La plebe, parte IV (part 3 of 3)
Gli sguardi del malato erano così supplichevoli, la sua voce era improntata d'un affetto che aveva qualche cosa di materno, per guisa che Virginia represse la volontà d'imporgli silenzio cui le suggeriva l'orgoglio, e credette far opera di pietà verso quel misero, cedendo alla curiosità ond'era punta eziandio di ascoltare le parole che Maurilio sarebbe per dirle, e col silenzio annuì che il giovane continuasse.
— Io sono la plebe; Francesco Benda è la borghesia....
Al nome di colui ch'essa amava, le guancie di Virginia si suffusero d'un lieve rossore e gli occhi si chinarono lentamente.
— La borghesia è plebe incivilita mercè l'agiatezza e l'educazione; è parte di quel gran serbatoio comune del popolo, venuta su, trattasi fuori dalla bolgia dell'ignoranza e della miseria grazie la fortuna, l'intelligenza, l'operosità maggiore, arrivata a spartire colla classe superiore una gran quantità dei beni sociali, se non tutti, a godere i precipui vantaggi della civiltà. Ma tuttavia anch'essa, la borghesia, anela ad ascendere pur sempre: lo splendore dell'idealismo sociale incarnato nella grandezza e nell'autorità, la attrae sempre più su: aspira ad un'uguaglianza assoluta cogli eredi delle grandezze antiche, col capitale di educazione e di tradizioni raccolto dagli antenati.... Francesco Benda, il figliuolo degl'industriali arricchiti, ama Virginia di Castelletto discendente d'una illustre prosapia di prodi. È la legge del progresso: e l'effettuarsi di questo vuole che cotal maritaggio si compia. Bisogna che l'aura, il profumo, il raggio della poesia aristocratica si unisca alla prosa dell'attività, dell'audacia, della scienza positiva del ceto medio. Ne verrà un miglioramento morale, sociale, e fisico eziandio della razza umana. Plebe e nobiltà sono troppo ancora distanti: il loro maritaggio è tuttavia mostruoso: ma fra l'aristocrazia e il mezzo ceto, se gli è difficile sempre, non è più impossibile. Le anime elette di questo e di quella, hanno oramai dall'educazione e dalle condizioni economiche, ricevuto la patente d'uguaglianza. Voi, Virginia, e Francesco rappresenterete questo fatto colla vostra unione; le difficoltà della quale io conferirò ad appianare. Come? Non so ancora: ma ho la coscienza che il mio concorso aiuterà il conseguimento della vostra felicità. Fra voi, il povero plebeo, cadendo, colmerà lo spazio che ancora vi disgiunge. La vostra felicità sarà passata sul mio cadavere.
— Signore: interruppe qui Virginia: è un tristo augurio che voi mi fate. Le circostanze straordinarie che avvennero tra noi vi hanno messo in grado di parlarmi e mi hanno consigliata ad ascoltare da voi cose che non avrei dovuto, che non avrei tollerato da nessuno, fuori da chi avesse legittima autorità su di me. Avete voluto con soverchia audacia penetrare nel segreto del mio cuore: volete ora disporre del mio destino e far pesare su di me la risponsabilità di avvenimenti che spero non si effettueranno, ma che in ogni modo non dipendono dal mio arbitrio. Qualunque sieno i casi, quali che esser possano i miei sentimenti ed affetti, una cosa sola potete ritener per sicura, ed è che la mia condotta sarà ispirata sempre dalla coscienza dei miei doveri, della mia dignità, dalla sommissione ai voleri di coloro cui debbo obbedire, ed alle leggi della convenienza.
Maurilio rispose con un mesto sorriso:
— Non è un uomo che ora vi parla, è un'idea. Attribuite pure l'audacia dei miei discorsi al residuo del delirio, ed ascoltatemi, pietosa come siete, con generosa tolleranza, per compassione della mia follia; ma le cose ch'io vi dico serbatele nella vostra memoria e richiamatevele alla mente il dì che avrete bisogno di conformare a quei principii gli atti della vostra vita. No, non è vero ch'io voglia addossare a voi la responsabilità di fatti che sono un effetto necessario di quello svolgersi del dramma umano nella esistenza particolare dei singoli individui e nella complessiva della massa, del quale non possiamo abbracciare le forme generali e lo scopo finale. Chiamatelo caso, chiamatelo destino, chiamatelo piuttosto Provvidenza, noi siamo attori che traduciamo in atto, ciascuno per la sua parte maggiore o minore, il concetto di quell'autore. Il nostro dovere, l'importante è di rappresentarla questa parte il meglio che ci sia possibile: l'esserne conscii e il travagliarvisi intorno deliberatamente, è il privilegio degli esseri eletti. Voi siete tra questi; voi siete un tipo; voi sentite, forse ancora in confuso, la vostra missione: io, dall'orlo della tomba, illuminata la mente da lampi di luce eterea che già mi guizzano tra la materia che si scioglie, io vengo a definirvi colla mia parola, a farvi concrete le forme vaghe della vostra ispirazione. Ponete mente, voi siete la grazia, la bellezza, l'ultimo portato dell'educazione civile, l'arte, la poesia, l'ideale; Francesco è la ricchezza economica, il progresso materiale, la tendenza all'egoismo del benessere, l'attività meccanica che nella lotta colle difficoltà affacciate dalla natura sempre ribelle, anche soggiogata, dimentica agevolmente la luce superiore, diventa sorda alla voce di doveri più vasti che non son quelli avvertiti dalla comune, d'impulsi più sublimi che non quelli delle pedisseque virtù delle anime volgari. Voi avete da essere nella sua vita quella luce; voi avete da far risuonare al suo cuore quella voce. L'uomo che avrà l'immensa felicità di possedervi deve pagarla alla Provvidenza, deve farsene degno coll'essere un'anima superiore. Francesco è un'anima generosa, ma debole: voi l'avete da temperare col vostro amore alla forza delle grandi idee, alla sublimità dei grandi sacrifizi, alla potenza delle grandi volontà. Di quel ferro fatene acciaio. Fategli guardare in alto: sempre più su, sempre più su, excelsior, coll'animo, coll'intelletto; ma fategli tendere la mano al basso. Voi siete la beneficenza; siate di più ancora: siate il genio del mondo novello; e l'uomo che ha l'amor vostro bandisca il vangelo della nuova redenzione, lavori per l'effettuamento della nuova civiltà.
Si sollevò sui cuscini con più forza di quello che si sarebbe creduto, e la vasta fronte parve corsa da una lieve fiamma fugace, mentre gli occhi parevano riflettere un raggio di sole.
— Guardatevi dintorno in questa società, che si travaglia nella gestazione dolorosa dell'avvenire. Quante cose da fare! Tutto vacilla: la fede, l'autorità, la coscienza umana. Una casta, a nome dello spirito, ha troppo disprezzata e maltrattata la materia: questa s'insorge e dà la battaglia della negazione allo spirito, in nome della libertà. Gli errori cozzano innanzi alla verità sbalordita. Gl'infimi, dal ghiacciato fango dove giacciono oppressi levano in su la testa, si drizzano in punta di piedi e vogliono arrampicarsi alle più tepenti aure della ricchezza. I derelitti gettano in faccia alla civiltà del secolo la tremenda questione; «Perchè abbiamo sofferto sinora? Perchè soffriamo?» La risposta autoritativa delle religioni dommatiche non basta più ad acquetarli. Un miasma di materialismo inasprisce le piaghe sociali e manda al parosismo la febbre della miseria.... Convien provvedere, convien provvedere.... La quistione politica non è che vicenda di transizione. È la tendenza del predominio della borghesia; ma l'avvenimento di questa non sarà che una sosta nella lotta sociale, dove essa non pensi alla redenzione della plebe e non l'effettui.
Si strinse colle mani la fronte e tacque un istante; le carni gli ardevano ed affannoso aveva il respiro. Virginia fece un atto come per venirgli pietosamente in aiuto; ma egli lasciò cadersi le braccia e mostrò spento nelle pupille il raggio, svanita la fosforescenza della fronte diventata color della morte.
— Oh meschinità ed impotenza della parola! disse egli con voce sorda, soffocata, in cui ogni vibrazione era spenta. S'io potessi tradurre in linguaggio umano le mie idee! S'io potessi dar forma alle mie visioni!... Mi avete voi potuto comprendere? Potrete voi completare nella vostra intelligenza il concetto da me appena accennato?... Ah perchè non posso trasmettere in altrui quello che s'agita dentro il mio cervello? Perchè non son io Francesco?..... Perchè sono condannato a morire?...
Ricascò sui guanciali e chiuse gli occhi così che parve già fatto cadavere.
La nobile fanciulla si curvò su di lui, impietosita, palpitante; e gli fece scendere sull'anima la rugiada di dolci parole di speranza e di conforto. Egli sorrise mestamente a quella melodia soave.
— Addio bellezze dell'esistenza terrena; susurrò colle tremole labbra sfiorate da un sorriso: addio poesia della mia vita!... Sì, sono condannato a morire..... Bere sino alla feccia il calice delle amarezze, e morire.
Il misero pensava all'ignominia di suo padre, il quale pure ei voleva conoscere.
— Perdonatemi, Virginia, e compatitemi... E non dimenticate le mie parole!... Forse non vi parlerò più..... Ma son lieto d'aver potuto manifestarvi un cantuccio dell'anima mia..... E siate benedetta voi che avete per pietà inchinato il vostro orgoglio alla pazienza di ascoltarmi. Ora sento offuscarsi di nuovo la mia mente turbata: addio; lasciatemi alle tenebre che m'invadono..... e siate felice!
Virginia s'allontanò pensosa, commossa, a passo lento. La rozza figura del giovane plebeo aveva preso ai suoi occhi proporzioni mai più credute di grandezza. Essa lo aveva indovinato; traverso le confuse parole aveva capito il pensiero, aveva travisto la luce dell'idea. Si fermò innanzi al ritratto di sua madre e stette assai tempo contemplandolo, assorta in profonda riflessione. Quando si riscosse si passò le piccole mani sulla fronte: gli occhi mandavan faville.
— Esser la luce, la coscienza, l'ideale dell'uomo che si ama! esclamò. Essere il genio del mondo novello!... Oh! il mio Francesco sarà un grand'uomo!
Don Venanzio vide sul volto del marchese le traccie d'una tal desolazione e d'un tale abbattimento, che avventurandosi ad una maggiore famigliarità di quella che mai avesse ardito usare coll'illustre personaggio, gli si avvicinò con premura, gli prese una mano e disse con tono di amichevole conforto:
— Coraggio, signor marchese.
— Ah! se sapesse!..... mormorò lo zio di Virginia.
— So tutto; disse affrettatamente il parroco; e narrò che veniva dalla stanza di Maurilio, da cui aveva appreso la fatale novella, e come quello sciagurato che da pochi dì andava per le bocche di tutti col nome di medichino egli avesse conosciuto bambino ed istrutto in compagnia di Maurilio.
Il marchese si nascose nelle mani la faccia.
— Ah! come Iddio ha punita la mia famiglia e me stesso: disse gemendo. Togliere ad una moglie il suo sposo, rubare ad una madre il frutto delle sue viscere, condannare alla miseria ed alla vergogna un innocente bambino furono orribili colpe... ma orribile pure è il castigo del cielo!... Ed ora che fare, mio Dio! che fare?
Don Venanzio parlò col buonsenso della sua anima religiosa ed onesta.
— Bisogna rendere omaggio al vero; bisogna obbedire alla manifesta volontà di Dio che per suoi imperscrutabili fini ha voluto appunto che in questa occasione si scoprisse il segreto: bisogna che quello sciagurato sappia tutto.
— Come! La pensa a quello che dice? disse il marchese levando in sussulto la testa, vorrebbe che l'onore della famiglia fosse posto in balìa di quel cotale?...
— La verità ha un diritto maggiore di quello dell'onor d'una casa; quell'infelice medesimo non può ulteriormente lasciarsi nell'ignoranza dell'esser suo. Chi le dice non sia uno de' maggiori e de' principali castighi che gli abbia riserbato la Provvidenza pel suo traviamento, quello di apprendere, quando caduto al fondo dell'infamia, che avrebbe potuto essere ricco, glorioso, felice, dove avesse camminato sempre senza inciampare nel cammino della virtù?
Il marchese curvò il capo e tacque alcun tempo, assorto in una profonda e dolorosa meditazione.
— Forse Ella ha ragione, Don Venanzio: disse poi con accento di scoraggiato abbandono; ma io sono in mezzo ad impulsi diversi, a sentimenti contrarii, a doveri contraddittorii, e non so bene qual seguire, qual condotta trascegliere. Quel miserabile può egli dirsi che abbia ancora qualche diritto verso la mia famiglia? Non gli ha egli persi tutti coll'infamia della sua vita?
— Ma di chi la colpa s'ei precipitò a quel modo?
— È vero, è vero.... Ma non ho io il dovere di conservare inviolato l'onore del nome che devo trasmettere a' miei figli? Poichè tutto s'ignorò finora, poichè tutto si può seppellire.... non ho io il diritto di fare che si continui ad ignorare?
Il buon prete stette un momento, perplesso ancor egli: il marchese incalzò:
— Se quell'infelice medesimo conoscesse le condizioni in cui mi trovo, vedendo dall'una parte un inutile lustro gettato sulla sua ignominia a dispendio del decoro d'un glorioso casato, dall'altra il silenzio e l'oscurità continuati intorno alla sua origine, oh certo vorrebbe darmi ragione di appigliarmi a questo secondo partito...
S'interruppe come sovraccolto da una nuova idea.
— Don Venanzio, soggiunse egli poi affrettatamente e senza guardare in faccia il vecchio sacerdote: quel disgraziato è ben padrone della sua sorte, in lui sta bene il diritto di rinunziare ad un nome e ad un grado?
— Oh sì.
Il marchese tacque di nuovo un poco meditando.
— Ella mi ha detto avere stupito di trovare uno scellerato in quell'uomo ch'Ella aveva giudicato capace dei più alti destini.
— Sì.
— Non è dunque spenta nella sua anima ogni generosità, ogni nobile sentire?
— Non credo.
Altra pausa; poi con voce più bassa e testa più china, il marchese soggiunse:
— Voglio andare io stesso ad apprendere la verità a quello sventurato.... Ella mi vi accompagnerà, Don Venanzio.... Farò giudice colui medesimo di quel che si debba.
Il parroco parlò allora della povera Margherita; il marchese promise l'avrebbe raccomandata, e nello stesso tempo, quando avrebbe chiesto di poter avere un colloquio senza testimoni col medichino, avrebbe ottenuto facoltà a Don Venanzio di visitare la vecchia incarcerata.
All'influenza del marchese non fu difficile il conseguire per lo stesso giorno successivo la permissione di quell'abboccamento coll'imputato Gian-Luigi Quercia.
Ma di quella sera frattanto, una dolorosa scena aveva luogo nella famiglia Baldissero.
Si era al finir del pranzo. Durante questo non si era quasi parlato mai: il marchese era cupo, Virginia era triste e preoccupata, la marchesa superbamente fastidiosa, il marchesino ancora in broncio con tutti. Appena se poche parole erano state pronunziate in grazia a Don Venanzio che in mezzo a quelle cere imbrunite mostrava afflitta eziandio la sua bella fisionomia di uomo senza peccato. All'ultimo bicchierino di Bordeaux, Ettore, come per protestare contro la comune musoneria, sciolse il scilinguagnolo ed entrò di pieno nell'argomento che era sulle bocche di tutti, ma che allora, per diversa cagione, suscitava particolarmente l'interesse di Virginia, che quel giorno medesimo era stata a vedere Maria, del marchese e di Don Venanzio, che avevano avuto il colloquio or ora riferito; parlò del medichino.
— E' pare veramente, disse, che vi sieno in giuoco delle suste potenti per sottrarlo alla sorte che si merita. Ieri sera ebbe luogo un tentativo d'evasione che fu per un filo se non riuscì. (Contò le cose com'erano andate). L'agente di Polizia che venne in momento tanto opportuno ad arrestarlo, fu nominato sott'ispettore delle carceri e specialmente incaricato della custodia di quel mariuolo: il capoguardiano e il custode che fuggiva con lui sono ai ferri: l'ispettore medesimo, caduto in sospetto, è per intanto sospeso dall'impiego. È sperabile che quello sciagurato non isfugga al suo destino: e ci ho gusto. L'infame supplizio il miserabile lo ha meritato mille volte più d'ogni altro. Pensare che osava comparire nelle società di garbo...
— Non nella nostra: disse con tono secco la marchesa.
— Ma pur tuttavia oggi che la società è così mêlée ci avvenne di costeggiarlo le tantissime volte. Pensare che ci tendeva inguantata quella mano la quale giuocava di baro, rubava ed assassinava!... Pensare che l'ho avuto io di fronte in una quistione d'onore e che l'ho trattato come uomo onorevole! Esso merita cento morti.
— E la sua condotta verso la povera Maria Benda? esclamò con indignazione Virginia. Quello è uno dei peggiori suoi assassinii, se non è il pessimo. Chi può vedere quella vittima infelice e non sentirsi schiantar l'anima?... No, non v'è punizione di leggi terrene, non v'è maledizione di Dio che basti per tanta scelleraggine.
Il marchese era divenuto pallido pallido e guardava con occhi sbarrati ora la nipote, ora Don Venanzio.
— Ah! la misericordia di Dio è grande: disse questi colla sua voce mite e commossa: e dove noi non veggiamo che ragione di maledire, il Supremo Giudice sa le cause di compatire e di perdonare. Non anticipiamo i giudizi del Signore!
— Lasciamo stare la giustizia di Dio: disse Ettore con quel suo fare fra l'impazienza e la leggerezza, in cui un impertinente sussiego era appena temperato dall'urbanità delle maniere. Quanto alla giustizia umana, se havvi caso in cui la debba essere implacabile, è certo questo. Uno scellerato che ruba la considerazione della gente, che non è spinto al delitto dall'urgenza del bisogno, ma da empie passioni, che si trafora nelle famiglie a rubarvi onore e denaro... Ma la morte è troppo poco... Ha torto a mio avviso la nostra filantropia moderna che abolì le tenaglie roventi e il supplizio della ruota...
Il padre di Ettore si drizzò di scatto più pallido ancora, e si levò di tavola. Tutti ne imitarono lo esempio e lo seguirono nel vicino salotto. Colà il marchesino che non s'accorse dell'emozione di suo padre, e che ad ogni modo non ne avrebbe capita la ragione, continuò come se di nulla fosse il suo discorso.
— Bisogna farli soffrire quella gente: la morte sì, ma dopo buoni tormenti...
— Siete voi senza cuore, Ettore? esclamò il marchese con accento di rimprovero doloroso.
— Per quella canaglia, sì: rispose col medesimo tono Ettore: e tanto più per quel cotale. E' mi ha sempre sovranamente spiaciuto.... Se fosse stato mio pari, gli è da tempo che avrei voluto dare anche a lui una buona lezione.... Ma io sentiva per istinto che quello era degli uomini che sono indegni anche del nostro odio, un vil verme che si disprezza e si calpesta.
Il marchese fece un passo verso suo figlio con mossa così vibrata e con aspetto così turbato che tutti gli si voltarono a guardarlo, ansiosi di botto delle parole che stavano per uscire dalle sue labbra. Le porte del salotto erano chiuse, e niun altro orecchio estraneo alla famiglia poteva udire, fuor quello di Don Venanzio.
— Sapete chi è quel vil verme? disse il marchese con voce bassa, ma tremola; sapete chi è quello scellerato, ladro, assassino, falsario, che voi volete attenagliare ed arrotare?..... Egli è vostro cugino, Ettore, è il figliuolo di mia sorella, è il tuo fratello, Virginia....
CAPITOLO XXVIII.
Virginia aveva detto il vero. Spettacolo da schiantar l'anima era vedere la povera Maria, dopo la sera fatale dell'arresto di Gian-Luigi, quella che esser doveva per lei la sera lietissima de' suoi sponsali. Chi avrebbe ancora riconosciuta in essa la vispa, allegra, spensierata fanciulla che abbiamo presentata al lettore nel secondo capitolo della seconda parte? I pochi giorni che erano trascorsi dal momento in cui ella aveva gittato quel suo grido di spasimo all'udire nominare il suo diletto, ladro ed assassino, avevano tratta via dalle sembianze, dalla persona, dal cuore della infelice ogni traccia di giovinezza, distruttane ogni letizia, uccisa ogni speranza. La era diventata pallida come una vittima della clorosi, magra come una malata d'etisia nell'ultimo stadio; gli occhi infossati nelle livide occhiaie avevano le palpebre rosse per le cocenti lagrime, per le veglie delle notti non più visitate dal sonno, e come tormentose! i muscoli delle guancie cascavano inerti dando alla fisionomia un'espressione di abbandono disperato che si poteva dire morte dell'anima; cascavano gli angoli della bocca da cui era sparito il color abituale di carminio, cascavano tutte le membra, come dinoccolate, come prive della forza interiore che le reggesse; avevano, la faccia sgomenta, e le pupille velate ed atone, e la mossa, quell'apparenza di stupidità penosa a vedersi che dà un solo, incessante, tormentoso pensiero onde sia punta la mente. La non parlava quasi mai, non si lamentava, in presenza degli altri si guardava bene dal piangere, non sospirava neppure: alle richieste che le si facessero, alle parole con cui si tentava scuoterla da quel mortale letargo rispondeva con pochi tronchi accenti, pronunciati a voce bassa, con paziente mitezza, il più spesso con soli monosillabi, o con cenni del capo. Alla capitata disgrazia non faceva mai neppure la menoma allusione; e siccome ogni altro guardavasi bene eziandio di toccar quel tasto, l'argomento di cui si parlasse meno, di cui non si parlasse mai in quella famiglia, era quello appunto che era sempre fisso nella mente di tutti.
Maria veniva chetamente a sedersi presso al letto di suo fratello ancora giacente, e stava lì senza guardarlo, l'occhio piantato sopra un rosone del tappeto: prendeva un suo lavoro tra mano e per un poco faceva andare in fretta la destra a trarre i punti, ma ad un tratto, come se ci avesse trovato un intoppo, l'ago si fermava nella stoffa, la cruna appoggiata all'anello da cucire diventato immobile, il filo aggrovigliato fra le pieghe del panno.
— Maria! le diceva allora dolcemente Francesco.
Ella si riscuoteva in sussulto.
— Che?
E il fratello fingeva aver bisogno d'un piccolo servizio, desiderava alcuna cosa, tanto per levarla un istante da quella meditazione che le consumava l'anima. Talvolta Francesco le prendeva una mano glie la serrava con muto affetto; ella non corrispondeva a quella stretta, vi si prestava per un poco, poi pianamente se ne liberava ed allontanavasi. Tutta la famiglia la circondava d'una compassione vigilante, sempre in sull'avviso, piena di silenziosa tenerezza e di cure: cercavano di rimuoverne dall'intorno le spine che potevano pungere ancora quel cuore trafitto, gli urti che potevano ferire quell'anima indolorita: ma aimè! la piaga era interna ed irrimediabile, e tutti si sentivano feriti in lei, in quella parte di loro che avevan sì cara. Ella, quelle cure, quelle amorevolezze tollerava, il più delle volte pareva non accorgersene, raro ne ringraziava con un sorriso che era dolorosissimo a mirarsi, più raro ancora alcuna mostra le sfuggiva d'impazienza e d'irritazione.
Ad ogni volta che rientrasse nella sua camera scoppiava in singhiozzi ed in lagrime: talora, sentendo presso a traboccar la piena dello spasimo che le si gonfiava nel petto, fuggiva alla sua stanza, si buttava traverso il letto e soffocava i suoi gemiti nelle coltri che mordeva e bagnava di pianto.
Appena saputa la dolorosa catastrofe, Virginia di Castelletto aveva mandato alla sua antica compagna Maria l'espressione del suo cordoglio, il conforto della sua simpatia, in un biglietto quale la squisitezza del suo sentire e la sua forbitezza di maniere erano capaci di concepire e di scrivere; poscia aveva tutti i giorni mandato per le notizie, e finalmente, quel dì in cui Maurilio le doveva aprire in parte l'anima sua ed il pensiero, era venuta ella medesima a vedere di persona la sconsolata fanciulla.
Maria ad udire annunciata la nobil donzella, fece un atto di contrarietà. Ella s'era avvezza a stare fronte a fronte col suo dolore, a sentirsene rodere l'intimo essere, e glie ne piaceva così, e dispettava ciò che venisse, non dico ad interrompere, ma a disturbare quel suo supplizio. La madre di lei invece, che accoglieva come una ventura tutto quello che in alcun modo facesse sperare di poter distrarre la sua figliuola, fu sollecita a levarsi, e disse:
— Passa in sala, Maria; io vado ad incontrare la signora contessina, e te la conduco.
E sparì dietro la portiera dell'uscio, verso l'anticamera.
Maria, che sedeva al suo solito luogo presso il letto di Francesco, depose lentamente, con aria svogliata e quasi uggiosa, il suo lavoro; ma in quella il suo mesto sguardo incontrò il volto di suo fratello che all'udir quel nome s'era lievemente colorito.
— La saluterò per te, diss'ella facendo quel suo desolato sorriso: e s'avviò lentamente verso la sala.
— Ah! Dio la rimeriti della sua carità! aveva esclamato la signora Teresa correndo incontro a Virginia e pigliandole una mano che volle baciare. Possa la sua vista, possano le sue parole recare un po' di bene alla mia povera figliuola, che ne ha tanto, tanto bisogno.
Virginia con molto garbo, stringendo le mani della donna, impedì che le venisse baciata la destra; e in risposta disse con quella sua voce che si sarebbe detta il suono d'un'arpa d'oro:
— A prezzo di qualunque mio dolore vorrei darle conforto. Povera Maria! Come sostiene essa la sua sventura?
La madre, alla quale il sol parlare di Maria aveva chiamato agli occhi le lagrime, ora scoppiò in singhiozzi ed in pianto.
— Oimè! Oimè! esclamò ella: Maria se ne muore.
Virginia strinse forte le mani della signora Teresa che ancora teneva fra le sue.
— Coraggio! disse con un accento di pietà e di affetto che era una soave carezza. Non bisogna disperare. È venuto per la sua famiglia un tempo di prove; ma tornerà di poi certamente quello della felicità.
Teresa si rasciugò in fretta in fretta gli occhi, e soggiunse:
— La venga avanti, contessina, la favorisca qui, la prego.
E la trasse nella stanza di ricevimento.
Maria era già colà, venutavi dalla camera di Francesco. Stava in piedi presso al camino, sorreggendosi con una mano alla spalliera d'un seggiolone, nella mossa d'una prefica o d'una statua del Dolore sopra una tomba. Virginia fu quasi spaventata dall'abbandono desolato di quel contegno, dalla pallidezza mortale di quell'aspetto, dalla disperazione rassegnata dello sguardo semispento, del doloroso sorriso. Si avanzò rattamente verso di lei, ed esclamò con voce impressa d'immenso affetto:
— Maria!
Non era che una parola; ma in essa l'intonazione, l'accento, la vibrazione del suono ponevano un'infinità di cose: pietà, amore, offerta di sè, benevolenza generosa spinta fino all'entusiasmo.
Maria sentì coll'anima delicata tutte queste cose contenute in un sol motto, e ne fu tocca un istante; sollevò da terra i suoi occhi velati e li affisò fugacemente in volto alla donzella, che le si avvicinava, si staccò dalla poltrona a cui s'appoggiava e fece un passo verso Virginia, tendendole, con atto che pareva pieno di lassitudine, la mano.
— Questa è un'opera di carità ch'Ella fa, madamigella, venendo qui: disse Maria con voce debole, fiacca, quasi direi senza vita, onde molto si accrebbero la commozione e la pena di Virginia.
— Ho obbedito all'impulso del mio cuore: disse questa prendendo la mano di Maria, e mettendo nella voce tutta la dolcezza dell'anima sua. Sono venuta a rivendicare un diritto che pretendo di avere: il diritto dell'amicizia, e spero che Ella..... che tu non me lo vorrai negare.
Il modo con cui s'era interrotta ed aveva ripreso, con cui aveva pronunziata quella dolce parola tu, era pieno di grazia infinita, di tenerezza ineffabile, attalchè a Maria se ne inumidirono gli occhi.
Virginia si volse e fece un legger cenno alla signora Teresa, la quale, commossa, stringeva le mani e levava lo sguardo al cielo, nella speranza che la venuta di quell'angelo in forma di donna recasse pur finalmente alcun conforto alla sua Maria. La buona madre comprese di botto la mesta preghiera della donzella, e s'affrettò a partirsi chetamente.
Per quella mano ch'essa teneva tuttavia, la contessina trasse a sè la sorella di Francesco, e se ne fece appoggiare al seno il capo doloroso.
— Povera Maria! diss'ella, baciandole con calde labbra la gelida fronte. Vuoi tu considerarmi come una tua sorella?
La disgraziata fanciulla, vinta da quell'affettuosa violenza di tenerezza, gettò le braccia al collo della contessina, e prorompendo in lagrime, pianse per un poco, senza poter dire pure una parola. Virginia la strinse amorosamente fra le sue braccia, le fece quei dolci atti, le susurrò quelle dolci parole, le prodigò quelle dolci carezze che usa una madre ad acquetare i pianti del suo bambino; poi, quando si calmò quello sfogo che fu in sostanza benefico all'animo oppresso della sventurata, ella ricercò sulle labbra di Maria un bacio che fu da tuttedue le parti pieno d'espansione e d'affetto; e così in quell'amplesso fu consecrata, come dire, la loro nuova fraternità.
— Ah madamigella!... cominciò quindi Maria, rasciugandosi gli occhi: ma Virginia, lesta ad interromperla:
— Chiamami Virginia, com'io te chiamo Maria. Mi hai accettata per sorella: trattami come tale, e concedimi i privilegi di sorella..... E il primo sarà quello di sgridarti. Il tuo aspetto mi dice che tu hai mancato di forza d'animo, che tu non hai neppure tentato opporre la menoma resistenza al dolore.
Maria scosse lievemente il capo.
— No, disse: gli ho aperto tutto il mio cuore; ne sentii con fiera voluttà l'invasione. — Ah! vorrei che esso fosse ancora maggiore e mi distruggesse più presto.
— Questa è una colpa! esclamò Virginia con una specie di severità, in cui però non era sminuito l'accento dell'amorevolezza. Sei tu sola nel mondo? Non hai legami di famiglia che ti avvincono? Non hai doveri che ti obbligano?
La sventurata levò le spalle coll'ingenuo egoismo del dolore.
— Non sento più nulla che la mia sciagura; disse francamente; poi, come volendo addurre una scusa, soggiunse: Francesco è oramai guarito e presto non avrà più bisogno di me... E poi egli ha in cuore altro affetto che deve occuparlo, che deve farlo felice più che non possa il mio...
Virginia arrossì leggermente e chinò gli occhi.
— Mio padre è uomo forte e robusto, che sa lottare contro il dolore, come contro il destino, e vincerli...
— E tua madre? domandò con forza la contessina, stringendo le mani di Maria.
— Mia madre ama più suo figlio di me...
— Ah Maria, tu se' ingiusta...
Questo grido di Virginia richiamò in sè la sviata mente della disperata giovane.
— È vero, è vero: esclamò con voce di profondo pentimento e di sdegno contro se medesima. Hai ragione..... Sono diventata trista..... Ma soffro tanto, sai!... Non so più quello che mi dica, nè quello che mi faccia, nè che mi pensi...
Tacque un istante, e poi curvandosi all'orecchio della sua compagna, le soggiunse piano, come il motto che doveva farle capire tutta la sua condotta:
— L'amavo tanto!... L'amo ancora tanto!
E chinò il capo sulla spalla di Virginia, per nascondere il rossore onde subitamente si soffuse il suo volto.
— Tu non devi più amarlo: disse con forza la contessina. Tu non devi a quell'iniquo sacrificare il tuo avvenire, la tua vita, la tua famiglia. Tu quel cotale, com'egli è, non l'hai amato mai. Hai amato un uomo d'onestà e valore; quell'uomo è scomparso; a colui che è rimasto non devi che odio e disprezzo.
Maria levò il capo, guardò bene in viso la nobile amica, e le disse lentamente:
— Tu avresti potuto strapparti dal cuore l'amore e gettarlo via come si fa d'un abito?... Tu non l'ameresti più?
— No, disse Virginia con forza, l'uomo che si rivelasse indegno della mia stima, non avrebbe più il mio amore. Colui che avesse empiamente ingannata la mia fiducia, che avesse mentito l'onore come la passione, io lo abborrirei disprezzandolo.
Gli occhi della donzella, così dicendo, brillavano d'una fiera luce; la bella di lei fisionomia aveva una imponente espressione di forza e di superiorità.
— Gran Dio! esclamò Maria, allontanandosi alquanto da Virginia per contemplarla meglio, e giungendo le mani in atto di meraviglia: nel tuo volto c'è in questo momento una strana rassomiglianza col suo, quando mi beava colle sue calde parole... Oh vedi s'io l'amo!
— Povera! Povera Maria!
— Ma io non lo credo colpevole: proruppe con impeto la sorella di Francesco. Non lo può essere, non deve. Crederesti tu se ti venissero a contare un'infamia dell'uomo che ami?... Io non darei fede neppure all'evidenza. Il nostro amore è un'istinto divino, superiore ad ogni umano argomento; e se un uomo ci inspira amore, è prova evidente che egli è superiore altrui.
Virginia ammirò la sublime fede di quell'amore.
— Ma ora, diss'ella, abbracciandola di nuovo: che vuoi tu fare? Vuoi tu abbandonarti fiaccamente all'azione del tuo dolore? lasciartene travolgere senza opporre la resistenza d'una volontà vincitrice?
Maria ebbe allora negli occhi un maggior lampo di vita.
— Vorrei rivederlo ancora, una volta sola, e morire!
— Cattiva! disse Virginia dandole un bacio sulla fronte.
— Ho pensato al suicidio, sai: continuava la fanciulla con una semplicità d'espressione che era veramente desolante; ma non ci ho avuto coraggio. Nel mondo di là potrei ancora pensare a lui? Non ne sono sicura: ed il tormento di pensarci — di pensarci sempre — mi è caro. Ma c'è una fatta di suicidio per noi donne che mi sorride: un suicidio che togliendoci al mondo ci lascia tutte alla esclusività d'un solo pensiero... Ti ricordi, nel monastero del Sacro Cuore, di suor Clara, sì pallida, sì mesta, sì taciturna? Quando passava col suo passo lento e il suo sguardo di morta, noi sospendevamo i nostri giuochi e non osavamo parlare. Quella era un'anima estinta, e il monastero era la sua tomba. In questi dì quell'immagine, quell'ombra, quello spettro è venuto a farmi cenno ed invitarmi. Là è la soluzione del mio destino.
— Che? Tu vorresti?
— Quella è la morte che sogno e che mi preparo.
Virginia combattè con calore, con vivaci ragioni e con insistente zelo quel proponimento; Maria sembrava ascoltarla con sulle labbra quel suo penoso sorriso, ma in realtà il suo pensiero era altrove. Ad un punto interruppe l'amica e disse con accento di nuova risoluzione:
— Ho esitato finora ad aprirmene alla mia famiglia, ho tremato innanzi all'idea di manifestare tal mia volontà a mia madre. Ora la tua presenza mi darà coraggio. Vieni e sii tu testimone all'annunzio della mia irrevocabile determinazione.
La prese per mano e la trasse vivamente con sè. Virginia, che non ebbe neppur campo a contrastare, si trovò nella stanza di Francesco.
Là era in quel momento tutta la famiglia raccolta. Il sor Giacomo era venuto allor allora, e teneva ancora fra le sue la mano di Francesco, cui aveva interrogato della sua salute. Quell'uomo tanto forte e robusto si vedeva che sotto i colpi così fieri e così repentinamente replicati della sventura aveva vacillato, ma non era caduto disfatto. Le chiome in que' pochi giorni gli si erano incanutite, dimagrata la faccia, fatte più profonde e più numerose le rughe della fronte; smarrita affatto quella vivacità alacre ed allegra che era l'espressione dell'operosità instancabile della sua natura; ma l'occhio pur nella sua mestizia serbava una luce, le labbra serrate avevano una rigidità di linee che ben rivelavano un'anima pronta a lottar tuttavia colla sorte e cogli uomini. Il suo cordoglio, la passione, la pietà per la figliuola e il dolore per la ferita del figlio, pareva ch'egli cercasse distrarre mercè una febbrile attività con cui s'era dato a riparare i danni dell'incendio e del saccheggio, ristaurare la fabbrica e ravviare il corso interrotto dei lavori. In casa, presso la famiglia, veniva di frequente, ma ci stava assai poco; appena se ci compariva, gettava sopra Maria uno sguardo pieno di tenerezza, interrogava il figliuolo, faceva come atto d'incoraggiamento una mesta carezza alla moglie, e via di nuovo. Pareva che rimaner lontano dai suoi non potesse, timoroso ad ogni momento che una nuova sciagura precipitasse su di loro, e starne in compagnia troppo gli fosse doloroso. Delle vicende passate nè anche egli non faceva mai cenno veruno. Era una tacita intesa di tutti quegl'infelici di non parlarne mai. Solo una volta che l'occasione inevitabilmente ne venne, il sor Giacomo, la cui natura era impetuosamente franca, lasciò scorgere tutto l'odio che implacabilmente aveva concepito per quello scellerato ingannatore della loro fiducia, per quel traditore assassino della sua figliuola; ma questa udendo le invettive e le imprecazioni del padre contro l'uomo ch'ella amava pur sempre, s'era levata in piedi pallida ed angosciata, aveva fatto barcollando i pochi passi che la disgiungevano da suo padre, un'ineffabile espressione di preghiera nel volto doloroso, nella mossa delle mani tese, e venutale presso gli aveva dolcemente posta la destra sulle labbra, senza dire una parola, ma con un gemito che significava ed era tale da intenerire più d'ogni discorso. Giacomo da quel momento s'era imposto di vegliare più attentamente su se stesso e di non lasciarsi più sfuggire un detto mai su quell'argomento.
Vedendo entrare, tratta per mano da Maria, la contessina Virginia, Giacomo si volse meravigliato e s'inchinò rispettoso, Francesco arrossì ed ebbe un guizzo di gioia negli occhi, Teresa si levò in piedi, ed accortasi di una certa animazione nella fisionomia e nella mossa di Maria, cosa che non era avvenuta più dopo l'orribile sventura, sperò che Dio l'avesse allora esaudita e la presenza e le parole della nobile donzella avessero potuto recar conforto, dar consolazione ed ispirar coraggio all'afflitta figliuola.
