Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI (part 3 of 3)
Ma il Papa, simulatore e dissimulatore solennissimo, avendo ormai recuperato intera la sua impassibilità, rispose mansueto, e soave:
--Noi non ci siamo maravigliati di voi, ma degli altri;--però, ripensandovi sopra, ho conosciuto come sieno anch'essi uomini valorosi, e zelatori del nobile loro ministero.
Quando l'Altieri raggiunse i suoi colleghi gli trovò stretti alla vita del cardinal Passero, che avevano incontrato per via, ed abbordandolo senza cerimonie gli dicevano: tornare da conferire con Sua Santità; avere ricavato da segni non dubbii la sua ottima mente; volere che Sua Eminenza, se aveva dato parola, che la mantenesse. Andasse egli pertanto, il benefizio compisse; eglino starebbero in anticamera ad aspettare lo esito del colloquio.
--Non sembra che voi pecchiate di troppa confidenza? notò il Cardinale al Farinaccio ghignandogli d'un suo sorriso alla trista.
--More romano, Eminenza, more romano. Gli antichi nostri chiamarono il pegno da pugno, non si reputando sicuri se non tenevano la guarentia nelle mani; e nè manco fidavansi a citazioni, bensì strascinavano il testimonio in giudizio per le orecchia.
Il Cardinale aggrinzò vie più le gote, e stese le labbra; ed inchinata alquanto la persona, entrò nella stanza del papa. Colà rimase quanto gli parve persuadergli la decenza, e poi ne uscì fingendo allegrezza grandissima per avere, in virtù delle umili sue supplicazioni, ottenuto dal sommo gerarca facoltà che la promessa data da lui si osservasse, e la proroga di giorni venticinque, affinchè i signori avvocati con tutto comodo alle difese si apparecchiassero.
NOTE
[1] Omar, espugnata Alessandria, durante tre mesi scaldò i bagni pubblici con quattrocento mila volumi della biblioteca raccolta da Tolomeo Filadelfo e dai suoi successori.
[2] Sisto V fece mettere in castello Sant'Angiolo cinque milioni di oro, che servirono poi a Clemente VIII allo acquisto di Ferrara a danno del duca don Cesare di Este. GREGORIO LETI, Vita di Sisto V.
[3] Maffeo Barberini, che poi fu papa col nome di Urbano VIII, veramente in questa epoca non era cardinale: egli fu promosso alla porpora romana da Paolo V, col titolo di San Pietro in Montorio, nel 1605.
[4] Ciò accadde a danno di certo spagnuolo, il quale percuotendo di un bastone un lanzo che lo aveva offeso, lo uccise. GREGORIO LETI, Vita di Sisto V, p. 2.
[5][6] GREGORIO LETI. Op. cit. p. 2.
CAPITOLO XXV.
IL GIUDIZIO.
Leo rugiens, ursus esuriens, princeps impius super populum pauperem.... multos opprimet per calumniam. Prov. C. 28. v. 15.
Aperta è la gran sala ove le sorti Fur decise dei re, quando ancor Roma Fu astuta, se non forte. ANFOSSI, Beatrice Cènci.
Questa è la sala che vede i dipinti di Raffaello, ed ascolta le consulte dei sacerdoti:--questa è la sala dove si discussero, e sovente ancora si decisero, i destini dei Re del mondo; però che la forza, prima di spengersi, consegnasse la fiaccola all'astutezza, siccome i servi costumavano fare nei giuochi lupercali; e questa si affrettò a mettere in fiamma i quattro canti della terra.
Quando i popoli, rotte ad una ad una le penne della grande aquila che ecclissava il sole della libertà, sperarono de riscaldarsi ai raggi de quello, ecco altre ombre si posero fra mezzo all'uomo e alla libertà, e le mandavano le chiavi di San Pietro--il pescatore ebreo.--Ma la forza si consuma, e l'astutezza altresì; e se il pomo del brando romano non giunse a conficcare il chiodo alla ruota della fortuna, molto meno poteva farlo il pastorale del chierico. La vendetta rode di nascosto, ma inevitabilmente, a guisa di vena di acque sotterranee, la forza. Dietro un tronco di albero, dietro l'ara di un nume, da per tutto e sempre tiene teso l'arco, e presto o tardi saetterà il tendine d'Achille; ma la frode si logora coll'uso delle sue stesse malizie, come l'orologio a polvere si vuota lasciando cadere i grani della sabbia che misurano il tempo.
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Il Papa siede sublime sopra il capo di tutti, sotto un baldacchino di velluto cremisi ornato di frange di oro. Sceso un gradino, gli seggono sopra sgabelli attorno quattro cardinali: da un lato Cinzio Passero cardinale di San Giorgio, nepote per parte della sorella Giulia, e Francesco Sforza cardinale di San Gregorio in Velatro; dall'altro Pietro Aldobrandino cardinale di San Niccolò alle Carceri, nepote per parte del fratello Pietro, e Cesare Baronio cardinale dei santi Nereo ed Achilleo, avvolti nei magnifici loro paludamenti di porpora: poi, in un ricinto più vasto, su stalli onorevoli, e cardinali, e vescovi, e di ogni maniera prelati, cospicui per cappe o pagonazze o vermiglie.
In mezzo, alla destra del trono, un banco coperto di panno scuro per gli auditori di Palazzo e della sacra Ruota criminale presieduti da straordinario presidente, sendo caduto infermo il Luciani: dalla parte opposta un banco pari pel procuratore fiscale, con parecchi cancellieri e notari: per traverso un terzo banco destinato pei difensori.
I lanzi dalla barbuta e dalla corazza di ferro, l'alabarda sopra le spalle vigilavano la sala, e respingevano addietro i curiosi con brutte parole, e peggio fatti: orgoglio ad un punto ed umiliazione antica della gente itala, appo cui è mestieri tirare dal settentrione queste bestie dalla faccia umana per esercitare la forza brutale. Nè mancarono dame e cavalieri attillati, come se intervenissero a qualche festino; ed è fama eziandio, che con i nastri neri pendenti giù dai cartolari del processo fosse in cotesto giorno annodato più di un laccio d'amore.
Ognuno seduto al suo posto. Intimato, secondo il solito, dagli uscieri il silenzio, il Presidente, ottenuta licenza dal sommo Pontefice, accennava con la destra al Procuratore fiscale, ch'egli poteva incominciare.
Questi si levò. Intanto ch'ei si forbisce col fazzoletto la faccia, compone la chioma e fa altre simili smancerìe, tratteniamoci un momento a considerarlo. È del colore degli antichi Cristi di avorio: l'occhio ha spento, opalino come quello del pesce fradicio; i capelli tiene giù ripresi, e lisci da una tempia, e paiono un salice che gli pianga su la testa il cuore e il cervello da gran tempo defunti: muove le braccia come i telegrafi marini: ora si rannicchia con la persona, ora sbalza su, come un serpente di filo di ferro dalle scatole da tabacco. Solo a vederlo di leggieri si comprende come al nascer suo la petulanza, la presunzione e la stupidità menassero un ballotondo intorno alla sua culla, e gli facessero un presente, cui egli poi aumentò mettendoci di suo la ipocrisia.
Il nostro procuratore fiscale ecco si rovescia con molta solennità le maniche della toga, e poi con una vocina, che va di mano in mano rinforzando, dopo avere assicurato che per lui non si era omessa diligenza veruna nello esame del processo, ed invocato l'aiuto di Quello che non n'è mai avaro per chi lo sollecita di cuore, raccontò come, a persuasione del diavolo e da cupidità abbominevole spinti, persone non nemiche, non estranee, ma parenti, ma moglie e figli macchinassero la strage del conte Francesco Cènci, uomo per pietà insigne; per lignaggio chiarissimo, per dottrina preclaro: disse del mandato conferito ai sicarii Olimpio e Marzio; del sonno traditore, del differito parricidio a cagione della festa della Beata Vergine: dipinse l'orrore degli assassini, le truci minacce della donzella per vincerne la repugnanza; il chiodo confitto e riconfitto; il cadavere tratto pei capelli sul pavimento, e poi con barbara immanità precipitato giù dal balcone: favellò della prova, che in grazia delle salutari torture emanava limpidissima dalla concorde confessione dei rei: si diffuse intorno allo spavento del mondo inorridito a sentire come in Roma, nell'alma sede della religione santissima, accanto al soglio dell'ottimo fra i vicarii di Cristo siffatte scelleratezze si commettessero.--Che più?--Il secolo corrotto consentendo quelle licenze, che in breve toccarono l'estremo, egli raccontò come il sole si fosse per la paura oscurato; mentre, all'opposto, non era mai apparso chiaro come in quei giorni:--e come le acque del Tevere, sgomentate, avessero retroceduto alla sorgente; malgrado che a vista di tutti i Romani avessero continuato a scorrere tranquillamente sino ad Ostia: finalmente, apostrofando il Crocifisso pendente alle pareti, confortò i giudici a richiamare alla mente i suoi divini precetti allorchè comanda, che l'albero incapace a produrre frutti buoni sia reciso, ed arso: nè qui trattarsi già di frutti buoni, sibbene di pessimi, e scellerati. Tentasi, egli soggiunse, di sorprendere la religione vostra, o Signori della Ruota, col farvi considerare la giovanezza di taluni fra i colpevoli, come se questo, invece di attenuare il delitto, non somministrasse plausibile fondamento a procedere con asprezza maggiore. Se di queste abbominazioni mostraronsi capaci gli accusati o non tocca ancora la pubertà, o a quella giunti appena, che cosa mai ci dovremmo aspettare da loro, diventati adulti? Correremmo il rischio che la famiglia di Atreo sembrasse un convento di cappuccini! Concluse finalmente con certa ipotiposi da lui con somma diligenza elaborata, la quale descriveva l'anima dello illustrissimo signor conte Francesco Cènci spinta con violenza fuori di questa vita senza il conforto dei sacramenti, e condannata, per avventura, al fuoco penace, soffermarsi sopra la soglia dello inferno, scuotere i bianchi capelli intrisi di sangue, e, sollevate le mani verso i giudici, gridare disperatamente: «Vendetta! vendetta!»
Oh, fra i tristissimi, egli è pure il tristo mestiere quello del procuratore fiscale! Ed anche questo perchè mai esercitato? Per un tozzo di pane. Ma quanto più onorato il pane molle di sudore dello artigiano! Quanto meno reo quello intriso dalle lacrime del servo della pena! Essendo costoro provvisionieri del patibolo, dovrebbero cibarsi co' rilievi del supplizio. Qual differenza sovente corre fra essi e il carnefice? Certo, se ve ne ha, torna in vantaggio del carnefice: senza odio come senza viltà egli tronca col ferro i meschini, cui il procuratore fiscale ha già assassinato con la parola. Un giorno Dio li giudicherà; ed io per me penso, che la misura del primo sarà trovata a paragone più lieve. Ma le parole che montano? Cotesti maladetti dal Signore, co' presagi del vituperio in questa vita e della dannazione nell'altra si fregano i denti bianchi di pesce-cane come con una rappetta di finocchio, e tirano innanzi, fischiando, a rigare il mondo con una traccia di sangue.
Dei difensori fu primo ad arringare l'Altieri per Lucrezia Petroni, il quale con graziosa gravità favellò in questa sentenza: molto col suo ministero e con se stesso rallegrarsi, per non dovere spaventare i suoi giudici con immagini ricavate dallo inferno; bensì corrergli obbligo di supplicarli a volgere lo sguardo sopra una matrona pia e mansueta, e di levare un grido, di vendetta non già, riprovatissimo in ogni luogo, e davanti ogni consesso di cristiani; davanti poi il Vicario di Gesù Redentore e giudici piissimi abbominevole; bensì grido, che unico possa suonare degnamente nei tribunali, ed è: «Giustizia! giustizia!»
Ricercando in processo le cause muoventi al delitto, dimostrò come veruna di quelle accennate dal fisco convenisse a Lucrezia Petroni. Non la cupidità, conciossiachè nulla ella avesse a sperare dalla morte del marito Cènci, succedendo il coniuge all'altro coniuge intestato in esclusione del fisco soltanto; e qui invece essere conosciuto da tutti come il Conte Cènci avesse fatto testamento per diseredare chiunque con vincolo di parentela gli appartenesse: per la qual cosa ad appagare l'empie voglie della sua cupidità, quando mai l'avesse concepita, ostavano gli eredi necessarii e il testamento. Non può averla mossa il rancore, avvegnadio ingiurie ed offese ella avesse sofferto ben molte per la parte dello efferato marito; ma non essendosi fatta viva mentre tuttavia giovane e bella se ne sente angoscia in ragione del diritto che la donna crede di possedere a non doverle sopportare, era, non che inverosimile, assurdo ch'ella agognasse vendicarle dopo tanto spazio di tempo, e quando erano cessate, ed allorchè gli anni volgendo a vecchiezza, il sangue scorre più languido nelle vene, e l'animo, anco nelle nature irrequiete, assume più miti consigli; specialmente poi vendicarle con partite così atroce ad un punto, e pericoloso. Se le sevizie (le ingiurie alla fede coniugale io metto da parte) avessero perdurato, donna Lucrezia ricorrendo ai tribunali avrebbe ottenuto la separazione dal marito; la quale in quanto al vincolo non concedesi, ma in quanto al domicilio, o toro, sì: nè a lei mancavano aiuti di parentado potentissimo, nè, provveduta di larga dote, le era mestieri starsi presso al marito per timore di pecunia, o di scarsi alimenti.--Molto meno aversi a credere le tentazioni diaboliche; imperciocchè, sebbene alle tentazioni del maligno andiamo tutti soggetti, pure, è la nostra santa religione lo insegna, o ne vanno immuni, o le superano le anime zelatrici della pietà. Ora, qual donna si mostrò più devota di Lucrezia nostra? Il Fisco stesso, quantunque poi lo ritorca in nostro danno, fa fede della pietà di donna Lucrezia allorquando finge, che la strage di Francesco Cènci fosse differita per reverenza della festa della Beata Vergine: ma io vo' che il Fisco sappia, come una femmina penetrata da tanto zelo di religione non offenderà, nè il giorno della sua festa, nè mai, la Madre di ogni misericordia, la mediatrice di ogni perdono.
E qui l'avvocato o s'ingannava, o tentava ingannare altrui, imperciocchè la esperienza abbia dimostrato e dimostri, come la devozione sincera (di quella ostentata per ipocrisia non è da parlare) vadano congiunti i consigli più tristi. Basti rammentare per tutti Giacomo Clemente, uccisore di Enrico III, il quale si apparecchiò alla strage col conforto del pane eucaristico, e con le discipline più solenni della nostra religione. Certo egli è duro avere a chiamare devozione sensi sì iniqui; ma ciò giovi ad ammonirci, come anche delle devozioni se ne dieno di più maniere: quella che circonda la morale con una corona di opere pie e generose, e questa come santa deve riverirsi; e l'altra che, ammogliatasi col delitto, si avviticchia com'erba velenosa intorno alla croce, ed hassi a considerare come scellerata; e di questa ce ne ha molta, anzi troppa; e i sacerdoti, non che sbarbarla, la fecondano a tutt'uomo per ignoranza, per errore, e per interesse. E s'io dica il vero lo chiarisca l'antica tariffa della Curia Romana, che indica il prezzo col quale il malfattore può ottenere l'assoluzione di qualsivoglia delitto.
Continuando lo avvocato prese ad esaminare atto per atto il processo, affaticandosi con sottile industria a rilevarne le irregolarità, e le contradizioni dei deposti, la debolezza delle prove. Alla fine concluse supplicando la coscienza dei giudici a non consentire che matrona così universalmente reputata, dei poveri soccorritrice benefica, fosse sospinta per sentiero d'infamia e di ferro nel sepolcro: ormai la sua favilla mortale toccare il verde; non adunassero tanta procella per ispegnerla... Anche uno istante... un solo istante, per dio, ed il dolore e gli anni la cuopriranno di tenebre eterne... Deh! lasciate ch'ella si spenga in pace...
Accorse secondo il De Angelis in pro di don Giacomo, ed anch'egli si affaticò ad escludere la causa di delinquere supposta dal fisco, e mostrò come non lo potesse muovere attuale angustia di pecunia, avvegnachè il padre suo, per giusto comandamento del sommo Pontefice, gli pagasse onesta provvisione, e di più i frutti della dote della propria moglie godesse, i quali uniti alla provvisione della consorte non erano così scarsi, che alle spese domestiche sopperire non potessero: molto meno doveva muoverlo a commettere l'atroce parricidio la speranza di redare intero il patrimonio paterno, imperciocchè corresse comunemente il grido, e lo stesso Francesco Cènci lo andava predicando senza ambage, dei beni liberi averlo diseredato, la qual cosa il fatto ha chiarito vera pur troppo, e dei fidecommissarii non lo poteva privare. Vecchio essere il Conte Cènci, ed ormai giunto con gli anni a quella estrema parte della vita, dove ogni lieve spinta precipita nel sepolcro; laonde dovrebbe estimarsi non solo empio, ma folle Giacomo Cènci, se con tanta scelleraggine e tanto suo pericolo avesse affrettato quel caso, che in breve con sicurezza, e senza rimorso gli avrebbe procurato la natura. Or come è verosimile questo, che il figlio si mostrasse pazientissimo ad aspettare allorquando il padre era lieto di prosperevole salute, ed entrava in verde vecchiezza, e fosse poi intollerante d'indugio allorchè quegli diventa decrepito e malescio? Don Giacomo, alieno da lussuriosi sollazzi, dai vizii che contaminano il mondo aborrente, incolpevole gentiluomo, buon marito, buon padre, come allo improvviso svela così efferata indole, che vince ogni belva più cruda? Come, nato appena al delitto, doventa gigante, e con un passo solo ne percorre intera la carriera, che i più perversi non toccano che con i passi ultimi? Questo non consente la natura; e tutto quello che si oppone alle leggi eterne del vero o devesi addirittura rigettare, o per lo meno ammettersi con molta difficoltà. E qui, riprendendo con più veemenza l'avvocato, io considero, diceva, nell'amaritudine dell'animo mio seguitarsi una ragione affatto contraria, la colpa; e le circostanze della colpa quanto più procedono opposte al discorso naturale, tanto più volentieri si accettano; quanto più avverse allo regole della umanità e del diritto, tanto più facilmente si accolgono. Così non va bene. Don Giacomo, e questo secondo che merita non avvertiva il fisco, mentre si perpetrava il delitto non si trovava già alla Rocca Petrella, bensì dimorava in Roma. Dunque è chiarito, che con la sua opera immediata non potè partecipare alla strage. Se poi il fisco sospetta che vi concorresse mediatamente per via di lettere o di messaggi, ma dove sono queste lettere e questi messaggi? perchè non li produce, anzi neppure li ricorda? E sì ch'ei dovrebbe avvertire come a lui incomba il carico della prova, e a noi basti difenderci.--Il fondamento dell'accusa sta nella confessione dei prevenuti. Io per me, spesse volte meco considerando, son venuto nella sentenza che la confessione dello imputato, come cosa indegna della morale e contraria alla natura, non debba pesare sopra la bilancia della giustizia. Invero; con quale carità, o senno possiamo costringere un uomo ad accusare se stesso? L'uomo che si affatica ai suoi danni fu sempre reputato privo del bene dello intelletto; e se la Chiesa concede sepoltura in sacris ai miseri che contro se stessi portarono le mani violente, ciò appunto fa perchè crede che abbiano perduto il senno. Ora, dico io, accusare se medesimo di delitto che importa pena capitale, non partorisce forse il medesimo effetto? Maisì che lo partorisce; e la lingua uccide al pari, e meglio, delle mani. Però, qui mi si obietta, noi non abbiamo confessione spontanea, ma estorta per virtù di tormenti. Bontà di Dio! Egregia risposta invero! Verrà un tempo in cui i posteri maraviglieranno come noi, loro padri, siamo stati o così stupidi o così barbari, da accettare quale argomento di verità quello, che per propria natura è segno manifesto di ferocia e di errore...
Un mormorio di disapprovazione si sparse per tutta la sala; e il Farinaccio stesso, tirata al collega la toga, lo ammoniva sommessamente a tagliar corto sopra quel tasto. Il cardinale Baronio, che fu uomo dottissimo per quei tempi, piegato il capo sussurrò nell'orecchio del cardinale Aldobrandino, il quale si mostrava nel sembiante soprammodo scandalizzato:
--Questi benedetti avvocati, quando hanno preso l'abbrivio, ne piantano di quelle che non istanno in cielo nè in terra!
--E senza corda, rispondeva quell'altro, io vorrei un po' che m'insegnassero come faremmo a sapere una verità. A che monta, di grazia, la facoltà concessa a cotesti parabolani, di oltraggiare tanto impudentemente la sapienza dei sommi dottori? Procedendo di questo passo, io vi domando, Eminentissimo, che cosa stia per diventare l'autorità? Perchè i giudici non gli hanno imposto silenzio?
--Eminenza, lasciamoli dire finchè ci lasciano fare: quando presumeranno tarparci le ale, on avisera; come dicono i Re di Francia allorchè i Parlamenti rifiutano registrarne gli editti.
Lo avvocato De Angelis girò il timone, e, come l'Altieri, si fece con arguta dialettica a demolire lo sformato edifizio del processo ingolfandosi in un tritume di osservazioni, le quali stancarono la mente degli uditori, e nocquero non poco alla efficacia dell'arringa. Finalmente dette termine alla difesa rammentando l'antichità della prosapia, e la chiarezza del sangue Cincio, e poi, con migliore consiglio, la moglie e i figli desolati di don Giacomo: andassero cauti, egli diceva, i giudici, ma cauti bene, a imprimere tanta nota d'infamia sopra così nobile casato: pensassero, al figlio del parricida veruna donzella stendere la mano; nessuno aprirgli il cuore: fatto, senza sua colpa, oggetto piuttosto di raccapriccio che di pietà sopra la terra, cuoprirlo di vituperio non pare villania, bensì diritto, e dovere: veruno lo chiama a mensa; in chiesa lo fuggono... Che più? a male in cuore sopportano comune con lui il raggio del sole, nè la terra, che tutti accoglie nel suo seno dopo morte. Ed anche a voi, Padre ottimo massimo degli universi fedeli, concedete che io presenti la miseria di una moglie, il lutto dei figli: nelle mani, che io supplichevole inalzo al vostro soglio augustissimo, piacciavi contemplare le mani di quattro fanciulli e di una donna; nella mia voce udire le strida di cinque innocenti, che con lacrime e singulti, dopo Dio, da voi sperano, ed attendono misericordia.
--Eminenza, favellò il cardinale Sforza al cardinal Cinzio, eccovi il vostro fazzoletto, che vi ho raccolto per terra; ne avrete bisogno per asciugarvi le lacrime.
--Io?--Io non patisco di pianto.
--Però l'arringa dello avvocato Niccolò mi è parsa concludente assai; la perorazione poi senza dubbio felice.
--Eh! secondo i gusti, Eminenza. Per me, se la raffronto co' precetti di Aristotele e di Quintiliano, parmi la più meschina delle amplificazioni di uno scolare di rettorica; senza contare l'eresie giuridiche ch'egli ha detto, segnatamente la famosa contro la confessione ottenuta per vim torturae. Ma silenzio; ecco che si leva il Farinaccio. Stiamo a veder correre questo barbero; il palio è di quattro teste. Quanto vogliamo giuocare, ch'egli lo perderà?
--Quando lo dite voi, Eminenza, non ci ha luogo scommessa; come potrei avere io convinzione diversa dalla vostra?
Il cardinal Cinzio sogguardò sospettoso in faccia lo Sforza; ma questi, arnese vecchio di corte, gli mostrò la fisonomia aperta quanto lo scrigno di uno avaro.
Si levò il Farinaccio crollando la testa; e, fulminato con uno sguardo d'inesprimibile disprezzo il Procuratore fiscale, che ineccitabile lo riceve come il serpe che ha ingolato lo scoiattolo, con gran voce prese a dire:
--Assista Dio! Non so, incominciando la presente orazione, se in me sia maggiore la maraviglia, o il rammarico, ma certamente mi perturbano gravissimi ambedue; imperciocchè, prima di esercitare lo ufficio della difesa, mi trovi costretto a richiamarmi alla mente il ministero dell'accusa. Il procuratore fiscale, se l'antica dottrina oggi non è venuta meno, come difensore della legge preordinata alla sicurezza di questo umano consorzio, deve procedere nelle sue conclusioni severo, ma senza acerbità; solerte, ma senza furore; arguto, ma senza perfidia; e chiunque altramente costuma, a viso aperto gliel dico, le parti usurpa del carnefice, e forse fa peggio. Come pertanto ho potuto ravvisare io il difensore della legge nel magistrato, smanioso come la pitonessa sul tripode, invaso dal demone che l'agitava? E fu mala cosa. Come riconoscerlo io, quando ricavò dai fatti conseguenze malignamente sofistiche? E questa fu più brutta ancora. Come raffigurarlo allorchè udii storcergli i fatti, alterarli, e, quasi ciò gli paresse poco, supporne dei falsi, o immaginarne dei non veri? La quale, a parere mio, fu bruttissima. Non vi commuovete, signor fiscale, sul vostro seggio, perchè io quanto dico intendo provarvelo...
E questo il Farinaccio diceva per figura rettorica davvero, imperciocchè ei se ne stesse tranquillissimo; anzi si guardasse le unghia delle mani, per vedere se le fossero ben nette. Il Farinaccio continua:
--Voi ardiste descriverci il conte Francesco Cènci come un modello rimasto, mercè di Dio, sopra la terra per far fede della età dell'oro, e scorazzaste i classici, così greci come latini, per foraggiarvi gemme buone a comporne il diadema di virtù, che poneste sul capo al vostro eroe. O pudore! Religioso Francesco Cènci? Certo inauguratore ei fu di sante immagini, ma per bestemmiarle; edificatore e restauratore di templi, ma per profanarli; apparecchiatore di avelli, ma per seppellirvi, siccome egli andava empiamente ogni giorno supplicando Dio, tutti i suoi figliuoli prima di morire. Pietoso Francesco Cènci? Certo piissimo uomo fu egli quando imbandì il convito, nel dì che gli pervenne notizia della strage dei figli suoi; piissimo quando, propinando col bicchiere colmo di vino a Dio, bandiva che dove fosse stato pieno del sangue dei suoi figliuoli, ei lo avrebbe bevuto con maggior devozione del liquore della santissima eucarestia. Queste mostruosità poi non sono immaginate da me, bensì corrono per le bocche degli uomini, e vengono attestate da prelati e baroni di tutto onore degni, che all'orribile festino, convitati, assisterono. A cui era ignoto l'uomo? Voi tutti lo conosceste, e sapete quali e quanti gli si apponessero delitti: forse taluni fra voi lo condannarono; chè il piissimo uomo dell'accusa si trovò a sopportare parecchie condanne, componendo la pena con la Camera Apostolica mercè inestimabile quantità di pecunia. Venite meco, Signori; vediamo un po' questo uomo, per dottrina preclaro, quali volumi, frutto di notti vigilate, egli lasci a edificazione ed ammaestramento dei posteri. Eccoli; il libro delle sue effemeridi, dov'egli, non so se con maggiore inverecondia, o nequizia, andava notando giorno per giorno i suoi delitti. Nè i misfatti di sangue, parlo cose a tutti note, furono in lui i più nefandi. I vincoli che il cuore umano desidera in questo terreno pellegrinaggio per sollievo allo squallor della vita, egli ebbe tutti: amico fu per diventare traditore: si finse amante per sedurre la innocenza, e poi lasciarla in balìa della disperazione: diventò marito per adulterare, padre per commettere incesto. Questi vincoli ei strinse pel talento di calpestarli; prese cognizione delle leggi romane per trasgredirle; le divine conobbe per romperle. Se Francesco Cènci non era, avremmo creduto che Tranquillo Svetonio temperasse lo stile nella calunnia allorquando ci lasciava scritti la vita e i costumi di Tiberio imperatore. Spettava al Cènci di fare agli uomini palese come le immanità di Caligola, di Nerone, di Domiziano, di Caracalla, e di quanti altri mostri Iddio mandò nel suo furore a flagellare la terra, cumulate insieme, potessero superarsi. Tale fu Francesco Cènci; e se io ho calunniato la sua memoria, possa la sua anima in questo momento affacciarsi sopra la soglia del tribunale, e gridarmi: «tu mentisci». O anima sciagurata, dovunque tu sii ascoltami. Lasciando ad altri la cura di rinfacciartelo al cospetto di Dio, io qui, davanti al suo Vicario santissimo, ti proclamo il più perfido e il più infame di quanti scellerati apparvero nel mondo...
