tutto il peso del corpo, gli parvero quattr'ore almeno. Alla fine s'accorse che le candele dell'altare si spegneano una ad una. Alzò il capo, e vista scomparir l'ultima fiamma sotto lo spegnitojo, rimase nelle tenebre, se non che, dietro l'altare, un lumicino mandava appena un debole albore.
S'accorse allora come d'un'ombra, che andando in volta lungo il muro si fermava, ed ogni fratello facendo l'atto di porgerli non so che, si fece più presso a messer Benedetto per domandargli che volesse dire codesto, quando, giunto a lui l'uomo che andava in giro, gli pose in mano un certo negozio di legno lungo due palmi, che allo scuro non potè conoscer che cosa fosse: ma al tatto, sentendo certe funicelle a nodi che pendevano dall'un dei capi, scoprì d'aver fra le mani una disciplina.
Fu per lanciarla dietro a quello che glien'avea fatto dono, pure si trattenne; ed il Nobili, che lo tenea d'occhio, gli disse sottovoce: «Fa come fo io.» Troilo badava a guardare: vide messer Benedetto che, spogliatisi uno ad uno tutti i panni sopra la cintura, rimase colle braccia e le spalle nude, e presa la disciplina cominciò a battersi, e, si può credere, con più strepito che danno, e tutti gli altri fratelli facendo lo stesso venivano intanto recitando il Miserere.
Troilo si sentì montar una tale stizza d'essersi lasciato cogliere a questa baratta, della quale messer Benedetto non gli avea fatto parola, che, presa la disciplina, senza spogliarsi altrimenti, disse: «ora me la paghi senza aspettar domani.» E datosi a picchiare all'impazzata per le panche e pei muri, n'appoggiò un pajo delle cattive sulle spalle di messer Benedetto, che lo fecero accorto quanta differenza passi dal far la disciplina colle proprie mani, o con quelle d'altri. Il percosso si volse come una vipera, e Troilo, ridendo sotto i baffi, si scusò sull'oscurità e sulla poca pratica ch'egli avea di cotali esercizj.
Alla fine, verso le quattr'ore di notte, dato fine all'uffizio ed al picchiare, cominciarono i fratelli a partirsi alla sfilata; e quando la chiesa fu vuota anche i nostri due ribaldi, risaliti in istrada, s'avviarono verso il palazzo di Malatesta al Renajo dei Serristori.
Giacchè ci è dato di fornire d'un salto, ed in un attimo, quella strada, che per costoro richiese una mezz'ora di tempo e di molti passi, li precederemo col nostro lettore alla meta della loro via, e ci poseremo, aspettandoli, in certe camerette a pian terreno, delle quali, per una scaletta segreta, si comunicava colla stanza da letto di Malatesta, abitate da maestro Barlaam, suo medico ed astrologo, del quale speriamo non si sia dimenticato il lettore, quantunque da un pezzo non glien'abbiamo fatto parola. Un ospite nuovo, già comparso esso pure nel nostro racconto, s'era presentato ventiquattr'ore innanzi in questo quartiere: ma prima d'occuparci de' suoi fatti presenti, è necessario riempire la lacuna che lasciammo nel racconto de' suoi casi passati.
Quando Selvaggia, dalla prora della galera di D. Ugo di Moncada, ove combatteva per difender Lamberto, fu travolta nel mare ferita e mal condotta, (il lettore l'avrà, senza dubbio riconosciuta in quel soldato dal morione) dopo la prima impressione del freddo dell'acqua, non sentì più nulla, perdè la memoria ed i sensi; e quando rinvenne, si trovò racchiusa in un luogo oscuro, angusto e fetente, stesa sulla paglia e stivata tra feriti e moribondi. Le venne in mente d'esser uscita dal mondo e trovarsi nelle pene dell'inferno: ma raccolte a poco a poco le forze mentali, ed ascoltando il rumore sordo e confuso che si faceva sopra il suo capo di passi risuonanti su un tavolato, e lo strepito a scosse uguali e prolungate, prodotto dall'andar e tornar de' remi, s'accorse d'esser nel fondo d'una galera, le ritornò la memoria della passata battaglia, ed obbliando il suo stato, le sue ferite, gli acuti dolori che soffriva, corse colla mente a Lamberto, e disse sospirando:
--Oh! me l'avranno ammazzato!....--
La ferrea tempra di questa donna non potè stare contro un tal pensiero: poveretta! si mise a piangere come un bambino. Dopo aver pianto un pezzo, diceva fra sè, in un momento di terribile disperazione:
--Come deve essere spietato!... astuto!.... quel demonio che da quando nacqui mi è sempre stato sopra accanito!.... e mi seguita dappertutto!.... in pace.... in guerra.... fin nel profondo del mare.... non c'è modo a fuggirlo!.... Ma io voleva morire questa volta.... domandavo tanto? Morire!.... ma per Lamberto, ma per salvargli la vita.... Oh sì!... appunto! anche questa era troppa gioja per Selvaggia! Una gioja!.... una che è una! non l'ha da provare.... mai.... mai! Ma chi sono io? diceva alla fine dando in uno scoppio di pianto dirotto e sconsolato. Chi sono io?.... sono un serpe? una fiera?... Che cosa ho fatto prima di nascere? che delitto commisi?... T'ho io pregato di mettermi a questo mondo, Dio terribile che mi creasti?....--
Queste tremende smanie, aumentando i mali fisici di Selvaggia, la spinsero di nuovo nel primo letargo: vi stette, immemore di sè e de' suoi dolori, Dio sa quanto tempo! Ritornandole poi l'uso de' sensi, si vide un cappuccino inginocchiato accanto, che le andava bagnando le tempie d'aceto. Penò un pezzo a poter parlare; appena le riuscì di farsi intendere, domandò:
--Dove siamo?--
--Sulla santa Marta, figliuolo, rispose il buon frate, nell'acque di M. Cristo, e diretti a Gaeta.--
--Oh! ditemi, soggiungeva ansiosa facendo forza di sollevar il capo: la capitana spagnuola?.... sulla quale si combatteva quando fui rovesciato in mare?--
--A picco, figliuolo; che Dio abbia in pace tante povere anime.--
--Ed anche lui?... anche Lamberto?.... anche quel bravo giovane?.... quello che tutti gli uccideva lui solo.... Oh! ditemelo? anch'esso?--
--Che volete ch'io sappia? non so di chi mi vogliate parlare, ne son morti tanti! che a saper il nome di tutti ci vuol altro! Quel che posso dirvi è, che la galera cadde sul fianco, chè una cannonata l'avea sfondata sott'acqua.... e quanto dir un'avemmaria, la bandiera di Spagna, che stava in cima all'albero maestro, scomparve nel mare.--
--Oh! me l'hanno ammazzato!--ripetè due volte l'infelice con voce debole e profonda, e rimase muta, immobile, senza mostrar di udire o di curare nè i conforti, nè gli ajuti del frate.
Giunta la galera a Gaeta, tenuta allora pei Francesi, vennero sbarcati i feriti, e Selvaggia cogli altri, ed ammucchiati in certi magazzini, sudici, malsani, del porto. Se il lettore ha veduto (e se non l'ha veduto, meglio per lui!) un ospedal militare in tempo di guerra, se il suo piede ha calcato la paglia trita e fetida che serve di letto a centinaja di feriti, ravvolti in tutte le sozzure della miseria, egli può farsi un'idea dell'orribil luogo nel quale fu ridotta la poveretta, e tenga a calcolo che, trecento anni sono, cotali ospedali eran di molto peggiori de' nostri.
Parrebbe che la natura, formando certe esistenze d'uomini predestinate al patire, avesse cura (più crudele forse che provida) di rafforzarle con una complessione ad ogni prova: al modo istesso che, il costruttor di navi, ricuopre di rame, e rende più validi i fianchi di quelle destinate ad affrontar le tempeste ed i ghiacci del polo.
Una tal complessione avea sortito Selvaggia, ed i dolori, le malattie, gli stenti ne' quali venne languendo per più d'un anno, non valsero a torla di vita. Non del tutto chiuse, dopo alcuni mesi, le sue ferite, fu levata a braccia (chè in piedi non potea stare) dalla paglia dell'ospedale per dar luogo ad altri feriti, e lasciata sul lastrico d'una strada, ove sarebbe morta di fame, se da caritatevoli persone non fosse stata raccolta, e soccorsa, finchè a gran pena, e dopo molto tempo, non potè riacquistar forza e salute.
Finchè avea tenuto per certo di dover morire, l'idea di lasciar la vita senza riveder Lamberto, senza saper più nulla di lui, avea reso più grave e disperato il suo male: ma appena sentì rinascersi le forze, appena le tornò in cuore un pò di vita, riprese la speranza ch'egli non fosse morto nella battaglia, che le potesse riuscire ancora di ritrovarlo, e questa speranza fu per essa la miglior medicina.
Per quanto cercasse informarsi dai soldati, dai viandanti che passavan di Gaeta, giammai le venne fatto d'udir parola che la togliesse a tanta incertezza, o le potesse dar indizio dove fosse capitato: e quando qualcun di nuovo le veniva innanzi, e dopo averlo interrogato si trovava un'altra volta delusa nelle sue speranze, la poveretta ripetea sospirando:
--Me l'hanno ammazzato!....--
Alla fine, sentendosi forte assai bene, tolse una mattina commiato da chi tanto amorevolmente l'aveva soccorsa, e sola, a piede, con un bastoncello, e senz'altro bene che que' pochi panni che aveva indosso, e certi danari donatile da que' suoi benefattori, prese animosa per le gole d'Itri la via di Roma. Avea udito dell'assedio che s'era stretto intorno a Firenze. «S'egli è vivo, vi sarà anch'esso» diceva «s'egli non v'è.... sarà segno ch'io posso oramai uscir di vita.... ma almeno morrò ov'egli è nato, sull'uscio di casa sua.... questa consolazione almeno me la lasceranno?.... Oh Dio! fa che non passi allora qualcuno che mi riconosca e dica: costei è Selvaggia la cortigiana, che forse sarei cacciata anche di là....»--
In cotali pensieri, variando continuamente supposizioni e progetti, veniva camminando tacita e sola. Le due prime giornate fece di molte miglia, poi le sue ferite le principiarono di nuovo a dolere, e dovette riposarsi a lungo e più sovente. Passò Terracina, le paludi, i colli di Velletri e d'Albano, battuta ora dalle piogge d'autunno, ora sfinita dalla stanchezza, ora trafitte le membra da acuti dolori, ma sempre soccorsa dalla speranza, portata dal desiderio di Firenze, ove dovea trovar fine alla lunga e travagliosa incertezza. Dopo dieci giorni di viaggio entrò una sera in Roma per porta S. Giovanni. Vi si trattenne alcuni giorni per riprender un po' di forza, e poi di nuovo avanti, e per Viterbo, Radicofani e Siena, dopo un mese, dacchè avea lasciato Gaeta, giunse finalmente alle porte di Firenze.
Entrata in porta S. Gallo (avea dovuto, lasciando la via diritta, condursi quivi per un lungo circuito, onde evitare il campo imperiale), si buttò a giacere sotto la vôlta stessa della porta, non tanto per riposarsi, chè la sua ferrea complessione s'era più che altro rafforzata nelle fatiche del viaggio, quanto per pensar al modo di trovar Lamberto, chè in una città così vasta, ove non era mai stata, piena di tanti soldati e tanto popolo, conosceva la cosa non molto agevole. Egli è soldato, pensava; dunque, chiedendo del capitano che comanda le milizie, di ragione, dovrei poterlo scoprire. Appiccato ragionamento con alcuni di que' gabellieri, le fu detto che il capitano de' Fiorentini era il sig. Malatesta Baglioni, signore di Perugia.
Si scosse a questo nome, e n'avea motivo, come vedremo più innanzi. Rimase pensosa un pezzo; diceva alla fine: «Egli avrà seco mio padre!... Mio padre qui?... e posso vederlo fra pochi momenti!»
E stette ancora un buon poco battagliando con sè stessa: poi a un tratto alzandosi risoluta, disse: «Sarà forse pel mio meglio. Andiamo.» E domandando agli uni e agli altri la sua via, giunse, che già era fatto notte, al portone de' Serristori.
Maestro Barlaam frattanto era solo nel suo scrittojo, che dovremmo piuttosto chiamare officina, essendo il luogo ove, coll'ajuto di due fornelli e di gran quantità di pentole, alberelli, lambicchi e storte componeva rimedii, stillava acque, che mantenevano o dovean mantenere la vacillante salute del suo padrone. Il magro e misero carcame del vecchio ebreo era avvolto nella classica vesta da camera, o robbone di velluto logoro, foderato di pellicce; senza il quale, grazie ai pittori e narratori di storie che ci precedettero, è impossibile di figurarsi l'alchimista.
Egli aveva tutti i vizj delle razze lungamente perseguitate, ed insieme quelle doti, direi quasi virtù, che loro concede la natura, onde non rimangano affatto senza difesa contro i loro oppressori: avaro, astutissimo, incapace di provar mai in nessun'occasione, o per chi si sia, il senso della pietà e della compassione, senz'altra cura che di sè stesso, senz'altra mira che il proprio interesse. Ma questo medesimo concentrarsi di tutte le facoltà morali nelle stretta periferia del suo solo individuo, l'avean dotato d'una mirabile rapidità di concetto nell'ordire i suoi disegni, d'una tenacità imperturbabile nell'eseguirli, e d'una prudenza calcolatrice, dissimulata e paziente per rivolgere e guidare a' suoi fini gli uomini coi quali si trovava aver che fare. La sua mente fredda, e lucidissima insieme, potea paragonarsi ad una scacchiera, sulla quale le mosse sien rare, ponderate, frutto d'un disegno impenetrabile e sicuro.
In tempi ove gli agi, i comodi, la sicurezza della vita erano il frutto per lo più della nascita, dell'ardire e della forza materiale, egli, privo di tutti questi doni, figlio, per soprappiù, d'una razza sprezzata e maladetta, avea saputo coll'ingegno e coll'astuzia procurarsi quei beni, che per altre vie gli venivan ricusati dalla condizione sociale d'allora. Egli era giunto a sottomettersi Malatesta; ed all'ombra della sua potenza viveva vilmente, è vero, ma ricco e sicuro. Un momento di sdegno, un capriccio del suo padrone, potea però fargli perder tutto, e la vita insieme: chè l'ebreo ben sapeva di non essere amato, e che quelle carezze, que' riguardi che gli si usavano, eran soltanto perchè si credeva non poter far senza di lui.
Conosceva Malatesta inclinato al sospetto, terribile nell'ira, implacabile soprattutto nella vendetta; e, continuo studio della sua vita era il mantener saldi ed interi i fili della rete in cui lo tenea avviluppato, far che non se n'avvedesse, e lo tenesse invece per servitore leale, affezionato, ed incapace mai di usar seco simulazione o tradimento.
Mentr'egli seduto ad una tavola leggeva un Averoe manoscritto in carta pecora, al lume d'una piccola lucerna, s'alzò la portiera dell'uscio che metteva in cortile, ed un soldato entrando, disse:
--Maestro, v'è fuori un giovane che cerca di voi.--
E prima che il vecchio avesse tempo a rispondere, entrò Selvaggia, si fermò sull'uscio, ed il soldato se n'andò pe' fatti suoi.
--Chi siete voi?--disse Barlaam stringendo le ciglia, e mettendo la mano scarna tra i suoi occhi e la fiammella della lucerna per veder meglio chi tanto sicuramente entrava senz'ambasciata.
Selvaggia soprastette un momento a rispondere. Provava un' indicibile passione alla vista di chi era prima e scellerata origine di tutte le sue sventure. Pure, venuta avanti lenta lenta, ed appoggiate le mani alla tavola si lasciò guardare un momento, poi con sorriso amaro diceva:
--Ho mutato viso eh? dacchè m'avete venduta.... e con quello che ho al presente sarei cattiva merce....--
Il vecchio allora la raffigurò, e senza che si potesse, dalla sua voce, dal volto, da gesto nessuno trarre il menomo indizio dell'impressione prodotta in lui da questa comparsa improvvisa, disse con impassibile tranquillità:
--Ah!.... sei tu Selvaggia?
La giovane allora punta dalla freddezza di questo sciagurato, alzò la fronte, intrecciò le braccia sul petto, e riprese con voce e modo risoluto:
--Sì, son io. Ora ascoltatemi, maestro Barlaam: in tutti i giorni, in tutte le ore trascorse in questi anni passati dal momento che mi lasciaste sola quella notte.... in quella stanza con colui.... non v'è mai nato in mente il pensiero «Dio m'avea data una figlia! Che n'ho io fatto?» Non v'è mai accaduto essere destato nel sonno dalla sua immagine? Non l'avete veduta vituperata, schernita, coperta d'oltraggi, raminga di terra in terra? Non v'è mai venuto in mente il dubbio.... essa forse è nuda, forse ha fame, forse giace inferma, e non ha chi le porga un sorso d'acqua? chi l'ajuti? ditemi, non l'avete provato mai un momento di rimorso pensando agli immeritati dolori ch'essa soffriva per cagion vostra?--
Selvaggia tacque un momento aspettando risposta, ma visto che il padre, immobile ed impassibile, cogli occhi sul suo manoscritto, non dava segno nessuno di voler parlare, proseguiva con passione sempre crescente:
--E questa miseria, questi mali ch'io v'ho enumerati, credete voi che siano stati i soli o i peggiori? Non vi nacque mai il sospetto, che quest'infelice che voi condannavi al delitto, alla vergogna, avesse forse invece sortito dalla natura un anima sdegnosa d'ogni viltà, un cuore capace di virtù e d'amore? Che quest'amore potesse divenire un giorno un bisogno per essa come l'aria che si respira? Che diventasse il suo pensiero incessante, la sua vita, l'unico ed ardentissimo suo desiderio? Che si trovasse per cagion vostra, incapace, indegna d'ottenerlo, e morisse disperata maledicendovi? Ditemi.... non vi venne mai questo pensiero?.... movetevi.... rispondetemi, per Dio!....--gridò forsennata percuotendo sulla tavola co' pugni serrati.
--Io credo che tu abbi il diavolo addosso! disse il maestro arretrando un poco il suo seggiolone, e mezzo insospettito non volesse costei manometterlo. Simulando tuttavia sicurezza, proseguiva:
--Dimmi un poco, Selvaggia, chi credevi tu d'essere? la figlia di qualche principe? Non lo sai che sei nata in terra di cristiani da un ebreo mendico? che i ricchi, i signori hanno più stima de' loro bracchi che de' figli della nostra razza? che questa vergogna che tu vai dicendo non la potevi fuggire e v'eri destinata dall'utero di tua madre? E perchè vivessi almeno negli agi io t'avevo data a chi ti poteva far ricca e felice? E se tu non hai saputo governarti, se ti sei fatta cacciar via, che colpa n'ho io? e che cosa vieni a rompermi il capo con queste tue novellate e questi tuoi furori?--
--E chi v'avea detto ch'io avessi bisogno di viver negli agi? Chi v'aveva domandato tesori? Non v'è altro bene che l'oro a questo mondo?--
--Orsù, Selvaggia, se tu seguiti a far la pazza a questo modo, con un fischio fo venir qui quattro soldati che ti mettano in istrada, e quando avrò detto ch'io non so chi tu sia, avrò detto tutto. Se invece vorrai prender la buona via.... Se t'occorron danari....--
Ed un pronunziar più lento di quest'ultima frase lasciò conoscere quanto costasse al vecchio avaro.
--Io non venni qui per danari, seguitava a gridar la Selvaggia, mostrando nella voce e nella guardatura un'esaltazione sempre maggiore; venni qui perchè ho l'inferno nel cuore.... perch'io non posso viver senz'esso, perchè vo' rivederlo ad ogni costo... perchè spero ancora, prima ch'io muoja, di trovar un cuore che non sia per me di bronzo!.... amore! oh, lo so, non è per la povera Selvaggia!.... Ma un po' d'affetto.... oh! l'otterrò s'io ritrovo Lamberto....--
--Oh, insomma, disse Barlaam risoluto, stendendo la mano verso un fischietto d'ottone che era sulla tavola, io non t'intendo....--
Selvaggia afferrò quella mano, e mutando a un tratto l'espressione, quasi feroce, della sua fisonomia, disse con fredda e sinistra ironia:
--Non m'intendete? aspettate un momento, che io vi parlerò una lingua che intenderete.... Se vi serve la memoria! (e fate che vi serva, chè v'importa!) vi ricorderete che prima di vendermi a quell'uomo che poi m'ebbe là in quel castello del Friuli.... m'avevate promessa a Malatesta.... soldato allora de' Veneziani... egli era sui principii e non troppo ricco... ed il prezzo ch'egli potea darvi era minore di quello offertovi da quell'altro... però all'altro mi desti, facendo credere a Malatesta ch'io fossi stata rapita da certi soldati. Non credevi eh? che ne sapessi tanto?.... voi ora direte ch'io non ho prove per convincerlo del vostro inganno... ma qui sta il vostro errore.... voi non foste avveduto, maestro! nella fretta, e pel timore non vi fuggisse di mano il vantaggioso mercato, voi scriveste un foglio al mio compratore, dicendogli come stava la cosa, e pregandolo fosse contento tenermi nascosta finchè Malatesta si fosse partito colla compagnia da que' contorni, e così fu fatto.... Malatesta non seppe, nè sospettò di nulla, ed anzi, salito poi a maggior fortuna, v'accettò fra suoi famigliari, e vi fece ricco come siete al presente. Questo foglio vivendo io libera e sciolta nella casa di costui, lo trovai un giorno, e mi parve cosa che meritasse di esser serbata.... non pensando però mai dovesse venire un tempo che m'avesse a servir tanto.... io l'ho con me, maestro! ed affinchè non crediate che io mi vanti, vedete s'è vero.--
In così dire si trasse di seno il foglio e lo squadernò agli occhi del vecchio rimasto atterrato a quella vista.
Ben sapeva che Malatesta non era uomo a perdonagli quel tratto se gli fosse venuto a cognizione.
--Maestro Barlaam! disse Selvaggia lasciandogli libera la mano, che avea sempre tenuta ghermita durante il suo discorso, ora chiamate i vostri soldati, fatemi cacciar via, più non vi trattengo.... avreste mutato pensiero?.... m'avreste intesa questa volta?--
CAPITOLO XXIII.
L'astuto vecchio trovatosi colto ne' suoi proprii lacci non si perdè d'animo, e dove non valeva la forza pensò valesse la simulazione. Si sforzò di vestire d'un'apparenza di tenerezza, umile e contristata, quel suo bruttissimo volto, che ne divenne più brutto il doppio, e guardando Selvaggia scrollava il capo, e diceva:
--Sì, t'intendo!.... va dunque.... va da Malatesta.... mostragli quel foglio.... fa che mi strappi questo rimasuglio di vita... già non sei venuta per altro; volevi farti padrona di quel poco ch'io ho potuto metter assieme in tant'anni di sudori..... volevi la morte mia.... lo meritavo!.... era stato troppo enorme il mio delitto.... avea voluto levarti dai cenci.... farti viver contenta e ricca, in uno splendido stato.... oh! meritavo la morte.... oh! figliuola.... disse poi alzandosi, ed aprendo le braccia verso Selvaggia, è questo dunque ciò che prepari all'infelice tuo padre?--
--Mio padre voi? disse Selvaggia arretrandosi e sorridendo amaramente. Maestro! voi non m'intendevi poco fa: ora v'intendo io.--
--Non m'intendi? sciagurata... non odi neppur più la voce del sangue?--
--V'è una voce di sangue tra noi, ma a voi non a me tocca l'udirla. Questa voce vi dirà, che mediante questo foglio il sangue vostro è mio,.... è mio, m'avete intesa?.... quello di maestro Barlaam.... non quello di mio padre, che io sola fra i vivi, non l'ebbi mai. Ma rassicuratevi, non venni qui per ispargerlo, non cerco la vostra rovina, tenetevi i vostri tesori.... al prezzo che gli acquistaste sono assai ben vostri.... rimettetevi a sedere ed ascoltatemi. Io incontrai due anni sono un giovane, un angelo, il solo di cui mi caglia, il solo che mi faccia soffrir la vita finchè dura la speranza di ritrovarlo, un uomo.... Ma che vo' io a parlarvi di lui ora? disse con impazienza, provando nel parlar di Lamberto a maestro Barlaam ugual ripugnanza che il giovane avea mostrata altra volta nel sentire il suo amore accennato da essa.
--In una parola, proseguiva, io venni in Firenze per cercar di lui. Non voglio da voi altro se non che mi ajutate a rintracciarlo, e trovato ch'io l'abbia vi lascio.... e non udrete mai più parlar de' fatti miei. Ecco i miei patti, maestro!....--
All'udir queste parole il vecchio riprese fiato, e gli parve, come si suol dire, averla per un tozzo di pane. Siccome le sue smorfie di tenerezza divenivano inutili, riprese il suo viso impietrito, e disse:
--T'ajuterò quanto potrò molto volentieri, se non vuoi altro.... sappimi dire il nome di costui... chi egli è.--
Selvaggia, colle più brevi parole possibili, fe' conoscere al padre il nome, l'aspetto, la condizione di Lamberto; ed egli prendendone appunto, le scrisse su un fogliolino: diede alla figlia poche monete d'argento, ed accomiatandola le disse, si facesse rivedere il giorno dopo, ed intanto si sarebbe dato pensiero del fatto suo.
L'indomani ella vi venne due volte nella giornata ed una terza la sera al tardi, ma non era riuscito ancora a Barlaam di scoprir nulla. «La città è piena di soldati, ci vuol tempo; ho fatto domandare tutti i capitani, se vi è, si troverà.... miracoli non se ne posson fare» diceva egli alla giovane per calmare la sua impazienza.
Troilo e messer Benedetto, che lasciammo per la via, erano intanto giunti al palazzo Serristori: venendo loro negato di entrare da Malatesta, chè a quell'ora non volea veder nessuno, disse il Nobili:
--Andiamone dal maestro.... è cosa di così poco rilievo che già sarà tutt'uno.... una parola ch'egli dica a Malatesta, e' sarà fatta.--
E così venne alle stanze di Barlaam, col quale era molto domestico. Entrarono, essendosi prima spogliati della cappa di confratelli e buttatala in un angolo, e trovarono il vecchio con Selvaggia, che, vestita com'era da soldato, non riconobbero per donna, e stimarono fosse uno de' famigliari di casa.
--Addio maestro--disse il Nobili, con un certo suo modo autorevole; e l'ebreo rispose al saluto molto umilmente, come solea usar con tutti, e tanto più con quelli che sapea nella grazia del suo padrone.
--Noi siam venuti a domandarvi un piacere, proseguiva il primo; questo gentiluomo..... egli è quello che venne travestito da frate.... de' nostri.... di quelli del campo.... vi ricordate?--l'ebreo accennò col capo di sì.
--Egli dunque per una sua faccenda, ed io pure di compagnia, volevamo far motto a Malatesta.... ma ci vien detto ch'egli a quest'ora non ammette visite. Sarete dunque contento in nostro servigio salire un momento da lui, ed esporgli il nostro desiderio.... di che questo giovane ed io molto lo preghiamo.... è un'inezia.... che ad esso non costerà che il volerlo. Si tratta di mandar colle bande di contado un uomo d'arme qui della compagnia del signor Amico d'Arsoli.... e della cagione che noi gli domandiam codesto, gliene parlerò poi a miglior agio quando ci troveremo insieme.--
--E come ha nome questo soldato?--domandò Barlaam movendosi e mostrando cogli atti del volto che non era cosa difficile ad ottenersi.
--È quello che si tiene in casa Niccolò fin da fanciullo... che stette un tempo nelle Bande Nere, col signor Giovanni, ed ora dovrà maritarsi colla Laudomia.... se troverà il momento, ben inteso (e girò un'occhiata a Troilo sorridendo); egli è quel Lamberto..... ben sapete.--
--Ah! disse il maestro, ho capito--ed uscì.
Troilo ed il Nobili, che a lui solo ponean mente, non s'avvidero dell'atto di sorpresa ed allegrezza che fece Selvaggia udendo pronunziare il nome di quello che da tanto tempo cercava. Ma represso quel primo moto, di tutto quanto aveva udito non le rimase presente all'intelletto altra frase fuor di questa «ora dovrà maritarsi colla Laudomia.» Le pareva che queste parole le si fossero infisse nel cuore come altrettante saette, e le passò innanzi gli occhi rapida qual baleno, come una visione di nuove e più spaventevoli angosce che le si preparassero. Rimasta sola coi due venuti, smaniosa di parlar pure una volta ed udir di Lamberto, benchè conoscesse ormai che ogni parola sarebbe stata una nuova fitta, cominciò a dire, frenandosi, e mostrando indifferenza più che poteva:
--Anch'io un tempo fui delle bande del signor Giovanni.... oh! lo conosco bene quel bravo giovane.... ed ho caro che sia ora in Firenze.... ma ditemi?.... com'è? come avete detto? egli prende moglie?....--
--Sì, prende moglie.... cioè.... non così tosto credo io--rispose Troilo con un certo sorriso malizioso.
Selvaggia s'accorse che v'era sotto qualche cosa, e le crebbe la smania di chiarirsene pienamente. Ma come riuscirvi? Potea sperare che costoro volessero tanto fidarsi d'uno sconosciuto da palesargli così al primo i loro segreti?
Pure seguì a maneggiarsi con molta destrezza, ed ottenne gli venisser narrati tutti i casi di Lamberto colla Lisa, e poi colla sorella, ed in fine il matrimonio imminente: ma d'onde quel dubbio che s'avesse ad eseguire? Chi voleva impedirlo? perchè?
Tuttociò le si nascondeva, e non trovava modo a scoprirlo; tornò intanto il maestro con viso allegro, e disse:
--Ho trovato il signore di buona voglia e sul verso di motteggiare.... ed è andata benone... sarà fatto come voi volete.... povero signore, quando que' suoi dolori lo lasciano in pace egli è tutt'altro... oh! egli è il grand'uomo dabbene.... che Iddio gli dia salute e lunga vita.... anzi m'ha detto vi faccia salir da lui,.... qui per la scaletta, e vi vedrà volentieri. Onde se volete.... ecco....--
Ed in così dire, alzata la portiera del piccol uscio d'onde era venuto, li messe su per la scaletta e li lasciò andare, tornando al suo solito posto, e dicendo a Selvaggia:
--L'uomo è trovato, eh?--
--È trovato--rispose la giovane, e fattasi presso il maestro, e presolo pel braccio, disse prestamente e con un certo raffrenato furore:
--Ora voglio sapere quando deve farsi questo matrimonio; perchè, e da chi si vuole impedirlo, domandatene loro, io sarò nella camera qui appresso.--
--E come diavolo vuoi che faccia a farmelo dire, se volessero tacermelo?--
--Voglio saperlo! v'ho detto--gridò Selvaggia, e scagliando sul maestro un'occhiata che diceva il resto, se n'andò all'oscuro nella camera vicina.
Barlaam si morse le labbra per dispetto di trovarsi a quel modo sottoposto a costei, colla quale ben vedeva non era da scherzare. Ma se correva grandissimo pericolo nel ricusare di contentarla, ne incontrava forse uno eguale nello scoprire il nome, la condizione, i disegni dei due venuti. Le loro pratiche con Malatesta a favore della parte Pallesca, quelle visite notturne e misteriose erano un geloso ed importante segreto sotto una Signoria sospettosa ed avveduta. Come fidarlo a Selvaggia, mezzo pazza a parer suo, e che non avrebbe mancato di palesarlo a Lamberto, uno de' più caldi fra gli avversarj dei Palleschi? E se per cagion di costei si fossero scoperte codeste frodi, non era egli verisimile che Troilo ed il Nobili ne accusassero lo sconosciuto di quella sera e quindi il maestro? E Malatesta allora che cosa era per fare? Ben lo sapea Barlaam.
Ma, per fortuna sua, egli non avea il suo pari nel saper all'improvviso immaginar un ripiego. Si fece sull'uscio della camera ove s'era ritirata Selvaggia all'oscuro, e le disse:
--Senti: s'io aspetto che costoro tornino.... prima potrebbero andarsene per altra parte.... poi, se anco scendessero di qua, non è credibile volessero tanto a minuto dirmi i fatti loro.... io ho pur voglia di contentarti, figliuola, chè non son quello che tu mi credi: ora dunque salirò sin all'uscio di Malatesta, e vedrò d'origliare che cosa parlano con esso lui.--
--Come volete, purchè lo sappia,--rispose Selvaggia, ed il tristo vecchio salì sorridendo e compiacendosi della sua malizia.
Giunto in un andito oscuro dove avean a riuscire i due, venendo fuori dalla camera di Malatesta, si fermò aspettandoli, senza curarsi d'ascoltare che cosa dicessero, che poco gli caleva saperlo, e lavorando invece col cervello a comporre la novella che voleva poi dire a Selvaggia. Dopo non molto uscirono, ed egli, fattosi sentire così all'oscuro, e presili per la mano, gli avviò per un'altra porta che metteva sullo scalone, dicendo:
--Ad ogni buon riguardo è meglio non vi facciate rivedere da quel soldato ch'io avevo in camera: egli è di casa.... uomo di fede.... ma è giovane sventato.... e poi, meno persone vi vedono è sempre meglio.--
Questa precauzione parve ad ambedue naturale e ragionevole, e, senza curarsi d'altro, salutato il maestro, se n'andarono con Dio.
Sceso in camera, e chiamata fuori Selvaggia dal suo nascondiglio, le diceva con fare ingenuo:
--Ora so tutto, e ti posso contentare, fortuna però ch'io son salito! chè costoro se ne vollero andare per altra parte.... oh! non v'è sotto quel gran mistero che credevamo.... costoro sono due gentiluomini di Firenze, il vecchio è messer Gabriello Spini, ed il giovane un suo figliuolo, ch'io appena mi ricordavo aver veduto, ed ha nome messer Lodovico. Questo giovine è innamorato di quella che dee sposar Lamberto, e non trovando altra via ora di rompere e sospendere almeno il parentado, ha pensato questo rimedio, di ottenere dal signor Malatesta sia mandato fuori di Firenze, come in effetto sarà mandato domani, chè appunto devon partire per Empoli cento barbute in ajuto del commissario Ferruccio.
Nacque nel cor di Selvaggia un fiero contrasto, a queste parole.
Permettere che il suo Lamberto venisse tradito a quel modo; che soffrisse le terribili angosce (e la misera ne sapeva qualche cosa) che gli si preparavano, le pareva un offendere, un ingannare essa stessa quello pel quale avrebbe sofferto lieta mille dolori, e non poteva darsene pace. Ma dall'altro canto darlo colle proprie mani in braccio alla sua fortunata rivale, figurarselo al fianco d'un'altra, sposo felice, immerso in tutte le gioje dell'amore, ed ella, poveretta, non aver più da lui nemmeno un pensiero, trovarsi di nuovo abbandonata da tutti nella sua prima desolata solitudine!... quest'idea fu troppo enorme, troppo tremenda; Selvaggia spaventata, non potè reggervi, dovette allontanarla ad ogni patto, e, per iscusarsi in parte a' suoi proprj occhi e transigere con affetti cotanto potenti ed opposti, disse fra sè «io potrò svelar tutto a Lamberto, dirgli ch'egli punisca il mio fallo, che m'uccida, ma prima vederlo, oh sì! ch'io lo veda, ch'io gli parli una volta!...»
Ondeggiante in questi pensieri, era rimasta muta e come assorta per alcuni momenti; preso partito alla fine, si scosse, e disse risolutamente:
--Ora, maestro, due altre cose m'occorron da voi, e poi vi lascio. L'una, ch'io sola sia mandata domani a portar a Lamberto l'ordine di partire. L'altra, che mi provvediate d'un'armatura e d'un cavallo per seguitarlo.--
--D'un'armatura! disse maravigliato il maestro, sei tu pazza affatto? credi tu poter reggere coll'armatura indosso e valerti della tua persona?--
--S'io potrò reggere e valermi della persona voi ve ne avvedrete: e per ora lasciatene il pensiero a me.--
--Oh! dove vuoi tu che trovi codeste cose? esclamò il maestro che si spaventava per la spesa; sai pure che in una terra assediata chi ha cavalli ed armi le tien per sè.--
--Maestro, potrei rispondervi soltanto ch'io n'ho mestieri, e li voglio: ma vi vo' far riflettere che starebbe in me il torvi altra maggior cosa che non il pregio d'un cavallo e d'un arnese.... e, tenete a mente, ch'io voglio l'elmetto colla visiera che si chiuda.... Ora addio, a domani.--
Uscì Selvaggia, ed il maestro arrabbiato e malcontento dovè pur pensare al modo di levarsi d'addosso costei, e contentarla. L'indomani, appena giorno, si mise in moto, e per virtù di molte diecine di scudi, mandando il malanno a chi gliene faceva spendere, riuscì ad aver pronto per la sera ciò che la giovine gli avea domandato.
Ebbe da Malatesta l'ordine scritto che imponeva a Lamberto di seguire la gente che si mandava ad Empoli, ed ottenne facilmente, sotto varj pretesti, da uno de' caporali che dovean guidarla, la licenza di dar il carico ad un uomo a sè noto, d'andar per Lamberto, condurlo ove la compagnia faceva la massa, ed uscire di Firenze con essa.
Quella medesima giornata era intanto, per la casa de' Lapi, e per le donne specialmente, piena di pensieri e di faccende. Laudomia, svegliatasi all'alba col cuore consolato e sereno, si vestì, e copertosi il capo con un velo che le scendeva sino alle ginocchia, se n'andò a' Servi a far le sue divozioni.
Tornata poi a casa, e lasciatasi vedere al padre, che le fece quella mattina più carezze che non soleva, salì nelle camere, che oggi si direbbe di guardaroba, e, coll'ajuto di M. Fede e della sorella si diede ad ammannire panni, biancherie, e preparar le cose necessarie, con quella sollecita ed operosa premura che nasce nelle profonde agitazioni dell'animo. Lisa, ritornata in sè dopo quel primo momento di dispetto, e temendo forse ancor più, per amor proprio, di darne il menomo segno, prestava il consiglio e l'opera sua in questi preparativi, senza quel diluvio di parole che la gentil metà del genere umano suole impiegare in cotali operazioni, quando non ha la mente occupata da più importanti e più gravi pensieri.
Mona Fede era la sola che sostenesse il dialogo, se piuttosto non si dovea dir soliloquio, e strascinando in qua e in là le sue pianelle, numerando e scegliendo panni, dichè eran coperti e letto e tavole e tutto il mobile della camera, veniva dicendo:
--E pensare che una di casa Lapi abbia a farsi sposa senza che neppure ci sia tempo e modo di farle un po' di corredo! Fortuna che rimane pure di molta bella roba di M. Fiore vostra madre!... chè quando il frate cominciò a predicare si vestì d'una gammurra scura, e non volle mai più portar altri abiti.--
Poi, tirando non senza fatica un cassone, parte scolpito, parte dipinto al modo del 400, che era in un angolo, simile a quello che vedemmo presso al letto di Niccolò (ambedue avean contenuto il corredo di M. Fiore) lo strascinò a fianco d'una tavola, sulla quale avea messo a parte un monte di robe. Spolveratolo per tutto diligentemente, l'aperse, e, volta a Laudomia, le diceva:
--Ora, se volete scrivere, faremo la nota di tutto quanto pongo qui dentro.
Laudomia prese l'occorrente, ed appoggiandosi, ritta com'era, alla tavola, colla penna intinta nella destra, veniva scrivendo ciò che la Fede dettava.
--Una cioppa e giornea di dommaschino chermisì con frangie.
--Una cotta di dommaschino alessandrino con maniche fiorite.
--Una cioppa pavonazza ricamata.
--Una gammurra ricamata con seta bianca, con maniche di seta chermisì.
--Questa, mi ricordo, se la mise, e fu la sola volta, per andar a veder entrare re Carlo VIII.... un ometto piccino piccino, biondo e bianco che pareva un fanciullo, e si pensava potersi inghiottir Firenze!..... sì.... sì, Pier Capponi, buona memoria.... gl'insegnò egli la via ritta.... ed anche allora, che tempi!... che diavolerie!....
--Una gammurra di rascia bianca con maniche di dommaschino verde.
--Una giornea di boccacino bianco.
--12 Camicie. 12 Cuffie. 25 Fazzoletti da mano. 25 Benduccie. 2 Sciugatoj larghi.
--Una berretta di velo alessandrino ricamato con perle e ariento.--
--Questa, disse Laudomia, riponila, chè non son questi tempi, nè io in istato da portar cotali fogge.--
--Come volete--rispose M. Fede mettendo in disparte la berretta, poi con un sospiro:
--Povera signorina, vi tocca andare sposa in un brutto momento!.... senza nemmeno un pò di festa!.... Oh, quest'assedio!.... (per poco ch'io nol dissi).... quando finirà?.... e tutt'i guai con esso!....
--Una berretta di dommaschino bianco....
--Ho inteso che messer Niccolò non vuol che si faccian nozze.... non vi sarà nè invito, nè suoni, ed ha fatto sapere agli amici di casa, che non vuol neppure il serraglio[46]. Perchè è lui, gli daranno retta, ch'egli è più ubbidito che il capitan di giustizia.... Forse un altro!....
--Una cappellina di drappo alessandrino e bianco....
--Eh! non andò così la cosa, no, quando tolse donna egli.... io ero bambina... pure, me ne ricordo, e sì ch'era fatta di poco quella legge.... come la chiamavano?.... che so io?.... La legge Santuaria.... per un verso era proprio cosa santa.... chè prima, a furia di spendere in nozze, le famiglie andavan in rovina.
--Un libricciuolo di donna ricamato di perle e fornito d'ariento....
--Eh! se aveste veduto la strada qui avanti alla casa, era tutta coperta d'una tenda di teli rossi e bianchi, retta da stili, e v'era sotto un ricinto di panche coperte d'arazzi.
--Una filza di pater nostri di coralli.
--Una cintola di broccato paonazzo fornita d'ariento.
--Un pajo di calze di rosino.
--Un bacino d'ottone da mano.
--Un boccale a detto bacino.
--Un pettine d'avorio.
--Due borse d'oro e di seta.
--Un anello d'ariento da cucire.
--Uno specchio d'osso intarsiato.
--.... E.... come dicevo.... i trombetti della Signoria sulle scalere di Santa Maria maggiore, e le trombe, co' pendoni bianchi e 'l giglio rosso in mezzo! e tanti fiori, e tanta mortella... e saranno stati da 200 tra giovani e gentildonne in istrada aspettando fosse ora del desinare.... e che gale! e che ricchezze!... Ma vostra madre M. Fiore ell'era degli Albizzi, e portava 1000 lire di dote!.... e gli Albizzi, prima che messer Rinaldo si rovinasse, era la prima casa di Firenze. Le cose non andavano com'oggi giorno, allora....
--Un pajo di forfici.
--Un pajo di scarpelli da occhielli.
--Nastri di più ragioni, e refe di più colori.
--Una stola bianca lavorata di seta.
--Una coda di cavallo da pettini lavorata di seta[47]....
--Allora Fra Girolamo non avea vietati ancora i desinari, le veglie, le feste che si facean per le nozze.... non avea ordinate le compagnie de' fanciulli che andasser per le case a domandar l'Anatema, per abbruciare poi tutto in piazza..... Era un sant'uomo! e vero.... ma egli arse pure allora di gran belle robe!.... e messer Niccolò volle che vostra madre desse a codesti fanciulli vesti, cappelliere, e lisci, e liuti, e pitture che valevano di gran centinaja di fiorini.... Poverina! gliene sapea pur male, e non voleva... ma il babbo disse: voglio.... chi potea opporsegli?..... Egli avea un ritratto di M. Fiore per mano del Francia.... una bellezza! parea vivo. Volle che anche codesto si ardesse.--
--Oh! bene, ringraziamo Iddio sempre di quel che abbiamo--rispondeva Laudomia.
--Eh! lo so, povera signorina, voi non avete la mente alle gale ed al sollazzi! Poco v'importa di codeste cose.... ed avete ragione!.... dicevo per dire.... voi divenite donna del più bravo e dabben giovane di Firenze.... e questo vi basta.... e Iddio e la santissima Nunziata vi benediranno, e sarete felice e contenta come meritate.... Oh! sì, vedete, il cuore mi dice che non avrete più guai.... ed io ho sempre veduto che questi presentimenti non isbagliano.--
--Iddio ti senta, Fede:--rispose Laudomia, ed intanto in queste occupazioni venne passando quel giorno, che Lamberto spese anch'esso in dare assetto alle sue cose, nel procurar le carte necessarie al contratto, e nel visitare in Santa Maria Novella il luogo ov'era sepolta sua madre, alla quale, entrando nel nuovo stato, volle consacrare i primi pensieri. Giunta la sera, si riunì la famiglia nella camera di Niccolò, e non tardarono a comparire gli amici invitati, messer Tommaso Grossi notajo, e tutti insieme, a piede (Niccolò avanti cogli sposi e gli altri dietro) si condussero alla chiesa di S. Marco.
A mezza navata era stata posta una tavola con suvvi un tappeto, ed intorno intorno seggioloni e sgabelli: pochi candelieri illuminavano la chiesa, ove Niccolò e la sua comitiva, ricevuti alla porta da Fra Benedetto e Fra Zaccaria, entrarono, ed appresso una moltitudine d'operaj dell'arte della seta, di soldati conoscenti di Lamberto, e di popolo minuto, che allogandosi lungo le pareti faceano cerchio intorno alla tavola ove dovea farsi il contratto.
Quella moltitudine era tenuta in rispetto ed in silenzio dalla presenza di Niccolò, e soltanto s'udivan sommessamente bisbigliare tratto tratto poche parole, che venivan dette tra vicini all'orecchio, tutte piene di lodi e di maraviglie per la bellezza, pel soave ed augusto contegno della sposa, che era tale in quel punto da fissare tutti gli sguardi e soggiogar tutti i cuori.
Vestita di bianco, con un lungo velo fermato sulla fronte da una ghirlanda di fiori di melarancio, nel passare tra tanti sguardi, nel moversi, nel sedere al luogo che da Fra Benedetto le venne indicato, appariva in lei una certa maestà senza orgoglio, una timidezza senza impaccio, una gioja temperata da così celesti pensieri, che tutti gli astanti guardandola si sentivan sottomessi, direi quasi all'adorazione.
Niccolò sedeva sul seggiolone posto nel mezzo della tavola volgendo le spalle alla porta. Alla sua destra la sposa, poi Lisa e Troilo co' fratelli: alla sinistra Lamberto, gli amici che dovean servir di testimonj, e tra gli altri Fanfulla; su un lato i due frati ed il notajo, il quale, levatosi in piede, cominciò a leggere il contratto in questa forma:
Anno 1529 die 23 Novemb.; Lambertus quondam Petri de populo S. Joannis de Florentia, recepit a D. Laudomia, filia Nicolai, quondam Cionis. de eodem populo S. Joannis de Florentia, sponsa dicti Lamberti, nomine dotis Libras 1010. Florent. parv. scilicet Libras 863 in uno Podere cum domibus et habituro in populo d. Gavinana. Et libras 88 et solidos 10, in uno casolari posito in populo S. Laurentii de Florent. 1. d. Croce di via. Et libras 59 in pecunia et aliis rebus mobilibus ec., ideoque propter nuptias, et vice Morgincap secundum usum Civit. Florentiae praedictus Lambertus fecit praedictae D. Laudomiae donationem de ipsius bonis libras 30 Flor. Parv.
Actum Florentiae testibus ec.
Postea incuntinenti coram dictis testibus, Lambertus et D. Laudomia, per mutuum consensum inter se intervenientem et anuli dationem et receptionem, matrimonium ad invicem contraxerunt. Ego Thomas Grossi, quondam Francisci, de pago Bellanensi Imperiali auct. Iudex atque Notarius publicus rogatus scripsi.
Lamberto, che non s'era immischiato nella compilazione di questo contratto, e neppur sapeva che cosa contenesse, sentì al cuore il gentil pensiero di Niccolò, di fargli dono, a titolo di dote, della casetta ove sua madre avea passato i suoi ultimi anni: gettò un'occhiata di gratitudine al vecchio, un'altra più tenera a Laudomia, ed intanto il notajo, preso un bacile sul quale erano due anelli, si mosse per venir a presentarlo agli sposi affinchè li barattassero fra loro.
Nella circostante folla si vedevano, come dicemmo, di molti soldati, senz'arme la maggior parte, o soltanto col corsaletto od il giaco, come quelli che non erano sull'andare a combattere. Tra essi, in prima fila, e soltanto pochi passi lontano dagli sposi, da più persone, sin dal principio della cerimonia, n'era stato notato uno il quale, per esser coperto d'acciajo da capo a piedi, colla visiera calata, per la sua totale immobilità, per una certa impostatura insolita, richiamava tratto tratto gli sguardi curiosi di chi gli avea già posto mente una volta.
--Egli crede star sulla mura all'archibusate, e non in chiesa, diceva uno--E' pare ch'egli abbia freddo, o la febbre! Egli trema tutto!--osservava un altro.
Quando il notajo ebbe presentato agli sposi gli anelli, e che essi, accostatisi, a vicenda se li scambiarono, volsero a un tratto il capo, e l'intera adunanza con loro, ad un poco di rumore levatosi intorno a quell'uomo tutto di ferro. I suoi vicini avean udito come una voce indistinta e soffocata risuonare nel concavo dell'elmetto, s'era mutato sulle gambe in qua e in là due o tre volte, quasi perdesse l'equilibrio, tantochè taluno temendo non cadesse, l'avea retto per le braccia e per le spalle. Una voce poco lontana disse, abbastanza alto da poter essere udita:--Egli era trebbiano eh?--e molti sotto i baffi a sghignazzare. Poi un altro:--Ell'è pure una gran vergogna, venir in chiesa con quella poca cotta!--E così ognuno diceva la sua. Allora il soldato, scagliata in giro un'occhiata, che si vide balenar pe' buchi della visiera, aprì la folla cogli acuti gomiti dell'armatura, e tra il mormorìo di chi gli brontolava dietro, si tolse di là ed uscì di chiesa. La cosa si quietò subito, e nessuno si curò più di lui.
Finita la cerimonia, i frati fecero sgombrare tutti coloro che non erano della famiglia de' Lapi, o loro consorti ed amici. Mentre questi aspettavano che si fosse interamente sciolto quel nodo di popolo, che uscendo occupava la porta, messer Niccolò diceva a Fra Benedetto, sospirando un poco, eppure sereno in volto:
--Iddio m'ha colpito con grandi flagelli in questa chiesa.... in quest'istesso luogo! Ora la sua misericordia vuole che vi trovi in compenso la maggior consolazione che potessi provare prima di morire! Sia lodato il suo santo nome!.... Odi, Lamberto, figliuol mio! Nel darti oggi Laudomia, io credo, io spero averti fatto quel maggior dono che per me si poteva.... ov'io creda il vero, sappi ch'io adempio ad un grand'obbligo, alla promessa ch'io feci a tuo padre su questi stessi marmi che calchiamo, bagnati, tant'anni sono, col suo sangue ch'egli sparse per me. Vedi.... vien qua.... vedi tu la pietra bianca di quest'avello, ell'era rossa del sangue di tuo padre, quella terribil notte in cui sostenemmo l'assalto per difendere il glorioso Fra Girolamo, e sperando camparlo.... Ma Iddio pe' nostri peccati aveva stabilito altrimenti.... Qui, io solo, ravvolto tra nemici, io morivo al certo.... ma Piero tuo padre volle morir per me! Possa l'anima sua valorosa veder dal cielo ch'io t'abbraccio, t'accetto per figliuolo, e sciolgo così la mia promessa!--Possa egli serbar immacolato e felice l'amore che vi giuraste, far sì ch'egli vinca sempre nel vostro cuore ogn'altro affetto.... e ceda soltanto all'amore augusto e santo che voi dovete alla patria ed alla sua libertà.--
--Faccia Iddio che sieno salve ambedue; disse a voce bassa Laudomia, ed in cuore soggiunse: «Ed il mio Lamberto con esse»!--
Parve tempo allora a Niccolò di partire, e salutati i frati e ringraziatili, disse a Fra Benedetto che tra due giorni sarebbero ritornati per la benedizione nuziale; e coll'ordine medesimo, col quale erano venuti, tutti insieme s'avviarono a casa.
Mona Fede intanto, non del tutto ubbidiente ai voleri di Niccolò, s'era ingegnata di adornare nel miglior modo possibile le camere terrene; e nella prima, che serviva di passo per andar a quella da letto, aveva apparecchiato per la cena molto pulitamente, con molti fiori e molti lumi, ajutata da Maurizio famiglio di Lamberto. Mentre gli sposi erano in S. Marco, e ch'essa attendeva a quest'apparecchio tutta premurosa, temendo non le capitassero addosso prima d'averlo finito, era stato picchiato al portone di strada «Proprio ora ci capitano!» avea detto brontolando, quando non ho per ajutarmi altri che questa tartaruga! e, lasciata a Maurizio la bisogna di asciugar certi piattelli che si trovava in quel momento tra mani, corse ad aprire: dopo mezzo minuto era già ritornata, e strappando di mano al servo lo sciugamani, che veniva adoprando non troppo a suo modo, diceva:
--Non si può aver un minuto di bene con questi soldati!.... era un uomo d'arme.... colla visiera calata come andasse a giostrare.... e' voleva Lamberto!.... Sì! aspetta!.... proprio e' vuol dar retta a lui ora!.... Gli ho detto ch'egli è in S. Marco, e gli ho chiuso l'uscio in viso....--
E senza più pensarvi seguitava a correre innanzi e indietro per le sue faccende, colle pianelle calzate sulle calcagna, e l'andare svelto come avesse vent'anni: tantochè, quando sentì per istrada il bisbiglio e lo scarpiccio della brigata che ritornava, aveva accesa appunto l'ultima candela, e da Maurizio era stato intorno alla mensa collocato l'ultimo sgabello.
Corse a spalancare il portone per esser la prima a dare il ben tornato agli sposi, parendole cosa importantissima, secondo la teoria sugli augurj, che tornando in casa la prima volta dopo essersi dati gli anelli, udissero parole di felice presagio. Più volte aveva teso l'orecchio, se que' benedetti leoni, che in tante occasioni le avean servito a legger così maravigliosamente, a parer suo, nell'avvenire, si sentissero ruggire, ma la Dio grazia tacevano.
Giunta sul limitare, mentre tirava il chiavistello, s'accorse però che la granata era stata lasciata dietro l'uscio (cattivo augurio secondo l'opinione delle donne in Firenze) e che in terra proprio sul passo, v'era per caso due paglie in croce.
--E' si sarebbe rotte le braccia, quel disutilaccio, a dar una spazzata!--disse dando di piglio alla granata e spazzando; raccolta poi colla destra una di quelle paglie se la buttò dietro la schiena sulla spalla sinistra, e con questo potente scongiuro si sentì rassicurata sulla sorte futura de' nuovi sposi.
--Felicità, e salute per cent'anni, signorina: disse la vecchia a Laudomia, osservando di pronunziare queste parole appunto in quella che la sposa varcava la soglia; e volle baciarle la mano, ma ebbe invece un abbraccio, al quale corrispose tutta amorosa e riverente, e così entrati gli uni dopo gli altri, diceva Niccolò:
--M. Fede, io non avevo detto di far tanta luminiera!--
Ma il rimprovero venne corretto da un sorriso, e, passato innanzi, andò a sedere al fuoco sul suo seggiolone, attorno al quale si raccolse la famiglia aspettando d'esser chiamati in tavola.
Laudomia, che era uscita un momento colla sorella per torsi il velo e la ghirlanda dal capo, tornò; e sedutasi presso Lamberto, cominciò a parlar seco quelle intime ed importantissime inezie, che nascono e si moltiplicano all'infinito tra chi si vuol bene; ed intanto, Troilo, la Lisa, i fratelli e gli amici facean crocchio un po' in disparte per non dar soggezione agli sposi. Tutti i visi eran sereni, tutte le bocche sorridenti, e quelle camere stesse, tutte scintillanti di lumi, ripulite, adornate con maggior cura, apparivan più gaje, e parevan promettere per quella sera una veglia piacevole, lieta, e dissimile per conseguenza dalle consuete, piene di pensieri malinconici e pungenti; quando vennero picchiati due colpi al portone, e poco stante comparì sulla porta della camera un uomo tutto di ferro, che rimase un momento immobile guardandosi intorno, non senza maraviglia degli astanti, de' quali molti ravvisarono il soldato che s'era poco prima fatto vedere in S. Marco, e non potevano immaginare chi fosse, o che cosa cercasse.
--Che ci arrechi, valentuomo? Domandò Niccolò, e l'altro, con voce che mal s'udiva, suonando chiusa nell'elmo, disse, volgendosi a Lamberto, e porgendogli un foglio suggellato:
--Per parte del Capitan Generale.--
Lamberto, lasciando il posto che occupava al fianco di Laudomia, s'alzò prendendo il foglio, ed apertolo, vi lesse di doversi armare sull'attimo, montar a cavallo, seguire chi gli avea recato quest'ordine, ed unirsi alla compagnia che si faceva sulla piazza di S. Spirito per andare ove importava pel servigio della città.
Che cosa provasse il giovane leggendo quel comando così assoluto in tal momento, lo immagini il lettore.
Laudomia, che fissa e sbigottita gli tenea gli occhi in viso mentre stava leggendo, vide farglisi accese le gote, e si mosse verso lui spaventata: egli, guardandola con mesto e tenero sorriso, come per rassicurarla, porse il foglio a Niccolò, che osservando ora gli uni ora gli altri, cominciava ad entrare in qualche sospetto.
Lo lesse due volte, mentre tutti da lui solo pendevano, ed alla povera Laudomia ogni secondo pareva un secolo; alla fine, levato al cielo lo sguardo sicuro ed infiammato, diceva:
--Sì, mio Dio! ma almeno sia salva Firenze! e mentre pronunziava queste parole, la timida Laudomia, immemore d'ogni rispetto, si gettava su quel foglio, lo strappava di mano al padre, ed in un lampo già l'avea letto. Rimase un momento coll'occhio basso, inchiodato su quello scritto, poi alzandolo umido e supplichevole in viso ora al padre ora a Lamberto, pareva implorasse il conforto d'un po' di speranza, cercasse scoprirvi un'ombra di possibilità d'eludere quel comando, di sottrarvisi in qualche modo. Ma invece sulla fronte d'ambidue, lesse irrevocabile la sentenza che la condannava a nuove ed infinite angosce: ed educata, com'era, da Niccolò, rinunziò del tutto alle concepite speranze, e rimase muta e lagrimosa, ma rassegnata.
Saputasi alla fine la cosa anche da' circostanti, ne mostrarono tutti grandissimo travaglio.
--Oh! come può star codesto, diceva Vieri, se la tua compagnia, Lamberto, non doveva uscir di Firenze?--
Il giovane si stringea nelle spalle, chè esso pure ne era stato fatto sicuro, ed avea perciò creduto poter attendere liberamente a queste nozze.
--Non vi sarrebbe modo, soggiungeva Lisa, di fargli dare lo scambio?--
Troilo allora facendosi avanti, disse risolutamente:
--Ed io voglio esser quello.... Lamberto.... fratello!.... e voi, messer Niccolò, non m'avete a negar questa grazia.... non è ragione ch'egli debba lasciar la sposa, ed andare, Dio sa dove, in un momento come questo.... Corro dal signor Malatesta, e torno con la licenza d'andar io in suo luogo....--
Ed il mariuolo, che sapeva di poter in quest'occasione far gran pompa di generosità, con poca spesa, si movea per uscire; ma Lisa di nascosto gli diede una tirata alla falda della cappa, e Lamberto in palese l'arrestò pel braccio, e come leale ed ignaro del simulare, credette sincera la profferta di Troilo, e gliene seppe grado.
--Io ti ringrazio, fratello, disse guardandolo con affetto (e fu la prima volta) io ti ringrazio, ma non ci starebbe l'onor mio.... tu sai quale sia il debito del soldato.... ma di questa tua profferta io me ne ricorderò.--E gli strinse la mano.
--La patria prima di tutto, figliuoli! disse con gran voce Niccolò. Ubbidir cecamente e non cercar più in là.... Lamberto, Laudomia.... io ve l'aveva detto.... me n'incresce insino al cuore.... ma questo non è tempo di sospiri.... è tempo d'ardito e franco operare.--
Poi, presa pel braccio Laudomia, e chinandosele all'orecchio, le diceva:
--Ricordati di quel mio discorso.... mostrarsi forte, serena.... non tornar troppo agli abbracci.... non dir di quelle cose che vanno al cuore troppo diritte....--
E la povera Laudomia col viso basso, accennava di sì col capo, chè sentendosi imminente lo scoppiare dei singhiozzi, non s'attentava di parlare.
Durante questi contrasti, l'uomo di ferro era rimasto sempre immobile appoggiato allo stipite della porta; se non che una volta s'era fatto innanzi due passi come per voler parlare, e poi, quasi mutato pensiero, era tornato al luogo di prima. In quel punto la generosa Selvaggia non potendo reggere alla vista del dolore di Lamberto, del pianto, persino della sua rivale, s'era risoluta venir avanti, palesarsi, palesar tutto. Ma la forza d'eseguire il nobil proposito, di rinunciare a veder da solo a sola Lamberto, a ragionar seco una volta ancora, le era mancata ad un tratto «Sarà breve.... sarà l'ultimo questo dolore!» disse fra sè stessa, e riprese il primo disegno.
Il tempo stringeva. Lamberto chiamò il suo famiglio:
--Maurizio, va a sellare i cavalli... torrai la lancia nuova di cerro... e nell'uscire, insegna a questo valentuomo il luogo ov'è il mio arnese, egli, in sua cortesia, e per avanzar tempo, m'ajuterà armarmi.... non è egli vero? (soggiungea vôlto a Selvaggia). In grazia.... non per comando, va con costui, ed arrecami l'arme.... ben vedi i momenti che m'avanzano, son pochi.... non vorrei buttarli... se hai mai provato (soggiungea sorridendo) che cosa sia voler bene.... tu saprai quel che vuol dire.--
Selvaggia, col cuore ridotto, come si può immaginare, ma contenta pure d'ubbidire, si mosse dietro Maurizio col passo più fermo che potè; e ritornò poco dopo, coll'arnese di Lamberto tutto in un fascio; lo depose in terra, si preparò a vestirnelo, e per potersi maneggiar meglio nell'affibbiargli le corregge, si tolse ambo i guanti di ferro.
Mentr'essa sollecitava da un lato, Laudomia anch'essa dall'altro ajutava la bisogna, e nessuno diceva parola. Vieri, ponendo mente alle mani dello sconosciuto soldato, veniva intanto pensando come mai un uomo d'arme può egli mantenersi le mani così belle e dilicate! Ma nè Laudomia nè Lamberto non avean il capo allora a simili osservazioni.
In quel momento di tristezza e di silenzio generale, si sentì per istrada nascer lontano lo strepito d'un cavallo che batteva il lastrico di gran trotto. Laudomia si fermò ascoltando «Oh, fosse mai un messo del capitano che mutasse l'ordine!.... Tuttociò nascesse da qualche errore?.... fosse stato uno scherzo per farmi paura?»--Ed il cavallo veniva innanzi: giunto al portone si fermò a un tratto. «Vien proprio qui» disse Laudomia cresciuta di speranza.
Non pensava, poveretta, che la stalla ove Lamberto tenea il suo cavallo era un po' lontana, e che era Maurizio, il quale dopo averlo sellato; per far più presto, l'avea condotto di trotto. Entrato in quella il famiglio, disse che i cavalli eran all'ordine, e addio l'ultima speranza di Laudomia.