Ma la sua illusione, pur troppo, non potè essere di lunga durata. La fanciulla s'avanzò con passo risoluto fin presso ai genitori ed al letto del fratello, e là, prima che niun altro avesse tempo ad aprir labbro, parlò di questa guisa:
— Padre, madre mia; sono venuta a manifestarvi, in presenze di questa recente ma nobile e generosa amica, la quale fu la sola che nella mia sventura non mi abbia abbandonata, ma ne prese anzi occasione a mostrarmi tutta la bellezza dell'anima sua e la squisitezza del suo affetto: sono venuta a manifestarvi la irrevocabile determinazione che Dio mi ha ispirata, che ho presa, che credo mio dovere seguire nelle dolorose circostanze in cui mi trovo. Se finora non ve ne ho parlato benchè fin dal primo giorno fosse balenata alla mia mente e l'avessi in massima accettata, si è perchè ho voluto prima discuterla meco stessa e farmi tutte le obbiezioni che vi si possono affacciare per vedere se la si poteva efficacemente combattere, e cimentarla coll'amore che ho per voi, col concetto che mi rimane de' miei doveri di figlia a vostro riguardo. Essa ha resistito a tutto; la voce che mi chiama si è fatta anzi sempre più forte; l'impulso che mi spinge diventa più potente ogni giorno. Parlando con Virginia, testè, una forza superiore mi trasse a svelare il mio segreto proponimento; sentii subito allora come, poichè quel mio disegno era uscito una volta dalla chiostra della mia coscienza, diventava mio debito di farne partecipi tosto, voi, padre e madre miei.
Il sor Giacomo la interruppe con un'impazienza che il suo carattere non gli consentiva più di frenare, ma a cui l'affetto levava ogni asprezza.
— Qual è dunque questo tuo proponimento?..... Parla, e pensa che i tuoi genitori, che la tua famiglia ebbe in questi giorni già troppi dolori, perchè tu venga volontariamente ora a recargliene altri.
— Perdonami, padre mio; perdonami anche tu, mamma; ma questo dolore io sono proprio costretta a recarvelo. Non posso più appartenere al mondo, e non voglio; non posso e non voglio esser più di nessuno fuor che di Dio: entrerò in un monastero e mi farò monaca.
La madre non rispose che con un gemito, e lasciandosi cadere seduta si nascose nelle mani la faccia; Giacomo fece un atto di sdegnosa sorpresa e ruppe in parole cui la presenza soltanto della contessina valse a temperare.
— Crudele figliuola! È questo l'amore che hai per noi? questa la corrispondenza e la gratitudine al nostro affetto? Perchè vuoi punirci, noi innocenti, che soffriamo al pari di te? Noi, che se mai ci abbiamo una colpa, è quella di aver troppo facilmente accondisceso ai tuoi desiderii? La voce che chiama, l'impulso segreto, l'ispirazione del cielo le sono storie; tu vuoi ritirarti nella solitudine, fuori d'ogni affetto umano, fuor d'ogni legame di dovere domestico per istare faccia a faccia unicamente e sempre col tuo dolore, affondarti in esso e fartene consumare. È questo un egoismo bello e buono, che Dio non può volere, che Dio riprova di certo....
S'interruppe bruscamente per additare con una eloquenza inesprimibile di gesto la povera Teresa, che, abbandonata sulla seggiola, il volto nascosto, piangeva e singhiozzava; e soggiunse con voce nella cui burbera asprezza si sentiva pure far capolino la emozione delle lagrime:
— Guai, vedi, Maria, guai alla figliuola che fa piangere così sua madre!
Maria fu d'un balzo presso la madre, le prese le mani e glie le trasse giù dal viso, le asciugò coi suoi baci le lagrime che le gocciavano giù dalle guancie.
— Mamma mia, mia cara mamma, disse, il babbo ha ragione: è vero, io sono crudele; è vero, io sono egoista; ma tu mi vuoi tanto bene col tuo amore materno, che mi comprenderai e perdonerai, che capirai com'io non posso vivere altrimenti. Oh! non ti sarebbe maggior dolore vedermi qui estinguermi a poco a poco sotto i tuoi occhi, e perdermi irrimediabilmente?... E ti giuro che avverrà così. In ciò la volontà non può nulla; per quanto desiderio avessi di rimanere con voi, di vivere per voi, la morte sarebbe più potente di me, e verrebbe a togliermi di mezzo alle vostre braccia.
Teresa respinse dolcemente le carezze della figliuola.
— Ah! esclamò ella piangendo, non ho più figlia.
— Non dir così, mamma. Tua figlia pregherà per te, per tutti voi; chi sa ch'ella, partendo, non tragga seco di questa casa la fatalità di sventura che vi piombò sopra!..... No, tu non perderai tua figlia; nel suo cuore tu sarai sempre, com'ella sarà nel tuo. Anche a te sarà di conforto venire nella pace di quelle mura, dov'essa pregherà fuor d'ogni agitazione del mondo, a sentire l'influsso della divina misericordia. E il Cielo anzi ti compenserà del sacrificio che avrai fatto pel mio bene: ti sarà concessa in luogo mio un'altra figliuola che ti amerà, se non alla pari, forse meglio di me.
S'interruppe, esitò un istante, poi con mossa piena di grazia, di franchezza, d'ingenua fiducia, andò presso Virginia e la prese per mano.
— Tu, le disse, hai affermato poc'anzi volermi essere sorella. Siilo in nome di Dio, siilo in nome della pietà! L'esser sorella a me, non è egli essere figliuola a mia madre?
Virginia arrossì leggermente, e il suo sguardo per moto involontario affatto corse a Francesco, il quale arrossì alquanto egli pure; ma di là gli occhi di Virginia si levarono ratto e si volsero alla sora Teresa con un'espressione di somma pietà.
— Vorrei valere a questo còmpito, diss'ella dolcemente; ed accetterei con gioia il mandato.
Teresa prese colla sinistra una mano della contessina; colla destra stringeva quella della sua figliuola; e recatasi quelle due mani al volto le baciò commossa, seguitando a piangere chetamente.
CAPITOLO XXIX.
Venuta in possesso delle sue lettere a Luigi, e distruttele, pareva che la contessa di Staffarda non dovesse conservar più inquietudine veruna, nè avere altre ragioni di timore. Eppure non era così; invano sforzavasi essa medesima di farsi tranquilla e rimuovere ogni sollecitudine in proposito; un'ansietà indefinita le incombeva sull'anima come una minaccia continua di pericolo, e ad ogni momento era in angustia di vedere presentarlesi e più fiero il disastro. Ad ogni volta che la vedesse entrarle in camera la fante, ad ogni lettera o bigliettino che le venisse recato, allo scricchiolar delle scarpe del marito che s'avanzava nella sala o veniva a raggiungerla nella stanza da pranzo, ella rabbrividiva dicendosi: «è qui la catastrofe.»
Il suo presentimento aveva ragione: e fu appunto una letterina che, il giorno dopo quella scena in cui il marito le aveva fatte bruciare le carte, venne a darle il colpo d'una nuova minaccia. Era una lettera violenta della Zoe furibonda.
«Aveva ragione il mio istinto di popolana nel diffidare della vostra perfidia, vipera della nobiltà. Siete una traditrice più infame di tutte le donne infami del mondo; e vostro marito è un miserabile schifoso come una spia. Sì, con tutti i suoi titoli, con tutti i suoi avi, con tutta la superbia del suo sangue azzurro è un miserabile: ed insieme voi due fate una degnissima coppia.
«M'avete vigliaccamente ingannata e credete aver trionfato! Il povero Luigi lo credete irrevocabilmente perduto, e voi siete padrona delle vostre lettere. Avete fatto l'opera di Giuda e vi pensate poter dormire fra due guanciali! Vi sbagliate. Avreste dovuto fare sparire anche me; ma ciò non potrete: so guardarmi, e so difendermi occorrendo. Non ho più i documenti in mano, ma ho la conoscenza di tutto! So appuntino tutto quello che passò fra voi e lui; e parlerò. Sarò creduta, non dubitate; e se non potrò con ciò giovar più a Luigi, sfogherò almeno il mio sdegno e vendicherò lui e me.
«Aspettatevi a sentire quanto prima qualche risultato della mia vendetta.»
Alla lettura di queste parole, Candida fu presa da un assalto di febbre nervosa. L'anima sua troppo in que' giorni percossa, non aveva più vigore di sorta. Lesse e rilesse quel biglietto in una specie di stupidità dolorosa, non sapendo che risolvere, sentendo in tutte le sue fibre scorrere un fuoco che sembrava dissolverle gli elementi della vita. Pensò mostrare al conte quella lettera; e non osò; le venne in capo correre dalla cortigiana, provarle, giurarle ch'ella era innocente della fattale accusa, e se ne trattenne, non perchè la sua dignità a ciò si ribellasse, ma perchè non osò neppure. Stette inerte, tremante, sotto un'angoscia impossibile a dirsi, che durando parecchi giorni l'avrebbe uccisa. Ma parve che il Cielo avesse finalmente pietà di quell'infelice, e che la sua punizione fosse omai sufficiente alla colpa, senza accrescerne ancora la gravezza. Fu un'altra lettera della Leggera che venne a rassicurarla, due giorni di poi.
«Egli mi comanda espressamente di lasciarla in pace. Io ho giurato di obbedire a lui in tutto, e gli obbedisco anche in ciò. Ringrazi le circostanze che m'impedirono finora di cominciare l'effettuazione della mia vendetta; sia riconoscente alla generosità di quell'uomo che le perdona, e viva tranquilla riguardo a me: abbandono la cura della nostra vendetta alla sua coscienza.»
A cagionare questo cambiamento nelle determinazioni della Zoe, ecco che cosa era successo.
Fuggita, come abbiam visto, alle granfie di Barnaba e de' suoi, la Leggera aveva riparato niente meno che al Palazzo Reale, nell'appartamento datovi da Carlo Alberto a quel principotto scapato venutovi sotto colore di educarsi all'arte di regno del re Savoino, e che doveva profittarne così bene da presentar poi al mondo lo spettacolo strano, all'infelice popolazione del suo ducato il brutto regalo d'un Caracalla in sedicesimo nel pieno secolo XIX, finchè non l'avesse mandato ad aggiustare i conti con Dio il coltello vendicatore d'un ignoto assassino.
Libertino, beone, giuocatore, soleva egli sottrarsi alle regole di severa condotta che Carlo Alberto voleva imposte alla sua famiglia (e il principotto era tenuto come della famiglia), al vivere di Corte. La scapataggine, il libertinaggio, la corruttela si complicavano e pigliavano più acre sapore d'un zinzino d'ipocrisia. La mattina in chiesa, a messa, col libro delle orazioni in mano; la sera, fuggito di soppiatto, al lupanare. Aveva taciti complici delle sue fughe notturne il custode d'una porticina e i servi a lui più specialmente addetti. Sgattaiolava fuori delle solenni pareti del Palazzo silenzioso, severo, scuro in mezzo all'oscurità della notte, come un foriere di compagnia riesce a scappolar di caserma, dopo fatta la chiama, e in compagnia di abbietti campioni blasonati, cortigiani del vizio e del grado, corrazzava per la città mostrando la vivacità del suo ingegno in chiassose impertinenze a danno dei pacifici abitanti, de' buoni bottegai, per le quali chiudeva gli occhi la Polizia così permalosa verso i semplici cittadini.
La Zoe che conosceva le abitudini di quell'Altezza così bassa, bene aveva immaginato che quella tal porticina le si sarebbe aperta e che, nota come essa era ai ministri di quel principesco libertinaggio, le si sarebbe concesso il passo verso l'abbominevole santuario di quella grandezza politica e sociale, che era una morale abbiettezza. E così fu. Il Principe non era ancora tornato a casa da una delle sue corse notturne; ma la Zoe, la cui meretricia bellezza si sapeva pagata dal denaro dei contribuenti che passava per le tasche del duchino, ebbe a dire solamente che S. A. R. le aveva detto venisse da lui, perchè il custode di sotto e i servi di sopra la lasciassero penetrare nelle più intime stanze del padrone. Lasciata sola, Zoe si rallegrò della circostanza che le concedeva un po' di tempo per pensare al modo di regolarsi prima di affrontare l'avversario. Era la prima volta che dopo una contesa col suo regio amante, veniva essa a fare il primo passo verso una riconciliazione; e non ignorava che questo, coll'umore e col carattere del Principe, non era buon metodo a tenerlo avvinto. Egli, istintivamente, aveva un concetto abbastanza giusto di sè, da disprezzare chi mostrasse per lui premura ed interesse: per farsene correr dietro, una donna bisognava non se ne curasse, e ne pungesse il capriccio col disdegno. Ma ora le condizioni delle cose erano state tali che non concedevano alla Leggera di seguire sino alla fine, come aveva fatto le altre volte, quella regola di condotta. La lite era stata più viva ed accanita delle precedenti; il rancore principesco era durato più che non avesse fatto mai per l'addietro, e l'urgenza del bisogno in cui era la cortigiana della protezione di lui per sè e pel suo damo l'avevano spinta contro ogni consiglio di prudenza a venire. Bisognava riparare a questa debolezza, coll'arte; e non c'era altro mezzo per lei che di rendersi più bella, più procace, più provocante che mai, per dettar poi la legge al desiderio di S. A. inuzzolito.
La si pose innanzi allo specchio, e preparò agli sguardi del principe un accorto disordine di acconciatura che la faceva irresistibile: mezzo sciolte le chiome che cadevano sulle spalle e sul seno in ciocche voluminose il cui fulvo colore luceva d'uno splendore metallico ai raggi de' candelabri accesi; discinte le vesti con tanta maestria che lasciasse trasparire e pur celasse le bellezze delle forme, e più facesse indovinare, ed acremente acuisse il desiderio di più vedere; uno strano e piacevolmente irritante contrasto fra la fronte severa e corrucciata e lo sguardo vivo come una fiamma e la bocca voluttuosa; un abbandono delle membra pieno di grazia felina e d'impertinente noncuranza. Quando il Duca entrò vide sopra una poltrona presso il camino lo splendore di quella bellezza, la fiamma di quegli sguardi, il candore di quelle carni, il fulvo dorato di quelle chiome, il carminio di quelle labbra, tutto uno sbarbaglio, e stette sovraccolto, come ammirato. Ella fu appena se volse il capo verso di lui, e lo guardò alla sfuggita.
— Buon giorno, principe: disse con fredda leggerezza: son io.
Il principe aveva lo sguardo, l'andatura e le idee d'un uomo mezzo briaco, qual egli era. I fumi del Bordeaux gli bollivano nel cervello insieme coi vapori della libidine; non aveva il pieno dominio della insolenza che gli teneva luogo di volontà; barcollava fisicamente e intellettivamente sotto il peso dell'ebbrezza, oppresso, non sazio dello stravizzo.
— Tu qui: esclamò egli: oh brava! oh la bella sorpresa!
E s'avanzò per abbracciarla; ma essa lo respinse e lo guardò con atto di severa dignità offesa.
— Piano! disse. La stia in là; e le mani a casa... Oh che crede Ella io sia venuta a fare?
Il principe ruppe in una risata.
— Sì, bene, rispose: oh che cosa sei venuta a far qui? A dire il rosario eh?
— La senta; i suoi scherzi saranno bellissimi, ma ora non hanno il dono di farmi sorridere... Ah che cosa son venuta a fare?... E se mentre l'aspettavo mi fosse piaciuto renderle la pariglia di quello che Ella ha fatto a casa mia e fracassar tutto qui dentro?
S. A. si lasciò cascare sopra una poltrona in faccia a quella della Zoe e raddoppiò le sue risa.
— Questa sarebbe stata una bella idea..... Vi ti riconosco, mia bella tigre... addomesticata.
— Ma io, almeno, se mi abbandonassi a questi sciocchi furori in casa d'altri, non mi dimenticherei del proverbio.
— Che proverbio?
— Chi rompe paga.
— Ma, gioia mia, la casa tua non è affatto d'altri per me, ma un pocolino anche mia..... Prima di rompere mi pare che avevo cominciato per pagare... Ma al postutto tu hai ragione. Se non c'è che questa causa di screzio, la è subito levata. Oggi ho tutte le fortune. Ho guadagnato al giuoco, e ricevo una tua visita così inaspettata: sono il beniamino della sorte, e voglio che abbia a rallegrartene anche tu.
Si alzò, venne presso alla cortigiana, e vuotando le sue tasche, fece cascare una piova di napoleoni sul seno, in grembo della cortigiana; nuovo Giove che si stemperava in oro per quella Danae di Pafo. A tutta prima gli occhi della Zoe brillarono di quella brutta gioia che è l'espressione d'una bassa cupidigia soddisfatta; ma poi tosto smorzò quel guizzo, e si levò fremente in una falsa indignazione che la rendeva bellissima a vedersi. Prese una manata di quei dischi d'oro e la gettò ai piedi del principe sbalordito; scosse da' suoi panni, come si fa del sudiciume della polvere, le monete che suonarono cadendo e sparpagliandosi sul tappeto, ed esclamò con una superba fierezza la cui simulazione le avrebbe invidiata la migliore delle commedianti:
— Si tenga il suo denaro, signor duca: che crede Ella io faccia una quistione d'interesse? Come la mi conosce poco! È quistione di dignità, dei più nobili sentimenti dell'animo mio.... Son venuta a darle un addio, e per sempre. Vo' partire da questa città, forse dall'Italia, e non tornarci mai più.
Agli occhi imbambolati del Principe mezzo brillo quella donna apparve ora in quell'atto più bella che non le fosse apparsa mai; la desiderò con più potenza che non avesse fatto; gli sembrò che il perderla, che il non vederla più sarebbe stata per lui una vera sventura. Cominciò per voler provare coi ragionamenti alla Zoe, che non doveva far così: i suoi argomenti vacillavano nella logica, come avrebbero vacillato le principesche gambe nel passo, se S. A. avesse voluto camminare; la cortigiana li mandava le gambe in aria coll'urto dei più matti paradossi e delle più impossibili affermazioni che al Duca parevano verità incontrastate; finì egli per umiliarsi, pregare e domandare l'elemosina del perdono. Era a questo punto ch'essa lo voleva trarre. Parve voler cedere; e quando lo vide tutto invaso dal suo influsso, ella si sciolse violentemente dalle braccia di lui, lo rigettò con vigore e gli disse sulla faccia con freddezza brutale:
— Sapete che io ho determinato di non appartenervi mai più, se voi non mi giurate di salvare Luigi Quercia?
Il colpo fu duro al principe colpito nel massimo calore della sua foga da quest'acqua ghiacciata in viso. S'inalberò, volle ribellarsi; ma la domatrice della fiera teneva nella sua mano nervosa attorcigliata la giubba di quell'animale, lo aveva avvinto pei bassi vincoli della sensualità.
— Quell'uomo!.... Ma che cosa t'importa di lui?... che cosa è quell'uomo per te?
— Ebbene! esclamò con impudente franchezza la cortigiana: e s'io l'amassi?
La faccia del Duchino si contrasse come il muso d'una jena che sta per mordere.
— No, non l'amo niente affatto: s'affrettò a soggiungere la Zoe. Tutto il mio amore è per te, mio principe, mio padrone, mio tutto; ma ho di molti debiti a quell'uomo; gli è lui che mi ha fatta quella che sono: fra noi corrono strane e misteriose attinenze che non ti posso spiegare ma che sono indissolubili; è una fraternità delle anime e della sorte; e sarei un'infame se la tradissi. Chiedimi qualunque cosa, ma non di abbandonare nel pericolo quell'uomo. Tu puoi salvarlo: salvalo ed io sarò per te più umile, più devota d'un cane. Lui non lo vedrò più nemmeno; lo farai partire per lontani paesi, per dove ti piacerà meglio; io starò sempre teco finchè mi vorrai; che m'importerà ancora di quell'uomo, quando abbia compito verso di esso il mio dovere?... Io ti amerò tanto, sai, che ti compenserò a dovizia di quanto avrai fatto...
Ne disse mille di parole, di promesse, di sollecitazioni, di preghiere ardenti, accompagnate da mosse che suscitavano le più vive fiamme del desiderio, con voce che vibrava, palpitava, accarezzava, con isguardi che avrebbero turbato uno stoico.
— Ebbene, sia: disse il principe più inebriato che mai, sedotto, allucinato, raggirato: lo salveremo e lo manderemo in Australia.
Zoe prese il Duca alle braccia, glie le strinse da lasciarci impresse le sue piccole dita, e guardandolo bene in faccia soggiunse:
— Davvero? Oh non è una parola inconsiderata, leggermente concessa, che mi basti. Tu codesto me lo hai da giurare, e lo farai per l'anima tua.
— Ma sì.
— Giuralo.
— Lo giuro.
— E se tu ci mancherai, guai a te... saprò punirtene e vendicarmi.
— Diamine! quando prometto una cosa, quando la giuro, è come se fosse già fatta... Or via, smetti quell'aria da eroina, e torna meco la Zoe di un tempo.
Le passò un braccio intorno alla persona, ed ella si abbandonò su di lui... Il predestinato principe non sapeva che in quel punto con tal giuramento ch'egli non aveva menomamente l'intenzione di mantenere, aveva mosso il primo passo verso la tragica sua morte.
La Zoe non uscì del quartiere del principe che assai tardi nella giornata di poi: venuta a casa sua, fatta sicura d'ogni molestia per la protezione del Duca, dovette prima di tutto pensare all'opera importante di restaurare le sue forze, accudire alle sue bellezze e rendere il culto della toilette alla sua persona. Bene cercò sapere di Maddalena, la cui sorte assai la preoccupava, e la quale troppo aveva ragion di temere caduta in mano della giustizia essa pure: ma nessuno de' suoi ne la seppe informare di nulla al riguardo. Quando appena lo potè, ed era oramai la sera, corse all'appartamentino di Bancone dove aveva fatta ricoverare la giovane, e trovò tutto chiuso, scuro e taciturno, come là dove regna la solitudine. I casigliani ella non voleva interrogarli, e riteneva inoltre che non avrebbero saputo dirle cosa nessuna, perchè su quel pianerottolo non c'era altro uscio e di sopra non ci stava che povera gente, la quale stava fuor di casa tutto il giorno al lavoro, e di notte dormiva della grossa. La Leggera non rimase molto tempo in forse, ma si affrettò verso il palazzo di Bancone, ed introdottasi nel salottino dove il ricco banchiere riceveva chi veniva a parlargli di affari, gli mandò una sua polizza di visita con due parole scritte a matita che dicevano venisse subito, avere urgente bisogno di parlargli.
E Bancone, interrompendo il suo lauto pranzo ch'egli gustava da vero Epulone qual era, venne sollecito, ma di cattivo umore e impazientemente collerico. Non lasciò parlare la donna, e incominciò egli senz'altro con una sfuriata:
— Brava! Belle cose che mi fai! Bei servigi che mi rendi!... Ed anche questo di venirmi ora qui in casa è proprio un bel piacere che mi vuoi dare... Ma saccorotto! non te l'ho detto le centinaia di volte che non voglio mi veniate qui a trovare, tu e le pari tue?... Sono ben buono io a non farvi mandar via e serrar l'uscio in faccia..... Ti preme parlarmi?... Hai di nuovo qualche favore da chiedermi, qualche buon soggetto da raccomandarmi come quella tua Maddalena?.... Un bell'acquisto, affè di Dio, che mi hai fatto fare!... Io che mi piace vivere tranquillo e che nessuno ficchi il becco nei miei negozi!... Sai che cosa è capitato a quella tua sviata tortorella?.... E' me l'han presa su i birri e tratta in prigione. Ed io aveva messo in mia casa una simile eroina!... Ho avuto un bel spavento oggi quando sono entrato colà.... Tutto era sottosopra; i mobili aperti, i cassetti tirati. «Buono! pensai, quella tortorella mi ha fatto un repulisti ed alzato i tacchi; te lo meriti, animale.» Corsi alla Polizia senz'altro; ed appresi che quella giovane era niente meno che un'addetta alla famosa cocca, la quale mi ha già vuotato, è poco tempo, la cassaforte, e che tutto quel disordine e quel rifrugamento in casa mia l'aveva fatto l'Autorità per cercare non so che prove, non so che documenti, di cui la birbona era in possesso. Cospetto! Compromettermi colla Polizia, me! Questa è troppo e non me la sarei mai aspettata.
Zoe aveva udito questo diluvio di parole colle braccia incrociate, e pensatevi se con interesse. Ora la sapeva tutto quello che voleva apprendere, e non le restava più nulla da fare in quel luogo: girò sui suoi talloni e s'avviò per partirsi, senza manco aver aperto bocca.
— Ebbene? gridò Bancone meravigliato. Te ne vai di questa guisa? Gli è tutto ciò che avevi tanta urgenza di dirmi?
— Voi avete risposto a tutte le domande che volevo farvi; non ho più nulla da chiedervi. Buona sera.
— Fermati, ascolta, spiegami almeno...
La Leggera non volle fermarsi, nè ascoltare, nè spiegar nulla; partì con una rapidità che legittimava il suo nomignolo, e Bancone di peggior umore di prima, senza capirne niente, tornò a finire il suo pranzo.
Per la Zoe fu evidente che presso la Maddalena erano state trovate e prese le lettere della contessa; credette un tradimento di questa e del marito; ne provò tanto furore che in quei primi momenti pensò ogni più orribil cosa per vendicarsene, e sarebbe stata capace di qualunque eccesso; ma poi la solenne promessa ottenuta dal principe, mercè la quale ella nutriva certezza che Luigi sarebbe salvo ad ogni modo, valse a calmarla. Avvisò che non doveva scegliere tal vendetta del conte e della contessa, che compromettendola, facendola forse incarcerare eziandio o cacciare dal regno, la ponesse in condizione da non poter più vegliare all'esecuzione del giuramento principesco, da non poter più giovare al prigioniero; tutta notte lavorò colla fantasia per trovare un mezzo che soddisfacesse a tutte le esigenze e scelse finalmente quello che abbiam veduto minacciato dal suo oltraggioso biglietto alla contessa.
Ella non pose immediatamente in atto il suo perfido disegno, perchè voleva preparare i suoi colpi di modo che fossero i più efficaci, e due giorni passò meditando e combinando un piano infernale contro di Candida; e quando lo aveva tutto perfettamente immaginato e stava per cominciarne l'attuazione, le venne l'ordine espresso ed energico di lasciar in pace la contessa, in un biglietto di Gian-Luigi.
Quel giorno il marchese di Baldissero e Don Venanzio si erano presentati alle carceri con un ordine in buona forma dell'autorità competente, perchè il detenuto Gian-Luigi Quercia fosse posto in comunicazione con S. E. il marchese e colla persona che lo accompagnava e lasciato solo con essi per quanto tempo l'Eccellenza medesima avesse voluto. Il nuovo capoguardiano, succeduto a quello stato destituito e imprigionato, esaminò ben bene quell'ordine, s'inchinò profondamente innanzi al vecchio che aveva titolo e grado di ministro di Stato; ma invece di ubbidire prontamente, disse con una umiltà che intercedeva perdono per l'indugio:
— Scusi, Eccellenza..... l'ordine è in piena regola,... io vorrei affrettarmi a servirla... Ma ci è il Sott'Ispettore che ha sotto la sua speciale osservanza quel prigioniero; ed abbiamo ordine di dipendere in tutto e per tutto da lui rispetto a quell'individuo.....
— Fate quel che dovete fare: disse tranquillamente il marchese: e il capoguardiano sparì portando seco la carta.
Due minuti dopo entrò con passo sollecito Barnaba, il quale esaminava, camminando, con occhio attentissimo quel foglio che a lui aveva rimesso il capoguardiano. Giunto a due passi di distanza dal marchese, levò lo sguardo e lo diresse sul volto del vecchio gentiluomo che stava attendendo con calma, seria e quasi mesta dignità; lo riconobbe di botto e fece un riverente saluto.
— Mille perdoni, Eccellenza: diss'egli. L'importanza del prigioniero, l'audacia de' suoi fautori che tutto son capaci di tentare per liberarlo, ci obbligano alle maggiori precauzioni.....
Il marchese l'interruppe con un gesto che significava: «Va benissimo, e siete compiutamente assoluto: ma ora non fatemi indugiare altrimenti.»
Barnaba, che lo comprese, si rivolse al capoguardiano:
— Introducete questi signori nel parlatorio e sia condotto presso di loro il prigioniero. Li lascierete soli; ma due secondini staranno a ciascuna delle porte.
Il capoguardiano precedette i visitatori in una stanzaccia vicina, e ve li lasciò per andar a prendere il medichino. Le pareti di quella stanza erano nude, imbiancate a calce; delle due finestre che si aprivano verso il cortile, una era murata e l'altra munita d'una grossa inferriata piena di ragnateli, lasciava passare poca luce pel riparo della tramoggia che la difendeva esteriormente; questo poco di luce era ancora impedito nel suo filtrar nella camera dal denso strato di polvere e di indefinibile sudiciume che s'era disteso sui piccoli vetri impiombati. Colà dentro, per effetto di ciò, pareva regnar sempre un crepuscolo grigiastro, di giornata invernale nuvolosa. Per mobili eranvi solamente una tavola di legno non verniciato, una panca, quattro seggiole impagliate; non vi era fuoco e il freddo faceva densamente vaporoso il fiato delle persone. Il marchese e il parroco ebbero ad aspettare pochissimo tempo che udirono un rumore di chiavi che aprivano dei chiavistelli che si tiravano, poi una cadenza di passi numerosi e pesanti che si accostavano giù d'un corridoio, e quindi videro aprirsi un uscio e circondato da quattro ceffi di secondini, presentarsi il fiero viso di Gian-Luigi Quercia.
Una mano spinse alle spalle il prigioniero, e poichè fu entrato, la porta pesante gli si chiuse dietro. I tre personaggi che rimasero così in presenza si guardarono in faccia.
Quando il capoguardiano aveva aperto la porta della segreta in cui stava rinchiuso il medichino, questi era dritto a metà del piccolo stanzino, forse passeggiandovi su e giù come soleva quasi sempre e per iscaldarsi alquanto e per occupare e divertire con quel moto l'attività febbrile della sua mente. All'udire aprir la sua prigione in un'ora affatto insolita, in cui non si usava fare interrogatorii, nè era tempo da recargli cibo, Gian-Luigi guardò tutto meravigliato verso il capoguardiano dietro il quale vide la scorta di quattro uomini.
— Che cosa c'è? domandò egli con un accento di lievissima curiosità.
— Siete domandato in parlatorio.
— Dal giudice istruttore?
— No.
— Da chi dunque!
— Da un signore e da un prete.
Quercia fece un sogghigno.
— Oh oh! Mi si manda già il prete.... E che cosa mi vogliono?
Il capoguardiano si strinse nelle spalle.
— Sentite, continuò il medichino: se gli è qualche altro tentativo per farmi parlare, è tutto inutile. Io amo che oramai mi si lasci tranquillo, e non più veder nessuno. Sarebb'egli possibile risparmiarmi la noia di questo colloquio?
— No: è ordine preciso di mettervi in comunicazione con quei signori.
Gian-Luigi represse un sospiro, si passò le mani sulla faccia, quasi volesse con quell'atto fermarsi la maschera d'indifferenza superba che imponeva alle sue sembianze e disse:
— Allora andiamo pure.
E tenne dietro al guardiano accompagnato dai quattro secondini, che tosto gli si misero alle coste.
Al primo presentarsi, Gian-Luigi apparve a Don Venanzio un po' più pallido del solito e dimagrato, ma sempre colla medesima aria d'imponenza, di superiorità e di sicurezza. Il marchese, che non ricordava aver visto mai il sedicente dottor Quercia, fissò non senza una certa emozione il suo sguardo sul giovane che, mossi pochi passi, s'era fermato dinanzi a loro, e fu colpito dalla nobile figura di lui, dalla fiera espressione de' suoi tratti, più di tutto da una abbastanza spiccata rassomiglianza colla defunta sua sorella, prova questa non meno delle altre efficace, della discendenza di quel reo, della consanguinità che a lui, marchese, consigliere della Corona, ministro di Stato, confidente del Re, avvinceva quel miserabile.
Gian-Luigi riconobbe di botto il vecchio sacerdote e l'autorevole gentiluomo ch'egli aveva visto più volte e in sociali convegni e nel corteo del Re; e fosse la vergogna di comparire innanzi a que' due in tale stato e condizione, fosse una subita emozione di sorpresa, un lieve rossore gli soffuse le guancie mentre i suoi occhi si chinavano a terra. Ma fu un istante e nulla più. Le pupille si rialzarono di nuovo con tutta l'usata sicurezza, il volto riprese l'impassibilità abituale coperta dalla vernice della cortesia; ed egli si avanzò verso i due visitatori, col garbo e coll'eleganza di un gentiluomo che riceve personaggi degni del maggior rispetto nel suo salotto.
— Loro signori, diss'egli, a visitare il povero carcerato!... Non mi stupisce di Lei, Don Venanzio; questa è opera di carità, ed Ella è stata posta al mondo per dar l'esempio di tutte le carità: e poi Ella mi conosce e mi fa il generoso regalo di volermi bene. La sua venuta mi prova che questo suo affetto la non me l'ha ritolto, ora ch'io son caduto nella disgrazia; e le accerto che non m'aspettavo punto che fosse altrimenti; ma qual ragione mai può valermi l'onore d'una visita di S. E.?
E' parlava con tanta libertà di spirito ed agiatezza di maniere che il marchese, il quale si sentiva impacciato a dispetto dell'autorità del suo grado, del suo frequente trattare coi più alti personaggi, non potè a meno di pensare quella essere una prova o del soverchio indurimento nel male di quel giovane, o della sua innocenza: osò sperare un istante quest'ultima, e i suoi occhi espressero un desiderio, un'emozione cui notò Gian-Luigi e, non comprendendone il perchè, si affaticò colla mente ad interpretare. Ma per quanto pensasse, non una supposizione glie ne veniva che gli sembrasse avere il senso comune, e tanto si struggeva della curiosità che riusciva a mala pena a frenarla.
Nessuno dei due vecchi aveva ancora risposto, impediti e l'uno e l'altro da diverso turbamento. Quercia, come se fosse nel suo quartiere a far gli onori del sontuoso salotto, accennò con gesto pieno di grazia le seggiole e disse, argutamente sorridendo:
— Facciano il favore d'accomodarsi. Mi rincresce che non ci ho poltrone da offrir loro nè un allegro foco nel camino, che sarebbe troppo necessario in quest'atmosfera da ghiacciaia; ma il generoso padron di casa, che ora mi alberga, non mi concede altre sontuosità da queste.
Siffatta scherzosità dispiacque al marchese: la non gli parve più la sicurezza dell'innocente, ma l'impudenza dell'uomo compiutamente pervertito; la sua nobile fisionomia espresse il disgusto, e la sua fronte si rannuvolò. Gian-Luigi era troppo furbo e pratico osservatore, per non accorgersene subito: smise il suo sogghigno: stese sui suoi lineamenti un velo di mestizia e di dignitoso riserbo, e si volse verso Don Venanzio. Intanto pensava, sempre più intricata in impossibili supposizioni la mente, qual cosa mai menasse da lui quello de' primi fra i potenti personaggi dello Stato.
Don Venanzio aveva gli occhi pieni di lagrime, il petto di sospiri, e guardando il suo antico discepolo, aveva una tale aria di rammarico, di dolore e di tenerezza insieme, che commoveva a vederlo. Dapprima aveva sembrato esitare se dovesse o no stringere ancora quella mano che veniva accusata di opere sì ree; ma la generosa mitezza della sua anima cristiana non lo aveva lasciato lungamente in forse: prese la destra di Gian-Luigi, la serrò con significativa pressione e disse, commossa la voce:
— Crudele figliuolo!... È così, in queste condizioni, in questo luogo ch'io doveva vederti un giorno!.... Te nato per le grandi cose!.... Ah! se tu avessi ascoltato le istruzioni e i consigli del povero vecchio prete!
Quercia lo interruppe con accento in cui l'impazienza era pur vestita di una certa deferente amorevolezza.
— Ella ha tutte le ragioni del mondo, mio caro Don Venanzio; ma pur tuttavia le sue osservazioni entrano nell'ordine di quella scienza del poi, che fu sempre inutile a tutto ed a tutti. Ella sa la massima principale della mia filosofia pratica della vita: quando una cosa è irrimediabile, da folle il disperarsene, e bisogna portarne allegramente la risponsabilità.
— Ma, sventurato! esclamò il buon prete tremando; tu dunque ammetti essere reo de' falli onde ti si accusa?
— Nè ammetto nè nego... Qui non sono a confessione: soggiunse con quel suo mefistofelico sogghigno: d'altronde Ella sa che io e la confessione non ce la diciamo troppo... Sono in mano della giustizia umana, a lei l'adoperarsi coi mezzi che le spettano a scoprire la verità; io lascio fare: e mi darò la soddisfazione di ridere o di maledirla se la sbaglia... Ma questi non sono i discorsi che debbono interessare S. E. il marchese di Baldissero, perchè non credo un sì autorevole personaggio siasi di tanto scomodato per venire a darmi il gusto di una conversazione da avvocato fiscale con un povero inquisito.
Le impressioni che provava il marchese erano molteplici e contrarie: ora badando solo alla voce di chi parlava, alle aggraziate movenze di quel giovane leggiadro, alle fattezze del viso, a certe arie, al complesso esteriore di quell'avvenente persona, egli si sentiva grado grado intenerire dalla dolcezza d'una cara memoria lontana, gli pareva scorgere in quelle le arie, le mosse, le intonazioni di voce di sua sorella, si lasciava vincere da un interessamento che era come la forza della consanguinità che lo spingesse; ora ponendo mente al significato delle parole cui pronunciava quella voce tanto simpatica, provava una ripugnanza contro lo spirito che le dettava, ed una specie di riazione, cancellando ogni ombra di tenerezza, gli rendeva poco meno che odioso quel disgraziato nel quale non vedeva più che un diabolico cinismo.
Alle ultime parole di Gian-Luigi, il marchese lo saettò d'uno sguardo di rampogna, e sedendo, aprì per la prima volta la bocca, parlando con una severa freddezza:
— La verità è quella precisamente che voi non credete. Per ragioni che saprete fra poco, m'importa di molto conoscere se voi siete e potete provarvi innocente. Don Venanzio fa tuttavia tanta stima di voi che afferma, se colpevole, avrete la franchezza di dirlo a chi lealmente v'interrogasse... e non nell'interesse dell'umana giustizia.
— In qual interesse adunque? domandò il medichino sedendo ancor egli, sempre colla medesima elegante agiatezza.
— Nel vostro: rispose asciutto il marchese.
— Ed anche nel suo, Eccellenza: soggiunse ratto Gian-Luigi: se io so bene argomentare, poichè la mi ha detto or ora che certe ragioni le rendono importante la conoscenza di questa verità.
Il marchese annuì col capo.
— Sì, anche nel mio.
Gian-Luigi fece un grazioso inchino verso il parroco.
— Ringrazio Don Venanzio della buona opinione che conserva di me. Io son pronto a dargli ragione; perchè Dio mi guardi dal vedere in codesto un tranello teso alla mia buona fede!...
