L'assedio di Firenze (part 3 of 4)
La piazzetta di san Michele Berteldi ingombravano infinite persone. Dante, abbigliato secondo il convenuto, se ne stava circuito dalla sua comitiva, motteggiando e aspettando; allorchè gli fu presso Ludovico, smontarono entrambi, e, strettasi la mano, così il primo favellava al secondo:
«Dio ci mandi il buon giorno!
«Amen, fratel mio», rispose Ludovico, e fissava Dante nel viso come meravigliato; e Dante sorridendo favellò:
«Vi paio strano, Ludovico? E' mi son fatto radere il barbone[245], onde riuscire meglio spedito, imperciocchè ho pensato essere cosa men trista lasciare in questo duello la barba che la vita. Or andiamo via, chè frate Benedetto ci attende.»
Entrarono in chiesa, dove frate Benedetto da Foiano, ministrando loro il sacramento della Eucaristia, gli riconciliò con Dio; poi, confortati dell'acqua benedetta sparsa sopra di loro con acconce orazioni, quinci si tolsero per incamminarsi al convegno.
Comecchè immenso popolo di parenti, di amici, d'uomini di arme e di cittadini tenesse lor dietro, la compagnia destinata a seguitarli fuori delle porte si ristringeva al numero determinato nella licenza del principe. L'ordine era il seguente, secondo che narra Benedetto Varchi diligentissimo storico: andavano innanzi due paggi vestiti di rosso e bianco sopra due cavalli bardati di corame bianco, e poi due altri paggi parimenti abbigliati sopra corsieri grossi di lancia; dietro ai paggi due araldi, uno del principe di Orange, l'altro del Malatesta, i quali andavano sonando continuamente le trombe. Dopo di loro venivano il capitano Giovanni da Vinci, giovane di forme colossali, padrino di Dante, e Pagolo Spinelli, soldato vecchio di moltissima esperienza, padrino di Ludovico, e messere Vitello Vitelli, padrone di ambedue, se per sorte gli avversarii, mutato consiglio, avessero eletto di combattere a cavallo. Seguivano Dante e Ludovico sopra destrieri turchi di maravagliosa bellezza; vestivano su la corazza una casacca di raso rosso con la manica squartata di teletta; avevano calze di raso rosso filettate di teletta bianca e soppannate di teletta di argento, e in capo un berrettino rosso con un cappelletto di seta pur rosso, ornato di uno spennacchino bianco. Ai piedi di ciascheduno dei combattenti camminavano sei staffieri vestiti nel modo stesso degli altri a cavallo, cioè di raso rosso squartato il lato ritto e la manica ritta di raso bianco, e le calze soppannate di teletta bianca, e le berrette, ovvero tôcchi, di colore rosso: dietro loro, ma non per uscire, parecchi tra i più prestanti capitani della milizia fiorentina, e quindi carriaggi e muli carichi di tutte quelle cose che loro potessero abbisognare così al vivere come all'armamento tanto a piè quanto a cavallo; imperciocchè, abborrendo servirsi delle offerte dei nemici, portassero seco pane, vino, biada, paglia, legna, carne di ogni sorta, di ogni ragione uccellami, pesci di molte qualità, confezioni di tutte le maniere, padiglioni co' fornimenti e masserizie di qualsivoglia specie, infino l'acqua; — non mancarono il prete, il medico, il chirurgo e in fondo due lettighe o piuttosto bare portate a spalla da otto uomini vigorosi, onde potere in caso sinistro traslocare i feriti. In questa guisa pervennero in piazza dei Signori, dove si era adunata inestimabile moltitudine di gente per vederli passare; la Signoria, anch'ella, comunque dimesso l'abito magistrale, stava sopra i gradini del palazzo salutandoli e con ardentissimi voti accompagnandoli: piegarono in Mercato Nuovo, poi volsero a mano diritta percorrendo la strada di Borgo Santi Apostoli; svoltato il canto delle Case Buondelmonti, riuscirono in piazza Santa Trinità, non anche infame per la colonna su la quale Cosimo I poneva una figura armata di spada, quasi angiolo sterminatore di qualunque pensiero che non fosse di servitù!
Da questo punto, chè amore aguzza la facoltà visiva, a Ludovico riuscì distinguere un volto tra i tanti affacciati ai balconi e sì forte quella vista lo scosse che, a sè traendo con atto convulso le redini, costrinse il buon cavallo tormentato nella bocca a dare di uno sbalzo subitaneo indietro, per cui egli ebbe a rimanere tolto di arcione. Molti lo tennero per sinistro augurio; egli, comprimendo l'acerbità della passione, si aggiusta in sella e seguita la via. Quel volto intanto appariva più prossimo e si mostrava pallido, addolorato quanto quello della madre di Cristo a piè della croce. Giunto sotto il balcone, Ludovico levò arditamente la faccia, vibrò uno sguardo feroce, e al tempo stesso, stesa la mano, accennò una delle bare portate alla coda del convoglio. Il volto diventò bianco — ed abbassandosi sparve.
Siccome Dante e gli altri della comitiva a destra e a sinistra riverivano con le mani le gentildonne e i cittadini fattisi ai balconi, così nessuno si accorse dell'atto di Ludovico, tranne Giannozzo, il quale camminava alla staffa del suo signore. Ludovico nel declinare del capo si avvide, incontrando gli occhi del vecchio servo, che aveva ormai un testimonio al suo amore.
Quel volto era di Maria, che, mal potendo sopportare il cenno disperato, svenne cadendo sul pavimento; riavutasi dopo lunga ora, si prosternò agli altari, ma gli altari non le davano più pace: — non sapeva per cui pregare; — chi dei due combattenti vincitore desiderasse, esitava dire a sè stessa; — cominciava un'orazione ardentissima perchè i santi e la Madonna impedissero il duello; ad un tratto, presaga che non varrebbe, la smetteva; allora ne principiava un'altra, affinchè il Bandino vincesse, e la concludeva supplicando che il Martelli superasse: — cuore mortale non sostenne mai più fiera contesa; — però dal fondo dell'affanno sentì nascere una quiete, — forse foriera della tomba, — ma pure quiete: dall'incessante paragone tra Ludovico e Giovanni conobbe a prova la gentilezza del primo, l'animo scellerato del secondo: — quegli, sapendola amante di altro uomo, la propria vita sagrificava alla patria ed a lei; questi, dubitandola infedele, conservava la sua per vendicarsi, lei trucidando e contro la patria proditoriamente combattendo; — l'uno, avendo grave argomento a rampognarla, non usò parola che potesse avvilirla, o se alcuna ne adoperava, quasi suo malgrado gli era traboccata dal cuore colmo fino all'orlo; l'altro invece a piene mani le aveva gittato sopra il volto la infamia: — assai più cose penetrò col pensiero, e all'ultimo le parve la sua anima spogliarsi quasi di una nebbia incresciosa e distinguere intera la bruttezza morale del Bandini; a cagione del contrasto singolare della nostra natura, le dolse la scoperta, — volle riporsi la benda che la tenne accecata; — invano: — lo spirito, come uccello sfuggito dal carcere, abborriva riprendere i lacci della passione: — fabbro umano — nè forse divino, — vale a racconciare il giogo spirituale rotto una volta ch'ei sia; — natura ed arte non conoscono balsamo che sappia riunire i margini delle ferite dell'anima: — ella non amava il Martelli e già sentiva di abborrire il Bandino.
La cavalcata continuando il suo cammino, scorsa la strada di Parione, si avviò al Ponte alla Carraia; procedevano silenziosi in balìa di pensieri diversi, quando all'improvviso il Martelli, fermando il corsiero, si piegò sull'arcione per contemplare anche una volta la diletta sua patria. Il sole non coloriva ancora de' suoi raggi l'estremo emisfero, — la città, rischiarata dalla prima luce del giorno, appariva quasi ninfa montanina scesa su l'alba dai colli di Fiesole per bagnarsi le membra nei lavacri dell'Arno, e le infinite ville biancheggianti di cui andavano popolate le prossime colline avevano sembianza, di un gregge di capre sparse pei balzi della pastura della menta e del timo: — all'improvviso spunta la luce, e spuntata appena, ecco percuote le finestre lontane dei palagi e i merli delle torri, — balena una immensa quantità di fiammelle, si suscita quasi un incendio, e l'aspetto della città di umile diventa superbo. Allora si mostrò Firenze nella pienezza della sua gloria, quasi regina cinta la testa di corona di gemme scintillanti; — donna augusta, signora di provincie seduta sopra il dorso del leone... Onde, preso da tenerezza e da orgoglio, scese da cavallo, si prostrò a mezzo il ponte e, chinato il volto, baciò la terra esclamando:
«Salute, o patria, salute!»
Quindi, tornato a cavallo, la salutò con la mano aggiungendo:
«O patria, addio!»
Giunti a porta San Friano, tolsero commiato dai parenti e dagli amici, imperciocchè la Signoria avesse ordinato; diligente guardia, onde nessuno uscisse oltre le persone descritte, tranne il Sordo delle Calvane, che aveva il braccio al collo per una archibugiata tocca scaramucciando, e Iacopo detto Iacopino Pucci, ai quali concesse speciale licenza.
Usciti fuori della porta con le salmerie e cariaggi loro, andarono lungo le mura fin presso Porta San Pietro Gatolino, dove attraversarono in su la mano diritta e, scesi alla fonte del borgo della medesima porta, presero la via della casa del Cappone, dov'era il termine delle trincee dei nemici, e quindi si condussero a Baroncelli, correndo tutto il campo a vederli, essendosi convenuto che, infino non fossero giunti davanti al principe, non si dovessero trarre artiglierie nè grosse nè minute da nissuna delle parti; e così fu osservato[246].
Pagolo Spinelli, con certo suo piglio soldatesco, presentatosi davanti al principe di Orange, il quale, tostochè vide entrare nella sua tenda cotesta nobile comitiva, si era alzato insieme co' suoi baroni per complirla, proferì pacato le seguenti parole:
«Signor principe, sono qui il mio principale, messere Ludovico Martelli e il principale del capitano Giovanni di Vinci mio collega, messere Dante da Castiglione, i quali si apprestano al vostro cospetto con loro cavalli ed armi, in abito da gentiluomini, per entrare in campo chiuso e combattere messere Giovanni Bandino e messer Roberto Aldobrandi, che qui vedo presenti, loro avversari, col nome di Dio, di Nostra Donna e di San Giorgio il prode cavaliere, secondo il tempo e il luogo da voi medesimo assegnati con vostra patente del dì primo marzo 1529. Eglino stanno allestiti a fare il debito loro e vi ricercano che vogliate dar loro parte del campo e sicuranza, dove confidano vincere con lo aiuto di Dio e col favore dei santi. E poichè hanno i miei principali concesso agli avversarii la scelta dell'arme, si protestano di questa capitolazione, la quale, dopo che sarà da me letta, depositerò nelle mani vostre per rimanervi come giudice ad ogni buon fine di ragione.»
Qui trattasi dal seno una carta, lesse:
«Capitolazione. Messer Ludovico Martelli e Dante da Castiglione protestano, affinchè gli avversarii non portino in campo armi inusitate, sibbene secondo la costumanza di gentiluomini...
«Oh Cristo!» interruppe il Bandino, «io torrei piuttosto una stoccata nel petto che ascoltare qui siffatti fastidii; — tregua alle forme, e cominciamo il duello.»
Lo Spinello volgendosi bieco parlò severamente queste parole:
«Perdonate; io mi credeva stare tra gentiluomini intendenti delle regole di cavalleria...»
Il Bandino era sul punto di replicare, sicchè si correva rischio di vedere suscitata una querela incidentale, dove il principe non fosse intervenuto dicendo:
«Lasciate, messere Bandino, adempire il suo debito al cavaliere Spinello.»
E lo Spinello riprese:
«E cavalieri onorati, senza fraude, inganno nè vantaggio e non impediti; — item protestano che chi tocca le corde dello steccato, o si dia per vinto, o si tagli il membro col quale avrà tocco; item protestano, quando eglino non possano vincere in questo giorno i loro avversarii, che la battaglia continui la notte a lume di torcie, o il giorno seguente, finchè sieno morti o vinti. Finalmente protestano in generale e in particolare che le cose suddette valgano come profittevoli e necessarie, facendo speciale protestazione congiuntamente e separatamente in nome di tutti e di ciascheduno di loro.»
Don Ferrante Gonzaga allora si trasse innanzi col conte Pier Maria Rossi di San Secondo, ambedue patrini del Bandini e dell'Aldobrandi, e favellando il primo tal dava risposta alle dichiarazioni del capitano Pagolo Spinelli:
«Signor principe, qui stanno i nostri principali messer Giovanni Bandini e messere Ruberto Aldobrandi, pronti a scendere in campo chiuso e sostenere con lo aiuto di Dio, di Nostra Donna e di san Giorgio, a tutta oltranza, finchè morte ne segua, la querela avuta dagli attori falsa e mendace; — protestano accettare tutte e singole le cose contenute nella capitolazione avversaria; protestano voler combattere in camicia, con istocco, manopola scempia di ferro, cioè fino al polso, senza difesa in testa. Più presto fia, e meglio loro aggrada.»
«Cavalieri e baroni», favellò il principe levandosi in piedi e scoprendosi il capo, «dacchè onesto modo di composizione io non conosco tra voi oggi, giorno dedicato a san Gregorio Magno, dodicesimo del mese di marzo, mantengo e concedo il campo nei modi e termini contenuti nella mia patente del 21 febbraio ab incarnatione 1539. Assumo giurisdizione di giudice, e come primo atto della mia autorità delibero si differisca l'abbattimento per sei ore continue, affinchè i cavalieri provocatori abbiano tempo a riprendere lena. Adesso, spogliando la veste di giudice e con migliore animo riassumendo quella di cavaliere privato, vi prego, o signori, che vogliate onorarmi di ristorarvi nella mia tenda...»
E proseguiva; ma quell'austero vecchio dello Spinello gli troncò a mezzo le parole dicendo:
«Noi ci portammo anche l'acqua.»
«Fate come meglio vi talenta», rispose il principe quanto per lui più cortesemente si poteva, ma non tanto però che non comparisse in volto alcun poco turbato; e s'inchinò per accommiatarli.
* * * * *
Già il sole declinando oltre il meriggio segnava l'ombra delle cose da ponente a levante quando Pagolo Spinello, recatosi in compagnia di Giovanni da Vinci alla tenda del principe, disse:
«È l'ora.»
Filiberto di Orange trasmise immediatamente l'ordine sgombrassero il campo fatto apparecchiare alle radici del poggio Baroncelli sur un prato che giace a mezzo della strada che conduce al convento dei religiosi chiamato comunemente la Pace[247]; e poi mandò una guardia di Tedeschi e Spagnuoli, onde ricingesse lo steccato e, che alcuno vi si accostasse, impedisse.
Era lo steccato un luogo quadro, separato all'intorno da pali di legno fitti in terra, dai due lati paralleli aperto per lasciare libero l'ingresso e la uscita; dagli altri lati s'innalzava un palco ornato di bandiere pel principe, giudice del campo, e dirimpetto a questo un lieve rialto di terreno pel contestabile. Oltre i cancelli sorgevano due padiglioni dove i combattenti aspettavano il segnale per comparire dentro la lizza.
Poichè ebbe ogni persona occupato il luogo che secondo il suo grado le conveniva, o che per fortuna le toccava in sorte, il principe mandò l'araldo in mezzo del campo, che a voce alta e sonora pubblicò il seguente bando, di cui è notabile la evidenza:
«Per parte dell'eccellentissimo signore Filiberto di Chalons, principe di Orange, generale dell'esercito per Sua Maestà Carlo V imperatore e re, si fa divieto a chiunque qui presente che nè in fatti nè in detti favorisca alcuna delle parti combattenti, nè in qualunque altro modo, cenno, via, maniera, forma o colore avverta una parte, o mostri vantaggio o svantaggio dell'una contro l'altra, sotto pena della forca da essere allora allora eseguita, ecc.»
Ritiratosi l'araldo, e fattosi un solenne silenzio, si udiva lo squillo delle trombe; cessato che fu, comparvero fuori dai padiglioni i padrini seguiti dai loro principali, che a passi lenti e con sembianza severa s'incamminarono alla volta del principe; — seguivano dalla parte dei provocati, due araldi portanti un fascio di armi, imperciocchè spettasse loro il carico di provvedere stocchi e manopole. Venuti alla presenza del principe, i padrini posero un libro degli Evangeli sopra certo altare, e fattosi ognuno alcun poco da parte, lasciarono ai lati dell'altare Ludovico Martelli e Giovanni Bandini: — sporse il primo bramoso la mano sinistra e, stringendo la destra al secondo e tenendogliela ferma sopra il libro, proruppe con terribile impeto:
«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi la mia querela contro a te buona e giusta, e tu combattere proditoriamente contro la patria.»
Il Bandino subito svincolando la mano e afferrando a sua posta con la manca la destra del Martelli, con voce cupa rispose:
«Uomo ch'io tengo per la mano, giuro per Dio e per gli suoi santi essere la tua querela contro di me temeraria, e possa il tuo sangue ricadere sopra la tua testa.»
* * * * *
Un soldato spagnuolo si accosta quanto può meglio vicino all'orecchio di un soldato italiano che la perorazione del bando del principe aveva fortemente commosso, e susurra con voce dimessa queste parole:
«Signor soldato, non vi par egli il giuramento imperfetto?»
«Per qual cagione, Moreno?»
«Hanno omesso giurare che non avevano addosso nè pietra nè erba, incantagione, fattucchieria, la camicia della necessità[248], od altro sussidio diabolico, deliberati in tutto di vincere con l'aiuto di Nostra Donna del Pilastro e di Dio.»
«Don Moreno, voi prendete un granchio per due ragioni, una meglio dell'altra: primo, perchè la vostra Madonna del Pilastro qui non conta proprio nulla essendo posta Fiorenza e il suo contado sotto la protezione della Madonna della Impruneta e di san Giovanni Battista...»
«Ah! questa vostra ragione, signor soldato, e' pare che abbia qualche parentela col senso comune.»
«L'altra ragione si è, che il diavolo non usa più in Italia.»
«Diavolo! Oh! come non usa più?»
«Che cosa volete ch'io vi dica, don Moreno? — E' pare che il diavolo abbia abbandonata la Italia dacchè ci siete entrati voi altri fedelissimi sudditi di Sua Maestà l'imperatore d'Austria; forse perchè vi conosce più demonii di lui.»
* * * * *
Mentre cosiffatto colloquio avveniva, Pagolo Spinello con quel suo piglio soldatesco favellava:
«Or sarà bene che proviamo un poco le armi, dacchè ai tempi nostri abbiamo veduto inganni e malefizi infiniti: armi avvelenate, guanti che nel chiudere il pugno cacciavano fuori punte da ferire la mano, e simili altre ribalderie; sicchè la diligenza è a senso mio una delle poche cose dove il soverchio non rompe il coperchio.»
«Usate del vostro diritto di padrino», notò il conte di San Secondo con alterezza, «ed astenetevi da parole gravi all'onore di questi cavalieri.»
«Io vo' che sappiate, messere lo conte, che quarant'anni nella milizia non me gli sono mica giocati a primiera; conosco meglio di voi quanti piedi entrano in uno stivale: — parola non è mal detta, se non è mal pensata; — e se la giornéa vi fa male, allentatela come vi aggrada.»
Ed a questi aggiungendo, secondo il suo costume, più altri proverbi assai, tolse dalle mani dell'araldo una spada e, provatala, disse:
«Questo è buono stocco, e questa è buona manopola; — prendete, Vico: quest'altro è pur buono stocco, — e la manopola senza eccezione; — a voi, Dante. Signori, ho fatto il mio ufficio.»
«Concedete adesso che noi facciamo il nostro», riprese don Ferrante, volendo provare a sua posta le spade rimaste; ma lo Spinello lo arresta parlando:
«Parmi che buttate via l'opera e il tempo; — non avete portato le armi voi stessi? Or come volete provarle?»
«Lasciate», soggiunse svincolando la mano don Ferrante; «se portammo le spade, non per questo le abbiamo provate. Messere Bellino, questa ci pare spada di buona tempra, — quest'altra... per Dio! la si è spezzata... io stupisco.»
«Ed io me l'aspettava!» esclama Pagolo; «conciossiachè come dic'egli il proverbio? In chiesa co' santi, e in taverna co' ghiottoni. L'arme era falsa, e si conosce espresso; — chi portò l'arme se ne rese mallevadore; combatta dunque col troncone il Bandino; — questo caso fu preveduto dal Codice della cavalleria...»[249]
«Noi non saremo per consentire giammai che il cavaliere scenda con tanto suo vantaggio nello steccato», riprese il conte di San Secondo.
«Porti la pena del tradimento», grida Pagolo.
«Di che tradimento parlate? Voi ve ne men...», urla il conte; se non che don Ferrante gli pone la mano pronto su i labbri e gli dice:
«Tacete: volete voi fare la querela vostra? Egli è padrino...»
* * * * *
Intanto correva la fama celere e varia ad ogni moto, siccome si nota avvenire delle nuvole portate dal vento traverso il cielo. Le teste dei popoli quivi raccolti agitavansi rumorose a guisa delle onde di un mare in burrasca: secondo le diverse passioni diversi erano i detti, tutti però esagerati o mendaci. Lo spagnuolo Moreno, riappiccando il discorso col soldato italiano.
«Vedete, signor soldato», diceva, «ciò avvenne perchè non recitarono il giuramento intero: a qualcheduno di loro io porto opinione che abbiamo trovato addosso la fattuccheria; il diavolo usa sempre anche in Italia.»
* * * * *
Giovanni da Vinci e Pagolo Spinello con grandissimo impeto sostengono dovere il Bandino combattere col troncone, altrimenti ritirarsi dal duello i principali loro: questa la legge; dove presumessero non osservarla, avrebbero pubblicato la infamia degli avversarii, la querela vinta e mandato la notificazione a tutti i principi della cristianità.
«Pace!» non si potendo più frenare, grida il Bandino, «io non provvidi l'arme, si tolse questa cura il conte Piermaria qui presente; — mi smentisca, se può. — Ora tregua alle parole: io mi cimenterò col troncone... siete voi contenti? — O si finisca una volta!»
«La vittoria non mi darebbe pregio, la perdita infamia. Ludovico Martelli potrà forse chiamarsi, se così vuole la fortuna, cavaliere sventurato, ma nessuno lo potrà dire scortese; — abbia l'avversario nuova spada nonostante qualunque cosa in contrario: se fu caso, lo ripari; se malizia, mi basta la sua vergogna.»
«Cercatevi dunque, messere Ludovico, un altro padrino, dacchè io mi ritiro.»
«Vorreste voi per avventura mancarmi in questo estremo, messer Pagolo?»
«Non sono io che vi manco, sibbene voi mancate a voi stesso. Io non voglio si dica un giorno avere male sostenuto le vostre parti: — ogni uomo deve conservare la sua fama, specialmente noi vecchi, perchè il tempo ci manca a riparare un fallo, se mai avessimo la sventura di commetterlo: a voi piace il nome di cortese, a me quello di austero; a voi la rilassatezza, a me l'osservanza delle regole. Nè per la mia assenza voi scapiterete in nulla, chè vi manderò Jacopino dei Pucci. Non pertanto mi piace in questa ora porgervi un consiglio che la dolorosa esperienza del vivere tra gli uomini mi ha dimostrato buono e di cui vi desidero possiate far senno in processo di tempo: non prestate mai danaro agli amici; non dite mai il vostro segreto a femmine; non siate mai cortese verso i vostri nemici. Addio.»
Nè preghi nè scongiuri valsero a trattenere quel vecchio caparbio; mentre si partiva dalla lizza, il generoso Dante scotendo il capo diceva:
«Il popolo sostiene che la morte sopraggiunge improvvisa: — non è vero; — giunti che siamo a certa età, ogni anno ci porta via una virtù: la vecchiezza è il vestibolo della morte: prima l'uomo serve di camposanto alla sua anima, — poi la terra di camposanto all'uomo. Io udiva lodare Pagolo come uno dei più gentili cavalieri d'Italia, e ora...»
Iacopino dei Pucci, mandato dallo Spinelli a sostenere le sue veci si presenta: il momento del duello si avvicina.
Suonarono le trombe e fu fatto silenzio.
I combattenti e i padrini si divisero in due partite. Dante, Bertino, Giovanni da Vinci e il conte Piermaria si pongono da un lato del campo, — Ludovico, Giovanni, don Ferrante e Iacopino dall'altro.
Allora tesero due corde che in due lizze uguali partirono il campo.
I padrini con molta avvedutezza avvolsero e legarono i cordoni pendenti dall'elsa degli stocchi intorno al polso dei combattenti; quindi toltili pel braccio, li guidarono a mezzo il campo, dove distribuito con vantaggio eguale il vento e il sole, si ritirarono dicendo:
«Dio vi aiuti!»
Dante tiene fitti gli sguardi sopra il suo avversario, e lo vedendo così bello di forze e di giovanile baldanza, nè ricordandosi averlo più mai incontrato altrove e pensando come ora dovesse con lui cimentarsi all'ultimo sangue, se ne sta a guisa di trasognato, poi con voce che studiò rendere, quanto meglio poteva, soave, gli domandò:
«Che ora fa egli, giovanetto?»
E il Bertino, a cui parve essere tolto a dileggio, rispose con accento di minaccia:
«L'ultimo della tua vita.»
Dante con un suono pur malinconico soggiunse:
«Oh! figliuolo mio, la morte degli uomini sta nel pugno chiuso di Dio...; non potrebbe anche essere l'ultima della tua?... e allora che cosa direbbe tua madre?»
«Ciò che dirà la tua.»
«La mia? Oh! la mia direbbe: egli morì per la patria e non piangerebbe. — Ma tu ti chiami Aldobrandi e sei fiorentino, — perchè dunque Dante da Castiglione t'incontra nel campo nemico? — Vedi! nella mano mi tentenna la spada, pensando che sta per versare sangue cittadino..., e tu non pensi a nulla?
«Nel contemplarti così aitante della persona, penso al Filisteo abbattuto da David.»
«Ma David» riprese tosto il Castiglione infervorandosi nel dire, «ma David combatteva per la sua patria, e Dio lo sovveniva!»
«A me poco preme che il diavolo mi aiuti, purchè tu muoia.»
«Ma non ti sta punto a cuore la tua patria?
«La mia patria è la spada.»
«Ahi! serpente... la tua anima è un nido di vipere, — muori!» proruppe Dante; «dacchè il tuo cuore trabocca di veleno, si rompa... la tua tristizia supera i tuoi anni; — muori! — tu hai vissuto anche troppo...»
E sollevò lo stocco.
* * * * *
Io ho veduto questo stocco! — E lo baciai, perocchè fosse impugnato per la difesa della patria, — e lo bagnai di pianto, imperciocchè versasse sangue fraterno.
Lungi circa otto miglia da Firenze, continuando per la via che mena a Carreggi, dove morì impenitente il magnifico Lorenzo del Medici del più atroce peccato che uomo possa commettere quaggiù, e pel quale gli uomini meritamente non danno perdono nè Dio, voglio dire il disegno di togliere la libertà alla patria[250], tu incontri un'erta malagevole: percorrila intera e troverai su la cima, come aquila che riposi dentro il suo nido, Cercina castello della casa Castigliona; — davanti le si mostra Firenze, dietro ha un dirupo: — il tempo avendo cacciato la mano nelle viscere della montagna, la costrinse da questa parte ad avvallare, sicchè i muri di Cercina squilibrati, per molte frane paurosi, minacciano precipizio.
[Illustrazione: E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del Bandini,... Cap. XX, pag. 453.]
Io imprendeva cotesto breve pellegrinaggio con uomini ai quali il cielo fu largo di arguto intelletto e, meglio dell'intelletto, di cuore gentile che sa amare la patria quanto ella è più sventurata[251].
Trovammo il castello abitato da un nepote di Dante, povero e solo. Egli ci mostrava sembianza selvatica, quasi leoncello sorpreso nella sua caverna; anni correvano ed anni che orma di piede italiano non era comparsa lassù! Ma quando egli udiva essere noi saliti a venerare l'onorata reliqua, esultò: — una stilla del sangue dei Castiglioni gl'infiammò la faccia, ci offerse cortese la tazza ospitale e trasse da un vecchio armario lo stocco, di cui all'elsa stava appeso un cartello che a lettere d'oro diceva: Questo è il famoso stocco col quale Dante da Castiglione combattè il duello... nel 1529. — Posto perpendicolare al terreno mi giungeva a mezzo il petto, — tagliava da due parti; — la impugnatura e il pomo tutto di ferro, se non che si vedeva sul pomo alcuna traccia di doratura; — il guardamano si componeva di una sbarretta di ferro posta a traverso, — sulla sbarretta un cerchio, dove insinuandosi l'indice e il medio, si potesse stringere la radice della lama in cotesto punto scavata; — e intorno la sbarra e il cerchio copia di cordone di seta bianco e rosso, forse per meglio impugnarlo e acconsentire il campo, — e questo cordone prolungandosi da ambe le parti termina in due nappe, — prolungamento il quale serviva, come vedemmo, ad avvolgerlo intorno al braccio del combattente, onde per lassezza o per altro caso non rimanesse disarmato.
O casa Castigliona, ecco quanto rimane di te! — Un castello che rovina[252] — una fama che si perde, — una spada che la ruggine consuma! — Però, qualunque tu sii, o nepote di Dante, che te ne stai come uno spettro custode delle tombe a vigilare su la spada dell'inclito tuo avo, — esulta! — esulta! — tu non sei povero! Tu hai in casa un ferro che può servire di leva al trono più superbo della terra; — tu hai un ferro che alzato può infondere un magnetismo di gloria nell'animo di un popolo — un ferro che posto nelle mani anche di un morto avrebbe la virtù galvanica di farglielo brandire minaccioso. — Esulta! la povertà di te abitante il castello de' tuoi padri commuove la nostra ammirazione, mentre la dovizia di quelli che abitano l'avvilita Firenze fa piangere. Dappertutto può concepirsi l'antica Firenze meglio che nella Firenze moderna; — colà tralignati nepoti hanno venduto l'usbergo che difese il petto ai loro parenti, — colà la spada impugnata per la patria scambiarono in scuriada. — Vuoi leggere le carte dove i nostri grandi vergarono l'eterne sentenze? Va nelle biblioteche dei popoli stranieri[253]: — questa stirpe svergognata ha venduto la sua eredità per un pugno di monete: che cosa non venderebbe ella mai? l'anima se l'avesse, — l'ossa degl'illustri antenati, se non fosse stupida tanto da ignorare dove riposano, l'azzurro e le stelle del firmamento, se le potesse stringere nelle sue mani codarde.
Miseria e sventura!
Oh! se potessero queste pagine scritte col sangue durare, io da gran tempo mi sarei aperto le vene, perocchè vorrei rimanessero in testimonianza che nel presente deserto delle anime visse un precursore di cui la voce protestò contro la tristizia dei tempi ed invocò l'aurora di un giorno di gloria; perocchè vorrei che i nostri figli, entrando per avventura in qualche antico camposanto, si trattenessero dall'oltraggiare le ossa paterne, pensando come fra tante miserabili reliquie forse si trovano mescolate quelle dell'uomo che l'amor santo di patria accettò come mandato di grandezza e di martirio, nè gli fu mai infedele finchè i suoi occhi poterono versare una lacrima, la sua bocca proferire una parola, il suo cuore mandare un sospiro per la libertà[254].
* * * * *
Intanto Dante e Bertino hanno mutato molti colpi senza offendersi. Bertino, agilissimo, dall'uso quotidiano esercitato, muove così veloce la spada che a gran pena la seguita l'occhio. Ora si distende sul terreno, quasi a toccarlo col petto, e là puntando la mano manca si sostiene; ora balza di un salto da un lato, ora dall'altro; — spesso aperte ambe le braccia ed abbattuta la spada, invita con perfida lusinga il nemico a ferirlo nel petto; — e' par che scherzi intorno alla spada nemica a guisa di farfalla intorno alla fiaccola senza bruciarsi mai l'ale. Certamente cotesto è giuoco pericoloso da volere spacciato il duello con un colpo solo.
Dante, accortosi non potere, a cagione della gravezza delle sue membra, reggere la prova coll'avversario in cotesto assalto procelloso, se ne sta guardingo, tutto in sè ristretto, vigilando a non perdere la misura; anzi è fama che prevalendosi della sua molta forza, lo stocco sostenesse pel pomo, e così spazio tale acquistasse per cui Bertino non sarebbe mai giunto a toccarlo nel petto, se non che deviandone fortemente la lama dalla parte destra o dalla sinistra. L'Aldobrandi, sdegnoso di resistenza così lunga, raddoppia i conati, all'improvviso finge di accennare alla spalla e di repente descrive mezzo cerchio con la punta e minaccia il torace, quindi replicando col ferro in senso inverso la curva, ferisce al Castiglione il braccio diritto verso la scapula.
«Ah!» urla Bertino, «l'ho pure veduto il tuo sangue; — ma per renderti il ben dell'intelletto mi è forza aprirti più largamente la vena.»
E prevalendosi del ribrezzo che ogni uomo prova nel sentirsi un ferro tagliente e ghiacciato penetrare nelle carni, vibra lo stocco di nuovo e lo aggiunge leggermente nella bocca.
«Dimmi, Castiglione, or che lo assapori, ti par egli buono il tuo sangue?»
Dante non rispondeva, ma digrignava i denti da mettere ai meglio animosi spavento, le sopracciglia orribilmente stringeva, gli erano diventati ritti i capelli; — non pertanto fermo osservava con risguardo il nemico.
* * * * *
«Per santo Jacopo!» esclama Moreno il soldato spagnuolo, «cotesto vostro gentiluomo fiorentino mi sembra lo scoglio del quale fece Moisè scaturire la fontana: — versa sangue da due ferite e non si move.»
«Guai all'Aldobrandi, se si moverà!» risponde l'italiano.
«Ei mi parrebbe tempo; — vedete, — ecco, — ha toccato un'altra ferita nel pesce del braccio sinistro.»
«O santo Giovanni Battista, assistetelo voi!» supplicò il soldato italiano, «messere Dante corre pericolo presentissimo di vita: — vedete, — per la seconda volta ha rilevato un fendente nel braccio sinistro.»
* * * * *
Invero Dante già da quattro ferite è impiagato; — e comecchè leggere elle sieno, non cessano per questo di indebolirlo e d'affliggerlo: — fu suo proponimento, quando prima scese nel campo, vista la furia dell'avversario, stancarlo; e quantunque egli avesse in questa parte conseguito l'intento, ciò non era avvenuto senza suo danno: ond'è che, sentendosi adesso venir meno la gagliardìa, deliberò, deposta la difesa, assaltare francamente l'Aldobrandi.
E per meglio investirlo alla sprovvista, finse indietreggiare come smarrito. Se Bertino lo incalzasse improvvidamente baldanzoso non è da dire; — già nell'accesa fantasia lo spinge ai pali dello steccato, già lo costringe a rendersi; — gli dona la vita; — le sue orecchie intendono il grido della vittoria, — la sua anima s'inebria di gloria!
Mutati anche due passi, Dante si ferma. Bertino, divampante d'ira a cagione della resistenza impreveduta, mena la spada con tanta rapidità che coruscando la lama al raggio del sole declinante toglie la vista al Castiglione.
Ah! giovanetto, tu se' prode in battaglia, ma tu potrai più presto smovere le Alpi dalla base loro che spingere vivo il tuo avversario dal posto nel quale egli ha deliberato omai di vincere o di morire; un'altra volta vibri la spada, e un'altra volta la fortuna te la tinge di sangue nemico... ultima però; — lo spazio ascendente della curva hai percorso, ti rimane lo spazio che discende e declinando conclude con la morte.
La quinta ferita colse Dante nel braccio sinistro, e forte gli lacerò la carne; onde, preso da terribile furore, cacciato via ogni riguardo, venne a mezza spada. — Molti poeti assomigliarono l'ira umana, come per dimostrarla fuori di modo spietata, a quella dei leoni, degli orsi e di altri cosiffatti animali. — Male accorti! — Il furore dell'uomo non ha paragone; egli è solo in natura. — Dante tempestava, — il battere de' suoi denti scuoteva i nervi dei circostanti: — imbrattato di sangue, sozzo di polvere, alza con ambe le mani la spada... guardati, Bertino, che ti cala adosso un colpo tremendo.
E fu tremendo davvero, chè il taglio del suo stocco scontrato il taglio dello stocco avversario, lo incise profondamente per traverso, e poi, mutando direzione, fece scoppiare un pollice di lama, la quale scheggiò via sibilando intorno al capo di Bertino, come palla di archibuso. — Il braccio di Bertino con impeto irresistibile sbalestrato lontano dal cuore lascia scoperto il seno di lui; — ci si avventa la punta del ferro di Dante bramosa di sangue.
Non pertanto schivò l'Aldobrandi l'assalto volgendosi spedilo a mancina di faccia al sole: il Castiglione si prevalse del vantaggio allargando un passo da parte e non concesse campo a Bertino di mutare cotesta posizione senza suo grave pericolo.
E cotesta situazione di per sè stessa lo esponeva a pessimo partito, dacchè i raggi del sole gli abbagliavano gli occhi, e tra quella luce scintillando la spada nemica gli balena funesta sugli occhi quanto quella dell'angiolo che allontanava dall'Eden i primi padri colpevoli.
Il conte di San Secondo, male sapendo come potere in tanto estremo sovvenirlo, immemore delle leggi della cavalleria stese l'alabarda su la quale erasi fino a quel punto abbandonato, come per accennare, e con grave voce esclamò:
«Bada al sole! — Poni mente al sole, — o tu sei morto!»
Giovanni da Vinci, padrino di Dante, il quale a cagione della immobilità e taciturnità sua aveva fatto dubitare se fosse un cavaliere vivente o piuttosto un colosso inanimato, ruppe il silenzio dicendo:
«Signor conte, per avventura dimenticaste il bando?»
«Me ne ricordo, capitano; il peggio che può andarmene è la forca.»
«No, il principe di Orange non vi condannerà ad essere appeso, ma io vi passerò molto bene da una parte all'altra con la mia partigiana.»
«Voi?»
Un urlo immenso, doloroso, troncò cotesta lite.
Tacquero entrambi ed attesero a contemplare il campo di battaglia.
Miserando spettacolo!
Giace l'Aldobrandi supino con le braccia prosciolte; — la manopola uscita dalla mano si era tratta dietro la spada che stava adesso lontana dal braccio che l'aveva impugnata; — dalla gola aperta versa un fonte di sangue.
Confuso dal bagliore, scambiò Bertino un istante il raggio del sole col baleno dello stocco avversario; — un solo istante smarrì il ferro nemico, e Dante sottentrando allungò le braccia con quanta forza gli aveva concesso natura e gl'immerse la spada nella gola: penetrò la punta omicida nell'ugula, ruppe l'osso del palato, e l'occhio sinistro si rovesciò sanguinoso fuori dell'orbita. — Un momento prima tanto bello, tanto leggiadro, — adesso orribile... orribile a vedersi!
«Arrenditi!» gli grida il Castiglione, «arrenditi, o ti finisco!»
«A molto... migliore cavaliere... che non sei tu... io mi arrendo», risponde con parole interrotte Bertino Aldobrandi; «mi arrendo... a Dio.»
Percosso il Castiglione dalla voce e dalle parole, punta a terra la spada; la sua naturale pietà adombrata come da una nuvola di furore tornò luminosa a spanderglisi su l'anima, e ridivenuta mite, si curva affannosa sopra il morente.
«Oh! io mi sento morire», riprende a gran pena Bertino, «presso a morte Dio mi rischiara l'intelletto... ahi tardi!... pure in punto che basta a pentirmi... Perdonami... e vogli una grazia concedermi... Deh! gentil cavaliere, non volermi questa grazia negare... non maledire alle mie ossa... ma le seppellisci pietoso... nell'avello de' miei maggiori... credo in Santa Maria novella... Ahi! madre mia!...»
«O giorno di dolore! o giorno d'ira!» esclama Dante appoggiando il mento sul pomo della spada; «Ecco, i fratelli uccidono i fratelli, e figli di una stessa terra si lacerano tra loro! — noi bagniamo questo suolo col sangue del parricidio, — e il suolo sconsacrato produce un frutto amaro, — il frutto della schiavitù. — O patria mia ridotta a tale che non sai se devi affliggerti maggiormente delle sconfitte o delle vittorie dei tuoi figliuoli! — miseri noi, cui la morte del nemico tormenta con i rimorsi medesimi del delitto! — la congratulazione pesa come una rampogna; — la fama turba come il chiodo che conficca il nostro nome alla storia quasi a gogna perpetua, — ormai la nostra scelta sia nel vivere codardi o nel vivere iniqui. — O giovanetto! — fossi tu spagnolo, o tedesco; la mia anima si allegrerebbe: — ora ella piange, — ella maledice la sua fortuna, — ella desidera scambiare teco il destino. — O Dante! tu che tanto amasti la patria, qual giudizio ti aspetta in faccia dei posteri! — Tu hai spento un uomo che valeva meglio di te. — E chi ha detto ch'egli sia spento? — Egli se ne mente... egli vive, ed io l'ho conquistato alla patria...» E qui, buttate via manopola e spada, s'inchina palpitante sopra Bertino; — mancandogli pannilini, straccia la sua camicia, tenta arrestare il sangue della ferita, gli fascia con amore la gola, e poi corre a raccogliere lo stocco e la manopola caduti al trapassato, e l'una e l'altro gli adattando alla destra, «Sorgi», continua con voce di comando, «tu non sei morto; — io appena ti vidi, ti amai, — come dunque posso averti ucciso io? — Stringi la spada. Fiorenza aspetta la tua difesa... affrèttati... stringi la spada, ti dico; oh! dolore... dolore... la morte gli tiene irrigidite le braccia... egli è morto!... ed io l'ho trucidato!...»
La stanchezza, il dolore e il molto sangue perduto lo facevano vaneggiare; forse sarebbe caduto, se Giovanni da Vinci nol sosteneva; con lo aiuto di alcuni staffieri accorsi egli lo trasportò fuori del campo, non senza avere prima gettato uno sguardo sopra la lizza gridando:
«Vittoria! — vittoria!»
Il conte di San Secondo, fieramente turbato, si volse con man piglio verso il capitano da Vinci e gli parlò minaccioso:
«Tu rompi la legge del bando...»
«Tu la rompesti primo, — solo faresti troppo trista figura sopra la forca: appesi insieme poi le daremo sembianza di gentildonna con le sue gioie da festa. — Vittoria, Martelli! vittoria!»
Ma la vittoria aveva abbandonato Ludovico Martelli.
Quando prima scesero in campo, Ludovico e il Bandino si gittarono giù dalle spalle un mantello che gli riparava dal freddo, nè presero cura di metterli tanto in disparte che non potessero in seguito apportare loro impedimento.
Tremavano entrambi; se alcuno dei due avesse avuto animo più pacato, al primo colpo terminava la battaglia. I circostanti mandavano un mormorio simile a quello degli spettatori mal soddisfatti di uno spettacolo scenico: — pareva che non osassero, — eppure cotesta esitanza nasceva dall'odio soverchio che infiammava ambedue; — avevano per trucidarsi mestiero che quella ardente passione si sfuocasse. — Alloraquando diventò l'ira pacatamente omicida cominciarono le disperate percosse, e furono poste in pratica le arguzie tutte, gl'inganni e le orribili arti di tagliarsi le membra.
Volle sventura che, mentre dava il Martelli un passo indietro per ischifare una botta, il piede gli s'intricasse nel mantello, sicchè venne a perdere l'equilibrio del corpo, onde il Bandino sottentrando veloce lo giunse, comechè leggermente, con la punta della spada sopra la fronte tra ciglio e ciglio. Ludovico, toltosi d'impaccio, rispose di una stoccata tesa, la quale avrebbe da parte a parte trafitto il Bandino, dove questi non avesse piegato speditamente il corpo, non tanto bene però che lo stocco nemico non gli forasse la carne sotto la poppa manca e via gli portasse una lunga brandella di pelle.
La ferita riportata da Ludovico sopra la fronte stillando sangue glien'empie gli occhi e gl'impedisce la vista: — egli fruga per trovare un pannolino: — non lo avendo o non lo trovando, tenta strappare una nappa di seta pendente ai cordoni avvolti intorno alla sua mano. Un solo istante china lo sguardo per vedere di bene afferrarla, e questo istante bastò al Bandino per sollevare la spada e calargliela sopra la testa.
Improvvido di consiglio, ma ben fermo da saltare indietro o da parte, il Martelli allunga la mano e stringe il taglio della spada nemica; il Bandino la tira a sè con forza e gliela recise fino all'osso; — intanto il sangue negli occhi si condensa più copioso; — egli comincia a scorgere mezzo gli oggetti, — confusamente, — circondati da iride sanguigna; — gli scorre un sudore ghiacciato per tutto il corpo; sente intronarsi le orecchie di un zufolio fastidievole: — due volte si vide il ferro del Bandino minacciante sul capo, e due altre volte, riportandone sempre profonde ferite, si difese con la mano sinistra; fermo di morire, ma bramoso di trascinare seco l'avversario nella tomba, punta la spada al petto e precipita là dove gli sembra che stesse il Bandino: — fu agevole a questo sfuggire quel cieco moto, — pure così rapido gli venne addosso che gl'incise buona parte del braccio di larga, non già pericolosa, ferita. Il Martelli rimane scoperto — e in qual parte siasi ritirato il suo avversario non vede; — mentre brancolando si sforza incontrarlo, una fiera percossa gli spezza la testa e lo costringe a vacillare come uomo ebbro di vino; — barcolla tre volte e quattro... sta... trema... e finalmente cade stampando della sua persona un'orma sanguinosa sopra la polvere.
«Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino, e curva la gamba sinistra, stesa la destra, ambe le mani levate, l'intero corpo acconsentendo all'urto, si atteggiava a fendere fino al mento la testa del caduto; — ma non ancora aveva percorso la metà del giro, che un'altra idea di vendetta più truce gliela fermò, nè gli parendo potersi ormai trattenere più oltre, chiuse le mani, e la spada cadde inoffensiva sul fianco del Martelli; — egli poi si rimase con le braccia aperte nella guisa dell'uomo che manda una maledizione: — infatti egli intendeva lasciare a quel prostrato la vita come una maledizione. — Se muore — egli pensò, — il suo tormento cessa; — se vive, gli si rinnoveranno ogni giorno i dolori della morte; non che tôrgli il sentimento, avrebbe dovuto dargli parte del suo; — se non sente, non soffre, ed egli stava per aiutarlo a riparare dietro al sepolcro! Oh! viva e racconti la sua bocca al mondo la disfatta patita, — palesi il suo aspetto al mondo la propria vergogna, — duri testimonio vivente che Dio non esiste, o, esistendo, non prende cura degli uomini; o se pure la prende, i suoi giudizi paiono oltraggi di cinico, non già consigli di suprema intelligenza.
«Vivi!» replicò il Bandino; «tu mi salvasti la vita, io te la rendo. Dio ha giudicato tra me e te: — impara a rispettare chi val meglio di te: — il cielo ti dichiara traditore... non sono eglino infallibili i decreti del cielo?»
«Tu hai vinto la persona... e non la querela....»
«Ho vinto l'una nell'altra... arrenditi!»
«Dio mi ha abbandonato... una volta abbandonò il suo figliuolo... adesso abbandona la libertà... ma che più nulla di divino deve durare sopra la terra?»
«Arrenditi!»
«Mi arrendo al marchese del Guasto...»
«A me devi arrenderti... a me che tengo sotto i miei piedi la tua testa...»
«Oh! io mi arrendo...»
E che? — Egli aveva giurato di voler morire, egli un'ora innanzi avrebbe tagliato la gola a chiunque si fosse osato proporgli di comporsi in pace col Bandino; — e adesso si arrende così? Gran parte e la migliore di sè gli sfuggiva dal cuore insieme col sangue; dianzi le arterie gli vibravano piene di vita, — adesso languidissime sembra appena che palpitino; — il dolore gli tiene l'anima ingombrata per modo che non lascia luogo a pensiero di sorte. — Quanti superbi disegni si porta via la vecchiezza! — Quanti orgogliosi proponimenti all'appressarsi della morte impallidiscono! — Gli anni penetrano nel sangue, come il mercurio, e lo irrigidiscono; — la stupidità, scacciati via l'odio e l'amore dal cuore umano, se ne compone quasi un sepolcro di pietra; — l'uomo è signore del momento presente; e tosto che conosce esserne signore, il momento è passato; quello che segue rimane fuori della sua potestà.
* * * * *
Ma quando assale un pensiero di orgoglio o turba la invidia, m'incammino là dove sopra lieve eminenza giace il cimitero della mia città: — quivi, appoggiando la spalla alla soglia della porta, mi volgo a contemplare la terra che abbandonai, e, immaginando essere convertito nel Tempo, esclamo: O città dei vivi, tu sei grande, ma questa città dei morti già ti contiene dieci volte, e ti conterrà venti, cento, quanto parrà a me, perchè il sepolcro è una delle cose nel mondo che non dice mai: Basta! — Io compendio tutto, — uomini e cose; — io solo posso comporre in pace nella medesima fossa l'oppressore e l'oppresso; — per me il conquistatore si contenta di tre braccia di terra, e se gli pongo al fianco un cadavere, ve lo sopporta mansueto e paziente senza dirgli: Fatti in là; — egli ve lo sopporta, mentre vivo imponeva a' popoli interi sgombrassero le provincie per lasciargli libero il passo, ordinava al mondo estendesse i suoi confini, ai cieli si allontanassero per respirare più aperto: — io riduco in essenza gli enti creati, — degli animali mi basta la cenere, — delle città la polvere; — nel cavo della mano porto l'esercito di Cambise, — su le mie spalle in un sacco Sodoma e Persepoli. — Un giorno verrà ch'io mi volgerò al sole e gli dirò: Chiudi le palpebre e dormi, tu hai vigilato assai; — e poi soffierò su le stelle e le spegnerò come fiaccole rimaste accese dopo la fine del festino... e perchè no? — Forse non ho cacciato dai cieli una moltitudine di numi, come il castaldo, terminati i lavori dei campi, licenziate le opere? — Forse non ho lasciato appesa alle volte del firmamento una serie di dii, quasi scheletri di condannati al patibolo... spettacolo pieno di miseria e di scherno? — Un giorno, stanco di distruggere creatori e creature, cause ed effetti, io staccherò dai cieli il manto azzurro e me ne comporrò un sudario funebre per addormentarmi nel seno della eternità... Eternità! — Io me ne torno alle domestiche mura salutando umilmente per via anche il mendico che mi domanda l'elemosina per l'amore di Dio.
* * * * *
Da ambedue le parti sconfitta: — dall'un lato e dall'altro silenzio di trombe, mormorio di voci inquiete: — i baroni tedeschi e spagnuoli irrompendo dentro lo spazio vietato ricordavano i colpi e le vicende del duello.
«È stato un nobile duello, — quale avrebbero potuto combattere due cavalieri castigliani!» esclamava uno Spagnuolo, cui uno smilzo Tedesco rispondeva:
«Certo degno di due baroni alemanni.»
La querela dichiararono non persa nè vinta, e dalle genti credule fu reputato segno che la fine della guerra avesse ad essere per ambedue le parti infelice; per la quale cosa avesse a giudicarsi la ragione stare di qua e di là, o piuttosto non fosse ragione in nessuna[255].
Dante avendo con giuramento dichiarato ultima volontà del morto Aldobrando essere stata di avere sepoltura negli avelli de' suoi maggiori, potè trasportarsi seco il suo cadavere. Lo accomodò pertanto con amore infinito dentro ad una bara, lo fece con diligenza lavare, poi gli mise attorno l'armatura completa, sicchè pareva un guerriero il quale col sonno rifacesse le forze.
Nell'altra bara composero il Martelli.
Giannozzo, il servo fedele, sostenuto dalla speranza di salvare la vita al diletto padrone, vigilava il trasporto.
Sul tôrre commiato dal principe, in segno di militare onoranza, ordinò si sparassero tutte le artiglierie; al quale frastuono la città, paurosa di sventura, rimase taciturna.
CAPITOLO VENTESIMOTERZO
LA MORTE
Nelle man vostre, o dolce donna mia, Raccomando lo spirito che muore E se ne va sì dolente che Amore Lo mira con pietà...
DANTE, Rime.
In sull'una ora di notte, la medesima via seguitando, se ne tornarono a Firenze, dove, avvisati i capitani di guardia alle porte e fortezze, risposero con le artiglierie levando clamorosa gazzarra.
Il convoglio procedeva lentissimo; — ad ora ad ora si fermava, affinchè il moto non riuscisse funesto al Martelli; molte torcie bituminose gettavano luce vermiglia, come se per ardere si alimentassero del sangue versato in cotesta infelice giornata: si udìa pel bujo un accorrere di gente e voci confuse ricambiate alla lontana, — poi si vedevano figure avvolgersi intorno alle bare simili alla ridda dei demonii esultanti per qualche gran delitto commesso dagli uomini.
Dante con passi rigidi, le braccia fasciate, il capo pensoso rivolto a terra, cammina in mezzo alle bare; le sue forme, michelangiolesche, l'espressione che loro comunicava lo splendere sinistro delle torcie, incutevano in chiunque lo riguardava meraviglia e spavento.
Giunsero in via del Parione: la medesima gente della mattina si stava affollata alle finestre, — però non come la mattina salutante, agitante i fazzoletti per dare conforto o per causa di onore: nè al suo balcone mancava Maria... misera! gli occhi di lei per troppo piangere non distinguevano bene; — un sentimento indefinito di sventura la teneva oppressa; ma la sua testa cominciava a diventare immemore, — le idee vi trascorrevano sconnesse, o nessun altro vincolo conservavano fra loro, eccetto la continuità di tormento. Non per tanto con le pupille dilatate cercava, come per istinto, un oggetto che non le riusciva incontrare, quando Giannozzo, levando la faccia lagrimosa, le gittò tale uno sguardo che le sommerse l'anima dentro un abisso di dolore: passò l'angoscia ogni segno mortale, e dalle sue fauci ingrossate sfuggì un grido.
Forse il grido della madre che veda l'unico suo figliuolo precipitare nel torrente può assomigliarsi a quello che in cotesta ora lanciò per la notte la povera Maria. — Ma qual cosa quaggiù può assomigliare il grido della madre disperata? Io per me credo che torture d'inferno non valgano a strapparlo uguale dai labbri dei dannati. Gli astanti a quello strano lacerarsi dell'aria portarono ambe le mani agli orecchi, imperciocchè temessero di averli feriti, e pregarono il cielo che per pietà di loro non si rinnovasse. Bocca mortale non può cacciare fuori due volte un suono siffatto.
Passando dalla chiesa di San Michele Berteldi, vi depositarono il corpo di Bertino Aldobrandi: il giorno appresso che avesse sepoltura convenevole piuttosto alla pietà di chi gliela dava che ai meriti di lui curarono. Lo rammentarono pochi; — più pochi lo piansero; il cuore di sua madre, quando ne seppe la morte, sentì dolore per tutti, gli occhi di lei lo lacrimarono per tutti... misera madre! pienamente misera, imperciocchè la gloria mai si inchinasse a consolare quel pianto.
* * * * *
«Alzati!» grida un servo investendo co' piedi il soldato rimasto immobile nel cortile del palazzo Martelli; «alzati e cibati, perchè messere Ludovico ritorna; — e non morto...»
«Oh!» esclamò saltando da terra l'uomo d'arme mutilato; e, immemore di sè, solleva il moncherino in atto di battersi la fronte.
Di fuori si udia come fremito di mare in lontananza; — dentro si vedevano lumi correre di su, di giù, e un affrettarsi di servi e un irrompere senza saper dove. Chi mai aveva così presto apportato la notizia nella casa Martelli? — Un vento precorre l'infortunio, siccome le procelle della natura.
Il mutilato si precipita alle porte, quinci tende lo sguardo per le prossime vie; dappertutto erano tenebre, se non che all'improvviso il popolo allaga il terreno, non pure a udirsi, ma ben anche a vedersi somigliante all'onda nera di torrente infernale: poco dopo le torcie diffondono sinistro splendore, — poi appariscono le bare, — poi il gigantesco Dante da Castiglione, davanti al quale l'onda del popolo si apriva, non altrimenti che le acque del fiume grosso davanti il petto di poderoso cavallo intento a guadarlo.
Nè il mutilato potendo, atteso la gente, percorrere lo spazio che lo divideva dalla bara, mandò fuori un guaito in accento di domanda:
«Morto?»
Dante rimase percosso da cotesta voce, e sebbene non si accorgesse da cui moveva, pur comprendendo dal suono quanta angoscia travagliasse l'anima di quello che lo proferiva, rispose per tôrlo dalla incertezza:
«No: vive.»
Con infinito amore fu il Martelli portato e deposto entro al letto; — gli rinnuovano l'apparecchio; — lo circonda Giannozzo con le cure di madre: Dante non si mosse più dal suo fianco; — seduto sopra un basso sgabello, con le mani si abbracciando le ginocchia su quelle riposava la faccia ed attentissimo porgeva l'orecchio se più o meno uscisse affannoso l'anelito dal petto dell'infermo.
Le ferite erano di per sè stesse pericolose, non mortali; — ma l'anima stette percossa in maniera che forte dava a dubitare se si sarebbe rilevata più mai. Il volto gli si faceva con incessante vicenda ora bianco, ora di fuoco; — la vergogna gli spingeva il sangue alla fronte, urtandogli dolorosamente il cranio, — l'ira glielo richiamava intorno al cuore: non tregua mai nè riposo: un zufolìo acuto gli strazia i nervi, sicchè spesso si scuote e si distende rigido, come se il trisma lo assalisse; — talvolta un rapido roteare di fiamme par che lo investa e seco lo trascini; onde, temendo gli manchi sotto il terreno, sporge le mani per afferrare un oggetto qualunque, e supplica Dio che alcuno lo liberi dal precipitare. Sovente si lamentò che sua madre lo lasciasse così nudo e assiderato giacersi in mezzo a nevi insopportabili; più spesso esclamò: «Levatemi questi carboni di sotto, perchè mi arroventano le carni! — Mi avete esposto alla bocca dell'inferno! — Voi mi avete tradito! — Mi avete sorpreso in mezzo al sonno per trasportarmi nei deserti dell'Africa! — È il tormento di Busiride!...»
Questo delirio nasceva, per così dire, dai dolori fisici; a mille doppi più doloroso era quello che ei cacciava fuori stretto dallo spasimo morale, e:
«Dove mi trascinate voi?» gridava. «Io non voglio il paradiso, tenete per voi, angioli e Dio, le vostre celestiali allegrezze, — il mio cuore mortale non sa concepirle. — Tu sei, Maria, il mio paradiso; — Maria, vedi quell'aquila sopra codesta roccia dirupata?... vieni... vuoi tu che la raggiungiamo col volo?... vieni... stringimiti alla cintura... oh! come scorriamo leggieri... come andiamo in alto! — perchè gemi, Maria? — Ti offende forse quel suono lontano che pare di sospiri? Non badarvi... e' muove dal brulichio che fa su quel punto nero la razza delle formiche infernali che si chiama uomini, — la razza dei miserabili che si vanta simile a Dio e si divora sopra un pugno di terra insanguinata, — che si contende le sepolture. Maria, stringimi forte... la procella mi ha rovesciato l'ale... misericordia! la bufera mi trabalza, mi travolge peggio che filo di paglia... si fendono i cieli.... ci fulminano coll'acqua e col fuoco. — Bene! se la tempesta non avesse lampi, io morirei... ma finchè uno splendore — o di sole o di fulmine — mi mostrerà il tuo volto... io sarò lieto, Maria. — Guarda, Maria, studia il passo, imperciocchè su queste verdi erbe e odorose che tu calchi improvvida ha strisciato il serpente, — e il serpente, lo sai, insidia il piè della femmina da quel giorno in cui una donna chiamata come te, o Maria, gli calpestò la cervice.. ecco la biscia! salvati! — Gran Madre di Dio, ella non mi ascolta! — si compiace nel suo sorriso!... il sergente l'ha affascinata!... ti salverò tuo malgrado... Ahimè! sono ferito! il mio sangue si tramuta in veleno... come mi pesa il cuore! come mi pesa la testa! — Io muoio di sonno...»
E qui si addormenta, e tutto il suo corpo stilla sudore; — poi con piccola voce rispondeva:
«Ti amo tanto, Maria! — non fuggirmi... accostati... io abbisogno di sentirti alitare... se mi ponessero dove non è aria, io mi nudrirei del tuo alito... se dove non è luce, mi scalderei al tuo sguardo, — tu mi saresti il creato; — ma deh! Maria, non amare il Bandino. — In fede di gentiluomo egli non merita il tuo affetto... senti! — Io ho versato il sangue per Fiorenza! — egli trucidò la patria; me benedisse il cielo con un raggio di poesia.... costui è chiuso ad ogni senso di bello... e poi... io dico o lo taccio? — Te lo dirò... io l'ho contemplato fisso più di un'ora... ho partitamente distinto il volto e la persona... mi sono fatto qui nella mente la sua immagine con la tenacità dell'odio, e subito corsi ad uno specchio per paragonarmi con lui; — in verità io lo vinco in bellezza; — egli ha gli occhi smorti, infossati, livida ha la sembianza e truce; — i miei occhi splendono lucidissimi, — ho bianco il colore... l'aspetto benigno... amami dunque; — e se non vuoi amarmi, — sia, — ma non abbandonarmi... a me basta che tu mi tocchi con i tuoi piedi... io porto invidia al pavimento della tua cappella... detesto quasi il tuo libro di orazioni... lui beato! — Senti, io sarò qual più mi vuoi... se mi dirai: piangi, io piangerò con tutte le viscere, perchè sono nato a questo: — se m'imporrai ch'io rida.... ed io mi sforzerò, — riderò, — e sempre terrò riposto un pugnale nel seno per uccidermi quando mi dirai: sgombra da questa terra... — perchè non mi rispondi, Maria? — Dove vai? — Perchè ti allontani? — Chi è colui che ti chiama? — Ah! — s'intrecciano per le braccia... ridono forte.... bisbigliano sommessi... si volgono... si schermiscono... Morte di Dio! Il Bandino! — Maria si allontana col Bandino!»
[Illustrazione: ... e spingere la stoccata nella gola del nemico; insomma gli accorgimenti tutti della scuola italiana,... Cap. XXI, pag. 465.]
«Questa è cosa che non può durare!» esclamò Dante da Castiglione la sera del 3 aprile del nuovo anno 1531.
I miei lettori sanno i Fiorentini avere il costume di cominciare l'anno il 24 marzo, perchè in quel giorno cade la solennità della incarnazione di Cristo: l'uso d'incominciare l'anno dal gennaio data da epoca assai meno remota a quella che percorre il nostro racconto.
«Questa cosa non può durare!» replicò Dante, «corrono ormai venti giorni dal duello; le sue ferite appaiono rimarginate; — il corpo ha riposato... nè il delirio cessa... forse... Giannozzo!»
Dante si strinse in segreto colloquio con Giannozzo, e dopo pochi momenti, tolto il mantello, che la notte era fredda e piovigginosa, s'incamminò a gran passo verso Parione alla casa della vedova Benintendi.
«Ella è in casa madonna?» domandava il Castiglione alla fante che venne ad aprirgli l'uscio.
«È.»
«Ditele, un cavaliere desidera favellare con lei per cosa onde ne va la morte o la vita.»
«In mal punto veniste, messere; adesso sta rinchiusa in cappella nè vuole essere sturbata nelle sue orazioni.»
«Non importa: andate in ogni modo.»
«Con buona licenza vostra io non andrò, messere.»
«Va, per Dio! e dille Dante da Castiglione instare per vederla... Il caso è grave... io voglio vederla, — intendi?»
La fante obbediva, imperciocchè lo sguardo di Dante, commosso a furore non consigliava a fargli troppa opposizione, — quindi a poco tornava la fante per dirgli, non senza un qualche dispetto, entrasse liberamente.
* * * * *
«Madonna!» favella Dante con quei suoi liberi modi, salutata in prima Maria, «spero mi conoscerete... io mi chiamo Dante... e sono di casa Castigliona.»
«Messere, dei vostri illustri fatti così piena è la fama che...»
«Eh giusto, madonna, si tratta adesso di questo! — Io non lo diceva mica per quello che pensate voi, nè anco per ombra», interruppe Dante, il quale, comunque in campo feroce, nel foro audacissimo, manteneva nei socievoli commerci peritanza virginale, «io lo diceva soltanto per conoscere se voi mi tenevate in concetto di gentiluomo onorato.»
«Onorato! Voi mi parete quanto onore viva al mondo.»
«Bene; — e sopratutto discreto.»
«Io vi venero come padre, se non fosse peccato direi come Dio.»
«Bene via: ora dunque, Madonna, ascoltatemi se volete, non sono troppo destro nell'arte di favellare con femmine; voi mi confondete, — quasi mi fate obbliare la cagione per la quale mi condussi in vostra casa... però, siccome penso essere le vostre parole sincere, io ve ne profferisco col cuore quelle grazie che so e posso maggiori, — e di ciò basta. — Conoscete voi Ludovico Martelli? Se voi nol conoscete, non monta, — egli invece conosce, e più che non gli farebbe di mestieri, voi; — insomma egli sembra preso da svisceratissimo amore per voi, madonna Maria; — già corrono venti giorni dal duello, le sue ferite si rimarginano, ma il suo cuore ha tale una piaga alla quale eccellenza di fisico o virtù di farmaco non giovano; — il più del tempo vaneggia, e voi chiama e voi prega che non lo sprezziate, altri non gli preferiate in amore; ed invero qualora ciò faceste, voi avreste il torto, madonna, perocchè sia il più gentile cavaliere che viva in Italia. — Ora non credete voi che la presenza e parole vostre gli apporterebbero altissimo conforto? Io penso che sì, — e forse varrebbe a fargli deporre quella ostinata voglia di morire che tanto lo assale; — venite dunque, madonna, e per voi sia conservato un difensore alla patria, un amico ai suoi amici, a molti infelici un benefattore, i quali da lui in fuori non hanno sostegno altro su questa terra. — In quanto all'onor vostro non dubitatelo vi giuro in fede di gentiluomo che non solo non iscapiterà, ma acquisterà nuovo pregio; imperciocchè, se a voi piaccia, — rimarrà ad ognuno celata la cortesia vostra, o se venisse per accidente a sapersi, fu ed è sempre nobile ufficio di gentildonna sovvenire senza pregiudizio della sua onestà di pietosa aita un cavaliere prestante.»
«Messere Castiglione, che cosa mai pretendete da me?»
«Nulla, madonna, che a me non paia convenevole al vostro decoro, al giusto consentaneo ed all'onesto; io per me, quando sto in procinto di commettere azione la quale possa essere giudicata diversamente dagli uomini mi pongo una mano sul cuore e mi consiglio da lui; se egli approva, ed io con animo lieto la imprendo, imperciocchè quando l'uomo sta bene con sè, vedrete che gli altri terminano sempre di star bene con lui.»
«Non vi sia grave, messere, attendere per brevi momenti», interruppe Maria; e lasciato Dante soletto, passò in altre stanze.
Dante, rimasto senza compagnia, si pone a passeggiare turbato mormorando:
«Ma doveva pure conoscere che non vi sarei riuscito! Io non mi sento acconcio a cosiffatte bisogne; la parola stretta in quattro mura mi manca; dei concetti che penso ad aria aperta non mi riesce aprire la millesima parte dentro una stanza; avrei dovuto affidarne l'incarico a qualcheduno dei miei amici così valenti a ragionare per filo e per segno su la stagione, sul caldo, sul freddo e su tante altre belle cose che pare un incanto; — io non so quali argomenti adoperino, ma, a sentirli dire, e' ti sembra proprio vedere quello che espongono; e se ti vogliono cacciare addosso il furore, tu sbuffi come toro ferito; se piace loro farti piangere, tu piangi... Oh! se potessimo tornare a vivere due volte io porgerei ascolto a quel buon padre Zaccaria il quale sudava acqua e sangue a farmi leggere su que' suoi libri latini: — ma a quei tempi io ne facevo turaccioli per l'archibuso! Quante volte ho ammazzato un colombo con un'egloga di Virgilio e con un pezzo di piombaggine levata dalle vetriere della cappella...»
Gli troncava le parole Maria, la quale, tornando coperta di una specie di gabbano di colore sanguigno, disse:
«Deh! cavaliere, siatemi cortese di porgermi il vostro braccio, e andiamo...»
«Favellate da senno? Oh siate benedetta! Dopo Maria Santissima, e madonna mia madre, la femmina che d'ora in poi terrò più in pregio sarete voi...»
* * * * *
«Ludovico!» chiamò Dante con voce soave accostandosi al letto.
«O Dante mio, se' tu?»
«Ti senti un po' sollevato, Vico?»
«Sollevato? Sì... certo... sollevato verso il cielo; — il mio fine si avvicina... eppure mi parrebbe di morire contento, se potessi una volta — una volta sola contemplarla... udire dalla sua bocca che... non mi abborre... Maria!»
«Senti, Vico... e s'ella venisse?...»
«Chi venisse?»
«Colei che desideri tanto, — colei che così spesso chiami, — Maria.»
«O mio diletto, e perchè vuoi rendermi fuori di misura angosciose le ore della mia agonia? Forse non ho sofferto abbastanza? — Io manco di vigore per consumarmi nell'anelito di speranza che ha da riuscire vana...»
«Ella verrà.»
«S'ella avesse promesso di venire tra un secolo, io, vedi, Dante, amico qual tu mi sei, ti ruberei la vita per aggiuntarla alla mia e così poterla aspettare...»
«Ed io non aspetterei che tu me la togliessi... io te la donerei;... ma ella verrà prima...»
«E quando?»
«Tosto; anche adesso.»
«Oh venga!... subito... venga! — Il mio cuore non m'inganna., — io non la vedo, — ma il mio sangue sente la presenza di lei. — O Maria! — o Maria! — Guarda in che stato si trova ridotto il tuo Ludovico — Maria!»
«Ahi Ludovico! Non ti bastò vedermi sventurata, tu mi hai voluta anche iniqua.»
«Nè sventurata nè iniqua. Io ti ho mantenuta la parola. — Non ti giurai lasciarmi uccidere? Ecco, come vedi, io batto alla porta della morte; — desiderava di non arrecarti l'affanno di udirmi un'altra volta... al cielo piacque altrimenti... io non poteva fare di più... apersi il mio seno all'odiato nemico. Oh! perchè non vi spinse la spada più forte — Non pertanto, vicino a comparire davanti al tribunale di Dio, nel mio seno mortale comprimo la rabbia... ed ogni altra passione che ci viene dalla terra, per dirti che Giovanni Bandini... non è un codardo.»
«Ludovico!»
«Poichè gl'istanti della mia vita sono numerati, non mi volere interrompere, Maria. — Egli non è un codardo... bensì traditore... in ciò non lo scuso, nè Dio lo scuserà... — Io amerei poterlo avere in pregio, — vorrei potere renderlo onorato, — degno in tutto di te. Forse le lagrime del pentimento hanno la virtù del battesimo... San Pietro rinnegò Cristo... San Paolo lo perseguitò... Tu dunque imprendi a fargli detestare il suo misfatto... convertilo alla patria... almeno tentalo; e se il cielo seconda la tua opera, Maria, confida a quell'uomo la tua sorte... amalo... che bene lo amerai. — Per me poi... io era nato a morir presto — troppo gran fiamma ardeva nel mio petto perchè non mi consumasse veloce; — non mi uccide il ferro del Bandino bensì la mia passione, — il tempo mena l'oblio; — bene spesso la lapide del sepolcro seppellisce col morto gli affetti dei vivi. — Nè, quando pure mi fosse concesso, a te felice vorrei comparire dinanzi ombra dolente, nè desidero insinuarmi pensiero miserissimo a turbarti le gioie dell'anima — E' v'ha un'ora nella notte, nella quale i sepolti nei chiostri dei conventi sembra che mandino su pel campanile una voce di bronzo ai morti della prossima chiesa, e questi a quelli di un'altra, finchè quel suono si disperde nello spazio quasi per domandare a tutti se debbano continuare a dormire o se pur giunse il tempo di presentarsi al giudizio finale... ora consacrata alle meste memorie — alla ricordanza degli antichi trapassati... Maria, in quell'ora... in quella invocazione dei defunti alla preghiera pei vivi, ricordati di me che ti amai tanto... tu poi non mi ami, o Maria...»