Il Procuratore fiscale, come se non fosse fatto suo, attendeva sempre a guardarsi le ugna; non così il cardinale Sforza, che sommesso diceva al San Giorgio:
--E' par che buone mosse abbia preso il barbero.
Ma l'altro non lo ascoltava, che in cotesto punto concludeva certi suoi pensieri con la seguente formula: egli bisogna che sia con noi, o contro noi. Intanto il Farinaccio prosegue:
--Qui noi vediamo un cadavere, la gola squarciata da larga ferita. Chi è egli? Un padre. Chi lo ha trucidato? Sua figlia: ella senza impallidire lo dichiara; senza rimorso il confessa; anzi, se non lo avesse fatto, bandisce che tornerebbe a farlo. E chi è questa femmina dai truci pensieri, e dai fatti più truci? Eccola; una fanciulla di cui il sembiante par formato dalla mano degli angioli, onde quaggiù si mantenga il tipo della celeste purità. La Innocenza può baciarla in bocca, e dirlo: ave, sorella. La Mansuetudine parla come lei, come lei sorride. Non vi ha persona che lei non esalti, e levi a cielo; di molti ha sollevato i dolori, ha pianto alle angosce di tutti. Che cosa mai può avere sospinto la egregia donzella allo esecrando attentato? Domandatelo al Fisco, ed egli ve lo dirà. È stato il diavolo. Oh! il diavolo, se l'avesse veduta, l'avrebbe tolta in iscambio di un angiolo, e l'avrebbe adorata; e noi sappiamo che il diavolo sopra gli angioli non ha potenza: i procuratori fiscali poi non vanno immuni da siffatto pericolo perchè nessuno li estima angioli, nè anche se stessi. Lasciamo pertanto il diavolo a casa sua, e discorriamo di cause più umane. Forse la cupidità del danaro? A sedici anni la gentil donzella pensa al danaro quanto lo usignuolo, ch'empie delle sue melodie le valli in una bella notte di estate; vi pensa quanto la farfalla, che tuffa le ale nel raggio del sole di maggio. A sedici anni la fanciulla è tutta amore pel cielo e per la terra: questi due amori si confondono in lei, sicchè il suo primo amore per oggetto terreno ritrae sempre in se qualche cosa di divino. Ma poniamo, via, che in lei allignasse vaghezza di pecunia; come mai poteva questa condurla allo abbominevole misfatto? Il censo, ch'ella redava copiosissimo dalla madre, il padre non poteva menomarle, nè torle: folle consiglio saria stato in lei la fiducia di ottenere o tutto o parte del paterno retaggio libero dai fideicommissi, avvegnachè Francesco Cènci, il quale non si era proposto altro fine che quello di spogliare i suoi figliuoli degli averi, della fama, e, se avesse potuto, della vita, non si sa come si sarebbe mostrato pietoso unicamente con lei; e peggio che follia sarebbe stato per la signora Beatrice sperare nei beni fideicommissarii di casa sua (e qui levò la voce più sonora che mai) chè i beni fideicommissarii per comune consentimento dei dottori non possono per veruna causa o pretesto, neppure per fellonia, alto tradimento, o parricidio di taluno dei chiamati, esser tolti ai legittimi suoi successori maschi di maschio...
Il vecchio pontefice a queste parole declinò la testa, e le sue pupille traverso i sopraccigli irsuti parvero fiamme dietro una siepe di rovi; il cardinale di San Giorgio levò la sua, e con l'angolo esterno dell'occhio sbirciò il papa. I due sguardi parve si cambiassero una parola, e questa per certo fu:
--Costui bisogna che sia dei nostri...
--Felice Olimpia!--riprende a dire l'avvocato--felice, che rinvenisti orecchio per ascoltarti benigno, ed incontrasti il Padre dei fedeli sollecito a sottrarti agli empi disegni del genitore, mercè onorevole parentado. I cieli non concessero alla signora Beatrice siffatta ventura; la sua voce, fra il trambusto di tempi agitati, in mezzo al fragore delle armi, e alle grida di trionfo per la recuperata Ferrara, non venne intesa. Del suo memoriale, che dal profondo della miseria ella rivolse allo eccelso Vicario di Cristo, non occorre più traccia nella cancelleria, se togli l'appunto del giorno in cui fu consegnato, e la testimonianza dell'ufficiale che lo ricevè. In questo modo si chiudevano a lei quelle vie, che si apersero altrui; solo egli era destino che rimanesse la misera abbandonata da tutti, esposta, novella Andromeda, sopra lo scoglio della necessità ad essere divorata da mostri più crudi di quello che superò Perseo!
A me prende ribrezzo raccontare le atrocità commesse dal conte Cènci contro la sua figliuola Beatrice. Ah! perchè la natura mi fu avara di un cuore e di un ingegno pari a quelli che prodigò al fisco, ond'io mi compiacessi a esporre le parole piene di vergogna con le quali il tristo vecchio contaminò le orecchie castissime di Beatrice, e l'empietà con le quali ingegnavasi depravarne la virginea intelligenza? Nè gli giovarono le lusinghe, le inverecondie, le cieche ire, le insanie trucissime, le carceri disoneste, le lunghe fami, i sonni spaventati, le affannose vigilie, i colpi, le ferite, e il sangue co' quali egli tentò superarla.--Noi vediamo un cadavere con la gola squarciata; noi raccapricciamo a mirarlo... è un vecchio... è un padre trafitto dalla propria figliuola: nessuno lo nega... ella il confessa:--oh! anche a me il freddo penetra le ossa, e i denti battono per orrore; ma via, facciamoci coraggio; osiamo investigare qual fosse, prima di diventar cadavere, costui. Schiusa, come ladro notturno, pianamente la porta della stanza ove gemeva la sua desolata figliuola, avvolto le nude membra dentro una zimarra, si accosta al letto della giacente: ella dorme e piange, perchè alla infelice non sono amici nè anche i sonni. Egli, il sacrilego, velata prima la lampada che la vergine teneva accesa davanti la immagine della Madre della purità, rimuove le coltri e nuda le membra, che natura fa sacre agli occhi dei genitori.--chiunque è qui, che abbia viscere di padre, venga meco a vedere il vecchio empio, con la bocca contratta verso le orecchie come un satiro, gli occhi avvampanti dinanzi ai quali è passato il fumo dello inferno, tremante, fremente, curvarsi stendendo le mani, toccare il corpo della vergine, e... Beatrice si sente strisciare sopra la persona la pelle lurida e diaccia del rettile... si sveglia... che mai farà?
Che farà?--Se empia ella fosse stata al pari del padre suo, o abietta, voi allora avreste udito come altramente si sarebbero ecclissati i soli del fisco; in bene altra guisa avrebbe il Tevere del fisco ritorto le corna verso la sua sorgente.--Io, o padri, vi ho tratto davanti a questo spettacolo, e non vi ci ho tratto invano... Rispondetemi, dite, in cotesto momento quale avreste desiderato voi Beatrice... empia... abietta come non fu la Romana vergine, o miserissima com'ella di presente si trova?--Beatrice vide faccia a faccia la sventura, e l'abbracciò come messaggera di Dio... avventò il ferro, e sottrasse il suo nome alla infamia. Noi, deplorando questa suprema necessità, dobbiamo ammirare la fanciulla valorosa, che in altri tempi Roma le avrebbe tributato gli onori del trionfo, ed oggi la straziò co' tormenti, e adesso le minaccia la morte ignominiosa.
Il divo imperatore Adriano ordinò non farsi luogo alla pena del parricidio quantevolte il figlio uccidesse il padre, o questi quello, per una delle quattordici cause contenute nell'Autentica Ut cum appellatione cognoscitur. Bene è vero che l'imperatore Adriano considera la strage del figlio adoperata dal padre a cagione dello stupro della matrigna o concubina; ma per consenso dei dottori il disposto di cotesta legge si estende eziandio a qualsivogiia altro caso d'ingratitudine, non già perchè proceda affatto impunito, ma con qualche pena più mite della capitale si vendichi.
Ora sarò io forse costretto ad affaticarmi davanti a voi per dimostrare quale, e quanto reato sia lo incesto contro la propria creatura? Pare a voi che gli si possa paragonare lo stupro della matrigna, o della concubina paterna? Parvi ch'ei sia da agguagliarsi con le altre cause d'ingratitudine, come, a modo di esempio, se il figlio non riscattò il padre schiavo, o, se povero, non lo sovvenne? Lascio l'ecclissi al fisco, e il torcere dei fiumi alla sorgente; ed in prova della enormità del misfatto io vi rammento come il divino Aristotile, nella Storia degli Animali, racconti di un cavallo, il quale fatto accorto di essersi mescolato inavvertentemente con la madre sua, venne soprappreso da così insanabile dolore, che non gli parendo ormai di potere più vivere si lasciò scoscendere giù da una rupe, punendo così da se stesso la involontaria empietà, e liberando il mondo da un tristo oggetto dell'odio degli Dei.
Fino dalla più rimota antichità, in ogni periodo del vivere comune fra gli uomini andò impunito lo sventurato, più che colpevole, che per evitare lo incesto trafisse il suo parente, come si legge di Semiramide uccisa dal suo figliuolo Nino mentre lo ricercava di scellerato abbracciamento; di Ciane figlia, la quale ammazzò il padre Cianno che l'aveva stuprata; di Medulina, che, deflorata dal padre ebbro, quello senza misericordia condusse a morte; e, per causa meno iniqua delle rammentate, Oreste, trucidata la madre, mentre da una metà dei giudici vien condannato e dall'altra assoluto, Minerva, dea della Sapienza, scende invisibile a depositare nell'urna il voto assolutorio, per la qual cosa il figliuolo di Agamennone ne usciva impunito. Questo esempio a me piacque referire non perchè si abbia a credere come buono litteralmente; ma per dimostrare come quel popolo civilissimo della Grecia non dubitasse immaginare che la suprema intelligenza, uscita adulta e armata dalla mente di Giove, concorresse a bandire degno più di pietà che di castigo il figlio spinto a trucidare la madre, per vendetta, comecchè tarda, della strage paterna.
La legge prima, al paragrafo finale del Digesto de sicariis, ammonisce espressamente andare immune dal rigore della legge chiunque uccida per causa di stupro violento, a se od ai suoi arrecato; e contemplando caso meno duro, la legge Isti quidem, quod metus causa ci fa scorti che dal timore dello stupro, come quello che percuote più veemente assai del timor della morte, possiamo a diritto liberarci trafiggendo colui che lo incute, quando non ci sovvenga altro partito migliore. A me, la Dio grazia, non manca copia di esempii i quali chiariscono scusabili coloro che ammazzano il violento commettitore dello stupro. Leggesi in Valerio Massimo come Caio Mario sentenziasse equamente ucciso Caio Lucio nepote da Caio Plozio Mancipulano per liberarsi dallo stupro; e Virginio era dichiarato incolpevole della strage della figlia, però che in questo modo operando egli la sottraesse alla libidine di Appio. Quindi a maggior ragione deve reputarsi scusabile Beatrice Cènci condotta a più estrema necessità. Insania, per non dir peggio, parmi ed è la pretensione del fisco, che vuole Beatrice non dovesse spengere, bensì accusare il padre suo. Io già vi esposi com'ella, mediante epistole, a personaggi di molto credito si raccomandasse, onde dagl'imminenti acerbissimi casi procurassero preservarla. Nel giorno del convito, di cui vi tenni parola, con accese supplicazioni n'esortò i convitati atterriti dalla ferocia del Cènci; alfine indiresse memoriali al soglio pontificio. Se più alto, misera!, ella non potè levare la voce, la vorrete voi incolpare perchè la chiudevano troppo spesse le mura, i sotterranei profondi, resistenti le porte, la custodia rigidamente sospettosa? Dunque incolperete la supplichevole se i vostri orecchi, assordati dai tripudii della vittoria, non poterono ascoltare il gemito della sventura? Ci assista Dio! Tanto varrebbe di ora in poi mandare assoluto il ladro, e punire il derubato perchè le cose sue con sufficienti serrami non assicurò; non più il feritore, ma il ferito deve inviarsi all'ergastolo perchè si lasciava cogliere inerme dalle insidie, che gli tendeva proditoriamente il suo nemico.
E fosse, anche per ipotesi, che la bisogna andasse come il fisco suppone; la signora Beatrice avendo ucciso, e non accusato, meriterebbe la pena della deportazione soltanto, secondo il precetto della legge del divo Adriano, e non quella dell'ultimo supplizio.
Il fisco erra eziandio quando sostiene che le cagioni addotte da me valgano in caso di attuale, ed impendente violenza, e non quando tra la violenza e la strage corra certo spazio di tempo, ed allorchè la morte sia stata data di mano propria, non già procurata per mezzo di sicarii.
Va errato, io dico, imperciocchè la signora Beatrice confessi ben ella avere ucciso il padre di propria mano, però nell'atto stesso che stava per consumare la violenza; ed avvertite che, desta a forza, tra lo spavento e l'ira fors'ella non ravvisò, anzi non riconobbe di certo, il padre suo. E poniamo ancora che lo avesse riconosciuto... Ma sapete, o Signori, che io, non me ne accorgendo, ho profanato fin qui un nome santissimo; imperciocchè può egli darsi, senza offesa manifesta della natura e senza ingiuria di coloro che ne sono meritevoli, questo titolo a Francesco Cènci? Quando uno sciagurato rompe il confino che la natura e Dio posero fra padre e figlio; quando egli nè protegge nè ama la sua creatura, all'opposto la perseguita e l'odia, il corpo ne calpesta e lo spirito, quegli non è più padre; anzi tanto è più scellerato, e meritevole di morte, quanto erano maggiori in lui gli obblighi di proteggere e di amare.
E fosse anche, per ipotesi ch'io nego, che la signora Beatrice uccidesse lo sciagurato non mica su l'atto, ma dopo, sarebbe da irrogarsi non già la pena dello estremo supplizio, bensì della deportazione. La legge del divo Adriano si versa appunto sul caso di figlio spento dal padre suo, non colto su l'atto, anzi dopo certo intervallo di tempo, mentre si aggiravano insieme per le selve cacciando. Dove il padre lo avesse sorpreso sul fatto, allora non lo avrebbero dichiarato meritevole della deportazione per la strage del figlio, sibbene lo avrebbero dimesso. Tutti i dottori ci ammaestrano come il giusto dolore della offesa diminuisca la pena anche quando sia trascorso molto tempo fra la ingiuria e la morte.
E nella città nostra, in questa curia stessa occorrono esempii di pene mitigate per la fragilità del sesso, senzachè giusta causa, o pretesto si sapesse dedurre per attenuare il delitto; e non volgono adesso molti anni che questo avvenne in causa di parricidio, dove alla figlia ed alla madre colpevoli si ebbe benigno riguardo. Ed io dovrò credere che si deva adoperare spietato rigore a danno di una leggiadra, e, quello che importa più, innocentissima fanciulla?
Ma deh! con la innocenza sua le valga la età breve di tre lustri appena compiti, che non consente le truci cose concepiscansi, nonchè commettansi; le valga la stupenda bellezza, per cui è maraviglia di quanti la mirano. L'oratore Ipperide svelate ai giudici le grazie dell'accusata difesa da lui, così ne inteneriva i cuori, che quelli non si attentarono a condannarla. Ed oh! perchè non è qui presente la signora Beatrice? che io vorrei mostrarvi quella fronte distesa dalle dita di Dio, tutta candore, tutta soavità, messa nel mondo a far fede quale sia il sembiante della innocenza nei cieli, e dirvi: Orsù; segnatevi, se ardite, una nota d'infamia!
Ma dove sono io trascorso? E dove mi ha tratto la soverchia ansietà di veder salva ad ogni costo la egregia donzella? Ritorno sul cammino percorso; mi pento di avere implorato pietà; mi condanno per avere chiesto misericordia: non perchè sconvenga ricorrere in verun caso mai ai benevoli affetti dell'uomo, che sono sempre i migliori; ma perchè mi sembra che di questi possa fare a meno la signora Beatrice nel duro passo in cui l'ha travolta la fortuna.--Quando noi tutti saremo morti, e delle nostre ossa non si troverà neppure la cenere:--quando i nostri tempi e le nostre cose andranno obliati, il nome di Beatrice Cènci farà palpitare il cuore di quelli che allora vivranno:--come il segnale galleggiante sul mare avverte che nel profondo delle acque giace l'ancora, così Beatrice Cènci, a noi sola superstite nella fama, ricorderà questi anni ingloriosi caduti irrevocabilmente dentro lo abisso del passato. Poichè da lei avrà titolo e nome il secolo, sta a voi, o giudici, a fare in modo che ne torni ai posteri o sempre gradita, o sempre abbominevole la ricordanza.
Deh! non si dica che qui in Roma, nella sede del mondo cattolico, imperio, la cortigiana ebbe simulacro nel Panteon; e Beatrice, la vergine fortissima, il supplizio: la impudicizia trovò onori divini, la castità la morte. Oh! potessi avere io l'autorità di Scipione, che, imitandone lo esempio, esclamerei adesso: «In questo mese, in questi giorni, nel decorso anno una vergine romana, superata la debolezza del sesso, vinta ogni viltà, seppe difendere valorosamente la sua pudicizia: più virtuosa di Lucrezia, meno infelice di Virginia, il suo nome e il suo esempio durino orgoglio delle donne latine. Che ci tratteniamo ora più a discutere s'ella sia colpevole, o innocente? Andiamo, giudici, difensori e popolo al Vaticano, per ringraziare Dio di avere riserbata la inclita donzella ai giorni nostri».
Poi favellò succinto anco di Bernardino, e disse:
--In verità di Dio io stava per dimenticarlo; ed infatti l'accusa contro di lui non vale il pregio della difesa. Bontà di Dio! E come supporre un garzoncello di dodici anni complice del parricidio? O sia che si ritenga l'asserto del fisco, ch'è falso, o sì veramente si accetti la confessione della signora Beatrice, ch'è vera, noi troveremo sempre assurda l'accusa. Se la Beatrice spinta da improvviso moto dell'animo trafisse lo scellerato attentatore, e allora non le furono mestieri consultori, nè complici. Se, all'opposto, come finge il fisco, fu da sicarii perpetrata la strage del Conte Cènci, e allora a qual pro metterne a parte Bernardino? Forse per consiglio? Davvero dodici anni non paiono età conveniente a somministrare consigli in materia di parricidio! Certo il magnifico Pico della Mirandola, per la portentosa dottrina, al diciottesimo anno salutarono la fenice degl'ingegni; ma nel dodicesimo essere reputato, ed essere capace di sedere a consulta per commettere un tanto misfatto, la è cosa da far tremare Satana stesso per lo suo trono infernale. O piuttosto, invece di consiglio, ricercarono Bernardino di aiuto? Oh! al braccio di due sicarii cresciuti sopra i monti dello Abruzzo poca forza poteva aggiungere un fanciullo dodicenne. Orsù, via, io temerei recarvi oltraggio se mi fermassi più oltre a favellarvi del garzoncello: torni l'accusa di lui fra le mostruose visioni che l'uomo, inebriato dallo spettacolo degli umani delitti, sogna talvolta, chiudendo gli occhi sul seggio della giustizia.--
E fece fine.--O fosse la efficacia delle parole del Farinaccio, o, come si ha da credere, piuttosto l'audacia del volto, la voce sonora e il bel garbo del porgere, gli astanti rimasero percossi da questa orazione, che io, riportando, ho scevrato dal troppo e dal vano, in ispecie da tutte le metafore, se togli una o due, per dar saggio del gusto del tempo ormai declinato a corruzione. Un mormorio spesso e profondo volò di bocca in bocca; e se non fosse stato il rispetto per la presenza del Papa, e troppo più verosimilmente la paura delle alabarde dei lanzi, la sala avrebbe rimbombato di applausi. I giudici si ritirarono per sentenziare.
Dopo lungo aspettare corse voce, non si sa donde mossa, il decreto non sarebbe stato profferito che a notte inoltrata. Allora gli astanti si ritirarono, alcuni sperando, altri temendo, a seconda della varietà degl'ingegni e degli affetti; tutti però supplicando la Madonna del Buonconsiglio, che ispirasse diritta la mente dei giudici.
Il Farinaccio, inebbriato dal rumore della propria facondia non meno che dagli elogi che da ogni lato gli piovevano addosso, e confidando, se ragione valeva, nello esito della causa, si dette buon tempo, secondo il suo costume, fino a notte avanzata fra i consueti compagnacci, e femmine di partito, non rifinendo di levare a cielo la castità, la fortezza e la leggiadria della vergine latina; e (quello che a prima giunta sembrerebbe strano, e poi ripensandovi sopra riesce consentaneo alla natura dell'uomo) cotesti scapestrati e coteste male donne celebravano, e si onoravano della virtù di Beatrice come se la avessero costituita depositaria della fama, che ognuno di loro avrebbe dovuto presso sè gelosamente custodire. Tornato Prospero tardissimo a casa, un famiglio gli consegnò un piego con le armi papali, che disse essere stato portato da uno staffiere di palazzo verso la mezzanotte. Appunto a quella ora il destino della famiglia Cènci era stato deciso: egli lo aperse palpitando, nella fiducia di trovarvi l'assoluzione dei prevenuti; ma s'ingannò. Era un breve del Papa, che lo creava consultore della sacra Ruota Romana, con le prerogative, onorificenze e stipendii annessi a cotesta carica. Il breve, dettato nella vacua magniloquenza, e con le decrepite leziosaggini della curia, vantava la prestanza, ed anche le virtù del nuovo consultore.
--Meglio così, esclamò il Farinaccio; non è quello ch'io sperava, ma par che metta bene. Se gli fossi riuscito fastidioso, Sua Santità non avrebbe atteso a darmi questo splendido segno del suo gradimento.
In cosiffatta fiducia egli dormiva sopra le piume desiderate un sonno di oro.
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A tre ore di notte, i giudici si erano adunati nella medesima sala dove avevano arringato i difensori. Un solo candelabro, velato da un cerchio di seta oscura, arde nel mezzo della tavola: tutti siedono, ed incominciano a mettere parole sommessamente fra loro. Il chiarore velato illumina a un punto, ed adombra uno affetto che temono, e che, insinuatosi peritoso negli animi loro, sbigottiscono al pensiero che scivoli a trasparire nel volto; e non pertanto l'ora, il luogo, tuttavia vocale delle parole del Farinaccio, e la coscienza che si faceva sentire come suono lontano per acqua cheta, li disponeva a pietà. Di repente al preside venne fatto di gittare gli occhi sopra un volume da lui non avvertito fin lì, riputandolo parte del processo: egli lo aperse, lo lesse, e il suo volto di pallido diventò livido: lo prese con mano tremante, e lo passò al collega che gli sedeva al fianco, e questi ad un altro, e così di seguito finchè, fatto il giro della tavola, non fu tornato davanti al presidente. Il tremito e il pallore di lui nelle vene e pei volti dei colleghi si trasfusero a modo di favilla elettrica: ormai tutti costoro, con la fronte china e gli occhi intenti sopra il tappeto rosso, stavano assorti in un medesimo pensiero: pareva che un giogo di ferro gravasse loro sul collo. Tale, io penso, avessero a rappresentare aspetto i convitati alle mense dei re di Persia, dove un arciere in capo tavola, con la corda su la noce della balestra, stava pronto a saettare chiunque avesse ardito di sollevar anco di un pelo la testa. Cotesto foglio aveva avuto la virtù che gli antichi novellieri attribuiscono al teschio di Medusa; gli aveva impietriti tutti.--Di vero egli era tale da convertire in sasso ogni cuore di carne; però che contenesse ricopiata e corretta la sentenza, che condannava a morte la intera famiglia dei Cènci. Lucrezia, Beatrice e Bernardino avessero mozza la testa; Giacomo fosse mazzolato; tutti poi attanagliati e squartati: ancora perdessero i beni, confiscati a profitto della Camera Apostolica.
Lungo, alto, terribile fu il silenzio. Si udiva distinto lo schioppettio delle candele, che si consumavano ardendo: l'arena dell'orologio a polvere si faceva sentire rovesciare i granelli sopra i granelli: il rodere della tignuola i travi della sala feriva l'orecchio:--silenzio di morte.
--Dunque sono vili i miei giudici?
Questa voce improvvisa conturbò fin dentro le viscere quei pallidi venduti. Donde mosse ella? Gli occhi non possono distinguere nè da qual parte venne, nè da cui. I labbri che la profferirono schifano la luce: fra le ombre, in alto della sala, s'intende un uomo agitare le membra gravi. Da lui per certo si partiva cotesta voce, e i giudici lo hanno pensato; sicchè tutti assorgendo in piedi da quella parte hanno appuntato lo sguardo. E chi è colui, che anche in Roma ha comando? Egli è il sacerdote scettrato, il Vicario di Cristo Redentore, quegli che faccia a faccia favella con l'Agnello di Dio, che immolò se stesso alla salute degli uomini... E chi altri, tranne che lui, avrebbe osato in Roma favellare di morte?
Disperatamente il preside afferrò la penna: abbrividendo la intrise nello inchiostro, che gli parve sangue; abbrividendo firmò... ma pure firmò; e poi, senza piegare il collo, così obliquamente con la mano sospinse il foglio al suo collega, e questi firmò, e fece come quegli, e così gli altri. Se gli Angioli videro cotesta infamia, certo piangendo si copersero gli occhi con le ale. Ma essi firmarono, poi uscirono. Clemente VIII scese con pesanti passi dal trono, si accostò alla tavola, stese a stento la mano trafitta dalla podagra alla sentenza, e poi gemendo di angoscia se la ripose nel seno, come un pugnale.
I giudici si separarono muti, ognuno detestando se stesso e gli altri. Nel buio della notte, chi qua chi là andò studiando il passo, a mo' di ladri paurosi di essere incontrati dal bargello. Tutti riceverono il prezzo del sangue: promossi a carica più eminente, ebbero stipendio maggiore: nessuno sentì la verecondia di Giuda, riportando i danari al sacerdote; nessuno il rimorso di lui, impiccandosi al primo albero che si parò loro davanti per la via: vissero, e morirono disprezzati e aborriti per di dentro; piaggiati, da cui ne aveva bisogno, per di fuori; e venuti a morte, con meno di uno scudo i parenti comprarono un epitaffio da dozzina, il quale, inciso sopra una lapide quattro volte più grande di quella che per molto spazio di tempo coperse in Roma le ossa di Torquato Tasso, faceva fede cotesto carcame essere appartenuto a magistrati integerrimi, della patria e della umanità benemerentissimi. Ma l'artiglio, che gli straziava fra la camicia ed il petto, non compariva di fuori; i loro tormenti non ebbero, e non potevano avere consolatore: soffrirono muti, nè osarono levare neppure un gemito per sospetto che l'eco lo raccogliesse, e lo rincacciasse loro nel volto come un'accusa. Adesso cotesti giudici da secoli furono giudicati. Torciamo lo sguardo dal loro destino, imperciocchè quei ribaldi non meritino nè anco una maladizione.
CAPITOLO XXVI.