Baldissero fece un atto d'indignata protesta.
— Le giuro che una cosa simile non la crederei mai: continuò il medichino; ma per aprire la mia coscienza così di piano a lor signori, a Lei specialmente signor marchese, col quale non vi fu sinora la menoma attinenza che possa condurre ad un simile risultamento, bramerei conoscere quelle ragioni che rendono questo fatto così interessante per V. E.
Il marchese parve esitare.
— Non si tratterebbe che di anticiparmene la comunicazione: soggiunse vivamente Gian-Luigi; poichè Ella stessa mi disse che le avrei sapute fra poco.
Baldissero si raccolse un momento; poi fece un gesto colla mano che significava avrebbe accondisceso al desiderio del giovane. Questi con moto vivace di curiosità, trasse innanzi la sua seggiola e, i gomiti appoggiati alle ginocchia, si curvò verso il marchese ad ascoltare.
Dopo un istante, lo zio di Virginia, disse lentamente con voce sommessa e quasi stentata:
— Voi non avete famiglia?
— No: rispose Gian-Luigi riscuotendosi tutto e impallidendo per una subita, violenta emozione che lo assalse.
— Foste abbandonato nell'ospizio...
— Lo fui!...
— Ed avevate per segno di riconoscimento...
— Una lettera stracciata per metà.
Il marchese trasse di tasca un portafogli, lo aprì, ne levò due pezzi di carta sgualcita ed ingiallita dal tempo, e li tese verso il giovane.
— Ecco la lettera intiera.
Quercia sorse in piedi di scatto. La mano del marchese nel porgere la lettera tremava; la mano di Gian-Luigi nel prenderla tremava del pari. Afferrò quei due squarci, li scorse, li esaminò, ne lesse lo scritto. Quei caratteri gli danzavano innanzi agli occhi; la vista gli si abbuiava; una folata di supposizioni faceva ressa nel suo cervello; che si trattasse della sua origine in quel misterioso colloquio glie n'era già, fra i mille altri impossibili, balenato il pensiero. Ora non esisteva più dubbio: aveva quella lettera in mano; la sua famiglia era trovata. Si recò alla fronte i pugni chiusi e premendoveli come per contenere il cervello che era in bollore:
— Chi son io?... Chi son io dunque? esclamò; poi gettò uno sguardo inesprimibile sulla fisionomia mesta e severa del vecchio gentiluomo, tese verso di lui le mani che stringevano ancora e convulsamente quei pezzi di lettera, fece un passo a quella volta con mossa d'ineffabile trasporto e gridò, proprio dal fondo dell'anima:
— Ah! siete voi mio padre!
Il marchese si trasse vivamente all'indietro sulla sua seggiola, come se avesse ricevuto un urto nella fronte e mandò un'esclamazione soffocata. Sostenne un momento col suo lo sguardo vivo, fiammante del giovane che palpitava innanzi a lui, poscia chinò gli occhi con un'espressione che avrebbe potuto dirsi ripugnanza e si coprì colle mani il volto, come se assalito da un accesso di vergogna.
— No, non son io vostro padre: susurrò con voce appena intelligibile. Don Venanzio, mi faccia grazia, racconti Lei a questo infelice tutta la verità.
Il medichino fece un cenno al parroco, perchè indugiasse alquanto a cominciar la sua narrazione. Giunto al momento tanto desiderato di apprendere la verità, sentiva, per così dire, tremar l'anima ed aveva bisogno di prepararsi per accogliere con calma il vero qualunque egli si fosse. Si premette colla destra la fronte, coprendosi gli occhi; poi incrociò le braccia e si recò lentamente alla finestra, dove rivolse lo sguardo in su e stette contemplando pochi minuti secondi quella esigua luce grigiastra che pioveva dalla tramoggia; finalmente venne presso il sacerdote; sedette in faccia a lui, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, affondò il volto nelle palme delle mani e disse:
— Parli pure, Don Venanzio.
Ascoltò immobile in quella postura tutto il racconto del parroco. Non un atto manifestò in lui le impressioni ch'e' dovette provarne; il viso, sempre nascosto, non lasciava scorgere nulla di quanto sentisse l'anima sua. Quando il vecchio prete ebbe finito, tutti si tacquero per un poco; solamente si sentiva il rumore di due respirazioni affannate: quella del marchese e quella di Gian-Luigi.
Fu quest'ultimo che ruppe finalmente il silenzio. Levò dalle mani la faccia che era pallida, pallida, ma con nessun'altra traccia d'emozione, e volse il capo verso il marchese, però senza levare gli occhi su di lui.
— Or bene: disse sommesso e quasi penosamente: or bene, quali intenzioni ha Ella a mio riguardo?
Baldissero non rispose subito; rifletteva profondamente e con visibile amarezza; con voce bassa e stentata egli pure, disse poi:
— Ora capite voi perchè m'importi sapere se voi siete innocente?
Quercia mandò un'esclamazione; volle parlare, ma di subito se ne trattenne; alla pallidezza successe sulle sue guancie un cupo rossore, l'immobilità tenuta fin allora diede luogo per riazione ad un'agitazione irrefrenabile; egli sorse e si mise ad andar su e giù con passo concitato, lasciandosi sfuggir dalle labbra interiezioni, rotti accenti e gridi a mala pena soffocati. La punizione crudelissima a' suoi delitti, di cui aveva fatto cenno Don Venanzio, era piombata in tutta la sua gravezza sull'anima ambiziosa di Gian-Luigi: quel grado a cui egli aspirava, quell'altezza a cui aveva voluto giungere erano suo diritto, li avrebbe potuto arrivare naturalmente ed onestamente; ed egli col suo fatto ora se li era resi impossibili... Impossibili? No, egli non voleva ammettere questa orrenda verità; egli non poteva rassegnarsi a questa troppo fiera condanna. Come! Gli Orti Esperidi della ricchezza e della potenza verrebbero ad aprirglisi ed egli sarebbe impotente ad entrarvi? Avere dinanzi le onorificenze, la grandezza e la gloria, e precipitare nell'ignominia!..... Doveva esserci un mezzo di salvarlo. La famiglia a cui egli apparteneva rappresentava la potenza sociale: e questa poteva creare a sua convenienza il giusto e l'ingiusto: la sua vita anteriore doveva cancellarsi, non esister più, non aver mai esistito. S'era trascinato miserabil bruco nel letame sociale: ora aveva da svegliarsi farfalla al sole della prosperità. Chi alla splendida bellezza della farfalla domanda conto della sua vile esistenza anteriore di verme? A questa sua riabilitazione l'autorità monarchica, la società, la natura medesima parevagli dovessero concorrere. Egli si sentiva rinnovato, risorto per una meravigliosa palingenesi in un essere degno della sua ventura: perchè gli altri non lo avrebbero voluto accettare come tale? Il miserabile trovatello, senza legami nel mondo, poteva essere condannato e giustiziato come un assassino, ma il nipote d'un ministro di Stato, d'un discendente degli eroi delle crociate, d'un consigliere, quasi d'un amico del Re, non doveva aver nulla di comune con quella sorte ignominiosa: sognava la trasmutazione dell'Ernani di Vittor Hugo, ieri bandito, oggi grande di Spagna.
Si fermò innanzi al marchese e ripetè con voce balzellante per èmpito d'emozione la sua prima richiesta:
— Or bene, quali sono ora le sue intenzioni a mio riguardo?... Io sono sangue suo; io sono sangue d'una delle più nobili prosapie del regno... Lo sento bene in me!... L'ho sempre pensato; l'ho sempre saputo! Vedrà zio mio che in me non è tralignata quella pianta.
(All'udirsi chiamare con quel titolo di parentela da tali labbra, il marchese di Baldissero diede in una leggera scossa).
— Il passato che importa? Continuava il giovane. Non esiste più, non ha mai esistito. Quella è la notte, ed ora mi si leva innanzi il giorno. Tutto sarà sepolto nel buio: io sorgerò raggiante nella mia nuova carriera di grandezza.... Signor marchese, glie lo giuro sulla sacra febbre della mia ambizione: io mi sento la potenza di soggiogare il mondo.
Don Venanzio gemette innanzi a quell'audace svelarsi d'un feroce egoismo: il marchese mandò un sospiro.
— Ma voi, disse quest'ultimo con solenne mestizia, non avete ancora risposto a quello che vi ho domandato. Siete voi innocente?
Il medichino si trasse indietro d'un passo e si percosse coi pugni chiusi la fronte.
— Innocente! Innocente! esclamò. Ma le dico che ciò non monta.... Mi tragga di qua.... Gian-Luigi Quercia sarà morto: fra pochi anni sarà perfettamente obliato, fuorchè, come una leggenda, nella memoria dei miserabili... Maurilio di Valpetrosa, poichè quello è il mio vero nome, comparirà essere novello sulla scena più elevata del mondo.... Non sono che al principio della mia giovinezza.... Posso bene sottrarmi per un lustro, a prepararmi, oscura crisalide, alla mia grandezza avvenire... Mi mandi in Francia: andrò soldato in Algeria; mi sacrerò cavaliere al fuoco delle battaglie: sento nelle mie vene il sangue dei prodi nostri avi, signor marchese: cimenterò il mio nuovo nome al battesimo del valore; tornerò coll'illustrazione della gloria, glie lo prometto.
Baldissero levò il suo viso improntato di severità e disse con accento solenne:
— Ma se voi siete colpevole, ciò tutto non toglierà che alla nostra famiglia abbia appartenuto un.....
Non disse la parola, ma Luigi la lesse nell'espressione inorridita dello sguardo, nella piegatura dolorosa delle labbra. Il medichino non osò più sostenere l'incontro degli occhi del marchese.
Questi, dopo un poco, ripigliava con crescente imponenza e gravità:
— E la giustizia, a cui dovete pagare il fio? Perchè credete voi potervi ad essa sottrarre?
— La giustizia è il ragnatelo. Debole moscerino vi sarò impigliato; mi si aiuti a valermi delle mie ali di falco e vi passerò trammezzo.....
Il marchese scosse gravemente la testa.
— Al Re medesimo dissi non è guari che nessuna considerazione avrebbe dovuto sottrarvi alla azione delle leggi: e quello che dissi allora penso anche adesso.
Gian-Luigi scoppiò in queste orribili parole:
— Ella dunque lascierà suo nipote, il figliuolo di sua sorella salire il patibolo?...
A questa cruda confessione di colpevolezza, Baldissero impallidì ancora di più, ma stette come il Farinata di Dante nell'inferno; Don Venanzio mandò un gemito e levò le mani congiunte al cielo.
— Sì, continuava con impeto Gian-Luigi, cui la emozione di quel gravissimo momento aveva tolto il possesso ch'egli soleva avere della sua volontà e della sua anima; sì, sono un miserabile, perchè ho impegnato la lotta contro la vostra società che mi aveva scacciato dal suo seno e me ne lasciai vincere. Ma di chi la colpa? Perchè m'avete respinto? M'avete cacciato nel fango e mi condannate perchè ne vengo fuori imbrattato!.... Fin dalla nascita io ho recato meco le aspirazioni verso quel mondo a cui dovevo appartenere, e che mi fu barbaramente precluso. Sentivo che era mio diritto il penetrarvi, e quando mi vi affacciai conobbi che ogni sforzo sarebbe stato inutile al trovatello per farvisi luogo, e che soli mezzi gli rimanevano da ciò l'inganno e il delitto.... Credete voi ch'io mi vi sia deciso senza strazianti dolori e senza lotte? Quando un bel giorno io mi trovai colle passioni, coi vizi, colle vanità eccitati, irritati, non soddisfatti, senza più un centesimo, in faccia ad una società che schernisce il povero ed il debole; anche a me per prima si affacciò l'idea volgare del suicidio. La somma lasciatami dal medico del villaggio aveva bastato appena a farmi delibare la coppa de' piaceri mondani: la sete se n'era accresciuta e non avevo più mezzi da accostarvi le labbra desiose. Il lavoro era mezzo troppo lento e di troppo miseri effetti. Mi cacciai, come in una voragine, in una casa di giuoco. Perdevo: l'oro esercitava su di me il suo fascino infame ed irresistibile; e vedevo passarmi dinanzi le orde sonore delle monete e sfuggirmi. Avrei dato l'anima al demonio: un arrolatore dell'esercito del male, uno dei capi della segreta congrega dei ribelli sociali mi lesse nel cuore, mi trasse in disparte, mi tastò l'animo indolorito ed infierito, mi espose bruscamente in termini grossolani la teoria delle vicende terrene che incominciava ad essere la mia. Vi è una lotta universale nella creazione organica: tutto quello che vive s'alimenta e si vantaggia di organismi più deboli del suo. L'uomo sfrutta tutto il resto della creazione, appunto perchè si trova al fastigio della medesima: col medesimo diritto l'uomo che è più forte, più accorto, più audace può vantaggiarsi del più debole, più stupido e più timido. Il tentatore cominciò a propormi ed a mostrarmi a giuocare di baro. Divenni maestro nell'arte in breve, e dividemmo i guadagni. Una sera, uscendo dal giuoco, carico appunto d'oro, venni assalito da un assassino, che mi fece luccicare innanzi agli occhi la lama d'un pugnale. Colla destra afferrai la mano che stringeva l'arma, colla sinistra il collo di quell'uomo, e l'ebbi in un attimo messo a terra presso a basire strangolato. Sopraggiunse in quella, per sua fortuna, il mio complice, e lo riconobbe.
« — Graffigna, gli disse, ti sei male indirizzato; costui è dei nostri e tu vedi che polso è il suo.
«Lasciai andare il mio assalitore che si scosse come un cane che vien fuor dall'acqua.
« — Signore: mi disse umilmente, raccattando per terra il suo pugnale: vedo proprio che ho sbagliato e glie ne domando mille perdoni. Ella d'or innanzi ha la mia ammirazione e può contare sulla mia servitù.
«Que' due appartenevano ad una vasta associazione di malfattori che stavasi appunto riordinando e cercava un capo autorevole, coraggioso, intelligente. Non vi dirò tutte le fasi per le quali sono passato prima di diventar io quel capo. Il male, il delitto è una macchina tremenda di ruote e di rocchetti, i cui denti imboccano, e guai chi se ne lascia pigliare pur per un solo lembo del vestito! La forza cieca, meccanica lo trae, lo trae finchè tutto lo ha preso e maciullato. E poi m'ero fatto un concetto più grandioso di quella guerra che avevo bandito agli ordini sociali e degli effetti della medesima..... Mi allontanai per due anni da questa città... Quando vi fui di ritorno ero il capo supremo della cocca. Quell'attività, quell'intelligenza che ho impiegato nell'opera del delitto, che cosa non avrebbero ottenuto se, rincalzate dall'autorità di potenti aderenze, dall'influenza d'un grado, le avessi rivolte in aiuto della società esistente?... Che cosa non potrei ancora ottenere se mi si accetta, non ostante il mio passato, nel campo degli onesti?
— E ciò è impossibile: interruppe severamente il marchese. Nessuno può fare che il passato non sia. L'avete detto voi stesso testè: ogni uomo deve portare la responsabilità de' suoi fatti. Io qui non sono per giudicarvi: ma vi giudica la coscienza civile rappresentata dalla giustizia umana. Avete violate le leggi della società, questa vi bandisce dal suo seno; nulla si può mutare; quello che deve compirsi si compia.
L'esaltazione a cui era stato in preda fin allora Gian-Luigi sparì ad un tratto; egli si lasciò cadere sopra una seggiola, ed esclamò coprendosi colle mani la faccia:
— E dunque mi si lascierà morire? Dunque non si vuol dare i mezzi ad un'anima come la mia di rigenerarsi e compensare il male? E Lei, marchese, lascierà che la mia ignominia sprizzi fino sul suo blasone?
Successe un istante di penoso silenzio, cui poscia fu Don Venanzio a rompere.
— L'anima umana si rigenera col pentimento, il male si espia colla punizione: disse il buon vecchio prete. Subir questa con rassegnazione, curvandosi ai voleri di Dio, è indizio ed effetto di quello. Pentimento ed espiazione conducono al perdono. Siamo deboli pur troppo noi uomini e le arti dell'eterno nostro nemico sono potenti: ma dall'altra parte immensurabile è la misericordia di Dio, e nessuno di noi può dire dov'ella si arresti e che pure abbia limiti. Se dunque vi è la speranza, anzi la certezza del perdono per tutti, vi è pure la necessità di subire la pena per tutti quelli che fallirono; o sarebbe lesa la giustizia.
— Voi avete dichiarato alla società costituita una guerra, come diceste voi medesimo: così parlò a sua volta il marchese: e rimaneste vinto. Ma voi meglio d'ogni altro, voi di più vivido ingegno, di maggiore istruzione del volgo, sapevate a quali rischi andavate incontro, qual posta mettevate al giuoco, quali conseguenze affrontavate. Avete perduto....
Il medichino levò il capo e interruppe vivacemente con un fiero sorriso:
— Bisogna pagare. Ella ha ragione.
Guardò bene in volto il vecchio gentiluomo e soggiunse, parlando lentamente:
— E dunque che sarà di me verso la famiglia, e della famiglia verso di me?
— Quello che vorrete voi medesimo. La famiglia non rifiuterà di affermare pubblicamente il vero, quando voi lo esigiate, quando a voi piaccia si gravi su di lei una parte di disdoro con nessuna utilità vostra....
Negli occhi di Gian-Luigi corse un lampo.
— La comprendo: diss'egli vivamente; ed affondato di nuovo il volto nelle palme delle mani, stette un poco meditando.
La cristiana santità di quel vecchio povero prete vero seguace del Vangelo, la rigida onestà e la severa onoratezza del vecchio gentiluomo facevano intorno al giovane un ambiente, per così dire, di tanto pura e sana e morale influenza, che tutto quello che v'era ancora di generoso nella traviata e sedotta di lui natura si ridestò, fu suscitato ed ebbe in quel punto nuova e maggior forza che mai.
— Ebbene: soggiunse egli poi levando il capo e sorridendo amaramente: che importa egli al mondo che il figliuolo della marchesa Aurora sia ritrovato o no? che importerà a me medesimo si sappia, se ciò non avrà da mutar per nulla la mia sorte?.... Ch'io scompaia ignoto ed ignorato, portando meco nel sepolcro il mio segreto e l'onore soltanto d'un miserabile plebeo che non ha nome... Hanno essi un onore quella razza di gente?... Avrò fatto alla famiglia che mi ha rigettato ancora questo sacrificio... Io non sono che il misero trovatello, signor marchese, si rassicuri: e morrò come tale.
Spiegò bene i due squarci di lettera che aveva ancora tra mano; li raccostò e li tenne innanzi agli occhi alcuni minuti quasi leggendo e rileggendo lo scritto parecchie fiate, poi disse scuotendo mestamente il capo:
— Ecco tutto ciò che mi rimane del padre mio; ecco tutta la mia eredità nel mondo... Povero mio padre!... Se tu avessi vissuto che cosa avresti fatto di me?
Baldissero che aveva versato il sangue di Valpetrosa, a queste parole che gli ricordavano efficacemente la risponsabilità ond'era aggravato, sentì più viva la fitta del rimorso.
Gian-Luigi accostò quei due pezzi di carta ingiallita alle labbra e ve li premette con passione.
— Addio! Addio memoria di mio padre. Oh potessi credere che tu esisti ancora, essere che fosti qui in terra l'autore della mia vita, e che un giorno ti potrò vedere e conoscere!... Addio tu pure, pensiero della madre mia; addio per sempre: voi non esistete più; tutto ha da essere precipitato nella notte dell'oblio.
Colle mani convulse stracciò in minutissime parti quella lettera e ne sparse al suolo i pezzetti; una lagrima, una lagrima sola colò lentamente sulle sue guancie pallidissime che parean di marmo.
Il marchese si alzò e disse con accento commosso e molto nobilmente:
— Vi ringrazio.
Parve che volesse tendere al prigioniero la mano; ma se ne trattenne.
— Or dunque tutto è finito per me: esclamò con voce tremante quel misero: ogni mio legame con questo mondo è sciolto...
In quel punto, per effetto d'una di quelle complesse visioni della mente che abbracciano un mondo indefinito, passarono innanzi a lui le immagini del suo passato sin dall'infanzia, e l'immagine di quello che avrebbero potuto essere la sua vita e il suo avvenire.
— Oh giovinezza! soggiunse: oh mie sciupate forze di volontà e d'ingegno!... Meglio non avessi abbandonato mai Lei, Don Venanzio, e il villaggio e la povera vecchia Margherita..... Ma l'istinto del sangue mi spingeva. Mi sentivo della razza dei leoni.....
Scosse le spalle con superba mossa da angelo fulminato.
— Ma il rimpiangere che giova?... Fu il destino che così volle..... No, io non rimpiango nulla...... Sono vinto, non sono soggiogato..... Guarderò in faccia la mia sorte fino alla fine col sogghigno che merita questa irrisione di casi che è la vita.
S'interruppe e cambiò tono.
— Sì, v'è pure alcuna cosa che rimpiango. Alcune anime generose mi hanno amato, ed io fui empio e scellerato per esse. Povera Ester! (e represse un sospiro). Povera Maria!..... Povera Candida!..... Le ho odiosamente ingannate e tradite..... Vorrei potere a ciò rimediare... e non ce n'è mezzo nessuno.....
In quella si ricordò delle lettere della contessa di Staffarda, che possedute, com'egli credeva ancora, dalla Zoe, erano per la misera donna una minaccia continua.
— Ah sì, soggiunse, alcuna cosa posso pur fare in favore di una di esse.
Domandò di scrivere poche parole; e il marchese potè dargli un fogliolino di carta ed una matita; Gian-Luigi scrisse alla Zoe l'ordine, la preghiera di restituire alla contessa le lettere, e di non tormentarla altrimenti. Don Venanzio accettò l'incarico di portar egli stesso in persona alla Leggera quella carta che doveva por fine agli spasimi ed agli sgomenti d'una povera anima: e già vedemmo quali ne fossero gli effetti.
— Ed ora: disse finalmente Gian-Luigi; prego che mi si lasci solo.
Il marchese ed il parroco partirono, quest'ultimo promettendo di tornare a visitare il prigioniero quante più volte gli fosse concesso; e il medichino venne ricondotto nella sua segreta.
Quel che passasse nell'anima sua chi lo potrebbe descriver mai? Certo furono spasimi che dovettero contare come parte migliore della dovuta espiazione innanzi alla clemenza di Dio: ma il segreto di quella tormentosa meditazione fu tra lui, tra l'anima sua e Colui che tutto vede.
Quando i secondini entrarono, parecchie ore più tardi, a portargli il cibo giornaliero, lo trovarono steso sul giaciglio bocconi, la faccia premuta contro la coperta di lana ravvoltolata. All'invito che il secondino gli fece di mangiare, non si mosse punto.
— La è malata? domandò il carceriere.
Il medichino agitò la testa con un atto impaziente che indicava egli non desiderar altro che di essere lasciato stare.
Alla visita della sera, ed ore parecchie erano trascorse, fu trovato ancora nella medesima postura, immobile come un cadavere; e i cibi erano intatti. Il guardiano gli si accostò alquanto sbigottito e lo toccò sovra una spalla: Gian-Luigi sussultò come se fosse stato bruciato da un ferro rovente, e volse verso il carceriere una faccia in cui tanta era l'ira, e tanto insieme il tormento che pareva il sembiante di Satana fulminato. Il secondino s'arretrò intimorito e s'avviò senz'altro per uscire; ma quando fu all'uscio si ricordò che aveva una comunicazione da fargli.
— Debbo avvertirla che domani cominceranno i pubblici dibattimenti del suo processo.
Gian-Luigi si drizzò di scatto.
— Domani? domandò con emozione.
— Sì.
— Va bene.
Il guardiano uscì e il prigioniero stette ad ascoltare con una specie d'interesse il rumore delle serrature che si chiudevano, dei paletti che scorrevano; poi si mise a passeggiare nella sua oscura celletta su e giù, proprio come una belva in gabbia. Comparire al pubblico dibattimento, agli occhi curiosi di tanta gente, spettacolo miserando a quel mondo ch'egli aveva voluto dominare e cui abborriva e disprezzava! Gli era un primo supplizio, quello della gogna; gli era un'anticipazione di quell'ultima ignominiosa scena che aveva da conchiudere la sua vita, sull'infame legno del patibolo. Egli fremeva e rabbrividiva; aveva delle fiamme e dei geli che s'avvicendavano lungo i suoi nervi, entro le sue vene; sentiva la passione morale tradursi in dolori fisici che cominciando dal cervello si propagavano per tutto il suo organismo. Pensò a morire; ma come? Misurò la sua cella; non c'era spazio bastante da prendere un aire di tanta forza da fracassarsi il capo alle pareti: ed egli non voleva a niun conto il ridicolo d'un suicidio non riuscito, il quale poi avrebbe ancora preclusagli la via ad altri tentativi: e nel suicidio oramai era la sola sua speranza.
— Sosterrò anche questa prova: si disse: affronterò gli sguardi di tutta quella canèa di curiosi, la cui onestà non è che codardia; a quelle virtù bacate, a quelle infamie nascoste che si atteggiano a gente onorata, farò abbassare gli occhi sotto il fuoco de' miei e li atterrirò ancora colla mia audacia.
Al mattino volle fare un'elegante acconciatura quale d'un giovane di garbo e di buona società che si reca a far visite di rispetto; e quando lo si venne a prendere nella carcere per condurlo alla sala del pubblico dibattimento, aveva la figura tranquilla e il calmo sorriso d'un uomo sicuro di sè, che non ha rimorsi, nè timori, nè manco soggezioni.
Traversando i corridoi, i suoi occhi incontrarono ad uno svolto quelli affondati del Sott'Ispettore Barnaba.
— Signore, disse Gian-Luigi, accostandosegli. Potrei io avere un colloquio con voi?
Barnaba s'inchinò in segno d'assenso.
— Quando?
— Quando avrete avuta la vostra condanna di morte.
Il medichino fece un superbo sorriso, mosse leggermente il capo, come per dire «sta bene;» e passò.
CAPITOLO XXX.
Se la sala dell'udienza nella Corte d'appello (che allora aveva in Piemonte nome di Senato) fosse zeppa di spettatori, lascio pensare ai lettori che sanno quale morbosa curiosità sia nelle cittadinanze pei processi criminali di siffatta specie. Quella banda di malfattori aveva per tanto tempo incusso timore alla città intiera; la frequenza e la gravità dei delitti commessi erano tali da far rabbrividire; la circostanza straordinaria che il capo di quella orrenda sêtta fosse un giovane elegante, accolto con favore nelle migliori società, accresceva l'interesse della cosa. Dal giorno dell'arresto dei malandrini poteva dirsi che nei crocchi cittadineschi, in tutti i convegni, nelle conversazioni delle famiglie, non erasi parlato d'altro più fuor che di ciò; in quel tempo di calma e di servitù, non essendoci concorso di novità politiche a far diversione. Tutti volevano vedere le faccie orribili di quegli assassini; e principalmente quella del loro capo, che dicevasi, e molti di veduta conoscevano, non essere niente affatto orribile, ma anzi bellissima. Le donne sopratutto avevano questo curioso desiderio, il quale, in quelle creature così facilmente eccessive, spingevasi per alcune fino all'ardore della passione. I biglietti di ingresso alle tribune riservate erano quindi stati ricercatissimi; e quel primo giorno in cui cominciavano i dibattimenti molti e molti banchi erano occupati da rappresentanti del sesso gentile di tutte le età, venute in grande eleganza d'acconciatura a cercare poco gentili emozioni in quel dramma di sangue di processo criminale. Fra queste spiccava, ned ella cercava pure nascondersi, la Zoe, la quale nel tempo di attesa, prima che entrassero gli accusati a prendere il loro posto, era il punto di mira di tutti gli sguardi e l'argomento di tutti i discorsi. Era essa giunta delle prime — in una tribuna riservata s'intende — epperò s'era impadronita del miglior posto che si potesse avere di faccia e più vicino che era possibile all'ordine dei banchi preparati pei prigionieri. Le prime signore che erano giunte dopo di lei, avevano schivato il contatto e la vicinanza della cortigiana, prendendo posto più in là che potessero dalla sontuosa di lei veste di seta; ma quelle che erano sopravvenute più tardi non avevano avuto il coraggio di andarsene piuttosto che occupare i posti che rimanevano a fianco della cortigiana, e vi si erano sedute, ostentando però di tener le spalle volte alla loro vicina, e di non lasciar posare mai su di lei gli occhi che pure la sbirciavano di soppiatto con viva curiosità. La Leggera, in una mossa quasi abbandonata, pareva non accorgersi di nulla, e la sua attenzione era tutta fissa sui seggioloni dove sarebbe venuta a sedere la Corte, sui banchi destinati ai rei. Nello scompartimento lasciato al pubblico volgare senza privilegio di polizza d'ingresso, fin dal primo momento in cui s'erano aperte le porte della sala, si agitava una massa variegata di popolo cencioso, che ora ronzava come uno sciame di tafani, ora muggiva come un maroso di burrasca, ora rompeva in esclamazioni d'impazienza, in bestemmie contro chi urtava di dietro per ispingersi nella sala, in motti sconci, impertinenti, tenuta in freno dai cappelli a becchi, dalle faccie burbere e dalle baionette dei carabinieri.
Stante il gran numero degl'inquisiti, per questi, come ho già detto, erasi preparato un ordine di banchi, un dietro l'altro, che venivano salendo sino alla parete della sala, in ciascuno dei quali potevano stare quattro individui. Innanzi a questi banchi era uno spazio in mezzo della sala, dove un tavolo a cui sedeva il segretario coi suoi aiuti; e di là una delle pubbliche tribune, quella in cui c'erano più donne, e in prima fila la Zoe: dal primo banco dei rei a quello della tribuna correvano appena sei passi. In quello spazio centrale, precisamente di prospetto alla gran tavola de' giudici, erano i banchi dei testimoni, che si trovavano alla sinistra di quelli degli accusati. Dietro di questi banchi dei testimoni era il locale destinato al pubblico plebeo. Fra i banchi degli accusati e la tavola della Corte, che s'elevava sopra un tavolato a cui si ascendeva per due gradini, stavano i difensori: di faccia, dalla parte opposta, i rappresentanti del Pubblico Ministero. Questa disposizione de' luoghi occorre tenere a mente per comprendere poi l'orrenda tragica scena con cui si chiusero in quella sala i dibattimenti di tal memorabile processo.
Si discorreva vivamente in tutte le tribune; il maroso del pubblico straccione muggiva più che mai: ad un tratto si fece un gran silenzio e gli occhi di tutti si volsero ad un punto: entravano i prigionieri, a due a due, in mezzo a due file di carabinieri armati. Primi venivano Stracciaferro e Graffigna, poi Pelone, Marcaccio e la turba dei satelliti minori; fra questi v'era una faccia onesta, disfatta dal turbamento e dalla vergogna: quella del povero Andrea. Il suo arresto dovevasi a Marcaccio; il quale, parte per le minaccie, parte per le promesse di pena minore, s'era lasciato indurre a confessare qualche cosa della verità e non aveva taciuto della fabbricazione delle chiavi per mano del suo amico il ferraio senza lavoro. Di poi, pentitosi delle sue rivelazioni, le aveva contraddette, aveva voluto ritrattare, s'era posto di nuovo al niego più fermamente che mai; ma un secondo arresto di Andrea era stato deciso ed eseguito, e il vedovo di Paolina, alle fattegliene interrogazioni aveva risposto tutta la verità. Oh! Dio era stato pietoso di togliere anche colla morte la onesta moglie di quell'infelice allo spettacolo di tanta vergogna!
Mancava ancora il principale: il famoso medichino. Come se anche in codesto si volesse riconoscere la superiorità di lui, il capo non era stato condotto a mazzo cogli altri, ma gli si concedeva la distinzione d'una entrata speciale in scena.
Il silenzio fattosi all'entrare dei prigionieri non durò gran fatto. Tosto dopo cominciarono i discorsi, le osservazioni, i commenti, le interpretazioni, gli indovinari intorno a quelle faccie risolute, la maggior parte malvagie, feroci, fra cui dominavano la robusta, imbestialita figura di Stracciaferro, l'allampanata, alta persona di Pelone e la diabolica faccia sottile di Graffigna. Un movimento di curiosità destarono due donne che in coda a tutti gli altri imputati vennero in mezzo a' carabinieri ancor esse e furono fatte allogarsi nei banchi de' rei. Erano Maddalena e la povera vecchia Margherita. Quella conservava la sua aria sicura e petulante: appena dentro il salone aveva mandato in giro i suoi occhi ardimentosi, e, vista di subito la Zoe, aveva con essa scambiato un fuggevole ma significante ammicco. La misera Margherita invece era tanto confusa e tremante che appena se poteva reggersi e trascinarsi. Sotto l'abbronzato della sua pelle rugosa v'era un pallore che sembrava di morte: i suoi poveri vecchi occhi erano rossi dal pianto; già magrissima prima, il suo soggiorno in carcere e la pena morale l'avevano ridotta a non aver più che la sua pelle color d'alluda sulle ossa.
Nel primo banco furono posti Stracciaferro, Graffigna e Marcaccio; quest'ultimo era al capo del banco verso quello dei testimoni. Un posto fu lasciato vacante, il primo dalla parte dove sedevano gli avvocati, serbato di certo pel medichino. Nel banco di dietro erano le due donne. In mezzo agli altri accusati Andrea, che pareva lo spettro dell'uomo d'un tempo, aveva posto i gomiti sulle ginocchia e s'era nascosto il volto nelle mani.
Il susurro cessò di nuovo, quando in mezzo a due carabinieri comparve il fiero e leggiadro aspetto del sedicente Gian-Luigi Quercia. Era egli un po' pallido, ma calmo e tranquillo. Dalla soglia gittò egli pure uno sguardo su tutte quelle faccie intente verso di lui che lo divoravano cogli occhi e schiuse le labbra ad un superbo, ironico sorriso; vide la Zoe e non fe' cenno nessuno, ma nel guardarla le sue pupille nere brillarono fugacemente d'una fiamma viva. La cortigiana sorrise in un certo modo ed occhieggiò essa pure con una speciale significazione che Gian-Luigi comprese.
— Sono qua, voleva essa dire, lavoro tuttavia per salvarti, ogni speranza non è ancora perduta.
Egli s'avanzò con passo tranquillo, senza braveria, fino al suo posto, fece un piccol cenno di saluto e d'incoraggiamento cogli occhi a Maddalena, il cui volto alla vista di lui s'era tutto illuminato, e tese una mano alla sua vecchia nutrice chiamandola affettuosamente per nome.
Margherita appena aveva visto entrare il suo diletto figliuolo, aveva mandato un'esclamazione soffocata ed era stata assalita da un tremito universale. Sarebbe corsa incontro a lui a gettarglisi nelle braccia, se avesse osato e se glie ne fossero bastate le forze. Lo guardava, lo guardava e gli occhi le si empivan di lagrime, e tremava sempre più. Quando egli le fu dinanzi e le tese la mano, ella ruppe in singhiozzi, e presa quella destra la baciò con trasporto.
— Oh mio Giannino!... oh mio Giannino! balbettò fra i singulti.
— Coraggio, madre! le disse amorevolmente Gian-Luigi.
Sentirsi dare questo nome di madre dal suo caro era sempre per la poveretta una gioia ineffabile. In tal punto ciò pose il colmo alla sua commozione.
— Ah! se questi signori lo permettessero, disse ella accennando i carabinieri, e se tu non te ne vergognassi, vorrei pure abbracciarti.
Quercia le regalò il più amorevole de' suoi gentili sorrisi; poi si curvò su di lei, le prese il capo fra le mani e le stampò un bacio sulla fronte; essa, la povera vecchia, gittò le sue magre braccia al collo del giovane e lo baciò replicatamente, piangendo. Questa scena destò un'universale commozione.
E questa non era ancora dileguata del tutto, quando un'altra circostanza avvenne che suscitò una impressione di ben diverso genere. In mezzo a due carabinieri anche lui, fu introdotto e condotto a sedere al banco dei testimoni un vecchio, piccolo, curvo, d'aspetto miserabile e sporco, di andatura esitante ed obliqua; era il complice propalatore, al quale (secondo l'uso di que' tempi) in premio delle sue rivelazioni era stata concessa l'impunità: Jacob Arom il rigattiere.
Entrò egli cogli occhi bassi, timoroso ed incerto; solo un istante sollevò le ciglia e saettò una guardata viperina al posto dov'era il medichino. Questi s'era seduto tranquillamente, senza fare la menoma attenzione agli altri coaccusati che si trovavano su quei medesimi banchi, precisamente come se non esistessero, nè questi avevano mostrato di badare a lui in alcuna maniera, fuori di Graffigna che essendo più vicino al posto dove aveva da sedere il medichino, s'era, quasi per omaggio di rispetto, tirato più in là per lasciargliene maggior luogo; per il che Quercia, in mezzo agl'imputati, stava, come per una nuova distinzione, con una certa distanza isolato dagli altri, a cui non fu mai ch'egli volgesse una parola, un cenno, uno sguardo soltanto.
Al passargli di Macobaro dinanzi, Gian-Luigi, senz'affettazione, ma con evidentissima espressione di profondo disprezzo e di schifo, volse il capo dall'altra parte per non vederlo; ma saettarono il vecchio rigattiere di sguardi micidialissimi gli altri imputati, e principalmente Graffigna, il quale fece colla mano un cenno pieno di minaccia. Anche nel pubblico, e specialmente in quella parte dove entrava chi volesse, si levò un susurro che poteva dirsi di riprovazione. Macobaro si confuse ancora di più, e parve rannicchiarsi all'estremità di quel banco dove egli fu condotto; ma poco stante ogni rumore cessò, perchè gli uscieri imposero silenzio, ed entrarono a prender seggio i magistrati.
Io non istarò ad annoiare i lettori coll'esposizione di tutto il dibattimento del processo, delle requisitorie del fisco, e delle difese degli avvocati. Sono cose oramai che si conoscono da tutti; e i fatti che importano al nostro racconto e che vennero in quel dibattito appurati, si videro man mano avvenire. Solo dirò che la quantità dei testimoni, il numero degl'incidenti, la rilevanza delle quistioni sollevate e dibattute fra il fisco e la difesa, fecero prolungare il processo oltre le quindici sedute; che le due prime furono tutte spese nella lettura del lunghissimo atto d'accusa, in cui erano consegnati tutti i risultamenti ottenuti dalle propalazioni di Arom, dalle rivelazioni poi disconfessate di Marcaccio, dalle ingenue confessioni di Andrea, dalle indagini della Polizia; che tutte le volte fu grandissimo il numero degli spettatori e fra questi delle donne, prima sempre la Zoe; che fra i testimoni comparvero di nostra conoscenza Barnaba, Bancone, Fra Bonaventura e Giacomo Benda. La giustizia, che non ha pietà, aveva citato anche la povera Maria: e farla comparire alla vergogna di tal pubblicità sarebbe stato un'ucciderla addirittura, la infelice ragazza; ma Virginia avevale risparmiato questa prova mercè l'autorevole intervento dello zio il marchese. Anche quest'ultimo era stato sentito per ciò che era accaduto al letto di Nariccia; ma non si era all'autorevolissimo personaggio dato il carico ed il disturbo d'una comparsa in pubblico.
