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L'assedio di Firenze (part 2 of 4)

Part 2 of 4 · Guerrazzi, Francesco Domenico · Public domain text

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Contents (4)

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L'assedio di Firenze (part 2 of 4)

«Codardi! voi rinnegate la patria, — la patria rinnega voi; sgombrate subito; — il nuovo giorno vi troverebbe sospesi per la gola.»

I due compagni stramazzarono sconciamente per terra; poi si riebbero, e l'uno all'altro narrò di strane apparizioni, di odore di zolfo e simili altre novelle; aggiungendo la paura nuova all'antica, fatto rifascio di quanto lor cadde sotto mano, insalutata la famiglia, in quella stessa notte fuggirono e ripararono a Lucca. La storia rammenta i nomi loro; furono Luigi Guicciardini e Gherardo Bartolini, di professione mercanti. La rampogna mosse dal magistrato, il quale salito sur un muricciuolo sottoposto alla finestra vide tutta la scena ed in gran parte la udiva.

Scese e, ingombro di tristi pensieri, s'incamminò al luogo del ritrovo, al cimitero di Santo Egidio, noto eziandio col nome di cimitero delle ossa: di questo luogo di morte adesso non si trova vestigio; giaceva sul lato di ponente dello spedale di Santa Maria Nuova; empiva chiunque si facesse a visitarlo di riverenza e di terrore. Sopra la porta era scritto, Dies nostri quasi umbra, e in minore cartello la sentenza del divino Alighieri:

Le nostre cose tutte hanno lor morte Siccome voi, ma celasi in alcuna Che dura molto, e le vite son corte.

In fondo dirimpetto alla porta il Frate e l'Albertinelli accumulavano, secondo lo stile della nostra religione, a larga mano immagini di spavento, con le dipinture delle severità del giudizio finale e gli strazii crudeli dell'inferno; intorno alle mura e ai colonnati con fiero ordine vedevi accatastate ossa e teschi, e talvolta fare di sè orrenda mostra scheletri interi; per ogni dove trofei di distruzione e motti dolenti, iscrizioni sepolcrali, parole di universale o di particolare dolore. In cotesti tempi, nei quali la superstizione forte agitava le menti del popolo, non è da dirsi se durante la notte aborissero volgere i passi da cotesta parte; e il magistrato la sceglieva appunto per essere sicuro di non rimanere interrotto nel misterioso colloquio.

A passi lenti il nostro personaggio percorse due o tre volte il ricinto; a mano a mano i suoi passi diventarono più celeri: i pensieri gli sorgevano e roteavano turbinosi in mezzo del capo: umana favella non avrebbe potuto significare i suoi affetti; in un baleno scorreva tempi remoti e recenti, immaginava i futuri; si sdegnava, s'inteneriva, esaltato dalla contemplazione di qualche alto disegno in regioni meno triste della terra che calpestiamo, si sublimava, o all'improvviso, morso dal dubbio, gli cadevano giù le forze e la speranza, e piangeva; finalmente gli proruppero dall'intimo seno queste parole sconnesse:

«Io cammino su le ossa di duecento e più mila uomini[149]! — Qual fiamma uscì da costoro prima che si facessero tanto mucchio di cenere? — Nulla; — e sì, che tutti sortirono un cuore per sentire, una mente per pensare, un braccio per percuotere; — nulla! e sì, che l'anima loro ondeggiava continua, come quella degli altri viventi, tra l'odio e l'amore. — La notte m'impedisce leggerne gli epitafi; se il sole con la pienezza dei suoi raggi gl'illuminasse, tornerebbe lo stesso, perocchè il tempo abbia la sua notte profonda, e l'oblio sia la sua tenebra. Eppure tante anime non possono avere vissuto invano! Chi sa quanti Alighieri dal divino intelletto, quanti Micheli Lando, quanti Pieri Capponi, quanti Giacomini Tebalducci dormono qui sotto i miei piedi! La lampada arse sotto lo staio, non iscintillò gloriosa sul candelabro. — Consumati forse dal proprio fuoco si spensero. — Ed ora che le sorti della patria apparecchiano eventi a manifestare la virtù che l'uomo ebbe in parte dai cieli... ora giacciono polvere; le generazioni mancano ai tempi, più spesso i tempi mancarono alle generazioni. — Voi siete affatto morti; la speranza o il terrore immagina prolungamento di vita oltre i sepolcri... pure se impreco pietoso alle vostre ossa pace, o scellerato le maledico, voi vi restate ineccitabili sotto le vostre lapide di marmo: — s'io gettassi sopra i vostri cadaveri il corpo di un amico o di un nemico, nè vi movereste per abbracciare il primo, nè vi scostereste dal secondo... O creatore! la mia bocca non conosce la bestemmia, e nondimeno io qui ente mortale tra i morti oso levare la faccia e dirti che non sempre hai tu fatto del bene; — e se come il pensiero potessi lanciarti contro le braccia, domanderei ragione del tuo male. — Da quando io prima apersi gli occhi consapevoli li tenni fermi al cielo per vagheggiare la stella della speranza e sentii nel mio cuore l'ardimento delle cose magnanime;... però talvolta mi si nasconde la stella, e allora sconfortato a mezzo cammino mi abbandono. Ah! Creatore, — dipartirsi dai cieli, stendere la mano onnipotente a raccogliere dalla terra un pugno di cenere, animarla onde soffrisse la stretta delle tue dita e l'angoscia della caduta per balestrarla un tratto di anni lontana a tornare cenere sulla medesima terra... certamente non fu segno di amore[150]. — Centinaia di migliaja d'uomini che dormite sotto, dov'io potessi evocarvi e costringervi a rispondere a questa mia domanda: ogni uno di voi annoveri il tempo della sua vita dai giorni che si sentì felice e mi dica quanto ha vissuto; — quanti, che giungeste agli ottanta anni, direste: — noi non vivemmo mai! — Ben con immenso sforzo potranno i mortali scuotere la catena che lega il mondo al piede della sventura come una palla di supplizio, ma romperla non potranno. Ecco questa mia patria innocente non ha difesa; — chiama dal cielo soccorso, e il cielo le sorride sopra un sorriso di scempio e non l'ajuta. — Le repubbliche italiane ad una ad una saettate dalla tirannide rinnuovano la storia dolorosa della famiglia di Niobe. Fiorenza sola rimane ultima, e sopra il suo cuore si accumula il pianto di tutte; ella eredò un tristo retaggio di gloria e d'infortunio... Cadrà!... oh cadrà! — e noi non avremo pianto, e alle nostre ossa oltraggeranno ingrati nipoti; — già noi vituperano vivi! — Possa almeno essere grande la sua caduta, come conviene all'astro che contese solo alla tenebra di errore e di tirannide la quale si addensa sopra l'universa Italia; — si spenga come la fiaccola all'impeto della bufera... — Dio, che ci neghi più efficace conforto, sovvieni almeno l'anima dolorosa in questi ultimi aneliti; — ci manda dall'alto una virtù che valga a far sì che un giorno la nostra bella morte sia argomento d'invidia a quelli stessi che vivono.»

[Illustrazione: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» Cap. IX, pag. 238.]

* * * * *

Dante da Castiglione era giunto ai bastioni di San Miniato con mirabile arte condotti per industria del divino Michelangiolo. Quantunque il Varchi ci narri nel decimo libro delle sue Storie essere stati biasimati da alcuni perchè fatti con troppi fianchi, le cannoniere troppo spesse, per le quali venivano a indebolirsi, e troppo ancora sottili da non potere reggere l'urto delle grosse artiglierie, — nondimeno furono tenuti non solo per cotesti tempi stupendi, ma in epoca più recente meritarono che Vauban, celebrato ingegnere francese, ne levasse la pianta e ne prendesse le misure[151]. Questi bastioni cominciavano fuori della porta San Francesco, e salendo su pel monte circuivano l'orto, il convento e la chiesa di San Miniato; — così descritto un larghissimo ovato si ricongiungevano alla porta San Francesco. Nell'orto di San Miniato era alzato un fortissimo cavaliere che guardava il Gallo e Giramontino. Ancora poco sotto del convento di San Francesco fu fatto un altro bastione, il quale con le sue cortine scendeva giù da oriente fino al borgo di Porta San Nicolò e terminava con alcune bombardiere poste sopra Arno: altri bastioni e puntoni e cavalieri costruirono che non importa descrivere, armati di grossi panconi di quercia, ripieni dentro di terra e di stipa, di fuori fasciati con mattoni crudi composti di terra pesta mescolata con capecchio trito.

Non tutte siffatte fortificazioni erano condotte a termine nel tempo di cui favelliamo, perocchè mancassero i fossi, le vie coperte e simili altri accessorii; e poichè il nemico stava a fronte, e di giorno in giorno si temeva l'assalto, così non ismettevano mai il lavorio di giorno o di notte. Dante salendo pel poggio si fermò un momento a contemplare un numero infinito di fiaccole scorrere di su, di giù, da tutti i lati, e al chiarore di cotesti fuochi ammirò il solenne spettacolo di un popolo irrequieto per la propria difesa, pago, per mercede, del contento che l'opera stessa gli somministrava, senza secondi pensieri, senza idea comunque lontanissima di accordo, nè anche per ombra dubbioso di potere perdere la prova, fidente in Dio, fidente nel suo braccio, affatto sublime; popolo vero insomma, non già sozza, cupida, ignorante, iattante plebe e codarda; onde sospirando ebbe a dire: — Te felice, o popolo, se non ti fossi mai lasciato soverchiare dai tuoi eguali! Le mani che trattano la zappa meglio delle altre saprebbero reggere lo stato. —

Michelangiolo Buonarroti, non vecchio ancora, che di poco oltrepassava il cinquantacinquesimo anno, di membra vigorose e spigliate, con quel suo impeto terribile si vedeva trascorrere veloce da un punto all'altro senza posare un momento; pareva lo spirito agitatore di tutto il popolo quivi raccolto; lo avreste detto per quel suo roteare fantastico il genio custode della città.

Dante, comunque robustissimo uomo fosse, indarno si affaticava a raggiungerlo; ora se lo vedeva comparire sopra la testa, ora sotto i piedi, or lontano su i lati, sicchè quasi stava per disperarsi. Da qualsivoglia parte Michelangiolo si volgesse lasciava utili insegnamenti o esempi buoni o parole che poi diventavano sentenze tra quei popolani innamorati della sua virtù. Giunto presso a certo parapetto non anche condotto a termine, parendogli che troppo tardassero a compirlo: «O neghittosi!» favellò, «non sapete voi che da questo lato domani potrebbe entrare la palla mortale per la nostra amorosissima patria?» E gli operai: «l'uomo fa quello che può, maestro, noi non abbiamo mica cento braccia.» — «Cento braccia», riprende Michelangiolo, «non bastano là dove basta un sol fermo volere?» E gli operai di nuovo: «Non ci garrite, Michelangiolo; noi stiamo dietro a cotesti altri che pure hanno cominciato il cómpito quattro ore prima di noi.» — «Guai a quello», replica tosto il Buonarroti, «che cerca difesa al proprio fallo nel male operato altrui: chi va dietro ad altri non gli passa mai avanti.» — «Con voi maestro non si vince nè s'impatta: tra due ore ve lo daremo finito.» — «Oh! questo si chiama parlare; a rivederci fra due ore.» — Di lì balza a un fosso, dove gli scavatori essendo addentrati un braccio più della persona nel terreno attendevano a penetrare più oltre; la voce di Michelangiolo passando gli ammonisce: «Figliuoli, la terra su i poggi è più solla che al piano; badate che smottando non vi seppellisca: ponete due assi lungo le pareti e puntellate con una trave per traverso a contrasto, allora siete sicuri come in casa vostra.» Altrove volgendosi, ecco incontra un gruppo di uomini i quali si sforzano a portare su in cima al poggio una grossissima lastra di pietra; vi sottopongono tutte le mani; poi riunendo i conati tentano di pure una volta rotolarla; i muscoli dei bracci risaltavano nella maggiore loro tensione, protuberanti le vene delle tempie, gli occhi quasi scoppiati fuori dell'orbita. Michelangiolo si compiacque alquanto nel considerare cotesti arditi contorni; — vagheggiò quella parte dell'orditura del corpo umano, poi, soddisfatta la voglia di artista, lo prese amore dei male accorti: «Indietro!» grida, entrando improvviso in mezzo di loro, «porgetemi dei travicelli; qui, spingeteli qui dentro; ora vi adattate sotto una pietra; notate, quanto più il punto di appoggio si accosta al punto di contrasto, maggiore forza acquista la leva: — ora da questa parte, uniti insieme, pieghiamo la leva verso terra... su... su... su... ecco voltato il lastrone... continuate in questa maniera, e fra mezz'ora lo avrete posto in cima.» Di lì si stacca, e arriva ai fossi che si scavano sopra altra parte del monte: i manovali barellano la terra e, gettandola lungo i baluardi, s'ingegnano a renderli sempre più stabili; un vecchio di bell'apparenza e di sembianza degna di meno umile ufficio, rimasto solo, si sforza di recarsi in capo la barella, e senza aiuto far solo e vecchio quello che gli altri in due e giovani fanno; però la facoltà non rispondeva al proponimento, sicchè nel volto gli si legge l'ostinazione che manca, e lo sconforto che comincia. Michelangiolo gli è sopra, lo considera alquanto e poi: «Padre», gli dice, «e' parmi che voi non siate fatto per così basse opere.» — «Bassa opera!» risponde il vecchio; «quando torni in utilità della Repubblica, io non so come la si possa chiamare bassa.» — «Ma via, tra zappare, barellare la terra», soggiunge il Buonarroti, «e dettare leggi ci corre a mio parere una certa tal quale differenza.» E il vecchio: «Quando tutti i Romani zappavano, vinsero tutti.» Michelangiolo soprastette alquanto pensoso, quindi riprese: «Però le forze vi mancano... e per troppi anni siete male atto a coteste fatiche.» — «Ah! poco pietoso cittadino, perchè mi fai sentire con le tue parole l'amarezza di non potere giovare meglio alla mia patria? Era pure più degno di te, invece di consumare il tempo in vane novelle, stendere le braccia e porgermi aiuto a trasportare la terra. » — «In fè di Dio tu hai ragione.» E qui Michelangiolo, presa la barella dalle stanghe di dietro, perchè, salendo il monte, minore peso sentisse il vecchio, gli dava aiuto a portare.

Costretto Michelangiolo a procedere a lenti passi, concedeva agio al Castiglione di raggiungerlo, come infatti anelante, bagnato di sudore il raggiunse, e tostochè gli venne accanto, con voce ansiosa lo chiamò:

«Messere Michelangiolo!»

«Che ci è egli, mio bel garzone?»

E Dante, vie più accostandosegli, sommessamente gli dice:

«Il gonfaloniere manda per voi.»

«Ora non posso; bisogna prima che porti questa barella; subito dopo sarò con esso voi.»

Quando la terra fu scaricata, Michelangiolo con amorevole piglio si volse al vecchio così interrogandolo:

«Padre, vorreste voi dirmi il vostro nome in cortesia?»

«Nacqui nel contado di Fiorenza, ho lavorato i suoi campi, ho combattuto le sue battaglie, ho pianto alle sue tribolazioni; il nome nulla aggiunge o toglie alla mia vita: mi chiamo uomo.» E levatasi la barella sopra le spalle, se ne ritornava là donde si era dipartito.

«Costui», esclama Michelangiolo accennandolo col dito al Castiglione, «dev'essere uomo fatto grande dalla sventura o dalla pazzia.»

Era cotesto vecchio il padre di Annalena; se Michelangiolo indovinasse giusto, a suo luogo e tempo saprete.

«Or via ditemi, messere Dante, a che mi chiama il Carduccio?»

«Per cosa al certo di gravissimo momento, — Dacchè con molto arcano vi aspetta nel cimitero di Santo Egidio.»

«Sta bene! obbedisco; seguitemi un istante.»

Ciò detto, riprende quel terribile uomo i suoi presti passi; rifacendosi dalle falde del monte s'indirizza alla cima visitando le opere, lasciando ordini e tuttavia ammonendo, rampognando e lodando: venuto al sommo del poggio, si volta improvviso ad una forma che così al barlume Dante su le prime non ravvisò se fosse o no animata, e con affettuose parole le dice:

«Deh! in guiderdone al tuo fattore, o Vittoria, finchè io ritorni non partirti da questi baluardi.»

«Che cosa è ella, Michelangiolo?» domanda Dante.

«Vedi!» e presa una torcia di mano a un marraiuolo che passava, svela allo sguardo del Castiglione stupefatto una statua colossale rappresentante la Gloria militare o la Vittoria, scolpita in un masso di pietra serena; ella era in atto che, volgendo il capo dall'altra parte, non curava mirare la città di Firenze, che appunto le veniva a mano sinistra; aveva l'ale, in capo l'elmo, ed armi e simboli altri diversi sparsi sul monte che le serviva di base[152].

«Che te ne pare?»

«Mi pare divina.»

«La è poca cosa... Io l'ho condotta così alla grossa senza modello e di notte[153].»

«Di notte?»

«Certo di notte... perocchè dormendo non mi riposo; il sonno, vedi, mi addolora la testa e mi fa cattivo stomaco[154]; io mi sono fatto una celata di cartoni, ci adatto in cima una torcia, e in questo modo lavoro alla Vittoria[155].»

Dante si sentiva oppresso da tanta grandezza accompagnata da così alta modestia; se in quel punto Michelangiolo gli avesse imposto: — Curvati e adorami, — egli lo avrebbe adorato; imperciocchè le anime generose, quantunque svisceratissime della libertà, tocca profondamente la religione del genio... Dopo un breve silenzio quasi supplichevole gli domanda:

«Divino intelletto, ditemi, perchè la vostra Vittoria il capo torce dalla vista di Fiorenza?»

E Michelangelo dopo un lungo sospiro:

«Perchè? o Castiglione, che so che accogli cuore sdegnoso dentro al tuo seno, mi domandi il perchè? Mi risparmia l'amarezza di palesartelo... tu dovresti averlo già indovinato.»

«Pur troppo! Ogni antico valore nei fiorentini petti è affatto spento.»

«Lo hai detto.»

«E allora voi scolpiste in dileggio questa Vittoria?»

«Io non ho schernito mai... spesso rampogno; — io le scolpiva l'ale di pietra, perchè il suo volo fosse lento; — i Fiorentini, se vogliono, possono ancora raggiungerla. Se molto temo che fugga, più molto spero rinvenirla al suo posto; nè mai l'amore si scompagnò dal timore. Adesso andiamo.»

E qui con la mano destra si fregava la manica sinistra, e con la mano manca la manica destra, poi con ambedue forte scoteva i lembi del saio per cacciarne la polvere; ciò fatto, ripete:

«Andiamo.»

* * * * *

«Buona notte, messere Carducci, eccomi ai vostri comandi».

«Ben venuto, Michelangiolo. — Dante, andate a vigilare su la porta e, per cosa che accada, non lasciate penetrare anima viva qua dentro.»

Il Castiglione silenzioso pone la sua persona colossale traverso la porta del cimitero; una sbarra di pietra non ne avrebbe meglio impedita la entrata.

Il Carduccio con mano tremante impalma il Buonarroti e poi comincia in suono che profonda commozione rendeva fioco:

«Michelangiolo, se, comunque alto il sacrifizio che or vi propongo pur fosse a cuore umano possibile, già non vi chiederei io fin dove la patria possa fidare su voi, avvegnachè a chiara prova conosca il vostro nome suonare quanto di grande si comprende e di magnanimo nel mondo. Però il caso presente è tale ch'io mi veggo forzato a dirvi prima: Michelangiolo, potete voi nulla rifiutare alla patria?»

«Nulla.»

«Michelangiolo, avete bene compreso la domanda? Avete misurato intera l'ampiezza della vostra risposta?»

«Carduccio mio, quando architetto o scolpisco, io misuro: quando mi affatico in pro di Fiorenza, io sento; — il cuore che delibera è già freddo, e dai carboni spenti avrai fumo, non fiamma. Insomma, siccome voi non mi domandereste cosa che voi stesso non foste apparecchiato a fare, così ancora io mi chiamo pronto a farla.»

«Michelangiolo, io non la farei.»

«Voi non la fareste!»

«Io con queste mie mani chiunque me la proponesse ucciderei... il mio sangue a goccia a goccia e tra i più acerbi tormenti versato, la vita dei miei figli, le mie case alle fiamme... tutto questo darei... ma non mi basterebbe l'anima, oh! non mi basterebbe pel sacrificio che domando da voi.»

«Allora, Carduccio mio, voi avete dimenticato essere Michelangiolo uomo: in me i terrori e i dolori, in me i consigli incerti, la costanza poca, le passioni del cuore, la imbecillità della mente, come in qualunque altro mio fratello di morte: perchè mi domandereste cose superiori alla umana natura? Chi vi dava dritto a suppormi angelica creazione? Se voi poteste vedermi a questa ora le sette rughe[156] impresse sopra la mia fronte, comprendereste di leggieri starmi ancor io in podestà del tempo ed essere caduco e mortale.»

«Eppure quanto io domando, o da voi solo o da nessun'altra creatura nel mondo si può...»

«A Dio non piaccia ch'io mi senta men grande di quello che altri s'immagina, o il bene della mia patria abbisogna. — Magnifico gonfaloniere, parlate.»

«Da una parte v'è tale una gloria che gli angioli stessi potrebbero desiderare nei cieli, — evvi una corona splendida più che se fosse di stelle; — un'altezza quale gli uomini possono invidiare, non vincere od aggiungere giammai — una rinomanza presso cui i più famosi dei tempi trascorsi o recenti impallidiscono superati dalla nuova luce; — nessuna favella basterebbe a cantarne le lodi, qualunque nome conosciuto fin qui sarebbe poco alla sua virtù... nè liberatore nè salvatore nè ottimo massimo troveremmo sufficienti; — se gli uomini non lo chiamassero Dio, certo come Iddio lo adorerebbero e terrebbero in pregio. — E dall'altra parte una infamia perenne, un nome irrevocabilmente accompagnato a quello di Giuda, una scusa eterna ai codardi che rinnegano la virtù, una rovina senza fine e senza riparo. L'aquila delle Alpi rade con ala potente il margine del precipizio e le rupi scoscese; ella può giunta sulla vetta del monte più alto posarsi alquanto a librare nuovo volo e confondersi eccelsa pei cieli... Qualche mortale rassomiglia all'aquila.»

«Messere Carducci, apritemi il vostro pensiero.

«Ecco, io vi parlerò come al cospetto di Dio, da cuore a cuore, senza celarvi nessuno dei più riposti arcani. Michelangiolo, la patria si versa in presentissimo pericolo, ed io dispero di salvarla.»

«Oh dolore!»

«Una speranza rimane, e consiste nei soccorsi dei principati d'Italia. Il popol nostro di per sè solo opererebbe prodigi, ma il popolo crede ai suoi profeti, e molti tra questi io ne conosco falsi. Voi ben sapete i Medici essere stati banditi non in benefizio del popolo, sibbene in pro degli ottimati, i quali intendevano governare invece di loro; la parte del Cappone pertanto, non che guadagnare con la cacciata dei Medici, ha perduto e adesso desidera restituiti gli antichi signori per ricuperare almeno in parte quanto si vide portar via dalle mani cupide e fiacche. Ella non perdona la mia promozione all'ufficio supremo; già medita gli accordi e non conosce, incauta! che vuole presentarsi di suo moto spontaneo al carnefice con la corda al collo. Qualsivoglia atto del governo calunnia, ogni via impedisce, inosservata gli sega le vene e gli toglie le reliquie estreme del suo vigore; il popolo, amico sempre del bene, ma deluso dalle apparenze, nella fiducia di commettere opera pia lapiderà i suoi veri difensori, e, prima che abbia tempo di ravvisarsi, avvinto nelle mani, col frenello alla bocca, non gli sarà concesso il dire e l'operare; — sogliono poi i tiranni lasciare liberi gli occhi per piangere. Manca la pecunia perchè nascosta nelle viscere della terra, e il governo mal può adoperare gli argomenti usati dai principi per farla ricomparire. — Mi turba il sonno lo scaltrito Baglioni, non mi assicura il Colonna, vedo gli altri capitani discordi tra loro. A noi abbisognano per vincere esterni sussidii, sieno pur pochi, sieno misteriosi, anzi giova che sieno; tanto varrà perchè la parte del Cappone, dubbiosa e tremante, sospetti noi non sostenere soli la prova; — se malgrado le mostre diverse ella potesse mai credere che molti potenti aiutano copertamente Fiorenza, questo le scemerebbe l'ardire. Allora vorrà farsi merito di quello che teme non potere ovviare; il danaro che ormai non possiamo più avere per leggi, conseguiremo per via di doni, d'imprestiti, per sovvenzioni spontanee; — conviene ravvivare il credito dello stato presente. Due soli governi in Italia, se l'antica prudenza da loro non si scompagna, hanno l'obbligo d'aiutarci, il duca di Ferrara e i Viniziani; il rimanente paese divorò la fortuna di Cesare: — il papa acciecato da ira strinse lega col suo implacabile nemico; — egli pensa tenere la sua nella destra di Carlo in segno di amicizia; questi invece glie la stringe imprigionata e gli sorride in volto. Il regno cadde in potestà dell'imperatore, il ducato di Milano sta per caderci, il Doria strascina Genova come un'ancella dietro il carro della sua fortuna; tralascio gli altri; e fermo le mie speranze sopra Alfonso di Ferrara e Andrea Gritti di Venezia.»

«Datemi incarico di ambasciatore, e corro in poste fin là: ambedue mille volte mi si dissero amici; che cosa significhi amicizia dei grandi veramente non so, lo proveremo adesso.»

«Michelangiolo, amicizia è moneta che non corre tra gli stati; — il principe amico, quando non trova vantaggio in aiutarti, ti piange e ti lascia morire.»

«In ogni modo proviamo.»

«Se voi vi presenterete nelle loro città con pubblico ufficio, non che otteniate i soccorsi, vi cacceranno senza ascoltarvi.»

«O come può accadere questo?»

«Alfonso odia Cesare, ma più che odiarlo il teme; già di nemico diventato servo, a grave prezzo corrompe i suoi consiglieri; egli s'ingegna a fargli obliare le vecchie offese, e molto più si affatica ad ottenere nuovo favore, imperciocchè egli abbia insieme con Clemente papa compromesso in mano a Cesare le controversie su Modena, Reggio e la giurisdizione di Ferrara. Tra Cesare poi e i Viniziani non si è per anche asciugato l'inchiostro del trattato di Bologna pel quale formarono lega offensiva e difensiva...[157]»

«Dunque ogni speranza è perduta?»

«Oh! no. I Viniziani inoltre ci conservano rancore perchè, quando calò negli stati loro il duca Arrigo di Brunswick, non li soccorremmo; noi accusano di tradimento, come quelli che mandammo primi oratori a Cesare per accordare...»

«E più s'intristisce la bisogna.»

«Ma voi sappiate che questi non furono falli o rimessi da loro, perchè anche dopo più volte promisero non avrebbero fatto pace senza inchiudervi i Fiorentini, e il doge Gritti, richiesto dall'oratore Gualterotto, rispose: la repubblica viniziana non avere mai commesso cose brutte nè avrebbe cominciato adesso a commetterne; — ciò non pertanto si accordano con Cesare, e noi non rammentano. Il duca Alfonso ci prese tremila cinquecento ducati, non mandò don Ercole, come si era obbligato per la capitolazione; invece presta al papa le artiglierie e duemila guastatori contro Fiorenza. Di qui argomentate non già la fede poca, sibbene la servitù molta alla quale si trovano ridotti i principi italiani[158].»

«Carduccio mio, come per me si possa rimediare a tanta piena di sciagure io non saprei...»

«I Viniziani e il duca devono mandarci soccorsi, e voi andare a chiedergli.»

«Ma se mi avete poc'anzi assicurato che mi cacceranno via senza ascoltarmi!»

«E vi ho detto il vero, quando vi presentaste in aspetto di ambasciatore; bisogna pertanto penetrare nelle loro città inosservati, come la goccia del cielo si confonde col mare; in modo che il papa e Cesare, uomini entrambi, se mai ne nacquero al mondo, scaltrissimi, non sospettino nulla; bisogna eziandio che le paure del duca e dei Viniziani non si destino, — ed è questa difficilissima impresa; si vuole ancora, ottenendo il soccorso, arcano impenetrabile in celare da cui muova, e quindi spedire a costoro persona nella quale essi confidino; si vuole finalmente il segreto medesimo non gli ottenendo, perchè se la città sapesse che noi abbiamo riputato insufficienti le nostre provvisioni, nè ci venne fatto aumentarle, scaderebbe dell'animo, ed ogni cosa anderebbe perduta; onde io per un mio giudizio non voglio sperdere questa tavola estrema di salute.»

«Io mi offerisco andare, ma il modo da praticarsi per la partenza e il ritorno non vedo agevole...»

«Conviene che Michelangiolo ad un ratto di animoso diventi codardo ed abbandoni la patria nel suo maggiore bisogno; — conviene che si lasci sopraffare dalla paura e fugga dalla patria nel suo estremo pericolo; — così in sembianza turpe finga ricoverarsi in Ferrara: avrà danaro per guadagnare i consigli del principe; — pessima condizione degli uomini presenti, dai quali è forza comprare il delitto e la virtù, e i quali indifferenti l'una o l'altro ti vendono! Innamorato della bellezza del fine, non volere attendere agli espedienti; bisogna prendere gli uomini pei manichi che ti presentano: i Romani avrieno lapidato Morone, la gente di oggi reputerebbe folle Catone. Così appianate le vie, entra dal signore e digli: Alfonso, tu pensi tenere sul capo una corona di duca, e noi invece di corona vi contempliamo un artiglio dell'aquila imperiale; — improvvido! non sai che luogo ella aspetta e tempo a stringerti sì che tu ne muoia di affanno. Tu ci rammenti l'antico Damocle seduto a mensa con la spada sospesa sopra la testa. — Poi va a trovare il doge Gritti e il senato viniziano e seco loro adopra queste altre parole: Cittadini, quando una repubblica esulta ai danni di una sorella, segno è certo che Dio l'ha colpita di cecità; — voi avete smarrito l'antico senno; rammentatevi i tempi passati; Fiorenza aveva guerra con Filippo Visconti duca di Melano, — la fortuna procedeva avversa ai Fiorentini. I padri vostri richiesti di aiuto negavano. Messere Lorenzo di Antonio Ridolfi oratore per la nostra città, vedute riuscire le preghiere invano presso il vostro senato, proruppe così: — Viniziani, nell'anno scorso i Genovesi da noi abbandonati Filippo crearono principe; noi nelle presenti strettezze da voi non soccorsi lo faremo re, e voi, quando sarete rimasti soli, noi vinti, e che nessuno, ancora che il voglia, potrà recarvi aiuto, lo farete imperatore. — I vostri padri ci sovvennero, Filippo non vinse, stettero le libertà italiane. — Consiglia il duca e il doge a licenziare parte delle loro milizie, e ciò potranno con tanto minore sospetto eseguire, in quanto che fermarono pace; mediante i nostri banchi di Venezia ci somministrino copia di danaro, lo renderemo alla pace; noi con quella pecunia condurremo agli stipendi nostri le milizie licenziate, e nelle nostre mura difenderemo la causa d'Italia.»

Qui tacque, ma la parola Italia scorrendo lungo le mura di quel recinto silenzioso parve, come framezzo un sospiro, ripetuta da labbra invisibili; — forse le nude ossa quivi dentro raccolte trovarono una reliquia di spirito per susurrare il nome della patria che vivendo avevano amata cotanto.

Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo, e in questo modo atteggiato risponde basso:

«Grave cosa mi chiedete voi...»

«E tale che non mi dà il cuore di farvene ressa.»

«Prendere un nome fin qui intemerato e strascinarlo nel fango!...»

«V'hanno materie che il fango non contamina, ma forbisce.»

«Tu chiudevi una mente altera, o Michelangiolo; novello Titano, intendevi imporre monte a monte, e salito su l'ultima vetta maravigliare con la tua gloria le genti; nè per te solo tu ambivi questo, sibbene per la tua patria diletta, perchè non ti saresti stancato mai di gridare: contemplate, o popoli, il figlio di Fiorenza; ed ora precipitare da così superba altezza, morire infame, desiderare l'oblio e non potere ottenerlo, chè il vituperio porrebbe un segno eterno alla tua tomba, presentire le contumelie e gli oltraggi che sopra vi lancerebbero anche i più tristi!... oh! è grave una lapide di maledizioni... e troppo pesa, Carduccio!...»

Il Carduccio, traendo un sospiro lungo, volge le spalle e lentamente muta due o tre passi per andare.

Michelangiolo allo improvviso scuote la testa e, risolutamente alzando la faccia, esclama:

«Su.... su, le ispirazioni vengono dal cielo... dalla terra emana il cattivo consiglio...» E non si vedendo più davanti il gonfaloniere:

«Messere Francesco, dove andate voi?»

«Voi mi avete fatto comprendere che domandava troppo... Io me ne vado al mio posto e a morire...»

«Rimanete, per Dio! egli era il lamento di una ambizione che muore; ecco ella è già morta; io ho levato al cielo il pensiero e lo sguardo e non invano, chè dal cielo mi è scesa la virtù che sublima; io mi sono innalzato faccia a faccia coll'Eterno; la vita e il tempo passarono; mi sento immortale. La religione di Cristo ebbe i suoi martiri, perchè non gli avrebbe la patria? È religione la patria. Il padre delle misericordie forse non vorrà che il mio sepolcro sia grave di tanto vituperio; — svelerà, prima che i secoli cessino, l'arcano, e raccogliendo il raggio più puro del quale rese lieta la prima stella creata, lo circonderà di luce, — lo convertirà in monumento durevole del più immenso, del più doloroso sacrificio che umano intelletto abbia mai potuto immaginare; — o se nei cieli è destinato che la mia apparente vergogna viva quanto il moto lontana, io lo pregherò in mercede della infinita amarezza sofferta che la mia anima ponga alle porte del paradiso; quivi aspetterò le anime di quelli che maggiormente mi avranno maledetto, le bacerò in fronte, le chiamerò sorelle e, scortandole al trono di Dio, io gli dirò: Signore, fa che i tuoi angioli cantino osanna a questa anima dabbene perchè mi ha odiato con ogni sua potenza. — Ora però, o Creatore, sovvieni alla tua creatura, tu fa in modo che come mi esaltasti lo intelletto a scegliere, così il cuore mi basti a condurre a fine l'alto proponimento; in te ripongo ardentissima fede; — senza la fede in Dio non si sacrifica l'uomo; — e se tanto possono le mie supplicazioni, o Signore, ti plachi il mio sacrificio, e salva la Patria.»

Dietro i nuvoli nerissimi che il firmamento ingombravano era sorta l'amica dei cuori dolenti e dei sepolcri, la luna; — quasi vogliosa di contemplare anch'essa lo spettacolo di virtù che in quell'ora si operava sopra la terra, penetrò co' suoi raggi traverso due lembi di nuvoli e ne vestì la faccia di Michelangiolo. — Quel volto terribile di grandezza e di genio apparve sublime; — sembrò che Dio gli mandasse una benedizione di luce. Così, il Battista battezzando Gesù con le acque del Giordano, si apersero i cieli, lo spirito dell'Eterno discese, ed una voce fu udita nell'alto che disse: — Ecco il mio diletto Figliuolo, nel quale io prendo il mio compiacimento. —

Dante da Castiglione udendo forte profferire patria ed Italia, si commosse a coteste parole, non altrimenti che un destriero di battaglia al suono della tromba; non potè starsi fermo al posto assegnato, si accostò pianamente e, raccolto l'ultimo discorso del Buonarroti, percosso dall'improvvisa apparenza del volto di lui, piegò involontario un ginocchio sul suolo, e recatosi in mano il lembo delle sue vesti, lo baciò con quella devozione con la quale sogliono i fedeli baciare le reliquie dei santi.

Francesco Carducci, preso da irresistibile impeto, gettò ambe le braccia intorno ai fianchi di Michelangelo e forte stringendolo esclamò:

«Tu se' l'onore della specie umana!»

CAPITOLO DECIMO

FRA' BENEDETTO DA FOJANO

Indarno allor dagl'inspirati pergami Uscìo suon d'evangelica parola Che: Beati, gridò, beati i miti! Cadean siccome sola Voce in deserto.

BUONDELMONTE, tragedia.

Già le stelle di momento in momento diventavano più rade nel cielo; le palpebre dell'alba erano aperte, quando Lucantonio padre dell'Annalena, ristorate di breve riposo le membra, si destava per affrettarsi alle opere della difesa. — Postosi a giacere col pensiero fisso agli assalti imminenti, venne a turbarlo un sogno di palle briccolate contro la sua casa, di mura abbattute, di pietre le quali rovinando offendevano il corpo gentile della cara figliuola: — si sveglia esterrefatto e, balzato a sedere sul letto, volge bramoso gli occhi ed intende gli orecchi; — dappertutto silenzio.

La innocente vergine dorme supina sopra un lettuccio a canto quello del padre, — le mani tiene abbandonate lungo i bei fianchi, le gambe tese, il capo alquanto chino su la spalla destra in dolce atto di quiete: — la lampada solitaria che arde nella cameretta davanti la immagine della Madonna diffonde una luce pallida sopra il suo volto già fatto bianco dal riposo: — ella poi non alita. — Il silenzio, il pallore, la posatura simile a quella con la quale si compongono le membra delle vergini trapassate quando si menano al sepolcro, — lanciarono nell'anima tuttavia paurosa del vecchio tale un dubbio tremendo per cui egli alzò le mani disperatamente al cielo e si fece livido in volto; — ma in questa la donzella sciolse un sospiro, e il padre confortato lasciò cadersi con la faccia sopra i guanciali e pianse le più soavi lacrime che mai sgorgassero da occhi umani.

Si veste cauto, si accosta silenzioso al casto letto e lieve lieve curvatosi bacia in fronte la figlia, poi giunge le mani, guarda la Madonna con uno sguardo lungo, e con quel guardo meglio di qualsivoglia favella esprime la preghiera: Madre del Signore, deh! non richiamare per ora questo angiolo al cielo; — poi quinci si tolse, ed in andando mormorò sommesso le seguenti parole: «Ai ripari... ai ripari! nessuno può renderle i genitori.... almeno non le venga tolta la patria.»

E il volto della vergine addormentata era bello davvero, se non che sopra quella fronte tu vedevi un segno, — quasi orma di pellegrino sopra neve poco anzi caduta, — il segno di un dolore che aveva precorso lo intelletto: perocchè non blandiva i suoi pianti la carezza materna, nè ai suoi vagiti sorrise labbro di genitrice china sopra la culla, — primo paradiso e il più benigno (per quanto possiamo giudicarne quaggiù) che la umana creatura conosca; — su quel volto posava una mestizia misteriosa ed arcana, nè dove tu avessi ignorato il segreto del suo cuore, avresti potuto indovinare se quel suo consumarsi fosse del fiore reciso nel più vivido rigoglio della vita, o se piuttosto tocco dall'alito ardente una divina rugiada lo richiamasse ad esalare un sospiro di profumo e morire, — s'egli fosse il saluto primo o l'addio ultimo della sventura. — Ad ogni modo l'affanno la spruzzò colle sue acque lustrali.

All'improvviso schiuse i labbri e pur dormendo sorrise. — Perchè sorride la vergine? Sogna aver l'ale alle spalle ed abbracciare su i fianchi un angiolo ed esserne abbracciata. Sogna un cielo chiaro e sereno dove si avvolgono perpetuamente in moto armonioso miriadi di globi lucenti, e parle che il compagno le dica: Vieni, voliamo a raggiungere cotesta stella colà che sopra tutte le altre scintilla: — e volano, volano... l'aria percossa sibila loro dietro le spalle, e la stella è raggiunta, poi da lontano contemplano un augellino che si affretta cantando, e il compagno riprende: — Vieni, voliamo ad interrogare quell'augelletto — e in meno che non balena gli stanno sopra; — egli invano raddoppia il batter dell'ale, — ei l'hanno preso: Dove vai, uccello, chè tanto ti affretti cantando? — Mi affretto a cibare i miei pennuti, e canto lieto al mio Creatore che mi fece rinvenire l'esca con la quale nudrirli. — Va, va, augelletto; così ti sieno preste l'ale al volo e Dio ti preservi dal falco. — Poi il compagno riprese: — L'ora della preghiera è venuta; — e così dicendo comincia dolcemente un inno al Signore; — ella si volse a contemplarlo in viso... — santi del paradiso! Vede le belle sembianze di Vico, le quali, quanto egli più s'infervoriva nella preghiera, tanto più diventavano luminose, — roventi quasi, — alfine i suoi occhi come feriti non possono sostenere la vista, — ella si desta... e freme... raggio di sole penetrando traverso lo spiraglio della finestra si posava sopra le sue palpebre.

[Illustrazione: Michelangiolo tiene fitta la faccia al suolo..... Cap. IX, pag. 246.]

Lascia le tepide piume, si avvolge entro un guarnelletto bianco, e tra mesta e lieta si avvia nel giardino, sua cura amorosa, qui giunta, si pone a scegliere i fiori che meglio vaghi le pareano e leggiadri, e con un ginocchio piegato a terra, come la Matilde dell'Alighieri, tesse una ghirlanda cantando una soave canzone in lingua di Spagna, la quale volta nella nostra toscana favella suonerebbe così:

«Ben venga la rosa, la superba regina dei fiori; ella deve comporre la mia ghirlanda, perchè si assomiglia alla guancia del mio gentil damigello.

«Ben venga il ranuncolo dalla foglia di porpora, venga e componga la mia ghirlanda, perchè i suoi colori vivaci si assomigliano ai labbri del mio gentil damigello.

«Ben venga il giglio candido dallo stelo slanciato: la sua bianchezza è il simbolo della purità del mio gentil damigello, il suo stelo si assomiglia alla sua bella persona.

«Ben venga tutta la varia famiglia de' fiori; io ne ho intrecciata una ghirlanda e vo' posarla sopra il suo capo: se fosse di alloro, io non ve la porrei; l'alloro troppo spesso crebbe con lagrime fatte piangere all'uomo dall'uomo che se ne incorona; troppo spesso chi porta la ghirlanda di alloro se la vorria mutare in benda sugli occhi per non vedere le miserie che seminò sopra la terra.

«Tu porta lietamente la mia ghirlanda, gentil damigello: — ella crebbe tra' sospiri della voluttà, la irrorarono lagrime di gioja — ella fu côlta dalla mano d'Amore.»

Ma invece di ghirlanda ella compose un mazzetto e se ne tornò dal giardino, siccome v'era andata, tra lieta e pensosa; quando pose il piè nella stanza, guardò la immagine, — poi il mazzetto, e diventò più trista: mentre rilevava lo sguardo, a caso le cadde sopra uno specchio e sorrise, perchè si vide bella, e si acconciò le chiome; — subito dopo arrossì quasi punta dal rimorso, corse al vaso che stava davanti la immagine, ne gittò via i fiori appassiti, e nel gittarli pensò: tale è la vita della femmina, fiorisce un giorno! — rinnova l'acqua e colloca il vaso al suo posto; — la lampada prossima ad estinguersi è riempita di olio, il domestico altare assettato.

Le diverse bisogne compiute, Annalena si prostra e prega: «Vergine santissima, il primo pensiero della mia anima risvegliandomi era tuo... ora... non più... ma tu vorrai perdonarmi... non ti ho supplicato che tu m'ispirassi per conoscere se mal facevo ad amare un ente mortale, come amo te?... e l'angiolo custode da parte tua non mi ha dissuaso, anzi egli mi parve mi confortasse ad amarlo. Madre di Dio, ti raccomando il mio povero padre; — la mia genitrice già da gran tempo al tuo fianco non abbisogna delle mie preghiere; — e poichè così piace al cielo, non meno ti raccomando il mio diletto...» Qui fissa contemplando la immagine, le parve che dal vetro dentro il quale stava custodita mandasse un baleno: volse la faccia, e...

Vico Machiavelli, splendido in vista quanto l'arcangiolo Michele, cinto di forbita armatura, le comparve alle spalle; le lucide armi riflettendo nel vetro lo avevano fatto coruscare del baleno che offese la vergine.

Annalena balza in piedi e presta più della gazzella si ricovra all'altra estremità della stanza.

Vico con occhi dimessi cominciò:

«Annalena, vi domando perdono; credeva ritrovare qui vostro padre e intendeva menarlo meco alla rassegna della milizia. Dio vi mandi il buon giorno...»

E volgeva la persona in atto di andarsene. La vergine sempre nel suo ricovero con ambe le mani si fregava gli occhi, timorosa non fosse una illusione.

Vico pervenuto sul limitare, stupefatto della strana accoglienza, si ferma ed esclama:

«Lena!»

«La vergine trasalisce, e non le riesce snodare la lingua.

«Lena!» ripete Vico e impetuoso si dirige con presti passi verso di lei così favellando:

«Tanto vi sono ad un tratto diventato increscioso che voi mi rifiutate quello che onestamente non sapreste negare a qualsivoglia cristiano vi occorresse per via, — un saluto di pace? In che vi offesi? I giorni vostri io non turbava mai. — Perchè sorrideste ai miei ritorni, alle partenze sospiraste? Perchè, secondo ch'io mi presentava o lieto o tristo, impallidiste o arrossiste? — Erano lusinghe queste? Ed io ti reputava pura, innocente, come l'alba del primo giorno che spuntò su la terra! Ahi, tristo me! tu mi hai ingannato:... a voi tutte, femmine, Eva donò l'arte di presentare all'uomo la morte sotto la specie di un frutto.»

La giovinetta rimaneva come sbigottita da cotesto linguaggio; la cagione dello sdegno non comprendeva; grosse lacrime le scorrevano lungo le guance; sentiva un immenso duolo opprimerle il cuore pronto a scoppiare: alla fine proruppe e, precipitandosi a terra, abbraccia in atto d'ineffabile angoscia le ginocchia di Vico. Questi a sua posta si smarrisce, le parole gli mancano, sta incerto su quanto dicesse o facesse.

«Oh! non mostrarmiti sdegnato,», favella la vergine: «In che ti offesi? Se non lo sapendo ti recai ingiuria, perdona; io sono semplice, e avvezza agli usi di villa... io non sorgerò da terra finchè tu non mi abbi perdonato...»

Ebbro di amore Vico le stende le braccia e,

«Sorgi», esclama, «sorgi; in questo modo atteggiata appena dovresti presentarti al cospetto della Divinità.»

«E tu, Vico, sei la mia Divinità...»

«Or dunque mi ami?...» E la solleva esultante.»

«Se amore significa sentire la vita soltanto quando io ti veggo ed essere dolente quando mi stai lontano e pregare il cielo che ti conservi; se amore significa fiamma ardente che mi scorre dal capo alle piante allorchè mi comparisci davanti, se udirti in ogni suono.., se in ogni oggetto vederti, se... se... questo significa amore, sopra tutte le cose io t'amo.»

«Mi ami?»

«Oh! tanto!... oh! tanto!...» E palma percoteva a palma.

«Or dunque vieni, prostrati qui davanti la immagine della Vergine; ecco mi prostro anch'io; giurami che tu sarai mia donna.»

«Lo giuro.»

«E che fuggirai gli sponsali di qualsivoglia altro uomo.»

«Lo giuro.»

«E che, morendo io, ti renderai monaca e finchè ti duri la vita continuerai a ripararti nel chiostro.»

«Questo non giuro io.»

«Perchè nol giuri?»

«Perchè la morte mi scioglierà subito dai penosi legami; e per la striscia luminosa che lascerà nel firmamento la tua anima al cielo volando ti seguirà la mia, fedele ancella nella morte, siccome ti fui nella vita.»

«Dio onnipotente, gran mercè!» esclama Vico, premendo con ambe le sue le mani della donzella: «qual merito avevo io mai onde tu mi compartissi tanta contentezza?»

«Ludovico Machiavelli alla rassegna!» Si udì gridare una voce forte e unito alla voce un percuotere raddoppiato all'uscio di strada.

«Ah! Il capitano Ferruccio», dice Ludovico e, balzato in piedi, lasciando le mani della donzella, precipita fuori della stanza.

Annalena correndogli dietro lo richiama:

«Vico! Vico! anche un istante... una parola.»

«Il capitano Ferruccio», rispose Vico e continua ad allontanarsi.

Annalena si fece al balcone e vide il suo diletto il quale, vergognoso in vista, seguiva un uomo d'arme per aspetto e per dovizia di armi notabile. Però non udendo Vico, siccome aveva temuto, muoversi dal capitano alcuna rampogna, riprese animo e, voltosi di repente, vide la fanciulla al balcone, e studioso di giustificare la subita partita, le mandò una voce sola, e fu questa:

«Libertà!»

La vergine, fatta delle mani croce, e dimessa la testa in atto di rassegnazione, rispose anch'ella con una parola:

«Sia!»

Ma quando si furono dilungati dalla vista della casa paterna, presso allo scendere del Ponte Vecchio, il capitano Ferruccio all'improvviso fermandosi gli favellò così:

«Patria! Libertà! Molti, o giovanetto, hanno su i labbri la patria e la libertà, pochi nel cuore. L'amore di entrambe queste sacratissime cose consiste nella continua renunzia dello amore di sè; ogni passione vuolsi sacrificare alla patria ed alla libertà, perocchè elle sieno gelose e non consentano procedere in compagnia. Se vuoi venire oltre, sappi essere il mestiere delle armi duro, incerta la tua stanza; fin d'ora apparécchiati a bagnare del tuo sangue le varie contrade di Toscana, forse d'Italia... a lasciare le tue ossa su qualche campo ignorato; — se ciò avviene, acquisterai fama di magnanimo e d'infelice; se la fortuna ti corre benigna, sarai magnanimo e avventuroso, — e così ti auguro dal cielo; — se l'amore di donna preponi al tuo paese, se le tue orecchie più e meglio odono il susurro delle parolette brevi che il frastuono delle trombe, se più ti preme piacere a femmina che alla fama, pon' giù la impresa, torna indietro, io me ne andrò solo alla rassegna e alla orazione. La patria può fare molto bene a meno di te.»

«Capitano, io non credeva avere misfatto poi tanto... lieve fallo è il mio.»

«Lieve fallo! Qualunque sia il fallo per mancata disciplina, per me è mortale. Quando Torquato percosse nel capo il proprio figliuolo per avere vinto contro lo espresso divieto, i Romani conquistarono il mondo. Lieve fallo! L'ora della rassegna è trascorsa, e il vostro posto comparve vuoto, per voi la milizia ebbe pessimo esempio, sentì grave oltraggio il vostro capitano. Lieve fallo! Al capitano toccò andarsene in traccia del suo soldato. Sono questi gl'insegnamenti che riceveste dai famosi capitani dei quali vi procurava il consorzio? Queste le promesse da voi fatte al vostro padre sopra il suo letto di morte? Ah! se lo sapesse vostro padre!»

«Capitano Ferruccio, o cessate, o io torno a mezzo il ponte e mi precipito in Arno.»

«Avanti, giovanetto, vien' meco in Santa Croce.»

* * * * *

I Fiorentini, banditi i Medici dallo stato, attendendo a difendersi, vinsero la provvisione di creare la milizia fiorentina. In quattro giorni, chiamati a prendere le armi i giovani dai diciotto fino ai trentasei anni, descrissero circa a tremila capi, i quali, non che andassero a tôrre le armi, di per sè stessi le portarono, e non mica comunali, sibbene, di molto valsente e di sottile lavoro; furono dapprima mille settecento archibusieri, mille picche ed il rimanente alabarde, spiedi, partigianoni e spade a due mani, la più parte difesi da corsaletti. Nella spartizione delle bande si attennero ai soliti sedici gonfaloni, non mutarono insegne; solo osarono portare certa divisa traverso alla vita di color verde, simbolo della speranza che nutrivano vivissima di liberare la patria[159]; ebbero per sargenti maggiori Giovanni da Torino, Pasquino Corso e Giovambattista da Messina, soldato di molta riputazione, come quello, che aveva atteso alla milizia nelle Bande Nere prima e dopo che il Signor Giovanni morisse; questi erano fissi, come pure era fisso il signore Stefano Colonna di Palestrina, barone romano, uomo del re di Francia, che accettò l'ufficio di comandante generale della mantovana milizia. Gli altri ufficiali avevano lo scambio e reggevano a tempo; e tanto eglino apparvero costumati e dabbene che dal grado di capitano si ridussero con animo volonteroso a fare gli uffici di semplice soldato. — Considerando in seguito di quanto vantaggio codesta milizia fosse stata cagione sì per tenere la città ottimamente custodita dai nemici, sì per frenare la licenza dei soldati stranieri agli stipendi della Repubblica, venne in pensiero ai reggitori di accrescerla; per la qual cosa ordinarono si dividesse in due classi, la prima, di uomini da diciotto a quaranta anni, la seconda da quaranta a cinquanta; sicchè per siffatti provvedimenti ella crebbe di meglio due mila altri capi. Andando poi per la massima parte composta di persone non solo della libertà della patria svisceratissime, ma eziandio delle più ingegnose fra quante fiorissero in quel tempo a Firenze, non è da dire se presto apprendessero i modi di armeggiare; e Benedetto Varchi ricorda come i soldati vecchi, vedendola ora aggomitolarsi in chiocciola, ora distendersi in drappelli, ora eseguire altro movimento militare, ne facessero le meraviglie.

Il gonfaloniere Carduccio, intentissimo ad accendere le voglie dei cittadini alla gloria militare, quantunque pei buoni effetti della milizia rimanesse contento, e sebbene in diverse occasioni l'avesse fatta rassegnare e arringare dai più valenti uomini di Firenze, dei quali piace ricondurre alla memoria i nomi di Luigi Alamanni, di Baccio Cavalcanti e di Pietro Vettori, nondimeno pensò avrebbe giovato assai per conseguire il suo scopo una nuova generale rassegna e la solennità del giuramento, accompagnata da una predica del fiero frate Benedetto da Foiano. Così destramente si maneggiava l'accorto Carduccio che i capi della milizia gli mossero istanza di quello ch'egli sentiva maggiore desiderio concedere che non avevano essi di domandare. Però attelata la milizia sotto i suoi gonfaloni su la piazza di Santa Maria Novella, splendida di armi e d'insegne, difilò gonfalone per gonfalone cominciando dal quartiere di Santo Spirito verso la piazza del Duomo, tenendo la via che viene dal canto dei Carnesecchi e di Santa Maria Maggiore.

Davanti la porta di San Giovanni avevano accomodato il bellissimo altare d'argento il quale solevano esporre nelle solennità del comune; intorno a quello erano disposti sacerdoti sostenenti ceri o turiboli; i libri degli evangeli vi stavano aperti sopra. — Di rincontro all'altare accanto alla porta mezzana di Santa Maria del Fiore sedeva la Signoria, il signore Stefano Colonna ed altri maggiorenti nel magnifico tribunale ornato di panni bianchi e vermigli con baldacchino sopra, come si costuma fare nelle feste e nelle processioni. La via sparsa di lauro e di erbe odorifere.

A mano a mano che i varii drapelli dei gonfaloni si accostano all'altare, piegano il ginocchio, declinano verso terra le armi e la insegna. Il capitano pone a nome di tutti la destra sopra l'Evangelio e proferisce la formula del giuramento, che i soldati ripetono, e quindi voltatisi alla Signoria con gesti convenevoli le rendono la debita reverenza. I trombetti e i pifferi del comune sonando restituiscono i saluti.

I gonfalonieri, svoltando dal campanile e procedendo per le vie del Proconsolo, del Palagio e del Diluvio, si conducono al tempio di Santa Croce. La Signoria, il signore Stefano con grande accompagnamento di capitani, di cittadini, mazzieri e trombe gli seguono; — il popolo, cupido di spettacoli, gli ricinge attorno densissimo.

Qui fu cantata la messa solenne dello Spirito Santo, dopo la quale il virtuoso frate Benedetto da Foiano salì in pergamo tenendo nelle mani uno stendardo nel quale era da banda dipinto Cristo vittorioso con soldati distesi per terra chi morti e chi feriti, e dall'altra la croce rossa in campo bianco, insegna del comune di Firenze.

Le tende tese avvolgevano le vaste navate in tenebre misteriose; — le turbe raccolte mandarono un fremito come di onde commosse, poi tacquero silenziose così che si udiva l'anelito del frate e il fruscio dello stendardo nelle sue mani.

All'improvviso il frate con voce formidabile cominciò:

«Cum hoc et in hoc vinces. — Il Padre nostro, che è nei cieli, creava gli uomini liberi e lieti. Lo spirito delle tenebre soffiò nell'anima dei tristi un alito infernale, e questi incatenarono le mani dietro alle spalle ai fratelli, strinsero nella destra maledetta una verga e si chiamarono principi. Allora la creatura, non potendo più sollevare le braccia al cielo per benedire Dio, la faccia contristata abbassò verso la terra e pianse. L'uomo malvagio non tenne da principio nascosa la reproba sua origine e apertamente significava sè essere figliuolo di Satana; poi, alla tristizia aggiungendo la ipocrisia, celò sotto una benda o corona la impronta di Caino incisa sopra la sua fronte, si unse col santo crisma le chiome quasi profumo e disse: io vengo da Dio. — Questa è bestemmia manifesta, imperciocchè il Signore favellando a Samuele gli dicesse: — Pon' mente, tale sarà la religione del re: — egli piglierà i vostri figliuoli, — egli piglierà le vostre figliuole, — piglierà eziandio i vostri campi, le vostre vigne, i vostri uliveti, — ed in quel giorno voi griderete per cagione del vostro re[160]. — Così ha parlato il Signore, ed aggiunse ancora al popolo ebreo: Ma io non vi esaudirò, perchè voi lo avrete eletto. — Gli schiavi volontarii increscono al mondo, a Dio ed allo stesso demonio. Noi non eleggeremo il principe, noi lo combatteremo, noi lo inseguiremo, finchè non torni all'inferno, donde l'antico nemico del genere umano lo ha dipartito. — Fiorenza, madre amorosissima, nudrì i Medici come suole i suoi figliuoli più cari, cresciuti che furono, morsero le mammelle dalle quali ebbero vita; stesa la mano parricida sopra il casto seno di lei, esclamarono: Tu ci alimentasti del tuo latte, ora abbiamo sete del tuo sangue —, e si apprestarono a divorarla. Qual segno parlò dall'alto in favore di cotesta scellerata famiglia? Qual consenso di popolo la creava tiranna? Qual diritto ella vanta? Con quali argomenti ella intende dominare su Fiorenza? Vedetela, armi barbare ella spinge ai nostri danni, sua ragione è l'offesa, suoi oratori le bombarde, feste gl'incendii, benefizii le rapine, doni le stragi. E non pertanto vive tale tra loro che non aborre affermarsi vicario di Cristo sopra la terra; non gli credete: se tu, Clemente, co' tuoi misfatti non avessi allontanato lo spirito di Dio dalla Chiesa, ora lo scisma non guasterebbe le sue membra, tu non saresti stato avvilito, non avrebbe Roma sofferto il miserevole sacco. Quando lo spirito di Dio circondava il Vaticano, mandò gli angioli con ispade infocate a difenderlo e respinse Attila atterrito dalle sue mura. Roma conserva tuttavia l'altare, ma il Dio lo abbandonò; il sacerdote innalza al cielo l'antica preghiera, ma il cielo non risponde più, perchè la voce del sacerdote è fatta impura, le mani ha intrise di sangue. Il sommo sacerdote vi chiamò davanti al giudizio di Dio: — sperate! — imperciocchè Dio lo abbia riprovato. Gesù Cristo nostro divino redentore e re nella sua divina sapienza conobbe che un giorno sarebbero insorti falsi profeti, i quali profetando nel suo santissimo nome avrebbero tratto la generazione degli uomini nello squallore e nella servitù: ond'egli vi lasciava un segno e diceva: L'Albero buono non può fare frutto cattivo, nè l'albero malvagio frutti buoni; voi dunque li riconoscerete dai loro frutti. — E quando i verecondi avessero ardito invocarlo, ei prometteva sarebbesi protestato contro di loro, gli avrebbe reietti lontano da sè come serpenti, progenie di vipere, sepolcri scialbati, operatori d'iniquità[161]. Egli vi chiamò al giudizio di Dio, — sperate! imperciocchè Dio chiederà ai suoi sacerdoti ragione del sangue dei profeti che mandò verso di loro, del sangue di Abele fino al sangue di Zaccaria e di frate Ieronimo Savonarola, il quale uccisero a vituperio col patibolo infame. Papa Clemente, trema, perchè Cristo è tuo giudice, non complice, ed egli ti reciderà, la tua parte metterà con quella degl'ipocriti, laddove è pianto e stridore dei denti[162]. Ma che dico sperate! Già voi vedete della sua protezione certissimi segni; credete voi forse senza divino soccorso avere potuto assuefare gli occhi alle lunghe vigilie, le membra a prendere su la dura terra breve e interrotto riposo, la fame tollerare e la sete, soffrire l'ardore del sole e l'asprezza del freddo non più dai molli vostri corpi provata? Forse senza ajuto celeste avvezzi agli agi della vita, nudriti nelle pacifiche discipline, vi era concesso con animo immoto ascoltare le barbariche voci, sostenere gli aspetti spaventosi, opporre i ferri ai ferri, percuotere, essere percossi, terribili se vincitori, più terribili vinti? Prodigi sono questi; altri ne aspettate maggiori dal cielo, voi stessi opererete miracoli, forse tra noi già vive e si agita un nuovo Gedeone, e già nel suo cuore egli intende la voce del Dio degli eserciti; sorga! oh! sorga tosto e disperda questa empia progenie. — Voi siete soli, vi abbandonano tutti: meglio così in questo modo intera sarà la gloria nostra; così, oh! non fosse intera la infamia dei rimanenti Italiani: noi soli difendiamo l'onore, la vita e la libertà della Italia: e quando pure dovessimo soccombere, sarà splendido il nostro sepolcro, perchè ultimi cedemmo, perchè soli osammo resistere a moltitudine di gente contro le quali non valsero le armi collegato di potentissimi principi. Fu gloria al popolo ateniese abbandonare la patria terra per tutelare la libertà; quanto fia maggiore la tua, o popolo fiorentino, che giudicasti la maestà dei luoghi pubblici, la religione dei tempii, i sepolcri, le case dover esser da te costantemente difese, e la tua salute dovere andare congiunta con la salute della patria! In hoc signo vinces, gridò la voce dall'alto a Costantino imperatore, e gli fu mostrata la croce sfolgorante nei cieli: in hoc signo vinces, esclamo anch'io benedicendo questo sacro stendardo e alle tue mani affidandolo, strenuissimo Colonna, capitano della valorosa milizia fiorentina: seguitate voi giovani, codesta bandiera, tenete sempre in lei fissi gli sguardi, imperciocchè egli la condurrà sempre nella via dell'onore e della vittoria. Adesso io non vi conforterò ad esser prodi; già voi lo foste, e così l'uomo si piace nel sentirsi virtuoso che voi percorrerete intero il bene cominciato cammino: non vi raccomanderò i padri, le madri, le donne e i figli vostri; concesse ai loro labbri tale una voce natura presso cui la mia diventa debole e fioca. Di due cose con tutte le viscere dell'anima mia vi supplico, e sono: di mantenere severa la disciplina, origine vera di ogni alta gesta militare; Prospero Colonna, capitano dei nostri tempi famosissimo, di cui la gloria in te, inclito Stefano, riconosciamo, soleva dire: desiderare piuttosto imperito ed ubbidiente soldato che molto perito ed ubbidiente poco; e sopra tutto vi scongiuro di unione, pace e concordia. A concordia la patria afflitta e il vostro re Gesù Cristo v'invitano; a concordia gl'imminenti pericoli vi consigliano. Ogni città, comunque piccola, con la concordia vedemmo superare terribilissimi mali, con la discordia vedemmo le meglio fiorenti città condotte ad estrema miseria. Non gustate voi le dolcezze dell'amore? Voi non punge l'amaritudine dell'odio? Spengasi nei vostri petti lo sdegno; si accenda la fiamma di salutifero amore. Perdonate le ingiurie, dimenticate le offese, volgansi contro i nemici le magnanime vostre ire. Quali altre parole aggiungerò io? Se per cimentare la concordia vostra si domandasse sangue, ecco di gran cuore io darei quello che mi scorre entro le vene: se a stringervi in vincolo fraterno non bastano le preghiere dei vostri più cari, nè la speranza di vincere nè il timore di perdere, nè le supplicazioni della patria, nè il comandamento di Cristo, io sdegno ormai di favellare più oltre, e non mi resta più altro che piangere. Io non voglio più abbandonare questo pergamo: qui sopra mi scioglierò in lacrime, qui starò fintanto al Signore piaccia di chiudere per sempre questi occhi miei tristi. — Carità, carità, Fiorentini! Se tutti Cristo col preziosissimo sangue redense, se tutti nasceste figli di una medesima madre, perchè ricuserete abbracciarvi fratelli[163]!»

Tale orò fra' Benedetto da Foiano, e al terminare delle sue parole, lasciatosi cadere genuflesso, col capo appoggiato all'orlo del pulpito, dirottamente piangeva. Intanto si udivano risuonare per le vôlte della vasta chiesa singhiozzi e pianti, e un domandarsi perdono ed un concederlo; e poi vedevi uomini da molto tempo nemici abbracciarsi, baciarsi in bocca, ogni rancore deposto, salutarsi fratelli.

Tra così universale consenso di amore, sopra due cuori soli le parole del Foiano passarono senza lasciar traccia, quasi nave che scorra per acqua. Uguale l'odio in entrambi, uguale il nome. Benedetto Buondelmonti si chiamava l'uno, Zanobi Buondelmonti l'altro: il primo violento, superbo, odiatore di Zanobi per la ingiuria che gli aveva fatta; il secondo nudrito delle buone discipline, di gentile natura, modesto, giustamente sdegnato contro il parente per oltraggio ricevuto. Causa della inimicizia fu questa: che, trovandosi nel 1526 a disputare in arcivescovado tra loro intorno al diritto di presentazione a certo benefizio vacante, messere Benedetto preso da cieca ira percosse messere Zanobi nel volto. Da quel giorno in poi Zanobi si era studiato di tôrne memorabile vendetta, nulla badando alla ragione del sangue, che gli pareva messere Benedetto avesse sciolta con la bassissima offesa; ma i parenti e gli amici indagavano il luogo della posta, s'interponevano, pregavano, insomma facevano in modo che il duello non accadesse. In seguito sopraggiunsero le persecuzioni dei Medici e ad ambedue i Buondelmonti toccò esulare. Se messere Zanobi avesse voluto commettere la cura della vendetta a ferro assassino, a quest'ora messere Benedetto un lungo sonno dormiva con i suoi padri; ma, oltrechè da così vile spediente tratteneva messere Zanobi la magnanima sua indole, non si sarebbe sentito placato, se altra mano fuori della sua avesse spento codesta vita.

Eppure ambedue avevano intesa la predica del Foiano, — però come non fosse stata per loro. Messere Benedetto, col dorso appoggiato a una colonna, le braccia sotto le ascelle, le gambe sporte in avanti, la manca sopramessa alla destra, il capo chino, talora mandava uno sguardo obbliquo contro Zanobi, il quale da lontano curvo con la persona, puntellato il gomito alla spalliera di una panca, tiene il mento nel palmo della mano e con l'indice si rovescia il labbro inferiore ed a sua posta gli ricambia lo sguardo diritto e feroce: cotesti sguardi s'intersecavano lucidi d'implacabile odio, quasi scontro di spade nemiche in campo chiuso.

Ad un tratto messere Zanobi drizza la persona; una mano lo ha lievemente percosso su l'omero, ed una voce gli ha detto:

«Perdona!»

La voce e l'atto movevano da Dante da Castiglione.

Messere Zanobi lo guardò in volto, — sorrise e non rispose parola. Ma ecco che al Castiglione si aggiungono molti nobili giovani ed onorati cittadini, i quali con suono e sembianza, suplichevoli ripetono:

«Perdona! perdona!»

Messere Zanobi si turba e avvoltosi nel mantello tenta partirsi di chiesa. — Dall'altra parte, Alamanno dei Pazzi e Lionardo Bartolini, afferrato nelle braccia Benedetto Buondelmonti, gli usano violenza e lo traggono seco loro dicendo:

«Voi gli faceste offesa, e il cavaliere cristiano non si avvilisce umiliandosi a domandare mercede...»

«Io domandare mercede!» replica messere Benedetto — e sbuffa come toro indomato; ma tuttavolta andava, chè la coscienza in quel punto vinceva la superbia.

Zanobi svincolandosi dalle braccia degli amici s'ingegna guadagnare le porte, quando il gonfaloniere Carduccio accompagnato dai signori gl'impedisce il cammino e con quel suo piglio autorevole lo interroga:

«Apprendeste voi questo negli Orti Oricellarii, messere Zanobi? Il vostro maestro Nicolò Machiavelli non vi narrava mai la magnanimità di Aristide?»

«Nè a me sarebbe grave imitare Aristide se il mio avversario si fosse Temistocle.»

«E di Temistocle non vi narrava, quando percosso da Euribiade lacedemonio rispose: Batti, ma ascolta?»

«Magnifico Carduccio, non dubitate, per me non sarà messa in compromesso mai la pace dell'amatissima patria; finchè ci stanno a fronte i nemici, io sospendo ogni querela privata; remosso ogni pericolo, vi prego a non consentire ch'io rimanga il più svergognato gentiluomo che viva in tutta la cristianità.»

Frate Benedetto da Foiano avendo rilevato la testa, abbassò gli sguardi e conobbe la cagione per cui tanti spettabili cittadini si affaticavano intorno a quei due Buondelmonti. Scese dal pergamo precipitoso così che parve uno di quei santi padri trascorrenti per l'empireo cantati dalla divina bocca dell'Alighieri, cacciatosi tra la folla e rompendola giunge davanti a messere Benedetto, il quale tuttavia riluttante faceva mostra volersi liberare dalle mani del Pazzi e del Bartolino, e,

«Che sempre», incominciò garrendo messere Benedetto, «la tua progenie debba essere cagione di pianto alla nostra città, ella è pure una tremenda e incomportabile cosa, o Buondelmonti! Dobbiamo anch'oggi rinnovare l'antico voto, che meglio sarebbe stato che Dio annegasse la progenie vostra nell'Ema la prima volta che lasciando Val di Greve veniste a Fiorenza? Invece di riparare li passati danni, ne vorrete voi dunque apportare dei nuovi? Umiliati, superbo... tu sei un pugno di cenere...»

E messere Benedetto crollato da quel dire di fuoco rispondeva dimesso:

«Pur ch'ei perdoni.»

Il Foiano già sta dinanzi a messere Zanobi e,

«Figliuolo mio!» gli favella dolcemente, «in nome del tuo Redentore che perdonò ai suoi uccisori, — che pregò per loro, — che versò il suo sangue preziosissimo per la umana stirpe la quale co' suoi misfatti aveva colma la misura dell'ira di Dio... perdona! perdona!»

«Messere frate», dice il Buondelmonte sdegnoso, «io non sono Cristo.»

«Allora, messere Carduccio, rammentategli voi quel vostro glorioso maggiore san Giovanni Gualberto, narrategli come avesse morto un fratello, come venisse armato a Fiorenza per vendicare l'omicidio, come trovasse l'uccisore inerme e solo a mezza strada, il quale avendogli domandato mercè per Dio, egli, di un tratto deposta l'ira, a San Miniato il conducesse e quivi a Dio redentore lo donasse...[164]»

«Padre Benedetto, cessate, io non sono un santo.»

«Almeno sii uomo, ricórdati del buon Marzucco che baciò la mano all'uccisore del suo figlio; — la Chiesa non lo ha ancora canonizzato per santo[165].»

«Ahimè! vi prego, sgombratemi il passo... in verità non posso.»