«Io?»
«Tu non mi ami, e lo so; — perchè vorresti lusingarmi adesso? Io intendeva assuefarmi a questo veleno... egli fu assai più potente di me e mi ha divorato le viscere. — Che cosa vuoi farvi? — ormai le viscere sono corrose. — Però non dovrebbe increscerti ch'io muoia per te... anche a Dio piacciono gli olocausti di sangue... Addio! — Talora vorrei supplicare l'Eterno, che a tanto peso di sciagura condannò la mia giovanezza, di poterti mettere in oblio, Maria,... ma io non posso invocare il mio inferno... e d'altronde quanto è tremenda angoscia, mio Dio, quella di uno spirito immortale che per la durata di secoli senza fine si affanna in un amore che non può ispirare altrui... O Creatore! sovvieni alla tua creatura. O Cristo! alle spine, ai chiodi, alla lancia nel costato la tua anima spirò... io sopravvivo alle mie ferite...»
«Ludovico, confortati, vivi per essere felice; — se, come dici e come credo, tu mi ami tanto, a nome dell'amor tuo, io ti prego, — io t'impongo di vivere: — la mia vita ebbe uno splendido mattino; tu vedi come la funesti tenebroso il vespero; — beato te, a cui certamente si apparecchia una vicenda diversa!»
«E il tuo destino, Maria?»
«Io sono morta al mondo: — anche me ha consumato la mia passione; — io per me credo avere vuoto il seno, — o se alcuna cosa dentro vi avanza, ella è un pugno di cenere. — Gli affetti d'ora in poi traverseranno il mio cuore quasi pellegrini nel deserto, o affrettandosi a fuggirlo, o vi rimanendo sepolti; — ma il cielo, — e solo il cielo lo può — nella sua misericordia illuminerà con speranza questa caligine di dolore, — ravviverà lo spirito contristato col refrigerio della divina compassione.»
«Ahi Bandini! Bandini!»
«Deh! Ludovico, che questo nome non ti sfugga dalle labbra più mai; — io non ho fibra che mi stia ferma nell'udire cotesto nome d'infamia; io lo abborro: lo avrei amato infelice e perseguitato, — lo avrei seguito sposa, ancella, tutto, in qualsivoglia plaga del mondo; se il sole avesse troppo ardenti piovuti i suoi raggi, nè albero o frasca avesse portato la terra per ripararlo, io mi sarei sciolta i capelli, e, glieli diffondendo sul volto e sulla persona, gli avrei detto: Riposati all'ombra, diletto mio; — se trapassando una landa nevosa non avessimo trovato asilo nessuno, io mi sarei incisa le vene e lo avrei scaldato nel tepido lavacro del mio sangue... La vita, oh! è egli un sacrifizio dare la vita per l'uomo del nostro amore? — Adesso... io lo abborro; il traditore non potrebbe dirsi punito, se trovasse un asilo dove ricovrare il suo capo; — a lui sia padre il delitto, consorte la paura, figlio il rimorso, — in lui si rinnovi la maledizione di Caino; — viva una lunga agonia, — col terrore di essere riconosciuto e lapidato, viva una vita immortale.»
«Se come parli, tu senti, Maria, — ecco, io ti aspetto a braccia aperte... vieni... oh! vieni... a farmi palpitare di speranza e di amore...»
«Ormai io sono sacra: con giuramenti solenni io mi legava a Dio; — lo supplicai di pace, ed egli m'indicò la quiete del monastero: — tra poco queste mie chiome cadranno recise; — in breve udrò su me viva salmeggiare le preghiere dei morti: null'altra cura in me, tranne quella di scavarmi la fossa, — null'altro pensiero tranne quello di stancare quotidianamente il mio Creatore, onde gli piaccia abbreviarmi questa veglia incresciosa che si chiama vita; null'altro mi starà a cuore, Ludovico, finchè le mie labbra si chiudano alla parola, che offrire voti a Gesù e alla santissima sua madre Maria, onde ti concedano giorni riposati e dolcezza di sposa e orgoglio di figli generosi, — magnanimi, — a te somiglievoli.»
«Odi, Maria, — senza ferro, o laccio, o veleno, o mezzo altro esterno di levare me stesso dal mondo, io sento stare nella mia volontà sola il vivere o il morire; se il tuo destino vorrai, aggiungere al mio, — ecco, io vivo; se tu lo neghi, io spiro.»
«Ludovico, ho giurato...»
«Un sacerdote ti scioglierà dal giuramento e ti porrà in pace col cielo.»
«E chi mi porrebbe in pace colla mia coscienza?»
«L'amore.»
«Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra... Invano speriamo felicità dallo spergiuro. Dalla soglia del sepolcro, dove io m'incammino a seppellirmi viva, ti supplico a vivere... Addio! Perchè prolunghiamo questa ora piena di amarezza? Addio! Il Signore, che contempla il nostro sagrifizio, ci somministrerà forze non isperate per consumarlo... rammentati in cielo chiamarsi gloria quello che in terra si va dicendo martirio[256].»
«Or dunque addio! Però, in questa ultima ora dalla quale ogni vivente tremando rifugge, una grazia ti chiedo, Maria, una grazia che può rendermela la più lieta di quante io ne abbia goduto nel mondo, tale per cui il paradiso e le sue gioie mi sembreranno una continuazione di morte...»
«Chiedila, Vico...»
«Nè io oserei domandartela, se subito dopo non dovessi avvilupparmi nel manto della eternità. Ma il volto di colui che sta per essere coperto da una lapida può animosamente svelare il suo desiderio. Il mio sangue, più che mezzo gelato, non colorirà più la mia fronte col vermiglio della vergogna...»
«Parla, via, in nome di Dio!»
«Maria, ho sete di un bacio... Maria, questa è la sete degli agonizzanti... Ah! lo rifiuta. Spinto desolato traverserò lamentando i regni della morte, siccome disperando ho consumato la vita.»
«Ludovico!» tutta tremante favella Maria e nel favellare si curva, «possa non prenderne nota l'angiolo accusatore, o cancellarlo l'angiolo della pietà... eccoti un bacio...»
«Un altro! Oh un altro!... mille altri ancora!»
E con un impeto che sembrava, ed era, rabbioso, forte le avvinghia ambedue le braccia intorno al collo: — la testa della donna tiene strettamente congiunta con la sua; l'una respira l'anima dell'altro. — Ludovico, traendo un gran sospiro, esclama:
«Questo abisso di contentezza supera la mia natura mortale!...»
La donna, immemore, non ardisce abbandonare quella bocca; intanto il suo pensiero volgendo a considerare quanto fedele amatore si fosse costui e qual tesoro di affetti nel suo cuore accogliesse, sente vacillare il suo proponimento di rendersi a Dio; spera le sia rimesso il voto, nella sua mente delibera premiare tanto amorosa costanza: — la concetta durezza le si scioglie, quasi neve tocca dal sole, e giù per le guancie le scorre uno sfogo di dolcissime lacrime. — Allora raddoppiando il delirio dei baci esclama:
«Vico, tu hai vinto Dio.... io ti amo!»
Non risposta, — non moto, — non fremito di fibra: — or come può esser questo? — Ella guarda.
Ludovico tiene gli occhi dischiusi... ma fissi... ma vitrei: — le labbra aperte, — tese, — scolorate, — fredde.
«Gran Madre di Dio, che avvenne mai?»
Ella tenta svincolarsi; — le braccia di Ludovico la stringono come tanaglie; prorompe in altissime strida, — accorrono... ahimè! ahimè!
Ludovico è morto e par che seco voglia strascinare nel sepolcro la donna amata.
Povero Ludovico! Infelice Maria!
* * * * *
Il giorno appresso, in mezzo alla sala del palazzo Martelli, sopra magnifico letto il corpo del defunto Ludovico era esposto alla vista dei popoli.
Giannozzo apparecchiò quel letto, l'ornò dei panni più doviziosi serbati nelle arche della famiglia; intorno intorno vi dispose i drappelloni con tutte le armi entrate per via di parentado o in altra guisa in casa, siccome correva il costume di fare ai funerali dell'ultimo fiato d'illustre prosapia; — poi lavò diligentemente il cadavere del suo diletto signore, lo profumò con acqua nanfa ed altri preziosissimi odori, gli pose addosso la vesta dei giorni solenni: — ciò fatto, gli stette accanto immobile, come ogni giorno vediamo lo scheletro davanti un feretro; — quantunque al fedele Giannozzo la vita tuttavia durasse e il dolore, nessuno oggetto avrebbe meglio di lui rappresentato la immagine della morte.
* * * * *
E il giorno dopo aprirono l'avello della famiglia Martelli; — ma per due. Giannozzo, colto nella notte di apoplessia, che in quei tempi chiamavano accidente di gocciola, fu trovato alla dimane ghiaccio nel letto, — e il letto era bagnato... segno certo che il buon servo non trapassò dal sonno alla morte, — sibbene dal pianto alla eternità. Dio apra le sue sante braccia a cotesta anima degna!
* * * * *
Su quell'avello nei tempi susseguenti furono veduti venire quotidianamente a pregare un uomo ed una donna: — erano l'uomo d'arme mutilato e la vedova.
Certo dì la femmina non comparve; — simile al corvo dell'arca, dimenticò l'asilo che l'aveva riparata. Mercè le larghezze del nobile Ludovico, le fu fatta abilità di accasare la figlia con certo giovane di onesto lignaggio. Caduta la Repubblica, istituito il principato, quel giovane ottenne di presente notabile ufficio, lo sperò nel futuro maggiore: allora, consapevole del come procedesse sospettosa la nuova tirannide, consigliò la suocera di rimanersi da coteste visite giornaliere; e la suocera cessò, imperciocchè all'utile d'oggi ci riesca lieve, oh! anche troppo lieve, sagrificare la gratitudine di ieri: — e poi tutti gli affetti hanno la propria stagione, — e adesso per quelli della vedova correva la stagione dell'inverno. La riconoscenza si stava attaccata alla sua anima come una foglia pallida al tronco inaridito, — qualunque soffio di vento bastava a divellerla e fu divelta: — inoltre quello andare incessante la infastidiva, e nondimeno senza sapersene dire la ragione continuava: — quando cessò si accorse come il cuore da gran tempo non vi contribuisse più in nulla; — le faceva forza l'abitudine: — prossima a morire, la sua anima assumea la durezza della lapide. Il mutilato invece nè per tempo sinistro nè per ingiurie, che gravi e spesse n'ebbe a soffrire sotto il duca Alessandro, nè per minaccie che contro di lui operassero, mancò un giorno solo di visitare il sepolcro del suo benefattore; — però anch'egli alfine una volta non venne, — ma la scusa non recò ingiuria alla pietà; — lo aveva trattenuto la morte.
CAPITOLO VENTESIMOQUARTO
IL SACCO DI PRATO
Ma chi pensasse al poderoso tema E all'omero mortal che se ne carca Nol biasmerebbe, se sott'esso trema.
DANTE.
Sei tu mai salito in cima alla cupola di Santa Maria del Fiore?
Se vi sei salito, ti ricorda del punto in cui, abbandonate le consuete scale, ti fu forza appigliarti alle staffe esterne di ferro per giungere alla palla che incorona la cattedrale di Firenze.
In quel momento ti venne fatto per avventura di porgere l'orecchio verso la terra? Allora tu avrai udito un rumore indistinto di voci umane che muore poco oltre i lembi del cielo. — mentre invece, quando il cielo parla alla terra, egli la scuote ne' suoi più intimi penetrali con la magnifica voce del tuono. — E se nel medesimo tempo ti piacque declinare lo sguardo, avrai veduto gli uomini, e ti saranno parsi quello che veramente sono: insetti brulicanti sopra una terra che li produce e li divora.
O superbi! Si annoverano esse le foglie che cadono nei giorni d'autunno? Voi siete meno che foglie cadute o cadenti dallo immenso albero della natura.
Se tu pertanto, sospeso tra il cielo e la terra, queste cose udisti o vedesti, e non ti strinse la paura di precipitare, — beato te! — Dio ti concesse nervi di ferro.
A me giunto in questa parte del mio faticoso lavoro sembra sentire lo sconforto che in quella occasione mi assalse: mi trema l'animo.
Fossi io potente come l'aquila delle Alpi! Dalla vetta del più alto comignolo dei monti patrii caccerei un grido che scuotesse dal capo alle piante la mia patria diletta e mi nasconderei volando nella immensità.
Ma io sono un povero novellatore; ho sbozzato un colosso, ed ora mi fa ribrezzo a vederlo; — non mi attento accostarmivi per sospetto che, debole com'è sopra la base, non mi si rovesci sul capo e non m'infranga...
Oh la vita misera ch'io meno! Il mio cuore ha sentito una voce che l'intelletto non seppe comprendere e le labbra non sanno ridire. Con pochi cannelli di carbone sopra una rozza parete mi prese vaghezza di effigiare l'Iliade... il divino poema! — Accorre la gente e ride; — pochi, i migliori, ne sentono compassione.
Dite, — pensate voi forse essere questa opera di gloria od esercizio di vanità? Voi v'ingannate, — ella è opera di dolore e di amaritudine di spirito: ella è opera di vendetta e di terrore: ella è opera di eccitamento e grido di resurrezione: io la porterò al termine senza soccorso di Cireneo, quando pure dovessi cadervi sotto tre volte, — quando pure dovesse, come la croce di Cristo, convertirsi nel mio supplizio.
Che importa poi che la sua memoria vada dispersa con le sue pagine? Nè a me nè ad altrui dorrà di certo che caschi nell'obblio; di lieto cuore invoco che la scintilla rimanga perduta nelle vampe, a patto però che desti lo incendio.
Questi libri battaglie, queste scritture agonie non ponno e non vogliono essere compresi che dalla gente oppressa da lunga, immane e abborrita tirannide, e che ha fermo di strozzare anche quando dovesse morire un'ora dopo.
Imperciocchè due cose non possono contemplarsi senza pianto come senza ira nel cielo o sopra la terra: — la morte di un Dio e la morte di un popolo.
Ma Dio dopo tre giorni risorse; — a quando la resurrezione del popolo?
Se le giornate della servitù si compongono di cento anni, — tre secoli già sono scorsi dacchè il mio popolo cadde...
Si approssima l'ora? — non so, ma gli armati vigilanti alla custodia del sepolcro tremano; non gli assicura la pietra che vi posero sopra...
Intanto io piango la morte di un popolo, perchè un altro ne rinasca.
Però alla mia mente per ora si affacciano solo sinistre fantasie, perchè il mio cuore è inebbriato delle ultime lacrime piante da una nazione caduta, perchè il sibilo delle ossa de' suoi grandi travolte dalla bufera forma il suono che accompagna la mia storia.
Tristo o beffardo, il mio grido move dallo spasimo di piaga insanabile.
Via, lasciatemi lamentare in pace sopra la terra de' miei padri, — poi mi coprirete con le ceneri delle sue desolate città.
Perchè, quando il poeta stenderà la destra al salice per istaccarne l'arpa e cantare l'inno della risurrezione, possa con la manca raccogliere i fiori che la natura avrà fatto germogliare sopra la mia fossa e comporsene una corona.
O Italia mia, tutte le miserie di Gerusalemme ora tornarono più incomportabili che mai ad aggravarsi sopra di te; — nulla ti manca della città riprovata, tranne il compianto de' suoi profeti.
A me basta l'animo per essere il tuo profeta.
* * * * *
«La miglior patria nel mondo è la groppa di un cavallo che corre», ha detto il poeta arabo, e il poeta per questa volta non disse la verità: buono è il cavallo che corre quando la notte ingombra la terra e la necessità ti stringe di passare tramezzo ai nemici che occupano il tuo paese all'intorno.
Allora, anche quando il corsiero divorasse la via, come nella ballata di Leonora, il cavaliero griderebbe pur sempre: All'ali! all'ali! Allora se volge gli occhi al firmamento, invidia la facoltà che Giob attribuisce al Signore di tenere suggellate le stelle, e maledice la quarta giornata della creazione.
Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici; ogni speranza di salute ponevano nella velocità.
E a Vico, oltre quei due capi diletti, importava di porre in salvo cosa da cui forse pendeva la salute della Repubblica; — la commessione dei Dieci al Ferruccio di tentare gli estremi rimedii alla tutela della patria: — egli non aveva potuto consentire di separarsi dal fianco nei pericoli di quella fuga la sua amata Annalena; — malgrado il disagio, la volle seduta in groppa al suo corsiero e con ambedue le braccia stretta intorno alla sua vita. In questo modo correvano e non proferivano parola.
Dalla rapidità del moto nasce durante il giorno una specie di ebbrezza lieta di fiori, di luce, di cose e di animali: — nella notte, piena d'immagini sinistre e di fantasime spaventose; — e poi l'aria soffiava umida, — investiva le membra un tepore quasi alito di febbre, — il sangue si rimescolava nelle vene a modo di metallo fuso.
Annalena chiude gli occhi e sempre più forte si appiglia ai fianchi di Vico, ma indi a poco il tenerli chiusi le incresce, e li riapre non già riposati, anzi maggiormente sconvolti dalle tristi visioni del suo pensiero.
E guardando la terra, le sembra che la via le fugga di sotto, mentr'ella crede di rimanersi ferma; — gli alberi le appaiono la schiatta dei giganti resuscitata che corre al giudizio finale; — l'agitarsi e lo stormire delle frondi un piegare dei capi loro e un susurrarsi parole misteriose di favella sconosciuta; — un suono di gemiti e di preghiere di trapassati ingombra quanto è vasta la campagna. Se atterrita volge lo sguardo al cielo, ecco ella contempla rovinare da un lato le nuvole e dal lato opposto precipitarsi la luna colla foga di cavalla selvatica per le lande della Lituania; — vede ruotare vorticoso il firmamento, sicchè teme l'ordine della natura consumato, le leggi dell'armonia sospese e la creazione prorompere nell'antico suo caos.
E Vico sentendo intorno ai fianchi una stretta convulsa le domanda:
«Lena, tu tremi?»
«Sì, ma di freddo.»
In questa medesima maniera è fama rispondesse Silvano Bailly al carnefice quando lo strascinava assiderato per le vie di Parigi al supplizio; — e forse Silvano Bailly, come il mio personaggio, non diceva il vero, imperciocchè l'anima che si consacrò intera al miglioramento degli uomini, se consideri gli schiavi liberati avere convertito le loro catene non già in ispada per difendersi contro i tiranni, sibbene in mannaia per percuotere i liberatori, ha paura, — ella trema dei destini della umanità, — e se può non tremare per sè, trema per Dio!
Venuti al sommo di una altura, lanciano lo sguardo nella sottoposta vallata e vedono facelle andare in volta di su e di giù, quasi lucciole vaganti alla campagna nelle notti di estate. Da prima Vico n'ebbe sospetto; — si fermarono tutti; — all'improvviso uscendo egli dalla meditazione,
«Avanti,» esclamò, «non v'ha pericolo... indovino l'avventura.»
Nè furono andati gran tratto di strada che sentirono i passi precipitosi di uomo che fugge, e poco dopo videro trapassarsi d'accanto un'ombra, e dietro alla lontana accorrere un altro che affannosamente gridava:
«Alla croce di Dio! misleale, marrano, fermati... se ti aggiungo, ti ammazzo come un cane... ahi! tristo ladro! — Arrestate il ladrone — Al ladro! al ladro!»
Quando fu presso a Vico, questi gli domandò:
«Che hai tu, villano?»
E il villano rispondeva:
«Oh! messer cavaliere... udite la mala azione che mi ha fatta Giomo di Lapo... Eravamo andati insieme a spogliare i morti... perchè in verità nei tempi che corrono non abbiamo altro mezzo da campare la vita... ed avevamo raccolto un buon fastello... un pesante fastello in verità; ed egli disse: Mariotto, portalo prima tu, e quando ti sentirai stanco, io ti rileverò; — ed io com'ei disse feci, e non credeva mi volesse ingannare, che uguanno a maggio gli battezzai un figliuolo; — e quando mi parve essere lasso lo chiamai: — Fratelmo, dammi aita, ch'io più non posso; — e il tristo rispose: Va pure innanzi un altro mille passi, che io allora prenderò il fastello e senza darti altro impaccio lo porterò fino a casa: — ed io mi sforzai, finchè, rifinito di lena, fui per cadervi sotto. — Giomo allora, ch'è giovane ed aitante di persona, mi tolse il carico e, recatoselo prestamente in ispalla, cominciò a camminar forte e a dilungarsi da me; — alla prima svolta della strada con quanto aveva di forza nelle gambe si cacciò alla dirotta a fuggire», ed io vecchio e stanco ormai dispero raggiungerlo; — egli dimani ciberà sè e la famiglia... io, se torno a casa, vedrò morire di fame la mia... Oh! io non tornerò a casa... tanto anche qui vi è terra da seppellirmi!»
E piangendo lasciò cadersi in mezzo della via. Vico gli gittò un fiorino. Il villano, quando l'ebbe riconosciuto al tatto e al chiarore della luna in quel punto velata da nuvole meno dense, balzò in piedi e, senza rendere grazie, deposta a un tratto la vecchiezza, la stanchezza e il dolore, con alti scoppii di risa si dileguò per la campagna.
Proseguono la via, ed ecco un nuovo incontro; — due villani avviluppati insieme rotolavano sul fango; — alfine uno prevalse, e puntato un ginocchio sul petto dell'altro e forte stringendolo per la gola, gli diceva:
«La catenella dorata la voglio per me... me la darai?»
«Io la vidi primo, — dammela... o ti strangolo...»
E l'altro, quantunque dalle fauci compresse potesse appena articolare parola, ostinato nella rabbia della rapina, rispondeva:
«Io prima la presi... la voglio per me...»
«Dunque ti ammazzerò.»
«Ammazzerai tuo fratello? — E che dirai a nostro padre?»
«O scellerato!» grida Vico mettendo fuori la spada, «lascia il tuo fratello, o se' morto...»
La libidine di guadagno vinceva nel nuovo Caino la paura della morte; — sentiva il ferro penetrargli nelle carni e non abbandonava la gola del fratello: fu mestieri che Vico e il padre di Annalena scendessero e a forza gli separassero: — appena il fratello ebbe lasciato la gola del fratello, come se uscisse dal fascino gittatogli addosso dal demonio del fratricidio, si percosse la fronte e si allontanò traendo dolorosi guai:
«Ohimè! Qual confessore mi darà l'assoluzione di tanto misfatto? Ohimè! che se adesso io mi morissi, me ne anderei dannato. Tienti la roba, io non la voglio, — mi rammenterebbe il mio delitto.»
E l'altro, quasi non si accorgesse del pericolo da cui era scampato o non lo rammentasse, gli tenne dietro parlando:
«Avrai il tuo mezzo dei gabbani, delle spada, — di tutto avrai il mezzo; — ma la catenella la voglio intera per me che intendo donarla alla Ginevra mia... Che vuoi tu farne, fratello? tu non hai innamorata, nè mai ch'io sappia ti sei fidanzato con alcuna fanciulla della pieve...»
Alla fine i nostri personaggi si trovarono in parte che, per aver dato campo a mortalissimo scontro tra i soldati del Ferruccio e le bande imperiali scorrenti pel paese, era piena di uccisi; le varie e tutte miserevoli attitudini di morte offendevano la vista; più offendeva l'odorato un fetore infame di corpi corrotti; — e non pertanto queste sensazioni erano di gran lunga superate dal turpe spettacolo della umana avidità.
I saccomanni, con gli occhi cupidamente intenti a trovare cosa che loro piacesse, senza pietà scorrevano sopra le sconcie ferite; le mani rapaci senza tremare si bruttavano di sangue e di marcia; — le ultime vesti toglievano, restavano i nudi corpi in disonesta mostra nel mezzo della via; e se s'imbattevano in alcuno che portasse anella o cerchietti di oro alle orecchie, se riusciva loro agevole di quinci rimuoverli, sì il facevano; — altrimenti le orecchie e le dita ornate del metallo prezioso tagliavano e dentro lo zaino riponevano — alle figliuole e mogli loro serbavano la cura di separare con comodo a casa le dita dagli anelli, le orecchie dai cerchietti.
E videro un corvo posato con gli artigli sui labbri di un morto pascersi avidamente degli occhi di lui; — di repente balzò fuori da un folto cespuglio un lupo, stese le branche sul cadavere e ne cacciò il corvo; il quale volando altrove manifestò coll'osceno gracchiare l'ira di trovarsi sturbato nel suo festino di putredine: — e il lupo ebbe appena bevuto un sorso di sangue, stracciato un brandello di carne, che ecco gli fu sopra l'uomo, il potentissimo tra gli animali di rapina; sicchè, mal sazio e ringhiando di furore, toccò al lupo sgombrare davanti all'uomo, come il corvo sgombrava davanti al lupo.
Questa avventura illuminata dal raggio sanguigno che tramandavano le lanterne portate dai villani, durò appena due minuti, ma lasciò in coloro che la videro tale impressione da non dimenticarsi nè anche quando poseranno il capo sul capezzale di pietra dentro al sepolcro.
Vico sciolse un lungo sospiro ed esclamò:
«Ecco la storia degli uomini che furono, sono, ed ahi! Dio voglia che non sia, di coloro che in futuro vivranno.»
Davano forte degli sproni nei cavalli per lasciare il luogo maledetto da tanta e siffatta manifestazione di umana tristizia; ma la fortuna parava loro davanti un nuovo scontro.
Le zampe del cavallo del vecchio percuotono sul petto di un giacente traverso il cammino; le ossa delle costole sotto il colpo sgretolarono, — l'aria violentemente compressa si sviluppa dalle viscere e manda suono come di sospiro: — fremerono tutti e scesero precipitosi di sella.
Con molta cura furono attorno al giacente, — e lo ponendo a sedere, se residuo alcuno gli fosse rimasto di vita investigarono; male però riuscivano nei tentativi loro, sepolti com'erano d'ogni intorno nel buio. Come volle fortuna, alcuni villani carichi di preda passavano quinci poco discosto portando lanterne, — li chiamarono e li pregarono per Dio volessero essere cortesi di aiuto a cotesto infelice.
[Illustrazione: ... tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori;... Cap. XXII, pag. 479.]
E poichè l'uomo è creatura strana, sebbene nel richiamare quel nemico alla vita corressero rischio di consumare poi a sanarlo parte e forse tutta la preda, accorsero i villani alla voce di carità e lo sovvennero.
Appena però eransi curvati, si rialzarono atterriti da un urlo spaventevole che aveva gittato il vecchio, e nel punto medesimo lo videro protendersi ferocemente, avventare le mani intorno al collo di quel corpo, quasi intendesse strangolarlo; per certo il furore gli accecava l'intelletto, dacchè, scorto il giacente alcun poco al chiarore del lume, conobbe essere da gran tempo fatto cadavere.
Il vecchio muta all'improvviso consiglio; toccato appena il giacente, si rileva da terra e, scopertosi il capo, gli occhi affissando al firmamento favella in suono ispirato:
«Dove passò la vendetta di Dio che cosa mai aggiungerebbe la mano dell'uomo? — Io aspettai lunghi anni invano questa vendetta, e poichè non la vidi, ti rigettai dal mio seno, — ora che hai posto l'uccisore del figlio sotto la zampa del cavallo del padre, io tremo tutto davanti alla tua tremenda giustizia, o Signore!»
Tacque e dopo un silenzio non breve riprese:
«Costui, non che i più scellerati tra gli uomini, vinse in nequizia le più feroci tra le belve; però la sua iniquità non toglie l'obbligo a voi di mostrarvi pietosi, dacchè egli ebbe nascendo il segno della salute: — dategli pertanto sepoltura, ma non gli ponete memoria; — il suo nome rammenterebbe delitti che per decoro della umana natura è bene s'ignori che possano essere stati commessi: — non gli dite preghiera, ella andrebbe dispersa; comunque infinita la misericordia di Dio, i suoi misfatti la superano. — Patria di quell'anima era l'inferno.»
Si allontanò precipitoso; — i villani impauriti non osarono accostarsi e le fiere lo divorarono.
Il vecchio abbandonate le redini, si lasciava in balía del cavallo; avvertito di badare alla strada, non pareva intendesse; domandato a grande istanza più volte chi fosse colui del quale gli era occorso il cadavere e per quali casi a lui noto, non dà risposta: molti argomenti adoperati e tutti riesciti a vuoto, Annalena e Vico non cercano rimuoverlo dal suo pertinace silenzio.
Annalena, volgendo il discorso a Vico, incominciò:
«Vico, quando ti curvasti a soccorrere quel corpo che tanto par che abbia in odio il padre mio, ti cadde il piego dei Dieci...»
«Ben me ne accorsi, e me lo riposi nel seno», riprese Vico, tentando con la mano se vi fosse pur sempre.
«Ma tu non ti accorgesti che cadde sopra una piaga del morto e s'imbrattò di sangue...»
«Ti sei ingannata; per certo scambiasti il suggello rosso con una macchia di sangue.
«Io non isbaglio... guarda...»
Pur troppo la fanciulla aveva ragione; il piego era macchiato. Vico nel riporselo di nuovo sotto le vesti continuò:
«Non credo si rimarrà per questo di spiegarlo il signor commissario...»
«Lo spiegherà, io ne sono sicura.»
«E tu lo dici in suono di pianto? E di che temi?»
«Non so, Vico; — ma vedi, quel sangue mi arriva di sinistro augurio...»
«Da quando in qua gli uomini di guerra tolsero per sinistro presagio il sangue dei nemici?»
«Io odio la guerra... e quel sangue mi spaventa...»
«Consòlati; — per noi una spada tagliente val meglio di un buon presagio.»
«Ah! tu non sai quanto è duro il destino.»
«So che un re di Roma recise col rasoio una pietra.»
«Sì, ma l'avrebbe egli tagliata con gli occhi? L'uomo sopra il suo destino può, io dubito, quanto gli occhi possono per tagliare le pietre.»
«E allora che importa sgomentarci? libiamo, come costumavano gli antichi, agli dèi infernali e moriamo.»
* * * * *
«Significate al signor commissario che Vico Machiavelli giunto or ora da Fiorenza ha da consegnarli lettere degli magnifici signori Dieci di libertà e guerra», diceva Vico, smontato in Empoli al quartiere del Ferruccio, alla lancia spezzata che v'era posta di guardia.
«Non si può. Il commissario ha comandato che per cosa al mondo non si turbasse prima dell'Ave maria del giorno.»
«Andate tuttavia; e se dorme, svegliatelo.»
«Ferruccio non dorme: — guardate quella grand'ombra sopra l'opposta muraglia, — è il signor commissario Ferruccio che passeggia su nella sala del primo piano.»
«Dunque avvisatelo.»
«Non si può; l'ordine non lo concede.»
«Almeno portategli o fategli portare questo piego.»
«Non si può; — l'ordine non lo concede.»
«Il diavolo riposi le tua ossa», mormora tra i denti Ludovico, e subito dopo riprese: «Ebbene, tostochè giunge l'Ave maria recategli questi fogli: se mi vorrà, ditegli che sono al quartiere; se mal ne avviene, il mio debito è compito.»
E quinci si partiva sdegnoso; ma appena fu in lui un poco queto quel primo impeto d'ira, ripensando come il Ferruccio, avendo tolto l'arduo incarico di ripristinare l'onore della milizia italiana, doveva mostrarsi zelantissimo della disciplina, e il danno poco ed incerto che poteva derivare dal soverchio rigore non era da paragonarsi a gran pezza al danno immenso e sicuro che sarebbe nato dalla troppa rilassatezza, — concluse, siccome gli avveniva il più delle volte, di dar torto a sè, ragione al Ferruccio.
Si ridusse ai quartieri — apre la porta rimasta socchiusa, penetra nella stanza e vede Annalena e il padre di lei seduti davanti al focolare e così sprofondati nelle proprie meditazioni che non si accorsero della sua presenza, — presa pertanto una scranna, egli si pose dall'altro lato del focolare di faccia a Lena.
Lucantonio all'improvviso, senza muovere ad atto alcuno le membra, senza quasi agitare le labbra, come se la voce partisse da precordii di pietra, in suono roco parlò:
«Annalena..., voi cesserete d'ora in poi di chiamarmi padre... perchè... perchè voi non siete mia... figlia...»
La fanciulla, presaga di sventura, teneva l'animo apparecchiato alla rassegnazione, come colei che attende di sentire una condanna: ma le parole del vecchio superarono in dolore ogni sua aspettativa; prorompe in istrida angosciose e corre a gittargli smaniante le braccia al collo.
Lucatonio stette immobile alle carezze; le lacrime della bella sconsolata cadevano invano sopra di lui, come le stille della rugiada sopra i leoni di marmo posti nella loggia della piazza dei Signori; non l'accolse, non la respinse; si sentiva impietrito.
Passò forse mezza ora di tempo, a capo della quale Lucantonio, ma questa volta con voce tremula, che l'umanità tornava a soperchiare sul cuore del vecchio, riprende:
«E' mi era così dolce sentirmi chiamar padre...! e da te, Lena! — ed ora mi chiamerai Lucantonio senz'altro, — perchè non mi sei figlia.»
La passione gittò gli argini; scoppiò da' suoi occhi irrefrenato il pianto; strinse con impeto convulso tra le sue braccia Annalena, ed Annalena lui: pareva ambedue s'ingegnassero mantenere a forza di amore quanto avesse potuto perdere per natura il vincolo che da tanti anni gli univa.
«Ahimè!» riprese il vecchio ponendo una mano sopra la fronte alla fanciulla, «questo tuo capo innocente non seppe immaginare il male neppure all'insetto che ti pungeva, ed ora dovrà contenere il germe dell'odio ch'io vi semino dentro... Dio voglia che rimanga senza frutto! — D'ora in poi, quando camminerai tra i campi nel bel mese di maggio, i fiori non avranno più profumi per te, non più canto gli uccelli, non più sorriso la natura: — occuperà l'anima intera una tremenda contemplazione di misfatti; — i tuoi sogni verginali cesseranno, atroci fantasmi ti sveglieranno nella notte, e tu stenderai paurosa la mano sul guanciale, perchè nel sogno ti sarà apparso temperato di sangue: ascoltami, io ti racconto una storia funesta; tu la crederai appena, tanto ella è truce; — io la vidi con questi occhi, con questo cuore io la sentii, e forse non ti rendo con le parole la millesima parte del vero. — Tu nasci dei Tosinghi e sei di Prato; io nacqui in Casa di tuo padre; — a lui per fortuna sarei stato famiglio, ma l'amore ammendando i torti della fortuna ci volle fratelli, imperciocchè avendo egli ucciso nascendo la madre sua, noi bevemmo la vita dal medesimo seno, e le nostre braccia s'intrecciarono da pargoli sopra un medesimo collo. — Taccio le voglie e gli studi della infanzia: giungemmo agli anni della giovinezza; percorrendo il nostro cammino egli lasciò per la via il suo genitore, — io il padre e la madre; — a lui rimase la madre di suo padre, ma non per durare; a me nessuno; egli vinceva me negli studii, io vinceva lui nell'esercizio dell'armi: — entrambi però agli studii anteponevamo il diletto di vagare pei monti, d'inseguire le fiere, di lanciare il falcone per aria, e il mantenere cani e cavalli. — Un giorno, trafelati dopo lunga corsa, perduti di vista i famigli, rinvenimmo un luogo delizioso per l'ombra che vi facevano antichissimo pioppi, — l'erba folta invitava a ristorare il corpo stanco, — ci ponemmo a giacere; non alternammo parola; da tutto il corpo aspiravamo il misterioso diletto che muove dalla faccia lieta della natura: — all'improvviso ci percuote un canto, — un angelico canto che diceva versi di amore, — li quali noi riconoscemmo fattura di Dante; — ben mi ricordo che terminavano così:
E par che dalla sua labbia si muova Uno spirto soave e pien d'amore Che va dicendo all'anima: Sospira[257].
E cessato il canto, udimmo più distinto il fremito delle fronde, il mormorio delle acque vicine, sicchè ci parve ch'ei tenesse bordone a quelle rime: — nè io lo proposi a lui, nè egli a me, — eppure ci levammo entrambi e c'indirizzammo colà donde usciva la voce; l'intelletto pieno di libri latini, noi pensavamo incontrare una driade o qualche altra ninfa più gentile, — ma il cuore co' suoi palpiti m'assicurava avrei trovato una sorella di amore: un ventilare di veste bianca ci fece scorti della presenza della donna... poco oltre ce ne occorse un'altra; — una cantava e l'altra coglieva fiori sopra l'argine ombroso; — spigliate entrambe di persona, di piè leggiero, di gioventù splendide e di bellezza, — questa coglieva fiori e ne tesseva ghirlande! l'altra se ne incoronava così per vaghezza il capo, quasi a santificarle col tatto delle sue chiome, e poi le appendeva ai rami degli alberi: noi ci mostrammo così umili in vista che non ne presero sospetto e ci guardarono di tale uno sguardo che parve dirci: Noi vi aspettavamo. — Simili alla rosa nascosta nella valle che attende il raggio del sole per colorirsi e per ispandersi, ambedue attendevano uno sguardo di amore; — noi le guardammo, ed esse si fecero vermiglie. Per singolare accidente erano entrambe sorelle di latte, entrambe orfane, e così strettamente unite da amoroso legame che in nessuna delle due appariva sforzo per dimenticare da una parte i troppo superbi, dall'altra i troppo umili natali. Dicono nessun maggior dolore travagli l'uomo che quello di rammentarsi dei tempi felici nella miseria; — io però non conservo idea distinta del bene goduto... tanto peso di sciagura gravitò sopra il mio intelletto! — Io scorgo confuso traverso una caligine, — la mia anima ha perduto perfino i piaceri della memoria. Taccio i dolci desiri; — io amai Selvaggia, tuo padre Tomaso madonna Ermellina; ci fidanzammo; — il giorno destinato alle nozze venne. Tomaso aveva da fanciullo avuto dimestichezza con Naldo Monaldeschi, gentiluomo del contado di Prato, dimestichezze che l'anima bisognosa di amare confonde con l'amore, e sovente non sono altro che infermità dello spirito; — costui abbandonò le case paterne, corse varii casi di fortuna, fu soldato e combattè, spada di ventura, ora per impero, ora per la Francia, nelle guerre di Napoli e di Lombardia. Rimasta la guerra, se ne tornò a casa con qualche danaro di meno, qualche anno di più e per aggiunta alcune ferite riportate sopra campi dove bene si poteva acquistare o morte o preda, ma gloria non mai. Tomaso, quasi questo tempo fosse scorso pieno di soavi cure e di esercizio di gentili discipline al compagno come a sè stesso, ricominciava l'antica comunanza di affetti, la fraterna intimità. Lo volle pertanto compagno agli sponsali, convitato al festino: — quando andammo a tôrre le spose a casa, Naldo era della comitiva; — egli non aveva mai veduto le donne: allorchè si apersero gli usci, e vestite di bianchi panni, inghirlandate di rose si presentarono alla nostra vista, Naldo le guardò, allibì e si accostò tremante alla parete, — sì forte il tremore lo assalse; io me ne accorsi e ne sentii orgoglio, comecchè non sapessi chi di loro fosse capace a recare siffatto turbamento nell'animo del soldato; ma, o movesse dalla mia o dalla donna del mio fratello, era per me la causa dell'orgoglio medesima. — Ci prostrammo agli altari, si compirono i riti: Naldo, come se fosse tramutato in uno dei santi di pietra che occupavano le nicchie, non faceva atto di seguitare la comitiva quando usciva di chiesa; — lo scotemmo per le vesti, — ei risensò e ci tenne dietro col capo chino, a passi lenti. Fu imbandita la mensa: quivi non mancarono voti di poeti che dovevano rimanersi inani ed augurii che riuscirono bugiardi. Quando una voce chiamò i convitati a propinare alla salute di madonna Ermellina, le labbra di Naldo non si mossero — la coppa gli stette colma davanti. Però da quel giorno in poi Naldo si prese usanza della nostra casa, sempre più si pose avanti nell'animo di Tomaso ed anche nel mio; imperciocchè sia l'amicizia un tesoro che per divisione non iscema, all'opposto dell'amore. In lui mi piaceva la saldezza del corpo, la faccia tinta dal sole delle battaglie, uno sfregio sopra la fronte tra ciglio e ciglio, e poi la comunanza dei diletti: — ma non andò guari tempo ch'io l'odiai, dacchè senza nessuna reverenza parlasse delle donne; le quali ci largiscono piaceri ed affetti che se durassero, potremmo esser contenti della terra senza più oltre desiderare il paradiso; — in ogni caso rispettate la donna, perchè vostra madre fu tale: — ancora, se narrava le geste passate, egli non toglieva argomento di onore dai colpi arditamente feriti, sibbene dalle insidie parate con sottile scaltrezza, dalla vittima improvvidamente caduta, dalla morte con animo tranquillo arrecata; e a caccia, quando il cervo rifinito si abbandonava in balia dei veltri, e il cavaliere pietoso allo strazio del nobile animale scende di sella e gli dà il colpo di grazia, egli invece si rimaneva immobile a cavallo contemplando le viscere di lui palpitanti sotto i denti dei cani. — Spesso lo smarrimmo per la foresta e lo trovammo tornato a casa... Insomma a che mi vado io dilungando? Egli aveva concepito ardentissimo amore per madonna Ermellina; se non che tanto lo tratteneva la virtù della castissima donna che ben si accorse sarebbe speso ogni consiglio invano di tentare apertamente l'onor suo; — sentendosi inetto a inspirare amore, ogni suo studio pose a seminare la discordia. In questa opera d'iniquità, i più tristi i migliori; — quindi egli riusciva anche troppo. — Era tuo padre superbo, tua madre timidissima; i cuori si gonfiavano, ma le labbra stavano mute; intanto la rifiniva l'angoscia — il verme rodeva il bel frutto, e da qual parte vi fosse penetrato non appariva. — Certa volta mi occorse una doviziosa catena appesa al collo della mia Selvaggia: lo domandai da cui le venisse e come; — mi disse avergliela donata messer Naldo, onde io le notai: Selvaggia, le catene di oro si adoperano a tenere schiava l'anima, come le catene di ferro a tenere schiavo il corpo; chi dono accetta padrone riceve; mal facesti a tôrla, ma dacchè l'hai presa, bada al fine. — Nè stette molto la mia povera Selvaggia che venne a me tutta tremante, dichiarandomi messere Naldo dopo molte parole e larghe promesse averle raccomandato l'amor suo presso madonna Ermellina; essere il suo amore divenuto furore; non vedere nè ascoltare più nulla; volerla sua ad ogni costo, viva o morta. — Deliberai meco stesso il giorno appresso, mentre erravamo pei boschi, dichiarare pianamente la bisogna a Tomaso e farlo scorto del pericolo che correva; ma il giorno dopo, così consigliando od ordinando Naldo, ci dirigemmo verso la foresta, dove occorreva certo ponte sopra un torrente copioso nell'inverno di acque, nelle altre stagioni arido e di letto orribilmente scabroso. Naldo prese a favellare meco e mi trattiene indietro, narrandomi alcuni fatti d'arme avvenuti tra gli Spagnuoli e i Francesi nel regno ai tempi del gran capitano Consalvo. Tomaso, come vaghezza lo consiglia, precede spronando a precipizio, — tocca il ponte, e il ponte sparisce sotto le zampe del cavallo: — tavole, pietre, cavallo e cavaliere vanno a rifascio sossopra. — Dio lo salvò; — il cavallo si ruppe tra i massi: Tomaso, in più lati ferito, ebbe salva la vita: — quando lo rinvenimmo vivo, Naldo si morse le labbra e ne fece scaturire il vivido sangue; io stetti per piantargli il pugnale nel cuore, ma subito dopo tanto amorosa sollecitudine ostentava, in così angosciosi lamenti irrompeva, ch'io bandii dalla mente il truce sospetto con la prestezza con la quale vi era comparso: — risanò e, appena ebbe alzato il fianco infermo dal letto, chiese di esser tratto nel giardino a respirare l'aria aperta; gli fu impedito quel giorno, pel seguente concesso: — venuto al barco del castello, volle dimorarvi anche dopo il tramonto per rinfrescarsi del vento vespertino; — cominciavano a non bene distinguersi le cose circostanti, quando ad un punto stesso udimmo lo scoppio di un archibuso ed il ronzio di una palla. A Tomaso fu portato via, senz'altra offesa, il tôcco di capo, e la palla oltrepassando sfiorò la pelle delle spalle di madonna Ermellina che in piedi al fianco dello sposo ne sorreggeva la testa; proruppe la donna in un grido e cadde con la faccia sul terreno. Naldo, tratto fuori di sè dall'ira soverchiante, mormorò tra i denti: Ahi! male accorto! — e cavando la spada si avventò dalla parte donde era mosso il colpo. — Io lo seguiva; uno scherano con le mani e co' piedi si affaticava arrampicarsi su pel muro che circondava il barco del castello; ei gli fu sopra e con ispaventevole soprammano dai reni lo passò al ventre, sfregiando con la punta della spada l'opposta parete; rovesciò supino lo scherano, e sollevati gli sguardi già pieni di morte vide il suo uccisore, lo riconobbe ed esclamò queste parole: Oh! come voi, messer Naldo?... Ma questi non gli diè tempo di continuare, — forte lo calcò di un piede sul petto, gli spinse dritta la spada verso la gola, e sopra appoggiandovisi con ambe le mani gli ruppe le fauci. Per quanto investigassimo, non giungemmo a scuoprire alcune traccie di delitto, — solo trovammo sul morto copia di monete, prezzo certamente del sangue. I miei sospetti si accrescevano, ma ormai non mi si offriva più comodo di restringermi a parlamento con Tomaso. Naldo gli aveva atterrita la mente: — forse i suoi nemici, forse, e con più verosimiglianza, i parenti gl'insidiavano la vita; non volergli mancare in tanto estremo non consentire ad abbandonarlo, ed altre siffatte novelle pretestando, fermò sua stanza al castello. Adesso si attacca a Tomaso come un rimorso, non gli lascia ora senza paura, gli empie le notti di angoscia; la stessa sposa Tomaso riceve sospettando, — accumula arme di ogni maniera nella sua stanza, raddoppia la spessezza dei muri, munisce di ferro le porte, prende a custode degli agitati suoi sonni un molosso delle Alpi. I servi la più parte accommiata, i ponti levatoi alzati; i cavalli percuotono invano le selci delle scuderie; i cani stanno pigramente distesi a canto del focolare. — La fortuna ordinò che, recandosi certo giorno per mie bisogne da Tomaso, il suo cane, sia che lo spingesse maligna natura o non mi ravvisasse, mi si avventa alla persona per mordermi: io tento placarlo, egli vie più s'inferocisce; allora consigliato dalla tutela di me gli sferro tale un pugno nel capo che lo mando a rotolarsi per terra: Tomaso, di cui era infermo l'intelletto, arde di sdegno, abbranca una mazza d'arme e me la lancia contro; beato me, ch'ebbi agile il fianco per ischivarmi, e l'ira gli faceva tremare le mano! la mazza dette in pieno nella porta e vi si fermò confitta. — Rimasi immobile, smarrii la vista e vacillai un istante: subito dopo rinvenuto esclamai: O Tomaso, vi sono io diventato tale che la mia posponiate alla vita di un cane? — Tu sei un cane..., tu m'insidii la vita... — E tra il fascio dell'arme afferrata una spada, si avventò contro di me; io pure trassi fuori la mia... ma Annalena, ti giuro per il tuo amore che mi è sì caro, non averla tratta ad offesa del padre tuo, soltanto a tutela di me: — a qual miserevole fine sarebbe riuscito cotesto caso non saprei dirti, se Naldo e madonna Ermellina sopraggiunti non lo trattenevano. — Io gittai il ferro e fuggii via. Giungo ansando nelle mie stanze e, fatto rifascio di quanto mi cade tra mano, esco dal castello del tutto compreso da terrore: — corso ch'ebbi grande spazio di via, la coscienza prese a domandarmi: E dove vai? Dove lasciasti Selvaggia? Come vivrai senza il tuo Tomaso? — Gittai il fastello, mi vi posi a sedere e vôlto dalla parte del maniere cominciai a vagheggiarlo, come donna innamorata; mi si sciolse il furore, e copertami la faccia con le mani piansi; — poi mi alzai e ripresi la via del castello: — qui giunto, rimisi con diligenza le cose donde le tolsi, e mi accorsi allora nella mia preoccupazione non aver badato come la più parte fossero vesti ed arnesi donneschi. — Correva l'ora nella quale secondo il costume scendeva a invigilare la profenda dei cavalli: — andai alle scuderie e attesi al governo degli animali con maggiore cura del solito. Mentre uscito dalle scuderie mi volgo a chiuderne le porte, ecco mi sento percuotere leggermente sopra una spalla: — era Naldo. Costui veniva a invelenirmi la piaga; io lo ascoltai e ormai pacato finsi assentire ai suoi detti; — che più? — Il tristo mi propone mescere nel vino di Tomaso un liquore che mi darà vendetta piena e non sospettata; tale, insomma, da bastare a qualsivoglia offesa, comunque atrocissima. Presi la caraffa e subito dopo, mutata voce a sembiante: Ahi perfido e misleale uomo! voi cristiano battezzato non abborrite dal consigliare un delitto che menerebbe alla eterna perdizione l'anime nostre? Io da gran tempo studio le vostre storte vie, e poichè la paura dell'inferno non vi rattiene, forza è che vi trattenga una scure sul capo. — Egli poi non mutò sembiante, ma, forte com'era della persona, mi venne addosso, mi abbracciò e, côlto il destro, mi tolse la caraffa di mano esclamando: Io m'infingeva: tu sei il migliore uomo che io mi abbia conosciuto; oh raro esempio di virtù vera! — ed altre siffatte parole aggiungendo, ruppe la caraffa sul selciato. — Così come l'acqua contenuta nella caraffa si disperde, egli soggiunse, si disperda ancora la memoria del fatto, o si rammenti soltanto per celebrare la virtù del servo fedele. Lucantonio, nei detti acerbi contro di me profferiti ebbi dimostrazione dell'animo tuo: — se altri tu ne avessi adoperati, a quest'ora io ti odierei; io primo narrerò a Tomaso la tua magnanimità! — E mi lasciava.
«M'ingannassi nel mio sospetto! — Guardai il selciato e vidi l'acqua innocente aver corroso la pietra; — mi feci cuore e mossi ratto alle stanze di Tomaso; mi negarono l'entrata; pregai ed anche minacciai, ma non riuscii nell'intento. — In questa scendeva la notte, ed io, pieno di rabbia, improvvido di consiglio, contemplando il male nè lo potendo prevenire, mi caccio tra gli alberi del barco del castello: immemore di me calcava e ricalcava le medesime vie, quando mi accorgo di uno stormire di fronde; mi soffermo e al tempo stesso sento percuotermi a tergo e stracciarmi violentemente e vesti e il giustacore di bufalo, — Spicco un salto, volto la faccia, e l'omicida è già lontano. Quantunque l'ombre fossero già alte, io ravvisai nel fuggente lo scudiere di Naldo. O casa dei Tosinghi a quale estremo ridotta! Il pugnale mi era rimasto fitto nel corame; ne lo trassi fuori, e al primo lume conobbi essere quel desso che Naldo portava sempre alla cintura, quel desso ch'egli soventi volte mi diceva aver avuto a gran prezzo da un mercatante saracino perchè maravigliosamente attossicato. — Deliberai di farmi a trovarlo e mi avviai al maniere; uomini sconosciuti vi stanno a guardia, — il passo precluso alla maggior parte dei vari appartamenti, — quelli di Naldo e di Tomaso sopra tutti vietati; — era per disperarmi. All'improvviso si apre fragorosa una porta, e n'esce Naldo, com'uomo cui prema altissima cura; udendo rumore, alza il torchio e mi ravvisa, — prorompe in un grido di meraviglia, e quindi, ostentando sicurezza, Lucantonio, comincia, voi qui? — Io qui; vi sorprende per avventura, messere? Io vengo a riportarvi cosa che avete smarrita. — Smarrita io? — Sì bene voi: ecco il vostro pugnale. — Pugnale! Non riconosco cotesto pugnale... e si tirava indietro per sospetto. — Colpa della poca luce: egli è il vostro famoso pugnale avvelenato; il pugnale che porta sul pomo la vostra arme di cesello... — Gran mercè dunque... e dove lo trovaste mai? — Fitto nel mio giustacuore, mentre tentava addentrarsi nelle viscere...; però ve lo riporto. Quando voi, messere Naldo, troverete il mio, non me lo riporterete, perchè vi starà fitto nel cuore: — e mi salvai, essendo egli armato di tutte armi, ed io in giustacuore di bufalo. — M'ingegno penetrare nelle stanze di Tomaso; mi vengono meno gli scaltrimenti e l'ardire, — trovo, dovunque mi volga, gente nuova e di sinistre sembianze; — si preparava il misfatto. Un buon consiglio mi venne dal cielo: — la notte aveva consumato la metà del suo corso; — scendo nel parco e cauto mi porto sotto le finestre di Tomaso. Infelice! Il sonno non iscende più sopra le sue palpebre, un'ombra nera traversa la finestra rischiarata dalla lampada interna, — la notte gli accresce i terrori. Allora io presi a cantare la canzone che udimmo nel tempo felice dai labbri di madonna Ermellina, quando prima la incontrammo sull'argine fiorito: l'ombra non comparve più, ristette il mio signore pensoso e, come mi narrò in seguito l'unico scudiere che gli avevano lasciato attorno della sua buona famiglia, e dopo avere lunga pezza porto ascolto, domandò: Ella è questa la voce di Lucantonio? — Mai sì, messere. — Mi avevano pur detto ch'egli si fosse allontanato! Va' e caccialo via. — E siccome lo scudiere non si moveva: Guai! continuò Tomaso percuotendosi la fronte, guai al signore di cui il famiglio vergogna obbedire quei comandi ch'ei non vergogna trasmettere! — E poi mutato animo, Va', ordinò allo scudiere, e digli apparecchi il mio cavallo; — mi accompagnerà a Fiorenza, dove mi chiamano a render ragione di accusa di fellonia. — Che rete infame si fosse questa non comprendeva; — di madonna Ermellina non udiva novella, di Selvaggia nemmeno; apparecchiai i cavalli e mi posi ad aspettare sopra la soglia del maniere — Silenzio e tenebre: — un'ora prima del giorno, porgendo attentissimo l'orecchio, ascolto rumore di pedate; — si accostano; — si aprono le porte, e vedo comparire Tomaso squallido, gli occhi spenti entro un cerchio colore di piombo che assai gli scendeva sopra le guance; — lo séguita il fido scudiere, da un lato ha Naldo che sembra dargli conforto, e dietro sei uomini d'arme a me del tutto nuovi. Giunto sul limitare, afferra con la manca le redini e i crini del collo del destriero, e la diritta porgendo al perfido amico, favella: Naldo, io temo che noi non ci rivedremo più; nelle cause di stato la innocenza non giova, imperciocchè non puniscano il fatto, sibbene la potenza di commetterlo, e gli stati deboli conoscemmo sopra gli altri crudeli. Avrei potuto fuggire, ma non si porta mica la patria sotto le suola delle scarpe, e a me aggrada assai meglio restarmi in patria tradito e sepolto che ramingare vivo presso popoli stranieri; abbi in custodia il mio castello, fa buona guardia a madonna..., t'ingegna celarle, quanto più puoi, il mio fato; e se i casi mi volgono siccome prevedo..., ramméntati la promessa, e addio. — Messere Tomaso! allora io proruppi di forza e tentai significargli la frode; ma Naldo, avventatomi negli occhi un suo sguardo pieno di ferocia, mi strinse la gola e sorridendo rispose: Tomaso, fatevi animo, il cuore mi dice che presto ritornerete; il vostro castello sarà ben guardato dai vostri nemici, — io vi ho messo gente che a un cenno mio si lascerebbero andare giù dai torrioni... parate a tutto, — e qui guardandomi di nuovo: — assolutamente a tutto; avrà la vostra donna leale custodia e i conforti dell'amicizia; andate presto per ritornare più pronto. — Tomaso crolla il capo in segno d'incredulità, scioglie un sospiro, solleva lo sguardo al maniere, e saltato in sella, caccia via il cavallo alla dirotta. Io mi era taciuto per timore di lui, vedendo come fosse in potestà di Naldo convertire in opera di sangue l'opera di frode, però sul punto di allontanarmi non potei contenermi dal dirgli: Naldo, badatevi; Iddio non paga il sabato. — Ed egli a me irridendo: Il diavolo è molto miglior pagatore, — ei paga in tempo debito. — Spronai il mio destriero per raggiungere Tomaso. Provveduto di più poderoso cavallo, egli mi precedeva di non poco cammino; — lo chiamo, non mi ode o non mi porge ascolto; — urlo, percuoto, mi affatico tanto che alla fine gli sono vicino: allora, tra per l'affanno della lunga corsa e per la passione che forte mi agitava, presi a parlare parole confuse a guisa di forsennato. — Tomaso temè avessi perduto lo intelletto; io quanto più m'infiammava, tanto meno riusciva a farmi comprendere; certo si perdeva un tempo oltremodo prezioso, ma, per concludere qualche cosa, era mestieri di esporre partitamente i miei sospetti a Tomaso; lo feci; dapprima egli m'interrompeva, non consentiva udire muovere dubbio sopra la fede di Naldo; poi gli parve il cumulo delle prove tanto grave che stette a intendermi pensoso; all'improvviso esclama: Ahi! tristo servo, perchè non mi hai avvisato? — Oh Dio! risposi, — quando ebbi piccola prova, non ardiva parlarvi perchè voi non mi avreste creduto; — quando invece ebbi prove anche troppe, trovai preclusa ogni via per giungere a voi. — Ma Selvaggia? — Io non so più che cosa sia divenuto di lei. — O perfido, ora conosco la cagione per cui con diversi argomenti ti sei ingegnato a tenermi lontano da madonna Ermellina... Lucantonio, diamo volta... e accorriamo... — A farci ammazzare come scomunicati neh? Non vi movete di qui, che io corro per provvedere al vostro bisogno.
«Eravamo prossimi alla casa di persona devota; la destai, in brevi parole le esposi quanto avesse a fare; — i suoi molti figliuoli giovarono; — sparsi di qua e di là per la campagna, adunarono in poco tempo buona quantità di villani; — avevano tutti chi archibuso, chi spada, che le guerre degli stranieri hanno fatto simili arnesi comuni nelle più riposte terre d'Italia. In questo modo armati, c'incamminammo cautamente alla volta del castello; — chiuse le porte principali, i ponti levatoi alzati, — nel circuirlo occorremmo alla postierla di tramontana; — quivi fuori varii scudieri tenevano allestiti alcuni cavalli, — apparecchio di prontissima fuga. Agevol cosa sorprenderli; — ordinammo loro tacessero, pena la vita. Passammo oltre e giungemmo alla sala terrena del maniero; una voce di donna ci percuote; — era Selvaggia che, svelta a forza dalla sua diletta signora, plorava sconsolata e Dio chiamava e gli uomini in soccorso della male arrivata donna. Feci atto di muovermi a cotesta volta, e meco coloro che io aveva condotto. Tomaso si stava, — non ardiva manifestarmi il suo concetto; — io lo compresi e, mutato animo, gli strinsi la mano; — i miei affissi negli occhi di lui e mormorai: Confortatevi, a me penserò dopo; ed egli, lo sguardo e le parole considerasse come il sacrifizio più grave di cui potessi dargli prova, o come rimprovero della passata ingiustizia, diventò rosso e mi tenne dietro coprendosi il volto. Madonna Ermellina erasi ricoverata nella stanza di Tomaso: colà, stretta una spada, come meglio poteva si aiutava. Noi giungemmo allorchè Naldo, smesse le dolci parole, le manifestazioni dell'osceno suo amore e le preghiere, riassumeva l'impeto della feroce natura. Alle minaccie mesceva giuramenti da subbissare il castello; — ormai, diceva, avere aspettato anche troppo; pericoloso l'indugio; lo seguisse per amore, altrimenti lo avrebbe seguito per forza; fin qui essersi astenuto dal sangue; comincerebbe adesso e al sangue aggiungerebbe l'incendio. In chi fidare costei? Il marito lontano, la casa piena di suoi fedeli; temesse che il suo amore ad un tratto per tanta repugnanza non si convertisse in odio... e, — Vieni, accostandosele aggiungeva, vieni; Naldo vale quel tuo stolto Tomaso. — La donna schivandolo rifuggiva nell'angolo opposto della stanza e lo rampognava: — Vorreste voi usarmi violenza? e non temete? — E di che ho a temere io? Nessuno qui può trattenermi. — E Dio? — Egli è troppo buon compagno per impedirmi nelle mie bisogne. — Madonna Ermellina allontanandosi da colui passava traverso la porta dietro la quale noi dimoravamo; Naldo la incalzava ardentissimo. Tomaso si pone improvviso tra la sua donna e lui. Naldo, come percosso sui capo, impallidì, vacillò, gli occhi declinò a terra, poi gli rilevò pieni della malignità dei serpente; ma avendo veduto la stanza ingombra di villani con l'arme, si conobbe spacciato. Tomaso con voce solenne gli disse: Naldo, fate che gli occhi vostri mai più s'incontrino su questa terra co' miei... potete partire. — Mentr'egli si allontanava con l'inferno nell'anima, io lievemente percotendogli la spalla gli susurrai nell'orecchie: Dio non paga il sabato; — ed egli a me: Mal ride chi ultimo non ride, ed io vivo pur sempre. — Di lui non udimmo più novella; — tornò il corso della nostra vita lieto, e se alcuna volta rammentammo i sofferti travagli, ciò fu per meglio rallegrarci delle gioie del tempo presente. Nel bel mese di maggio, quando il prato è verde e l'aria serena, giova rammentare le brume dell'inverno e la tempesta. I servi accommiatati ripresero gli antichi uffici, suonarono di nuovo le volte del castello di canti; giullari e menestrelli lodarono la cortesia del cavaliere e la beltà della dama. Finalmente per colmo di esultanza fu la nostra vita coronata di figliuoli; — voi, Annalena, con altra fanciulla e due giovanetti, formaste l'orgoglio di vostra madre... io... ahimè! ebbi un figlio... Beato me, se non lo avessi avuto mai!»
Il vecchio si tacque, come spossato dall'amarezza della memoria, quindi, ripresa lena, continuò:
«Correva l'anno 1512; — la fortuna di Francia dopo la battaglia di Ravenna scadde in Italia. — Cesare nemico a Fiorenza, perchè amica di Francia; papa Giulio avverso anch'egli alla patria nostra pel concilio di Pisa; — i Fiorentini poveri di armi, di valore e di consiglio. Giovanni cardinale de' Medici, che poi fu papa Lione, scampato come per miracolo di mano ai Francesi, incita Raimondo di Cardona, vicerè di Napoli, ai danni della patria sua: di presente gli pagava buona somma di danaro, assai maggiore gliene prometteva, conquistato il paese, perchè i Medici furono sempre generosi ladroni. L'esercito spagnuolo, superati i monti del Mugello, allaga il piano. Tomaso, devoto alla Repubblica di Fiorenza, provvede il castello di ogni cosa al combattere necessaria e si rimette in arbitrio della fortuna. Noi vedemmo dall'alto dei muri l'oste nemica e non la tememmo, perchè, manchevole di artiglieria, non avendo in tutto l'esercito che due soli cannoni, poco danno poteva apportarci; inoltre difettava di vettovaglia; — la gente del contado non lasciava occasione di tribolarla con la guerra alla spicciolata. Tentarono i soldati spagnuoli una volta l'assalto, ma, quantunque valorosamente si comportassero, furono respinti: — presto speravamo ci liberasse il flagello. Tomaso, percosso di palla d'archibuso, non potè certo giorno vigilare alle ronde consuete: finchè le gambe mi ressero, mi aggirai io sopra le mura. A notte inoltrata mi raccomando alle guardie stessero all'erta: poi me ne andai a riposare qualche ora al maniero. Mi svegliano furiosissimi colpi: confuso dal sonno, sicuro del presente pericolo, pensando fosse al di fuori sopraggiunta cosa che domandasse nuovi provvedimenti, apro le porte... Ahi vista!... Tra il chiarore di torcie bituminose, circondato da una mano di nemici, io riconosco Naldo. Appena ebbi tempo di gettare un grido; fui stramazzato al suolo, strette le mani, chiusa la bocca. Il notaio del castello, Francesco da Puglia, ci aveva traditi[258]. — Si empie il maniero di singulti e di aneliti, la infame strage incomincia; — da ogni parte sangue. Tomaso, la consorte, i figli, Selvaggia mia, a forza erano tratti nella sala dov'io mi giaceva legato. Qui, Naldo propone a Tomaso che se la moglie e i figli di sua mano trucidasse, gli salverebbe la vita. Tomaso assente, e gli dànno una spada. Le mie viscere fremevano: egli guarda prima Naldo con occhi pieni di morte, — ma vedendolo cinto di armatura di ferro, circondato da troppi scherani, all'improvviso volta la spada contro il suo petto e cade morto ai piedi dei figli. Il mio cuore riprese i suoi palpiti; un grido d'imprecazione si levò dalla bocca delle vittime contro l'empio assassinio: egli pensando che, quelle voci tacendo, tacerebbe eziandio la sua coscienza, ordinava trucidassersi. Si avventarono iniqui contra a quei corpi delicati, nei seni, nelle gole immersero i ferri, — e quelle misere creature non si difendevano, — non imprecavano, — invocavano solo il nome santissimo di Dio. Alla rabbia degli uomini si aggiungeva la rabbia del cielo; — cadeva la pioggia a torrenti, — l'uragano rovesciò edifizii, schiantò alberi, — un fulmine rovinò la cappella e, rotta la lapida di un'arca antichissima murata su la parete, sparse per la terra le ossa degli antenati della famiglia. Era il mio voto a Dio distruggitore perchè sobbissasse gli uomini e la terra che gli sostiene. — Mi si accosta Naldo e, toccatami la spalla, vi lascia la impronta delle dita sanguinose: — Mal ride, egli esclama, chi l'ultimo non ride. — Per suo comando mi levano da terra; nulla curato il furore degli elementi, mi traggono nel barco e mi legano ad un albero; — io non proferiva parola. Giunto a cotesto estremo, abborriva la vita, ed anche con isperanza di salvarla non avrei fatto mostra alcuna di viltà; e poi tra tante immagini di morte non essendomi comparso davanti il figliuol mio, consolazione ineffabile in quella ultima ora erami il pensare che, non trovato da quei feroci, vivesse... Un vortice di fiamme scaturisce dalle più alte finestre del maniero, — al chiarore dell'incendio della mia casa vedo il mio figliuolo legato... in mano dei feroci ancora esso: ogni mio proponimento venne meno; supplicai... mi avvilii... e, oh Dio! con qual frutto? Ah! io non posso dirlo... questa memoria mi abbrucia il cervello... No... dolore non fu mai pari al mio su questa terra di maledizione... ahimè!..., ahimè!»
Povero Lucantonio! doveva bene angustiarti tormentosa la memoria del caso; imperciocchè dopo diciasette anni ti agitava una smania convulsa, e fremevi e battevi i denti e percotevi dei piedi la terra, sicchè poco più avresti fatto, se in quel punto ti avessero lacerato le membra con le più crudeli torture. Poi lo sovvenne il conforto estremo della sventura, il pianto. Annalena e Vico piangevano anch'essi.
[Illustrazione: «Muori!» urlò pieno di tremenda esultanza il Bandino,... Cap. XXII, pag. 499.]
«Udite... se mai fu strazio più osceno di questo... venitemi a canto... abbracciatemi... imperciocchè senta che l'animo non mi basterebbe al nefando racconto, se l'amore... se l'aspetto vostro non mi sostenessero.. Venitemi appresso... più presso al cuore... non mi lasciate... io finisco. — Me lo appiccarono... Geri... il mio bel figliuolo... l'unico mio figliuolo... che tanto rassomigliava Selvaggia... me lo appiccarono ai rami dell'albero sul mio capo... me lo appiccarono... e mi lasciarono; — e per tutta la notte m'intronò lo sghignazzare di Naldo e la sua voce che ripeteva: Mal ride chi ultimo non ride. — I piedi del giovanetto agitati dal vento mi scompigliavano i capelli; — una lastra di ferro rovente offende meno. Sforzo con tremendo conato i lacci che mi legano all'albero, — i miei polsi rimangono più dolorosamente stretti che mai, la corda cede tanto ch'io posso levarmi su la punta dei piedi... il corpo di Geri non oscilla più... i piedi del figlio riposano sopra il capo del padre! — Geri..., se sei vivo, rispondimi per amore di Dio... Geri, aiùtati con le mani... allárgati il capestro... Geri, rispondimi... — E Geri non rispondeva. Chi potrà dirvi tutte le parole ch'io proferii, — con quanti cari nomi io lo chiamai? Chi lo spasimo durato allorchè, i piedi rifiutando sostenermi in cotesta sconcia positura, mi era forza riposarli a terra; e allora io non sentendo più il corpo del figliuolo sfiorarmi, dondolando, i capelli, temeva che quel momento di sostegno cessato avrebbe potuto cagionargli la morte? Chi la lunga contesa, il disperato dolore e l'esitanza?... Rifinito di forze, mi abbandonarono gli spiriti; misericordia di Dio fu sospendermi in quel punto la vita, maggior pietà sarebbe stata tôrmela affatto. — Quando gli occhi miei tristi si riapersero alla luce, mi trovai sciolto, — molti miei conoscenti mi stavano attorno contristati; — il capo, i piedi e le mani acerbamente mi dolevano, tentai levarmi e non potei; mi posi a sedere, e gli occhi drizzai all'albero maledetto; io non vedeva bene. — O voi pietosi, io cominciai, che mi circondate, ditemi per pietà, se mio figlio pende tuttavia dall'albero! Lo avete salvato? — Mi risposero singhiozzando, e poi uno di loro riprese: Lo abbiamo sepolto accanto a voi. — Piegai la faccia, e al lato destro mi occorse una fossa coperta di piote recenti. Il delirio mi vinse, e mi atteggiai come il cane quando raspa per iscavare. — Ah! prima che la terra me lo ricuopra per sempre, ch'io lo rivegga anche una volta. — Mi levarono per le braccia onde allontanarmi dalla vista di tanta miseria. Giungemmo presso al castello; la pioggia aveva spento l'incendio, la parte superiore rovinata, la inferiore illesa: io non so come mi tornarono le forze; mi liberai da coloro che mi tenevano, e corsi alla volta della casa... penetrai nella sala... deh! mi sia concesso non ricordarvi la strage nefanda: così potesse non rammentarla l'anima mia!... Selvaggia mia, se il cuore non mi ti avesse indicata, non avrebbero saputo ravvisarti i miei occhi... come orribilmente ti avevano lacera la gola, con quante ferite guasto il castissimo corpo!... Mi prostrai... la faccia posai sul pavimento, e dai precordii sospinsi una molto terribile bestemmia, però che maledissi colui che, avendo dei fulmini pei giusti, sembrava impassibile agli scellerati. Per Dio! odo il mio nome susurrato da una voce che sorge dalla terra: — vivesse Selvaggia? La sua gola non fosse insanabilmente lacerata? — Levai la faccia... ahi dolore! pur troppo la testa appena giunta le stava al busto per la pelle della nuca... ella era morta... irrevocabilmente morta! — Caddi di nuovo, e il mio nome da capo susurrato mi percuote le orecchie... temei fosse un errore della fantasia commossa, — e non mi levai finchè una terza chiamata mi assicurò che io non m'ingannava: la voce si partiva dal cumulo dei cadaveri della famiglia del povero Tomaso: vinsi il ribrezzo e mi detti a frugare con cupide mani tra quella massa di carne sanguinosa... Tranne uno spregio sopra la spalla, tu eri rimasta illesa... la tua genitrice una volta ti porse la vita col latte del suo seno medesimo... ella riparò le tue ferite, ella ti coprì col corpo; comunque morta, ti aveva difesa, e tu cauta per istinto ti eri taciuta finchè non ti comparve davanti una faccia amica... Sventurata, e pure non del tutto misera, madonna Ermellina, se morendo potesti salvare i giorni della tua pargola... mentre io infelicissimo padre... oh!»
La fiamma del focolare all'improvviso cessa, e dalle legna vermiglie si leva una colonna larga, bianchissima: nel tempo medesimo un gran colpo fu bussato alla porta.
Vico, Annalena e Lucantonio si strinsero in un solo abbracciamento e proruppero in grido doloroso.