Solamente di quel processo riferirò l'interrogatorio del medichino, e la tragedia che seguì la lettura della sentenza.
Il medichino, come il più importante degli accusati, fu fatto levare in piedi pel primo, e il Presidente cominciò ad interrogarlo così:
— Il vostro nome?
Un gran silenzio s'era fatto nella sala, non si sentiva una mosca a volare, e tutti gli sguardi erano intenti sulla bella figura del giovane inquisito: questi con quel suo contegno di sicurezza, con quell'aria di superiorità piena di degnazione che gli erano abituali, rispose colla sua voce limpida e chiara tre parole che suonarono, in quel silenzio come un accordo musicale:
— Non ho nome.
— Voi foste registrato nei libri dell'Ospizio con quello di Giovanni Venturino, e con esso dato ad allevare alla donna Margherita Coppa; ora vi facevate chiamare in società Luigi Quercia.
L'accusato guardò fiso il Presidente, come per dire: «non ci ho nulla da contestare:» e si tacque.
— Perchè vi siete voi fabbricato un nuovo nome?
— Perchè così mi piacque.
— Credevate voi avere il diritto di cambiarvi nome ed attribuirvi qualità a vostro capriccio?
— Lo credo sicuro. Gli uomini s'erano arrogato quello di stamparmi col nome che mi avevano imposto una nota di vergogna per tutta la vita: io me ne volli liberare. Il nome di Luigi era quello del mio benefattore, medico al villaggio dove fui allevato, e lo presi in memoria di lui: quello di Quercia lo scelsi come impresa del mio avvenire, come programma di resistenza della mia volontà, ai colpi del destino nella lotta della vita.
— Riconoscete voi dunque che avete affermato il falso alla famiglia Benda, quando vi siete vantato d'una origine misteriosa, di segreta parentela con famiglie di riguardo, e che sono falsi i documenti che presentaste in sostegno delle vostre parole e che abbiamo qui dinanzi?
L'accusato levò la fronte e guardò intorno con dignitosa fierezza.
— Che io abbia detto il falso, la misera logica degli argomenti umani sembra provarlo, che poi sia così realmente è un'altra cosa.
Il suo aspetto era cotanto nobile che nell'uditorio non vi fu forse una persona in quel momento che non gli attribuisse quelle illustri, misteriose origini, ond'egli s'era vantato.
— E la sua età? domandò dopo un istante il Presidente, passando senza accorgersene a trattarlo col Lei.
— So di avere venticinque anni; ma non ho documento nessuno di fede di nascita.
— Perchè si spacciava Ella per medico?
— Per omaggio eziandio al mio protettore che fu tale e desiderò ch'io pure lo divenissi: perchè ho studiato la scienza della medicina, e senza aver ottenuto diplomi di laurea credo saperne più di tanti che acquistarono dall'Università il diritto di ammazzare il loro prossimo impunemente.
Un'ilarità generale scoppiò nell'uditorio, e i giudici medesimi sorrisero.
Il Presidente riprese dopo un poco:
— Ella conosceva da molto tempo il signor Nariccia?
L'accusato non rispose subito: tutti gli occhi erano con più intentività che mai fissi sul volto di lui, il quale non ebbe pure il menomo cenno d'una anche lievissima emozione.
— Mi permetta, signor Presidente, alcune parole ancora intorno al mio nome ed all'esser mio, disse l'inquisito: e il Magistrato avendo fatto un cenno di consenso, egli continuò. La povera donna che mi fu nutrice trovasi accusata di falsa testimonianza per avere dato di me quelle informazioni che ho ammesso poc'anzi trovarsi false innanzi alle apparenze de' fatti. Dichiaro solennemente che la misera vecchia non può essere tenuta imputabile di ciò. Ella mi ama d'un amore maggiore di quello d'una madre; ella per me farebbe qualunque cosa; qualsiasi maggior sacrifizio le domandassi, la vi si acconcerebbe; la sua volontà è una molle cera in mano della mia. Ora io le avevo imposto, se interrogata sul mio conto, di rispondere quel ch'ella disse. Coll'anima padroneggiata dal tanto affetto, colla mente indebolita dalla vecchiaia e dai patimenti d'una vita di miseria, ignara affatto delle cose del mondo e delle leggi, come ritenerla in colpa di questo suo fatto? Dichiaro poi altamente che nel mio tentativo d'evasione la buona Margherita non vi ebbe parte di sorta e non n'ebbe pure sentore nessuno...
Il Presidente lo interruppe.
— Ciò verrà più opportuno quando saremo a quel punto del processo; e riguardo all'inquisita Margherita Coppa, il magistrato apprezzerà questa dichiarazione ora da Lei fatta. Veniamo a noi..... e risponda alla domanda che le ho diretta: s'Ella conoscesse da molto tempo il signor Nariccia.
— Risponderò con un'altra dichiarazione, la quale penso non torni nuova al Magistrato, essendo la medesima ch'io feci nell'istruttoria segreta, dove assunsi il contegno da cui non intendo ora dipartirmi.
Nell'uditorio vi fu un movimento che indicava accresciuta ancora la tanta attenzione con cui si ascoltavano le parole dell'imputato.
Questi pronunciò lentamente, con parola chiara e spiccata:
— Non dirò pure una parola che riguardi il processo e i tanti capi d'accusa che si affacciano contro di me e i miei coimputati. Per rispondere converrebbe ch'io volessi o difendere la mia innocenza e la mia vita, o coadiuvare la giustizia nella ricerca della verità; ora io non voglio nè l'una cosa, nè l'altra. Della mia sorte non mi curo e l'abbandono al caso; nella ricerca del vero vo' lasciare che la giustizia se la districhi da sè colla facilità dell'errore.
Il Presidente lo interruppe con tono di rampogna, riprendendo, nel parlargli, il voi.
— Questa è una nuova colpa. Avete il dovere di rischiarare nelle sue indagini la giustizia.
— Cotal dovere io non me lo sento per nulla.
— Lo avete pei vostri complici.....
— Non ammetto d'aver complici.
— Vuol dire che negate.
— Nè nego, nè affermo: mi taccio.
Il Presidente gli fece una severa ammonizione che l'inquisito ascoltò freddamente.
— Signore, diss'egli poi, quando il Magistrato ebbe finito, le sue parole non mi faranno uscire dalla determinazione che ho presa. Se fossimo ancora ai beati tempi della tortura, non varrebbero a farmi parlare neanche i più fieri tormenti.
Non ci fu verso a smuoverne il fatto proposito; Stracciaferro e Graffigna ne imitarono l'esempio; gli altri si confusero nelle loro risposte; Pelone riprese per suo conto quelle confessioni che Marcaccio aveva ritrattate; Maddalena pose una strana audacia a compromettersi pel medichino; Andrea, come già aveva fatto nell'istruttoria segreta, disse tutta la verità di quanto lo riguardava. Così esplicite poi furono le deposizioni testimoniali, così eloquenti i corpi del delitto sequestrati che provavano un'infinita quantità di furti e di assassinii, così precise le rivelazioni di Macobaro che niuno poteva conservare il menomo dubbio sull'esito che la sentenza avrebbe dato al processo.
Contro Macobaro non avevano cessato gl'inquisiti di saettare sguardi feroci d'odio e di minaccia. Certo le lunghe ore di seduta di quei dibattimenti dovettero essere per quel vecchio una sequela di tormenti indicibili; ma il pensiero della vendetta lo sosteneva, e poi messosi una volta per quella strada, bisognava bene andarne fino al termine.
Si chiusero alla fine i dibattimenti. Il Pubblico Ministero tuonò contro i rei e ricordando lo spavento generato nella cittadinanza da quell'audacissima schiera d'assassini, l'empietà e la barbarie di tanti e sì frequenti reati, invocò tutto il rigor delle leggi e chiamò la pena di morte pel medichino, per Stracciaferro, per Graffigna, per Marcaccio e per altri due accusati di cui il nome non rileva; per gli altri inquisiti varii gradi di pena dai lavori forzati a vita fino ai cinque anni di reclusione. Gli avvocati difensori s'industriarono se non a purgare d'ogni taccia i loro clienti (chè la cosa era impossibile) di mostrarne almeno minore di quel che volesse il fisco la colpabilità.
Udito tutti, il Presidente fece il riassunto di tutti i dibattimenti avvenuti, e poi, levando la seduta, annunziò che nell'udienza del giorno di poi sarebbe stata letta la sentenza che nell'intervallo il Magistrato avrebbe pronunziata.
L'assemblea si sciolse con quel mormorio speciale che è indizio di commozione delle masse: il domani una folla più fitta che mai si stipava nella sala dell'udienza, nel vestibolo precedente, nella gradinata, nell'atrio, fino nella strada. Un maggiore susurro regnava nella sala, sintomo d'agitazione promossa dalla curiosità d'impazienza ansiosa nell'aspettazione. Il rumore non cessò, anzi s'accrebbe quando furono visti entrare gli accusati. Alcuni notarono che il medichino era un po' più pallido del solito; ma la sua fisionomia era calma e l'aspetto sicuro come sempre. Avreste detto ch'egli veniva spettatore di cosa che riguardava tutt'altri da lui. Gli altri delinquenti avevano tutti l'aspetto turbato ed ansioso, eccetto Stracciaferro che conservava la solita aria ferocemente stupida e Graffigna la sua maliziosa figura di volpe. Il bettoliere Pelone era di color verde, il suo cranio giallognolo luceva di sudore che vi spuntava a goccioline, e i suoi occhi infossati si giravano intorno con uno sbigottimento profondo; Andrea era abbattuto e privo di ogni vigore; Marcaccio per contro ostentava un'animazione, una specie di gaiezza che era troppa per apparir naturale e che si vedeva effetto della inquietudine la più viva; egli non poteva star fermo, le mani sue brancicavano sull'assicella superiore della barriera che aveva dinanzi a sè, volgeva atti e sguardi e sorrisi a' suoi compagni, e il carabiniere che gli stava presso non cessava dall'ammonirlo a tenersi tranquillo. Un osservatore avrebbe fatto attenzione a certi sguardi che a questo carabiniere che gli era allato gettava Marcaccio: erano sguardi che parevano misurarne la forza, esaminarne la risoluzione e il coraggio; e ad ogni volta lo squadrasse a quel modo, vedendo la robusta complessione e l'aspetto ardimentoso di quel difensore della legge, Marcaccio non poteva nascondere certi segni di contrarietà e di disappunto.
Jacob Arom, condotto anche lui ad udire la lettura della sentenza, poichè ancor egli era fra gli inquisiti e solo aveva da esser salvo per le fatte propalazioni, era più pallido, più confuso, più tremante che mai e si sarebbe detto ch'egli, il quale aveva l'impunità assicurata, era quello che più di ogni altro era occupato dallo spavento. Più feroci che mai lo saettavano gli sguardi dei suoi complici, cui egli non osava affrontare, tenendo gli occhi continuamente fissi al suolo; e più d'uno tendendo verso di lui il pugno chiuso, gli faceva atti di minaccia e gli lanciava imprecazioni e bestemmie.
Un gran silenzio si fece quando la Corte entrò e prese posto, quando il segretario si levò in piedi e cominciò con la voce grave e monotona la lettura della sentenza. Questa dopo le relative considerazioni per cui venivano poste in sodo le risultanze del processo e le varie colpabilità degli imputati, passando alla parte dispositiva, condannava, dei personaggi del nostro dramma, tre alla pena di morte: Giovanni Venturino sedicentesi Luigi Quercia e sopranominato il medichino; Michele Luponi detto Stracciaferro; e Giocondo Graffigna. Marcaccio era condannato alla galera in vita; Pelone a dieci anni di lavori forzati; Andrea a dieci anni di reclusione; Maddalena a cinque anni; Margherita era assolta.
I condannati all'estremo supplizio non fecero il menomo movimento; Quercia solamente sorrise col suo modo superbo e slanciò uno sguardo alla Zoe, la quale era là, innanzi a lui, al suo solito posto. Con quello sguardo egli le diceva: «Bada che ora mi occorre un ultimo servizio e conto su di te.» La Leggera gli rispose con uno che significava: «Non ismarrirti. Tutto può ancora rimediarsi: io non ti mancherò, e sarai salvo.»
La vecchia Margherita a sentire quella tremenda parola di =morte= mandò un gemito e tendendo le braccia verso il suo Giannino che le stava dinanzi:
— Oh figliuol mio! esclamò.
Il medichino le si volse mestamente sorridente e con tono di pietà e d'autorità insieme le disse:
— Calmati; taci; non isgomentarti.
Passato il fremito della prima impressione prodotta nell'affollato uditorio da quella sentenza di cui pure già s'aspettavano quali erano le disposizioni, il Presidente si volse ai condannati e disse loro se avevano qualche cosa da dire.
Il medichino fece come se nulla avesse udito; ma Stracciaferro, Graffigna e Marcaccio si drizzarono tutti tre di scatto.
— Abbiamo da dire, gridò Marcaccio con voce stentorea, ma che un pochino tremava, che qualcheduno l'ha da pagare..... e subito!
Ciò dicendo si slanciò sul carabiniere che aveva presso e lo afferrò alla gola: nel medesimo tempo Graffigna e Stracciaferro scavalcavano la barriera, quest'ultimo si gettava addosso al secondo carabiniere che trovavasi all'altro capo del banco; e Graffigna sgusciava, agile e pronto com'era, verso Macobaro.
Successe un momento di confusione indescrivibile. L'uditorio spaventato credette vedere tutta quella massa di malfattori precipitarsi sopra di esso per aprirsi fra di lui un passaggio alla fuga: gli uomini si levarono, le donne strillarono e minacciarono svenire: si fece ressa alla porta per iscappare. I carabinieri così aggrediti, frattanto, non potevano far uso delle armi, perchè stretti corpo a corpo dai loro robusti avversari, e i loro compagni non potevano venire in loro aiuto, perchè, allogati nelle corsie de' banchi, avevano il passo impedito dalla persona medesima di chi si trattava di soccorrere, ed inoltre avevano da tener d'occhio gli altri condannati cui temevano veder levarsi ancor essi ed assalirli.
Ma non era tanto la libertà che volevano ottenere i tre assassini insortisi a quel modo, quanto la vendetta contro il complice traditore. Non ostante la sorveglianza dei carabinieri, che dovevano impedire ogni comunicazione fra gl'inquisiti, essi, mercè sguardi, cenni, ammicchi e qualche mezza parola, avevano ordita la congiura, ed era stato Graffigna ad immaginarla, per vendicarsi di Macobaro il giorno e il momento medesimo in cui sarebbe loro stata letta la sentenza. Stracciaferro e Marcaccio, poderosi di membra com'erano, dovevano contenere i due carabinieri più prossimi, e Graffigna lesto saltare sul traditore e strozzarlo. Il programma fu eseguito alla lettera. In mezzo a quel tumulto che ne nacque fu udito ad un punto un grido di spavento indicibile, poi un rantolo: Graffigna aveva preso alla gola il vecchio rigattiere e colle sue mani nervose, piantandogli le unghie entro la carne, lo stringeva con una forza che l'odio accresceva a più doppi. Livida diventava la faccia del miserabile, gli occhi fattisi pieni di sangue gli uscivano dalle orbite, le vene della fronte si gonfiavano e parevano corde tese prossime a rompersi, un'espressione orribile di sbigottimento, di dolore, di agonia contraeva quei lineamenti convulsi, le mani adunche si agitavano nel vuoto, come per domandare aiuto, come quelle del naufrago che cercano abbrancarsi a qualche cosa. Un carabiniere potè finalmente arrivare in soccorso di Arom e fece a trarre in là l'assassino che si abbandonava con tutto il suo peso sopra la vittima, e non riuscendovi per quanto forti strappate gli desse, si pose a percuoterlo sulla testa col calcio della pistola; in quel frattempo s'udì un colpo di arma da fuoco, ed un corpo sanguinoso fu visto strammazzare nello spazio vuoto a metà della sala. Era Marcaccio. Il carabiniere da lui afferrato alla gola, vedendo non poter aver ragione del suo assalitore, e già sentendosi mancare il fiato, aveva lasciato andare la carabina di cui non poteva servirsi in quel serra serra, e toltasi di dietro le falde della montura una delle pistole che vi portava appese, ne aveva appoggiata la bocca alla nuca del condannato colla direzione volta in su, ed aveva sparato; la palla, traversato il cervello ed il cranio di Marcaccio, era andata ad allogarsi su in un trave del soffitto. Stracciaferro, più forte, aveva impedito al carabiniere su cui egli s'era gettato, di far uso delle armi, ed avendolo steso a terra mezzo soffocato, erasi impadronito della carabina e si levava su terribile colla baionetta inarcata contro gli altri carabinieri, che riusciti a districarsi dagl'impacci, stavano per lanciarsi contro di lui.
Tutto accennava ad una sanguinosa, orribil lotta. Ad un tratto suonò là in mezzo una voce sonora, chiara, imperiosa, potente:
— Alto là!... Abbasso quell'arma, Stracciaferro!... Fermi tutti, per Dio!
Era il medichino. Egli era rimasto sino allora tranquillamente seduto al suo posto, guardando con una specie di meraviglia curiosa il fatto dei suoi complici, delle cui intenzioni non era stato istruito. La tentazione gli venne un momento di cacciarsi ancor egli in quello sbaraglio.
— Bene! Aveva pensato. Strappiamo le armi a codestoro, e riconquistiamo la libertà, o facciamoci uccidere.
Ma quando si levò guardando coll'occhio freddo dell'uomo che sa dominare il pericolo, quella specie di campo di battaglia, vide due cose che gli fecero cambiar di presente la sua determinazione. Vide le donne spaventate in mezzo all'uditorio, e la Zoe medesima, che, nonostante tutta la sua risolutezza, pareva prossima a svenire: questa vista, che un tempo non l'avrebbe trattenuto di certo da nulla ch'egli avesse deciso di fare, ora bastò a produrgli una riazione nei suoi propositi. Sentiva l'obbligo di essere più nobile e più generoso che per l'innanzi; ascoltava con più cedevolezza i subiti impulsi del suo sangue illustre, di cui voleva esser degno oramai innanzi a sè medesimo.
— Morire io, si disse, e morire questi scellerati miei compagni, sta bene; ma perchè la nostra morte avrebbe da costare quella di onesti e di innocenti?
In quella vide altresì la faccia sconvolta del padre della povera Ester, e gli parve che uno sguardo di quegli occhi, i quali parevano sul punto di schizzar fuori delle orbite, si rivolgesse e posasse su di lui, pieno di mortale rancore, di implacabile accusa e rampogna. Si sentì una commozione che non aveva provato mai; credette vedere i lineamenti del vecchio rigattiere, contratti dallo spasimo dell'agonia, cambiarsi in quelli di sua figlia annegata ch'egli aveva visti irrigiditi dalla morte. Un qualche cosa di nuovo che pareva un rimorso, che si accostava ad un pentimento della sua condotta ne assalì l'animo. Credette suo massimo dovere impedire che Graffigna potesse consumare su quel vecchio il suo orribil proposito di vendetta. Si gettò dunque in mezzo la sala, gettando colla sua voce fatta per dominare il tumulto come le volontà umane quel cenno di comando.
Stracciaferro, richiamato da quella voce all'ubbidienza passiva che il suo capo aveva saputo imporgli coll'autorità morale ed anche colla superiorità fisica del coraggio e della forza accompagnata dall'agilità, come ci avvenne di vedere, guardò senza nemmanco stupore nessuno il suo capo come per discernere se quello era proprio il suo comando, vide un gesto risoluto che confermava le parole, e senz'altro lasciò cader l'arma e s'incrociò le braccia, lasciandosi afferrare e legare dai quattro carabinieri che gli furono addosso; Marcaccio era caduto morto; gli altri condannati, non preavvisati, all'inatteso fatto erano rimasti incerti e quando parvero decidersi a secondare la mossa dei tre primi, gli agenti della pubblica forza erano già in contegno ed in numero da tostamente opprimerli; Graffigna percosso sul capo non abbandonò pur tuttavia il collo di Macobaro finchè non sentì l'ultimo rantolo uscire da quella gola ch'ei serrava, finchè non vide spento l'ultimo raggio da quegli occhi che venivan fuori della testa, finchè non s'accorse di sostenere, colle sue mani omicide, un cadavere; allora lo abbandonò, e il misero strangolato cadde strammazzoni per terra come un sacco di cenci.
— Ora egli ha avuto il fatto suo: disse con maligno trionfo la voce sottile dell'omiciattolo, della quale appena se ora rimaneva un filo: ora nè anco il diavolo può più tornarlo in vita.
E barcollando sotto il dolore delle percosse ricevute sul capo, venne tranquillamente presso il medichino, al cui comando pareva così obbedire ancor egli, e là si lasciò, senza il menomo contrasto, ammanettare.
Tutti i condannati furono legati, eccetto Gian-Luigi. Quando gli si accostarono per mettere le manette anche a lui, quell'individuo straordinario li guardò in un certo modo, che, senza pur dire una parola, gli agenti della forza pubblica se ne rimasero e si contentarono di dirgli, quasi con rispetto:
— La venga.
Il medichino, colla sua solita aria di superiorità imponente, prima di muoversi volse uno sguardo verso i due caduti.
— Quegli uomini? domandò egli.
— Morti tuttedue: gli fu risposto.
Egli guardò un momento il cadavere di Jacob Arom, la cui figura, contratta dallo spasimo di quella morte tormentosa e violenta, era orribile a vedersi, e mandò un sospiro che pareva un rincrescimento, una pena, un rimpianto.
— La è finita anche per lui... Mormorò: forse gli è meglio.
— Giannino! Giannino! esclamò in quella debolmente ma con infinita passione una voce soffocata e piena di lagrime.
Il medichino si volse e vide tese verso di sè le secche mani tremolanti della povera vecchia Margherita, cui trattenevano dal gettarsi addosso al suo diletto.
Gian-Luigi le si accostò.
— Mia buona Margherita! diss'egli: madre mia!
Ed usò in queste parole il più melodioso e dolce suono di quella sua voce incantatrice. Poscia volgendosi ai carabinieri:
— Permettete, disse, che questa buona donna mi abbracci.
I carabinieri la lasciarono, e Margherita gettò al collo del giovane con mossa piena di passione le sue braccia magre e stecchite.
— Oh mio figlio!... Mio povero figlio... Oh figliuol mio!
Non seppe dire altre parole; ma quanto affetto, quanto dolore, quanto trasporto contenevansi in questi pochi accenti!
— Addio madre mia! le disse il condannato, rispondendo con alcuni suoi ai tanti baci ond'ella copriva la fronte, le guancie, gli occhi del giovane. Noi non ci vedremo forse più... Abbi coraggio: la vita, vedi, non è per nessuno, e fu meno ancora per me tal cosa che si debba rimpiangere. Sii tu benedetta ad ogni modo per le tante cure che avesti di me, e pel tanto amore che mi porti. Anche quando sarò passato da questa miserabile scena del mondo, tu ti ricorderai di me, ed è questo l'unico modo con cui possa un uomo sopravvivere alla morte.
Quest'ultima parola colpì la povera donna che di tutto il resto non pareva comprender nulla.
— La morte! la morte! esclamò ella. Questo è impossibile..... Tu non puoi morire, tu non devi morire..... Hanno bisogno d'una vita? Prendano la mia..... Io sono vecchia..... Ma tu che sei sì giovane, sì robusto..... sì bello..... No, no, non è possibile..... È una cosa che grida vendetta.
Qui i carabinieri s'intromisero.
— Or via, è tempo di finirla. Voi, buona donna, siete libera; e il condannato ha da venire con noi.
— Calmati, Margherita: disse allora Gian-Luigi. Torna nel tuo villaggio e consolati colla religione... tu che così puoi. La speranza è tutto ciò che ha di più felice l'uomo; e tu vivi nella speranza che ci rivedremo un giorno.
Accompagnò queste parole con un sorriso che indicava quanto fosse lontana da lui una simile speranza, ma cui fortunatamente la vecchia non comprese; poi si sciolse con dolcezza dall'abbraccio della donna e si voltò ad un'altra che faceva per avvicinarglisi ancor essa con viva mostra d'immenso desiderio.
— Addio anche a te, Maddalena: le disse: t'ho tratta meco nel precipizio; ma tu mi perdoni.
— Ti amo! rispose con una specie d'entusiasmo la popolana. Ti ho giurato tante volte che avrei data la vita per te..... Oh potessi darla mille volte per salvarti!...
Il medichino ringraziò con un amoroso sorriso e s'avviò con passo fermo verso l'uscita. Quando fu per varcar la soglia di quella, si fermò un istante e voltandosi indietro gettò uno sguardo sulla scena che stava per abbandonare.
Somma era tuttavia la confusione. Gli spettatori non si partivano, ma dritti in piedi, agitati, raccolti a gruppi tumultuanti discorrevano, gestivano, pascevano cogli occhi desiosi la curiosità di quello spettacolo di sangue: i giudici s'erano ritratti; intorno ai cadaveri di Marcaccio e di Macobaro si curvavano uomini dell'arte medica, chiamati lì per lì ad esaminarli; i condannati, chi colle sembianze abbattute, chi indifferente, chi feroce, stavano serrati in un cerchio di ferro in mezzo alle baionette dei carabinieri, che li circondavano. Gian-Luigi scorse collo sguardo tutto ciò, e poi fissò un momento i suoi occhi in un punto, e le sue pupille brillarono con più viva e speciale significazione. Guardò la Zoe, che stava china sul suo banco, intenta tutta a lui a seguirne ogni mossa, parlandogli coll'anima traverso gli occhi.
— Conto su di te: disse quella suprema occhiata di Gian-Luigi.
— Non dubitare: rispose la nera pupilla della cortigiana: io non ti mancherò.
Il medichino fu ricondotto in carcere; e un quarto d'ora dopo udì egli aprirsi i catenacci della sua porta, e vide entrargli nella segreta un uomo.
Era Barnaba.
Que' due uomini stettero un poco a fronte l'un dell'altro, guardandosi senza parlare.
Fu il medichino che ruppe di poi il silenzio.
— Siete stato di parola: diss'egli con accento in cui suonavano insieme una specie di superiorità indifferente, d'ironia e di superbia. Sono condannato, e voi siete venuto.
Il poliziotto rispose con voce sorda:
— Sono sempre di parola. Quando prometto a me stesso o ad altrui di ottenere una cosa, ci arrivo, o soccombo.
Ebbe luogo di nuovo un istante di silenzio.
Que' due evidentemente si studiavano, come fanno due lottatori, prima di venire alle mani.
— Voi dunque avete vinto, e compiutamente vinto: riprese a dire il condannato. Su di me fu pronunziata la sentenza di morte. E voi siete venuto qui per null'altro che per godere della dolcezza feroce del vostro trionfo.
— Forse! disse Barnaba con un ghiacciato sorriso. E voi, desiderando vedermi, qual è la vostra intenzione?
Gian-Luigi affondò i suoi occhi penetranti in quelli del suo interlocutore e rispose lentamente:
— Quello di cercare un perchè.
— Quale?
— Il perchè del vostro accanimento a mio riguardo.
Barnaba continuò a sorridere di quel suo modo.
— È facilissimo a capirsi: voi siete la lepre, io sono il segugio.
— Una lepre! proruppe il medichino, e la sua voce vibrò: vi pare?... Ma accettando anche l'infelicità di questo paragone, fra il lepre ed il cane v'è antipatia di razza; e fra noi c'è comunanza di origine. D'onde uscite voi? Di certo da quella plebe ch'io mi sdegnai di veder preda senza rimedio alla miseria.
Il volto del poliziotto, che di solito non aveva mai espressione veruna e sapeva nascondere ogni sensazione dell'animo sotto una maschera immutabile d'apatia, per caso straordinario, si rimbrunì e lasciò scorgere una traccia di amarezza come di un antico dolore.
— Sì: diss'egli: voi avete detto il vero. Io esco proprio dalla più infima plebe, dal fango della piazza pubblica. Da chi nasco? Non lo so. Non so nemmanco se son frutto d'un legittimo matrimonio o d'una fortuita unione prodotta dall'amore o dal vizio. Mi ricordo vagamente d'un tempo lontano lontano, nei miei primi anni, che vivevo con un uomo e con una donna che si battevano fra di loro e battevano me. Erano mio padre e mia madre?... Forse!... Conobbi il benefizio del loro amore dalle percosse e dalla fame. Un bel giorno mi abbandonarono sopra una strada. Fui raccattato piangente ed affamato da un saltimbanco. Orrori d'ogni fatta videro la mia adolescenza e la mia giovinezza. Non avevo nulla di mio, nè anco una fede di battesimo. Mi si addestrò colle percosse a far ridere il pubblico; per molti e molti anni, non fui più che Pagliaccio. Ecco la mia origine, ecco la mia vita, ecco ciò che mi diede, ciò che fece per me questa società ch'io ora difendo, e non senza merito mi pare.
Amarissima era, nel dir queste parole, l'ironia del suo accento e del suo sogghigno.
Gian-Luigi stette un istante considerandolo in silenzio.
— Strano! Strano! Pensava egli frattanto. Costui, nato di miserabili, doveva mettersi a difendere quell'ordine sociale, dal cui sovvertimento i pari suoi non hanno che da guadagnare; mentre io doveva assalire e minacciare quelle istituzioni che fanno la grandezza e la superiorità del ceto da cui ho avuto origine. È un gran burlone il caso!
— E dunque, diss'egli poscia ad alta voce, siete soddisfatto della vostra parte, e dei risultamenti dell'opera vostra? Non vi è mai venuto in mente il pensiero che avreste fatto meglio per vostro interesse e per la verità delle cose a prender posto nel campo nemico, e recare la vostra attività, la vostra accortezza e il vostro coraggio a quelli che ora combattete come avversarii? Supponete che le nostre due abilità si fossero incontrate, poste d'accordo ed unitesi in uno scopo comune. Oh! non vi pare che di grandi cose avremmo potuto ottenere?
Barnaba scosse il capo.
— Prendendo una falsa strada, dove volete che si arrivi se non ad un precipizio?..... E per quella strada della ribellione sociale ho cominciato ancor io... Anch'io fui un giorno un eslege, posto al bando dal Codice Penale... Ed io pure pensai allora di gittarmi a capofitto nella demoniaca baraonda dei ribelli sociali. Sapete che cosa me ne trattenne? Fu l'odio che avevo contro il mio carnefice il saltimbanco. Quell'uomo mi aveva non solamente torturato e guasto il corpo, ma insudiciata, invelenita, adulterata, deturpata l'anima. Ogni fiore di soave e dilicato affetto che vi spuntasse, egli l'ha inesorabilmente schiacciato e calpesto. L'uomo in generale ed il povero, il plebeo in particolare, mi apparve in lui la più trista creatura, un mostro da' più turpi istinti, dalle più infami tendenze, una belva feroce che doveva esser domata. L'onestà in me naturale si suscitò nell'orrore che provai per quell'abbiezione in cui non la mia volontà, ma le circostanze mi avevano precipitato, per quella scellerata corruzione del volgo che s'incarnava per me nella persona di quel miserabile. Preferii passare nella schiera dei domatori che rimanere in quella delle belve. Mi parve che in ogni scellerato ch'io concorressi a far punire vendicassi ancora la mia innocenza, la mia infanzia, la mia debolezza conculcate da quell'iniquo. Non mi sfuggì nessuna delle ingiustizie dell'attuale società: ma mi domandai spaventato che sarebbe dell'umanità, che sarebbe del mondo, se un giorno prevalessero mai contro l'ordine stabilito le scellerate passioni, le rozze nature e i brutali impulsi della plebe. Mi posi per convinzione e a poco andare per diletto a quell'opera cui avevo intrapresa dapprima per necessità. L'ardore della lotta e il soddisfacimento del trionfo si aggiunsero a determinare viemmeglio la mia vocazione... E chi meglio di voi rappresentò mai il genio del mal sociale che noi siamo chiamati a combattere?
Il medichino crollò il capo con sulle labbra un sorriso da incredulo.
— Gli è dunque per solo amore del vostro mestiere che voi foste così implacabile mio cacciatore. È un bel zelo. Ed ora godete del vostro pieno trionfo. Io sono condannato a morte; e voi siete venuto a gioire della dolcezza di mirare in volto un uomo che avete tratto fino ai piedi del patibolo. Non avete più nulla da desiderare nè da operare...
— No: interruppe Barnaba: l'opera mia a vostro riguardo non è ancora finita. Io sono risponsabile della vostra persona fino all'ultimo. Ho da consegnarvi vivo alle mani del boia.
Gian-Luigi ebbe un lieve sussulto e lanciò al suo interlocutore uno sguardo che era una saetta di fuoco; Barnaba lo sostenne immoto.
— Questo pensate che eziandio vi riuscirà; e veramente gli è ora il più facile.
— Penso che voi tenterete ogni cosa per sottrarvi a quell'onta; ma io veglierò....
Gian-Luigi ebbe nello sguardo un'espressione di ferocia da sbigottire chiunque, e nella fronte gli si disegnò la ruga caratteristica del suo furore.
— Non avete immaginato ch'io vi potrei strozzare qui stesso in questo momento? diss'egli coi denti stretti.
Barnaba d'un balzo fu all'uscio a cui non si erano tirati i paletti, e socchiudendolo lasciò vedere che quattro uomini stavano là appostati.
— Vedete se non ci ho pensato! diss'egli rabbattendo di nuovo l'imposta.
— Sta bene! Tutte le carte buone sono nel vostro giuoco. La società è ben felice d'avere in voi un così previdente ed appassionato difensore. Vi si darà una gratificazione.
Ciò detto il medichino volse le spalle a Barnaba, come per significare che non aveva nulla più da chiedergli nè da dirgli e che non desiderava più nulla a lui si chiedesse o si dicesse.
Barnaba tuttavia non si partì; sembrava che alcuna cosa ancora gli rimanesse da dire, ma fosse di un argomento cui ripugnasse dall'abbordare.
Gian-Luigi di colpo fu preso da un'idea, che si può dire un indovinamento. Si ricordò delle lunghe fermate di questo cotale sotto alle finestre della casa abitata dalla Zoe, e dell'impressione che in lui aveva creduto notare una volta al nome di quella donna. Gli si voltò di bel nuovo ad un tratto e gli disse osservandolo bene:
— Voi dunque avete incominciato coll'abbandono dei vostri parenti, per esser vittima d'un malvagio saltimbanco? È una strana rassomiglianza dei vostri casi con quelli della celebre cortigiana, la Zoe.
A questo nome un lieve scotimento, un batter di ciglia manifestarono un'interna impressione; fu mossa lievissima, ma Gian-Luigi la scorse.
— Voi la conoscete? domandò egli.
Barnaba esitò un momento.
— No: rispose poi con voce dimessa.
Stettero in silenzio per un poco ambedue, guardandosi come prima entro gli occhi: ma questa volta Barnaba dopo alquanto chinò i suoi.
— Quella donna vi ama di molto: diss'egli quindi con una falsa indifferenza nell'accento.
— Sì: rispose con alquanto d'enfasi il medichino.
— So che ha tentato di tutto per salvarvi; e la si lusinga vanamente che la protezione del suo Principe valga a qualche cosa.
— Per giovarmi quella donna darebbe ogni cosa che possiede, e se stessa....
Gian-Luigi s'accorse d'un nuovo sussulto di Barnaba tostamente represso.
— Ella s'è rivolta a demoni ed a santi di sicuro.... Mi stupisco che la non sia venuta a cercare anche di voi.
L'emozione sempre validamente contenuta di Barnaba divenne tuttavia ancora più visibile.
— No: diss'egli colla voce sorda: da me non è venuta.
— E se ci venisse?
— Ascolterei quello che la mi domanderebbe.
— E fareste?
— Ciò che mi permette il mio dovere.
— Ella desidererà certo vedermi e parlarmi....
— È impossibile.
— Forse la eloquenza di lei, se l'ascoltaste, saprebbe convincervi che un uomo come voi può eseguire quest'impossibilità senza violare nessuno dei suoi doveri.
Barnaba non aggiunse verbo, ed accennò ritirarsi.
— E la conclusione del nostro colloquio? gli domandò ironicamente Gian-Luigi quando era già sulla soglia.
— Nessuna: rispose con tono di trionfo il poliziotto: oppure se vi piace meglio, che voi siete un'altra volta sconfitto, ed io esco di qua con una nuova vittoria. Io vi ho letto nell'anima; voi volevate penetrare nel mio segreto, ed io parto di qua ancora un enimma per voi.
Uscì dopo queste parole.
— Un enimma! mormorò il medichino, guardando l'uscio che si era chiuso dietro di Barnaba. Ne ho ben travisto il motto, ma lasciamogli credere di no... Ah perchè Zoe ha obliato di rivolgersi a costui?..... Egli era forse l'uomo da salvarmi.
E la Leggera allora appunto pensava precisamente a riparare quell'oblio.
Gian-Luigi aveva perfettamente indovinato il pensiero della Zoe: ella, uscita appena dalla sala in cui aveva udito condannato a morte il suo amante, s'era messa tosto all'opera per ottenere licenza di poter parlare col medichino. Per prima cosa, come facilmente si può indovinare, erasi recata dal Principe. Questi, a cui ella di frequente ricordava la fattale promessa, la qual cosa cominciava ad essergli uggiosa, l'accolse e le rispose colle mostre dell'impazienza e del fastidio; al che la non troppo mite natura della cortigiana contrappose lo sdegno e la minaccia. Badasse bene S. A. R. a non dimenticare il giuramento che a lei aveva fatto, imperocchè se fosse per mancarci mai, ella era tal donna da farne pagare al traditore, tuttochè principe, il fio. Il Duchino sorrise, e volendosene liberare le diede tutte le assicurazioni ch'essa volle e la congedò. Ella attese tutto il giorno e tutta la sera il permesso di visitare il condannato, e non vedendolo arrivare ed essendo corsa a palazzo per sollecitare, per richiamare ancora il Principe all'esecuzione della fatta promessa, trovò che S. A. aveva dato ordine non la si lasciasse più penetrare sino a lui.
Allora si ricordò di Barnaba, e volò alla carcere, domandando di potergli parlare. Il sotto-ispettore la fece aspettare un quarto d'ora e poi ordinò la s'introducesse in sua presenza.
La camera in cui la Zoe fu condotta non era illuminata che da una lucernetta, i cui raggi erano ripercossi in giro da un coprilume. Barnaba nascondeva la pallidezza della sua faccia nell'ombra che stendevasi tutt'intorno a quel cerchio di luce riflesso dal cappelletto della lampada.