«Oh! che sì che il potrai, figliuol mio; e se i consigli e gli esempi non ti commuovono, lásciati piegare dal pianto: ecco, vedi, io mi ti prostro davanti e ti supplico col capo nella polvere, se tu perdoni, io bene mi sarò genuflesso, perocchè la creatura perdonando assomiglia a Dio; se ti ostini nel rifiuto, tu mi lasci il rimorso d'essermi inchinato al demonio.»

«Ma che vi ho fatto io onde mi vogliate il più svergognato cavaliero che abbia mai cinto spada? Oh! questo è dolore. Voi mi desiderate morto, ebbene seppellitemi, perchè io non consentirei a vivere senza onore; aprite la lapide, precipitatemi giù nell'avello, purchè la voce del perdono sia l'ultima che profferisca la mia bocca mortale.»

E Zanobi Buondelmonti, come uomo rifinito dalla fatica, si lasciò cadere seduto sopra il pavimento della chiesa, coperto, siccome correva il costume, dalle lapide dei sepolcri delle inclite famiglie fiorentine.

Come volle fortuna, egli si assise sopra la lapide appartenente ad una delle tante famiglie dei Buondelmonti; ciò era manifesto per l'arme quivi effigiata con pietre di varii colori, la quale faceva croce rossa sul Calvario in campo azzurro e bianco.

Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani il marmo esclamando:

«Apriti, o terra, e cuoprimi!»

I circostanti contemplando quel profondo dolore stettero muti ed in cuor loro lo compassionavano forte. Al Foiano erano venuti meno gli argomenti, e si rimaneva genuflesso in atto di preghiera senza potere profferire una parola.

Si apre di repente la folla: comparisce una vergine; ella non sembra cosa terrena; la fronte tiene rivolta al cielo, quasi ascoltasse una voce dall'alto; le pieghe lunghe della veste coprivano i piedi, onde pareva che il suo incesso non procedesse dal mutare di passi, bensì dal radere, volando la terra. La ghirlanda di argento intrecciata alle sue chiome nell'agitare della persona scintillava come se fosse di raggi; la sembianza pura, la dolcezza degli atti, l'apparizione improvvisa colpirono gli astanti di maraviglia. Quando la terra d'Italia produsse vergini siffatte, il Ghirlandaio e Rafaello dipinsero gli angioli, quali forse più belli non creò mai Dio nel suo paradiso: — poichè in quanto a questa ella fosse figlia di donna, non creatura celeste.

Si accosta silenziosa a messere Zanobi, si curva alquanto e, lo toccando di lieve percossa sopra la spalla, gli mormora nelle orecchie:

«Tu giaci su l'ossa de' tuoi padri!» — e gli accenna la domestica arme: — «uomo che devi morire, perchè serberai odio mortale? Lascia un esempio di virtù e perdona.»

Messere Zanobi, vinto da tale una forza a cui non sapeva resistere, si leva tenendo il suo sguardo fisso in quello della vergine; ella presolo per la mano a sè lo trae, avvicinandolo a messere Benedetto. Questi se ne sta dimesso a capo chino; all'improvviso levandolo, si vede faccia a faccia messere Zanobi; — si guardarono, — impallidirono, — si fecero rossi fino ai capelli; poi messere Benedetto curvandosi tutto tremante, parlò:

«Zanobi, l'atroce... offesa...»

«Dimentichiamola, Benedetto... Abbracciatemi... e come vuole ragione di sangue ritorniamo fratelli...»

E si abbracciarono con incredibile affetto, tale essendo la natura di queste anime, vigorose nell'odio come nell'amore. — Non vi fu circostante per quanto di animo saldo che non sentisse a cotesto spettacolo commuoversi l'anima e inumidirsi gli occhi. Perchè anche i tristi se odiano la virtù, non possono poi fare a meno di venerarla quando nella sua gloria sfolgoreggi loro davanti.

Poichè si quetarono alcun poco coteste esultanze, tutti bramosi intesero a ritrovare la vergine operatrice della mirabile concordia... Guardarono invano... ella era sparita. Allora cominciarono i Piagnoni ad affermare essere stato un miracolo, averla il Signore mandata sopra la terra; gli altri, non prestando fede al miracolo, non sapevano spiegare quella insolita apparizione; tutti poi si sentivano tocchi di riverenza per cotesto angiolo di pace.

Ma se i cuori di tutti furono tocchi di riverenza, il cuore di un solo palpitò di amore, — il cuore di Vico, il quale nella vergine comparsa aveva riconosciuto la sua diletta Annalena.

CAPITOLO UNDECIMO

IL PROFETA PIERUCCIO

Mentre che in forma fui d'ossa e di polpe Che la madre mi diè, l'opere mie Non furon leonine, ma di volpe. Gli accorgimenti e le coperte vie Io seppi tutte...

DANTE.

Molto tempo innanzi che le cose narrate accadessero, Malatesta Baglioni certa notte, dopo avere dato volta ora sopra un fianco ora su l'altro, non trovando riposo, balzò da letto gridando:

«Maladetta la notte! — Finchè la luce dura, io sono più forte della mia coscienza e mi riesce a tenermela sotto; quando ella cessa, la coscienza diventa più forte di me e torna a galleggiarmi sul cuore. O notte, io ti detesto, sia che come adesso t'ingombrino tenebre impenetrabili quasi strati di lava, sia che il perfido chiarore della tua luna mi spaventi convertendomi in fantasmi i palazzi e le torri. — Quanto silenzio!» — E si accostando alla finestra, l'apriva. — «Fiorenza, dormi? Tu sei più felice di me... io non trovo riposo. Se il giorno che ci lasciò fosse l'ultimo! Se queste tenebre durassero eterne! L'eroe non vorrebbe commettere le sue opere magnanime senza sole, — forse nè anche i suoi delitti il masnadiero. Dormissero tutti la pace eterna!»

«All'erta sto! — urla una scolta; — All'erta sto! risponde un'altra; — All'erta sto!» s'intende ripetere da cento voci a mano a mano digradanti nella lontananza, finchè per troppo spazio vengano affatto a mancare. Tale è l'ufficio delle sentinelle ad ogni quarto d'ora che passa.

«Ecco», riprende il Baglioni, — «così gli anni si chiamano passando; — così dopo la vita succede la fama, — dopo la fama nulla; noi siamo l'eco dell'eco, — ombre di sogno. E allora perchè travagliarci tanto? Non ti compra mica la infamia una eternità di piacere, — anzi nè manco una scintilla di luce, — e nè un alito di fumo, ed ogni cosa finisce... Appunto perchè ogni cosa finisce, bisogna ingegnarci a godere molto nella vita... — ma veramente finisce ella la vita? — Oh! sì, finisce; godiamo e come? Con l'amore forse? Io non ci credo: e poi sta nella potenza altrui darlo o negarlo: il timore puoi incuterlo quando meglio ti sembra. Godimento vero consiste nel far paura. Sopra tutti avventuroso l'Eterno, perocchè i pensieri di sdegno gli scoppino fuori dalla fronte come fulmini. Bene mi talenta Fiorenza, ma la vagheggia il papa; la croce di questo prete percuote più forte della mia daga: ond'io, Fiorenza, comunque bella tu sia e tu mi piaccia assai, ti abbandono alle voglie del sacerdote con un sospiro; a patto però che sia nostra Perugia. — Senti... il gallo canta! — Vorrebbe forse egli dirmi essere io traditore? Il gallo cantò a san Pietro quando egli rinnegava Cristo; — io non rinnego nessuno, anzi gratifico il vicario di Cristo, e mi si deve professare amico san Pietro. — Se mai mi dannassi l'anima, san Pietro, ramméntati che il faccio proprio per la tua Chiesa, sicchè quando Dio non vede tu mi aprirai le porte del paradiso alla sfuggita. — Giuda! Chi è che ha rammentato Giuda? Ah! mi sono io stesso susurrato questo nome all'orecchie. Come entra Giuda con me? Giuda gitta via il prezzo, ed io lo prendo; Giuda s'impicca, ed io nè m'impicco nè mi lascerò impiccare... — Non mi lascerò. Bada, Malatesta, vecchia fama nel mondo dice orbi i Fiorentini; però guai a te, se di alcun poco schiudano gli occhi... e quel Carduccio, comechè gli mandi strambi, e' ci vede meglio che se gli avesse diritti; — ramméntati di Baldaccio dell'Anguillara:... non obliare Pagolo Vitelli ch'ebbe la testa mozza prima di accorgersene. Le repubbliche vegliano sospettose più degli altri reggimenti; tu hai potuto considerare a tuo bell'agio in Venezia le colonne tra le quali tagliarono il capo al Carmagnola. — Per Dio! E dove lascio mio padre Giampagolo?.. Papa Lione.., già non vi spirò lo Spirito Santo quando me lo trucidaste in Sant'Angiolo. Quanti traditi e quanti traditori! Oh![166]»

[Illustrazione: «Or dunque mi ami?....» E la solleva esultante. Cap. X, pag. 254.]

Malatesta si copre con ambe le mani la faccia, e così rimane assorto da angosciose considerazioni; gemeva, ansava come travagliato da tormento insopportabile; poi scosse la testa ed agitò le mani aggiungendo:

«Male m'incoglie, se mi muovo; peggio, se riposo;.... ho il sangue avvelenato; — mi è parso.... no... no... ho veduto.... messere Gentile e messere Galeotto Baglioni i quali... mi scotevano innanzi agli occhi la camicia insanguinata... Non vi uccisi già io... voi non potete portare il vostro sangue in testimonio contro di me.... vi spense Orazio il fratel mio... Andate a tormentarlo a vostro bell'agio nell'inferno. Voi, messer Giampagolo, lasciatemi in pace... dormite nel vostro sepolcro di marmo... perchè mi mostrate il vostro capo mosso? Che ci ho che fare io? Se i Medici mi tolsero il padre, i Medici mi renderanno Perugia; e voi, padre mio, non valevate Perugia quando eravate vivo;... pensate, se la valete adesso che siete morto! — Se intendete avvisarmi... riposate tranquillo... io non mi farò ammazzare così, come un montone; in ogni estremo caso, ecco il pugnale.... Ma Cencio perchè tarda tanto a tornare? Se Cencio mi tradisse, se a quest'ora stesse davanti al gonfaloniere dicendogli: Magnifico messere Carduccio, Malatesta vi tradisce... se già si movesse il bargello.... se il carnefice.... ah! — Chi è là? — Nessuno. — Come dura lunga la notte! — Questo Cencio oramai ne sa troppe....»

S'intende lo scalpito lontano di cavallo... si accosta... si è appressato... scende il cavaliere, entra nel palazzo Serristori, salisce frettoloso le scale.

«Questi è Cencio; riconosco i suoi passi. Egli ne sa troppe.... ne sa troppe; Cencio potrebbe tradirmi, — è colmo sino alla bocca..., bisogna torcelo dinanzi... mezzo palmo di lama, o tre grani di tossico lo spingeranno tant'oltre da non temerne il ritorno. Cencio... — O Cencio, sii il benvenuto, figliuolo mio, ti aspettava....»

«Davvero? rispose Cencio gittandosi sopra una sedia, dove stirò le braccia e tese le gambe con plebea dimestichezza; — quindi a poco a poco continuava: «Ho sonno, — fame e sete.... — Malatesta, datemi da bere.»

Il sangue baronale del Baglioni si rimescolava da cima a fondo; — un moto delle labbra svelò il cruccio dell'anima, ma potente com'era a simulare ridusse quel moto in sorriso, empì una tazza di vino e, la porgendo a costui, favellava:

«Bevi, Cencio, e confortati.... la tua vita mi preme quanto la mia....»

«Ahimè tristo! sarò io a tempo domani per testare delle cose mie?»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Nei tanti anni che facciamo via insieme verso l'inferno mi sono accorto, o Malatesta, che quando vagheggiate oltre il consueto qualche famigliare, voi lo avete già in cuor vostro condannato alla morte. Orsù, se mi deste il veleno, ditemelo, ond'io mandi in tempo pel notaro e pel confessore.»

«Lascia il motteggio, Cencio: papa Clemente accettava il trattato?»

«Più gli aveste domandato, più vi avrebbe promesso; e meno vi manterrà: la vita di Sforza e Baccio Baglioni, con tutti gli aderenti loro; indulto ai capitani e soldati che hanno militato con voi; remissione di pene amplissima al capitano della Cornia e al conte da Scopeto; a voi le terre domandate, il vescovado per lo nipote, la figlia del duca da Camerino a Ridolfo vostro.... in somma tutto.»

«E la indulgenza, Cencio, l'assoluzione?....»

«Ahi l'assoluzione.... già anche questa.... e questa, non dubitate, vi manterrà... non costa nulla... Ma, signore Baglione, chi pretendereste voi d'ingannare adesso? Il papa, me, o Dio?»

«Nessuno: anche le indulgenze sono buone a qualche cosa quando non costano nulla; a senno mio ben si avvisava colui che accendeva un cero al diavolo e un altro a Cristo; — giova serbarci amici dappertutto. E intorno alla sicurtà che cosa ti diss'egli papa Clemente?»

«Fece sembiante di scandalezzarsi che altri movesse dubbio intorno alla sua fede... tentò arrossire.... ma, per quanto ritenesse il fiato, non venne a capo di richiamare il rossore sul volto, — sentiero oramai da tempo immemorabile disusato per lui: alla fine m'impose, che da sua parte vi offerissi per sodo rimanervi in Fiorenza co' soldati finchè non adempisse alle promesse.»

«In questo modo mi metto in capo il più bel cappello di traditore che mai sia stato.»

«O che vorreste v'innalzassero un statua? Voi siete curioso voi; — a me basta che non m'impicchino... e l'ho per bazza.. — Sua Santità si raccomanda alla Vostra Magnificenza a voce, e meglio in questo scritto che sì compiaccia di tradire presto e bene, onde la città non soffra e non rovini il contado.... non vi par egli caritatevole il buon pontefice? Udiste mai carità più pelosa di questa?»

«Cencio, dimmi, ti sembra ch'io possa stare sicuro del papa?»

«Ringraziate messere vostro padre, che vi lasciò terre e castelli, perchè voi, per lo ingegno che avete, non vi trovereste a possedere tanto terreno da stendervi sopra il vostro mantello bagnato.»

«Ch'è questo, Cencio?»

«Egli è, che il papa vi ha promesso certamente, e per la facoltà datavi di tenere le milizie in Fiorenza finchè non vi abbia soddisfatto è probabile che le cose promesse egli vi abbia a mantenere; — ma andando voi ad abitare su quello della Chiesa, è del pari probabile che un giorno vi tolga la roba e la vita per giunta....»

«Ma io cercherò di non somministrargliene causa veruna.»

«Chi il suo can vuole ammazzare, un pretesto sa trovare, mi diceva mia madre, che Dio abbia in pace.»

«Or dunque, Cencio, che mi consiglieresti?»

«Oh! la Magnificenza Vostra vuole abbassarsi a tôrre consiglio da un pendaglio da forca quale sono io? E poi prima del fatto avrei forse potuto suggerire anch'io un poco d'avviso; ora a cosa finita non mi rimane altro che lodare; e' sarebbe come se un poeta venisse a domandarvi il vostro parere sopra un sonetto stampato.»

«Nondimanco parla.»

«Prima di tutto avrei bene atteso ad esaminare la mia condizione, e se mi fosse tornato a mostrarmi buono o tristo; dove le parti avessi veduto uguali o di poco inferiori pel buono, mi sarei posto alla ventura per questo; conciossiachè la fama mi piaccia, e ogni uomo senta in sè il gentile orgoglio di essere salutato magnanimo.»

«Come? tu, Cencio?...»

«Io Cencio, se fossi stato Malatesta, avrei statuito così. E quando non avessi fatto civanzo a scegliere la parte buona, avrei tolto la trista; e allora, o il papa poteva darmi sicurezza intera, e intera l'avrei pretesa; o non poteva intera, ed io avrei ricusato la mezza, perchè questa inspira diffidenza e non ti salva. Vedete come ho proceduto con voi; — vi chiesi mai pegno? Vi posi la mia vita in mano come la grù il capo in bocca al lupo.... ed ho lasciato a Dio prendere cura del resto.»

«Ma perchè non mi hai discorso di tutte queste cose avanti?»

«Prima, perchè non me le avete domandate; — poi, perchè, o buona o mala, voi siete la testa che pensa, ed io il braccio ch'eseguisce; — finalmente perchè mi vengono in capo per lo appunto adesso....»

«Qui bisogna rimediare.»

«Certo, bisogna.»

«Nel caso mio che faresti, Cencio?»

«Nel caso vostro me ne andrei a dormire; — avrei un poco di discrezione e non pretenderei da un uomo che casca dal sonno consigli da praticare quando la gente è sveglia. In conseguenza di ciò piaccia alla Signoria Vostra ch'io mi addormenti: — buona notte.»

E senz'altre parole, avviluppatosi nel mantello, si stese sopra un lettuccio, dove dopo alcuni momenti, vinto dal sonno, incominciò a russare.

Malatesta, travagliato dalle infermità e dalle cure, invano cercava riposare un istante; i suoi pensieri non potevano dormire in lui; cessata una paura, ne sorgeva un'altra; questa idra dell'anima lo lacerava con le sue cento bocche.... Ora se tale lo sconvolge la semente, che sarà mai quando in mercede dei suoi tradimenti avrà mietuto la infamia e il rimorso?

Dopo un affannoso avvolgersi per la stanza, si fermò davanti al lettuccio dove dormiva il suo tristo compagno.

«Cencio», susurrava con parole interotte, «la tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;.... portala poi dove ti sembra, pur che non sia sopra le spalle, a me poco importa. — Cencio, tu ami tanto dormire!... io ti farò dormire a bell'agio... non più viaggi... non più ronde... non ti risveglieranno nè manco le bombarde.... cosicchè me ne andrai obbligato. Tu sei un demonio e da tempo in qua mi sei diventato ribelle, e per aggiunta mi schernisci.... bisogna che tu muoi...»

E il dormiente tra il sonno mormora:

«Nel buon vino ho fede, — E credo che sia salvo chi ci crede...[167]»

«Tanto meglio; così non andrai dannato. Però.... costui non ha chi lo agguagli tra' miei... pronto, sagace, di mano e di favella spedito... se lo potessi tuffare in Lete!»

«Santi del paradiso!» urta disperatamente Cencio, balzando a sedere sul letto e con ambedue le mani tentandosi il collo, «io mi sognava di essere strangolato! E voi, signor Malatesta, che fate costì con quel pugnale in mano?»

«Io?» riprese il Baglione giocolando con la punta dello stile, «intendevo pungerti, perchè tu cessassi lo sconcio russare che mi turba il sonno.»

«Non era dunque troppo lontano dalla morte, signor Malatesta? Però non avreste avuto buon partito. Gli astrologhi mi hanno predetto che noi moriremo lo stesso giorno.»

«Cencio, parli davvero? Perchè non avvisarmelo subito?»

«Perchè l'albero che mi deve appiccare non è anche cresciuto, e il pugnale che mi deve uccidere non è ancora fabbricato. Io torno a dormire: voi procurate di fare lo stesso, ed avvertite bene che senza il consentimento di Dio voi non potrete svellermi nè anche un capello di capo.... e buona notte di nuovo.»

Malatesta confuso finse sdegnarsi della diffidenza di Cencio, — lo chiamò ebbro; molte altre parole aggiunse, e tutte invano; — Cencio dormiva come se nulla fosse avvenuto.

«Costui ha il diavolo in corpo, seppure egli stesso non è il diavolo addirittura», disse il Baglione ed a sua posta si gittò sul letto.

* * * * *

Il sole, assai alto, penetrava coi lucidissimi raggi traverso le imposte della stanza del Malatesta, quando uno dei suoi fanti percosse alla porta con molto riguardo. Malatesta, il quale non ben dormiva, ma se ne stava mezzo assorto in cotesto assopimento più assai tormentoso della veglia, perchè le cause di terrore ti si mescolano confuse senza séguito nel pensiero, di subito domandò che fosse.

«Magnifico messere, un mazziere della Signoria.»

«Della Signoria! Cencio! o Cencio! odi tu? un mazziere della Signoria....»

«Che ora fa, Malatesta?»

«Un mazziere della Signoria.»

«Buona nuova.»

«Ed io la temo avversa.»

«Avete torto, s'ella fosse avversa, non ve la farebbero notificare per mezzo di mazziere. A gente come siamo noi prima mozzano il capo, fanno poi il processo; — animo, su, Malatesta, questa è una buona nuova.»

«Dio voglia che sia così. — Avanti il mazziere.»

Entra il mazziere con grave cerimonia, vestito di scarlatto, con la insegna del comune sul mantello, e salutato il Malatesta, gli espose con solennità il suo messaggio.

«Strenuissimo e magnifico messere Malatesta, essendo finita la condotta di don Ercole principe di Ferrara, piacque ai signori Dieci, ragunata la Pratica, mandarvi alle fave per subentrargli nell'ufficio di capitano generale della Reppublica. Essendo stato vinto a favore vostro il partito, il magnifico gonfaloniere mi manda a darvene avviso e a pregarvi di stare pronto a riceverne la investitura questa stessa mattina con le consuete solennità nella Chiesa di Santa Maria del Fiore.»

«Stamane! — appunto stamane! — ebbene, andate e riferite ch'io, con le ginocchia della mente chine, ne rendo loro quelle grazie che so e posso maggiori...»

Cencio a questo punto del discorso prese una zimarra di velluto di Malatesta e la spiegò sopra la tavola. —

Malatesta notò quell'atto con la coda dell'occhio e riprese:

«Che, come il cuore, ho da gran tempo il corpo parato in servizio di questa eccelsa Repubblica; che rimettendo in salute di lei le sostanze e la vita, non mi parrà a gran pezza essermi sdebitato dell'obbligo il quale a lei per gl'infiniti beneficii ricevuti mi lega. Ora vi piaccia, mio gentile messaggiero, accettare per amore mio questi pochi ducati...»

«Gran mercè, signore,» risponde il mazziere e con atto di riverenza si allontana.

«Prendete! e' sono cinquanta ducati d'oro del sole; se più non ve ne dono, attribuitelo a quel tristo di papa Clemente, il quale mi tiene sequestrati i miei beni a Perugia.»

«Sarieno anche troppi; — ma vi ringrazio, signore.»

«Come! rifiutereste voi cinquanta ducati d'oro nuovi del sole?...»

«Messere, la legge lo vieta.»

«Qui non v'è legge che vegga. Quante cose la legge vieta, e tutto giorno si fanno!...»

«La legge vede pur troppo, perchè ogni buon cittadino la serba impressa qui nel suo seno, o signore. I padri miei, quando emanarono siffatto provvedimento, lo riputarono buono; e poichè tale parve a loro buono deve parere anche a me. — Un giorno anch'io sarò chiamato a formare la legge; e se voglio accogliere speranza che i miei figliuoli la osservino, forza è innanzi tutto ch'io obbedisca a quella dei miei padri. Nelle repubbliche ad ogni cittadino preme mantenere intatta la legge, perchè creata da lui a beneficio universale; nei principati ogni suddito s'ingegna rompere la legge, perchè emanata da un solo a danno di tutti. Magnifico signore, voi dimenticaste militare agli stipendii della Reppublica di Fiorenza.»

E proferite queste parole non senza una qualche iattanza si dipartiva. A noi non giunge nuovo il mazziere, avvegnachè egli fosse Bindo di Marco, il giovane cavallaro che accompagnò gli oratori fiorentini a Bologna. Il gonfaloniere lo aveva promosso a cotesto ufficio per la sviscerata fede che aveva alla Repubblica, ed egli lo esercitava con la solita devozione. Malatesta si rimane col braccio teso, il volto tra stupido e beffardo.

«Oh! vedi ve' dove mi si caccia un Licurgo... Hai tu sentito come sdottorano questi maruffini? Cencio, dimmi, — ma che la virtù forse ci sarebbe nel mondo?»

«E perchè no? Ci sono io, ci siete voi, ci è questo giovane che rifiuta cinquanta ducati d'oro, ci è chi paga per vendere, ci è chi vende senza essere pagato, ci siamo tutti; ogni diritto ha il suo rovescio...»

«Cencio, e se un bel giorno io mi destassi virtuoso?»

«Voi non potete destarvi virtuoso, perchè la virtù non è un vestito per modo che si possa dire: — Cencio, aiutami a levarmi questo giubbone di ribaldo da dosso e ponmi la zimarra di uomo onesto; — no, non si può dire: le virtù non nascono mica come le natte sul naso, elle sono un fiore con molta cura nudrito, su terra acconcia educato; con amore continuo difeso; — all'età nostra può caderci in mente la paura dell'inferno o quella molta più prossima del capestro, e rimanerci da misfare; — tuttavolta ciò non si chiama virtù. Ma lasciate di grazia coteste ubbie, vedete mo' come il demonio vi spiana la strada; e' sarebbe ingratitudine inaudita a disertarne la bandiera; e senza il diabolico aiuto a questa ora chi sa quante volte sareste capitato male se io non era, forse il mazziere metteva gli occhi sopra la lettera del papa...»

«Dov'è la lettera?»

«Qui sopra la tavola; io l'ho ricoperta con la zimarra di velluto.»

«Tu meriti ch'io ti faccia imbalsamare: — porgimela; d'ora in poi non mi uscirà di dosso.»

E se la ripose insieme colla borsa nella tasca laterale delle larghe brache alla spagnuola. Quindi, tremante o di gioia o di qualsivoglia altra passione che adesso non importa ricercare, ordinò a Cencio lo vestisse con gli abiti meglio sontuosi che serbasse entro i suoi forzieri.

«Cencio, questa cappa mi pesa.»

«Pesano più quelle che Dante pone addosso agl'ipocriti nell'inferno.»

«Marrano! — taci una volta, — tu godi a spaventarmi.»

«Io lo faccio perchè l'inferno non vi appaia affatto nuovo quando ci entrerete. D'altronde deve il buon cristiano apparecchiarsi alla morte.»

«Allentami il collare... mi stringe troppo.»

«Strinse più il capestro il collo di Giuda.»

«Cencio, per Dio! rammenta che la tua vita pende da un filo.»

«Malatesta, non dimenticate essere destino che ambidue noi abbiamo a morire il medesimo giorno.»

Quando Cencio fu per porgergli la berretta, notò come intorno intorno vi avesse fatto ricamare in oro la parola libertas.

«Libertas!» esclama; «questa parola intorno al vostro capo si addice come la parola di onore in bocca al ladro, come la parola onestà su i labbri del dottore di legge, come la parola giustizia in bocca al giudice.»

«Tu mi riesci fuori di modo insoffribile.»

«Se troppo vi paiono gravi i paragoni, — vi dirò come il cappello da prete in capo a un senatore romano, come il cappuccio di san Francesco all'Apollo del Vaticano...»

Così continuò l'oscena tresca di motteggi insolenti da un lato, e di pazienza codarda dall'altro, finchè il signor Stefano Colonna, forse per dissimulare il mal talento concepito nel vedersi altri anteposto, con onorevole comitiva di capitani, colonnelli ed altri principali nella milizia, si recò a casa Serristori per prendervi Malatesta e accompagnarlo alla cattedrale.

Lettore mio benigno o maligno, secondo che ti parrà meglio, per questa volta io ti farò grazia risparmiandoti la descrizione del come avvenisse la investitura del supremo comando, quali cerimonie vi si adoperassero, quali giuramenti vi si proferissero. La tela è lunga, — ormai mi sono cacciato in alto pelago, nè il punto donde mossi nè quello a cui tendo ormai discerno, e il freno dell'arte mi abbandona; — mi conduca a salvamento il voto del cuore, se il concetto dell'ingegno non basta. Io pertanto non esporrò siffatta cerimonia, poichè se mai, o lettore, ti avvenisse visitare Firenze, andando al palazzo Gaddi ti occorrerà dipinta in un bel quadro del Rosselli, o del Pomarancio; solo ti dirò che il gonfaloniere nel consegnare a Malatesta le insegne della sua nuova dignità, oltre all'avergli più volte rammentato la morte acerba di suo padre Giampagolo, concluse:

«Piglia dunque, illustrissimo signore, piglia prodissimo campione ed invittissimo general nostro, con fausto auspicio di te e di noi da me gonfaloniere e da questa inclita Signoria in nome di tutto il magnifico popolo fiorentino, questo stendardo quadrato ricamato di gigli, questo elmetto di argento smaltato medesimamente di gigli, arme del comune di Fiorenza, e questo scettro di abete così rozzo e impulito com'egli è, in segno, secondo il costume nostra antico, della superiorità e maggioranza tua sopra tutte le genti, munizioni e fortezze nostre, ricordandoti che in queste insegne quali tu vedi, è riposta, insieme con la salute e rovina nostra, la fama e la infamia tua sempiterna[168].»

Malatesta abbracciò quasi commosso le insegne, e tra le pieghe dello stendardo nascose la faccia, sulla quale mandò il pudore il suo ultimo addio. Certamente avrebbe arrossito anche Satana.

Poi piegò le ginocchia per proferire il giuramento solenne dinanzi all'argenteo altare, dove molti capitani avevano giurato prima di lui, come Raimondo da Cortona, Bernardone delle Serre, il conte di Pitigliano ed altri non pochi, nessuno però con animo deliberato, come il Baglione, di tradire la Repubblica. Ora volle fortuna che, mentre ei si chinava a giurare, gli uscissero dalla tasca, dove le aveva riposte, la borsa e la lettera di papa Clemente. Dove siffatta lettera fosse stata spedita in forma di breve, toccava Malatesta l'ultimo istante di vita: — fu sua ventura somma che non vi avessero apposto il suggello del pescatore, o segno altro qualunque il quale dichiarasse la sua origine. Dante da Castiglione, che gli stava vicino, raccolse la lettera e la borsa, e tentato Malatesta nel braccio, gli parlò sommesso:

«Capitano generale, vi è caduto roba di tasca.»

«Qual roba?»

«Una carta e una borsa.»

«Una carta! Ah! la lettera!» — E tinto del pallore della morte, — «Spero, proseguiva, o messere, che vorrete rispettare il segreto di un foglio capitatovi per questa via nelle mani.»

Cencio, quel suo fedele così corrivo a pungerlo di parole, eragli poi legato per la vita con le opere; senza Cencio, Malatesta non avrebbe impreso tanti avviluppati disegni, o senza fallo vi si smarriva dentro. Cencio poteva chiamarsi l'angiolo custode del delitto; ed ora vedendo lo imbarazzo dei suo signore, lo soccorse piegandosi all'orecchie del Castiglione per susurrargli con arcano:

«Egli è concio fino all'osso di male francioso, e pur non si rimane dal mantenere commercio con femmine di ogni maniera.»

«Quando anche», risponde il Castiglione al Malatesta toccando con la mano destra la lettera, «ve la mandasse papa Clemente, conosco troppo gli uffici di gentiluomo per prevalermi nel caso... Prendete, capitano generale...»

Malatesta stendendovi sopra prontissime le mani, aprendo le labbra ad un sorriso, mentre gli stavano i denti stretti pel freddo della paura, sibilò in certo modo le parole che seguono:

«E' sarebbe, messere, bene strana novella che io mi presentassi a giurare fedeltà co' patti del tradimento sopra la persona....»

«Dio solo», soggiunse Dante, «penetra nei cuori...»

«Talvolta anche l'uomo», proruppe il gonfaloniere Carducci, — e le parole accompagnò con tale uno sguardo tagliente che Malatesta si sentì come fulminato: — forse gli mancava l'animo dove per ricoprire la insolita confusione non si fosse affrettato a toccare gli Evangeli e proferire il giuramento. Furono gli Evangeli la tavola che lo salvò dal naufragio; — ma Dio non paga il sabato.

Chi va in Terra-Nova, trova per quanto corre la fama, scogli i quali, comechè di leggieri battuti, fanno sollevare le acque a spaventevole grossezza, con rumore di tuoni e spessa morte di cui si avvisa percuoterli[169]. Il popolo si assomiglia a questi scogli quando vede o sente cosa, che lo commuova forte a passione. Contemplato quel giuramento, che gli pareva sicurissimo pegno di libertà, dette in un grido... era di allegrezza o di rabbia? Già mezzo lo aveva prorotto il popolo, e Malatesta non ne ravvisava lo scopo; — piegò il capo atterrito, il grido fu pieno, ed il suo cuore esultò. Ormai il cuore di Malatesta ha messo il tallo sul delitto; i suoi fati lo tirano. E non pertanto Malatesta fu un giorno valoroso capitano e versò copia di sangue in Romagna in pro dei Veneziani. Nè però tanto ne aveva versato che una stilla non gliene fosse rimasta nelle viscere; piegando il capo, vide il popolo pronto su le armi a mettere la vita per la libertà, vide la divisa verde, insegna di una speranza ch'egli si era legato per patto a rendere inane, e il corruscare delle armi, sentì il plauso delle genti, si trasportò su' campi aperti, su le vicende della battaglia, s'infocò nell'orgoglio della vittoria, il cuore vinse la mente, e preso da entusiasmo agita la berretta ed esclama:

«Ai ripari, ai ripari, andiamo a sfidare i nemici!»

Ma quella stilla di buon sangue italiano in siffatto effluvio si consuma, e se il volto gli diventa vermiglio, ciò fu come il crepuscolo del pudore che muore. Quando la sua anima fu mutata, sollevò gli sguardi ed incontrò la faccia di Cencio; questa rideva di un riso che a Malatesta parve il De profundis della sua virtù defunta; — veramente il paragone sa del grottesco, nè io lo avrei adoperato, dove non mi avessero chiarito che al Baglione parve per l'appunto così.

La milizia, ricevuto il comando dai capi, cangia ordine; e stendendosi in lunghe file, s'incammina pel corso degli Adimari verso la piazza della Signoria, ognuno dietro i suoi gonfaloni in ammirabile apparecchio di guerra.

Ora avvenne che il capitano Francesco Ferruccio, il quale conduceva la sua compagnia, montasse in quel giorno il suo bel cavallo turco Zizim; uscito dalle angustie della Via Calzaioli presso al tetto dei Pisani, per soldatesca baldanza prendeva vaghezza a farlo corvettare, onde tutte mostrasse le stupende sue forme il nobile animale. Lì presso una femmina col suo bambino al collo tanto si era ingegnata con gli urti e con le preghiere che pure alla fine giunse a cacciarsi sopra gli altri avanti; si scorgendo adesso vicino il cavallo del Ferruccio, turbata da subita paura si volge alla fuga; di sè sola curando ella dimentica il figlio; sicchè aperte le braccia lascia caderselo dal seno. Appunto in cotesto istante Zizim abbassata la groppa e posatosi su i piè di dietro spiccava una corvetta, il fanciullo gli rotola sotto; quando Zizim poserà le zampe davanti sopra la terra, troncherà la vita di cotesta creatura.... infelice! ella, baciata appena la soglia dell'esistenza, si sentirà respinto nel deserto della morte. — Gli astanti torcono altrove lo sguardo, per non vedere il momento sanguinoso; — sola la madre alza un grido, — quale non udì mai Firenze dopo quello cacciato dall'altra donna che bastò a sottrarre dalla bocca del lione il suo figliuolo Orlanduccio. — I volti dei borghesi ritornano nella prima loro attitudine — le zampe del cavallo si sono abbassate, — ma pure hanno calpestato le selce; — il capitano Ferruccio di pallido ch'egli era, riprese i suoi colori; le sue labbra sorridono adesso. — Una vergine confusa tra il popolo non fuggì, — non urlò, — non volse altrove gli sguardi; — appena contemplato il caso, si mosse, splendida e presta come stella cadente dal cielo e pose il corpo delicato tra le zampe del cavallo e il fanciullo. — Il buon destriere, meglio che per il cenno delle redini tese, di per sè stesso conobbe doversi rimanere a mezzo il suo moto; tanto si sforzò che parve per buona pezza un modello effigiato a rappresentare la immagine di statua equestre, finchè la vergine non ebbe spazio a togliergli di sotto il pargolo, quindi si slanciò brioso, — scalpitò spedito tre o quattro volte il terreno, quasi intendesse manifestare il suo giubilo.... E perchè no? hanno le bestie anch'esse passioni e sovente meno triste degli uomini; — noi quando vogliamo oltraggiare un uomo, lo chiamiamo bestia; — se le bestie possedessero la favella, per ingiuriarsi, quante volte si direbbero uomo!.... e con più ragione di noi.

La donzella solleva in trionfo il pargolo salvato, e lo affidando alle braccia della madre, la quale stupida non sapeva ridere nè piangere, così le parla:

«Donna! io vorrei rampognarvi, se il dolore che avete sentito non superasse qualunque rimprovero. Custodite meglio il vostro figliuolo; un giorno dovrete renderne conto alla patria e a Dio.»

Il Ferruccio riconobbe la fanciulla; era quella dessa che nella chiesa di Santa Croce potè con un cenno indurre alla pace le anime superbe di Benedetto e Zanobi Buondelmonti; onde maravigliando si volge a Vico Machiavelli, il quale gli cavalcava al fianco, per domandargli chi ella si fosse. A Vico tremavano nelle mani le redini; — egli teneva fitti gli occhi ardentissimi verso la parte dov'era avvenuto il caso, — non dava ascolto al Ferruccio. Questi seguendone la direzione conobbe posarsi sopra la fanciulla, la quale a sua posta lanciò al giovane uno sguardo e sfavillò in un riso bello come il baleno della notte stellata. Allora il Ferruccio, scosso forte pel braccio Vico, gli dice:

«A voi mi raccomando, dacchè mi accorgo che avete conoscenze in paradiso.»

E Vico sempre più trema, declina la faccia, e gli manca la balía per favellare. Il Ferruccio si piega sopra la sella, ed abbracciandolo amorevolmente soggiunge:

«Beato te! chè tanto più ci è cara la patria, quanto maggior copia di affetti ci conserva.»

Continua l'ordinanza il suo cammino, — trapassa il Ponte alle Grazie, — sbocca nella piazza Serristori. Già abbiamo narrato come Malatesta sul principio dello assedio le case di questi cittadini abitasse: — dirimpetto al palazzo sopra una base di pietra serena sorgeva una croce colossale che in quei tempi stava per la città come simbolo di fede palpitante e viva, non come segno di linguaggio ormai non più inteso da nessuno. Intorno questa croce sopra la base giace con la faccia stesa a terra un uomo vestito di sacco, cinto di corda traverso i fianchi, nudo le braccia, le gambe, i piedi scalzi; le chiome folte e sordide gli si ripiegano sopra la fronte; le mani tiene giunte in atto di orare: estenuato più che a corpo tuttora vivo si sarebbe creduto possibile; se mai vedeste il san Giovanni dal Donatello condotto in bronzo[170], avrete idea più completa di questa creatura e a me risparmierete la fatica di meglio efficacemente descriverla. Costui aveva nome Pieruccio.

Chi è Pieruccio? Nessuno sa dire se venisse a Firenze piovuto dal cielo, o se ve lo avesse balestrato la terra, come il vulcano una pietra; quanti anni contasse ignoravano: la sciagura aveva prevenuto l'età nella rovina, e il tempo non trovò ruga da aggiungere o contorno da guastare; le intemperie perdevano forza sopra di lui, le infermità non l'offendevano; — forse le tribolazioni alle quali va sottoposta la rimanente specie umana volevano rispettare intanto quel santuario di dolore. Quando il Savonarola predicò, egli accovacciato in guisa di cane sotto il pergamo mandava ad ora ad ora così lugubri singulti che la gente, sul primo atterrita, immaginò scaturissero dalle viscere della terra, dove le ossa degli antichi defunti tocche dalla parola potente si commovessero. La sua voce annunziava l'alba e il tramonto della libertà di Firenze. Accostandosi il tramonto, empiva la città del suo strido sinistro e spariva; — in qual parte si nascondesse era mistero per tutti; la tirannide spesso lo cercò per farne vittima, e gittò via tempo e danaro: forse, come il serpe cessa di vivere nei giorni invernali, a lui abbisognava per respirare un giorno scaldato dal sole della libertà. I fanciulli quando lo udivano profetare per la via, gli gridavano dietro: Pazzo! pazzo! — e ai gridi aggiungevano sassate e offese d'ogni maniera. Il povero Pieruccio si volgeva e in suono pietoso domandava: Perchè mi offendete? — Ma i fanciulli, tratti da naturale vaghezza a mal fare, chè in ciò mi trovo d'accordo con santo Agostino[171], non gli attendevano, anzi vieppiù lo infestavano, sicchè talvolta, la pazienza mutata in furore, ne afferrava alcuno, la mano alzava a percuoterlo, ma, vinto all'improvviso da tenerezza, lo rimandava baciandolo e benedicendolo. In Gerusalemme per avventura lo avriano adorato, — poi forse crocifisso come profeta; — a Firenze alcuni lo salutavano santo, più molti lo tenevano matto; chi avesse ragione non saprei, e chi torto nemmeno; forse dipendeva dal punto del quale lo consideravano; — certamente amava la patria. Quando gran parte della milizia ebbe passata la croce, ecco ad un tratto egli balza in piedi come tolto fuori di sè, porge la destra mostrando un teschio umano al popolo ed esclama:

«Meglio per voi se le vostre teste fossero come questa inaridite; — almeno qui dentro stanziano le formiche e talvolta anco le vipere, nelle vostre poi non trova luogo nè anche un pensiero. La maledizione di Dio vi ha percosso; — avete gli occhi e non vedete, avete gli orecchi e non ascoltate. Guai a te, o Fiorenza! Chi vuole intendere intenda. Ei vi fu nell'età passate un barone di contado ricco dei beni della fortuna, potente di vassalli, di famiglia avventuroso, a cui, come troppo spesso accade, i suoi vicini volevano male di morte. Ora avvenne che certa notte, sendo altrove la sua masnada, e si trovando solo nella rôcca, udisse bussare la porta; si fece al balcone e vide un pellegrino che gli domandò ospizio per Dio. Abbassa il ponte, accoglie il pellegrino e lo convita a cena. Sazii di cibo e di bevanda, — Or via, dice il barone al pellegrino, i miei occhi sono gravi di sonno; ecco, prendi la mia spada e la mia lancia e guardami la rôcca mentre ch'io dormo. — Il barone si addormentò, e quando riaperse gli occhi si sentì il corpo ricinto di funi e udì la voce del pellegrino, il quale recatosi al balcone domandava a gente di fuori del castello: — Chi andate cercando? — Il barone, — rispose il suo nemico, perchè abbiamo sete del sangue di lui. — Quanto mi date, soggiunse il pellegrino se io ve lo consegno con le mani e co' piedi legati? — Furono convenuti i patti, il barone tradito... Ben egli rammentò al pellegrino, l'ospitalità profanata, il benefizio largito, lo supplicò per l'amore dei suoi morti per Cristo, pei santi, — n'ebbe scherni, percosse; e fu tradito....»

Frattanto Malatesta e la sua comitiva si accostano tanto alla croce che di leggieri possono intendere le parole del profeta. Il Pieruccio nel vederselo comparire davanti non muta aspetto, non varia discorso, anzi indirizzandosi baldanzoso al Baglione,

«Ecco», esclama, «ti riconosco all'impronta di Caino; nè cotta di arme nè carne od ossa nascondono allo sguardo di Cristo il pensiero del tuo cuore. Altri ha tradito il Figliuolo di Dio, tu ne tradisci la figlia... però che la libertà nacque del primo palpito di compassione che il Creatore sentì per la sua creatura... Pentiti! — Se Giuda è tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...

«Toglietemi dinanzi quel pazzo!» — grida Malatesta con labbri tremanti... «cacciatelo via... — trucidatelo...»

«Addosso! — Al matto! — Ammazzatelo! — Ammazziamolo! — È un profeta. — Se la intende col diavolo. — Tacete, impostore, avrebbe dato la posta al diavolo a piè della croce? — È un santo, vi dico. — Un ladro, — ammazziamolo.» — Così le turbe; e il Pieruccio, con tale una voce che superò il mugghio delle turbe proruppe:

«Tu sarai tormentato settanta volte sette!»

«Sta a vedere come faccio tacere io quel tristo corvo», parla Cencio ad un suo compagno, — ed agitando in mano una grossa pietra con tanta aggiustatezza la vibra che ne coglie su la tempia l'infelice Pieruccio; — questi alzò le mani verso la ferita, a mezzo l'atto gli ricascano abbandonate, piega la testa e batte di forza sul tronco della croce bagnandolo di sangue... sangue meno prezioso di quello che vi sparse sopra il Figlio dell'uomo, ma non meno innocente: — poi rovinò e scomparve dietro la base di pietra.

«Abbominazione!» gridarono alcuni cittadini inorriditi, «nella terra dove si versa violentemente il sangue dei martiri, la tirannide vive o la libertà si muore....»

«Cada dal braccio la mano che percuote colui che Dio ha percosso!» gridarono altri. — Tutti poi si sentirono tocchi da pietà: l'ira riarse nei petti dei fiorentini contemplando il misero così malconcio da braccio straniero; le mani involontarie correvano alle daghe sotto le vesti, — cominciava quel suono cupo precursore delle popolari procelle. Se un qualche animoso avesse rotto l'argine con una parola o con un cenno, cotesto era l'ultimo giorno di Malatesta, e Dio sa quali altri destini si apprestavano a Firenze; la fortuna non volle, ed invece partecipò ardimento al Baglione di spronare il cavallo e cacciarsi avanti; lo seguitarono i compagni con impeto uguale; le ordinanze antecedenti incalzate ripresero il cammino; i popolani vedendosi arrivare quella tempesta addosso sbandaronsi; l'amore della propria conservazione spense la pietà per altrui; fu sturbato il pensiero, tacque il volere; così per un punto il popolo soventi volte riesce la più magnanima o la più turpe delle cose create.

Un cavaliere solo uscì d'ordinanza, e questi fu Vico; — egli non prestava fede alle profezie del Pieruccio, e non pertanto spesso gli ricorrevano alla mente le sue sentenze; quei suoi detti non gli sembravano matti, comechè le sue opere fossero ben folli; non sapeva dire se lo amasse o no, ma nel fondo del cuore sentiva affetto per lui: ond'ei lo avrebbe coperto del suo mantello per non vederlo assiderato dal freddo, avrebbe il proprio pane spartito con esso, gli avrebbe fatto del proprio corpo riparo; — ed ora vederselo così scomparire sanguinoso davanti... incerto se fosse rimasto morto sul colpo... era per lui troppo grave dolore; si affrettò alla croce, scese.... Il Pieruccio giaceva immerso dentro un lago di sangue, — un moto convulso dei labbri soltanto lo accennava vivo; — l'anima a guardarlo ruggiva dentro a Vico di rabbiosa pietà; — declina un ginocchio a terra, si curva e, presolo di forza sotto le ascelle, lo pone seduto con le spalle appoggiate alla base della croce; — qui mentre povero di consiglio non sa in qual maniera aiutarlo, alza la faccia e mira a se davanti quell'angiolo di consolazione, la sua amante Annalena; — bianca nel volto, gli occhi dimessi e con la guancia china nel cavo della destra, sembrava il genio della malinconia pensoso su le miserie della umanità.

«Povero Pieruccio!» sospirò Annalena, e subito dopo: «Vico, andate per un po' di acqua, e sovveniamo questo sventurato.»

Vico ricambia con la vergine uno sguardo, e recatosi sul greto del prossimo Arno, empie di acqua la barbuta e ritorna con passi veloci. Annalena, lacerata parte delle sue vesti, aveva allestito le bende; — genuflessa anch'ella rimosse prima con man leggiera le ciocche dei capelli aggrupati di sangue, levatosi un pugnaletto di seno le recise; quindi lavò la ferita, speculò attentissima non vi fosse rimasta dentro o terra od altro corpo estraneo; compresse forte le margini della piaga e stringendo fasciò con amorevole cura la testa al misero Pieruccio. Ripresa poi con ambe le mani copia di acqua, glie ne rinfresca la faccia. Pieruccio scioglie un gemito e mormora:

«Perchè mi richiamate alla vita? Perchè riaprite gli occhi miei tristi? Io sono stanco di piangere su le superbe miserie, su i delitti e su i dolori della stirpe alla quale appartengo — alla quale avrei voluto non appartenere; — stirpe che aborro ed amo, — che desidero e dispero contemplare felice... Oh! mi lasciate morire in pace.»

«Su via Pieruccio, confórtati..... vedi a che ti mena lo sciogliere, come fai, il freno alla lingua! — sii cauto una volta. — Se la città può salvarsi, sarà salvata dagli uomini prudenti che la governano; se deve perdersi, allora perchè spaventi i cittadini sopra una fortuna che conosci irreparabile? Manda fuori del tuo petto una preghiera od una maledizione e nasconditi nella eternità....»

«Giovinetto, rampognerai tu il corvo perchè va vestito di piume nere, o riprenderai la nottola perchè grida con urlo dolente? Dio ci ha creati; forse posso frenare le parole che mi prorompono dalla bocca? Qui», e il Pieruccio si tocca la testa, «sovente io provo un tumulto, uno strepito di mille trombe, un'angoscia come se il cranio mi si screpolasse... Allora mi pare di scorgere il cuore dell'uomo traverso la carne e l'ossa, come se fosse dietro ad un cristallo; — immagino penetrare col guardo la terra, quasi acqua limpida di lago, e scoprire gli arcani della natura: i pensieri mi cadono irresistibili giù dal cervello, e la lingua li trasporta al sommo dei labbri... Così, quando la tempesta mugghia sul monte, si staccano i sassi dall'antico dirupo, e le acque dei fiumi li rotolano fin su le spiagge del mare.»

«Pieruccio mio, se non ti riesce tacere, almeno ti cela: le tue parole tolgono l'animo a chi ti ascolta. Se ami la patria davvero....»

«E chi dunque amerei, se non amassi la patria? O patria mia! io non conosco madre, non padre, non ebbi fratelli, sposa o figliuoli... io sono solo.... e non pertanto mi fu dato un cuore che avrebbe bastato a tutti questi affetti... un tesoro di amore.... ma io non lo potei partecipare con alcuno.... nessuno volle il mio amore... non seppero che cosa farsene.... lo hanno schifato come la veste dell'uomo morto di contagio... e allora quelle linfe purissime sono divenute stagnanti... si contaminarono e presero a sgorgarmi nelle vene avvelenandomi il sangue, in verità.... in verità il mio sangue è attossicato.... Non ci credi? Togli un insetto, pommelo sopra la pelle e vedrai come rimanga ucciso dall'effluvio mortale.»

In questo punto passavano due cittadini i quali mostravano per loro bisogne incamminarsi verso la parte meridionale di Firenze. Vico, a cui premeva correre al Monte, perchè se i nemici avessero risposto con le artiglierie, ed egli non vi si fosse trovato presente, dubitava non gliene venisse taccia di viltà, li chiamò con modi cortesi e li pregò a volere essere benigni a quel misero loro concittadino accompagnandolo all'ospedale di Santa Maria Nuova; lo raccomandassero allo spedalingo in nome del capitano Ferruccio, onde ne avesse cura come suo uomo; gli avrebbe rimunerati Dio della carità che usavano verso cotesto infelice fratello.

I cittadini sottentrando al Pieruccio lo menavano quasi sollevato da terra; al tempo stesso rivolti a Vico dicevano:

«Messere, non ci è mestieri preghiera; può egli il cristiano a piè della croce ricusare carità verso il prossimo?»

[Illustrazione: Così umiliato Zanobi con ineffabile angoscia percoteva con ambe le mani il marmo.... Cap. X, pag. 263.]

Annalena levò le braccia in atto d'invocare esclamando:

«Conceda il padre degli uomini la benedizione di Giacobbe a voi, ai vostri figli, ai nipoti, fino alle più remote generazioni.»

Il Pieruccio in andando teneva fitta la faccia alla croce e favellava:

«O Cristo! molti furono i dolori che travagliarono l'anima tua, ma tu avevi intelletto divino, e tuo padre ti aspettava nei cieli... Se un Simone cireneo mi avesse sovvenuto a portare la croce, se un'amorevole Veronica mi avesse asterso la fronte del suo sudario, io avrei implorato questo supplizio per misericordia... a me i chiodi, la lancia nel costato... a me il fiele e l'aceto, purchè a piè del patibolo io vegga piangere l'amico... venir meno la madre... — un atomo di amore, — un pensiero di amore e poi una eternità di tormenti... O voi giovanetti gentili, nobili fiori di questa terra esecrata... e voi morrete su l'alba della vita... nella età delle promesse e delle speranze... voi siete dei traditi... amatevi... affrettatevi ad amare... bevete di un tratto la tazza della vostra gioia... perchè la morte sta per irrigidirvi la mano con la quale l'accostate alle labbra.»

E più altre parole egli aggiunse dai due amanti non intese o non curate; pieni entrambi di desio, ebbri del piacere di vedersi e di udirsi, godendo il presente, più molto sperando nel futuro, potevano darsi pensiero delle parole del povero insensato?

Appena il volo della rondine nel cielo vincerebbe il corso dei due amanti sopra la terra; giungono in vetta al poggio di San Miniato prima che mettessero fuoco alle artiglierie. Il campo nemico appariva deserto: tranne le scolte, non si mostravano fuori delle tende soldati o capitani; ogni cosa taciturna dintorno. Malatesta, levato in alto il bastone del comando, intimò si procedesse alla sfida degl'imperiali, volendo osservare l'antico costume pratico nella milizia. Di subito quanti accoglieva suonatori la città agli stipendii della Signoria o volontarii cominciarono a muovere incredibile frastuono di trombe, tamburi ed istrumenti altri siffatti; poichè furono rinnuovati tre volte quei fragori marziali, sempre il Baglione ordinando, appiccarono il fuoco a tutte quante le artiglierie così grosse come minute, le quali erano numero inestimabile. All'insolito rovinìo rimbombarono le acque e i colli vicini, la terra si scosse, tremarono le fabbriche; sopra tutte le bombarde tuonò spaventevole la enorme colubrina gittata da Vincenzo Biringucci da Siena, la quale pesava meglio di diciotto migliaia di libbre; l'avevano posta in cima al cavaliere innalzato tra San Giorgio e San Pietro Gattolino, e la chiamavano così per vaghezza l'archibugio di Malatesta[172]. Un fumo densissimo ingombrava cielo e terra; e quando prima cominciò a diradarsi, si vide in mezzo scaturire dai fiocchi di nebbia la terribile persona di Lupo che in cima al campanile di San Miniato caricava, scaricava, maneggiava in somma quei pesanti istrumenti di guerra come se fossero altrettante sue braccia di bronzo; per poco che lo spirito di chi lo vedeva si fosse nudrito nella lettura delle antiche leggende, lo avrebbe creduto Briareo, ossivero un demonio posto dalla gran forza delle incantagioni a custodia di un castello fatato.

Oltre la vana ostentazione descritta, Malatesta mandò fuori delle porte, al principe d'Orango un trombetto col pegno della battaglia, e il principe, presentatolo magnificamente, gl'impose riferisse: — essere suo costume combattere quando gli tornava comodo, non quando piaceva al nemico; stessero pronti in città, perchè quanto prima le avrebbe dato l'assalto. — Così ebbe fine cotesta bravata. I Fiorentini calcolarono meglio di mille libbre di polvere persa senza costrutto. Si partirono dal monte alla spicciolata; la milizia, rotti gli ordini, si partiva anch'essa in confuso; pochi uomini rimasero colla Signoria e col Malatesta.

Allora il gonfaloniere mostrò desiderio di ricondursi al palazzo. Malatesta ossequioso volle a ogni costo accompagnarvelo, e così ripresero il già percorso sentiero.

Ornai si avvicinano alla croce; Malatesta lasciandovi sopra uno sguardo obliquo, ne vede sgombra la base, cosicchè gli parve respirare più libero ma gli riesce la speranza invano: ecco di repente sorgere dalla pietra la figura di Pieruccio col capo avvolto di bende sanguinose e minacciarlo col pugno e rampognarlo feroce:

«Sarai tormentato settanta volte sette!»

Il Baglione, preso da cieca ira, si stracciò a morsi le maniche delle vesti... di nuovo stette per movergli addosso... di nuovo Cencio si apparecchiava a ferirlo per modo da non tornarci la terza volta. I cittadini svelsero a forza dalla base il Pieruccio e lo celarono in mezzo di loro. Egli era andato buon tratto di via con gli uomini ai quali lo aveva commesso Vico Machiavelli; giunto alla piazzetta dei Castellani sfuggiva loro di mano e tornava al posto periglioso per maledire di nuovo il Malatesta.

La Signoria e il Baglione procederono in silenzio. Giunti presso al palazzo, Malatesta facendosi più dappresso al Carduccio, gli favellò:

«Spero, magnifico messere, che vi darete ogni cura di porre al martore il ribaldo che in me per ben due volte oggi offendeva la maestà della Repubblica, e quindi, come conviene, gli mozzerete la testa.»

«Strenuissimo capitano, gli Otto e la Quarantia hanno potestà di far sangue, non io; provvedetevi davanti a cotesti magistrati... — Ma tornerà poi in onor vostro, messere, contendere col pazzo? — Pensateci!...»

«Se lo tenete per matto, allora chiudetelo.»

«Prima dei pazzi vorrebbonsi sostenere uomini bene altramenti pericolosi alla città, Malatesta...»

«E quali, messere?»

«I traditori.»

Qui il Carduccio, chinata la persona in atto di reverenza, pose il piede sul primo gradino del palazzo della Signoria e si allontanò.

Malatesta rimase per alcuni momenti stupefatto; poi si volta pensoso camminando in silenzio; ad un tratto egli chiama:

«Cencio!»

«Malatesta!»

«Bisogna raddoppiare le guardie al mio quartiere...»

«Bene: — sarebbe meglio però andare ad abitare presso alla porta di San Pier Gattolino. Costà avete prossimi i Côrsi e i Perugi vostri; l'uscita al campo ad ogni evento prontissima.»

«Purchè si possa fare senza destare sospetti!»

CAPITOLO DUODECIMO

MARIA DEI RICCI

Amore alma è del mondo, amore è mente. Che volge in ciel per corso obliquo il sole.

TASSO, Rime.

O giovanetti, sul lago del cuore Vada trescando per poco l'amore.

L'abbandono, Melodie liriche.

Noi ci amavamo un giorno!... Quando prima mi comparisti davanti tutta lieta di gioventù e di bellezza, io pensai di averti già amato. Allora credei avesse compreso Platone un mistero divino quando affermò le anime destinate ad amarsi ricevere, prima di nascere, in cielo la impronta della creatura diletta. In qual parte ti vidi? — Su la primavera della vita, in un mattino di primavera, il raggio del sole, poichè ebbe benedetto la famiglia delle piante e dei fiori, si posò sopra le mie palpebre socchiuse; l'anima, repugnante dalla vita reale, or sì ora no, si affaccia alle pupille, come la vergine dubbiosa tra la voglia di conservare immacolata la sua tunica bianca e la voluttà promessa dall'amore.... in quel punto io ti vidi, o mi parve vederti a guisa di farfalla batter l'ale per quel torrente di luce: — ti vidi e ti sentii tra le melodie dell'uccello innamorato della rosa, tra gl'incensi arsi alla maestà dell'Eterno, nella voce arcana dei boschi, fra il rumore della cascata, fra le lacrime della riconoscenza, nella gentile alterezza di un'azione magnanima. — La tua immagine dava moto al creato; — confusa con tutti gli enti ella ne svelava al pensiero le secrete bellezze come il raggio della luce rinnuova l'iride dei colori nelle infinite stille di rugiada tremolanti su le foglie al principio del giorno. Bastò uno sguardo! — Al primo tocco le anime nostre, puro elettricismo di amore, si ricambiarono la stanza mortale; tu vivesti la mia anima... io vissi la tua.»

«Il figlio della terra leva gli occhi ad ammirare la grande opera della creazione quando il firmamento mena a scintillare per gli azzurri sereni tutti i suoi pianeti, e d'ora in ora corrusca di un baleno, — quasi sorriso di fuoco per esprimere l'allegrezza che sente nel contemplarsi tanto maestoso nello specchio delle acque. — Io però non levai gli occhi, li declinai, perchè — Dio mi perdoni — il tuo volto mi parve più bello del cielo.

«Tu lo rammenti? — posavi il tuo capo qui sul mio seno; l'arteria della tua tempia rispondeva al palpito del mio cuore.... stretti così che il suo calore t'infiammava le guance, le quali si facevano vermiglie con gli effluvii della mia vita. — Io poi, come chi si diletta guardare pei lavacri più puri che sgorgassero mai dall'urna della ninfa le arene d'oro giù nel fondo, con i miei occhi intenti nei divinissimi tuoi contemplava traverso il nero delle tue pupille effigiata la breve mia immagine e credeva vedertela impressa in mezzo dell'anima. Noi non dicemmo parola, — nè un sospiro, — nè un alito. Talora lieve lieve io sfiorava co' labbri la tua fronte, come per deporvi la corona dell'amore. I nostri spiriti armonizzavano splendidi quando la gemma e come lei pellegrini. Noi non giurammo di amarci, credemmo la eternità verrebbe meno nel misurare la durata del nostro amore; — stimammo il nostro affetto più immortale di Dio!....

«Il tempo che, comunque antico, sapeva dovergli bastare la vita per vederne la morte, sorrise, — il tempo che cancella le generazioni, i sepolcri e le memorie, — perchè lascerebbe intatto un sentimento del cuore? Non ha egli forse consumato i caratteri incisi sul granito orientale?

«Chi mi dirà la traccia dell'aquila traverso il cielo? Chi distingue là via del serpente sopra la terra? Chi potrà conoscere che l'amore abbia agitato le anime nostre? — Ahimè! le ceneri fanno testimonianza dello incendio. — Le corde dell'arpa si ruppero; una trama mortale la ricuopre adesso... mortale all'insetto soltanto, nondimeno mortale; — eppure un giorno il menestrello ne trasse suoni dolcissimi, di cui è fama gli susurrasse le note l'angiolo dell'armonia in un estasi di amore.

«Oh! perchè mai vuotammo intera la tazza della voluttà? Chiunque vuole che nel suo petto duri la fiamma libi, non beva. — Non vi fu amaro nel fondo, no, ma stille insipide e rare dopo il sorso lungo. — Come il filosofo che sentì sfuggirsi nelle tepide acque il sangue e la vita, il nostro affetto morì svenato nella copia del piacere.

«Ti chiamerò infedele? T'imprecherò sul capo Nemesi vendicatrice dei giuramenti traditi? No: — tu potresti mandarmi pari rimproveri, imprecarmi sul capo simili furie. — Vorrò favellarti una parola di conforto? — Tu ti sarai... tu ti sei consolata. — O tenteremo piuttosto ravvivare queste ceneri e studiare se vi fosse rimasta qualche scintilla sotto? No; — dopo le ceneri null'altro avanza che invocare i venti a disperderle. Il pensiero è impotente a resuscitare il cuore; — vedi, — siamo anime confinate dentro statue di marmo. Prometeo e Pigmalione poterono col fuoco celeste infondere la vita alla cosa inanimata, ma il nostro cuore visse anche troppo; adesso egli è morto... morto per sempre!

«Havvi una cosa nel creato che non si consuma nel fuoco e si chiama amianto, — ma non sente e non piange; — avvolge i cadaveri, onde la cenere umana non si confonda con la cenere dei carboni... perchè tu sai che non si distinguono le ceneri. Tutto così! Donna, comunque le tue mani sieno brevi, tu puoi tenere nella tua destra Cesare, nella sinistra Napoleone, — sono poca cosa i defunti! La terra pareva non dovesse bastare il sepolcro di cotesti potenti, e adesso ti avanzerebbe il cavo della mano.. — inutile insegnamento, la terra andrà sempre ingombra di tiranni e di oppressi... — e l'anima? Oh! l'anima, domandane alla nuvola che passa, ella conosce meglio di me il regno dei venti.

«Dovevano dunque i nostri cuori soltanto rinnovare il miracolo del roveto ardente comparso a Moisè? — Vieni, sacrifichiamo all'oblio...

«O scempio, frena l'ebbrezza del pensiero! Perchè tenterai nasconderti la tua maledizione? S'inganna ella forse la coscienza? il tuo spirito vide la ghirlanda della speranza calpestata su l'alba della vita. Tu sei a contemplarti doloroso, come nel deserto di Tebe la colonna rimasta sopra la base tra le mille cadute, quasi cippo della morta città. Coscienza feroce, almeno tu mi lasciassi la lusinga di reputarmi grande! Accompagni almeno la superba nel suo inferno il nuovo Lucifero! — Ahi sventura... sventura! perchè sopravissi ai funerali del mio amore?»

In fè di Dio! chi scrisse queste pagine certo fu un giovine innamorato che cominciò per credere a tutto e finì per non credere più a nulla, come ogni giorno succede; — esclamai io leggendo le riferite diavolerie, scritte di carattere minuto nelle fodere interne di un Petronio, sul quale stamane mi aveva preso vaghezza di riscontrare la storia della matrona di Efeso. Ella è cotesta una famosa storia in verità che in sostanza racconta di certa vedova la quale disse addio ai parenti e agli amici per terminare la vita nella sepoltura dove aveva riposto il corpo del marito, e indi a poche ore lo impiccò per salvare l'amante, come meglio potrete vedere, mie benigne lettrici, in Petronio scrittore latino e cortigiano di Nerone d'imperiale memoria. Voi dame e cavalieri, e sopratutto voi, dame, percorrendo i primi versi di questo capitolo avrete per avventura immaginato ascoltare la espressione dei sentimenti del poeta, la relazione intima di un qualche affetto sciagurato... e forse alcuna di voi avrà pianto su me: consolatevi, — quei versi non mi appartengono, forse non corrispondono a nulla di vero, a niente di accaduto; per me, penso che gli abbia scritti uno scolare di retorica per esercitarsi a comporre metafore, similitudini, l'altra famiglia di figure oratorie descritte dal padre De Colonia, diverso assai dell'acqua fabbricata dal Farina, di cui voi tanto e a ragione vi compiacete, mie nobili dame. Se poi mi domandaste perchè io gli abbia messi, vorrei potervi rispondere, come messere Lodovico Ariosto: «Mettendoli Turpino anch'io gli ho messi»; — ma poichè così rispondere non mi è dato, vi dirò sinceramente quasi per confessione, che non lo so neppure io: — forse perchè il presente capitolo favellerà di amore... guardate un po' voi se questo ch'io esposi potrebbe essere una buona ragione.

Parlo di amore. —

Ella era bella, ma infelice, — fuori di misura infelice.

E pure quando, giovinetta, tutta riso, menò i lieti balli o convenne alle giojose adunanze, i circostanti trattenevano fino il respiro per paura di turbare la serenità dell'aere che circondava quel caro angiolo di amore.

E qualcheduno ancora gemè considerando la fragile creatura folleggiare spensierata sul margine della vita, come fanciullo sull'orlo dell'abisso...Dio la preservi dalla vertigine!

Allorchè, bianca più della rosa che le coronava la fronte, si accostò agli altari, la gente diceva: Va, va, egli è soave affanno quello della vergine che si reca a marito! — Allorchè tremò, — abbrividì, stette per cadere in deliquio, la gente riprese: — Bene per piacere si manca! Finalmente quando un sospiro le fuggì dai labbri, — una lagrima dal ciglio, — Ah! troppo era colma, esclamarono, la coppa della gioja, e n'è traboccata una goccia. —

E non pertanto cotesta stilla spense irreparabilmente l'ultimo guizzo alla fiaccola della speranza. La incantatrice della vita mutò la veste diafana nel manto funerario e si giacque nel suo cuore come dentro un sepolcro di pietra; — quivi ella se la sentiva inecittabile, — pesa; e l'era forza tenerla così spenta del continuo davanti con quel dolore che l'Ariosto racconta di Fiordiligi, la bella sconsolata, vigilante sul corpo del suo sposo, Brandimarte ucciso in battaglia.

Ahi quante volte al cielo levando la faccia lagrimosa aveva supplicato: Signore, rimuovi da me il calice della vita, — è troppo amaro pei miei labbri mortali! — quante con la fronte toccando il freddo marmo degli avelli per temperare l'ardore della fronte, si volgendo alla cenere quivi dentro rinchiusa, esclamò dal profondo delle viscere: T'invidio perchè riposi!

Dove nella sua fanciullezza non l'avessero atterrita con le storie di luoghi pieni di pianto, di fuoco e di furore, il talamo nuziale avrebbe ella già convertito in bara; — avrebbe reciso i suoi giorni in offerta al Dio del dolore siccome fa la vergine della lunga chioma, quando abbandona il mondo per la solitudine del chiostro.

Nessuno la rammenterebbe adesso; — sarebbe scomparsa fugace quanto la promessa della felicità, — quanto il voto dell'amore; — avrebbe vissuto la vita dell'anemone svelto sull'alba, la vita del grano d'incenso caduto sul fuoco, — profumo breve e poi oblio.

Ora chiunque la contempla geme per lei, perocchè ella sia bella e trista a vedersi come la rovina degli antichi tempii dell'Attica, rovina di marmo pario, di colonne corintie, di capitelli dalle foglie di acanto, di frammenti di statue di Fidia — maraviglia dell'arte, — pianto del cuore; e la mestizia le si diffonde tenace sul volto nel modo stesso che l'edera s'insinua ingombrando quei ruderi di tempii e di numi.

Si volse alla creatura e le domandò una stilla di refrigerio alla pena che durava; la creatura o folleggiava lieta e non volle contristarsi per lei, o piangere per sè e non volle cederle nè anche una lagrima; — allora si volse al cielo, e quinci le venne una rugiada sull'anima, perchè la religione le aveva detto abitare nei cieli una divinità che fu anch'essa creatura umana ed infelice.

Ella se ne sta raccolta dentro la cappella domestica, — un luogo tristo quanto i suoi pensieri; — con le sue mani ella stessa l'aveva addobbata a lutto. Il vivido sguardo del sole attraversando le tende di colore oscuro quivi diventava lugubre. Oltre i due terzi della stanza sorgeva una balaustra di marmo, e subito dopo due svelte colonnette, su i capitelli delle quali posavano ambo i lati di un arco; — dall'arco pendono le tende raccolte a mezzo e sospese ai fusti delle colonne.

Arde nel santuario una lampada davanti la immagine della madre di Cristo.

Rafaello fu che dipinse cotesta immagine. Gl'Italiani sanno come quel portentoso nell'arte dipingesse; gli altri vengano e vedano, — dacchè per parole non si descrive l'opera di Rafaello. Davanti quel volto celeste il cuore ti si commuove di un senso che par desio e finisce in preghiera; — quel volto si confonde con quanto di arcano e di sacro ti sta riposto nell'anima, ai primi pianti consolati, — ai primi dolori di tua fanciullezza repressi, — ai primi labbri sorrisi, alla memoria del sospiro che primo l'amore suscitò nel tuo seno, — alla prima lacrima versata sopra le umane sciagure; cosa in somma affatto divina e italiana.

Ella legge un libro coperto di velluto nero rabescato con fermagli d'argento di molto sottile lavoro; un bel libro, ma di dolente argomento; — l'ufficio dei morti.

E perchè prega la donna? Ella pur sente chiamarsi dalla diletta genitrice col dolce nome di figlia; lei salutano col nome di sposa; le sue viscere tremano quando una voce le dice: Mamma! mamma! addormentami sopra le tue ginocchia. — Perchè dunque ella prega?

Prega per l'anima di un defunto a lei più caro della genitrice, dello sposo, della stessa sua figlia... ma questo è un segreto fra il suo cuore e Dio.

Sfuggito le fu appena l'amen dalle smorte labbra, chiuse il libro e lo tenne stretto tra l'indice e il pollice di ambedue le mani; — poi si pose a meditare.

E tanto si profondò in cotesta meditazione che non pareva più cosa viva; gli occhi lucidi, — intenti — aridi come di vetro incassati dentro testa di cera: — all'improvviso le balenarono, le si empirono di lagrime, e prorompendo in pianto irrefrenato fra i singulti esclamò: «Oh! questo è troppo gran tormento, Signore!»

Ed invero gravissimo era il tormento che travagliava in quel punto la povera Maria dei Ricci, moglie di Nicolò Benintendi.