Passata la prima impressione del terrore, Lucantonio asciugandosi la fronte col dorso della mano, mormorò:
«Ah! mi era parso vedere l'anima del mio figliuolo.»
Annalena giunse le mani e alzandole al cielo diceva:
«O Signore, io sperava tu mi avessi conceduto la vista della mia genitrice.»
E Lucantonio riprese:
«I luoghi che prima amai m'increbbero: raccolto quanto meglio potei dal naufragio della nostra fortuna, mi ridussi ad abitare su quel di Fiorenza: a te costumi diedi convenienti alla nuova condizione; tacqui i natali e le sventure per non ti contristare la bella giovinezza: due amori suscitai nel tuo seno, quello della patria primo, poi quello di me; non perchè lo meritassi, ma perchè ne aveva immenso, irresistibile bisogno... Adesso in te se ne leva un altro il quale per certo non ispegnerà gli altri due... Se ciò avvenisse... sento che la tazza del dolore non si vuota mai. Di Naldo che avvenne? Voi lo avete veduto, or non è guari, cadavere miserabile sotto le zampe del mio cavallo.»
I giovani stavano per consolarlo, quando furono trattenuti da un secondo colpo più fortemente bussato.
CAPITOLO VENTESIMOQUINTO
VOLTERRA
Tanto fischiar di strali, Brillar di brandi ignudi, Colpi così mortali, Urto sì fier di scudi, Sangue non fu mai tanto, Nè più letizia e pianto.
ARMINIO, tragedia.
Era Francesco Ferruccio. Egli s'inoltrò con passi gravi, e in sembiante severo; ma quando vide la fanciulla atteggiata di dolore, quasi statuetta che un bel pensiero di artista abbia posto sul sepolcro di un primogenito o di sposa nuovamente divelta dalle braccia — forse dal cuore — dell'amato consorte quando dal volto di Vico e di Lucantonio conobbe l'angoscia esser passata colà, di severo divenne mesto ed appoggiò il gomito destro sul pomo dello spadone, sopra la mano la faccia.
E dopo alcun tratto di tempo incominciò:
«Ludovico, io sono venuto a dirvi addio. Prima che nasca il sole, mi è forza partire in servizio della Repubblica per impresa piena di pericolo e di gloria. I giorni dell'uomo sono uguali ai passi del viandante, — i giorni del soldato trovano appena paragone nei passi del cavallo che fugge.»
Ludovico alzò gli occhi attonito e rispose:
«Perchè rimango io?»
«Per ordine dei signori Dieci consegnerò la terra al nuovo commissario Andrea Giugni... Costui conobbi sempre studioso della licenza, la quale, finchè non trovi luogo a dimostrarsi nel suo brutto sembiante intera, assai sovente si scambia con la libertà, — uomo di corrucci e di sangue, non di quell'animo fermo che i gravi casi della patria domandano, — di costumi corrotto e superbo, — ogni bene riposto nei grossolani diletti della vita. La impresa a cui mi prepongono i Dieci gioverà assai alla salute di Fiorenza, perchè, vincendola, come, da Dio sovvenuto, confido, ridurrà alla sua devozione una città ribelle, e il suo credito scaduto verrà a rinverdire; in ogni caso, scemerà forza all'esercito, perchè Orange manderà gente a tentare di ricuperarla. Però il danno non compenserebbe il vantaggio perdendo Empoli: finchè conserviamo questa terra, non sarà mai spacciata la patria; la campagna ci è aperta fina a Pisa, — comodissima ci sovviene la facilità di provvedere gli assediati; — insomma il Palladio di Fiorenza si conserva qui dentro. Or dunque voi comprendete di quanta importanza mi sia lasciarvi persona sicura che vigili attentissima tutti i casi che possono accadere alla giornata e me ne ragguagli con diligenza.»
«Ma», riprese esitando Ludovico, «la promessa che voi faceste al padre mio moribondo mi suona diversa; o non prometteste voi ch'io vi sarei morto al fianco per la patria combattendo?»
«Vico, io non muto mai; ma dite: — voi da quel tempo in poi nulla vi sentite mutato? Allo amore di patria non si mescolò per avventura un altro amore? Vostro malgrado, non si levò nel cuor vostro un istinto di conservazione per la vostra vita dacchè un'altra vita vi preme molto più della vostra? È santo il vostro affetto, ed io lo approvo; pure sarebbe stato meglio che vi avesse acceso in altra stagione. Ma i fati reggono gli eventi; io poi non domando mai cose superiori alla umana natura; — male, penso, si lascia il fianco della sposa per affaticarsi quotidianamente al raggio del sole in battaglia.»
«Amaste voi mai?» una voce soave interrogò il Ferruccio, e si partiva dalla fanciulla.
«Io? — Amai mio fratello Simone, valente spada e fidato consiglio; — amai l'uno e l'altro mio genitore, ed amo le mie due sorelle, che, rimaste a casa, certo nè anche a quest'ora cessano dalle notturne preghiere per la tutela della mia vita... ma sopratutto amo la patria; — donna amata e gelosa, custodisce tutti i miei affetti... la mia anima è a Fiorenza, intorno al gonfalone della Repubblica; — la mia anima sta sulla corona che circonda la testa dei lioni del Comune... gran parte della mia anima posa eziandio su questa spada... oltre di ciò, io temo non avere anima per nessuno.»
«Misero voi!»
«Misero io! — e perchè, giovanetta?»
«Perchè», risponde Annalena sollevando all'improvviso le ciglia e con ardentissimi sguardi fissando il commessario, «perchè amando avreste appreso nessuno intelletto essere tanto grande nè cuore gagliardo ai quali il buono amore non aggiunga grandezza e gagliardia; la patria nuda di affetti a me rassembra un sepolcro: — l'uomo difenderà per religione quel sepolcro, perchè contiene le ossa de' suoi congiunti e conterrà le sue; — ma se vi aggiungi la difesa della sua sposa e dei figliuoli, allora il soldato ti parrà fulmine di Dio contro i nemici: io mi rammento avere udito raccontare dal padre di Vico come gli antichi Spartani non accettassero combattenti nella falange sacra dove non fossero innamorati...»
Ferruccio crolla, sorridendo, la testa; e la fanciulla con maggior fervore continua:
«Voi altri, perchè dotò natura di più salde membra di noi, non rifinite mai di lamentare la nostra debolezza; ci pretendete più forti e non vi restate dallo sconfortarci in ogni maniera; l'avvilimento nostro volete a un punto e rimproverate. Or dunque da che traete argomento di sospettare che l'amore sarà d'impaccio alle opere generose di Vico? Se dall'esser mio di donna, senzachè vi ricordi più remoti esempi, qual cittadino di Fiorenza fin qui ebbe virtù che potesse, non dirò superare, ma reggere al paragone di quella di Lucrezia Mazzanti? Ed io fui sua figliuola d'amore, ed io con questi occhi contemplai gli estremi aneliti della sua vita mortale. Ai giorni nostri, donna Maria di Padilla non difese vivo il consorte, non lo vendicò morto e, quando ai più animosi mancò l'ardire, non sostenne ella sola la libertà della Spagna contro lo sforzo di Carlo, che Dio confonda? Se perch'io mi sono Annalena... voi non mi conoscete ancora.»
«E che vorreste fare, giovanetta?» le domanda amorevolmente il Ferruccio.
«A lui», riprese Annalena additando Vico, «quello che spetta a moglie d'uomo che combatte per la difesa della patria; a voi quanto incombe a figliuola di padre affettuosissimo: — io per me abborro il sangue, — e la guerra è necessità che deploro con tutta l'anima; — la vita considero dono di Dio, la quale non possiamo spendere mai tanto bene quanto nella tutela della libertà...; e quindi io pregherò il Signore che volga gli occhi alla terra e favorisca non il più forte, ma il più giusto; — appresterò bende e rimedi alle ferite mentre voi vi avventurate al pericolo di riceverle; — vi veglierò infermi; — vi tempererò con freschi pannilini l'ardore delle membra quando vi travaglierà la febbre; riceverò nel mio seno il colpo che vi sarà indirizzato... vivrò con voi, e per voi morirò.»
«Padre! su, padre!» esclama il Ferruccio agitando il braccio di Lucantonio; e questi:
«Chi mi rammenta che una volta fui padre? Quale spietato rinnovella in me l'antico dolore? Sei forse Dio, per potermi rendere il figliuolo? Uomo, — intendi, — tu puoi schiudere la bocca del sepolcro, ma per traboccarvi dentro il tuo simile, non già per trarnelo fuori.»
Ferruccio attonito non sapeva che cosa volessero significare coteste lugubri parole: Vico gli espose in breve i fieri casi di lui e come non fosse sua figliuola Annalena, sibbene orfana e nata di messer Tomaso Tosinghi da Ponzano.
«La donna, comunque si chiamasse, che fu degna del tuo cuore ben poteva ottenere anche il tuo nome; e non pertanto mi piace ch'ella esca dei Tosinghi; — così per te riviverà un gentile e onorato lignaggio. — Lucantonio, io sono il Ferruccio. — A me il padre di Ludovico morendo commise la cura d'incamminarlo nella vita: vorreste voi unire la vostra Annalena col mio Vico? Pari di età e di animo, paionmi concepiti da un medesimo pensiero del Creatore.»
«Di', l'amerai come l'ho amata io?» con immensa passione Lucantonio interroga Ludovico senza badare alle parole del Ferruccio; «la sosterrai nella vita, le torrai dal sentiero che deve percorrere i triboli e le spine? Io, vedi, quando era stanca me la recava in collo e la portava finchè le braccia intormentite potevano sorreggerla: — guarda i bei piedi ch'io le ho saputo conservare; — se il freddo l'agghiadava, io le sue mani mi riponeva nel seno e col calore del mio cuore le riscaldava, sicchè il gelo non le stagnò mai il sangue sopra le dita, — ed ora nota come le ha bianche e delicate: quando camminammo nella estate per le aperte campagne, tra il sole e lei posi il mio corpo, e la sua pelle rimase intatta; — col mio fiato le inumidii i capelli; — quando ebbe sete, io le porsi tutta l'acqua della mia tazza... Abbile cura... allorchè dorme le solleva la testa, imperciocchè il suo alitare sovente sia soffocato... e in quel momento Dio ti salvi dalla tremenda paura che mi ha travagliato. Se così l'amerai, prendila; — siate due in una carne; — tu, Lena, appóggiati al nuovo sostegno; — appena io posso ormai sostenere me stesso... Ora non mi avanza altra causa per dimorare su questa terra... Accoglimi dunque nella tua pace, Signore.»
Il Ferruccio, modesto com'era, andò egli stesso pel prete. Il matrimonio fu celebrato nelle domestiche pareti, chè prima del concilio di Trento molte formalità, diventate in seguito sostanziali, si trascuravano; mancarono i riti solenni; non vi assistè la corona dei parenti e degli amici. Furono nozze dicevoli al soldato in procinto di perdere la vita, — alla donna che corre pericolo di diventare vedova prima che sposa. La religione del cuore supplì alle pompe religiose, l'amore immenso dei pochi alla proterva allegrezza dei molti convitati.
Compiti appena gli sponsali, Vico baciò in fronte la sua donna e tenne dietro al Ferruccio disposto a partire. Annalena, comunque abbattuta dalla notte vegliata e più dalle sensazioni sofferte, apparecchiò le poche masserizie a trasportarsi necessarie; Lucantonio taciturno l'aiutava senza mostrarsi affaticato. Tal era quel vecchio che gli anni non sapevano aggiungergli una ruga sopra la fronte, l'angoscia una puntura sul cuore, il disagio indebolire que' suoi nervi di ferro.
Il sole co' suoi primi raggi faceva coruscare la picca brunita in cima all'asta che regge il gonfalone del popolo fiorentino. Prossimo d'ora in poi a ricercare invano la bandiera della libertà sopra la nostra terra, pare ch'ei la vagheggi con aumento di luce. La brezza mattutina svolge agitando le pieghe del gonfalone, e n'esce un fruscio confuso che ti fa credere che, animato per miracolo, voglia all'improvviso favellare, e per troppo affetto la parola non si formi distinta, come immaginò l'Alighieri di quel suo avo Cacciaguida quando gli comparve davanti nel Paradiso.
Millequattrocento fanti stanno schierati sopra la piazza maggiore di Empoli sotto diverse insegne e divisi in sette compagnie capitanate da Nicolò Strozzi, Paolo Corso, Sprone, Balordo e Giovanni Scuccola da Borgo a San Sepolcro, Goro da Monte Benichi e Tomè Siciliano. Si aggiungevano quattro compagnie di cavalleggieri sotto la condotta dei meglio animosi cavalieri che agli stipendii della Repubblica militassero, Amico Arsoli, Iacopo Bichi, Gherardo conte della Gherardesca e Musacchino[259].
Il Ferruccio, accompagnato dal nuovo commessario Andrea Giugni e dai capitani che lasciava alla difesa di Empoli, Piero Orlandini cui egli stesso con fervidissime istanze aveva più volte raccomandato ai Dieci come prode non meno che prudente uomo di arme e della libertà sviscerato, Tinto da Battifolle, Bocchino Corso e il conte di Anghiari, percorre le file, esaminando se avessero trasgredito in nulla i comandamenti di lui.
Imperciocchè egli avesse prescritto che ogni soldato si provvedesse di pane per due giorni, apparecchiassero picconi e strumenti altri siffatti da espugnar terre, una soma di polvere d'archibuso, due some di corda cotta e tre some di scale. Quando co' suoi propri occhi conobbe essere stato obbedito in tutto, si volse ad una banda della ordinanza fiorentina distinta dalle altre compagnie per la sciarpa verde che costumavano i giovani ascritti alla medesima, in segno, dice lo storico Nardi, dello sperato frutto delle loro fatiche, e pel gonfalone del Comune, insigne di una croce bianca in campo rosso.
«A voi», incominciò egli con forza, «non dico nulla. Quando vi cadrà dalle mani la bandiera, un'altra cosa vi cadrà sul collo, — la scure del tiranno. La libertà sta impressa sopra la vostra testa, — l'una non può reggersi senza l'altra. Allorchè l'animo non vi bastasse ad essere eroi, siatelo per disperazione; da una parte troverete gloria, sicurezza, leggi buone, vita larga e tranquilla, — dall'altra, vituperio e sangue.»
Ciò detto, stese la mano e indirizzò la voce alle compagnie stipendiate:
«L'ira di Dio e i misfatti degli uomini ci hanno reso stranieri tra noi; — noi favelliamo uno stesso idioma, noi allevò una medesima terra, e tuttavolta la nostra patria non è la vostra; — ben potrei dirvi difendersi in Fiorenza la libertà dell'universa Italia, — qui essersi quasi intorno al cuore ristretti gli ultimi palpiti di lei; — fiaccola accesa sopra il faro illuminare anche i popoli che non contribuiscono coll'olio a mantenerne il lume. Ma io la vostra condizione presente comprendo e compassiono. Privi da gran tempo di libertà, ella vi sembra nome vano e senza idea; all'amore di gloria or si sostituisce in voi l'amore di un frammento di metallo coniato; — combattete senza passione perchè non avete patria. Però io non pretendo da voi cose superiori all'opera comunale del soldato pagato. Chiunque non si sentisse gagliardo abbastanza per seguitarmi nelle nuove imprese, rimanga; — adesso gli concedo facoltà ampia a restarsi; varcata che avrà di un passo la porta di Empoli, non sarà più a tempo; — un passo indietro lo spingerà irrevocabilmente alla morte. Intanto mi corre l'obbligo di saldare i debiti. Romanello, uscite di riga.»
A queste parole si fece innanzi un giovane di forme egregie, nato nel contado di Arezzo, il quale si era virtuosissimamente adoperato in quelle quotidiane avvisaglie; il Ferruccio, sorrisogli alquanto, gli disse:
«In premio delle prodezze vostre vi dono una celata ed un cavallo. La Repubblica adesso non può guiderdonarvi nè di più nè di meglio. Sta in arbitrio vostro lo stare come l'andare[260].»
«Con buona licenza vostra rimarrò a provare se buon cavallo e buona celata mi donaste voi.»
Gli accenti severi e il dono onorato commossero i soldati, — i volti loro avvampavano di vergogna, — il cuore battè con violenza sotto gli usberghi di ferro, imperciocchè l'uomo, come la pietra sotto la mano del fabbro, diventi ad un tratto o la statua d'un Dio, o un mortaio da sale, — e con unanime grido risposero:
«Noi verremo tutti: — voi siete la nostra patria.»
I soldati amavano il Ferruccio più che padre, — ed io ebbi luogo di notare che il capitano giusto e severo è temuto a un punto ed amato; — i soldati riconoscono la pena non da lui bensì dalla legge, mentre il premio all'opposto, anzichè dalla legge, da lui solo derivano. Io però non affermerei questo avvertimento tanto generale che non andasse soggetto a gravi eccezioni; — nondimeno io l'ho fatto replicate volte con animo quieto e forse preoccupato da pensieri poco onorevoli alla umana natura: — certamente l'uomo è migliore della sua fama.
Il Ferruccio, agitando la destra, di nuovo favella:
«Or dunque deponete le vostre particolari bandiere, accoglietevi tutti sotto il gonfalone della Repubblica; — per ora abbiate una bandiera comune: — tra poco, Dio sovvenendoci, ci acquisteremo comune anche la patria.»
E come disse, fecero. Allora egli si strinse da parte col nuovo commessario Giugni e, prendendogli ambe le mani, favellò:
«Messere Andrea, per lo corpo santissimo di Nostro Signore vi raccomando la difesa di Empoli. S'egli non è tale, come ho scritto agli magnifici signori Dieci, che le donne, non che altri, lo possano con le rocche e coi fusi difendere, certo i soldati con le picche e con gli archibusi molto agevolmente il potranno. Questo Popolo ha buona mente verso la Repubblica; ma voi sapete bene essere il popolo voltabile cosa e pronto a levarsi al primo vento che vi soffi dentro. Il migliore spediente ond'ei non senta la fatica consiste nello affaticarlo del continuo: pensate ch'Empoli perduto darebbe vinta ai nemici la guerra; fate buona guardia; in caso di assedio, badate alle mura verso la porticciuola d'Arno e verso San Donnino; — da questi lati paionmi più deboli che altrove: — praticate un fosso interno, — a me il tempo mancò per farlo; — giù in fondo conficcatevi aguti di legno o di ferro; — innalzate un argine: in castello troverete legname a ribocco, e quando le terre possiedono legname, le non si ponno sforzare; troverete copia di munizioni tanto al vivere quanto al combattere necessarie. Addio, messere Andrea; fino dalla gioventù prima procedeste sviscerato della libertà e mille volte poneste a sbaraglio della vita per cause da nulla; adesso pertanto rammentatevi che sopra il vostro capo riposano i destini di Fiorenza e forse d'Italia; abbiate fisso nella mente che voi avete a perdere una patria e un nome che di padre in figlio a voi pervenne onoratissimo e splendidissimo. — Partiamo»
Iacopo Bichi, piegandosi sopra la sella del cavallo, mormorò nelle orecchie del Ferruccio:
«Di nemici va pieno il contado, commissario; non parrebbevi prudente, onde fuggire ogni impaccio, che ripiegassimo il gonfalone, e i tamburi e le trombe tacessero?»
«No, Iacopo», riprese il Ferruccio; «e' bisogna incamminarci al conquisto di gloria non come ladri, sibbene da eroi. — Date nei tamburi. Viva la Repubblica!»
I soldati ripeterono il grido Viva la Repubblica e si posero in via.
* * * * *
Volterra è città antica, posta quasi nel mezzo della Toscana, sopra un monte assai alto: sedendo sopra cinque gioghi, dicono gli storici che presenti per pianta quasi la figura di una mano. Chi prima la edificasse ignoriamo; alcuni le danno origine propria, altri straniera; tra questi chi l'attribuisce ai Lidii, chi a' Pelasgi, chi a Tirreno; non manca chi ne affermi fondatore Noè: incertezze e favole le quali nonpertanto valgono a dimostrare i suoi remoti principii.
Ciò che apertamente possono esaminare i pellegrini sono le reliquie delle mura ciclopiche che occorrono pur sempre nel suo territorio, e scritture di lingua che ormai non intendiamo più: le prime fanno fede che visse un di una schiatta di uomini dotati di forze assai superiori a quelle dei popoli moderni; — le seconde, di un tempo tanto antico che mal si accorda colla età attribuita alla nostra terra. Dicono Giano nascesse in lei; affermano quivi ancora trovasse i natali san Lino; i quali casi, se come narrano, avvennero, segno è certo avere usato sempre benigno riguardo a quella città la Idea, che i popoli posero con vicenda perpetuamente alterna nel cielo a disimpegnare le funzioni di Dio. Volterra fu delle dodici città etrusche sede dei lucumoni; qualche archeologo volterrano sostiene essere stata prima tra tutte; gli antiquari aretini scrivono lo stesso di Arezzo; altri altre cose: la quale questione di preminenza, come delicatissima, lascio alla decisione del benigno lettore.
Si resse prima con proprie leggi; e tanto i suoi antichi cittadini o amarono la libertà o abborrirono la tirannide che ordinarono nessuno di loro tenesse i magistrati, ma annualmente si concedessero agli schiavi fatti liberi: quale tradizione riportata da Aristotele non so come si accordi con l'altra che quivi ponesse sua stanza il principale lucumone di Etruria. Come che sia però, se a lei piacque la libertà, la invidiò in altrui; e gli storici ci riferiscono ch'ella, collegata con Arezzo, Chiusi, Rosselle e Populonia, tentasse restituire Tarquinio in Roma. Male incolse a Volterra provocare l'aquila romana, dacchè, quando usciva appena di nido, rimase da lei malamente ferita; fatta adulta, la divorò. Elio Vuturreno con sessantamila Toscani, comportando acerbamente il minacciato servaggio, giurarono vincere o morire: giacquero spenti sul campo di battaglia presso al lago di Valdimone. Volterra e la rimanente Etruria diventarono da prima municipio, poi colonia romana. Nelle contese tra Mario e Silla, Volterra seguì le parti del primo: superando il secondo, ne sottopose alla legge agraria il contado.
Durante il medio evo la ressero conti, marchesi e gastaldioni, poco dopo, i vescovi; ma questi più di nome che di fatto, imperciocchè nell'esercizio dell'autorità temporale li troviamo contrariati tutti, spesso banditi, uno — Galgano vescovo — trucidato.
A libertà scomposta successe tirannide sfrenata. I Belforti, congiunti finchè attesero a dominarla, si divisero poi su lo spartire della preda: i deboli ricorrono ai Fiorentini per aiuto. Secondo l'antica natura dei potenti, i Fiorentini sovvengono i deboli contro i vincitori per opprimere entrambi. Volterra, col nome di socia, diventa sottoposta a Firenze. Però, se togli qualche ingiustizia commessa dal popolo fiorentino per necessità della sua politica, se dalla parte dei Volterrani qualche impeto per rivendicarsi nell'antica libertà, tra signore e servo non vedemmo mai concordia più diuturna nè più sicura di questa.
La maggiore iniquità che avessero a sopportarvi i Volterrani venne da Lorenzo dei Medici il vecchio. Siccome il racconto di questa avventura giova a svelare l'ingegno di un uomo che la fortuna sembra proteggere anche, dopo la morte così che perfino il titolo di onoranza a tutti i cittadini comune muta in attributo singolare della sua magnificenza[261], non mi sarà grave esporla con qualche larghezza.
Mentre mi dispongo a farlo, mi occorre alla mente un pensiero importuno, ed è questo. L'unico conforto che avanza al magnanimo oltraggiato da' suoi contemporanei consiste nel confidare il proprio nome al futuro e dal sepolcro, dove precipita col cuore rotto, appellare alla fama. E pure anche questa fama diventa ancella della fortuna e dura a celebrare, per inerzia e per costume, morto colui che adulò vivente. Lorenzo dei Medici salutano tuttavia i posteri col nome di Magnifico, lui dicono grande, lui generoso e sapiente. Scrittori stranieri impallidirono sopra antichi volumi per rinverdirgli la corona e nascondergli officiosi sotto le fronde dell'alloro la impronta di tiranno che un ferro popolano gli segnava sul collo. — Quanti furono coloro che encomiarono il Ferruccio? E non pertanto questi morì per la libertà della patria, — quegli, come vedemmo, moriva senza l'assoluzione del Savonarola promessa a patto di restituire la patria alla libertà.
Or dunque si narra come Bernuccio Capacci da Siena offerisse alla Signoria di Volterra di condurre in affitto per dieci anni i pascoli del Sasso e le miniere dello allume; la quale offerta, quantunque fosse da autorevoli cittadini vigorosamente contradetta, non pertanto venne dai priori e dai collegi approvata. Il popolo cominciò a riprendere come lesivo l'affitto. Il Capacci, per assicurare il negozio, ci chiama a parte Paolo Inghirami, uomo fiero e potente, e Lorenzo dei Medici. Aperte le miniere, tanta fu la copia dell'allume che, tra per invidia di alcuni contrarii allo Inghirami e la lesione che veramente sentiva il popolo, invocato il disposto delle antiche leggi, si ottenne cassarsi il partito e di nuovo proporsi il negozio davanti il magistrato. Varie ebbe vicende questa trattativa; e forse, cresciute a termine conveniente le offerte, usata modestia e blandizie, sarebbesi condotta la bisogna di quieto a buon termine, se l'Inghirami, trasportato dalla superba natura, fidandosi nella forza, non avesse preferito ai modi benigni i riottosi. I magistrati offesi, volendo far mostra di autorità, ordinano gli operai dalla miniera si cacciassero, gli edifizii si demolissero. Paolo, bollente di sdegno, si riduce a Firenze per avvisarne Lorenzo; e questi, ne' suoi privati interessi mescolando la patria, fa decretare si rimetta ad ogni costo l'Inghirami nel possesso della miniera; i giudici che ardiscono amministrare la giustizia a suo danno s'imprigionino: Rafaello Corbinello, capitano di Volterra, provveda onde abbia forza il decreto. Paolo torna in Volterra, percorrendo le strade con accompagnatura di Côrsi armati, in sembianza e più nei modi tiranno. Il popolo, che in moltissime cose si assomiglia al bove, lo assomiglia anche in questa, che, quando è quieto, un sol fanciullo lo mena, ma quando monta in furore, cento uomini lo fuggono. Al popolo dunque un giorno scappò la pazienza; — l'accompagnatura dei Côrsi disparve, distesa appena una delle sue mille mani; — Paolo e i suoi aderenti, costretti a salvarsi, riparano nel palazzo del capitano. L'autorità e la paura di pena remota mal giovano contro a furore presente: a malgrado le dimostranze, cadono spezzate le porte; il popolo irrompe; Romeo Barbetani, che primo si oppone, riduce in pezzi, — gli altri ristretti in cima della torre collo zolfo e col bitume soffoca, — poi ne strascina per le strade i cadaveri, miserabile trofeo di cittadina discordia.
Lorenzo dichiarò la maestà del fiorentino popolo offesa per cotesta strage, pernicioso l'esempio dove si lasciasse impunita. I priori gli ebbero fede o s'infinsero, chè ormai in lui di tiranno era tutto, tranne la corona, superflua eppure ambita insegna di potenza.
Un popolo si armava ai danni dell'altro per sostenere Lorenzo dei Medici nella impresa degli allumi: fu questa guerra avaramente incominciata, crudelmente combattuta. Lorenzo mosse contro Volterra Federico duca di Urbino con poderosissimo esercito; e poi impedì che la città si soccorresse, — gli amici di lei corruppe o spense; sicchè abbandonata, soprafatta dal numero e dal tradimento, cedè alla fortuna del nemico. Con quanta misericordia si comportasse verso i vinti Lorenzo, che la posterità si ostina a chiamare Magnifico, si dimostra da queste poche parole di uno scrittore volterrano: «Io non istarò a narrarvi la universale desolazione, gli incendii e gli spogliamenti di cui vanno piene le storie del tempo. Basti dirvi che la rovina di questa patria fu tale che pochi esempi sono accaduti simili a questo, per cui non è risorta mai più[262]»
Alcuni cittadini di Volterra, i meno, — perchè i generosi non furono mai troppi, anteponendo alla servitù l'esilio, ricoverarono in varie terre d'Italia. Poco dopo sopraggiunse nella rovinata città Lorenzo con pecunia per corrompere il popolo e per innalzare la fortezza; ogni privilegio le tolse, di libera la ridusse serva, e tali e tante vi commise enormità che presso a morte la memoria di quelle lo travagliava fino al punto di disperarlo del perdono di Dio.
Il popolo fiorentino, scacciati i Medici, attese a riparare le ingiurie del tiranno, restituì ai Volterrani il governo e l'entrate; ma, ormai troppo profondamente offesi, non poterono risorgere all'antico splendore.
Però quando Firenze, venuta meno ogni speranza d'accordo, deliberò sostenere gagliardamente la guerra contro le armi collegate dello imperatore e del papa, i Volterrani mandarono ambasciatori alla Signoria per offerirle tutte le forze loro in quanto valevano. Cresciuto il pericolo ed occupato in gran parte dal nemico il dominio, ottennero licenza dal capitano Nicolò dei Nobili di armarsi e di provvedere con ogni argomento tornasse loro più destro alla difesa della città. Ma l'affezione veniva meno con la fortuna: quotidianamente cresceva il numero di coloro che dissuadevano gli animi da mettersi in mezzo a fortune per lo meno incerte e difficili, e con la speranza dei beneficii del barcamenare gli lusingavano: e l'uomo, per sua natura, senza mestieri di sollecitazioni, vediamo essere ad abbandonare l'amico infelice pel nemico avventurato anche troppo inchinevole: infida, ma potentissima paciera, — la prosperità.
A Giovanni Covoni potestà di San Gemignano parve bene lasciare cotesta terra, non avendo forze sufficienti a mantenercisi; e poi lo consigliavano a quinci remuoversi le notizie che ad ogni ora gli venivano più certe, starsi i Volterrani in procinto di dar volta e ribellarsi al Comune. Presentatosi alla porta di San Giusto con le sue quattro compagnie, i Volterrani lo accolsero con sembianze liete, — ma, per quanto ei sapesse pregare e ammonire, nol vollero alloggiare in città; solo gli concessero stanza nei borghi. Per la qual cosa sdegnato il Covoni ordinò che alla mattina seguente su l'aprire delle porte entrassero i soldati senza rumore nella terra e prendessero i canti della piazza dei Priori; e, come disse, fecero, ma non senza rumore nè senza spargimento di sangue, avvegnachè volendo contrastare i Volterrani, due di loro, ch'erano fratelli, rimanessero uccisi.
Adesso il commissario abbandona per istoltezza quanto aveva in virtù della forza conseguito. Lasciandosi aggirare dalle insinuazioni dei maggiorenti tra i Volterrani e malgrado le proteste dei più savi, impone ai capitani Goro da Monte Benichi e Paolo Côrso ritornino alle stanze fuori di Volterra. Usciti appena dalle porte, chiudono i cittadini le imposte e si fanno ad assaltare le due compagnie rimaste: insufficienti a sostenere l'impeto, uscirono anch'esse, più che di passo, di Volterra, ed accozzatesi con le altre due, piene di mal talento presero la volta d'Empoli.
Parendo, com'era, grave fatto cotesto, la Signoria di Firenze provvide ai rimedii mandandovi Bartolo Tedaldi con due compagnie; partito intempestivo quando inefficace. Avendo prevalso le parti dei Medici, al Tedaldi parve somma ventura ricoverarsi co' soldati in cittadella. I Volterrani, liberati dalla sua presenza, convengono a patti con Taddeo Guiducci commissario del papa; poi mandano oratori a Clemente e ne ottengono laudi, benedizioni e promesse, di cui non fu mai penuria in corte di Roma.
Procedendo del tutto avversi alla Repubblica i Volterrani, ed a ciò confortandoli Alessandro Vitelli, costruiscono bastioni, innalzano cavalieri, turano le bocche delle strade che menano alla cittadella, e le case opposte riducono ad archibusiere per offendere chiunque si avvisasse sortirne per irrompere nella terra. Temendo poi fossero pochi i soldati stanziati colà per sostenere le parti del papa, condussero dugento fanti, poi altri cento, finalmente chiesero ai Sanesi artiglierie e munizioni. I Sanesi dettero cinque bariglioni di polvere, le artiglierie promisero, non mandarono: onde si volsero ai Genovesi; i quali, desiderando gratificare al pontefice, concessero due cannoni, due colubrine, un mezzo cannone e un sagro, con trecento venti palle di ferro: e perchè nessuno dei popoli italiani mancasse a spegnere il focolare della libertà d'Italia, Luigi da Bivigliano dei Medici, spedito in poste dal marchese del Vasto dopo la prima ributtata dalle mura di Volterra, dette ventiquattro bariglioni di polvere[263].
I chiusi in cittadella non si restavano; e comecchè avessero piccola artiglieria, giorno e notte indefessamente traevano contro la città: per altra parte cominciavano a patire difetto di vettovaglie; sicchè, mosse parole di accordo, convennero in una tregua di due mesi, a patto che l'uno non dovesse offendere l'altro, i Volterrani pagassero al Tedaldi commessario della cittadella scudi trecento, e giornalmente pel giusto prezzo gli dessero copia di vettovaglie necessarie al bisogno degli assediati. Siccome avviene, firmati appena i patti, l'una parte e l'altra attese a non mantenerli; per la qual cosa indi a breve riassunsero le offese molto più gagliarde di prima, ed alla fine, volendo ad ogni costo il pontefice porre fine alla impresa, ragunato sforzo di gente e di arme, deliberarono venire all'assalto.
Tale era la condizione della città quando Francesco Ferruccio, ordinandolo i Dieci, abbandonava Empoli per sovvenire alla fortuna pericolante della Repubblica in queste parti del suo dominio.
Ferruccio, affrettati i passi, giunse in Volterra il giorno stesso 26 aprile che si partì da Empoli, trascorsa appena la ventunesima ora: subitamente introduce i fanti per la porta del soccorso nella cittadella; fatti smontare i cavalleggeri e cavare le selle ai cavalli, per la medesima via gli mette dentro. Se i soldati lo accogliessero con dimostrazioni di allegrezza è agevole immaginarlo; egli, come uomo a cui il tempo tardi, imposto modo a coteste gioie, favellò brevi parole:
«Attendano i soldati a riposarsi, — di cibo si confortino e di bevanda; tra mezz'ora io gli richiamo alle armi.»
Uno dei cittadini di Volterra chiusi in cittadella accostando la bocca all'orecchio di certo soldato fiorentino, mormorò:
«Ecco un comando ch'è più facile a darsi che ad eseguirsi. Come faremo a confortarci di cibo e di bevanda che in cittadella avanzano appena sette barili di vino, e dei pani forse ne avremo cento?»
E il Fiorentino ghignando:
«Sta quieto; non sai tu che il nostro capitano si è fatto imprestare il miracolo di multiplicare il pane quante volte egli vuole?»
«Ahi tristo! per poco voi altri Fiorentini non diventate luterani: tu schernisci il miracolo; non ischernirlo, perchè io, alla croce di Dio, ti giuro che l'ho veduto.»
«Lo hai veduto?» riprese il Fiorentino spalancando gli occhi; «amici, apriamogli la vena.»
[Illustrazione: «L'amore.» «Ho giurato! ho giurato! Lasciami... io sono sacra... Cap XXXI, pag. 514]
«Che vena e che non vena! io ti dico che costà nella terra dentro la chiesa di San Francesco si conserva un frammento del pane moltiplicato dal Redentore, — è di orzo e fresco, come se uscisse pur ora di forno[264].»
«Io non dileggio: — guarda; — il miracolo si opera.»
I soldati, aperti gli zaini, ne avevano cavato pane e vino, e stesi per terra, dimentichi dei disagi della vita, improvvidi dei futuri pericoli, motteggiando e ridendo di gran cuore, adempivano il comandamento del capitano.
Ferruccio intanto, quasi il sole non gli avesse riarsa la faccia, il cammino stancate le membra, la fatica e la polvere assetato, taciturno si aggira per le mura della cittadella, specola i luoghi, esamina i muri, nota le archibusiere avverse, poi assente col capo ad una sua interna determinazione e, percotendo della palma aperta il parapetto, esclama: «Può farsi!»
E subito dopo chiamò Vico e gl'impose portassegli una tazza di vino; si trasse l'elmo, non scosse la polvere, raddrizzò il cimiero. L'elmo pesante gli avea segnata sopra la fronte una traccia di sangue pesto; non importa: vi sovrappone di nuovo l'arnese di ferro; ei non ha tempo di sentire il dolore.
«Oh! questo è un uomo davvero», discorreva un soldato asciugandosi col dorso della mano la bocca dopo di aver bevuto; «egli principia dal principio; quando il soldato si è cibato e ha dormito, riprende allegramente il suo cammino, fosse anche per la eternità.»
«Certo, il capitano Ferruccio», discorreva un altro, «ha avvertenza a tutto: infatti qual concetto dovrebbero formarsi nell'altro mondo dei soldati della Repubblica fiorentina, se, arrivati appena in paradiso, chiedessero da mangiare?»
«Ouf!» esclama un terzo sbadigliando e stirando le braccia «muoio di sonno... Lasciatemi dormire.»
«Soldati!» tuonò all'improvviso la voce del Ferruccio, «soldati!»
E gli uomini d'arme, fanti e cavalieri, assursero come se una bombarda fosse loro scoppiata vicina.
«Mi dispiace che la necessità mi costringa a menarvi a combattere senza che vi abbiate tolto ristoro al disagio sofferto; ma la prontezza dello assalto levando ai nemici l'animo di difendersi, con poco di fatica vi procaccerete riposo durevole e sicuro[265]. Or dunque perchè vi farei io lunghi discorsi quando è duopo adoperare le mani? La mia pazienza è metà più corta della mia picca: vedete costà quella torre? la ravvisate voi?»
«Sibbene la ravvisiamo: ella è la torre del palazzo dei Priori.»
«Or dunque sappiate che stanotte voglio giacermi là dentro; aiutatemi a conquistarmi il letto; mi tarda dormire.»
«Lo pensate voi? sapete che ora fa egli?»
«Che importa l'ora? Qualunque istante è buono per combattere e per vincere i nemici della patria.»
«Ma le ventidue ore si avvicinano: siete voi Giosuè? — Pretendereste arrestare il sole su in cielo?»
«Con l'ajuto di Dio, intendo affrettare le mani sopra questa terra. Rompete gli indugi, — attelatevi, — seguitemi, — la città è nostra!»
E fece aprire le porte e si spinse avanti abbassando la testa, come uomo fa per riparare il volto dalla procella. Da una mano brandiva la picca; dall'altra teneva la rotella e una scala.
I Volterrani avevano, come narrammo, recinto intorno la fortezza con archibusieri e bastioni; e di questi ne avevano innalzato fino a tre nella strada di Santo Antonio, donde, sortendo dalla fortezza, è forza passare se vuolsi riuscire sopra la piazza e quindi nello interno della città: da cosiffatti ripari cittadini e soldati mandavano continue scariche contro i Ferrucciani; ma, o sia che le feritoie mirassero alto, o nel precipizio dei moti non aggiustassero i colpi, nessuno rimase morto su quella prima sortita.
Il capitano appoggia la scala: per meglio resistere all'urto delle pietre che gli rovinano sul capo, prende tra i denti la picca, e con ambe le mani afferra la scala. A vederlo innalzarsi di grado in grado imperturbato tra mezzo il turbine dei sassi che gli rimbalzano su l'elmo e su le spalle; a vederlo ora comparire, ora mezzo dileguarsi tra un nuvolo di terra e di polvere di calcina, non paveva cosa umana, bensì paurosa apparizione di spirito soprannaturale; amici ne tremarono e nemici.
Tentano respingere la scala dal bastione e cacciarlo riverso a rompersi sul terreno; non vi riescono; quando poterono aggiungerlo pel cimiero, s'ingegnarono tanto squassarlo che cadesse; ed anche questo fu invano; egli torna a brandire l'asta e le vibra veloce come il serpente la lingua; da destra, da sinistra spesseggiano i colpi; già il sangue colora la parete esterna del bastione; — morto il quarto ed il quinto, gli altri nemici non aspettano le percosse poderose: al Ferruccio viene fatta abilità di piegarsi col torace sul parapetto, poi mettervi la gamba destra; — eccovelo in piedi[266].
In altra parte non favorisce la fortuna i suoi soldati. Il primo che ebbe montati i gradi supremi della scala tocco in fronte da una palla precipitò sopra i suoi. Vico, appunto atterrito, gli tiene dietro sopra la scala perigliosa. Iacopo Bichi e Amico Arsoli, vergognando lasciarlo solo al mal passo, appoggiano accanto altre scale e ascendono deliberati a vincere o a morire: ben fu opportuno a Vico il sussidio, perchè a mezza scala una pietra lo colse così sconciamente sul capo che stordito sarebbe per certo caduto, dove non lo avessero sorretto e con le rotelle tutelato dai colpi succedenti quei due valorosi.
Da questo punto a quello superato dal Ferruccio era tirata una cortina senza terrapieno forse larga due palmi; simulazione di difesa piuttosto che difesa vera, — distava da terra dieci braccia circa, — piena di pericoli pel trapasso, come quella che era stata composta di varie maniere sassi lasciati nella naturale loro informità. Il Ferruccio vi si avventura: grave di armi vi corre leggiero quasi sopra un prato; — tutta la sua forma alta ed asciutta si disegna sul cielo scoperto; pareva volasse; mercè il suo ajuto anche quel punto venne sforzato: la bandiera della Repubblica sventolò sopra i bastioni volterrani.
Vinto il primo bastione, rimase ad espugnarsi più ardua difesa; tutte le case avevano ridotto a trincera, e internamente sfondate potevano scorrere dall'una all'altra ed essere pronti ai soccorsi; non visti offendevano, con ogni arnese ferivano, dal basso lanciavano fuoco e ferro, dall'alto tegoli e materie ardenti. Coteste strade anguste, paurose per tanti modi di morte, mettevano sospetto nei meglio arrisicati; e il sospetto accrebbe quando all'improvviso percosso da mano invisibile il capitano Balordo da Borgo San Sepolcro vacillò e senza pure raccomandare l'anima a Dio stramazzò spento. I soldati balenavano; anche un momento concesso al pensiero, volgeranno le spalle. Ferruccio, il quale in cotesta impresa si comportò più da soldato che da capitano, ha incorso il biasimo degli storici, principalmente del Segni. A parere nostro il Segni merita quel biasimo che troppo facile compartiva al Ferruccio: guerre erano quelle che al capitano non bastava disegnare, bensì gli correva il bisogno di propria mano in gran parte eseguire; non come ai giorni nostri il problema della vittoria poteva sciogliersi dentro un gabinetto mediante i calcoli fatti con cifre di carne e di ossa: questo vanto era anch'esso serbato a noi Italiani, ma più tardi, — parlo di Napoleone Buonaparte. In somma, il Ferruccio con la sua mente pensò quell'assalto e con le sue mani lo vinse; preso da furore, cominciò da ferire quanti tra i suoi mostravano viltà, e fatta una testa di cavalleggieri armati a piede, si caccia avanti e riesce a capo della Via Nuova. Allora presero a rompere i muri delle case e sforzarsi di entrare; la disperazione da un lato e la speranza presentissima di vincere dall'altro riaccendono la mischia; di qua e di là, morti e ferite. Pur finalmente i muri furono rotti, — i Ferrucciani si spandono nelle case. Allora comincia una guerra spicciolata su pei tetti, nelle cantine, di stanza in stanza, con molta strage dei soldati e dei cittadini di Volterra. I Ferrucciani, dalla dura resistenza inacerbiti, non serbano più modo, ed agli orrori già tanti aggiungono il fuoco, il quale apprendendosi agli antichi edifizii, come voglioso di primeggiare nella opera della distruzione, in breve ora riduce in cenere quaranta case: le avrebbe distrutte tutte, se all'improvviso squarciandosi il cielo con procella di saette e di tuoni non avesse mandato giù un acquazzone, il quale spense il fuoco e le forze degli assalitori spossati dal cammino e da sei ore di affannoso combattimento.
I capitani stavano attorno ai soldati e con ogni industria s'ingegnavano stimolarli: Ecco, dicevano loro, e dicevano il vero, più poco rimane a vincere la città, il più è fatto; un lieve sforzo, e basta; pensate quanta gloria e quanta utilità ci viene dall'acquistarla, e quanta vergogna e danno ci verrebbe dal perderla ora che i nemici sono battuti: considerate il pericolo di lasciarli ad agio onde le forze rinfranchino e gli animi; e durante la notte potranno raccogliere gente dai paesi circostanti e metterle dentro, fabbricare nuovi ripari, ricevere soccorsi dai militi che scorrono il contado: in somma chi non coglie il frutto quando e' può, pensi che mille ostacoli si metteranno poi fra la mano e quello. Non gli ascoltavano; imperciocchè dove abbia la fatica vinto il corpo davvero, nè volere proprio nè esortazioni altrui giovano nulla. Più degli altri, ma con profitto pari, procedeva acceso ad eccitare i soldati il capitano Nicolò Strozzi, strenuissimo cavaliere, a cui taluno, potendo appena aprire gli occhi, rispose:
«Vedete, anche il signore commessario ha lasciato la presa: l'uomo fa quello che può; lasciateci in pace.»
Di vero Nicolò si guarda attorno e non vede il Ferruccio: presa lingua di quello che ne fosse accaduto, seppe essersi ritirato poco prima in fortezza; e là essendosi fatto con presti passi a cercarlo, lo trovò che, avendo rilevato un embrice sul capo, temendo venir meno dallo spasimo, ed i suoi si perdessero di coraggio, si era ridotto in fortezza per prendere un po' di ristoro e poi tornare. Appena il capitano Strozzi con parole succinte gli ebbe esposto la causa la quale a lui lo conduceva, il Ferruccio, senza profferire motto, salta su in piedi e corre via; dietro a lui si mette Nicolò. Passando per le strade della città, lo Strozzi dal rinnovato traboccare dalle finestre di sassi e tegoli si accorse che i Volterrani riprendevano fiato, e si accorse eziandio come il commessario, spinto dalla sua impetuosa natura, fosse uscito senza celata, sicchè ad ogni istante correva pericolo di restar morto sul tiro. Nemico era lo Strozzi del Ferruccio e per causa onorata; e la guerra e il comandamento espresso dei Dieci avevano piuttosto sospesi che spenti gli scambievoli rancori: non pertanto, conoscendo come nella virtù di cotesto uomo fosse ormai riposta la salute della patria, si levò di capo la celata e la pose su quello del Ferruccio, senza che questi, tanto era preoccupato a rinnuovare l'assalto, ci ponesse mente.
Non era impresa umana reintegrare le forze dei soldati; nè al Ferruccio riuscì meglio degli altri impartire loro non l'animo, bensì la balìa di muovere le braccia: allora, altro non potendo di meglio, pensò di mettere al sicuro l'acquistato, ordinando ai suoi prendessero i canti della piazza di Santo Agostino e ritraessero sotto la cittadella due pezzi di artiglieria caduti in sue mani; distribuì le sentinelle, trasmise istruzioni, e nulla trascurò, dopo essersi mostrato audace guerriero, di quanto si addice a prudente capitano.
Rivolgendo con animo pacato i passi alla fortezza, come per lenire il fiero dolore di capo che lo travagliava, si cava la celata, e vede non essere la sua; guardandola meglio, la riconosce per quella del capitano Strozzi; ond'è che, scorgendoselo vicino e scoperto, gli domanda:
«Come va che la celata vostra io mi ritrovo in capo?»
«Ce la misi io, perchè usciste senza e correvate pericolo di rimanere côlto dai sassi.»
«E voi?»
«Io non sono il commessario... dei capitani se ne trova su di ogni canto.»
Il Ferruccio tacque; e andarono anche alcuni passi; poi il primo si fermò e disse:
«Nicolò, noi avemmo lite insieme e rappacciati siamo per ordine dei Dieci... Volete voi che ci rappaciamo per ordine dei nostri cuori?... il mio almeno mi comanda di fare così...»
E gli stese le braccia: il capitano Strozzi lo abbracciò e lo baciò, e si dissero amici fino alla morte[267].
Mentre i due valentuomini procedono con le braccia conserte verso la fortezza, ecco d'improvviso percuote il Ferruccio un suono di pianto e voci sconsolate che gridavano: Al fuoco! al sacco! — E levati gli occhi, mira traverso la vampa delle fiamme correre donne sbigottite co' pargoli in collo, traendosi dietro altri figliuoletti attaccati ai lembi delle vesti, e uomini carichi di varie maniere di masserizie, e finalmente un vecchio tratto sopra le spalle di due giovani, il quale dandosi di una mano nella fronte e in atto d'angoscia, sclamava: Federigo da Urbino e Ferruccio da Fiorenza, distruggitori di questa nobile patria! I miei occhi hanno veduto il saccheggio nel 1472, ma la seconda calamità supera la prima; il capitano della Repubblica ci si mostra più fiero del capitano dei Medici. Ahi! Patria mia![268]»
Divampante d'ira, il Ferruccio si spicca dalla folla dei circostanti che aspettano i suoi ordini e si precipita a furia nella Via Nuova, dove scorge ad ora ad ora le fiamme scaturire fuori dai fessi, ed ogni volta più ampie circondare le pareti; — urta chiunque gli si para davanti: — un soldato carico di preda afferra pel collo, e caccia uomo e cose a rotolare lontano da sè sopra il selciato; — ad altro, non lo potendo arrivare, avventa la picca tra le gambe, e quegli pure stramazzando percuote della faccia la terra: — feriva, mordeva; tanto fece in somma che giunse a penetrare là dove brulicavano più spessi i rapaci.
«Ah! ladroni, non soldati! Voi mi rapite la bella fama! Io non potrò domani mostrare più il volto! Davanti i traditori voi mi farete arrossire! Per Dio! spegnete il fuoco, lasciate il sacco, o vi mando al capestro, per la fede di Cristo!»
La sua voce era fioca, l'armatura coperta di polvere e sordidata di sangue, la faccia parimenti brutta di sangue e di polvere d'archibugio, sicchè i soldati non lo ravvisando gridavano:
«Morte al ribelle! — Dategli su la testa! — Un palmo di lama traverso il ventre per elemosina della predica! — Chi è costui? — Chi sei tu?»
«Chi sono io?» tuonò con voce minacciosa balzando sopra una pietra che si trovò vicina; e con ambe le mani traendosi verso le orecchie le chiome lunghe intrise di sangue, mostrò il volto terribile di furore e di grandezza: «chi sono io? sono il Ferruccio...»
Ai più protervi mancò il coraggio, e non sostennero quella vista; un profondo silenzio successe.
Ma riprendendo lingua uno più petulante degli altri:
«Capitano», soggiunse, «io vengo di Lombardia e combatto per la paga; voi nè ci date il soldo nè ci consentite il saccheggio: a quali guerre ci menate voi?»
«Questa è guerra domestica; non dobbiamo sterminare nemici, sibbene ridurre al buon cammino uomini traviati che ci furono e che ci saranno fratelli...»
«Fratelli! Si fanno ai fratelli le accoglienze col ferro e co' sassi? Credeva che voi steste d'accordo come il diavolo e la croce.»
«Taci, mercenario! Tu non puoi sentire in qual modo sei figlio di una patria comune. Io ti ho comprato, ubbidiscimi: e poichè voi tutti alla fama anteponete il guadagno, cessate dal sacco, spegniamo l'incendio, e vi prometto due paghe.»
Spensero il fuoco, si rimasero dalla rapina, e, tranne quel primo tumulto, stette incolume ogni cosa. Scrittori volterrani che esposero in processo di tempo quel caso, intendendo con iniquo consiglio a lusingare il principato calunniando la Repubblica, narrarono di orribile saccheggiamento, di ferro e di fuoco e di atti altri più nefandi[269]. Essi mentono. Il Varchi, storico dabbene, il quale, comechè dettasse le sue storie per espresso comando di Cosimo I, osò dire la verità, dichiara al libro undecimo: «Ai Volterrani fu salvata la vita e la roba, alle donne l'onore; il che veggendo i soldati, cominciarono a dolersi pubblicamente di lui... perchè il Ferruccio, parlando loro coll'aiuto dei capitani, fermò il tumulto e promise loro due paghe.»
Il giorno seguente, spuntata appena fu l'alba, mise il Ferruccio tutta la milizia in ordinanza per espugnare quanto rimaneva della terra, e la confortò ad operare animosamente. I Volterrani, perduto l'animo, avviliti per le molte morti, la più parte della terra in potestà del nemico, gl'istigatori già in salvo, mossero parole di accordo, alle quali il Ferruccio rispose si rimettessero in lui liberamente: e poichè i cittadini, avendo avuto avviso che Fabrizio Maramaldo era in via per soccorrere Volterra, cercavano con subdolo consiglio dilazionare la conclusione, Ferruccio impone si risolvessero tra un quarto d'ora, altrimenti riprenderebbe la battaglia: e' fu mestieri accomodarsi a quei patti: i soldati, con le insegne basse e ravvolte su l'aste, erano rimandati, — tutti gli altri trattenuti prigioni. Giovambattista Borghesi, capitano per la parte del papa, innanzi della partita domandò in grazia rivedere il suo fratello morto la sera precedente al bastione di Santo Agostino; glielo contese il Ferruccio acerbissimamente dicendo: «Cotesto tuo affetto perchè? chi non ama la patria non può amare persona; e in quanto al morto, fortuna sua morire così, che ai felloni della propria terra aspetta il capestro.» Indi appresso, Bartolo Tedaldi e Nicolò dei Nobili restituisce nel palazzo del capitano: egli ferma la sua stanza in quello dei Priori, che privi di ufficio rimanda a casa; — poi, ragunati i principali, favellò loro agre parole; alle quali umilmente risposero rammentasse che un cittadino di cotesta città, perchè ebbe nome Clemente e ingegno pari al nome, fu accolto da Dio nella gloria dello empireo, e gli uomini lo adorarono sopra gli altari. — E Ferruccio di rimando soggiunse che se v'era un santo chiamato Clemente, eravene un altro da tutti i popoli e da loro medesimi Volterrani adorato; e che a lui garbava meglio di san Clemente e si diceva san Giusto; che in lui non istava facoltà di far grazia: — quando pur fosse, non l'avrebbe fatta. Dicono gli adulatori dei principi essere la grazia il migliore giojello della corona: la quale sentenza forse deve intendersi che tra le cose pessime di cui si fregiano costoro sia per avventura la meno trista; imperciocchè la grazia comprenda in sè ingiustizia, offesa per quelli che ne rimangono esclusi, oltraggio alla legge, turbamento agli ordini sociali: con tutto questo non volere però egli adoperare rigore estremo; — se così intendesse, avrebbe dovuto sovvertire di cima a fondo la città e tra le macerie piantare un palo con la iscrizione: — qui fu Volterra! — Rammentarsi la passata lealtà, scusarli da un canto come traviati; sebbene per altra parte pensando che, appena veduto l'antico amico afflitto e in pericolo, lo avevano abbandonato, e rivolto contro il suo fianco il ferro traditore, si sentiva ribollire il sangue a tanta turpitudine. — Quali beni vi procacciarono i Medici? Le vostre mura portano tuttavia impresse le tracce dell'incendio che appiccarono qui dentro; forse vivono ancora femmine che alla memoria dei Medici si nascondono il volto nelle mani... Generazione tralignata e codarda, almeno uno dei tuoi padri volle col ferro vendicare le offese della sua patria[270]; — tu non pur le perdoni, ma invochi dal cielo catene, come s'invoca la pioggia su i campi inariditi: tu supplichi un piede che ti calchi il collo... Oh! io mi vergogno di avere sembianze simili alle vostre. Confessate dunque il misfatto, e se ne roghi pubblico strumento, affinchè ne rimanga memoria eterna negli annali delle infamie di questo popolo.
Piangenti, a voce mesta, confessarono, tranne due, Cornelio Inghirami e Filippo Landini; se non che il Ferruccio avendo detto loro con mal piglio: «Voi lo confesserete in ogni modo o qui o al sacerdote perchè io vi farò impiccare per la gola», confessarono anch'essi, e ne fu stipulato contratto.
Allora il commessario Tedaldi manifestò ai Volterrani essere decaduti da tutti i privilegi ed esenzioni, ed impose eleggessero dodici cittadini co' quali potere convenire intorno ai nuovi capitoli. Dipoi fu promulgato un bando, che tutti i soldati albergassero in Volterra, — che nessun cittadino andasse armato, pena la forca; — che in quel giorno medesimo gli fosse rimessa nota precisa di tutto il grano, farine e grasce, per farle con le artiglierie riporre in cittadella; — dalle tre ore di notte in poi non si suonassero campane; chiunque si era rifuggito di Volterra vi avesse a tornare sotto pena di confisca; ogni cittadino portasse la croce bianca, antica insegna del comune di Volterra, altramente andasse in prigione. — Bandi e pene, comechè incomportabili, nondimeno sopportate senza querela: ma quando si venne all'imporre seimila fiorini di gravezza, si udirono gemiti, voci d'ira a mala pena compresse e querele umilissime. Non increbbe a costoro la infamia del malefizio e neppure la turpitudine della pena; nulla i perduti privilegi, la trista condizione della città nulla, — i soli denari strapparono da quei cuori di pietra un sospiro che affetti più generosi non avevano saputo suscitare. Però inutili riuscirono le rimostranze: e perchè indugiavano a pagare, il Ferruccio, presi alcuni dei maggiorenti, li cacciò nel fondo della torre di Rocca Vecchia e fece loro intendere che non ne sarebbero usciti se non gli pagavano la pecunia richiesta. Non li potendo vincere cotesta minaccia, gli spaventò col capestro; pagarono quando videro alzare la forca, tranne solo uno, e fu Bartolomeo Falconcino, uomo abbietto, nel quale molto più potè l'amore del danaro che la paura del capestro, e si rimase in torre fino al termine della guerra.
Grave carico danno, io non lo vo' tacere, a Francesco Ferruccio, di aver mandato alla forca Buonincontro Incontri ed un altro Volterrano, e rimesso a Nicolò Gherardi molto maggiore peccato: ma le sono novelle. Innanzi tratto vuolsi considerare come i Dieci gli avessero commesso di cavare dai Volterrani ribelli non solo tanto danaro quanto bastasse alle paghe dei soldati che di presente con esso lui militavano, ma altresì sopperisse ad assoldare mille fanti, i quali, uniti co' due mila che Giampagolo di Renzo da Ceri doveva condurre a Pisa o con gli altri che in pari numero avrebbe raccolto Andrea Giugni in Empoli, e sotto la sua condotta sarebbero comparsi da qualche parte alle spalle del nemico a combattere onorate non meno che utili fazioni. Due fini pertanto ebbe in mira il Ferruccio: procacciarsi pecunia per assoldare soldati, e averli bravi e fedeli. Però impiccava l'Incontri, il quale avendo ricevuto danaro dal Ferruccio per soldare gente, vista la città sua tôrsi alla ubbidienza della Repubblica, truffò le paghe, gettandosi dalla parte nemica: questa colpa meritava, giusta la legge del tempo, la forca, ed era dovere; il Ferruccio poi, versandosi in pericoli tanto supremi, dovendo tenere osservanti tante maniere di gente di ogni risma, ed anco per la sua natura austera, avrebbe fatto errore a rimettere il castigo. Impiccò l'altro Volterrano perchè colto su l'atto della fuga, da lui massimamente abborrita, come quella che, oltre a dare indizio di animo avverso, gli toglieva il modo di procacciare danari. I ricordi dei tempi testimoniano come il Ferruccio non potesse apprendere cosa che tanto lo mettesse in furore quanto questa di sottrarsi con la fuga a partecipare, mercè poca moneta, alla salute della patria; così vero che il conte Gherardo da Castagneto soldato devoto alla repubblica, avendo chiesto licenza di menare seco fuori delle mura Flaminio Minucci suo cugino, il Ferruccio gliela concesse a ritroso, non senza molto ammonirlo che badasse a non lasciarselo scappare; e poichè avvenne appunto come Francesco dubitava, quando il conte gli si parò dinanzi tutto avvilito, egli, postergato ogni riguardo alla potenza ed ai meriti del personaggio, tratta la spada voleva ammazzarlo ad ogni modo; e lo faceva se non lo avesse ritenuto il signore Amico d'Arsoli ed altri capitani di vaglia, che con molta fatica lo raumiliarono. Perdonò al Gherardi, mosso dalle supplicazioni della moglie che con quattro figliuoli gli si era inginocchiata davanti, e perchè la colpa di tenere pratica col campo nemico non compariva del tutto chiarita, lo mosse eziandio la persuasione di Pagolo Corso capitano di valore cui gli premeva tenere insieme agli altri bene edificato; e finalmente perchè ne trasse somma notabile di argento pei servizii della Repubblica.
Però, non bastando le somme raccolte alle paghe dei soldati e agli altri bisogni della guerra, il commessario cominciò a porre mano sugli argenti delle chiese, non mica sopra i vasi necessarii al culto divino, ma sopra statue di santi condotte in metalli preziosi e sopra arredi per troppa copia superflui. Se preti, e frati subissassero, non è a dirsi; a pensare che quei bei santi di argento stavano per ridursi in moneta, e in moneta destinata non per loro ma pei soldati, erano per dare del capo nel muro. In Firenze i sacerdoti chiamavano Ferruccio Gedeone, in Volterra Acabbo o peggio; — egli però non era uomo da rimanersi; chiamati alquanti di loro, egli si fece trovare seduto davanti una tavola sopra cui stava aperto il libro degli Evangeli.
«Perchè», levandosi in piedi esclama il Ferruccio, e la destra tenendo sopra il libro aperto, «perchè ricusate partecipare alla commune difesa? non comandarono gli apostoli agli universi cristiani, e non insegnò san Pietro che, comperati a prezzo di sangue, non dovessimo diventare servi degli uomini? Guardate, questa è l'epistola che egli scrisse ai Corintii; vorreste per avventura smentirla? Di che vi lagnate? Voi mi chiamate empio, perchè statue d'argento e d'oro rappresentanti immagini di Dio e dei santi io intendo convertire in moneta in pro della patria? Empio fu chi prima adoperò la materia a figurare l'Eterno con forma che perisce! Leggeste voi mai, o sacerdoti, i libri sacri? Udite Isaia: — Gittarono nel fuoco gl'iddii loro perchè non erano iddii, anzi opera di mano d'uomini, — pietra e legno, onde gli hanno distrutti. — Porgetemi ascolto, io vi leggerò un'altra sentenza del profeta[271] «A cui assomiglierete Dio, e qual sembianza gli adatterete? Voi non avete conoscimento. Egli siede sul globo della terra, e gli abitanti di essa al suo cospetto appaiono locuste; egli stende i cieli come una tela e gli tende come un padiglione; egli riduce i principi a niente, e fa che i rettori della terra sieno come una cosa vana, come se non fossero pure stati piantati, nè pur seminati, o che il ceppo loro non fosse radicato sopra la terra; solo che soffi contro a loro, si seccano, e il turbo li porta via come la stoppa.» — A cui dunque lo agguagliereste voi? Non prendete di Dio maggior cura di quella ch'egli stesso si prenda: — pensate abbisognare egli della protezione vostra? Dio padre non isdegnerà sovvenire con le sue immagini la causa santa che difende col suo spirito dall'alto. Temete che pel cessare delle immagini d'oro e di argento venga a mancare la fede di Dio? Forse non illuminerà il sole, non isplenderanno le stelle, non lo sentirà il cuore dei generosi, non parlerà di lui tutta la natura? Andate ed assumete sensi di carità per la patria vostra; — ricordatevi che a Cristo serviamo meglio con l'esempio che non con le parole, — e Dio redentore si aperse le vene per salvarci col sangue[272].»
Piegarono il capo, non ammollirono i cuori, e giù per le scale si susurrarono agli orecchi essere il Ferruccio ariano, luterano, ateo e manicheo insieme, perocchè tra tutte le ire quella dei sacerdoti come la più cieca così è la più codarda e spietata.
E poi siccome, malgrado le esortazioni, nessuno dava gli oggetti richiesti, Ferruccio se li prese: e siccome i frati di Sant'Andrea avevano celato i loro e giurato non possederne, ne mandò tre in carcere, donde non poterono uscire se prima non ebbero pagato duecento cinquanta fiorini d'oro.
Il commessario pel papa, Taddeo Guiducci, essendo rimasto prigione, Ferruccio se lo fece comparire davanti, ed è fama che appena lo vedesse con questi accenti gli favellasse:
«Messer Taddeo, se io non temessi di rincrescere a Dio col farmi micidiale del mio sangue, vi troncherei in questo punto con la vita la facoltà di commettere altri misfatti.»
Era Taddeo Guiducci zio materno del Ferruccio; uomo di lieta vita, pingue del corpo, di guance piene, ridondanti, color pavonazzo, segnate di una rete di vene chermesi e azzurre, con gli occhi sfavillanti, le labbra perpetuamente aperte al motteggiare o al bevere. A quel fiero rabuffo rimase quasi fuor di sè; di lì a poco riprendendo fiato, si attentò a domandare:
«Francesco mio, dite voi da senno? Non vi rammentate che siete figliuolo della mia sorella.»
«Io lo rammento pur troppo! Per lei nascendo mi seguita un peccato contro cui acqua di battesimo non vale; ormai la vita sarà per me una battaglia tra il voto della mia anima e il tristo germe che mi contamina il sangue; per voi io mi trovo in istato di affaticarmi non per conquisto di onore, ma per fuggir vituperio.
«Figliuolo mio», riprese amorevolmente il Guiducci, «te fino da fanciullo sconvolsero sempre queste parole prive di senso. Or odimi bene: o il principato prevale, o la Repubblica; se il principato, primi ad oltraggiarti saranno coloro nei quali massimamente confidi; — se la Repubblica, il popolo mal vedemmo sopportare sempre il benefizio: ti pagherà coll'esiglio, e Dio voglia che non adoperi il capestro.»
«Voi non intendete la fama ch'io desidero; — nella gratitudine altrui non confido nè devo confidarvi, imperciocchè operando il bene compiaccio a me stesso. L'assentimento della mia coscienza propongo alla lode di mille generazioni: sommo de' miei voti egli è questo, che, la sventura cogliendomi, io possa levare al cielo la faccia e domandare animoso: — Perchè mi opprimi?»
«Sconsigliato! Dà retta a me. Ormai la fortuna abbandona la Repubblica, — unisciti ai più forti e comanda...»
«Via dalla mia presenza; — le vostre parole non hanno facoltà di vincermi, e tuttavolta mi turbano, come i vapori della terra che non offendono, eppure velano la faccia del sole. — Soldati, custoditelo con diligenza; — quest'uomo che in altri tempi dove ci fosse offerto schiavo noi rifiuteremmo, vuolsi serbare caro adesso, perchè lo potremmo cambiare con qualche nostro fratello di arme rimasto in mano al nemico.»
«Francesco! e il sangue?»
«La infamia, come la morte, scioglie ogni vincolo; in voi ravviso un traditore, non un congiunto... vi risparmio la vita, e forse faccio male... Levatemivi dinanzi... traetelo fuori della presenza del vostro capitano[273].»
* * * * *
Fabrizio Maramaldo napoletano ebbe indole codarda e feroce; cupido di rinomanza quanto meno si sentiva a conseguirla capace; invidioso e superbo: costui militava nell'esercito imperiale e, fortuna fosse o favore, pervenne a tenere gradi supremi. Quando gli giunse la nuova della espugnazione di Volterra, trovandosi su quel di Siena, si vantò che gli sarebbe bastata la vista per menarsi dietro legato il venditore dei panni, chè tale ei chiamava il Ferruccio; lo avrebbero riveduto tra giorni; e mosse le compagnie, si portò sotto Volterra, dove con tutte le sue genti si pose alla porta di San Giusto. Appena fermato, manda un trombetto al Ferruccio intimandogli la resa, salve le vite: al tempo stesso con ispregio così del diritto delle genti come del Ferruccio gli confidava parecchie lettere dei fuorusciti scritte ai loro consorti, onde s'ingegnassero di levare a rumore Volterra, aiutando con le mene interne gli assalti di fuori. Venuto costui alla presenza del capitano della Repubblica malgrado gli avessero fermato addosso le lettere, non rimessa punto la napolitana burbanza, superbamente espose la superba ambasciata. Il Ferruccio non gli rispose parola; bensì presolo per mano lo riconduce verso la porta, e sul punto di accommiatarlo, presentandolo di alcuni fiorini, gli favella così:
«A cui ti manda dirai che le città si prendono con le bombarde, non con le parole; che tra poco noi gli faremo in persona più ampia risposta; — te poi messaggero avverto che a soldato, quale sei tu, disconviene portare proposte infami a soldato quale sono io; e peggio poi ordire tradimenti: per questa volta hai ricevuta benigna accoglienza e doni; — non ritornare; — quest'altra tu avresti il capestro: va via.»
E senza por tempo tramezzo, messi in ordinanza alcuni de' suoi, uscì fuori di Volterra ed appiccò una grossa scaramuccia con le genti di Fabrizio. Dove i soldati nemici non fossero stati meno tristi del capitano quel sùbito assalto dava al Ferruccio vinta la impresa; ma, usi alle guerre, di per loro stessi si rannodarono, strinsero le ordinanze, e conoscendo pericoloso il luogo dove gli aveva spinti Fabrizio, a canto la porta di San Giusto, si ritirarono nel borgo, dove parve bene al Ferruccio di lasciarli stare. Ora, nel mentre ei tornava baldanzoso in Volterra, ecco farglisi innanzi il trombetto da lui testè dimesso, col duplicato delle lettere addosso dei fuorusciti ai consorti loro, e di più un bando che promettea grossissima taglia a chiunque ammazzasse il Ferruccio: ancora recava la seconda intimazione al commessario di rendergli la città; insane cose e incredibili, se le non fossero, vere[274].
«Impiccatelo!» appena lo ebbe scorto, grida con voce concitata il Ferruccio.
«Signor capitano, rammentatevi che io sono un trombetto; — l'ambasciatore non porta pena.»
«Mia non è la colpa: ti aveva pure avvertito; — ricada il tuo sangue sul capo del Maramaldo. — Impiccatelo!»
Non valsero scongiuri, non lo mossero i volti dei circostanti nè la gioventù del messaggero, nè lo spesso invocare ch'ei faceva i parenti e la madre; stette inesorabile, e fu impiccato.
Gli storici del tempo biasimano cotesta azione del Ferruccio, e Benedetto Varchi, comunque espositore pacato delle cose di cotesta guerra, e delle virtù di quel capitano innamorato, non dubita qualificarlo superba e crudele e forse finalmente cagione della morte del Ferruccio.
Io per me non dissimulo i brutti fatti; e se tale veramente dovesse reputarsi questo del capitano della Repubblica, non vorrei diminuirgli in nulla la reprovazione che merita: se non che reputo debito del mio ufficio fare presente a cui legge che, per consenso degli uomini intendenti del mestiero delle armi, hassi a reputare verace messaggero il trombetto mandato a intimare la resa della terra, allorchè questa assalita nelle regole si trovi ridotta in termine da opporre poca resistenza o nessuna; mentre per lo contrario, s'ei si presenti prima ancora che sia stata battuta, si considera provocatore, come quello che propone atto vituperosissimo, o spia: inoltre bisogna avvertire altro essere l'animo di quale disamina i casi umani per raccontarli, altro quello di colui che gli sopporta e gli vendica; e meglio ancora, — ardua impresa essersi tirata sopra le spalle il Ferruccio, quella cioè di salvare la patria pericolante con tale uno esercito al quale mancava ogni senso di moralità, ogni disciplina preordinata al vincere: effetti che possono in tempi quieti conseguirsi con l'ammaestramento e con gli esempi buoni; ma quando il tempo manca, nissuna cosa può meglio provvedervi come la manifestazione di volontà inesorata. Però prima di giudicare il nostro eroe, si ponga mente alla condizione di lui, e poi secondo la coscienza consideri ognuno se merita conferma la rampogna antica, o se piuttosto debba oggi assolversi pienamente. La quale opinione, degna di benigno riguardo a cose ordinarie, non cade più adesso che si ha come il trombetto recasse eccitamenti a ribellare la terra e ad uccidere il commissario; nel qual caso, se il Ferruccio non lo impiccò di prima côlta, hassi a reputare piuttosto trascurato che magnanimo. Per ultimo non rimarrò dallo addurre un'altra ragione, la quale comechè mi paia la meno degna dello riferire, avvegnadio la colpa altrui non valga ad escusare la propria, tuttavolta in guerra si mena buona anche oggidì e si chiama rappresaglia: e questa fu che il Maramaldo aveva impiccato barbaramente il giorno innanzi alcuni uomini del Ferruccio che gli erano capitati nelle mani[275]. Che se il Varchi avesse conosciuto questi fatti come sono chiari a noi, si sarebbe risparmiato di appuntare il preclaro uomo che a ragione salutiamo l'ultimo degl'italiani.