Lamberto, armato da capo a piedi, e tutto scintillante d'acciajo e d'oro, colla visiera alta, ed il viso pallido ma sicuro, abbracciò Niccolò, e tutti gli altri senza parlare: voleva abbracciare anche Fanfulla, ma appena giunta Selvaggia e saputo l'ordine che arrecava, egli era scomparso senza dir addio a nessuno; Lamberto girò intorno lo sguardo, e non vedendolo, disse: «Mi saluterete anche Fanfulla.» Non avea finito di dirlo, ch'egli entrò col fiato grosso come di chi è venuto correndo.
Egli avea indosso il corsaletto, i cosciali ed il bacinetto de' fanti, ed un partigianone in mano.
--Malann'aggia chi ha piantato il Renajo dei Serristori tanto lontano! disse soffiando per riprender l'anelito, e a voler correr il palio col corsaletto le gambe di Fanfulla sono un pò stagionate.... non importa, anche questa l'hanno fatta.... insomma, messer Lamberto, non c'è rimedio, bisogna andare.... ero corso così per vedere se volevano mandar me invece, che io non lascio nessuno addietro a piangere... ed a questo mio cuojo, una sforacchiata più o meno, è poco male! ma non c'è verso.... e io allora subito addosso la corazza.... questo finocchio in mano.... e son qua.... e vengo con voi in villa. Se non vi curate d'esser in compagnia d'un povero fante.... che.... dopo un certo caso.... fo il mestiere a piedi.... ma prima di morire.... basta!... E, sentite, M. Laudomia, messer Lamberto non ha mestieri l'ajutino cacciarsi le mosche dal naso, ma non importa.... voglio esser io a rimenarvelo qui vivo e sano.... e sappiate che io so quel che vi dico, e voi lo rivedrete a ogni modo.--
Laudomia corse al buon Fanfulla colle mani giunte, e per poco l'abbracciava, chè le sue parole le parvero venir dal cielo.
--Oh! a piedi voi non verrete,--disse Lamberto.
E volle togliesse il cavallo del suo famiglio a ogni modo. Niccolò fece in fretta cercare d'un arnese da cavaliere, e ne presentò Fanfulla, al quale parve esser tornato vivo ed all'onor del mondo, vedendosi fuori di quella maladetta fanteria che avea tanto in uggia.
Così venuti tutti insieme al portone trovarono Selvaggia in sella: vi saltò alla sua volta Fanfulla, senza quasi toccare staffa, e non potè trattenere un ah! d'allegrezza, quando si sentì guizzare fra le cosce un cavallo, e d'altri spiriti che non era il suo vecchio Grifone.
Laudomia era venuta sin qui senza profferir parola per non disubbidire al padre, solo si stringeva al braccio di Lamberto, abbandonata di tutto peso; all'ultimo, disse a voce bassa ed interrotta «Dio ti difenda!» Poi chiuse gli occhi, sentì sulla sua mano imprimersi tremanti le labbra del suo sposo; poco stante udì i tre cavalli partir di galoppo, si sentì allora abbracciare, e si trovò il capo sul petto di Niccolò, che stringendola con tenerezza, le disse:
--Son contento di te, figliuola. Ora puoi piangere.--
E la poverina diede in un pianto dirotto.
CAPITOLO XXIV.
Messer Francesco Ferruccio, che trovammo a veglia in casa di Niccolò ne' primi giorni dell'assedio, se ne viveva allora in Firenze pressochè dimenticato da' signori Dieci di Libertà, finchè dovendosi creare un commissario per Prato, ve lo mandarono, per consiglio di messer Donato Giannotti loro segretario, cui sapeva male che un tanto uomo non venisse adoperato quando più bisognava.
Stette in Prato poco tempo; e per contrasti avuti con Lorenzo di Tommaso Sadorini, podestà della terra, venne rimosso e mandato in Empoli, grosso borgo posto quasi nel centro del Val d'Arno di sotto, sulla via di Pisa, a 16 miglia di Firenze, (oggi 18) per l'antica strada che passa pel poggio di Malmantile.
I suoi portamenti in questa commissaria furon quali dovean aspettarsi dalla virtù sua, e dalla sua vita passata. Aggiunse nuove fortificazioni alle mura della terra, che di forti divennero fortissime ed inespugnabili; e quando conobbe di non poter esservi sforzato, si diede a molestare i nemici che tenevano i castelli circonvicini, con frequenti ed ardite fazioni, per le quali venne presto in grandissimo grido, ed ottenne il favore della Signoria e dell'universale.
A questi giorni egli aveva scritto a' signori Dieci, esponendo minutamente il disegno di nuove imprese che avea in animo di fare: e fra l'altre, quella di S. Miniato al Tedesco, allora occupato dagli Spagnoli. Domandava ajuti di cavalli, ed a quest'effetto Amico d'Arsoli e Jacopo Bichi ebbero l'ordine di cavalcare alla volta d'Empoli con 100[48] uomini d'arme, tra i quali per la ribalderia di Troilo, venne compreso anche Lamberto, che seco trasse Fanfulla e Selvaggia nel modo narrato nell'antecedente capitolo.
Quando giunsero in piazza S. Spirito, trovaron la compagnia già a cavallo, ordinata in battaglia su due file, volta la fronte alla chiesa, la destra un pò in disparte, quattro trombetti, ed innanzi sullo spazzo, i due condottieri Jacopo Bichi ed Amico d'Arsoli, coi loro banderai e due sergenti. Lamberto ed i suoi compagni erano gli ultimi a giungere, e mentre attraversavan la piazza di buon trotto per andar a porsi in fila cogli altri, Amico d'Arsoli gridava loro dietro:
--Animo, animo! perdio!--col dolce modo che conosce chi nel mestier dell'armi ha dovuto ubbidire ad uno di que' vecchi soldati, rigidi sulla disciplina, che hanno in orrore soprattutto la specie, detta dai Francesi trainards.
Radunata così la compagnia, e fatto dal sergente l'appello per veder se nessuno mancasse, l'Arsoli, tratta la spada, volse il cavallo, dando ad alta voce l'ordine del muoversi.
--Per due dalla destra.... Avanti!--
E così alla sfilata, pel Fondaccio, vennero al ponte alla Carraja, ed alla porta al Prato, d'onde uscirono alla campagna, procedendo verso Signa.
La notte era serena, l'aria sottile e rigida, e splendeva uno stellato scintillante come accade sovente in inverno. I soldati co' loro mantelli di panno oscuro camminavano di buon passo formando due lunghe file brune sullo sterrato della strada leggermente imbiancato dalla brina, ed il silenzio non era interrotto che da poche parole bisbigliate tratto tratto fra vicini, o da qualche bestemmia scagliata quando un cavallo sdrucciolava, ed il cavaliere lo puniva con un buon pajo di spronate.
Lamberto, giunto all'ultimo in piazza, s'era posto alla sinistra della compagnia, e secondo l'ordine della mossa, si trovava ora alla coda. Questa, per un curioso fenomeno, osservato senza dubbio da quanti tra miei lettori ebbero a militare, debbe sempre, ove voglia tenersi unita alla testa, camminar più veloce di essa. Egli era perciò costretto ogni tanto, cogli altri soldati del retroguardo, a levar il trotto, finchè giungessero alle groppe di quelli che li precedevano: e poi di nuovo a poco a poco restavano addietro, e di nuovo pungendo i cavalli racquistavano la perduta distanza: ma per durare in questa alternativa un po' a lungo sarebbe stato necessario ch'egli avesse avuto il capo a ciò che faceva, e non istesse, come in effetto stava, col pensiero a Firenze.
In ogn'altra occasione, quella partenza notturna, per una fazione pericolosa e d'importanza sarebbe stata per esso una vera festa; ma a quel punto (e chi sarebbe tanto severo da condannarlo?) egli si sentiva invece pieno il cuore d'un lutto, d'una mestizia indefinibile, parendogli vedere in quest'improvviso impedimento l'infallibile indizio d'una fatalità che lo perseguitasse: per sè solo poco l'avrebbe curata, ma oramai come separare dal suo destino quello di Laudomia?
Intanto la testa della compagnia, varcato già da un pezzo il ponte a Signa, era giunto ove la strada prende pel poggio verso Malmantile, e serpeggia per un buon tratto chiusa tra gli scoscendimenti della collina vestita di folte boscaglie. Quando Fanfulla s'accorse che stavano per entrare in quelle gole, passo pericoloso, e molto a proposito per tendervi agguati, previde, siccome pratico, che i capitani avrebber voluto prima di porvi il piede rannodare la compagnia, e far precedere esploratori.... Non trovandosi accanto Lamberto, si volse, e lo vide che veniva molto lontano. Torse la briglia, e di galoppo gli si fece incontro, gridandogli:
--Lavorate di sproni, messer Lamberto, se non volete sentirne quattro dall'Arsoli.... in quella bocca di forno dove siam per metterci, non è muso da patire che gli uomini suoi si sbandino....--
Si scosse Lamberto, spinse il cavallo, raggiunsero la compagnia, e con essi Selvaggia, che era rimasta sempre a fianco del giovane senza mai trovar modo e coraggio di scoprirsegli, o dirgli pure una parola. Si rodeva ora d'aver perduta quell'occasione, che s'era procurata con tanto studio e tante fatiche, ripromettendosi di non esser un'altra volta cotanto timida e dappoco: e mentre appunto giungeva a mettersi in fila coi compagni, la truppa, al comando dell'Arsoli, fece alto.
Egli avrebbe avuto mestieri di fanti spediti, onde ricercar le soprastanti macchie, ed assicurarsi il passo:, ma non avea se non uomini d'arme carichi di ferro, che mal potevano arrampicarsi per quell'erte. Gli convenne dunque contentarsi di far precedere otto barbute a guisa d'antiguardo, e quando pensò che potessero aver oramai varcato i passi di maggior pericolo, si mosse col resto delle sue genti ed entrò fra quegli scoscesi gioghi, che nell'oscurità apparivano a modo di masse opache, addentellate in cento bizzarri contorni ove le vette spiccavano sullo stellato del cielo.
La compagnia saliva di buon passo serrata insieme, ed ogni soldato s'era sciolto dal mantello per aver le mani libere e pronte; l'Arsoli ed il Bichi precedevano francamente colla lancia alla coscia, e l'eco ripeteva lo scalpito de' cavalli, e l'urtarsi a minuto delle staffe e degli stinieri.
Il conversar sommesso, ma tranquillo, che s'udiva qua e là tra le file, mostrava la sicurtà di quelle genti nell'occasione che suol mettere a maggior prova l'animo de' soldati; cioè quando sovrasta un pericolo oscuro, indefinito, e contro il quale non valgon l'armi o le difese, qual era appunto in quest'occasione, ove una debol mano di nemici avrebbe potuto dall'alto col solo rotolar sassi disfarli senza rimedio.
Ma costoro avean da un pezzo promesso alla patria il sacrificio della loro vita, e la promessa l'attennero quasi tutti a Gavinana, ove l'ossa loro onorate non sono ancora a' nostri giorni, ridotte in polvere affatto, ed arrestano talvolta ne' campi la marra del contadino, che non sa quanta virtù, quanta gloria calpesti.
La fortuna che colà gli aspettava, vergognandosi forse di dar loro quivi una morte tenebrosa e senza vendetta, non avea condotto agli agguati nemico veruno, onde passaron liberi; e varcati sotto l'antico castello del Malmantile, scesero su M. Lupo e si trovarono presto fuori di quelle foci, ove incomincia il Pian d'Empoli, allargandosi il Val d'Arno fra più lontane e men aspre colline.
L'ordine tenuto nel tratto di strada ov'era sospetto di pericolo, si rallentò di nuovo a poco a poco quando la truppa si trovò in luoghi più sicuri ed aperti, e Selvaggia, che non s'era mai spiccata da Lamberto, veniva a bello studio rattenendo la briglia, sperando che il cavallo di lui, lasciato in balìa di sè dal cavaliere, venisse per naturale istinto anch'esso a rallentare il passo, e potesse così di nuovo trovarsi sola col giovane, risoluta questa volta a dirgli.... che cosa? Neppur lo sapeva la poveretta, chè ora mai conosceva troppo lo stato di Lamberto per poter conservare ombra di speranza; e palesare la tremenda passione che la consumava a chi non potea corrisponderle se non con una sterile ed umiliante pietà, era pur cosa dura. Ma l'amore, che viene a patti coll'orgoglio, dovrebbe piuttosto dirsi amor proprio, e tale non era quel di Selvaggia.
--Troverò parole, pensava, e se non ne trovassi, vedrà il mio pianto, la mia disperazione:.... mi getterò a' suoi piedi, a quelli del suo cavallo, che mi calpesti.... ma ch'io esca una volta di questa vita d'inferno.--
In cotali infermi pensieri le era intanto venuto fatto a poco a poco di rimaner addietro col giovane com'era suo disegno. L'alto silenzio della notte, appena interrotto dal romper lontano dell'acque d'Arno, o dal sordo abbajar de' cani ne' circostanti casali, le lasciava udire il frequente respiro di Lamberto, che venendole a paro, senza mai schiudere le labbra, neppur forse s'avvedeva di averla accanto. Essa lo veniva guardando colla speranza che volgesse una volta il viso verso lei e nascesse così occasione di dir una qualunque parola tanto per principiare; ma la speranza fu vana. Eppure parlare bisognava.
Per fissare a sè stessa un termine a quest'incertezze che le facean balzare il cuore in modo ora mai da non potervi reggere, notò un albero un po' lontano piantato accanto alla strada, e disse «quando sarem là dovrò dir la prima parola.»
Ma giunse all'albero con un battito di cuore che pareva le volesse scoppiare nel petto, aprì le labbra, ne uscì un suono inarticolato, ma non potè formar parola o frase nessuna, e fu cotanto potente il contrasto che l'agitava in quel momento, tanta la smania che l'invase, che non trovando l'inferma natura altro scampo le s'innondarono gli occhi di lagrime, con uno scoppiar di singhiozzi tant'alto, che Lamberto distolto da' suoi pensieri si volse presto pieno di meraviglia, che tenendo il suo compagno un uomo d'arme, come gli altri, gli pareva il caso assai strano.
--Oh! che cos'è questa? disse tenendo un poco la briglia, e fissando con tanto d'occhi in volto di Selvaggia, che mal potea discernere in quell'oscurità, quantunque avesse la visiera alzata. Ripetè due o tre volte la sua interrogazione senza ottener risposta, e mezzo in sospetto non fosse data la volta al cervello del suo compagno, quando alla fine udì dirsi con voce tutta ansante, e della quale era impossibile non riconoscesse la terribile verità.
--E s'io non ho difesa contro te.... ch'io t'ho fuggito come volesti!.... Se non ho potuto morire.... ed ho dovuto pur ritornarti dinanzi, che colpa n'ho io?.... Io ti seguivo zitta, senza darti noja.... senza aver ardire di dirti una parola.... e mi pareva pure di non esser più sola sulla terra.... e se questa smania ora m'ha vinta, se non ho potuto pianger tanto basso che non mi sentissi, che colpa n'ho io?.... Oramai so tutto.... ho veduto con quest'occhi.... So quel che tocca ad una disgraziata mia pari... ma pensa!.... è l'ultima volta!.... io vorrei.... ti domando....--
E qui non trovando neppur essa che cosa potesse volere o domandare, nè venendole parola nessuna per terminare la frase incominciata, riprese a singhiozzare colla fronte bassa, curva sul collo del suo cavallo, appoggiate le mani al pomo della sella.
Alla voce, e più ancora alle appassionate parole, Lamberto riconobbe Selvaggia, e sentì darsi una botta al cuore, ben prevedendo in quale impaccio fosse per trovarsi. Non avendo ad offrirle nessuna specie di conforto, avrebbe comprato ad ogni prezzo il poterla sanare di quel pazzo ed inutile amore, e per la pietà appunto che sentiva di lei, non v'era cosa che non avesse fatta per ritornarla in pace con sè stessa, e vederla tranquilla e felice. Già prima di quest'incontro, prevedendolo tra le cose possibili, era venuto fra sè stesso considerando quale condotta gli convenisse tenere venendo il caso, pel meglio di quell'infelice; ed avea ragionato così: «S'io le lascio vedere la pietà che m'inspira, e prendo a consolarla con modi amorevoli ed umani, quel suo cuore cotanto ardente, serberà sempre nell'intimo una qualche speranza: tenendomi buono e generoso, m'amerà più che mai. Mi trovi invece duro, superbo, incredulo al suo patire (il rimedio sarà amaro, doloroso per essa ed altrettanto per me!) ma passato quel momento la stima si cangerà forse in dispregio, l'amore in odio.... non penserà più a me dopo qualche giorno, e potrò dire d'averle fatto il solo bene ch'era in mia mano.»
Non vorremmo asserire che questo ultimo risultato non destasse un po' di rammarico nel giovane, senza ch'egli stesso se lo confessasse, ma comunque fosse, egli era incapace di quel puerile e brutto sentimento che i Francesi chiamano coquetterie, e che non germoglia soltanto nel cuor delle donne; tutto ben ponderato, stabilì dunque di seguire questo suo divisamento, e la botta al cuore che accennammo più sopra fu quella appunto che sente chi, avendo fermata da un pezzo una risoluzione spiacevole ad eseguirsi, vien sorpreso all'improvviso dalla necessità d'adempirla.
--Orsù, Lamberto, disse per rinfrancarsi mentre Selvaggia parlava, pensa al vero bene di questa poveretta, e non a te ed al tuo piacere.--
Quand'ebbe finito, benchè sentisse lacerarsi l'anima da que' suoi disperati singhiozzi, prese a dirle, simulando, quanto poteva, freddezza ed ironia:
--Ma non sai tu, Selvaggia, che è proprio peccato non sii nata ai tempi del re Arturo, e della Tavola Rotonda?... chè quest'incontri di notte, questi amori infelici, sarebbero stati molto meglio nella selva Ardenna, presso qualche fontana incantata, che non sulla strada maestra d'Empoli, in mezzo a questi campi ancora pieni di fusti di saggina.--
A queste parole il singhiozzar della giovane s'era fermato a un tratto. Lamberto ne prese buon augurio per la riuscita del suo disegno, e proseguiva:
--Siamo nel 1529, Selvaggia mia cara, ed io sono un povero soldato, alla buona, come tutti gli altri, e non un cavalier errante, e non mi chiamo nè Amadigi, nè Galaor, che son morti e sotterrati da un pezzo, Dio gli abbia in pace. Oh! che domin ti metti in capo.... ben inteso, volendo esser persuaso che tu non vogli la baja del fatto mio.... non sai tu ch'io già sono come avessi moglie, e mi convien tenere il cervello a casa e star pe' fatti miei, e non aver il capo a queste avventure da paladini e da romanzi?--
--Io credevo, da quella sera in poi, là in Lombardia, in riva al Po, ti fossero usciti codesti grilli, e pensavo avessi trovata buona ventura, e, a dirti il vero, ero lungi mille miglia dal pensare al fatto tuo.... e invece eccola qui lei un'altra volta, fresca com'una rosa, e rieccoci da capo!--
La povera giovane, quasi insensata pel dolore all'udir questo amaro parlare, taceva cupa col capo basso, e Lamberto, col cuore anch'esso come si può pensare, pure, facendosi forza, soggiungeva:
--Orsù, Selvaggia, è tempo di far senno; e già tant'è, se non vuoi farlo tu, lo farò io. Tutte queste scene, queste commedie non si sa in che diano, e se vorrai che questa sia stata l'ultima, io l'avrò caro assai. Io non ti posso far bene nessuno.... lasciami dunque in pace, che Dio ti benedica mille volte, e addio.--
--Sì, addio, e per sempre, rispose fuor di sè la giovane, nel cui cuore lo sdegno e l'orgoglio offeso per un momento, sopraffecero l'amore; ma sappi prima.... anima di serpe, chè altro non sei.... sappi che Iddio è giusto.... e ti pagherà colla moneta che meriti, e ti domanderà conto di me, che non m'avea messa al mondo perch'io fossi il tuo trastullo.... ed anch'io, per Dio eterno! ho un cuore, ho un'anima, ho forma umana, e non sono una biscia, un demonio. Sappi che nessun re, nessun principe ha mai posseduto tesoro che valesse il cuore di quest'infelice, che era tuo, e che non meritavi, disgraziato! e non ti bastava respingerlo, hai voluto avvilirlo, insultarlo.... insulti? oltraggi? a me? e credi esser da tanto? credi poter rider di me cui devi la vita? Sì, sappilo, io, e non altri.... là sulla capitana di Spagna, alla battaglia di Salerno... io ricevei nel petto il ferro di quella picca che dovea passarti il cuore.... io, per salvar la tua vita, vissi ne' dolori, nella miseria, nella disperazione.... ed ora credi che possa un tuo oltraggio salire tant'alto che mi tocchi? Io t'ho compassione, chè Iddio ti prepara quel che tu meriti, e prima di quel che pensi.... e son io che te lo dico, e sappi che quella tua donna, ora, in questo momento, mentre ti parlo, è forse già dove tu non vorresti.... e t'hanno fatto partire solo per aver agio di tortela, e tu, pazzo, non hai saputo scoprire la trappola, ed io conosco chi te l'ha tesa, e so tutto, e non te lo voglio dire, chè ove ti fossi portato con me in altro modo sarei stata da tanto d'avvisarti di tutto, e persino, vedi, disgraziato, che cuore ha Selvaggia! sì, persin d'ajutarti; ed ora, se mi facessi a pezzetti minuti come teste d'aghi non lo saprai. No, no, non lo saprai, e quella tua Laudomia, nè Dio, nè diavoli non la potrebber salvare. Dì, sciagurato, te lo senti ora anche tu l'inferno nel cuore? ve lo senti una volta? Ebbene, abbivilo per sempre, e ora anch'io ti dico addio.--
E voltar il cavallo, cacciargli furiosa gli sproni ne' fianchi, e partir di carriera rapidissima verso Firenze, fu quanto il dire, Iddio m'ajuti, e dopo due secondi neppur più s'udiva lo scalpitar del cavallo.
Lamberto agitatissimo per le parole udite, per l'oscuro pericolo minacciato a Laudomia, si volse a furia anch'esso per raggiugnerla e fermarla, ma quando il suo cavallo ebbe dato due o tre slanci, conosciuto la cosa impossibile, ed anco rattenuto dal pensiero, ch'egli non poteva in modo nessuno disertar la bandiera, rattenne il freno, e tutto doloroso riprese il suo cammino.
Un momento di riflessione bastò tuttavia a tranquillarlo sull'imminenza del pericolo: in Firenze, in casa di Niccolò, Laudomia non avea che temere, e si persuase che (fosse pur vera la trama scopertagli da Selvaggia) non poteva mai produrre effetto così pronto, e che queste minacce erano state usate da essa per effetto di sdegno soltanto, per fargli dispiacere e metterlo in sospetto: ed in ciò s'apponeva. Tuttavia, pensò tosto, ad ogni buon riguardo, di trovar modo onde far sapere a Laudomia ed al padre quel che avea udito, stessero in sull'avviso, e cercassero se fosse possibile di chiarire il fatto, e risolse, appena giunto ad Empoli, spedire un uomo apposta a Firenze a tal effetto.
Con questi pensieri parte si rassicurava, e seguendo la sua via, sempre riflettendo a quanto aveva udito, finiva col calmarsi interamente, persuadendosi ognor più della vanità delle costei parole; così di pensiero in pensiero venne considerando quanto compassionevol fosse il fatto di quell'infelice che egli avea cotanto aspramente ributtata, pel suo meglio, è vero, ma pure, gli pareva ora che il modo fosse stato troppo crudele; temeva che con quella natura così sfrenata facesse, Dio sa, che cosa: e non poterlo impedire, non poter nemmeno sapere, per lungo tempo forse, dove, come fosse capitata! e se le accadesse qualche disgrazia, doverne aver poi l'eterno rimorso! Stette in due un momento di chieder all'Arsoli licenza di tornare addietro, ma ci stava dell'onor suo il domandarla? Eran questi gli insegnamenti di Niccolò, di porre innanzi a tutto il pensiero della patria?
Costretto da queste riflessioni a tirar innanzi, si volse a pregar Dio, vietasse per sua misericordia, che quell'infelice fuor di senno venisse a qualche rovinoso partito.
Mentre il buon Lamberto veniva formando questi voti, il cavallo di Selvaggia tormentato dagli sproni che gli lavoravano nelle carni vive, atterrito dall'agitarsi furioso del cavaliere che si sentiva sul dorso, divorava la via colle nari aperte e sanguigne, la coda tesa, l'occhio spaventato, sperando sottrarsi a chi tanto fuor d'ogni misura lo maltrattava: la povera bestia crebbe la rapidità del suo correre fin dove gli giunsero le forze, ed in pochi minuti si trovò di nuovo tra' que' poggi ove la strada è più ripida e malagevole: qui, non potendone più, si parò sulle quattro zampe tutta molle di sudore ed ansante, e si pose imbizzarrita e feroce a giocar di schiena per torsi di dosso questa insopportabile tribolazione.
Cominciò allora combattersi la più pazza, la più ostinata disfida che si vedesse mai tra cavaliere e cavallo. Il primo colle ginocchia serrate, saldo in arcione come vi fosse legato, dovea pur seguire l'impulso che gli comunicavano le violenti scosse dell'animale, che lo gettava qua e là, come accade ad un albero di salde radici e di pieghevol cima quando il vento l'investe. Erano slanci, saltimontoni, impennate, e lanciandosi il cavallo a un tratto ora in questo, ora in quel lato, teneva tutta la via, e andò a un pelo più volte di non traboccare fuori del muricciuolo che sorge sul ciglio della strada ove il dirupo si scoscende a perpendicolo. Nessuno era spettatore di questa strana battaglia, che durò un buon poco, finchè per istracchi vi poser fine.
Il cavallo tutto trafelato si fermò a un tratto, agitate le ginocchia da un tremito che pareva ogni momento avesse a cadere. Selvaggia si pose la mano alla fronte, che grondava di sudore, e riprendendo fiato anch'essa, si guardò intorno ed in alto, vide che l'alba già tingeva le vette de' poggi d'una luce azzurra, e nello spazio di cielo che avea sul capo trapassava intanto un volo di corvi, crocitando sull'ale. Stette un momento guardandoli coll'occhio spalancato e fisso, poi, fosse vacillazione di mente, od effetto convulso, diede in uno scroscio di risa spaventoso ed alto che fece rimbombare quella solitudine.
Si ricordò in quel momento d'aver veduto talvolta sui campi di battaglia stormi di codesti uccelli svolazzare lieti e loquaci tra i cadaveri, e tutti in faccende, fare a loro modo festa grandissima della ricca cena che trovavano nelle loro viscere, ed accecata dall'odio che provava in quel momento contro tutti gli uomini indistintamente, dal desiderio di vendetta contro quella razza spietata, cagione d'ogni suo danno, disse, pur seguitando a ridere, tenendo dietro coll'occhio a quegli aerei passeggeri, finchè l'ultimo si nascose dietro le rupi.
--Oh, Dio vi benedica mille volte, o corvi!--
Le venne in mente allora di scavalcare, e saltata a terra, si sdrajò sulla ripa della strada e vi rimase immobile, colla mente in quello stato, che potrebbe paragonarsi al crepuscolo, non oscurata al punto di non conoscere il suo stato presente, e non tanto chiara da poterne dar retto giudizio.
La terra, sulla quale giaceva, era coperta d'una grossa brina, che presto si sciolse in acqua tutta attorno al suo corpo. La poveretta ardeva di febbre.
Quel freddo, quel breve riposo, dopo un poco parvero ristorarla, e le sembrò che la densa caligine dalla quale le veniva ottenebrato l'intelletto pian piano si venisse diradando.
Si vide innanzi agli occhi Lamberto come fosse presente, udì il suono delle sue parole, quasi le profferisse di nuovo, e disse, con quel riso sinistro che non essendo in armonia coll'espressione degli occhi e del resto del viso, sembra piuttosto uno stiramento convulso delle labbra:
--Oh, oh! rider di me!.... Anche gli scherni? Bada al fatto tuo, valentuomo.... chè la cosa potrebbe andare a rovescio alla fine, ed a me toccasse ridere, a te piangere!... Così m'ajutasse il demonio come mi saprei ajutare, se nascesse l'occasione!... e vorrei vederlo quest'uomo perfetto, colla sua gran virtù, colla sua prodezza, che par che tutto sia fango a petto a lui, e quella sua donna, quell'angiolo, quella gran cosa, vorrei vederli, che saprebber dire se toccasse loro domandar pietà colle braccia in croce, a chi? a Selvaggia, alla cortigiana! alla vile, alla pazza, alla sciagurata!--
Si morse il dito, ed alzandolo minaccioso lo scrollava, dicendo:
--Tutti contro me? Sia come volete. Io contro tutti!.... Chi ha più lino farà più tela!.... e la vedremo. Hai veduto sin ora come tratti l'amore?... All'odio adesso! vedrai com'io scherzo.... vedrai se me n'intendo di vendetta.... lasciamici pensare appena due minuti.... eh! io non voglio tener con te i modi soliti.... un par tuo, tanto dappiù d'ogni altro, non debb'esser trattato come un del volgo....--
E col capo basso, le guance e gli occhi lividi ed infossati, stette fissa ruminando mille progetti che, per dir così, si vedean passare sul suo volto come su un cielo burrascoso trasvolano le nubi in cento fantastiche e diverse forme, cacciate dal vento.
Si scosse alla fine come invasa a un tratto da una nuova idea: alzò il capo e lo tenne immobile piegandolo un poco su un lato, nell'atto di chi tende l'orecchio, quasi desse ascolto tutta intenta alla voce che le parlava all'anima, poi disse:
--Questa sarebbe la maggior di tutte. Oh, mi riuscisse!.... ma avrò poi cuore che basti a condurla sino al fine?--
E da quel petto, ove bolliva tanto furore, uscì pure un sospiro. Forse le parve il nuovo progetto troppo doloroso ed enorme.... forse in quel momento la memoria del suo amore le spicciò viva dal cuore, come accade talvolta se si voglia soffocare sotto le ceneri un fuoco ardentissimo, che una falda di fiamma si fa strada, guizza e splende un momento, e poi scompare.
Poco importa del resto lo scoprir ora la cagione di questo sospiro, che probabilmente verrà palesata a chi avrà la pazienza di finir quest'istoria; fatto sta, che dopo averlo messo dal petto due o tre volte si chiuse il volto colle palme, e da chi in quel momento l'avesse considerata, si sarebbe potuto supporre, dal moto delle spalle, che piangesse. Stata così un pezzo, di seduta ch'ell'era, si lasciò andar supina, e rimase pur sempre colle mani sul volto, immobile, finchè dopo lungo tempo, anche le braccia, quasi perdessero ogni forza, caddero a terra distese lungo la persona.
Apparve allora il suo viso pallido, affilato, rallentati i muscoli dalla contrazione dell'ira, ma serbando tuttavia l'impronta della terribil tempesta ch'era passata su quell'anima desolata. Rendeva in un modo l'immagine d'una campagna spazzata da un tremendo turbine, dopo il quale sulla terra solcata dall'acqua, sugli alberi divelti e coricati, sulla natura tutta si stenda un silenzio, una calma attonita e sbigottita.
Alla fine, lenta lenta si rimise seduta, poi a fatica, chè si sentiva le membra tutte rotte e sfinite, s'alzò in piedi: venuta al suo cavallo gli acconciò le briglie, ed afferrato il crine e l'arcion di dietro mise il piede alla staffa, e, datasi l'andare due o tre volte, non senza stento si trovò in sella.
Prese verso Firenze, curva la persona, col capo caduto sul petto, in atto di tanto scoramento, che non parea possibile fosse quella di prima: e neppure il cavallo, dal mutar lento e strascicato delle gambe, dal collo e dalle orecchie cadenti, non parea quel medesimo che avea poco innanzi menata tanta tempesta.
Alla prima giravolta della strada scomparvero ambidue, e, col permesso del lettore li lasceremo andare al loro viaggio, chè Lamberto ci aspetta alla porta d'Empoli colla compagnia.
Il sole levato di poco, colla sua luce radente, tingeva già di rosato la bianca veste di brina che scintillava sul dosso delle colline, sugli alberi e sui tetti, lasciando le parti non illuminate in una tinta diafana ed azzurrina, quando il soldato di guardia sulla torre sovrapposta alla porta della terra, vide venir di lontano la compagnia, e riconosciuto il giglio nello stendardo, diede l'avviso che era comparso l'aspettato soccorso, e la nuova ne fu tosto arrecata al Ferruccio.
Il commissario, già in piedi da un pezzo (chè era assai difficile trovarlo a letto a qualunque ora si cercasse) attendeva poco lontano a far riparar non so che ad un bastione. Udita la nuova, venne sollecito ad incontrarli, e, fatto calare il ponte, alzare la saracinesca, ordinò s'aprisse la porta.
Entraron le genti, con le trombe sonanti alla testa, precedute dai due capitani, che sfilando innanzi al commissario lo salutarono coll'atto della persona e l'abbassar della lancia.
Il Ferruccio, alto di corpo e tutto nerbo, vestito d'una cappa bruna con istivali grossi ed un berretto, che da un lato gli cadeva sull'occhio, stava a vederli passare, piantato sulle due gambe un poco aperte, intrecciate le braccia al petto, la fronte alta ed austera, sotto la quale lampeggiava quel suo sguardo sicuro che pel color delle pupille e lo sporger del sopracciglio, era simile a quello dell'aquila.
Con un rapido abbassar del capo corrispose al saluto de' condottieri, mentre accennando colla mano ordinava loro di distendergli innanzi in battaglia la compagnia sulla piazzetta che si trovava entrata appena la porta. I soldati, che avean legati i mantelli sulle groppe, e s'eran rassettati alla meglio, apparivan bella e buona gente e bene a cavallo: ed al comando dell'Arsoli, dato un po' di volta per la piazzetta, si schierarono in linea. Si fece innanzi il Ferruccio, pur sempre colle braccia all'istesso modo, ed accostatosi ai due capitani, posti nel mezzo ed un poco innanzi dagli altri, diceva loro con voce sonora e quel parlar tronco che tanto può sui soldati:
--Bella compagnia! uomini, cavalli, armi, tutto bene. Li vedremo all'opera e presto, che, viva Dio! non aspettavo altro. Li farete rinfrescare, poi v'aspetto all'alloggiamento.... Di Firenze già nulla di nuovo? L'assalto del principe lo seppi colle lettere di jeri. Avrà veduto che anche i mercanti se n'intendono di far bastioni e sparar artiglierie. Ora due parole ai vostri soldati.--
E, voltossi alla truppa che gli stava dinanzi immobile ed in silenzio, disse con un sorriso:
--Questi marrani spagnuoli qui del contado, hanno di maladette gambe che a raggiungerli m'era fatica, voi farete la bisogna, valentuomini, con buoni sproni e dodici braccia di lancia assaggeremo loro le reni, se piace a Dio. Pensate che tutti combattiamo per la patria, e per questa santa causa non risparmierò nè la mia vita nè la vostra, ve ne avviso. Io saprò far il debito di capitano, dacchè i nostri signori m'hanno fatto degno di tanto onorato comando. Voi pensate a far quello di valenti soldati, chè usando altri modi io non sarei per sopportarlo.
--Ora attendetevi a riposare, chè non vi lascerò un pezzo colle mani in mano... e, viva il marzocco! viva la repubblica!--
A questo grido rispose la compagnia ed il popolo, che in folla le s'era radunato all'intorno; e mentre i soldati scavalcavano disponendosi a condurre a mano i cavalli all'alloggiamento, dicevan tra loro:
--Codesto si chiama discorrere!--E non gli trema la lingua in bocca!--È un diavolo costui, che non avrebbe soggezione dell'imperatore.--Ohe! e' pare che converrà arar diritto con quel muso.--S'egli ha il ruzzo di menar le mani, e noi non vogliamo altro.--
Ed un di loro volgendosi a Fanfulla che veniva zufolando sotto i baffi, com'era suo costume, mentre buttava le staffe sulla sella, gli diceva:
--E che ne dice il nostro Fra Bombarda?--
--Fra Bombarda dice: Quando tu avessi il fiasco alla bocca, ed il commissario ti dicesse basta, fa di non ne mandar giù una goccia di più, se vuoi che la via del pane ti rimanga aperta. Che di musi me n'intendo, e n'ho visto più d'uno uscir di sotto il morione, colle setole dure abbastanza, ma come codesto n'ho visto due altri soli sinora, quello del sig. Giovanni, e quell'altro del gran capitano. E per ora non dico altro.--
Ed intanto la compagnia venne presto alloggiata ne' quartieri già preparati.
CAPITOLO XXV.
Tostochè l'Arsoli ed il Bichi ebbero dato sesto alla compagnia, si condussero dal commissario, e con esso andò anche Lamberto, che aveva da Niccolò (ci scordammo accennarlo) avuto l'incarico di fargli riverenza per parte sua e narrargli quegli ultimi suoi casi.
Il Ferruccio era alloggiato nella casa del Comune in Piazza, e lo trovarono che li aspettava in una sala al primo piano ove le pareti eran tutte coperte di gigli e di marzocchi, e su in alto, sotto il soffitto intorno, si vedevan dipinte l'arme de' podestà che avean retta la terra, tra quali fu il vincitore de' Ciompi Michele di Lando. Il commissario sedeva presso una gran tavola ov'era costume render ragione. Salutò i nuovi arrivati, che entrarono ancora tutti armati quali erano venuti di Firenze. Ad un suo cenno sedettero e disse l'Arsoli:
--Questi, sig. commissario è messer Lamberto, che voi conoscete di nome se non di veduta.--
--Ah! rispose Ferruccio facendogli festa col viso, ho caro conoscervi ch'io non ho il maggiore amico di messer Niccolò, e so quanta stima egli faccia di voi.--
Lamberto allora, fattigli prima i saluti del suocero, gli venne narrando tutto il caso di Troilo, e com'egli avea lasciato il campo e datosi tutto alla parte Piagnona. Disse poi il suo matrimonio colla Laudomia, il motivo ed il modo ond'era stato interrotto, e vedendo che il Ferruccio gli prestava grandissima udienza, gli narrò dell'oscuro avviso ricevuto per via, di non so quali insidie tramate contro di essa, chiedendogli insieme licenza di spedire un uomo apposta a Firenze affinchè potessero guardarsi ed investigar la realtà e l'ordine di questa trama.
--Io vi do questa licenza molto volentieri, e se il servigio della città lo concedesse, vi direi andate in persona; ma una buona spada val tant'oro quanto pesa, a questi giorni, e non posso privarmene; conosco che dev'esser una gran passione per voi, messer Lamberto, lasciar una tale sposa per torre invece la lancia.... almeno così suppongo... (disse sorridendo) chè io di queste cose poco me n'intendo, ed alla vita mia non ebbi mai tant'agio ch'io potessi pensar a donne... A ogni modo, un par vostro saprà aver buona pazienza, chè ora i nostri amori hanno ad essere cogli archibusi e le bombarde.--
--Quanto a questo spero mostrarvi che so il mio debito, e che il mio primo amore è della patria e non d'altri.--
Così rispose Lamberto, con un viso ardito che non lasciava dubitare ch'egli mentisse; fatta poscia riverenza al Ferruccio si tolse di quivi, trovò presto d'un cavallaro che fu contento portar a Firenze la lettera per Laudomia. La scrisse Lamberto più presto che potè, ed in essa le narrò distesamente tutto l'accaduto in quella notte senza ommetter sillaba di quanto era stato discorso tra esso e Selvaggia. Dopo aver molto raccomandato che facessero in modo di scoprire se quest'insidie eran vere, oppur supposte da costei per puro dispetto, mostrando, quanto a sè, propendere per quest'opinione, entrava a deplorare e mostrar rammarico dell'aspro modo da lui tenuto con quell'infelice, svolgendone insieme a Laudomia i motivi, e mostrando poi alla fine in quanta agitazione d'animo si trovasse al presente sul fatto di costei.
La passione che provava per questo accidente la seppe esprimer benissimo, e forse troppo, chè scrivendo in furia, e coll'animo preoccupato, non ebbe campo di pesare e calcolar molto le parole, e l'effetto che sarebber per produrre su quella che con mente più tranquilla le avrebbe lette. Si faceva in ultimo a pregar Laudomia, volesse metter subito gente in moto, mandar sulla strada d'Empoli, ed in quelle vicinanze, per iscoprire che ne fosse stato di Selvaggia; ed avendo avuto a dire tante cose, col tempo che lo stringeva, conchiuse la lettera in modo più tronco, che al certo non avrebbe fatto, se la cosa non fosse stata di tanta premura.
Com'ebbe scritto, piegò la lettera in quattro, come s'usava in quel tempo, e traforatala, la chiuse con una funicella, della quale fermò i capi con un sigillo.
Partì il cavallaro, e seppe così ben pungere un cavalletto che avea sotto, che verso le ventidue scavalcava al portone de' Lapi.
Mona Fede venne ad aprire: prese la lettera, e con gran festa corse nella camera di Niccolò ove egli si trovava colle figlie, ed a caso v'era anche Troilo. Laudomia, conosciuto dalla sopraccarta chi le scriveva, disse tutta allegra ed un poco arrossita:
--Oh! povero Lamberto, già m'ha scritto!--e principiò a leggere. A mano a mano che leggeva le si vedea tratto tratto mutar viso, mostrando ora maraviglia, ora mestizia, ora compassione, ed in ultimo parve sulla sua fronte serena si stendesse persino l'ombra d'un sospetto.
--Gran cosa è questa! disse alla fine tutt'altro che tranquilla in volto; e porgendo la lettera a Niccolò, soggiunse:--Ora vedete voi quel che convenga fare.--
Niccolò la prese, ma parve che quella lettura facesse sull'animo suo tutt'altro effetto, e piuttosto lo rallegrasse.
--Egli è il gran giovin dabbene, disse alla fine, che vuoi ch'io ti dica? bisogna far quel ch'egli consiglia.... non vedo altra via.--
Voltosi poi a Troilo, col quale s'era ogni giorno più venuto addomesticando, e tanto maggiormente ora di lui si fidava, dopo aver veduto con quanta prontezza si fosse proposto di partir in iscambio di Lamberto, gli disse, pur guardando Laudomia, quasi le domandasse licenza:
--Con buona pace di Laudomia, io voglio che leggiate questa lettera.... vedrete che cuore abbia il nostro Lamberto.... e che se volevate andar alle archibusate per lui, la cortesia non era sprecata.--
Troilo, nel vedere che de' suoi disegni ne dovea pur esser trapelato qualche cosa, non potè a meno di non far un arresto, ed in cuore trasecolava, non potendone immaginare il come, tanto più in così breve spazio di tempo. L'atto che gli sfuggì, fu dagli astanti interpretato in tutt'altro senso, e l'attribuirono ad una natural maraviglia d'un caso cotanto strano, ed egli, vedendo che la lettera non nominava persona, si venne presto rassicurando.
--Non v'è dubbio nessuno, disse alla fine, bisogna far ciò ch'egli dice. Lasciatene il pensiero a me, ch'io troverò chi saprà benissimo disimpegnare quell'incarico. Date qua quella lettera, ch'io tenga a mente i segnali di codesta donna, perchè possa riconoscersi, e s'ella non è sotterra si troverà.--
Così dicendo uscì, mentre Niccolò, tutto lieto, gli gridava dietro:
--E così? non te lo dicevo io, che a trovarne un altro come quel giovin dabbene vi sarebbe da fare?--
Laudomia, uscita anch'essa poco dopo Troilo, salì in camera e vi si chiuse. Non sapeva, o non voleva dirsi il perchè, ma non si sentiva il cuore a modo suo: e provando una cotale indefinibile ripugnanza ad esaminarlo a minuto in quel momento, attese a non so che sue faccende per aver in che occupare il pensiero.
Ove la buona giovane avesse voluto scendere a questo esame, sarebbe forse d'un in un altro pensiero venuta a far molte osservazioni su questa tanto calda pietà di Lamberto, sulla troppo laconica conclusione della sua lettera, avrebbe provato forse il desiderio d'esser sola a sentire tanta compassione per le costei sventure.... Dio sa quante cose avrebbe trovate in quel suo povero cuore! non volle tuttavia troppo scrutarlo in quel momento.
Ma il seme caduto una volta nel solco ha egli bisogno d'altri ajuti? lavora solo, germoglia in silenzio, e quando dà segno di sè spuntando dal suolo ha già messo le barbe.
Troilo intanto s'era dato da fare per trovar di questa Selvaggia, che, in modo per esso tanto inconcepibile, parea informata de' suoi disegni; e certo nè Lamberto, nè persona al mondo avea in quel momento maggior desiderio di lui che si rintracciasse. Spedì gente, e fece far tutte le inchieste possibili, e vi volle a ciò un pajo di giorni, ma fu inutile, non se ne potè saper nuova.
Visto alla fine che si dava in non nulla, ne fu scritto a Lamberto (e la lettera la portò Maurizio, che trovato un altro cavallo raggiunse così il suo padrone) il quale, se ne rimanesse afflitto e malcontento, non è da dire. Egli intanto, seguitando la fortuna del Ferruccio a Volterra, a Pisa ed in ultimo a Gavinana venne passando un tempo, durante il quale lo stato di Laudomia e degli altri attori di questa istoria non ebbe a provare notabile alterazione. Gli ultimi casi che afflissero poi la casata de' Lapi, e coi quali verrà a concludersi il nostro racconto, sono strettamente legati a quelli della città, ed all'intero ed ultimo esterminio della libertà fiorentina: ci conviene dunque con largo e rapido pennello dipingere ad eterna infamia dei vincitori, ed a gloria eterna de' vinti, la sua dolorosa agonia, e come alla fine rimanesse spenta del tutto.
Il nostro quadro riuscirà pallido e senza vita, posto a fronte di quello lasciatoci dal Varchi nella sua storia, ricca di tanto colore e di tanta azione. Se avessimo a dar un consiglio al nostro lettore gli diremmo (tanto più s'egli è italiano) di leggerla da capo a fondo. Ma se invece si trattasse di una lettrice? Chè anche le donne italiane vorremmo sapesser le glorie della nostra comune patria per poterle presto narrare a' loro bambini.... Come sperare che non si sbigottisse al solo vedere quel grande in folio della bella edizione di Colonia, con quella carta ingiallita, e la sua barbara ostinazione a non andar mai a capo?
Alle nostre lettrici consacriamo dunque specialmente queste pagine, e possa il nostro desiderio di risparmiare loro un po' di fatica e di accender più viva la fiamma dell'amor patrio in cuori cotanto gentili, dar potenza alla nostra penna e procacciarle favore.
A pochi giorni dopo l'inutile assalto dato dal principe d'Orange alle mura di Firenze, la Lastra, forte castello, molto a proposito per assicurare la strada d'Empoli, venne in potere degli imperiali, i quali avuta la terra a patti che fosser salve l'avere e le persone, entrati appena, scannarono il presidio, che s'era arditamente difeso a buona guerra come chiedeva l'onore ed il servigio della città.
S'alzò in Firenze un grido d'indegnazione e di vendetta alla nuova dell'atroce caso, e del danno sofferto; e la milizia, che ardeva di venirne una volta a più stretto combattere, trovò il suo capitano Stefano Colonna pronto a guidarla contro il nemico. Ordinò s'uscisse una notte con circa mille fanti, armati quasi tutti d'arme in asta e spadoni a due mani, con pochi archibusieri, avendo in animo di cader inaspettati addosso agli imperiali e non combatter se non corpo a corpo. Contenta la cosa con Malatesta, dapprima lo trovò contrario al suo disegno. Voleva il traditore che la città si consumasse a poco a poco negli stenti d'un lungo assedio, e queste ardite fazioni, conoscendo egli l'ardore e l'animo di quelle milizie, gli facean temere non riuscissero una volta a rompere il campo nemico. Per non iscoprir troppo il suo disegno dovette nondimeno acconsentire.
La notte dell'11 dicembre, oscura e piovosa, uscì Stefano Colonna dal bastione dietro S. Francesco, in mezzo alle sue lance spezzate con una zagaglia in mano, avendo ad ogni soldato fatto mettere una camicia sopra il corsaletto, affinchè si riconoscessero nell'oscurità. Come avessero affrontato il nemico, dovevano uscire da varie porte altre genti ad un cenno d'artiglieria dato da Mario Orsino dal bastione di S. Francesco, e Malatesta s'era riserbato di sonare a raccolta con un corno quando lo stimasse opportuno.
Assaltata improvvisamente la guardia del colonnello di Sciarra Colonna a Santa Margherita a Montici, la misero in tanto disordine, che dopo breve e mal composto combattere, e molta uccisione de' nemici, li posero in rotta; e seguitando il loro vantaggio, pur sempre combattendo, si spinsero innanzi, non più taciti e nascosti, ma con alto fracasso di grida, di tamburi e di trombe, tantochè levatosi tutto il campo a rumore ed in arme, correndo qua e là il principe e gli altri capitani per riparare e far testa, e rannodare i disordinati e i fuggiaschi, cominciarono gl'imperiali anch'essi a combattere francamente. Parve tempo allora a Mario Orsino di dare il cenno convenuto, e sparate due grosse artiglierie sboccarono dalle circostanti porte le bande a ciò ordinate, e per più lati furiosamente assaltarono il campo, tantochè il principe non sapendo ove volgersi, chè da ogni parte si vedea venir addosso nuovi nemici, si gettava ov'era più stretta la mischia, disperatamente combattendo, e fattosi oramai morto e disfatto: e sicuramente la cosa sarebbe riuscita com'egli s'aspettava, tanto mirabilmente la milizia fiorentina stringeva le vecchie ed agguerrite bande tedesche e spagnuole, se Malatesta, vedendosi a un pelo di perdere in un momento il frutto de' suoi tradimenti, non avesse fatto rimbombare il suono del corno (veramente allora sinistro e doloroso) che strappando la vittoria di mano a que' prodi e generosi cittadini li chiamava a raccolta.
Si ritrassero sparsi ed a stento, e ritornarono con bell'ordine senza venir seguiti o molestati dal nemico, al quale parea averne troppo miglior mercato che non sperava.
Questa cotanto onorata fazione accrebbe animo grandissimo a' Fiorentini e desiderio d'uscir di nuovo contro i nemici, e fece accorto Malatesta, che cosa dovesse aspettarsi se non trovava modo d'attraversare ed impedire appunto che uscissero. È cosa da non potersi credere, con quanti pretesti, con quanti inganni e rigiri egli riuscisse sino all'ultimo dell'assedio in questo suo scellerato proposito, in modo che o la milizia non ottenne d'esser condotta a combattere, o se l'ottenne, furono dal traditore ordinate le cose in modo, che senza profitto si venisse consumando finchè la fame, le ferite e le morti l'avesser ridotta a tale di poterne disporre com'era suo disegno.
È difficile concepire come i Fiorentini non s'avvedessero d'esser venduti. Ma di cotali accecamenti è piena la storia de' popoli e de' governi, e furon sempre precursori ed indizj della loro rovina.
Venuto intanto il tempo di raffermare o mutare il gonfaloniere, cadde l'elezione su Raffaello Girolami invece del Carduccio, e fu l'ultimo che sedesse in Palagio.
Le speranze de' soccorsi de' confederati s'andavan sempre più dileguando, finchè s'estinsero del tutto. Francesco I, che per iscusarsi di non ajutare i Fiorentini, aveva addotto il pretesto di voler prima riavere i suoi figli rimasti statichi in Ispagna; riavuti che gli ebbe non mutò proposito, ed abbandonando questi suoi alleati, i più antichi e fedeli che avesse la corona di Francia in Italia, scrisse a Stefano Colonna suo soldato, di partirsi da loro, e richiamò il suo ambasciatore presso la repubblica, non curandosi di tal codardo operare purchè si tenesse amico l'imperatore. Vecchia peste d'Italia, fidarsi alle promesse di Francia o (per esser più veri) degli ambiziosi che se la giuocano a palle.
Ma per trovar l'esempio di tale perfidia pur troppo non occorse questa volta varcar l'Alpi.
I Veneziani anch'essi calpestando le promesse e i capitoli della Lega, fecero soli accordo con Cesare, e venutane la nuova a Firenze, ove non era sospetto veruno[49], i cittadini commossi gridavano per le piazze e per le strade, la loro essere stata lealtà veneziana[50]; ma questi nuovi ed inaspettati colpi della fortuna, non solo non raffreddarono il proposito di difendersi de' Fiorentini, ma v'aggiunsero anzi l'impeto d'un nuovo sdegno e del nobile orgoglio di bastar soli contro tanti nemici.
Per contrastare all'estremo pericolo si risolsero partiti estremi, e talvolta crudeli, come fu quello circa i beni de' Palleschi.
Vennero creati cinque ufficiali, detti Sindachi de' rubelli, e, vinta una legge che sarebbe lungo riferire minutamente, ma che in sostanza poneva la mani sui loro averi, accordando facoltà di venderli e persino di costringere arbitrariamente i cittadini a farsene compratori, ove non se ne fossero offerti spontaneamente; e, ciò che più ripugna ad ogni giustizia, avendo anche effetto sulle cose passate, e potendosi per essa, render nulli molti anteriori contratti ove paresser fittizj. Legge barbara, è vero: ma, al cospetto della giustizia di Dio, chi parrà più colpevole? il Papa che volea la rovina di Firenze, o' Fiorentini che, ridotti all'ultima disperazione, non avean altra alternativa fuorchè prender questi ingiusti partiti, o perire?
Ed alle insopportabili spese della guerra, neppur bastando codesta provvisione, si dovette presto por mano agli ori ed agli argenti delle chiese e de' privati, i quali con mirabil prontezza portarono il loro vasellame; e le donne le collane, gli smanigli e i giojelli alla Zecca, ove si coniò una nuova moneta del valore di mezzo ducato con suvvi il giglio e le parole S. P. Q. F., e sul rovescio Jesus Rex noster et Deus noster.
Nel donare ai bisogni della patria gli ori e gli argenti, si può pensare se Niccolò rimanesse addietro dagli altri cittadini. Persin l'urnetta che conteneva le ceneri del Savonarola! volle dar anche quella, e le ceneri le raccolse diligentemente e le chiuse in una delle borse di seta e d'oro ch'eran nel corredo di Laudomia, ch'ella offrì volonterosa, e che si collocò nella nicchia ov'era dapprima il cofanetto.
Par infiammar sempre più l'universale, e fargli parer men gravi tanti sagrifizj, s'univano i conforti e le pompe della religione, non restando i frati di S. Marco, il Fojano, ed il Fivizzano più degli altri, di predicare nelle chiese e per le piazze, tenendo i modi, e seguendo lo spirito del Savonarola, e le loro calde ed ispirate parole, rese più valide dalla austerità del costume, che in essi splendeva purissimo, non ebber poca parte nel forte e costante operare del popolo di Firenze, e conoscendo codesti frati quanto possano le cose strane e non aspettate, a commovere la moltitudine, usavano spesso atti teatrali, come fu quello del Fojano, che orando in consiglio, dopo una lunga e concitata diceria, fece comparire uno stendardo sul quale era dipinto da un lato Cristo vittorioso con molti soldati abbattuti a suoi piedi, e dall'altro la croce, e porgendolo al gonfaloniere finì pronunziando le miracolose parole udite già da Costantino, e che gli predicevano la vittoria.
L'impulso dato con questi mezzi a uomini già infiammati di libertà e di gloria, si palesava non solo nelle fazioni ove molti concorrevano a combattere, ma eziandio in onorati fatti di persone private.
Un soldato accortosi un giorno che i nemici facevan cattiva guardia ad una trincera, si mosse solo dalle mura, ed arrampicatosi sul terrapieno della medesima giunse a strappare un'insegna che v'era piantata sull'alto, e fra una grandine d'archibusate potè tornare con essa illeso fra suoi.
Lo spirito de' paladini dell'Ariosto, e de' molti romanzieri di quell'età, appariva trasfuso ne' soldati d'ambe le parti, e partorì disfide e duelli combattuti con tutte le formalità e le pompe cavalleresche. Per un trombetto venuto dal campo, un gentiluomo de' nemici fece offerire agli assediati la battaglia a cavallo, che venne accettata dal capitano Primo da Siena.
Allo scontrarsi, questi ruppe la sua lancia sulla corazza dell'avversario e con un'acuta scheggia del mozzicone rimastogli lo ferì un poco in un braccio; mentre l'altro pose il ferro all'arcione del nemico, e lo passò, benchè fosse ferrato, ma senza suo danno, sfuggendogli per soprappiù la lancia di mano nell'urto, onde fu stimato averne la peggio.
Ma d'assai maggior momento fu il duello tra Lodovico Martelli e Giovanni Bandini, narrato dal Varchi colle più minute circostanze: vorremmo poter trascrivere tutt'intera la descrizione, ma ci trattiene la sua lunghezza[51], ed anco per non parere si voglia ingrossare questo volume di cose già pubblicate.
Il fatto si può tuttavia ridurre in poche parole.
I due giovani sopraddetti, erano stati già un tempo rivali d'amore per la Marietta de' Ricci moglie di Niccolò Benintendi, la quale pareva favorisse il Bandini.
Trovandosi ora questi in campo, gli fu mandato dal rivale un cartello per provargli ch'egli era traditore, poichè armata mano veniva contro la patria. Si scusò il Bandini adducendo, che per visitare gli amici v'era venuto, e non per combattere; ma non ammessa dall'avversario la scusa, si stabilì venire alla prova dell'arme, e dal Bandini, per purgarsi dalla taccia che gli veniva apposta d'esser più astuto che animoso, fu scelto combattere senz'altre arme difensive che una manopola di maglia nella destra, spada e pugnale.
Dante da Castiglione s'aggiunse al Martelli come secondo: e Bertino Aldrovandi[52] al Bandini.
Combatterono a Baroncelli, ove in oggi è il Poggio Imperiale. Dante d'una stoccata nella bocca uccise Bertino. Il Bandini ferì Lodovico sulla fronte, d'onde il sangue che grondava, togliendogli la vista, dovette arrendersi, e portato in Firenze, in breve, molto malcontento della mal sostenuta impresa, uscì di vita.
Volto poi l'animo de' Fiorentini ad operazioni di maggior frutto, nè potendo più Malatesta raffrenare la loro smania d'uscire contro il nemico, ordinò di condurli dove fosse impossibile che facessero gran frutto, e venissero invece esposti ai maggiori pericoli. Ottaviano Signorelli, colle più animose e meglio ordinate bande, uscito di Porta S. Pier Gattolini assaltò le trincere di M. Uliveto, difese da Baracone alla testa delle migliori fanterie di Spagna, mentre da Porta S. Friano, Bartolommeo dal Monte e Ridolfo d'Assisi conducevano altre genti alle spalle degli inimici. Anche in quest'occasione la milizia fiorentina si portò arditissimamente, e morto il capitano spagnuolo sopraddetto, per poco non misero in rotta i migliori soldati che fossero allora in Europa: ma ingrossando sempre più quei del campo per gl'incessanti ajuti di genti fresche, mandate dal principe a riparare le perdite sofferte, convenne alla fine alla milizia ritrarsi, e senza confusione veruna ritornarono in città lasciando gran numero de' loro sul campo, tra i quali Lodovico Macchiavelli, figlio del celebre Niccolò.
Il cattivo esito di questa fazione servì a Malatesta per mostrare che egli non avea il torto quando disapprovava che s'uscisse a combattere, e non fu bastante ad aprir gli occhi a' Fiorentini sui suoi nascosti disegni, chè anzi, mostrando egli grandissimo desiderio di ottenere il grado di capitan generale delle milizie forestiere, del quale avea sin allora esercitato l'ufficio, senza averne espressamente il titolo, la Signoria si risolse contentarlo, non avendo potuto ottenere da Stefano Colonna che per sè medesimo l'accettasse.
In presenza di tutto il popolo radunato in piazza, collocati in ringhiera il Gonfaloniere colla Signoria fu dunque solennemente dato a Malatesta il bastone di capitan generale. In segno di festa s'era inghirlandato il marzocco posto sull'angolo di palazzo, e postagli sul capo una corona d'oro. Ed il prelibato traditore, come il Butini chiama piacevolmente Malatesta, riccamente vestito, e con una medaglia nel berretto, sulla quale era scritto Libertas, disse una sua lunga orazione per ringraziare il popolo, e profferirsi pronto a metter la vita per difendere la sua libertà, con tutte le solite novellate di giuramenti e di promesse, che hanno sempre ingannato e sempre inganneranno la moltitudine.
Mentre questo traditore, conducendo, senza che se n'avvedessero, i fiorentini alla mazza, otteneva cotali onori, altri traditori di più basso stato eran in diversi modi perseguitati e puniti, chè d'ordinario a' meno ribaldi tocca sopportar que' castighi, che i maggiori sanno con più sottile astuzia evitare.
Ad alcuni capitani che si fuggiron di Firenze colle loro bande furon poste addosso di grosse taglie, e contraffatta la loro persona con fantocci di cenci, vennero impiccati per un piede alle forche sul bastione di S. Miniato verso Giramonte alla vista de' nemici, ed un cartello che avevano al collo mostrava in lettere da speziali, scritto il nome di ognuno, per fuggitivo, ladro e traditore.
Andrea del Sarto li dipinse poi sulla facciata della Mercatanzia in Condotta, quantunque desse voce che l'opera fosse di Bernardo del Buda suo discepolo, per non acquistarsi nome di pittore d'impiccati.
Un frate di S. Francesco, Vittorio Franceschi, per soprannome fra Rigolo, morì sulle forche per aver inchiodato artiglierie, e Lorenzo Soderini, fece l'istessa fine, convinto d'essere spia di Baccio Valori.
Intanto la carestia, non ostante le cure e gli sforzi de' rettori, andava sempre crescendo. Dopo aver ne' primi mesi consumato il grano e l'altre biade buone da far pane si cominciò a macinar legumi, e beato chi ne poteva avere.
E basti a dar un'idea de' prezzi cui eran salite le migliori grascie, il dire, che la carne de' cavalli ammazzati nelle scaramucce si vendeva due grossoni la libbra, quella d'asino un carlino, un gatto quaranta soldi, ed un topo un giulio, e finito l'assedio pochi ve ne rimasero.
Sul primo la difficoltà delle vettovaglie non era molta, chè dai contadini n'eran portate in città di continuo, allettati da' grossi guadagni che vi trovavano, ed essendo la città rimasta aperta per molti mesi dalla banda di Fiesole. Ma quando un corpo di Tedeschi ebbe occupato S. Donato in Polverose, tennero cura grandissima che nulla potesse entrare in Firenze, e furon cotanto orribili le torture colle quali straziavano que' poveri contadini che cadeano nelle loro mani, che presto non si trovò più chi fosse tanto ardito da porsi all'impresa. Il Bentivoglio, soldato nel campo imperiale, descrive nella satira seconda (citata anco dal Pignotti) l'atroce fatto d'un povero contadinello che fu colto mentre conduceva a Firenze un asino carico di biada e fieno. Da otto spagnuoli gli vennero al primo recise le parti nascoste, e poi messolo allo spiedo l'arrostiron vivo, a fuoco lento, pillottandolo come s'usa colla cacciagione.
Ma neppur la fame non abbatteva ancora ne' Fiorentini il costante proposito di difendersi, e le nuove che di giorno in giorno venivan giungendo delle frequenti e fortunate imprese del commissario Ferruccio, rendevan anzi questo proposito più fermo che mai. Egli s'era reso padrone di S. Miniato, come aveva promesso, salendo il primo sulle mura, che furon vinte per iscalata: ed essendosi frattanto, ribellati i Volterrani, e datisi al papa, egli fece istanza alla Signoria di venir mandato a sottometterli; premendo d'usar prestezza onde non avesser tempo di sforzare il commissario Bartolo Tebaldi, che, ritiratosi nella rocca, gagliardamente si difendeva.