Si affaccia alla porta della cappella la testa di giovane di cui le sembianze dimostrano un impeto indomabile ed una pietà profonda; i capelli lunghissimi spartiti sopra la fronte gli scendono sopra le spalle, le guance ha rase e pallide, il labbro superiore coperto di peli radi, la bocca mezzo aperta e tremante di moto convulso, le sopracciglia tese e gli occhi aridi, ma che pure si palesano usi alle lagrime; — muove un passo, — due, e tutta svela la persona alta, spigliata, di vaghissime forme; veste abito corto di velluto verde senza ornamenti, tranne la croce di san Pietro, di cui lo creò cavaliere papa Lione X; non porta collare; gli cinge i fianchi una larga striscia di corame attraversata sui remi da lunga daga; le calze di panno bianco, le scarpe di pari stoffa con la rosa di seta verde sul grosso del piede; nella destra tiene il berretto di velluto colore di fuoco, ornato con bianca piuma; — nella sinistra l'elsa della spada alta da terra fino all'ascella, mirabile pei molti fili di acciaio brunito attorti con maestria a guardia della mano. — Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna; — geme sommesso, — a mano a mano con passi leggieri si avvicina a lei; — muove la bocca per favellare, e non può — dopo alcun tempo si riprova, e neppure adesso gli riesce; — alfine, con tale una voce che parve sfuggire a forza dalle fauci strette, mormorò:

«E sempre in pianto, Maria?»

La donna solleva lentamente la faccia e risponde soave:

«È mio destino, Ludovico, — ed anche ahi! pur troppo della maggior parte dei viventi.»

«Ma perchè questo pianto? Appena vi mostrate, ogni cuore esulta; — a voi sta creare il paradiso dovunque presentate la vostra faccia bella; — vi amano tutti ed onorano; — più di una lacrima di orgoglio sparse la vostra genitrice nel contemplarvi regina della festa... perchè le fate adesso scontare quella lacrima con tanto pianto di angoscia? Perchè questo arcano e disperato dolore?»

«M'insegnò la sventura essere gli uomini curiosi e crudeli. Ora punti dal desiderio mi travagliano per sapere cosa che conosciuta poi o non curerebbero o forse ancora irriderebbero. Oh! ben provvide il cielo allo schermo dei miseri quando pose il cuore in parte dove dall'occhio di Dio in fuori alcun altro non penetra: se la carne che ci fascia fosse trasparente, — se il cuore fosse un libro che ogni uomo potesse sfogliare a suo senno, nessuno vorrebbe sopportare la sua miseria. — Crudeli! prima di porre le mani su le piaghe dell'anima, imparate a sanarle. Lasciatemi piangere sola; — io nulla chiedo da voi, — non vi turbo, — nascondo la mesta mia faccia per non contristarvi. Il mio dolore mi è sacro e non lo esporrò alla curiosità o agli scherni vostri.»

E qui, vedendo quanto coteste parole pungessero amare il giovane Ludovico, soggiunse:

«Io non lo dico per voi, Ludovico, — no; pur troppo io so che voi, come siete cortese, vorreste consolarmi anche a prezzo della vostra vita, e se io mai mi piegassi ad aprire l'animo mio ad alcuno, o voi sareste quel desso, o nessuno altro sarebbe: ma, credetelo, i miei affanni non possono confortarsi, — o se pure si possono, sta il sollievo delle mani di Dio — e della morte. Ond'io supplico il cielo a preservarvi da un dolore che — come il mio — la pietà finta dei molti detesta, e la vera dei pochi rifiuta, imperciocchè gli riesca inutile affatto.»

«E me ne ha preservato, o Maria? E che è dunque questo affetto il quale dentro di me ribolle quasi lava di vulcano? Perchè là dove gli uomini tutti sperano dolcezza, per me fu posto il delitto? Perchè l'amore, agli altri luce di vita, per me solo fuoco divoratore? Giova altrui manifestarlo: il mio deve ardermi celato nel cuore come lampada dentro il sepolcro; — se io mai ardissi domandare aita al tormento che mi opprime, voi stessa, Maria, sì pietosa e sì buona, voi stessa mi dareste per sollievo una rampogna, — o forse, chi sa? una maledizione.»

«Tacete», interrompe la donna gli ponendo una mano sui labbri; «paionvi discorsi questi da tenersi ai piedi degli altari; davanti la immagine della Madonna Santissima?»

«E perchè no? e di cui dunque la colpa, se non di Dio? O egli non doveva creare la passione, o non creare il delitto... egli ha errato; — sopporti la pena del suo misfatto...»

«Voi bestemmiate!»

«Bestemmio io! — Or via unitevi anche voi, incauta, ad esecrare il cervo perchè non ebbe forza da resistere al lione; mi circondarono le onde, Dio supplicai e gli uomini, contesi più che all'uomo non fu concesso lottare; finalmente fui sopraffatto, la passione mi ravviluppò nelle sue braccia feroce più dei serpenti di Laocoonte; — io giacqui vinto, prostrato così di ogni vigore che ardisco invocare e non darmi la morte.»

«Venitemi compagno alla preghiera. Dio affanna e consola; Dio tutto può...»

«Voi che lo stancate da mattina a sera..., ditemi, vi ascolta meglio di me che non lo prego mai?»

«Ah! egli vi ascolterà... Dio tutto può...»

«Forse nel male. — Ma io non temo nè spero nulla da lui. Quando l'aspide non aveva peranche insinuato il suo sottile veleno per le fibre della mia vita, allora dovea sovvenirmi; — adesso non è più tempo; il mio dolore compone la mia esistenza: — io non vorrei cedere un minuto di questo affanno mortale per un secolo delle sue insipide gioje celesti. Dove potesse svellermi l'Eterno questo spasimo di amore dall'anima, io lo rinnegherei, — e percuotendo alle porte dell'abisso, supplicherei a Satana: Dammi il tuo inferno e conservami il mio amore.»

«Voi mi fate pietà! — I vostri occhi un giorno incontreranno la vergine che vi placherà la tempesta dell'anima... ma perchè procedete per via con gli occhi fitti alla terra?»

«Meco stesso considero, sarebbe stato pur meglio che il Creatore per diletto de' suoi ozii immortali non avesse ricavata dalla terra la creatura che sente...»

«Ascoltatemi, Ludovico. — Molte donzelle sospirano per voi di segreto desio; — uno dei vostri sguardi esse ricercano con maggior ansietà della gemma d'Oriente. — Levate gli occhi verso la faccia di quelle, — ed amate di amore felice; — anch'esse questo sole italiano coloriva; anch'esse il fiato più dolce che spira dal nostro Apennino educava...»

«E chi vi ha detto che io non le guardi? — Le guardo, sì, per vedere se incontro in esse il tuo sorriso, i tuoi occhi, la fronte, i capelli, cosa in somma che valga a richiamarti al mio pensiero, — e quale più mi dicono femmina vaga e di forme divine, mi sembra povero raggio della tua bellezza riflesso sopra di lei; — io ti contemplo in tutto il creato, o Maria.

«Ed alla patria pensate voi mai?»

«Io per la patria darò la vita, e basta; — ma invero poi dov'è per me questa patria? Dovunque porti le ossa degli avi e i parenti e la sposa e i figli, quivi hai la patria. Ora io non ho nessuno che tremi o ch'esulti per me; — i miei parenti dormono dentro gli avelli di famiglia; — mano mercenaria mi asciuga il sudore della fronte quando torno dalla battaglia; un servo fascia le mie ferite; — se acquisto un prigione, non posso ordinargli: Va alla mia dama e dille che il suo cavaliere t'invia e che dipendi dal buon piacere di lei. — Io non ho un cuore che corrisponda col mio. — Ah! le mie mani non versarono il sangue di Abele, e non pertanto erro ramingo sopra la terra come Caino, e forse più infelice di lui, perocchè a lui fosse compagna una donna, la quale non abborrì deporre un bacio sopra la fronte dove Dio aveva scagliato il fulmine, — e gli facesse sentire che nel mondo vive cosa potente a mitigare anche l'ira di Dio, l'amore della donna.»

«Sperate dunque nel tempo, Ludovico, e abbiate fede che amore, nato di ozio o di lascivia umana, come cantava messere Francesco, rifugge dai campi aperti, dal suono delle trombe, dalla gloria; e poi la virtù sta nel sacrifizio, — la umana grandezza nel soffrire; — ed io, — vedete, — soffro!»

«Soffrite voi? Ah! voi non amaste mai; gli affetti guizzano sopra l'anima vostra a guisa di pietra lanciata su di un lago preso dal gelo; — della impassibilità vostra vi componete un cerchio magico e quinci predicate virtù. Non commossa mai nè turbata, procedendo tranquilla nel cammino della vita, ora raccogliete il dovere, ora la religione, ora il costume, e di tutto vi fate difesa. — Voi mi parete il ricco epulone dell'Evangelo che deride la miseria del povero steso sopra le scale del suo palazzo...»

In questo punto si pose fisso a guardare la donna, la quale diventava a vicenda pallida o accesa fino alle palpebre, mentre due grosse lacrime le tremolavano nel cavo degli occhi pronte a sgorgare; — ond'egli con maggior forza soggiunse:

«Voi non amaste mai...»

«Non amo io!» prorompe Maria, quasi uno scongiuro la costringesse a favellare: «non amo io! Chi sostiene che non ho amato mai? E questa mestizia ineccitabile, il pianto lungo, le notti vigili, gli altari del continuo supplicati invano, e il dolore o il furore non sono certissimi segni di amor disperato? Amo, sì, perchè mi sforzate a dirvelo, e di tale amore io amo presso il quale il vostro mi sembra fuoco di lampada davanti il fuoco dei fulmine.»

«O chi amate voi?» grida Ludovico trovandosi senza pure pensarlo nuda nelle mani la daga.

Maria ridendo amaramente risponde:

«Riponete la daga; — già non si muore due volte; quello ch'io amo raccolse da molti anni nel suo grembo la terra.»

«Un morto mi contende il tuo cuore!... Ah! egli è un tristo quel morto; dov'io fossi stato nella vita lieto del tuo amore, Maria, appena aperte l'ale alle dimore celesti, avrei supplicato l'Eterno che nel tuo seno infondesse pace, — anche con l'oblio di me, — anche con l'amore di altro meno sventurato mortale... Qual maledetta cupidigia ella è mai questa di stendere fuori del sepolcro la mano fredda a stringere un cuore che più non puoi far palpitare di esultanza? Amami, Maria... amami... i morti sono cenere, ombra, e non domandano amore; — una memoria basta loro o una lacrima, e tu ne versasti anche troppe. — Torni il sorriso al tuo pallido volto; le rose della giovanezza non si sfiorarono ancora per te, rugiadose elle aspettano che la tua mano le colga. Te chiamano le sponde dell'Arno quasi ninfa smarrita, — te desidera il nostro emisfero, come Pleiade perduta; acconciati i capelli, di profumi conspargili e di gemme... vieni a scolorare le donne per la tua assenza baldanzose, — torna a mostrare al mondo come Rafaello non vincesse la natura nel ritrarre il volto della femmina, ma neppure arrivasse a fedelmente effigiarla... vieni... oh... vieni; — l'anima mia gran parte del suo affetto consumò nell'angoscia, pur tanto ancora ne serba da poterti inebbriare di amore...»

«Ludovico, io non mi chinerò a raccogliere la religione, il dovere, il costume per gettarveli a modo di triboli a traverso il vostro cammino, — ma vi dirò soltanto amore essere corda solitaria su l'arpa dell'anima; — rotta o allentata che sia, indarno speri tornarla a quella dolcezza di suono che faceva parertela divina; — la voce dell'amore ha un eco solo nel cuore della donna; — arde l'amore una volta sola di propria sostanza; — se in séguito lo vedi riaccendersi, egli non ricava più oltre il suo fuoco da origine celeste, lo alimentano vanità, superbia, vaghezza di terreni diletti. Un'altra donna voi meritate, Ludovico; e dacchè darmi a voi come volessi non potrei, — darmi come posso non voglio.»

«Purchè l'anima tua viva per la mia, io non penetrerò negli arcani del tuo cuore... forse perchè ignorano i popoli le sorgenti del Nilo, benedicono meno alle sue acque fecondatrici?»

«Ludovico, io vi offro più pacata passione e per avventura assai più degna di noi... siatemi amico... deh! mi sii fratello...»

«No. — La donna o sente amore, o nulla. Mi s'inaridisca la lingua prima ch'ella profferisca il consenso di sottopormi al supplizio del vivente stretto al cadavere. Ben posso soffrire finchè l'anima mi regge, ma io non vorrò stipulare il mio tormento mai. No, sia dell'uomo il quale ti chiama sposa quella parte di te che avrà la tomba, purchè miei sieno i pensieri e i desiderii tuoi, i tuoi sospiri miei... il mio spirito abbisogna del tuo... amami... oh! amami, Maria...»

«Quando il serpente, tentava Eva, cessò di parlare, egli depose la sua favella sopra la lingua dell'uomo; — io ricuso diventarti angiolo e demonio, — e ti ripeto che, sentendo non potere esserti il primo, il secondo non voglio.»

Tacquero entrambi, un lungo silenzio successe. — All'improvviso la donna come oppressa prorompe in un sospiro.

«Maria, sospiri? Sentiresti per avventura pietà del mio fato dolente?»

«Di me sospiro, che reputandomi in fondo della miseria, mi accorgo adesso Dio nel tesoro della sua ira serbarmi ad altri e più crudeli tormenti. — Di voi anche gemo, perocchè io veda consumarvi ingloriosamente una vita la quale certo vi fu data per nobili destini; — gemo, — e a ragione gemo, che mi consolava nella idea mi avesse la provvidenza compartito in voi un fratello del cuore, ed ora sento dovere renunziare a questa estrema speranza...»

Ludovico pallido volge gli occhi alla terra e ve li tiene fitti orribilmente quasi volesse penetrare nelle viscere; — con voci interrotte di tratto in tratto egli esclama:

Un morto mi fa guerra!... — Io ti darei mezza mia vita se potessi stringermi teco a duello. Un morto!... Un morto!... Oh dolore!...»

La destra di Ludovico si rimane nella destra di Maria, senza comprimerla, — senza essere compressa... mute entrambe quanto le mani di marmo che occorrono scolpite sopra i sepolcri. Una inerzia pesante tiene a Ludovico irrigidite le fibre; — gli dura nel cervello la vibrazione delle estreme parole tormentosa come un cerchio di punte acutissime; — gli vanno in volta dinanzi agli occhi gli oggetti circostanti confusi e indistintamente ravvolti entro globi di luce; — gli batte le orecchie un fastidioso tintinnio; — a nulla pensa, imperciocchè cotesta passione così intensamente sentita, — così apertamente dimostrata, gli sia ricaduta su l'anima come la frana di un monte.

Cotesti sono momenti d'inenarrabile angoscia, — minuti che divorano dieci anni di vita, — minuti i quali cambiano una esistenza per modo che quando l'anima sciolta dalla sua preoccupazione intende continuare pel solco mortale l'esercizio delle proprie facoltà, si trova come smarrita dentro un deserto senza traccia e senza confini. Il sommo bene sopra tutti gli animali concesse alla creatura che ama in privilegio speciale — la pazzia.

[Illustrazione: «La tua testa è troppo pesa di segreti e d'iniquità.... bisogna ch'ella ti cada dalle spalle;... _Cap. XI, pag. 271._]

«Madonna!» — Ed era la quarta volta che la fante così chiamava la sua signora senza ottenere risposta.

«A che mi vuoi, Ginevra?»

«Un molto reverendo frate di san Francesco venuto testè da Roma vi domanda in mercede favellarvi segretamente alcune parole.»

Ludovico, sia che al detto della fantesca porgesse mente, sia che in quel punto un poco di vigore gli ritornasse, si alza, — con gli sguardi immobili, le braccia pendenti, — la spada dimenticando e il berretto, si avvicina alla porta.

In quel medesimo istante un soffio di vento trasportava pieno nella stanza il suono delle trombe della milizia fiorentina convocanti alla rassegna.

Maria correndo dietro a Ludovico lo raggiunge, lo afferra pel braccio e seco lo traendo alla finestra esclama:

«Sentite! sentite! — Questa è voce che certamente conosce la via del vostro cuore; — ella è voce della patria dolorosa che invoca il soccorso dei suoi figliuoli. Ludovico, quando pure acquistata a prezzo di pianto e di sangue, sembra bella la gloria; — divina poi quando vada congiunta alla pietà. Non crollate il capo, non ridete, non mi dite la gloria follia sublime, — un sogno; — chè allora tutto sarebbe sogno tra noi: — e quando anco fosse così, vi hanno nondimeno sogni splendidi di luce immortale, e sogni neri dei terrori dell'inferno escono alcuni dalle porte di avorio, altri dalle porte di ebano, come finsero gli antichi. A me donna è conteso rendermi illustre per gesti di guerra, ma se a far chiaro il mio nome la fede, la costanza e l'amore valessero, ben di altre imprese mi sentirei capace che non l'antica Artemisia, la quale si bevve la cenere del suo consorte. Io amo la gloria, — e mi era caro in vita e continua ad essermelo in morte l'amico dei miei pensieri, perchè anelava la gloria e fama ebbe di prode».

Ludovico la fissò lungamente con occhi dilatati; si accorse di non avere spada, se la cinse e senza profferire parola si allontanò da Maria.

E Maria, lo contemplando dietro allontanarsi cosi sconfortato, trasse un gemito e disse: «Egli è verace amatore!»

Due frati attendevano ridotti nell'angolo più oscuro della sala che adesso traversa non li badando Ludovico; — tengono il cappuccio abbassato sopra le ciglia, la barba folta scende loro in mezzo del petto; forse in cuore saranno — ma certo nel volto non sembravano buoni servi di Dio.

Uno dei due frati, all'apparire che fece Ludovico, alzò con impeto la testa, quasi per impulso di ordigno segreto; — gli occhi di lui balenarono lungo l'orlo del cappuccio abbassato, come la vipera dardeggia la lingua da una parte all'altra della sua bocca.

«Reverendo! inoltratevi, chè madonna vi aspetta», esclama la fantesca sollevata la tenda.

Il frate, che pareva professo, accennato con la mano all'altro, che modi avea e sembianza di converso, vigilasse la porta, passa nella cappella.

Maria, in piedi davanti una gran sedia a bracciuoli ricoperta di cuoio cordovano rabescato, leva un istante lo sguardo sul frate, torna a declinarlo verso il pavimento e si compone in atto di ascoltarlo.

Perchè trema il frate? bellissimo è il volto della donna, ma egli non lo ha ancora guardato; nè così subita si accende nei petti umani la passione, nè dalle vigilie attrito e dai digiuni tanto propende ad amare il cenobita; — di terrore non trema, perchè, se il luogo è santo, egli non deve conoscere rimorsi, — e poi non fa parte di religione egli stesso? Non pertanto le gambe gli vacillano sotto, e non ha membro che stia fermo.

«Madonna!» comincia il frate esitando; e poichè non continuava — Maria dopo lungo silenzio riprende:

«Padre, vi ascolto.»

«Madonna... compiranno... quattro mesi domani che, standomi io a Roma, dove facevo uffizio di penitenziere nello spedale di Santo Onofrio fondato dalla gloriosa memoria di Papa Lione pei poveri pellegrini del suo paese, certa sera essendomi posto a giacere, nè l'animo mio come presago di qualche sventura potendo rinvenire quiete, all'improvviso intesi battere alla porta ed una voce chiamarmi: padre, affrettatevi: — un cristiano è vicino a trapassare, — venite pei sacramenti. — Mi getto giù dal pagliericcio e seguitando la guida giungo in certe camerette dove solevano chiudersi gli alienati di mente. Quivi da lungo tempo custodivano un infelice giovane travagliato dalla più fiera mania che mai avessero veduto in cotesto luogo di dolore. — Quantunque dal disagio consunto, così ferocemente egli smaniava, tante volte aveva tentato darsi la morte, che lo tenevano legato a mezza vita, ai piedi ed alle mani. — Nei suoi urli salvatici spesso riveniva la querela di un amore tradito, — di una donna perduta, — di un padre morto, e poi rampogne e minacce contro i suoi nemici, contro tutta la specie umana, non senza offendere il cielo di terribili bestemmie... in questo modo continuava, finchè con gli occhi scoppianti fuori della fronte, la bocca spumosa di sangue cadeva rifinito di debolezza. — Dapprima quel suo misero stato mosse compassione, poi curiosità; poi ascoltarono le genti quei suoi stridi furibondi con la indifferenza medesima del canto delle rondini annidate sul tetto dell'ospedale; — perchè se gli uomini ai propri mali si fanno impassibili, agli altrui diventano di pietra. — Io lo trovai con le mani sciolte, con gli occhi velati e nondimeno lieti di un raggio d'intelligenza che tramonta; — seguendo il costume del fuoco, lo spirito prima di abbandonare la sua spoglia mortale raccolse le forze a risplendere anche una volta di luce divina. — Appena ei mi ebbe scorto, chiamatomi a sè con languida voce mi disse: — Padre ascoltate la mia confessione; — io ben mi accorgo avermi un lungo delirio travagliato, — delirio pieno d'immagini terribili, in parte vere, in parte false, — nè saprei dirvi se queste più o meno delle prime terribili; — quello che so troppo bene si è, che hanno consunto il mio corpo e la mia mente costretto a bestemmiare l'Eterno, e di ciò, padre, con tutte le mie viscere mi pento, ed ho fede la mia contrizione e le vostre sante preghiere mi varranno il perdono dal Dio delle misericordie. — Però io ho molto sofferto in questa vita... e certo il dolore non ebbe paragone con le colpe. Io amai, padre, una donna di amore santissimo, — il più profondo, il più puro che mai si accendesse in cuore umano. Lo Spirito Santo ha maledetto l'uomo che confida nell'uomo, — doveva dire nella donna;... ma presso a morte io respingo questi pensieri di odio, come tentazioni del demonio, e mentre supplico e spero Dio mi perdoni, sento che me ne renderei indegno, dov'io le proprie offese non perdonassi. Vagai in contrade remote, — vidi barbare genti, soffersi geli, ardori, di ogni maniera disagi per adunare tesoro e apparecchiare alla mia fidanzata vita copiosa dei beni della fortuna: per darmi colpo più acerbo mi si mostrava il cielo cortese, e quando, dopo un'agonia di anni, delirante di desiderio e di amore, mi ridussi alle case paterne... trovai... oh inferno!... padre, mi assolvete dall'ira... imperciocchè acerba mi percotesse la ferita... trovai la mia fidanzata donna d'altrui. Quello che dopo avvenne io non rammento, — aveva un padre, e non so com'egli mi abbandonasse; — possedeva copia di averi, ed ora non possiedo più nulla: dalla mia acconcia cameretta, desto dal sonno tormentoso, mi trovo in questa sozza caverna con i polsi e i fianchi impiagati, e non mi riesce rammentarmi il come e il quando. — Ah! da quel giorno la mia anima, a mo' di aquila in gabbia ha percosso rabbiosamente la sua carcere mortale per librarsi a regioni meno triste, meno contaminate di tradimenti e di perfidie. — Ora, padre, prendete... ecco uno scritto che nei giorni del nostro amore io ricambiai con lei, e lo vergammo io del mio sangue, ella del suo: — egli contiene una promessa di mantenersi fedele, e dentro vi pose una ciocca dei suoi capelli... ohi i bei capelli, padre, che la mia donna aveva quando l'alito di primavera si dilettava a diffonderli ondeggianti per l'aere! — e vi scongiuro, per quanto possono i preghi di un moribondo, che glieli facciate tenere, o, se fortuna vi mena a Fiorenza, glieli consegnate voi stesso: — e nel punto medesimo le direte che il mio spirito deliro sempre l'ebbe presente, e che tornato appena ai consueti uffici pensò subito a lei e per lei: ditele ch'io le perdono, — che presso a morte le invoco giorni beati, — al tutto diversi da quelli ch'ella mi fece durare, — che domando al cielo non voglia sgomentarla di rimorsi in questa vita, — e scongiuro l'oblio per lei... ed anche per me, onde un giorno davanti al trono dell'Eterno io non abbia a prorompere in voci di accusa contro lei; se pianto di offese cancella dai registri di Dio la ingiuria dell'offensore, ditele che per me la sua pagina sarà trovata bianca al giudizio finale come l'ala del cigno... ditele... ch'io muoio benedicendola... e chiamando... Ma... — Gli chiuse le labbra la morte... io le palpebre. Egli non proferiva intero il nome della donna; però dalla lettera che mi dava e che io vi consegno, madonna, compresi avere inteso favellare di voi. Sopra la povera lapide del suo sepolcro segnai queste poche parole: — Qui dormono le ossa travagliate di Giovanni Bandino! — »

Un grido terribilissimo ingombra, propagandosi, le sale del palazzo, come di persona la quale trafitta nel cuore trasfonda tutta la vita in una voce: — un grido che indusse il passaggero il quale lo sentì per via a recitare requiem per l'anima di chi lo aveva proferito.

Ed in fatti il frate compagno, rimanendone percosso, affacciò la testa alla soglia favellando con parole spedite:

«Per Dio! Se l'avete ammazzata, rompete gl'indugi e ci mettiamo in salvo.»

«Aspetta — e taci», — riprese il frate; e poi si volse a Maria giacente sopra la terra, rigida, — fredda, bianca in sembianza di statua rovesciata dalla sua base, — tratto un pugnale, glielo appuntò sul cuore.

Gli occhi del frate rilucevano di fuoco infernale, il suo volto svelava tremenda esultanza, — famelica bramosia, non altrimenti che fosse uno di quei corpi scomunicati, dalla superstizione greca detti vampiri, i quali nella notte, derelitti gli avelli, irrompono per virtù diabolica nelle stanze più segrete a pascersi col sangue delle persone ch'ebbero care in questa vita.

Ancora un palpito, e la vita di Maria sarà compiuta.

Intanto la donna non bene ancora risensata mormorò a fior di labbra: «O Giovanni!... o Giovanni!... celeste anima e cara...»

Il frate arresta a mezzo colpo la mano; — grosse stille di sudore gli scendono del continuo giù dalla fronte, — ritenta ferirla, e non gli riesce; — la guarda...

Bisognava non essere nato in Italia, avere il cuore chiuso ad ogni senso gentile per disperdere un modello di così divina bellezza: — cadono al frate le braccia, gli sfugge dalle mani il pugnale, e si rimane prostrato come uomo assorto nella contemplazione di quelle sublimi sembianze.

La donna riapre gli occhi, balza in piedi a guisa di furiosa urlando con voci interrotte:

«Traditi! — orribilmente traditi! Padre..., leggete...» E brancolando trova il libro dell'uffizio dei morti, e aperta la fodera interna, ne trasse fuori una lettera, la quale porgendo al frate continuava: «Hanno le mie lacrime quasi cancellato lo scritto, pur vi leggerete il nefando tradimento... leggete.»

E il frate leggeva: «Al magnifico messere Alamanno di Ormannozzo Spini a Fiorenza. Messere Alamanno onorandissimo. Con inestimabile dolore di quanti il conobbero, lasciando grandissimo desiderio di sè è morto in questa città di Siviglia, agli sei del corrente mese di maggio, anno 1526 della salutifera incarnazione del N. S. Gesù Cristo, Giovanni di Pierantonio Bandino di accidente di gocciola per quanto ne assicurano i fisici. Con molta accompagnatura di fraterie e di lumi venne associato al sepolcro nella chiesa di questi reverendi padri di san Domenico, dove gli furono cantate esequie dicevoli alla sua condizione. Fatto il bilancio di quello si trovava a possedere al tempo della sua morte, avemo trovato il valsente tra crediti, danaio, mercanzie in essere e masserizie, di duemila circa fiorini di oro in oro, i quali vi rimetteremo con lettera di cambio sopra la nostra ragione, affinchè li consegniate a messer Pierantonio padre del morto o a chiunque altro sarà dichiarato di diritto. Pregando Dio che vi tenga nella sua santissima guardia, ci raccomandiamo a voi. — Siviglia, li 10 maggio 1526. — Vostri — Lapo e Bindo di Pierfilippo Cambi.»

Il frate alla lettura di cotesto foglio rimane come impietrito; — sospese del tutto in lui le funzioni vitali, pareva che neppure respirasse.

Maria invece quasi furente si era distesa sul pavimento e forte percotendo con ambe le mani la terra gridava:

«Padre, perchè mi hai tradito? — Giuda tradì Cristo, ma se fosse stato suo figliuolo, non lo avrebbe tradito... Uomini, imparate pietà dalle fiere del bosco... qual belva mai generò figliuoli per lacerarli così? E tu, padre, non che lacerarmi, mi hai condannata ad una morte la quale tutti i giorni si rinnovella. — Chi ti dava diritto di rendermi tanto infelice? Io non ti aveva chiesto la vita; bene ti chiesi la morte, — ma poichè il mio morire ti nuoceva, tu fingesti atterrirti come di cosa contro natura. Ella era cosa dunque secondo natura immergermi in questo abisso di dolore? Io però non maledirò la tua cenere, ai tuoi rimorsi non aggiungerò le mie furie; ma vedi, se sopra la terra che ti cuopre il cumulo dei miei affanni io deponessi... oh! quanto ti sembrerebbe più grave! E tu, Vergine Beatissima, ch'io sempre riveriva ed amava, ov'eri allora che sì crudelmente tradivano la tua devota? Se in questo modo chi ti venera proteggi, che farai a cui ti odia? Qual frutto trarranno i mortali, se invece d'invocare il demonio innalzano al cielo le loro preghiere?... — Oh! santa Madre di Dio, abbiate misericordia, — consolate una povera afflitta; io non so quello ch'io mi dica... parmi girare su l'orlo di un precipizio. Padre, pietà! Padre, accostatevi, dacchè il cielo vi manda, udite anche la mia confessione... voi lo vedete, non ho mancato di fede... io... io sono stata tradita.»

Genuflessa la donna abbraccia le ginocchia del frate, e tra i ruvidi lembi della tonaca nasconde la faccia delicata.

«Lo vidi nella cattedrale, mi apparve in mezzo ad una bianca nuvola d'incenso, bello siccome un angiolo, e sospirai, — fu il sospiro primo di amore; uscendo di chiesa lo rividi chinato per dare la elemosina ad un mendico e consolarlo con una parola, la quale meglio della elemosina scende soave di refrigerio sul cuore del misero; — io mi fermai: — egli raddrizzò la vaga persona, — i miei occhi s'incontrarono nei suoi, gli s'infiammarono le guance, vermiglie diventarono le mie; — e da quel punto fummo legati per sempre. Dapprima i parenti si mostrarono avversi, non per viltà di sangue, ch'egli pur nacque di gentile lignaggio, sibbene per pochezza di averi, — e anche a lui increbbe non potermi offerire magnifico stato: ci fidanzammo con solenni giuramenti, e partì in cerca di ventura. Invano presaga del futuro io gli diceva: Rimanti, quello che possiedi basta ai miei desiderii; forse mi sembrerai più bello o più ti amerò io vestito di abiti soppannati di vaio con cinti e catenelle di oro? — Non mi badarono, e partì: — Voi avventuroso, padre mio, che le passioni umane sentite come onda di mare che percuota le pareti dei vostri monasteri; — ignaro dei nostri errori, non vi dirò come, partendo il mio Giovanni, mi paresse trovarmi abbandonata in una via senza principio e senza fine; — camminava sola, imperciocchè nel creato lui soltanto io vedessi. — Tacerò la serie infinita delle angosce che non hanno nome, sebbene abbiano punta; — il bel cielo di Fiorenza mi pesava sull'anima. Ah! l'occhio lieto ed il sole si ricambiano il raggio a guisa di due amici che si amino, ma l'occhio doloroso lo aborre; — l'amarezza segna con una tacca sul cuore i giorni consumati nell'ansietà. In prima qualche lettera rara venne a confortarmi; — quindi cessano affatto! Verso cotesti tempi incominciò a prendere domestichezza con la mia casa Nicolò Benintendi: — mille profferte di amore uscirono dalla bocca di lui, ed io non le udiva, essendo il mio spirito con Giovanni. Ben si mossero da Nicolò e da' miei caldissime istanze, quotidianamente rinnovate, ond'io fossi contenta di averlo per mio sposo: alle quali parole, come se non fossero discorse per me, sorrideva; qualunque argomento riuscì invano, ogni tentativo venne meno. — Un giorno.... giorno d'infamia.. nel quale un padre non aborrì rompere il cuore della figlia... egli.., mio padre, con sembianza mesta, non senza prima allargarsi in discorsi intorno alla necessità di rassegnarci ai divini voleri... mi mostrò cotesta lettera. Crudelmente pietosa, la povera madre mia, ingannata pur ella, mi salvava la vita;... dopo molti mesi potei sollevare il fianco infermo...; nella contesa tra l'angoscia e la natura, la natura prevalse... e sopravvissi. Adesso ricomincia l'assedio; mi dissero il padre mio, per mala fortuna incontrata nel traffico, sul punto di fallire, con molte lacrime mi presentarono la chiarezza della famiglia avvilita e un nobil vecchio condotto a gran vergogna in Mercato Nuovo a ricevere lo strazio dagli statuti decretato ai falliti[173]; non risparmiarono già affacciarmi alla mente gli schiamazzi della plebe, la gravità dell'infamia, il padre moribondo per l'atto obbrobrioso, — e per altra parte avrebbe tanta iattura riparato il Benintendi, quando io avessi consentito a tôrlo in isposo; non che altro, la voce del sangue volere da me questo sacrifizio; ben volontieri mio padre avrebbe data la vita, per conservarla non si sarebbe veduto supplicare i figliuoli; ma se poteva sostenere la morte, non potere la infamia: — e non rifuggirono dal chiamare in soccorso la religione, chè il confessore assicuravano sarei certamente andata perduta, se potendo, non avessi in tanto estremo soccorso i genitori — avere i giuramenti al Bandino sciolti la morte. La esitanza della sconsolata tennero per consenso, mi condussero alla chiesa... Qui mi parve le statue dei santi aprissero le labbra di pietra per rampognarmi la mia infedeltà, — le ossa dei morti si commovessero sotto il pavimento, — la cupola tenebrosa del duomo mi si rovinasse sul capo. — Mi percosse uno strido... Santa Vergine! avrei giurato fosse quello del mio diletto Bandino... poi nè intesi... nè vidi più nulla; — risensando all'aria aperta, una schiera di uomini e di donne, secondo il costume del paese, mi facevano il serraglio, impedendomi l'andare, se io prima non dava loro i soliti doni. La mia anima impaurita immaginò fossero spettri che mi si aggirassero attorno e mi chiedessero la vita; ond'io tolta fuori di me gridai più volte: — Prendetela, oh! prendetela... è mia amica la morte. — Il mio marito mi amò di breve affetto: forse quando mi ricercò sposa con tanto ardore non lo mosse alta passione, piuttosto impeto di giovanile desiderio: — forse anche gl'increbbe la moglie sempre lacrimosa e che non lo amava e non può amarlo. — O padre mio, io ho durato e tuttavia duro una molto tremenda battaglia qui dentro; — sento che dovrei dimenticarmi il caro defunto, ma non oso domandare al cielo la grazia che mi ucciderebbe di certo, — quella di obliarlo. Troppo prepotente impera la sua immagine nel cuor mio, — egli solo accelera o sospende il sussulto dei polsi... egli posa meco nel talamo nuziale, e la sua testa si pone terribile tra il mio marito e me; se mi prostro davanti al Crocifisso e lo prego di pace all'anima stanca, ecco che il Cristo si veste delle sembianze di lui... del mio Giovanni e parla... e dice: — Vedi quanto soffro per te! — Padre... vedete... tanto mi s'insinua nel sangue la contemplazione dell'infelice amante... che... ora... in questo punto mi sembra... padre... voi abbiate il suo sguardo... la sua fronte... la...»

«Donna, e se il cielo ti rendesse Giovanni lo seguiresti, abbandonata la tua casa maritale?...»

«Oh! non lo dite; il sepolcro non lasciò mai la sua preda.»

«Ma, se te lo rendesse?...»

«Pietà, padre! misericordia! Sovente il mio povero intelletto vacilla su l'orlo della follia, — non vogliate precipitarvelo a forza... io... io divento folle, se aggiungete parola.»

E il frate, gettate a terra la cocolla e la finta barba, comparve, qual era un cavaliere notabile per egregie forme del corpo.

«Donna, la tua fede ha vinto; la morte...; ecco il cielo ti rende Giovanni Bandino.»

Maria, spiccando un balzo, fugge nell'angolo più remoto della cappella, e quivi rannicchiata si coprendo la faccia esclama:

«Gran Madre di Dio, salvatemi da questa illusione del demonio.»

«Stolta!» proruppe il Bandino accostandosi a lei, e toltele a forza le mani dagli occhi, se le poneva sul petto aggiungendo:

«Ti paio spirito io? ti sembra egli morto il cuore che palpita così? Dalla feroce ira che m'invade le membra, dall'odio intenso che gli occhi mi riempie di sangue, dal tremendo anelito non mi conosci vivo?...»

«Vivo!... sì... oh tu sei vivo davvero.»

E cieca della mente, mal sapendo quello si dicesse o facesse gli si abbandona nelle braccia, baciandolo smaniosa per le mani, pel seno e pel volto.

«Mi ami, Maria?»

«Più di me... più di Dio!»

Ah.... Ora dunque vieni... non ci fermiamo un momento in queste pareti abominate; — sopra il limitare delle porte della nostra città noi ci scuoteremo la polvere dei sandali, dall'anima ogni affetto che non sia lo scambievole nostro amore: — dimentichiamo per non esecrare, — fuggiamo per non uccidere...»

«Ma! dimmi, Giovanni, dove mi meni? E donde vieni?»

«Che importa a te sapere donde vengo o dove io vado? non sono io tutto per te? — Questo però sappi che, se vivo mi sospettassero in queste mura, la mia testa penderebbe domani dalle finestre del palazzo dei Signori.»

«Oh! non dirlo.» E con ambo le mani la donna avvinghiava il collo del cavaliere, quasi per salvarlo dal taglio della scure.

«Vieni dunque...»

«Verrò...»

«Esiti forse?»

«Verrò...»

«E non ti muovi! Ti penti già avermi detto che mi ami?» grida battendo del piede la terra il Bandino.

«Oh! non isdegnarti, Giovanni... eccomi... però...» Maria la fronte si tocca e il seno: «Mi sembra essermi dimenticata qualche cosa, di cui non posso risovvenirmi adesso, e che pure mi stava fitta qui nel capo e nel cuore, — qualche cosa che mi era ben cara e che tu mi hai fatto porre in oblio...»

«Maria!» si udiva chiamare dalle stanze interne una voce fioca per età, «la tua figliuola si è desta, vieni a racchetarla che piange.»

«Ahi! me n'era dimenticata... La figlia...»

«Figlia... di chi?»

«La mia figliuola.»

«Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino, — e fa con la destra cenno, come se, afferrata la creatura pei piedi, intendesse spezzarle il capo alla parete.

La madre per istinto comprese quel truce cenno e si scagliò traverso la porta, dove accesa nel volto i muscoli della gola gonfi, guardando torta:

«Addietro!» gridò! «addietro! o ti straccio co' denti... addietro, o ti sbrano»; poi all'improvviso vacillando si prostra, tende le braccia al cavaliere e gli si raccomanda: «Giovanni mio, io l'ho generata; — nove mesi la tenni nel mio seno; con molte angosce l'ho partorita... io l'amo... io l'amo quanto te; — la prima parola che proferì fu Maria, — la seconda Giovanni;... ella ti ama... ella ti aspetta come un amico lontano... non farle male, via... non me la uccidere... potrei io mai più baciarti le mani, se tu le bagnassi nel sangue della mia figliuola?»

«Viva, — ma lasciala: io non potrei vederla senza che il sangue mi ribollisse nelle vene; — lasciala e seguimi.»

«Ma che! il calice del dolore è senza fondo per me?» esclama angosciosamente Maria levando al cielo le braccia; «come abbandonare una figliuola che piange?»

«Madre, — figlia, marito — ed amante... conservare tutto non puoi; — un cuore devi pur calpestare, un vincolo sciogliere... rompere un affetto... tra questi scegli: — io qui mi sto silenzioso ad aspettare la scelta.»

La donna, traboccando giù sopra la sedia, con voce cupa proferisce queste parole:

«Il mio cuore si rompe...»

La fantesca, la quale dai pianti e dai gridi aveva in parte argomentato il mistero, prorompe di repente nella cappella dicendo:

«Madonna! — messere Nicolò con molta accompagnatura di cavalieri viene su per le scale del palazzo.»

Maria dal nuovo pericolo commossa sorge, e guardando il Bandino, lo chiama con voce amorosa:

«Giovanni!»

Il Bandino con le mani sotto le ascelle rimane immobile senza darle risposta.

«Giovanni, per l'amore di Dio... nasconditi... parti...»

«Anzi starò: — egli mi deve la vita,»

«E i cavalieri che lo accompagnano?»

«Faranno testimonianza ch'io mi comporterò lealmente, quando, strappatogli il cuore, glielo batterò sulle guancie.»

«E poi chi ti salva della Quarantia e dal carnefice?»

«Questo!»

E le mostrò il pugnale.

«Oh Vergine! — E la mia fama, Giovanni!»

Intanto si ascolta lo strepito dei passi dei cavalieri e il rumore confuso delle voci gioiose. Il compagno del Bandino entra pur egli nella cappella e trema come uomo che si accosti alla sua ultima ora.

* * * * *

«Messeri, io vi accerto che voi non riuscirete: mi duole dirvelo, ma gitterete tempo e parole...» — così si udiva favellare Nicolò Benintendi, marito di Maria, dalla prossima sala.

«Con pace vostra, messere Nicolò, non vi abbiamo fede; — noi la sappiamo sopra ogni altra gentildonna della città nostra cortese, — nè vorrà negare alla sua amica la grazia di tenerle il pargolo al sacro fonte...»

E molte voci rispondevano: «No, certo; troppo grande villania sarebbe questa.»

Il Bandino, levati gli occhi al cielo in atto di minaccia, sospira profondo e favella:

«Ah! questa è la prima volta che deliberai nel mio pensiero la morte di un uomo e non lo uccisi; — cosa differita non va perduta.»

Così parlando insieme col compagno si ritrasse oltre i balaustri, ed abbassate le tende si nascose.

Entrano clamorosi nella cappella Nicolò Benintendi e i suoi compagni; loro apparisce davanti la povera Maria distesa sopra la terra, suffuso il volto del pallore della morte, per le tempie e pel corpo intrisa di sangue che le spicciava da un'ampia ferita fattasi cadendo nella testa: onde vinti da pietà e da terrore proruppero in altissimo grido.

Nicolò piegando le ginocchia a terra le toccò le tempie e i polsi, e li trovando freddi, senza palpito, rivolto ai cavalieri, non troppo sgomento, parlò:

«Signori, voi veniste per menare la mia donna al corteo di un battesimo, — ora io vi prego ad aiutarmi per associarla alla sepoltura.»

CAPITOLO DECIMOTERZO

L'ASSALTO NOTTURNO

Atti orrendi da dir colà giù dove Placido scorre il bel vostro Arno io vidi. Forse d'altro uom giammai non visti altrove.

ANNIB. BENTIVOGLIO. Sat.

Annibale Bentivoglio era soldato del papa e militava per lui contro Firenze. Io non so com'egli abbia potuto mettere in rima scelleraggini nefande dalle quali a pure pensare l'anima rifugge; e meco stesso dubitai se dovessi o no riferirle, parendomi che troppo grave offesa recassero alla natura umana ed alla dignità del libro: nondimeno mi sono deliberato raccontarne qualcheduna, affinchè i presenti vedano quanto si prolunghi la giornata di dolore che questa misera nostra patria travaglia e ne sentano pietà. Gli stupri, le violenze, le rapine, i santuarii rovesciati, le case arse; i campi, cura e diletto di pacifiche generazioni, devastati; le stragi medesime, come orrori consueti alla guerra, o non vorrebbonsi descrivere, o brevemente riferire per non mancare all'ufficio, ma gli strazi osceni erano tali da disgradarne quelli inventati dalla cupa immaginazione di Dante in pena dei commettitori di scandali nel suo terribile Inferno. Come i miseri contadini appiccassero agli alberi e quivi alle angoscie di una tormentosa agonia gli abbandonassero, nei precedenti capitoli fu scritto: però qui non restava la ferocia; spesso ti occorrevano corpi di appiccati aperti nel ventre e nel dorso da sconce ferite, e da quelle aperture rovesciarsi le viscere sanguinose; a quelli che trovavano portare vettovaglie a Firenze, sia che amore di guadagno o, come più spesso avveniva, di congiunti li conducesse, mozzata loro una gamba od ambedue, e le mani, gli lasciavano in mezzo della via; talvolta spiccata la testa dal busto, gliela legavano co' capelli della destra a guisa di lanterna, e il cadavere, così mutilato appoggiavano in piedi al tronco di un albero. Il Bentivoglio narra anche più osceno ed immane martirio, il quale, per non affaticare in tante miserie la mente, mi sia concesso riportare con le sue stesse parole:

Da otto (e che Spagnuoli eran mi avvidi Dal parlare e dal volto) un villanello Legato fu non senza amari gridi; Che, partito dal suo povero ostello, A vender biada e fieno iva a Fiorenza, Di ch'era carco un piccolo asinello. Quivi il misero fecer restar senza Membro viril, che gli tagliàr di botto Sordi a mille miei preghi in mia presenza. Nè sazi fur di quel martir quegli otto Ladri, del sangue italico sì ingordi, Che l'arser ancor tutto col pillotto.[174]

Queste cose si commettevano in nome dell'imperatore apostolico e del vicario di Cristo padre dei fedeli! Così, tra per la paura di siffatti supplizii, tra per la perdita che ogni giorno s'ingrandiva del contado, la penuria cominciava a farsi sentire in Firenze. Penuria sofferta senza mormorare dal popolo soltanto; perchè ai soldati provvedeva il comune, e i ricchi, come suole, trovavano pei loro denari, nonchè il bisognevole le delicature della vita. L'erario pubblico era stremo; i mezzi ordinarii e straordinarii non bastavano a riempirlo. Allora, non restando altro disegno per adunare pecunia, furono per partito della Signoria deputati Lionardo Bartolini e Simone Gondi, due del numero dei collegi, a cavare dalla sagrestia di Santa Reparata la mitra pontificale ricca di molte gioie, donata da papa Lione nel 1515 al collegio dei canonici. Però l'effetto non corrispose al desiderio, avvegnacchè non se ne potesse ritrarre più di scudi ottomila, e il simile avvenne della croce d'argento ch'era in San Giovanni[175]. Il Giovio e l'Ammirato si sbracciano a maladire questo atto come scelleratissimo ed empio: il Giovio fu vescovo di Nocera, l'Ammirato canonico, entrambi preti; se tali non erano, avrebbero certamente saputo che dove i cittadini mettono la vita, possono anche mettere le splendidezze non chieste e nè anche desiderate dal Dio che vietò di fare orazione nelle sinagoghe in mezzo alla moltitudine degli uomini[176]. Non fu cotesto savio intendimento di governo, dacchè, come dissi, l'effetto non corrispose, e il modo increbbe. E sì che avrebbero potuto imitare l'esempio recente di Maria Padilla, la quale, per sovvenire ai bisogni della lega santa per le libertà spagnuole, s'impadronì, nel 1522, dei tesori della cattedrale di Toledo; questa savia donna, volendo togliere l'apparenza di empietà a simile azione, con molta accompagnatura di uomini vestiti a lutto, lacrime ostentando e dolore, si recò alla chiesa, dove, implorato prima perdono, spogliò i santi dei magnifici loro ornamenti[177]. Cominciavano ancora i partiti a diventare più vivi, e il governo non ardiva tentare adesso quello che tempo addietro avrebbe dovuto o potuto eseguire. La fazione dei Medici, scorgendo che dalla prigione in fuori non correva altro pericolo, rialzava la testa moderata e lusingatrice; la gioventù nobile, cagione principalissima di quel mutamento, non le parendo si facesse nel nuovo stato quel conto di lei che le sembrava meritare, il governo riprendeva e attraversava. Francesco Carduccio sbagliò cammino e pagò caro l'errore; se per acquistare i beni della libertà avesse voluto adoperare la forza della tirannide, forse nè egli nè la patria perivano; preferì all'azione le pratiche; si confidò troppo nell'ingegno, che aveva prontissimo, nella facilità di persuadere e nella purità delle sue intenzioni: in somma, in tempo di passione, ebbe fede ai ragionamenti; i partiti gli si infuriarono tra le mani, derisero imperversati i suoi consigli, e quando volle costringerli col rigore, trovò il suo partito debole e l'istrumento capace adesso a generare la guerra civile, non già a percuotere qualche colpo vigoroso per cui lo stato continuasse a procedere spedito nelle sue vie. — San Giovanni ci ha dato il simbolo dello spirito rigeneratore nei rivolgimenti degli stati: ponetevelo bene nella mente; egli porta nella destra sette stelle di luce, e dalla bocca gli esce una spada acuta a due tagli[178]. Il Carduccio, soprafatto, ebbe a scendere dal grado supremo; i suoi medesimi amici lo videro cadere indifferenti, qualcheduno anche con compiacenza, essendo proprio a questa nostra umana natura che non tutte le gioie dell'amico ci rallegrino nè tutte le sue sventure ci turbino. E qui pure io riprendo il Carduccio, avvegnadio l'uomo, finchè si mantiene privato, faccia cosa piena di dignità a confidare nella fede soltanto e nell'amore altrui, — diventato poi rappresentante del destino del popolo, deve provvedere quanto gli fu largito per amore gli sia continuato per dovere. — Gli sostituirono Rafaello Girolami, tenerissimo della libertà; degli spedienti che conducono a conseguirla in tempi procellosi imperito o aborrente; barcheggiatore per pochezza di animo, che dai codardi e dagl'inetti viene chiamata prudenza: ragione principale della incapacità sua a cotesto ufficio fu l'essere reputato da tutti capace; i partigiani dei Medici approvarono in lui l'antico famigliare di papa Clemente; i nobili come nobilissimo gli dettero favore; i moderati sperarono, aiutandolo, avrebbe procurato convenevoli accordi; anco i superlativi lo accolsero bene, perchè solo tornò dei quattro ambasciatori spediti a Cesare quando egli era a Genova, e nella relazione che fece si mostrò animoso nell'avvilire lo esercito imperiale, — finalmente perchè lo splendore del suo lignaggio induceva il popolo, quasi suo malgrado, ad avergli rispetto. Vinsero al tempo stesso per amore del Carduccio una legge per la quale il gonfaloniere cessato doveva intervenire alle pratiche ed avere voce; cosa che, somministrandogli comodo di vedere il male, non partecipava del pari potenza ad emendarlo.

Nè in campo si viveva meglio che in città; quivi peste era e fame e penuria di tutte; le paghe nulle; i soldati ridotti a campare di rapina.

Nella tenda di Filiberto principe di Orange giocavano chi a dadi, chi a scacchi, giuochi, se la tradizione ci racconta il vero, trovati da Palamede all'assedio di Troia; i più a carte come le inventò il Grignoart, per trastullo all'imbecilità di Carlo VI re di Francia, o modificate a tarocchi, scoperta non invidiabile degl'ingegni fiorentini, i quali vollero significare nei re, nel diavolo, nel papa e nelle rimanenti figure scherno o ira contro le fazioni prevalse nel governo della Repubblica: carte e figure le quali adesso non rappresentano più nulla, tranne un consumo di tempo che, attesa l'erpete morale della presente società, non può riputarsi male impiegato per la ragione che diversamente si correrebbe rischio d'impiegarlo anche peggio.

Oh! no; una parola mi è sfuggita dai labbri che l'intelletto riprova. Invano cercheresti nel mondo cosa che più del giuoco tornasse funesta agli uomini. Egli conduce seco per mano la ignoranza, la miseria, la disperazione, — più tardi il delitto. Vi rammentate il dipinto del Pussino il quale rappresenta il Tempo che suona la danza alle Ore? Così il giuoco canta in disparte un canto satanico, per cui quelle quattro furie imperversano baccanti, calpestando il cuore dell'uomo. Il giuoco compone un gioiello prezioso della corona dei principi e della tiara del papa[179].

Giocavano: e quivi, come nei tempi andati e successivi, avresti potuto contemplare il riso ostentato di chi perdeva la sua ultima moneta, — riso che muove a compassione e spavento; — la tristezza finta di chi vince, — tristezza ch'eccita rabbia; — poi le mani trepidanti di tutti; del perditore per passione di sapersi spogliato, del vincitore per cupidigia di rapire l'ultimo soldo; — e gli occhi riarsi di cupa fiamma nel disperato, scintillanti di vivido splendore nel favorito dalla fortuna, e gli ammicchi, e le parole brevi susurrate dentro gli orecchi, e il furtivo stringersi delle mani. — L'osservatore sarebbesi soffermato a considerare sopra ogni altro il gruppo dei personaggi seduti intorno alla tavola del principe. Ella era molto miserabile cosa vedere le facoltà del corpo ed intellettuali di questo nobile guerriero assorte intieramente in certo giuoco da fanciulli, un giuoco di dadi che consisteva nell'indovinare il tratto, se pari o dispari; eppure simile passione infuriava nell'anima di lui coll'impeto dell'uragano: — stirpe germana, di cui gli antichi maggiori secondo quello che Tacito riferisce, comunque della libertà zelantissimi, non aborrivano giocarsi armi, consorte, caval di battaglia e la stessa libertà; la memoria paterna religiosamente egli amava, e non pertanto dove gli fosse comparsa al tavoliere, avrebbe giocato anche l'anima del padre.

[Illustrazione: «Pèntiti! — Se Giuda è tormentato settanta volte, tu lo sarai settanta volte sette...» _Cap. XI, pag. 380._]

La fortuna camminava contraria al principe, ed egli, come caduto in furore e matto, gittava pugni di monete d'oro sopra la tavola, le quali appena percotevano il tappeto sparivano. I vincitori, seguendo l'usato costume, davano a beccare alla putta, che in favella di giuocatori significava sottrarre con bel garbo il danaro che la vittoria accumulava davanti a loro, e ripostolo in tasca, davano a intendere che poco o nulla avessero guadagnato, sicchè avveniva che perdessero tutti, e, a crederli, si sarebbe pensato il demonio, nascosto sotto il tappeto, si dilettasse operare cotesta sparizione.

«Andiamo via!» esclamò il principe con voce cavernosa uscitagli dalla gola e non modulata dai labbri; «questi sono gli ultimi scudi ch'io abbia sulla persona.»

Don Ferrante Gonzaga gli rispondeva:

«Principe, così vi veggo costantemente sfortunato al giuoco che, se il proverbio italiano non falla, vorrei consigliare ogni gentiluomo a non vi lasciare corteggiare la sua dama.»

«Pel corpo dei re Magi di Colonia! io perdo al giuoco e non vinco in amore: qui non occorrono altre donne che villane, le quali saliscono alla mia tenda passando per tutti i gradi della milizia, dal fante fino al colonnello.... Inoltre, don Ferrante, come non ho voglia d'imitare nell'arme il degno nostro avversario signore Malatesta Baglioni, così intendo non imitarlo in amore, perchè.... Sta a me, porgetemi i dadi. — Pari! tentiamo se una volta indovino.... tre e tre sei.... ho indovinato!»

«Dispari!» replicò Baracone della Nava prendendo i dadi e li traendo a sua posta; «sei e cinque, — pace.»

«Al diavolo questi dadi! — Datemene altri... Pari!» e scaraventa il principe con ira i nuovi dadi sopra la tavola, i quali, poichè alquanto ebbero ruzzolato, si fermarono e mostrarono un cinque e un quattro. Allora torse lo sguardo al cielo, come se avesse voluto in cotesto sguardo comprendere tutte le bestemmie che la umana razza proferse da Adamo in poi contro il suo Creatore.

Baracone della Nava indovinò la vicenda dei dadi e vinse gli ultimi scudi del principe. Tolto fuori di sè, come per forza del soverchio vino, Filiberto, con voce che parve piuttosto muggito che suono umano, gridò:

«Franz!»

E il valetto, per lunga dimestichezza educato a conoscere che cosa quella voce significasse, non era anche morta su i labbri che silenzioso in atto di ossequio accorse al fianco del principe.

«Franz! va nella mia stanza da letto e recami lo stipo di acciaio che vedrai sulla tavola.»

Un uomo calvo e barbuto, vestito alla foggia dei Fiorentini, fu visto a siffatto comando trasalire, farsi bianco nel volto, — e questo uomo si chiamava Baccio Valori, commessario pel papa nel campo. — Accostandosi su i piè leggiero all'orecchio del principe, gli susurrò le seguenti parole:

«Quale intendimento sarebb'egli il vostro, principe?»

«Giocarmeli, commessario.»

«Lo pensereste voi? — Io vi consegnai ieri sera quei quattromila ducati, a stento raccolti per le paghe arretrate dell'esercito...»

«Ebbene, non vado io pure creditore di arretrati! Primo mihi; voi, che siete dottore, ditemi: non significano elleno queste parole latine prima tocca a me? bisogna dunque che paghi me, — e poi verranno gli altri.»

«Oh! se fosse qui il sommo pontefice?»

«Lo avrei caro, specialmente se si presentasse vestito dei suoi abiti ponteficali, imperciocchè allora potrei giocarmi anche le sue gioie, e quasi senza rimorso, dacchè il diamante comperato da quel fero vecchio di Giulio II, che il Cellino accomodò al bottone del piviale di Clemente fu già del mio cugino Carlo il Temerario, duca di Borgogna; — un ribaldo di Svizzero glielo tolse nella giornata di Grandson, dove rimase morto della morte dei valorosi. — Messer commessario, comechè il mondo vi reputi, e veramente siate uomo savio, udite un consiglio di cui farete vostro senno: — non vi avvisate mai toccare cane che rode nè giuocatore che perde.... A me, Franz! — Vuoi tu affrettarti, Franz? che Dio ti confonda!»

Baccio Valori trasse un grandissimo sospiro e susurrò sommesso: O papa Clemente, tu hai pensato un diavolo cacciasse l'altro, ma per questa volta temo forte non ti abbiano a cascare addosso tutti due.

Fu portato lo stipo, e caso fosse od industria di giocatore, la mano del principe tante volte vi attinse danaro che alla perfino si trovò vuoto; egli però come colui che nella febbre del giuoco aveva perduto il lume degli occhi, non si accorse della perdita enorme, se non quando, cacciandovi dentro la mano, le dita strisciarono sul fondo e non poterono raccogliere che alcune rare monete; allora con grido convulso esclamò:

«Per Dio, me gli avete finiti tutti!»

E lanciò su i circostanti uno sguardo tagliente quanto il filo della mannaia: poi dopo dette in altissimo scoppio di riso, che pareva gli si dovessero rompere le vene del cuore, e con voce più impetuosa soggiunse:

«Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo. — Io lo valuto dieci ducati d'oro del sole. — Come, non costa egli dieci ducati? Io intendo e voglio che costi dieci ducati. — Vorresti, morte di Dio! tribolarmi per un ducato, quando me ne hai vinto le migliaia?»

«Ma che ho io a farmi del vostro stipo, Filiberto?» rispose un giovine pallido, di capelli rossi, di sguardo falso, appellato Corrado Essio.

«Che cosa hai a fartene? Se fosse grande dieci braccia, potresti riporvi i tuoi peccati: — essendo breve, ci metterai il tuo cervello.»

«E' mi pare che possa avanzarne da metterci anche il vostro.»

«In fè di Dio hai ragione!»

«Ora via, facciamo come vi piace; — ecco i dieci ducati.»

Gittarono i dadi: il tratto tornò contrario all'Orange, il quale si morse le labbra fino a cavarne sangue, e nel tempo stesso alcune gocce di sangue furono vedute scendere di sotto la veste a bruttargli le calze, imperciocchè egli si fosse con la mano sinistra abbrancata forte la carne del petto e, sopra sè stesso sfogando la immensa sua rabbia, tacito tacito l'avesse in molto sconcia maniera lacerata.

«Io ho giocato lo stipo», riprese il capitano Essio, per cortesia e per farvi buon gioco; però non intendo privarvene, Filiberto, — anzi vi prego di tenerlo per amore mio.»

«Ahi! figlio di malvagia femmina! — lo stipo mi lasci? — Ho io forse bisogno de' tuoi stipi? Non so chi mi tenga dal rompertelo sopra la testa.»

E lo faceva, ma Giovanni Bandino lo tenne.

Giovanni Bandino se ne stette tutta la sera seduto a canto del principe; dal capo chino sul petto, dagli occhi chiusi si sarebbe creduto che dormisse, senonchè un braccio teso sopra la tavola e il pugno strettamente serrato dava a supporre l'occupasse qualche profonda meditazione. — Allo schiamazzo delle prime imprecazioni del principe alzò la testa e si pose a osservare, — segue con diligente sguardo le vicende del giuoco, e quanto più le vede tornare contrarie all'Orange, tanto più esulta: simile affetto dell'anima le sue labbra dimostrano con sorrisi brevi, sfuggiti dagli angoli estremi, — come faville suscitate dalla pietra percossa; la sua gioia lo tradiva giusto in quel punto in cui, gittate le braccia intorno alla persona dell'Orange, gl'impedì dare dello stipo in testa a Corrado Essio.

Questi, côlto il destro, fuggiva l'ira bestiale; e gli altri circostanti, prevalendosi della lotta tra il principe e il Bandino, il primo per isvincolarsi dalle braccia del secondo, il secondo per trattenerlo, si allontanarono. Quando il principe risensò, si rinvennero soli, allora Filiberto, profondamente avvilito, si lasciò cadere sopra una sedia, e la faccia nascondendo in ambe le mani, singhiozzò forte senza pianto e poi cominciò dolente:

«Cristo! ieri la mia fama era anche bella... gloriosa, — era splendida, — adesso poi chi vorrebbe la mia fama? — Fosse un mantello, lo rifiuterebbe il miserello ignudo in una notte di dicembre! — Sono diventato infame! — Domani verranno i soldati a domandarmi le paghe, ed io qual cosa risponderò loro? — Le ho giocate. — Noi abbandonammo le case lontane, parmi udirli dire, il sangue nostro vendemmo per mandare il soldo alla vecchia madre, onde avesse pane. — Ebbene, io ho giocato il sangue vostro... il pane della vostra madre... Tacete... o v'impongo silenzio facendovi stringere col capestro la gola.... Villani! ringraziate il cielo dell'onore che vi concedo di potere versare l'ignobile vostro sangue in vantaggio di Sua Maestà l'imperatore.... Ah! invano mi adopro a soffocare la coscienza cacciandole in gola il mio mantello di barone... la coscienza mi morde... m'infastidisce la vita.»

«La vostra tela non è anche ordita, o principe... fatevi animo....»

«Voi siete rimasto qui per godere della mia umiliazione... voi esultate della mia caduta... Italiano d'inferno, sgombra dalla mia presenza... va presto... va... altrimenti mi faccio micidiale del tuo sangue...»

«Io non ricusai i vostri conforti, ora abbiatevi i miei, e sappiate, principe, che io conosco una via per la quale non solo non perderete, ma accrescerete la reputazione da voi acquistata meritamente e mantenuta fin qui.»

«Davvero, Bandino? Oh! io ti saluterò angiolo mio custode, — non tanto per me, vedi, quanto per la nobile madre mia; ella morirebbe di dolore, se sospettasse un simile fatto..., ella scenderebbe nel sepolcro contristata. — Copritemi il volto del lenzuolo funerario, ond'io non veda il disdoro della mia famiglia, ella direbbe. — Or dunque parla, Bandino, ridammi la vita e più che la vita...»

«Bisogna dar l'assalto a Fiorenza.»

«E quando?»

«Tra due ore.»

«Tra due ore, Bandino?»

«Nulla manca. I Sanesi provvidero quattrocento scale per salire, i ferri e gli uomini per trucidarsi sono pronti.[180]»

«E a che mena l'assalto?»

«O voi espugnate la città, e allora avrete danaro più che non basta a soddisfare le paghe...»

«E se, come temo, non l'occupo?»

«Vi moriranno tutti o parte i creditori; e in ogni caso saranno tanto importuni di meno.»

«Giovanni Bandino, voi mi oltraggiate.»

«Dio me ne guardi! — le azioni meglio magnifiche che il mondo ammira trassero spesso principio da più ignobili cause: — ormai ho passato il mezzo della vita, nè già mi sono giocato gli anni, come voi i fiorini di papa Clemente; — conobbi i grandi dell'età nostra; — piuttosto che eroi davvero, mi parvero giocolieri di fama — e così penso che fosse la maggior parte degli antichi...»

«Ma la notte è troppo scura, e Dio manda giù acqua a bigonce... in qual modo si distingueranno le insegne? Come si ripareranno dal fango? I capitani biasimeranno questo mio ordine come pessimo accorgimento di guerra...»

«I capitani prima di tutto obbediranno, — e qui sta il meglio; — poi risponderemo loro essere capitani di vecchio stile: quanto più disagiato il tempo, tanto più verosimile si trovi sprovveduto il nemico; il certame a luogo e a giorno fissi occorrere nella tavola rotonda soltanto, e dal re Arturo in poi aver progredito l'arte militare: ancora, se, giusta il costume di Fiorenza, hanno le milizie nemiche festeggiato il presente giorno, come vigilia di San Martino, a quest'ora dormono sepolti nel vino: la pioggia stessa e la oscurità vi danno favore; a cagione della prima, la polvere bagnata non concederà si sparino le artiglierie; a cagione di questa, quando pure le potessero sparare, non saprebbero in che punto colpire... Sapienza militare; accorgimento astuto, amore di gloria — e sopratutto necessità di rifare i denari consigliano ad assalire Fiorenza tra due ore.

«Siete pure i cervelli sottili voi altri Fiorentini! — Fra due ore l'assalto: — è detto!»

* * * * *

Nell'intervallo dei vari impeti della bufera, tra un rovescio e l'altro della pioggia turbinosa, per le vie di Firenze si ode una voce orribile e dolente, come quella che a pari ora della notte suole gittare nelle ombre l'infelice travagliato dal male della licantropia.

E la voce gridava:

«La città dove il savio dorme e il pazzo veglia è derelitta da Dio. — Sciagurati! Avete chiusi gli occhi sotto cortine di seta, — domani vi sveglierete sotto una corda di canapa. — Alle mura! — alle mura! — i nemici prorompono.»

Dal paragone che fanno spontanee le fibre dell'uomo a grande agio disteso nel letto tra il suo stato presente e quello del misero raggrizzito dal freddo, — battuto dalla tempesta, nasce un godimento il quale si potrebbe molto acconciamente da qualche misantropo attribuire alla malignità insita nella nostra natura. Però chiunque udiva la voce si avviluppava più stretto nelle coltri, esclamando con compiacenza:

«Io sto meglio del Pieruccio!»

All'improvviso rimbomba un colpo d'artiglieria. Il nostro cittadino balza a sedere sul letto e tende l'orecchio, timoroso di non essersi ingannato. — Un altro colpo, — Ch'è questo? — Qual nuovo caso ci minaccia adesso? — Comincia la campana dei Signori, rispondono le campane di santa Reparata, — tutti i campanili della città suonano a stormo; le artiglierie spesseggiano i tiri. — Misericordia! questa è l'ultima notte della mia vita! — E il cittadino poc'anzi lieto delle tepide piume si gitta giù scalzo sul pavimento, apre le imposte e nudo si espone al gelato mordere dell'aria; ode un frastuono confuso di gente che corre e che grida, ma non gli riesce distinguere cosa che valga a toglierlo dall'ansietà. Si veste in fretta, cinge la spada e, nulla badando alla pioggia, al freddo, ai pericoli, precipita sulla pubblica via. — Vi furono padri di famiglia i quali, inteso il primo colpo di artiglieria, si tolsero pianamente dal lato alla moglie, sperando e pregando ch'ella pure dormisse; ma la consorte si sveglia e desta i figli, e con essi loro si pone traverso la porta, contendendo al marito l'uscita; i figli gli stringono le ginocchia, la moglie lo abbraccia su i fianchi; pianti e singulti che spezzano il cuore: «Oh! non uscire, perderai la vita.» — «Figliuoli miei» parla blando il buon cittadino, «mia dolce consorte, s'io pur rimango, il nemico espugnerà la terra, e me ucciderà con voi, — meritamente, — invendicato, perchè mancai alla patria: se mi lasciate correre alle difese, ributteremo i barbari... o in ogni caso non morirò senza vendetta... nè i vostri occhi saranno funestati dalla mia strage... Sgombratemi il passo, — tacete — e datemi l'arme.» — Tacquero — lo armarono, e quando fu partito ripresero il pianto con l'impeto del fiume che rotto l'argine straripa. Altrove la madre destò il figlio e lo spinse fuori delle domestiche mura: non mancarono donne le quali, mentite o non mentite le vesti, vollero a ogni costo uscire a combattere con gli amanti o mariti loro. E Benedetto Varchi racconta come, occorrendo anch'egli a fare il debito suo, incontrasse presso Santa Maria delle Grazie un popolano il quale traeva a gran furia seco un figliolino, ed avendogli domandato perchè così il menasse, n'ebbe in risposta: Voglio ch'egli o scampi o muoi meco per la libertà della patria[181], atto e parole degne piuttosto di paragonarsi alle antiche romane che anteporsi alle miserabili nostre moderne. Le ombre della notte furono vinte da quantità inestimabile di torce e lanternoni: accesero i cittadini chi due, chi quattro lumi, sicchè vi si vedeva come se fosse stato di bel giorno. Tutte le vie che menano alle porte et là d'Arno e i quattro ponti si empirono di genti volte a difendere quel lungo tratto di mura che da porta San Nicolò si prolunga fino a Porta San Friano. La milizia fiorentina comparve subito, in punto di ogni arme, quasi per incanto. Non che mostrassero sbigottimento, era in tutti un ardore, una esultanza non altrimenti che se andassero convitati al festino. Il signor Stefano Colonna, l'Arsoli, il Bichi, con altri capitani di conto e soldati vecchi, non capivano in sè dalla meraviglia; allora cominciarono a tenere non pure possibile, ma certo quello che spacciato credevano dianzi, voglio dire la salute della terra; tanta prontezza, così grande perizia avrebbe stupito in uomini per lunga disciplina esercitati nelle fatiche militari. Tanto può nei petti umani il vero amore della libertà! E quinci imparino a non disperare i presenti, imperciocchè se a Dio era concesso dire: Sia luce, e luce fu: alla libertà parimente fa data potenza per ordinare, allo schiavo: Diventa eroe; — ed in quel fango prenderà ad agitarsi un'anima sorella a quella del Ferruccio, o di qual altro capitano glorioso delle passate età o delle presenti. La pioggia e il freddo non si curavano. L'artiglieria fu posta al coperto e sfolgoreggiò di fronte e dai fianchi con incredibile celerità il nemico. Con urli che andarono al cielo, l'archibuso di Malatesta dal bastione di San Giorgio spararono due volte. Non avrebbero gl'imperiali trovato così gagliardo intoppo, se fossero stati attesi. Dall'altra parte i nemici si mostrarono degni della loro fama; appoggiate le scale ai bastioni, vi salivano silenziosi e guardinghi, sperando cogliere le guardie alla sprovvista, allorchè videro una molto strana figura, angelo o demonio che si fosse, volare sopra una di quelle, e giunto in cima ai bastioni urlare con gran voce:

«All'arme! all'arme! — il nemico appoggia le scale alle mura... Pieruccio le ha salite per darvene l'avviso.»

Un orlo di fuoco manifestò il contorno delle bastite di Firenze, le palle degli archibusi fioccarono spesse quanto la pioggia; gl'imperiali, disperati potersi più oltre nascondere, fatto buon viso alla fortuna, continuarono a salire, animosamente gridando: Sacco! palle! città presa!»

«Eretici senza fede! muggiva Lupo, udendo quel grido di sopra al suo campanile, città presa! Almeno aspettate a dirlo quando porrete il piede su la piazza dei Signori; mentre si allestisce la festa, io vi mando la treggea.» — E qui, toccati i sagri con la corda accesa, lanciarono un nuvolo di schegge mortalissime contro il fianco degli assalitori.

