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La plebe, parte IV (part 2 of 3)

Part 2 of 3 · Bersezio, Vittorio · Public domain text

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Contents (3)

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La plebe, parte IV (part 2 of 3)

S'interruppe, assalito dal ricordo di un fatto che eragli sfuggito compiutamente dalla memoria: Nariccia quando si trattò dell'imprestito su pegno di quei gioielli, aveva questi recati un momento di là per farneli forse esaminare, come Gian-Luigi medesimo aveva supposto, da alcun intelligente della materia che ci avesse. Che questo tale avesse conosciuto quali e di chi erano quei diamanti? La cosa prima di tutto pareva a lui assai improbabile, e poi ancorchè fosse, quali conseguenze a suo danno se ne potrebbero tirare? Come provare che egli fosse stato a recare dall'usuraio quei diamanti? e se dati in pegno, non si erano potuti riscattar poi pagando il debito? Ad ogni modo sarebbe forse stato meglio parlarne subito colla contessa, combinare con lei, farle credere ciò che occorreva, e consigliarle in ogni caso le risposte che convenivano. Egli era sul punto di uscire per recarsi subito da lei, quando i suoi occhi caddero sopra un bigliettino che stava sulla tavola di marmo del cassettone, e cui gli aveva impedito di vedere a tutta prima il turbamento col quale era entrato nella stanza. Lo prese sollecitamente, e conobbe di botto dalla scrittura, dalla carta, dal suggello, dal profumo speciale, da qual mano venisse. Era appunto di Candida; e Gian-Luigi lo lesse in tutta fretta.

«Ho bisogno urgente di parlarvi» gli scriveva essa secondo il solito, in francese; «all'una aspettatemi nella vostra casetta sul viale.»

Siccome non mancava di molto all'ora posta dalla contessa, Gian-Luigi s'avviò tosto verso quel suo misterioso ridotto, in cui siamo già penetrati con lui altra volta.

La contessa non si fece lungamente aspettare. Levando il fitto velo che gli copriva la faccia mostrò al suo amante un aspetto turbato in cui apparivano insieme contrarietà, collera, amarezza.

— Che è ciò? signore? cominciò ella senz'altro con voce vibrante. A chi andate voi confidando le cose più arcane che debbono rimanere tra di noi?

— Contessa! interruppe il giovane coll'accento risentito di persona fieramente calunniata da tale cui non vuole rispondere oltraggio per oltraggio. Voi mi fate un'iniqua accusa che non avreste mai dovuto pure accennare.

— Voi non avreste dovuto meritarvela.

— Non perdiamo il tempo in garriti di parole. A che proposito mi rivolgete voi quest'accusa? quali prove credete di averne?

— Mio marito seppe — sa — che i miei diamanti furono in pegno presso l'usuraio che venne l'altro dì assassinato e sa che a portarglieli siete stato voi.

Quercia non potè reprimere un contrarsi dei lineamenti che esprimeva quanto questa novella gli dispiacesse.

— Ne siete voi certa?

— Certissima. Me lo disse egli stesso testè... Ah! vedete anche voi che non potete negare....

Gian-Luigi prese le due mani della contessa, e stringendole con dolce pressione, quasi supplichevole, soggiunse:

— No, Candida, io non ci ho colpa: è una maledetta fatalità che mi perseguita, che ci perseguita tuttedue, e che può avere le più tristi conseguenze, se non ci andiamo tosto al riparo.... Ti spiegherò tutto di poi, caro amor mio; ma essenzialmente gli è per la tua tranquillità, per te, che mi preoccupo.... Contami tutto quello che avvenne fra te e tuo marito a questo proposito.

La contessa raccontò quel che erale capitato a tal riguardo, ma noi prendendo da più alto le mosse esporremo assai più di quanto ella sapesse e potesse apprendere al suo amante.

Ed ecco di che modo s'eran passate le cose.

Il signor X, gioielliere, uno dei principali, per non dire il principale, di Torino in quel tempo, aveva recato, se ben vi ricorda, a Nariccia, pochi giorni prima che succedesse l'assassinio di costui, una certa quantità di preziosi oggetti del suo commercio, ed ottenutone ancor egli una somma in prestito lasciandoli in pegno all'usuraio. Figuratevi dunque come egli rimanesse allorquando quella mattina che si sparse per la città la novella dell'orrendo delitto, ebbe udito che tutta era stata svaligiata d'ogni cosa di valore la casa dell'assassinato! Corse immantinente dal Commissario di Polizia a far la sua denunzia e la sua deposizione, dando la lista distinta e divisata un per uno di tutti gli oggetti ch'egli aveva consegnati a Nariccia e che erano caduti nel furto. Il valore complessivo di quei gioielli saliva a qualche diecina di mille lire: e il signor Tofi, quando ebbe udito l'orafo specificare siffatto valore, esclamò con quella sua ruvidezza che pareva sempre un accento collerico:

— I mariuoli hanno fatto un bel colpo!... L'altro dì hanno arraffato i capitali del banchiere Bancone, ieri il tesoro dell'usuraio Nariccia: c'è da farsi ricchi in più a queste due sole imprese.... Sarebbe un bel mestiere.... se non ci fossimo noi a coglierli.... E li coglieremo, glie lo prometto io!... Nel furto Nariccia gli scellerati avranno portato via più di cento mila lire.

— Che la dice? esclamò il signor X, a cui le parole sfuggirono senza pensarci, e che, pur pensandoci, le avrebbe fors'anche dette lo stesso. Ma se Nariccia aveva tuttavia in suo potere i diamanti di casa Langosco, e tutto mi induce a credere di sì, questi solamente furono pei ladri un bottino di centinaia di mila lire.

Il signor Tofi volse tutto d'un pezzo la sua faccia aggrottata sul cravattone duro verso il gioielliere:

— Come! I diamanti di casa Langosco erano in potere di quell'usuraio?

— Sì, signor Commissario; ce li vidi io stesso ch'egli me li diede ad esaminare, consultandomi sul valore. E ciò accadeva solamente tre giorni fa.

— Oh, oh! Questo sarebbe elemento da tenerne calcolo. Gli assassini avrebbero saputo che quei diamanti erano colà... Ma come colà?... In pegno forse?... Eh, eh! non è impossibile.... Bisognerà vedere.... Ad ogni modo finora la Casa di Staffarda non fece richiamo nessuno, non porse denunzia di sorta; e trattandosi di somma di tanto valore, non mi pare che si vorrebbe star zitti.

Il Commissario congedò il gioielliere, ed occupato com'era in quel dì da un subbisso di faccende, per la rivolta sopratutto degli operai avvenuta la sera innanzi, dimenticò, o per dir meglio, trascurò di dare l'importanza che avrebbe data altre volte a quelle parole dell'orafo riguardo i diamanti della nobil famiglia Langosco. Tutta la giornata passò senza che denuncia alcuna venisse; dalle informazioni che fece prendere, il Commissario seppe che nel palazzo di Staffarda nulla era avvenuto onde si potesse supporre che tal danno era capitato a quella casa; la sera inoltre gli fu presto notificato che la contessa Candida al ballo di Corte, sfolgorava il capo, il seno, le braccia di tutti i suoi diamanti. Tofi non ci pensò più. Se il gioielliere non si era sbagliato, e uno sbaglio di questa fatta in lui era difficilissimo, i signori Langosco avevano per loro fortuna ritirato a tempo il pegno preziosissimo dalle mani dell'usuraio.

Il signor X, a cui il ricupero della sua roba premeva infinitamente, era già tornato parecchie volte nei due giorni che erano seguìti dal Commissario a domandargliene novelle, finchè questi, che non aveva nulla da apprendergli, che era occupatissimo e di peggio umore che mai, perdè la pazienza, e con quelle sue maniere da burbero e parole da prepotente gli ebbe fatto capire non venisse più a seccarlo, e quando si avesse qualche cosa da dirgli, o da farsene dire, lo si sarebbe mandato a chiamare. Il gioielliere se ne partì mortificato, e domandando a se stesso che razza di giustizia la fosse questa che il derubato colà dove si doveva prendere tutto l'impegno per fargli riavere la sua roba, veniva accolto e trattato peggio che al ladro non si farebbe.

Ma il domani gli venne dalla Polizia un messaggio che gli fece nascere in cuore qualche buona speranza. Il signor Commissario con un ordine laconicamente espresso lo chiamava subito innanzi a sè, per comunicazioni urgenti. Il gioielliere volò al Palazzo Madama colla dolce speranza d'udirsi a dire per prima cosa che i ladri erano stati presi e i suoi gioielli ricuperati. Fu una delusione. Introdotto in quel certo gabinetto del Commissario che già conosciamo, e chiusane alle spalle di lui la porta, il signor X rimase solo con quel terribile rappresentante della pubblica autorità, il quale pareva assai sopra pensiero e più burbero che mai.

Il signor X fu minutissimamente interrogato su quella circostanza ch'egli aveva incidentalmente allegata nel primo colloquio da lui avuto col Commissario, la presenza cioè in casa di Nariccia dei diamanti Langosco. Il gioielliere dovette dir tutto: e come egli si trovasse quella tal mattina in casa dell'usuraio, e come fossero sopravvenuti a disturbarlo nel colloquio ch'egli aveva con Nariccia prima un frate gesuita, poscia un cotale, di cui egli non aveva vista la persona, ma uditane la voce e creduto di riconoscerla per quella del dottor Quercia; come poco dopo Nariccia era tornato da lui portandogli ad esaminare, perchè glie ne dicesse il valore, certe buste di diamanti ch'egli aveva tosto riconosciuti per quelli della contessa di Staffarda, cui egli aveva l'onore di contare fra le sue pratiche; come più tardi fossero andati nel suo fondaco il conte Langosco e il dottor Quercia, il primo a chiedergli della ripulitura di quei diamanti che a lui non erano stati consegnati, il secondo a pregarlo in nome della contessa a far sì che il conte credesse che i diamanti fossero presso di lui.

Il Commissario ascoltò attentissimamente, fece ripetere parecchie cose, domandò varie minute spiegazioni: non iscrisse le parole pronunziate dal signor X, ma prese diversi appunti di date, di ore, di motti sopra una cartolina che chiuse poi accuratamente in un suo portafogli che teneva allato; e finì per congedare l'orafo, più burbero che mai, intimandogli che di quanto aveva narrato allor'allora non si lasciasse intanto sfuggire parola con anima viva. Poscia diede subito ordine a varii segreti agenti (e fu così che alcuna cosa venne a subodorare anche di ciò quello affigliato alla cocca) si scrutasse se i diamanti portati dalla contessa di Staffarda al ballo di Corte erano veri, se il dottor Quercia di que' giorni fosse stato visto in alcun modo in possesso di oggetti di valore od avesse speso eccezionalmente delle vistose somme.

Come mai il signor Tofi s'era posto a dare ora tanta importanza a questo fatto che da principio aveva destato mediocremente soltanto la sua attenzione? Gli è che nel frattempo egli aveva ritrovato Barnaba.

Sul modo di agire però, il signor Tofi si trovava molto perplesso. La faccenda era assai delicata. La famiglia Langosco era troppo autorevole e potente per non riguardarsi bene dal comprometterla leggermente. D'altronde quello pareva pure un filo da non doversi trascurare per guidarsi in quel labirinto finora indistricabile. Pensatovi su ben bene il Commissario decise di parlarne francamente al conte medesimo; scrisse una letterina, la più garbata ed umile ch'egli sapesse, al marito di Candida, pregandolo a volergli assegnare un'ora in cui si potesse presentare al suo palazzo, avendo egli urgente bisogno di parlargli.

Il conte di Staffarda, quando vide chi fosse che gli scriveva, tenne quel foglio colla punta delle dita, in quel modo schifiltoso con cui il marchese de la Seiglière nella bella commedia di Sandeau tiene la carta bollata.

— Il Commissario di Polizia parlare a me? Oh che può avermi a dire un simile personaggio?...... Entrare qui nel mio palazzo questa razza di gente!... Mai più!.... Andiamo dal mio amico il generale Barranchi.

Ci si recò sul momento.

— Guardate, mio caro, diss'egli al generale, porgendogli il biglietto ricevuto, che cosa mi scrive il vostro Commissario; mandatelo un po' a chiamare quel maroufle, ch'e' venga qui a spiegarsi in presenza vostra, se non vi disaggrada.

Il comandante dei carabinieri tirò su le sopracciglia sulla sua fronte piccola e stretta, lesse e rilesse, tossì con aria d'importanza, s'impettì nella montura, specchiò il suo naso nei bottoni lucentissimi del suo petto e mandò ordine al Commissario venisse immantinente.

Quindici minuti dopo il signor Tofi si presentava, secondo il solito, duro, impalato, le braccia lungo il corpo, in mano il suo cappello a larga tesa, il suo lungo soprabitone cascante sulle gambe nervose, i suoi piedi larghi e piatti ben piantati, il mento appoggiato alle stecche del cravattone, lo sguardo dritto levato innanzi a sè, nella impostatura del soldato senz'armi.

Il conte di Staffarda stava indolentemente sdraiato in una poltrona, giocherellando con uno de' guanti che s'era levato dalla bella, fine ed aristocratica destra, e pareva che quello non fosse punto fatto suo. Però, guardando la faccia burbera e severa del Commissario di Polizia, piantatosi a pochi passi di distanza, alla qual faccia l'aria di sommissione che aveva assunta in quel momento, pareva accrescere ancora la scontrosità, il marito di Candida provò uno strano e nuovo effetto, come se gli fosse apparso in quell'alto e grosso corpo un messo del destino ad annunziargli sventura. Il generale Barranchi fece un cenno al Commissario perchè s'avvicinasse, e quando questi ebbe obbedito, gli disse in tono di comando militare, porgendo verso di lui, a mostrarglielo, il biglietto ricevuto da Langosco.

— Voi avete scritto questo biglietto?

Tofi diede un'occhiata al foglio, un'altra a chi lo interrogava, e rispose:

— Sì, Eccellenza.

— Or bene, che cos'è che avete a dire al mio amico il conte di Staffarda? Egli è qui pronto ad ascoltarvi; parlate.

Il Commissario fece scorrere lo sguardo di quelle sue pupille feline sul volto di Langosco, poi lo ricondusse sulla faccia scioccamente superba del generale.

— Mi perdonerà S. E., mi perdonerà anche il signor conte di Staffarda; ma quello che devo dire, non lo posso dire che al solo conte medesimo.

Langosco staccò le spalle dalla poltrona con moto piuttosto vivace.

— Parlate, parlate pure in presenza del generale: è mio amico e non ci ho nulla, ch'io sappia, che possa volere a' miei amici nascosto.

Tofi s'inchinò leggermente ed insistette.

— Non mi è assolutamente permesso di accondiscendere al desiderio di vostra signoria. Credo mio debito parlare a Lei sola; e quando la mi avrà ascoltato sono persuaso che mi darà ragione.

Il conte fece un atto d'impazienza.

Barranchi entrò in mezzo.

— Mio caro, disse, conosco questo bravo Tofi; è il più ostinato degli uomini, e se non vuole non ci sarà verso di farlo parlare. Cedo io il campo. Parlatevi qui stesso quanto fa bisogno; e voglio sperare che il signor Tofi non avrà disturbato voi, nè vorrà disturbar me per bazzecole che non abbiano importanza.

Gettò queste parole accompagnate da uno sguardo imponente e da una mossa autorevole contro il Commissario come un'intimata. Tofi non si scompose.

— Ebbene, disse Langosco quando il generale fu uscito, parlate ora liberamente e fate presto.

Aveva egli appoggiato un gomito alla tavola che gli era vicina, s'era così appressato un poco della persona al suo interlocutore, ed aveva parlato con accento di sollecita benchè dissimulata curiosità.

Tofi depose il suo largo cappello sulla seggiola che trovò più vicina, s'aggiustò sotto il mento quadrato l'alta e dura cravatta, affondò secondo sua abitudine le manaccie entro le grandi tasche del suo soprabitone, e cominciò col tono di un interrogatorio:

— Il signor conte ebbe qualche rapporto d'interesse col fu Nariccia, assassinato la settimana scorsa?

Langosco arrossì leggermente sui pomelli delle sue magre e pallide guancie; si trasse indietro della persona con mossa d'inesprimibile fierezza, e mettendo nella sua voce un disdegnoso risentimento, disse guardando corrucciato la faccia del Commissario:

— Che è ciò? Obliate voi con chi parlate? Non son tale a cui dobbiate osare volgere le vostre interrogazioni — voi!

Innanzi a questo disprezzo il Commissario si morse il labbro inferiore e fece un atto colle mascelle come se mandasse giù un grosso boccone; in fondo alle sue occhiaie, le grigie pupille ebbero un lampo fugace che pareva voler accennare ad un riscuotersi di quella natura plebea contro lo staffile di quel disprezzo aristocratico; ma la soggezione rispettosa al grado, al titolo, alla casta non venne meno in quell'uomo pagato per difendere con zelo l'ordine di cose esistente; s'inchinò a suo modo, e soggiunse con un accento d'umiltà che stornava maladettamente coll'espressione della faccia, coll'aspetto di tutta la persona, colla rauca ruvidezza della voce:

— La mi perdoni. Si tratta della giustizia di S. M., e noi abbiamo il dovere per servirla di non arrestarci innanzi a nulla. Ella sa l'orrendo delitto che fu commesso, e certe circostanze che per mezzo della S. V. si possono assicurare, son forse tali da metterci sulle traccie della verità.

— Siete matto! esclamò il conte mezzo stupito e mezzo indignato. Che cosa ci posso entrar io in codesto?

— Se Ella mi permettesse appunto di continuare a rivolgerle alcune domande e volesse degnarsi rispondere...

Langosco interruppe con superba impazienza:

— Ditemi queste vostre circostanze cui accennate, e quando io le abbia udite saprò e vedrò che cosa vi debba rispondere o no.

Il Commissario trasse di tasca il suo portafogli, prese in mezzo a molte carte quella su cui aveva notati gli appunti della narrazione fatta dal gioielliere X, e questa ripetè per intiero, con un'esattezza che poteva dirsi crudele, e che ben vendicava il Commissario della sprezzosa impertinenza con cui il conte lo trattava. Avreste detto, chi superficialmente l'osservasse, che il marito di Candida stava ascoltando le più indifferenti cose del mondo. Aveva appoggiato di nuovo il gomito sul tavolo, teneva il mento nel concavo della mano e guardava fiso, immobile il Commissario che lo fissava entro gli occhi egli pure. Ma scrutando ben bene quella fisionomia si sarebbe visto che una maggior pallidezza dell'usato s'era stesa su quel volto logoro più dalle passioni che dagli anni, che quel sorriso ironico e superbo ond'erano abitualmente mosse le sue labbra, ora copriva una nuova emozione che tremolava, per dir così, ai due sottili angoli della bocca, che dalle ciglia ravvicinate fuggiva a sprazzi una luce d'immensa ira compressa, che sulla lucida, giallognola pelle del cranio denudato spuntavano, come punte di spilla, alcune goccioline di sudore.

Quando Tofi ebbe finito di parlare, successe in quel salotto un assoluto silenzio di parecchi minuti: s'udiva solamente il soffio un po' pesante del rifiato del conte. Que' due uomini stettero alquanto così, immobili, di fronte, l'uno seduto e l'altro in piedi, guardandosi con fissità poco meno che ostile; il Commissario voleva leggere nell'interno del conte, questi avrebbe voluto strappare dalla memoria di colui che gli aveva parlato il fatto che ne aveva appreso. Pensava frattanto con indicibile sforzo di mente che cosa fosse da farsi, qual risoluzione da prendersi. Passò la mano sul suo cranio pelato ad asciugarsi quel po' di sudore; e disse poi lentamente con voce bassa e stentata:

— Non vedo ch'io sia obbligato a nulla rispondere... Potrei limitarmi a dirvi che in queste circostanze da voi narrate non c'è nulla, assolutamente nulla che possa mettervi sulle traccie di quella tal verità che cercate.

Si fermò come a prender fiato, chinò gli occhi egli innanzi a quelli del Commissario, ma li rialzò tosto di nuovo e continuò:

— Ma voi siete come i confessori, e vi si può confidare un segreto di famiglia.... È vero che mia moglie, per certi suoi bisogni, mandò, a mia insaputa, ad impegnare i diamanti, e per nascondermelo volle farmi credere fossero presso il gioielliere. Ma io non fui lungamente sa dupe. La indussi a dirmene la verità; e quando la seppi non volli che i gioielli di mia moglie stessero più a lungo nelle mani di un usuraio — e li riscattai.

Nulla era più penoso a quell'uomo che mentire; sul suo cranio si raddoppiavano le goccie di sudore.

Il Commissario si chinò un poco verso il conte e disse con accento che non era interrogativo, ma che poco mancava ad esserlo:

— L'assassinio di Nariccia ebbe luogo nella notte dalla domenica al lunedì. Ella ha certamente riscattati quei diamanti nella giornata stessa di domenica, forse anche in quella di sabato.

Langosco trasalì.

— Sì, sì, diss'egli, sabato, sabato stesso.

S'alzò per indicare che l'udienza, secondo suo volere, doveva essere finita; andò alla porta del gabinetto vicino in cui s'era ritirato il generale e l'aprì.

— Venite pure, Barranchi.

Il generale si presentò con un'aria scioccamente curiosa sulla sua stupida faccia superba.

Langosco non aspettò interrogazione veruna.

— Potete fare con giustizia i complimenti al vostro Commissario di Polizia: disse. Egli sa anche ciò che non importerebbe sapere, e che le famiglie vorrebbero molto bene nascosto a tutti. Ma ditegli anche voi che un uomo suo pari dev'essere una tomba dei segreti.

Il generale tirò avanti colla sua solita mossa il petto lucente di bottoni e di decorazioni e disse, come se comandasse il maneggio d'armi ad un pelottone di carabinieri:

— Voi sarete una tomba dei segreti.

Tofi, congedato di questa guisa, si partì.

— Caro generale: disse Langosco rimasto solo con Barranchi: a voi non voglio tener nulla nascosto. Mia moglie aveva impegnato i suoi diamanti presso quell'usuraio che fu assassinato. Tofi lo seppe e voleva conoscere il modo col quale la contessa li aveva riavuti. Sono io che appena ho appreso tal cosa, mi affrettai a riscattarli. Non fareste male d'inculcare a quel Commissario troppo zelante, che quando trattasi di certa gente come noi, di certe famiglie come la mia, come le nostre, non gli conviene avere tanta curiosità.

Barranchi prese la sua aria d'importanza e disse dall'alto del suo colletto ricamato in argento:

— Glie l'inculcherò.

Il conte di Staffarda si recò sollecitamente dal gioielliere X. Ripetè a lui quello che aveva narrato al Commissario ed a Barranchi, e con preghiera che aveva tutto il tono d'un comando, lo invitò a non parlar più con nessuno e in nessuna guisa di questa faccenda. Quindi si recò nel suo palazzo.

— La contessa è nelle sue stanze? domandò ai domestici.

E come gli fu risposto di sì, s'avviò d'un passo lento e pesante verso l'appartamento della moglie, dove entrò senza voler essere annunziato.

La contessa, che da qualche tempo veniva ricevendo alcune di cotali improvvise visite del marito, a cui egli dapprima non l'aveva avvezza mai; la contessa si volse a guardare il conte con aria meravigliata, curiosa e risentita nello stesso tempo. L'espressione del suo bel volto significava apertamente, senza che avesse bisogno delle parole per dirlo: «Che altra novità c'è ella ora? Non vi ricordate i patti e la mia volontà? Non volete più lasciarmi tranquilla?»

— Vedo che siete occupata: cominciò il conte, parlando francese, in presenza della cameriera che finiva di aggiustare sul capo della contessa le nere, abbondanti, fulgide di lei chiome: e mi rincresce disturbarvi; ma vi è proprio necessità ch'io vi dica a quattr'occhi due parole, e vi prego a congedare il più presto che si possa la vostra donna.

L'aspetto del conte era affatto gentile, e sulle labbra stavagli un sorriso che riusciva ad essere grazioso; ma entro gli occhi era un certo cupo sbarbaglio e nella voce una vibrazione che rivelavano una qualche profonda emozione contenuta a forza.

Candida s'affrettò a liberarsi della cameriera, e quando essa e il marito rimasero soli nella stanza, drizzatasi in piedi ed avvoltasi nel suo accappatoio come nell'ampio velo una statua romana, le braccia conserte al petto, la faccia audacemente levata e gli occhi fissi sul conte, dimandò asciuttamente:

— Che cosa dunque avete da dirmi? Sbrigatevi.

Langosco che s'era messo a passeggiar su e giù, si piantò in faccia alla moglie, e incrociando collo sguardo di lei il suo collerico, invelenito, viperino, disse con voce bassa ma che sibilava fra le labbra contratte:

— Quanto vi ha spillato il vostro amante, obbligandovi a mettere in pegno le vostre gioie?

Un lieve rossore salì alle guancie della contessa. La sua prima impressione fu lo stupore e la confusione: le sue pupille si chinarono un istante; ma non tardò a riprendere la sua sicurezza.

— Vi fo i complimenti, signor conte, diss'ella, del nuovo dizionario dove andate a pescare i vostri termini.

— È quello che ci conviene ad ambedue: rispose il conte con sogghigno di fiera ironia. J'appelle chat un chat, et Rollin un fripon: disse quel birbo di Voltaire. Nel caso nostro il fripon sapete chi sia...

Candida fece un gesto colla mano ad imporgli silenzio.

— Basta: diss'ella con tutta l'imponenza d'una gentildonna offesa.

Ma Langosco, più animato nello sguardo, nell'aspetto e nella voce, le si accostò ancora d'un passo e proruppe con forza:

— No, non basta, signora contessa. Que' diamanti che voi avete fatto servire ad un uso così.... Ah! non dirò l'epiteto che si conviene per un resto di riguardi che forse non meritate..... que' diamanti appartennero a mia madre, e non voglio che sieno...

Essa lo interruppe.

— Ma quelle gioie, lo avete ben visto, sono tutte in poter mio....

— Non cercate di mentire: voglio sperare che non ci siate abile tuttavia: ad ogni modo non arrivereste a darmi lo scambio perchè io so tutto.

E qui ripetè in brevi parole quello che sapeva, senza dirle il come avesse ciò appreso.

Candida rimase atterrata.

— Or via, qual somma ritrasse quello sciagurato da tale imprestito?

La contessa glie la disse.

— E voi?

Candida fece un gesto di denegazione pieno di verità.

— Io? Nulla.

— E le cinquanta mila lire (e ciò dicendo il conte pronunziò più lentamente e pesando sulle parole) per riavere i diamanti furono restituite all'usuraio?

— Sì: rispose debolmente la donna.

— Ne siete certa? insistè il marito con forza.

— Credo..... mi pare..... non può essere altrimenti.

Una scura nube passò sulla fronte di Langosco.

— Ah! esclamò, potrebbe pur anco essere altrimenti.

La contessa non comprese o non sospettò neppure il significato di quell'esclamazione.

Langosco, memore d'una interrogazione che gli aveva fatta il Commissario ed avendone apprezzata e meditata tutta l'importanza, la ripetè ora a sua moglie:

— E quando vi furono essi restituiti que' diamanti? La domenica o il lunedì?

— Il lunedì.

Un piccol fremito contrasse i muscoli della faccia del conte, e le sua guancie impallidirono leggermente.

— Ah! fece egli: il lunedì.

Tacque un istante: guardava la donna con espressione indefinibile di compassione insieme e di dispetto, di rampogna e di dolore: pareva che a significare i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue paure non trovasse parole, e non osasse neppure avventurarsi a cercarle. Candida si sentiva afferrare da una soggezione affatto nuova, quasi da una timidezza e da una vergogna.

Dopo un poco il conte parlò e con accento di gravità, quale non gli aveva mai sentito la moglie.

— Forse a farvi dei rimproveri ci ho poco diritto, e nei vostri errori ci ho la mia buona parte di torti. Alle prime osservazioni ch'io tentassi di porvi innanzi intorno alla vostra condotta, voi potreste rinfacciarmi il mio passato e la mia, ed invocare quel patto mezzo tacito e mezzo espresso, per cui avete ricompra la vostra assoluta libertà col sacrifizio delle vostre sostanze. Mi merito questa poco bella condizione in cui mi trovo a vostro riguardo, e non cercherò più di uscirne; è troppo tardi; quindi non una parola vi dirò delle vostre galanterie, nulla neppure se avete anche l'assurdità di sciupare da parte vostra i vostri capitali; ma finchè avete l'onore di portare il nome della mia famiglia, finchè vivrò, m'incombe l'obbligo di vegliare a che questo nome non venga compromesso e macchiato. La vostra relazione con colui ch'io non voglio nominare, minaccia trascinarvi, minaccia trascinare il nostro nome in funeste — dirò la parola — in infami pubblicità. Ciò non posso tollerare, ciò dovete evitare ad ogni modo voi stessa. Non credo per ora dovermi spiegare più chiaramente. Le cose che dovrei dire mi brucierebbero le labbra. Ma pensateci voi medesima. Domandatevi come e di che viva quel.... quell'individuo, e conchiudete se possa dirsi onorevole la sorgente di quei denari che spende. Non vi do ordini, non v'impongo sollecite determinazioni; mi prendo solamente la libertà di rivolgervi un consiglio: sarebbe assai bene che quel cotale cessaste addirittura di vederlo. Quanto a questo palazzo, siccome qui sono io il padrone, e ci ho il diritto di escluderne chi voglio, do ordine immantinente che quando si presenti gli si dica chiaro che queste soglie non sono più fatte per lui, e se vuol saperne la ragione, gli farò l'onore d'ammetterlo un momento alla mia presenza per dirgliela sulla faccia io stesso.

Il conte uscì senz'aspettare risposta. Candida rimase atterrata, confusa e perplessa. Sentiva, anche suo malgrado, una certa vergogna dei fatti suoi: non aveva di certo capito tutto il significato delle parole del marito, la sua mente non era andata fino a quel punto estremo a cui pure esse direttamente miravano, ma pure sentiva che in quella sua disgraziata passione c'era oramai più che una colpa un degradamento. E tuttavia essa non aveva il coraggio di strapparsela dall'anima: e il solo pensiero che potesse avvenire ciò che le aveva consigliato il conte, di non veder più il suo amante, erale dolorosissimo. In mezzo a questo suo turbamento sorgeva e veniva via aumentando una irritazione collerica, un vivace risentimento contro il marito che le aveva dette quelle parole, contro l'amante che se le meritava, contro se stessa. Bisognava risolversi a qualche cosa. Scrisse il bigliettino che sappiamo a Luigi, perchè si trovasse al convegno; ed all'ora posta fu con lui.

Le parole dettele dal marito ella non seppe ripetere esattamente all'amante, ned avrebbe pur voluto; e dalla narrazione da lei fatta risultò solamente che il conte aveva appreso l'oppignorazione fatta dei diamanti a benefizio di Gian-Luigi, la decisa volontà nel conte medesimo di voler impedire il rinnovamento di simili fatti, e la determinazione da lui presa di mettere alla porta di sua casa il signor Quercia e di dirglielo egli stesso sul muso.

Gian-Luigi stette un poco in silenzio, le mascelle contratte morsicchiando i suoi baffetti neri che le dita quasi tremanti avevano abbassati fra i denti, scolpita in mezzo della fronte con solco profondo la sua ruga caratteristica.

Tutto questo era per lui molto spiacente. Non solamente il suo orgoglio si trovava leso nel sentire che il conte lo voleva cacciare di casa sua, ma il suo interesse eziandio che era di mantenersi in assai buona attinenza con quella potente famiglia, come guarentigia contro certe indiscrete curiosità.

— Di codesto, diss'egli poi, la colpa è certo al signor X e me ne farò sentire (e qui narrò come sospettasse alcuno avesse visto i diamanti in quel poco di momenti in cui Nariccia li aveva recati nell'altra stanza, e questo qualcuno li aveva riconosciuti per quelli di lei, la qual cosa non poteva fare che il gioielliere); ma frattanto, Candida, che pensi tu di fare? abbandonarmi?

Le prese di nuovo le mani come aveva fatto poc'anzi, le accostò il suo viso più bello che mai per un'espressione d'ardenza e d'amore, le saettò negli occhi uno sguardo pieno di fuoco e di passione.

Candida sentì un caldo fremito soave correrle tutte le fibre; le sue guancie arrossirono, le sue labbra si dischiusero tremanti, i suoi occhi lampeggiarono.

— Abbandonarti? Io?... Mai!

Luigi colse con un bacio questa parola che ancora vibrava sulle coralline labbra di lei.

— Quanto al signor conte, soggiunse egli, aggrottando di nuovo le sopracciglia, non gli farò aspettare di molto l'occasione di dirmi ciò che gli frulla, e stassera dopo pranzo mi recherò io stesso da lui.....

La contessa lo abbracciò con amplesso vigoroso e tenace, come chi colla propria persona voglia difendere un suo caro da pericolo che lo minacci.

— Non vo' che ti batta con lui, esclamò ella con forza. Non voglio, non voglio... Egli è perito nell'arte di ammazzare.

Quercia la rassicurò con un sorriso che pareva significare, quando avvenisse una lotta, non per lui esservi da temere, e soggiunse coll'accento con cui si calmano le paure d'un diletto bambino:

— Non pensarci neppure. Vedrai che tutto si conchiuderà più amichevolmente che tu non creda.

Quando la contessa l'ebbe lasciato solo, Gian-Luigi stette ancora un poco riflettendo seco stesso, poscia, determinazione che veniva conseguenza delle sue meditazioni, uscì, e si diresse di buon passo verso la casa dei Benda.

CAPITOLO XII.

Francesco Benda aveva passato una notte cattiva. Un gagliardo accesso di febbre aveva spaventato non solo gli amorosi suoi congiunti, ma i medici eziandio. Il mattino colse quella disgraziata famiglia senza che pur uno, nè padre nè madre nè sorella dell'infermo, avesse chiuso quegli occhi che tutti avevano rossi dal pianto, avesse riposato quelle membra che ciascuno aveva, e non sentiva tuttavia, affrante dalla fatica e dall'angoscia. Nè la venuta del giorno arrecò alcun sollievo al giacente, alcun conforto di speranza a chi lo assisteva. Il ferito passava avvicendatamente da un sopor plumbeo ad un delirio non furibondo, nel quale, fra mille incoerenti parole che uscivano susurrate dalle sue labbra, spiccava pronunziato con più affetto, con ardenza di trasporto, un nome: quello di Virginia.

E questa, da parte sua (era esso un misterioso istinto, era una meravigliosa corrispondenza delle anime nei due amanti?), Virginia da parte sua, tutta notte era stata occupata più che non ancora mai da un'inquietudine affannosa, che le faceva immaginare, che le faceva indovinare più pericolose e crudeli le condizioni del ferito. Era di poco inoltrata la mattina, quando la nobil fanciulla, senza punto lotta cedette alle ispirazioni del suo amore ed all'impulso della sua pietà. Scrisse una letterina a Maria, come ad antica compagna ed a nuova amica, pregandola di volerle comunicare le notizie del fratello, e la mandò tosto per un lacchè, a cui fu vivamente raccomandata la sollecitudine.

Maria, che in que' momenti ne' quali la lettera di Virginia le giunse, non avrebbe voluto nè veder persona, nè ricevere biglietti di sorta, pure ad udire il nome di chi mandava quel foglio lo prese e lesse con premura. Il delirio del fratello aveva alla fanciulla rivelato il segreto dell'amore di lui; e se anima pietosa di fanciulla è pur sempre inchinevole a intenerirsi per siffatti affetti, da alcuni giorni la buona Maria era pur troppo, in mezzo ad un nuovo turbamento del suo cuore, più facile che mai ad esser commossa dalla vista, dalla parola, dal pensiero di quella passione. Nelle poche righe di Virginia laconicamente gentili, la sua dilicata percezione sentì un interesse più caldo e più vivo di quel che non volesse apparire, avvertì la vibrazione d'un affetto che invano cercasse nascondersi. Maria ebbe una ispirazione da semplice ed innocente fanciulla inesperta delle cose del mondo; sedette a tavolino e rispose alla nobile amica col biglietto seguente:

«Il povero Francesco sta male pur troppo.

«Se il giorno passasse come passò la brutta notte che è finita, non oso nemmeno pensare a quel che ne potrebbe avvenire.

«Ho pregato tanto la Madonna, e mi pare che la dovrebbe pur farci la grazia di salvarcelo.

«Sento una voce in cuore che mi dice esservi una persona al mondo che potrebbe richiamarlo alla vita.

«Questa persona è Lei, cui Francesco, nel suo delirio, ha invocata tutta la notte.

«Oh! s'Ella venisse a farci questo miracolo! Dio la benedirebbe per tutta la vita.»

Maria, scritte rapidamente queste parole, non riflettè, piegò la carta, la suggellò e la fece rimettere nelle mani del domestico di Virginia che aspettava. Se avesse riflettuto alquanto non l'avrebbe mandata: se ne pentì appena il lacchè fu partito, ma era troppo tardi e stette aspettando con ansia l'effetto delle sue parole.

Quest'effetto fu il migliore ch'essa potesse desiderare. Abbiamo visto come il primo impulso di Virginia nell'apprendere la disgrazia avvenuta a Francesco, fosse stato quello di accorrere essa stessa di persona a casa di lui; trattenuta dallo zio e da costui posta in guardia contro le imprudenze e i trasporti della passione, mercè il racconto delle funeste avventure di sua madre, Virginia aveva momentaneamente ceduto, ma non aveva in modo assoluto determinato che mai non avrebbe più tentato quel passo, ch'ella in cuor suo dicevasi potere diventare per certe circostanze, quasi un dovere in lei. Il racconto delle sventure di sua madre, se aveva potuto contribuire a scemar in essa le speranze che avrebbe potuto concepire intorno all'amor suo, ed abbiam visto com'ella poca o nessuna ne avesse, se aveva potuto ispirarle più riguardosa prudenza, non era fatto per isminuirle quella passione d'amore che già troppo oramai era in lei radicata e cresciuta.

Oh come ella aveva ripensato tra sè, e ricontatosi quel doloroso romanzo che aveva avuto per eroina sua madre, e di cui lo zio le aveva ora tracciate le linee principali! Come la sua fantasia eccitata aveva alacremente lavorato intorno a questi tratti precipui e compitone il disegno e menativi i colori e terminato il quadro! La sua tenerezza per la madre aveva sempre avuto qualche cosa di speciale, quasi potrebbe dirsi di misterioso, come se il suo istinto di figliuola avesse sentito nell'esistenza di quella cara e veneranda creatura un profondo dolore da consolare. Ora questa tenerezza, ch'ella sempre serbava all'anima della morta, s'era accresciuta vieppiù; ora era essa penetrata nel mistero di quel dolore e ne trovava ancora più pietosa la causa; ora comprendeva il significato di quello sguardo mesto, lungo, quasi imploratore, ch'ella ricordava aver visto tante volte nei begli occhi della madre. Virginia s'era recata innanzi al ritratto di questa che pendeva alle pareti nella sua camera da letto, ed era stata lungamente contemplandolo. Quante cose le diceva ora quel pallido viso leggiadro, che mai non aveva ella dapprima avvertite! Non era una colpa l'amor suo, ben lo aveva ella sentito; era una sventura: ma sapendo che a tale sventura aveva partecipato sua madre, le pareva che più nobile, più degna quella disgrazia si fosse, e se la aveva più cara.

Ad accrescere la passione dell'animo di Virginia venne la notizia dei fatti compiutisi alla fabbrica Benda e dei pericoli che quella famiglia avevano minacciato. Aveva sperato la nobil fanciulla di poter per mezzo di Maurilio sapere tutta e particolareggiata, e man mano la verità, ma fallitale, come abbiam visto, questa speranza, maggiori n'erano diventati il suo timore, la sua inquietudine, l'affanno dell'anima sua. La letterina di Maria giunse in buon punto per deciderla affatto a quello che già pensava seco stessa, a quel partito cui fino da principio aveva voluto effettuare, ed a cui non aveva rinunziato mai. Si coprì d'un fitto velo, si avvolse in un modesto mantello, si fece seguire dalla sua governante, uscì ratta a piedi, come quando recavasi modestamente in chiesa, e salita in una carrozza da nolo si fece condurre alla casa dei Benda.

Maria sedeva appiè del letto di suo fratello, il quale era di nuovo caduto in quel sopore che lo faceva rassomigliare poco meno che ad un cadavere. Quando alla fanciulla vennero ad annunziare che una giovane e bella signorina domandava di lei, una subita speranza le nacque in cuore che la potesse esser quella di cui essa aveva invocata la presenza, ma non osò accoglierla questa speranza; già s'era pentita, come dissi, d'aver scritto quel biglietto, e pensando all'orgoglio aristocratico che certamente doveva avere quella giovane, venivasi persuadendo che quel foglio la lo avrebbe disdegnosamente gettato e non altro. Corse di là con sollecitudine e mandò un'esclamazione di gioia e di riconoscenza nel vedersi davanti, ritta in mezzo la stanza, il velo sollevato dalla faccia leggiadra, la contessina di Castelletto.

— Dio la benedica! disse Maria, e le prese ambedue le mani, e si curvò come se glie le volesse baciare.

Ma Virginia la trasse su, le gettò le braccia intorno alla vita e l'abbracciò come una sorella.

Le due fanciulle si guardarono entro gli occhi, e si compresero più che per qualunque lungo discorso; si sentirono per affetto e per tempera d'anima congiunte; a dispetto d'ogni distinzione sociale si avvertirono pari.

— Posso io vederlo? domandò Virginia con una virtuosa franchezza, senz'ambagi come senza falsa vergogna.

Maria la prese per la piccola mano affilata e rispose con una sola parola:

— Venga.

La introdusse nella camera dove il ferito giaceva. Siccome le imposte della finestra erano rabbattute, Virginia da principio non vide che confusamente in quella oscurità. Al rossigno chiarore che mandava il fuoco del caminetto scorse una donna attempata, la quale, vedendo entrare una ignota, s'alzava da sedere. Maria le correva presso, le bisbigliava poche parole all'orecchio e quella donna faceva alla nuova venuta una profonda riverenza. Era essa la madre di Francesco.

Virginia camminò lentamente verso il bianco cortinaggio del letto che spiccava nel buiccio di quella stanza. I suoi occhi, cominciando ad avvezzarsi alla poca luce, videro sui cuscini abbandonata la testa simpatica del giovane. Le palpebre erano richiuse e le lunghe ciglia si disegnavano finemente sul pallore delle guancie. Le labbra scolorate erano semiaperte, ma pareva che di mezzo a loro non uscisse soffio nessuno di respiro. Solamente di quando in quando un gemito esile, ma penoso, saliva su dal petto e passava lento, trascinato per quella bocca socchiusa. Qual differenza fra quel misero giacente che soffriva e il robusto ed aitante garzone che Virginia aveva visto pochi giorni prima alla festa da ballo, che le aveva allora appunto con tanta ardenza svelato il suo amore!

Ella si fermò a pochi passi dal letto. Sentì nel suo cuore una pena che era quasi un rimorso; una ineffabile tenerezza le mandò agli occhi due lagrimette ch'ella non pensò neppure di asciugarsi.

— Gli è per me, a cagion mia, pensò, ch'egli è ridotto in tale stato.

Lo sguardo di Virginia parve esercitare alcun influsso sull'infermo: certo per uno di quegl'inesplicabili istinti d'innamorato, egli, anche inconsciamente, sentì alcun effetto della presenza di lei. Gli occhi rimanevano chiusi tuttavia, ma un lieve color rosato saliva su alle guancie, ed il respiro si faceva più sensibile. Ella fece ancora un passo verso il letto: gli occhi di lui si spalancarono e stettero immobili, fissi su quella bellissima figura di donna che avevan dinanzi e ch'egli credeva una felice visione del suo delirio. Tutta la notte il caro fantasma di quelle sembianze era passato e ripassato nei torbidi sogni della sua malata fantasia; ma egli non aveva potuto fermarselo mai innanzi alla mente per tanto tempo e in sì precise forme quanto desiderava: credette che ora fosse questa un'apparizione come le precedenti, ma più simile alla realtà, più netta di forme e più duratura. Lo sguardo semispento de' suoi occhi affondati prese una ineffabile espressione di tenerezza, di gioia e di preghiera; e le sue labbra mormorarono con appena sensibil soffio di voce:

— Oh! non fuggirmi così presto, diletta immagine dell'amor mio!

Virginia superò d'un tratto con piè leggiero la poca distanza che ancora la separava dal giacente e si curvò su di lui come per raccoglierne le pronunziate parole. Negli occhi del ferito apparve una sorpresa, una commozione, quasi un timore. Richiuse le palpebre come per vedere se quell'apparizione era nella sua mente soltanto, o proprio nella realtà, all'infuori di lui: e in quella sentì, come un soffio soave di paradiso, un alito profumato passargli sulla fronte, e una celeste melodia di voce femminile pronunziare teneramente il suo nome:

— Francesco!

Il giacente mandò un grido — un vero grido — di gioia. Teresa e Maria accorsero sollecite, quasi spaventate. Ma non c'era onde spaventarsi. Gli occhi del giovane riapertisi brillavano di tutta la luce della salute e della ragione: l'anima fatta beata raggiava la sua letizia da tutte le sembianze della leggiadra faccia.

— Virginia! Virginia! esclamò egli con voce più forte di quello che altri avrebbe mai potuto credere.

Non avevano fatto che pronunziare a vicenda l'un dell'altro il nome; ma quante cose con quella sola parola e' s'eran dette! ma come s'erano reciprocamente compresi! come si sentivano l'un dell'altro penetrar l'anima nell'anima!

Virginia tornò a curvarsi sopra il giacente, e fece sommessamente di nuovo suonare la melodia della sua voce.

— Non parli, glielo proibisco. Sono venuta a pregarla di guarir presto, e la mi deve obbedire. A questo patto soltanto le perdonerò il troppo dolore ch'Ella ha dato a sua madre, a tutta la sua famiglia.....

Stette un breve momento, e poi soggiunse a voce più bassa:

— Ed a me.

Francesco beveva cogli occhi lo sguardo, colle orecchie la voce dell'amata fanciulla. Sentiva nelle vene, in tutto l'esser suo rifluire di subito nuova e più potente la vita; gli pareva di colpo fugato ogni male, e quasi effettuato in lui il miracolo del Nazareno, che aveva detto all'infermo di levarsi, prendersi il suo letto in ispalla e camminare. Le parole gli mancavano alle idee, le idee stesse gli mancavano all'espressione della sua felicità.

Non passarono più che dieci minuti. Fu un attimo pel loro desiderio, ma vi fu abbastanza di tempo perchè le più svariate e numerose sensazioni di tenerezza e d'amore si avvicendassero nelle loro anime. Le labbra non promisero nulla, gli occhi si scambiarono mille giuramenti. Virginia, allontanandosi dal giacente per partirsi, lasciava nel cuore di lui un balsamo taumaturgo da risanarlo assai più presto e meglio d'ogni farmaco di medico.

Mentre la fanciulla stava per uscire di quella stanza, vi entrò un uomo. Era il padre di Francesco, che veniva inquieto a vedere suo figlio. In presenza delle donne Virginia non aveva avuto pure un istante di turbamento o di confusione; la vista d'un uomo la fece arrossire fino alla radice dei capelli. Prese ella vivamente per mano Maria, come se volesse con quell'atto significare che all'interesse ed all'affetto per la compagna dovevasi la sua presenza in quel luogo, e s'affrettò ad uscire dalla stanza, passando innanzi a Giacomo, il quale, riconosciutala, salutava con profondissimo inchino.

Giunte nella camera che precedeva quella di Francesco, Maria e Virginia trovarono Gian-Luigi che sopraggiungeva, preceduto da un domestico. Maria arrossì leggermente nel rispondere al saluto del giovane i cui sguardi e la cui attenzione furono attirati dalla superba bellezza della titolata fanciulla. L'aspetto di Quercia era tale ancor esso da non passare inosservato a qualunque lo vedesse, e Virginia, senza pur darsene conto, fissò quasi con curiosità i suoi limpidi occhi sulle sembianze virilmente belle di quel nuovo venuto, e rispose con una cortesia che era presso che famigliare e benevola al saluto di quel giovane che non ricordava aver veduto ancora mai. Avviene molte volte che al bel primo incontrarci con una persona, questa non ci pare affatto estranea; o sia una somiglianza con altre persone, o sia una certa misteriosa affinità fra i nostri esseri che si rivela con una specie d'istinto inavvertito, o sia un effetto travelato di attinenze anteriori avute in una vita precedente, il fatto è che certuni appena ci vengono innanzi ci sembrano conoscenze d'antica data, e siamo disposti di subito a conceder loro più domestichezza ed interesse che non ad altri da molto tempo già conosciuti. Fu un poco di quest'effetto che Virginia provò alla vista di Gian-Luigi, e quasi uguale fu quello che sentì il giovane a trovarsi faccia a faccia colla nobil ragazza cui aveva vista da lontano parecchie volte, ma non aveva mai accostata. E, cosa strana, in questa sua sensazione, non entrava menomamente quel suo ardore di voluttà che gli faceva desiderare ogni bellezza di donna, ma eravi come una tinta di rispetto, come un'ombra di affettuosa deferenza, come un istintivo impulso ad inchinar riverente quelle belle sembianze.

Maria vide l'ammirativa fissità dello sguardo di Gian-Luigi su Virginia, e sentì una dolorosa fitta nel cuore. Anche la gelosia doveva nascere in quella povera, innocente fanciulla a confermarle e ribadirle nell'anima l'infausta passione che vi si era insinuata. Non disse che poche parole a Quercia, invitandolo a passare nella camera di Francesco, e seguitò ad accompagnare la bella visitatrice che si partiva, fino all'anticamera.

Nel momento di prender commiato, Virginia, stringendo amichevolmente la mano a Maria, le disse:

— Scriverò a Lei per avere ulteriormente le nuove di suo fratello; la sia compiacente di darmene senza troppa parsimonia.... E spero che ci rivedremo.

Quando la nobil fanciulla fu partita, Maria pensò un istante, invece di tornare presso suo fratello, di andarsi a rinchiudere nella sua camera e non uscirne più finchè Quercia si fosse partito; e s'avviò realmente per porre in atto questa risoluzione, ma non n'ebbe la forza. Quando fu nel salotto che precedeva la camera di Francesco, vide che Gian-Luigi non era passato di là, ma stava lì tuttavia, come aspettando. Si turbò molto nel trovarsi sola con lui, non osò guardarlo e stette impacciata, a pochi passi da lui, senza parlare.

Egli le faceva piombare addosso quel suo sguardo caldo, luminoso, efficace, che penetrava nell'anima; e la giovanetta, pur colle palpebre abbassate, lo sentiva posarsi con infinita soavità, come una carezza amorosa, sulla fronte, sul volto, sulla persona, avvolgerla come d'un fluido voluttuoso, e vincerle ogni volontà. Quercia s'accostò alla fanciulla, e le prese una mano; ella si mise a tremar leggermente, e volle liberar la sua destra, ma egli ne la trattenne con dolce violenza.

— Maria! susurrò egli chinando la sua bocca sulle chiome di seta che ornavano la testolina curva della ragazza: e la sua voce era sì espressiva ed insinuante! e l'accento era pieno di tanto amore e di sì cara espansione che una dolcezza ineffabile invase ed occupò tutto l'essere della innamorata fanciulla.

I suoi occhi si levarono quasi tratti a forza verso gli occhi di lui, e la luce brillò in essi ripercossa da due lagrimette.

— Maria! ripetè egli col medesimo accento, premendosi al petto quella mano che seguitava a tener fra le sue.

Dal labbro della giovane fuggì, saettato per così dire dall'emozione, il segreto del suo cordoglio.

— Ah! com'Ella ha guardato la contessina di Castelletto! disse con amarezza in cui non c'era rimprovero, ma dolore.

Quercia cominciò per rispondere con un sorriso soltanto, ma con uno di quei suoi sorrisi ammaliatori che erano più eloquenti d'ogni parola, e che bastò a rassicurare ed a rallietare l'animo di Maria; poi disse:

— Sì, la ho guardata, perchè io ammiro la pietà dovunque si manifesti, e trovo degno di lode il sentimento che condusse presso il letto del giacente la figliuola d'una superbissima schiatta. La ho guardata, ma l'ho io veduta? Come donna, no. Di donne ve n'è una sola al mondo ch'io veda oramai, una sola che esista per me...

S'interruppe, sollevò lentamente alle sue labbra la mano che teneva e vi posò un lungo e caldissimo bacio; poi soggiunse con voce più bassa, ma con accento ancor più espressivo:

— E quest'unica donna — Maria — sei tu!

La fanciulla si riscosse come subitaneamente colpita da una potente scintilla elettrica, arrossì, impallidì, tremò, accennò cadere, si aggrappò al braccio di lui per sostenersi.

— Sì, Maria, sei tu. Benedico questo momento che Dio mi concede da poterti parlare in libertà. T'amo e voglio che tu sia la donna compagna del mio destino; ma non mi piace ottenere questa felicità da altri che dall'amor tuo. Ti senti tu di amarmi? Ti senti tu d'esser mia, tutta mia, sempre mia?

Ella appoggiò la sua fronte al petto di lui per nascondere il dolce rossore del suo viso e mormorò sommessamente:

— Sì... Oh sarò felice!

Allora egli la staccò dolcemente da sè, e con gentile riverenza inchinandosi innanzi, disse:

— Mi permette dunque, madamigella, ch'io domandi la mano di Lei ai suoi genitori?

Maria gli porse la destra.

— Ed io glie la do senz'altro. Babbo e mamma non avranno altra volontà che la mia.

Quando Quercia ebbe baciata quella mano, ella si fuggì ratta, e questa volta andò proprio a serrarsi nella sua camera, dove sentiva il bisogno di essere sola.

Il medichino la seguitò con uno sguardo in cui brillava una bassa cupidigia sensuale.

— Oltre i suoi denari, disse fra sè con cinismo, avrò anche una donnetta che mi piace... finchè ne sia poi stufo.

Ricompose la sua faccia ad espressione onesta, ed entrò nella camera di Francesco.

Il miglioramento dell'infermo era evidente anche agli occhi d'un profano all'arte medica; e il padre e la madre di lui lo avevano subito avvertito, pensatevi se con lieto animo. Quercia certificò questo prospero mutamento e crebbe la consolazione dei parenti, il buonumore del malato. Per la prima volta, dopo parecchi giorni, in quella famiglia così crudelmente provata, entrò di nuovo la tranquillità dello spirito e trovò luogo il sorriso.

Si parlò con mente più libera di cose varie e indifferenti; e Francesco domandò che cosa succedesse per la città, come si fossero passati gli ultimi giorni di carnovale e quali novità occupassero le ciarle dei cittadini. Il sor Giacomo, fra altre cose, disse della principale di codeste novità, che era quella dell'assassinio di Nariccia, di cui non sapeva bene però tutti i particolari, essendo vissuto in quei giorni così segregato dal mondo, e quindi chiedendone al dottore: ma questi non parlò a lungo di tale argomento; ripetè spiccio le voci principali che correvano, e poi tosto consigliò a fare in modo che l'infermo non avesse tanto da parlare, e quindi troncare per allora il discorso.

Ma il ricordare quel delitto aveva richiamato qualche cosa alla mente del padre di Francesco. Quercia, che era osservatore acutissimo e sempre in sull'avviso, s'accorse che a questo proposito alcun che era intravvenuto che più da vicino toccava quella famiglia o il sor Giacomo solo, perchè quest'ultimo aveva preso un aspetto alquanto preoccupato, e guardava il dottore con una certa espressione fra di curiosità e di dubbio, di esitanza e di imbarazzo che pareva significare aver egli qualche cosa da dire ed essere incerto se e come dirla.

Gian-Luigi decise tosto tagliar netto il nodo; si chinò verso il signor Benda, e gli disse sotto voce:

— Avrei bisogno di parlarle. La mi vuole concedere due minuti di colloquio nel suo studio?

— Volentieri. Ho giusto ancor io una strana circostanza da comunicarle.

Quando furono di là il giovane invitò il padre di Francesco a parlare per primo: ma il signor Giacomo non volle.

— No, no, parli Lei: il suo contegno mi dice che le sono cose gravi quelle che la mi ha da dire, ed io, avvezzo oramai a nuovi colpi della sventura, sono ansioso di sentire se qualche nuovo malanno ci minaccia.

Luigi fece sorridendo un atto rassicuratore.

— No. Debbo trattenerla di due cose: la prima è una bazzecola che la mia poca memoria mi ha tolto di dirle prima, come già avrei dovuto fare; l'altra è una proposta, importantissima per me, pel quale si tratta della felicità della vita.

Il signor Giacomo, la cui curiosità fu vivamente desta da tali parole, fe' cenno al suo interlocutore parlasse liberamente.

— Cominciamo dalla cosa indifferente. Il parlare ora del delitto commesso la notte dell'ultima domenica di carnovale, mi ha fatto ricordare che io, quella notte medesima, quando mi sono partito di qua, su questo stesso viale che qui conduce, fui vittima d'un'aggressione.

— Lei?

— Sì, signore. Due uomini mi assalirono, dei quali uno era un colosso. Non pensai mi convenisse opporre resistenza; mi spogliarono di quanti denari avevo, e, quel che più mi dolse, mi presero anche il mantello che qui mi era stato imprestato: ed ecco la cagione per cui non l'ho potuto ancora, nè lo potrò mai restituire.

Giacomo fece un atto ed un'esclamazione che significavano: «Ora capisco tutto.»

— Egli è appunto cosa che riguarda quel benedetto mantello che io le ho da dire. In causa di esso io ebbi una chiamata dal giudice istruttore.

— Davvero? esclamò Quercia, che nascose il suo malessere sotto le mostre dello stupore.

— Sicuro; e ci fui questa mattina medesima.

— E che le si disse adunque? Il mio aggressore sarebbe stato arrestato?

— No, ma il suo aggressore dev'essere niente meno che l'assassino di quell'usuraio.

— Possibile! Oh come? oh come?

— Nelle mani dell'assassinato si trovò un pezzo di bavero, sotto cui trapunte due lettere iniziali. La Polizia ebbe a sè tutti i sarti della città per vedere se alcuno riconoscesse in quello un suo lavoro, e il sarto mio e di mio figlio disse che quello era il colletto d'un mantello da lui fatto pochi mesi sono per Francesco, del cui nome infatti sono iniziali le lettere che vi si trovano trapunte. (E il nostro sarto ha appunto l'uso di ricamare tali cifre per distinguere i panni miei da quelli di mio figlio). Mi si mostrò quello squarcio e mi si domandò se lo riconoscevo: io risposi che quelle erano invero le iniziali del nome di mio figlio, che ben mi pareva quello il pezzo d'un suo vestito, ma che non potevo esserne sicuro. Si volle sapere se un mantello od altro oggetto di vestiario qualunque mancasse alla guardaroba di Francesco, e per che cagione la ci mancasse, ed io dovetti contare come quella sera fatale avessimo dovuto imprestare a Lei, a cui abbiamo tanto debito di riconoscenza, un mantello per tornarsene la notte a casa sua.

Gian-Luigi ebbe tanta padronanza di sè da nascondere la sua contrarietà, la fiera rabbia ond'era assalito.

— Ho avuto torto, diss'egli, a non dare importanza a quell'aggressione. Se fossi andato subito a denunziare il fatto, dando io i connotati dei malandrini, e li posso dare esattissimi, avrei forse conferito allo scoprimento de' rei; ma pensai allora che non valesse manco la pena di scomodarsi. Però si è ancora certamente in tempo, e conto recarmi tosto dal Commissario di Polizia.

— Farà bene. Di sicuro non è su Lei che possano cadere sospetti di tal fatta; ma un altro da questo viluppo di circostanze potrebbe venir compromesso. È meglio affrettarsi a dilucidare le cose.

Quercia, con atto di cordiale franchezza, tese la mano al signor Giacomo.

— Lei, signore, mi dice superiore a questi sospetti, e sono persuaso che tale mi crede; ma in realtà Ella conosce poco di me e nulla delle cose mie. Avrà udito di me varii giudizi nel mondo, e forse malevoli i più: ma il vero è che nessuno sa nulla dell'esser mio, del mio passato, delle mie reali condizioni. Ebbene ora voglio che Ella mi conosca compiutamente; devo farmene compiutamente conoscere, prima di avventurare una domanda, da cui, come già accennai, dipende la felicità di tutta la mia vita.

Si raccolse un momento, e poi raccontò il seguente romanzetto della sua vita ch'egli si era preparato per simile occasione.

— Lungo tempo io vissi come trovatello. La mia nascita toglieva un vistoso patrimonio a certi collaterali della mia famiglia, i quali mi fecero pertanto sparire e mi relegarono in un ospizio. Un po' di rimorso in que' sciagurati che così mi sacrificavano, li indusse a farmi levare di là ed affidarmi alle cure d'una donna che mi fosse nutrice e madre, incaricando di vigilare su di me un medico del villaggio in cui questa donna abitava. Quando fui cresciuto, questo medico, sempre per mandato di que' tali, mi fece studiare, mi mandò all'Università, e poichè fu giunto all'estremo di vita mi ebbe a sè e mi rivelò il segreto. I miei nemici avevano così bene prese le loro precauzioni che nessun documento più, nessuna prova sopravanzava da farmi restituire il mio nome e l'esser mio; d'altronde trattavasi dell'onore di certi autorevolissimi personaggi che si voleva salvo ad ogni modo, così che se io, istrutto di qualche cosa, avessi tentato il ricupero del mio vero stato, mi sarei esposto anche al pericolo di vedere minacciata, non che la libertà, la mia vita. Per rimediare in alcun modo al torto che mi era fatto, quei medesimi avevano mandato al medico circa cento cinquanta mila lire da darmi brevi manu, capitale che per poco mi sapessi industriare avrebbe bastato a farmi vivere agiatamente. Il medico medesimo, commosso dalla pietà del mio caso, mi lasciava parte delle sue sostanze. Che doveva io fare? che mezzi mi restavano da ribellarmi contro il mio destino? Accettai e mi tacqui. Quel capitale, che fu da principio di poco meno che duecento mila lire, per mezzo di certe speculazioni industriali... fatte in Francia... ho più che accresciuto; ed ecco l'origine di quella ricchezza che la gente trova forse misteriosa, e di cui non curo, anzi disdegno di porgere al volgare la menoma spiegazione. A Lei, prima di fare la domanda che sto per volgerle, dovevo dare questa spiegazione; ed anzi, siccome la non è obbligata a credermi soltanto sulla parola, le darò per prova della verità del mio asserto uno scritto tutto di pugno di quel medico, — e la sua firma si può riscontrare e fare autenticare per vera quandochessia — nel quale ogni cosa è narrata per disteso, scritto lasciatomi da lui, appunto perchè in qualunque caso io potessi trionfalmente rispondere ad ogni sospetto che potesse sorgere, ad ogni accusa che mi si potesse affacciare intorno alle fonti di quelle mie sostanze.

— Io non ho bisogno di questo — si credette in obbligo di dire il signor Giacomo, il quale non sapeva ancora a che volesse parare il giovane con siffatti discorsi — per prestar fede alle sue parole.

E Gian-Luigi con maggiore la vivacità:

— Crede Ella dunque che un uomo in queste circostanze, con mezzo milione di patrimonio, possa aspirare senza troppa audacia alla mano della fanciulla d'un'onesta famiglia, d'una fanciulla ch'egli ama più d'ogni cosa al mondo?

Giacomo comprese finalmente; ma la cosa gli giunse così inaspettata che non ebbe parole fatte e non seppe dimostrare il suo stupore altrimenti che coll'espressione della sua faccia; il giovane inchinandosegli dinanzi con cerimonia, come aveva fatto testè dinanzi a Maria, gli disse con accento solenne:

— Ho l'onore di domandarle la mano di sua figlia, madamigella Maria.

Il signor Benda, tanto meravigliato ancora che non sapeva bene tuttavia se questa domanda gli faceva piacere o no, rispose come rispondono tutti i padri in simili occasioni: esser questo un onore, ma prima di prendere una decisione aver bisogno di consultare la famiglia, e la figliuola sopratutto, eccetera, eccetera, e soggiunse che in quelle tristi circostanze in cui si trovavano, troppo non era acconcio il tempo a pensare e parlare di cose siffatte.

Quercia si credette allora in obbligo di spiegare la ragione per cui non ostante la poco propizia occasione, chè riconosceva ancor egli quella essere tale, avesse pur tuttavia affrettato di avventurare la sua domanda. Disse che il suo amore per Maria era nato ben dapprima ch'egli si fosse introdotto in quella casa (il mentire non gli costava nulla) che ora avvicinandola erasi quell'affetto accresciuto a dismisura, e che, dovendo egli partire fra poco tempo per recarsi in Francia, appunto per quelle sue certe speculazioni che aveva detto averci colà intraprese, e fermarcisi forse un anno ed anco più, non poteva acquietarsi all'idea di partire senza aver deciso il destino del suo amore. Questo era il motivo per cui aveva così bruscamente dichiarato le sue intenzioni, e pregava in conseguenza che non gli si facesse di tanto ritardare, qualunque si fosse, la risposta che invocava.

Il signor Giacomo fissò il dopo dimani per una risposta definitiva, e i due si separarono con una stretta di mano che era più che d'amico, quasi già di congiunto.

Gian-Luigi, uscendo da quella casa, s'affrettò verso il Palazzo Madama, dove domandò di parlare al signor Commissario.

CAPITOLO XIII.

Quando il signor Tofi udì annunziare che il dottor Quercia domandava di parlargli, provò una viva sorpresa che si manifestò in un leggier trasalto ed in un vivace lampeggiar degli occhi sotto le folte sopracciglia. La preda veniva da se stessa all'arrivo del cacciatore: vero era che questa preda aveva unghie ed artigli, ma com'era bene armato altresì il cacciatore a combatterla! Primo impulso del Commissario fu quello di far sollecitamente introdurre questo inaspettato visitatore: ma poi stimò meglio per varie ragioni non mostrare e non aver premura. Quercia, venendo da se stesso ad offrirsi al combattimento, ci veniva di sicuro preparato, munito di buone difese, avendo studiato i colpi e le mosse; conveniva di meglio all'avversario meditare un momento anche lui sul modo di condursi. Non voleva porre piede in fallo; le protezioni che sapeva al giovane acquistate dalle sue attinenze con una certa sfera sociale che aveva ogni autorità ed ogni privilegio, lo impacciavano non poco, non voleva movere un passo più in là di quello che si dovesse, per paura di aversi a ritirar indietro, la qual cosa sarebbe stata sua vergogna e suo danno. Ad ogni buon conto disse alla guardia che gli aveva annunziata quella visita:

— In quanti uomini siete costì?

— Siamo sette.

— Bene: quando quel signore sia introdotto da me, quattro vengano nella stanza vicina, pronti ad ogni cenno.... Quel signore poi lo farete passare solamente quando avrò suonato.

Partita la guardia, il Commissario andò al forzierino che stava presso al caminetto, lo aprì colla chiavetta che portava sotto panni appesa al collo per un cordoncino, e ne trasse quel grosso libro legato in pelle nera, che gli abbiam già visto consultare quando volle sapere alcun che del pittore Vanardi. Questa volta aprì il libro al punto in cui sul margine della pagina era impressa per rubrica la lettera Q e lesse attentamente tutto ciò che stava scritto sotto il nome di Quercia, sul quale si posò il suo dito lungo, grosso, nero, villoso ed unghiato. Poi richiuse il libro, lo ripose là donde l'avea tolto, serrò accuratamente il forziere e le mani affondate nelle lunghe tasche del suo soprabitone, il mento quadrato sostenuto al duro cravattino, passeggiò per lo stanzino profondamente meditabondo.

Intanto Gian-Luigi s'impazientava d'aspettare. Per quanto fosse pieno di risoluzione e scevro di timore il suo animo, non era certo senza una specie di apprensione ch'egli era entrato in quel luogo. Affrontava audacemente un pericolo che aveva visto sorgergli innanzi, ma non sapeva bene quali forme precise e quali forze potesse prendere poi questo pericolo, dal quale fors'anco non avrebbe potuto scampar vittorioso. La sua natura era avida di simili temerità ed era avvezza ad ottenere, mercè appunto l'audacia, l'aiuto della fortuna; ma gli piaceva per ciò averne di subito dalla sorte la risoluzione del problema che affrontava, il premio dell'ardimento che dispiegava. L'indugio che pose il Commissario a riceverlo cominciò per essergli fastidioso, poi divenne grave e quasi insopportabile. Anche la sua superbia, anche il suo amor proprio n'erano offesi. Pensò inoltre che una troppo umile tolleranza da parte sua avrebbe potuto essere indizio di qualche peritarsi, di alquanto timore, e ciò non voleva assolutamente che si credesse. Si staccò dalla finestra, dove superbamente atteggiato, il cappello in testa, stava guardando nei fossi del castello, e indirizzandosi al capo delle guardie che erano in quella stanza, disse con accento imperioso di superiore:

— Olà! E' mi par soverchio questo farmi aspettare. Crede egli il signor Commissario che io non abbia mezzo migliore di passare il tempo che star qui a guardare traverso questi vetri affumicati il volo dei colombi? Andate e ditegli che se le sue occupazioni non gli permettono di ricevermi ora, me lo faccia saper subito, ed io tornerò in momento più opportuno.

La guardia esitò un momento; ma il tono di comando e l'aria di disprezzo agiscono sempre con una certa forza sull'animo di quella gente, avvezza ad essere disprezzata da chi li comanda; e Gian-Luigi era tale a cui nessuno andava innanzi nell'imponenza dell'aspetto e nell'autorevolezza della parola. Sotto lo sguardo imperioso del giovane elegante il poliziotto finì per cedere e si recò dal Commissario a fare timorosamente l'ambasciata.