Abbiam la fortuna di poter offrire al pubblico la lettera propria del Ferruccio alla Signoria, colla quale le rese conto del suo operato in questa occasione.
Alli Dieci della guerra[53].
Noi arrivammo qui alli 20 a ore 21 ed avemmo ad entrare nella fortezza a colpi d'artiglierie; e quando fummo tutti arrivati al ridotto d'essa feci saltar dentro tutte le fanterie e trar la sella a tutti li cavalli, ed ad uno ad uno li messi nella cittadella, faccendo dar ordine subbito a rinfrescarli alquanto, ma non trovai con che, chè a premere tutta la fortezza non vi si trovò più che sei barili di vino con tanto pane che ne toccò un 1/2 per uno e non più, e vi giuro a Dio che se io non aveva avuto avvertenza di far pigliare ad ogni uomo pane per due giorni, e così portar meco due some di sale e 25, o 30 marraioli con picconi ed altre cose che fanno mestiere ad espugnare una Terra, ed una soma di polvere fine da archibusi, che io non ci avrei trovato modo che li vincitori non fussero stati vinti senza combattere. Rinfrescati alquanto li feci metter a battaglia, e feci aprire la porta di verso la Terra ed a bandiere spiegate li assaltai da tre lati, ed in tutti tre trovammo un intoppo di trincee che a volerle passare vi morirono 50, o 60 uomini de' più segnalati che fussero nelle bande fra delle nostre e delle loro; nè si mancò per questo di non passare, e passati li pigliammo insieme con la piazza di S. Agostino, dove avevano fatto il fondamento loro, e quello che ci dette più molestia fu l'essere combattuti da tre bande per aver loro traforato le case di sorte che passavano d'una nell'altra et offendevano senza poter essere offesi. Le forze de' nemici fecero alquanto temere le nostre fanterie, per esser due mezzi cannoni a ridosso di quelle trincee su detta piazza, e spararono due volte per uno con qualche danno nostro. Vedendo io con gli occhi questo, fui forzato di fare di quelle cose che non era l'offizio mio, e così imbracciai una rotella, dando coltellate a tutti quelli che tornavano indietro. Finalmente saltai su quel riparo con una testa di cavalli leggeri armati di tutt'arme, con una picca in mano per uno, insieme con parecchie lance spezzate che io ho appresso di me, et insignoritosi del riparo cominciarno a pugnare innanzi, e guadagnammo la piazza con l'artiglierie et con grande occisione di loro togliendo loro due insegne, et vi morì un capitano, et così ci volgemmo a combattere casa per casa tanto che c'insignorimmo del tutto. Assalicci la notte nè si potè andare più innanti, ed eravamo in modo stracchi che nessun fante poteva stare in piè. Feci tirare quelle artiglierie che avevamo lor tolto, sotto la fortezza, et mettervi le sentinelle, et lasciai a guardia della piazza il sig. Cammillo con tre altri capitani, e così ci stemmo sino a questa mattina, dove di nuovo riordinai le genti et le messi in battaglia per dare l'assalto. Trovammo che avevan fatto tutta notte bastioni et attraversate le strade con certi pezzi d'artiglieria grossa, nè per questo si temeva, che andava alla volta loro. Impauriti d'aver perduto parte della terra et vedendo tanti morti per le strade, e d'esser fuggiti quelli tanti tristarelli che ci erano Fiorentini con il gran Ruberto Acciaioli padre di tutti, accennarono di voler parlamentare, e così detti la fede al Commissario Taddeo Guiducci, et se altri della Terra venissino parlare con me volendomi domandare quello che io desiderassi. Risposi loro che volevo la terra per li miei Signori o per forza o per amore, et che volevo che fusse rimesso nel petto mio quel bene et quel male che avevasi a fare alli Volterrani; et loro mi chiesero tempo di due ore per poter far consiglio con gli uomini della Terra, et che verrebbono con pieno mandato. Non lo volsi fare perchè vedevo che mi volevan tenere a bada fino a tanto che il soccorso che era per via comparisse. Detti lor tempo sinchè tornassero loro dentro le trincere, con far loro intendere che se fra una mezz'ora non tornavano con risoluzione di quello che avevo loro imposto, che io farei prova di acquistare quel resto con l'arme in mano come ho fatto sino a qui. Et così se ne andorno et tornarno fra 'l tempo, e di più menarno con loro il capitano Gio. B. Borghesi che era colonnello di tutti li altri capitani. Arrivati a me si buttorno in poter mio, et che li Volterrani si rimettevano in tutto e per tutto in me e nella mia discrezione. Et così li accettai promettendo la fede mia di salvare la vita al commissario et a tutti li fanti pagati, et tanto ho osservato; et subbito li feci passare in ordinanza per mezzo delle bande nostre et metterli fuori della Terra. Et perchè Taddeo Guiducci mi pareva nel tempo che noi siamo di troppa importanza a lasciarlo, l'ho ritenuto appresso di me con animo di non li fare dispiacere nessuno, avendogli data la fede mia, et ancora se l'è guadagnata con fare qualche opera che mi è piaciuta. Onde io prego le SS. VV. che gli voglino perdonare fino a quello che io gli ho promesso, che, come di sopra ho detto, gli detti la fede mia di non lo far morire.
Partiti li soldati imperiali, presi la piazza, e messi a guardia dell'artiglierie tutti li cavalleggeri, et le guardie alle porte, et spartiti li quartieri, che questa volta non furono ne' borghi, feci mandare un bando che ciascheduno Volterrano fusse trovato con l'arme cadesse in pena delle forche. Oggi farò descrizione di esse et ne li priverò del tutto a causa che non possino più adoperarle contro di noi, come questa volta hanno fatto. Anche oggi si farà bando per vedere tutte le portate del frumento, che intendo che ce n'è gran copia, et le farine che ci fussero fatte et altre grane rimetterò nella cittadella con più prestezza che si potrà, et tutte le artiglierie mandate da Andrea Doria, che pare che l'abbin fatto a posta per renderci il contraccambio. Di quelle di Ruberto prese l'artiglierie son due cannoni di libbre 70 di palla per ciascuno et due colubrine che mai veddi le più belle artiglierie et meglio condotte, et 1/2 cannone et un sagro che fanno il numero di sei pezzi grossi con palle 80, con qualche poco di polvere et salnitri; et domani che saremo alli 28 manderò un trombetto alle Pomerance et uno a Monte Catini, et di quello che seguirà per il prossimo li darò avviso.
Quando parrà tempo alle SS. VV. quelle mi daranno un cenno che io cavalchi per la volta di Maremma a liberare Campiglia, Bibbona, Buti et tutto il paese, et se ne caccerà quelli ladroni di strada che vi si trovano accasati, et quando io intenderò la passata di Fabbrizi per la volta di Pisa, non mancherò di mandare quelle forze, che per me si potrà a quella volta; nè mancherò di mandare a Empoli una banda a causa si renda più sicuro, ancorchè si trovi assettato dall'arte che le donne con le rocche lo potrebbono guardare. Nè altro ho che dire, salvo che pregare quelle che mi voglino consentire la sede data al Guiducci, et questo voglio che sia il premio di tante mie fatiche.
15 luglio 1530.
Li nomi di quelli tristarelli usi a sollevare li popoli a partito vinto son questi:
Agnolo di Donato Capponi.
Giuliano Salviati et un certo Giovanni di.... de' Rossi.
Lionardo Buondelmonti fratello del cavaliere, e
Ruberto Acciaioli, padre di tutti.
Sforzati così i Volterrani tornarono sotto il giogo de' Fiorentini; e giogo veramente si potea dire, poichè privati d'ogni libertà, ed anco poco ben trattati, non avean parte veruna alle deliberazioni di Stato. Gl'ingiusti modi tenuti con loro non meno che con Pisa, Pistoja e l'altre città del dominio, impedì che nel comune pericolo essi andassero di buone gambe alla difesa, ed anzi accrebbero l'impaccio, dovendosi impiegare molte forze a tenerle soggette. Tanto è vero che l'oppressione de' deboli genera faville, le quali covano ignote e sprezzate per lunga stagione, ma scoppiano pure alfine in incendio, e consumano l'oppressore.
Di questa verità Firenze ne offerì un tristo esempio, nè la giusta ammirazione che c'ispira la sua ultima difesa, c'impedirà di riconoscer le colpe e gli errori che contribuirono alla sua rovina. Si crederebbe, che fra gli uomini di stato d'allora correva questa sentenza: Pisa si dee tener colle fortezze e Pistoja colle parti? Si crederebbe, che la crudele astuzia di attizzare gli odj, pei quali le parti Cancelliera e Panciatica, empievan di sangue il piano e la montagna di Pistoja, si potesse chiamare ragion di stato? e si credesse accorto non solo ma lecito ed onorevole l'usarla? Se in questo furono accorti i Fiorentini, il fatto lo mostrava all'ultimo dell'assedio, quando, se Ferruccio fosse potuto giungere sotto le mura di Firenze, era quasi impossibile non la salvasse: ma egli, parte ingannato, parte persuaso dal capitan Melocchi di S. Marcello che pensava a distruggere i Panciatichi suoi nemici più che a liberar Firenze, si trattenne tanto, che potè in mal punto essere assaltato e rotto, come vedremo, dagli imperiali. Ecco qual frutto colsero i Fiorentini di sì loro sottile ed accorta ragion di stato!
CAPITOLO XXVI.
L'allegrezza sparsasi in Firenze per la sottomissione di Volterra venne presto turbata dalla perdita d'Empoli, chè lasciato dal Ferruccio a guardia di Andrea Giugni e Piero Orlandini, per la costoro viltà venne espugnato e mandato a sacco dagl'imperiali. Condotta a fine quest'impresa, si drizzarono a Volterra guidati dal marchese del Vasto da Inigo Sarmiento ed altri capi, e riunitisi a Fabrizio Maramaldo, strinsero la terra con furore sperando ritoglierla al Ferruccio, che senza punto smarrirsi per le soverchianti forze degl'inimici, o pei sospetti de' cittadini di dentro, si difese francamente sempre, tantochè alla fine, dopo molta uccisione, disperatisi dell'impresa, se ne levarono.
Allora si vide come il cuore d'un uomo solo basta talvolta, a guisa di favilla che cada su un ammasso di polvere, ad accenderne mille. I fiorentini infiammati dalle rapide ed ardite imprese del Ferruccio (quantunque un nuovo e più terribil nemico si fosse aggiunto a' loro danni, e la peste scopertasi nel monastero di S. Agata cominciasse a serpeggiare per la città) risolsero non pertanto d'uscir di nuovo contro i tedeschi, che sotto il conte Lodovico di Lodrone alloggiavano in S. Donato in Polverose.
Ripugnando ed opponendosi, come il solito, Malatesta, che non acconsentì se non quando conobbe esser egli solo contro l'opinione dell'universale, venne stabilita quest'impresa ed ordinato s'eseguisse a modo d'incamiciata.
Uscì Stefano Colonna per la porta di Faenza con duemila fanti armati di picche e partigianoni: per porta al Prato Pasquino, Corso col suo colonnello per la porticciuola, Maìatesta lungo la riva d' Arno con 1500 fanti acciocchè i nemici dal campo non potessero, guazzando il fiume, venire ad offendere a tergo gli assalitori.
Mancavano due ore a giorno, e pel caldo grande erano i nemici immersi nel sonno. Fattosi avanti Pasquino più presto che non volea l'ordine dato, si risentirono le guardie della prima trincera, e levarono il rumore, che udito dal sig. Stefano lo fecero correre all'assalto. Superato ogni ostacolo, e cacciandosi innanzi i tedeschi, che sbalorditi e sonnacchiosi disordinatamente si difendevano, ajutando lo spavento e la confusione gran quantità di trombe da fuoco, che Giovanni da Torino gettava fra loro, giunse colle sue bande ad assaltare il monastero.
Il conte di Lodrone aveva intanto raccolto un nodo di duemila tedeschi, che colle picche spianate attendevano a difendersi da' furiosi assalti d'Ivo Biliotti (il quale a dir del Varchi, abbassando il capo com'era suo costume, si gettava contro i nemici gridando ai suoi «su, valentuomini, mescoliamci!») e degli altri capitani e giovani fiorentini, che con tanto disperato furore combatterono quella notte da esserne rimasta poi lunga ed alta meraviglia fra quelle vecchie ed agguerrite bande, che mal potevano resistere a tanta furia. Mentre colla peggio de' lanzi durava ostinata la battaglia, s'era fatto giorno; ed uditosi il romore nel campo del principe, egli aveva spinto una grossa banda di cavalli in ajuto de' suoi, e dove era ufficio di Malatesta combatterli e ributtarli al guado del fiume, la qual cosa, ogni poco che impedisse il soccorso, avrebbe data vinta l'impresa ai Fiorentini, egli invece, da quel traditore ch'egli era, si ritrasse dentro le mura, e mandò ordinando al sig. Stefano di sonare a raccolta.
Dovettero le milizie, così vilmente abbandonate, ubbidire al comando per non venir tolte in mezzo, e volgendo pur sempre il viso al nemico, che poco avea in animo di molestarle, si ridussero ordinate dentro le porte; e parte avvedendosi alfine dei disegni di Malatesta, si cominciò tra popoli a bisbigliare di tradimento, ed a sospettare del fatto suo.
Ma l'avvedersi ed il voler ora riparare era tardo. Malatesta, antiveggendo di lunga mano la possibilità di venir sospettato ed anco scoperto, s'era governato in modo che l'evento non lo cogliesse nè sprovveduto nè disarmato. Conversando co' più reputati cittadini aveva saputo guadagnarseli, qualunque fosse la loro opinione circa lo stato, «ed ai popolani (usiamo le parole del Busini) dicea della libertà; ai malcontenti, del papa; agli ambiziosi, biasimava questi e quelli, e lodava uno stato di pochi ec.» con siffatte arti essendogli riuscito persuadere ad ogni setta di cittadini ch'egli teneva per essa, non gli mancava mai chi lo difendesse dalle accuse che gli si apponevano nell'universale, come non mancarono alla fine cittadini più ingannati che colpevoli, i quali l'ajutassero a compiere lo scellerato suo tradimento.
Di più, cominciando ad avvedersi che la Signoria dubitava della sua fede, s'era levato dal palazzo Serristori, ed alloggiato invece in casa i Bini[54], sotto colore d'esser più a portata pei bisogni dell'assedio, ma in effetto, per aver più vicina la porta Romana, la di cui torre ben armata e provvista, era in mano d'uomini suoi, e potea servirgli ad un serra serra, come di fatto gli servì. Egli non si lasciò più vedere gran fatto fuori di casa, e quando usciva era bene accompagnato, facendo soprappiù tener bonissima guardia giorno e notte intorno al suo alloggiamento, e, chiamato in Palagio, o non vi volle andare, o se qualche volta v'andò, fece pigliar il portone e le scale da gran numero di suoi soldati, temendo, com'egli diceva, di non fare il salto di Balduccio d'Anghiari[55].
Rassicurato così dal timore di poter essere oppresso, e parendogli oramai preparate le cose, e matura l'occasione, si dispose con nuove frodi a coglierne il frutto. Il Ferruccio, che da Volterra, per la Maremma, s'era condotto a Pisa, e nel quale stava oramai riposta l'ultima speranza della repubblica, avea avuto l'ordine di condursi a Firenze, e non par da dubitare, che ove egli avesse assaltato il campo imperiale nel tempo stesso che le milizie l'affrontassero di verso la città, non fosse riuscito risolvere finalmente l'assedio.
Malatesta, che più di tutti tenea per ferma la riuscita di cotale impresa, ordinò, pel mezzo d'un suo fidato ribaldo, detto Cencio guercio, di abboccarsi segretamente di notte col principe d'Orange sotto le mura fuor di porta Romana, e quali pratiche tenesser fra loro non si seppe mai, ma pare probabile, che il traditore dando notizia al principe della mossa del Ferruccio, gli promettesse di non far atto nessuno contro il campo, mentr'egli fosse andato ad incontrare il commissario, e di cotal promessa gli desse una polizza scritta di sua mano. Il fatto sta che la polizza fu poi trovata in petto al cadavere del principe morto pochi giorni dopo.
Il disegno di Mala testa ebbe pienissimo effetto, e nella rotta di Gavinana, avvenuta poco appresso, l'Orange ed il Ferruccio rimaser morti e svanì l'ultima speranza di salute che rimanesse ai Fiorentini. Il seguito di quest'istoria ci offrirà l'occasione di ritornare sui particolari di quella memorabil giornata, ma prima dobbiam ritrovare gli attori del nostro racconto, che la storia de' pubblici avvenimenti narrati sin qui, ci conduce ad un'epoca ove i casi della famiglia de' Lapi, principale scopo del nostro lavoro, ci pajon meritevoli d'una qualche attenzione.
La sera de' 4 d'agosto era in Firenze un'afa grandissima e l'aria inerte ed infocata appariva ottenebrata e densa per una caligine rossiccia e polverosa che opprimeva il respiro. La spera del sole lambendo l'orizzonte si mostrava purpurea e dilatata pe' frapposti vapori, e le cime soltanto degli edifizj ne venivan colorite d'una tinta spenta e sanguigna. Tra le quattro massicce colonne che l'animoso ingegno d'Arnolfo di Lapo seppe collocare sulla torre di Palagio, a reggerne il castello, si vide a un tratto la campana grossa del consiglio sulla quale erano in giro scolpite quelle parole: Mentem sanctam, spontaneam ad Dei gloriam, et patriae liberationem (habeto) scuotersi, dondolar lenta, e poscia mostrando la vasta bocca agitarsi più rapida finchè il grave battaglio percosse il primo colpo nella parete di bronzo, ed una vibrazione sonora e prolungata si sparse per l'aria seguita da altre mille; chè oramai si suonava a distesa. Questo suono, che da secoli, ed in tante fortune della città, avea chiamati i cittadini a trattar dell'onor o de' pericoli della patria, s'udiva questa volta per l'occasione più dolorosa e tremenda che avesse mai minacciato lo stato.
Era giunta in Palagio la nuova della rotta di Gavinana, e della morte del Ferruccio; di quello che i Piagnoni chiamavano il nuovo Gedeone, e col quale era spenta ogni speranza di soccorsi di fuori. I volti de' cittadini calcati in piazza e per le strade che vi mettono, anneriti dal sole e dal fumo di tante battaglie, solcati di cicatrici, ridotti per la farne e gli stenti in forma di teschi ricoperti d'una pelle aggrinzita, erano impressi d'un lutto profondo, disperato, ma indomito e feroce. Dopo tanto combattere, tante vittorie, tante pericolose e pur felici fazioni, al punto di coglierne il frutto, al punto che ognuno s'aspettava udire: «Il commissario è comparso... egli assalta il nemico... egli combatte.... ha vinto.... egli entra per la porta di Faenza....eccolo... siam salvi! Ed invece udir le terribili parole: l'esercito è disfatto ed esso ucciso!» pareva persino impossibile a molti! chè vi son tali vite tanto venerate e gloriose, che non si stima possa una palla o una spada osar di troncarle! Eppure il fatto era certo, la sentenza irrevocabile; l'idea sott'intesa spesso, ma che sempre ed in ogni occasione serviva d'ultimo rifugio alle vacillanti speranze, il pensare, «Ferruccio è vivo!» Questa idea, questo pensiero era a un tratto dovuto uscir d'ogni petto, lasciandovi in sua vece la tremenda certezza d'una rovina imminente ed irreparabile. In che di fatti potea più sperare quel misero assassinato popolo, stretto di fuori dalla soperchiante potenza di Carlo V e del papa, abbandonato da tutti, e travagliato di dentro dalla fame, dalla peste e dal tradimento? Come reggere a più lunghe fatiche, al languire delle mogli, de' vecchi, dei figliuoli? Come risolversi ad incontrar nuovi pericoli, a protrarre la lunga ed inutile agonia, che certissimamente si sapeva dover riuscire a pessimo fine. Quale potrebbe essere la risoluzione del popolo più generoso, più sofferente, più ardito in cotal estremo, se non quella di cedere alla necessità ed arrendersi?
Quale fu la risoluzione de' Fiorentini, quale il grido che si levò nell'universale? Difendersi, e sempre difendersi.
Sulla piazza di Palagio, che ancor conservava allora la sua augusta ed antica semplicità, e non era ornata, come oggi, dalla fontana dell'Ammannato, nè dai gruppi di Cellini e di Gian Bologna, s'agitava la turba del popolo, composta d'uomini d'ogni età e d'ogni stato, di vecchi, di soldati e capitani forestieri, d'adolescenti, di frati, di giovani della milizia, quasi tutti più o meno armati, e la fatal nuova narrata in cento modi, con cento commenti diversi, era in bocca d'ognuno, e ne sorgeva un ronzìo cupo e pauroso, interrotto tratto tratto da qualche voce più alta, ora di preghiera, ora d'imprecazione o di bestemmia; e, com'accade tra la moltitudine in siffatte occasioni, si formavan cerchietti intorno a quelli che avean più pronto ed efficace il dire, e se varii erano i rimedi, i modi proposti, il fine era sempre lo stesso: combattere e difendersi.
Sotto la tettoja de' Pisani, dirimpetto alla Ringhiera, era più che altrove, accalcata la folla, più riverente l'attenzione, e non turbato il silenzio; e dal centro di quel nodo di popolo sorgeva di tutto il capo l'alta e venerabil presenza di Niccolò, che colla mano in alto, e movendo in giro lo sguardo sicuro, diceva:
--Sì, popolo mio, l'esercito è disfatto.... messer Francesco è morto... E che perciò?.... Oh! sta a vedere che il braccio di Dio si sarà raccorciato, che la sua mano avrà perduta ogni forza per la morte d'un uomo!.... Sta a vedere che l'Onnipotente sarà ora in impaccio a trovar modo d'ajutarci? che gli dorrà d'essersi troppo impegnato, d'averci troppo promesso!.... Ah, di poca fede!... (esclamava più alto) di poca fede! Chi muove, chi fuga, o dà vittoria agli eserciti se non Iddio? e quand'egli vi rimane, quand'egli per bocca del suo profeta v'ha giurato di star per voi, di salvarvi, vi turba il fallito soccorso di poche braccia?.... Sappiatemi dire di quante ebbe mestieri Iddio per ammazzar Sennacherib ed il suo esercito? Di quante per salvar Betulia? Speravate negli uomini; conoscete una volta che in Lui, in Lui solo dovete sperare, che ha promesso difendervi, che ha promesso (lo sappiam pur tutti) di mandar persino i suoi angioli a combatter per voi[56]. Vi voleva l'estremo pericolo affinchè più chiara apparisse la sua gloria!.... Il pericolo è giunto, è immenso.... A terra le fronti dunque (ed egli, e tutto il popolo cadde in ginocchio) Iddio, gridiamo tutti, Iddio! Cristo re nostro, in te solo oramai confidiamo! a te sta ora il confondere i tuoi nemici, onde non dicano con ischerno «Ecco come gli ajuta il loro Dio!» A noi sta il combattere, ed il morire, se morire sarà mestieri!... su dunque, esclamò rialzandosi, su dunque, all'armi, alla battaglia, e giuriam tutti di morire mille volte prima che arrenderci una!--
Durante questa parlata, chi levava le mani in alto in atto di preghiera, chi si batteva il petto, chi fremeva, chi singhiozzava, e all'ultime parole del vecchio scoppiò, come il tuono, un urlo feroce, discordante, di mille voci, che in mille modi ripetevano il proposto giuramento, ed a quel grido così alto ed improvviso tenea poi dietro un cupo e lungo mormorìo pieno di concitate parole, di minacce, di strane e tremende proposte, e molte voci s'udivano scagliarsi qua e là esclamando: Ah, traditor Malatesta! e pareva appunto quel brontolar sordo e lontano che s'ode fra monti dopo il primo scoppio del tuono. Questa scena, che accadeva qui sotto la loggia de' Pisani, intorno a Niccolò, si ripeteva uguale in altre parti della piazza, ove qua e là da molti frati di S. Marco, e dal Fojano e dal Fivizzano più di tutti, si arringava coll'impeto e col proposito stesso, onde a seconda del dire di codesti popolari oratori, non appena finiva il grido e lo schiamazzo in un lato, che cominciava in un altro.
Crebbe poi l'agitazione, se era pur possibile che crescesse, per questo fortuito accidente: un povero fanciullo del popolo minuto, il quale, come si seppe di poi, da più mesi era rimasto abbandonato, senza ricovero nessuno, essendogli morto in battaglia il padre, lanajolo, e la madre di fame, avea notato, stretto dalla necessità, un luogo sul lato del Palazzo verso la dogana ove sboccava a fior di terra un acquajo che veniva di su dalle cucine della Signoria, e per esser così un poco fesso il condotto, il misero fanciullo s'era accorto di certe erbe che colle lavature delle stoviglie cadevano per quel canale, ed ingegnandosi di dilatare la rottura, poi ricopertala alla meglio onde altri non se n'avvedesse e non gli rapisse quel suo solo ed ultimo bene, veniva qui sulla sera ogni giorno, e trovava, fermata in certe cannucce che avea disposte in traverso del condotto, una piccola quantità di bucce di frutta, d'ossicini, di legumi e d'altre immondezze, colle quali sosteneva la sua povera vita. Questa sera v'era venuto come il solito, tutto sfinito, chè al povero fanciullo quel tristo pasto bastava appena appena per non morire, ma reggendosi a' muri pure v'era venuto. Ma quel giorno, in Palagio, pel sottosopra della nuova arrivata, o non s'era pensato a desinare nè a cena, o, comunque fosse, per quell'acquajo non era stata buttata cosa veruna, ed il povero sventurato orfanello, che appena avea più un soffio di vita, non trovò nulla, e caduto boccone presso l'acquajo diede in un pianger basso e fioco; nè trovato altro modo d'ajutarsi, cavando lungo il muro coll'ugne, ne strappava pochi fili di gramigna che vi crescevano, tutti arsicci, e se li cacciava in bocca, e mentre si sforzava colle indebolite mascelle di masticarli, fu visto cader sul fianco, stirare un momento le consunte membra, e rimaner immobile.
Notato l'atto da alcuni per caso, gli si fecero accosto, vollero sollevarlo da terra, e trovarono che era morto; e da un frate che s'imbattè costì fu portato via per mezzo la piazza, mentre appunto per le parole di Niccolò e degli altri era il popolo più infiammato, e gli animi più commossi. Il pietoso spettacolo di quel morticino portato in collo a quel modo, colle braccia e le gambe spenzolate, la testa arrovesciata, le labbra livide ed imbrattate dai succhi verdi di quell'erbe, che ancor teneva strette tra denti serrati dall'ultima convulsione, scosse i cuori di que' poveri popolani, che in quell'infelice vedevan raffigurata la sorte de' loro figliuoli, e di loro stessi.
--Se s'ha a morire a quel modo, gridavano alcuni, moriam piuttosto d'archibusate!--Ah cane! Ah rinnegato Chimenti!, diceva un altro, ah! traditore, assassino della tua patria!....--E Bindo, che si trovava fra costoro, diceva adirato:
--Ma ditelo voi: di tante volte che siam usciti contro i nemici, fummo vinti, ributtati una sola? Non tornammo sempre in Firenze perchè così ci parve di fare, o (per esser più veri) per difetto di quel traditore di Malatesta? Eh! gridiamo tutti che si vuoi uscire a combattere, mettiamoci d'accordo noi, e converrà bene che i signori su in Palazzo s'accordino anch'essi al nostro volere.--
Per queste parole, e per tante cause riunite, sempre più si faceva terribile ed alto il tumulto e le grida del popolo che chiedeva battaglia, e molti, spingendosi su per le scalere che sorgono sotto la ringhiera ed il portone di Palagio, mostravano voler far forza alla guardia, per entrare e turbar le deliberazioni della pratica radunata. Si potea scorger da lontano l'onda della turba che si sollevava da un lato, e l'agitarsi disordinato delle picche de' soldati che s'ingegnavano raffrenarla: ma a rimettere un po' d'ordine in questa confusione corse a un tratto tra la folla la voce, che era vinto il partito d'assaltare le trincere. A questa nuova si levaron mille grida di viva i Signori!--Viva il marzocco! E nel modo istesso che in mare al cader del vento, cade presto, ma non subito, la superbia del flutto, così, ancora per breve spazio durò il frastuono e l'agitazione, ma poi a poco a poco, anco per esser oramai notte chiusa, si venne diradando la folla, scemaron le grida e il susurro, e movendosi allegri i cittadini, pieni di nuova speranza, tornaron alle loro case, lasciando la piazza muta e deserta.
Insieme cogli altri, e misto tra quelli che venivan per Vacchereccia e Mercatonovo, camminava anche Troilo, tirando verso Ponte Vecchio. Dacchè non ci siam più occupati de' fatti suoi, egli s'era occupato anche troppo della scellerata bisogna per la quale era venuto in Firenze, e vendutosi a Baccio Valori, quantunque sul primo si portasse assai rimessamente e di malavoglia, come accennammo, parte per un resto di ripugnanza a totali ribalderie, parte per trovarsi affastidito della vita che gli conveniva menare, avea poi a poco a poco, calpestando ogni scrupolo, saputo guadagnar benissimo il prezzo del suo tradimento.
Dal tetto della casa de' Nobili, quando l'occasione lo richiedeva, veniva facendo cenni a quelli del campo con panni e biancherie, di giorno, e con lumi la notte: avea tenuto mano ad una segreta corrispondenza tra Baccio e Malatesta, e portava le lettere in una balestriera fuor di porta a S. Gallo, ove un messo del campo di notte segretamente veniva per esse. Instrutto da Malatesta, chè oramai si fidava di lui interamente, s'era addimesticato coi giovani della milizia, e con quelli spezialmente che appartenendo alla setta di Niccolò Capponi, ed essendo de' grandi, concorrevano bensì col resto del popolo alla difesa, ma nutrendo sempre in cuore l'antica gelosia contro la plebe, e mantenendo il sospetto non venisse il reggimento a cadere unicamente nelle sue mani, offrivan appiglio a chi si volesse staccare dal comune interesse, come di fatti avvenne.
Troilo, senza scoprirsi, e mostrandosi anzi acceso più degli altri per la parte Piagnona, avea però saputo con grand'arte seminar tra loro di quelle parole che inveleniscon gli animi più sollevati, e li spingon destramente verso que' propositi che non s'oserebbe esprimere allo scoperto. Mostrandosi pensoso, sopra ogni cosa, del bene della città, diceva talvolta, stando sopra di sè e sospirando: «Si vincerà, si scioglierà l'assedio, non v'ha dubbio nessuno, ma poi?...» e qui una reticenza, ed a chi lo stimolava si spiegasse, aggiungeva con voce grave «poi... faccia Iddio che questo popolo non si levi in troppa superbia, non voglia cose disoneste.... non abusi della vittoria.»
Con queste ed altre somiglianti insinuazioni, ed anco per esser egli gentiluomo, era venuto in grazia de' grandi, e coll'arti medesime appropriate ai diversi umori che dividevano i cittadini, era generalmente ben veduto, ed avuto in grande stima da tutti, e Niccolò stesso, malgrado la sua vecchia esperienza, e non ostante gli antichi sospetti, s'era ora del tutto rassicurato sul fatto suo, ed interamente si riposava sulla sua fede.
Trovatosi Troilo in piazza questa sera tra il popolo avea fatto come gli altri; gridato, urlato, Battutosi il petto come il più arrabbiato Piagnone, ma insieme era venuto attentamente notando gli atti ed i visi di quelli fra i cittadini che sembrava partecipassero a que' furori, più per non cader in sospetto del popolo che perchè tale fosse realmente la loro opinione, e quando la turba si cominciava a sciogliere, avendo veduto un cerchiello di giovani fermati un po' in disparte sotto la loggia dell'Orgagna, fra quali era il Morticino, Alamanno de' Pazzi, Daniele degli Alberti, Giannozzo de' Nerli e molti altri de' primi di Firenze, ch'eran di quegli appunto ch'egli andava sobillando, s'era accostato a loro, e dopo molti ragionamenti coi quali magnificava l'ardito proposito d'andare a combattere, e si protestava pronto a morir mille volte per la libertà, faceva poi intendere destramente che maggior gloria sarebbe stata a' grandi l'abbracciar questo partito, che ai popolani: poichè vincendosi lo stato rimaneva in balìa de' popolani, e perdendosi, o i nemici, espugnata la città, l'avrebber posta a sacco, ed i ricchi perdean più de' poveri; o si veniva agli accordi, ed ai ricchi sarebbe toccato pagar le taglie che senza dubbio verrebbon poste a' cittadini per punire una troppo ostinata e pazza difesa, onde a ogni modo i grandi ci perdevano, ed il popolo ci veniva ad acquistare: e finiva dicendo: «Tanto maggior virtù sarà per voi il combattere!»
Ma quei giovani, conoscendo ch'egli diceva il vero, ed a fronte del danno, poco curandosi di tanta virtù, stavano ingrugnati senza rispondere, e Troilo in cuore godeva, vedendo così ben riuscirgli le sue malizie.
Questi suoi aggiramenti furon molti più che non si scrivono, bastandoci aver accennato quali fossero il suo animo e le sue frodi.
Uscito egli dunque di piazza, e venuto al Ponte Vecchio, che già era notte, si condusse al palazzo di Malatesta. Le bocche delle vicine strade, e quella di Via Maggiore, di dove era venuto, eran prese dalle guardie, che riconosciutolo lo lasciaron passare, e, giunto al portone, che trovò chiuso e guardato da molti soldati, fu messo dentro, e s'avviò per cercare di maestro Barlaam, che soleva segretamente introdurlo da Malatesta.
Attraversando il cortile illuminato da molte torce vide nel lato, in fondo, e collocato in modo che dal portone aperto potesse vedersi anco da chi passava in istrada, vide, dico, un asino sparato, ed appiccato pei piè di dietro, come s'usa de' vitelli e de' manzi ne' macelli.
Con questa vista voleva Malatesta dar ad intendere al popolo ch'egli pativa non men degli altri gli stenti di quell'assedio, e si cibava di quella vil carne: se ciò fosse vero lo vedremo tra poco.
Nel nuovo alloggiamento del capitan generale, maestro Barlaam s'era allogato alla meglio, ed in modo però d'esser sempre, per certi bugigattoli segreti, a portata del suo signore. Anche qui le sue camere eran terrene, ma non avendovi per la sua officina quelle comodità che gli offeriva il palazzo Serristori, era ancora colle sue robe per aria, ammucchiate in disordine negli angoli della camera che occupava.
Entratovi Troilo lo trovò che attendeva a dar loro sesto, ed in questa bisogna lo veniva ajutando Selvaggia. Lo salutarono ambedue, come s'usa con chi da un pezzo è di casa. Da quando lasciammo Selvaggia sulla strada d'Empoli erano scorsi di molti mesi, come sa il lettore, ed in questo frattempo, quantunque non le fosse avvenuta cosa d'importanza, è però bene, a maggior chiarezza di quest'istoria, diciamo di lei quattro parole.
Maestro Barlaam vedutala ricomparire così tosto, e quando meno l'aspettava, chè essa era venuta difilato a scavalcare da lui, s'era molto maravigliato, e mentre stava in sospetto non venisse costei a tempestarlo con nuove richieste e nuovi furori, fu rassicurato tosto da essa, che gli disse risolutamente aver ormai mutato d'animo, pensieri e desiderj; aver scoperto finalmente quanto poco meritasse il suo amore quello sciaurato pel quale avea durate tante fatiche, e tanto sofferto: narrò come l'avesse trattata, e quali parole di scherno avesse dovuto sentire, e giurando di volersi a ogni modo vendicare, profferiva al padre di volerlo servire d'or innanzi in ogni cosa, e non ubbidir se non lui, purchè l'ajutasse ad ottenere questa tanto desiderata vendetta. Mostrandosi poi nei modi non più altiera e feroce come prima, ma docile e dimessa, come colei che era a un tratto caduta d'ogni speranza; e considerando il maestro, che un animo sicuro come il suo poteva però talvolta venirgli molto a proposito pe' suoi fini, l'accolse benignamente, e le disse, che era molto contento si fosse messa sulla via ragionevole, e quanto al vendicarsi, ch'ella gli desse campo a pensare, e lasciasse capitar l'occasione, e poi forse farebbe in modo ch'ella rimanesse contenta. Senza voler dir altro, nè fidandosi ancora del suo giudizio, la venne intrattenendo, finchè trovatala sempre uguale a sè stessa, e sempre più accesa nel volersi vendicare di Lamberto, un giorno le svelò, ridendo, tutte le pappolate che le avea date ad intendere quella prima sera che s'era trovata con Troilo e messer Benedetto, de' quali, dicendole ora i veri nomi e lo stato, soggiunse: che non gliene volle dire allora, per sospetto, che trovandosi essa con Lamberto non gli rivelasse ogni cosa.
Avendo essa poi varie volte occasione di trovarsi con Troilo, ed affiatandosi seco, a poco a poco erano spesse volte venuti sul discorso di Lamberto, e mostrando Selvaggia passione grandissima nel parlar di costui e non minor desiderio di fargli dispiacere, Troilo, visto che la cosa faceva per lui, avea soffiato in questo fuoco, pensando che nessuno al mondo avrebbe potuto tenergli il fermo, ed ajutarlo ne' suoi disegni, quanto questa cotanto offesa ed adirata donna. Ed avendo da essa, e parte dal padre, avuto notizia della sua vita passata, e conosciuta la sua arrischiata e terribil natura, rimase persuaso che in cuore di siffatta tempra l'odio e la sete di vendetta per l'amor vilipeso dovean produrre effetti sicuri e tremendi, e che nel suo disegno di toglier Laudomia a Lamberto non potea trovare ausiliario che più efficacemente di lei lo soccorresse.
Non sapeva ancora, a dir il vero, in che l'avrebbe potuta adoprare; ma prevedendo in nube il fin dell'assedio, ed il momento in cui la casata de' Lapi si troverebbe oppressa cogli altri popolani, pensava: «Capiterà bene una qualche occasione! e fra due anime, come Selvaggia ed io, che vogliam risolutamente la cosa stessa, sarà gran che, se non ci vien fatta!»
--Presto, presto, maestro, disse dunque Troilo entrando e senza risponder al saluto, conducetemi dal sig. Malatesta, chè si sta mettendo di gran carne a bollire, e qui non è tempo da perdere!--
Barlaam gli s'avviò innanzi e, mentre Troilo usciva con esso, diceva, volto a Selvaggia:
--Sta di buona voglia anche tu, chè se egli non ha voluto far alle braccia con qualche archibusata, dovrebbe star poco a comparire il nostro messer, e allora a noi, n'avremo ognun la sua parte.--
E via senz'aspettar risposta.
Trovò Malatesta in un suo salotto appartato, ed avea finito di cenare allora allora; era ancora seduto a tavola, avendo dinanzi in certi piattelli gli avanzi della vivanda, che alle ossa appariva essere stata composta di capponi ed uccellami, e non d'asino. Appoggiato col gomito al bracciolo del seggiolone e stuzzicandosi i denti, tenea bassa la fronte, ed il lume della lucerna che ardeva in mezzo alla mensa gli percuoteva sulla cotenna tirata e scolorita del cranio, che rifletteva quel raggio come fosse d'avorio ingiallito.
Gli sedevan di contro messer Benedetto de' Nobili, e Baccio Valori, che molte volte, durante l'assedio, con grandissimo suo disagio e pericolo era venuto segretamente a visitarlo[57]. Tutti e tre alzarono il viso verso Troilo, che aspettavano con grande impazienza, per udire che novità vi fosse; e Malatesta, che volea parer d'animo sicuro, quantunque gli errasse sulla fronte e nella guardatura un sospetto inquieto, e non senza qualche spavento, disse, sforzandosi di sorridere:
--Che tu sii il ben venuto!.... Orsù, e che ne dicono i Piagnoni del loro Gedeone?--
--Dicono.... dicono.... (rispose Troilo scrollando il capo coll'atto che significa «non è tempo da motteggi») Dicono ch'e' faranno senz'esso..... ed hanno il diavolo addosso più che mai.--
--E con esso si stieno, rispose Malatesta, alzando le spalle con disprezzo. A buoni conti questa mosca dal naso ce la siam saputa cacciare. E in piazza, che si fa?
--In piazza e stato l'inferno, e ancora mi duol l'ugola pel grand'urlare,.... chè a far il Piagnone ci vuol canna e polmoni.... ve lo dico io!.... In somma, il nostro vecchione, ed i frati, e'l Fojano, e tutti, a predicare, e dagli! a chi più ne diceva, chè non avrebber voluto Fra Girolamo per ragazzo. E il popolo era com'andasse a nozze: schiamazzi, urli, battersi il petto; e la conclusione è stata: che se non si spargeva la voce che in Palagio era vinto il partito di uscir a combattere, io credo che que' diavoli tagliavan a pezzi la Signoria.
--Ed ora?--
--Ora tutti a casa a prepararsi per la festa di domani.--
--Oh, oh! il marzocco arriccia il pelo da maladetto senno questa volta! E se a me non piacesse l'uscire?--
--Farebbon qualche diavoleto, ho paura, e vorrebbero sforzarvi.--
--E s'io chiedessi licenza, e li lasciassi ingegnarsi da loro, con quest'esercito addosso, che non pensa e non sogna altro che sacco?--
--Al modo come sono infiammati, e come gli ho veduti stasera, io non vorrei giurare che v'avessero a lasciar finir la parola, e pensassero i fatti loro farseli da se.--
--Quando fosse così, vedremmo un bel gioco, alla croce di Dio!--
E l'occhio del traditore lampeggiò di quella rabbia diabolica che accende uno scellerato se scorga possibile il perdere in un punto il frutto di lunghe frodi.
Baccio allora, che non avea il capo a far il bravo, e stava con una vecchia paura addosso che non tentava dissimulare, diceva:
--Ma e gli altri, e la setta di Niccolò[58] che fanno? che dicono? E' pare che in Firenze non sian più se non Piagnoni?--
--Che volete che facciano! Fanno come gli altri. Chi avesse voluto dir una parola in contrario, era bravo stasera, e poteva far conto di tornar a casa colle budelle nella berretta. Tuttavia, anche stasera qualche cosa s' è fatta.... via.... rassicuratevi. E s'io non erro, a un serra serra molti gonfaloni tentennerebbero, e molti di questi che hanno le casse molto ben foderate di ducati avrebber caro che non finissero per le mani de' bisogni, e de' lanzi; e perciò terrebbono più presto per gli accordi e pel sig. Malatesta, che vuoi le cose oneste, ed ha promesso loro di molte volte uno stato di pochi, che sarebbe appunto il fatto loro.... Non è egli vero, sig. Malatesta? Io credo che il papa non vorrà farvi parer bugiardo, e sarà contento dar loro uno stato di pochi--E sorridendo con malizia, aggiungeva--Ed anzi, per mostrarsi largo nel mantenere i patti, vorrà che sian pochi fin dove si può giungere, e se a questo modo lo stato finisse in un solo non istarà a guardarla tanto pel sottile.--
CAPITOLO XXVII.
Nessuno de' tre non rispose alle suggestive parole di Troilo; chè quelle vecchie volpi poco si fidavan tra loro, e sapevano che non sempre i padroni vogliono che si parli tanto sicuramente delle loro ribalderie, anche tra quegl'intimi che sono pur incaricati d'eseguirle. Onde Baccio, dando una voltata al discorso, diceva:
--A buon conto, del Ferruccio siam liberi, che potea nuocer tanto... io ho scritto la morte del principe a S. Beatitudine, cui dorrà grandemente, son certo, d'un così valoroso signore; ma dacchè la volontà d'Iddio[59] e le sorti della guerra l'hanno tolto di questa vita.... da quel sant'uomo ch'egli è, comporterà in pace una tanta sventura....--
--Ma non siam ancor liberi d'ogni sospetto,.... sig. Malatesta (disse quasi raccomandandosi), qui è tempo di star desti, ed all'erta.... pensiamo che gli imperiali, ora che il principe, e D. Ferrante, come nuovo capitano, non ha grande autorità, pensiamo, per amor di Dio, non abbia a succedere qualche strano scherzo... che ad ogni poco d'occasione quelle genti potrebbero abbottinarsi a voler dar l'assalto, e dove riuscissero, trattar Firenze, come Roma tre anni sono. E se noi dessimo Firenze saccheggiata a S. Beatitudine, sapete che grado ce n'avrebbe.... E potrebbe anco avvenire che l'esercito ributtato dalle mura si risolvesse e s'andasse con Dio, che sarebbe mal peggiore; perchè bisogna pensarvi.--
--E' par che non ci pensi! rispose Malatesta con impazienza. Orsù, voi, messer Baccio, tornate in campo più presto che voi potete, e fate di trattener quelle genti col dire, che non si vuol in Firenze sentir parlar d'accordi;.... così i soldati spereranno sul sacco, e finchè speran sovr'esso non faranno movimento nessuno. E di questi arrabbiati lasciatene il pensiero a me. E tu, Troilo, e voi, messer Benedetto, pensate che il tempo stringe, e che è venuto il momento di raccogliere il frutto delle vostre fatiche e de' vostri pericoli. Trovate Cencio e gli altri, e mettetevi in moto, chè ora è tempo rannodar que' giovani che hanno que' bei ducati e non li voglion perdere.... io so quel che mi dico.... su loro e non su altri si dee far fondamento. Voi sapete quel che avete loro a promettere.... fate che a me si uniscano ed a me faccian capo.... Eh! soggiungeva poi scrollando il capo e sorridendo, di questi furori di libertà n'ho veduti a guarir parecchi, o coll'oro, o col timore di perderlo!.... e quel vecchione di Niccolò debb'essere d'una pasta diversa d'ogni altro, per dio! che e' dicono di fiorini egli n'abbia piene le cantine, eppure non si cura di nulla,... su di esso non è da far conto, non è egli vero?--
--Oh! disse Troilo con quel viso di chi ode dire la maggiore stravaganza del mondo. Oh! quanto a Niccolò, se non avete altro moccolo, anderete a letto all'oscuro.... figuratevi! Nemmeno a discorrerne.--
Al Nobili, udendo di quelle cantine piene di fiorini, era venuta l'acqua alla bocca, e
--Per l'amor di Dio, disse, che non succeda il sacco!... Già vi ricorderete, messer Baccio, che sul fatto di Niccolò siam d'accordo... e dacchè ora sembra si venga allo stringere, ho caro rammentarvelo... per dirvela com'è, a far quel che vuole il signor Malatesta, e rannodare, com'egli dice, questa setta de' grandi, in questi momenti,... non si scherza!... se nulla nulla si cadesse in sospetto, ne va la vita.... io son contento porla a questo rischio, ma a cose finite poi ricordatevi....--
--Sì, sì, già sapete, ve l'ho promesso, disse troncando le parole il Valori, affastidito di questo vile ribaldo.
--Io poi, disse Troilo ridendo, non patteggio a danari... altre cose voglio... e quando sarà tempo vi dirò quel che fa per me, messer Baccio: ora non vi voglio tener a disagio, chè avete altro pel capo.... Questo solo vi dico, che ho passati qui nove mesi in mezzo a prediche e croci, e me n' avrete a saper grado.--
--Orsù, non è tempo da pazzie ora... bensì vi giuro la mia fede ch'io non mancherò a nessuna promessa ch'io v'abbia fatta, e per avventura potrei attenerla migliorata, ove i vostri portamenti lo meritino.--
--E di tanto ero certissimo, rispose Troilo. Ora, messer Benedetto, andiamo, chè prima di domani ci rimane di molte bisogne da fare, e non vorrei mancare di trovarmi a casa per l'ora delle orazioni,.... chè non avessi ad andar a letto come i cani, a uso vostro... e poi, e poi egli è bene ch'io faccia provvista di divozioni, così n'avrò poi per fin che campo senza avermi a confonder altrimenti, quando non sarò più in casa i Lapi.--
Malatesta s'alzò, ed aperto un cassone ne trasse un sacchetto di danari, e consegnandolo a Troilo, gli disse:
--Questi in mio servigio li darete, uscendo, a Cencio, chè li distribuisca a' soldati, tanto che ognuno abbia la parte sua; e ditegli che non si lascino senza vino... non troppo però... ch'io non li vorrei ubbriachi. Ora andate e siate accorti e di fede, chè buon per voi. E d'ogni novità fatemi avvertito, che la riuscita o la rovina dell'impresa in questi momenti può dipender da un nulla.--
Troilo ed il Nobili, toltisi di quivi, scesero in cortile e, consegnati a Cencio i danari, uscirono. Dopo pochi passi si separarono, andando ognuno in traccia di quelli che era loro commesso sedurre e trarre al partito di Malatesta.
Mentr'essi attendevano a queste macchinazioni, Niccolò, che aveva abbandonata la piazza insiem colla turba del popolo, si trovava in casa già da qualche tempo.
Affrante le membra dalle cure, dalla fatica, dal dolore amarissimo della rotta e della morte del Ferruccio, dolore ch'egli aveva dovuto comprimere alla presenza del popolo per non disanimarlo, e che perciò appunto avea sentito più cocente di dentro, il misero vecchio entrando in camera s'era buttato sul suo seggiolone, e col capo nelle mani, l'anima ottenebrata da funesti presentimenti, e combattuto tra la speranza e i sospetti circa le profezie del frate, taceva, e tratto tratto metteva lunghi e profondi sospiri.
Seduta un po' in disparte, colla fronte bassa e le mani intrecciate sulle ginocchia stava piangendo, cheta, la povera Laudomia. Le sue guancie in questi mesi s'eran affilate e fatte pallide, chè quel viver sempre in agitazione, quel dover ad ogni ora temere le giungesse l'avviso che Lamberto era rimasto ucciso, esauriva in lei a poco a poco la vita. Ed ora dopo questa rotta, della quale s'ignoravano i particolari, ed in cui sapeva però quasi 3000 persone aver perduta la vita, rimaner col tremendo dubbio s'egli fosse vivo o morto! Non aver modo di uscirne, non sapere a chi domandarne! «Oh! pensiamo, diceva, s'egli non si sarà gettato nel maggior pericolo! S'egli avrà voluto staccarsi dal fianco del Ferruccio? Oimè! Oimè! ch'io non abbia proprio a vederlo mai più?»
E veniva calcolando, quando sarebbe potuto comparire, ove ancor fosse vivo... poi, pensava alla difficoltà d'entrare in Firenze.... al caso possibile, che fosse vivo bensì ma ferito, abbandonato, chi sa dove, e in mano di chi!
Tutti questi pensieri eran altrettanti aghi arroventati, che le entravano e le rimanevan fissi nel cuore, e per trovar modo di sopportare quell'innestimabili angosce, diceva, vestendosi un po' di speranza «questa sera ancora può capitare... fino a domani a mezzogiorno... aspetterò. Ma se allora non fosse comparso?» E seguitava a piangere, rattenendo i sospiri e i singhiozzi per non aggiunger dolori al padre, che vedeva attraverso un velo di lagrime, in atto di così profonda afflizione.
E le sarebbe stato pur dolce in quel momento di buttarsi a' suoi piedi, abbracciarlo, versare nel suo seno a rivi quelle lacrime che raffrenava! ma sempre, in ogni momento, Laudomia pensava ai suoi cari più che a se stessa. A un tratto un dubbio tremendo l'assalse «ch'egli sapesse che Lamberto è ucciso!... e non trovasse modo a dirmelo! e volesse farmelo intendere con quel silenzio, e con quel sospirar profondo!»
La poveretta non potè più rattenersi, si gettò alle ginocchia di Niccolò, e scoppiando in singhiozzi, tutta tremante diceva:
--Oh babbo! L'hanno dunque ammazzato!.... Voi lo sapete... e volete nascondermelo... Oh! sarebbe più crudeltà a tenermi in questo dubbio... Oh! ditemelo... ed ajutatemi a portar anche questo dolore....--
Ed impedita dal pianto a profferir parole, stringeva e baciava le mani del vecchio, che tutto commosso s'affrettava a rassicurarla, affermandole sulla sua fede non saper nulla sul fatto di Lamberto, e facendole animo a sperar bene.
Laudomia sapeva troppo quanto valesse la fede di Niccolò per serbar ombra di dubbio, onde tutta rasserenata, colle mani giunte, alzava al cielo gli occhi lagrimosi, e ringraziando Iddio di questo leggiero conforto, lo pregava le concedesse la vita, la salvezza del suo sposo.
S'era fatto intanto un po' di rumore al portone, e comparvero poco stante Fra Zaccaria con altri frati, ed insieme alcuni cittadini, tra' quali due o tre eran de' Priori. Entravan taciti, salutando appena, e sedevan gli uni dopo gli altri in cerchio attorno a Niccolò, col quale volevan consultare circa i casi presenti, udire quali fossero i suoi pensieri, quali i consigli da proporsi in Palagio, ma venivan meno le parole ad ognuno: in ogni cuore stava impressa la dolorosa sentenza «Per noi non è più rimedio!» e nessuno però voleva concedere a se stesso nè agli altri che si dovesse tenerla irrevocabile, avrebbe voluto parlar di speranza; ma la cercavano invano, ed il silenzio durava.
In quella fu udito picchiare, Laudomia si riscosse, chè ad ogni rumore, ad ogni voce le era avviso fosse Lamberto, ed era in quello stato d'agitazione nervosa per la quale ogni piccolo strepito che venga improvviso fa dare un balzo ed accelera il battito del cuore. Tendea l'orecchio la poverina tutta tremante; udì il portone aprirsi. Chi potrebbe esprimere quel ch'ella provasse, udendo a un tratto la voce di M. Fede esclamare:
--Oh! sia benedetto Iddio mille volte! Voi siete pur vivo, Lamberto!--
Laudomia volle alzarsi e correre all'uscio, ma le ginocchia non la ressero, ricadde seduta, sentendosi alle fauci ed alla fronte quel sottil gelo che precede lo smarrirsi de' sensi. S'alzarono bensì frettolosi e contenti Niccolò cogli altri, ed in quel mentre entrava Lamberto reggendosi al braccio di Fanfulla, e quanto potè più presto, ch'egli mostrava aver un piede offeso, accostatosi a Laudomia, che gli alzava in viso gli occhi illanguiditi, e gli stendea la mano, le diceva, stringendogliela tra le sue:
--Laudomia mia, lo vedi che pur son ritornato!--
E la voce appassionata del giovane diceva assai più che non sonassero le parole.
In un momento Niccolò e tutti gli furono attorno abbracciandolo e rallegrandosi, e ringraziando Iddio ch'ei fosse salvo, e poco minori carezze facevano a Fanfulla, che tutto contento diceva a Laudomia:
--Non ve l'avevo io detto che ve l'avrei rimenato a ogni modo?--
--Lo puoi dir con verità, esclamava Lamberto, che se non eri tu!.... E s'io son qui, dopo Iddio, lo debbo a te, fratello!--
--Che ci ho che fare io? rispose Fanfulla, son i casi della guerra, ajutami che t'ajuto,..... oggi tu, domani io.... e a buon conto siam qui, ancora buoni da qual cosa.... e, vedete, M. Laudomia, non vi sbigottite se Lamberto strascina quella gamba... non è nulla.... ora vi racconteremo com'è andata.--
Le accoglienze intanto non restavano, e Niccolò, abbracciando replicatamente Lamberto ed il buon Fanfulla, a questo rendeva grazie per ciò ch'egli aveva operato, e che indovinava dalle parole del suo compagno, ed a Lamberto diceva:
--Fra tante calamità almen tu ci rimani! Oh Lamberto, in qual terribile punto ci tocca rivederci!--
L'aspetto de' due soldati mostrava assai ch'essi avean di fresco avuto parte ad un'aspra ed accanita battaglia. L'armatura a strisce d'oro di Lamberto, già così tersa e lucente, era appannata dalla ruggine e da un velo di polvere: delle penne che ornavan l'elmo non n'era rimasta neppur una, ed appena n'avanzava il segno in due o tre fusti rotti e spogliati. Il bracciale sinistro era rotto, e tenuto insieme provvisoriamente da una funicella, sul petto poi e sui cosciali si scorgea l'impronta di cento colpi, e sul fianco destro l'ammaccatura profonda d'una palla.
Fanfulla anch'esso era conciato, Dio lo sa! non avea elmo in capo, ed invece un cappello, sotto il quale uscivan i capi d'un panno che gli fasciava le tempie, ed i pochi capelli bigi che si vedessero eran tutti impiastricciati di sangue cagliato. Avea fasciato la mano sinistra, e tanto sconnesso e maltrattato l'arnese, che nel moversi crocchiava tutto come una canna fessa.
Madonna Fede, parte afflitta nel veder costoro così malconci, parte rallegrandosi che fossero pur usciti vivi di tanti pericoli, aveva intanto sollecitato ad arrecar qui da bere ed un po' di vesti per ambedue affinchè si disarmassero, e gli veniva ajutando, insieme con Maurizio, giunto col suo padrone in non miglior arnese.
Ma alla momentanea, benchè vivissima allegrezza, prodotta dal ritorno de' due uomini d'arme, prevalse ben presto nel cuor degli astanti il doloroso e dominante pensiero della rotta del commissario Ferruccio. Così abbujandosi di nuovo a poco a poco gli aspetti eran tornati al primo silenzio, e soltanto mentre Lamberto e Fanfulla si disarmavano, venivan dicendo qualche interrotta parola, tutta piena di rammarico, di maraviglia e di lodi grandissime sulla terribile fazione di Gavinana; ed appena disarmati, diceva Niccolò con un sospiro, nel quale il dolore appariva temperato da virile fermezza:
--Ora, dacchè a Dio piacque così, narrateci tutto almeno!--
Lamberto allora battendo insieme le palme, ed alzandole congiunte insieme, esclamava, tutto infiammato in viso:
--Ah! un eroe come il Ferruccio non vi fu, non vi sarà mai più al mondo!.... e l'età nostra sciagurata non era degna d'un tal uomo, e pensar che tanta virtù sia finita alle mani di quel disonorato marrano traditore di Maramaldo! E non aver potuto nè impedirlo, nè farne vendetta?.... Eh, ma saprà ben farla Iddio! la faranno gli uomini finchè dura il mondo, finchè la virtù, l'onore, l'amor di patria varranno più che la codardia e il tradimento!--
Dette queste parole con impeto grandissimo, a un tratto, mutando voce ed aspetto, proseguiva con amaro sorriso:
--Oh, appunto, egli ha mestieri delle mie lodi!--
Poi, rimasto un momento a pensare, come per raccoglier le idee, diceva con voce bassa e dolorosa:
--Ecco dunque come andò la cosa. Avrete saputo ch'egli s'ammalò a Pisa quando appunto avea avuto l'ordine di Palagio di mover le genti verso Firenze. Perdemmo tredici giorni, chè tanto penò a risanare. E quella, per dio, fu la nostra rovina!.... basta; come a Dio piacque, uscimmo una notte per la porta di Lucca. Eravam venticinque bandiere. Intorno a tremila fanti, e non s'aggiungeva a 500 cavalli. Ma gente.... lo può dir Fanfulla.... gente che.... e poi s'è veduto a Gavinana che genti erano.... ma sotto il Ferruccio chi non sarebbe stato soldato!.... Di munizioni poi non se ne discorre, egli avea provveduto a tutto. Polvere, scale, ferramenti, biscotto:.... v'eran trombe da fuoco, moschetti da porsi sui cavalletti, e mille cose.... Si prese verso Pescia, e per istrada un'ordine! una disciplina! parevan una regola di frati.... dicon delle Bande nere!.... Fanfulla, l'abbiam vedute.... Di' un po' tu se queste avean loro invidia?--
Fanfulla rispose coll'atto della bocca, che significava grandissima affermazione.
--Dunque si prese verso Pescia, e, come costoro della terra ci negarono il passo, ci volgemmo al castello di Medicina, ove s'alloggiò. E l'indomani a Calamecca. La mattina di S. Stefano poi, che fu l'ultimo giorno di quel grand'uomo, si salì sul poggio, e si dovea andare al Montale. Ma arrivati che fummo alle Lari, quei due ribaldi cancellieri, il capitan Pazzaglia e 'l Melocchi.... quello che chiamano il bravetto, gli si misero attorno pe' nostri peccati (chè non pensavan costoro al servizio della città, ma valersi di noi per disfare i Panciatichi) e tante gliene dissero, che in vece d'andar diritto, come dicevo, al Montale, egli si lasciò pur condurre a S. Marcello, e, sappiate, che della rovina dell'impresa furon cagione que' due vituperati ribaldi, e non altri, e ne starò a paragone con chi si vorrà!,... chè quegli arrabbiati della montagna di Pistoja non si curano che rovini il mondo, purchè riescano a scannare uno della parte nemica; e messer Francesco, Dio gliel perdoni, non dovea mai prestar il suo ajuto a que' pazzi furibondi.... Basta, non tocca a me il giudicare quella grand'anima.... avrà avuto i suoi motivi. Egli, dolendosi che i popoli gli si mostravan nemici e gli negavan vettovaglie, disse coll'Arsoli «E ci converrà alla fine sforzar qualche terra!» Ed anco, bisogna dire, che que' Cancellieri avean promesso un ajuto di mille uomini, che mai si videro.
--In somma, in un pajo d'ore fummo a S. Marcello. Quei della terra, veduto venirsi addosso quella rovina, avean sollecitato chi a sgombrar le loro robe, chi a chiudersi e fortificarsi nelle case, e molti s'eran ridotti nel campanile. E dall'altra parte della terra, su per la costa del Cerreto, era una processione di donne, di fanciulli, di vecchi che s'ingegnavano campar da quella rabbia, e tutti con qualche fagotto in capo, carichi de' loro fanciullini e di quante masserizie di casa avean potuto raccorre e portare, e tirandosi dietro qualche asinello, pur carico, o qualche loro vaccarella od altro bestiame, si vedevano ora sì ora no tra i gruppi de' castagni e si sentivan insino le voci e i pianti delle donne e de' bimbi... ed io venivo poco indietro da que' due ribaldi Cancellieri, e vedevo che ridevano tra loro, con una rabbiosa allegrezza negli occhi, pascendosi di quel doloroso spettacolo, e venivano instando onde sollecitasse, e dicevan presto, presto, che non ci fuggan tutti!.... Ah! vi giuro ch'io non so che santo m'ha tenuto di non dar loro della spada in sul capo, che avrei tolto un gran puzzo dal mondo.... e, dicevo io, pensare che stiamo con tanti nemici addosso, e Tedeschi, e Spagnuoli, e mille diavoli, che anderà a finire.... Dio lo sa! E con chi la pigliamo? con que' poveri disgraziati contadini....
E chi son essi? Italiani.... E chi siam noi? Italiani. Ah! pel vero Dio, che s'egli ci flagella, e' ci fa molto bene il dovere.... e lo può dir Fanfulla, che gliene dissi subito «questo principio poco mi piace, invece di pregar Dio che ci dia vittoria, far questi brutti assassinamenti!....» Non dubitate, che troppo fui profeta!