LA CONFESSIONE
Di sante preci il frate soccorrea La derelitta alla tremenda andata; E levata la mano la sciogliea Benedicendo, dalle sue peccata. GROSSI, Ildegarda
Il Papa si era riposto nel seno la sentenza come un pugnale, e, a modo di sicario, luogo e tempo studia per adoperarla. Il compianto del popolo gli giungeva al Vaticano come il fiotto della marea in tempesta, ed egli aspetta che quei cavalloni dello impeto popolare posino alquanto per condurre a fine lo immutabile proponimento.
Mentr'ei così speculando attende la occasione, ecco la fortuna mettergliene una nelle mani, ch'egli stesso non avrebbe potuto immaginare più tempestiva, o migliore. Francesco Cènci, come sovente a se medesimo augurava, fu fatale alla sua famiglia non pure in vita, ma parve davvero che anche dopo morto stendesse la destra fuori del sepolcro per afferrare i suoi parenti, e cacciarveli dentro insieme con lui. Quel Paolo Santa Croce parente delta famiglia Cènci, di cui fu tenuto proposito sul principio di questa storia dolorosa, sempre fisso nel proponimento di ammazzare sua madre donna Costanza, non aveva fino allora rinvenuto modo per poterlo fare senza suo manifesto pericolo. Ora accadde che cotesta sciagurata signora si recasse a Subiaco, per curare col vivido aere della campagna la declinata salute. Don Paolo, avvertito di ciò, si conduceva di celato in quelle parti, e presentatolesi dinanzi la uccise senza misericordia a colpi di stile: poi, fatta raccolta del meglio si trovava nel feudo dell'Oriuolo, fuggì la giustizia del mondo, non quella di Dio; conciossiachè si ricavi dalla storia del signor Novaes, come indi a breve egli si conducesse a fare tristissima fine. Per questo caso si sparse per Roma maraviglioso terrore; e il Papa, usufruttandolo in pro suo, si dispose a spiegare rigidezza. Pertanto ordinava si arrestasse don Onofrio marchese dell'Oriuolo fratello di don Paolo, indiziato di complicità con lui. Il bargello eseguì il comando mentre questo povero signore tornava a casa, dopo aver giuocato una partita al pallone nel palazzo Orsini a Montegiordano; e comecchè dal processo non si ricavasse altra prova, oltre quella di avere scritto al fratello che se le turpitudini materne affermategli da lui fossero vere si comportasse da cavaliere, fu condannato a morte. La casa Orsina, potentissima di aderenze e di credito, a cui per la morte naturale e civile dei Santa Croce ricadeva il feudo dell'Oriuolo, si mise a celebrare a piena gola le lodi del papa pel salutare rigore, e trasse seco buona parte della nobiltà. Questi elogi poi crebbero smodati quando la Camera, senza contrasto, acconsentì che il feudo mentovato si devolvesse a casa Orsina; e ciò fu fatto col sottile accorgimento di fuggir faccia di cupidigia, ed appianarsi la strada a ingoiare i beni di casa Cincia, a cui miravano gli Aldobrandini: ancora il cardinale San Giorgio aguzzando il cervello faceva foco nell'orcio, spargendo ad arte discorsi dattorno per impaurire i già troppo atterriti cittadini. Non padre, non madre, diceva la gente sobillata, essere ormai più sicuri nelle domestiche pareti; ogni vincolo di natura disciogliersi; pericolo procreare figliuoli, pericolo allevarli lattanti, più imminente pericolo tenerli in casa adulti. Lo sgomento universale prendeva mille voci e mille aspetti, senza trascurare, come sempre avviene, anche il grottesco; dacchè padre Zanobi, maestro dei novizii nel collegio dei Padri Gesuiti, levando gli occhi al cielo con un grosso sospiro affermava, che ai giorni nostri i poveri genitori correvano pericolo di addormentarsi vivi, e di svegliarsi ammazzati.
Il popolo, seguendo l'antico costume, dopo avere gonfiato il flutto della sua passione fino all'altezza jemale andava di mano in mano decrescendolo, per quietarlo finalmente nella inerzia. La compassione popolare aveva accompagnato Beatrice fino alla soglia del carcere: colà essendole state chiuse le porte in faccia si pose in sentinella, e vigilò tutto quel giorno e buona parte anche della notte: finalmente si sentì stanca, e digiuna; il sonno le prese gli occhi, la fame i visceri: aggiungi che la notte si faceva buia, e nessuno la vedeva. Ora la compassione, sia pur della buona, se non è vista si scolora; e per di più la notte stringeva fredda; ond'ella, dopo avere tentennato un pezzo fra il sì e il no, decise ridursi a casa per tornare il giorno appresso per tempo. Colà giunta ella bevve, mangiò, e giacque nel letto: quando la mattina si levò aveva quasi dimenticato la Beatrice, e una volta che fu per la strada le occorse un caso che la fece piangere, e quello che cadde sotto i suoi sensi ebbe virtù di farle obliare quanto aveva raccomandato alla memoria. Il cuore del popolo deve bastare per tante sciagure, che non può affannarsi lungamente ed intero per taluna di quelle.
Beatrice si rimase sola co' suoi dolori. Oh! questi, sì, ci rimangono fedeli, e non ci abbandonano mai finchè non ci abbiano consegnato alla morte in proprie mani. Gli uomini costumano dire: fedele come un cane. S'ingannano; e' dovrieno dire: fedele come il dolore, e direbbero meglio.
Quando al Papa parve tempo di muovere l'antenna e sciogliere la vela, chiamato a se monsignore Ferdinando Taverna, che stava in agonia del cardinalato conferitogli più tardi sotto il titolo di Santo Eusebio, gli consegnò la sentenza dicendogli:
--Vi renuncio la causa dei Cènci, acciò quanto prima ne facciate la debita giustizia.
E subito dopo, per sottrarsi alle molestie, ed alla paura di doventare pietoso, se ne andava a Montecavallo, sotto pretesto di trovarsi più sollecito la mattina seguente a consacrare monsignore Drikestein, vescovo di Ulma nella Svevia; in verità poi affinchè gli ordini dati sortissero tostano, e pieno compimento.
Monsignor Taverna, arnese docilissimo delle volontà papali, si ridusse di corsa al palazzo, dove, adunata senza indugio la congregazione dei giudici criminali, divisarono insieme il modo di dare esecuzione la mattina veniente alla senitenza.
Nello aulico estratto del Giornale della confraternita di San Giovanni decollato in Roma, l. 16. carte 66, leggiamo:
«Venerdì ai 10 settembre 1599 a due hore di notte fu fatto intendere che la mattina seguente si doveva fare giustizia di alcuni nella Torre di Nona, e di Carcere Savella, et però a cinque hore di notte adunai la confraternita, cappellano, sagrestano, e fattore, et andati alle carceri di Torre di Nona, et fatte le horationi ci furono consegnati gl'infrascritti a morte condannati, il signore Jacomo Cènci et il signor Bernardino Cènci fratelli, del quondam signor Francesco Cènci. In Corte Savella alla medesima hora andata una parte dei confratelli, et entrati nella nostra cappella, et fatte le solite horationi ci furono consegnate le infrascritte a morte condannate, la signora Beatrice Cènci figlia del quondam signore Francesco Cènci, e la signora Lucrezia Petroni moglie del quondam Francesco Cènci gentildonne romane».
E poichè mi par debito, dopo due secoli e mezzo, rammentare ai presenti il nome di coloro che assisterono alla miserabile tragedia, non mi fie grave trascriverli qui come io li trovo registrati nel medesimo estratto.
«Alle predette carceri di Torre di Nona furono presenti messere Giovanni Aldobrandini, messere Aurelio del Migliore, messere Cammillo Moretti, messere Francesco Vai, e messere Migliore Guidotti; chiamati in supplemento Domenico Sogliani segretario, e l'illustrissimo Cappellano. A quelle di Corte Savella andarono Anton Maria Corazza, Horatio Ansaldi, Anton Coppoli, Ruggiero Ruggieri confortatore, Giovambattista Nannoni sagrestano, Pierino fattore et il nostro Cappellano, et io Santi Vannini, che scrissi».
Intanto che questa mano di pietosi toscani si affatica a renderle meno amara la morte, Beatrice che fa?
Ella dorme come nella notte in che fu desta dal singulto di un moribondo, e questo moribondo era suo padre a piè del letto ammazzato.--Non la svegliamo; solo accostatevi taciti a contemplarne anche una volta la divina bellezza. Non vi pare ella davvero creatura celeste? Guardate le guance polite, che non poterono perdere tutto il roseo della vergine anima sua; il sonno tranquillo gliele dipinge di una tinta più vermiglia, e le lumeggia col riflesso dell'ale candide, che le distende su tutta la persona. Mirate i labbri; essi bevvero molte, ahi! troppe, delle sue lacrime, e non pertanto mezzo schiusi sorridono un mesto, eppure dolcissimo sorriso:--una volta questo sorriso apparve raggio di stella traverso la rugiada di una rosa; adesso potrebbe rassomigliarsi alla luce sinistra, che il sole all'occaso manda alla nuvola pregna della procella. Più tardi verrà la procella; più tardi scoppierà l'affannosa passione; adesso il raggio par tutto porpora ed oro; adesso quel sorriso sembra posato sopra cotesti labbri dall'angiolo custode di Beatrice.
Guardate... no, non le guardiamo gli occhi: un dì, quando ella girava gli occhi dintorno, l'aere si faceva più chiaro, il raggio del sole raddoppiava di splendore, vinceva le fiammelle del giocondo festino; adesso il pianto gli ha oscurati; per essi solo si comprende quanta mole di miseria siasi aggravata sopra di lei. Deh! non l'abbandoni il sonno;--potesse essere eterno! Invero, e qual sarebbe pietà desiderarle di riaprire le pupille alla luce? Luce, e dolore non sono la stessa cosa per lei? Se si svegliasse nello amplesso di Dio, pei campi eterni, lontano lontano dalle angosce di questa terra maledetta... quanta sarebbe misericordia per lei! Signore, non farla ridestare mai più; ritira a te il tuo fiato, col quale animasti un giorno questa cara fanciulla; mesci nella tua grande anima la scintilla spirituale, che in lei sente e ragiona: la farfalletta leggiadra e passeggera ebbe le ale infrante;--non imporle nuovo volo, o chiamala piuttosto al volo immortale. Invano! Dio tiene il dito fisso inesorabilmente sopra la fronte di ogni creatura, ed i fati forza è che si compiano. Le sue pupille devono aprirsi a nuove, e più tremende visioni; le fibre del suo cuore hanno a stridere per lo strazio di più pungenti sensazioni, e poi morrà: vuole Dio che la sua vita si consumi al fuoco del dolore, e la fiamma ne duri finchè la possa alimentare frammento di osso, o filo di nervo.
Ella dorme ancora; ma il sorriso svanisce dai suoi labbri, e le si contraggono i sopraccigli. Sopra cotesta fronte così liscia, così piana, in breve ora col vomere di fuoco tracciò profondo il suo solco la sventura. A che pensa? Le si avvolgono per la mente i ricordi ultimi dello amore, che però sono divini? O rammenta piuttosto le furie paterne, e il lampo del ferro che gli squarciò la gola, o le patite torture?--Udiamo; ella parla.
--Ma perchè mi sei così nemico, Dio? Che cosa ti ho fatto?
E sollevata con violenza la destra, le catene di cui l'avevano avvinta da pochi giorni a questa parte mandarono un suono che percosse acuto, e si disperse lento per l'aere cieco del carcere: pure non valse a destarla; ella geme, e dorme.--Però di un tratto le stette davanti una larva, che vestì intera la sembianza del suo fratello don Giacomo; la quale essendosi pianamente accostata al letto, le disse: «Su, levati, è l'ora». Al che avendo ella risposto interrogando: «dove abbiamo ad andare?» la larva si curvò, quasi volesse sussurrarglielo negli orecchi, e la testa con un profluvio di sangue le cascò giù dalle spalle rotolando sopra il lenzuolo. Allora Beatrice proruppe in un grido disperato, e si svegliò.
Si svegliò; e sollevato risoluta il fianco, lanciò intorno a se le pupille atterrite. Nulla appariva mutato: la lampada ardeva a capo del letto davanti la immagine della Vergine; oltre il letto discerneva poco; il silenzio profondissimo occupava la prigione, e non pertanto in un angolo di quella, ed essa non gli aveva veduti, due genuflessi oravano mentalmente il Signore per l'anima di lei.
Ella sentì un passo, poi due. Alfine si staccò dalle ombre un'ombra meno fosca, che inoltrandosi lenta lenta dentro la zona dei raggi tramandati dalla lampada rivelò il venerando aspetto di un cappuccino, attrito dal digiuno e dagli anni. Gli sguardi smarriti Beatrice posa intenti sopra quella pallida faccia, e non pronunzia parola. Il vecchio leva la mano benedicendo; e recita la orazione che ha virtù di scacciare, nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spiritossanto, lo spirito maligno dal corpo degli ossessi. Ella lasciò che fluisse la orazione, poi dolce in atto gli disse:
--Padre! meco non ha abitato il demonio mai.
--Così sia, figlia; ma egli ci gira sempre dintorno come lione che rugge, epperò giova starci apparecchiati a sostenerne l'assalto. Volete, figlia mia, accostarvi al tribunale della penitenza? Io sono qui disposto ad ascoltarvi.
--Domani.
--Domani! E perchè vogliamo rimandare a domani quello che possiamo fare adesso? L'uomo è egli padrone del domani?
--Così impreparata,--colta alla sprovvista,--svegliata a forza da un sogno di terrore!
--E la morte ci assegna forse un'ora per sorprenderci? Non giunge ella inaspettata come il ladro fra le tenebre? Cristo lo ha detto...
In questa la porta del carcere stridendo sopra i suoi cardini si aperse, ed al chiarore di una torcia furono visti entrare il sostituto dell'avvocato fiscale accompagnato da alcuni cursori, i quali con volto cupo, ma senza amarezza, come senza benevolenza, si accostarono al letto di Beatrice. Il signor Ventura, che tale era il nome del sostituto, così incominciò:
--Se differendone la notizia potessi, gentil donzella, mutare il vostro destino, volentieri io lo farei. Il mio penoso ufficio mi obbliga leggervi la sentenza...
--Di morte?--esclamò Beatrice.
Il cappuccino si coperse la faccia con ambedue le mani; gli altri la declinarono. Beatrice si aggrappò smaniosa al mantello del padre, e gemè dal profondo del cuore:
--Oh Dio! Dio!, ella gridava, com'è possibile che io, così giovane, abbia a morire? Nata appena, perchè vogliono in modo tanto acerbo cacciarmi via dalla vita? Signore... Signore, qual colpa ho io commesso?--La vita! Ma sapete voi, la vita a quindici anni che sia?...
--La vita, le risponde il cappuccino, è soma che va crescendo con gli anni. Felici i non nati a portarla! Dopo loro, felici quelli a cui Dio concede di deporla presto! Che cosa trovi, o figliuola, nei tuoi giorni decorsi, che t'invogli a prolungarne la trama?
--Nulla,--replica precipitosa Beatrice; poi si ferma sopra un punto, che la memoria parve presentarle luminoso; ma fissatolo appena, si ecclissò; ond'ella umiliata, a voce via via più spenta aggiunse:
--Nulla... nulla...
--Ebbene, dunque, animo! leviamoci presto da questa mensa dove i cibi sono cenere, e bevanda le lacrime...
--Ma il modo, Padre mio, ma il modo... oh!
--Mille vie, e tu lo vedi o figliuola, appresta la Provvidenza per uscire di vita; una sola per entrarvi: la più sollecita è la migliore; ma benedette tutte, purchè conducano al paradiso.
--E la infamia, Padre, l'obbrobrio rovesciato sopra la mia memoria?
--Questi sono i pensieri della polvere. Davanti al giudizio di Dio, il giudizio degli uomini che cosa importa? Che sono i secoli davanti al soffio del Signore? La fama passa, e il tempo che seco se la porta. Sopra la soglia dello Infinito gli anni non si distinguono neanche come polvere. Volgi, o figlia, il tuo sguardo al cielo, e dimentica le cose terrene.
--Ah! la morte...--mormorò Beatrice, e la funesta parola passando per le labbra vermiglie, le ghiacciò, le imbianchì; subito dopo il freddo sudore le cosperse la fronte, raccapricciò per tutte le membra, e i sopraccigli declinando gravi le adombrarono le pupille smarrite.
--Soccorso!--gridò Virginia; e già muoveva in traccia di spirito e sale per farla rinvenire, quando Beatrice ricuperando i sensi disse:
--È passato;--e con le mani si spartì sopra la fronte i capelli bagnati di sudore. Poi, rivolta agli astanti, riprese:--Perdono, signori, e' fu un momento di debolezza. Lo ebbe anche Gesù... scusatelo dunque in me, che sono una grande peccatrice. Adesso, signore, potete adempire il vostro ufficio: io vi ascolto.
Il clarissimo signor Ventura allora lesse la sentenza, non omettendo clausula e nè un eccetera, con voce lenta, monotona, lugubre come i tocchi della campana che suona per gli agonizzanti. Quando ebbe finito levò gli occhi verso Beatrice, perchè aveva già ritrovato nella sua memoria certo discorsetto intorno alla virtù della pazienza, altre volte in pari occasioni da lui favellato, e, per quanto glien'era parso, con moltissimo frutto; ond'ei, mutatis mutandis, si accingeva applicarlo al caso; ma vistala inconcussa, non è da dire se rimanesse contento di risparmiarselo. Inchinata pertanto la persona, usciva co' suoi cursori incamminandosi a rinnuovare lo ufficio con gli altri condannati. «Il discorso, pensava fra se, mi gioverà con quelli che parranno averne bisogno: niente di troppo!»
--Virginia, soggiunse Beatrice prendendo per mano la fanciulla, di grazia esci per un momento. Il tempo, come sai, stringe; domani... e prima di morire ho da confessarmi, ed assettare le cose dell'anima. Va, sorella mia, ti chiamerò...
Virginia si sentiva scoppiare il cuore; partì senza aprir bocca, e quando avesse voluto farlo non le sarebbe riuscito. Beatrice avendo avvezzato il guardo alla scarsa luce, vede nello angolo della prigione un genuflesso che teneva il volto nascosto nelle mani: anche lui cuopre un cappuccio, nè trapela parte alcuna delle sue sembianze: sta immoto così, che non rassembra animato. Perchè si trattiene costui? E chi è egli, che presumerebbe essere messo a parte dei segreti del cielo? La confessione non può ascoltarsi se non da uno solo: così è sacramento; in diverso modo sarebbe sacrilegio.
Ella tace esitante; il cappuccino, anch'egli esitante, non sa schiudere il labbro. Beatrice guarda ora l'uno, ora l'altro; nè capace a penetrare quel mistero, prolunga il silenzio.
Quel prostrato è Guido Guerra, l'amante disperato di Beatrice. E a che vien egli in cotesta ora solenne? Perchè si attenta a contristarle i suoi estremi momenti? Non gli basta ancora? A nessuna creatura l'odio altrui tornò così funesto, come lo amore suo a Beatrice. Fu egli che suscitò in quel cuore di vergine uno affetto, che poi spense nel sangue. Fu egli che intendendo, mal cauto, a salvarla, oltre la vita le tolse la fama, reliquia ultima degli infelici traditi. Sia pago a tanto, e si allontani. Viene egli forse a tentare se in lei duri tuttavia amore? A che monta ciò? Se cotesta fiamma arde pur sempre, ahimè! come la lampada della Vestale sepolta, arde per morire, arde per illuminare il sepolcro. O forse viene egli a bere l'ultima lagrima della desolata?--Addietro; cotesta sarebbe voluttà di vampiro. O piuttosto viene a ravvivare nell'anima di lei speranze ch'ella depose già, nella guisa stessa con la quale le antiche vergini della Grecia si recidevano le chiome sopra le tombe dei trapassati? La lasci morire in pace: tanto, anco vivendo, entrambi sarebbero divisi (ed ella non glielo tacque) da una fiumana di sangue, e lungo le sponde vagolerebbero perpetuamente senza poterla, nè volerla valicare giammai. Quando il destino mette in moto la ruota dello infortunio a frantumare la umana creatura, o che cosa è l'uomo per presumere di porsi tra mezzo la macina e il macinato? Lo ufficio supremo ed unico, che rimanga allo amico dello sventurato, consiste nello applicare un bacio su le commessure della lapide sepolcrale come il suggello di una epistola finita. Il Signore, che vede cotesto atto, romperà fra breve quel suggello, e riparerà nella pace eterna il superstite inconsolabile.
Ma Guido ormai penetrò nella prigione di Beatrice. Se un Dio o un demonio lo abbia spinto, egli non attese, nè sa. Vedere volle Beatrice, e la vede adesso: ogni altro ignora; e adesso sente eziandio che stringerebbe volentieri la mano della fanciulla, dove le fosse stesa, quando anco in quel punto cadendo una scure le recidesse, così intrecciate, ambedue.--Sente che vorrebbe la sua testa posata accanto alla testa di lei, le sue labbra incollate alle sue labbra, fosse pure giù dentro la cesta che raccoglie i capi mozzi dal carnefice. Ed ella quando, gittato il cappuccio sopra le spalle, avrà riconosciuto colui che fu prima radice di ogni suo male, come sosterrà il suo sguardo? Quali parole profferirà?
Guido si leva in piedi, muta alcuni passi vacillando; poi sta, e piange. La fanciulla udiva scenderle sopra l'anima quelle lacrime, soavi come il pianto della sua genitrice.
--Chi è che piange?--ella disse;--io non avrei creduto che in questo luogo si chiudessero anime più desolate della mia.
E guardando il cielo sospirò mestamente.
Cotesta voce, che si partì dalle labbra affettuose di Beatrice, suonò all'orecchio di Guido armonia di paradiso. Quello che non avrebbe osato la sua passione, egli fece vinto dalla virtù della voce: superata la paura tirò addietro precipitoso il cappuccio, ed ecco appare la faccia di Guido, parlante e bella come una testa del Correggio. Tacito e tremante si accosta a Beatrice: Beatrice lo ravvisa, e indietreggia tremando; allora anche Guido dà indietro un passo: nè quel misero amante, nè la donzella ardivano, non che profferire parole, alitare; solo in quel silenzio si udiva il cigolìo delle catene, scosse dai polsi convulsi di Beatrice.
Come uccelli non ancora pennuti, levata appena l'ala l'abbassono affaticati, così costoro alzano appena gli occhi per declinarli subito al pavimento. Ella, Beatrice, fuggendo, e cercando lo sguardo di Guido, avviene alfine che posi i suoi occhi sopra i mestissimi occhi di lui. L'anima trabocca tutta dalle loro pupille: dalle loro labbra, strette come il cuore, non muove nè anche un sospiro. La bocca di Beatrice non parlerà; assai hanno favellato i suoi occhi; però che lo spirito dello amore passandole davanti come quello di Dio, le abbia detto: «E tu presso di lui accusasti tuo padre; e tu nel petto gli rovesciasti una furia implacabile; s'egli ti amava meno non sarebbe diventato omicida: egli ti fece palese amarti di amore supremo allorquando recise a un punto la vita altrui, e la propria speranza; Guido ti amò piuttosto santa, che sua».--E lo spirito dello amore balenò dai suoi occhi amore e perdono.--Guido... fate di ricordarvi le teste di San Francesco che riceve le stimate, dipinte da Andrea del Sarto, dal Ghirlandaio, e dagli altri gloriosi maestri dell'arte,--tale Guido inebbriato di passione adorava. Beatrice, cedendo allo impeto che la strascina, muove per abbracciarlo; poi si trattiene vereconda, e piange, e al suo pianto gli altri piangevano.
I suoi labbri, rinfrescati da cotesta rugiada di lacrime, forse si sarebbero aperti ad una voce, quando il frate, che presso loro spiava i dubbiosi desiri, mettendo la sua in mezzo alle loro teste, ed adombrandole in parte con la barba canuta che gli pendeva in copia giù dal mento, con voce sommessa così favellò:
--Silenzio! Una parola uscita dai vostri labbri sarebbe morte a qualche altro di voi, e vituperio a me. Voi siete congiunti in matrimonio. Quello che Dio lega lassù, l'uomo può separare, non sciogliere. Ora basti, figliuoli...
E con fermo braccio gli separava. Mansueta Beatrice, di leggieri acconsente alla preghiera; ma Guido, iroso, respinge il frate; onde questi con dolce rimprovero così lo raumilia:
--Dunque tu vuoi spargere la vergogna sopra i miei capelli canuti perchè ti fui pietoso?
Guido piegò la testa, e baciò la manetta di ferro che serrava il polso destro di Beatrice; vide l'anello di oro ch'egli le aveva mandato per mezzo del Farinaccio, e sospirò una parola, che Beatrice o non intese, o non curò. Il frate intanto acconcia il cappuccio sul capo a Guido, e ricingendolo col braccio a mezza vita lo trae verso la porta. Il frate disse ai sospettosi custodi che il suo compagno, estenuato dalle vigilie, non aveva potuto reggere al desolante spettacolo, e lo commise alla carità dei fratelli della Misericordia; i quali accoltolo con ogni maniera di benevolenza, lo scortarono fuori della prigione. Egli scendendo le scale tortuose bagnava ogni scalino di lacrime.
Beatrice, come impietrita, stava fissa sopra la porta donde era scomparso Guido; le pareva sognare; senonchè le catene, scosse di tratto in tratto, la rendevano avvertita ch'ella vegliava pur troppo. Involontaria guardò la manetta baciata da Guido, e vide le sue lacrime decomporre, a modo d'iride, la luce della lampada che in quelle si rifletteva; parevano gemme, e tali sembrarono anche a lei, dacchè sospirando esclamasse:
--Ecco le gioie nuziali, che mi ha donato il mio sposo.
Quando Padre Angelico tornò nel carcere, ella tutta carezzevole lo interrogò:
--Ed ora dove è andato?
--Al convento.
--Ah com'è misero!..
--Misero assai. Non sempre alberga in convento; però spesso, nel fitto della notte, si ode bussare un lieve tocco alle porte, e Guido si presenta. I frati lo accolgono, e lo nascondono per carità e per gratitudine, a cagione delle molte elemosine di cui egli ed i suoi antenati furono larghi al convento. Non domanda cibo, o riposo, nè vuole: va in chiesa, s'inginocchia davanti l'altare maggiore, e passa ore ed ore sopra i freddi scaglioni come rapito in estasi; e se non fosse il pianto, non parrebbe vivo. Grande è la miseria dell'uomo per cui il pianto diventò unica testimonianza di vita. Io per me credo che s'egli avesse qualche nemico, vedendolo ridotto a tale ne sentirebbe pietà.
Così favellava il frate, e le sue parole cancellavano dallo spirito di Beatrice le ultime orme della notte funesta, in cui vide a piè del suo letto trucidato il padre per la mano dello amante.
--Ma negli altri giorni dove si nasconde egli? Padre mio, quando lo rivedrete, vi raccomando dirgli che si allontani da Roma; quest'aria è funesta per lui; qui vivono uomini implacabili, ed io lo so. Sapete voi chi sente un po' di misericordia in Roma sacerdotale?--Il carnefice.
--Glielo dirò...
--E s'ei tentennasse, aggiungerete che di ciò lo pregate da parte mia.
--Sta bene. Orsù dunque, figliuola mia, adesso è tempo di volgere il pensiero al cielo: prostratevi a terra; chè quanto vi umiliate, tanto sarete esaltata. La contrizione è gemella della misericordia; e quando esse si presentano unite al trono di Dio, di rado avviene che la giustizia non deponga la spada.
Beatrice genuflessa apre al confessore i penetrali dell'anima: lievi falli, tenui colpe, e ch'ella pure reputa gravissime, dimostrano quale e quanta sia la innocenza di quel suo spirito fiero e gentile. Il frate nello udirla imprecava alla dura necessità, che l'aveva condotta a spingere le mani nel sangue paterno.--Intanto Beatrice tace, e non si è ancora accusata di parricidio. Il padre, esperto delle passioni umane, attribuisce il silenzio a vergogna, e di questo, invece di adontarsene, la pregia; onde la sollecita discretamente a svelare le sue colpe intere, confortandola a rompere ogni ritegno; ma ella ingenua gli risponde:
--Le mie colpe, per quanto ho potuto rammentarmi, ho confessato tutte; per quelle che omisi involontaria, voglia la Bontà divina usarmi la sua misericordia.