Il signor Tofi cominciò per istrapazzare di santa ragione il mal capitato, e poi soggiunse più burbero che mai:

— Dite a quel signorino che di voglia o di necessità avrà la pazienza d'aspettare; chè se volesse partirsene, avete l'ordine, come vi do espressamente, capite, di trattenerlo ad ogni modo.

Quercia, all'udire questa risposta, sbuffò, disse ad alta voce con tono concitato che avrebbe mostrato al sor Commissario il modo di trattare coi pari suoi, e fece persuasi tutti quelli che l'udivano, esser egli un gran personaggio.

Cinque minuti dopo il campanello del Commissario suonato con mano robusta avvisò che il visitatore poteva essere introdotto.

Quercia entrò nel gabinetto senza levarsi il cappello, l'occhio incollerito, la mossa superba, come avrebbe potuto fare il conte San Luca o il marchesino di Baldissero.

— Sor Commissario, diss'egli colla sua voce vibrante e l'accento fiero d'un padrone sdegnato, la sa che non mi tocca fare anticamera nemmeno dal Governatore, nemmeno dal signor Ministro?

Tofi alzò gli occhi sul giovane e lo saettò d'uno sguardo acuto, incisivo, penetrante di sotto l'arco sporgente delle sue folte sopracciglia. Luigi sentì da quell'occhiata come un urto nel cervello e nel petto: gli fu necessario usare tutta la sua forza, tutta la padronanza che aveva su se stesso per frenare un sussulto; ma le sembianze non ne lasciarono scorger nulla. Conobbe di botto che aveva un fiero lottatore di fronte; ma non si sentì impari allo scontro. Rispose con uno sguardo più superbamente sdegnoso che mai.

Il Commissario se ne intendeva di forza d'animo e d'espressione di fisionomia.

— Ecco una stupenda figura, pensò, tenendo fisi sul volto del giovane i suoi occhi, che però cessarono di avere l'aggressività di prima. Questo individuo non deve far nulla di mediocre. Se ha posto il piede nella via della scelleratezza ci andrà — ci sarà andato — più innanzi d'ogni altro.

Sentì una specie, non dirò di rispetto, ma di riguardo verso quella forza di tempra che vide rivelarglisi, che indovinò ancora più. Avvezzo a rispettare ogni superiorità sociale, riconobbe e quasi accettò quella superiorità di volere e di pensiero che aveva dinanzi. Laonde nella sua risposta non ci fu tutta quella insolente asprezza che altri si sarebbe potuto aspettare. Sedeva egli alla sua scrivania, al piano della quale appoggiava il gomito sostenendo colla mano la sua faccia pelata di color ulivigno, che teneva rivolta verso il giovane in piedi pochi passi da lui distante, e senza punto muoversi, disse lentamente:

— Se S. E. il governatore e S. E. il ministro non le fanno fare anticamera, gli è perchè andrà da loro in momenti in cui non ci hanno nulla da fare. Io, che non ne ho punto di questi momenti, non posso trascurare il servizio del Re per far piacere a questo ed a quello. Ha capito?

Sulla faccia di Quercia parvero lottare un sentimento d'irritazione e un altro di cedevolezza (ed era questa in lui tutta arte sopraffine da comico): dopo un poco la diede vinta a quest'ultimo, fece uno de' suoi incantevoli sorrisi che significava apertamente: «Siete un originale, e conviene prendervi come siete;» e disse con accento scherzoso:

— Ho capito benissimo.

Siccome lo sguardo acuto di Tofi si levava al cappello che il giovane teneva ancora in testa, ed essendo in casa altrui era dovere levarselo, Gian-Luigi se lo tolse sbadatamente; come compiendo un atto abituale, senza darci importanza, e lo gettò sul forzierino lì presso: poi senza aspettare l'invito di sedere che il Commissario non pareva disposto a fargli, prese una seggiola e venne ad assettarsi ad un passo di distanza dalla scrivania.

— Posso sapere che cosa mi vale questa sua visita? domandò allora con accento burbero il signor Tofi che non aveva mai tolto il suo sguardo dal giovane.

Questi rispose con quell'accento scherzosamente leggiero che pareva aver adottato per tono della conversazione:

— La lo può sapere di sicuro, perchè son venuto apposta per dirglielo.

Raccontò la favola dell'aggressione notturna, quale l'aveva narrata al padre di Francesco, e diede dei suoi aggressori i connotati che corrispondevano precisamente a quelli di Graffigna e Stracciaferro. Tofi lo aveva ascoltato, guardandolo sempre con quella fissità che era fatta per turbare anche un innocente; e Quercia non se n'era menomamente lasciato turbare.

— Bene: disse il Commissario con ironia; Ella mi ha dipinto a meraviglia due malfattori che dovettero prender parte all'assassinio dell'usuraio Nariccia; ce ne manca soltanto uno, poichè abbiamo la certezza che a compire quell'orrendo delitto erano in tre. Saprebbe dirmi qualche cosa anche del terzo?

Gian-Luigi lo guardò come uomo che non comprende, e che non si cura dare importanza agli indovinelli cui piaccia al suo interlocutore affacciargli.

— Credo, rispose con disdegnosa leggerezza, che non sia mio còmpito, ma il suo, quello di rintracciare questa razza di gente.

— E lo rintracceremo, e lo troveremo: disse lento e spiccatamente il Commissario chinandosi alquanto verso Gian-Luigi e guardandolo più fiso ancora di prima.

Quercia non ebbe la menoma contrazione dei muscoli della faccia, nè il menomo batter di ciglia.

— Lei è medico? domandò bruscamente a un tratto il signor Tofi.

Gian-Luigi s'inchinò con una ironica ma elegante cortesia.

— Per servirla; rispose.

— Sarei curioso di sapere in quale Università ha presa la sua laurea di medicina.

— La curiosità è una dote del suo mestiere, ma non credo che sia un obbligo dei cittadini il soddisfarla.

— È un obbligo molte volte cui impone la giustizia. Parecchi anni sono c'era nell'Università di Torino uno studente di medicina che aveva molta rassomiglianza con Lei; ma frequentava più le bische, i bigliardi, i convegni di certe donne, eccetera, che non le lezioni dei professori; e non avvenne mai che questo cotale prendesse la laurea. Sparì un bel dì carico di debiti, e si ha forti dubbi che poi ricomparisse con altro nome, dandosi addirittura per medico e sfoggiando una ricchezza che nessuno sa com'egli si fosse guadagnata — o si guadagni.

Gian-Luigi appressò la sua seggiola alla scrivania ed a questa appoggiò il gomito con mossa piena di grazia e di eleganza; poi, battendo una marcia sul mobile colle dita bianchissime della destra che aveva sguantata, prendendo un tono di libera domestichezza, ma non scevro d'una certa superiorità, domandò:

— Parli chiaro, sor Commissario. È questa una specie d'interrogatorio che la mi dirige?

— E se lo fosse, signor dottore, che la risponderebbe?

— Risponderei la verità. Quello studente ed io siamo una persona sola. S'io non ho la laurea di medico, non n'esercito neppure la professione, ed è innocente inganno quello di prendere un titolo vano che l'uso suol dare di subito a chi intraprende una di simili carriere. Lo studente di leggi è salutato fin dal primo anno col titolo di avvocato, e lo studente di medicina con quello di dottore. Quanto alle mie ricchezze, dove mi se ne chiedesse l'origine, ad uno qualunque, direi che gli è un impertinente, e saprei dargliene anche la meritata lezione; ad un'autorità, come sarebbe Ella, quando credesse per una ragione qualunque di suo ufficio dover entrare in questi che sono individuali segreti, avrei buono in mano da provare la legittimità della provenienza di tutto ciò che possedo.

— Ebbene, signor dottore o non dottore; proruppe con una specie d'impazienza il Commissario; quell'autorità le sta dinanzi, e il momento di dar questa prova è venuto.

Quercia si trasse indietro levando il capo e drizzando il collo in una mossa piena di superbia.

— Si oserebbe sospettare alcuna cosa?...

Tofi lo interruppe ruvidamente.

— Noi osiamo sospettare di tutto e di tutti.

Il giovane gli gettò un'occhiata fiera di minaccia e disdegno.

— La dovrebbe pur sapere chi io mi sia e di quali attinenze mi vanti. Badi che questa troppo spiccia maniera di procedere, se conviene coi miserabili coi quali è solita Ella a trattare, non si affà colle persone ammodo...

— Io sono come sono e fo come mi aggrada, purchè faccia il dover mio: interruppe Tofi diventando sempre più ruvido. Poichè Ella stessa è venuta a me, prima ch'io la mandassi a cercare, la si acconci a darmi in questa conversazione quelle nozioni di fatto che mi abbisognano, altrimenti la conversazione potrebbe prendere un nome più severo, quello che disse Ella stessa un momento fa, e diventare un interrogatorio.

Quercia fece colla mano un cenno di superba condiscendenza accompagnandolo con un sogghigno che significava: «vedremo chi l'avrà vinta alla fine;» e disse con tutta freddezza:

— Bene! Interroghi pure.

Alle domande di Tofi rispose colla storiella che gli abbiamo già sentita narrare al sor Giacomo, e promise presentare come documento lo scritto del suo protettore, il medico del villaggio, il quale scritto già aveva eziandio accennato al padre di Maria.

Tofi scrisse man mano le sue noterelle nel portafogli che soleva portare nella tasca del petto, e non mostrò in modo alcuno sulla sua faccia scura che impressione, buona o cattiva, gli facessero le parole del giovane. Questi, finita la sua narrazione, si levò.

— Parmi che non le occorra più nulla da parte mia e che posso andarmene.

Il Commissario lo guardò un momento senza rispondere. Gian-Luigi sentì un brivido corrergli per le vene: gli parve che dalle labbra grosse di quella bocca squarciata dovessero uscire le tremende parole: — «Ella è arrestata;» ma neanco di lui la fisionomia non espresse nulla dell'interno sentimento.

— Un istante: disse con accento che pareva minaccioso la voce rauca e burbera del Commissario.

Gian-Luigi fece correre tutt'intorno uno sguardo ratto e fugace come chi cerca se vi è modo di scampo.

— Che la vuole ancora? domandò egli sorridendo leggermente.

— La non è venuta qui per dar querela di quell'assalto notturno, di cui dice essere stato vittima?

— Precisamente.

— Dunque aspetti che sia scritta la sua deposizione e ch'Ella l'abbia firmata, perchè si possa poi trasmetterla all'autorità giudiziaria.

Fece venire l'impiegato che sedeva nella camera precedente, e dettò rapidamente il verbale della denunzia fatta da Quercia.

— Va bene così? gli domandò poi col suo tono aspro e burbero.

Gian-Luigi chinò leggermente il capo.

— Allora firmi.

Quercia prese la penna e scrisse con mano sicura, nella più bella calligrafia di cui fosse capace, il nome ch'egli soleva portare. Poi prese il cappello che aveva posto sul forziere e a mo' di commiato disse:

— Per qualunque cosa che occorresse ulteriormente in proposito, Ella sa dove mi si può trovare.

Il Commissario rispose con un accento in cui c'era dell'ironia e della minaccia:

— Sì signore: saprò appuntino dove trovarla.

Gian-Luigi, fece un legger cenno del capo che poteva sembrare un saluto, ed uscì da quel gabinetto, da quel locale, dal Palazzo Madama col passo tranquillo, sicuro e superbo con cui era entrato.

Tofi gli guardò dietro alla guisa con cui il gatto guarda un topo che gli scappa.

— Ah! se non fosse amico del conte di Staffarda e il ganzo della contessa: disse fra sè con un sospiro di rincrescimento: non me lo lascierei sfuggir di mano.

Quando fu al largo nella vasta Piazza Castello, in piena luce e in piena aria libera, Gian-Luigi mandò un grosso rifiato, come uomo fatto libero da un'oppressura, e senza pur accorgersene affrettò il passo per allontanarsi di là. Fu sotto i portici e fece un tratto di cammino senza saper bene dove volesse andare e che cosa fare; salutò i conoscenti con cui s'incontrò in quell'universale ritrovo dei Torinesi, coll'aspetto e coi modi «d'uomo, cui altra cura stringa e morda che quella di colui che gli è davante.»

— Bisognerebbe tagliar corto e presto a siffatte velleità curiose del sor Commissario, pensava egli. Come governarsi per ciò?... Ah! non c'è altri che mi possa meglio aiutare di quella brava Zoe.

Volse indietro ratto i suoi passi, e, frettolosamente camminando, fu in breve alla dimora della famosa Leggiera. Trovò un gran disordine nel quartiere di quella donna, e lei medesima in una somma desolazione. Nel salotto e nella camera da letto tutto era sottosopra, gli specchi spezzati, le porcellane infrante, gli orologi e i candelabri dorati fatti a pezzi e giacenti in terra, le tende e le cortine strappate, tutti i ninnoli e le minuterie eleganti ond'erano adorne quelle stanze sparsi a frantumi sul pavimento. In mezzo a questo tramestio, le chiome scarmigliate, pendenti sulle spalle, contratta la faccia, le mani serrate, come Mario sulle rovine di Cartagine, sedeva la Leggera.

— Che è egli avvenuto? domandò Gian-Luigi guardandosi attorno stupito. Si direbbe che v'è stata un'invasione di barbari.

Zoe sollevò il suo volto abbuiato e volse al suo complice gli occhi, in cui si vedeva un implacabile risentimento.

— Che cosa è avvenuto? diss'ella con labbra strette e con voce che sibilava fra i denti. Gli è avvenuto che il prince charmant è un cane, ed anche un peggior animale. L'invasione dei barbari fu uno scoppio della sua collera bestiale. Quello scimmiotto andò in furore e parve un orso scatenato. Ma me l'avrà da pagare...... oh se l'avrà da pagare!

E tese verso un punto dell'orizzonte, con atto pieno di minaccia, il suo braccio colla mano chiusa a pugno.

Gian-Luigi diede un calcio ad un coccio di preziosa porcellana che si trovò tra' piedi.

— Ed avrà da pagare eziandio tutto questo.

La Leggera fece un perfido sogghigno.

— E come! Voglio una mobilia tutto nuova e dieci volte più bella.

— Benissimo! E così il sor Principe imparerà a far le bizze. Ma come avvenne?

— Avvenne per causa tua.

— Mia! Oh, in che modo?

Per dirla in breve, al signor Principe era stato detto, affermato e provato che la Zoe era in istrettissime e non innocenti attinenze col famoso dottor Quercia, e S. A. arrabbiatissima aveva voluto con modi da prepotente ottenere che la donna gli promettesse di non ricevere più quel cotale. La domanda e la forma con cui era espressa spiacquero immensamente alla Leggera che non era d'umor dolce nè tollerante. Rispose in pari tono, cioè con insolenza uguale all'imperiosità dell'altro; la discussione divenne in breve più che vivace, e il Principe si obliò al punto da levar la mazza sopra la mantenuta; ma essa, accampandosi fieramente in faccia a lui, le braccia serrate al petto, l'aria imponente di risoluzione, le nari frementi, lo sguardo acceso, gli disse con forza:

— Suvvia! Abbia l'immenso valore di percuotere una donna! Bella principesca impresa!

Il Principe s'era allontanato da lei come un animale domato; ma in qualche modo aveva pur bisogno di sfogare l'irrefrenabil ira che lo rodeva. Con quella mazza che si trovava in mano si diede a percuotere di qua e di là sui mobili, sui quadri, sugli specchi, su tutto, atterrando, rompendo, scaldandosi nella sua opera di distruzione, menando colpi alla cieca come un paladino gettatosi in mezzo ad uno stuolo di nemici; e quando tutto fu infranto, fuggì, perseguitato da uno stridente scoppio di risa della Leggiera.

— Diavolo! Diavolo! mormorò Quercia vivamente contrariato: questa la non ci andava.

Disse alla Zoe com'egli fosse venuto a domandarle di ottenere per mezzo appunto del Principe che il Commissario di Polizia non si occupasse altrimenti dei fatti suoi, ed ambedue riconobbero che l'occasione non era niente affatto opportuna per parlare a S. A. di Quercia, e per chiedergliene in pro di lui un favore.

Zoe giurò e spergiurò ch'ella non avrebbe fatto pure un passo verso il suo principesco amante, e che a costui toccava venirsene umilmente ad implorare ed ottenere il perdono; ma si mostrò sicura in pari tempo che ciò non avrebbe egli tardato di molto a fare. Ella non avrebbe commesso l'imprudenza di entrare subito con S. A. in quei discorsi che Luigi desiderava, ma prometteva che con accortezza, dopo alcuni giorni, avrebbe saputo affrontare destramente l'argomento ed ottenere lo scopo.

Bisognava aspettare alcuni giorni, e Quercia sentiva che i fati premevano ed era urgente il pararne i colpi. Ma come fare? Uscì di casa la Zoe, domandandosi se il meglio non era fuggire di presente, recando seco tutto quel bottino che poteva. Ma l'idea di fuggire gli era ostica, voleva ancora lottare; e poi gli passò innanzi alla mente la immagine di Maria, la cui innocente giovinezza avevagli destato un ardente, scellerato desiderio, decise aspettare.

— Per ogni occorrenza, pensò frattanto, bisogna ch'io vada a far imparare alla Margherita il romanzetto che ho immaginato intorno alla mia origine. E sarà bene ch'io induca eziandio Maurilio a non contraddirlo almeno. Bisogna adunque ch'io vada colassù... Dopo tanto tempo!... E sarà forse l'ultima volta.

Avrebbe voluto partire di subito pel villaggio, dove sappiamo essersi eziandio recato Maurilio in compagnia di Don Venanzio; ma ricordò che doveva, che voleva avere quel giorno medesimo una spiegazione col conte Langosco, e differì la sua partenza al domani.

All'ora solita, colla solita fisionomia, come se di nulla sapesse, Quercia si presentò al palazzo Langosco. Non mostrò il menomo stupore, quando il lacchè gli ebbe detto che il signor conte desiderava parlargli e lo attendeva nel suo gabinetto. Fece segno lo vi si guidasse, e seguì il domestico che fu ad annunziarlo. Entrò colà dentro la fronte alta, l'aspetto sicuro, un grazioso sorriso sulle labbra. Il conte stava in piedi, accigliato, severo, con un sogghigno più amaro che mai sulla sua bocca tirata; e non tese la mano verso il nuovo venuto. L'accoglimento era così apertamente ostile che Luigi, il quale dapprima aveva l'intenzione di non accorgersene, capì che sarebbe stato un errore il non mostrarne risentimento. Spense di botto l'amichevole sorriso sulle sue labbra, diede alla sua faccia un'espressione che in alterigia era pari affatto a quella del conte, ed incrociò bravamente i suoi sguardi arditi coi fissi sguardi di Langosco. Pensò che meglio gli convenisse, senz'aspettare l'assalto, cominciar egli e vivamente l'attacco.

— Eccomi qua, disse con accento d'una sicurezza quasi impertinente. Ella vuol parlarmi. Sta bene. Spero che non sarà cosa da durar lungo tempo, perchè in verità, per mia disgrazia, non ho che pochi minuti da concederle.

A queste parole ed al tono con cui erano dette, il conte sentì una subita, vivissima ira salirgli alla testa, ridrizzò alquanto il curvo petto e lanciò dagli occhi uno sguardo di fuoco, mentre una lieve tinta rosata gli veniva ai pomelli delle guancie macilente. La sua mano si tese verso il cordone del campanello, e Gian-Luigi comprese che proposito di lui era suonare pei lacchè, e farlo da loro scacciare da quella casa senz'altro. Quercia non lo avrebbe tollerato così di piano: mosse un passo verso il conte e fece un alto risoluto, come per trattenere quella mano; la sua faccia aveva preso l'aspetto terribile delle risoluzioni violente, la fronte gli era solcata da quella sua ruga caratteristica; gli sguardi accesi di quei due uomini si scontrarono di nuovo pieni d'odio e di minaccie. Capirono che stava per avvenire uno scandalo e gravissimo; questo non conveniva punto a Gian-Luigi, e meno ancora al conte. La mano di costui s'arrestò e venne a posarsi tranquillamente sulla pietra del camino: il lieve rossore sparì dalle sue guancie; gli occhi perdettero alquanto dell'espressione di minaccia e di collera per prenderne una di profondo disprezzo: stettero ancora un poco di quella guisa, guardandosi senza parlare: ma in quello scambio di sguardi e' si dicevan più e meglio, e' si rivelavano a vicenda l'animo ed il pensiero più che non avrebbero fatto coi discorsi.

— Non ho nessun desiderio di trattenerla lungamente; disse poi il conte con accento che mirabilmente s'accompagnava a quella nuova espressione del suo sguardo. In due parole mi sbrigo e la sbrigo. Voglio anzi porla così bene in libertà che non abbia da darci mai più neppure un momento del suo tempo prezioso.

Gian-Luigi tese innanzi la testa come fa chi non ha capito bene e vuole afferrar meglio il suono delle parole.

— La vuol dire? domandò con un certo piglio che aveva dell'ironia e dell'impertinente.

— Non mi capisce? disse il conte coll'accento altezzoso d'un aristocratico inuzzolito.

— Ne accusi pure la mia intelligenza. Desidero che si mettano i punti sugl'i.

Il conte lo guardò fiso negli occhi con intendimento malizioso.

— Ah! Ella non dovrebbe avere di tali desiderii. La mi pare in condizioni da dover capire a mezze parole.

Quercia non battè ciglio.

— L'indovinar le sciarade è la prova d'ingegno di chi non ha spirito: disse accostandosi vieppiù al conte ed appoggiando famigliarmente un gomito alla pietra del camino su cui il marito di Candida aveva posta la mano. Le dispiace che ci parliamo in buon piemontese?

Langosco, quasi per moto istintivo, si trasse in là, come per allontanarsi dall'interlocutore.

— Non v'è ragione per cui a me abbia da dispiacere; rispose con tono più asciutto e più superbo di prima. Le voglio significare adunque che Ella non abbia più da mettere piede in mia casa, mai.

Luigi accolse queste parole colla massima freddezza ed indifferenza.

— Perchè? domandò egli semplicemente.

— Perchè? ripetè il conte, cui quel contegno del suo avversario parve presso a far uscire dai gangheri. Il perchè lo chieda al gioielliere X.

Quercia non si mosse: Langosco aspettò un momentino e poi soggiunse con voce più bassa, affondando lo sguardo negli occhi neri e profondi del giovane:

— Lo chieda all'assassinato Nariccia.

Luigi non ebbe il più leggiero sintomo della menoma emozione. Gli occhi di Langosco non poterono cogliere nulla nella oscurità profonda di quegli occhi immoti in cui ficcavan lo sguardo.

— Nariccia, rispos'egli freddamente, non mi potrebbe dir nulla, poichè ho udito che da quella bocca non uscirà parola mai più; il gioielliere non dovrebbe sapermi dir nulla, poichè non credo che Lei abbia voluto porre a parte di cose intime domestiche delle persone estranee.

All'impudente franchezza di quell'individuo, lo stupore del conte superò l'indignazione: stette lì quasi a bocca aperta a guardarlo meravigliato.

Quercia continuò:

— Una rottura fra di noi, creda, signor conte, non conviene a nessuno dei due; poco a me, assai meno a Lei. Io non son tale da lasciare che il mondo sappia aver io ricevuto un affronto quale è quello ch'Ella vuol farmi, ed io avermelo ingoiato con santa pazienza. Vuol Ella che fra noi si venga ad un duello?

Il conte fece vivamente un atto che indicava con chi gli stava dinanzi non si sarebbe battuto mai.

— Ella sa, continuava Luigi con uno speciale sorriso, che un uomo della mia fatta ha mille mezzi per far battere con sè un gentiluomo come Lei. Ma in uno scandalo chi ci ha da guadagnare? Ho bisogno che per una settimana tutt'al più, le cose continuino ad andare come per lo passato. Le propongo quindi, non un trattato di pace, ma una convenzione di tregua. Fra una settimana io parto per l'estero; glie ne do la mia parola; e la sarà libera per sempre dei fatti miei. Durante questo poco di tempo Ella ignori la mia presenza in questa casa ed altrove, le prometto che non le verrò innanzi io a ricordargliela.

Langosco ebbe un movimento di sdegnoso dispetto: gli venne più forte di prima la tentazione di far gettar fuori dai lacchè quell'impudente.

— Se Ella, seguitava lo scellerato pesando sulle parole, si lascia trasportare dall'impazienza, ciò che ora è segreto diventerà pascolo delle perfide ciarle del pubblico.

Il conte non rispose, non si mosse: aveva chinato lo sguardo, incurvata di nuovo l'esile, infiacchita persona e pareva esser egli cui la coscienza rimordesse. Aveva capito che in quelle parole era anche una minaccia e questa gli faceva paura. Quercia attese un momento e poi riprese con accento più sciolto che mai:

— Non voglio trattenerla più a lungo: le ho detto che anch'io non aveva molto tempo da concederle. Questo colloquio non avrà il suo secondo, mai. Non le domando risposta, ma l'attendo dai fatti. Ella già deve conoscermi che io non temo di nulla e non m'arretro innanzi a nulla.

S'inchinò leggermente ed uscì, senza che il conte facesse il menomo cenno, il menomo movimento, mandasse la menoma voce.

— Oh avere il proprio onore in mano di quello scellerato! disse poi fra se stesso raccapricciando. E' vuol partire.... La è di certo la fuga del colpevole... Ed io dovrò azzittire?

Quercia da canto suo faceva il seguente monologo:

— In una settimana avrò sbrigato tutto e partirò. Potrò io sostenere ancora per una settimana questo edificio che si disfà e minaccia crollarmi addosso? Certo che sì. L'audacia e l'accortezza mi aiuteranno.

Il domani a mattina partì ancor egli pel villaggio dov'era stato allevato.

CAPITOLO XIV.

Don Venanzio e Maurilio erano giunti al villaggio al cader della notte. Un freddo vento aveva sollevato alquanto sopra delle montagne la scura cappa di nubi che incombeva sul cielo, e una riga rossigna, color di sangue, mandava un fantastico chiarore dall'ultimo lembo di quel mantello nero disteso sull'orizzonte. Al rivedere que' luoghi testimoni della sua infanzia e della prima adolescenza, Maurilio, ora così mutato di condizioni, provava una strana sensazione, quasi un rimpianto ch'egli neppure non sapeva spiegare a se stesso.

La carrozza del marchese di Baldissero che ne li aveva condotti, si fermò alla porta della canonica, dove il parroco ed il giovane smontarono. Il rumore dei ferri de' cavalli che scalpitavano e delle quattro ruote che trabalzavano girando sul grossolano e disuguale acciottolato del villaggio, aveva tratto sul passo delle porticine le comari che preparavano il pasto della sera ai mariti ed ai figli, i quali appunto allora tornavano dal lavoro. Don Venanzio le salutava passando, con un sorriso, ed esse rispondevano con un inchino: gli uomini si levavano la berretta od il cappello con una famigliarità rispettosa: i bambini, scappati dalle falde materne, correvan dietro alla carrozza vociando come uno sciame di passerotti.

La chiesa era ancora aperta e ne veniva fuori un velato ronzìo di voci femminili: erano delle buone donne che dicevano il Rosario. Il vecchio moretto, tanto vecchio che oramai poteva appena trascinarsi, colla sua affettuosità di cane fedele, venne fino sulla soglia a dare la buona venuta al padrone collo scodingolare e con un suo mugolìo. Il campanaro dall'alto del campanile mandava per le ombre della sera, che ad ogni momento crescevano, i mesti rintocchi dell'Avemmaria.

La carrozza ripartì di trotto verso Torino, Don Venanzio e Maurilio entrarono nella modesta casetta. In essa tutto era ancora esattamente tal quale il giovane lo aveva visto nella sua infanzia, tal quale lo aveva visto quella sera che, scacciato da Nariccia, era venuto, senza pur saperne il perchè, a confortarsi l'animo nell'aspetto di quei luoghi. Tutto il medesimo e tutto al medesimo luogo. Nulla neppure pareva invecchiato. La paglia delle seggiole era sempre nel medesimo stato, sempre sbiaditi quel medesimo, nè più nè meno, i colori del tappeto a fiorami che stava sulla tavola nel tinello. In mezzo a quella roba sempre uguale non pareva invecchiato nemmeno il buon sacerdote che vi faceva raggiare il sempre medesimo sorriso di bontà, di cui le bianchissime chiome parevano un'aureola di santo ad una fronte piena di candore.

— Mio caro, disse il parroco a Maurilio, poichè si fu tolto il vecchio mantello, l'ebbe accuratamente ripiegato e consegnatolo alla vecchia fantesca perchè lo riponesse: hai tu bisogno di riposarti?

Il giovane fece un cenno negativo. Era commosso nell'intimo così che non poteva parlare: guardava intorno con occhi rimbamboliti, e tutte le ore della sua infanzia passate colà facevano ressa nella sua memoria per affacciarsegli una prima dell'altra, come una frotta di ragazzi che si vogliono cacciar dentro ad una porta alla rinfusa.

Don Venanzio si levò il cappello a becchi, lo lisciò bene colla manica e consegnandolo ancor esso alla serva, soggiunse:

— Ci preparerai un boccone di cena. Poca roba. Il nostro Maurilio non mangia di più di quello che mangiasse un tempo, e benchè sia ora un signore, non ha ancora imparato ad averne le abitudini. Una buona frittata coll'erbe e due capellini al brodo, e ne abbiamo d'avanzo. Non è vero?

Maurilio sorrise. La vecchia fante, che in compagnia di quel sant'uomo di prete aveva imparato la bontà, se ne andò via senza brontolare.

Don Venanzio si pose in capo la sua berretta da prete, nera col fiocco nero, e poi disse:

— Tu fai quello che vuoi. Io non torno mai da una gita qualunque senz'andar tosto a ringraziar la Madonna e il mio Santo protettore d'avermi scampato da ogni malanno. Senzachè questa è l'ora solita in cui mi unisco alle preghiere della sera di una buona parte de' miei parrocchiani. Vado dunque in chiesa; se vuoi attendermi qui...

Il giovane fece segno che l'avrebbe accompagnato.

— Sì? esclamò il parroco tutto lieto. Va bene. Vieni, vieni nella casa del Signore; chi sa ch'esso finalmente non ti faccia la grazia di toccarti il cuore.

Maurilio sorrise e seguì il vecchio sacerdote. Per un corridoio entrarono nella piccola, modesta sagrestia, non ancora rischiarata altrimenti che dal fievol raggio del crepuscolo che andava sempre più spegnendosi: e da questa penetrarono nella chiesa.

Essa era quasi oscura affatto. Una lampada sola ardeva dinanzi ad una statua di Madonna che stava in una nicchia d'uno dei pilastri: la fiamma oscillante di quella lampada mandava poca luce intorno e pareva meglio che altro una macchia rossiccia nel nero di quell'ombra. A' piè di quel pilastro, innanzi a quell'immagine, un gruppo di donne inginocchiate borbottava il Rosario. La poca luce che pioveva dalla lampada accesa, vacillando al di sopra di quelle teste chinate e di quelle spalle curve, coloriva d'una striscia fugace ora i panni di questa, ora il volto di quella donna; poveri panni e pallidi volti. Nessun rumore esterno giungeva fin là, e il brontolìo di quella preghiera saliva su dal freddo spazzo di quadrelli su cui le donne erano prostrate, come un gorgoglio d'onda nel silenzio d'un deserto.

Il parroco non andò a frammischiarsi al gruppo di quelle preganti: si recò all'altar maggiore, s'inginocchiò sui gradini che lo separavano dal resto della chiesa, posò sulla balaustra di marmo bianco la sua berretta, appoggiò le braccia alla balaustra medesima, pose sopra le mani la sua testa ricurva e rimase immobile, assorto nella sua preghiera.

Separata dalle altre, una donna eziandio stava inginocchiata nell'angolo più oscuro della chiesa e pregava ferventemente in mezzo a lagrime e sospiri.

Maurilio si appoggiò alla parete, nell'ombra più scura d'una cappella dalla parte opposta a quella dove sotto l'immagine della Vergine pregavano le donne, ed incrociate al petto le braccia, immobile al par d'una statua, stette prestando l'orecchio, come ad una musica, al monotono accento di quella preghiera, facendo scorrere il suo sguardo dal parroco i cui panni neri spiccavano sul bianchiccio della balaustra, al gruppo delle donne sotto il fioco raggio della lampada, alla creatura isolata, le cui povere vesti scure si confondevano colle tenebre del luogo nell'angolo estremo della navata.

A che pensava egli in tal momento? A nulla ed a tutto. Gli si agitava confuso nella mente il tenebroso problema dei destini umani. Dimenticava un istante il suo io; o per meglio dire questo si assorbiva nel gran complesso della umana famiglia; il suo essere individuale era diventato il tipo, il modello di tutti gli esseri umani, per provarne in quel punto le aspirazioni e gli stimoli superiori alla materia; in lui s'era incarnato, come dire, lo spirito dell'umanità. Ammirava la fede cieca di quella povera gente e la invidiava come rimedio a porre in tacere le angoscie, le ansie, le audacie dell'intelletto investigatore, avido del vero; e la detestava nello stesso tempo come figliuola dell'ignoranza e negatrice della ragione. Avrebbe voluto credere come quelle ignare donnicciuole, pregare com'esse, lasciarsi avvolgere l'anima dalla superstizione, acchetarsi nella stupidità dell'idolatria, bendarsi gli occhi alla luce del vero col velo teocratico del passato: e si sarebbe disprezzato di farlo. Aveva per quelle anime ignoranti che ritraevano ancora, in mezzo alla civiltà moderna, del feticismo del selvaggio, ma nobilitato da una divina speranza, uno sguardo di compiacenza ed un sorriso di compassione. Sentiva entro sè la scienza riagire contro l'influsso del sentimento, contro le impressioni del luogo, delle memorie e dell'ora, e far suonare nel suo cervello le obbiezioni della verità materiale e il riso amaro di Mefistofele.

Quando il Rosario fu finito, le donne si levarono e stavano per partirsene; ma videro sorgere presso la balaustra l'ombra nera e le chiome canute del parroco, videro volgersi verso di loro la faccia soavemente veneranda del vecchio loro pastore, e si fermarono.

Don Venanzio venne presso di loro sotto la fievole ed oscillante luce della lampada, e tutte le furono intorno salutevoli e festanti; — tutte fuor che una: quella che, appartata dalle altre, pregava sempre con fervore nella più remota ed oscura parte della chiesa. Il parroco rispose amorevolmente e lietamente ai saluti ed alle amorevoli interrogazioni delle donne; poi levando la mano destra per chiamarne di meglio l'attenzione, disse:

— Voi avete pregato sinora per voi; è opera di carità e dovere di cristiano pregare eziandio pei nostri fratelli: e tutti gli uomini, lo sapete, sono nostri fratelli. Preghiamo adunque per quelli che soffrono, di qualunque sorta sieno i loro dolori, a qualunque classe o nazione appartengano, qualunque religione professino.

Sostò un momento e poi riprese con voce che vibrava d'una frenata emozione:

— Unitevi a me per pregare soprattutto in favore di coloro che non hanno il conforto ed il merito della fede.

A Maurilio parve che lo sguardo del buon prete andasse fugacemente a cercarlo nell'ombra.

— Preghiamo perchè Iddio apra loro gli occhi e coi santi misteri della religione parli al loro cuore.

Cominciò una preghiera cui le donne, inginocchiatesi di nuovo intorno a lui, ripeterono con tenera compunzione. Era un commovente spettacolo vedere quel vecchio sacerdote dritto innanzi all'immagine di quella che fu madre del Salvatore degli uomini, del creatore del mondo novello, le sue bianche chiome illuminate dal raggio della lampada, le mani giunte, gli occhi sereni e puri, specchio di un'anima senza rimorso, levati con espressione di ardente, angelico desiderio, di fede e d'amore; e intorno a lui chinate a terra quelle meschine, povere di ricchezza e d'intelletto, ma che con tanta fiducia s'associavano a quell'atto sublime di carità spirituale. Maurilio se ne sentì intenerire. Volse a quella rozza statua, che rappresentava la Vergine indiata, il suo sguardo sfavillante e mormorò fra sè con profonda riverenza d'affetto:

— Sì, parlami al cuore o eterno femineo divinizzato dalla religione del Cristo. Tu se' la bellezza, ma non solo delle forme come la greca, sì dell'anima; tu se' la pietà, tu se' l'amore nel suo più alto significato; tu se' insieme colla purezza la maternità, le due più sublimi cose dell'universo. La fede! Sì, dammi la fede che è forza e salvezza; ma non quella fede che distrugge il più prezioso dono di Dio allo spirito umano: la ragione; che nega il vero e vi scema in dignità ed in sapere, piegandovi all'assurdo. Aiuti l'influsso benigno di quella virtù di amore che in Te si rappresenta, ad affermarsi ed afforzarsi in me quella fede che vince ogni errore, perchè va unita coll'altra figliuola di Dio: la scienza.

Quando Maurilio ebbe terminato questa specie d'invocazione, il parroco e le donne avevano terminata la loro preghiera. Le contadine se ne partirono; il sacrestano le seguitò per chiudere alle loro spalle la porta, e Don Venanzio venne verso il giovane, commosso ancora nel sembiante, nel sorriso, direi quasi, per la forza e la vivacità dell'affetto ond'era stata improntata la preghiera che aveva fatto.

— Ed ora, diss'egli con sincera giovialità, andiamo a cena.

Ma un'ombra si staccò dall'oscuro della navata e venne innanzi timidamente verso il cerchio di luce che mandava la lampada della Madonna. Era la pregante stata sempre in disparte e che non aveva abbandonata colle altre la chiesa.

— Signor Prevosto: diss'ella con voce affranta, timorosa, quasi tremante.

Il Prevosto la riconobbe di subito.

— Ah! siete voi, Margherita. Venite, venite meco che ho da parlarvi.

— Sì? disse la povera donna giungendo le mani ed affannata per desiderio, per isperanza, per ansietà. Da parte di lui? Lo ha visto?

— L'ho visto, rispose sorridendo Don Venanzio: ed è proprio di lui e per lui che ho da parlarvi. Seguitemi in casa.

Mentre il sacrestano abbarrava ben bene la porta della chiesa, il parroco, Maurilio e la povera Margherita passarono nella canonica.

Nel tinello schioppettava allegramente una fascina di sarmenti sugli alari del caminetto; sulla tavola, a coprire il famoso tappeto era steso un mantile di tela operata grossolana ma candidissima; due coperti erano posti allato l'un dell'altro, e in mezzo una bottiglia di vino ed una caraffa d'acqua e un bel pezzo di pan bruno. Una lucerna d'ottone a olio, de' cui tre becchi due erano accesi, illuminava la piccola stanza, aiutatavi dal gaio chiarore che mandava il fiammar della fascina. Moretto accoccolato presso il camino, il muso sulle zampe, stava nell'attitudine beata di chi gode tranquillamente il suo benessere. La vecchia fantesca finiva di mettere sul desco le posate di ferro che lucevano come se fossero d'argento, e, colla cesta in cui le si tenevano, se ne andava in cucina. Don Venanzio fece segno di sedere ad un lato del caminetto, a Maurilio, il quale obbedì: sedette anch'egli dall'altra parte sul suo seggiolone a bracciuoli col piano semplicemente impagliato, tirò fuor di tasca il moccichino di tela a quadretti bianchi ed azzurri, se lo pose ripiegato sopra un ginocchio e si volse verso la povera donna che avea fatto venire fin là.

Margherita s'era fermata in sulla soglia dell'uscio, e stava timidamente, ma desiosamente aspettando. I suoi abiti erano quelli della miseria; una veste tutto rappezzata di pannocotone che non avea più colore le si serrava intorno al corpo macilento; un fazzoletto scuro aveva sulle spalle, il quale, incrociandosele innanzi al petto incurvato, veniva ad annodarsele sulle reni; portava in testa un fazzoletto compagno che tanto le veniva innanzi sulla faccia da nasconderne i lineamenti; teneva congiunte le mani che parevano quelle d'uno scheletro ricoperte d'una pergamena color di tabacco e tutto raggrinzita.

— Venite avanti. Margherita: disse Don Venanzio con accento d'amorevolezza incoraggiativa: avete freddo, venite a scaldarvi.

La vecchia mosse due passi innanzi; i suoi zoccoli di legno fecero rumore sopra i quadrelli del pavimento; ella sembrò vergognarsene e si fermò.

— Avanti, avanti, vi dico: riprese il parroco; prendete una seggiola e sedete qui vicino a me dinanzi al fuoco; vi scalderete un poco a questa fiammata i piedi che ci scommetto son ghiacci.

— Oh! sor Prevosto: disse la donna vergognandosi più di prima.

— Animo, animo; sapete che non mi piacciono le cerimonie. Fate come vi dico e non mi impazientate.

Margherita prese una seggiola e venne sedere al luogo che le indicava il parroco.

— Marta, disse questi alla serva che era tornata per portar qualche cosa da mettere sulla tavola, tu porterai una scodella di brodo ben caldo per questa povera donna.

— Sì, signore, rispose la fante che tornò sollecita in cucina per ubbidire all'ordine ricevuto.

— Oh! sor Prevosto, ripeteva la vecchia agitandosi un poco sulla sua seggiola, troppa bontà..... non occorre... la prego.

— Levatevi quel fazzoletto di testa, disse Don Venanzio: ve lo rimetterete uscendo e così non vi avverrà di sentir tanto il freddo andando a casa.

La donna ubbidì. Si vide allora una testa arruffata di capelli grigi, una faccia magra, corsa per ogni senso, per ogni dove da rughe infinite e finissime che facevano come una rete fitta della sua pelle abbronzata e riarsa dal sole, dall'intemperie, dagli anni. Se fosse stata bella chi lo avrebbe potuto dire? Non sembrava pur vero che quello avesse dovuto essere un giorno volto di giovane. Si sarebbe potuto dire un cumulo di rovine che non lasciavano scorger più le forme del primitivo edificio. Niuna vivacità era più nè in quelle fattezze distrutte, nè in quello sguardo spento; nessuna espressione, fuorchè quella d'una profonda, inalterabile, rassegnata mestizia.

Maurilio, che ad ogni volta la rivedeva, trovava nella povera donna cresciuta la tristezza e più fiacca la persona, sentì una viva pietà nel mirarne ora il sembiante così afflitto, benchè in fondo a' suoi occhielli grigi infossati brillasse in questo momento una lieve luce che pareva una speranza, che pareva un pallido raggio di gioia.

— O Margherita, disse il giovane, come la vi va? Non mi riconoscete voi più?

— Che? esclamò ella volgendo verso di lui la sua piccola faccia aggrinzita; tu se' Maurilio?... No davvero non ti avevo riconosciuto... Pensavo così poco doverti vedere!... Gli è pur vero che tu non hai mai obliato il villaggio, tu!...

Mandò un sospiro che diceva di molte cose; ma in quella pose mente alla maggior eleganza dei panni di Maurilio che era vestito com'ella non l'aveva visto mai, proprio da signore, e si vergognò d'averlo trattato con quella famigliarità onde s'era avvezza a parlargli fin da bambino, quando lo vedeva ruzzare col suo.

— Oh! la mi scusi: diss'ella. Io le parlo ancora come se fosse il naccherino d'un tempo, e invece...

Maurilio la interruppe con calore:

— Vi prego a non cambiar nulla dei vostri modi a mio riguardo. Mi avete trattato sempre come compagno di vostro figlio, e come tale voglio che seguitiate a trattarmi.

A quelle parole «vostro figlio» una tinta di colore più scuro era venuta alle guancie abbronzate della vecchia. Era un rossore di piacere e di emozione.

— Il mio Giannino! esclamò essa (non osava ripetere quella espressione «mio figlio» quantunque se ne struggesse dal desiderio). Anch'egli è diventato un signore, mi dicono. Se lo vedessi, non oserei pure guardarlo in faccia.... E tu.... e Lei lo vede sempre? Sono sempre amici?

In quella entrava la serva colla scodella piena di brodo fumante.

— Di tutto ciò parleremo dopo: disse allora Don Venanzio; ora bevete questa roba calda; ciò vi scalderà e vi rifocillerà lo stomaco.

Margherita, in mezzo a mille ringraziamenti e benedizioni, bevve, e se ne sentì veramente riconfortata.

— Or dunque, diss'ella volgendosi poi al parroco, tutto sollecita. Ella ha da parlarmi da parte di lui, del mio Giannino?

— Sì, mia cara; l'abbiamo veduto...

— Sta bene? interrogò la vecchia, a cui il parroco pareva troppo lento a parlare.

— Sta benissimo...

— E si ricorda di me?

— Sì, se ne ricorda.....

— O Dio! Madonna santa! potessi vederlo! Dica, dica, potrò io vederlo ancora prima di morire?

— Sì, sì, lo vedrete...

— Quando? Come?... Che mi tocca di fare?... Oh son pronta a qualunque cosa per provare questo piacere. Non dico bugia, sa!... Devo andarmene a cercarlo colaggiù a Torino?... Sono vecchia e debole, ma per vedere il mio Giannino andrei in capo al mondo, finchè avessi consumato, non che i zoccoli, ma i piedi. Quante volte non ci sarei già andata se non avessi avuto paura di perdermi in mezzo alla folla della città e non poter arrivare fino a lui, e più ancora se non avessi avuto paura di fargli dispiacere... Ma ora finalmente lo rivedrò!... Ella me lo dice..... — Ve lo dirò di meglio, se mi lasciate parlare; interruppe col suo sorriso pieno di bontà Don Venanzio, il quale aveva per commozione umidi gli occhi.

— Oh parli! parli!

— Io dunque ho veduto Gian-Luigi in casa di Maurilio dov'egli venne.

La povera vecchia, il collo teso verso il prete come per esser più presso alle labbra di lui per coglierne a volo le parole, la bocca e gli occhi larghi quasi volesse assorbire anche colle labbra, anche colle pupille il suono di que' detti, faceva col capo de' vivi segni d'affermazione, come per dire che aveva capito, che si sollecitasse a dirle quelle buone novelle ond'essa attingeva tanto bene, tanto elemento di vita.

— Mi chiese di voi, continuava il parroco: e la donna stringendo le mani colle dita incrociate le alzava all'altezza della sua bocca in atto misto di ineffabil gioia, di ringraziamento a Dio, di suprema riconoscenza.

Il buon Don Venanzio non credette fosse peccato rasentare un pochino la menzogna per dare a quella pover'anima di vecchia un momento di beatitudine.

— Mostrò per voi un'amorevole sollecitudine. Disse che non vi aveva mai dimenticata, e che soltanto la forza delle circostanze gl'impedì sinora di venirvi a vedere e di venirvi in aiuto...

— Oh lo credo: interruppe Margherita, asciugandosi col dosso della sua mano una lagrima che scendeva per le grinze della sua guancia. Lo credo. È così buono! Non l'ho mai accusato io, no mai... La gente diceva questo, diceva quello... Volevano farmi della pena... Io non credeva nulla: e pregavo il Signore per lui... e per poterlo ancora vedere... Ecco quel di che ho bisogno: vederlo... Il resto non m'importa. Io sono vecchia, tanto poco mi basta per vivere!

Il parroco avvisò che per procedere a gradi e preparare quell'anima alla gioia maggiore, conveniva serbar per ultimo l'annunzio della probabile venuta di Gian-Luigi al villaggio.

— Egli vuole che d'ora innanzi quel poco almeno non vi manchi più: riprese a dire: e perciò mi ha consegnato una somma da darvi da parte sua, che tengo qui e che ho piacere di rimettervi all'istante.

— Una somma! per me! esclamò la vecchia. Lo ho sempre detto io che aveva un gran cuore... Oh che cuore è il suo!

Don Venanzio trasse dal taschino del panciotto il rotolo di marenghi avviluppato nella carta, quale gli aveva dato Gian-Luigi; e tenendolo fra il pollice e l'indice lo porse alla Margherita.

— Ecco qua, disse, mille lire.

La vecchia si fece indietro sulla seggiola quasi spaventata; battè le mani insieme e poi levò le palme in atto di indicibile stupore.

— Mille lire! esclamò; proprio mille lire!

— Sì, in altrettanti napoleoni d'oro.

— E tutto questo per me? soggiunse la donna ritraendo le mani dal rotolo che il parroco le porgeva, come se avesse paura a toccarlo. Non è possibile. Che cosa debbo io fare di tanto denaro?

— Dovete usarne a seconda dell'intenzione del vostro figliuolo: rispose Don Venanzio col suo sorriso amorevolmente paterno; val quanto dire procurarvi con esso quelle cose necessarie di cui maggiormente abbisognate. Avete addosso appena di che coprirvi non che ripararvi dal freddo; non vedete che i vostri piedi nudi s'intirizziscono e irrigidiscono ne' zoccoli umidi dalla neve? Nel vostro stambugio appena se ci avete, raccolto stentatamente su pei greppi, tanto di legna da potervi cuocere una magra minestra. Potrete adunque comperarvi panni caldi, e calze di lana, e legna da ardere per iscaldarvi; potrete procurarvi un cibo migliore e più sostanzioso di quello che ora vi fornisce l'andare elemosinando.

E quasi di forza mise il rotolo di monete nella mano della vecchia che ne rifuggiva, poco meno che paurosa di toccarlo. Quando però l'ebbe tra le magre, ossee dita, essa lo palpò quasi con amore, lo soppesò, lo strinse forte in pugno, e poi se lo recò alle labbra e v'impresse su un grosso bacio.

— E' mi viene dal mi' figliuolo: disse come per ispiegare la ragione di quell'atto: dal mi' figliuolo: ripetè trovando una cara dolcezza nel pronunziare quelle parole che fino allora non aveva osato adoperare.... Ah lo vorrò custodire come una sacra reliquia.... Spenderlo, mai più!... Forse che ho bisogno di nulla io?... Sono sempre vissuta in mezzo alle privazioni, io.... La gente è buona per me e non mi lascia mancare un tozzo di pane.... E andrei ora a farmi carezze a questo vecchio carcame per quattro giorni che gli rimangono da vivere? Che! che!

Il parroco la volle persuadere che per soddisfare al desiderio di chi glie li mandava ed anche al dovere che ha ciascuno verso di se stesso, la doveva impiegare quei denari nella guisa che le aveva detto; ma la vecchia, pur non osando contrastare alle parole di lui, ben mostrava coll'aria del suo sembiante che quelle ragioni non la scuotevano per nulla dal suo proposito, e ch'ella avrebbe fatto a suo senno.

Margherita approfittò d'una pausa che fece Don Venanzio nel suo discorso per entrare a parlare di quello che più le premeva. Il rotolo di monete seguitava ella a stringere nel pugno e questo aveva nascosto nella tasca della sua misera vestaccia.

— Lei mi disse, interruppe adunque, che io il mio Giannino l'avrei visto... Per carità la mi dica in che modo e quando!... Se la sapesse quanto lo desidero!... Ed io non ho gran tempo da aspettare. Non converrebbe che tardasse di troppo a darmi questa consolazione, se vuol trovare ancora insieme queste grame quattr'ossa.

— No, no, rispose il parroco, non tarderà molto tempo. Forse la settimana ventura, forse sul finire di questa medesima, a quanto egli ha detto, verrà qui per vedervi.

— Verrà qui? Per veder me? esclamò la poveretta giungendo le mani e sollevandole verso il cielo con atto d'inesprimibile gratitudine e soddisfazione. Oh! sia lodato Iddio! Sia ringraziata la Madonna dei dolori!..... È Lei che mi fa questa bella grazia! L'ho pregata tanto, tanto, tanto!.... Ancora questa sera io la pregavo che mi concedesse questa grazia e poi mi togliesse pure dal mondo. E vuole che glie la dica, sor Prevosto? Questa sera medesima, là in chiesa quando ho visto entrar Lei e andarsi inginocchiare alla balaustra, io ho sentito una voce in cuore che mi diceva: «Ecco là di ritorno quel sant'uomo del parroco che ti ha da dir di sicuro qualche buona novella.» Era la Santissima Vergine che mi faceva avvertita avermi accordata la grazia che domandavo... Oh! voglio mostrargliene la mia gratitudine a quella pietosa Madonna... Ecco a che mi serviranno i denari mandatimi dal mio Giannino... Comprerò due bei cuori d'oro, proprio d'oro, da offrire alla sua immagine...

Don Venanzio fece un moto d'impazienza, ma essa non se ne accorse e continuava tutta infervorata:

— E il resto vo' darlo a Lei, perchè la mi dica o faccia dire tante messe...

Qui il parroco la interruppe non senza qualche vivacità:

— Ma no, ma no, che così non istà bene, e siete matta a credere che ciò voglia la Madonna o le faccia piacere... Non è l'offerta d'una cosa di valore che possa contentare Quei di lassù... Che credete che loro importi dei vostri cuori d'oro e d'argento?... È il cuor vero che vogliono, quello che abbiamo nel nostro petto e che dobbiamo presentar loro pieno di bontà, di carità, di adorazione e di fede... Ecco!... Non dico mica che chi può, chi è in caso d'aver da spendere senza torne ai suoi bisogni nè alla beneficenza, che deve esercitare, piuttosto che gettar via altrimenti il superfluo, non faccia bene ad ornare la casa del Signore; ma voi siete in questo caso, poveretta? Non sapete che uno dei primi doveri che ci sono imposti è quello di conservarci noi stessi? E se pecca chi ha troppi riguardi, e troppo amore per la sua persona, pecca eziandio chi ne ha troppo poco?.... Quanto alle messe, di certo la è una buona cosa.... Ma io vi contemplerò nelle mie preghiere in tutte le messe che sarò per dire ancora, senza che vi abbia da costare un centesimo.

— Ella è un santo.... l'ho sempre saputo.... Io la ringrazio; ma mi sembra pure che le messe dette apposta devono piacere di più colassù e farci più favorevoli quelli di cui domandiamo la protezione e l'offerta di qualche cosa....

Il parroco interruppe con più impazienza di prima:

— Eh! voi misurate i Celesti alla nostra povera misura umana. Credete ch'e' sieno come i potenti della terra, che si rendono propizii coi regali?

Se fossero stati soli, il parroco e la vecchia contadina, forse il primo non avrebbe parlato con tanta vivacità; ma in presenza dell'incredulo Maurilio (che tale era il giovane nel concetto del buon sacerdote) questi provò una certa irritazione, che non seppe dominare, nel vedere una sua parrocchiana dare una così patente prova di erroneo concetto nel suo sentimento religioso.

La vecchia, meravigliata e un po' intimorita del tono con cui le parlava il parroco, in lui affatto nuovo, disse umilmente:

— La scusi... Credevo far bene... Ma Lei la sa più lunga di me... E se Lei dice di no, è segno che gli è no... E io sono pronta a far tutto a suo senno.

— Bene, bene: riprese il parroco tornando di subito al suo bonario sorriso ed al suo benigno accento. L'intenzione è quella che dà il carattere ad ogni atto; e la vostra intenzione è la migliore del mondo, lo so. Ma credete a me, e spendete quei denari a sollievo de' vostri bisogni... Ora andate, e Dio vi mandi una buona notte.

La vecchia si levò di fretta.

— Oh! la sarà buona di sicuro: disse. La si figuri se dopo una novella simile!... Già non potrò dormire: ma che importa? Sono la più felice donna del mondo... La buona notte anche a loro... ed a Lei, sor Prevosto, tutte le benedizioni di Dio!...

Uscì. Don Venanzio e Maurilio la seguitarono collo sguardo. Quando rimasero soli i due uomini, successe un silenzio, i loro pensieri giravano intorno ad una grave quistione; ma l'uno e l'altro pareva che si peritassero ad affrontarla. Fu Don Venanzio il primo che francamente l'abbordò. Immaginava egli le ragioni e gli argomenti che la incredulità di Maurilio dovesse agitare seco stesso contro la religione di cui egli era ministro, suscitati da quell'occasione in cui la donnicciuola ignorante aveva manifestato la natura della sua fede: e parvegli che non andare incontro egli stesso a quelle obiezioni e distrurle, non isfidare la disputa, fosse una specie di viltà, fosse un mancare al proprio dovere. Levò arditamente la sua bella fronte canuta, come un valente guerriero che si prepara a combattere, e disse al giovane che gli sedava muto e pensoso dinanzi:

— Quella donna ha seco una forza... Per questa potè reggere ai travagli della sua vita infelice; per essa resiste ora ai mali della vecchiaia e della miseria. Ha la fede! È una fede da semplice, da ignorante, offuscata, se vuoi, da nebbie superstiziose; ma è pure una fede — ed è la vera.

Maurilio volse lentamente la sua grossa testa verso il parroco; lo guardò con una indicibile espressione di calma riflessiva, di convinzione profonda, di fermezza di proposito, e rispose colla sua voce affranta e posata:

— Anch'io ho una fede!... E nelle linee principali, generalissime, s'assomiglia, s'accosta, è forse anco la medesima di quella della povera Margherita; ma nel suo complesso, nel modo di formularsi all'intelligenza, di estrinsecarsi ed attuarsi, è diversissima. Ma Ella afferma che quella della donna ignorante è la vera; e quindi la mia, quella di chi la pensa come me, dev'essere falsa. Qui sta il punto.....

Fu interrotto dalla fantesca che recando in tavola una terrina fumante, disse:

— Eccoli serviti.

— Bene: esclamò Maurilio sorridendo; cominciamo per cenare, e dopo, se la vuole, discuteremo.

Don Venanzio fece un atto di acquiescenza sorridendo del pari, ed ambedue si accostarono al desco. Il parroco stette un momento in piedi colla sua berretta in mano, pronunziando a mezza voce il Benedicite. Maurilio rimase dritto ancor egli con aria di rispetto, ma non disserrò le labbra: finita la preghiera, sedettero, spiegarono le serviette che sentivano un buon odore di bucato, e si posero allegramente a mangiare.

CAPITOLO XV.

Quando ebbero finito, e la tavola fu sparecchiata, i nostri due amici, le gomita appoggiate sul tappeto, l'uno in faccia dell'altro, avviarono animosamente la discussione che aveano lasciata in sospeso.

Non ripeterò che sommariamente le cose che furono dette dall'una parte e dall'altra, e risparmierei affatto questa noia al lettore, se non credessi opportuno far conoscere anche da questo lato lo spirito del mio protagonista, il quale rappresenta meglio che altri le audacie e le ispirazioni del pensiero moderno; epperciò con alquanto maggior estensione, benchè in sunto, riferirò le ragioni da lui addotte nella disputa.

Don Venanzio si appigliò senza ritardo alla, secondo lui, indiscutibile autorità della rivelazione e della ininterrotta tradizione. La Chiesa cattolica ebbe direttamente da Dio la cognizione della verità e la capacità e la facoltà di diffonderla, spiegarla, affermarla. La mente umana è troppo debole per affrontare colle sole sue forze la terribilità del quesito religioso, di cui pure è necessario uno scioglimento al bisogno intimo che Iddio medesimo ha voluto porre nella natura dell'uomo. Senza un appoggio solido e potente la nostra ragione si smarrisce nella ricerca di questo vero che è di tanto superiore alla sua sfera d'azione, alla sua efficacia. La rivelazione è venuta a porgere questo punto di appoggio, a dare il caposaldo alle aspirazioni religiose dell'anima. Della verità della rivelazione poi non è da dubitarsi, perchè la tradizione medesima, la incontestabile autorità dei testi sacri la stabiliscono, anche sotto il rispetto storico, in modo definitivo, ed è empio proposito e più empio attentato il volerla rivocare in dubbio soltanto. Vi sono in quel complesso di credenze che costituisce la fede a cui Don Venanzio apparteneva, alcune cose che l'infausto e diabolico orgoglio della povera ragione umana, aiutata e spinta dall'arte e dall'influsso dell'eterno nemico, vuol trovare assurde, impossibili ed anche puerili. Ma vi è pure una quistione principale e, come si suol dire, pregiudiziale, che tronca affatto e rimove del tutto ogni simile obiezione. Come volere la ragione nostra giudice della possibilità di cose che di tanto stanno al di là del debole arrivo delle sue forze? Anzi tutto quello che può servire di buon argomento nel campo della sua azione, cessa di aver effetto e si converte in argomento a contrario per la ragione umana, quando la vuol recare i suoi metodi logici e le sue deduzioni là dove ella non ci ha più nulla da vedere, perchè non vi basta la cortezza della sua vista. In questo senso fu detto il motto sublime: Credo quia absurdum! E ad ogni modo con che fronte, con che speranza di vittoria può la ragione umana cimentarsi colla rivelazione? Questa è la parola diretta di Dio: quando ella ha suonato chi non vede che si ha l'elemento supremo della verità? E per promessa di Dio medesimo, non è una continua rivelazione la parola della Chiesa legittimamente costituita, pronunziata da' suoi legittimi rappresentanti? Una delle prove più perspicue della verità di quella fede che egli professava, secondo il buon prete, era la dolcezza, la tranquillità che ne sente chi in essa acquieta l'anima sua; era il gran conforto che glie ne viene, anche nei maggiori travagli a chi, appoggiato alla medesima, s'erge al Cielo sull'ali della preghiera: speciali grazie e ricompense queste che Iddio concede appunto ai veri credenti.

Maurilio la prese da quest'ultimo argomento, ritorcendolo di questa guisa:

— Ma allora perchè tanti e tanti, allevati appuntino nella più stretta e rigorosa ortodossia, sentono ad un tratto levarsi nell'animo loro le più crude incertezze, i più ansiosi dubbi su quelle credenze, contro alcuna delle quali protesta la loro ragione venuta a maturanza? E costoro son quelli d'ordinario cui più volle favorire la Provvidenza di forza d'intelletto. Perchè i tormenti di questi dubbi che sono quasi il risvegliarsi della ragione? perchè questo ribellarsi e ripugnare dell'intelligenza sviluppatasi contro le credenze insinuate fin dalla prima età nell'animo nostro, così da essersi fatte per tutti come cosa sacra da non isfiorarsi neppure coll'audacia dello spirito d'esame? Se quella è la verità assoluta od anche solo quale è acconcia al nostro intelletto, questo in tutti, e tanto più in quelli che l'hanno maggiore, dovrebbe aderirvi tenacemente pago e soddisfatto. L'acquiescenza poi dei credenti alle cose insegnate come verità indiscutibili, e la pace e la beatitudine che l'anima loro ne risente, non sono un privilegio dei fedeli della sua Chiesa; lo si ritrovano presso tutti quelli che hanno una forte e profonda credenza radicata nell'animo, sieno essi protestanti, giudei, maomettani, anche idolatri. È questo un effetto mirabile certo, ma non esclusivo d'una sola religione; è effetto della fede in genere, della sostanza di questo attributo dell'uomo, la facoltà di credere nel mondo sovrumano, non della forma in cui questo attributo si esplica e manifesta.

«Sì, caro padre mio, anche in ciò si ha da distinguere la sostanza e la forma, e da tenerne conto. Quella è immutabile, e consta in realtà di poche verità generali, cui la forma poi interpreta, spiega, applica od offusca a seconda. Quella eterna come il vero assoluto, sta al di sopra, all'infuori d'ogni azione dell'umano intelletto, delle circostanze di condizioni morali e civili in cui l'umanità si trovi; questa, la forma, come cosa puramente umana che ella è, partecipa della sorte di tutte le cose umane, si viene scambiando, migliorando, purificando, elevandosi a sempre più perfetto grado, a misura appunto che lo spirito umano si migliora, si perfeziona, vede ingrandirsi innanzi a sè il campo del vero ed acquista forza e capacità maggiore a contemplarlo. Questa forma è adunque, più d'ogni altra cosa ancora, l'espressione del grado di coltura, di sapere, di civiltà a cui gli uomini sono arrivati, e riflette eziandio i caratteri delle nazioni e delle razze. Gli è per ciò che il mondo moderno è cristiano, che i selvaggi sono idolatri, che i latini sono cattolici.

«Quindi si fa che non è solo un errore, ma è cosa empia quella che tutte le religioni positive commettono, di confondere la forma variabile e la sostanza eterna, di voler dare alla prima le qualità e l'autorità della seconda, d'imputar così alla religiosa essenza le colpe e gli errori degli uomini che di quella si profittano. Da ciò avviene eziandio che in certi momenti la forma invecchiata non si adatta più convenientemente allo stato presente degli spiriti; e la sostanza medesima della fede, per non essere intaccata essa stessa, per non correr rischio di perire nel naufragio della forma diventata insufficiente e ripugnante alla ragione progredita, lavora ella medesima a distrurla. Allora si accusano di empietà e d'incredulità coloro che rifuggono da certi dogmi e da un culto che non soddisfano più la loro coscienza religiosa divenuta più delicata e più illuminata, e i quali, fors'anco inconsciamente, lavorano a preparare la modificazione della forma in una fase novella.

«La sua Chiesa medesima, Don Venanzio, benchè riluttante ad ogni cambiamento, benchè acremente tenace d'ogni sua parte, non segue ella questa legge naturale e necessaria dell'umano progresso? Quanto non si è ella venuta modificando nel corso dei secoli? Quanto non ha ella cambiato insegnamento, disciplina e i dogmi perfino? Dalla Chiesa primitiva alla presente, chi le paragonasse, quale immenso divario! Senza volerlo, senza confessarlo, ha pur dovuto camminare coi secoli.

«Ma la ragione umana che ha sempre camminato più di lei, l'ha lasciata indietro di molto, ed ora, mentr'essa non solo vuole immobilitarsi, ma anzi regredire, la ragione invece ha preso slancio maggiore e più ardita foga verso il vero. Di qua il quasi necessario divorzio e l'irrimediabile contrasto fra l'una e l'altra.

«La ragione voi la negate; la volete, se non altro, sottomessa ad un'autorità indiscutibile di cui non si hanno da esaminare il valore e le prove. Contro la coscienza della ragione moderna voi urtate pel metodo, per la dottrina, per la morale e pel culto; non proponete, imponete, insegnate il sopranaturale e lo sostenete col mistero appoggiato al miracolo, spiegate l'incomprensibile coll'inammessibile; ordinate per morale un'obbedienza interessata agli ordini d'una volontà estrinseca; ponete negli atti esteriori del culto, in certi mezzi meccanici, in simboli, in operazioni materiali la condizione della vita religiosa delle anime.

«Il vostro insegnamento dottrinale si fonda in gran parte sopra un concetto dell'Universo, del principio dell'Universo, di un rapporto fra questo e quello, cui la scienza ha dimostrato erronei...

— Ma la rivelazione: interruppe Don Venanzio.

— La rivelazione cui voi affermate sempre ma di cui non date prove che possa la severa critica disaminare, ma cui non volete sottoposta a questa disamina; la rivelazione da questo lato affermerebbe come vere, cose che una certezza positiva ha dimostrate assolutamente false. La scienza ha distrutto i miracoli, e la ragione, più robusta, ripugna ai misteri. Il mondo è pieno di fatti inesplicati, fors'anco per noi inesplicabili, ma non di fatti essenzialmente inintelligibili: volendo fondarvi sull'assurdo e sull'impossibile non potete trovare un punto d'appoggio saldo e valevole: il vostro edificio traballa al primo urto del dubbio. Perciò siete costretti a proibire addirittura il pensiero. I misteri che voi m'imponete, sono soltanto superiori alla ragione senza contraddirla, oppure la contraddicono? Sono essi assolutamente inintelligibili? Ma ciò che è inintelligibile non è: ciò che la nostra intelligenza non può apprendere non è fatto per noi. Quello a cui contraddice la ragione, dono di Dio, non può essere del pari; a meno che la ragione ci sia data per vedere il falso. Empietà questa maggiore d'ogni eresia.

«La vostra morale ci comanda non di fare il bene, ma di obbedire ad una allegata volontà superiore manifestataci per certi intermediari: voi mettete fuori di noi il nostro salvamento. La giustizia per voi è quel che vuole l'Ente supremo quale voi ce lo presentate: ma invece la giustizia è per se stessa.....

— Disgraziato: interruppe qui il buon vecchio, sgomento, afflitto, disperato, direi quasi, di udire una tal filza di parole che per lui erano tutte empietà. Oh come hai tu imparato tante orrende dottrine? Come hai tu fatto ad aprir l'animo a questi diabolici sofismi? E tu dicevi di aver pure una fede! Ma no; non è punto vero: tu sei un ateo.

— No: esclamò Maurilio con forza, levando la fronte. Credo e credo fermamente: veggo nell'opera il creatore, sento Dio nell'universo. Glie lo dissi e lo ripeto: Ho una fede ancor io.

— Ma quale?

— Mi ascolti.

Si raccolse un momento, e poi riprese il discorso.

— Ho detto che la forma estrinseca del sentimento religioso si scambia a seconda collo scambiarsi del grado intellettuale a cui è giunto lo spirito dell'uomo. Ecco le varie e principali fasi per cui ella passa e deve passare.

«A tutta prima l'uomo, rozzo affatto e selvaggio, adora la natura. Ha già fatto un passo immenso dallo stato assolutamente primitivo a quello in cui si crea una religione qualsiasi, per quanto grossolana e puerile ella sia, e nella storia dell'umanità chi sa quante sequele di secoli dovettero passare, innanzi a che si giungesse a questo primissimo grado dello sviluppo religioso dell'anima umana. Ma pure allora l'uomo è tuttavia incapace di elevarsi al concetto della natura universale: egli non rimane colpito che dagli oggetti che gli son prossimi e non va al di là dei limiti del suo ristretto orizzonte. Gli oggetti del suo culto per ciò si fanno quelli di cui si serve, che gli sono utili, che ama, di cui ha timore: un albero, un masso, una montagna, un fiume, una belva, un animale qualunque. La speranza ed il timore ispirano sopratutto il suo culto grossolano. Siamo in pieno feticismo.

«Nel secondo grado l'uomo levandosi col pensiero al di sopra dei bisogni e dei ristretti limiti della sua vita giornaliera, onora certi oggetti maggiori, più belli, più brillanti: la luna, il sole, gli astri, la vôlta celeste in cui si movono. Questi oggetti gli sembrano contenere un grado di perfezione superiore a quanto trovasi sulla terra. È il sabeismo; e l'intelligenza umana in esso possiede già una vaga nozione dell'universo.