In somma, che volete? appena nella terra, addosso tutti, casa per casa a sfondar le porte, ammazzar quanti potevano, e dalle finestre l'archibusate fioccavano, e si combatteva per tutto, per le strade, nell'interno delle case, per le scale, di camera in camera, che que' miseri, disperati d'ogni pietà volevan almen morire vendicati, e que' due maladetti parevan diventati cento, non potevo voltar l'occhio in un luogo che non ve li vedessi, e facean cose che non so come la terra non s'aprisse.... l'ho veduto io con quest'occhi il Melocchi che nella casa d'un suo particolar nemico avea trovato un bimbo di pochi mesi.... venne in piazza.... l'avea per una gamba.... e rideva all'impazzata, lo rotò due volte e lo scagliò in una casa che ardeva!.... ancora sento l'acuto vagito di quell'innocente!.... oh Dio! Dio, e potevi dar vittoria a cotali assassini?.... Io, non potendo impedire, e non volendo vedere cotali ribalderie, mi tolsi di là e Fanfulla meco, e andammo alla porta verso Gavinana ad aspettar che finissero quegli orrori..... a un tratto, chi vedo? il Melocchi suddetto che veniva correndo con due altri, e mi dice: «Andiamo, andiamo, presto, dietro quelli che fuggono, che li arriveremo!»... Gli ci avventammo come due mastini... «se tu non ti levi di qua, sozzo ribaldo!» gli dissi, e s'egli replicava una parola era morto. Così si ritrasse e que' poveretti poteron scampare.
Intanto avean posto fine al loro furore, chè si sentivan le campane di Gavinana sonare a furia a martello, ed il Ferruccio, avvisandosi fossero i nemici, veniva mettendo in ordine le sue genti. Egli era, cogli altri capitani, nella casa de' Mezzalancia[60] fuor della porta di Pistoja, e quel campo che sorge dall'altra parte della strada su per la costa, era tanto stivato di soldati che non si vedea che un ferro[61].
S'era fatto un tempo scuro; ed acqua a bigonce: fu ordinato che le genti si ristorassero e mangiassero, ed il Commissario uscito fuori coperto di tutte armi, fuorchè il capo, parlò ai soldati com'egli sapeva parlare: e poi bevve, e siccome pioveva sempre, disse ridendo: «Il tempo ci ajuta: e ci inacqua il vino perchè non andiamo ubbriachi a combattere» E fu pur troppo l'ultimo ch'egli bevve.
Era costì apparecchiato quel suo cavallo bianco, quel turco che comprò dall'Albanese: vi salse, e colla spada ignuda si mosse egli con quattordici bandiere e facea l'antiguardo; il retroguardo eran quindici, guidati dal sig. Gian Paolo. Io venivo con questi e seguivo Amico d'Arsoli, e Fanfulla andava col Ferruccio.
Venne intanto di Gavinana l'avviso che gl'imperiali eran molti più di noi, e li guidava il principe in persona. Dice Fanfulla, che Ferruccio udito questo non potè tenersi di non esclamare: «Ah traditor Malatesta!» chè non si potea supporre volesse l'Orange lasciar cotanto sprovvisto il campo sotto Firenze, se non fosse stato sicuro di non venir molestato da Malatesta.
Forse in cuor suo dubitò allora Ferruccio della giornata, ma al di fuori mostrandosi pieno di baldanza s'affrettò a giungere a Gavinana.
Noi altri intanto coi cavalli del retroguardo prendemmo un po' al disotto a destra della terra, per andar contro quelli del principe, e camminando quanto più si poteva veloci e serrati (chè son luoghi ove a maneggiar uomini d'arme è cosa malagevole) udivamo nell'interno del castello le archibugiate, e le grida della zuffa attaccata già dal Commissario. Allora anche noi, avanti, per venir alle mani, e passammo quel piccol torrente che v'è. Di là tra castagni v'era un po' di largo, e così ci urtammo coi cavalli del Bicherini, con Herrera e Rosciale, e l'Albanese co' suoi stradiotti, e non fummo mescolati mezz'ora che, ajutati dagli archibusieri che avevam con noi, li cominciammo a ributtare, ed essi non troppo ordinatamente venivan perdendo terreno.
Non per dir che ci fossi anch'io, ma s'è fatto il potere, ed il sig. Amico, povero vecchio, combattè quel giorno com'avesse venticinqu'anni. Così sempre serrando i nemici girammo intorno alle mura, e venimmo a riuscire dall'altra parte della terra, in quel luogo che si chiama Vecchietto, ove gl'imperiali cominciarono sparpagliati a fuggire: il principe vedendo i brutti portamenti de' suoi si spinse innanzi in que' campi che dicon le Vergini: di qua, di là dal castello, da ogni parte veniva in quel luogo una grandine d'archibugiate, ma egli, da quel franco signore ch'egli era, niente, e avanti! e in quella che s'avventa al Masi colla spada in alto, lo vedo piegarsi da un lato, e poi giù disteso in terra: sul primo pochi de' suoi se ne avvidero, chè il fumo occupava ogni cosa.... ma a un tratto, ecco il suo cavallo, un bel bajo, tutto coperto di cojame bianco, venir giù a salti sbuffando che parea un leone, e passar come un razzo, e sparir nel folto del castagneto rompendo e fracassando rami e quanto trovava.,.. Per que' suoi poltroni fu come avessero veduto il demonio, ed invece di scagliarsi alla vendetta, via tutti a rotta di collo verso Pistoja, e i nostri dietro, e gridavam Vittoria da farci scoppiar la canna, chè il Ferruccio udì le grida di dietro e credette aver vinto.
L'Arsoli allora tutto ansante, fulminando per gli occhi l'allegrezza della vittoria, disse a me e ad un altro «Presto, addietro alla porta Papiniana, e se il Commissario può darmi 50 cavalli, fateli passar qui affinchè ributtino quelli che volessero girar la mura e coglier i nostri alle spalle, mentre io seguito costoro che fuggono» Diede di sproni e via di carriera, e noi addietro come saette; ben conoscevo quanto importasse far presto, chè vedevo comparir lontane molte bandiere di lanzi, intere e ordinate all'assalto. Mentre galoppiamo per que' greppi, fu a un tratto come la terra mi si sfondasse sotto, e 'l cavallo ed io sottosopra, giù pel pendìo tra i cespugli e le macchie finchè ci fermammo in un cavo, io sotto, lui addosso, immobile, e la gamba ritta che avevo presa la sentii a un tratto tutta molle e calda, era il sangue del cavallo che, trapassato da una palla, credo morisse per aria. E non mi potevo nè movere, nè ajutare, e sentivo mancarmi l'anelito, nè potevo capir perchè, avendo solo una gamba presa sotto; riflettendovi dopo, credo che nel momento appunto ch'io caddi mi dovette passar dappresso al viso due dita, una palla di cannone, e sapete che ciò basta a levar il respiro per un pezzo.
Io puntavo le mani qua e là, e mi sforzavo di riaver la mia gamba, ma tutto era inutile, e mi toccò aver pazienza. Intanto il mio compagno era giunto al Commissario, e Fanfulla venne comandato per guidar que' 50 cavalli ove aveva detto l'Arsoli. Li vidi venire, e formarsi in battaglia in un largo che mi stava sopra a pochi passi, di dove ero caduto, loro non vedevan me, chè ero ficcato fra i cespugli, e gridare non potevo; io li osservavo, ed ho potuto allora conoscere che conto fa qui il nostro Fanfulla dell'archibusate. Figuratevi ch'egli era col cavallo dinanzi la fila de' suoi uomini, e sentivo che, vedendo certi soldati giovani far gobbe le spalle al fischiar delle palle, diceva «Animo ragazzi, non è nulla, quelle che fischiano son già passate» e inforcato, ritto fra gli arcioni, pareva fosse sulla piazza d'un alloggiamento a far scuola a' soldati, e non in battaglia, e veniva loro dando molti insegnamenti, ed in quella il suo cavallo toccò un'archibusata di striscio in una spalla e si piegò tutto da un lato, ed egli serio serio, senza scomporsi, diceva facendolo muover di passo «Quand'un s'accorge che il cavallo è ferito, è regola di non lo lasciar fermo; sente più il dolore, se un nervo è offeso si può irrigidire: si fa muovere pianamente, così, e venirlo toccando un po' di sprone.»
A queste parole Fanfulla disse sorridendo:
--Che volete? vedevo certi giovani di prima barba, che quel psst delle palle vicin all'orecchie pareva li disturbasse, e volevo che capissero che non è da farne caso.... n'ho sentite tante io, eppur son qui ancora.--
Niccolò e gli altri sorrisero così un poco, e Lamberto proseguiva:
--Insomma, non ci fu mai verso di riaver la mia gamba, che oramai mi doleva forte e la sentivo tutta intormentita, e dubitavo fosse rotta: e quando mi pareva mi tornasse in petto tanto fiato da poter chiamare in mio ajuto, ecco venir di verso Gavinana un balestriere correndo, e richiamando addietro Fanfulla e la sua gente in ajuto del Commissario, chè que' lanzi veduti da noi poco prima, invece di prender di sotto, avean imboccata la porta Peciana, e rinnovata nella terra la battaglia colle genti del Ferruccio, stanche dal lungo combattere con quelle del Maramaldo, che aveano sconfitte. Io vidi partir Fanfulla e dovetti rimaner così senza poter far altro, e poco dopo sentii nel castello levarsi un tremendo grido, con tanto spesseggiar d'archibusate che pareva un tuono continuo e che la terra s'aprisse, ed io mi disperavo di non poter ajutar in nulla.
Poi, dopo un'ora, a poco a poco si fecero meno spessi i tiri, e sempre più diradandosi finiron poi affatto, e solo sentivo nel castello un ronzìo cupo come in un nido di calabroni: a sera poi capitò Fanfulla, che m'ajutò; egli vi potrà dire come andassero le cose dentro la terra, chè vide tutto.
--Così non avessi veduto! disse Fanfulla. Quando venni richiamato addietro.... Eh! badate ch'io non so discorrere come Lamberto, e ve la narro come posso.... Quando dunque giungemmo alla porta Papiniana, feci scavalcar ognuno.... per quelle vie torte e strette, meglio su due gambe che su quattro, dico io.... Dunque a piedi, colle picche innanzi, e ben serrati, eccoci in piazza. Che volevate vedere? I morti a mucchi, il sangue a rigagnoli per tutto, come l'acque ne' temporali: e dalla via che mette a porta Peciana era già sboccata la prima bandiera de' lanzi, e tutta la strada, che sale un poco, si vedea piena zeppa di picche, e venivan avanti da maladetti. Il Commissario, tutto già ferito e pesto, che fa? la gente sua era in gran parte morta o ferita. Arrendersi? sì, le zucche fresche!... si chiama attorno tutti i capitani e caporali, ne fa una fila, e tutti insieme a capo sotto, dentro in quella battaglia di lanzi! E lui vi s'era buttato il primo, vedete! E al capitan Goro, che volle passargli innanzi per riparargli la persona, afferrò un braccio ruggendo com'una fiera, e lo tirò addietro. Eh! è un pezzo che vedo picchiare, e ho visto picchiare davvero più d'una volta, ma un cozzo come quello che diede il nostro squadrone (chè c'eravamo uniti anche noi agli altri) nella fila dei lanzi, in quarant'anni, per la Madonna, è stato il primo!
E sotto! tutti co' denti serrati, che quasi non si vedea lume, si lavorava co' pugnali e co' coltelli, e talvolta ad afferrarsi e lottare, e andar sottosopra, e rialzarsi, e più se n'ammazzava, e più ne ricompariva, e tanto pensavo uscirne vivo, come esser fatto papa.... Presto eran per mancarci proprio le forze di reggerci in piedi non che di combattere.... era un caldo! e l'armatura parea foco espresso.... Allora l'Orsino, che sempre era accanto al Ferruccio, e lo vedeva ansante, pieno di sudore, di polvere, e gocciolava sangue per tutto, sento che gli dice «Non ci vogliamo arrendere sig. Commissario?»
--No! grida lui con un urlo strozzato, e parve che gli tornassero le forze a un tratto, e si caccia, più diavolo che mai, nel folto dei lanzi, che cominciano a tentennare. Figuratevi noi allora! Ci scagliamo come mastini, e mena, e spingi, e avanti, ributtandoci, a viva forza, scavalcando cadaveri, e tutti imbrodolati di sangue, riuscimmo a un tratto fuor di porta, e vistomi all'aperto m'accorsi che avevam rotti i lanzi, chè a dirvela, per quella via stretta non ci vedevo più, e non sapevo dov'ero, e mi sentivo la testa intronata, chè n'avevo toccata una sul capo, e 'l sangue mi velava la vista. Basta, fuori che fummo si fece un po' di largo, mi nettai un po' gli occhi, ed i nemici aprendosi alquanto, vidi il Commissario cacciarsi in una casetta vicino alla cappella delle vergini, e io dietrogli, e dico: «Finchè ne vuoi tu ne voglio anch'io.»
E costì da capo ricominciamo a sonare,.... ma eram rimasti una decina e non più, e ora ne cadeva uno or un altro, ma senza rinculare un passo, e si combatteva sull'uscio, alla fine, eran più di cento che spingevano, e di peso ci portaron dentro, e ci montaron addosso, che ognun di noi n'avea quattro alla vita; allora il Ferruccio, che pel sangue perduto e la stanchezza era venuto a terra e non potea più muover gambe nè braccia, e non parea vivo che dal fulminar degli occhi e dal ruggito che gli usciva tratto tratto di gola, povero signore!.... fu preso da uno spagnuolo, e io da un altro, e così finì; eramo quattro vivi.
Quello spagnuolo che ebbe il Ferruccio voleva nasconderlo, ma venne un ordine di Maramaldo che gli fosse condotto. Lo misero a sedere su due picche in croce, e lo portarono in piazza.
Maramaldo, vinto ch'egli ebbe, s'era riparato in quella casa sull'angolo della chiesa: uscì sul ballatojo innanzi l'uscio, al quale s'ascende per due gradinate, mentre appunto le salivano i soldati che portavano il Commissario,... glielo buttarono ai piedi, rimase stramazzato, reggendosi però su un braccio, colla fronte alta e più feroce che mai.--
Qui Fanfulla tacque per un momento. Poi, fatto grave e addolorato nell'aspetto (cosa tanto fuori della natura sua) disse, scrollando il capo:
--Darei quel poco sangue che m'avanza per non aver veduto ciò che sto per narrarvi!....--
E dopo un'altra pausa, riprese.--Maramaldo gli si accosta e gli dice: «Ci sei una volta! mercante poltrone!» Ma Ferruccio non gli lascia finire la parola e lo mente per la gola, com'egli fosse sano ed armato, e non ridotto com'era, e mentre si dicean villania, vedo Maramaldo colla destra venirsi frugando dietro le reni finchè trova il manico del pugnale, lo sguaina, e l'alza a un tratto sul viso al Ferruccio, io lo guardavo proprio negli occhi.... non li mosse, vedete! non li volse, com'ho da render l'anima a Dio! ed ebbe due volte la lama nella gola, e disse, morendo e borbogliando pel sangue che gli usciva di bocca: «Vil poltrone, tu ammazzi un uomo morto!»
Io perdio avea le mani legate da que' marrani, chè coll'ugne e co' denti l'avrei vendicato. E codesti si chiaman capitani di soldati? capi d'assassini piuttosto! vergogna di quanti fanno il mestiere!
Io fui condotto in una casa poco discosto, e da quello che m'avea preso venni raffigurato, ed io riconobbi lui, chè fummo insieme nell'esercito di Borbone, era un certo Valesco..... e mi dice: «Oh, chi pensava mai che fossi qui!» e cominciamo a discorrere, e per dirla in breve, m'usò di molta cortesia, chè gli dissi: «Vedi, che taglia vuoi tu che ti paghi? a scorticarmi tutto non ne caveresti un ducato.»
Insomma, e per l'antica amicizia, e perchè a dirla, tutti i soldati che da vent'anni sono in sulle guerre d'Italia li conosco uno a uno, e non per merito mio, ma tutti mi voglion bene, mi lasciò andare: bensì gli ho promesso, che se potrò metter insieme un po' di denari qualche cosa gli darò. Ho paura però che aspetti un pezzo.
Allora pensai a Lamberto: Dio sa com'è capitato!.... era già fatto sera, e i soldati nella terra attendevano a far buona cera, bere e giocare, e metter a sacco le case, insomma, quel che si suol far sempre. Io me n'uscii zitto zitto e misi in animo di trovar Lamberto vivo o morto.... e pensavo a voi M. Laudomia.... come vorresti tornarle dinanzi senz'esso! dicevo. Comincio a cercare per que' greppi (era uno stellato chiaro) pieni di morti e moribondi, e chi si lagnava, chi bestemmiava Dio e i Santi, chi vedendomi passare si raccomandava.... ma che potevo in fare? Dicevo «raccomandati a Dio, fratello» e passavo avanti, chè a voler dar retta a tutti non bastava un mese. Insomma, dopo un par d'ore, chè credetti più volte, tanto mi doleva la ferita del capo, e mi sentivo rotto e stracco, di cascar anch'io, per non rizzarmi più; alla fine, dico, te lo trovo in quel fondo, e, la Dio grazia, vivo «Ajutiamoci Lamberto, chè la festa è bell'e terminata» e gli racconto tutto. Ora, come riuscimmo tra tutt'e due a movere quel cavallo morto, e poi a trovar modo di condurci fin qui, poco importa il narrarlo; il fatto sta che ci siamo, e che se credevo riveder Firenze, possa rompere il collo.--
CAPITOLO XXVIII.
La notte che tenne dietro a questa torbida giornata fu pe' Fiorentini piena d'inquietudine, di sospetti e d'apparecchi, nell'aspettazione de' gravi casi che essi prevedevano per l'indomani. In quell'ore stesse ove, particolarmente ne' gran caldi, suole il sonno vincere ogni cura e la memoria di ogni travaglio, Firenze rimase desta. A girar per le strade non s'incontrava persona, ma il chiarore che traspariva qua e là dalle finestre, i rumori, le voci che s'udivano nell'interno delle case, assai mostravano che quel disgraziato popolo sentiva appressarsi l'ultima scena della lunga e sanguinosa tragedia, e nelle sue viscere ribollivan più fervidi gli umori e le passioni di parte, le speranze, i desiderj, vicini ormai ad essere irremissibilmente appagati o delusi.
Il popolo minuto, la maggior parte cioè de' cittadini, che in cotali casi suole operar sempre con prontezza e lealtà, senza secondi fini e senza raggiri, e per questo appunto viene spesso a pagar lo scotto a pro degl'ipocriti o degli astuti, si preparava in quell'ore notturne a venir francamente l'indomani all'ultima prova dell'armi, sperando vittoria, e rassegnandosi a comprarla colla vita di molti.
Bello ed augusto spettacolo sarebbe stato a poter penetrare il segreto delle povere case popolane, veder gli apparecchi di quel gran sacrificio. Veder quegli uomini disporsi tranquilli a morir per la patria, ed a quali patti? con quali speranze? di mutar sorte, e divenir ricchi vincendo? No: il loro stato, ben lo sapevano, non potea cambiarsi, la povertà e la fatica eran la parte che loro sarebbe toccata dopo, come prima. Ma non facean questi calcoli, neppur li pensavano; essi amavan la patria, come s'ama una madre, l'amavan d'amore, era stato per loro il primo pensiero dell'infanzia, dovea esser l'ultimo della vecchiaja, essi davan la vita per lei con quel cuore stesso con che un'amante la spende per l'amata, senza cercare altro premio che la gioja stessa di morire per salvarla.
Quali e quanto fervide saranno state in quella notte le preghiere delle madri e delle spose! Quante lagrime sparse in segreto! Quanti voti, quante promesse a Dio d'anime innocenti e cadute d'ogni speranza che non fosse in Lui! La fantasia si smarrisce immaginando l'infinita varietà di casi che dovea offrire l'interno di tante famiglie, pensando i severi conforti de' vecchi, l'animoso e confidente sperare de' giovani, l'onorato ed irremovibil proposito di tutti; ma il cuore si stringe considerando poi che in quell'ore istesse v'eran in Firenze cittadini che vegliavan disegnando come potessero scampar soli dal comune naufragio, redimere la loro vita a prezzo di tradimenti, le loro ricchezze a prezzo del sangue o della libertà de' loro fratelli.
V'eran pur troppo costoro, ed eran la setta dei grandi, quella di che facea capitale Malatesta, e che Troilo ed il Nobili avean avuto, come vedemmo, l'incarico di sollevare.
Essi ebbero a durarvi poca fatica, chè oramai le cose eran mature, ed il privato interesse poteva più d'ogn'altro rispetto in uomini che, sul primo, s'eran però mostrati pronti ed accesi pel comun bene. Ma essi eran ricchi; avean che perdere, e Niccolò dubitando di loro, non avea preso errore.
Troilo ed il Nobili, lasciato Malatesta, venner dunque raggirandosi, e trovando uno ad uno quei grandi; e, come portava l'occasione, con parole e promesse più aperte riuscirono a staccarli affatto dalla causa del popolo e risolversi a quegli estremi partiti, che presero poi di fatti, e furon cagione dell'ultima rovina della città.
Passata così quella notte, l'alba desiderata, o temuta, ma sicuramente spiata da tanti, appariva finalmente chiara e limpida dietro i poggi dell'Incontro e di Vallombrosa. Quando i suoi raggi cominciarono a penetrar nelle case, e ad esser visibili malgrado la luce rossiccia de' lumi, si fece in ogni famiglia quasi un'ultima dipartenza, successero gli abbracci, i pianti, i caldi e rapidi colloquj delle mogli, le benedizioni de' vecchj e de' padri, ed a poco a poco si sparse un rombo per la città, un rumor cupo, di voci, di passi, di porte che s'aprivano e serravano a furia, ed uscendo i cittadini armati dalle case, per raccogliersi ai loro gonfaloni, ricambiavan l'ultimo addio, l'ultime occhiate co' loro congiunti, colle donne, co' bambini che lasciavan lacrimosi sugli usci.
A levata di sole la piazza era già, non meno del giorno innanzi, calcata di popolo, ed i Signori radunati in consiglio, quando si vide di verso Vacchereccia giungere una compagnia d'uomini a cavallo, alla cui testa veniva Cencio Guercio e si drizzava al Palagio. Giunto al portone fra l'ondeggiare ed un non troppo amico mormorare della folla, scavalcò; e salito nella sala ov'era radunata la pratica, espose con arroganti parole il messo pel quale era stato mandato da Malatesta.
Il traditore neppur in quella notte non avea perduto tempo, e conoscendo l'universale repugnante più che mai agli accordi, ed acceso invece a tentar ancora il combattere, avea mandato in campo a Don Ferrante Cencio sopraddetto, con un altro, i quali ne eran ritornati con una bozza di capitoli pei quali, in sostanza, venissero bensì rimessi i Medici, ma rimanesse però libera la città.
Con questa bozza venne dunque Cencio ai Signori, dicendo: «come Malatesta li confortava accettarla, e gli ammoniva, dacchè eran pure spacciate le cose loro, non volessero l'intero esterminio di Firenze, moltiplicando poi parole di tanta alterigia, che il gonfaloniere fu per fargli metter le mani addosso.» Tardi avvedutasi la Signoria dell'error suo nel commettersi alla fede di quel ribaldo, che ora tanto sfacciatamente scopriva il suo tradimento, udendo anche il rumore che s'era levato in piazza, e le grida del popolo che chiedeva battaglia, diede con altrettali e più superbe parole commiato a Cencio, imponendogli, dicesse a Malatesta (trascriviamo il Varchi) «Che la Pratica per ispraticare oggimai questa tante volte proposta, e determinata consulta, aveva di nuovo per ultima risoluzione deliberato, che onninamente si combattesse; il perchè essi come Signori gli comandavano, e come cittadini lo pregavano per l'onor suo e per la salvezza loro che desse ordine a cavar fuori i suoi soldati, perchè eglino dalla parte loro erano preparati, ed aveano preste e in punto tutte le cose da lui chieste e dimandate, e qualcuna di più.»
Malatesta intanto, tutto pieno d'ansia e di sospetti, moltiplicando intorno a se le guardie dei suoi perugini e de' soldati côrsi che gli eran devoti, aspettava la risposta di Palagio, ora bravando, ora promettendo a' suoi, e raccomandandosi gli tenessero il fermo. Quando Cencio gli ebbe riferito le parole de' Signori, conosciuto non rimanergli altro scampo, si risolse, com'avea disegnato, domandar licenza, e dimettersi dal grado di capitan generale prima che ubbidire a quel comando, chè potea fargli perder il frutto di tante frodi: non ch'egli credesse la sua licenza venisse accettata, sperava al contrario vincer così la costanza de' Fiorentini, e costringerli, trovandosi senza capitano, a calare agli accordi.
Egli dunque scrisse una lunga lettera alla Signoria con parole e ragioni oscure ed avviluppate (chè di chiare e schiette non ne avea) sforzandosi mostrare aver egli onoratamente e con fede adempiuto all'ufficio di capitano, e dato ogni opera affinchè la città si liberasse di quell'assedio, il fatto aver dimostrato che il suo consiglio di non uscire a combattere era stato buono, ed a quello più che mai volersi attenere, ora che per le tante perdite erano sceme le forze de' cittadini, e di troppo inferiori a quelle degl'inimici; non potergli patir l'animo di concorrere egli alla rovina di così nobile città, seguendo l'opposta opinione, e dacchè pure le loro Signorie avean deliberato mandarla ad effetto, voler piuttosto domandar buona licenza, lasciar l'ufficio, e partirsi.
Stefano Colonna, al quale Malatesta molto umilmente si raccomandò quel giorno onde non gli facesse contro e l'ajutasse, s'accomodò piuttosto a favorirlo, o perchè così gli fosse stato commesso dal re di Francia, del quale era soldato, o per qualsivoglia altra cagione: il fatto sta che a questa protesta anch'egli appose la sua firma, ed appena scritta la mandarono in Palagio.
L'indegnazione e lo sdegno che si destò tra' Signori nel leggerla, e nel veder ormai tanto aperto il vituperato animo di quel traditore, è cosa impossibile a dirsi; e senza frapporre indugio, tutti bollenti d'ira, posero il partito, ed a tutte fave nere lo vinsero, che s'accettasse la licenza di Malatesta; venne tosto scritta una risposta nella quale, senza scendere a recriminazioni ed a lagnanze, che mal poteano stare colla dignità della repubblica, gli si accordava però la sua domanda con parole troppo più onorevoli che egli non avrebbe meritate.
Andreolo Niccolini e Francesco Zati, ambedue commissarj, ebbero il carico di portar questo scritto a Malatesta, e condussero con loro Leo Paolo da Calignano, notajo, chè ne facesse pubblica fede.
Il popolo, che aspettava impaziente il fine di quelle pratiche, vide accostarsi al portone del palazzo tre muletti condotti dai tavolaccini della Signoria, e poco stante comparvero i Commissarj sopraddetti, e montati a cavallo s'avviarono con due mazzieri innanzi, tra il bisbiglio della folla, ove già correva la voce dell'importante e strana commissione alla quale venivan mandati. Giunsero al capo di via Maggio, ov'eran le prime guardie di Malatesta, che s'aprirono per lasciarli passare, ma con brutte parole ed occhiate in cagnesco davan loro indizio dell'accoglienza ch'eran per ricevere dal capitano. Scavalcati finalmente in cortile, salirono, e lo trovarono nella sala ove era solito dar le udienze, seduto su un seggiolone, circondato dalle sue lance spezzate, con un viso stravolto ed altiero, che non mutò al giungere de' Commissarj, ed appena con un piccol moto del capo corrispose al loro saluto.
Se questi non si sbigottirono trovandosi nelle mani di tanti, che a quel punto ben potean dirsi nemici, vedendo i visi di que' suoi ribaldi tanto volti al male, e sapendo qual messo arrecavano, convien dire, che assai fossero d'animo sicuro. Si disposero ad adempiere arditamente al loro ufficio, ed il Niccolini, cavato fuori lo scritto, cominciò a leggerlo ad alta voce.
Ma non ebbe appena profferite le prime parole, che Malatesta alzandosi furibondo gli corse addosso, e sguainato il pugnale lo ferì malamente in più parti, e l'avrebbe ucciso se le sue lance stesse, considerando l'enormità del caso, e temendone forse ancor più le conseguenze, non gliel'avessero levato di mano; ovvero, se la debolezza del suo braccio non avesse reso i colpi mal sicuri e di poca offesa. Allo Zati, veduto il compagno a questi termini, fallì un momento l'ardire, e domandò la vita a Malatesta, che accecato dall'ira, anche a lui s'avventava, e che pur si rattenne dal manometterlo.
A quel tumulto si levò il rumore grandissimo per tutta la casa, nel cortile ed in istrada, e dai soldati (che in quell'età ad ogni poca d'occasione, pensavano subito a far bottino) venner tolte le mazze d'argento de' mazzieri, le mule, e perfin la cappa del ferito Commissario, che tolto di là da Alamanno De' Pazzi fu amorevolmente soccorso e fatto medicare. Intanto Malatesta, che il furore, la rabbia, il sospetto di dover in un punto rinunziare a tante speranze, avean tratto di senno, s'aggirava fulminando; e gridava «Non esser Firenze stalla da muli, e voler egli salvarla a dispetto de' traditori.»
Il disordine e le grida duravano grandissime, ed era ormai palese ad ognuno esser le cose condotte a tal estremo, che la forza sola avrebbe deciso chi dovesse rimaner signore di Firenze, il Palagio o Malatesta; e questi non ebbe tanto offuscato dall'ira l'intelletto da non comprendere ch'era tempo non di parole e braverie, ma di pronto ed animoso operare.
Erano intanto ritornati in piazza lo Zati, il notajo, co' mazzieri svaligiati, e tutti disordinati ne' panni e nella persona, ed il popolo maravigliato li vide passare per entrare in Palagio, e saputo appena l'accaduto, si levò un ruggito d'ira e grida di vendetta tanto smisurate che ne rimbombaron i monti e la valle dell'Arno, ed il gonfaloniere insuperbito, e giurando di voler vendicar a ogni modo l'offesa repubblica, gridava a' suoi sergenti gli venisser arrecate l'armi e preparato il cavallo, onde, alla testa di tutto il popolo, andar contro Malatesta, e veder, com'egli diceva, se un traditore potesse star solo contro tutta Firenze. L'ordine fu eseguito in un baleno: venner l'arme, venne al portone un gran palafreno da lancia, bardato, e tutto sparso de' gigli fiorentini; ed il popolo a quest'apparecchi si metteva in ordine anch'esso a furia, e si vedeva la turba agitarsi, dividersi, ravvolgersi in sè stessa, correndo ognuno a schierarsi sotto il suo gonfalone, preparando l'armi, accendendo, gli uni dagli altri, le funi degli archibusi, ed a quest'armeggio s'udiva un fremer cupo ed incalzante di voci che rassomigliava alla romba sotterranea foriera del terremoto. Ad accrescer e superar tanto frastuono s'aggiungevano a un tratto i tocchi della campana grossa, che in pari circostanze aveva molte volte battute l'ultime ore de' traditori; le sonore, profonde oscillazioni del bronzo percosso, piovendo dall'alto sulla turba, vibravano in ogni cuore, v'accendevan nuove faville, come suole fare ai cavalli in battaglia lo squillar delle trombe, chè quel suono, in così fatto punto, ed in così estremo pericolo, non pareva se non la voce stessa della patria che chiamasse i suoi figli, e implorasse ajuto.
Fra i gonfaloni de' quartieri che disposti intorno alla piazza a larghe distanze ondeggiavano al vento, si notava il Lion d'oro di S. Giovanni, e nella prima fila era Niccolò co' suoi giovani. Il feroce vecchio, sordo a mille preghiere, al pianto delle figlie, allo sconfortar degli amici, aveva voluto quel giorno trovarsi cogli altri ove eran per decidersi l'ultime sorti di Firenze. Se non col braccio, pensava, ed a ragione, giovar coll'esempio; e qual piede avrebbe potuto arretrarsi, qual cuore vacillare, alla presenza sicura e veneranda d'un tant'uomo?
Deposto il lucco, egli vestiva un lucente giaco di maglia, aveva accanto la spada, in mano una picca, ed invece del cappuccio un cappello di ferro, di sotto al quale gli usciva l'onorata canizie, e coprivagli il collo, mentre sul petto gli scendeva, ugualmente candida e folta, la barba. Il suo busto non più curvo dagli anni, stava eretto sulle reni, e si piantava saldo su due gambe, alquanto aduste ma di valida e bella proporzione: il suo sguardo lampeggiava d'un fuoco di gioventù, ed un insolito vampo gli coloriva le guancie. Malgrado il tumulto e i diversi pensieri che occupavan le menti, molti avevano fissi gli occhi in esso, e se lo mostravan gli uni agli altri, con parole d'affetto, di maraviglia e venerazione mentr'egli immobile volgeva in giro l'occhio tranquillo ed altero nel quale si leggeva un irremovibil proposito, ed intanto l'ombra errante del gonfalone che gli sventolava sul capo, ora lo copriva spegnendo il lampo delle sue armi, ora guizzando lontana le lasciava scintillar di nuovo ai raggi del sole.
Sulla ringhiera di Palagio era intanto comparso il gonfaloniere coperto di tutte armi; e montato a cavallo, si mosse, preceduto dal grande stendardo del popolo, che con bell'ordine, quartier per quartiere, si veniva mettendo in fila per tenergli dietro: le trombe della Signoria sonavano; sonavan le campane di Palagio, e quelle di molte chiese; spesseggiavan le grida di Viva il marzocco! viva il Palagio! Morte ai traditori! Morte a Malatesta! e pareva la terra tremasse percossa da tanti passi, le mura si scuotessero al rombo di tante voci, al suono di ferri che s'urtavano nella calca, al grave rotolare de' carri d'artiglierie che venivan avviati per Vacchereccia, onde abbattere al bisogno le mura e le porte del palazzo di Malatesta.
Ma prevedendo questi la rovina che stava per venirgli addosso, s'era oramai provveduto dell'ultima e più scellerata difesa che gli avanzasse, ed al tempo stesso della più terribile e sicura che si potesse immaginare, contro la quale il popolo di Firenze non ne avea rimedio. Il traditore avea fatto entrare Porro Stipicciano da Castel di Piero ne' bastioni con le sue genti, e mandato Margutte da Perugia alla Porta a S. Pier Gattolini, che ruppe e spezzò a furia, cacciandone il capitano Altoviti che l'aveva in guardia, e volgendo al tempo stesso verso la città le artiglierie collocate sul torrione della porta medesima.
Il campo imperiale, avvertito da Malatesta di questi accidenti, s'era intanto levato in arme e si apparecchiava, ad un suo segnale, a scendere ed entrare nella città, e le feroci bande tedesche e spagnuole, agitando le picche, mandavan grida d'allegrezza stimando imminente il sacco di Firenze, i guadagni, le rapine, le uccisioni, gli stupri, la meta infine delle loro lunghe e contrastate speranze.
Rassicurato così Malatesta alle spalle, e forte oramai di tutto l'esercito imperiale, poteva, quanto a sè, ridersi della furia del popolo, ma una gravissima cagione lo sforzava a non spinger le cose all'estremo, e far sì che il popolo si ritraesse senza opporgli gli ajuti di fuori, e pel solo timore de' medesimi. Questa cagione era il dubbio, anzi la certezza, che entrando tumultuariamente in Firenze le bande del campo, ed appiccando la zuffa in città non venisse questa saccheggiata e distrutta, contro la mente espressa del papa, che la voleva invece intera e piena delle sopravanzate ricchezze.
Malatesta dunque spedì all'incontro delle torme del popolo alcuni suoi uomini, che le trovarono sul Ponte Vecchio, e dissero al gonfaloniere ed ai signori, che se venissero avanti d'un passo, l'intero esercito imperiale sarebbe messo dentro le mura, e da alcuni cittadini, che eran stati testimonj dell'occupazione di porta S. Pier Gattolini, fu confermata la verità del fatto, ed esser oramai in potestà di Malatesta il mandare ad effetto le riferite minacce; ed al tempo stesso, entrando costoro tra i Signori e tra que' primi del popolo che seguivano, e prendendo le mani or degli uni or degli altri, ed esortando, e pregando, e piangendo, confortavano la turba a ritirarsi, e non voler tentar Iddio e la fortuna in un'impresa ormai disperata, e che non poteva partorire se non la rovina e l'eccidio universale. Ma in que' petti cotanto accesi non potè lo sdegno dar così tosto luogo alla ragione, ed il messo di Malatesta, eccitando più che mai la generale indegnazione accrebbe la sete di vendetta, e la voglia di muovere all'assalto, più che non la frenasse:, ma furon tante e tali le parole di que' cittadini che s'erano messi di mezzo, e tanta l'evidenza, che ormai nessuna forza al mondo non poteva salvare quello sventurato popolo, che alla fine il Gonfaloniere e la Signoria, dolenti e disperati d'ogni ajuto, e maledicendo la sorte, la crudeltà del papa, ed i traditori che n'erano stati strumento, diedero pure al popolo il comando di tornar addietro, e sciogliere l'ordinanza.
Quella fermata della testa del popolo sul Ponte Vecchio produsse in tutta la folla un rigurgito, per dir così, nel senso opposto alla direzione che prima seguiva, e si vide correr per essa a mano a mano quel moto ondulato che si comunican tra loro le anella ond'è composto il corpo de' bruchi, ed al tempo medesimo correva addietro, di bocca in bocca, la voce dell'ostacolo incontrato, e sul primo era ripetuta senza variazioni o commenti, ma poi andando avanti, soffriva di strane trasformazioni, ed alla fine tra un bisbiglio pieno di terrore, e che sempre più incalzava, si veniva da tutti affermando, esser entrati dal lato opposto i nemici in Firenze, e tutto l'Oltrarno venuto già in potere degli imperiali, che avean dato principio all'uccisioni ed al sacco.
Dall'estremo ardire suol facilmente la moltitudine passar all'estremo scoramento, tanto più quando si vede minacciata da un pericolo oscuro, contro il quale non conosce difese, e che perciò appunto viene dalla fantasia fatto maggiore della verità. Alla cura dell'utile comune, succede allora quella delle private cose, e da que' cittadini che disperavano ormai salvar la patria, occorse più vivo alla mente il pensier delle mogli, de' figli, della famiglia, ad ognuno sovvenne de' suoi cari lasciati inermi tra le domestiche mura; ognuno già se li figurava manomessi da tedeschi e dagli spagnoli del campo: correre tosto alla loro difesa fu il pensiero che invase ciascuno, e sciolse in brevi momenti quell'ordinanza cotanto calcata.
Correvan qua e là i cittadini per le strade, per le piazze, pe' chiassi, parendo a tutti mill'anni riveder l'uscio di casa, e tremando trovarlo già sconficcato, trovar già dentro i soldati imperiali; avean i volti bassi, i petti ansanti, gli occhi lagrimosi, e ciascheduno, secondo la natura sua, o si volgeva a Dio, e con pregare interrotto ne implorava l'ajuto, o l'imprecava con tremende bestemmie; e chi si scagliava contro il papa, chi contro Fra Girolamo, chiamandolo ciurmadore, e maledicendolo per averli ingannati. Ed a poco a poco spargendosi per le case e per le famiglie lo spavento, si levava per tutto un pianto, un lamento di donne, di bambini, e quelle che si trovavan sole in casa, nè vedean ricomparire i loro uomini, avvisandosi d'ogni peggior danno, e che già fossero stati morti, ed insieme udendo le grida ed il pianger delle vicine, uscivan di senno affatto e, tolti a furia in braccio i piccoli bambini, trascinandosi dietro i più grandicelli, che tutti sbigottiti afferravan loro la gonna, venivan fuori delle case, e vagando per le strade, cercavan d'una qualche chiesa per ripararvisi; e deposti sulle predelle degli altari i bambini, colle braccia in croce, e parendo loro ogni tratto sentirsi ne' capelli le mani de' soldati, gridavano a Dio misericordia.
Nè a tutte le famiglie, che pur l'avrebber voluto, riusciva ripararsi intere ne' luoghi santi, chè in molte, come suoi accadere, erano infermi da malattie o da ferite, inchiodati ne' letti, o vecchi ridotti dagli anni ad una eguale impotenza di muoversi od ajutarsi, ed allora sorgeva un nuovo e più doloroso contrasto tra il desiderio di porre in salvo chi potea fuggire, e l'ambascia di abbandonar soli ed indifesi quelli che sarebbe bisognato trasportar con molte braccia e molto tempo: e da questa varietà d'accidenti ne nacquero atti stupendi di fortezza, di carità, di pietà filiale, ove la prontezza dell'anima aggiunse forze soprannaturali a persone deboli e languenti, e si videro giovani donne riuscire a levarsi in collo o padre, o madre cadenti, e giungere tutte affannate e sfinite a deporli sulle scalee di qualche chiesa, ove da pietose braccia eran raccolti e trasportati a piè degli altari. A fronte di cotesti atti virtuosi, altri se ne videro brutti e nefandi, ed in molte madri lo spavento e la cura de' figli spegnendo ogni altro affetto, lasciavan le case aperte, ed entrovi abbandonati quelli che non avean forza a seguirle, e talvolta accadde che non da soldati nemici, ma dalla feccia de' ribaldi della città venisser commesse ruberie ed assassinamenti su quei miseri derelitti.
Ora quelli tra' cittadini che ritornando in casa la trovavan vota, e fuggita la sbigottita famiglia, si davano a domandarne pel vicinato, a cercarne qua e là per le strade, e ritrovatala, parte rampognando, parte compiangendo l'improvvida fuga, la riducevano di nuovo d'onde s'era partita; chè la città s'era per cura della Signoria un poco rassicurata quanto all'imminenza del sacco, ed era stato posto ad ogni ponte un gonfalone di guardia, per difendersi da chi venisse d'Oltrarno, onde nel cuor di molti l'improvviso terrore avea già dato luogo ad una nuova speranza, e tra'l popolo radunato in piazza, quantunque nè tanto nè così ardito come prima, s'udivan pure di molte voci che di nuovo chiedevan battaglia. Ma ve n'eran anco non pochi chiedenti gli accordi; poi tra cittadini alcuni, che più la patria e la libertà stimavano, che non la vita, concorrendo al marzocco che era sul canto di Palagio, s'abbracciavano a que' ruvidi macigni che gli servon di base, gli innondavan di lacrime, li coprivan di baci, giuravan voler difender fino all'ultimo quella venerata repubblica, voler morir mille volte prima che disertarla.
Dove potea esser Niccolò se non quivi, se non il primo ed il più infiammato di questi? Poteva egli anche a quest'estremo, ammettere il solo dubbio che Firenze avesse a cadere? Poteva egli credere Fra Girolamo un impostore, le sue profezie una menzogna?
Ritto a piedi del Leone, circondato da' suoi e da molti cittadini, egli veniva tratto tratto con gravi ed infiammate parole comunicando ad ogni cuore quella fede, quella costanza, che nel suo rimanevano inconcusse, e neppure quando il sole cominciò a declinare all'occidente, e quando alla fine, calato sotto l'orizzonte, cominciarono a comparir le stelle, non volle lasciar quel luogo malgrado le istanze de' suoi, che non potevan patire avesse a sopportar tanti disagi, e temendo nella notte avessero a succeder nuovi accidenti, od i Palleschi cogliesser l'occasione di far novità e levar il rumore, ricusò ostinato di andarsene a casa, e tratti dal suo esempio, molti cittadini passarono anch'essi in piazza l'ore del sonno. È facile immaginare quali poteron essere per l'universale, quanto dolorose, piene di sospetti, di spavento per i mali estremi che s'aspettavano dall'indomani, e quando, dopo la mezzanotte, un alto silenzio era succeduto a tanto rumore, e non s'udiva in piazza se non i passi delle sentinelle, il lamento de' gufi appollajati in cima della torre, e di quando in quando il batter delle ore. Niccolò, cedendo alla stanchezza, cominciò a declinar la fronte su un letto composto de' mantelli de' suoi figli, e s'addormentò col capo basso alla base del marzocco, mentre essi muti e pensosi vegliavano al suo fianco. Due ore prima di giorno, la luna che era in sul finire, venne a poco a poco mostrandosi pallida e scema sugli edifizj verso oriente, ed illuminò d'una luce alabastrina il volto del vecchio addormentato. Lamberto gli avea tolto pianamente il cappello di ferro, e, per difenderlo dall'umido rezzo della notte, gli avea tirato sul capo il lembo d'uno di que' mantelli, e l'augusta e placida serenità sparsa sui lineamenti di Niccolò, il suo respirar largo e profondo mostravano che sulla nuda terra, nell'estreme sventure, e tra i maggiori pericoli è pur concesso trovar sonno e riposo all'uomo forte ad incontaminato.... Resta a saper se in quella notte, in quelle ore medesime, l'avranno trovato uguale ne' loro letti di piuma, di seta e d'oro, Carlo V e Clemente VII.
Un nuovo disordine, preparato però da lunghe macchinazioni, sorgeva intanto ad affrettare e render più dolorosa l'agonia della repubblica.
La setta de' grandi, risolutasi affatto a staccarsi dal resto del popolo, concorse armata alla prim'alba sulla piazza di S. Spirito, in numero di quattrocento giovani delle prime case di Firenze, «sprezzando» secondo le proprie parole del Varchi «la religione del sagramento, tante volte ed in tanti modi fatto da loro.»
Scelsero codesto luogo per esser prossimo alle case di Malatesta, e poter così soccorrerlo all'uopo, e venire soccorsi: sforzare il Palagio agli accordi, ed averli tali che potessero salvare il loro grado e le loro ricchezze, era il fine al quale tendevano. Corse a questo rumore Bernardo da Verrazzano, Commissario della milizia del quartiere, e si studiò con buone parole ricondurli al dovere, mostrando loro di quanta importanza fosse che in quel pericolo si mantenessero unite le volontà di tutto il popolo, che potrebbe così ottenere capitoli più ragionevoli e confacenti alla comune utilità, ove all'opposto le scissure e le disunioni, dando maggior animo a' nemici, gli avrebber resi meno trattabili e più insolenti.
Ma furono sparse al vento le sue parole, chè anzi ributtato e minacciato villanamente, mancò poco non venisse ammazzato dal Morticino degli Antinori, che toltolo di mira coll'archibuso, già appressava al draghetto la fune accesa, ed avrebbe dato fuoco, se da' circostanti non fosse stato rattenuto e ripreso.
Venuta la nuova in Palagio di questo ammutinamento, la Signoria, che oramai navigava per perduta, ed in tanti e così diversi pericoli che la minacciavano non sapeva più che farsi, nè come riparare, spedì pure per tentare ogni prova, il Rosso de' Buondelmonti, Commissario della milizia di S. Maria Novella, a pregarli che non volessero l'ultimo strazio della repubblica, colle ragioni medesime addotte già senza frutto dal Verrazzano, e che pur senza frutto furono udite per la seconda volta, rispondendo costoro non voler per l'innanzi riconoscere altra signoria nè altro signore che Malatesta.
Disperatosi allora il Buondelmonti di potere svolger costoro, a lui si condusse pregandolo, per parte della Signoria, volesse colla sua autorità far partire que' giovani da S. Spirito, e se questa domanda gli venisse accordata, lo può immaginare il lettore; chè anzi già avea mandato Malatesta a que' cittadini abbindolandoli colle solite promesse d'uno stato di pochi, quale essi desideravano, e profferendosi pronto ad ajutarli e sostenerli, ed al Commissario della Signoria, disse alla fine aperto, ch'egli stava con quelli di S. Spirito e non conosceva altri che loro.
Questa ribellione de' grandi, quantunque pel loro scarso numero non paresse cosa di tanta importanza, fu però il colpo che dopo altri mille decise finalmente la caduta della repubblica di Firenze; nel modo istesso che ad abbattere un'antica e ben radicata quercia, quando pel lavoro di molte scuri tentenni già recisa sul calcio, basta alla fine un urto leggero.
Vennero in piazza i giovani di S. Spirito fatti oramai sicuri, e crescendo d'insolenza, e s'attelarono in arme sotto la tettoja de' Pisani, guardando in cagnesco i Piagnoni che avean dirimpetto, schierati sotto la ringhiera, e se, come parve probabile, avessero attaccata la zuffa, sa Iddio a qual rovina sarebbe stata condotta la città: ma l'ordinanza di questi s'era d'assai assottigliata, chè alla sfilata s'eran partiti molti, conoscendo oramai che il più contrastare alla fortuna sarebbe stato di puro danno, e volere, non morire essi per la patria, ma che la patria perisse per loro o per la loro ostinazione.
CAPITOLO XXIX.
Conoscendosi costoro padroni oramai di Firenze, vollero per prima cosa che la Signoria rilasciasse que' cittadini Palleschi, che fin dal principio dell'assedio erano sostenuti in Palagio; e la Signoria, che dovea ubbidire, non potendo più comandare, li fece tostamente porre in libertà, onde presto furon veduti uscire di Palagio ringraziando i loro liberatori, come poco dopo ringraziaron Malatesta, recandosi a fargli riverenza.
Il Busini, che era presente a quel fatto, e stava con que' pochi Piagnoni superstiti, desideroso più di morire che di vivere, narra, in una delle sue lettere al Varchi, che costoro avendo, durante la prigionia, trasandata ogni cura della persona, apparvero con lunghe barbe, e rassomigliavano ai romiti della Falterona.
Ora dunque i Signori, non conoscendovi più rimedio, sforzati dalla necessità, dalla violenza dei nobili, e rimasti oramai abbandonati a se soli, dovettero alla fine risolversi a cedere; e, radunato il consiglio degli Ottanta nella sala grande di Palagio, in quella stessa, che per opera di Fra Girolamo era stata disposta pel consiglio maggiore; in quella, ove alcuni anni dopo il Vasari dipinse in tante storie le battaglie che ribadiron poi la servitù fiorentina; radunato, dico, il consiglio, pieno di quel lutto, di quel dolor tacito e profondo che assai si può immaginare, elessero quattro ambasciadori a Don Ferrante colla commissione d'accordarsi, salva però sempre la libertà fiorentina.
Questa clausola sola parrà al lettore una derisione amara, ed il progresso del tempo mostrò, che il suo giudizio non erra: ma è nell'indole umana l'attenersi con grandissima ostinazione alle parole allorquando vien meno la realtà da esse significata.
Partirono gli ambasciatori, si condussero alla villa Guicciardini, detta la Bugia, ove alloggiava Baccio Valori, e venuti a parlamento con esso e con D. Ferrante, dopo lunga discussione, fermarono i capitoli della resa, e tornarono con essi, che già era fatta notte, in Firenze.
Niccolò, quantunque abbandonato quasi da tutti, era sempre rimasto in piazza, al luogo medesimo. Quando gli fu annunciato che tutto era finito, estinta ogni speranza, e Firenze venuta finalmente alle mani de' Palleschi, provò quel dolore che supera ogni altro dolore, e non è da mettersi a confronto nè colla perdita de' beni, nè con quella della vita, e neppur della libertà, nascendo da una perdita assai più tremenda per l'uomo, quella d'una fede nutrita, tenuta infallibile e santa pel corso dell'intera vita. Scoprir traditore l'amico dell'infanzia, è forse il solo dolore che a questo s'avvicini.
Chi può immaginare, non che descrivere, lo sconvolgimento tremendo che dovette operarsi nell'animo del vecchio popolano, quando a un tratto, quasi allo squarciarsi d'un velo, sentì nascersi il dubbio che Fra Girolamo gli avesse ingannati?
A novant'anni s'avvide l'infelice vecchio che egli ancor non conosceva tutti i dolori della vita, e mentre i suoi gli stavano attorno confortandolo, e notando con ansia l'istantanea e spaventosa mutazione che appariva nei suoi lineamenti, quella sua fronte, quei suoi occhi, già cotanto sicuri, caddero a terra, il suo volto illividito espresse una così desolata disperazione, che gli astanti temettero un momento non avesse a cader morto allora allora, e con quelle parole e quegli argomenti che alla mente d'ognuno parevan migliori, si studiavano ravvivarlo, mentre piano piano procuravano trascinarlo alla volta di casa.
Riuscirono a condurvelo, passando taciti per quelle strade poco prima tanto riboccanti di popolo, tanto piene di rumori e di grida, ed ora oscure, deserte e taciturne, se non che da quando a quando s'udivan lamenti, pianti soffocati, che sonavan per l'aria senza potersi conoscere d'onde venissero. Quando Niccolò rivide la bruna facciata della sua casa, ove avea vissuto libero tant'anni, e dove oramai gli conveniva viver servo, od uscirne, sentì rinnovarsi più amaro il suo dolore, come accade a chi rivede per la prima volta quelle mura ove visse lungamente con una persona cara, e che la morte abbia rapita per sempre. Nel varcare la soglia, l'androne; nell'entrare nella sua camera sentì opprimersi il cuore come entrasse in una prigione. Trovò le figlie piangenti, che gli si fecero incontro, ed abbracciandolo raddoppiarono il singhiozzare, ed egli, senza nè rispingerle, nè corrispondere a quelle loro mute condoglianze, si venne spogliando l'arme e le gettò a terra lontane, lanciando sovr'esse un ultimo ed amaro sguardo; un altro sguardo gettava in alto a quella nicchia entro la quale stava appesa la tonaca, ed eran collocate le ceneri di Fra Girolamo, e senza torcer le pupille da quelle cose che in cotal momento dovean destar in lui tanta tempesta di pensieri, rimase un buon pezzo fisso, ed alla fine il misero venne alla presenza de' suoi, che profondamente commossi, e senza osar quasi respirare lo circondavano, pianse, pianse a lungo ed amaramente.
Degli sbagli delle profezie e de' profeti a tutti si suol dar la colpa fuorchè a loro, chè essendo la fede un affetto del cuore, più che un'operazione dell'intelletto, il cuore s'ostina a serbarla, a difenderla contro gli assalti della ragione, contro l'evidenza stessa, e trattandosi appunto di predizioni non mancano mai appigli per persuadersi, quando gli eventi siano succeduti a rovescio, che la colpa fu di chi non seppe interpretarle, o adempierne le condizioni.
Così Niccolò, che non poteva in un momento abjurare quella fede in Fra Girolamo, che era stata lo spirito animatore di tutta la sua vita, che non poteva in un punto detestare ciò che avea adorato, nè rinunziare in quella terribil prova alla sola consolazione, alla sola speranza che gli avanzasse, disse in cuor suo, mentre s'affissava in quelle reliquie:
--E se i nostri peccati furon tali da renderci immeritevoli della divina misericordia, vorremo, per colmar la misura, perder anco la fede? Ci fu promessa vittoria: ma abbiam noi combattuto? Perchè ritrarci vilmente? Perchè arrenderci? Può forse Iddio ajutare i codardi?... Oh Firenze! nelle tue forze speravi e non in quelle di Dio, ed egli t'ha abbandonata alle tue forze sole! Quare. Quare dubitasti?--
Questi pensieri furon cagione del pianto di Niccolò, ed insieme di rinnovare più salda in lui quella credenza che avea potuto bensì vacillare, ma non mai venire abbattuta, onde, riassumendo nel volto e nella presenza quell'autorità grave e tranquilla, solo per un momento smarrita, disse ai figli, a Lamberto ed a Troilo:
--Figliuoli miei! Ad uomini men forti e di minor fede che voi non siete, le parole che sto per dirvi potriano parere stoltezza, e vacillazioni d'un vecchio.... Ma a voi, che conoscete le promesse fatte da Dio per bocca del suo profeta a questa città, che fidate in esse,... a voi che, la Dio grazia, non conoscete nè viltà nè paura, posso ben dire, anco allorquando da tanti si crede che siam perduti, sì, perdio, posso dirvelo,.... che non siam perduti del tutto nè irremissibilmente. No! che a chi non dispera di Dio, nè di se stesso, sempre avanza una via di salute.... si dovrà dire che tutto il popolo di Firenze, che tante migliaja di cittadini non han più forza nelle braccia, non han più modo a difendersi, e perchè? Perchè piacque ad alcuni codardi disperar della pubblica salute, e darsi in mano a' nemici dello stato. Perchè quattrocento grandi... (Ah Lamberto! ti ricordi? non te l'avevo io detto?).... vollero calpestare i giuramenti, farsi traditori, per questo non siam più noi? non siam più quelli che eravamo jeri? Le nostr'armi non hanno più nè punta nè taglio? Siam scemati di numero? Son cresciuti i nemici?... Sì, è vero, siam scemati di 400 traditori, e d'altrettanti si sono afforzati i Palleschi.... e non è ella una vergogna, un'infamia, che ciò basti a sbigottire un intero popolo, a fargli cader l'armi di mano?.... Disperi chi vuole! s'arrenda chi vuole, ch'io non dispero e non mi arrendo.... Ah Ferruccio, Ferruccio! ci hai pure insegnato come si combatte! e noi in una terra piena d'armati, con mura salde ed intatte!.... Oh vergogna! vergogna eterna!.... Orsù, non è tempo questo di parole, ma di fatti; l'ore incalzano; la notte s'avanza. Io voglio tentar questa prova, ed Iddio ci ajuterà. Uscite, ed andate per la città cercando de' nostri, de' nostri operaj, de' poveri popolani.... Ah, non son traditori costoro!.... in essi e non ne' grandi sta la forza della città.... e raduniamci tutti in S. Marco dopo la mezzanotte, e là stabiliremo ciò che ci resti a fare; là vedremo se in Firenze vi sono uomini ancora. Io m'avvio ad aspettarvi, fate che ognuno venga per l'uscio di dietro dell'orto, farò che s'apra a chi dirà S. Marco e libertà. Ora andate, e non perdiamo tempo.--
Gli animosi giovani accettarono con allegrezza il messo, e si mossero, ravvivati dall'idea che vi fosse pur ancora qualcosa da fare. Usciti appena dall'uscio si separarono, andando ognuno verso quelli che avea più in pratica, e sui quali facea maggior fondamento, e Niccolò, lasciando le figlie che piangevano, prevedendo oscuri pericoli e nuovi guai, si condusse anch'esso a S. Marco.
Troilo era uscito cogli altri, mostrandosi più sollecito ed infiammato di tutti. Ma quando si trovò solo (avea preso a caso verso S. Trinita) si fermò un tratto, e scrollando il capo diceva:
--Io dico così che questo vecchio ha indosso il diavolo e la versiera!.... Ed io, che credevo d'esserne fuori finalmente! Ed eccoci da capo!.... Già, finchè non l'abbiam messo a giacere non è contento, e se non troverà pazzi che gli dien retta, è capace d'andar solo con quella sua picca ad affrontar il campo.--
Così parlando tra se stesso, avea ripreso a camminare; passato il ponte, s'era condotto alla casa di Malatesta, al quale avea in animo dar notizia di questo nuovo accidente.
Le strade tutt'all'intorno eran piene di soldati, di cittadini di parte Pallesca, che andavano e venivano, e con visi allegri, con parlar alto, cogli atti, co' gesti, colle risa, assai mostravano la mutazione che s'era operata nel loro stato, e la sicurezza in che oramai si sentivano. Il cortile, le finestre del palazzo splendevan di molti lumi, e nell'interno era un ronzìo, un moversi, un dimenarsi di genti, e ben appariva che da quanti eran raddunati in codesto luogo, non si pensava che a rallegrarsi ed a festeggiare.
Troilo, trovato un familiare di casa, fe' sapere a Malatesta, ch'egli avea a comunicargli cosa di grande importanza; non ebbe ad aspettar molto, e venne tostamente introdotto. Egli era in una sua camera segreta con Baccio Valori, in istretti ragionamenti, e Troilo entrando udì questi che diceva:
--Io non mancherò di scrivere a Sua Beatitudine, ma essa potrebbe anco pensare che voi ne volete troppo....--
E queste parole si riferivan alle disoneste domande fatte da Malatesta al papa, siccome prezzo del sangue de' Fiorentini. Tacquero all'entrar del giovane, che potè osservar i visi d'ambedue tanto mutati da quei di prima, che appena sembravano le stesse persone. Il capitano parea meno scarno, stava sopra di sè più ritto, ed a Baccio parean scemati vent'anni. L'accolsero con festa, non però egualmente sincera in ambedue, chè dopo la vittoria, le parti rispettive di questi ribaldi s'erano già mutate, ed i loro interessi non potean oramai molto accordarsi. Baccio vedeva giunto il momento che avrebbe avuto addosso tutti quelli che s'erano adoperati per lui, ed ai quali aveva tanto promesso, e s'egli volea conservarsi la grazia di papa Clemente, e non rischiare di perdere esso stesso le sue ricompense, ben sapeva che la sola via era quella consigliata da Guido di Monforte a Bonifacio VIII, ed espressa da Dante col verso
«Lunga promessa coll'attender corto....»
E quanto gli avesse a riuscire ardua e piena di fastidj glielo mostravan le pretensioni di Malatesta da lui già messe avanti, e sulle quali già discutevano al giunger di Troilo; era perciò naturale, che non gli riuscisse neppur molto gradito in quel momento l'aspetto di questi, come a chi sta battagliando con un creditore inesorabile poco piace la sopraggiunta d'un nuovo. Ma Baccio era troppo astuto per non saper celare que' suoi pensieri sotto un'apparenza grata ed amorevole; mentre Malatesta trovandosi con Troilo, per dir così, in comunione d'interessi, e vedendo in lui quasi un ausiliario, non avea bisogno di fingere per fargli buon viso.
Egli dunque, stendendogli la mano e stringendogliela, gli diceva, volto un poco verso il Valori.
--Ed anche questo giovane s'è portato da valent'uomo e non ha temuto nè fatiche nè pericoli... e se le cose son riuscite tanto a modo di S. Beatitudine, convien pure in gran parte sapergliene grado.... Ora dimmi un po', Troilo, ti diedi io un mal consiglio confortandoti a quest'impresa? Sei contento ora?--
Baccio, con un suo risetto finto e sforzato, accompagnava, e pareva approvare le parole di Malatesta, al quale intanto mandava divotamente il canchero in cuore, e l'altro, proseguiva tutto allegro:
--Coraggio, coraggio giovinotto, chè son finite le prediche e i miserere, e le processioni, ed hai finito oramai di tribolare, ed è volere di S. S. che i suoi servitori, quelli che l'hanno ajutata, abbian que' premj che meritano: e qui messer Baccio saprà ben egli eseguire le intenzioni generose e magnifiche di S. Beatitudine.... e poi, basta a dire che il papa è di casa Medici.... e codesta Casa non conosce nè ingratitudine nè miseria.--
Forse Malatesta, cui era noto assai bene l'animo di Clemente, che s'avvedeva anco de' pensieri di Baccio, parlava così per istraziarlo, e Troilo probabilmente col fine medesimo, rispondeva:
--Eh! lo so, lo so, non occorre dirmelo.... e quanto a messer Baccio, è un pezzo che mi vuol bene, e son certissimo che delle cose mie egli n'ha maggior pensiero di me. Ma non penso a queste cose ora; chè v'è un nuovo diavoleto per aria, e son venuto ad avvisarvene....--
E qui narrava come Niccolò, non si tenendo ancora per vinto, volesse far un'ultima prova, ed avesse dato opera onde rannodare la parte Piagnona e ridurla ad un notturno ritrovo nel convento di S. Marco, ove eran per risolvere, Dio sa che disperato e pazzo partito.