— Signore, disse la cortigiana senza esitare, senza preamboli, senza preparazione veruna, voglio vedere Luigi, e Lei può concedermi questo favore... Non mi dica di no: lo so: e di ciò la prego, come chi crede prega Iddio e la Madonna..... Bisogna ch'io lo veda stassera medesima..... Ci sono mille incombenti da fare per ottenerne regolarmente licenza... Non ho tempo..... Sono venuta da Lei..... Ella ci ha fatto tanto male; ci faccia questo po' di bene... Le giuro ch'Ella non sarà compromessa per nulla..... Nessuno ciò saprà mai..... si tratta di un condannato a morte... d'un infelice che non ha più che un giorno da vivere..... Lasci che un'amica, forse la sola che gli è rimasta, possa recargli alcun conforto... Io glie ne sarò grata eternamente... Nella mia debolezza di donna ho forse più influsso e potenza che altri non creda; farò di tutto per esserle utile; qualunque cosa la mi chiedesse io sarei pronta a fare per Lei.
La Leggera pronunziò tutte queste parole colla foga della passione, e con una certa impazienza della risposta; quando si tacque, attendendo la decisione di quell'uomo, ella vide nell'ombra luccicare stranamente gli occhi di lui ed udì una voce soffocata dirle con un tremore d'emozione:
— Qualunque cosa?..... Ella farebbe qualunque cosa per me?
Zoe era troppo esperta degli uomini per non comprendere tutta la significazione di quello sguardo e di quell'accento: si trasse indietro d'un passo, e parve sulla sua fisionomia accennarsi un sentimento d'indignazione: ma fu un momento fugacissimo soltanto; si riaccostò a quell'uomo, e levando verso di lui il suo fronte senza pudore, guardandolo co' suoi occhi di cortigiana, gli disse con impudente franchezza:
— Faccia Ella quel ch'io voglio; ed io farò quel che vuol Lei.
Barnaba si coprì colla mano gli occhi, come se quello sguardo della donna gli fosse penoso, e stette un istante in silenzio; quando poi abbassò la destra disse alla Zoe, schivandone la vista come se avesse paura di guardarla:
— La sa che l'avvocato difensore è ricorso alla grazia sovrana, e il medichino avrà forse ancora due giorni di vita?
— Voglio vederlo stassera, subito: esclamò la Leggera.
Venne presso presso a lui, gli pose una mano sul braccio, e lo fulminò colle fiamme più accese del suo sguardo promettitore di voluttà.
— E voglio parlargli da sola a solo: soggiunse abbassando la voce ed assumendo un tono carezzevole come si farebbe per una confidenza amorosa.
Un brivido corse per tutte le fibre di Barnaba. Tolse il suo braccio dal contatto della mano di lei, e si fece in là; atterrò gli occhi e stette immobile e muto nell'atto di una profonda meditazione.
— Quanto lo ama! pensava egli. Ebbene voglio udire una volta che accenti ha sulle labbra d'una donna un amore come questo; vo' darmi questo spasimo, io che non fui, che non sono, che non sarò amato mai!...
— Che cosa mi rispondete? domandò Zoe impaziente.
— Comincierò ad attenere i patti da parte mia: farò quel che volete voi, e voi vi ricorderete la vostra promessa..... Parlerete da sola col condannato.
Due minuti dopo, il medichino veniva introdotto in quella stanza dove la Leggera era rimasta sola; ma Barnaba trovavasi appostato in un segreto stanzino fatto a bella posta ed in modo che tutto quanto poteva udirsi di quello che si dicesse nella camera del colloquio anche a bassissima voce, e tutto pure poteva scorgersi di quanto vi avvenisse per certi bucherelli con arte nascosti.
Ed ecco ciò che Barnaba vide ed udì.
Il medichino entrò colla sua solita aria di superba indifferenza; ma appena lasciato solo colla donna, questa gli si gettò al collo con indicibile espansione d'amore, rompendo in lagrime ed altro non potendo dire che chiamarlo per nome; e la faccia di lui espresse allora una riconoscente e commossa tenerezza, mentre con qualche calore rispondeva agli abbracci di lei.
— Calmati, calmati: diss'egli poi; qui conviene por tosto a profitto il tempo che ci viene lasciato e che temo pur troppo non sarà lungo. Lo sapevo che tu avresti compreso il mio sguardo e saresti venuta: lo sapevo che avresti saputo superare ogni ostacolo.... Tu hai sedotto il misterioso poliziotto....
— Venni a pregarlo, ed egli accondiscese....
— In esso avevamo uno strumento in nostro vantaggio, e non l'abbiamo saputo adoperare...... Quell'uomo ha per te una passione tanto più forte, quanto più è nascosta.
Barnaba nel suo ripostiglio trasalì, strinse i pugni da piantarsi le unghie nella carne delle palme e si morse le labbra.
— Parliamo di noi, Luigi, parliamo di te.
— Sì: è quello appunto ch'io voglio.... L'hai udita la fatale parola...... Per me la è finita... Ma ad ogni costo io non vo' salire l'infame scala dell'infame patibolo, e tu mi ci hai da sottrarre..... Tu sola lo puoi oramai, e confido in te sola.
— Hai ragione, ed io ti salverò: son venuta apposta per dirtelo.... No, non credere che tu abbia da morire.... È impossibile. Piuttosto darei fuoco alla città..... Quel Barnaba mi ama; ebbene me gli venderò a prezzo della tua fuga.... Il Principe è un infame..... ma pure mi ha giurato che t'avrebbe salvo..... Andrò a ricordargli il suo giuramento in mezzo a tutta la Corte.... Andrò a gettarmi ai piedi del Re, ed esso ti accorderà la grazia....
Il medichino scuoteva tristamente il capo.
— No, diss'egli, la fuga è impossibile, la grazia non la voglio: questa mia vita è giunta proprio al suo termine, così dev'essere, e così mi piace che sia. Prima ancora della sentenza dei giudici io mi era condannato da me medesimo alla morte; ma questa non ha da essere lo spettacolo d'un volgo feroce, che accorra a bearsi, come ad una festa, della mia ignominiosa agonia; l'ultimo mio sguardo non ha da fermarsi sopra una fitta di faccie avidamente tese da una curiosità infame. Vo' liberarmi da onta siffatta, e sei tu che devi recarmi questa libertà.
Pose le sue labbra sull'orecchio della Zoe, e timoroso che altri potesse udir mai, le parlò così sommesso che a Barnaba non giunse più che un bisbiglio confuso: le parlò a lungo, ed ella mostrò orrore, ripugnanza, parve riluttare, scongiurare; ma all'insistenza calorosa di lui finì per cedere.
— Ebbene, si lasciò ella sfuggire di poi a voce abbastanza alta da essere intesa. Se non ti potrò recare la salvezza, farò quello che vuoi.
— Ricordati che di grazia non ne voglio!.... Ti attendo adunque all'estremo momento... Tu me lo prometti sull'anima tua?
— Te lo giuro.
— Ed io ti benedirò per quell'ultimo bacio.
Zoe gettò le braccia al collo di lui, ed appoggiando il viso al petto ruppe in pianto, e pianse a lungo disperatamente, mentr'egli con amorose parole cercava confortarla. Non era più la vile cortigiana, era la donna che ama. Egli chinò il volto sul capo di lei e le susurrò colla sua voce incantevole dolcissime parole d'amore. Quella loro mutua, tenera effusione fu interrotta ad un punto dallo scalpito d'un passo: si voltarono e videro la scialba figura di Barnaba dritta sulla soglia.
Luigi si sciolse dall'amplesso di Zoe, e disse freddamente:
— Il nostro colloquio ha da esser finito.... Addio e coraggio: è tempo di separarci.
— Di già? esclamò la donna addolorata; e volgendosi verso Barnaba, gli domandò: è egli vero? Voi venite a disgiungerci?
Il poliziotto fece gravemente cenno di sì.
— Ma vi lascierete tuttavia impietosire dalle mie preghiere, e ci concederete ancora un po' di tempo, una mezz'ora solamente, un quarto d'ora?
Barnaba scosse la testa in segno inesorabilmente negativo.
La Leggera avrebbe forse pregato ancora: ma il medichino non gliel permise.
— È superfluo insistere: diss'egli vivamente: separiamoci.... E tu, Zoe, ricorda le mie parole!... Conto assolutamente su di te per l'ultimo addio, per l'ultimo amplesso!
Pronunziò queste parole con ispeciale espressione, e senza volgere a Barnaba uno sguardo, nè un cenno, camminò verso l'uscio, dove comparvero i soliti quattro secondini.
— Sia ricondotto alla sua carcere, comandò il sott'ispettore.
Zoe e Gian-Luigi scambiarono ancora uno sguardo in cui mille cose si contenevano, e il prigioniero scomparve nell'oscurità del corridoio, in cui metteva l'uscio di quella stanza. S'udirono per un poco i passi di lui e de' suoi accompagnatori suonare cupamente sotto le vôlte, poi tutto ridivenne silenzioso come la tomba.
Barnaba e la Zoe erano di nuovo faccia a faccia e soli in quel silenzio notturno.
Ambedue avevano ancora qualche cosa da dirsi e capivano che una maggiore spiegazione era necessaria fra di loro, e provavano una difficoltà grandissima a trovar le parole.
Fu Barnaba che incominciò. Venne presso alla donna e le disse con voce sommessa, come se avesse vergogna egli stesso d'udire le sue parole:
— Io feci quel che voleste; a voi ora il mantenere la vostra promessa.
La cortigiana lo guardò con un superbo disdegno.
— Voi volete per un picciol merito un troppo ghiotto compenso.
Ad un tratto cambiò espressione di fisonomia e d'accento, prese vivamente le mani di Barnaba, le strinse forte, ed accostando a quella di lui la sua faccia illuminata dal più vivo riflesso d'una fiamma che parea quella dell'amor sensuale, le sue pupille brillanti d'una luce diabolicamente affascinante, gli susurrò con tono di violenta passione:
— Salvatemelo..... fatelo fuggire..... ed io vi darò tutte le voluttà del paradiso... e dell'inferno...
Barnaba chiuse gli occhi per sottrarsi all'ardenza di quella vampa seduttrice; tutto l'esser suo fu riscosso fino nell'intimo; le guancie gl'impallidirono per la soverchia emozione. Liberò quasi con isgomento le sue mani da quelle di lei, e se ne allontanò palpitante senza avere per un poco fiato e forza a rispondere. Ella accennò voler muovere un altro assalto e rinnovare la sua tentazione; ed allora egli con un gesto le comandò si ristesse e con voce commossa, senza guardare verso la donna, così parlò:
— Codesto è inutile mi domandiate... Non posso acconsentirvi..... e non voglio..... E voi sarete mia pur nullameno.
Zoe fece un risoluto segno di diniego: ed egli con forza:
— Sì, sarete mia, ripetè, se pur non volete vedere salire sul patibolo infame l'uomo che amate, se pur volete mantenere il solenne giuramento che a lui avete fatto qui stesso testè.
Quell'uomo in dire queste parole s'era tutto trasmutato: l'incertezza, quell'esitazione che pareva una timidità, quella specie di contegnoso riserbo che aveva avuto sino allora, erano affatto spariti; la maschera di umiltà, di sommessione e di apatia che soleva tenere sul volto eragli caduta, e nei lineamenti, che direi commossi e frementi, appariva pur finalmente la violenza della passione tanto tempo contenuta e soffocata.
La Leggera fu sovraccolta, quasi sbigottita da questo cambiamento, da questa rivelazione d'un uomo nuovo in colui, d'un uomo, quale ella non aveva ancora mai sospettato sotto quelle fredde apparenze.
— Qual giuramento? balbettò ella, quasi non sapendo che dirsi nella sua attonitaggine.
— Avete giurato di recargli la morte per sottrarlo alle mani del boia... E s'io voglio che queste mani infami si prendano la vita di quell'avvenente che voi amate, nulla lo potrà sottrarre a tal destino..... Che voi possiate penetrare ancora presso di lui dipende in tutto e per tutto da me.
— Voi ci avete spiati! esclamò la donna, che si sentiva dominare da quella nuova forza che le si rivelava.
Barnaba contrasse la faccia turbata in un amarissimo sogghigno.
— Sì: rispose crudamente: è il mio mestiere..... E voi gli è da anni che seguita cautamente il mio spionaggio... Dacchè, tornato in paese, mi avvenne di vedervi... bella, più bella e desiderabile che mai... brillante, famosa, corteggiata da tutti, comperata dai più ricchi.....
— Signore!
— Oh quante volte volli presentarmi a voi, e mai non n'ebbi ardimento: quante volte volli venirvi a dire come vi amassi e vi odiassi, quanto vi desiderassi e vi disprezzassi, e nol feci, sapendo mi avreste fatto scacciare come un miserabile... Allora sognai meco stesso di far giungere un momento, in cui voi avreste avuto bisogno di me, avreste dovuto supplicarmi, dipendere dal mio volere.... E questo momento è venuto.
Zoe guardava quell'uomo con uno stupore che toccava alla paura.
— Ma chi siete voi? domandò. Che cosa vi ha di comune fra noi? Che pretendete da me?
— Chi son io? esclamò l'uomo. Guardatemi bene!
Diede un colpo al coprilume e lo fece cadere per terra: tutta la luce della lampada percosse la faccia tormentata di quell'individuo, a cui sarebbe stato impossibile assegnare un'età precisa.
— Mi riconoscete? domandò egli, avanzando il suo volto verso di lei.
— No: rispose la cortigiana, che lo guardava con occhi sbarrati e con un segreto turbamento che non sapeva spiegare a se stessa.
Barnaba sorrise amaramente.
— È giusto... Che cos'è un uomo che per voi ha commesso un delitto, che ha affrontato la forca per voi, che si è condannato ad un'intera vita d'abiezione per voi?... Egli non merita pure un posticino di memoria nella vostra anima di donna.... Non è vero, Martuccia?
All'udire questo suo antico nome, da lei medesima quasi obliato, fu un vero spavento che assalse la cortigiana, come se vedesse innanzi a sè sorgere uno spettro: ed era in vero lo spettro del suo lontano passato che le compariva in quell'enimma di uomo.
— Voi conoscete quel mio nome!... Ma chi siete dunque?
— Mi domandaste che cosa vi ha di comune fra di noi? C'è un orribile vincolo che ci lega: un delitto, il sangue d'un uomo ucciso per vendicar voi e me...
Allora essa lo riconobbe finalmente; gettò un grido e chinandosi verso di lui a guardarlo meglio, esclamò:
— Gran Dio! Voi siete Pagliaccio?
— Son quello... Sono il compagno della vostra infanzia, il compartecipe dei vostri tormenti d'allora; il testimonio all'assassinio della vostra innocenza.
Quella donna indurita al vizio, incallita oramai alla corruzione, al rievocare di tal memoria si coprì colle mani la faccia.
L'antico pagliaccio continuava:
— Che cosa pretendo da voi?... Voglio della vostra beltà che fino dalla prima giovinezza, fino dall'adolescenza ha posto nel mio sangue un ardore insensato di desiderio... Voi non sapete, non potete pure immaginare quanto io vi amassi fin d'allora, quanto io vi abbia sempre amata di poi, quanto vi ami tuttora!..... Nelle taciturne meditazioni a cui m'abbandonava durante la nostra miserabile vita nomade di saltimbanco, quai sogni di felicità io faceva con un destino che ci fosse comune, in cui tutte avrei impiegate le forze dell'anima mia a procurarvi una tranquilla esistenza!... Quando lo scellerato nostro padrone vi fece quell'empio oltraggio, l'amor mio non isminuì di forza, ma cambiò natura: diventò men puro e forse anche più violento... Avrei voluto dapprima che voi foste morta di dolore e di vergogna per quell'orribile attentato... Vi avrei seguita ancor io nel mondo dei morti, ve lo giuro..... Poi venni a desiderarvi con furore, con frenesia.... Quante volte non pensai ricorrere ancor io alla violenza, e poi uccidervi ed uccidere me sul vostro corpo palpitante!.... Il pensiero dell'omicidio era entrato nell'anima mia, e mi possedeva come uno spirito maligno: non potevo sottrarmegli.... Quel che avvenisse spero non avrete obliato..... Quando vidi precipitare a terra morto quell'uomo, non un rimorso, non un rincrescimento mi nacque nell'anima; non pensai che a te! Fu allora soltanto che il tumulto della passione che mi fremeva nell'anima ebbe un primo, solo e fuggitivo sfogo: corsi da te, ti afferrai, ti strinsi in un amplesso fremente, ti baciai sulle labbra. Tu non te lo rammenti più quel bacio!.... Io l'ho portato meco come una sacra reliquia, come l'unico dolce tesoro della mia vita... Se tu allora fosti venuta meco, com'io ti dissi, che sarebbe stato di me, di noi? Chi lo sa? Forse ora tu non avresti l'infamia della cortigiana, ed io quella della spia..... Ah! non ti accuso, nè mi lamento, nè rimpiango nulla.... Se più non t'avessi rivista, sarei forse vissuto tranquillo nella ignominia del mio mestiere..... Ma la fatalità volle mettermi di nuovo fronte a fronte con te.
Tacque un istante, come oppresso dal peso di queste memorie: essa, la Zoe, nella quale un'ardente curiosità, un vivo interesse s'erano desti, afferrò il braccio di lui e dissegli con calda sollecitazione:
— Dove? dove? dove e quando mi hai tu riveduta? E nel frattempo che era egli avvenuto di te?.... Oh dimmi tutto..... Non è vero ch'io ti abbia obliato, povero mio Pagliaccio: tu fosti l'amico della mia infanzia, un fratello per me, fosti l'unico amico ch'io abbia avuto nella vita.... Quante volte t'ho ricordato, sai, e desiderato rivederti, od almeno sapere di te!
— Ebbene sì, ti dirò tutto: rispose Barnaba dopo un istante di silenzio in cui parve occupato a domare la sua emozione e concentrare le sue memorie. Questo mio passato l'ho tenuto chiuso finora sempre nell'anima mia, senza lasciarne scorgere pure un segno, pure una traccia ad occhio altrui. Ora in tua presenza, insieme colla passione, lo sento traboccare. Ascoltami e impara a conoscermi.
«Fuggii senza saper dove.... Non recavo impresso nel mio cervello il grido soffocato dalla morte dell'assassinato padrone, ma quello di stupore uscito dalle tue labbra rosse quando t'afferrai ad un tratto nell'amplesso violento: non avevo nella mente e nell'anima il ricordo del mio delitto, ma quello del bacio ardente che ti aveva stampato sulla bocca.... L'istinto non la ragione mi faceva nascondere la mia persona e i miei passi ad ogni vista d'uomo. La ragione in me era compiutamente smarrita in quel tempo: vivevo come in un delirio continuo. Mi nascondevo il giorno, viaggiavo la notte: i miei alimenti li rubavo con miracoli indicibili di audacia e di destrezza. Venni giù lungo il Po, seguitandone il corso, ignaro de' luoghi, senza scopo altro che quello di fuggire. Alla fame che mi toccava sopportare, ero già da tempo avvezzo. Giunsi finalmente presso Ferrara, e là fui arrestato. La polizia pontificia nelle cui mani caddi, sfinito, affamato, presso a terminare i miei guai colla vita, mi tenne parecchi mesi in carcere senza curarsi altro di me; un giorno il carceriere annunziò ai suoi superiori ch'io stava per morire, e in un momento di pietosa ispirazione di qualche direttore fui trasportato all'ospedale.
«Ad un prete che mi venne intorno per farmi pensare all'anima, dissi tutto. Questo tale che aveva ingerenza nella Polizia vide in me una certa tenacia di propositi, una forza di volontà, onde avrebbe potuto vantaggiarsi il Governo papale; ne parlò al cardinale legato, e quando la robustezza della gioventù e la mia cattiva sorte mi trassero a risanare, venne dalla parte dell'autorità a farmi la proposta seguente: «mi mettessi al servizio della Polizia pontificia e sarebbesi ignorato sempre il mio passato e datomi i mezzi di vivere agiatamente; se rifiutassi sarei cacciato di là della frontiera e consegnato, come micidiale che ero, al Governo Sardo.»
«Non mi venne pure in mente di rifiutare: ed anzi mi parve quella una ventura. La mia vita anteriore non era tale da darmi scrupolosità nessuna circa i mezzi di guadagnarmi la vita. Il nostro padrone m'avea ispirato un tal odio contro gli scellerati miserabili, che mi sorrideva in pensiero di dar loro la caccia, parendomi che col perseguitare altri sciagurati uguali al saltimbanco, avrei continuato ancora la mia vendetta. Fui accanito nemico di ladri, assassini e liberali; fui tutt'insieme spia, sgherro, agente provocatore....
Zoe fece un moto quasi di ribrezzo.
— Ah! non inorridire.... e non meravigliare se io ti dico ciò senza la menoma vergogna.... Abbandonati a noi, coll'infanzia che avevamo passata, che cosa si poteva diventare se non quello che siamo?... Tu una meretrice, io.... quel che dissi.... E di me non ho vergogna, e te non accuso. Siamo un effetto fatale delle circostanze.
«Ebbi la fortuna di rendere importanti servigi e progredii nella intrapresa carriera. Fui chiamato a Roma a quell'uffizio centrale, e colà sarei rimasto assai facilmente per sempre, se tu non ci fossi venuta, se non ti avessi rivista.
«Entrai un giorno nell'anfiteatro dove avevano luogo le rappresentazioni d'una compagnia equestre venuta dall'Alta Italia. Avevo udito parlare come di una vera meraviglia dell'agilità, della grazia e insieme della forza e del coraggio d'una saltatrice, fra le attrattive della quale non era ultima e meno efficace quella d'un'originale e potente bellezza. Tutta Roma se ne occupava: dicevano le male lingue che parecchi monsignori facevano omaggio del loro cuore e dei loro denari a quella figliuola d'Erodiade mandata dall'inferno per la loro perdizione. Io di donne non mi davo punto pensiero. Era questa anzi una delle mie forze: su di me venivano a spuntarsi le seduzioni delle Sirene, come le vere lagrime delle oneste fanciulle. Era il tuo pensiero che mi premuniva. I sensi e l'anima, tutto avevo assorto nella memoria dell'esser tuo; nessuna mi aveva riprodotto, che? adombrato nemmeno dinanzi quel tipo di cui mi rimanevi nella mente la più perfetta espressione. Entrai in quell'anfiteatro affollatissimo di gente ansiosamente aspettante senza il menomo stimolo di curiosità; quella sorta di spettacoli anzi mi ripugnava; ogni qual volta trovavo di quei saltimbanchi ambulanti, de' quali ero stato uno ancor io, me ne allontanavo con ripulsione; essi mi ricordavano le mie sofferenze infantili e il mio delitto; se non ci fossi stato tratto per ragion di servizio, forse nemmeno in quel circo di Roma non ci sarei entrato mai.
«Il popolo della città eterna è ancora quello dell'antico tempo, appassionatissimo per siffatti spettacoli. Una fitta immensa di teste coronava a varii ordini l'arena su cui piovevano torrenti di luce, e dove, per divertir quella plebe censita e non censita delle povere creature si esponevano a rompersi il collo ogni momento nei più arrischiati salti e giuochi di equilibrio sul dorso di cavalli correnti. Ne li compensava un entusiasmo strepitante che si manifestava in applausi clamorosissimi e senza fine. Io mi sentiva all'infuori di quell'ardore comune che possedeva tutto quel pubblico; mi trovavo isolato in mezzo a quella folla, ed anzi un velo di mestizia veniva a stendersi sulla mia mente e sull'anima mia. Ad un tratto a quel fragoroso pandemonio di voci, di grida, di battimani, di urla, successe un profondo silenzio, un silenzio quasi religioso. Era stata condotta nell'arena una cavalla bianca a dorso nudo, ornate le briglie di mappe e nastri svolazzanti color di rosa.
« — È la Leggera, vien la Leggera: udii mormorare intorno a me, e tutte le faccie si tesero verso il circo, e corse per tutta l'assemblea un fremito di piacere, come in anticipazione di quello cui ognuno si riprometteva.
«La tenda che pendeva alla porta per cui entravano nel circo gli artisti fu vivamente scartata: la musica fragorosa di stromenti d'ottone intuonò una marcia vivace, e con un salto prodigiosamente leggiero e grazioso si slanciò e fu in mezzo all'arena una donna. Ebbi lo sbarbaglio negli occhi, credetti sognare, mi dissi che quella forma che m'ero vista volare dinanzi nello scintillio dei lustrini del suo abito elegante da rappresentazione era una chimera della mia fantasia, era una visione del cervello malato sempre fisso nel pensiero d'una persona. In quella silfide avevo riconosciuto te, Zoe.
«Tutto il teatro era scoppiato in un tuono tale d'applausi, che chiamarli furibondi è dir poco. Tu t'inchinavi sorridente con grazia un po' superba, facendo cenni di ringraziamento col pome d'argento del tuo frustino; poi d'un balzo, senz'aiuto, fosti seduta sul dorso del tuo cavallo che s'impennava impaziente, contenuto al morso da uno scudiere, raccogliesti nella tua piccola mano nervosa le briglie bianche, e colla tua voce chiara, argentina, che giunse fino a me distinta ed armoniosa in mezzo a tutto quel baccano, gridando: «hop! hop! lasciate andare» ti slanciasti di botto al galoppo per l'arena.
«Avevo riconosciuto la tua persona, avevo riconosciuto la tua voce: eri tu, ma come diversa, essendo pur sempre la medesima! Eri tu, ma completa nella tua bellezza, perfetta nella potenza delle tue attrattive, cinta di quell'aureola di splendore che conveniva all'esser tuo, superba dello sfoggio della tua luce. Facesti due giri seduta sul dorso del cavallo, poscia, senza che ti si vedesse pure fare il balzo, tanto fu leggero il tuo movimento, fosti dritta in piedi sul destriero sempre al galoppo. Le tue forme così perfettamente belle si disegnavano in modo spiccato e preciso nella luminosa infuocata atmosfera di quell'ambiente; le tue chiome d'oro, in cui erano frammisti fiori di color di fuoco, svolazzavano all'aria come raggi di sole intorno al tuo capo; il seno anelante pareva pieno di desiderii e li eccitava rabbiosamente in altrui; le labbra rosse, i denti bianchissimi erano tutta una voluttà nel tuo sorriso; gli occhi saettavano scintille. Ogni atto, ogni mossa era una grazia, una bellezza artistica, un incanto. Tu affrontavi ogni più rischioso passo e lo superavi sorridendo: parevi aver domato il pericolo ed averlo fatto tuo schiavo. Si trepidava, si palpitava, si gioiva acremente a vederti. Tutte quelle migliaia d'occhi maschili ti divoravano, migliaia e migliaia d'ardori ti possedevano colla fantasia.
«Ed io?..... Tu mi turbinavi dinanzi come una visione. Il cuore mi doleva nel petto pel battere disordinato e violento. Tutto l'esser mio aspirava a te. Mi pareva impossibile che tu non dovessi sentire in mezzo a tutta quella folla l'effluvio della mia volontà, il trasporto verso te dell'anima mia... Che ti dirò di più? Uscii di là ebbro, la mente sconvolta, pazzo..... Quante follie non immaginai!..... Presentarmi a te, farmiti conoscere, e rapirti, tornare al mio antico mestiere ed arruolarmi in quella compagnia ancor io... In quel troppo tumulto della passione così vivamente ridestatasi avrei certo commesso qualche follia; ma giusto allora per ragioni di servizio fui allontanato da Roma. Non ebbi la temerità di disubbidire; e quando fui di ritorno la compagnia equestre aveva abbandonata la città, e tu eri partita con essa.
«Rimasi lungo tempo sconclusionato, triste come una giornata senza sole. Avevo bisogno di sapere almeno di te, e ti seguii accuratamente nella tua carriera su per le novelle dei giornali. Sentii allora come una specie di nostalgia: era il bisogno non delle aure, del sole, della vista del mio paese, ma il bisogno di te. Sapevo che tu eri in Piemonte; un giorno la passione fu più forte d'ogni ragionamento: fuggii e venni di nuovo in questa terra da cui ero stato lontano tanti anni.
«La Polizia di Roma aveva già informata quella di Torino di ogni cosa che mi riguardava. Appena qui giunto fui preso e tratto innanzi al Commissario Tofi. Egli mi pose innanzi il medesimo dilemma che già il prete poliziotto di Ferrara: od essere giudicato come omicida, o farmi suo cieco stromento. Tu eri qui, mi piaceva fermar qui la mia dimora: mi diedi al signor Tofi.
«Cercai la tua presenza, ti ammirai da lunge, ma venirti innanzi non ardii mai. Lasciasti l'arte tua e sfavillasti nel mondo delle cortigiane, stella errante e più splendente delle altre: non cessai di amarti, di desiderarti, di volerti. Compresi che presentandomi a te, io umile, povero, oscuro, disprezzato agente di polizia, mi avresti scacciato. La fortuna mi condusse tali circostanze, e il mio presentimento me le aveva fatte indovinare, ed io fui accorto cooperatore alla fortuna; tali circostanze, dico, per cui tu hai da curvarti al mio volere — e di queste circostanze intendo trarre compiuto vantaggio in pro della mia passione.
— E sia: esclamò con una impudente franchezza la cortigiana: questa tua passione non offende il mio amor proprio. Ma poichè questo premio che tu cerchi l'hai desiderato cotanto e ci dài tanta importanza — e non sarò io di certo che te ne darò torto — lascia che almanco io ci metta un prezzo un po' meglio adeguato. Tu ora l'avresti comperato con nulla.
— Nulla: interruppe Barnaba: e il delitto che ho commesso per te? e gli spasimi di tanti anni?...
La Zoe gli si accostò col sorriso procace del suo mestiere e lo afferrò ad un braccio.
— Avrai compenso di tutto, gli susurrò ponendo le sue labbra presso all'orecchio di lui, quasi da toccarlo. Ti farò lieto e felice così che non troverai troppo pagata la tua ventura colle disgrazie del passato... Io voglio darti più assai che non domandi. Un'ora di voluttà, una notte di trasporti e poi abbandonarci? No. Ciò ti basterebbe a te?..... Ma se io ti consacrassi tutta l'esistenza? Se io volessi esser tutta per te e sempre? Non sono una venditrice di piaceri soltanto, quale tu mi credi, sai! Ho nell'anima tesori d'amore che non ho ancora aperti a nessuno. A nessuno, intendi! Fu il destino che volle li riserbassi per te. Credi tu che io abbia amato alcuno a questo mondo? Eh via! Ho conosciuto troppo gli uomini e quindi li ho disprezzati. Io non fui per loro che un giocattolo, che uno stromento di voluttà e di vanità la più stolta, essi non furono per me che mezzi di guadagno... Ma tu meriti ben di meglio. Il tuo amore così vivo, conservato a dispetto di tutto; la tua costanza, la foga della tua passione che ora ho visto traboccarti dall'anima, mi hanno tocca. Una donna non resiste a queste prove. Tu mi hai meritata, mi hai guadagnata e m'hai vinta... Senti: effettuiamo quei sogni che già fin da giovinetto tu facevi sul nostro destino; partiamo noi due soli, per andarci a nascondere lontano lontano, fuor degli occhi di tutti a vivere beati, per amarci soltanto. Tu benedirai la sorte e questa mia ispirazione, te ne assicuro, saprò animarti quella solitudine, e variarti la medesimezza de' nostri diletti. Io possedo in mobili ed ori e gemme una ricchezza; venderò tutto, avremo da vivere agiati e sicuri.
Lo sguardo, l'accento della Zoe, il contatto delle sue mani che gli stringevano il braccio, il caldo fiato delle labbra di lei che gli percuoteva sulle guancie spiravano nel sangue di Barnaba un febbrile calore che gli faceva pulsare il cuore e tumultuare il cervello. Prese la donna alle spalle, la tenne innanzi a sè, facendole piombare negli occhi il suo sguardo più penetrativo; e con una cupa fiamma di rossore sulla pallidezza morbosa del suo volto, le disse:
— Tu faresti ciò per me?
— Sì: rispos'ella francamente.
— Senza patti?
— Ah no.
— A qual condizione adunque?
La Leggera abbassò la voce.
— Fa fuggire Luigi.
Barnaba divenne più pallido di quel che fosse prima, le sue mani si contrassero sulle spalle della donna, come per convulsione di spasimo, le sue pupille saettarono uno sguardo feroce. Respinse da sè la cortigiana e con voce sorda, ma risoluta, espressione d'una volontà irremovibile, disse seccamente:
— No.
Poi si pose a passeggiare per la stanza, le braccia incrociate, il capo chino, sulla fronte e sul viso l'ombra d'una fiera amarezza.
Zoe stette un istante in silenzio, guardandolo attentamente. Siccome egli in quel punto non la vedeva, la fisonomia di lei aveva deposta quella sembianza di tenerezza che aveva ritenuta sino allora, e vi si scorgeva invece un'impazienza, un'irritazione, quasi una rabbia. Dopo un poco ella riprese la maschera dell'affetto, e domandò con voce la più soave che potesse:
— Perchè?
L'uomo si fermò di presente e si riscosse come colpito inaspettatamente da una botta. Levò la faccia e mostrò lo sguardo malvagio ed il sogghigno d'una spietata ironia.
— Perchè? diss'egli riavvicinandosi con passo lento alla Zoe; ah! tu mi credi dunque tanto novellino da lasciarmi ancora invischiare in queste panie?
Mutò ad un tratto espressione di viso e d'accento, e soggiunse con iscoppio d'odio feroce:
— Il tuo Luigi vo' che muoia infamemente sulla forca.
La Leggera mandò un'esclamazione di vero spavento.
— Ti leggo nell'anima, vedi: continuava l'antico pagliaccio. Tu mi faresti traditore al mio dovere, e poi mi pianteresti per ricongiungerti a colui: useresti di me come di un vile strumento, che quando ha servito si getta o s'infrange. Non mi ci lascio cogliere, disgraziata!... Quell'uomo che tanto ti sta a cuore, sappi che è forse l'unico al mondo ch'io odii. Ad ogni altro ti sei venduta, non l'hai amato: il vizio aveva preso di te tutta la materia, mi figuravo che nel fondo del tuo essere vi fosse ancora un'anima che sonnecchiasse e potesse ridestarsi ed espandersi ad un amore completo qual era il mio: venne costui, e tu gli desti anche l'anima. Egli ti ha posseduta tutta, ti ha corrotto anche lo spirito. L'odio, e morrà.
Zoe volle ribellarsi a quella feroce pressione, che tentava dominarla.
— No, esclamò con forza: io lo salverò, dovessi ricorrere a qualunque mezzo.
— Non lo salverai, perchè di mezzi non ce n'è alcuno. Il tuo Principe non muoverà un dito.....
La cortigiana fece un gesto di minaccia, che era una promessa di vendetta.
— Nè alcun altro — alcun altro, capisci — troverai pronto ad aiutarti.... Avessi tu anche un milione da gettare, non riusciresti nell'impresa, perchè son io qui a vegliare, e non è possibile nè ingannarmi, nè farmi cambiare di proposito.
La Leggera saettò Barnaba d'un'occhiata piena di collera, tanto più feroce, quanto più impotente.
— Tu vuoi dunque ch'io ti detesti?
— Detestami, ma piegati al mio volere.
— E tu vuoi?
— Il medichino salirà sul patibolo, se io non lascio penetrare presso di lui la morte che tu hai promesso recargli.... Or bene, la notte ultima sua, ch'egli passerà in confortatorio, sarà quella delle nostre nozze; il mattino, uscendo dalle mie braccia, ti lascierò entrare, un momento prima del carnefice, nella cella del tuo Luigi.....
Zoe respinse inorridita quell'uomo che si era piegato verso di lei per susurrarle queste parole all'orecchia.
— Mostro! esclamò essa; e fuggì sbigottita da quella stanza.
— Pensaci! le gridò dietro Barnaba: non ci hai più che un giorno. Domani probabilmente la domanda di grazia sarà respinta, e i condannati saranno messi in confortatorio; domani sera attendo un tuo cenno.....
La donna era uscita e correva raccapricciando per gli oscuri e freddi corridoi della carcere, e il guardiano che le doveva aprire poteva a mala pena tenerle dietro.
Ma l'odio di Barnaba aveva calcolato giusto: nissuna possibilità di salute era oramai pel medichino; invano Zoe tentò ogni via; dovette convincersi che altro ella non poteva far più per lui che procurargli l'invocato mezzo di sottrarsi all'infamia del supplizio. Prese tutto l'oro che possedeva e corse da un farmacista di cui aveva da tempo speciale conoscenza. Ebbero insieme un lungo e segreto colloquio; poi il chimico si ridusse solo nel suo laboratorio e la donna partì; ma verso sera questa tornò e si ridussero di nuovo a segreto abboccamento la cortigiana e lo speziale. Quando uscì dalla bottega, la Zoe aveva la faccia pallida, gli occhi turbati e le mani tremanti.
Il ricorso per la grazia era stato respinto: i condannati alle dieci del mattino erano stati introdotti in confortatorio: la sentenza di morte doveva essere eseguita il giorno di poi all'alba.
A sera già chiusa, Barnaba ricevette un bigliettino in cui era scritta una sola parola: «Venite.»
Era di pugno della Zoe.
CAPITOLO XXXI.
Alle dieci del mattino adunque ciascuno dei condannati aveva visto aprirsi la porta della sua carcere ed uditosi annunziare che la domanda di grazia per commutazione di pena era stata respinta, e che dovevano quindi prepararsi alla morte per la mattina ventura. Furono condotti, come si suol dire, in confortatorio, ciascuno in una stanza separata, e posti in mano ai confratelli della Compagnia della Misericordia, ai quali i miseri dovevano essere affidati fino alla loro inumazione.
Le celle in cui furono posti i condannati erano carceri come le altre, nelle quali presso una parete s'era drizzato una specie di altare con sopravi un crocifisso e quattro candele accese; siccome le porte di queste celle avevano da rimanere aperte, e la custodia dei miseri, senza intromissione di agenti della forza pubblica, era tutta lasciata ai fratelli della Misericordia, ed anco perchè gl'infelici non potessero attentare alla propria vita, si era fatto vestire ai condannati la così detta camicia di forza, e per una catena che si univa ad un anello piantato nel muro, catena abbastanza lunga da permetter loro di passeggiare su e giù della cella, furono avvinti ad una gamba.