«Più tardi quest'intelligenza, progredita d'alquanto, giunge a concepire sotto gli oggetti che mostra la natura, le forze che l'animano, che si agitano nel seno della medesima natura, che danno ad ogni cosa il movimento e la vita. Dietro gli elementi indovina le leggi alle quali essi obbediscono e ne fa delle potenze dotate d'una esistenza personale e indipendente; è costituito il politeismo. Poco a poco arriva in seguito a comprendere l'ordine morale e lo fa entrare a sua volta nel concetto delle sue divinità, attribuendo loro tutte le qualità che trova nell'uomo stesso e tutte le perfezioni di cui può concepire l'idea. Di questa guisa il politeismo già si trasforma e veste un carattere filosofico. La religione comincia a passare dal tempio alla scuola; si fa a studiare i problemi della nostra natura, del nostro fine, del nostro destino. L'umanità è pronta per una religione metafisica, che è il quarto grado del suo sviluppo.

«Questa religione metafisica, lascia in disparte la natura, non cura più il mondo fisico, fissa i suoi sguardi sull'essere divino medesimo, studia i suoi attributi e li vuole determinare e definire nel dogma. Ma nel dogma s'incatena la ragione; si cristallizza, per dir così, il progresso mentale dei tempi precedenti e si vuole immobilitare lo svolgimento dell'umano pensiero. È la servitù: l'uomo è dichiarato incompetente a nulla cambiare a simboli comunicati direttamente dal cielo. A guardia di codesti simboli si pone un sacerdozio gerarchico che per sua natura ed istituto e necessità logica delle premesse dovrà sempre più isolarsi dal laicato. Questa casta si perpetuerà man mano con delle reclute che si formerà ella medesima: costituirà un'associazione potente con interessi proprii, stranieri e talvolta contrari a quelli degli altri uomini; lavorerà tenacemente nel proposito di vantaggiar sempre se medesima, senza tener conto dei voti e dei bisogni della società cui vorrà anzi tutto dominare, e in conseguenza impedirà ogni progresso, respingerà ogni innovazione, timorosa sempre la sua potenza non ne venga a scapitare.

«La sua divinità, qual essa la presenterà all'uomo, sarà inaccessibile all'intelligenza terrena; sarà tale da doversi ignorare dalla ragione quali disegni abbia essa sugli uomini e ciò che da essi esiga. Quindi per servirla a dovere, questa divinità, converrà affidarsi del tutto alla casta che si propone e s'impone intermediaria fra essa e l'uomo, che si spaccia sola interprete della volontà divina, ed accettare senza esame i suoi decreti. La casta sacerdotale diventerà così l'arbitra assoluta del pensiero umano. Mercè quella oscurità impenetrabile in cui avvolgeranno il loro Dio invisibile, essa comanderà sacrifici ed offerte, spaventerà gli animi e le immaginazioni, fulminerà coll'anatema i suoi avversari, punirà i nemici colla maledizione tradotta anche nei supplizi materiali.

«Ma questa è schiavitù, e l'anima umana e l'intelligenza umana non possono durare a lungo in questo stato di violenza il quale le condurrebbe addirittura alla distruzione. Per quanto si faccia, la ragione comincia a protestare. Invano si moltiplicano le persecuzioni, il grido della libertà del pensiero scoppia qua e là. L'umanità, stanca, che si sente sminuita nella sua parte più essenziale, vuole rigettare la cappa di piombo che l'opprime. Anche presso coloro che non avventurano di cimentare le credenze autoritativamente loro imposte alla corte della ragione, la materialità degli atti esteriori perde il suo significato; il pensiero che si adombrava nei simboli se n'è staccato perchè questi non valevano più ad esprimerlo e rimangono come vuote spoglie prive di corpo e d'anima. La coscienza si risveglia: opinioni indipendenti, pensieri di libertà s'infiltrano da ogni parte e corrodono le basi dell'edificio da cui il vero spirito divino si viene man mano ritirando: un giorno sopraggiunge, in cui le pareti crollano da ogni parte e rimane su quelle rovine la coscienza dell'uomo levata e potente nella sua libertà. Si è arrivati allora al grado più perfetto dell'evoluzione religiosa che mente d'uomo possa ora concepire: il regno della libera coscienza.

«Allora la fede non è più l'accettazione dell'assurdo, che è un'abdicazione ingenerosa della propria ragione, ma diventa il rationabile obsequium di San Paolo; allora si verifica la parola del Cristo, che si deve adorare Iddio in ispirito e verità; allora sarà compiuto il ciclo della contrastata missione del Nazzareno, e l'uomo sarà posto senza intermediario in relazione coll'Eterno, e sarà, secondo la promessa di Cristo, in comunicazione col Padre di tutti.

«L'umanità trovasi sparsa su per la via del progresso, in tutti questi gradi della manifestazione religiosa, dai selvaggi che sono ancora nelle tenebre del feticismo (e forse ve ne ha tuttavia di quelli in cui il sentimento religioso non è neppure nato) ai più avanzati delle classi colte presso le nazioni incivilite, i quali già hanno posto il piede su quell'ultimo gradino della libera coscienza.

«Io mi vanto d'essere fra costoro.

«Credo all'infinito, credo all'assoluto, credo all'eterno, credo alla intelligenza regolatrice delle forze del creato, credo ad una evoluzione del destino umano che non si compie nella breve vita su questo miserabile globo, credo alla giustizia ed alla responsabilità d'ogni libero volere; ma credo a ciò, perchè la mia ragione me ne persuade, non perchè altri voglia impormene la fede con un'autorità che non vuole dar le prove di sè stessa, o con una violenza morale o materiale. E non penso che sieno empii, maledetti, da condannarsi, da disprezzarsi, da infamarsi coloro a cui la ragione persuase altre credenze....»

Maurilio avrebbe continuato chi sa per quanto tempo ancora; Don Venanzio avrebbe ribattuto, chè già mulinava nella testa una filza d'argomenti ed una dozzina di citazioni da confondere il miscredente, e la disputa si sarebbe protratta chi sa fin quando, se la fantesca, per quell'interesse che aveva al padrone, con quella un po' brusca ma affettuosa domestichezza che le davano i tanti anni passati in quella casa ed in compagnia del vecchio parroco, non fosse venuta ad interrompere.

— Scusino, ella disse, ma per questa sera m'è avviso che s'è abbastanza taroccato. Oh non sanno che ora è? Presto la mezzanotte. E dunque gli è gran tempo di andare a dormire, Lei, sor Prevosto, sopratutto che la mattina vuol sempre alzarsi al canto del gallo ed aver detta la sua brava messa prima che sia giorno chiaro.

I due disputatori si guardarono sorridendo. Don Venanzio s'alzò primo e tese la mano al suo giovane avversario che ne aveva imitato l'esempio.

— Neppur io, disse, non odio, non disprezzo quelli che la pensano diverso da quel che vuole la Santa Madre Chiesa.... ma li compiango. Un giorno o l'altro — io seguito sempre a sperarlo e prego tanto per ciò! — un giorno verrà che anche tu ti accosterai e riparerai al più sicuro porto della nostra fede e rimpiangerai allora le eresie e peggio che ora ti stanno in mente.

Maurilio non rispose che col sorriso: e tutti due andarono a dormire.

Il nostro protagonista non dormì molto, ma passò quiete più che non si pensasse le poche ore della notte nella modesta cameretta della canonica. Le memorie del suo passato, evocate più vive dal trovarsi in quel luogo, s'intrecciavano colle condizioni del suo presente ad occupare in un lavoro di meditazione e di fantasticheria la sua mente: ma ora quell'amarezza, quel tormento che i suoi pensieri avevano prima, erano sminuiti. Perfino la immagine di Virginia, persino il ricordo che la era sua sorella, affacciandoglisi alla fantasia, gli parevano in quel punto meno dolorosi, gli eccitavano men crudo turbamento: ma egli però si affrettava a scacciarli, e riparava sollecito l'animo nelle memorie della età della fanciullezza.

Secondo quanto aveva detto la fante, il gallo aveva appena fatto risuonare per la prima volta il suo canto mattiniero, che Maurilio udì, da un lieve e riguardoso muoversi per la casa, che il parroco era già alzato. Si levò sollecito ancor egli, e sceso a tentoni nel tinello, chè l'oscurità era compiuta ancora, trovò Don Venanzio che, un candelotto in mano, stava per passare nella chiesa a dire la sua messa. Dopo i reciproci saluti uscirono ambidue, ma il parroco per l'andito che metteva nella sacristia, Maurilio per la porta che aprivasi sulla piazzetta.

Era notte chiusa a dispetto del canto del gallo; non una riga d'albore nel cielo nuvoloso; la campanella della chiesa dava i rintocchi della messa che stava per essere detta, in mezzo ad un alto silenzio degli uomini e della natura. Solamente qualche raro lumicino vedevasi spuntare dietro alcune invetrate di finestre: alcuni passi s'udivano venir per la piazzetta, ammortiti dalla neve che copriva il suolo, alcune voci che bisbigliavano sommesse, come paurose di rompere quel silenzio; e la brezza fredda del mattino, di quando in quando metteva un leggier sibilo alle cantonate delle case ed un fruscìo secco nei rami nudi dell'olmo che stava in metà della piazza.

I passi e le voci che s'udivano erano di donnicciuole che accorrevano alla messa del parroco; avvolte il capo, il collo e le spalle di fazzòli e vestimenta messe a bardosso, per difendersi dall'aria ghiaccia di quell'ora, le mani nascoste sotto a' panni, alcune col veggio in mano dove avevan messe le poche ceneri calde rimaste dal fuoco della sera, trottinavano a piccoli passi affrettati, ad una ad una, a due, a piccoli gruppi, poi scorgendosi nell'ombra, s'aspettavano l'una l'altra alla porta della chiesa ed entravano insieme bisbigliando. La schiera fu presto compiuta; e non era che di dieci o dodici. Una delle prime era passata, e Maurilio l'aveva tosto riconosciuta, la povera Margherita. Di certo la buona donna non aveva dormito neppur essa quella notte, e veniva a quell'ora mattutina a ringraziare il Signore di quella gioia che le aveva mandata, di quella maggiore che le aveva promessa.

— Oh sublime cosa è la preghiera: disse Maurilio, quando ebbe visto entrate in chiesa quelle donne. Ancor io ho bisogno di pregare. Andrò a pregare in faccia alla natura, nel vero tempio del Dio vivente.

E s'avviò verso quel luogo solitario, dove fanciullo soleva condurre al pascolo le vaccherelle di Menico.

Tutta la campagna era coperta di neve, e questo strato bianco, uniforme, che faceva scomparire allo sguardo le lievi protuberanze e depressioni del terreno, aiutato dalle ombre ancora fitte della notte, toglieva ai varii luoghi che si succedevano il loro particolare carattere ordinario, tutti confondendoli in una monotona rassomiglianza. Appena se facevano varietà alcuna fra questa e quella parte, fra questo e quel campo, fra l'una e l'altra landa i gruppi o le file degli alberi che piegavano sotto il peso della neve i loro rami assecchiti e parevano contorcere sotto quella gravezza i loro tronchi bassi e bernoccoluti.

Ma il nostro giovane pur tuttavia riconosceva ad uno ad uno que' luoghi, quelle variazioni di terreno, tanto gli era impressa ogni cosa nella memoria, e più ancora, direi, nel cuore. Avrebbe potuto riconoscere un per uno ogni albero se tanta luce vi fosse stata, da discernere pienamente gli oggetti; avrebbe potuto dire: qui ne manca uno che vi sorgeva negli antichi tempi, questo crebbe dacchè io non son più venuto qua. Salì lentamente il lene declivio della collina, su cui si stendevano le aride brughiere che erano i pascoli comunali. Sedici e più anni prima egli faceva due volte al giorno quel cammino i piedi scalzi, una verga tra mano, cacciandosi innanzi le magre vaccherelle di Menico, macilento egli più ancora delle bestie che aveva in custodia, obbligato a star colà in ozio delle ore, sicuro di trovare, al suo ritorno all'abituro, poco e povero cibo, molti rimbrotti e spietate percosse. Colà, ancora affatto fanciullo, la sua mente era stata assalita dal misterioso quesito degli umani destini, colà aveva sentito parlargli all'anima la gran voce della natura, aveva sentito parlargli allo spirito la voce dei morti. Aveva provato una specie di maravigliosa iniziazione, per cui la sua vita aveva scorto il nesso che la congiungeva alla vita dell'Universo, s'era cacciato, e non s'era smarrito, nel vortice dell'esistenza universale, aveva avvertiti i vincoli divini che uniscono le manifestazioni della vita su per tutta la scala degli esseri in tutto il creato, e formatosene entro la mente un primo concetto: aveva meditato, imparato, cominciato ad aver coscienza del dolore, dell'intelletto e insieme della volontà. Quella brulla costiera gli era cara oltre modo. La rivide alla poca, incerta luce del crepuscolo che cominciava appena, con una commozione di tenerezza da non dirsi; ebbe nel cuore i palpiti che desta il prossimo, aspettato rivedere, dopo lungo tempo, d'una persona che si ama.

Giunse a quel punto preciso in cui soleva sostare da fanciullo, quando l'alba appena disegnava al lembo estremo dell'orizzonte, fra la cresta delle montagne e le nubi del cielo, una riga bianchiccia. Le sue gambe affondavano nella neve fin sopra il nodello; un vento freddo gli faceva svolazzare le falde degli abiti; non un grido d'augello, non una voce umana, non un rumore d'esser vivo; regnava un silenzio di morte. Gli ontani, spogli di frondi, inchinavano i loro rami carichi di neve sopra il rigagnolo muto ancor esso, perchè rapprese dal ghiaccio erano le sue onde. La brezzolina gelata che soffiava ad intervalli, ora era un sibilo, ora era un gemito. Quel cantuccio della terra, pur così vicino ad abitazioni umane, pareva in quel momento ignorare la esistenza dell'uomo.

Maurilio si fermò là dove soleva sdraiarsi, là dove ragazzo settenne aveva sentito la prima volta passar ne' suoi capelli l'alito del fantasma, scorrer nelle vene il fremito solenne che desta l'apparizione de' morti. Aveva in petto un gran desiderio, una viva aspirazione e insieme una potente e quasi direi commossa fiducia. Era venuto per pregare; ma l'intimo anelito gli diceva che la preghiera poteva essere mezzo valevole di evocazione a quello spirito che da tanto tempo non era più venuto ad aleggiargli innanzi apprensibile da' suoi sensi umani. Il dramma della sua vita era giunto ad una fase suprema; e quest'essere oltreterreno che lo aveva scorto nell'aspro cammino fin'allora percorso, confortandolo, ispirandolo, ammonendolo, poteva esso mancare di venirgli a dire la sua parola? Non aveva egli anche ora e forse più di prima, bisogno d'aiuto, di conforto, di consolazione? Là dove primamente eragli apparito ed avevagli favellato, doveva la sovrumana creatura apparirgli ora e favellargli. La voce vaga e inafferrabile dell'immensa natura doveva condensarsi e farsi concreta nello spiro, che gli parlava all'anima, di quel benigno fantasima. Egli lo credeva, egli lo voleva: egli venne colà a bella posta e stette aspettando.

Volse la faccia verso quel punto del cielo in cui la riga sottile della luce crepuscolare fra la terra e la vôlta nubilosa dell'orizzonte cominciava da bianca a farsi rancia, e pregò.

— Ente supremo ed infinito, Intelligenza assoluta ed eterna, Causa ultima e prima, Anima dell'Universo, a te s'innalza questa creatura finita, a te si volge questa misera intelligenza in sì angusti limiti ristretta, verso te aspira quest'essere contingente, ma che ha pure nel suo intimo una particella dell'eterno, te anela comprendere quest'anima schiava d'una bassa materia, ma che pure è membro di quella grande schiera fraterna d'intelligenze che dal primo manifestarsi della vita sale per tutti i mondi sino all'inconcepibile altezza dell'assoluto, ove tu siedi.

«O natura! Nudrice comune; culla e tomba indefinita della vita terrena; fieramente avversa all'uomo, e colle tue crudeltà fatalmente benigna al suo sviluppo; problema immenso alla mente umana che sempre sei sciolto e sempre rimani; mistero cui la scienza persegue e svela, e sempre ti sottraggi dietro nuovi veli, ritraendoti man mano nel campo dell'infinito; natura che mi afferri e mi tieni, ma non mi possiedi; tu, benchè immensa, non sei l'ambito in cui deve rimaner rinserrato il pensiero, lo spirito, il destino dell'uomo. Tu non sei la madre, tu non sei che l'alimentatrice temporanea di questo spirito che passa traverso a te. Tu non sei causa, nè un complesso di cause; tu sei effetto e complesso di effetti; tu sei un intermediario; per chi ti sa cogliere e dominare tu sei uno sgabello per salire a Dio.

«Iside splendida e superba, le tue braccia potenti m'accolgano, ma non mi soffochino; è la tua vita che si agita in me, circoscritta in questo corpo morituro; ma questo non è tutto l'io che in me pensa e vuole; quando tu decreterai la distruzione di questo corpo che tu mi hai dato, non assorbirai eziandio nel serbatoio eterno della materia questa parte immortale che può sola concepire l'eternità a cui appartiene. Non velarmi tu coll'ebbrezza della tua beltà lo spirito che oltre te siede e te stessa governa, non offuscarmi collo spettacolo della fatalità delle tue leggi il concetto della libertà del volere, della giustizia, della verità della potenza creativa. Io non posso tutta abbracciarti e comprenderti, o natura, colla forza del mio pensiero; ma pur sento che questo mio pensiero si spinge oltre te, che oltrepassa i limiti del tuo regno, tuttochè immenso; sento che il mio pensiero è chiamato ineffabilmente da altezze ineffabili, sento che si sprofonda negli abissi dell'infinito.

«Dio! Dio! Dio! Noi aneliamo ardentemente verso Te, perchè l'uomo ha bisogno della verità, e Tu sei la verità! A Te per una innumera sequela di secoli, per tratto di tempo incalcolabile, là dove cessa il tempo, traverso innumere esistenze, noi verremo accostandosi, senza raggiungerti mai, ma conquistando a volta a volta, mano a mano una parte maggiore di vero. Oh! l'anima mia ha fretta di gettarmi in questo pelago dove splende la tua luce. È un ardore di desiderio che non ha riscontro in nulla di terreno. Dio, chiamami sollecito al mio destino ulteriore: Natura, affrettati a riprender possesso di questi elementi che mi costituiscono un corpo. Ho io ancora una ragione di vivere qui entro questa creta sciagurata? Non ho pagato a sufficienza il mio tributo di prove e di dolori? Fammi passare, Eterno Iddio, per le ombre del sepolcro, onde gli occhi dello spirito si possano riaprire alla maggior luce della vita avvenire.»

Si scoperse la fronte e la espose al soffio del vento gelato che gemeva sommessamente fra i rami degli alberi. Sentiva il sangue salito al capo tintinnargli nelle orecchie e produrgli suoni inapprensibili, che parevano parole d'un misterioso linguaggio.

— Morire, morire, mormorava egli, voglio morire per vivere!

Ad un tratto si riscosse; aveva sentito sulla fronte un soffio diverso da quello del vento: provò per tutte le fibre un fremito soave, come quello che vi desta il giungere improvviso della più diletta persona. L'alito che era passato sulle sue chiome pareva lo sfiorar leggiero d'un bacio. Il cuore gli si mise a palpitare, come in attesa d'un grave avvenimento. Tutte queste cose aveva egli già provate altre volte, e da lungo tempo ora non aveva sentite più: le gli annunziavano il presentarsi dell'apparizione; era come il tocco dello spirito oltreterreno che gli significava: «Son qua.» Quest'apparizione era egli venuto colà con immenso desiderio e con viva speranza avvenisse. Ora ne fu certo. Levò la testa e gli occhi, e guardò.

La cappa nuvolosa del cielo s'era abbassata ancor più sulle montagne e toglieva ogni adito al libero passaggio del chiarore crepuscolare: traverso a quelle nubi di un grigio plumbeo si stacciava, per così dire, un po' di luce che riusciva livida e sfumava i contorni degli oggetti in una strana incertezza di disegno: a pochi passi lontano tutto si confondeva in un buio che pareva quello del vuoto.

Maurilio vide, palpitando, una nebbia, un vapore comparire, coagularsi, direi, in mezzo ai tronchi degli ontani, prender forma e sembianza di donna avvolta in bianco paludamento, ma una forma aerea e diafana, e da questa forma, da quest'ombra, raggiare il benigno sguardo, il mesto sorriso che già conosceva. Il diletto fantasima evocato gli stava pur finalmente dinanzi. Il giovane fece un passo verso lo spirito, come per afferrarlo, per giungerlo colle sue mani tremanti, ma si fermò tosto, non osando più, mancandogliene le forze; cadde in ginocchio sulla neve e tese verso quell'essere non umano le braccia.

— Sei tu, sei pur tu ancora una volta, alla fine! mormorò egli. Che tu sii benedetta! Io ho tanto, tanto bisogno di te.

Tacque ansioso, aspettando. La benignità di quel sembiante lampeggiò più viva; e Maurilio udì nella sua anima, nel suo cervello, nell'intimo dell'esser suo la voce melodiosa, d'una melodia inesprimibile, di cui nulla in terra può dar paragone, che gli parlava soave.

— Tu vuoi morire! Credi tu che l'anima tua sia già di tanto matura nella crisalide terrena, da potere spiegar l'ali, farfalla, nel regno degli spiriti? Non sai che ogni giorno di terreno dolore che passa, la prepara a più eletta sorte, la fa degna di maggior grado nell'avvenire? No, infelice, no, le tue prove non sono finite. Apparecchiati a sostenere le nuove che ti aspettano, con quella forza che ti servì per le passate. Macerato dalla sventura, tu giungerai alla soglia della vita umana, più disposto alla vita superiore che t'attende.

«Non maledire il dolor che ti percuote! Nulla è senza ragione nel creato; e la volontà divina non è il capriccio dell'arbitrio. «Il vaso — ricordalo — non ha diritto di dire al vasellaio: perchè mi hai tu fatto e perchè in questa piuttosto che in quella forma, a questo meglio che a quell'uso[2]?» Ma la ragione il vasellaio ce l'ebbe. Un giorno verrà forse — per gli spiriti che hanno vissuto quaggiù dove tu vivi — in cui potranno alcun poco penetrare dei misteri di Dio. Ciò potrà avvenire anche di te, e capirai la tua sorte e benedirai il flagello onde fosti colpito. Abbi intanto fin d'ora l'istintiva coscienza che non inutili sono le tue pene, e soffri longanime.

[2] Parole di San Paolo.

«Soffri ed ama: soffri e perdona: soffri e confida nel dì futuro!»

La voce che pareva parlare non all'orecchio, ma direttamente nell'animo, si tacque, e tutto l'essere di Maurilio vibrò ancora per un poco di quel suono, come le corde dell'arpa vibrano tuttavia quando la mano ha cessato appena di scuoterle. E il concetto e le parole che lo vestivano erano appunto nel cervello di lui come l'armonia suscitata sulle corde da una mano estranea: il suono è dello stromento, ma la melode è ad esso estrinseca. A Maurilio quelle cose non erano state dette con voce di suono: parevagli, per così esprimermi, che un altro le avesse pensate nel suo pensiero.

— Soffrire! soffrire! gemette il giovane, inginocchiato sempre nella neve. Ma non ho io sofferto abbastanza? Non ho io il diritto di esclamare che s'allontani da me pur finalmente il calice delle amarezze? Oh! mi si strappi almeno dal petto questo amore fatale che ancora mi strugge e che la crudeltà del destino vuole empiamente mostruoso. Ah! tu non sai, spirito benedetto, quanto questo amore mi tormenti e mi affatichi col suo tormento! Quella immagine io non posso scacciare dal mio pensiero, e col mite affetto d'un fratello non posso pensarla! Mi squarcerei a brani a brani il cuore per tormi questa indomita passione. Debbo io fuggire la mia famiglia ora che la Provvidenza mi ha ad essa ricondotto? Mi fu ella mostrata la tenerezza dei domestici affetti e concessami la possibilità di goderne, solo perchè una maledizione venisse a piantarsi fra loro e me e rigettarmene lontano? Dovrò io esecrare il momento in cui ripresi il possesso del nome e delle condizioni che mi spettano?

Maurilio guardava il fantasima, e gli occhi non umani del fantasima guardavano lui. Da questi occhi partì una fiamma, un raggio, una scintilla, un qualche cosa d'inesprimibile che penetrò e si confisse nel cervello del giovane, e gli suscitò di colpo un'idea che mai non gli si era nemmeno adombrata. Era un dubbio strano che prese forma in una domanda.

— Poichè, continuò egli, quello è bene il mio nome, quella è ben la mia famiglia? Non è egli vero?

Stette aspettando ansiosamente la risposta. Il fantasima non la diede: ma una indicibile espressione di mestizia insieme e di pietà apparve sulle sue sembianze. Maurilio con infinita supplicazione protese le mani verso lo spirito.

— Qual è questo mistero che mi si annunzia? che il mio pensiero intuisce nel lampo de' sguardi tuoi?... tu sai la verità di certo... Oh dimmi tutto il vero, qualunque sia...

Si tacque di nuovo in attesa d'una parola, di un cenno. L'aerea forma di donna lo guardava sempre più mesta e più pietosa; ma non parlò, non mosse. Il cuore a Maurilio batteva, batteva.

— Sono io figliuolo di Maurilio Valpetrosa? domandò egli con un'ansia piena d'angoscia. Sono io figliuolo della contessa Aurora?

La neve in quella si mise a cadere; il vento si ridestò più vivo e faceva turbinare le bianche falde intorno ai rami degli alberi. Il bianco fantasima si confuse col bianco della neve fioccante. Parve che quel turbinio avvolgesse, assorbisse, sciogliesse quel vapore condensato in forma di persona; il sorriso del labbro e dello sguardo si fece più lieve, si dileguò, sparì in mezzo alla danza dei fiocchi nevosi per l'aria; ma a Maurilio che guardava intento con pupille fise, parve che nel punto di dileguarsi quella apparizione scuotesse in segno negativo il capo, e quella voce non umana che gli aveva parlato nell'anima, gli susurrasse, ma fievolmente come un'eco lontana, lontana:

— No! no! no!

Il giovane sorse con impeto.

— No?... gridò egli. Io non sono dunque il fratello di Virginia?

Il primo pensiero che gli si presentava era quello dell'amor suo e gli faceva accogliere quasi con gioia l'ispiratogli sospetto.

— Ma dunque io posso amarla? continuava con trasporto inesprimibile. Oh parlami! Dimmelo ancora e più chiaramente... Rispondi, rispondi in nome di Dio! È mia sorella Virginia?

Si avanzò d'un passo verso quel luogo dove gli era apparsa l'ombra. Tutto era svanito e non si trovò in faccia che il cader lento e turbinante della neve aggirata dalla brezza.

Sentì una gran confusione nel suo spirito. Aveva egli visto bene in quel dileguarsi del fantasima? Era davvero un segno negativo quello che gli era stato fatto ed una parola negativa quella che aveva creduto udir pronunziata. E se anche ciò fosse, doveva egli credere fosse quella la verità? E se tutto questo non fosse che illusione? Che fare? Come sincerarsi della realtà delle cose? Se lo spirito aveva dettogli veramente così, e certo non aveva mentito, vorrebb'egli usurpare un posto che non gli toccava, mentre colui che ci aveva diritto viveva chi sa dove, e chi sa come?

Discese lentamente al villaggio. Camminava assorto, il capo chino, le braccia incrociate al petto, non vedendo nessuno, non sentendo nulla, fuori affatto del mondo circostante. Ad un punto sentì una voce che lo chiamava per nome. Gli pareva di conoscer quella voce, ma il suo spirito era così lontano ancora dal mondo presente, che non seppe dirsi di chi fosse; non le badò e continuò il suo cammino; un passo affrettato gli corse dietro e lo raggiunse; una mano si posò sulla sua spalla e la voce che già lo aveva chiamato gli disse:

— Eh Maurilio! sei tu sordo?

Egli si riscosse in sussulto; si volse e si vide dinanzi Gian-Luigi.

La vista del suo compagno d'infanzia fu a Maurilio in quel momento poco piacevole, quasi molesta. Forse perchè veniva a sturbarlo da' suoi pensieri; forse perchè l'irrequietezza dell'anima e l'irritazione dello spirito confuso inasprivano ogni ricevuta impressione.

— Tu qui! esclamò egli con voce ed accento di burbera impazienza. Che vieni tu a farci?

Quercia lo guardò stupito e parve nel suo occhio nero fosse per lampeggiare il risentimento: ma di colpo si atteggiò alla più serena ilarità la mobile espressione della sua bella faccia; ed egli ruppe in una franca risata.

— Affè mia che non lo so io stesso. Avevo detto di venirci come prima avrei potuto, e promissio boni viri.... con quel che segue. Mi sono detto: poichè ho da mantenerla questa promessa, il meglio è che me ne sbrighi il più presto. Siccome son io che meno gli avvenimenti della mia vita, e non gli avvenimenti che menano me, mi sono procurato un giorno di libertà e son volato... coi cavalli dell'omnibus. Sissignore son venuto prosaicamente in quell'orribile baracca rompitrice di ossa umane, per non sciupare il mio bravo cavallo; ed eccomi qua pronto a cogliere sulla mia faccia i baci e le lagrime di tenerezza della povera Margherita... E sei tu che mi facevi rimprovero del non venirci, il quale ora hai da domandarmi con quell'aria di superiore corrucciato che cosa son qui per fare?

Maurilio evidentemente non prestava attenzione alle parole del compagno e non aveva capito nulla. Gian-Luigi con atto di amichevole domestichezza volle passare il braccio in quello di lui, ma egli si riscosse a quel tocco e ritrasse in là la persona guardando l'amico con sì torbida cera che Quercia si fermò su due piedi.

— Orsù, diss'egli con accento e con isguardo superbamente risentiti; che novelle son queste? che ti frulla pel capo, e con chi pensi tu ora di aver da trattare? I fumi del tuo nuovo stato ti sono eglino già saliti così stupidamente alla testa da metterti — e verso di me! — in una stolida superbia?... Senti tu già il gorgoglio del sangue patrizio ignorato pur ieri?

Maurilio parve allora destarsi da un sogno penoso.

— Io superbia? esclamò. Sangue patrizio, io?

Gli sembrò vedere ancora, in mezzo al bianchiccio della neve cadente, la leggera forma del fantasma scuotere il capo in segno di negazione.

— No, no..... Non ho superbia, non ho sangue patrizio.... Sono plebeo, tutto plebeo, non altro che plebeo.

Gian-Luigi lo guardò attentamente con occhio acuto, penetrativo, profondo; subodorò un segreto.

— Perchè parli tu così? diss'egli lentamente. È il tuo animo che senti fallire alla nuova condizione, o questa che ti fallisce?

Maurilio fu sul punto di narrar tutto; ma guardando il suo compagno gli vide nel volto e nella pupilla soprattutto una intentività quasi maligna che respinse in lui la fiduciosa espansione; crollò il capo, fece un atto colla mano per significare: gli è nulla; e si tacque.

Camminarono alquanto in silenzio l'uno accosto all'altro per la via deserta del villaggio; quando apparve loro dinanzi la modesta facciata della chiesa in fondo alla piazza, il medichino domandò bruscamente:

— Dove sei tu avviato?

— Rientro in casa di Don Venanzio.

— Ed io vo dalla Margherita. Annunzia la mia visita al parroco; fra dieci minuti sarò a salutarlo e domandargli un boccon d'asciolvere.

Maurilio, colla mente ancora preoccupata, disse sbadatamente:

— Se ti accompagnassi dalla Margherita....

— No: interruppe con vivacità Gian-Luigi: queste scene di riabbracciamenti non vogliono testimonii.

— Hai ragione. A rivederci dunque fra poco nella canonica.

— A rivederci.

Si separarono. In breve Gian-Luigi fu alla porta del tugurio, dove, ad un'estremità del villaggio, abitava la povera donna che gli aveva fatto da madre. Picchiò a quel povero uscio di assi tarlati e poco ben connessi, senza che la menoma emozione gli turbasse il regolare battito de' polsi. Un passo lento e trascinantesi si udì accostarsi nell'interno della capanna; l'imposta fu aperta e si presentò sulla soglia la persona ricurva della vecchia Margherita, il capo avvolto nel suo grossolano fazzoletto, la sua conocchia piantata al fianco nel legaccio del grembiule e il fuso tra mano. La si aspettava così poco di trovarsi innanzi il suo figliuolo adottivo in quel momento che guardò meravigliata quel signore elegantemente vestito che era venuto a picchiare il suo uscio e non riconobbe in esso colui che da tanti anni non aveva più riveduto ed aveva desiderato rivedere pur sempre.

Però, senza sapersene dire essa stessa una ragione, la sua voce fiacca e velata tremava più dell'ordinario quando gli chiese con parole confuse che parevano un balbettìo che cosa volesse, di chi cercasse.

— Ah! voi non mi riconoscete più, mamma Margherita? Disse il giovane con un piacevole e schietto sorriso.

La vecchia lasciò cadersi il fuso e strapparsi il filo, alzò le scarne mani abbronzate, all'altezza della testa, e battè palma a palma, gettando un grido cui la soverchia intensità dell'emozione soffocò a mezzo.

— Sei tu! Sei il mio Giannino! esclamò: oh Santa Vergine dei dolori!...

E quelle mani secche, inaridite, color di rame, tremanti per gli anni e pel tanto turbamento di quell'istante, allungò verso il giovane per istringerlo al collo, per afferrare quel capo diletto e tirarselo a sè a baciarlo ed abbracciarlo e stringerlo ai miserabili panni che le coprivano quel seno che lo aveva alimentato. Ma Gian-Luigi — fu egli un istintivo impulso di vergogna che lo spingesse a sottrarre la vista di quell'amplesso della pezzente agli sguardi di chi poteva passare per la strada, fu il pensiero amorevole di levar via più presto dall'aria ghiaccia che soffiava sul villaggio il debil corpo della vecchia? — Gian-Luigi afferrò quelle braccia che si stendevano con tanto amore verso di lui e per esse trasse indietro la donna finchè ambedue furono entrati nel tugurio e la porta potè richiudersi dietro di loro.

— Ed ora, diss'egli poi ripigliando quel suo leggiadro sorriso, mamma Margherita, abbracciatemi pure.

La donna lo guardava con occhi che per miracolo avevano ritrovata una parte dell'antica vivacità della loro giovinezza. Quel sorriso del suo Giannino, com'ella, per antica abitudine, lo chiamava pur sempre, le illuminava lo squallido suo abituro come un raggio di sole primaverile entratovi ad un tratto a dispetto della stagione e della neve. La voce di lui suonavale come la più gradita melodia del mondo.

— Sei tu! sei tu! sei il mio Giannino! Oh Santa Vergine dei dolori! ripetè essa come se la non sapesse trovare altre parole; e gettategli le braccia al collo lo baciò e lo ribaciò sopra una guancia e poi sull'altra, e poi sulla fronte, e poi sulle labbra, e finì per rompere in un pianto dirotto con forti singhiozzi.

L'impressione del tristo giovane non fu di tenerezza. Le malvagie passioni troppo avevangli guasto il cuore e smussata la sensibilità, perchè egli comprendesse la profonda e santa emozione di quella povera vecchia, la partecipasse e vi si compiacesse. In quell'amplesso, a contatto di quelle vesti fruste e rappezzate, di quelle membra magre e sfiacchite, sentì come un odore disgustoso di miseria e d'angustie; gli parve quasi che il bisogno e l'abbiezione e la vergognosa umiltà di quel miserabile ceto plebeo da cui egli aveva tanto fatto per uscire, incarnati nella persona di quella squallida vecchia, gli gettassero le braccia al collo per riprenderlo in loro possesso, per trarlo a precipitar di nuovo nell'oscuro abisso. Si sciolse dall'abbraccio e disse non senza qualche impazienza:

— Via, via; non piangete così. Affè che non ci vedo nulla da piangere!

Margherita si asciugò in fretta le lagrime.

— Hai ragione..... Non so nemmeno io perchè piango..... dovrei essere così allegra..... Lo sono, sai..... Vorrei farti tanta festa e non so.....

Non vi starò a ripetere tutte le parole di quella povera donna, che avrebbe voluto poter cambiare in un tratto la sua capanna in una reggia con ogni abbondanza di ben di Dio per accogliere degnamente il suo diletto figliuolo. Non vi dirò i suoi ringraziamenti per l'invio delle mille lire, le proteste ch'ella fece quando udì che Gian-Luigi di quella stessa giornata sarebbe ripartito, e le preghiere per farnelo fermare almeno un giorno ancora. Il giovane che tutti questi discorsi tollerava con appena velata impazienza, li troncò per farsi egli a dire quello che più gl'importava e che era stato la vera cagione della sua venuta.

— Date retta, Margherita, cominciò egli mettendole una mano sulla spalla e guardandola ben fiso affine di richiamare alle sue parole tutta l'attenzione di lei: se un gran pericolo mi pendesse sul capo e voi poteste stornarlo, non è vero che lo fareste?

La vecchia strinse le mani in atto di quasi offesa meraviglia.

— Dio buono! Santa Vergine dei dolori! E me lo puoi domandare?... Farei ogni possibil cosa... darei questa grama di vita... e più ancora... per venirti in aiuto... Ma pur troppo, che potrò io mai fare per te, io, povera vecchia?...

— Voi potrete assai. Un pericolo può minacciarmi da un momento all'altro; e voi, non con fatti, ma con sole parole, potete concorrere a salvarmene.

— Parla, parla. Che debbo fare? che debbo dire?

— Voi potreste essere chiamata da qualche autorità a dare informazioni del mio passato, a narrare la storia della mia infanzia: così disse Gian-Luigi con voce bassa e pronunzia spiccata, parlando lentamente e tenendo sempre una mano sulla spalla a Margherita e gli occhi entro gli occhi perchè le cose ch'ei diceva le si imprimessero ben bene.

La vecchia non moveva un dito, non batteva palpebra: aveva concentrata tutta la sua vitalità negli occhi che fissavano il giovane e nelle orecchie che assorbivano avidamente le parole di lui; ad ogni motto quasi ch'egli pronunziava la faceva un leggier cenno del capo, come per dire: «ho capito, questo non mi scappa più.»

— In tal caso, continuava il medichino, voi ripeterete parola per parola ciò che ora verrò dicendovi.

Espose in quel modo lento e con quel tono spiccato la favola della sua sorte che aveva narrata al signor Giacomo Benda ed al commissario Tofi; appena la ebbe finita, la ricominciò da capo e tornò a dirla tutta perchè di subito la si fermasse con tutti i suoi particolari nella memoria di Margherita; e poi come ricapitolando soggiunse:

— Voi dunque affermerete che fu il dottore il quale vi mandò all'ospizio a prendere non un trovatello qualunque, ma uno particolarmente designato, quello cioè a cui per contrassegno, nell'esporlo era stata messa tra le fascie la metà d'una lettera lacerata per lo lungo, nella quale si leggevano le tali e tali parole, voi direte che fino dai primissimi tempi, il dottore medesimo, benchè di nascosto così che nessuno potesse accorgersene, pigliava interesse di me e veniva di quando in quando segretissimamente a visitarmi; aggiungerete ch'egli vi pagava eziandio in segreto, e che dalle sue parole avevate potuto capire che agiva dietro mandato di qualche lontana persona; e infine — e qui non avrete più che da dire la verità — che più tardi egli mi prese seco e fu lui a farmi studiare, e quando morì mi lasciò una parte della sua eredità.

Margherita aveva sempre ascoltato a bocca ed occhi larghi, immobile come una statua.

— Avete capito? le domandò il giovane.

Ella accennò di sì.

— Sareste capace di ripetermi questa storiella? Su via, provatevici.

La vecchia ripetè dal principio alla fine, senza sbagliare d'un punto.

— Benissimo! Ma converrà che la riteniate ben bene a memoria, e che ogni qualvolta possa occorrere, voi siate in grado di dirla come adesso, senza imbrogliarvi e confondervi.

— Me la ripeterò fra me stessa, mattina e sera, tutti i giorni.

— Brava! E se vi domanderanno come avvenne che il medico pagandovi secondo quello che dite, voi siate pur sempre rimasta nella miseria, risponderete che spendevate ogni vostro danaro a giuocare in segreto al lotto.

Margherita espresse per la prima volta un po' di scontentezza.

— Ah! questa è una ben grossa bugia.

— Non più grossa delle altre: rispose asciuttamente Gian-Luigi guardandola con quel piglio che ne imponeva a qualunque: e conviene dirla se il bisogno lo vuole.

La vecchia curvò il capo.

— E se, continuava il giovane, vi domandano eziandio perchè non avete detto nulla mai a nessuno di codesto, risponderete che avevate giurato di conservare su ciò il più assoluto silenzio, ma che ora, avendo prestato un altro giuramento: quello di dire la verità a chi v'interroga, siete costretta a svelare quello che non avete mai detto.

Margherita sollevò di nuovo in volto al figliuolo gli occhi che aveva chinati a terra.

— Come! diss'ella: un altro giuramento? Non capisco.

— Sì: rispose Gian-Luigi con qualche impazienza. Molto facilmente se ciò avviene — e potrebbe anche darsi che nulla di ciò avvenisse — prima di interrogarvi vi faranno giurare di dire la verità...

— Ed io, interruppe la donna spaventata: dopo aver giurato di dire il vero, non direi che bugie?... Un giuramento falso... Oh mai!

Un lampo passò negli occhi di Gian-Luigi.

— È questo dunque l'amore che diceste avere per me? diss'egli frenando il subito moto della sua ira: è questo quello zelo che vantavate di voler fare qualunque cosa per util mio?

— Qualunque cosa, sì... son pronta... Ma perdere l'anima poi!...

Quercia stette un momento a riflettere se gli convenisse meglio ricorrere ai mezzi violenti per rompere quell'inaspettata opposizione della vecchia, oppure agli amorevoli. Si decise per questi ultimi. Prese ambedue le mani di Margherita, le strinse nelle sue, e disse con quello sguardo ammaliatore e con quella sua voce soave che erano tutta una seduzione:

— Sentite, mia buona e cara madre. Si tratta per me di tutto il mio destino, di onore o disonore, di vita o morte. Ho confidato in voi: vorreste ora mancarmi? Quando mi vedeste assolutamente perduto, che rimorso non sarebbe il vostro, dicendovi: «io poteva con una mia parola salvarlo, e nol feci!» L'anima si salva facendo opere buone: e qual opera migliore, quale più doverosa per una madre — e voi siete una vera madre per me — che quella di togliere alla rovina, all'onta, alla disperazione suo figlio?

La donna vacillava; non era la forza degli argomenti usati da Gian-Luigi che la sommovesse: ella era in quel momento così turbata, che appena se capiva le parole di lui; era la voce, era lo sguardo del giovane che le penetravano così dolcemente e potentemente nell'anima: era il suo sterminato affetto che la dominava e stava per superare ogni contraria ragione.

— Mi consulterò con Don Venanzio: diss'ella timidamente.

— No; proruppe con vivacità il giovane. Con nessuno conviene che vi consultiate, e meno con lui che con altri. Ah! non avrei aspettato in voi tanta esitazione, sì poco amore!....

La misera a questo rimprovero crudelmente ingiusto non rispose che con un gemito e con uno sguardo; ma e lo sguardo e il gemito dicevano di molte cose, per cui Gian-Luigi avrebbe avuto da arrossire e gettarsele in ginocchio dinanzi a domandarle perdono. Egli mostrò non aver pure avvertito quella muta, eloquente protesta, e continuò nel suo dire, e tanto seppe colle melate parole e colle preghiere circonvenire l'animo di quella povera donna che ne ebbe ottenuta solenne promessa, ella farebbe tutto a senno di lui, non si ritrarrebbe innanzi al falso giuramento, non farebbe parola di nulla al parroco.

Gian-Luigi uscì per recarsi da Don Venanzio: Margherita disse che sarebbe andata a ritrovarlo colà fra poco tempo per vederlo ancora, per rimanere ancora un po' di tempo prima ch'egli ripartisse; ora la infelice aveva bisogno di esser sola. Il giovane nell'abbandonar la capanna le fece la grazia di abbracciarla; e poi si allontanò col suo passo franco, l'aspetto allegro e sicuro, lo sguardo vivace e dominatore; e nessuno avrebbe detto che gravi cure lo travagliavano e più grave pericolo incombeva sul suo capo.

Margherita, appena fu uscito il figliuolo, cadde in ginocchio sul freddo pavimento della sua miserabile capanna, e serrando le mani in atto di fervente preghiera, esclamò:

— Dio mio! Dio mio! Ho fatto tanti sacrifizi per quel ragazzo; ed avessi anche da far questo? Risparmiatemi voi, Santa Vergine dei dolori; risparmiatemi questo peccataccio mortale..... Che se sarà necessario, dopo avergli sacrificato la mia vita terrena..... ebbene, gli sacrificherò anche l'anima.

Gian-Luigi con Don Venanzio e Maurilio fu del più libero e lieto umore del mondo, tanto che riuscì perfino a dissipare alquanto le nubi che erano raccolte sulla fronte del suo compagno d'infanzia: disse che per quella volta non aveva potuto procurarsi il piacere d'una più lunga dimora al villaggio, ma che sarebbe tornato prossimamente e per rimanervi alcuni giorni. Fu ameno, amorevole, piacevolissimo come sapeva essere quando volesse. Margherita sopraggiunse: ma una mestizia di cui Don Venanzio non sapeva darsi ragione offuscava in lei la gioia di rivedere il figliuolo: essa lo guardava fiso, fiso, in silenzio, alcuna volta le lagrime venivanle agli occhi. Quando però il giovane partì, ella seppe rattenere il pianto.

— Ricordatevi: le susurrò Gian-Luigi all'orecchio, dandole l'ultimo abbraccio.

Ella rispose con un cenno affermativo del capo.

— Che cosa avete? domandò il parroco alla vecchia, quando il giovane fu partito. Mi par di scorgere in voi la mostra d'un nuovo dolore.

— Nulla, nulla: rispose sollecitamente la poveretta, e s'affrettò ad allontanarsi.

Gian-Luigi, tornato a Torino, trovò a casa sua un altro bigliettino di quel suo anonimo avvisatore; non v'erano scritte che queste parole:

«Affrettatevi. I sospetti crescono. Si tende una rete intorno a voi. Il conte L. fu pregato di un abboccamento dal Direttore generale della Polizia.»

Quercia stette un istante con questo biglietto in mano, le sopracciglia aggrottate, la sua ruga caratteristica incavata sulla fronte; poi si riscosse, e stracciando a minuti pezzi la carta che poi gettò ancora sul fuoco, disse fra sè:

— Mi affretterò... Il conte poi, ne sono sicuro, non dirà nulla che mi possa pregiudicare.

CAPITOLO XVI.

Era il vero che il conte Langosco di Staffarda aveva ricevuto dal generale Barranchi un biglietto con cui lo pregava a recarsi da lui in quell'ora e in quel momento che gli fosse più comodo.

La determinazione di scrivere questo biglietto il Comandante dei Carabinieri l'aveva presa dopo un colloquio avuto col signor commissario Tofi; e per esporre tutto per ordine ciò che avvenne e le cagioni di questi abboccamenti, torniamo indietro un momento, a quel punto, in cui partitisi ambedue da quel funesto luogo in cui si esponevano i cadaveri degli sconosciuti e dove s'erano incontrati innanzi alla salma di Ester annegatasi, il medichino e Macobaro s'erano recati, il primo a casa sua, il secondo nel riposto quartierino dove Barnaba stava guarendo dalla ferita avuta dallo stile di Graffigna.

Entriamo anche noi in quella piccola, modesta e oscura stanza, dove giaceva il poliziotto.

Come già fu accennato, il miglioramento della sua salute era tale ch'egli già poteva starsene seduto sul letto, le spalle appoggiate ai cuscini. Più che l'arte del medico, più che i farmaci dello speziale, ad affrettare la guarigione del ferito erano la forza, la tenacità, il meraviglioso vigore del suo volere costante e fisso in un pensiero solo. Le guancie aveva pallidissime, e il volto, già magro abitualmente, in quei pochi giorni di malattia eragli diventato così scarno e macilento che più non potrebbe un tisico nell'ultimo periodo del suo male; ma gli occhi, che dapprima aveva sempre per ordinario come velati da una nube, ora brillavano di un nuovo splendore che pareva ed era in vero il riflesso del fuoco interiore d'una passione che vegliava continua, e cui nulla avrebbe deviata dal camminare verso il suo appagamento.

Accanto al letto, quasi accoccolato sopra un basso sgabello, i gomiti puntati sulle grosse ginocchia e la testaccia arruffata nascosta nelle mani che parevano quelle di un gigante, stava Meo, il quale era mutato ancor egli d'assai da quello che appariva nella taverna di mastro Pelone, ed avreste detto esser malato eziandio. E lo era diffatti; aveva un male che si poteva paragonare a quello della nostalgia; e n'era cagione il non aver più visto da parecchi giorni, che a lui parevano tantissimi, la faccia grassotta, rubiconda, rubesta, e gli occhi assassini della Maddalena.

Meditavano tuttedue; Meo ad un punto avea rotto il silenzio facendo questa domanda:

— Se io andassi a vederla solamente un minuto, che male ci sarebbe?

Barnaba era così affondato ne' proprii pensamenti che non gli diede retta.

Meo ripetè la sua interrogazione. Il giacente udì, ma non comprese, e vedendo la grossa faccia del giovinastro volta verso di lui con ansiosa aspettazione gli domandò che cosa avesse detto.

— Dico che non ci potrebbe esser punto male s'io andassi a vederla un minuto. Proprio solamente tanto da vederla. Ho bisogno di vederla io quella donna.

Barnaba ebbe un lieve fremito nelle sue fibre. In mezzo alle tante, varie, molteplici, aggrovigliate fantasticherie della sua mente compariva anche per lui un'immagine di donna: degli occhi ora chiari e sereni, ora scuri e torbidi, delle labbra carnose color di sangue, delle chiome fulve, una persona di forme voluttuosamente procaci.

— Vederla! esclamò egli, il quale sentiva nel suo intimo vivissimo pure il desiderio di avere innanzi reale quella bellezza che vagheggiava colla immaginazione. Chi vedere? Di che donna parli tu?

— Di Maddalena.

Barnaba fece un atto d'impazienza.

— Ci sarebbe male e di molto: rispos'egli. All'osteria ti si tratterrebbe, ti si interrogherebbe, tu non sapresti dissimulare.... e la nostra vendetta ci sfuggirebbe di mano.... Non vuoi tu più giungere a far tua quella donna?

La sciocca faccia di Meo divenne rossa, e le pallottole di vetro che aveva nelle occhiaie ebbero un bagliore, che pareva lume d'intelligenza.

— Oh sì! diss'egli con forza.

— Non vuoi tu più vendicarti di quell'altro?

— Oh sì: ripetè egli con più forza e con più vivo luccicar degli occhi.

— Abbi dunque pazienza alcuni giorni ancora, ed avrai l'una e l'altra soddisfazione..... Sì pochi giorni soltanto, e poi potrò agire: lo sento, lo voglio.

In quella entrava il vecchio rigattiere ebreo, la faccia terribilmente sconvolta; stampata entro la mente l'immagine del volto di sua figlia annegata che aveva visto poc'anzi.

Barnaba comprese tosto che il momento era venuto di apprendere tutto quello che desiderava.

— Jacob, diss'egli, ora mi sento abbastanza forte per cominciare l'impresa che deve procurarci a tuttedue una desiderata vendetta. È tempo che favelliate.

— Sì, rispose il padre di Ester, guardando torbidamente intorno. Sono venuto apposta.

Meo fu mandato nell'altra stanza, e Macobaro fece a voce bassa al poliziotto un lungo racconto, che durò quasi un'ora.

Quando il vecchio ebbe finito successe un lungo silenzio; ambedue stavano meditando. Fu Arom che ricominciò a parlare:

— Ella mi salverà, non è vero?

— Sì: rispose Barnaba che tutto aveva già fissato in mente il modo di agire. Vi farò assicurare, come a propalatore, la impunità.

Un'altra idea s'affacciò in quella alla mente del vecchio usuraio pel quale la passion del denaro era sempre la prima.

— Ah! esclamò egli: non vorrei perderci in codesto i miei poveri denari che ho dati a quello scellerato dietro una cambiale coll'avallo della contessa di Staffarda.

Queste parole fecero nascere un nuovo pensiero in Barnaba. Avvisò che anche di codesto poteva trar profitto pel conseguimento del suo scopo. Gli influenti personaggi con cui il medichino aveva attinenza e che lo proteggevano, avrebbero forse pensato a sottrarlo, anche per riguardo a se stessi, alla giustizia; sarebbe stato opportuno far nascere in quei medesimi il desiderio eziandio di vederlo perduto, e forse quella cambiale gli porgeva il destro da ciò.

— Quel titolo, diss'egli a Macobaro, vorreste voi affidarlo a me?

Il vecchio fece una smorfia che dinotava chiaramente come questo partito poco gli piacesse.

— Voi siete nelle mie mani, e potrei imporvelo con assoluto comando; vi consiglio però a farlo di buon grado, assicurandovi che non sarete defraudato dell'aver vostro.

Jacob capì che bisognava rassegnarsi; e di quel giorno medesimo consegnava sospirando nelle mani di Barnaba la cambiale in quistione.

Ora, il giorno dopo, capitava giusto nella stanza del ferito il commissario Tofi, il quale veniva a narrargli tutto ciò che era avvenuto a proposito del dottor Quercia e che abbiamo visto nei capitoli precedenti.

Barnaba ascoltò silenziosamente a suo modo, e poi disse:

— Ciò che vi ha di pregiudizievole in codesto si è che così venne data a quel briccone la sveglia, e ch'ei penserà a porsi in salvo. Conviene farlo custodire ben bene perchè non fugga.

— Ho già dato gli ordini opportuni per ciò..... Ah! l'avrei fatto arrestare senz'altro. Ma il conte Langosco, che a dispetto di tutto lo protegge sempre, sarebbe andato dal generale Barranchi, e mi si sarebbe fatto un rabbuffo.

— Il conte Langosco non lo proteggerà più. Se l'affare dei diamanti non ha bastato, ce n'è qui un altro che lo indegnerà vivamente contro quel cotale e gli farà nascere una maledetta voglia di vederselo torre per sempre dai piedi. Agendo con prudenza si può ottenere d'avere il conte dalla nostra.

Diede la cambiale che sappiamo al Commissario e gli espose quello che a suo avviso doveva farsi, e come. Il signor Tofi approvò tutto e tolse commiato per andar tosto a mettere in pratica i datigli suggerimenti.

— Fra cinque o sei giorni potrò stare in piedi: disse a mo' di conclusione Barnaba, i cui occhi brillavano fieramente: potrò procedere io stesso all'arresto ed alla perquisizione di chi so io e dove so io.

Delle rivelazioni fattegli da Macobaro intorno alla cocca ed al suo capo, non aveva ancora voluto dir nulla al Commissario perchè a sè desiderava serbato l'onore e la soddisfazione dell'importante cattura.

Il signor Tofi si recò dal conte Barranchi, e fu dietro il colloquio avuto insieme che il generale domandò al marito di Candida quell'abboccamento che abbiamo detto.

Barranchi, quando Langosco fu da lui, non fece che ripetergli le parole che destramente gli aveva suggerito il Commissario e che da costui erano state combinate con Barnaba.

— Vengo a darvi un'altra prova, conte, del come la mia polizia si faccia: disse con importanza il generale. Noi sappiamo tutto! E sappiamo qualche cosa che vi riguarda, che forse non sapete nemmeno voi.

— Che cosa? domandò torbidamente il conte che da qualche giorno, per le buone ragioni che conosciamo, non era di umore nè ciarliero nè tollerante.

— Fra noi, amici da lungo tempo, della stessa classe, delle medesime idee, possiamo parlarci francamente, non è vero? D'altronde voi lo sapete che io non ci ho mai valuto niente nelle diplomaticherie. Sono un militare, tutto d'un pezzo, e basta. Ecco dunque di che si tratta. Vostra moglie si è lasciata abbindolare così da mettere la sua firma per avallo ad una cambiale del valore di 52 mila lire.

Il conte sussultò, ma non disse nulla.

— Chi le ha carpita questa firma, continuò Barranchi, forse voi potrete indovinarlo.....

— Lo indovino: interruppe con accento cupo Langosco, alle cui guancie saliva un lieve rossore. Ebbene? e con ciò?

— Noi non si vuole che una famiglia come la vostra sia esposta a certe pubblicità, a certi commenti.....

Il marito di Candida fece un atto che significava nello stesso tempo un ringraziamento e il desiderio di veder troncate quelle parole.

— La disgraziata cambiale abbiamo trovato modo di averla in poter nostro.

— Sì? proruppe vivamente il conte di Staffarda. Lasciatemela vedere, vi prego.

Barranchi la prese da uno dei cassettini della scrivania e glie la porse. Langosco esaminò attentamente la firma della moglie, e più amaro del solito gli sfiorò le labbra il suo ghigno.

— Ebbene, diss'egli al generale porgendogli il foglio, non vedo qui che ci sia nulla da fare. All'epoca della scadenza la contessa farà onore alla sua firma.

— Legalmente ella non poteva obbligarsi....

— La contessa ha firmato: disse con vibrato accento Langosco; e la contessa pagherà.

— Ma quell'uomo a cui favore diede il suo nome è uno sciagurato, indegno d'ogni riguardo.

Il conte scosse la testa come per dire che ciò non ci aveva nulla da fare nella quistione.

— Voi non lo conoscete ancora bene, continuava Barranchi. Abbiamo dati positivi per credere che quel cotale è capace di tutto.... Si hanno i più gravi sospetti sul conto di lui.... Volete che ve lo dica?... E guardate quanto bisogni davvero andar guardingo nello stringere attinenze fuori della nostra classe... Si dubita che quell'individuo sia complice degli assassini dell'usuraio Nariccia.

Langosco, a cui questo brutto sospetto si era già presentato eziandio, impallidì, ma non disse verbo.

— Sapete, continuava Barranchi, che il nostro diligente commissario Tofi aveva già pensato farlo arrestare e perquisire la sua abitazione?

— Ciò non dev'essere, disse vivamente il conte di Staffarda, il quale mise una mano sul braccio del generale come per chiamarne vieppiù l'attenzione sulle sue parole. Siamo amici, generale, ed io per rendervi un servizio che salvasse il decoro della vostra famiglia farei tutto quello che fosse in mio potere. Conviene che ci sosteniamo e ci aiutiamo a vicenda noi che lo spirito rivoluzionario moderno minaccia.... Quel cotale non conviene sia arrestato e gli si faccia un processo.

Abbassò la voce e disse lentamente:

— Fra una settimana sarà fuori di Stato, ve ne do la mia parola.... Aspettate una settimana a farlo arrestare.

Barranchi fece gravemente un segno negativo e Langosco aggrottò le sopracciglia.

— Mi neghereste ciò, anche s'io ve lo chiedessi come un favore?

— Ve lo negherei, perchè così vuole il vantaggio del pubblico.

Il conte di Staffarda fece un brusco movimento cui tosto però represse: il generale continuava:

— Perchè così vuole eziandio il vostro medesimo interesse.

— Oh come?

— Nella stessa guisa che quel mariuolo ottenne questa cambiale, può avere ottenuto altre carte, altri documenti, lettere... o che so io, per cui possa rimanere compromessa qualche persona.... qualche persona, voi mi capite.... che non da me certo, e nemmeno da voi, si vorrebbe potesse venire in ballo. Ora siffatte carte in una perquisizione cadrebbero in potere degli agenti della polizia...

— Ed è ciò che vuolsi evitare: proruppe vivamente Langosco.

— No: disse il generale sorridendo furbescamente, e tenendosene d'un'accortezza che non era sua: no, perchè — (e qui abbassò ancor egli la voce) — quelle carte, qualunque siensi, venute nelle mani d'un uomo acconcio, a cui si daranno le opportune istruzioni, del medesimo commissario Tofi, per esempio, fidatissimo e intelligentissimo, potranno passare senza ritardo qui nel mio studio, e di qua a voi medesimo che ne potrete fare ciò che più vi aggradirà.

Il marito di Candida prese vivamente la mano del Comandante dei Carabinieri e glie la strinse forte per muto attestato di riconoscenza.

— E ciò, seguitava il generale trionfante, varrà sempre meglio che lasciare in potere di quello sciagurato, ancorchè se ne vada in altri paesi, un'arma che potrà rivolgere a vostro danno quando che sia.

— Avete ragione: disse con voce soffocata il conte di Staffarda.

— E pensate che se gl'indizi non c'ingannano, e son tali da poter essere omai sicuri di ciò, colla cattura di costui avremo in mano le fila di quella iniqua setta di malandrini, cui si devono i tanti misteriosi delitti che ebbero luogo ultimamente. Quanto a quella cambiale poi...

— Quella sarà pagata: interruppe con una certa alterigia Langosco, e prese quindi commiato dal generale.

— Contessa; disse poscia con severità quasi sprezzosa il conte a sua moglie, appena fu solo con lei: conviene che vi procuriate al più presto le cinquantadue mila lire da pagare quella cambiale che avete firmata.

Candida levò la testa e gli occhi verso il marito; e senza parlare lo guardò coll'aria smemorata ed offesa di chi non capisce ciò che gli vien detto, e crede d'esser fatto mira d'uno stupido ed insolente scherzo.

Il conte seguitava:

— A me è assolutamente impossibile procurarmele; ma con tutto ciò esigo e pretendo che in pochi giorni quella somma sia pagata. Se non ci avete altro modo, ricorrete a vostro padre, il quale per l'onore della sua figliuola non vorrà, spero, far la menoma difficoltà a venirvi in aiuto.

La contessa guardava sempre il marito di quella guisa, se non che nei suoi occhi scuri si accresceva ogni minuto più la fiamma dello sdegno.

— Vorrete voi avere la compiacenza di por termine a questo che io non so come chiamare, se sciocco scherzo, o temeraria menzogna? Proruppe ella con accento pieno d'ira contenuta e con voce che vibrava profondamente agitata. Siete voi che avete bisogno ancora di tal somma ed avete inventato questo bel metodo per estorcerla alla mia condiscendenza stata troppa finora?

Langosco mandò un'esclamazione soffocata in cui c'erano collera, dolore, vergogna, e si trasse indietro d'un passo come se dal colpo d'una mano robusta al petto fosse stato respinto.

— Ah voi mi calunniate ed insultate! diss'egli con una specie di ruggito.

Candida, che fin allora era rimasta a sedere, si drizzò in piedi, e la faccia dritta levata, fulminando il marito con uno sguardo superbo esclamò:

— E voi che state facendo verso di me? Insulti e calunnie sono le vostre parole, ed io sono una donna, signor conte.

Il marito represse quell'ira che sentiva nel suo petto presso a prorompere. Sapeva quella donna troppo fiera per abbassarsi a mentire ed abbastanza audace per non isconfessare qualunque sua azione. Un sospetto che ancora non gli era balenato alla mente glie ne nacque di botto. Quell'uomo di cui egli aveva creduto scoprire pochi giorni prima che giuocava di baro, che era ritenuto complice d'un assassinio, non era egli capace di tutto? Il conte tornò accostarsi a sua moglie, e guardandola ben bene entro gli occhi, la sua faccia magra e giallognola a un palmo appena di distanza dal viso di lei, di qualche tempo patito e pallido, le disse con parola lenta e spiccata:

— Voi dunque non avete firmata a favore di quell'uomo una cambiale di 52 mila lire?

— Nessuna: rispose seccamente la contessa.

— Ebbene: disse con feroce crudeltà il marito: quella cambiale col vostro nome, l'ho veduta io stesso poc'anzi; e ciò vuol dire che il vostro amante, signora contessa, è tutt'insieme un baro, un assassino ed un falsario.

Le guancie di Candida si fecero d'un rosso cupo e impallidirono poi tosto; gli occhi lampeggiarono e ratto si spensero; le labbra frementi s'aprirono e s'agitarono come sotto la pressione di fiere parole che stessero per prorompere, ma non una voce ne uscì. Da parecchi giorni troppe e troppo fiere erano le emozioni onde quella misera donna era colpita: a quest'ultima non resse. Credette ella o non credette la terribile accusa? Non ebbe campo a sceverare ella stessa nella confusione della sua mente le proprie impressioni. Sentì uno sdegno indicibile e insieme, in fondo all'anima, una segreta, tremenda paura. Il cuore cessò di batterle, il cervello fu oppresso dall'èmpito del sangue che vi salì vorticoso: agitò le braccia, mandò un rantolo, e su quella poltrona da cui s'era drizzata poc'anzi ricadde pallida come un cadavere.

Il conte le fu presso senza premura, senza interesse, senza pietà nessuna, e la esaminò attentamente.

— Animo! diss'egli coi denti stretti: non è tempo di svenimenti; fatevi coraggio ed udite tutto il vero.

Le prese una mano e la trovò inerte e fredda poco meno che quella d'una morta; la lasciò ricadere, e guardò un istante la donna svenuta con più amaro che mai sulle labbra il suo ghigno; poi diede una forte tirata al cordone del campanello.

— La vostra padrona è svenuta: disse alla cameriera che si presentò: soccorretela, mettetela a letto, e si mandi tosto per un medico.

E lento e tranquillo rientrò nelle proprie stanze.

Dopo uno svenimento di mezz'ora, Candida risensava e in mezzo alla confusione delle idee in cui si trovava tuttavia e all'indolorimento generale del corpo, il suo primo pensiero era quello della orrenda novella appresa dal marito. Che questi era incapace di mentire e calunniare troppo ella sapeva. La cambiale falsa era dunque un fatto reale. Delle altre accuse in quel momento non si ricordava, non si preoccupava. Non aveva tempo nè spirito da indegnarsi, da soffermarsi a considerare l'infamia e la scelleraggine della cosa; al suo animo di donna fatalmente posseduto da una tenace, indomabile passione, un solo oggetto premeva, un solo si presentava: quello di salvare il suo amante. Per ciò non v'era che un modo solo, e il conte medesimo glie lo aveva additato: ricorrere a suo padre, farsene dare la somma occorrente, pagar tutto, ottenere coll'influsso del barone La Cappa che in ogni modo l'affare rimanesse soffocato, a Quercia non si desse molestia. La cosa premeva, bisognava correre senza indugio, Candida volle scendere di letto e non potè; le parve d'essere inchiodata in mezzo alle coltri; fece uno sforzo, e tutte le idee le si smarrirono di nuovo, l'intelligenza le si offuscò e tornò a perdere la cognizione, non in uno svenimento, ma nel parosismo d'una febbre gagliarda sopraggiuntale.

Il conte, avvertitone, corse al capezzale di Candida, e siccome rotte e tronche parole uscivano dalle livide, aride labbra della giacente, timoroso ella nel delirio parlasse, allontanò dal letto ogni altro, per rimanerci egli solo, oggetto di meraviglia ai servi che non lo avrebbero creduto mai così tenero della moglie.

Il medico, fatto venire, annunziò che quella era una grave malattia, e che per allora non poteva predire quali ne sarebbero state le conseguenze.

La cameriera della contessa, che sappiamo avere intime relazioni con Gian-Luigi, si affrettò di quella sera medesima a recargli l'annunzio di quel caso.

— Anche questa è per me un'avversa circostanza: disse il medichino dopo congedata la fante con larga rimunerazione. Questa malattia toglie di agire a costei che in certe contingenze, guidata da me, avrebbe potuto essermi d'un aiuto efficace. Conviene davvero che io m'affretti il più che si possa e me ne vada sotto altro cielo.

CAPITOLO XVII.

Maurilio rimase al villaggio tutta una settimana. I suoi dubbi continuarono ad agitarlo, ma non un barlume più venne a rischiarargli la tenebra in cui era caduta a questo riguardo la sua mente. Invano erasi recato di nuovo a quel luogo in cui lo aveva visitato l'apparizione: invano questa, e colà e altrove, aveva invocata con trasporto d'anima ineffabile, con vera frenesia di desiderio: nulla, nulla più era venuto a confermargli o distruggergli quello strano sospetto che così inopinato e così stranamente gli era stato saettato nell'anima. Col trascorrere dei giorni, per ciò, anche questo dubbio aveva scemato di forza: la ragione aveva riagito contro l'immaginativa, e debolmente dapprima, con più forza di poi, aveva mostrato la insussistenza di quel sospetto che non era forse altro se non un portato dell'inferma fantasia. Ad ogni modo, appena di ritorno a Torino, ei si proponeva di raccogliere con religiosa cura tutte quelle informazioni e que' documenti che si poteva sul conto del padre e della madre, tanto da formare colla menoma interruzione di anella quella catena di fatti che dall'amore della nobile donzella di Baldissero pel giovane patriota milanese, doveva condurre fino al ricevimento di lui come rampollo di quell'unione nella illustre famiglia di Aurora.

Al settimo giorno dopo la sua partenza da Torino, Maurilio ricevette una lettera dal marchese di Baldissero, nella quale gli si diceva: essere tempo ch'egli ritornasse, S. M. con immensa degnazione, di cui Maurilio avrebbe dovuto esserle riconoscente tutta la vita, non averlo dimenticato, ma aver fatto benignamente sapere a lui, marchese, che suo nipote sarebbe impiegato nel gabinetto particolare di S. M. medesima: convenire ch'egli senza ritardo si recasse ai piedi dell'Augusto personaggio ad esprimergli quella gratitudine che era più di un dovere: per ciò si tenesse preparato a partir di colà il giorno vegnente, che la carrozza sarebbe venuta a prenderlo al villaggio.