--Non che io creda che possano oramai nuocer molto, proseguiva Troilo, ed anco bisognerà vedere se si troveranno, al punto che son le cose, molti sciocchi e furibondi tanto da volersi mettere a questo sbaraglio.... ma pure m'è parso la cosa non del tutto da trascurarsi, e ve n'ho voluti avvertire.... tanto più, che dovendo trovarmi anch'io a questo consiglio, potrei giovare in qualche modo.--
--Ed hai fatto benissimo a darcene avviso, rispose Baccio, chè forse forse.... da questa occasione... si potrebbe.... lasciamici pensare un minuto.--
Malatesta, vedendo Baccio che colla mano al mento, e l'occhio fisso e pensoso, parea dar molto peso alla nuova riferita da Troilo, diceva, sorridendo con ischerno:
--Oh! che volete voi che faccian costoro?.... Meno che non vengan, come credevan essi, gli angioletti per aria.... ma, vorrei veder anche questa, che gli angioli l'avesser a pigliar col papa! sarebbe una bella disciplina!...--
Baccio, senza badare a queste parole, si veniva accarezzando colla mano il mento, sporgeva innanzi il labbro inferiore, tentennando il capo, come chi sta fra se stesso discutendo e pensando un progetto: alla fine, quasi risolvendosi, diceva:
--Lo so anch'io, che i Piagnoni ci ponno oramai nuocer poco.... Ma e se potessero anzi giovarci? se con queste loro pazzie ci ajutassero invece ad ottenere.... a far sì che.... so ben io quel che mi dico....--
E troncando le parole ricominciava a pensare ed i suoi due uditori a guardarlo, aspettando spiegasse questo nuovo disegno; rimasti così un poco in silenzio tutti e tre, diceva Baccio:
--Ditemi un pò, sig. Malatesta. I capitoli son fermati: la città è nostra, ve l'accordo.... Ma.... qua, tra voi e me, che non ci ode nessuno.... Siam noi sicuri ugualmente di quest'esercito? Siam certi ch'egli non vorrà se non quello che vorremo noi? Che quei diavoli tedeschi e spagnuoli, dopo undici mesi d'assedio, dopo tanti malanni e tante fatiche vorranno proprio rinunciare al sacco di Firenze? Vorranno star contenti alla doppia paga, e partirsi cheti e senz'offesa della città? E se volessero far tutto il rovescio, chi li potrebbe impedire o rattenere? È morto il principe: è morto Gian d'Urbino: e D. Ferrante, che autorità ha egli su codesti ladroni? E se Firenze andasse a sacco, lo sapete anche voi qual grado ce ne saprebbe il papa. Voi, sig. Malatesta, potreste far conto (parliamoci chiaro) di non riveder Perugia; io, d'andarmene a tribolar la vita mia, Dio sa dove, e, quanto a Troilo, non se ne discorre...--
Le parole di Baccio, che racchiudevano moltissima probabilità, scossero gli animi di que' due, che avrebber fatto ogni cosa al mondo piuttosto che mettere in compromesso quelle ricompense di che facean oramai capitale.
--Ora ascoltatemi, proseguiva Baccio, il campo, finchè stia unito e d'una sola volontà, sarà più forte di noi: ma s'io non erro, ci verrà facilmente fatto di metterlo in discordia.... Si facciano azzuffar tra loro, ed avran di grazia a cercare di campar la vita.... altro che pensare ad entrar in Firenze.... Voi mi domanderete, come farli azzuffare?.... E qui voglio che m'ajuti Niccolò co' suoi Piagnoni.... Eh! proseguiva Baccio con un riso di compiacenza, quando ho soltanto un minuto da potervi pensare... ancora mi riesce di trar d'impaccio me ed altri!--
Ed il ribaldo, tutto contento, scrollava il capo e rideva; volto poi a Troilo gli spiegò minutamente il suo progetto, e l'ammaestrò ottimamente sul modo che avesse a tenere, trovandosi la notte coi Piagnoni, ed in ultimo, soggiungeva, con un suo maladetto ghigno:
--E andando bene la cosa v'è un altro guadagno..... pensate quante paghe di meno avrem forse a sborsare.... Son io buon massajo, eh?--
--Io vi fo di berretta, messer Baccio, disse Malatesta ridendo, e giurando al suo modo perugino, soggiungeva: Per lo Dio, che in fatto di trappole io non potrei star con voi per ragazzo!--
Baccio, sempre più soddisfatto del suo pensiero, proseguiva:
--Un altro vantaggio vi trovo.... già, quando una pensata è di quelle che dico io, quadra per tutti i versi.... Con questo modo verranno a scoprirsi i più arrabbiati de' Piagnoni, quelli da' quali non è da sperare nè pace nè tregua, e che perciò si vogliono spegnere, e quanti n'andranno all'altro mondo in questa zuffa saran tanti di meno che daran da fare al carnefice, tanto odio di meno che ne verrà a noi, al papa, ed alla casa de' Medici... anche dell'odio convien esser massajo... E di Niccolò, più degli altri, avrei caro liberarmene con una buona archibusata senz'averlo a mandare al bargello, chè il popolo è troppo in favor suo, ed in uno stato nuovo e in puntelli com'è il nostro, è un brutto pigliarsela con uomini del taglio di Niccolò.... Tutto sta ch'egli, vecchio com'è, possa trovarsi a questa scaramuccia...... chè del volere non ne dubito.--
--Oh! quanto alla volontà egli n'avrà di troppo, ma ch'egli possa è un altro discorso, disse Troilo... e stasera egli era assai bene stracco.... a ogni modo, potrebb'essere che....--
--S'egli finirà a questo modo, tanto meglio per lui.... chè altrimenti converrà lasciar ogni rispetto, e 'l popolo dica ciò che vuole; eh! non è uomo da lasciarsi vivo in Firenze, a voler che lo stato de' Medici metta le barbe!.... Ma a ciò si penserà dopo il fatto. Un'altra cosa ora.... E se costoro s'azzuffano, come te n'uscirai tu, Troilo? Non vorrei che ci avessi a rimanere, ora che tocchiamo il porto.--
Non che Baccio fosse in molto pensiero della vita del giovane, che anzi, a cose finite, avrebbe forse applicato anche ad esso il calcolo accennato poc'anzi circa le paghe de' soldati; ma ora egli potea ancora esser necessario ove Niccolò rimanesse in vita, e convenisse trovar modo d'averlo nelle mani senza scandalo e senza rumore.
--Voi sapete, che del pericolo della vita mia poco mi son curato sin ora, rispose Troilo; poi, sorridendo così un poco, soggiungeva: ma, per dirvela com'è, ai termini in cui siamo, stavo pensando anch'io, che la pelle mia val qualche ducato più che non valeva un mese fa... e se si potesse recitar la commedia al naturale, senza rompere il collo, l'avrei caro altrettanto.--
--E di questo lasciane il pensiero a me, disse Baccio risolutamente, e porgendogli la mano proseguiva: va, e fa pure del Piagnone come gli altri e non dubitar di nulla, chè troverò io il modo a cavarti d'ogni pericolo.... Tu già ti fidi di me?----
Disse Troilo in cuore--Fidarsi o non fidarsi, a questo fiasco ho io a bere; poi ad alta voce:
--Orsù, messer Baccio, voi vedete ch'io non istò a mercantare quanto ai pericoli, e di questo a suo tempo ve ne ricorderete: ora lasciatemi andare, e speriamo bene.--
--E tu va e stà di buon animo, rispose Baccio, che di lacciuoli n'ho dovizia, e anche te saprò trarre d'impaccio.... ma (ed alzò il viso ed il dito per dar maggior forza all'ultime parole) giudizio e prudenza.... e pensa che questa sarà l'ultima fatica, e dopo non avrai che a sguazzare e darti buon tempo.--
Troilo uscì brontolando tra' denti «l'ultima fatica! Non vorrei che avesse ad esser l'ultima daddovero.»
Tuttavia non potendo far altrimenti (chè del Baccio d'ora, signore, si può dir, di Firenze, non poteva farsi beffe, come avea usato col Baccio del campo, quando tutto era ancora in forse, e pieno di pericoli) si rassegnò ad eseguire puntualmente e ad ogni suo rischio quanto gli era stato commesso.
Niccolò intanto, con gran disagio e non senza pericolo, che era un mal andar per le strade in que' momenti di confusione, s'era condotto alla porteria di S. Marco.
Picchiò in un certo suo particolar modo col quale era solito farsi conoscere; venne il portinajo, che gli domandò di dentro s'egli era solo, ed udito di sì, gli aperse così a mezzo, e con sospetto; e messolo dentro, richiuse in fretta con quante serrature e chiavistelli v'erano. Era costui un vecchio laico, che stava a quell'ufficio fin da' tempi di Fra Girolamo, uomo semplice, e caldissimo per le cose del convento e della parte Piagnona.
--Scusate, disse, messer Niccolò, s'io v'ho domandato se eri solo, ma ancora mi ricordo delle cose del 98[62], e mi pare che que' tempi voglian ritornare.... Oh! i flagelli predetti dal nostro santo maestro non son finiti! Iddio abbia pietà di noi....--
--Fatevi animo, Fra Gaudenzio, ch'egli non abbandona se non chi si discosta da Lui, disse Niccolò passando innanzi, ed il vecchio frate giungendo le mani, rispose: «Amen» e gli teneva dietro coll'occhio, notando l'andare lento, stanco ed affannoso di Niccolò, che seguiva il porticato del primo cortile «Povero vecchio!» disse alle fine il frate, e scrollando il capo e sospirando rientrò nella sua cella accanto alla porta. La stanchezza di Niccolò, troppo naturale ad un vecchio di tanta età, battuto, com'egli era, dalle passioni e dai patimenti di quegli ultimi giorni, veniva aumentata quella notte dallo stato dell'atmosfera. Sulla valle dell'Arno e su Firenze si stendevan nuvoli bassi e densi, i quali formando uno strato, e quasi un coperchio, comprimevano l'aria, la tenevano inerte, tantochè non un soffio, non la menoma corrente veniva a ristorare, a ravvivar l'anelito in quella afa morta e pesante. Le lampade del chiostro, che poste a grandi distanze, servivan di guida e di segnali in quell'oscurità, più che non la rischiarassero, avean le loro fiammelle ritte ed immobili, che illuminavan appena un piccol tondo sul muro al quale eran dappresso, o sul pavimento sottoposto, e tutto il resto era tenebre; ma più neri di tutto apparivano i vani degli archi, da' quali in altr'occasione si sarebbe veduto il cielo: senonchè, nell'angolo verso tramontana, al disopra del tetto, nasceva tratto tratto un tremolìo d'una luce livida e biancastra, che errando sulle facciate del chiostro vi rifletteva a momenti un chiarore pallido e vacillante, pel quale si distinguevano le piccole finestre delle celle, le linee dell'armatura, ed il pozzo collocato in mezzo al cortile, poi a un tratto, tutto spariva in un'oscurità più nera di prima, ed intanto parea d'udire (ed era tanto debole e lontano, che era impossibile conoscer da qual parte venisse) un romoreggiare basso e continuo del tuono, simile a quello che produrrebbe un corpo grave strascinato sotto la volta d'un sotterraneo.
Niccolò, salita lentamente e con fatica la scala, si trovò nell'androne del dormitorio, al primo piano verso via del Maglio, e si fermava un momento per riposarsi innanzi alla Annunziata, dipinta a fresco sulla parete dirimpetto da Frate Angelico.
Il lume d'una piccola lampada che v'ardeva davanti lasciava veder la semplice e celestiale bellezza del volto della Vergine, divota e gentile invenzione d'un cuore illibato e pieno d'amore: l'augusta e riverente forma dell'Arcangelo colle grand'ali aperte ed appuntate, i capegli sciolti, la veste ricca e lunga sino ai piedi, e che suppone più che non mostri le forme della persona, le sottili colonne e gli archi d'un portico sotto il quale sono collocate le due figure: dinanzi a quest'immagine chinò la fronte Niccolò, e, giunte le mani, si trattenne ad orare per alcuni momenti, chiedendo il celeste ajuto per l'impresa alla quale era per porsi; ed ove gli venisse prosperamente eseguita, fece voto erigere una chiesa a tutte sue spese in onore della Vergine: poi, un tratto alzati gli occhi in alto, gli venne veduta al sommo dell'arco sul quale posa l'incavallatura del tetto del dormitorio, la maladetta impresa de' Medici, postavi da Cosimo il vecchio, fondator del convento.
Quello stemma gli parve quasi una funesta visione, quasi il tristo segnale d'una fatalità che lo perseguitasse, ne distolse lo sguardo con isdegno, e toltosi di costì, si volse a man ritta, ed alla distanza di poche celle trovò quella di Fra Zaccaria da Fivizzano.
I due amici s'abbracciarono senza dir parola; ed il frate ben s'avvisò che la venuta di Niccolò, a quell'ora tarda, non fosse senza grave cagione.
--Possibile, gli disse guardandolo fisso, e tenendogli ancor le mani sugli omeri ove le avea posate, nell'abbracciarlo, possibile che ci rimanesse ancora qualche speranza?--
--Negli uomini poca, Fra Zaccaria, ma io n'ho di molta in Dio, io son venuto qui stanotte perchè non posso credere ch'Egli ci abbia al tutto abbandonati, che nell'ira sua egli abbia al tutto risoluta la nostra rovina.... non posso persuadermi che il nostro santo martire abbia derelitto questo misero popolo.... e non l'ajuti, non lo difenda dal Cielo contro i tiranni, com'egli fece vivendo in terra tra noi.... Oh sì! io lo credo certissimo, questa è una prova, una terribil prova che Iddio permette onde far esperienza della nostra fede.... usciamone vincitori.... non lasciam ch'essa si scuota, che si smarrisca.... non ci scandalizziamo al cospetto dell'abbominazione, e, viva Dio!.... ch'egli non verrà meno a' suoi fedeli.... non gli darrà in mano de' suoi nemici, e dopo la tribolazione, dopo la prova, seguirà il gaudio e la vittoria....--
Dopo queste parole, alle quali corrispondevano pienamente i pensieri e i desiderj dell'ardito frate, che in essi era infiammato quanto Niccolò, e per esser nel vigor dell'età lo superava di forze, spiegò il vecchio il suo disegno; disse: che avea mandato i suoi giovani onde vedessero di ravvivare le cadute speranze de' Piagnoni, si rannodassero, e facessero di condurli quella notte al convento, onde consigliarsi sui partiti che si potessero abbracciare, e paresser migliori in quell'estremo, e distendendosi in molti ragionamenti, non durò fatica ad infondere nel frate il suo spirito, la fiducia, la costanza che lo animava, e risolsero andar tosto dal superiore, Fra Benedetto, e farlo avvertito di ciò che si stava ordinando.
Trovarono il povero vecchio già in letto, e se si sbigottisse all'udire l'arrischiato proposito di Niccolò, non è da dirlo, chè assai si può immaginare, conoscendo la natura sua timida e mite; privo di forza morale, egli era avvezzo ad abbandonarsi in balìa dell'altrui, e tanto più seguì questo partito nella presente occasione, tanto pericolosa e difficile, per la quale si sentiva non aver nè rimedi, nè consigli, e molto meno ardire.
Le sue parole furon piene di sospiri, di rammarichi e di dubitazioni; la conclusione fu di rimettersi in tutto al giudizio di Niccolò, pregando Iddio volesse proteggere la città ed il convento contro la rovina e l'esterminio che loro soprastava.
Lasciato così Fra Benedetto, Niccolò scese in chiesa ad aspettare, e Fra Zaccaria andò di cella in cella a destare ed avvertire i frati, incominciando da quelli de' quali maggiormente si fidava, e così a mano a mano si risentì tutto il convento, ed uscendo i frati per gli anditi, e parlando tra loro di questa novità, si vedevano, o camminare a due, a tre insieme avviandosi verso la chiesa, o far cerchielli e discorrere quali mesti e pensosi, quali arditi e loquaci, co' loro tonacelli bianchi, e molti con bugie o stoppini accesi in mano che illuminavano a sott'insù quelle loro fisonomie, la più parte severe e veramente virili, e che pel distacco tagliente del chiaro-scuro apparivan più che mai piene d'angoli, di rughe e d'incavi.
I lumi, il bianco delle tonache e de' muri, facean parer più oscura in alto l'incavallatura rozza, comecchè ottimamente disposta, del tetto che copre il dormitorio; avendo le sottoposte celle, con un curioso modo di costruzione, un soppalco loro proprio che le ristringe e le preserva dal freddo.
In breve tutta la famiglia del convento, che sommava quasi a duecento frati, fu radunata in chiesa: ed alla maggior parte di loro, che da quaranta circa, avean in molte occasioni avuto gran parte ne' casi e nelle deliberazioni di stato, che eran usi ai pericoli, ai rivolgimenti, ai contrasti cittadineschi, non facea maraviglia nè recava spavento questo notturno e misterioso consesso, chè in quell'età anche gli uomini appartenenti alle classi ordinariamente meno ardite, avean però sempre un non so che di fiero e d'armigero, che il progresso della civiltà ha poi cancellato dalla società d'oggi giorno.
Intanto ad un oriuolo posto in fondo al dormitorio, in una stretta ed alta cassa di noce oscuro nella quale si moveva il pendolo, e pendevano i contrappesi, suonò la mezzanotte; poco stante la suonò l'oriuolo di sagrestia, poi quello del campanile; era l'ora fissata, e poco potean stare i primi a comparire. Fu mandato un frate ad aspettare all'uscio dell'orto in via del Maglio, ammonito ad aprire a chi dicesse, com'era il convegno, S. Marco e libertà.
CAPITOLO XXX
Niccolò, sceso in chiesa, s'era intanto inginocchiato presso l'altar maggiore.
Un sagrestano v'accendeva quattro ceri, pe' quali si venivano un poco a diradare le tenebre, chè la vastità del luogo non potea dirsi illuminata da così poca luce: ma la rischiarava tratto tratto e pienamente quella de' lampi che guizzava su per l'invetriate de' finestroni, e tingendosi, ne' vividi e variati colori de' vetri, correa per la chiesa con un chiarore simile a quello dell'iride, che mantenendosi a momenti tremulo ed abbagliante, scompariva poi tosto, e nella rinnovata oscurità facea parer più che mai offuscato e smorto il raggio delle candele. Le loro fiammelle, ritte ed immobili sin allora, cominciarono repentinamente ed a scosse a piegarsi, e farsi piccine come avessero a spegnersi, chè il temporale addensatosi ne' monti di Mugello, s'era venuto accostando; già si levava quel vento umido e fresco che suol precedere la bufera; ed entrando pe' fessi e per gli spiragli delle finestre con sibili acuti e discordi, ovvero ingolfandosi sotto i porticati del chiostro, per gli anditi, pe' bugigattoli del convento, facea con opposte e rapide correnti sbatter usci, imposte e finestre, svolazzar tende e portiere, quasi ammonendo a premunirsi contro l'imminente tempesta. Il tuono anch'esso fatto più alto e vicino, pareva attraversasse le regioni superiori del cielo, nascendo lontano, poi scoppiando sul capo col fragore delle artiglierie, e dileguandosi infine, brontolava prolungato e lontano nelle gole de' monti. I primi goccioloni d'acqua cominciarono a percuoter di traverso l'invetriate, ed a poco a poco spesseggiavan sempre più fitti, finchè a quello strepito s'aggiunse il tempestar minuto e secco della grandine che ribalzava sui tetti, sulle gronde, pe' muri, per le finestre: e ad ogni colpo di tuono cresceva il rovescio, il muggito del vento, che s'udiva scompigliare gli alberi dell'orto.
Di tanto frastuono appena s'avvedeva Niccolò, che pieno del suo pensiero non avea la mente se non a quel solo, ed a raccomandarsi a Dio che lo facesse riuscire; e per la mutata condizione dell'atmosfera, per la nuova frescura arrecata dal temporale, sentendo ricrearsi gli spiriti, e quella pesante stanchezza che l'opprimeva dar luogo a nuove forze, e per così dire, ad una nuova vita, sorgeva più che mai coll'animo a sperar bene.
La chiesa s'era frattanto venuta empiendo di frati. Fra Zaccaria, fattosi dappresso a Niccolò, gli diceva:
--Questo tempaccio fa per noi; i nostri potranno uscir di casa e venir qua più sicuramente, senza aver chi gli osservi....--
Ed in quella sull'uscio della sagrestia comparve Lamberto, molle fradicio, e che gocciava per tutto come fosse cavato da un fiume. Niccolò gli tenea gli occhi fissi nel volto, mentre gli s'accostava per leggervi l'esito delle sue pratiche, e s'avvide che non era per annunciargli gran chè di buono. Quando gli fu da presso, disse con viso scuro:
--Io ho fatto il potere.... e qualcuno ho raccapezzato.... del popolo minuto però, de' vostri operaj di for S. Maria.... Oh! codesti son tutti pronti e verranno dove voi vorrete, e sono stato casa per casa, e nessuno s'è tirato indietro, e insin le donne, anzi, esse per le prime, facean animo agli uomini e dicevan: «Andate, andate, che messer Niccolò sa ben egli quel che si conviene, e poi, non viviam noi del suo pane? ora dunque è dovere, che mettiam la vita per lui, e per quel ch'egli ha in animo di fare.»
--E così quella povera gente si confortavan gli uni gli altri, e si mettevan in ordine, e presto ne vedrete comparire in buon dato.... ma i popolani grassi, i cittadini di conto....--
E qui scrollò il capo, sospirando.--Codesti, è un altro discorso....alcuni sono fuggiti.... chi si è nascosto.... altri non si trovavano.... e que' pochi che ho veduti.... pareva parlassi a sproposito.... che dicessi la maggior pazzia.... Oh! che vuoi tu che si faccia oramai?.... egli è come a voler dar un pugno in cielo, e molti rinnegano Fra Girolamo e dicono: noi siamo chiari una volta! e maledicono il giorno e l'ora che gli hanno creduto.... sarà forse la mia mala fortuna.... forse i fratelli, Troilo, l'avranno avuta migliore, possono star poco a comparire, speriamo che arrechin migliori novelle.--
Lamberto, dette queste parole, si trasse in disparte, mentre Niccolò esclamava:
--E poi diranno che Iddio gli ha abbandonati!.... che non gli ha voluti ajutare!.... quando son essi invece che l'abbandonano e rinnegano il suo profeta... oh, povero popolo! Povera Firenze!--
E, intrecciate sul petto le braccia, rimase pensoso un momento, poi soggiunse:
--Ora s'aspettino gli altri.--
I frati ch'erano ristretti intorno a Lamberto per udir ciò che arrecava, si scostarono sciogliendo quel cerchio, e cogli atti del volto, e qualche mezza parola, mostravano scoramento ancor più che maraviglia, e, quali formando crocchi di quattro o cinque, quali seduti per le panche, quali passeggiando in su e in giù nel fondo della chiesa, si venivan intrattenendo con discorsi secondo i diversi umori e le diverse passioni d'ognuno; gli uni, nella resa della città vedendo solo la rovina dello stato popolare, parlavan di libertà, e ne lamentavan la perdita: altri, conoscendo che verrebbe tolta al convento quell'autorità che aveva tenuta sulle cose di stato nei tempi della repubblica, si rammaricavan dicendo: «l'avranno vinta un'altra volta i frati minori!» ed il laico campanajo soggiungeva, quasi piangendo: «e la nostra povera campana avrà ella a rifare il viaggio di S. Francesco?»[63] Molti, cui premevan più di tutto le cose della religione e la santità del costume, mantenuta dalle esortazioni, e dagli esempj del Savonarola, si dolevan dicendo: «e se tornano i Medici, chi potrà più tener questo popolo!... Sarem da capo, e peggio di prima, co' giuochi, e le taverne, e le disonestà... e pensare che son pur i Medici che han fondato questo convento! Oh! che Dio ne scampi da siffatti fondatori di chiese, che persino l'opere sante le fan servire ad ingannare il popolo!»--E v'eran pur taluni che in cuor loro poco aveano creduto sempre a Fra Girolamo, quantunque pel quieto vivere non lo mostrassero, e fra questi correvan ghigni così alla sfuggita, e guardate di sottecchi, ripetendo tra loro a mezza voce, e con ischerno, le famose parole del Frate «Sei tu chiaro?»[64]
La furia del temporale frattanto incalzava; e pareva cosa più dell'altro mondo che di questo, veder a quell'ora sotto l'antiche volte di S. Marco una simil radunata di figure bianche, che erravano in quella semi-oscurità, ove spiravan soltanto le quattro fiamme rossicce accese all'altar maggiore, simili a stelle che tramontino in un'atmosfera caliginosa; aggiungi il rapido e breve splender de' lampi, lo scroscio della pioggia, i frequenti colpi del tuono, che parea percuotessero le mura e le facessero tremare; il furiare del vento che si cacciava per luoghi stretti, per le fessure, pe' fori, e produceva ora un fischio sottile, ora, quasi imitando la voce umana, pareva un ululato, un lungo lamento, ed ora sembrava il lontano ruggir delle fiere. Ad alcuni frati meno arditi o più creduli, correva alla mente che gli spiriti maligni fosser gran parte di quella burrasca, e parea loro quasi, che quelle voci misteriose e sinistre uscissero da gole infernali, da qualche vicina tregenda di demoni che si mettesse in ordine per iscagliarsi sopra il convento, ed un vecchio laico diceva, facendo il segno di croce e sospirando--Anche questa notte, s'io non erro, le monache di S. Lucia voglion avere un po' di feria, come fu quando il beato Fra Girolamo venne condotto in Palagio![65]
Alcuni giovanetti novizj, a queste parole dette con viso pieno di sospetto ed in modo cotanto grave, si sentivano tremare le fibre, e spalancando gli occhi e la bocca verso il vecchio parean chiederne ed aspettarne una più aperta spiegazione, ed il laico con un viso malinconico, proseguiva:
--Eh! chi è invecchiato in questo convento n'ha avute a passar di brutte! E vi sono stati tempi che l'inimico non ci lasciava requie nè dì nè notte, e lo stesso faceva con quelle poverette di S. Lucia... Ma allora era vivo Fra Girolamo... e v'era quel sant'uomo di Fra Domenico da Pescia... quello bisognava vedere come lavorava col demonio! Eh, con lui non c'era da far il matto! e sì che una volta anch'esso gliene fece una, che tutt'altro uomo avrebbe lasciato per sempre d'impacciarsi d' esorcismi.... sentite questa!.... che ci mise una paura a tutti, che non ve ne dico niente!... sapete, la cella che ora è di Fra Giordano... c'è quell'immagine di Nostro Signore tentato da quel satanasso nero nero, con quella coda e quelle gran corna? Be', Fra Domenico un giorno (anche lui che domin gli venne in mente?) prese una granata e scopollo, e lo scherniva in varj modi. Che volete? la notte eramo tornati da mattutino, e s'era ripreso sonno....--
(I novizj si stringevan tra loro guardandosi intorno con sospetto, e credevan a ogni tempo veder saltabeccar per la chiesa qualche Farfarello.)
Potevan esser le due dopo mezzanotte, si sente a un tratto strepito di picchiate, un gridar soffocato; che cos'era? Era lo spirito maligno che per vendicarsi avea date a Fra Domenico tante bastonate ch'egli rimase conciato, che Iddio vel dica[66]... E io, dopo questa faccenda... non mi vo' far bravo!... io, quando vado a spazzar la cella, e vedo quel lucifero, mi raccomando a Dio, e dico in cuore:
Lasciami stare, lasciami stare, Che non ti fo nè ben nè male!
Figuratevi se ha lavorato a quel modo con Fra Domenico, ch'era in sacris, con me, povero converso!.... mi strozzerebbe! che Dio m'ajuti e la Madonna.... Ora.... via, non ci possiam lagnare, si sono un po' quietati.... ma allora!... certe notti non si trovava la via di scender in coro! certi gattacci neri su per le travi del tetto, con occhi come brage, certe salamandre che andavan come razzi pe' muri; e non vedevi di dov'uscivano nè dove andavano, e talvolta ne vedevi taluna star ritta sulla fiammella della lampada e godersi di quel foco.... lo so anch'io! a petto di quello dell'inferno le sarà parso una frescura! poi voltavi un canto del dormitorio, ed ecco in fondo, ritto contro il muro, come un etiopo, piccino piccino, tutt'occhi e bocca! Uh! Signore, ajutateci, che quest'occhi han vedute di gran brutte cose!--
--Ed alle monache accadeva lo stesso?--domandò a mezza voce e tremando un novizio.
--Lo stesso, e peggio! Ed il demonio entrava addosso quando ad una, quando ad un'altra, e facea far cose a quelle povere figliuole!.... cose!... ma che volete! non ci avean colpa esse.... era il nemico.... e allora mandavan di carriera per Fra Domenico.... e lui era come una mano santa, appena si mostrava restavan libere; e, quando per qualche impedimento non poteva andar egli, mandava un altro colla Bibbia, e 'l comandamento al demonio di partirsi.... bisognava sentire allora come gridava.... «Eccolo, eccolo collo scartafaccio!» e volendo nominare il nostro santo profeta, invece di Fra Girolamo dicea per ischerzo Fra Gira gli uomini, Fra Giraffa, ed altre cotali insolenze.... Basta, ringraziamo Iddio; che questa tribolazion ce l'ha pur tolta di dosso!....--
Udiva queste parole fra gli altri un frate vecchio, uomo sparuto, e ridotto dalle penitenze ad aver aspetto di quelle mummie naturali che si vedon verbigrazia nel convento de' cappuccini a Roma, che vestite coll'abito da frate mostrano solo il viso coperto d'una cotenna arsiccia, secca ed aggrinzita. Questi, che in tutta la vita sua non avea avuta un'ora di bene, tormentato sempre dagli scrupoli, diceva, con una vocina tremola e sottile:
--La cagione che il demonio non ci tormenta altrimenti, e non ci si fa più vedere, ve la dirò io, fratelli (e qui un sospiro). Egli è che ora le cose vanno più a modo suo, pur troppo! in questo convento; dove al tempo di Fra Girolamo era tutto l'opposto (e un altro sospir) noi ci siamo allargati nel vitto, nel vestire, ed in tutte le cose.... ed invece d'attendere allo spirito, invece d'insanire pro Cristo, siamo tornati alla superbia degli studi mondani... la compieta si dice ora dopo cena, contro gli ordini di Fra Girolamo.... la Bibbia, che allora i frati l'avean sempre sotto il braccio, oggi è posta da un lato e tralasciata.... insomma, poco si pensa all'interiore, fratelli miei.... che volete dunque che 'l demonio duri fatica con esso noi quando camminiam per la via ch'egli vuole?....--
E qui un ultimo sospiro che valeva per quattro.
In quella gli occhi di tutti si volsero verso la parte ov'era Niccolò, ad un poco di bisbiglio più alto che vi si faceva, ed era cagionato dalla venuta de' suoi figliuoli, di Troilo e di Fanfulla, intorno ai quali presto si raccolsero i frati sparsi per la chiesa. Le nuove avute da costoro non eran punto migliori di quelle portate da Lamberto, ed appariva sempre più chiaro che bisognava pur risolversi a cedere alla fortuna. Cominciò Averardo a parlare nel suo solito modo tronco ed adirato, e dopo aver riferito ciò ch'egli aveva operato, che si riduceva in sostanza alla conclusione medesima ottenuta da Lamberto, dopo essersi scagliato con male parole contro que' cittadini che ricusavano di porsi a nuovi rischj, disse, alzando ferocemente il viso ad un lampo vivissimo che scintillò, seguìto immediatamente da un tremendo tuono:
--Possa tu incenerire que' vituperati codardi che aman più viver servi che morir liberi!....--
A quest'imprecazione uscita in tal punto di bocca a un uomo che, pel suo terribile aspetto, solo a guardarlo metteva paura, fece arricciar i peli ai più arditi de' circostanti.
Il frate dagli scrupoli si prese il capo colle due mani e mormorò tra denti «Sanctus Deus, Sanctus fortis, Sanctus immortalis!» E Niccolò, alzando la mano con autorità verso il figlio, e guardandolo fisso, gli disse:
--Averardo, tu sei in chiesa!
E questi, che avrebbe sostenuto gli sguardi di un esercito, senza batter palpebra, non potè sostenere quelli di Niccolò, ed abbassati gli occhi, ammutolì.
Sorse allora Bindo, e fattosi avanti baldanzoso (di che si dubita o si dispera alla sua età?) disse:
--E s'io vi dicessi che sono stato da Mannelli, dagli Agolanti, da Spini, e che ho trovato que' giovani pronti a far ciò che noi vorremo, e che non ho veduto in essi quella viltà che voi dite? E sebbene, a dir il vero, i vecchi, i padri di molti li sgridassero, e s'opponessero, i figliuoli però mi hanno fatto sicuro che di nascosto si sarebbero ingegnati uscire e trovarsi qui stanotte con noi.... Io per me non dispero, no.... chè di giovani animosi ce n'è dovizia in Firenze, la Dio grazia.... tutto sta incominciare, e poi, non dubitate, tutti si leveranno, e saranno per noi. Ma la sicurtà di Bindo non potè trasfondersi negli animi di chi l'ascoltava; guardando in giro i visi di tutti, vedevi errarvi un sospetto, un dubbio inquieto e doloroso, e Niccolò stesso, quantunque si conoscesse che faceva ogni opera per parer franco e sereno, mostrava però sul volto l'inquietudine che lo agitava.
Volse lo sguardo a Fanfulla, che stava ritto ritto col suo solito ed impassibil viso, nè lieto nè malinconico, e portando sul giaco di maglia lo scapulare di S. Domenico, avea insieme del soldato e del frate: lo guardò come per accennargli dicesse il suo parere, e Fra Zaccaria intanto, esprimendo il pensiero di Niccolò:
--Qui, Fra Giorgio, di cotali faccende ne sa più di noi: vi par egli che vi sia modo.... che qualche cosa si possa ancor fare?--
E tutti gli occhi s'affissarono intenti su Fanfulla, che inarcando le ciglia, abbassando gli occhi, sporgendo il labbro inferiore, tentennava il capo e veniva tratto tratto soffiando e facendo risuonar tra denti un hum! tutt'altro che di buon augurio. Alla fine, ponendosi la mano tra capelli e sulla fronte, e parte grattandosi, parte rassettando la fasciatura della ferita, diceva:
--Non essendo io fiorentino, non posso aver in pratica come voi questi cittadini.... dunque stasera uscendo, ho detto: va un po' da chi ti conosce e lasciami far motto a questi soldati, e sentir come la pensano.... Perchè.... vedete! l'anima di questi negozj.... non per far torto ai cittadini della milizia, che io non vidi mai i più bravi, nè i più valenti.... ma insomma, bisogna lasciarselo dire, ognuno l'arte sua, e val più una ventina di quelle picche invecchiate nel mestiere, e che da bambini, si può dire, son usi alla disciplina, e ad aver sempre un occhio al gatto e l'altro alla padella, vo' dire, un occhio al nemico e l'altro alla bandiera, e a non romper la fila, e in mezzo all'archibusate; un cenno del sergente o del capitano, e già hanno capito, e anche senza questo, sanno da se quel ch'hanno da fare.... insomma, mi avete inteso.... val più una ventina di costoro, che cento uomini, e siano valenti quanto volete, chè non conoscano il mestiere, ed ora fanno troppo, ora troppo poco, e non sanno che una battaglia di soldati debbe esser com'una sega, ove i denti son molti, ma la volontà che li muove una sola, e allora si fa profitto.... Ora dunque, son andato per gli alloggiamenti delle bande pagate.... già li conosco tutti! a qualcuni la spada in mano gliel'ho messa io.... vado pel primo da quelli là dietro S. Croce; entro; Fanfulla di qua, Fanfulla di là.... Addio, buon giorno, che è? che non è?.... Dico fra me.... prova un po' per questo verso, e comincio, addosso con una villania da cani «Bell'onore, per Cristo e la Madonna!....»--
Ma ebbe appena detta la parola, che si percosse colla mano la bocca, accorgendosi che rappresentava la scena con troppa verità; e rimettendosi tosto, proseguiva:
--Bell'onore n'avrete acquistato!.... Dar la terra a patti.... che non v'è un palmo di bastione scalcinato.... non vi mancano nè polvere nè palle.... il cuojo delle scarpe ancor non l'avete mangiato!.... se avessi saputo che era per ischerzo non mi sarei mosso di S. Marco (dicevo così per dire, chè, poveracci, non si son portati male, ma co' soldati bisogna parlar così) e loro, chi ne diceva una, chi un'altra, e parevan arrabbiati, e che n'avesser vergogna anch'essi.--E sono stati i Signori!--Egli è quel traditore di Malatesta.... e chi sgrullava le spalle, chi bestemmiava, chi diceva «Noi siam qui ancora; chi ci paga e insegna la via!.... e un capitano di Guasconi!... un valentuomo!... eramo assieme alla presa di Brescia...» Io, mi dice, jer altro, se il Palagio acconsentiva, assaltavo colla mia banda le genti di Malatesta; non hanno voluto! E io ho da volerne più de' Signori? Ora è troppo tardi....--
Fanfulla tacque un momento, poi stringendosi nelle spalle ed aprendo le braccia, soggiungeva:
--Ha ragione!.... che gli volevate rispondere?... in guerra l'occasione è tutto. La lasci fuggire? Peggio per te.--
Durante il discorso di Fanfulla eran sopraggiunti alla sfilata molti artefici dell'arte della seta e della lana, molti operaj del popolo minuto, tutti, come meglio potevano, più o meno armati; eran insieme venuti alcuni di que' giovanotti ai quali avea parlato Bindo, ma tutti costoro insieme non sommavano a dugento persone; il tempo passava; già da qualche tempo l'oriuolo di sagrestia avea suonato le due, non si vedea comparir altra gente, e quelli che s'eran condotti quivi, vedendo il loro piccol numero, notando lo scoramento che si dipingeva sul volto de' frati, e dello stesso Niccolò, si venivan guardando in viso gli uni gli altri, ed alcuni in cuore molto si pentivano d'essersi mossi di casa loro.
Niccolò stava perplesso, ed ondeggiava in varj opposti pensieri. Rimandarli, e rinunziare all'ultima speranza, gli parea troppo duro ed acerbo: e spingere questi pochi ad un partito disperato, ad una certa morte, non vi si sapeva risolvere. Mentr'egli si stava travagliando in quest'incertezza, i frati avean fatto disporre di molte panche lungo i due lati della chiesa verso l'altar maggiore, ove sedettero essi ed i più ragguardevoli dell'adunanza, e il rimanente popolo, stando in piedi in fondo alla chiesa, chiudeva da quel lato il quadrato, che rimase vuoto nel mezzo. Niccolò sedette su un seggiolone che era stato collocato all'estremità superiore, ed avea vicini Fra Zaccaria ed i suoi giovani, e parlavan tra loro sommessamente, quando entrò in mezzo al quadrato, venendo dalla porta della sagrestia, un vecchio che a' panni mostrava essere un povero operajo, ed aveva sul suo vestire ordinario affibbiato un petto di ferro tutto rugginoso ed una spada allato. L'aspetto di costui era d'uomo che l'età ed i patimenti avesser condotto agli estremi della vita, ma questa parea si raccogliesse tutta negli sguardi, ove ardeva un fuoco torbido, che dava indizio d'un feroce e disperato proposito.
Questo vecchio avea per la mano un fanciullino di dodici anni, magro, pallido e che parea più attonito che spaventato di trovarsi in codesto luogo, in mezzo a quella grave addunanza.
Niccolò conosceva quest'uomo, che era stato sempre ardentissimo per la dottrina di Fra Girolamo, s'era trovato alla difesa del convento nel 98, e poi sempre in appresso avea, in ogni tempo, e sotto tutti i reggimenti, perseverato costantemente nelle medesime opinioni, facendo ogni opera onde si mantenessero tra il popolo, per quanto gli era concesso dal suo povero stato, e dalla sua poca autorità.
--Oh, maestro Simone! gli disse Niccolò, mentre gli s'appressava con quel fanciullo. Oh! che venite voi a far qui col vostro Bertino?--
--Piero suo padre, e mio figliuolo benedetto, rispose il vecchio, è morto combattendo per la nostra libertà.... io, e questo fanciullo, noi siam rimasti sali in casa.... soli al mondo.... voi lo sapete.... non abbiam più nessuno; e perchè, neppur io non mi curo più di vivere, ho condotto meco questo povero orfanello, ond'egli o viva o muoja cogli ultimi difensori di Firenze!--
Niccolò levava gli occhi e le mani al cielo, e diceva, crollando le palme aperte:
--Oh, perchè tutti i cittadini non ebber l'animo di questo povero operajo! Oh! perchè i maggiori di questa terra, ch'eran tenuti dar l'esempio all'universale, si sottrassero al peso, quando più premeva saperlo onoratamente portare?--
Ed a mano a mano riscaldandosi nel dire, ed alzando vieppiù la voce, proseguiva:
--Non son questi, no, gli esempj lasciatici dai nostri antichi, che seppero mostrare il viso a' papi, a' re e ad imperatori, e difender contro tutti la libertà di Firenze! Oh, Firenze! appiè delle tue mura cadde la superbia d'Enrico di Lucemburgo imperatore, e di tutto lo sforzo del santo romano impero!.... l'imperator Massimiliano.... e questo l'abbiam veduto cogli occhi nostri, a nostri giorni!... dovè fuggire prima d'aver pur vedute le tue torri!... A Carlo di Francia, ch'era dentro le tue porte col fiore de' suoi cavalieri, tu mostrasti il viso, quando ti volle serva, e re Carlo ebbe di grazia salvar sè ed i suoi, e rimanesti onorata, ed in tua ragione... Ma Dio grande! è forse il presente pericolo maggiore di codesti? Siam noi uomini diversi da quelli d'allora? Non è più un bene la libertà, l'onore, la religione? Non più un male la schiavitù e l'infamia? Ma possibile, Dio eterno, che siam caduti nel fango di cotanta viltà? Possibile che tanto abbin pesato i nostri peccati, che ci abbi così abbandonati! che il popol tuo sia tanto da te maladetto? Oh cittadini! oh figliuoli! S'avrà dunque a profferire quella tremenda parola! l'avremo a dir noi fiorentini, e non morir prima mille volte--Firenze, è spenta! Firenze è serva! e noi siam rimasti vivi! e torniamo alle nostre case, alle donne, ai figliuoli nostri, cui dovevam mantenere quello stato lasciatoci da' nostri maggiori!.... e che direm loro scignendoci le codarde spade asciutte di sangue, e buttandole in un canto? che direm loro? Che ragion troveremo che gli acqueti e li faccia contenti d'essere, non più uomini liberi, ma quasi una mandra di bestiame, divenuta roba de' Medici? E quando questi tiranni porran le mani nel sangue e negli averi de' vostri figliuoli fatti grandi, non avranno essi cagione di maledirvi, e chiamarvi codardi? E che cos'è poi la vita, che si debba serbarla a cotanto prezzo? E non pensate ch'io parli così perchè son vecchio, e la posta ch'io son per metter a questo giuoco, è di pochi giorni, di poche ore forse di vita. Ma non ho io figli? Questi che mi stanno intorno non son eglino sangue mio? e ne son io avaro? (e ponendo la mano sul capo di Bindo che gli era vicino) Son io avaro del sangue di questo fanciullo, cui rimarrebber forse anni ed anni di vita felice? E facendone dono alla patria, chi potrà dire ch'io non doni più assai che la mia vita stessa?.... Oh! cittadini, abbiate pietà di questa patria sventurata, chè forse ancora n'è tempo! O Jesu Cristo, re nostro, abbi pietà di Firenze, ch'è pure il tuo regno! Parce Domine! perdona i nostri peccati, perdona ancor questa volta.... la tua vendetta risparmi la patria.... io, pei peccati di tutti.... io t'offro questo misero capo, t'offro questi miei figliuoli!.... Scompaja la mia casa.... si cancelli il sangue mio, il mio nome dalla faccia della terra, ma Firenze! Oh, Firenze sia salva, sia libera, sia felice!....--
Piangendo al cospetto di tutti, colla fronte alta, e mostrando ch'egli non avea rossore di quel pianto, pose fine Niccolò alle sue parole, che erano state l'indispensabile sfogo dell'indomita passione ch'egli provava, più forse che non un mezzo col quale sperasse fare oramai molto profitto.
Visi bassi e scuri, ed un silenzio di morte, diedero alle parole del vecchio una troppo chiara ed eloquente risposta.
Il temporale, cacciato dal vento, s'era intanto allontanato dirigendosi verso Volterra; di tanto in tanto splendeva ancora qualche lampo, e giungeva all'orecchio il lontano brontolar del tuono.
Niccolò provò un senso di dolore ancor più terribile di quello che l'oppresse quando fu decisa la resa della città; ora perdeva l'ultima speranza; ora soltanto Firenze era irremissibilmente caduta per esso; ora soltanto si sentiva divenuto veramente servo de' Medici.
Appoggiati i gomiti sulle ginocchia, e sulle palme la fronte, rimase immobile, annichilato, per dir così, dall'immensità della sua sventura, ed avrebbe in quel momento benedetto Iddio, se gli avesse mandata la morte.
Sventurato vecchio! e gli restava ancora a soffrir tanto!
I popolani e gli operaj, che al bollente parlare di Niccolò non avean risposto che col silenzio, giudicando, con quel retto sentire che è quasi sempre negli uomini rozzi, esser ormai pazzia il voler tentar di resistere, non poterono sostener la vista del dolore, del pianto di quell'uomo, che s'eran avvezzati a considerare come il loro padre comune, come un ente d'una natura e d'un'intelligenza superiore. Eran, per dir così, spaventati ora di vederlo soggetto, come gli altri, alla sventura ed all'umana miseria, e per l'amore che gli portavano, si sentivan straziare il cuore, e rampognavan se stessi quasi fosser cagione d'ogni affanno, d'ogni danno che gli potesse avvenire. E cominciò a sorgere un bisbiglio tra que' poveri uomini, mentre pur tuttavia Niccolò stava immobile colla fronte nelle mani, e chi di loro metteva sospiri, che piuttosto parevan ruggiti, chi si mettea le mani nei capelli, chi si scontorceva, chi col dosso della ruvida mano si asciugava una lacrima, e tutti, in questi od altri cotali modi, mostravano passione e malcontento grandissimo, chè tenuti in rispetto dalla presenza di tanti loro maggiori non s'attentavano venir avanti, o moversi, o parlar troppo alto.
Ed a mano a mano crescendo quest'umore tra loro, cominciarono a dirsi a vicenda ed a mezza bocca:--Oh noi siam pure i gran sciagurati!--Povero vecchione! vedi s'egli ha a pianger a quel modo!--Lui che ci ha veduti tutti nascere!--- Che ci ha sempre fatti lavorare!--E quando fu il caro, chi ci dette pane se non egli?--Ed ora, quand'è il bisogno, ci tiriamo addietro? E non vorremo noi che i ricchi e i grandi dicano che il popolo, i poveri sono ingrati?--Tu che dici, Sandro?--- e tu, Bozza? Abbiam noi a farci avanti, e buttarglici a' piedi, e domandargli perdono, e dirgli che noi siam pronti, e che faccia di noi quel che vuole? Vai tu? Vo io? Andiam tutti?--Andiamo....--
Dissero animosamente alcuni, e fattisi innanzi, seguendoli tutti gli altri, irruppero nel vôto del quadrato, e venuti avanti velocemente verso Niccolò, che a quello strepito di passi aveva alzato un poco il capo, gli si buttarono in ginocchio a' piedi, ed i più vicini stendendogli le mani ai panni, alle ginocchia, con visi umili e contriti, e gli occhi lagrimosi, parlavano alla rinfusa e tutti insieme, tantochè mal si potea comprendere che cosa intendessero dire, che domandassero, se non che dagli atti del volto, dalle braccia alzate de' più lontani, e da qualche parola che spiccava qua e là più chiara, come perdono.... pentiti.... noi siam i vostri figliuoli insin che ci duri la vita.... ed altre somiglianti, potè presto avvedersi Niccolò qual fosse l'animo ed il proposito di que' poveracci. Il suo cuore ne fu commosso, e lo fu del pari quello di tutti i circostanti.
Egli alzò amorevolmente le mani, e posandole ora sul viso e sul capo de' più vicini, che afferrandole con impeto ed effusione le baciavano, ora accennando che tacessero e si levassero in piedi, dopo un buon poco ottenne finalmente che cessasse il rumore, il confuso parlare, ma non che sorgesser da terra.
--Oh che volete voi dunque, figliuoli? parli un di voi, e dica quel che voi volete.--
--Il Bozza! Parli il Bozza--dissero varie voci, ed un uomo sui quarant'anni, grande, asciutto e di volto maschio ed ardito, comecchè in quel momento lagrimoso, disse, stendendo le braccia nude e tendinose:
--Messer Niccolò, no' siamo ignoranti.... ci avete a compatire.... no' siam bestie... che volete? no' lo conosciamo anche noi!... Noi meriteremmo che ci cacciassi a calci... Non lo sappiam noi, che tutto il bene che s'è avuto alla vita nostra c'è venuto da voi? Che questi panni che abbiam indosso, son roba vostra? Che ci avete ajutati quando eravam infermi, e provveduti quando non c'era lavoro? e in quest'assedio, che n'era di noi, delle nostre famiglie, se non eri voi? si moriva di fame. E ora, quand'avete dette quelle parole pel bene della città, pel bene nostro, noi.... ribaldi.... non ci siam mossi.... non abbiam risposto nulla.... noi siam bestie (e questo noi siam bestie, siam ignoranti lo ripeteva quasi ad ogni parola e molto più che non si scrive). Ed ora vi abbiam veduto piangere.... e noi non possiamo vedervi piangere.... e vo' avete a star di buona voglia.... e non avete a piangere.... che no' siam qui noi.... e ci avete a mettere dove voi vorrete.... e far di noi quel che voi vorrete.... e finchè c'è vita... finchè di noi ce n'è un pezzetto come l'orecchia... vedete, messer Niccolò, no' siam tutti presti a ogni vostra volontà, ma state su.... via.... rasciugatevi quegli occhi benedetti.... fatevi veder col viso un po' contento.... e allora sapremo che ci avete perdonato, che non siete adirato con esso noi.... Oh! perdonateci, messer Niccolò, perdonateci.--
E tutti a stender verso lui le braccia ed a gridare:--Perdono, perdono!--
CAPITOLO XXXI.
--Perdono! disse Niccolò pieno il volto d'una pietà tenera e malinconica, e di qual colpa v'ho io a conceder perdono, poveri figliuoli miei?... Ah! no.... non è vostra la colpa, ma de' vostri rettori, di quelli che vi dovean difendere e v'hanno abbandonati.... Non avete risposto alle mie parole! Che v'era a rispondere? Ah! lo vedo, lo conosco anch'io che per noi non v'è più rimedio, che siam condannati da Dio.... s'io vi parlava a quel modo, egli è perchè non si può veder disperse le speranze e le fatiche di tutta la vita, non si può veder la patria oppressa, caduta a mano de' nemici e de' traditori, e rimaner muti, coll'occhio asciutto.... ma lo so, lo so, figliuoli; che potete far voi oramai per impedirlo! Chi può opporsi, chi può sottrarsi al giudizio di Dio? E questo giudizio è oramai chiaro ed aperto. Egli ci mandò il suo profeta, come lo mandò ai Niniviti: quelli si convertirono e furon salvi.... noi ci siam indurati nel peccato, abbiam morto il profeta, dovevam capitar male, è giusto! Justus es Domine, et rectum judicium tuum. E poi dicono ch'egli ci aveva ingannati! Noi sciagurati c'ingannammo! ch'egli ci avea ben promesso misericordia, ma a patto di rivolgerci a Dio, e lasciar gli abbominevoli vizj. L'abbiam noi fatto?.... Ora, figliuoli miei, alzatevi, tornate alle case vostre, andate, che Iddio vi benedica mille volte. Questa sarà forse l'ultima che noi ci vediamo, s'io in nulla vi detti mai scandalo, s'io v'offesi in checchesia, siate contenti perdonarmi; ricordatevi sempre di Niccolò, che v'ha amati come figliuoli insino alla morte.... ricordatevi, se mai verranno per Firenze giorni men tristi, che sempre può la patria risorgere, e sempre si debbe esser parati per essa.... ricordatevi di Dio, che fu il nostro principio e debbe esser il nostro unico fine, e pregatelo per l'anima mia, pregatelo che mi faccia degno d'uscir di questa vita nella sua santa grazia, e d'accettar virtuosamente quella morte che gli piacerà mandarmi,.... avessi anco.... e così dovrà finire!.... avessi ad incontrarla sotto la mannaja dei Palleschi....--
A queste parole, come allo scoppiar d'una mina, tutti que' popolani ch'eran rimasti sin allora in ginocchio umili e cheti, si trovarono in piedi, feroci e minacciosi, ed alzando al cielo le pugna, arrotando i denti e fremendo, giuravano morir tutti in difesa di Niccolò; ed il Bozza, alzando la voce sopra ogni altro, gridava....
--No, siam qui noi!.... e prima che vi si torca un capello.... di quanti siam qui, e di mezzo Firenze, se n'ha a far tonnina!....--
Niccolò, accennando colle mani levate, acchetò di nuovo questo rumore, poi disse:
--Io vi ringrazio figliuoli.... vi ringrazio, e sa Dio con che cuore!.... ma s'io non istimo che abbiate a metter la vita vostra a rischio per l'utile della città, pensate s'io vorrei che per l'utile mio!... Dio non lo voglia!.... ora andate e pregate per me, come io pregherò per voi.--
A Troilo, che in tutti quei contrasti non s'era mai mosso, nè avea mai aperto bocca, parve allora esser giunto il momento che faceva pel suo disegno, e venuto avanti, disse, risoluto ed ardito:
--Messer Niccolò, cittadini! ascoltatemi, m'è venuto un pensiero.... una speranza ancor ci rimane!....--
Si volsero tutti a queste parole, guardandolo fisso, che nessuno se l'aspettava in quel momento, e molto meno da Troilo; ed esso:
--Sì, ci rimane aperta una via!.... dubbia.... difficile.... è vero.... ma noi siam ridotti in termini che l'audacia.... la temerità può nominarsi prudenza. Ditemi? Chi tiene il piè sul collo a Firenze? chi la tiene ormai vinta in sua potestà, che non può più far difesa? l'esercito imperiale. Sperar d'assaltarlo e di romperlo colle forze d'una città sbigottita e divisa!.... Pazzie! Ma e se v'insegnassi il modo di disfarlo coll'armi sue proprie? E questo modo, viva Dio! io spero averlo trovato.--
Niccolò gettò le braccia al collo del traditore, e questi, ricevuto modestamente quell'abbraccio, seguitava:
--Voi sapete di quante nazioni sia composto il campo, e quanti odii, e gelosie, e risse sian tra loro tutto giorno.... io che, pur troppo! combattevo con essi contro questa infelice patria, conosco un per uno que' colonnelli italiani ed i loro capitani, e mille volte gli ho uditi maledir la fortuna che li condannava combatter a pro de' Forestieri contro quelli della loro nazione. Ora è nato un caso.... l'ho saputo stasera.... che potrebbe mirabilmente ajutare il mio disegno. Alcuni fanti spagnoli hanno morto due italiani per rubarli, e gittatili in un pozzo: e le bande del Vitelli hanno fatto altrettanto per vendetta a parecchi spagnoli.... gli uni e gli altri stanno ora coll'animo sollevato, e pronti ad ogni momento a venirne alle mani.... gl'italiani soli saranno più deboli del resto del campo, ma se ci accosteremo a loro, saranno più forti, e potremo metterlo in rotta, e rimaner padroni noi di Firenze.... e dove sul principio succeda prosperamente la cosa.... si leverà tutto il popolo.... e non avremo a temere di Malatesta, forte soltanto finchè il campo è intero e può fargli spalla....--
Niccolò non potè aver tanta pazienza che lo lasciasse finir di dire, ed alzando la voce esclamava:
--Egli dice il vero!.... chi potea pensare!.... Dio ti benedica, figliuolo!.... tu sei la salute nostra...--
E Fanfulla, sorridendo con compiacenza, soggiungeva:
--E' non l'ha pensata male, sapete! e Lamberto ed i figliuoli di Niccolò, e poi a mano a mano tutti i frati, stringendosi intorno a Troilo, e discorrendo sul suo disegno, e, per dir così, volgendolo e rivolgendolo per tutti i versi, lo venivan sempre maggiormente approvando, e si capacitavano che fosse, se non d'esito sicuro, almeno tale da restare ancora bastante probabilità per non doversi lasciare intentato.
Così risolutisi affatto, ed abbracciandosi gli uni gli altri, e rallegrandosi insieme, ordinarono di porsi all'opera senz'altro indugio, chè cessato il temporale, e sgombratosi il cielo d'ogni nube, appariva già la prim'alba, rischiarando placida e serena tutto l'oriente; e non era da perder tempo.
--Prima di moversi, disse Niccolò a Fra Zaccaria, siete contento dirci la messa, chè da Dio s'ha a cominciare se vogliam che ci ajuti.--
Andò il frate in sagrestia, e poco stante tornò parato, ed incominciò la messa, che tutti udirono taciti e con quel fervor di preghiere che eccita l'imminenza de' grandissimi pericoli. Ma Troilo intanto; che era inginocchiato cogli altri e stava in apparenza tutto divoto e raccolto, veniva tra se dicendo:
--Ora dunque s'andrà difilato in campo.... ci azzufferemo senz'altro.... E Baccio penserà, cred'io, a trarmi d'impaccio, com'io penso a farmi frate!.... e come ho io a fare per avvertirlo di quanto sta per accadere?.... e' bisogna ch'io trovi Michele ad ogni modo.--
Egli facea disegno sul suo servo. Quel tal Michele che trovammo, se il lettor se ne rammenta, alla Torre del Gallo, e che rimasto in campo fin ch'era durato l'assedio, s'era poi condotto in Firenze, e così istrutto da Troilo, senza farsi vedere in casa i Lapi, s'andava raggirando in modo che il suo padrone l'incontrasse assai sovente, ond'esser sempre pronto ad un suo cenno, per tutti i fortuiti accidenti che mai potessero nascere.
Finita la messa, tutti ricevettero la comunione, e Troilo cogli altri, e tornando dall'altare, sotto colore di cercar un angolo appartato ove potesse attendere, senza disturbi, alle sue divozioni, s'andò a porre nello sfondo d'una cappella, e quivi, volgendo le spalle alla chiesa, e tutto curvo, appoggiandosi ad una panca, trasse di seno un fogliolino ed un pezzo di matita, dei quali s'era ad ogni evento provveduto, e scrisse in fretta:
«Si va in campo a sollevar le bande italiane, e farle azzuffare contro gli spagnoli; s'è tentato far movere le bande di città: e finalmente si leverebbero al rumore: perchè state all'erta. Fate buona guardia alle porte. Non vi scordate ch'io non ho modo nessuno ad uscir di mezzo a costoro se voi non m'ajutate.»
Piegato il fogliolino, e postoselo nella manica, pensò: «all'uscir di qui, Michele si lascerà vedere, e potrò mandarlo a Baccio.»
Niccolò intanto, finite le sue orazioni, s'era rizzato, e, raccolti intorno a se i circostanti, tenne loro un breve discorso, quale voleva la strettezza del tempo e l'importanza del caso. Le fatiche, le inquietudini, la veglia più di tutto di quella notte, aveano esauste le forze del povero vecchio; si sentiva incapace, per quanta volontà n'avesse, d'andar cogli altri a quest'ultima impresa: il pensiero di sè e del pericolo cui s'esponeva non sarebbe sicuramente bastato a rattenerlo, ove pensasse di poter giovare in alcun modo; ma conosceva ch'egli, invece d'ajuto, sarebbe stato d'impaccio a' giovani, i quali avrebbero avuto che fare assai a pensar a loro stessi, senza dover di giunta pensare a lui.
--Andate, disse alla fine abbracciandoli l'un dopo l'altro, andate, chè s'io non posso accompagnarvi colla persona, sarò con voi col cuore, colle preghiere; e chi di voi non vedrò più in questo mondo lo vedrò in cielo....--
Mentre diceva queste parole era venuta per Bindo la sua volta d'abbracciar il padre: corse alla mente del vecchio un tristo presagio (chi può non curarli in certi momenti?).... Pensò: «Fosse appunto questo fanciullo ch'io non dovessi riveder più se non in Cielo!....»
Niccolò si fece forza più che umana per rattenere e divorar le lagrime che stavan per isgorgargli, conobbe quanto importasse mostrarsi forte a quel punto, e, posto sotto i piedi ogni altro affetto, disse, colla fronte alta e stendendo le mani verso i suoi figli:
--Oh Firenze! Oh patria! null'altro mi rimane fuorchè codeste vite!.... io te le dono.....--
Dette le quali parole si lasciò cader seduto; si coperse gli occhi colle mani, e rimase un momento quasi fuor di sè, e presso a soccombere a così terribili e replicate scosse: un ronzìo confuso gli suonava nell'orecchio, e sentendosi affievolire e vacillare le virtù dell'intelletto, non sapea ben discernere se fosse quello un sogno, o se udisse veramente i passi e lo strepito de' suoi figliuoli e del popolo che usciva di chiesa.
Dopo un buon poco, ripresi alquanto gli spiriti, aprì gli occhi, si guardò intorno: avea accanto Fra Zaccaria ed alcuni pochi frati che oravano; e tutti gli altri se n'erano andati.
Venuti questi nel chiostro, e prima d'uscir sulla piazza, disse Troilo:
--Tutta l'importanza sta nel poterci condurre salvi agli alloggiamenti: e sebbene alle porte non s'usi troppo rigore, e si lascian assai liberamente comunicare i cittadini col campo, pure io stimo non usciamo di qui tutti in frotta.... ciò potrebbe dar sospetto... ma a due, a tre insieme; e 'l ritrovo sia Giramonte, ove alloggia il signor Alessandro Vitelli.... nelle sue bande, come vi dissi, è nato lo scandalo, incominciam da loro.... Ora lasciatemi uscir solo sulla piazza, tanto per veder se di verso i Servi, o di via Larga, s'ha a temere impedimento nessuno.... Io do un po' di volta qui attorno, e son qua in un baleno.--
--Troilo uscì, ed Averardo, guardandogli dietro:
--Chi m'avesse detto che costui dovea diventar de' nostri, gli avrei risposto: tu te ne menti!... Oh, vedi ora ch'egli è più infiammato di tutti!....--
--Oh! non ve lo dicevo io? esclamò Bindo; egli era traviato dalle male pratiche, da amici ribaldi.... ma in sostanza è un bravo giovane.... e poi, ora le opere sue le vediamo... Mentre costoro, con parole ancor più diffuse che non si scrivono, portavano a cielo quel ribaldo, egli, uscito in piazza, la trovò deserta, se non che volgendo l'occhio in giro, scórse di dietro il canto di via della Sapienza, proprio al filo dello spigolo, uscir il terzo d'un volto, in modo che si vedeva soltanto un occhio ed un po' di naso. Si drizzò a quella parte, e trovò dietro il canto appiattato il suo servo. Gli mise in mano il fogliolino, dicendogli prestamente:
--Corri con quanto n'hai nelle gambe e portalo a Baccio.... e digli.... ma tienlo ben a mente!... che io uscirò di porta s. Giorgio tra mezz'ora.... e gli serva di regola.... ora corri, e se non giungessi in tempo, cercati d'un altro mondo.... tu m'hai inteso, io non motteggio!--
Il servo, che conosceva con chi aveva a che fare, la diede a gambe, ed in un momento non si vide più: e Troilo si venne trattenendo, quanto gli fu possibile, per dar campo a Michele di giungere, e non tanto che potesse dar sospetto ai suoi; ed alla fine, rientrato in convento, disse, per guadagnar qualche altro minuto:
--Ho veduto certi soldati venir su per via del Cocomero.... andranno a metter le guardie.... aspettiamo un altro poco. Alla fine, quando gli parve tempo, cominciarono a tre, a quattro per volta ad uscire, combinando tra loro, che ogni compagnia tenesse una strada diversa. Troilo in varj modi destramente ottenne d'esser degli ultimi, e finalmente uscì anch'esso con Bindo e Fanfulla, e per la piazza e la via de' Servi si drizzarono verso P.ª s. Giorgio. Passato ponte alle Grazie, presero sopra la via del Bardi su per la costa, e Troilo, che aveva scelto uscir da quella porta, la più lontana di tutte, per dar tempo a Baccio d'ajutarlo in qualche modo, veniva fra se almanaccando sul modo appunto che quegli avesse a scegliere, non senza qualche sospetto, che dopo averlo messo in quest'impaccio non lasciasse poi a lui il pensiero d'uscirne come potesse.