--Pure, cercate...
--Ricercherò da capo: e postasi sul meditare, prolungava il silenzio oltre l'aspettativa del padre; al quale sembrando adesso dissimulazione quanto prima reputò vergogna, non senza un cotal poco di asprezza le domandò:
--E Francesco Cènci, dite, da qual mano cadde trucidato?
--Io non devo confessarmi dei peccati degli altri. E queste parole pronunziò con tale candore, che il cappuccino ne rimase sbalordito.
--E non lo ammazzaste voi?
--Io?--Io non lo uccisi.
--E come dunque ve ne siete accusata?
--Io, padre, ho sopportato tormenti così angosciosi, che a ripensarvi sopra mi si agghiacciano le carni, e duro fatica a credere che il mio corpo abbia retto senza disfarsi; e nondimeno io mi era al tutto disposta di morire fra le torture in testimonio del vero; ma con infinite preghiere i parenti, gli amici e i difensori mi supplicarono, e con abbondanza di ragioni mi convinsero ad assumere sopra di me tutta la colpa; imperciocchè in questo modo, essi speravano, avrei salvato la signora madre e i fratelli. Quanto a me poi, sarebbe stato agevole farmi dichiarare scusabile a cagione delle sevizie e degli attentati del Conte Cènci. Veramente le ragioni non mi persuasero troppo, e neanche le preghiere mi avrebbero vinto; sennonchè parendomi mostrare troppa durezza contro i miei, piegai la testa, ed offersi il sagrifizio della mia vita e della mia fama per tentar di salvare quella della signora Lucrezia e dei fratelli. Io presentiva che avrei perduto me senza giovare a loro, e lo dissi: il fatto ha dimostrato che io ben mi apponeva. Pazienza! A Dio piacque così, e così sia;--per me non istette, che i miei cari non andassero assoluti.
--Ma non affermaste voi la vostra colpa con giuramento?
--Gli avvocati mi cerziorarono, come davanti la legge divina ed umana non essendo peccato la difesa della propria vita mediante la morte altrui, molto meno poteva offendersi Dio, che noi la tutelassimo col giurare il falso; ed io giurai...
--O sofisti! O sofisti! E quando mai nella verità vi è perdizione?
--Pareva anche a me; ma egli mi raccomandava che io confidassi pienamente in lui; e tanta è la reputazione di dottrina, che gode, che temei comparire fuori di misura presuntuosa anteponendo il mio al consiglio di lui...
--E chi è quegli che ve lo raccomandava?
--Egli.--Guido, che mi mandò questo anello qui... l'anello che doveva essere benedetto alle nostre nozze.--E mentre così favellava, la faccia per pudore l'era diventata di fiamma. E il frate instava:
--Esponete partitamente, figliuola mia, lo intero successo; forse voi avete peccato, più che non credete, contro voi stessa...
--Ma i segreti di Dio?...
--I segreti di Dio, rispose severo il cappuccino, stanno sepolti nel cuore dell'uomo; e all'uomo, voi lo sapete, puossi bene strappare il cuore, il segreto no.
Allora Beatrice espose distesamente tutto il fatto, senza ometterne la più lieve particolarità. Il frate, che incredulo aveva incominciato a prestare l'orecchio, a mano a mano ebbe a credere alla sembianza ingenua, alla parola pacata, e al candore della vergine magnanima; ond'è, che mentr'ella favellava tuttavia, il frate si desse della mano nella fronte esclamando:
--Signore! Signore! anima più benedetta di questa quando mai fu veduta quaggiù?
E posto ch'ebbe fine la Beatrice alla confessione, il frate sbigottito favellò:
--Anima santa, io ti assolvo dacchè questo sia lo ufficio del ministero; ma io protesto che dovrei prostrarmi davanti a te, e pregarti che tu mi raccomandi a Dio. Da quali labbra potranno giungergli più accette le preghiere, che da queste purissime ed innocentissime tue? Prega da te stessa Dio; io unirò le mie preci alle tue, che certamente giungeranno in paradiso;--nè io già pregherò per te, che non ne hai di bisogno; bensì per questa sventurata città, e per la salute di coloro che ti condannarono.
La fanciulla si prostrò davanti alle sacre Immagini che pendevano dalle pareti; e rivolgendosi, secondochè le donne costumano fare più particolarmente, alla Beata Vergine, la ringraziava di chiamarla così presto da questa vita, e soprattutto di averle fatto grazia di vedere anche una volta quel caro Guido, il quale non le potendo essere compagno in terra, sperava le sarebbe unito eternamente in paradiso...
Ma qui si fermò, quasi avesse tocco del piè la vipera, e sbigottita domandò:
--Padre, ditemi, in carità; ma Guido mio sarà perdonato? Sarà fatto egli degno della salvazione eterna? Potrò io non tremare al suo cospetto? Mi verrà concesso di stringere quella mano che ha trucidato mio padre?
--E pensi tu, figlia mia, che potremmo noi godere le gioie del paradiso se non obliassimo gli affanni terreni? All'anima immortale la memoria di essere rimasta prigioniera dentro il viluppo di creta tornerebbe non solo di gravezza, ma di vergogna.
--Ah!--rispose Beatrice sospirando,--eppure io avrei non voluto dimenticare l'amor mio,--quantunque pieno di affanni...
Allora riprese a pregare fervorosamente Dio; e il frate accanto lo supplicava tacito, affinchè su quella cara innocente non facesse mai venir meno la costanza.
Un confortatore essendosi in quel punto affacciato sopra la soglia della carcere, chiamò col cenno il frate e gli sussurrò a voce bassa una parola; questi avendola raccolta tornava presso alla Beatrice, e sì le diceva:
--Figlia, se desideraste trovarvi insieme con la vostra signora madre vi sarebbe concesso.
--Venga... oh! venga, povera signora madre,... ci consoleremo insieme.
CAPITOLO XXVII.
LE VESTI.
Mi vestirai di quella veste nera, Ch'io stessa di mia mano ho trapuntita. GROSSI, Ildegonda.
Le parole hanno un confine, e più angusto di assai che altri non immagina: la penna non è, come pensano, il miglior conduttore della elettricità dell'anima. Quante sensazioni, scintillate potentissime dal cuore, vanno a morire languide sopra la carta! La carta sovente è il lenzuolo sepolcrale dei pensieri: però io non descrivo la ebbrezza dello amplesso di Beatrice con la matrigna Petroni, non l'amaritudine di toccarsi guancia con guancia, bocca con bocca, e sopra i volti confondere le mutue lacrime.
Si gittarono bramose le braccia al collo:--ahimè, le catene impedirono di stringerselo liberamente. Tralascio i singhiozzi convulsi, le parole desolate, i sospiri lunghi di fuoco;--tanto mi avanza a raccontare di queste miserie tuttavia, che a pur pensarvi l'anima affaticata trema.
Ma tutto ha fine quaggiù; anche il pianto, quantunque egli sia il più copioso dei retaggi lasciati dal vecchio Adamo ai suoi figliuoli: onde per ultimo entrambe si tacquero. Il cuore di coteste donne ha bisogno di riposo per sentire un nuovo dolore.
Beatrice osservando la matrigna donna Lucrezia con abito sfoggiato di stoffa a fiorami, guarnito di trina di Digione, le venne fatto di guardare anche il suo; e con somma maraviglia notò come, senza avvertirlo, anch'ella andasse abbigliata di un abito verde con lavorii a spinapesce di oro, ch'ella costumava, ai tempi della vita serena, portare a preferenza degli altri.
La memoria, amica troppo spesso importuna, le ricordava com'ella andasse di cotesta veste ornata quando prima vide Guido, e fu veduta da lui; e le ricordò eziandio come questi (pieno la mente giovanile dei canti del Petrarca) le dicesse sovente, che al primo comparirle davanti le parve Laura giovanotta.
Ma non correva stagione di accarezzare coteste liete rimembranze: onde cacciatele via da se, si pose a considerare quanto fosse sconvenevole cosa andare a morte con siffatti abbigliamenti sfarzosi. E pensando, come pur troppo era vero, che donna Lucrezia, immersa nel dolore, non vi avesse nè anche ella Badato.
--Signora madre, le disse, quando noi altre donne imprendiamo il viaggio della vita, i nostri censori dicono che per viatico prendiamo la vanità; e se il pericolo ci coglie, lasciamo anzi perire la nave, che gittar via il carico. E veramente affatto torto essi non hanno. Degli altri vizii le donne possono, volendo, emendarsi; della vanità no; perchè quelli si conoscono, ma la vanità difficilmente, o non mai; e neanche si può combattere perchè non sostiene punto l'assalto; ma cede, e fugge, e fuggendo si rimpiatta sotto la nostra persona come l'ombra a mezzogiorno.
--Beatrice non vi comprendo; per me queste le sono cose troppo astruse.
--Ve le renderà più piane uno sguardo che gittiate sopra di voi; vedete un po' come senza porvi mente vi siate abbigliata?
--O gran Madre delle misericordie, esclamò donna Lucrezia spaventata, vedendosi in cotesto arnese;--si direbbe che ho perduto la testa!
Beatrice notò le ingenue parole, e quasi sorrise; ma subito dopo contegnosa soggiunse:
--E poi mostrarci così, sarebbe per la parte nostra una jattanza a sfidare la morte, la quale è lontana dai nostri cuori. Noi la subiamo con rassegnazione poichè Dio ce la manda; non è vero, madre mia?
--Voi parlate da quella savia, e costumata fanciulla ch'io vi ho sempre conosciuta.
--Orsù dunque, Virginia, proseguì Beatrice: tu fa di provvederci una stoffa qualunque, che basti a formare due cappe; una per me, e l'altra per la signora madre: due funi, e due veli... Virginia, o che non mi rispondi?
Virginia si sentiva un peso sul petto, che non le dava balìa di formare parola; a singulti, dopo molto spazio di tempo, favellò:
--Ho un taglio di tela bambagina di colore scuro, ed un altro di taffettà pavonazzo, che mi comperò mio padre alla fiera di Viterbo;--ma non me ne feci mai vestiti... perchè il meglio per me è non essere osservata... nè conosciuta... se li volete?...
--Certamente; e ti darò da comperarne altri meno lugubri, dacchè una fanciulla da pari tuo non ha da usare colori foschi, nè neri;--lo vedi, io, quando vissi, li costumava verdi... E per le funi come si fa?
--Mio padre ne tiene...
--E i veli?
--Vengono somministrati dai fratelli della Misericordia... e qui Virginia proruppe in uno scoppio di pianto.
Beatrice si posò la mano sul seno, come per comprimere l'affetto che ne prorompeva, e disse:
--Bene; così avremo a pensare a meno cose ch'io non temeva. Va, affrettati, Virginia, chè le ore ci sono misurate.
Virginia tornò co' panni, e Beatrice senza frapporre indugio si mise a tagliare la tela. Ella ne teneva un lembo, Virginia l'altro, e le forbici scivolavano con maravigliosa celerità rompendo i fili.
--Osserva, Virginia, come si taglia agevolmente questo filo di tela... la vita anch'ella è un filo.--Ora, vieni qua, aiutami un po' a cucire,--a filzetta lunga, s'intende: tanto per quello che ha da durare, basterà. Se io dovessi vivere quanto durerà il punto, ch'io sto per cucire, in verità non lo farei.
E le donne si misero in giro a cucire; ma Lucrezia e Virginia poco frutto facevano, avvegnachè versassero più lacrime che non mettessero punti. Beatrice con dolce rimprovero le ammoniva:
--Perchè piangete nello apparecchiarmi questo camice, che mi deve accompagnare nel sepolcro? Qui, in Roma, Papa Giulio piangeva quando allogava la opera del suo sepolcro a Michelangiolo Buonarroti? E dunque perchè piangeremo noi? Certo egli se la ordinava troppo più magnifica che queste cappe non sono; però ei non la vide terminare, nè all'ultimo ei la ebbe conforme al suo desiderio; mentre noi avremo la consolazione di terminarcele con le nostre mani, ed a seconda del nostro disegno.
E la Virginia raddoppiava il pianto.
--Credi, fanciulla mia, quello che ci rende amara la morte è la paura di morire: la morte in se io non reputa affanno, o almeno ella è breve affanno. I nostri vecchi, nei tempi antichi, per assuefarsi a considerarla come cosa ordinaria ornavano di sepolcri le pubbliche strade, e sovente i giovanetti sopra le tombe dei padri convenivano a favellare di amore. La morte tiene per mano la vita, e così in giro muovono alternativamente dinanzi al tempo. Anche nel discorso dimostravano la morte essere condizione di vita; conciossiachè eglino non dicevano mai: Caio è morto; ma Caio visse, Caio ha concluso il suo giorno supremo, Caio fu. Mi sovviene adesso aver letto come taluno, per tedio di malattia, avendo deliberato morire, astenutosi dal cibo venisse a sanare: non per questo però consentiva a rimanersi in vita; e fatta, secondo ch'egli diceva agli amici, i quali con preghiere si adoperavano ritrarlo dal suo proponimento, ormai tanta via verso la morte, non gli sembrava che la vita valesse il pregio di ritornare sopra i suoi passi.--Se la mia memoria non m'inganna, costui si chiamava Tito Pomponio Attico, ed era amico di Cicerone.
--E perchè dunque, interrogò Lucrezia, sentiamo dentro noi così veemente lo istinto della vita?
--Questo, a parere mio, fu provvidenza della natura; imperciocchè diversamente la creatura umana tanto proverebbe bisogno di disfarsi, che il fine della creazione andrebbe fallito. Vinta che abbiamo la paura, la morte scende sopra i nostri occhi come un sonno allo affaticato. E qual è lo stanco, che non desidera il riposo? Quale il travagliato, che non volesse addormentarsi per sempre?
--Ma invece di mettere tanta paura nella morte, non era meglio rallegrare con un poco più di contentezza la vita? Sempre terrore, sempre paura, e amore mai...
Queste parole favellò Virginia, la miseranda figlia di mastro Alessandro. La Beatrice la fisso dentro gli occhi. I predestinati si conoscono: anch'ella teneva su la faccia impressa l'orma della mano del fato.--Beatrice, rimastasi alquanto pensosa, le rispondeva:
--Il nostro intelletto, Virginia, non arriva a comprendere la ragione di tutte le cose; dov'egli manca aggiuntiamogli la fede, è allora giungeremo a toccare il paradiso.--Qui tirando il filo, le si ruppe; ond'ella, mostratolo così tronco a Virginia, soggiunse:--questo io so dirti, che in qualunque parte si tronchi il filo diventa capo di gugliata. Signora madre, avvertite che le cappe dalla cima hanno ad essere scollate; e se mostreremo il collo, ed in parte le spalle denudate, io spero che i discreti non ci vorranno tacciare d'inverecondia, pensando al festino a cui siamo convitate. Festino, sì, che Dio ne aiuti, dove il rinfresco sarà di capi recisi, e di bicchieri di sangue...
--Ed oh! fosse bastato il mio, che ormai sono vecchia, o sopra la terra più poco ho da stare; ma il tuo, povera figliuola, ma quello dello innocente fanciullo... ahimè! ahimè!...
E il pianto incominciava più procelloso di prima. Tanto soppraggiunse inopinato e nuovo cotesto assalto di dolore, che Beatrice si sentì sgomenta. La costanza, di cui ella aveva fatto procaccio mercè gli esempii e gl'insegnamenti dei filosofi, già stava per venire meno; allorchè, piegando la testa, la percosse il raggio della lampada accesa davanti la immagine della Madonna. Allora ella esclamò:
--Ah! è vero, ed io me ne scordava; quando manca ogni altro conforto, tu sei la stella di tutte le tempeste. La fede o la ragione delle sostanze spirituali, e noi oggimai tocchiamo la porta della Eternità.
E tutte quelle donne di subito levandosi, quasi spinte da un medesimo spirito, rifuggirono alla Immagine celeste come i cigni volano sotto l'ale materne, se gli atterriva lo strido del fulmine: e da quella sorgente inesausta avendo attinto acqua di consolazione, tornarono da capo ad apparecchiarsi le vesti funerarie.
Ecco le donne alternando preci e ragionamenti giungono all'alba del giorno supremo. Dalla plaga di oriente un chiarore roseo e diafano prometteva ai Romani una mattinata dorata e azzurra;--unico vanto, e forse ultima sciagura rimasta alla nostra terra senza fine sconsolata.
Adesso si presenta uno aiutante di mastro Alessandro; questi si astenne, o non potè venire. Lo aiutante era giovane di anni, e di sembiante duro, non però disaggradevole: costui aveva già da qualche tempo sollevato uno sguardo di amore verso Virginia, nè la lingua si era taciuta a domandare corrispondenza: ella gli aveva risposto abbrividendo da capo alle piante, ond'ei veduto ogni tentativo invano, si era rimasto... per allora, dacchè non aveva potuto abbandonare la sua speranza. Di fatti, egli pensò, quale uomo, per abiettissimo che fosse, avrebbe ardito salutarla col nome di sposa? Quale ostello ricovrarla amica? Quale convento monaca? E morto il padre, qual tenore l'avrebbe difesa dalla pubblica ingiuria, e dalla persecuzione della plebe? La infamia diventava pronuba necessaria a coteste nozze.
Lo aiutante stringeva nelle mani un rasoio. Egli guardò lei, e rimase come abbagliato da tanta bellezza; ella guardò lui, e sentì freddo; pure assicuratasi, incominciò a pensare: Una voce di misericordia avrebbe tocco per avventura le viscere del pontefice? Forse alla belva plebea si toglie lo spettacolo del sangue, che vale a renderla sempre più feroce?--Parlate!... Indi rivolta allo aiutante, gli favellò:--A che vi rimanete costà come trasognato? Perchè ci costringete a così lunghi discorsi, quando ci sono contati i momenti per vivere? Noi ci stiamo apparecchiate a tutto.
E l'altro, esitando,
--Illustrissima... lo sa... è costume... i capelli...
--I capelli!--ella esclamò,--e portandosi pronta la mano sul capo ne cavò il pettine, e la magnifica chioma d'oro le scese giù come un'onda per tutta la persona. Ora, ecco, questi sono i miei capelli; e voi che cosa volete farne?
Ma il valletto del carnefice, imbarazzato più di prima, taceva; però che ella riprese:
--Ogni forza ha il suo diritto;--il diritto della scure è non rimanere impedita nel taglio:--ho capito--fa presto,--e taglia...
E la chioma cadde recisa.
Beatrice rimase stupida a contemplarla sparsa sul pavimento; le lacrime le si affacciarono agli occhi, nè tanto valse a trattenerle, che non le sgorgassero per la faccia e pel seno. Fin qui nessun dolore le aveva passato l'anima come quello, dacchè nessuno tanto l'avesse umiliata. Quando anche adesso le concedessero la vita, come ricomparirebbe fra le gentili donzelle sue compagne, ella così tosata dalle mani del carnefice? Priva dei capelli, suo decoro e suo vanto, le avevano (si perdoni la stranezza della espressione in grazia della efficacia a manifestare il sentimento, che in quel punto assalse Beatrice) decapitato la testa.
Eccola in mezzo alle sue chiome splendide, come l'Angiolo della luce, nel giorno della maladizione, vide il serto di raggi che gl'incoronava la fronte disperso ai suoi piedi. Quante cure, o dalle sue mani stesse, o dalle altrui avevano ricevuto cotesti capelli? Come, ed in quante diverse guise, non sapeva ella acconciarsegli intorno alla testa? I poeti celebrando quella chioma nei loro canti, l'avevano detta più degna assai che quella di Berenice di splendere tramutata in astri per le volte dell'empireo. I più bei fiori la inghirlandarono, contenti di alitarvi sopra l'ultimo sospiro di profumo. Le gemme, forse esultando nel premerla, scintillarono più luminose. Amore pareva averla lisciata con le sue ale... E tutto questo dove aveva da finire? Per essere recisa dalla mano del carnefice.--Fatalità!
Beatrice raccolse la chioma recisa, e non le bastò a stringerla una mano. Guatolla un pezzo, e poi così, come se fosse persona, le rivolse la parola:
--Compagna fedele di ogni mia sventura! io avrei sperato che tu meco fossi discesa dentro al sepolcro. Dappoichè questo non ha concesso Dio, e tu nemmeno mi rimarrai superstite nel mondo, forse a celare la calvizie della età matura, o a crescere la lusinga della lascivia: nata, e cresciuta sopra capo di vergine, tu non diventerai arnese di menzogna... e poi tutto in te è pregno di disgrazia, e porteresti teco lo infortunio a cui ti usasse. Giova pertanto che tu ti disfaccia, come me, negli elementi che ci compongono; le nostre particelle fatali si sperperino nella immensa fatalità del mondo: insieme unite hanno fatto, e forse tornerebbero a fare prova troppo dolente. Solo ne separo questa ciocca, e tu ti consuma...
E la gittò nel fuoco che ardeva dentro al cammino. In breve della chioma magnifica avanza un pugillo di cenere bianca.
--A te, Virginia, prosegue Beatrice; io parto questa ciocca dei miei capelli in due, ed a te la consegno. Se un giorno mai tu incontrassi un uomo alto e bello, di capello biondo, col segno della fatalità marcato tra ciglio e ciglio... tu lo ravviserai perchè tutti gli sventurati presentano in volto certa rassomiglianza di famiglia; ed io, vedi, quando prima mi ti presentasti davanti ti riconobbi per mia sorella di dolore; e poi, senti... (--e le sussurrò vergognosa una parola negli orecchi--) tu gli darai questa ciocca qui: quest'altra serberai per te. Io posso lasciarti danari e robe e gioie, e te le lascerò; ma queste non fanno parte di me; col recarti addosso i miei capelli avrai sempre teco un frammento del mio ente... finchè dura almeno... poichè anche i morti si disfanno, e le reliquie non si trovano più. A te infortunio non possono recare davvero, perchè, poveretta! tu sei per disperazione fatta sicura. Se potessi mutare il tuo stato, Dio sa se lo farei;--comunque sia, ti desidero ogni bene:--chè se, come sembra pur troppo, anche tu ti debba struggere in giorni pieni di amarezza, ti giunga dolce la morte come questo ultimo bacio, che ti do sopra le labbra.
CAPITOLO XXVIII.
LA FIGLIA DEL CARNEFICE.
E cortesia fu lui esser villano. DANTE, Inferno.
Virginia sentiva morirsi dentro; parlare non osava, e dal piangere quanto più poteva frenavasi. Per non caderle morta ai piedi, colto il destro che Beatrice si fece a mutare alquante parole col cappuccino, uscì pianamente di carcere. Appena le fu dietro le spalle chiusa la porta, l'aria fresca la colpì nel mezzo della fronte come il taglio di una mannaia: vacillò; la colse un fierissimo capogiro, le mancarono sotto le gambe, ed una languidezza ghiacciata le strinse il cuore: volle aiutarsi appoggiandosi al muro con ambe le mani aperte, ma non potè, e cadde giù con un singulto lungo la parete.
I fratelli della Misericordia, i quali vigilavano solertissimi per adempire ogni più lieve desiderio dei condannati, la rilevarono da terra; ed avendola riconosciuta per la figliuola del carnefice, la posero su di una seggiola e la portarono nella sua stanza, immaginando che per dimorare lunga pezza in luogo chiuso l'aria le avesse fatto male. In vero, chi di loro avrebbe dubitato che la figlia del carnefice avesse racchiuso un cuore capace di rompersi per la pietà?
Il padre era già in piedi, ed occupato, in fede di Dio, in piacevole studio: egli attendeva a dare il filo alla mannaia. Quando i fratelli della Misericordia entrarono egli stava giù curvo, e lo guardava tentando con l'ugna se fosse riuscito a dovere.
--Mastro Alessandro, gli dissero gl'incappucciati, mirate qua; è venuto male alla vostra figliuola: mettetela a letto, e procurate di farla rinvenire.
E pronunziate appena queste parole se ne andarono via; imperciocchè chi di loro avrebbe voluto prodigare le sue cure al sangue del carnefice? La gente di giustizia pagasi, ed odiasi, sia alta o bassa: le gittiamo l'osso, e le diamo una pedata; e quei medesimi che hanno per istituto esercitare atti di carità credono avertene praticata abbastanza quando la raccattano caduta.--Alessandro tolse di peso la sua figliuola, la scinse; e persuaso che fosse una mancanza, appoggiata in un canto la mannaia, si dette a cercare penne di gallina per abbrustolirgliele sotto il naso: riuscito questo esperimento invano, prese aceto e glielo spruzzò sopra la fronte. La fanciulla non rinveniva; il padre incominciò a spaventarsi: la guardò meglio in faccia... quelle bolle vermiglie, quella bava sanguigna che il boia aveva osservato sopra la bocca di Marzio morto nei tormenti, adesso il padre osserva sopra la faccia della sua figliuola. Si diè di un pugno nel capo, e corse all'uscio mugolando: aiuto! aiuto!
Appena egli ebbe messo il piede nel pianerottolo, una voce da basso sinistramente roca lo chiamò:
--Oe! mastro Alessandro... avacciatevi; prendete la mannaia, e correte a Torre di Nona, che colà vi aspettano.
--Non posso.
--O bella questa! Vale un ducato nuovo di zecca! O che voi avete facoltà di dire: posso, o non posso? Anima e corpo voi siete venduto agl'Illustrissimi che vi comandano...
--Non posso... non posso: sgombrami la scala, chè ho bisogno di andare pel medico...
--Che medico, e non medico? Dove ci siete voi non vi ha mestiero medico... voi avete a venire a tagliare quattro teste...
--E se io non voglio venire?--E se io butto là la mia vita e la mia scure dicendovi: Infami quanto me; più di me, perchè alla malvagità accoppiate la ipocrisia; ammazzate da per voi col ferro coloro, che avete prima assassinato con la penna. Mi muore la figlia, e m'impedite di andare a cercarle soccorso! Io non ho nulla, assolutamente nulla, che mi rammenti nel mondo di essere uomo, tranne questa misera, e cara figliuola; e mi contrastate il diritto di porgerle aiuto? Se ella, la Virginia, è morta, e che cosa importa a me essere giustiziato, piuttostochè giustiziare? Se posso salvare Virginia io me ne andrò con lei in un deserto, in una isola disabitata, lontano lontano da voi:--meglio mangiare corbezzole salvatiche, che il vostro pane fatto di veleno e di farina d'ossa di morto...
E rientrato in casa afferra furiosamente la mannaia, e la scaglia giù per la scala imprecando:
--Va, uomo dabbene, porta la mannaia al tuo padrone, e digli che d'ora in poi scriva con questa penna i suoi atti di accusa. Io renuncio alla mia carica; il procuratore fiscale ne può fare tutt'una colla sua, com'era prima che la Ipocrisia lo dividesse in procuratore, ed in carnefice--va...
--Mastro Alessandro ha dato di volta alle girelle, esclamò messere Ventura levando un salto maraviglioso; e ben ei seppe esser destro, che la scure balzando giù precipitosa mandò faville su gli scalini, e dove mai lo avesse colto gli avrebbe tagliato le gambe nette come giunchi: poi, trattosi prudentemente da parte, commise alla squadra degli sbirri, che gli faceva corteggio, salisse; a forza lo traesse, e se bisognasse si adoperassero le funi. Ieri aveva il furfante ricevuto la paga, e più cento ducati per lo apparecchio del palco, le carrozze, le tanaglie, il fuoco, la segatura, spugne eccetera; epperò, che va egli fantasticando di figliuola, e non figliuola? Se sarà morta gliela seppelliranno, e per boia non sarà poco: intanto l'esecutore della legge obbedisca prima alla legge. Fortuna fu che mastro Alessandro si fosse disarmato della mannaia, altrimenti giù per cotesta scala sarebbe corso un fiume di sangue: pure sul pianerottolo accadde una fiera baruffa, in cui da un lato e dall'altro si avvicendarono colpi tremendi. Il carnefice, schermendosi da un nugolo di sbirri, ruggiva, pregava, e tuttavia percuoteva.