Maurilio lesse e rilesse quella lettera, domandandosi che cosa doveva fare. L'idea glie ne venne un momento di rispondere al marchese, rinunziar egli alle nuove grandezze che gli offriva la sorte, voler fermare la sua dimora al villaggio e viverci ignorato; ma non tardò a riconoscere che questo sarebbe stato «per viltate un gran rifiuto,» che se il destino gli porgeva in quella guisa alcuna possibilità di fare un po' di bene, era suo dovere non fallire all'opera, che il dar corpo ed importanza a quei vaghi, aerei dubbi, senza fondamento di sorta, era peggio che una follia. Annunziò adunque a Don Venanzio il suo ritorno in città pel giorno dopo; e diffatti verso il cader della notte dell'ottavo dì dacchè erasi di là partito, egli, nella carrozza collo stemma della famiglia di Baldissero, rientrava sotto il portone del superbo palazzo, dov'egli, quasi ragazzo ancora, coi panni e nelle condizioni di povero figlio del popolo era entrato primamente di straforo per ammirare la bellezza di Virginia, ond'era stato ammaliato.

Il maggiordomo era ad accoglierlo in alto dello scalone.

— Signore, gli disse con un rispetto che si vedeva chiaramente ispirato dagli ordini espressi del padrone, S. E. il marchese la prega, quando Ella siasi riposata, ristorata e rassettata, di voler passare nel salone, dove troverà riunita tutta la famiglia.

Maurilio fece un muto segno di assentimento.

Il maggiordomo, camminandogli innanzi per quei locali, tutti già rischiarati, lo condusse alla camera assegnatagli, che era un'altra da quella che gli era stata data come a segretario, al primo piano ancor essa come quella degli altri componenti della famiglia, più elegante per mobili, per arazzi e per tappeto.

Il servo, che seguiva, depose sulla pietra di marmo d'una mensola i due candelabri d'argento dalle candele accese che aveva tra mano; e il maggiordomo inchinandosi innanzi al giovane gli disse:

— È pronta una refezione per Vossignoria. Desidera Ella esser subito servita?

Maurilio che pareva aver perduto la parola mettendo piede sul limitare di quel palazzo, fece un cenno che voleva dire, non aver egli bisogno nè desiderio di nulla; il maggiordomo lo interpretò invece per un assentimento anche questo e dopo un altro profondo inchino si ritirò annunziando che colà stesso sarebbe tosto recata la refezione. Il giovane non aveva in quel momento per la testa altro che un pensiero: avrebbe visto fra poco tutta la famiglia, le sarebbe comparso dinanzi egli a prendere ufficialmente il suo posto in mezzo a lei: quest'idea lo turbava e lo spaventava. Sollevò gli occhi e incontrò la sua pallida figura riflessa nello specchio che stava sopra alla mensola su cui il lacchè aveva deposto i lumi, e diede in una scossa come se quella fosse la vista inaspettata d'un ignoto che venisse a guastargli la solitudine che desiderava: dietro la sua, vide pure la figura del valletto che lo guardava con un'impertinente curiosità ammantata di rispetto, degna affatto di un servo di nobil casa. Si rivolse vivamente.

— Che fate costì? domandò con tono abbastanza superbo da padrone che gli valse di botto una maggior stima da parte del domestico.

— Aspetto gli ordini di Vossignoria, in caso volesse cambiarsi d'abiti.

Ma il nostro giovane, cresciuto fra gl'infimi, allevato in mezzo la plebe, non aveva nè indole, nè abitudine da mantenersi in quello sprezzoso contegno d'uomo che si ritien di razza superiore e che non vede nel suo simile che un passivo stromento delle sue volontà; sentì una soggezione e quasi una specie di vergogna de' fatti suoi in presenza di quel cotale, più alto, più grosso, più forte di lui, dalle braccia che avrebbero potuto fare tanto lavoro utile, il quale gli stava dinanzi nella sua livrea gallonata per prestargli dei servizi che non gli erano necessarii e di cui aveva sempre fatto senza. Chinò gli occhi con una nuova umiltà che di colpo fece sparire tutto quel po' di stima che il domestico aveva sentito per lui, e rispose impacciatamente:

— No.... non ho bisogno di nulla: ritiratevi pure.

Mentre il domestico apriva la porta per uscire, entrarono due altri portando un deschetto apparecchiato, che posero poco distante dal camino: uno di essi tirò presso al tavolino un seggiolone e disse al giovane:

— Se Vossignoria vuole accomodarsi, eccola servita.

E i due nuovi valletti venuti stettero come due cariatidi, uno di qua, l'altro di là del deschetto su cui fumava mandando un profumo appetitoso una zuppiera d'argento.

Maurilio sempre immobile, sempre dritto a quel punto da cui vedeva riflesso nello specchio in mezzo alle vacillanti fiammelle dei candelabri, il suo pallido viso che spiccava nella penombra del fondo della stanza; Maurilio guardava con occhio attonito il luccicare degli argenti e dei cristalli sulla tavola dove ripercotevansi e rimbalzavano i raggi di due altri candelabri d'argento, la candidezza della finissima tovaglia, la forma spigliata della bottiglia di vino di Bordeaux, i galloni delle livree e le braccia imbottite della soffice poltrona che parevano tendersi verso di lui per invitarlo.

Dopo un silenzio di pochi minuti, il giovane capì che doveva dire o fare qualche cosa. Fece un evidente sforzo per sciogliere la lingua che gli pareva annodatasi; ed ebbe mestieri d'un atto di coraggio per pronunziare le seguenti parole:

— Andate..... Desidero rimaner solo.

I domestici salutarono e partirono. Allora egli, quando ebbe visto l'uscio richiudersi dietro le loro spalle, si mise a passeggiare su e giù per la camera a capo chino, sostenendo colla mano destra il mento e colla sinistra il gomito del braccio destro. Non pensava a nulla di preciso, ma sentiva un gran disagio di sè, una strana malavoglia. Ora che l'orizzonte della vita pareva esserglisi aperto dinanzi, egli non iscorgeva che buio, peggio di prima, buio in sè ed intorno a sè. La sua mente vagava, vagava in un indefinito chimerizzare, che non aveva neppure una lontana somiglianza di forme, che niuna parola, che nemmeno l'incerto, ondeggiante, generico linguaggio della musica varrebbe ad esprimere.

Ma passando e ripassando egli innanzi alla tavola apparecchiata, gli effluvii di quella succosa zuppa, che profumava l'aria della stanza, finirono per solleticare e destare i suoi sensi: si fermò, si raccostò al desco, cedette all'invito della poltrona, si lasciò cadere fra quelle braccia così benignamente allargate. Quando ebbe mangiato un buon tondo di minestra al consommé, una buona fetta di pâté e bevuto un buon bicchiere di Bordeaux, le cose apparvero sotto ai suoi occhi con aspetto un po' diverso da quel di prima. Si fece coraggio, l'idea di affrontare la presenza e gli sguardi della sua nuova famiglia gli fece battere il cuore, ma non lo spaventò più: si guardò nello specchio con meno spregio e ripugnanza di se stesso; camminò con passo più sicuro per la stanza, si raggiustò la cravatta al collo e i panni addosso, e s'avviò abbastanza risolutamente verso il salone.

Un domestico glie ne aprì l'uscio ed alzò la portiera: Maurilio vide innanzi a sè, aggruppate presso il grande camino, quattro persone che volsero verso di lui il loro volto su cui si dipingeva una curiosità in tutti diversa: quelle quattro persone erano il marchese e sua moglie, la loro nipote Virginia ed il loro figliuolo Ettore, uscito il giorno prima soltanto dagli arresti di rigore in cittadella.

Ma prima di entrar testimonii a questa scena che sta per aver luogo, è conveniente assistere ad un'altra che in quell'ora medesima succede nel piccolo e remoto quartiere di Barnaba, l'agente segreto della polizia. Già dal giorno prima il ferito s'era provato a scendere di letto; ma la debolezza non gli aveva consentito che di far pochi passi per la stanza.

— Eppure voglio esser guarito: aveva mormorato fra sè con fermezza tenace; voglio fra pochi giorni, fra tre, fra quattro al più, poter uscire, poter io recarmi all'importante impresa. Lo voglio! Questo mio corpo non me l'hanno avvezzo fin da piccino a piegarsi ad ogni maggiore sforzo secondo le volontà altrui? Non ho io conservato sempre colla mia volontà un predominio assoluto sopra di lui? Or dunque voglio esser guarito, e lo sarò....

E ripeteva a mezza voce coi denti stretti, come per fermar meglio, dar maggior forza alla sua risoluzione ed imprimersela più profonda nel pensiero, la parola: voglio!

Quel giorno in cui Maurilio faceva ritorno a Torino, Barnaba due volte volle calare dal suo giaciglio, vestirsi e provare a camminare. La seconda di queste volte era appunto alla sera. Una piccola lucerna illuminava di poca luce quella stanza; il viso del poliziotto, pallido ed affilato, pareva una maschera di cera a quel fioco lume gialliccio; Meo colla grossa faccia più melensa, e le chiome più scarmigliate del solito dava il braccio al convalescente che mutava adagio adagio i passi, appoggiato da una parte al non corrisposto amante di Maddalena, dall'altra ad un bastone. Macobaro seduto in un angolo col suo aspetto d'arpia seguiva degli occhi que' due che gli passavano innanzi lentamente andando e venendo.

— Sì, sì, disse Barnaba ad un tratto fermandosi in mezzo la stanza, coll'aiuto di qualcheduno potrò uscire dopo dimani, e se non a piedi, in carrozza, recarmi là dove occorre. Che ne dite Jacob?

— Dico che gli è possibilissimo: rispose il vecchio rigattiere che aveva sul suo volto le mostre di una profonda preoccupazione: ma non conviene che per esercitarsi al camminare la si stanchi di troppo, chè allora poi sarebbe peggio.

— No, no: disse il ferito con una specie d'impazienza: so io bene come devo fare..... Bisogna esercitarlo questo miserabile d'un nostro corpo di nervi e di muscoli per ottenerne quello che si vuole.

E riprese il suo lento passeggiare. Arom sostenne il mento ai suoi due pugni chiusi e si diede tutto alle sue meditazioni che parevano tutt'altro che liete. Successe un silenzio di parecchi minuti, finchè Barnaba andò a sedersi in faccia al vecchio ebreo, e guardatolo attentamente un poco, gli disse poi con vibrato e quasi crudo accento:

— Voi pensate a vostra figlia, alla vostra Ester, non è vero? State tranquillo che fra poco ne avrete piena vendetta.

Jacob sollevò un momento quei suoi occhi piccini, affondati nell'occhiaia, che avevano il guizzo di quelli d'un serpente.

— Penso anche ad un'altra cosa: disse con voce sommessa; penso se mai potrò riavere quelle cinquanta mila lire che ho dato al medichino.

Barnaba fece un atto di dispettoso disappunto.

— Le avrai, vecchio avaro, esclamò impaziente, se ci servirai a dovere.

In quella fu picchiato con mano risoluta all'uscio d'ingresso, e Meo andò a dimandare chi fosse.

— Apri, son io: rispose la voce forte e burbera del commissario Tofi.

— Già levato! esclamò questi entrando nella camera in cui era Barnaba, col suo passo sonante e il portamento da militare: molto bene! È necessario affrettarsi ad agire.

— Perchè? È succeduto qualche cosa di nuovo? domandò Barnaba con molto interesse.

— È succeduto che quel mariuolo sta per isposare una infelice di ragazza di buona famiglia, e gli sponsali avranno luogo domani sera.

Il convalescente pregò il suo superiore gli narrasse tutti i particolari ch'e' sapeva intorno a questa novella; e quando gli ebbe intesi colla più seria e fissa attenzione di cui fosse capace, egli che aveva penetrato le intenzioni del medichino, disse:

— Lei ha ragione, non conviene più indugiare. Quello sciagurato vuole sposare, intascar la dote e fuggire... Di domani bisogna che sia arrestato.

— Ciò non è tutto: riprese il Commissario che non aveva voluto neppure sedersi e stava col suo largo cappellaccio in capo, le mani affondate nelle gran tasche laterali del soprabito. Ci è ancora un'altra novità più strepitosa ed importantissima. Ecco una lettera che ho ricevuto testè dal giudice istruttore.

Trasse da una di quelle sue tasche un foglio che spiegò e porse così aperto a Barnaba: questi lesse il seguente corto bigliettino:

«Il medico che cura il signor Nariccia mi fa avvertito adess'adesso che quest'infelice vittima di quell'orribile assassinio, per un caso provvidenziale, ch'egli non osava nemmeno sperare, ha riacquistato in parte l'uso della favella. Siccome c'è timore che questo non sia che un temporaneo e fuggitivo miglioramento, così è bene non perder tempo ad approfittarne; ho perciò determinato di recarmi questa sera medesima a tentare un interrogatorio dell'assassinato e la pregherei a volerci intervenire Ella pure per recarmi il soccorso della sua pratica e della sua intelligenza.

«L'aspetto dunque senz'altro al domicilio del signor Nariccia medesimo alle ore otto di questa sera, che prima mi sarebbe impossibile di recarmici, ed ho l'onore, ecc.»

— Sono le sette e tre quarti: disse il Commissario quando Barnaba ebbe finito di leggere, e trasse dal taschino un grosso orologio d'argento tenuto ad un occhiello del panciotto per una catena d'acciaio: ci ho giusto il tempo di recarmivi.

Il convalescente restituì la lettera al signor Tofi, poi con qualche sforzo, ma senza l'aiuto di nessuno, sorse in piedi e stette, sorreggendosi alla spalliera della seggiola.

— Signor Commissario: disse con voce impressa di tanto desiderio, che tremava come per emozione; mi conceda che io l'accompagni colà....

— Siete matto..... Potete appena camminare.

— Manderò Meo a prendere una carrozza.

— E le scale?...

— Non tenterò neppure di farle..... e forse ne sarei anche capace..... ma per essere più sicuro e avanzar tempo Meo mi porterà.

Tofi non ci pensò che un minuto secondo.

— Bene: diss'egli colla sua solita ruvidezza: mi potete fors'anco essere utile. Venite.

Si fece come Barnaba aveva detto, e un quarto d'ora non era passato che il Commissario e Barnaba entravano nella camera dove giaceva Nariccia e dove non tardava a raggiungerli il giudice istruttore.

L'usuraio era sempre immobile stecchito e pareva un cadavere mummificato, in cui per miracolo fossero rimasti vivi gli occhi: questi in quella faccia gialla di morto, al fondo di quelle occhiaie incavate e d'un brutto lividore, nella loro irrequietezza avevano una pena, uno spasimo, uno spavento che ti stringeva l'animo, che era una cosa orribile a vedersi. Quegli occhi agitati che vivevano soli in quel corpo morto parevano suppliziati che cercassero fuga, scampo, pietà dalla loro tortura: pareva che le più tremende visioni passassero innanzi a quelle pupille in cui ardeva la febbre; come certo innanzi alla mente passavano tremendi i ricordi di un colpevole passato, le azioni d'una vita scellerata. Le labbra erano livide, e l'inferiore contorto da una parte penzolava dando a quel viso di pergamena una smorfia immobilitata come quella d'una maschera, che faceva paura e ribrezzo a mirarsi. Fra quelle labbra la lingua impacciata, grossa, pendente riusciva a balbettare a stento alcune parole.

Barnaba, a cui la fatica d'esser venuto fin lì, benchè portato per le scale da Meo e per la strada dalla carrozza, aveva tolta ogni forza, si lasciò cader seduto sopra una seggiola al fondo del letto in cui giaceva Nariccia, e quelle due faccie cadaveriche e quei quattro occhi febbrilmente vividi in mezzo il gialliccio pallore da morto si guardarono fisamente, curiosamente, con avida reciproca investigazione. Erano due vittime del medesimo individuo che dovevano assembrare le volontà in un intento comune: quello della vendetta.

Nariccia, sviato lo sguardo dal volto macilento di Barnaba, lo fece scorrere con istupore interrogativo sopra le persone che in gruppo vide accostarglisi e stargli dintorno; le sue labbra contorte si mossero penosamente, la lingua penzolante si agitò e una voce gutturale, stentata, che pareva quella d'un ventriloquo, pronunziò stentatamente alcune parole, che non furono comprese.

— Che cosa avete detto? domandò il medico, il quale, dietro espressa volontà del giudice istruttore, doveva assistere all'interrogatorio. Abbiate la compiacenza di ripetere.

— Confessarmi, confessarmi: balbettò il paralitico colla medesima voce stentata e sommessa, ma con terribile espressione d'angoscia nell'accento: voglio confessarmi prima di morire.

Il medico, il giudice ed il Commissario s'erano curvati sopra il letto a cogliere il debole suono della voce di quel meschino.

— Che cosa disse? domandò Barnaba il quale dal posto ov'egli si trovava non aveva potuto udire.

— Domanda di confessarsi: rispose il medico.

— E' non fa altro dacchè ha riacquistato l'uso della parola: disse l'infermiere che era stato posto a vegliare sul giacente: di queste poche ore l'avrà già domandato un migliaio di volte.

— Sì, vi confesserete e potrete adempiere ai vostri doveri di cristiano: ma prima è necessario che voi adempiate a quelli che avete verso la giustizia umana, che noi qui rappresentiamo. Fate dunque coraggio, raccoglietevi e preparatevi a rispondere alle nostre interrogazioni.

— Mi resterà ancora tempo abbastanza da confessarmi poi? domandò la voce soffocata e penosa del moribondo.

— Sì, disse il medico; stia di buon animo che vi è di meglio ancora per lei: la speranza della guarigione.

Gli occhi di Nariccia espressero un dubbio desolante in risposta a queste confortevoli parole del medico.

Il giudice cominciò senz'altro l'interrogatorio. L'infermiere era stato mandato nelle altre stanze; un segretario s'era seduto ad un tavolino stato posto più presso al letto che fosse possibile, e teneva innanzi a sè la carta su cui era preparato a scrivere le risposte; non altra luce rischiarava l'oscurità di quella stanza, fuor quella della lampada sormontata da una ventola opaca che stava sul tavolino dove s'accingeva a scrivere il segretario; così alto silenzio regnava che si udiva il rumore della respirazione affannosa del giacente, e che le parole da lui pronunziate in risposta alle fattegli domande, quantunque dette a voce più che sommessa, erano intese da tutti.

— Voi siete nel pieno possesso della vostra ragione? cominciò il giudice, parlando piano ancor egli, e curvo sopra il letto.

— Sì.

— Da quando siete rientrato nella vostra cognizione?

— Da parecchi giorni.... non so bene.... quando mi vidi attorno tanta gente....

— Vi ricordate (questa domanda fu fatta dietro suggerimento di Tofi) che vi furono rivolte già altra fiata varie interrogazioni circa il delitto di cui foste vittima?

— Mi ricordo.

— Eravate allora in voi come ora?

— Sì.

— E non potevate parlare?

— No.

— Dacchè siete rinvenuto, avete sempre avuto la cognizione, tuttochè immobile e senza parola?

— Sì.

— Vi ricordate delle risposte che avete espresso allora con segni fatti degli occhi alle domande mossevi?

— Sì.

— Quelle vostre risposte erano la verità?

— Sì.

— Sareste pronto a riconfermarle?

— Sì.

Le domande che sappiamo essergli state fatte in quell'occasione gli furono nuovamente dirette una per una, ed egli colla voce diede la medesima risposta che aveva dato cogli occhi.

— Avete conosciuto i vostri assassini?

— Sì.

— Di due avete annuito al nome che se ne disse: vorreste ripetere questi nomi?

— Sono Graffigna e Stracciaferro.

— E il terzo? Sapete il nome del terzo?

— Sì.

La respirazione del giacente si fece più affannosa e gli occhi si turbarono.

Il medico diede il consiglio di lasciarlo un poco riposare.

Dopo cinque minuti il giudice istruttore riprese:

— Questo nome siete disposto a dircelo?

— Sì.

— Voi capite tutta l'importanza delle parole che state per pronunziare!

— Sì.

— E siete sicuro della verità di esse?

— Sicurissimo.

— Allora diteci questo nome.

— Quercia.

Barnaba che pure si aspettava quel nome, che era sicuro non altro sarebbe uscito da quella bocca convulsa, tuttavia diede in una leggiera scossa e mandò una soffocata esclamazione: gli altri si guardarono in faccia e per un minuto secondo nessuno parlò; non s'udì che il rifiato grave del giacente e lo scricchiolar della penna del segretario che scriveva nel processo verbale incancellabilmente quel nome.

— Ma qual Quercia? susurrò poscia la voce fiacca di Barnaba; ve ne possono essere parecchi, conviene farglielo specificare.

E Nariccia, interrogato in proposito dal giudice, diede tutte le più precise informazioni che si desideravano.

— Signore, disse il giudice al Commissario, quando l'interrogatorio fu finito, della giornata di domani sarà spiccato un ordine di arresto contro quel tale, e sarà sua cura farlo eseguire.

Tofi chinò bruscamente il capo in segno affermativo.

— Sarà eseguito: diss'egli; e frattanto lo farò codiare dai miei agenti. So che col pretesto d'un viaggio di nozze e' si è già procurato un passaporto per l'estero; se appena un timore che si sospetti di lui gli entra nell'animo, può partirne improvviso. Al menomo cenno ch'egli faccia di abbandonar Torino, ordine o non ordine, lo agguantiamo.

— Signor Commissario, disse una voce tremante, quasi supplichevole, all'orecchia di Tofi, mi conceda il favore di affidare a me l'impresa di questa cattura... sotto la sua direzione s'intende.

Il Commissario guardò la faccia patita di Barnaba entro la quale gli occhi ardevano più febbrilmente che mai.

— Ve ne sentirete già capace?

— Oh sì! esclamò il poliziotto. La vedrà! E sarà questa una grazia che mi darà mezzo di rientrare nel favore dei superiori e nell'impiego.

— Va bene..... Di quello che avrete fatto e di quello che farete informerò chi si deve.

Frattanto il giacente, stanco e spossato dallo sforzo mentale che aveva dovuto fare per raccogliere le sue idee, da quello fisico stesso per ispiccar la parola colla sua lingua inretita, dalla passione che glie ne dava necessariamente all'animo il ricordare quei brutti, orribili momenti in cui aveva visto la morte incombere sul suo capo, l'aveva sentita piombare su di lui; Nariccia, dico, aveva chiuso gli occhi e sarebbe sembrato affatto un cadavere se non avesse rivelato in lui un resto di vita la respirazione tronca, affannosa e sibilante.

Quando dal silenzio fattosi intorno a lui, il misero capì che tutte quelle persone eransi partite, egli riaprì nuovamente gli occhi e guardò di qua e di là con una specie di terrore; dalla sua gola uscì una voce che pareva un rantolo e le labbra gli si agitarono con penoso sforzo.

L'infermiere, che era tornato presso di lui, si curvò sul letto con quella indifferente tranquillità che hanno per cotali spettacoli questa gente avvezza a veder soffrire e morire.

— Eh? che cosa la dice? domandò.

— Confessarmi, confessarmi: balbettò Nariccia.

— Ah! gli è vero; ma ora non posso lasciarla sola per andare in cerca d'un confessore: dimani mattina, appena mi si venga a sostituire, glie ne andrò a chiamar uno; Padre Bonaventura del Carmine, che è già venuto tante volte a prendere di sue notizie.

Il moribondo avrebbe voluto esclamare: — No, non quello; — ma le forze glie ne mancarono affatto. Richiuse gli occhi e parve fuor dei sensi od assopito.

L'infermiere, guardatolo un poco, disse fra sè:

— Domattina! Chi sa se avrà ancora bisogno del confessore domattina, e non sia già precipitato a casa del diavolo. Sarebbe poco male un pelacristiani di questa fatta.

E s'adagiò tranquillamente sopra un sofà per passare con più agio possibile la notte. Se Nariccia fosse morto in quella notte senza confessione, avrebbe portato seco un gran segreto.

Ora è tempo che ritorniamo nel palazzo Baldissero dove Maurilio viene ufficialmente presentato alla nobile famiglia.

CAPITOLO XVIII.

Entrando nel gran salone splendidamente illuminato, Maurilio s'era fermato appena fatti pochi passi sul morbido tappeto, come preso da abbacinamento. Sul volto superbo della marchesa e del suo figliuolo Ettore stava una scontentezza che si frenava, domata, soggiogata, direi quasi, dalla espressa volontà del capo della famiglia alla cui autorità essi piegavano la fronte; Virginia, ella, mostrava una sincera emozione che la straordinaria e commovente circostanza ben era fatta per suscitare in un'anima eletta ed amorevole come la sua. Lo strano contegno tenuto da Maurilio con essa in quell'occasione che abbiamo narrato, quando ella ebbe appreso dallo zio l'essere del giovane, aveva avuto da lei la seguente spiegazione: egli conoscendo il segreto della sua nascita era stato mosso allora a manifestarlesi, e l'emozione dell'affetto, la timidità, il brusco e quasi sdegnoso fuggire di lei glie lo avevano impedito. Ella si era fatta viva rampogna d'essersi allora in quel modo diportata. Una parte di quell'affetto, di quel trasporto dell'anima che aveva per la memoria della madre, di cui appena era se ricordava una vaga immagine, aveva sentito rivolgersi verso colui che ora le si additava fratello. Le parve come se qualche cosa di quella madre tanto desiderata, rivivesse; ella che, tranne quello dello zio, non aveva affetti vivaci e teneri intorno a sè, benedisse Iddio di concederle a compagno, di condurle innanzi chi aveva nelle vene il medesimo suo sangue materno. Perciò all'entrare di Maurilio fu con sollecita premura che Virginia fece alcuni passi verso di lui ad incontrarlo. Il marchese però la prevenne ed accostatosi egli primo al giovane, lo prese per mano.

— Eccovi qui i vostri più prossimi congiunti dal lato materno: diss'egli. Questa è vostra zia, la marchesa di Baldissero, questi è vostro cugino, mio figlio Ettore, due altri miei figliuoli che sono nell'Accademia Militare conoscerete poi, e questa è vostra sorella Virginia.

Maurilio fece un inchino alla marchesa che si degnò appena corrispondergli con un altezzoso cenno del capo; scambiò con Ettore un'occhiata ed un saluto in cui c'era nulla d'affettuoso nè manco di cortese; ma tremò da capo a piedi innanzi allo splendido sguardo della fanciulla che si accostò a lui, tendendogli ambedue le mani.

— Mio fratello! esclamò essa con una voce piena d'emozione ed un accento che a queste sole due parole dava la significazione di tanti sentimenti e sensazioni.

Egli prese nelle sue larghe, grosse, volgari manaccie quelle piccole, esili, bianche, dalla pelle finissima che Virginia gli porgeva, non osò stringerle, ma le tenne alquanto, sempre più tremante, e invano tentando di balbettare una parola che esprimesse il suo pensiero.

La scena fu fredda, impacciosa: la presenza della marchesa e del marchesino versava un gelo che impediva ogni espansione. Maurilio medesimo era troppo commosso per parlare; nel suo petto non abbastanza soffocato ancora era quell'amore che tutta aveva dominata la sua giovinezza, perchè egli osasse, per dir così, andare in fondo al proprio cuore, perchè osasse aprire il varco a quei sentimenti che gli sobbollivano con tramestìo confuso nell'anima. Virginia medesima dal contegno di questo rinvenuto fratello, dal suo aspetto ebbe come una specie di delusione; sentì quel suo trasporto d'affetto, quasi risospinto, venirle a ripiombare sull'animo e ritorlo alla dolce espansione di prima; nello sguardo profondo del giovane il quale pure aveva qualche cosa di quello che avevano i bellissimi occhi suoi, Virginia travide alcun che di misterioso, ond'ebbe pressochè paura e sospetto. Scambiate poche parole di convenevoli quali l'occasione li suggeriva, nessuno più seppe che cosa dire, e fu il marchesino Ettore che più impaziente tolse primo il commiato.

— Io sono stato troppo tempo condannato alla immobilità forzata dentro una camera, diss'egli con amaro sorriso facendo allusione alla sua appena finita prigionia in Cittadella, perchè ora mi rassegni a star lungo tempo inchiodato in casa.

Baciò la mano di sua madre, s'inchinò con un rispetto, in cui non c'era mostra d'affezione, al genitore, strinse la destra a Virginia e fermatosi un momento innanzi a Maurilio gli disse con un accento di finissima, velata ironia:

— Mio cugino, puisque cousin il y a, a rivederci. Faremo più ampia conoscenza più tardi: e se potremo andare d'accordo... tanto meglio!

Maurilio non rispose, guardò fiso, seriamente, quasi severamente il marchesino che girava sui suoi talloni con una sprezzosa leggerezza, e non gli fece manco un cenno di saluto.

— Signora, disse poi Maurilio accostandosi alla fanciulla più commosso e tremebondo di prima, non osando levare le pupille sul volto di lei: signora... mia sorella... Virginia... Vorrei domandarvi un favore.

La donzella vide la commozione del giovane e ne fu commossa ella pure.

— Parlate: disse con un interesse, con una specie di tenerezza che fece battere il cuore di Maurilio.

— Voi avete bene un ritratto di nostra madre?

— Sì.

— Conducetemi innanzi ad esso, ve ne prego.

Virginia parve esitare un momento. Quel ritratto era appeso nella sua camera, in faccia al suo letto; le ripugnava a tutta prima introdurre colà un individuo che appena se aveva cessato d'essere per lei un estraneo. Un estraneo? Ah no, non doveva esserlo più. Che cosa avrebbe detto la madre se avesse visto la freddezza diffidente con cui essa accoglieva il fratello, la madre che con tanta espansione avrebbe aperte al figliuolo le braccia, la madre che lieta sarebbe stata se di subito fosse nato fra di loro vivace l'affetto fraterno? Prese ella per mano Maurilio e gli disse:

— Venite.

Si arrestarono tuttedue, tenendosi per mano, innanzi al quadro in cui la contessa Aurora era stata rappresentata quando, già colpita dal dolore, portava nell'anima una ferita insanabile e ne lasciava scorgere le traccie nel pallore del volto e nella mestizia desolata dello sguardo. Tuttedue levarono gli occhi, che si rassomigliavano, verso quegli occhi dipinti, che rassomigliavano ai loro; tuttidue sentirono invadersi da una tenerezza d'affetto più viva, più cara, più calda. A Maurilio nello sguardo mite, triste, nobilmente rassegnato, profondamente pensoso del ritratto, parve scorgere alcun che di quell'inesplicabile, mesta soavità della sua visione: Virginia pensò alla gioia suprema che avrebbe avuta sua madre, se ancora viva avesse visto restituirsi al suo amore quel figliuolo che aveva pianto estinto, e credette vedere nella tela dipinta medesima, rallegrarsi e balenare soavemente quegli occhi color del mare. Il giovane giurò a sè stesso che su quella fanciulla, orfana al par di lui, in cui tante rivivevano delle sembianze materne, avrebbe volto gran parte di quell'affetto che più non poteva consecrare alla persona viva della madre, avrebbe per lei ogni cosa tentato, tutto sacrificato, se occorreva, ogni cosa sofferto per conferire in ogni modo a lui possibile a renderla felice: la donzella da parte sua promise a sè stessa, e ne sentì come il dovere, di compensare ella col suo di sorella quell'amore di madre che questa non aveva potuto mai, non poteva più rivolgere su di lui, di fargli provare quell'affetto dolcissimo di famiglia onde il derelitto era stato sin allora per tutta la vita affatto scevro. Le loro mani, che ancora erano unite, si strinsero, quasi a scambiarsi la mutua interna promessa fatta dal loro cuore, gli occhi s'incontrarono, ed ella porgendo la sua fronte china alle labbra di Maurilio, gli disse:

— Fratello mio, potrò finalmente parlare con alcuno di mia madre, ne parleremo sovente insieme, e ci ameremo com'ella ci avrebbe amati.

Maurilio depose un lieve bacio su quella candida fronte che gli veniva offerta: era un puro bacio di amor fraterno, era un castissimo bacio nell'atto e nel pensiero: ma appena le sue labbra ebbero tocco la pelle finissima di quella fronte leggiadra, uno strano, terribile sobbollimento si fece nelle vene del giovane. La passione d'amore, che egli credeva soffocata nel suo cuore, s'aderse di subito, impetuosa, congiunta con un tumultuoso trasporto di sensi, quale il misero, vissuto purissimo d'ogni voluttà, non aveva provato mai: una fiamma gli passò dinanzi agli occhi, quasi accecandolo, la mente sotto l'impulso del sangue gli si confuse: al suo giovanile ardore, tremendamente infuocatosi ad un tratto, sorrise procace la bellezza divina che aveva dinanzi; una temerità sciagurata s'aggiunse ad un avido desiderio: oh stringere al suo petto quelle mirabili forme, oh baciare con furore quelle labbra coralline! Le sue braccia frementi si piegarono per afferrare, serrare in un amplesso tenace quel corpo leggiadramente elegante. Ma appena sentì il tocco di quelle membra, delle vesti che le cingevano, la ragione si ridestò e riprese in lui il suo impero: volse al ritratto uno sguardo confuso, pentito, pieno di vergogna e supplicante perdono.

— Sono un infame, pensò rattamente fra sè. Oh mi estirperò dal cuore questo scellerato amore, dovessi strapparne insieme la vita.

Si allontanò da Virginia, impallidito di subito, tremante, affannoso il respiro, quasi vacillando.

La fanciulla lo guardò con istupore, e con affettuoso interesse gli domandò:

— Che cos'hai? Tu stai male.

Era la prima volta che Maurilio udiva rivolgersi da lei la dolce parola tu.

— Nulla, rispose, tenendo volti a terra gli occhi. L'emozione di questi momenti è tanta per la mia anima che mal vi può reggere. Lasciatemi..... lasciami ritrarre ad esser solo.

Corse a chiudersi nella sua stanza, inorridito di se stesso, maledicendosi, accusandosi, pensando ogni fatta pazzie, ora piangendo, ora sdegnandosi, pregando a volta a volta e bestemmiando.

— O madre mia, soccorretemi voi, esclamava dal profondo dell'anima, aiutatemi, salvatemi, proteggetemi voi!

Ad un tratto un nuovo pensiero glie ne venne che lo fece riscuotersi in mezzo alla sua dolorosa meditazione. Aveva sempre rivolto l'animo e la mente a sua madre; e il genitore, perchè lo aveva egli dimenticato, o meglio trascurato? Nobile di cuore e d'ingegno era egli, a quanto udito ne aveva, di generoso animo e di virtuosi fatti. Della madre aveva egli almeno una memoria, una reliquia, quel rosario con cui tante volte certo aveva ella pregato, ne aveva ora viste le ritratte sembianze, ma del padre non gli restava nulla, nulla affatto, nè aveva pure alcuno che glie ne potesse parlare. Ardentissimo desiderio gli nacque di sapere qualche cosa di più sul conto di lui; domandò se il marchese era tuttavia in casa e se a lui poteva presentarsi, e venuto in presenza dello zio espose le sue legittime brame a questo riguardo.

— Avete ragione: rispose il marchese; tutto quello che appartenne a vostro padre dev'essere prezioso per voi ed è vostra proprietà. Ci ho un involto delle lettere che egli scrisse a mia sorella, e che questa teneva carissime: un momento volli distrurle, ma poi me ne trattenni pensando che avrei amareggiato l'anima di quell'infelice. Quelle carte debbono essere vostre, e senza indugio ve le rimetto.

Prese da un cassettino del suo stipo un pacco di carte suggellato con quattro grandi impronte di cera lacca nera e lo consegnò a Maurilio, il quale lo prese con religioso rispetto e strettolo al seno come se vi tenesse un tesoro, corse a rinchiudersi di nuovo nella sua camera.

Pose quell'involto di carte sulla tavola innanzi a sè e stette a contemplarlo a lungo come una cosa sacra, a cui non osasse, credesse una profanazione accostar la mano. Ecco tutto quanto gli rimaneva di suo padre! ecco quanto avrebbe potuto aver mai di lui! Di aprire quel plico e leggere i fogli contenutivi, aveva egli il diritto? Certo che sì. Da quelle carte doveva sorgere innanzi a lui e prendere forme più precise quella persona di suo padre, che vagamente soltanto gli si era adombrata nel racconto statogli fatto delle avventure della madre sua. Una nobile figura era quella che già aveva intravvista; quanta più venerazione avrebb'egli avuto per essa, quando più precisamente le si fosse palesata! Tutto l'amor suo figliale, sinora egli aveva concentrato nel pensiero della madre soltanto; avrebbe d'or innanzi volto quest'affetto alla memoria del padre eziandio, nè quell'immenso che sentiva per la donna a cui doveva la vita se ne sarebbe perciò sminuito pure d'un punto.

Ruppe finalmente i suggelli ed aprì il plico: una ineffabile commozione gli faceva tremar la mano. Era la raccolta di tutte le lettere d'amore che Maurilio Valpetrosa aveva scritte alla marchesina Aurora, dalla prima in cui le svelava con ardentissime parole l'affetto suo a quell'ultima che prima di recarsi al duello aveva egli affidata al tristo Nariccia, e nella quale, dicendo alla moglie d'aver confidenza nell'ipocrita scellerato che tanto bene aveva saputo fino all'ultimo ingannarlo, dava alla donna dell'amor suo con parole di tenerezza infinita l'estremo addio, la benedizione del moribondo.

Nel primo gettar gli occhi su quegli scritti, Maurilio provò una strana sensazione: non glie ne parve ignota la calligrafia, ma non seppe dirsi di subito nè come, nè dove, nè quando l'avesse vista mai. Forse non era che una vaga rassomiglianza: e in quel momento l'emozione del suo animo fu tanta, che non ebbe agio a considerare freddamente questa circostanza. Cominciò a leggere quelle lettere con avida curiosità insieme e con riverente affetto, e l'interesse di quella lettura non gli lasciò più per allora pensare ad altro. Palpitò alle affocate espressioni d'una passione che per tanti versi riproduceva quella ch'egli aveva giurato soffocare nel cuor suo; arrossì ed impallidì a volta a volta pel tumultuar del sangue; pianse su quell'ultima lettera dell'amante e marito ucciso in duello, sulla quale rimanevano le traccie delle amare lagrime versate leggendola dalla vedovata donna.

Gran parte della notte passò egli leggendo e rileggendo quelle carte, passeggiando per la stanza, la mente confusa per troppo accavallarsi di pensieri, rifacendo colla sua fantasia quel passato di cui aveva ora primamente innanzi a sè le traccie, ricostruendo quel doloroso dramma del quale gli si presentavano ora le linee principali. La figura di Maurilio Valpetrosa non aveva certo perduto nel concetto del giovane per quella lettura: aveva preso un aspetto di amorevolezza generosa, di franca e soave bontà, quale possono avere soltanto le anime elette. Di tutto quello che veniva apprendendo de' genitori suoi, Maurilio era fiero, era superbamente lieto.

— Oh padre mio! oh madre! chè non posso io coll'amor mio compensarvi in parte di quello che avete dovuto soffrire! esclamava egli con dolci lagrime negli occhi. Ma farò ogni mio possibile sforzo — lo giuro per la vostra memoria — affine di rendermi in tutto degno di voi!

Una dolce stanchezza ora lo occupava: dall'anima erano partite tutte le torbide sensazioni, le dolorose e pugnaci emozioni. Un assopimento, ristoratore tanto della mente e dell'animo, quanto delle membra e dei sensi, lo invadeva pian piano, come il dolce influsso d'un tepido ambiente che lo avvolgesse. Egli sedeva al suo scrittoio colle lettere aperte davanti; prese in mano quell'ultima così mesta e rassegnata e dignitosa e forte nel suo dolore, la guardò ancora cogli occhi già imbambolati dal sonno che cadeva, come se volesse imprimersene i caratteri nel cervello per averli presenti anche nel sogno, la baciò e poi reclinato il capo sulle braccia e le braccia su quelle carte preziose, tranquillamente si addormentò.

Fu senza sogni e placido il suo sonno; ma ad un punto, chi l'avesse mirato dormire, avrebbe visto la fronte corrugarglisi come per dolorosa subita impressione ricevuta: il suo corpo si riscosse, ed egli svegliato di botto rizzò il capo e la persona in sussulto. Quanto avesse dormito non sapeva; ma la candela era di molto consumata. Maurilio si prese il capo fra le mani e stette un momento come per riconoscersi, come chi ha ricevuto sul cranio un colpo poderoso e ne rimane per un poco intronato. Che cosa era successo? Nel più profondo del suo sonno, come se alcuno avesse potuto susurrarglielo direttamente al cervello, eraglisi presentato un sospetto circa quella somiglianza di scrittura che fin dalle prime aveva creduto notare nelle lettere di Valpetrosa. Parve che quei caratteri, cui egli aveva prima d'addormentarsi così intensamente osservati, nella quiete della mente prodotta dal sonno, trovassero pure alla fine quell'angoluccio in cui era riposto il sovvenire di quei simili già visti dal giovane, e lo tirassero innanzi a presentarglielo ad un tratto chiaro e preciso.

— Possibile! esclamò egli liberando poi la testa dalla stretta delle sue mani, ed afferrata una di quelle lettere l'accostò vivamente alla candela a farci piovere su la luce gialliccia di quella fiammella. Non c'era da aver dubbio. Come aveva egli fatto a non riconoscer subito una cosa sì evidente? Quella scrittura era affatto identica a quella della lettera strappata che a Gian-Luigi era stata posta nelle fascie quando abbandonato nel pubblico ospizio dei trovatelli, a quella di quell'altro biglietto che da poco tempo Gian-Luigi aveva acquistato e non aveva detto dove, lettera e biglietto che pochi giorni prima soltanto Maurilio aveva potuto minutamente ed attentamente esaminare.

Che voleva dir ciò? Come uno scritto di Valpetrosa era stato messo per contrassegno di riconoscimento a Gian-Luigi infante? Chi era dunque colui? Ed egli, Maurilio, chi era? Gli tornò in mente l'apparizione che aveva avuta al villaggio: ricordò quel segno negativo che aveva creduto intravvedere. Ma allora?... La conclusione lo spaventò. Che si doveva fare? Una paura ed una smania nello stesso tempo lo afferrarono, di venire in chiaro della verità. Decise cercare di Gian-Luigi, rivedere quegli scritti, confrontarli colle lettere di colui che già non osava più dire suo padre, ed appurata meglio la cosa risolver poi.

Appena fu venuto il mattino uscì del palazzo e corse all'abitazione di Quercia: questi dormiva ancora e il domestico non lasciò entrare Maurilio: gli disse tornasse fra due ore. E giusto due ore o poco più dopo che il giovane era uscito dal palazzo Baldissero, si presentava nell'anticamera di questo Padre Bonaventura, chiedendo urgentemente di parlare al marchese. Il frate veniva senza indugio introdotto e un lungo colloquio aveva luogo fra il fratello della marchesa Aurora e il confessore di Nariccia, imperocchè Padre Bonaventura veniva allora allora dall'aver udito in confessione il vecchio usuraio moribondo.

CAPITOLO XIX.

Quando Maurilio tornò alla casa di Gian-Luigi ebbe ancora in risposta dal mariuolo che faceva da domestico, il dottor Quercia non esserci e di tutto quel giorno non potersi vedere perchè gli era giorno troppo solenne, in cui aveva troppo da fare per accogliere chicchessia. Così dicendo il servitore esaminava Maurilio con ostile diffidenza di cui il giovane s'accorse. Il medichino che si sapeva circondato dalla sorveglianza e dallo spionaggio della Polizia aveva raccomandata la massima cautela a tutti i suoi seguaci e dipendenti; quella mattina, quando il domestico avevagli detto che un giovane in ora così mattutina era venuto per parlargli, Gian-Luigi, a cui la descrizione fatta dal servo non aveva fatto pur nascere in mente che quell'individuo dalle guancie pallide, dall'aria cupa e dagli sguardi tenebrosi di cui gli si diceva fosse Maurilio; Gian-Luigi aveva dato ordine lo si mandasse a quel paese s'e' fosse ritornato.

Ma il nostro protagonista insistette cotanto, disse con sì franca e calda asseveranza importantissime ed urgentissime essere le cose che aveva da rivelare a Gian-Luigi, che il finto servo, scosso alquanto dal timore che quello sconosciuto venisse invece a recare qualche avvertimento che potesse giovare, finì per dire:

— Ella afferma che, se il dottor Quercia intendesse il suo nome la vorrebbe ricever subito?

— Sì....

— E che si tratta di cosa onde dipende la sorte del dottore medesimo?

— Sì.

— Or bene, qui non è bugia che di tutto il giorno sarà impossibile rinvenire il dottore, ma le indicherò il luogo dov'Ella lo possa rintracciare; ed è nella casa del signor Benda, di cui egli sposa la figliuola.

— Benda! esclamò Maurilio meravigliato. Il fabbricante di ferro?

— Sì signore, quello presso cui successe pochi giorni sono quel maledetto buscherio.

— E il vostro padrone ne sposa la figliuola?

— Si fa il contratto degli sponsali questa sera medesima.

Maurilio partissi di là perplesso assai, con una nuova cura nell'animo. Era egli amico di molto a Francesco Benda, del quale il generoso animo, le buone qualità, i meriti singolari non gli faceva disconoscere la invida gelosia natagli da poco per la rivalità in amore. Sapeva egli quale onesta e buona famiglia, degna di stima, d'amore e di felicità fosse quella: e conosceva abbastanza delle vicende e delle condizioni di Gian-Luigi per arguire che se da parte dei Benda erasi acconsentito a dargli in isposa la ragazza del loro sangue, era certo per effetto di un inganno in cui il tristo li aveva indotti. Che doveva far egli in presenza di questo avvenimento? Lasciar correre le cose e compire il sacrificio di quella innocente fanciulla e il danno, forse e senza forse, di tutta la famiglia? Glie ne rimordeva la retta coscienza, rampognandolo che avrebbe mancato al dovere di amico e di onest'uomo. Farsi denunciatore del suo compagno d'infanzia? Sentiva in sè qualche cosa eziandio che a ciò ripugnava, come se fosse un tradimento. Si aggirò lungo tempo incerto, travagliato da dubbio tormentosissimo; col sì e col no che nel capo gli tenzonavano. Ora voleva accorrere dai Benda e dir tutto quello che sapeva di Gian-Luigi: ora voleva in ogni modo adoperarsi per avere a tu per tu quest'ultimo e intimargli rinunziasse egli a quel maritaggio, minacciandolo di far conoscere la verità; ora si diceva che quello in fin dei conti non doveva essere il fatto suo, e che il meglio sarebbe stato tacere di tutto, a Gian-Luigi della per sè fatale scoperta circa i due frammenti di lettera da lui posseduti, ai Benda delle cose di colui al quale avevano accordato la mano della fanciulla.

Aveva bisogno d'un consiglio, d'un aiuto, d'una direzione in tanta perplessità, e non sapeva a cui rivolgersi, quando ad un punto in una delle principali strade per la quale andava girelloni, assorto ne' suoi pensieri, senza vedere cosa alcuna nè persona, il fondaco d'un libraio si aprì vivamente, un uomo di età matura, dalle sembianze oneste e schiette ne uscì ratto, e preso per un braccio Maurilio, gli disse con accento di cordialità, d'affetto e insieme di supplicazione:

— La vedo finalmente! La mi avrà da scusare, ma io non la lascio più finchè non m'abbia fatto il favore d'essere venuto nella mia casa, ripresentato alla mia famiglia e aver ricevuto in presenza di questa quelle scuse che ci tengo assaissimo a rinnovarle.

Era il signor Defasi, innanzi alla cui bottega Maurilio era passato senza accorgersi, e il quale però avendo scorto il giovane erasi slanciato sulla strada ad arrestarlo.

Maurilio, così richiamato dalle sue meditazioni alle cose circostanti, guardò il libraio con un'aria smemorata che parve al signor Defasi un'espressione di mala voglia e di rancore.

— Ella me lo ha promesso: riprese con calore il libraio. Si ricorda di quel dì che l'ho incontrata in casa del dottor Quercia? Io le ho domandato il favore d'un abboccamento in cui potessi far ammenda e riparazione del mio grande, del mio grandissimo fallo verso di Lei: ed Ella fu tanto generosa da promettermelo non solo, ma da dirmi che sarebbe venuta Ella medesima a casa mia. Or dunque la prego non mi neghi la grazia di mantenere quella sua promessa. Se la sapesse con che ardore di desiderio l'ho attesa tutti questi giorni passati! come l'attendono con vivezza pari di sentimento, con ansietà d'impazienza i miei figli, tutti i miei, che si sentono in colpa come me verso di Lei, e che ci tengono supremamente a farsene perdonare! Oh! la non sia tanto inesorabile da rifiutarci questa grazia di perdono.

Maurilio avrebbe ceduto ad ogni modo alla richiesta del signor Defasi; non era senza precisa volontà di attenere la promessa ch'egli aveva detto al suo antico principale sarebbesi recato a casa sua appena ritornato dal villaggio; ancor egli ci teneva a ricomparire purgato da ogni accusa e da ogni sospetto in quella casa da cui era stato scacciato come un malfattore; ma a deciderlo più presto ancora concorse il cenno che il libraio fece di passata della circostanza per cui si erano trovati pochi giorni prima in casa di Quercia. Questo nome gli rappresentava appunto tutte quelle perplessità in mezzo a cui s'agitava l'anima sua, riguardo a ciò ch'egli dovesse fare e per sè, e per Gian-Luigi, e pei Benda. Aveva sentito il bisogno d'un onesto consiglio, e nella lontananza di Don Venanzio, dove avrebbe potuto trovare uomo più acconcio di quello che la Provvidenza gli conduceva ora dinanzi, la rettitudine della cui anima traspariva dalla sincerità delle sembianze, del quale egli, per abbastanza lunga consuetudine domestica, conosceva positivamente il cuore generoso, la mente illuminata e la delicata coscienza? Maurilio fece un cenno affermativo del capo senza parlare, ma sorridendo amorevolmente e non senza commozione, e passando innanzi al signor Defasi, entrò nella bottega.

In quel fondaco Maurilio non era entrato più da quel brutto momento in cui ne era stato scacciato come lo udimmo narrare da lui medesimo a Giovanni Selva. Appena entratovi, guardò egli intorno a sè con una curiosità quasi desiosa: parevagli che il trovarsi di nuovo colà potesse far rivivere per lui que' primi tempi di sua dimora in quell'onesta famiglia, che furono i più tranquilli e più felici giorni della sua esistenza, parevagli che tutto avesse da cancellarsi come se non avvenuto quell'avvicendamento di sventure e dolori che aveva dovuto sopportar poi. Che non avrebbe egli dato per tornare davvero a quei momenti colà vissuti allora, i soli di pace che avesse provati mai? Tutto era nel medesimo stato in quel fondaco, tutto al medesimo posto, se non che vi si vedeva di subito un'attività anche maggiore, appariva accresciuta la prosperità dello spaccio.

I figliuoli del signor Defasi, il commesso che già era colà al tempo di Maurilio, ai quali il padre e il principale aveva narrato l'incontro del giovane e le parole fra loro scambiatesi, riconobbero tosto l'antico loro compagno nell'individuo signorilmente vestito cui ora il libraio era corso ad arrestare nella strada e introduceva nella bottega; s'alzarono tutti e gli vennero incontro coll'aspetto raumiliato e pentito di chi ha un grave fallo verso altrui ed è disposto a far di tutto che gli spetti onestamente per farselo perdonare.

Il signor Defasi prese il giovane per mano e presentandolo così agli altri che facevan cerchio, disse con una certa solennità in cui c'era molta commozione eziandio:

— Eccovi qui il signor Maurilio Valpetrosa che noi conoscemmo sotto il nome di Maurilio Nulla; noi abbiamo da riparare verso di lui e da farcene perdonare la maggiore delle colpe che altri possa avere verso un onest'uomo; la peggiore delle offese che gli si possa fare, quella d'una falsa accusa, di una calunnia. Dichiaro io qui in presenza di tutti voi altri che mi ascoltale, e vorrei dichiararlo in presenza di tutto il mondo che, raggirato da ostili relazioni fattemi intorno a lui, ingannato da fallaci apparenze, ho osato sospettare la onestà d'un giovane che in tutto il tempo durante cui rimase presso di me aveva dato prove della maggior rettitudine. La Provvidenza volle molto tempo dopo chiarire il mio sciagurato errore, perchè, facendo poi aggiustare il banco, fu trovata in fondo, scivolatavi non si sa come, quella miserabile somma la cui mancanza dal cassetto aveva originato il dubbio. Io glie ne domando perdono, signor Maurilio, e qui meco glie lo domandano i figli miei: e se il gettarmi in ginocchio innanzi a Lei, e se ogni altra maggior mostra di pentimento e d'umiliazione potesse bastare...

Fece una mossa come se volesse davvero inginocchiarsi; ma il giovane intenerito, l'anima dolcemente sollevata, fu lesto a trattenerlo abbracciandolo; e con ineffabile commozione si lasciò cadere sul seno di lui, mentre due lagrime gli colavano giù per le guancie.

— Grazie, grazie: diss'egli con voce per emozione tremante. La perdono, li perdono tutti; li avevo già perdonati... Avevo io il diritto pure di lamentarmi di questo errore a mio carico? Tutto congiurava contro di me. Io a luogo loro non avrei fatto forse ancora più temerario giudizio e non sarei stato più crudele di quello ch'essi furono per me? Dimentichiamo tutto e perdoniamo.

Si strinsero la mano quanti erano, si abbracciarono con cordiale effusione. Maurilio da quelle mostre d'affetto, da quel puro ambiente d'onestà che lo circondava, sentì l'animo confortato, quasi rallegrato; girò intorno lo sguardo, annasò voluttuosamente quell'odore di stampati in mezzo a cui era vissuto così volonteroso parecchi anni e disse lentamente pronunziando le parole come chi desidera non le sieno leggermente accolte da chi le ascolta:

— E forse avverrà, signor Defasi, ch'io venga fra non molto a domandarle un gran favore; e voglia Ella, come riparazione a quella disgraziata vicenda, essere disposto ad accordarmelo: questo favore sarebbe quello di venire accettato di nuovo qui nella qualità in cui già ci fui un tempo, come se il tempo, aimè poco lieto, che trammezzò non fosse avvenuto.

Il libraio lo guardò con istupore.

— Come! diss'egli; ora ch'Ella ha trovato la sua nobile famiglia...

— A questo riguardo, se la mi consente, devo parlarle ed invocare i suoi consigli. Quando avrà udito la capirà la ragione delle mie parole.

Il signor Defasi, che voleva appunto ripresentare il giovane eziandio alle donne della sua famiglia, si affrettò a condurlo di sopra nella sua domestica dimora. Ci trovarono la madre e la figliuola modestamente ma con graziosa pulitezza vestite, in un modesto salotto da cui però non erano esclusi i comodi della vita, alacremente occupate ai loro donneschi lavori. Maggiore ancora che altrove era in quel salotto l'ambiente di pace, di amorevolezza, di onestà: tutto il pregio della cara vita domestica, le delizie degli affetti famigliari che ha seco per prezioso corteo la donna virtuosa, madre, sposa, figliuola, si trovava colà raccolto, rappresentato in quelle modeste e benigne figure femminili, attempata una, fanciulla l'altra.

Maurilio, ricevuto con molta gentilezza, con quella cara espansività di grazia muliebre a cui nulla può paragonarsi, rammentò in quel punto come vi fosse stato un tempo in cui il signor Defasi, così generosamente affettuoso per lui, non avrebbe fors'anco negato di dargli nella sua una famiglia, di regalargli con quella mite giovanetta la felicità della vita. Pensò quanto diverso, quanto lieto sarebbe stato il suo destino; quanto migliore fors'anco sarebbe diventato egli stesso... Ma ora era troppo tardi! Soffocò un sospiro e ridomandò al signor Defasi quel colloquio che già gli aveva accennato.

Invaso, per così dire, da quell'atmosfera d'onestà in cui si respirava il sentimento del dovere, nella quale viveva quell'ammirabile famiglia, il nostro giovane s'era sempre più risoluto a svelar ogni cosa al suo antico principale e seguirne i consigli, nè aveva il menomo dubbio su quello che il galantuomo gli avrebbe consigliato.

Narrò dunque da capo a fondo quello che riguardava la scoperta della sua creduta famiglia e le lettere del supposto suo genitore, narrò ciò che sapeva di Gian-Luigi e quel di più che aveva potuto argomentare dai fatti di lui dal momento che, dopo lungo intervallo, l'aveva rivisto quella sera nella taverna di Pelone, e conchiuse che questo tale stava per isposare la ragazza d'un'onoratissima famiglia, sorella d'un amico suo.

Nel signor Defasi non ci fu la menoma esitazione ad esprimere colle parole che dettava il buon senso que' consigli che gl'ispirava la rettitudine dell'animo. Erano quali Maurilio aveva pensati e quali era ormai risoluto di porre in atto senza fallo. Uscì di là colla determinazione di svelare al marchese la circostanza delle lettere di Gian-Luigi, di correre da Francesco Benda a fargli conoscere qual fosse l'uomo che stava per isposare sua sorella.

Siccome quest'ultima bisogna premeva di più, fu la prima che imprese, e con sollecito passo s'avviò verso lo stabilimento del fabbricante di ferro.

Quei locali, che solevano essere così rumorosi sempre per la quotidiana attività del lavoro, erano ora silenziosi come un cimitero. Le traccie dell'incendio nel fabbricato in fondo al cortile davano a quella solitudine l'aspetto della desolazione. Maurilio venne sino al portone di cui lo sportello aperto lasciava scorgere la vista dell'interno e non ebbe il coraggio di entrare. La timidità della sua natura l'aveva tutto ripreso ed era il più impacciato del mondo. Come si sarebb'egli presentato in quella casa? domandavasi: quali parole usate? con che faccia abbordato il difficile argomento? Fece due o tre giri innanzi alla porta: ma conveniva pur decidersi alla fine: dopo le parole del signor Defasi, meglio ancora di prima e' vedeva in quell'atto un dovere cui gli bisognava compiere assolutamente. Si fece forza ed entrò. La voce burbera di Bastiano, che aveva ancora la testa fasciata ed in corpo un umore terribile, lo venne arrestare ai primi passi colla domanda fatta in tono feroce:

— Che la vuole? di chi cerca?

Maurilio diede in una scossa quasi di paura.

— Cerco, rispose con esitazione e quasi balbettando..., vorrei.... se ci fosse il dottor Quercia....

Bastiano diede un'occhiata sospettosa a quel personaggio così impacciato nelle parole. Se avesse avuto panni da povero, l'avrebbe creduto un cercator d'elemosina e l'avrebbe rinviato senza tanti discorsi. Vistolo riccamente vestito, il portinaio si contentò di bruscamente rispondere:

— Il dottore in questo momento non c'è.

Maurilio rimase lì stecchito, senza muoversi, senza saper più che dire, senza consiglio.

— Ha capito? gli disse dopo un poco Bastiano alzando la sua grossa voce, come se avesse da parlare ad un sordo: il dottore non c'è, nè so quando sia per venire, nè qui è luogo da stare ad aspettarlo.

— Allora vorrei parlare con Francesco: disse finalmente Maurilio che sentiva l'obbligo di non uscir più senza tutto aver tentato per compire il suo ufficio.

— Francesco! esclamò più ruvidamente ancora il portinaio offeso di tanta famigliarità pel suo padroncino in uno sconosciuto. Il sor avvocatino la vuol dire?

— Sì... appunto... l'avvocato Benda.

— E' gli è a letto... La lo dovrebbe sapere, chè se n'è parlato abbastanza per tutta Torino da empirne le orecchie di tutti... E non riceve nessuno.

— Lo so che gli è a letto, ma ho pure inteso che sta meglio di molto, ed è gran mestieri ch'io gli parli per cose che importano gravemente. Sono molto suo amico io e sono certo che appena udito il mio nome mi vorrebbe ricevere.

— Sì? domandò il bravo Bastiano di subito un po' rabbonito, ma guardando con cera attenta e scrutativa quel cotale, per vedere se gli era un impostore. Se la è così me lo dica a me il suo nome, ed io lo faccio passare al sor avvocatino che deciderà quello che vuol fare.

— Sarà meglio anzi ch'io scriva due righe per chiedergliene udienza: disse Maurilio, ed avuto dal portinaio l'occorrente vergò poche parole che furono tosto fatte ricapitare nelle mani di Francesco.

Questi nel leggere il biglietto di Maurilio provò un senso che per poco non era di ripugnanza e disgusto. Per quel trovatello, se Francesco aveva partecipato ai generosi sentimenti di compassione che avevano verso di lui i comuni amici, non aveva però mai sentita nissuna vivacità di simpatia nè vera tenerezza d'affetto: ultimamente, quando, arrestato, fu introdotto in presenza del Commissario, Benda, se vi ricorda, aveva udito da quest'ultimo, come quel giovane fosse stato accusato d'un orribile delitto e sostenuto molto tempo in carcere. Egli non aveva punto creduto che di quel delitto Maurilio fosse veramente colpevole, l'umana giustizia stessa aveva dovuto riconoscerlo innocente, se lo aveva rilasciato libero; ma pure l'apprendere allora una simile circostanza sempre ignorata, non era concorsa a sminuire quel certo allontanamento fra il suo e l'animo del trovatello, allontanamento, il quale, senza ch'essi lo volessero, e fors'anco se ne accorgessero, da qualche tempo si faceva maggiore per effetto del loro istinto di rivali in amore. Tuttavia ricevendo ora la preghiera di un colloquio per cose importanti, e temendo potessero queste cose avere attinenza colla loro fallita congiura politica e colla sorte dei comuni amici, non credette poter fare altrimenti che ordinare lo s'introducesse.

Maurilio entrò più timido ed impacciato che mai. Appena dentro a quella stanza, in presenza di quel giovane pallido e nel suo pallore più leggiadro, lo assalse il pensiero ch'egli amava Virginia e n'era riamato, e questo pensiero accrebbe il suo turbamento; gettò uno sguardo sul giacente, e negli occhi di lui vide una diffidenza ed un sospetto che lo offesero senza dargliene coraggio. Annaspò le parole per ispiegare la ragione della sua venuta e cominciare il suo discorso e non seppe trovar cosa che valesse.

Il suo contegno era dunque tale da ispirar poca fiducia anche in chi non fosse mal prevenuto a suo riguardo. Il sor Giacomo, che si trovava presso suo figlio, credendo alla sua presenza doversi attribuire la difficoltà di parlare in Maurilio, volle partirsi; ma il giovane lo pregò anzi rimanesse perchè le cose che aveva da dire era opportunissimo le udisse egli pure. Allora chiamò in aiuto tutto il suo coraggio e saltò a pie' pari in mezzo dell'argomento. Narrò dell'infanzia sua e di Gian-Luigi: chi fossero ambedue, d'onde venissero, come allevati; disse dei veri rapporti del suo compagno col medico che l'aveva fatto allevare, dell'ingratitudine di lui verso la donna che lo aveva nutrito, della misteriosa sorgente di quei denari che ora il sedicente dottore spendeva e spandeva, delle attinenze ch'egli stesso, Maurilio, aveva scoperto avere Gian-Luigi colla feccia della plebe, quando era entrato per caso nella taverna di Pelone, ripetè le proposte che l'antico suo camerata era venuto a fargliene, svelò a Francesco che quello era il misterioso personaggio il quale, come aveva rivelato Mario Tiburzio, nella progettata insurrezione doveva recare il soccorso della sommossa plebea, il quale poteva perciò dirsi il promotore ed il risponsabile di quella medesima riotta di cui essi, i Benda, erano rimasti vittime.

Padre e figlio si guardavano meravigliati, incerti, più increduli che altro; nè sapevano ancora qual risposta dare, qual risoluzione prendere, quando nella camera vicina venne udito il passo affrettato e deciso d'un uomo, poi la porta s'aprì vivamente e comparve sulla soglia Luigi Quercia medesimo, con una fiamma terribile di sdegno e di minaccia nell'occhio nero, con un fremito di furore che ben dominava egli tuttavia, ma che stava per prorompere.

CAPITOLO XX.

Gian-Luigi aveva, si può dire, ammaliato tutta la famiglia Benda; mercè i falsi documenti aveva provato al padre di Maria tutto quello che aveva voluto, mercè l'appassionato amore che aveva desto nell'animo della fanciulla era riuscito ad aver questa efficace aiutrice al suo disegno: sposarla e partire, aveva i congiunti indotti a consentirvi. Quella mattina in cui Maurilio s'era risoluto a quel dilicato e difficil passo, Quercia recavasi ad ora più presta del solito dalla sua sposa, quando nel passare innanzi alla loggia del portiere venne da questo avvertito che un cotale con sembianza di questo e quel modo, chiesto prima di lui, aveva poscia ottenuto d'essere accolto dall'avvocatino, a cui affermava aver cose importantissime da dire, mercè un biglietto scrittogli nello stesso camerino del portinaio.

Quercia, che sospettoso era e sempre in sulle guardie già per natura, e che tanto più era divenuto cauteloso e diffidente in quegli ultimi giorni in cui stava giocando col suo destino l'ultima posta, temette di subito in quel visitatore un nemico, un accusatore, un rivelatore di verità che troppo a lui interessava rimanessero ignote. Dalle risposte che Bastiano diede alle sue numerose, pressanti, rapide interrogazioni, venne egli a concepire il sospetto che quello fosse Maurilio, e l'intromettersi di costui egli non dubitava il meno del mondo non volesse essere in suo favore. Salì affrettatamente, entrò improvviso nella camera di Francesco dove aveva inteso essere quel cotale. Veduto Maurilio e l'espressione della faccia di lui, veduto con un sol colpo d'occhio il contegno dei Benda, badato al silenzio pieno d'impaccio che successe alla sua venuta, Quercia capì che tutti i suoi sospetti avevano ragione, che in Maurilio eragli ora sortogli innanzi un ostacolo cui bisognava levare e tosto, a prezzo anche di schiacciarlo. Il furore che aveva cominciato a sobbollire nella sua fiera anima impetuosa al primo dubbio di quel pericolo, si levò potente ed efferato, ma la sua volontà più forte d'ogni cosa riesciva a dominarlo tuttavia e, per dir così, regolarlo. Incrociò le braccia al petto e camminò lentamente verso Maurilio guardandolo fiso con occhio feroce, di cui la significazione ben era chiara al giovane commosso.

— Sconsigliato, diceva, osi tu venirti a porre inciampo sul mio cammino? Sai pure che vo' giungere alla meta che mi assegno, e chi mi si oppone infrango.

Maurilio chinò innanzi a quelli di Gian-Luigi i suoi occhi, e dal rispettivo contegno di que' due parve nel primo fosse il colpevole, nel secondo l'autorevole accusatore.

— Che cosa è che succede qui? domandò poscia Gian-Luigi levando lo sguardo dal suo compagno d'infanzia e facendolo scorrere sicuro, investigatore, un po' stupito e quasi offeso sopra i Benda padre e figlio. Se bado al vostro contegno, o signori, se argomento dalla presenza e dall'imbarazzo di costui devo credere che son giunto a tempo per udir cose che mi riguardano.

Il tono con cui egli pronunziò la parola costui accennando con un moto disdegnoso del capo a Maurilio era così pieno di superbo disprezzo, che Maurilio si sentì come una sferzata traverso la faccia; arrossì egli, impallidì, levò lo sguardo col proposito di cimentarlo contro lo sguardo di Gian-Luigi, ma non potè reggere allo scontro e riabbassò le pupille sentendosi nell'anima un'angoscia, nel petto un affanno che era pena, che era sgomento e che gli faceva temere fosse per assalirlo uno svenimento.

Quercia continuava con più fierezza:

— E poichè gli è questo cotale che vien qui a parlare di me, ben posso già indovinare fin da prima di che fatta discorsi egli ha osato tenere ed a che scopo egli mira. Or bene, parla in mia presenza, miserabile, se l'ardisci, e ripeti, continua e compi le calunnie che ti sei determinato a vomitare a mio carico.

Maurilio sussultò sotto il fiero oltraggio. La soverchia offesa per effetto di reazione gli diede un po' di coraggio: levò risoluto la testa, un lieve rossore salì alle sue guancie macilente che s'erano fatte color della cenere, ardì volgere e tener fisso lo sguardo sul volto leggiadro ed ora spaventosamente feroce di Gian-Luigi, sulla cui fronte era incavata quella ruga caratteristica, fatale contrassegno del suo furore. Il medichino, egli, guardava il suo avversario con quel modo con cui il domatore di belve guarda la tigre che accenna rivoltarglisi, con quel modo con cui aveva fissato Stracciaferro, prima di domarlo colla forza delle membra, quando l'assassino aveva voluto resistergli. E forse Maurilio ora dallo sdegno del vivo affronto ricevuto avrebbe attinto abbastanza coraggio per reggere a quell'urto, se in quel momento, per sua sventura, una nuova impressione non gli fosse stata prodotta dalla vista delle sembianze di Gian-Luigi. Benchè animata allora da quel profondo sentimento d'odio e di furore, la beltà scultoria delle fattezze di lui non ne veniva punto alterata, e quella beltà nella memoria di Maurilio trovava riscontro in altri stupendi lineamenti di viso umano visti, contemplati, vagheggiati con attenzione, con espansività d'affetto da poco tempo, la sera precedente soltanto: i lineamenti dipinti nel ritratto della contessa Aurora di Castelletto, ch'egli aveva ammirato, innanzi a cui era rimasto con profonda emozione stampandosene i tratti nell'anima perchè credeva stamparvisi i tratti del volto della propria madre. Era innegabile, evidente a chiunque vi ponesse attenzione, la rassomiglianza fra le sembianze di Gian-Luigi e quelle del ritratto. Egli rassomigliava assai più alla defunta contessa di quello che le rassomigliasse Virginia; e nella rassomiglianza alla madre era un punto di contatto fra le sembianze della contessina e quelle del sedicente dottore, punto di contatto che sfuggiva a chi non paragonasse i loro volti a quel terzo termine di confronto. Maurilio non dubitò menomamente più che gli stesse dinanzi il vero figliuolo della sorella del marchese di Baldissero e di Maurilio Valpetrosa, e ciò lo rese turbatissimo, più che non fosse ancora stato fino allora in quella scena difficile e penosa.