Fabrizio Maramaldo, inasprito per quel primo scontro e lo attribuendo a mille altre cause meno che alla vera, la imperizia propria, immaginò, e gli pareva un bel trovato, di condurre una fossa a onde fino sotto le mura di Volterra per praticarvi una cava. Invano gli dimostrarono i più savi sarebbe riuscita cotesta opera disagevole e inutile; disagevole, a cagione della natura del terreno pietroso; inutile, perchè immediatamente conosciuta dai nemici, i quali stando in parte assai alta, avrebbero, per così dire, annoverato i loro passi. Non gli ascoltava; volle ad ogni costo imprendere la cava. Il capitano fiorentino fingeva non accorgersi di codeste mene e lasciava fare; quando tempo gli parve, di notte con diligenza infinita piantò alquanti pezzi di artiglieria sopra un cavaliere, con la bocca volta verso lo spazio che correva tra la trincea ed il campo del nemico: ciò compito, divenuta la notte più nera, ordinò a Goro da Monte Benichi, soldato di molto valore, uscisse da Porta Fiorentina con la sua compagnia, e con le corde degli archibugi coperte, per non essere osservato, si conducesse alla cava e sturbasse la impresa. Andò il capitano Goro, e comecchè egli restasse sul primo incontro ferito di una picca nel petto, combatteva con tanta virtù che il nemico non seppe resistergli. Qui mentre si levava rumore grande di voci, di colpi di archibuso e di passi di fuggenti e d'incalzanti, Ferruccio col corpo steso sul terreno oregliava per sentire se alcuno si movesse al soccorso.
Maramaldo, udito il trambusto e prevedendo l'evento, si dava della mano per la fronte e su l'anca, bestemmiava Dio, se la prendeva contro le stelle, faceva cose insomma da muovere al riso chiunque gli stava d'intorno; rimesso alquanto da quel primo furore, ordinò si soccorresse la cava: sapere bene egli quello che diceva; se non gliela guastavano, doversi rendere Volterra; andassero, corressero, mostrassero all'imperatore che anche Fabrizio Maramaldo sa vincere. Nessuno mutava passo, conoscendo di andare a morte certa ed inutile. Fabrizio di pazza ira avvampava: irrompendo in parole forsennate, li tacciò di codardi. Allora quei vecchi soldati risposero: «Colonnello, voi ci spingete a morire come pecore, e ve lo faremo vedere a vostra vergogna»; e s'incamminarono verso la cava.
Gli udì Ferruccio ed esultò: non potendo contenere la interna allegrezza, replicò più volte: «Eccoli! Eccoli!» Allorchè conobbe essersi tanto inoltrati da percuoterli in pieno, sorgendo in tutta la maestà della sua persona, con terribile grido comandò: «Fuoco!»
[Illustrazione: Vico, Annalena e il padre di lei, affidati a poderosi cavalli, fuggivano traverso la moltitudine dei nemici;... Cap. XXIV, pag. 519.]
E i cannoni balenarono; le palle prendendo obliquamente la colonna dei nemici vi seminarono la strage: ora, mentre, incerti di consiglio, ignorando da qual lato si partissero le offese, non sapendo, mancati gli ordini, se dovessero spingersi avanti o ritirarsi, le artiglierie lanciano di nuovo la morte tra loro, l'istinto della conservazione prevalse alla disciplina, e laceri, sanguinosi si ritirarono. Fabrizio Maramaldo chiuso nella sua tenda non lasciò vedersi da alcuno.
Qui fu che i soldati del Ferruccio, usando meno che temperatamente della vittoria, uncinarono per la pelle della schiena una gatta penzoloni fuori le mura della terra: la quale miagolando dileggiava il Maramaldo. Scrivono alcuni che questo ordinasse il Ferruccio, la quale cosa mi repugna credere di uomo così severo e feroce: ad ogni modo, o da lui lo illepido scherno movesse o da lui si sopportasse, non merita meno biasimo, conciossiachè il Sassetti, con parole che nè più gravi nè più acconce si potrieno immaginare intorno a siffatto proposito, osserva: «le facezie che mordono, lasciano cruda memoria di loro, e co' nemici più combattendo che burlando si guadagna.» Di vero i nemici voglionsi sterminare, non ischernire; ma la plebe matta e la gioventù folle questo o non sa o non vuol sapere; e tale vidi io che di venticinque anni non ardiva afferrare una spada per liberare la patria, prendere ad argomento di scena il Radetzky che vecchio di ottantaquattro e più anni spingeva il cavallo in battaglia per opprimere ventiquattro milioni d'Italiani. Non è anche l'ora di vincere; la vittoria ha da arrivare in compagnia della virtù, o vogliamo dire ferocia nelle armi; però che pei tempi che corrono di altra virtù non abbisogni la Italia.
Più fiera tempesta sovrasta al Ferruccio. Il marchese Del Vasto viveva malcontento nel campo, dove, non che i primi, i secondi onori gli erano stati negati; agli altri capitani dell'esercito cesareo era come stecco sugli occhi: per la qual cosa avendo domandato di andare a combattere pel contado, gli venne più che volontieri concesso; andò di fatti e insieme con Diego Sermiento capitano dei Bisogni prese Empoli, meglio delle armi sovvenendolo il tradimento dell'Orlandini e la viltà del Giugni; del quale infelicissimo caso favelleremo altrove con larghezza maggiore.
Venuto il marchese a Volterra, per essersi poco diligentemente accampato di prima giunta presso la Porta Fiorentina, fu subito dall'infaticabile Ferruccio assalito, — ma, accorso al trambusto, spinse il grosso dell'esercito contro ai pochi compagni del nostro capitano e così celere gli si avventò alle spalle, per mozzargli la strada, che se egli era meno veloce a ritirarsi, non ne usciva in quel giorno a salvamento; ond'è, che seco stesso considerando allora quanto lo superasse il nemico di numero, deliberò di non avventurarsi in troppo fortunose imprese, attendendo a condurre ripari di ogni maniera, siccome sono ritirate, fossi larghi e cupi, nel fondo dei quali aveva fatto mettere tavole, con certi aguti da recare certissima morte a chiunque vi fosse precipitato sopra: tutto il suo sforzo consisteva nel ben munire la parte delle mura verso San Giusto, sì perchè gli pareva dal piantarvi che vi aveva fatto i suoi cannoni il marchese volesse batterla da questo lato, sì perchè, essendo quivi copia di terra, riesciva agevole al nemico di alzare le difese.
Malgrado la previdenza di lui, l'astuto marchese muta nel corso della notte, le batterie; da San Giusto le trasporta a San Lino, provvede alle difese con sacca piene di terra, stipe e argomenti altri siffatti. Ferruccio si confuse un momento; poi, non disperando riparare alla trascuranza, moto raddoppia e vigore, — ordina si carreggino i cannoni alla parte minacciata, l'opera aggiunge al comando: apparecchiano monti di picche e di accette; ogni altra difesa presto è condotta a quella parte, — egli in piedi accanto al gonfalone aspetta l'assalto.
Cominciarono a briccolare le palle nemiche su l'aprire del giorno 13 giugno, rade da prima, poco dopo turbinose, e spesse a modo di tempesta; il muro debole s'introna, la torre della porta a Sant'Agnolo si sfascia, in poco d'ora quaranta braccia di muro rovinano; al trambusto che fecero cadendo mancò il cuore ai soldati, i cittadini pensando alla barbara avarizia degl'imperiali agghiacciarono di spavento. Ferruccio tra il fumo e la polvere comandava imperturbato; — ora tutto chiuso nel fumo si udiva soltanto tuonare la sua voce, simile a Dio quando dettò la sua legge sul Sinai; ora compariva parte del suo corpo, il capo o una mano agitantesi e il rimanente avviluppato dentro a nebbia misteriosa, quasi soprannaturale creazione che si affaccia alla mente nei sogni di terrore. Ferve la mischia; in difetto di terra, a ciò confortandoli gli stessi cittadini, sia che l'amore antico o piuttosto, com'è da credere, la nuova paura gli animasse, adoprano per riparo balle, sacca piene di lana, forzieri, casse, masserizie di tutte specie dai Volterrani sgombrate nel monastero di San Lino, molto adoperandosi in questa faccenda il capitano Morgante da Castiglione. Le palle urtando in quelle fragili difese le dirompevano con alto fracasso, — i frantumi schizzavano lontano, causa anch'essi di dolorose ferite.
Ora il marchese, imbaldanzito per lo avventuroso successo, spinge francamente i suoi soldati all'assalto: e per meglio tutelarli, mentre si accostano alla breccia, raddoppia il fuoco delle batterie; la morte passeggia nel trionfo della distruzione.
«Fermi!» urla il Ferruccio, — e il frastuono e l'anelito non gli concedono formare altre voci: «fermi! viva la Repubblica!»
E nell'estro della battaglia faceva mulinello della picca; una palla gli porta via la picca, una schiappa nel tempo medesimo lo priva del cimiero; i suoi gli cadevano attorno come pomi maturi da un albero scosso fortemente nel fusto.
«Goro!» diss'egli voltandosi al capitano Goro da Monte Benichi, «dammi la tua picca, e tu va per un'altra, perchè io non mi posso muovere.»
Una archibusata fracassa la gamba al povero Goro, che stramazza per terra e cadendo risponde:
«Messere Francesco..., anch'io non posso muovermi...; mi hanno portato via le gambe.»
Il Ferruccio si sentì bagnare il volto, — se lo asciugò pensando fosse sudore, — ma erano lacrime suo malgrado sgorgate, perchè sebbene avesse altre volte voluto impiccare questo capitano a Empoli a cagione del pronto stendere le mani su la roba altrui, ciò non guastava punto l'affetto che gli portava pel forte menare delle mani contro i nemici della Repubblica; ond'è che, piegato il capo dalla parte opposta, soggiunse:
«Signor Camillo, porgetemi la vostra...»
Colpito a mezzo del corpo da una palla di cannone, Camillo da Appiano, signore di Piombino, trae un doloroso guaito scontorcendosi negli ultimi moti vitali.
«Muoio! oh muoio!» lamentava; «almeno avessi un po' di confessore... perchè l'anima di un cristiano è troppo pesa per volare al cielo, se un confessore non la liberi dalla gravezza del peccato... Signor commessario, assolvetemi voi... Le mie colpe sono poche... nella espugnazione delle terre... quando la vittoria ubbriaca il soldato... intendete!... e poi la repuguanza irrita... e le più volte era ingiusta... perchè... L'altra è che tutto l'oro che mi trovo sopra l'armatura non lo aveva mica comperato dagli orafi di Ponte Vecchio... e... e...»
Un getto di sangue che si scoppiò dalla bocca gli ruppe ad un tratto la parola e la vita[276].
Gli assalitori si arrampicano sopra le rovine del muro, altri appoggiano le scale; le artiglierie proteggono l'assalto; nessuna palla passa senza recare offesa; d'intorno al Ferruccio, o di urto o di ferita, ad ogni istante casca gente; qualcheduno si rialzava, più molti rimanevano in terra prostesi, — era un tentare la provvidenza la più lunga dimora in cotesto luogo. Iacopo Bichi, il quale fino a quel punto non si discostava mai dal Ferruccio, adesso gli grida:
«Commessario, sgombrate di qui... il nemico ha voltato da questa parte tutte le sue artiglierie... non è il vostro posto...»
«Non è il mio? — Non vedo altro pericolo maggiore... Lasciatemi stare.»
«Messere Francesco, scansatevi per Dio!» urla da un'altra parte Vico, «voi siete ferito nel ginocchio...»
«Non me ne sono accorto; — sta cheto, figliuol mio.»
«Venite, o vi faccio portar via dai cavalleggeri di messere Iacopo.»
«Guardati dal farlo, figlio mio, ch'io ti passerei da una parte all'altra con questa picca...»
«Ah! lo sapeva... Per la testa di san Giovanni Battista!» mormorò tra' denti Iacopo Bichi nel vedere rotolarsi nella polvere Francesco Ferruccio, che, percosso nel ginocchio opposto della gamba prima ferita, non aveva saputo più reggersi in piedi.
«È morto! è morto!» battendo palma a palma, prese ad esclamare Vico Machiavelli.
«Silenzio!» lo rampogna severo il capitano Morgante da Castiglione, uomo di vaste membra e di cuore anco più vasto[277]. — «La patria preme assai più del Ferruccio; è morto da prode uomo di guerra: lo piangeremo poi; adesso bisogna celare la sua morte, altrimenti ne seguirebbe sconforto e perdita di tutta la impresa; io gli porrò il mio elmo e l'assisa; mi vestirò la sua; voi trasportatelo fuori di qui... trattenete le lacrime... a quanti ve ne domandano rispondete... è il capitano Morgante ferito.»
In quel viluppo di uomini, nella orribile confusione che sconvolgeva ogni cosa d'intorno, riuscì agevole condurre a fine il proponimento del Morgante; nessuno ebbe tempo di accorgersi della mancanza del capitano; e in quanto al menare le mani, molto bene ne teneva le veci il valente capitano Morgante da Castiglione.
Colla visiera calata, il corpo coperto di un panno, Vico in compagnia di due soldati portava il Ferruccio: egli ed un altro sottentrandogli con le spalle alle ascelle, ricingendolo con le braccia traverso la vita, lo sostenevano dalla parte del capo; il terzo postosi tra le gambe e recatelesi su gli omeri, lo teneva sollevato dalla parte dei piedi. Vico preme la immensa angoscia e morde un lembo del panno che cuopre il Ferruccio per paura di non si tradire con una esclamazione.
Lo menò nel suo quartiere; licenziò gli uomini, chiuse con diligenza le porte: e non badando ad Annalena, che pure gli corre dietro smaniosa e lo chiama co' più dolci nomi nella più soave favella che mai avesse tocco orecchio d'amante, libera il giacente dell'elmo, e scoperto che gli ebbe la faccia, incominciò a lamentare:
«O messer Francesco, perchè ci avete abbandonato? Che farò io senza guida su questa terra? Che farà la patria senza il vostro consiglio? Io non vi darò sepoltura finchè ella non sia caduta; — voi dovete entrare insieme nel medesimo sepolcro. Oh! come queste labbra, che pur dianzi sostenevano con la voce la battaglia, taciono adesso! Come questi occhi pieni di vita non vedono, non dicono più nulla! Messere Francesco, non ci abbandonate... non ci abbandonate per amore di Dio!»
A Lena, quando contemplò il volto del giacente, stette per mancare sotto il terreno; non pertanto, meno sopraffatta dalla passione di Vico, conobbe il capitano dai colori della faccia non trapassato, bensì dallo spasimo delle ferite tolto fuori di sè. Con virile animo ella gli spogliò l'usbergo e le gambiere; vide una contusione sotto le coste spurie, dal lato destro; esaminò le piaghe delle gambe, — non le parvero pericolose, — e già si accomodava a medicarle, allorchè il Ferruccio, sciolto un grande sospiro, con maraviglia e terrore di Vico, il quale si era lasciato in balìa del proprio affanno, prese a parlare:
«Cavalleggieri, a me! — stringetevi, — incrociate le picche... Schiavi, all'inferno! E tu, marchese, a tua posta schiavo, sappi che una spada nella mano dell'uomo libero taglia per sette!» E quindi si leva a sedere, volge attorno gli sguardi attoniti e grida:
«Dov'è la battaglia? Dove mi avete portato? Vico, sei tu? È distrutto il nemico?
«O commessario! ai muri si combatte asprissima zuffa; noi vi abbiamo tolto dal terreno per morto.
«Perchè mi avete tolto? Perchè non mi avete lasciato? Improvvidi! e non sapete che anche morto avrei potuto spaventare il nemico? Forse non è il campo di battaglia il letto di riposo pel guerriera? Vico, m'invidii la morte sul campo? Pensi che sosterrei la vita per terminarla tra il pianto dei congiunti e le preghiere dei sacerdoti? Su!... ridonami l'aria aperta, mi sento soffocare qua dentro; datemi la picca... menatemi contro al nemico... Non sopra inglorioso letto, — non tra lenzuola ha da morire il Ferruccio... sibbene sul campo, — avvolte le membra dentro il gonfalone della Repubblica.»
E siccome Vico non si moveva, Ferruccio concitato a profondissimo sdegno riprese:
«Nessuno sosterrà il guerriero ferito! Mi basterà l'anima... se no, piuttosto che i miei combattano senza di me, mi spezzerò il capo nelle pareti.»
Balza dal letto; le gambe addolorate e dalla perdita del sangue infievolite gli negano l'ufficio; egli cade percotendo della faccia il pavimento. Vico e Lena lo soccorrono e tentano portarlo nuovamente sul letto. Ferruccio si oppone con minacce e preghiere, — poi comanda a Vico di sostenerlo tanto che arrivi contro al nemico. Vico a mani giunte lo supplica a deporne il pensiero.
«Per l'autorità che in me trasferiva morendo il tuo genitore, t'impongo di aiutarmi per tornare alla muraglia.»
Vico esitava pur sempre.
«Rompi gl'indugi, — o io ti maledico.»
Vico lo sorregge — invano. — Ferruccio non può mutare due passi; ambedue si fermano sconfortati; all'improvviso Ferruccio grida:
«Pommi su questa sedia; chiama gente che ti dieno mano e portami così su la breccia.»
La gente venne. Lena si affaccendava a fasciargli le piaghe, ma il capitano impazientito la respinge da sè:
«Non importa... vi rimane sangue che basta a salvare la patria... Sentite!... sentite! — Viva l'imperatore! — Ah! il nemico ha messo piede su i muri... presto... affrettatevi....volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero! morte al papa!»
Il fiero capitano cacciò quel grido con tutte le viscere, sicchè il suono tonante della sua voce superò lo strepito delle armi e il fragore delle artiglierie. Tempestando e minacciando ottenne lo riponessero sulla breccia dirimpetto le artiglierie nemiche, a canto il gonfalone della Repubblica quivi il terreno appariva solcato dalle palle; i più animosi si allontanavano dal luogo reso terribile per cumulo di cadaveri: il marchese Del Vasto, disegnando spingere la sua milizia a nuovo assalto da cotesta parte, fa drizzare le scale, spinge i soldati che si precipitano, salgono e già già afferrano la estrema parte dell'argine rovinoso.
«Cavalleggeri! Lascerete uccidere qui il vostro commessario senza difesa? — Viva la Repubblica! — La vittoria è nostra! — E staccato il gonfalone, con quanto aveva di forza lo agitava continuando a gridare: «Viva la Repubblica!»
Si riaccese la mischia; l'animo inasprito a nuova ferocia non faceva sentire la stanchezza delle membra e le ferite; unirono gli sforzi, ed anche per questa volta gl'imperiali furono ributtati dalla breccia. Il Ferruccio quando li vide in fondo del fosso, si risovvenne di certo suo scaltrimento di guerra, che consisteva nell'avere allestito non poche botti piene di sassi, le quali, riputando contenere munizioni, non avevano in sua assenza adoperato; — le rotolano adesso su l'orlo dell'argine e le lasciano sopra ai nemici; forte percotendo nel fondo del fosso le botti si sfasciano con impeto immenso; i sassi schizzano violentemente, e quale offendono nel piede, quale nelle gambe, tal altro nel fianco o nel volto; pesti, infranti, non sanno come mettersi in salvo: coloro che rimangono illesi prorompono in fuga precipitosa; nuova rovina di sassi, una pioggia dolorosa di acqua e di olio bollente si rovescia sopra gli offesi; oscene morti avvengono in cotesta infame fossa: — gli urli dei dannati possono appena uguagliare, non vincere, i guai che escono quinci entro a funestare le orecchie degli amici ed anche dei nemici; — membra troncate galleggianti nel sangue.
Il marchese Del Vasto, ineccitabile quanto il ferro che gli vestiva il petto, conobbe non dovere più oltre ostinarsi nello assalto; si guardò di sfiduciare i suoi soldati dalla speranza del vincere e sonò a raccolta; volle risparmiare il sangue, non per pietà di loro ma per amore di sè, imperciocchè quel sangue fosse venduto e gli appartenesse; in quel sangue stava riposta la sua gloria e la libidine di censo più largo.
Il giorno 21 di giugno, il marchese ricomincia la batteria da più parti, a Sant'Andrea e a Sant'Agnolo; con estremo sforzo si adopera contro; caddero i muri, corsero all'assalto; — pari l'ira da una parte e dall'altra, il valore pari; — ma o sia che il valore dei soldati di libera città comprenda virtù vera, e quello dei mercenarii del principe partecipi piuttosto del furore, o sia che vicino ad abbandonarle volesse Dio circondare di luce le armi fiorentine, nei petti degli uomini trovarono gl'imperiali un muro più insuperabile dell'altro composto di pietre. Si rinnovarono le morti, i casi miserevoli, le sconce ferite; — di nuovo i muri grondarono sangue, — il cielo fu bestemmiato o invocato, — ed ei stette pur sempre azzurro e sereno.
Comecchè l'anima gli ruggisse dentro, e' fu mestieri al marchese dichiararsi vinto e ritirarsi. Ferruccio gli sorgeva contro invincibile come la necessità. Partì con vergogna; e la gloria del superbo guerriero, seppure gloria deve rettamente chiamarsi il rumor vano che l'uomo acquista combattendo per lo straniero contro la sua patria, andò a spezzarsi entro le mura di Volterra. Le parole tra lui e il Maramaldo furono molte e acerbe: crucciato non volle tornare al campo e si ridusse alla moglie nel regno; colà trasse nell'ozio e consumò nella inerzia una vita oscura, — invecchiato strumento di tirannide; — la sua morte non compiansero figli, — gli circondarono il letto parenti avidi del suo retaggio, come il demonio della sua anima. Possa Dio non concedere miglior destino a coloro che feriscono il fianco della madre che gli ha generati[278]!
CAPITOLO VENTESIMOSESTO
IL TRADITORE
Riguardate e vedete Se v'è dolore pari al dolor mio! —
GEREMIA.
La mia storia si approssima al fine, — ma per arrivarci meglio egli è mestieri rifare i passi e tornarcene indietro: non te ne dolga, o lettore; — vedrai una donna, e forse ne sentirai meraviglia, ad un punto e compassione, perchè questa donna sarà una madre addolorata.
La notte in cui fu arrestato Lorenzo Soderini, Cencio Guercione recò immediatamente la nuova a Malatesta, imperciocchè Cencio fosse uno di quelli che dovevano intervenire al ritrovo, ad istanza del Baglione suo signore, il quale, per istarsene appartato, non voleva meno, a guisa di ragno al sommo della tela, avere in mano le fila di quanto in Firenze si operasse o dicesse.
Appena ebbe posto fine Cencio al suo parlare, Malatesta, sporgendo fuori del letto, dove se ne stava giacente la gamba destra ed agitandola a modo di spronare un cavallo, prese a dire:
«Cencio, andiamocene; sento un'aria di forca che mi stringe la gola; va', sella i cavalli... mi pare che la terra mi manchi sotto...»
«Parlate daddovero, messero? Adesso? Sul punto di raccogliere la mercede delle onorate nostre fatiche?... io rimango.»
«Cencio, i beni senza la vita non valgono nulla.»
«E la vita senza i beni vale anche meno; addio al sangue dei Baglioni vostri crudeli parenti e nemici; — addio Bevagna, Tunigiana e le altre terre e castella: rimanga il nipote senza vescovado, — Ridolfo vostro senza la duchessa di Camerino. — Ah! voi mi fate pietà.»
«Usciamo da questo inferno, — diamo la porta al Principe e lasciamolo a sbrogliare le sue faccende con la Signoria...»
«Ma allora chi vi assicura della fede del papa? E poi per questo estremo noi siamo sempre a tempo. Abbiate pazienza, lasciate a me la cura d'ingrandirvi un tal poco; altrimenti nessuno vorrà credere che una nobile repubblica come questa sia stata condotta in rovina da un goffo come siete voi: la nostra nicchia è la ribalderia; sta bene, ma almeno occupiamone quanto basta per farci figura... che cosa direbbe il diavolo di voi?»
«Cencio... ascoltami una volta per sempre... A cui darai vanto del suono, al citarista o alla cetera? Tu sei in mia mano la cetera — ricercandoti, ne ricavo ora il basso ora l'acuto; un giorno o l'altro potrei anche lasciarmiti sfuggire di mano e mandarti a rompere sul terreno.»
«Novelle! Voi fate l'altero per isprezzarmi, ed io vi domando: va egli il cieco senza la guida? — Io sono il fidato destriero che vi mena per balze e per dirupi; voi mi tremate sopra quando muovo sul ciglione del precipizio e vi raccomandate a tutti i vostri santi; io procedo sicuro e vi tolgo dai mali passi; — sono l'anima, la mente del vostro corpo...»
«Se presumi tanto di te, — va' solo, — e vediamo...»
«Solo non posso andare, mi manca stato; la fortuna mi ha posto in tal condizione che le opere mie mi darebbero fama nella taverna che frequento o nella contrada in cui nacqui: il diavolo conta tutte le ribalderie, ma lo storico segna quelle soltanto commesse sotto l'insegna di un leone, di due pesci o di una corona; insomma anche le scelleraggini, onde non muoiano presto nella memoria degli uomini, abbisognano di una marca imperiale, reale o almeno baronale...»
«Ed in prova che, dove io non fossi, tu saresti un fantastico senza vergogna, ti osservo che, spaziando sempre nel passato e nel futuro, tu non ti risovveresti del tempo presente.»
«Ogni uomo venne al mondo col suo patrimonio di ambizione... perchè non dovrei avere ancora io la mia? Per me, vorrei acquistarmi un bel tocco di fama o d'infamia, — insomma essere rammentato, come una eruzione di Vulcano, un terremoto, un diluvio; e malgrado il mio ingegno e la potenza di fare da me, voi, pur troppo io sento, mi divorerete la esecrazione dei posteri. Dio mi ha mandato Malatesta addosso come la ruggine del ferro. Se potessi rivivere fra tre secoli, leggerei sopra i ricordi dei tempi: Malatesta il più astuto... Ah! storico, invece di spendere in inchiostro, comprati elleboro, tu sei pazzo; Malatesta fu il più innocente, il più semplice uomo del mondo.»
«Ah! mi farai dormire: Cencio, invecchi e sermoneggi. — Va', muta veste, e studia indagare quali voci corrano per Fiorenza. — Mi viene un pensiero in mente. Vedi questa carta? — È una lettera del Papa. Sai a cui è diretta? — A me. — Indovini dove intendo depositarla? Alla Quarantia. — Ne comprendi la cagione? — No. — Va', va', mio buon Cencio...; col tempo imparerai a tua posta; per ora io ti saluto col nome di novizio nell'arte del tradimento.»
Cencio alzò le spalle e, avviluppatosi entro una cappa spagnuola, si accinse a partire. Malatesta, lo richiamando addietro,
«Guarda», gli disse, «che sia bene sbarrata per di dentro la porta, e i Perugini veglino.»
Cencio alzò di nuovo le spalle con tale un atto che avrebbe potuto significare: io non comprendo nulla.
Malatesta volle avviare a certa meta i suoi pensieri, ma non gli riusciva; il timore che la porta non fosse ben custodita gli teneva la mente del tutto ingombra: si levò dal letto con pena, e aiutandosi appoggiato ad un bastone si strascinò per le stanze giù per le scale, — toccò le sbarre, le tentò con quanta forza gli era rimasta nelle mani attrappite, e, assicurato da questa parte, si diresse al corpo di guardia.
I suoi fedeli Perugini vegliavano, la noia della veglia ingannando col giuoco e col vino: inosservato egli apparve in mezzo di loro e alzò la mano per favellare. I soldati cacciarono un urlo, non di sorpresa, ma di terrore, così che Malatesta se ne sentì avvilito; un pensiero gli traversò il cervello, doloroso come ferro rovente: tu sei già più che mezzo cadavere, — la tua vista mette spavento; cuopriti di cenere e muori. — Egli non potè proferire parola, stette alquanto con la mano quasi in atto di lanciare una maledizione, — poi ritornò silenzioso nelle sue stanze.
Ad ora di notte inoltrata tornò Cencio: — la pioggia cadeva giù a torrenti; la cappa e le altre vesti di lui erano imbevute d'acqua; mormorava tra i denti mozze parole. Appena Malatesta lo vide, incominciò:
«Cencio, che nuove?»
«Mi sono bagnato fino all'ossa», e senz'altro aggiungere spremeva l'acqua dalla cappa in sembianza di uomo stupido.
«Cencio, dimmi, quali parole ti venne fatto raccogliere?»
«Il freddo mi ha preso tutto il corpo; tremo come la cicogna...»
«Vuoi tu ragguagliarmi di quanto hai ascoltalo tra il popolo?»
«Il popolo, signor Baglioni, all'ora che fa, pensa ad altro che a novellare; — egli gode ciò che non possiamo ottenere più noi, — la pace del sonno.»
«Io ti comprendo, Cencio; il dispetto ti rode; tu mi porti rancore e immagini arrovellarmi col tuo segreto: — tientelo, non so che farmene, — se l'acqua ti ha concio, peggio per te. Io ho bevuto intanto del buon vino, e mi riconfortò le viscere; poc'anzi hai confessato che senza di me non potresti andare; io invece procedo molto bene senza di te; — va', lasciami dormire.»
«Or via, udite Malatesta...»
«Non voglio ascoltar nulla. Vassallo, obbedisci al tuo signore e lascialo in riposo... i rimorsi mi fanno morbido il guanciale, — il pericolo mi serve di letto: — anima volgare, a te lascio la veglia con tutte le sue paure di questo mondo e dell'altro.»
«Non ha per ora più bisogno di me!» susurrava Cencio Guercio; «sconterai la superbia alla prima occasione.»
* * * * *
Venti giorni dopo il colloquio riferito qui sopra, la campana del palazzo di giustizia, chiamato volgarmente il Palagio, suonava a raccolta.
Chiamava la Quarantia al giudizio di sangue: di ciò facevano fede i leoni coronati, il gonfalone appeso accanto alla porta del Palagio, i magistrati che si vedevano traversare il cortile e salire su per la immensa scala vestiti di cappe rosse.
Quando accennammo brevemente la forma del governo di Firenze, dicemmo come levata agli Otto la facoltà di far sangue, la concedessero alla Quarantia, ed avvertimmo ancora come dei due fondamenti i quali costituiscono l'ordinato vivere civile i nostri padri, periti del primo, cioè del diritto di ogni cittadino a partecipare la suprema autorità dello stato, ignorassero il secondo, la sicurezza personale. Nel 1527, sul principio della rivoluzione, vollero in parte mettervi rimedio e lo fecero instituendo la Quarantia. Certo non conseguirono lo scopo: i popoli procedono lenti, che la verità percuote obliqua i loro sguardi; comunque sia, cercarono per trovare. I delitti, in ispecie quelli di stato, dovevano notificarsi dagli Otto alla Signoria, la quale era obbligata estrarre a sorte quaranta uomini dalle borse degli ottanta, che insieme al gonfaloniero, ad uno dei priori, tre gonfalonieri delle compagnie, due dei dodici buoni uomini, due dei dieci, uno dei nove, uno dei capitani di parte guelfa, uno degli uffiziali di monte, due dei conservatori, uno dei massai di camera, dentro i quindici giorni dal di della tratta dovevano spedire la causa. Qual procedura tenessero nel giudicare vedremo in seguito.
[Illustrazione: ... il Ferruccio vi si avventura: grave di armi... Cap XXV, pag. 559]
Due uomini apparivano sopra la panca degli accusati, — entrambi stretti di pesanti catene: il primo, disfatto nella sembianza, con i capelli stesi lungo le guance, come se si fosse tuffato nel fiume, imperciocchè un sudor freddo emanasse senza mai cessare dal suo corpo; — le tempie avea cave, — le labbra pendenti e colore di piombo, — gli occhi bassi circondati da un cerchio nero; tutto svelava in lui il rimorso aver precorso la pena; — questi era Lorenzo Soderini: l'altro pochi giorni avanti fu mirabile per adipe e argomento di motteggio a chiunque lo avesse veduto per via; la paura gli aveva tolto ad un tratto la pinguedine, le guance gli cascavano giù dai lati grinzose come la pagliolaia dei bovi; il vermiglio che un dì le imporporava si era mutato in una tinta violacea, e il bianco degli occhi gli appariva chiazzato di macchie gialle solite a precorrere la itterizia; egli non imitava la immobilità del compagno, — anzi irrequieto agitavasi, gli occhi rivolgeva del continuo da un lato all'altro pieni di terrore, e con la bocca facea greppo, col capo ammicava in atto di domestichezza a quanti entravano nella sala; — e siccome la più parte passava senza badarlo, e gli altri lo guardavano biechi, egli per farsi avvertire da' primi tossiva, stropicciava i piedi, si alzava ritto ritto su la persona, non ometteva industria per richiamare la costoro attenzione; ed ai secondi si sprofondava in inchini per modo che col mento quasi veniva a toccare terra. Anche il delitto può parere sventura quando il reo prossimo ad essere colpito dalla legge si mantiene composto nella sua umiliazione e mansueto come quegli che sente essere la pena effetto di causa con le proprie sue mani fabbricata; quindi mentre l'aspetto del Soderini gli conciliava favore, rifuggiva ognuno dalla impudenza fratesca del secondo accusato; — ed infatti egli era Vittorio Franceschi, nominato fra Rigogolo, minore osservante.
Seduto ognuno al suo luogo, si alza il gonfaloniere Rafaello Girolami e con voce alquanto tremula incomincia:
«La Quarantia si trova ella di presente composta nel numero prescritto dalla legge?»
Il notaio, scopertosi il capo, risponde:
«Magnifico messere gonfaloniere, i presenti superano i due terzi.»
«La Quarantia», soggiunse il gonfaloniere, «vuole ella decidere la causa in questa mattina?»
Da tutte le parti si levò la voce:
«Vuole.»
Il gonfaloniere torna a sedersi; dopo alquanto di pausa si volge agli accusati e dice:
«Lorenzo di Tomaso Soderini, lo spettabile magistrato degli Otto vi accusa di pratiche secrete con i nemici della patria, di tentativi per sovvertire il reggimento, di voler ricondurre lo stato sotto gli antichi tiranni... Che cosa potete voi opporre a questa querela?»
Il Soderini schiuse a fatica la bocca, e dalle fauci gli proruppe un singulto; — nel tempo stesso sopra i contorni dei labbri gli comparve una bolla vermiglia, — scoppiò, — e dagli angoli della bocca gli gocciò una bava sanguinosa: una volta gli tremarono gli occhi, poi stettero quasi ghiacciati; crollò la persona e cadde sul pavimento; — non sospiro, — non gemito per lui; — il fragore delle catene fu l'unico suono che si fece sentire sul traditore caduto.
«Frate Vittorio», continua il gonfaloniere, «voi siete querelato del medesimo delitto: — che avete ad opporre per la vostra difesa?»
«Domine, in adiutorium, io vi dirò, magnifico messere Rafaello, la verità tale quale ella sta; perocchè, vedete, io sia semplice come un fanciullo pur mo' nato: il gentiluomo che voi testè interrogaste, certo giorno su l'ora di vespro, mi fece chiamare in sagrestia, dove io, credendo volesse accostarsi al tribunale della penitenza, lo segnai e gli dissi: Dite su; — ma egli mi rispose: Non occorre per oggi, frate Vittorio; io vengo da parte di Sua Santità a proporvi e, in quanto bisogna, ordinarvi di porgermi aiuto per ristabilire la sua famiglia in Fiorenza...»
«Perchè non veniste a denunziare il fatto alla Signoria?»
«Onorando messere, voi sapete da noi altri frati richiedersi tre voti soltanto, di obbedienza, di castità e di povertà; — se esigessero da noi anche quello della scienza, i monasteri sarebbero vuoti, come le aie...»
«Oh! no», interruppe una voce, «voi altri frati giurereste anche questo voto, nè lo adempireste meglio degli altri.»
«Ah! ah! come vi piace, padroni miei spettabilissimi; e infatti ogni giorno una pioggia di motteggi si rovescia sopra le nostre povere spalle, e non rifiniscono mai dal proverbiarci sopra la nostra testa rasa e il piè di legno: poc'anzi entrando qui dentro ho udito due gentiluomini che mettevano a partito se io mi avessi più duro il di sotto o il di sopra...»
Siffatta plebea umiliazione di sè, anzichè movere il riso, concitò lo sdegno degli ascoltanti; per la qual cosa il gonfaloniere lo avvertiva restringersi nella difesa: — ma il Carduccio, modestamente levandosi, tal dirigeva al Girolami grave consiglio:
«Messere, sacra cosa è la difesa dei querelati: se il frate parla scempie parole, nostro danno; noi non lo ascoltiamo per diletto sibbene per dovere; lasciamogli il conforto di dedurre difese inutili, dacchè non gli è dato promuoverne delle concludenti.»
«Dunque», seguita il frate, «io credei che mi burlasse, e con mal viso gli voltai le spalle garrendolo di venire ad uccellare i religiosi nei loro sacrosanti asili, massime nell'ora di vespro, in che facciamo la siesta.»
«Perchè avete tentato, dopo l'arresto del Soderini, trafugarvi dalla città sotto spoglie mentite?»
«Eh! ma la giustizia del bargello ha l'ale alle mani per prendere, e per lasciare soffre di gotta. Quando l'uom cade tra cotesti roncigli, avviene di noi come della pecora che capita nel pruneto; quando le va bene, qualche fiocco di lana vi lascia: onde io che aveva sentito raccontare in qual modo certo villano a cui apponeva avere imbolato il campanile della pieve se ne andasse a casa e dicesse alla donna sua: Mogliema, ti avaccia a far fagotto delle masserizie e andiamcene con Dio, imperciocchè mi accusino di avere rubato il campanile. — Statti, gaglioffo, che io di qui ne vedo la croce e ne sento le campane che sonano a gloria, gli rispose la donna; — ma il villano insisteva: Partiamo tuttavia, che al bargello per udire e vedere le campane e il campanile un anno potrebbe sembrare poco, e in questo tempo meglio giova essere pollo d'aia che pollo di stia. — Per le quali ragioni e cagioni deliberai mettermi in salvo, e ch'io non argomentassi poi male lo vedete col fatto: se mi riusciva sgombrare, non sarei qui con queste smaniglie addosso.»
Cominciarono gli esami dei testimoni, nessuno a discarico; molti deponevano come frate Vittorio, convertito il confessionale in bigoncia, quinci diffondesse parole di veleno contro la Repubblica e instigazioni al tradimento; altri gli contestarono la proposta da lui fatta di accompagnarlo a inchiodare i cannoni sul poggio San Miniato; non mancarono i soldati ch'egli con impudenza pari alla goffagine s'industriò contaminare per introdurre i nemici nel convento di San Francesco vestiti a modo di frati; in somma un cumulo di prove, di riscontri e d'indizii si aggravò sopra il suo capo da convincere la mente degli uomini meglio esitanti. Per un pezzo il frate durò a gridare calunnia e vomitare contro i testimoni atrocissime contumelie; poi all'improvviso gli mancò l'ardire e si gettò genuflesso sul pavimento piangendo dirotto e gridando:
«Misericordia! misericordia! vi prenderà ira contro un cane morto? Vi appoggerete sopra la canna rotta? Abbiate compassione di un povero folle....»
«Ed io pure sono folle, ma non ho mai morso le mammelle che mi porsero il latte!» esclamò improvviso Pieruccio, il quale, introdottosi furtivamente nella sala, se ne stava accovacciato a mo' di cane sotto le panche tra i piedi dei padri, — e meglio delle parole erano rampogna il suo aspetto attrito e le sue piaghe tuttavia sanguinanti. Poi sollevando le braccia in atto solenne, così favellava ai cittadini adunati: «Voi li salverete, voi non avrete cuore di condannarli... Sventura a voi! L'albero che avete piantato non alligna nella terra dei codardi e dei traditori, — e sì, — e sì che l'albero piantato da voi, quando non frutta libertà, somministra il legno per costruire il patibolo!...»
Il gonfaloniere, supponendo offesa la maestà del luogo da quei detti acerbi, ordinava traessero altrove il Pieruccio; se non che egli, vietando ai mazzieri di toccarlo, dignitoso e superbo, sgombrò da per se stesso dalla sala. Dal rumore che si levò da ogni lato, dall'agitarsi dei capi dei cittadini, parve quasi turbine trapassato per le piante della foresta.
Intanto Lorenzo Soderini, rinvenuto dal suo sfinimento, occupava di nuovo il posto di accusato. Raffaello Girolami, con voce che studia rendere quanto più poteva soave, gli domanda:
«Lorenzo Soderini, avete da opporre discolpa all'accusa che vi danno gli spettabili signori Otto, di guardia e balia?»
Il Soderini mosse le labbra per parlare, ma non ne uscì suono; — una mano di ferro gli stringeva la gola.
Allora il Girolami si piegò all'interno domandando,
«Ecci nessuno che prenda le difese di Lorenzo Sederini accusato di tradimento?»
«Nessuno. — Mandatelo alla forca senz'altre formalità.»
«Che sensi, che voci sono queste?» riprende il gonfaloniere; «mi trovo io tra uomini civili, o...»
«Su, dite tra chi?» interruppe Lionardo Bartolini.
«O tra chi mi trovo?» ripiegò in buon tempo il Girolami avvertito dalla interruzione del Bartolini che stava per uscirgli di bocca qualche grave parola. «Perchè non avrebbe messere Lorenzo le sue difese? Finchè la legge non pronunzia sopra di lui, non può dirsi reo. E alla patria, meglio che con le ire e l'impeto, si serve coll'adempire ai buoni ordinamenti di lei.»
Questa proposizione che denotava un grado di civiltà non consentito dai tempi giunse malgradita tra quelle menti accese; parve provocazione e rimprovero; gli odii riarsero; ella fu quasi bitume sopra legna infiammate, — i cuori si chiusero alla pietà, — la sentenza non pronunziarono ancora, ma ormai la sorte del Soderino e di fra' Vittorio è decisa.
Il gonfaloniere, cui studio di giustizia moveva e forse anche amore della casa Soderina, interroga da capo:
«Chi difende Lorenzo Sederini?»
«Nessuno.»
«Affinchè i posteri», continua il Girolami, «non abbiano a dire che, la ragione postergata allo sdegno, la nostra magnificentissima Repubblica commise fatto turpe nel presente giudizio, ecce, deposta un momento la maestà del grado, io scendo alla difesa del querelato Sederini.»
«Voi non lo farete. Rimanetevi! rimanetevi!» gli gridavano d'intorno tutti commossi, come mare in tempesta.
«Quando lo statuto non lo vieta», risponde con grande animo il gonfaloniere, «staremo a vedere chi usurpa qua dentro maggiore autorità della legge!»
E si pose sotto la panca dell'accusato. Quindi acconci detti adoperando, chè fama aveva e prestanza di buon parlatore, orò fervorosamente in difesa del Soderini: disse quanto più atroce il delitto maggiore richiedersi la prova; essere contro messere Lorenzo atroce l'accusa, gli indizi incerti, perchè delle prove non ne concorreva pur una; la fuga notturna e l'arresto nulla concludere; era forse vietato uscire per la città ad ora insolita? non doveva presumersi ch'egli andasse attorno per cose da tacersi a cagion di onestà? Male condannarlo, se dal silenzio e dal pallore traessero argomento della colpa: — a cui di noi l'accusa di traditore non terrebbe, non dico la parola, ma la vita? — Lodò casa Soderina, rammentò i molti beneficii da lei operati in vantaggio della Repubblica, onorandissima famiglia la disse e tale da pregiare di sè qualunque più chiaro stato del mondo; ricordò Piero, al quale se mancò per avventura il senno, certo non ebbe difetto di volontà; ma non gli mancò neanche il senno, sol che si pensi ai tempi difficili, al viluppo dei contrari interessi, allo sforzo di principi contro ai quali non valeva potenza, e la fortuna dei quali non poteva prevedersi; che se molti lo accusano, ciò avviene perchè, come spesso ho udito dire da messere Iacopo Nardi, dopo il fatto di senno ne sono piene le fosse; e più di Piero lodò Giovambattista, di cui volendo tutti gli encomi raccogliere in uno, lo salutava col nome di maestro di Francesco Ferruccio, áncora validissima della pubblica salvezza; concludeva finalmente che, quando la coscienza dei padri fosse convinta di qualche trascorso essersi reso colpevole il Soderino, procedessero con mite consiglio, con intendimento di chi corregge per migliorare, non con pena che paia vendetta. Restituissero un cittadino alla patria, non consegnassero un cadavere all'avello.
Giunto a questa parte della sua orazione, s'intese strepito di armi e rumore di passi, come di molte persone che camminano strette tra loro a modo di soldati, — si apersero fragorose le porte, — e le lancie spezzate del Malatesta si posero sul limitare.
«Chi è il temerario che ardisce presentarsi così alla Quarantia?» — domandarono alcuni cittadini; — altri guardavano sorpresi e ansiosamente attendevano.
«Malatesta Baglioni!» rispose con gran voce Dante da Castiglione.
Infatti Malatesta comparve tutto dimesso in vista, ma circondato da spesso stuolo dei suoi più fidati, con Cencio Guercio al fianco, le sue povere membra gravi di giaco, di gorgerino ed altre armi da difendere e da offendere.
S'inoltra fino al banco dei principali magistrati, vi depone una carta dalla quale pendevano vari suggelli, e tenendovi pur sempre la mano destra sopra, in questa guisa favella:
«Figlio ossequente della Repubblica Fiorentina, a me parrebbe mancare (e mancherei certo all'obbligo che le professo grandissimo e di cui non potrò sdebitarmi, quando anche eterna mi durasse la vita) dove io nel presente caso non cercassi, per quanto è in me, chiarire la mente vostra, magnifici cittadini, e non mi adoperassi con ogni mio sforzo a far sì che per voi si dia insigne esempio al mondo del come in questa terra s'invigilino e si puniscano i traditori.»
I circostanti maravigliando aspettavano il fine delle parole. Malatesta, additato il Soderini, continua:
«Costui ardiva in nome del papa propormi il tradimento di questa diletta patria: qui, voi vedete la commessione mandatagli a così onorata impresa; io la ritenni nelle mie mani in testimonio della nequizia dei nostri nemici e della mia lealtà.»
Il gonfaloniere, udita siffatta proposizione, gesteggiando a mo' di forsennato, si stacca dal fianco del Soderino. Giunto la mezzo la sala, gli si volge contro e, alzate le mani in atto d'imprecare, esclama:
«Sventura a te ed a me, che mi hai fatto dire parole le quali peseranno contro di me sulla bilancia dell'Eterno nel giorno finale!»
Si passavano di mano in mano il breve apostolico; pur troppo egli comprendeva la commessione di un cittadino a tradire la patria, la preghiera del padre dei fedeli per le spargimento del sangue cristiano, anzi pure fraterno e innocentissimo; pur troppo la feroce dimostrazione di calpestare la testa dei suoi concittadini per qualsivoglia via, comunque snaturata. Il breve portava il suggello dell'umile apostolo che pesca, del primo vicario di Cristo redentore!
Lorenzo Soderini fece prova di favellare, ma glie ne tolse il potere lo sguardo che incontrava del Malatesta: se l'occhio del serpente affascina per la sua malignità, Malatesta superava in questo la fiera più trista che mai partorisse natura.
Quando il breve venne nelle mani di Dante da Castiglione, questi, dopo averlo letto ed esaminato molto attentamente, mosse i labbri a certo suo garbo che stava a denotare trapassargli adesso per la mente un pensiero molesto, e poco dopo con occhi bassi incominciò:
«Posso io domandare al magnifico messer Malatesta la cagione dell'avere indugiato tanto a partecipare alla Quarantia un simile fatto?»
E qui sbarrati gli occhi, glieli avventa ardentissimi nel volto. Malatesta, preso alla sprovvista, non seppe ripararsi meglio che ostentando superbia.
«E chi siete voi e con quale autorità interrogate il generalissimo della Repubblica Fiorentina?»
«Io sono uno dei vostri padroni; — io posso, quando se ne presenti il bisogno, essere uno dei vostri giudici: rispondete...»
Malatesta, percorsa con obliqui sguardi la sala, si assicurò prima se i suoi cagnotti tenevano i posti e quindi soggiunse:
«Credete voi, messere Castiglione, ch'io non abbia altro a fare che a salire in bigoncia e mettere tutto giorno male parole contro chi sento migliore di me? La Dio mercede, la mia giornata va piena di bene altre occupazioni. Se io dovessi denunziare tutte le sollecitazioni che m'indirizzano i cittadini di Fiorenza per tradire l'obbligo mio, non potrei attendere alle cure della guerra; io mi contento sprezzarle e mantenermi nel dovere senza troppo gonfiare le gote, m'intendete? Io non ho mai creduto servire bene il mio paese spaventandolo ad ogni momento con vani terrori. Le proposte del Soderini pensai che, movendo da leggerezza, non avessero séguito, epperò le obliai. Ora che, la fama m'istruisce i costui divisamenti essere più pericolosi di quello ch'io dubitava, vengo prontissimo a illuminare la coscienza dei giudici, mi affretto a destarvi dal sonno che dormite su l'orlo del precipizio: giunge sempre bene colui che arriva a tempo...».
«Ma per voi, mi sembra, avremmo potuto dormire, quanto i sette dormenti, sul margine dell'abisso...»
«Silenzio!» interruppe il gonfaloniere; «magnifici cittadini, apparecchiatevi ai giuramento ed ai voti.»
Malatesta chiese ed ottenne commiato; il gonfaloniere lo licenziò adoperando umane parole, levando al cielo la sua lealtà e l'obbligo che gli avrebbe in ogni tempo la Repubblica professato grandissimo. E non pertanto vuolsi credere che, senza gli uomini di arme i quali accompagnavano Malatesta, primo il gonfaloniere Girolami avrebbe ordinato si sostenesse e innanzi al Soderino nel capo si condannasse. Concede questa facoltà alle parole e al volto il cuore riposto in mezzo del petto e diligentemente coperto sopra di carne e di ossa.
«Che pártene? Meritai io la tua lode?» uscendo di sala appoggiato sul braccio di Cencio Guercio, gli andava Malatesta susurrando entro le orecchie.
«Avanti, — avanti», risponde quel terribile Cencio; «così continuando voi diventerete la disperazione di Dante.»
«Dante! Com'entra qui Dante?»
«Più che voi non pensate, o dolce signor mio; imperciocchè, resuscitando, egli non saprebbe in qual parte del suo Inferno riporvi; sì, voi mi pare le meritiate tutte...»
«Va', — il demonio dell'acutezza ti possiede.»
«Perchè no? In cielo e in terra tutto mi comparisce epigramma. Sapete voi che cosa ella sia la vita? Ve lo dirò ben io: — un epigramma di messere Domeneddio...»
Si allontanavano motteggiando da un luogo dove stava per condannarsi una famiglia inclita a perdere la fama, un uomo la vita. Soderini, traditore infelice e pentito, perisce; eglino traditori avventurosi e indurati si affrettano di mandare a fine il tradimento. La provvidenza li contempla dall'alto e lascia fare.
Secondo il disposto della legge della Quarantia, primo il gonfaloniere e dopo lui gli altri magistrati componenti quel tribunale, succedendosi per ordine di dignità, giurarono nelle mani dei frati di palazzo di dovere senza passione alcuna e giusta la coscienza loro giudicare. Dipoi sopra una cartuccia scrissero la pena che parve loro si meritasse la querela e la depositarono sopra l'altare; donde poi rimesse tutte le cartucce per opera dei frati e dentro una borsa raccolte, furono consegnate al notaio dei Signori, affinchè a norma delle solennità prescritte dalla legge ne eseguisse la estrazione.
Dalla estrazione resultarono più maniere di pene: a taluno pareva non dovesse applicarsene alcuna, a tal altro parve qualunque pena poca a tanto misfatto; da una parte perigliosa indulgenza, dall'altra efferata immanità, — estremi entrambi biasimevoli e consigliati da studio di parte. Poichè, non so s'io l'abbia già detto altrove, e avendolo detto, piacemi e giova ripeterlo adesso, per l'uomo di stato il delitto comincia quando la necessità delle pene cessa; i facili in ogni caso al perdono, specialmente se per motivi privati, si abbiano per traditori.
Le diverse pene dovevano mandarsi a partito; quella vinceva cui numero maggiore di voti favoriva, ma che però superasse i due terzi. Lasciarono i magistrati la sala per ridursi nelle stanze dello squittinio. I rei rimasero soli con i rimorsi e le catene.
Dopo molte ore, la porta della stanza dello squittinio si apre silenziosa su i cardini, poi si presenta improvviso come lingua di fuoco, sopra la soglia, un mazziere vestito di rosso con lo spadone dritto nelle mani; segno di morte.
Si riposero i magistrati nei seggi; i passi e i moti loro non suscitavano rumore alcuno; pareva una processione di spettri. Al cenno della mano che il gonfaloniere gli fece, il notaio dei Signori si alza e con voce tremante legge:
«Invocato il nome di Cristo Redentore, della Repubblica Fiorentina re. La Quarantia dichiara rei di tradimento contro la patria Luigi di Tomaso Soderini e frate Vittorio Franceschi, li condanna nel capo, ordina agli spettabili signori Otto di mandare ad esecuzione la presente sentenza. Data, ecc.»
Il gonfaloniere, profondamente commosso, si leva sorreggendosi con ambe le mani ai bracciuoli della sedia e indirizzatosi ai condannati, favella:
«Uomini colpevoli, la giustizia umana ha dovuto condannarvi; non perdete tutta speranza, volgetevi alla immagine di questo Cristo: egli tiene le braccia aperte per accogliervi al suo seno; il battesimo delle lacrime di penitenza basta ad acquistare il paradiso...» — Nè potè parlare più oltre, chè il singulto gli strinse la gola, e cadde a sedere di nuovo.
I cittadini componenti la Quarantia cominciarono a vuotare la sala, — alcuni con la ingiuria alla bocca, la minaccia negli occhi passando dappresso ai condannati inasprivano la sentenza col sarcasmo; altri, i favorevoli a loro, temendo essersi avventurati anche troppo, non ardivano sollevarli con parole di conforto; entrambi opprimeva un peso d'ineffabile angoscia.
Passa il nostro Dante. Egli ha dato il voto di morte, egli combattè il consiglio di più mite sentenza, e non pertanto adesso procede col sembiante compunto, la faccia tiene dimessa, sinistri pensieri lo ingombrano. Lorenzo Soderini, giunto a tale estremo, cercava con i suoi occhi velati e non rinveniva persona che lo assicurasse di pietà, — la pietà refrigerio dell'anima contristata: appena la figura di Dante gli strisciò traverso le pupille, ebbe quiete quel suo volto atterrito; — voleva chiamarlo e non ardiva toccarlo, e la lena gli mancava alla mano; pur senza accorgersene, la sua destra fece un atto, e la catena risonando aggiunse i lembi del lucco del Castiglione; questi trasalisce e si volta indietro e con voce profonda gli domanda:
«Che vuoi?»
«Una bocca che non mi maledica, un cuore che mi aiuti a morire.»
«Io!» proruppe Dante rifuggendo lontano con atto di abborrimento; se non che mutato di subito consiglio si accosta con impeto e, «Perchè?...» interroga, — e poi si rimane; quindi stringendo quanto poteva nella destra la sua barba che era tornata a crescergli foltissima, due o tre volte la squassa con violenza: «No, no», riprende, «la tua misura è colma e non ha mestieri di rampogna; io non devo aggiungere altra pena a quella che la legge ti ha dato. La colpa impunita fa bestemmiare l'Eterno, ma nello spazio che corre tra la condanna e la esecuzione della pena anche la colpa è sventurata e va soccorsa: — noi piangeremo insieme.»
Senza altre parole aggiungere gli si posa al fianco per accompagnarlo alla cappella.
Gli altri passarono; parte di loro notarono Dante, parte no: uno solo si avvisò favellargli, e fu l'Antinori; egli, ostentando maraviglia, lo richiede:
«Che fate voi qui al lato di questo traditore, messer Dante?»
E quel magnanimo senza muovere membro gli risponde:
«Qui sto a confortare un moribondo, perchè non disperi della salute dell'anima sua, e per seco supplicare Dio, affinchè egli sia l'ultimo a tradire questa dolcissima patria.»
Subito dopo si voltò dal lato opposto, come insofferente di più lunghe domande.
* * * * *
Lorenzo Soderini e fra' Vittorio furono condotti alla cappella.
Il maggior bene che possa farsi ad un frate sta nel non dirne nulla, ed io farò questo bene a fra' Vittorio, — non parlerò di lui. Due furono frati, per quanto io sappia, nel mondo sublimi davvero, e forse tre: — Arnaldo da Brescia e Girolamo Savonarola; e perchè i popoli le costoro ossa non convertissero un giorno in reliquie, i re mitrati del Vaticano gli arsero vivi e ne dispersero le ceneri ai venti; ma coteste ceneri ricaddero per i campi d'Italia e vi diffusero il germe del martirio e della libertà: le ceneri e il sangue ottimi fecondatori sono di libertà, e lo vediamo. Il terzo frate fu Domenico Campanella, il quale per cacciare via i barbari d'Italia intendeva legarsi co' Turchi e si sarebbe confederato col diavolo. Stupende menti e stupendi cuori furono cotesti frati; e noi ci accorgiamo che pur troppo osservarono il voto di serbarsi casti, imperciocchè morissero senza posterità!
La cappella è angusta; la luce del giorno impedita da tende nere non vi penetra dentro; molti ceri accesi sopra l'altare mandano un chiarore pallido e rendono grave l'aria che vi si respira; due battuti della compagnia del Tempio noti col nome di Neri, incappati e incappucciati, stanno genuflessi davanti l'altare recitando le preghiere dei defunti: ad ogni ora che passi, due nuovi fratelli della medesima compagnia si succedono in cotesto ufficio lugubre. Dante da Castiglione sta seduto sopra un lettuccio posto in disparte, le braccia ha incrociate sul petto e tiene il volto dimesso. Lorenzo Soderini anch'egli seduto sopra uno sgabello a piè del lettuccio vi protende abbandonate le braccia, il capo e parte della vita. Un tremito fitto fitto gl'increspa la pelle e gli addrizza la più molle calugine del corpo: dalle tempie livide e cave emana sudore perenne che scendendo giù per le ciglia si confonde su l'angolo degli occhi con le lacrime e le rende più amare.
Quali pensieri lo attristano?
Dapprima nessuno: tutto il cervello gli doleva siccome offeso da forte battitura; tentava inutilmente volgere il pensiero a un punto fisso; la fonte sembrava inaridita; si affaticava invano a suscitare la mente percossa da paralisi; — l'anima gli era morta prima del corpo; e sì che tanto breve ora gli avanzava di vita, a tante cose doveva meditare e a tante ancora provvedere... Oh Dio! questa impotenza lo contristava come i sogni sinistri, nei quali ti pare sentirti il ferro dell'assassino nei fianchi e tu non puoi aiutarti con la voce nè con la fuga. Ma di un moto convulso gli venne fatto cambiare positura, ed allora la immaginazione, quasi vento burrascoso nei campi, prorompendo sommosse un turbine di affetti e di memorie. Come baleno per notte profonda illuminando largo tratto di paese rivela allo sguardo pianure e colli e fiumane e alberi e case, obietti in somma infiniti e infinitamente svariati, così la immaginazione ricercò, — rischiarò, — vestì di bellezza i casi più riposti della vita: — sentì di nuovo il Soderini le gioie dell'infanzia, quando è dolce voltolarsi su l'erba verde, e punge cura di aggiungere correndo la farfalla, o desiderio di possedere l'uccello che canta e il pomo che rosseggia sopra i rami dell'albero: seguitarono i piaceri dell'adolescenza, — il primo cane sguinzagliato dietro la fiera, il primo cavallo stretto tra le ginocchia poderose; — e qui cominciava a mescolarsi una immagine di vergine ch'egli desiderava ardentemente, e non ne sapeva la causa, — che lo faceva sospirare, e ne ignorava il perchè; amava il suo riso pel riso, gli occhi per gli occhi; la fiumana del cuore era gonfia e non pertanto scorreva entro i suoi argini. Quanto ebbe diletto in quei giorni slanciare il cavallo di piena carriera lungo la via che passava davanti alla casa della fanciulla vagheggiata, circondarsi di un nuvolo di polvere, e traverso quel nuvolo scorrere come saetta e gittare un bacio a lei, che sporgendo dal balcone mostrava la guancia pallida pel pericolo del giovanetto! Gli si presentava alla mente il verde della campagna fresco, rugiadoso come su l'alba di un bel giorno di primavera o sul crepuscolo di un giorno di autunno, quando la pioggia lieve è caduta, e poi il cielo si fece all'improvviso sereno: vedeva l'emisfero colorito del più bell'azzurro che mai abbia sorriso sul nostro capo, e in quegli spazi rotare con magnifici giri il falco pellegrino... Oh felice, felice quel falco! Poi gli tornava alla mente la madre, o come quando curvata sopra la culla gli sorrideva e, lieve vellicando il suo corpo tenerello, convertiva in riso anche i pianti di lui povero infante, o quando, inconsapevole il padre, gli somministrava danaro per le sue voglie di fanciullo, o allorchè, amorosa troppo, celava i suoi falli giovanili per non provocare lo sdegno paterno: — povera madre! non gli aveva mai detto parola che sapesse di acerbo, — dalla sua bocca non era uscita nessuna rampogna mai, — non sapeva vietargli nulla; dov'egli si fosse ostinato in cosa che le tornasse spiacevole, — Tu mi farai piangere! — ella diceva e nulla più. Oh! come le immagini mutarono nell'agitato suo spirito! il capo volge da una guancia all'altra, non trova quiete. All'improvviso pargli vedere per mezzo sentieri ingombri di pantano e di sterpi avanzarsi penosamente una femmina; ella mostra il sembiante disfatto, spessi sospiri le prorompono dal seno, i piedi muove pel fango, le vesti ha sordidate e le membra, e la bufera le sventola dietro le spalle i capelli bianchi, cade la pioggia a rovescio; i nuvoli spinti dal vento scorrono pel cielo e rassembrano i demoni precipitati quando mossero battaglia al trono dell'Eterno. — Quella è sua madre; i suoi passi tendono ad un ampio campo recinto di mura; ella percuote sommesso alla porta: un ente senza forma, e non pertanto terribile, spalanca i cancelli e le domanda che cosa cerchi a quell'ora. — Piano! ella risponde per l'amore... è egli sacrilegio rammentare qui Dio! — Silenzio! — Ebbene, prosegue, per l'amore di Dio, sono una madre che vorrebbe piangere sopra la sua creatura; ella fu scellerata, ma io la portai nove mesi nelle mie viscere. — Cercala, riprende la voce; in cotesto spazio di terra, colà da quella parte il campo maladetto accoglie i cadaveri dei figliuoli che uccisero i propri parenti. — Non è qui. — Più in là vi sono i padri che hanno ucciso i figli, le madri che dispersero i loro portati. — Non è là. — Più oltre giacciono i fratricidi. — Nemmeno. — Là in fondo stanno i Giudei che crocifissero Cristo. — Neppure. — Femmina, o chi cerchi dunque? — Altri... altri. — O sciagurata! e allora tu cerchi un traditore della patria? — Piano! io muoio di vergogna..., sì, un traditore. — Io non tengo ricordo di costoro: corre gran tempo che la corda della forca lo ha scaraventato fuori del mondo? — Ieri all'ora del crepuscolo. — O dannati! cominciò la voce a urlare come un tuono, — o dannati! sapreste voi dire dove giaccia il corpo dell'anima che ieri cadde tra quelle che si tormentano nell'inferno? — La terra si commosse quasi la scuotesse il terremoto, e dalle fosse infinite che coprivano la campagna uscirono urli che dicevano: Lorenzo Soderini, Lorenzo Soderini! ben venga la madre sua! — scopérchiati, Soderini, fa accoglienza a tua madre! — E a lui sembrava udire sotto terra coteste parole di scherno, e con ambedue le mani afferrava la lapide per non essere scoperchiato; invano però, chè una forza irresistibile toglieva via la pietra, ed egli compariva davanti a sua madre ignudo, nero, arsiccio in mezzo di una fossa di fiamme, sicchè la madre urlava anch'essa: Ahi! povere mie carni! — e le mani cacciatesi nelle chiome, faceva atto di precipitarsi nella fornace del figlio. — Il figlio invece la respingeva, e la sua mano posta sul seno che l'aveva allattato, vi levava la fiamma e vi lasciava la scottatura, e con feroci accenti la rampognava: — Ora che hai pubblicata la mia infamia anche a' morti, va', io maledico il tuo fianco che mi ha portato. — Il condannato intanto arronciglia con le dita attratte la copertura del letto, scuote smanioso la testa e geme:
«Povera madre!»
Dante da Castiglione contemplando il nuovo spasimo, volgendo il pensiero alla femmina angosciata, ripete:
«Povera madre!»
Il Soderino temendo di beffe solleva la faccia; ma viste due lagrime scorrere giù per la barba del Castiglione, come furente strinse la destra di lui, la baciò con immensa passione e proruppe in pianto irrefrenato. Il Castiglione lo conforta e spesso gli viene ripetendo:
«Sii uomo!»
Frattanto sopraggiungono nuovi battuti per rilevar i fratelli che hanno consumato l'ora. A Dante viene fatto, senza riporvi mente, di stendere le dita quasi per contarla. Lorenzo, che si accorge del moto, domanda affannoso:
«Quanto mi avanza a vivere? — Ditemelo, — sei ore, — quattr'ore, — due, — una? — Io non voglio morire, non posso morire così presto. Questa luce mi offende gli occhi, — quest'aria mi pesa sul petto»; e correndo con impeto apre le tende e le finestre. «Oh! — egli prosegue, — aria fresca che porti refrigerio al mio sangue infiammato dalla febbre, domani per me soffierai invano; addio, patrie valli, addio, fiume patrio, addio, colline... Sopra uno di quei monti a cielo aperto, fornito lo spazio di vita che natura concede agli uomini, l'emisfero stellato sul capo, la cara famiglia d'intorno, sarebbe meno trista, forse piacevole cosa la morte; ma ahimè! tra i miei occhi moribondi e il cielo io vedrò un ferro tagliente, un uomo che non conosco e che m'uccide... ah! egli è crudele.» — E qui caccia fuori un terribile urlo e con ambe le mani si cuopre gli occhi.
Dante accorrendo gli domanda qual cosa l'offendesse.
«Colà, — colà, — ed accennava col dito, — ho ravvisato la villa della mia famiglia, — la stanza in che nacqui: chiudete le finestre, — calate per carità le tende, — io non posso sopportarne la vista.»
Continuava a percorrere la stanza. Il suono monotono dei fratelli del Tempio gli percuote da prima fastidioso l'orecchio, poco dopo insoffribile; si ferma davanti al Castiglione e in voce spenta gli dice:
«Dante, io non sono disposto a morire, e pur conviene ch'io muoia; mi sento le membra valide, i visceri sani; e tutto questo mi renderà più dolorosa la morte... Se tu immaginassi come agiti tremenda la preghiera dei moribondi profferita sopra un uomo pieno di vita, tu allora sapresti quando sarebbe pietà imporre silenzio a quei battuti: finchè non tacciano, io non potrò sollevare il mio spirito al cielo.»
Dante ristrettosi con i due neri da parte gli supplicava:
«Fratelli, vorreste voi andarvene nell'altra camera e colà pregare sommessi? — La vostra sembianza contrista il condannato.»
«Fratello», risponde un battuto, «la nostra regola ci ordina di pregare nella stanza del giustiziato.»
«Sì, sì, ma la vostra regola ha fondamento sopra la carità, fratello; il divino Maestro lo ha pure insegnato: la parola uccide, e lo spirito vivifica: voi non farete opera meno meritoria per voi nè meno giovevole al condannato, ritraendovi nell'altra stanza; i desiderii dei moribondi son sacri, — ed a lui, voi lo sapete, avanzano appena sei ore da vivere...»
«Se ci mandate via, noi ce ne anderemo; e se cotesta anima per difetto di preghiera si perde, cada il castigo sul capo di cui n'era la colpa.»
«Noi non vi cacciamo, sibbene vi scongiuriamo a non funestare quel misero...»
«O noi preghiamo qua dentro e ad alta voce, come dobbiamo, pregheremo per lui, o ce ne anderemo.»
«Andatevene dunque. Voi avete di carità la forma, vi manca il cuore: voi movete le labbra, spingete una parola, ma la fiamma manca alla voce, e la vostra preghiera ricade come un crasso vapore che non può sollevarsi fino al cielo: andate! — Dio non ha mestieri della mediazione degli uomini per soccorrere l'uomo: il Redentore, che la pecora smarrita antepone alle rimaste nel branco, gli stenderà le braccia: Cristo, per ascoltare costui, non chinerà le orecchie più di quello che si curvasse per ascoltare voi superbi ministri del Dio di umiltà. Andatevene: se voi vi ricusate pregare, pregheranno gli angioli per lui.»
Poi dopo successe un silenzio profondo tanto che si udiva il crepitare dei ceri accesi dentro la cappella.
Ecco s'inoltra un uomo vestito di nero; — le sue sembianze paiono scolpite nella pietra, — i suoi capelli sembrano metallici; dai modi lo diresti un maggiordomo, — ed è veramente tale. Io non saprei descriverti per l'appunto le sue maniere, ma potrai vederle uguali nei cortigiani e in quelli altri che chiamano diplomatici, — specie di pifferi dove non soffia Minerva per paura di sconciarsi le gote; coteste sono maniere che sbigottiscono gli affetti e respingono atterrite nel cuore le dolci espansioni pronte a sgorgare.
Il nuovo personaggio, seguito da valletto il quale gli veniva dietro recando una guantiera, fermatosi dinanzi al condannato, con voce impassibile e cerimoniosa incominciò:
«Fratello in Cristo, e' dovete sapere, come fino dal 1300 e tanti, messer Amedeo degli Amedei, in quel tempo rettore della cappella di san Giuliano in San Nicolò delle Monache, e della chiesa di San Remolo, pei rogiti di ser Giovanni del Guiduccio ordinasse che i suoi successori nel patronato della cappella suddetta accompagnassero i condannati alla morte e li confortassero con un panellino confetto di once tre. Messere Ieronimo, mio signore, abborrendo farsi vedere in cammino con un condannato, e per altra parte desiderando mantenere il lodevole costume dei suoi maggiori, mi manda a voi per presentarvi il panellino confetto, e la mancanza della sua presenza redime con l'aggiunta di questo nappo di malvagia.»
Dante credeva trasognare, ma poi l'ira lo vinse, e con dura favella domandò:
«E chi è cotestui che tu chiami signore? La prima volta è questa ch'io lo sento rammentare in vita. Non lo conosco...»
«Colpa vostra», riprese il maggiordomo; «avreste dovuto andare a trovarlo.»
«Colpa sua», interruppe con voce terribile il Castiglione; «colpa sua se, nascendo degli Amedei, ha fatto ignorare fin qui la sua esistenza in Fiorenza; — colpa sua se tanto è da poco di cuoprire la sua abiezione con la fama dei maggiori. Non so se il privilegio di cui parli sia vero; quando pure lo fosse, riporta al tuo signore il vino e il pane, e a nome di Dante da Castiglione Catellini Filettieri gli dirai essere cotesto privilegio cessato dacchè la casa Amedei si spense; ch'egli non deriva da loro, — che mentisce stirpe, e che io sono pronto a provarglielo a tutta oltranza con lancia e spada, a piede o a cavallo, prima che il sole tramonti.»
Lorenzo, curvo con la persona, gli occhi incavati, che i minuti adesso passavano gravi sopra il suo corpo come anni, si accosta al maggiordomo e con voce cupa gli dice:
«Fratello, gran mercè, — ma per qual cagione prenderei io cibo e bevanda? Non è questo un oggi senza domani per me? Nel giorno che succederà a questo dovranno le membra mie triste fare altra cosa che rimanersi ferme nella fossa? — Riprendi dunque cotesti alimenti... non versa la tesserendola nuovo olio nella lucerna quando sta per coricarsi... Riportali al tuo signore, e gli dirai dalla parte del condannato che i suoi maggiori ebbero per avventura carità, ma furono certamente stolti... forse non sapevano che al condannato non rimane altro sapore tranne quello della morte? Quel vino avrebbe sulle mie labbra il gusto del sangue; anche non fosse stato aceto e fiele quello che dettero a Cristo nella sua ultima ora, qualunque liquore gli sarebbe parso ben tale.»