Il venire ad annunziare ad un uomo che è pieno di vita: «tu domani morrai,» è una tremenda novella. La natura, l'istinto si ribellano contro questa sentenza: tutte le forze della vitalità insorgono e s'inalberano: il vuoto orrendamente nero del sepolcro spaventa le aspirazioni della vita in pieno vigore dell'organismo; la cosa dapprima non sembra possibile; si crede ad un giuoco feroce, ad un orribile inganno che cesserà ad un punto, si spera follemente un miracolo che vi salvi, si aspetta anche una catastrofe; l'io, avvezzo a far centro se stesso all'universo, come può persuadersi che impreparato, senza transizione, ad un tratto, abbia da venir tolto di mezzo, e quella natura che crede fatta per lui, in mezzo alla quale vive, cui egli per sè riempie della sua personalità, stiasi indifferente ed immota? Esso argomenta contro l'evidenza; come una mosca dentro una chiusa invetrata, gli pare che debba trovare ad ogni momento il passo per fuggire da quella orribile realtà e si urta il capo vanamente contro l'impervia necessità inesorabile. Ad un punto la certezza di questa impossibilità lo assale, lo afferra, direi quasi, alla gola, e l'uomo sente invaso dal sangue in tumulto il cervello indebolito. Entra allora in furore: bestemmia, minaccia, freme, ruggisce; vorrebbe infierire contro sè, contro tutta l'umanità, contro il mondo; si scaglia colla temerità di Satana contro Dio. Più tardi succede la spossatezza; il parosismo della febbre suscitatasi lascia l'abbattimento; la stessa fatica materiale della prima esaltazione, conferisce a domare quel sussulto di nervi; l'incessante crudele pensiero: «fra poche ore morrò» è un potente interno corrosivo che consuma l'energia e le forze. Nell'inoltrarsi della notte cresce questa prostrazione: è quello il tempo che i preti accorti sanno più propizio a rendere efficaci le loro esortazioni religiose. Respinta d'ordinario nelle prime ore in cui il condannato è in confortatorio, nella notte la parola religiosa è accolta con tolleranza dapprima, poi il più spesso, con fervore. Visto inutile ogni lusinga nelle cose umane, il morituro si getta disperatamente nelle braccia della religione e cerca in essa quella forza che sente da ogni altra parte mancargli. Verso il mattino, di regola generale, una certa pace, e per parecchi una vera e positiva pace, è entrata nell'anima del condannato, e il misero s'addormenta di un sonno quasi sempre calmo e tranquillo.
Le impressioni provate, o per dir meglio manifestate dai nostri tre personaggi all'annunzio fatale furono diverse. Stracciaferro colla sua aria sempre più stupidita parve non aver nemmeno compreso; guardò col suo occhio semispento le persone che lo attorniavano; e siccome il secondino lo aveva fatto levare dritto in piedi per ascoltare quella terribile comunicazione, si dispose a sdraiarsi di nuovo sul suo giaciglio. Ne lo impedirono dicendogli che bisognava cambiar di cella ed entrare nel confortatorio. Si lasciò passivamente indossare la camicia di forza, trascinare alla stanza destinatagli, e guardò con una certa curiosità da scemo il carceriere che gli attaccava alla gamba la catena di ferro. I due fratelli della Misericordia che stavano a fargli compagnia (e due dovevano rimanere sempre di guardia intorno a ciascuno dei condannati) vollero cominciare a dirgli qualche parola di conforto; ma egli li guardò con aria così ferocemente imbestialita, ch'essi pensarono essere miglior consiglio per allora non toccare quel tasto. Ch'egli però capisse la sua condizione diede prova poco stante facendo la seguente domanda:
— In confortatorio si dà al condannato tutto quello che desidera, non è vero?
— È una pia usanza della nostra compagnia della Misericordia, gli fu risposto, di cercar di soddisfare ai desiderii di quegl'infelici, per quanto lo consentono le nostre facoltà; e se voi desiderate qualche cosa....
— Ebbene sì; proruppe quell'omaccione in cui fino all'ultimo avevano da predominare gl'istinti materiali: desidero fare una buona corpacciata. Voglio provare il gusto dei ricchi, mangiare come un signore, almeno l'ultimo giorno della mia vita... Mi si dia una pernice... e tutto quello che vi ha di più fino e costoso... e buon vino, barbera suggellato, e una caraffa di cognac.
Graffigna, d'ordinario così calmo, così cauto e prudente, perdette la padronanza di sè, e salì subitamente in un furore senza misura all'udire il brutto annunzio. Si dovette ricorrere alla forza per contenerlo; due uomini robusti furono necessari a vestirgli la camicia di forza, e bestemmiante, urlante, gli occhi piccoli fuori della testa, la schiuma alla bocca, bisognò trasportarlo a braccia nella cella a lui assegnata. Seguitò per un poco a strepitare, maledire, imprecare, minacciare, contorcersi, agitarsi: ma poi abbattuto, non domo, si accovacciò presso il muro dov'era infisso il capo della sua catena e stette rotando intorno occhi spauriti e insieme feroci, che lo facevano rassomigliare in vero ad una volpe presa al laccio che s'aspetta da un momento all'altro il colpo mortale.
Il medichino, egli, com'è facile aspettarsi, aveva mostrato un più nobile e più fiero contegno.
Udito che quello era l'ultimo giorno della sua vita, Gian-Luigi s'era vezzosamente inchinato come per ringraziare chi glie ne aveva data la novella, come per salutare la morte che vedesse comparirgli sulla soglia della sua carcere. Nessun altro segno d'emozione fu da notarsi in lui, fuorchè un lievissimo tremar delle ciglia; non impallidì il suo viso, non diede il menomo sussulto pur uno de' suoi membri: sorrise. Quando seppe che gli bisognava calzare la camicia di forza ed essere incatenato per il nodello ad una gamba, domandò se questo non poteva essergli risparmiato; rispostogli che no assolutamente, mandò un sospiro, e vi si acconciò senz'altra osservazione. Messo nella cella a lui destinata, guardò con empia ironia l'altare preparatovi, il crocifisso e l'inginocchiatoio postovi dinanzi; girò intorno alle pareti per quanto gli concedeva la lunghezza della catena, e lesse con apparente interessamento parecchie iscrizioni che vi erano scombiccherate su. Ad un punto vi era una filza di nomi accompagnati da qualche parola di preghiera e di rimpianto: erano i nomi di coloro che da più anni erano passati in quel confortatorio per andarne a morire: ciascuno vi aveva scritto il suo nome, la sua età, la data della sua dimora nel luogo funesto ed un'invocazione alla pietà ed alla compassione di chi leggesse. Il medichino si volse ad uno dei fratelli della Misericordia che stavano guardandolo con un interesse di curiosità che ben gli valevano la sua trista rinomanza e gli strani casi della sua vita:
— Avrebbe Lei un toccalapis da imprestarmi?
Il confratello della Misericordia s'affrettò a soddisfare alla sua richiesta. Gian-Luigi scrisse poche parole e si allontanò: i due suoi assistenti si accostarono a leggere avidamente. L'ultima di quelle lamentanze diceva: «Ah! come crudele morire a trent'anni, sano e robusto da viverne ancora altri cinquanta!» Il medichino aveva scritto con mano ferma al di sotto di tutti que' rimpianti: «Imbecilli tutti! si muore e si tace!»
I due fratelli della Misericordia si guardarono in volto stupiti, non comprendendo il significato di quella disperata rassegnazione.
— Ella non ha voluto fare come gli altri e metterci il suo nome: disse il più audace de' due.
Il medichino, pure in quella estrema condizione in cui si trovava, aveva conservato tanta apparenza di superiorità che il buon popolano sotto la cappa della confraternita non osava trattarlo altrimenti che col Lei.
— A me non piace fare come gli altri: rispose superbamente il condannato. Il mio nome!... Perchè metterci costì su quella ignominiosa parete, vicino a que' nomi infami anche il mio? Per farmi ricordare? Ho più caro essere obliato. E chi lo leggerebbe? Qualche altro miserabile che passerà angosciato per quest'anticamera del patibolo.
Si piantò innanzi alla parete dov'erano scritti que' nomi e li lesse forte con accento d'una sprezzosa ironia.
— Ne ricordo alcuni di questi buoni arnesi. Costui che ha scritto la massima la più affettuosa e più tenera del Vangelo, cui certo gli aveva allor allora soffiata nell'orecchio il confessore, aveva ucciso una vecchia a colpi di sasso per pigliarle quaranta franchi; quest'altro ammazzò suo padre, perchè non voleva dargli dieci lire da pagare una meretrice.... E tutti costoro si sono purgati con una buona confessione, s'illustrarono con un pentimento esemplare, sono partiti dal mondo «puri e disposti a salire alle stelle» ed ora godono nelle beatitudini del paradiso il premio delle loro buone azioni.
I due della Compagnia della Misericordia, senza capire tutta l'empietà dell'ironia che era nelle parole del condannato, pure se ne sentivano ghiacciare il sangue; lo guardavano quasi esterrefatti, e non sapevano trovare parola.
Il medichino riprese dopo un poco:
— Loro ne hanno assistito qualcheduno di questa brava gente nelle sue ultime ore?
— Signor sì: rispose quello de' due che aveva lo scilinguagnolo più sciolto. Feci quest'opera di carità per tre di codestoro; e li accompagnai, sostenendoli, proprio sino ai piedi.....
Si trattenne dal dire l'ultima parola.
— Della forca: suggerì il condannato con un sorriso pieno d'innocenza.
— Sì, signore.
— Bravo! È uno zelante Lei!
— Eh eh! fece il confratello insaccando modestamente il capo fra le spalle.
— Ne la felicito. Che professione è la sua?
— Sono barbiere.
— E la trascura la sua bottega per passar qui la giornata nella compagnia poco gradevole di uomini che stanno per dar calci all'aria. Ci prova dunque una soddisfazione?
— Quella di fare un'opera buona.
— E ne spera compenso?
— Da Quel di lassù.
— Benone! La sarà chiamata a far la barba nel regno dei cieli.
E voltò le spalle ai due confratelli, a cui quello scherno ispirò più terrore che risentimento. Passeggiò per un poco su e giù, poi andò a sedersi sul gradino dell'inginocchiatoio. I due assistenti si dissero che loro debito era quello di confortare il condannato, e che per confortarlo bisognava parlargli; si consultarono quindi a bassa voce fra di loro, si fecero reciprocamente coraggio, s'avvicinarono al paziente uno dall'una parte, l'altro dall'altra, e cominciarono colla maggior convinzione del mondo a snocciolare la filza delle consolazioni e degli ammonimenti volgari che erano del caso. Gian-Luigi sollevò il capo e guardò stupito questo poi quello, come avrebbe guardato due automi di Vaucanson, così perfezionati da favellare; poi ad un punto li interruppe.
— Signori, la loro eloquenza a duetto senz'accompagnamento è tale da disgradare quella del Segneri, dello Scarpa, di tutti i predicatori gesuiti e del professore Paravia; ne faccio loro i miei complimenti, ma io non amo l'eloquenza — fuor quella dei fatti — detesto i sermonanti e gli avvocati; e il susurro delle loro parole mi riesce molesto come il ronzio di due tafani. Li prego di credere che ho abbastanza fantasia per immaginarmi tutte le belle cose che trovano da dirmi, e di lasciarmi quindi tranquillo. Ho piacere di meditare: è l'ultimo giorno che mi servo di questo strano stromento che è il cervello, e mi piace, come si suol dire, darmene una satolla. Le loro buone intenzioni che apprezzo, tradotte in discorsi, non riescono che a disturbarmi.
I confratelli s'allontanarono da lui mortificati, e lasciandolo immerso ne' suoi pensieri, non gli rivolsero più la parola.
Erano passate parecchie ore, quando il condannato, uscito dalla sua meditazione, s'accorse che i due soci della pietosa confraternita stavan sull'uscio della cella discorrendo vivamente, a bassa voce, con qualcheduno.
— Che cosa c'è? domandò egli uscendo per la prima volta dalla sua apatia e lasciando apparire una certa inquietudine.
I confratelli si volsero verso di lui a rispondergli. Il tempo di guardia dei due primi era trascorso, ed altri due si erano a quelli sostituiti, senza che il condannato pur se ne avvedesse. Uno di questi nuovi assistenti rispose adunque:
— È un buon religioso, il bravo Padre Bonaventura de' frati gesuiti che vorrebbe parlarle.
Gian-Luigi corrugò leggermente le sopracciglia.
— A me? domandò egli con accento d'uomo che non capisce il perchè d'una cosa: Padre Bonaventura? E che può egli aver da dirmi?
Il frate non lasciò rispondere da altri: cominciò per allungare il collo e mostrare il suo cappellone da gesuita e la sua faccia pienotta nel vano della porta, poi si fece innanzi e introdusse la sua grassa persona vestita di cotta nera.
— Caro mio figliuolo: disse con voce d'un'affettata dolcezza, che riuscì al paziente oltremodo antipatica: ti dispiace ch'io venga a fare un poco di conversazione con te?
Era una delle specialità di quel gesuita il confortare i condannati a morte, ed aveva fama di saper toccare il cuore ai più riottosi e convertire i più ricalcitranti. Si narrava di scellerati dal cuore induritissimo, che, avendo resistito alle esortazioni dei più eloquenti confessori, avevano poi finito per cedere alla insinuantesi, melliflua voce del gesuita. I casi più serii ed i birboni più matricolati erano riservati a lui; era questo uno dei suoi vanti eziandio, e soleva accorrere come divisione invincibile di riserva nella battaglia contro il demonio, per istrappare dagli artigli di quest'ultimo l'anima scellerata che si stava per lanciare nell'eternità. Il contegno del medichino coi due primi confratelli della Misericordia aveva già provato chiaro come quest'infelice appartenesse alla schiera dei pervicaci, e s'era pensato senz'attender altro, di far venire subito all'assalto le poderose forze dialettiche e teologiche dell'eloquenza del gesuita.
Questi poi era da se stesso offertosi sollecitamente ed andato incontro all'ufficio, perchè una gran curiosità gli era nata in corpo di veder chiaro in certi misteri cui frequentando assiduamente la casa Baldissero aveva colla sua solita accortezza notato in quella famiglia da alcuni giorni, misteri nei quali aveva subodorato aver parte il famoso medichino, condannato a morire. Come abbiam visto aveva egli appreso dalla confessione del moribondo Nariccia che il creduto Maurilio non era altrimenti il figliuolo della marchesina Aurora, ma che questi era da trovarsi in altro individuo possessore della metà di quella certa lettera di cui egli s'era reso padrone e che per suo mezzo era passata nelle mani del marchese. A lui non si era detto nulla più intorno a quell'affare: ma col suo acume il gesuita non tardò a concepire il sospetto che quel vero figliuolo fosse stato trovato, e da certi sguardi scambiati, da certi pallori e silenzi impacciosi subitamente avvenuti fra i componenti della famiglia Baldissero, quando nel loro salotto il discorso cadeva, come in que' giorni era troppo facile succedesse, sul così detto medichino, il frate era venuto ad argomentare che quel tale smarrito fanciullo potesse benissimo esser costui. Sdegnato che a lui non se ne fosse fatta la confidenza, e pensando che in qualche modo nell'avvenire la scoperta di questo segreto di famiglia aggiunto a quegli altri ch'egli conosceva già, avrebbe forse potuto giovargli, Padre Bonaventura decise impiegare tutta la sua arte nell'apprendere il vero, ed avvisò che metodo buonissimo da ciò fosse il sentire il condannato a morte nell'ultima sua confessione. Ed ecco perchè con tanto maggior zelo si affrettava a venir disputare quell'anima al demonio.
Ma al pari della voce falsamente amorevole, fu antipatica al condannato la figura ancora più falsa di quel frate. Il sorriso piacentiere di quelle labbra carnose da ghiottone gli dispiacque estremamente: quel sentirsi a dar del tu (usanza che il gesuita aveva con tutti i suoi penitenti) fece inalberare l'orgoglio permaloso di Gian-Luigi. Questi si levò in piedi, guardò il gesuita dalla cera ipocritamente umile, come un principe avrebbe guardato un pezzente, e rispose con superbo piglio:
— Che cosa vuoi tu ch'io me ne faccia della tua conversazione?
Padre Bonaventura, offeso, arrossì alquanto nelle sue guancie paffute, e nello sforzo di voler dominare la sua bizza, fece una smorfia che pareva di chi inghiottisca qualche amara medicina.
— Oh oh! disse fra sè: che tono.... Ma gli è tutto l'orgoglio dei Baldissero.... Cospetto! E' rassomiglia di molto alla marchesa Aurora.... Non ci è più dubbio: questo è il figliuolo di Valpetrosa.
— Mio caro, riprese di poi con un forzato sorriso: chi sa che la mia conversazione non possa esservi utile più che non crediate. E se d'altronde, a voi non interessa, fate conto che la vostra interessi me, e concedetemi un momento di colloquio per farmi piacere.
Gian-Luigi sorrise più superbo che mai; e passando ancor egli a dargli del voi, rispose:
— Sia come volete. Inoltratevi; sedete... o state in piedi, come vi piace meglio; e dite quello che vi pare.
Padre Bonaventura s'introdusse col suo solito sorriso e il suo passo discreto che non faceva rumore, sedette, si levò il cappellone e se lo pose sulle ginocchia, vi pose su le mani incrociate e guardò col suo occhio esaminatore il condannato; il quale, dopo averlo fissato un poco con aria di non dissimulato disprezzo, si era dato a passeggiare in su e in giù per quanto gli permettesse la sua catena.
Il frate non tardò a farsi certo che le sue usate sdolcinerie gesuitiche e le carezzevoli forme per cui soleva insinuarsi nell'animo altrui, non avrebbero approdato con questo cotale; ed avvisò che a scuotere quella superba avversione onde il giovane lo aveva accolto, a farne oscillar l'anima fiera, e poter trovare un giunto, se pur vi era, di quella corazza di incredulità e d'orgoglio cui vestiva quella robusta volontà, occorreva percuotere un gran colpo. Stette un buon quarto d'ora senza parlare, seguitando sempre collo sguardo de' suoi furbi occhi penetrativi l'andare e le mosse del condannato: voleva eccitarne alquanto con quel silenzio la curiosità; il giovane non avrebbe di certo potuto a meno di pensare: «che mai ha in animo di dirmi costui? come se la vuol prendere per convertirmi? e perchè non parla?» voleva suscitarne coll'attesa l'impazienza e così provocarne di meglio l'attenzione. Di fatti il medichino, che andando e venendo gettava sempre uno sguardo sul gesuita e ne vedeva le pupille fisse su di lui con espressione di pietà, di cordoglio, di rammarico, finì per impazientirsi di quella taciturnità e di quelle guardate.
— Ebbene, diss'egli piantandosi innanzi al frate, la è questa la conversazione che volete fare?
— Sapete pure, rispose Padre Bonaventura, che quando si hanno le tante cose da dire, gli è appunto allora che non si trovano le parole. Stavo pensando.
— Quando siete venuto qui, disse Gian-Luigi con fine ironia, dovevate già aver pensato. Alle corte, voi siete venuto per salvare l'anima mia. (Fece un satanico sogghigno nel dir ciò). Non è egli vero?
Il gesuita alzò gli occhi al soffitto in una mossa da estatico, come si dipingono i santi che si adorano sugli altari.
— Ho pregato vivamente, rispos'egli con voce che pareva piagnolosa, ho pregato la Madonna del Carmine mia santa patrona, perchè mi rendesse degno di questa grazia.
— Or bene, continuava il condannato colla medesima empia ironia, se la vostra Madonna vuol farvi questa grazia, deve già avervi ispirato i mezzi di pervenire al vostro santo fine, gli argomenti da convincere la mia incredulità (perchè io sono un incredulo, signor mio), l'eloquenza da penetrarmi in cuore. Parlate adunque sollecito e saremo più presto liberi tuttedue, voi dell'obbligo del vostro mestiere, io....
Si arrestò, perchè la sua natìa gentilezza gli fece sentire in quella tutta la brutale grossolanità della espressione che stava per usare.
— Della mia compagnia: soggiunse il gesuita terminando la frase, con accento di mite umiltà e faccia di rassegnata tolleranza. Ditelo pure. Oh! non crediate d'offendermi. Me, come uomo, voi potete ferire come e peggio che vi piaccia; non mi lamenterò, vi benedirò anzi. Vorrei esser fatto segno non solo della vostra ironia, del vostro scherno e del vostro disprezzo, ma dei più fieri insulti eziandio e dei mali trattamenti. Ricordate ch'io son servo e ministro di Colui che venne in terra per tutto soffrire dagli uomini in beneficio degli uomini, di Colui che disse: «se vi percotono la guancia destra, e voi porgete la sinistra.»
Queste parole pronunciate con un tono dolciato ed untuoso che sapeva d'ipocrita lontano le mille miglia, irritarono vieppiù il paziente: una matta voglia glie ne venne di percuotere una di quelle guancie paffute del frate, per porlo tosto in condizione d'applicare la massima del Vangelo; si tolse di là per resistere alla tentazione, e prese di nuovo a passeggiare.
Padre Bonaventura, che s'accorse dell'effetto delle sue parole, continuava:
— Vedo tutta l'irritazione dell'animo vostro, e la capisco. La è naturale, è necessaria, e vorrei benissimo che la potesse avere uno sfogo, sicuro che di poi la cederebbe per lasciarvi luogo a penetrare alla parola di Dio. Deh! (e levò più che mai gli occhi al soffitto) potess'io essere occasione e vittima anche di questo sfogo: io vi direi come Temistocle: «batti ed ascolta»; ma per carità, per l'amore di voi medesimo, per l'anima vostra, rispettate quello che v'ha di più rispettabile e di più venerando: la nostra santa religione....
Il medichino lo interruppe con impazienza:
— Voi, quantunque gesuita, mancate di quell'arte rettorica che mostrate a vostro uso alle generazioni crescenti. Mi scongiurate a nome di cose che non hanno, che non possono avere su di me nessuna efficacia. La carità? Come volete che ci creda un uomo che gli altri uomini mandano a morire? L'amore di me medesimo? Fra dodici ore non esisterò più. L'anima mia? Non credo a questa invenzione dei pusilli che i furbi di tutte le epoche col nome di sacerdoti, hanno sfruttata per tenere a sè soggetto il genere umano. Noi siamo un organismo come quello dei bruti, più perfetto, e che quindi è arrivato al fenomeno del pensiero: distrutto quest'organismo, tutto è distrutto. La vostra anima l'ho cercata collo scalpello dell'anatomico, e non l'ho trovata; ho trovato bensì la materia e le leggi necessarie che la reggono da cui tutto mi viene spiegato senza bisogno d'altra ipotesi. Come volete voi ch'io rispetti la religione? La vostra, al par di tutte le altre, non è che un insigne inganno a cui si pigliano i semplici: l'uomo, stupito egli medesimo d'avere una ragione, vi ha rinunciato per credere alle assurdità dei dogmi.
Padre Bonaventura tolse dalla coppa del suo cappello le sue mani bianche e grassotte, e le levò in alto inorridite. Allora pensò che non bisognava più indugiare a dar quel certo gran colpo che aveva meditato.
— Sapete una cosa, signor incredulo? diss'egli con maggior forza nell'accento: io son quello che assistè fino alla morte l'agonia del povero Nariccia, e ne udì l'ultima confessione.
La botta fu veramente efficace; le guancie già pallide del condannato impallidirono ancora; un tremito, tosto frenato, gli agitò le membra; negli occhi corse come uno sgomento; ma il vigoroso atleta si riebbe tosto; i muscoli della faccia si fermarono in una espressione di feroce impudenza, lo sguardo sfavillò d'una luce infernale.
— Ebbene? domandò egli freddamente. Che cosa ne volete inferire da ciò?
— Che in questo dovreste riconoscere la mano di quel Dio che negate, l'opera di quella Provvidenza cui bestemmiate.
Gian-Luigi crollò le spalle.
— Non ci vedo che il fatto naturalissimo di un caso volgare. È vostro mestiere udire confessioni ed assistere moribondi.
Il gesuita piantò in faccia al condannato i suoi occhi fissi, acuti, penetrativi.
— Gli è da lungo tempo che io conosceva messer Nariccia: diss'egli lentamente: fin dal tempo ch'egli era ragioniere del fu marchese di Baldissero, padre dell'attuale.
Il lieve movimento con cui si rivelarono l'interesse e la sorpresa di Gian-Luigi, non isfuggì allo sguardo attento del frate.
— Io sapeva già molto di lui e della sua vita: continuò questi con la medesima lentezza: ma non sapevo tutto..... Di un uomo qual era quel povero Nariccia (Dio gli voglia usare misericordia!) è impossibile saper mai tutti i segreti; ma in faccia al sepolcro, al momento di comparire innanzi al giudice eterno, anche le anime più nere e più false sentono la pressione della verità e provano il bisogno di riconoscere la giustizia divina.
Quercia protestò con un sorriso.
— Eh! esclamò egli. Ho conosciuto anch'io e per bene quello sciagurato. Era un impostore.....
— Innanzi alla morte ed alla paura della dannazione eterna non vi hanno più ipocrisie. Quell'uomo disse tutta la verità, così che io potei riparare ad un grave errore in cui per sua colpa stava per cadere un'illustre famiglia, adottando come suo membro un estraneo che non le apparteneva.
Il medichino non pensò neppure a dissimulare la sua meraviglia.
— Ah! siete voi che avete appreso al marchese la verità?... Voi dunque sapete tutto?
— Vi ho già detto che così era.
Padre Bonaventura non ebbe più dubbio nessuno sull'essere del giovane. S'e' non fosse stato lo smarrito fanciullo, come avrebb'egli avuto cognizione di codeste cose?
— Or bene: disse dopo una brevissima pausa il condannato: per qual motivo venite voi a ricordarmi codesto? Poichè siete così appuntino informato a tal riguardo, saprete pure che tutto ciò gli è, dev'essere come se non fosse stato mai, che quindi non se ne ha pur da discorrere.
— Vengo a ricordarvelo, disse il frate, appunto perchè nella sequela di questi avvenimenti riconosciate qualche cosa di più che l'opera del caso, la mano di quell'Essere supremo che tutto muove.
Volse uno sguardo verso i due confratelli della Misericordia, che fino dal principio del colloquio si erano ritratti il più lontano che si potesse, ed abbassò tuttavia la voce perchè neppure il suono di una parola giungesse sino a loro.
— Quel bambino cui Nariccia derubò dell'aver suo e volle smarrito fu quello che venne ad assassinarlo, spogliarlo e trarlo a morte...
Questa vicenda di casi era veramente così speciale che già n'era stato colpito, meditandovi sopra, l'assassino medesimo; nel rimettergliela ora innanzi la mente, fra' Bonaventura, che aveva di botto determinato giovarsi di quella circostanza per influire sull'animo del giovane, ridestò in costui tutta l'emozione, tutto il turbamento che già pensandovi da solo, egli ne aveva provato. Fece vivamente un atto colla mano come per dirgli, per imporgli tacesse, ed allontanatosi da lui, stette un istante immobile, muto, colla faccia nascosta nelle palme delle mani. Ma fu breve l'istante della sua commozione; la fiera natura non tardò a riagire in lui: rialzò la faccia in cui brillava da agghiacciare il sangue a chi lo mirasse in tutta la sua potenza malefica un sogghigno mefistofelico e disse con acre ironia:
— Io non sono dunque stato, a vostro senno, che lo stromento della Provvidenza, per punire la colpa di quell'....
Trattenne l'epiteto oltraggioso che stava per uscire dalle sue labbra a carico di quell'individuo da lui ucciso.
— Di quell'uomo: soggiunse ripigliando. Non c'è dunque imputabilità in me. E che s'immischia la giustizia umana a voler sindacare gli atti e gli stromenti di quella divina?... Se la voleva concedersi gusto di fare un processo, non è a me che lo doveva rivolgere, ma a Domineddio.
— Sì, rispose il gesuita, voi foste stromento della Provvidenza, come lo siamo tutti quanti siamo, effettuando ognuno il disegno di Dio; ma ciò non toglie che ciascuno debba portare la risponsabilità dei suoi atti.
— Signore, interruppe Gian-Luigi, queste le sono teorie filosofiche da spacciarsi ai babbei che adottano lo stupido assioma: credo quia absurdum. Se io nei miei fatti sono l'agente d'una volontà superiore che mi domina, non posso io essere accagionato di quel che faccio; non ho più la libertà del mio arbitrio, e senza questa libertà come aver merito o colpa?
Stimo troppo fastidioso pei miei lettori il riferir qui le ragioni addotte dal gesuita a difendere le grandi teorie dell'esistenza di Dio e dell'anima umana immortale, non che la guisa con cui esprime questi principii ne' suoi dogmi, nel suo culto e nella sua disciplina (tutte cose che si tengono) la religione cattolica. La sostanza fondamentale di tutti quegli argomenti era quella medesima che abbiamo visto nelle parole di Don Venanzio, allorchè ebbe luogo tra lui e Maurilio la discussione religiosa che fu riferita per sommi capi; con questa differenza però, che dalla parte del parroco di villaggio v'era maggior bonarietà e vi si sentiva più profonda convinzione e più sincerità di buona fede; in Padre Bonaventura erano invece maggior quantità di arzigogoli d'argomentazione scolastica da teologia di seminario, ed abbondosi quegli ornamenti (che nel discorso dell'umil prete mancavano affatto) dell'eloquenza gesuitica carezzevole, untuosa e sdolcinata.
Gian-Luigi oppose con acerbo disdegno tutte le difficoltà che suole affacciare il materialismo alle idee spiritualiste da Lucrezio in poi, rincalzate dall'aiuto potente che gli vennero a dare le scoperte della scienza moderna; ma il gesuita non solo condannava, sì ancora negava la scienza, non si contentava di cercare ai progressi positivi della medesima un'interpretazione che si potesse accordare coi principii da lui sostenuti, ma que' progressi contestava addirittura coll'ignoranza superba di chi nei quattro cujus della sua teologia vede racchiuso tutto lo scibile umano, e pretendeva disfare ogni argomento avversario, scombussolare la dialettica delle deduzioni oppostegli colla indiscutibile autorità della rivelazione. Que' due individui rappresentavano due estremi opposti dell'umana ragione uscita dalla strada normale della sua vera capacità; il gesuita era di quelli che la volevan trarre all'eccesso dell'abdicazione, Gian-Luigi apparteneva allo stuolo temerario di coloro che per troppo orgoglio della medesima, per volerla fare troppo assoluta sovrana sono costretti a degradarla sino alla compiuta dipendenza di lei dalla materia. Era impossibile che s'intendessero.
— Oh sentite: disse ad un punto il giovane impazientito: mi è avviso che voi sciupate il vostro tempo, e che a me, quel poco che mi rimane, non me lo lasciate così piacevolmente occupare come si potrebbe. Io non credo a nulla, nè a Dio, nè a diavolo, nè alla mia anima, nè alla vostra, e non credo neppure al vostro zelo, nè alla vostra buona fede. Quello che voi volete si è conseguire il vanto di aver ottenuta la meravigliosa conversione del famoso scellerato di cui parla tutta la città. Bene, facciamo un patto. Tutto a questo mondo è finzione; ed ogni uomo sostiene una parte mostrandosi diverso da quello che è: io non ho fatto altro nella mia vita che rappresentare la commedia, posso bene terminarla acconciandomi ad un'ultima finzione in un ultimo episodio. Gli uomini che tutti non vogliono altro che ingannare altrui, non meritano altro che di essere ingannati. Lasciatemi tranquillo ed io farò da convertito, e domattina mi adatterò a tutte le scioccherie che voi vorrete. Il mondo sarà edificato, e la brava ignoranza del volgo popolerà il paradiso d'un beato di più.
Il gesuita non rispose; pareva che pensasse ad altro; quando verso l'uscio fu udito uno scalpiccio ed un bisbiglio; i due personaggi di questa scena rivolsero a quella parte un'occhiata e videro due persone che volevano entrare, ed a cui i fratelli della misericordia impedivano il passo, dicendo:
— Pel momento non si può; sta col confessore.
Padre Bonaventura vide una di quelle persone vestita de' panni neri del prete, e parlò ad alta voce, tanto da essere udito anche da chi stava sulla porta:
— Diletto figliuolo, oh come benedico Iddio di aver data alle mie povere parole tanta forza da avervi tocco il cuore, sgombrata la nebbia dalla mente, e fattavi scorgere la luce sublime della nostra santa religione!...
Gian-Luigi represse una risatina, scambiò col frate uno sguardo profondo in cui quelle due anime si penetrarono, e disse sottovoce:
— Ad impostore, impostore e mezzo.... Il patto è dunque accettato.
— Volete ch'io dica qualche cosa al marchese di Baldissero?
— Ditegli che ho tenuto parola....
Ma in quella il condannato riconobbe quali erano le persone cui i confratelli della misericordia impedivano dall'entrare, e si slanciò vivamente verso di essi.
— Lasciate, lasciate passare.... Madre mia! Mio buon Don Venanzio, venite, venite.
Entrarono la vecchia contadina ed il vecchio parroco del villaggio. Il gesuita, dritto in piedi, si trasse un poco da un canto, e rimase lì ad osservare.
Margherita non pronunziò parola: il suo non fu che un gemito: si gettò al collo del giovane e scoppiò in pianto dirotto, quantunque a vederne le ciglia rosse, le occhiaie infossate, le pupille spente si sarebbe detto che quella donna aveva già pianto tante lagrime da esaurirne la fonte.
Il condannato la guardava e l'accarezzava con aria di profonda e tenera compassione.
— Via, via: diss'egli poi con voce commossa: fa cuore, povera donna!... Dovresti tu piangermi così? Dovresti tu ancora amarmi cotanto?..... No certo. Io sono stato per te il più sconoscente dei figliuoli: mi avresti dovuto cancellare dalla tua memoria e dal tuo cuore. Gli è dunque che tu sei organicamente costituita per amare, come la pianta per fiorire e l'ape per raccogliere miele.
La povera vecchia non capiva nulla, non dava retta a nulla, non faceva che piangere e stringere a sè il giovane, come se temesse venissero allora a strapparglielo dalle braccia, ed essa lo volesse difendere contro tutti e contro tutto.
— Oh quanto ora mi duole, soggiunse Gian-Luigi, di non averti rimeritata come avrei dovuto.
Don Venanzio, che aveva udito entrando le parole di frà Bonaventura ed aveva sentito allietarsi il cuore nella credenza della conversione religiosa del giovane, prese le ultime parole di costui come un'espressione parziale di quel pentimento che la nuova fede riacquistata aveva suscitato nell'anima del reo, e si confermò nella lusinghiera opinione da lui concepita del ravvedimento di Gian-Luigi e della sua acquiescenza alle verità della fede.
— Giovanni: disse il buon vecchio commosso; riconoscere i proprii falli è il primo atto di chi si pente e sta per purgarne l'anima sua. Quella medesima ingratitudine che ora confessi verso la donna che ti fu amorosissima madre di adozione, l'hai avuta verso la Provvidenza che ti fu larga di tanti doni.....
— E sopratutto d'una così bella sorte: soggiunse amaramente Gian-Luigi.
— Ella volle colla medesima porre al cimento l'anima tua: riprese vivamente il parroco, a cui le parole del giovane tornarono di botto il timore che la conversione di lui non fosse così certa come s'era lusingato. Ma il medichino, che non bramava ricadere in quei discorsi, si affrettò ad esclamare con tono d'ipocrisia che la sua abitudine di fingere faceva naturalissimo:
— Lo so, lo so; e benedico appunto quella buona Provvidenza, che traverso tanto succedersi di vicende mi ha menato a questo punto. La si rallegri anco Lei, caro Don Venanzio, che ha la bontà d'interessarsi alla salvezza della miserabile anima mia: io ho aperto gli occhi alla luce della verità, ed ecco il benemerito che colla sua dialettica, colla sua eloquenza veramente ispirata da lassù, ha eseguito su di me questa operazione di cataratta morale.
Accennava ciò dicendo a Padre Bonaventura, il quale nell'angolo dove s'era ritirato e stava ad osservare ogni cosa, prendeva una mossa tutto modesta, avvolgendo in un'ostentata umiltà di cristiano e di frate il merito e il vanto dell'allegata sua vittoria sull'errore. Nelle parole del condannato c'era una finissima beffa, e nell'accento una velata ironia, cui ben sentì lo spirito arguto del gesuita, ma di cui non s'accorse menomamente la bonaria semplicità e la buona fede della candida anima di Don Venanzio.
Questi si rivolse adunque verso il frate, e con vera espansione di affetto ammirativo, quasi di riconoscenza, gli disse:
— Permetta che anch'io, il più umile dei servi del Signor nostro che è ne' cieli, la ringrazi e la benedica per questa sua così bella e felice opera di carità. Io veniva qui piegando sotto il grave carico che credevo Dio mi avesse imposto: quello di condurre alla verità quest'anima miseramente traviata, e sentendo impari al còmpito le deboli mie forze. Ecco che pietoso Padre di lassù ha suscitato a tempo Lei per ottenere questa difficile vittoria, ch'io avrei forse invano cercata. Sia lodato e benedetto il Nome dell'Altissimo, e lasci ch'io nell'opera sua, reverendo, riconosca ed adori la clemenza e l'onnipotenza divina.
Tese una mano al frate, il quale pose in essa la punta delle sue dita.
— Sì: disse poi Padre Bonaventura con maggiori le mostre della sua ipocrita umiltà, torcendo il collo, serrando le labbra, alzando di traverso gli occhi al soffitto: io non sono che un misero stromento di cui piacque servirsi al Signore. Io non riconosco altro merito in me, ed innalzo al trono del Creatore i più fervidi rendimenti di grazie.
Il medichino ebbe di nuovo sulle labbra il più perfido sogghigno mefistofelico: ma per fortuna Don Venanzio non lo vide.
— Ella ha forse già udito in confessione questo infelice? domandò il parroco al gesuita.
— Sì: rispose quest'ultimo scambiando uno sguardo d'intelligenza col condannato: e domani prima dell'alba tornerò per recargli il santo viatico ed accompagnarlo fino all'ultimo passo tremendo.
A questo ricordo dell'orribile fatto che attendeva Gian-Luigi, Don Venanzio ebbe un brivido in tutta la persona, Margherita mandò un gemito, il condannato solo stette impassibile, ma un sospetto gli attraversò la mente.
— Che costui sia mandato dal marchese per custodire sulle mie labbra il suggello affinchè non ne sfugga il segreto della mia nascita? Pensò egli, e un vivo interno dispetto diede uno speciale bagliore allo sguardo con cui ricevette l'addio affettatamente affettuoso con cui lo salutava il gesuita; il quale saputo ciò che lo interessava, si sentiva ora disagiato a star lì fra l'ironia diabolica del condannato, e l'angelica buona fede del parroco del villaggio.
— Questo taumaturgo convertitore: disse il medichino, senza più dissimulare la sua malvagia beffa, quando il frate fu partito: è dunque molto famigliare del marchese di Baldissero?
— Sì: rispose il buon prete che non capì la ragione di questa domanda: aveva già molta attinenza con quella famiglia fin dal tempo del fu marchese padre dell'attuale.
— Gli è perciò che questi volle affidata a lui sì nobile missione..... Lei, Don Venanzio, è troppo buono e troppo onesto perchè l'accettasse e fosse capace di compirla.