Con qual fronte resistere egli a colui, venirsi a fare accusatore e procurare l'infamia e il danno di colui al quale egli, innocentemente è vero, era venuto a togliere il grado, il nome, la fortuna? In presenza di questo strano avvenimento qual era ancora il suo dovere? Le idee gli si abbuiavano a questo riguardo, e la commozione, la meraviglia, il dispiacere non gli consentivano prontezza nessuna d'avviso. E lo turbava quel rapporto di lontana somiglianza che gli appariva fra i tratti di Gian-Luigi e quelli di Virginia; in mezzo a quei tanti sentimenti che gli tumultuavano nell'anima, egli si sorprendeva a raccogliere tutta la sua attenzione nell'investigare in che consistesse la parità e la differenza fra quei due volti a così diverso titolo cotanto impressi nella sua mente, a cercare sotto i tratti di lui quelli adorati della fanciulla.

Ogni parola venne meno alle labbra tremanti di Maurilio, ogni voce mancò alla sua gola serrata.

Giacomo Benda credette allora ufficio suo ricapitolare in breve quanto il giovane era venuto sino allora esponendo. Quercia, che dominava sempre più il suo furore, benchè questo punto non scemasse, ascoltava con un sogghigno di fiero disprezzo, qual può avere innanzi alla più vile calunnia l'innocenza superba e superiore ad ogni arrivo d'oltraggio.

— Mirabile ed accorto tessuto d'infamie! esclamò egli poi con vece fremente, che, quantunque contenuta, vibrava come il suono chiaro e squillante d'una tromba. La calunnia vi è tanto meglio architettata che si prende a base una parte della verità. Che io sia stato allevato al villaggio e con costui, ve lo dissi io stesso; che la donna la quale mi fu nutrice viva colà modestamente della vita che sempre fece e le piacque fare, è pur vero, perchè le sorti in cui ella è nata e in cui visse pur sempre non le piacque mutar mai per quante istanze glie ne facessi; ma costui medesimo, che ora mi accusa, videmi, non son passati che pochi giorni, recarmi io stesso colà a riabbracciar quella donna, a recarle un migliaio di lire, a fare per lei tutti quegli atti che verso una madre ad un figlio amoroso s'addicono: e sfido l'impudenza di questo sciagurato a darmi una smentita.

Fece una pausa; Maurilio avrebbe voluto parlare, ma la lingua gli aderiva al palato, le labbra gli parevano irrigidite, non un soffio di voce glie ne venne alla gola.

Gian-Luigi riprendeva:

— Sì, io ho partecipato ai folli sogni della redenzione della patria di quell'animo intemerato che è Mario Tiburzio; come voi pure, Francesco, vi avete partecipato; sì, io offrii a quella santa causa il concorso della plebe, perchè mi feci l'illusione che per mezzo di parecchi fra essa che mi sono devoti per affetto di gratitudine, avrei potuto guidarla a mio talento, ma coll'empie passioni demagogiche del proletario io non ebbi nulla mai che fare; fui visto, è vero, da codestui in una miserabile stamberga di bettola, vestito da popolano, e fu ventura che arrivassi a tempo a salvare chi ora si fa mio calunniatore, dall'ira di operai ch'egli aveva, non so come, provocata; ma s'io m'immischio colla povera gente e talvolta vestito de' loro abiti per non dar loro nè soggezione, nè antipatia, nè sospetto, penetro nei luoghi dei loro ritrovi, come nelle miserabili loro abitazioni, si è perchè ricco e disoccupato com'io sono, volli a me stesso imporre un còmpito: quello di soccorrere i miei fratelli nella miseria, in quella miseria che sarebbe pure stata mio destino se l'intravvento di quel mio protettore, se il rimorso de' miei nemici non avesse poscia in parte riparato al male che fu fatto al povero fanciullo. Io vado recando agli infelici che soffrono di fame, di malattia, di disperazione, non poco dell'oro della mia borsa, il contributo della mia scienza, il conforto d'un'amica parola. Ecco il modo onde acquistai attinenza e sperai aver acquistato influsso in quel mondo tenebroso ed agitato che sobbolle come una minaccia sotto i piedi delle classi agiate — di noi. Quando a costui favellai de' miei intendimenti a tal proposito, non dissi altro che questo. Ancora una parola e finisco, sdegnoso e vergognato d'avermi avuto a difendere da tali accuse e da tale accusatore. Questi fu sempre mio nemico, perchè l'invidia lo rose pur sempre dei successi dovuti in parte ad una fortuna — lo confesso — che forse è compenso datomi dalla Provvidenza, ma in parte eziandio alla mia attività ed intelligenza. Quelle passioni di cui egli accagiona me, fremono nel suo animo inasprito, feroce insieme e codardo. Ora mi ha visto presso a metter la mano sulla più cara felicità che uom possa desiderare. Ha voluto venir cacciare frammezzo l'arte sua di malevolo. Ma di quanto io dissi sul conto mio, di quanto vi affermai di essere, io diedi prove di documenti; or dica egli se pur di una delle sue accuse può dare una sembianza di prova.

Tacque come aspettando risposta: Maurilio, diventato sempre più pallido, non parlò.

— Credereste voi dunque più che alla mia parola, più che alle mie prove, alle semplici ciancie d'un tale individuo?

In quella l'uscio si aprì, ed entrò sollecita Maria che aveva notata la venuta dello sposo ed accostandosi alla camera di suo fratello aveva udito il suono alto e l'accento accalorato della voce di lui.

— Luigi, esclamò ella, che c'è?

Quercia le andò incontro e la prese per mano.

— Maria, disse con quella famigliarità cui già legittimava l'intimità dei rapporti in cui erano: ecco un uomo che viene ad accusarmi di sleale, di mentitore, di baro, e di nemico della vostra famiglia; guardateci ambedue, e dite chi si ha da credere fra lui e me che mi affermo innocente.

Nissuno sarebbe stato perplesso nella risposta, così era sicuro, animato, trionfante l'aspetto di Gian-Luigi, tanto era smarrito, confuso, disfatto quello di Maurilio; ed una donna può ella mai esitare nel riconoscere l'innocenza dell'uomo che ama?

Maria si gettò al collo di Quercia.

— O mio Luigi, esclamò con passione, tu sei l'angelo mio.

Maurilio, nella dolorosa confusione in cui era la sua mente, capì pure che tutto era detto, che la sua causa era perduta, che gli rimaneva solamente di partirsene scornato, colla vergognosa nota d'un calunniatore impotente. Come fece egli per torsi di là? Non avrebbe saputo dirlo. Il vero è che si trovò fuor della casa, sul viale, intronato, quasi barcollante, sentendosi ancora alle orecchie come suono di sferzate, il suono delle parole di Gian-Luigi.

Quella sera medesima avevano luogo, come se nulla fosse intravvenuto, gli sponsali di Luigi Quercia e di Maria Benda.

Era stato desiderio espresso di Quercia che nessuna festosa solennità, nessun fasto accompagnasse la firma del contratto degli sponsali: desiderio a cui s'affrettarono di aderire i parenti della sposa e la sposa medesima, siccome quello che stava pure nell'animo loro, e veniva consigliato dalle circostanze medesime in cui si trovavano, le conseguenze cioè del tumulto degli operai e l'infermità di Francesco. Nella camera di quest'ultimo la sera avevano luogo gli sponsali e, fuori de' più prossimi congiunti di cui non poteva evitarsi la presenza, una mezza dozzina di persone, non vi assisteva alcun invitato.

Lo sposo, Luigi Quercia, qualificatosi per dottore in medicina e in chirurgia, aveva recato seco e presentato all'atto delle promesse la somma di cento mila lire in biglietti di banco francesi che dichiarava voler costituire in aumento dotale alla sua dilettissima sposa e lasciava al suo futuro suocero perchè, celebrato il matrimonio, investisse in altrettante cedole del debito pubblico piemontese (allora in grandissimo pregio) nominativamente intestate alla sposa medesima: questa, Maria Benda, portava in dote al marito ottanta mila lire in oro ch'egli ritirava all'atto medesimo. Le due somme, i biglietti di banco a fasci di dieci da lire 50 ciascuno, e i napoleoni d'oro a torricelle di venticinque ognuna, stavano sopra la tavola a cui sedeva il notaio che rogava il contratto, fra due massicci candelabri d'argento.

Vario era il contegno dei diversi personaggi che partecipavano a quella scena; Maria, essa, posseduta da un'intima letizia che non si scompagnava dall'agitazione, passava da un caro pallor delle guancie ad un rossore più caro ancora, i suoi occhi si tenevano più volentieri chinati a terra, ma talvolta però si levavano verso il suo sposo e lampeggiavano d'una viva luce soave; egli, lo sposo, aveva l'orgoglio temperato e l'allegria di buon gusto d'un trionfatore modesto; in ogni sua mossa, come in ogni parola appariva l'uomo di squisito sentire, di carattere delicato e di perfetta educazione; solamente chi avesse conosciuto a fondo la variabilità d'espressioni di quella fisionomia così soggetta alla volontà, avrebbe potuto notare una lieve mostra come d'inquietudine, nella vivacità di certi sguardi, quasi un'impazienza che quelle formalità durassero cotanto, un desiderio che tutto fosse finito al più presto. La madre di Maria, come tutte le madri in simili circostanze, era dominata da una commozione cui mal poteva frenare, e spesso le si riempivano di lagrime gli occhi che teneva rivolti con immenso affetto sulla figliuola. Il sor Giacomo aveva nell'animo qualche cosa ancor egli che non lo lasciava del tutto contento. Aveva liberamente e lietamente acconsentito a quel maritaggio con tanta ardenza desiderato dalla figliuola, che doveva procurarne la felicità, e cui credeva sotto ogni rispetto convenevole; sedotto ancor egli dalle brillanti qualità dello sposo, persuaso per prova di fatto della generosità dell'animo di lui, gratissimo verso di esso per quanto aveva fatto in pro della famiglia, aveva pur sentito nascergli in cuore per quel giovane una simpatia che già era quasi un affetto, e tuttavia a questo momento, fosse inesplicabile istinto, fosse inavvertito effetto delle accuse udite da Maurilio, non credute ma che, ciò nulla meno, come quasi sempre d'ogni accusa suole accadere, avessero lasciata traccia, il vero era che egli sentiva una specie d'agitazione, una mala voglia che non si sapeva spiegare. Francesco, debole ancora, propenso per indole e per la propria condizione a desiderare ed allietarsi nel veder soddisfatto un reciproco amore, non provava che una affettuosa tenerezza per la gioia della sorella.

Il notaio leggeva lentamente, con quel tono di voce e quell'accento speciale di questi pubblici ufficiali che tutti conoscono, le clausole del contratto. Gli sposi il domattina dovevano celebrare il matrimonio alla parrocchia e partire immediatamente alla volta della Francia.

La lettura era finita: si procedette alle firme. Vi appose prima la sua, non senza un legger tremito, Maria; poscia lo sposo. Nel passare la penna alla suocera, Quercia drizzò l'orecchio e, senza che alcun altro nulla udisse ed a questo suo atto badasse, stette intentissimo ad ascoltare. Il finissimo suo senso dell'udito era stato percosso da un lontano susurrio, da un penetrar di gente sotto il portone, da uno scambio di parole. Egli, a buona ragione sospettoso di tutto, si ritrasse indietro con moto naturalissimo e s'accostò lentamente alla finestra. Maria, che non aveva occhi, che non aveva anima, che non aveva vita che per lui, gli venne presso; egli, vivamente preoccupato com'era, tutte le sue facoltà concentrate, per dir così, nell'intentività dell'udito, ebbe pure l'arte e la forza di sorriderle e di prenderla per mano.

— Cara, le disse traendola verso la finestra come volendo isolarsi con lei dal resto delle persone presenti: cara, tu sei mia finalmente, e il primo sacro vincolo ci ha avvinti di quella dolce catena che deve tenerci uniti per tutta la vita.

Ella non sapeva che dire, non poteva parlare, tremava in tutte le fibre d'un tremito soave; lo guardava e sorrideva.

Gian-Luigi aprì le imposte di legno della finestra e guardò fuori traverso le invetrate. Quella finestra s'apriva dalla parte del cortile in una delle due ale che si stendevano verso la fabbrica incendiata. Il tempo s'era rimesso al bello e batteva la luna. Sulla neve del cortile Quercia vide stendersi l'ombra di parecchi uomini.

— Che siano dessi? pensò; mi sembrano in pochi, tre o quattro tutt'al più: ne avrei facilmente ragione.

Misurò l'altezza del ripiano a cui si trovava.

— In caso di bisogno, soggiunse, sono capace di far salti anche maggiori di questo.

Tastò nelle saccoccie dove teneva due pistole corte e ne accarezzò il calcio colla destra che si era sguantata per firmare, e frattanto sorrideva sempre alla fanciulla innamorata.

Ma le sue orecchie non l'avevano ingannato; un rumore di passi e di voci venne diffatti accostandosi vieppiù fino a che giunse nella camera che precedeva, dove parve risolversi in un contrasto. L'ultima delle persone presenti aveva appunto allora finito di sottoscrivere; chè tutti, secondo l'uso, avevano voluto apporre a quell'atto la loro firma; Giacomo Benda, stupito come gli altri di questo incidente, si tolse di mezzo alle congratulazioni ed ai complimenti dei congiunti, ed andò verso la porta dicendo:

— Vo a vedere che cos'è questo rumore.

Gian-Luigi parlava sempre con Maria nella strombatura della finestra, e frattanto aveva pian piano alzato il palettino di sotto e fatto girare il gancio di sopra che tenevano chiuse le invetrate; Maria non s'accorgeva di nulla di quanto avveniva intorno a lei, non vedeva nulla fuori delle pupille nere del suo sposo che seguitavano ad affisarla con una fiamma che le sembrava di vivo amore.

Mentre il sor Giacomo stava per metter mano alla gruccia della serratura dell'uscio, questo si aprì spinto dal di fuori, ed apparve Bastiano tutto conturbato.

— Che cos'è? gli chiese quasi severamente il padrone.

Il gigantesco portinaio chinò la sua alta persona verso l'orecchio di sor Giacomo e gli disse con un certo piglio d'ansietà, di disgusto e di timore:

— V'è un cotale che vuole ad ogni costo entrare.....

— Gli è matto: interruppe parlando forte il signor Benda. Entrare! Qui, a quest'ora? Perchè? E che pretende?

Tutti gl'invitati, la cui curiosità era solleticata ed in cui era nata un'inesplicabile aspettazione, si avvicinarono al padron di casa e fecero gruppo dietro di lui.

Bastiano, parlando sempre più sommesso rispose:

— Non è un matto; gli è un agente di polizia, con una mano d'arcieri.

Queste parole furono pronunciate pianissimo, ma pure, tanto era il silenzio che s'era fatto, che furono udite da un capo all'altro della stanza; da tutti, fuorchè da Maria. Il sor Giacomo aggrottò le sopracciglia; Francesco sul suo letto si tirò su a vedere con moto più vivace che non avrebbe ancora dovuto; la signora Teresa levò le mani verso il cielo spaventata: gl'invitati allibirono, e più d'uno, temendo d'essere compromesso, si pentì d'esser venuto.

— Ancora la Polizia! esclamò indignato il padron di casa. Che cosa mi si vuole, per Dio?

— Falli entrare, padre mio, gridò Francesco dal suo letto, falli entrare e vedremo tosto con che pretesto si viene a turbare nei momenti più solenni la pace d'una famiglia, a violarne il domicilio.

Queste parole parvero molto audaci alla maggioranza dei presenti che furono sempre più pentiti di trovarsi in quel luogo.

— Ebbene, vengano: disse bruscamente il signor Benda.

Bastiano non ebbe che ad aprire un battente. Sulla soglia si presentò la faccia scialba d'un uomo, cui Gian-Luigi, dalla finestra ove si trovava, riconobbe subito con dispetto per quella di Barnaba.

— Sciagurato d'un Graffigna: diss'egli fra sè: gli è proprio diventato buono da nulla. Ora sì che son perduto. Chi sa?...

Aprì pian piano l'invetrata e il suo occhio corse rapidamente su due punti: all'uscio per cui entravano gli uomini della Polizia ed al tavolino sul quale erano le torricelle lucenti dei napoleoni d'oro.

Barnaba s'avanzò nella stanza, e dietro di lui si schierarono in fila quattro brutti ceffi che non mentivano colle sembianze il loro essere di arcieri travestiti.

— Non si sgomentino, disse il poliziotto che camminava ancora a stento, appoggiandosi ad un bastone: non siamo venuti che per arrestare il sedicente dottore Luigi Quercia.

La vecchia similitudine dell'effetto che produce un fulmine precipitato a ciel sereno, non può menomamente esprimere lo stupore di quell'adunanza alle parole dell'agente di Polizia.

Stettero lì, intenti tutti quanti, guardandosi, mentre Barnaba con una rapida occhiata mandata in giro si rendeva conto della situazione materiale delle cose per decidere del modo più opportuno di agire. Vide Quercia nel vano della finestra e fra sè e lui frammezzare il gruppo degl'invitati, il tavolino su cui era stato rogato il contratto e il notaio che si levava allora esterrefatto, e per ultimo Maria che all'udire le parole del poliziotto s'era gettata al petto dello sposo, come per fargli scudo della sua persona.

Il medichino ancor egli guardava codesto e pesava le circostanze di tal disposizione di persone e di luoghi per servire al suo scampo. Non aveva menomamente perduto del suo sangue freddo, nè aveva smesso il suo superbo sorriso. E pensava:

— Fortuna traditrice! Nel migliore la mi manca. Due giorni avesse tardato i suoi colpi!... Qualcheduno mi ha tradito.... chi?... Lo saprò, e allora!... Intanto sfuggiamo alle loro unghie... Potessi almeno arraffare eziandio parte di quel denaro!...

Barnaba aveva visto le invetrate aprirsi cautamente sotto la mano di Quercia. Se le forze glie lo avessero concesso, si sarebbe slanciato egli medesimo addosso all'uomo da arrestarsi: ma egli appena si reggeva in piedi.

— Eccolo, gridò additandolo ai quattro seguaci, eccolo là alla finestra: presto, afferratelo, ch'ei non ci sfugga.

Ma gli uomini avevano da passare in mezzo al gruppo degl'invitati che avevano assistito al contratto, i quali senza punto volerlo, ma per l'attonitaggine in cui erano, stavano piantati a fare ostacolo; e quindi avevano da schivare il tavolino che si trovava nella linea retta da loro al medichino.

— Sì, sono qua, gridò questi con una temeraria ironia; ma non mi ci avete ancora preso, signori miei.

Erasi accorto che doveva rinunziare a far bottino di quei bei napoleoni d'oro che splendevano sulla tavola, e n'aveva un dispetto da non dirsi; appena appena se gli era possibile la fuga per la finestra. Si sciolse dall'amplesso di Maria che stava palpitante sul suo seno; la rigettò bruscamente contro i quattro uomini che si slanciavano su di lui; colla rapidità del lampo fu sul parapetto della finestra e di là nel cortile.

Maria strammazzò nelle gambe degli arcieri, mandando un grido, e colla sua caduta li arrestò un istante.

Barnaba, fatto più pallido, le labbra contratte dall'ira, gridava:

— Su, su, animali, buoni da nulla: fategli fuoco addosso; ch'e' non ci sfugga, alla croce di Dio!

Quando gli arcieri giunsero ad affacciarsi alla finestra, videro un uomo che si dibatteva in mezzo a quattro altri ond'era circondato; si udirono due colpi di fuoco, due dei quattro caddero e quello che era stato aggredito fu visto fuggire con una rapidità straordinaria verso le macerie della fabbrica incendiata.

— E' ci scappa, e' ci scappa: gridava furibondo Barnaba, giunto ancor egli alla finestra. Fuoco, fuoco, su di lui.

Fu salutato dallo sparo di parecchie pistole, ma inutilmente: egli era sparito.

Giacomo e Teresa erano accorsi a sollevare la figliuola; indicibile era l'emozione in tutti.

— Signore, disse poscia il signor Benda con voce tremante dal turbamento e dallo sdegno; si può almeno sapere a che titolo si voglia procedere all'arresto del dottor Quercia?

Barnaba rispose con feroce crudità:

— Perchè gli è un ladro, un falsario ed un assassino. È il capo di quella tremenda banda che chiamasi la cocca, ed è il soprannominato medichino.

Maria non ebbe pur la forza più di mandare un grido; appoggiata com'era alla spalla del padre si lasciò andare smarrita nelle braccia di lui, ed egli l'adagiò sopra il sofà, priva affatto di sensi.

L'occhio del poliziotto era caduto sulle polizze di banca francese che stavano sopra il tavolino.

— Ed ecco appunto, diss'egli, dei falsi biglietti di cui quell'associazione di malfattori aveva la fabbrica.

E li sequestrò. Diede ordine tosto s'inseguisse da ogni parte il fuggitivo.

— Oh! lo piglierò, diss'egli fra i denti, lo piglierò ad ogni modo.

Il padre e la madre di Maria erano intorno a lei desolati; i testimoni di quella scena non rinvenivano dall'attonitaggine in cui erano caduti, non sapevano che farsi nè che dirsi; alcuni, quelli che avevano meno perduto il cervello, eransi partiti di cheto.

Barnaba si affrettò ad andarsene. Scendendo trovò i poliziotti che aveva lasciati a guardia nel cortile, scornati, timorosi, mortificati; avevano levati di terra e posti sotto l'atrio i cadaveri dei loro due compagni stati uccisi dal medichino. L'agente della Polizia non fece loro il menomo rimprovero; solamente li guardò con un occhio che parve loro più severo d'ogni parola. Fu ad un giovinastro tarchiato e tozzo, dall'aria scema, che Barnaba diresse una rampogna.

— E tu, imbecille, non sei stato da tanto di aggrapparti a lui e non lasciarlo muover più? Ora egli ci scapperà per sempre, conducendo seco la tua Maddalena.

Gli era Meo, che Barnaba aveva voluto condur seco, nella speranza che gli sarebbe stato utile.

Lo stupido rispose con voce quasi piagnolosa:

— E' fu così lesto ch'io appena ebbi tempo a vederlo; quando accorsi egli era già via; ma se mai lo trovo ancora a tiro della mia mano, le giuro per la Madonna della Consolata, che non mi scappa più.

— Ah sì: mormorò Barnaba: ma il difficile ora sta appunto nel ritrovarlo. Andiamo.

Camminando verso la città, il poliziotto pensava:

— Dove può egli ricoverarsi pel momento? Nella sua dimora abituale, mai più. Nella palazzina del viale, difficilmente. Però or ora le passeremo dinanzi ed osserveremo... Più probabilmente dalla Zoe.

In breve giunsero alla casina dei segreti ritrovi; Barnaba s'arrestò, fece arrestare in perfetto silenzio la sua scorta e si pose ad osservare attentamente. L'abitazione era muta e scura per l'affatto, nè si aveva un menomo indizio che vi fosse anima viva. La neve caduta i giorni addietro era stata spazzata via per una stretta striscia, dal cancello all'uscio d'ingresso, quindi non vi poteva esser traccia di pedate; però l'occhio acuto del poliziotto, in uno degli orli della neve in mezzo a cui erasi aperto il sentiero, vide una lieve impronta; aprì il cancello con un grimaldello e s'avanzò a contemplar davvicino quel segno. Era l'impronta recente d'un piede ben fatto ed elegantemente calzato d'uomo. Certo nel turbamento con cui camminava, il fuggente non aveva dovuto badare che il suo passo, andato un po' di traverso, aveva lasciato una piccola orma.

— Gli è qui: esclamò a bassa voce Barnaba, drizzando la sua faccia illuminata da una fiera gioia. Il sorcio è in trappola, e questa volta non ci può scappar più a niun modo.

Aveva seco sei guardie e Meo, che faceva sette. Non volendo tralasciare cosa alcuna cui la previdenza consigliasse, egli trascelse due dei più intelligenti fra i suoi uomini e diede loro l'ordine di recarsi sotto le finestre dell'abitazione della Zoe a invigilare. Se mai per caso non fosse Quercia quegli che era entrato nella palazzina, o già ne fosse uscito, si tenesse d'occhio la dimora della cortigiana dov'egli poteva riparare: tutti gli altri luoghi in cui era presumibile si recasse già erano custoditi.

Partiti i due uomini, Barnaba fu all'uscio della casina, e senza molti sforzi coi suoi grimaldelli lo aperse. Tutto era scuro là dentro: uno degli arcieri accese una lanterna, e cautamente, le pistole in mano, s'introdussero tutti.

— Meo, disse Barnaba mettendo una mano sulla spalla del garzonaccio: gli è ora che conto su di te.

CAPITOLO XXI.

Gian-Luigi, appena si fu colla sua rapida corsa di tanto allontanato pe' campi da non temer più pel momento d'essere raggiunto, si fermò ansimante a pensare quel che meglio gli convenisse. Fuggire addirittura la città e il paese, tentar di giungere ad estere contrade era certo la prima idea che gli doveva venire, e fu quella che gli venne: ma non tardò a crollare il capo con uno scoraggiato sorriso.

— E che farò io, disse amaramente a se medesimo, senza mezzi nessuni, senza punto denari? Aver tanto raccolto e veder tutto sfumarsi dinanzi! Aver con tanti sforzi costrutto un edifizio e vederselo tutto crollare!.. Espormi alla vita della miseria in altri paesi, ricominciare da capo la vita del baro e dell'assassino per vivacchiare.... oh no! non io discenderò sì basso.... Piuttosto morire.... Poichè tutto mi ha fallito ad un tratto, che mi cale gettar via questa vita che ha mancato a tutte le sue promesse?

Trasse fuori un pugnaletto acuto e sottile e ne guardò stranamente il luccicar della lama al raggio della luna.

— Su via: diss'egli con quel suo sogghigno in quella solitudine, a quel momento, più amaro, più superbo, più temerario che mai.

Ma la mano già levatasi per ferire, si arrestò e poi si chinò lentamente.

— Non è una viltà fuggire innanzi al pericolo perchè si è fatto gravissimo? Vo' lottare fino all'ultimo con questa società matrigna che suscita tutti i desiderii e nega all'onestà ogni soddisfazione di essi, e che ora mi minaccia colla forca... Vivo non cadrò nelle loro mani a niun patto... Dunque tanto vale tentare ancora. Se potessi fuggire con parte almeno de' miei tesori, sarebbe tuttavia una vittoria.

La sua decisione era presa, ringuainò il pugnale e si diresse verso la palazzina. Camminava prudentemente celandosi dietro i tronchi degli alberi, poco diverso dal cauteloso procedere che descrivono i romanzieri americani dei selvaggi che vogliono sorprendere il nemico. Intorno alla casina del viale tutto era quieto: Quercia spiò attentamente e non vide indizio d'anima viva. Si fece ardito tanto da entrare nel cancello ed introdursi nell'abitazione. Una lieve speranza gli venne che il segreto nascondiglio detto Cafarnao non fosse ancora conosciuto dalla Polizia e colà potesse non solo penetrare sano e salvo a prendere il denaro che vi aveva, ma rimanervi alcuni giorni nascosto a sviare la vigilanza e le ricerche della Polizia. E certo se nessuno avesse tradito, quel rifugio avrebbe dovuto essere compiutamente ignorato; ma che vi fosse stato un traditore fra i servi era pure la prima idea che gli si era affacciata, quando aveva visto comparirgli Barnaba per arrestarlo.

Pel segreto passaggio dalla palazzina passò nell'andito sotterraneo che conduceva al grande stanzone centrale. Camminava lento, gli occhi e le orecchie tese con ogni sua possibile intentività; la mano destra teneva sull'elsa del pugnaletto, colla sinistra veniva tastando la parete per guidarsi, essendo che quella sera non fossero accese le lampade lungo il corridoio, ed egli avesse pensato meglio non recar seco lume nessuno. Ad un punto udì innanzi a sè un suono, che gli fece spavento, se pure può questa parola usarsi per l'intrepida tempra di quella natura. Era un rumore di lotta: alcune voci d'ira e di minaccia, alcuni gemiti che parevano di feriti, colpi e percosse. Il medichino ristette. Era questa una rissa fra i soliti abitatori del Cafarnao, oppure una lotta con nemici invasori? Il dubbio non durò a lungo. Si udì una voce che Quercia riconobbe per quella dal commissario Tofi.

— Non fate fuoco, gridava la voce, e' si vogliono prender vivi; che diamine! siete in tanti e non ci valete ad opprimere due uomini soli, di cui uno ancora non è che la metà d'un uomo?

Al punto in cui era giunto Gian-Luigi, poteva scorgere una luce rossiccia in fondo al corridoio. Erano delle lanterne che tenevano in mano vari uomini che non tardò a riconoscere per guardie di polizia. Sui gradini che conducevano a Cafarnao stavano ritti Stracciaferro e Graffigna che si difendevano bravamente, il primo con un palo di ferro, il secondo col suo coltello affilato, contro l'assalto d'una schiera di poliziotti: alcuni di questi già erano distesi per terra malconci; dietro degli assalitori appariva l'alta persona del Commissario, il quale, nel suo solito contegno, le mani affondate nelle sue grandi tasche del soprabitone, incoraggiava i suoi uomini all'assalto. Allo sbocco dell'andito che conduceva alla bottega di Baciccia apparivano altri poliziotti appostati.

Il primo impulso di Gian-Luigi fu quello di gettarsi là in mezzo a soccorso de' suoi; ma fu lesto a cambiar d'avviso, egli si perdeva inutilmente senza salvare gli altri. Sola cosa da farsi era tornare il più presto sui suoi passi, prendere in fretta tutto quello che si poteva di valore che era nella palazzina, e fuggire se pure s'era tuttavia in tempo. Retrocesse adunque affrettato; giunto dietro all'uscio segreto che metteva nel salotto della casina sostò ed applicò l'orecchio alla commessura per ascoltare; non udì rumore di sorta; colà non era dunque ancora penetrato nessuno. Toccò la molla nascosta; l'uscio si aprì; egli passò ratto e lo richiuse: ma aveva fatto appena pochi passi che udì nell'andito a pian terreno gente che entrava, che si accostava alla scala, che saliva. Si morse le labbra fino al sangue, gettò un'occhiata disperata intorno a sè, come per cercare una via di scampo: non ce n'era nessuna: tornare nel sotterraneo era peggio: gli occhi gli balenarono orrendamente: si vide compiutamente perduto e si disse con una bestemmia che la sua ultima ora era venuta; si piantò sulla soglia di quella stanza, impugnò con mano convulsa il pugnale e stette ad aspettare.

Non aspettò a lungo; l'uscio della camera che precedeva si aprì e comparvero agli occhi suoi quattro uomini — quei medesimi che già lo avevano assalito nella casa dei Benda — e in mezzo a loro, come duce, Barnaba. Nessuna parola fu scambiata: nè i poliziotti minacciarono, nè il medichino aprì labbro; gli arcieri ad un cenno di chi li capitanava fecero un moto per islanciarsi addosso a Quercia: questi brandì il pugnale, solidamente piantato sulle sue gambe, in una mossa robusta ed elegante da gladiatore antico. Era sì fiero l'aspetto di lui, sì ferocemente lampeggiavano i suoi occhi neri, la profonda ruga incavatasi nella sua fronte dava una tale sembianza di forza, di risoluzione disperata, di volontà e di ferocia indomabili a quel suo volto fatto per imporne altrui e per comandare alle turbe, che gli arcieri, come intimoriti, s'arrestarono. Ciascun di loro sapeva che il primo fosse arrivato a tiro di quella sottil lama, che brillava nel pugno piccolo e nervoso del medichino, sarebbe stato un uomo morto; e per quanto si sia sicuri che la nostra morte verrà vendicata, non è questo pensiero abbastanza consolante per deciderci a farci accoppare così di piano senza punto oscitanze.

Barnaba, il quale voleva finirla presto, si volse indietro e chiamò a sè un uomo che era rimasto nell'altra stanza in coda degli altri.

— A te, gli disse, vieni qua e guardalo. È egli quel desso?

Gian-Luigi vide, dietro le spalle dei quattro arcieri, comparire la faccia scema e gli occhi vitrei di Meo, il garzone di mastro Pelone.

— Ah! sei tu il traditore: mormorò fra i denti il medichino: che sì ch'io ti darò qui stesso la tua paga... Ma tu non sei già il solo, perchè il segreto di Cafarnao non t'era noto.

Lo sguardo di Meo, fissandosi nel volto di Gian-Luigi, s'animò per quanto quello sguardo poteva animarsi.

— È lui, esclamò, gli è proprio lui: lo riconosco, quantunque e' sia vestito da signore.

Barnaba aveva giudicato egli pure che alcuno dei presenti doveva sacrificare la vita per la cattura di quell'importantissimo personaggio; ed avvisò che, fra quante aveva in quel momento a sua disposizione, l'esistenza di quel poveraccio era la più sacrificabile, come quella che, arrestato il famoso medichino, diventavagli affatto inutile.

— Or bene, gli disse piano all'orecchio, saltagli addosso ed afferralo tu, se non vuoi che più ci scappi e ti porti via per sempre la Maddalena.

Meo allungò il collo fra le spalle dei poliziotti che erano dinanzi e misurò collo sguardo lo spazio che gli restava da percorrere per arrivare al medichino.

— Animo! gli susurrò all'orecchio Barnaba: l'hai giurato che non te lo lascieresti scappar più; e così ti vendicherai di lui e di lei.

Il garzonaccio diede in una specie di grugnito: fece come il cane che, animato dalla voce del cacciatore, esita a slanciarsi addosso al cinghiale attergatosi ad una pianta, e poi ad un tratto ei si decide e corre addosso alle mortifere zanne: colle due mani trasse indietro due degli arcieri per farsi lasciare il passo, e coll'impeto d'una catapulta, piombò addosso al medichino di tutto il peso della sua persona.

Gian-Luigi piegò un istante a quell'urto; ma le sue gambe s'irrigidirono tosto ed egli riprese di subito la sua impostatura di difesa; però l'assalitore l'aveva afferrato alla gola e gli stava ingombro sul petto, facendo sforzi ad abbatterlo in terra. Si vide al lume rossiccio della lanterna balenare per aria la lama sottile, ed una riga di sangue colare ad un tratto e per più luoghi dalle reni di Meo. Questi tuttavia non lasciò la presa: muggiva e rantolava in orribil guisa, ma le sue braccia si stringevano convulse al collo del medichino, così che tutto pavonazzo ne diventava il viso di costui; e negli squassi dell'agonia, cadendo a terra come sacco buttato, Meo traeva seco, sempre stretto dalla morsa feroce delle sue braccia contratte, Gian-Luigi a mezzo soffocato. Ma quando aveva toccato il pavimento, il povero Meo già era cadavere.

— Su, su, gridò Barnaba: saltategli addosso ora ed impedite ch'ei possa uccidersi, e disarmatelo.

Gli arcieri tutti quattro piombarono su di Quercia nell'atto che stava per divincolarsi dall'amplesso orrendo di quel cadavere e volgere su di sè l'arma omicida; non senza sforzi riescirono a torgli di mano il pugnale e legarne le braccia e le gambe, e finirono per lasciarlo disteso in terra ansimante, sanguinoso, pesto e allividito dai colpi ricevuti, ma terribile ancora a mirarsi. Il pittore che avesse voluto rappresentare il Satana fulminato, non avrebbe potuto trovare modello più acconcio e più efficace di quell'uomo pallido, dalle chiome nere irte sul capo come serpenti, dagli sguardi feroci e rabbiosi d'una ferocia impotente, il quale si mordeva il labbro inferiore da far spicciar il sangue che gli colava lungo il mento, sulla cui fronte la ruga profonda che vi si incavava fra le sopracciglia, pareva l'impronta della maledizione di Dio.

Barnaba, che aveva assistito con trepidante interesse alla breve ed aspra lotta, ora che si vide disteso ai piedi, vinto ma non domato, quell'uomo; come se soltanto per questo fine gli avessero bastato le forze che aveva raccolte mercè il conato perseverante della sua volontà, si lasciò cader seduto sovra una scranna, mandando un lungo sospiro, e parve presso a svenire.

Gli occhi neri del medichino caduto lo saettavano con isguardi pieni d'un odio feroce.

Dopo un istante in cui gli arcieri medesimi parvero riposarsi ancor essi, stupiti insieme e della forza che loro aveva opposto quel giovane dalle forme eleganti e quasi della loro vittoria, e' si volsero al caduto a vomitargli mille improperii, urtandolo co' piedi. Il medichino rimase impassibile, muto ed immobile, nè i suoi occhi degnarono pure volgersi sopra i suoi insultatori, ma continuarono a restar fissi con quella espressione sopra di Barnaba.

Questi, appena gli fu tornato tanto di vigore da poter alzare la voce, gridò ai suoi subalterni:

— Silenzio olà, e fermi!... Lasciate in pace il prigioniero.

Obbedirono colla prontezza e colla sommessione della disciplina militare: e messisi nell'impostatura del rispettoso aspettar gli ordini dal superiore, uno di essi, il brigadiere, domandò:

— Che ci comanda ora?

— Procederemo alla più minuta perquisizione in tutta la casa. Chiamate gli altri uomini che abbiamo lasciato abbasso: due rimarranno qui a custodia del prigioniero, gli altri romperanno tutti gli scrigni, apriranno tutti i mobili, così ch'io possa rifrugar tutto e dappertutto.

Fu fatto secondo questi ordini. Ogni carta fu attentamente esaminata da Barnaba, quelle sopratutto che avevano apparenza di lettere di donna. Di queste se ne trovò di molte, ma non quelle che cercava l'agente della Polizia; altre carte che avessero importanza non se ne rinvennero.

— Ed ora, disse Barnaba quando la perquisizione fu finita e lo disse in modo che il medichino potesse udire: ora non ci resta che penetrare nel sotterraneo.

Gli occhi di Gian-Luigi che rimanevano sempre fissi sull'agente della Polizia, diedero un leggier guizzo.

Barnaba si accostò al giacente e, curvatosi verso di lui, gli disse:

— Vedete che sono informato di tutto. So che per quella grande specchiera laggiù si penetra nel sotterraneo covo della vostra cocca, e so che la si può aprire mediante una molla segreta che si preme. Fareste assai bene ad indicarci questo segreto per avanzarci la fatica e il tempo di rompere ed abbattere quell'uscio così ben dissimulato, senza contare che gli è un peccato mandar a male un sì bel cristallo.

Il medichino seguitò a guardar fieramente chi gli parlava, ma non disserrò le labbra.

— Rompete quello specchio, comandò Barnaba accennandolo colla mano, e sfondate l'uscio che esso nasconde.

L'ordine fu tosto eseguito. Dieci minuti dopo appariva il vano nel muro e il tenebroso pozzo della scala che s'affondava. Allora il prigioniero fece un movimento ed accennò colle pupille a Barnaba che gli stava seduto dappresso.

— Sentite: diss'egli.

Il poliziotto, aspettandosi qualche rivelazione, si curvò su di lui con sollecita premura.

— Che ragioni personali d'animosità avete voi contro di me? gli domandò Quercia, facendogli penetrare negli occhi il suo sguardo acuto.

Per un ratto istante le pupille, abitualmente velate, di Barnaba ebbero un improvviso bagliore; ma le si spensero tosto.

— Nessuna: rispose egli freddamente.

— Voi mi avete data la caccia con ispeciale accanimento; foste voi che veniste a suscitare fra i miei seguaci un traditore.

— Era dovere del mio ufficio.

Gian-Luigi fece quel suo scettico amaro sogghigno che ora su quelle labbra sanguinose era più penoso a vedersi.

— Troppo zelo: diss'egli ironicamente.

Barnaba si drizzò della persona ed accennò avviarsi verso l'uscio atterrato.

— Aspettate: disse vivamente il medichino con un accento che pareva di comando.

Il poliziotto si fermò.

— Curvatevi di più verso di me. Quello che voglio dirvi dev'essere udito da voi solo.

Barnaba si chinò più che poteva.

— Per fare codesto mestiere voi dovete non esser ricco.

— Sono poverissimo.

— Chi mi lasciasse scappare potrebbe avere venti mila lire.

— Bah! dove le prendereste? Tutto quello che avevate qui sotto già vi fu sequestrato.

La risposta del poliziotto accese un po' di speranza nel cuore di Gian-Luigi. Chi si preoccupa del modo onde gli può essere pagato il compenso ad un atto che gli si domandi, è presso ad accettare di compire quest'atto.

— Ho in serbo altrove delle somme: disse con vivacità il medichino. Sono presso una persona, dalla quale potreste avere subito, questa sera medesima, la mercede che vi dico.

— Chi è questa persona? domandò Barnaba i cui occhi tornarono ad animarsi alquanto.

— Vi condurrò io stesso da lei, appena ci saremo tratti di qua.

— Forse la Zoe? disse l'agente poliziesco con voce che sibilava fra i denti.

Quercia era troppo osservatore per non por mente alla fiamma che aveva lampeggiato nelle pupille di Barnaba, al tremare dell'accento con cui aveva pronunziato quel nome di donna: sollevò alquanto il torso dal suolo, puntando il gomito d'uno de' suoi bracci insieme strettissimamente legati, ed affondò i suoi negli occhi dell'interlocutore.

— La Zoe!... Voi la conoscete?

Barnaba aveva chinato sulle pupille le ciglia, e volto il capo dall'altra parte.

— No: rispose freddamente. Non la conosco..... Ma mi offriste anche un milione non consentirei nemmeno a chiudere un occhio perchè voi poteste riacquistare la libertà.

— Va bene: disse con tutta indifferenza il medichino, lasciandosi ricadere lungo e disteso per terra: siete l'eroe della Polizia.

E non pronunziò più una parola.

— Scendiamo giù: disse Barnaba ai suoi uomini: due di voi rimangano qui; gli altri vengano meco. Credo che a quest'ora il Commissario avrà finito con quegli altri, e se no arriveremo appunto in suo aiuto.

E l'agente cogli arcieri, tolti i due che rimasero presso il medichino, sparirono nell'oscuro della scaletta che scendeva al corridoio sotterraneo.

CAPITOLO XXII.

Per l'arresto dei malfattori della cocca, tre squadre poliziesche eransi partite ad un tempo dal Palazzo Madama, la prima capitanata da Barnaba si era diretta alla casa Benda dove sapevasi doversi cogliere alla posta il capo della banda, e già abbiam visto quello che a questa squadra era intravvenuto; la seconda erasi recata all'abitazione ordinaria del cosidetto medichino sotto la guida di un altro agente che godeva ancor egli la speciale confidenza del signor Commissario, e colà aveva arrestato i servi del sedicente dottor Quercia ed in una minutissima perquisizione sequestrato tutte le carte che vi ci aveva trovate, cui l'agente doveva consegnare nelle mani medesime del signor Tofi: quest'ultimo poi, a capo della terza squadra, più numerosa delle altre e rinforzata dall'aiuto di una mezza dozzina di carabinieri, s'era assegnato il compito di penetrare nel covo sotterraneo e misterioso di quella tremenda associazione di assassini. Giunta a poca distanza dalla strada in cui s'apriva la taverna di Pelone, questa schiera si divise in due, e chetamente le due frazioni s'avviarono, l'una verso la bettola, l'altra verso la bottega di Baciccia.

Il bravo Pelone, che già da qualche giorno aveva inquietudini e di molte, restò di stucco al vedere aprirsi l'uscio a vetri della bottega e in mezzo al fumo denso delle pipe, delle vivande, dei lumi a olio, presentarsi la faccia del Commissario, faccia che ispirava apprensione a tutti e che in quel punto alla coscienza sporca di mastro Pelone fu spaventosa come la testa della Medusa nei poeti classici. Ad accrescere spavento questa faccia tremenda era incorniciata in un fondo di ceffi arcigni di guardie poliziesche e di cappelli a becchi di carabinieri. Al fondo dello stanzone, dal suo banco a cui sedeva secondo il solito, il tavernaio, facendo una splendida eccezione alla ordinaria lentezza di moti del suo lungo corpo dinoccolato, sorse di scatto sulle sue zattere di piedi, assalito da un parosismo maligno della sua tosse profonda e dal fondo delle occhiaie incavate girando attorno uno sguardo sgomento:

— Il Commissario in persona! si disse egli in fretta in fretta con un ansioso monologo mentale. Caspita! Gli è dunque qualche cattura importante che qui si vuol fare.

Ma lo sguardo che aveva mandato in giro gli aveva fatto conoscere che presenti nell'osteria a quel momento, non c'era che una minutaglia di birbanti, pesciolini senz'importanza, per cui non occorreva tanta forza di reti nè tanta abilità di pescatore: e ciò lo spaventò ancora più.

— Ahi, ahi! Pelone, continuò egli nel suo monologo; codesto mi ha l'aria molto brutta per te; tutto ciò temo voglia avviarsi molto male. Qualcheduno avrà commesso delle imprudenze; già lo sapevo che sono una manica d'imbecilli; lo dovevo prevedere ed avrei fatto bene a contar tutto al Commissario. Ora temo d'essere nella ragna pur troppo, che il diavolo li porti tutti quanti, e me con essi.

L'alto rumore che facevasi nella bettola, e vociare nel giuoco della morra, e sbraitare di canzonaccie, e parole concitate che erano grida e sghignazzamenti e imprecazioni e bestemmie, all'entrare della forza pubblica, era cessato tutto ad un tratto, come per incanto. Tutte le faccie s'erano rivolte alla porta, tutte le bocche erano rimaste spalancate e gli occhi fissi nell'espressione d'una paurosa sorpresa, nel cuore di tutti s'era messa l'ansia, perchè fra tutti quegli avventori non ce n'era forse uno cui quella vista non dovesse dare a riflettere ai casi suoi.

La Maddalena, che trovavasi nella cucina al pian di sotto, stupita grandemente pel subito succedere senza transizione di quell'alto silenzio al baccano di prima, venne su a vedere che mai fosse capitato, e mostrò la sua faccia impertinente e rubiconda al di sopra della botola.

— Figliuola di mala femmina, sgualdrina, sfacciata che Dio ti dia bene! le disse mozzicando le parole fra le sue gengive il bettoliere che s'era levato premurosamente di dietro il banco per muover all'incontro del Commissario. Ecco qui la sbirraglia: siamo tutti perduti, che Satanasso ti abbranchi!

Maddalena per prima cosa pensò alla più diletta persona, alla sola diletta che avesse al mondo, al medichino, cui quel pericolo poteva minacciare; guardò alla porta e veggendo entrare cinque o sei sgherri e con essi tre carabinieri, ed una riserva di poliziotti rimanere ancora al di fuori sulla strada, capì con molto dispetto che il fuggire di là era impossibile. Suo proposito era correre in cerca di Luigi e tanto aggirarsi finchè l'avesse trovato per avvisarlo di quel che avveniva nella bettola, di guisa ch'egli potesse provvedere ai casi suoi. Qualunque altro non avrebbe più avuta speranza nessuna di riuscire in questo intento; ma la Maddalena era tenace nelle sue volontà, era audacissima, accorta, ed era donna; si disse che un'occasione di sgattaiolarsela sarebbe nata ed ella avrebbe saputo approfittarne, ed anche l'avrebbe saputa far nascere, e salita del tutto fuor della botola, si venne accostando lentamente al gruppo degli agenti della forza pubblica, come spinta soltanto da una curiosità naturale, ma affatto disinteressata.

Chi s'accostò non lentamente ma con zelante premura al sor Commissario fu mastro Pelone, il quale, trattosi fuori di dietro il banco, levatosi dal cranio lucido di avorio giallo la berrettaccia unta e bisunta, veniva all'incontro del signor Tofi, lungo la corsìa in mezzo ai due ordini di tavole, facendo passi da gigante colle sue lunghe gambaccie stecchite e trinciando inchini da toccare colla punta del suo naso da uccello di rapina le rotelle piatte de' suoi ginocchi.

— Oh signor Commissario, illustrissimo signor Commissario! gridava egli colla sua voce rauca, punteggiata dagli sbruffi della tosse: in che cosa posso servirla, signor Commissario? Mi metto a sua disposizione, signor Commissario.... Fatevi in là voi altri: si diede a gridare a parecchi degli avventori che ingombravano il passaggio, e li urtava nella schiena per farneli ritrarre: toglietevi di qua, mascalzoni, fate largo, date luogo al signor Commissario.

Questi dall'alto del suo cravattone guardò con occhio severo l'oste tutto confuso, che credette, a quell'occhiata, sentir aprirsi il terreno sotto i piedi, e non rispose pure una parola; poi volto al brigadiere dei carabinieri ed a quello delle guardie di polizia, disse:

— Nessuno esca di qua sino a nuovo ordine. Prendete nome, cognome e condizioni di tutti e quelli che sono in nota sieno ammanettati senz'altro.

Carabinieri ed arcieri si posero tosto all'opera. Della maggior parte di quegl'individui non avevano pure da domandare il nome; chè erano antiche loro conoscenze e non nuovi inquilini della carcere. Tutti protestavano che gli era uno sbaglio, che erano innocenti come neonati, ma le proteste non indugiavano d'un punto il ratto procedere degli agenti della forza pubblica.

— Voi, Pelone, disse il signor Tofi con quel suo brusco accento, che gelava il sangue nelle vene a chiunque: venite meco di là in quello stanzino.

Il Commissario fe' cenno al brigadiere dei carabinieri, a quello degli sgherri e passò primo; Pelone entrò dopo di lui abbrancato ad un braccio dal caporale arciere, e le sue lunghe gambe gli si piegavano sotto: l'uscio a vetri colle tendine rosse fu chiuso dietro di loro.

— Pelone; cominciò il signor Tofi con quel tono che toglieva ogni volontà di resistenza; apriteci subito l'uscio segreto che c'è in quella impiallacciatura di legno, pel quale si comunica col sotterraneo ricovero della cocca.

L'oste sentì un brivido come mai l'uguale corrergli per tutte le vene e gli venne un nodo alla gola che, secondo si espresse egli medesimo di poi, gli parve una carezza della corda di mastro Impicca.

— Signor Commissario, balbettò egli, verde in viso e oscillando come briaco sulle sue pertiche di gambe, non so..... non capisco..... in parola di Pelone.....

Si ricordò che quel passaggio, per fortuna, ultimamente era stato murato, che quindi non lo si sarebbe rinvenuto, e povero di consiglio com'era in quel momento, preso alla sprovveduta, si figurò che il miglior mezzo era di negare risolutamente.

— Non so che cosa Vossignoria voglia dire..... che il diavolo mi porti.

Tofi lo guardò con aria feroce, e senz'aggiunger verbo andò a quel punto dove Barnaba gli aveva detto esistere il passaggio; toccò nel luogo dove, per le rivelazioni di Arom, sapevasi esistere la molla, ma nulla si mosse.

— Aprite, sarà meglio per voi: disse il Commissario furibondo a Pelone.

— La mi scusi, signor Commissario, ma per la salute dell'anima mia, per la Madonna delle grazie e quella della Consolata, pel mio Santo protettore, protesto.....

Il Commissario non lo lasciò finire: aprì l'uscio a vetri che metteva nel primo stanzone e disse con accento di comando:

— Due uomini qua con ascie e picconi.

Gli uomini vennero solleciti.

— Abbattete quel tavolato lungo tutta questa parete: comandò il signor Tofi.

In dieci minuti la bisogna fu compiuta. Non vi era passaggio di sorta nella muraglia, ma ad un punto, ed era facile accorgersene, la muratura era fresca.

Tofi si rivolse al bettoliere, più furibondo di prima.

— Brigante! Avete murato l'apertura, eh? E credete scappolarla? Miserabili! siete tutti nei miei artigli ad ogni modo, ed avrete dal boia quel che vi meritate... Distruggete quella muratura.

Gli uomini si posero a dar coi picconi in quella parte che si vedeva costruita di recente.

Ma ecco che in quella giunge correndo un arciere della squadra che erasi recata alla bottega del Baciccia, e viene a recare un'ambasciata al sor Commissario.

A questa squadra ecco che cosa era avvenuto.

Giunti alla bottega del rigattiere e trovatala chiusa, se l'erano fatta aprire ed irrompendo avevano senza perder tempo legato ben bene il Baciccia e la sua famiglia, poi recatisi diviati al nascosto passaggio che comunicava col sotterraneo, vi si erano introdotti, camminando pian piano, con ogni cautela, colle loro lanterne accese.

In Cafarnao erano i soliti inquilini, che non avevano altro soggiorno più sicuro di quello: i due galeotti evasi dal bagno, Stracciaferro e Graffigna. Dormivano ambedue; ma l'ultimo, in qualunque luogo si trovasse, non dormiva che di quel sonno che il volgo suole attribuire alla lepre, la quale non chiude che un occhio e coll'altro sta sempre spiando ciò che le succede dintorno. Graffigna adunque udì fra il sonno e la veglia il rumor lontano e soffocato dei passi guardinghi di più persone suonare per la volta rimbombante del sotterraneo e si drizzò in sussulto a sedere sul suo strammazzo. Era un sogno frequente ch'ei faceva quello di essere perseguitato dai giandarmi, e credette anche questa volta essere stato disturbato da un sogno; ma ora e' si sentiva bene sveglio, e quel rumore non che dileguarsi veniva sempre più accostandosi; balzò dal giaciglio e corse alla porta che usciva su quella specie di vestibolo che precedeva lo stanzone, onde entrava colaggiù un poco d'aria e di luce, vide dal corridoio che veniva alla bottega del Baciccia, unica strada che ora ci fosse oltre quella della casina del medichino, appressarsi uno splendore rossiccio che giudicò prodotto da più lanterne portate a mano, e udì un tintinnare d'armi che al suo orecchio esercitato rivelò di che razza fossero i sopravenienti. D'un salto egli fu presso Stracciaferro a scuoterlo vigorosamente. Suo disegno era correre in tutta fretta su per l'andito che menava alla palazzina di Quercia, il quale aveva visto ancor libero, e di là fuggire, se ancora possibile, alla aperta campagna. Ma quanto era leggiero il sonno di Graffigna, altrettanto era sodo e pesante quello di Stracciaferro onde alle scosse ed agli urtoni che il suo compagno gli dava, quell'omaccione, senza punto destarsi, non faceva che rispondere con un grugnito e con certi atti impazienti e collerici che provavano essere il mal capitato chi venisse a disturbarne il riposo. Vedendo che la cosa premeva oltre ogni dire, Graffigna pensò ricorrere ad un mezzo che ritenne infallibile: punzecchiò forte colla punta del suo pugnale nelle carni dell'addormentato e nello stesso tempo gli gridò nel padiglione dell'orecchia:

— Su, su, Stracciaferro; sono qui gli sbirri ad arrestarci.

L'omaccione mostrò che era sveglio pur finalmente sparando insieme una grossa bestemmia e un tremendo pugno che guai per Graffigna se n'era colto.

— Possa tu venir appiccato, traditore d'un birbone da forca: esclamò Stracciaferro: mi lascierai tu dormire in pace?

— Il tuo augurio sta per essere avverato: di rimando Graffigna, martuffo del boia, mio caro amico, che ti venga un accidente; e sta per avverarsi anche per te, giacchè stiamo per essere presi come due sorci in trappola.... Ti dico che è qui la Polizia.

Questa volta Stracciaferro fu desto del tutto.

— Possibile! esclamò egli levandosi.

— Senti! disse Graffigna.

L'omaccione udì ancor egli il passo in cadenza della squadra che s'avanzava lentamente. Al suo spirito ottuso non balenò neppure il pensiero d'un possibile scampo; non pensò che a vender cara la sua vita; girò intorno lo sguardo degli occhi sanguigni e borbottò fra i denti:

— Ah cani maledetti! Or ora ne spedisco io una frolla all'altro mondo a farmi da battistrada.

Aveva visto in un angolo un palo di ferro di quelli onde si servivano ad abbattere imposte e sgangherar usci, e fu ad afferrarlo, maneggiandolo con tanta facilità, come altri farebbe d'un semplice bastone.

Graffigna gli spiegò in fretta in fretta la possibilità che forse eravi ancora di fuggire per la casetta del medichino; ed egli allora consentì a tentar questo passo, armato del suo palo di ferro; ma era troppo tardi, ed appena usciti dallo stanzone, i due banditi si videro saltare addosso gli agenti della forza pubblica. Si ritirarono essi sulla soglia del Cafarnao, in alto dei pochi gradini che vi conducevano, e disperati del tutto della vita, si prepararono ad una strenua difesa. Non racconterò le vicende di questa lotta resa più orribile dal luogo, dalle tenebre appena se rotte da quella luce rossiccia che pareva anch'essa macchiata di sangue, dalla forza erculea di Stracciaferro, dall'agilità di Graffigna che balzava come una pantera addosso ai nemici e riparava poscia sotto la protezione della tremenda mazza del suo compagno, riportando ad ogni volta bagnata di sangue novello la lama sottile del suo pugnale. Il fatto è che già troppo durava questo combattimento, senza che si fosse potuto venire a capo di opprimere i due assassini, e parecchi degli assalitori giacevano malconci; speravano gli agenti della Polizia veder giungere da un momento all'altro il rinforzo del Commissario co' suoi uomini, che secondo le intese dovevano riunirsi colà appunto al resto della squadra, ma non vedendo nulla arrivar mai, chi comandava quella frazione aveva pensato miglior consiglio mandare alcuno ad istruire il signor Tofi di quello che avveniva ed invocarne sollecito il soccorso. Codesto era venuto a fare l'uomo che abbiamo visto soprarrivare sollecito alla taverna di Pelone, e il Commissario appena inteso com'erano le cose, lasciato nella bettola appena quanti uomini bastassero a tenere in freno gli arrestati che già erano a due a due avvinti dalle manette, con tutto il resto delle sue forze accorse sul luogo del conflitto.

La Maddalena, visto partire il Commissario e la maggior parte dei birri, sentì accrescersi la sua mai perduta speranza di fuggire. Se ne venne tranquillamente verso la porta d'uscita, e saettò un'occhiata assassina all'arciere che stava là appostato. Quell'arciere, per fortuna di Maddalena e per sua sfortuna, praticava non di rado nella bettola, e le attrattive petulanti della giovane lo tentavano maledettamente; a quell'occhiata ch'egli credette gli dicesse tante cose, non potè a meno che rispondere con un fatuo sorriso di compiacenza.

Maddalena, con atto di affettuosa domestichezza, gli pose una delle sue mani paffutelle sul petto.

— Ho da dirvi una cosa: gli susurrò sotto voce, ponendogli bene innanzi le sue pupille smaglianti, la sua faccia fresca e il suo sorriso provocatore.

— Che cosa? disse il babbuino aitandosi ed andando tutto in brodo di giuggiole.

— Non qui: soggiunse la briccona sempre più sommesso, guardandosi dattorno con diffidenza: venite fuori un momento; è una cosa che vi farà piacere.

E senza attender altro, lesta pose la mano sulla gruccia della serratura, socchiuse l'uscio e sgusciò fuori: ma l'arciere fu sollecito ad allungar il braccio, afferrò la ragazza pei panni e le tenne dietro nella strada.

— Or bene, parlate ora, mia cara...

Non ebbe tempo a finire queste parole che la Maddalena, la quale forzuta era e coraggiosa più che a donna s'addica, gli scaraventava un pugno sul naso con tanta violenza che il povero arciere vedeva a un tratto cento mila fiammelle, e recandosi le mani alla parte offesa non pensava più a trattenere la donna, che non perdeva tempo a darsela a gambe e spariva ratta nell'oscurità di quelle viuzze contorte.

Dove la si recasse vedremo poi, ora torniamo con Barnaba che dalla camera ove giaceva il medichino legato, si calava per la scala segreta nel sotterraneo della cocca.

Quando Barnaba discese in Cafarnao la lotta era finita, il sopraggiungere del Commissario con nuovo rinforzo di poliziotti, aveva dato più animo agli assalitori ed era riuscito a superare ben tosto colla prepotenza del numero la difesa degli assassini. Questi, disarmati e strettamente legati, stavano in quella specie d'atrio circolare dove facevano capo le varie strade coperte, posti in mezzo ad una mezza dozzina de' più robusti e risoluti sgherri, i quali li custodivano tenendo gli occhi fissi su di loro e le mani sui calci delle pistole. Il signor Tofi, penetrato nello stanzone sotterraneo, tutto lieto delle infinite cose che vi scopriva, onde di gran lunga era superata la sua aspettazione, ne faceva una ricognizione sommaria; riserbandosi, a cose più calme, un minuto esame ed un esatto inventario. Intanto aveva già riconosciuto che colà stavano le prove materiali di parecchi reati di cui fino allora non si erano potuti trovare i colpevoli: quelli che in linguaggio criminale si chiamano corpi del delitto. Là era la cassa di ferro portata via al signor Bancone; là il mantello di Francesco Benda, di cui uno squarcio era rimasto in mano all'assassinato Nariccia; là varii e molteplici oggetti caduti nei più audaci furti ed assassinii commessi. Adocchiato finalmente l'uscio che metteva nel gabinetto particolare del medichino, il Commissario lo faceva atterrare, e penetrato in quel recesso, rotte le serrature dei forzieri e della scrivania, giungeva ad impadronirsi pur finalmente di tutti i segreti della tremenda associazione, di tutti i fili di quella permanente congiura di malfattori contro la proprietà e la società.

Barnaba arrivava appunto nel migliore dell'opera di sommario esame e di separazione dei documenti sequestrati.

— Signor Commissario; cominciò egli, per richiamare su di sè l'attenzione del suo superiore.

Il signor Tofi levò il viso vivamente e di sotto la larga tesa del suo cappello che teneva piantato in capo, mandò uno sguardo pieno di soddisfazione e brillante di trionfo verso il suo subordinato che gli stava ritto dinanzi. Parve persino che le sue labbra severe si atteggiassero ad una sembianza di sorriso; cosa che da anni ed anni avevano affatto disimparato.

— Ah siete qui voi!... Spero che non vi sarete mica lasciato scappare il merlotto.

Mai, a memoria di birro, il signor Commissario Tofi non aveva usato parole e tono così scherzosi.

— No, signore, rispose Barnaba, che, sfinito del tutto di forze, si appoggiò alla scrivania per sorreggersi; egli è colassù legato come un salame.

— Bene, benissimo: esclamò Tofi fregandosi le mani. Ma come colassù? Dove volete dire?

— Nella palazzina del viale.

— Ah sì! E come ce l'avete costì, perchè ce l'avete portato?

— L'abbiamo preso colà.

— Oh bella! Raccontatemi come andò la cosa.

Ma in questa il Commissario degnò accorgersi che il suo subalterno non poteva proprio più stare in piedi.

— Sedete: gli disse con accento più benigno di quello che da lui si potesse aspettare; avete bisogno di riposo; lo si vede.

Barnaba si lasciò andare sopra una scranna e raccontò le peripezie dell'arresto.

— Che minchione! esclamò il Commissario: poichè vi era sfuggito dalle branche, venirsi a porre da sè in trappola. Ma e' son tutti così: ce la fanno, ce la fanno per un pezzo, e nissuno mai, conviene dirlo, ce l'ha fatta così bene e per tanto tempo come questo scellerato, e poi ad un bel punto perdono la scrima. Ora, grazie a Dio, ce l'abbiamo ed è affar finito; non ci scappa più. Metteremo in pratica tutta la possibile sorveglianza.

— L'affidi a me, sor Commissario: esclamò con un certo ardore Barnaba, rianimandosi nonostante la sua sfinitezza. Lo vorrò sorvegliare anche quando sia nelle carceri, perchè quell'associazione di cui il medichino è capo, ha tali diramazioni ed è sì potente che ci sarà impossibile, anche con questo colpo, schiacciarla del tutto, e perchè vi hanno troppe persone ed influenti che seguiteranno ad interessarsi per la sorte di quel miserabile. Dobbiamo aspettarci a molti ed accorti tentativi d'evasione.

— È giusto. Voi avete tanto merito in questa faccenda che a voi si spetta appunto il badare che la si conduca a buon termine. Del resto avete reso un sì gran servigio e ci avete posto tanto zelo che saprò raccomandarvi a chi si conviene perchè ne abbiate degno compenso. Intanto aiutatemi a frugare qui in mezzo se si trovano quelle certe lettere di quella tale signora che vi ho detto..... O forse le avete voi trovate nella palazzina?

Barnaba rispose di no: nemmeno fra le carte di quel gabinetto segreto non si trovarono le lettere che si cercavano, e che il lettore ha già indovinato esser quelle della contessa Candida Langosco di Staffarda. Si sperò allora che le si sarebbero rinvenute fra le carte che agenti speciali avevano sequestrate al domicilio abituale di Quercia e in quelle altre camere che egli teneva qua e là per la città, e di cui Arom aveva del pari rivelato l'indirizzo.

Presi seco i documenti più importanti; assicurata ben bene la custodia dei locali e d'ogni cosa; dato ordine si traducessero in carcere il bettoliere Pelone che invano invocava tutte le Madonne e tutti i Santi del Calendario a protesta della sua innocenza, e quegli altri che erano stati arrestati nell'osteria, il Commissario e Barnaba salirono nella palazzina del medichino, traendosi dietro ammanettati Stracciaferro e Graffigna.

Gian-Luigi giaceva sempre sul pavimento, legato braccia e gambe, immobile, muto, l'occhio nero fisso innanzi a sè, la fronte corrugata a suo modo, un'espressione d'indomabile energia nel volto. Quando vide entrare i due agenti della polizia, que' suoi occhi ardenti li saettarono con uno sguardo d'ira feroce; visto dietro di loro i galeotti, suoi complici, trascinati dai carabinieri e dalle guardie, le sue pupille presero fugacemente un'espressione di disappunto rabbioso, di rampogna, di comando, poi divennero profondamente indifferenti.

Il Commissario si accostò al medichino con passo piuttosto sollecito, come spinto dalla vivace curiosità; gli si fermò a' piedi, guardandolo attentamente, incrociando le sue braccia sul petto sporgente ed abbottonato fino al collo del suo soprabito, il mento sostenuto al solito alle stecche dure del cravattone, gli occhi felini, sfavillanti al fondo della larga tesa del cappello abbassato sul fronte da coprir le ispide e folte sopracciglia grigiastre. Il medichino concentrò tutta l'attenzione delle sue pupille su quel volto burbero che gli si piantava dinanzi in alto di quella lunga, impalata, impettita persona. Non c'era nel suo sguardo e non nella sembianza la menoma vergogna nè la menoma paura: una sicurezza che poteva dirsi impudenza; quasi una sfida a quel potere che l'aveva vinto, a quella autorità che lo teneva ora in sua balìa.

Si sarebbe potuto credere che il signor Tofi dicesse qualche aspra parola di vanto dell'ottenuta vittoria, od uscisse fuori con qualche ironico cenno intorno al colloquio che avevano avuto insieme pochi giorni prima; forse il giacente medesimo se l'aspettava, e nel contegno aveva già posta per ciò tutta quella disdegnosa audacia con cui si preparava a rispondere; ma invece il Commissario non disse pure una parola; stato alquanto a contemplarlo con osservatrice e non niquitosa attenzione, si volse poscia a Barnaba, e disse a mezza voce, come risultamento del suo esame e del suo meditare:

— Un'anima da demonio, una volontà di ferro, ed un corpo da Adone..... Sicuro che c'era da far girar le teste di tutte le donne di questo mondo.

Gian-Luigi fece uno sprezzoso sogghigno e volse gli occhi ad altra parte.

— Accostatevi: disse Tofi a Stracciaferro ed a Graffigna, tornando a tutta la brusca e fiera imperiosità del suo accento.

I due assassini, spinti alle spalle dai carabinieri, fecero pochi passi innanzi verso il luogo dove giaceva il loro capo.

— Conoscete quest'uomo? domandò loro il Commissario, additando il medichino.

Stracciaferro e Graffigna abbassarono gli occhi sul volto del giacente; il primo con quel suo piglio stupido d'uomo fatto mezzo scemo dall'abuso dei liquori, il secondo con tutta la penetrazione maliziosa del suo sguardo intelligente. Gian-Luigi li guardò egli con perfetta indifferenza, come per dire: «Rispondete un po' come vi pare, che per me gli è affatto uguale.» Graffigna pensò che in ogni caso il silenzio val sempre meglio di qualunque parola, e deliberò tacersi; Stracciaferro che non aveva consiglio proprio, guardò Graffigna, e vistolo tener chiusa ermeticamente la bocca, stè zitto ancor egli.

— Conoscete costui? ripetè il signor Tofi con più ruvido e minaccioso accento; ma nè anche questa seconda interrogazione non ebbe l'onore d'una risposta.

— Bene! esclamò egli: razza di cani, parlerete più tardi; oh ve lo assicuro io che parlerete... Ora conduceteli in prigione.

I due galeotti furono menati via.

— Slegate le gambe a quell'uomo: comandò il Commissario accennando al medichino con una mossa del capo.

L'ordine fu tosto eseguito.

— Potete camminare? domandò allora il signor Tofi.

— Desidero una carrozza; rispose il medichino con tono di orgogliosa superiorità: me la volete concedere?

— Potete camminare? ripetè ruvidamente il Commissario.

Gian-Luigi lo guardò con inesprimibile disdegno e gli volse le spalle.

— Sono con voi: disse al brigadiere dei carabinieri. Dove avete da condurmi?

Il brigadiere interrogò collo sguardo il Commissario.

— Al palazzo Madama: comandò questi; e poi rivolgendosi al prigioniero, soggiunse: fra un quarto d'ora ci troveremo colà di nuovo faccia a faccia, signore.

Il medichino, le braccia così legate come aveva che le cordicelle gli entravano nella carne intorno ai polsi e gli facevano gonfiare le vene da parere dovessero scoppiare, andò a porsi in mezzo ai carabinieri che lo dovevano accompagnare e disse loro semplicemente:

— Andiamo pure, signori.