«Va'», con mal piglio continua il Castiglione al maggiordomo, «e di' al tuo padrone che aggiunga quel nappo al vino che ha costume di bere: — così almeno diventerà qualche cosa, — forse un briaco!...»
Il maggiordomo uscì salutando con la solita gravità.
Passò altro tempo senza proferire parola; adesso sporgendo attento le orecchie il Soderini mormora numeri progressivi e dice:
«Anche di un'ora mi sono accostato al supplizio.»
«Io non ho inteso nulla», soggiunse il Castiglione.
«Ah! messer Dante, i sensi prossimi ad abbandonarci diventano più perfetti, come il cuore pronto a cessare di battere estende e moltiplica i suoi palpiti; voi lo sapete, anche a Dio parve fuori di misura amaro il calice della ultima ora e pregò il Padre di allontanarlo dalle sue labbra: — arguite da ciò s'egli sia angoscioso. Ma pensiamo a morire, soggiunse scotendo tristamente la testa; — venitemi accanto, messer Dante, qui; — porgetemi ascolto, chè dalla gola m'esce piccola voce, e mio malgrado la lena mi manca. — Del conforto che, abbandonandomi tutti, vi compiaceste compartirmi, vi rimeriti Dio, ch'io nè con parole nè con altro posso. — Se di tutt'altra morte io mi morissi e per diversa causa, io vi direi, — e qui si trasse un anello dal dito, — messer Dante, portate questo in ricordanza di me; e voi lo porterete per amor mio; — ma io non ho diritto di raccomandare la mia memoria; — si raccomandano ai superstiti le cose infami? — Via da me questo superbo desiderio»; e così favellando gittò in un canto della cappella l'anello: «dimenticatemi...»
Di nuovo silenzio; alla fine del quale, a voce più fioca, quasi con pena continuò:
«Messer Dante, voi ve n'andrete, vi scongiuro, da mia madre»; e poi, come se avesse fatto uno sforzo superiore alla sua lena, si tacque.
[Illustrazione: ... affrettatevi... volate... Viva la Repubblica di Fiorenza! Morte all'impero... _Cap. XXV, pag. 577._]
Il Castiglione, con gli occhi chini al pavimento, aspettò lungo tempo che il Soderini continuasse. Poichè ebbe invano aspettato, egli stesso riprese con suono di voce che studiò rendere quanto meglio poteva soave:
«Andrò da vostra madre...»
Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola.
Chi può ridire il dolore che Lorenzo soffrì in cotesto istante supremo? Il suo corpo non meno che la sua anima stette percossa dall'atroce catalessi. Quando pure potesse descriversi, le lagrime cancellerebbero l'inchiostro, la mano tremante impedirebbe si formasse la parola; — io passo questo momento senza narrarlo.
E nondimeno volendo Lorenzo esprimere quel suo concetto, per riuscirvi cominciò da più lungo circuito e riprese a dire:
«Io già sono morto; la pena mi ha colpito prima della scure: in faccia alla legge, la terra raccolse le mie ossa; — l'estremo bene concesso ai moribondi mi è negato; — io non posso fare testamento; nè ciò mi duole perchè mi premesse beneficare amico o parente: in questa ora mi accorgo avermi circondato lusingatori pessimi, non amici; — ma sì perchè avrei voluto istituire mia erede la Repubblica. — La Repubblica, — voi mi direte, — non ha mestiere de' tuoi doni, e lo so; ma io la supplicherei, quanto meglio umilmente potessi, a non rifiutare le mie sostanze, — le accettasse come offerta espiatoria, come testimonio di pentimento che non cesserà con la vita. Ciò che mi è conteso faccia la madre mia; finchè vive ella goda dei miei beni; — ella però vivrà poco, — non istarete gran tempo a riaprire la lapide del domestico avello per lei: mal si accosta alla bocca il pane bagnato di lacrime, o se pur vi si accosta, non si converte in alimento, sibbene in veleno dentro le viscere... Messer Dante, voi andrete da mia madre e le significherete questa mia volontà; — ditele come la sicurezza mia che per lei venisse soddisfatto questo mio desiderio empiva di pace gli ultimi istanti della mia vita... Ella mi ha amato sempre..., e lo farà...»
Ad un tratto Lorenzo stende la mano verso la daghetta di Dante e trattola prestamente si allontana. Il Castiglione gliela vedendo brandire, caccia un urlo ma non si muove. Lorenzo, reciso che s'ebbe una ciocca di capelli, gliela rigetta sul letto e muove le labbra a mesto sorriso.
«Non temete, io non posso uccidermi, — sarebbe aggiungere a delitto delitto. Dopo la colpa di avere tradito la patria non mi rimane altra colpa a commettere che sottrarmi alla sua sentenza: no, il mio capo mozzo dal carnefice giova che dia salutevole esempio a chiunque tanto fosse infelice da seguitarmi nel misfatto, — ed io per certo non vorrò privare la patria di questo spediente per atterrire i traditori, perocchè, Dante, — vedete se ridotto a tale estremo io volessi ingannare nessuno! — assicuratevi che io non era il solo nè il più terribile degli altri: — guardatevi dal Malatesta. — Ora, messer Dante, voi recherete questi miei capelli alla mia genitrice e le direte che avrei voluto mandarle il cuore: — ella avrebbe allora conosciuto che se il cuore di suo figlio fu infedele alla patria, non lo è mai stato per lei, — che i suoi ultimi palpiti furono per Dio e per lei; epperò non gli dia al vento, ma se li serbi per sè sola nel seno ch'io ho ferito di tanti dolori, — che gli abbia cari, che pensi a me, — che viva, non posso raccomandarle felice, — e non mi maledica... Anche una grazia Dante, una sola grazia, — e poi le mie labbra non favelleranno più di cose terrene; — io non ho diritto a domandarvela, e non pertanto la pretendo da voi; — me la farete, Dante? — Dite che me la farete...»
«Parla, e Dio non mi accolga in luogo di salute se io non te la faccio, perocchè l'angoscia ti abbia rigenerato, e i tuoi pensieri appartengano al paradiso. Spera; — il pentimento ha il suo battesimo, come l'ha la speranza, ed anche al caduto resta una gloria, ed è questa: poter dire rilevando il capo dalla polvere: Detesto la colpa.»
«Sentitemi dunque: quando udrete insultare la mia vecchia madre..., difendetela voi, trattenete le mani dallo avventare pietre su quella testa che non ha più lacrime e pure trabocca di affanno; — fate osservare che i suoi capelli, più che per gli anni, diventarono canuti per una disperazione che non ha misura; — impedite il popolo di sfasciarle la casa[279]; se in lei albergò un traditore, adesso è stanza di madre sconsolata; — perchè io la feci tra tutte le femmine la più infelice, non dovrà avere un riparo per riparare il suo corpo dalle intemperie delle stagioni? — Ella non ebbe parte nel misfatto del figlio nè deve renderne ragione: deh! almeno morto io non le debba essere causa di amarezza. Se poi vorranno ad ogni modo sfasciare la casa..., il cielo vedrà più scoperta la sua miseria, e ne sentirà prima compassione... Oh quanto fui scellerato!...»
«Spera», riprende Dante e gli pone ambe le mani in atto amorevole sul capo; «quanto di nobile si contiene in Fiorenza consolerà la tua genitrice; — anche i tristi rispetteranno lo spasimo di una madre senza fine dolorosa; sulla testa piegata dall'Eterno non deve posarsi mano mortale.»
«Ah! consolatela! parlatele d'un premio che diventa maggiore pei patimenti sofferti, — mostratele sempre il cielo, ond'ella non abbia ad abbassare gli occhi e vedere la fossa del suo figliuolo maledetta; — beata lei, se non le s'inaridisce il fonte delle lacrime! — Infelice me, che in ricompensa dei mali per me sofferti non posso altro migliore bene desiderarti che la facoltà di piangere!... Ahimè misero!...»
E qui tornava alle lacrime e tra il pianto ad ora ad ora veniva sclamando:
«Senza speranza di salute eterna! — infamia e supplizio interminabili!...»
Dante racconsolava cotesta smania e rispondeva.
«Confortati, Lorenzo, non disperarti; Dio non ti sarà più severo di quello che ti sieno stati gli uomini... le tue lacrime hanno estinto l'accusa; mira, Cristo placato ti apre le braccia.»
Si mitigò lo spasimo nel Soderini, cessarono le lacrime, si rimasero i singulti; una specie di letargo investì quel corpo spossato.
In mezzo a cotesto silenzio squillò più acuta la voce del bronzo che annunziava la penultima ora destinata al supplizio. Dante fremè per tutte le membra, volse lo sguardo pauroso sopra al Soderini e respirò più libero lo vedendo assopito:
«Dio lo ha perdonato», pensò tra sè, «poichè gli risparmia anche questo dolore.»
Nell'alzare degli occhi ecco vede presentarsi sopra la porta due strani sembianti, — il cappuccino e il carnefice: — parvero quasi la lingua biforcata vibrata da vipera in furore: — uno, quello del cappuccino, era pieno di angelica bellezza; l'altro, del carnefice, sembrava uscito dall'inferno; eppure in quell'ora male avresti saputo distinguere qual fosse stato dei due più sinistro dell'altro.
Vedendo che s'inoltravano per isvegliarlo, Dante si fece loro incontro e prendendo ambidue per le mani li trasse indietro favellando sommesso:
«Non lo destate.»
«E la confessione?» replicò il cappuccino.
«E il supplizio?» soggiunge il carnefice.
«Uditemi», riprende il Castiglione: «l'ufficio vostro in parte è uguale; voi, frate, dovete sollevargli lo spirito, — a te, carnefice, spetta di risparmiare dolori al suo corpo. Se il suo spirito ricava d'altronde che da voi, o frate, la sua pace, il vostro ufficio torna inutile, come lo sarebbe il tuo, o carnefice, se in questo punto ei morisse. Frate, non gl'invidiate il sonno; Dio sa come l'anima nostra si consoli meglio dell'uomo assai, nè quel sopore lo addormenta senza consiglio divino; voi fareste contro al vostro ministero svegliandolo, poichè lo contristereste; pregate basso; lo sovverrete quando vi chiamerà. Per te poi, o carnefice, se il cielo abbia sede anco per te dubito forte: ma se tu speri nella misericordia divina, aspetta senza moverti dal tuo posto che la giustizia umana ti getti una vittima da sagrificare, e aspettala col cuore mesto, come se la sventura ti aggiungesse; e sappi che qualunque passo tu moverai incontro alla tua vittima, quel passo come delitto ti sarà contato nel libro delle colpe.»
Il cappuccino piegò umile il collo e rispose con voce soave:
«Fratello, la vostra parola è buona; aspetterò che mi chiami; intanto io pregherò per lui.»
Il carnefice si accovacciò come un mastino minacciato di percosse e brontolava tra i denti:
«Alla fine dei conti il mio viso somiglia quello degli altri; — prima o poi mi ha da vedere e sentire.»
Quando Lorenzo si risvegliò, si guardò ansiosamente dintorno e non vide più il Castiglione: un suono languido gli uscì a fiore di labbra che disse:
«Ahimè sono solo! — Mi hanno tutti abbandonato!»
«Dio è con te, fratello!» rispose il cappuccino, e gli pose davanti gli occhi il crocifisso, il quale preso tosto dal Soderini, lo baciò con intentissimo affetto.
Sonarono le quattordici.
La porta del palazzo dei Signori dal lato della dogana fu aperta; ne usciva prima una banda dell'ordinanza con la fronte spessa di uomini; i tamburi battevano scordati; la campana grossa del comune empiva l'aria a tocchi lenti che parevano singhiozzi, — le rispondeva la campana del Bargello, sicchè avresti detto essere coteste due campane le prefiche della patria che lamentavano la morte di un figlio scellerato. Subito dopo la milizia seguiva la compagnia dei Neri; l'antesignano portava il Cristo con la faccia rivolta verso i condannati; — dalle mani, dai piedi, dal costato e dalla testa pareva che grondasse sangue, — immagine terribile di compassione e d'orrore! — Al termine della compagnia venivano Lorenzo Soderini e frate Vittorio Franceschi. Menare un frate al supplizio non fu anche pei tempi che correvano cosa agevole e piana, avvegnadio, quantunque allora come ora i Domenicani detestassero i Minori Osservanti, questi gli Agostiniani, gli Agostiniani gli Olivetani, catena di odio interminabile, pure, fatta adesso causa comune non pel frate, dicevano essi, ma per l'ordine, scombussolavano il mondo perchè ne uscisse pel rotto della cuffia; — e le dicerie che andarono d'attorno erano state infinite: ai deboli cacciavano addosso la paura dell'inferno, agli altri il sospetto della divisione e dell'abilità fatta alle armi imperiali di penetrare in Firenze se nasceva trambusto; e sarebbe nato di certo, ma gli Otto, non badando il dire, avevano molto bene atteso a fare e mandavano il frate così vestito dei panni della sua religione al patibolo.
Si presentava appena la processione a capo di una contrada che la gente a furia chiudeva le botteghe, le donne forte sbattevano i balconi, ognuno si affrettava a ripararsi altrove, e ciò per la superstizione che se gli occhi del condannato si fossero incontrati nei tuoi, ti portavano malaventura; la quale però, anche nel caso che siffatto incontro fosse avvenuto, poteva di leggieri evitarsi col toccare immediatamente un'altra persona e rigettarla sopra di lei[280]. Le strade per cui procedevano, comparivano deserte; sembravano fuggissero tutti dall'aspetto dei traditori.
I condannati camminavano con passi incerti; frate Rigogolo poi aveva sembianza di ebro. Da una parte il cappuccino, dall'altra un battuto, i quali gli sostenevano sotto le ascelle e di qua e di là ponevano loro davanti gli occhi tavolette con immagini, affinchè non si distraessero dalla preghiera e riposassero gli occhi sopra oggetti dolenti.
Il cappuccino che confortava Lorenzo gli ripeteva con molto fervore:
«Sperate, sperate, — Dio vi apre le braccia.»
E il Soderini tutto umiliato gli andava rispondendo:
«Io spero...»
Ben altramente camminava la bisogna con frate Franceschi: — a lui pure il frate assistente favellava di paradiso, di perdono, di Cristo che lo aspettava a braccia aperte, di angioli che stavano ad ammanirgli la palma del martirio. Ma frate Rigogolo con un tal suo aggrinzamento di bocca come chi mangia limone, mostrando disdegno, con piccola voce diceva:
«Non mi state mo' a rompere il capo; assai ne ho con questo volermelo levare senza misericordia dalle spalle, perchè voi veniate a metterci la giunta delle vostre parole sceme. Eh! frate mio, rammentatevi che frate sono pure io e che conosco quanti paperi vanno al paio; se voi andaste a contare le vostre novelle ad un altro, pazienza! Lo comprenderei ancora io; — ma che veniate a contarle a me che sono del mestiere! — Davvero gli è tempo perso. — Dunque mi dite piuttosto, se a levarmi di mano a questi giudei ci hanno pensato. — Si sono uniti? Le armi le hanno pronte?»
«Affrettate il passo. Gli spettabili signori Otto hanno ordinato che alle quindici ore sia spedita ogni cosa.»
Queste parole dette dal sergente maggiore della milizia fiorentina interruppero il tristo frate.
Alle quattordici circa e tre quarti giunsero presso la porta alla Croce, dove avevano innalzato il patibolo. Lorenzo Soderini, soffermatosi a piè della scala e alzati gli occhi, gemè dal profondo.
«Fate cuore, fratello», lo avvertiva il mansueto cappuccino, «non è mai troppo dolorosa quella scala che mette al paradiso.»
Di repente, una femmina prossima alla vecchiezza, di nobile portamento, vestita a corruccio, sbuca di sotto al palco: e si pianta ferma davanti al Soderini presso la scala.
«Sgombrate il luogo, femmina....»
«Io! — Io sono colei che mette posta maggiore in questo giuoco di sangue.»
«Ahi madre mia!» urla Soderini, e si voltola smanioso ai piedi della sua genitrice.
Ella poi non muta positura e nè anche sembiante; immobile e severa favella:
«Qui ti aspettava.»
«Per pietà trascinatemi al supplizio; — chiudetemi presto gli occhi, — fate che i miei orecchi non ascoltino....»
«I tuoi orecchi non cesseranno di ascoltare prima che dentro loro risuoni una parola. Solo hanno potenza i genitori di proferire questa parola, ma ella porta seco la sentenza di morte contro l'anima — ella continua a perseguitare oltre la fossa lo scellerato che la provocò....»
«Ah! non la dite, madre, questa parola... il cielo vede il mio pentimento, — apritemi il cuore, vedetelo anche voi... e non mi maledite.»
«Donna, la polvere presumerà più del suo Creatore? Perdonate questo infelice; — Dio lo ha già perdonato», diceva il cappuccino.
«Se Dio ti ha perdonato, se detesti la tua colpa, allora anch'io ti perdonerò: tu mi nascesti dilettissimo e solo, — tu dovevi essermi corona di gloria, — tu mi sei stato corona di spine; — tu hai morso le mammelle che ti davan il latte. — Se sei pentito, il seno di tua madre ti fu di guanciale nel nascimento, te lo sarà anche in morte. Ecco, ti abbandonano tutti... anche Dio, — ma tua madre non ti abbandonerà, — salirò teco la scala del supplizio... perocchè la madre non si vergogni mai del suo figliuolo.»
Gli astanti piangevano: solo veniva interrotto quel pianto dallo stridere che faceva le scure acuita dal carnefice con la pietra nel modo stesso che fanno i mietitori.
E la madre continuava:
«Oh Vergine santissima, vedi, io sono più derelitta di te; tu sapevi il figliuol tuo morire a torto, — sapevi ancora aspettarlo risuscitato una gloria per secoli senza fine...» — E poichè il figlio continuava a piangere: — «Perchè piangi? Tu mi hai resa la più misera tra tutte le donne, — eppure io non piango. Io ti aveva dato il mio sangue perchè tu lo trasmettessi ai tuoi figliuoli e non perchè me lo rendessi esecrato sopra un patibolo; io ti aveva donato tutte le mie sostanze, ed ora vuoi che raccolga la tua lagrimevole eredità come un peso che le mie spalle non possono sostenere, come un ferro infuocato che mi brucia le mani. Vieni, ti precederò al supplizio; se io non seppi insegnarti a vivere, deh! fammi contenta imparando a morire da me....»
Nessuno ardiva opporsele. La disperazione della madre esercitava sopra tutti i circostanti virtù di fascino. Il carnefice ardì stendere la mano per trattenerla; — la donna dignitosamente superba lo respinse e subito dopo si trasse il guanto e glie lo gettò nel volto dicendo: «Carnefice, rammentati che tu devi toccare soltanto col ferro.»
Sventurata! Ora pone la mano sotto le braccia del figlio, e lo sovviene a salire.
«Pensa un po'», gli mormorava agli orecchi, «qual cuore sia il mio! Certo il piacere ineffabile che provai quando, affidando te povero infante alla balia per recarti al battesimo, le raccomandava badasse bene fosse tepida l'acqua che ti avrebbe il sacerdote versato sul capo e poco il sale che ti avrebbe posto sopra la bocca, — quel piacere, dico, è ben pagato, — troppo pagato eh! col dovere adesso raccomandare quel medesimo capo al carnefice perchè... te lo spicchi prestamente dal busto... con un colpo solo. O figli! voi non pensate alle vostre madri; imperciocchè, se la metà dei dolori che soffrono per voi vi fosse manifesta, non le travagliereste come fate. Tu sapessi quante volte, tardando a ridurti alle nostre case, se mai udiva per la notte sonare a disgrazia la campana della compagnia del Tempio, come cotesti squilli mi paressero voci interrotte della tua agonia, ed ogni squillo mi fosse una coltellata nel mezzo del cuore: ma ormai al passato non pensiamo più oltre, al presente nè anche: il nostro presente appena lo segna il sole sopra la meridiana; avvertiamo al futuro; se mai non mi uccidesse il dolore, mi aspetti la tua anima, perchè, senti, grande veramente è la misericordia di Dio, ma anche il tuo peccato è fuori di misura grande; ti sei pentito, sta bene; ma se ti accogliesse in paradiso, io temerei che Giuda mandasse dal profondo dell'inferno una voce a Dio che dicesse: Anch'io mi sono pentito; perchè non mi togli da questi tormenti, dove patisco da mille cinquecento e trent'anni? — Ma Giuda forse non ebbe madre che supplicasse per lui; aspettami, tu l'hai e oltremodo sventurata; io ti raggiungerò ben tosto... non piangere! Mi desidereresti per avventura la vita? In ciò che mancherà al tuo pentimento suppliranno i miei spasimi. La Madre celeste, che anch'ella vide pendere il suo figliuolo dalla croce, conosce a prova un'angoscia che altrimenti non si potrebbe immaginare, ed intercederà per noi. — Ecco siamo giunti.»
Il carnefice si accosta per bendargli gli occhi.
Il cappuccino, baciandolo, gli ha detto:
«Andate in pace.»
La donna parla di nuovo al carnefice:
«Fosse la tua anima dura quanto la tua accetta, ascolterà nondimeno una preghiera. Sono io la madre che nove mesi l'ho portato, che col mio latte l'ho nudrito; io, che, le intere notti ho vegliato a mitigare le sue doglie infantili, a ventilare l'aria d'intorno alla sua culla, perchè placido dormisse i suoi sonni; — io, che, lui morto, non ho più nulla sopra questa terra; io che, per dimostrargli l'amore immenso che per lui ho sentito e tuttavia sento, mi trovo ridotta a supplicarti, come si fa i santi, che tu... carnefice... assesti bene il colpo... non me lo straziare!... soffra meno che si può... se un rincalzo molle sotto al suo capo può... rendergli il colpo meno penoso, vi porrò le mani... vuoi? Non vuoi. — Ebbene, mi rimarrò. E se la preghiera non giova, prendi... questi sono fiorini... ti basteranno sei mesi a nudrire la tua famiglia... Lorenzo, l'ultimo bacio su questa terra... fra un istante ci rivedremo in cielo....»
Il Soderini si è genuflesso, il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure....
Perche non vibra il colpo? Qual mai forza lo trattiene a mezzo? Gli manca per avventura l'animo? No; egli ne ha spacciati ben molti da questo mondo. — Nell'abbassare la scure egli incontrava gli sguardi della madre. La virtù che immaginarono i poeti emanasse dalla testa di Medusa, e i naturalisti raccontano da certi serpenti dell'Asia, adesso provava il carnefice; quegli occhi gl'impietrano il sangue nel corpo, — gli pareva di fare, — e forse faceva disperati sforzi, nè gli riusciva pure di un pelo declinare le scure. Allora penso gli avesse soffiato addosso qualche gettatura, e per malignità d'incantesimi lo avesse costretto a rimanersi tutta la vita senza potersi punto muovere da cotesta terribile attitudine; e a questa paura straluna gli occhi — i capelli gli si drizzano come stecchi sopra la fronte.
Forse queste cose tutte avvenivano in meno di due secondi: mutata positura, il carnefice si accorse rimanergli libero l'esercizio delle membra; — non pertanto abborrì cimentarsi di nuovo sotto lo sguardo della trucissima donna; — pianamente si volta dall'altro lato e fa sì che le rimanga dietro le spalle; — guarda davanti a sè per sospetto, — non vede nessuno; — si avaccia con tale un moto che parve di rabbia, e aspirando col seno capace largo tratto di aria, solleva con ambe le mani la scure.
Il Soderini aveva cominciato una invocazione; la prima sillaba uscì chiara e distinta, la seconda no, perchè fu proferita dalle labbra di un capo che rotolava sanguinoso sul pavimento del patibolo.
La madre si mosse incontro al capo per impedirgli che traboccasse dal patibolo giù sopra la piazza, ma all'improvviso cadde quasi fulminata. Ella gittò uno strido che percosse come dardo le orecchie degli astanti; — quell'urlo corrispondeva all'ultimo palpito di un cuore spezzato.
Poi andarono pel frate: senonchè questi, sperando nel soccorso di un qualche tumulto, s'ingegna differire, quanto meglio per lui si può, il momento del supplizio. Le mani aveva legate; co' morsi si affatica, co' piedi e col capo; — prega, minaccia e bestemmia, muggisce di affanno; male gli giovano i conati; — comechè reluttante, lo trascinano a forza.
Il popolo, il quale ha sempre plaudito il gladiatore che muore con sembianze animose, vilipeso il codardo, non frenando lo sdegno alla vista di cotanta viltà, irrompeva con urli e schiamazzi da scuotere la terra: «Taglia, taglia....»
Soldati in copia avevano mosso a vedere cotesto spettacolo, e poichè sapevano i cittadini vivere in sospetto di loro, temerono fosse quello il segnale della strage; i cittadini ebbero per le medesime cause uguale paura, e tu avresti veduto all'improvviso in quel mare di popolo una frotta correre in un senso, un'altra in un altro, simile a correnti di mare; e quando venivano a urtarsi come i cavalloni che si spezzano contro gli scogli, andavano all'aria cappucci, elmi, lembi di vesti, e tra mezzo alla tempesta vedevi alzarsi e calare bastoni, coruscare qualche spada; inoltre un rovinio, un muggito simile anch'egli al fragore delle acque sconvolte. Tra le voci discordi superava quella di tradimento; la città tutta si levò a rumore, — il frastuono corse fino al palazzo dei Signori, i quali, adunatisi per provvedere al pericolo, dettero ordini di chiamare la milizia. Nel qual caso, scrive Benedetto Varchi gravissimo storico, si conobbe quanto valgano le armi bene ordinate in una città, avvegnachè i giovani ad un tratto e di quieto si ridussero ciascuno al suo gonfalone, e arrivati sul luogo, parte con buone parole, parte con migliori fatti, sedarono il tumulto. Il popolo a mano a mano si dilegua; dopo breve ora nessun altro testimonio avanzava dal naufragio tranne alcuni cadaveri talmente pesti che mal si sarebbe distinto a quale specie di animali appartenessero.
Fu biasimata molto cotesta giustizia eseguita in quel luogo ed in cotesta ora.
Il giorno appresso apersero l'avello di casa Soderina e vi calarono prima un corpo mutilato, poi una donna e per ultimo una testa. Il manigoldo aveva in un colpo troncato due vite[281].
La pubblica compassione allo spettacolo di tanta miseria rimase profondamente commossa; una mano pietosa pose alla desolatissima madre la lapide. Sul principio del secolo passato se ne leggeva ancora una parte la quale diceva così:
. . . . . . . . . . . IVSTAM. FILII. NECEM. ADPRECARI AC. FERRE. NON. POTVI . . . . . . . . . . . IN. VITA. IN. MORTE. IN TVMVLO COMITAVI. ILLVM . . . . . . . . . . . A. CAPITE. FILII. MISERRIMI MOERORE. MATERNO AVERTE. IRAM. DEI. PUNTISSIME. VIATOR.
Ai tempi nostri non m'è riuscito rinvenire questa lapide; certamente tra tanto volgere di vicende rimase distrutta con altri incliti monumenti di storia patria.
CAPITOLO VENTESIMOSETTIMO
IL CALCIO
«Deinde illis omnibus qui cubantes in lectulis suis somniant somnium de universali felicitate filiorum Adam in terris et expectant libertatem civitatis ab æquitate potentiam, abrumpe somnium et spem, et dic unicuique.»
«Quindi a coloro tutti i quali prostesi sui giacigli sognano il sogno della universale felicità dei figli di Adamo sopra la terra, e libertà aspettano dalla giustizia dei potenti, il sonno rompi e la speranza, e favella a ciascuno.»
Hypercalypsis DIDYMI CLERICI, c. 18, v. 26.
Una falsa dottrina ha preso per somma nostra sventura a mettere le barbe negli ingegni della presente generazione italiana; ma tanto mi affido nel genio della bella contrada che spero non avranno tempo da diventare radici. Traviando dietro deplorabili vaneggiamenti ai quali imposero il nome specioso di scienza trascendentale, abbandonarono i severi precetti della pratica filosofia per correre dietro ad astrattezze di cui il meno che possiamo dirne si è che tornano inutili. Per me ho tenuto sempre questi strani cervelli in concetto di uomini incompiuti, ermafroditi intellettuali, cioè nè osservatori nè poeti; se osservatori, tu li vedresti speculare argutamente i casi umani, dedurne le poche conseguenze sperimentali capaci di applicarsi ai bisogni degli uomini, comporne un libro d'istituzioni accomodato allo intelletto comune, non già misteri cabalistici dove nè Dio nè il diavolo comprendono parola; se invece poeti, anzichè immaginare inabile congerie di strumenti, di ruote, di suste e ordigni altri siffatti incapaci a imprimere un moto qualunque, i morti dalle antiche sepolture evocherebbero, a favellare delle virtù e delle colpe passate con la magia dell'ingegno costringerebbero, dalla intera natura colori per avvivare i canti loro raccoglierebbero, e poi o Anfioni edificherebbero Tebe, o Timotei Persepoli incendierebbero. Essi, all'opposto, come Curzio, si cacciano nella voragine, non già per salvare, sibbene a perdere le menti in infelici sofismi: nella vertigine incomposta dei pensieri loro, afferrata una nuvola, si affaticano a foggiarla nel sembiante del Giove di Fidia, e un soffio leggiero di vento gliela converte nel più grottesco diavolo che dipingesse il Calotta nella Tentazione di santo Antonio. Icari dalle penne incerate, volano per cadere, — ogni nome di essi indica un errore, ogni sistema un grado di avvicinamento alla follia. Questa è la storia dei libri di siffatti empirici che hanno tolto il nome di filosofi. Tale tra loro in molti volumi s'ingegnò di provare l'uomo nascere incredulo, la scienza farlo scettico in prima, poi condurlo alla fede, — altri altre cose. Sortimmo noi la facoltà di pensare per disperderla in giuochi siffatti di spirito? E poi hanno preteso descrivere Dio, le leggi della creazione, e stampare la carta topografica dell'anima con la famiglia delle passioni e delle idee. Fossero stati almeno cotesti loro sogni leggiadri! Ma no, tenebrosi, confusi a guisa di deliri, spossano l'anima e la infastidiscono miseramente. Sempre nel disegno di sostituire i propri vaniloqui alla esperienza, parlarono di morale e di politica. Qual morale! Qual mai politica!
Non si adoprarono già a temperare l'orgoglio dei fortunati con la evidenza di un fine comune, — non intesero a sollevare gl'infelici con la speranza di più nobili destini, — non ispesero l'opra a provvedere all'effettuale miglioramento di tutti, — no; pretesero provare ottime le condizioni presenti della umanità; non dissero al caduto: Sorgi. — bensì invece: in cotesto fango tu stai da principe, rimantivi e godi. — Almeno il maligno di Ferney nel suo Candido rideva; questi poi favellano come se si fossero accomodati sul tripode della pitonessa.
Avrei voluto non rammentare nomi, ma non mi riesce tacere del Degerando. Immaginatevi, se vi dà il cuore, costui ridotto nella quiete di stanza riposta davanti un banco elegante, tepide le membra per un bel fuoco, il capo e i piedi coperti di pelli o di seta, senza pure sorridere, dettare le seguenti sentenze: «Il cavatore che, sepolto nelle viscere della terra, del continuo percuote il duro sasso, sembra piuttosto patire un gastigo che esercitare industria; il minatore vede la sua esistenza rianimarsi, una luce più pura di quella del giorno ch'ei contempla lo rischiarerà nel seno delle caverne sotterranee, riprenderà lietamente il grave arnese caduto dalle mani spossate e dirà a sè stesso: Ed io pure adempio alla santa legge imposta dalla natura! E per me pure la vita è preparazione a più alti destini[282]!»
O Degerando! non andate a tenere questo proposito al minatore; imperciochè s'egli riprenderà il martello caduto dalle mani spossate, sarà per darvelo sul capo: e farà bene. Povero minatore, intendi tu queste belle parole? Degradato alla condizione del bruto, e peggio del bruto, imperciocchè egli almeno goda l'aspetto del cielo e cibi sul prato l'alimento acconcio al suo corpo ed abbia sortito dalla natura una pelle che lo ripara dai rigori del freddo; e tu, infelice minatore, col cervello inselvatichito, con l'agonia della luce, del cibo, della bevanda, di tutte le necessità, ti placherai a siffatti conforti?
O Degerando! perchè non vi volgete piuttosto alle passioni dei potenti e non gli ammonite a rinunziare ai metalli che cava il minatore? Perchè non insegnate a costoro rispettare la immagine di Dio, rimovendone il piede dal collo avvilito? Quando celebrerete l'uomo uguale all'altr'uomo, — quando direte la umanità non essere nata onde una parte di lei sia più che numi, un'altra meno che bestie; allora sì che vi saluterò filosofo davvero. Che se le condizioni della pervertita nostra natura non consentono miglioramento, allora tacete. Non accrescete ai dolori di questa maledizione che si chiama vita il fastidio delle vostre voci. Nella schiavitù di Babilonia, le vergini di Giuda appesero l'arpa al salice — e piansero.
Negli ultimi tempi una simile filosofia, ch'io volentieri chiamerei narcotica, più che altrove intorpidì l'Alemagna. Colà il sospetto aveva posto un puntello sotto il mento degli uomini e costringeva le teste a starsi rivolte verso le nuvole, — temeva gli sguardi si chinassero alla terra. Goethe, ingannato, o ingannatore, a modo di mago aveva descritto un cerchio e contendeva agli spiriti affollati oltrevarcarlo. Allora quelle profonde menti tedesche, mancando gli argomenti pratici, consumarono la copia della interna energia in astrattezze infinite, in deduzioni di deduzioni, in serie interminabili di vertiginose fantasticherie. Ma Goethe, il quale gravitava con la propria gloria sopra il suo paese a guisa di vampiro, cessò: sciolto è l'incantesimo, il circolo rotto: il braccio della tirannide diventò paralitico, e l'ingegno tedesco già scende terribile gladiatore nell'arena del concreto. Ora volgono pochi anni, e la filosofia germanica assume forme convenienti ai bisogni; già muovono guerra agli edifizi feudali, imperciocchè quivi bene abbia il secolo crollati i castelli dei baroni, ma non ancora la ragione distrutto le leggi della barbarie. Scopo presente è la rovina; rifabbricheranno poi; ora non deve rimanere pietra sopra pietra. Secondi la fortuna i migliori! A savio cominciamento conséguiti fine propizio! Essi hanno inteso il precetto di Cristo: Guai a chi appone la toppa nuova al vestimento vecchio![283] — Le paurose riforme, i provvedimenti codardi alla immensità dei mali antichi paiono giunchi posti a riparo del mare in burrasca. Sceglievasi forse tra paralitici o tra infermi il sacrificatore che immolasse di un colpo la vittima davanti all'altare di Giove? Non è questo lavoro delle figlie di Neottolemo; qui si vogliono la forza e la clava di Ercole: non vi pare ella questa nostra società più ingombra delle stalle di Augia? Badiamo di non lasciarci andare ai sofismi; abborriamo imbiancare i sepolcri, bensì scopriamoli e diligentemente rimettiamoli dentro. Altri popoli ci hanno preceduto nel bene; pensiamo allo spazio da loro percorso e non immaginiamo potercelo risparmiare; chi dice altrimenti ci porge consigli d'ignavia e ci tronca la via alla redenzione. La civiltà non procede a mo' di saetta, di cui appena ti offende il baleno, ed una casa già cade in cenere. Le grandi verità lasciano una ruga sopra la faccia del mondo; il parto della ragione a prima giunta conturba la terra quanto la morte di Dio[284]. Innanzi di giungere al paradiso non percorse l'Alighieri tutti gli orrori dell'inferno?
La nuova generazione si guarderà dal prosternarsi all'idolo cui già disertano i meno ostinati fra gli adoratori; noi le lasciamo un retaggio di falli e di colpe; — ne faccia senno e cammini per la diritta strada a noi nati e vissuti nelle tenebre procureranno i tempi pietà, non che perdono: in loro l'abuso dell'intelletto frutterebbe infamia di traditori. Può l'uomo tradire la patria ugualmente col pravo che con lo stolto consiglio. A noi la provvidenza concesse e vita e ingegno e sostanze non come nostra proprietà, sibbene come arnesi per contribuire al maggior incremento della patria. In quella guisa medesima che il castaldo nella stagione della messe raccoglie a sera dai mietitori la falce che loro consegnava sull'alba e gl'interroga come l'abbiano adoperata e quante biade mietuto; così la patria sul finire della vostra vita vi domanderà conto dei doni che vi aveva compartito. Contro i tristi e gli ignavi ella avrà due pene, — due pene soltanto, ma ch'ella sola può dare e poi imporre ai secoli che le confermino: la vergogna, o l'oblio.
[Illustrazione: Lorenzo trasalì, curvò la persona, gli occhi strinse e le mani e non potè proferire parola. _Cap. XXVI, pag. 605._]
Già io lo affermava poc'anzi, la morale e la politica compongono una medesima cosa: non pertanto, avvertendo come la morale domestica possa talvolta discordare nell'applicazione delle sue teorie dalla morale pubblica, o contendere con essa, ne hanno fatto una scienza a parte; ciò poco importa. Ma qui principalmente i sofisti deviando dalle tracce severe della storia non curarono esaminare gli uomini nel modo in che esistono, sibbene in quello nel quale vorrebbero farli esistere. Composto un sistema, si posero alla cerca di qualche fatto che valesse a sostenerlo; e o sia non darsi genere di assurdità che gli uomini non abbiano commesso, o sia qualsivoglia fatto tormentandolo possa presentarsi sotto aspetto diverso dal suo naturale, o sia infine che adoperassero mala fede nel riferirlo, non mancarono di aggiungere alla regola l'esempio: ma l'assurdità non somministra fondamento a speculare, e la tortura dei fatti si assomiglia all'opera di cotesto avaro che comperava la cornice prima della pittura, e se non vi capiva, la tagliava; — rispetto a mala fede poi, i filosofi dovrieno lasciarla ai falsari. Così invertito il metodo di ricavare dai fatti la regola concreta, alle regole astratte applicarono il fatto, e a questo cumulo di superbia e di errore imposero il nome di filosofia della storia, imperciocchè di titoli pomposi non patiscano penuria. Se quei loro vaneggiamenti non uscissero dalle coperture del libro, basterebbe non leggerli, e tutto sarebbe detto: invece si avvolgono strepitose per le scuole, — le menti facili dei giovani sorprendono; e quando giungono i tempi grossi, i sofisti, chiamati dai settari a far prova dei loro sistemi, si gittano col corpo traverso la civiltà e ne impediscono il corso.
La Francia sconta troppo amaramente l'inganno dei suoi sofisti, perchè noi d'ora in poi non ci guardiamo ben da giurare in verba magistri. Colà un sofista s'ingegnava accordare la legittimità con la libertà, — politico Mezenzio[285], e immaginava un sistema nel quale fosse concessione quanto doveva resultare da contratto bilaterale tra i due poteri legislativo ed esecutivo, tra popolo e principe: invece di tenere la potestà esecutiva emanazione della legislativa, rovesciate le cose, dava al cielo l'origine di una condizione umana che Dio riprovò prima del suo nascimento per la bocca del profeta Samuello[286]. Un altro sofista in cotesto infelice paese non seppe stendere la mente oltre il suo sistema foggiato sopra le antiche forme della costituzione inglese: quei nobili inglesi ravvisandole adesso squallide e viete, si affaticano a modificarle; egli giunse tardi, — non importa, — il secolo non deve procedere di un punto oltre il segno al quale arrivava egli. Se costui fosse vissuto ai tempi in che David peccò, quattro sarieno stati i flagelli minacciati dal profeta Natan, — peste, fame, guerra e Guizot. Certo, se la Francia avesse potuto scegliere, io per me penso che avrebbe tolto qualunque altro flagello, tranne cotesto arido calvinista. Non parlo di cui non ebbe pure il merito d'immaginare l'ecclettismo[287]. I sofisti hanno logorato il tempo a disputare su la forma e sul peso degli anelli, ma non ebbero mai nè intenzione nè potenza di rimovere le catene dalle mani di un popolo che libere intendeva alzarle al cielo per ringraziarlo della ricuperata libertà. Nè a vero dire essi soli furono i malaugurati sofisti. Tal visse a cui non era amica la morte: come Cesare sul finire della vita si gittava il manto sugli occhi; — egli ritardò, chi sa per quanti anni, i destini del suo paese con quel suo ghiribizzo politico di trono circondato da istituzioni repubblicane. Sarebbe stato più agevole comporre in pace i truci fratelli i quali chiusi nel seno della madre contesero, in vita si spensero arsi sul rogo l'odio immortale manifestarono bipartendo la fiamma che gli consumava, anzichè accordare repubblica e re. Tanto giovi a quest'uomo lo splendido mattino della vita che lo salvi dal biasimo di averne in siffatta guisa ottenebrato il tramonto; come parimenti desidero che rimanga esempio perenne, onde in processo di tempo si guardino i padri dal giudicare la causa di una generazione con le arguzie e i motteggi, e abborrano i figli da confidare le sorti di un popolo a menti affralite dagli anni.
* * * * *
Zanobi Bartolini sopra gli altri contribuì alla perdita della libertà della patria; non già che le fosse nemico, anzi ei l'amava, ma a modo suo e non senza vantaggio di sè. Gli altri, come Baccio Valori e Francesco Guicciardini, le nocquero meno, quantunque le procedessero apertamente avversi, perchè le suggestioni loro apparvero sospette e furono respinte; quelle invece del Bartolino benissimo accolte, movendo da persona che pensavano di ottima mente verso l'attuale governo. Era l'ingegno di Zanobi in apparenza pieghevole, in sostanza poi piuttosto ostinato che fermo; avendo egli composto un modo di società al quale da gran tempo non trovava da aggiungere o da togliere più nulla, chiuse lo intelletto dentro un circolo determinato, e nella maniera medesima che aveva posto al suo spirito le colonne di Ercole, così consentiva la umanità progredisse fino a quel punto e non più oltre; di là dal segno non sapeva immaginare altro che abisso e rovine. Superbo più che ad uomo non conviene, pose la sua parola contra l'onda popolare, stimò l'avrebbe rispettata. Dio solo ha potuto porre tra il mare e la terra una parola che si mantenne dal principio dei secoli fino a noi, quasi muro di bronzo alle usurpazioni del soverchiante elemento: quando un uomo, comunque re, comunque circondato di gloria terrena, ardì imporre leggi all'Oceano, questo gli rovesciò con la spuma il suo trono, gli empì la corona di alga, e se men ratto alla fuga era costui, col più breve de' suoi flutti gli avrebbe dato una sepoltura vasta quanto i suoi regni. Parlo del re Canuto quando, insuperbito dalle parole dei cortigiani che gli dicevano potere quanto volesse, ammantato di porpora comandò al mare che non oltrepassasse il suo trono innalzato sopra la sponda. Il Bartolino commosse il popolo contro i Medici allorchè si accorse i Medici attendere a regnare soli ed assoluti signori, e la tirannide non gli piaceva; nel moto del popolo poi egli non ravvisò argomento per mutare gli ordini vecchi dello stato, bensì all'opposto occasione di modificarli, — anzichè rottura non saldabile mai, una via di transazione; immaginò che i Medici, ammaestrati dagl'inefficaci tentativi (come se i principi nelle commozioni popolari piuttostochè insegnamento da seguitare non ravvisassero sempre e poi sempre delitti da punire), si sarebbero rimasti da toccare uno scettro a cui quante volte avevano steso la mano, tante se l'erano scottata; avrebbero consentito reggere come magistrati sottoposti alla legge ch'essi insieme con gli ottimati avrebbero promulgato; il principio popolare non doveva starsene mica senza rappresentanza nel consiglio; al contrario giovava che l'avesse, ma poca, come corpo che abbisogna di perenne tutela, buono a mantenere, non reggere lo stato. Quando all'opposto si accorse che il popolo intendeva, licenziati i sopracciò, camminare speditamente senza pastoie, lo tenne perduto; non potendo con la man fiacca governare il corsiero generoso, lo calunniò sfrenato, lo bestemmiò e lo maledisse: antichi vezzi rinnovati allora, rinnovati più tardi e giù giù per i tempi diversi fino a noi: cauto ed astuto deliberò rifare i passi, ma, dissimulator potentissimo, mantenne la consueta apparenza; solo in segreto raccolse intorno a sè tutta la fazione dei Capponi, e qualcheduno della Pallesca, disse sopraggiunto il tempo dei Ciompi, sentirsi piovere addosso gli ordinamenti di giustizia, non sapere dove si andasse a finire. A cui troppo bene voleva ascoltarlo parlava. I giovani nobili, i quali tanta caldezza mostrarono da principio, commossi dall'autorità dell'uomo e dalla gravità delle parole, adesso incerti da qual parte dovessero pendere, s'intepidirono, in seguito aggirati, dubitando nuocere alla patria, tenendo le sorti loro più oltre congiunte con quelle del popolo, se ne staccarono, finalmente gli si fecero avversi, come a nemico.
Malatesta trovò il Bartolino in siffatta condizione allorchè prima fece cascare sopra l'animo di lui una parola che lietamente accolta era seguitata da altre più aperte, e finalmente compita con promesse di aiutarsi l'un l'altro. Malatesta e Bartolino, mulinava il Bartolino (tanto è vero che in pelliccieria per ordinario occorrono pelli di volpe) dovevano andare insieme uniti ai più tardi nepoti, come salvatori della patria. Bartolino avrebbe condotto gli accordi; Malatesta rimasto con le milizie in Firenze, mantenuto l'osservanza dei medesimi finchè non si fossero le cose assodate da non far temere il tradimento; in ciò il Perugino ingannava Zanobi, non già che quegli superasse quest'altro in astuzia, chè anzi di gran lunga gli restava addietro; ma perchè lieve cosa sia ingannare chi già inganna sè stesso.
La invidia che i giovani nobili, specialmente l'Antinori, portavano profonda a Dante da Castiglione, contribuì non poco a separarli dal popolo.
L'Antinori finchè mantenne la speranza di poter superare il Castiglione, lo emulò lealmente; però, sentita che ebbe la propria impotenza a pareggiarlo, non che a vincerlo, prese ad astiarlo. L'astio, siccome questa perversa passione costuma che tiene della natura del cancro, appena nato gli divorò ogni affetto del cuore, gli inaridì qualunque altro o buono o tristo affetto. Comecchè il truce astio gli ribollisse dentro al cuore ardente e furioso, quivi stette contenuto alcun tempo prima di giungere agli orli estremi: pure vi giunse, e l'alito della coscienza che muore lo soffermò anche alcun poco su questa ultima parte; poi il suo angiolo custode torse altrove la faccia, e l'astio sgorgò, come torrente di veleno, per tutte le vene dell'Antinori, — la sua lingua dardeggiò mortale come quella del serpente, e dalla menzogna, dalla calunnia, dagli altri tutti assassinii della bocca s'incamminò all'assassinio della mano. Alle vecchie cagioni di odio che venni esponendo nel corso della storia un'altra se ne aggiunse e fu questa. Correva in Firenze l'usanza di giuocare nel carnovale al calcio. Le memorie greche, latine e italiane raccolte sopra cotesto giuoco lo affermano di origine antica; la quale cosa credo di leggieri ancor io, perchè, considerando com'egli principalmente consistesse in calci ed in pugni, penso queste essere nati gemelli con le mani e coi piedi, che ogni uomo sa esistere contemporanei al padre Adamo nel mondo. Il conte Giovanni dei Bardi, tra gli accademici della venerabile Accademia della Crusca il Puro Alterato, ce ne lasciava la descrizione scritta in lingua che fa testo per l'acconciatezza delle parole soltanto, perchè in ciò che spetta alla precisione, poco s'intende e a gran pena[288]. Costumava farsi simil giuoco sopra la piazza di Santa Croce: si divideva il campo in due parti uguali e si circondava di steccato: i giuocatori, sebbene il suddetto Alterato prescrivesse dovere essere ventisette per parte, trovo nel Varchi che quello di cui mi occorre far parola fu giuocato da venticinque. Si dividevano in quattro classi: i così detti Innanzi, che stavano presso alla linea partitrice del campo, gli Sconciatori venivano dopo, succedevano i Datori innanzi, chiudevano finalmente i Datori dietro. Vestivano leggieri e spediti di colori svariati, — rossi e bianchi, verdi e gialli, o simili; premio della vittoria una gioia, una veste, una bandiera. Ai due capi del campo alzavano due tende, dove stanziavano gli alfieri o capi delle parti, i quali appartenevano alle famiglie per chiarezza di natali e per fortune maggiorenti: questi mettevano tavola ai giuocatori e con ogni ragione rinfreschi gli regalavano: in processo del tempo sotto il principato vi si mescolarono burlevoli accessorii. Io ho sott'occhio una stampa rara che dimostra il calcio fatto in Firenze il dì primo maggio 1691, per le feste delle reali nozze del serenissimo elettore palatino del Reno, colla serenissima Anna Maria Luisa principessa di Toscana, dove tra i giuocatori pronti a pestarsi di busse la persona compariscono introdotti genii e amorini, poi Giunone da un lato ed Imeneo dall'altro, la prima in guardinfante, l'altro con un immenso morione di penne, entrambi abbigliati di manti a strascico; nè qui finisce: seguitano Giunone, Flora con quattro giardiniere, Minerva con quattro amazzoni e dodici ninfe, tutte, bene inteso, con guardinfanti ai fianchi e piume in testa. Imeneo si tira dietro sei sacerdoti (e qui sta bene, perchè non vi ebbe dio che tanto fosse dovizioso di vittime come lui), le tre Grazie e per ultimo sei Virtù, ch'io a confessarmi candidamente, non giungo a comprendere; solo vi scorgo una Giustizia, ma con certi bilancioni spaiati ch'io non mi attento quasi a sostenerla Giustizia, sebbene a bilance pari io in coscienza non l'abbia mai veduta fin qui. Or dunque il giuoco incomincia col battere della palla: un mandatore vestito di ambedue i colori della livrea batte la palla al muro, talchè subito risalti in mezzo agl'Innanzi, e si ritira. Gl'Innanzi accorrono tosto, e quanto più possono si affaticano a far propria la palla; se ad uno di loro viene fatto di côrla tra i piedi, gli altri si affollano attorno e lo difendono ond'egli possa avviarla agli Sconciatori; ma quando anch'egli arriva a distrigarsi dalla mischia; non così lieve troverà la via dal suo posto a quello degli amici Sconciatori, imperciocchè gli Sconciatori avversi ecco che gli correranno sopra di fianco e lo costringeranno a lasciare la palla, dove gli Sconciatori amici non lo sovvengano di prontissimo aiuto: bolle il conflitto; se la fortuna seconda i primi conquistatori della palla, dagli Sconciatori ella passa ai Datori innanzi, e questi o col calcio o col pugno stretto le danno con forza da spingerla oltre lo steccato di faccia. Quando poi, per la prossima pugna degli Sconciatori e degl'Innanzi, i primi Datori non abbiano comodo di bene assestare il colpo, inviano la palla ai Datori indietro; ai quali, siccome posti in parte tranquilla, è concesso agio di divisare il come e il dove indirizzarla. Possono ancora gl'Innanzi quando sieno veloci di gamba e gagliardi, prendere la palla e via correndo tra gli emuli destramente serpeggiando portarla dall'opposto steccato con bell'onore di vittoria; ma ciò pochi tentano, ed a pochissimi concede la fortuna di poterlo effettuare. Come ognuno pensa, ciò non avviene senza capi rotti, nasi pesti, occhi contusi e qualche volta costole fracassate; molto più che l'onorevole accademico Puro Alterato ci fa sapere come caschi nel gioco certa rifioritura a crescergli leggiadria giovevole il prendere, quando capita il destro, a traverso la vita l'avversario e sbattacchiarlo supino a stampare la sua persona sopra l'arena, o attraversatogli il passo con la gamba insidiosa mandarlo a rompersi i denti contro la terra: gioconde venustà, piccolezze urbane che mettono proprio addosso la voglia non solo di vederle, ma di pure provarle. Due passate laterali della palla, o falli, formano una caccia a danno di chi li commetta; una palla passata oltre lo steccato opposto fa una caccia, due, due cacce; allora suonano trombe e tamburi, e i giuocatori mutano di luogo.
I Fiorentini non vollero intermettere la usanza antica di giuocare il calcio nell'anno dell'assedio, e all'amore del patrio costume si aggiunse il desiderio di recare onta al nemico. Fecero pertanto sulla piazza di Santa Croce una partita a livrea, venticinque bianchi e venticinque verdi; premio della vittoria una vitella; e per essere non solamente sentiti, ma veduti dal nemico, misero i sonatori sul comignolo del tetto di Santa Croce, dove fu loro tratta da Giramonte una cannonata, che passò alta e non offese persona.
Tra i giuocatori erano Dante da Castiglione dalla parte dei verdi Sconciatori presso il muro, e il Morticino degli Antinori dalla parte dei bianchi Innanzi nella quadriglia di mezzo. Dopo varie vicende del giuoco che qui non occorre rammentare, il Morticino, che audace era molto e di membra snelle, standosene sbrancato dagli altri, attendeva a ghermire la palla per portarla poi, correndo e schivando gli avversari, dall'opposta parte del serraglio; cosa, come vedemmo, altrettanto piena di pericolo che di gloria; gli riusciva afferrarla; ratto procedendo ed avvistato, perviene ad evitare gl'Innanzi, e già disegnava oltrevarcare gli Sconciatori tra lo Sconciatore dritto alla fossa e l'altro traverso alla fossa medesima, quando il primo correndogli addosso di fianco lo costringe a piegare verso lo Sconciatore di mezzo; poi, non gli parendo bastasse lo spazio, s'incammina verso lo Sconciatore traverso al muro, e all'ultimo, non trovando nè anche qui campo sufficiente al suo disegno, corse alla volta del Castiglione Sconciatore diritto al muro. Questi, che si sentiva grave della persona, stava a canna badata, volendo con la diligenza supplire alla tardità delle membra: onde, scorto che ebbe il Morticino indirizzare i passi alla sua posta, gli fece punta addosso correndo in linea retta mentre quegli si avanzava di scancio: ormai giunge l'Antinori al mal passo; presto curvandosi s'ingegna sottrarsi alle mani poderose di Dante, che gli cadono sopra tenaci come uncini di nave e lo tirano a sè prepotentemente. La bestiale ira che assalse l'Antinori non è cosa da potersi descrivere; pesta, sgraffia, morde, si agita in modo che poco più farebbe, se gli fosse entrata in corpo una legione di demonii. Ad ogni invito del Castiglione di metter giù la palla risponde del pugno o di un calcio, — poi si fruga, come per cercare il pugnale. Dante, venutagli meno la pazienza, comanda con con gran voce:
«Innanzi a me, — fatemi spalla; e poichè non vuole lasciare la palla costui, guadagneremo la caccia spingendo Innanzi e palla fuori dello steccato.»
Così detto, lo avvinghia intorno ai fianchi e lo leva da terra con maraviglioso piacere dei riguardanti, i quali, parteggiando pressochè tutti per lui, col battere delle mani e con voci alte e diverse applaudivano.
L'Antinori si ostina a non lasciare la palla, che anzi tiene strettissima col braccio manco, e con la mano destra continua la tempesta dei colpi sul capo al Castiglione; poi tenta nuova prova per isvincolarsi. I suoi piedi giungevano appunto alle ginocchia dell'avversario: pian piano gl'inoltra fin dietro alle giunture della gamba, e allora, raccogliendo quanto aveva di forza, sferra con i talloni tale urto che sperò ce ne fosse di avanzo per traboccare il Castiglione supino. Pari colpo, racconta Omero, fu usato da Ulisse contro Aiace Telamonio[289] nei giuochi per la morte di Patroclo, ma con diverso evento, chè Dante non cadde come il Telamonio, ed anzi, piegato appena il ginocchio, sentì invadersi i precordi di furore, e col furore nuova gagliarda. Però quella continua grandine di colpi sul capo, comechè lo riparasse non poco il berretto soppannato, glielo intronava molestamente, dalla bocca grondava sangue e dal naso; gli occhi aveva contusi in molto sconcia maniera; con le mani non poteva aiutarsi, si provò co' denti; una volta gli riuscì azzannare la manica della veste all'Antinori, — questi a sè la trasse di forza e lasciandovene un brano riprese il martellare; secondandolo meglio la fortuna una seconda fiata, il Castiglione perviene a mordergli la nuda carne; — se adesso stringesse non è da dirsi: — il sangue respinto nelle vene di sopra e di sotto al morso vi faceva greppo, e pareva che le volessero scoppiare, — i tendini rappresi non consentivano al Morticino di bene stringere o bene distendere la mano, — un'angoscia cocente gli tormenta il braccio fin lungo la scapola; sul punto di trarre un guaito per vergogna ci raffrena, ma intanto scricchiola i denti e manda fuori un sommesso mugolio.
I compagni di Dante, facendosi largo con gli urti, menando busse e calci, acquistando animo quanto gli avversari ne smarrivano, dal plauso popolare confortati, guadagnano terreno. Non fu però senza contrasto la vittoria; spesso da una parte e dall'altra uscivano di schiera giuocatori vomitando sangue e denti; più spesso accorsero per ordine del maestro del campo esperti famigli che trassero dalla calca alcuni caduti e tutti pesti, li portarono a braccia nelle tende, dove gli affidarono alle cure dei medici: pur finalmente dopo vari casi Dante si accosta allo steccato: la immensa brama di balestrare oltre il Morticino, non gli concede di appressarvisi: tuttavia allarga le gambe e tanto preme vigorosamente le piante che il terreno gli si avvalla dintorno, — stringe più forte con le braccia l'avversario, più acuti gli addentra i denti nelle carni, — quindi da sè respingendolo con veementissimo impeto, lo caccia a rotolare lontano nella polvere, al di là dei cancelli.
Il popolo assurge dai suoi seggi e quasi percosso da delirio prorompe in grida inestinguibili, la gloria del Castiglione levando a cielo. Le trombe ne suonano il tronfo. Ogni buon popolano tenne come sua la vittoria di Dante; tutti si congratulano, gli fanno festa dintorno; le donne sventolano i pannilini dai balconi e gli gettano a piene mani fronde di alloro.
Un tenebrore di morte fasciò gli occhi allo Antinori; stette alquanto come morto, ma quando gli si avvicinarono i famigli per aiutarlo, egli balzò in piedi da sè e volse attorno trucissimi gli occhi. Quel volto, per ordinario pallido, ora livido e nero, il sangue rappreso, lo sguardo torto empirono di spavento i famigli, che non si attentarono accostarglisi. Come si narra dell'antico Anteo, che quante volte traboccato a terra, tante si rialzava di nuovo vigore ingagliardite le membra, costui se cadde tristo, si levò iniquo: rotto ormai ogni freno, il pudore postergato al mal talento, irruppe nelle più brutte turpitudini per offendere il Castiglione: cospirare alla perdita della patria e della libertà, purchè fruttasse adempimento della implacabile vendetta, non solo reputa atto indifferente, ma gli parve merito e dovere; e poichè, o peccato nostro o naturale cosa, troppo più operative vediamo essere la invidia e le malnate passioni che non l'amore della virtù e gli affetti gentili, così gli venne fatto di riuscire oltre le speranze. Tanto si travagliò costui che i giovani nobili, delusi, desiderarono la tirannide dei Medici, come partito unico di emanciparsi dal giogo del popolo.
Ad atterrire le menti sopraggiunsero giorni adri per casi lacrimevoli e per sinistre apparizioni, chiamati dai volgari egiziachi o più comunemente uziachi. Il sole scurò ai ventotto di marzo, e con paura notarono che quantunque volte il sole eclissava, seguivano in Firenze tristi accidenti. Pochi giorni dopo fu decapitato Stefanino delle Doti per avere in compagnia di Piero di Giovanni del Fornajo ucciso a tradimento messere Bernardino di Arezzo, insegna dei signori Dieci, mentrechè usciva di palazzo. Otto Cocchi, senza che se ne sapesse la cagione, di per sè medesimo si tagliò la gola. Un soldato ferito, mal comportando l'acerbità della piaga, fatto caricare da un garzone lo archibuso, se lo sparò nel petto. In piazza dei Signori avvennero tre risse, ed in più parti della città si pose mano alle armi con ispargimento di sangue ed offensione di molti. Lione di Agnolo della Tosa, percosso di un sasso nel capo, mentre battevano la torre di San Giorgio, uscì incontanente da questa vita. E poco prima una masnada di Côrsi di quelli di Pasquino spensero a colpi di alabarda Andre di Lionardo Ghiori e lo rubarono. I frati corrotti spargevano veleno dai confessionali, l'animo ai più baldanzosi scrollavano. I Palleschi già procedevano a testa levata, col motteggio e la minaccia sulla bocca. Gli Arrabbiati non cessavano dal rammemorare la profezia del Frate: che lo aiuto verrebbe quando ogni speranza di soccorso fosse perduta; ma per questa volta con sembiante allibbito e a fiore di labbra.
A crescere lo scompiglio ebbe parte quella Caterina dei Medici che, allora fanciulla di undici anni, per comandamento della Signoria conservata nel monastero delle monache Murate, destinavano i cieli ad esercitare il truce ingegno sul reame di Francia. In costei la ragione sopravanzando l'età, non pretermise argomento di sovvenire alla fortuna della sua famiglia: dapprima vinse parte delle monache e le indusse a seguitare la sua fazione, sicchè il santuario sonò di preghiere discordi e più sovente di male parole e di peggiori fatti; poi divenuta alquanto più baldanzosa, mandò a presentare i sostenuti e i principali Palleschi, quasi per confortarli a tener fermo, con paniere di berlingozzi, nel fondo delle quali aveva effigiato per mezzo di fiori l'arme delle palle. Onde, quando fu deliberato in consiglio qual partito dovesse prendersi sopra di lei, Lionardo Bartolini, repubblicano avventato, non senza riprensione dei più tepidi, disse: «Quando t'imbatti nella vipera ècci forse partito altro diverso da quello di correrle tosto sopra e di romperla co' piedi? Io per me sostengo che la si abbia a mettere spenzoloni da un merlo delle mura contro le prime archibusate del nemico.» — Non pertanto vinse il più mansueto consiglio, e per tôrre via gli scandali mandarono di queto messere Salvestro Aldobrandini affinchè quinci la rimuovesse e nel monastero di Santa Lucia la traslocasse.
Ma sopratutto fu grave sventura la perdita di Empoli. Vi avevano mandato, come altrove dicemmo, per commessario Andrea Giugni, uomo conosciuto sempre svisceratissimo della libertà e nella gioventù sua piuttosto audace che animoso, ma di maniera che sogliono essere i giovani poco civili. Sul quale proposito il Nardi, santissimo petto, pone una avvertenza nelle sue storie che importa molto ripetere, onde gl'Italiani la meditino e se ne giovino: «generosità di animo, che abbiamo per esperienza di questa guerra veduto essere molto differente dal valore dell'arte militare, come ancora per l'opposto abbiamo visto molti giovani di vita modesta e civile essere diventati nella guerra valorosi soldati[290].» E al Giugni aggiunsero per capitano o sargente maggiore Piero Orlandini, il quale reputarono infellonito contro i Medici perchè un suo consorto, chiamato del medesimo nome di lui, avendo in tempo di sede vacante scommesso con Giovammaria Benintendi che il cardinale dei Medici non sarebbe papa, quando il Benintendi gli disse che lo avesse a pagare, rispose voler vedere prima s'egli era canonicamente stato fatto; quasi intendesse inferirne che, non essendo legittimo, non poteva esser papa: per le quali parole, preso e collato, gli fu dopo poco ore barbaramente mozza la testa nella corte del bargello; molto più poi che Francesco Ferruccio non rifinava nelle sue lettere ai Dieci di raccomandarlo come uomo assai pratico della guerra e che avrebbe fatto loro onore, chiedendone la promozione come ricompensa alle fatiche sostenute, che intendeva durare in pro della patria[291]; ma costui, rotto alle lascivie e solo intento ai grossolani diletti della vita, esercitava le armi come mestiero atto a procacciargli il pane giorno per giorno, parato sempre a servire quello che glielo crescesse e meglio glielo accertasse.
Il principe di Orange, considerando di quanto grave momento fosse per l'esito della impresa il conquisto di Empoli, deliberò fare ogni sforzo per ottenerlo: comandò pertanto a Diego Sarmiento vi andasse ad oste con tutte le sue bande dei Bisogni, alle quali, per dare maggior nervo, aggiunse alquanti soldati vecchi del marchese del Vasto, impose a don Ferrante Gonzaga vi cavalcasse con tutti i suoi cavalieri, e commise al signor Sampietro maestro delle artiglierie il carico di trasportarvi buona parte dei cannoni del campo; — spedì ancora con diligenza al signore Alessandro Vitelli che stanziava co' suoi su quel di Pistoia quinci si movesse, e quanto meglio avesse potuto celato e spedito si accontasse col Sarmiento sotto le mura di Empoli. Ciò fu ottimo appresto di guerra. Nè pretermise gl'inganni, in cui forse, più che nelle armi, riponeva fidanza. Avuto a sè Giovanni Bandini, gli disse: essere per commettere grave imprudenza, della quale la prospera fortuna poterlo giustificare soltanto, sprovvedere il campo dei migliori combattenti, di cavalli e di artiglierie per espugnare Empoli; volere ad ogni costo prendere quella terra e prenderla presto; lo sovvenisse in quella sua estremità; l'opera e il consiglio suoi assicurarlo meglio di venti bombarde; andasse, vedesse se v'era modo appiccare alcuna pratica con quei di dentro; nelle sue mani depositare il proprio onore e la propria vita: — e a queste aggiunse tante altre di quelle parole che i signori sanno trovare quando hanno bisogno degli altrui sussidi.
Promise il Bandini e mantenne oltre la promessa; imperciocchè, essendosi aggiunto Nicolò Orlandini, fuoruscito di Firenze e sviscerato Pallesco per soprannome il Pollo, mandò un segreto messaggio al capitano Piero Orlandini, sua conoscenza vecchia, per fargli palese che, se avesse potuto ascoltarlo, egli era per dirgli parole che lo avrebbero reso il più lieto uomo del mondo. Si strinsero tutti a parlamento, e il Bandino col Pollo, parte col mostrargli la causa della Repubblica perduta, parte con buona somma da pagarglisi di presente, molto maggiore in futuro, senza troppa difficoltà svolse l'Orlandino a fare il piacer suo. Però l'Orlandini lo ammoniva sul Giugni non potersi contare, avvegnachè ben fosse ignavo e trascurato, ma non pertanto zelantissimo della Republica; ancora doversi prima ostentare una grande dimostrazione di forza e battere furiosamente le mura, dacchè i terrazzani, le reputando insuperabili, e di vettovaglia non patendo difetto, se ne stavano baldanzosi; e poi quel Ferruccio gli aveva esaltati in modo che da senno credevano potersi, non che dagli uomini cogli archibusi, ma dalle stesse donne con le rocche difendere la terra.
Il Bandino, lasciando l'Orlandino bene edificato, conferisce partitamente col Sarmiento, e convengono piantare due batterie, una da parte di tramontana, l'altra verso ponente; alla prima comandò il Sarmiento, alla seconda il Vitelli. Il Sarmiento, cosa per quei tempi stupenda, senza punto ristarsi, trasse trecento colpi di cannone: perchè parte di un puntone e della muraglia si sfasciò con terribile rovina.
Anche a' giorni nostri chiunque ne avesse vaghezza, soffermandosi in Empoli, potrebbe contemplare le stimmate impresse sulle mura di quella terra dallo straniero in pro della tirannide domestica; ma chi passa per Empoli ad altro non attende che a sollecitare la muta dei cavalli per attingere presto la Pafo d'Italia; e sì, che se l'aspetto delle margini sul seno del guerriero reverenza ispirano e amore, amore e reverenza più grandi dovrebbero infondere negli amici le ferite della nostra città. E in questa parte sieno grazie alla tirannide, che lasciava a qualche nuovo Antonio la veste insanguinata di Cesare da agitarsi un giorno davanti al popolo raccolto in benefizio della libertà. — Io mi dilungo dal vero: non vive più popolo, bensì un tristo gregge di animali senza occhi, senza orecchi e senza cuore, — una mandra di enti abbietti assai più che lo stesso tiranno non desidera: egli cessò da gran tempo di tormentarli, perchè non riusciva a strappare loro nè anche un sospiro; li percuoteva sul capo, rispondevano con un sorriso; le mogli ne stuprava e le figlie, e gli profferivano grazie; a qualcheduno gittava la testa di suo padre recisa, ed egli curvo la riceveva e ossequioso come presente di re. Io continuo la storia.
Rovesciata la muraglia, gli Spagnuoli con furiosissimo impeto si cacciarono giù nel fosso per salire all'assalto: giunti in fondo, troppo tardi si accorgono del fallo: quivi la terra melmosa si avvalla loro sotto i piedi, sicchè rimangono inestricabilmente impantanati; e quei della terra, inanimati dal capitano Tinto da Battifolle, gli sfolgorano con gli archibusi, gli ammaccano co' sassi e spesso uccidono a un punto e seppelliscono sospingendo loro addosso interi cantoni della muraglia intronata: e' fu mestiere ritrarsi. Dalla parte di occidente il Vitelli rovesciò spazio non minore di muraglia ma, capitano più circospetto di don Diego, abborrì avventurarsi in quel fondo e si rimase contento a quella prima prova. Nella notte, che come è madre di alti partiti agli animosi così partorisce le paure e i sospetti nei codardi e i tradimenti nei perversi, si restrinsero insieme i più doviziosi di Empoli, tra i quali la storia ricorda Nicolò di Quattrino e Francesco di Tempo, e agli adunati l'Orlandino espose: — come essi dal resistere più oltre molto avessero a perdere, nulla a guadagnare; non volessero mostrarsi tenaci a difendere la libertà di Firenze più di quello che si fosse mostrata la medesima Firenze; già avere ella capitolato; Ferruccio disfatto esulare di Toscana; ormai le cose della Repubblica disperate del tutto; in quanto a sè, uomo di guerra, nulla potere aspettarsi di buono dalla pace; non pertanto increscergli forte delle loro famiglie e di loro; si accordassero ora che si trovavano in tempo buono; non vedevano lo sbigottimento dei soldati dopo che avevano veduto cascare morto su i bastioni il suo capitano Tinto da Battifolle? pensassero qual prova avessero fatto le mura della terra, che il troppo fidente Ferruccio sosteneva bastevoli a qualunque più fiera batteria. In cui fidavano? No certo nel Giugni, badassero che un giorno o l'altro cotesto accidioso, sè e i soldati acconciando con gli avversari, non lasciasse i terrazzani a distrigarsi come meglio sapessero con loro. Dessero pertanto spesa ai propri cervelli; egli ammonirli a fine di bene. — Senz'altro consiglio convennero avesse a rendersi la terra, salve le persone ed i beni; e fu tra loro fermato l'ordine della resa.
Su l'ora del desinare del giorno seguente, per cura dei mentovati cittadini, e di Piero, si tolsero le artiglierie e le guardie da certa parte di mura, e gli Spagnuoli non mettendo tempo fra mezzo corsero a salirvi sopra. Superati appena i ripari, si sparsero per le diverse vie gridando: Sacco, sacco! — e quanti cittadini empolesi capitarono loro davanti, tanti ammazzarono; e cui rammentava la capitolazione, irridendo, rispondevano non avere camminato delle miglia più di mila per non acquistare roba in Italia: le libidini tacquero, — ma di fatti crudeli, e più degli avari non ne fu penuria.
Con la perdita di Empoli comincia l'agonia della Repubblica fiorentina. I nemici accampati sotto Firenze ne fecero festa, e in segno di allegrezza spararono tutte le artiglierie; i Fiorentini all'opposto ne sentirono danno e dolore inestimabile: — persero la vettovaglia quivi in copia raccolta, — rimase loro preclusa strada a procurarsene della nuova, — l'animo dei cittadini cadde, e per prova vediamo niente contribuire tanto ad attirarci addosso una sventura quanto temerla e aspettarla.