Comechè il danno che usciva da coteste scariche fosse notabile, pure a Lupo non pareva di fare frutto conforme ai suoi desiderii: in quei tempi, non conoscendosi il modo di caricare i cannoni a metraglia secondo i nostri moderni argomenti, vi ponevano dentro certi sacchetti pieni di vetri rotti, di pietra, di ferro e simili altre sostanze; onde avveniva che cotesti volumi poco tratto passassero e, di leggeri sciogliendosi, quasi morta spandessero la contenuta materia.

«Per San Giovanni Battista! stanotte abbiamo a crepare insieme», brontola Lupo percotendo forte della mano sui sagri, e prende doppia carica di polvere, poi mette la palla di pietra, dopo la palla il sacchetto delle schegge: certo, egli corre presentissimo pericolo che i sagri dirompendosi in pezzi non lacerino lui e due uomini attenti ad aiutarlo; ma veruno di loro vi bada, e caricano e scaricano, le artiglierie con tanto mirabile prestezza che Lupo alla fine, palpandole con la mano quasi in atto carezzevole, ebbe a dire:

«Hanno predicato assai; adesso bisogna rinfrescarle. — E fattasi portare una bigoncia di acqua, procurava freddarle; poi si rimise all'opera più affaccendato di prima.

Gli Orangiani, quantunque per continue perdite si vedessero scemi, non rimettevano punto dell'ostinatezza di volere espugnare la città: pareva loro, ed era troppo grande vergogna, che, vincitori in mille scontri di milizie vecchie, dovessero ora voltare le spalle dinnanzi ad una mano di uomini pur testè intenti ai fondachi e alle arti della seta e della lana; ormai non isperavano più di vincere, ma prima di ritirarsi desideravano o vendicare la morte di qualche compagno, o di alcuno bel fatto onorarsi. Per questa volta la fortuna era disposta a camminare del tutto loro contraria. Un alfiere d'incredibile ardire e di singolare prestanza si vantò tra i suoi voler porre in cotesta notte la bandiera su le mura di Firenze o morire; per esser più spedito, non tolse altra armatura che la barbuta e la rotella, già, perigliando su l'aereo cammino, perviene al margine estremo del bastione, lo tocca, e spiccato un salto, lo preme: alza il braccio per piantare la bandiera, apparecchia nei capaci visceri il grido annunziatore del vanto adempito agli amici, quando ecco giungere tempestando a quella volta Dante da Castiglione; egli, secondo l'usanza sua antica, con ambe le mani stringe la spada, e allorchè il barbaro meno se lo aspetta, acconsentendo della persona, con tale smisurata forza gli abbriva un manrovescio che gli spicca la testa dal busto e taglia parte della bandiera; la testa e la bandiera cascarono rotolando in città, il busto mutilato, con le mani prosciolte, sgorgando delle vene recise un torrente di sangue, rovinò lungo le mal salite scale; in quel punto alcuni archibusieri fanno fuoco, e la luce che n'esce rischiara l'orrendo spettacolo. L'una parte e l'altra prorompono in gridi di spavento; — un istante si posano, — quindi ritornano ad affrontarsi molto più feroci di prima.

Un altro bel colpo fece il capitano Ferruccio; questi scorrendo di su e di giù con in mano un'accètta per tenere sgombro quel tratto di muro che egli guardava, vide sporgere il capo di un cavaliere, poi le spalle, poi ambedue le braccia, e stenderle e forte abbrancare la muraglia: «Frate, troppo pronte avesti le mani», disse il Ferruccio, e giù calando l'accètta, gliele recide fino alla giuntura; traendo costui doloroso guaio, il corpo abbandonato precipita sopra il capo degli amici sorvegnenti. — Ancora uno dei nostri si strinse in lotta su l'orlo del muro con certo soldato spagnuolo: il Fiorentino s'ingegnò traboccare l'avversario fuori delle mura; per lo contrario lo Spagnuolo tenta spingere il marzocchesco giù nella città; adopra ognuno l'estremo di sua possa; non pretermisero sforzo che l'uno all'altro potesse rendere superiore; si urtarono con la fronte, si offesero co' morsi; il Fiorentino colto il destro, pone al nemico la gamba traverso, e questi, squilibrato, rovescia: però cadendo, sì forte si appiglia alla vita del nostro che entrambi in un fascio scompaiono dai muri. Il caso ordinò che lo Spagnuolo, percotendo con le spalle sul terreno, rimanesse morto; il Fiorentino, dallo sbalordimento in fuori, non rilevò altro male, sicchè mentre tuttora i compagni si addoloravano sopra la sorte di lui, lo videro ricomparire in mezzo a loro, molto raccomandandosi che, scambiatolo per nemico, non lo uccidessero. Troppo sarebbe lungo e per me e per chi legge sazievole raccontare partitamente le strane venture di guerra che in quella notte successero. Stefano Colonna con buono intendimento si pose in disparte con quattro fra le migliori compagnie della milizia, e dovunque il bisogno vedeva maggiore di aiuto, mandava una o due compagnie, le quali giungendo fresche, ributtavano ferocemente il nemico. Filiberto, sconfortato da tante morti ordinò si ritirassero le schiere, guardando prima di portar seco i cadaveri dei compagni, affinchè i nemici, contemplata la mattina la strage, non avessero motivo di andare baldanzosi; e così, come ordinava fu fatto, tornandosi tristi là donde poc'anzi con tanta audacia d'orgoglio si erano dipartiti e maledicendo di cuor loro il misterioso signore, il quale, pochi anni avanti, gli aveva spinti ad incontrare morti e ferite contro un papa, a favore di cui mandavali adesso ad esporre la vita. Grange, camminando verso la tenda, si volse dintorno a sè, e scorgendosi prossimo il Bandino, gli disse in suono turbato:

«Or che cosa abbiamo guadagnato noi dal vostro consiglio, messer Bandino?»

«Parmi moltissimo.»

«E come?»

«Prima di tutto ci ha guadagnato il paradiso (ma questo, credo, meno di ogni altro), perchè se alcuna anima buona viveva tra noi, sciolta stanotte dai legami terreni, se ne andò diritta diritta alle dimore celesti.»

«Tregua ai motteggi... noi camminiamo sul sangue.»

«Con buona licenza vostra, messere lo principe, lasciatemi proseguire; in secondo luogo, più del paradiso per le allegate cagioni guadagnava l'inferno; — sopra tutti avete guadagnato voi, principe.»

«Io? tu mi deridi?»

«Dico da senno io; non sapete voi che il capitano Corrado Essio, venuto a morte, vi ha istituito erede d'ogni sua facoltà?»

«Corrado è morto? Ahi! mio buono, mio leale amico, io ne terrò il cuore afflitto fino...»

«A domani.»

«Dimmi, Italiano, in nome del tuo Dio, già non lo avresti tu ucciso nella notte... alle spalle... Italiano?»

«Gli assassini ci vengono di Spagna, messere lo principe. Corrado Essio lasciò le braccia recise sopra i bastoni di Fiorenza, — l'anima a cui di ragione, — li denari a voi.... onde potete dormire tranquillo la rimanente notte.»

«Oh! Chi sa domani con quanto biasimo riprenderanno la mia fama...?»

«Domani i soldati pagati vi leveranno a cielo.»

«Ma i morti..., Bandino..., i morti?...»

«Se fanno rumore, chiamatemi, — io saprò costringerli al silenzio. Su via state di buon animo; — voi mi parete fanciullo. Ch'è che dice il Vangelo? Due passeri non si vendono eglino un quattrino? Pur nondimeno l'uno di essi non può cadere in terra senza il volere di Dio[182]. Però concludo che i morti avevano a morire.»

«Sta bene: — anche sventura a qualche cosa è buona. Dio vi tenga in guardia, Bandino.»

Il Bandino, rimasto solo, stese la mano in atto di minaccia dalla parte ove giace Firenze ed esclamò:

«Quanto mi tarda la vendetta! — Pur quando dovessi rimanermi solo ad oste contro di te, Fiorenza, o per forza o per tradimento vedrai il tuo giorno finale.»

CAPITOLO DECIMOQUARTO

IL MORTICINO DEGLI ANTINORI

Ma già distendon l'ombre orrido velo Che di rossi vapor si sparge e tigne; La terra, invece del notturno gelo, Bagnan rugiade tepide e sanguigne. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Per sì profondo orror verso le tende Degl'inimici il fier soldan cammina.

TORQUATO TASSO.

Mostrandosi co' gesti e nel sembiante acceso di furiosissimo sdegno, si affretta Malatesta Baglioni a salire le scale del palazzo della Signoria; impedito però dal grave morbo che gli teneva attrappite le membra, egli offriva spettacolo di sè a un tempo stesso burlevole e pietoso d'ira e d'impotenza: appena era giunto con isforzo faticoso al sommo della prima scala, lo sovvenendo di appoggio Cencio Guercio; — senza di lui sarebbe per certo caduto a mezzo.

Dante da Castiglione seguitato dal Morticino degli Antinori traversano ratti il cortile del palazzo: il primo ha in mano una bandiera imperiale mozza della picca e insanguinata; l'altro porta anch'egli un involto sordido di sangue. Dante, poderoso di membra, si caccia su per la scala montando a quattro a quattro i gradini; il Morticino, di persona breve, uguaglia con la speditezza dei moti il suo gigantesco compagno, sicchè, o preoccupati non vedendo, o spregiatori non badando Malatesta, passano oltre pronti e fugaci, quasi apparizione di forza e di agilità. L'ossequio mancato non fu ciò che increbbe al Malatesta; gli morse il cuore la invidia quando notò i muscoli stupendi e le forme statuarie del corpo del Castiglione. Proruppe in cotale un suono di gola simile a quello che la volpe fa quando schiattisce, ed una crispazione nervosa gli abbrividì il corpo intero.

Cencio, che ai giorni nostri potrebbe chiamarsi il suo Mefistofele, uso, per la pratica grande che ne avea, a conoscere dai moti più lievi l'intimo pensiero di lui, con motteggio beffardo e voce lenta gli disse:

«Perchè desolarvi? ai casi nostri omai non abbisognano più le facoltà del soldato...»

«Ah! finchè fui della persona gagliardo», rispose Malatesta, «non seppi volgere l'anima a tristizia.»

E diceva bene: così poi questo apparisce vero, che, quante volte alle donne piglia il talento di farsi scellerate, assai più le proviamo malvage degli uomini facinorosi; colpa la debolezza. Nerone era vile.

Giunto nella stanza dei Signori, Malatesta quasi garrendo incominciò:

«Vicende gravi succedono in Fiorenza, ed io ne aspetto invano ragguaglio! — Si dà fuoco a tutte le artiglierie, e da me non parte ordine alcuno! — Si provoca il nemico, s'ingaggia battaglia, e non si avverte Malatesta Baglioni! — Magnifici Signori, sono il vostro capitano generale, o che sono io? Molti obblighi mi stringono a voi: qualcheduno però anche voi a me; altrimenti parrebbe molto più onorevole cosa alla reputazione mia e molto più conveniente alla fama di saviezza che di voi suona nel mondo mi ritiraste la dignità la quale poc'anzi con tanta benevoglienza voleste conferirmi; certo voi voleste, o messeri, esaltarmi, non vituperarmi per le terre d'Italia...»

«Messere Malatesta», riprese il Castiglione, «e' par che voi ignoriate come gli assaliti fummo noi; e voi intendete che se prima di ributtare l'assalto avessimo dovuto impetrare la licenza vostra o d'altrui, a quest'ora i nemici terrebbero questo nostro palazzo.»

«Voi non dite il vero, messer Castiglione: i nemici erano provocati; le nostre artiglierie spararono prime contro il campo imperiale.»

«Signor Baglione, qual conto facciate voi della parola d'un gentiluomo a Perugia io non so; ma voi è ben che sappiate, i gentiluomini a Fiorenza non aver mestieri di sacramento per essere creduti. — Guardate mo' vi par ella questa una bandiera imperiale? Cadde dalle mani di uno degli assalitori venuto sopra i bastioni in città.»

«Chi ve l'ha data, messere?»

«Ma... la tolsi io medesimo di mano al bandieraio...»

«E con la insegna gli tolse ancora un'altra cosa,... guardate!.... la testa....»

E sviluppato dall'involto un capo reciso, il Morticino degli Antinori lo lascia cadere in mezzo della sala.

«Morte di Dio» strilla il Baglioni ritirando precipitoso i piedi a sè per timore non gli s'imbrattassero di sangue: «togliete via quella testa... toglietela via. — Cencio, chiudile gli occhi! — fa che non mi guardi; — non la ravvisi, Cencio? Ella è la testa di Giorgio da Gioiella, il nostro antico compagno di arme nelle guerre di Lombardia... Ahi sciagurato Giorgio! — Magnifici Signori», riprese quindi non senza dignità, «destino del soldato è morire in battaglia; mi dolgo dell'antico commilitone, non del suo fine: ciò poi di cui massimamente mi dolgo si è questo, che non avrei mai creduto si traessero a vituperio le reliquie del soldato in tale città che sopra ogni altra d'Italia si vanta gentile; no, io non mi sarei aspettato a vedere rotolare sul pavimento della sala dei Signori e alla presenza vostra il capo reciso di un soldato caduto da valoroso.»

Dante si volse con acerbo piglio al Morticino e sì lo garrisce:

«Antinori, vi aveva pur detto lasciaste quel capo onde cristianamente lo seppellissero: Dio si ha per male che l'uomo abusi della vittoria.»

«Per me non so bene se più mi giunga gradita la vista del nemico spento, o la faccia della donna mia; e non leggermente ho creduto che l'animo di questi eccelsi Signori avrebbe preso maraviglioso diletto a contemplare la testa di chi primo osò violare le mura di Fiorenza.»

Francesco Carducci, il quale per la morte di Alessio Baldovinetti era stato eletto de' Dieci di libertà e pace, ed oltre a questo teneva l'ufficio di commissario sopra la guerra, non si dipartiva più di palazzo disperando e nondimeno affaticandosi alla salute della patria: però, trovandosi presente a cotesto caso, aveva da prudente ed acuto osservatore atteso fino a quel punto senza proferire parola ai detti e ai gesti nei diversi personaggi; allora con grave contegno, chiamato un mazziere, ordinò:

«Fa di portare cotesto capo tronco al cappellano, e impongli da parte dei Dieci lo seppellisca in sacrato; poi manda, o torna a nettare il pavimento.»

L'Antinori ravvisò in coteste parole una rampogna al suo operato, e ne sentì acerbo rammarico; amico o avverso al Castiglione, quantunque volte veniva a paragone con lui ne disgradava la fama: gli si accosta per tanto e con motteggio maligno gli susurra all'orecchio:

«Dante mio, voi mi sapete di frate un giorno più dell'altro: — io v'indetto fin d'ora per mio confessore quando vestirete la cocolla.»

«Morticino, accogli in seno un poco di carità patria: vesti l'anima tua di virtù vera, e non abbisognerai di confessore; — perchè molto più che confessore valente giova non aver peccati a confessare.»

L'Antinori alzò cruccioso le spalle e si trasse in disparte. Dante, volgendo la favella al gonfaloniere, a' Priori, ai Dieci, per cagione del sonno interrotto e dalla strana scena avvenuta sotto i loro occhi non bene ancora memori di sè, e sopra gli altri intendendo col guardo nel Carduccio, il quale vegliava per tutti, soggiunse:

«La milizia fiorentina in mio nome vi prega, magnifici Signori, affinchè voi siate contenti di lasciarle aprire le porte per visitare a sua posta il campo imperiale.»

«Signori», interruppe il Malatesta, «in verità questi giovani non sanno quello che si facciano; soldati da ieri, presumono oggi affrontarsi con milizie vecchie, use agli scontri più fieri di guerra..., nè solo affrontarsi con esse elleno ardiscono, sibbene assalirle nel campo per arte munitissimo, difeso da numerose artiglierie. Lodo l'animo pronto; soldato antico, mi piace la militare baldanza... pure, nella mia qualità di capitano generale, e voi, messeri, come difenditori di questa amatissima patria, dobbiamo frenare un moto il quale comechè generoso potrebbe partorire perniciosissimi effetti.»

«Signor Baglione, ogni uomo a cui non tremi il cuore di dentro, chiunque, come i miei compagni e me, ha disposto, innanzi che volgere le spalle, morire, fu soldato dal primo giorno che nacque.»

«Io non lo dico per voi, messer Castiglione; — ma gli altri non vi assomiglieranno.»

«Piacesse a Dio ch'io mi assomigliassi a loro! — sappiate, signore, essere eglino molto migliori di me.»

«Sia; però pensate allo svantaggio: il nemico si difenderà dietro ai bastioni.»

«Nè occasione più vantaggiosa di questa ci può apprestare la fortuna, ora che il nemico si è ritirato stanco, lacero, avvilito, e non si aspetta l'offesa.»

«Presumereste voi forse sforzare il campo?»

«Non presumo, — spero.»

«E se vi respingono?»

«Saremo pari.»

«Lasciateli stare, — a nemico che fugge ponte d'oro.»

«Ditemi questo allorquando ripasseranno gli Appennini, e vi darò ragione; ora non fuggono, — rifanno le forze,»

Il Carduccio intanto si era ristretto a consulta co' reggitori e loro esponeva con piana favella certi suoi disegni, i quali per certo incontravano favore, imperciocchè tutti assentivano con la voce e col cenno. All'improvviso, egli indirizzandosi al Castiglione, risponde:

«Il magnifico gonfaloniere, i Signori e i Dieci ringraziano la milizia della sua buona intenzione; approvano il disegno e desiderano che Dio l'accompagni, siccome l'accompagnano essi con ogni lor voto.»

«Signori», strilla il Malatesta, «voi intendete di cose militari nulla; — io non approvo la sortita; — non la posso approvare.»

«Ci duole non poter conseguire l'assenso vostro; — voi non correte in siffatta deliberazione alcun rischio, tale essendo la volontà nostra.»

«Volontà! L'ufficio e la coscienza di buon generale m'impongono oppormi con tutte le mie forze a tale rovinoso partito; anch'io amo questa terra...»

«Amateci meno ed obbedite di più», interruppe, Andreuolo Nicolini, une dei Dieci.

«Opporvi ai comandamenti della Signoria? messer Malatesta, sareste per avventura ebbro?» soggiunse il gonfaloniere Girolami.

«Oh! no, Signori», crollando il capo riprese a dire il Carduccio; — «messere Baglione non sa quello sappiamo noi, — e lo muove studio di bene: — credetelo.... io lo conosco: solo mi concediate favellargli due parole in segreto, lo renderò partitamente capace di tutto.»

«Accomodatevi a vostro agio, messer Carduccio», risposero il gonfaloniere e alcuni dei Signori.

Allora messere Francesco, tolto un doppiere, si volse al Malatesta parlando:

«Signor capitano, favorite seguirmi.»

Malatesta ondeggiava se dovesse andare o rimanere; da una parte la prudenza lo tratteneva, dall'altra l'animo superbo non gli consentiva mostrare viltà: tenne una via di mezzo, — fece cenno a Cencio lo seguitasse ed andò. Cencio, non volesse, o non capisse, o per sè temesse, non mutò passo e stette fermo al suo posto.

Il Carduccio traversò alcune stanze, e giunto in un corridore si fermò davanti a certa finestra che riesce sul cortile che fu poi della dogana, e posto il doppiere tra la faccia del Malatesta e la sua, così lo interrogò:

«Ditemi, messer Baglioni, udiste voi mai rammentare il capitano Baldaccio dell'Anguillara?»

«Cencio! — Cencio! — dove sei?»

«Tacete; — qui non vi si vuole far alcun male. Non temete: — se il vostro giorno fosse arrivato, di piccolo soccorso vi sarebbe quel vostro servitore.»

«E chi vi ha detto che abbia paura io? Chiamava Cencio per appoggiarmi al suo braccio: — mi sento stanco...»

«Appoggiatevi sul mio. Dunque, rispondetemi, udiste mai favellare di Baldaccio Conte dell'Anguillara?»

«Io? — Mai.»

«Baldaccio fu capitano ai suoi tempi prestantissimo; venuto in sospetto di macchinare cose contrarie alla Repubblica nostra, era chiamato in palazzo... in questo corridore trafitto... e giù da questa finestra precipitato.»

Malatesta rabbrividì; pure mantenne fermo viso e, sforzandosi di far bocca da ridere, soggiunse:

«Voi siete un terribile persuasore, messer Carduccio; dubitereste voi forse della mia fede?»

«Se ne dubitassi, vi avrei narrata la storia di Baldaccio? Non dubito, ma vigilo...: ed una volta per sempre sappiate che in Fiorenza comandano il gonfaloniere e gli altri magistrati eletti dal consiglio. Ora torniamo nella sala della consulta.»

[Illustrazione: Soprastà alquanto senza punto rimuovere lo sguardo della donna,.... Cap. XII, pag. 294.]

E quivi pervenuti, il Carduccio, riponendo il doppiere sopra la tavola, disse con ammirabile pacatezza:

«Le ragioni addotte al magnifico messere capitano generale lo hanno persuaso; ogni difficoltà pertanto è rimossa. Messer Dante, vi sarebbe per avventura occorso in questa notte il capitano Ferruccio?»

«Messere, dove si presenta pericolo a correre o gloria a conquistare, quivi sempre troverete il buon Francesco; egli combatteva tra i primi; adesso si trattiene ai bastioni di San Piero Gattolino aspettando la risposta della Signoria.»

«Messer segretario», impose il Carduccio a Donato Giannotti, «andate per la vostra commessione.»

Il Giannotti senza porre tempo tra mezzo, tutto lieto fra sè, come quello che amicissimo era del Ferruccio, salutati gli astanti, partiva.

* * * * *

Salite ch'ebbero le mule loro Malatesta e Cencio, questi si volse più fiate a guardare il palazzo della Signoria, e le mani si ponendo su pel volto verso le tempie, si tentennava la testa.

«Che cosa è quello che tu hai Cencio?»

«E' mi tasto il capo; mi pare impossibile che mi sia rimasto attaccato al collo.»

«Tu dici vero! — la gru è uscita di bocca al lupo; provvederemo in séguito a non lasciarci prendere alla tagliuola: oramai questo palazzo ci accoglierà sotto ben altro aspetto. Per Dio, è tempo che questi trecconi scontino le minaccie adoperate contro di me...»

«Signor Malatesta, è tempo di far senno davvero; perchè, vedete, la testa la si perde una volta sola.»

* * * * *

«Capitano Francesco!» chiamava a voce alta Donato Giannotti tale che così al barlume gli era parso il Ferruccio, nè s'ingannò; ond'egli pronto rispose:

«Chi mi vuole?»

«Dalla parte dei signori Dieci di pace e libertà, ho qui ordini importantissimi a parteciparvi.»

«Parlate: — vi ascolto.»

«E' sono scritti nella lettera di commessione; — se mi accompagnate qui oltre soltanto il canto, troveremo una immagine di Madonna e al chiarore della lampada che le arde dinanzi leggeremo le istruzioni.»

«Sì, bene; — andiamo.»

Giunti al luogo designato, il Giannotto si fece sotto la tettoia, e tolta la lampada dalla lanterna dette comodo al Ferruccio di leggere; questi, rotto il suggello, conobbe la commessione essere del seguente tenore:

«Francesco, tu prenderai teco tra scoppiettieri e fanti di ordinanza quattrocento, terrai ancora cento cavalleggeri e te ne andrai in Empoli; avrai nome e possanza di commessario generale, e troverai qui dentro lettera pel potestà, Albertaccio Guasconi, con la quale gli si comanda lasciarti fare e non impacciarsi ne' casi della guerra; tu attenderai a tenere sgombre le strade, a munire la terra e mantenerla nella devozione della Repubblica; userai eziandio massima diligenza a provvedere la città nostra di vettovaglie e munizioni da guerra; ci terrai ragguagliati degli accidenti che accadono in giornata, ed eseguirai la commessione che affidiamo alla tua prudenza, con quei termini che sul fatto ti pareranno migliori. Ex palatio florentino Decemviri libertatis et baliæ Reipub. Flor.»

«Messer Donato», prosegue il Ferruccio, «direte ai signori Dieci che non mancheremo alla fede la quale hanno riposta in noi, e tra poco, speriamo, udranno novelle di cui Fiorenza si torrà contenta.»

«Commessario», riprese il Giannotti, «voi salutano i popoli Gedeone; in voi hanno riposto ogni fidanza di salvezza: il paese è desolato, le nostre terre consuma il fuoco, i forestieri divorano nel cospetto nostro le nostre facoltà, — ma che cosa ha promesso il Signore? V'è un giorno contro ogni superbo; chi piange sarà consolato, l'oppressore oppresso; — farò splendere la luce a quelli che abitavano nell'ombra della morte.»

«La bandiera di Dio», si udì una voce solenne senza potere distinguere da cui muovesse, «era innalzata sopra un monte altissimo da mano forte invano; pochi la guardarono e tosto si chinarono alla terra dell'angoscia e della caligine. — Tu sei stata recisa, come frutto immaturo, dall'albero della vita; — o stella mattutina, o figlia dell'aurora, o giglio d'Italia, dov'è l'antica tua gloria? — L'inferno stesso sente pietà di te; tu posi sopra un guanciale di vermi; i lombrici hanno posto il nido dentro alle tue chiome, ma tu starai in testimonio di grandezza tra i posteri: il sepolcro dilaterà indarno la sua bocca; — egli non potrà contenerti intera; il magnanimo non si consuma, ma scomparisce, quasi fiamma spenta per forza.»

«Egli è Pieruccio che passa», bisbigliò Vico, compagno inseparabile del Ferruccio.

Un soffio di vento gagliardo spense in questo punto la lampada; rimasero tutti sepolti nella oscurità.

«Il magnanimo non si consuma», ripeteva il Pieruccio da lontano, «ma scomparisce come fiamma spenta per forza.»

Il commessario, quantunque prode uomo fosse di guerra e di animo saldo, rimase non pertanto percosso dalle parole e del caso; stette alcun poco pensoso, poi all'improvviso proruppe:

«Sia; purchè la fiamma si spenga quando sorga l'alba di un giorno più felice alla umanità. — Or dunque, Vico, va in mio nome ai quartieri e scegli i fanti: adesso giova rammentarti gl'insegnamenti del padre tuo; sia la tua scelta, o, com'egli dice, il deletto[183], di volontarii spediti e gagliardi; io apparecchierò i cavalleggeri e i capitani; tra mezza ora ti attendo alla Porta San Friano...»

«Mezza ora!»

«Ci prevarremo del tumulto della sortita...»

«Appunto», notò il Giannotti, «io penso i Dieci l'ordinassero per questo: troppo essi intendono l'arte di guerra per credere di espugnare il campo senza uno sforzo di tutte le milizie.»

«Mezza ora!» riprese Vico in suono di voce dolorosa; e il Ferruccio, che ben si accorse donde quei mesti accenti movessero, concitato ad ira, esclamò:

«Possa il padre cacciare dalle sue case come concepito di adulterio, possa la donna amata rifiutare come infame colui che nei bisogni della sua patria ad altra cosa pensò che non fosse la patria.... Andate, Ludovico Machiavelli, in meno di mezza ora vi aspetto alla Porta di San Friano.»

Stordito per coteste parole, che gli parvero una maledizione, Vico un sospiro dette alla sua Annalena, — un solo sospiro; poi si chiuse ben dentro al cuore il suo affetto ed attese ai doveri severi del cittadino di libera città minacciata dalla tirannide.

Si aprirono le porte tutte delle mura di Oltrarno, tranne quella di San Friano. La maggior parte della milizia fiorentina esce ordinata e guardinga: alcuni soldati di condotta, ma pochi, la seguirono per farle spalle; le artiglierie cessarono di fulminare fuoco; il cielo non versa più acqua, non pertanto sta sopra la terra nero e pauroso, come se Dio non vi avesse ancora sospesi la gloria del sole, o lo splendere delle stelle. A mano a mano che escono fuori della porta, i soldati si dilatano, dai fianchi distendendosi in lunga fila: dietro ordinava il signore Stefano alcuni squadroni staccati, gli uni dagli altri per buon tratto divisi, affinchè accorressero pronti a sovvenire dove il caso lo dimandava; ordinamento per l'offesa conforme a quello che adoperò nella difesa. Giunti che furono i nostri su quella parte di terreno che comincia a salire intorno a Firenze, Dante da Castiglione, il quale camminava nelle prime schiere, sente all'improvviso stringersi il braccio.

«Vóltati», gli favella il Pieruccio, «vedi quella fiamma sopra la cupola di Santa Maria del Fiore?»

«La vedo.»

«Da quella fiamma nasce l'incendio che arderà la patria; il tradimento l'accese; noi miseri! il tradimento ci è come un tarlo nell'ossa...»

«E i traditori?»

«Io veglio, — gli saprai più tardi.»

«Ma tu, Pieruccio», interrogò Ludovico Martelli, che armato di tutte armi procede al fianco del Castiglione, «perchè ti avvolgi senza riparo in questi scontri perigliosi? Perchè nel giorno non ti mostri per le vie di Fiorenza?»

«Se io mi mostrassi di giorno nella patria che amo pur tanto, i miei fratelli mi ucciderebbero, e il mio sangue sparso, senzachè io giungessi a impedirlo, potrebbe chiedere vendetta all'Eterno: mi aggiro pel campo in traccia della morte, — io la cerco come la dama dei miei pensieri, — ed ella, superba più della bella dama, disdegna i voti del Pieruccio: anche l'avello mi rifiuta, — povero Pieruccio! — Ma quando avrò toccato il porto del sepolcro... Dio mi getterà su le spalle un manto di stelle... mi scalderà il cuore ghiacciato col suo alito... mi ridarà il senno, ed io potrò argomentare co' sapienti del cielo; — ben venga dunque la morte! — il tradimento partorisce il suo frutto; il nemico vi aspetta.»

E Pieruccio diceva il vero. Firenze conteneva in sè una perfida stirpe di parricidi i quali avvisavano nel giorno i nemici con fumate, la notte con fiamme; ed era il fuoco veduto un segnale per cui gli Orangiani apparecchiati alle estreme difese stavano di piè fermo ad aspettare l'assalto.

I nostri, insufficienti per numero, considerando tanto sforzo di guerra per la parte avversaria, malgrado l'ardore dei più giovani, pensavano a ritirarsi: Stefano Colonna prudentissimo capitano avrebbe immediatamente ordinato dar volta, se dalla singolarità del caso non fosse stato costretto a camminare in ogni modo all'assalto; qualunque fosse l'esito, del rimanersi era maggior danno il ritirarsi; in breve si farà manifesto il consiglio di lui. Cominciarono gli spari dalla lontana; se non che ai nostri rincrescendo quel modo di guerra, messa mano alla daga si stringono in più sanguinosa mischia: grande l'impeto dei nostri, la costanza dei nemici pari; avvantaggiati questi dal terreno e inanimati dai capitani, facevano buona prova; quelli poi, urlate o rotte le prime schiere, ne rinvenivano dietro altre migliori; era un muro di ferro. Intanto sorgeva terribile dintorno il palpitare, il gemere, l'imprecare e lo scontro delle armi micidiali: la morte mieteva come sopra un campo di biada. Quanti, o quali furono i morti? Chi è che lo sa? Il tempo consumò ogni memoria di secoli remotissimi, e sole ci avanzano, in testimonio di coloro che vissero, le ossa insepolte. Avevano quei defunti figli, madri, od amanti? — lacrimati scomparvero dalla terra? — l'anima loro fu tempio della Divinità? Tutto questo che importa? Occhi umani non possono piangere tutte le sventure umane: la fonte delle lacrime è ella forse inesausta come gli abissi del mare? Il numero dei morti vince quello della sabbia del deserto; chi tenne conto delle foglie cadute degli alberi dal primo inverno della creazione sino a noi? Il numero dei tormentati giunge a centinaia, e tra questi dura la rinomanza dei tormentatori: la lode si levò fievole, quasi sospiro di vergine, per celebrare gli amici degli uomini, e l'alito del tempo la divorò, — lo strido dei flagellati ruppe il cerchio dei secoli, e la fama del flagellatore fu mantenuta: fra dieci uomini celebri, nove lo sono per maladizione meritata; fra dieci uomini famosi, nove vorrebbersi sospendere alla forca.

Mentre in quella parte si sosteneva un combattimento senza fiducia di vincere, ecco si aprono le imposte della Porta San Friano, e n'esce il Ferruccio con le sue compagnie; procedono serrate, disposte a difendersi, schive di offesa, properanti al termine del loro cammino: procedevano buon tratto di via senza intoppo; già si tenevano sicure; qualche soldato cominciava a cantare la canzone di guerra per alleviare il fastidio del sentiero. Ad un tratto con grida che andarono al cielo prorompe alle spalle grossa schiera di fanti; l'oscurità non ne concedeva bene la vista, ma al rumore che movevano l'avresti giudicata di dieci e più mila: nel tempo stesso i precursori tornano frettolosi ad avvertire essere barricata la strada, e dietro ai sassi molta mano di uomini far mostra d'impedire il cammino. Certo qualcheduno ne diè lingua al nemico, ma il come era arcano; in così breve spazio di tempo quanto ne corse tra il consiglio della impresa e la esecuzione, pareva cosa soprannaturale il cenno dato agli Orangiani; l'inferno congiurava contro Firenze; — congiuri a sua posta: sta per Firenze Ferruccio, e se lo vedremo costretto dai fati tramontare, sarà il suo tramonto splendido di gloria e, morendo, annunziatore di giorno più felice: egli pertanto non devia col pensiero a immaginare come ciò fosse avvenuto; in lui non può capire idea di resa, — e d'altronde sarebbe folle il combattere.

«Vico, figliuol mio, chiamami i capitani... vola.»

I quattro capitani delle compagnie gli stanno attorno.

«Prodi uomini, bisogna andare in Empoli, e vi andremo; — adesso celeri e silenziosi sbandatevi; cuopra ogni uomo la corda accesa dell'archibuso; dalla mano destra e dalla sinistra si distende la campagna; — vi sieno asilo le fosse e i solchi; io co' cavalli mi precipito sul greto del fiume; date ordine che, quando non odano più rumore, o lo ascoltino lontano, i soldati sollevino le corde accese; — la voce del raccoglimento, — Patria e Libertà, Affrettatevi; — vive nel cielo un Dio pe' forti: — a me i cavalli....»

E come disse fu fatto: i cento cavalleggeri si cacciarono giù alla dirotta per la costa del fiume, i fanti carponi sbandaronsi; e così bene o la fortuna secondò il disegno o la prudenza degli uomini che quando il nemico si accostò come a certa preda, stupì nell'incontrare gente armata disposta a combattere: avrebbero essi certamente ingaggiato qualche sanguinosa scaramuccia e si sarieno finiti fra loro, se, l'uno all'altro intimando la resa, non si fossero accorti appartenere alla medesima bandiera; i Fiorentini erano scomparsi; bene si addiedero di quello a che avevano avuto ricorso, ma la notte tuttavia alta, la imperizia dei luoghi e il non potere procedere uniti li dissuase mettersi alla ventura.

Le acque del fiume ingrossato per la pioggia coprivano quanto era ampio il letto; disagevole quindi il sentiero e pieno di pericolo: vinse ogni impedimento la fermezza del commessario Ferruccio. Alla fine quando a lui parve bene di ritornare su la via maestra, ordinò si provassero a salire gli argini: non è da dire se incontrassero difficoltà a cagione della terra smossa e del pendio sdrucciolevole; l'unghia dei cavalli vi si affondava, nè più valevano a ritrarre le zampe dall'orma impressa. Qui gli animali non furono di aiuto agli uomini; toccò agli uomini sovvenire agli animali; tanto fecero, tanto s'ingegnarono che, brutti di fango, mézzi di acqua, pervennero sopra il desiderato sentiero senza perdere un cavallo. Il Ferruccio tese lo sguardo dintorno e non iscoperse alcun fuoco; forte gli tardava di ridursi in Empoli, pure non ardiva levare la voce, e il tempo incalzava: «Vico», chiamò egli quantunque non lo vedesse, — e Vico gli stava al fianco, — «figliuolo mio, adesso ti conviene adoperare non so se maggiore lo scaltrimento o l'audacia: scendi da cavallo, inóltrati pei campi senza rispetto, chè ormai il calzare è guasto, e vedi di ragunare gli sbandati; dilungati un quarto di miglio; poi, avventuroso o no nella ricerca, ritorna sopra i tuoi passi: io ti aspetto.»

Vico, robusto di corpo, nella età in cui la fatica appena si sente, corre e specula: andò un buon tratto senza udire e vedere cosa alcuna: all'improvviso discerne un fuoco, poi due, poi dieci, sparsi ed incerti, siccome nelle notti di estate compariscono le lucciole giù per le valli: erano ben dessi i compagni: parte già stavano adunati; altra parte, e maggiore, pervenne a raccogliere egli medesimo; sicchè quando reputò opportuno raggiungere il commessario cinque soli mancarono, quattro dei quali riguadagnarono per somma ventura la città, uno cadde prigioniero. Così senz'altro accidente fu concesso al Ferruccio di giungere ad Empoli. Di lui e de' suoi casi altrove: — adesso è mestieri tornarcene a Firenze.

Stefano Colonna teneva fermo, quantunque la sua condizione diventasse ad ogni momento più trista: scopo della scaramuccia era stato favorire la sortita del commessario; doveva volgere l'attenzione del nemico altrove, mentr'egli badava ad allontanarsi; lo avevano avvisato che, quando si fosse messo in salvo il Ferruccio, gliene avrebbero porto il segno mediante un fuoco artificiale lanciato nell'aria: non vedendo il cenno, dubitò che il Ferruccio impedito non avesse per anche abbandonato Firenze, e disposto ormai di fargli spalla, andava d'ora in ora indugiando nella speranza che il segnale apparisse.

Finchè l'ombra durò, il principe Orange stette su le difese; anch'egli sapeva cotesta essere vana mostra e confidò vincere con l'inganno l'ingannatore; aspettava ansiosamente novella della uccisione o prigionia delle milizie spedite al soccorso di Empoli.

Questa notte, comechè piena di audaci fatti di guerra, andò famosa per l'ardimento maraviglioso di un fante di Giovanni da Torino, chiamato l'Armato dal Borgo: costui prevalendosi del buio fitto, si mescolò tra gl'imperiali e, accortamente inoltrandosi, venne alle trincee de' nemici a piè la casa della Luna, dove stava inalberato il gonfalone imperiale; quivi giunto, gittò una corda con in cima un uncino di cui si era munito; dopo tre o quattro prove gli riuscì agganciarlo; allora lo trasse giù di forza, e quello cedendo rovinò dalle mura: i soldati del colonnello del Cagnaccio, udito il rumore, irrompendo fuori lo seguitarono colle archibusate; — ma egli animoso e leggiero, con la consueta accortezza, senza lasciare la bandiera, incolume si riparò tra' suoi. Se i Fiorentini ne movessero vanto è agevole a immaginarsi. Il signore Stefano volle incontanente gli fosse presentato; commendollo e gli promise mercede pari all'ardire... mercede che in vero ottenne, non però uguale alla generosità sua: dieci scudi di oro. — Ma le azioni magnanime sogliono essere ricompensa a sè stesse: se così non fosse, considerando quanto sieno rilenti gli uomini a guiderdonarle e più spesso pronti a punirle a guisa di misfatti, io non so per quale ragione i virtuosi si disporrebbero a bene operare. In questi nostri infelicissimi tempi suole la virtù chiamarsi follia: — qualcheduno, — il poeta, — aggiunge sublime: — questo è tempo di servaggio e di cuori inariditi; — quando i genitori, meglio che di sostanze, desidereranno lasciare ai figli retaggio di virtù quantunque infelice, — allora volgetevi all'oriente, — ed esultate, — però che si avvicini l'aurora di un giorno che forma il sospiro di tre secoli interi: — quell'aurora spargerà sopra la terra dei nostri padri una rugiada potente; e la rugiada non cadrà sull'erbe, ma penetrando si poserà sopra le ossa dei padri: — allora le ossa si leveranno fragorose come mare che freme, saluteranno il giorno e si addormenteranno dicendo: Adesso ci è dolce il riposo, perchè quantunque morti, ci pesava insopportabile la terra avvilita nella schiavitù del bestiale straniero: gloria al Signore!

Il gonfalone imperiale fu messo il giorno dopo dentro la sala dell'Oriolo nel palazzo della Signoria. Armato, poco dopo tentando altra simile avventura, toccò un'archibusata dentro una spalla, e di lì in capo a due giorni si morì. — Gloria ai valorosi!

Spunta il giorno, — ma fosco; la notte a ritroso abbandonava la terra; — la faccia del cielo va ingombra di nuvole: perchè così non ti mantieni, o cielo d'Italia, finchè dura questa lunga passione? Perchè splendi, o sole, e perchè splendete voi o stelle? Una volta, o sole, i tuoi raggi incontrando sul Campidoglio i domatori dei popoli, appariva più bello, riflesso tra le armi trionfali; — ora dove regnava la forza si trascina la caducità pel vestibolo della morte lasciata agonizzare in pace dalla compassione dei vincitori: e voi, stelle, che vi compiaceste vagheggiare il vostro raggio nelle lagune di Venezia, la Roma del mare, adesso che i palazzi di marmo hanno, cadendo, contaminato le lagune, le acque si stagnano, le ninfe abbandonarono coteste rive, o dormono anch'esse in quel sepolcro marino; — perchè dunque splendete? Quando l'uomo chiude i lumi al sonno, spegne la lampada; — i vermi non abbisognano di luce per consumare la loro opera di distruzione. Qual labbro vi canta? Qual cuore vi benedice? Se qualcheduno fa delle vostre lodi sonare il deserto, egli viene da terra lontana, la sua voce par quella dell'alcione — l'uccello delle remote contrade: — il cuore dello straniero palpita di magnanimo sdegno, l'aquila impennò colle sue ale l'alta immaginazione di lui, — pure voi, stelle del cielo d'Italia, non intendete cotesto inno nè vi talenta: — voi siete use ad armonizzare il casto vostro raggio con più melodiosa favella, con la favella che vince in dolcezza il mormorio delle acque, quando la luna le gonfia, e l'aure sono chete, e voi guizzate col guardo sul dorso delle onde lieve lieve commosse. — Rimanti tristo, o cielo, — versa sempre torrenti di pioggia; noi crederemo che tu pianga su questa terra di desolazione: — tuona, o cielo, con la voce di tutte le tue procelle; noi penseremo tu manifesti l'ira di Dio nel contemplare noi sue creature cotanto avvilite. Io odio i felici. I figli di questa misera contrada, te vedendo, o cielo, cotanto magnifico, vanno dicendo: Egli è bello, ma inesorabile; — bello come l'Apollo del Vaticano, — forma portentosa di nume, — effigiato nel marmo.

Spunta il giorno: ma quantunque fosco, concede agli Orangiani la vista della bandiera imperiale inalberata su l'asta sotto la bandiera del comune di Firenze, e ciò li concita a rabbiosissimo sdegno; la luce ancora manifesta al nemico il piccolo numero dei nostri, e ciò gli partecipa ardimento. Filiberto spedisce ai colonnelli lontani messaggi con gli ordini accomodati alla occorenza; crollansi le compagnie e cambiano forma: era adesso suo disegno indirizzare alle punte estreme dell'ale della nostra milizia una mano di cavalleggeri e di fanti meglio spediti per circuirla, e così divisa dalle mura tagliarle la ritirata e poi a bell'agio piombar addosso col grosso dell'esercito e sterminarla senza rimessione; se gli veniva fatto di superare l'ale, non uno dei giovani fiorentini sarebbe tornato a Firenze. Il signore Stefano, se avesse condotto numero pari di gente, o lo avesse avuto di poco inferiore, certamente avrebbe disteso le file all'avvenante che le allargava il nemico, dopo attelati gli eserciti, non si sarebbe rimasto dallo ingaggiare battaglia sopra tutta la fronte; ma essendo pochi, conobbe non avanzargli a perdere più tempo e dover mettere ogni studio a ritirarsi; attese pertanto a rendere vano lo sforzo del nemico, prevenendo il suo moto; ordina ai capitani delle due punte girino velocissimi sul fianco destro i soldati che a lui posto nel centro stavano a mano sinistra, sul manco, quelli che gli stavano a destra; e descritta sul terreno una linea sferica, si uniscano in colonna ritirandosi per alla Porta di San Piero Gattolino; egli aveva molto bene considerato come così procedendo i cavalli nemici potevano cogliere di fianco la colonna, romperla quasi serpe sul dorso e impedirle ogni via di salute; e a questo sperò provvedere con la celerità dei passi, per cui, lasciato aperto certo spazio di terreno davanti i nostri, le artiglierie delle mura senza timore di offenderli potessero fulminare gl'imperiali e trattenerli da molestare la ritirata. Io non so quello sieno per dire i presenti uomini di guerra sopra tali ordinamenti di milizia; quello che so troppo bene si è che anche con quei modi la umanità si lacerava e faceva delle sue ossa biancheggiare la campagna; miserabile nostro destino, di cui non ispero, almeno per qualche migliaio di secoli, la fine.

Non andarono falliti i concetti del Colonna: le artiglierie fecero buonissima prova; gli Orangiani, essendo stati alquanto sospesi, perderono il destro a inseguirli; posto uno spazio tra loro e i nostri, costoro diventarono segno della tempesta di fuoco e di ferro che prorompeva fuori delle mura; — quasi a morte certa correva chiunque si fosse avventurato su quel terreno. O per prudenza del capitano, o per beneficio della fortuna, vedevano gli Orangiani sfuggirsi di mano una preda ormai tenuta sicura.

Ora avvenne come tra i primi cavalleggeri spediti dal principe a circuire l'ala sinistra del nemico si trovasse Giovanni da Sassatello, soldato italiano quanto valoroso in arme, altrettanto perduto di fama; costui militò agli stipendi del duca Valentino e a lui piacque, la qual cosa ci dispensa di aggiungere altre parole intorno ai suoi costumi. La Repubblica fiorentina, quando prima ruppe il grave freno dei Medici, attendendo, come provvida, ad armarsi, lo condusse al suo soldo con ottanta cavalli; stipulata la condotta, chiese ed ottenne dai signori Dieci mille e quattrocento cinquanta fiorini d'oro, i quali appena gli furono contati, rubatigli con suo eterno vituperio, si fuggì al papa. Sebbene ei si fosse dei pericoli spregiatore e se ne vantasse, pure non si arrischiava affrontare la bufera di palle briccolate dal nemico; il suo cavallo, generoso animale, puntate le zampe, indietreggiava con le groppe, torceva altrove la testa ed annitriva furioso. Lionardo Frescobaldi, giovane d'inestimabile bellezza di corpo e di animo ferocissimo, caro sopra modo al Morticino degli Antinori più per questa seconda che per la prima qualità, veduto per caso il Sassatello, lo chiamò con gran voce:

«O ladro, fàtti oltre! — O ladro, non hai le gambe, come le mani pronte? Fàtti oltre! Le palle di Fiorenza ti talentano meno dei suoi fiorini!»

Arse Giovanni di bestiale ira, udendo quell'oltraggio recatogli da un giovanetto alla presenza di tanti uomini di guerra; parve a lui quello che suole parere agl'improbi, voglio dire che non già la colpa, bensì il rimproccio della colpa lo avrebbe fatto diventare ludibrio del campo, dove non ne avesse ricavato qualche insigne vendetta; imperciocchè sogliano simili malvagi compiacersi nel fingere la tristizia loro o sconosciuta od obliato; e se altri non gli accusa, eglino si assolvono: la coscienza gli raggiunge di rado; in ogni caso tardi.

Invano il cavallo ricalcitra, l'ostinato cavaliere gli lacera i fianchi; al fine la bestia, volendo forse emulare l'uomo si lancia a precipizio. Viene da magnanimità, da pazzia o da che altro viene l'impeto del soldato per cui irrompe in guerra contro a morte quasi sicura? Chi lo sa? Chi potente a distinguere i moti del cuore? Spesso incontrammo insigniti della stella dei prodi sul campo di battaglia tali a cui appena avremmo concesso in casa o in piazza lo intelletto del cane e, quello che arreca maggiore maraviglia, il coraggio del coniglio.

Se il Frescobaldi avesse in quel punto continuato a ritirarsi, si sarebbe chiarito valente solo a parole: la sua natura non gliel consentiva; in luogo circondato da mortali pericoli stette a dare o a ricevere la morte.

Una palla vola tra la testa del cavallo e il capo del Sassatello, un'altra gli porta via il cimiero, un'altra interrandosi presso a lui lo cuopre di fango: — ma i suoi giorni sono contati; egli procede sicuro come sotto le vôlte di Santa Maria del Fiore.

Lionardo afferra con ambe le mani la picca, che in quei tempi le fanterie usavano lunghissima, ed aspetta a piè fermo il momento di spingerla nel collo del cavallo; dove ciò gli venga fatto, il destriere stramazzerà in un viluppo col suo signore, e mentre questi grave di armatura tenterà sollevarsi, egli, stretta la spada, lo spaccerà da questo mondo. — E se il destriero non era più sagace del suo signore, senza fallo gli riusciva; ma l'animale saltando destramente da parte, schiva la punta la quale sfiorò in passando la gamba al Sassatello. Lionardo subito si volge impetuoso per timore di essere preso alle spalle; la troppa previdenza e la troppa prestezza gli nocquero; forte tenendo pur sempre nelle mani la lunga picca, imbatte nelle groppe del cavallo, che un'altra volta girandosi offerisce campo al Sassatello di ghermire il suo nemico pel collo, e così fece, e trattolo a sè, lo levò da terra. Lionardo si sentiva strangolare; tentò rompersi il collarino e non potè aiutarsi; allora si risovvenne avere la daga, la trasse fuori, e sollevato il braccio incise profondamente il cavallo nella spalla; inferocito l'animale dallo spasimo, imperversa per la campagna traendo in sua balìa cotesti due inferociti. Lionardo agita le gambe per l'aria e stretto alla gola non profferisce parola alcuna di resa; al Sassatello sbattuto dalla corsa non è concesso assestare un colpo; fuga d'inferno era quella.

Dai giovani suoi compagni, che molto lo amavano, si levò una voce: «Ahi! Frescobaldi... Frescobaldi è morto!»

Nè però alcuno si moveva di schiera; solo il Morticino degli Antinori, per ordinario pallido, adesso poi cosperso di più spaventevole pallore, accorre come forsennato, e giungendo le mani gridava da lontano:

«Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo: non gli far male, in nome del tuo Cristo; — bada.... rammentati che tu pure hai un figlio di età uguale alla sua... Lasciatelo, Giovanni, io vi verrò prigione invece di lui...»

«Vedi il gagliardo! io lo tengo come un'oca... Forse dalle oche imparò a gridare; — da cui il combattere? — Per avventura, Antinori, da te?»

«Sì, via, — ma rendilo.»

«Io non lo tengo, per soldato, — e ne voglio per riscatto mille fiorini d'oro.»

E disparve galoppando.

* * * * *

Rientrarono le nostre milizie sanguinose, non vincitrici nè vinte, ma, se si riguarda allo scopo ottenuto di mandare gente in soccorso di Empoli e al gonfalone imperiale rapito, superiori piuttostochè superate; non pertanto andavano meste, come quelle che si vedevano sceme di molti fratelli.

L'Antinori cammina a capo basso e non profferisce parola. Dante da Castiglione gli si era posto allato; pur, conoscendolo di natura superba, e dubbioso non si recasse in mala parte i suoi conforti, desiderava e non sapeva in qual modo aiutarlo. Giunti sotto la porta di San Piero Gattolino, l'Antinori quasi seco stesso favellando disse con un sospiro:

«Or dove trovare i mille fiorini? Il nemico occupa i miei poderi.... manderei alla zecca anche il cuore di mio padre!»

Non si potè più trattenere il Castiglione, e gli gettando le braccia intorno al collo:

«Morticino!» disse in suono affettuoso, «non hai tu un amico nel Castiglione?»

L'Antinori corrispose all'amplesso: il suo primo pensiero fu buono, poi gli venne in mente l'antica emulazione che nutriva per Dante, tremò nella idea di abbisognare dei sussidj di lui; si morse le labbra e, svincolatosi sdegnoso, si allontanò mormorando.

Dante si rimase a guardarlo dietro tentennando il capo, e dopo alquanto tempo esclamò: «Tra la virtù egli dondola e il misfatto; — possa almeno il suo orgoglio preservarlo dalla viltà.»

* * * * *

«A me cotesto anello!» gridava tra orribili imprecazioni il Morticino degli Antinori a certa sua fantesca; «io voglio l'anello e la collana...»

«O signore! per la collana, prendetela... ma l'anello lasciatemelo.... con lui mi sposò or corrono quarant'anni il povero Lapo.»

«L'anello!»

«E morendo mi disse: Ghita, conservati buona vedova e tienti l'anello per amor mio; — ed io mi sono mantenuta buona vedova e non ho mai dato via l'anello...»

«L'anello, o ti taglio la mano...»

«Alla vostra madre di latte! Gesù, nè anche gli orsi lo farebbero...»

«Sciagurata! Vuoi che ti ammazzi con le mie mani? Io ho bisogno d'oro, di danaro... dimmi, conserveresti per avventura qualche fiorino nella tua cassa?»

«O santo Zanobi Benedetto! il demonio si è impossessato di messer Giovanfrancesco... Non mi ammazzate... io non ho un picciolo, su l'anima mia...»

«Dov'è mia madre?»

«Badate, Giovanfrancesco, — pensate ai comandamenti della legge di Dio; io vi sono madre di latte... ma madonna v'è di sangue, non le mancate di rispetto...»

Il Morticino non l'ascoltava e prorompendo nella stanza della madre trovò seduta sopra un seggiolone la vecchia madonna assopita di un sonno leggiero. Non avendo reverenza nessuna alla grave età di lei; con gran voce comincia:

«Quanto vi trovate a possedere, madonna, d'oro e di gemme, su, datemi presto senza escludere nulla, — nè anche i pendenti che portate agli orecchi...» Ed aggiungeva alle parole l'atto violento.

La vecchia donna, altera del nobil sangue che le scorreva nelle vene, piena della reverenza dovuta alla materna autorità, si levò subito con tale una forza di cui si sarebbe riputata incapace, allontanò da sè la sedia, mosse un passo in avanti e sollevò il braccio destro in sembianza d'imprecare; una striscia di fuoco le attraversò le guancie; gli occhi le si dilatarono minacciosi e terribili: era una figura da Michelangiolo.

«Tu tronchi la mia agonia, non la mia vita; per pochi momenti vuoi tu renderti parricida? — Va... io...»

«Per Dio, arrestatevi, madre... — Io! — Qual demonio vi caccia questo pensiero nella mente? — Conoscete voi Lionardo Frescobaldi... quel nobile giovanotto che sovente usa qui in casa? Si, voi il conoscete... or egli cadde testè prigioniero, e gli hanno posto il riscatto addosso di mille fiorini d'oro: ora nel pensiero di torli in prestanza da altri la mia anima geme per immensa amarezza. — Oh! casa Antinora decaduta, quanto t'era lieve un giorno trovare nei tuoi forzieri mille fiorini d'oro!...

La vecchia madonna declinò il braccio e sciolse un sospiro; poi strinse in amplesso amorosissimo il Morticino esclamando:

«Sangue superbo — e figliuol mio! tu sei la mia consolazione... Aspetta...»

Vacillando si accostò a certo mobile volgarmente chiamato inginocchiatoio, che i nostri padri solevano tenere a canto del letto quando i nostri padri credevano ascoltasse qualcheduno nei cieli la loro orazione, — e, la manca appoggiata sull'angolo, si piega a stento e solleva il piano dello scalino; — quivi prendendo uno scrignetto, lo porta a gran pena verso il figlio, — glielo ripone nelle mani aggiungendo:

«Prendi, Giovanfrancesco; io gli aveva serbati per qualche estremo bisogno della vita... sento che la vita mi manca, e tra poco non avrò più bisogno di nulla: — quando pure la vita mi restasse a percorrere intera, questo mi sembra caso di spendere l'ultimo soldo; — l'onore della stirpe!... Spero che basteranno; — or volgono forse cinquanta anni che non gli ho annoverati, — quanti essi sieno ignoro... ma spero che basteranno. Va... lasciami in pace... — e non farmi più così paurosamente aprire le palpebre... le tengo chiuse per insegnare loro a morire.»

* * * * *

Il Morticino degli Antinori nella sala di casa sua attendeva a contare; aveva noverato fino a cinquecento, quando palpitante di ansietà gittò uno sguardo cupido nello scrignetto per vedere se bastassero... gli parve di sì... riprese a contare — seicento; riguarda e si conferma nella speranza; — settecento; — ottocento; — se pochi ne mancano, saprà ben egli dove trovarli; — novecento... e quell'orgoglioso Castiglione... avrebbe voluto avvilirlo... e, oh dolore! egli avrebbe dovuto piegare l'anima all'avvilimento... lo avrebbe fatto, — e si sarebbe poi ucciso... — adesso... oh ineffabile esultanza!... novecento novantanove... mille!

Un fante sollevando l'arazzo teso a guisa di portiera davanti alla porta principale della sala gridò:

«Messere Dante da Castiglione.»

«Ben venga il Castiglione — ben venga.»

Dante inviluppato dentro largo mantello bruno s'inoltra taciturno e, posato sopra una tavola certo sacchetto di danaro, si riduce a favellare coll'Antinori nel vano di una finestra:

«Morticino, io non so perchè voi mi portate rancore; avete torto: — io vi amo, e voi pure dovreste amarmi. Voi avete un nobil cuore, — e non è vile il mio; — l'uomo soffre tanto nell'odiare!... più che non tormenta egli è tormentato. — Tali angosce seminano su la nostra vita le infermità, le sciagure che davvero, per essere infelici, non fa mestieri aggiungervi dolori con le nostre mani. Porgetemi, via, la destra; siamo fratelli... e come fratello, ecco io vi offro parte del riscatto del Frescobaldi; ma che dico, vi offro? Non è concittadino mio come vostro, non compagno di arme, non amico? Dovevo dunque contribuire anch'io e contribuisco... ho recato meco cinquecento fiorini.»

«Messer Dante, tanto mi fu la fortuna benigna che me non volle condurre come Provenzano Salvani alla estremità di stendere il tappeto in piazza per raccogliere danari. Io non dovrò tremare per ogni vena onde trarre di prigione l'amico[184]. La casa Antinora non ha mestieri raschiare il campo d'oro dell'antica sua arme per riscattare Lionardo Frescobaldi[185]. Non sarà detto che alcuno della mia famiglia abbia arrossito dinanzi all'avaro mercadante.»

«Però», interruppe sorridendo il Castiglione, «i vostri maggiori e voi siete scritti sulla matricola dell'arte dei vaiai.»

«Così porta la costumanza barbara; non per tanto, mano di Antinori da secoli non tocca libri di ragione commerciale.»

[Illustrazione: «Del Benintendi è figlia!» con urlo spaventevole replica il Bandino,... Cap. XII, pag. 308.]

«Industria fa ricchezza, superbia fa ozio e povertà: ed un mercante in piedi, messer Giovanfrancesco, vale assai più di un gentiluomo genuflesso. La casa Castigliona attese sempre alle pratiche della mercatanzia nè si crede tralignata per questo.»

«Voi, sì... ma voi...»

«Noi fummo, o Antinori, dei primi ad abitare la cerchia antica di Fiorenza; rammentatevi che noi nasciamo dai Catellini, cui Cacciaguida, l'avolo dell'Alighieri, trovava già nel calare illustri cittadini: — la mia casa credo valga la vostra; ma via, diamo fine a siffatto ragionamento. Io meco stesso mi vergogno andarmi trattenendo in simili quisquilie. Che direbbe di noi un buon popolano udendo le nostre parole?»

«Direbbe lui essere uomo di piccola nazione, — noi gente di alto affare e baroni...»

«Piaccia a Dio che i difensori della libertà di questa nostra repubblica non vi assomiglino! — Noi, Morticino, c'intendiamo assai meglio sul campo.»

«Erano tutti vostri i fiorini che presumevate donarmi, Dante?»

«Se gli aveste accettati, vi avrei detto la metà appartenere a Ludovico Martelli...»

«Ah! Ludovico, — il Guido Cavalcanti dei nostri tempi; — che fa egli del continuo tra le arche dei defunti?»

«Ricordatevi quello che fu risposto a Betto Brunelleschi[186].» L'Antinori sentì l'amara allusione e, immaginando vendicarsene, condusse Dante innanzi alla tavola dov'egli aveva annoverato poc'anzi i mille fiorini d'oro, e quasi trionfante glieli accennando con la mano tesa gli disse:

«Voi lo ringrazierete in nome mio, — ed a voi pure gran mercè, — e al tempo medesimo gli riferirete che in qualche suo bisogno mi sarà grato sovvenirlo; lo stesso sia detto per voi...»

«Ed io mi dichiaro obbligato alla buona volontà vostra; dico buona volontà, perchè la mano che miete e non semina, presto si trova a stringere vento. — Addio, Morticino», riprese Dante gittandosi su la spalla il lembo del mantello e riprendendo i suoi fiorini; «però persuadetevi che nel presentarvi questa moneta, ebbi volontà diversa della vostra quando la ricusaste.»

«Dio vi abbia nella sua santa guardia, messer Dante», — e in atto di ossequio lo accompagnava fino alla porta. — Dante all'improvviso tornando indietro:

«Morticino», favella, «togliete compagnia andando al campo; badate, prima di pagare il vostro danaro: vi sta di contro un traditore, nè l'antica infamia si getta giù dall'anima come una cappa logora...»

«I miei trent'anni, vedete, non me gli sono mica giocati alla bassetta nel mondo; so distinguere anch'io le vecce dalle lanterne; non per tanto mi vi si professo tenuto dell'avvertimento.»

E quando l'Antinori ritornò solo nella stanza, spiccò un gran salto, proruppe in risa, si fregò forte ambe le mani; esultava di pazza gioia.

«Oh! la conosco pur troppo la tua volontà, campanile di carne... tu intendevi avvilirmi... calcarmi sotto a' piedi... e lo avresti fatto, se l'ingegno stesse in paragone della mola. Tu mi avevi apprestata una vivanda amara, — io te la ritorno confettata di aloe... mangiala intera. Oh! se costui non fosse, la gioventù fiorentina mi terrebbe capo e principale costui mi si para davanti e toglie agli altri la vista di me, e me l'altrui... A tanti colpi di generosità, sotto i quali costui pensa prostrarmi, bisogna pure che un giorno o l'altro io corrisponda con un buon colpo di pugnale! — O madre mia, tu oggi mi hai generato un'altra volta! — Ora tu puoi morire a bell'agio. — Tu mi donavi vita, superbia e tutti i tuoi danari... a che più oltre ti trattieni nel mondo? Lacrime non posso dartene, perchè tu mi davi il cuore, — splendidi funerali nemmeno, perchè mi davi i tuoi ultimi danari.»

* * * * *

Aveva tolto seco un mulo ed un fante, portava in cima alla picca il pennoncello bianco e camminava, lieto cantando, verso il campo imperiale. Giovanfrancesco Antinori superbiva nel pensiero di ricondurre Lionardo a Firenze, vedeva le genti affollate sul cammino, udiva le sue lodi; era insomma contento. E fra le gioie dell'orgoglio s'insinuava ancora alcun poco di affetto pel giovine Frescobaldi. Non occorre mai notte tanto nera che in parte non mostri qualche raggio di stella, così ogni anima comechè trista, rammenta ad ora ad ora la sua origine divina. L'anima un giorno si sveglia su questa terra legata al corpo, come il condannato alla gogna; la pigra bile o il sangue ardente del suo compagno la rende malinconica o irosa, le apre la via della gloria o le porte del bagno; — povero intelletto relegato dentro un cervello umano! La vita è una battaglia continua tra le passioni che ci vengon dalla terra e l'anelito dello spirito verso i suoi sublimi destini. — Io vi domando perdono, signori, se qualche volta mi perdo in disgressioni: il racconto, lo vedo bene, allora non avanza, e sopratutto ciò non succede senza offesa delle sane regole della critica. Ritorno al soggetto.

Giovanfrancesco Antinori, giunto ai piedi della bastite nemiche, vide ad un tratto abbattere meglio di venti archibugi ed accostare le corde fumanti ai foconi; onde, sollevato il pennoncello gridò:

«Messaggero! — Rispetto al messaggero! Chiamatemi il capitano Giovanni da Sassatello, e ditegli che venga col prigione perchè il riscatto è pronto.»

Il giorno toccava i gradini ultimi del crepuscolo; il cielo si era mantenuto pioviginoso e tinto in grigio: a qualche distanza appena vi si vedeva.

Mostrandosi da' bastioni fino a mezzo petto, Giovanni da Sassatello domandò:

«Chi è che mi vuole?»

«Capitano Giovanni, ho qui meco i mille fiorini, — rendetemi il prigioniero.»

Qui apparvero due altre figure dietro al Sassatello; una di quelle era Eustacchio unico suo figlio, l'altra il Frescobaldi; questi pareva stanco o ferito, perchè stava abbandonato fra le braccia del figlio del capitano Giovanni, il quale con infinito amore lo sorreggeva.

«Di gran cuore, messere Antinori; se non che l'illustrissimo principe ha fatto chiudere di buona ora le porte del bastione e volle la chiave presso di sè, onde non trovo modo per uscire fuora...»

«Poco importa: fate scendere il prigione giù per una scala e poi vi manderò su per una corda il danaro.»

«Prima il danaro.»

«Prima il prigione.»

«Dio vi mandi la buona notte. — Andiamcene, Eustacchio...»

«Capitano, ascoltate... non partite... componiamo; mezzi prima mezzi dopo restituito il prigione.»

«Questi mi paiono compromessi da trecconi: — di più nobil sangue e di più gentile intelletto io vi stimava, messere Antinori.»

«Or via, calate la corda, e vi manderò il danaro...»

«La corda a un punto io calerò e la scala.»

Così fu fatto: — ebbe il Sassatello i fiorini; Eustachio sollevando Lionardo, lo pone su la scala, ve lo adatta, lo lascia. — Ah! tracolla giù di un colpo ai piedi del bastione.

«Per la santissima Annunziata», urla il fante dell'Antinori, «messer Lionardo è morto!»

«Morto! come morto?» ripete forsennato l'Antinori.

«Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» forte ridendo diceva il Sassatello; «il patto era renderlo, ed ecco, io l'ho reso; adesso vi darò anche la giunta. — Eustacchio, fa di non mancare quel gaglioffo fiorentino.»

Balenò un archibuso; — l'Antinori si sentì tocco dalla palla, ma senza dolore: — volle parlare, e non potendo, si morse le mani: — una striscia di fuoco gli solcò la guancia, — cotesto fuoco era una lacrima: — la ribevve; — non una stilla deve sgorgargli della immensa sua rabbia. — Propone avventarsi alla scala, salire sui bastioni, inebbriarsi nel sangue del traditore: ma, bersaglio a cento archibusi, sarebbe certamente rimasto ucciso; — mentre vuol muovere un passo la terra gli manca sotto, e stramazza.

Il fante, posti su le groppe del mulo il cadavere del giovane Frescobaldi e il Morticino ferito, riprese mesto la via di Firenze.

Egli era uno spettacolo pieno di compassione vedere sul declinare del giorno due nobili e valenti cavalieri pendere l'uno ucciso, l'altro mal vivo a traverso le groppe di un somiero, e dietro loro il fante che sconsolato recitava le preghiere dei defunti.

CAPITOLO DECIMOQUINTO

ANDREA DEL SARTO

Oh! mercadanti, avaro, crudo sangue, Quale han patria, qual legge e quale Dio, Tranne il guadagno?...

EDOARDO FABBRI, Sofonisba.

Se a Roma io fossi uscito dagli Scipioni, già non mi sarei gittato dalle finestre per questo. Adesso corre l'andazzo di tenere in nonnulla i padri e gli avi: a me sembra spregiare troppo i maggiori ostentazione uguale a quella di pregiarli troppo. Chi più si sbraccia a maledire una cosa, più si avvicina a desiderarla: sentenza antica, e perciò appunto vera. Il conte Vittorio Alfieri, prossimo a conchiudere la vita scriveva lettera a certo altro Alfieri di Sostegno, nella quale seco lui rallegrandosi per la nascita del suo primogenito, terminava con queste parole: e «E tanto più me ne congratulo in quanto che ho potuto a chiara prova comprendere come, per quanti sforzi che la plebe faccia, non riesce mai a conseguire l'altezza dei sentimenti, retaggio esclusivo di noi generati da nobile sangue.» Voi potrete trovare questa lettera stampata nel giornale L'amico d'Italia (Iddio ci liberi da amici siffatti!). E non pertanto questo conte Alfieri è quel desso che in altri tempi flagellò acerbamente i patrizii col verso famoso: Or superbi, ara vili, infami sempre. — L'Alighieri sentiva della nobiltà da profondo intelletto quando cantò:

O poca nostra nobiltà di sangue, Se glorïar di te la gente fai Qua giù, dove l'affetto nostro langue, Mirabil cosa non mi sarà mai: Che là dove appetito non si torce, Dico nel cielo, i' me ne gloriai. Ben se' tu manto che tosto raccorce; Sicchè se non si appon di die in die, Lo tempo va dintorno con le force.

La lunga serie di personaggi incliti nella medesima famiglia induce maggiore obbligo nel postero di continuare la splendida via tracciata da quelli. La condizione apposta da Dante è necessaria, onde la gentile prosapia si abbia a tenere in pregio appresso la gente. In nessuna epoca come nella nostra vedemmo il poco conto si debba fare delle ingiurie buttate dalla plebe in faccia alla nobiltà. Finchè durò duro l'impero di Napoleone, seguì per via dei matrimonii un cambio continuo tra nobiltà e danaro, ed anzi egli ne fece argomento della sua politica governativa[187] . Quante fraudi di mercante non ricoperse un mantello di duca! Ai giorni presenti voi conosceste l'aristocrazia dei mercanti: ditemi di che cosa vi seppe cotesta aristocrazia? più che innamorato alle sembianze della donna diletta, il mercante si strugge dietro alla frazione di una moneta. Delle cose cattive la pessima, l'uomo cambiale; arido quanto una cifra, nulla abborre, purchè possa moltiplicarsi; calcolatore di fame, di peste e di sangue, egli senza scelta comprende i tre flagelli del profeta Natan. L'anima del mercante, meglio che quella dello stoico, non ha manichi; — tu non sai da qual parte afferrarla. I nobili di sangue, fatui, se vuoi, e ridicoli e nulli, pur ti verrà fatto esaltarli con gli esempi paterni. Or via, immaginatevi un po' un gentiluomo e un mercante, entrambi accomodati nel proprio gabinetto; — entrambi se ne stanno seduti davanti al fuoco, entrambi posero sopra il camino la immagine del defunto genitore. Un infelice stretto dal bisogno ecco picchia alle porte che il Parini chiamò ardue e domanda soccorso. Il gentiluomo (mi pare udirlo) di subito dirà: — Dio l'aiuti (modo civile che significa — caschi morto di fame)! Ma il vecchio servo, nato in casa, che ha tenuto sulle ginocchia il padrone e si reputa affisso irremovibile del palazzo a un dispresso come gli arpioni della porta maestra, alzerà gli occhi al ritratto dalla parrucca impolverata, vestito di stoffa a rose, con lettera alla mano diretta alla nobilissima dama la contessa sua moglie ed esclamerà: Il conte Alamanno buona anima non rimandava mai i poveri con Dio senza l'accompagnatura di un bello scudo nuovo di zecca. E il gentiluomo guardando il ritratto, gli parrà come vederlo assentire a quella lode postuma, e cinque volte sopra dieci porrà mano alla borsa e darà lo scudo. Forse lo moverà superbia, imitazione o che altro; sarà come volete ma darà lo scudo. Il mercante invece non darà nulla: il servo preso ieri, pauroso di esser cacciato domani, oggi non dirà nulla; se alzerà gli occhi al ritratto, contemplerà un volto acerbo come un conto di ritorno, piacevole quanto la cambiale protestata. Nella casa del mercante si assomigliano tutti; le generazioni paiono canne aggiuntate; meno la legatura che forma il passaggio dall'una all'altra, sono tutte eguali. L'avo fu uomo che di quattro diventò sei, il padre di sei si moltiplicò in dodici, e via discorrendo. Qualunque azione del mercante va sottoposta a calcolo. La troppa virtù nuoce, perchè gli uomini se ne prevarrebbero a danno del rispettabile mercante; la poca virtù nuoce eziandio, come quella che mena in luogo dove si lavora pel pubblico; però lascerà scritto il padre mercante al figlio mercante nei suoi ricordi mercantili; abbi virtù quanto basta per non andare a bastonare i pesci. Ogni cosa il mercante stima a prezzo: certuno di loro udendo favellare intorno alle maravigliose conseguenze del sistema di gravitazione scoperta dal Newton, interrogava quanto rendesse per cento! — Dei governi i mercanti reputeranno ottimo quello non già che maggiore somma di libertà concede, sibbene quello che minore somma di danaro domanda; delle religioni suprema quella che gl'idoli ha d'oro, e i sacerdoti celebrano la Messa gratis; tra quanti miracoli operò Gesù Cristo, uno solo gli rapisce in estasi: — la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dunque, delle due aristocrazie parmi meno funesta e laida e contennenda quella del sangue: molto più che questa puoi spegnere quanto ti piaccia; per provvedere all'altra del danaro, ti torneranno corti i consigli.