Le gambe, per la stretta legatura che avevano sofferto sino a quel momento, gli dolevano così che sembravagli da principio non poter mutare pure un passo; ma la sua fisionomia non rivelò nemmeno con una smorfia il tormento ch'egli soffriva: impose al suo corpo d'obbedire alla volontà, alla sua mente di non sentire il dolore, e con passo franco si partì scortato dai carabinieri.

Il Commissario e Barnaba si avviarono da parte loro verso il Palazzo Madama: e la debolezza del secondo rese necessaria una carrozza. Tofi fece passare quest'essa nella strada ove abitava il generale Barranchi e fermarsi alla porta del palazzo. Per fortuna il capo supremo della Polizia era appunto in casa e, fatto introdurre senza ritardo il Commissario, ne apprendeva tosto le importanti novelle delle catture e della scoperta avvenuta quella sera.

Il bravo sor Generale lodava con moderazione e sussiego il buon successo del Commissario, e poi tosto soggiungeva:

— Spero che quelle tali lettere di cui vi ho parlato saranno già in poter vostro.

— No, Eccellenza, non ancora: rispose Tofi, e disse come nei luoghi da esso perquisiti non le si fossero rinvenute.

Barranchi corrugò la sua piccola fronte superba.

— Diavolo! Codesto ve lo avevo tanto raccomandato!

— La non dubiti, s'affrettò a soggiungere il Commissario: le si saranno trovate alla casa di quel mariuolo od in qualcuna di quelle altre camere mobiliate ch'e' teneva a pigione.

— Va bene: e ricordatevi che appena le abbiate me le recate voi stesso.

— Sì signore.

Tofi discese, tornò nella carrozza dove Barnaba era stato aspettandolo, e fu dopo pochi minuti nel suo bugigattolo al Palazzo Madama. Gli agenti che avevano fatto la perquisizione al domicilio del medichino e nei varii suoi altri ricoveri, traendone in arresto i servi e taluni di coloro che gli affittavano le camere, già stavano colà per fare la relazione del loro operato. Il Commissario li interrogò sollecitamente e se ne fece rimettere le carte che avevan preso: ve n'era di molte, ed alcune abbastanza importanti, ma quelle benedette lettere tanto cercate non v'erano. Tofi fu preso dalla stizza: mandò via con mal garbo tutti que' suoi subordinati, e rimase solo con Barnaba, il quale in questo affare era naturalmente elevato al grado di suo confidente e consigliere.

— Che quello scellerato le abbia distrutte? disse il Commissario: non posso crederlo. Mi vien voglia d'interrogarlo e cercare di strappargliene la verità.

Barnaba fece un moto che indicava come alla riuscita di questo tentativo credesse poco, ma disse che era forse spediente interrogare l'arrestato in quel primo sbalordimento che certo gli aveva prodotto il suo arresto.

Tofi diede ordine il medichino gli fosse condotto dinanzi.

Gian-Luigi era arrivato pur allora e stato rinchiuso in una delle segrete delle torri. Fino a che era stato in presenza di gente, la sua faccia aveva conservata una tranquillità quasi sprezzante, una fierezza quasi minacciosa: ma quando fu rimasto solo, al buio in quella piccola cella, di cui udì chiudersi con infausto rumore le serrature e tirarsi i catenacci alla porta, dritto in mezzo alla carcere, la sua fisionomia ebbe un'espressione di spasimo, di disperata rabbia, di selvaggia ferocia che avrebbe fatto paura e pietà a chi l'avesse potuto vedere. Sollevò verso la volta le sue mani ancora strettamente legate ai polsi e ruppe in orribili bestemmie.

— Ecco: si disse: tutto è finito. Stolto ch'io fui! Non ho saputo evitarla questa sorte che superbamente mi dicevo non sarebbe mai stata la mia. Qui fanno capo tutte le mie audacie e tutti i miei sogni!... E non ho nemmeno saputo uccidermi!...

Pensò scaraventarsi col capo contro la muraglia ed infrangervisi la cervice: ma era tanto buio là dentro che non si vedeva abbastanza per misurare il colpo e l'aire. In quella udì riaprirsi le varie serrature e i chiavistelli dell'uscio, una luce rossiccia penetrò nel carcere, e gli si disse che doveva comparire innanzi al Commissario. Egli aveva ricomposto il suo volto alla superba calma di prima.

— Il vostro nome? gli domandò Tofi squadrandolo col suo burbero sembiante.

— Lo sapete: rispose brusco Quercia stando innanzi all'interrogatore colla mossa di un principe.

Il Commissario proruppe coll'accento che intimoriva qualunque:

— Ah! non vi crediate di fare il bell'umore con me, chè sono capace di ridurre alla ragione anche voi.

Gian-Luigi levò le sue mani legate all'altezza dei suoi occhi e si mise a guardare le profonde incavature livide e sanguigne che gli facevano nella carne le cordicelle.

Tofi vide quell'atto; diè una volta per lo stanzino, e chiamò dalla prossima camera una guardia con voce minacciosa e tonante.

— Slegate il prigioniero: disse bruscamente alla guardia che accorse.

L'ordine fu obbedito. Il medichino non disse nulla, non ringraziò nemmeno con uno sguardo, non mandò neppure un sospiro di sollievo: alzò le braccia in su ed agitò lievemente le mani per farne discendere il sangue agglomeratovisi tanto da renderne turgide le vene e gonfie le carni.

— Risponderete? disse allora il Commissario.

— No: rispose asciutto il prigioniero.

— Alla croce di Dio!

— Non bestemmiate, sor Commissario. Non ho nulla da dire, non voglio dir nulla. Rimandatemi nella carcere, risparmierete a voi l'irritazione e la collera, a me il fastidio di queste scene.

Tofi stette un istante in silenzio a guardare il suo prigioniero; poi gli si accostò lentamente.

— Lascierò il carico d'interrogarvi ai signori giudici; ve la caverete con essi come vi parrà; io vo' farvi una sola domanda che ha tratto ad un vostro interesse particolare, e rispondendo alla quale potrete averne giovamento.

Accostò le labbra all'orecchio del medichino e susurrò:

— Dove sono le lettere della contessa?

Un lampo sfavillò negli occhi di Gian-Luigi.

— Ah, ah! diss'egli scherzosamente: vi ha gente che s'interessa di molto a quella prosa?... Or bene, prima di rispondere, ditemi un po', sor Commissario, quale sarà il giovamento che m'avete annunciato io ne avrei?

— Sareste trattato con più riguardi.

— Eh che cosa m'importa dei vostri riguardi? Esclamò con superbo disdegno il medichino. Avreste dovuto vedere ormai s'io sono una femminetta..... Quelle lettere sono in luogo sicuro, e dite a chi se ne interessa, ch'io non isvelerò questo segreto fuorchè ad una persona sola: alla contessa medesima che si degni venire a fare un'opera di carità, visitandomi carcerato.

Non fu possibile cavarne altro. Quercia fu ricondotto alla sua prigione, e il Commissario per disperato, esclamò avrebbe fatto qualunque cosa per venire a capo di spuntarla e metter la mano su quelle carte. Barnaba che aveva taciuto sino allora, accasciato com'era e mezzo disteso in un angolo, si levò e venne dire al Commissario:

— Credo avere indovinato chi è il depositario di quelle lettere.

— Chi? domandò Tofi con tutto l'interesse che meritava una simile circostanza.

— Una donna che fu la confidente di quest'uomo, che forse ne è complice e che si farebbe molto bene ad arrestare eziandio: Zoe, detta la Leggera.

Il Commissario strabiliò.

— La mantenuta del Duca!... Siete matto? Volete perderci tuttidue?

— Se si facesse una perquisizione colà, son certo che si troverebbero quelle lettere che vogliamo avere.

Tofi pensò un momento.

— Converrebbe che a far ciò ci fosse un agente dei più sicuri...

Barnaba si fece ancora più pallido di quello che era, disse mettendo una mano sul braccio del Commissario:

— Ci andrò io stesso.

— Voi! Se non potete più reggervi in piedi!

— Avrò forza bastante anche per ciò... Lo desidero, la prego di concedermelo.

— Ebbene sia.

Era presso la mezzanotte quando Barnaba con sufficiente scorta s'introduceva nella casa abitata dalla Zoe e suonava all'uscio della celebre cortigiana.

CAPITOLO XXIII.

La Maddalena, sferratasi a quel modo che abbiamo visto, dalle mani dell'arciere, si diede a correre per le viuzze scure e tortuose di quella antica parte della città, senz'altra direzione e senz'altro scopo fuor quelli d'allontanarsi dalla bettola e il più presto possibile. Si temeva inseguita, e non cessò dal correre, finchè non la si trovò fuori della città, sopra uno dei viali che circondavano allora Torino, in una perfetta oscurità ed in un più perfetto silenzio. Allora la si fermò alquanto, e per riposare, e per riavere un po' di respiro affatto impeditole dall'affanno, e per pensare che cosa dovesse fare.

La prima cosa che voleva era sapere del medichino. S'accorse che le gambe l'avevano portata su quel viale dove era la casetta isolata dei misteriosi ritrovi, e per prima cosa pensò accostarsi cautamente a quella palazzina, per tentare di scoprirvi alcun che. S'accorse di subito, appena l'ebbe vista, che la casa era occupata, e non dubitò punto che non ci fossero gli agenti della Polizia. Indugiatasi in quelle vicinanze un po' di tempo, ora venendo presso al muro nella speranza di scorgere cosa che le svelasse il vero, ora allontanandosene per timore d'esser vista da qualche poliziotto messo a guardia ed in agguato, avvenne che ad un punto ella vedesse uscire di là un gruppo di più persone, fra le quali non tardò a conoscere Graffigna e Stracciaferro, posti in mezzo e legati alle mani.

Suo primo impulso fu spingersi innanzi, mostrarsi ai due mariuoli, interrogarli con uno sguardo che essi avrebbero capito ed a cui avrebbero saputo rispondere per apprenderle la sorte di Gian-Luigi. Ma se ne trattenne, con più prudente consiglio, che mostrandosi correva rischio, anzi era certa di essere arrestata anch'essa, ed allora non avrebbe più nulla potuto per lui, al quale, senza sapere ancora il come, era suo proposito, sua speranza, suo unico pensiero il giovare.

Vide allontanarsi il gruppo de' prigionieri, ed ella rimase colà, nascosta nell'ombra, dietro il tronco d'un grosso albero, i piedi nella neve, la testa scoperta, le spalle non difese, all'aria frizzante di quella notte d'inverno, che la era quale al momento dell'invasione de' poliziotti trovavasi nella calda atmosfera della bettola, incerta l'animo, palpitante, tremante.

Che cosa era successo in quella palazzina? Che cosa in Cafarnao? Era egli finito colà l'atto della tragedia in cui era in giuoco ciò ch'ella aveva di più caro sulla terra? Pareva di no, perchè nella casetta continuavano ad esser lumi e vedersi moto di ombre traverso i cristalli. Maddalena era nella più ansiosa dubbiezza del mondo. Mentre la non si poteva staccar di lì, perchè una voce segreta pareva avvertirla che in quel luogo si decideva la sorte di lui, la quale era la sua sorte; una quasi rampognante riflessione le diceva che forse avrebbe potuto altrove spender meglio quel tempo che lì consumava inutilmente in sì febbrile ma sì inerte aspettazione, che avrebbe dovuto esser già corsa all'abitazione di lui, dove avrebbe sentito di certo, senza pur interrogare, dalle ciarle della strada, se il medichino colà fosse stato colto, o no, che avrebbe potuto già far qualche cosa per adoperarsi in favore di lui, per salvarlo.

L'istinto che la teneva inchiodata a quel luogo ebbe ragione. Dopo una lunga attesa, che a lei parve eterna, udì nuovo rumore di gente che si moveva dalla palazzina, vide un altro gruppo di persone uscire da quell'uscio, scendere lo scalino, venir lentamente traverso il cortile, accostarsi al cancello di ferro. Non ebbe mestieri che d'un'occhiata sola per conoscere al chiaror della luna, chi fosse quell'uomo che più legato ancora dei due che erano usciti precedentemente, veniva fuori in mezzo ai carabinieri, camminando con uno stento che si sforzava a dissimulare.

Era lui! Maddalena sentì il sangue darle un rimescolo: ebbe appena tanto di prudenza e di forza da trattenere nella gola il grido di dolorosa sorpresa, di spasimo e di rabbia che voleva scoppiare; si tenne al tronco dell'albero dietro cui si riparava, e nella rugosa corteccia dell'olmo piantò le sue unghie, tra per sorreggersi in piedi chè le gambe le mancavan sotto, tra per dare un subito sfogo alla tanta passione tormentosa che l'invase.

Come le apparve bello al pallido chiaror della luna! Più pallido di quel raggio, che illuminandole, pareva accarezzarne le sembianze, ma fermo, ma tranquillo, ma con una leggera amarezza d'ironia che pareva una nota di superiorità a quelli che lo circondavano, all'umana schiatta, alla sua sorte, egli rappresentava una sfera di gentilezza, un ideale di distinzione a quella giovane plebea dal sangue ardente, in cui tumultuava la passione, cui spingeva un'aspirazione d'istinto verso il bello e l'eletto, come spinge anche la farfalla notturna una ignota possa verso la lucentezza della fiamma.

Avrebbe voluto slanciarsi addosso a lui ad abbracciarlo; avrebbe voluto aver le forze di Sansone per atterrare quei rappresentanti della tirannia sociale e liberarlo; non voleva a niun conto lasciarlo passare senza fargli sentire che ella era lì, che il cuore di lei non si mutava e traboccava di passione per esso, che a costo anche della vita avrebbe ella tentato giovargli. Ma non dimenticò la prudenza, camminando pian piano, con accorta cautela, venne a portarsi innanzi ad uno dei rari lampioni che avevano ufficio, e non lo adempivano, di rischiarare il viale, e si pose in modo che ella, stando nell'ombra, vedesse chi passava nel ristretto cerchio di luce rossastra, mandata dal lampione. Quando Gian-Luigi fu a quell'altezza, ed ella ne potè ancora mirare le dilette sembianze, Maddalena levò la voce in quel silenzio della notte, che non era turbato fuorchè dal passo in cadenza dei carabinieri, gridò una sola parola:

— Spera!

I carabinieri si riscossero e gettarono acuti sguardi nell'oscurità da quella parte ond'era venuta la voce; ma nulla scorsero. Gian-Luigi quella voce la riconobbe: volse a quel punto un sorriso di ringraziamento, di gratitudine, d'affetto e continuò tranquillamente la strada.

Maddalena era sparita.

Prendendo la corsa lungo il viale nella direzione opposta a quella che avevano i carabinieri col loro prigione, nell'intento di rientrare in città per un'altra parte, Maddalena non sapeva bene ancora che cosa avrebbe potuto fare, che cosa avrebbe fatto in pro del suo amante. Agire, la doveva, la voleva; sentiva una interna agitazione che non la lasciava stare alle mosse. Ma che fare? che fare, ella povera fanciulla della plebe, senz'altre attinenze che coi miserabili perduti nelle più basse regioni della infima classe, nel fango sociale della povertà, dei vizi e del delitto? Avrebbe dato tutta la sua vita, la sua bellezza fin anco, la sua parte di paradiso (se pur osava sperar d'avere possibilità d'entrarci) per arrivare un momento, un solo momento, a possedere forza e potenza, l'autorità del grado, del nome, della ricchezza, la balìa delle cose del mondo. Un'idea spuntò finalmente nel suo cervello affaticato a immaginare spedienti dalla sua volontà incitata dalla passione. Si ricordò che quel Barnaba medesimo, che era stato messo di certo alla caccia del medichino, parlandole di costui appunto, le aveva rivelato come Quercia fosse l'amante della Zoe, cortigiana sfarzosamente elegante, mantenuta d'un Principe, della contessa di Staffarda, nobilissima fra le nobili dame della città. Queste donne dovevano avere quello che a lei mancava, l'influenza; ed esse al pari di lei dovevano desiderare ardentemente di adoperarsi in pro del giovane, poichè lo amavano. Non c'era altro adunque per allora da fare che correre da una di queste, da tuttedue, raccontare il fatto e spingerle subitamente all'opera. A quale doveva ella dare la precedenza? Editò alquanto, e poi si decise per Zoe. Quantunque in altro ambiente, in altro grado, direi quasi, quest'ultima era pure una cortigiana; e Maddalena sentiva quindi con essa maggiori i punti di contatto, e per ciò glie ne pareva più facile l'abbordo e che le sarebbe meno impacciato, quando si trovasse in faccia a lei, il discorso. Da Barnaba essa s'era fatto dire l'indirizzo dell'abitazione dell'una e dell'altra dalle sue rivali: senza perder più tempo, corse dalla Leggera.

Costei, ancora in iscrezio col suo principesco amante, si faceva consolare dell'abbandono di lui dalle galanterie del signor Bancone, il re di denari nel mondo bancario d'allora; galanterie quotate alla borsa del cuore della celebre cortigiana, e presentemente in rialzo. Quando la confidente megera, che le serviva anche da mezzana sotto il pretesto di farle da fante, venne a susurrarle nel padiglione di un'orecchia che una povera popolana, giovane, belloccia, agitata, ansante era colà che chiedeva parlarle di cosa gravissima e che premeva assai, la Zoe non ebbe altro miglior pensiero fuor quello di mandarla ai cento mila diavoli e risparmiarsene il fastidio d'una visita e d'un colloquio che non poteva e non sapeva attribuire a cosa che lei potesse riguardare. Fra la schiera immorale e tuttodì crescente con sempre più audace spudoratezza delle venditrici d'amore, la Leggera teneva un poco invidiabile e pur da molte e da molte invidiato primato; invidiato non che dalle compagne di vergogna cui la bellezza o la fortuna non favorivano di tanto, ma, e questo è doloroso a pensarsi, dalle ragazze di povere famiglie che stentavano la vita e si frustavano la non sorrisa giovinezza ad un povero lavoro, e cui la mancanza d'attrattive, il caso solamente, la sorveglianza de' genitori soltanto, non più un'onestà che era sparita nelle dure prove della miseria, impediva di avere con sì facile infamia vesti di seta ed ebbrezza di vizi. Per ciò all'antica saltatrice di corda e danzatrice sul dorso di cavalli, avveniva sovente quello che suole avvenire ad artisti da teatro di gran fama, a cui, cioè, molti, o spinti dalla vocazione, o dalla molla d'una vita che appare al pubblico piena di soddisfazioni e di gaudii, o dalla mattana, o dall'irrequietezza dell'indole, ricorrono per aver consigli, avviamento ed aiuti per intraprendere quella carriera in cui il consultato è giunto già a sì elevata meta. Dalla Zoe ricorrevano povere fanciulle abbandonate dall'amante, perseguitate dalla tirannia d'un padrigno, od anche d'un padre ubriacone, perseguitate dalla miseria, solleticate dalla smania dei piaceri mondani, dall'infingardaggine e dalla voluttà, per imparare come si doveva fare a vendere utilmente quel poco d'onore che loro ancora rimaneva. La Zoe, o loro rispondeva con disprezzosa ironia, o le respingeva con indegnazione, o si commoveva alle narratele miserie e veniva largamente in soccorso della sventura: imperocchè per un'anomalia, che trovasi frequente in questa fatta di donne, ella, spietatissima a pelare i giovani che le cadevano sotto le unghie, non dandosi il menomo pensiero pur mai de' guai, delle dissensioni o de' danni che recava in oneste famiglie, era poi a volta a volta pietosissima per le sofferenze dei poveri, per quelle strette della miseria traverso le quali ricordava pure esser passata la sua infanzia, e di cui non esente la sua adolescenza.

Quando adunque la cameriera osò violare la soglia del gabinetto in cui la padrona e il banchiere milionario stavano fronte a fronte nell'intimità d'un petit-souper inaffiato del vino spumeggiante di Sciampagna, la Zoe credette che la fanciulla presentatasi a domandare un colloquio con lei fosse una di quelle sventurate, a cui l'urgenza del pericolo o della miseria facesse impaziente di gettar via al più presto quel poco fardelletto di virtù e incaricò la fante della risposta che accennai poc'anzi: ma quando la cameriera medesima tornò a riferire che quella giovane con aria della maggior disperazione insisteva per vedere subito la signora, affermando trattarsi di vita o di morte d'una persona che a lei pure era carissima, la cortigiana non fu mossa da nessuna inquietudine, sibbene da una certa curiosità che le fece sperare nel domandato colloquio, uno spasso, un'occupazione d'un quarto d'ora — tanto di rubato alla fastidiosa compagnia del Giove della banca che l'aveva visitata in Anfitrione.

— Che cosa c'è? domandò appunto questi veggendo i sommessi parlari della cameriera colla padrona.

Zoe guardò la faccia melensamente vanitosa del banchiere ringalluzzito dal vino di Francia, i ciondoli d'oro che oscillavano e tintinnivano sul madornale di lui ventre, e sentì viemmaggiore il desiderio di un diversivo.

— È una povera giovane che dice avermi da parlare di cose di rilievo... La vogliamo far venire?... Chi sa che le sue ciancie non ci divertano!.... La è anche bellina.

Bancone ebbe un sorriso, in cui erano armoniosamente fusi quello d'un Satiro e quello di Sileno.

— Ah ah! la è bella? domandò egli alla fante, facendo saltare i gingilli dell'orologio.

— Signor sì.

Il banchiere si sdraiò di meglio sulla poltrona cui occupava col suo corpo da elefante, ponendo in vista maggiormente la potenza della sua pancia da Epulone; prese in mano un bicchier da Sciampagna e guardò con occhio ammiccante il rifrangersi della luce traverso il liquore rosato.

— Va bene, va benissimo. Fate pure entrare quella ragazza.

Nell'entrare in quel luminoso e caldo camerino pieno di tanti profumi che salivano impetuosamente al cervello: fiori, acque nanfe, vapori di vivande e di vini, Maddalena rimase come abbagliata e sbalordita. La veniva dal freddo e dall'oscurità della notte, e trovavasi di botto, come per un colpo di verga magica, trasportata in mezzo ad uno splendore di Eden sensuale. Stanca ed ansimante per la corsa che aveva fatta, la si arrestò un momento sulla soglia e gettò nel gabinetto uno sguardo di stupore, di curiosità quasi selvaggia. Gli occhi accesi dalla passione del cuore e dall'animazione del sangue, le guancie infiammate per la violenza del moto, pel flagellare dell'aria ghiaccia notturna, pel rapido passaggio dal freddo intenso della strada al calore pieno di effluvii di quello stanzino, la bellezza proterva della popolana aveva una tale espressione di temerità, di sfacciataggine direi, che il vizio intelligente del vecchio libertino ne fu sovraccolto.

— Oh oh! esclamò egli posando il suo bicchier da Sciampagna sul candidissimo mantile: ecco una mariuola che deve sapere l'affar suo. Venite avanti, venite avanti, ragazza.

La Zoe aveva piantato i suoi occhi smaglianti e a fior di pelle in volto alla nuova venuta, e col tatto che è dote naturale delle donne, in lei fatto più fine per codesto uso dall'esperienza, aveva subitamente giudicata la strana visitatrice; la non era di quelle solite che vengono a chiedere consigli di corruzione o soccorsi; ella non aveva bisogno di andare a prendere da nessuno lezioni d'audacia o d'arte per torsi d'impaccio. Ma per che cosa veniva ella dunque? Vi era nella sua risolutezza qualche cosa di amaramente doloroso, nell'attenzione con cui guardava quella innanzi a cui aveva domandato essere introdotta, v'era alcun che d'ostile e insieme di espansivo. Zoe guardò con non celata curiosità quel mistero in gonnella cui non sapeva spiegarsi. Maddalena, nel medesimo tempo, esaminava con un sentimento assai complesso la famosa cortigiana. Ne scrutava con occhio critico di rivale la bellezza, ne studiava nell'espressione dei tratti l'indole, per indovinare che cosa potesse sperarne. Quei due esseri simili, in quel mutuo raffronto, non ostante un certo elemento di ripulsione che sentivano fra loro, si riconobbero un'anima compagna, un'origine comune, una sorte medesima ed un inesplicabile legame che le avvinceva.

Zoe fece un gesto invitativo colla mano e disse a sua volta:

— Venite avanti.

Maddalena venne fin presso alla tavola su cui specchieggiavano i cristalli e gli argenti, appoggiò una mano al tessuto finissimo di quel mantile di tela di Fiandra candido come la neve appena caduta, e disse con voce che l'affanno della corsa e l'emozione del momento rendevano saltellante e velata:

— Scusi se vengo a disturbarla, ma si tratta di cosa che preme cotanto!...

— La è un pezzo di consistenza: disse col cinismo del ricco corrotto e corruttore, Bancone, che guardava con occhio cupido le forme procaci della giovane plebea. Avete freddo, eh carina? Sedetevi qui presso me, innanzi a questa bella fiammata. Ve' la non può manco trarre il fiato. Aspettate: bevete questo bicchiere e ne sarete rinfrancata.

Riempì sino all'orlo di vino di Sciampagna un bicchiere fatto a calice e glie lo porse. Maddalena lo prese, guardò chi glie lo stendeva con una malvogliosa indifferenza, come si fa d'un fastidioso che secca incontrare, e bevve d'un fiato.

— Da brava: esclamò Bancone, tornando ad arrovesciarsi sulla sua poltrona e scoppiando in un riso grossolano e sgangherato che gli era solito. Che ne dite eh, cara la mia giovane?

Allungò un braccio per prenderla alla vita; Maddalena si trasse in là e lo guardò con dispettosa impazienza.

— Tacete: disse severamente Zoe all'Anfitrione, e state fermo.

Poi volta alla giovane:

— E voi, che cosa avete da dirmi di tanta premura?

Maddalena accennò con moto del capo al grosso banchiere.

— Ho bisogno di parlare a Lei sola.

La Leggera si levò e disse alla giovane:

— Venite meco.

— Ecchè? Voi mi piantate in questo bel modo? Esclamò Bancone volendo dare al suo aspetto ed alla voce l'espressione del corruccio d'un uomo che paga per essere divertito.

Zoe, che già era avviata all'altra stanza, non volse che la testa verso il milionario.

— Se volete aspettarmi, siete padrone: diss'ella: se vi rincresce l'indugio, siete padrone eziandio di andarvene.

Il banchiere borbottò una filza di rimproveri al battente dell'uscio che si rinchiuse dietro le spalle delle due donne, e sfogò la sua bizza sulla bottiglia di Sciampagna che aveva a tiro della mano.

— Ebbene? domandò la Leggera, piantandosi in faccia alla popolana. Ora siamo sole e potete parlare.

Maddalena avvicinò il suo al capo della interrogatrice, le affondò, per così dire, gli occhi negli occhi e disse con voce sommessa, ma vibrata:

— Gian-Luigi fu arrestato.

Zoe ebbe un sussulto di tutta la persona e una fiamma le balenò nello sguardo; ma raffrenatasi tosto, disse freddamente:

— Chi? Quale Gian-Luigi?

— Quercia: rispose sempre a voce bassa ma con una veemenza quasi indignata la Maddalena: il medichino, il vostro amante... ed il mio!

— Chi siete voi? domandò allora la cortigiana, serrando al suo petto le braccia. Come mi conoscete? Perchè siete venuta da me? Ditemi tutto, e siate schietta e veritiera.

La giovane contò ogni cosa, dalla prima conoscenza da lei fatta di Gian-Luigi che aveva visto con abiti da popolano, frammisto a popolani, introdursi nella taverna di Pelone, alla compiuta fiducia che presso di lui le aveva acquistato la sua devozione amorosa, agli avvenimenti di quella sera che avevano finito coll'incarceramento del medichino.

— Ed ora che cosa bisogna fare? disse la Leggera, quasi interrogando se stessa, quando Maddalena ebbe finito.

— Bisogna salvarlo: esclamò la popolana con forza e calore. Bisogna che lo salviamo noi, donne che lo amiamo. Io, sventurata, non ci posso nulla che metterci la mia vita. E son pronta a dare tutto il mio sangue. Ma Lei e la contessa di Staffarda che sono potenti: loro possono e debbono toglierlo dal mal passo... Io imparai l'indirizzo di casa sua, con ben altri intendimenti che di venire ad un amichevole colloquio, sa!... Fui gelosa di Lei con una rabbia feroce, e mi sarei sentito il cuore e la forza di sbranarla. Ma ora ch'egli è colpito dalla sventura, ho pensato che non avremmo più che una volontà sola, che uno scopo... Lo salvi, ed io le sarò riconoscente più che se me avesse tolta alla morte...

Zoe meditava. Recarsi dal Principe non le pareva in quel momento il mezzo migliore; per riafferrare tutta la sua influenza su di lui era necessario lasciare che S. A. fosse la prima a venirsi umiliare alla bassezza della cortigiana: ed andarlo a cercare essa per supplicarlo in favore appunto di colui che era stato la cagione del suo principesco furore, era un'imprudenza e non altro. Il cenno che Maddalena fece della contessa di Staffarda le richiamò alla mente una circostanza che in quel punto non ricordava, e la pose sulla vera strada.

— La contessa di Staffarda! diss'ella. Sì! Ecco il filo che si ha da tirare. — Ella per amore e per paura... e suo marito... sì, anche suo marito ci ha da concorrere — il marito colla minaccia della pubblicità. — A ciò pensava Luigi dandomi quelle lettere... Le sono un vero talismano.

Si volse a Maddalena e disse ratto:

— Aspettatemi un momento, ed usciamo insieme.

Suonò con forza il campanello.

— Si attacchi subito subito e in tutta fretta: disse alla fante che accorse. A me un cappellino, una mantiglia, una cosa qualunque da mettermi sulle spalle...

La non era vestita che di una stupenda veste da camera di cachemir foderata di seta; e nelle biancherie del collo e nella chioma aveva un disordine, effetto di quella orgia a due che la Maddalena era venuta ad interrompere. La cameriera domandò qual abito avesse da recare, per indossarle.

— Nessuno: disse con impazienza la Zoe. Dove vo non avranno campo nè voglia da guardarmi l'acconciatura.

Si avviluppò in un mantello e passò nel gabinetto dove Bancone combatteva la noia dell'attesa con gli avanzi del banchetto.

— Mi capita una delle maggiori sciagure che mi potessero mai capitare: disse affrettatamente la cortigiana a Bancone sbalordito. Bisogna ch'io corra subito a tentar di rimediarvi. Non vi dico più di aspettarmi e perchè non so quando potrò essere di ritorno, e perchè tornata, non avrò tale umore da esservi di piacevole compagnia.

E senza aspettar risposta, fatto cenno alla Maddalena di seguirla, uscì. La carrozza era pronta, le due donne vi salirono, e pochi minuti dopo arrivavano alla porta del palazzo di Langosco.

— State qui dentro ed aspettatemi: disse Zoe alla sua compagna, ed aperto l'usciòlo saltò leggermente a terra, corse per l'andito, su delle scale, e si presentò nell'anticamera degli appartamenti, dove parecchi domestici stavano sbadigliando.

— Vorrei parlare alla contessa: disse vibratamente la Leggera e con tono di comando.

— Non si può: rispose uno dei domestici: la signora contessa è a letto malata e non riceve nessuno.

La cortigiana guardò con aria di superba superiorità i domestici, e soggiunse fieramente:

— Andate dire alla vostra padrona che sono la Zoe, detta la Leggera, che ho da dirle cose che la riguardano molto da vicino, e che non mi parto di qua senza averle parlato.

Candida che sapeva pur troppo qual unico punto d'attinenza esistesse fra sè e quella donna, indovinò riguardo a che ed a chi le si voleva parlare: e benchè una grande ripugnanza fosse in lei a mettersi a contatto con simile rivale, la curiosità, l'ansia, il pensiero di apprendere qualche importante circostanza, la paura d'uno scandalo fecero ch'essa tal ripugnanza superasse, e la Zoe venne introdotta nella camera da letto della contessa di Staffarda.

Quelle due donne di sì diversa classe, educazione e qualità, che ora si trovavano a fronte per sì strano giuoco di caso, già si conoscevano di veduta, già, senza che paresse, incontratesi parecchie volte per istrada ed a teatro, s'erano esaminate con occhio di rivali, non ostante la immensa distanza che ne separava la condizione, ed avevano recato l'una dell'altra reciproco, dispettoso e sprezzante giudizio della bellezza. S'erano odiate: la Zoe perchè nella nobile dama invidiava quella superiorità sociale contro cui, anche in lei, si ribellava il sangue plebeo; la contessa perchè con vergogna sapeva che la vil cortigiana le disputava l'amante. Si disprezzavano eziandio: e in un contrasto fra loro, Candida aveva da riuscir meno forte e risoluta, perchè non aveva più nemmeno di se medesima la stima, e l'autorità del grado e del nome ch'essa aveva coscienza d'avere macchiato, non bastava a tener luogo di quella della virtù che aveva perduta, contro la sfacciataggine della donna, che del disonore faceva il suo mestiere. Si guardarono un poco senza parlare, anche quando, per ordine della contessa, furono lasciate sole; e l'imbarazzo e l'onta apparvero sulla fronte della padrona di casa che accoglieva una tal visitatrice, e non su quella di costei.

Povera Candida! Com'era ella mutata in poco tempo! Il pallore ordinario delle sue guancie — una delle sue bellezze — che le dava un'espressione di sentimento e rivelava l'essere della sua anima appassionata, era diventato un pallore morboso, segno di sofferenza; il viso dimagrato, le labbra scolorate, le occhiaie infossate ed allividite, gli occhi brillanti d'una luce febbrile colle palpebre rosse rivelavano le ansietà e i patemi dell'animo suo, le mal celate lagrime dolorose. Sollevandosi alquanto della persona, col gomito puntato ai cuscini, ella stava aspettando, come si aspetta l'annunzio d'una sventura, le parole che erano per uscire dalle labbra della cortigiana; ma questa, come se godesse di quell'ansietà e di quell'imbarazzo, si teneva immobile, in silenzio, innanzi a lei, le braccia incrociate al petto, con mossa d'una insolente famigliarità, con un certo piglio di ostile osservazione, di ironia e di minaccia.

La contessa si decise a provocare con una richiesta le parole della Zoe. Esitò un momentino se avesse ad usare il voi od il lei parlandole; e per allontanare la difficoltà, disse nel modo seguente, non senza sforzo e con voce non del tutto sicura:

— Siamo sole; si può parlare liberamente e credo non vi sia ragione d'indugiare. Sono qui ad ascoltare tutto quello che mi si vuol dire.

La Leggera fece ancora un passo per avvicinarsi di più al letto, si curvò alquanto della persona, come per diriger meglio le sue parole sulla faccia della contessa, e guardandola sempre a quel modo impertinente e minaccioso, disse con voce sommessa, ma vibrata:

— Luigi..... il nostro Luigi fu arrestato questa sera..... E se non lo salviamo noi, egli dovrà salire sulla forca!...

Per Candida fu, come se ricevesse nella faccia e nel petto l'urto d'un colpo materiale: si lasciò andare indietro sui cuscini impallidita come una morta, gli occhi sbarrati da uno sgomento indicibile; ma la riazione fu lesta a venire. Quella che le tornava un'esagerazione, le apparve con tutti gl'indizi della falsità. L'azione, le parole, l'aria del volto della cortigiana non furono più per lei che un sanguinoso oltraggio, cui quella donna perduta aveva avuto la temerità di venirle ad infliggere nella sua casa medesima. Il sangue le salì di bel nuovo alla faccia a ricolorarle più vivacemente le guancie, a ridonare più fuoco allo sguardo. Fulminò d'un'occhiata imponente la sciagurata che le stava dinanzi, e il disprezzo non consentendo al suo sdegno di pronunziare pure una parola, non fece altro che allungare il braccio verso il cordone del campanello. La Zoe, con un balzo da tigre a ghermir la preda, le fu sopra, le afferrò quel braccio e stringendolo colla sua mano nervosa, da lasciarvi sulla pelle liscia e finissima l'impronta delle sue piccole dita, disse piano, con un fiero sogghigno:

— La badi, non faccia imprudenze. Cacciarmi per mezzo de' suoi domestici di casa sua, è presto detto, ma non può farsi così presto e così piano che non ne nasca uno scandalo. Il darmi retta è non solo nell'interesse di Luigi, che deve starle a cuore a Lei, come sta a me, ma nell'interesse suo: la lo dovrebbe capire, senza ch'io mi sfiati a dirglielo.

Candida fu quasi dominata da quella violenza; non pensò a riluttare; il suo braccio rimase inerte; il suo capo si trasse in là, e gli occhi si sottrassero allo sguardo ardente di quelli della cortigiana. Successe un momento di silenzio.

— Lasciatemi: disse poi la contessa con accento di comando e di superba impazienza, movendo il braccio per isvincolarlo dalla stretta di quella mano il cui contatto le era più doloroso d'un'offesa.

Zoe lasciò andare la mano della contessa e incrociò nuovamente le braccia al seno.

— Che cosa volete da me? Che siete venuta a pretendere qui colle vostre menzogne?

— Menzogne! ripetè la cortigiana col suo sogghigno. Ah Lei ricorre al comodo spediente di non credere. Le ripeto che Luigi Quercia fu arrestato e che lo aspetta la forca, perchè gli è accusato di parecchi assassinii e depredazioni...

Abbassò ancora la voce e soggiunse:

— E l'accusa è vera. Quercia è il famoso medichino capo della cocca.

Candida non ebbe altra forza che quella di mandare un fievol grido.

— Che cosa voglio e pretendo? continuava la Zoe: che voi sua amante... al pari di me... più di me... mi aiutiate a salvarlo; che non lo lasciate passare dalle vostre braccia a quelle della morte la più ignominiosa.

La contessa chiamò a raccolta tutta la dignità e tutto il coraggio che ancora le rimanevano.

— Strano modo di venire ad implorare la mia protezione pel vostro amante, assalendomi con calunnie e minaccie, non so se più assurde o ridicole... Uscite; io non posso e non voglio far nulla per voi nè per quel cotale... E s'egli è quello sciagurato che voi dite, ben lo colpisca la vendetta delle leggi.

La Leggera guardava con profondo stupore la donna che così le parlava; ad un punto proruppe con un'esclamazione che pareva un ruggito:

— Ah sì?.... Ah gli è così che la prendete?..... Implorare io?..... Dove avete visto, da che avete capito che io venga ad implorarvi?... vengo a comandare.... Voi non volete far nulla per quel cotale?... Vi dico io che farete.... Potevate addirittura affermare che voi non l'avete mai visto, nè conosciuto... Ecco come sono queste gran dame che si chiamano oneste, e che non hanno per noi che disprezzo. Ci vengono a rapire i nostri amanti, a rubare il mestiere, e quando si sono saziate dei loro vergognosi capricci, con fronte spudorata vi negan tutto, coprono la loro infamia del loro blasone; fanno cacciare alla porta quella ch'esse chiamano una donna perduta, abbandonano nella disgrazia colui che pur ieri onoravano dei loro amplessi.... Infamia ed ipocrisia!.... Voi valete assai meno di noi, signora.... Ma vi dico che io — la quale non abbandono chi amo — io non permetterò che sia così. Ho in mano il mezzo di farmi obbedire, e mi obbedirete.... Conveniva essere più prudente per prepararvi il comodo spediente del diniego.... Ho in mano io le lettere d'amore che avete scritte a Quercia l'assassino.

Candida, senza più forza, non seppe dare altra risposta che mandare una voce di disperazione; ma di botto la sua fisionomia espresse ancora maggiore l'angoscia, la vergogna e lo spavento, mentre gli occhi fissavano atterriti appiè del letto. La Zoe si volse a guardare, e vide colà apparire il cranio giallo e gli occhi viperini del conte Langosco.

— Voi insultate mia moglie, credo: disse il marito di Candida con espressione di supremo disprezzo ed autorità: v'impongo di rispettarla.

La cortigiana, come domata da quell'aspetto, dallo sguardo e dall'accento, fece un passo indietro e non ribattè parola. Langosco si avanzò così da mettersi in mezzo fra Zoe e sua moglie, e senza pur volgere un'occhiata a quest'ultima, ripigliò a dire:

— Ho udito nominare certe lettere..... che possono essere interessanti per noi..... Ho io inteso bene?

— Sì, signor conte: rispose la Leggera.

— E le sono in poter vostro?

— Sì signore.

— Bene!... Gli è dunque un affare.... Si tratta di compra e vendita... Non è alla moglie che dovevate indirizzarvi, ma al marito... Venite meco di là.

Zoe parve esitare un momento: guardò la contessa che si sarebbe detta svenuta, se non avesse avuto larghi e spaventati i suoi grandi occhi neri, guardò il conte che nascondeva il suo furore sotto il solito ghigno sardonico delle labbra sottili, ed alla moglie prestava tanta attenzione, come se non esistesse, e rispose con una insolente crollatina di spalle:

— La moglie o il marito fa il medesimo: fra loro se l'aggiusteranno come lor piace; in faccia al mondo è una causa sola ed un medesimo interesse.

Passarono nell'appartamento del conte. Questi, appena entrato nello stanzino che avrebbe potuto chiamarsi il suo studio, se mai fosse stato presumibile ch'egli studiasse, piantato a mezzo la stanza, fermò que' suoi occhi grifagni in volto alla cortigiana e le disse con accento in cui il disprezzo e la minaccia non erano temperati che da quel certo riguardo che la sua galanteria serbava pur sempre per qualunque giovin donna in qualsiasi grado e condiamone la fosse:

— Gli è dunque un ricatto, un chantage, quello che vieni ad esercitare qui da noi, la mia bella giovane?..... Bene! Non perdiamo tempo. Quanto ne vuoi di quelle lettere?

— La libertà di Luigi.

Langosco crollò le spalle con impazienza.

— Non dire e non farmi dire delle parole inutili. Due mila lire ti bastano?

Zoe tentennò il capo.

— Tre?... Cinque?... Otto mila lire, via.

— Nè anco venti... Le ripeto, signor conte, che voglio la libertà di Luigi. Non è per altro che son venuta.

— Non ti capisco: spiegati.

— Quelle lettere darò a Lei od a sua moglie quel dì, in cui Luigi sarà uscito di carcere.

— Sei matta... Bisogna domandare alla gente cosa che si possa fare.

— E questo, Lei, se vuole, lo può fare.

— Come?

— Con quel denaro ch'Ella è disposta a spendere per riavere quelle lettere, si può comprare qualche guardiano; coll'autorità e le protezioni di cui Ella dispone si può ottenere che qualche occhio si chiuda..... Quercia può di questa guisa trovare aperta la sua prigione, pronta una carrozza ed un passaporto e....

Il conte l'interruppe.

— È questo il solo partito che tu venga a propormi, il solo che tu voglia accettare?

— Il solo.

— Olà! Che interesse ci hai tu cotanto a salvar la pelle di quello sciagurato?

Gli occhi della cortigiana brillarono stranamente, ed ella rispose con accento di voce più sommesso, quasi cupo:

— L'amo.

— Oh oh, tu!... Esclamò il conte; ma l'espressione scettica e sardonica del suo sorriso mefistofelico si dileguò in presenza della risolutezza e della serietà che erano impresse sulla faccia della Zoe; egli riconobbe lo stampo della passione, e meravigliato di quel miracolo che aveva creduto impossibile nell'animo di quella venduta, s'inchinò leggermente:

— E tu fuggiresti con lui?

— Forse!

— Per andare a vivere da tortorelle in una solitudine: une chaumière et son cœur. Che strana razza di gente che siete!... Senti, Zoe. Tu mi domandi una cosa che non si deve fare. Capirai che non si può rispondere lì su due piedi un sì, e neppure un no, quando tanto interesse è in giuoco. Lasciami pensare. Promettimi intanto una cosa: che di quelle tali lettere non farai uso nessuno, finchè tu non abbia perduta ogni speranza di salvare... colui.

— Glie lo prometto.

— Io ti farò sapere la mia decisione fra pochi giorni.

Zoe si mosse per partire; ma fatti pochi passi, s'arrestò, e venendosi a piantare di nuovo in faccia a Langosco, disse con forza quasi feroce:

— Badi che vane promesse non mi potranno ingannare; e che saprò ricorrere a tali cautele da premunirmi contro ogni tradimento.

Il conte non rispose; lasciò partire la cortigiana, poscia avvoltosi ben bene entro la sua pelliccia, senza servirsi della carrozza, a piedi s'avviò di buon passo verso l'abitazione del generale Barranchi.

Questi aveva ricevute le relazioni compiute ed esatte delle importanti operazioni eseguite quella sera dalla sua Polizia: stupito, egli stesso, lieto e superbo dei risultamenti ottenuti, si fregava le mani per un trionfo di cui egli non aveva il menomo merito.

La comparsa di Langosco lo fece ricordarsi che a quel successo mancava una sola circostanza per essere compiuto: ed era che non si aveva potuto trovare quelle lettere di cui aveva promesso il ricupero al suo buon amico. Ma quando appena ebbe incominciato a dire tale non affatto lieta novella al marito di Candida, questi lo interruppe.

— So che non le avete rintracciate, diss'egli: ma so eziandio dove le sono e dove si possono pigliare.

— Ah sì? esclamò il generale con aria tra meravigliata ed incredula. Sentiamo un po'.

— Le ha in suo potere Zoe, la mantenuta del Principe.

Barranchi guardò Langosco con un certo stupore, ma nello stesso tempo si rimpettì, ed atteggiò la sua persona ad una mossa di orgoglioso soddisfacimento.

— Ah ah! voi credete, caro conte, di venirci ad apprendere una novella mai più sospettata... Udite, ed ammirate come la mia Polizia è ben fatta. In questo stesso momento uno de' nostri più fidi, più segreti, più sicuri agenti, quello a cui molto si deve nello scoprimento di questa rete infernale, trovasi in casa la Leggera a farvi una minuta perquisizione, appunto per trovarvi quello che voi desiderate. Domani mattina prima che siate levato, riceverete il plico che conterrà tutte quelle carte; potete dormir tranquillo con questa certezza.

Ma il domattina, invece del plico che Barranchi gli aveva promesso, il conte di Staffarda ricevette il bigliettino seguente:

«Conviene che le relazioni avute da voi e quelle che a me pervennero fossero false, o che quel demonio d'una Zoe sia stata avvisata in qualche modo; il fatto è che per quanto minutamente siasi perquisita tutta la sua abitazione, nulla si rinvenne, nè quelle tali lettere, nè altro che la potesse compromettere. Ho dato tuttavia ordine che la si arrestasse; e vedremo se la prigione la farà parlare.»

Langosco sgualcì con mano rabbiosa quel pezzo di carta, stette un poco a meditare, e poi rispose al comandante della Polizia:

«Credo inutile sostenerla in carcere; quella donna non parlerà. Libera, potrò trattare con essa ed ottenere la consegna di quei fogli, che voglio avere a qualunque costo; e poichè nessuna prova ci avete contro di colei, io vi consiglio e vi prego di metterla in libertà. Eviterete così anche la collera del Duca.»

Mandò sollecitamente il biglietto al suo indirizzo.

— Purchè, disse fra sè, quella sciagurata nello sdegno di vedersi presa, non pensi di subito a vendicarsi con quell'armi che ha tra mano.

Ma la Zoe, in grazia del maggior interesse che aveva in vista, represse il furore onde in fatto era occupata. Ecco il bigliettino che a sua volta, appena libera, scrisse al conte Langosco:

«Ella aveva promesso di non ricorrere a tradimenti. Ho imparato che valore hanno le sue promesse. Ecco ora l'ultimo patto che le vengo a dettare: se fra una settimana L. non è libero, quelle lettere faranno il giro di tutta Torino. Nè creda impedire in altro modo qualsiasi questo fatto. Dovessi anch'io sparire dalla faccia della terra, quei documenti sono in luogo sicuro ed in mano di tale che eseguirà ad ogni costo la mia volontà.»

Or ecco di che guisa l'accorta Zoe aveva sottratto le lettere di Candida alla ricerca della Polizia.

Uscendo dal palazzo di Staffarda, dopo i colloquii avuti colla contessa e col conte, la cortigiana era salita nella carrozza, dove stava attendendola palpitante la Maddalena.

— Ebbene? Aveva domandato costei colla sollecitudine della maggiore ansietà.

— Ebbene: aveva risposto la Leggera, tutto ancora agitata dalla passione che l'aveva mossa in que' narrati abboccamenti: ebbene li tengo per i capelli e li farò marciare a mio talento.... Vi è tutto da sperare.

Maddalena in uno slancio di gioia riconoscente, prese la mano della Zoe e la baciò con calore.

— Oh oh! esclamò la elegante mantenuta del Principe con un accento strano in cui c'era ironia, commozione, sdegno e simpatia nello stesso tempo: cara la mia ragazza, tu ami dunque molto quel birbone di Luigi?

— Tanto, tanto! rispose la giovane col più sincero espandersi della passione.

— Dovremmo essere nemiche ed odiarci, poichè l'amo anch'io. Ma tu non sei come quella superba impostora di contessa. Tu lo ami per lui e non per te. Possiamo intenderci, noi due. Ah! due donne che amano sono una gran potenza, sai; e lascia fare che fra noi due lo salveremo. Di poi, per contrastarcelo, ci caveremo anche gli occhi....

— Ah no! proruppe Maddalena, cui la bellezza, la risoluzione, la vivacità, la passione della cortigiana soggiogavano. Io sento di non esser nulla, di non poter nulla. La mi adopri come vuole, prenda la mia vita se occorre: lo salvi solamente, ed io sparirò nell'ombra per lasciarla felice con lui.

— Povera fanciulla! disse Zoe, passandole un braccio intorno al collo. Sei tu forse quella che merita più d'essere amata.... E gli uomini son essi degni di un simile amore?... Bah! Forse che si ama per merito e ragione?... Quello che avverrà fra noi non so; per ora sento che ti voglio bene e t'ammiro.

E tratta a sè la faccia animata della ragazza del volgo, le diede un bacio di sorella.

— Di te, dunque: continuava: mi fido come di me stessa. Dà ben retta. Per obbligare ad agire secondo le nostre voglie il conte e la contessa ho un talismano che solo fa tutta la mia forza, e di cui per ciò essi hanno massimo interesse a spogliarmi. Questo talismano sarà più sicuro nelle tue mani che nelle mie. Conviene che tu mi prometta di non mostrarlo a nessuno, di non farne cenno con anima viva, di nasconderti con esso e di non restituirlo poscia che a me, nelle mie mani, quand'io te lo ridomandi.

Maddalena promise.

— Or bene, vieni meco nella mia casa ed io te lo consegnerò di presente, perchè temo qualche tentativo per privarmene.

Entrando in casa, Zoe apprese che vi era tuttavia Bancone; senza preoccuparsene il meno del mondo, ella condusse Maddalena nel suo elegante camerino da toelette, e chiuse là dentro le consegnò il pacco delle lettere della contessa di Staffarda.

— Ed ora dove pensi tu andarti a rimpiattare?

— Ci ho la mia camera; ma colà non oso riparare per paura ci vengano gli arcieri.

— Hai ragione. Bisogna assolutamente trovare altro ricovero. Aspetta un poco. Te lo procurerò io.

Passò di là nel salotto da pranzo, dove trovò il banchiere milionario, sbottonato il panciotto, disfatto il nodo della cravatta, arrovesciata la testa sulla spalliera della poltrona, russare con voce sonora, saporitamente addormentato.

La Leggera inzuppò nell'acqua l'angolo d'una servietta, e bagnò al dormiente la fronte e le tempia. Bancone si svegliò senza sussulto e, vistasi innanzi la bellezza sorridente della cortigiana, fece un beato sorriso ancor esso.

— Tò, m'ero addormentato... Tanto meglio! Così il tempo della tua assenza mi è passato più presto... Sognavo di te, sai, sognavo che tu mi facevi sul ventre i passi di danza che ballavi con tanta grazia sul dorso nudo del cavallo al galoppo... Sei stata lungo tempo fuor di casa?... Hai finito i tuoi misteriosi affari?... Sei tornata definitivamente e possiamo stare allegri insieme senza che nessun più venga a disturbarci?

— Quante domande! rispose Zoe con tutta la grazia seducente di cui era capace. Vi risponderò pregandovi di farmi un piacere... che sarà un piacere anche per voi.

— Che cosa? domandò Bancone stirandosi.

— Non ci avete mica nessun'abitatrice nel vostro appartamentino, dove, di nascosto dalla moglie, andate a fare delle orgie da scapolo, viziosone che siete?

Il banchiere fece saltare la sua pancia enorme in una grassa risata di soddisfazione.

— Eh eh! Bisogna bene darsi un po' di buon tempo. La bellezza virtuosa di mia moglie m'annoia come una quaresima; vado a fare di quando in quando un po' di carnovale.

— Sentite. Si tratta di ricoverare e nascondere in quel vostro così ben riposto quartieretto una bella ragazza.

Il vecchio satiro drizzò le orecchie e si levò sulle anche.

— Oh oh! esclamò egli, guardando incredulo la cortigiana: una bella ragazza! Davvero?

— Sicuro: quella medesima che avete visto qui poco fa, e che non vi dispiacque, io me ne sono accorta, vecchio peccatore.

— Sì, la è un discreto tocco di grazia di Dio. Ma perchè ricoverarla, perchè nasconderla?

— Vi rincresce fare a me ed a lei questo piacere, procurare a voi medesimo questo vantaggio?..... Lasciate stare: ricorrerò ad un altro.

— No, no. Sono disposto ad obbedirti.

— Quella giovane è perseguitata da qualcheduno, è venuta a raccomandarsi a me; voglio salvarla, ed ho pensato il meglio fosse di affidarla alla vostra generosa protezione.

— Affidala pure: disse il vecchio libertino, nei cui occhi brillavano le fiamme d'una oscena cupidigia: la sarà in buone mani.

— Va bene... Vengo a consegnarvi tosto la giovane... La mia carrozza è ancora bella ed allestita sotto il portone. Voi salite in essa colla ragazza e... e buona notte.

— Come! Come! esclamò il banchiere meravigliato: così subito?

Ma la Leggera già era sparita dietro le cortine dell'uscio.

Bancone si mescette un bicchiere di Sciampagna e lo bevette d'un fiato per rischiararsi le idee. Cinque minuti dopo vide ricomparire la Zoe che si traeva per mano la Maddalena. Si levò in piedi e sorresse alla tavola il suo corpo oscillante.

— Dunque, diss'egli, aitandosi della persona colla grazia d'un orso che si dimena entro la gabbia di un serraglio, mia bella giovane tu hai da essere la mia ospite?

Maddalena lo guardò colla sua petulante figura e fece un sorriso poco rispettoso; la Leggera le si chinò all'orecchio e le susurrò alcune parole, alle quali ella non rispose che con una crollatina di spalle chiaramente significante: «Bah! ciò poco m'importa.»

— Non perdete più tempo: disse Zoe: sono le undici e mezzo, e più. Andate.

Il vecchio libertino osò abbandonare l'appoggio della tavola e fece due passi barellando verso la cortigiana.

— Crudele! mormorò con occhi che volevano essere espressivi d'un amoroso rimprovero ed erano in realtà imbamboliti dall'ebbrezza: hai il coraggio di scacciarmi di casa tua...

Zoe lo afferrò ad un braccio per aiutarlo a rimettersi in equilibrio sulle gambe podagrose, e gli accennò Maddalena che aspettava presso l'uscio con una certa impazienza.

— Avrete un fortunato compenso... nella buona opera che state per fare.

— Ah birbona!... susurrò il Creso della banca con quel suo certo sorrisaccio; poi, parlando a Maddalena: vieni qua, soggiunse, vienmi presso, biricchina... Così; dàmmi il braccio... Perbrio! che braccio sodo... Dunque, buona notte, Zoe. Andiamo.

Appena furono usciti, la Leggera chiamò a sè i servi.

— Chiunque v'interroghi, non direte che qui venne una giovane e che la è partita con Bancone.

Ottenutane questa promessa, ordinò si spegnessero tutti i lumi, si ridusse nella sua camera, e in pochi minuti fu spogliata ed a letto. Eravi essa appena coricata, quando si udirono forti colpi al portone da via. Il portinaio svegliato si recò a vedere che fosse: successe un breve e vivace parlamentare fra quelli che picchiavano di fuori e il portiere all'interno, quindi il portone s'aprì e i passi pesanti di molte persone suonarono su per le scale. La Zoe stava ascoltando questi rumori con interesse, quasi con ansia, dubitosa che quest'incidente la dovesse riguardare, quando a levarle ogni dubbio sentì una violenta scampanellata all'uscio del quartiere.

— È una visita della Polizia, ci scommetto: disse ella fra sè con un sorriso di trionfo. La Maddalena è partita a tempo.

La sua fante le si precipitava in istanza, mezzo spoglia, assai sgomenta.

— Ah signora, esclamava con voce tremante, è la forza, è l'autorità, vogliono entrare ad ogni costo... Domandano di Lei... o mio Dio! o mio Dio!

La Leggera si sollevò un poco in mezzo alla candida neve delle sue lenzuola, puntando il gomito ai guanciali ornati di ricche balze di mussolina ricamata, incrociò al petto il suo giaco da notte ricco di trine stupende e con atto superbo ed imponente da regina esclamò imperiosamente:

— Qui non ha da entrare nessuno... Non lasciate entrare nessuno.

— Siamo già entrati: rispose una voce fiacca, affranta, ma in cui suonava una certa maligna ironia, e in mezzo alle cortine dell'uscio Zoe vide la faccia pallida ed infermiccia di Barnaba, e dietro lei i ceffi caratteristici degli arcieri da cui s'era fatto accompagnare.

La Zoe riconobbe di subito nell'uomo che le si affacciava, quel cotale che da assai tempo si aggirava intorno all'abitazione di lei, gli occhi rivolti alle finestre della medesima, e che la sua vanità femminile aveva preso per un timido amatore. Luigi aveva avuto ragione: egli era invece una spia. Essa lo fulminò con un'occhiata di sdegnoso disprezzo e con un accento degno compagno di quello sguardo, domandò:

— Chi siete? Che volete? Che modo è questo d'introdursi nella casa d'una donna?

Barnaba parve esitante; si sarebbe detto che su quella soglia trovava un inciampo che stentava a superare; nella sua faccia scialba e sempre impassibile eravi pure come un'ombra di misteriosa emozione; i suoi occhi al fondo delle incavate occhiaie, velati quasi sempre, avevano ora uno strano bagliore, mentre, trascurato ogni altro oggetto, si fissavano sulle forme giovanili, leggiadre, procaci della cortigiana a mezzo seduta sul suo letto.

Era davvero un'originale, irritante, potente bellezza quella che splendeva dagli occhi, dal volto, da tutte le membra della giovine donna. Le sue chiome abbondanti di color fulvo, slacciate, le pendevano in ciocche ondulate che avevano i riflessi dell'oro, intorno al collo candidissimo ed a perfezione tornito, sulle spalle, venivano a battere come una carezza su quel turgido seno, il cui candore appariva traverso le trine, come l'argenteo chiaror della luna traverso le squarciate nubi. Sacerdotessa della voluttà, la sua espressione suprema, quella in cui tutte s'appuntavano le espressioni delle sue sembianze, de' suoi atti, d'ogni sua mossa, era l'espressione della voluttà. Anche nello sdegno di quel momento c'era una grazia, un fascino malvagiamente provocatore delle sensuali passioni dell'uomo.

Dopo un istante ella ripetè, ancora più sdegnosa di prima, le sue richieste a Barnaba, il quale gli occhi fissi su di lei, il respiro leggermente affannoso, nè parlava, nè si moveva. Allora l'agente della Polizia si riscosse, vinse la sua emozione, ricoprì nuovamente la faccia della maschera d'una gelata indifferenza, e con voce sorda ed affaticata rispose:

— Siamo la Polizia; e veniamo a perquisire la vostra casa. Nessuno si mova e nessuno fiati. Dobbiamo frugare scrupolosamente cose e persone. Credo che ad alcuno non verrà in mente la pazzia d'una resistenza.

La donna con un sobbalzo si drizzò del busto sui cuscini ricamati del suo letto.

— Cose e persone avete detto? Domandò ella con inesprimibile accento di fiero disdegno:

— Sì: disse freddamente Barnaba: e per togliervi più presto a questa seccatura e lasciarvi tosto libera e tranquilla comincieremo da voi.

Fece alcuni passi verso il letto della cortigiana, ma più incerta che mai era la sua andatura e le mani gli tremavano.

Le pupille di Zoe mandarono fiamme: con un moto rapido e violento si torse della persona verso il comodino, ne aprì il cassetto e toltone uno stile damaschinato, di bella fattura, lo impugnò risolutamente colla piccola destra nervosa. L'avreste detta una Lucrezia romana.

— Guai chi mi tocca! gridò essa fremendo.

Il poliziotto ebbe sulle pallide labbra un sogghigno indefinibile d'ironia insieme e di compassione e di profonda mestizia.

— Tanto sforzo di coraggio starebbe bene, diss'egli, se si volesse attentare alla vostra virtù, ma questo non è ora il caso. Dovreste sapere che contro la forza non vale la ribellione dello sdegno. Se voi... od altri per voi... tentò un giorno salvare la vostra innocenza dalla brutalità d'un prepotente, che valse?

Queste parole che le ricordavano un tristo episodio della sua prima adolescenza, quasi della sua infanzia infamemente corrotta da uno scellerato, sovraccolsero potentemente e stranamente la donna. Quella disgraziata ventura ella non aveva raccontata mai; il miserabile che l'aveva fatta sua vittima era morto; il suo compagno di stenti che era stato testimonio inorridito ed impotente era scomparso. Come poteva sapere alcuna cosa di quel dramma quest'ignoto? E sapeva egli veramente, od era il caso soltanto che gli aveva posto in bocca quelle parole che sembravano fare allusione alla sventurata vicenda? Non ebbe campo per allora a meditare su codesto, perchè l'agente di Polizia, assumendo un tono imperioso e solenne continuava:

— E noi siamo la legge, signora, noi siamo l'autorità, ed a noi non si resiste.

Si volse agli arcieri che dietro di lui s'erano inoltrati nella stanza.

— Disarmate quella donna: comandò.

In un attimo due uomini furono allato della Zoe, le ebbero afferrate le braccia e toltole di pugno il ferro. Allora ella vide avanzarsi su di lei e starle sopra la faccia terrea di Barnaba; allora sentì sulla sua persona il contatto di due mani che parevano frementi. Trasalì, come corse le vene da un brivido di ribrezzo, mandò un gridolino di rabbia repressa, slanciò uno sguardo di ferocia impotente su quel volto pallido, macilento, incavato, che incombeva sul suo. I loro sguardi s'urtarono come due saette che s'incontrino per aria volando, parve se ne sprigionassero scintille. Nessuno dei due cedette e si abbassò innanzi all'altro; ma nelle pupille di quell'uomo che le parvero in fondo alle occhiaie come belve appiattate in fondo ad una caverna, Zoe travide un fuoco profondo, cupo, terribile, credette travedere un pauroso mistero.

— Chi è quest'uomo? domandò a sè stessa. Che vuol egli da me? Perchè mi pare che costui debba entrare nella mia vita?

La perquisizione, come già sappiamo, non ebbe risultamento di sorta. Zoe arrestata venne il giorno dopo messa nuovamente in libertà. Verso sera di quel giorno medesimo, ella riceveva da mano ignota un bigliettino scritto col lapis che riconobbe tosto di pugno del medichino.

Esso non conteneva che queste poche righe:

«Sono nelle carceri senatorie. Confido in te. Oro e protezioni ci vuole. Verrà a tempo opportuno un uomo a mettersi teco in rapporto. Per ora agisci con prudenza. Quell'uomo che ci ha spiato, che mi ha arrestato, Barnaba, ha qualche ragione personale contro me o contro te. Cerca d'accostarlo, studialo, tenta di sedurlo. Non mi pare impossibile.»

Erano due giorni che la Zoe non poteva scacciare di mente il pensiero di quell'uomo cui anche Luigi veniva ora a ricordarle. Per quanto avesse frugato e rifrugato nelle sue memorie, non aveva trovato nulla che le rammentasse aver avuta con lui relazione.

— Lo cercherò; si disse; voglio penetrare questo mistero.

Come il medichino fosse riuscito a far pervenire quel biglietto alla Leggera, vedremo di poi. Ora torniamo indietro d'alquanto e rechiamoci al letto di morte dell'usuraio Nariccia.

CAPITOLO XXIV.

La mattina del giorno che successe all'interrogatorio di Nariccia, Padre Bonaventura, chiamatovi dall'infermiere, accorreva al letto dell'usuraio moribondo. Questi, che avrebbe desiderato un altro per confessore, esitò un momento fra la ripugnanza che allora gl'ispirava il suo antico complice e lo spavento di morire senz'assoluzione, portando seco nella tomba il fatale segreto del suo orribil peccato. Lo spavento la vinse, e sentendo in se stesso che non gli rimaneva tempo abbastanza, nè vigoria d'animo e di volontà da mandar via il gesuita ed aspettare la venuta d'un altro confessore, si rassegnò a far manifesta la brutta storia del suo passato in una confessione che fu lunga, penosa, interrotta da debolezze e da spasimi, fatta con voce soffocata, il più spesso appena se intelligibile, a coglier la quale il frate doveva star curvo sopra il letto e tener l'orecchio proprio sulla bocca del giacente.

Trascurando tutto il resto che non ha rapporto colla nostra storia, diremo ciò che da siffatta confessione il gesuita apprendeva riguardo al figliuolo di Maurilio Valpetrosa e di Aurora di Baldissero.

Nariccia, incaricatosi, come sappiamo, di fare scomparire quel bambino, erasi partito solo dalla casa in cui dolorava la povera madre, recando seco il neonato. Di molte cose, e scellerate tutte, pensava egli, strada facendo, e ne conchiudeva che a lui avrebbe giovato forse che quel bambino fosse perduto di guisa che altri non arrivasse a rintracciarlo mai più, ma egli pur lo potesse tuttavia, quando di ciò glie ne nascesse convenienza. Per prima cosa, a questo fine, pensò togliergli d'intorno i contrassegni di riconoscimento che gli aveva posti la Modestina e che da costei e da Padre Bonaventura erano conosciuti; e quei contrassegni ritenerli presso di sè. Così nè la donna, nè il frate non avrebbero più avuto nessun bandolo da servirsene essi stessi o da dare altrui per venire in chiaro di ciò che fosse diventato il bambino. Egli poi avrebbe messogli un altro contrassegno particolare, per mezzo del quale potesse all'uopo ricuperare l'abbandonato fanciullo e sarebbe stato egli solo padrone del suo segreto.

Con siffatti pensamenti pel capo, e già risolutosi a porre in atto questo proposito, egli era giunto alla frontiera di Lombardia, cioè al Ticino, s'era liberato con una mancia dalle seccature degli agenti austriaci mezzo addormentati, e penetrava sul ponte, a capo il quale i doganieri e carabinieri piemontesi dovevano fermarlo per dar conto di sè e delle sue robe. Aveva viaggiato di notte, e rompeva appena l'alba. Tutto era deserto e silenzioso sulla riva piemontese, e la sola cosa che ci fosse di vivo era il lumicino della lanterna attaccata al casotto dei doganieri, che però era presso a spegnersi. Nariccia arrestò il cavallo a mezzo il ponte, guardò ben bene se anima viva lo potesse vedere e sentire, e rassicurato compiutamente, scese dal legno, prese il bambino, e pian piano, in punta di piedi, venne a deporlo per terra a capo del ponte dalla parte del territorio piemontese. Come contrassegno egli, trascelta fra le lettere di Valpetrosa che aveva nel suo portafogli quella che meno contenesse parole onde si potesse avere indizio della provenienza, l'aveva stracciata per lo lungo e una delle due metà del foglio insinuato in mezzo alle fasce del bambino.

Quando ebbe deposto per terra il poveretto, Nariccia tornò dello stesso modo al suo legno e facendo chioccar la frusta se ne venne di trotto verso la uscita del ponte, dove un agente della dogana ed uno della pubblica sicurezza, levatisi al rumore e mezzo sonnacchiosi, lo fermarono al solito per le solite formalità. Mentre Nariccia, senza scendere neppure dal carrozzino, esibiva il suo passaporto e mostrava che nella piccola valigia che era suo solo bagaglio, non v'era oggetto alcuno che dovesse pagar dazio d'entrata, ecco un vagito di bambino suonare lì presso.

Il viaggiatore si sporse in fuori del suo legno, e il carabiniere e il doganiere si volsero verso il luogo da cui quel lamento era venuto. Videro il fagottino per terra: il doganiere lo prese ed esclamò:

— Tò: qualche scellerato che abbandonò qui questa piccola creatura.

Il carabiniere guardò con sospetto il viaggiatore; ma questi aveva un'aria così innocente e meravigliata; l'avevano veduto giungere pur allora e non scendere nemmeno: come dubitare di lui?

— E che cosa ne facciamo di questo bel regalo? domandò il doganiere, il quale per ventura era trovatello anche lui, aveva un cuore eccellente, e s'intenerì di botto alla vista di quel poveretto.

— Lo prenda Lei, disse il carabiniere a Nariccia, lo reca seco sino a Novara, e là lo mette all'ospizio.

— Io no certo: rispose Nariccia. Non vo' compromettermi. D'altronde può essere che alcuno venga ancora qui da voi altri a farne ricerca.

Partì di buon trotto, lasciando il bambino fra le mani di quella gente.

— In un caso, si disse, potrò sempre sapere che cosa costoro ne avranno fatto.

Naturalmente, dopo ciò, Nariccia non si diede più il menomo pensiero di quel fanciullo; ma un anno e mezzo dopo cominciò a credere che l'occasione di rifarlo vivo era presso a presentarsi con grande suo giovamento. Se vi ricorda, Aurora aveva sempre in fondo al cuore la speranza che suo figlio non fosse morto, di questa sua speranza aveva parlato col fratello quando, tornato egli di Spagna, era successo fra loro la riconciliazione, e il fratello, la cui anima generosa era lacerata dal rimorso pel tanto male che aveva fatto ad Aurora, aveva accettato, qual mezzo di compensarnela e di riparare, la missione di tentare, se fosse possibile, il ricupero del bambino.