--Lasciatemi prima aiutare Virginia, e poi ritaglio il capo anche a San Paolo... La figlia!... la figlia mia! Ma che siete peggio dei lupi? Ve lo domando in carità! Quando mi capiterete sotto, vi leverò la testa senza che ve ne accorgiate... fede di boia onorato!
--È matto.--Ti è morta la figliuola? Allegri! Meno galline, manco pipite! O che la serbavi perchè te la sposasse un marchese? O che hai paura che delle baldracche vada sperso il seme?
Così gli rispondeva la sbirraglia, a cui, vinto dal numero, cesse mastro Alessandro. Stretto nelle braccia, lo spinsero per le spalle giù nella scala accompagnandolo con schiamazzi e grida oscene, le quali irridevano cotesta sua nuova tenerezza paterna.
Mastro Alessandro superato dalla forza troncò di un tratto le querele, e tacque.
Volgendo però la faccia alla stanza dove lasciava la figlia, anzi l'anima sua, senza poterla aiutare nè vedere fino a sera, dacchè tutti andavano seco lui, scoppiò in un gemito, e forse scoppiava anche in pianto; ma lo trattenne, udendo moltiplicare le scede degli sbirri non solo, ma di quanti altri ancora l'accompagnavano. Certo i suoi labbri non proffersero il voto di Caligola, ma il suo cuore desiderò che il popolo romano avesse un capo solo per troncarglielo di un colpo. Mentre così da Corte Savella lo traevano a Tordinona, fortuna volle che s'imbattesse in un fratello della Misericordia fuori di servizio, il quale sovente aveva veduto ed udito esercitare con carità veramente cristiana lo ufficio di confortatore. Laonde chiamatolo col cenno, così gli si raccomandava:
--Cristiano, per quanto amore portate a Gesù Cristo, vi supplico di recarvi a casa mia, in Corte Bavella, ad aiutare la mia figliuola che si muore.
--Caro mio oggi non sono di guardia, ed ho negozii da sbrigare in Banchi; incombenzatene qualche altro.
E passò via.
Poco dopo occorse in un prete: era il priore di San Simone, e con voce sempre più umile lo supplicò:
--Uomo del Signore, ho la mia figliuola... la mia unica figliuola, che mi muore. Deh! per le piaghe di Gesù Cristo, fatemi la carità di arrivare fino a casa mia, e datele soccorso.
Il Priore lo guardò in cagnesco, come se egli lo avesse ricercato di andare ad amministrare la eucarestìa a un lupo; poi ipocritamente soave gli rispose:
--Figliuolo mio, vi pare?... Coteste le son faccende da donna.
--Ebbene, fate di mandarci una donna... io le darò dieci... venti scudi... il guadagno della giornata...
Il prete aveva svoltato il canto.
Finalmente gli venne incontro una specie di bruto, scalzo, coi piedi imbrattati di fango fino oltre la noce; della brache portava una parte rovesciata sopra il ginocchio, l'altra cascante per terra, e strette sopra i fianchi con una sozza corda; il rimanente nudo, se togli uno straccio di tela sopra le spalle, ed un berretto, che una volta fu rosso, tirato su gli occhi: era colore di rame, camminava a gambe larghe, e tentennava: in quel punto destavasi da una ubbriachezza, che lo aveva tenuto per morto da bene ventotto ore. Il popolo lo chiamava Otre. Se qualche borghese tornando tardi a casa veniva, nel buio della notte, tra la mota e il letamaio ad inciampare dentro qualche corpo morvido che rispondesse alla pedata con un grugnito, tirava innanzi senza darsi un pensiero al mondo, dicendo: è Otre. Tanta era la tristizia ed abiettezza sua, che sarebbesi creduto far torto al più immondo animale paragonandolo con lui! A questo pertanto si volse il derelitto Alessandro con la solita preghiera; ma Otre lo squadrò in faccia fra stupido e spaventato, e gli rispose grugnando:
--Vino! vino!
--Fratello, va a dare aiuto alla mia figliuola, e ti rivestirò di nuovo da capo a piedi...
--Vino! vino!...
--Sì, ti darò vino quanto ne vuoi: anzi va a casa, e, dopo avermi soccorso Virginia, bevi tutto il mio vino che trovi.
--Il tuo vino? No... è mescolato col sangue. Io non voglio del tuo vino.
E si allontanò con un grugnito.
CAPITOLO XXIX
LA GRAZIA
Onde tanta pietade in voi si alligna, Sacerdoti crudeli. ALFIERI, Saulle.
Beatrice accostandosi a Padre Angelico, che genuflesso col volto celato fra le mani stavasene a pregare ed a piangere davanti la immagine della Madonna, lo toccò pianamente sopra la spalla, e gli disse:
--Padre mio, vorreste, di grazia, chiamarmi i fratelli della Misericordia? chè ad essi e a voi desidero commettere certe mie novissime preghiere.
--Volentieri, figliuola; e il frate andando, tornava presto in compagnia dei fratelli incappati. Essi tenevano il cappuccio tirato sul volto, sicchè di loro non apparivano altro che gli occhi, bastevoli a svelare le passioni dell'anima. Invano da cotesti fori sariasi senza fallo riconosciuto il fratello Aldobrandino, intervenuto costà meno per confortare, che per ispiare: i suoi sguardi si aggiravano attorno aridi, curiosi, micanti, e nondimeno inquieti.
Quando le si furono schierati dintorno, la Beatrice così favellò:
--Fratelli in Cristo! Dello ufficio caritatevole, che voi mi prestate, vi rendo col cuore quelle grazie che il mio labbro non può pronunziare, e prego Dio che vi retribuisca secondo i meriti vostri. Tanto più io mi sento poi penetrata di tenerezza per voi, in quanto che standovi incappucciati, epperò a me ignoti, volete significare con questo, che voi non sovvenite alla persona, bensì alla creatura che soffre. Ma io ho bisogno di maggiore aiuto da voi, che voi per ordinario non pratichiate dispensare; ed io ardisco supplicarne sì voi, che questo piissimo padre spirituale. La nuova mia inchiesta sia, io prego, argomento non d'indiscretezza per mia parte, bensì del bisogno. Mediante il notaro della Compagnia dello Sacre Stimate ho fatto il mio testamento. Ora dubitando che i tribunali vogliano mettere qualche ostacolo alla sua esecuzione, supplico voi affinchè v'interponiate con tutti i nervi presso Papa Clemente, e lo induciate a contentarsi che la mia dote venga impiegata nel modo che sta scritto là dentro.--Voi procurerete eziandio farmi celebrare in suffragio dell'anima mia duegento messe, delle quali cento prima di essere seppellita, e cento dopo: a tal fine piacciavi ricevere questi quarantacinque ducati, che mi trovo ad avere addosso, e pel di più che potesse abbisognare piacciavi farne ricerca a messere Francesco Scartesio mio procuratore, che ve lo darà. Desidero che Andrea, Ludovico ed Ascanio, soldati che durante la mia prigionia ebbero per me viscere di carità, sieno ricompensati largamente, onde imparino che la misericordia adoperata verso i miseri, come sempre riceve la sua mercede nell'altro, così talvolta la trova anche in questo mondo; e ciò li conforti a continuare ad usarla anche a coloro, i quali mi succederanno in questo luogo di angosce. Rendansi a messere Carlo da Bertinoro quaranta ducati che m'imprestò. A Virginia, la quale con affetto più che fraterno mi ha servito, e sollevato nei giorni dolentissimi della mia tribolazione, oltre quanto le lascio nel mio testamento abbiasi tutti i miei panni lini, lani, e serici, ed ornamenti di oro, che si troveranno in questa carcere. Ma dov'è Virginia? Che fa ella, che non si vede?
E girati gli occhi intorno a se, poichè non la scòrse, continuò:
--Infelice! A lei non resse il cuore di contemplare quello che io sono destinata a soffrire. Povera fanciulla! degna in tutto che il cielo le desse o un'altra anima, od un altro stato! Non so se io deva, o no, desiderare di rivederla; ma nel caso ch'io non la rivedessi, salutatemela caramente per me, e ditele che spero rivederla su in paradiso dove gli angioli sono tutti uguali, e traggono origine unica, santa, ed immediata dal Sommo Dio. Quando--e si portò la mano al petto--quando questo cuore avrà cessato di battere, voi mi seppellirete nella chiesa di San Pietro in Montorio: colà il sole, sorgendo dalle cime di Montecavi, manda il primo saluto; e quantunque i morti non sentano calore, nè vedano la luce, purtuttavia consola, nella ora della morte, sapere che la tua tomba sarà visitata dai luminari del cielo. Sopra le medesime colline, più verso il mare, or fa quattro anni seppellirono Torquato Tasso. In San Pietro in Montorio si ammira la Trasfigurazione, ultimo quadro di Raffaello, che la morte gl'impedì condurre a fine. Io ben posso starmi con loro, perocchè essi fossero grandi per fama, e per isventura; ed io, nulla per ingegno, mi sia poi per isventura grandissima. Quando il tempo avrà logorato i dipinti di Raffaello, e fatto obliare i versi del Tasso, i nostri nomi non andranno dimenticati per virtù di amore, ed ogni anima vedova di felicità muoverà il passo per questi colli come in pellegrinaggio di passione. Raffaello, a modo dello antico Aci, annegò immaturo e glorioso nell'onda dell'amore; il Tasso venne respinto quasi nemico dal cuore superbo di donna reale, che senza cotesta ingiuria noi ignoreremmo perfino che fosse nata. Per me, amaro caso!, lo Amore invece di ferirmi il seno con i suoi strali, che i poeti dicono di oro, mi è venuto alle spalle come un traditore armato di scure. Ma questo non monta; e' sono favellii di femmina; perdonateli. Nè già crediate che io il faccia per rammarico di vita: mai no, vedete; chè se ad acquistarmela ora bastasse il solo voltarmi addietro, io non mi ci volterei. Intanto che io torno a ragionare con Dio, concedete, carissimi fratelli in Cristo, ch'io mi confidi nell'assistenza delle vostre orazioni.
Lucrezia, imitando lo esempio della figliastra, dispose anch'ella di parecchie cose in beneficio dell'anima sua non meno che dei parenti, come si legge nello estratto del Giornale della confraternita di San Giovanni decollato in Roma.
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Prospero Farinaccio dormiva di un profondissimo sonno, rallegrato da gaie immagini di trionfi, di onori e di dovizie; e tutta questa piramide di rosee visioni gli appariva incoronata da un magnifico cappello da cardinale, ch'egli, per vezzo, scherzando depositava sopra le bionde trecce d'una femmina, la quale arieggiava nel sembiante il volto della Beatrice. Allo improvviso venne svegliato di soprassalto dal fragore di vetri stritolati, e da un picchio di sasso nelle finestre della sua camera. Al punto stesso una voce lugubre urlava giù per la strada:
--A che stai? A che stai? Mentre tu dormi, tutti i Cènci vengono menati a guastarsi.
Si precipita di letto, e spalanca la finestra. L'alba appena spuntava: tese gli occhi, ma non gli riuscì scorgere persona; la voce in lontananza tornò a ripetere la novella desolata:
--Tutti i Cènci vengono tratti al patibolo, e tu dormi?
Si veste smanioso; gittasi in carrozza, e, volato alla prigione di Corte Savella, udiva confermarsi la cosa: rientra in carrozza e si affretta al palazzo Quirinale. Ascende gli scalini a due, a tre per volta affannoso, e arriva nell'anticamera del papa. Qui giunto domanda con ansietà ai camerarii gli procurino accesso al sommo Pontefice per negozio urgentissimo; andarne di morte, e di vita: per amore di Dio facciano presto. E non sono partiti ancora?
Un camerario con molta pausa prendendolo per le braccia, e tenendolo fermo davanti a se in aria beffarda, ma perfettamente garbata, gli dice:
--Chiarissimo signore Avvocato, ella ha da sapere come qualmente Sua Santità tuttavia riposi.
--Ma io so che il Santo Padre si alza di buonissima ora.
In questa un altro camerario, tolto il Farinaccio pel braccio sinistro, gli faceva fare un quarto di cerchio a mancina favellandogli:
--Ma si assicuri, illustrissimo, che il Papa dorme sempre.
Un terzo camerario, stretto a sua posta per l'altro braccio Prospero, lo girava a destra, ed anch'egli lo cerziorava:
--Capisce, degnissimo signore Avvocato, Sua Santità vuol dormire--perchè non ha chiuso occhio tutta la nottata.
Per questo modo il Farinaccio, ora aggirato da quello or da quell'altro, si trovò ad avere descritto un cerchio intero con la propria persona, e, tranne un profluvio di melliflue parole, non avere ottenuto cosa che valesse. Tale correva allora il costume in corte di Roma, ed anche di presente credo che si usi così.--La fortuna volendo dare una mentita a cotesti nuovi farisei, fece che in quel punto il coppiere del papa si presentasse in anticamera con una tazza spumante di cioccolatte apprestato pel suo padrone, e se ne andava diritto verso la stanza cubicolare per ministrarglielo.
I camerarii, per non iscomparire così alla spiattellata, gli ammiccavano a sostare; ma quegli ingenuo disse:
--Io non vi capisco; dianzi mi avete chiamato come se fosse il finimondo, onde portassi il cioccolatte a Sua Santità, che da un bel pezzo era desta, ed ora volete ch'io mi fermi.
--Tu trasecoli; noi non gli abbiamo sentito suonare il campanello. Sua Santità dorme di certo.
--Se non udiste voi da vicino, o come va che lo sentii io da lontano? Voi m'incominciate a doventare di quelli, di cui dice il Vangelo: habeant aures, et non audiant.
In questa ecco udirsi squillante il tintinno del campanello, come agitato da persona spazientita di aspettare.
--Ve lo aveva pure avvertito, che siate benedetti!--Largo, proseguì il coppiero, che Sua Santità facilmente va in bestia, ed a me toccherebbe la prima lavata.
E si fece più oltre per sospingere gl'importuni, e passare.
Il Farinaccio allora, prontissimo imitando lo esempio del coppiero, in danno di questo gli tolse il bacile di mano, aperse la porta, e penetrò audace nella camera del pontefice. Il coppiere stette lì per gridare: al ladro! Ma subito dopo, non gli parendo verosimile che un ladro di tanto fosse ardito di penetrare là dentro, e molto meno poi da rifugiarsi nelle medesime stanze del pontefice, rimase lì sbigottito; tanto più che il Papa stesso glí accennò con la mano si allontanasse.
Prospero, deposti sopra la tavola guantiera e tazza, si prostrava ai piedi di Papa Clemente dicendo:
--Non mi sia ascritto a colpa, Beatissimo Padre, io ve ne supplico in ginocchioni, di assumere le parti per me onoratissime del più umile fra i vostri servitori.
--Alzatevi...
--Deh no! Santità, lasciatemi così col capo nella polvere, tale dovendo essere lo atteggiamento di cui supplica sconsolato; e me adesso opprime inestimabile amarezza...
Ed aspettava che il Papa lo interrogasse intorno alla causa della sua venula, intendendo spiare dal suono della voce di lui che cosa fosse da sperarsi, e che da temersi; ma il sacerdote stava lì chiuso, e impenetrabile come sfinge di granito; per lo che Prospero ebbe a continuare con la più pietosa voce, che mai fosse udita nel mondo:
--Un grido, e in fede di cristiano vel giuro, un grido sinistro mi ha desto a l'orza gridando: Sciagurato! tu dormi, mentre tutta la famiglia dei Cènci sta per essere tratta al patibolo?--Io poi non saprei dirvi, Beatissimo Padre, se questa voce muovesse dal paradiso, o piuttosto dallo spirito delle tenebre.
--Perchè temete che uscisse dal maligno? Nella bocca del diavolo non riposa la verità.
--Ah! dunque la voce fu vera? E allora, Santità, grazia, grazia per tanto sangue innocente, che va a spargersi. Roma non avrebbe mai veduto, dacchè fu fondata, così spaventevole tragedia.
--Come innocenti? E non confessarono tutti il commesso misfatto?
--Mea culpa, prosegue il Farinaccio forte percuotendosi del pugno chiuso il petto; mea culpa, mea maxima culpa. Dio ha voluto umiliarmi. Dio ha voluto mandarmi causa di piangere, finchè, come a San Pietro, le lacrime non mi abbiano fatto il solco per le guance. Il senno dell'uomo presuntuoso della sua scienza, a paragone dello intelletto di amore della vergine è stato rinvenuto insania, e laccio di morte, Io fui quegli, Santità, che persuasi la gentil donzella Beatrice Cènci a confessarsi, comecchè innocentissima, colpevole del parricidio: ella era prossima, e disposta a morire fra i tormenti per testimonio del vero; fui io che la ritrassi dal suo proponimento; io che le promisi come, se incolpando ed escusando gli altri, avrebbe di leggieri procurato salvezza a se ed a loro: a quelli, come inconsapevoli del parricidio; a se, come da suprema necessità costretta a difendersi dalla incestuosa violenza. Ella contrastava; ella sosteneva la difesa migliore per la innocenza consistere nel dire la verità, e niente altro che la verità! O parole santissime, inspiratele da Dio! Ma io la scongiurai; con le lacrime agli occhi le feci forza; vi adoperai lo assalto dei domestici affetti, la generosità del sagrifizio, la virtù della carità; ed io ed i suoi parenti, genuflessi intorno al letto dove giaceva con le ossa rotte, e le carni straziate per l'atrocità delle sofferte torture, tese supplici le mani non la lasciammo finchè, vinta, ella suo malgrado e nonostante i sinistri presagi, non ebbe promesso di confessarsi rea nel modo che ha fatto, e nella guisa che alla tradita fanciulla io stesso dettai. Grazia dunque, Padre santo, pietà. Oh! s'ella avesse a morire così per mia colpa, l'anima mia desolata dispererebbe della sua eterna salute.
--Non vi sgomentate per questo; troveremo ben noi la via di mandarvi in paradiso.
--E dalla mia coscienza, chi mai mi salverà?
--La vostra coscienza.
Queste parole, profferite con senso inenarrabile di scherno, caddero sul capo del Farinaccio come una falda di fuoco infernale: levò gli occhi per fissare in volto Papa Clemente, e il volto di Papa Clemente gli apparve di pietra:
--La mia coscienza, riprese Prospero avvilito, mi dice che non avrò più pace.
--L'avrete,--credete a me, che me ne intendo--l'avrete. Meritissimo signor Consultore, io vi conosco per uomo di molta perspicacia, e nella professione vostra singolare. Voi, e di ciò vi tributo la lode meritata, adempieste il nobile ufficio vostro con zelo e perseveranza, che appena potevano rinvenirsi uguali, maggiori non mai. Ora, poichè tanto sapete fare il vostro dovere, soffrite in pace che altri faccia il suo.
--E appunto, Santo Padre, perchè non solo il sentimento del dovere, ma l'affetto, la necessità della vostra angusta natura vi persuadano la giustizia, io mi feci ardito ammonirvi di tutto quanto vi ho esposto, onde con eterno carico del vostro nome poniate mente a non isbagliare la strada.
--Noi abbiamo rispettato (e qui la voce del papa si fece sentire un cotal poco tremante) in voi lo ufficio dell'avvocato; adesso rispettate in noi quello di giudice.
Il Farinaccio, prostrato sempre ai piedi del pontefice, aveva sembianza di uno di quegl'isdraeliti, che a piè del monte Sinai stavano in aspettazione della parola di Dio, e, come loro, egli udiva formarsi sopra il suo capo la parola in mezzo a fulmini ed a tuoni. Però non si dette anche per vinto, e tentando uno sforzo disperalo insistè:
--Dove non giunge la giustizia arrivi la misericordia...
--Bisogna che muoiano!...--concludeva tagliente il pontefice, e col piè premeva il pulvinare di velluto.
--Bisogna!--esclamò il Farinaccio levandosi in piedi. Ah! se bisogna, allora la faccenda è diversa. Perdonate, Beatissimo Padre, se per me siffatta necessità s'ignorava, e concedete ch'io mi allontani con la morte nel cuore.
Il Papa si accorse aver detto troppo, e conobbe essere mestieri emendare, come meglio potesse, la incauta parola.
--Sì;--certamente, mio malgrado,--bisogna, Il genio del popolo, la fama di Roma. la sicurezza dei cittadini, la religione del papale ammanto impongono a chiudere le orecchie alla misericordia...
--Impongono che tutti muoiano attanagliati, mazzolati, e squartati?
--Voi, come uomo di molta dottrina, sapete, signor Consultore, come gli Egizii condannassero il figlio parricida ad essere trafitto da infiniti taglientissimi stecchi, e poi arso sopra un mucchio di spine: il padre che uccideva il figlio, a guardare per tre giorni continui il cadavere dell'ammazzato.--Qui in Roma, nei primi tempi del paganesimo, non si conobbe legge contro i parricidi: crescendo poi la malizia degli uomini a tanto eccesso, il supplizio orribile della legge Pompea parve mite a punirlo. Ai tempi nostri piacciavi volgere lo sguardo ai reami di Spagna, Francia, ed Inghilterra, e voi non troverete pene punto più dolci. Se noi facciamo mozzare la testa al semplice omicida, ragion vuole che corra divario di pena fra il parricida e lui. Tuttavolta, in grazia vostra, noi assolveremo le donne dall'attanagliatura e dallo squarto; ferma stante però la decapitazione.
--Anche il putto ha da avere mozza la testa?
--Qual putto?
--Bernardino Cènci, Santo Padre; voi lo sapete, non tocca eziandio il suo dodicesimo anno, e anch'egli dovrà subire la pena dei parricidi? Io lo difesi appena, pensando che il migliore avvocato per lui fosse la fede di battesimo; e m'ingannai.
--Ma o che forse non confessò anch'egli avere partecipalo al misfatto?
--Confessò, certo, confessò; ma a cotesta età può egli sapersi parricidio che sia, e confessione che importi? Non confessò egli perchè i tormenti cessassero, e dopo la promessa che lo avrebbero salvo? Padre santo! anche una volta porgete ascolto alla voce del cuore, che vi persuade a misericordia; porgetele ascollo: anche noi un giorno avremo bisogno di pietà.
--Voi mi mettete uno scrupolo circa a Bernardino Cènci. E il Papa declinò il capo in atto di meditare. Poichè si fu rimasto alquanto in cotesta positura, proseguiva:
--Ordinariamente la tristizia non supera la età; qualche volta anche si, e di questo se ne leggono esempii; nè la età salva nei delitti atrocissimi;--tuttavolta, dacchè da questa parte mi viene scrupolo, e potendo vorrei satisfarvi, meritissimo signor Prospero; onde non ve ne andiate sconsolato, anzi rimaniate persuaso del molto conto che facciamo di voi, intendiamo, e vogliamo graziare della vita Bernardino Cènci. Adesso andate in pace, e lasciateci a stendere e spedire il placet, affinchè non arrivi tardi. Ora voi vedete, signor Prospero, che per noi istà, che voi non abbiate a chiamarvi contento.. Andate in pace.
A Farinaccio pareva di vedere rinnuovato in se il caso del patriarca Giacobbe, quando i figli traditori gli posero nelle mani la vesta insanguinata di Giuseppe, ed egli ebbe a dir loro: grazie! Partiva col cuore lacero, e il prete mascagno presumeva avergli dato ad intendere che lo aveva vinto. A capo basso, con voce fioca rese grazie al Pontefice per la sua degnazione, mentre questi, in sembianza di affettuosa premura, gli andava ripetendo:
--Ora subito vi spediremo il placet, e vi autorizziamo ad annunziare spacciatamente averlo noi concesso ai meriti di vostra signoria...
--Ex ore leonis--mormorava il Farinaccio scendendo dal palazzo Quirinale:--i nostri antichi consacravano agli Dei i lacerti dell'agnello riscattato di bocca al lupo.
E così allora pensò; molto più dopo, quando conobbe di qual sorte grazia avesse fatto al garzoncello Bernardino il Papa Clemente. Tuttavolta, coll'andare del tempo, col sentirselo ripetere dallo universale, e col riceverne grazie fervidissime, non che da altri, dallo stesso Bernardino, e trovando inoltre il suo tornaconto a credere così, terminò col credere davvero di aver sottratto cotesto fanciullo alla morte. I facili amori, le alterne vicende del giuoco, la plebea gozzoviglia lenirono in prima, poi resero ottuso affatto in lui il senso del rammarico. L'agiatezza che ricavava dallo ufficio di consultore, il credito grande che godeva in corte lo persuasero più tardi ad astenersi dalla difesa dei Cènci per la rivendicazione dei beni fidecommissarii infeudati in benefizio della Camera Apostolica. Si scusava col dire che egli, in quanto a se, aveva fatto assai: adesso altri si provasse: anche Gesù Cristo aver chiamato il Cireneo a sollevarlo dal peso della croce.
Queste ed altre cose diceva con sembiante di vero, ma ell'erano false. Vero unicamente l'atroce presagio del sacerdote scettrato, quando a Prospero Farinaccio, che lo interrogava chi lo avrebbe salvato dalla propria coscienza, rispose: «la vostra coscienza!»
CAPITOLO XXX.
LA MOGLIE.
Mulier diligens est corona viro suo. Proverbii.
Ma l'amore non dorme. Guido aveva avuto modo di sapere la sentenza funesta appena segnata. Non la temendo così imminente, rimase colto quasi alla sprovvista: non per questo sbigottivasi punto dell'animo, e, ricorso ai banditi suoi novelli amici, mandò sollecito per essi pregando, e quasi ordinando (imperciocchè la sua autorità di giorno in giorno appo loro fosse venuta crescendo) che travestiti di varie maniere si avessero a trovare adunati, senza frapporre indugio, nello Anfiteatro Flavio.
Infatti due ore prima che l'alba spuntasse incominciarono i masnadieri a riunirsi in drappelletti di due, di tre, di quattro, quale abbigliato da abbate, tale altro da frate: parecchi mantennero le vesti rusticane, nè mancarono di quelli che comparvero con abito da gentiluomo; e tanto è falso il proverbio «la tonaca non fa il monaco», che i nostri banditi incamuffati da gentiluomini non si sarieno distinti in cento volte co' veri gentiluomini bagnati e cimati. Però, fatto il conto, i raccolti non si trovarono a superare i quaranta, numero troppo piccolo per cimentarsi in impresa di rilievo. Guido e gli altri però non erano uomini da peritarsi per questo a mettersi allo sbaraglio; in ispecie Guido, il quale vi si sarebbe cacciato anche solo. Udite le opinioni di tutti, Guido ordinò prendessero per segnale un pampano di vite, e se lo mettessero al cappello, ovvero al cappuccio, e provvisti di armi corte si frapponessero nella processione mentr'essa accostavasi al palco. Colà sbarattati i fratelli della Misericordia, e sbirri, e soldati, levassero di peso la Beatrice e la trasportassero dov'egli, salito su di un polledro che fulminava, l'avrebbe tolta in groppa, e menatala fuori delle mura alla dirotta: eglino poi in mezzo alla baruffa, giovandosi del trambusto, si sbandassero, e procurassero guadagnare Tivoli, ov'esso gli avrebbe aspettati. I masnadieri concorsero tutti di gran cuore in cotesta sentenza, come quelli che per natura propendevano a cotesti fatti arrisicati; e poi, conoscendo lo affetto smisurato che la universa Roma portava alla Beatrice, fidavano procacciarsi grandissima rinomanza, della quale pure erano teneri: per ultimo il premio promesso, se giungevano a salvare la fanciulla, era veramente da Cesare, com'eglino stessi ebbero luogo in seguito di dire più volte.