Con maravigliosa volubilità di parole tutte le riferite cose mi favellava il marchese di Piuma, mia conoscenza antica, in proposito della lettura ch'io gli feci ieri del seguente capitolo, e concludendo interrogava:

«Che ve ne pare? Non è egli vero?»

Ed io, che fin lì mi era dilettato a tracciare col dito dei numeri sopra la tavola, alzai il capo e risposi:

«Ma... non saprei... io per me non sono nobile nè mercante... ne consulterò quanto prima il presidente della camera di commercio di questa città.»

E lo farò: — intanto ricopiando oggi mi è piaciuto metter qui le parole del marchese, come per via d'introduzione al capitolo.

Era giunta la notte alla quarta vigilia, quando Cencio Guercio con molto riguardo introdusse nelle stanze più riposte di Malatesta Baglioni quattro frati molto diligentemente nascosti in cappucci e mantelli loro. — Quegli che camminava innanzi degli altri, appena entrato, deponendo la cocolla, si mostrò qual era, Giovanni Bandino; il secondo, quantunque più esitante, ne seguitò l'esempio; il terzo rimase incappucciato, e l'ultimo, nudando il capo soltanto, dall'acconciatura delle chiome si fece conoscere per prete. — Malatesta gli accolse con un lieve declinare del ciglio; pel rimanente rimase immobile nel volto, come se fosse stato di marmo. Il Bandino ruppe il silenzio dicendo:

«Magnifico, di commessione di Sua Santità io vi presento messer Lorenzo Soderini, padre Vittorio, frate osservante di san Francesco, e messer Filippo Mannegli cannonico di Santa Maria del Fiore: penetrati tutti del tirannico governo che di presente travaglia la comune patria, si profferiscono secondo la facultà loro, per aiutarvi nella santissima impresa di liberarnela; essi vi diranno il come intendono agevolarvi la strada: se voi scorgete espediente altro migliore, voi come più savio consigliate, ch'essi vennero qui per porsi intieramente ai vostri servizii.»

Malatesta, sbirciatili così di traverso, chiamò Cencio, gli parlò sommesso nell'orecchio, e all'improvviso quindi voltatosi al Soderini, gli domandò:

«Avete voi commessioni speciale da papa Clemente?»

«Sì, certo: eccovi lettera di credenza, strenuissimo messere Malatesta.»

Il Baglioni prende la carta, la guarda e, senza restituirla, soggiunge:

«Sta bene: — e voi altri?»

Il frate e il cannonico risposero:

«Noi non abbiamo ordine in iscritto, ma ricevemmo la commessione a voce, come può farvene fede messer Giovanni Bandini.»

«Sta bene. — Or ditemi voi, cannonico Mannegli, ed in qual modo disegnate avvantaggiare le cose del papa a Fiorenza?»

«Fin qui non ho mancato di tenere ragguagliato di quanto alla giornata accadeva in città il magnifico signor commessario Baccio Valori, mettendo con non minore pericolo che arguzia le lettere nella balestriera lungo terra presso Porta San Gallo: nei casi subiti lo avviso il dì con una sargia, o lenzuolo, o fumata dal comignolo della cupola di Santa Maria del Fiore; la notte co' fuochi, come or non ha molto lo avvisai nella occasione della sortita del signore Stefano Colonna e del capitano Ferruccio.»

«Non mi parlate di quanto avete fatto, sibbene di quanto potrete in séguito fare, spacciatevi; il tempo incalza, ed è periglioso il ritrovo.»

«I sacerdoti detestano il reggimento popolano; la Chiesa vedono offesa, e ne gemono; le sue sostanze contemplano dilapidate, e ad ogni patto poranno argine a queste empie rapine.»

«Sta bene: voi non potete amare i repubblicani eglino hanno troppo letto l'Evangelo. Ma in che cosa consistono gli aiuti co' quali vi proponete sovvenirci?»

«Noi dai confessionali bisbiglieremo una voce sommessa nei petti che sapranno ripeterla in piazza col fragore del tuono; noi susciteremo gli odii, semineremo la discordia tra fratello e fratello, porremo la spada tra padre e figliuolo; se la vita di un uomo impedisce il proponimento vostro, noi potremo darvi qual più vi piace, o Giuditta, o Ehud, — che recava i messaggi di Dio sopra la punta del coltello[188].»

«Voi mi parlate come se al mondo non fosse comparso Martino Lutero. — Dov'è la vostra vantata potenza, poichè egli dimostrava avere da gran tempo Gesù Cristo fatto divorzio dalla Chiesa?»

«Voi v'ingannate; noi siamo tuttavia più che voi non credete potenti; il nostro regno durerà ancora per molti secoli: l'uomo sta molto tempo nell'errore per via dello inganno, un tempo più lungo vi rimane per presunzione di non si volere essere ingannato. Il cielo parlerà in favor nostro. Gli stolti repubblicani, come narra Omero di Ulisse, chiusero i venti negli orti, e a noi con questi concessero la facoltà di suscitare la tempesta: vi parlo io oscuro? Uditemi, vi aprirò la mia mente. La Signoria, timorosa che le immagini della Madonna dell'Impruneta e di Santa Maria Primieriana in mano dei nemici capitassero, ordinava si conducessero la prima in Santa Maria del Fiore, l'altra in Santa Maria in Campo; — ora volete voi che elle piangano? che ridano? volete che sudino sangue? volete che parlino, che scompariscano, si facciano bianche, diventino nere? Noi tutto questo possiamo ed altro ancora. Le chiavi di san Pietro non ci furono per anche tolte di mano: noi possiamo a nostra posta serrare e disserrare il paradiso...»

«Ohimè! ohimè! sorridendo interrompe il Malatesta, i popoli quasi non credono più in Dio... Cristo per poco non perse il partito...»

«Non è vero, riprese il canonico; Cristo fa eletto debitamente re di Fiorenza. E poi rammentatevi, Malatesta, che se noi minaccia rovina, non per anche cademmo; e la mano dei re, comunque agonizzante, può segnare la sentenza di morte de' suoi nemici.»

«E null'altro vi avanza?»

«E parvi poco?»

«Al contrario parmi moltissimo; e voi, padre Vittorio, che cosa ci offerite di buono?»

«Chiedete. — Quanto potrete aspettarvi da un odio che non ha pari, da una rabbiosissima ira, noi vi daremo. Voi lo sentiste... l'eretico Carduccio incitare la Pratica a spogliarci dei beni di cui la carità dei fedeli ci fece dono una volta, e di cui un antico possesso ci assicurava il dominio; — e al danno aggiungendo lo scherno, egli diceva: «noi non avere amore di patria, e ad altro non attendere noi che all'ambizione ed alla utilità nostre; esser pur giunto tempo che come noi ridemmo delle stoltezze loro, così i cittadini ridessero delle nostre astuzie, ed ai comodi propri riguardassero. — Vendiamo i beni dei frati», mi suonano ancora in mente queste empie parole; «benchè chiunque non vorrà negare il vero, confesserà che non i beni dei frati, ma i nostri si vendono, donati loro dagli antichi nostri, per tutto quello che loro avanzasse, non già nelle pompe e nei piaceri, ma in cose pie spendere si dovesse[189].» E tu potesti, senza che la terra ti si fendesse sotto i piedi...»

Malatesta, come infastidito, troncò quella parola ardente di sdegno, dicendo:

«Padre, voi predicate ai porri; e sì che dovreste sapere a che passo menarono le prediche sole di frate Girolamo Savonarola.»

«Io so che i frati di san Francesco lo menarono al supplizio.»

«Or via, stringiamo il discorso: che cosa farete?»

«Tutto: noi sopporteremo ancora le stimmate del nostro serafico fondatore...»

«Bel principio ad operare sarebbe, in fè di Dio, impiagarci le mani e i piedi!... Frate, va a farti medicare il cervello.»

«Malatesta, noi oseremo più di quello che voi non immaginate; introdurremo nel nostro convento i soldati del pontefice vestiti da frate, — noi appiccheremo il fuoco alla città, — noi faremo suonare nella notte tutte le campane, — noi inchioderemo le artiglierie, — mescoleremo veleno nelle farine e nell'acqua...[190]»

«E voi messer Soderini?» lo fissando di repente nel volto interroga il Baglioni.

«Io!» risponde questi, il quale per le cose udite si era rimasto stupito: — «ma... dopo il veleno, la strage e gl'incendii, null'altro mi avanza a fare, se non che seppellire i morti.»

Malatesta e il Bandino non si poterono tanto reprimere che entrambi in un medesimo punto non iscoppiassero in altissime risa. Poichè alquanto si furon rimessi, il Baglioni proseguì con queste parole:

«Ciononostante parlate.»

«Io sono dei grandi: gran parte avemmo nel governo dei Medici, lo desiderammo intero e mutammo reggimento; il popolo ingrato ci ha tenuto a vile e, non che piegarsi docili davanti a noi, si levò in superbia e ci ha tolto anche quella parte che possedevamo un giorno. I nobili sentirono come propria la ingiuria con la quale mi offese Francesco Ferruccio, quando io me ne stava commessario a Prato. Cotestui, pur dianzi a tutti ed a sè stesso oscuro, uso a servire in bottega, per carità riscattato dalla prigionia degli Spagnuoli dal mio consorte Tomaso Cambi[191]; costui, dico, ardiva al cospetto dei soldati sostenermi in volto ch'io non intendeva la milizia e che badassi alla mercatanzia[192]. I nobili han fermo di vendicare l'ingiuria e non sopportare altro strazio: conosco gli umori; mi sono note le voglie; io mi porrò a capo dei grandi... nissuno meglio di me lo potrebbe: io nasco di casa Soderina... voi lo sapete.»,

«Io so due cose della vostra famiglia, messer Lorenzo», favellò il Malatesta; «che Piero giunto a capo del reggimento non lo seppe tenere e adesso vive misera vita a Vicenza; e l'altra cosa da me conosciuta si è questa, che l'arme vostra troppo apparisce ornata per abbisognare di altro fregio[193].»

Sentì il Soderini acerbissima la plebea contumelia e, forte commosso, stava per darle convenevole risposta, allorchè si udì dalle stanze contigue la voce di Cencio Guercio che gridava:

«I magnifici signori Dieci di libertà e pace...»

«I Dieci!» esclama Malatesta, «noi siamo tutti morti.»

«Misericordia! i Dieci!» ripresero a coro gli altri, tranne il Bandino, che disse:

«Non mi avranno vivo.»

E mentre queste diverse espressioni si manifestavano in un punto, il Baglione affrettandosi a fuggire rovescia la lampada, che cadendo si estingue.

Succede un buio pieno di paura, un silenzio rotto soltanto dallo stridore di denti dei ribaldi traditori, i quali ad ogni istante temevano rischiarate quelle ombre e vedere il primo raggio di luce riflesso sopra la spada del carnefice.

Quel buio alfine sparì, e la luce non rivelò il taglio della spada, sibbene il riso del Malatesta e del suo compagno, Cencio, i quali soprastettero alquanto a contemplare la burlevole scena.

Il frate si era rannicchiato sotto il letto del Baglione, il canonico sopra, dove si teneva avvolto il capo nelle lenzuola non altrimenti di quello che si facciano i fanciulli allorchè temono per la notte il fantasma o la versiera; il Soderini poi non si trovava in qual parte si nascondesse: il terrore gli aveva rattrappito le membra; fatto gomitolo di sè, si cacciò tra i piedi della tavola e vi si ricoperse col tappeto. Solo il Bandino con la daga nuda alla mano apparve atteggiato come uomo che vuole e sa morire combattendo.

E Malatesta beffardo incominciò:

«Fuori, canonico, che puoi vergare la sentenza di morte di tutti i tuoi nemici; — fuori, frate, che inchiodi le artiglierie e incendii la città; Lorenzo Soderini, se intendete essere la bandiera intorno alla quale si denno raccogliere i malcontenti, mostratevi almeno sopra la terra. — Uscite dalla mia presenza, codardi! — Io ho voluto conoscere la vostra mente e le vostre forze: — se non ordino che v'impicchino per la gola quanti siete, questo è perchè non valete la spesa del capestro. Poichè le finestre del palazzo ebbero il pregio di tenere sospeso l'arcivescovo Salviati, io non vo' bruttarle col corpo di te, frate Rigogolo[194]. Sciagurati! Le formiche che vivono tra le cavità della querce avranno potenza di abbatterne i rami? Voi avete delle rane la voce importuna e la stanza di fango; rimaneteci, — a voi non è lecito uscirne. Tu, canonico, torna alle immondezze della tua vita; tu, frate, a distribuire la broda ai poveri affollati alla porta del tuo convento; — di te mi prende compassione e ribrezzo, Soderini, un forestiero t'insegna carità per la patria; Fiorenza sempre onorò la tua casa, e tu macchini insidie a tradirla. Uscite, sgombrate la casa mia, e sappiate che Malatesta Baglioni è quanta fede si ritrova nel mondo.»

Il Soderini non sapeva districarsi, e fu mestieri aiutarlo, e insieme agli altri poveri congiurati, a capo basso, la rabbia nel cuore, uscì da cotesto luogo maledetto.

Quando furono giunti in parte dove non poterono essere sentiti, frate Vittorio fremendo favellò:

«Ah! volpe perugina, se non giungo a renderti pan per focaccia, rinnego anche Cristo.»

«Bisogna», riprese il canonico, «corrompergli lo scalco e fargli mescere un bicchiero di buona acquetta di Perugia; — non può aversene a male, — ella è roba del suo paese[195].»

«Voi siete una perla per immaginare, ma e' converrebbe metteste fuori il danaro.»

«Santa Maria! io non potrei trovare un quattrino neanche se me lo pagaste un ducato; — mettetelo fuori voi.»

«Se le monete di cuoio andassero, mi taglierei gli usatti.»

«Perchè non levate la corona d'oro alla Madonna che avete sull'altare maggiore?

«Voi mi tenete per Calandrino, via! Questo fu fatto or corrono bene dieci anni, e con quella corona di ottone non sembra meno miracolosa alla gente.»

«O le lampade!»

«Tutte di rame.»

«Allora udite, — scriviamo un'accusa e tamburiamolo per traditore.»

«Oh il valentuomo! voi vi meritate una ghirlanda...»

«D'oro — per cambiarmela d'ottone.»

E si separarono; ma il canonico attese subito a mettersi in salvo e abbandonò la città; il frate ebbe lo stesso pensiero, se non che differiva porlo in esecuzione il giorno veniente, e, per le vicende che accaddero gli sfuggì l'occasione: nessuno di loro curò tamburare il Malatesta.

Al Soderini, gonfio d'ira e di superbia, non venne in mente cansarsi; si ridusse a casa, dove la povera sua madre non chiuse occhio tutta la notte per aspettarlo, e quando lo vide così turbato,

«Lorenzo», gli disse, «badate a non darmi qualche dolore in questi ultimi giorni di vita. Rammentatevi sempre che i Soderini attesero anche con loro pericolo al bene della patria.»

«Madre mia, Fiorenza attende il suo liberatore, e l'avrà.» Poi andò a giacere e sognò di salire sopra un gran palco in piazza, dove i popoli erano accorsi a vederlo. La mattina veniente allorchè si risvegliò risovvenendosi del sogno, seco stesso diceva: «Prima o seconda, questa mia testa è nata per alti destini.»

Infatti il sogno non lo deluse; la fortuna gli apparecchiava un destino alto.

* * * * *

Il Malatesta, poichè si furono allontanati costoro, facendo bocca da ridere, così favella al Bandino:

«Di tutto questo che parvene, messere Giovanni?»

«Parmi che dovrei darvi di questa daga sul capo.»

«In fè di Dio! voi avreste torto;» e sì dicendo il Baglione si allontana; «io piuttosto, e a ragione, dovrei dolermi di voi; chi diamine mi conducete davanti per cospirare? un frate e un canonico. Oltre il cattivo augurio che portano seco gente siffatta, sapete voi chi essi siano e quello che valgano? Uomini di perdutissima vita, privi di ogni bene di fortuna, così che la corda che gli appiccasse rappresenterebbe loro l'unica proprietà da essi mai posseduta nel mondo. Se avessi vite quante maggio ha foglie, io non ne porrei una all'avventura con loro. E quell'orgoglioso Soderini! Davvero l'epitafio scritto da messer Macchiavello per Piero Soderini ancora vivente si addice a tutti i membri della sua stolta famiglia. Al limbo i bambini, e non con noi per impresa di tanto momento. Voi almeno siete un uomo, voi, e nelle vostre braccia mi affido come in porto di sicurezza: — vedete in qual modo mi ha concio l'infermità non pertanto io fui un giorno, come voi, di persona prestante, e così come sono piaccionmi gli arditi.»

«Costoro molto avevano promesso, e il papa vi contava non poco.»

«Antico errore nei fuorusciti, sperare troppo nei vanti di chi meglio ne lusinga la passione.»

«Però ormai erano partecipi della congiura e se non potevano giovare, disprezzati potranno ben nuocere.»

«Guai a loro! Essi portano addosso la sentenza di morte. Domani, quando abbuia, nei tamburi di Santa Maria del Fiore io farò gittare dai miei fidati copia di spiagioni segrete a carico loro; prima che la vipera morda, le torrò i denti.»

«Chi vi assicura non vi prevengano nell'accusa?»

«La viltà loro. E poi essi hanno prova della mia fede, io invece posseggo la prova del tradimento loro. Or dunque accostatevi, concludiamo.»

«Sì, via, concludiamo, che al papa paiono mille anni di ritornare in palazzo.»

«Adagio ai me' passi; pure io m'ingegnerò a soddisfare le sue voglie. Uditemi; conviene guadagnare alle nostre parti uno di questi due cittadini, Francesco Carduccio, o Zanobi Bartolini.»

«Francesco Carduccio!»

«Ma Francesco Carduccio, comechè prudentissimo, si è scoperto troppo vivo per la parte degli Arrabbiati; la reputazione di cui gode gli viene da siffatta avventatezza; se domani si mostrasse un tantetto moderato, si demolirebbe con le proprie mani; quindi non favelliamo più oltre di lui.»

«Aggiungete ancora ch'ei non si lascerebbe comprare.»

«Tutto si compra, figliuolo mio; passioni, piaceri, vite, in somma tutto, inclusive la remissione dei peccati e l'entrata nel paradiso; i tesori delle indulgenze superano di assai i tesori di questa terra...»

«Non obliate, soggiunse ridendo il Bandino, che voi discorrete con l'ambasciatore della Santa Sede Apostolica.»

«Anzi io diceva così perchè troppo bene me lo rammentava. Rimane messer Zanobi; astuto, arguto, nei casi umani ricercatore sottilissimo e, come voi altri Fiorentini vi dite, bagnato e cimato: in lui pertanto vuolsi riporre ogni fidanza; i nobili gli fanno capo come a principale rappresentante, pendono dai suoi consigli, quanto egli vuole vogliono: ama la patria, ma più sè stesso ama; di animo gagliardo, ambisce il governo; assicurandolo che gran parte otterrebbe del nuovo stato, fingendo eleggerlo arbitro del futuro reggimento di Fiorenza, giurando mantenere salva la libertà della patria...»

«Questo è ciò che vuole mantenere papa Clemente.»

«Vi ho io forse detto che mantenga? Ho detto giuri. Il sommo pontefice può sciogliere dal giuramento con maggiore agevolezza che non iscioglie il fiocco del suo piviale.»

«Ma quel vero cignale del Bartolini che sempre tiene chiusi gli occhi e pensa sempre, lascerà cogliersi al laccio?»

«Molto pensa, più molto dorme; e poi non si dà uomo per quanto scaltro si sia, che non s'induca a credere quello che desidera; altrimenti per virtù di esperienza, ch'è vecchia e la sa lunga, gli uomini commetterebbero più errori in questo mondo?»

«E qual provvedimento consigliereste voi per placare questo cerbero?»

«Una bolla col suggello del pescatore, una promessa in buona e valida forma giurata dal commessario pontificio messer Baccio Valori, sarebbe l'ingoffo...»

[Illustrazione: «Ebbene, dov'è andato il brigantino vada la barca. Capitano Corrado, giuoco lo stipo.» _Cap. XIII, pag. 319._]

«I Dieci!» si ode gridare nella stanza precedente; e poi entrando affannoso Cencio Guercio,

«I Dieci, per Dio!» replica, «questa volta sono davvero, — mettevi in salvo.»

«Or non corre stagione per tue giammengole, Cencio: serbale a tempo più acconcio.»

«In verità... io non so sopra qual cosa giurare... quanto è vero che l'inferno ci aspetta... i Dieci domandano di voi.»

«Lasciami in pace: va...»

* * * * *

«Il caso urge per modo ch'io mi farò lecito penetrare nella sua camera da letto...»

«Un momento, messer Carduccio,» — urlava Malatesta adesso allibito e tremante, udendo le riferite parole; — «un momento solo... la decenza desidera che non venghiate qua oltre... io sono da voi.»

E, come meglio poteva aiutandosi della persona, accorse nell'antecedente stanza, dove il Carduccio in compagnia di altri quattro del magistrato dei dieci era entrato. Messer Francesco, gittando uno sguardo così alla sfuggita sul Malatesta e lo veggendo tutto disfatto, incominciò:

«Dio vi mandi il buon giorno, magnifico messere capitano generale; — ond'è che siete in volto più bianco che lenzuolo di morto? Vi sentireste male per avventura?»

«Le mie infermità mi concedono piccola salute, messer Francesco onorandissimo; pure ho fede nella Beata Vergine mia speciale avvocata, che tanta pure me ne rimanga da vedere questa patria tornata nello antico suo stato.»

«Avvertite, messere Malatesta, che due furono nei tempi trascorsi i reggimenti di Fiorenza, repubblica e principato; spiegatevi meglio, onde il cielo non prenda errore nei vostri voti; io gl'intendo benissimo e so che volgono alla repubblica. — Però temo non abbiate riguardo... così infermo passare la notte vestito! davvero...»

«Questo abito io presi nei campi; allorchè il nemico sta di fronte prudenza insegna si trovi apparecchiato il capitano; un momento perduto può dare al nemico o a voi vinta la impresa. Ma narrare a voi cose siffatte egli è come portare i frasconi in Vallombrosa; or dite su, qual causa vi mena sul far del giorno alle stanze del vostro capitano generale?»

«Ci hanno gli scorridori nostri portato sicura novella essere già comparsa in Mugello, d'intorno a Barberino, la testa del nuovo esercito, sommerà bel circa a ottomila: quattromila Tedeschi, duemila cinquecento Spagnuoli, ottocento Italiani, e lo restante cavalli; si tirano dietro venticinque pezzi di artiglieria grossa di cui parte ne concedeva loro Alfonso duca di Ferrara: portano ancora polvere e palle in gran copia. Papa Clemente, affinchè giunga questo dono alla sua patria più tostàno, ha fatto comandare per fino le mule dei cardinali...[196]»

«Ci si versano addosso tutte le forze della Chiesa e dell'impero?»

«Poco importa, strenuissimo capitano generale: quello però che molto importa si è questo, che intendendo forse il nemico di circondare la città da ogni lato, occuperà i colli di Fiesole, il piano di San Donato in Polverosa e luoghi altri consimili: ora quantunque le porte della Croce, Pinti, Faenza, San Gallo, della Giustizia e Prato siano a sufficienza munite di bastioni, e le mura abbiano argini e fosse diligentemente condotte, parve nondimeno al consiglio dei Dieci e ai tre commessarii su la difesa di Fiorenza doversi esaminare, se gli edifizii e borghi intorno alle mura potessero recare comodità ai nemici, danno a noi; e quando veramente il fatto fosse, come sembra, dannoso, siamo in tutto deliberati atterrare i borghi con ogni chiesa e casamento vi si trovasse dentro compreso.»

«Parlate voi daddovero? Rovinare quasi un terzo di città! Egli è questo negozio grave davvero e da consultarsi con maturità di giudizio: sono con voi.»

Senza metter tempo fra mezzo, tolta seco convenevole accompagnatura, di cui ormai non faceva più a meno il Malatesta, salito secondo il suo costume sopra un muletto, si condusse fuori di Porta alla Croce: prima di uscire però lasciava parte de' suoi Perugini in custodia della porta, sospettoso non fosse quello un trovato del Carduccio per escluderlo dalla città senza muovere rumore tra i soldati: e mentre ne bisbigliava sommesso l'ordine a Cencio Guercio, aggiunse con un proverbio:

«Cencio, tieni un occhio al pesce e l'altro al gatto.»

E Cencio pure con un proverbio:

«Badate a voi; che quando il vostro diavolo nacque, il mio andava ritto alla panca.»

* * * * *

Per ogni dove si vedeva moto, si udiva rumore; moto e rumore naturali alla maestosa onda del popolo che si agita; moltitudine di gente, munita di pali, di zappe e strumenti altri cotali, stava attendendo il comando di atterrare bellissimi edifizii, guastare ameni giardini, gioiosa così che sembrava non si trattasse della sua sostanza. Il cuore del Malatesta si commosse, ma invano, come quello del prigioniero avvinto di catene: mandò ancora un sospiro alla virtù nel modo che il leone caduto nella fossa guarda il cielo e rugge; la sua anima palpita sotto gli artigli del demonio; ormai questi v'incise la sentenza: — sei mio. —

I Dieci, i commessarii, fra i quali come capo onoravano messere Zanobi Bartolini, il Malatesta ed altri tra i maggiorenti della città cavalcarono lungo spazio di tempo, specularono i luoghi, valutarono le fabbriche, e consumata gran parte della mattina in coteste ricerche, si restrinsero poi a consulta per determinarsi a qualche provvedimento.

«Aprite il pensiero vostro, signor Malatesta», levando il capo e aprendo affatto gli occhi, che del continuo teneva chiusi o semichiusi, incominciò l'adiposo Bartolini.

«In fè di Dio! la rovina di tanti edifizii parmi una cosa matta.»

«Se pazza o savia, diranno i posteri; ma certo l'ammireranno in eterno: ora vogliamo sapere se utile...», interrompe il Carduccio.

«Un tesoro inestimabile andrebbe perduto...»

«Malatesta, cavalcando con noi per la città, avreste pur dovuto leggere su pei canti scritto con gesso o con carbone il fermo proponimento di questo popolo. — poveri e liberi[197].»

«Prima di favellare io vorrei conoscere questo proponimento in maniera alquanto più sicura che i segni di gesso o di carbone non sono...»

«Con buona licenza delle signorie vostre», prese a dire un giovine fiorentino di oneste sembianze recandosi in mezzo ai magistrati e al generale con in mano un palo di ferro, «ciò non vi trattenga dal consigliare: io sono di casa Baccelli: posseggo nel Borgo di San Gallo casamenti ed orti: se il consiglio di guastare prevale, io me ne rimarrò peggiorato meglio che di ventimila fiorini d'oro; e nondimanco se tale sarà la deliberazione vostra, tengo il palo pronto per dare i primi colpi[198].»

E poi si tacque il dabben giovane, modesto nel volto, non avendo messo nel profferire siffatta sentenza maggiore sforzo che se incontrando alcuno per via gli avesse detto: buon dì! fratel mio. — Il secolo nostro impari!

«Che ve ne pare, Malatesta?» interrogò il Carduccio.

«Indovinava papa Clemente quando non rifiniva di empire il mondo di quel suo volgare concetto: — avrebbero i Fiorentini renduto la città per paura di guastare gli orticini loro?»

Il Malatesta, prevenendo col desiderio il tempo futuro, pensò che gli sarebbe diminuito il premio del tradimento dove non consegnasse la città al papa così intera come egli gli aveva promesso; inoltre Clemente estimando ormai lo stato di Firenze come propria sostanza, gli aveva raccomandato badasse a far sì che lo guastassero meno che per lui si potesse. Il pregio, che in buon cittadino sarebbesi dipartito da carità, in lui nasceva da avarizia. A Dio non piacque mettere la sciagura tra le labbra e la tazza perocchè Malatesta raccogliendosi soggiunse:

«Lasciamo i vivi in disparte; ma l'ossa di tanti morti turbate nelle antiche sepolture andranno disperse pei campi?»

«Meglio disperse pei campi di un popolo libero che chiuse negli avelli sopra la terra funestata dalla tirannide», rispose Carduccio.

E Malatesta di nuovo:

«E i santi e Dio, cacciati dalle sacratissime loro dimore, esuleranno a guisa di fuorusciti, lontani dal paese che tanto fin qui predilessero?»

«Dio abita nei cieli; un cuore libero e infiammato nell'amore santo di patria è il miglior tempio cui egli si compiaccia abitare. Malatesta, voi sostenete tutte le parti, tranne la vostra: — voi vi mostrate mercante, e questa cura ci spetta; — voi vi mostrate tenero della nostra religione, e questa cura a noi soltanto appartiene; — siate una volta capitano di esercito, — e se come cristiano le mie parole vi turbano, sappiate che, quando i sacerdoti vollero, Cristo difese i tempii, — quando i sacerdoti vollero, Cristo vietò le immagini. — Iddio, che ha creato il mondo e le cose che in esso sono, essendo signore del cielo e della terra, non abita in tempii fatti di opera di mani[199].»

«Orsù dunque», esclamò il Baglione guardandosi prima dintorno per assicurarsi se al bisogno i suoi fidati gli stavano appresso, «or dunque, via, vi parlerò da capitano di eserciti, poichè il mio consiglio coperto non voleste comprendere. Devo io manifestare un consiglio che compiaccia alle voglie di una fazione, o piuttosto aprire l'animo mio intero, siccome me ne fanno debito il giuramento prestato e l'ufficio di buon capitano? Qui, ben lo vedo, si vorrebbe che col mio parere confermassi il partito peggiore ormai determinato da pochi uomini torbidi; a noi, alla patria ed a sè stessi stoltamente avversi; comunque la libera favella non sia ormai senza pericolo quaggiù, io sostengo iniquo il disegno di abbattere tanti edifizii e disperdere tante facultà cittadine. Noi molti di leggieri possiamo circondare di un argine il fabbricato, e quinci difenderlo con prosperità di evento: tempo e travaglio maggiore richiede la rovina dei borghi che non l'argine di cui vi favellava poc'anzi: le mure di Fiorenza poco più valgono di un argine, voi le vedrete sfasciarsi alla batteria di quattro mezzi cannoni la riparazione dell'argine riesce meglio agevole dei muri, che per essere di pietra male sapremmo dove trovarla tagliata ed acconcia a turare la breccia. Se in Fiorenza non si contiene numero di soldati bastante a far sortite, soncene però quanti bastano a difendere qualunque più larga cinta di mura. Ciò a chiara prova si conosce; qui non fa mestieri consulta; ogni uomo che del tutto cieco della mente non sia di per sè lo comprende: — ma qui si vuole precipitare il popolo, costringerlo a risoluzioni disperate per rompergli poi ogni via agli accordi, i quali, la libertà assicurandogli e il vivere largo, gli togliessero dalle spalle questa incomportabile gravezza della guerra...»

Mentre così con veemenza arringava, un uomo inviluppato nel mantello, coperto di un feltro che gl'Italiani avevano cominciato ad usare in viaggio[200] o quando pioveva, mostrando insomma dall'apparenza di essere scavalcato pur dianzi, a furia di urti e colpi di gomito, nulla badando alle male parole che gli dicevano attorno, era giunto a porsi nella prima fila di faccia al Malatesta, e quivi stava ad ascoltarlo con atti d'ira, d'impazienza e di rabbia non altramente da quello che si facciano i cavalli quando si segnano col fuoco.

Le parole del Malatesta non partorivano troppo buon frutto per lui; il popolo conosceva l'erba pel suo seme e mormorava a guisa di vento per le forre dei monti. Allora il Baglione, cacciando fuori maggior voce, aggiungeva:

«Buoni popolani di Fiorenza, fratelli miei, credete a me che vi sono amico davvero; accettate il mio consiglio e ponetelo in opera! — vedrete poi chi v'inganna: conoscerete all'occasione chi intende rimettere la vita nella difesa della patria vostra... Se non avesse disertato dalla città Michelangiolo Buonarroti, per certo si unirebbe al mio avviso; — ma ora chi sa dove mai si avvolge quel traditore...?»

«Io traditore!» urlò lo sconosciuto, gittando il cappello e rivelandosi appunto qual era nella sua rabbia sublime Michelangelo Buonarroti, «io traditore! Per dimostrarti, popol mio, che non sono traditore, ecco io ti do un consiglio contrario a quello di Malatesta Baglione, ed oltre il consiglio, io te ne do il comandamento, imperciocchè io tengo tuttavia l'ufficio di procuratore generale sopra i ripari di questa patria comune. — Mal si potrebbe difendere cinta più larga: — quanto meglio si trovano prossimi i combattenti, e più si aiutano o con mano o con voce: le antiche mura sono tali da non sofferire batteria; e prova ve ne faccia la fatica inestimabile durata dal Bozzolo e dal Navarra quando rovinarono le torri che a guisa di ghirlanda incoronavano Fiorenza[201]; ancora ponete mente che il Mugnone riempie d'acqua i fossi intorno alle mura, e questo benefizio non avremmo intorno l'argine; ancora, le mura non istanno sole e nude, sibbene molto validamente munite; oltre i puntoni delle porte, le guardano il bastione presso alle mulina, il baluardo di Santa Caterina, l'altro non meno forte alla Mattonaia, il cavaliere tra le porte della Giustizia e della Croce[202]. Giù i borghi, dai quali i nemici possono offendere la città; aprite libero il campo al fulminare delle artiglierie; non ci calga delle ville; i nostri nemici ci torranno, non che le ville, la vita: si taglino le piante, perchè, se qui tra noi rimane la libertà rifioriranno, — se invece prevale la tirannide, che Dio non voglia, uomini e cose moriranno inaridite. — V'incresce forse dei magnifici palazzi, dei vaghi edifizii? Ecco, queste sono mani che sapranno rialzarli più belli»; e baldanzoso levava in alto le braccia: «poveri ma liberi... — Ma io meco stesso mi sdegno di consumare un tempo in parole che più acconciamente dovrebbesi impiegare in opere; roviniamo i borghi, poi vi mostrerò a bell'agio la necessità di siffatto provvedimento.»

I popoli si commossero, brulicarono e si avventarono a guastare case e giardini, amorosa cura degli avi e di loro stessi. Se in cotesto istante fossero sopraggiunti i nemici, nel vedere il furore che gli agitava, non avrebbero saputo che cosa pensare; gli olivi, le viti cadevano; sbarbavano cedri, melaranci e rosai; i tempii e i palagi rovinavano; i padroni delle case e degli orti, non che si mostrassero mesti nel sembiante e mettessero guai, inanimavano gli altri, e sopra gli altri non rimettevano dallo affaccendarsi; per quelle rovine si avvolgevano tutti polverosi, sudanti, divampanti nel volto. Dante da Castiglione, Ludovico Martelli, il Busini, Lionardo Bartolini e frotte di giovani per virtù propria e per chiarezza di stirpe cospicui. Donne e donzelle si mescevano tra la folla ed emulavano, operando, i più gagliardi, seguendo la natura loro sempre estrema così nel male come nel bene; e sì che quei luoghi erano cari alla più parte di esse per soavi ricordanze di amore: lì presso a quel rosaio venne prima il diletto garzone, là in quel viale per la prima volta gli favellarono, in quell'altro la prima parola di affetto fu mormorata, — udì quel pergolato i fidati colloqui e discreto testimonio ricoperse gli amanti dei copiosi suoi pampini; e la musa sogguardando tra le rosee sue dita, ben altri atti scoperse, e brevi sdegni e liete paci, che pure potè senza arrossire, comunque vergine cantare sopra la celeste sua lira. Per questi prati fioriti vennero spesso giovani amanti e donne innamorate; e mentre l'arancio profumava l'aria del divino suo alito, la melodia degli uccelli riempiva l'emisfero come di un inno di gloria, e il cielo era azzurro, il sole maestoso nella potenza dei suoi raggi, ripensarono all'arcano desío dei loro cuori, e in quella universale ebbrezza della natura rimasero esaltati, lo abbellirono di tutto quel riso del creato; che fosse oggetto terreno e mortale dimenticarono, lo incoronarono di rose eterne, per celebrarlo adoperarono un linguaggio che, da Platone e dai poeti fiorentini in fuori nissuno altro labbro nel mondo seppe favellare poi. Amore; carità di parenti, fede di religione, — qualunque affetto taceva; — ogni potenza dell'anima legata: il pensiero della patria tiene avaramente in sè raccolto ogni altro pensiero; la gioia sospende i suoi tripudii, l'angoscia i suoi lai: rideranno o piangeranno poi; — adesso tutti alla patria, a nulla più attendono che la patria non sia. Ludovico Martelli, siccome quegli ch'era di gentile natura e delle storie antiche non meno che nei cortesi modi cavaliereschi intendentissimo, si veggendo attorno una corona di vaghe gentildonne le quali non aborrivano le mani delicate adoperare in cotesta impresa, esclamò:

«Voi, donne, siete le stelle della terra; se mi donassero la scelta tra il sorriso della donna mia e la corona dei Cesari, io per me direi: mi sorrida la donna. — Già ricorda la storia un vostro fatto antico che salvò la patria; e la storia manderà ai posteri anche questo, che certamente salverà Fiorenza...»

«Deh! narrateci il fatto, cortese giovanotto, nè per ascoltarvi smetteremo il debito nostro», dissero a un punto le gentildonne adunate presso di lui.

«La storia è breve. Nel 1282, quando messer Giovanni da Procida ebbe ribellata la Sicilia al re Carlo, questi, avendo raccolto grosso naviglio a Napoli, mosse incontro Messina, dove postosi ad assedio, mandò ai Messinesi comando si riponessero sotto alla sua obbedienza. I Messinesi, sprovveduti di difese, vedendo tanto sforzo di esercito, col mezzo del legato della Chiesa gli domandarono per patto: perdonasse alle ingiurie; di quanto pagavano gli antichi loro per anno al re Guglielmo si contentasse; signoria latina, non provenzale, concedesse. — Alla quale domanda il re superbamente rispose: I nostri soggetti che contro a noi hanno infierito a morte domandano patti? Ebbene, io li perdonerò, ma voglio ottocento statichi, dei quali farò a mia volontà, e tengano da me quella signoria che a me piacerà siccome loro signore. — E notate, donne, i nostri padri guelfi lo chiamano il buon re Carlo.»

«Il Signore gli dia nell'altra vita mercede condegna ai meriti suoi!» soggiunsero le donne; — «ma i Messinesi qual davano risposta alle tracotanti parole?»

«Ecco, ce l'ha conservata Giacotto Malespini, storico guelfo, che Dio lo perdoni», continuò Ludovico: «Anzi volerne morire dentro alla nostra città colle nostre famiglie combattendo, che andare morendo in tormenti e in prigioni e in istrani paesi[203].»

«Oh i gloriosi cittadini! Onore ai valentuomini!» con le voci e palma battendo a palma plaudivano le donne.

«Udite!... però la terra in parte non aveva mura, e il re da quel lato dette un furiosissimo assalto: i Messinesi si difesero, come si difende l'uomo il quale combatte per gli affetti più cari che la natura c'infuse nell'anima: dopo sanguinosissima battaglia ributtarono il nemico aspramente. Il re Carlo si ritirò a notte, fermo nel consiglio di espugnare alla dimane la terra o morire nella mischia. Cotesta fu una molto terribile notte pei Messinesi, e come disperati si sconfortavano: se non che le donne loro gli sostentarono, gli abbattuti spiriti ravvivarono, e rovinando case e tempii al chiarore delle fiaccole, con isforzi miracolosi nel breve spazio della notte munirono di muro quella parte di città che n'era senza. Allora un poeta del popolo fece certa canzone la quale tuttavia si rammenta. Carlo alla mattina conobbe impossibile lo assalto: mutato modo di guerra, pensò averla per fame; vi stette attorno circa due mesi invano, poi gli fu forza lasciare con sua vergogna la impresa.»

«E la canzone come diceva ella?» richiesero le donne.

«Della canzone i tempi serbarono una strofa sola.»

«Ditela su, noi la vogliamo sapere.»

«Ella dice così:

«Deh! com'è gran dolore Le donne di Messina Vederle scapigliate Portar pietre e calcina[204]!»

«Oh! continuate, andate innanzi...»

«L'altro s'ignora...»

«Ce lo ponete di vostro, per poco che siate poeta.»

«Ma io non sono poeta.»

«Continuate... continuate... per quanto amore portate alla vostra donna.»

E Ludovico sospirando riprese a cantare: —

«Deh! quanto è gran dolore Ruinar di nostre mani L'arche dei padri nostri Li tempii dei cristiani!»

Le donne per istinto di armonia ripetevano in coro:

«Deh! quanto è gran dolore»

E Ludovico di nuovo:

«Deh! quanto è gran dolore Pensar che a tal destino Mena la madre patria Un papa e un cittadino. Ma di tener Fiorenza Non avrai, papa, il vanto, O tu l'avrai morente Per darle l'olio santo.»

E così continuarono finchè n'ebbero vaghezza.

* * * * *

Il Baglione, quando prima vide la moltitudine precipitare alla rovina dei borghi e lasciarlo spregiato, lo vinse l'ira per modo che, dato degli sproni nei fianchi al suo muletto e quindi tirate forte le briglie, lo tormentava in istrana maniera, sicchè quel misero animale scalpitava, si agitava e grondava sudore. Volendo poi tornarsene alla sua stanza, nel volgersi che fece, gli occorse Zanobi Bartolini, il quale, piegato il capo sul seno, non si era mosso; onde in passandogli da canto esclamò:

«Chi sa dove mai trarranno la patria cotesti Arrabbiati!»

«Ahi, povera Fiorenza! l'ora anche per te è venuta di essere ridotta in un mucchio di rovine.»

«Onta a voi che ne siete la colpa: — in fè di Dio, ora che corre stagione di mostrarvi più che uomo, voi mi diventate men che fanciullo. Dove lasciaste voi l'antico vigore, quando, commissario a Pistoia, col carnefice da un lato e la giustizia dall'altro, accomodaste quella scomposta città[205]?»

«Colpa è del papa, che non volle udire parola di libertà; e tra i due estremi del vederla o rovinata o serva noi lasciamo andare in rovina la patria.»

«E chi vi ha detto il papa non volere udire parola di libertà?»

«A me?... lo hanno riferito gli oratori nostri. Forse voi pensereste al contrario?»

«Lo penso... e forse... posso ancora saperlo...»

«Davvero? E a voi chi lo assicurato?»

«Uditemi bene, messere Zanobi...»

E così andando alternarono un colloquio nel quale i futuri destini di Firenze furono irrevocabilmente fissati.

«Michelangelo, che nuove?» tutto anelante domanda il Carduccio traendo in disparte il Buonarroti.

«Cristo morendo ci lasciò in eredità i chiodi e le spine: io nulla ho ottenuto... nulla... e, oh dolore! la salute della patria pendeva dalla riuscita dell'opera mia. — Io rientro nella mia patria, come lo spettro torna alla sua tomba su lo apparire dell'aurora...»

E poichè il Carduccio, le mani incrociate sul petto, il capo a terra chino, pareva come sopraffatto dall'angoscia, Michelangiolo lo scosse con impeto e gli domandò:

«Dunque è ben morta ogni speranza, o Francesco?»

«Il Carduccio crollò la testa quasi per iscuoterne i molesti pensieri, poi vestì la faccia di un sorriso languido e rispose:

«La speranza rinasce dalle sue ceneri, perchè questo popolo è grande.» — E così favellando gli accenna la moltitudine brulicante nella distruzione. — «Ma in breve narrami i casi tuoi.»

«Io me ne andai a Ferrara...»

«Parla sommesso; — qualcheduno, parmi, ci si avvolge d'intorno per origliare le nostre parole.»

«Egli è Andrea del Sarto; forse desidera darmi il ben tornato: — dilunghiamoci qua oltre e fingiamo non ravvisarlo; Dio non lo ha creato tristo, ma fievole di animo così ch'io volentieri gli terrei lo ingegno dell'arte. — Ora dunque me ne andai a Ferrara, riducendomi, quanto più secretamente potei, ad abitare all'osteria: il duca però, il quale per suoi nuovi sospetti si fa mandare ogni sera la lista degli osti, avendo saputo subito la mia venuta, mi mandò a levare di su l'osteria e mi usò ogni maniera di amorevolezze; di buon principio era questo; intanto presi a spandere fiorini fra i suoi cortigiani; — oh! la gran devozione che portano al nostro Battista cotesta gente tutta quanta! In ogni sguardo io vedeva un uncino, in ogni mano il ronciglio, sicchè presto mi ridussi al verde; bisognò concludere presto, altrimenti mi divoravano carne e ossa. Aveva con ogni modo studiato rendermi benevolo Alfonso; e perchè ei nulla potesse rifiutare a me, io nulla seppi ricusare a lui, fino a promettergli dipinto di mia mano un quadro rappresentante Leda col cigno: — adesso mi pento averlo promesso; ma, non essendo nato principe, fede di gentiluomo mi stringeva mantenere la parola[206]. Alfine un giorno gli scopersi pienamente l'animo mio con tutte quelle ragioni che voi sapeste dimostrarmi; al quale ragionamento egli rispose: Prima che tu parlassi, ti aveva letto nel cuore: — e poi si alzò, aperse uno stipo, ne trasse fuori una lettera e soggiunse: Leggi. — Egli era un comandamento dell'imperatore di non soccorrere apertamente nè celatamente i Fiorentini, per quanto amore portava alle cose sue; in questo modo operando, si obbligava solennemente a perorare in suo favore nelle controversie con la Chiesa: in caso diverso avrebbe dichiarato Ferrara devoluta alla Sedia Apostolica. — Quando ebbi letto, alzai la faccia ad Alfonso, che, ripiegata la lettera e messala di nuovo nello stipo, tornò alla mia volta proferendo queste poche parole: mors tua, vita mea. Non perciò pretermisi industria a persuaderlo: gli rappresentai essere agevole sovvenirci con tanta segretezza che neppure il diavolo potesse darsene per inteso. — Il demonio forse, rispose il duca, non mica i preti: per ora io dormo: ma quando mi sveglierò, partirà dai miei sguardi una favilla che incendierà il Vaticano. — Così disse: poi, come pentito di essersi lasciato troppo scoprire, si rinchiuse nelle sue ambagi, e da quel sasso non iscaturì più vena di acqua; riuscirebbe prima all'uomo di tagliare il porfido con le unghie che rimuovere quel cupo principe dal proponimento già preso.»

«E come incendierà egli il Vaticano? Questi sottili artifizii rovineranno sempre i principi italiani; la forza aperta è più generosa ed anche più efficace.»

«Per quanto mi occorse intendere da uomini prudenti, le dottrine degli eretici di Alemagna trovano favorevole accoglienza alla corte di Ferrara; le principesse, dicono, avere appreso i nuovi dogmi da un eresiarca tedesco venuto espressamente a convertirle.»

«Alfonso di Ferrara poteva vincere la Chiesa con le sue artiglierie: non lo avendo voluto, nelle argomentazioni egli perderà di certo... Inoltre cotesto tuo è concetto che non mi attaglia; imperciocchè, se le principesse sentono dell'eretico, il duca poi faccia professione di beghino. E a Vinezia?»

«Vinezia invecchia: — ama il riposo, rinunzia alla magnanimità, alla gratitudine, alle virtù senza le quali le repubbliche muoiono; ella pesa tutte le vicende dei pericoli alla bilancia dove i suoi mercanti riscontrano il peso delle monete d'oro: in lei è spento ogni alito di grandezza, altro non le rimane che diventare decrepita e morire. Il Gritti, col dorso voltato dagli anni verso la terra, vede la fossa e dubita; i suoi pensieri tendono ad abbellire la bara dove un giorno sarà composta la patria: io lo pregava di avere a cuore la libertà italiana, ed egli mi pregava a volergli fare un disegno pel ponte di Rialto[207]. Nissuna parola da voi suggerita dimenticai; non tacqui un esempio: e poichè guardando sopra la tavola mi occorse un libro manoscritto[208] che di fuori diceva: Historie de Nicolò Machiavelli, — cercai al libro quinto, dove racconta che i Viniziani stavano sul punto di abbandonarsi se i Fiorentini con presentissimo pericolo mandando loro il conte Sforza non gli sovvenivano; e gli notai col dito le parole dello storico con le quali dimostra quale e quanto effetto partorisse l'orazione di Neri Capponi al senato viniziano: — promettevano che mai per alcun tempo non che dai cuori loro, ma da quelli dei discendenti non si cancellerebbe così insigne beneficio, e che quella patria aveva ad essere comune a Fiorentini ed a loro. — Messere Andrea mi toccò su la spalla e mi favellò le seguenti parole. La ragione degli Stati procede diversa assai da quella degli individui; — i posteri biasimeranno in me doge della Repubblica viniziana ciò che tu loderesti in me Andrea Gritti. — Ed io, che a stento mi poteva frenare, gli risposi: Messere Andrea, io di queste sottigliezze non intendo, ma più di piacere ai posteri m'importerebbe piacere a Dio; e inoltre se un tal fatto reca vergogna a un uomo, non so vedere come e perchè non tornerebbe pure in onta ad un popolo, il quale si compone di una moltitudine di uomini. No: nè voi nè altri sapranno convincermi mai, che o popoli o privati non debbano pagare la colpa di riconoscenza, di lealtà, di grandezza tradite; e male argomenta colui che la durata della patria circoscrive al brevissimo spazio della sua vita. — E me ne andai fremendo. Vinezia! Vinezia! le genti ti contemplano colorita dal sole, rigogliosa di vita, ma il verme inosservato ti penetrò nelle viscere. Quando decrepita e moribonda chiamerai le tue sorelle d'Italia a consolarti nella sventura, vedrai intorno di te i principi, ai quali ti affidasti, irridere alla tua agonia ed imprecarti la morte, come eredi impazienti di raccogliere il tuo retaggio. E nondimeno, nè Alfonso di Ferrara, nè Andrea di Vinezia furono quelli che più mi fecero vergognare di appartenere alla stirpe umana; l'ira e il ribrezzo di essere nato uomo mi venne dai nostri concittadini, Carduccio, dai mercanti di Fiorenza dimoranti a Vinezia.»

«E come ti avvenne questo?»

«Io mi trovai a Vinezia allorchè giunse, mandato da Lorenzo Carnesecchi nostro commissario a Castrocaro, Pietro Borghini, il quale, accolti quanti mercadanti fiorentini tengono ragione in cotesta città riferì a costoro le imprese maravigliose di quel valentuomo di Lorenzo; narrò come sovente fosse venuto alle mani con Leonello di Carpi presidente ecclesiastico nella Romagna, e sempre con suo vantaggio, — e di Marradi, ribellato prima e tosto da lui ridotto nell'antica devozione, — dell'assedio di Castiglione sciolto, — dell'assalto di cinquemila e più fanti ributtato da Castrocaro, — della taglia posta da papa Clemente sopra il suo capo e della taglia da lui posta sul capo del papa, tutte queste cose disse, ed altre ne aggiunse non meno stupende e degne di memoria; ed infine egli aggiunse essere il Commessario deliberato di fare un servizio rilevantissimo in pro della patria, quando loro bastasse il cuore di fornirlo di denaro; e, per assicurarli avrebbe loro obbligato i suoi beni e quelli di Giorgio Ugolini tenerissimo della libertà. Capi dei mercadanti adunati erano Matteo Strozzi, Luigi Gherardi, Ludovico Nobili, Filippo del Bene, Giovanni Borgherini e Tomaso Giunta; ricchi tutti e, comechè avari, usi a sprecare in vizii e in giuochi le migliaia di ducati: e non pertanto, il sangue mi toglie il vedere nel rammentarlo, nessuno ebbe cuore di sovvenire di un solo fiorino il Commessario Carnesecchi. Matteo Strozzi allegò che la sicurezza offerta sui beni di Lorenzo e dell'Ugolini in tanta distanza era come nulla, potendo cotesti beni andare gravati di debiti sconosciuti, e così favellando parve sospettoso notaro, non fu cittadino: il Borgherini si scusò perchè aveva fondaco a Roma e temeva la vendetta del papa: più turpe degli altri, se in tanta turpitudine possono darsi screzii, Tomaso Giunta, il quale disse non essergli patria Fiorenza, ma Vinezia; imperciocchè a Vinezia avesse accumulato i danari, ed i denari comporre il vero sangue e la vera anima dell'uomo; poco importargli che la libertà della Repubblica fiorentina stesse in piedi, purchè la sua libreria non cadesse. Io rimasi esitante se dovessi rispondergli a parole o nel modo con che mi favellò, nella mia fanciullezza, il Torrigiano[209] quando di un pugno mi sfasciò il naso; pur mi rattenni e parlai: Stampatore Giunta, quando il papa e l'imperatore ti avranno strozzato la patria, pensi tu che non potranno farti smettere la stampa delle opere avverse all'impero ed a Roma, e con la quale tu ti sei arricchito? — Ed egli a me: Allora stamperò quelle che argomenteranno a loro vantaggio. — Ma, ripresi io, — ciò non basterà loro; si sforzeranno affinchè gli uomini non imparino a leggere. — Lo svergognato concluse: Di qui a quel tempo gran tratto ci corre: prima che i fanciulli diventino uomini io sarò morto; e morto io, morto il mondo; buona notte a chi resta. — Gli voltai le spalle, chè uomini cosifatti paionmi, e certamente sono scorpioni sbagliati: tornato a casa mi spogliai di tutte le veste e le gettai sul fuoco, abborrendo di più oltre portarle, siccome appestate da quei fiati velenosi. Apersi il mio Dante[210], e sopra i margini del trentesimoquarto nell'Inferno vi segnai la brutta sembianza di quei mercadanti come traditori tormentati nella Giudecca: il Giunta posi in una delle bocche di Lucifero, perocchè io non consenta punto col poeta quando mette Giuda, Cassio e Bruto a maciullare tra i denti di lui; Giuda lasciai, in luogo di Cassio vi posi il Giunta, la terza bocca rimane tuttavia vuota, e aspetto a riempirla col Malatesta. Ho sentito parecchie volte ricordare in famiglia, come uno dei nostri vecchi esercitasse il commercio di panni franceschi; or ora, come torno in casa, cercherò la sua immagine, e la velerò di un panno nero, come ho veduto in Vinezia che praticarono col ritratto del doge Marino Faliero. — di due cose, o Signore, principalmente io ti ringrazio; la prima per essere nato italiano, la seconda per non avere sortito ingegno da mercadante[211].

«Michelangiolo, ciò che tu parli il Carduccio magistrato non riferirà al Carduccio mercadante; parla sommesso, però che ai soli mercanti sia dato adesso sovvenire in tanto estremo la patria. Non tutti, come quei di Vinezia, si mostrarono iniqui al luogo dov'ebbero la vita; quei di Fiandra, d'Inghilterra e di Lione, mandarono grosse somme di pecunia. Le consorterie di per sè non hanno vizii, sibbene tu li trovi negli uomini, e questi sono più infelici che stolti, più stolti che scellerati. Il danaro tutto può...»

«Il danaro nulla può: raccogliete quanto vi pare fiorini e ditemi un poco s'essi vi scolpiranno un altro Davidde davanti il palazzo della Signoria.»

«No, ma pagheranno l'artefice che lo scolpirà. Perchè tu non hai condotto la sepoltura di Giulio II col disegno che prima intendevi? forse non perchè gli avari nipoti di Della Rovere eredarono le ricchezze del papa, non già il suo cuore di spendere nelle magnificenze?»

«Quando i Fiorentini diventarono mercadanti, posero la prima pietra della servitù.»

«I Fiorentini dovevano adunare danari e non deporre le armi: li danari soli e la virtù sola poco tratto camminano; l'ingegno solo è l'anima senza corpo, li danari soli mi paiono il corpo senz'anima. Se ti viene fatto di trovarti vicino alla chiesa di San Brancazio, Michelangiolo mio, entra nel chiostro, e vedrai sopra la sepoltura degli arcangeli effigiato il simbolo della mia dottrina: troverai una cassa con due ale tese sotto in alto di volare[212]. Virtù e pecunia, e convertirai il mondo in paradiso.»

«Quant'è vero ch'io sono figliuolo di Ludovico Buonarroti cancellerò cotesta immagine: e' mi sembra uno sfregio fatto dalla morte su la faccia dei viventi; perdio! la cancellerò, dovessi sopportare la pena di violato sepolcro; no, voi non giungerete a farmi intendere cotali novelle, Carduccio...»

«Ed io supplico Dio che tu non le intenda mai; forse altrimenti non saresti divino... — Adesso separiamoci: — tu viemmi con diligenza a trovare in palazzo; — colà mi esporrai più distesamente la tua commissione: per avventura ciò che a te parve repulsa, in sostanza può dirsi che non si abbia ad intender cosa tale; gli uomini spesso, e i capi degli Stati quasi sempre, e' son tali libri che bisogna intendere alla rovescia. Addio.»

«Messer Carduccio, uditemi; la mia parola risponde al palpito del mio cuore; — perchè esiterei davanti a voi? Voi mi parete meno assai sconfortato di quando v'incontrai nel cimitero di Sant'Egidio. Le condizioni della patria mutarono, o le vostre?»

Il Carduccio sorridendo mostrò di non si accorgere del fiele contenuto in cotesta domanda; e pacato rispose:

«Quelle della patria: — il popolo oggi mi ha levato in isperanza; — poco prima due uomini mi tolsero dalla disperazione.»

«E come si chiamano eglino questi due uomini? Io vo' conoscerli.»

«Uno ben lo conosci, perchè sei tu; l'altro si chiama Francesco Ferruccio. Cristo non ci lasciò soltanto eredità di spine e di chiodi; egli ha staccato dalla croce la lancia della sua passione, la pose in mano al Ferruccio, e nel dargliela disse: Tu vincerai. — Conosci il Ferruccio? In lui, giurerei, si agita puro il sangue romano senza miscuglio di barbaro.»

«Ferruccio!» ripete pensando Michelangiolo, tenendo fisso lo sguardo sul terreno: e il braccio destro distende col pugno chiuso ad eccezione del pollice, il quale muove a quell'atto che gli scultori fanno allorchè plasticano le figure in creta; e poi all'improvviso prorompe: — Ferruccio! Sì lo rammento; egli deve esser grande, — egli è grande davvero; lo riconosco al pensiero di audacia e di dolore che distingue le anime divine rinchiuse dentro un corpo di terra, — il pensiero che ho scolpito sopra la fronte del mio Moisè; — la forza che ci solleva sopra la natura umana e non ci vale per conseguire la celeste; — la intelligenza che percuote sempre alle porte dell'infinito; non importa... cotesto pensiero fascia, come cerchio di ferro rovente, il cranio che lo contiene..., ma luce sparge e salute agli uomini in mezzo ai quali egli nacque... ravviso il segno...»

[Illustrazione: «Capitano Giovanni, deh! per Dio, lasciatelo, — egli è un fanciullo:...» Cap. XIV, pag. 343.]

In questa, la terra, come scossa da terremoto, tremò; si volsero il Buonarroti e il Carduccio dalla parte donde pareva loro il rumore movesse; il campanile della badia di San Salvi era scomparso; un nuvolo denso di polvere occupava gran tratto di paese, e dietro quel nuvolo prorompevano strida, schiamazzi e manifestazioni di gioia frenetica. All'improvviso il rumore cessa, nissuna traccia rimane del fatto, tranne una striscia di polvere che ingombra l'emisfero, e il vento si porta; e' sembra che il campanile, cadendo, abbia sprofondato la terra, traendo seco nell'abisso i demolitori. Smisero dal favellare i nostri personaggi, ed affrettando i passi piegarono a quella volta.

Nuovo spettacolo occorre adesso davanti agli occhi di loro; — cosa incredibile io narro, ma vera. I cittadini, giunti che furono con la rovina in luogo, dove si scoperse loro il refettorio nel quale di mano di Andrea del Sarto era dipinto un cenacolo di Gesù Cristo, stettero vinti da inusitato stupore nel contemplare quelle celesti sembianze, dove aveva trasfuso l'artefice tanta parte di Dio, — cotesti atti così pieni di vita presente; — essi pensarono vedere ad ora ad ora muovere la mano al Cristo per benedirli; — e pure aspettando la benedizione, qual si prostese, quale altro piegò la persona, — si composero tutti in varii atteggiamenti di umiltà e di venerazione[213].

«Miracolo dell'arte!» esclamò appena arrivato il Buonarroti.

«Gentilezza di animo bennato!» riprese il Carduccio.

E le turbe, tostochè videro Michelangiolo, ad una voce parlarono:

«Maestro, noi non possiamo andare più avanti.»

«Voi ferireste nel cuore la gloria di Andrea del Sarto. Dove si trova Andrea? — Venga, noi lo coroneremo re dell'arte; — sopra un carro di trionfo o sopra le rovine sarà sempre bella la ghirlanda, poichè gliene cingeranno le tempie libere mani...»

«Andrea del Sarto!» chiamò il popolo con tale una voce da rompere il sonno ai sepolti nel chiostro della badìa, — «Andrea del Sarto!»

E Andrea non compariva. Allora si levò una figura livida, oltremodo cresputa nel volto, parte a cagione degli anni, e parte per la continua abitudine al riso, e,

«Popolo», disse, — «Andrea del Sarto si è ritirato a casa per timore che la Lucrezia del Fede sua moglie non si accorga della sua venuta quaggiù. Ella lo ha minacciato, che tornando i Medici, gli farà la spia per aver dipinto in Condotta, nella facciata della mercatanzia, i capitani Cecco e Jacopantonio Orsini e Giovanni da Sessa, e siccome egli gl'impiccò in immagine pei piedi, ella s'ingegnerà perchè lui impicchino davvero per la gola: il cuore dell'uomo, il quale ritrasse questo volto che adorate, trema dinanzi alla più rea e sozza femmina che mai nascesse in Fiorenza.»

Ciò detto, con un riso sparì; un senso di freddo scorse per le ossa della moltitudine; rimase spento ogni entusiasmo; continuò l'opera, ma la continuò taciturna e pensosa.

«Quando», favellò Michelangiolo al Carduccio, «Andrea s'invaghì di cotesta mala femmina, il suo cuore diventò di pietra pei suoi vecchi parenti: essi morirono soli e nella miseria, — ma prima di morire imprecarono la maledizione[214] sul capo dello snaturato figliuolo. La maledizione paterna ecco si adempie: — così è; lo Spirito Santo lo ha profetizzato: — la donna valorosa è corona di gloria al suo marito: quella poi che reca vituperio gli è come un tarlo nelle ossa; — tocche dalle mani contaminate della moglie impudica s'inaridiscono le foglie della corona di Andrea; egli se le vede cadere morte prima di lui: — tutto terra, sarà reso alla terra. I posteri visitando la sua contrada natale diranno: Insegnatemi il luogo dove dipinse Andrea del Sarto, — nessuno dirà: Menatemi all'arca dove riposano le ceneri di Andrea del Sarto.»

CAPITOLO DECIMOSESTO

LA VENDETTA

Non ha virtù che di corrucci e sangue: Derisor dei mortali e dei celesti, Nè di patria gli cal nè di fortuna Nè di sè molto: forte nacque e pugna.

AJACE

Era compiuto un giorno, e il secondo declinava verso vespero, dacchè il Morticino degli Antinori cibo non gustava nè bevanda: la lingua arida gli sta attaccata al palato, gli cerchia la gola insopportabile bruciore; talvolta un freddo sottile dai reni gli scorre su per le vertebre della spina o gli stringe il cervello, tal'altra lo invade dal capo alle piante una ondata di sangue, quasi lavacro di metallo fuso; spesso gli sfugge di sotto la terra gli si piegano le ginocchia, ed accenna cadere, — non pertanto rimane disperatamente fisso al suo posto, immerso entro un abisso di dolore e di furore.

Accomodato il corpo del giovane Frescobaldi sopra una bara, con la sua destra gli stringe la destra e lo viene, di tanto in tanto, guardando.

Ahi com'era da quello di prima diverso! Le belle chiome, sua giovanile alterezza, ora di sangue sordidate e di fango, ne rendono orribile l'aspetto, gli occhi ha pesti; pei labbri, donde così feroce prorompeva il grido di guerra, su per le narici che aspiravano tanto largo sorso di vita, — l'insetto sorvola, — si posa, — trascorre, quasi sopra propria posessione; la morte lo abbracciò, e la putredine segna il vestigio di quell'amplesso; — la morte gli soffiò sopra e spense una vita di uomo e ne suscitò un'altra schifosa a vedersi, — la vita dei vermi brulicanti nei cadaveri corrotti. — Alla croce di Dio, cotesto spettacolo pareva incomportabile per anima viva.

Ma che forse mancano servi, amici o parenti al Morticino, i quali valgano a strapparlo da tanto orrore? — Un vecchio fante gli si era accostato sommesso e con molta pietà gli aveva susurrato all'orecchio le parole di — provvidenza, — rassegnazione, — preghiera, — ed altre consimili, le quali non rinverdirono la foglia caduta; — ed egli non vi aveva posto ascolto, se non che, travagliato dallo importuno ronzío, si scosse, si avvisò di quello che era; la parola — pazienza — gli suonò piena di amarezza nell'anima: allora tanta ira lo vinse che stretta la daga la menò con rabbiosissimo impeto contro il suo consolatore: ben pel vecchio che fu a tempo a curvarsi per modo che il taglio della daga gli recise le vesti, e così a flor di pelle gli graffiò l'epidermide del ventre — altrimenti, rovesciate le viscere sul pavimento, quivi l'infelice moriva. Dopo lui nessun altro ardì mettersi alla ventura.

All'improvviso si spalancano le porte, uno splendore di ceri, un salmeggiare di frati empie la sala: si abbassa una croce e, trapassata la soglia, torna a sollevarsi nella sua superba umiltà. I frati della cura venivano pel morto.

Così tremenda urlò il Morticino una bestemmia, che lo splendore dei lumi sparì, siccome era apparso, veloce: i frati sbigottiti, lasciatisi andare i ceri di mano, si cacciarono a precipizio giù per le scale; — il segno della salute vacillò e cadde, — quasi la bestemmia lo avesse côlto a guisa di un colpo di balestra.

Quell'urlo intronò tutto il palazzo nei penetrali più intimi e valse a scuotere la madre del Morticino dal suo consueto letargo. Aprì le palpebre gravi e domandò:

«Ch'è questo?»

«La compagnia dei frati di san Domenico venne pel morto....» le rispondevano.

«Avvisatela che si trattenga un'ora e porterà via anche me,» Ciò detto, riabbassò le palpebre e s'immerse di nuovo nel letargo della decrepitezza.

La fama dell'angoscia mortale del Morticino correva di bocca in bocca, e molti ne sentivano pietà; più molti, sapendolo fastidievole e tristo, pensavano gli avesse Dio mandata quella tribolazione per umiliarlo. Quando giunse all'orecchio di Dante da Castiglione, questi, siccome era magnanimo, deposto subitamente ogni rancore, deliberò di farsi a confortarlo: invano voleva rammentarsi la ingiuria patita; lo avrebbe odiato felice, ma lo amava misero; e parendogli ancora di potergli dire cosa che lo avrebbe richiamato da morte a vita, statuì seco stesso di non indugiare più oltre, perocchè in compagnia del Martelli, del Busini, del Bichi, dell'Arsoli e di altri illustri soldati e cittadini s'incamminò alla volta del palazzo degli Antinori.

Il Morticino non si accorse della loro venuta. Dante gli si accostò e, ponendogli una mano sopra la spalla, gli disse una sola parola. Di repente nel Morticino la virtù dello sguardo si rifece viva, lascia la mano del morto, trasalisce, guarda fisso Dante nel volto e con immensa passione esclama:

«Bada di non ingannarmi.»

«La mia bocca ignora la menzogna, ed apparécchiati.»

Allora il Morticino gli si abbandona nelle braccia, e alcune lacrime rare gli solcarono il volto bianco, quasi goccie di rugiada sgorganti dal cavo degli occhi di una statua, dove in troppa copia le depose l'aurora. Nè per questa volta si pentì dell'amplesso; — lungo si produsse e smanioso; — mosso dalla ferocia, non già dall'amore, il Morticino avrebbe abbracciato un ferro rovente.

Egli è da sapersi, che il Castiglione, amico del Carduccio, conobbe da lui apparecchiarsi in quella notte una incamiciata contro il campo nemico, ed egli aveva promesso di conservare il segreto ad eccezione di una sola persona, e questa persona fu il Morticino degli Antinori.

Il muto affanno del Morticino si converte in ebbra loquacità: cibo prende e bevanda; corre di su e di giù, chiama, urla e tempesta, allestisce le armi, tenta il taglio della spada e della daga, ora prorompe in risa sfrenate, ora in minaccie o in bestemmie. I servi non sapevano se meritasse maggiore compassione, adesso in quel folle affaccendarsi, o dianzi nella sua cupa immobilità.

Poi disse volersi riposare, impose ai servi lo chiamassero all'ora dell'Ave Maria, badassero di non obliarlo, o mal per loro: si pose in fatti a giacere sperando quiete; invano però, chè lo starsi gl'increbbe meglio del camminare: si volge sopra questo o quel lato, e forte geme e respinge con grande sforzo di respiro l'aria che pareva soffocarlo; pur chiuse gli occhi, e le vicende orribili della veglia gli rotearono pel capo più orribili ancora, scomposte o fantastiche; dopo un lungo flagellarsi su quell'aculeo di letto, all'improvviso sogna essere la incamiciata finita, ritirarsi le compagnie, giungere troppo tardo... fallita del tutto l'impresa: — si sveglia di soprassalto cacciando un grido e si precipita giù dalle piume.

Il sole non era per anche scomparso dal nostro emisfero; ma, spogliato di raggi, tinto di un funesto vermiglio, si accostava all'occaso; la terra, verso la quale pareva declinare, lo avviluppa nei suoi vapori di sangue. Questo astro benigno di amore e di vita oh come stringe l'anima dei mortali, allorchè si mostra cruccioso! In quella sera sembrava l'occhio di Satana che venga a vigilare se le angosce, le infermità e la morte adempiano il fiero mandato che loro affidò il consiglio misterioso, che a noi sembra crudele, di Dio.

Il Morticino, a cui increbbe di non lo vedere ancora scomparso, leva minaccioso il pugno al cielo esclamando:

«Un giorno ti soffermasti nel firmamento per contemplare una strage[215]; poichè la strage ti talenta, affrettati a dileguarti: adesso a noi fa di mestieri la tenebra.»

Cala la notte: di orrore si empie e di silenzio la città; Firenze sembra tramutata nel campo dei morti. — Squilla un tocco della campana: — quel tocco solitario si diffonde per la terra deserta, e pare una percossa data sul mondo dalla eternità per conoscere dal suono se sia in procinto di dissolversi sfracellato tornando nel suo caos primiero.