Nariccia, al quale, come abbiam visto, il marchese erasi rivolto, aveva subito capito di quali guadagni potesse essergli sorgente il rinvenimento del figliuolo di Valpetrosa, quando il marchese padre fosse per mancare ai vivi, cosa che pareva non dover tardare di molto, tanto era egli già male avviato di salute. Incominciò egli adunque le sue ricerche per potere quando che si fosse metter la mano sul bambino; ed apprese, recandosi egli stesso sui luoghi, che il doganiere il quale trovavasi di servizio quella tal mattina del tal giorno, ed aveva raccattato il trovatello, non aveva voluto metterlo all'ospizio di Novara, ma recatolo con sè, lo stesso giorno in cui gli era stato dato un congedo, l'aveva allogato presso qualche famiglia di villici, non si sapeva quale, nè dove. Nariccia volle sapere dove fosse questo doganiere per andarlo interrogare ed apprendere da lui medesimo la intera verità; ma gli fu risposto che questo era impossibile, perchè mandato poco dopo sul Lago Maggiore verso la frontiera svizzera, in uno scontro avutovi coi contrabbandieri, era stato colto da una palla di schioppo nella testa e mandato all'altro mondo col suo segreto.

L'antico intendente dei Baldissero non si perse d'animo per tutto questo. Se il vero bambino era impossibile trovarlo, ben se ne poteva avere un altro da sostituirgli; e non erano presso di lui quei contrassegni che dovevano farlo riconoscere come figliuolo d'Aurora? Ad affrettare in lui la maturazione e l'esecuzione di quest'empio disegno venne il marchese padre, il quale esigette che in quindici giorni il bambino della sua figliuola fosse dato in poter suo. Nariccia ebbe a sè Graffigna, che ben conosceva capace di qualunque cosa, e gli commise lo provvedesse d'un bambino maschio, andandolo a prendere così lontano e con tali precauzioni che mai più non potesse venire scoperto qual fosse, donde venisse, come preso. Graffigna comunicò la cosa al suo fido amico e complice Michele Luponi, fratello di Modestina e marito di Eugenia, il quale allora già erasi fatto noto nella cronaca criminosa col soprannome di Stracciaferro.

Lo scellerato Graffigna, il quale sapeva come la moglie di Michele fosse madre di un bambino e vivesse a Milano donde non voleva venir via più per non ricongiungersi col marito, propose a quest'esso senz'altro di andare ad impadronirsi di suo figlio e presentarnelo all'usuraio. Michele riluttò assai, ma l'influsso che già aveva preso su di lui l'omiciattolo più tristo del demonio, qualche ubbriacatura accortamente saputagli dare dal suo compagno, la seduzione della promessa di una buona somma, finirono per deciderlo. Quello che avvenisse udimmo narrato da Maurilio medesimo a Giovanni Selva, quando gli ripeteva i delirii e le visioni che il rimorso cagionava a Stracciaferro, lui presente nel carcere.

Questo bambino così acquistato, coll'uccisione della povera madre, il figliuolo di Michele e di Eugenia, veniva consegnato al marchese padre, il quale lo faceva spietatamente abbandonare in mezzo alla strada.

Terminando la sua confessione Nariccia additava al frate dove fosse custodita la metà della lettera di Valpetrosa, di cui s'era servito per dare un segno di riconoscimento al vero figliuolo della marchesina Aurora e dove fossero tutte le carte che riguardavano le sue attinenze con Valpetrosa, e il gesuita se ne impadroniva. Data l'assoluzione al moribondo, Padre Bonaventura l'abbandonava a morir solo senza altri conforti, e correva in tutta fretta al palazzo di Baldissero.

Dello strano fatto che il moribondo gli rivelava, Padre Bonaventura fu più lieto ancora che stupito. Il falso Maurilio, ch'egli aveva tentato trarre nelle sue reti, erasi ad ogni sua seduzione sottratto, e avea mostrato, nel suo liberalismo, l'animo d'un nemico a quella parte a cui il gesuita apparteneva, a quei principii in servizio dei quali l'ordine monastico, e non degli ultimi in esso il Bonaventura, mettevano tutta la loro accortezza e l'influsso. Se nel giovane cui si trattava di restituire il grado e il posto nella nobile famiglia, il frate avesse trovato un possibile affiliato della congrega, un acconcio stromento, avrebbe anche potuto avvenire che egli tenesse per sè il suo segreto, e di questo anzi facesse un legame più forte e più stretto per avvincere all'interesse del partito e far più obbediente e sottomesso quel giovane: ma Bonaventura, conoscitore degli uomini e sollecito apprezzatore dei caratteri di coloro in cui s'incontrava, aveva subitamente riconosciuto che dal nostro Maurilio non avrebbe mai potuto nulla ottenere a suo pro, e quindi che ogni tentativo eziandio di tenerlo soggetto colla minaccia di farlo respingere da quel luogo a cui era appena arrivato, sarebbe stato inefficace. Non c'era nulla di meglio adunque che svelar tutto al marchese e ricacciare il falsamente creduto figliuolo d'Aurora in quell'abbiezione e in quell'oscurità da cui si era andati ora a levarlo.

Il marchese di Baldissero, udita la narrazione del gesuita, rimase il più attonito, perplesso ed amareggiato uomo del mondo. Che cosa doveva egli fare? Abbandonare di nuovo alla miseria quel giovane a cui aveva aperti, come a suo sangue, il cuore e la casa, non voleva di certo; ma conservarlo in quella condizione di congiunto non doveva, nè gli piaceva. Decise esporre tutta la verità al giovane medesimo e lasciarlo giudice lui medesimo della condotta da tenersi reciprocamente: ad ogni modo egli non avrebbe abbandonato più l'infelice ai rigori della sorte.

Maurilio rientrava al palazzo Baldissero, l'anima sconvolta. In casa Benda aveva avuto luogo quella scena che abbiamo narrato, in cui Gian-Luigi lo aveva cotanto avvilito. Quando il domestico gli disse che il marchese desiderava parlargli, Maurilio fu sul punto di rispondere che non poteva recarsi da lui, che stava male, che aveva assoluto bisogno di solitudine e di silenzio. Ma non osò: obbedì sollecito alla chiamata, e camminando lentamente verso lo studio del marchese, domandava a se stesso se doveva o no esporre allo zio di Virginia tutti i suoi dubbi e le ragioni dei medesimi. Non ebbe mestieri di decidersi in questa tenzone del suo spirito: il caso colla forza dei fatti decise per lui. Il marchese sapeva più di quanto egli era riuscito a scoprire, e ripetendogli le confidenze di Padre Bonaventura, gli poneva innanzi la certezza di quel ch'egli aveva argomentato dovesse essere. Non egli era il figliuolo smarrito di Aurora, e questi, se fosse da trovarsi mai, cosa che al marchese pareva impossibile, era da conoscersi per la metà del foglio stracciato in cui era scritta la lettera di Valpetrosa.

Il nostro giovane protagonista, a questa comunicazione, chinò il capo e parve non avesse capito, o fosse indifferente, tanto era priva d'espressione la sua immobilità e tranquillo il suo pallido volto. Ma dentro di lui c'era un tumulto che nessuna parola potrebbe dipingere. Stette un momento in silenzio, poi domandò al marchese gli mostrasse quella metà di lettera che era rimasta presso Nariccia. Il marchese glie la porse. Appena vi ebbe posti sopra gli occhi, Maurilio la riconobbe tosto pel carattere, per la carta, per la forma, per la lunghezza, come il complemento di quella che aveva in suo potere Gian-Luigi. Tuttavia la esaminò attentamente. Le parole che si leggevano in quel foglio di carta ingiallita erano le seguenti:

«La carrozza sia pronta- cata. Prendete ogni precau-

«Da Milano vi farò conoscere- m'informerete di ciò che avverrà- Se fossi inseguito mi difenderò.- te, ripeto quello che vi ho già- fino a nuova mia ulteriore deci-

Maurilio lesse e rilesse queste linee interrotte. Egli che aveva visto più volte lo squarcio del foglio posseduto dal suo compagno d'infanzia e che ultimamente, una settimana innanzi aveva rivedutolo e rilettolo, l'aveva in quel punto così presente alla memoria che se tuttedue le parti della lettera gli fossero state poste raccostate dinnanzi non avrebbe potuto farne più precisa lettura di quello che faceva la sua mente, completando le presenti colle parole che mancavano.

Era un bigliettino che il seduttore d'Aurora aveva scritto a Nariccia per dargli le ultime istruzioni e gli ultimi ordini riguardo alla sua fuga con Aurora, per cui l'intendente della famiglia Baldissero compro a denari s'era impegnato a procurare i mezzi; ed intero questo corto biglietto diceva così:

«La carrozza sia pronta all'ora che v'ho già indicata. Prendete ogni precauzione perchè nulla trapeli.

«Da Milano vi farò conoscere il mio indirizzo, e voi tosto m'informerete di ciò che avverrà qui dopo la nostra partenza. Se fossi inseguito mi difenderò. Quanto alle somme depositate, ripeto quello che vi ho già scritto: rimangano presso di voi fino a nuova mia ulteriore decisione.»

Il giovane, che seguiteremo a chiamar Maurilio, perchè nessuno fin allora poteva conoscergli altro nome, restituì al marchese quel pezzo di carta, e disse con placida amarezza:

— Il mio non sarà stato che un sogno... un sogno che ha durato ben poco..... ma che sarebbe anche meglio non avesse neppur cominciato..... Il colpo non mi giunge inatteso... Chi son io dunque? Nessuno e sempre nessuno: preso nelle tenebre, vivrò nelle tenebre, e non saprò mai mettere un nome a quella individualità a cui debbo il tristo dono della vita.

Il marchese, che credette scorgere in queste parole l'accento d'una profonda desolazione, lo interruppe con amorevolezza.

— Non perdete ogni speranza. Nariccia, a quanto mi ripetè Padre Bonaventura, incaricò dell'empia commissione due scellerati, di uno dei quali forse c'è ancora possibile aver notizie da poterlo rintracciare; egli è appunto il fratello di quella sciagurata che fu cameriera della mia infelice sorella, e per mezzo di lei se ne potrà probabilmente saper qualche cosa. Il suo nome è Michele Luponi e venne sopranominato Stracciaferro.

Innanzi agli occhi di Maurilio passò come un lampo di color sanguigno, il suo cervello sentì come la puntura di un ferro arroventato.

— L'altro di quei scellerati che derubarono il bambino chiamavasi Graffigna? domandò vivamente il giovane.

— Sì.

Egli sapeva oramai l'esser suo. L'azzardo gli aveva squadernata dinanzi la pagina del suo destino. Si rivide nell'orrido aere fetente della carcere dove aveva udito l'orribile racconto di Stracciaferro; rivide la faccia bestiale di quell'uomo ubriaco tormentata dai graffi del rimorso; riudì le orribili parole di Graffigna che tutto lo avean fatto raccapricciare; riudì sulle labbra di Stracciaferro il grido ch'egli confessava riudire nelle sue notti, il grido della donna assassinata che domandava le si rendesse il suo sangue, riudì il grido supremo di toro ferito con cui l'assassino aveva conchiuso quella spaventosa narrazione: «quel bambino era mio figlio!» e sentì insieme assalirgli le intime sedi della vita un gelo di morte ed una vampa di fuoco. Quella donna assassinata era sua madre; il bambino derubatole era egli stesso; suo padre era un galeotto, ladro ed omicida!

Il delirio e la follia gli si slanciarono al capo insieme coll'èmpito del sangue: sentì che a stento poteva tenere il freno della ragione al suo intelletto scombuiato.

— Orrore ed infamia! esclamò egli coll'aspetto d'un dissensato che è assalito dal parosismo della follia. Infamia ed orrore!... Ecco la mia ricchezza; ecco la mia parte di bene sulla terra.

Ruppe in una risata ad udirsi penosissima, e si slanciò fuori dello studio.

— Maurilio! Maurilio! gridò il marchese con voce in cui si temperavano il rimprovero, il comando autorevole ed un affettuoso interesse; ma il giovane non l'udì, e corse via, come Caino dopo l'orrendo suo delitto.

Il marchese fu d'un balzo al cordone del campanello e gli diede una violenta tirata.

L'infelice figliuolo di Stracciaferro, correndo incontrò nella sala precedente il gabinetto onde fuggiva, la contessina Virginia, che veniva appunto in cerca di lui, e non tanto per desiderio di rivedere il rinvenuto fratello, quanto per avere da esso novelle di altra persona a lei cara.

— Mio fratello! disse la fanciulla colla melodia soave della sua voce argentina.

Il fuggente si fermò sui due piedi e spaventò la donzella per l'alterazione profonda delle sembianze con cui le si accostò.

— Fratello! Fratello! esclamò egli con un sogghigno indescrivibile sulle labbra agitate da un tremore convulso. Io non sono vostro fratello, no, non lo sono.

Incontrò collo sguardo de' suoi occhi turbati quello limpido e dolcissimo delle serene papille di lei.

— Ah! quegli occhi! soggiunse. Sono gli occhi di vostra madre.... La mia, servendo la vostra, glie li ha rubati per darli a me, che portava nel suo seno.

S'interruppe mandando un grido rauco da selvaggio.

— Nella nostra famiglia si ruba! gridò quindi con disperata energia, percotendosi coi due pugni chiusi la fronte.

Virginia impietosita, commossa, gli si appressò vieppiù e gli pose sopra un braccio la sua destra dilicata e gentile.

— Calmatevi, Maurilio; gli disse mitemente.

Il giovane non lasciò che altrimenti continuasse. Vide innanzi a sè quella tanta bellezza illuminata da un divino raggio di pietà; sentì sul suo braccio il tocco di quella mano come una ineffabil carezza. Il suo delirio dimenticò tutto il resto per non esser più che un delirio d'amore.

— Non sono tuo fratello: diss'egli: dunque posso amarti, angelo del mio cuore... Ho sangue di plebe. Che importa? Mi sento tanta grandezza de esser primo fra gli uomini. Son figlio d'assassino. Che monta? L'energia delittuosa dell'eredità paterna sarà in me l'energia delle grandi cose... T'amo da tanto tempo con amor furibondo.

L'afferrò colle sue grosse mani: ella si dibattè spaventata mandando un grido. In quel punto dall'una delle porte di quella sala entrava il domestico chiamato dalla scampanellata del marchese, e questi si presentava sulla soglia del suo studio, chiamato dal grido di Virginia.

Maurilio, alla vista dei sopraggiunti, abbandonò la ragazza, gettò un urlo e riprese la sua fuga disperata.

— Tenete dietro al signor Maurilio; comandò il marchese, presso cui Virginia era venuta a rifugiarsi tutto sgomenta: vegliate su di lui e frattanto qualcuno corra subito per un medico.

Maurilio era corso nella sua camera e ne aveva chiuso a chiave l'uscio, entrandovi, prima che il domestico giungesse a quella soglia. Al battere nella porta, alle parole del servitore egli non rispose nemmeno; tanto che il domestico, stancatosi dopo replicati tentativi, venne dal padrone a dirgli quel ch'era avvenuto e riceverne nuovi ordini.

— Andate pel medico, frattanto; e quando e' sia giunto, penseremo al da farsi.

Il giovane, disperato, s'era buttato traverso il letto colla faccia affondata nelle coltri ed aveva prorotto in penosissimi singhiozzi.

— Figlio d'un assassino, ripeteva, figlio d'un assassino. E mia madre una serva!.. E l'amo tanto Virginia!... E nel mio capo c'è l'intelligenza d'un uomo superiore!... Sono nato dal fango sociale: nelle mie vene corre il germe fatale del delitto: lo sento alla ferocia d'un istinto che mi si fa gigante nel petto.... È un retaggio fatale.... Si trasmette come la tisi, il rachitismo e la pazzia.... La pazzia, la sento che viene.... Oh sia la benvenuta!... Mia madre fu assassinata da mio padre.... Mio padre assassino.... Ed io che cosa sarò?...

Una vertiginosa fantasmagoria di strane immagini orribili, spaventose, in mezzo ad una nebbia color di sangue, gl'invase il cervello. Vide in un tramestio orrendo assassini e vittime, suppliziati e carnefici, antri di prigione e ferri di catene, e dominante su tutto la schifosa ombra dello stromento del supremo supplizio. Si levò irte le chiome, smarriti gli occhi, sconvolte le sembianze, contratti i muscoli, tutti in un tremito i nervi. Gli spettri della pazzia e dell'infamia gli danzavano innanzi. Tutti gli oggetti vedeva di color rosso affuocato; sentiva con dolore inesprimibile battergli forte i polsi nella testa. Si recò barcollando come un ebbro, le mani tese innanzi al par d'un cieco, al lavamano, e immerse a più riprese la faccia e la testa nel catino pieno d'acqua fredda; ciò non gli bastava: prese una tovaglia, la inzuppò nell'acqua e se ne cinse la fronte che gli ardeva. Tutto ciò fece con atti macchinali, senza aver coscienza di sè. Ne provò alcun giovamento. L'orribile ridda che gli movevano nel cervello le immagini provocate dal delirio si calmò; le visioni spaventose si dileguarono in quella nebbia dello spirito che da rossa color sangue si sfumava in un color rosato con dei guizzi più vivi che parevano baleni. Guardò intorno a sè, come attonito, smemorato, e si riconobbe. Trovò nella sua mente, dritto, per così dire, in mezzo al rovinio di quelle visioni della febbre, un pensiero:

— Non ho detto al marchese chi e dov'era il suo vero nipote; e convien bene ch'e' lo sappia.

Si strappò dalla fronte la servietta fumante onde s'era cinto le tempia e si slanciò verso la porta. Ma ecco tosto la mano adunca della pazzia acciuffarlo di nuovo. La febbre cerebrale, che sempre incombeva, minaccia immanente sugli organi sovreccitati della sua intelligenza, gli piombò addosso come falco sulla preda. Stralunò gli occhi, rise orribilmente, battè l'aria colle braccia come fa delle ali uccello ferito che non può più levarsi a volo, mandò un grido soffocato, un gemito, un rantolo; e cadde lungo e disteso sul pavimento.

Al sopraggiungere del medico fu aperta di forza la porta, il giovane fu raccolto di terra e posto a letto, e il male fu sollecitamente ed energicamente combattuto coi salassi, colle mignatte, colle ventose.

— Temo che nulla non possa più salvarlo: disse al terzo giorno il medico al marchese che mostrava molto interesse per quell'infelice.

Egli non era ancora tornato neppure un momento in cognizione di sè, e ad ogni parosismo di quella febbre cui nulla ancora aveva potuto vincere, tornava più fiero, più penoso, più dissensato il delirio.

Giovanni Selva, Romualdo, Vanardi, saputo dello stato del loro amico, chiesero ed ottennero di venirgli prestar le loro cure, come avevano già fatto nella precedente identica malattia, quando essi l'avevano primamente ospitato.

Più tardi ci furono eziandio Don Venanzio e la vecchia Margherita, la nutrice di Gian-Luigi. Il parroco era corso a Torino, tutto stravolto e sconsolato dalle due bruttissime novelle: l'arresto di Gian-Luigi e la malattia mortale di Maurilio; la Margherita, udito con indicibile angoscia quello che era avvenuto a colui ch'essa aveva nutrito col suo latte, cui amava più d'un figliuolo, aveva voluto accorrere alla capitale, come se la sua presenza lo potesse difendere, lo potesse aiutare; e seco aveva recate ancora intatte le mille lire statele date poco tempo prima dal medichino. Tanto a lei, quanto al parroco, l'autorità giudiziaria aveva intimato comparir come testimoni nel processo che con sollecitudine straordinaria si veniva istruendo contro di Quercia.

CAPITOLO XXV.

La mattina del giorno che successe a quello in cui il medichino venne arrestato, il conte Langosco entrò senza farsi annunziare nella camera da letto di sua moglie alle ore dieci, che sono per quella gente, in tale stagione, come l'ora dell'alba pei poveri operai.

Candida aveva passata una notte infernale, in cui lo spasimo dell'anima aveva mantenuta vigorosa la febbre del corpo; sulla sua bellezza e sulla sua gioventù erano passati nel giro di dodici ore due lustri ed avevano stampata la loro impronta nell'incavamento delle occhiaie, nella carnagione che aveva perduta la freschezza ed era diventata floscia, nelle finissime rughe che le si erano disegnate come raggi divergenti dall'angolo esterno degli occhi alle tempia. Certo mai colpa di donna violatrice del suo giuramento di fedeltà coniugale non fu punita con più crudeli tormenti, coll'angoscia di più vive paure, di più profonda vergogna; ned ella poteva dirsi aver già tutto pagato il suo fio, essere andata al fondo della coppa di dolore, e non poterle piombar più sull'anima spasimi e sgomenti ed ansietà ed onta maggiori. Nell'orribile insonnia di quella notte, la sua anima era passata per tutti gli stadi della disperazione, dalla violenza dissensata al torpido abbandono dell'abbattimento; ne aveva pensato ogni fatta spedienti, dal coraggio della dissimulazione alla fuga, dal pentimento in un chiostro al suicidio. E ciò che era un aggravamento delle sue triste condizioni morali si è che quell'empio amore appiccatosele a tutto l'essere, come alle membra di Alcide la camicia di Nesso; quell'empio amore continuava in lei torbido, fiero, violento, scellerato, a dispetto della vergogna, del rimorso, d'un sentimento inesprimibile di rabbia impotente e selvaggia. Tutto le inaspriva la sanguinante piaga; e quello che aveva nel pensiero e quello che aveva intorno a sè. Ogni oggetto che vedeva in quella camera le ricordava un momento della presenza, una mossa, una parola di colui che era penetrato profanatore in quel santuario della fede coniugale: la cameriera che era rimasta l'ultima a disporre il lumicino per la notte, cui essa aveva comandato testè d'allontanarsi, le stava come un'incarnazione vivente di certi ricordi per cui la doveva arrossire; l'aspetto e la parola di Zoe le rimanevano presenti come la mitologica persecuzione d'una furia vendicatrice; aveva infisso nel cervello lo sguardo freddamente implacabile del marito. Al pensiero di rivedere costui raccapricciava: le pareva che meno tremendo le sarebbe stato sopportare lo sguardo del Giudice Supremo: in questo almeno colla giustizia avrebbe trovato pietà; nell'anima del conte, devastata come il suo cranio ingiallito, come il suo volto scarnato, sapeva che di pietà non ne avrebbe potuto trovare. E in mezzo a tutto ciò l'assalivano di quando in quando con un'aspra voluttà inenarrabile soavi rimembranze di certi momenti, di certe parole di lui, di certi delirii, di acuti diletti della passione e della colpa.

Quando vide entrare il marito nella sua camera, chiuse gli occhi come per allontanare un momento almeno l'urto penoso dello sguardo di lui: il suo respiro affannato diceva quanto il cuore le battesse. Il conte le si avvicinò lentamente, fissandola fino dalla porta col suo vivace occhio da vipera. La fante, che era presente, ebbe compassione della sua padrona, e mettendosi innanzi al conte, gli disse con voce sommessa:

— La riposa un momentino....

Langosco non la lasciò continuare: la fece ammutolire con un freddo sguardo, che fu più eloquente d'ogni parola, e colla destra la trasse in là per passare.

— Vedo con piacere, diss'egli quando fu alla sponda del letto, che voi state molto meglio.

Candida aprì gli occhi, ma non li volse verso il marito, sibbene al soffitto, come per protestare tacitamente contro quell'affermazione. Ella si sentiva tanto male che le pareva dover morire.

— Sì, voi dovete star meglio: continuava il conte: lo giudico dal vostro aspetto.

Si voltò verso la cameriera e le disse tranquillamente:

— Andate.

La donna non si fece ripetere il comando.

— Vi ho detto che dovete star meglio: riprese il marito quando fu solo colla contessa: avete capito? Tanto meglio, che questa sera si deve assolutamente andare al concerto a Corte... Si deve assolutamente!... Non vi vedrò più fino a questa sera. Siate pronta alle nove; avrò l'onore di accompagnarvi... E voglio che sia così.

Pronunziò queste parole lentamente, senza minaccia, ma con espressione d'irremovibile fermezza.

Candida non pensò neppure a ribellarsi; capì che il marito voleva opporre alle ciarle della gente la presenza di sua moglie; pensò con sommo desiderio fra sè: «Ah! se prima di questa sera potessi esser morta!»

— Non fa bisogno ch'io vi dica, soggiunse il marito, che conto sul vostro solito buon gusto nello sfarzo dell'acconciatura, e che mostrerete alla malignità delle vostre amiche e dei miei nemici una fronte serena ed un allegro sorriso. Noblesse oblige, madama!

La contessa non parlò: il marito prese quel silenzio come un consentimento, qual era. Stette un istante, e poi disse col medesimo accento di freddezza, quasi d'apatia:

— Quanto alle ulteriori determinazioni da prendersi fra di noi, non è ancora il caso di parlarne. Quando saranno ricuperate quelle lettere e rimediata così in parte la vostra imprudenza, vi farò conoscere i miei propositi. Per ora, innanzi al mondo, dobbiamo essere più intimi e più d'accordo che mai. Domando la vostra cooperazione per questa commedia. Io saprò difendervi da ogni apparenza di oltraggio; sappiate voi aiutarmi a sostenere la parte di marito che non ha nulla da inquietarsi..... Entrando nel salone di Corte al mio braccio, questa sera avrete una mossa di confidente abbandono e di tranquilla sicurezza..... Tutte le donne sono abbastanza buone commedianti per fingere: voi dovete essere più commediante di tutte le altre.

Uscì dopo questo sanguinoso oltraggio, com'era entrato, lento, calmo, con un sogghigno d'insopportabile ironia.

La giornata fu lunga e corta per la infelice contessa. Si fece forza e si alzò, affranta com'era e colla febbre nelle ossa. Stette quasi sempre sdraiata sur una poltrona, affondata l'anima nel buio abisso d'una disperazione muta e senza risoluzione. I soli momenti di pace che la ebbe furono certi fugaci intorpidimenti dell'anima, in cui questa, stanca di soffrire, era invasa da una specie d'oblio che tutto le cancellava dalla mente: viveva così un minuto, quasi senza coscienza, e in quel breve riposo dello spasimo la prendeva nuove forze per soffrir di nuovo.

Alle sette ore si alzò e venne alla teletta a farsi adornare, ad applicarsi sul volto la maschera, a studiare come far mentire gli occhi, la fronte, il sorriso.

Alle nove in punto la cameriera venne a dirle:

— Il signor conte le fa sapere che l'aspetta nel salone.

In que' tempi, finito il carnevale cessava il grandioso spettacolo di opera e ballo al teatro Regio; anzi di quaresima nissun teatro era licenziato a stare aperto e chiamare il pubblico a divertimenti profani. Regnavano assolutamente sulla noia dei cittadini i predicatori, di cui uno per ogni chiesa chiamava tutti i giorni a pentirsi una folla di donne eleganti che ci andavano per esser viste, e di giovani galanti che ci accorrevano per vedere; e facevano solamente concorrenza a questo magro spasso le marionette e i burattini e qualche privato concerto. La Corte in tutta la quaresima soleva darne due di concerti, ed era ad uno di essi che, dietro il comando maritale, interveniva la contessa Langosco di Staffarda quella tal sera, entrando, secondo il programma stabilito, appoggiata al braccio del conte, nel gran salone delle colonne al palazzo reale, dieci minuti prima che vi facessero la loro apparizione i sovrani e la loro famiglia.

L'entrata del conte e della contessa fece una viva impressione generale: tutti gli occhi si volsero verso di loro; le parole si fermarono sul labbro dei conversanti; successe uno strano silenzio significante, seguìto tosto da un susurro più significante ancora: erano in ciò tutta la curiosità, tutto il maligno talento, tutta la malizia delle induzioni di quel mostro gentilmente feroce che è il mondo elegante. Per Torino in quel giorno non s'era parlato d'altro, in quelle stesse sontuosissime sale, quella sera, non si parlava d'altro che della scoperta di quel covo d'assassini, dell'arresto dei principali capi di quella banda, che il pubblico era già avvezzo a temere sotto il nome della cocca, della cattura, in qualità di comandante supremo di tale scellerata schiera, di quel giovane elegante conosciuto da tutta la società più scelta col nome di dottor Quercia. La meraviglia, lo sdegno, l'orrore, lo sgomento di questa società che aveva accolto nel suo seno sì tremendo nemico erano al colmo: si vendicava dell'inganno sofferto, dei corsi pericoli, della temerità di quel miserabile coll'improperio e con voti sanguinarii degni d'una paura non bene rassicurata. Si conoscevano da tutti le intime attinenze della contessa di Staffarda coll'assassino mascherato da zerbinotto seduttore, e il nome di lei entrava con quasi ugual proporzione di quello di lui nella vivacità dei discorsi su questo argomento. Lo sgomento comune e la vergogna della sofferta frode se la pigliavano anche colla contessa, cui pure avrebbe bastato a non far risparmiare la sola malignità della natura umana, acuita dallo sfregamento sociale e rincalzata dall'invidia muliebre. Dal suo sesso la misera aveva un'assoluta condanna inesorabile, senza beneficio di circostanze attenuanti; e gli uomini non osavano neppure prenderne le difese innanzi all'accanimento delle mogli e delle amanti. Langosco, pratico della scena del mondo, aveva capito che c'era un mezzo solo, non dico per trionfare di questa valanga di ciarle, ma porle freno e costringerla a mettere la sordina al suo crescendo: e questo mezzo era l'audacia. Ritirarsi innanzi ad essa era un volersi perdere: il nome non sostenuto dalla presenza della persona in quella gara di pettegolezzi era sicuro di rimanervi schiacciato; però aveva forzato la moglie a comparire in quella guisa, ed aveva aspettato per esporsi al fuoco incrociato degli sguardi e delle parole di quell'assemblea, il momento più tardo che si potesse, quando il loro ingresso doveva produrre maggior effetto.

Il conte Amedeo Filiberto Langosco di Staffarda in quel momento era un bello ed interessante spettacolo a mirarsi da un pittore, da un poeta, da un osservatore di costumi, da uno scrutatore di caratteri e studioso della natura umana, poichè questi soltanto potevano capire la superba grandezza del suo contegno, penetrare il potente significato dell'espressione che aveva saputo dare al suo aspetto. Levato il capo, eretto il collo, egli camminava più dritto che da lungo tempo non avesse fatto mai; sotto il suo cranio d'avorio giallo, sulla cui lucida superficie si rifletteva la luce dei doppieri, brillavano fieramente gli occhi che giravano intorno con uno sguardo di calma disfida, pronti ad accendersi al menomo urto d'un atto men rispettoso, d'un sogghigno; le labbra aveva atteggiate a più serietà che non gli fosse abituale; e la guisa con cui dava il braccio a sua moglie, era espressiva d'una deferenza protettrice che indicava chiaramente una lieve mancanza di riguardo a lei essere da lui considerata come un fattogli oltraggio, e ne avrebbe a qualcheduno fatto scontare il fio. Il marchese di Baldissero, che s'intendeva d'ogni nobiltà d'animo e d'ogni valore, lasciò scorgere sulla sua bella fisionomia imponente quanto quel contegno gli andasse a grado, e fu egli il primo a fare un cenno cortese di saluto al conte, appena gli occhi di costui vennero ad incontrare i suoi.

E la povera Candida? Chi le avesse visto nel cuore avrebbe giudicato che il coraggio con cui ella s'avanzava, gaia e sorridente sotto il fuoco di tutti quegli sguardi, portando la morte nell'anima, era assai maggiore del coraggio di cui ha bisogno il guerriero che s'avanza contro il fuoco nemico in battaglia. Per lei quella era diffatti una grande e decisiva battaglia, nella quale un momento di esitazione, di debolezza, di tremore le avrebbe dato una sconfitta da non ricattarsene mai più. Quando ella s'era presentata nel salone dove stava aspettandola il marito, questi, senza dirle una parola, le aveva rivolto un ratto sguardo con cui l'aveva esaminata da capo a piedi, e vistala qual egli la voleva, elegante, senza lagrime negli occhi, il belletto sulla faccia, lo sbarbaglio de' diamanti sul capo, intorno al collo, sul seno, fece un legger cenno approvatore ed additò l'uscio che conduceva alle anticamere, come invitandola a passar prima. Traversarono l'appartamento, scesero le scale, salirono in carrozza, percorsero la strada senza che una parola nè uno sguardo più fosse fra loro scambiato. Nel palazzo reale, al momento di varcare la soglia del gran salone detto degli Svizzeri, la contessa si fermò come se le mancassero allora le forze. Le gambe le tremavano, e la sentiva nelle orecchie un ronzìo penoso. Il conte la guardò e le porse il braccio senza parlare; sotto quell'occhiata tutto il corpo di lei ebbe un legger fremito; ma dopo l'esitazione d'un attimo, ella passò la sua mano nella piegatura del braccio del marito, e riprese il cammino. Entrando nelle sale, percorrendo sotto una piova abbagliante di luce i reali appartamenti, in mezzo ad una siepe di decorazioni, di uniformi civili e militari, di ricami e spallini, di sciabole e spadine, Candida rimase calma in apparenza e tranquilla, col suo sorriso che s'era stampato a forza sul labbro; ma nell'affacciarsi al salone principale, dove non più la sola curiosità degli uomini era da incontrarsi ma la malignità delle donne, ricevendo di pieno nel petto e nella fronte la scarica di tutti quegli sguardi, accolta da quel significativo silenzio e da quel susurro che tosto gli tenne dietro, alla contessa vennero meno ad un tratto la risolutezza ed il coraggio; il suo braccio si contrasse su quello del conte, e vi pesò come per tenersi e sorreggersi, mentre fino allora, appena era se l'aveva lievemente toccato; il ronzìo delle sue orecchie s'accrebbe infinitamente, innanzi ai suoi occhi, che pure erano levati e lucenti, passò una nebbia che le confuse alla vista tutte quelle faccie, tutti quegli oggetti, tutto quello sbarbaglio. Langosco non le volse una parola nè uno sguardo; il suo capo continuò a star dritto levato incontro alle faccie dell'assemblea, i suoi occhi continuarono ad incrociarsi cogli occhi di tutta quella turba elegante; ma strinse alla persona il braccio della moglie con una pressione lenta e forte nello stesso tempo che era un incoraggiamento, un conforto ed una promessa. «Fate animo, diceva, son qui io a proteggervi, e non avete da intimorirvi di nulla e di nessuno.»

Il cerimoniere di Corte venne a dividere moglie e marito, per allogarli al posto che loro competeva rispettivamente secondo il loro grado nella gerarchia cortigianesca; Candida si trovò in mezzo ad una schiera di spalle nude e di gioielli preziosi di donne che avevano più quarti nel blasone che bellezza sul volto e gioventù. Il suo sorriso si contrasse un momento in sogghigno al vedere il freddo saluto con cui fu accolta; una vecchia, che a saputa di tutti, aveva impiegata la giovinezza ad esser l'amante di più alti personaggi, si volse con una certa affettazione dall'altra parte, mormorando con piglio disdegnoso parole che Candida non potè intendere, ma di cui era troppo facile capire il significato. Ciò nulla meno la contessa tenne un fermo contegno: rispose ai freddi ed orgogliosi saluti con saluti più freddi ancora e più orgogliosi; stette colla sua bella testa eretta, come se sulla sua fronte, insieme a quello de' diamanti, non avesse da portare il peso di nessuna vergogna. Il conte trovò negli uomini, in mezzo ai quali era penetrato, le medesime strette di mano che ci trovava tutte le altre volte. Erano troppo ben educati que' semidei dal sangue azzurro; il conte era troppo conosciuto come uomo da sapersi far portar rispetto, perchè il menomo cambiamento apparisse nel loro trattare verso di lui: nessuno non ebbe neppure il cattivo gusto di dimostrargli una compassione od un interessamento ch'egli avrebbe trovato un'offesa.

Non si era ancora affatto calmata la leggera agitazione che in quelle onde stagnanti di cortigiani aveva suscitato il sopraggiungere dei coniugi Langosco, quando il batter de' piedi per terra del mastro di cerimonie alla soglia dell'uscio che conduceva agli appartamenti della famiglia reale, annunziò l'arrivo della Corte. Si fece un alto silenzio, e l'attenzione di tutti fu rivolta a quella porta, da cui entravano gli augusti personaggi, al suono della fanfara reale che echeggiò ad un tratto dalla tribuna dell'orchestra.

Si ascoltarono con un raccoglimento che si sarebbe potuto dir religioso varii pezzi di musica strumentale e vocale eccellentemente eseguiti e di eccellenti maestri. Ogni cortigiano guardando verso il trono dove sedeva la pallida figura di re Carlo Alberto, aveva l'aspetto beato d'un Joghi indiano che, a forza di contemplarsi la punta del naso, è giunto a vedersi dischiuso innanzi l'infinito. In un intervallo, il Re sorse, e dietro il suo esempio tutti, e come solea, Carlo Alberto percorse lentamente il salone, facendo orgogliosa e felice ora questa ora quella delle dame, or questo or quello dei petti ornati di croci, col dire poche parole, regalare uno de' suoi gelati sorrisi e passare. Fu notato che il Re non favorì nè d'una parola nè d'uno sguardo la contessa di Staffarda, quantunque fosse una delle più belle e delle più eleganti, e quindi chiamasse meglio delle altre l'attenzione. Il contegno delle dame a lei vicine, il quale fino allora era stato freddo, divenne decisamente ostile. Ma questo sotto un certo rispetto riuscì a giovamento di Candida, perchè l'irritazione dello sdegno che in lei ne nacque, valse a ridarle quelle forze che venivano scemando e per la passione dell'animo e pel malessere fisico, cui le cagionava la febbre ogni minuto crescente.

— Hai udito, marchesa: disse dietro Candida una baronessa, magra come un'acciuga, che faceva uscire spudoratamente dalla scollacciatura della veste le ossa di due spalle da scheletro: quel famoso Quercia che era capo di una banda di assassini, si vuole che fosse nelle buone grazie d'una signora comme-il-faut.

— Comme-il-faut, no certo: rispose la marchesa con una voce che rassomigliava a un sibilo di serpe. Una donna ammodo non avrebbe mai ricevuto un simile individuo.

La contessa Langosco si voltò e guardò bene in faccia l'una e l'altra di quelle due donne.

— Io l'ho ricevuto: disse fermamente: e le assicuro, signora marchesa, che quel tale aveva portamento e maniere da ingannare qualunque, anche lei; ed anche lei, signora baronessa, soggiunse volgendosi a quest'ultima che smorfiva altezzosamente. Chicchessia l'avrebbe scambiato per un addetto di ambasciata o per un ufficiale di dragoni... in borghese.

Tutti sapevano che quella marchesa aveva una tresca con un addetto dell'ambasciata austriaca, e che quella baronessa osteologica pagava i debiti ad un giovane ufficiale di cavalleria, che ne approfittava per farne a rotta di collo.

Se gli sguardi fossero lame di pugnale, la contessa Langosco sarebbe caduta all'istante al suolo trafitta da parte a parte, sì niquitose furono le occhiate che quelle dame le slanciarono; ma le labbra però continuavano a sorridere.

— Eh via! disse la baronessa: la nascita e il sangue non si possono simulare, e bisogna noi stessi ne pas avoir de naissance, ed essere di sangue roturier per lasciarcisi ingannare.

Candida tacque; aveva una smania feroce di gettare sul magro volto impiastricciato di quella Venere anatomica una parola oltraggiosa come uno schiaffo; ma lo spavento delle conseguenze che avrebbe potuto avere uno scandalo riuscì a frenarla. Strinse siffattamente colle mani convulse il suo ventaglio di madreperla che lo ruppe; seguitò a sorridere colle labbra, a cui la cosmetica pomata di carminio dava il colore della salute e della gioia; rispose con un'occhiata civettesca ai ditirambi che le indirizzavano gli sguardi dell'ufficialetto della baronessa, il quale col pretesto di vagheggiare la pagatrice dei suoi debiti, ammirava con espressione di vivo desiderio la bellezza della contessa Candida.

Ma in mezzo a tutta quella folla c'era una persona, che indovinava in parte le strette dell'anima di questa povera donna, che sotto il belletto delle guancie di lei scorgevane la pallidezza morbosa, che dietro il sorriso avvertiva lo spasimo soffocato: e questa persona era il padre di Candida, il barone La Cappa. Approfittò egli di quel rompersi degli ordini che produsse il moversi del Re, e si accostò alla figliuola.

— Tu hai qualche cosa, Candida: le disse sotto voce.

La contessa si attaccò al braccio paterno come un naufrago s'appiglia al remo, che gli venga porto.

— Dàmmi il tuo braccio, papà: diss'ella; e conducimi fuori da questo salone. Ci ho troppo caldo, soffoco, ho bisogno d'un po' d'aria.

Si allontanò sorreggendosi a suo padre, seguìta dagli sguardi e dagli ammicchi delle dame che le eran vicino; trasse il barone fino in un angolo di una sala in cui era minore la gente, e buttatasi sopra un divano, si fece sedervi presso il suo compagno.

— Che ho? diss'ella allora rispondendo alla domanda che le aveva fatta nel salone suo padre. Ho che sono la più sventurata donna del mondo e che vorrei esser morta.

Queste parole furono pronunciate con accento disperato e con voce piena di pianto; ma in quella, Candida vide parecchi sguardi fissi sopra di lei ad osservarla, ed ebbe la forza di piegar di nuovo i muscoli della sua faccia a quel sorriso che l'aveva stanca sino allora più che non qualsiasi fatica di corpo.

— Misericordia! esclamò il barone spaventato, giungendo le mani con atto d'infinito dolore.

Ma la figliuola, sempre con quella maschera di letizia sul volto, gli pose una mano sul braccio e gli disse sotto voce:

— Piano, frenati, abbi l'aria tranquilla e contenta. Qui dentro bisogna nasconder tutto e finger tutto. Sorridi come vedi sorrider me. Guarda come ci osservano con avida curiosità!

Il barone girò intorno lo sguardo stupito di uomo che non capisce, e ripetè la sua interrogazione:

— Ma che cosa dunque succede, in nome di Dio?

E la contessa, curvandosi sulla spalla di lui e parlandogli all'orecchio:

— Tu hai voluto farmi felice, padre mio; mi hai data la ricchezza; mi hai dato col marito un illustre blasone (sorrise amaramente nel dire queste ultime parole); ebbene tutto questo non basta. Non sai tu che di questi giorni ho invidiato la sorte di tutte le altre donne, ho desiderato cambiare la mia in quella d'una povera operaia?

Il degno barone guardava la sua figliuola come si guarda uno che ad un tratto si metta a spacciare le maggiori follie del mondo, e non sapeva che risposta fare. La figliuola continuava dopo una brevissima pausa ed abbassando ancora di più la voce:

— Non hai tu udito questa sera, qui stesso, in questi crocchi eleganti, infamare la tua figliuola?

Anatolio La Cappa si atteggiò della persona con tutta l'imponenza degna d'un Intendente generale, della qual carica, insieme colla pensione di ritiro, aveva titolo e grado, e fece colla sua superba mossa tintinnire fieramente i ciondoli e i gingilli delle decorazioni che gli coprivano il petto del suo abito a spada, ricamato d'oro al goletto e ai paramani.

— Corbleu! esclamò egli con tutta la bravura che potrebbe avere il discendente da un eroe delle crociate. Avrei voluto vedere anche questa! Infamare la mia figliuola? Ma a chi fosse tanto temerario la farei ben io pagare cara e salata..... con un buon processo.

— No, padre mio: disse scoraggiatamente Candida scuotendo la testa. Un processo sarebbe peggio.

— Hai ragione. Che processo? Contro siffatta canaglia... perchè chi si permettesse una cosa simile, non potrebbe essere che canaglia... contro codesta gente c'è di meglio da fare che non un processo. Ho ancora abbastanza aderenti in alti luoghi... che? Ricorrerei, se bisognasse, a S. M. medesima che non ha obliato il suo antico, fedel servitore, e me ne ha dato una prova testè ancora col modo onde mi ha salutato... e quel miserabile lo farei ricoverare a Fenestrelle o mandare in Sardegna, perchè meditasse à loisir sui pericoli di perdere il rispetto a chi va rispettato.

— Nè anche questo non si può fare: riprese la contessa, scuotendo nuovamente la testa. Chi si compiace di straziare la mia fama è più potente di noi, ha più aderenze di noi, è più presso a S. M. di noi...

— Tu scherzi: interruppe il barone scandolezzato. I Langosco di Staffarda accompagnarono il conte Verde nella sua spedizione in Oriente....

— Ma noi non siamo che La Cappa.

— Palsambleu! Tuo marito non sarebbe capace di far rispettare sua moglie?

— Sì: è pronto a battersi contro chicchessiasi gli lasci pervenire all'orecchio una di quelle infamie che si susurrano dietro il ventaglio; ma lo scandalo d'un duello non rimedierebbe nulla; e quelle infamie sono troppo codarde per osare venirci assalire di fronte.... Ah padre mio, non c'è riparo: io sono perduta.

L'accento con cui l'infelice diceva tali parole era straziante, e pur tuttavia il suo sorriso non cessava di rallegrare le sue labbra, e le sue sembianze continuavano a mostrare la maschera d'una lieta tranquillità. In siffatto contrasto eravi qualche cosa di più penoso e di più commovente che non nelle ordinarie manifestazioni del dolore e della disperazione.

— Ma corpo del diavolo!... (L'animo del degno barone Intendente generale era così turbato che invece delle solite eleganti parole esclamative in francese, si lasciò scappare questa plebea imprecazione.) Posso io sapere finalmente che cosa sia succeduto?

Candida, con infinita passione dell'animo, ma in mezzo a due risatine, come se contasse a suo padre in un allegro colloquio il più piacevole aneddoto, disse con voce che appena fa udita dal barone, il quale curvò verso di lei l'orecchia:

— Hai tu sentito parlare dell'arresto del dottor Quercia?

— Giusto! esclamò il padre. Volevo dirtene un motto. Ce drôle-là, mi pare che tu lo conoscevi.

Candida pose di nuovo una mano sul braccio di suo padre e fissò negli occhi di lui uno sguardo che diceva un'infinità di cose: ma questa volta non ebbe più la forza di ridere nè pur di sorridere.

— Il mondo, susurrò ella, lo dice mio amico.

La Cappa sussultò sul divano.

— Ah diable!

— E da un momento all'altro possono saltar fuori delle carte che dieno ragione a quella voce.

— Possibile!... che carte?

— Delle lettere: disse la contessa così piano che la parola fu, più che intesa, indovinata dal barone.

— L'imprudente!... Sì, cospetto che questo è un affare disgustoso assai... E tuo marito?

— Sa tutto.

— Misericordia!... E che vuol fare?

— Ricuperarle... Ma io vorrei ottenere ciò d'altra parte e senza il suo concorso.

— Hai ragione.

— Sei tu pronto ad aiutarmi, padre mio?

— Prontissimo... Che s'avrebbe da fare?

— Ci vorrà di certo una somma... piuttosto vistosa... e qualche passo presso alcuni personaggi...

Il barone all'udire fatta menzione d'un sacrifizio di denaro, non potè dissimulare una smorfia di poco aggradimento. Glie ne venne subito l'ispirazione di fare un buon predicozzo di morale alla sua figliuola; ma il luogo in cui erano e la presenza di tanti osservatori, non erano acconci a codesto. La figliuola lo interruppe di subito per farglielo notare.

— Ho bisogno di conoscere un po' meglio i particolari della cosa: disse allora con tono che si accostava al burbero, il padre spaventato dalla minaccia alla sua cassaforte.

— Sì; e siccome ora e qui non posso dirti tutto, e volli solamente dartene un cenno, perchè avevo bisogno di sfogo e mi premeva aver la consolazione di trovare in te un sostegno; così riserberò il resto da dirti per domani. Mi permetti tu ch'io vada da te a versarci tutta l'anima mia?

La Cappa che adorava la sua figliuola, non potè vedere senza intenerimento l'aria di supplicazione che spirava dalle sembianze e dagli occhi di lei.

— Vieni pure, gioia mia: rispose: ti darò tutta la mattinata a te sola, e non avremo fastidio di disturbatori.

La lotta fra l'amore del suo danaro e quello per la sua figliuola era finita in lui col trionfo di quest'ultimo.

— E di qualunque cosa tu abbia bisogno, soggiunse, e che tuo padre possa fare..... (fece ancora una piccola pausa) ebbene, conta pure su di lui.

Candida gli strinse la mano in manifestazione di muta, ma vivissima riconoscenza.

— Ora, torniamo nel salone: diss'ella alzandosi. Tu mi hai ridonato coraggio.... E tutto già me lo sentivo mancare... Ah, padre mio, mi hai fatto un gran bene, e che tu sia benedetto!... Sto meglio e sono ora capace di affrontare di nuovo e sguardi e parole di queste maligne ipocrite.

Quasi in quel medesimo frattempo in cui la contessa parlava con suo padre, avevano luogo intorno alla cattura ed alla sorte di Quercia, due altri colloquii: uno fra il Re ed il marchese di Baldissero, l'altro fra il marito di Candida e il generale Barranchi.

Riferiamoli ambedue, cominciando da quest'ultimo.

— Avete qualche cosa da apprendermi, Langosco, intorno a quella vostra faccenda? cominciò il generale Barranchi, parlando piano e ritraendosi d'alquanto dalla folla circostante.

Il marito di Candida rise con quel suo legger ghigno da scettico di buona società.

— Oh oh! il capo della Polizia che ha bisogno d'informazioni da un semplice privato: diss'egli con tono forzatamente scherzoso. No, non ho nulla da apprendervi; perchè quello che vi ho da dire e che vi voglio dire, voi, gentiluomo qual siete, lo sapete prima e meglio di me: ed è che non si dovrebbe tollerare che il nome e l'onore d'una famiglia patrizia, sia alla merci d'un tristo qualunque il quale può colle sue parole comprometterla, e che quel nome e quell'onore vengano trascinati nel fango della pubblicità d'un processo. È una orribil cosa solo a pensarci.

— Voi avete ragione, rispose gravemente il generale con tutta la solennità della sua montura di parata il cui petto era una pleiade di costellazioni. Ma che cosa volete? Ci sono le leggi, c'è un codice....

Langosco fece un atto d'impazienza assai poco rispettoso per la maestà della patria legislazione.

— Bel guadagno di codice! Bel tesoro di leggi! esclamò, avvicinando però ancora più la bocca all'orecchio del suo uditore. Leggi rivoluzionarie che sanciscono l'uguaglianza nelle cose civili come nelle criminali fra il figliuolo del ministro e il figliuolo del portagerle. Sono un'assurdità. Quella di voler fare il legislatore liberale, il riformatore in preteso vantaggio del popolo, è una manìa di Carlo Alberto....

Queste parole erano pronunciate a voce tanto bassa che niun altro orecchio le poteva cogliere, fuor quello a cui erano susurrate, pur tuttavia il comandante de' carabinieri si guardò dintorno con qualche turbamento, e credette suo obbligo di servo fedele del Re e di cortigiano, protestare con un'esclamazione:

— Oh oh! non parlate a questo modo, conte. Il torto non vogliamo darglielo all'augusto Sovrano; ma se c'è qualche cosa da rimproverare, ascrivetelo a quella mano di avvocatuzzi e di legulei, onde pur troppo il buon re si lascia aggirare, tutta gente bacata dalle massime empie e sovversive della perfida rivoluzione francese.

— E di questa guisa si rovina lo Stato e la Monarchia. Togliete a questa ed a quello la base solida e il sostegno continuo e robusto d'una nobiltà rispettata e potente, e per forza li vedrete cascare in balìa delle passioni popolari e, come si suol dire oggidì, della democrazia.

— Giusto!

— E come volete avere un'aristocrazia costituita potente, che continui di generazione in generazione l'opera tradizionale, se coll'abolizione dei maggioraschi le togliete i mezzi di vivere; se con una fatale uguaglianza vous la ravalez al livello della plebe?

— Giustissimo!

— Nei tempi antichi della nostra monarchia, quando si aveva un buon governo e si applicavano le buone massime...

— Prima degli orrori della empia rivoluzione francese: soggiunse Barranchi, il quale contro quella rivoluzione aveva l'odio più accanito che possa albergare nell'animo d'un generale.

— Ebbene, se si fosse presentato un caso simile all'attuale, non si sarebbe messo a repentaglio nessuna di quelle cose per cui il popolo deve avere venerazione, e la giustizia medesima ci avrebbe guadagnato.

— Sicuro! Prima di tutto non c'era quell'imprudente invenzione della pubblicità dei processi.

— Ma che processo? Non se ne sarebbe fatto. Un individuo della fatta di quel Quercia lo si sarebbe preso, e senza che nessuno ne sapesse e ci avesse a mettere il becco lo si sarebbe mandato a lavorare sotto lo staffile in qualche luogo remoto della Sardegna, dei più malsani, dove non avrebbe potuto menar la lingua con nessuno, e dove non avrebbe tardato a liberare del tutto il mondo e la società della sua scellerata persona.

Il conte Barranchi mandò un sospiro di rincrescimento.

— È vero: diss'egli; ma ora codesto non si può far più.

— Si potrebbe fare qualche cosa d'equivalente.

— Oh come?

Langosco abbassò ancora più la voce.

— Se quell'uomo scomparisse portando seco tutti i suoi segreti?

Barranchi s'inalberò.

— Oh! esclamò scotendo il capo: farlo.... (esitò un momento).... sparire?

— Colla fuga: s'affrettò a soggiungere il marito di Candida. Lo scellerato va in America, e non se ne intende mai più a parlare. Questa razza di gente mantiene siffatte promesse.... tanto più che ci ha tutta la sua convenienza. Una buona somma, un guardiano di carceri comperato, un capo-guardiano che chiuda gli occhi, e l'affare è fatto.... senza che nessuno sia compromesso.

Barranchi seguitava a scuotere la piccola testa colla stretta fronte corrugata e l'aria pensierosa. Il conte di Staffarda parlò ancora per un poco non senza calore; e il colloquio finì di poi con una stretta di mano.

Carlo Alberto aggirandosi, come fu detto, pel salone, venne presso al luogo dov'era il marchese di Baldissero e gli fece un cenno di saluto improntato di speciale benevolenza. Il marchese s'affrettò ad accostarsegli.

— La vedo con piacere, marchese; disse il Re. Ho desiderio di parlarle.

Queste parole fecero intorno a S. M. un cerchio di spazio vuoto, i cortigiani indietrando tutti le loro persone ricurve alla distanza di due metri: entro questo cerchio stette il marchese in mossa dignitosamente rispettosa, aspettando le parole reali.

Il Re cominciò a domandare di quel giovane che egli credeva ancora figliuolo del Valpetrosa, da lui conosciuto ed apprezzato nel fatal tempo della cospirazione del 1821; ed apprese così dallo zio di Virginia e la scoperta dell'errore che aveva fatto ritener per tale quel trovatello, e la malattia sopravvenuta a quest'infelice.

— Tutto ciò è molto strano; disse il Re. Ed ora che conta Ella di fare riguardo quel giovane?

— La sua intelligenza e il suo carattere non sono mutati per questo; e siccome io l'aveva scelto a mio segretario prima di supporlo mio congiunto...

Carlo Alberto lo interruppe con un gentile sorriso d'approvazione.

— Così conta tenerselo anche adesso. Ha ragione. Ma ce lo disputeremo, marchese; e se quel giovane ha un merito reale, può dirsi che la sua fortuna è fatta. Casa di Savoia ha creati i Caissotti e i Bogini...

Tacque ad un tratto, e il suo sguardo vago e velato si diede ad errare intorno con certa esitanza. Pareva che la sua mente fosse passata improvviso ad altre idee, che volesse parlar d'altri argomenti, ma non trovasse di subito le parole. Il marchese stette silenzioso aspettando.

— A proposito di cose strane: disse poi dopo una breve pausa: sa, marchese, che me ne avviene una abbastanza curiosa? Ha inteso parlare dell'arresto di quella banda di malfattori e del suo capo, certo Quercia, che si spacciava per medico e viveva da elegante?

— Sì, Maestà.

— Ebbene, ricevetti una lettera anonima, la quale pretende che personaggi alto locati e di molto influsso nelle cose pubbliche intendono salvare quel cotale e mi prega a nome della giustizia di non voler permettere una simil cosa. Ne ho parlato col Ministro dell'interno e col Guardasigilli: ed ho inteso come sembri in verità che quel miserabile abbia avute intime relazioni con una signora di nobilissimo casato, e che in pubblico dibattimento possano venire a galla certe circostanze da suscitare scandalo gravissimo e recare disdoro soverchio ad una delle più antiche ed illustri famiglie del nostro Regno e delle più benemerite del nostro Trono. In tali emergenze alcuni penserebbero che ragioni di alta politica, dovrebbero far passar sopra allo stretto rigore della privata giustizia, e che quindi sarebbe opportuno impedire lo scandalo.....

S'interruppe ancora, come aveva fatto poco prima, quasi le parole gli fossero mancate; ma questa volta il suo sguardo stette fisso con una certa vivacità sulla nobile fisionomia del marchese. Questi era troppo diplomatico e d'ingegno troppo penetrativo per non comprendere subito che il Re desiderava sapere il suo parere in proposito, e non voleva in pari tempo esplicitamente domandarglielo; e siccome avvisò di presente, onesto e coscienzioso com'era, essere suo dovere esporre ciò che credeva il giusto ed il vero, senz'altro indugio rispose con un certo calore:

— Costoro, a mio debole parere, s'ingannano. Lasciamo il diritto costituendo, dove si potrebbe discutere, se in una monarchia come questa la nobiltà che più strettamente circonda e difende il trono, e deve accrescergli splendore, non s'abbia a guarentire di privilegi, ed anche nell'esercizio della giustizia non debba avere sostegno di giudici speciali, di procedure apposite ed eziandio di provvedimenti eccezionali. Ma innanzi all'attuale legislazione non è più permesso il dubbio. Le leggi emanate da V. M. vogliono che tutti sieno uguali: e le leggi quando ci sono bisogna osservarle, e tanto più chi è a capo dei popoli, se si vuole che i popoli medesimi le rispettino. In qualunque modo sia impegnata nel processo la nobil famiglia cui V. M. fece allusione, — ed io lo rimpiango profondamente — qualunque scandalo ne debba avvenire, io credo che bisogna assolutamente che giustizia si faccia.

Il Re aveva spenta la vivacità del suo sguardo, e stava in contegno attento, riflessivo, quasi melanconico. Stette un poco prima di parlare e poi disse sorridendo freddamente:

— Ella ha espresso precisamente la mia opinione. Godo di essere così bene d'accordo con Lei, di cui il senno, l'esperienza e lo zelo per la pubblica cosa dànno al parere tanto valore.

Fece di nuovo una piccola pausa, poi soggiunse con fermezza:

— Giustizia sarà fatta, e nessuno vi si potrà sottrarre.

Chi avesse detto al marchese di Baldissero che colle sue parole confermando in quella risoluzione lo spirito prima esitante del Re, egli condannava a salire sul patibolo il figliuolo di sua sorella! S'egli avesse saputo codesto, certo, per quanta passione ne avrebbe avuto, non sarebbe stato diverso il suo consiglio; ma sicuramente se avesse conosciuta la brutta verità, quella sera non si sarebbe recato a Corte, e probabilmente Gian-Luigi avrebbe potuto esser salvo. Ma il destino aveva voluto che Maurilio non avesse ancora potuto parlare.

Il Re, continuando il suo giro, vide il conte Barranchi, il quale, separatosi da Langosco, veniva accostandosi, pianeta o meglio satellite di Corte, al centro di attrazione. Ad un legger cenno fattogli da S. M., il generale s'affrettò ad accorrere e stare innanzi alla faccia pallida di Carlo Alberto, come il caporale che si presenta a ricevere un ordine dal capitano.

— Generale, gli disse il Re in modo che nessun altro potesse udire: ho una raccomandazione da farle.

Barranchi s'inchinò con una mossa delle braccia sollecita e vibrata che voleva dire:

— Comandi e conti su di me.

— Mi è riferito che si tenti sottrarre alla giustizia dei nostri tribunali quell'elegante capo di assassini, il cui arresto fa molto onore alla sua Polizia.

Barranchi tornò ad inchinarsi in atto di ringraziare, ma in realtà per nascondere il turbamento che quelle parole avevano in lui prodotto.

— Ordinerò al ministro degl'interni, continuava il Re, che procuri intorno a quel tristo una sorveglianza speciale, e prego anche Lei di voler coadiuvare colla sua Polizia ad impedire ogni evasione. Se l'accusato fuggisse sarebbe un disdoro per l'autorità del Governo e della legge; ed io ne proverei un particolare rammarico.

Il generale non trovò altro mezzo di rispondere che quello di fare un terzo inchino. Il Re passò.

— Sacrebleu! esclamò fra sè il conte Barranchi, quando rimpettì di nuovo il suo corpo serrato nella montura, drizzandolo dal profondo inchino cortigianesco. Che cosa dirà ora quel povero Langosco?

Si pose subito in cerca di costui, e non tardò a ritrovarlo.

La faccia del marito di Candida, poichè il generale ebbe parlato, si fece scura come una mattinata nebbiosa d'inverno.

— Sentite: diss'egli poi, mettendo proprio le labbra sul padiglione dell'orecchia dell'amico; si tratta di qualche cosa più che la vita o la morte. Può sempre tornar di giovamento l'aver un uomo a noi obbligato da gratitudine eterna e capace di qualunque cosa per noi. Sapete la favola: anche il sorcio tornò utile al leone; ed io sono qualche cosa più che un sorcio.... Non avreste che da lasciar fare.

La lettera anonima che era pervenuta nelle mani del Re, denunziatrice delle intenzioni di potenti personaggi di salvar Quercia, era stata scritta da Barnaba.

CAPITOLO XXVI.

Due giorni dopo, alla mattina, verso le otto e mezzo, che in quella stagione invernale è affatto di buon'ora, una donna modestamente vestita di scuro, con un fitto velo sulla faccia che ne celava compiutamente le sembianze, presentavasi all'uscio della Zoe e domandava con voce tremola ed esitante di parlare alla celebre cortigiana. A costei tale visita era stata annunziata la sera precedente da un bigliettino di carta finissima, delicatamente profumato, il quale diceva:

«Una donna, che facilmente indovinerete chi sia, ha bisogno di parlarvi nell'interesse di quella persona che più vi sta a cuore. Siate sola domattina dalle otto alle nove, e si verrà da voi.»

La Leggera non aveva menomamente esitato a riconoscere la calligrafia della contessa Candida; ed aveva dato ordine che quando la mattiniera visitatrice si presentasse, venisse subito introdotta.

Candida entrò tremante, che appena se poteva reggersi sulle gambe, nella camera da letto sontuosa e disordinata della cortigiana. Essa, la donna titolata, la superba signora, la fiera dama di Corte, presentavasi poco diverso che imploratrice, nella casa d'una disprezzata femmina, cui avrebbe un tempo, incontrandola, coperta delle più manifeste mostre del suo disdegno! Zoe giaceva ancora sotto l'elegante cortinaggio, mezzo seduta sui cuscini candidissimi, ornata il capo, il petto, le mani di ricchissime trine sulla fina biancheria della sua cuffia e del suo giaco da notte; teneva il gomito del braccio destro affondato nel cedevole guanciale, più candido che neve, a cui si puntava, e sorreggeva alla mano la testa: di sotto alla cuffia scappavano ribelli le ciocche ricche e pesanti delle sue fulve chiome, e parevano matasse d'oro filato che le cascassero sul seno e sulle spalle; lo sguardo vivo, ardente, quasi selvaggio, stava intento nel volto d'una persona che sedeva presso alla sponda del letto. Questa persona era una giovine donna, la quale, vedendo entrare la contessa, si alzò, si trasse in là d'un passo e saettò la nuova venuta con uno sguardo curioso, sollecito, avido, quasi feroce. Candida non s'era inoltrata che di poco nella stanza; le forze glie ne mancavano; si appoggiò ad un mobile, e stette un momento prima di riaver tanto di respiro da poter pronunciare una parola. Di sotto il velo intanto ella guardava, quasi sgomenta, un po' corrucciata, turbatissima per mille contrarie sensazioni, quelle due donne, le quali con aria presso che ostile fissavano lei.

Fu la Zoe a rompere quello strano ed impaccioso silenzio.

— La si avanzi e s'accomodi: disse asciuttamente accennando colla mano il seggiolone da cui s'era levata pur allora la giovane che le stava in compagnia.

— Vi avevo pregata d'esser sola: disse una voce fioca ed agitata di dietro il fitto velo che copriva le sembianze della contessa.

— Maddalena non è di troppo: rispose la Zoe che prendeva evidente piacere della confusione e del turbamento di quella nobil donna: anzi ci è necessaria... È una nostra compagna: soggiunse dopo un poco, pesando con intenzione sulle parole: è una nostra complice.

Candida si riscosse e rabbrividì: un vivo rossore le salì alla faccia, cui per fortuna non lasciò scorgere l'abbassato velo: un'acre vergogna l'assalse per quella complicità; sentì d'essersi abbassata al grado di quelle disgraziate. Non aggiunse parola su ciò e venne a sedere sulla poltrona che Zoe le aveva additata.

Maddalena, che non aveva cessato di squadrare con avida curiosità la velata contessa, e che ora trovavasi alle spalle di lei, fece il giro della poltrona, e venne a piantarsi in faccia a Candida seduta, le braccia incrociate al petto, e il suo sguardo più impertinente che mai. Ella cui l'amore comune per Quercia aveva piegata a subita simpatia verso la cortigiana, sentiva ora contro quella nobile dama, che si avventurava ad amare il medesimo uomo, un impulso d'odio, una gelosia rabbiosa, una smania crudele di umiliarla e mortificarla. Per la prima era forse la comunanza d'origine, la somiglianza delle condizioni che le ispiravano una specie di fraterna benevolenza; e la decisione di carattere, la risolutezza delle maniere, la violenza dei sentimenti e la forza della volontà che contraddistinguevano la cortigiana valsero ad imporne a quella natura aspra, selvaggia e rubesta del pari. Per quella signora invece, che apparteneva ad altra classe sociale, che godeva di tanti beni a lei povera negati assolutamente, e tanto più grandi nella sua fantasia e desiderabili, l'istinto di proletario, l'odio naturale del povero verso il ricco, che erano in Maddalena, non potevano altro sentimento ispirare fuor che la gelosia e l'invidia. La Maddalena adunque si piantò in faccia alla sua nobile rivale in quella mossa che ho detto, e con accento che accompagnava perfettamente l'insolenza del contegno, disse:

— Or be', questa signora la non vorrà degnarsi di mostrarci le sue bellezze?

Candida trasaltò sul suo seggiolone e fece un atto come per alzarsi e partirsene. Zoe represse in fretta un sorriso che le era venuto alle labbra carnose e procaci, fece un atto verso la contessa per pregarla di non muoversi, e disse, colla severità d'una compagna e non di una superiore, alla giovane plebea:

— Taci, Maddalena.

Poi volgendosi a tutte due con un tono di compagnevole dimestichezza, di cui la misera Candida sentì tutta l'onta e lo sdegno, ma cui dovette reprimere, e non fu questa lieve pena per lei, la cortigiana soggiunse:

— Siamo qui e dobbiamo starci come tre buone amiche le quali vogliono tutte tre ed ardentemente una cosa sola. Parliamoci adunque come tali. Signora contessa, dal suo bigliettino ho capito che Ella aveva qualche cosa da apprenderci o da suggerirci per la salute del nostro caro Luigi. Parli dunque Ella prima, e ci rallegri, se è possibile, con delle buone nuove, che in noi è uguale al suo, se non maggiore, l'interesse per quella diletta persona. Dopo di Lei avrò io qualche cosa da comunicarle eziandio, che forse non sarà meno interessante di quanto Ella sta per dirci.

La contessa ringoiò lo sdegno, l'onta e tutta la fierezza che si sollevava in lei, e fattasi forza parlò. Per capire il colloquio che ebbe luogo fra quelle tre donne, diciamo brevemente ciò che era a ciascuna di esse avvenuto il giorno innanzi.

Candida, secondo l'accordo preso con suo padre al concerto di Corte, erasi da lui recata nella mattina, ed avevagli esposta a suo modo la difficile, pericolosa e fatale condizione in cui ella si trovava, e la necessità da questa nascente della fuga del medichino. Il barone La Cappa, sbalordito da tutto ciò, non sapeva trovar fuori un modo qualunque di effettuare questa fuga. Fu Candida che glie lo suggerì: una somma di certa entità per comprare qualcheduno, una mezza parola di qualche persona autorevole che inducesse taluni a chiudere gli occhi. Il padre della contessa, animato dal suo amore per la figliuola, si lasciò indurre a promettere la somma che sarebbe occorsa; e si pose senza indugio in giro per trovare quel certo affidamento di cecità nella complice tolleranza di qualche potente. Si rivolse addirittura al Ministro e spiegò tutta l'arte diplomatica di cui era capace per arrivare all'argomento senza accostarlo pericolosamente di fronte: ma fu appena nei paraggi dell'isola di sì difficile approdo, che il Ministro (a cui il Re già aveva fatto quell'intimata che la sera innanzi era piovuta sul Comandante della Polizia), gli rese inutile ogni bordeggiare, dichiarandogli seccamente che essendo nati sospetti che si volessero far tentativi per una evasione di quel famoso assassino, s'erano dati ordini opportuni affine non solo di impedire ogni riuscita di siffatti progetti, ma di levare ad ognuno qualsiasi velleità di tentarli. Il barone si partì mortificato, senz'aggiunger parola, e si recò dal Direttore generale delle carceri.