Il parroco allargò tanto d'occhi.
— Che missione? domandò egli: quella di convertirti?... Ah! gli è lungo tempo che pregavo il Signore me ne rendesse degno e mi accordasse la forza e l'abilità di sostenerla....
— No: disse bruscamente Gian-Luigi: si tratta d'una missione meno nobile a cui la sua delicatezza avrebbe disdegnato, caro Don Venanzio; il marchese non si fida della mia parola e mi ha mandato intorno quell'ipocrita d'un frate a sorvegliarmi, perchè io non racconti a nessuno il segreto dell'esser mio.
— Che di' tu mai? esclamò il parroco in una meraviglia che pareva quasi spavento. Il marchese, sappilo, è incapace di un simile tratto, e quel santo religioso non si assumerebbe mai una tal parte.
— Quel santo religioso! interruppe con un ghigno il condannato a cui scappò la pazienza. Quel birbo d'un gesuita, mio caro Don Venanzio, è il più matricolato impostore che sia stato mai sotto la cappa del cielo.
E raccontò in breve con parola vivace e risentiti colori ciò che poc'anzi era intravvenuto fra lui e il frate.
A Don Venanzio, cui questa cosa tornava incredibile, parve di fare un brutto sogno.
— È impossibile! andava egli esclamando, le mani levate in alto nell'espressione dell'orrore da lui provato a siffatta rivelazione: non può un ministro di Dio scendere sì basso, tradire così il suo dovere, mentire nella più sacra cosa ch'egli abbia!
E poichè Gian-Luigi ebbe confermato con solenne asseveranza il suo dire, il vecchio sacerdote, dolorosamente sbigottito, uscì a domandare:
— Ma dunque non è punto vera la tua conversione? Non è punto vero il tuo pentimento?
— Conversione! Pentimento! disse il condannato con amarissima ironia. Mi lasci esser sincero, Don Venanzio: è nel mio carattere, e mi è debito in queste ore supreme il dire audacemente la verità. S'io fossi riuscito nell'opera che avevo intrapresa — opera assai più vasta e terribile di quanto il pubblico crede e i giudici hanno appurato; — mi sarei io pentito? avrei avuto rammarico dei mezzi adoperati? No certo! Ho comune con quella setta di cui veste la tonaca ed ha i pensieri ed usa gli accorgimenti quell'ipocrita che è testè uscito di qua, ho comune coi gesuiti, dico, il principio che qualunque sieno i mezzi, poco importa, purchè si arrivi alla meta... Mezzi buoni e mezzi cattivi... Ma nulla è di assoluto per l'uomo, e il male non è che un particolar modo di vedere e di sentire secondo le epoche, l'educazione, le diverse qualità di razza, di temperamento, d'intelligenza. Quando la maggior parte degli uomini si accorda a dir male una cosa, ha il diritto colla forza che dà il numero di imporre la sua credenza altrui. Sia: tutto è dominio della forza quaggiù e finchè un'altra forza non la vince, governi il mondo morale quell'opinione e punisca i violatori della sua ortodossia: ma il vinto, il punito, ha pur diritto nel suo foro interiore di protestare, di serbare la sua credenza, di pensare come vuole. Me colpisca pure la dominante prepotenza sociale, ma la non può farmi da me rinnegare me stesso, condannare il mio fatto, smentire la mia individualità. Io non mi converto e non mi pento.
Don Venanzio levò al cielo le palme con mossa d'uomo inorridito.
— Oh sofismi orgogliosi dell'errore! esclamò egli. Ma sventurato che tu sei!... Ciò che è male non ti accusa e denunzia la tua stessa coscienza?
— Che cos'è che chiamano coscienza gli uomini? Per molti — per quasi tutti — è un'intima, inconscia viltà; è il residuo di vane credenze e paure istillate nell'animo umano dalla presente educazione infantile e delle quali, tanta è l'impronta, rimane pur sempre in ognuno, checchè si faccia, un ricordo. La coscienza del cristiano è diversa da quella del musulmano, questa da quella del buddista, e diversa da tutte è quella del selvaggio che non ha punto, od appena se un adombramento d'idee religiose. È dunque la nostra coscienza l'arbitro per ciascuno del bene o del male? E se la mia coscienza mi lascia tranquillo, egli è segno quindi che non è male quel ch'io ho fatto?
— Perchè tu l'hai pervertita dall'influsso delle inique passioni, dai sofismi del tuo intelletto, ribelle al suo Creatore.
— E perchè le passioni non sarebbero esse una scorta verso il vero fine dell'esser nostro?
— Lo sono, quando contenute nei limiti dal timor di Dio e dall'amor del prossimo.... L'idea del bene non è una chimera, perchè trovasi in tutto il genere umano, a qualunque grado di coltura sia giunto. Anche il selvaggio che tu citavi poc'anzi, ha in fondo in fondo alle poche sue idee una nozione confusa, incerta, ma pure essenziale, del bene e del male. A seconda che l'uomo progredisce, quest'idea si fa più netta, più complessa insieme e più giusta; finchè la nostra santa religione ce ne dà la più compiuta e perfetta, perchè l'ultima espressione del vero, perchè rivelata da Dio.
— E chi non ci crede è dannato! esclamò con diabolico sogghigno il medichino.
Margherita non aveva parlato più, non s'era nemmeno mossa più sino allora; la teneva fra le sue una mano del giovane, e cogli occhi umidi lo stava contemplando, mentre il suo povero vecchio capo tremolava sul suo collo magro e in giù chinato dal peso degli anni. Ella non capiva molto le cose che dicevansi fra il parroco e il suo figliuolo d'adozione: la sua mente era troppo oppressa perchè potesse afferrare quelle idee, che in realtà eccedevano eziandio l'arrivo della sua intelligenza, e l'unico pensiero immanente, incessante che la possedeva era quello della morte incombente sul capo del suo caro. Ma a quella esclamazione di Gian-Luigi un raggio le penetrò di botto nel cervello abbuiato, e le fece scorgere la sostanza dei discorsi cui non aveva capito. Si trattava della salvezza del suo Giannino, e di una salvezza ben più importante di quella della vita, della salute eterna. L'idea che il dilettissimo giovane avrebbe potuto essere colpito da un'irrimediabile eternità di pene la colse allora per la prima volta, e spaventò a dismisura la sua cieca e fervente fede di cattolica.
— No, dannato: gridò ella con indicibile sbigottimento: no, Giannino, tu non hai da essere dannato! Non voglio saperti nel fuoco dell'inferno.... Pazienza io!... Darò piuttosto la mia anima al demonio, in cambio della tua.... Ho già meritato la collera di Dio con un falso giuramento per giovarti: Don Venanzio mi disse che il Signore, mercè un buon pentimento, mi avrebbe perdonata.... Perdonerà anche te, figliuol mio: è così buono e clemente il Signore!... Domandane al nostro parroco: dà retta a quel che ti dice: pentiti e Dio ti accoglierà, anche te, nel suo regno.... Pentiti, te ne prego, pentiti per amor mio, se non vuoi farmi dannata anche me.... Io già nel paradiso non ci vo' stare, se non vieni anche tu.... Vuoi tu farmi precipitar nell'inferno?
E stringeva le mani del giovane, e pregava oltre che colle parole, collo sguardo, e singhiozzando, agitava più che mai nel suo tremolìo della vecchiaia il povero capo canuto.
Il condannato le fece una carezza.
— Sta tranquilla, povera donna! Nel mondo di là, non avrai niun dispiacere da me per questa — nè per altra cagione, te ne assicuro io. E tu ed io, non dubitare, saremo tutti salvi ad un modo.
Poi si rivolse al prete.
— Una buona confessione adunque, l'assoluzione datami da un uomo mio pari scancellano agli occhi di Dio ogni colpa e mi farebbe degno della beatitudine eterna. E così quello che fu uno scellerato tutta la sua vita — Nariccia per esempio — con dieci minuti di pentimento, quando sente la vita sfuggirgli, e con qualche cerimonia, ricompra tutto il suo passato, compensa tutto il male che ha fatto e va dritto a prender posto in mezzo ai santi, mentre l'uomo che per tutta la vita fu saggio ed onesto, anche secondo quei dettami di morale di cui la maggioranza dell'umanità ha idea, se muore negando fede, oppur serbando un dubbio soltanto a qualcheduna di quelle assurdità che il sacerdozio vuole imporre alla sua ragione come dommi indiscutibili, si trova eternamente dannato.
— Questo chi lo può assicurare? disse il parroco tanto mite d'indole e d'anima sì generosamente pietosa che sentiva non dover metter limiti alla clemenza di Dio. Quel di lassù vede meglio di noi lo stato dell'anima che si presenta al suo giudizio e sa adattare ai meriti di essa la sorte che le conviene. Infinita inoltre è la sua bontà.....
— Ah non dica: interruppe il medichino uscendo da quella ironica freddezza con cui aveva parlato sino allora, e dando al suo accento una vivacità che toccava all'indegnazione: infinita bontà la sua, mentre è articolo di fede la eternità delle pene! È una crudele contraddizione. Come! Per gli errori di una vita che è un soffio, che è un nulla al cospetto del tempo senza fine, la mia anima immortale sarà perduta eternamente, senza più rimedio, senza possibilità nessuna di riabilitarsi; il destino della mia immortalità sarà deciso dal breve esperimento d'un attimo ed irrevocabilmente. Dopo un passaggio nella volgare esistenza terrena, le anime piomberanno nell'inerzia eterna, queste — le poche — felici sempre, quelle — le moltissime — sempre tormentate? Un istante d'operosità senza causa in mezzo al nulla da una parte, all'ozio infinito dall'altra. E sopra i dannati a cui si rinnovano sempre più crudeli i dolori, Dio immutabile e compiacentesi, autore del male. E questa è per loro la suprema bontà?
Il buon parroco, a questo punto, tacque un poco, non senza qualche imbarazzo. Era questo un argomento che agiva di molto, non tanto sulla capacità del suo intelletto, quanto sulla bontà del suo cuore.
— Vogliamo noi, misere, deboli, insipientissime creature che siamo, comprendere, giudicare, misurare alle povere idee che possiamo aver noi l'Ente supremo, infinito, assoluto, il Creatore di tutto, e le sue qualità, e, mi perdoni l'Altissimo, i suoi doveri?
Troppo lungo e fastidioso sarebbe riferir tutte le parole che intorno a questo argomento si scambiarono tra il prete e il perverso spirito impenitente dell'assassino, in mezzo a' quali frappose le sue lamentazioni anche la povera Margherita. Ma nè le ragioni e le esortazioni del sacerdote, nè le preghiere della vecchia contadina valsero a smuovere pur di un punto la pertinace incredulità di Gian-Luigi, quando, verso sera, un altro personaggio entrò nella cella che serviva di confortatorio al medichino: Maurilio.
Era un moribondo che camminava: le sue membra tremavano, e il passo vacillava come quello di un ebbro. Era la forza della volontà, avreste detto anzi che era una potenza superiore, estrinseca all'individuo, che reggeva quel corpo sfibrato, che conteneva e faceva funzionare quell'organismo. Aveva dei movimenti automatici, ora bruschi, ora incerti come se determinati da molle e da suste di un meccanismo guastatosi. Recava seco nel color delle guancie, nella macilenza del viso qualche cosa di sepolcrale, quasi avreste detto un odore di fossa; il dito della morte era chiaramente impresso su quella fronte che pareva diventata più ampia, su cui parevano drizzarsi più irti e stecchiti i neri capelli. Eppure dal fondo di quelle occhiaie più infossate, raggiava una luce d'intelligenza che era maggiore di quanta possa brillare in occhio umano; e sulla grossolana volgarità di quelle sembianze plebee era sparsa come una fosforescenza, quasi pareva distesavi intorno un'aureola.
Chi lo aveva avvisato di ciò che succedeva, e che quello era l'ultimo giorno dei condannati? Non una voce umana di certo. Tutti gli amici che lo visitavano avevano cura grandissima di non parlargliene, credendo con ciò aggravare e la passione dell'animo suo, e quindi il suo male; ned egli aveva interrogato nessuno: ma ad un punto, dopo circa mezz'ora d'uno di quei sopori in cui cadeva di quando in quando, Maurilio s'era ridesto con una scossa e senza dire pure una parola, disceso stentatamente dal letto, aveva cominciato a vestirsi. A chi ne lo volle impedire e gli fece presente la sua debolezza che non lo avrebbe lasciato reggersi in piedi, il danno maggiore cui questo sforzo avrebbe recato alla sua salute, egli aveva risposto con una fermezza che in lui non era molto abituale:
— Debbo far così — e lo voglio. Ho un gran dovere da compiere. Lo spirito mio protettore mi vi spinge e mi guida e mi sorregge. Esso mi darà la forza. Lasciatemi andare.
Nulla valse a rimuoverlo dalla sua volontà, e il marchese, che dovette acconsentirvi ancor egli, ottenutagli quella licenza, ch'ei desiderava, di visitare i condannati a morte, lo faceva condurre in carrozza fino alla porta della carcere. Per primo domandò vedere Stracciaferro. L'assassino, riempitosi a spavento di cibo e di bevanda, erasi addormentato e russava fragorosamente in una impostatura, con tutte le apparenze d'un uomo briaco morto.
Maurilio si fermò innanzi a lui a contemplarlo, ed una indicibile amarezza gli occupò con forza maggiore di prima l'animo addolorato. Che cosa c'era ancora d'umano, d'intelligente in quella massa di carne abbandonata soltanto agli istinti brutali, alle leggi della materia? Che faceva lo spirito immortale dentro quell'organismo degradato? E quello era suo padre! La fiamma di vita che ardeva in lui s'era accesa a quel focolare; da quel sangue era stato originato il germe ond'egli era prodotto, era carne di quella carne il corpo che ospitava la sua intelligenza, il suo pensiero. Se l'opera educativa di Don Venanzio non avesse cominciato dapprima a far entrare qualche po' di luce superiore nelle tenebre del suo cervello; se la fortuna non gli avesse messo a disposizione i libri del signor Defasi dove il suo spirito s'era affinato, afforzato, innalzato, avrebb'egli resistito alle infami seduzioni del carcere in cui l'avevano fatto precipitare, alle scellerate lusinghe di Graffigna, ai più scellerati consigli della miseria? Figlio di quell'assassino, sarebbe diventato come suo padre: ecco quello che la società avrebbe avuto di lui, se il destino alla tutela di lei soltanto l'avesse affidato.
Uno dei fratelli della misericordia che assistevano il condannato, non sapendo quali attinenze corressero fra questo giovane e l'assassino, attribuì a sola curiosità lo sguardo cui Maurilio fissava sull'addormentato prigioniero, e gli disse:
— Questa è proprio una bestiaccia senza lume di ragione: non ha fatto che mangiare a quattro ganascie, ingoiar vino e grugnire: non si è stati capaci nessuno di fargli pronunziare due parole che avessero senso.
Maurilio volse verso colui che gli aveva parlato la sua faccia di cadavere, e rispose mestamente:
— Egli è mio padre.
Il fratello della misericordia fu tanto confuso e mortificato che non seppe aggiunger sillaba: mandò un'esclamazione, e ritraendosi quasi nella sua gran cappa bianca, come se tutto volesse nascondervisi al par della lumaca nella sua conchiglia, si ridusse nell'angolo il più lontano che potè.
Maurilio contemplò ancora un istante suo padre addormentato. Su quella faccia ebriosa, color del mattone troppo cotto, non un'espressione, non un movimento che accennasse soltanto ad una morale sensibilità qualunque: i lineamenti fattisi vieppiù grossolani, che parevan gonfi, che si sarebbero potuti dire turgidi di vino, avevano una placidità stupida da animale bovino che sta ruminando: un respiro grave e romoroso, ma tranquillo e regolare, dinotava in quel quasi mostruoso ammasso di carne una straordinaria potenza di vita organica, materiale. Il nostro giovane guardava quella faccia, ascoltava quel respiro con cuore palpitante, con una ansia angosciosa: ardeva dal desiderio, e raccapricciava per paura d'interrogare quella sfinge imbestialita e di sentirla rispondere; di cercare in mezzo a quella corruzione, a quell'orrore, a quell'ignobile lezzo l'anima d'un padre. Allungò la mano per iscuoterlo ad una spalla, ma se ne trattenne.
— Perchè svegliarlo? si disse. Egli ora è tranquillo e non ha un pensiero che lo crucci: gode già tutti i benefizi della morte senza i dolori dell'agonia. Ch'io aspetti che la natura medesima o la necessità lo richiami al sentimento della sua condizione.
Abbandonò quella cella e domandò di essere introdotto presso Gian-Luigi.
CAPITOLO XXXII.
Il medichino s'era trovato a fronte all'ipocrisia gesuitica, colla fede sincera ma cieca e condannante la ragione; ora si trovava innanzi una credenza che si appoggiava del pari sopra le aspirazioni più nobili dell'anima umana e sopra le deduzioni del ragionamento, sostenuta dai misteriosi impulsi della natura e dalle verità scoperte dalla scienza moderna. Il grande intelletto di Maurilio, tutto questo aveva raccolto in una sintesi potente, e creatone l'edificio monumentale d'una grandiosa percezione dell'universo. Mai l'ingegno del figliuolo della plebe non era stato così eccitato nella forza della sua comprensione: mai la parola non aveva nel suo linguaggio così giusto e così vivamente tradotto il suo pensiero. Senza indugio, senza preamboli egli aveva affrontato il ponderoso argomento.
— Tu, non è guari, disse al condannato, sei venuto da me, per iniziarmi a certi tuoi concetti affine di conquistare insieme questo povero mondo terreno: io vengo da te in questi supremi istanti, per farti brillare quella luce dell'intelletto onde tu puoi conquistare il mondo dell'idea, del vero e dell'eterno.
Svolse senz'altro quelle sue teorie di cosmogonia del mondo invisibile, compagno ed anima del mondo materiale, quell'indefinito e forse infinito progresso dalla materia alla sensazione, dalla sensazione alla intelligenza, dall'intelligenza al sapere che forse non si arriverà mai, quel grandioso quadro dell'universo in cui la vita umana non è centro, non è principale, non è prova unica, nè definitiva, nè ultima, sibbene un lieve e fugace episodio, un passo, un grado, una fase di svolgimento, come il globo che ci sostiene è nel mondo astronomico non altro che un granello della sabbia infinita de' mondi seminati traverso lo spazio senza limite; svolse tutte quelle idee, insomma, che lo udimmo già adombrare nella prigione del Palazzo Madama al suo amico e compagno, Giovanni Selva, e che qui non si ripetono per evitare accrescimento di fastidio ai buoni lettori. Era tanto felice che poteva dirsi ispirato; le sue idee e il modo ond'erano espresse si presentavano di tal guisa da afferrare l'attenzione di qualunque, da vincergli la mente e scuotergli l'animo. La sua era in quel momento una vera eloquenza, dal cui fascino ogni intelligente doveva restar preso; parlava nello stesso tempo al cervello ed al cuore, trascinava la parte effettiva e convinceva la ragione dell'uomo. Le sue stesse sembianze, la sublime dignità che alla sua faccia volgare dava l'impronta della morte, cui già vi aveva impresso il morbo, quasi una preoccupazione del mondo superiore a cui era chiamato, il fulgore dell'anima traverso gli occhi, la voce cavernosa e pur vibrante con inesplicabile efficacia, tutto concorreva a dare alla sua intraducibile eloquenza una quasi irresistibil forza. Il sentimento della superiorità di quello spirito sopra il suo, sentimento che Gian-Luigi aveva pur sempre avuto in fondo all'animo, senza confessarlo a se stesso si spiccò più netto e più potente nel condannato e represse quella empia ironia onde aveva egli accolte le precedenti esortazioni religiose. In fra' Bonaventura era a parlargli l'interesse di dominazione umana che s'ammanta di religione e non fa capo che ad una superstizione che si vuole imposta allo spirito dell'uomo come freno e impedimento; in Don Venanzio era una sublime ignoranza affermativa alla quale ei credeva sovrastare per intelletto e per dignità l'audace negazione del suo orgoglio; ma qui era il genio con tutto l'ardore del suo intimo fuoco, con tutta l'azione e il prestigio della sua potenza, con tutto il peso e l'efficacia d'una vera scienza acquistata mercè lo studio e la meditazione. Gian-Luigi rimase sovraccolto, fu come sbalordito; gli parve che qualche cosa più che una ragione umana gli parlasse; ebbe primamente sentore d'una intelligenza superiore a quella onde si vantaggia l'uomo in questa vita. Quando Maurilio si tacque affranto dallo sforzo fatto pel lungo parlare, tornato nella sua primiera debolezza, anzi accresciutasi, accasciato come se la forza interiore che lo aveva sostenuto sino allora si fosse esaurita, o da lui dipartitasi, Gian-Luigi stette un istante immoto, in silenzio, gli occhi volti alla terra, pallido, le ciglia aggrottate, le guancie contratte dalla forza con cui l'intentività della sua meditazione gli faceva serrar le mascelle.
— Ebbene? diss'egli poi levando con moto brusco il capo, stringendo forte al petto le sue braccia incrociate, e saettando sul suo compagno d'infanzia uno sguardo in cui c'era un raggio quale forse non vi era mai brillalo per l'innanzi: che cosa conchiuderne a mio riguardo? che devo fare? che deve esser di me?
Maurilio così rispose:
— L'esistenza del nostro spirito immortale è un avvicendamento di vita organica quando unito colla densa materia, e di condizione immateriale, quando traverso la morte del corpo passa ad uno stadio di essere appena forse se cinto di fluidi imponderabili. Ogni vita organica ha da essere un travaglio in cui lo spirto si affina, ogni morte un salire nella scala del progresso indefinito. Chi manca alla sua missione, chi tradisce il suo debito rifarà forse e con più travagli il cammino. Nel periodo di esistenza oltre umana a cui stai presso, tu avrai da far provvista di forza morale per ricominciare forse con ancora più difficili condizioni la prova. Questa forza alla tua intelligenza già avanzata nel suo svolgimento te l'ha da concedere la luce della scienza dell'infinito a cui durante questo stadio che stai per finire, hai chiuso ostinatamente gli occhi. Sarà quello un lavorìo di perfezionamento a cui dovrai la capacità di riconoscere ed amare la virtù nella vita terrena avvenire; quel lavorìo cominciato fin d'ora sul limite di questa esistenza, e ne avrai tanto di guadagno nell'anima tua. Riconosci la legge suprema dell'universo; confessa l'intelligenza ultima verso cui camminano vacillando ed inciampando le deboli nostre; e credi in Dio.
Che fu? Qual raggio di fiamma divina come saetta penetrò nell'intimo di quel petto, squarciandolo? Il condannato era seduto, immobil sempre; a quelle ultime parole si riscosse come crollato da una mano potente, una ondata di rossore gli corse alle guancie ed un calore inesplicabile, subitaneo, invadendolo tutto, gli fece spuntare a goccioline sulla fronte il sudore; mandò un grido che pareva di dolore come uomo trafitto; sorse in piedi come per rispondere ad un subito appello a cui non si resiste.
— Dio! Dio! esclamò egli, cacciandosi le mani entro i capelli come un pazzo. L'infinito, l'assoluto, il vero, la realtà! Mistero, mistero che ho odiato, perchè non ti ho potuto stringere coll'audacia del mio pensiero, possedere coll'ansia desiosa dell'anima mia!.... Parlami nella mia debolezza, parlami nella mia impotenza, parlami nella morte.... Rivelami questa sostanza che non so capire nelle manifestazioni delle sue parvenze. Se il velo della carne mi offusca l'intelletto, mi fa ostacolo ai raggi del vero, sono lieto che tu me lo strappi. — Voglio contemplar la luce, dovessi consumare a quella fiamma il mio spirito, e distrurlo.... Dio! Dio! ti sento, e vo' comprenderti.
Ricadde come spossato. Maurilio rispettò col silenzio la stanchezza di quella crisi. Dopo un poco Gian-Luigi tese una mano al suo compagno d'infanzia, e disse modestamente:
— Credo alle tue parole, e ti ringrazio.
Stettero un pezzo seduti vicino, tenendosi per mano, discorrendo sotto voce soavemente. Quando la notte era già di molto inoltrata, Maurilio s'alzò per recarsi presso suo padre.
Gian-Luigi lo abbracciò strettamente.
— Non ci rivedremo dunque più: diss'egli con una emozione contenuta, ma quale non aveva forse avuta ancora per l'addietro: forse mai più!
— Con questo corpo, rispose Maurilio, sotto questa forma, di certo no.... La forma?... Chi può immaginare quella che vestiremo nelle esistenze avvenire; qual sia quella che corrisponde allo spirito nostro? Ma quanto a trovarci ancora nel mondo illimitato degli spiriti e nella infinitezza del tempo, ciò avverrà, lo spero, ne sono anzi sicuro, e forse fra non molto. (Sorrise mestamente, soggiungendo:) Picchio ancor io alla porta del sepolcro, e tu mi precederai di poco nel regno dei morti. Sta pur certo, che vi ci riconosceremo, e forse ci riconosceremo avvinti l'uno all'altro dalle memorie di chi sa quali vite anteriori in questo od in altri mondi; memorie che si ridesteranno al nostro spirito ora offuscato, al cadergli intorno della carne che gli fa velo.
— Tal sia di noi! esclamò Gian-Luigi, abbracciando un'altra volta Maurilio. Perchè mi sono io disgiunto da te nella vita? Le tue parole mi avrebbero salvo. In questi momenti che l'approssimarsi della morte fa solenni, vedo con più chiaro sguardo in me stesso; una gran qualità è mancata al complesso delle mie forze: quella dell'amore. Sento ora tutta la pochezza e l'impotenza dell'egoismo.... Sì; nel mio intimo c'è una energia che non si può consumare colla morte di questo corpo; bisogna che ci sieno altre vite in cui impiegarla e svolgerla, farla servire a qualche cosa, in cui riparare agli errori della presente. Avrò in esse la facoltà che qui mi è mancata; lo voglio, ed alla possa dell'intelletto, congiungerò l'intelletto d'amore. Ora vanne; addio! Ed a rivederci nell'eternità!
Si separarono con occhi asciutti e con un sorriso pieno di speranza sul labbro; Maurilio entrò nella cella in cui russava ancora Stracciaferro.
L'alba fatale non era lontana che di poche ore; ed un sacerdote che era accorso a confortare il condannato, volendo approfittare di quel po' di tempo che ancora rimaneva, svegliava il misero su cui così imminente incombeva la vendetta sociale. Stracciaferro girava intorno stupidamente il suo sguardo avvinazzato, e per prima cosa diceva:
— Da bere..... Quell'acquarzente era buonissima.... To' la caraffa è finita..... La era troppo piccolina..... Me se ne porti un'altra.
Il sacerdote incominciava le sue esortazioni religiose; ma l'assassino, guardatolo alquanto di quella guisa con cui un lupo preso in trappola deve guardare il cacciatore che lo viene a spacciare, lo interruppe con mal piglio.
— Che storia la mi viene a contare Lei? La sappia che a me non piace quella musica, e che non intendo di quell'orecchia..... Invece di tante fanfaluche, se la è un brav'uomo, mi faccia dar da bere.... Non mi occorre altro.
Avendo quell'altro voluto insistere, il condannato entrava in una specie di furor bestiale.
— Da bere, da bere: gridava egli strepitando. Voglio dell'acquavita..... Me se ne dia.... Ci ho diritto..... La voglio, dico.
E con un'orrenda bestemmia, poichè aveva afferrata la caraffa, che già era vuota, la scaraventò con tanto impeto sul pavimento, a dispetto della camicia di forza onde aveva impacciati i movimenti, che la mandò in mille frantumi. Il prete si allontanò da lui spaventato: i due fratelli della misericordia si accostarono per tentar di capacitare quel forsennato; ma egli strepitava sempre più forte. Ad un punto il prete, che s'era avvicinato e stava recitando esorcismi in presenza del parosismo di quel miserabile, sentì un respiro affannoso dietro le sue spalle ed una voce, che gli disse:
— Mi lascino solo con quest'uomo, li prego.... Me gli è Dio che mi manda in questo momento presso di lui.
L'aspetto di Maurilio aveva tale imponenza d'autorità che tutti si ritrassero senza domandargliene altra spiegazione. Egli si avvicinò al condannato che urlava tuttavia, gridando colla schiuma alla bocca:
— Da bere! da bere!
Gli pose tutte due le mani sulle spalle e si chinò verso di lui, facendogli piombare addosso uno sguardo da domatore.
— Tacete ed ascoltatemi: gli disse con un accento di comando insieme e di esortazione.
Stracciaferro lo guardò un istante, stupito, quasi non comprendendo tanta audacia, nè sapendo immaginarsi ciò che quello sconosciuto gli volesse; poi una fiamma selvaggia si accese in que' suoi occhi intorbidati, ed egli parve raccoglier le forze per iscuotere da sè quell'importuno, come fa il toro de' cani da presa che gli si attaccano alle tozze membra coi denti nelle così dette corse in Ispagna. Ma prima che avesse tempo a compir l'atto, il giovane si era chinato vieppiù verso la faccia bestiale e gli aveva detto con forza:
— Michele Luponi: io son vostro figlio.
La fiamma si spense nelle pupille del condannato, che diventarono attonite. Stette un poco immobile, evidentemente senza aver compreso il senso delle parole, ma pur tuttavia colpitone, forse dall'accento con cui erano state pronunciate.
— Sono vostro figlio: ripetè il giovane: e vengo a voi guidato dallo spirito di mia madre.
Il miserabile crollò le spalle ed ebbe una ferina occhiata che annunziava prossimo uno scoppio d'ira.
— Figlio! disse. Che figlio d'Egitto?... Io non ho figli... Non mi rompere le tasche... Voglio da bere.
— Ricordatevi una notte tremenda a Milano..... la notte dei morti... Sono ventiquattro anni... Una povera madre vegliava sulla culla del suo bambino... Due uomini entrarono e fecero a strapparle il nato delle sue viscere... Ella volle difenderlo, e s'afferrò colla forza disperata d'una madre che non ha soccorso ad uno dei rapitori: e quell'uomo per liberarsene le piantò un coltello nel seno.
Gli occhi di Stracciaferro sbarrati avevano presa l'espressione del più alto spavento.
— Che sapete voi?... Che volete voi?... gridava egli: e pareva che l'ebbrezza, sotto l'azione del commovimento destato da quel ricordo, sparisse dal suo ottuso cervello.
— Quell'omicida eravate voi, e il bambino era vostro figlio.
— No, no, non è vero: urlò il condannato cui le chiome arruffate si drizzarono in capo. Chi ha parlato mai di ciò? Nel processo non se n'è trattato... Nessuno lo sa, nessuno l'ha da sapere. È forse Graffigna che mi ha tradito?... Io lo ammazzerò come egli ha ammazzato Macobaro... Sono già condannato a morte: che cosa mi si vuole di più?... Lasciatemi stare; lasciatemi stare; ch'io passi almeno in pace questi pochi momenti che mi rimangono. Datemi da bere, che il diavolo vi porti!...
Le nebbie dell'ebrietà tornavano ad invadere quella già mezzo estinta intelligenza; egli era ricaduto nel suo imbestiamento peggio di prima.
— Da bere! da bere! ripeteva coll'accento, collo sguardo, colla mossa d'uno scemo.
Maurilio lo scosse con una emozione che pareva di rabbia.
— Ma quel bambino che avete rubato, cui la povera madre ha difeso inutilmente a prezzo del suo sangue, quel bambino che avete venduto ed era vostro figlio — quel bambino sono io. — Io sono vostro figlio e vengo in queste vostre ore d'agonia a recarvi il mio perdono, il perdono di mia madre.
E il miserabile ormai dissensato del tutto:
— Figlio: balbettava con lingua grossa: non ho figli, io..... Non mi si venga a seccare..... Vo' da bere..... In confortatorio ci si deve dar tutto quello che domandiamo..... Io domando dell'acquavita..... Od almeno mi si lasci dormire... Ho un sonno che non posso tener gli occhi aperti... Ho una sete che mi divora la gola... Ah! se non avessi le braccia in queste maniche d'inferno, vorrei ben io mettervi alla ragione tutti.
— Io non v'abbandonerò, padre mio: disse con mestizia, ma con risoluzione Maurilio: è mia madre che mi ha mandato presso di voi; lo sento, lo so; non vi abbandonerò più fino all'ultimo fatale momento... Questo momento si appressa: e come ci siete voi preparato?... Dite, dite: non vi ricordate voi che qualcuno vi parlasse un giorno della vita futura, e di Dio?..... Di certo nella vostra infanzia ve ne ha parlato vostra madre, perchè voi non foste tolto all'amor suo... Oh richiamatevi alla memoria quegli anni. La madre vi ha fatto inginocchiare, stringer le mani e pronunziar parole che avevano una misteriosa virtù di confortarvi... Ricordatevi! Ricordatevi!... Quel qualche cosa che allora si rasserenava, si calmava, si consolava in voi, non era questo corpo che il cibo satolla ed il liquore assonna; quegli intimi, ineffabili diletti toccavano ben altra parte di voi che quella cui solletica il vizio... V'è alcun che in voi diverso da quelle membra dallo stravizzo intorpidite: questo che fu assopito in voi dalla sciagurata vita materiale, ma non è estinto, perchè non può estinguersi, perchè è immortale. Cercatelo in voi con uno sforzo di volontà e ce lo troverete, e potrete ridestarlo. È immortale, vi dico, è quello che chiamiamo l'anima; e che la distruzione del corpo non distrugge. Voi dovete morire... perchè lo sapete bene che dovete morire, non è vero?... non dimenticatelo... Dovete morire tra poco: ma dovete morire voi, uomo qual siete adesso, voi Michele Luponi, voi Stracciaferro; ma quella parte intima di voi non morrà... quella parte che si commoveva alle dolci parole materne, alle preghiere infantili,..... quella parte vivrà ancora, vivrà sempre, vivrà secondo la sorte di cui si è fatta degna.
Parlò a lungo in cosiffatta maniera; parlò della virtù del pentimento; parlò del riscatto possibile di ogni colpa coll'espiazione e colla volontà; cercò tutte le fibre del cuore umano per farne vibrar una in quello del condannato; si commosse fino alle lagrime, fino a quel trasporto onde pare che un'anima effonda il più intimo di sè nell'anima d'un altro; aspettò con quell'intensità di desiderio che è tanta da farci credere impossibile venga delusa, che un cenno, un cenno solo si manifestasse del ridestarsi dello spirito in quella massa di carne caduta al di sotto dell'umanità.
Stracciaferro aveva appoggiato un braccio all'inginocchiatoio presso cui stava seduto e sul braccio aveva reclinata la testa; poteva la sua mossa esser creduta quella d'un uomo cui le cose udite fanno profondamente meditare. Maurilio si chinò palpitante su di lui. Il miserabile, al suono delle parole di suo figlio, cui non aveva riconosciuto, cui non avrebbe riconosciuto, s'era riaddormentato. Anche questo massimo dolore era riserbato a Maurilio: percuotere su quel masso e non poterne sprigionare pur una scintilla della divina fiaccola; cercare in quella corrotta macerie d'uomo l'anima e non trovarla; e quello era suo padre! Provò uno spasimo così acuto che minore certo giudicò dover essere quello della morte; strinse le mani con atto convulso, torcendosi le dita da rompersele, e levò verso il cielo gli occhi ardenti di febbre con uno sguardo disperato che pareva un'accusa.
— Madre mia! Madre mia! Esclamò egli come un'invocazione, come un rimprovero, come uno sfogo.
— Da bere! ripetè l'ebbro, facendo un movimento per cui ebbe a destarsi.
Maurilio voleva parlare ancora; ma erano tornati nella cella e stavano sulla soglia i fratelli della misericordia, il sacerdote ed un uomo dalla faccia pallida e mesta che teneva in mano una corda a nodo scorsoio.
Maurilio sentì agghiacciarsi il sangue. Il condannato vide que' nuovi personaggi e si riscosse; fermò la sua attenzione su quell'uomo pallido, dalla faccia mesta, che teneva la corda in mano, e conobbe chi fosse ed a quale scopo venuto, perchè lo saettò di uno sguardo che pareva quello d'un infelice che tutto è invaso dal veleno della rabbia canina, e si drizzò di scatto, come per fuggire, o per opporre resistenza al fero atto che veniva a compiere presso di lui quel ministro della umana giustizia.
Il primo di quegli uomini che giungesse accosto al condannato fu il sacerdote.
— Coraggio! gli disse. Il momento fatale si appressa. Nulla più di bene o d'aiuto avete da sperare nella terra: rivolgetevi a Quel di lassù che accoglie ogni sincero pentimento, che perdona a qualunque peccatore a Lui di cuore si raccomandi.
Stracciaferro guardò il prete che gli parlava, mandò un grugnito soffocato, e dall'espressione di ferocia la sua faccia e il suo sguardo passarono a quella d'una stupidità bestiale che non capisce. Il fugace baleno d'intelligenza, che era corso nella sua mente ottusa, erasi già dileguato, ed egli ricaduto nella tenebra. L'uomo dalla corda gli si era accostato e dicevagli con voce sommessa e priva affatto d'ogni sonorità:
— Perdonatemi, fratello mio, se io vengo a compiere questo doloroso uffizio presso di voi; ma il mio dovere me lo comanda.
Ed alzò le mani e le braccia per fargli passare dal capo intorno al collo il laccio fatale.
Maurilio a quella vista mandò un gemito e fece un passo innanzi, senza sapere pur egli che si volesse fare.
— Lasciateci: gli disse il sacerdote arrestandolo: ora non tocca più che a me lo star presso a quell'infelice a compire il debito del mio ministero.
Maurilio si nascose la faccia tra le palme delle mani, e fu preso da un tremito universale. Il condannato aveva tentato levar le mani per allontanare da sè la corda che gli si alzava sul capo; ma la camicia di forza gli aveva impedito tal mossa; allora, come affranto di colpo, s'era lasciato ricader seduto colà dove stava dapprima, e non aveva mostro più che una completa apatia. Suo figlio, sollevando dalle mani il viso, lo vide colla ignominiosa corda pendente dal collo, il corpo accasciato in uno svigorito abbandono, e vicino a lui il prete che gli susurrava parole cui il misero non pareva udire nemmanco. Non resse a quella vista: uscì barcollando di quella cella, e sorreggendosi alla fredda parete umidiccia, venne lungo quei cupi corridoi in cui densa era la tenebra entro la quale appena parevan macchie rossigne i fumosi lucignoli di rade lanterne che stavano per ispegnersi. Aveva egli tracannato sino alla feccia del suo calice; aveva tutta consumata la sì gran parte dei dolori assegnati all'anima sua nella vita terrena; aveva il cuore infranto; sentiva esser compita la sua infelice giornata: camminava come il gladiatore antico che aveva ricevuto il colpo mortale e andava cercarsi un angolo nella sanguinosa arena, in cui sdraiarsi e morire.