Cosa stupenda, e nonpertanto riportata dai ricordi del tempo: poca ora dopo, nella stessa Roma, altri meditava la medesima impresa! Fu creduto che questi fossero mossi segretamente da Maffeo Barberini col mezzo dei suoi fidati: forse non era vero, ma egli procedeva molto acceso in questo negozio. Il fato della Beatrice, e la sua inclita bellezza lo avevano tocco profondamente. La diligenza ch'egli pose a procurarsene il ritratto, di cui parlerò fra poco, e gli onori che ottenne si rendessero alla salma della gentil donzella, assai aperto il dimostrano. Forse fu bontà somma in lui, educato alle ottime discipline e cultore non infelice della poesia; forse amicizia fervente per Guido, e potrebbe darsi anco amore per la Beatrice; avvegnadio nè porpora cardinalizia, nè rispetto di amico possano impedire amore d'insinuarsi nel seno degli uomini, ma solo che, prorompendo, trapassi i confini dell'onesto: questo solo possono, e qualche volta facciano.
Se Guido avesse le proprie congiunto con le forze di Maffeo avrebbero per avventura conseguito lo intento; ma parendogli di essersi prevalso anche troppo del suo amico, non volle, per intempestiva discretezza, impegnarlo in nuove fortune difficili, e piene di pericolo.
Questa seconda congiura per salvare Beatrice si componeva di Artisti, i quali comecchè sieno usi ad effigiare la bellezza fisica, tuttavolta, per quel secreto vincolo di parentela che stringe fra loro tutte le cose buone e leggiadre, agevolmente s'innamorano anche della bellezza morale. Quando ti senti l'occhio afflitto dalla diuturna contemplazione della turpitudine umana, volgilo sopra gli Artisti, in ispecie giovani, e lo riposerai.
A questa schiera di giovani facevano capo molti familiari delle più cospicue casate di Roma, messi su sotto mano dai loro patroni, ai quali pareva ricevere gravissimo torto in cotesta strage Cinciana. Su tutti gli altri, ci raccontano le storie del tempo, sentivasi agitato da smania irrequieta Ubaldino Ubaldini, giovane fiorentino artista di grandi speranze, che sarebbe salito in alta fama se la morte non lo coglieva immaturamente: egli fu il pittore che disegnò la testa di Beatrice come amore disperato gliela impresse nel cuore, nell'atto di essere condotta al supplizio. Guido Reni in quel tempo non si era anche mosso da Bologna, sua patria, a Roma: vi andò sul finire dell'anno 1599, o su i primi del 1600, come si ricava apertamente dalla sua vita stampata nella Felsina pittrice. La tradizione pietosa narra avere Guido Reni dipinto il ritratto della Beatrice nella vigilia della sua morte: però, come erronea, vuolsi emendare; imperciocchè se il caso fosse vero, tornerebbe in massimo disdoro così della vergine come del pittore. Della Beatrice, perchè si tirerebbe addosso la taccia di biasimevole vanità, dovendo l'anima sua in cotesti solenni momenti stare, siccome veramente stette, assorbita nel pensiero di Dio, e negli affetti più puri: del Reni, però che la mano del pittore che vale a dipingere, senza tremito, un caro infelice prossimo ad esser tratto a morte immeritata, svela un cuore stupido, o perverso.--Questo ritratto dipinto da Guido Reni, ai giorni nostri conservasi a Roma nel palazzo dei Principi Barberini, e va attorno inciso dal Volpato, e meglio dal Morghen.
Anche di questi congiurati era disegno fare impeto nella processione, rapire Beatrice, e gli altri condannati; riporli dentro una carrozza attaccata a poderosi cavalli, e trasportarli al mare. In numero costoro sorpassavano i compagni di Guido, ma n'erano superati per valore, e per abito di mettersi allo sbaraglio nelle più sanguinose baruffe. Per segno fu destinato un tassello bianco sul capo. L'Ubaldini terrebbe lo sportello della carrozza apparecchiata, le redini dei cavalli certo artista francese, il quale si era vantato capace di condurre il carro del Sole senza rischio di fare il tuffo nel Po.
--Per dio!--gridava lo Ubaldini percuotendo forte del pugno la tavola, non ha da morire... e non ha da morire;... meglio sarebbe...
E siccome esitava a compire il suo concetto, un compagno lo veniva stimolando:
--Meglio, che cosa?
--Meglio rompere l'Apollo di Belvedere, o il Laocoonte...
--E la cupola del Vaticano la do per giunta, arrose un terzo.
--Molto più che queste cose noi le possiamo rifare, osservò il francese offertosi a sostenere le parti di Automedonte; ma l'Ubaldino, sbirciatolo di traverso, tra la rabbia e il riso gli disse:
--No, francese proprio di Francia, coteste cose non si rifanno; ma è meglio periscano esse, che una creatura innocente.
--O preti!--esclamò un giovane artista, e tacque. Poi, dopo essersi soffermato alquanto per trovare nella sua mente convenevole epiteto, soggiunse:--O preti, preti! Chè ho detto tutto, e a dire più di così io ve lo do per bazza; voi ci volete assassinare i nostri modelli. E tolti essi di mezzo, cui ci rimarrà a studiare per farci onore? Forse voi altri? Oh! non capita tutti i giorni dipingere su le mura di qualche camposanto l'Arca di Noè.
--Ah! se la Beatrice fosse nata nei tuoi panni, buon per lei! che adesso non si troverebbe al duro passo a cui l'hanno condotta.
--E questo come ci entra?
--Ci entra benissimo, perchè e' dicono che l'ammazzano per carpirle i suoi scudi. Ora a te possono bene strappare i denti; ma in quanto scudi, gli è tempo perso.
--Silenzio voi altri! La bellezza, che noi vagheggiamo, ricordate che non è di cortigiana, bensì bellezza purissima, celeste; però ond'ella discenda sopra i nostri cuori, come lo Spiritossanto nel giorno della Pentecoste, ed infonda in loro virtù di operare magnanimamente, importa mantenerli disposti con gravi, e religiose meditazioni.
Questo discorso, favellato dal giovane Ubaldini salito su di un trespolo, troncò in un attimo le arguzie intempestive; e tutti cotesti strepitosi, e svagati artisti diventarono serii quanto i Padri del Concilio di Trento.
Il primo raggio di sole che spuntò dai colli di Roma rischiarava nella prigione di Torre di Nona un molto lacrimevole spettacolo. Giacomo e Bernardino incontratisi, corsero ad abbracciarsi; onde poter confondere insieme lacrime e baci, si erano provati a entrare l'uno fra le catene dell'altro; ed essendovi riusciti, si vedevano ricingersi scambievolmente con bracci, e catene.
--Vieni, caro, stringimi... mi pare stringere i miei figliuoli. Te beato, Bernardino, che non hai figliuoli! Tu senti men che mezzo l'affanno della morte.
--E non ho nepoti?
--Ahimè! I miei figli... orfani... figli di parricida, perseguitati da un uomo maligno che può tutto quello che vuole, e che vuole la loro sostanza! Tutti, per piacere al potente, ammantano la viltà con la sembianza di santa abbominazione, e cacciano via i maladetti. Dove sono gli amici? Diventarono nemici, e fanno scontare ai figliuoli la vergogna di averne conosciuto il padre.--Contendono ai loro petti affamati il pane; chi li difende? Gli percuotono; essi piangono, e perchè tacciano li percuotono da capo... La madre, rifinita anch'essa, si adonta che il suo seno sia diventato nido di vipere... Ah! no, no, Luisa, la mia Luisa non abbandonerà i miei figliuoli; e quando le verrà meno il latte, gli nudrirà di sangue.
--Poveretti! E li priveranno proprio di tutto? Anche della roba mia? Ma io non so niente di tutte queste diavolerie, e l'ho assicurato poc'anzi al padre confessore, che non ci voleva credere. Egli caparbio urlava: no; ed io fermo gridava più di lui: sì; finchè sono venuti a prendermi.
--E che innocentissimo tu sia, fratel mio, chi lo sa meglio di me? Tu almeno conservi una consolazione, ed è che da questa vita trapasserai alle gioie celesti. A me poi dubito forte che questo mi venga concesso; perocchè, quantunque io non abbia parte nella morte di Francesco Cènci, pure mi è forza rendermi in colpa per avere altra volta macchinato contro la sua vita, ed acconsentito che lo uccidessero.
--E non pertanto ci siamo accusati di averlo trafitto noi stessi! Io ammazzare il signor padre, che al solo vederlo mi metteva i brividi addosso?... Ma, comecchè fanciullo, io mi sono troppo bene accorto, sai, che anche negando ci avrebbero fatti morire fra mille strazii; così, confessando, almeno ci daranno morte ad un tratto, e mi pare un bel guadagno. Dimmi, fratello, tu che sei uso a vivere nel mondo, la giustizia è sempre fatta così?
--Giacomo rispose co' sospiri;--ma il fanciullo, tendendo le orecchie, prosegue:
--Senti! Giacomo, senti! Che cos'è questa campana che ci piange sul capo?
E Giacomo allora, stringendosi al seno più forte Bernardino, gli domandò tutto smarrito:
--Come ti senti, Bernardino?
--Io? Bene.
--E di morire ti rincresce?
--Mi pare di sì, perchè mi piacciono gli uccelli, e le farfalle, e i fiori pei quali esse svolazzano, e veder correre in giù il Tevere quando è grosso;--e tutto, in somma, mi piace. Qui saluto il sole, che è chiaro e caldo; e di là sento che fa buio, e freddo. Qui, dove sono io so; dove vado me lo dicono, e sarà; ma non lo so di certo.
--Ebbene; or sappi, questa campana suonare l'agonìa di noi altri, che ci sentiamo pieni di vita... Questa campana annunzia che dobbiamo partire, a noi che vorremmo rimanere...
Quasi in conferma delle sue sinistre parole, ecco riaffacciarsi improvvisi sopra la porta del carcere i confessori, e i fratelli della Misericordia.
--Su; coraggio, fratelli, l'ora si approssima; disse una voce lugubre.
--Sia fatta la volontà di Dio, rispose don Giacomo; ma lo interruppe Bernardino:
--E sia proprio questa la volontà di Dio Gicomo?
--Sì certo, poichè nulla accada senzachè Dio lo permetta;--e voi a dubitarne peccate gravemente, rispose il confessore in vece di don Giacomo.
--Se così è, padre, me ne pento; e onde acquistarmi merito in paradiso, crederò che per volontà di Dio vengo mandato a morte innocentissimo.
--Chi di noi è incolpevole? Tutti siamo rei al cospetto dei Signore.
--Ma non tutti sono tratti a morte di dodici anni.
--Dio prova chi ama; e voi, figliuolo, ringraziatelo con tutte le viscere per avere tra mille scelto voi a sperimentare la sua bontà infinita.
--Padre, riprese ingenuo il fanciullo, se vorreste prendere il mio posto...
E il frate con atto di compunzione, strette le mani e levati gli occhi al cielo, interruppe:
--Con tutto il cuore, figliuolo mio, se potesse farsi; ma non si può fare.
Mastro Alessandro con la sua faccia di bronzo ruppe gl'indugi. Pareva impossibile, eppure da cotesta sua faccia traspariva una immensità di dolore,--feroce,--minaccevole a coloro cui fortuna gli avesse cacciato tra le mani, e tuttavia dolore. Egli vestì i pazienti di due cappe nere somministrategli dalla fraternita della Misericordia; anzi quella indossata da Giacomo fu già di Francesco Cènci, il quale finchè visse era stato ascritto al pio istituto.
Poi tutti a passo lento incamminaronsi fuori del carcere. Don Giacomo si fermò sopra la soglia della stanza, che abbandonava, testimonio delle sue inenarrabili angosce, e profferì queste parole:
--Settantasette volte maladetto l'uomo, che condanna l'uomo a disperarsi l'anima dentro cotesto avello; quegli che con una spinta lo precipita nel sepolcro, sia maladetto sette volte soltanto.
Le campane continuano lo squillo degli agonizzanti; i tamburi suonano scordati; il cielo e la terra pareva che con quei suoni si scambiassero l'annunzio che la strage stava per compirsi, e ne rimanessero sbigottiti. Giù nel cortile stavano attelati parecchi squadroni di micheletti a cavallo, e un nugolo di sbirri a piedi, e poi i fratelli della Misericordia, e il carnefice, e i valletti del carnefice, e tutto insomma il desolante apparecchio di forza, del quale ha bisogno di circondarsi la giustizia,--quando non è giustizia.
Bernardino guardava tutti cotesti oggetti a modo di smemorato, ma più particolarmente fissò due carrette, dov'entro fornelli di carboni ardenti si arroventavano tanaglie di ferro; e curioso, secondo la indole dei fanciulli, domandava:
--Giacomo, e coteste tanaglie a che devono servire?
Giacomo non rispondeva, e la più parte dei fratelli della Misericordia sotto il cappuccio lacrimava; ma il giovanetto insisteva inquieto:
--Io lo vo' sapere; dimmelo, su, Giacomo: non creder mica di farmi paura; tanto, che io devo morire lo so.
--E' sono per noi,--rispose Giacomo; e più non potè dire.
--Oh! Io non credeva mai che meco ci fosse bisogno di tanti arnesi; con me è presto fatto; lo vedi, ho il collo sottile come un giunco: il boia non avrà a durare molta fatica, io penso.
Ancora guardò un chiodo, un mazzuolo, ed un tabarro rosso trinato di oro, oggetti tutti che, come corpi di delitto, venivano trasportati sopra una delle carrette per essere esposti al pubblico.
--Giacomo, o non ti par egli cotesto tabarro quel desso che adoperava il nostro signor padre? Decisamente il mantello rosso ci perseguita.
I confortatori, a impedire che l'attenzione del fanciullo vagasse dalla meditazione religiosa, posero a lui come al le tavolette, ch'erano una maniera di cassette di legno in cui intoducevano il capo dei pazienti, tenendone obbligata la vista sulla immagine del Crocifisso, e sopra certe devote orazioni fatte al caso da un dotto e pio cappuccino, incollate dintorno alle pareti. Il fanciullo strillava urlando gli togliessero cotesto ingombro, non gli rapissero quello che Dio solo può dare, la vista del cielo. In questa si notò alla porta del cortile uno agitarsi di gente, uno scansarsi di soldati, e lenta procedere in mezzo a loro una carrozza. Le voci del popolo percuotevano turbinose le mura del carcere come ondate di mare in burrasca:
--Grazia! Grazia!
Un lampo di vita passò dinanzi agli occhi di Giacomo, e la sua testa si sollevò a guisa della cima del pioppo quando è passato il turbine. Dalla carrozza scese l'illustrissimo signor Ventura, il quale presentatosi al cospetto dei condannati, trasse una carta dal seno, e favellò:
--Don Bernardo Cènci, nostro Signore vi fa grazia della vita. Compiacetevi però fare compagnia alli vostri parenti, e pregate Dio per le anime loro[1].
Compiacetevi. Tu nota, lettore, la parola, e ti apparecchia a vedere pietà di sacerdote che sia. Neanche il demonio, allevato in collegio dai reverendi Padri della Compagnia di Gesù, avrebbe saputo o voluto adoperare parola così satanicamente beffarda, e ipocritamente crudele.
I confortatori allora trassero a don Bernardino le tavolette, chiamate ancora pietà; ed il carnefice riscontrato il placet del Papa, lo liberò dalle manette: e non sapendo con che vestirlo, per torgli l'apparenza di condannato, prese il mantello rosso del Conte Cènci, ed in quello lo avviluppò. Così il destino ordinava, che gli ultimi figli di cotesto scellerato uomo si accostassero al patibolo uno vestito della cappa nera con la quale costui tradì Iddio, e l'altro del tabarro rosso col quale aveva tentato tradire Marzio. Fino le sue spoglie riuscivano funeste alla propria famiglia: come Nesso, tramandava ai suoi impregnata di odio anche la camicia.
Bernardino riveduto il sole aperto, e sentendosi salvo, battè palma a palma, saltò, gridò per allegrezza, chè lo istinto di vita prevalse in quel punto potentissimo sopra ogni altra passione; ma subito dopo si accorse quanta gli rimanesse causa di pianto, e come fosse turpe cosa mostrarsi esultante: rannicchiavasi pertanto ai piedi di Giacomo, e supplice gli chiedeva perdono.
In Giacomo al lampo di vita era subentrata l'ombra della morte; aveva già l'occhio vitreo, e smarrito; tuttavolta dalla gola estenuata profferì a stento queste parole:
--Giubbila, fratel mio; se tu potessi vedermi il cuore, conosceresti come io n'esulti più di te. Il Signore incomincia a placarsi meco, poichè si degna mandare un altro padre ai miei figliuoli. Prendili dunque in custodia, giacchè tu li puoi ricevere: io raccomando a te il sangue mio col medesimo affetto col quale raccomando al Creatore l'anima mia.
--Giacomo, rispose Bernardino abbracciando le ginocchia del fratello, io ti giuro di far voto di castità, onde altri amori non mi disturbino dallo avere pei figliuoli, che mi lasci, viscere di padre.
--Ed ora sia benedetto Dio. Signori, possiamo andare.
Uscita fuori del cortile la processione s'incamminò verso Santa Maria in Posterula, dove allora restauravano il collegio dei Celestini, chiamato poi, dal nome del papa regnante, Clementino. A mezzo la strada dell'Orso il carnefice sbarrò la cappa a don Giacomo, facendolo rimanere ignudo fino alla cintura: poi, dato di piglio alle tanaglie roventi, strappò un lembo della carne di don Giacomo...
Le carni sotto l'ardore del ferro si aggricciarono; il ferro fumò, una piaga atrocemente dolorosa si aperse, e mandò leppo insopportabile. Cuore, vista, udito, odorato rimanevano del pari feriti.
Bernardino balzò in piedi furioso, e tentò con le nude mani afferrare le tanaglie infuocate; ma il carnefice le trasse indietro: allora egli, compresa la inanità dei suoi conati, girandosi in ginocchioni con le mani giunte supplicava:
--O, per pietà, non lo toccate; basta; troppo a lui... per le piaghe di Gesù, qualche cosa date anche a me.
E siccome mastro Alessandro, coteste preghiere non badando, tornava a rinnuovare lo strazio, Bernardino gridò:
--Per pietà, signori fratelli, mi ridieno le tavolette... che io non vegga... non senta... oh! oh! mi si spezza il cuore...
E il fanciullo cadde svenuto.
Don Giacomo stringeva quanto più gli era dato le labbra, e la pelle delle guance insinuava fra i denti, sicchè ne aveva la bocca piena di sangue; e ciò faceva per non gemere. Ma giù dalla fronte grondava il sudore a pioggia, i capelli dritti come istrice, convulso tutto, singhiozzava talvolta, ma non gemeva. In questo modo lacerato oscenamente, il misero procedeva per le piazze di Nicosia e Palomba fino alla chiesa di Santo Apollinare; donde piegarono a Piazza Navona, anticamente Circolo Agonale, e quinci per San Pantaleo, li Pollacchi, e piazza delle Pallottole fino a Campo di Fiore, mercato dei rigattieri, dove per privilegio si giustiziavano i condannati dal tribunale del Santo Ufficio.
In questo modo i potenti della terra, ma in ispecie i Pontefici, costumarono un giorno partecipare alla infamia sembianza d'onore, e tuttavia costumano. Freme il mondo, o sibila, o ride; ed ei lo lasciano fremere, ridere, e sibilare, continuando a crear nobili le spie, e concedere indulgenze e croci ai traditori.
Adesso la processione traversa un suolo che arde: egli è la piazza dei Cènci. Giacomo sbalordito dal dolore, in qual luogo lo avessero tratto o non badava, o non sapeva. Giunto a piè dell'arco dove incomincia la cordonata la quale conduce alla chiesa di San Tommaso dei Cènci, caddero sopra il suo capo grida strazianti, ch'ebbero virtù con la tremenda vibrazione loro di superare perfino l'acuto senso di dolore, che trapassava il cervello del derelitto cerne un chiodo. Leva gli occhi, e traverso un velo pargli ravvisare, e ravvisa certo, dalla terrazza che sormonta l'arco dei Cènci, le braccia sporgenti della moglie e dei figli.
La idea di mostrarsi in tale stato di abiettezza e di miseria alla sua famiglia rimescolò tutto il sangue nelle vene di Giacomo, e glielo spinse poi così impetuoso al cuore, che traballò per cadere. Ma l'affetto vinse la vergogna, ond'ei con voce piena di amore esclamò:
--I figli! Oh! i miei figli... datemi i miei figliuoli...
Gli ufficiali preposti alla esecuzione della giustizia intendevano andare oltre; ma il popolo commosso urlò con un grido solo:
--Dategli i figliuoli.
E siccome gli ufficiali nicchiavano ad obbedire, un maroso popolare sbarattò la processione, e mugghiando arrivò fin presso al carro; per la qual cosa gli ufficiali, ammiccatisi coll'occhio, trovarono giustissimo il desiderio del popolo, e bandirono ad alta voce niente star loro più a cuore quanto appagare il voto universale. Fatto pertanto scendere prestamente don Giacomo giù dal carro, e gittatagli sopra le spalle la cappa onde rimanessero coperte le ferite, lo trassero su per la cordonata nel cortile del palazzo. Quali spasimi recasse allo infelice cotesta tela, che confricando inaspriva le carni arse, non è da dire; ma egli divorava i gemiti per pietà dei suoi.
Giù per le ampie scale Luisa, con le chiome sciolte, fu vista precipitarsi tenendo un figliuoletto in collo, ed un altro per mano. La seguitava Angiolina recando seco altri figli, e presto lo ebbero raggiunto giù nel piazzale. Luisa gittò al collo del marito un figliuolo, il quale vi si apprese con atto disperato: ella poi volle prostrarsi, ed abbracciargli le ginocchia; sennonchè al primo muovere che Giacomo fece dei labbri le membra le si prosciolsero; tanta pietà la strinse, che cadde priva di sentimenti ai suoi piedi. Giacomo non la vide, chè il fanciullo pendente dal collo glielo impediva; onde con voce abbastanza ferma favellò:
--Figli miei, fra breve ora un colpo torrà a voi un padre; a vostra madre un marito. Io vi lascio un ben tristo retaggio, e questo pensiero mi tormenta, ahi! più del mio supplizio. Quando mi avranno sepolto qui in questa chiesa di San Tommaso, voi abbiatevi in mente che se sarete cacciati dalla vostra magione, nessuno potrà chiudervi in faccia le porte della chiesa edificata dai vostri maggiori. Venite di notte, procurate che nessuno vi veda, e pregate per l'anima del povero vostro padre. Luisa, io non ti raccomando i tuoi figliuoli, e miei; io so... io so, che prima di giungere a loro bisognerà passarti sul petto. Luisa mia, dove sei?...
Non udendo risposta piegò la persona, e depose in quel modo il figliuolino sul pavimento, dacchè con le braccia non si poteva aitare. Allora la vide stesa priva di sensi; però che levati gli occhi al cielo continuò:
--Signore ti ringrazio, che avendomi dato la contentezza di rivederla prima di morire, hai tolto a lei il dolore di questa ultima separazione. Poi, anch'egli prosteso al suolo, la baciò in volto, e glielo bagnò di lacrime e di sangue. Quindi baciò i figli ad uno ad uno, che gli si strinsero addosso cercando ritenerlo con le infantili loro mani, e mettendo guai così pietosi, che spezzavano il cuore.
--Addio... figli miei,--diceva il misero tra un singulto e l'altro--addio; ci rivedremo in paradiso. Bernardino, adesso sono figliuoli tuoi... rammentalo.
E Bernardino si dava tutto smanioso ad abbracciare, e a baciare quelle creaturine, e come poteva acquetavale, promettendo loro che presto egli sarebbe tornato a casa. Ed essi:
--Ma il babbo, dì, ce lo rimenerai?
--Io no... ma ve lo riporteranno, non dubitate... Addio.
Piangevano tutti, e si udiva alto dintorno un suono di gemiti, un singhiozzare irrefrenato, come se a ciascheduno degli astanti fosse tratto a morte o figlio, o fratello.
Si riprende la via della passione. Chi si sentiva fra gli spettatori affaticato delle sofferte sensazioni, chi procedeva cupido di nuove più acute... Anime dure!
Angiolina rimasta sola presso la desolata Luisa, si trovava sgomenta a trasportarla nelle sue stanze.--Non uno dei tanti servi, non uno dei tanti clienti, ed amici della famiglia Cènci si trovava costà per sovvenirla nello ufficio pietoso. Uomini ed animali si allontanano dalla casa che minaccia rovina. Ella si fece fin presso la strada pure aspettando che qualcheduno passasse. Alla fine gli occorse il vecchio Giacobbe ebreo, che poco oltre il palazzo Cènci teneva bottega di rigattiere (dacchè parmi avere avvertito, che cotesto palazzo si trovasse in vicinanza del Ghetto). Su le prime Angiolina sentì ribrezzo valersi della opera di tale che, secondo le opinioni del tempo, stimavasi men di un cane; ma vinta dal bisogno, così alla trista, lo richiese a darle una mano per portare in casa la povera gentildonna. E Giacobbe, a cui non erano sfuggiti la superbia delle parole, nè l'atto acerbo, tentennando il capo rispose:
--Volentieri, donna mia. Il Signore nella via sua ha visitato questa casa, e tutti i miseri hanno da essere fratelli.
Giacobbe entrò in mezzo ai fanciulli, i quali in ginocchioni stavano piangendo intorno alla caduta reputandola morta, e si recò in collo la Luisa consolando tuttavia i fanciulli, ed assicurandoli che la mamma era viva. Ei la depose sul letto, le sottomise al capo gli origlieri, e per ultimo, tenendosi lì ritto ed ossequioso, disse ad Angiolina:
--Nati a soffrire e a morire, anche noi, che voi maledite, abbiamo un cuore qui dentro. Se più volete da me, domandate, vi prego, e le creature di Dio divise dalla ingiustizia sieno almeno riunite dal dolore. Angiolina lo accomiatava, attentandosi per fino a stringergli la mano. Luisa dopo lunga ora rinvenne: girando attorno al letto gli occhi smarriti vide i figliuoli, come Niobe un giorno contemplò i suoi, trafitti dalle saette della sventura. Si appoggiò sopra un gomito sollevando alquanto la persona, e con voce languida disse loro queste parole:
--Noi non lo rivedremo più! In breve, fanciulli, noi non avremo più tetto che ci ricovri:--tutto perderemo in un punto; padre, congiunti, amici, fama, e sostanze. Dimenticate chi foste, per rammentarvi quello che siete. Quando gli amici di vostro padre fingeranno di non riconoscervi, non ve ne adontate: i servi vi hanno abbandonato, compatiteli; essi stanno attaccati al pane, e voi non avete più pane: i figli dei gentiluomini si vergogneranno di voi; bastate a voi stessi: i figli del popolo vi fuggiranno; riconduceteli a voi con lo affetto: la mano di tutti sarà contro voi, la mano vostra non si alzi contro nessuno. Non maledite al padre vostro però che egli fosse misero, non colpevole; e fosse stato anche reo, non istà ai figliuoli giudicare dei proprii genitori: ma io vi affermo ch'ei fu infelice, e innocente; però pregate che se egli non può più venire verso di noi, a Dio piaccia ricondurci tosto presso di lui. Siamo soli; raddoppiamo fra noi i vincoli dello amore, e noi non ci accorgeremo della nostra solitudine...
A questo punto degli accenti desolati fu udito dietro di loro un rammarichìo, che gli accompagnava. Luisa piegata la faccia conobbe essere Angiolina, la quale a rispettosa distanza genuflessa aveva giunto le manine al suo pargolo, e quelle levate con le proprie verso il cielo plorando pregava. In cotesto modo la gentile intendeva significare alla Luisa Cènci, che non tutti i cuori l'avevano disertata; e gliene avanzava sempre qualcheduno il quale parteciperebbe alle sciagure della sua famiglia, e piangerebbe con lei.