Andrea Giugni e Piero Orlandini ebbero fama di traditori, e come tali furono dipinti; la Quarantia li condannò alla pena infame, comecchè contumaci, i loro beni posti nel fisco, le case sfasciate[292]. Tutta speranza di salute riposta nel Ferruccio. La fortuna ha deposto su quel capo la vita o la morte delle libertà italiane, tre e più secoli di progressione verso l'ordinato vivere civile o di storno verso la barbarie. Condizione dolente per un popolo, quanto gloriosa per un individuo, quando la esistenza del primo s'immedesima al palpito del cuore del secondo. Il più delle volte rovinano entrambi: quando invece riescono a stare, la vita di cotesti uomini forma un'era nuova nella durata dei secoli.
I magistrati di Firenze confermano Francesco Ferruccio commessario generale e gli conferiscono autorità dittatoria, cioè quanta n'esercitava la medesima Signoria.
Mentre si disperava del come fargli pervenire la commessione, il Pieruccio si offerse parato di portare la carta e condurre incolumi fino a Volterra Marco di Giovanni Strozzi chiamato Mammaccia, e Giovambattista di Girolamo Gondi per soprannome Predicatore, eletti commissari di cotesta città in luogo di Francesco Ferruccio. Ora stiamo a vedere quali saranno le imprese di questo uomo, che in pochi mesi ha superato in fama i capitani del tempo, e già si avvicina gli antichi.
La storia non riescirebbe piena, nè potrei acconciamente proseguirla, dove io tralasciassi di raccontare i modi adoperati dal Malatesta per ispegnere la virtù dei giovani fiorentini; molti essi furono, e tutti iniqui: cominciò ad affermare deboli i ripari, non già perchè fossero gli edificati mal sicuri, che invece erano sicurissimi, ma pochi: e siccome le ragioni ch'ei ne dava, avevano apparenza di vero, così si attese a soddisfarlo. Si alzarono nuovi puntoni e nuovi cavalieri, si trassero cortine, si cavarono fossi, nulla insomma si pretermise di quanto può riuscire necessario od utile alla maggior fortificazione della città; in ciò egli s'ingegnava, onde i giovani, spossati da coteste opere manuali, non volgessero il desiderio al combattere. I giovani per lo contrario s'infastidirono presto di simili fatiche, e considerarono che se una città senza ripari è debole, molto più debole è poi quando ha ripari, e non cittadini animosi a difenderli. Sparta difesero per molto tempo gloriosamente i petti di cittadini, non già muraglie di sassi: — le iattanze nemiche gli offendevano, — statuirono far prova di sè, anelarono i campi aperti, il sole delle battaglie.
Malatesta, assottigliandosi a trovare suoi espedienti, ora gli armava e rassegnava, prometteva condurli contro al nemico, e quando gli aveva fatti rimanere otto o nove ore in procinto di muovere, gli rimandava sotto vari pretesti; quando non poteva fare altrimenti, ingaggiava scaramucce parziali, o, come allora dicevano, badalucchi senz'altro fine che quello di scemarli con le morti e con le ferite. Però il tristo Perugino sortì esito diverso affatto da quello che si era dato a sperare: i giovani si sbigottivano meno delle perdite che non s'infiammavano pei vantaggi, accorgendosi le spade loro tagliare quanto quelle dei nemici; videro che, per essere soldati, bastava l'animo disposto a vincere o morire, — spesso cedevano alla disciplina del nemico, più spesso il nemico cedeva all'impeto di loro. Ebbe fama nei tempi un fatto di arme tra cavalieri, nel quale si portò tanto egregiamente dalla parte dei nostri Iacopo Bichi che, il principe di Orange dovè accorrere con tutti suoi capitani a rinforzare la battaglia se non voleva vedere quanti erano i suoi cavalieri disfatti. Poco dopo si presentò un trombetto a Malatesta, esponendo che un cavagliere imperiale desiderava rompere una lancia con alcuno quei di dentro. Ottenne l'onore pericoloso il capitano Primo da Siena: si scontrarono i due cavalieri presso ai fossi fuori delle mura, dove, dopo alcune scorrerie condotte con maestrevole vaghezza, che ambedue cavalcavano buono e poderoso destriero, spronarono impetuosi ad incontrarsi; la lancia del cavaliere nemico percosse l'arcione della sella del capitano Primo, e quantunque ferrato lo passò oltre più che quattro dita. Se il colpo toccava alcun poco più alto, pel capitano Primo era finita; — l'asta si ruppe rasenta al ferro, e per la gran forza il troncone uscì di mano al cavaliere. Il nostro gli pose la mira al petto con tanta possanza che la lancia si spezzò in più parti, una delle quali scorrendo infranse il bracciale e ferì il nemico nella spalla sinistra. Poco dopo avvenne altra zuffa, dove Giometto da Siena si portò con indicibile valore, e di leggeri sarebbe riuscita battaglia campale, se una dirotta pioggia sopravvenuta all'improvviso non avesse scompartito i combattenti.
Nè vuolsi lasciare inonorato il caso e il valore di Anguilotto da Pisa, di cui la fine tanto si rassomiglia a quella di Siccio Dentato, nome inclito nelle antiche storie romane. Costui, avuto sdegno col conte Piermaria da San Secondo, passò agli stipendi di Firenze con parte della sua compagnia, cosa acerbamente intesa non pure dal conte, ma dal principe medesimo, e della quale statuirono prendere, potendo, insigne vendetta. Anguilotto, come colui che ardimentoso era molto, non si rimaneva mai dall'uscir fuori qualunque volta gliene capitasse il destro, quasi per isfidare i nemici. Ora avvenne che, tenendogli le spie addosso (o come pare più verosimile, da segreti avvisi del Malatesta), furono avvertiti sarebbe Anguilotto uscito da porta alla Croce con poca compagnia per iscortare certi contadini che andavano per legna; gli tesero insidie, e trascorso ch'ebbe appena la imboscata, che avevano posto grossissima, gli si precipitarono contro i principi Orange e Salerno, il duca di Melfi ed altri dei principali con più di duemila fanti, don Ferrante Gonzaga con cinquecento cavalieri, e lo posero in mezzo. Tanto potè in costoro una brutta ira che non vergognarono andare con mezzo esercito a combattere un uomo! Anguillotto, vista la piena, si tenne morto, ma non per questo s'invilì nell'animo o si abbassò ad atto che paresse codardo; anzi, deliberato in tutto di morire da prode uomo com'era vissuto, si accostò ad un albero e quivi prese a menare le mani; lo investirono primi il conte Piermaria con sei cavalleggeri, e a quello che più lo stringeva dappresso vibrò sì gran colpo che lo trafisse da un lato all'altro: sovvenuto da Cecco da Buti, suo luogotenente, continuarono a combattere finchè durarono loro le armi ed il vigore di sostenerle. Anguillotto, poichè ebbe tagliata la punta del partigianone, trasse la spada e, pur sempre ferocemente menando, tanti ne uccise che si era innalzato come un riparo di cadaveri davanti: ma la spada ecco gli è diventata troncone, il taglio ottuso, e per parecchie ferite gronda sangue, sicchè opprimerlo adesso riusciva agevole, e non pertanto sbigottiti dalla stupenda strage gli assalitori nicchiavano. Bellanton Corso correva a soccorrerlo; — Giovanni da Vinci, il quale era a guardia di porta alla Croce, non patendo la morte di quel generoso, dimenticando l'ufficio di capitano, lascia la guardia e con certi fanti si muove ratto alla riscossa; — Iacopo Bichi apprestati i cavalli sprona in ajuto di lui; invano però; in quel punto Anguilotto percosso di una zagagliata nel petto casca a terra senza riportarne altro danno tanto lo difese il fortissimo giaco! Allora il conte di San Secondo si getta giù di sella e, sovvenuto da un suo servitore, lo scanna prima che ei si potesse rimettere in piedi. Cecco da Buti, visto morto il suo capitano, getta l'arme e chiede i quartieri. «Questi sono i miei quartieri,» risponde il conte, e gli tira a tradimento tale una stoccata nel petto che andò a riuscirgli dietro le spalle: poi tutti salirono a cavallo e fuggirono via. La coscienza dava loro il sembiante di ladroni. Italiani sperperavano soldati italiani in pro della tirannide straniera e in danno della libertà della patria.
[Illustrazione: ... il capo ha deposto sul ceppo. La madre sta in piedi alla sua destra, il carnefice dalla sinistra. Questi solleva la scure... Cap. XXVI, pag. 605.]
Il popolo, racconta Benedetto Varchi nell'undicesimo libro delle sue Storie, ormai infastidiva per la lunghezza dell'assedio, e i più prudenti conoscevano quanto più s'indugiava, e più si peggiorava: «perciocchè con altro vantaggio si fanno le cose quando altri può non le fare che quando uno è costretto a farle; e tale ajuta uno che si regge in piè, che, veduto sdrucciolare, non solo non lo sostiene, ma gli dà la pinta.» Mormoravano dunque in Firenze, ed una voce universale accusava Malatesta di non voler combattere; ond'egli costretto, datone prima l'annunzio agli avversari, uscì fuora «e disse, aggiunge il citato storico, che per contentare il popolo, ma in fatto per isbigottirlo e aver colorata ragione di non combattere, che voleva uscir fuora, ma che bisognava prima tentare come trovasse i nemici per poter poi con maggiore vantaggio assaltarli.» Uscì di fatto, e suo malgrado fu combattuta tale battaglia (dal Varchi con tanta evidenza, estensione e particolarità esposta da non potere aggiungervi, nè anche volendo, parola), che avrebbe dato per certo vinta la guerra e rotto il campo, se Malatesta ordinava uscissero tutti ad azzuffarsi col nemico. Nessuna occasione si era presentata migliore di questa dal principio dell'assedio in poi. Stolto al pari che iniquo, tradì a un punto l'Italia e sè stesso, come vedremo tra poco.
Un'altra fazione la quale senza tradimento del Malatesta avrebbe dato vinta la guerra, o almeno posta la città in condizione di accomodarsi a buoni patti, fu questa. Il signor Stefano Colonna, per riacquistare la grazia presso l'universale, che conosceva avere perduta pel fatto di Amico da Venafro da noi nei precedenti capitoli accennato, propose un assalto notturno, noto a quei tempi col nome d'incamiciata, contro il campo dei Tedeschi stanziati a San Donato in Polverosa, al comando dei quali in luogo del conte di Felix era stato preposto il conte Ludovico di Lodrone. Dove fosse riuscito, il danno della perdita di Empoli si ristorava, perchè veniva ad aprirsi la via di Prato e di Pistoia, donde potevano ricavarsi vittovaglie e sussidi. Che poi Prato e Pistoia, comecchè di presente sottoposte al nemico, fossero per mutare parte, non era da dubitarsi, essendosi questa ultima città già levata a rumore e cacciato via il commissario del papa con uccisione di molti soldati spagnuoli. Conferito il suo disegno al gonfaloniere e agli altri magistrati, lo commendarono assai, e gli dissero parole di conforto, onde si affrettasse di mandarlo a compimento. Richiesto Malatesta si turbò, si oppose, disse questo pensiero follìa, andasse chi voleva andare, per lui si sarebbe rimasto, le regole della milizia impedirgli di spingere a morte sicura le vite degli uomini. — Non vedevano il campo dei Tedeschi munito e insuperabile? Non sapevano starvi a guardia un capitano vigilantissimo'? — Riuscirono le sue parole invano: vollero ciò nonostante combattere: in questo mentre calò la notte. Declinava la terza alla quarta vigilia, quando due uomini appiattati dietro certe macie di sassi videro uscire dalla porta di San Piero Gattolino un uomo con molto riguardo e prendere la volta del campo nemico. Si rammenterà il lettore come Malatesta, stando in sospetto di sè, lasciasse l'orto dei Serristori sul Renaio e se ne andasse ad abitare la casa di Bernardo Bini su la strada maestra di San Felice in piazza presso a San Pier Gattolino, situazione che lo rendeva padrone della porta, e lasciava in sua facoltà introdurre e mandar fuori quanta più gente gli piacesse. I due sconosciuti trassero dietro all'uscio, e all'improvviso gli caddero addosso per fermarlo, lo tennero, gl'imposero di tacere, avrebbe salva la vita; ma siccome egli non rifluiva di chiamare ad alta voce soccorso, gli dettero delle coltella nella gola, e poi caricatoselo sopra le spalle con presti passi attinsero porta San Miniato, dove scambiati certi segni, furono loro aperte lo imposte e accolti dentro.
Erano Dante da Castiglione, di fresco eletto capitano della banda della milizia sotto la insegna dei Vaio, e il capitano Giovanni da Vinci. Costoro deposero il cadavere in mezzo della strada, e fatti portare de' torchi, di leggieri lo riconobbero per un soldato côrso, di quelli del Malatesta, travestito; lo frugarono diligentemente, ma non gli rinvennero addosso alcuna carta; agevol cosa fa argomentare mandarlo Malatesta ad avvisare il principe del prossimo assalto. Si affrettarono pertanto a portarne la nuova al signore Stefano, quando la prima persona che occorse loro davanti nei quartieri di quel capitano fu Cencio Guercio, il quale per ordine del suo signore esponeva, poichè ad ogni costo intendevano combattere, volere Malatesta essere partecipe dei pericoli di cotesta impresa, — non consentire la sua natura si dicesse: fu sotto di Firenze combattuta una fazione senza il capitano generale dell'esercito fiorentino, — manderebbe primi i più valorosi tra i suoi soldati, ne darebbe la condotta come pegno di onore a quelli tra i suoi capitani che meglio si fossero comportati nella guerra presente: alle quali parole con certo suo piglio soldatesco rispondeva il Colonna: non avere mai con mal animo sofferto di prendere i suoi compagni l'arme a parte della gloria, sol qualche volta essergli doluto di partire con loro il pericolo; venisse il signore Malatesta, sarebbe accolto con la reverenza dovuta al grado e al valore di lui. Cencio Guercio ossequiando il Colonna si partiva. Allora si trassero avanti il Castiglione e Giovanni da Vinci esponendo quanto era loro avvenuto; su di che il signore Stefano si espresse con simili parole: — «Certo cotesta volpe perugina qualche mal tiro ci apparecchia, ma come volete voi che io rifiuti il vostro generale supremo? Quando si fa quello che non si deve, c'incoglie quello che non si crede.» — E ciò disse un poco turbato, perchè in suo segreto non sapeva darsi pace che a lui avessero i Fiorentini anteposto il Baglione.
Conferito col Malatesta l'ordine dell'assalto, due ore prima del giorno il signore Stefano uscì di porta a Faenza conducendo seco Giovanni da Turino, Virgilio Romano, Ivo Biliotti, Antonio Borgianni, Gigi Niccolini, Zannone da Borgo, Piero Bolzoni, Cristofano da Fano, Domino e Parigi da Fabbriano, Morgante da Urbino e tutta la banda del Vaio condotta da Dante da Castiglione; fra tutti oltre due mila. Da porta del Prato uscì Pasquino Corso e Cencio Guercio col colonnello dei soldati del Malatesta: questi poi uscì per la porticciuola della Mulina, attelandosi con millecinquecento fanti lungo la riva dell'Arno, acciocchè se i nemici avessero voluto soccorrere i Tedeschi, non potessero varcare il fiume. Il signore Stefano e Pasquino dovevano percuotere il campo da due parti: prima il Colonna, Pasquino quando chiamato; scelse quegli la più lunga via, questi la più breve. Cencio, percorsa mezza della sua strada, disse a Pasquino, di lasciarsi dietro parte del colonnello e procedere con l'altro alla volta del nemico: il qual consiglio sembrando stolto a Pasquino, l'altro riprese andasse pure innanzi, ch'ei troppo bene sapeva quello che si facesse. S'inoltrano e, giunti presso ai ripari, Cencio, messa la corda sopra l'archibugio, lo sparò contro una sentinella, gridando ad alta voce: Svégliati, Tedesco, chè siamo venuti a portarti treggia di piombo. — Il campo, che, essendo il caldo grande e la notte inoltrata, se ne stava a dormire, fu subito sveglio, e corse frettoloso all'arme. I Perugini molto di leggieri superarono i primi ripari, ed inondati gli alloggiamenti, quivi quanti trovarono o ignavi, o vecchi, o infermi nei letti tanti ne uccisero poi secondo il mal costume dei soldati si sbandarono per saccheggiare. Il signore Stefano, tutto cruccioso per la contravvenzione all'ordine stabilito si voltò al Castiglione e gli disse. «Messer Dante, comincia a manifestarsi il Malatesta.» — Quindi accelerando i passi dette dentro i ripari, e commecchè trovasse svegli i soldati, con tanto impeto gli assalse che presto vinse le prime trincee, ed oltre procedendo prese ancora le seconde: molto più che, ad accrescere lo spavento dei nemici, Giovanni da Turino aveva portato seco alcune trombe di fuoco, le quali gittate tra mezzo ai Tedeschi sonnacchiosi partorirono effetto maraviglioso. Il conte Ludovico facendo buon viso alla fortuna formò uno squadrone dei più valorosi, ai quali impose abbassassero le picche e stessero fermi. Il signore Stefano manda subito ad avvertire Pasquino che lasci di inseguire chi fugge e si affretti a soccorrerlo, e intanto si spinge ad affrontare il Lodrone. Ivo Billiotti comportandosi con la consueta sua audacia fu quegli che gridò: «Su, valenti uomini, lasciamo gli archibugi e mescoliamoci.» — Obbedendo volonterosi al consiglio si cacciarono tra i ferri delle picche, combattendo più micidiale battaglia: pel bujo della notte si udivano gemiti, ferri cozzantisi e un chiamare affannoso che faceva l'uno dell'altro, non sentendoselo più a canto per sospetto non fosse caduto ferito. I giovani Fiorentini, per quello che assicurano gli storici, gareggiarono co' soldati vecchi, e assai chiaramente dimostrarono come per essi si sarebbe potuto salvare la patria, se un capitano meno tristo lo avesse voluto. Intanto il signor Stefano non vede comparire il soccorso di Pasquino, e ben si avvisa della cagione. Il valore dei prodi uomini che gli stanno d'intorno lo assicura di non perdere, ma, per vincere conosce abbisognare di sforzo maggiore; tuttavolta riappicca con sempre crescente avventatezza la zuffa contro i Tedeschi, che si difendono con l'estremo della possa loro; stanno davanti alle percosse saldi come muro di bronzo. Qui fu che il Colonna rilevò due ferite, una nella bocca con perdita di più denti, l'altra nelle parti pudende. Così si travagliavano da una parte e dall'altra quando, cominciando farsi giorno, Malatesta, udendo il suono delle trombe e vedendo che i cavalli nemici si apparecchiavano a guadare il fiume, invece di opporsi, come era suo officio, richiamò Margutte Perugino, che aveva mandato avanti con cento cinquanta archibusieri, e Cencio cogli altri soldati. Dante da Castiglione, accorgendosi del brutto abbandono, corre alla volta del Colonna e lo prega a ritirarsi; egli rimarrà a sostenere l'assalto. Il signore Stefano soldato vecchio, a cui pareva troppo grande vergogna lasciare il campo mentre il Castiglione, giovane e nuovo nell'arme, vi si mantiene, rifiuta. Non riuscendo Dante a persuaderlo con le parole, si volge ai circostanti ed esclama: «E che! lascerete voi finire il valente capitano Colonna così malconcio della persona? Menatelo via dal campo, conservatelo all'onore della milizia italiana.» — Lo trassero a braccia; appena raggiunse il Malatesta, che si era fermato davanti la porta della Mulina.
«Gran mercè, capitano» gli disse, «il soccorso di Perugia vale peggio del soccorso di Pisa: questo venne tardi ma il vostro non giunse mai.»
«Signore Stefano, non vedete voi che i cavalli di Orange hanno già presso che guazzato Arno? Se si spingevano tra la porta e me, dove sarei andato io?»
«All'inferno, dove dovresti essere andato già da gran tempo», gli rispose concitato il Colonna, a cui l'ira toglieva la consueta prudenza.
Indi a poco sovraggiungevano i giovani fiorentini non in sembianza di fuggiaschi o di perdenti, bensì invece di uomini che non avevano vinto come voleano. Anch'essi comparvero carichi, non già di preda a modo dei soldati, specialmente quelli del Malatesta, sibbene dei fratelli loro morti e feriti, che pietà cittadina e gentile alterezza aveva persuaso a non gli lasciare sul campo. In fondo della colonna si vedea un fitto polverio, e quinci muoveva strepito d'armi, uno sfidarsi scambievole, un dirsi ingiuria. Tentavano i più animosi tra i nemici sturbare la ritirata; più volte si avventarono, e sempre furono con molte morti respinti da Dante da Castiglione e da alquanti incliti giovani che gli faceano corona. Pur finalmente accorgendosi gli Oragiani essersi anche troppo inoltrati sotto il tiro delle artiglierie, voltarono frettolosi le spalle. I nostri si fermarono, e quelli che poterono inviarono al nemico fuggente un ultimo saluto di piombo e di fuoco.
Al termine estremo della colonna ecco comparisce Dante; gli è uscito l'elmo di testa, ha i capelli rabbuffati e sordidi di polvere, la faccia nera dal fumo della polvere; stringe nella destra un troncone di spada; preoccupato dalla intensa passione, senza pure vederlo si accosta al Malatesta. Questi raggiante in volto occorrendogli lo chiama a nome; Dante lo guarda traverso, poi torce la persona, come si fa quando a caso s'incontrano gli oggetti abborriti. Insiste il Perugino e giuntogli sopra, si curva sul mulo per abbracciarlo e baciarlo. Non lo sostenne quell'anima sdegnosa, e da sè ributtandolo proruppe:
«Va' va'; tutto questo ho già letto nell'evangelo di San Matteo, e vi ho letto eziandio un'altra cosa che tu non attendi, oppur ti sovrasta, il capestro e la infamia.»
«Messer Castiglione, uditemi per Dio.... Una forte gazzarra mi ha percosso dalla parte del monte; io mi sono tratto indietro forte temendo non assaltasse il principe di Orange i bastioni di San Miniato. Incolpatene i giovani lasciativi a guardia, che hanno messo fuoco alle artiglierie in festa della rotta dei lanzi.»
«E dell'uomo mandato stanotte ad avvisare l'Orange chi ne fu colpa, Baglione? Credi forse che Dio non sia, o credi che, essendo, non ti abbia egli a far render ragione dei prodi uomini morti in battaglia pei tuoi tradimenti? Guai a te, Malatesta! Pensa al fine!»
«Ormai mi sembra», favellava Cencio Guercio mentre il Castiglione si allontanava, «che sul conto nostro vadano tutti d'accordo.»
«Ma era quello che pensava ancor io; ecco il mal passo: ormai non possiamo ingannare più nessuno; d'ora innanzi ci conviene procedere a visiera levata.»
In questo mezzo tempo, quasi tante e siffatte sventure non bastassero, sopraggiunsero novelle di Francia, le quali diceano Sua Maestà Cristianissima negare ai mercatanti fiorentini residenti a Lione i sessantamila scudi d'oro del sole già dai medesimi a lui prestati nelle scorse urgenze, a fine di potere sovvenire con quelli la patria ridotta in tanto estremo; anzi avere usato Sua Maestà queste espresse parole; che, nel caso avessero i Fiorentini a contendere con Cesare, non volea che ciò facessero co' suoi denari; e poichè l'oratore insisteva a rappresentargli che li danari resi a chi gli ha imprestati non possono dirsi propri, ma altrui, egli, mostrando avere quei discorsi in fastidio, aveva alzato le spalle e risposto più nulla. Sapersi all'opposto, e per mille riscontri confermarsi, che il re desiderava tornasse Firenze sotto il dominio dei Medici, e in ciò adoperarsi con tutti i nervi per far quindi a Clemente papa palese pe' suoi interessi giovare meglio i trattati di un re di Francia che non le armi di un imperatore; essere egli parato per tanto a qual si voglia infamia a patto di venire a capo di nemicare Arrigo d'Inghilterra e il pontefice contro Carlo, stringere nuova lega e vendicare con nuove battaglie le offese apportate alla sua anima superba[293]. Essersi gli oratori rivolti a madama Luisa, e averle rammemorato le tante e con tanti giuramenti reiterate promesse di soccorrere i Fiorentini, restituiti appena che le fossero i nepoti: farla adesso lieta di loro presenza i nepoti; ricompensasse dunque la fede della lealissima città di Firenze, la quale col mantenere viva la guerra aveva contribuito non poco alla restituzione degli incliti principi: alle quali esortazioni la invereconda donna avere risposto non volere più guerra, essere pur tempo il mondo si pacificasse, tratta appena da un mal passo guardasi molto bene a non porre il piede in fallo; avere ella acconciato i casi suoi, pensassero i Fiorentini a' loro. «Talchè» conclude l'ultima lettera dell'oratore Carduccio, «è necessario fondarci in su l'ajuto divino e su i provvedimenti gagliardi di modo che più facilmente e con più reputazione si possa con cotestoro comporre[294].»
Così brutto mancamento di fede abbiamo veduto rinnovare dai Francesi ai giorni nostri. Taccio della Polonia, parlo d'Italia: minacciati dalla lega settentrionale, concitarono gl'Italiani a levare le armi per ricuperare l'antica libertà, si fecero un riparo di animali viventi, e quando si furono apparecchiati a sostenere l'urto nemico, lasciarono precipitare chi si era levato per loro, motteggiarono sopra i supplizi, ai caduti schernirono, e quando stretti dalle imprecazioni del mondo doverono rispondere, uno di loro salì su la tribuna e al mondo stupefatto gridò: Il sangue della Francia è per la Francia!
Di ciò si rammentino gl'Italiani. Se la fortuna apparecchia al mio popolo rinnuovamento di magnifici destini, se ne rammenti, non per vendicarsene, ma invece per aiutare con tutte le sue forze la Francia se pericolasse nel suo cammino al meglio; e sovvenendola le dica: Io ti ajuto perchè ai popoli grandi è necessario mostrarsi generosi: io ti ajuto perchè quando una stella scomparisce dai cieli, il bujo diventa maggiore; ti ajuto ancora perchè, durando la lotta di due diversi principii, le nazioni che parteggiano per la libertà riunendosi in lega comporranno il fascio del littore che non si spezza: mentre se stanno divise tra loro, saranno la verga debole che rompe il fanciullo per giuoco. I Greci ebbero in costume violare i giuramenti, fu turpe fama del popolo la fede Greca; — però secoli passarono e secoli prima che un occhio piangesse sopra i destini di quella famosa contrada. Subentrò la fede punica, — Cartagine è ridotta in un mucchio di rovine che nessuno, anche potendo, vorrebbe rilevare; adesso vince le fedi greca e punica la fede francese. — Tradisci Francia, quanto più sai, — la Italia non t'imiterà per questo: — comunque serva, val meglio di te libera e fortunata, imperciocchè, sebbene le sieno incatenate le mani, volge nel pensiero alti concetti di governo, e conosce essere le nazioni sorelle in faccia a Dio, e sente che quando una nazione dice all'altra: Io mi sono composto un seggio della tua testa e ben vi sto, — allora la religione e la legge mal possono imporre ai cittadini, — non uccidete, non rapite. Ogni vincolo sociale si rompe, e la fossa di Daniele presenta appena paragone conveniente col mondo contristato da tanta perfidia[295].
CAPITOLO VENTESIMOTTAVO
FINIS FLORENTIÆ
Eccomi solo Ho il mio coraggio e la gloria meco.
Aiace, tragedia.
Cuoprirà l'erba e il tribolo Le mute spoglie, ed irti Per le notturne tenebre Vagoleran gli spirti, Che morti ancor daranno Spavento.
Il bardo della Selva Nera.
Ferruccio, ributtata una mano di cavaleggeri che gli aveva mosso contra Fabrizio Maramaldo, il quale si era vantato bastargli la vista per impedirlo nel cammino, varca la Cecina e, seguitando la via littorale, tocca Rosignano e giunge a Livorno.
La sua grande anima così potentemente gli agitava le membra che non sentiva più bisogno di cibo o di bevanda, nè lo spossava fatica. Mirabile e misteriosa è la forza dello spirito, e quando abbiamo udito narrare le stupende gesta di qualche eroe, ci siamo compiaciuti a immaginare un'anima di fuoco entro un corpo di ferro. La storia però ci ha tramandato come gli uomini più famosi, anzichè apparire aiutanti della persona, fossero oltremodo di fibre delicate e gentili; tra i moderni basta rammentare Bolivar. Ferruccio poi era ben composto, ma non avrebbe potuto reggere fisicamente ai gravosi travagli, dove la gagliardia dello spirito non gli avesse somministrato insolito vigore[296].
I suoi soldati gli avevano posto tanto singolare venerazione che se egli avesse comandato proseguissero il cammino, comecchè rifiniti dalla stanchezza, avrebbero obbedito. Ferruccio, li vedendo trafelati, co' piedi sanguinosi riarsi al sole, e per altra parte pensando che stavano per avventurarsi in sentieri ancora più aspri, con maggiore pericolo di essere assaltati, ordinò facessero alto, di riposo convenevole confortassero le membra.
Nè in quei remoti tempi era Livorno fastidievole vista per un'anima repubblicana. Certo, non per anche il commercio l'aveva ingrassata sì da non dar luogo a sentimento altro diverso che non fosse guadagno; non le erano divenuti ancora nomi del tutto ignoti patria e libertà; non ti pareva, al primo porre il piede nella sua piazza, udire rinnuovato il caso di Babele o piuttosto il vestibolo dell'inferno rimbombante per voci alte e fioche; non ancora, onde crescesse di popolo, l'avevano convertita in asilo di ladri, falsari, di ogni risma ribaldi; no, Livorno non era anco fatta la tavola di salute a quanti mai tristi vissero nel mondo. Livorno abitava poca cittadinanza, ma pura fino all'ultimo artista; breve si estendeva il giro delle mura, ma su quell'umile castello si era posata una stella, come già sul presepio di Betelemme; i suoi bastioni erano stati consacrati col sangue dei cittadini sparso in difesa della libertà, i suoi ripari resi illustri dalla vittoria.
Tutto questo ignora Livorno popolosa, Livorno intenta ai subiti guadagni. Eppure, come Dio volle, avvenne che un uomo si ostinasse a lanciarvi dentro la voce di patria, e sentendola ripetere mille volte, esultò immaginando quivi palpitassero mille petti cui largivano i cieli il dono pericoloso di amare la patria. Grave errore fu questo, perocchè non ripetessero già la voce bocche mortali, ma l'eco: e chi non sa che l'eco tanto risuona maggiore, quanto più il luogo è deserto? Livorno se ne sta pingue, stupida, mostruosa sopra il mare etrusco, come la balena buttata alla spiaggia dall'impeto della tempesta.
Ferruccio allora contemplò con religiosa riverenza quelle bastie dalle quali era stato respinto Massimiliano I, don Chisotto fra gl'imperatori; si compiacque immaginare la pazza ira di quel superbo costretto a indietreggiare vinto da così debole castello, con la minaccia sopra le labbra, la paura nel cuore, con la veste lacera, chè una palla da falconetto gli aveva portato via una manica del suo robone imperiale di broccato d'oro trapunto di perle, la quale trovata poi fu venduta cento ducati. Il prode uomo si prostrò davanti alla statua che per ordine della Signoria di Firenze condusse di macigno Romolo del Tadda e collocata sopra la fronte del bastione del Villano in benemerenza della fede e del valore di che fece prova in cotesto avvenimento la gente del contado.
Ella era semplice come la virtù, bella come il fatto che le aveva dato origine. Rappresentava un villano con un palo in braccio, un sacco, un barile ed un cane ai piedi; denotava il palo le palizzate costruite e difese contro Massimiliano imperatore; il sacco e il barile, il pane e l'acqua, a cui stettero contenti gli assediati finchè durò l'assedio; il cane, la fedeltà pel comune di Firenze. E qui è cosa festevole assai notare come l'uomo, creatura superba, scelga un animale per significare qualche sua virtù, il cane per la fedeltà, il serpente per le prudenza, e simile. La verità scoppia la superbia, le bestie vagliono meglio di noi, forse perchè, come al creatore piacque, non compartiva loro la ragione[297].
Questo insigne monumento scomparve sotto il principato; in vece sua orna adesso Livorno la statua di un principe con quattro uomini incatenati sotto nella base, ingenua espressione della monarchia! — Chi è costui? Prima fu cardinale, poi principe della Toscana per retaggio del suo fratello maggiore morto di veleno. Quale impresa rammemora il monumento? Nessuno lo sa. La storia tace. Le statue ritte al principe vivo, più che dimostrazione di grandezza in lui, fanno testimonianza della viltà di chi gliele offriva. Non forse i Romani inaugurarono statue a Domiziano, a Nerone e a Caligola? Se i cranii dei Medici inariditi dentro le loro sepolture potessero formare un desiderio, certo vorrebbero rovesciati i propri simulacri. Oh! voi sapeste quanto è cosa dura la memoria a colui che si spense nel rimorso. I Medici già quasi avrebbero conseguito l'oblìo: le monete dalla loro effigie consumava il tempo: la storia udendo i delitti di quella turpe famiglia gittò lo stilo e non volle registrarli; chè nè tante furono nè tanto scellerate le colpe degli Atridi; e poi questi costrinse il fato, mentre nei Medici fu spontaneità di libidine e di sangue... — per altro non si ricorderebbero; stanno le statue: — in ciò che più agognarono, adesso rimangono puniti, — nella bassezza di turpi lusingatori. Durino quelle statue; non le logori il tempo, la inclemenza dei cieli non le offenda: i principi hanno elevato con le loro mani il proprio supplizio; — ogni uomo sa dove lanciare una maledizione: assai lunghi anni si conserveranno così. Quando mutilate cadranno ingombrando, masse deformi, il terreno, possa urtarvi dentro il cieco e rifiutarle, esecrandole, per seggio dove aspettare l'elemosina del popolano che passa.
Col sembiante dimesso, ravvolgendo mesti pensieri, passeggia il Ferruccio sopra la estrema sponda del mare; volge i suoi passi verso la parte di ponente, — ad ora ad ora solleva lo sguardo e geme, non trova luogo dove fissarlo senza che si rinnovi in lui un'antica memoria di dolore: guardando a man destra scorge la eminenza dove già stette Torrita, l'antica città; — in lei si agitarono alti spiriti, in lei fu copia di santi affetti, in lei care ricordanze, decoro di sapienza e di grandezza: adesso rimase ogni cosa sepolta, un denso strato di terra la ricuopre, un altro più denso di oblio; sparirono fin anche le rovine; il tempo non ha lasciato neppure una lapide dove piangere la morta città. Questo dileguarsi di città e di reami senza segnar traccia fra i posteri, — questo morire tutti e il non vedere differenza alcuna tra la estinzione di un popolo e la caduta dell'erba dei campi davanti la falce del mietitore, contristavano amaramente l'anima del nostro eroe. Nè gli giova meglio guardare a manca; quivi a breve distanza nel mare gli si presenta un monumento che richiama alla memoria un popolo italiano svenato da un altro popolo italiano, — la terribile battaglia della Meloria. Colà Pisa giacque sotto la fortuna di Genova. Oh nefande guerre fraterne!... Ferruccio dà volta e indirizza il cammino verso levante: adesso si pone a contemplare il cielo e le acque. — Magnifici elementi! Dapprima gli sembra che emuli poderosi vogliano cimentarsi percorrendo a gara il cammino della eternità sopra due parallele infinite, poi lontano lontano, quasi li prenda fastidio della corsa solitaria, — si riuniscono, — si confondono — continuano uniti il sentiero che loro avanza per giungere al punto determinato. Il mare spiana le acque perchè il cielo vi contempli dentro la propria bellezza, e il cielo ricambiando l'amore del fratello gonfia con l'influsso della sua luna le marine, col tremolìo delle stelle irradia i lembi dei flutti mormoranti; e quando la divina lampa del sole ha infuocato le sue sfere, non sembra che la deponga in grembo al mare perchè si riscaldi a sua posta? In riva al mare sorgeranno per avventura pensieri strani, se vuoi, ancora bizzarri, ma sempre grandi: nè alcuno presuma immaginare alti concetti, se prima non contempla questa gloriosa creazione di Dio: se mai tu ti affacciassi al mare, e il cuore rimanesse muto dentro di te, calca di un piede l'aratro e rompi il seno della terra, — la natura ti destinava per questo.
Lo spirito del Ferruccio per siffatte immagini si estende; concepimenti sublimi si affollano come ispirazioni al pensiero di lui, ch'egli si affatica a ridurre a tale che possa la favella significarli e l'altrui ingegno comprenderli. Quasi tratto fuori di sè, si percuote la fronte e, gli occhi fissi nell'alto, esclama:
«Magnifica, Creatore, l'anima mia, — pel mio cuore basta!»
Vico Machiavelli si accosta frettoloso al Ferruccio, grave cura lo preme, — da lontano lo chiama, — quegli non ascolta, — replica la chiamata e sempre invano; — giuntogli dappresso, lo scorge, quasi tolto a' sensi diversi, tendere ansioso lo sguardo su le acque, come farebbe la madre che affidò il figlio all'Oceano per iscoprire la vela che deve ricondurglielo tra le braccia; e poichè alla voce aggiunse il tirare della veste, Ferruccio lo guarda in volto e favella:
«Chi sei? Perchè mi togli la visione della mia gloria? Vico, tu qui?» — e, senza attendere risposta, continua: «Vieni, siimi testimonio che in questa ora Dio mi ha rivelato il disegno di poter tutelare non solo la libertà della patria, ma cambiare la faccia all'Italia, — forse anche il mondo. Vedi là oltre?» — e col dito gli accenna davanti a sè, — «là oltre è Africa; piegando alquanto a levante, quasi dirimpetto a Roma, giaceva Cartagine... Quando la fortuna di Annibale prostrava le forze romane in Italia, i padri nostri ardirono accogliere lo stupendo divisamento di portare la guerra in Africa, e Scipione mutò i destini del mondo, però che Annibale accorrendo in aiuto della patria, — all'aquila romana tornò il cuore a riprendere il fatale suo volo a traverso la terra[298]. Più che le libertà italiane premono ai Dieci e alla Signoria di Fiorenza le case e masserizie loro; la fortuna di rado favorisce i meschini concetti, spesso gli audaci. Essi mi hanno rivestito di facoltà che paiono amplissime, ma sottosposte alla condizione di volgermi più che io possa veloce alla tutela di Fiorenza: Corri, mi hanno detto, ma dentro il circolo che noi ti segniamo. — Ah! mi avessero dato balìa di movermi a mio talento, ecco, imitando l'esempio di Scipione, giorno e notte camminando con passi accelerati, mi spingo a Roma, sorprendo papa e cardinali, distruggo il papato, sciolgo il voto del Frangsperg[299], — le dottrine di Lutero, che già serpeggiano, non pure nel popolo, ma nelle reggie dei principi[300], confermo, — la mia causa aggiungo a quella dei riformatori in Germania, — scuoto il seggio di Carlo, — libero a un punto l'Italia dal giogo spirituale e temporale, — rifabbrico il Campidoglio, — resuscito il popolo romano...[301] Ahimè! questo pensiero mi ucciderà; bisogna che tenti dimenticarlo. Chiudiamoci in Fiorenza, manteniamo viva la lampada, dacchè ci è conteso suscitare l'incendio; anche qui occorre pericolo, anche qui è gloria.»
Vico, lasciato trascorrere alcun tempo, favellò:
«Signor commissario, Giampagolo Orsini a grande istanza domanda restringersi a parlamento con voi.»
«Colonna... Orsini..., che vuol da me questa lebbra d'Italia? Per bene egli certo non giunge. La Repubblica ebbe abbastanza di loro. Va' e riportagli da parte mia che s'ei viene a restituire il danaro che sotto fede di condurre dugento fanti e dugento cavalli ai servigi di Fiorenza si rubò il suo consorte abate di Farfa[302], gli renda e si vada con Dio: traditori, per somma sventura, ne possediamo anche troppi.»
«E non pertanto», soggiunse Vico, «ai modi aperti di lui e alle sembianze giovanili, avrei giurato non fosse uso a male opere...»
«Non importa; per essere giovane, non morde meno velenosa la vipera... Ma tu lo dici giovane: di lui non intesi mai novella. Come si chiama suo padre?»
«Renzo da Ceri, uomo assai riputato nella milizia, nè per quanto io sappia, contaminato da brutta fama. Almeno il Cristianissimo lo esperimentò fedele, quanto valoroso capitano.»
«È vero; — lo udrò, — mi aspetti.»
Dopo breve ora, Ferruccio si presentò all'Orsini e conobbe, come gli aveva riportato Vico, essere giovane di belle non meno che di prestanti sembianze. Lo guardò fisso in volto e con voce aspra lo interrogò:
«Orsini, che domandate voi dal commissario Ferruccio?»
«Signor commissario», risponde Giampagolo arrossendo e declinando modestamente lo sguardo, «la fama che in tanto breve spazio avete saputo meritarvi grandissima empie tutta la Italia. Qua mi trasse amore della vostra virtù e desiderio di combattere per la causa che sostenete. Ormai questa impresa diventò tale che le più inclite spade d'Italia vi sono concorse per una parte o per l'altra: ella è amara cosa pensare come non sieno tutte concorse dalla parte più giusta, — ch'è la vostra; — colpa delle nostre voglie divise ed anche del fato, imperciocchè senza intervento dei destini mal saprei dichiarare a me stesso la cecità degli Italiani raccolti nel campo imperiale, i quali guerreggiando Fiorenza par che non veggano come con le proprie mani si lacerino le viscere; — io poco offro alla libertà di Fiorenza, o piuttosto d'Italia, — ma se non offro di più, non m'incolpate; vi do quanto possiedo di danaro e di sangue.»
«Giovane, la causa che piace a me, non sembra che piaccia alla fortuna. Gli Orsini poi cercarono sempre e sopra tutto la fortuna.»
«Commissario, conosco le colpe dei miei padri e le detesto. Per quanto mi fosse concesso operare in pro dell'Italia, assai di leggieri comprendo non potrei a gran pezza ristorare il danno che le arrecarono i miei. Ma s'è folle che il nipote insuperbisca pei vanti paterni, ingiusto è del pari che a cagione del padre si abbia a disprezzare il figliuolo: e certo voi, commissario Ferruccio, non accogliete sì bassi spiriti nè contenderete che un giovane procacci con la sua spada la sua fama, nè vorrete ch'io getti via disperato una vita che potrei spendere utilmente pel mio paese, gloriosamente per me.»
«Udite, Giampagolo, giunto a questa parte della età mia, per amara esperienza, ho conosciuto che il linguaggio quanto più si mostra generoso, tanto maggiore abiezione dell'animo adombra.» — Qui il giovane alzò gli sguardi e li tenne fieramente fermi negli sguardi del Ferruccio, il quale continuava: «Però questo non dico per voi, Giampagolo, imperciocchè se la ipocrisia potesse mentire, come fate voi, non dirò favella, ma colore, sguardo e tutto in somma, allora davvero mancherebbe ogni via per iscoprire la virtù, e col timore di essere ad ogni momento tradito la vita non meriterebbe il pregio di essere conservata tra tante tribolazioni. Venite dunque a parte di quei pericoli e di quella gloria che mi destinano i cieli, certo almeno di questo, che, qualunque sia per essere la nostra fortuna, non mancherà di chiara ed onorata fama.»
[Illustrazione: L'Antinori si ostina.... _Cap. XXVII, pag. 626._]
Giampagolo gli strinse la mano, Vico l'altra, e fecero atto di volergliele baciare; lo impediva il Ferruccio, che commosso altamente diceva:
«No, no, venite tra le mie braccia: aveva un figlio, ora mi trovo a possederne due: non dubitare, Vico, basta a tutti l'anima mia. Orsino, buon augurio mi dai, tu mi accresci le forze alla speranza.»
Questo fatto io trovo registrato da tutti gli storici, nè io ho voluto tacerlo, e tutti quelli che con auspicio ed ingegno migliori prenderanno a parlare di questi tempi, scongiuro a non lo lasciare inonorato. Certamente lo straniero si meraviglierà di questa lode, e non saprà persuadersi come si abbia a levare a cielo azione così naturale. I comandamenti della legge di Dio non dovrebbero per avventura comprendere ancora il precetto al cittadino di sovvenire con tutte le forze la propria patria? Giampagolo Orsini non aveva forse sortito i suoi natali in Italia? Ma lo straniero cesserà la maraviglia per due cause: una che senza la mia spiegazione gli sarà nota, cioè che gli uomini in generale sogliono i comodi anteporre alla fama; l'altra poi (e quantunque mi gravi dirla, la manifesterò ad ogni modo, poichè a me non piaccia la ipocrita carità patria che dissimulando le colpe assopisce con encomii bugiardi, e ufficio vero di buon cittadino consideri la rampogna acerba che conduce all'ammenda) abbisogna di commento italiano, ed è questa, che o per ira di Dio o, come credo piuttosto, per tristizia degli uomini, fummo e siamo noi altri Italiani siffattamente divisi che il Romano crede avere che fare col Fiorentino quanto con un abitante dell'Oceania o di quale altra più remota parte del mondo. I Piemontesi si reputano così estranei alle cose d'Italia che, favellando con Toscano, Romano o Napoletano, hanno in costume di designarlo così: — Voi altri abitanti d'Italia. — Questo mal seme funestando il nostro paese nei tempi di che si parla anche più fieramente che ai nostri, l'azione dell'Orsini non parrà ufficio patrio, ma sibbene amore purissimo degli uomini e della libertà.
Il Ferruccio, lasciata Livorno, si riduce a Pisa: qui appena giunto gli scemò la speranza, non l'animo. Gli aveano dato i Signori poteri ampissimi, anche di donare terre e città, ora che da Volterra e Pisa in fuori non ne tenevano altre nel loro dominio; lo avevano eletto generalissimo degli eserciti, nè gli mandavano gente o pecunia per farne; soffriva i tormenti di Prometeo, si assottigliava l'ingegno per trovare danari, e non rinveniva il modo; n'ebbe dall'Orsino, ma pochi: egli davvero si sarebbe coniato anche il cuore. Quantunque di natura piuttosto superbo che altero: come Provenzano Salvani[303], si condusse a tremare per ogni vena supplicando fin colle lagrime i più facoltosi tra i cittadini pisani, affinchè gliene imprestassero, offrendo sicurezza sopra i suoi beni e su quelli dell'Orsino: vedendo non fruttare le preghiere nè la promessa di largo guadagno, mutata mente, impose pagassero; chi rifiutasse sarebbe carcerato; sopportassero tutti la taglia così cittadini come forestieri; e poichè uno di loro disse avrebbe sostenuto piuttosto morire di fame o impiccato che pagare pure un quattrino, comandò nessuno ardisse recargli cibo o bevanda. L'ostinato Pisano non perciò si rimuoveva[304], e il Ferruccio sempre più si fermava nel suo proponimento, e lo avrebbe per certo fatto impiccare, se i suoi parenti pagando per lui non lo avessero liberato[305].
Nè già si creda che nel Pisano ciò fosse tutta avarizia, ma in gran parte rancore contro i Fiorentini, i quali dopo ferocissima guerra più che quindicennale tolsero alla sua patria la libertà. Fu questa veramente colpa dei Fiorentini, della quale però gli avrebbe, non che assoluti, celebrati la ragione politica, se, come intendevano, riuscivano a dominare sopra la universa Italia. Tra la serie infinita di sventure volle il destino che il concetto medesimo agitassero i principi e le repubbliche d'Italia, ma le forze si trovassero così equilibrate con quelle degli altri, tanta sapienza dimostrassero gli stati a stringere lega tra loro, onde altri non crescesse, che nessuno potè condurlo a fine; sicchè le conquiste delle terre vicine, mancato lo scopo, parvero ingiustizie, l'esito non giustificò la rapina; suscitaronsi odii che non poterono poi spengersi con i vantaggi di bene universale; l'amore di municipio non si trasfondendo nell'amore di popolo italiano, diventò furore. Adesso la piaga non duole... perchè la si è fatta cangrena.
Mentre più si travagliava il Ferruccio in questa faccenda, Luigi Alamanni, istando presso la nazione fiorentina stanziata in Lione, raccolse certa quantità di pecunia e la inviò speditamente al valoroso commissario[306]. Riprese lena, si dette a levare gente, formò nuove compagnie, mescolò agli inesperti certa quantità di provati, esercitò tutti, rivide le cittadelle e le munì; scrisse lettere ortatorie agli uomini del contado e ne ottenne cavalli. Molti lavoratori si presentarono co' loro arnesi rurali, ed ei ne formò due compagnie di marraiuoli senza provvederli di altre armi, perocchè sapeva che gl'istrumenti co' quali si lavorava la terra sono eziandio molto bene acconci a difenderla; ragunò vettovaglie, apprestò cariaggi, scale, polvere, ogni maniera munizione. Considerando dovere tenere la strada per vie dirupate, alle artiglierie impraticabili, per non rimanere privo di questo potentissimo mezzo di guerra, ordinò dodici moschette o vogliamo dire spingarde, da potersi accomodare in qualunque più arduo luogo mercè alcuni cavalletti molto agevoli al trasporto, finalmente apprestò copia di trombe di fuoco artifiziato e distribuì ad ogni capitano la sua. L'antico Briareo non sembrò più favola, egli operava ratto e molteplice, come se la natura gli avesse compartito cento braccia e cento teste.
Però mentre a tante cose provvedeva, dimenticò sè stesso. La vigilia prolungata, i soprumani travagli, l'oblio degli alimenti lo fecero macro, gli occhi gli diventarono vitrei e fissi, sopra le guance pallide ad ora ad ora appariva una striscia di colore etico. Un giorno, mentre più acuto costringeva il pensiero alla meditazione, gli si turbò il cervello; come arco troppo teso si rompe, e il dardo pronto a volare nel brocco cade senza forza od obliquo, così la sua immaginazione giacque spossata; sente lo sfinimento del naufrago sopraffatto dalle onde burrascose, gli si abbuia l'intelletto; la febbre, la quale dopo le ferite tocche a Volterra quando più quando meno non gli aveva mai dato tregua, gli riarde il sangue e gli ricorda essere la sua anima legata pur sempre all'inviluppo di carne.
Lo tormentò un lungo delirio, ma anche nel disordine delle facoltà intellettuali splendè luminoso a guisa di stella che tolta all'armonia dei cieli si avvolga nella sua vagante carriera non meno lucida di prima. Furono le sue visioni di patria, di battaglie, di gloria, qualche volta di sconforto, ma rade e passeggiere, quasi tenue nuvola presto portata dall'ale dei venti traverso il disco della luna.
Risensato appena, solleva il fianco ed esclama:
«Abbiamo combattuto? Abbiamo vinto? — Ah! il morbo mi tiene giacente nel letto. — Porgetemi l'arme; io non ho tempo di trattenermi ammalato, non voglio essere infermo... anche un mese di salute, fortuna, poi a cui la vuole gli dono la vita...»
A queste aggiunse altre parole, nè i circostanti riuscirono a fargli deporre quel suo proponimento, se il medico discreto non lo ammoniva che in cotesto modo agitandosi prolungava la sua infermità con danno inestimabile della patria.
«Vico», disse un giorno al Macchiavelli, «chiamami i miei capitani, la vista di questi prodi uomini mi conforterà l'anima. Ahi quanto mi travaglia Fiorenza!»
E i capitani vennero, coperti di armi maravigliose, a vedersi; e il Ferruccio esultò e,
«Alzatemi», soggiunse, il gonfalone col motto di LIBERTÀ davanti gli occhi; se gli occhi, sollevando io non vedo le pieghe di questo venerato vessillo occupare parte dell'azzurro del firmamento, parmi vedovo il cielo, — non mi riesce di pregare Dio. — Anime generose, deh! non mi mancate in tanto estremo, obbedite adesso ad ogni mio comando.... Voi lo vedete... non ve lo chiedo per me... per la patria vostra lo chiedo... a voi tutti palpita un cuore... voi tutti avete od aveste una madre... una donna... una cosa cara nel mondo, — voi non rallegrerebbe questa dolcezza di amore senza la patria.... Amate... amate la patria.... Credete in me, — Dio non ne sarebbe geloso, se voi l'amaste anche sopra di lui.»
«Capitano Ferruccio, state di buon animo, noi vinceremo o ci faremo ammazzare con voi.»
Il giorno veniente ordinò si schierassero i soldati lungo le sponde dell'Arno; egli sorretto da Vico e da Giampagolo si accostò al balcone per contemplarli, — erano tre mila pedoni, trecento circa cavalieri, — buona gente, ma pure tre mila trecento. Ferruccio stette a considerarli con liete sembianze, poi all'improvviso si fece tristo, e tanto non potè frenare la interna passione che non prorompesse in queste acerbe parole:
«Ecco lo sforzo d'Italia per combattere lo straniero. Tre mila trecento uomini e con pene di sangue allestiti. Quanti eravate schierati su queste sponde medesime e di una sola città d'Italia, — di Pisa, — quando moveste a battaglia di morte contro una città sorella... la repubblica di Genova? Sedici mila rimaneste morti o prigioni nella terribile battaglia della Meloria[307]. E un sacerdote benedisse le armi raccolte alla strage fraterna; ma Cristo abborrì rimanersi complice a tanta nefanda scelleraggine, e poichè le mani aveva inchiodate, per farsene velo agli occhi, si staccò dal gonfalone e traboccò su le pietre con caduta più dolorosa... avvegnachè contemplasse dai cieli essere stato il suo sacrifizio indarno, — le sue parole di pace scese come rugiada sopra la sabbia del deserto... e il suo cuore si contristò... e gli angioli piansero...[308] Su, alzatevi, fratricidi, lasciate i vostri sepolcri di acqua e di terra, venite ad ammendare le colpe prima che la tromba vi chiami al supremo giudizio... Silenzio! — il sepolcro apre la bocca, ma per divorare soltanto... O forsennati! migliaia foste a trucidarvi fra di voi; — giungete appena alle diecine per combattere lo straniero!...»
Dove nacquero, come si chiamarono gli eroi che, comunque pochi, pure in cotesti tempi giunsero a tre mila trecento in Italia disposti a vincere o a morire per la libertà?
Non isbigottirti, lettore; non è questa una minaccia di rassegna d'esercito. Io non mi sento epico abbastanza da cimentare così la tua pazienza; e poi, tu il sai, io rinnego la pazienza per virtù nè vorrei che tu la possedessi, lettore, almeno per ora. — Assicurati: — le rassegne soglionsi porre nei secondi canti, e potrai, volendo, riscontrarle in Omero, Tasso e negli altri santi della poesia scolpiti in pietra e da secoli esposti entro le nicchie alla adorazione delle genti; — io me ne sono dimenticato quando ci cascava il taglio, e adesso è troppo tardi per riparare il fallo.
Dove nacquero questi eroi non so, come si chiamarono, tranne pochi, nemmeno; — ma di questi pochi, vinci il fastidio, amico lettore, se sei italiano, e leggi i nomi — nudi, — soli, — non fosse altro per gratitudine e per imporne uno al figliuolo che sta per nascerti: potresti fare di meno in onoranza di guerrieri che dettero la vita, tentando conservarti la libertà?
Vissero uomini (che Dio li perdoni) a cui talentò calunniare la gloria e dirla polizza giuocata alla lotteria della storia, fumo, sogno e mattana. — Non è forse sfrondato abbastanza l'albero della vita onde ci affatichiamo ad abbatterne le ultime foglie? — Evvi una gloria che presto si spenge, come la luce della farfalla detta lanternaia, côlta dalla morte e ve n'è un'altra nella di cui lampada il tempo versa secoli e secoli per alimentarla. Evvi una gloria per gli oppressori dei popoli, e ve ne ha un'altra pei liberatori; — la prima danno gli uomini, la seconda scende dal cielo. — Salute, o vera gloria! Nè calunnia nè dubbio potranno mai tanto accecare l'uomo che non veda questa stella polare della sua vita. Tu scintilli traverso le mura del carcere, — tu coruschi anche sul ferro della scure. Pochi anni bastano a disperdere le dovizie raccolte, — la verga del potere tosto o tardi si rompe come vetro nelle mani dei potenti, le tombe orgogliose, le piramidi stesse non salvano dall'oblío; — ma tu fedele al tuo amante irradii il suo tumulo modesto; — le generazioni che uscirono dal tuo fianco quinci derivano ogni giorno decoro, nè tu consenti che impallidisca per tempo; il tuo iride divino, volga la stagione procellosa o serena, non iscomparisce mai dal cielo dei generosi. No, — non è un sogno la gloria, se dopo tre secoli di morte e di servitù, palpitando cerchiamo i nomi dei difensori della libertà patria, se gli rinnoviamo nei nostri figliuoli, se nel pronunziarli il sangue nei suoi moti si accelera.
Si rammentano dunque Giampagolo Orsino, Vico Macchiavelli, Sprone e Balordo da Borgo San Sepolcro, Paolo, Giuliano, Francesco e Grigione Corsi, Capitanino da Montebuoni, Vaviges Francese, Antonio da Piombino, Nicolò Masi, Gigi Niccolini, Goro da Montebenichi, Bernardo Strozzi, Amico Arsoli, Alfonso da Stipicciano, il conte Carlo da Civitella, Carlo da Castro ed altri assai di cui non mi è avvenuto rintracciare memoria.
Papa Clemente, terminata la guerra, fece trasportare a Roma gran parte delle scritture concernenti l'assedio, e affermano le bruciasse. Forse un diligente esame nell'archivio delle riformagioni a Firenze potrebbe resuscitare alla fama nomi ignorati; ma cotesto archivio è diventato un altro Eden dopo il fallo di Adamo, e certo dopo la perdita del paradiso nessun'altra sventura può affliggere più crudelmente l'uomo della perdita della libertà, — un orto esperide col dragone che guarda i pomi d'oro. Bene sta; le polveri si tengono chiuse... badate alla favilla[309]!
Passati che furono davanti gli occhi del Ferruccio i soldati da lui raccolti, trovò essere, come abbiamo avvertito, in tutti tremila fanti e trecento cavalli; ondechè fidando nel fiero portamento di loro e nell'aspetto animoso, sorrise alquanto e soggiunse:
«Comunque pochi basteranno; perchè, vedete, figli miei, se incontriamo forze pari od anche una metà maggiori, noi le vinciamo di certo ed entriamo in Fiorenza: o ci muovono incontro grossi i nemici e sforniscono il campo, e allora escono i nostri e lo mettono in rotta. In ogni caso l'impresa è vinta; ma Orange si rimarrà al campo, perchè partirsene sarebbe troppo grave errore di guerra.
* * * * *
Era da circa mezz'ora suonata l'Ave Maria della sera. Giovanni Bandini se ne stava pensoso, tuttavia sotto l'influenza di cotesto istante del giorno in cui la luce che muore ci ammonisce che tra poco anche la nostra vita passerà così: istante solenne che ci ritrae le passate vicende come un punto luminoso o come una nuvola nera in fondo all'orizzonte; — che ci schiude le labbia ad un mesto sorriso, o ci nasconde mezzo le pupille sotto le sopracciglia aggrottate, secondochè il pensiero evoca memorie di delitto o di virtù; — istante pieno della prossima eternità.
Gli occhi del Bandino non guardano il cielo; — quivi non isplende stella per lui, — non lo conosce per patria, — dal cielo non aspetta inspirazione, ma castigo. — Se gli fosse dato di aggiungere le dimore celesti, vorrebbe pervenirvi come Encelado, o vincitore, o fulminato. — Contempla la terra: che guarda egli sì intento? — Forse l'immaginazione gli mostra le sue colpe convertite nei vermi che dovranno divorare il suo corpo? — Nè rimorso nè passione possono mutare quel suo volto... — è diventato di pietra.
Un tocco sopra la spalla gli fece cambiare attitudine, quantunque a rilento e quasi suo malgrado, ch'egli si compiaceva a pregustare gli orrori dell'inferno; nè a prima giunta ravvisando il sopraggiunto, con voce pacata interrogò:
«Chi sei?»
«Messere Bandino, io sono Pirro Colonna.»
«O Stipicciano, che volete da me? Nulla di buono per certo...»
«Forse che sì; — io vengo da Roma.»
«Volete dire dal contado. Roma ha giudici che prima di pronunciare sentenze se la intendono col papa, — e Roma ha patiboli pel vostro collo, messer Pirro.»
«E nonostante questo io vengo proprio da Roma, dove fui a baciare i piedi santi del beatissimo padre.»
«Ma non vi ha egli scomunicato?... non vi pose addosso la taglia?»
«Il cielo ei può serrare e disserrare. Sebbene quello che a me sopratutto premeva si era che non mi serrasse il collo. Non tolse il nome di Clemente in simbolo della clemenza e mansuetudine sua?»
«Ah! non ci pensava adesso.»
«Or bene, sappiate che siamo ridivenuti amici carissimi, se mai ne vissero altrettali al mondo: guardate questo segno... lo ravvisate? — Io devo conferire con voi cose che Sua Santità mi ha rivelato in arcanis. Siamo sicuri?
«Parmi di sì: favellate.»
«In qual concetto tenete il principe Orange?»
«Lo reputava meno francese: il suo cervello due terzi del giorno ha sommerso nel sonno e nel vino, l'altro terzo nel giuoco; animoso è molto, — io però ho veduto mastini molto più valorosi di lui.»
«Il papa crede diversamente, — lo reputa uomo da prendere la Toscana per sè, — da condurre in moglie la duchessina..., da lasciare insomma quel dabbene duca Alessandro come l'arme di casa Pucci, — un moro senza corona.»
«Chi disse al papa siffatte novelle?»
«Forse nessuno, — le avrà immaginate... sospettate...; or che mi ricordo, affermava essergli state riferite da tale che udì vantarsene l'Orange.»
«Il papa s'inganna.»
«Silenzio! Non vi preme ella l'anima vostra? Il papa è infallibile.»
«Orange non conserva un pensiero più di cinque minuti, per timore che non gli arrechi il dolore di testa.»
«Ma il papa non vorrebbe differirgli più di oltre il regno dei cieli: in questa faccenda ci guadagnano tutti, — l'Orange primo, che va in paradiso di volo, perchè il santo padre gli manda pel viaggio tre once di piombo e non so quante libbre d'indulgenze plenarie, — misura di carbone pesato alla stadera dell'Elba, che ha la prima tacca sul mille; ci guadagniamo noi che attrapperemo una diecina di prebende, — non furono istituite per darsi a coloro che recitano il breviario alla gloria di Dio? Noi serviamo a Dio ben altro che con uffizi. — Il papa si libera da' suoi timori; — povero vecchio! In verità abbisogna di spirito riposato per questi giorni che gli avanzano a vivere. Rimane il rimorso, ma il papa tiene i rimorsi in conto di zanzare; — con buone cortine se ne difende, e bisogna crederlo, perchè lo ha provato, povero vecchio! — Gli eredi acquistano più presto il retaggio; — gli scultori innalzano più presto il sepolcro; — i poeti percuotono la musa, come una moglie dopo dieci anni di matrimonio, per farla piangere lacrime di Elicona. Per me credo che, a dirlo allo stesso Orange, risponderebbe: Il papa ha ragione: — però il santo padre non desidera sia consultato, e afferma che quando si fa la cosa utile, non importa ottenere il consenso di colui in vantaggio del quale la operiamo.»
«Orange ha una spada... non basta... gli manca una testa, — peggio per lui; — non è vela acconcia per nessun vento, — morrà, — non mica perchè pericoloso, ma perchè a nulla buono; — per me poi... Ah! per me ormai corre buon tempo ch'io non conto più — colpa dei teologhi, i quali al primo delitto non dovevano comminare l'inferno per sempre; — ora, o dieci o mille, la eternità dura lo spazio medesimo. Orange è morto, — ho già trovato il modo. Quando giace morto qua dentro», e si toccò la testa, «poco può andare ch'egli si giaccia morto nel camposanto. — Messer Pirro, siate diligente a segnarvi con la vostra compagnia di qui a due ore tra le bande degli archibusieri che partiranno pel contado di Pistoia.»
«Ma, per quanto ho udito e vedo, — nessun si muove nel campo.»
«Buona notte, — tra due ore... intendete... anche una parola di più, sarebbe di troppo[310].»
* * * * *
Forse due ore correvano dacchè aveva avuto luogo il colloquio riferito qui sopra, quando due uomini uscendo con molto riguardo fuori di Firenze dalla porta di San Pietro Gattolini, indirizzavano celeri i passi alla volta del campo. Percorsero un tratto di strada taciti e uniti; all'improvviso uno di loro si fermò e disse all'altro:
«Cencio, qui conviene separarci: siamo alla fine; ora sì che bisogna adoperare arte e destrezza, — è l'atto quinto; dopo di questo potremo volgerci al pubblico e comandargli, come i personaggi di Terenzio al termine della commedia, Plaudite.»
«Plaudite! E se il mondo ci saluta con tale un fischio che l'eco ne rimbombi dentro l'inferno?»
«Ci consoleremo con l'antico detto del dio Momo: Nè anche Giove piace a tutti; — parteciperemo la sorte di tutti i grandi intelletti che in vita o furono calunniati o derisi o spenti, — in morte onorati come santi. Ai Fiorentini non piaceremo di certo, almeno io; ma vi sono apparecchiato, perchè Gesù Cristo lo ha detto: Nessuno è profeta in patria sua. Tu vedi che se ti danni, ciò non avviene senza buone autorità sacre e profane.»
«E sopratutto senza compagnia. Dio vi abbia nella sua santa guardia, messere Bandino.»
* * * * *
Fu cotesta una notte consacrata ai tradimenti. A quattro ore di notte Cencio Guercio ritornò a Firenze, e dopo breve spazio di tempo Malatesta Baglioni e il principe Orange, senza altra compagnia che di due uomini d'arme, s'incontrano presso la porta Romana[311].
«Messer lo principe», cominciò il Baglione, «tutta la fortuna della guerra si è ridotta sopra un trarre di dadi. Si accosta il commessario Ferruccio, capitano valoroso, fortunatissimo...»
«Capitano italiano, — soldato da insidie; — noi stiamo a buona guardia, ed egli non ardirà tentare l'assalto...»
«Signor vicerè, dov'io non fossi stato, a quest'ora avrebbero rotto quattro volte il vostro campo. Adesso non corre stagione di garrire fra noi, — lasciamo le parole, che menerebbero troppo in lungo il discorso. Ferruccio ha per avventura maggiore l'audacia che il senno; però senno ha molto. Ferruccio conduce gagliardissimo esercito, e se giunge ad entrare in Fiorenza, potete pensare a ripiegare le tende.»
«Mi hanno riportata la sua gente sommare appena a duemila fanti e a cento cavalli...»
«V'ingannarono. Dai ragguagli che egli, il Ferruccio, ha spedito ai signori Dieci risulta menare seco cinque mila fanti e mille cavalli almeno.»
«Ne siete sicuro, signor Malatesta? Egli è poi vero tutto quanto mi dite?»
«Vero come un giorno dovremo andare in luogo di salute.»
«Che fa quel Baccio Valori, che mi porta sempre notizie le une più fallaci delle altre? Veramente adesso è tempo di stare a sollazzarsi coi libri greci e latini! — Egli è mestieri ch'io vi pensi sopra...»
«E mentre pensate, l'occasione fugge. Urge adesso, messere lo principe, non mettere un momento fra mezzo. Togliete con voi il fiore dell'esercito, andategli incontro e opprimetelo nei monti di Pistoia.»
«E il campo me lo guardate voi, Malatesta?»
«Pur che andiate presto, io ve lo guarderò.»
«Sono io bene sveglio? Siete voi che mi parlate, Malatesta? O mi credete così semplice da intricarmi in siffatte reti? Ben altri ingegni che non sono i vostri si richieggono, o Malatesta, per ingannare un Orange.»
«Vicerè, io non inganno. Il papa mi assicura un guiderdone che non saprei sperare nè desiderare maggiore: — ponete gli occhi su questo breve.»
E tolta di mano la lanterna ad uno de' suoi uomini d'arme, presentò all'Orango la carta dei patti firmata dal papa; — quindi, ripostasela in seno, continuò:
«La parca Fiorenza non potrebbe, nè anche volendo, darmi tanto. Ora dunque vedete che preme a me consegnarvi la città per lo meno quanto a voi preme prenderla. Non dubitate: — io mi terrò fermo finchè non torniate vittorioso.»
«Andrò — ma farò spargere voce ch'io non mi allontano; sia vostra cura confermarla; — ritornerò tra poco: — mi basta la vista, — due giorni o al più tre. Però in ogni caso fatemi una polizza con la quale con sacramento vi obbligherete a non uscire di Fiorenza finchè io non torni, — altramente non avrei scusa. — Rodolfo, andate a procurare una penna e una carta.»
«Lasciate la polizza. Non basta a voi quello che basta al pontefice?»
«Non basta.»
«Ma sentite: la carta non ha mai trattenuto nessuno; — voi capite lei essere tanto fragile cosa che non resiste alla pressione di un dito.»
«Non importa. Io la pretendo ad ogni modo.»
«Ed io la farò.»
«Scrivete. Noi, Malatesta Baglioni, sotto sacramento ci obblighiamo e promettiamo di non uscire nè lasciare che altri esca di Fiorenza prima del ritorno nel campo...»
«Ritorno nel campo...»
«Del principe Orange. In fede. — Apponete il vostro nome.»
«Dunque siete sicuro di ritornare...?»
«Al più lungo fra tre giorni.»
«Addio. Lasciate ch'io vi stringa la invitta destra. Vi accompagni la fortuna. Buon viaggio!»
«Apparecchiate le feste: ci rivedremo fra tre giorni.»
«Quando mi sono fregato la bocca, chi potrà accusarmi di aver bevuto del vino? — Buon viaggio! — Va'; — nel viaggio che imprendi nè ti si stancheranno le piante, nè ti rovescerà il palafreno. — E poi vi ha chi cerca le lame di Brescia o di Damasco! — Stolti! — La intenzione dell'uomo taglia meglio di qualunque acciaro. Qual pugnale potrebbe vantarsi di ferire più giusto delle mie parole? Tornerà fra tre giorni... ed io non devo uscire finchè ei non rivenga in campo... per Dio! ciò mi obbliga a starmi in Fiorenza per una eternità... e quello ch'è peggio, l'ho promesso con giuramento... basta, il papa mi acconcerà con Cristo. — O Cristo, tu pure per la tua parte dovresti sovvenire la giusta causa! Deh! pensa tu a far morire il Ferruccio, come io ho pensato a far morire l'Orange! Allora comincerò davvero a conoscere che ti sta a cuore la Chiesa, ed io andrò persuaso di essere accolto fra gli eletti in paradiso, alla tua delira, Amen.»
Così l'empio Malatesta scherza col delitto e con l'inferno. Dio non paga il sabbato.
* * * * *
Vedeste mai più immobile cosa delle arene del deserto finchè il vento tace? Le sferza il sole co' suoi raggi, — le pestano le piante dei dromedari e dei cammelli, — la caravana vi procede sopra spensierata come sul cimitero della natura: all'improvviso ecco comparisce una nuvola infuocata, — subito dopo il soffio sterminatore; e la bufera del deserto rugge più terribile della procella del mare; — qui arte di nocchiero non giova, — ogni argomento umano vien meno, — quasi serpente inferocito ravvolge la sabbia nelle sue interminabili spire uomini e animali: — dov'è la caravana? Tra un centinaio di secoli una mummia d'uomo, un osso fossile di dromedario o di cammello faranno testimonianza che un giorno fu calpestato il deserto. — Così il popolo.
Il due di agosto corre una voce, il principe Orange, lasciato il campo, aver mosso contro al Ferruccio; il fiore dell'esercito accompagnarlo; la fama, esitante dapprima, si difinisce e conferma, siccome avviene quantunque volte precorre la verità. Il popolo solleva la faccia contristata per vedere se alcuno viene a sovvenirlo di consigli o di comandi. Gli uni non mancarono nè gli altri. I giovani della milizia, e sopra tutti Dante da Castiglione, presero a dire essere venuto il tempo di combattere, porgere Dio nella sua misericordia l'occasione per liberare la città: il popolo s'infiamma, la parte migliore dei magistrati acconsente, il gonfaloniere esulta ancora egli e promette in tanto stremo non si rimarrà neghittoso a vedere.
Due dei Dieci andarono in gran fretta a trovare Malatesta Baglioni e Stefano Colonna, e a pregarli che volessero rendersi al palazzo per consultare; ambidue si mostrano rilenti a obbedire, pur vanno, — il primo in compagnia di cinquecento soldati, armato di corsaletto e di celata.
Per le scale del palazzo Zanobi Bartolino ricambia una parola col Malatesta, e con quella parola gli pone in mano il pugnale per trucidare la patria.