Ma il Valori avea ancora bisogno di lui, e però non l'aveva abbandonato. Mentre costoro venivano salendo, senza incontrar persona, chè appena usciva il sole di dietro le colline di Vallombrosa, e Troilo veniva gettando occhiate avanti e addietro aspettando qualche soccorso, videro, ove la strada voltando un poco lascia scoprire porta s. Giorgio, venirsi incontro un frate minore, che mostrando d'oltrepassare senza curarsi di loro, e poi, a un tratto fermandosi, coll'atto di chi raffigura qualcuno, disse:
--Oh! voi qui messer Troilo? E dove andate voi?--
Troilo non conosceva il frate, ma gli venne tosto in mente fosse mandato da Baccio, e si dispose secondarlo.
--E voi, Padre, di dove ne venite?--
--Vengo dal campo.... già sapete, l'abito di s. Francesco ripara meglio che un giaco, e con esso si può andar sicuri.... ma voi, non andresti mai in campo, eh?....--
--E s'io vi volessi andare?
--Che Iddio ve ne scampi... E levatevi di qui il più presto che voi potete.... e di Firenze ancora, chè sarà meglio.... Non sapete? Il sig. D. Ferrante v'ha posto addosso 400 fiorini di taglia, per vendicarsi che avete combattuto co' Fiorentini.... E ora appunto, qui fuori la porta, son passato per mezzo una compagnia di lanzi, che mostrano conoscervi di persona, e dicono, che se v'incontrano v'hanno a tagliar a pezzi.--
Troilo, per far un po' di commedia, ringraziò il frate, mostrando voler pur passare innanzi, ma costui lo prese pe' panni affermando, che in nessun modo non lo lascerebbe andare ad una inevitabil morte; e Fanfulla e Biado, conoscendo che non conveniva attaccar una mischia e levar il rumore nel campo, mentre s'apparecchiavano a cosa di tanta importanza, e che ad ogni modo non avrebber potuto bastar essi soli a campar il loro compagno, lo persuasero tornasse addietro, e Fanfulla, tiratolo in disparte, tanto che il frate non lo udisse, gli diceva:
--Va, va, che anche in Firenze ci potrai ajutare... parlando ai soldati, com'ho fatt'io jeri, e persuadendoli, quando sentano attaccata la mischia, ad uscir fuori, ed in mezzo a loro non avrai paura dei lanzi.--
E senza voler udir altro, voltogli le spalle, e' se n'andò con Bindo, mentre Troilo, ridendo in cuor suo, scendeva di nuovo la costa in compagnia del frate.
Fanfulla dunque col giovanetto, tirando innanzi verso la porta, diceva il primo:
--Fortuna che s'è incontrato codesto par di zoccoli... se non era lui, Dio sa che diavoleto nasceva!... e in questi casi, un nulla basta a rovinar un'impresa.--
Porta s. Giorgio era tenuta da una grossa guardia, di cui Malatesta si potea fidare, e che non impediva ai cittadini di comunicare col campo, come dicemmo, meno però le ore della notte. Fanfulla venne riconosciuto e salutato da parecchi di quei soldati, e mentre varcava la soglia sotto il voltone massiccio, che ancora in oggi si vede, chi gliene diceva una, e chi un'altra.
--Oh, ecco Fanfulla!--Ben levato Fra Bombarda!--Dove si va così per tempo! ec. ec.--
E egli, senza fermarsi, e salutando colla mano:
--Andiamo a vedere certi amici del campo, ora ch'è aperta la gabbia.... Addio, addio, ci rivedremo, cristiani, se piace a Dio e alla Madonna!...--
E via senz'aspettar risposta.
Se il nostro lettore fu mai a Firenze, se gli accadde andarsene a spasso fuor di questa porta, d'onde ora uscivano Bindo e Fanfulla, si ricorderà, che dal piede delle mura di Firenze, guardando verso mezzodì, si vedono sorgere a gradi quelle bellissime colline ondulate così gentilmente sulle cime, sparse di foltissimi uliveti, di filari di vigna frapposti, parte verdeggianti, parte d'un color grigio-perla, simile a quello del salcio; ricorderà quelle casucce, quelle villette, che bianche e pulite fan capolino tra gli ulivi, e mettono cotanta invidia a chi le vede, tanto più se a caso stia in qualche tristo pensiero, e ruminando i suoi guai, quasi non dovessero essi penetrare tra quelle mura, sotto quelle ombre tranquille!.... e pur chi sa quanti ve ne sono anche costì!.... ricorderà insomma l'aspetto placido e ridente di codesta contrada, variata com'è varia la natura, ma insieme accurata come un giardino... Or bene, all'epoca della nostra storia, dopo undici mesi che era in mano de' nemici, tutta quella bellezza era cambiata in una landa desolata, nuda e fangosa; non più traccia di siepi o di divisione alcuna tra poderi, le viti sbarbate, rotte, peste e sotterrate; gli ulivi tagliati al pedale per farne legna, o, se pur qualcuno ne rimaneva qua e là ad attestare l'antica ricchezza, eran tronchi, o quasi fusti informi, senza rami, pieni d'intaccature, e traforati dalle palle dell'artigliera. Smosso e solcato da queste in varii luoghi vedevasi il terreno, non men che dall'acque de' temporali. Tale era l'aspetto del suolo tra le mura e le trincee, che simili ad una zona cingevano il poggio a mezza costa sotto Giramonte, e consistevano in un fosso, dietro il quale s'alzava un terrapieno armato di stecconi e forato da cannoniere.
Mentre Bindo e Fanfulla si dirizzavano verso un seno del poggio ov'era una dell'entrate dal campo, già si poterono accorgere che v'accadeva o vi si preparava qualche cosa di straordinario del sordo mormorìo che n'usciva, dal chiamarsi, dal correr de' soldati per le vie che rimanevan tra le file dei padiglioni, delle trabacche, e lungo le trincere, chè giacendo l'alloggiamento sul pendìo del poggio, si poteva coll'occhio abbracciar tutto quanto, e vi si Vedeva quell'intimo ed incomposto rimescolamento che appare in un formicajo, ove in qualche modo si metta il disordine.
Entrati alla fine nel campo, e seguitando a salire per giungere sull'eminenza ove siede Giramonte, passavan tra le tende e le baracche costrutte in cento modi, d'assi, di graticci, di stoppie o di mota, come meglio era venuto fatto a chi v'avea avuto a passar tanti mesi, e s'era ingegnato procurarsi alla meglio qualche comodità: alcune, le più fiacche, mezzo rovesciate dal turbine della notte, giacean tutte arruffate, tutte ispide e piene di pali contorti o schiantati, di stecchi, di cannucce fradicie e ancora stillanti d'acqua piovana; sovra molte eran distesi panni onde asciugarli ai raggi del sole, o v'erano appiccati arnesi da guerra, che i ragazzi ed i famigli venivan racconciando e forbendo frettolosi, punzecchiati da' loro padroni, chè aveano furia di vestirsene. Tra questi famigli, molti, colle lunghe capigliature, colla forma del petto e de' fianchi tradivan l'abito virile che avean indosso. Eran donne e donzelle (in quel tempo ne' campi ne accadeva di tutte le razze) o rapite nel sacco di qualche terra e da un padrone rozzo e bestiale ridotte ai più bassi uffici, o che, sedotte ed innamorate, eran fuggite di casa con qualche soldato, il quale, sazio oramai di loro, le soffriva, a patto soltanto di tenerle in conto di garzoni, ed esserne servito[67].
Tratto tratto trovavan tettoje o frascati sotto i quali i vivandieri e canovaj facean la cucina e vendevan vino: un qualche fanciullaccio sudicio e bisunto, attendeva a volgere lunghi spiedi innanzi al fuoco sul quale insieme bollivano grandissimi pajuoli. A certe tavolacce lunghe e mal composte, od usando botti rizzate a guisa di mense, eran soldati sollecitando finire gli ultimi bocconi, per unirsi a quelli che alla rinfusa concorrevano a Giramonte; s'udiva gridare, ridere, sganasciare. S'udiva il parlar alto e concitato di cento voci, ora grosse e sonore, ora rauche, ora stridule; ed ognuno voleva dir la sua sul fatto degli spagnoli: ma chi potea ritrarre il senso d'una sola parola in quel confuso fracasso, accresciuto, ora dall'abbajar d'un cane, ora da un tamburino, che per prova, veniva battendo la cassa, ora da qualche majale, che legato per una zampa di dietro ad uno stilo si veniva ravvolgendo a saltellone stiracchiando la fune, ed empiendo il cielo d'acuti e maladetti grugniti?
Fanfulla e Bindo, seguitando a salire tra gente e gente, e notando, tutti allegri, la buona disposizione di costoro a sollevarsi e menar le mani, giunsero finalmente sullo spazzo ov'è posta la villa di Giramonte; luogo piano, assai ben largo, donde si scopre tutta Firenze, i monti di Fiesole e il val d'Arno da' poggi dell'Incontro a quelli d'Artimino. Quivi, sul ciglio che guarda in città, era una batteria di ventiquattro pezzi, tra cannoni, sagri e columbrine, separati da grossi gabbioni di vinchi, pieni di sassi e di terra; quivi era più che mai stretta ed accalcata la folla de' soldati, de' quali eran pur piene le finestre della villa; ve n' era sul carriaggio che serviva pel bagaglio della banda, e stava in fila lungo i muri della casa; ve n'era sulle artiglierie, su' gabbioni, su tutti i luoghi alti, e stavano tutti intenti ad udire Lamberto, che salito medesimamente su un gabbione parlava con voce alta, gestir pronto ed infiammato, e quando i due giunsero a portata della sua voce, diceva, terminando una frase della quale non avean udito il principio:
--.... de' vostri compagni che que' marrani hanno assassinati! Vendetta di loro soltanto! di tutta la nostra nazione che hanno assassinata, ed assassinano tutto giorno in mille modi, di essa s'ha a far vendetta, e liberarci una volta da codesti ladroni!... Ma ditemi, perdio!... s'io non dico il vero buttatemi giù di questa trincea... ditemi! andiamo noi nei paesi loro a vivere a discrezione, a rubarli, a vituperar le loro donne, a scannarli, a sollevarli con mille trappole, e metterli in discordia gli uni contro gli altri, come s'aizzano i mastini pel gusto di vederli sbranarsi? E loro invece sempre qui! ora con una scusa, ora con un'altra, ora per mare, ora per terra... ogni momento, che è, che non è? una truppa di questi ribaldi, miseri, scalzi, morti di fame, che hanno bisogno di rifarsi.... dove s'ha a andare? In Italia! andiamo, col nome di Dio! In Italia! Ma per Cristo, la terra dove siam nati, dove son sepolti i nostri padri, è roba rubata? è roba del comune?.... Iddio, che ad ogni popolo ha dato tanta terra che ci potesse vivere e morire in pace... ove potesse seminare e mietere.... ha egli detto: questa sola sia di chi la vuole, di chi se la prende, sia di tutti, e vi possa raccogliere chi non vi ha arato? Siam forse maladetti da Dio? siamo bastardi? siamo bestie?.... Lo volete sapere? senza avvertirlo, ve l'ho detto io quello che siamo! Siamo bestie, e peggio che bestie! chè anco i bruti, se si voglia disturbarli nella loro tana, si difendono e adoprano l'ugna e 'l dente, e non badano se 'l nemico sia maggior di loro.... e non potranno gli uomini far almeno altrettanto?.... E non mi vengan a dire che son più valenti di noi! Gli uomini son tutti compagni, e solo i cattivi ordini, le male usanze li corrompono e li rendon diversi.... e in prova, quante volte s'è avuto a far con loro a buona guerra, corpo a corpo, chi n'ha toccate? loro o noi? ed eccola...--(Disse accennando Fanfulla, che avea scorto nella folla).
--Ecco là.... s'io dico bugia, mi dica bugiardo....--
Tutti i visi si volsero a veder con chi parlava, ed egli:
--Fanfulla, che era de' tredici di Barletta, lo dica egli.... come andò la cosa? Chi vinse?... e per combatter que' tredici francesi, si mando forse un bando per tutta Italia per venire i più valenti? i più arditi? S'aspettò d'aver raccolti uomini più grandi e grossi che non erano i nemici? si misero due contr'uno?.... tredici loro, tredici noi; quelli che si trovaron sotto mano ne' due campi.... si scelse i migliori, è vero.... ma scelsero i migliori anch'essi. E chi visse? torno a dire.... Non son più valenti dunque, ma più astuti.... o per dir meglio, essi son tristi ed astuti, chè sanno seminar la discordia tra noi e consumarci colle nostre armi medesime.--
Ma che sciagurato furore, che maladetta peste è mai questa? qual demonio dell'inferno ci saetta ne' cuori il suo veleno, che sempre tra noi ci abbiamo a lacerare! tra noi fratelli! tra noi d'un istesso sangue, d'un'istessa lingua, d'un'istessa famiglia! E una città coll'altra, o coll'armi, o colle frodi e co' maneggi, e sempre in ogni modo, pensare a nuocerci e a rovinarci tra noi?.... e beato chi ci riesce, e' gli sembra un gran bel fatto.... e quando non posson farci del male.... affinchè almeno non se ne perda la volontà, e l'odio si mantenga vivo.... ad offenderci con parole, con nomi ingiuriosi.... e chiamar i Pisani traditori; i Fiorentini ciechi, i Sanesi pazzi, e che so io? e non solo tra città e città, tra stato e stato, ma ogni terra, ogni casale, ogni villa a voler male alla sua vicina, offenderla, ingiuriarla, odiarla almeno, se altro non può?--
E, stese in giù le mani accennando la città sottoposta, proseguiva:
--Ed ecco qui un esempio fresco fresco!.... Firenze, che era libera, ricca, felice; ch'era l'onore, la gloria d'Italia, madre di tanto senno, di tante virtù e d'ogni bell' arte.... questo bastardo papa dice un giorno: Firenze ha ad esser mia... la prima cosa.... al solito!.... chiamar questi spagnoli, questi ladroni ad ajutarlo!.... Pensate se aspettano la seconda parola!.... Figuratevi se corrono!.... Si tratta di saccheggiar Firenze!.... E che fanno intanto le altre città? che fa Venezia, Siena, Genova?.... Venezia fa la sua brava pace coll'imperadore, rinnega le sue promesse, e sta a vedere.... Siena, manda perfino artiglierie che ajutino disfar la sua vicina....--
E guardando una lunga colubrina che avea dappresso, e percuotendola col piede in atto d'ira e di dispregio, gridava:
--E questi pezzi, che vorrei farne polvere co' calci, non son essi de' Sanesi? non son essi armi italiane? E voi, voi, compagni miei!.... Lasciatevelo dire, perdio! e non v'adirate.... voi non siete tutti italiani? non avete voi ajutata la rovina di questa nobilissima terra.... e qual profitto n'avete, ora che ve la vedete a' piedi schiava, povera, vituperata?.... Cento disagi e cento ferite, e quella misera fecciosa paga, se pur riuscirete a toccarla. E i tesori, e 'l potere, a chi? a questi ladroni.... i quali soprammercato ci hanno in dispregio e ci chiamano poi traditori, codardi.... e se in cambio d'ajutarli aveste ajutato i vostri fratelli, credete voi che il guadagno fosse minore? E lo fosse anco!.... la gloria, l'onor della vostra nazione, non siete voi sicuramente tali da averlo in dispregio... E quanti son poi i nemici che abbiam a combattere?.... Son forse milioni d'uomini, che sien dieci contro uno di noi?.... Son poche migliaja. E non siete qui voi? Le bande italiane non son esse quasi la metà di questo campo.... e se gl'italiani che son dentro le mura s'uniscono a voi, non basterete a sterminar una volta questi saccomanni assassini? Per quest'effetto, io e questi miei compagni, e qui Fanfulla, che è l'onore della nostra professione, vi ci siam vanuti ad offerire per combattere, e vincere o morire con esso voi, e quando avremo attaccata la mischia, usciranno dalle porte i nostri a percuoter per fianco ed alle spalle i nemici, e sì che una volta abbiamo a far casa pulita di questi ladroni.
--Ora, col nome di Dio, chi ha core in petto, chi ci vuol stare a quel ch'io propongo, alzi la mano; e chi non vi vuoi stare.... faremo senza esso. Evviva le bande italiane! Evviva Firenze!--
Lamberto, nel cacciar questo grido, sguainava la spada, e sollevandola sul capo la faceva guizzare in cento rapidissimi mulinelli, ed in tutta la folla che gli stava a piedi, e che sin allora era stata come un musaico di visi, ora non si vedeva se non mani che s'agitavano, e molte brandivano spade, picche ed archibugi, ed al tempo stesso s'alzavan grida feroci di viva Italia! morte agli Spagnoli!.... tantochè mostrandosi così pronto ed espresso il consenso di quelle genti, Lamberto saltava a terra tutto allegro da quel gabbione, ed insieme co' cognati, con Fanfulla e con quanti eran seco venuti di Firenze, s'andavano a porre attorno allo stendardo della compagnia per formar l'ordinanza, mentre i capitani e gli altri ufficiali delle bande sollecitavano a radunare e disporre i loro uomini, che con gran prestezza e senza disordine nessuno (all'uso de' vecchi soldati) si rannodavano ognuno intorno alla propria bandiera.
Ma che faceva intanto il Vitelli, capo di queste genti? che faceva D. Ferrante Gonzaga, capitano dell'esercito, vedendo questo moto, udendo questi rumori, che davan segno d'un'imminente sedizione, e forse d'un'aperta ribellione?
Facevano all'incirca come, con certe mandre di cavalli e puledri mezzo salvatici delle campagne di Roma usano i loro guardiani; i quali le guidano e se ne fanno ubbidire alla meglio che possono nei casi ordinarj; ma quando talvolta, qualunque ne sia la cagione, il diavolo entra in corpo a quelle bestie e si scompigliano a un tratto, correndo e sbuffando, colle nari aperte ed a coda ritta, e s'azzuffano tra loro a morsi, a calci, con mille strani guizzi e mille volate, allora il guardiano s'ingegna colla voce, col gesto di rimettere un po' d'ordine, sempre però girando attorno, e tenendosi ad una prudente distanza da quella mischia, e quando poi vede che tutto è inutile, sta a vedere, ed aspetta che abbian finito.
Così appunto fece D. Ferrante: ed ai capitani di quel secolo accadeva assai sovente di voler comandare e di esser comandati colla peggio de' poveri popoli presso i quali si guerreggiava, cui, oltre i mali ordinarj ed indispensabili, venivan poi addosso cento malanni eventuali cagionati dalla sfrenatezza e dall'indisciplina delle milizie.
CAPITOLO XXXII.
Eran già quasi due ore di sole quando le bande del Vitelli, alle quali s'erano accostate tutte l'altre italiane del campo, si trovarono in punto di prender le mosse per condursi ad affrontar gli spagnoli.
Il cielo spazzato dal temporal della notte splendeva d'un bel turchino diafano e netto, che si sfumava all'orizzonte in una tinta dorata e vaporosa sulla quale spiccavano lunghe strisce di nuvole leggermente posate sulle creste de' monti: pe' fianchi di queste, le ombre portate dalle nubi, si stendevano in aspetto di macchie turchino-scure, mentre le parti percosse dai raggi del sole si vestivano di caldi e variati colori onde si tinge la campagna in sul finir della state. L'atmosfera tutta era come un mare di luce candida e purissima, che lasciava minutamente discernere anco gli oggetti lontani, tantochè gl'italiani radunati a Giramonte eran veduti distintamente da tutti i punti del campo, d'onde i soldati concorrendo sui luoghi alti, sulle trincee, su ogni sporto della collina, stavano ad osservare quel movimento, come spettatori ad una festa, tutti curiosi ed allegri di veder un qualche bel fatto.
Sulla spianata della Torre del Gallo, che a poca distanza domina Giramonte, era D. Ferrante Gonzaga, Alessandro Vitelli, il conte Pier Maria e molti de' primi dell'esercito, e considerando, tutt'altro che allegri, la gravità di quel disordine, stavan goffi ed attoniti nella forma appunto di quel mandriano che ci servì poc'anzi di paragone. Vedevan come cominciava la cosa, ma non potean prevedere come sarebbe finita, e sapevan ch'egli è de' soldati come de' puledri (anche qui la similitudine combina) cominci uno a far il matto, e coll'esempio ne fa scatenar cento.
Dall'altra parte, le bande spagnole alloggiate per la costa sotto Bellosguardo e M. Uliveto, avvisando quel che a loro danno si preparasse, sollecitavano ad allestirsi, armarsi, e mettersi in ordine; quantunque assai di mala voglia si trovassero al punto d'azzuffarsi cogl'italiani, non per viltà di animo, ch'erano ardita ed ottima gente, ma perchè invece di far quistione, avrebber preferito mettersi tutti d'accordo per entrare a forza in Firenze e metterla a sacco.
Non potendo risolversi a rinunziare alla speranza di questo benedetto sacco, stabilirono mandare a D. Ferrante due de' loro capitani, pregandolo ad interporsi, e rimettendosi in lui per quelle soddisfazioni che, salvo il loro onore, avessero a dare agli italiani per rappacificarli, e cancellar ogni passata ingiuria. Si mossero i due messi, e, giunti alla Torre del Gallo, esposero al capitano la loro ambasciata; egli l'ascoltò di mal umore, colle braccia intrecciate sul petto, ed alla fine diceva adirato:
--Chi volete voi che possa far capir la ragione a quei demonj!.... siam proprio in tempo, alla fediddio!.... Guardate!--
E difatti in quel momento appunto, s'empieva l'aria delle grida di costoro, della voce de' capitani che ordinavan la mossa, del batter fragoroso e celere de' tamburi, dell'acuto fischiar de' pifferi... Si vedeva quelle profonde e serrate battaglie (chè non si usava allora l'ordine sottile delle moderne fanterie) tutte ispide e lucenti d'alabarde e di picche, all'incirca come il pettine d'uno scardassiere volto sott'insù, si vedevano, dico, dar que' primi crolli gravi ed ondulati d'uno squadrone che prende la mossa, s'udiva il sordo e regolare percuotere di tanti piedi, e per dir il vero, l'aspetto di quelle genti non dovea dar molta speranza che s'avessero a poter frenare o volger come si volesse colle sole parole.
Le battaglie intanto venivan scendendo la costa ora di fronte ed intere, ora piegandosi e rompendosi talvolta, e poi tosto rannodandosi secondo volevano i luoghi o la giacitura del suolo, ma sempre ordinate. Innanzi, ed ai fianchi del grosso d'alabardieri ond'eran formate, venivan più radi buon numero d'archibusieri, reggendo colla manca il calcio della loro arme appoggiata sulla spalla, e colla destra portando la forcina e la corda accesa: alcuni invece d'archibusi tenean ritti colla punta all'insù grandissimi spadoni a due mani, di quelli che, appesi in oggi per ornamento nelle nostre sale, cavan di bocca a chi per la prima volta li vede, quella novissima esclamazione: «Che braccio dovevano avere i nostri vecchi!».... I capitani ed i sergenti, camminando in atto bravo innanzi alla fronte colle spade sguainate, e con targhette o rotelle al braccio, tutte intarsiate e miste d'oro, con una frangia intorno all'estremo lembo, ed un'acuta punta nel centro, vestivan corsaletti e cosciali d'acciaio, sotto i quali scendevano in larghe pieghe sino al ginocchio calzoni raccolti pel lungo da strisce di panno, mentre le gambe coperte d'una calza stretta alla carne mostravan tali muscoli da non lasciar sospetto che potessero mai venir meno a nessuno sforzo. Non parliamo de' visi abbronzati, fieri, veramente marziali, dalle barbe, da' baffi ridotti a non mostrare se non occhi e naso, nè dello strano atteggiarsi, del muoversi da bravaccio che era ne' modi de' soldati di quella età.... per dare una idea di così minuti particolari, non meno che del modo d'ordinarsi degli eserciti d'allora, val più il pennello che la penna, ed un' occhiata alle pitture del Vasari in Palazzo Vecchio, o a qualche incisione del secolo XVI, spiegherebbe assai più d'ogni descrizione.
Mentre queste genti si movevano così sicuramente all'assalto, parve però a D. Ferrante non ci stesse dell'onor suo lasciar seguire un tanto disordine senza pur muovere un dito per impedirlo; e non curandosi di compromettere la sua autorità, che pur sapeva non esser molta sopra l'esercito, salito su un suo muletto, e seguito da Vitelli e da pochi ufficiali, scese ad incontrare gli ammutinati. Giunto vicino ad essi, alzò la mano, accennando ai tamburi di sostare, e mostrando voler parlare, ma nè i soldati gli badavano, tirando pur innanzi, e piuttosto guardandolo in cagnesco, e così i capitani, nè i tamburi cessavano dal battere, ond'egli alzando la voce procurava superar quel frastuono, ma soltanto qualche parola, qualche sillaba senza senso potè, per dir così, sormontare e salvarsi dal generai naufragio del suo discorso. Ma potè ben egli udire invece di molte ed ingiuriose parole che gli vennero scagliate di mezzo alle file da polmoni che sapean dirla con vantaggio co' tamburi e co' pifferi, ed una voce di toro fu udita gridare fra le altre: «Levati, levati, mangia ranocchi!» alludendo ai molti che si trovan negli stagni di Mantova, patria di D. Ferrante. Visto alla fine ch'egli dava in nonnulla, si levò di quest'impresa disperata, e volto dispettosamente il muletto, ritornò di donde era partito non senza un poco cortese accompagnamento d'urli, di schiamazzi e di fischiate.
Giunte le bande sul piano di Baroncelli, luogo nel quale sorge in oggi Poggio Imperiale, d'onde con poca via erano per iscender ove vedean gli spagnoli apparecchiati ad aspettarli, si fermarono un momento per ristringere l'ordinanza.
In una delle prime file eran Averardo e Vieri, armati di due lunghe partigiane, ed accanto a questi, venivan, cogli archibusieri, Lamberto, Fanfulla e Bindo. Mentre ognuno osservava e metteva in punto le sue armi, l'uno affibbiandosi più stretta una correggia, un altro allacciandosi meglio il morione, soffiando taluno sulla corda onde non si smorzasse, ed i capitani rivedendo le file e facendo mutar di luogo ora questo ora quello, secondo parea loro venisse meglio, riguardo alle stature ed alle forze d'ognuno, Lamberto veniva osservando l'aspetto degli spagnoli attellati in fondo alla piccola valle, al di là della strada Romana che pel lungo la divide. Vedeva que' serrati squadroni d'uomini di mezzana statura, è vero, ma robusti, tarchiati, invecchiati nelle guerre, e i migliori fanti che fossero allora in Europa, e prevedendo quanto terribile sarebbe stato lo scontro, sentiva grandissima apprensione per Bindo, che gli stava innanzi a tutti e non trovava luogo, come un barbero alle mosse, smanioso d'attaccar la battaglia. Volerlo ritrarre?.... neppur pensarci. Lamberto fece d'occhio a Fanfulla, e senza parlare, per non esser udito dal giovanotto, espresse così chiaramente col volto e col gesto l'idea «stiamogli vicino e difendiamolo» che Fanfulla l'intese benissimo, ed accennò due o tre volte di sì col capo, con tale espressione, che valeva assai più delle parole.
Contento così Lamberto, si volse ai soldati, che, per tacito consenso, avendolo udito così animosamente parlare, lo tenevano in quella fazione quasi in conto di capitano, ed alzando la voce, per esser udito da quanti più si poteva, disse con volto pieno d'una nobile e fiera allegrezza:
--Orsù, fratelli, ci siamo.... Ci siamo una volta a poter combattere non per chi ci paga, e ci dispregia insieme, ma per noi finalmente, per la nostra nazione, per decidere, viva Dio, se veramente meritino gl'italiani d'essere il bottino di tutti i popoli, il ludibrio e lo scherno di tutto il mondo. Sia benedetto Iddio, che per una volta mi è toccato combatter contro genti, tra le quali non vedo un sol volto italiano! Ora, non vi dico altro... Firenze ci guarda.... ci guarda tutto il campo, il fiore di tutti i bravi d'Europa.... chi si pentisse è a tempo.... vada con Dio.... chi ama la patria, l'onore, la gloria, mi segua, e se do addietro m'ammazzi.--
I tamburi batterono la marcia, ed al grido di viva Italia! che scoppiò ripetuto mille volte, si mossero tutte insieme le bande, e scendendo velocemente colle picche spianate giunsero al basso, attraversarono la strada e si serrarono addosso agli spagnoli che, immobili, e rispondendo viva Espana, ad arme parimente abbassate, gli aspettavano; colle bandiere gialle e vermiglie ondeggianti, con un rumor di tamburi, di pifferi e d'altri militari istrumenti che andava al cielo, ed al quale rispondevan l'eco e le grida lontane di tutto il campo. Prima che le due truppe nemiche si congiungessero era già incominciato il tempestar dell'archibusate, e vedevi or qua or là i soldati fermarsi, calar veloci l'archibuso sulla forcina, sparare e rimettersi tosto in via ricaricando; e quegli squadroni che poco innanzi si discernevano così splendidi e netti, cominciavano or qua or là ad esser velati, ed interrotti da globi di fumo che comparivano a un tratto, si ravvolgevano candidi e densi, e si sfumavan tosto diradati e dispersi dal vento.
Ma quando la prima fila delle bande italiane, coll'impeto suo proprio, e con quello che le aggiungeva da tergo la profondità delle battaglie, venne a dar di cozzo nelle genti di Spagna, sorse un nuovo e più alto fragore di ferri, d'arnesi, d'armi percosse, simili a quel cupo e sonante ruggito del mare quando rompe lontano in una lunga scogliera, o piuttosto allo scroscio tremendo di due grosse navi da guerra che s'urtano gettate l'una contro l'altra dalla tempesta.
Tra quelli che miravan dall'alto questo terribile spettacolo cessarono a un tratto le grida, cessò ogni voce, guardando tutti intenti e maravigliati quelle due masse d'uomini combaciati e prementesi l'una contro l'altra, così che non ne formavano oramai che una sola; le vedevano ondeggiare, ora perdendo, ora riguadagnando il terreno, piegandosi or innanzi ora indietro quella selva di picche per mezzo la quale, seguendone i moti, sventolavan tra i lampi del ferro, pennoni, stendardi, pennacchi di mille colori; vedevan nel mezzo ove era più stretto e furibondo il combattere, guizzar rapido, errante e confuso il luccicar dell'armi, che maneggiate velocissimamente, riflettevano in mille modi i raggi del sole; vedean tratto tratto in quella calca farsi dei vani pel cader repentino de' feriti o de' morti, ma in un baleno si riempivan i voti, chè altri calcando i caduti senza guardar se fossero amici o nemici, n'occupavano il luogo, e spesso per cader loro sopra dopo pochi momenti. Quando il fumo sorgendo a caso più denso in qualche parte, spandeva l'ombra sua sui combattenti, apparivano i tiri degli archibusi più spiccati in quello scuro, con un saettar fitto e lucente di lingue di fuoco, che impallidivano poi o sparivano affatto ove a quell'ombra succedesse la luce del sole.
Malgrado l'enorme e discordante fracasso prodotto dall'incessante scarichìo di moschetti, dal batter celere de' tamburi, dagli urti, dalle percosse scambievoli, ed anzi vincendo questo frastuono, s'alzava tratto tratto un terribil grido di vittoria da quella delle due parti cui pareva ottener sull'altra un qualche vantaggio, ed ora il grido d'Italia, ora quello di Espana risuonava per l'aria ed era accolto dagli spettatori con altrettante grida e schiamazzi, e batter di mani come usavano gli antichi stando nel circo a veder i giuochi de' gladiatori.
Ma questo spettacolo, che veduto in distanza appariva splendido, ed aveva in se, sto per dire, un non so che di gajo pel lustrar dell'armi, la ricchezza de' colori e de' fregi, e per la bellezza del cielo che lo rischiarava, veduto d'appresso era oltre ogni dire terribile e doloroso. L'accanimento della mischia, pel quale i soldati si lasciavan trapassare dall'alabarde piuttosto che cedere un palmo di terra, facea sì, che ai caduti era maggior ventura venir a terra morti che non feriti: a questi toccava una fine più disperata mentre spiravan l'anima nell'ultime angosce calpestati da tanti piedi; e s'udiva tra le gambe de' combattenti (chè vedere non si poteva per la gran calca) urli rabbiosi, bestemmie, gemiti, grida dolenti, e talvolta qualche voce pietosa invocare Iddio. Il sangue, per essere il suolo un poco in pendìo, veniva qua e là uscendo a piccioli rigagnoli dalle file raccogliendosi in pozze ne' luoghi concavi e bassi, tante eran già state le morti da un'ora o poco più che si combatteva, senza che si potesse ancora in verun modo prevedere a chi dovesse rimaner l'onore della giornata.
Ma non era possibile che una così furiosa battaglia durasse a lungo indecisa; e stava oramai per traboccar la bilancia.
I nostri giovani, che insieme con Fanfulla avean combattuto tra' primi con quell'ardire e quell'impeto che si può immaginare, chè combattevan sempre stretti allo stendardo, tutti trafelati, pieni di sudore e di sangue, tra mucchi di cadaveri, pei quali male potean maneggiarsi ed appena trovavano ove fermare i piedi, chè il suolo, anco ne' luoghi scoperti, non era se non una mota sdrucciolevole e sanguigna, vedean di fronte tra un folto di nemici sorgere lo stendardo maggiore delle bande spagnole retto da un banderaio, uomo di terribile aspetto, e, cosa rara tra loro, di statura altissima e di colossale struttura.
Lamberto, conoscendo esser venuto quel critico momento dal quale nelle battaglie viene decisa la vittoria, che riman sempre a chi lo sa cogliere, fatto un cenno a Fanfulla, che in quel momento tirava a sè con forza la spada, per riaverla dal corpo d'uno spagnolo che aveva abbattuto, dicendo:--Han' sett'anime e un'animuccia come i gatti! e finchè non battono il muso, non c'è verso che vogliano morire!--
Lamberto, dico, gridav'ai suoi:
--Alla bandiera, valentuomini, a terra quella bandiera, e la giornata è nostra!...--
E lanciandosi tutti insieme come leoni verso la parte accennata, egli il primo, con quella sua incredibil prestezza e bravura, senza che da nessuno de' nemici si trovasse modo di ripararlo, mise una stoccata nel ventre al banderajo, e seguitando innanzi, coll'elsa della spada lo spinse in terra, e con esso lui la bandiera, che essendo grandissima e spiegata, pel vento, coperse di molti soldati, i quali, impedita così la vista, nè potendo maneggiarsi e combattere, si posero, mentre cercavano di sottrarsi a quell'impaccio, in qualche confusione; come sul cassero d'una nave accade alla ciurma, ove fiaccando l'albero la copra, cadendo colle vele tutt'in fascio.
I nostri non perdettero un momento, e spingendosi sotto, quali colle daghe, quali co' coltelli, fecer sì che pochi di codesti impacciati poteron liberarsi, e caddero quasi tutti trapassati da cento ferite gli uni sugli altri in un monte, tantochè, fattasi un poco di piazza, Lamberto, afferrata la bandiera, la capovolse ficcando in terra la punta dorata che avea sulla cima, e rattenendo pel braccio Bindo, che si gettava su' nemici sopravvegnenti d'ogni parte, gli disse:
--Tieni forte questa bandiera, chè, viva Dio, noi abbiam vinto!--
Conobbe il buon Lamberto, che intorno a quell'insegna stava per sorgere l'ultimo e più terribil contrasto, e dando al giovinetto l'onore di tenerla, veniva sotto questo colore a porlo nel centro de' suoi, e nel luogo meno esposto della battaglia.
Difatti si strinsero d'ogni parte in questo luogo gli Spagnoli, veduta a terra la loro bandiera, ma da ogni parte ugualmente vi concorsero gl'Italiani, con tremende e lietissime grida di vittoria, in modo che si fece un gruppo d'uomini tanto stretto e calcato intorno a Bindo, rimasto a formarne il centro, che riusciva oramai impossibile usar l'aste o le spade, ed a stento, co' pugnali, venivan a corto, ma con rabbia e sforzi grandissimi, gli uni sugli altri, per dir così, succhiellinando per ferirsi; e spingendosi e lottando crocicchiavan piegati gli uni contro gli altri i bracciali, gli scudi, i petti di ferro, sentendosi ognuno sul viso il frequente ed infocato anelito del nemico che si trovava a fronte; e la vita o la morte dipendeva dall'aver il primo la fortuna di trovar di sotto, ed alla cieca, al pugnale la via d'entrare; onde talvolta accadeva, tra due che a denti serrati, co' visi accesi e furibondi, stesser così frugando per darsi la morte, veder a un tratto spegnersi il vampo d'un di quei volti, illividire, errare, stravolte le pupille, e cadere arrovesciato il capo, mentre il cadavere imprigionato in quella stretta tardava spesso a venire a terra più d'un momento.
Ma quando appunto sono uguali le forze, l'ardire, l'accanimento tra i combattenti, basta bene spesso poca cosa a dar la vittoria. Questa bandiera caduta produsse effetto grandissimo ed istantaneo sull'animo di quelli che combatte vari lontani, togliendolo agli Spagnoli ed aumentandolo mirabilmente agl'italiani, vieppiù infiammati dal grido incessante che udivan ripetuto di vittoria, vittoria, in quel luogo ove, per lo stendardo, era ristretta ormai tutta l'importanza della zuffa. Si videro costì prove maravigliose, tanto nel difenderlo che nel volerlo ricuperare, e per le molte morti, diradatasi presto quella prima stretta, tanto che gli uomini potean raggirarsi un poco e valersi dell'arme loro, fu visto uno spagnolo, saltando al di sopra de' corpi morti, avventarsi alla caduta insegna e giungere ad afferrarla, mentre Bindo, colla mano che avea libera, usando la spada, lo passava fuor fuori, e se lo stendeva morto a' piedi: ma un altro ed un altro avean tenuto dietro al primo, gettandosi sull'asta dello stendardo, e facendo incredibili sforzi per istrapparlo dalle mani di Bindo e di parecchi de' nostri, che s'eran messi ad aiutarlo, pur sempre combattendo, e facendo forza a vicenda con ripetuti crolli e strappate, e sforzi terribili, ora cadendo, ora rizzandosi, frementi ed affannati, finchè Averardo, che era trascorso combattendo a qualche distanza, visto il pericolo del fratello e de' suoi, s'avventò quivi, levando più che poteva alto sul capo un enorme spadone a due mani, che, caduto fischiando sul più ostinato degli Spagnoli, gli fesse la cervelliera ed il cranio, gridando ferocemente Averardo:
--Del sacco di Firenze portati a casa questo bottino... marrano!... e mentre così urlava n'avea, con velocità di mano e furia incredibile, morto un altro e ferito un terzo, e seguitando a menar la spada, che s'udiva più che non si vedesse per aria, sclamava ad ogni colpo--Al sacco!... al sacco di Firenze valent'uomini!... al sacco, che in Ispagna aspettati la nuova!....--
L'insegna, insomma, benchè fessa nell'asta e tutta pesta, stracciata, lorda di sangue e di fango, pur rimase in potestà degl'italiani, che, insuperbiti per questo onore, e vedendo così a momenti, mentre combattevano, sulle circostanti alture gli spettatori alzar le braccia e fare sventolar panni, quasi facendo applauso alla loro impresa, scorgendo inoltre certe bande che uscivan dalle porte di Firenze, e stimando fosser i loro che venissero, secondo la promessa, ad ajutarli, levaron di nuovo più alto il grido di vittoria e d'Italia, Italia, e fu tanto unito, tanto istantaneo e potente il cozzo col quale percossero i nemici, che in questi apparvero i primi segni del disordinarsi, e crescendo sempre l'animo e gli sforzi degl'italiani, cominciarono gli Spagnoli apertamente a rinculare, mantenendosi e difendendosi però sempre in modo, che non potea dirsi fossero in rotta.
--Eccoli, eccoli, gridavano i nostri giovani, ed i capitani delle bande italiane accennando a quelle ch'erano uscite da porta S. Friano, ecco i nostri che vengono!...--
E così cresceva l'animo e l'impeto e l'incalzare, in alcuni per la certezza del soccorso, in altri per non lasciar che giungesse a dividere con essi l'onore della vittoria, e gli Spagnoli sempre più a cedere ccl arretrarsi, cosicchè alcuni cominciavano, fuggendo scopertamente, a sbandarsi, inseguiti alla vita dai loro avversarii, ebbri di feroce allegrezza; e per quel movimento, venendo a mutar luogo le genti, si venne a scoprire il posto, ove aveano combattuto, coperto da più di 600 cadaveri.
E perchè tardavan le bande uscite poco innanzi della città? Perchè invece d'esser, come aveano stimato i combattenti, venute per unirsi con loro, giungevan mandate da Malatesta, che le avea composte di côrsi e de' suoi perugini a lui fidatissimi, per veder soltanto come la cosa finisse, e tener in rispetto intanto que' soldati che avessero avuto in Firenze pensiero di levar il rumore, ed uscir in ajuto della loro nazione. Cotal frutto avea prodotto il foglio scritto da Troilo in S. Marco.
Pure, anche senza questi rinforzi, la vittoria era ormai decisa per la parte italiana; ma era scritto in cielo, che anche in quell'occasione, il sangue di tanti onorati e generosi italiani si versasse a torrenti e senza profitto nessuno.
I lanzi, che sommavano a più migliaja d'uomini, ottima gente, invecchiata in sulle guerre, considerando questa fazione, come una lite privata tra nazione e nazione per fatto d'onore, avean promesso non intromettersi o parteggiare ne per l'una nè per l'altra, ed eran rimasti in arme, e pronti bensì, ma oziosi spettatori della zuffa, ne' loro alloggiamenti. Quando D. Ferrante conobbe che gl'italiani avean la meglio, e seguivano cotanto arditamente il loro vantaggio, temè non riuscissero a rompere allatto e distruggere i loro nemici, e quantunque non fosse istrutto appunto del disegno ordinato da' Piagnoni per sollevare i soldati chiusi in Firenze in favore de' loro compatrioti del campo, ebbe il sospetto ciò non venisse naturalmente a succedere, e vide quanto gran danno ne potrebbe avvenire al campo imperiale ed all'impresa, condotta ormai a così prospero termine. Venuto prestamente ov'erano i lanzi, e trovato Tanusio loro capitano, gli disse, simulando saper certissimo ciò che soltanto dubitava, essersi gl'Italiani, di dentro e di fuori le mura, accordati per dare addosso a quanti forestieri militavano in quella guerra; aver cominciato dagli Spagnoli, e se li lasciava loro tempo di romperli affatto, esser per piombare tutti insieme sui lanzi; onde attendessero alla loro salute, e non dicesser poi che non gli aveva avvertiti. E mentre parlava, mostrava a Tanusio le bandiere che uscivan di Firenze, aggiungendo:
--Quegli intanto escono... con qual proposito, lo sa Iddio.... e tra poco lo saprete anche voi...--
L'arte di D. Ferrante (e in parte pur s'apponeva) ebbe pienissimo effetto:, e, pochi minuti dopo, dodici bandiere di lanzi, col loro capitano alla testa, scendevano serrate e di buon passo, minacciando alle spalle gl'Italiani stanchi, scemati di numero, e non troppo in ordine, per la lunga battaglia, e per la sicurezza d'esser oramai vincitori.
Fanfulla che, secondo aveva detto la notte innanzi in S. Marco, descrivendo le qualità de' vecchi soldati, avea sempre un occhio al gatto e l'altro alla padella, com'egli diceva, s'accorse il primo di questa mossa; e ne fece accorti i compagni che stavan tra il sì e il no, non potendo indovinare ancora qual fosse il disegno de' lanzi. Ma parecchie archibusate sparate da loro, dalle quali alcuni venner tocchi, tolsero tosto ogni dubbio, ed i poveri Italiani, presi in mezzo ed assassinati, gridarono, ai traditori, ma al tempo stesso dovettero pensare a togliersi da quel luogo ove, percossi da ogni lato, non era più in verun modo possibile che facessero testa.
Con un movimento sulla destra, serrati, e difendendosi sempre da' lanzi e dagli Spagnoli, che al giunger dell'inaspettato ajuto avean ripreso le offese, si vennero accostando ad Arno, con animo di guadarlo sotto M. Uliveto, e farsi forti sull'altra riva nelle ville di Fiesole.
La corrente, che in codesta stagione si riduce quasi sempre umile e bassa in un lato del letto, lasciandone asciutte e biancheggianti le rimanenti ghiaje, s'era non poco accresciuta pel temporale della notte, e scendeva torbida e gonfia, ma non tant'alta però, che vietasse il passo del tutto, tanto più ad uomini forti, arditi, e che sopraffatti da troppo esorbitante numero di nemici, non avean altra via per ritirarsi.
Lamberto, Fanfulla e i capitani, che ancora eran vivi, scelti prestamente i migliori soldati, li disposero in modo che, sostenendo l'impeto degli assalitori, dessero tempo a' compagni di tentare il guado e condursi sicuramente all'opposta riva.
Se le genti uscite di Firenze per ordine di Malatesta fossero state invece quelle che i nostri aspettavano, era giunto il momento di percuoter alle spalle lanzi e Spagnoli, e potea forse quest'assalto ristabilir le cose e ricondurre la vittoria; vedendole rimanersi immobili, senza dimostrazione nessuna di voler venir avanti, si disperavan Lamberto ed i suoi compagni, e pur sempre combattendo, badavan a far cenni, ordinando al banderajo di sventolar lo stendardo, e gridando--A noi Italia! a noi! Finchè accortisi che alla testa di quelle bande era Cencio Guercio, cagnotto di Malatesta, conobbero come stava la cosa, e caddero affatto d'ogni speranza.
La corrente d'Arno s'era intanto già ripiena di soldati, i quali trapassavano puntando nel fondo le picche, per reggersi contro l'impeto dell'acqua, che gorgogliando giallastra, spumante e veloce, aggiungeva loro al petto ed al collo in molti luoghi, cosicchè non pochi ne venner travolti, alcuni a stento s'ajutarono, e n'annegarono parecchi, tutti poi tempestati dalla riva da una spessa grandine d'archibusate. Tuttavia il maggior numero giungeva salvo all'opposta sponda, e non avanzavano oramai che i nostri amici, con que' pochi che ne avean fatto testa per proteggere il varco del fiume, e la moltitudine de' nemici gli avrebbe certamente oppressi se fossero stati di minor valore che non erano, o se gli Spagnoli ed i lanzi non si fossero in gran parte staccati dal combattere per correre a svaligiare i voti alloggiamenti degl'Italianj, che vennero mandati a sacco, arsi, e distrutti con avidità e furore incredibile.
Ciò non ostante, quelli ne' quali più la rabbia poteva che l'avarizia, ed eran pur troppi a fronte del piccol numero de' nostri, non potendo patire che una mano d'uomini non tanto fosse riuscita ad arrestarli, ma soprappiù li bravasse, moltiplicando le ingiuriose parole e l'offese, si serrarono con nuovo impeto addosso a questi prodi che, fattisi morti, a guisa di fiere racchiuse si difendevano. In quel momento, trapassato da un'asta, il povero Vieri cadde morto; Averardo, che solo de' fratelli se n'accorse, si avventò furioso contro l'uccisore, ma toccata al tempo stesso un'archibusata, che gli ruppe la gamba destra in tronco, cadde sulle ginocchia presso il cadavere del fratello, ad un palmo dalla ripa che scendeva scoscesa nel fiume. Nel vedersi impedita così la vendetta, quel suo viso, già tanto feroce, si vestì di una così terribile espressione, arrotando i denti e fulminando fuoco espresso dagli occhi, che l'omicida di Vieri rimase colla spada in alto come affascinato, senza calare il colpo, ed Averardo, non potendo giungerlo, gli lanciò la spada, che coll'elsa, lo percosse nel petto e lo fe' traballare. Rimessosi tosto, e visto il ricco arnese del caduto, pensò, avendolo prigione, guadagnare una grossa taglia, e si fece avanti credendo, disarmato com'era, mettergli le mani addosso senza contrasto.
Ma appena gli fu a portata, Averardo, con un possente sforzo, rizzatosi sulla gamba che avea illesa, gli s'avvinghiò, e, giammai orso facendo alle braccia, non piantò così forti gl'unghioni nel dorso del suo nemico, e tirandolo e tenendolo stretto, si lasciò cader riverso nella corrente. L'acqua s'aperse e rimbalzò in mille spruzzi, e si richiuse tosto sui caduti, i quali, essendo ivi le grotte assai ben alte, venner rotolando nella melletta del fondo, e, soltanto dopo lungo tratto, tornarono, ravvolgendosi sottosopra, e sempre strettamente ghermiti, a galla un momento, poi, di nuovo affondatisi, più non ricomparvero.
Lamberto e Bindo, avvedutisi del fatto, e scorgendo Vieri disteso a terra, mandarono un furibondo grido, e volendo disperatamente gettarsi tra mezzo i nemici, al sicuro si facevano ammazzare, chè quantunque, per un vero prodigio, non avesser toccata nessuna ferita d'importanza, avean tuttavia in varie parti offesa la persona, e cominciavan loro a venir meno le forze, chè da più ore combattevano sotto la sferza del caldo, ed erangli arnesi pressochè arroventati dal sole: ma Fanfulla, che mai non si perdeva, pel lungo uso di cotali strette, conosciuto che non era tempo di pensare a vendicare i morti, ma piuttosto di ridurre in salvo i vivi, trovò il modo di far che i due superstiti uscissero di quella disperata mischia. E cogliendo il momento che i nemici (maravigliati anch'essi del feroce atto d'Averardo) avean fatta un po' di sosta, stando a vedere come finivan i due caduti nel fiume, disse prestissimamente a Lamberto:
--Salviamo Bindo, chè qui è affar finito; voi di là, io di qua, tiriamolo in Arno e passiamo, se si potrà.--
A Lamberto, che offuscato il lume dell'intelletto dal dolore della rovinata impresa, e della morte dei due cognati, s'era risoluto affatto di voler morire quivi ancor esso, sovvenne a un tratto di Niccolò, di Laudomia, e gli parve troppo enorme l'idea che il povero vecchio avesse a perder anco quel fanciullo, senza utile nessuno per la città, e, detto fatto, preso Bindo per un braccio, mentre Fanfulla l'afferrava dall'altro, lo costrinsero, benchè s'opponesse e facesse forza, a saltar con essi nel fiume.
Egli era tempo; chè, rimasti pressochè soli, ogni poco che avesser tardato, doveano o morire od arrendersi.
Gl'Italiani intanto, che passati già all'opposta riva vi s'erano schierati, appena ebber veduti costoro saltati in Arno, e perciò più bassi della linea de' loro tiri, cominciarono cogli archibusi a bersagliare i nemici, con che fattili arretrar dalla sponda, ebber campo i nostri di condursi finalmente salvi tra la loro gente, che fatta un'ultima scarica di tutte l'arme, si mosse pianamente ed in ordine, a tamburi battenti ed insegne spiegate, onde non avesse apparenza di fuga, e lasciandosi Arno alle spalle si drizzò lungo le mura verso i colli di Fiesole.
Giuntevi, s'alloggiarono in luoghi ove non potessero venir facilmente sforzati, e gli Spagnoli ed i lanzi, dal canto loro, rimasero in arme ed in sospetto, temendo che i loro nemici, meglio ordinando il fallito disegno, rinnovassero con miglior fortuna l'assalto; questo loro timore rendendoli docili ed obbedienti a' capitani, che a suo tempo li condussero a tribolare ed esser tribolati altrove, fu la salute di Firenze; e la morte di tanti che, vivi avrebber voluto esser pagati, recò non piccol sollievo alla camera apostolica, che ottenne questo ribasso sul prezzo di Firenze, grazie al sottile ingegno di Baccio Valori.
Questi, da una torre delle case de' Bini, ov'era salito con Troilo, Malatesta ed il Nobili, avea osservata tutta la fazione, e come la vide succeduta cotanto a seconda de' suoi desiderj, disse, tutto allegro, fregandosi le mani, mettendo un--Oh!--con libero e lungo respiro:
--Ora è finita davvero e del tutto!--e siam padroni di Firenze.--
Il Nobili, che giorno e notte si vedeva innanzi gli occhi come fantasmi le casse di Niccolò piene di fiorini e di ducati, disse allora, con cert'occhietti tutti voglia ed impazienza, guardando ora Baccio, ora Troilo:
--Oh! per amor d'Iddio, facciamo presto, che non ci fugga!--
--E che non mi fugga Laudomia, quel fiore, quel giglio, quella bellezza delle bellezze! soggiunse Troilo ridendo, e pensando: fosse qui Selvaggia direbbe anch'essa «che non mi fugga Lamberto!...» se non altro, non avremo a far quistione, chè in questo bottino ognuno è contento della sua parte.--
L'allegrezza che provava Baccio lo metteva in tanto buon umore, che, preso, scherzando, Troilo per un de' baffi, e tirandolo, diceva:
--Una ne fa e cento ne pensa il ribaldone!.... sentiamo!... Che cos'è quest'altra pazzia.... questa Laudomia.... me ne dicesti non so che.... mi pare... ma avevo altri pensieri pel capo.... sentiamo: animo! Già, un qualche amore!--
Ed aggrottando gli occhi, così per baja:
--Non ti vergogni tu? con moglie e figli!....--
--Messer Baccio, rispose Troilo ritirando pianamente il suo baffo dalle dita del Valori, io, vedete, son fatto tutt'a rovescio del popolo di Firenze, egli ora muta lo stato di molti in quello d'un solo, ed io invece dallo stato d'una sola passo allo stato di molte.... che volete? è effetto di costellazione... e, ringraziate Iddio che mi frulli per questo verso... se non era la speranza di beccarmi alla fine quella bella figliuola, aspetta! che volevo starmi a seccare tutto questo tempo....--
--Bene, bene; ma ora raccontaci la cosa.---
--È presto raccontata: mi piace costei perchè è bella, e le belle donne son fatte per i bei giovanotti, se non erro. Sin ora non c'era da far il matto, con Niccolò alle coste e tutta la brigata.... e volete che ve la dica? Ho anche capito che sarebbe stata fatica sprecata. Figuratevi! un giorno le volli dire una parolina, farle così uno scherzo.... niente di male veh!... mi fece due occhi!.... e mi disse, con quel suo bocchin di mole.... «questi non sono modi nè di cristiano nè di gentiluomo!» Pazienza! pensai io, se questo modo non ti piace, ne troveremo un altro.--
CAPITOLO XXXIII
--E quale sarà quest'altro modo?--domandò Baccio, chè prendeva piacere alle costui ribalderie, ed alla buffonesca maniera con cui le narrava.
--Eccolo. Ma torniamo un passo addietro. Dai discorsi fatti in casa ho ritratto, che Niccolò disegna fuggirsene a Genova, al signor Andrea Doria, passando per Pistoja e la Montagna, e dormendo ad un podere ch'egli ha presso S. Marcello. Se farete a mio modo lo lascerete partire, chè, a volerlo pigliare in Firenze, non vorrei giurare che non nascesse qualche grave scandalo tra 'l popolo. Bisognava vedere jer notte in S. Marco tutti que' suoi straccioni d'operaj, come gli offerivano di morir per lui!... Lasciamolo dunque andare, anch'io farò le viste di fuggire con esso loro.... e basta che mi diate cinque o sei uomini d'arme, che ci vengan seguitando alla lontana, ed a questi s'accompagnerà una persona che so io.... e non dovrebb'essere inutile.... Basta, questo sarà pensier mio..... questi soldati però converrà trovare uno che li guidi e sia uomo sicuro....--
--Anderò io!--esclamò il Nobili, che tremava non gliel avessero a ficcare in qualche modo.
Troilo lo squadrò da capo a piedi con un certo suo ghigno, poi disse:
--Be'.... verrete voi.... e costoro potranno vantarsi d'aver avuto un capitano, chè prima di trovarne un altro!.... Quando dunque siam nella montagna, coll'ajuto di parte Panciatica, se i nostri non bastassero, te li rimeniamo zitti zitti a Firenze, o, dirò meglio, qui, messer Benedetto, vi rimenerà Niccolò, e scavalcheranno al bargello. Io, quando siam verso Prato, prendo a man manca colla giovane e cert'altra brigata, e me ne vo' alla villa di messer Baccio Valori a far i saldi col fattore, ed assaggiare un bicchier di buon vino, e messer Baccio mi darà una lettera affinchè, se avessi bisogno d'una camera, e di buttarmi sul letto un momento, non mi uscisser fuori che non han le chiavi.--
--E t'ho anche a tener la scala, birbone?--
--L'altro giorno, quando messer Benedetto qui vi si raccomandava pei fiorini di Niccolò, che per poco non si metteva a piangere, che vi diss'io? Ch'io non mercantavo a danari, e che un'altra cosa volevo... la cosa è questa.... e del resto non v'è nulla di male.... fo come gli antichi romani con quelle belle ragazze de' Sabini....non vollero per amore? le ebbero per forza......
Ma quando avessimo riferito sin all'ultima sillaba il dialogo di questi birbi saremmo poi certi d'aver fatto cosa molto grata al lettore che n'ha già inteso quel tanto che basta alla chiarezza del nostro racconto? Lasciamoli dunque far le loro combriccole, chè non a tutti, se piace a Dio, toccherà cantare troppo allegramente vittoria; e vediamo che cosa avvenisse intanto in casa i Lapi, ove era ritornato Niccolò, ed avea già ricevuto la trista nuova della rotta delle bande italiane.
Appena gli venne recata da chi era stato dalle mura testimonio del fatto, allontanò da sè le figlie, che gli stavano attorno timide e piangenti, e che a stento ubbidirono ad un assoluto e ripetuto comando; e chiuso ch'egli ebbe l'uscio neppur se ne scostarono, origliando piene di sospetto e di timore, e pregando Iddio reggesse in quel momento l'animo e le forze del misero vecchio. Egli, rimasto solo, si lasciò andar ginocchioni appiè della nicchia, e poi venendogli meno ogni vigore, cadde colla fronte a terra e le mani giunte in atto di preghiera. Stimiamo inutile dir dello stato di quell'anima desolata, alla quale (vacillando persino in essa a momenti la luce della fede) parve esser derelitta oramai dagli uomini e da Dio; mandando un doloroso gemito, e volgendosi col cuore a chieder l'intercessione del martire, del maestro, dell'amico, che era certo potesse ascoltarlo dal Cielo:
--Oh! Padre santo, disse, tu in terra m'amasti.... perchè m'hai abbandonato? Oh! serba in me la fede, e toglimi la vita.... ch'io muoja, Dio mio! ch'io muoja, ch'io non posso regger più.... non posso più...--
E rimase muto, immobile, affranto sotto il peso d'un dolore, che essendo tanto ormai da ottenebrare e render confuse le operazioni dell'intelletto, fu in certo modo rimedio a sè stesso, togliendo per poco a quell'anima afflitta la facoltà di sentirlo; ma a un tratto si scosse da quel letargo, parendogli udirsi all'orecchio una voce sovrumana che gli diceva: chi è costui che vuol la mercede prima che il sol tramonti? che chiede riposo prima della fine del giorno? Chi t'ha detto sii oramai istrumento inutile, che non possa la patria aver bisogno di te? Gli antichi tuoi tante volte cacciati non ritornaron forse? Chi dispera mai della patria, se non i codardi?--
Alzò la fronte, stette sulle ginocchia, si rizzò alla fine Niccolò tutto mutato da quel di prima, la sua fiera natura, a guisa d'una valida e ben temperata molla d'acciajo che un soverchio peso può piegare, ma non rompere, risorse potente ed intera; e disse:
--Fuggiamo Firenze per ora, ed andiamo altrove a prepararle giorni migliori.... Io non li vedrò, morrò sulla terra d'esilio.... li vedranno i miei figli.... se me n'è rimasto alcuno.... li vedrà la patria.... E potei sciagurato! desiderar di morire?.... dopo novant'anni di vita, dovette venire il giorno ch'io avessi pensiero di me più che di essa?--
Udì in quella molti passi suonar nella camera vicina: immaginò fosser i suoi tornati dalla battaglia, pensò «E vi saran poi tutti?» e ponendo la mano alla chiave aprì, e con volto grave, mesto ma sicuro, accolse i giovani, ed accortosi dei due che mancavano, stette un momento sopra di sè, poi disse:
--Si può giovar loro? ajutarli ancora? E Lamberto rispose:
--Essi potran giovarci.... chè pregano ora per noi in paradiso.--
Niccolò, a voce bassa, rispose Amen; volse altrove il viso, e tacque per alcuni momenti, durante i quali dal moto delle labbra si potea conoscere ch'egli pregava; disse finalmente:
--Io non mi dolgo della loro morte incontrata per la patria.... io gli aveva allevati per questo... ma ben mi dolgo che l'incontrarono invano!.... Ma Iddio ha giudicato Firenze, e le sue iniquità furon trovate troppe!.... Ursù, figliuoli, l'ora dell'esilio è sonata per noi. Ricordiamoci quante volte gli antichi nostri si trovarono a questo passo; imitiamo la loro fortezza, la costanza colla quale vivendo anni ed anni sbanditi sepper preparare il loro ritorno, ed il trionfo della libertà: saremmo da men di loro?... Già vi parlai del mio disegno.... Andremo a Genova al sig. Andrea.... a quell'uomo che potè sottometter la patria, e pur la lasciò libera e di sua ragione. Egli accoglierà chi soffre per la libertà. Preparate tutto l'occorrente; a notte chiusa ci leveremo di qui, io, per non più tornarvi, voi, per ritornarvi, se piace a Dio, in tempi migliori.--
E volgendo l'occhio in giro ai muri e sul mobile della camera ove abitava da cinquanta e più anni, disse:
--Addio dunque per sempre, povera casa mia... avevo sempre creduto che in codesto letto avrei potuto morir in pace, in mezzo a' miei figliuoli.... che le mie ossa avrebber potuto riposarsi con quelle de' miei maggiori, nel nostro avello di casa, in S. Marco!.... Come Dio vuole!.... ovunque giacciano, il suono della tromba nel dì finale giungerà sino ad esse.... ed allora, troverò il compenso degli affanni presenti, se gli avrò saputi virtuosamente portare.--
Durante il discorso di Niccolò i giovani e Fanfulla erano stati co' volti bassi e compunti, Laudomia, dopo aver pianto amaramente la morte dei fratelli, avea tacitamente, ed all'orecchio, domandato a Lamberto se fosse ferito, od avesse male nessuno, ed egli coll'accennar del capo (per non interrompere il vecchio) e con amorevoli sguardi l'avea rassicurata. E Lisa, appena eran comparsi, non vedendo con essi Troilo, n'avea domandato, tutta spaventata, a Fanfulla, che sottovoce anch'esso, e con brevi parole, la tranquillò sul fatto suo, dicendole che sicuramente sarebbe stato poco a comparire; onde le due donne se n'andarono ad attendere agli apparecchi del viaggio, pei quali, mancando oramai poche ore al calar del sole, non avean tempo d'avanzo.
Narrò allora Fanfulla dell'incontro del frate la mattina a porta S. Giorgio, mentre stavano per uscir di Firenze, e della taglia posta addosso a Troilo, e si mostrava in sospetto, non avendolo trovato in casa, avesse avuto a capitar male, ed il buon Niccolò entrando anch'esso in travaglio per quel traditore, che meno che mai credeva tale in quel momento, veniva tutto inquieto e pensoso dicendo se non convenisse mandarlo cercando; ma da chi? e dove? e poi pei cittadini conosciuti per Piagnoni era un brutto girar per Firenze in que' giorni; e pel bene incerto d'un solo doveasi arrischiar la libertà e forse la vita de' pochi rimasti?