Comprese la Luisa la rampogna amorosa, e chiamata a se Angiolina le cinse di un braccio il collo, e baciatala riprese:
--Sorella, ti domando perdono; e levati gli occhi al cielo soggiunse: Signore, ti prenda pietà di due vedove desolate;--se tu non ci sovvieni, noi non ne possiamo più.
E chinata la testa stette alquanto in silenzio. Poi continuò:
--Ecco, figliuoli, voi non sarete soli: adesso avete acquistato due creature dalle quali sarete amati. Dio vi toglie un padre, e vi manda una seconda madre: ultima a perdersi è la speranza, ma finalmente anch'essa si perde; una amica provata dalla sventura non si perde mai.
Le donne continuarono a piangere; però da quel punto in poi sentirono sgorgar meno amare le lacrime. Quando Dio dall'alto dei cieli contempla l'amico che si stringe all'amico nel giorno del dolore, si compiace aver creato l'uomo; ed allora soltanto si rammenta averlo creato ad immagine sua.
NOTA
[1] Precise parole, conservate dalle cronache del tempo.
CAPITOLO XXXI.
L'ULTIMA ORA.
Il bellissimo collo al ferro offerse. MASSINI[*]
O mia Francia! Nobil terra, O mio sangue di Borbon! Sol compiei diciasette anni, Nei diciotto appena or son.
Dal Re ancor non conosciuta, Con le vergini men vo. Quanto fei per te, Castiglia, Tradimento non ci entrò.
Le corone, che mi hai dato, Son di sangue e di dolor; Ma ne avrò su in cielo un'altra, Che ben fia di più valor.
Alla fin delle parole Il mazzier la mazzicò, Le cervella del bel capo Per la sala sparpagliò[**]
[*] Sonetto per la morte della Beatrice Cènci, alla quale egli stette presente.
[**] La morte di Donna Bianca, Romanza spagnuola.
La processione che conduce al patibolo i fratelli Cènci, dopo avere percorso diverse strade, giunse alla fine in via Giulia, dove sostò davanti la carcere di Corte Savella.
Beatrice e Lucrezia meditano in silenzio. Padre Angelico anch'esso prega; ma vigilando attento egli ascolta un rumore, che sempre, e più sempre si avvicina. Alza le ciglia, e vede traverso il pertugio della porta del carcere balenare una figura che gli accenna della mano, ed egli comprende quel cenno. Oh Dio! comecchè da lungo tempo ei logorasse la vita nella opera senza fine amara di porgere conforto ai miseri ridotti ai supremi infortunii, non gli bastava l'anima per avvertire Beatrice, che era forza andare. Mentre ei stava improvvido di quello che si avesse a fare, la fanciulla gliene offerse il modo nelle preci che indirizzava a Dio.
--E se, ella diceva, questa immensa voglia che mi spinge fuori della vita verso le tue braccia, o Signore, è peccato, e tu me lo perdona. Quanto mi tarda aspettare! Io sono quasi un esule, che sopra la spiaggia riarsa dal sole affretta col desiderio la nave che deve ricondurlo in patria. O cielo, patria veramente pia di tutti quelli che soffrono!
--Figlia, se ti senti così gagliarda, il Signore già viene... è venuto a pigliarti. Andiamo.
E levatosi in piè sommette la sua mano venosa alla mano candidissima di Beatrice, la quale, anch'essa di subito alzatasi, esclamò:
--Quaggiù il soffrire è martirio; in paradiso è gloria... Andiamo... andiamo.
Qui, o curiosità o pietà che si fosse, in maggior copia si radunava la gente; la quale stipata per la via, appena dava adito per muoversi al sinistro corteo. Uomini e fanciulli vedeansi appollaiati, a mo' di uccelli, su per le cornici e i remenati delle finestre, o rannicchiati in forma di grottesche cariatidi per le bozze dei muri, pei soprapporti, e perfino ai bracci di ferro da sostenere i lampioni. Cotesta era plebe o lacrimosa senza pietà, o stupida senza ferocia, tutta lamentante un fato, che nessuno fra lei avrebbe steso un braccio per mutare: all'opposto lo avrebbe trattenuto; imperciocchè quelle sieno feste per la plebe tanto più accette quanto più acri di commozioni, ed apprestate a lei senza spesa.
Comparve prima donna Lucrezia col velo nero avviluppato intorno al capo, e poi cascantele fino alla cintura: con la cappa nera di tela di cotone di maniche ampissime, ed aperte: con la camicia di tela eletta piegata in righe minutissime, e chiusa ai polsi, siccome allora ne correva l'andazzo. Intorno alla vita non portava la fascia bianca che a quei tempi costumavano le vedove in Roma, bensì una corda, entro la quale le stavano costrette le braccia; non tanto però, che con la destra non potesse recarsi davanti agli occhi un Crocifisso, e con la manca asciugare il sudore che le grondava dalla fronte: calzava pianelle basse di velluto nero, con fiocconi di seta dello stesso colore.
L'affanno lungo non aveva potuto appassire la divina bellezza di Beatrice. A guisa di fiamma vicina a spegnersi, parve raccogliere tutto il suo splendore per iscintillare più vivace. Il patimento l'aveva spruzzata con la rugiada che stilla in cielo dalle palme dei martiri: ella sta tuttavia sopra la terra, ma come un angiolo che apre l'ale per librare il volo al trono di Dio. Beatrice comparve assettata in modo alquanto diverso dalla matrigna: il velo aveva bianco; sopra le spalle un drappo di argento; la vesta di taffettà color di viola; le scarpe alte di velluto bianco con fiocconi, trine, e tacchi cremesini.
--Eccola! Eccola! Come balena corre questa parola di bocca in bocca dai prossimi ai lontani; e, quasi che non serbassero cuore ed occhi tranne per lei, intesero tutti alacremente lo sguardo per contemplarla.
Mosso ch'ella ebbe un piede fuori della porta le andò incontro il Crocifisso della Misericordia a mezzo involto dentro un velo nero lungo e pendente, che, ventilato dal soffio del vento settembrino, pareva una vela gonfia dall'aura propizia alla partenza.
Il Crocifisso le s'inchinò davanti come per salutarla, ed ambe le donne si prostrarono. Beatrice, adorando, con voce alta così parlò:
--Poichè tu vieni a me con le braccia aperte, piacciati, Cristo Redentore, ricevermi col medesimo affetto col quale io vengo a te.
Dall'alto della carretta Giacomo e Bernardino avendo veduto la bella innocente, rimorsi nella coscienza per averla costretta a confessarsi colpevole in grazia di salvarli da morte, parendo loro esser causa del supplizio di lei, e sospinti da un medesimo affetto, prima che li potessero impedire precipitarono giù dal carro; e, gittatisile ai piedi, gridando mercede dicevano:
--Perdono, sorella; tu vai innocente, per colpa nostra, alla morte.
Beatrice visto l'osceno scempio delle carni del suo fratello abbrividì, e si sostenne sul braccio del padre cappuccino; ma tosto, ripreso animo, con serena faccia rispose:
--Che cosa ho io da perdonarvi, fratelli miei? Nè la vostra, nè la mia confessione ci manda a morte, bensì la sostanza; e di questo ormai avreste dovuto accorgervi. Di che dunque avrei a perdonarvi io? Forse di avermi fatto abilità di abbandonare per tempo questa macchia piena di fiere col sembiante umano? Ma a me tarda di uscirne. Forse per andarmi colà dove non sono oppressori, nè oppressi? Ma se fosse subito, non mi parrebbe presto abbastanza. Su via, coraggio, Giacomo; ormai possono farti un male grave, ma breve. Chè stiamo noi qui? Affrettiamoci a riparare nel seno del Consolatore, che ci aspetta... alla pace eterna... alla pace.
Pieni di nuovo conforto, che infuse nell'animo loro la mirabile costanza della vergine, risalirono il carro, e imperturbati soffersero il proseguimento della passione.
Beatrice camminava presta e leggiera, come persona cui premesse arrivare in tempo al convegno assegnato; e passando dinanzi alle chiese, che molte le occorsero per istrada, come Santa Maria in Campitelli, San Carlo dei Catenai, Santo Stefano in Pesciaiola, Santa Caterina dei Lotaringi, Santa Lucia della Chiavica, e Santi Gelso e Giuliano in Banchi, si prostrava, e pregava con tante affettuose preghiere, che quelli che la udirono ebbero a dire non avere mai provato in tempo di vita loro una passione al cuore così dolorosa, e desiderarono che Dio li gratificasse in punto di morte a uscire con fede, e giubbilo pari al suo da questa vita.
Uno degl'incappucciati però sembrava ricavare inestimabile fastidio dalle frequenti proteste emesse da Beatrice intorno alla sua innocenza, e col tentennare del capo, e lo storcere della persona irrequieto lo manifestava turpemente. Per ultimo, essendo egli dei confortatori, che procedevano al fianco della Beatrice, spinse la temerità sua fino a sussurrarle dentro le orecchie:
--Ma cui vi avvisate ingannare voi, col chiamarvi con tanta pertinacia innocente? La giustizia umana non poteste deludere: o che pensate riuscire meglio con la divina?
Beatrice sentì nel profondo l'oltraggio; ma ormai non la toccando più cosa terrena, invece di adontarsene, rispose con voce pacata:
--E perchè parlo a Dio, al quale nulla è nascosto, io favello parole di verità.
--Ma voi avete confessato fuori dei tormenti.
--Così mi persuasero a fare per la salute dei miei; e se questa confessione fosse stata causa della mia morte, io avrei a pentirmene come di un peccato grave; ma la nostra morte era stabilita prima del processo. In mano ai giudici fummo consegnati non perchè ci giudicassero, bensì perchè ci ammazzassero; e commetterci addirittura in mano al boia sarieno stati tempo e spese risparmiati.
--No, voi siete colpevole; ed io vi dico che la porta della salute è chiusa per voi, se voi, umiliandovi, non confermate coram populo la vostra confessione.
--Sono questi i conforti co' quali mi consolate? Ricominciano adesso i tormenti del Luciani? La mia salvezza non dipende da voi, nè da qualsivoglia mortale sopra la terra. Tacete.
--Non tacerò. Voi siete rea, voi dovete rendervi in colpa di parricidio...
In questa un vaso di fiori caduto dall'alto, a bella posta o per caso, percosse sopra la spalla dello incappato: il colpo stritolategli le ossa, lo stramazzò a rotolarsi per terra con angosciosi guai. Accorsero i fratelli a rilevarlo, e trattogli il cappuccio, lui riconobbero essere Giovanni Aldobrandino, nepote del papa. I suoi parenti lo avevano mandato confortatore non già, bensì testimone della strage. La strage fu compita, ma egli non la vide.
Dalla via di San Paolino sboccano sopra la piazza del Castello Sant'Angiolo, altramente detto Mole Adriana. I riti funebri dei pagani furono aboliti da Cristo, e non pertanto i suoi sacerdoti continuano a svenare sopra cotesto sepolcro vittime di schiavi, che intendono riscattarsi dalla servitù. Un giorno la vittima sagrificherà il sacerdote, ma rimarrà illeso il Dio.
In mezzo alla piazza sorge il palco, e quivi sopra una panca e un ceppo; sul ceppo una mannaia. I raggi del sole declinante illuminano il ferro forbito, che par di fuoco; gli occhi di quelli che lo guardano ne rimangono feriti. Il popolo denso e stipato ondeggia come campo di biada matura battuto dal vento della canicola: per cotesto moto si comprendeva quello essere il regno delle tempeste, ma in quel momento la procella taceva. Arrivata la processione presso la cappella di San Gelso, dove stava esposto il Venerabile, (stazione ultima dei condannati che qui dentro, adorando, dovevano aspettare di venir tratti di mano in mano al supplizio) ecco cotesta massa di popolo incomincia a infuocarsi, ed a ribollire a mo' di bronzo liquefatto per fondere campana, o cannone; chè gl'istrumenti di morte, o di pietà si compongono dagli uomini col medesimo metallo!--Dall'alto si vedeva la gente fuggire qual da un lato, qual dall'altro, e respinta respingere; sicchè il moto si propagava lontano.
Un pugno di uomini, distinto col pampano al cappello, si avanzava chiuso e taciturno, menando colpi di stile a diritta e a manca. Quanta, e quale si spargesse dintorno la paura, quanto lo scompiglio, e come alte e disperate rimbombassero le grida, non sono cose che le si possano convenientemente con parole significare. Gli scudieri tentavano sospingere i cavalli, ma questi spaventati ricalcitravano: gli sbirri, come coloro che sanno quanto peso di odio si aggravi sopra lo infame loro capo, attendevano a mettersi in salvo. Fratelli della Misericordia, sacerdoti, torcie, Cristo, gonfaloni, ogni cosa a rifascio.
Mastro Alessandro, ritto su la carretta, si teneva sempre sotto mano Giacomo e Bernardino Cènci, come falco che stringa due passeri fra gli artigli. Mirabili gli atteggiamenti ed i segni della passione, così degli uomini come delle donne, dai veroni, dai tetti e dai palchi; pietosissimi i guai della gente sbattuta su la piazza: alcuni calpestati, altri soffocati morirono; donne gravide si sconciarono: parecchi perfino, o per lo spavento, o pel calore del sole che picchiava loro sul capo intensissimo, o per ambedue queste cause, ammattirono. Per arroto al tramestio alcuni palchi, tra per essere abborracciati, tra per andare stracarichi di persone, si fracassarono con orribile rovina; e dei caduti qual si ebbe o gamba, o testa, o braccio rotti, e nessuno rimase senza ammaccatura.
Guido sopra il suo focoso cavallo queste cose vedeva, e sentiva struggersi l'anima dentro nella esitanza del fine. Ecco i suoi compagni procedendo si accostano a Beatrice; ecco l'ultimo ostacolo è remosso: ora la prendono... l'hanno presa, la sollevano, la traggono via. Ella è salva. Il popolo scoppia in immenso grido di gioia; anch'egli fa spalla ai rapitori; e se nei proprii moti non s'invescasse, gli sovverebbe con più fruttuosi conati.
Guido non si potendo padroneggiare stende le braccia, quasi intendesse accertare lo spazio che lui separa dalla sua Beatrice. Come ventura volle, nella smaniosa movenza della persona stretta la gamba destra venne a ferire dello sprone il polledro, che, già da tanto trambusto spaventato, sbuffa feroce; e come se questo non bastasse a concitarlo, allo improvviso davanti a lui si scoscende fragoroso un palco, dove i casi lamentati poco anzi si rinnuovarono. Il polledro allora invaso da rabbia irrefrenabile, sciolto dalle redini, si avventa come fulmine; e rompendo la calca col petto, mordendola e calpestandola, trasporta seco in sua balìa il misero amante.
Malgrado simile infortunio i compagni di Guido avrebbero condotto in salvo la Beatrice, avvegnachè non fossero gente da smarrirsi, e, impadronitisi della prima carrozza fosse loro capitata davanti, avrebbero fatto prova di trasportarla con quella: ma lo intoppo venne da altra parte, essendo stato fatale per Beatrice che lo affetto degli uomini le nuocesse più, e peggio dell'odio.
Il popolo, arricciandosi come l'acqua che rompa nei frangenti, storna impetuoso, rincalzato da una squadra di armati distinti col tassello bianco su la berretta: anche questi dicevano davvero, dacchè menassero fendenti da recidere teste, o punte da traforare parte parte chiunque fosse stato tardo a cansarli.
Beatrice per entro a questo contrasto sembrava navicella in mezzo al mare in burrasca. Ora appariva su l'onda delle teste popolesche, ora spariva, ora avanzava, ora indietreggiava;--un passo alla fuga,--un passo al patibolo.
Il giovane Ubaldini, che dalla staffa della carrozza apparecchiata a ricevere la Beatrice vedeva tutto, conobbe come altri si affaticasse a salvarla, e, per difetto di accordo, invece di aiutarsi s'impedissero, con rovina manifesta della impresa. Atterrito dal pericolo presentissimo, precipitò giù per correre ad ammonire i suoi cessassero di spingere avanti; al contrario voltassero faccia, se non volevano perdere la Beatrice. Ma il dabben giovane tra lo scompiglio, le ferite e le strida non giunse a farsi intendere da tutti; e i pochi che lo intesero non sapendo quello ch'egli volesse, e vedendolo disertato dal suo posto, tennero per disperata la faccenda, ed invilirono nell'animo.
Intanto i cavalieri sgominati prevalendosi del terreno sgombro si raggranellavano, e si stringevano: dietro ad essi anche gli sbirri si riunivano. Ricomposta la squadra, il capitano ordinò la carica; la quale riuscì molto agevolmente, dando dentro a gente scomposta. Il giovane Ubaldini, come lo consiglia amore, si attenta solo a far testa agl'irrompenti cavalli, e ficca fino all'elsa la spada nel collo al primo che gli si para davanti; ma gli altri oltrepassando gli menarono due fendenti, uno dei quali gli spaccò il cranio, e l'altro gli recise la spalla; cosicchè ei cadde in terra per morto. La milizia a piedi serratasi in quadrato, presentava una massa a scompaginarsi impossibile. In questo modo da tergo incalzati, e di faccia respinti, ai compagni di Guido non rimase altro scampo che salvarsi dai lati, la qual cosa essi fecero con incredibile ferocia allorquando conobbero la impresa rovinata. La Beatrice, appunto come la navicella dopo essere stata lungamente sbattuta viene gittata dalla crescente procella a rompere fra gli scogli, dai moti diversi e contrarii dei suoi medesimi salvatori è sospinta ai piedi del patibolo.
Qual cuore fu il suo in mezzo a coteste vicende? Riaperse Beatrice il petto alla speranza? Accarezzò le liete immagini della vita? Le sorrise amore? Le sorrise amore; ma tanto ella non desiderò più la vita. Troppo camino ella aveva percorso verso il sepolcro per tornarsene indietro, e ricominciare da capo; però che tutto quello che aveva detto intorno a questo argomento le fosse uscito proprio dal cuore. Lei oggimai invadeva, non dirò smania, ma desiderio sincero di riposare il suo capo nel seno di Dio: e nonostante questo le sorrise amore, chè anche su l'orlo del sepolcro la creatura umana, in ispecie la donna, si talenta del sapersi amata. Errano poi quando scolpiscono Amore lacrimante sopra la tomba della vergine innamorata: egli vi scende insieme con lei, e vi dimora; avvegnachè anche le nude ossa tremino di amore quando l'amico si volga alla cara defunta con un ricordo, o con un sospiro. Beatrice vide Guido, e gli mandò lontano l'ultimo addio. Guido vide lei, e, malgrado lo spazio, si baciarono col guardo.
Si baciarono! A piè del patibolo, o dopo la estrema unzione, anche una santa può soffrire essere baciata dall'uomo che di lei s'innamorò. Non si registra fra le colpe in cielo il penultimo bacio di amore, purchè l'ultimo sia quello della morte. Anche Michelangiolo baciò Vittoria Colonna mentr'ella spirava. Questi affetti non possono comprendersi dai vulgari, bensì da menti use a disvelarsi nel raggio della divinità; da anime, che nascendo abbiano sortito intelletto di amore. E Beatrice, come se fosse presente, come se gli tenesse le dita fra i ricci delle chiome bionde, in armonia di musica favella al suo amatore queste parole:
--Ah! Guido, amor mio, sta lieto; Dio non vorrà tenerti a tribolare quaggiù. Guido, piangi... pentiti; ogni lacrima ti darà una penna per salire al sommo Bene: non si vola al cielo che con ale di dolore.
Il Padre Angelico stava atterrito; e maledicendo allo spirito maligno che suscitava in lei cotesti pensieri terrestri, la chiamava fortemente a nome, e la scongiurava di tenere lo intelletto intero appuntato in Dio.
--Beatrice sgombra dall'anima ogni ardore, che non sia celeste. Non ti voltare addietro sopra la soglia della Eternità a contemplare la vita.
E Beatrice, sorridendo:
--Padre, gli rispondeva, io sono una povera femmina peccatrice, e voi santo maestro di divinità; e tuttavolta io vi assicuro, che non commetto peccato pensando al mio amore. Io aspiro a nozze spirituali; il mio desiderio si volge al connubio delle anime. Io sposerò il mio Guido in paradiso; fra le braccia del nostro Creatore ci abbracceremo. Amore è Dio, e Dio è Amore...
Il buon cappuccino non andava gran fatto persuaso di quella maniera di teologia, ma conosceva non esser tempo, nè luogo cotesti per disputare; onde si contentò ammonirla:
--Figlia... ecco il vostro sposo Gesù... in questo affissatevi... questo con tutta l'anima baciate...
--Oh! sì, con tutta l'anima, perocchè egli fosse tutto amore per noi.
E così i condannati si raccoglievano dentro la cappella. Passato il tempo che concedevasi all'adorazione del Sacramento, onde per loro potessero conseguirsi le indulgenze a larga mano prodigate dal pontefice, la Misericordia col Crocifisso parato a lutto venne per Bernardino. Il povero fanciullo andò più morto che vivo; e quando, giunto a piè della scala, gli comandarono che salisse.
--Oh Dio! Oh Dio!--esclamò affannoso--di quante morti ho io da morire? Due volte mi avete promesso la vita, e due volte mi tradite. Ahimè, che strazio è questo?
Nè le parole valsero a persuaderlo del contrario, ch'egli si tenne spacciato: e giunto che fu in cima al palco, alla vista della mannaia deposta sul ceppo gli si drizzarono i capelli.
Allora svenne la seconda volta.
I fratelli della Misericordia gli furono attorno con acque stillate per farlo risensare, e tornato in se lo accomodarono accanto al ceppo, assicurandolo ch'egli non doveva morire; soltanto starsi a contemplare il supplizio dei suoi!
La Misericordia, con le solite cerimonie, andò per la Lucrezia Petroni. La piissima gentildonna considerando Beatrice assorta nella sua meditazione si levò pian piano, e giunse quasi fino alla porta senza che la figliastra si accorgesse della sua partenza. Allora però Beatrice levati gli occhi, non la vide più; per la qual cosa le venne fatto esclamare:
--Ah! signora madre, perchè mi avete voi abbandonato?
Lucrezia, circondata dai fratelli della Misericordia che le celavano la vista della fanciulla, nel varcare la soglia della cappella rispose alla pietosa domanda:
--Non ti abbandono, no. Io ti precedo a mostrarti la via.
Lucrezia, come colei che di persona era grave, male riusciva a salire la scala; però che le ordinarono, e non si comprende la causa, lasciasse le pianelle a piè del palco, e così ella fece: poi si erpicò come poteva, ed alla fine, quantunque a stento, giunse sul ripiano del palco. Il carnefice allora le tolse il velo di capo, e il panno dalle spalle. La donna nel vedersi così nuda il petto alla presenza del popolo, diventò per verecondia vermiglia fino alla radice dei capelli. Fissò la mannaia, tremò, e con molte lacrime disse:
--Signore, abbiate pietà dell'anima mia, che ora viene al giudizio;--e voltatasi al popolo, continuò: «E voi, fratelli, pregate tutti Dio per me».
Poi domandò al boia quello ch'ella dovesse fare, ed egli le rispose s'ingegnasse accomodarsi a cavalcare la tavola del ceppo, e vi si stendesse sopra bocconi. Lucrezia pudibonda esitò alquanto a traversare con la gamba la tavola; pure alla fine vi si adattò: più doloroso intoppo rinvenne nello assettarsi col capo, avvegnachè la tavola fosse angusta ed aspra, onde le mammelle nello agitarsi le uscirono fuori della cappa, e le si stiacciarono con molta sua angoscia.
--Oh! quanto è duro accomodarsi qui sopra!
E queste furono le parole estreme di lei. Bernardino si coperse gli occhi col tabarro rosso. Un colpo sordo fece rintronare il palco, e traballare il fanciullo. La testa della Lucrezia era recisa. Il carnefice con una mano la strinse pei capelli, con l'altra sottopose al collo tagliato una spugna; e così mostratala al popolo, gridò:
--Questa è la testa di donna Lucrezia Petroni Cènci...
Quel corpo rimase immobile; non così il capo, che aperse e chiuse gli occhi più volte, e più volte, torcendo i muscoli della bocca, borbottò interrotte parole. Mastro Alessandro ravviluppato il capo dentro il velo nero, calò mediante una corda a piè del palco, il capo e il corpo. I fratelli della Misericordia ricomposero le membra nel cataletto, e le portarono a San Gelso finchè la giustizia avesse compimento.
La opera ferve. Il carnefice e i suoi valletti forbiscono le tavole dal sangue; assestano gli arnesi; la mannaia si chiama pronta, e il braccio disposto a tagliare.
I fratelli s'incamminano alla volta di Beatrice: appena ella li vide domandò loro:
--La signora madre è morta bene?
--Ha fatto buona morte; ed ora, le risposero, ella vi attende in cielo.
--E così sia.
Allorchè rivide il Crocifisso della Confraternita proferì soavissimamente queste parole, raccolte, e con religione tramandateci da cui le ascoltò:
--«Mio buon Gesù! se tu versasti il tuo sangue preziosissimo per la salute del genere umano, confido che anche una goccia sarà stata per me. Se tu, innocentissimo, fosti con tanti oltraggi vituperato, e con tanti tormenti morto, perchè ho a dolermi di morire io che sì lungamente ti offesi? Aprimi, per la tua infinita bontà, le porte del cielo, o almeno mi manda in luogo di salvazione».
Un valletto del boia si accosta alla gentildonzella per legarle le mani dopo le spalle; ma ella, dando indietro di un passo, gli disse:
--Non fa mestieri.
Ammonita che patisse anche quell'ultima umiliazione, con lieto animo rispose:
--Orsù, dunque, lega questo mio corpo alla corruzione; ma affrettati a sciogliere l'anima alla immortalità.
Uscita all'aria aperta trovò su la porta sette vergini vestite di bianco, che l'aspettavano per accompagnarla. Queste nessuno inviò. Udendo come Beatrice avesse testato tutta la sua dote in favore delle figlie del popolo romano, esse eransi mosse spontanee a darle questa prova estrema di gratitudine. Volevano licenziarle, ma non vollero intendere, e si ostinarono a seguirla. Allora un banditore trasse di tasca una carta, e lesse a voce alta:
--Per parte dello illustrissimo monsignore Ferdinando Taverna governatore di Roma:--Saranno applicati tre tratti di corda, senza pregiudizio delle altre pene ad arbitrio, a chiunque, sia con parole sia con fatti, si attentasse a mettere impedimento alla gran giustizia, che si fa della scelleratissima casa Cènci.
E perchè mai fino a quel punto i banditori non avevano avuto voce, ed eransi tenuti nascosti? Ranocchie maligne, non sanno gracidare se non quando il cielo è tranquillo, ed ogni cosa dintorno cade sepolta nel silenzio.
E le fanciulle, udita la grida, stettero più salde di prima, osservando:
--Noi non veniamo a impedire, bensì a consolare; se avremo peccato ci puniranno.
--Deh! non togliete a me nè a loro questa dolente dolcezza,--disse interponendosi Beatrice; e i fratelli della Misericordia tolsero sopra di loro il pericolo del concederglielo.
Tutti insieme si avviano. Beatrice intuona con voce sonora le litanie della Beata Vergine, e le fanciulle seguaci le vanno rispondendo molto devotamente: Ora pro nobis.