Stavano adunati la Signoria, i Collegi, i Dieci, i Nove e i gonfalonieri dei sedici gonfaloni. Quivi con acconce parole Rafaello Girolami espose; la mente del governo essere di rassegnare l'esercito e poi rimettersi in tutto all'arbitrio della fortuna e combattere. Malatesta a siffatta proposta rispose le seguenti parole riferite da Giovambattista Busini[312].
«Signori, io sono venuto a farvi reverenza ed ho indugiato sino ad ora perchè mi era detto che le Signorie Vostre mi volevano gettare a terra di questo palazzo; tal vedo tra voi che mi mostrò sempre aperta, la finestra dalla quale fu precipitato Baldaccio; — e pur ora, salendo, udii dire da uno dei vostri cittadini: Va' pur su, va' pur su; tu non uscirai. Io non sono traditore, ma vi affermo che poco più avete rimedio a salvarvi.»
«Noi non vi chiamiamo», riprese il gonfaloniere, «per udire discolpe, — conosciamo a prova la fede e prodezza vostre, e in queste intieramente noi confidiamo. Nei liberi reggimenti non è da farsi conto delle parole che si vanno ad ogni ora spargendo dintorno dai malcontenti e più spesso dai tristi; a voi basti possedere la fidanza della Signoria. Noi vi chiamiamo per sapere quanta gente abbiamo e per fare la rassegna[313].
«Voi avetene poca.»
«Quanta poca? Non paghiamo dodicimila paghe? Che dite voi? Perchè ci fate pagare tanti danari non avendo gente?»
«Per mantenere la reputazione a voi e a me; perchè se i nemici sapessero che noi abbiamo così poca gente, darebbero l'assalto alla nostra città.»
«Noi vogliamo ad ogni modo rassegnare la gente.»
«E come? Non c'è una picca tra' soldati.»
«E dove sono quelle di cui li provvedemmo?»
«Ne hanno fatto fuoco per cuocere pesciduovi.»
«Quante ne manca?»
«Ne mancano seimila.»
«Saranno provvedute domani.»
«Mancano gli arnesi ai cavalli per trainare le artiglierie.»
«Abbiamo gli arnesi.»
«Mancano i cavalli.»
«Abbiamo i cavalli.»
«Dunque i traditori siete voi», rispose alterato il Malatesta, «che tutte queste cose avete provveduto e meco non ne teneste parola.»
«Malatesta, a mani giunte vi supplichiamo ad assaltare il campo.»
«Questo non è possibile.»
«L'esercito è scemato, il capitano lontano.»
«Eccelsi signori, v'ingannano; poche genti mossero contro al Ferruccio. Fabrizio Maramaldo e Alessandro Vitelli lo stringono su quel di Pistoia con due eserciti due volte maggiori di quello che farebbe mestieri per opprimerlo. Qui sta il principe, e veglia attentissimo per ributtare chiunque esca.»
«No, le nostre spie non c'ingannano; sappiamo tutto: il principe ha mosso contra il Ferruccio con la gente più valorosa del campo, nove o diecimila tra fanti e cavalli; a guardare il campo rimasero da quattromila e dei peggiori; sappiamo avere ordine di non uscire a fare giornata, bensì in caso di difficoltà ridursi nel forte della piazza abbandonando il Sassetto, Musciano, Giramonte, il Gallo e gli altri luoghi forti; noi abbiamo seimila ducento settanta soldati in punto da combattere, ottomila della milizia cittadina; allestimmo ventidue pezzi di artiglierie da campo: voi lo vedete, sappiamo questo ed altro ancora[314].»
«Voi non sapete nulla... voi non sapete nulla; vi mettono di mezzo, vogliono la vostra rovina..»
«Bene, sia, — noi vogliamo combattere; vostro ufficio è obbedirci.»
«Voi mi volete ammazzare, — ma ammazzerete un corpo fradicio.»
«Che parole, che pensieri sono questi vostri, messere Baglioni? Noi vi ripetiamo che vogliamo combattere.»
«Or da che parte intendete uscire, signori? Da San Friano no, perchè da Monte Oliveto ci sfolgoreggiano i nemici con le artiglierie fin sulla porta e impediscono attelarci in battaglia, e inoltre abbiamo i Tedeschi di San Donato in Polverosa alle spalle; non da San Pier Gattolino, perchè, come vedete, le batterie avversarie distano dalla città un tiro di archibuso appena. Da San Giorgio nemmeno, standoci di faccia il cavaliere del Barduccio. E quando pure potessimo stenderci in battaglia, affrontare i ripari e superarli, chi ci difenderà in quella disordinata zuffa da seimila fra Tedeschi e Spagnuoli che c'incalzeranno dietro nuovi della battaglia e composti? Uscendo dalla parte opposta dell'Arno ci mancano le forze, perchè dobbiamo tenere guardato il monte e sostenere la cavalleria, alla quale dal nostro canto non possiamo opporre cavalli. — Ora pensate voi se io, od altri v'inganna[315].»
«Messere Malatesta», notò Michelangiolo Buonarroti, «non ha osservato che l'Arno è gonfio, nè così di leggeri potranno aiutarsi i nemici delle due sponde del fiume[316]. Messere Malatesta ha lasciato eziandio inosservato che per la via di Rusciano e per la valle verso il Gallo può molto bene avanzare la gente senza timore d'impedimento per le artiglierie nemiche.»
«Il signor Malatesta», riprese Francesco Carduccio, «ha pur anche dimenticato che quantunque volte i Fiorentini assaltarono il campo, stettero a un pelo di metterlo in rotta... La causa poi per cui mancammo il fine, se si partisse dalla fortuna o da che muovesse, — meglio di tutti può dirvi qui Malatesta Baglioni.»
«Carduccio, Carduccio, la vostra lingua ferisce velenosa quanto quella della vipera.»
«Piuttosto le vostre orecchie stanno tese con più paura che quelle della lepre.»
«Voi mi portate rancore, voi vorreste farmi capitare male, — un giorno verrà in cui i Fiorentini si accorgeranno chi di noi due fu traditore.»
«Ma io credo che, per saper questo, i Fiorentini non abbisognino aspettare pure un istante.»
«O signore Stefano», interruppe il gonfaloniere, «perchè non ci aprite la mente vostra? In negozio di tanta importanza certo il vostro consiglio varrebbe a farci deporre o confermare la opinione nostra; — in nome di Dio, favellate.»
«Onorando messere Rafaello, questa eccelsa repubblica possiede copia di capitani, come il signor Malatesta e il commessario Ferruccio, i quali assai meglio di me varranno a torvi d'impaccio; pure, dacchè così volete, vi dirò schiettamente il parer mio. Nei termini ai quali vi veggo ridotti, vi consiglierei ad accordare; nonpertanto io vi ho promesso difendere il poggio, e sia che si voglia, — vi terrò fede: se delibererete uscire, uscirò anch'io, non degli ultimi, ma nè anche dei primi! — è tempo che il signor Malatesta assuma questo principalissimo ufficio di capitano generale.»
«Prodi uomini», si volge il Carduccio ai capitani chiamati nella consulta, «pare a voi potersi assalire il campo con buona speranza?. Siamo da quindicimila contro quattromila, nè l'animo ci manca.»
«Non è vero... e' v'inganna», grida Malatesta.
«Tacete, Malatesta, — io ve lo impongo in nome della legge. Stanno in Fiorenza quindicimila circa soldati, — buona e animosa gente; — il principe d'Orange ha abbandonato il campo, si trae seco quattro colonnelli italiani, tutti i cavalleggeri, compresi gli stradiotti, non so quanti archibusieri, da tre mila e più fanti tra Tedeschi e Spagnoli; — arrogete il campo essere scemo delle bande del Maramaldo e del Vitelli; — ancora, devonsi aggiungere gli Spagnuoli ribellati che sotto la condotta di Cuviero stanziano ad Altopascio; — noi dunque superiamo adesso di gran lunga il nemico».
«Odilo!» proruppe Malatesta, «non par ch'ei dica la verità? Come avete saputo tutte queste cose, messere?»
«Queste sappiamo ed altre più assai, Baglione. — Noi sappiamo ancora che ieri a tre ore di notte...»
«Che ardireste?...»
«A tre ore di notte due uomini fuori di porta Romana si restrinsero a segreto parlamento; — uno di loro adesso arriva a Prato; — voi comprendete che possiamo dunque sapere dove in questo punto si trovi l'altro, — Malatesta...»
«Ah! voi mentite...»
«Soldato! Se tu sei barbaro, come Brenno, sappi che io sarei romano, come Papirio; ma rammenta che le armi di che hai cinto la persona e l'apparecchio dei cinquecento soldati coi quali tu minacci non potrebbero forse salvarti.» — E tra mezzo a un tumulto sempre crescente, allo schiamazzo universale, con maggior voce il Carduccio continua:
«Non anche noi siamo ridotti ad avere scettri di avorio e canizie per difesa; qui sotto le vesti abbiamo i nostri pugnali, — nei nostri petti un cuore che freme alla vista dei traditori...»
Si prolunga il trambusto; i capitani perugini si stringono attorno al Malatesta silenziosi e minaccevoli; — i padri si agitano sui seggi, — parlano o piuttosto gridano tutti. Veementi erano i gesti, veementi le parole; — i capi ondeggianti davano sembianza di mare commosso o di campo di spighe quando il vento soffia. Pure, adoperandovisi i migliori cittadini, lo stesso Malatesta accennando che volea parlare, si placò a mano a mano lo schiamazzo; in mezzo al digradante conturbamento fu udita la voce del Malatesta:
«Che libertà è questa vostra? Volete libero reggimento, ma soltanto per voi; — amate il favellare sciolto finchè vi giova; — quando vi nuoce, condannate il malcauto ad avere mozza la testa. Io ho aperto francamente il parere mio, perchè amo questa città davvero e perchè non vorrei vedere voi altri trucidati sotto i miei occhi.
Michelangelo Buonarroti, levandosi in piedi ed ambe le braccia stendendo verso il Baglione, profferì queste solenni parole:
«I codardi non lasciano eredità di odio o di amore. Noi vinceremo; e quando pure rimanessimo morti, sappiate che co' vermi nati dai cadaveri dei martiri della libertà le furie compongono il flagello di rimorso e di terrore col quale percuotono eternamente i tiranni.»
«Posciachè fato comune è morire», aggiunse Dante, «una palla, una piccata nelle viscere sono bene spesso infermità meno dolenti delle altre, — sempre più gloriose.»
[Illustrazione: «... Menatelo via dal campo, conservatelo all'onore della milizia italiana.» Cap. XXVII, pag. 306.]
Ma il petulante Malatesta riprende: — «Questo è il parer vostro, nè, comunque vaghi, due fiori fanno la corona: or via, adunate il vostro consiglio generale; io esporrò le mie, voi le vostre ragioni, e stiamoci a quello deciderà il popolo chiamato a parlamento.»
Questo fu, come narrano gli storici, il colpo maestro del Bartolino. Egli sperò, acconsentendo i padri, suscitare le cupide passioni della plebe o sbigottirla col terrore. Pessime sempre vedemmo riuscire alla libertà della patria le deliberazioni prese in piazza: abbandonato il governo, vi avrebbe steso la mano il Bartolino, Malatesta doveva appoggiare la usurpazione con le armi; così di leggieri si conseguiva lo scopo, le palle senza resistenza si ristauravano: se poi i padri negavano, si screditava lo stato; non era il bene generale a cui miravano, bensì piuttosto la ostinazione di pochi arrabbiati; diversamente, perchè non consultare la mente degli universi cittadini? Temevano il pubblico suffragio? il popolo è ottimo conoscitore di quanto o come dannoso deve fuggire, o come giovevole seguitare.
Così colui che in tutta la sua vita non seppe rivestire un fiasco, eccolo ad un tratto sapientissimo a reggere gli stati in tempi difficili: pazze cose! ma la gente per avventatezza di sangue cieca, o per cupidità traditrice, non argomentò mai più acconciamente; e lo vedemmo pur troppo.
Però conobbero la insidia latente; composta appena l'agitazione, si scompigliò di nuovo l'assemblea, diverse voci si fecero sentire soperchiando il trambusto: Siamo dunque venuti a questo? — Il parlamento — la balìa, — questo è un volere mutare lo stato. — Non ci par farina del suo sacco. — Io ben conosco chi fa fuoco nell'orcio. — Si udì mai maggiore impudenza di questa? — Forse non costituiva il popolo questo libero reggimento, — non elegge egli i maestrati? — Guai se piegano a siffatte enormità! — la patria sarebbe perduta.
Rafaello Girolami, quando prima potè farsi ascoltare, favellò:
«Signor Malatesta, voi non siete chiamato qui come consultore, molto meno come ordinatore; voi ci dovete la fede vostra. Da voi non desideriamo sapere se dobbiamo fare o non fare una cosa, sibbene il modo di farla. Se nei momenti di maggiore urgenza, i maestrati dovessero aspettare per risolversi il consiglio di tutti i cittadini, nessun governo potrebbe rimanere in piedi tre mesi. Inoltre Fiorenza aduna il parlamento quando muta stato. Intendereste voi forse rovinare questo reggimento? Non lo crediamo. Voi tutti uomini di guerra qua dentro raccolti, vi pare egli possibile l'assalto del campo con speranza di riuscita?»
I capitani, specialmente i Guasconi, con i gonfalonieri, risposero tutti ad una voce altro non desiderare che venire alle mani con quei di fuori; essere dispostissimi a vincere con onore, o a morire senza vergogna; potersi assaltare il campo scemato com'era del fiore dei combattenti, potersi ancora, come spesso avevano provato, assaltare pieno di gente, purchè i Signori li badassero alle spalle, nè, mentre presentavano il petto al nemico, il traditore tagliasse loro per di dietro i garretti.
Tra tanto consenso di uomini di guerra, Pastrano Corso, Cencio Guercio, Biagio Stella, Margutte da Perugia ed altri tra Côrsi e Perugini fidati del Baglioni risposero essere stoltezza combattere, andare incontro a certissima morte; ne avrebbero acquistato biasimo presso il mondo, castigo presso Dio.
«No, no», proruppe Dante, «il mondo può non imitare quelli che si sacrificano, comecchè inutilmente, in favore della libertà, ma per certo li loda.»
«Che dite voi?» tonava il divino Michelangelo, «che si farebbe Dio delle sue stelle, se non le adoperasse a coronarne la fronte degl'incliti che morirono combattendo la tirannide?»
E i capitani generosi volgendosi con mal piglio ai satelliti del Malatesta:
«Al canto si ravvisa l'uccello. Avete paura? Restatevi; — noi andremo senza di voi.»
«Noi!» quasi disperati urlarono i Perugini e i Côrsi, cui morse acerba la rampogna, e comecchè corrotto, una stilla di buon sangue italiano bolliva loro dentro le vene; — si voltarono al Malatesta per conoscere dal suo viso se dovessero o no rispondere all'invito. Malatesta immobile come un faro in mezzo a mare in burrasca, non muta sembiante, o atteggia la persona a moto generoso o di rabbia.
«Noi andremo senza di voi», replicarono i capitani fedeli, «e ne facciamo sacramento sopra gli evangeli santissimi.»
E mossi da un medesimo impulso si affollarono all'altare in fondo della sala, dove stese le mani giurarono con grande effusione di cuore avrebbero difeso Firenze finchè bastasse loro la vita.
«Vieni», disse Lionardo Bartolini, gonfaloniere dell'Unicorno, a Dante da Castiglione, gonfaloniere del Vaio; «forse tu non vorresti giurare?»
«Lionardo mio, chi rinnuova non mantiene; chi giura più spesso delle femmine?»
«Certo di' bene. Quando esse giurano amarti per una eternità, — ciò si deve intendere per una settimana, con un poco del lunedì veniente, — ma poco...»
«Ho giurato una volta, e basta.»
Intanto Rafaello Girolami, guardando fissamente il cielo con le braccia aperte, non senza molto pianto e singulti esclamava:
«Invitto Malatesta Baglioni, capitani valentissimi, vi prenda amore della vostra fama, pietà di noi; non consentite che il patrio fiume e le strade di questa città nobilissima corrano sangue cittadino, — le strida degli uomini e delle donne desolate feriscano il cielo, si ardano i palazzi, si contaminino i tempii di Dio, si commettano infine quelle nefande abbominazioni le quali siccome aprono l'inferno a chi le commette, non sono meno incomportabili per chi le sopporta. Non vi diede la madre vostra viscere umane? Cristo nostro Signore non v'insegnò carità? sono le orecchie vostre di granito pel nome santo di patria?»
I fidati di Malatesta mormoravano, — non si movevano, — pure accennavano vacillare. — Tristi tutti!... ma il momento solenne, l'esempio della virtù, il pensiero della perfidia ch'esita sempre, finchè non sia irrevocabilmente consumata, e l'appello non mai del tutto rivolto invano alla particola eterea dell'uomo, gli soverchiava più poderoso di loro medesimi. Li vide il Baglioni li vide e sorrise, e con suono benigno, guardando il gonfaloniere, favellò:
«Si abbiano per non profferite le mie parole. Anche quando vi piacesse il fato dei Saguntini, la fama loro splende assai luminosa nelle storie, onde io non debba rifiutarmi parteciparla con voi. E però, quantunque volto dalle magnificenze vostre ci sarà comandato e per la parte dell'eccelso signor gonfaloniere mantenuto quanto ne fu promesso, sono disposto a mettermi a qualsivoglia manifesto pericolo, come manifestamente vedranno[317].
«Dio vi benedica!» riprese il gonfaloniere esaltato, «io verrò con esso voi armato di corsaletto e di picca.»
Il Carduccio, declinato il volto, gemeva.
* * * * *
Il giorno appresso Malatesta avendo sentito per fedeli ragguagli la pubblica esaltazione giunta al suo colmo, stimò bene maneggiarsi in maniera da godere il benefizio del tempo. La Signoria per tempissimo in compagnia di tutti i magistrati si recò in Santa Maria del Fiore, dove si comunicò; poscia andarono a processione per quelle medesime strade e con le reliquie medesime che sogliono portare per la festa di San Giovanni. Intanto si ragunarono i gonfalonieri, cittadini pieni di ardire e con esso loro buona parte dei soldati pagati, ai quali pareva mille anni di venire alle mani col nemico; pronti erano i Signori, pronto ed armato il gonfaloniere, disposto, secondo la sua promessa, ad uscire ancora egli.
Ad accrescere l'ardimento universale, si aggiunse un segno che, comunque naturale, nondimeno anche ai nostri tempi, in cui tanto lume di esperienza o abbiamo o vantiamo, riuscirebbe di maraviglioso vantaggio in casi difficili. Un'aquila ferita in un'ala, aiutandosi come meglio poteva, lungo il corso del fiume si rifuggì in Firenze, dove presa da un pescatore e da questo presentata al capitano Ridolfo di Ascesi, che stava di guardia alla porta San Friano, egli, ritenuto per sè il corpo, mandò per un suo soldato la testa alla Signoria. I signori, tenendo o fingendo tenere simile accidente come augurio favorevole a sè, funesto agli imperiali, ne fecero grandissima festa e al soldato, che fu Cristofano da Santa Maria in Bagno, donarono quattro ducati d'oro. E tanto più ebbero accetto siffatto presagio in quanto pochi giorni innanzi il vento aveva staccato una bandiera dalle finestre del palazzo, dove era scritto LIBERTAS, e travoltala per certe corti prossime al Baldracca, dove si durò fatiche assai per riaverla. Pareva anche il cielo volesse per questa volta intervenire per tutelare la innocente città dalla truce cupidigia del papa.
Comparve finalmente Malatesta, ma tardi, e dopo molte cerimonie cominciò a squadronare i soldati per passarli in rassegna. Il Busini, testimone oculare, racconta come Malatesta, per avvilire l'animo dei Fiorentini, adoperasse una astuzia onde i soldati apparissero pochi, e fu, che dove le file si componevano di cinque e sette uomini, egli le istituì di sette e di nove. Il quale accorgimento, non che sortisse l'effetto divisato dal Malatesta, ne sortiva uno del tutto contrario; imperciocchè i Signori ponessero in diversi luoghi molti cittadini, che annoverando uomo per uomo e fattane somma, trovarono avere nove mila soldati pagati in punto di combattere, di seimila e tanti che gli estimavano prima[318]. A tale erano ridotte le cose nella infelice Firenze.
Fornita la rassegna, che portò via buon tratto della giornata, prese il Baglione ad arringare con sì lunga diceria presso la quale le prediche di fra' Benedetto sarieno parse epigrammi; poi dispensò copia di munizioni ai soldati; chiamati in cerchio attorno a sè i capitani, molti ordini distribuì, molte diligenze raccomandò, infiniti uffici commise; — una operazione dopo l'altra, e a suo grandissimo agio. Il giorno se ne andava, e non è da dirsi con quanta passione vedessero i più animosi accostarsi il sole al tramonto. Allora Malatesta, per isfuggire il mormorio che udiva a mano a mano andare crescendo, quantunque i soldati conservassero le ordinanze, nella stessa guisa che il mare gorgoglia innanzi che il vento soffi ad agitare le sue onde, si cansò andandosene verso porta San Nicolò. Colà giunto, spedì Cencio Guercio con altri suoi fidati incombenzandoli di andare a riconoscere il sito e i forti degli imperiali; tornassero tosto per quanto avevano grata la sua grazia; capirono, come doverono comprendere, e si affrettarono co' passi della testuggine. Così il subdolo Malatesta, baloccandosi ora intorno ad una cosa, ora intorno ad un'altra, pervenne a sera. Rimanendo spazio breve di giorno, quinci egli si tolse all'improvviso, e con lui tutti i Perugini e tutti i Corsi, raccolte prima le bagaglie, onde le compagnie ne rimasero disordinate. La notte sopraggiunta non concesse luogo di abbracciare prontamente altro partito, — all'opposto nacque confusione e terrore: — temerono che i soldati del Malatesta, aperte le porte, lasciassero il nemico irrompere nella città e mandarla a ruba: i giovani della ordinanza, ancora efficacissima nelle estremità della cadente repubblica, stettero tutta la notte vigilantissimi, guardando le strade e le piazze con amorevole diligenza. — Questo stato non può durare; gli eventi precipitano al fine; egli fu deplorabile, — ma pieno di onore, di compassione e di germi di futura vendetta.
Addio, Firenze, — tornerò per vederti agonizzare, verrò per darti un viatico di lacrime prima che tu vada dove Atene e Sparta andarono, dove la romana libertà precipitava, dove tutte le tue sorelle ti precederono. Ultima stella del cielo d'Ausonia.
Perchè piangete? Arduo è bene revocarci passi dall'inferno, ma non impossibile. — Volete, e sarete.
Mi volgo al campo della Gavinana.
CAPITOLO VENTESIMONONO
LA BATTAGLIA DELLA GAVINANA
Or chi ti può guardare, Infelice castello, che non pianga?
PIETRO RICCIARDI, _Sonetto sopra Gavinana._
Fra le alpi medie che Toscana partiscono dal Modanese, superati alquanti meno ardui gioghi, ti occorre il colle di Prunetta. Quasi penisola, questo monte s'inoltra da mezzogiorno a tramontana e nasconde la valle ov'ebbe sepoltura la Repubblica Fiorentina. Il tuo petto affannato, pervenuto una volta alla sua radice, non domanda riposo; se i tuoi occhi si volgono a misurarne l'altezza, al tuo spirito non ne deriva sconforto, bensì desiderio irresistibile di pareggiare col rimanente del corpo la velocità dello sguardo per attingerne la cima.
E quando, palpitante, il volto bagnato di sudore, tu giungi a toccarne la sommità, che chiamano le Lari, tu lanci giù nella convalle quanto hai di virtù visiva nella testa, di anelito nel cuore, e la verità non impallidisce davanti l'aspettativa; imperciocchè le magnificenze della natura sieno le sole che la umana immaginazione non possa superare giammai.
Se rialzando lo sguardo dalla valle ti venga fatto girarlo attorno, ti si presentano monti sopra monti, e parte di questi ti ricordano memorie che il tempo non ha per anche corroso dalle tavole della storia, o ti accennano col nome sventure e fatti che hanno stancata la tradizione. Da una banda sorge il colle di Mal Consiglio, dove è voce Catilina statuisse scendere a tentare la fortuna delle armi contro Quinto Metello, — e poco sotto il piano di Mal Arme, ove fu combattuto l'aspro conflitto. Vi perdeva Catilina la fama e la vita; — guai ai vinti! Se egli sforzava il destino, forse Sallustio lo avrebbe celebrato vendicatore del popolo contro la tirannide dei patrizi. — Quinci ti accennano la Selva Litana, di cui la terra nascose le ossa di una legione romana uccisa dai Galli Boi. Il giogo del Mal Passo va nomato per più recente dolore; — egli ha fatto piangere per tutta la durata della vita una madre, chè tra le balze di lui rimase miseramente infranto il figliuolo della sua tenerezza. Il Libro Aperto, i Sassi Scritti, la Croce Arcana, la Tana dei Termini, le Torri di Pompilio, sono i nomi dei monti che circondano la valle e dei quali invano tu cerchi la origine remota.
Per poco che Dio abbia benedetto la tua anima di poesia, l'aria che spira vivida su questi monti ti suscita alle visioni dei tempi trascorsi e dei futuri. Il passato è coperto di velo nero, l'avvenire di velo colore di rosa, perchè il primo lo ha tessuto l'esperienza, il secondo la speranza; ma all'occhio del poeta, come a quello di Dio, la eternità si offre intera, quasi circolo luminoso di cui i secoli compongono i punti. Al cospetto di Dio e del poeta ogni cosa sta presente. Però i grandi poeti sopra la terra si annoverano più rari dei giorni della creazione; — parte maggiore di Dio conteneva il cranio di Dante che non il giro dell'emisfero celeste.
Dall'aria che spira su i colli emanano effluvii vitali, chè di lei si nudriva la libertà infante, e di lei si compiace allorquando, cacciata meno dall'odio dei tiranni che sbigottita dalle turpi frivolezze di coloro che si dicono suoi amici, abbandona i piani per approssimarsi alla sua patria, ch'è il paradiso.
La luna sorta dall'opposto monte del Crocicchio balza impetuosa di nuvola in nuvola; e ricorda la credenza indiana che immaginò la fuga dell'astro della notte traverso i cieli per sottrarsi alle persecuzioni del serpente che la insegue per divorarla.
Da cotesto alternare di tenebre e di luce sorgevano spaventosi fantasmi.
In verità nella magnifica valle io vedeva una tomba scoperchiata dove giacesse l'immane scheletro della Repubblica; posava il suo teschio sopra di un colle, e l'altro ossame si perdeva protendendosi lontano lontano lungo la forra tenebrosa che si sprolunga dalla parte di mezzogiorno.
E nelle nere masse dei castagni secolari immaginava contemplare gli spettri degl'illustri defunti i quali traessero a lamentarsi sopra la fossa della Repubblica defunta.
Il vento cacciava zufolando giù pei declivi le foglie di castagno cadute, e gli echi dei monti ripetevano un suono somiglievole al canto dei trapassati.
Allora spontanea mi si affacciò alla mente la visione del profeta Ezechiel, — la visione delle ossa inarridite[319].
E gridai con gran voce: «Potrebbero queste ossa rivivere?»
Te avventuroso, o profeta, a cui promise il Signore di ricoprire coteste ossa di nervi di carne e di pelle, e mandare lo spirito dai quattro venti che soffiasse sopra gli uccisi, e rivivessero!
I morti dicevano: «Le nostre ossa sono secche, — la nostra speranza è perita, — e in quanto a noi siamo sterminati.»
Ma il Signore rispose: «Ecco, io apro, o popolo mio, i tuoi sepolcri, io ti traggo fuori delle tue sepolture, e ne compongo una sola nazione sopra la terra. — Io prendo la verga dove sta scritto Josef, che è in mano di Efraim, e quella della tribù d'Israel sue congiunte, e le metterò sopra la verga di Giuda e ne farò un medesimo fascio, e saranno una stessa cosa nella mia mano.»
Alla voce di Dio le ossa si accostarono ciascuno al suo osso, lo spirito entrò in loro, ritornarono in vita, si rizzarono in piedi e furono un grandissimo esercito.
Oh! perchè mi manca la fede del profeta! Qui si vuole la mano di Dio, ed io non ardisco sperare nel miracolo.
Se io esclamassi sopra i vostri sepolcri: «Sorgete!» la mia voce spirerebbe prima di giungere alle soglie della morte.
E l'eco me la rimanderebbe come uno scherno.
Almeno, poichè io vi evocava dal vostro riposo, potessi, o sacri spettri, diffondere sopra di voi la luce del canto, rivendicare il vostro nome all'oblio dei secoli ed alla ingratitudine degli uomini!
Ma di ciò degno nè altri mi crede nè io stesso; — porto le pene della mia audacia, perchè i rimorsi mi travagliano e la paura.
E sì che io visitai i luoghi dove combatteste, o miei padri, con religione pari a quella del pellegrino che muove al sepolcro di Cristo, — toccai le armi che stringeste nel conflitto[320], — bagnai la bocca alla medesima fontana dove dissetaste le labbra riarse dall'ardore della battaglia, — tolsi un pugno della terra delle vostre sepolture e me lo accostai al cuore perchè mi s'infiammasse e sapesse dire.
I raggi del sole possono trarre un suono dal granito[321]; — il cuore esulcerato dallo infortunio diventerebbe per avventura più duro della pietra!
Ma ormai quello che è scritto è scritto; giunge troppo tardi il pentimento. Se adesso io mi abbandonassi spossato, sarei meno degno di compassione che di vituperio. Dio mi sovverrà nella estrema fatica. I fatti con tanto amore raccolti non devono rimanere occultati; io gli narrerò con fedeltà di storico, invocando che nasca il poeta il quale gli sublimi del canto.
Due cose nocquero principalmente al disegno del commessario Ferruccio di liberare la patria: la prima fu, che alle ferite non bene sanicate si aggiunse la febbre venutagli addosso un po' per la troppa fatica, un po' a cagione dello ammuttinamento dei Côrsi, i quali levarono tumulto per difetto di paga; di che il Ferruccio sentendo inestimabile ira e dolore, proruppe fuori della chiesa di Santa Caterina, dove alloggiava con la testa scoperta, in giubbone da niente altro riparato eccetto le lunette di maglia, ed avventatosi in mezzo ai sediziosi, con lo stocco alla mano tre uno dopo l'altro ne uccise, restando attonito tutto il resto[322]. La seconda, che sopramodo lo travagliò, fu non avere pecunia nè trovare via per farne; imperciocchè coi danari alla mano intendeva raccogliere gente che bastasse non solo per combattere meno disperata battaglia con gl'imperiali, ma lasciare Pisa e Livorno presidiati in guisa si potessero tenere anco quando Firenze, per diffalta di vettovaglia avesse dovuto capitolare, ed i suoi sforzi per soccorrerla fossero riusciti invano. Consiglio così magnanimo come arguto; avvegnadio finchè ci è fiato ci è speranza, e per esperienza lo provammo anche ai dì nostri; invero era a sperarsi allora su gli umori di Francia, voltabili sempre, sopra la morte del papa, che ormai non poteva troppo tardare, su le molestie del Turco nella Ungheria non meno che sul mareggiare delle coscienze alemanne divise dalla Riforma[323].
Fra queste angustie il nostro eroe tanto si tribolava che i commissari di Pisa scrivevano ai Dieci in data del 25 luglio esserglisi aggravato il male in modo che i medici concludevano per qualche dì non poterlo guarire... «e per essere la presenzia sua utilissima, e quanto sia necessario il farlo presto; dall'altro canto non potere esercitare la persona per qualche giorno; ci è parso spacciare di nuovo a Vostre Signorie; avvisando tutto, acciò quelle commettino quanto doviamo eseguire[324].»
I Dieci, pressurati dal popolo, il quale, non trovando più sozzure e schifezze da cibare, urlava con l'urlo della fame, scrissero al Ferruccio che per amore di Dio si avacciasse; che se non poteva andare egli, spedisse ad ogni modo tutta quella gente preponendole Giovanbatista Corsini detto lo Sporcaccino, o quale altro gli paresse più idoneo; nel qual caso davano a colui che mandasse la medesima autorità. — Presentata questa lettera al Ferruccio, dopo averla letta e poi ripiegata, tenendola in mano, la prese da un lato co' denti dicendo:
«Andiamo a morire[325].»
E siccome il signore Giampagolo gli veniva raccomandando di mettersi in lettiga e così farsi trasportare con manco suo travaglio[326], egli rispose mestamente:
«No, figliuolo mio, no, pel cammino che mi avanza a fare le mie gambe basteranno.»
E senz'altro indugio il Ferruccio si pose in via, lasciata Pisa il 1 agosto 1530 e movendo per la Valdinievole: chiesta e non ottenuta dai Pesciatini la vettovaglia, fatto mostra di prendere la via maestra e piana, prevalendosi dell'oscurità della notte, tralascia l'agevole sentiero e si getta tra i monti che gli sorgono a mano dritta nelle vicinanze di Collodi. Diventando la notte più nera, ed essendo ormai pervenuto a Medicina, castello del contado lucchese, gli parve di qui rimanersi, tanto più che in questo luogo aveva dato ritrovo a certi capi di parte cancelliera, per propria prestanza e più per le molte parentele ed amicizie a sostenere le cose della Repubblica pericolante adattissimi.
Disposti gli alloggiamenti, invigilato a che ognuno fosse provveduto del bisognevole, non potendo ormai più vincere la impazienza dello attendere, si cacciò fuori solo dal castello speculando se gli aspettati giungessero.
Nè stette guari che, udendo rumore, mosse il grido consueto del conoscimento; a cui venendo data la convenuta risposta, ravvisò gli amici e con gran cuore li condusse nella sua stanza.
Ridotti così a segreto colloquio, il Ferruccio mostrava loro la commissione dei Dieci, i quali gli ordinavano valersi dell'opera e del consiglio di Baldassare Melocchi detto il Bravotto, del capitano Guidotto Pazzaglia e del capitano Domenico Belli, chè tale era il nome dei chiamati: diceva intendimento della Repubblica essere ch'egli prendesse la strada per Calamecca, Monte Berzano e Prunetta e quinci gittarsi nella valle di ponente, tra la Panche e Pontepetri, donde risalendo i Lagoni, indirizzarsi alla Badia Toana e scendere poi, come meglio gliene venisse il taglio, per Montale o per la contea del Vernio: ma la seconda, potendo, alla prima strada anteponesse, imperciocchè i conti Bardi di Vernio si erano profferti in simil caso di fare quanto spettava a cittadini amorevoli della Repubblica; finalmente a loro con tutte le viscere si raccomandava, nelle braccia loro si riponeva, dipendere da essi la salute di Firenze o la sua distruzione, e con l'abbattimento di Firenze la morte vera di qualsivoglia libertà in Italia.
Il Bravotto e il Pazzaglia con dimostrazioni infinite di benevolenza risposero — non dubitasse, avrebber eglino medesimi condotto l'esercito così sicuro come se avessero dovuto menarlo traverso i poderi; penetrato più addentro nella montagna pistoiese, non gli sarebbe venuta meno le vittovaglia, povera, ma sana e copiosa; e poi tutta la parte cancelliera, in numero da uguagliare se non da vincere, l'esercito fiorentino, si sarebbe levata in arme e lo avrebbe seguito finchè non lo avesse riposto trionfante in Firenze. — E qui non rifinivano dagli abbracciari, dalle iattanze, dalle manifestazioni di smodata allegrezza.
Intanto il Ferruccio notava che il capitano Domenico Belli, dopo le prime accoglienze, si era imbrunito del volto e, le braccia piegate sul petto, non aveva più aperto bocca. Andatogli dappresso e postegli domesticamente le mani sopra le spalle, quasi motteggiando gli diceva:
«Ora perchè tacete, capitano Domenico? Voi ci diventereste per avventura nemico?»
«Nemico no, — ma amico non posso.»
«E come non potete voi?»
«Ho dubitato della mia parte, disperai della Repubblica fiorentina e della fazione cancelliera, lo scoperto ed impunito tradimento di Malatesta mi spaventava, la discordia dei cittadini mi tolse l'animo, la imbecillità dei capi mi abbatteva del tutto; — allora pensai provvedere a me stesso. I Panciatici, mi offersero comporre le antiche inimicizie, facemmo pace obbligandoci con sagramento di non apportarci più oltre molestia...»
«Ed è ciò che vi trattiene?» lo interruppe il Bravotto.
«Null'altro...»
«E credete voi da senno che, quando saranno diventati superiori, i Panciatici vi manterranno i patti?»
«Non so di loro; io so soltanto che debbo mantenere i miei.»
«Dunque voi», riprese il Ferruccio, «mancate alla patria nel suo maggior bisogno?»
«O alla patria, o alla coscienza, — e la mia prima patria mi sta qui dentro», risponde il Belli percotendosi il seno; — «messere commessario, sull'anima di vostra padre, che fareste voi?»
«Io! — ma parmi che l'uomo debba distinguere su le cagioni per le quali è condotto a rompere la fede.... Forse talvolta dimostra maggiore magnanimità colui che la rompe che quegli che la mantiene.»
«Voi non dite la verità. Lasciate l'uomo arbitro di giudicare i casi secondo i quali deve o no mantenere la fede, ed egli vi proverà ch'ebbe sempre ragione. — Rispondete, vi prego, messere commessario, alla mia domanda; che fareste voi?»
«Io! — manterrei la fede data e mi romperei il cuore.»
«Ed io serberò la fede, e, senza pure rivedere la faccia de' miei in questa stessa notte, con le armi ed il danaro che mi trovo addosso, me ne vado in Ungheria per combattere contro il Turco e spendere la vita in favore della cristianità[327].»
* * * * *
Il due di agosto riprese l'esercito fiorentino il sentiero per le aspre giogaie di quei monti, ed affrettando, quanto meglio poteva, il passo, arrivò a notte fitta in Calamecca, castello della montagna pistoiese, di fazione cancelliera. Ferruccio considerata la stanchezza de' suoi e il bisogno di averli ben validi nello scontro, che aspettava imminente, dell'esercito nemico, ordinò nuova posa.
Percorsa l'alba del giorno tre di agosto, che fu festa di santo Stefano, l'esercito della Repubblica continua la via. L'aria uliginosa, sollevandosi dalle valli, ingombra il cielo d'intorno, sicchè poco vi si addentra lo sguardo. Il sole quando si levò, pallido e privo di raggi, parve un occhio senza palpebra. Nessuno avrebbe ardito innoltrarsi senza la fidanza che avevano nelle pratiche guide.
In silenzio procedendo e ordinato il esercito condotto dal Bravotto e dal Pazzaglia, giunge a quella parte del colle di Prunetta che ha nome la Croce delle Lari. Qui sotto giace la terra di San Marcello, principalissima della montagna pistoiese e, come panciatica, parteggiante dei Medici. — Ella se ne sta improvvida, chè la nebbia fitta le cela qual turbine di guerra si addensi sopra di lei, quasi colomba che intenta ai dolci nati non vede il falco il quale chiuse le ali si lascia piombare sopra il suo nido. Ora tra il Melocchi e il Pazzaglia comincia il seguente colloquio.
«Bravotto», dice il Pazzaglia, «quinci poc'oltre giace il castello che alberga i nostri nemici...»
«Che così spesso ci hanno arse le case...»
«Rubato i campi...»
«E noi tante volte offeso nella persona...»
«Fatto scempio de' nostri più cari...»
«Ci verrebbe pur bene il destro di distruggere quel nido di vipere...»
«E perchè nol facciamo?»
«Ma... il commessario lo vieta; c'indicava la strada da tenersi.., e tu ricordi con quante maniere di scongiuri ne supplicava a non deviarne pure di un passo.»
«In meno di un'ora noi riduciamo San Marcello a tale che il viandante non ne ravvisi più traccia, — distruggiamo una gente che lasciata dietro di noi potrebbe molto agevolmente riuscirci molesta, diamo spirito agli amici di mostrarsi per noi, — ingrossiamo l'esercito, — spaventiamo il nemico, — e noi ci laviamo le mani nel sangue degli odiati avversari.»
E così favellando erano già scesi verso la valle di San Marcello, — l'opposta a quella che avrebbero dovuto percorrere.
Se nella rimanente Italia, con vergogna dei padri e danno diuturno di noi, la vendetta si manifestò come passione, in Pistoia fu rabbia. L'animo contristato rifugge dall'udire i fatti trucissimi che desolarono la infelice contrada, nè fu certo carità patria rendere con moderna edizione comuni le Storie pistolesi[328], che per lo innanzi occorrevano di rado. Era vanto tra i Pistoiesi offendere non il colpevole, sibbene il più reputato personaggio della famiglia di lui, il quale spesse volte mansueto in mezzo alla ferocia de' suoi deplorava l'iniquo talento. Non impietosirono i duri petti le preghiere dell'età vetusta, non i gridi delle madri, non i vagiti degl'infanti; invano i sacerdoti dai pergami esclamavano: Pace, — pace! — Segno della bestiale ira erano perfino le cose inanimate; sovente gentildonne d'inclito lignaggio congiunte agli offensori, a piedi nudi, coperte della sola camicia, col pargolo al collo, dovettero fuggire dalla casa in fiamme; e dall'alto delle torri il nipote, anzichè arrendersi nelle mani dello zio, lasciò cadersi capovolto a infrangersi l'ossa sopra la selci; ogni vincolo rotto, ogni senso di carità e di amore affatto spento; il petto più duro del ferro che fasciava i corpi loro. Quando una parte cacciava l'altra, ecco la fazione vincente scindersi anch'essa per la preda sanguinosa, e sorgerne una rete interminabile di omicidii e di rapine. Così prima i Cancellieri si divisero in Bianchi e in Neri; quindi i Bianchi in Vergiolesi e gli altri della sua parte; poi i Neri in Traviani, Ricciardi, Lazzari, Tedici, Rossi e Sinibaldi; nè qui si stette la infame rete di uccisioni, di scisme e di rapine, ma anzi si moltiplicò per modo che come mi strinse il dolore a pensarvi, così mi assale vergogna a raccontarle. E l'antico cronista fiorentino[329], il quale percosso da tanta immanità, si avvisò specularne le cause, non seppe trovare argomento altro migliore se non questo uno, che i superstiti della strage catilinaria fermandosi in cotesta contrada vi togliessero donna e di generazione in generazione il truce sangue e le furie loro senza tralignamento ai più tardi nepoti tramandassero. La quale opinione non solo deve rigettarsi come falsa, ma ed anche biasimarsi come trovata ad arte per adombrare la vera. Gran parte di colpa vuolsi attribuire ai Fiorentini, i quali, mirando al dominio della Toscana e forse della universa Italia, ebbero per accorgimento di stato tenere Pistoia con le parti, Arezzo con le armi[330]; onde, non che si dessero pensiero a sopire le antiche discordie ne suscitavano sempre delle nuove. Ma il mal seme partorì pur troppo la mala pianta; chè quinci mosse la favilla che accese sì gran fiamma in Firenze ai tempi di Corso Donati, e adesso vedremo che fu causa della rovina della repubblica. Onde quanto meglio considero la ragione delle umane vicende, tanto più mi confermo della sentenza di Focione, che la politica degli stati non deve andare disgiunta da buona morale. Un popolo nella lunga giornata dei secoli non è crudele e perfido impunemente a danno di un altro popolo.
L'avantiguardia fiorentina, scesa in fondo della valle, piegò alla volta di San Marcello, là dove anche ai giorni nostri occorre una cappella di pietra grigia dedicata alla Vergine, posta lungo la strada che da Pistoia conduce a Modena. I terrazzani non conobbero il pericolo prima che sel vedessero irreparabilmente caduto addosso; la nebbia fitta impedì loro pensassero ai ripari. Irruppe pertanto nel castello la piena dei nemici: ben s'ingegnarono chiudere le porte della Fornace e del Poggiuolo, ma non poterono; — chiusero quella del Borgo, e a nulla valse, imperciocchè gli assalitori accatastandovi davanti copia di legna suscitassero tale un incendio di cui anche ai tempi presenti occorrono vestigi. Dopo quel caso mutarono nome alla porta, e di porta del Borgo lo chiamarono porta Arsa, che tuttavia le dura. Le stragi, le rapine, i turpi fatti che così spesso e con tanto fastidio tocca riferire allo espositore delle storie umane qui si rinnovarono e più crudelmente che altrove; uccisero i vecchi, perchè avevano offeso; le donne, perchè i figli avevano nudrito alla offesa; i fanciulli, perchè crescevano a offendere; le masserizie distrussero, le case rovinarono, i ricolti serbati a mantenere la vita dispersero, pochi fuggirono, e recatisi in collo i cari figlioletti, si dettero a cercare riparo arrampicandosi su per l'ardua montagna detta la Serra o il Partitoio; alcuni si chiusero nel campanile, dove disperati di scampo attendevano, come meglio potevano, a difendersi. Poco però avrebbero potuto sostenersi, che il Bravotto co' suoi compagni sfidando la pioggia delle pietre erasi spinto a piè della torre e quivi con suoi arnesi s'ingegnava tagliarla, se non sopraggiungeva il Ferruccio. Nel contemplare la strage e l'incendio arse di sdegno, e per poco stette che, pretermessa ogni ragione di stato, non facesse lì per lì appiccare il Pazzaglia, il Bravotto e quanti si trovavano seco partigiani Cancellieri; pure compresse l'acerbità del dolore ed ordinò, pena la vita, cessasse l'infame uccisione, si spegnesse la fiamma; il vigore de' suoi si logorava non mica trucidando i nemici, bensì spargendo sangue italiano. Chiamati sotto le insegne i soldati, li trasse fuori della terra e gli stanziò sopra certa eminenza la quale e per la sua situazione e per avere prossime le mura gli parve opportuna a respingere qualunque assalto improvviso. Al tratto di terreno occupato dall'esercito del Ferruccio rimase il nome di Campo di ferro, come ne fa fede il seguente distico riportato nel manoscritto del capitano Domenico Cini:
Ferreus hic ager est, ex quo Ferrucius olim Sive hostem statuit vincere, sive mori.
Al punto in cui il pendio cessa e la pianura incomincia, il viandante che si avvisasse entrare in San Marcello per la porta del Borgo, oggi porta Arsa, incontrava e tuttavia incontra una casa sopra le altre notabile. Vi abitava in quel tempo Antonio Albumenti Mezzalancia di Pippo Calestrini, capitano di parte Panciatica, sopra ogni altro della sua fazione temuto ed odiato; — ma egli, come colui che ardimento aveva troppo e senno poco, toglieva ad abitare quella casa fuori della mura del castello, volendo mostrare che non aveva bisogno di ripari e sapersi molto bene difendere da sè stesso.
Quando la gente del Bravotto e del Pazzaglia investirono la sua casa, ed egli, tratto dal rumore, fattosi al balcone conobbe questi suoi feroci nemici, si tenne spacciato; ma accennando nel volto quella speranza che non aveva nel cuore, vedendo ormai ingombro il terreno della casa, ordinò che la moglie, i figli, insomma tutta la famiglia si ragunasse dentro una stanza, ed egli afferrata una spada a due mani si piantò sul limitare minacciando sicurissima morte a chiunque attentasse inoltrarsi: poco gli valse cotesto disegno, chè il Bravotto, impaziente del fine, scese nella strada e, appoggiata una scala alla finestra, gli riuscì, quando meno sel pensava, alle spalle. Mentre quella stanza si empiva di urla e di strage, il prete Nanni di Pippo, fratello del misero Mezzalancia, si precipita dalla finestra opposta a quella per la quale era entrato il Bravotto e, lo secondando la fortuna, casca senza offendersi in terra: si rileva trepidante e prorompe in fuga precipitosa. Ben se ne accorsero i suoi nemici e gli spararono dietro moltissime archibugiate; non lo coglievano: alcuni cavalli lo inseguirono, e il caso (poichè la paura gli aveva rapito il lume dell'intelletto) così bene lo diresse nella fuga che i cavalieri, impediti dal cammino sdrucciolevole, trattenuti dalle molte asperità del terreno, dopo una lunga caccia dovettero rimanersi del seguitarlo. Di questo prete tra poco. — Il Ferruccio, ignaro che sopra il suo capo si era commessa tanto nefanda tragedia, co' principali dell'esercito si ferma nelle stanze terrene della casa del trucidato Mezzalancia.
Il cielo presago della sventura che stava per avvenire incupì maggiormente la sua faccia, — di grigio diventò nero e parve assumere gramaglie pel prossimo lutto. — La pioggia dirotta allaga d'improvviso la terra.
[Illustrazione: ... presentò all'Orange la carta dei patti firmata dal papa;... Cap. XXVIII, pag. 664.]
Per altra parte il principe di Orange, pervenuto il due agosto a Pistoia, vi si fermò tutta la giornata attendendo ad ascoltare gli esploratori e spedire di ora in ora ordini e messi a Fabrizio Maramaldo e ad Alessandro Vitelli, affinchè si stringessero alle spalle del Ferruccio senza lasciargli campo a ritirarsi; la qual cosa gli sembrò avere molto bene conseguita quando gli fu riportato che il capitano Cuviero con gli Spagnuoli ribelli di Altopascio, chiesto ed ottenuto perdono, si era congiunto con lui, e che Nicolò Bracciolino con mille armati di parte panciatica lo sosteneva e guidava. A ora di vespro, il principe, salito in cima del campanile del duomo, domandò ai cittadini pistoiesi che lo circondavano gl'indicassero la strada da tenersi fra i monti; della qual cosa, secondo che i ricordi dei tempi ci fanno fede, fu pienamente istruito da Bastiano Brunozzi[331]. Appressandosi la sera, dietro la scorta di Bastiano Chiti[332], uomo pratico del paese, si pose in via e camminando tutta la notte si condusse la mattina sotto i Lagoni, luogo quasi ugualmente distante da Gavinana e Pistoia, e si accampò in certo piano tutto ingombro di castagni che torna sopra a San Mommè, ricoperto dal poggio che riguarda Pontepetri e le Panche, adattissimo alle insidie e tale da sorprendere senza essere scoperto il Ferruccio, quando si fosse inoltrato, per la strada ch'egli disegnava tenere.
Mentre l'Orange, in questo luogo fermando l'esercito, attendeva a riconfortare gli spiriti, ecco arrivare affannoso da capo alle piante contaminato di fango un sacerdote; dalla paura turbato e dalla agonia della vendetta, trafelato di stanchezza, non trovava parole intiere; — si aiutava col gesto nè giungeva a farsi intendere meglio; — lo consigliarono a riprendere lena, lo ristorarono con vino generoso, sicchè, tornatogli l'animo, cominciò a dire: «Ferruccio, si trova a San Marcello; — la terra ormai è stata ridotta in cenere, i popoli sepolti nelle rovine... io, per la grazia di Dio appena salvo, ho veduto con questi miei occhi trucidata tutta la mia famiglia; — a che tardate? Muovetevi, se volete sorprendere il nemico come dentro una fossa[333].
Di ciò tanto opportunamente avvertito l'Orange dispose muoversi, molto più che conobbe a prova il breve riposo dopo la notte perduta sgagliardire piuttosto che afforzare il corpo; per lo che, recatosi in mezzo all'esercito accompagnato dai principali capitani, salì sopra un monticello e con lieto sembiante rivolto ai soldati disse loro:
«Soldati, si avvicina il termine dei comuni nostri fastidi. Vinta questa battaglia, torneremo a casa onorati ed anche doviziosi. Il papa, come uomo che si fida poco di voi e meno di me, non vuol pagarci, se prima non vinciamo. Vinciamo dunque; se non per volere, mostriamoci eroi per necessità. Della vittoria sarebbe piuttosto follia disperare che sperare baldanza. In ciò mi affida la prodezza vostra in tante venture provata, la dappocaggine dei Fiorentini...»
«E sopra tutto il vostro numero, sette volte maggiore di quello del Ferruccio», interruppe con gran voce il Bandini[334].
Orange abbassò arrossendo la faccia e, subito dopo rialzandola ridente, soggiunse:
«Non saremo poi tanti, Bandino. In ogni caso, anche per questa parte possiamo star certi della vittoria. Non pertanto mal ti avvenga, Bandino; interrompendomi tu hai tolto alla storia la più bella arringa che mai siasi avvisato di fare un capitano di esercito da mille anni a questa parte. Adesso non mi riesce riprendere il filo degli argomenti... Oh Dio! mi stanca tanto pensare. Meglio così, imperciocchè se ci scapita la storia, ci guadagnate un tanto voi altri soldati; — io vengo subito alla conclusione, ed è questa, — beviamo[335].»
Non aspettarono i soldati a sentirselo dire due volte. Messa mano ai barili, ne empirono capacissime tazze e le mandarono in volta alternando risi, motteggi ed augurii per la vicina battaglia.
Il principe, bevuta prima una ed un'altra tazza, n'empì la terza, e considerando che il Bandino, assorto nella sua cupezza, non domandava da bere, gli porse la propria tazza dicendo:
«Bevi, Bandino, perchè potrebbe darsi che il fato ci contendesse bagnare un'altra volta le labbra nel divino liquore.»
Il Bandino, accostatasi appena la tazza alla bocca, la consegnava ad un paggio, — il poco vino libato sparse per terra; — gli parve avesse sapore di sangue.
Ora in quel luogo accadde ciò che nel medesimo punto avveniva a San Marcello. Il cielo si annuvolò ad un tratto e rovesciò sopra la terra grossissima pioggia. Orange e l'esercito stando fuori allo scoperto, ne rimasero bagnati fino alle più riparate parti del corpo; nè di questa avventura rimase per nulla sbigottito il capitano cesareo, ma anzi traendone favorevole auspicio, non senza molto riso così favello:
«Soldati! Noi non anderemo punto imbriachi alla guerra contro i nemici, poichè con tanto favore Iddio ci adacqua con le sue sante mani il vino[336].»
Ciò detto, con prontezza non meno che con savio intendimento dispose l'ordine della battaglia, il quale fu questo. Mandò innanzi Teodoro Becherini, Zucchero Albanese, Rossale, Francesco da Prato e Antonio da Herrera con i cavalleggeri, e per difesa maggiore diede loro in compagnia trecento veloci archibugieri, imperando che dovunque incontrassero per la via luoghi angusti pei quali con difficoltà passasse la cavalleria, quivi ponessero certe squadre di archibugieri; onde se a caso, abbattendosi nei nemici grossi, avessero dovuto retrocedere da queste squadre appostate su i poggi, ciò potessero fare a poco a poco senza sbandarsi; e se invece il nemico fosse venuto loro sopra in luoghi piani dove scorgessero la cavalleria agevolmente adoperarsi, allora si spingessero innanzi e facessero ogni sforzo di entrare in Gavinana prima del Ferruccio, avendo avuto dagli esploratori ragguaglio il capitano fiorentino intendere ad occupare Gavinana e quivi afforzarsi contro di loro, unendosi a quanti per quella montagna parteggiavano per la fazione guelfa o cancelliera, ed erano amici alla Repubblica Fiorentina. Avrebbe seguitato l'Orange con gli uomini d'arme, i corazzieri e le fanterie.
Affrettando il passo, i cavalleggeri imperiali si accostano a Gavinana e ricercano i terrazzani aprissero le porte a nome dell'imperatore e del papa.
I principali del castello, recatisi sul ballatojo di porta Piovana, rispondono alla intimazione: aprirebbero volentieri, purchè avessero fede che sarebbero lor salve le sostanze e le vite.
I capitani dei cavalleggeri soggiungono; «Aprite tosto; di ciò vi malleviamo sotto parola del principe Filiberto di Orange capitano cesareo, che di poco tratto ci seguita.»
E i terrazzani da capo: «Di voi punto non ci fidiamo; aspettate che venga il principe, e quando egli proprio ci assicuri, vi apriremo le porte; nè l'esitanza nostra deve adontarvi, imperciocchè essendo Gavinana ab antiquo di parte cancelliera, e occorrendoci tra voi non pochi panciatici, crudelissimi nemici nostri, meno di voi sospettiamo che di loro.»
Tutte queste parole mettevano innanzi i Gavinanesi non per voglia che avessero di arrendersi, ma per dar tempo di arrivare al Ferruccio, a cui avevano mandato celerissimi messi, ed ora, per sempre più affrettarlo, si posero a suonare furiosamente le campane a martello.
I messi di Gavinana incontrano il Ferruccio nella casa del Mezzalancia.
«Affrettate i passi, per Dio! messere lo commessario; Gavinana appena si tiene, tanto l'assalgono grossi i nemici d'intorno; ma per poco che tardiate, voi troverete un mucchio di rovine. Il principe d'Orange in persona comanda all'esercito.»
«Maledetta sia la paura che vi fa vedere da per tutto il principe di Orange come se fosse il trentadiavoli e la versiera! Vi pare egli che esso avrebbe voluto o potuto abbandonare il campo sotto Fiorenza?»
«Io vi giuro pel corpo di Cristo, messere Ferruccio, che Orange vi sta incontro; molti dei nostri lo hanno veduto.»
Allora il Ferruccio trasse un sospiro e tra i denti mormorò: «Ahi! traditore Malatesta!»
Subito dopo il Ferruccio, raccolti i capitani, esponeva: stargli di fronte il nemico, il quale bene si avvisava incontrare, ma non già in sì gran numero, nè il principe stesso, nè così subito alle spalle; argomentare dallo stormo, essere inseguito; dicessero essi quello che in tanto estremo intendevano imprendere. — Risposero tutti: quanto a lui piacesse a loro piaceva, essere parati a mettere la vita nella imminente battaglia. — In mezzo a tanto consenso per combattere, Giampagolo Orsino, comecchè sentisse sarebbero tornate malgradite le sue parole, pure non volle mancare al debito di leale soldato, aprendo francamente il parer suo. Egli fece notare il fine di ogni loro sforzo essere la liberazione di Firenze e la salute della Repubblica; quindi ogni ingegno doversi porre a entrare sani e salvi in patria; potere questo di leggeri venir fatto seguitando su pei monti la strada tenuta dalle femmine fuggenti da San Marcello, e procedendo per gli Appennini riuscire in Mugello, donde calati a Scarperia, sarebbero venuti quasi su le porte di Firenze. — Ai quali consigli il Ferruccio oppose: che per fuggire bisognava lasciarsi dietro carriaggi e vettovaglie, sicchè non sapea di che avrebbe nudrito i soldati per quelle aspre giogaie; ancora, i nemici avere gambe pronte quanto le loro, per lo che gli avrebbe incontrati in ogni luogo forti come ora, più baldanzosi di ora, entrando in concetto di seguitare gente schiva di venire alle mani: e messo da banda il sospetto di essere perseguitato, quello che punto maggiormente aveva a temere era, che, precorrendolo nel piano di Mugello, quivi i nemici lo aspettassero e, come quelli che troppo, in ispecie cavalli, lo superavano, a mano salva l'opprimessero[337]; finalmente conchiudeva con la proposta altre volte avanzata da lui, cioè che se il nemico cui andava incontro fosse di poco od anche una metà superiore al suo esercito, egli lo avrebbe vinto di certo; oppure lo superava di sette od otto volte, ed allora i cittadini di Firenze avrebbero assalito il campo vuoto di soldati e così liberato in altro modo la patria. In ogni caso avere veduto sempre nascere pessimi effetti dalla fuga; ma la morte stessa, quando generosa, essere stata feconda. Gli audaci sforzano la fortuna. L'Orsino, persuaso dalle ragioni del Ferruccio, lo supplicava preporlo al posto più pericoloso della battaglia[338].
Il Ferruccio, uscito all'aperto, di slancio saltò in sella al suo buon cavallo e, levatosi l'elmo di testa, all'esercito, che gli stava schierato davanti come in anfiteatro, rivolse queste nobilissime parole, conservateci da Bernardo Segni al quarto libro delle sue Storie:
«So per esperienza, soldati fortissimi, che le parole non aggiungono gagliardia nei cuori generosi, ma sì bene che quella virtù che vi è dentro rinchiusa, allora si mostra più viva che l'occasione o la necessità la costringe a far prova di sè. Siamo in termine dove l'una e l'altra cosa ci si apparecchia per fare al mondo più chiara e più bella la costanza e la fortezza degli animi nostri; l'occasione vedete bellissima e sopra ogni altra onoratissima che ci si mostra difendendo con giusto petto l'onore delle armi italiane e la libertà della nobilissima patria nostra, per farvi risplendere per tutti i secoli di chiara luce; la necessità ci è presente e davanti agli occhi, che ci fa certi che ritirandoci saremmo raggiunti dalla cavalleria nemica, e che stando fermi non avremmo luogo forte da poter difenderci nè vettovaglia da poter vivere, quando bene prima entrassimo in quelle mura. Restaci adunque solo una speranza, e questa è la disperazione di ogni altro soccorso infuorchè di quello che dalla virtù delle vostre destre infino a questo giorno state invittissime e dal vostro animoso spirito procede. Questo ci farà in ogni modo vincere; nè, benchè siamo meno per numero, ci dobbiamo diffidare, per la speranza, oltre a quella della virtù vostra, maggiormente in Dio ottimo massimo; che, giustissimo e conoscitore del nostro buon fine, supplirà con la sua potenza dove mancasse la forza nostra.»
E ricopertosi il capo, con feroce sembianza brandita la spada, riprese:
«Soldati, non mi vogliate abbandonare in questo giorno.»
Carlo conte di Civitella e Amico Arsoli condottieri dei cavalleggeri spedisce innanzi, affinchè trascorrendo velocemente occupino Gavinana; seguita egli con la battaglia composta di quattordici bandiere; pone quindi le bagaglie, e la dietroguardia, ch'erano quindici insegne, commette alla fede di Giampagolo Orsino.
I cavalieri imperiali, sospettando ormai la malizia dei Gavinanesi e già vedendo apparire le insegne fiorentine, non si tennero più in freno, ma, trascorrendo a mano diritta lungo le mura di Gavinana, si fecero animosamente ad incontrare il nemico.
Il primo colpo è percosso, — ne succedono mille; uomini, cielo e campo di battaglia, tutto si presenta terribile. La strada sopra la quale combattono serpeggia a mezza costa del monte. — Da un lato il dirupo, — dall'altro l'erta scoscesa. In quelle angustie pochi prendevano parte alla battaglia, ma, sospinti dai sorvegnenti, quei pochi così si stringevano che, diventata inutile la spada e la lancia, si finivano a pugnalate, e i cavalli medesimi partecipando il furore dei combattenti si laceravano a morsi. Armi, cavalli e cavalieri precipitavano giù nel burrone, lasciando sulla schiena del monte spaventevole striscia di sangue; ed è fama che in quel giorno, l'umile rio delle Catinelle menasse giù alla valle più sangue che acqua, e la Vergine, che anche ai dì nostri scorgiamo posta a custodia della fontana dei Gorghi, vide in cotesto memorabile caso di sangue umano contaminate le caste sue linfe.
Nessuno vinceva, e si distruggevano tutti. Alcuni cavalieri fiorentini, o trasportati dall'estro della strage, o sia piuttosto, come crediamo, desiderosi col sacrificio delle proprie persone assicurare la salute della patria, scorgendo un calle su per la costa del monte, vi salirono a stento, e quando furono giunti a conveniente altezza, gridarono: «Viva la Repubblica!» — poi spinsero giù alla dirotta i cavalli, cacciando loro nel ventre intieri gli sproni. Quando eglino percossero i fianchi dei nemici, alcuni dei nostri rimbalzati dall'urto oltrepassarono volando sopra di loro e andarono capovolti ad incontrare la morte giù nel dirupo; altri caddero infranti tra le zampe dei cavalli: nondimeno così irresistibile fu l'impeto che la schiera si ruppe, e con eccidio miserabile ben molti tennero dietro nel precipizio ai nostri che tanto nobilmente si erano sagrificati. Allora crebbe il cuore ai Fiorentini: i capitani sopra gli altri volevano essere, siccome maggiori nel comando, così primi nel pericolo; sorse stupenda una gara di affrontare la morte; incalzano i Ferrucciani, piegano gli Orangeschi; indi a poco i cavalli, trovando dietro a sè bastevole spazio, si volgono e si danno alla fuga. Rifecero con veloci passi la via, piegarono di nuovo a destra di Gavinana e s'internarono nel bosco dei castagni, detto Vecchieto, sperando mantenervisi per virtù degli archibusieri appostati dietro i tronchi degli alberi. Ma nè per questo si rimase punto l'ardore dei nostri, che, scesi da cavallo, con in mano la picca conquistarono albero per albero e a palmo a palmo il terreno, sicchè pervennero a ributtarli fuori del bosco, cacciandoli oltre la fonte delle Vergini.
Il Ferruccio, trovata sgombra la via, accorre frettoloso e tra gli applausi dei terrazzani entra in Gavinana per la porta Papinia. Trasportato a festa sopra la piazza, mentre alzata la mano impetra silenzio per manifestare la gratitudine che serberebbe eterna la Fiorentina Repubblica per la divozione del popolo egregio di Gavinana, ecco volge lo sguardo alla contrada che mette capo alla porta Apiciana, e vede maravigliando comparirsi davanti la bandiera imperiale.
Fabrizio Maramaldo, il quale, come avvertimmo, aveva ricevuta commessione dall'Orange di tenere dietro al Ferruccio, giunto anch'egli sopra le Lari di Prunetti e quivi avvisato della scesa dei Fiorentini nella valle di San Marcello, piegò a mano sinistra al ponte di Mammiano, e scortato da buone guide, tenendo il cammino verso i monti che sovrastano a San Marcello, per la via sotto al Piano dei Termini, riuscì presso le mura di Gavinana dalla parte di levante. I terrazzani, accorsi ad incontrare il Ferruccio, nè da questa banda temendo l'offesa, l'avevano lasciata scoperta. Maramaldo, tentata la porta e la trovando salda, si pose a speculare la muraglia; ella era, siccome composta di muro a secco, debolissima; in breve tempo e con molta agevolezza gli riuscì atterrarne tanto spazio quanto bastasse a passarlo due uomini; un soldato, il più animoso, si provò ad entrare; non gli si opponendo nessuno, si assicurarono gli altri del sospetto d'insidia e a calca vi si affollarono. Così Fabrizio Maramaldo entrava in Gavinana da levante nel punto stesso in cui vi penetrava Ferruccio dalla parte di settentrione.
Il Ferruccio non profferì parola, ma a corsa si spinse incontro al nemico sbarrandogli lo sbocco alla piazza; gli tennero dietro Vico Machiavelli, Nicolò Strozzi, Goro da Montebenichi e molti altri dei valenti uomini che rammentammo di sopra, — oppongono una muraglia di ferro; adesso coloro che tra i nemici si mostrano più volonterosi vorrebbero ritirarsi, ma sospinti dalla piena dei sorvegnenti vanno a trafiggersi sopra le picche dei nostri; alcuni, tolto coraggio dalla disperazione, menarono orribili colpi, ma alla fine furono spenti; già d'intorno al Ferruccio si era innalzato un riparo di morti e di moribondi, sicchè gli convenne per mantenere la terribile zuffa calpestare quel baluardo di carne umana. Ad accrescere l'eccidio, uomini e donne lanciavano dalle finestre e dai tetti sassi, tegoli e di ogni maniera masserizie su le teste degl'imperiali, che vedute dall'alto avevano sembianza di palle da artiglieria disposte per entro un quadrato. Durò gran pezza la mischia, e il Ferruccio si sentiva stanco, non sazio di uccidere; l'armatura, già brunita splendidamente, appariva adesso vermiglia dal cimiero agli sproni, qua e là ammaccata, in parte fessa; pensò nuovo modo di strage, si risovvenne delle trombe di fuoco, e mandò Vico a vedere se la pioggia ne avesse lasciata illesa qualcheduna; ne rinvenne tre buone a farne uso, le portò frettoloso, le dispose con diligenza e, avvertiti i compagni affinchè si cansassero, appiccò loro il fuoco: prorompe una tempesta di palle, di scheggie, di vetri e di simili altri proietti di cui solevano i nostri antichi riempire le macchine di guerra; — la strada rimase sgombra; — di tanta gente stipata avanza un mucchio informe di membra lacere, e su le pareti delle case appaiono attaccali frantumi di cervelli umani, o impresse col sangue le forme dei corpi quivi schiacciati; l'impeto della vittoria non concesse ai nostri osservare per quale orribile rivo cacciavano le gambe, si spinsero oltre sguazzando nel sangue allo esterminio nemico[339].
Ecco arriva l'Orange, a vedersi mirabile per l'armatura fregiata di oro e di argento con sottile lavoro, pel cimiero piumato, egregia opera dell'arte, ed anche pel poderoso cavallo pure egli adorno di pennacchi e di ricca gualdrappa; il superbo animale, quasi consapevole di portare così grande barone, scalpita, sopra sè stesso si ripiega, si compiace in somma nei moti smoderati che in un cavallo comune di ordinanza sarebbero stati puniti con acerba ferita degli sproni.
Quale impeto di cieca ira agitasse il capitano imperiale contemplando scomposte le squadre dei cavalleggeri, non è da dirsi; si avvolgeva furente pel campo gridando: «Dove siete, miei cavalleggeri?» E i suoi cavalleggeri erano polvere. Ad un tratto si accorge di un alfiere che malamente ferito se ne stava acquattato dietro un castagno; — gli corre sopra, gli strappa di mano la bandiera e, dandogli dell'asta traverso la faccia, lo manda tutto pesto a rotolarsi nel fango. Sventolando poi la insegna, continua a imperversare pel campo; non mica supplichevole, ma invece garrendo i soldati con parole di contumelia gridava:
«Marrani, cani senza fede, tornate in battaglia! ringraziate Dio essere sortiti all'onore di farvi ammazzare per sua maestà l'imperatore; tornate in battaglia, o, alla croce del vero Cristo, vi faccio sterminare dalla mia gente di arme!»
In questo modo favellando, egli primo precipita giù per la china del campo delle Vergini.
Sorgono due collinette, una di faccia all'altra, fuori della porta Piovana, e con le coste presentano due piani inclinati acconci a difendersi, malagevoli ad assalirsi; quello che rimane a destra di chi entra in Gavinana si appella piano delle Vergini, l'altro che giace a manca chiamano Vecchieto. I nostri, diloggiati i nemici, stanziavano nel campo di Vecchieto, e ottimamente riparati dai castagni, che quivi anche ai dì nostri vediamo più grossi che altrove, dirigevano contro ai nemici disposti allo scoperto sul piano delle Vergini una tempesta di palle spessa e fragorosa come grandine. Pieno di pericolo l'inoltrarsi, ma l'Orange credeva che palla plebea non valesse a forare il corpo di un principe.
Tra il piano delle Vergini e Vecchieto havvi una via alpestre, e in questa strada, ma più vicina al primo campo che a quello di Vecchieto, occorre una fontana con la immagine della Madonna; ella se ne sta in mezzo a tanta rabbia di uomini, quasi colomba posata sul margine del vulcano. Perchè non placa ella i feroci? Perchè sensi mansueti non diffonde nel cuore degli omicidi? I ferri si inchinano davanti il seno delle femmine, — l'istrumento della morte rifugge dal seno onde traggono il primo alimento le creature umane. Avevano il cuore aspro come pietra i Romani e i Sabini, e non pertanto diventarono miti alle supplicazioni delle donne imploranti pace. Ma cotesti non erano figli di una medesima terra; nessuno oltraggio avevano agli assalitori arrecato i Fiorentini; essi lasciarono derelitte le mogli e le madri a casa per disertare altre madri, altre mogli; i campi abbandonarono incolti per devastare altre campagne: male dunque a loro avvenga, abbiano la tomba che si sono meritata, sieno scordati dalle mogli lontane, le quali l'annunzio della morte loro sentiranno come si ascolta la nuova delle fortune insperate. E tuttavolta, se alla Vergine non piacque separare la mischia, s'ella conobbe la giustizia della causa della Repubblica, perchè non ottenne la vittoria ai Fiorentini? Perchè con esempio memorando non dimostrò in conforto della virtù infelice prendersi su nei cieli cura e difesa della innocenza dei popoli? — Vana cosa fu sempre affaticarci la mente con domande alle quali non sappiamo trovare risposta.
Prima che il principe si avventurasse nella impresa rischiosa, monsignore Ascalino, dubitando di male, come prudente capitano pensò alla ritirata e dispose una banda di due mila tra Tedeschi e Spagnuoli in certa forra che giace tra Gavinana e il prossimo castello di Maresca; per questo caso di ora in poi la chiamarono la Forra Armata.
L'Orange muove imperversato giù sul pendio, così saldo si mantiene sopra l'arcione, così facile acconsente con la persona ai moti del cavallo che pare comporre una stessa forma con lui, — un mostro creato alla distruzione della specie umana.