Il fremito del bronzo taceva appena per l'aria che fu sentita una voce lugubre che gridava:

«Adunatevi, uccelli del cielo: — la spada vi apparecchia il convito; basterà la carne a voi e agli implumi che lasciaste nel nido. — Lupi dell'Appennino, scendete, portate la vostra gran fame, — prima che l'aurora si levi, il vostro ventre sarà sazio di carne, — dico di carne umana. Uccelli, lacerate; — lupi, sbranate i corpi morti, senza misericordia, perchè il Signore ha scritto che nessuno dei difensori della patria morderà la polvere a cagione del ferro nemico.»

Era la voce del povero Pieruccio, — il profeta del popolo.

Stefano Colonna, conferito prima col Malatesta il disegno, armato di zagaglia presso il bastione di San Francesco, innanzi di sboccare dalla porta di San Nicolò, si volse alla gente che gli traeva dietro e le disse queste poche parole che la storia ci ha conservate: «Valorosi soldati, io vi meno a una certa e sicurissima vittoria; fate quello che voi vedete fare a me.»

Erano cinquecento fanti: cento archibusieri e gli altri quattrocento in corsaletto armati di partigianoni e di alabarde; ai quali si aggiunse una banda della milizia del gonfalone dell'Unicorno capitanata da Alamanno de' Pazzi; sopra il corsaletto portavano tutti un camicia bianca per distinguersi dai nemici, — motivo per cui questa impresa notturna si chiamava incamiciata.

Quanto più possono chetamente s'inoltrano; divisando Stefano Colonna incominciare l'assalto dall'alloggiamento del colonnello di Sciarra Colonna, contro il quale nudriva nimistà mortale, si apprestano a salire su pel poggio per a Santa Margherita a Montici. Alcuni più arrisicati e conoscenti del sentiero trascorrono; ecco sono giunti presso al tabernacolo delle cinque vie, dove i nemici tengono due sentinelle perdute.

«Chi viva?» gridano entrambe.

«Viva la morte!»

Si ode una procella di colpi; un suono di usberghi percossi sul terreno; — le parole: Gesù, abbiate misericordia dell'anima mia! — vengono tagliate a mezzo, così ordinando ragione di guerra; quindi un gemito roco, — e poi più nulla.

S'inoltrano per la valle che giace tra Rusciano e Giramonte, — la passano, — già toccano alla coda dell'esercito. — Apra l'inferno le sue porte! Ecco improvvisamente danno dentro all'alloggiamento di Sciarra; — molti, i più avventurosi, dal sonno si trovano balestrati nell'eternità; altri si svegliano per vedere soltanto la spada che penetra loro nelle viscere: sorge un cieco viluppo, un trambusto di gente che fugge o che muore e un gridare: — Accorruomo! — accorruomo! — arme! — aiuto! — e minaccie e preghiere, suoni compassionevoli o ferici. Smeraldo da Parma, luogotenente di Sciarra, corre forsennato per radunare le milizie, rincorarle e far testa; così al buio si scontra nel signore Stefano e lo garrisce come neghittoso; questi, accecato dalla brama di sangue, lo scambia con lo Sciarra suo consorto e gli menando un colpo di zagaglia nel petto, — «Sciarra», gli grida, — or ti parrà ch'io sia venuto troppo tosto!» — Segue una mischia atroce, — i nemici, mentre tentano difendersi, l'un l'altro, confondendosi, percuotono; dove adunarsi non sanno; non risplende lume, per ogni parte li circonda la morte. — Oh Dio! qual desolazione è mai questa! — potessimo almeno morire da soldati combattendo! — sia tradimento? — tradimento! — tradimento! — E lo scompiglio e la strage crescono terribili più, quanto meno veduti. — Dove l'affronto mena più tremendo il rumore: la voce del Pieruccio, superando i gridi e le percosse, invoca i lupi e gli avoltoi ad accorrere per satollarsi di carne battezzata.

Dentro una trabacca distesi sopra il medesimo letto dormono due; — giovane l'uno, giace nudo avvolto dentro la coltre con un braccio sotto il capo, l'altro penzolone fuori della sponda; il secondo di maggiore età, armato di tutto punto, eccetto dell'elmo; a giudicarne dal volto paiono padre e figliuolo. Giovanni da Sassatello turbava in quel punto un mal sogno; gli pareva che una moltitudine di armati circondasse il letto e ve lo tenesse su fermo; egli si sforzava svincolarsi, e non gli riusciva, dava scossoni, raddoppiava i conati, e sempre invano; grondava sudore, agitava le labbra con sordo mormorio.

Il sogno era verità, almeno in parte; una mano dei nostri penetra nella trabacca e va difilata alla sua volta per ispaciarlo di vita.

Egli continua nel sogno spaventevole; — uno degli armati con man potente gli strappa l'usbergo e gli pone una mano sul cuore; per tutte le membra gli scorre ribrezzo; batte i denti e non può proferire parola. Intanto l'armato si trae la daga dal fianco; poi, come se lo impacciasse la visiera, con la manca la solleva. La coscienza del volto del cavaliere gli presenta la sembianza di Lionardo Frescobaldi da lui ucciso, a tradimento, il quale, comechè morto, veniva a prendere la sua vendetta.

I nostri già gli stanno vicini: — la sua morte precipita giù dalla punta di un pugnale..

«Morte di Dio, fermatevi!» — urla prorompendo nella trabacca il Morticino degli Antinori, che cercando in ogni lato il Sassatello, si era a caso colà abbattuto in quel punto, e al chiarore della lampada posta sopra la tavola lo aveva ravvisato, — «fermatevi! Se lo uccidete dormendo, voi mi togliete più che mezza la vendetta. Svegliati su, Sassatello, svegliati per contemplare la strage del tuo figliuolo. — e morire.»

Si svegliò lo sciagurato, — stupidì, — stette per isvenire, — poi ad un tratto gli rende potente la persona una sopraumana gagliardia; — è sbalzato su in piedi, — ha stretto una mazza d'arme, — abbassa colpi a destra e a sinistra, si versa intorno al letto come serpente col suo corpo flessibile. Affannosa, — anelante, — pure ricupera la voce e, «Eustachio,» grida, «svegliati, difenditi, figlio mio... noi siamo morti.»

Il giovinetto sonnacchioso:

«Padre, che hai? — ma sentendo il fragore delle armi, spalanca gli occhi, vede il pericolo e, ghermita dal capo del letto una spada, si pone con un ginocchio piegato a difendere francamente la sua vita.

«Santi del paradiso, venite in soccorso di noi!» esclama il padre pur tuttavia menando le mani.

«I santi si chiudono le orecchie alle preghiere dei traditori», gli gridano dintorno.

E il padre desolato continuava:

«Sciarra, Smeraldo, — aiuto!... aiuto!»

«I tuoi gridi non gli faranno venire, — noi gli abbiamo ammazzati.»

Amor di padre lo costringe a volgere la faccia, e contempla il Morticino, il quale, copertosi con la rotella la testa, drizzata la punta della spada, spia il momento di cacciarla nel costato al figliuolo; — egli distende la manca e, forte abbrancando l'Antinori pel collo,

«Cane, indietro!» grida, — «non me lo ferire, — egli è innocente.»

Mentre così intende in altra parte, i nemici che gli stavano di fronte trovano la via a impiagarlo sul capo e su la guancia; egli però non se ne accorge o non se ne cura, badando pur sempre a tener fermo l'Antinori. Questi, inasprito dal dolore e, più che dal dolore dalla rabbia di non aver potuto condurre a fine il suo disegno, indietreggia di alcun passo e forte appoggiato il taglio della spada sulla mano di Sassatello, ne recide ferocemente i muscoli e le vene. — Il Sassatello ritira spasimando la mano, e l'Antinori si avventando presto come una pantera, contro il giovane Eustachio, che non se lo aspettava, lo colpisce presso alla forcella del petto; il sangue scorre, — listando il tenero corpo e il bianco lenzuolo di cui si avvolgeva. Egli era pietosissimo e non per tanto bello spettacolo vedere quel giovane di ben composte forme, co' capelli ventilati dietro le spalle per la rapidità dei moti, il volto pieno della morte imminente e d'indomabile coraggio, lottare contro l'ultimo fato a guisa dell'antico gladiatore che tenta guadagnarsi il plauso romano con lo spirare maestoso dell'anima. Giovanni da Sassatello, tempestando con la mazza d'arme punte e fendenti, ha respinto gli assalitori: adesso torna a vedere il figlio e l'osserva impiagato.

«Ahi! Eustachio mio, tu grondi sangue...» E dimentico del proprio pericolo sta per voltare il fianco ai nemici, i quali prevalendosi dell'atto gli si stringono addosso di nuovo. Eustachio conobbe esser quella l'ultima ora del padre, se non si parava, e:

«Padre, badatevi.... badate a voi.... a voi solo, o che io mi lascio ammazzare...»

«O Antinori, pel tuo Dio, non me lo uccidere!»

«Io non conosco Dio.»

«O Antinori, per quanto amore porti alla tua donna, non me lo uccidere!»

«Io non amo... nacqui per odiare.»

«O Antinori... Antinori, pensa lui essere il mio unico figlio!...»

«Tanto meglio... così sarà più presto distrutta la razza delle vipere...»

«Sciarra..., Smeraldo..., aiuto!...»

«Già te lo dissi... noi gli abbiamo ammazzati.»

«Satana benedetto, io ti fo voto dell'anima, se mi salvi il figliuolo!»

Tutte queste parole focose, arrangolate, erano profferite tra l'intervallo dei colpi e mentre, difendendo sè stesso, il Sassatello volgeva le spalle alla zuffa tra il Morticino e il figliuolo. Dopo un breve silenzio, — silenzio di voci, però che i ferri aspramente battuti tra loro mandassero spaventevole fracasso, — il padre in suono di pianto domandò:

«Eustacchio, come ti difendi?»

«Bene...»

Ed in quel punto il giovane toccava una seconda ferita. — Il Sassatello sentiva mancarsi la lena; la piaga della mano lo tormentava; i suoi occhi cominciavamo a perdere lume; volendosi tergere il sudore che giù li grondava dalla fronte, tenta di farlo con la manca, e il volto e la barba gli s'imbrattano di sangue; quell'orribile lavacro parve che in lui facesse riardere il furore; — si scaglia contro i nemici, i quali si scostano atterriti. Prevalendosi di cotesto istante di posa, si volge nuovamente al figliuolo... e lo mira tutto sanguinoso...

«Dio», esclama, «come me lo hai concio!» e ormai improvvido di sè si dispone ad accorrere dall'altra sponda del letto; — di repente due mani vestite del guanto di ferro gl'imprigionano la destra e gl'impediscono il passo.

Molti colpi aveva menato Eustacchio, ma invano, perocchè l'Antinori come tutti i suoi compagni, fossero chiusi dal capo alle piante dentro arme di tempra stupenda: — di cento colpi avversarii ne aveva riparato la maggior parte, non pertanto tre lo avevano tocco, e, come quello che nessun riparo difendeva, n'era rimasto sconciamente ferito: altra speranza non gli avanzava che percuotere l'Antinori con tanta veemenza sull'elmo da cacciarlo trammortito per terra; allora gli si sarebbe lanciato sopra e, insinuandogli la punta nella commessura tra il corsatello e l'elmo, confidava svenarlo. In questo disegno afferra la spada con ambe le mani e, levandosi ritto sul letto, acconsente quel colpo con tutta la persona. — Agevole fu al Morticino, destrissimo, di tirarsi da parte e mandare a vuoto la percossa; sicchè il giovane, non trovando contrasto, venne tratto fuori di bilico a traboccare dal letto spezzandosi sopra la terra le labbra e i denti. L'Antinori gli balza sopra, la mano gli pone entro i capelli, intorno al pugno gli attorce, e traendole di forza lo strascina. Il padre, visto quel caso miserabile, non già immeritato, così impetuoso scosse le braccia che mandò quei due che lo tenevano stretto lontani da sè a rotolare per terra, — ed accorreva al soccorso... Ma i due caduti urtando nella tavola su la quale ardeva la lampada, la rovesciano; — mancò la luce... ma il raggio moribondo si prolunga riflesso sopra la spada del Morticino che si abbassa sul corpo del giovane Eustacchio. Quando le amate sembianze gli scomparvero dallo sguardo al Sassatello, mancate sotto le gambe, venne meno il coraggio, gli si ottenebrò l'intelletto, — rimase immobile — pauroso di offendere le membra del figliuolo, non ardiva movere passo: i nemici lo atterrarono, — gli avvinsero di corde le braccia; — egli non mandò sospiro, — non gemito di angoscia; immerso dentro un abisso di dolore, stette muto.

* * * * *

In altra parte accadeva altra strana vicenda. Parmi d'avervi già raccontato come un poeta, Annibale Bentivoglio bolognese, militasse contra a Firenze nel campo pel papa; costui, siccome soventi volte accade ai soldati, abborrendo le sciagure di quella misera contrada e chi n'era cagione, non per tanto si adoperava in vantaggio degli oppressori; raccolto la sera nella sua tenda, malediceva alle infamie con quella medesima destra che aveva aiutato a commetterle la mattina; destato nello scompiglio, travolto nella fuga del suo colonnello, tolte appena le vesti e la spada, si riparava nelle parti più munite del campo, lasciando le carte sparse sopra la tavola. Ludovico Martelli, precorrendo la compagnia della milizia fiorentina di cui era capitano, entra nella tenda, e, viste le carte, lo prende vaghezza di leggere quello che contenessero. Il poeta aveva tracciato le due prime terzine della satira nella quale descrive il travaglio della città assediata; — le terzine dicono così:

Sovra i bei colli che vagheggian l'Arno E la nostra città, che or duolsi et have Pallido il viso e lagrimoso indarno, Sono un di quei che con fatica grave Al marzïal lavoro armati tiene Quel che di Pietro ha l'una e l'altra chiave.

Arse di nobile sdegno il Martelli e, recatasi nella mano la penna, subito scrisse sotto continuando:

Ma non sarien l'empie sue voglie piene, Se d'italico sangue alcuna stilla, Snaturato, tu avessi entro le vene.

Poi gettata la penna, esclamò:

«In verità a chi ebbe intelletto da conoscere il malefizio, e il cuore non gli basta per sfuggirlo, la giustizia di Dio apparecchia doppia pena nell'altra vita.»

E poichè, tra tanti orrori nei quali va trattenendosi la mente, un esempio di virtù giunge gradito come aurea fresca che ristori il sangue, — giova qui ricordare — che il Bentivoglio, tornato nella tenda, avendo letto quel foglio, sentì divamparsi il volto di vergogna; gli venne in fastidio la turpe vita e, pretestata certa sua infermità, si ritrasse dal campo; perocchè la musa infonde nell'uomo con la mente arguta un senso gentile, che rifugge dalle opere inique come da sconcezze che bruttano l'armonia del creato.

* * * * *

Qual mai cagione impedisce al principe Filiberto d'Orange di prendere un riposo che la natura concede al più misero dell'esercito imperiale? Il rumore dell'assalto non giunse per anche in quella parte remota del campo che egli abita. Sarebbe per avventura previdenza d'infaticabile capitano? Mai no, ch'ei se ne sta neghittosamente seduto, con le guance appoggiate sopra entrambi i pugni chiusi e gli occhi fissi, — senza sguardo però, — su certe carte deposte dinanzi a lui sopra la tavola. Forse considera le mappe di Firenze e indaga il luogo più destro agli assalti, o immagina qualche nuovo accorgimento di guerra per rintuzzare l'audacia, che si hanno tolta gli assediati nelle frequenti loro sortite? No; — causa della veglia del capitano di Cesare è questa lettera che mediante un suo fidato gli fece consegnare la madre:

«Sire principe, nostro dilettissimo figliuolo. — Quella che noi viviamo lontano da voi non può dirsi vita, e morte nemmeno, avvegnachè, quantunque di questa ultima io patisca incessanti dolori, non però mi apporta l'oblio e la quiete. Tra i terrori dell'inferno e i terrori di madre vinsero gli ultimi; noi osammo scoperchiare le sepolture, profferire con la nostra bocca gli scongiuri vietati e interrogare l'avvenire. — Nè perciò disperiamo della salute dell'anima nostra per ottenere il perdono ci sarà mediatrice presso a Dio la Vergine santissima: ella come madre conosce a quali estremi sia condotta la donna per amore del suo sangue — Filiberto, le mascelle dei defunti si sono riunite, e sapete voi qual vaticinio usciva dalla loro bocca senza labbra? — Voi perirete nella guerra di Fiorenza. — Deh! figliuol mio, lasciate cotesta impresa; voi siete l'istrumento col quale un parricida intende straziare le viscere della propria madre: voi non guadagnerete gloria terrena e porrete in pericolo la salute dell'anima. Dentro un poeta italiano, e parmi fiorentino, ben mi ricordo aver letto un giorno come certo cristiano si acquistasse l'inferno a cagione dei consigli di un papa[216]. — Rimovetevi dunque da cotesta impresa; pensate tramontare con voi il sole di casa Chalons, nessun figlio potere sostenere la gloria della nobile nostra famiglia, e sopra tutto pensate che la vostra eredità caderebbe addosso a me povera inferma, già grave di anni, come un peso sotto del quale rimarrei infranta[217].» Filiberto sentiva suo malgrado tale sgomento che gli pareva una voce del Destino: — i polsi di mano in mano gli battevano più languidi, — stava come sotto la potenza del fascino; — tant'è, — aveva paura: — se la sua lingua avesse proferita cotesta parola, ei se la sarebbe tagliata co' denti; — se in cotesto punto occhi umani avessero potuto leggergli nel cuore... od egli avrebbe spento quegli occhi, o trafitto il suo cuore. — Oh! non morrò, — le foglie non cadono già in primavera, ed io son bello, forte e potente; — ora non posso morire: — bisogna che la Morte aspetti; — aspetterà... almeno finchè non mi nasca un figlio legittimo, altrimenti la gloria mia sparirebbe dal mondo a guisa di quelle statue di plastica apprestate per celebrare qualche festa, — decoro di un giorno, — poscia neglette nella bottega dell'artefice; — la mia insegna, che resi con tanto sangue famosa, si sperderebbe inquartata entro chi sa quale altra arme. I morti mentiscono, — io mi sento pieno di vita. Ma!... Filippo il Bello..., grande..., figlio d'imperatore, padre d'imperatore..., glorioso..., avventurato, cadde sul fiore degli anni; — la Morte lo spense nel modo stesso che il chierico avaro soffia sul torchio appena acceso dicendo tra sè: vo' risparmiare la cera. — I corvi non si rimasero dal bezzicare gli occhi e schiaffeggiare con le ale le guance dell'avo di Filippo, — del bisavo di Carlo imperatore, Carlo il Temerario, là presso Nancy, comunque potentissimo tra i principi cristiani; — la Morte quando entra in camera del papa, non si curva mica al bacio de' piedi, ma gli va dritto e scuote il vicario di Dio della vita con la stessa agevolezza con la quale si scoterebbe una stilla di rugiada da un fiore... Ah!...

E sollevò la faccia.

Era visione? Era realtà? Nell'alzare gli occhi il suo sguardo s'incontra in uno sguardo acuto, come di vipera; un terribile simulacro di uomo gli stava davanti; — la pelle gli s'informa dall'ossa, — i capelli scomposti gli danno sembianza del capo di Medusa; tiene levata la destra scarna stringendo un pugnale; — però non s'inoltra, sembra essere trattenuto da forza misteriosa.

«Chi sei?» interroga il principe balzando in piedi e stringendo una pesante mazza d'arme, «e da parte di cui tu vieni?»

«Vengo da parte mia. — Temerario!» col manico di un coltello percotendosi la fronte esclama il personaggio apparito; «io ben sapeva non essere la tua ora anco giunta: — quello che Dio incide sopra la pietra cancellerà l'uomo coll'alito?...»

«Chi sei? parla...»

«Io mi sono uno che vengo per dirti: Filiberto, i fati hanno contato i tuoi giorni... guàrdati dall'aquila dei nostri Appennini; ella ha il rostro gagliardo e gli artigli taglienti...»

«Torna all'inferno, donde uscisti, demonio!» E qui il principe con quanto aveva di forza nel braccio scagliò la mazza d'arme contro il fantasma.

Il fantasma disparve tra le ombre. Filiberto con qualche esitanza si recò in quella parte dove lo aveva veduto cadere, fidando trovare un uomo morto, ma non gli occorse persona; la sua mazza è lucida come se non avesse diviso altro che l'aria.

Corse nella parte anteriore della tenda; — le guardie dormivano, — una sola vigilante, interrogata, rispose non aver veduto od udito anima viva. L'Orange, quasi bisognoso di più libero respiro, uscì all'aria aperta. Il fantasma era Pieruccio; costui avanzandosi carponi tagliò la tenda in parte inosservata e vi penetrò col disegno, che gli uscì a vuoto, di uccidere il principe; quando questi gli lanciò contro la mazza d'arme avendo già disposto andarsene, prevenne il colpo distendendosi sul terreno per uscire siccome era entrato. Incolume riparò tra i suoi.

Posto ch'ebbe il piede fuor della tenda, il principe vide passare con presti passi un sacerdote accompagnato da un fante che gli rischiarava il sentiero col lampione; mosso da vaghezza di sapere a che si affrettasse, domandò:

«Dove andate, ser cappellano?»

«Ad amministrare l'olio santo al magnifico Girolamo da Morone che sta per morire...»

«Come?... che dite?... Il Morone!... Voi fate errore; — poc'anzi noi favellavamo insieme...»

«Figliuol mio, la morte non manda corrieri: il Morone si muore...»

Chi fosse Girolamo Morone ora non cade in acconcio di qui raccontare. Di lui scrivono tutti gli storici del tempo; meglio degli altri Francesco Guicciardini.

Filiberto adesso, ponendovi mente, ode rumore di guerra; — intende col guardo nelle ombre e poco si addentra; — all'improvviso un baleno illumina la città, il piano, quanto i colli circondano; e in quella subita luce vede, o pargli vedere, una zuffa, una fuga, un viluppo terribile di uomini e di cose.

Dico di cose, perchè discerne scorrere di qua e di là pel lampo certi grossi volumi bianchi che dando di cozzo alle tende, vi s'impigliano dentro e le fanno cadere: — poi la pèsta cresce; — diventano gli urli e lo strepito delle armi percosse più distinti; — di repente le mura di Firenze parvero circondate da una cintura vermiglia, e poco dopo rimbombò una scarica di cannoni grossi pel cavo dei colli. Allora si accòrse di quello che fosse; ma i capitani e i consiglieri non apparivano; — intanto il pericolo si accosta. Stava per dar fiato al suo corno, quando affannosi, mezzo armati, accorsero tutti in gruppo i principali dell'esercito in cerca di comandi. Filiberto nella urgenza del caso rinfranca l'animo smarrito; in presenza della morte il timore di morire lo abbandona; manda Pirro Colonna e il conte di San Secondo là dove più feroce conobbe essersi appiccata la mischia; spedisce messaggi ai colonnelli più lontani affinchè si armino, si stringano insieme e non si muovano se non ricevono avviso. — In questo ecco Baccio Valori come smemorato affrettarsi alla volta del principe, il quale, riconosciutolo appena al chiarore di un lampione, gli disse;

«Frate, tardi venisti... I Fiorentini non ci vonno lasciar dormire stanotte...»

«Oimè! — È il finimondo... il Morone mi spirò tra le braccia...»

«Il diavolo chiude le reti. — Vi ha egli lasciato nulla?»

E senza attendere risposta si volta a don Ferrante Gonzaga e gli comanda di calare verso il piano alla riscossa del colonnello di Sciarra; quindi riprese, come interrogando coloro che gli stavano attorno:

«Valenti uomini, guardate un po' costaggiù: — vedete quei corpi bianchi, — che cosa vi pajono?»

E tutti allora guardavano, — e non sapevano.

Allorchè meno se lo aspettano, ecco presso del principe prorompere un muggito; egli volta la testa e si contempla vicino un bove trafelato dalla corsa.

«Intendo» disse il principe, «messer Bacio; poichè il Morone è morto, il bove viene a profferirsi di compiere il numero dei miei consiglieri.»

Filiberto volse l'avventura in burla alle spalle del commessario del papa, siccome sovente costumava: non pertanto prima di riderne ne aveva avuto paura.

Ora è da sapersi che i nostri nel rompere impetuosamente gli usci delle case per uccidere coloro che dentro vi fossero, atterrarono la porta della stalla di un beccaio, donde uscite le bestie presero imbizzarrite a imperversare nel campo, spargendo per ogni dove lo scompiglio e la paura; nè vorrebbe attribuirsi ad amore del maraviglioso l'affermare che la metà del danno in quella notte venne da questi animali furiosi, i quali sbarattavano le intere compagnie, pestavano uomini, rovesciavano tende, mandavano sottosopra quanto loro si parava dinanzi[218].

[Illustrazione: «... Morto?» ripete forsennato l'Antinori. «Vi aveva forse promesso rendervelo vivo?» Cap. XIV, pag. 351.]

Il disegno fermato col Malatesta fu, che il signor Orsino, rimasto a vigilare sul bastione di San Francesco, quando avesse veduto essere necessarii i rinforzi, sparasse le artiglierie ed uscisse con le sue genti dalla Porta di San Nicolò, siccome nel medesimo punto sarieno usciti Ottaviano Signorelli da Porta a San Pier Gattolini, e Giovanni da Turino da quella di san Giorgio. La bisogna avvenne nel modo che avevano divisato, e dando dentro francamente, cominciarono a tagliare; i nemici spauriti, non bene armati, appena opponevano resistenza; cotesta piuttosto che guerra giusta, era strage promiscua. Il principe d'Orange, circuito di uomini poveri di consiglio in quell'estremo, si stava presso alla porta della casa albergata dal Morone, incerto sopra i provvedimenti da opporsi all'ignoto pericolo; un paggio gli tiene fermo il caval di battaglia; — un altro gli porta l'elmo decoroso di piume: — di momento in momento si succedono messaggieri spediti da tutte le parti del campo, le ultime novelle più triste; — si raccoglie, cerca un rimedio che valga, e nulla trova; — alfine contro sè stesso sdegnoso lascia andare un terribile colpo in un pilastro della porta, schizzano — fischiando le scheggie, — scintillano vampe di fuoco, — gli rende l'ira la mente, — ordina ritirarsi i colonnelli su le cime dei colli, lasciare le tende, accendere fuochi, nessuno trattenersi a salvare uomini spicciolati o intere compagnie; chi rimane disgiunto incolpi sè o la fortuna, — ma nessuno torni indietro: — così si restringerà l'esercito, si serrerà più denso, potrà meno scomporsi negli urti, meglio respingere gli assalti; poi monta in sella al cavallo e lo spinge verso il monastero del Paradiso, dove la mischia gli parea più forte.

Michelangiolo e Lupo, anime pari con diverso intelletto, sopra il campanile di San Miniato argomentavano tra loro come potessero recare molestia ai nemici. Lupo intendeva scaricare le artiglierie, nascesse che cosa sapeva nascerne; se non che Michelangiolo lo impediva dicendo:

«Non le toccare, Lupo, veh! le palle potrebbero uccidere nella confusione qualcheduno de' nostri,»

«Lasciate fare: — se la palla uccide un nemico ed uno dei soldati perugini agli stipendi nostri, la città ci guadagna il doppio; — i soldati forestieri uscirono i primi...»

«Che monta ciò? Io giurerei che i nostri giovani della milizia, comechè ultimi a uscire, sono stati i primi ad assaltare.»

«Sentite, Michelangiolo: io tirerei; — guardate colà presso al comignolo, — vedete quei lumi fermi? — cotesto è segno certo che colà non combattono; ora levando una zeppa alziamo i cannoni, e le palle non offenderanno il mucchio che mena le mani più al basso dentro quel buio...»

«Dio ti abbia in aiuto! — fa parlare da' tuoi cannoni una parola di ferro a quella mandra di scomunicati.»

Il campanile di San Miniato sfolgorava a gloria; ora s'incorona di un cerchio di fuoco, ora scomparisce per le ombre; lo avresti creduto un gigante che venisse a prender parte nella contesa in favore di Firenze[219]; ad ogni scarica lanciava la morte dentro quelle spesse colonne di uomini, i quali, trattenuti dal contegno dei capi, dalla disciplina severa ed anche dall'amore della reputazione acquistata nelle guerre trascorse, stavano a riparare con le membra loro cotesta bufera di ferro e di fuoco non senza mormorare però ed accennare che per poco non si sbarattavano dandosi alla fuga.

«Per Dio! per Dio! — Maledetto il buio! — Qui non possiamo nè anche vedere come si muoia...»

«Che importa il come, purchè si muoia da valorosi?...» grida sopraggiungendo Filiberto; «tenete fermo, se non volete essere sgozzati come una mandra di agnelli.»

«Viva il principe di Orange! Viva!»

Alcuni soldati che portavano torcie fecero calca intorno al capitano: uno tra gli altri gli si era posto davanti alla testa del cavallo; — all'improvviso, ecco una palla coglie il soldato nel capo, glielo porta via netto dal busto... e palla e testa percuotono dentro un masso del monte; la palla schiacciata rimbalzò fischiando, — la testa si sbrizzò, ed alcune scheggie degli ossi tagliarono il collo o il volto dei circostanti; il masso rimase chiazzato di una ruota di sangue, come se vi avessero buttato dentro una spugna intrisa di cinabro. Ne sentirono i più animosi ribrezzo.

Filiberto, mentre alzata la mano vuole imporre silenzio per favellare e inanimare i soldati, sente mancargli sotto il cavallo e con grande impeto stramazza sottosopra a terra in un fascio con lui. Un'altra palla dei cannoni di Lupo aveva infrante ambedue le gambe deretane del male arrivato animale. I soldati levarono altissimo grido:

«Il principe è morto!...»

«Paltonieri! assalitori di conventi! chi vi ha detto che io sia morto?» grida a sua posta il principe rilevandosi tutto fangoso; — «la palla che deve uccidermi non è anche fusa; non vedeste mai cavalli morire in battaglia?»

Nondimeno conobbe impossibile mantenersi in quel luogo.

«Campanile sconsagrato!» disse minacciando il campanile di San Miniato, «me la pagherai.»

E poi ordinò si ritraessero e dietro il colle lontano dal tiro delle artiglierie riparassero.

Io non istarò ad affaticarmi più oltre la mente nel raccontare i molti casi avvenuti in codesta notte memorabile; sì perchè mi converrà mettere parole di altri scontri ferocissimi di guerra, sì perchè le tenebre ne celarono la maggior parte. Le storie dei tempi rammentano che, mentre i morti nemici sommarono a parecchie centinaia e i feriti a numero quasi infinito, dei nostri non ne rimase spento veruno od anche ferito: il quale ricordo non corre senza un cotal poco di esagerazione, imperciocchè Benedetto Varchi, che in quella notte colla banda della sua milizia guardava il monte, assicuri di avere veduto trasportare certo soldato con una archibusata in una coscia. Si disse che i Fiorentini avrebbero potuto rompere il campo e sciogliere l'assedio, se eglino avessero fatto prova non già di maggiore audacia, che la mostrarono smisurata, ma se il capitano generale, ormai venduta l'anima al papa, non si fosse ingegnato di mandare a vuoto la bellissima impresa.

Stefano Colonna, poichè dopo la feroce resistenza, vide così di leggieri lasciargli il terreno il nemico, conobbe com'egli volesse rendersi forte su le cime dei colli ed invitarlo in parte dove, per essere ripido il suolo, avrebbe potuto vendicare la ingiuria patita; — ebbro di quel primo successo avventuroso, non rifiutava spingere l'affronto ai termini estremi, ma per ciò fare abbisognava di maggior copia di milizie; aveva già mandato nunzii alla città, e il popolo, appena conobbe le novelle liete, menava gazzarra, correva per le strade cantando o si affollava alle chiese per render grazie a Cristo e alla Madonna. Malatesta però era deliberato di non ispedire i rinforzi, e per questa volta ai disegni di tradimento si aggiunse la invidia contro al signore Stefano. Raccolti a sè d'intorno i principali dell'esercito, espose loro il pericolo d'indebolire il presidio, già scemato per le bande di recente sparse pel dominio e per le milizie uscite col Colonna; poteva mandare, e certo mandò, il principe d'Orange avvisi al conte di Lodrone, che stanziava co' suoi lanzi in San Donato in Polverosa; e dove questi si fossero mossi all'assalto, correva rischio la città di essere presa: insomma tante ragioni dedusse, al vero così destramente mescolò il falso, tali aggiunse preteste di amore sviscerato alla libertà di Firenze che i colonelli, in parte persuasi, in parte svolti dall'autorità sua, convennero non fosse da avventurarsi la somma della guerra. Il Colonna, mentre aspettava impaziente i soccorsi domandati e con amaritudine immensa vedeva freddarsi la caldezza delle sue milizie, sente il corno che gl'intimava ritrarsi; — egli pensò sul principio essersi ingannato; poi quando più distinto lo percosse il suono, immaginò partirsi dai nemici; finalmente allorchè non gli rimase nessuna via da illudere sè stesso, fa per disperarsi, — stette un tempo esitante se, disprezzato il comando, dovesse gittarsi in balìa della fortuna: ma questo capitano di sua natura prudente ed avvezzo a dipendere, quantunque preposto a corpi di eserciti, dai comandi di un generale supremo, non osò; l'animo gli mancava all'uopo, — la indisciplina gli parve vergogna uguale alla viltà: — spirito senza genio, che ignorava gli eventi giustificare le imprese e i fatti che il mondo ammira magnanimi e veramente sono, il più delle volte essere stati condotti o contro o fuori della legge. — Ordinava pertanto la ritirata.

I Fiorentini, postisi in mezzo i prigionieri, s'incamminano verso Firenze. Il giorno gli sorprese a mezza strada, sicchè ai primi albori poterono distinguere i volti di quelli che menavano legati. Il caso volle che il Morticino guardandosi attorno scorgesse prossimo a sè Giovanni da Sassatello, il quale alla meglio fasciato procedeva col volto chino immerso dentro inenarrabile dolore. L'Antinori non conosceva quel senso di gentilezza che mai non si scompagna dai forti davvero, e che consiste, quando il nemico è caduto, ad ammollire il cuore e a dirgli: Basta. — Vendetta fino alla fossa, ed anco oltre la fossa, era la religione sua se del tossico preparato al nemico una sola stilla si fosse smarrita, a lui pareva non avere nulla ottenuto. Con pronti passi gli venne dietro, e violentemente percossolo sopra la spalla:

«Capitano Giovanni da Sassatello», gridò tra beffardo e feroce, «Dio vi mandi molti giorni simili a questo.»

Il Sassatello levò la faccia come smemorato, ma all'apparire improvviso di cotesto uomo sinistro, l'anima dolorosa rammentò distinti i casi della orribile notte; — il raggio estremo della lampada riflesso su la spada calata contro il collo del figlio torna a balenare su la tenebra del suo pensiero, — l'ira, la pietà, la paura riarsero dentro di lui, e senza profferir motto, furibondo tentò rompere i legami per darsi la morte.

«Badatelo», ordinava il Castiglione, «l'empio ladrone deve lasciare la testa sul patibolo.»

«Oh! no», risponde l'Antinori, «Dante, lasciamolo andare.»

«Siete voi, Antinori, che dite questo?»

«Sì, sono: Dio perdonò su la croce, non può perdonare anche l'uomo?»

«Antinori!»

«Dante, vicino a inebriarmi di vendetta ho conosciuto quanto costi esser crudele; — in fondo al vaso dell'ira trovai la compassione; — anche Pandora in fondo all'urna dei mali vide la speranza...»

«Antinori!»

«Forse anch'io non ebbi nascimento sopra la terra che fu patria a Giovanni Gualberto, il santo misericordioso? Lasciamolo andare, ve ne scongiuro...»

«Per me, nel caso vostro, vorrei che fosse giudicato nelle forme e poi decollato come si merita, per esempio di giustizia.»

«E sempre giustizia! e sempre giustizia. Ma che cosa diverremo noi, se Cristo invece di giustizia non ci usasse misericordia?»

Dante si strinse nelle spalle e conchiuse:

«Intendo anch'io che se la bilancia deve pendere, meglio è che penda dal lato del perdono...; però io non avrei perdonato... e non avrei creduto che voi, perdonaste...»

«Le lacrime del pentimento di questo infelice mitigheranno il fuoco dentro il quale si purga l'anima di Lionardo; e mentre così favella scioglie le funi che legavano il Sassatello, e quindi aggiunge: «Va, — pentiti, fratello mio, e Cristo ti conceda molti giorni uguali a questo.»

Avete mai veduto una rondine presa a cui si ridoni la libertà? Incerta o salvatica, non si attenta dapprima volare, — ella ch'è così desiosa di percorrere di su e di giù le vaste curve nel firmamento! Poi, tacendo ogni dubbio di schiavitù, sferza l'ale e si allontana veloce più che saetta. Tal fu il Sassatello; si fermò alquanto incredulo, — levò le braccia, — stese un piede, se lo sente libero, — all'improvviso accelerando i passi si caccia giù a fuggire alla dirotta, dolorosamente chiamando:

«Eustachio! — Eustachio!»

L'Antinori prorompe in altissimo riso; — così sinistro questo gli sconvolge il volto che Dante non potè sopportarlo e abbassò gli occhi. Il Morticino, continuando nelle dimostrazioni di gioja frenetica, chiama a sè dintorno il Bichi, l'Arsoli, il Busino ed altri uomini valenti nella milizia.

«Udite... uditemi», s'interrompeva sghignazzando, «oh! l'ingegnoso trovato... il buon consiglio che mi dava l'angiolo custode... quando fu rovesciata la tavola, spenta la lampada, il Sassatello prigione..., non so nemmeno io quante mai volte forassi da una parte all'altra quel marrano ch'ei chiamava suo figlio; — mi lavai nel suo sangue le mani, — me lo posi su i labbri e lo bevvi... Chi vanta il vino, gli è un grullo! più grullo chi vanta l'amore! Che intende pregustare nel mondo i diletti ineffabili del paradiso, arda prima di odio e si disseti poi nel sangue dell'odiato! — Pur non mi sembrava sentirmi contento... è non lo era... nè lo poteva essere... Mi cadde in mente un pensiero... una burla.., ridevole, per Dio!... e la fortuna l'ha favorita.... Accomodai il cadavere d'Eustachio sul letto dond'era caduto e gli tagliai la testa... poi i piedi., poi sul collo vi adattai i piedi e al termine delle gambe la testa;... che vi par egli? Non è arguto il trovato? Ridete. — Ridete. Pensate mo' se il Sassatello spalancherà gli occhi più della porta di San Francesco che ci sta davanti, quando vedrà il figliuolo acconcio in questa guisa...»

I valorosi soldati gli voltarono le spalle lasciandolo solo; egli distese la destra al Castiglione, favellando:

«Porgetemi la vostra, congratulatevi meco; io sono contento...»

«Antinori, le mie mani come le vostre appaiono intrise di sangue; — nondimeno io mi sento degno di toccare anche adesso l'ostia consacrata; — andate, uomo feroce... voi mi fate orrore.»

Il Sassatello, un'ora dopo, fu trovato seduto davanti la tavola, — tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo; — egli era morto... aveva sul teschio reciso del figlio versato non lacrime, ma con un effluvio di sangue prorottogli dal petto — la vita.

CAPITOLO DECIMOSETTIMO

LE BALDRACCHE

Direte non lasciar la patria noi, Perchè madri con noi verranno e figli? Ma il terren, le onde, gli alberi, le rupi Care dagli anni primi, e in cui la scorsa Pur si rivive età, ma quelle piante Che a un dio, ad un eroe, a un dolce oggetto Dei nostri affetti consecrar ci piacque, Dite, verran? Dei nostri padri l'ossa. Che a questa terra in sen dormon tranquille, Sorgeran per seguirci?

ARMINIO, tragedia.

Donato Giannotti, scrivendo la vita di Francesco Mariotto Ferruccio, così concludeva: «uomo memorabile e degno di essere celebrato da tutti quelli che hanno in odio la tirannide e sono amici della patria loro, come fu egli, che, oltre a tante fatiche e disagi sopportati, messe finalmente per quella la propria vita.»

Celebriamo dunque Francesco Ferruccio; egli nacque di antica famiglia, tra quelle del secondo popolo, la quale tenne la dignità del gonfalonierato quattro volte: la prima nel 1299; priori n'ebbe venti tra il 1299 e il 1512, e fu la virtù ereditaria tra i suoi. Tuccio, fra gli antenati incliti di lui più illustre di tutti, oltre i supremi uffici della Repubblica gloriosamente esercitati, oltre l'avere dato mano alla terza cinta delle mura di Firenze ed avere combattuto in quasi tutte le battaglie dei suoi tempi, sortì dai cieli la fortuna di respingere Arrigo VII tedesco, dai muri di Firenze, e l'onore insigne di trovarsi compreso nella nota, che il respinto imperatore pubblicò a Poggibonsi, dei cittadini che più degli altri si travagliarono a cacciarlo via, dichiarandoli tutti ribelli e felloni. Antonio suo bisavo, sotto il governo del magnifico Lorenzo dei Medici, con suo onore si travagliò nella guerra di Pietrasanta e Sarzana. Simone, suo maggiore fratello, fu soprammodo accetto al Giacomino Tebalducci, il quale, finchè stette commessario alla impresa di Pisa, lo chiese sempre ai Dieci per servirsene nei casi di guerra. Francesco, da giovane, molto si dilettò di cacce; per la qual cosa gran parte dell'anno si tratteneva in certa sua possessione nel Casentino; chiamata la Tomba, dove nutricava un solo astore, di più non potendo in grazia della sostanza non troppa e della molta famiglia; poi venne a Firenze e poco fu vago di lettere, della mercanzia meno, dacchè, messo al banco di Rafaello Girolami, dopo esserci rimasto torbido e svogliato intorno a trenta mesi, toccato il quindicesimo anno, come ristucco di repente partì e non volle saperne altro. Costumava assai la compagnia dei bravi, donde mostrandosi più pronto di mani che di parole, sostenne con suo onore parecchie contese, fra le quali sporgono fuori quelle col capitano Cuio per conto di laido scherzo, e col Boccali a cagione della Sellaina, di cui chi avrà vaghezza di sapere più oltre, potrà cercarne nella vita che ne scrisse Filippo Sassetti; meglio alla lode del personaggio ed alla futura fama di lui varrà ricordare come, ridottosi a vivere in campagna, tali prove vi fece così di prudenza come di ardimento che i popoli di Romagna, per natura riottosi, a lui per arbitro delle liti soventi volte ricorrevano, ed egli in destro modo le acconciava, venendo in questa guisa a procacciarsi la reverenza e l'amore di tutto il paese. Però fino a trentotto anni non ebbe uffizii pubblici: chè tali non si vogliono chiamare le potesterie di Campi, di Radda e del Chianti, comecchè in questo ultimo magistrato palesasse la natura sua impazientissima a patire torto e la prontezza di vendicarlo; avvegnadio certi venturieri ai soldi dei Sanesi avendo fatto incursione su le terre della Repubblica e rubatovi grossa preda, egli, messi insieme alquanti archibusieri, assaltò francamente i saccardi e, menatone aspro governo, li costrinse a restituire le robe rubate. Nè di ciò deve l'uomo prendere maraviglia, vedendosi per le storie come nei tempi ordinarii e tranquilli primeggino ai governi i potenti, nei difficili i virtuosi, per essere poi rovesciati o spenti cessato il pericolo: vicenda che ogni dì si predica finita, e che ogni dì si rinuova. Fortuna fu non sua, bensì della gloria di questa patria nostra, che Giovambattista Soderini, personaggio gravissimo, avendogli posto gli occhi addosso, e piaciutegli le maniere del giovane, se lo facesse domestico, cercando sviluppare in lui quella virtù, che conobbe come un tesoro nascosto posarglisi nel cuore; intendimento e prova che superarono di gran lunga la speranza. Quando pertanto il Soderini e Marco del Nero andarono commessarii delle genti fiorentine al conquisto di Napoli con monsignor di Lautrec, lo condussero seco, e, fedele compagno nella prospera come nella contraria fortuna, nella rotta dell'esercito francese cadde co' commessarii prigione; dalla quale prigionia, secondo quello che avvertimmo, venne riscattato da messer Tomaso Cambi Importuni, ma a quanto sembra, co' propri danari.

Mentre che il Soderini visse, il Ferruccio, consapevole dovere a lui quanto sapeva ed era, gli usò grandissima riverenza: e morto, gli ebbe sempre vivissimo amore, sicchè ogni volta gli accadeva rammentarlo gli sgorgavano le lacrime dagli occhi: onde il Varchi lasciò scritto che ei fu verso il Soderino quello che si legge nei romanzi essere stato Terigi verso Orlando.

Fu adoperato ancora dalla Signoria quando il Cristianissimo convenne co' Fiorentini di mantenere Renzo da Ceri a Barletta, purchè contribuissero alla spesa; e mandato a Pesaro con seimila ducati in panni e in danari per le paghe pei Francesi, udita ch'ebbe la nuova della pace di Cambrai, deludendo la importunità dei ricevitori del signor Renzo, se ne tornò con la roba e con i danari e Firenze.

Tomaso Soderini, deputato commessario di Valdichiana, avendo bisogno di uno che lo servisse in molte azioni di guerra, come a pagare soldati, rassegnarli, ed altre cotali, fu consigliato e menare seco il Ferruccio; ed egli (sono parole del Giannotto), comechè non gli paresse la cosa secondo il suo grado, essendo anch'egli nobile fiorentino, nondimeno, per far servizio alla patria, non ricusò l'andata.

Zanobi Bartolini, succeduto nel commessario della Valdichiana al Soderini, si servì dell'opera sua nel modo che aveva fatto Tomaso; lo mandò a Perugia per la condotta del Malatesta, e parve non fidarsi di altri che a lui, quando abbisognava di uomo che alla prontezza e all'ardire aggiungesse la prudenza. Il Bartolino, nel governo della Valdichiana, per somma sventura della città, fu scambiato con Antonfrancesco Albizzi, e quello che per lui si operasse, o qual parte il Ferruccio vi prendesse, vedemmo sul principio del nostro libro. Poi si ridusse in patria; dove alcun tempo stette senza essere adoperato. Udendo i Dieci il mal governo di Lorenzo Soderini commessario a Prato, pensarono dargli un compagno e crearono il Ferruccio; il quale recatosi all'ufficio e, malgrado la obbligazione che aveva con la casa Soderina, non trovando cosa in Lorenzo che non fosse degna di rampogna, lo ammoniva con parole cortesi; e quando conobbe i suoi consigli disprezzati da cotesto ingegno vano del pari che superbo, acremente lo riprendeva. I Dieci licenziarono ambedue e poco appresso, della virtù di Ferruccio persuasi, lo elessero commessario in Empoli.

Or che fa egli in Empoli il nostro Ferruccio? Appena giunto, saldò le paghe ai soldati, li rassegnò, li ammonì che come d'ora innanzi nessuna bella azione sarebbe andata senza premio, così nessuna trista passerebbe senza pena; si tenessero pertanto avvertiti: un soldato nella rassegna uscito di fila, richiese il commessario gli fosse cortese di spedire alla sua famiglia a Firenze due ducati, e gli dette l'indicazione dei luoghi e delle persone; della quale indicazione presa nota Ferruccio rimandò il soldato al suo posto, dicendo: «Va, tienti i ducati; manderò a tuo padre un fiorino del mio.» Esaminò le mura, rinforzò le vecchie torri, ne fabbricò nuove, scavò fossi, prolungò le cortine per inchiudere nel recinto alcuni molini che rimanevano fuori: considerando poi disagevole la difesa di circonferenza sì vasta, distrasse le cortine, abbattè i molini e i borghi circostanti, copia di vettovaglie raccolse, munizioni di guerra di ogni maniera adunò; solertissimo a soddisfare alle paghe dei soldati, non sofferse rimanessero di un giorno solo in ritardo; e certa volta che da Firenze non gli vennero danari, pagò dei suoi, e restando pur tuttavia debitore, si tolse dal collo una collana di oro e, rottala in pezzi, ne presentò i capitani; invano rifiutarono questi, ch'egli insistendo favellò: «Poichè io più di voi amo la mia terra e più ne sono amato, ragion vuole che per lei spenda in cortesia»; e poco dopo vedendo che pur sempre ricusavano, «Prendete», aggiunse, «prendete; egli è ben giusto che a me si debba premio più scarso di danaro, perchè ricevo maggiore guiderdone di gloria; noi combattiamo insieme le medesime battaglie; i pericoli stessi, i patimenti duriamo, e forse il mio nome solo vivrà, rimarrà il vostro sepolto con voi.» Nè stette molto che la Signoria gli fece notificare, non che potesse spedire fuori danari, appena e a grande stento provvedeva ai bisogni della città, però cercasse il modo di aiutarsi da sè: ed egli, di capitano diventato mercante, ordinò una nuova annona di vettovaglie, cioè vino, grano, olio e biade di ogni ragione, e da quelle trasse tanto che soddisfece alle paghe senza più molestare la città[220]. Ma occupato in siffatti fastidii, non mancava poi al debito di valentuomo di guerra, che non passava giorno senza che egli scorazzando nel paese, o qualche imboscata non tendesse, o qualche scaramuccia non ingaggiasse, sovente con suo notabile vantaggio, con danno mai. Ora avvenne secondo quello che ci lasciò scritto Benedetto Varchi[221], che alcuni giovani fiorentini; ai quali più che il viver libero piacque la servitù, si avvolgessero pel dominio e sotto nome di commessarii del papa andassero commettendo male, e tra questi annovera Agnellino Capponi, giovane di poco cervello e cattivo; Giuliano Salviati, che il cervello avea nella lingua, ed uno dei Buondelmonti chiamato lo Smariuolo. A costoro venne fatto di ribellare gli uomini di Castel Fiorentino, e mostravano volersi allargare, se il Ferruccio non vi avesse posto in buon tempo rimedio; egli pertanto mosso segretamente da Empoli ed arrivato presso al castello, dichiarò ai soldati ch'ei gli menava a vincere, non a predare; badassero a non toccare le robe e le persone dei cittadini, pena la testa: dette l'assalto e vinse e ridusse di nuovo i castellani alla devozione del comune di Firenze. Qui fu che, informato come due soldati avessero trasgredito gli ordini, ponendo a sacco la casa di un cittadino, senza lasciarsi piegare dalle sollecitazioni e dalle preghiere, comandò si appiccassero; ed a coloro che gli facevano istanza per la vita dei colpevoli, «Messeri», egli disse, «molti nelle storie della mia patria lodano questo o quel fatto virtuosamente operato, dacchè la Dio grazia di belle azioni non fu mai penuria nella mia Fiorenza; ma io sopra tutti commendo e levo a cielo quello che si racconta quando i Fiorentini guardarono a Pisa negli anni di Cristo 1117, il quale è questo: i Pisani avevano apprestata una grande armata di navi per andare al conquisto di Majolica, ma essendo in quel medesimo tempo stata dai Lucchesi intimata loro la guerra, non ardivano andare e stavano per ritirarsi dalla impresa; pure vivendo essi di pessima voglia che tanto apparato avesse a riuscire invano, mandarono ambasciatori ai Fiorentini, onde piacesse loro custodire la città finchè non fossero ritornati da cotesta guerra. I Fiorentini accettarono e spedirono uomini di arme con ordine di porsi a campo due miglia fuori della città; e perchè la fede di quel buon tempo antico apparisse più chiara, sotto pena di sangue proibirono che nessuno si attentasse entrare in città; uno solo non ubbidì, entrò dentro e preso fu condannato alle forche. I cittadini pisani supplicarono il perdono e non l'ottennero; — allora vietarono sopra il terreno loro si facesse morire; ma i Fiorentini secretamente e in nome del comune comperarono un campo, e quivi per mantenere il decreto lo giustiziarono[222]; però tacete, levatemi dal mio cospetto e lasciate che la giustizia cammini la sua via[223].»

Procedendo nella sua splendida carriera, venne in animo al Ferruccio tentare cose maggiori, e però scrisse ai signori Dieci gli mandassero alcuni cavalli; i quali, ormai conosciuta la virtù dell'uomo, gli spedirono Iacopo Bichi e Amico Arsoli, che volentieri vi andarono: con questi scorrendo Val di Pesa una volta sorprese e condusse prigionieri cento cavallieri spagnuoli, un'altra volta sessanta. Così fidato nel valore de' suoi, deliberò riconquistare ai Fiorentini San Miniato al Tedesco. Gli Spagnuoli, quando prima giunsero su quel di Firenze, presero cotesto castello e, messovi dentro forte presidio, quinci tenevano infestato il cammino da Pisa a Firenze. Il commessario, provveduto buon numero di guastatori e artiglierie e zappe e scale e picconi e ordigni altri di guerra, andò ad assaltarlo; le difese degli Spagnuoli, tuttochè ferocissime non valsero; gli aiuti dei terrazzani medesimi più poco giovarono; egli primo, il Ferruccio, salito sopra la breccia, sostenne l'impeto del nemico e diede abilità ai suoi di penetrare a forza e tagliare e pezzi quanti si paravano loro dinanzi. — Presa la terra, rimaneva la rôcca, dove si erano ricoverati non pochi nemici e quivi facevano le viste di rinnovare la battaglia. Il Ferruccio, insofferente di riposo, con la rotella al braccio, la spada in mano, gridò a' suoi: «Finchè la bandiera imperiale sventoli sulla roccia, noi non abbiamo anche vinto; all'assalto! all'assalto!» E si precipita il primo. Erano stanchi i suoi, erano sanguinosi, ma potevano senza infamia eterna del nome loro lasciare solo nel pericolo il prode capitano? Il Bichi e l'Arsoli, ammirando trasecolati come così virtuoso uomo di guerra si mostrasse di côlta, accesi di nobile emulazione, non consentirono parere da meno del valorosissimo commessario: — appoggiarono pertanto le scale e con incredibile ardore si avventuravano a quella aerea battaglia: molti caddero andando a sfracellarsi le ossa sul terreno; i muri della rôcca in più parti grondarono sangue: nondimanco l'ebbe a patti. Il capitano spagnuolo preposto alla difesa di San Miniato sotto buona scorta mandò prigione a Firenze[224]. In tutti questi affronti la fortuna aveva riparato il Ferruccio come di scudo invisibile; — non un colpo, non una graffiatura l'offese; parve l'uomo di Dio. L'onore delle donne, le sostanze dei cittadini rimasero intatti; modo di guerra nuovo a' quei tempi, nei quali piacque ai soldati la vittoria solo perchè fruttava la preda. Se i Fiorentini alla fama di tante imprese avventurosamente condotte a fine si rallegrassero, non è a dire; il Ferruccio lodavano, il suo nome volava per le bocche di tutti, ai più illustri capitani dell'antichità lo paragonavano, i partigiani del Frate lui essere il promesso, lui Gedeone dicevano. La vita della Repubblica di Firenze, la libertà dell'universa Italia era posta nel palpito del cuore del Ferruccio.

Certa sera due uomini vennero a cercarlo in Empoli; il primo gli recò una carta dei Dieci, ch'ei lesse attentamente e poi nascose in seno; col secondo, il quale aveva sembianza di esploratore, si ridusse in disparte a favellare sommesso, e dopo lungo colloquio ordinò al Bichi, all'Arsoli, a Niccolò di Morea detto Musacchino, e a Vico stessero pronti a mettersi in cammino due ore prima del giorno; andassero a riposarsi per mostrarsi alla dimane gagliardi; egli provvide a far mettere su le carra copia di grani, vini, e buona quantità di salnitro; vigilò al carico, esaminò se fossero le stanghe e le ruote salde, ebbe riguardo a tutto; finalmente, eseguita la consueta sua ronda, piegò il suo mantello e, postoselo sotto il capo a guisa di guanciale, si stese a giacere sul nudo terreno.

All'erta, soldati, il capitano è pronto! — Si abbassa il ponte levatoio, le compagnie passano e i carriaggi; — silenziosi cominciarono il divisato cammino. Il Ferruccio cavalca al fianco di Vico, e poichè ebbero proceduto buon tratto di via insieme,

«Vico», gli disse consegnandogli un volume di carte, — «presenterete queste lettere alla Signoria e accompagnerete la vettovaglia a Fiorenza.»

«Commissario», rispose Vico, — «ma perchè non mandaste qualche capo di bestie? In Fiorenza devono patire difetto di carne...»

«Sta di buon animo, Dio provvederà.»

«E a che quei tanti sacchi di nitro?»

«Figliuol mio, i nostri sono stremi di polveri, ed a me sembra religione mandarli, onde si rimangono dal sacrilegio...»

«Sacrilegio?»

«Sì, ma di cui il giudice eterno un giorno chiederà conto al pontefice, non a noi. I nostri lo vanno cercando per gli avelli dei padri...[225]»

Così è; in questo memorabile assedio le ossa dei defunti alimentarono la guerra, ed al Ferruccio pareva sacrilegio. Che avrebbe egli detto, se si fosse trovato nei tempi presenti a vedere sconvolgere la terra e trarne l'ossa per imbianchire lo zucchero? Gran parte di un filosofo adesso trangugiamo a colezione! Veramente, tra l'essere adoperate le nostre reliquie in offesa a nemici della patria o giovare alle delicature dei sardanapali, chi non torrebbe di trovare sepoltura dentro un cannone? — Ma dacchè ciò non sarà conteso, professiamoci contenti di chiarire lo zucchero; troppo mi sentiva umiliato nel pensiero che io, uomo, immagine di Dio (per quanto la Genesi mi assicura), albergo d'intelligenza immortale, morto una volta, non fossi più buono a nulla. A ciò provvedano chimici e filosofi; — intendano diligentemente a far sì che, se l'uomo non giunge a superare il bove marino, di cui i Camsciadali adattano ogni spoglia ai proprii bisogni, possa un giorno stare a pari col bove terrestre. Giova almeno sperarlo; i progressi quotidiani delle scienze ce ne porgono quasi la sicurezza: — in questa fiducia riprendo la storia.

Intanto i primi raggi del sole si affacciano su l'estremo orizzonte; scorre per la campagna un fremito di allegrezza; esulta il creato. Il Ferruccio ordinò alle milizie sostassero, ed egli primo, piegato il ginocchio a terra all'apparire dell'opera più stupenda della creazione, si chinò ad adorare il Creatore. Il Bichi, l'Arsoli ed altri capitani, usi alle licenze del campo, — usi in quei tempi di scisma a vedere ogni fede avvilita, pensavano trasognare; pure indotti dall'esempio si curvarono anch'essi tentando revocare su i labbri una preghiera antica; — non ricordarono le parole, ma il cuore pregò, e quando si rilevarono sentirono un conforto, come se quella voce dell'anima gli avesse fatti degni di partecipare alla benedizione della natura. Il Ferruccio, che se ne accorse, sorridendo dolcemente favellò:

«Compagni miei, in qual mai cosa lo spirito dell'uomo libero differirebbe dallo schiavo, se la nostra parola non salisse all'Eterno più accetta che quella dei nostri nemici?»

E proseguivano il cammino. — Il Ferruccio con la faccia abbassata sul seno pareva che meditasse, invece porgeva attentissimo l'orecchio per udire se da qualche parte movesse rumore; — qualche volta tendeva lo sguardo e, contemplando tanta pace di cielo, così soave bellezza di suolo, dove i borghi e i castelli avrebbero dovuto riposarsi tranquilli come pargoli sul seno materno, imprecava nel suo secreto alle cupidigie umane, le quali ogni paradiso avrebbero virtù di mutare in inferno; tale altra sostava a considerare le serie dei monti digradanti, i più prossimi lieti di verde, i mezzani brulli ed oscuri, gli ultimi bianchi di neve e confinanti col cielo, — immagine eloquentissima della nostra vita con le promesse della giovanezza, le delusioni della virilità e la impotenza degli estremi anni... ma dove la vita caduca si rimane ecco incomincia uno spazio senza fine, azzurro, misteriosamente magnifico — eterno. — Esulta! — diceva all'anima sua: — prima di batter l'ale la farfalla è un verme; forse a te fu imposta la spoglia umana prima di scintillare stella pel firmamento; diventa tale sopra la terra che il cielo t'invidii. — Così tornando alle cure della vita, ordina a Vico continui il viaggio con le salmerie, agli altri rimangano. Or sì, or no, secondochè il vento spira, si fa sentire il suono dei tamburi, — si odono più distinti, — già le prime insegne di un colonnello imperiale cominciano ad apparire.

[Illustrazione: E Ludovico sospirando riprese a cantare: «Deh! quanto è gran dolore — Ruinar di nostre mani — L'arche dei padri nostri, — Li tempi dei cristiani!» Cap. XV, pag. 372.]

«Viva Marzocco!» e con questo grido di guerra i Ferrucciani rovinano addosso ai nemici. Il signor Pirro di Stipicciano, soccorso il castello di Peccioli e slargato l'assedio di cui lo teneva stretto Cecco Tosinghi commessario in Pisa, se ne tornava trionfante con grossa torma di bestiame fatta predando all'intorno il contado[226]; trovato quell'intoppo, come colui che, veramente essendo valoroso nulla contava nel mondo altrui, con maniera brava esclamò: «Orsù, cacciamo col calco dell'asta cotesti villani.» Tre volte menò all'assalto i suoi, e tre furono aspramente ributtati; — all'ultimo i Ferrucciani combattendo con impeto irresistibile sbarattarono le ordinanze, le calpestarono e cominciarono così disperse a manometterle senza pietà; lo stesso Pirro Colonna, mentre più si affaticava spinto a rifascio insieme al cavallo giù in una fossa piena di fango, dovè la vita alla fede ch'ebbero i nostri nella morte di lui, imperciocchè lo reputando affogato, ve lo lasciassero, onde egli, rilevatosi a stento, fuggendo a piede pei campi, potè salvarsi: la grande uccisione dei nemici, la poca perdita dei nostri, come fu a loro causa di pianto, così recò ai Fiorentini infinita allegrezza; caddero in podestà del Ferruccio i capitani Staffa perugino e Spirito di Viterbo, oltre molti uomini di conto; ritolse i bestiami e ogni altra preda[227]. Allora si affrettò di raggiungere Vico, di cui ormai non gli compariva più la vista; ben giunse all'uopo: — siccome spesso avviene nelle guerre, una mano di fuggitivi del colonnello del signor Pirro per poco non gli rapivano il frutto della giornata; esaminando lo scarso numero delle scorte alle salmerie, si rinfrancarono e da lontano gridarono a Vico: «Rendetevi tosto, o vi tagliamo a pezzi; il vostro capitano è stato rotto, sicchè riesce inutile qualsivoglia resistenza.» Vico, fatti accostare i carri e compostone quasi una barriera, allorchè giunsero vicino rispose a buoni colpi di picca; combatteva gagliardo, — non gli sembrava possibile avesse potuto rimanere vinto il Ferruccio, e nondimeno questo dubbio gli s'insinuava ghiacciato nel cuore e gl'intorpidiva le braccia. Il vento disperde con meno furia la polvere su le vie di quello che il Ferruccio si facesse di quel residuo di vinti; e la man porgendo a Vico gli disse:

«Dio ha provveduto: — tu menerai a Fiorenza copia di bovi — ed altro ancora.»

Poi tacque continuando a cavalcare di fianco a Vico. Vico a sua posta volentieri si compiaceva del silenzio, dacchè non si trovasse distratto da volgere tutti i suoi pensieri ad Annalena: — E che dirà al primo vedermi? — domandava a sè stesso. Quali saranno le sue parole? di rampogna? — di amore? — e chi sa quanto soffriva? — quanto piangeva? — quali notti vigili? — Ma l'angiolo custode l'avrà consolata; — sì, certo, egli le avrà susurrato negli orecchi: Cessa di tribolarti, — il tuo Vico vive e ti ama...

Mentre così seco stesso favella di amore, Ferruccio, come se la sua anima avesse tenuto arcano colloquio coll'anima di Vico, nel modo col quale si riprende un ragionamento interrotto parlò:

«Di piccolo aiuto potrà esserle il padre vecchio; — in città piena di confusione e di pericolo chi torrà cura di lei? — Sovente la fame stringe Fiorenza, e forse adesso le manca pane per sostentare la vita. Dacchè in città o in contado conviene sopportare disagi, meglio è che ella gli soffra al tuo fianco... fa dunque di condurre teco la tua Lena quando tornerai.»

A Vico parve la mente preoccupata lo ingannasse; — il Ferruccio non gli aveva mai fatto motto della sua donna, — il nome di Lena giammai era stato profferito dai labbri di lui; volge il volto per ragionare del suo amore col Ferruccio, — ma questi galoppando si era per buon tratto di via allontanato.

* * * * *

«....Onde io, previe le debite cautele, concludo doversi appiccare qualche pratica d'accordo.» — Così terminava la sua orazione nella consulta segreta messer Zanobi Bartolini.

Ma Bernardo da Castiglione, siccome aveva in costume di rispondere ogniqualvolta udiva favellare di pace, tutto stizzoso proruppe:

«No: — prima Fiorenza dentro il mio capello[228].»

«Se, come i Piagnoni, credete debbano scendere gli angioli a tôrre la difesa di Fiorenza», — replica il Bartolino, — «allora non ho altro da aggiungere, e potete intendervela con l'anima di fra' Girolamo; se invece poi vogliamo governare secondo gli argomenti della prudenza umana, in che poniamo la fiducia nostra? Francia ci abbandona, e peggio ancora, perchè con le sue ambagi persuase noi improvvidissimi a far capitale sopra un aiuto che non ci ha mai dato e non ci voleva mai dare. Il Cristianissimo con la sua fede di gentiluomo tradisce a un punto la lealtà di cavaliere e la fede di onesto cittadino; — ingegno vario e mutabile; — ingolfato nelle lussurie — a cui forse darà fama la facile natura e lo sprecare la pecunia pubblica tra artefici e poeti, siccome vedemmo per le medesime cagioni acquistarla Augusto presso gli antichi. Dio guardi nella sua misericordia la patria nostra dall'amicizia di Francia....»

Qui tacque, — e, fatto silenzio, il rumore delle artigliere nemiche sparate del continuo contro i bastioni della città aggiungevano spavento alle sinistre parole. L'oratore trasse partito del caso, e quando gli parve tempo, butta là un'altra proposizione non meno acconcia a invilire la fermezza dei padri di quello che si fossero le palle a sfasciare le mura della sua patria.

«La fame ogni di più ci stringe nelle sue orribili braccia; — vorremo aspettare che ci sforzi a divorare l'un altro?»

E il rimbombo dei cannoni veniva quasi a commentare quei detti terribili.

«I migliori capitani caddero spenti, — gli altri vivono scorati, — del contado parte occupano i nemici, parte ci si ribella, — Castel Fiorentino si è sottratto dalla devozione della Repubblica....» Sospende di nuovo il discorso e dopo pausa non breve continua: «Le campagne messe a ruba da Pino Colonna..., Volterra ribellata.... Accordiamo....»

«No, prima Fiorenza dentro il mio cappello», ripete Bernardo da Castiglione più caparbio che mai.

All'improvviso uno schiamazzo di plebe, un suono confuso di contumelie e di scede turba la consulta: nessuno dei padri si muove di seggio, così volendo la gravità dell'ufficio; — trascorso alcuno spazio di tempo, ecco percuotono alle porte della sala, sommesso sul principio e raro, — poi a colpi impetuosamente replicati, sicchè fu mestieri aprire.

Una quantità di femmine genuflesse, atteggiate in sembianze diverse di preghiera, ingombrano le stanze antecedenti; tra mezzo a loro s'inoltra il Pieruccio, il quale, menandone una per la mano, arditamente entra nella sala della consulta.

Attoniti pel nuovo spettacolo i padri non battono palpebra. Pieruccio imperturbato, quando giunse davanti al banco intorno al quale si stavano seduti, con voce ferma favellò:

«Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città[229]. Cittadini, iniquamente ordinaste; forse non bagna la pioggia, e non irrigidisce il freddo le membra delle donne di trista vita? Se le punge il ferro, non iscorre dalle loro vene il sangue? Se peccarono contro Dio, quale hanno peccato contro la città? Dio le bandisce dalla patria celeste, voi dalla patria terrena; ma voi non potrete riaprire loro le porte, se col cuore contrito si presenteranno di nuovo, mentre Dio nel suo più fiero sdegno non chiude le porte della speranza mai. Queste donne, comunque abbiettissime elle sieno, hanno affetti, — amano il luogo che le raccolse infanti, — amano i luoghi dove peccarono, amano la chiesa dove credono avere un santo mercè del quale un giorno possano acquistare il perdono del Signore, — amano il cimitero che le ossa racchiude del padre e della madre loro; quando si curvarono, prima di abbandonarla, ad abbracciare la terra diletta, udirono uscire dalle fosse dove hanno sepolti i parenti una parola che non giungeva loro alle orecchie, ma che pure le pungeva nel cuore; quando tenevano la testa alta nel sentiero della perdizione, — una parola di amore che le mutò ad una vita nuova. Quando Gesù Cristo si accorse della femmina che gli toccava la veste per ottenere il miracolo, Donna, le disse, la tua fede ti ha salvato, — ed operò il miracolo. Queste femmine abbracciarono la terra natale con ineffabile angoscia e sentono non potersene dipartire; — perchè non le salverà l'amore? Vedetele come stanno dolenti, timorose perfino di sciogliere una preghiera... ciò avviene perchè l'amore le ha rigenerate nel battesimo di virtù e di pudore. Non le cacciate via; — esse non vi saranno di carico, le membra sozze dal peccato purgheranno nelle opere, alle quali il somiero non basta; — esse non assottiglieranno il vostro pane, — andranno a procacciarsi l'alimento cogliendo erbe pei bastioni traverso lo sfolgorare delle artiglierie nemiche; — quello che ordinerete che facciano, faranno, — ma lasciatele morire nella terra dei loro padri. Perdonate alle misere pei meriti di colei che generò il nostro Salvatore, — pensate che una donna, — quando gli uomini statuivano la morte di Cristo, gli unse i piedi di olio odorifero e glieli terse con le chiome; — una donna, quando Cristo cadeva sotto il peso della croce, e Giuda lo tradiva, e Pietro lo rinnegava, e lo fuggivano i discepoli, asciugò il volto divino col suo sudario; — quando Cristo abbassò gli occhi dal patibolo sopra la terra, i suoi sguardi incontrarono una donna ai piedi della croce, poi li volse al cielo inebbriato di amore e spirò. — Non isbandite queste povere femmine; — così come paiono obbrobriose, rammentatevi che pure appartengono alla specie donde uscirono le vostre madri: La preghiera esaudita vola al trono dell'Eterno e tramutata in angiolo lo dispone ad amare il cortese che l'esaudiva; — preghiera respinta toglie la penna all'angiolo dell'accusa e segna una colpa che peserà nella bilancia di Cristo nel giorno del giudizio finale a danno dello scortese che la respinse dal cuore.»

I labbri del Pieruccio si chiusero, e per la sala si sparse un compianto sommesso, un fioco singhiozzare, quasi non ardissero le misere schiudere il varco alla piena dell'affanno che le travagliava. Il gonfaloniere, uomo di tenera indole, col dorso delle mani si asciuga una lacrima pronta a sgorgargli su le guance e mormora:

«Questo Pieruccio è un sant'uomo!»

Il Carduccio levò le mani al cielo ed esclamò:

«Io non so più che cosa possa chiamarsi grandezza, se le parole di costui muovono da follia!»

Ma il Bartolino, mente impassibile, guardando con la coda degli occhi lo strano spettacolo, mosse la bocca a certo suo ghigno di disprezzo e con lenta favella:

«L'entusiasmo offende i corpi politici, come la infiammazione i corpi umani; e poichè la scorgo scesa in tanto basso luogo, — temo forte della cangrena.»