Ma a toglier dubbi e timori comparve Troilo in quella, venendo di dove s'era fatto mercato del sangue, dell'onore, dell'avere di Niccolò, e presi quegli ultimi concerti che dovean compier l'esterminio di quella virtuosa ed infelice famiglia.
Il ribaldo venendo quivi s'era studiato, per quanto poteva, vestir il suo volto d'un'apparenza mesta e travagliata: ma un occhio accorto, e non prevenuto in favor suo, avrebbe di leggieri scoperto sotto quell'ipocrita maschera, la scellerata e mal repressa allegrezza che tratto tratto gli balenava negli occhi, parendogli d'esser giunto già già a por la mano al crine della fortuna, ed anticipatamente pascendosi col pensiero degli onori, de' tesori, delle variate ed incessanti delizie onde vedeva ripiena oramai la sua vita, cui dovea intanto servir di principio l'acquisto di quella donna cotanto bella e pura, e per la quale s'era lungamente consumato in inutili desiderj.
Venne accolto con un abbraccio da Niccolò..... e gli resse pur il cuore di riceverlo e di corrispondervi! Conoscendo poi che conveniva dar qualche spiegazione sul modo onde avea passata quella giornata, disse, avviluppando mille bugie, che s'era affaticato a lungo per sollevare le bande di città, e narrò degli sforzi fatti, e dell'impedimento trovato alla fine per le disposizioni prese da Malatesta onde tener in freno le milizie fiorentine, ed in ultimo molto lamentandosi, e deplorando la comune disgrazia, disse, esser venuto per vivere o morire con Niccolò ed i suoi, e far quello ch'egli fosse per fare.
Il buon vecchio, che per quella frottola della taglia lo stimava martire della libertà, ed esposto più di tutti al pericolo della vita, gli disse, che a notte l'avrebbero, in mezzo a loro, condotto fuor di Firenze, e difeso contro chi lo volesse offendere, insino all'ultimo della vita, ed abbracciandolo, e nominandolo figliuolo, e facendogli animo l'accommiatò cogli altri, onde potessero trovarsi pronti ed a cavallo all'ora stabilita.
Mentre nelle diverse parti della casa s'attendeva con sollecitudine ai preparativi del doloroso viaggio, tenteremo, penetrando nel cuore d'ognuno, scoprirne, se pur si potrà, gl'intimi pensieri, descriver l'angosce di quell'intime ore che precedettero la partenza.
Niccolò, rimasto solo, sedette per riprender gli spiriti e riposarsi un momento; poi, alzatosi in piedi con un certo sforzo risoluto, pensò, prima d'ogni altra cosa, al modo di portarne seco le reliquie del Savonarola. Salito, non senza stento, su una sedia, spiccò la tonaca e tolse la ricca borsa, ov'erano le ceneri del frate, e le depose, non senza lagrime, in una cassetta, dicendo: «Almeno queste ch'io le abbia meco ov'io morrò.» Aperto poscia il suo priorista, che, per esser troppo grosso volume, pensò lasciare, insieme a molt'altre masserizie di casa, vi scrisse le seguenti parole:
«Ricordo che addì.... agosto anno 1530. Io, Nicholò di messer Clone, nella mia età di novant'anni, tre mesi, et quattro giorni, dovetti uscire di casa mia et della ciptà di Forenza venuta in potestà de' Palleschi et di Sua Santità papa Clemente VII, inimici di questo popolo, quale si defendette insino all'ultimo virtuosamente et justamente, et havendo perduta la libertà, sia raccomandata almeno la sua fama agli huomini honesti, quae semper vivat. Et il nostro Signore Iddio habbia pietà de' nostri peccati. Amen.»
Raccolte poi molte carte, e lettere, che trovate dal nuovo reggimento avrebber potuto nuocere a più d'un cittadino, ne fece un mucchio sotto il cammino, v'appiccò il fuoco, e mentre la fiamma le consumava, pensava: «A momenti il tuo focolare sarà spento per sempre, Niccolò!» Ed a coloro, cui è noto il senso, sto per dir religioso, che desta nell'anima il focolare della casa paterna, sarà pur noto qual fosse in quel momento il cuore del povero vecchio.
Dal cammino, accostatosi al letto, spiccò da una delle colonne un crocifisso d'argento, lo baciò, e per un cordone che v'era attaccato se lo infilò al collo. Esso stesso l'avea posto tra le mani irrigidite di sua moglie morente; esso ne l'avea ritolto prima che venisse portata alla sepoltura, e gli rammentava quella donna che forte ed umile, prudente ed insieme ingenua ed innocente, era stata l'allegrezza della sua gioventù, l'onore ed il conforto della sua vecchiaja; quella che avea passato seco tant'anni, ignota, per dir così, a tutto il mondo fuorchè al solo suo cuore. E Niccolò l'avea imperterrito e forte, ma non duro nè sconoscente, e nel prender ora quest'ultima memoria della donna sua, lo sentì commosso da mille giovanili rimembranze che avea credute egli stesso cancellate per sempre.
--Oh! quanti dolori ti risparmiava Iddio chiamandoti a sè prima di questi tempi di sventura!.. la morte di tanti figliuoli.... la rovina di Firenze... il caso della Lisa.... ed ora l'esilio....la fuga.... i disagi.... la morte in terra straniera. Oh Dio! tu fosti misericordioso!... io piansi allora.... mi lamentavo... Tu sapevi qual era il mio meglio! Ora ti ringrazio Iddio, io non soffro che per me solo.--
Dato poi sesto a varie cosucce, per uso della sua persona, e racchiusele in una valigetta, cavò da una cassa alcuni denari che vi tenea riposti pei casi improvvisi, ed erano il solo tesoro in monete che egli avesse; chè quelle cantine piene d'oro eran la solita favola che in ogni paese ed in ogni tempo corre tra il popolo sul fatto delle persone stimate ricche. Ricco difatti potea dirsi Niccolò, ma nè avaro, nè inclinato ad ammucchiare inutilmente il danaro, che invece teneva vivo girandolo pe' banchi di Venezia, di Lione, di Genova, e delle principali città d'Europa, per la qual cosa nel suo esilio, non dovea, se non altro, temere la povertà.
Finito così ogni apparecchio sedè per riposarsi, ed alzando il capo s'accorse che la lampada appesa dinanzi alla nicchia, oramai nuda e vota, ardeva tuttavia. S'alzò di nuovo e con un soffio la spense: quell'atto, in apparenza così indifferente, fu un nuovo e pungentissimo dolore pel povero vecchio, chè dalla morte del Savonarola, da 32 anni, sempre avea mantenuto quel lume, era avvezzo a vederlo di dì e di notte, a volgervi gli occhi mentre orava, e durante le lunghe e solitarie veglie in che, per la vecchiaja, passava sovente l'intere notti.... ed ora, la sua camera priva di quel solito lume, gli parve come una cosa senz'anima, tutta nuova, morta e desolata, ripensò più amaramente in cuore a' suoi figli uccisi, i quali tante volte erano stati seco in codesto luogo, che gli parve ora pieno di tanta tristezza da non potervi reggere, e gli nacque in cuore una fretta, una smania indicibile d'uscirne, e togliersi una volta a tante dolorose memorie.
E per verità, in codesta famiglia, il più infelice di tutti era Niccolò, che non trovava oramai nel futuro una sola speranza ove riposarsi.
Laudomia invece, mentre s'affaccendava nella sua cameruccia, ajutata da M. Fede, avea bensì gli occhi umidi ed il cuore trafitto pensando ai fratelli uccisi, ai mali della patria, al dolore del padre, vedendosi balzata a un tratto tra genti incognite e lontane, fuori di quel tetto al quale eran congiunti i pensieri, le gioje, gli affetti di tutta la sua vita... ma Lamberto, che sarebbe stato sempre al suo fianco lontano da tanti pericoli, non era forse un compenso bastante, un rifugio, una speranza? E finchè dura la speranza chi è pienamente infelice?
Una al tempo stesso ne avea in cuore la povera Lisa, che la reggeva contro la presente sventura. Sperava, infelice! ricuperar l'amore del marito (chè il sospetto, la certezza quasi d'averlo perduto le rodeva il cuore con sorda e ostinata lima) quando si trovasse con lei sola, in paesi lontani, discosto da' compagni e dagli amici ch'ella stimava l'avesser disviato da lei: quando passandola vita fuori di tanti pericoli, di tanti continui rimescoli, placida e tranquilla, pensava avrebbe potuto ritornar in salute, bella e fresca come una volta.... ed in mezzo ai tanti guaj presenti, trovava nella sua ferace fantasia mille sogni di felicità; si figurava il marito festeggiato, accolto con ammirazione pe' suoi modi, per la sua bellezza, tornato per lei come prima, tutto amoroso e confidente, e si godeva in questo doppio trionfo, chè la poveretta non avea cuore, non avea pensieri se non per Troilo, ed ogni giorno più sentiva consumarsi d'amore per quel ribaldo.
Era intanto tramontato il sole, ed a S. Maria Maggiore sonava l'avemmaria della sera. M. Fede entrò in camera di Niccolò portando una lucerna accesa, e, come usano i servi in Italia quando, sull'imbrunire, arrecano il lume ai padroni, disse per abitudine «felice notte!» senza pensare che in quel momento tali parole parean pur troppo una derisione. Sorrise mestamente il vecchio, ed intanto entraron taciti i giovani, le figliuole e Fanfulla, che s' era protestato non volerli abbandonare sin che non fosser tutti ridotti in salvo.
Disse Lamberto, che ogni cosa era in pronto per la partenza, e che consigliava affrettarla prima che la notte più s'innoltrasse, per evitare il pericolo di esser trattenuti alla porta, d'onde dopo un'ora di notte non s'usciva se non con grandissima difficoltà. Eran già apparecchiati al portone due muli sui quali si stava caricando il bagaglio, ed il famiglio di Lamberto, ajutato dalla fante, venne a prendere intanto e portò fuori quello di Niccolò.
Gli apparecchi di quella partenza non poteron, come ben si comprende, farsi tanto segretamente che il vicinato non se n'avvedesse, e la voce n'era già corsa tra il popolo minuto, per mezzo il quale trovandosi molti operaj a' servigi di Niccolò, e non pochi di quelli che gli s'eran profferti la notte innanzi in S. Marco, cominciarono a radunarsi, e far cerchielli, e parlar tra loro, ricordando che avean promesso difenderlo, e facendosi animo gli uni cogli altri a non lasciar che senza compagnia si mettesse per istrada in momenti di tanto pericolo.
Questi poveri uomini furon presto risoluti, e mandaron il Bozza a casa i Lapi onde s'informasse destramente da qual porta pensasse uscir Niccolò; e saputo da uno de' cavallari ch'egli prendeva per Pistoja si divisero in due truppe; e molti uscirono (alla sfilata però) per Porta Prato, dandosi il ritrovo in un campo fuor di strada presso S. Donato, e gli altri si sparsero intorno alla casa, per via dei Conti, sul canto de' Carnesecchi e sulla Piazzetta, per far testa ed esser pronti nel caso che, da chi si fosse, si volesse disturbare od impedire codesta partenza.
Troilo, da una finestra, vide questa ragunata di popolo, e disse tra sè:
--Ve' s'io m'apposi pensando che menar costui prigione in Firenze era un brutto rischio!--
Finalmente l'ora era giunta, pronti i cavalli, avviato già innanzi il bagaglio, e negli ultimi momenti, mentre la famiglia radunata se ne stava sospirosa ed in silenzio, s'era sentito pei piani superiori della casa il sordo ed interrotto strepito degli usci che si serravano, de' chiavistelli, degli arpioni che venivan messi per tutto, e questo rumore si veniva accostando a misura che M. Fede scendeva assicurando l'imposte e rivedendo in ogni parte se si lasciasse nulla fuor d'ordine, nessun'entrata ai ladri, e pensando persino all'acqua nei casi de' temporali, e diceva, mezzo piangendo:
--Tante fatiche! Tante cure! e poi lo sa Iddio in che mani capiterà questa povera casa! Altro che ladri! ho paura.... Oh! la Madonna Santissima ci aiuti.--
E così terminati questi assetti se ne venne in camera di Niccolò, e rimase appoggiata allo stipite dell'uscio, quasi volendo significare che avea oramai pensato a tutto, e che quanto ad essa era lesta, senza volerlo espressamente dire, chè non le reggeva il cuore dar proprio lei il segnale, per dir così, della partenza.
Il vecchio intanto pareva agitato da una nuova inquietudine, e disse alla fine, avere mandato per uno de' garzoni di stalla un breve a Fra Zaccaria in S. Marco per offrirgli d'uscirsene di Firenze con esso loro, e commettendogli di proporre al Fojano questo modo istesso di scampo, chè tutti e due, per le loro prediche fatte durante l'assedio in favore della difesa, portavano ora pericolo grandissimo.
--Io non mi so risolvere a partire prima di sapere se possiamo ajutar questi frati dabbene.--
Fanfulla, senza contrastare a questo generoso pensiero, mostrava però col viso, e con un certo irrequieto moto della persona, ch'egli non approvava in quel momento maggiori indugi, e Lamberto, che la pensava al modo stesso, propose, che andasse intanto innanzi alla porta e parlasse col capitano, onde disporlo a non metter impedimento alla loro uscita, e Niccolò gli diede cinquanta ducati affinchè la pratica più sicuramente riuscisse.
Partito Fanfulla, dopo un altro poco comparve finalmente la risposta di S. Marco. Scriveva Fra Benedetto, esser già in salvo i due frati (egli così credeva; ma il Fojano era stato preso all'uscir travestito di Firenze) e pregare Iddio che conducesse del pari a salvamento Niccolò e tutti i suoi. Questi, mettendo allora più libero il respiro, disse, alzandosi con una prontezza che ben si vedeva non naturale:
--Ora dunque andiamo.... E Iddio, che vede la nostra ragione, sia quello che ci ajuti.... Figliuoli miei, (disse fermandosi a un tratto) voi tornerete un giorno in questa casa, in questa camera, senza me: ricordatevi allora di Niccolò e de' suoi avvisi. Se avrete autorità nessuna in Firenze, non vi fidate nè de' grandi, nè di soldati e capitani mercenarj.... chè per cagion loro noi perdiamo oggi la patria.--
E gettata intorno un'ultima occhiata, soggiunse, con voce ed aspetto che pareva tranquillo:
--Andiamo.--
Così tutti insieme alla fine si mossero: gli uomini muti e pensosi, le donne piangenti, e venuti a! portone uscirono in istrada, e gli uni dopo gli altri messisi a cavallo, s'avviarono con quest'ordine: precedeva Niccolò messo in mezzo da Bindo e da Fanfulla: seguiva Lamberto al fianco di Laudomia, poscia Troilo colla Lisa che aveva in collo il fanciullo; e venivan ultimi M. Fede e Maurizio. Mentre Niccolò, non senza fatica, montava a cavallo, erano concorsi ad esso molti di que' popolani che s'aggiravano intorno alla casa, e chi gli teneva la staffa, chi tentava sorreggerlo ed ajutarlo, alcuni piangendo gli abbracciavan le ginocchia o gli baciavano i piedi, dicendogli parole piene d'affetto, di venerazione, benedicendolo e facendogli animo, ed il Bozza, appoggiata una mano sulla groppa del cavallo, e coll'altra vivacemente gestendo, esclamava:
--Non dubitate, messer Niccolò, che no' siam qui noi, e camperete pure a dispetto de' ribaldi e de' traditori!--
Ed il vecchio, co' cenni e con qualche amorevole parola rispondendo a queste dimostrazioni s'avviarono, e giunti a Porta al Prato trovarono che Fanfulla avea con poca fatica ottenuto d'aver libero il passo, ed uscirono senza ostacolo accompagnati da molti di quegli artefici, ringraziando Iddio di non aver quivi incontrato impedimento: non sapean essi che questa cotanta facilità era per ordine espresso di Baccio, che assai accortamente seguiva in quest'occasione il consiglio di Troilo.
Quando, usciti fuor di porta, presero la via di Prato, il cielo era oramai tutto sparso di stelle, e soltanto all'oriente splendeva, dietro le masse scure ed addentellate de' monti, una striscia di luce rancia, sulla quale campeggiavan lunghi nuvoli neri tinti appena qua e là sugli estremi e più bassi lembi d'una luce languida e rossastra.
L'afflitta comitiva, parte in sella, parte a piedi, camminava senza profferire parola, nè produrre altro strepito fuorchè quello del calpestio de' pedoni e dello scalpitar de' cavalli: l'aspetto della campagna fosco e tranquillo, stillava al cuore una pace dolce e mesta ad un tempo: giungeva all'orecchio con certa regolare intermittenza il fioco e tremulo cantar de' grilli, ed i spessi e diversi sibili di quelle innumerabili generazioni d'insetti che danno vita ai silenzi della notte senza turbarli. La placida quiete della natura contrastava pur troppo coll'agitazione, co' dolorosi pensieri di que' poveri afflitti. E chi, percosso dalla sventura, e trovandosi a caso in luoghi ameni, vedendo una bell'aurora, un tramonto, una notte serena, non ha provato un senso d'amarezza, quasi d'insulto alla sua miseria? Forse, perchè l'ordinata e perenne stabilità della natura, paragonata colle mutazioni continue della condizion nostra ci raumilia e ci fa accorti della nostra piccolezza.
Dopo un tratto di strada, giunti su un poco di rialto, di dove si potea forse ancora discernere gli edifizj e le torri di Firenze, Niccolò rattenne la briglia, si volse indietro, e stringendo le ciglia rivolse a vedere per l'ultima volta, o così gli parve, la massa bruna della cupola del duomo. Stese verso essa le braccia quasi salutandola, mise un sospiro profondo, e senza aprir bocca, senza che alcuno de' suoi osasse parlargli, punse il cavallo e si rimise in via.
La compagnia, che gli aspettava a S. Donato, s'era intanto congiunta con loro, senza strepito o voce nessuna, e quei poveri popolani, stimandosi beati di poter difendere e condurre in salvo Niccolò, venivan di buon passo, senza curarsi del disagio, nè del pericolo, finchè, dopo quattr'ore di viaggio, giunsero a Prato. Girate le mura e ritrovata la strada di Pistoja, volle Niccolò fermarsi e lasciare che chi veniva a piedi si riposasse, ma costoro non lo soffersero, e fattisi in molti intorno al suo cavallo, lo pregarono riprendesse pure il viaggio (chè ogni ritardo poteva esser pericoloso) affermando non esser in verun modo stracchi, ed in fatti non eran uomini che facilmente si lasciassero vincere dalla fatica.
Così camminando tutta la notte si trovarono verso l'alba presso la porta di Pistoja, ed oramai bisognava agli uomini ed alle bestie conceder cibo e riposo. Prendendo a destra per certi tragetti, riuscirono al di là della terra verso la montagna, sulla via di Modena, ove, mettendosi pe' campi, trovarono un seno del poggio assai ben nascosto da cespugli e da gruppi foltissimi di castagni, tra i quali entrati in quella appunto che si faceva loro il dì chiaro addosso, scavalcaron tutti, e per cura de' giovani e di Fanfulla vennero presto disposte in terra coltri e mantelli, tantochè alle donne ed al vecchio facessero un poco di letto.
Quivi si riposarono tutto quel giorno, e rinfrescatisi il meglio che potettero, verso sera parve a Niccolò riprendere il viaggio. Prima però di avviarsi, chiamati intorno a sè quelli che gli avean sin qui servito così amorevolmente di guardia e di compagnia, e pe' quali non pochi aveano in animo di passare innanzi, disse loro:
«Figliuoli miei, è giunta l'ora che noi ci dobbiam lasciare. Che posso io dirvi se non che io vi ringrazio e vi porto meco nel cuore, e non mai ne' pochi giorni che m'avanzan di vita mi scorderò della cortesia, dell'amore che m'avete dimostro? Se e vero che la benedizione d'un vecchio venga raffermata da Dio, io ve la do questa benedizione, ed egli sa con che cuore! io, povero vecchio, non posso in altro modo rimeritarvi.... Ora tornate alle case vostre.... a quella patria venerata e santa ch'io non debbo riveder più, e che voi certamente rivedrete un giorno libera e felice.... la sera, quando farete l'orazioni co' vostri figliuoli, pregate anche per Niccolò, pregate pe' miei figliuoli morti in questa guerra.... io sarò sotterra, in paesi lontani.... ma la mia memoria sarà tra voi, sarà viva in questa patria per la quale non venni fatto degno di poter morire.... ecco l'ultimo mio desiderio, l'ultima speranza che mi rimane.... E Dio vi benedica tutti, e addio per sempre.»--
Queste parole vennero pronunziate da Niccolò con voce vacillante per la commozione che provava, mentre già era a cavallo con tutti i suoi; finito il dire allentò la briglia, volse un'ultima occhiata a quelli che rimanevano, e che immoti ed attoniti fissavano in esso gli sguardi, ed alzando la mano in segno di saluto, o forse accennando il cielo, prese la via tra gli alberi, e si tolse dagli occhi loro.
Ritrovata la strada maestra, principiarono a salire, sinchè scavalcato il giogo si trovarono nella valle del Reno, dalla quale, dopo breve tratto, volgendosi a mano manca, e venuti sulle cime dell'Oppio, s'aprì loro d'avanti la bella valle ove giace S. Marcello e Gavinana, e che può dirsi il cuore della montagna di Pistoja.
Chi visita ai dì nostri codesto paese non vi trova se non amenità di luogo, pace, ricchezza e cortesia tra gli abitanti. Il tempo, che tante cose guasta, taluna pur ne migliora, ed ha quivi spento del tutto gli antichi furori di parte, e cancellatane persin la memoria[68]. Le braccia che avanzano all'agricoltura trovano come adoperarsi nel lavorìo delle cartiere stabilite da una casa che rammenta uno de' primi nomi delle lettere italiane[69], ed impiega le sue ricchezze nel modo il più nobile, perchè il più utile all'universale. Quest'industria, ed i varj traffici, rendono codesti popoli operosi ed agiati, e perciò felici e tranquilli.
Troppo diversamente andavan le cose all'epoca della nostra istoria, e non avrà dimenticato il lettore le dolorose e crudeli vicende di S. Marcello, nè la furibonda rabbia da' Cancellieri. Dopo quel fatto, rotto il Ferruccio, eran mutate le parti e le fortune, e con impeto e rabbia altrettanta, e maggiore, aveano i Panciatichi sopraffatti, perseguitati e distrutti i loro nemici, rovinandone, ardendone persino le case e le messi, ed i nostri viaggiatori, benchè fosse notte, presto scopersero i segni di quelle devastazioni.
Qua eran viti sbarbate, alberi fruttiferi rovesciati, o segati al pedale; là un campo ov'era stato messo il fuoco, nero, arsiccio, coperto di ceneri; ora un tugurio arso, e del quale non avanzavano che i quattro muri, ora qualche casa di gente più agiata depredata da saccomanni, parte rovinata, colle porte sconfitte, sgangherate; rotte l'invetriate, scontorte e pendenti le imposte, se pur taluna ve n'era rimasta, tutto poi desolato, silenzioso, voto d'abitatori; e questi, Dio sa che fine avean fatta! se erano stati morti, se avean potuto scampare, se eran abbruciati, o sepolti sotto lo rovine a caso, e forse racchiusivi a bella posta onde sentissero lunga lunga la morte. Lamberto riconobbe i luoghi, le case che avea pochi giorni innanzi vedute, passando, in buon essere, e diceva a Niccolò:
--Ecco la vendetta di S. Marcello! La non s'è fatta aspettare.--
Mentre diceva queste parole, passavano appunto innanzi ad una casa peggio ridotta dell'altre, ed in molte parti diroccata, tantochè i mattoni, le travi, i calcinacci caduti, mezzo ingombravan la via, quando udirono da una buca a fior di terra d'una cantina, 'o legnaja che fosse, uscire un lamento fioco d'una voce che chiedeva misericordia per Dio!
Si fermaron tutti al momento. Scavalcaron Fanfulla, Lamberto e Bindo, e cacciandosi tra que' rottami, e chiamando spesso per potersi dirigere, ed udendo rispondersi quell'istesso lagno debole e spento, mentre Niccolò e le donne con aspettazione grandissima li stavan guardando, s'accorsero alla fine d'una figura umana che, strascinandosi a stento carpone fuor della buca, disse con voce che fece aggricciar le carni a tutti.
--Oh, bene, ammazzatemi! ch'io non reggo più a questi tormenti, ma prima un po' d'acqua per Dio.... Oh, l'acqua fresca, e poi morire!--
Presero quel disgraziato a braccia e lo portarono in mezzo alla strada, e Bindo corse al torrente Limestra, al quale eran vicini, e tornò coll'acqua, che quegli bevve avidamente, e lasciandosi cader il vaso delle mani alzò la fronte il meglio che potette, e disse per ringraziamento:
--Ora più non vi temo, ammazzatemi, e l'avrò caro.... che maladetti siate con tutta la parte Panciatica!--
E Lamberto, raffigurandolo, esclamò:
--Tu sei il capitan Melocchi!.... Oh! come sei tu qui?--
--Ah! rispose il moribondo (che tale oramai si potea dire), io v'avea tolto in iscambio, v'ho creduti una mano di Panciatichi.... La casa mia (proseguiva con tanta quanta la rabbia che potea esprimere in uno stato di tanta debolezza) la parte cancelliera è disfatta.... io ferito, tutto rotto e pesto, da quattro giorni vivo costà nascosto... ora i tormenti!.... la sete! Ho detto m'ammazzino, ma bere! Ah, che non l'hanno avuto il gusto que' cani di veder morire il Bravetto!....--
E rise. L'affanno dell'agonia cresceva.
--Oh.... se è vivo, mio cugino.... Giovanni... ditegli che è stato Piero che m'ha dato.... E.... si ricordi....--
Qui non si potè più capire che cosa dicesse, parve però pronunciasse la parola ammazzarlo, che gli si spense tra le labbra insieme colla vita.
Il cadavere venne tirato da canto, tanto che non venisse calpestato da' muli e da' cavalli che passassero. E la brigata riprese il suo viaggio, funestata, come può credersi, da questa brutta e disperata fine, e Lamberto disse:
--Tu non meritavi altra morte che codesta!--E Niccolò:
--Abbia Iddio, se è possibile, pietà di quel forsennato.--
Nè Lamberto, nè alcun altro di loro non conoscevano questo Giovanni nominato dal Melocchi: ma l'avessero anche conosciuto, sarebbero, come si può credere, stati poco disposti a fargli la perversa ambasciata.
CAPITOLO XXXIV.
Poco mancava alla mezzanotte quando la cavalcata giunse finalmente in Gavinana, alla casa che per contratto nuziale avea Niccolò concessa a Lamberto a titolo di dote, ed ove era giunto, un'ora prima, uno de' cavallari che gli accompagnavano affinchè, precedendo, destasse il fattore, facesse aprire ed apparecchiare tutto quanto bisognava.
Questo fattore dabbene, che era poco più d'un contadino, persona affezionata alla casa i Lapi, cui serviva sin da giovinetto; tenendo, com'è naturale, per la parte cancelliera, era stato a que' giorni offeso in varj modi dalla setta nemica, e salvatosi il meglio che avea potuto, viveva in continua paura; cosicchè ce ne volle prima che rispondesse, si persuadesse che realmente i suoi padroni stavan per giungere, e si fosse risoluto d'aprire, temendo d'una qualche trappola per entrargli in casa a svaligiarlo. Persuaso finalmente, aperse, e si diede con fretta grandissima ad ammannire una cosa, disporne un'altra, ajutato dalla moglie e da un garzonaccio tutto sonnacchioso, tantochè finalmente udì lo scalpitar de' cavalli, e corso giù per le scale trovò che i viaggiatori scavalcavano in un cortiletto, posto tra la casa e la pubblica via, separato da questa con un muro non troppo alto.
Quella sorridente ed officiosa premura che si dipinge sul volto d'ogni fattore nell'atto di far riverenza al padrone che giunge, sul viso di Matteo (chè così avea nome costui) era volta in altrettanta mestizia. Niccolò, senza entrar seco in molte parole, andò innanzi colla sua brigata in una saletta terrena ov'erano accesi i lumi, e che malgrado le cure del fattore serbava evidenti tracce di disordini recentemente accaduti. Al tanfo di racchiuso, solito alle stanze poco abitate, s'univa un odor di mosto o di vino: in terra macchie d'umido, rottami di stoviglie, chè il buon Matteo colto improvviso, non avea avuto tempo a spazzare: e sulla più larga parete, ov'era nel mezzo rozzamente dipinta l'impresa di Firenze, scudo bianco col giglio rosso, si vedean disegnate malamente col carbone le forche in modo, che il detto scudo occupasse il posto dell'impiccato. Sovr'esso, nell'atto di manigoldo, era figurato un uomo con una corona di imperatore sul capo, ed accanto, sulla scala ove suoi porsi il frate confortatore del giustiziato, un altro fantoccio che dal triregno si capiva dover rappresentare un papa, con chè l'ingegnoso artista avea voluto figurar l'imperatore Carlo V e papa Clemente VII, che d'accordo davan lo spaccio alla città di Firenze, ed in quest'opera, alla nobiltà del pensiero, corrispondeva pienamente quella del disegno. Attorno pe' muri era tutto imbrattato di parole scritte parimente col carbone in modo e con ortografia villanesca, e che dicevano--Viva le Palle!--Moja el marzocho--Parte Chancelliera, te porta el diavollo e la versiera ec.--
E mentre il vecchio accortosi di quest'insolenze le guardava con notabile alterazione di volto, il fattore diceva, tutto spaventato ancora, e quasi piangendo:
--Lo vedete, messere, que' ribaldi vituperati, come v'hanno conciata la casa?.... E s'io son vivo, è stato miracolo espresso di Dio.... chè abbiam vedute le gran cose a questi giorni!.... io credevo che fosse il finimondo!.... Prima, la rotta del Ferruccio, che in paese l'archibusate eran come gragnuola fitta.... poi, que' traditori Panciatichi a far il resto, e non c'è casa in Gavinana che non pianga; non c'è casa che non abbian rubata.... con ferite e morti di tanti poveretti.... già, credo io, non saranno rimaste qui insieme cento persone, chi è fuggito, chi è morto,.... e chi rimane sta in paura di peggio. Io non volli fuggire.... egli è pur obbligo mio guardarvi la roba vostra; e son venuti qui dentro a far gozzoviglia, ed hanno dato fondo a quanto ben di Dio c'era in casa.... e poi, ubbriachi come majali, picchiate a me, alla Caterina, e queste porcherie su pe' muri.... e sapete che mi hanno detto? «Quando tornerem qui, se troviamo che punto punto tu abbi tocco codesto muro, noi t'impiccherem per la gola dov'è questo scudo.» E però io, poverello, non son stato ardito di ripulirlo.
--Se tu non lo fosti, ben io lo sarò--disse Bindo dando di piglio con istizza ad una granata ch'era in un angolo, e disponendosi a cancellare quelle sozze figure, ma Niccolò lo rattenne dicendo:
--Noi partiamo, Bindo, e quest'uomo dabbene rimane; chi lo difenderebbe se que' ladroni venissero per fargli dispiacere?.... Ai vinti, gli oltraggi.... È questo il nostro pane oramai.... a non volerli patire bisognava saper vincere.... e noi non abbiam saputo.--
Il fattore ringraziò con uno sguardo Niccolò, e col cuore Iddio, chè veder Bindo colla granata in aria, ed aversi già lo spago al collo gli parea tutt'una cosa.
Era intanto comparsa la Caterina con qualche cosarella per cena: e chi non avesse saputo che la casa era andata a sacco, l'avrebbe indovinato vedendo quell'imbandigione, chè tutta consisteva in un'insalata, un pezzetto di cacio, e due pan neri, che l'uno neppur era intero. La povera donna, scura e macilenta in viso, cogli occhi gonfi e rossi apparecchiava, senza parlare, e metteva ogni tanto lunghi sospiri; e dopo quelle prime e brevi parole nessuno aprì più bocca, e rimaser pensosi sedendo su una spalliera che era tutt'in giro confitta nel muro; e questo silenzio parea tanto più mesto, chè nessuna voce, nessuno strepito s'udiva neppure al di fuori, benchè fossero nel cuor della terra, poco lontani di piazza. Il canto d'un gallo, o l'abbajar d'un cane avrebber almeno dato segno di cosa viva, ma quel desolato borgo aveva aspetto di cimitero; e tanto più parea tale, che il vento entrando per le finestre aperte portava un puzzo di sepoltura, del quale spiegò Matteo la cagione, dicendo:
--Dopo la battaglia eran in piazza meglio che 1200 morti: per non durar fatica a portarli fuori, gli hanno sotterrati costà dov'erano.... ma per far presto, non avranno indosso tre dita di terra.... Dio faccia che que' morti non ammazzino ora i pochi vivi, e non ci si metta la morìa!--
--E tra costoro, domandò Niccolò con impeto, sarebbe mai confuso il gran Ferruccio?--
--No, messere, egli è stato sepolto in disparte sotto la gronda del fianco della chiesa.
--Sapresti tu insegnarmi dove?--
--Io so quando voi vogliate; chè anch'io fui comandato con un monte di marrajuoli, ed ajutai cavar la fossa.--
--Menamici tosto. Venite figliuoli, che noi facciamo questo poco d'onore al maggior uomo che nascesse mai in Firenze.--
Rizzatosi il vecchio arditamente e senza mostrare stanchezza, uscì co' suoi e colle due giovani, chè anch'esse, benchè non richieste per riguardo alle fatiche sofferte, vollero venir a prostrarsi sull'onorata sepoltura. Matteo precedeva per la via stretta, con una lanterna, che mostrava col piccolo e vacillante chiarore, molte case, e forse la più parte, aperte, abbandonate dagli abitatori, e di alcune gli usci eran divelti, e giacean buttati a terra lungo le mura. Disse Fanfulla, riconoscendosi a un tratto:
--Qui toccai quella nespola sull'orecchio, e in questo poco spazio, a veder che danza era quel giorno!... e qui, vedete.... qui proprio! il Commissario con quella fila di capitani si cacciò a capo sotto tra' lanzi!...--
Niccolò, raccogliendo con avidità le parole di Fanfulla, non si stancava di domandargli di tutti i particolari, non tanto della battaglia, quanto del Ferruccio; chè appunto allora erano sboccati in sulla piazza e si trovavan nel luogo delle sue più mirabili prove. Trattenutisi così un buon poco, senza curarsi del puzzo che qui, più che mai, gli ammorbava, proseguirono attraversandola per condursi alla chiesa, e nel camminare sentivano la terra tutta smossa, e talvolta affondarvisi un poco l'orme, e le donne rabbrividivano pensando che cosa calcassero.
Matteo finalmente si fermò rasente il fianco dell'antica chiesa e, deposta in terra la lanterna, disse:
--Qui è stato posto quel bravo signore.--Si vedeva sul suolo uno spazio lungo e largo quanto un corpo umano di alta statura, ove la terra difatti appariva rivoltata di fresco, e dall'impronta che serbava di suole di scarpe, e di piedi nudi, si conosceva che l'avean diligentemente pigiata. Niccolò, vedendosi proprio sotto gli occhi quella terra inzuppata ancora del sangue del suo amico, dell'uomo che per esso era l'ideale, il sublime di quanto vi può esser al mondo di virtuoso e di grande, cadde ginocchioni su quella fossa, preso da un tremito in tutta la persona, e chinandosi col capo baciò quel terriccio umido, e v'appoggiò poscia la fronte, rimanendovi immobile; e tutti quanti i suoi fecero lo stesso. Si sentiva il povero vecchio gemere, sospirare, ed alla fine si sciolse in pianto. Racquetatosi poi un poco, alzava il volto e le mani al cielo, dicendo:
--Oh! se dai santi e beati luoghi, ov'è ora gloriosa quella grand'anima, essa non isdegna calar uno sguardo su questo tenebroso mondo, essa vedrà forse questo mio pianto... vedrà che di quella città per la quale sparse il suo sangue sino all'ultima stilla, siam pur venuti, noi profughi almeno, a fargli quest'ultimo onore, quel solo che per noi si potesse nella nostra presente miseria.... Ferruccio, Ferruccio, ha ad esser questa dunque la tua sepoltura? Ed i Medici, omicidi della patria, l'avranno cotanto onorata in S. Lorenzo? Si vergogneranno essi di lasciarti quivi? Porranno almeno una croce sulle tua ossa? una pietra che dica: Qui giace Ferruccio?--
Così parlava Niccolò, ed il tempo ha mostrato s'egli avesse una giusta idea della generosità medicea che lasciò le ossa del Ferruccio dov'erano: non pose loro sopra nè croce, nè sasso, e non l'ebber mai sino ad oggi, tantochè, neppur per tradizione, si serba memoria del luogo preciso ove giace il fortissimo e virtuosissimo tra i toscani. Ciò sia detto per incidenza, e queste parole vadano a chi debbono andare[70].
Poi, a un tratto, dolendosi d'aver formato un tal desiderio, aggiungeva, quasi riprendendo se stesso:
--Ma che dico? Esco io di cervello? Quasi avessi tu bisogno de' costoro onori!.... se l'abbiano.... li serbin pure per le loro ceneri scellerate, chè anco sotto i monumenti di marmo saprà ben trovarle nel dì finale la vendetta di Dio! E tu intanto, se puoi udirmi, spirito valoroso, goditi questo nostro umile omaggio, e sappi che di tanto non potran mai vantarsi le tombe de' tuoi e de' nostri nemici!.... sappi che insin che duri il mondo sarà più onorata pe' generosi la terra di quest'umil fossa, che non l'insolente ricchezza de' loro sepolcri!.... Sappi, che quell'onta, che avran creduto farti lasciandoti in quest'angolo inonorato, si volgerà per essi in altrettanta infamia appo i secoli e le generazioni future, chè a sottrarsi all'infamia non han, viva Dio, trovato ancora i tiranni forza che basti!--
Mentre Niccolò con passione grandissima ed in modo quasi ispirato, profferiva queste parole, che la sua famiglia inginocchiata e riverente udiva, tutta intenta a lui solo, s'avventaron di sotto il portico della chiesa sei uomini d'arme colle spade sguainate, seguiti da forse 50 contadini armati di picche, falci o bastoni, e prima che i sorpresi potesser pure avvedersi di quest'assalto, si trovarono in terra sotto un monte d'uomini, colle punte delle spade o delle picche sul viso, od appuntate alla gola ed al petto, presi e tenuti da cento mani; oppressi sotto le ginocchia ed i piedi di molti; ed una voce, alzandosi di mezzo gli assalitori, gridò:
--Chi si muove è morto. Voi siete prigioni del papa!--
Ed intanto quegli sgherri avean violentemente strappate le spade e l'altr'arme ai giovani, ai quali non sarebber certamente falliti nè l'animo, nè il volere di difendere Niccolò, colla certezza ancora d'esser tagliati a pezzi; ma la rovina che cadde loro addosso improvvisa tolse loro materialmente il poter muover un dito, non che venisse lor fatto di valersi dell'arme e della persona.
Le donne avean levato un grido, che da mani villane venne tosto soffocato, non meno che da bestiali minacce; e prima che un solo di que' ribaldi si fidasse a levarsi di dosso agli uomini che si teneano sotto, altri ficcandosi tra mezzo quel viluppo di gambe e di braccia, con funi di che s'eran provvisti, ebber presto legati i prigioni, così validamente, che ben appariva in qual conto gli avessero; legati che gli ebbero, lasciaron che si rizzassero.
Chi potrebbe dir l'ira, lo sbalordimento, il terrore di que' miseri perseguitati, vedendosi così fuor d'ogni aspettazione venuti in podestà de' loro nemici, quando appunto tenevano oramai più sicuro lo scampo?
Lamberto e Bindo, collo sguardo basso ed errante, co' petti gonfi e frementi per impotente furore, parean due fiere cadute nella tagliola: Maurizio, che venuto quivi per seguire il padrone era stato preso cogli altri, bestemmiava nella strozza in tedesco: Fanfulla, che non usciva mai della sua strana ed avventata natura, diceva scrollando il capo, soffiando e mezzo sorridendo:
--Siam proprio serviti nel coscetto!--
Le donne piangevano, tenute per le braccia ed un poco in disparte, da due di que' maladetti.
E Niccolò, coll'augusta e veneranda fronte levata e sicura, disse:
--Io so quel che importi per me l'esser prigione del papa....--ed un amaro e sdegnoso sorriso gli corse sul labbro, quasi dicesse: «poco mi può togliere oramai!» Volgendosi poi ai figliuoli, ed additando la fossa ov'era sepolto il Ferruccio, soggiungeva:
--Da esso ho appreso come si muore.... ma forse non n'era mestieri.--
Ben conosceva il vecchio, che la sua morte si voleva e non quella de' figliuoli nè d'altri; e perciò poco s'era turbato: ma gli sovvenne in quel punto di Troilo, della taglia che credeva gli fosse stata posta, e tenendolo del tutto spacciato, troppo glien'increbbe. Si guardò intorno, cercandolo affannosamente coll'occhio, e dicendo:
--Di te mi duole, Troilo, figliuol mio!--
E siccome, non essendovi altro lume che la lanterna portata da Matteo, poco ci si vedeva, penò un buon poco a rintracciarlo; finchè poi lo scorse lontano, ritto, immobile, colle braccia intrecciate sul petto ed il viso basso, e s'accorse che non era nè legato, nè tenuto in guardia da alcuno di que' soldati, che con tanta cura s'erano assicurati che gli altri non potesser fuggire.
Il volto del giovane, che dalla natura avea sortito bellissimo, era in quel momento spaventevole e turpe come il suo tradimento: simile a Caino, a Giuda e ad altri gran scellerati, cominciava per esso il supremo de' tormenti, quello de' rimorsi, scevri affatto d'ogni pensiero di speranza o di pentimento.
Niccolò gli lesse in fronte scritto il suo peccato, notò sui volti de' soldati un riso di scherno, che pareva dicesse: «di lui non istare in pensiero!» Gli si squarciò il velo che gli avea tanto lungamente celata la verità, e questa gli si rivelò alfine nuta e tremenda. Stese le braccia e le mani, legate a' polsi da una ruvida fune, e con voce che schiantò il cuore persino di que' ribaldi che l'attorniavano, disse, guardando Troilo:
--Ed era un traditore!.....--
Nel suono di queste parole, nel modo di pronunciarle, nell'atto del misero vecchio, fu tanta e così dolorosa effusione di verità, che, persin lo ripeto, ne' cuori di que' rozzi e feroci sgherri sorse un senso di compassione.
Ma Lisa, la povera Lisa, quasi uno strale di fuoco le fosse penetrato nelle carni, si strappò dalle mani di quelli che la tenevano, colla forza nervosa e convulsa d'una disperata passione, e scagliandosi verso il padre gridava:
--Perchè traditore? come?.... chi può dir traditore il mio Troilo? Che ha egli fatto?....--
E non potendone correre in traccia, che era stata tosto ripresa e fermata da quelli cui era fuggita, si gettava innanzi colla persona, col capo, cercando cogli occhi il marito, e pur seguitando a ripetere:
--Oh! traditore poi!.... traditore il mio Troilo!... Oh babbo! perchè dir quest'orrore?.... ed in questi momenti?--
Alla fine anch'essa lo vide, ed era sempre al luogo, e nell'atto, e col viso medesimo, e quell'impressione che n'avea ricevuta Niccolò, quel pensiero, quella certezza istessa invase la Lisa, che provò il brivido della morte all'aspetto di quel ceffo sfigurato, e dovette torcerne il volto turandosi colla mano gli occhi, ma non pertanto vincendo tosto quel primo moto, e ritornando a sperare, gli diceva piangendo, senza guardarlo, se non tratto tratto alla sfuggita:
--Oh Troilo!.... vieni.... parla.... non senti? non udisti?.... Perchè star là ritto?... che mistero c'è sotto!.... Oh Troilo, Troilo! possibile che la tua Lisa disperata non ottenga pur una parola?...--
Ed alla fine, con impeto d'indicibile smania, esclamava:
--Ma sciagurato! dì almeno che è vero!.... che sei traditore.... uscirò almen d'incertezza!....--
Per sola risposta, Troilo si strinse nelle spalle, s'allontanò, e presto si confuse colle ombre della notte.
Lisa si fece bianca e fredda come un marmo, le cadder le braccia, e disse anch'essa:
--Era un traditore!....--
E lasciandosi andare come morta a piedi di Niccolò, colle fronte sulla terra, diceva con voce spenta:
--Ed io, scellerata, son cagione di tutto!--
--È vero pur troppo!--
Rispose il vecchio; ed i soldati cui riusciva oramai troppo grave esser testimoni di cotale scena, si mossero conducendo i prigioni verso la casa d'onde poco innanzi erano usciti.
Mentre camminavano, Maurizio, che veniva accanto a Lamberto, gli disse sottovoce con un sospiro:
--Ricortare quella sera! Io ticeva non pefere! Non pefer fine per far pace con messer Droile!.... Star tratitore! Hafefa racione pofere Maurizie?--
E Lamberto:--L'avevi pur troppo!--
Ricondotti così alla loro casa, Niccolò fu rinchiuso in una camera, le giovani in un'altra, ed in una terza gli uomini, guardati diligentemente da molti armati finchè venisse l'ora d'avviarsi tutti verso Firenze.
Il colpo era fatto: Niccolò preso, ed il capitano di questa nobil fazione, messer Benedetto de' Nobili, che nascosto dietro le spalle de' suoi avea gridato: «voi siete prigioni del papa» perchè non s'era fatto innanzi, perchè non s'era mostrato? Perchè il codardo non avea avuto ardire d'affrontare lo sguardo di Niccolò, come neppure a Troilo n'era bastata la vista. Sia lodato Iddio, che al cospetto di certi uomini, la fronte de' ribaldi venduti ai potenti, dovrà, sinchè duri il mondo, cader sempre nel fango!
Ora che i prigioni eran rinchiusi e ben guardati, nè v'era il rischio d'incontrarsi con loro, entrarono in casa i due traditori, ed era con essi Selvaggia, alla quale non ci regge l'animo apporre l'istessa taccia, sin che non abbiano i suoi portamenti palesato interamente l'animo suo. E ad ogni modo, che non si perdona ad un amor come quello che la consumava, e che piuttosto dovrebbe dirsi delirio, furore o pazzia? Tanto più se si ponga mente al lungo e disperato soffrire di quella poveretta, all'offese, agli scherni, allo sprezzo, che era stato il solo suo pane (se è lecita l'espressione) dacchè avea aperto gli occhi alla luce, il cuore agli affetti? Pur troppo cotali anime entrando nel mondo recan seco loro i semi d'eroiche virtù e di tremendi delitti. I casi, gli uomini ne' quali s'imbattono, suscitano l'une o gli altri. Quindi virtù o vizio, felicità o sventura.
Sappiamo qual parte fosse toccata a Selvaggia, che votato il calice della sventura sino alla feccia dovea morir nello strazio, se una potente speranza non l'avesse tenuta viva, quella della vendetta. Per questa sola essa sosteneva la vita, pensava, agiva, si moveva, da quella terribil notte, ove sulla strada d'Empoli avea per l'ultima volta veduto Lamberto: l'avea pensata, combinata alla lunga nel segreto del cuore, nel silenzio delle notti senza sonno, nelle lunghe ore ove o fosse in quiete, o in trambusti, tra la moltitudine, o lontana da tutti, era sempre sola con quel suo perenne ed immoto pensiero, che le splendeva alla mente quasi torbida stella in un'immensità tenebrosa.
Volea vendetta, l'infelice! E l'avea a suo grand'agio meditata, e poi scelta quale, raro o mai, fu immaginata da cuore umano; l'avea, per dir così, nutricata, e con mille cure, mille stenti, condotta al punto di vederla compiuta. Il momento era giunto.
Intorno alla tavola sulla quale era ancora non tocca la cenetta apparecchiata pei poveri presi, sedettero messer Benedetto, Troilo e Selvaggia. Il primo, per guardarsi il meglio che poteva dai rischi che avrebbe forse incontrati in quest'impresa, s'era tutto inferrucciato di maglia, e di pezzi d'armatura, con un petto ed uno schienale, che sulle spalle e sotto l'ascelle, per virtù di buone coregge, eran venuti bene o male a congiungersi e star a dovere: ma ai fianchi, con tre braccia in giro di pancia, erano stati scherzi a volerli far entrar nell'incastro, e rimanevano aperti, lontani un palmo l'un dall'altro, tantochè sui lati gli sarebbero stati di poca difesa. Ora poi, pel disagio, pel caldo che era grandissimo, benchè fosse notte, il ribaldo vecchio non ne poteva più e gli pareva d'aver indosso una montagna. Si cavò una cervelliera tutta bozze e rugginosa, e colle guance pallide e vizze, s'asciugava il sudore, gonfiando le gote e soffiando. Selvaggia, coperta del lucente arnese d'un uomo d'arme, non dava segno veruno di stanchezza: teneva i gomiti sulla tavola, e soprappensiero la veniva scheggiando con un coltello che s'era trovato sotto mano. Troilo, armato alla leggiera d'un picciol giaco, aveva un viso livido ed uno spavento negli occhi che metteva ribrezzo. Ma volea parer franco; parer più franco ribaldo del suo compagno, ed arrabbiava in cuore, vedendo che costui non mostrava sul suo viso di collo torto, verun'altra alterazione se non quella prodotta dalla fatica e dal caldo. Alfine, conoscendo che il suo aspetto lo tradiva, s'attaccò ad un fiasco, bevette, e pensando di volger la cosa in ischerzo, levò una risata grandissima, e che troppo appariva studiata, dicendo:
--Sapete che mi vien in capo, messer Benedetto?--vi ricordate quella notte alla buca di S. Girolamo, quando vi toccai sul groppone con quelle funicelle... e fu per isbaglio, vedete!... buon per voi allora se foste stato come siete adesso, con quell'arme indosso che parete un paladin di Francia!--
--Così ci fuss'io ora alla buca, e non fossi qui:--rispose il vecchio ipocrita, che al contrario di Troilo, non provando senso veruno d'umanità, si studiava di simularne l'apparenza, con quella diversità che corre tra il birbone novizio ed il matricolato.
--Queste scene mi fauno male! proseguiva con un viso compunto.... Quel povero Niccolò! quella povera famiglia!....--
Poi con un gran sospiro:
--Ah! la ragion di stato è pur la terribil cosa! Ed il servire ad essa, servire alle leggi ed all'ordine costa di gran sacrifici!--
La presenza di Selvaggia e di alcuni soldati, che ritti sull'uscio guardavan l'entrata, persuase forse il Nobili a parlar così. Ma aveva da far con Troilo, che rifacendo il suo viso, la sua voce ed il suo sospiro, rispondeva:
--Eh! vi compatisco, povero messer Benedetto! Sono una gran cosa que' bei sacchetti di ducati di sole.... voglio dir le leggi, e l'ordine e la ragione distato.... mi scordo nulla? il Nobili si scontorse e fece a Troilo cenno coll'occhio, quasi dicesse: «costoro ci odono» e chiedesse mercè. Ma Troilo, che si sentiva in quel momento pieno d'un inesplicabil veleno, come accade a chi è costretto odiare e sprezzar sè stesso, ed avea bisogno di darsi un qualche sfogo, proseguiva con perfido riso:
--Messer Benedetto mio caro! vo' siete già stracco e rifinito come un asino d'un mugnajo, e volete torre quest'altro disagio di tenervi sul viso quella maschera d'uom dabbene.... E se vedeste come siete sudato! vi goccian le gote come una pentola risciaquata! voi v'ammalerete. Già è inutile, vedete. Fate come fo io: sono un ribaldo, e lo dico. Sono un traditore; e che perciò! E gran capitani e re e papi e imperatori lo sono altrettanto e peggio, quando non trovano altra via. Fo i fatti miei come posso anch'io, e chi ne vuol venga avanti. Dico bene, Selvaggia?--
Ed alzandosi, non più col viso piacevole e in solo scherzo, ma a un tratto mutato in un piglio rabbioso, fedel ritratto dell'inferno che avea nel cuore, passeggiava pel salotto, e diceva, mezzo fremendo:
--Io non posso patir questi bacchettoni.... questi serpenti colla faccia d'angeli.... chi gli abbia a saper grado di cotesta fatica, non si sa, nè Cristo, nè diavolo certo!....--
E seguiva a passeggiare sbuffando e brontolando tra' denti.
Selvaggia, poco o nulla gli badava. Il Nobili, mezzo sbigottito di quell'ira così subita e senza cagione, gli diceva, guardandolo con maraviglia:
--Oh! che cosa c'entra ora quest'adirarsi?--
Troilo gli si volse come una vipera; poi, tosto avvedendosi quanto quella sua rabbia desse in non nulla, e lo rendesse ridicolo, scoppiò in una grandissima risata sguajata e convulsa, e versando al Nobili un bicchier pieno colmo di vino glielo presentò, canterellando una canzoncina; il vecchio lo accettò, dicendo:
--Va, va che n'hai un ramo!--e bevette.
Entrò in quella Michele, il famiglio di Troilo, che era venuto colla squadra guidata da messer Benedetto, dicendo:
--C'è su vostra moglie....--
--Ci mancherebbe quest'altra! che avessi moglie!--disse Troilo ridendo.
--C'è dunque M. Lisa che non si sa più come farne bene! è buttata in terra come uno straccio in un angolo, cogli occhi fissi, stravolti, pare smemorata, e bada a dire che vuol voi, che vuol parlar con voi, e non le si può cavar altro di bocca, e la sorella e la fante le stanno d'intorno, ma pare che non capisca, e non senta, e non si può conoscere che mal le abbia preso.--
--Le ha preso il canchero, che Dio ti dia, ribaldo poltrone!--disse Troilo avventandosi col pugno chiuso al servo, che presto si ritrasse ed uscì, e Troilo gli seguiva a gridar dietro:
--Chi t? ha detto di venirmi a rompere il brutt'impiccato! son io medico o speziale? Son atto forse a guarir le donne del mal di corpo? Maladetta l'ora che mi venisti tra piedi? È curiosa quest'altra.... Michele, Michele!--- gridò sempre più invelenito, e Michele ricomparve.
--Di' a lei, e di' a tutti coloro lassù, che noi facciamo quel che ci è stato ordinato da' nostri maggiori.... e ce ne duole insino al cuore.... ma non si può fare altrimenti.... e va all'inferno.... e non esser più ardito di capitarmi d'innanzi se non ti chiamo. Michele sparve, e Troilo ricorse al fiasco. Il disgraziato voleva uscir di sè, per cessare un momento il tormento insoffribile che lo rodeva. Bevette, tacque, stette un poco sopra pensieri, poi a un tratto, disse con ismania:
--Si può saper almeno che ora sia? Che notte eterna! non v'è oriuolo sul campanile, non batton mai l'ore in questa maladetta terra?--
Un soldato ch'era sull'uscio, disse:
--Alle corde v'hanno impiccato quattro Cancellieri per contrappeso, ed ora toccano in terra co' piedi, e l'oriuolo è fermo.--
Cert'altri soldati, che dormicchiavano buttati sulla paglia nel cortiletto, risero, borbottarono non so che motteggi, e tutto di nuovo fu silenzio. Il lume che ardeva sulla tavola s'impallidiva, e si facea piccino per mancanza d'olio.
Messer Benedetto s'era accomodato in un angolo, e fattosi con un pastrano un po' di guanciale, russava, e russavan molti in cortile, per le scale e per istrada, chè era quell'ora presso l'alba in cui è più invincibile il sonno. Selvaggia, col capo tra le mani, non si sapea se vegliasse o dormisse. E Troilo, che col bere avea sperato cacciare i pensieri tremendi che l'infestavano, gli avea invece, e di giunta, resi più incomposti e spaventosi, si sentiva la mente turbata e sconvolta da mille strane ed enormi immaginazioni, per le quali gli parea vedersi passar innanzi gli occhi mille paurose e sfuggevoli forme, che gli empievano l'animo d'un nuovo e puerile terrore.
La quiete che l'attorniava, la torbida luce della lucerna morente, lo funestavano: drizzava con istudiata violenza il pensiero ai guadagni che avea sperati dal suo delitto, pensava: «domani a quest'ora avrò quello che ho tanto desiderato, avrò Laudomia, potrò farne il piacer mio! poi i Medici mi faranno grande, ricco, vivrò splendido ed onorato!» Ma queste immagini a un tratto avean per esso perduto ogni colore, ogni vita, non altrimenti che se fossero state fallaci larve, evocate da un genio malefico soltanto per allucinarlo e trarlo al delitto.
Arrabbiava vedendo messer Benedetto dormir riposato, e pensava: «Egli è pur maggior ribaldo di me! Non è più bravo di me, non ha più animo... eppure... eccolo là, russa come un majale, come avesse condotta a fine un'opera santa!»
In ultimo, impazientito, rabbioso di trovarsi cotanto vile, diceva: «Eh, via, ella è pur la gran fanciullaggine! pensiamo a metterci in via, e col sole spariranno quest'ubbie di femminelle» ed accostandosi risolutamente al Nobili, lo tirò pel braccio, dicendo:
--Animo! non è più tempo di dormire, e bisogna dar ordine ad avviarsi.--
Il vecchio si risentì, e mettendo il respiro lungo lungo due o tre volte, stropicciandosi gli occhi, e dicendo: «ohi! ohi!» nel primo moversi, chè la mala positura e la pressione dell'arme l'avean tutto indolentito, pur si rizzò, e presto fu interamente desto.
Selvaggia anch'essa, che in tutta la notte non avea mai profferita parola, s'accostò, e sedette alla tavola con loro; i soldati si svegliarono, i cavallari si diedero ad ammannire le bestie, ed intanto una arietta fresca e montanina, che, entrando per la finestra, spense l'ultimo raggio della lucerna, annunciava vicina l'aurora.
--Orsù, disse Troilo, ho pensato che i prigioni gli avviamo innanzi accompagnati da' nostri uomini e da que' villani Panciatichi. A voi non piaccion le scene.... avete detto. A me non piaccion piagnistei. Noi verremo dietro col nostro comodo, già la montagna è sicura da' Cancellieri, e non v'è dubbio di nulla. Quando sarem verso Prato, voi, messer Benedetto, v'avvierete a Firenze, e ne menerete con voi Fanfulla, Bindo, Maurizio e la Lisa colla fante, che rimanderete a casa, al fatto suo ho già provveduto. Non le mancherà pane. Son gentiluomo, e so quali modi si debbon tenere... Selvaggia ed io prenderemo a man manca, e andremo alla villa di messer Baccio con Laudomia e Lamberto,--con ambedue abbiamo a discorrere.... e non dubitare Selvaggia, che di vendetta io te ne satollerò, purchè ad ogni accidente tu mi tenga il fermo.--
--Di questo non istate in pensiero, rispose con parlar tronco la donna: poi riprese, ma se date retta a me condurrete con noi anche Fanfulla cogli altri due invece di mandarli a Firenze. Se vi vanno, saranno messi in libertà probabilmente, chè il reggimento vuol Niccolò e non loro, ed appena sciolti, loro primo pensiero sarà mettersi in traccia di noi. Sapete che anime sono.... Fanfulla pel primo... io ve lo volli avvertire.--
--E troppo facesti bene! Oh! vedi, pazzo ch'io ero, non v'avevo posto mente! e se non eri tu potea succeder una bella danza. È vero che essi son quattro, e noi con Michele tre: ma essi son legati e senz'arme, e noi armati.... potremmo condur con noi uno o due di questi soldati... ma... a dirtela.... meno siamo e più l'ho caro.... ed in certi casi, quando si può far a meno d'aver testimonj, è sempre meglio... No, no, soli tra noi! Eh, diavolo, sarebbe una vergogna!.... Ehi, Michele! (gridò chiamandolo) portami dell'acqua!.... non so.... mi sento stonato.... che sia quel maladetto vino... mi sento un'arsura!.... sarem fuori una volta di queste maledette mura!--
Venne l'acqua, bevve, e si rinfrescò il viso, ed intanto i loro cavalli erano comparsi all'uscio. Troilo, il Nobili e Selvaggia si misero in sella, e lasciato l'ordine agli uomini d'arme ed a Michele del modo che dovean tenere nell'avviare i prigioni, voltarono per le strette vie di Gavinana in un luogo fuor di mano, di dove potean scoprire quando questi si fossero messi in istrada, con animo poi di venirli seguitando alla lontana.
CAPITOLO XXXV.
La strada che da Pistoja conduce a Firenze, passando per Prato, si mantiene quasi sempre a breve distanza dal piede di quella catena di monti, che chiude a tramontana la valle dell'Arno. I molti gioghi che si diramano dalle vette sassose ed aride dell'Appenino, scendono a grado a grado sino alla pianura, formando dapprima dirupati e tortuosi burroni, poi fresche vallette ombreggiate da folti castagni, e s'allargano alla fine in ondulate convalli ricche d'ulivi e di vigne, tra le quali biancheggiano, sparse per la costa, ville e casali. Le falde di cotesti gioghi, che s'estendono quali più quali meno nel piano, ora si perdono insensibilmente con un dolce pendìo, ora a guisa di promontorj vi si scoscendono con angoli risoluti. A tre miglia da Prato, sovra un poggetto isolato, sta M. Murlo, castello degli Strozzi, d'onde messer Filippo e Baccio Valori, alcuni anni dopo l'epoca che trattiamo, furon condotti, questi al boja, quello al carcere, che aveva co' suoi danari ajutato edificare, e dov'ebbe al fine volontaria tomba. Così (in questo mondo, se non nell'altro) saldarono il conto che aveano colla patria tradita da loro.
Passato M. Murlo, s'interna verso i monti un largo seno a guisa d'anfiteatro, e vi siede nel fondo, assai bene elevata sul piano, la villa che allora era di Baccio Valori, oggi della famiglia Tempj, nominata il Barone. A quel punto della strada maestra, d'onde si comincia a scoprire M. Murlo, giunse la compagnia che conduceva Niccolò cogli altri prigioni, l'indomani della loro partenza di Gavinana quando, già tramontato il sole da una mezz'ora, si spandean per l'aria i tocchi delle campane, che ora di qua, ora di là, nelle circostanti terre, sonavan l'avemaria. Quali pensieri sorgessero ne' cuori de' nostri afflitti all'udir quel suono, può immaginarlo chi è capace di sentir la soave ed affettuosa bellezza di questi versi:
Era quell'ora che volge il disio De' naviganti, e intenerisce il cuore Lo dì ch'han detto ai dolci amici addio. E che 'l novello pellegrin, d'amore Punge, s'egli ode squilla di lontano Che paja il giorno pianger che si muore....
Ed all'orecchio dei nostri traditi quel suono dovea sembrar compianto di ben altre sventure!
Camminavan taciti, stanchi, il vecchio e le donne più degli altri, per la lunga via, per il materiale disagio, e per le agitazioni del cuore; e da quelli che li conducevano eran tenuti scostati gli uni dagli altri, cosicchè neppure avean il conforto reciproco degli sguardi e delle parole.
Troilo, che veniva indietro con messer Benedetto, parendogli giunto il tempo di separarsi, si fermò con Selvaggia, e, dato un cenno del quale era d'accordo co' suoi uomini, si fermarono anche costoro tenendosi in mezzo Laudomia, Lamberto, Maurizio, Bindo e Fanfulla; Niccolò, la Lisa e M. Fede proseguiron, senza avvedersi di nulla, verso Firenze, ed il Nobili, punto il ronzino, presto gli ebbe raggiunti.