Sceso in fondo del luogo ripidoso, trasse le briglie, e il buon destriero si fermò immobile. Il principe gira intorno la testa a speculare se alcuno avversario gli si presentasse davanti, ed ecco vede un cavaliere armato alla leggiera starsi presso la fontana delle Vergini senza fare atto di andargli incontro, ma ed anche disposto a non rimoversi da quel luogo. L'Orange, piegando a quella volta il cavallo e al comando della voce aggiungendo il gesto, gli grida da lontano:
«Non mi aspettare, soldato; sgombra, io ti concedo fuggire.»
Nicolò Masi di Romania, nel quale riviveva pure una scintilla di greco valore, non rispose e non si mosse. L'Orange stimolando il cavallo gli giunge appresso e rinnova la intimazione, e poichè la vide tornar di nuovo invano, gli si stringe addosso, animoso sollevando la spada.
Allora il Masi con stupenda celerità, prima che il colpo della spada calasse, si alzò su le staffe, con ambe le mani strinse la mazza di arme e ne percosse l'elmo del principe in modo che questi perdette la sinistra staffa e piegando il capo confuse i pennacchi del suo cimiero con quelli che fregiavano il frontale del cavallo. Comecchè intronato, l'Orange si rilevò furioso e menò sul Masi manrovesci e fendenti che certo gli avrebbero recato assai danno, se gli occhi abbarbagliati per entro vortici di fiamma gli avessero conceduto assestarli meglio, o se da meno fina armatura il Masi stato fosse difeso. L'astuto Greco però, seguitando il duello, a mano a mano si ritirava sperando di farlo prigione, cosa che avrebbe dato vinta l'impresa, e il principe ormai cieco della mente cadeva certo nella insidia, se il conte da San Secondo e Giovanni Bandini non avessero eccitato quanti stavano appresso di loro fanti ed uomini di arme a portare soccorso al capitano.
«Per poco che tardiamo», essi dicevano, «non saremo più in tempo. Avanti Herrera! Avanti Rossale! Dove non occorre pericolo non si acquista gloria; ove si avventura il capitano deve inoltrarsi anche il soldato.»
Herrera e Rossale si avanzano co' loro squadroni; il volto hanno pallido come codardi, e pure si mostrano animosi nei moti; passando a canto al Bandino, questi a voce sommessa dice all'Herrera:
«E bada a tirare giusto... un colpo, e basta.»
I cavalli si avventano, scomparisce lo spazio; all'improvviso s'innalza una densa nuvola di fumo; da una parte e dall'altra si sono mandati la morte scaricando gli archibusi. Chi rimase in sella? — chi ricoperse cadavere illacrimato il terreno? Non alitando soffio alcuno di vento, il fumo continua ad ingombrare il campo della zuffa. Di lì in breve però un magnifico cavallo ornato di piume galoppa, privo di cavaliere, di su di giù per le squadre dei soldati, empiendo il campo di tumulto e di spavento. È il cavallo del principe di Orange. Il suo signore giace spento nel fango trapassato da tre palle di archibuso, una nel petto, un'altra nel braccio sinistro, e la terza nel collo sotto la nuca[340].
E da un altro lato della nuvola del fumo sbucarono due cavalieri, gridando: «Salva! — salva!» — spingendo alla dirotta i cavalli. Erano Herrera e Rossale, cui la paura di comparire davanti al giudice supremo col sangue fresco di un assassinato sopra le mani rendeva codardi.
Tutta la gente di arme si disperse fuggendo, sicchè a Pistoia prima, poi a Firenze e al papa in Bologna corse la fama della disfatta e della morte del principe, sentendone, secondo i desiderii diversi, o immensa gioia, o infinita tristezza.
Per quello che abbiamo potuto indagare, sembra che da tre parti arrivasse sul principe la morte, dagli archibusieri appostati a Vecchieto, dai terrazzani schierati sulle mura della Gavinana e dagli assassini, ai quali in nome del papa era stato commesso il tradimento.
Tantavilla francese, paggio del principe, continuandogli in morte[341] quella fede di cui tante prove gli dava nella vita, malgrado la presenza del nemico e il pericolo che correva grandissimo, non volle lasciarlo, ma invece indirizzandosi al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi, lo pregò a porgergli aiuto onde caricarselo sopra le spalle.
E il Masi, magnanimo di cuore, come prode, commiserando al fato di tanto personaggio, scese da cavallo e sovvenne nel pietoso ufficio il servo fedele. Il Tantavilla, poichè si fu recato su le spalle il corpo dell'Orange, sorreggendolo con la mano manca, stese la destra al Masi e gli disse piangendo:
«Generoso cavaliere, se non vi sdegna la mano di un servo, me la stringete, vi supplico; ella è mano di servo fedele.»
«Di gran cuore», rispose Nicolò commosso, e gliela strinse con affetto; «se mai ti stringesse alcun tuo bisogno, sovvengati di Nicolò Masi. Ora parti, chè le parole sul campo di battaglia vogliono esser corte, e Dio ti tenga nella sua santa guardia.»
Il Tantavilla trasportò la spoglia del principe nella cappelletta poco lungi da Gavinana, a lato della via che mena ai Lagoni, e quivi, temendo non gli venisse tolta, l'avvolse entro una coperta di lana e la sotterrò in mezzo del pavimento, dove anche oggi si vede il segno dello scavo, benchè risarcito, per la lunghezza di un corpo umano. «E colà stette», narra il capitano Cini, «finchè, dopo acquistata la vittoria, fu da chi comandava mutato parere e considerato meglio levarlo da quel luogo ignoto e portarlo altrove; e così, quando si partì il vittorioso esercito imperiale, fu dissotterrato e involto nella stessa coperta, messo sopra un grosso cavallo. La spoglia mortale del principe, spenzolando di qua e di là le braccia e le gambe, e dimenando capo, lacrimoso spettacolo della miseria umana, giunse a Pistoia. Lo posarono prima fuori di porta al Borgo, donde il clero lo rimosse con pompa, e a grande onoranza lo trasportarono alla cattedrale. Quivi ebbe esequie solenni come vincitore. Poco dopo lo deposero alla certosa di Firenze, e quinci, dopo averlo imbalsamato, lo spedirono alla sua genitrice, che certo non si aspettava rivedere in questo modo il diletto suo figlio.»
«Vittoria! vittoria!» con immense strida gridavano i soldati del Ferruccio, respinti i nemici e dispersi per la campagna, rientrando nelle mura di Gavinana. I terrazzani dai balconi, dai tetti plaudivano battendo palma a palma e sventolando candidi pannilini. Le campane sonavano a gloria.
«Vittoria! vittoria!» rispondono i cavalleggeri fuori delle mura, i quali a posta loro, ributtati i cesarei, occupavano il piano delle Vergini. Dappertutto allegrezza. Il cielo stesso placato lasciava aperto tra le sue nuvole un adito al raggio del sole, — l'ultimo che salutasse il gonfalone della Repubblica Fiorentina.
E il prode Ferruccio, palpitante, bagnato di sangue nemico e de' suoi si appoggia all'asta della lancia sotto il magnifico castagno che sorgeva sopra la piazza della Gavinana. I suoi occhi stanno rivolti al firmamento porgendo col cuore grazie fervidissime a Dio; — non lo poteva con le labbra, chè lo impediva l'affanno.
Qui circondato dall'Arsoli, dal Masi, dai conti di Castro e Civitella, da ambedue gli Strozzi Nicolò e Bernardo, e da altri egregi difensori della Fiorentina Repubblica, udiva i vari casi della battaglia e la morte del principe.
«Dio faccia pace alla sua anima», favellò il Ferruccio, «egli è morto da valoroso. Se alcuno rinviene la sua spoglia mortale, si rammenti che il guerriero spento in battaglia è cosa sacra al guerriero. — Guai a chi l'oltraggia!»
Ahimè! Mentre si rallegrano della vittoria, ella apre l'ale per fuggire dalle loro bandiere.
Alessandro Vitelli e Mario Colonna con gl'Italiani, gli Spagnuoli ammottinati di Altopascio e il Bracciolino capo della fazione panciatica, inseguendo, secondo il comandamento ricevuto, l'esercito fiorentino, giunsero anch'essi alla Croce delle Lari. Tenne sentiero diverso il Maramaldo: piegò a mano diritta, passò il fiume Limestre e riuscì di faccia alla dietroguardia di Giampagolo Orsino.
S'incontrarono sul piano di Doccia posto a mezzo cammino tra Gavinana e San Marcello. L'Orsino, considerando non potere resistere a tanta piena di nemici e difendere così gran numero di bagaglie, ordinò ai marraiuoli che aveva in copia il Ferruccio condotti da Pisa si affrettassero ad alzare un terrapieno formato a mezzo cerchio, il quale condussero maraviglioso e con incredibile celerità. Il viaggiatore che visita quel campo può anche oggi contemplarne i vestigi per un tratto di meglio che dugento braccia. Dietro al terrapieno si difende l'Orsino; il nemico grosso minaccia di prorompere, quasi un fiume appena contenuto dagli argini; qui si rinnuovano le ferite, il dolore, il pianto dei moribondi, la strage nefanda. Il mio spirito contristato non sa che cosa più oltre deve narrare di miserabile, la fantasia cade stanca di avvolgersi tra così moltiplici immagini di morte, e al mio lettore risparmio il fastidio di più oltre affliggersi sopra le sventure e le colpe degli uomini. Forse non rimaneva rotto l'Orsino; la fortuna gli concedeva ritirarsi incolume in Gavinana, se il malefico ingegno del Bracciolino non si fosse adoperato ai danni della patria; non furono mani straniere, ma per maggiore dolore italiane quelle che consumarono il sacrificio della più nobile repubblica di questa nostra contrada. Noi dobbiamo compiangere la battaglia della Gavinana non pure come sventura, ma altresì come delitto.
La discordia percorse veloce e continua sopra la faccia della misera Italia, dalle Alpi al mare ionio a guisa di spola nelle mani del tessitore; se pose l'orma su i monti, li compresse; se sopra le pianure, le inaridì; con un flagello di vipere percosse le generazioni e trasfuse nelle vene di loro il veleno e la rabbia. Ora i figli portano il peso delle paterne iniquità; — ma durezza di fato per sospiri non muta, e il cielo arride alle mani animose, — non agli occhi piangenti. Ora i figli stanno in pace tra loro; — imperciocchè come contenderebbero i bovi gravati dal medesimo giogo? In espiazione degli antichi delitti, una volta ogni anno nella festa dell'Ascensione i monti di Gavinana risuonano di canti lugubri: due processioni muovono, una da San Marcello, l'altra da Gavinana, verso la fonte dei Gorghi. Quando s'incontrano, i cantici si rinnuovano più alti, accostano gli stendardi e fanno toccare i crocifissi tra loro; ciò chiamano — il bacio dei Cristi. I discendenti dei truci faziosi s'impalmano mansueti, più voti ricambiano con gli animi pacati; simili alle regine della tragedia inglese[342], ora che giacciono sopra la terra, le ha fatte amiche il pianto. Se questi inni e questi gemiti hanno forza di rompere il vostro sonno secolare, ossa degli antichi defunti, oh come affannosamente dovete fremere dentro ai vostri sepolcri! — Venite e vedete; — per colpa vostra gli eredi del vostro sangue altro intelletto ed altra forza non serbano che per piangere e per pregare. — Io per me, quando considero come è tumida la fortuna e corriva agli oltraggi, e quanto all'opposto consigliera di pace la sventura, tremando m'interrogo se per caso la provvidenza commise alla miseria ordire il vincolo di concordia unicamente durevole tra gli uomini. — Ma io l'ho detto, affaticarci con domande a cui non sovviene la risposta è amaritudine di spirito; e tra queste bene spesso ne occorrono di tali che percuotono le orecchie, quasi una squilla che suoni a infortunio, o piuttosto feriscono il cuore dolorose a sentirsi quanto il dardo della vipera.
Nicolò Bracciolino, che co' suoi mille faziosi procede col Vitelli a modo di lancia franca, esperto del luogo, si stacca dai compagni e per certe vie oblique a lui note celandosi dietro ai tronchi dei castagni che spessissimi crescono in questo lato, in silenzio, co' passi del traditore, si avvicina al fianco della colonna dell'Orsino. Fu agevole cosa trucidare e disperdere i pochi e meno validi soldati che vi stavano a guardia, — scompigliare le bagaglie, mandare sottosopra some e carriaggi, — empire di spavento ogni cosa. Orsino, udendo rumore alle spalle, conobbe il caso e si tenne spacciato; tuttavolta, disposto a morire da valoroso, strinse intorno a sè i suoi, ne fece gomitolo, e così ordinato, non altramente che fosse un corpo solo armato di mille spade, si dispose ad aprirsi la strada camminando sul petto dei nemici.
Sovvengati, lettore, se mai fosti in riva al mare, di aver veduta una barca per forza dei rematori rompere le onde che incessanti si accumulino contro di lei e, come se avessero senso di rabbia, fremere riottose lungo i fianchi e subito chiudersi ribollenti dietro il timone; così la virtù dei soldati dell'Orsino supera il numero dei nemici, ma il suo drappello procedendo scema, mentre da ogni stilla di sangue avversario sembra che nascano nuovi guerrieri a combatterlo; — male incolse a cui volle inseguirlo troppo dappresso, perchè sovente rivolse la faccia e balestrò la morte nelle file dei cesarei; — venuto al rivo delle Catinelle si fermò di nuovo, e di nuovo quelle umili acque si tinsero di sangue umano; finalmente lacerato dalla testa, su i fianchi, dopo avere fatto quanto e più a forza umana era concesso, ripara in Gavinana; i terrazzani non ebbero tempo per chiudere le porte, — proruppero nel castello amici mescolati ai nemici.
Per altra parte Fabrizio Maramaldo fuggendo tutto pauroso s'imbatte nella banda della Forra Armata, la quale, e per essere posta in luogo riparato e per non avere ricevuto ordine alcuno, non erasi mossa; la reputando nemica, stava per gittare l'arme e raccomandare per misericordia la vita; se non che, ravvisando l'errore, riassunse presto la superba natura, e levata la voce comandò: si muovesse a salvare i compagni messi in rotta, si affrettasse; avrebbe vinto la impresa, se si fosse comportata col consueto valore.
Si agitarono i due mila, accelerarono i passi, vogliosi di mescolarsi in battaglia; appena usciti dalla Forra, i cesarei sbandati, vedendo una bandiera levata dove potere riannodarsi, cessarono la fuga ed ingrossarono la banda, in breve sommarono a meglio di quattro mila e tutti uniti s'indirizzarono impetuosi contro la Gavinana. In cotesto cumulo di gente, comecchè mosso da passioni diverse, ardeva immenso il desiderio di vincere; — gli uni per vendicare la vergogna, gli altri, quelli della Forra Armata, per orgoglio che fosse detto di loro: il colonnello di monsignore Ascalino salvò l'esercito imperiale a Gavinana.
Ferruccio brandiva la picca, la quale per essere adoperata dagli Stradiotti cavalleggeri greci si appellava stradiotta[343], e accompagnato dall'Orsino, da Amico e Alfonso Arsoli, dai conti di Castro e di Civitella, da Agostino Gaeta dall'uno e l'altro Strozzi, da Francesco Vivages francese, da Sprone di Borgo, da Paolo e Giuliano Corsi, da Antonio da Piombino, da Giovambattista Cambiaso e dagli altri valenti capitani, giù si scaglia contro il Bracciolini, il Colonna e il Vitelli, quando, udito rumore, si volge dal lato opposto e contempla inondato nuovamente di nemici il castello. Allora gli s'intenebrò l'intelletto, gli venne affatto meno la speranza, non l'ardire nè l'animo apparecchiato alla morte magnanima; supplica gli astanti tengano testa al Vitelli finchè ritorni, e rovina dove lo minaccia maggiore il pericolo. Quasi non avesse per sei intiere ore combattuto, quasi gran parte del suo inclito sangue non gli fosse sgorgata dalle vene, apparve terribile come il Dio di Moisè. La voce, il guardo, le mani, tutta la persona insomma spirava la distruzione: «e il fatto, racconta il Cini[344], si rinnuovò con tale e tanto strepito di archibusate e di picche ch'era cosa spaventevole a sentirsi e orribilissima a vedersi, giacchè fu sì crudele e disperata battaglia che appena si poteva passare nella piazza di Gavinana impedita per i corpi morti e feriti che dappertutto v'erano ammonticchiati.»
[Illustrazione: ... al cavaliere che si vide più prossimo, e fu il valoroso Masi,... Cap. XXIX, pag. 694.]
E fu questa battaglia degna di Omero, — ma noi non possiamo avere un Omero. Egli cantava all'ombra dei laureti cresciuti a coronare la fronte degli eroi che ascoltavano, — noi seduti sopra un sepolcro narriamo storie alle ossa inaridite; — la traccia di quel divino sopra la terra greca assomigliava alla carriera del sole nel firmamento, splendida e sublime; — non che le case, gli schiudevano i tempii, ond'egli si santificasse col canto. — Poco gli nocque essere cieco degli occhi del corpo, dacchè le muse lo guidavano e la gloria gli rischiarava l'intelletto. — Quando le labbra frementi susurravano l'ultimo verso del canto, e la corda vibrava l'estremo tocco, egli sentiva distinto l'alitare dei petti ai circostanti, e il suo cuore si empiva di nuovo sangue e di nuova poesia, argomento di forza alle immagini future. — La vergine greca colla mano e la guancia appoggiate alla spalla del garzone, come la Psiche di Canova su quella di Amore, udendo le miserie di Andromaca, obliò un istante il suo affetto e gemè per la sconsolata regina; — la madre argiva, al racconto delle stragi di Ettore Priamide, si strinse più forte il pargoletto al seno ed abborrì la guerra, — ma quando le furono rivelate le mirabili prove di Achille, le s'infiammarono le guance, e l'entusiasmo della patria la inebriò; allora guardando con occhio scintillante il suo figlio, esclamava: Abbi la fama di Achille, — e con voce più bassa aggiunse: più provvida di Tetide, io guarderò a tuffarti interamente in Lete. — E quando un fatto comune chiamò la grande anima di Omero nel regno delle ombre, i Greci lo assunsero in cielo, are gl'innalzarono e voti, come a Dio, — sette città se ne contesero la nascita; — i sapienti loro ne derivarono leggi, politica, morale e quanto abbisogna al retto ordinamento della umana società; — lo consultarono come oracolo, ne trassero responsi. — La Grecia tutta tolse per simbolo Omero.
Male arrivato poeta nelle terre d'Italia! Alle generazioni che ti scorrono davanti pallide e vuote, siccome larve, parla di gloria, e ti risponderanno: usura; — guai a te, se ti esce incauto dalle labbra il nome santo di patria! Ti aspetta il luogo infame dove avrai per compagni la meretrice e il ladro... perchè l'amore di patria in questa terra è delitto; in verità, vi dico, delitto ricercato e punito più gravemente assai del latrocinio. — Certo il tuo nobile cuore, o poeta, non verrà meno per questo, — ma rimarrai contristato profondamente per le turpitudini dei tuoi fratelli, — la parola ti spirerà sopra le smorte labbra, e non potrai essere Omero.
Ferruccio respinge dalla Gavinana il nemico, lo disperde per la campagna, e dubbioso sia per tornargli addosso da capo, non si ferma finchè vede persona davanti a sè; allora fece sosta, ed accorgendosi che la punta della stradiotta per lo spesso ferire erasi storta, si chinò e raccolse da terra uno spadone a due mani di quelli che usavano i lanzichenecchi; poi, ordinati i superstiti a chiocciola, s'incammina al castello in soccorso di quelli che vi aveva lasciato. Le torme dei cesarei intanto si erano chiuse dentro di lui e avevano invaso tutte le strade della Gavinana: i suoi ben tuttavia vi stavano dentro, ma diventati cadaveri. In quel momento il Ferruccio alzò la voce e chiamò a nome i suoi più valorosi compagni; nessuno gli risponde; la morte aveva loro resa inerte la lingua.
Ora, mentre la sua anima pensando al fato di tanti prodi sospira, due grosse bande di nemici, imbaldanziti dalla vittoria e disposti ad abusarne quanto più furono immeritevoli di conseguirla, con minacce barbariche gl'intimano da lontano la resa.
Giampagolo Orsino, ormai disperato, si accosta al Ferruccio e gli domanda:
«Signor commessario, vogliamo noi arrenderci?»
«No», gli risponde con forza il Ferruccio; e piegata secondo il suo costume la testa, si avventa primo contro i sorvegnenti imperiali.
Nicolò Strozzi, considerando come quel valoroso, più che a mezzo morto, potesse appena reggere la spada, non volle si esponesse a sicurissimo eccidio; onde presto si pose tra il nemico e lui, riparandogli col proprio corpo le ferite.
Ma il Ferruccio, brontolando, lo trasse in disparte e in ogni modo volle pel primo affrontare il nemico[345]. Cessata la speranza di vincere, combattono per non morire invendicati. Gl'imperiali abborrenti di sostenere l'estreme ire di quei terribili uomini, si allargano e li bersagliano con gli archibusi da lontano. Ad ogni momento ne cadeva uno per non più rilevarsi, — nè i superstiti pensano ad arrendersi. Anche la Toscana ebbe i suoi Trecento e Leonida.
«Il gonfalone di Fiorenza! Gli angioli scendono a difenderlo: viva la Repubblica!»
Questo grido mandarono il Ferruccio e i suoi compagni, allorchè, alzando all'improvviso lo sguardo, videro sventolare al balcone di un castelletto posto sopra certa eminenza accanto le mura di Gavinana la bandiera del comune.
E al balcone si affacciò Vico Machiavelli, che con la voce e col cenno chiamava i compagni a riparare in cotesto estremo propugnacolo.
Non senza nuove perdite colà si condussero; stremati com'erano di forze e di sangue, quella breve erta parve loro infinita.
Sbarrarono le porte, come meglio poterono si afforzarono e dai balconi, dalle feritoie, che anche in oggi si vedono, presero a bersagliare il nemico. Gl'imperiali, sospinti dalle minacce dei capitani, che dietro loro incalzavano con la spada nuda, molte volte salirono all'assalto, e sempre sopraffatti dalla tempesta delle palle piegarono. Maramaldo, rimasto in Gavinana, sentendo riuscire i conati invano, spumava di rabbia, e all'ultimo mandò a dire che se in mezz'ora non superavano il castello, gli avrebbe appiccati quanti erano.
Si accingono all'ultima prova; — le palle vengono più rare; — arrivati a mezza costa scemano ancora; — a piè del muro cessano affatto, — stanno immobili alquanto di tempo paurosi di sorpresa, — non offesi si rinfrancano, i più timidi saliscono a gara, — insieme uniti si sforzano a rompere le imposte, a scalare i balconi.
I nostri non hanno più polvere, — non palle, e dimentichi dei pericoli e dei propri dolori, contemplano l'agonia di un valoroso.
Ferruccio giace sopra un letto di foglie castagnine; — non ha parte di corpo illesa; — invano tentarono arrestargli il sangue, — prorompe dagli orli delle fasciature, distilla dai lini temprati. — Genuflesso a destra, gli sorregge il capo Vico Machiavelli, il quale forte si abbranca il petto sotto la mammella sinistra per impedire anch'egli lo sgorgo del sangue da una ferita ricevuta in quella parte, — e dalla manca simile cura gli rende Annalena, anch'ella genuflessa.
Ardono in terra alcune lampade, le quali quando il sole illumina il nostro emisfero partoriscono effetto sempre solenne nell'uomo, imperciocchè accennino la presenza della morte — o Dio.
E intorno intorno genuflessi i pochi compagni superstiti, comecchè laceri, spicciando sangue dalle aperte piaghe, supplicano per l'anima dell'uomo forte che trapassa: Amico Arsoli percosso da tre punte nel fianco, Bernardo Strozzi sconciamente ferito nello stinco sinistro, Giampagolo Orsino, il prode Masi ed altri che non ricorda la storia.
La morte con la mano grave chiudeva gli occhi al Ferruccio, ma l'animoso, sforzandosi scoterne il peso, avventava la pupilla coruscante a modo di baleno verso il balcone.
Colà il vessillo della Repubblica, come se avesse senso d'intelletto, tentava svolgere le sue pieghe, che si ostinavano a rimanersi rigide a guisa di pietra; — il giglio se ne stava chiuso in mezzo di quelle non altrimenti che dentro un sepolcro, — lui pure opprimeva la inerzia della morte.
Fatto segno alle archibusate ed ai sassi del nemico, — ecco finalmente cade anch'egli percosso per non rilevarsi mai più.
Allora il Ferruccio non contese più oltre la potenza della morte, lasciò abbassata la palpebra e sospirò con mestissimo accento:
«È caduto! È caduto!»
All'improvviso le porte sfasciate si disfanno, — irrompe il nemico nelle sale del castello.
Di stanza propagato in istanza, ecco percuote le orecchie del nemico una cantilena di sacre preci, un singhiozzare sommesso; un suono di pianto, siccome avviene nelle case che sta per visitare la morte.
Entrarono e videro l'agonia del campione della Repubblica, — o piuttosto dell'ultimo fra i grandi Italiani.
Gli Spagnuoli, — nei quali gli orrori della superstizione non erano giunti a spegnere tutto sentimento di carità e di religione, nè il truce pensiero di Carlo V, che tormentandoli con la gloria e la rapina gli aveva sguinzagliati a mo' di veltri sopra l'Europa, poteva snaturare affatto il gentil sangue che trassero dai cavalieri antichi, a cotesta vista declinarono i ferri, l'ira deposero dai cuori, la iattanza dai labbri, e piegando i ginocchi trassero i rosarii e si unirono a pregare pace per l'anima del forte.
I Tedeschi sfilarono lungo i muri e colà si fermarono immobili così che apparvero panoplie poste a decoro delle pareti nelle sale dei castelli feudali; — nè ciò nacque in essi da pietà o da religione, ma dal non sapere che cosa si avessero a fare, imperciocchè fosse stato lor detto: Andate ed uccidete il nemico, — ed ora, trovando invece di nemico un uomo morto, non sembrava a costoro cosa buona uccidere chi già stava per trapassare.
Maramaldo, a cui durava tuttavia nel cuore la paura, impaziente degl'indugi, mandava speditissimi messi a incitare la strage e a riportargli novelle. Appena conobbe a qual punto fossero ridotti gli eventi, egli scelse tra i suoi colui che a prova sapeva più iniquo, e lo mandò con espresso comandamento di portargli morto o vivo il Ferruccio davanti.
«Su, figli di triste femmine», favella procace il messo del Maramaldo, che si chiamò Sciarra e fu di Calabria, «su, che Cristo vi mandi il malgiorno e il malanno; pare a voi che ve ne abbia date poche per pregare alla salute di costui? Se rialza le braccia, certo non lo farà per benedirvi.»
E poichè sentiva un mormorio di rimprovero, si affrettò a presto soggiungere:
«E poi voi preghereste invano; egli muore scomunicato, e qui non v'ha confessore che valga ad assolverlo.»
Moreno, il soldato spagnuolo di nostra antica conoscenza, cessò le preghiere ed accostatosi in atto solenne al moribondo,
«Io lo confesserò», disse, «perchè tutto buon cristiano può assolvere in articulo mortis, e Dio confermerà l'assoluzione del soldato che non ha mai rapito il pane dell'orfano, nè messo le mani nel sangue dell'infante e del vecchio. — Su parla, uomo prode, e non isdegnarmi, dacchè io per me sono umile cosa, ma l'ufficio che ministro presso di te è santo.»
Il Ferruccio stese, quantunque a fatica, la mano al soldato e con piccola voce rispose:
«Se alcuno io mai avessi voluto scegliere onde portasse la mia preghiera al trono dell'Eterno, sareste voi, generoso nemico... Però non ho mestieri di ministri tra me e il mio Creatore: — io favello da faccia a faccia con lui. Che parlate voi di umiltà? Davanti la spada... davanti la morte siamo uguali, soldato..., e voi non sapreste immaginare, non dico più umile, ma più miserabile condizione di me che sento portar meco nel sepolcro il destino della mia patria...»
«Tregua alle parole!» interrompe lo Sciarra, «monsignor Fabbrizio Maramaldo comanda che, ad ogni patto, morto o vivo gli si meni davanti costui; unite l'aste delle picche, adagiatevelo sopra, recatevelo in ispalla e andiamo.»
Ciò dicendo mosse per aggiungere alle parole l'esempio e già stendeva le mani su quelle sacre membra, quando Vico Machiavelli saltando all'improvviso in piedi lo respinse lontano, poi levatasi la destra dalla ferita strinse la spada ottusa nel taglio, troncata nella punta, e l'alzò per percuoterlo. Ahimè! Il sangue spiccia a zampilli fuori della ferita, egli vacilla com'ebbro e, dopo alcuni vani conati per sostenersi, stramazza duramente per terra.
Annalena gittando un urlo disperato abbandona il capo del Ferruccio e si protende smaniosa sul corpo del marito.
* * * * *
Dirimpetto alla chiesa della Gavinana sorge una casa, una volta Battistini, oggi appartenente ai Traversari. La porta principale essendo elevata assai dal terreno, vi si salisce mediante una scala a due branche che lasciano uno spazio di alquante braccia quadrate davanti la porta.
Qui sta Maramaldo volgendo di tratto in tratto lo sguardo verso la porta Apiciana per vedere se il Ferruccio giungesse. Finalmente l'empia voglia gli rimase soddisfatta; — si apre la folla, e il Ferruccio, tratto a vituperio con ineffabile angoscia sopra i bastoni delle picche, si avvicina alla casa Battistini.
Maramaldo con subito alternare diventa in volto bianco e vermiglio, — vuole incitarsi a furore, siccome costumano le belve flagellandosi i fianchi con la coda; e non pertanto, malgrado che provocasse l'ingegno plebeo già troppo di per sè stesso corrivo all'ingiuria, non sapeva spingergli su i labbri una contumelia qualunque; la coscienza gli mormorava dentro: Codardo! egli vale troppo meglio di te.
Glielo distesero ai piedi, ed egli stette lungo tempo a guardarlo senza potere profferire parola, poi cominciò tra lo scherno e la rampogna:
«Infelice! Vedi a che ti ha ridotto il folle pensiero di resistere alle armi di sua maestà Carlo V imperatore e re, e del Beatissimo Padre? Vedi, sconsigliato, come in mala ora lasciavi il fondaco? Credevi forse che il combattere battaglia fosse così agevole che misurare panni? Stolto! Tu hai senza scopo empito i sepolcri di tuoi concittadini. Tu, alla vanità che ti rode compiacendo, hai sagrificato migliaia di uomini. Dio ti ha riprovato, — Dio ti confonde ai miei piedi; — io potrei calpestarti, e tu lo meriteresti; — ma rispetto in te il segno del cristiano — e ti risparmio. Il Signore nella sua misericordia ti concede spazio sufficiente di vita per riparare ai tuoi falli; — adempi al comando dell'Eterno e chiedi pubblica perdonanza all'imperatore...»
Il Ferruccio aperse gli occhi e gli levò al firmamento, quasi per richiamare la mente di Dio alla bestemmia che si faceva del suo santo nome, e quindi favellò queste poche parole:
«Soldato! Renditi meritevole della vittoria, usandone con modestia. Vedi, la terra intorno è tutta ingombra di morti... e la più parte imperiali...»
«Codardo! tu sei vinto, e minacci!»
«Non sei tu che favelli colui che vidi fuggire ben cinque volte davanti a me?»
«Rendimi ragione del sangue del mio trombetto, assassinato in Volterra.»
«Mal rammenti Volterra... ella pur vide la tua viltà...»
«Or via, dacchè la poca vita che ti rimane tu adopri ad aumentare le tue colpe, Sciarra, gli taglia la gola.»
Sopra il portico della casa si erano adunati i principali dell'esercito, e con gli altri un alfiere che teneva fermo lo stendardo imperiale quasi sul capo del Ferruccio. A tutti dolevano le svergognate parole del Maramaldo, ma nessuno ardiva fargliene dimostranze; quando poi videro lo Sciarra che, tratta la daga, si disponeva a mettere in esecuzione il comando del Maramaldo, proruppero in grido di orrore, e allo Sciarra mancò l'animo di farsi innanzi.
L'odio rese il Maramaldo ingegnoso. Afferrato lo Sciarra pel braccio e trattolo in disparte, esclamò:
«Valorosi guerrieri, vi chiamo in testimonio che ho riparato la colpa. Misero me e per sempre abborrito, se avessi ad altre mani commesso la vendetta dell'inclito vostro capitano generale Filiberto di Orange e dolcissimo amico mio, condotto a morte immatura da questo vile scherano. Io stesso placherò la tua anima, spargendo le ultime stille di questo sangue esecrato. Accetta questo estremo ufficio con quel cuore col quale te l'offriamo e che ci viene fatto meno tristo dal pensiero che sia per riuscirti gradito nel seggio glorioso a cui fosti assunto. Tedeschi... Spagnuoli... Italiani..., applaudite... all'anima del principe di Orange!»
E col volto colore di cenere, gli occhi stralunati, recatosi in mano il pugnale, si avvicina a gran passo verso il Ferruccio.
E questi vedendoselo ormai venire addosso, lo guarda in volto e sorridendo gli dice:
«Tu tremi! Ecco... tu ammazzi un uomo morto.»
E il ferro dell'assassino penetrò fino al manico nell'intemerato petto del prode Ferruccio.
Mentre, dibattendosi nella morte, solleva il Ferruccio le mani, incontra il lembo dello stendardo imperiale, — apre per l'ultima volta gli sguardi, lo ravvisa, — lo afferra nella convulsione dell'agonia e, fattolo cadere, vi si avviluppa le membra.
La bandiera nemica serve di lenzuolo funerario al Ferruccio... Egli lo vede... esulta e spira l'anima immortale.
Di che mai comporrebbe l'Eterno la corona dei suoi santi, se l'anima del Ferruccio non fosse cittadina nel cielo?
Dove riposa il suo corpo? S'ignora; — non pietra, — non segno, — non iscrizione accenna il luogo dov'ebbero ultima stanza le gloriose sue ossa. Nè ciò crediate per impedimento di governanti, ma per viltà, per ignoranza, per ignavia dei posteri. Oh Dio! simili cose scrivendo, io mi vergogno d'essere nato uomo.
Dicono fosse gittato lungo la grondaia della chiesa della Gavinana, e il manoscritto del capitano Cini racconta che, scavando ai suoi tempi presso le mura della chiesa, fu rinvenuto uno scheletro di grande ossatura corrispondente al corpo robusto che aveva il Ferruccio, siccome ci attestarono gli scrittori.
Certo coteste erano bene le ossa del Ferruccio, e lo argomento dall'averle tosto riposte sotto terra: anche le ossa del Ferruccio tornate alla faccia del sole dovevano mettere spavento[346].
I morti sommarono a numero infinito. Ricordansi fra gli altri Alessandro Orsini, cugino pel signor Giampagolo, Guccio Tolomei, Tomaso Lorenzi, Giovanni Arrighetti, Francesco Covoni, Michele Uberti, Paolo Bernardini e Francesco Moretti; pochi dei feriti sopravvissero, per essersi azzuffati in luoghi angusti, a corpo a corpo. Messer Giovan Carlo Saraceni non dubita affermare essere stata questa una delle più terribili e sanguinose battaglie che mai si sieno combattute in Italia. Non si andrebbe troppo lontani dal vero calcolando che Ferruccio ingaggiasse la giornata con forze otto volte minori di quelle dei nemici, tenuto conto della parte panciatica, che si aggiunse agl'imperiali. Nelle storie a questa battaglia rimase il nome di San Marcello, ma devesi chiamare della Gavinana.
La terra data in balía dei soldati; vi fu commesso quanto la vendetta sa suggerire di più truce, l'avidità di più rapace; nè cosa nè persona rimase intatta, — fino le campane rapirono e venderono a' Lucchesi. Da gran tempo noi miseri abitatori di questa contrada ci compriamo a vicenda i nostri brani che ci strappano dalle spalle gli stranieri. Un caso avvenuto dopo la preda delle campane fece pensare che Dio volesse vendicare l'insulto fatto alla sua casa. Mentre sopra la piazza della Gavinana attendevano certi soldati a votare i bariglioni della polvere, cadde per avventura di mano ad uno di loro la corda accesa, e l'incendio che ne seguì mandò a male meglio di trecento imperiali.
Avanti che io mi allontani da Gavinana mi giova ricordare due fatti i quali, comecchè di contraria natura fra loro, meritano di non passare obliati.
Il primo (e questo narrerò più brevemente perchè torna in oltraggio alla nostra natura), il primo fu di Amico Arsoli, quell'egregio conduttore di cavalli di cui sovente abbiamo esposte le geste. Odiato a morte da Marzio Colonna, fu da lui comprato e barbaramente messo a morte. Ripreso dai suoi compagni della perfida azione, allegava in iscusa la strage operata dall'Arsoli del suo cugino Scipione Colonna, come se l'Arsoli non lo avesse morto combattendo lealmente in battaglia, e come se, incrociate una volta le spade, il nemico non dovesse ingegnarsi con ogni suo sforzo di superare il nemico. Ma al Colonna pareva non dovesse siffatta scusa bastare; imperciocchè costumasse fra i Romani di cotesti tempi degenerati vendicarsi con quanta maggiore sicurezza potevano e fare le esequie ai parenti col sangue comprato dei nemici.
Non così Giovanni di Mariotto Cellesi, il quale essendosi anch'egli partito da Pistola per comprare Nicolò Strozzi col proponimento di menarlo a mal termine, lo trovò ferito nello stinco e ridotto a tale che, mutatosi all'improvviso di animo e l'ira convertita in compassione, lo riscattò con mille ducati, lo trasportò con amorevole cura a Pistola e quivi, fattolo nella propria sua casa medicare, lo guarì, lo nudrì e, accomodatolo di danaro, con buona accompagnatura lo rese sano e salvo a Firenze.
E avverti che la ingiuria era per gli odierni costumi gravissima e deliberata; imperciocchè Nicolò insinuatosi nell'animo della moglie del Cellesi la persuadesse ad abbandonare il marito; ed ella lo fece, ma indi a breve venuta in fastidio all'adultero, si rimase con la vergogna e col danno. Bene a ragione il Cellesi pensò che per una rea femmina non dovesse mandarsi a male un uomo prode, chè tale si fu Nicolò, e, se togli questo peccato che ho detto, anche costumato cavaliere.
Durarono assai tempo i predicatori a citare dai pergami un simile atto nelle loro dicerie al popolo, favellando dell'amore del prossimo. E forse io penso che anche oggi non isdegnerebbero rammentarlo, se lo sapessero. Ma i predicatori non leggono più storie.
* * * * *
I giorni susseguenti alla battaglia, quando i vincitori si erano partiti trascinando i vinti, i feriti languivano lontani negli ospedali, e la terra aveva accolto i morti; — allorchè il silenzio e il terrore occupavano quei campi fatali, — fu vista aggirarsi per valli e per pendici una forma di donna palpitante, scapigliata, quasi menade ebbra di vino... Oh! ella era ebbra davvero, ma di dolore; — con la faccia ritta al cielo, battendo le palme rapida, a guisa di lingua di fuoco scorreva pei ciglioni dei precipizi, e l'aria forte percossa dal ventilare dalla sua veste bianca le fremeva dietro come persona commossa dal pericolo di qualche capo diletto. Il montanaro, la contemplando giù della forra o dalla balza vicina, chiudeva gli occhi pel terrore, e facendosi il segno della salute supplicava per l'anima di lei... se non che, sogguardando pauroso, la rimirava festante spaziare lontana dal dirupo, — quando ecco sottentra a perigliare su l'arduo sentiero altro e più compassionevole oggetto, — era un vecchio oppresso dagli anni e dalle sciagure, il quale, sebbene gli tremassero sotto le gambe, aveva ben saldo il cuore; ad ogni orma che stampa vacillante sul ciglione, scorre nell'anima di chi lo vede il ribrezzo, e la pelle rimane compresa da crispazione angosciosa..., pur nondimeno lo spirito governa il corpo, ed esce illeso dal mal passo.
La donna fuggendo e il vecchio inseguendo scorrono in piano di Doccia, rivedono la fonte dei Gorghi, il rivo delle Catinelle, si accostano a Gavinana, piegando a destra lungo le mura, e finalmente ansanti si fermano nel bosco delle Vergini a piè di un castagno.
In verità uno dei più belli che crescano in quel campo, dove ne vegetano dei bellissimi, e nel suo tronco, ad arte scortecciato, mostrava una croce.
Cadendovi davanti genuflessa, appoggiandovi le mani una sopra l'altra, e su le mani declinando la testa, stette la donna immobile, bianca e, dove il palpito del seno non l'avesse dimostrata viva, uguale in tutto a statua di marmo.
E il vecchio le veniva accanto piegando anch'egli i ginocchi e, come lei, le mani e il capo appoggiando al tronco del castagno, — senza parlarle, — senza consolarla, — senza pure toccarla; i suoi dolori erano di quelli che per parole non si placano; soltanto piangeva.
Immemore dapprima di ogni cosa terrena, la derelitta per quel pianto incessante si sentiva a mano a mano, dai truci fantasmi della immaginazione chiamata agli affanni della vita; allora si accorgeva del vecchio, che le plorava a canto e le si abbandonava nelle braccia, — con le sue guancie premeva le guancie di lui, — e confondevano insieme l'alito, i sospiri, le lagrime. — Quanta inenarrabile angoscia aveva accumulato il Signore sul capo di quelle due creature!
I montanari, indovinando la causa per cui eglino non potevano abbandonare coteste rupi, li compassionavano, ed anzi anch'essi, miti sotto il flagello di Dio, con ossequio religioso li proseguivano.
Allo approssimarsi del verno, più che altrove, diviene squallida la natura su i monti, — il vento si agita inquieto giù per le valli, — lungo le forre, e il mormorio che nasce dalle foglie cadute menate in volta e diffondentesi per tanto spazio di paese, rassembra un lamento che mandino gli alberi e la terra nel vedersi rapire la bella veste di cui andarono superbi nelle migliori stagioni dell'anno.
Una sera dei primi giorni del verno, all'ora del crepuscolo, — in quel momento in cui la luce e le tenebre si contendono il cielo, — e l'anima umana vacilla tra le cure della vita e i pensieri della eternità, — in cotesto istante, che anche all'assassino viene involontaria una preghiera della infanzia su i labbri, e nel cuore un pensiero per la madre che lo amò tanto, — in quell'ora di mestizia e di pace, Lucantonio si presentò al metato[347] della casa nuova. Teneva in collo, sorreggendola col braccio destro, Annalena, che dalla pieghevolezza dei contorni sembrava addormentata, se non che la destra le pendeva inerte lungo il fianco, la manca dietro il dorso del vecchio, — e questi si aiutava sorreggendosi forte al bastone, — il capo aveva scoperto, — i suoi capelli bianchissimi si disegnavano nella porpora del crepuscolo, gli avresti detti tinti nel sangue.
Giunto in mezzo al metato, volgendosi ai montanari quivi raccolti, con ferma voce e non pertanto sinistra domandò se alcuno di loro per amore della Madonna e per i suoi danari avesse voluto accompagnarlo al piano delle Vergini con palo e zappa, onde assisterlo in un'opera pia.
«Per amore della Vergine e vostro senz'altro», risposero i montanari, «noi vi accompagneremo»; — e le loro donne, mogli e figlie, fosse pietà, fosse voglia curiosa, o l'una cosa e l'altra, vollero ad ogni patto seguitarli.
Procederono a due a due come in processione silenziosi-; — veniva ultimo il vecchio; — egli non aveva permesso a nessuno di toccare Annalena; — e sì che quel peso doveva gravarlo, e ad ogni passo che mutava, pareva accostarsi di un anno al sepolcro.
Ad un tratto il vecchio proruppe nel cantico dei morti e supplicò al Signore perchè nella sua immensa misericordia avesse compassione di lui.
E gli altri vennero ad ogni verso rispondendogli, sebbene ignorassero chi e dove fosse il defunto.
Lucantonio gli fece fermare nel bosco delle Vergini, a piè di un castagno, ordinando scavassero colà dove additava.
Tolta alcun poco di terra, la vanga incontra stritolando ossa umane; il montanaro lascia l'arnese ficcato nella terra e rifugge inorridito.
«Continua l'opera, montanaro», con voce solenne riprende Lucantonio, «tu non profani le ossa dei morti, — io riunisco la moglie al marito, — questa ch'io tengo su le braccia è la sposa, — lo sposo giace là dentro, — il sepolcro sia il talamo di ambedue. Ieri all'alba ella svenne e diventò fredda... io la esposi al sole... l'avviluppai in caldi pannilini... col mio fiato mi sono ingegnato riscaldarle le mani, ma ella si è fatta sempre più fredda... l'ho chiamata co' nomi più cari... Vieni, le ho detto, sebbene questo pellegrinaggio mi avvelenasse il sangue, vieni, andiamo a visitare la fossa di Vico. — Non mi ha risposto... Io l'ho tenuta per morta: ella difatti è morta...»
Il montanaro continua a scavare la fossa, — e il vecchio soggiunge favellando ai circostanti:
«O madri! — questa povera creatura non conobbe sua madre: — o padri!... ella non ebbe le paterne carezze... La sua anima fu tesoro di amore... e per lungo tempo la sventura si appigliava ai lembi di questo e di quello, interrogando: Chi devo amare? — Imperciocchè io l'era servo, — e quando ella ebbe trovato un gentile garzone, prode e dabbene, Dio glielo ha tolto. — Questi giovani appena si conobbero nella vita, — ora staranno insieme una eternità. Lode al Signore!»
I montanari mal sapendo se quella lode al Signore uscisse sincera dal labbro del vecchio, o in fondo a quel discorso sonasse accento di disperazione, scherno o rampogna, — piansero, — calarono il corpo di Annalena nella fossa — e le pregarono pace.
La notte diventò profonda, i montanari tolsero commiato; Lucantonio voleva pagarli, ma si ristette, perchè le lacrime non si pagano. Il vecchio cortese chiamò un fanciullino che gli era stato sempre al fianco e, postogli nelle mani quanto si trovava a possedere di danaro, gli parlò sommesso: Quando tuo padre avrà fame, — e tu dagli questo.
Rimasto solo, così al buio incise sul tronco del castagno il nome di Annalena sotto quello di Vico, poi si accomodò a sedere con le spalle appoggiate al tronco, le mani conserte e abbandonate nel grembo, le gambe tese, il capo chino sul seno.
Il montanaro a cui il figlioletto aveva dato il danaro del vecchio, cercandolo il giorno appresso, lo rinvenne seduto a piè del castagno; lo reputando addormentato, aspettò gran tempo perchè si svegliasse, poi lo tentò per le braccia... Non si scosse, perchè era morto.
Raccontano che quel bosco si chiamasse prima della Vergine in onore della Madonna, ma dopo quel caso lo dicessero delle Vergini, in memoria ancora di Annalena quivi sepolta.
Ho cercato il castagno che protegge con le sue ombre il sepolcro di quei tre miseri, e non l'ho trovato; ma se, come assicurano, gli alberi crescono di diametro strato sovrapponendo a strato senza cancellare le incisioni del coperto, è da sperarsi che, abbattendo talvolta qualche castagno del bosco delle Vergini, il bottaio che ne farà caratelli trovi quel tronco consacrato dalla sventura[348].
CAPITOLO TRENTESIMO
LA VENDETTA DEGLI UOMINI E IL CASTIGO DI DIO
La infamia seguirà la parte offensa In grido, come suol, — ma la vendetta Fia testimonio al vero.
DANTE.
Ahi fortuna! Ci vien meno sotto i piedi la terra. Dove precipitiamo, o Cencio?» disfatto dal terrore esclamava Malatesta Baglioni, a cui Cencio riferiva rotto l'esercito imperiale, morto l'Orange, Ferruccio vincitore accostarsi a Firenze, il destino della Repubblica prevalso; — alle quali parole Cencio rispondeva:
«Ch'è questo, signor Baglione? Non dubitate; un sostegno non sarà per mancarvi giammai: se vi fugge dalla parte dei piedi, la Repubblica sta apparecchiandovene un altro dalla parte del collo.»
«Maledetto quando mi apparisti davanti! Possa la tua anima traboccare dal patibolo nell'inferno! Ma ti par ora questa da motteggiare, Cencio? Vien qua, Cencio, senti: vediamo se vi ha mezzo di salvarci la vita... la vita! e che devo farmi della vita senza la potenza, senza le dovizie... senza...?»
«Senza il sangue dei nemici?»
«Lo hai detto. — Costoro non mi uccideranno, anzi diranno al valletto: Prima che quella vivanda passi al cane, datela a Malatesta che sta di fuori seduto sopra i gradini del nostro palazzo.»
«Addio Chiusi, addio duchea di Bevagna e Tunigiana.»
«Il figlio che doveva essere orgoglio dei miei tardi anni, che stava per condurmi regal donna in casa!»
«Non che il duca di Camerino, ma il più povero artigiano non si vorrebbe mescolare con lui; voi non avrete da sodare la dota nè anco il cento ducati...»
«E il nipote, cui già immaginava ammantato della porpora cardinalizia...»
«Diventerà dopo dieci anni curato di campagna...»
«Potessi fare un patto col diavolo! Ah!...»
E gettò un grido di spavento, chè in questo punto si udì forte un rumore di uomini accorrenti, e subito dopo tutto affannoso comparve nella stanza Biagio Stella, il quale espose: la prima nuova della battaglia falsa, vera la morte dell'Orange, ma esservi pur morto il Ferruccio, e il suo piccolo esercito andare disperso pel contado toscano.
«O santo Pietro!» favella Malatesta levando le mani al cielo e poi come spossato declinandole al pavimento, «o santo Pietro! Queste due morti giovano meglio al pontefice che le tue chiavi d'oro e d'argento. Dopo tanti anni di matrimonio io dubitava a Cristo non fosse diventata incresciosa la Chiesa sua moglie; ora poi conosco a prova cotesti sponsali rimanersi pur sempre sotto l'influsso della luna del miele. Io comincio a credere in Dio... Biagio, un abbraccio; — Cencio, un bacio; — figli miei, questa è l'ultima nostra fatica; — anche il grappolo di Perugia produce vino generoso, — e la vendemmia ci aspetta. Cencio, torna la speranza del sangue nemico assai più soave del vino. Biagio, comunque adesso mi travagli il caldo, parmi rinfrescarmi all'ombra dei platani di Tunigiana, sotto i gelsi della valle Topina; — i miei occhi, Cencio, sono inebbriati di rosso, il vermiglio mi lusinga intero... rosso il sangue di Sforza, — rossa la porpora di Ridolfo, — rosso il manto ducale del figliuol mio: Cencio, Biagio, — mi sento l'uomo più avventurato del mondo; — andate per sonatori, per femmine, — oggi è un bel giorno...
«È il giorno di morte della libertà italiana!!!...»
«Magnifico messere capitano, — due magistrati che si dicono dei Dieci della guerra fanno istanza di favellarvi.»
[Illustrazione: La voce, il guardo, le mani, tutta la persona, insomma spirava la distruzione... Cap. XXIX, pag. 698.]
«I signori Dieci! I magnifici signori Dieci di libertà e pace! Che vengano tosto, in miglior punto non potevano arrivare i messaggeri dei magnifici signori Dieci. Cencio, Biagio, rimanete con me, affinchè non abbiano a camminare troppo per rinvenire medico, confessore e notaio per la Repubblica che muore; o piuttosto sentite: noi rappresenteremo i tre sacramenti: io la Penitenza, Biagio l'Eucarestia, e tu, Cencio, la Estrema Unzione; — guarda mo', Biagio, non ti par egli che abbia Cencio una faccia di olio santo? E per questa volta tu l'ungerai proprio all'agonia, come raccomanda l'apostolo santo Iacopo, — la Estrema Unzione non si dovrebbe replicare una seconda volta, — ciò sta contro le regole. — Ecco i Dieci. — Ben vengano i magnifici signori Dieci. — In che e dove posso spendere l'opera mia? Cencio, porgete sgabelli. — State a vostro agio, come a casa vostra. Ci avanza ancora qualche poco di vino; vorreste saggiarne? — Vino d'assedio... ma vi do quello che ho, e di cuore...»
E tutte queste parole erano profferite con procacia e petulanza tali da movere a sdegno i più mansueti.
I Dieci però o non si sdegnarono o molto bene dissimularono l'ira concetta; onde mansueti risposero:
«Gran mercè, signor capitano generale, — noi ci staremo in piedi; la urgenza del caso è tale che non concede la perdita di un momento di tempo.»
«Orsù dunque dite: io tutto orecchie vi ascolto.»
«Malatesta, — voi siete cristiano, e vi supplichiamo per Dio; — voi siete soldato, e vi supplichiamo per l'onor vostro; — voi siete padre, e per l'amore dei vostri figliuoli vi scongiuriamo a prendere pietà del nostro infelice paese. Voi lo sapete, Orange è morto, — morto pur anche il valoroso Ferruccio; — il nostro esercito rimase rotto, ma la vittoria del nemico si assomiglia alla sconfitta; possiamo anche vincere, conduceteci all'assalto del campo, — noi confidiamo sia per riuscirci agevole opprimerlo; — vuoto dei migliori soldati, sbigottito, diviso di voglie, forse mai come ora ci stette in pugno la vittoria. L'ordinanza della milizia ad alta voce domanda mescolarsi col nemico.»
«Ordinanza! Poveri folli! Ma che? credete voi che ordinare una battaglia, esercitare il mestiere del soldato sia come cimare panni, tignere sete e sedersi in banco a dare a prestanza sul pegno al venti per cento d'interesse? Chi vi ha contato tante novelle? Così foss'io sano, com'è Orange! — Così...»
«Signor Malatesta, noi ne abbiamo sicurissimo ragguaglio.»
«Ed io vi dico che vi hanno ingannato. Voi non avete più speranza di vincere, e credetelo a me, che sono uomo di guerra: abbandonatevi nelle mie braccia; sutor ne ultra crepidam, — a voi i negozi, la spada a me. — L'ordinanza!... Voi avreste fatto un gran bene a lasciare cotesta gioventù ai suoi fondachi, che le bisogne sarieno state assai meglio amministrate...»
«L'ordinanza, messere...»
«L'ordinanza, messeri, ha fatto più male che bene, e adesso non potrebbe fare più nulla. Sentite, io vi amo, e perchè vi amo vi consiglio ad accordare: — ho già consultato don Ferrante... voleva dire il principe Orange, e promette buoni patti...»
«Chi ve ne dava la commissione?...»
«Me la sono tolta da me; io faccio la cosa utile, mi vesto da gestore di negozi, come dicono i giureconsulti... appunto perchè sono cristiano e temo Dio, voglio risparmiare la effusione del sangue e conseguire con parole di pace quello che ormai non potreste ottenere con la guerra; appunto perchè intendo l'onore, mi piace guadagnarmi la fama che nasce da salvare una città nobilissima, qual'è questa vostra; pur troppo accolgo viscere di padre, e come padre sento qual debito avrei presso gli uomini e presso Dio, se compiacendo ad alcuni Piagnoni io lasciassi andare a fuoco tanti magnifici ostelli, a sangue tanti incliti cittadini; se nulla mi premesse il decoro di tante vergini e di tante gentildonne. Io dunque ho già convenuto su i patti meglio importanti con don..., col principe di Orange...»
«Chi ve ne conferiva il mandato?»
«Continuerete voi ingrati a maledire la luce che v'illumina? Già comincia a pesarmi questa diuturna pazienza. Credete voi che ignori le vostre vociferazioni? Forse io non so che mi andate vituperando come traditore? Non conosco io che voi, in premio dei patiti travagli in pro vostro, mi torreste la testa? E non pertanto dissimulo e perdono come Cristo perdonò, e ai vostri vantaggi mi affatico dicendo, com'egli disse: io li perdono, perchè non sanno quello che si fanno. — Certo i posteri quando apprenderanno questa mia longanimità mi estimeranno codardo; avrei dovuto abbandonarvi, lasciarvi in balia del nemico, ma non me lo concede la mia natura. Io restringo molte cose in una: speranze non ve ne rimangono, io accorderò per voi; e se ostinati volete ad ogni modo combattere, datemi licenza di ricondurmi alle mie case..., dove forse mi attende la morte a cagione dell'ira del pontefice ch'io mi sono provocato contro per voi..»
«Voi dunque non volete combattere?»
«Non voglio condurre a perdizione la vostra patria...»
«E desiderate la licenza...»
«La licenza! Portatemela e vedrete.»
«Malatesta, l'avrete.»
E crucciosi abbandonarono le case di lui. Allora Cencio, volgendosi al Baglioni, favellò:
«Voi siete il libro della Sibilla: e se vengono con la licenza?»
«Non verranno.»
«Ma se venissero?»
«Al papa certa volta prese talento di scomunicare non so quale dei Visconti e gli mandò ambasciatori: questi lo incontrarono sopra un ponte del naviglio grande e gli esposero la scomunica. Udita ch'ebbe leggere la sentenza il Visconti, Messeri, disse agli ambasciatori, ora vi conviene o bevere, gittati capovolti dal ponte, l'acqua del canale, o mangiare cotesta condanna. Scelsero mangiare, e ben per loro, che avevano denti buoni e stomaco migliore, perchè il Visconti quinci non si rimosse, finchè non ebbero trangugiato l'ultimo pezzo di carta pecora, e l'ultimo frammento di piombo del suggello sub annulo piscatoris. — Mi manca l'acqua: pur tanto è alta questa magione da fare preferire il pasto della licenza al volo dalle finestre.»
Nelle insolite commozioni dell'animo di gioja o di dolore, gli uomini abbisognano mescolarsi tra loro; quindi vedevi al palazzo della Signoria un brulichío di persone, un andare e un venire, un domandare l'un l'altro; se non che scomposta appariva cotesta frequenza, paurosi i moti, inquieti i sembianti, nè v'era mestieri di lungo esame per conoscere che per questa volta l'afflizione raccoglieva la gente; il passo stesso accenna la passione dell'uomo che cammina; rimossa ogni luce, io credo che di leggieri possa indovinarsi s'egli muova ad un festino, o piuttosto ad un mortorio.
Furono per bene due volte udite le parole del Malatesta, e mentre tra il fremito universale tentava alcuno dei Signori proporre cosa che fosse buona, ecco apparire Cencio Guercio, il quale, pretermessa la debita reverenza, entrò nella sala del supremo magistrato della Repubblica, non altramente che fosse una taverna, e gittò sulla tavola un manifesto, che fu il terzo firmato da Malatesta e dal Colonna, nel quale in sostanza si replicavano con più diffuse parole i medesimi concetti.
Cencio, reso insolente dai casi, credendo ormai potergli essere lecito qualunque malefizio, alla indignazione suscitata da cotesta lettura aggiunse nuova esca, adoperando siffatto linguaggio:
«O mercadanti, sbrigatevi via: non vi par egli di avere fatto aspettare assai messer papa e messere lo imperatore, principi e baroni, di cui uno solo val meglio di tutti voi altri? I granchi mangeranno le balene? Avete per questa volta conchiuso un tristo negozio; — più che aspettate, e meno costate; — io, con buon rispetto parlando, dalla lana in fuori non darei di voi altri Signori due lire di piccioli; — la vostra testa è un'aia, — volendo ci metteremo fieno, — ma per cervello, ah! ci si potrebbe trarre d'arme da mattina a sera... Orsù via, sbrigatevi, tornate alle faccende, le botteghe vostre vi attendono; anche lì potete fare la guerra..., col braccio corto... e la menzogna lunga, alle borse degli avventori.»
Dante da Castiglione e Lionardo Bartolini si mossero concitati e levarono le mani per metterle addosso all'insolente soldato, ma al Gonfaloniere sembrando che ciò non sarebbe avvenuto senza notabile scapito della reputazione del governo, ordinò si rimanessero, e aggiunse:
«Costui certo è pazzo od ebbro: così essendo, non ci facciamo micidiali del suo sangue, quantunque l'oltraggio, per la parte del Malatesta, diventerebbe maggiore.».
«Venga il medico e il carnefice», ripresero varie voci, «ed il cagnotto vada all'ospedale o al supplizio.»
«Sentite, Signori», favella Cencio, ma sbaldanzito non poco e pur continuando nella sua procace natura, «se mi mandate all'inferno, vi scoperò le stanze...»
«Mazzieri», gridò Raffaello Girolami, «cacciate questo ebbro dal palazzo.»
E i mazzieri accorsero, e Cencio suo malgrado, spinto fuori di stanza in stanza, senza potere più oltre articolare parola, si trovò, quasi prima di accorgersene, cacciato in mezzo di piazza.
Il gonfaloniere Girolami in tanta urgenza di casi domandava consiglio; Dante da Castiglione, consultatosi prima con Francesco Carduccio, con Domenico Simoni ed altri della sua fazione, animosamente disse:
«I partiti audaci, siccome sempre dimostrano spirito sicuro, essere ancora il più delle volte favoriti dalla fortuna; per tanto consigliare l'arresto del traditore Baglioni; si adunassero di quieto le bande della milizia, stesse il Gonfaloniere in pronto a condurlo, si mandasse un uomo fidato al Monte per guadagnare in ogni maniera il signore Stefano, poi si scendesse con mille circa soldati, e si circondasse la casa Bini: preso Malatesta, con breve processo si condannasse nel capo, come i maggiori loro avevano adoperato con Giovampagolo Vitelli al tempo della guerra di Pisa, poi si rimettessero in tutto nelle braccia della fortuna sortendo a combattere, e così vincere, ovvero insieme con la vita perdere il tutto, determinando che quelli i quali rimarranno a custodia delle porte e dei ripari, se per caso avverso la gente della città fosse rotta, abbiano con le mani loro subito a uccidere le donne ed i figliuoli, e porre fuoco alle case, e poi uscire alla stessa fortuna degli altri, acciocchè, distrutta la città, non vi resti se non la memoria della grandezza degli animi di quella, e che sieno d'immortale esempio a coloro che sono nati liberi e desiderano vivere liberamente[349].»
Questi consigli estremi, comecchè accolti con molto favore, non sortirono effetto, sia perchè, secondo alcuni scrivono, il Gonfaloniere rifiutasse uscire armato, sia piuttosto, come sembra più vero, che Donato Giannotti, segretario delle tratte, spedito al signore Stefano, non giungesse a persuaderlo. Per il qual fatto, se il Malatesta si guadagnò fama di traditore operando contro la patria, il Colonna se la meritò per essersi astenuto dall'operare. E di questa sua mancanza parte fu colpa l'astio ch'egli conservava pur vivo della preferenza data a Malatesta nel capitanato generale della Repubblica, parte all'invidia della gloria del Ferruccio, il quale in breve tempo era giunto ad oscurare le vecchie reputazioni; e finalmente più che ad altro vuolsi attribuire all'ordine espresso mandatogli da Francesco I di Francia, col quale s'ingiungeva partirsi dagli stipendi di Firenze quando prima, senza scapito del suo onore, il potesse.
Riuscito questo provvedimento invano, Francesco Carduccio, sebbene scorgesse la perdita della Repubblica ormai sicura, non perciò abbandonava il timone, continuando a lottare contro la fortuna, che ad ogni istante diventava più burrascosa. Egli dunque propose, poichè Zanobi Bartolini di commessario della Repubblica era diventato consigliere del Malatesta, Tomaso Soderini e Antonio Giugni andavano navigando per perduti, i quattro commessari si cassassero, ed altri più fedeli e più acconci ai tempi presenti si sostituissero. La quale proposizione venendo accolta con molto favore, in luogo dei tre mentovati elessero Luigi Soderini, Francesco Zati, Francesco Carduccio, e per quarto Andreuolo Niccolini confermarono.
Un altro provvedimento notabile e del pari promosso dal Carduccio, il quale, preso in tempi opportuni, non è da dubitarsi che avrebbe la salute della Repubblica partorito, fu questo. A ciascheduno dei settantadue capitani stipendiati confermarono la provvisione loro vita naturale durante, ancora in tempo di pace e militando ai servizi altrui, purchè non fosse contro alla Repubblica. Comecchè simile liberalità con animo grato accogliessero i capitani, i quali nell'udirla pubblicare presi da entusiasmo giurarono di nuovo difendere fino all'estremo Firenze, tuttavolta non ebbe tempo di mettere radice, e la procella dei casi sorvegnenti ne disperse, per così dire, il seme appena gittato.
Restava il danno a riparare peggiore, voglio dire il Malatesta. Francesco Carduccio esponendo per la parte dei Piagnoni, sosteneva la proposta di Dante non doversi mutare per la sostanza in nulla, soltanto andare sottoposta ad alcune modificazioni rispetto all'eseguimento per il mancato sussidio del signore Stefano Colonna; si adunasse pertanto la milizia, il palazzo del Baglione s'investisse, lui al meritato supplizio si strascinasse. Alla quale sentenza la maggior parte degli adunati, in cui assai più della speranza preponderava la paura, obiettavano immane cosa essere non pure tra popolo civile, ma eziandio presso quelli che fama hanno ed ingegno di barbari, la sorpresa armata, il violato domicilio, la strage nei moti delle scomposte passioni; potersi molto bene provvedere a tutto accommiatando Malatesta, il quale volentieri avrebbe aderito a siffatto provvedimento, imperciocchè egli medesimo aveva chiesto licenza. Dall'altra parte il Carduccio, insistendo sempre nei suoi primi raziocinii, aggiungeva: quel domandare congedo essere nel Malatesta mera apparenza, chiederlo non dato, dato poi lo ricuserebbe, e il vedrebbero; non parergli uomo il Baglione da lasciare la vendemmia quando i grappoli stavano nel tino; la milizia, pronta e vogliosa adesso, forse tra mezz'ora rifiuterebbe adunarsi; fugace l'occasione e irrevocabile; pensassero andarne grossa posta, la libertà della patria, forse anche la vita.
Orò con grande eloquenza il Carduccio, e se non avesse avuto per contradittore la paura, che, rubata la maschera alla prudenza sotto il velame della temperanza sempre e poi sempre nasconde la eterna viltà, non è a dubitarsi avrebbe prevalso il suo consiglio; statuirono invece concedere licenza al Malatesta, che in termini quanto bugiardi altrettanto magnifici compilarono amplissima e codardissima. Compilata che fu, intesero affidarla al Carduccio, onde in compagnia di altro commessario gliela recasse; ma egli da quell'uomo astuto che era, presago ormai del futuro, si cansava fuori della sala, aprendo l'animo suo al Castiglione con questo proverbio fiorentino:
«Chi ha il lupo per compare, porti il cane sotto il mantello; — e questi stati mi manderebbero a lui con la pecora.»
Allora la Signoria ne commise lo incarico a Francesco Zati ed a Andreuolo Niccolini, i quali, comecchè a malincuore, andarono vestiti in abito magistrale, montati sopra due bellissime mule, preceduti da due mazzieri del comune e seguitati dal notaro ser Paolo da Cutignano, affinchè rendesse pubblica testimonianza del fatto.
Pervenuti al palazzo del Bini, assai facilmente ottennero l'ingresso, se non che, appena entrati, vennero loro dietro chiuse le porte, e si trovarono in mezzo ad una frotta licenziosa di soldati. Dopo un attender lungo, durante il quale ebbero a soffrire gli ammicchi, i sorrisi beffardi e le minacce mezzo susurrate dei cagnotti del Malatesta, scese il comando che proseguissero. Andarono con miglior volto che animo, tanto più che salendo le scale si accorsero siccome avessero trattenuto dal seguitarli il notaio e i mazzieri.
Nel porre il piede nelle prime sale occorse loro una quantità di giovani nobili, i quali, ormai apertamente ribellati alla patria, tenevano pel Malatesta. I commessari e i giovani abbassarono gli sguardi, i primi per l'amarezza che sentivano del misero stato a cui si trovava ridotta la patria, gli altri per rimorso di tale un'azione intorno alla quale si sforzavano invano acquietare la coscienza col dire che tornava in vantaggio manifesto del proprio paese.
La stanza del Baglione era ingombra di gente. Cencio, prossimo al suo orecchio, gli versava nell'anima il fiele concepito pel severo rabbuffo e pel pericolo sofferto poco anzi dalla Signoria. Biagio Stella, Margutte da Perugia, Pasquino Côrso ed altri più assai fidati di lui davano delle giravolte intorno ai commessari investigando sottilmente se sotto le vesti portassero armi da offendere e porgendo attentissimi gli occhi alle mani. Quivi pure incontrarono Zanobi Bartolini, il quale, ormai strascinato dagli eventi e costretto (come per ordinario avviene a cui si mette sopra mal pendío) a fare più di quello che si era da prima proposto, non pensava essere sicuro, se non se nella casa del traditore della patria; e Ormanozzo Dati e Alamanno dei Pazzi con altri molti di quei giovani che furono dei primi nel ventisette a prendere le armi contro i Medici e a trascorrere in atti disordinati, come sfregiarne gli stemmi, arderli in simulacro, rimoverne le statue dalle chiese, incendiarne le case.
Malatesta se ne sta seduto in fondo della stanza sopra un lettuccio, attrappito nelle membra, con occhi viperini, di sembianze più gialle, più triste del solito, che in quel giorno un fiero dolore nelle ossa aggiungeva infinita malignità alla naturale scelleratezza della sua indole. All'apparire improvviso che fecero i commissari, un tremito gl'invase la persona, però che ebbe a prorompere in un acerbissimo ahi! — ma subito dopo, vedendo come nessuno gli seguitasse, si assicurò, cupo aspettando e silenzioso che profferissero parola.
Andreuolo Niccolini gli si accosta con atti ossequiosi, e la favella componendo al suono più dolce che per lui si potesse,
«Magnifico signore Malatesta Baglioni», incomincia cavandosi dal seno la carta della licenza e presentandogliela con bel garbo, «gli eccelsi Signori, i venerabili Collegi, il consiglio degli Ottanta e Pratica, considerando gli alti meriti vostri e il valore e la fede con la quale avete saputo difendere fin qui la nostra patria da due potentissimi eserciti, con acerbità inestimabile di animo si piegano a darvi quella che con tanta istanza domandate vostra licenza; — però i meriti vostri appunto e le infermità che vi affliggono, li consigliano ad essere discreti e non volere...»
A questa parte del discorso di messere Andreuolo, Malatesta, gittato l'argine della bestiale sua ira, strappa fremendo dalle mani di lui la licenza, la mette in brani e poi urla con ingegno plebeo:
«Figli di malvage femmine! — La licenza a me? Mi avete voi tolto per un corpo fradicio da mandarsi alla Sardigna[350]? — Io vi so dire che vivo e penso e opero, e ve ne accorgerete ben voi. — Traditori!... scellerati!... voi mi vorreste con coteste vostre parolone lunghe un miglio cacciare via per governare le cose a vostro senno. — V'ingannate a partito; ho giurato salvare Fiorenza, e la salverò in dispetto dei tristi; e tu, iniquo ambasciatore di una sinagoga di farisei, prendi la mercede che si conviene al tuo inverecondo ministero...»
Prima che il mal giunto Andreuolo se ne potesse accorgere, Malatesta, cacciato fuori un pugnale, gli tirò presto tre colpi, di cui uno solo avrebbe certamente apportata la morte al Niccolino, dove la infermità non gli avesse tenuto in quel giorno più che negli altri attrappite le braccia. Tuttavolta Andreuolo, tra lo stupore e lo spavento, non sapeva muover passo o sciogliere la lingua; sicchè il Baglione, nonostante storpio com'era, lo avrebbe finito, se Alamanno e Zanobi, forse tardi scorgendo l'inganno, non accorrevano a levarglielo di sotto.
Francesco Zati, pensando sovrastargli il suo ultimo giorno, caduto ai piedi del Malatesta, lo scongiurava a salvargli la vita; ed egli sdegnoso gli rispondeva:
«Va al diavolo! — io non voleva te, ma quel tristaccio del Carduccio[351].»
Intanto nel palazzo si era levato rumore grande. I soldati, le barbarie del capo superando, gittatosi in folla sopra al mazziere e al notaro, li percuotono turpemente, tolgono loro il danaro e perfino le vesti di dosso, le mazze di argento involano, le mule dei commessari non rispettano meglio: che più? Gli stessi commessari, quantunque difesi dai giovani fiorentini, non andarono illesi dalla rapacia e dalla brutalità di costoro; toccarono percosse da vicino e da lontano, a brani a brani furono loro strappate le cappe di dosso, e non senza sforzi gagliardi poterono uscire salvi dalle mani di quei masnadieri.