Ma coteste parole di dubbio e di scherno non ebbero efficacia su l'animo dei padri: alla proposta segreta del gonfaloniere assentivano volenterosi; i più lontani anche prima di udirla, indovinando dai gesti, la confermavano. Il Bartolini anch'egli sorridendo l'approva. Allora il gonfaloniere si alzò e, levata la destra, con suono solenne proferisce il decreto:

«Femmine, la vostra preghiera è stata esaudita; andate in pace e pentitevi.»

Il popolo, conosciuta la causa che menava Pieruccio in palazzo in mezzo a coteste femmine, cambiato animo, apparecchia i gridi per plaudirlo e le braccia per levarlo in trionfo; ma il profeta si trafuga per una postierla che riusciva in Via della Ninna; il popolo, deluso in questa sua aspettativa, accolse festoso le donne, le quali si recarono alla cappella di Orsanmichele a ringraziare Dio. Il cielo, che prima si mostrava procelloso, finite le orazioni diventò limpido e sereno, quasi si rallegrasse di aver fatto pace con quelle traviate creature[230].

Il tempo meglio opportuno a far vacillare un'anima nelle sue risoluzioni e quello appunto in cui si trova spossata dallo sforzo commesso a sostenerle. Ciò molto bene sapeva il Bartolino, conoscitore solenne della umana natura; però, trascorsa quella prima caldezza, rinnovò sue arti, tante ragioni espose e con tanta evidenza, così sagaci argomenti dedusse, che in poca ora ebbe vinto i meno ostinati, gittato il dubbio nel cuore dei più fermi; onde, scorgendo adesso pei volti sbaldanziti, pei labbri muti, la riportata vittoria, muta stile ed attende a confermarla con impetuosa eloquenza. Un mazziere solleva la tenda — e,

«Magnifici signori», egli dice, «un corriere arrivato d'Empoli domanda a grande istanza di favellarvi...»

«Aspetti», interruppe il Bartolino, a cui doleva quel nuovo impedimento, — «aspetti tanto che i padri abbiano deliberato...»

«Anzi», insiste il mazziere, — «il corriere vi prega che non consumiate più tempo a deliberare, imperciocchè egli abbia parole a dirvi per le quali cancellereste il partito...»

«Ascoltiamolo», ordinò il gonfaloniere Girolami.

Ed ecco Vico avanzarsi anelante, la persona di fango sordidata e di sangue, consegnare le lettere del Ferruccio e non potere profferire altre parole che queste:

«Leggete..., messeri..., trattanto io mi riposerò...»

Il Girolami ruppe il suggello e, trascorrendo le carte, con voci interrotte favella:

«La ribellione di Castel Fiorentino repressa: — il contado sgombro: — San Miniato ripreso: — Empoli munito: — copia di vettovaglia raccolta: — gli armati accresciuti; — qualunque impresa non minore all'animo che gli viene fatto grandissimo dalla certezza di salvare la patria.»

«Signore!» qui esclama messere Rafaello cadendo prostrato ed ambe le mani levando al cielo, «gran mercè; — tu senti pietà dei mali nostri e ci mandi Sansone a percuotere i nuovi Filistei.»

«Aggiungete», disse Vico che aveva ripreso lena, «che qua morendo abbiamo disfatto il colonnello del conte Pirro Colonna, ritolta la preda, condotto in città carni, farine, di ogni maniera vettovaglie e munizioni da guerra; — di prigionieri è ingombro il cortile.»

Bernardo da Castiglione, oltremodo acceso, ammonisce il Bartolino dicendo:

«Poc'anzi udimmo dal Pieruccio una stupenda sentenza; la donna ebbe fede nel miracolo, ed il miracolo le fa concesso.»

«Benedetta la vostra bocca, messer Bernardo», replicò il Carduccio: «noi siamo come san Pietro; la poca fede lo faceva annegare, la speranza gli indurò sotto le acque quasi selci della Gonfolina.»

E qui si affollano intorno a Vico, la gravità consueta dimenticano, chi una cosa gli domanda, chi l'altra; alle quali, come meglio poteva, dava Vico risposta: — quindi lacrime e gridi di esultanza e lodi e conferma di volere piuttosto morire che arrendersi a patti; — in somma un giubilo da non potersi descrivere.

Il Bartolino si accorse quello esser tempo da raccogliere le vele per timore che il vento non se le portasse; e poi anch'egli volle veder meglio, dacchè, se il suo consiglio era per tornare esiziale alla patria, a ciò s'induceva non mica per animo pravo, sibbene per fallacia di calcolo e per presunzione di affidarsi soverchiamente ai proprii concetti: certo mal comportava quel governo troppo popolare, ma, innanzi di vedere Alessandro o Ippolito dei Medici a capo di Firenze, avrebbe tolto di porvi un altro Michele Lando, o qualunque altro anco ciompo dei tristi; se parteggiava per gli accordi, ciò faceva perchè, rimanendo tuttavia in piedi Firenze, Clemente gli avrebbe dettati con la penna, non con la spada; — e perchè accettando spontanei i Medici, avrebbero governato civilmente e da principi: all'opposto poi, se i Medici avessero dovuto affatto la signoria alle armi straniere, sarebbero riusciti certi tiranni: questo fu errore di messere Zanobi Bartolini.

La pratica adunata per la resa terminò coll'occuparsi a disegnare modi e provvedimenti di resistenza; — il Carduccio licenziava Vico con ordine di riposarsi e tornare all'ufficio dei Dieci di libertà e pace alle due ore di notte.

Vico, sceso dal palazzo dei Signori, raggiunse il fante che gli teneva il cavallo su la piazza dalla parte della dogana, e stava per mettere il piede nella staffa, quando lì presso vennero a passare due cittadini vestiti a lutto, uno dei quali diceva in suono di angoscia:

«Non me ne darò mai pace....»

E l'altro consolando:

«Confortatevi, — noi siamo quasi tronchi di legni gettati nell'Arno; — passa il tronco con le acque che lo menano; — la vita e il tempo si sciolgono nella eternità....»

«Sì, — ma il frutto, prima di essere maturo, non dovrebbe cadere.»

«Certo eglino erano il fiore della cavalleria... pur che volete? Ora non possiamo far altro che lodare le virtù loro ed imitarle....»

«Affrettiamo il passo, perchè temo forte che non giungeremo a tempo per udire la predica del Foiano.»

Vico, spinto da curiosità, tolse il piede dalla staffa, e ordinato al famiglio si recasse a casa, governasse i cavalli, e gli alimenti che si era portato allestisse, si mise dietro ai due cittadini, — li raggiunse a mezza piazza, e cortesemente salutatili, domandò in grazia il nome dei cavalieri che per quello ne aveva udito pareva fossero rimasti uccisi; — della sua ignoranza lo tenesse appo loro scusato l'essere giunto poc'anzi da Empoli, dove in pro della Repubblica si affaticava.

«O figliuolo mio», rispose quegli che sembrava in vista più dolente, «hai da sapere come nella notte che il signore Stefano fece la famosa incamiciata contra agli imperiali, il bombardiere Giovanni Antonio, — lo conosci di persona?»

«Sibbene il conosco e l'amo, il nostro Lupo...»

«Quel desso, con l'altro suo compagno Nannone, e Michelangiolo Buonarroti, quel cervel balzano che ora diserta la patria, ora torna a cimentarsi ai più rischievoli incontri, in cima al campanile di San Miniato conciarono in modo con le artiglierie il campo, che il principe giurò volerlo abbattere ad ogni costo; a questo fine pertanto egli piantò quattro grossi cannoni sul bastione di Giramonte e per tre giorni continui attese a sfolgorarlo, scaricando otto volte per ora. La muraglia è forte; pure, come tu medesimo potrai vedere, le palle cominciano ad ammaccarla, i cornicioni rimasero scantonati, — una palla s'incastrò nel bel mezzo quasi testimonianza dei doni che manda il papa alla sua patria. I tre ch'io ti ho detto se ne stavano in cima tra quella gragnuola di palle, come se fossero rondini di passo. Lupo, per maggior dispregio, composta una specie di mitra di carta, la pose sotto alla bandiera della Repubblica; Nannone uomo grosso, non potè frenarsi dal fare al nemico un atto di vilipendio che per onestà si tace; tu pensa se l'ira degl'imperiali crescesse! Ultimamente, essendo questa contesa venuta in gara, i nemici così spessi adoppiarono i tiri, che due dei loro cannoni si ruppero, — altri ne sostituivano, e la furia inviperiva; allora, perchè ci era tanto baldanzosamente venuto a prendere Fiorenza non pigliasse nè anco una delle sue torri, Michelangiolo lo fasciò di balle di lana, le quali appese a certe corde raccomandate in cima al cornicione sportavano un braccio circa fuori della muraglia ed ammortivano il colpo; durò, come ti dissi, tre giorni la batteria, con inesprimibile contentezza dei soldati e dei cittadini, che si conducevano a vederla in folla, quasi fosse la fiera; i moteggi, le giullerie erano infinite; messere Salvestro Aldobrandini, quantunque grave personaggio egli sia, compose un sonetto per uccellare il papa, che comincia: — Povero campanile sventurato, — il quale non senza il riso delle brigate scorreva per la bocca di tutti. La impotente rabbia del principe contro il campanile ci confortava, quasi presagio del fine della impresa. A Dio piacque mutare la nostra gioia in pianto, ed ecco il modo in che accadde la bisogna. Erano il signor Mario Orsino e il signor Giorgio Santa Croce ieri dopo desinare nell'orto di San Miniato e quivi col Baglione trattenevasi in varii ragionamenti e si godevano la festa: appena il Baglione si era partito, i nemici di Giramonte avendo veduto mucchio di gente, aggiustano una colubrina e la sparano, la palla, come volle fortuna, percosse uno dei pilastri di mattoni presso il quale i cavalieri si trattenevano; i frantumi con tanto impeto schizzarono all'intorno che il signor Giorgio colpito nel capo rimase sul tiro il signor Mario ferito in due lati poco più visse, ed oltre molti altri malamente pesti ci cascarono spenti cinque soldati e tre giovani di Fiorenza, fra i quali Averano Petrini, che sfracellato si è morto stamattina. I corpi del Santa Croce e dell'Orsino sono stati esposti tutto il giorno in Santa Maria del Fiore, e noi andiamo a baciare loro anche una volta le mani prima che abbiano sepoltura; se tu vuoi esserci compagno a questo ufficio, farai a un punto opera pia e mostrerai riconoscenza a quei due valorosi, — dacchè morirono per la nostra patria; — essi lasciano inestimabile desiderio di sè.»

Entrarono nella cattedrale: — lugubre sempre, adesso appariva più trista per le rasce nere di cui andavano tappezzatele pareti; di tratto in tratto ricorrevano scritte a grossi caratteri sentenze di morte; intorno alle colonne stavano appesi trofei di guerra; — dappertutto squallore; — in mezzo al coro, diverso in parte da quello che oggigiorno vediamo, s'innalzava uno imbasamento sul quale conducevano due scale laterali; ai quattro canti, vestiti di sopravveste sanguigna, vegliavano quattro capitani dei colonnelli dei defunti, che ad ora ad ora si mutavano; sopra lo imbasamento era la bara coperta di sciamito rosso, e quivi armati delle più splendide loro armature giacevano i corpi del signor Mario e del signor Giorgio; intorno alla bara alternarono in drappelloni le tre armi del comune di Firenze, giglio, croce e leone con le armi dei cavalieri. I cadaveri avevano intrecciati tra loro le braccia, come si costuma in socievole compagnia nella vita, volendo quasi dimostrare, colui che in cotesto atto li compose, che nè anche in morte si erano potuti abbandonare. Gli amici e i compagni d'armi cingevano di triplice corona il feretro, tutti vestiti di cotte sanguigne, colore di lutto adoperato dai maggiorenti a quei tempi, mentre i fanti, scudieri e l'altra famiglia costumava panni bruni e neri. Quanti erano quivi assembrati tenevano acceso un torchietto di cera[231].

Frate Benedetto predicava i morti, e, siccome bene avvisava uno dei cittadini, appena giunsero in tempo per ascoltarne le ultime parole: la voce maestosa del Foiano empiva le vaste navate e lo costringeva a ripetere i suoi detti coi loro echi:

«Forse», egli sclamava, «li piangeremo morti perchè quelle mani invitte diventarono inerti? Forse perchè quei cuori cessarono di battere? Vivono le anime immortali e, vestite di armi che per colpi non si falsano, combatteranno per noi; — armati di spade di fuoco si porranno terribili cherubini a custodia di questo nostro paradiso terrestre; nè già crediate, fratelli, che la mia mente immagini vaneggiando cose vane; no[232]: — le sante leggende assicurano non avrebbero mai i crocesignati conseguito il conquisto della Palestina, se per miracolo un esercito composto delle anime di tutti i cavalier cristiani morti nella Giudea, vestito di bianca armatura, con bianchi stendali, non fosse venuto ad aitare i vivi nelle battaglie. — Non gli piangiamo defunti, perchè in verità io vi affermo che vivono; — non può dirsi morto chi lascia tanta parte di sè nel cuore e nella memoria nostra, essi mutarono la patria terrena con la patria celeste, — esultiamo, eglino volano in seno di Dio e la nostra città gli raccomandano; — esultiamo! la libertà della Repubblica non patisce pericolo or che la proteggono in cielo due cosifatti avvocati.»

Il sole declinando ecco ora versa da uno degli occhi, praticati intorno al tamburo della cupola, una colonna di luce la quale cadendo giù diagonalmente investe i cadaveri dei due cavalieri; — i raggi ripercossi pei ricami d'oro della soprasberga e su per l'armatura brunita circondarono i defunti d'inusitato splendore, — parvero avvolti dal capo alle piante del nimbo luminoso col quale i pittori greci solevano rappresentare i loro santi: — gli atomi splendidi brulicavano di su e di giù per la striscia scintillante, quasi fossero sostanze intellettuali vaghe di aggirarsi per quella via segnata tra il cielo e la terra. Il frate entusiasta lasciò cadersi in ginocchio, ed atteggiato all'estasi dei beati,

«Prosternatevi, prosternatevi», gridò, «o voi a cui è conceduto assistere al trasporto di due anime dalla terra al paradiso; ecco la scala apparsa a Giacob nei piani di Betuel si rinnova, gli angioli mossero a raccogliere gli spiriti fratelli, e in cima della scala tende loro le mani l'Eterno per abbracciarli. O lingua mia trista, a che ti affatichi più oltre a predicare coloro per onoranza dei quali il cielo manifesta le sue glorie? o miei labbri mortali, assai più che a lodare quei bene avventurosi, vi acquisterete merito presso Dio baciandone le destre venerate...»

E si precipita dal pergamo, salisce su lo imbasamento del feretro; e quivi come delirante con pianto irrefrenato si pone a baciare le mani dei cavalieri defunti. Ogni uomo si sentì a forza costretto di seguitarne l'esempio; sarebbero accorsi in folla se i capitani di guardia non avessero posto ordine e modo a cotesta subita voglia; consentivano pertanto un certo numero di persone salisse, le quali, renduto quell'estremo ufficio ai valorosi, scendevano dalla parte opposta. Vico salì con gli altri; e quando fu per recarsi la mano dell'Orsino alla bocca senti giù tra la folla un grido a stento represso; guardò fisso e riconobbe Annalena; il pensiero di avere incontrato colei che amava tanto adesso che stava per baciare quella mano rigida, — morta, — gli lasciò un senso di freddo sul petto, come se un rettile gli avesse sopra strisciato: — finse baciarla ma non la toccò, e sentì irresistibile il bisogno di recarsi al fianco della sua Annalena per obliare il sinistro presagio.

Le si fece vicino e non profferse parola; uscirono entrambi di chiesa, e muti, con occhi dimessi, camminarono buon tratto di via. Vico aveva un peso sul cuore che non poteva muovere; uno sgomento interno lo sforzava al pianto, e nondimeno le lacrime gli rimanevano rapprese nel cavo degli occhi; giunto che fu a mezzo del Ponte Vecchio, le gambe gli negarono l'ufficio, e si accostò sfinito ad una colonna sclamando:

«Muoio!»

«O Vergine, non mi rapite l'amor mio, — ho pianto tanto, — e tanto ve lo raccomandai che prometteste rendermelo sano... no... voi non me lo avete ricondotto dinanzi agli occhi per vederlo morire.»

«Oh! io mi sento pieno di vita; — temeva tu avessi, o Lena, cessato di amarmi; — insalutata io ti lasciava e sola,.. Tu dunque mi ami?..»

«Se tu non fossi stato capace di preferire all'amore della donna l'amore della patria, Annalena non ti avrebbe mai amato... e da me ti allontanavi costretto...»

«Generosa donzella!» riprese Vico e le strinse la mano con passione; poi continuarono il cammino leggieri e contenti, alternando voci, sguardi e sorrisi, e così intenti nello scambievole amore che stavano per passare, senza pure badarlo, da canto al vecchio padre di Lena, il quale si era mosso loro incontro, se questi non gli avesse richiamati dicendo:

«Figli miei, ricordatevi che i miei anni mi rendono tardo, — io non posso mica tenere dietro ai vostri passi...»

«O padre mio, siete voi? Io non me n'ero accorta...»

«Ah!» soggiunse il vecchio sospirando, «la femmina abbandonerà il padre e la madre per seguitare il suo amante... tu già mi dimentichi, figlia mia... allora ditemi requie, chè la mia giornata è finita.»

«Padre mio, non mi parlate così; — vedete, noi ci affrettavamo alla volta di voi, — senza di voi non saremo lieti.» E la fanciulla carezzevole gli si abbandonava sopra di un braccio. Vico lo sosteneva dall'altro, e così andando tante care cose egli gli disse che la fronte del vecchio ridivenne serena, una goccia di sangue giovanile gl'imporporò le guance, mutò più celeri i passi, ed ora volgendosi a Vico, ora all'Annalena, li guardava, rideva, motteggiava festoso; ponendo il piede su la soglia di casa, si fregò le mani, contemplò il cielo e in questo modo espresse la interna sua contentezza:

«Il cielo invita, tanto apparisce limpido e azzurro; — non pertanto oggi non desidero morire... sento che adesso mi fa bene il vivere.»

CAPITOLO DECIMOTTAVO

AMORE

Ti xe bella, ti xe zovene, Ti xe fresca come un fior. Vien per tutti le so lagrime; Ridi adesso e fa' l'amor.

Barcaruola veneziana.

Belle luci di amore, siete sublimi quando l'aere si distende sereno, e l'orizzonte è azzurro. Vi saluterò io, fiori immortali della eterna primavera dei cieli? O piuttosto ninfe divine che venite a rinnovare i vostri cori per le volte eteree del firmamento? — Perchè, se ai nostri occhi è dato contemplare i vostri moti, non possiamo ancora deliziarci nei vostri suoni? Ah! forse le nostre fibri destinate a morire mal potrebbero sostenere le vibrazioni della lira celeste. Voi non usciste di mano a Dio per guardare la terra; che cosa è ella mai questa piccola massa di fango sanguinosa verso di voi tanto magnifiche, tanto raggianti di proprio splendore? No, voi non guardate la terra, altrimenti le vostre palpebre sarebbero adesso intenebrite nel pianto, — e quel vostro limpido tremolio diventato vermiglio come il pianeta di Marte. Poichè da voi emana luce, non lacrime, voi non guardate la terra, nè vi cale guardarla; ella si avvolge dentro un manto di nuvole: — ella sovente ai vostri castissimi raggi maledice. Caino invocò perenni le ombre e l'abisso sopra il suo capo fulminato. — Voi non morrete, figlie primogenite del pensiero di Dio: nel giorno della distruzione egli vi radunerà con amore e se ne comporrà un diadema per la sua fronte immortale — e quando il suo spirito, come nei secoli precedenti alla creazione si trasporterà sopra le acque, se lo prenderà fastidio della sua immensa esistenza, si guarderà nello specchio dell'oceano mostruoso e dirà: Io mi son fatto un magnifico diadema! — Dove egli spegnesse anche voi n'esulterebbe lo spirito degli abissi, come esultò il giorno nel quale vide pullulare sopra la terra la pianta avvelenata della tirannide.

Modeste come vergini, leggiadre come angioli, la mia anima vi séguita, o stelle, nei vostri notturni pellegrinaggi con sacro raccoglimento: voi avete potenza di sollevarla dalle miserie e dalle infamie della vita; da voi in lei scende virtù che la consola: — voi blandite i suoi mille dolori; — confortata da voi, ella si affretta a compire il suo pellegrinaggio, quasi un esule alla patria diletta.

Ah! se veramente composto di spirito e di corpo potrà il mio spirito sciolto avvolgersi volando tra voi, — immergersi nei tesori della luce e dell'armonia, allora fingete la morte con le sembianze dell'Ebe di Canova, coronatela di rose, le ponete nella manca un nappo gemmato, nella destra un vaso pieno di un liquore composto di speranza e di obblio, — ambrosia divina che addormenta la vita.

Ma se, invano pietose sogguardando il mio sepolcro, quanto ora di me rimase coperto della terra, se il mio occhio non potrà vagheggiarvi, il mio labbro benedirvi, allora io mi contristo su la vita che manca come di un amico che mi abbandona, di un fiore che mi si appassisce tra le mani, — dell'amore che mi si disperse in un sospiro per l'aria.

Egli dormiva, e la vergine gli vegliava a canto, e considerando quella fronte pacata, la prese vaghezza di deporvi un bacio. Il bacio ebbe virtù di svegliare Vico, che glielo rese tremante su i labbri. Gli angioli poterono vedere cotesto atto senza velarsi con l'ale la faccia, imperciocchè eglino si amino di pari amore nel cielo. — La musa rivelò al poeta la natura angelica: due anime le quali di amore continuo si sieno amate sopra la terra lassù nel paradiso formano un angiolo[233].

Ed intrecciando le braccia i due giovani si recarono nel giardino, dove la vergine gentile si deliziava nel contemplare le stelle, e sovente veniva così richiedendo il fidato suo amico:

«Come hanno nome cotesti astri tanto splendidi all'occhio?»

«Perchè fu donna che amò di forte amore, vide Berenice della sua chioma ornato il firmamento e resa per quelle stelle immortale...»

«E quell'altra così tremolante, così gioiosa, come si chiama ella?»

«I nostri padri essendo pagani, immaginarono una dea della bellezza ed a lei consecrarono la stella gioconda che tu vedi. Se come leggiadra di forme, l'avessero finta casta nel cuore nessuno dio avrebbe vinto in questa terra il culto di Venere. — Amore è anima del mondo — amore è mente che governa il creato...[234]»

«Oh! amo le stelle anch'io, — e chi le creava, — e te.»

«Lena, deh! non oppormi Dio per rivale. Io non lo voglio: può ella la creatura contendere col suo Creatore?. — Egli flagella i fianchi della montagna con i suoi fulmini; egli col soffio delle narici sconvolge l'oceano... come potrò io dunque venire in paragone con lui, — io atomo di polvere nella mano di un gigante?.

«Sta pur sicuro, Vico: perchè se quando mi volgo al cielo o lo contemplo nella sua pompa di luce a te prepongo il Creatore, allorchè poi rimiro la terra e vi scuopro il delitto e la sventura, te... Dio mi perdoni!... te sopra Dio riverisco. La tua vita è piccolo rio, e non pertanto le sue acque scorsero sempre conforto agli uomini tuoi fratelli...»

«Veramente io il dolore non avrei creato nè la morte, vedi, Annalena: quanto sta la colomba a batter l'ala, tanto duriamo noi nella vita, e nondimeno così può contristarcela l'affanno da farla parere eterna.»

«Oh! io conosco un asilo alla sventura, Vico, — il capo riposando sopra il tuo seno... ma la morte... io l'odio.»

«Sì; orribile è la sua immagine; — la sua presenza non vince l'aspettazione; — Le mani mi pongo sugli occhi per non vederla schifosa su la faccia del giovine e del vecchio; — però l'occhio del pensiero non si chiude, e quando mi figuro il verme là dove un giorno deposi il bacio dell'amore, e la putredine là dove libai un alito che mi rinfrescò l'anima... io non so accordare l'idea del sommo bene col creatore della morte.»

«E non pertanto io conosco uno stato peggiore assai della morte.

«Oh! anch'io lo conosco, — e me lo insegnò la paura.»

«Quale?»

«La vita senza te.»

«Voglia la Vergine santissima salvarmi da questo misero stato!»

«Cristo mi tenga lontana tanta tribolazione!»

«Non la desidero a te, — ma vorrei non sopportarla io. — Gemi? — Perchè gemi, Annalena? Forse ti offesi?»

«Oh! no; — mi piace gemere: tutto è mutato in me; — rideva prima, ma dacchè ti conobbi, sospiro e sento quanta maggiore dolcezza comprendano i gemiti che i sorrisi: — non gli muove timore, — non desiderio o dolore, — pure io sento un fremito interno che mi sforza a piangere, — ad amare gli uomini, gli animali, le cose inanimate, perchè tu mi ami...; di' mi ami, Ludovico?»

«E non te lo dissi le mille volte? e non lo vedi? e nol sai?»

«Lo so, — ma poichè una esultanza ineffabile mi scende al cuore nel sentire dalle tue labbra che mi ami, — così godo ascoltare perpetuamente ripetuta questa vibrazione armoniosa; i' fo come il fanciullo che mai non si stanca dal gridare un nome per intenderlo ripetuto dall'eco della caverna.

«Ma il mio cuore non è mica una spelonca vuota, — il grido che ti rimanda non è l'eco della tua voce, — egli possiede voce propria e potente come la tua,»

«Sì, — nè io voglio cederti in amore — nè desidero che tu me.... i nostri cuori sono...»

«Due creazioni gemelle di un medesimo pensiero...»

«Un suono mandato da due corde compagne. — Scambievolmente ci tengono luogo di tutto, — di padre, — di madre, — dei parenti più cari; — all'uopo ancora potrebbero tenerci luogo di paradiso — e di patria.»

«Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda che spaventò i due amanti; e al tempo stesso videro sorgere dalla terra uno spettro in atto minaccioso. Annalena si stringe ai fianchi di Ludovico e glieli abbraccia trepidamente esclamando:

«Un'ombra! — un'ombra!»

«Non sono ombra, carne ed ossa bensì, come siete voi, — se non che voi sentite la vita amando, ed io per le percosse che tutto giorno ricevo dai miei fratelli....»

«O Pieruccio, siete voi? O che fate accovacciato qui dentro al giardino?»

«Pieruccio è nome di una miserabile cosa, di una infelice cosa; non vi par egli, fanciulli? Dov'è il padre del Pieruccio? — il figlio non conosce il padre, il padre il figlio... e la madre? La madre, appena nato lo depose sopra un letto di pietra, — non si voltò a guardarlo, non gli porse la mammella; s'ella non lo spense, non la mosse amore per lui, ma paura di pena per sè, imperciocchè lo aborrisse, come una testimonianza vivente della sua vergogna. Il padre del Pieruccio abita nei cieli, — nè la sua voce fioca giunge tanto alto, — e Dio non si curva per ascoltarla. I gradini di Santa Croce furono i guanciali che lo raccolsero infante, il cielo di gennaio gli fece una copertura di neve, i cani ululando per la notte salutarono la sua nascita. Ahi, povero Pieruccio! La natura mi benedisse sul capo col pugno chiuso, onde la mia mente rimase ottenebrata, quasi un giorno d'inverno breve e nebbioso. — E la sua vita? Oh la curiosa vita che mena Pieruccio! — udite e ridete: — perchè egli non ha cervello, gli uomini assicurano non appartenere alla specie umana, e percotendolo lo cacciano fuori delle loro adunanze; — i cani per via gli si avventano e il mordono, nè lo vogliono tra loro; perchè non ha quattro gambe... O Dio, concedimi mente serena e mutami anco in verme, se vuoi; — io meno la vita di Cristo flagellato alla colonna; — cotesta e' fu una dolente giornata anco per lui — seimila seicento sessantasei battiture! Io non pertanto vinco Cristo in percosse... Adoratemi, io sono il re del dolore...»

[Illustrazione: ... fu trovato seduto davanti la tavola, — tenendo con le mani a guisa di tanaglia grancito il cranio del figliuolo; — vollero allontanarlo da cotesto spettacolo;... Cap. XVI, pag. 401.]

E così continuava fino all'alba, se Ludovico non lo interrompeva domandando:

«Ma come qui a quest'ora, Pieruccio?»

E Pieruccio, stringendosi con ambe le mani la testa, quasi per adunare i pensieri vaganti, rispose:

«Se la mente senza mia colpa mi si è guasta, il mio cuore arde di carità per la patria: — io non ho padre che mi abbia baciato, ma amo l'Arno che dissetò la mia gola inaridita; — io non ho madre la quale mi abbia allattato, ma sopratutto mi è caro il campanile di Giotto, che mi riparò con la sua ombra nei giorni di estate. Fiorenza, tu sei la madre mia: — potessi salvarti col mio sangue, non mi parrebbe essere uscito in questo mondo invano! Un tuo figlio snaturato si muove ai tuoi danni, e le genti lo venerano vicario di Dio su questa terra: — io ti disseterei col mio sangue, e la gente mi chiama pazzo!... non importa; — potessi almeno salvarti!»

E qui taciutosi alquanto, si volge improvviso ai due amanti favellando con incredibile velocità:

«Non ve lo dissi un'altra volta? — amatevi, affrettatevi ad amare; — che significhi essere amato non so, ma il mio cuore mi rivelò essere l'amore di donna dolcezza di paradiso; — vuotate di un sorso la coppa, — inebbriatevi — e morite, perchè in verità i giorni ci sovrastano nei quali le donne diranno: Beate le sterili, beate le mammelle che non hanno allattato; — e le genti imprecheranno ai monti: — Cadeteci addosso; — e ai colli: Copriteci[235]. — Il tradimento c'inviluppa nelle sue spire, come il serpente dell'Apocalisse.»

«Tradimento! in nome di Dio, di quali traditori favellate, Pieruccio?»

«Dei traditori ch'io conosco, e qui verranno quando la campana dei Priori avrà battuto mezza notte: io gli ho ascoltati, essi favellano del papa, del Malatesta e dei maggiori cittadini di Fiorenza; convenuti ormai nel tradimento, e' pare che non si accordino sul prezzo e sul modo. Giudei che contendono per la veste di Cristo prima di metterlo a morte; veggo i sembianti, — intendo le parole, — e non so come punirli: se mostro la mia faccia al popolo, m'inseguirà co' sassi: se mi presento alla Signoria, ella, come pietosa, mi farà chiudere nell'ospedale, ed io chiuso mi sento a morire, la poca luce del mio intelletto si spegne quando manco di aria e di libertà; — solo non valgo, ch'essi sono troppi e certamente troppo bene armati; — avrei potuto tamburarli, — ed invero, quando la notte si fece nera, studiati i passi, ogni lume schivando, io mi condussi spesse volte in Santa Fiore con la cedola dell'accusa, — ma giunto alla colonna, mi venne meno il cuore.... Io non so accusare di nascosto; — mi parrebbe di restare confuso con quei tristi che uniscono all'accusa la mezza moneta per guadagnare il quarto della multa. — Io mi pasco d'erba, e non mi sembra amara; ma il pane comperato con quel prezzo mi saprebbe di sangue. — Così vedo annegare la madre mia e non posso soccorrerla; se alcuno mi avvisassi di chiamare in aiuto, mi darebbe di una mano sul volto dicendo: — Pazzo, tu sogni. — Oh! venite e vedete se fu dolore uguale al dolor mio.... La patria annega, — già sparisce, — è sparita, sola una mano tende fuori delle acque, — il vortice la travolge, — e tutto è finito.»

«Per amore di Dio, favellate, Pieruccio! Non mi celate nulla: — amo la patria anch'io, — e per salvarla darei la vita.»

«Tu un giorno mi medicasti la testa; ora mi sani il cuore: — io voglio abbracciarti; — non mi sprezzare, — non percotere, veh! il povero Pieruccio, — bada a non mi avvilire, e la mia mente si farà serena e t'insegnerà il modo di svegliare la patria su l'orlo dell'abisso. Or dunque sappi avere Malatesta Baglioni imbandito una mensa e chiamato a convito i maggiorenti della terra; sai tu di che sono composte le vivande che pose loro davanti? Delle membra della nostra patria. — Affrettati, va; colà troverai un amico del tuo defunto genitore, Dante da Castiglione: — quivi incontrerai ancora Ludovico Martelli: — di' loro che qui vengano teco, e qui verranno; se possono condurre compagnia, sarà meglio, altrimenti vengano soli, ma non dimentichino l'arme: — va, — vola.»

«Ma se venissero», soggiunse Ludovico esitando, «e non trovassero i congiurati..., non penserebbero che io mi fossi fatto beffe di loro?» Pieruccio la dubbiezza del giovane considerando e vedendo quanto poca fiducia le sue parole inspirassero, sentì assalirsi da insopportabile fastidio per la vita; onde volgendo i passi vicino ad un albero, mormorò: «Io valgo meno di un cane morto»; e sollevati gli sguardi aggiunse: «Albero, albero, prestami un ramo, io ti darò un frutto... che tu non portasti fin ora... un tristo frutto in verità... un'anima disperata dentro un corpo disfatto....»

«Consolatevi... io vado...»

«Va dunque, — ma prima ascolta queste mie brevi parole. Sai tu bene che voglia dir pazzo e che dir savio? Se pazzo è quegli che sul pericolo, addormentandosi, confida a mano ignota la spada che può ferirlo, le chiavi della città allo straniero..., già non sono io il pazzo. — Tu ti pensavi savio dubitando delle mie parole e ricusando l'andare; eppure fa il tuo conto: andando, forse getterai i passi e avviserai la gente di un pericolo vano: e per altra parte forse tu scoprirai un tradimento, la patria pericolante sosterrai, a mille cittadini la roba salverai e la vita. Or, se tu fossi savio, ti par egli che tra queste due vicende si possa tentennare, tra la permanenza e l'andata? Prima di credere pazzo il tuo fratello, pensaci due volte, e sappi che sovente i consigli di coloro che il mondo reputa savi appaiono miserabili all'alienato di mente: — adesso vola.»

E Ludovico senz'altre parole aggiungere si poneva tra le gambe la via. Intanto il cielo aveva mutato aspetto, — l'aria si era fatta uliginosa, e d'ora in ora l'agitava un vento soffocante come l'alito del deserto; via trasvolando pel cammino abbandonato, Ludovico udiva sibili spaventevoli, gemiti arcani d'ignoti addolorati. All'improvviso quel vento con subita vicenda percuote le orecchie a Ludovico di suoni e di canti; e quella vicenda, oltre all'essere súbita, riusciva ancora incresciosa, imperciocchè quel vento non sembrasse destinato a trasportare profumi e melodie, sibbene guaio di gente diserta. In fondo del sentiero ecco si mostra un palazzo di cui i contorni confondendosi col buio della notte, sembrava infinito; — dalle aperte finestre scaturiva un chiarore vermiglio, — come di sangue, — uguale a quello della mano posta dinnanzi alla fiammella del cero; — traverso a quel chiarore passavano e ripassavano rapidissimi corpi neri, di forma fantastica, sicchè la mente superstiziosa lo avrebbe creduto una dimora infernale, un pandemonio, un luogo di ritrovo dove le incantatrici si fossero adunate a celebrare il sabbato nefando.

Ludovico entra nel palazzo, e mescolatosi con la turba dei servi, gli riesce penetrare inatteso nella sala del convito.

L'animale che in prato pascola o in bosco non ti percuote mai di ribrezzo, come la mandra degli uomini seduta intorno alla mensa, dove, spento il naturale desiderio di cibo e di bevanda, attende a divorare per istupidirsi, a bevere per inebbriarsi. La più parte dei commensali di Malatesta erano ridotti in questo miserabile stato, — con gli occhi rilucenti e smarriti; dipinti in volto di un colore che sembra composto d'ira, di feccia di vino e di sangue; — i muscoli tumidi e avviluppati per entro un vapore denso uscito dai cibi, dall'alitare, dal trasudare dei corpi e dalla polvere, — l'aureola del baccanale; — e secondo quello che bene osserva uno scrittore, alla fisionomia degli inebbriati col perdere della ragione venendo meno la somiglianza umana, ti sarebbe parso vedere un convito di fiere. Chi moveva al vicino una domanda e, senza attendere risposta, tre o quattro ne replicava; chi senza essere interrogato rispondeva; — alcuno, immaginando favellare alla brigata che lo ascoltasse, narrava i suoi viaggi, gli amori e le avventure a cui niuno poneva mente; — l'altro, mugghiando con un bicchiere nel pugno, Messeri, gridava, messeri! — e subito dopo barcollando cadeva, e il vino rovesciandosegli per la faccia e pel seno, singhiozzando aggiungeva: Ahi sono morto! mi hanno assassinato! — e tutti dintorno esclamavano tra scomposti sghignazzamenti: Lo hanno assassinato!

Fu veduto uno dei Corsini, reso per troppo bere come di pietra, di repente prorompere, percuotere col pugno un vaso di cristallo, mandarlo in minutissime scheggie, ferirsi in più parti la mano, e con quanta lena gli poteva la gola si pose a gridare: «Viva Fiorenza! — viva la Repubblica, o morte!» Poi la destra accostandosi alla fronte, parve che in cotesto sforzo avesse sudato sangue.

Nel tumulto mosso da quel grido uno degli Orlandini, scoprendo l'animo suo con tanto studio fino a quel punto celato, rispondeva:

«Non importa alternare la scelta tra repubblica e morte; avremo ambedue: almeno co' Medici non ci mancava pane.»

«E i traffici andavamo meglio. — Nè i balzelli erano tanti. — E poichè abbiamo creato un re, potremmo ancora accomodarci di un duca...»

«Chi re?»

«Cristo abbiamo eletto re.»

«Con venti fave contro. A patto che i Medici vadano subito in paradiso, io darò la fava bianca per farle principi.»

Il Corsini, — quel desso del pugno percosso sul cristallo, — levandosi in piedi col volto insanguinato, — le membra gigantesche componendo in atto di lanciare una pietra nell'alto:

«Io non vo' principi; ho dato contro Cristo la fava nera nel 29, e non vo' principi. Sapete voi Cristo che è? — Cristo è un proverbio.»

Comunque da tempi remotissimi tra gli acuti cervelli fiorentini non mancassero speculatori arditi di contemplare il mondo vedovo di Dio, siccome ci racconta il Boccaccio, descrivendoci Guido Cavalcanti poeta sorpreso da Betto Brunelleschi tra gli avelli di Santa Croce a meditare che Dio non fusse, pur tante profonde radici aveva poste nel comune degli uomini la fede che valse cotesto grido a vincere la potenza dei liquori, sospendere il trambusto e far sì che il vicino, si appigliando pauroso al braccio del vicino, susurrasse devotamente: Domine, aiutaci!

Indi a poco però le menti insanirono in ischiamazzi a mille doppi maggiori, e tra quel vortice di gridi e di risa più spesse ricorrevano le voci: «Domine, aiutaci! — Fave nere, — fave bianche, — Cristo, — proverbio. — Vino, vino, coppiero.»

In questo punto Ludovico si affacciò sul limitare della porta; e dato uno sguardo di compassione a cotesto spettacolo, fissò gli occhi in Malatesta Baglioni seduto a capo della tavola: impassibile, — bianco, rassomigliava alla statua del commendatore Loiola convitato da Don Giovanni al suo ultimo festino; — la sua fronte pallida ed ampia rivelava un gran pensiero, — e poteva concepirlo grande di gloria, — ma invece lo scelse grande d'infamia; — pure era grande; — le pupille moveva del continuo inquiete da questo lato e da quello, parte per sospetto, parte come cupido di prevedere ogni cosa: malgrado la barba la quale foltissima gli scendeva dal mento, due rughe profonde agli angoli dei labbri lo denotavano uomo inclinato al dileggio e allo scherno del proprio simile, ed invero ora esultava contemplando cotesta scena di vituperevole avvilimento, la quale, giustificandolo quasi dinanzi alla propria coscienza, nella risoluzione di venderli a guisa di mandra lo confermava; — la voce interna dell'anima, mercè la prova espressa che libertà non potesse durare tra quei corrotti, placava; nè il concetto disprezzo potendo o volendo nascondere, intendeva a manifestamente straziarli, facendo imbandire vivande apparecchiate con carni di asino[236].

Ma tra tanti commensali non senza rammarico notava ai lati estremi della tavola due giovani seduti l'uno dirimpetto all'altro con le tazze mezzo vuote davanti, tristi e pensosi; il volto tenevano dimesso, accesi dalla vergogna, non dal vino, e quando uno di loro alzava gli occhi, quelli dell'altro, come se sentissero la chiamata, gli rispondevano con uno sguardo, poi insieme uniti li posavano su gli occhi del Malatesta, che sempre incontravano vigilanti sopra di loro.

In questo mentre, lo stravizzo, spossato dei suoi furori, tornava ad acquetarsi; una scolta fu intesa accennare l'ora imminente col grido: All'erta sto! — a cui, digradanti lontano, pel buio altre voci rispondono: All'erta sto!

Pareva un'ora caduta dalla mano del tempo, come pietra staccata, di vetta al monte, di roccia trabalzando in roccia, rotolasse nella voragine della eternità..

E cessati i gridi, la campana dei Signori suonò mezza notte.

«È l'ora dell'amante che avvolto nel mantello striscia lungo i muri a visitare la bella che lo aspetta palpitante alla finestra.»

«È l'ora delle ombre degli uccisi a ghiado che scoperchiano gli avelli per tormentare i loro assassini.»,

«È l'ora dei tradimenti!» esclamò uno dei giovani seduti ai lati estremi della mensa, ch'era Dante da Castiglione, e ricambiato uno sguardo con Ludovico Martelli, entrambi di conserva lo avventarono contro Malatesta, come saette scoccate.

E Malatesta, mal potendo sostenere quelle tremende guardature, per celare il suo sgomento, afferrò un'ampia tazza che gli stava davanti e, propinando alla libertà di Firenze, finse di bere e si celò la faccia.

Vico, côlto il destro, percuote la spalla di Dante e gli mormora all'orecchio:

«Levatevi tosto, che il tradimento si avvicina!»

Dante fece un segno a Ludovico Martelli, e in meno che non si dice amen furono fuori della sala.

Quando Malatesta si levò la tazza del volto, erano spariti; — si fregò gli occhi, quasi temesse d'illusione, ma non più li rivide, e la sua anima amaramente incupiva, non sapendo spiegare cotesta miracolosa disparizione.

* * * * *

«Dove sono eglino questi figli di malvage madri? Fo voto a Dio...», entrando nel giardino e la mano ponendo sull'elsa della spada, gridava Dante da Castiglione.

«Silenzio!» forte afferrandolo pel braccio gl'impone con voce sinistra Pieruccio; «la volpe non giunse al covo; — silenzio! chè lo schiamazzo disperde i colombi. Savio, apprendi prudenza dal folle e taci. Ora imitatemi tutti», egli proseguiva mettendosi a camminare carponi, «giù a terra, con le mani camminate o co' piedi; — passate su le foglie e non le piegate; strisciate su i fiori — e badate a non li muovere..., le vostre narici non sentano l'alito della vostra bocca..., cauti procedete come la vipera e veloci.»

I cavalieri, disdegnando cotesta umile positura, esitavano.

«Ah! ah!» ridendo prorompe Pieruccio, «imitare col corpo una sola volta le bestie aborrite, — e per bene, — voi che così sovente le imitate coll'animo per male. Tanto spaventa di alcun poco imbrattare le mani voi che tanto strascinate nel fango il vostro spirito immortale?»

«Che cosa abbiamo noi fatto!» esclamarono i cavalieri battendosi la fronte, e si disponevano a partire.

Pieruccio col suo corpo giacente attraversando loro il cammino,

«No, voi non partirete», diceva, «se prima non calpestate queste misere membra. Ah! messeri, per amore di Cristo e dei suoi santi, non ve ne andate: — se vi ho offeso, ve ne domando perdono; — oh! per carità perdonatemi; — io talvolta non so bene quello che mi dica, — ma abbiatemi fede, perchè so molto bene quello ch'io mi faccia; voi lo vedete, tutti i giorni per me si rinnuova l'aceto e il fiele; — l'anima mia rigurgita di amarezza, e mio malgrado ne sgorga una parola acerba... una parola...; o Dio mio, che cosa ella è mai una parola? Io senza lagnarmi sopporto strazii e percosse. Quando mostro la mia squallida faccia, e i fanciulli mi prendono a sassi gridando: «Da' al pazzo, — da' addosso al Pieruccio!» molto agevolmente io potrei a qualcheduno di loro staccare il capo dal collo, e nondimeno mi placo, perchè forse in quel fanciullo pose natura il germe delle imprese onorate e la gloria della patria. La patria! lei vuolsi ad ogni cosa preporre, anche alla salute dell'anima, come lasciò nei suoi ricordi Neri Capponi, — un gran cittadino in verità...»

Il Martelli volgeva le spalle per cercare altro cammino, il Castiglione esitava, e Pieruccio afferrando il lembo della veste del primo,

«Non ve ne andate», aggiungeva, «per quanto amore portate a vostra madre che non vi lasciò su i gradini di Santa Croce in una notte di gennaio. Messer Dante, ditegli che non se ne vada. Messer Ludovico, io vi conosco caritatevole e benigno; — ora ponete pur ch'io sia pazzo, — pensate pure essere questa mia voglia follia, — ma la follia è infermità, e se per mitigare un dolore pochi passi vi bastano, — che cosa potete far di meno per un vostro fratello? — Ricuserete rendermi contento? — Finalmente anch'io fui battezzato in San Giovanni, — anch'io ho una vita che spendo in pro della patria, anch'io...»

«Basta, basta», interrompe Ludovico Martelli intenerito, «va' innanzi, povero Pieruccio, io ti tengo dietro.»

«Ah! Dio vi benedica...»

* * * * *

Pur troppo Pieruccio aveva scoperto il vero: tre uomini stavano in agguato, e sovente con empie imprecazioni dimostravano la impazienza loro, come quelli che avevano lungamente aspettato invano.

Alla fine comparve un punto nero dalla lontana, il quale andava ingrandendosi a mano a mano che si accostava.

Pervenuto a convenevole distanza, uno di coloro che aspettavano gli messe contro la voce dicendo:

«Come ti chiami?»

«Mi chiamo Odio; — e tu?»

«Vendetta.»

«Vieni dunque, — sposiamoci; ci sono amiche le tenebre, e gli spettri assisteranno ai nostri sponsali.»

«Quale è il dono delle nozze che mi dai?»

«Io ti darò un pugnale.»

«Il tuo pugnale è corto.»

«Basta per giungere al cuore dei nostri nemici.»

Allora si accostarono, si strinsero le mani e stavano per cominciare il colloquio, quando, non si potendo più frenare, il Castiglione proruppe:

«Ahi! traditori, siete tutti morti.» E, balzato di un salto fuori della siepe, prese a minacciare i traditori col ferro.

Vico, Pieruccio e il Martelli lo seguono cacciando urli spaventevoli.

CAPITOLO DECIMONONO

LA SFIDA

Mi dorria, se di morte altra perisse Che di ferro — e del mio. —

Ricciarda, tragedia.

I congiurati, dalla sùbita apparizione soprafatti, dai forti gridi atterriti, mal potendo distinguere quanta gente e quale venisse loro addosso, si volsero a fuga precipitosa.

Il Martelli coll'ardore del veltro si pose alla ventura dietro le tracce di uno fra loro; — passarono il borgo di Santo Iacopo; con uguale prestezza la piazza di Santo Spirito traversarono, il canto alla Cuculia e le vie contigue della Fogna, del Leone e dell'Orto; — non profferirono parola, imperciocchè la rapidità del corso loro impedisse la voce; erano entrambi gagliardi, entrambi di piè velocissimo, sicchè l'uno poneva l'orma dove l'altro la lasciava, e spesso il fuggitivo sentì rimanersi svelti i capelli tra le dita dell'inseguente e dall'alito infiammato di lui avvamparsi le guance; — continuano la fuga e la cacciata per Camaldoli, per Borgo San Frediano, lungo le mura, e riescono al Ponte alla Carraia. — Qui lo inseguito avendo il buon tratto precorso il suo persecutore, si fermò e, quasi vergognando essersi lasciato vincere dalla paura, gitta via la veste di frate che lo impaccia, e, tratta la daga, si pone a capo del ponte in atto di difesa.

Quantunque il Martelli non avesse gridato accorruomo, pure, correndo vicino alla Porta San Friano, le milizie quivi stanziate udirono il rumore, ed alcuno di loro, mosso da vaghezza o da comando, si pose per buon rispetto a seguitarlo. Egli però travolto da quell'impeto non se n'era accorto, e comecchè al paragone dell'inseguito gli fosse mancata la lena, nondimeno precorreva di assai coloro che gli si erano fatti compagni.

Il fuggitivo, se lo vedendo accostare, stette in forse di ucciderlo e poi riprendere il corso; ma considerando come l'inseguente si avvicinasse egli pure con la spada nuda, nè dalle sembianze apparisse uomo da spacciarsi così ad un tratto, temè perder tempo a chiudersi ogni strada allo scampo, onde è che, di nuovo voltate le spalle, passasse il Ponte della Carraia.

Il Martelli, confortato dal pensiero di vederselo più vicino, immaginando costui avesse fatto sosta a riprender lena e baldanzoso per riputarsi sul punto di arrestarlo, raddoppia lo sforzo, sicchè in quella fuga rovinosa, percorrendo nel buio della notte uno spazio sospeso tra le acque e il cielo, non muovendo altro rumore che quello dei passi velocissimi, si assomigliavano alla visione della donna scapigliata inseguita dallo spirito del cavaliere Giuffredi intorno alla fossa dei carboni ardenti, esposta dal dottore Elinando di santa memoria, a conforto dei buoni e per terrore dei tristi[237].

Così trasvolando pervennero in via di Parione; — colà sul canto che mena alla Vigna Nuova stette una casa onorata di cui adesso non rimangono vestigi.

Sebbene alta fosse la notte, una finestra di cotesta casa appariva illuminata da luce solitaria, — quale si addice alla veglia di un filosofo o alla insonnia di un penitente. A quel punto si dirige il fuggitivo; e giuntogli dappresso, manda un fischio acutissimo. Allora fu veduta balenare la luce, come fiamma che si accenda nelle notti di estate, e sembra stella che tramuti luogo. Il fuggitivo scomparve voltando il canto, e Ludovico, di cui all'anelito sofferto per la fatica si aggiunse un palpito più veemente del primo, giunto a capo della via, si volse bramoso e non vide nè udì più nulla: — il fuggitivo era scomparso. Allora Ludovico pensando alla veste di frate, al luogo, ad una certa rimembranza confusa delle forme del fuggitivo, al lume mosso, — un lampo sinistro d'intelligenza gli strisciò sull'anima, sentì riardergli un'ira feroce le viscere. Intanto sopraggiungono i soldati, e Ludovico, narrando come gli fosse sfuggito un traditore tramezzo cotesto laberinto di vie, li sperde dietro le tracce di quello e torna prestamente sopra i suoi passi.

«A questa ora tu qui?»

«Salvami; — i miei nemici m'inseguono; — nascondimi, Maria», proferì a stento Giovanni Bandini saltando dietro la porticciuola segreta che gli aveva aperta Maria Benintendi tutta tremante; e richiusala con molto diligenza salirono la scala, la quale conduceva all'oratorio privato descritto nel corso della nostra storia. Tosto che vi furono giunti, il Bandino, volgendo intorno a sè gli occhi esterrefatti, domandò:

«Dove mi salvo?»

«Nelle mie braccia.»

«Le tue braccia!» rispose Giovanni impazientito. «Ma sai tu chi m'insegue? Le tue braccia cadrebbero tagliate come arbusti sotto il pennato del potatore; — nascondimi nei luoghi più riposti della casa, se non vuoi che il vento mattutino agiti domani il mio corpo sospeso per la gola alle finestre del bargello.»

E trattanto s'intende rumore di chi va e di chi viene, uno schiamazzo confuso di voci sempre crescenti; onde Maria, bianca di paura, senza potere articolare parola, lo tolse per mano e lo condusse dietro l'altare. Il Bandino, lasciandosi condurre, mormorava:

«Grave delitto deve essere tradire la patria, dacchè mi sconvolge l'anima tanta insolita paura!...» Il rumore a mano a mano si allontana; s'illanguidiscono le voci; già non si ode più nulla. — Allora Maria, di cui la vita fino a quel punto era rimasta sospesa o piuttosto trasfusa nella facoltà dell'udito, tornò alla volta del Bandini e disse:

«Esci, — è passato il pericolo; — però tu non hai capello senza una stilla di angoscia; — le tue labbra sono inaridite, — le fauci secche; — vieni, — bevi, — rinfrescati il sangue. — Ora riposati, — calma l'anelito tremendo: — il cuore ti palpita, come se stesse per iscoppiare; — posa il tuo capo qui su questo origliere; — dormi, se puoi, — io veglierò per te....»

E Giovanni Bandini, rifinito dalla fatica e dalle veementi sensazioni, si abbandonò sopra un lettuccio, come voglioso di dormire.

Maria, sedutagli al fianco con le mani incrociate su le ginocchia, lo contemplava. Oh! quel volto compariva veramente terribile. Il sopracciglio sempre teso, le labbra fisse in un sorriso amaro, e quella fronte pareva un cielo tempestoso dove si avvolgono le nuvole pregne dell'ira di Dio. La fiamma tremolante della lampada ora illumina, ora lascia nel buio quella testa dolorosa, sicchè i muscoli sembravano agitarsi convulsi nelle contorsioni dell'uomo martoriato dalla tortura; — e poi suo malgrado un'ansia cavernosa gli prorompeva dalle viscere, come se il cuore non bastasse a contenere la piena dell'affanno.

Maria lo contemplava e mormorava tra sè:

«I suoi nemici! — E chi sono eglino i suoi nemici? Se i miei parenti..., già da gran tempo i loro teschi gli han fatto cammino alle piante. — Se i tuoi cittadini ti odiano, tu avrai offeso la patria. E come l'hai tu offesa? — Due volte mi favellò di patibolo — e di carnefice, — e perchè? — il patibolo è fatto pei traditori.»

«Che stai susurrando costà? — Taci», la interrompe Giovanni con voce di sdegno.

«O mio signore! — io favellava di te... pensava a cotesti tuoi nemici....»

«Com'entri tu co' miei nemici? — Taci e lasciami riposare.»

«Ma qui dentro per certo vi ha da essere errore: da tanto tempo straniero alla tua terra, — sconosciuto da tutti, venuto sotto spoglie mentite — per avventura — ti sospetterebbero — traditore?»

«Traditore! — Chi mi ha detto traditore? Ei se ne mente.»

«Plácati, — nessuno t'incolpa, nè tu sei traditore. Un figlio non può calpestare la madre, — la mano che lo benedisse recidere — il petto che lo allattava lacerare. Io lessi un giorno di un re pagano il quale non decretò pena al parricidio, lo riputando impossibile, — e così credo ancor io. No, — tu non sei traditore. Però io fin qui non ti domandava donde venisti e dove vai. Perchè giungi sempre di notte e temi la luce del giorno? Perchè mi comparisci davanti talvolta vestito da francescano, tal altra da domenicano, ora vestito da cavaliere, ora da contadino? — Dimmi...»

«Sono io venuto forse a novellare teco stanotte? Che t'importa chi io sia, donde venga o dove vada? Io ti amo, — che cosa desideri di più? — Questo potrebbe bastarti. — Dove io ti apparissi davanti capitano di eserciti, ricco di ogni bene della fortuna, tu la mia gloria ameresti e la mia fortuna, non me Giovanni Bandini: se invece ti portassi una testa posta a prezzo... non era donna Dalila che tradì il forte di Giuda? — Ecco io ti porto davanti Giovanni Bandini solo; — amalo o aborrilo, se meglio ti piace, ma per cosa che sia in lui, non fuori di lui.»

«Se la gloria non è la testa, è l'aureola che la circonda; — se la infamia non è la testa, è la scure che la percuote: — io ti amai perchè ti seppi magnanimo; — dove adesso ti conoscessi colpevole, il mio cuore non cesserebbe di amarti, — ma vedi, si spezzerebbe contristato all'insopportabile affanno.»

«Donna!» esclamò fieramente turbato il Bandino, «e chi sei tu che ardisci dalla polvere, ove ti ponesti a giacere, sollevarti a giudicare il tuo giudice? — Amami e taci; — e rendi grazie al tuo Dio, ch'io Bandini, mi degni abbassare uno sguardo sopra di te, pugno di cenere contaminata...

Un colpo percosso alla porticella dell'oratorio impose fine alle sconce parole; e il Bandino, comecchè di animo vigorosissimo si fosse, non potendo vincere lo strano terrore che gli si era cacciato addosso, si lasciò cadere giù dal lettuccio componendo la persona in atto di fuga.

«Ah! il mio giudice fugge», prorompe irridendo Maria; e in quel punto un ghiaccio di rettile le strisciò sul seno. «Giovanni, io non ho tremato di paura, — qualche volta di compassione, — e per te. Va', — va', — nasconditi, ma pensa che dove occhio umano non giunge molto bene vi penetra l'occhio di Dio!»

Intanto nuovi colpi e di mano in mano più forti tempestavano alla porticella; sicchè la Maria, timorosa non destassero il vicinato, fattosi cuore, si reca in mano la lampada e scende:

«Ch'è questo, messeri?»

«Aprite in nome della Signoria.»

«Messeri, io sono gentildonna e sola in casa; questa magione appartiene a Niccolò Benintendi, che stanotte è dei Buonuomini al palazzo; — però avete tolto sbaglio, è lasciatemi in pace.»

«Se sola vi trovate o accompagnata, poco c'importa. Noi non iscambiamo dimora; — aprite di queto od atterriamo la porta.»

Maria per lo men reo consiglio, paventando peggio, aperse l'uscio.

Ludovico Martelli non aveva ad arte alterato la voce; in breve spazio anima e corpo gli aveva così stravolto la sua fiera fortuna ch'egli stesso, non che altri, non sarebbe giunto a riconoscersi per quello che fu; — gli occhi a mezzo chiusi e invetriati, come quelli dell'etico; — i muscoli del volto rigidamente immobili, — la bocca aperta, — i labbri cadenti, e d'ora in ora un anelito impetuoso gli prorompeva dalle narici dilatate; spaventevole a vedersi come la testa mozza che il carnefice afferra pei capelli e mostra in testimonio di ferocia ai popoli stupiditi.

E di vero Maria ne rimase spaventata: — col capo inclinato verso la spalla, pallida, — quasi vinta dal fascino, si pose a salire la scala. Il Martelli poneva il piede dove ella moveva il suo.

Pervenuti a mezzo della domestica cappella, si fermarono, — l'uno di faccia all'altra, — nè si guardavano nè movevano labbro....

Finalmente Ludovico, continuando nella sua immobilità, con voce che gli usciva dai precordii incominciò a favellare.

Così da un idolo di pietra gli antichi sacerdoti merce loro arti traevano oracoli vocali:

«Donna, io ti amai, e la memoria del passato affetto tanto può in me ch'io voglio salvarti dal vituperio. A Dio non piaccia che per Ludovico Martelli si debba vedere sozza di fango quella fronte dov'egli avrebbe deposto con un un bacio — la vita. — Donna! tu hai scherzato coll'anima mia; — per diletto delle tue ore di fastidio tu prendesti il mio cuore e me lo hai infranto... infranto per sempre... io ti perdono. Se il pentimento ti giovasse, — io mi aprirei il seno, e tale ti offrirei spettacolo di disperazione che ti farebbe piangere come san Pietro; e quando, come a san Pietro, le lacrime ti avessero scavato il solco sopra le guance, tu non crederesti di aver pianto abbastanza. Ma io qui non venni per me..., qualunque sentiero che non conduca al sepolcro non è più mio; — io vengo per la mia... per la tua patria, Maria. Oh! se quando, nudrita che hai del tuo latte la cara figliuoletta, ti assopisci al capezzale di lei e rimembri nei sogni il gentile sorriso — e la carezza — e il bacio, all'improvviso desta tu la vedessi lacerarti il seno e inebbriarsi del tuo sangue... tu inorridiresti, non è vero, Maria? Ebbene, questa figlia snaturata sei tu; la tua casa è fatta asilo dei traditori, — il viver casto velo al parricidio. — la religione pretesto all'empietà... Io non dico più nulla. — Svelami traditore che hai riparato qua dentro....»

«Traditore?» esclama Maria dimostrando col gesto altissimo sdegno, «dov'è il traditore?»

«Non te l'ho detto? — Qui.»

«Io non conosco traditori....»

«Donna, — che, piena dentro di putredine, tu ti mostrassi di fuori parete scialbata, bene sta: — ella è questa la vostra parte, femmine! — ma che in breve spazio tu abbi perduto il rimorso e il pudore, ciò, per Dio, mi spaventa. Qual è il verme velenoso che così subito guastò il bell'albero della tua vita? A me non basta il cuore per contemplare l'abisso della tua anima; — donna, mi fai paura. — Or dove ti nascondi codardo dal fiato velenoso? Esci fuori... indarno speri fuggirmi... io ti seguirò fin dentro l'inferno....»

Nessuno risponde. — Dopo lungo silenzio Ludovico continua:

«O patria mia! uomini che non ardiscono mostrare la fronte t'insidiano nell'ombra; quando la notte è più buia essi aguzzano il pugnale e ti aspettano al varco, come il ladrone sulla pubblica via!»

E di nuovo si tacque, poi con gran voce riprese:

«Esci, codardo, — esci.»

Così favellando si aggirava per la stanza, quando all'improvviso levando la faccia vide un cavaliere di truce sembianza appoggiato su l'elsa della spada in atto di quiete minacciosa: egli allora, gli si avventando addosso, interrogò:

«Tu sei un traditore!...»

«Io sono Giovanni Bandini, — e sgombrami il passo.»

«Tu di qui non uscirai, se non che morto.»

«Figlio di madre infelice tu sei, se più oltre ti ostini a impedirmi il cammino; — ritirati, — tu ne hai tempo ancora; — io non voglio vederti; — sappi che di rado ho replicati i miei colpi; — vattene... e vivi.»

«Anzi io rimango, — e muori; — domani il carnefice ti scriverà l'epitafio su la cima della forca.»

«Tu l'hai voluto... il tuo sangue ricada sopra la tua testa.»

Ed incrociano le spade.

[Illustrazione: «Cittadini, con pubblico bando ordinaste le femmine di rea vita fossero cacciate dalla città....» _Cap. XVII, pag. 414._]

Scarmigliata, palpitante, cieca di dolore, la troppa angosciosa Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,

«Se d'ora in poi», ella grida, «volete fare insanabili le ferite, tingete i vostri ferri nel mio sangue, — egli è sangue esecrato, sangue di abbominazione e di orrore. — Te, Giovanni, adorai quanto Dio, — e forse, ahi misera! sopra Dio; — la vita io ti dava e la fama, e tu adesso calpesti il mio cuore come un rettile velenoso: — te, Ludovico, amai di castissimo amore, — per amico ti venerai e per fratello, — ed ecco quanto l'avvilimento comprende di più atroce raccogli e infocato d'ira me lo scagli sopra la fronte. Ah! voi siete due furie rabbiosamente convenute a disperarmi. — Ohimè misera! Ogni piede che passa mi calpesta, — ogni bocca mi dice villania.... In che cosa ha mai misfatto la infelice Maria? Maledetta l'ora, maledetto sia il giorno in che nacqui; — possa cadere dai secoli, — dimenticare il sole di averlo illuminato; — io soccombo, ma, dall'abisso dove giaccio, innalzo una voce di accusa contro il mio Creatore e gli dico: Tu non sei giusto! — Fermatevi, v'impongo... io sono innocente; — nessuna colpa è in me, tranne avere amato troppo ambidue voi, quantunque di amore diverso. La fortuna volle travagliarmi con tutti i dolori, e dopo avermi fatto piangere per morto costui, ora lo ha tolto dal sepolcro per convertirlo in flagello alla mia anima desolata; — fatemi pagare senza misura amaro questo affetto per voi, — schiudete i balconi, via, — chiamate la gente a contemplare la mia vergogna, e poichè a cagione di voi trassi giorni pieni di lutto, non mi lasciate tranquilla nè anche l'ultima ora della mia vita. La figlia mia fatta adulta, quando cercherà dell'avello di sua madre, le risponderanno: Non lo sappiamo; — e quando ella stessa diventata madre udrà favellare di me, declinerà lo sguardo, — si farà in volto vermiglia — e maledirà una madre la quale non seppe altro retaggio lasciarle tranne quello del rossore: — io mi aspetto questo da voi; — continuate, iniqui.»

E togliendo forze dal tremendo suo stato, si rilevò maestosa, con ambe le mani si asciugò le lacrime, si compose i capelli rabbuffati e stette con occhi aridi fitti nel pavimento a modo di Niobe.

«Che importa a me la tua figlia? — Nata dallo spergiuro, io la condanno dopo una vita di delitto ad una morte d'infamia. — E tu a che pensi, giovane? — Se pensi al tuo fine immaturo, alla fatalità che ti spinge sotto il mio ferro, — ritirati: — il leone non inferocisce contro il cerbiatto: levamiti davanti, io sento pietà di tua madre....»

«Mia madre! Ella mi aspetta nell'avello, e a me tarda raggiungerla. Io penso che, infelice o colpevole, a me non si addica aggravarmi su questa donna; penso che se tu sei gentiluomo, abborrirai contristare la tua donna; — se invece uomo misleale e villano, a me cavaliere corre l'obbligo d'impedirti; — penso che non so bene distinguere, se lei più misera, o te scellerato; — finalmente io penso la giusta punizione della tua colpa doverti giugnere a giorno chiaro, in campo aperto, alla presenza degli uomini, onde apprendano giustizia le genti e conoscano che al traditore sovrasta immutabile una morte di ferro o di laccio. — Esci dunque e vieni meco; — il mio odio ti salverà meglio della tenerezza di una madre, — però che alla mia vita null'altro fine rimanga, tranne quello di spegnere la tua.»

Il Bandino senza contrarre un muscolo del volto, cacciò curiosamente il suo dentro lo sguardo del Martelli, e dopo lungo alternare tra il sì e il no, con, profondo esame ponderate le diverse vicende alle quali stava per esporsi, concluse dicendo:

«Andiamo.»

E nulla curando la donna, che stupida per la violenza delle sensazioni si giace abbandonata sopra il lettuccio, si precipita giù per la scala.

Ludovico Martelli, scorgendosi solo, si accosta alla Maria, le rimuove i capelli dalla fronte, uno istante si ferma a contemplarla; — una lacrima, suo malgrado, gli scende sopra la guancia, e forte gemendo egli esclama:

«Povera Maria!»

Poi si pentì della sua compassione, — la condannò; — si sarebbe, se lo avesse potuto, morso il cuore; — tempestando raggiunge il Bandino.

Per diversi sentieri avvolgendosi, i luoghi frequentati schivando, arrivano al ponte delle Grazie, — lo passano, — e mentre avacciandosi si accostano al palazzo Serristori, dimora di Malatesta Baglioni, intendono lo strepito di persona che gli segue con passi accelerati; — non vi badano e sempre più rinforzano il camminare; ma lo inseguente lo rinforza anch'esso a sua posta: onde Ludovico per miglior partito si ferma e si volge a vedere chi fosse.

«Tu mi tradisci!» mormorò fra i denti il Bandino stringendo il braccio a Ludovico, — e questi:

«Mi chiamo forse Bandini?»

E poi scorgendo la persona che teneva lor dietro essere un donzello della Signoria, maravigliando incontrarlo in cotesto luogo a quell'ora, deliberò farglisi accosto. Per buona ventura lo riconobbe, come quello che, vivendo suo padre Giovanfrancesco e la madre sua Maria Forinieri, era stato molto famigliare di casa; per lo che prese a domesticamente interrogarlo:

«Che c'è egli, Landuccio?»

«O messer Vico! siete voi?»

«Si, sono, e vado al Monte per pregare il signore Stefano ad essere contento che questo mio cugino, venuto ieri di Romagna, si arruoli alla milizia cittadina.»

«Dio vi benedica, messere Vico, — voi siete un di quei pochi in cui rivive la semenza santa del beato frate Ieronimo; — ma ohimè! la più parte dei nostri, come predicava quella bocca di paradiso, è fradicia di lussuria e d'avarizia. — In questa notte si è veduto quanta abbominazione contenga in sè la Gomorra dell'Arno, come diceva il frate.»

«Di' su, che cosa mai avvenne, Landuccio?

«O che mi fate da Albanese, messere? — E non sapete che per poco il magnifico gonfaloniere non fece suonare a stormo? E non sapete voi essersi scoperta una congiura per la quale domani notte la terra doveva esser messa a fuoco e a sangue? Assicurano il principe Orange entrato in città; aggiungono la parte del Cappone aver fatto alleanza co' Palleschi e tutti d'accordo intendersela con lui...[238].»

«Io fremo....»

«Ed io pur fremo, perchè, Vico, vedete, io non ebbi mai nè capo nè tempo a leggere su i libri che studiate voi altri messeri, ma di per me stesso ho trovato, la più brutta ribalderia di quante mai possa l'uomo commettere sta nel tradire la patria; perchè, ho pensato tra me, più o meno tutti ti fanno male nel mondo, o con intenzione, o involontariamente, ma la patria non ti fa altro che bene; non è egli vero? La patria ti dà in prima la vita e l'aria che respiri e la luce che vedi e l'amore del padre e della madre; — quando sei uomo, l'amore della tua donna e l'amore dei figli; quando il tuo dorso si curva, l'amore dei nepoti; — nè morto ti abbandona, e nel suo seno ti apparecchia requie.... Dunque la patria non ti fa mai male, e nessun cristiano presuma salvarsi rendendo male per bene....»

«Di che vi sanno queste parole, Bandini?»

«Di castrone.»

E Landuccio continuava:

«Se un cittadino ha fatto torto, come ci entra la città? Tu lo sfidi al duello, ed egli si prende la tua anima, o tu la sua. Se il tuo avversario troppo potente non accettasse la sfida, — ogni strada ha il suo canto; — spesso la notte buia buia si cala sopra Fiorenza, — e mezzo palmo di ferro al suo corpo, una brava messa alla sua anima, — la partita è saldata. Buona notte, messer Vico, o piuttosto buon giorno, chè a mano a mano deve spuntar l'alba, — io vado per la mia commessione.»

«Senti, Landuccio, e qual commessione è la tua?»

«Ella è cosa da nulla; e' mi fa mestieri portare questi due polizzotti dei signori Dieci ai capitani delle porte di San Miniato e San Nicolò, — che in sostanza comandano non si lasci uscire fino a nuovo ordine anima viva dalla città sotto pena di dieci tratti di corda ed anche maggiore secondo il caso.»

«Dacchè la bisogna stringe, Duccio, dà qua il polizzotto pel capitano di San Miniato, — tu corri a portar l'altro; — tanto per me la è tutta strada.»

«Tenete... su voi si può contare.... Addio, messer Vico.»

«A rivederci, Landuccio;» e, preso il foglio, parla sommesso al Bandino: «Or via affrettati, se vuoi salvarti la vita....»

Alla porta a San Miniato Ludovico, tratto in disparte il capitano, ch'era dei suoi amici, gli dette la parola, e di leggieri ottenne che, levata la saracinesca, lasciasse passare il Bandini, il quale gli fece intendere essere un suo fante che si recava segretamente a certe sue possessioni per cavare danaro colà sotterrato, per impiegarlo in benefizio della città. Ludovico accompagnò dieci passi forse il Bandino fuori della porta; — quivi fermatosi parlò:

«Noi non possiamo fare altro cammino insieme. Rasentate le mura a sinistra, — studiate il passo e sarete salvo. — Domani manderò la sfida e chiederò il campo a messere lo principe... badate di non ricusarla....»

«Tale e così insopportabile obbligo ho teco per avere salvata la mia vita, che in nessun altra maniera potrei sdebitamene, se non che togliendoti la tua. Il mio odio diventò, pel tuo benefizio, immortale. Apparecchiati a morire.... Addio.»