Ad un tratto udì a pochi passi innanzi a sè un accorrer di gente, un susurro di persone, un agitato scambiarsi di domande, di risposte e d'interiezioni; vide un venire, un aggrupparsi, un muoversi irrequieto di lumi. Era giunto presso la cella in cui era stato posto a passare le ventiquattr'ore d'agonia il medichino. Maurilio non ebbe bisogno di chiedere che fosse avvenuto: le parole che udiva incrociarsi nel capannello raccoltosi sulla soglia di quella cella ebbero pure la forza di penetrare sino alla sua mente, richiamarne l'attenzione ed apprenderle la causa di quella emozione: il medichino era caduto a un tratto come colpito da un fulmine; la subita, misteriosa morte lo aveva salvato dal patibolo.
Il figliuolo di Stracciaferro si spinse innanzi entro la carcere che era divenuta la camera mortuaria del suo compagno d'infanzia, e contemplò tremando lo spettacolo che gli si offerse alla vista. Gian-Luigi giaceva lungo e disteso per terra, le braccia larghe, le mani mollemente ripiegate, la testa un po' tirata all'indietro e quindi la faccia volta verso il soffitto: nei suoi lineamenti v'era una placidità, a cui però faceva contrasto la ruga caratteristica della fronte che era disegnata nettamente nella pallidezza d'avorio, ma che andava via via spianandosi, come se a poco a poco scancellata dalla mano della morte. Era forse la traccia dell'ultima lotta di quell'organismo contro la volontà, e forse meglio, di quell'anima contro l'idea; dell'ultimo cozzo dei pensieri, in mezzo a cui quello spirito inquieto e superbo, si era violentemente sottratto ai dubbi della vita per fuggire l'ignominia, per precipitarsi avidamente nel mistero della tomba, ansioso di trovarci il motto dell'enimma.
Maurilio stette mirandolo alquanto. Ad ogni momento cresceva la calma nelle sembianze del cadavere: e con questa calma veniva fuori agli occhi del giovane che lo contemplava una rassomiglianza di quei lineamenti con altri che gli erano impressi da lungo tempo nell'animo: il dolce viso leggiadro di Virginia. S'inginocchiò presso di lui, e depose un bacio su quella fronte che già era diventata ghiaccia.
— Addio per sempre, corpo che hai chiuso quella misera anima combattuta; ritorna i tuoi elementi al gran serbatoio della natura, e possa fin la memoria distrursi della tua vita. Tu spirito, che ora te ne sei sciolto, possa arrivare nella nuova esistenza immateriale a tanto progresso da essere poi, in altra prova terrena, oltre che un intelligente, un onesto.
Quanto più s'avvicinava l'alba e tanto più cresceva nel medichino l'agitazione ch'egli aveva dapprima dissimulata, ma cui ora non poteva nascondere più. Se la Zoe mancasse all'assunto impegno e fosse in qualunque modo impedita di recargli, come aveva promesso, la morte! Gli toccherebbe percorrere le strade della città sull'infame carro, coll'infame accompagnatura, in mezzo all'infame curiosità del volgo; gli toccherebbe salire gl'infami scalini del patibolo e pendere dal legno infame, ignominioso spettacolo ad una vil turba che ne prenderebbe codardo diletto. Questo pensiero tanto lo tormentava da toglierlo quasi di senno, sentiva sfuggirgli il dominio che aveva conservato sino allora su sè stesso; la volontà pareva sul punto di cedere travolta dall'impeto della passione e dell'istinto. Guardava intorno a sè con occhio smarrito, come per cercare un mezzo di morte, poichè quello invocato e sperato non gli giungeva; aveva già entro sè maledetta e sacrata al demone della vendetta la cortigiana da cui si credeva ora abbandonato. Quando udì all'orologio d'una chiesa vicina suonare le cinque ore, ogni speranza fuggì da lui: digrignò i denti, si morse le mani, e guatò intorno con tanta ferocia che i fratelli della misericordia se ne allontanarono impauriti. Due ore appena lo separavano dal supplizio; anche presentandosi tuttavia la Zoe, egli temeva che non le sarebbe più stato concesso giungere sino a lui. Ma allora appunto ch'egli si riteneva perduto, la salvezza arrivava. Un uomo dalla faccia scialba, con una strana espressione di stanchezza nelle sembianze, che parevano d'infermo, si presentò, accompagnato da una donna velata, alla porta del confortatorio e disse con accento di comando:
— Lasciate penetrare questa signora presso il condannato.
Si ubbidì al sotto-ispettore delle carceri; e quella donna entrò dove stava il moribondo. Questi udì il fruscio delle vesti e sollevò il capo; benchè velata la riconobbe; sorse di scatto con un'esclamazione di gioia e le mosse vivamente all'incontro.
— Sei tu, Zoe? Sei tu pur finalmente?
La cortigiana levò il velo dalla faccia.
— Sono io! rispose con voce cupa, sorda, stentata.
Ah! quanto era ella diversa dalla Leggiera che vedemmo lieta e procace nel palchetto del teatro! Come l'aveva cambiata quella notte trascorsa, stendendo sulla sua bellezza il pallore dell'angoscia, incavandovi le rughe della vergogna! Il medichino medesimo ne fu sovraccolto.
— Che hai tu? le chiese prendendola per le mani che strinse forte fra le sue.
— Ho comperato il diritto di venirti a recare la morte; rispose sommessamente la Zoe: e l'ho pagato molto caro.
Gian-Luigi non domandò pure spiegazione di queste parole.
— Tu hai dunque teco la mia libertà? disse con vivace èmpito di gioia.
— Sì: rispose essa tremando tutta ed atterrando quasi impaurita gli sguardi.
— Quale io te la chiesi?
— Sì: ripetè la donna.
— Che tu sii dunque benedetta! L'ultimo favore e l'ultima gioia mi verranno da te..... Solleva la fronte, Zoe, e guardami bene entro gli occhi.
Ella tremava sempre più forte e le sue pupille non potevano staccarsi dal suolo.
— No, no: disse; non son degna di guardarti.
Ma egli, stringendo nuovamente quelle mani che teneva ancora fra le sue:
— Noi siam degni l'un dell'altra, oh va!... E tu almanco avrai amato!... Mi vai innanzi per ciò..... Guardami, Zoe, perchè tu possa leggere ne' miei occhi la mia riconoscenza, perchè ti possa stampare un'ultima volta nella mente le mie sembianze. Fu una vita scellerata la mia, di cui devo desiderare si disperda presso tutti ogni memoria; ma è una strana passione dell'uomo che, a dispetto di tutto, lo attacca a questa miserabile esistenza terrena. Mi è di una folle dolcezza, anche in questi momenti, il pensiero che, morto, vivrà ancora nell'anima tua lo sparito esser mio, mercè il ricordo. Guardami adunque!... Presso te sola vo' riviver così; da tutti gli altri non domando che oblìo: presso te sola!... Per quanto tempo?...
— Sempre, sempre, per tutta la vita: esclamò la Zoe che affondava i suoi negli occhi di lui, e gli pendeva palpitante dal labbro.
Gian-Luigi sorrise mestamente.
— Non ti domando l'impossibile: riprese a dire. Finchè nuove impressioni abbastanza forti e vaste per occupar tutto il tuo animo non me ne avranno scacciato. Non voglio che tu faccia il menomo sforzo per ritenere la mia immagine quando accenni a dileguarsi. Obliato dai viventi in questo mondo, chi sa che non abbia anch'io allora tutte dimenticate le cose terrene!... E ciò avvenisse pure sollecitamente!..... Zoe, noi abbiamo sbagliato la vita..... Auguro anche a te di morir presto, prima che la vecchiaia t'abbia raggiunta, prima che anche quel piccolo carbone acceso d'amore che ti rimane nell'anima si sia spento... Ora addio!... Bisogna che io m'apra le porte del sepolcro... Sento un palpito in me che rivela le riluttanze della natura; ma la mia volontà è impaziente; l'anima anela di slanciarsi nell'incognito mare. Prendi fra le tue labbra la morte, e porgimela nel tuo ultimo bacio. Questo sacro bacio mortale cancellerà l'onta dei baci menzogneri e brutali che abbiamo dato, che ci siamo scambiati.
Zoe si torse le mani con disperazione.
— No, no; disse: darti io la morte, non posso... Vederti cadere innanzi a me!...
— Non mi vedrai. Aspetterò a rompere l'involto in cui è rinchiuso il veleno quando tu sarai partita di qui.
Uno di quegli impeti di generoso affetto, a cui sono aperte le impressionabili anime delle donne, anche le men nobili, assalse allora la cortigiana.
— Piuttosto, esclamò ella, moriamo insieme: rompi la fragil crosta, mentre le nostre labbra si toccano, e beviamo tuttedue la morte.
— No, Zoe: perchè vuoi tu accrescere il mio delitto? Lasciami morir solo.
Un'ombra nera comparve in mezzo ai fratelli della misericordia che s'erano ritirati presso la porta: era fra' Bonaventura che, secondo i presi accordi, veniva per essere compagno in quelle ultime ore al condannato.
— Il tempo preme: soggiunse Gian-Luigi che vide il gesuita, e gli fece colla mano cenno di aspettare un momento: coraggio, Zoe.
Questa si recò la mano alla bocca e vi pose una pillola grossa come una piccola nocciuola. Gian-Luigi afferrò la donna con un impeto che pareva di passione; la strinse al petto con abbraccio furibondo; ne cercò avidamente colle sue le labbra e le tenne suggellate in un bacio lungo, tenace. Nel silenzio di quella stanza e di quell'ora, si sentiva il palpito del cuore della Zoe; tanto era forte. Quando il medichino la sciolse dal suo amplesso, ella indietrò per alcuni passi vacillando, come se stesse per cadere: la pillola mortale dalla sua bocca era passata in quella di Gian-Luigi.
Successe un istante di silenzio.
— Addio! addio! gridò poi il medichino. Ora va... Tutto è finito.
Padre Bonaventura s'avanzava colla sua faccia ipocritamente dolcereccia. La Leggera parve voler parlare, ma la voce non uscì dalle sue labbra allividite, due lagrime le colavano giù delle guancie; agitò le mani, poi si premette il cuore, un penoso singhiozzo eruppe dalla sua gola, ed abbassato il velo, uscì vacillando. Gian-Luigi l'accompagnò con un ineffabile sguardo di compassione.
— Figliuol mio: disse il gesuita al condannato: in questa notte che oramai è trascorsa, Dio ha egli parlato al vostro cuore?
Gian-Luigi guardò il frate con una occhiata fissa, da cui era sbandita ogni espressione della primitiva ironia.
— Sì: diss'egli seriamente: e di quella sua parola me ne odo ancora entro l'anima l'eco che risuona.
Fra' Bonaventura credette opportuno il momento di spacciare un'edizione delle sue solite esortazioni che teneva in pronto per queste circostanze: Gian-Luigi pareva ascoltarlo, ma in realtà non faceva al sermonante ned alle sue parole la menoma attenzione. Egli ravvolgeva nella sua bocca la mortifera pallottolina; era di gomma con entrovi una goccia di acido prussico; e intanto pensava:
— Appena morto io, se il mio spirito non muore, come mi sono indotto a credere, in quale condizione si troverà? Con quali attinenze ancora con questo mondo, colla materia, colla luce, collo spazio, col tempo?... Sì, questo è uno spaventevole abisso. Questa è tale curiosità che pure sgomenta... Esito forse?... Ho io forse paura?... No.... Perchè dunque mi trattengo innanzi a quell'attimo che deve tutto decidere, che deve lanciarmi nell'eternità?
Guardò la faccia grassa e rubiconda del gesuita, il quale, gli occhi a mezzo socchiusi, dipanava con una certa voluttà i periodi della sua eloquenza da predicatore.
— Appena costui interrompa la sua onda di parole per prender fiato, disse a se stesso sorridendo, morderò in questo chicco di morte.
Il sermonante non tardò a fare una piccola pausa necessaria ai suoi polmoni; e Gian-Luigi si tenne parola. S'udì un lieve rumore: quello della crosta di gomma rotta dai denti; e di botto la vita cessò come per incanto in quel corpo giovane, robusto, nella più ricca e piena espansione della sua vitalità. Non diede un grido, nè un gemito, nè nulla: cadde improvviso quant'era lungo; nè la menoma convulsione gli agitò le membra, gli contrasse i lineamenti. Padre Bonaventura, stupito, spaventato, si chinò sopra un cadavere.
— Ah! questa è l'opera del marchese: pensò egli, e da buon gesuita stimò opportuno consiglio tacere ed allontanarsi senz'altro.
La Zoe presso all'uscir della carcere vide appoggiato alla parete un uomo che pareva un'ombra; suo primo impulso fu passar ratta senza badargli; ma poi ravvisatasi gli si avvicinò. Stettero tuttedue l'uno innanzi all'altra, senza parlarsi, senza guardarsi, tremando. Fu la donna finalmente che ruppe il silenzio.
— Quello che tu hai fatto è infame; quello che mi hai obbligato a fare è infame. Questa infamia che per altri sarebbe cagione di odio e innalzerebbe fra loro una insuperabil barriera, noi invece accomuna. Ora ci siamo ritrovati e ci apparteniamo; tu hai da essere strumento per le mie passioni, come io fui per la tua. Ti servirò ancora, ma tu mi servirai... La mia passione ora è una vendetta... Mi aiuterai a compirla[4].
[4] Vedrassi in un altro romanzo in cui ricompariranno parecchi dei personaggi di questo, qual fosse questa vendetta, e come coll'aiuto di Barnaba la Zoe l'ottenesse.
Barnaba non rispose parola; ma promise con uno sguardo. La cortigiana partì. Lungo le strade che ella percorse trovò già frequenti i gruppi de' curiosi che s'affrettavano prima di giorno a recarsi sul luogo dove avevano da essere giustiziati i rei. Senza sapere di avere questo voto scellerato comune con Nerone, la cortigiana desiderò poter tenere in una testa sola tutte le teste di quella folla crudele per ischiaffeggiarla e sputarle sul viso. Giunse sino in Piazza Castello che quasi non sapeva quale strada avesse percorsa e perchè fosse colà venuta. In fondo si drizzava in una massa scura l'imponente Palazzo reale. Zoe tutta la sua ira, tutto il suo odio, tutta la ferocia del suo dolore concentrò in un punto e volse ad una persona sola. Tese la destra stretta a pugno verso il Palazzo reale e disse coi denti serrati:
— Principe! Principe! Tu me la pagherai!
Sino al luogo in cui ella si trovava, pel queto aere della notte cui non rompeva ancora il menomo raggio dell'alba, venivano i lenti e gravi rintocchi della campana che suonava l'agonia degl'infelici che stavano per morire per mano del boia.
CAPITOLO XXXIII.
Maurilio sta sul suo letto di morte. La ragione della vita è cessata per lui. Ogni forza di vitalità in quegli ultimi così crudeli tormenti s'è affatto consunta. Egli non ha dimenticato Virginia. Domandò un colloquio al marchese, e perorò la causa dell'amore di lei. Alla forza de' suoi argomenti, al calore della sua eloquenza aggiungeva efficacia e solennità la sua morte che tutti vedevano vicina. Parlò della parte dell'aristocrazia nella nuova fase della civiltà che s'annunziava: quella che era stata sostenuta un giorno era irrimediabilmente finita: una nuova parte doveva la nobiltà assumersi, o perire come inutile, peggio che inutile, come inciampo. Bisognava quindi chiamasse a sè nuovi elementi, si risanguasse coll'operosità del ceto medio, si avvicinasse mercè l'intrammezzo della borghesia al gran serbatoio popolare. Il marchese, già proclive a siffatte idee, subì l'influsso dei ragionamenti e delle esortazioni del moribondo; diede la promessa, che, appena opportune le circostanze, non avrebbe contrastato al matrimonio di Virginia di Castelletto con Francesco Benda. Maurilio sapeva che una promessa del marchese era una immanchevole verità nell'avvenire.
Si ricordò di Gognino, del povero fanciullo da lui trovato una sera, piangente ed affamato, nel fango della strada, cui la sorte gli aveva menato innanzi per aggruppare e sciogliere il più rilevante episodio del dramma della sua vita, e col quale aveva comune non che il destino, ma il sangue. Abbandonato a sè, coll'educazione ch'ei poteva ricevere dalla sua nonna, la sorella di Stracciaferro, non era egli da temersi per sicuro che quel bambino sarebbe riuscito quale era stato Stracciaferro medesimo?
Maurilio lo raccomandò al marchese, il quale disse avrebbe tolto quell'infelice dalle unghie della vecchia, infame venditrice di abitini e di rosarii, e fattolo allevare un onest'uomo.
Tutti coloro che avevano avuto attinenza con lui, che in qualche modo gli erano stati cari o che lui avevano avuto caro, Maurilio volle ancora vedere: anche il signor Defasi, cui volle far noto non esser egli altrimenti il figliuolo della nobil dama, quale si era creduto un istante, ma quello dell'assassino, morto sul patibolo, quasi a togliere con ciò, o scemare almeno il rammarico che il buon libraio aveva tuttavia di averlo sospettato reo d'un delitto.
Pregò Don Venanzio gli conducesse eziandio la povera Margherita. La vecchia contadina, quando uscita dalla carcere in cui il suo diletto Giannino aspettava l'ora della morte, era vissuta in una specie di stupidimento che pareva insensibilità, ed era invece eccesso di spasimo, fino al mattino vegnente, pochi minuti prima che cominciasse i suoi rintocchi la campana dell'agonia. Allora s'era riscossa ed aveva tormentate colle mani convulse le sue chiome canute, come persona che risensi ad un tratto e si ricordi subitamente di cosa che prema oltre misura. Erasi sferrata dal luogo ove si trovava, ed era corsa alla carcere, appostatasi alla parete proprio dirimpetto alla porta e rimasta lì cogli occhi fissi su quella soglia fatale, immobile che forza nessuna sarebbe stata capace di trarla viva di là. Voleva vederlo ancora una volta, gettargli ancora un saluto ed un bacio mentre passava, fare che in mezzo ai ceffi ostili e curiosi che lo avrebbero con crudele avidità contemplato, trovasse almeno uno sguardo amoroso, una faccia benigna, un labbro che lo benediceva.
Quando le pesanti imposte s'aprirono, ed al dubbio lume d'un crepuscolo invernale appena incominciato, cominciarono ad uscirne gli sgherri di scorta, Margherita si aggrappò colle mani macilente alla parete della casa contro cui s'appoggiava, per non cadere, tanto fu il commovimento di tutto l'esser suo, vedendo due carri pesanti venir fuori dalla cupa vôlta del portone e scantonar nella strada. Oh con quale ardore fisse le sue pupille inaridite dal pianto sulle faccie di quegli sciagurati che, le braccia legate dietro le reni, stavano seduti in mezzo ai preti su quei carri sobbalzanti!... Ma nel primo il suo Giannino non c'era. Sarà dunque nell'altro. Drizzò, per dirla con Dante, tutto il nerbo della sua facoltà visiva su quel secondo carro che ad una certa distanza del primo veniva fuori dall'oscurità del portone alla luce grigiastra del mattino; — e neppure in esso non iscorse la bella figura del suo diletto. Stette attonita da principio, e non seppe neppur rallegrarsi. Non le venne idea nessuna a spiegare questo fatto. Credette non aver visto bene; quantunque sentisse impossibile che suo figlio essendoci, gli occhi suoi non l'avessero di presente trovato. Volle correre dietro i carri che s'allontanavano lentamente nello scuriccio della strada, per vederli anche una volta; ma la folla raccolta per vedere quello spettacolo ne la impedì. Ebbe dalle ciarle di quella folla, le quali si fecero alte e vive di subito, la conferma, ch'ella non s'era sbagliata, che aveva veduto bene, che il suo Giannino colà non era.
— E perchè non c'è il medichino? diceva la gente. Oh che non aveva da essere giustiziato anch'egli cogli altri questa mattina?
In un attimo corsero pel popolo colà raccolto le più varie novelle, venute fuori, come sempre avviene, non si sapeva d'onde nè come: — che il capo della cocca lo si serbava per un altro giorno: — che gli era stata fatta grazia: — che gli era fuggito; corse anche la voce della verità: — che gli era morto: — ma questa nessuno volle crederla.
Margherita, agitata, presa da una viva speranza, si slanciò verso la carcere a domandare di Gian-Luigi, a pregare glie lo si lasciasse vedere; ma, com'è facile immaginarsi, fu bruscamente respinta. Ben le fu detto anche colà che il capo della cocca era morto, ma ella ciò non credette meglio di quel che lo credesse il popolo. Ella ben lo aveva detto, non esser possibile che egli salisse il patibolo, che egli così giovane e bello dovesse morire. La ragione del salvamento di lui, ella non se la spiegava, non la cercava neppure: fosse anche intravvenuto un miracolo visibile ad effettuare la sua speranza, ella non si sarebbe menomamente stupita. Il fatto verificava il suo istintivo indovinamento: ecco tutto. E siccome le più assurde dicerie correvano per la plebe sul conto della scomparsa del medichino, e sulla mancanza di lui alla orribil festa che la giustizia umana aveva preparata alla sua crudeltà, Margherita accettava tutte per vere quelle che conchiudevano alla salute di quel personaggio diventato di botto misterioso e leggendario.
Anche presso l'infimo volgo erasi sparso delle relazioni che il medichino aveva con nobili e potenti famiglie; qualche cosa era trapelato eziandio, e chi potrebbe dirne mai il come? circa la origine di lui, che si attribuiva ad un alto e potente casato; volevasi ad ogni costo che misteriosi ed illustri protettori lo avessero sottratto e per nasconder meglio la cosa si facesse spargere la notizia della morte di lui. Il popolo che, vedendolo menare al supplizio, avrebbe forse manifestato per quello strano individuo la più viva simpatia, ora vedendoselo mancare alla sua sanguinaria voluttà di feroci emozioni, tumultuò di guisa che fu necessario l'accorrere dei soldati a disperdere la riotta intorno alla carcere. Ma questa per lei felice illusione salvò la povera Margherita dal morir disperata.
Quando fu introdotta presso il letto dove moriva Maurilio, la vecchia contadina, senza voler parlar d'altro, si chinò all'orecchio del giacente, e con un sorriso mezzo da scemo, gli disse piano all'orecchio:
— So che vive... Zitto!... Non si de' sapere..... Non lo dirò a nessuno, sta certo; ma fra noi ce lo possiam dire... Andrà lontano, lontano, neh?... Forse ci è già ito... Io non lo vedrò più sulla terra. (Si asciugò una lagrima). Capisco che dev'esser così... e pazienza!... Tu lo vedrai ancora, non è vero?... Digli che si ricordi di me... E poi quando verrai al villaggio alcuna volta..... Guarirai, e ci verrai certo... mi recherai le sue novelle... Intanto dàgli ancora un bacio per parte mia.
Baciò il moribondo colle sue labbra secche ed avvizzite.
— Ecco, io non ho più nulla da dirti: soggiunse poi con aria ed accento vieppiù da dissensato; posso andarmene, e me ne vado al mio paese. Non ho più nulla da far qui, in mezzo a questo rumore che mi toglie la povera mia vecchia testa..... Vado al villaggio... Ma ch'ei non si dimentichi la vecchia Margherita che lo ha allattato... La sua vera madre, l'unica sua madre sono stata io.
Tornata al villaggio, il marchese provvide ad ogni suo bisogno; ma ella non visse a lungo. Si trascinò due anni, senza quasi parlare altrui, dalla sua misera casipola alla chiesa, e morì ancora con quella illusione sul conto del suo Giannino; illusione cui lo stesso Don Venanzio non ebbe coraggio di distrurre, credendola una pietà della Provvidenza verso quell'infelice.
Maurilio era caduto in un assopimento che già pareva la morte: il medico aveva detto che da quello non si sarebbe ridesto più, ma insensibilmente passato nel sonno eterno. Intorno a lui stavano mesti e raccolti e lo contemplavano con amore gli amici suoi: Giovanni Selva, Antonio Vanardi, Romualdo, anche Mario Tiburzio, del quale il morente aveva chiesto eziandio: il marchese si teneva dritto, nella sua mossa nobilmente severa, da un lato del letto, e sulla sua bella fisionomia dignitosa di vecchio, era una mestizia forse uguale a quella dei giovani amici del morente. Maggiore d'ogni altro era il dolore che appariva sulla faccia di Don Venanzio, il quale sedeva dall'altra parte del letto e teneva fra le sue una delle mani abbandonate del moribondo. Gli occhi sempre così miti e sereni del vecchio sacerdote erano pieni di lagrime, ed oltre quelle lagrime avevano una desolazione, quale non vi era apparsa ancora mai, in tutte le traversie che pure aveva egli passate nella vita.
Quei due giovani egli aveva amati come figli; si era tanto tempo compiaciuto in essi, svolgendone la rara intelligenza; aveva deplorato i traviamenti del loro pensiero, ma sperato sempre che li avrebbe un giorno ricondotti sulla retta via segnata dalla Chiesa di cui egli era membro e stromento, dalla religione di cui era ministro. Ora ambedue, sul fiore dell'età, gli venivano tolti e crudelmente tanto! e lasciando in lui tanto terrore della sorte loro futura, che appena se giungeva a calmarlo l'immensa idea ch'egli aveva della clemenza di Dio.
Maurilio giaceva supino, gli occhi e le labbra chiusi. I suoi nerissimi capelli, dritti e scarmigliati sul guanciale candidissimo, gli facevano una corona che pareva di spine alla fronte vasta, dalle ossa protuberanti, che sembrava imbiancatasi, che avreste detto lucente d'una misteriosa fosforescenza. In quei supremi istanti i suoi lineamenti grossolani avevano presa un'espressione di nobiltà di cui li avreste creduti incapaci dapprima; la sua fisionomia trasformata aveva assunta una nuova, una strana, inesplicabile, inesprimibile bellezza che non era quella della misera forma umana, che anche uno scettico avrebbe detta superiore alla terrena.
La predizione del medico ebbe torto. Il morente ad un punto aprì gli occhi e girò intorno le pupille, conscio di sè e delle cose che lo circondavano: salutò con un'occhiata di gratitudine e di compiacenza coloro che lo attorniavano con mostre di dolce affetto e si dolevano del suo destino; fermò più a lungo e più commosso lo sguardo sulla bella testa canuta di Don Venanzio, che piangeva chetamente a lui vicino; volle stringere colla sua la mano del vecchio prete, ma non n'ebbe la forza; accennò lo sollevassero sopra i cuscini, e poichè fu soddisfatto al suo desiderio, parlò pianamente a colui che era stato il suo primo e vero e si può dire unico benefattore, che gli aveva fatto intellettualmente ed anche per affetto da padre.
— Non pianga, Don Venanzio; io sto per giungere là dove un po' meglio si vede la gloria di Dio. Non tema della salute dell'anima mia, non tema del mio avvenire oltre tomba. Ai moribondi avviene qualche volta che si conceda avere un sentore del mondo degli spiriti a cui stanno per approdare. Dio mi fu largo di tanta ventura. Nel mio assopimento ed anche ora mi stanno dinanzi le auree forme d'una sublime visione. Non gli occhi del corpo la contemplano, ma quelli dello spirito già apertisi, benchè tuttavia nel carcere della carne. Ella si spaventò per me, che abbandonai le forme della fede da Lei apprese alla mia infanzia. La si rassicuri: non è la forma, è la sostanza della fede che salva. Io credo al buono, al bello ed a Dio. Credo ed amo! Ecco i profeti e la legge.... Veggo nell'infinità dello spazio l'infinità dei mondi, e in questi, traverso a questi, l'infinità delle vite degli spiriti, da incarnazione ad incarnazione, da grado a grado; immenso elevarsi di anime verso l'inarrivabile. Nel cammino chi s'arresta, chi travia, chi cade: — ma niuno è perduto. Il male non ha l'autorità dell'assoluto; è una contingenza; è l'ombra; privazione, non corpo; negazione, non sussistenza; è il divenire del bene. La grande fraternità degli spiriti che si sviluppano nella materia, cominciando dalle prime manifestazioni della vita sino all'intelligenza che si accresce e si accresce vestendo sempre meno di materia: questa grande fraternità scrive la sua storia e la imprime per mezzo dell'eterea luce nell'infinità dello spazio che i raggi percorsero, percorrono e percorreranno sempre, sempre, senza principio, senza interruzione, senza fine. Questa luce, latrice delle immagini d'ogni avvenimento cosmico, cammina, cammina nelle profondità dello spazio: correte alla distanza che occorre e troverete rappresentate le fasi geologiche dell'esistenza primitiva della nostra terra. In queste pagine immortali mi lasciò un momento scorgere la clemenza di Dio. Tosto che sarà spirito disumanato, le potrò leggere con occhio sicuro. Tutto il passato è così sempre presente, e tutto coesiste nell'attimo. La luce delle lontane stelle che giunge a noi dopo due mila anni di viaggio è per noi il presente, e per loro è il tempo forse già sepolto nell'oblio.
I presenti credevano ch'ei vaneggiasse; Don Venanzio lo pregò a non istancarsi cotanto nella fatica di parlare che era molta e sempre maggiore per lui, al quale il fiato ad ogni minuto diventava più oppresso e più debole. Ma il moribondo scosse lievemente la testa, facendo un mesto sorriso.
— Lasciatemi dire: rispose: pochi minuti soltanto mi rimangono, ed ho desiderio di comunicarvi ancora tante cose!
Si rivolse ai giovani amici suoi, Selva, Romualdo, Vanardi e Tiburzio.
— Seguitate ad amare la patria. L'amore tanto è più nobile, quanto più si stacca dall'individuo ed allarga la cerchia della sua azione. Chi si sente di amare la patria, come altri ama la sua amante, è una delle anime più generose del mondo. Cristo amò così l'umanità e fu l'essere il più sublime e il più divino che abbia visto la terra. La patria avrà bisogno di voi; possiate dare esempio agl'Italiani di sacrificio, non solo della vita, ma dell'interesse, delle passioni, dei pregiudizi personali: di questi sacrificii hanno bisogno le nazioni per risorgere e farsi grandi: e di questi sacrificii temo gl'Italiani non troppo capaci. Virtù ci vuole, ed amore!.... Amatevi tutti. Amate que' poveri vostri fratelli costituiti nella perenne minor età dell'ignoranza, che formano la plebe. Amateli ed educateli — e date alle loro famiglie il pane e la sicurezza della vita....
Il respiro a questo punto gli mancò affatto. Fe' cenno che soffocava, e Giovanni Selva fu lesto a sollevarlo nelle sue braccia.
— Quanto a me: soggiunse con voce che appena si poteva udire: non obliatemi affatto... ed amatemi un pochino, anche morto.... Io ho perdonato tutti e tutto... Domando che tutto e tutti mi perdonino.... Ho sofferto molto, ed ho amato tanto!... E non ebbi un'ora di gioia.... L'avrò nell'avvenire... (Fece un ineffabile sorriso). Oh! se l'avrò!... Vorrei parlare ancora... e non posso più... Sento un'onda di poesia divina che m'invade... Se la potessi esprimere!.... Voi bacierete la mia fronte, quando sarò cadavere..... Essa albergò un'intelligenza.... Date quest'addio ad una miserabil forma che si distrurrà per sempre... Addio! addio! addio!
Levò verso il cielo le sue pupille larghe, in cui correvano tratto tratto guizzi di luce simili a quelli d'una lampada che sta per ispegnersi, ed una inesprimibile aura di beatitudine gl'illuminò la faccia: egli vedeva innanzi a sè lo spirito protettore della sua vita.
— Sei tu, madre mia: esclamò con immenso affetto: tu che pur da morta, non abbandonasti il figliuol tuo nel mondo!... Tu che ora mi chiami ed inviti!... Vengo, vengo, vengo!... Ecco la luce!... Ecco l'etere!... Ecco l'infinito!
Gettò un grido e ricadde di tutto il suo peso sulle braccia di Selva. Con quell'ultimo grido l'anima era fuggita da quell'infelice corpo tormentato.
Il domani una piccola, mesta schiera accompagnava al cimitero le spoglie di colui che fu nella vita terrena chiamato Maurilio. Quando la fossa in cui venne calata la cassa mortuaria fu ricolma di terra, Don Venanzio pronunziò sovr'essa le ultime preghiere, e gli amici del morto, credenti e non credenti nelle forme cattoliche, udirono con religioso rispetto, a capo scoperto, le solenni parole che colla voce tremolante del vecchio sacerdote acquistavano efficacia maggiore; poi, quando con una ultima benedizione, con un ultimo addio si staccarono da quella tomba, Mario Tiburzio, disse ai giovani traendoli in disparte:
— Ora conviene recarci colà, ad altri, ma men tristi addii. È giunta l'ora: venite.
Lasciarono tornar solo in città Don Venanzio, nella carrozza che il marchese di Baldissero aveva fatta allestire per lui; ed essi, passando traverso i campi, si recarono sulla strada che, passata la Dora sul ponte Mosca, si dirige verso la pianura di Lombardia. Si posero alla distanza di un centinaio di metri dall'ultima casa che si trovava al di là del ponte; e stettero aspettando, silenziosi, mesti e raccolti, dominati dalla solennità della scena di morte a cui avevano allora allora assistito, da quella eziandio del convegno a cui erano venuti. Dopo un poco, sulla strada deserta si udì il rumore di ruote correnti, e si vide venir da Torino una carrozza in posta al trotto serrato di due cavalli. Appena vide i giovani sulla strada, chi era dentro il legno, diè ordine al postiglione di fermare: ed aperto l'usciòlo, ne discese un uomo di alta statura, di nobile portamento, di faccia serena ed intelligente, di aspetto da militare insieme e da cavaliere; era Massimo d'Azeglio, verso cui i giovani s'affrettarono circondandolo con mostre d'affettuosa riverenza.
— Ho voluto darvi qui l'addio: disse il valente scrittore e patriota; per evitare ogni sospetto ed ogni sorveglianza della Polizia. Ci tenevo a stringervi le mani, bravi giovani, ed a lasciarvi per addio e per memoria di me alcuni consigli.... no, dirò meglio, alcune preghiere. Credete a me: l'epoca delle congiure è passata: bisogna oggidì cospirare al bene della patria ed al progresso dell'umanità alla chiara luce del sole. Non si tratta d'uccidere il tiranno, ma di educare il popolo, ed anco i principi, e di elevare le masse. Per questo ci vuole la coraggiosa propaganda della pubblicità.
« — Carlo Alberto fa da senno, io ne sono persuaso; egli è con noi, è obbligato ad essere con noi; non attraversiamogli il cammino, e mettiamoci noi con esso lui.
Mario Tiburzio interruppe.
— Ella ha ragione, sor Massimo. Questi giorni ci ho pensato di molto a codeste cose, e mi sono convinto che per ora miglior mezzo per giovare all'Italia è farsi soldato di Carlo Alberto. Ho rinunciato al mio repubblicanismo (mandò un sospiro) e domani stesso vestirò l'assisa di soldato nell'esercito piemontese.
Massimo d'Azeglio gli strinse la mano.
— Ve ne lodo.... Spero che ci troveremo un giorno nei campi lombardi a combattere, fianco a fianco.
— Vi ci troveremo tutti: esclamarono in coro gli altri con entusiasmo.
— Dio vi ascolti! Io ripiglio la mia giornata di messo della nuova rivoluzione. Possa trovar io per tutta Italia anime come le vostre.
Dopo i più cordiali salutari ed augurii, d'Azeglio risalì nella carrozza e continuò il viaggio verso Milano; i giovani stettero fermi guardando dietro quel legno che s'allontanava, finchè non lo videro più.
Quando giunse il 1848 Mario Tiburzio non fu il solo che prendesse parte alla guerra: si arruolarono eziandio Giovanni Selva, Romualdo e Francesco Benda. Povera sora Teresa! Anche questo dolore le doveva toccare: veder partire per la guerra il suo figlio dilettissimo, che solo erale rimasto in casa. Il padre di Francesco soffrì molto ancor egli, ma nell'attività del suo lavoro industriale a cui si diede con più alacrità di prima, nella robustezza maggiore della sua tempra aveva gli elementi da resistere meglio al dolore. La infelice Teresa, durante l'assenza del figliuolo, andava a calmare l'ansietà dei suoi timori ed a confortarsi colla preghiera, presso sua figlia, nel convento di Santa Chiara, dove ad ogni costo Maria aveva voluto vestire il velo, e consumare la sua giovinezza in una rassegnazione piena di speranza nella vita futura.
Ma giorni di gioia erano pur tuttavia serbati ancora alla famiglia dei Benda. Francesco, divenuto in breve capitano di cavalleria, decorato di due medaglie al valor militare, otteneva finalmente nel 1850 la mano di Virginia di Castelletto. La marchesa di Baldissero, che forse non avrebbe consentito mai a queste nozze, era morta: il marchesino Ettore viveva separato da suo padre, il quale, conosciutolo indegno del suo affetto, come del grado in cui il destino l'aveva fatto nascere, l'aveva scancellato dal suo cuore: il marchese padre si ricordava della promessa fatta a Maurilio moribondo.
Povero marchese! Ancor egli aveva dovuto pagare altro e crudelissimo tributo al dolore. Il secondogenito de' suoi figli, sul quale aveva concentrato la maggior parte del suo affetto paterno, morì a Goito di palla nemica; ed egli andando a prenderne il corpo per venirlo a seppellire negli avelli di famiglia, condusse seco il terzo ed ultimo dei suoi figli, perchè prendesse tostamente il luogo del morto nelle file dell'esercito al servizio del suo Re. Il primogenito intanto si occupava con zelo eroico di cavalli, di cani, di cortigiane e di giuoco.
Il conte e la contessa di Staffarda sparirono dall'orizzonte cittadino. Sparì la Zoe: nella tempesta rivoluzionaria fuggì il principotto suo mantenitore; Andrea morì in carcere; la vecchia Debora fu trovata nel sotterraneo di Macobaro, morta di fame; Barnaba fu nominato nel nuovo ordinamento della Polizia assessore di pubblica sicurezza in una città verso la frontiera orientale; Tofi fuggì innanzi alla luce della libertà, e corse a rimpiattarsi nel suo paesucolo, mangiando la sua giubilazione, sempre cupo, burbero, nemico dei liberali, segretamente ostile ai ricchi, devoto al Re.
Don Venanzio morì qual visse: da santo, e lo pianse tutta la popolazione del villaggio. Ora la sua modesta tomba è già coperta dalle erbe ed obliata.
Obliato del tutto non è ancora Maurilio. Alcuni di quelli che lo conobbero vivono tuttavia, e Giovanni Selva legge di quando in quando qualche pagina di quello scartafaccio in cui egli aveva effusa parte dell'anima sua: e il più spesso dopo quella lettura conchiude:
— Le sono pazzie di paradossi che domani forse diventeranno realtà.
FINE
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (fruscio/fruscìo e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.