Il povero barone ebbe a toccar con mano in questa circostanza la differenza che passa nelle aure burocratiche fra un uomo in carica ed uno cascato nel limbo della giubilazione. Quando egli era capo d'ufficio, in tutto lo splendore della sua carriera, non si poteva immaginare mostre di deferenza e di zelo rispettoso che il barone non ricevesse da costui, nella anticamera del cui ufficio si presentava. Credeva egli per ciò, lo riteneva come una cosa certa ed un suo vero diritto, che a lui non sarebbe stato riserbato l'accoglimento d'un postulante qualunque, ma che ogni uscio gli si aprirebbe dinanzi come a padrone, in mezzo agli inchini degli uscieri, e il suo antico subalterno si sarebbe affrettato a venirgli incontro come si fa per reverenza ad un superiore. Non tardò ad accorgersi con grande sua mortificazione e dispetto che quella era una falsa lusinga: e ad eccezione degl'inchini degli uscieri, i quali erano troppo poca cosa per avere il coraggio e credersi il diritto dell'impertinenza contro un titolato, un decorato e tale che poco tempo prima li poteva far cacciare dall'impiego, in tutto il resto la sua aspettazione fu pienamente delusa. Il Direttore generale lo fece aspettare un quarto d'ora che all'orgoglio offeso del barone parve un tempo infinito; e quando lo ammise nel suo gabinetto, siccome l'argomento da affrontarsi era di così difficile e delicata natura che occorrevano circonlocuzioni, preparazioni oratorie e volteggiamenti di discorsi, il Direttore generale fece con garbo capire al suo visitatore che aveva molte occupazioni da sbrigare e pochi momenti da concedere. Il padre di Candida s'affrettò a toglier commiato, non senza lasciar vedere qualche po' di quel risentimento che aveva molto nell'animo; ma dalle fasi del discorso riportò, se non altro, per vantaggio, quello di apprendere che era Ispettore delle carceri, ov'era custodito Quercia, un cotale ch'egli nella sua lunga carriera amministrativa aveva potuto conoscer per bene, povero di sostanze e di moralità, ricco soltanto di famiglia e di bisogni. Avvisò tosto che questi era l'uomo di cui s'era fatto il Diogene cercatore, e con molte precauzioni perchè non fosse conosciuto il suo passo, si recò a trovarlo a casa sua.

Nel colloquio che ebbero, il corruttore ed il corruttibile, parlarono il meno chiaro che si potesse, menarono, come si suol dire, il can per l'aia, e si intesero perfettamente. L'Ispettore tenne alta la mercanzia, il barone lasciò capire che si sapeva valutarla al prezzo che si meritava: quegli accennò ai pericoli della sua condizione, alla facilità d'essere compromesso, questi fe' cenno della prudenza dei procedimenti, della guarentigia di cautele necessarie per tutti, eccetera, eccetera. Venutosi a mezzo ferro, il barone parlò della felicità di farsi proprietario e di comprar, per esempio, nel proprio paese un po' di terra, una casetta; ma l'altro lo interruppe nell'esposizione di quell'idillio, dicendo che il diventar proprietario gli avrebbe chiamato addosso l'attenzione e la malignità degl'invidiosi, e che perciò avrebbe preferito, quando gli piovesse dal cielo un capitale, impiegarselo in altro modo e farselo valere in segreto come ben avrebbe saputo. Il barone domandò per curiosità a qual somma si elevavano desiderii del suo interlocutore circa quel capitale: e l'altro, che stimò esser meglio domandare un'esagerazione, parlò di venti mila lire; La Cappa protestò che il signor Ispettore non avrebbe mai potuto trovare una tal somma, ma che invece la metà sarebbe stato probabile lo averla. L'Ispettore fece lo schizzinoso, e il padre di Candida simulò non voler più dir altro a questo proposito, cambiò discorso, e dopo un poco accennò andarsene; il tentato accompagnò il tentatore fino alla soglia, e là, ad un tratto, per dir così, a bruciapelo, con voce sommessa e parola ratta, disse:

— Dieci mila lire, sia: lascierò fare; ma ce ne vogliono cinque mila subito.

La Cappa tornò indietro e chiuse l'uscio della stanza in cui entrarono di nuovo.

— Le avrete stassera, disse; ma non basta lasciar fare; conviene anche suggerirci come fare.

— Bisogna rivolgersi al capoguardiano. So che cederà. Ma la capisce che non io posso trattare con lui. Abbia a questo oggetto qualche mandatario fidato.... Io avrò una malattia che m'impedirà di esercitare la maggiore sorveglianza comandata. Il capoguardiano ne prenderà fiducia per agire secondo che si vuole.... Ma conviene far presto.

Il barone di quella sera fece avere le cinque mila lire all'Ispettore e informò di tutto la figliuola. Per trattare poi con questo capoguardiano ci voleva qualcun altro: egli non voleva commettersi in sì bassa impresa. La contessa pensò che quell'ufficio lo potrebbe fare la Zoe e scrisse alla medesima il bigliettino che abbiamo visto.

Di più importanza ancora e meravigliosamente accordantisi per fare sperare un lieto successo coi fatti che conosceva la contessa erano quelli avvenuti a questo proposito alla cortigiana. Eccoli in breve.

La sera precedente si presentava al quartiere di Zoe uno sconosciuto, tutto accuratamente camuffato nel mantello, e chiedeva essere ammesso alla presenza della donna, alla quale, a lei sola, in proprie mani doveva rimettere certa carta. La cortigiana, senza la menoma esitazione lo faceva introdurre presso di sè, e sola con lui nel suo gabinetto lo invitava a spiegarsi sollecito, già sperando e indovinando che quel misterioso individuo le dovesse parlare di cose attinenti a Luigi.

E così era diffatti. Scioltosi dalle falde del mantello, quell'uomo lasciò vedere una faccia volgare e rozza, che era quella d'un guardiano delle carceri. Fu già detto come quella potente associazione di malfattori che chiamossi la cocca, e della quale forse vive ancora qualche rimessiticcio, avesse affigliati ed aderenti in varie parti ed in diverse condizioni sociali, così bene che anche negli uffici della pubblica sicurezza ed in grado non tanto inferiore eravene alcuno da cui partirono que' certi avvertimenti di cui il medichino non seppe approfittare. Ora la fortuna di Quercia volle che fra i guardiani a cui era affidata la custodia di un sì importante prigioniero fossevi, chiamato da poco tempo a prestar servizio in quelle carceri, uno di quei subalterni soci della trista setta, e quell'altro in superior grado costituito lo sapesse. È facile capire come, grazie a loro particolari segni di riconoscimento e mezzi particolari di corrispondersi e d'intendersi, anche senza parola viva, fra i componenti della cocca, il medichino e quel cotal guardiano si mettessero in rapporto, e il secondo si decidesse e promettesse di servire ciecamente il primo. Era dunque per mezzo di costui che già una prima volta Quercia aveva scritto poche righe alla Zoe, ed era questo medesimo ch'egli ora le mandava con una lettera in cui spiegava tutto il disegno da lui immaginato nella solitudine della sua carcere per riconquistare colla fuga la libertà.

Anche Gian-Luigi sapeva che il capoguardiano avrebbe acconsentito a favorire il loro intento dove se ne fosse compra con una buona somma la fedeltà al Governo che lo pagava poco. Quando la cosa fosse intesa con costui, bisognava procacciarsi delle false chiavi che aprissero la carcere del medichino, il cancello in ferro del pianerottolo, quello al fondo della scala. Nel corridoio a pian terreno esisteva una porticina che non si apriva mai, ora stata murata, la quale metteva nel cortile verso la Corte d'Appello, che allora si chiamava Senato; anche di questa porticina bisognava fabbricare le false chiavi, poi una data notte, ad una certa ora verso il mattino, quando è più silenziosa la terra e più pesante il sonno degli uomini, il capoguardiano avrebbe disposto le cose in guisa che i più zelanti e i più da temersi de' custodi fossero allontanati e il vegliare incombesse a quello che era addetto alla cocca. Questi avrebbe aperto pian piano la carcere di Quercia, i cancelli e la porticina del cortile, e per questa il medichino, vestito come un guardiano ancor egli, con abiti che il capo medesimo dei custodi gli avrebbe procurati, sarebbe venuto sotto l'atrio del palazzo della Curia maxima, dov'era facile aprire dall'interno il portone. Per scender le scale bisognava bene passare nella stanza del capoguardiano, ma questi avrebbe dormito d'un sonno di piombo. Una carrozza sarebbe stata aspettando nella vicina piazza Susina, ora di Savoia, e, appena salitovi il fuggitivo, di galoppo via fino a qualche sicuro ricovero lontano di città, dove si sarebbe fatto trovare armi, vestiti e mezzi di mascherare le proprie fattezze a Gian-Luigi, il quale giurava che una volta fuori dalle unghie della giustizia non avrebbe più lasciato che lo riafferrassero vivo a niun patto. Per ottenere le false chiavi, Quercia scriveva si cercasse di un certo Andrea, cui Maddalena, la serva di Pelone, conosceva per bene, come frequentatore di quella bettola, il quale non si sarebbe rifiutato di certo, mentre non era gran tempo, per un servizio che Gian-Luigi gli aveva reso, s'era protestato disposto a fare per lui qualunque cosa.

Il custode affiliato alla cocca già aveva preso le impronte di cera necessarie all'uopo e insieme colla lettera le recava alla Zoe, la quale lo congedava stimolandone con larga rimunerazione lo zelo. Non si trattava più che di procurarsi i denari occorrenti, e la cortigiana già pensava far capo per ciò al conte ed alla contessa Langosco, quando ricevette la letterina di quest'ultima, che preveniva i desiderii e le intenzioni della Leggera.

Giunto il mattino, Maddalena, che era necessario mettere a parte del segreto e mandare in traccia di quell'Andrea, fu mandata chiamare dalla Zoe; ed ecco di qual guisa avvenisse che quelle tre donne si trovarono riunite nella stanza da letto della cortigiana.

La contessa e la cortigiana non si dissero mica tutti questi particolari che son venuto esponendo; ma quella disse essere a sua cognizione in modo positivo che l'Ispettore avrebbe lasciato fare, il capoguardiano avrebbe potuto fare se qualcuno sapesse in bella maniera offrire a quest'ultimo un certo numero di migliaia di franchi: ella avrebbe provvisto il denaro, delle trattative con quell'uomo s'incaricasse la Zoe: questa a sua volta confessò i tentativi già avviati, narrò che essa tosto, di quel giorno medesimo, avrebbe cominciato l'assalto contro il capo dei custodi, la Maddalena lì presente si sarebbe posta alla ricerca di tale che era alla riuscita dell'impresa necessario, conchiuse, tutto raggiante in volto d'una lieta speranza, che fra una settimana sperava libero il loro caro e finite per tutte le angoscie.

— Ed Ella, signora contessa, soggiunse tendendo una mano a Candida, sarà in possesso di quelle carte che tanto le premono.

La contessa esitò, poi non osò rifiutarsi a toccar quella mano, vi pose dentro appena la punta delle sue dita inguantate e sentì a quel lieve contatto serpersi nelle vene un brivido: le parve affermata la vergogna della sua fratellanza con quella donna venduta.

In sul punto d'accomiatarsi, ella, per un atto quasi macchinale, alzò il velo e mostrò la sua faccia impallidita e dimagrata in que' pochi giorni, i suoi begli occhi ardenti di febbre in fondo alle occhiaie contornate da un livido cerchio, la sua tanta bellezza fatta ora mesta, severa, quasi direi solenne dalla espressione del dolore e dall'impronta della sventura. Maddalena, che non aveva parlato più, e che stava sempre osservando con occhi ostilmente avidi la contessa, frenata soltanto ne' suoi nimichevoli sentimenti e propositi dalla presenza della Zoe, come un animale selvaggio dalla tema del suo domatore, al vedere finalmente scoperte quelle sembianze che tanto anelava esaminare e trovandovi tanta bellezza, mandò un'esclamazione in cui c'erano insieme rabbia, stupore ed una involontaria ammirazione, e si cacciò innanzi verso la nobile sua rivale come un nemico che assale un nemico. Candida sorse in piedi e si trasse in là con mossa di imponente fierezza, ma non scevra di inquietudine.

— Maddalena! gridò in tono di comando la Zoe, e la giovane plebea si arrestò; ma i suoi occhi mandavano lampi di odio da far paura.

— La riverisco: seguitò la Zoe, parlando alla contessa. Se la avrà alcuna cosa da comunicarmi, non iscriva, la prego, ma mi mandi chiamare o si degni disturbarsi per venire da me; io farò il medesimo quando abbia notizie da apprenderle.

Candida fece un lieve cenno del capo che poteva passare insieme per un'espressione di consentimento e per un saluto, abbassò di nuovo e rattamente il velo sulla faccia ed uscì.

Maddalena fece un balzo dietro di lei, come se le volesse piombare addosso e ghermirla.

— Ebbene? che cosa fai? Le domandò la Zoe con un certo sorriso sulle labbra di porpora.

— Non vorrei lasciarla partire senza piantarle su quella bella faccia lo stampo delle mie unghie.... Esclamò con accento pieno di ferocia la Maddalena. Ah! la è bella davvero la superba!... Avrei voluto levargliene e bellezza e superbia.

— Sta, sta: disse con quel suo sorriso la cortigiana. Quella bellezza è già di molto danneggiata, e quella superbia non hai visto come si contorceva spasimando sotto l'umiliazione?

Di quel giorno medesimo, come Zoe aveva annunziato avrebber fatto, le due donne si misero all'opera. Il destino parve volerle favorire. La seduzione del capoguardiano non fu difficile; e Maddalena, guidata proprio da una felice ispirazione, non tardò ad incontrare Andrea. Ella aveva udito raccontare come al tempo della catastrofe ond'era stato colpito il povero operaio, i bimbi di costui fossero stati ricoverati nell'Asilo infantile, e con accortissimo consiglio la si pose a gironzare intorno a questo stabilimento, sicura che il misero padre ci sarebbe capitato. E diffatti nella mattinata medesima lo vide. L'infelice appena era riconoscibile. Il dolore lo aveva invecchiato di dieci anni, e gli stenti della miseria, che continuavano per lui più crudeli che mai, gli venivano inaridendo le fonti della vita. Maddalena con molto acume aspettò ad accostarlo e parlargli quando egli uscisse dall'asilo, dopo aver visti i figli. La capì che prima egli non sarebbe stato molto disposto ad ascoltarla, ed avrebbe accolto con impazienza una compagnia ed un discorso che gli avrebbero ritardato la gioia — l'unica sua gioia oramai — di vedere ed abbracciare i bambini.

Quando adunque Andrea se ne venne fuori (e la sua faccia era più lieta, meno velati i suoi occhi) Maddalena gli si appressò, e fece come se l'incontrasse per caso, interrogandolo di lui e delle cose sue, compiangendolo forte, e con quelle parole di pietà che ogni donna sa trovare, delle avvenutegli disgrazie.

— Ed ora, gli domandò poi, avete trovato lavoro?

— No: rispose mestamente l'operaio; non ho potuto ancora allogarmi presso nessuna fabbrica. Manca il lavoro; i principali mandano via i buoni operai, altro che prenderne un tristo, come oramai ho il nome d'esser io... come sono: soggiunse con un amaro scoraggiamento. Ho vissuto sinora aiutando qualche mio amico facchino a portar legna... E tutto ieri non ho potuto fare neppur questo... Ma che importa? (schiuse le labbra ad un doloroso sorriso). Per me non me ne fa più nulla, e i miei bambini hanno pane, vesti e ricovero.

— Pover'uomo! disse la Maddalena veramente impietosita. Vuol dire che non avete mangiato...

Andrea curvò il capo e levò le spalle con atto che voleva dire:

— La è proprio così, ma ci sono avvezzo oramai.

— Siete avviato in qualche luogo dove abbiate da recarvi? domandò la giovane.

— No: rispose l'operaio con quella sua tranquillità rassegnata che pareva apatia. Non ho da andare in nessun luogo, non ho nulla da fare.

— Ebbene, venite meco; ho certe cose da far trasportare, e voi siete appunto l'uomo che ci vuole. Intanto avrete da colazione.

Andrea nè ringraziò, nè disse pure una parola, ma seguì passivamente la Maddalena, che lo condusse dove aveva ora la sua dimora, cioè nel misterioso quartieretto di Bancone.

— Che cosa debbo fare? domandò l'operaio introdotto colà dentro.

— Prima di tutto colazione: disse la Maddalena, facendo sedere Andrea ad una tavola e mettendogli innanzi cibo e bevanda.

Quando Andrea ebbe mangiato e bevuto come un affamato che da ventiquattro ore non ha più avuto un boccon di pane sotto i denti, come un beone che da molti giorni non ebbe più un fiasco di vino in sua balìa, si alzò e disse con voce più sicura e più forte di quella che avesse prima:

— Or bene, che cosa volete ch'io faccia?... Ora mi sento ritornate le mie forze e capace di sollevare quanti rubbi volete.

Guardò intorno ed esaminò l'eleganza del quartiere in cui si trovava.

— Cospetto! Siamo a casa di qualche principe, qui.... E che cosa ci fate voi, Maddalena? Siete venuta a servire dei ricconi....

Maddalena fece un superbo sorriso, e non resistette alla vanità di dire:

— Io qui non sono serva, ma padrona....

Andrea allargò tanto d'occhi, e la guardò con una meraviglia che toccava al sospetto.

— Davvero!... Mi rallegro con voi.... Or dunque, serva o padrona che siate, qual cosa posso io fare per voi?

La giovane, istrutta dalla Zoe che aveva ricevute le comunicazioni di Quercia, prese Andrea ad un braccio e gli disse:

— Vi ricordate voi di chi vi salvò la vostra Paolina dal coltello di quei cannibali e ve la fece sotterrare da cristiana?

Le guancie d'Andrea, colorite dall'abbondoso pasto che aveva fatto pur allora, impallidirono; gli occhi si velarono di nuovo, e la voce tornò profonda ed affiocata.

— Che venite voi a rammentarmi? disse recandosi la mano alle ciglia come se volesse ripararsi dalla vista del cadavere di sua moglie sulla tavola di marmo cui le parole di Maddalena gli rievocavano dinanzi. Pur troppo che ricordo tutto.

— Ricorderete adunque eziandio la promessa che avete fatto: «Se alcuno di voi ha bisogno d'un uomo...»

— Ebbene? domandò Andrea interrompendo: v'è uno di quei due che abbia bisogno di me?

— Sì... Non sapete che il dottor Quercia fu arrestato?

— Ah! è vero: esclamò l'operaio, battendosi la fronte, e con tono di rampogna verso se stesso per non averci pensato.

— Bisogna salvarlo.

— E ci posso io qualche cosa?

— Tutto.

— Che debbo fare?

Maddalena gli pose innanzi le impronte di cera.

— Fabbricar le chiavi che devono aprirne la prigione.

Il ferraio indietrò come se vedesse uno spettro, e le sue chiome scarmigliate gli si drizzarono sulla fronte.

— No, gridò egli, non questo... Domandatemi il mio sangue, ma non ciò.

Egli si era riveduto di botto nel sotterraneo a fabbricar le chiavi che avevano servito per l'assassinio di Nariccia; gli pareva veder sulle sue mani spuntare a chiazze un sudore di sangue — di quel sangue che senza di lui non si sarebbe versato.

— Perchè non questo? domandò la Maddalena.

— Perchè ho giurato che mai più non avrei fatto opera simile.

— Avete pure giurato di far qualunque cosa per la salute del vostro benefattore. Dura così poco in voi la riconoscenza?

Andrea non riluttò più a lungo. Si credeva realmente obbligato da quella sua promessa. Di quel giorno si provvide di tutto il necessario, e nella notte susseguente le chiavi furono fatte nella cucina del quartieretto medesimo cambiata in laboratorio.

Al mattino Maddalena le portò trionfante alla Zoe che l'abbracciò e la baciò con trasporto.

— È salvo: esclamò brandendo quelle grosse chiavi la cortigiana.

E le cose in fatti s'avviavano il meglio che si poteva desiderare in favore di Gian-Luigi. Il capo-guardiano era stato il più arrendevole uomo: e sollecitato anche dal conte Langosco, il quale aveva pensato del pari dirigersi a lui, vendeva a costui ed alla cortigiana, all'insaputa l'un dell'altra, l'opera sua. S'era già cercato il luogo di rifugio, la Zoe aveva indotto Bancone a mettere a disposizione di lei una sua carrozza con due cavalli, quella notte ch'ella avrebbe voluto, per andare dove a lei piaceva e guidata da un uomo di tutta fiducia della cortigiana: le tre donne credevano fermamente al successo, e nella loro febbrile aspettazione cominciavano a rallietarsi. Ma per loro sventura e per quella del medichino, la Zoe s'era dimenticata della raccomandazione fattagli da Gian-Luigi nel primo bigliettino scrittole dalla carcere, di tener d'occhio Barnaba e studiarlo per iscoprire il movente della sua condotta. Ella, il poliziotto, non l'aveva visto più, e l'aveva dimenticato: ma non avevala dimenticata egli, che, dopo le fatiche di quella sera dell'arresto, rimasto due giorni nuovamente a letto per rimettersene, erasi poi dato colle maggiori cautele del mondo a spiare i passi e la casa della cortigiana. Vide così un uomo con troppa cura celato il viso introdursi alcune volte nella casa di Zoe, la sera: non lo riconobbe punto per un guardiano delle carceri, ma dubitò che gli era qualche messo segreto per intrighi a vantaggio del medichino: un'altra volta vide la Maddalena sgusciar lesta sotto il portone della abitazione della Leggera: indovinò subito che all'antica serva di Pelone la cortigiana aveva affidate le lettere tanto cercate, e che importava quindi massimamente apprendere dove la ragazza si nascondesse e là poi pigliarla al covo. Ma per quella volta non gli venne fatto, perchè le due donne uscirono insieme in carrozza, ed egli che aveva aspettato per codiarle, dovette rinunziare al proposito di seguitarle. Una più importante scoperta ancora gli venne fatta: e fu una mattina che vide per tempo uscire, assai modestamente vestita, la Zoe con un fitto velo sulla testa da coprirsene le sembianze, sola, a piedi e con certa aria di premura e di mistero da destare sospetti non che nel furbo poliziotto, ma in ognuno che di quella donna conoscesse le abitudini ed il modo di vita.

Barnaba la seguì e la vide entrare in una delle più vicine chiese, e colà recarsi difilata nell'angolo più scuro d'una delle più riposte cappelle. Non era impossibile che un impulso di divozione la menasse colà — cotali donne ne hanno pur tante di stranezze! — ma il poliziotto ci credeva poco. S'accostò pian piano, nascondendosi bene dietro i fusti delle colonne e stette a sorvegliare, atteggiato in guisa che ognuno l'avrebbe preso per un ascetico credente che non pensa se non alla salute dell'anima sua.

Non dovette rimanere lungo tempo in attesa. Un uomo, guardandosi attorno con molla cautela, si venne accostando alla Zoe velata; e inginocchiatosele presso, ebbe con lei un colloquio bisbigliato, breve, ma in apparenza vivace. Barnaba stette col viso affondato nelle mani, come assorto nella più ardente preghiera, ma d'infra le dita il suo sguardo non si staccava dai due colloquenti. Quando uscirono, la donna prima e per una porta, l'uomo dopo e per un'altra parte, Barnaba lasciò andare la Zoe e tenne dietro al maschio; lo vide entrare nelle carceri, e riconobbe il capoguardiano. Senza perdere un minuto, egli corse dal signor Commissario Tofi e gli parlò vivamente per un quarto d'ora. Il Commissario, dopo uditolo, si recò in fretta dal Ministro degl'interni.

Era fissata la notte e l'ora della fuga: tutto pareva andar sempre a seconda. L'ispettore, da qualche giorno malato, non s'era più fatto vedere: il capo dei custodi aveva disposto le cose nel modo che s'era voluto; le chiavi erano in mano al custode affiliato alla cocca, ed erano già state provate nelle serrature.

Giunto il momento, la Zoe era nella carrozza ferma in piazza Susina, dove sedeva a cassetta uno degli uomini scampati all'arresto dei malfattori; la Maddalena che ce l'aveva accompagnata, era discesa e venuta, impaziente, fino alla piazzetta davanti alla Corte d'Appello, aspettando da un momento all'altro vedersi aprire il portone e venirne fuori Gian-Luigi. I minuti sembravano ore, ed ore di tormento. Alla fine credette udire nell'interno un lieve rumore di passi, un bisbiglio soffocato di voci. Si curvò alla toppa, vi pose avidamente l'occhio, ma per l'oscurità non vide nulla: vi appoggiò l'orecchio, e udì in modo affatto distinto i passi di due uomini che camminavano pianamente e venivano accostandosi; le parve di riconoscere, riconobbe di certo il passo di Gian-Luigi. Il cuore le balzava in petto da farle male: ma sull'ansietà oramai prepoteva l'emozione della gioia, più che la speranza, la sicurezza della salute di lui. Tutta intenta a ciò che succedeva sotto l'atrio del palazzo di giustizia, Maddalena non badava ad altro più, non avvertiva ciò che aveva luogo sulla piazzetta in cui ella si trovava: ed era che sei uomini in montura di carabinieri sbucavano fuori dalle cantonate e s'accostavano con passo sospeso essi pure verso il portone a cui la giovane stava origliando, preceduti da un uomo in abiti borghesi che pareva guidarli.

Ad un punto Maddalena fu riscossa da un grido di donna, che scoppiò sull'angolo della strada che va nella vicina piazza Susina.

— Salvati! — fu il grido — siamo perduti!

Era la Zoe, che non potendo più reggere alle mosse, era discesa di carrozza, e veniva a vedere essa pure; e sopraggiungendo vedeva gli agenti della forza pubblica stringersi intorno alla sua complice innanzi al portone.

Maddalena sussultò, si volse, vide gli uomini e il luccicar delle armi, fu per mandare un grido ancor essa; ma l'uomo in panni da borghese d'un balzo le fu sopra, e senza dir pure una parola le pose violentemente una mano sulla bocca, mentre due carabinieri prendevano la donna alle braccia, ed a forza la tenevano ferma.

La Leggera vide quell'uomo senza uniforme volgere verso di lei una faccia scialba ed uno sguardo di fredda ed ironica minaccia, e gli parve riconoscerlo.

— Sempre colui! si disse quasi spaventata. Ma chi è egli?... che vuole da me?

Fuggì presa da un terrore strano, si gettò nella carrozza e la fece partire di galoppo senza aspettare altro. Ogni speranza di poter salvare Luigi, per allora, era perduta.

E Maddalena frattanto udiva — ora con angoscia — gli sforzi che facevano quei di dentro per aprire il portone, e non poteva in niun modo avvisarli.

Il portone finalmente si aprì e comparvero due uomini: quattro carabinieri e Barnaba (poichè Zoe aveva veduto bene, e l'uomo in abiti borghesi era lui) si precipitarono addosso al più giovane, che, disarmato e preso all'improvviso, non potè far resistenza.

Egli riconobbe altresì Barnaba.

— È dunque fra noi una partita a morte? disse col suo disdegnoso sorriso.

Barnaba fece un cenno affermativo col capo.

— La prima giuocata l'avete vinta voi, soggiunse, grazie al pugnale di Graffigna: ma non l'avete vinta abbastanza bene. Ora la rivincita e la decisiva a me.

Gian-Luigi salutò, come in un assalto cortese, un campione toccato dal fioretto dell'avversario.

La Maddalena, libera la bocca dall'imbavaglio, gli occhi umidi di pianto fissi con immenso desiderio e amore e rimpianto sul viso alquanto impallidito del suo diletto, mandò una voce ed un singhiozzo:

— Oh mio Luigi! gemette ella.

Il medichino le si volse con espressione di molta pietà e di molta amorevolezza.

— Povera Maddalena! esclamò. Ora eccoti in trappola anche te.

Gettò uno sguardo pieno di rincrescimento nello scuro della notte traverso il portone, là dove nella strada si stendevano i giallognoli raggi d'un lampione, e represse un sospiro. Là era la libertà; ed egli era venuto proprio fino alla soglia a contemplarla, Tantalo della medesima.

— Ah di me non importa: disse con vivacità di sentimento che poteva dirsi sublime la giovane plebea. Potessi aver salvato te, ed a me poi accadesse qualunque peggior cosa del mondo.

Gian-Luigi non la ringraziò che con uno sguardo, ma era uno sguardo d'ineffabile tenerezza, onde tutta ella si sentì commuovere.

— Costui, comandò Barnaba accennando il medichino, sia per ora ricondotto nella sua prigione; ma stia sulla sua porta un uomo di guardia fino a nuovo avviso; questo traditore (ed era il custode che additava) sia subito messo ai ferri e nella stanza di deposito; così pure si faccia al capoguardiano. Quanto a voi, bella giovane, prima di trovar domicilio alle Torri[3] vi darete l'incomodo di condurci alla casa dove ora avete dimora.

[3] Carcere per donne.

Maddalena incrociò le braccia al petto con atto pieno di risoluzione, e disse fieramente:

— Dov'io dimori da me non lo saprete mai.

Barnaba sorrise con espressione d'ironica superiorità.

— Non abbiamo più bisogno d'apprenderlo, carina, disse con ischerno, e son io medesimo che avrò l'onore di guidarvici, caso che aveste disimparata la strada.

Così Gian-Luigi, furibondo, ma nascondendo, per la forza della volontà, il furore sotto le mostre della maggiore indifferenza, fu ricondotto nella carcere e custodito con una sentinella alla porta; e Maddalena venne da Barnaba fatta camminare sino al segreto quartierino di Bancone, dove il poliziotto da due giorni sapeva che la giovane si rimpiattava. Colà dopo un'accurata perquisizione nel locale e sulla persona medesima della giovane arrestata vennero scoperte le lettere e prese da Barnaba lieto e trionfante.

Maddalena fu condotta poscia in prigione ancor essa. La Zoe non s'era ridotta a casa sua, ma per misura di prudenza erasi ricoverata presso l'A. R. che concorreva in parte principale a mantenerne lo sfarzo, e con cui una lite recente, come abbiam visto, aveva da parecchi giorni interrotti i rapporti. Sapremo poscia se la cortigiana placasse e come l'ira principesca.

Il domani, di buon mattino, il conte Langosco riceveva un invito di recarsi dal generale Barranchi, e andatovi sollecito gli venivano rimesse le lettere tanto desiderate. Il marito di Candida tornò frettoloso a casa, e si ridusse nel salottino di sua moglie, solo con lei. Chiusi ben bene gli usci, trasse fuori l'involto, e lo gettò con mossa piena di supremo disprezzo alla moglie.

— Guardate se le ci son tutte: disse con voce piena di fiera ironia.

La contessa sciolse l'involto con mani tremanti, ed un vivo rossore la colorì sino alla radice dei capelli.

— Ci sono? ripetè il marito, guardandola con occhi da far abbassare qualunque più audace pupilla.

— Sì: rispose fiocamente la misera.

— Bene! Che cosa volete farne?... Conservarle come un oggetto prezioso? Gettatele sul fuoco, madama, per Dio!

Candida allargò le mani e le lasciò cadere nel focolare.

— Ammirate la mia discrezione, madama, soggiunse il conte con ghigno insopportabile a vedersi, mentre guardava le fiamme consumare quei fogli. Non mi sono dato nemmeno il gusto di ammirare un solo di questi vostri periodi d'una prosa certo eloquentissima.

La donna curvò il capo e si tacque.

— Spero che la lezione vi basterà, continuava il conte, e che andrete più guardinga altra fiata nell'espansione letteraria de' vostri sentimenti.

Colla punta dello stivale ond'era stupendamente calzato il suo piede piccolo e sottile di forma aristocratica, spinse in là verso il fuoco un foglio che era caduto sulle ceneri.

— Le lettere sono state restituite da quella donna: disse con fievol voce la contessa, non osando levar gli occhi. È dunque riuscito a fuggire quell'..... infelice?

— Ah ah! E' vi sta bene a cuore tuttavia: esclamò Langosco scaldandosi le mani alla fiammata.

Non rispose altro; ma dopo un breve silenzio, smesso il ghigno e l'accento ironico, disse con piglio e voce severi:

— Per questo scorcio d'inverno, signora, vivremo qui, come per lo passato. Giunta appena la primavera, io avrò bisogno di fare un viaggio, poi nella state di prendere i bagni: e l'inverno venturo, se Dio mi dà tanta vita, conto andarlo passare a Parigi. Voi, al primo sbocciar delle foglie, andrete nel nostro castello, e di là — me vivo — non vi muoverete più..... Le ragioni d'interesse sono già belle ed aggiustate mercè quelle carte a cui voi non è molto metteste la vostra firma.

Candida non disse una parola, non fece un movimento. Il conte, poichè tutte consumate dal fuoco erano le carte, s'avviò lentamente all'uscio per partirsi; quando fu alla soglia, già colla mano alla gruccia della serratura, si volse e disse; con crudele freddezza:

— No, quell'assassino non ha potuto fuggire. Ei fu rimesso in carcere e sarà impiccato... Che è ciò che gli spetta per ogni verso.

Ed uscì.

Quel giorno medesimo in cui Barnaba, mercè l'attenta sua sorveglianza, capiva che il tentativo di fuga doveva farsi nella notte e riusciva a sventarlo; quel giorno per la prima volta Maurilio si levava a sedere sul suo letto, e smesso il parlare interrotto del delirio, e i moti scomposti, domandava di parlare al marchese, al quale aveva un'importante rivelazione da fare.

CAPITOLO XXVII.

Pensatevi qual rimanesse il marchese di Baldissero quando Maurilio gli ebbe rivelato che il possessore dell'altra metà di quella lettera che Nariccia aveva stracciato per servirsi a dare un contrassegno di riconoscimento dell'abbandonato figliuolo della contessina Aurora, era il giovane conosciuto in Torino sotto il nome di dottor Quercia; che quindi quest'esso era il fanciullo smarrito che le circostanze avevano fatto supporre un istante fosse egli stesso, Maurilio.

Il marchese ben sapeva ciò che ignorava l'infermo, tenuto segregato dal mondo fino allora, mercè il delirio, cioè l'arresto degli assassini della cocca e di Quercia come capo dei medesimi. Sperò che un errore eziandio fosse quello che facesse credere e dire al malato sì fatale novella; ricorse ad autorevoli informazioni sul conto del giovane arrestato e ne riportò la certezza della verità delle cose dettegli da Maurilio, ed ebbe tra mano anzi quello squarcio di carta che combaciava compiutamente col mezzo foglio trovato presso Nariccia e ne costituiva la lettera integrale: squarcio che insieme con tutte le altre carte era stato sequestrato presso Gian-Luigi.

In una perplessità straordinaria d'animo e di mente, il marchese non sapeva a che partito appigliarsi, e l'idea glie n'era venuta di aprirsi con Don Venanzio e consultare le ispirazioni di quell'anima santa di vecchio prete, quando egli medesimo, il buon parroco, fece domandare a S. E. il favore di un colloquio.

Egli era entrato nel palazzo già da un quarto d'ora ed era stato nella stanza del giovane infermo dove un vivace discorso aveva avuto luogo fra loro soli. Quella mattina la sua bella fisionomia piena di candore e di benevolenza era turbata da una pena, da una dolorosa mostra di contrarietà. La cagione si era ch'egli era stato testimonio d'un triste fatto che molto lo aveva amareggiato: ed ecco quale.

Già sappiamo come la povera Margherita, la vecchia nutrice di Gian-Luigi che lo amava più della pupilla degli occhi suoi, udito al villaggio l'arresto del suo diletto, e saputo che il parroco ne veniva in città chiamatovi dalla circostanza del male violento ond'era stato assalito Maurilio, aveva voluto ad ogni modo venirne alla capitale ancor essa, e qui la si era citata a comparire innanzi al giudice istruttore come testimonio e subirne gl'interrogatorii.

Questi parevano una gran cosa alla povera vecchia campagnuola, e presentandosi innanzi alla faccia burbera del giudice, la tremava tutta. Avrebbe tremato in ogni modo ed in ogni occasione; ma tremava tanto più ora che trattavasi della sorte del suo caro, e che a quest'esso poco tempo prima aveva dato promessa di fare quello che non aveva mai fatto in vita sua, quello che non avrebbe creduto mai di pur pensare di fare: dire il falso. Le varie circostanze della favola fattale imparare da Gian-Luigi le si ingarbugliavano nella testa con indicibile confusione; e fu assai peggio, quando il giudice le ebbe fatto prestare il solenne giuramento di dire la verità. La s'imbrogliò talmente, parlò con tanto tremore, la si lasciò tirare in tante contraddizioni che il giudice inquirente concepì su di lei i maggiori sospetti. Pure per quella prima volta essa la passò liscia ed uscì da quella stanza di tribunale più morta che viva, ma sciolta.

Ma frattanto avvenne che di tutte le informazioni prese d'altra parte sul conto dell'infanzia di Gian-Luigi nessuna concordasse con quelle della vecchia, la quale tutti asserivano essere andata a prendere all'ospizio il bambino senz'altro amminicolo. Ben poteva la donna aver tenute celate a tutti quelle circostanze che ora rivelava al tribunale intorno all'origine del fanciullo, ma era poco credibile che codesto avesse taciuto eziandio al suo parroco e confessore Don Venanzio, e questi aveva affermato saper nulla di nulla del romanzo raccontato dalla vecchia, ed anzi, interrogato se lo credesse possibile, aveva ingenuamente confessato di no, e che egli aveva la persuasione che il medico del villaggio non aveva mai avuto attinenza di sorta col bambino dell'ospizio, finchè vistolo intelligente e piacevole, quando grandicello, avevalo preso a ben volere e proteggere, che una fiaba credeva pure la novella della vistosa somma che il medico avrebbe ricevuto dall'incognita famiglia e passata a Gian-Luigi, il quale aveva avuto sì nell'eredità del medico un lascito ch'egli si era affrettato a consumare.

Aggiungasi che la Margherita, struggendosi dal desiderio di vedere il suo figliuolo, chiesto inutilmente di poterlo visitare, s'aggirava presso che tutto il giorno nei dintorni della carcere dove lo sapeva rinchiuso, guardando attentamente ogni finestra, ogni sbarra, ogni buco, ogni mattone della muraglia di quel cupo edificio, quasi sperando la faccia di lui le avesse da comparire ad ogni momento o qua o colà, o dovess'ella vedere una via di passaggio da giungere sino a lui, provando se non altro una certa dolcezza a guardare il luogo dov'egli si trovava, ad essergli così il più vicino che le fosse possibile. Ora Barnaba, che di persona e per mezzo di agenti fidati vigilava con tanta cura intorno al prigioniero, ebbe presto contezza di tali diportamenti di questa vecchia, e dell'esser suo, e quando avvenne il tentativo di fuga da lui mandato a vuoto, egli la denunziò al Tribunale come complice. Il giudice istruttore determinò assicurarsi di lei, confonderla come per ispergiura mercè un confronto con Don Venanzio, e procedere contro di lei per falsa testimonianza e per complicità nel tentativo d'evasione del medichino. E così avvenne che la mattina dopo la sventata fuga, mentre Don Venanzio riceveva invito di recarsi fra un'ora al Tribunale, la vecchia, senza tanti complimenti, era mandata a prendere e condurre in sala di custodia da due arcieri.

Il confronto con Don Venanzio fu per la misera donna il peggior tormento che avesse ancora provato mai. Mentire, e mentire innanzi al suo parroco!... Il suo aspetto, la sua voce, il contegno dicevano ch'ella si faceva uno sforzo a sostenere le menzogne precedentemente fatte. Se Gian-Luigi avesse potuto avere comunicazione con lei, ben le avrebbe risparmiato questa colpa e questo supplizio che a lui diventavano inutili. Egli s'era preparato quel mezzo di difesa soltanto contro i sospetti che cominciavano a sorgere sulle fonti ond'egli si procacciava denaro, e per illudere la famiglia Benda che avesse cercato informazioni fin nel villaggio dov'egli era stato allevato; ma ora in faccia all'evidenza delle prove dei suoi delitti, ond'egli era schiacciato, a che cosa serviva tutto questo? A un bel nulla; tanto che egli, l'accusato, non aveva detto pur una parola di ciò, e rinchiusosi in un assoluto silenzio, non aveva voluto rispondere pur una parola alle mossegli interrogazioni, per quante minaccie o lusinghe glie ne venisser fatte.

Ma la povera Margherita, che ne sapeva ella di tutto ciò? Aveva promesso al suo Giannino di dir così. Credeva salvarlo così facendo, e lo faceva anche colla paura, anche colla certezza di dannarsi l'anima per lo spergiuro.

Ad un punto il buon Don Venanzio, che ebbe pietà delle angoscie di quella infelice, disse:

— Può esser benissimo che tutto ciò ch'essa dice sia vero, ed io non ne abbia mai saputo nulla..... Io ho sempre stimato questa donna incapace di affermare, e tanto più con giuramento, una cosa che non sia.

— Bene! disse il giudice istruttore: avete già giurato che quello che dite voi è la verità. Non dovete avere difficoltà di sorta a ripetere questo giuramento adesso in presenza del vostro parroco.

La vecchia tentò schermirsene. Tremava tutta. Guardava intorno spaventata, come per cercare un buco dove nascondersi, o meglio, come timorosa di vedere saltar fuori Satanasso in persona ad acciuffarla. Pronunziare un falso giuramento in faccia al suo pastore! in faccia a quel sant'uomo!... Ma pure si trattava del suo figliuolo!... Si fece forza: provò a stento di levar la mano per metterla sul Vangelo, ma non ci valse: il braccio le cadde, un gemito che pareva un singhiozzo uscì dal suo petto dove parve si rompesse qualche cosa, ed ella si lasciò cascare in ginocchio per terra mezzo svenuta, balbettando:

— Non posso, non posso... Mio Dio! non posso.

Il giudice si drizzò con mossa solenne, e con voce e parola più solenni ancora, fece alla meschina prostrata a terra una filippica violenta, in cui, oltre la vendetta divina, minacciò la collera di quella umana da tradursi in manette, carcere, processo e galera.

La infelice gemeva miseramente, la faccia contro terra, annientata, schiacciata sotto il peso della propria colpa e sotto quello più grave ancora del pensiero ch'ella perdeva Gian-Luigi.

Don Venanzio le si fece presso per sollevarla e confortarla di alcune parole.

— La lasci stare: disse severamente il giudice. Questa mostra di pentimento possa essere sincera e disporne l'animo alla rivelazione di tutta la verità. Ella se ne vada, signor parroco; è libero: questa donna dovrà essere trattenuta in carcere.

Il vecchio sacerdote, commosso, addoloratissimo, disse non molte parole in difesa della disgraziata: ma le disse con tanto sentimento e calore, ma la sua canizie, l'aria sua di solenne virtù loro davano tanta efficacia, che il giudice ne fu tocco, e con accento molto più umano e cortese soggiunse:

— Credo a quanto Ella mi dice, reverendo; credo che c'è più ignoranza che malizia in questa poveretta... ed userò per lei i maggiori possibili riguardi. Ma bisogna assolutamente ch'io la esamini ancora di meglio, e la prego a volersi ritirare.

Don Venanzio uscì, non senza inquietudine sulla sorte della Margherita e si pose a passeggiare nella strada innanzi alla porta del tribunale, attendendo il risultamento dell'interrogatorio.

— Alzatevi: disse il giudice alla vecchia.

Margherita gemeva e singhiozzava sempre nella medesima postura; e, sia che non udisse o non avesse forza da ubbidire, non si mosse.

— Fate il piacere, soggiunse il giudice, parlando al segretario che era lì per iscrivere il verbale: alzatela voi.

Il segretario venne di mala voglia presso ella giacente, e come quegli a cui non garbava di molto toccare e brancicare i luridi e stracciati panni onde ella era vestita, la scosse bruscamente ad una spalla, dicendole con voce graziosa come era l'atto:

— Or via, alzatevi, su, e non ci fate perder la pazienza.

La vecchia parve non darsene per intesa.

Allora il segretario la prese sotto le ascelle, e con quel garbo che vi potete immaginare, la tirò su, e siccome ella vacillava sulle gambe mal ferme, la gittò a sedere sur una seggiola che era lì presso.

In questo movimento un oggetto pesante cadde per terra, mandando un suono metallico; il segretario lo raccolse e lo porse al giudice: era un rotolo di napoleoni da far la somma di mille lire: quello che Gian-Luigi aveva mandato alla povera donna per mezzo di Don Venanzio. Margherita, da quando lo aveva ricevuto, lo aveva sempre portato con sè, come una memoria del suo diletto: venuta ora a Torino, tanto più lo aveva seco recato nella speranza di potere spendere quella somma in benefizio del suo diletto.

Nel suo precipitare a terra, nell'essere scrollata dal segretario, il rotolino le era uscito del seno ed era caduto sul pavimento.

Ma la vista di quell'oro cambiò del tutto le disposizioni d'animo del giudice cui le parole di Don Venanzio avevano reso piuttosto benigno alla misera vecchierella. Come spiegare il possesso di tal somma presso quella povera donna così stracciata negli abiti e che si sapeva vivere al villaggio elemosinando? Ella, interrogata, non tacque che quell'oro le veniva da Gian-Luigi e fu creduto il prezzo pagatole per la sua falsa testimonianza e per cooperare all'evasione. Margherita fu condotta alle carceri.

Quando ciò seppe Don Venanzio pensò subito ricorrere alla valida protezione del marchese di Baldissero, e giunto al palazzo avrebbe tosto domandato d'essere ammesso alla presenza dell'autorevole personaggio, se un domestico non lo avesse avvisato che Maurilio era molto impaziente di vederlo e già aveva mandato due volte a cercare di lui.

Il parroco, prima di recarsi dal marchese, volle sapere che cosa avesse il giovane malato che dal giorno prima soltanto era tornato in cognizione di sè.

Maurilio quella mattina, come ogni altra dacchè giaceva infermo, era stato visitato dai suoi amici, Romualdo, Selva e Vanardi, i quali molto si rallegrarono trovandolo di nuovo conscio di se stesso, e colla mente non meno vivace, pronta, potente di quello che fosse prima. Benchè il poveretto avesse avuto questo deplorabile miglioramento di tornare alla coscienza di sè, dei suoi dolori, delle sue sciagure, aveva però tuttavia un ardor febbrile negli occhi, un'irrequieta agitazione nelle membra stanche da parergliene rotte e peste, onde bene appariva che per essere cessato il delirio, non era punto sminuito di gran cosa il male. I suoi amici vollero rimanersi in silenzio presso di lui, e gli dissero tacesse egli pure perchè non si stancasse ad udire e parlare; ma egli aveva troppo desiderio di interrogare e di sapere di tal cosa, intorno a cui tutta notte s'era aggirato con tormentosa insistenza il suo pensiero. Voleva che gli amici suoi cercassero di Gian-Luigi, lo conducessero al suo letto quanto più presto fosse possibile; voleva che dalle sue labbra il suo compagno d'infanzia apprendesse la ventura che gli capitava, ventura ch'egli aveva quasi rimorso d'avergli per un poco momentaneamente rubato, e che si assegnava come una specie d'espiazione di tosto comunicargli.

Quando udirono espresso da Maurilio questo desiderio di vedere il dottor Quercia, gli amici si guardarono in viso alquanto imbarazzati, non sapendo se convenisse dire all'infermo la verità o tacerla; ma insistendo egli, nè conoscendo essi quali attinenze corressero fra il loro compagno e il capo della cocca, non credettero ci fosse pericolo, nè inconveniente alcuno a dirgli come stessero le cose in realtà. Narrarono dunque sommariamente e la scoperta del segreto covo di quella banda, che da più tempo era il terrore della città, e l'arresto di Quercia come capo della medesima, e di tutti i principali componenti della scellerata congrega.

Queste novelle, com'è facile immaginarsi, fecero una grandissima impressione in Maurilio. La sua pena, il suo rammarico, il dolersene furono tutti per Gian-Luigi; pensò che se prima fosse stato scoperto il segreto della nascita di lui, avrebbe egli evitato quell'infelice e vergognoso destino; pensò al cordoglio che doveva provarne il marchese, pensò eziandio a Virginia che non avrebbe forse potuto ignorare quello essere suo fratello. Ma poi il pensiero d'una sventura più personale e quindi una più tormentosa ansia lo assalsero. Gli era stato detto che fra i soci di quella banda si contavano ed erano stati presi i più noti e tremendi malfattori; si volse a Selva e domandò se di questo novero era un certo Michele Luponi detto Stracciaferro.

— Sicuro! gli fu risposto: una specie d'animalaccio bruto, forte come un toro, crudele come una tigre. È uno dei più scellerati e dei più terribili. Prima di poter essere preso accoppò una mezza dozzina di guardie. La forca, quel mostro l'ha meritata non una, ma un centinaio di volte.

Maurilio abbandonò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi. Se avesse potuto diventar più scialba la sua faccia di color cadaverico, avrebbe impallidito. Non disse una parola, non fece un atto, ma nei muscoli del viso, intorno alla bocca, avvenne una lieve contrazione che era l'effetto d'uno spasimo interno inesprimibile. Quel mostro era suo padre! Pensò tosto di contar tutto a Don Venanzio, di cercare nelle confidenze a quel sant'uomo un sollievo, nelle ispirazioni di quell'anima onesta un consiglio; epperò, aspettatolo con impazienza, quando il vecchio sacerdote fu venuto, lo accolse colla vivacità d'un desiderio soddisfatto che pareva una speranza, che pareva quasi una gioia, e volle tosto esser solo con lui.

Gli disse ogni cosa. Don Venanzio, esterrefatto, meravigliato, sgomentito da questo fatale garbuglio di casi, impallidito e tremante per emozione, levò le palme al cielo ed esclamò col fervore del credente:

— Oh divina Provvidenza! Oh imperscrutabili vie del Signore! Riconosco la tua mano potente, supremo Iddio! Dio della pietà, ma Dio pure della giustizia! Dio che perdona chi si pente, ma che colpiste cogli effetti della stessa sua opera scellerata il reo. Nariccia abbandonando il fanciullo, creò col suo delitto un assassino, e quest'assassino fu a dargli morte. Un orribil delitto punì un delitto infame. Curviamoci ed adoriamo!...

— Che cosa si deve fare? domandò Maurilio palpitando.

Il vecchio prete nascose fra le mani la sua faccia turbata, e stette un istante in silenzio.

— Pregare che Iddio ci ispiri: disse poi levando al cielo i suoi occhi umidi di pianto. Pregare che Iddio si plachi!... La giustizia umana è uno stromento anch'essa di quella divina... uno stromento molte volte inefficace od anche fallace, ma conviene rispettarlo e sottoporvisi. Dietro lei c'è la mano onnipossente del Signore dei mondi.

Gli occhi febbrili di Maurilio lampeggiarono più vivamente.

— Mio padre, io voglio vederlo: disse. Voglio conoscere quell'organismo umano imbestialito, in fondo al quale è soffocata o sonnecchia l'anima, soggiogata dagl'istinti della materia. Chi sa che da quello sciagurato letargo io non la possa tuttavia destare! Chi sa che da quella rupe, io non possa, percotendo, sprigionare ancora una scintilla! Da tanti anni ladro ed assassino!... O cielo! o cielo!... Ed ebbe pure un'infanzia! Ed ebbe forse desiderio e bisogno di miti affetti e impulsi generosi, ed aspirazioni al bene!.... Li ho pur io, che sono suo figlio.... E la sventura gli ha col dolore e coll'ira offuscata la mente; e la società l'ha colle sue crudeli ingiustizie corrotto. Lo so ben io che sono passato per la trafila della miseria!.... Quanti scellerati questa non crea!.... La va a cercarli nelle schiere della plebe e di complicità coll'ignoranza li getta in braccio al vizio, li educa con infame amore al delitto. Miseria! Miseria... Una società che non combatte questo umano flagello con tutti i mezzi che le si possono parare è risponsabile essa stessa del male che nel suo seno si compie..... Che cosa ha pei poveri questa moderna accozzaglia d'uomini che noi crediamo regolata da leggi civili? La Chiesa da una parte che loro addita un tardo compenso alle miserie della vita presente in una indefinita felicità quasi impossibile ad arrivarsi in una vita avvenire, il carnefice e il codice penale dall'altra parte che colpiscono troppo spesso alla cieca. Punire! Va benissimo. È forse un diritto che ha la società; ma perchè non si pensa al dovere sacrosanto che le incombe di prevenire? E noi questa la chiamiamo civiltà?.... Verrà un tempo, ed io voglio sperarlo, in cui questa nostra epoca sembrerà ai posteri progrediti altrettanto barbara quanto sembra a noi quella feudale, quella del predominio della forza bruta.

Don Venanzio vedendo l'esaltazione assalire il malato e crescere via via, lo volle interrompere e indurre alla calma: il giovane gli si rivolse con maggiori l'impeto ed il calore.

— E la vostra religione che fa ella in proposito? Nulla che valga, od ascetica inculca un rinunciamento ai beni del mondo, impossibile alla natura umana, fuori che a qualche morbosa eccezione, e che se si propagasse, sarebbe distruttore d'ogni coltura, d'ogni progresso, d'ogni ricchezza, val quanto dire d'ogni società; o complice, benedice ai ricchi e li esime dai loro doveri verso i miseri; o timida, inintelligente soccorritrice di questi ultimi, non sa trovar rimedio che nell'antieconomica virtù dell'elemosina che umilia e fa sottomesso chi la riceve, che si converte in fin dei conti in premio dell'ozio e in incoraggiamento all'impostura.....

— Tranquillizzati, non ti affaticare con questi, per ora troppo gravi pensieri, la mente: disse con pietoso accento il parroco. Più tardi potrei teco discorrere anche di ciò, dirizzare colle deboli forze della mia intelligenza le storte idee che tu hai in proposito, mostrarti quanto conferirebbe al miglioramento sociale la nostra santa religione, se fosse ben intesa ed applicata da tutti..... Ma ora non è occasione opportuna da ciò. Sta in quiete.....

— In quiete! disse l'infelice sobbalzando in letto sotto un evidente ripigliare della sua febbre. Com'è possibile? Mio padre è un assassino..... E sta per essere condannato a morte..... Ha ucciso e lo uccideranno, lui..... Sempre la legge del taglione!... Il sangue ch'egli ha sparso ed il suo che spargeranno devono ricadere su di me... Già lo sento... Già mi piomba addosso l'eredità del delitto e dell'infamia.

Si diede ad agitarsi nel letto con moti convulsi; il prete spaventato corse alla porta per domandare i domestici venissero in suo soccorso a contenere lo spasimante; ma una gentile, pietosa apparizione si mostrò ai suoi occhi. Era Virginia che veniva ella medesima a saper novelle del malato. Aveva appreso che questi non era suo fratello, ma la pietà del suo cuore non consentiva ch'ella per ciò di botto cessasse dall'interessarsi e sentì compassione per lui. L'amore medesimo, quasi complemento delle egregie facoltà di quell'anima eletta, l'amore che la fanciulla aveva in cuore la rendeva ancora più facile ed inchinevole ai generosi sentimenti, alle pietose ispirazioni, al desiderio di recar bene a chi più potesse. Le disordinate parole dal misero a lei dette parecchi giorni prima, quando la sua infermità lo aveva assalito, ella aveva perdonate, aveva attribuite al delirio soltanto, aveva quasi del tutto obliate. Udito la buona novella che dalla sera innanzi Maurilio era tornato in possesso della sua cognizione, ella veniva a rallegrarsene, a fargliene coraggio con una sua parola, colla sua presenza, prova irrefragabile d'un generoso interessamento. Quella stessa mattina inoltre ella aveva compita l'opera pietosa di visitarlo, verso un altro infermo, Francesco Benda, e riferirò fra poco i modi, e le circostanze, e gli effetti di quella sua visita alla disgraziata famiglia, della quale sarà questa appunto un'occasione per dire le novelle; ed all'anima sua così squisitamente dilicata parve un dovere quella medesima pietà che l'amore l'aveva spinta ad usare verso Francesco, usarla eziandio verso l'infelice che dolorava sotto il medesimo tetto da lei abitato, le sembrò che così legittimasse quasi quella sua visita all'officina Benda, alla quale aveva dato per pretesto soltanto il desiderio di vedere e confortare l'amica compagna d'educandato e la novella amica, l'infelice Maria.

Quando il vecchio parroco si vide dinanzi la bella persona della nobile donzella, giunse le mani come per pregare, in atto che gli era abituale ogni qual volta una profonda commozione lo possedesse, ed esclamò:

— Misericordia! Ho paura che sia da capo col delirio, questo poveretto, e che ci siamo rallegrati troppo presto.

La fanciulla entrò più ratta, come sollecitata da queste parole, e venne risoluta presso il giacente.

All'intelligenza di Maurilio avveniva come al sole in quelle giornate di primavera, in cui le nubi grosse e scure, ma interrotte, passeggiano pel cielo e ad intervalli passano davanti all'astro di splendore e ne offuscano i raggi, spandendo una mesta e cupa oscurità su tutta la natura; e ad un tratto poi ne lasciano giunger libera alla terra la luce, che pare ancor più viva, più brillante, più calda. Egli sentiva a quando a quando salirgli al cervello una vera nube, come un ammasso di vapori sanguigni, che tutta gli ottenebrava la mente; in mezzo a questi vapori scorgeva immagini inesprimibili di cose tanto strane che erano impossibili, forme e sembianze che non appartenevano alla creazione terrena, e gli pareva come se dal fondo di quella tenebra uscisse una granfia che afferrasse la sua ragione nel suo cervello e la tirasse a sè facendola distendersi come un filo sempre più sottile, che non tenesse più che per un picciol capo alle meningi della sua cavità cerebrale, e l'avvolgesse, questo filo, nel labirinto di quelle forme mostruose della notte tanto da perdercelo; poi ad un tratto, la nebbia vaporosa spariva, il filo sfuggiva alla mano misteriosa, che si affondava nell'ombra, e per gioco di elasticità ritornava a raggomitolarsi tutto nella sostanza grigia del suo cervello; la intelligenza lucida, potente, maggiore che nelle condizioni ordinarie della sua vita, brillava al di sopra della pienamente riacquistata coscienza.

La vista della fanciulla parve fare più splendida che mai in Maurilio questa luce d'intelletto. Vide più chiaro, più lontano e più giusto; comprese con ambito più vasto le varie manifestazioni del vero, conobbe meglio in sè e fuori di sè; dietro gli adombramenti delle forme discernè la sostanza; capì la ragione e l'idea degli uomini e dei fatti; giudicò e seppe.

Il suo volto, in cui le grossolane sembianze dell'uomo inferiore della plebe erano pure animate dal tocco divino del Prometeo che è l'ingegno, s'illuminò d'un barlume ineffabile, come brulla montagna del carezzevole raggio rosato dell'aurora; nel suo pallore di cadavere, il fronte parve divenuto fosforescente come diamante impregnato di luce solare, gli occhi ebbero lo sguardo d'aquila del genio, le labbra il sorriso dei beati; la sua bruttezza si trasfigurò in un'espressione di sovrumano idealismo.

Virginia! esclamò egli con voce che aveva essa pure una nuova e straordinaria melodia, che era un grido dell'anima, che pareva la suprema aspirazione d'un morente: con quella voce con cui Goethe all'agonia domandava la luce; poi chiuse gli occhi, volendo sottrarsi alla troppa e troppo acuta dolcezza di quella visione di bellezza divina, volendo fare che dalla retina degli occhi s'imprimesse nell'intima compage del cervello l'immagine di quella testa angelica dall'aureola delle chiome d'oro, tutto leggiadria, benignità e splendore.

— Gran Dio! esclamò la donzella curvandosi sul giacente: egli è svenuto.

Maurilio bevve colle orecchie l'armonia di queste parole, rialzò le ciglia a berne cogli occhi assetati la dolcezza dello sguardo pietoso che cadeva su di lui, come si berrebbe una manna celeste.

— No, diss'egli: ben vorrei esser morto in quest'istante, ma è troppo lieta fortuna perchè mi sia concessa.

Fece scorrere il suo sguardo animato da Virginia a Don Venanzio che lo stavan mirando con interesse.

— Non temete di nulla... Sento, so che ho ancora da compire qualche cosa su questa terra, prima d'abbandonarla... Qualche cosa di ignorato, che non troverà eco nessuna nei rumori del mondo; ma che pure, non sarà forse men grande delle opere famose di glorificati eroi... Far felice alcuno, fare che risplenda a menti offuscate il vero, non è forse opera di missione divina?... Ed io farò felice voi, o Virginia; ed io devo scioglier dai ceppi delle passioni della materia due anime... Non morirò dunque ancora... Mi rialzerò di qua, non dubitate, per abbandonare questo miserabile ed odiato involucro, allora soltanto, quando avrò compito il mio ufficio... Ah! non sarà questo la superba missione che ho sognato un istante, quando parve il destino volermi porre in mano la potenza... Che importa? Nessuno ha diritto di lamentarsi della sua sorte; perchè, come saprebbe egli a quali precedenti di vite anteriori e d'altri mondi corrisponde la sua attuale esistenza?... Se io non sarò passato disutile affatto; se le mie sofferenze avranno portato per frutto una sola ombra di vantaggio, un sol momento di bene ad un mio simile, sarò pago abbastanza, sarà spiegata abbastanza anche alla corta vista del mio scontento egoismo, la ragione di questa breve vicenda nella mia vita immortale.

Parlava calmo, pacato, lento; ma con una vibrazione contenuta di voce che rivelava un'energia interiore, con una certa solennità che imponeva, quasi come un'autorevolezza. Virginia sentiva la sua compassione far luogo ad un sentimento poco meno che di deferenza e di rispetto; Don Venanzio insieme alla tenerezza ed all'ammirazione che gl'ispiravano i concetti del suo pupillo, provava un sentimento di dolore, perchè comprendeva che in quella superiorità morale ed intellettiva più chiaramente manifestantesi, in quella profetica rassegnazione, era l'effetto della mano della morte che già aveva tocco quell'organismo, che lasciava penetrare a quello spirito incarnato un guizzo della luce stessa dell'infinito.

Maurilio si rivolse al domestico, che stava appiè del letto ad aspettare gli ordini, e gli disse con accento di dolce preghiera:

— Fatemi il piacere, tiratemi un pocolino più in su.

Il servitore lo prese sotto alle braccia e lo sollevò alquanto; in questo movimento uno dei guanciali andò per traverso, e quando il giacente fece per abbandonar di nuovo sovr'esso il suo capo fu la mano di Virginia che sollecita e lieve raddrizzò il cuscino; e in quell'atto cortese la fine, liscia, profumata pelle della mano di lei incontrò e toccò la fronte ardente del giovane. Un lieve sussulto scosse a lui le membra, uno sguardo d'ineffabile dolcezza, di supremo diletto ringraziò la pietosa fanciulla.

— Don Venanzio, diss'egli poi, il marchese può aver bisogno di lei, ed ella ha pur bisogno di parlare al marchese.

— È vero, rispose il parroco, che in quel momento si ricordò eziandio della povera Margherita.

— Non indugi adunque di più.

Il prete si mosse per uscire, Virginia accennò volerlo seguitare.

— Un istante: disse vivacemente Maurilio e con accento di caldissima preghiera. Vorrei dirle due parole, Virginia.

Ella si fermò senza esitazione, non esprimendo nè cogli atti, nè cogli sguardi, nè in modo nessuno il menomo dubbio o diffidenza.

— Eccomi: disse con semplicità, tornando ad accostarsi all'infermo.

Il domestico s'era ritirato in fondo alla camera e stava colà come se quello non fosse fatto suo. Maurilio, abbassando la voce in modo che il suono delle parole giungesse solamente all'orecchio della donzella, così prese a dire:

— Ella mi ha da perdonare gli atti e le parole che ora mi ricordo aver usati con lei, l'altro dì quando primamente mi fu tolta la volontà dalla mano della follia.

— Le ho tutto perdonato: disse dolcemente Virginia a cui quel discorso rincresceva, e che stimava doverlo interrompere anche in vantaggio del malato. Non se ne preoccupi dell'altro, e non parliamone più.

Ma il giovane, facendo cenno col capo lo lasciasse continuare chè tutto aveva bisogno d'esprimere il suo pensiero, riprese dopo un poco:

— Potrei scusare il mio trascorso coll'alterazione mentale che mi assalse; ma non voglio, perchè ho il debito e m'incombe aver il coraggio di dirle la verità. Quello che mi sfuggì dalle labbra a quel punto, usciva proprio fuor dell'anima mia, è il segreto della mia esistenza. Sono anni ed anni, o Virginia, ch'io v'amo d'un amore impossibile ad esprimersi.

Virginia fece un movimento.

— Non mi sfugga, soggiunse ratto il giacente; non m'imponga tacere. È un uomo che deve morire fra poco quello che vi parla. Lo stampo della morte consacra solennemente ogni affetto, e questo è santo come santa è l'anima vostra. La confessione d'un moribondo si deve ascoltare con animo pacato e pietoso; l'orgoglio umano, i pregiudizi terreni devono tacere innanzi ad un amore che sta per nascondersi dietro una tomba. Uditemi, Virginia, in nome del cielo! Sarà l'unica volta che vi avrò fatto penetrare nell'anima mia. Avrò così aggiustata definitivamente questa partita de' miei affetti terreni, e non ve ne parlerò più mai. Io vi parlerò come se ad ascoltarmi qui fossero la vostra madre che voi perdeste — e la mia, che non conobbi mai! — E forse i loro spiriti qui sono e ci assistono. La vostra fierezza e la vostra purità non avranno da essere turbate pur da un'ombra di corruccio.

La donzella appoggiò, come per sorreggersi, la sua destra bianca, sottile, dalle dita affusolate sopra la spalliera d'una seggiola vicina, e con dignitosa semplicità, con nobile fiducia, disse benignamente:

— Parlate!

E il giovane, con un fuoco che l'interna passione ispirava pure alla sua debolezza, con un impeto di parola, che era come un residuo del suo delirio, ma temperato dalla soavità dell'affetto, così parlò:

— Vi ho amata quando ero appena al limite dell'infanzia, sulla soglia della turbolenta adolescenza della creta e del pensiero. Vi ho amata, non perchè foste bella soltanto, ma perchè la vostra bellezza mi incarnava dinanzi la più alta espressione di quell'ideale a cui, inconsciamente ancora a quel tempo, ma pure con ardentissimo anelito già aspirava l'anima mia. Ho amato il vero, quella parte del divino concessa alla nostra natura nelle sue manifestazioni più pure, più splendide, nella poesia, bellezza intellettuale, nella virtù, bellezza morale, in voi, bellezza di forme che le altre due vestiva ed incarnava..... Non arrossite, non vi corrucciate: vi parlo come parlerei all'angelo mio custode; non c'è ombra di intendimento interessato in me, non voglio commovervi nè lusingarvi; vo' dirvi quel che foste per me, quel che siete, quel che potete essere nel mondo... Era naturale, era fatale ch'io così vi amassi. Voi rappresentate tutto ciò che vi ha di bello e di superiore nell'umana famiglia, circondato dallo splendore delle distinzioni, dell'eleganza, dell'autorità e delle grandezze sociali: voi siete il risultamento più completo e più perfetto dello stato attuale della coltura e del progresso dell'umanità, fisico, morale, intellettivo, estetico, economico. Il pensiero, il lavoro, i travagli dell'uomo di tutti i secoli trascorsi hanno cospirato per crear voi e disporvi intorno l'ambiente opportuno. Siete il frutto dell'intelligenza applicata a tutti i rami dell'attività umana; la civiltà vi ha fatto un piedestallo e voi raggiate sovr'esso, personificazione di quanto di buono e di bello seppe arrivare e conseguire il secolo. Io sono la plebe, la povera plebe che guarda da lontano il banchetto imbandito ai ricchi, e muor di fame invidiando: banchetto non di cibi materiali soltanto, ma di amore e di pace, di sapere e di fama, di potenza e di virtù. La plebe che col suo lavoro e co' suoi stenti concorre all'opera del progresso e non ne fruisce che poco o nulla, che ha, nell'oscurità delle sue grandi masse ignorate, dato sforzi, sudori e vite per ottenere il tesoro di agi sociali del secolo XIX, e vive tuttavia nella barbarie di due secoli addietro; la plebe che contenuta, domata, ignorante, con un barlume soltanto o con false idee de' suoi diritti, sta accalcata, premuta alla base della società, ma s'agita talvolta e tiene il collo levato verso lo splendore della luce, essa fitta nelle tenebre!... Io son la plebe; ma soffrii più di essa, perchè fui conscio delle mie condizioni e potei scrutare la ragione de' miei dolori. Seppi quel che volevo e capii sempre l'impossibilità di ottenerlo. Conobbi dove era la beatitudine e mi seppi sempre condannato a non arrivarla... Avverrà egli un giorno che la plebe possa giungere alla conquista dell'Eden sociale? Certo che sì, in un tardo, ma immancabile avvenire; e sarà quando il figliuolo di nessuno — come io — coll'ingegno, col valore, col lavoro, potrà ottenere l'amore della più bella, della più nobile donzella — come voi — e gli usi e i pregiudizi sociali non grideranno allo scandalo, non ne faranno alla fanciulla una vergogna.

Tacque un istante per riposarsi. Virginia disse, commossa, con quella sua voce d'oro:

— Ah! gli usi e i pregiudizi sociali sono una tirannia a cui nessuno può sottrarsi: e non è la volontà d'una debole fanciulla che possa rompere queste catene di ferro.

La poveretta pensava al suo amore per Francesco, contrastato, ed ella pur troppo temeva senza rimedio nessuno, dalla boria aristocratica della sua famiglia.

Maurilio la indovinò, la comprese e con un mesto sorriso ripigliò a parlare:

— La sorte volle che fra noi, così lontani — voi al fastigio, io all'ultimo gradino della piramide sociale — si stabilisse in breve un'attinenza di domestico affetto.... Oh la deve cessare, lo so: si affrettò a soggiungere vedendo un lieve moto nelle fattezze della fanciulla, al quale egli attribuì più superbo significato che non avesse: ma frattanto, permettetemi ch'io me ne profitti per parlarvi in vostro vantaggio.... in vantaggio d'un'altra persona che vi sta a cuore.... per parlarvi come un fratello, quale un istante fui creduto essere per voi.

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