CAPITOLO VENTESIMO

IL GUANTO

Il cavaliere era armato fuori che la mano e la testa, e viene avanti al re con la sua spada cinta. Egli saluta il re, anzi gli dice: — Me a te mi manda il più valente uomo che oggi viva, — e monsignore ti sfida.»

Tavola tonda, c. 54.

«Un araldo da Fiorenza domanda favellare al magnifico capitano generale:» così parlò un maggiordomo entrando con grande ossequio nella tenda dove il principe Orange stava ridotto a parlamento co' più notabili del campo.

Filiberto senza punto scomporsi rispose:

«Si presenti.»

Indi a breve, standosi i circostanti attentissimi, comparve un personaggio col quale abbiamo conoscenza antica, Bindo di Marco, detto il Gorzerino, in sembianza di araldo; vestiva la cotta dell'arme col giglio rosso sul petto, portava in mano un pennoncello bianco sul quale era dipinto Marzocco, o vogliamo dire lione incoronato; entrò con gentile baldanza, salutando con bellissimo garbo a destra e a sinistra i baroni adunati sotto la tenda del principe, non già per paura di oltraggio che gli venisse fatto, siccome talvolta avveniva ai messaggeri che felloni e misleali cavalieri giunsero perfino a seppellire vivi, ma perchè egli fu quanto animoso, altrettanto cortese; e in questo modo fattosi appresso al principe, gli consegnò una carta piegata stretta da due nastri verdi in croce con tre suggelli: — in mezzo il suggello della Signoria col nome di Cristo re della Repubblica Fiorentina; da un lato quello del Castiglione, tre cani bianchi in campo rosso; — dall'altro quelli del Martelli, grifo rampante in campo rosso. Il principe, tolto il piego, accennato col capo quasi per impetrare licenza, e poi non l'aspettando, secondo il costume dei grandi signori, ruppe i suggelli e lesse:

[Illustrazione: Stemmi araldici]

«Al magnifico e strenuissimo signore Filiberto di Chalons, principe di Orange, dell'esercito di S. M. Carlo V imperatore dei Romani capitano generale, ecc. — Avvegnachè per debito di onore e per altre cause più latamente spiegate nel nostro cartello di sfida ci corra l'obbligo di provocare a duello Giovanni di Pierantonio Bandini, gentiluomo fiorentino che di presente milita nel vostro esercito sotto le mura di Fiorenza, facciamo istanzia alla Magnificenzia Vostra onde ci conceda campo franco, libero e sicuro a tutto transito, dove possiamo ognuno di noi con nostra comitiva, cavalli, armi ed arnesi, venire, stare e con le armi definire a piena oltranza la nostra querela per lo tempo che parerà alla Magnificenzia Vostra dal dì che sarà accettato dalla parte provocata, e partire liberamente; che della grazia, ecc. — Anno Domini 1529, oggi 1 del mese di marzo. — Ludovico di Giovanfrancesco Martelli, — Dante di Guido Catellini, Diotisalvi, Filettieri da Castiglione, gentiluomini fiorentini.»

Terminata la lettura, il principe soggiunse:

«Io per me sono troppo amico del giuoco, onde impedirlo altrui con giustizia; perchè finalmente, vedete, cavalieri, il duello è proprio giuoco dove invece di ducati mettiamo per posta la vita. Araldo, voi potete esibire il cartello.»

L'araldo inchinatosi umilmente domandava:

«Mi concederà la Magnificenzia Vostra ch'io faccia chiamare il provocato pel campo a suono di tromba secondo le forme prescritte dal codice della cavalleria?»

«Non importa; chiamatelo a voce sommessa, imperciocchè io pensi non debba essere molto lontano, ed egli risponderà certo alla vostra citazione.»

Allora l'araldo si recò sul limitare della tenda e ad alta voce chiamò:

«Giovanni di messere Pierantonio Bandini...»

Appena proferite queste parole, rompendo con grande impeto il cerchio delle persone affollate intorno l'araldo, a guisa di belva inferocita si mostrò il Bandino e fremente per ogni membro rispose:

«Chi mi vuole?»

L'araldo, guardatolo prima un cotal poco nel volto, si cavò dal seno un'altra carta suggellata, e spiegatala con grande solennità, lesse in suono fermo:

«Giovanni di Pierantonio Bandini, et in sua assenza a ogni et qualunque altro gentiluomo fiorentino nobile che costì si facesse o si fussi fatto bravo in parole in presenza dell'illustrissimo principe d'Orange, o d'altri suoi soldati, con haver detto, come c'è tornato all'orecchie, questa nostra Ordinanza fiorentina esser una prospettiva et non da combattere, e quella disprezzata vilmente; et si della nostra cara libertà altre parole inhoneste, che speriamo farvele ridire con arme in mano. Del che per dimostrare a ogni et qualunque persona quanto la justizia di Dio sopra tutto stimiamo, et esso et la nostra cara libertà et l'honor nostro, vi si fa intendere a tutti voi altri giovani fiorentini et nobili come di sopra, che ciò avessimo detto o pensassero di dirlo, tante volte quante hanno detto e diranno, tante si mentono per la gola; et sono prima veri nemici de Dio, per haverlo noi eletto per nostro re et principe; et di poi traditori, per venir contro alla loro cara patria che gli ha nutriti; et si nostri nemici. Del che per dimostrarvi, non solo con le parole ma cogli effetti vogliamo ciò provarvi; vi si fa intendere che Ludovico di Giovanfrancesco Martelli et Dante di Guido da Castiglione, et si Dante et io che siamo due gentiluomini vogliamo con tre di voi Fiorentini et nobili come di sopra, in tutto ciò provarvi con l'arme in mano, et combattere noi dua con tre di voi a corpo a corpo in campo franco et sicuro, con questo, che la elettione dell'arme et del campo sia nostra; con patti nientedimeno, se fra un'hora di oriuolo corrente, a pura mente da stimarsi costì da detti Signori et valenti uomini di detto campo, non ci acquisterete con l'arme in mano, o non ci caverete di campo fra detto tempo, all'hora s'intenda la giustizia di Dio essere dimostrata, et che tre di voi non habbino potuto superare noi dua, et che voi tre siate nostro prigione, con farvi intendere colle nostre acute armi vedere del sangue vostro la terra tinta speriamo. Vi si dice imperò l'arme da difendersi sarauno queste, il più duoi guanti di maglia per ciascuno, una roella o vero targa, o vero brocchiere o mezza cappa a nostra elettione, intendendosi sempre che a dette armi et cose da difendersi sopradette possiamo lasciarle et pigliarle et aggiungervi in esse quel tanto che a noi parrà. Et l'arme da offendere le vogliamo tacere, per essere tre contro a duoi. Con di più farvi intendere ch'il campo vogliamo sia 90 braccia per lunghezza; et si per larghezza: con poter far una fossa o più che si vegghino, et non cieca, che in modo che ogni picciol ronzino combattendo a cavallo la possa saltare. Et sia una leccia o più a uso di giostratore, o vero tela chiamata, d'altezza, che qualunque di noi dua combattenti potrà, volendo, da per sè salire da terra, et più piantarvi legni o simili cose, che si vedranno senza fraude. E perchè non possiate havere scusa nessuna di non combattere con non vi voler fidare in dette nostre mura, sia vostra la elettion del campo, con farci haver salvocondotto per 40 compagni, dua giorni innanzi al dì deputato del nostro combattere, il qual s'intenda essere dopo la ricevuta lettera 12 giorni; intendendosi sempre facciate fare detto campo a larghezza et lunghezza di sopra datavi, et che noi possiamo fare le dette fosse a leccie o tele come di sopra è detto. Con patti ancora, che detto campo sia in lato, che i nostri honorandi padri e cari fratelli, volendo, possino vedere dall'alte nostre mura quanto sia, primma la giustizia di Dio, di poi la virtù delle nostre arme; et per contrario vostre poltronerie et braverie fatte in parole, non riuscibili con l'effetti. Et perchè non possiate trovare scusa alcuna di non combattere, con voler dire le soprannominate cose da farsi in detto campo et l'hora dataci d'acquistarci, non intendessi o non volessi intendere: vi si replica che noi dua con duoi di voi, non volendo combattere il primo partito, et volendo combattere detta querela, liberamente vi doniamo la elettione dell'armi et si del campo a uso di leale et valente soldato a tutto transito, purchè il nostro combattere sia fra 12 giorni dopo la presente lettera, et che il campo sia in lato che i nostri padri e fratelli possino dall'alte mura vedere che essendo voi venuti contro la nostra et vostra patria, siate nemici prima di Dio, per haverlo eletto per nostro re, et di poi nostri, et che non siate sufficienti a disprezzare la nostra cara libertà et Ordinanza fiorentina, nè per alcunn modo acquistarci con l'armi in mano co' dati vantaggi. Intendendosi per ultimo, che se fra due giorni dopo la ricevuta lettera non harem da voi risposta risoluta, non intendiamo essere obbligati a nessuno de' duoi partiti dativi a sostentarvi con l'arme in mano alcuna querela in alcun modo[239].»

E qui l'araldo lancia in atto di minaccia un guanto ai piedi del Bandini, il quale rilevandolo da terra con la punta della spada, sorridendo soggiunse:

«Araldo, in cortesia tu significherai a cotesto tuo Martelli che, se fosse previdente quanto audace, avrebbe dovuto mandarmi anche il compagno; imperciocchè io intenda usarli per buon tempo ambidue, ed egli così mi avrebbe risparmiato la spesa di comperarli nuovi.»

Don Diego Sermiento, battendo sopra la spalla a monsignore Ascalino, gli mormorò nell'orecchio:

«Per santo Yago di Compostella, questa è risposta sottile, fiorentina davvero!»

Intanto il Bandino continua:

«Costituito nella presenza vostra, onorandissimo principe e con buona licenza di voi, io Giovanni Bandini, gentiluomo fiorentino, dichiaro a te Ludovico Martelli che di quanto hai detto o fatto dire, scritto o fatto scrivere direttamente, indirettamente, espressamente o tacitamente sotto qualsivoglia forma di parole generale o speciale, per qualunque modo o via e sotto qualsivoglia pretesto o colore, tu hai mentito per la gola come ribaldo e marrano; — accetto la sfida a condizione che due siamo ad affrontarci per banda, e le nostre spade si aggiungano in campo chiuso, finchè di alcuno fra noi morte ne segua senza intermissione di battaglia, dovendo continuare anche di notte a lume di torce. E le armi, comecchè per le leggi del duello ne spetti al provocato la scelta, intendo che sieno uno stocco, una manopola scempia di ferro da coprire la mano fino al corpo soltanto, — in camicia e col capo scoperto...»

«Insolito acconciamento di guerra ci sembra cotesto», osservò don Diego Sermiento, «e più che a cavalieri convenevole a scherani.»

«A scherani!» rispose con impeto Bettino Aldobrandi; «io vo' che sappiate, messere lo Spagnuolo, avere questo modo di recente adoperato il conte Guido Rangone con Ugo Pepoli, entrambi fiore della italiana cavalleria[240].»

«Rispetto poi», soggiunse il Bandino, «all'accompagnatura d'un cavaliere che voglia farmi da secondo nel paragone delle armi, io mi raccomanderò alla benignità vostra, cortesissimo principe, onde mi compiacciate scermelo tra la bella corona di cavalieri che vi stanno qui intorno.»

«Di gran cuore, Bandino. — Conte Londrone, piacerebbevi siffatte incontro? Vorreste alle tante vostre aggiungere anche questa bella gloria?»

Si ascolta uno strepito di armatura di ferro, si vede muovere un passo ad una specie di colosso tedesco; — avea la faccia bianca come cera, i capelli in parte canuti, in parte di un biondo acceso; la pelle gli si informava dalle ossa, — senza rughe, — tranne due sole agli angoli dei labbri ampi e scolorati; — su quella fronte liscia pareva non vi si potesse reggere un pensiero e appena nato vi sdrucciolasse via; — i suoi muscoli avevano partecipato del ferro di cui ei li portava continuamente vestiti; — il cuore gli stava nel seno come dentro un'arca di marmo; — se alcuno affetto vi sorgeva per caso, tosto vi si posava sepolto a guisa di uomo morto dentro la bara: — e nonpertanto, a dire il vero, il conte Lodrone era valente e leal cavaliere.

«Principe», con volto impassibile rispose costui, «i miei cento avi fino a Venefrido il Sassone dormono onorati nei loro sepolcri di pietra: forse la ruggine dei secoli avrà corroso i loro scudi di guerra, ma nè in vita nè in morte mai la fama obbrobriosa ne offuscava lo splendidissimo brunito. Io reputo infamia partecipare alla querela di un traditore; per gran premio o per gran pena, io non vorrei combattere con lui...»

«Conte Lodrone», interrompe il principe diventando vermiglio, «quali parole sono elleno le vostre? In questo modo, a sentir voi, quanti si trovano qui in campo Fiorentini dovrebbero reputarsi traditori? Voi v'ingannate, conte; essi combattono per i Medici, i quali sono, principi nati, per la grazia di Dio, di Fiorenza. E voi stesso, conte, non combattete per ritornarli nell'antico dominio?»

«Io combatto per Sua Maestà Carlo V mio signore», soggiunse il conte sollevando la mano verso la fronte in atto di ossequio; «pel papa e per la sua famiglia, non che dare la vita, rifiuterei abbassarmi a raccattarli cascati in terra. Nissuno fin qui ebbe i Medici in conto di principi. Quando mai ottennero il diploma imperiale d'investitura? Invece ebbe la città privilegio di franchigia per concessione di Otto imperatore. Se però Sua Maestà l'imperatore Carlo, per fellonia o per misfatto altro qualunque, intende oggi revocare l'antico privilegio, ben lo può fare; non già i Medici, stati sempre semplici cittadini e vassalli dell'impero...»

«Basta, conte», interrompeva l'Orange cotesto importuno, «basta; — scerremo qualche altro più voglioso.»

«Se basta a voi, non basta a me; e mi conviene spiegare intera la mia ragione, onde non si creda che per codardia mi trattenga dall'abbracciare una impresa onorata.»

«Di ciò non fa mestieri, conte: — tutti questi cavalieri conoscono le alte vostre prodezze...»

«No, — e' mi è forza parlare...»

«Ed io vi comando tacere...»

«Mi duole, principe, non vi potere obbedire per debito di cavalleria: — rispetto all'utile, non è permesso a privato barone imprender battaglia contro alla patria o a principi suoi, pretestando il vantaggio della patria o del principe, imperocchè, messo in balia pella sua discrezione il giudizio di siffatto vantaggio, non si potrebbe mai riprendere di fellonia. Ed in vero Goetz di Berlichingen dalla Mano di Ferro si acquistò fama di misleale, comecchè contro lo imperatore Massimiliano si armasse in pro dei diritti dell'impero; — quindi è che deva reputarsi traditore chiunque porta le armi contro la sua patria o contro il suo principe...»

«Conte!... per Dio!...»

«Lasciatemi finire, principe; più poche parole mi avanzano; — ora un simile fatto costituendo il delitto di lesa maestà, il quale, sì pei placiti dell'impero, come per le leggi dei Longobardi, le ordinanze del 1306 di Filippo il Bello, re di Francia e di ogni altro reame della cristianità, forma materia di querela combattevole in primo capo, così i Fiorentini...»

«Di grazia, conte, cessate.»

«Così i Fiorentini militanti nel nostro campo ben sono, a senso mio, provocati a tenzone, ed a me sembra infamia per qualunque cavaliere onorato prender parte a simile impresa.»

E l'onesto Tedesco aveva ragione.

Pronunziata dal valente cavaliere la sua sentenza, rimase immobile quasi macchina armonica che abbia conclusa la suonata.

Il principe di Orange, turbato in vista, si volse a Pierluigi Farnese e,

«A voi», gli disse, «Pierluigi, che non andate pel sottile, piacerà di abbracciare la bella impresa.»

«Troppo mi è superiore il conte di Lodrone nell'intendimento di quanto a perfetto cavaliere si convenga, ond'io presuma avere nella presente controversia giudizio diverso dal suo.»

«Per la morte di Dio! se alcuno mi avesse sostenuto che i miei baroni non vorrebbero accettare questa impresa, lo avrei smentito per la gola; — mi sono ingannato; — il fiore della cavalleria è spento qui nel mio campo. Ora mi rivolgo a voi, cavalieri spagnuoli, onore e lume della moderna milizia, affinchè occupiate la lizza che altri vi lascia libera. Diego di Sermiento, vorreste voi esser compagno di questo gentiluomo fiorentino?»

Don Diego, scotendo il capo superbamente come il cavallo andaluso al suono della tromba, proferisce queste orgogliose parole:

«Nel 1525 Carlo contestabile di Borbone, con grande accompagnatura di uomini d'arme, si recò nella buona città di Toledo, dove allora stanziava la corte, a visitare la Sacra Maestà dell'imperatore e re Carlo V, nostro signore e padrone. Ora avvenne che, trovandosi, per la frequenza straordinaria di principi e ambasciatori, ingombrati tutti i luoghi appartenenti alla corona, Sua Maestà si degnasse pregare l'onorato idalgo il marchese di Villena a ricettare il contestabile nel suo palazzo. Al quale invito il Villena rispose: Volentieri, purchè fin d'ora la Sacra Maestà Vostra mi conceda privilegio di rompere una legge. — Qual legge? domandò Sua Maestà, turbato la sua preghiera si ponesse a patto. — La legge, disse il marchese, — che ereditammo dai Romani, di non deturpare di rovine la città. E Sua Maestà, non intendendo la ragione di cotesta istanza e d'altronde conoscendo il cavaliero uomo savio e discreto, se ne stava tutto maravigliato; alla fine riprese: Sieti concesso, purchè ti piaccia manifestarcene la causa. — Perchè, con molto terribile voce grida il cavaliere, — perchè appena ne sia uscito il Borbone, io lo darò alle fiamme come palazzo contaminato d'infamia, indegno di essere abitato più oltre da uomini d'onore[241].»

Udita la pungente risposta, il principe si rimase con ambe le mani appoggiate su le teste di grifo le quali terminavano i bracciuoli della sua sedia, — col corpo sporto in avanti — a bocca aperta, — intento nella faccia del marchese di Villafranca, come persona che cerca e non trova nella sua mente un'idea che valga per contrapporsi a quel duro racconto.

E il Bandino di baldanzoso adesso si stava spossato sotto un peso d'insopportabile infamia; era diventato colore di cenere; gli occhi teneva fitti alla terra ansioso di vedere se si fendesse per nascondervisi dentro; — pareva l'adultera del Vangelo piena di vergogna e di paura di esser colta dalla prima pietra che incominci la sua lapidazione. Nè sacerdote mai nè tiranno seppero; con la feroce loro immaginazione inventare tormenti, non che uguali, secondi a quelli che adesso soffre il Bandini; e ben gli stanno, — imperciocchè gli occhi degli uomini non si alzerebbero più al cielo, dove non fosse abitato da un Dio che rugge terribile intorno all'anima dei traditori, della patria.

Militava in campo certo giovanotto di egregie forme del corpo, chiamato Bellino Aldobrandi, di cui riferimmo poc'anzi una audace risposta; comunque appena gli spuntasse la barba, egli era di membra validissimo ed esercitato a tutto ciò che conviene a compito cavaliere. Cecchino del Piffero, fratello di Benvenuto Cellini, così chiamato per essere il suo genitore pifferaio della Signoria, caporale d'inestimabile valore nelle Bande Nere, che poi fu ammazzato in Banchi dalla famiglia del Bargello mentre con troppo furore e poca prudenza voleva combattere con tutti[242], avendo posto un grande amore addosso all'Aldobrandi, gli aveva insegnato a non conoscere paura ed a trattare maravigliosamente ogni maniera d'arme. Il volto di lui presentava la perfezione dei contorni delle statue greche; i suoi sguardi aquilini rivelavano un'anima capace di profonde passioni e di alti concepimenti, — orgoglio e speranza della patria, dov'egli avesse conosciuta una patria; — ma egli non la conosceva: — condotto da fanciullo a Roma, colà lo educava uno zio paterno accomodato in corte di papa Clemente; però tutti i suoi palpiti erano pei Medici; nè per anche aveva potuto il tempo ammaestrarlo nella scuola della esperienza; — spensierato e animoso correva alle battaglie come ad un convito; — di aria ebbro e di luce, godeva trasvolare pei campi aperti, mandare baleni dalla brunita armatura; il giovane seno gli esultava di orgoglio quando scorrendo sopra il suo corsiero turco si udiva susurrare d'intorno: Per nostra donna del Pilastro, egli è bello come san Giorgio! — Nella mischia si avventava impetuoso, gridava, menava terribili colpi, non mosso da voglia di sangue, non da odio della umana natura, ma piuttosto da giovanile ferocia, non altrimenti che se gli uomini fossero belve destinate a caccia reale. Però sovente riducendosi verso sera al campo dopo di aver vagato lontano per la intera giornata, appena asceso il rovescio dei monti che riguardano Firenze, si lasciava andare giù da cavallo, e traendoselo dietro per le briglie attorte al braccio, contemplava lo spettacolo che si offeriva al suo sguardo: — sopra un cielo di fuoco si dileguavano i contorni delle superbe fabbriche di Firenze; — la luce che manca si trattiene a brillare un momento su la cima degli edifizii, come la vita si restringe al cuore innanzi di cessare, — poi si estingue; — allora la squilla diffonde per l'aria un suono lugubre, quasi Geremia che lamenti la caduta città, ed empie il cuore di compassione e di spavento. In quel punto un fremito interno agitava Bettino, e, col pensiero percorrendo l'andata sua vita, rammentava aver sentito una simile cura certo giorno che sul crocicchio di due strade contemplò una giovane romana genuflessa davanti la immagine della Madre di Dio, ed accostandosi a lei la udì supplicare di pace per l'anima della defunta sua genitrice; — e certo altro nel quale un fanciullo lo richiese di un po' di elemosina per un vecchio soldato privo del ben della luce seduto sopra la pubblica via; — il misero logorò la vita non per l'Italia, ma per i suoi tiranni, — colpa più dei tempi che sua; — ed i tiranni, quando egli diventò cieco, toltegli le armi, lo abbandonarono mendico a tapinare su la pubblica via. — Una voce segreta lo ammoniva: patria non poter essere un uomo, sibbene un paese, una terra, una comunità di uomini, nè dovere in qualunque caso un cittadino muovere le armi contro la patria che lo ha cacciato fuori dal suo seno. — Imperciocchè o egli ne fu bandito a ragione, ed allora ha da sopportare con animo pacato il suo danno e meritarsi di venire un giorno perdonato; — o l'offesero a torto, e allora soffra, sia grande e sappia, perduta la patria, la cosa a desiderarsi maggiore essere la coscienza pura; meglio vale sventura con innocenza che fortuna con delitto. Avrà il cielo per l'uomo a torto infelice conforti divini; dappertutto vedrà, come se fosse centro del firmamento, curvarglisi intorno l'emisfero, scintillare le stelle, — dappertutto la madre terra appresterà alle sue ossa travagliate pace. Quindi pensava, un cittadino rientrato a forza in patria, non potervi più vivere se non che da tiranno, — il suo cammino procedere sul capo dei suoi fratelli. I Medici, ora sì umili, vedeva inferocire all'improvviso a modo di serpe esposto al sole, — gli odiava in quei momenti, — non sapeva risolversi a raggiungere il campo; gli occhi bramosi lanciava intorno di sè aspettando un santo eremita che venisse a consigliarlo; — intanto si trovava prossimo al campo, — l'esempio dei molti fuorusciti mescolati nell'esercito imperiale tra i quali si distinguevano Caroccio Strozzi, Bettino Cavalcanti, Sandro Catanzi, Giammoro da Dicomano, il Rosa da Vicchio, il Morna e il Pignatta amicissimi suoi, — e la costumanza antica tornava a vincerlo, — una forza fatale lo avviluppava di nuovo nella sua vertigine; la patria migliore del mondo tornava a sembrargli la groppa di un destriero che corre.

Bettino, alla miseria di Giovanni compassionando, non pensò se l'avesse meritata, non istette a pensare s'ella fosse un principio, comecchè terribile, della pena serbata dalla giustizia divina ai traditori; — vide un uomo oppresso di obbrobrio e senti bisogno di porgergli la mano soccorrevole.

E non pertanto esitando, come colui che modestissimo era, si accostò su i piè leggiero al Bandino e gli susurrò nell'orecchio:

«Accetterestemi voi per compagno alla impresa?»

Avete mai letto nella Genesi la storia pietosa di Agar, quando nel deserto di Bersabea, vinta dalla sete, gitta il figliuolo suo sotto un arbuscello, recandosi un tratto di arco lontana per non vederlo morire? — All'improvviso le apparisce l'angelo consolatore e le addita la fontana. — Tale apparve il Bandino all'offerta generosa dell'Aldobrandi; — lo guardò in faccia, — rimase alquanto sospeso, — poi gli gettò impetuoso le mani al collo e tanto forte lo strinse che per lungo tempo rimasero nella pelle delicata di Bettino le impronte violette delle dita; — e la sua fronte appoggiando alla fronte di lui versò una lacrima, — la più piena di sfinimento e di angoscia che mai sia stata pianta da occhi mortali

«Oh s'io ti accetto!» esclamò, «se ti accetto! anche un minuto che tu avessi tardato, io mi sarei trafitto come il mio più fiero nemico; — ormai la mia vita è diventata un deserto, e tu sei il solo che ti esibisci accompagnarmi in questa solitudine d'infamia; — tu ti sei attaccato al mio destino: — ora non hai più tempo di vedere quanto egli sia orribilmente truce; io non ti posso lasciare, io ti tengo come il demonio la sua preda, — io ti avviluppo nelle mie mani come con le sue spire il serpente.»

E Bettino, sorridendo di un suo angelico sorriso, rispose:

«Perchè tenti turbarmi? Non sai che chi non ha rimorso non conosce terrori?» E voltosi quindi al principe di Orange continuava: «Io con la grazia vostra, magnifico signore, soggiunse, sovverrò nella prova dell'arme questo cavaliere; piacciavi pertanto spedire la licenza del campo.»

[Illustrazione: «Di paradiso forse... di patria no...», disse una voce forte e profonda che spaventò i due amanti;... _Cap. XVIII, pag. 426._]

Filiberto, fatto cenno a un segretario, dettava:

Philibertus De Cialon, Orangiae Princeps, Caesareae Maiestatis Capitaneus generalis in Italia, ac in Regno Neapolis Vicerex, et Locumtenens generalis, etc.

«Havendone fatto intendere li Magnifici Joanni Bandini et Bettino Aldobrandi, nobili fiorentini, havere da finire con le arme in mano alcune querele con li Magnifici Ludovico Martelli et Dante da Castiglione, pure nobili fiorentini, et ricercatone che li volessemo dare campo franco, mediante il quale il prefato Ludovico et Dante possano uscir da Fiorenza, et venire securamente co' loro compagni, arme et cavalli in questo felicissimo esercito Cesareo a finire le ditte loro querele; et parendone tal domanda honesta; semo stati contenti concedere loro detto campo franco. Et per tenore delle presenti nostre damo et concedemo ditto campo franco ad essi sopranominato libero et securo a tutto transito; et assecurato, sub verbo et fide nostra, li sopranominati Lodovico et Dante che possono uscire da dentro Fiorenza, et ritornare con XX compagni et un patrino per ciascuno con loro arme et cavalli, et venire in questo felicissimo esercito Cesareo, in quel loco che per noi sarà ordinato, et definito le loro querele con li prefati Joan Bandini et Bettino Aldobrandi; et che poi se ne possono ritornare a loro beneplacido, senza impedimento alcuno, con ditte loro armi et cavalli. Et il giorno deputato al detto abbattimento serà alli XII del prossimo futuro mese di marzo; et lo campo franco si intenda dalla levata alla calata del sole del detto dì. Et perchè, secondo ne hanno fatto intendere detti Joanni et Bettino, per li loro Cartelli, declarano volere combattere a uno per uno, et non dua per dui; però declaramo per queste nostre, che nel detto dì ci seranno dua campi, in li quali ognuno potrà combattere con il suo inimico divisamente. Et in fede, ne havemo fatte fare le presente firmate di nostra propria mano, et sigillate del nostro solito sigillo. Datum in castris felicissimis Caes. contra Florentiam, die xxi mensis februarij M. D. XXX.»

E poichè l'ebbe il segretario munita del suggello, la presentò al principe, che la sottoscrisse del suo nome; ciò fatto, chiamò l'araldo e, graziosamente consegnandogliela, favellò:

«Molto, messere araldo, mi raccomanderete ai signori cavalieri i quali vi hanno mandato a noi, e direte loro che ci sarà mai sempre oltremodo gradita l'occasione in cui potremo compiacere ad alcuna loro richiesta, salvo sempre l'onore e la lealtà che dobbiamo a Sua Maestà l'imperatore.»

«In quanto a ciò state sicuro, messer lo principe, perchè noi non sappiamo tentare l'altrui lealtà», rispose l'araldo, ed inchinatosi toglieva commiato.

Filiberto, volgendo in mente la cortesia dei cavalieri antichi, i quali non soffrivano partissero da loro gli araldi senza presentarli di doviziosi guiderdoni, nè d'altronde avanzandogli pure un ducato, se ne stava tutto malinconoso: — declinando gli sguardi siccome avviene allorchè l'anima è contristata, si vide sul petto pendere una ricca medaglia, dono di re; — gli parve troppo; esitò; — e l'avarizia gli disse: tienti la medaglia; — ma l'orgoglio all'improvviso proruppe: meglio vale rimanere sprovveduto di medaglia che di fama la fortuna si vanti di farti povero, non iscortese cavaliere; — sicchè egli, richiamato con gran voce l'araldo, tutto acceso nel volto gli gettò al collo la collana e il medaglione, aggiungendo:

«Portateli per amor mio e perdonate se, distratto da altri pensieri, ho tardato un momento a compire il dovere di cavaliere.»

Ciò detto, senz'altra risposta aspettare, si allontanò.

L'araldo quasi stupefatto contemplava quel dono che costava un tesoro. Per la sala corse un grido che celebrò il principe di Orange pel più largo tra quanti cavalieri in quel tempo portassero arme nei reami della cristianità.

CAPITOLO VENTESIMOPRIMO

LA SEPARAZIONE

Ci separi l'odio. — Sia sciolto ogni vincolo tra noi; io getto via questo amore, come un arco rotto privo di corda.

Mrithakaii, dramma indiano.

Correva la notte antecedente al giorno tredici di marzo, tempo da Ludovico Martelli e da Dante da Castiglione fissato per condursi al campo a definire la querela trasmessa al Bandini. I soldati di maggior nome che militavano sotto le insegne della Repubblica, i cittadini più notabili di Firenze si erano portati a casa Martelli per l'ufficio di amicizia verso Ludovico, non già per confortarlo ad avere buon animo, dacchè troppo bene sapevano non fargli mestieri incitamenti.

Ludovico gli aveva accolti nella immensa sala nel suo palazzo, e in quell'ora si stavano sparsi in gruppi separati, siccome avviene quando la compagnia si fa oltremodo copiosa, favellando di antiche e recenti novelle, o secondo la vaghezza loro attenendo a cure diverse.

Da un lato Amico Arsoli, soldato di buona riputazione non solo nelle armi, ma bene anche nelle lettere umane, circondato da varii nobili cittadini, raccontava la famosa disfida di Barletta tra Italiani e Francesi, e con quella franchezza che non conosce invidia levava a cielo Fieramosca e lo laudava degnissimo di poema e di storia; e poi, infervorandosi nel parlare dei grandi condottieri italiani, favellava delle azioni del Giacomino Tebalducci ed esponeva la rotta da lui data all'Aviano e la presa di Pisa. — Senza punto badare che fosse esecrabile il nome dei Medici, diventava acceso nel volto discorrendo del signor Giovanni dalle Bande Nere, del terrore che ispirava ai Tedeschi, che lo chiamavano il gran diavolo, della sua ferita a Borgoforte per causa dei falconetti del duca di Ferrara, della sua morte a Mantova, dove, Abramo giudeo tagliandogli la gamba, non volle essere tenuto da nessuno, minacciando chiunque gli si accostasse, perocchè egli sapeva molto bene tenere sè stesso: — e il prode uomo, inebbriandosi nella memoria delle imprese italiane, parlò delle guerre lombarde e di quelle del regno, dove gli Italiani combatterono con tanto onore, con tanto sangue e con punto vantaggio di loro, — e quel suo lungo favellare, non che infastidisse gli ascoltanti, così grande era la efficacia delle parole, la veemenza dei gesti, che parendo loro vedere l'urto dei cavalli, udire lo strepito della battaglia, ne sentivano maraviglioso diletto. — Poch'oltre il Carducci, il Varchi, il Busini, con altri più assai nelle storie degli uomini versatissimi, ragionavano dei giudizii di Dio; sostenevano alcuni averli ignorati gli antichi, altri invece conoscerli; nella qual disputa ricercato il parere del Varchi, come quegli che era più che non conveniva modesto, rispose esitando, in quanto a lui reputarli di origine antica, ed in conferma della sua opinione citò un passo dell'Antigone di Sofocle, dove certo uomo accusato di corruzione offre di maneggiare il ferro rovente in prova della sua innocenza; aggiunse, Eustazio descrivere certe fonti in Artochimide e in Dafnopoli nelle quali esperimentavano la pudicizia delle vergini, e Tazio rammentare nei suoi scritti la spelonca del dio Pane, dove entravano le donne accusate di atto disonesto per purgarsi dalla nota d'infamia; parlò eziandio della prova dell'acqua amara ordinata dal levitico, onde la donna incolpata di adulterio potesse difendersi dall'accusa; e finalmente tante altre belle cose seppe esporre, con tanti esempi bellissimi confermarle, che lasciò ognuno convinto. Dipoi mossero disputa, se i giudizii di Dio dovessero o no reputarsi argomento valevole a scoprire la verità: e qui non mancarono esempi pro e contra, prove di manifesta provvidenza e d'ingiustizia evidente; ricordarono quell'Ansel ladro degli arredi alla Chiesa di Laon, il quale poichè gli ebbe venduti ad un povero mercadante, lo accusò di furto e sfidatolo a duello lo uccise: citarono l'altro fatto del ciambellano del re di Borgogna, accusato di aver morto un bufalo della foresta del re, e dal popolo, comecchè innocente, messo a morte; non passarono sotto silenzio il caso del cavalier Grigio incolpato a torto dalla moglie del gentiluomo Carrouge e, per confessione di altro cavaliere venuto a morte, scoperto senza misfatto dopo aver perduto la fama e la vita; sicchè dopo molti ragionari il Carduccio concluse che, sebbene Iddio avesse talvolta con segni sensibili dimostrato il suo intervento per isvelare la verità, prudenza insegnava lasciarlo stare quando se ne potesse fare a meno.

Dante da Castiglione non diceva parole, ma operava. Tra le tante armi, di cui appariva ornata la sala, presi due guanti di ferro e due stocchi insieme col capitano Amicoda Venafro (il quale poco tempo dopo, con biasimo universale, il signoro Stefano Colonna fece, comunque solo, disarmato e ferito, presso la chiesa di San Francesco assalire e con ventisette ferite dategli dalle sue lance spezzate spegnere a ghiado) si esercitava; e questi, come apertissimo nella scherma, gli mostrava il colpo di gettarsi all'improvviso per terra, e la spada nemica lasciatasi passare sul capo, ferire l'avversario nel ventre; gli confidò ancora l'altro stratagemma da adoperarsi a caso perduto, che consisteva ad uscire di parata, e trattosi di repente in disparte, muovere veloce un passo avanti, la spada avversaria afferrare, e spingere la stoccata nella gola del nemico; insomma gli accorgimenti tutti della scuola italiana, la quale, per essersi ai tempi nostri conservata soltanto nel regno di Napoli, ha nome di napolitana.

Di repente Amico da Venafro, declinando la punta dello stocco sul pavimento e con la manca asciugandosi il sudore, favellò:

«A proposito, messere Dante, foste voi che arrestaste quello sciagurato del Soderini?»

«Io no; mi cacciai dietro ad uno di quei tristi, ma ben mi accorsi dir vero il proverbio, chi corre corre, ma chi fugge vola, per quanto mi affaticassi non mi riuscì raggiungerlo: più fortunato o piuttosto più veloce degli altri fu Vico, il figliuolo di messere Nicolò Machiavelli; egli arrestò il Soderini.».

«E lo conobbe arrestandolo?»

«Maino; quando vidi tornare vana la mia corsa, me ne andai difilato in palazzo per avvisare la Signoria e i Dieci; — entrato nella prima sala, mi occorse Vico, il quale teneva stretto così pel collo il Soderini che per poco non lo strangolava; lo confortai a lasciarlo sotto buona guardia in sala e a venir meco da messere Carduccio. — Vi rammentate voi, messere Francesco, qual volto faceste e quali parole lanciaste contro quel povero garzone?»

«Me ne rammento», rispose Carduccio, «nè poteva fare a meno, ignorando la causa della sua tardanza: il suo debito era rendersi al ritrovo alla prima ora di notte, ed io vegliando lo aspettai fin presso al giorno; molto importava spedire la commissione al nostro Ferruccio; forse, e senza forse, dipende da questa la salute della patria.»

«E la patria non perirà, se riposa sopra il Ferruccio; allora io esposi l'accaduto, perocchè il dabben giovane dall'acerbità delle parole vostre fosse rimasto come basito; voi lo abbracciaste, gli domandaste perdonanza: poi, saltando nella sala, toglieste il cappuccio dal volto del prigione e riconoscemmo lui essere Lorenzo Sederini. Lascio immaginare a voi se restassimo maravigliati.»

«Oh!» insisteva il Venafro, «come può essere avvenuto questo? Qual mai causa ha spinto lo sciagurato a tanto misfatto?»

«Vanità di spirito meschino», riprese il Carduccio, «rabbia nel vedersi trascurato dal nuovo reggimento, presunzione, superbia e tutte le altre infelici passioni le quali si ammogliano alla nullità che si crede sapiente. Io penso che non ci abbia mai perdonata l'andata del Ferruccio a Prato per correggere gli errori della sua commessaria...»

«Amici o nemici, questi Soderini furono sempre funesti alla nostra patria. Il gonfaloniere Pietro con la sua ostinata lega con Francia perse lo stato», osservò il Castiglione.

E il Carduccio tosto rispondendo,

«O Dante mio», disse, «il fallo di Pietro è ben anche il nostro; — ormai vuole il destino che le sventure passino sopra di noi senza esperienza; — il tempo andato si dilegua e non ci lascia neppure il tristo retaggio degli esempi luttuosi; — l'errore di oggi mena all'errore domani: Francia gravi colpe ha da scontare col mondo e con noi; ella in antico tolse di mano ai pontefici il vincastro di pastore e dette loro un flagello di ferro; ella cancellò l'ultimo seme dei Romani e nel sangue affogò gli estremi aneliti della libertà palpitante su le rovine del mondo[243]. La lega con Francia ci fece nel 94 perdere parte, nel 12 tutto lo Stato; rilevati dal nostro buon genio, appena ci è conceduto adoperare la nostra libera volontà, ecco ci gettiamo di nuovo nelle braccia del genio malvagio; poniamo la testa in grembo alla Francia, come Sansone in quello di Dalila, — e Francia ci tradisce pur sempre e forse con danno per questa volta irrimediabile; i fati ci menano: pressochè tutti gli animali sortirono dalla natura lo istinto della propria conservazione; noi soli, simili alla farfalla, ci ostiniamo ad aggirarci intorno ad una fiamma che ci consuma...»

«Tema la Francia il giudizio di Dio: — egli non paga il sabato, e quando visita i popoli nel suo furore, li punisce a misura di carbone...»

«Finchè Francia conterà un milione di parrocchie, ed ogni parrocchia contribuirà con un uomo di arme all'esercito del re, ella non penserà all'ira di Dio...[244]»

«Dunque cammineranno per la terra impuniti i tradimenti, la fellonia, la slealtà?»

«Il Soderini andrà sul patibolo a cagione del delitto medesimo che fa prosperare la Francia; perchè le leggi, secondo il detto di quell'antico filosofo, sono tele di ragnatelo, buone a prendere le mosche e sfondate dai bovi: — ben si può imprigionare, confinare, mozzare la testa al Soderino, non già confinare o decapitare la Francia; però ella se ne va fastosa, a testa alta, con un diadema di tradimenti, come la meretrice clamorosa e sviata folle delle sue turpitudini...»

«Quanto era meglio credere alle parole di messer Luigi Alamanni e collegarci con l'imperatore!»

«Collegarci con nessuno: chi si appoggia all'altrui spalla, segno è certo che ha le piante inferme; diffidate della libertà che vi presentano i re come dono; il veleno quasi sempre si amministra in nappi dorati; se le vostre mani non sono gagliarde da sostenere la spada non l'affidate all'altrui braccia; le catene si fanno di quel ferro che vinse per voi le vostre battaglie; la libertà è tale albero che vuolsi piantare con le proprie mani, se intendiamo che frutti davvero; se le vostre mani invece sono fiacche, prendete rosarii e pregate. Udite, Dante, queste mie estreme parole: Qualunque popolo vive in servitù, così vive non per forza altrui, sibbene per viltà propria, ed è indegno di libertà.»

E che fa egli Ludovico Martelli? Solingo in disparte passeggia per la vasta sala e per le stanze contigue; a vederlo trapassare dallo spazio illuminato dalla luce più viva là dove a mano a mano digradava e finalmente scomparire tra le ombre, si sarebbe pensato avesse voluto penetrare nei regni della morte; e quando uscito all'improvviso dalle tenebre tornava a mostrare la sua pallida faccia, lo avresti detto uno spettro evocato dalla tomba per lo scongiuro dell'incantatore. La sua anima era ingombra di sinistri pensieri. Gli occhi volgendo alle pareti, contemplava le immagini de' suoi maggiori defunti e li vedeva animarsi, e dalle loro labbra udiva suoni che non ben comprendeva, ma che pur gli parevano inviti o preghiere di ripararsi nella pace dell'eternità; — aveva il sepolcro chiuso ogni affetto di lui; colà egli padre e madre ritroverebbe e parenti; — sotto terra lo aspettava un tesoro, — tesoro di amore perduto nel mondo. A che dunque più vivere? Qualunque alito comecchè benigno, poteva adesso agitare la cenere, non suscitarla ad ardere; — l'incendio era finito, la sostanza consumata. — Ahimè! La speranza sirena ingannatrice od angiolo consolatore, la quale precorre gli uomini nel sentiero della vita e chiude loro su la testa il sepolcro; la speranza che dopo questo ufficio estremo non gli abbandona ancora, ma postasi a sedere sopra la lapide, come sopra un altare, vi canta un cantico nuovo di risurrezione e di premio; — la speranza gli aveva a mezza via stretta la mano e datogli un bacio di addio, quasi ad amico che, pronto a pelegrinare in lontane regioni, in cuore dubita di mai più rivedere. L'arco prima di tendersi si ruppe; — il fiore appassì sopra la pianta; — lo assaliva invincibile il fastidio della vita; nella stessa guisa di Giob sovente diceva al sepolcro: Tu sei il padre mio; — ed alla Morte: Tu sei mia madre, — e tutto questo perchè non aveva potuto acquistare l'amor di Maria.

E nondimeno, dove sopra tanta tenebra di pianto si fosse potuto diffondere un raggio solo di speranza, le lagrime sarieno diventate liete dei colori dell'iride, come le stille della rugiada in faccia del sole, — convertito l'inferno nel paradiso, — nè egli forse la sua condizione avrebbe scambiato col paradiso.

Vedesti mai, quando l'aura vespertina turba la placida superficie di un lago, riflettervisi dentro così confusamente, in mille maniere vorticose, fantastiche e non pertanto vaghe, le piante, gli edifizii di cui vanno popolate le sponde e i colli lontani? — nel modo stesso nella mente di Ludovico si avvolgevano idee indefinite di felicità, di affetti di sposo, d'amor di padre, egli allora avrebbe aborrito la morte — delle generazioni uscite dal suo fianco composta una splendida catena, l'avrebbe lanciata traverso il futuro per aggiungere la soglia della eternità.

Soave è il vento che spira dai patrii monti, ma a mille doppii più caro l'alito della donna amata. — Bene invogliamo a piangere di amore le voci che muovono a celebrare sul mattino le glorie del Creatore, ma nessuna voce giunge più desiderata all'anima del padre di quella del diletto suo figlio. — Bellezze della terra e del cielo, quanto mi sembrate pallide in paragone della faccia del figliuol mio! Chi dice ch'io sia morto? Ei mentisce: ecco il mio figlio col mio senno e con la mia spada. Chi sostiene che il mio figlio mi abbia raggiunto nella fossa? — Menzogna! Ecco il mio nipote che parla consigli di sapienza e combatte le battaglie della sua patria. — E tutto questo perdeva, perchè non aveva potuto acquistare l'amore di Maria.

Ma quel vaneggiare del pensiero era una perfida lusinga uguale alla calantura, specie di mania che presso alla linea equinoziale presenta al montanaro nelle onde turbate le valli e i monti dell'alpestre sua patria, i camosci, le nevi e i lavacri scorrenti giù pel dorso delle rupi, sicchè, vinto da feroce desio, si lancia fuori della prora e trova la morte nel mare. Offeso Ludovico da siffatta allucinazione morale, si sommerge anch'egli dentro un abisso di affanno.

Oh! tra coteste gioie e lui non palpita per avventura una vita? — Certamente due pensieri gli sorsero nell'anima gemelli, come due fulmini scoppiati nella medesima nuvola, — l'adulterio e l'omicidio; ma il suo cuore sentì che il bel frutto d'amore non può esser côlto da mani insanguinate. — A chiunque poi il talamo altrui insidiando s'insinua nelle case degli uomini, come serpe tra l'erbe, e, avvelenata la sorgente, confida estinguere la sua sete in acque dolci — maledizione! — A chiunque crede femmina degradata serbi eterno l'amore stretto dalla colpa, quando ella non seppe mantenere l'altro persuaso dalla religione del giuramento, — che educata alla menzogna si astenga dal mentire, — che instruita nella frode non voglia far sopportare all'infame maestro la pena de' suoi turpi insegnamenti — maledizione! — E maledizione e sventura a chi, giacendo in letto solitario, e forte vi desiderando la donna altrui, potè immaginarsela in quell'ora baciare baciata... e non balzò furibondo dalle piume e non empì le tenebre di tale un urlo che mettesse in chiunque lo udiva spavento. — A colui che non aborre accostarsi alla femmina come il mendico alla porta del convento per ottenere in elemosina la scodella piena quando la volta gli tocca, io non ho nome d'obbrobrio, nel modo stesso che Dragone non ebbe pena pei parricidi; — almeno i pomi del lago Asfaltide apparivano splendidi al di fuori; — qui invece cenere all'esterno e dentro, — abiezione umana di cui Satana medesimo sentirebbe pietà. — Sfortunato quel padre che non può chiamare liberamente un fanciullo col nome di figlio senza che vergogna ne nasca alla madre! — Infelicissima la madre alla quale riesce di rimorso il suo portato!

Quando più il tradimento s'inebria nella sua voluttà, la penitenza, comecchè stanca di correre sempre la terra, si pone in via; — il tradimento, giovane in prima ed esaltato dal vino della colpa, precede vigoroso, — poi si consuma — e invecchia presto; — la penitenza per mutare di tempo non cambia sembiante: — il tradimento dorme, le palpebre della penitenza non s'incontrarono mai;. — alfine un giorno lo raggiunge, e allora gli pone, come dentro a nido apparecchiato, un aspide nel cuore, — gli spalanca il sepolcro e glielo mostra tremendo di spaventi, peggio dell'arca di Regolo irta di ferri acuminati.

Siffatti pensieri si avvolgevano per la mente commossa di Ludovico Martelli.

All'improvviso lo percuote una voce:

«Io vi dico e vi giuro esser morto ieri notte pochi minuti dopo ch'io vi lasciai sul canto di Diamante.»

«E' mi pare impossibile. Se lo aveva veduto la mattina a terza su la piazza della Signoria!»

«Il bargello e la morte vengono a casa senza avvisi.»

«Dicono sia morto di colica per troppo mangiare.»

«Ben gli sta; — con quel suo ventre affamava Fiorenza; — le cose del papa avvantaggiava assai meglio che una compagnia di lanzichenecchi o di bisogni...»

«Per me gli porrei in epitafio: — La migliore azione operata in vita da Nicolò Benintendi fu quella di morire.»

«Chi morto? — Chi avete detto che morì ieri notte?» con immenso anelito domandò Ludovico.

«Oh! non l'avete voi inteso? — Messer Nicolò Benintendi.»

Morto! — Si è mai goduto tanta esultanza per la morte di un uomo? — Un desiderio ardente pose mai sul teschio della morte fiori sì lieti della speranza? — Torna a fluttuare per le vene di Ludovico il sangue vitale; — gli si colorano le guance, — i suoi passi si accelerano, — i suoi pensieri prorompono, si urtano e non hanno tempo di definirsi; — l'orlo del calice comparisce appannato pel contatto dei labbri di un altro uomo, pure egli contiene abbastanza liquore da invitarlo a bere; — la bocca fu baciata, — non importa, — ella potrà pur sempre proferire la parola che lo renderà il più avventuroso o il più misero degli uomini; — sopra tappeti di Siria ei non avrebbe mai mutato così soave il passo com'ora sopra la terra di recente smossa di un sepolcro. — Ah! misero! Non impunemente tu esulti della morte di un uomo; — come chi va per alpe, superato un giogo, ne incontra un secondo e un altro ancora, — il Benintendi spento, ecco, tra la donna del defunto e te sorge la testa del Bandino... oh! ma cotesti occhi possano chiudersi, quel capo abborrito nascondersi sotto terra per sempre;. — e poi usare la spada contro lui non è delitto, ma pietà; — in quel modo fie disperso il fascino che la sua donna tiene avvinta al maladetto, — lo cancellerà a un punto dal libro della vita e dall'anima di Maria col ferro. — Fisso in questo proponimento, come immemore del luogo e del tempo, gridava:

«La spada! — Su, qua la spada!»

I fanti, pensando volesse provare qualche nuovo colpo, pronti gli porgevano manopola e stocco acconcio alla scherma. Ludovico l'una e l'altro afferrando si avventa contro Dante da Castiglione; invano forza egli oppone e destrezza; — lo stocco nelle mani di Ludovico sembrava folgore; — non valeva riparo, — a destra scende improvviso e a sinistra: fendenti, punte manrovesci, finte, tutti gli accorgimenti in somma del giuoco periglioso posti in opera e con tanto turbinosa velocità che Dante ne rimase sopraffatto, e in un momento, — in un solo momento che riprendendo lena accorse meno presto alla difesa, si sentì percosso nel capo, nel petto e nella gola; onde dando di un passo indietro esclamò:

«Per Dio! mi avete voi tolto in iscambio del Bandino, davvero?»

«Ah! tu non sei il Bandino, è vero», esclama Ludovico, e buttato là lo stocco per terra, torna a passeggiare con le mani conserte sul petto.

Un vecchio famiglio che lo aveva veduto nascere entra nella sala e, incamminandosi alla sua volta domesticamente, lo chiama:

«Vico!»

Egli passa e non bada, ed il famiglio alza gli occhi al cielo e sospira. Non si attentando seguitarlo, lo aspetta. Ludovico, pervenuto alla parte estrema della parete, rifacendo i passi torna davanti.

«Vico!» ripetè in suono lamentoso.

E Ludovico con benigno volto fissandolo lo richiede:

«A che mi vuoi, Giannozzo?»

«Giù», e il servo discreto si accosta più da presso al suo orecchio, «giù nelle stanze terrene una gentildonna vi aspetta.»

«Gentildonna! — E come si chiama ella? E quali sono le forme di lei?»

«Chi ella sia non so dirvi? — la faccia ha coperta di taffetà nero...; però mi sembra senza misura dolente.»

L'uomo innamorato è divino: il suo cuore acquista tal senso che gli altri non possiedono a gran pezza. — Perchè domanda egli chi si fosse la donna? — Non glielo aveva detto l'impetuoso fluttuare del sangue? — Scende, giunge nelle stanze terrene, e correndo a braccia aperte verso la donna velata, esclama:

«Ah! siete voi, Maria?»

Ma quando stava per gittarle le braccia al collo, soprastette improvviso e, mutati atti e sembiante, con voce pacata riprese:

«Madonna! la morte ha visitata la vostra casa.... posso io esservi utile in nulla nella presente vostra strettezza?»

«O Ludovico! i tuoi labbri non contengono la piena del disprezzo di cui è colmo il tuo cuore, — non importa: — affanno, più affanno meno, ormai nulla può aggiungere al peso sotto del quale la mia anima cadde. Vorrò forse dirti essere io incontaminata quanto la tua diletta genitrice, a cui tu davi pietosa sepoltura nei chiostri di Santa Croce? — Ti giurerò che piansi morto il Bandino, il quale mi si offerse la prima volta davanti quando io ricusava partecipare il tuo amore? che mi era stato promesso sposo, — che lo amai come sa amare vergine sconsolata e sola? — No, — tu non lo crederesti, ed io abborro scendere a discolpe; — la mia alterezza di donna si è risentita; — tra la mia coscienza e gli uomini ormai desidero solo giudice Dio; — comprendo la dignità del silenzio; — per altro io venni, — venni per dirti come, essendo piaciuto a Dio rompere l'unico vincolo che mi teneva stretta alla terra, ho fermo in tutto di abbandonarla e rendermi monaca. La mia vita turbarono venti procellosi, sicchè la mente affaticata sospira riposo e non lo spera che nella solitudine di un chiostro; — mi seppellisco viva... è questa l'ultima volta che c'incontriamo sopra la terra; — io mi considero moribonda. Se presso a ripararmi sotto il manto della misericordia al nostro Creatore ti domandassi una grazia... grazia che l'ora della morte mi farebbe la più lieta della mia vita, — poichè in te sta rendermi meno amaro un momento da cui tutti rifuggono inorriditi, — s'è vero che tu mi amasti tanto... Maria... quella povera donna che ti onorò come suo unico sollievo, — ti scelse per amico, — ti salutò fratello... quella dessa, Maria, a mani giunte ti supplica che, come fu infelicissima, tu non consenta a renderla del pari scellerata.»

E qui si tacque; entrambi stettero muti, con gli occhi chini al pavimento, imperciocchè non ardissero contemplarsi in faccia. La donna alfine con parole interrotte rispose:

«Qualcheduno di voi sarà Caino...; il sangue di uno tra voi attesterà contro di me nel giorno del giudizio...; non avrò pace mai nè in questa vita nè nell'altra. O Ludovico, per amore, — per amore di tua madre, non fare che questo duello succeda.»

«Madonna, ciò non può essere; — la sfida corse e fu accettata; — la legge dell'onore lo vieta; — avete voi mai, madonna, sentito favellare di onore?»

E queste parole proferendo, leva gli occhi e le avventa uno sguardo a guisa di raggio improvviso di luce.

Maria senza punto sgomentarsi sostenne quella domanda e quel guardo — quindi prestamente rispose:

«Io conosco una legge la quale domanda non ammazzare, — un tribunale che condanna quando gli uomini assolvono, — ed assolve quando gli uomini condannano: — conosco un giudice che distingue se la mano impugna la spada per la patria davvero, o se piuttosto se ne fa pretesto pel gran desiderio che ha del sangue di una creatura, — pretesto all'orgoglio che gli divora le viscere, alla vendetta che gli riarde il cuore...»

«Madonna!...»

«Iniquo desiderio, — abbominevole vendetta e vana: nessuno di voi mi avrà; — piuttosto di porgere la mia destra alla vostra insanguinata, io me la vorrei tagliare; — ed io non ti appartengo, nè su me avesti diritto mai: — capo mortale non poserà più sul mio letto; — unico compagno d'ora innanzi il Crocifisso; — domani mi chiuderò nel chiostro, e prima di venire in potestà di uno di voi mi getterò dal campanile della chiesa...»

«Madonna, ben posso darvi la vita, non l'onore: — mille volte ho promesso che avrei volentieri, o Maria, sagrificato la vita per te... ed ecco venuto adesso il tempo di mostrartelo a prova; e tu lo ami sempre immensamente, Maria, e invano t'ingegni celarmelo; — nella tua anima vive la fiamma pel traditore: — non ti muove la religione, non il terrore che sangue si versi, sibbene paura che il sangue versato... non sia il mio... pel tuo Bandino tremi... — Va, — vivi ed esulta; io mi terrò avventuroso, se con la mia morte potrò farti contenta... esulta... va... ti prometto con giuramento di lasciarmi uccidere.»

E così, appena favellato ch'egli ebbe, quinci disparve a guisa di spettro.

Maria tentò raggiungerlo correndo, più volte lo chiamò con voce di dolore, ma i suoi passi e i suoi lamenti si perderono inani per le tenebre della notte.

CAPITOLO VENTESIMOSECONDO

IL DUELLO

Italo sangue L'un campo e l'altro: gioventù superba Magnanima, feroce e di una madre.

Francesca da Rimini, trag. di EDUARDO FABRI.

«Che ora fa egli?» domanda per la quarta volta Ludovico balzando a sedere sul letto.

E Giannozzo, il vecchio famiglio, che adagiato su di un immenso seggiolone lo vegliava, si recò alla finestra e, speculato il cielo, rispose: «Tra un'ora sarà giorno.»

«Dammi la veste, chè voglio alzarmi.»

«Deh! Vico, rifate le forze col riposo, chè oggi ne avrete bisogno davvero; dormite: non vi date un pensiero al mondo, ch'io vi sveglierò in buon tempo.»

«Va tu piuttosto a dormire, Giannozzo... tu sei vecchio e non devi vegliare.»

«Io dormirò a bell'agio entro la fossa, o figliuol mio! perchè in questa terra il sonno di rado scende sopra le mie palpebre; — il pianto non cede la signoria degli occhi... ed io piango e veglio tutte le notti, o Vico!...»

«E perchè vegli? — E di che temi?»

«Figliuol mio — chiuso nel vostro dolore non vi accorgete del mio; — spesso tornate a casa pallido come un'anima, parlate tra voi, non rispondete; spesso vi gettate sul letto e discorrete di uccidere e di uccidervi, di una donna, di un tradimento e di altre cose che mi trafiggono il cuore. E quando tanto vi travaglia l'affanno, può egli dormire Giannozzo vostro che vi ha veduto nascere, che da voi in fuori non conosce altra gioia su questa terra?...»

Ludovico, sporgendo il fianco dal letto, gittò le braccia intorno al collo del servo amoroso, e il capo gli posando sul petto, singhiozzava forte senza favella e senza lacrime. Il vecchio invece piangeva e gli baciava i capelli; — pure alla fine Ludovico con un gran gemito disse:

«Ah! io sono misero assai... Porgimi la veste.»

«Ma perchè non riposate?»

«Giannozzo, se tu potessi immaginare i carboni sopra i quali distesero san Lorenzo essere un letto di rose in paragone di questo su cui mi giaccio, non mi consiglieresti a rimanervi di certo... non è egli vero?... Dammi la veste, imperciocchè prima di partire mi convenga soddisfare a parecchi santissimi uffici.»

Indossata la veste, si pose davanti allo scrittoio e cominciò a scrivere: la penna volava, i fogli diventavano neri con meravigliosa prestezza; con la voce sovvenendo alla memoria, ad ora ad ora proferiva quello che andava scrivendo; — rammentò i parenti, — i servi, — sua ultima volontà, perdono, — misericordia di Dio.

Il vecchio portava senza posa lo sguardo dalla penna alla faccia di Ludovico, e nel contemplarlo tranquillo, si rimaneva stupito.

«Giannozzo!» chiamò Ludovico, piegato che ebbe e suggellato il foglio; — e Giannozzo, levatosi da sedere, gli si pose dinanzi; ma Ludovico, volgendo di subito la mente a nuovi pensieri, si rimaneva immemore con la mano tesa; — poi, all'improvviso risensando, «Giannozzo,» continuo, «io ti consegno il mio testamento olografo scritto in procinto senza formalità, ma che voglio non pertanto religiosamente eseguito: — credo d'aver pensato a tutto e a tutti; — dove di alcuno mi fossi dimenticato, tu supplirai... tu avrai cura che sia la mia memoria benedetta..., non è vero Giannozzo?»

«O Gesù misericordioso!» il servo fedele rispondeva singhiozzando, «io vi ho veduto nascere e non devo vedervi morire... voi non dovete morire..., voi non annoverate ancora trentatre anni...»

«Io ho vissuto secoli, — centinaia di secoli; — i miei minuti compresero anni di angoscia, i miei anni neppure un minuto di refrigerio... Io muoio contento.»

«Su, Vico mio... messer Vico, fatevi animo; — voi vincerete; l'angiolo custode mi predice che stasera tornerete glorioso a casa vostra.»

«E chi si rallegrerà della mia vittoria? qual creatura amante ed amata mi getterà le braccia al collo?» interrogò Ludovico volgendo gli occhi d'intorno.

[Illustrazione: ... Maria precipita genuflessa fra mezzo quei due furibondi, e li tenendo, quanto ella ha lunghe le braccia, discosti,... Cap. XIX, pag. 442.]

E Giannozzo volge anch'egli lo sguardo per vedere se discerne qualcheduno; nè lo vedendo, susurrò a fior di labbra: «Eppure io vi amo come figliuolo.»

«Sì... ma....» nè aggiunse parola Ludovico; non pertanto il cuore del vecchio concepì intera l'amarezza di coteste parole, e gemendo esclamò:

«Pur troppo la vostra anima abbisogna di più forte affetto... e più gentile....»

Successe lungo silenzio. Ludovico, crollata prima alquanto la testa, riprende:

«Senti, Giannozzo; — io non morrò — forse; — per me sta la buona causa e Dio: non pertanto la vita è fragile cosa, — fragilissima poi quando la commetti al filo di una spada; — un passo in fallo... una tarda parata... un battere di palpebra, e il ghiaccio dello stocco nemico ti penetra nelle viscere; — e il destino sta chiuso nel pugno dell'Eterno, ed in questa incertezza di morte parmi ufficio di buon cittadino avere riguardo a tutto.... Però ascoltami.... Non volli scrivere per l'appunto ogni cosa... sarebbe parsa vanità...; molto mi è forza commettere alla tua fede. — Alla povera vedova la quale veniva ogni sabbato di nascosto per la elemosina darai cento fiorini d'oro per servirsene ad accasare la figliuola con qualche onesto artigiano il quale valga a farle le spese; ella conserva la superbia della passata fortuna, — confortala di accomodarsi ai tempi, — rammentale che il pan bigio acquistato col sudore della fronte nudrisce le viscere, mentre il pan bianco comprato a prezzo d'infamia si converte in cenere e non passa la gola. — All'uomo di arme mutilato il quale sovente si ripara qui in casa come la rondine inferma al suo nido, darai ad abitare una stanza al secondo piano e lo nudrirai non altrimenti che se fosse tuo fratello, perchè guai alla città che consente il soldato il quale per lei perdeva la mano destra stenda la sinistra. — I servi, finchè rimangono in casa, terrai come tenni io. — Nessuno cavaliere voglio che prema più il dorso de' miei cavalli, — nessuno; — manda i miei cani in campagna, tranne solo uno, Italo, il quale auguro ti faccia quella buona guardia che ha fatto sempre a me. Finchè tu viva, verun parente entri nel mio palazzo... a ciò provvidi nel mio testamento, — e te lo ripeto adesso..., stieno lontani i parenti, i quali, chiamati dalla speranza della mia eredità, mi si sono stretti alla vita, quasi una cintura di corvi all'odore dei corpi morti.... Conserva i mobili... i letti... non mutar nulla; se alle anime è concesso visitare le dimore ch'ebbero care in vita, io tornerò a visitare questa mia — e mi compiacerò ravvisarla nello stato primiero: — se mai io ti apparissi, Giannozzo, non prenderne spavento; io non verrò ad atterrirti, bensì a trattenermi teco in fidato colloquio.... — Coraggio, via, non piangere, mio buon padre Giannozzo... accostati... Gesù mio! come tremi... tieni... ristòrati... bevi questo liquore... bene! — Ora fa di ascoltarmi pacato. Quando sarò morto, mi vestirai della mia buona armatura di Milano e mi porrai nella cassa questa croce di san Pietro.... Vanità di vanità, dice il predicatore, ma io l'acquistai col mio sangue in battaglia, — nè su l'orlo stesso del sepolcro mi riesce considerare la gloria vanità... — E poi, Giannozzo, questo sopra tutto ti raccomando.... mi depositerai sul seno dalla parte del cuore questa borsa di seta cremesina... ah! no, me la rendi, imperciocchè ella non mi darebbe — nè anche morto — pace.» E ripresa dal servo la borsa, il quale come stupito la teneva sul palmo della mano, ne sciolse i legacci e ne trasse fuori due ritratti: — uno di questi lasciò cadere sopra uno scrittojo; — l'altro si accostò alla bocca e baciò con immensa passione:

«O madre mia», esclamò fisso contemplando il ritratto, «tu non avresti voluto concepirmi, se alcuno ti avesse detto che sarei stato tanto infelice! — Quando fanciulletto io dormiva, con quanta furia accorrevi a cacciare via l'insetto che scendeva a infastidirmi la guancia con la sua mite puntura... ed ora, vedi, le angosce mi hanno lacerato il cuore; — io non ne posso più.... Apri le braccia, o madre, ed accoglimi sul tuo letto di pietra.»

Giannozzo alla vista delle sembianze della sua signora che aveva amato e reverito cotanto, ricuperando la parola, le stendeva le mani in atto supplichevole e pregava:

«O madonna Maria, vi prenda pietà del vostro figliuolo, comandategli vivere, ditegli di non ispegnere seco la inclita casata vostra, ordinategli che vi dia un nipote, — ordinateglielo voi, madonna mia, perchè la voce del vecchio servo non ha potenza sopra il suo cuore..., parlategli... parlategli voi, madonna, altrimenti ei si lascia morire.»

Ludovico chiudeva gli occhi e declinava il capo, — la sua mano poco a poco calando depose il ritratto, avendo cura di voltarlo dalla parte opposta.

Giannozzo, a caso guardando sopra lo scrittoio, fissò lo sguardo sopra l'altro ritratto; egli era di donna maravigliosamente bella, ma non si ricordava averla mai incontrata; onde, dopo lungo meditare, quasi lui non volente, parlò:

«Questa donna io non conosco. — E come si chiama ella?»

Ludovico, balzando in piedi, come se lo avessero toccato con carboni ardenti, gridò imperversato:

«Si chiama angiolo, si chiama demonio; — questa donna è colei che mi toccò il cuore e me lo fece di pietra — questa è colei che nella sua mano atroce strinse i palpiti, le immagini, le soavi illusioni della mia giovanezza, e mi rese le cure nei tardi anni, la sazietà delle cose create, il fastidio di me medesimo.... maledetta l'ora in che i nostri occhi s'incontrarono... e sii maledetta tu stessa; — così potess'io cacciarti dal mio seno, come ti lancio fuori della mia casa; — qui si accostando al balcone ne schiudeva furiosamente le imposte, pur tuttavia esclamando: Va, ogni uomo ti calpesti — ogni sozzura ti contamini. — E levò la mano in atto di gettarlo, e subito dopo lasciando cadere abbandonata la mano, con parole interrotte riprendeva: «Ahi stolto me! misero me! Maria... perdono! — Io non so più quello ch'io mi dico o ch'io mi faccia; io ti amo... fuori di misura io ti amo; per te bestemmiai il mio Creatore, ma per te prima imparai ad onorarlo; — per te soffersi e tuttavia soffro tormenti di dannato, ma per te mi deliziai di voluttà divina; — ed io ti accuso a torto, — sono ingiusto con te; — tu ami il Bandino e lo detesti; colpa del destino, non tua; — tu rodi questa passione come un destriere il suo freno, e, misera! non ti giova, chè il morso del destino non si rompe... — Giannozzo, per quanto amore porti al tuo Dio, insieme a quella di mia madre farai che questa immagine mi riposi sul petto. Maria si chiamò la diletta mia genitrice, Maria anch'ella si chiama; — entrambe amai... ad ambedue eressi un tempio nel mio cuore, nè ben distinguo chi più di loro mi sia cara, — tanto l'amore di sviscerato figlio si confuse con quello di amante, — per loro io vissi, per loro io perisco: — queste due immagini deposte sul mio cuore compongono la storia della mia vita; — la prima lo ha fatto palpitare, — la seconda palpitare troppo... — e si è rotto... Ch'è questo? — ch'è questo, Giannozzo? — Il suono della tromba? — Per Dio, mi aspettano... su via... affrettati... presto. Io che ho sfidato non avrei dovuto comparire secondo alla chiesa di San Michele Berteldi.»

E tosto di armi apparecchiato e di vesti si cacciò giù a gran furia per le scale; giunto all'estremo gradino, il suo cane fedele saltò fuori della casuccia e, le zampe deretane puntando in terra, quelle davanti tenendo levate col collo teso, faceva prova di rompere la catena per arrivare al suo signore.

«Italo!» esclama il Martelli, «povero Italo! tu mi ami davvero; dicono la tua anima morirà col tuo corpo; se così è, me ne duole non tanto per te, quanto per colui che ti creava: — la tua anima meriterebbe sopravvivere al sepolcro più che migliaia di anime umane...» Così discorrendo, con la mano gli liscia la testa; e il cane si distende, si voltola sul pavimento, poi balza in piedi scrollando la testa, e come per vezzo mordendo dolcemente la mano a Ludovico; allorquando poi questi procedendo oltre si allontanava, la bestia amorosa si pose a guaire come se lo avessero ferito a morte.

Scese nel cortile; quivi lo attendevano i servi vestiti a festa; — la mestizia dei volti in molto strana maniera contrastava con la vaghezza degli abbigliamenti: — appena lo videro, lo circondarono e, piegati i ginocchi in diverse attitudini e pur tutte pietose, gli domandarono la benedizione.

«Sono io per avventura vescovo o papa, che possa darvi la benedizione?» gridava egli tentando liberare le mani e i lembi della veste dal bacio dei suoi servitori; — e mentre profondamente intenerito mal s'ingegna a sostenere cotesta scena, leva gli occhi, e gli occorre davanti l'uomo d'arme mutilato, il quale con la mano che gli era rimasta reggeva pel freno il suo bellissimo cavallo turco, e alle continue scosse del focoso animale se ne stava immobile quanto i colossi di Castore e Polluce sulla piazza di Monte Cavallo a Roma.

«Il mio destriero a me...»

Il soldato glielo guidava; egli vi salì sopra veloce come baleno, e al tempo stesso stretta la mano all'uomo di arme, gli disse:

«Gran mercè! — non vi sconfortate; — io ho ben pensato anche a voi...»

«Andate e vincete», rispose il vecchio, «e se san Giorgio non dimentica di essere santo, vi darà vittoria; io vi aspetterò qui senza bere nè mangiare finchè non siete tornato... e se non tornerete più... ebbene, io mi lascerò morire di fame...» — e non versò una lacrima nè mutò sembiante, ma si avviluppò nel mantello e si stese per terra come uomo deliberato nel suo proponimento.

Si aprono le porte; — i poveri della contrada, uomini, donne e fanciulli insieme confusi, urtantisi, affollati, erano accorsi a salutare il buon cavaliere, il benefattore di tutti: — «Dio lo benedica! — Dio gli conceda la vittoria!» si udiva mormorare da ogni parte; e quando se lo aspettava meno, si vide vicina la vedova, la quale traendo seco una giovanetta sul fiore degli anni, gliel'additava dicendo: «Vedi, cotesto è il gentiluomo che ci ha salvato dall'avvilimento e dalla infamia.» — Sicchè, gentile com'era, Ludovico si tinse di rossore e dette degli sproni al cavallo per sottrarsi a tanta confusione.

Quando il destriere, percorso buon tratto di via galoppando, si pose a passo più lento, udì dietro a sè uno schiamazzo indistinto di voci umane. — ma chiaro e continuo il latrato del cane, e,

«Odi», disse a Giannozzo, «il grido e forse l'amore del mio Italo superano quelli degli uomini; e' mi manda da lontano il suo ultimo addio.

* * * * *

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