Troilo, che non voleva i suoi prigioni sapessero ov'eran condotti, avea dato a Michele gli ordini opportuni, cosicchè non appena fermati, ebber bendati gli occhi; furon fatti smontare (salvo Laudomia alla quale si contentarono di coprir gli occhi) ed i loro cavalli venner condotti da uno di que' ribaldi alla truppa che andava innanzi con Niccolò. A queste operazioni, che non presagivan nulla di buono, i prigioni non fecer contrasto, non opposer difesa. Che potean essi fare? Avean le braccia strette sul petto da funi avvolte a molti giri, e neppur vollero far allegri i loro nemici con impotenti furori. Tacevano, ed aspettavano la morte, chè al certo credettero si volesse lasciarli scannati in un qualche fosso. Sentirono invece mani che, tastandoli per la persona, tentavano le funi, ne stringevano e raddoppiavano i nodi. Coi capi delle corde vennero poi legati tutti insieme, due innanzi, due dietro: una voce gridò camminate! e s'avviarono. Michele conduceva a mano il cavallo di Laudomia. Alcuni uomini della compagnia eran rimasti per ajutare questi apparecchi: finiti che furono, Troilo gli licenziò, e anch'essi se n'andarono e raggiunsero i primi.
Troilo co' suoi, giunti dopo un cinquanta passi al ponte alle Troje (è brutto il nome, ma non è colpa nostra) ove, per condursi al barone, conveniva lasciar la strada maestra, e passato il ponte, prender a mancina per una via stretta, Troilo, dico, ordinò a Michele che, fermati i prigioni, desse loro due o tre giravolte, onde perdessero la direzione, ed il medesimo fu fatto al cavallo di Laudomia. Poi rimessisi in via, dopo un'ora di cammino giunsero al cancello della villa. Era notte chiusa affatto.
Due grossi mastini udito il calpestio si gettarono con furore alle sbarre ringhiando e latrando, ma una figura comparsa di dentro entrò tra loro e 'l cancello, li cacciò a calci, dicendo, con voce bassa e concitata «Alla cuccia Grifone!...in casa subito. Alano!» ed i cani brontolando nella strozza pur si ritrassero. Fu aperto il cancello, entraron tutti, ed i bendati udiron il suono tronco e sonante de' battenti che si richiudevano. Seguitarono innanzi, ed intanto Troilo e Selvaggia si fermarono con quello che gli avea introdotti; custode ora della villa, malandrino un tempo, salvato dal padrone dalla taglia del capo.
--Benvenuto Signoria! disse costui, messer Baccio m'ha mandato un uomo apposta per avvisarmi che voi venivi, e ch'io v'avessi ad ubbidir in tutto. Comandate dunque. Io intanto ho apparecchiato il meglio che potevo. Ma in questi luoghi c'è da star male. V'adatterete.--
--Eh! di poco abbiam bisogno.... Oh! prima di tutto, come ti chiami, valentuomo.--
--Mio padre, che tenea osteria in Maremma.. verso Vada.... non sarete pratico?..... quell'osteria che si chiama la Forca de' Preti?.... mi fece battezzare per Giovanni. Poi fui colla famiglia del bargello di Pisa, e mi chiamavano il Caporal tempo cattivo. Ora questi contadini, quando non mi stanno sotto mano, mi dicon lo sbirretto, quando fanno motto con me, mi dicon ser Vanni. A voi, quel che vi par migliore.--
--Dunque ser Vanni mio, disse Troilo sorridendo, io son venuto a star con te un giorno... al più due. Prima d'ogn'altra cosa, vi sarebbe una stanza, una cantina, un buco, ove fosser buone porte e buone ferrate per chiuder costoro che hai visto passare, e son legati come salami, se non te ne fossi avveduto?--
--Eh, ne volete delle camere a uso carcere! non vedete?... il palazzo da cap'a piede è tutt'una prigione, e' pare il mastio di Volterra.
--Bene. E una. Poi, hai veduto? v'era una gentildonna a cavallo. A costei la miglior camera e 'l miglior letto, insomma, il meglio che tu hai.--
--Eh! non c'è altro che metterla nel camerone giallo, dove stava la nonna di messer Baccio, almeno così ho inteso dire da certi vecchi qui intorno.... anzi, dicon che ci si sente[71].... io per me non m'avvidi mai di nulla.... è vero ch'io non ci dormo, e sto nella casa del contadino qui un pò discosto. Pure raccontano una certa diavoleria di questa signora a' tempi di Cosimo il vecchio, d'un pievano che veniva per casa, e un bel giorno scomparve, e voglion che per gelosia costei lo chiudesse giù in una fossa ne' fondamenti; e da una gola di trabocchetto che metteva in camera sua gli calava con una fune un pò di pan muffito, e poi non gli calò più nulla.... e tant'anni dopo devon averlo trovato con le mani tutte rosicchiate, secco, stirato come la camicia d'una cicala.... e ora dicon che la notte di S. Giovanni li vedon tutt'a due a far il giro del ballatojo sotto i merli, e poi tombolano giù in quella fossa.--
--Poco male se non c'è altro, che di qua a San Giovanni c'è tempo. Ora dunque pensiamo a racchiuder costoro, e raccapezza qualche cosa da dar loro mangiare, ch'io non intendo usar con essi come la nonna col prete.... saette! non vorrei io pure, quando fossi morto, aver a ballar il trescone su pe' merli con esso loro alle coste.--
--Oh! dunque son prigioni da trattarsi bene--domandò lo sbirretto con un certo fare, che mostrava con quanta indifferenza avrebbe eseguito l'ordine di stringer loro il collarino.
--Cioè, rispose Troilo volgendosi a Selvaggia, tre di costoro, sì. Il quarto, questo mio compagno ne farà il piacer suo, e.... se si trattasse....--
--Oh! per me è tutt'una, rispose presto l'altro per levare a Troilo l'incomodo di spiegarsi.... sapete come si dice, sto coi frati e zappo l'orto.... quel che m'ordinerete, tanto farò, nè più ne meno.--
--Uomo più comodo non si potea trovare a stamparlo apposta, disse Troilo avviandosi, preceduto dal custode che gl'insegnava la via. Michele cogli altri, non conoscendo i luoghi, s'era fermato aspettando su un pratello avanti la villa; raggiunto da Troilo e da Selvaggia, si disposero finalmente ad entrare in casa.
Ma qui, non per la smania delle descrizioni, ma per l'intelligenza di quanto abbiamo a narrare, bisogna dir qual fosse questa villa, o castello, che lo vogliam chiamare: come ognun sa, le ville di que' tempi avean dell'uno e dell'altro.
La pianta dell'edificio era un quadrilatero più lungo pel verso della facciata che sui fianchi: voto nel centro, ov'era il cortile circondato da un portico: in un angolo, il pozzo con due colonnelli di sasso, ed un architravetto in traverso dal quale pendea la carrucola. La facciata, tutta di dadi di travertino, non avea che poche finestre a grandi distanze, con ferriate di rete così stretta che vi sarebbe passata una mano malvolentieri. Al portone, alto un uomo e mezzo da terra, si saliva per quattro rami di cordonata che s'intersecavano, e sui quali crescevan vigorose ed intatte ortiche, pruni e mill'altre erbacce: la porta di quercia, tutta vestita di piastra di ferro, fermata con grandissimi aguti, al di sopra verticalmente una torre poco più alta del resto della casa, e la cima d'ambedue guernita d'un ballatojo retto da archetti e coronato di merli ghibellini.
Entrando, vaneggiava sul capo l'interno della torre, e dall'alto, ov'era un soppalco, avrebbero all'occorrenza, potuto i padroni di casa fare a loro grand'agio la chierica a chi intendesse venirne a loro con una visita importuna. L'aspetto di codesta villa, quantunque trasformato dalle ispirazioni michelangiolesche d'un architetto del 600, serba tuttavia molti indizj dell'antica struttura. La pianta dell'edificio è la medesima: la torre sopra il portone tosata de' suoi merli, serve all'orologio. I travertini della facciata rimangon visibili ancora sugli angoli, e persino nell'ultima camera del terreno a sinistra è ancora letto e mobile di seta gialla, come se la prescrizione v'avesse dato l'esclusiva ad ogni altro colore. Picchiando poi intorno per le pareti, ci venne udito in un luogo un suono di vôto, Forse era costì il trabocchetto, ma non lo vogliamo asserire.
Troilo, prima d'introdurre i suoi prigioni, volle cogli occhi suoi proprii veder i luoghi; disse a Michele che soprastesse alquanto, chè costoro, bendati e legati, non sapendo se fosser guardati da pochi o da molti, non pensavan a moversi. Lo sbirretto mise a tentone un'enorme chiave nella toppa, che per la ruggine vi si sforzò dentro un pezzo scricchiolando prima che aprisse. Aperse alla fine ed entrò il custode con Troilo e Selvaggia: prese una lanterna, che avea lasciata accesa in un angolo, e volto a man manca salirono quattro gradini ed entrarono nel quartiere che solevan occupare i padroni: dapprima era un'anticamera piena di ritratti di famiglia; quali in lucco, quali in corazza, alcuni in vesta da prete; in una delle pareti una rastrelliera piena d'arme in asta, di spade, e d'arnesi da guerra: poi una gran sala di ricevimento, in ultimo la famosa camera gialla parata di dommasco giallo (per quei tempi era gran lusso) letto a colonne ritorte di noce scuro, e casse e seggioloni e stipi, insomma, mobile di tutta l'eleganza del quattrocento.
Quando v'entrarono videro, al lume della lanterna, svolazzar pel soffitto e per le pareti molti grandissimi pipistrelli. Disse lo sbirretto con istizza:
--Maledetti! escon di qua dentro!... se non voglion chiudere questi sportelli!--
Ed accennò un'apertura nel muro a modo d'armadio, poco lontana dal letto, sotto la quale era un inginocchiatojo. Troilo accostandovisi, s'accorse che non era un armadio, ma piuttosto somigliava ad un pozzo. Su in alto pendeva una puleggia colla sua corda che si perdeva in quel buco, d'onde saliva al viso il vento fresco ed umido che esce dalle cantine, con un tanfo di muffa e di terra umida, e scuotendo così un poco quella corda, udì un picchiar cupo di cosa soda che percuotesse contro le pareti, e pareva venisse di mezzo miglio sotterra. Si volse alla sua guida, che spalancate le finestre badava a cacciar i pipistrelli, e disse sorridendo:
--Qui forse stava l'amico?--
--Costì, costì... per quel che dicono.--
--E dove riesce questo pozzo?--
--Chi lo sa? A buttar la casa sottosopra forse si troverebbe; chè in tutte le cantine e ne' sotterranei non si trova segno d'uscio, o d'altro passo che entrasse qui sotto. E poi, un giorno volli veder quant'era lunga la corda.... Eh ehei! va giù due volte, a dir poco, più del piano delle cantine.--
--Oh! non dici che quel tale fu trovato dopo molt'anni.--
--Son cose che si dicono da questi vecchi.... ma chi l'ha vedute? nessuno.--
In quella altri pipistrelli uscendo dal pozzo batteron coll'ali e nel petto e nel viso a Troilo, che arrestandosi, con ribrezzo si ritrasse, e presi i due sportelli li richiuse con forza, tanto che pur rimasero a luogo; vide allora che erano dipinti ed ordinati in modo da formare un dittico nel quale eran due santi, ed una sottil colonna che li divideva avea servito a nasconderne con molt'arte la commettitura, quando i battenti non erano, come adesso, tutti fessi ed imbarcati.
--Oh! oh! disse Troilo: dietro la croce c'è il diavolo, come dicon gli spagnoli.... e qui, dietro i santi, c'era il pievano!.... Orsù, lasciamolo dove sta e pensiamo a noi. Qui dunque per la gentildonna. Sta bene.... ma.... che cos'è là su quella tavola? bravo, Vanni mio.... vino, frutte... Lo sai che sei un gran valentuomo.... se fossi papa ti farei cardinale. Ora andiamo a veder il quartiere per quest'altri.--
Lo sbirretto, dopo aver acceso due lumi, che lasciò quivi, riprese la sua lanterna, ed avviatosi innanzi ritornarono in cortile. In faccia al portone era nel fondo una porta nana, alla quale si scendeva per un incavo fatto nel suolo. Aperta anche questa con qualche difficoltà, il terreno seguitava in pendìo, pochi passi, per una specie d'andito, pel quale vennero in un luogo a volta, spazioso, che girava sotto il portico, dal quale ricevea la luce per mezzo d'aperture quadre a livello del lastrico, chiuse da buone spranghe di ferro. Qui eran botti, legnami, travi, attrezzi, un pò di tutto.
--Se voglion fuggir di qui.... padroni--disse lo sbirretto; nè Troilo o Selvaggia, dopo aver guardato e girato quanto era lungo il sotterraneo, poteano muover dubbio sulla sicurezza d'un simil carcere.
--Sei contenta? disse Troilo alla donna; io ho aggiustato i fatti miei: da buon compagno, vo' che tu aggiusti i tuoi.--
--Per me son contentona. E volgendo l'occhio in giro disse, battendo il piede: «Qui per Dio, sarò io padrona!.... Qui la cortigiana si potrà maledirla; ma riderne, ma schernirla!....»--
--Brava Selvaggia! mi piaci... e quasi quasi.... sto per dir che t'invidio... e pure, anche la parte mia non è da buttar tra la spazzatura! ma aver un nemico che ve n'ha fatte di quelle che dico io!... averlo seguitato alla lunga... appostato... e finalmente... c'è perdio!... l'ho in mano, sotto i piedi... è roba mia! lo posso far morir in dieci anni, in un attimo, come voglio! e nè cielo nè inferno me lo posson levar di mano.... Eh! t'invidio; ti invidio.... sappine godere.... chè a pochi capitan queste venture.--
--E così farò, disse tra' denti Selvaggia: poi accostatasi a Vanni gli disse--Tre di costoro li legherai qui a diritta voltato l'angolo del muro, tantochè non vedano quell'altro... ti mostrerò poi quello che avrai a legare qui a manca a quell'anello, costà tra quelle due botti.... ha' tu inteso?--
--Ho inteso.--
--Ora andiamo per essi--dissero ad una voce Troilo e Selvaggia, ed il primo soggiunse:
--Chè tu ed io ce li siam molto ben guadagnati... d'una cosa però son curioso--disse Troilo fermandosi--di veder domattina che cosa hai saputo fare dì bello. Al tempo de' tuoi antichi le donne del popolo eletto ne sapean trovar delle nuove in fatto d'ammazzar cristiani.... non foss'altro, che quella gentildonna che mise un chiodo per l'orecchio a quel capitano che dormiva in casa sua.--
--Ed io, rispose Selvaggia, d'un'altra cosa son curiosa... di saper domani che modo avrai tenuto a far che quella bellezza, quell'angiolo, s'innamori d'un par tuo.--
--Per dirtela com'è... ora che viene il buono.... mi trovo più impacciato ch'io non pensava. Con questo maladett'assedio... e star sempre tra' frati e l'archibusate, mi sono scordato come si principia per dir quattro paroline ad una bella giovane. Non c'è peggio che star fuori d'esercizio! Oh! che le si dice ora a quest'altra? Pensa come sarà invelenita!... e sperar che dia retta e tenerezze! sì, aspetta!... Eh! mi ci proverò.... a ogni modo di qui nessuno ci caccia, e abbiam tempo d'avanzo, e se volesse intender la via agevole, l'avrei caro.... in cose d'amore la forza guasta tutto.... Se poi non volesse capir la ragione.... allora poi.... dovrà dir mio danno, ed a tant'altre sarà accaduto di peggio... e, per dirne una, ti ricordi di que' tuoi maggiori della tribù di Beniamino.... e della moglie di quel loro pievano.... vo' dir, levita.... Be'.... non istette peggio costei?--
Troilo tirava per le lunghe con queste chiacchiere, attraversando senza fretta, a passo a passo, il cortile. Venuto al punto di doversi mostrar senza maschera ad una creatura così nobile, così elevata, che s'era avvezzato a veder cotanto venerata da tutti, e che con un suo sguardo l'avrebbe atterrato, si sentì goffo, impacciato, provava un inesplicabile sbigottimento: eppure retrocedere non poteva. Che avrebbe pensato di lui Selvaggia? Che avrebber detto i suoi amici, ai quali tosto o tardi dovea venir notizia del fatto?--
Era destino di questo ribaldo d'esser pervertito, e reso sempre più scellerato da una vanità sciagurata. Per guadagnar tempo e rinfrancarsi meglio gli spiriti, ne pensò un'altra. Volto allo sbirretto, gli diceva:
--Senti, Vanni, penso una cosa.... codesta gentildonna che aspetta costà fuori.... tu già a un di presso avrai capito.... ch'ella non è qui con noi di sua voglia... non vorrei andare a lei così subito a brutto muso.... ci fosse una donna.... non avresti mai moglie per caso?--
--L'ebbi: ma a Ceppo[72], farà l'anno, che 'l Pievano è venuto per essa.... e qui non v'è di femmina che la chiave del portone.--
--Non c'è rimedio--disse Troilo tra' denti; poi ad alta voce:
--Faremo senza: ora andiamo.--
Chiamò Michele, e gli disse:
--Condurrai qui madonna; quand'avrà scavalcato, la condurrai in quella camera che vedi laggiù in fondo. Le farai animo, le dirai non dubiti di mal nessuno, e toltale la benda, la lascerai sola.... e qualunque cosa ti domandasse non le risponderai a nulla. Quand'esci chiudila, e portami la chiave.--
Selvaggia allora volta allo sbirretto, disse:
--E tu conduci costoro costà sotto, e legali come t'ho insegnato.--
Fattasi poi sul ballatojo innanzi al portone, gli mostrò Lamberto, ed aggiunse:
--Costui è quello che devi legare in disparte tra le due botti.... Però, aspetta che si sia dato assetto alla donna.--
Michele scese sul pratello, e preso per la briglia il cavallo di Laudomia lo menò sotto il portone, e colla voce più melata che potè, le disse:
--Madonna, siate contenta scavalcare ch'io son qui per ajutarvi.--
--Oh Dio! abbi pietà di me!... di noi, disse la poveretta sollecitando ubbidire, per fuggire appunto d'esser ajutata. Quando fu in terra, Michele la prese per la mano, dicendole:
--Non temete di nulla; nessuno vi vuol offendere.... venite con me.... badate.... son quattro scalini.... ora è tutto piano.... venite pur liberamente....--
E condottala nella camera gialla, dopo due minuti uscì, chiuse l'uscio, e diede a Troilo la chiave, dicendo:
--Par più di là che di qua.... e se non trovate modo a consolarla.... la vedo e non la vedo!.... che non fosse come cert'uccelli, che in gabbia non voglion mangiare, e dopo due ore stiran l'ale, ed escon de' guaj.--
Troilo non rispose, ma fece l'atto impaziente di chi ode cosa che gli dia noja.
Venne allora lo sbirretto conducendo i quattro legati; quando furon dentro, chiuse il portone, e poi li condusse dove gli era stato ordinato, e poco stante ricomparse anch'esso, e consegnando a Selvaggia la chiave, disse:
--È fatto. Ora volete che si mettan qualcosa sullo stomaco, m'avete detto? Lasciatemi arrivar sin a casa.--
Uscì. Dopo un quarto d'ora tornò con un paniere, e disse:
--V'ho tenuti a disagio.... abbiate pazienza.... ma è un pò lontano dov'io sto.--
E portata la provvigione ai prigioni venne a domandar a Troilo se gli occorreva altro.
--No, rispose questi, va, e domattina lasciati rivedere a levata di sole.--
Lo sbirretto diede loro la buona notte con un sorriso espressivo, e disse:--Chiudetevi, e mettete la stanga, chè in questi paesi seminan fagiuoli e nascon ladri. Poi se n'andò pe' fatti suoi, e i due rimasti misero la stanga al portone: guardandosi allora in viso, disse Troilo:
--Se non siam sicuri qua entro, pazienza!--e mettendo un lungo respiro:
--Oh! ci siamo: a noi Selvaggia, e ognun pensi a' fatti suoi.--
Egli s'avviò alla camera di Laudomia, essa al sotterraneo, colla chiave in una mano, e nell'altra la lanterna dello sbirretto.
Quando fu entrata, Fanfulla, che la credette il carceriere, le disse:
--Ohe maestro! tu ci porti da rodere, e ci lasci colle mani legate! credi tu che noi becchiamo come i piccioni?--
Selvaggia non rispose, ed andò diritto ove Lamberto s'era seduto in terra, pensando muto e disperato a Laudomia, e pregando Iddio che l'ajutasse, la salvasse Egli, dacchè si trovava di non poterla in nessun modo ne ajutar nè salvare.
Selvaggia, fermataglisi dirimpetto, alzò la lanterna tantochè le illuminasse il viso; poi disse:
--Son io!.... Mi riconosci Lamberto?--
A Lamberto, riconoscendola, cadde il cuore in terra: uscì poi di speranza del tutto, ricordandosi qual fosse costei, come si fosser lasciati l'ultima volta, e tutto doloroso, disse in cuor suo:
--Oh Dio! Dio! che Laudomia è in mano di questa furibonda!....--
Non ardì parlare, non sapendo che dirle, e temendo far peggio, e la guardava con occhio pieno d'ansia indescrivibile.
Selvaggia depose in terra la lanterna: intrecciò sul petto le braccia quasi per comprimerne l'ansar frequente che appariva malgrado la corazza e con voce che penetrò il giovane sin nelle midolle, disse:
--Ti ricordi, giovane, di qual amore t'amò Selvaggia dal giorno che ti conobbe?.... ti ricordi, in riva al Po quella notte, con quante preghiere.... e furon umili, Lamberto!.... ti chiese, non amore, chè se ne stimava indegna, ma un pò di compassione?.... Te ne ricordi?.... Gliel'accordasti? No, gliela negasti.... s'adirò Selvaggia? ti maledisse? no. Ti benedisse e s'allontanò, nè più ti dette noja pensando, io non son degna neppur di tanto.... La povera Selvaggia non uscì perciò di speranza. Senza che tu il sapessi, o te ne potessi avvedere, s'informò di te, seppe dove andavi, ti tenne dietro, ma non ti si accostò più mai sino a quel giorno della battaglia, quando vide una picca spinta a passarti il cuore.... e non avevi rimedio sai!.... Te la riparai col petto, ed il gelo di quel ferro che m'entrava nelle viscere mi parve una delizia..... tu eri salvo ed io finivo di patire.... così credei allora.... Disgraziata! non avevo neppur cominciato! Travolta in mare, poi moribonda nella sentina d'una galera... poi nel lezzo d'un ospedale.... poi nel fango d'una strada.... poi a strascinarmi inferma per miglia e miglia... sotto la pioggia, al vento, al freddo.... colla fame.... lo stento.... e sempre avanti, e sempre a sperar in te.... non amore.... lo sai.... te l'ho detto.... ch'io non son pazza quale mi credi.... non amore, ma pietà.... ma una parola, uno sguardo di compassione. Giungo a Firenze, m'adopro, m'ingegno in mille modi; soffro, aspetto.... alla fine ti trovo.... sai come tremavo a cominciar a parlare.... mi pareva essere innanzi ad un Iddio.... e mi facevo piccola... umile... mi mettevo sotto i tuoi piedi.... E tu avesti cuore.... non ti vergognasti d'oltraggiarmi.... Ma come non te ne vergognasti?....--
E la poveretta colle mani tese verso Lamberto, rimase immobile e muta alcuni secondi.
--Tu mi facesti il peggio che tu potevi: m'avessi uccisa.... ti ringraziavo, ti benedivo..... ma tu m'hai vilipesa, sprezzata. Volli mostrarti che si può odiare, uccider Selvaggia, ma non isprezzarla. Volli vendetta, e l'ho cercata, ho passato i giorni, ho vegliate le notti per ordinarla; e l'ho alla fine.... Laudomia o qui.... tu sei qui.... tutti siete in poter di Selvaggia, della cortigiana, del rifiuto del mondo, di quella che tutti calpestano, che tutti odiano, che non ha trovata mai anima, mai cuore... neppur quello del padre... che le donasse un affetto...--
Qui strappò dalla guaina il pugnale, che Lamberto credette volesse piantargli in cuore, e sopraffatta dalla passione, proruppe in un pianto desolato, dicendo:
--E neppur ora potrò ottenerlo!....--(Ed intanto tagliava le funi che legavan Lamberto).
--Neppur così, dandoti vita, libertà, salvando Laudomia che ami, potrò impetrar quella mia prima preghiera, che tu m'abbi cara come il tuo veltro, come il tuo palafreno?--
E mentre con voce non più severa, ma umile e supplichevole, finiva queste parole, Lamberto sciolto dalle funi, s'era, con impeto di gratitudine, di pietà, d'ammirazione, prostrato a' suoi piedi, ed abbracciando gli stinieri della donna, esclamava con voce interrotta:
--Angelo salvatore!....--
Selvaggia levò al cielo le palme tremule per la gioja, apparì sul suo volto un'espressione tutta nuova, pura e serena, e disse:
--Dio di misericordia!.... finalmente ti benedico anch'io.... ti ringrazio d'avermi creata....--
E rimasta così immobile, e quasi estatica alcuni momenti, lasciò cader le braccia, e soggiunse, quasi parlando a se stessa:
--Avevo tanto patito!....--
Riscossasi a un tratto, disse, risoluta e con prestezza:
--Su, Lamberto, non è tempo da perdere. Sappi che Troilo dopo avervi traditi tutti, ha fatto scellerato disegno su Laudomia, ed è con essa in questo castello. Non v'è dubbio che noi non arriviamo in tempo. Egli non volea usar la forza se non agli estremi. Andiamo a scioglier quest'altri, e tutti insieme corriamo a liberarla.--
E mentre parlava se n'era andata con Lamberto nel fondo del sotterraneo ov'eran i prigioni legati e sollecitava tagliar le loro funi, mentr'essi sbalorditi, nè sapendo che pensare, con confuse e frequenti parole, ora ringraziavano, ora interrogavano, e Lamberto anch'esso prestissimamente lavorando li veniva sciogliendo, e diceva, affannato e contento:
--Vedrete.... saprete poi.... è un angelo mandato da Dio.... presto, presto.... che quel traditore non ci può fuggire....--
E diceva loro di Troilo, de' suoi disegni, e ch'egli era quivi con Laudomia.... tantochè, non appena si trovaron liberi, si slanciarono tutti in truppa fuor del sotterraneo, col cuore pieno d'indegnazione contro quello scellerato, e senza pensare o curarsi ch'erano disarmati, correvano per isbranarlo coll'ugne e co' denti. Ma la fortuna avea pensato a provvederli, ed entrati nella prima anticamera s'accorsero della rastrelliera piena d'arme, ed ognuno ne prese una, il solo Lamberto, senza arrestarsi o pensare ad altro, s'era con Selvaggia gettato all'uscio della camera gialla, che Troilo, lontano d'ogni sospetto, non avea chiuso che col saliscendi.
Aprirlo, slanciarsi su Troilo, afferrarlo pel collo, averlo sotto i piedi, fu per Lamberto cosa d'un attimo.
Il traditore, al punto ch'erano entrati, si trovava a mezzo la stanza, discosto da Laudomia, la quale stava sul davanzale del trabocchetto aperto, in atto di volervisi buttare, ed assai appariva, che lo sciaurato, perduta ogni speranza di venir a capo del suo disegno in altro modo che colla violenza, avea ridotto, quell'infelice a quest'ultima disperata difesa.
Intanto, e quasi subito, eran accorsi i compagni, e Maurizio alzava una mezza spada sul capo al caputo, e l'avrebbe morto, se non che Lamberto gridò:
--Fermo, Maurizio!--
Ed il servo calò il colpo in terra ritraendosi con istizza.
Per alcuni momenti nessuno profferì parola. Il traditore spaventato, anelante, colle luci degli occhi fuori del punto, pallido come la morte, era sempre stramazzato e tenuto ora da Fanfulla ora da Bindo. Lamberto l'avea lasciato per correre a Laudomia, che di seduta ch'ella era s'era lasciata cader ginocchioni, e bianca come una statua di cera, alzava gli occhi al Cielo per ringraziarlo, e lo ringraziava col cuore, chè colla voce non poteva la poveretta.
Lamberto le s'inginocchiò accanto, ed essa gli si abbandonava sul collo. Rimase così un momento tra 'l sì e il no di venirsi meno. Selvaggia arrecò del vino ch'era sulla tavola; Laudomia ne bevve un sorso, e dopo un poco le ritornò sulle guance il color della vita.
--Sei salva amor mio!--le diceva Lamberto, e le fibre del suo volto tremavan tutte per la piena dell'allegrezza.
--Oh andiamo, per l'amor di Dio!--disse Laudomia con voce spenta, chè la vista di quei luoghi, e di Troilo le metteva troppo ribrezzo: e sollevandosi a stento, ajutata da Lamberto e sorretta anco da Selvaggia, si tolse di là, e con mal sicuri passi si strascinò nella camera vicina, ove lasciandosi andare sfinita su un seggiolone, posava le mani su gli omeri di Lamberto che le stava a piedi, guardandolo con ineffabil espressione d'affetto. La povera Selvaggia, a passi indietro, si veniva ritraendo, e che provasse in cuore a quell'ora lo pensi il lettore. Disse Lamberto:--E lo sai chi m'ha liberato, chi ti ha salvata la vita e l'onore? Costei... quella di chi t'ho parlato... quella che avevi tanto nel cuore... Selvaggia.--
--Oh!... È Selvaggia costei!...--
Disse riscuotendosi Laudomia; e in un subito le ricorse alla mente tutta la sua miserabile istoria, pensò all'angoscia che dovea provare a vederla a quel modo con Lamberto, ritrasse le braccia con moto istantaneo e quasi timido, e giungendo le mani in atto di preghiera, le si volse con viso che implorava perdono, dicendo:
--Oh Selvaggia!.... Io non potevo saperlo!....--
--Sì, son io, rispose questa avvicinandosi, e la sua voce, il volto, l'atto della persona, assai mostravano in qual terribile travaglio stesse il suo povero cuore. Son io, proseguiva, che ebbi un lungo.... orrendo pensier di vendetta contro Lamberto..... contro voi...... ma..... dissi a me stessa «che cerchi, sciagurata, da tant'anni? Trovar chi non t'odii, non t'abbia in dispregio.... Trovar un cuore che t' ami.. se non amore.... affetto almeno.... goder prima di morire, una volta.... una sola volta d'una parola, d'uno sguardo amico. E speri ottenerlo per questa via? ottenerlo colla vendetta?»....--
--Eccola quale è stata la mia vendetta!... Ditemi: Avrete cara almen voi quest'infelice?... Posso sperarlo questa volta?--
Laudomia volle alzarsi e correr nelle sue braccia, ma le falliron le forze e ricadde seduta, stendendo pur sempre le palme verso Selvaggia, che si gettò con un grido di gioia tra esse, e le due donne rimasero lung'ora avvinte in un caldissimo abbraccio.
CAPITOLO XXXVI.
Troilo intanto era sempre in terra: troppo superbo per raccomandarsi, o scender ad atto alcuno di viltà, taceva ed aspettava la morte. Fanfulla, e più di tutti Maurizio, si sentivan pruder le mani, ed avean gran voglia di dargli lo spaccio e finirla; ma li rattenne il rispetto di Lamberto, che tanto risolutamente avea comandato al servo di non toccarlo. Questi però non potè tenersi che non gli dicesse, scrollando in aria il dito verso di lui:
--Rincraziare, rineraziare messer Lamperte.... se non era mie patrone, ti ora star già a pruciare giù con der Teufel.--
Troilo gli lanciò un'occhiata piena egualmente di rabbia e di sprezzo, poi disse, senza guardar in viso nessuno in particolare:
--Vantatevi di quest'impresa. Quattro contro uno.... e coglierlo alle spalle e sprovveduto.... è degna di voi.... Già sapevate che a darmi tempo ch'io voltassi il viso non bastavan otto come voi altri a fermarmi.--
--Sozzo ribaldo! gridò Bindo, e con una spinta allontanò Fanfulla, onde Troilo rimase libero; prendi la tua spada, e s'io non basto solo, tu non sei traditore.--
Troilo non ebbe appena tempo di rizzarsi e gettar la mano sull'elsa, che già Maurizio e Fanfulla l'avean di nuovo afferrato.
--Tu sei pazzo Bindo, disse quest'ultimo, tu metterti con questo ribaldo? Dove c'è Fanfulla di queste non ne succedono.--
In quella era entrato Lamberto; aveva udito il diverbio, e disse con impeto:
--E perchè non avrebbe a succedere? non con Bindo... ma con me, che ho più bisogno del sangue di costui, che non dell'aria per respirare; che darei la vita per tagliarlo a pezzi, e non sono un ribaldo par suo da voler vantaggio, o giovarmi della sorpresa.... del tradimento!--
--Ti facevo di maggior giudizio, Lamberto, disse Fanfulla, ed impugnata la spada di Troilo la sguainò, ch'egli validamente tenuto per le braccia non potea far contrasto, poi soggiunse:
--Codesta tua spada onorata lordarsi toccando quella d'un traditore! S'io lo consento possa io far un'altra volta il mestiere a piedi.... possa rompere il collo com'io rompo questa lama.--
E puntando in terra la spada, la spinse, dandole un pò di volta, e la fe' saltare in tre pezzi.
Lamberto avea perduto il lume dell'intelletto: gridò a Fanfulla, col volto e gli occhi divenuti di fiamme:
--Tu fai da villan discortese.... ed, alla Croce di Dio, ch'io t'ho a insegnare ad usarmi maggior rispetto.... e bollente d'ira arraffò la spada dal fodero. Fanfulla non si mosse, non mutò viso o colore, non fece atto nessuno, ed in quella Laudomia, retta da Selvaggia, comparve sull'uscio, e gridò:
--Lamberto! vuoi tu farmi morire!--Il giovine s'arrestò, e volgendosi ad essa, rimase in atto umile e confuso.
--A Troilo, proseguiva Laudomia, non sia tocco un capello.... non io te lo comando, ma per mia bocca te lo comanda Iddio.... egli solo conosce i delitti, egli solo può farsene giusto vendicatore. Io perdono a Troilo.... e s'io gli perdono, chi vorrà vendicarsi di lui?.... Usciamo, e tosto, di queste disgraziate mura. Egli rimanga: sia chiuso chè non possa nuocerci.... e quando potrà, non avremo, la Dio grazia, a temer più di nulla.--
Lamberto intanto avea rinfoderata la spada: si accostò a Laudomia, le prese la mano, e disse:
--Angiolo d'Iddio! sarà fatto come tu dici, nè più nè meno.... quantunque un giorno per avventura ce ne potremmo pentire.--
Volto poi a Maurizio, disse:
--Lega costui colle mani dietro le reni, che non si possa sciorre, alla colonna del letto.... e andiamo. Domani, quando verrà gente a disciorlo, noi sarem già lontani, e più di tutto sapremo che abbiam a guardarci di lui.--
Poi volgendosi a Troilo, rimase un momento indeciso, quasi volesse dirgli alcun chè: ma un tratto scrollò il capo con dispregio ed uscì con Laudomia e cogli altri, lasciando il traditore legato in modo, che senza ajuto era impossibile si liberasse.
Giunti appena nell'anticamera, Lamberto s'accostò a Fanfulla, e gli disse, sorridendo e prendendogli la mano:
--Io ho avuto il torto, fratello, non rimaner adirato con esso meco.--
--Io non m'adiro mai con chi mi vien colla spada di fronte.... e tu non saresti capace venir altrimenti.... ed anche a me, quand'ero giovane, ad ogni mezza parola mi veniva sempre quella benedett'elsa tra l'unghie... Orsù, non ci si pensi più, ch'io ti voglio più bene di prima.--
Con tutte queste tribolazioni avean fatto la mezzanotte. L'ora era opportuna per allontanarsi da que' luoghi senz'esser sentiti nè visti, e per conseguenza senza lasciar traccia che potesse far indovinare per qual parte avessero preso. Laudomia instava che si partisse, e Selvaggia con Maurizio, trovata la stalla, sellarono i tre cavalli e li condussero sul pratello innanzi alla villa.
Quando Laudomia volle moversi dalla sedia sulla quale s'era di nuovo abbandonata, le sue forze mal corrisposero alla smania che provava di torsi di quel luogo funesto. Se qualcosa dovesse recar maraviglia, sarebbe ch'ella avesse potuto tanto resistere. Ma bene spesso si vedon persone deboli, o pel sesso, o per l'età, o per la fisica loro struttura, sopportar maravigliosamente travagli e spaventi, rette dalla prontezza dell'animo, e dall'orgasmo stesso prodotto da un pericolo, da un affetto, da una passione prepotente. Cessino queste cagioni, e la natura spossata cade di tanto più bassa, quanto era maggiore lo sforzo che la reggeva.
Così avvenne alla poveretta. Uscita di quel terribil pericolo, trovandosi sicura ed illesa tra braccia amiche, tra quelle dello sposo, del fratello, sentì per tutte le fibre diffondersi un gelo torpido, che avea pure in se un tal che di dolce, e pel quale parea le si venisse spegnendo il principio vitale. Quell'ultimo atto d'interporsi onde Lamberto ritornasse in sè stesso e venisse a Troilo salvata la vita le avea dato l'ultimo crollo; assalita da un ribrezzo di febbre che la diacciava tutta; con una angoscia al cuore che ne rendeva violento, incerto e disuguale il battito, si sentiva intorbidar l'intelletto, ed occupar da confuse e dolorose immaginazioni.
--Oh! Lamberto, diceva pregando con voce spenta, mentre tentava invano d'alzarsi, io sento offuscarmisi la mente... la vita se ne va... Oh! prendimi in braccio.... portami altrove.... Son tua sposa.... è vero? Non è stato un sogno.... posso morirti vicina, mi puoi ajutare.... reggere il capo.... Oh! potessi ricordarmi.... ma ho le idee così scomposte! Mi desti l'anello in S. Marco.... son tua.... non è vero?--
--Oh! sì, Laudomia, amor mio, fatti cuore.... noi siamo sposi.... e tu sei col tuo sposo....Iddio te lo diede e tuo padre, e non ti lascerà più mai....--
--Oh! mio padre, dicevi....--
E la scena di Gavinana, il pericolo di Niccolò le si affacciava alla mente senza che potesse distinguere se era cosa reale o soltanto temuta; fatto accaduto, ovvero minacciato nell'avvenire.
--Oh Lamberto mio! diceva piangendo, dimmelo, se lo sai.... s'egli è vero che lo volean prigione.... o forse.... già l'avrebber preso.... sarebbe al bargello.... lo porranno al tormento.... vi fosse ora?.... fosse attaccato alla fune. Oh, babbo, babbo! Oh, povero sventurato vecchio!... Dimmelo, dimmelo se lo sai!--
E piangeva sconsolatamente, a torrenti, che avrebbe fatto pietà ai sassi.
Lamberto fuor di sè si struggeva in proteste, affermando sull'onor suo non saper nulla, e trovando mille modi, mille espressioni per rassicurarla; Bindo, coll'impeto d'affetto d'un cuor buono di quindici anni faceva altrettanto, e cogli occhi lagrimosi, si disperava temendo, più grave che non era in effetto, il male della sorella. Maurizio, che era venuto ad avvisare esser ammanniti i cavalli, vedendo il suo padrone in tanti travagli per cagione di Troilo, non si sapea dar pace avesse a rimaner vivo. Il buon svizzero smaniava, e mordendosi il dito saettava di tanto in tanto sguardi stralunati verso l'uscio della camera gialla, ov'era chiuso e legato il traditore, dicendo in cuor suo:
--Io non hafer mai pefute fine con messer Droile.... Ah, se mie patrone dicesse: «Maurizie, ti far quel che pare migliore!»--
E seguitava a scollare il capo, chè secondo le sue idee non v'era cagione che permettesse di nuocere a quelli coi quali s'era bevuto vino, tanto era la sua riverenza per questo liquore. E perciò appunto non avea voluto assaggiarlo la sera della riconciliazione: e se gli altri avean perdonato, egli, per un istinto di fedeltà quasi canina (e crediam che l'epiteto contenga un elogio) era rimasto implacabile.
Il sospetto che destava lo stato di Laudomia, benchè grave, non lo era però al punto che non dovesse cedere a quello ben altrimenti maggiore di sospettar quivi tanto che nascesse qualche impensato ostacolo alla loro fuga.
Quando parve un po' racquetata, e dissipata in gran parte quella nube che le avea per un momento offuscate le idee, Lamberto, e gli altri di compagnia, la levaron di peso, e con grandissimo riguardo tanto fecero che la misero a cavallo, ove, reggendola da ambo i lati, presero, guidati da Selvaggia, la via del piano.
Ma dove ripararsi a quest'ora con tanti sospetti, tanti timori, tanti nemici che forse li circondavano? Dove condurre quella poveretta, che al più potea far qualche miglio, ma poi avrebbe corso rischio della vita se non trovasse riposo od ajuto?
Monte Murlo sorgeva poco discosto. Lamberto e Bindo conoscevano il Pievano, e negli anni scorsi lo venivan talvolta visitando dalla villa che avea Niccolò poco lungi del Poggio a Cajano.
Presero partito d'andare a lui per la via più diritta. Come pratici del paese, malgrado l'oscurità, l'ebbero presto rintracciata, e facendo animo a Laudomia risolutamente vi s'avviarono.
Ma Selvaggia, che precedeva, fermandosi a un tratto, e percuotendosi colla palma la fronte, esclamò:
--L'abbiam fatta grossa! e il famiglio di Troilo?... Michele?... è rimasto nella villa.... libero.... nessun di noi ci ha più pensato..... Dio sa che non abbia udito.... veduto tutto.... Dio sa che a quest'ora non abbia sciolto il padrone.... e presto ci sia addosso con genti di quel ribaldo d'jeri sera!...--
Fanfulla, senza dar tempo ad altro, gridò, volgendosi e riprendendo di corsa la via fatta:
--Ci penso io, e non dubitate di nulla....--
E Maurizio, senza chieder a Lamberto licenza, corsegli dietro a gambe quanto poteva.
Gli altri rimasero un momento sospesi: riflettendo poi che bastavano all'impresa que' due, e non volendo assottigliar troppo a Laudomia la scorta, seguitarono il loro cammino verso M. Murlo.
Mentre Fanfulla ed il famiglio tornavano addietro a furia per la salita, ora correndo, ora di buon passo, a seconda che la strada era rotta od agevole, nacque a Maurizio un'idea, che gli parve bellissima e mirabile, e risolutosi di tentare il suo compagno, cominciò a dire, col fiato grosso e tronco dall'affanno:
--Ah!.. mie... patrone... star... troppo... pone... troppa carità... per... quel ripalde, traditore!... Non lasciar legato... ma impiccato... e allora noi non dofer tornar indietro... non hafer più paura.
--E così... avrei fatto, se stava in me... e non tanti perdoni... ma è stata... madonna... che vuoi? le donne hanno il cuore senza pelo...--
--È stato... che mie patrone hafer pefute... ma Maurizie furbe, non hafer mai foluto pefer fine con Droile... e poter adesso asciustar tutto, se messer Fanfulle star contente.--
Fanfulla non capì gran fatto questa sottil distinzione del pefer o non pefere: ma correva, le parole gli costavano, avea altro pel capo, onde non rispose, e così giunsero alla villa.
Trovarono il cancello aperto come l'avean lasciato. In quattro salti su per la cordonata furon al portone, che non parea fosse stato mosso, ed era rimasto rabbattuto. Entrarono, e fermatisi tutti ansanti a tender l'orecchio, udirono che Troilo chiamava Michele con voce che facea risonar le volte del castello, e tra una chiamata e l'altra mandava con voce men alta, imprecazioni tremende, bestemmiando cielo ed inferno, e l'ora ch'era venuto al mondo.
--Senti che moccoli attacca!.... disse ridendo Fanfulla; dunque, dacchè uscimmo, non è stata mossa una maglia nel castello... ed ora siam qui noi, e non sarà altro, se piace a Dio.... quel poltrone di Michele si sarà messo a dormire qua su per queste camere... se va bene, avrà bevuto jer sera, poi anche lui sarà stato stracco... ed il padrone ha avuto tempo a urlare; non l'avrà sentito.., dev'esser così senz'altro. Ora, prima d'ogni altra cosa, lasciami chiuder questo portone, chè non se la colga mentre l'andiam cercando per la villa.--E chiuse a chiave, come avea detto.
--Ora andiamo a cercarlo--soggiunse: ma venne fermato pel braccio da Maurizio, il quale con un certo suo fare, che avea del furbo e del minchione tutt'assieme, gli disse:
--Care Fanfulle! io pensar una cosa. Se messer Droile sortirà di qui, lui poter far molto male a mie patrone, ora che brutte porche Pallesche hafer victoria. Io hafer pensate puone rimedie. Noi impiccar messer Droile, che star bestie più cattive... e pofere Michele lasciar andare.... che non poter far male.--
Fanfulla si cacciò a ridere, e rispose:
--Sicuro, che più puone rimedie di questo non c'è... e non ti credevo un così bell'ingegno. Ma a dirtela non feci mai il boja, e non intendo cominciar ora.--
--In mie paese, Fanfulla care, non pensar male così.... Manigolde dopo tagliar cento teste star nobile.--
--La legge è bellissima, ma tra noi non s'usa.... e poi, non mi sentirei forse voglia di divenire gentiluomo a quel modo.--
--Care Fanfulle, ti star solamente qui.... non ajutare.... lasciar far Maurizie.... ma ti prometter non dire niente a mie patrone.... se sapute! Pofere Maurizie!--
Fanfulla stette in due alcuni momenti: non ci si sapea risolvere parendogli la cosa brutta; dall'altro canto pensava quanto quell'infame meritasse la morte, e più di tutto di quanto pericolo fosse il lasciarlo vivo, ora che alla volontà di nuocere (come avea benissimo conosciuto Maurizio) s'aggiungeva, per la vittoria de' Palleschi, il potere. Alla fine disse in cuor suo «un traditore di meno, poco danno.... purch'io non ci metta le mani» ed avviandosi su per la scala colla spada sguainata onde cercar di Michele; disse a Maurizio:
--Orsù, io vo a snidar quest'altro.... tu fa quel che il cuore t'ispira.... io non ne vo' saper nulla... e non ne saprò mai nulla.... e non ti dico nè si, nè no.--
E presa la lanterna che era stata scordata, e ancora ardeva su uno scalino, seguitò a salire zufolando sotto i baffi, e molto contento che si fosse trovato chi, senz'essere rattenuto dalla viltà dell'impresa, levasse pur dal mondo cotanto puzzo, e liberasse l'oppressa casa de' Lapi da così pericoloso persecutore.
Maurizio, contento anch'esso di far le vendette del padrone, e levargli questo bruscolo d'in su gli occhi, s'avviò alla camera, ove Troilo non restava di tempestare, ed infilzar bestemmie da far venir giù le cappe de' cammini.
Quand'egli udì metter la mano al saliscendi, credendo fosse Michele, esclamò, schiumando dalla rabbia:
--Tu ci venisti pure, impiccato poltrone! scioglimi di qui ch'io t'ho a....--
Ma in quella l'uscio s'apperse, ed invece di Michele vide entrar lo svizzero con un viso, che gli fe' correr un freddo tra carne e panni. Anco questi (quantunque la cagione fosse tutt'altra) si sentì scosso alla vista di quel ribaldo.
Lo spavento, la rabbia, il lungo divincolarsi sperando giugnere a sciogliere o strappar le funi, il gridar continuo e disperato, l'avean ridotto a tale che nella persona e nel volto parea più fiera che uomo. Chi avesse voluto rappresentar un'anima condannata alle pene eterne, non l'avrebbe dovuta dipinger altrimenti: sfigurato, rosso, e quasi pavonazzo il viso, molle di sudore, di schiuma, di lacrime rabbiose... metteva paura. E Maurizio ne provò un tal ribrezzo misto di furore, che propose quanto più presto potesse levarselo dinanzi.
Visto il trabocchetto che era rimasto spalancato, fece nuovo disegno. Andò diritto all'apertura: scosse la fune, e conobbe quant'era profonda quella buca. Pose mano alla corda, e cominciò a tirarla su: e tira, e tira, e mai non veniva il capo. Troilo intanto, preso da un tremito, da un orrore indescrivibile per ciò che gli si preparava, avea cominciato a pregare, scongiurare, promettere, s'era gettato ginocchione per quanto gli avea permesso la fune, poi, uscito di sè per lo spavento, avea detto cose orrende, incomposte, senza senso, avea urlato, ruggito, e Maurizio badava a tirar su la fune, non dicendo altro se non:
--Messer Droile, ti far acto de contrizione.... ti meritar di morire in acqua!--
Alla fine venne fuori il capo della corda, al quale era attaccato un gancio di pozzo tutto rugginoso ed imbrattato di melletta. Troilo sfinito cadde bocconi, ma se smarrì le forze, per sua maggior sventura non ismarrì i sensi.
Maurizio prestissimamente (chè aveva voglia di finirla, e l'abbiamo anche noi) lo legò sotto l'ascelle colla fune del trabocchetto, tagliò quella che lo attacava alla colonna del letto, e levatolo di peso l'infilò in quella buca larga appunto abbastanza perchè vi potesse capire.
Il disgraziato si sforzò, dibattendosi, d'ajutarsi, ma non gli venne fatto, ed appeso alla corda che velocemente scorreva tra le mani di Maurizio, si calò in quel profondo. Dopo un minuto la corda era al termine: Maurizio la sfilò dalla carrucola e la gettò giù anch'essa, vi gettò la berretta di Troilo, che era rimasta in terra, poi chiuse gli sportelli, e tornato in cortile ad aspettar Fanfulla, s'inginocchiò, e con quanta divozione potè, disse un Miserere per l'anima di Troilo, il quale non ebbe probabilmente laggiù così presta morte, che non avesse tempo a far molte riflessioni, sulle quali lasceremo spaziare la fantasia del nostro lettore.
L'ipotesi di Fanfulla circa il famiglio di Troilo aveva appunto colto nel vero. Assai bene stracco delle veglie e della mala vita de' giorni passati, era andato cercando nel piano superiore della villa una camera fuor di mano ed un letto, sul quale sdrajatosi, s'addormentò, che le cannonate non l'avrebbero desto.
Fanfulla, giunto a capo la scala udì alla lontana il suo russar profondo, e guidato da quel suono, l'ebbe presto trovato. Gli fu addosso prima che si risentisse, onde acciuffatolo con gentilezza alla canna, Michele aprì gli occhi sbigottito, ed il primo oggetto che gli s'offerse fu la punta d'una spada che gli faceva il solletico alla bocca dello stomaco. V'era poco da replicare, onde senza far movimento o difesa chiese la vita per Dio, che gli venne concessa a patti che seguisse, o per dir meglio, precedesse il suo vincitore, il quale standogli a calcagni lo fe' calare in cortile.
--Oh! che fai costì in ginocchioni?--disse Fanfulla alquanto maravigliato di veder Maurizio in quel momento a cotale occupazione.
--Far piccole tifozione per anime di pofere messer Droile--rispose il servo a mezza voce, onde Michele udendo non s'insospettisse.
--Non si può negare che non abbi buon cuore.... Ora dunque andiamcene, col nome d'Iddio.--
E legate le mani a Michele con una fune che veniva ad avvolgersi ad una delle gambe, onde non potesse fuggire, uscirono, e l'avviarono innanzi drizzandosi tutti verso M. Murlo.
--E così, com'è andata?--domandò Fanfulla, che si moriva di curiosità di saper che fine avesse fatta quel maladetto.
--Io dirò, care Fanfulle!... ma prima ciurare ti non dir mai niente a mie patrone!.... peccato ti non star gentiluome!... mi allora domandar ciuramente da gentiluome...--
--Non te ne curare, fratello: che lo fossi anco, sarebbe meglio ch'io ti facessi un giuramento da uom dabbene... chè de' gentiluomini romper la fede se n'è veduti parecchi, e degli uomini dabbene nessuno... ed io, come tale, ti do la mia fede che non lo dirò a persona viva.--
--E mi star sicure puone Fanfulle. Messer Droile non impiccate. Pensava risparmiar strada per andar da der Teufel, e mandato giù, giù, giù, poi gettar dentro anche berretta.... così domani non trovar più.... credute andato fia... e nessuno sospettare niente.--
--Non l'ha pensata male!--disse Fanfulla, e seguitando a camminar di buon passo giunsero assai presto, alla pieve di M. Murlo, ov'eran già ricoverati i compagni, e dove Laudomia, alla quale era per istrada cresciuto il male, avea almeno trovato un letto ove stendere le sue membra sfinite, e tutti gli ajuti d'una cordiale e premurosa ospitalità.
Ma per dir pienamente delle sventure che percossero la famiglia de' Lapi, ci convien ora ritrovar Niccolò, che lasciammo avviato verso Firenze.
Povera Firenze! Noi c'ingegnammo alla meglio narrar i mali che oppressero una delle sue famiglie, e pensare che mill'altre ne soffrirono altrettanti e forse maggiori! Quante spose rimaste vedove! quanti bambini orfani e derelitti! quanti vecchi orbati de' loro figliuoli ebber a strascinar gli ultimi giorni nella solitudine e nel pianto! Quante anime forti e generose fiaccate dalle lunghe miserie dell'esilio si spensero inutili e dimenticate!
Pensare poi qual trista pianta mettesse le barbe tra quelle rovine! quali velenosi frutti portasse per le susseguenti generazioni che nacquero e morirono inonorate all'ombra sua pestilente!
Oh! ma convien por mente ad una cosa, e questa ci consolerà di tanti danni; ci mostrerà che i patimenti d'un intero popolo non furono gettati, e furon impiegati anzi ottimamente. Servirono a fermare stabilmente le cose di Carlo V in Italia, a mantenerlo in possesso della Lombardia, che per 200 anni potè così dormir in pace tra le braccia della Spagna. Servirono a procacciar per altrettanti ai Napoletani la giusta ed amorevole tutela d'un vicerè Spagnolo. Servirono a far sì, che i soldati dell'impero, senza doversi guardar le spalle, potessero invitarsi talvolta a pranzo alle tavole de' Francesi, e sfamarsi qualche giorno alle spalle de' borghesi e de' contadini Provenzali o della Sciampagna.
Servirono insomma a molte belle ed utili cose; ed ove i Fiorentini le avessero potute prevedere, si può immaginare se ciò avrebbe servito a consolarli; ma per disgrazia non eran profeti.
CAPITOLO XXXVII
Eran sonate le quattr'ore di notte quando Niccolò, circondato dalla sua scorta, si fermava dinanzi ai battenti chiusi di porta al Prato.
La sentinella di guardia sulla torre gridò il chi va là? in tedesco; chiamò nell'istessa lingua il suo capitano, che salito ov'era il soldato, incominciò in cattivo italiano un dialogo con messer Benedetto, ed a grandi stenti riuscì pure a capire esser costoro quelli ai quali avea ordine da Malatesta d'aprir la porta a qualunque ora fossero giunti.
Dopo un poco la porta s'aprì lenta lenta: entrò la compagnia, e passando tramezzo ai lanzi s'avviò verso borgo Ognissanti.
In 90 anni di vita era stata questa la prima volta che Niccolò avea udito soldati a guardia delle porte di Firenze parlar lingua barbara e ignota. Se avesse avute le mani sciolte, le sue orecchie non avrebbero ricevuto quel suono, che amaramente lo scosse, come si scuote lo schiavo ad un'improvvisa e dolorosa strappata della sua catena.
Camminarono innanzi per le vie oscure, deserte e silenziose, che davano a Firenze l'aspetto che ebbe forse la Necropoli degli egiziani, la città delle tombe; e giunti in piazza, potè Niccolò vedere il portone di Palagio, le sue scalere, la ringhiera ove si trattavan un tempo le cose del popolo, tutto ingombro di soldati stranieri che dormivano. Questo bestiame spagnolo e tedesco russava buttato sulla nuda terra in mille diversi e strani atteggiamenti.
Lo scalpitar de' cavalli non ne destò pur uno; e la brigata traversò la piazza. Poi per Condotta e Badìa si condusse finalmente al portone del Bargello.
Anco qui convenne far risentire la gente di dentro. S'udì presto rumoreggiare nella guardiola de' birri, posta di fianco all'entrata, poi un suonar di chiavi, un correr di chiavistelli, e finalmente il cigolar de' cardini sui quali, aprendosi, girava il portone. Niccolò scavalcato, venne messo dentro, consegnato al bargello che era venuto in persona a riceverlo, dopo la qual cerimonia, la scorta e messer Benedetto se n'andarono, i battenti si richiusero, e i chiavistelli ritornarono a luogo.
Niccolò si guardò intorno, e non vedendo quivi nessuno di coloro che erano stati presi con essolui, parte si riconfortò. Pure gli sorse in cuore il pensiero delle figlie, il desiderio di sapere come fosser capitate, ne dimandò con istanza a quelli che gli stavano attorno; nessuno rispose. Il povero vecchio conobbe con chi aveva oramai a trattare, e non replicò la domanda.
L'antico e venerando cittadino della repubblica, l'anima più nobile e generosa che fosse in Firenze, si trovava ora sottomessa a quell'impura e degradata razza (simile sempre a sè stessa in ogni età e sotto tutti i modi di principato) per la quale tener chiusi gli uomini, tormentarli e darli poi alla fine in mano al boja, è un modo come un altro, e talvolta miglior d'un altro, di guadagnarsi il pane. Per essa, chi ha posto il piede sul funesto limitare del carcere, sia colpevole od innocente; sia un ostinato assassino od un involontario omicida, abbia sull'anima un parricidio o l'abbia pura d'ogni delitto; per essa, dico, è tutta una cosa. È un prigioniero, e d'altro non si mette in pensiero. Pianga o rida, si disperi o sia rassegnato, poco le importa.
Vien in mente al mastino che dal beccajo è lanciato a fermare un vitello fuggito, se si dorrà sentendosi traforar l'orecchio dalle sue zanne?
Eppure questa gente, per la quale l'incapacità di sentir compassione è, sto per dire, condizion necessaria dell'esistenza, si sentì scossa alla vista di quell'augusto vecchio; se non fu propriamente pietà, fu almeno maraviglia che andasse tant'oltre la vendetta papale.
--Metteva conto, disse un di costoro, durar tanta fatica per aver in gabbia codest'ucello!.... poco potea volar lontano, a ogni modo.--
Ed intanto tastava Niccolò per tutta la persona, onde toglierli l'arme se n'avesse avute. Frugandogli poi in tasca, prese i pochi danari che v'erano e li consegnò al bargello. Lo scrivano di costui notò sul suo registro il nome del prigioniero, l'ora del suo ingresso nel carcere; poi l'avviarono su per lo scalone esterno, che ancora oggigiorno si vede nel lato destro del cortile.
Se Niccolò nel salire v'avesse calato uno sguardo, avrebbe potuto vedere nel centro dello spazzo un ceppo quadro e massiccio, sul quale la mannaja era posata in traverso: le lastre del pavimento all'intorno lorde di larghe macchie oscure, sulle quali luccicava riflesso il raggio d'un torchietto affumicato che un birro portava innanzi: avrebbe forse indovinato di chi era quel sangue, che ora i cani potevan lambire, e scorreva pur poche ore innanzi nelle vene del penultimo gonfaloniere della repubblica.
Ma la nefanda vista non cadde sott'occhio a Niccolò, che levava in alto lo sguardo, affissandolo ora sul Marzocco che adorna la spalletta dello scalone, ora alle pareti ed agli scudi scolpiti che le ricoprono, e pensando ai valorosi uomini di cui erano, pensando all'antica maestà di Firenze, si sentiva rinfrancar l'animo e le forze, e proponeva renderle quell'ultimo omaggio che per lui oramai si poteva, mostrandosi a quel passo degno veramente d'esserle figliuolo.
Salì dunque con andare stanco sì, ma non vacillante: fronte grave, ma serena e sicura, e giunto sul pianerottolo su in alto, fu condotto per un andito lungo ad una porta nana ed angusta nella quale, aperta dal carceriere, gli convenne entrar tutto curvo. Era una segreta larga e lunga otto passi, ove da una buca in alto si vedeva un po' di raggio di cielo tra le sbarre di una grossa ferriata. V'era un lettuccio con un sacconcello pieno di paglia trita, e che serbava l'incavo di chi v'avea prima dormito. In terra una mezzina.
--Vedi se c'è acqua.--
Disse il carceriere ad uno de' suoi uomini. Quegli guardò, e rispose:
--È piena. Il Carduccio non ebbe sete, bisogna dire: neppur l'ha tocca.--
Niccolò si scosse a quel nome, ed interrogava ansioso:
--Era qui forse?--
--Qui.--
--Ed ora dove l'hanno posto?--
--Donde verran' per esso il dì del Giudizio.--
Ed i birri uscirono, chiusero con rumore di chiavi e chiavistelli la segreta, e vi lasciaron il vecchio allo scuro. Ritto com'era in mezzo al carcere, alzò le braccia in atto di preghiera, e disse:
--Oh Francesco! tu compiesti il tuo sacrificio. Abbia in pace Iddio l'anima tua valorosa.--
Poi brancolando trovò il letto, vi sedè; prese la mezzina, bevve pochi sorsi, e determinò cercar riposo e sonno se avesse potuto, per far quant'era in sè onde riprendere un po' di forze.
--Che questo mio corpo, quest'istrumento logoro, non abbia a farmi vergogna al paragone!.... Ajutami Iddio nella prova che mi si prepara: tu vedi l'anima mia, ma vedi insieme a che sian condotte queste membra afflitte, infondi in esse tanto vigore che basti a condurle, senz'atto di viltà, quei pochi passi che le separano dalla tomba.--
Si stese sul giaciglio, vi declinò il capo, e compostosi per dormire, rimase immobile onde conciliarsi il sonno: ma com'era possibile che una mente traboccante di mille pensieri, che un cuore così appassionato potessero assopirsi? a tanto non basta pur troppo la sicurtà d'una coscienza illibata, nè la veglia è frutto de' soli rimorsi. Com'era possibile che trovandosi oramai al termine d'una lunga e travagliata vita, piena di tante fortune, consumata tutta nell'ardente pensiero della patria, non gli si schierassero ora dinanzi in lunga serie tutti quanti gli eventi di tant'anni, i disegni falliti, gli improvvidi consigli, i casi infine pei quali dopo tanti sforzi, tante agitazioni, tanto sangue versato, Firenze era pur caduta sotto l'artiglio mediceo; ed esso condotto.... a che? A farle l'ultimo ed inutile sagrificio di poche ore di vita!.... e tanto lungo affannarsi, tante perdite, tante sventure non avean potuto ottener altro dall'Eterna Giustizia?
Essa avea potuto consentire che gl'iniqui trionfasser de' buoni, malgrado la loro imperturbata costanza a combattere, a soffrire, a pregare? Malgrado le promesse di Fra Girolamo suo profeta? «Qual tremendo giudicio! pensava l'afflitto vecchio, qual imperscrutabile mistero dell'ira di Dio!.... E qual era, o Signore, la nostra mira? pensava nell'amarezza del cuore. Quali i nostri ardentissimi desiderj. Non eran forse stabilire il tuo regno? accrescer gloria al tuo nome? Salvar la patria dalle mani dei tuoi nemici? Di quelli che per tener più sicuro il piede sul collo di questo popolo non hanno altra via che corromperlo ed affondarlo ne' vizj?.... Oh, quanto ho patito, quanto ho pregato! Con che cuore ti diedi, Dio mio, la vita de' miei figliuoli! Con che allegrezza t'avrei donata quella dell'ultimo che mi resta!.... Avrei visto l'ultima rovina della mia povera casa... Ma Firenze!...Dio mio!.... perchè non salvasti Firenze?»
Questi dolorosi pensieri ravvolgendosi nella mente di Niccolò che non potea, malgrado la sua tempra di ferro, non esser vinto ormai dalle veglie, dalle fatiche, dalle agitazioni morali, lo vennero avviando, senza che se n'avvedesse, verso una serie d'idee ancor più tetre e sconsolate; e ne fu appunto cagione l'accasciarsi delle forze vitali.