Eccola sul palco. Senza viltà come senza jattanza ella si volge alle vergini, le bacia in volto, e poi così favella:
--Sorelle! della carità vostra vi renda Dio quel rimerito, che per me non si può. Io vi lasciai la mia dota, ma ciò non vale il pregio che mi diciate grazie; perchè, vedete, alle nozze a cui vado, lo Sposo si contenta di un cuore contrito ed umiliato. Io vorrei lasciarvi gli anni che avrei dovuto vivere, per aggiuntarli ai vostri; e meglio le contentezze che avrei dovuto godere. Sia per voi lo amore fonte di gioie, come a me lo fu pur troppo di affanni senza fine amari! Voi diventerete madri: amate i vostri figli, e questi sieno la corona della vostra vita. Raccomandovi la mia memoria: serbatela cara; e quando taluno vi domanderà di me, ditegli con fronte secura: Beatrice Cènci morì innocente... innocente per quello onnipotente Dio, al cospetto del quale sto per comparire; non immune certo dal peccato, perchè davanti al Signore chi senza colpa? Ma del delitto pel quale vengo sospinta a morte, innocentissima. Giudici mi condannarono. Storici scriveranno del misfatto appostomi come di cosa dubbia; ma vostra mercè si manterrà incancellabile nella mente del popolo il ricordo della mia innocenza. Quando la ingiustizia avrà consumato il suo regno, ch'è breve, la pietà eterna forbirà la nota d'ignominia stesa sopra il mio nome, ed io sarò il sospiro di quante vivranno in questa terra vergini belle, ed infelici. Addio.
Il sogno di Giacobbe adesso si rinnuova agli occhi del popolo romano. Un angiolo ascende su per una scala al paradiso. Ai più lontani apparisce il suo capo velato, poi le spalle, poi i fianchi; adesso è sorta tutta in piedi sul palco.
--Tu hai promesso toccarmi soltanto col ferro, parla al carnefice; tu almeno mantieni la fede, e m'insegna quello che io mi debba fare.
Ed egli glielo disse.
Bernardino teneva sempre il volto turato col tabarro rosso: ella gli si accostò cauta e leggiera, e depose sopra i suoi capelli un bacio a fior di labbra. Un tremito corse per le ossa al garzoncello, che, remosso alquanto il tabarro, guardò, e vide la bellissima faccia della cara innocente.
E svenne per la terza volta.
Beatrice agile cavalca la panca, e si distende prona sopra la tavola. Il molle di cotesto atto, che Amore illeggiadrì con le grazie pudiche, percosse anche la mente del carnefice, il quale pensando alia figlia, esita a disfare quell'amabile forma; ond'essa, accortasi di alcuna dimora, comandò:
--Ferisci.
E il braccio scese. Tutti chiusero gli occhi; e l'aere battuto eccheggiò di un solo, lacerante, e lunghissimo grido.
Il capo spiccato non agitò fibra: vi rimase fisso il sorriso col quale moriva, lusingata dalle visioni di una vita migliore; all'opposto il corpo si ritirò meglio di quattro dita, e si dibattè tremendamente convulso; poi tacque.
Il carnefice stende la mano mal ferma a quel capo, per darlo in mostra al popolo; ma Padre Angelico ed i Confortatori lo trattennero: uno di loro vi pose sopra una corona di rose, e dopo averlo avviluppato dentro il velo bianco, gridò alla gente:
--Questo è il capo di Beatrice Cènci vergine romana!
Guido poichè ebbe adoperati tutti gli argomenti per vincere lo spaventato cavallo, ricorse all'estremo partito. Abbandona le redini, e, prosteso giù lungo il collo, con ambe le mani gli tura le narici fumanti. Il polledro, impedito nella respirazione, si ferma; egli lo stazzona alquanto, poi di un subito datogli un tratto con la briglia a sinistra, ed una spronata a destra, lo avvolge, lo avvibra per la strada percorsa, e tempestando ritorna sopra la piazza del castello.
Egli vi giunge allorchè il confortatore, sollevato il capo di Beatrice, gridava: «Questo è il capo di Beatrice Cènci vergine romana!»
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I fratelli della Misericordia quando ebbero composto anco quel corpo dentro il cataletto, lo portarono a San Gelso. Quivi toltale la corona dal capo, gliela cinsero intorno al collo. Il taglio, che separava il capo dal busto, era nascosto da quel serto di rose fresche e odorose colte sul mattino: qualcheduna appariva più rossa che per ordinario le rose non paiono;--era intinta di sangue.
I fratelli, rifiniti di ambascia, presero un poco di riposo.
Il palco è forbito; gli ordigni di nuovo apparecchiati. La bocca del sepolcro non dice mai: basta. Il patibolo aspetta la terza vittima.
Dovrà la mia storia funestare le sue ultime pagine col racconto di un supplizio, che vince in orrore ogni più truce immaginazione? Lo racconterò; però che scempii siffatti durino tuttavia in parecchie parti di Europa, che pur si vantano civili; e non corrono molti anni che gli udimmo praticati. Certo chi gli subì colpevole era; ma la morte del reo dovrebbe bastare alla vendetta della legge, o allo esempio degli uomini. Che Dio vi danni, anche i supplizii hanno a pompeggiare di lusso? La immanità, che passa il fine della pena, giova a suscitare in benefizio dello scellerato la misericordia che dovrebbe riserbarsi unicamente pel misero.
I fratelli della Misericordia, rinfrancata alquanto la lena, muovono per prendere don Giacomo. Lacero, grondante sangue, trafitto di piaghe e di spasimi, che noi non possiamo immaginare, non che descrivere, oh! questo sì che desiderava la morte, come il cervo assetato la fonte delle acque. Egli andò con passi veloci coperto della cappa e del cappello della Misericordia; salì presto la scala funesta; cappa e cappello gli tolsero, ed ei rimase nudo fino alla cintura, mostrando le turpissime piaghe. A cui lo vide non parve natural cosa ch'egli conservasse in quello stato la vita, ma i sensi altresì e la favella. Si approssima a Bernardino, il quale tornato in se forte batteva i denti, e gli occhi fissava, immemori di quello che vedevano. Certo il fanciullo somministrava materia di pianto infinito, ma le lacrime erano esauste nella fronte di Giacomo; le aveva ormai versate tutte: adesso non gli rimane a versare altro che sangue,--e di questo anche poco. Egli pose la mano sul capo al fratello, e, voltata la faccia verso Banchi, a voce alta esclamò:
--Io per l'ultima volta protesto, don Bernardino mio fratello essere incolpevole di tutto misfatto; e s'egli confessò altramente, ciò fece per forza delle torture. Pregate per me.
Il carnefice gli lega le gambe ad uno anello fitto nello intavolato; gli benda gli occhi, e presa la mazzuola a mani sciolte gliela vibra nella tempia sinistra. Egli stramazza di un tratto come bove al macello. Il boia raddoppia altri sei colpi pel petto, e pel tergo del caduto. Le ossa stritolandosi stridono: schizzano dintorno sangue, lacerti di carne, e frantumi di costole: poi il boia si curva, e gli pone sotto il collo la mazza, sopra la fronte un piede, sopra il seno un ginocchio, e gli sbarra la pancia, dove, tuffando il braccio fino al gomito, lo ritrae imbrattato di sangue, con le viscere fumanti del giustiziato in mano, le quali mostrò al popolo urlando:
--Questa è la corata di Giacomo Cènci.
E la gittò in un canto; poi a colpi di accetta lo squartò. Uno sprillo di quella onda di sangue, che allagava il palco, e gorgogliando grondava giù da più lati, zampillò su la faccia a Bernardino, cui quel tepido lavacro partecipò tanto di conoscenza quanto bastasse a comprendere il truce scempio fraterno.
E svenne per la quarta volta.
Ora poi il popolo credè morto anco lui. Condottolo subito in prigione, a grande stento lo riebbero; ma svagellando del continuo, e travagliato da grossissima febbre. Per molti giorni giacque della vita in forse, finchè, in virtù dell'assistenza dei meglio celebrati fisici di Roma, dopo molti mesi di malattia scampò.
La gente pendeva dubbia allora, oggi è chiarita--se a pena maggiore avesse condannato il Papa Bernardino, o i suoi parenti.--
Il placet di Clemente dichiarava:--graziarsi don Bernardino Cènci della vita, commutandogli la pena di morte con l'altra della galera a perpetuità, e a condizione che stesse presente alla giustizia dei suoi congiunti.
Clemente papa nell'anima sua, se pure non è peccato grande contro Dio chiamare anima la sostanza infernale capace di questi pensieri, meditava così:
--O Bernardino alla vista della strage vien meno, ed ho nel punto stesso conseguito il benefizio della sua morte, e la fama di clemenza:--o le sue fibre resistono alla scossa, e allora la morte civile partorisce i medesimi effetti, in quanto alla confisca dei beni, che lo estremo supplizio.
In questo modo perdonavano i Preti in Roma allora...
Alle ore ventidue era compita la strage.
Mastro Alessandro, circondato da gente a cavallo e dai birri per salvarsi dalla furia del popolo, il quale, giusta il suo costume di prendersela col sasso, e non con la mano che lo scaglia, lo avrebbe in quel momento sbranato, s'incamminò alla sua stanza di Corte Savella. Mentr'egli stava per farsi aprire la porta bassa donde entrava a mo' di lupo nella tana, la imposta si spalanca improvvisa, e ne viene sospinta una bara da mani invisibili. E' bisognò a mastro Alessandro spiccare un salto per non rimanerne offeso nelle gambe. Non era cosa fuori del consueto, all'opposto ordinarissima, che quinci fossero tratti in quella guisa i miseri consunti dal duolo, o laceri dai tormenti; e non pertanto gli sguardi del boia rimasero per uno istante abbarbagliati da un turbine di fuoco. Dopo la bara, curvi sul dorso sbucarono fuori quelli che l'avevano sospinta, e fra questi uno, il quale, come se non pregiasse, o avesse in uggia la facoltà data all'uomo di stare dritto su i piedi con la faccia volta al firmamento, a mo' di bestia camminava carpone. Egli era Otre, lo stupido ubbriaco. Uscito fuori torse la faccia, e con occhio sanguigno fissando il boia, aperse la immensa sua bocca, e disse:
--Prendi! Dio non aspetta il sabato; ti paga subito.
E levato il tappeto mortuario, scoperse il corpo inanimato della povera Virginia.--Poi alzatosi su dritto, e mostratigli i denti nella guisa che le scimmie, dispettando, costumano fare, soggiunse:
--La giunta vale la carne... to'... to'...
E barcollando si allontanava.
Il giovane Ubaldino Ubaldini fu trasportato con molto riguardo in casa la bella Renza sua sorella, che fu moglie del signor Renzi; e quivi, con quanta maggiore secretezza fu potuto, attesero a curarlo; sennonchè lo affetto paterno e lo zelo dei medici gli tornarono invano per la furiosa febbre accompagnata da delirio, che di subito lo assalì. I medici ristrettisi con la signora Renza, con le lacrime agli occhi le dettero il povero giovane come spacciato; ammonendola per di più, che se passava la nottata non sarebbe giunto a terza del giorno veniente. In vero su lo spuntare dell'alba il male si aggravò, e così com'era delirante chiese carta, e matita. Per acquetarlo glieli dettero, ed egli con la benda agli occhi, e vagellante schizzò il ritratto della Beatrice, maraviglioso a vedersi per purità di contorno, e per somiglianza; e fu questo il disegno che, pervenuto nelle mani a Maffeo Barberini, servì di scorta a Guido Reni per condurvi sopra lo egregio ritratto, del quale abbiamo già tenuto proposito.
Se taluno dubitasse della verità del fatto com'io l'ho narrato, io vo' che sappia, cotesto essere stato miracolo di amore nè nuovo nè unico. Trentun anno dopo la morte di Beatrice, Giovanni Gonnelli di Gambassi in Toscana, scultore rimasto cieco di venti anni, condusse in creta il ritratto della donna che lo innamorò, prima di perdere la luce degli occhi; il quale riuscì in ogni sua parte perfetto, in ispecie poi per la somiglianza: onde maravigliando ognuno. Giovanbattista Pallotta cardinale di San Silvestro, che ricordava il fatto dell'Ubaldino, volendoli rendere capaci come questo potesse avvenire naturalmente per virtù di amore, recitò i due versi che seguono:
_Giovàn, ch'è cieco, e Lisabetta amò, La scolpì nella idea, che Amor formò_[1].
La musa per questi versi non esulta, ma il cuore gli approva.
Monsignor Taverna avendo intanto scoperto lo asilo dov'erasi ricoverato lo Ubaldino, mandò gente ad arrestarlo. Invano lo avvertirono trovarsi il povero giovane in extremis; gli sbirri vollero entrare in camera: l'Ubaldino gli udì venire, e gli riconobbe in grazia del lucido momento, il quale per consueto precede la estinzione della creatura. Per la qual cosa volgendosi loro, con voce spenta favellò:
--Dite al Governatore Taverna che avete trovato un morto, il quale non muterebbe la propria sorte con quella di lui.
E abbandonatosi sul guanciale rese l'anima al Creatore.
In quei tempi correva in Roma l'andazzo, che l'associazione dei morti al sepolcro si facesse in tre tempi diversi, secondo la qualità e condizione loro. I cittadini trasportavansi sul calare del sole; i nobili, i chierici e i curiali alla una ora di notte; i cardinali, i principi e i baroni romani alle due e mezzo di notte.
I cadaveri di Beatrice e di Lucrezia, e le miserande reliquie di don Giacomo rimasero esposti fino a ventuna ora a piè della statua colossale di San Paolo, inalzata a capo del ponte Santo Angiolo: quinci remossi, erano traslocati prima al Consolato dei Fiorentini, poi alla Misericordia. Alle ore tre di notte il corpo di donna Lucrezia veniva consegnato a don Lelio suo fratello, che, a seconda del desiderio della defunta, gli diè sepoltura nella chiesa di San Gregorio.
Gli amici di casa Cènci procurarono che le membra di don Giacomo fossero tumulate in uno dei sepolcri, che aveva apparecchiato ai suoi figliuoli la immanità di Francesco Cènci.
Le sette vergini non abbandonarono Beatrice poichè fu morta; ma vinto in esse il ribrezzo della carità, le resero gli ultimi uffici lavandola diligentemente, vestendola di splendidi abbigliamenti, aspergendola di acque nanfe, e tutta circondandola di freschi fiori: la ghirlanda di rose le riposero in capo, ed un'altra di rose bianche le cinsero intorno al collo, dividendosi fra loro le prime tinte nel sangue della cara fanciulla.
Da tutte parti furono veduti convenire nuovi drappelletti di fanciulle biancovestite, per rendere onore alla sventurata sorella; gli orfani, e tutti gli ordini della religione francescana. Cinquanta torcie circondavano la bara; e tanti furono i lumi accesi alle finestre nelle strade per le quali passava la processione funebre, così copioso il nembo dei fiori piovuto sopra la bara, che il popolo minuto paragonandola con quella del Corpus Domini, ebbe a dire averla superata di due cotanti.
Alternando meste salmodie la processione pervenne sul monte Gianicolo alla chiesa di San Pietro Montorio, dove stava apparecchiato un feretro, e quivi la deposero. Allora più dolenti rinnuovaronsi i canti; aspersero di acqua benedetta il corpo infelice, e con molti gemiti le mandarono l'ultimo addio. Però la folla non isgombrò di subito la chiesa: a coloro che uscivano altri succedevano, come i cattolici costumano il giovedì santo per la visita del Santo Sepolcro; e così la notte si produsse fino alla ora sesta.
A questa ora infrequenti i passi calpestano il pavimento della chiesa. L'ostiario annunzia che la chiesa sta per chiudersi, e, lasciato trascorrere altro breve spazio di tempo, parendogli che fossero usciti tutti, girò la grave porta sopra i cardini, e con vigorosa spinta la chiuse.
Cotesto fragore echeggiando di arcata in arcata, scosse per ogni angolo della casa di Dio le antiche sepolture;--poi di mano in mano sfumò, e fu fatto silenzio.
Delle torcie una sola rimase accesa, a rischiarare pochi passi del pavimento attorno al feretro. Le lampade, che ardono fioche a grandi intervalli davanti gli altari dei santi, fanno più solenne e paurosa la oscurità del luogo.
NOTA
[1] Giovanni Gonnelli di Gambassi, piccolo castello in Toscana nel territorio di Volterra, scultore, divenne cieco in Mantova o sia per caso, o per i patimenti sofferti in occasione dell'assedio e del sacco che vi diedero i Tedeschi nel 1630, colà condotto al servizio di Carlo Gonzaga: fu allievo del Tacca; ebbe la vista fino alla età di 20 anni. Diventato cieco non si smarrì, e continuò a lavorare, specialmente in ritratti, ch'erano somigliantissimi sempre, adoperando che lo ufficio degli occhi facessero le mani, come scrive il BALDINUCCI. Ritrattò Urbano VIII. CICOGNARA, Storia della Scoltura tomo VI. cap. 4. pag. 194. Questo autore tenta spiegare il modo col quale il Gonnelli potesse, così cieco com'era, scolpire, dicendo ch'egli era giunto a ridurre in meccanismo manuale l'azione degli occhi. Inoltre soggiunge egli, giova riflettere alla straordinaria attenzione, e concentrazione dei ciechi, per cui non vengono da alcuna cosa distratti in ciò che fanno.
CAPITOLO XXXII.
IL SEPOLCRO.
Ove riposa il tuo capo caduto, Che raccolto, e da man pia ricongiunto Al virgineo tuo collo, ebbe ghirlanda, Simbolo dei dolenti anni recisi Sul mattin della vita?
ANFOSSI, Beatrice Cènci
Si ode un'orma: si ripete. È passo di vivente, che muove verso il feretro. Al chiarore della torcia si svelano le sembianze di Padre Angelico, bianche come la cera della torcia che arde. A che viene il povero frate?
Si pone a sedere sul gradino del feretro presso al candeliere; si abbraccia le gambe, la fronte appoggia sopra le ginocchia, e così rimane immobile a piangere e a pregare.
Da un remoto angolo della chiesa ecco si stacca un'altra ombra. I suoi passi non s'intendono, tanto posano lievi sul marmo del pavimento; però sono lunghi, e vacillano. Le varie lampade pendenti giù dalla volta delle navate riflettono in più di un lato su le pareti e sul suolo diverse ombre lunghe; sicchè pare che colà sia convenuta una mano di gente, forse per compire qualche tenebroso disegno. Ma cotesta è vana apparenza; l'ombra muove da un solo... solo, se togli la compagnia della sua disperazione. Il petto di costui si alza e si abbassa ansando tremendamente; ma lo anelito egli comprime per modo, che appena si sente l'alito. I piedi ha ignudi, gli occhi fissi, e sbarrati in molto terribile guisa.
Egli è Guido Guerra. Qual pensiero colà lo sospinga si palesa dal pugnale, che stringe nella destra: quello stesso pugnale con cui egli squarciò la gola al padre di Beatrice, giustiziata per parricidio;--quel pugnale che, prima del ferro del carnefice, troncò il filo dei giovanili anni di lei.
Egli già tocca il lembo del tappeto, e già lo rovescia...
--Io ti aspettava.
Dritto allo improvviso su i piedi gli disse Padre Angelico, ponendogli ambo le mani sopra le spalle.
E lunghi durarono il silenzio e la immobilità loro accanto alla bara della decollata. Padre Angelico ruppe alfine cotesto silenzio favellando:
--Beatrice t'impone vivere. Il suo ultimo, ah! il suo ultimo pensiero non fu di Dio... e' fu di te! Ella moriva lieta nella speranza di rivederti in paradiso, e tanto m'impose dirti: e più mi ordinava rammentarti te aver commesso peccati gravi, che la giustizia divina, senza lungo pentimento, non ti può rimettere. Vorrai tu tradire la speranza della vergine innamorata? Vuoi tu chiuderti, sciagurato!, per sempre la via di riunirti a lei nello amplesso del Signore?--Da' qua quel ferro, ch'io lo deponga dentro al suo sepolcro, e tu vivi. Invece prendi questi... sono i suoi capelli, che la infelice ti manda perchè tu li porti sul cuore; e questa immagine della Madonna davanti alla quale ella pregò le preghiere estreme, onde tu pure davanti ad essa preghi, e sua mercede ottenga il perdono, che la tua sposa... Beatrice, a questa ora t'impetra al trono di Dio. Adesso va, figliuolo, ritirati:--non turbare la pace dei morti. Beatrice non è qui... alza gli occhi al cielo, e là la rivedrai.
La destra di Guido si aperse, e lasciò cadere il pugnale. Prese i capelli, e se li ripose in seno: prese anche la Immagine, e declinato il capo sul petto si disciolse in pianto.
Il frate allora, sempre e più sempre sospingendo il desolato amante per una spalla, lo tolse a quel feretro per sempre.
Guido mutava i passi tardi, e spensieratamente allontanandosi dalla bara si accostava alla porta della chiesa. Il frate la schiuse, e uscito all'aria aperta con Guido prese a raumiliarlo con blandi sermoni; ma quegli infuriando allo improvviso lo respinse, e muto si cacciò per la campagna là dove il raggio obliquo della luna declinante faceva più spaventevoli le ombre.
Narra la tradizione lontana, che col rinascere del sole si ravvivassero a mille doppii più atroci le smanie nel suo petto, e maledicesse l'ora in cui gli fu impedito recare a fine il suo proponimento; e poichè gli era stato tolto di versare il proprio sangue sopra la tomba dell'amata fanciulla, giurasse propiziare la sua ombra col sangue altrui: immane voto, ch'egli troppo bene mantenne. Fattosi capo di masnada non diventò terribile nella campagna romana soltanto, ma con sottile ingegno insidiò e spense parecchie vite nella stessa Roma, in mezzo a guardie, e perfino nella sicurezza delle domestiche pareti.
Venuto a morte nel 1605 papa Clemente VIII, e succedutogli, dopo il brevissimo pontificato di Lione XI, il cardinale Cammillo Borghese col nome di Paolo V, partecipe delle spoglie della casa Cènci, e da Guido Guerra supposto eziandio complice della strage, gli fece assapere che dettasse il testamento, perchè in un modo o nell'altro per le sue mani aveva a morire. E, come se questo non fosse abbastanza, per rovesciare immensa formidine nell'animo del pontefice si aggiunse il vaticinio di certo astrologo, il quale gli prognosticava vita di breve durata. Ond'egli, dimessi cuoco e scalco, stavasi intanato nel Vaticano, non osando comparire in pubblico; o se talvolta usciva, stallieri armati lo circondavano per dinanzi e di dietro. Se taluno gli porgeva carta o memoriale, ei, per sospetto che fossero avvelenati, lasciavali cadere in terra[1].
Un giorno Guido, contemplando i capelli di Beatrice, vergognò della vita abiettissima che conduceva; ed aspirando a maggiore vendetta, toltosi allo improvviso da Roma si condusse in Fiandra ove durava tuttavia feroce la guerra, che cotesti popoli sostenevano per la independenza e per la libertà, Ma arrivò tardi; e la guerra traendo al termine, dopo il suo arrivo non successe cosa di momento; sicchè in breve si trovò, con inestimabile rammarico, ad essere presente alla pace. Allora si volse a guardare la vita passata, e considerò come tutti i suoi passi lo avessero sempre più allontanato dal sentiero, che pria di morire le raccomandava la donna dell'anima sua. Nè poco valse a mutargli l'animo anche una lettera, che gli scrisse l'antica madre chiamata a miglior vita dalla Provvidenza, la quale, in mercede dell'amarezza di cui aveva contristato il suo cuore materno, lo scongiurava di rendersi a Dio, ed ottenere il perdono dei suoi peccati. Accogliendo coteste voci della coscienza, a lui parve bene non ridursi a poltrire in qualche chiostro annegando il pensiero nella pinguedine e nell'ozio; e pur volendo gratificarsi la Misericordia divina, si recò sull'alpe di San Bernardo, dove per la cura indefessa, e stupendo coraggio mostrati a porsi ad ogni più fiero cimento per la salute dei miseri sepolti dalle lavine, venne in fama di pio come d'imperterrito; e giova sperare che la giutizia placata gli abbia consentito di rivedere, colei, che tanto amava, nella dimora dei giusti.
Dove riposa adesso il corpo di Beatrice? Dalla chiesa di San Pietro in Montorio è scomparsa la Trasfigurazione di Raffaello e con essa la lapide della Vergine tradita. Però il quadro della Trasfigurazione, collocato in sede più degna, riceve tuttavia gli omaggi della posterità; mentre il pellegrino devoto ricerca invano la sepoltura della Beatrice. I frati, come il buon figlio di Noè, affannosi a velare le vergogne della Corte dei Papi, hanno voltato sotto sopra la pietra, e la iscrizione è scomparsa Poveri frati! Troppo gran manto ci vuole per cuoprire i peccati empii, e rei dell'avara Babilonia[2]; nè le memorie cancellansi come le vite, e i marmi. Il pellegrino, cui punge amore, vada a San Pietro in Montorio; si fermi davanti l'altare maggiore oltre la balaustrata. Costà, in cornu epistolae, a piè dei gradini dell'altare guardi la lastra di marmo pentelico, che fa angolo con le lastre laterali: quivi sotto dormono in pace le ossa di Beatrice Cènci vergine sedicenne, condannata da Clemente VIII vicario di Cristo a morte ignominiosa, per parricidio da lei non commesso.
Tanto basterà pel pellegrino devoto, onde ravvisi il luogo ove giace la donzella; ma se non gli fosse sufficiente, aguzzi bene lo sguardo, e leggerà sopra la pietra questo epitaffio, che, sostituito dalla mano di Dio a quello che v'incisero gli uomini, non si cancellerà più mai fino alla consumazione dei secoli:
«L'avara crudeltà dei Sacerdoti ha bevuto il sangue e divorato gli averi della tradita, che giace qui sotto».
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Il martedì seguente, che cadde il 14 settembre 1599, la Compagnia di San Martello, godendo il privilegio di liberare un prigione per la festa di Santa Croce, ottenne si rendesse alla libertà don Bernardino Cènci, a patto, che dentro lo spazio di un anno pagasse scudi venticinquemila alla Compagnia della Santissima Trinità di Ponte Sisto. Come Bernardino, spogliato d'ogni sua sostanza, potesse pagare questi venticinquemila scudi, davvero non si sapeva comprendere; ma la Curia, ingorda sempre, tese uno archetto per tentare di spremere danaro dalla pietà dei parenti, che casa Cènci in Roma ed altrove annoverava nobilissimi, e potentissimi. Fatto sta, che questi venticinquemila scudi non furono pagati; anzi crescendo ogni giorno l'abbominazione nel pubblico per vedere la massima parte dei beni di casa Cènci arraffata dalla famiglia Aldobrandina, il Papa con atto del 9 luglio 1600 ebbe a restituire i figli di don Giacomo nel possesso di parecchi beni confiscati, come quelli che andavano sottoposti a vincolo di fideicommisso, non senza però il compenso di buona somma di danaro, come si rileva dal mandato per transigere conferito a monsignore Ferdinando Taverna, nel quale occorrono le seguenti parole: «Pro aliqua condecentiori Camerae pecuniaria summa per eosdem Iacobi filios persolvenda transigas». Nel luglio poi del 1601, instando più urgente assai la medesima causa, e' fu mestieri aprir di nuovo la mascella al mastino e rendere tutti gli altri predii, tranne lo immenso feudo di Casale di Torre Nova, di cui il Papa era stato sollecito a investire Giovanfrancesco Aldobrandini pel prezzo simulato di scudi novantunmila. Morti Clemente VIII e Paolo V, Luisa Vellia, la valorosa vedova di don Giacomo, alacre a recuperare la mal tolta sostanza dei figli, dimostrata la iniquità di cotesta vendita richiamandosi di notoria ingiustizia sofferta, domanda la restituzione, o la facoltà di dimostrare la frode, e la lesione enormissima dello istrumento contro Pupissa Aldobrandina, Paolo Borghese, ed altri mentovati nella supplica umiliata a Gregorio XV. Altre memorie di queste contestazioni non mi è riuscito trovare; ma le liti fra gli eredi Cènci, Aldobrandini, e Borghese durarono secoli; e non sono bene quaranta anni, che i tribunali di Roma udirono rinnuovarsi l'antica querela fra il Principe Borghese, e il Conte Bolognetti Cènci.
Laddove poi sembrasse a taluno avere io proceduto con leggerezza incolpando di tanta infamia la memoria di questo Pontefice, io vo' ch'egli ponga il pensiero principalmente a due cose, ed è: la prima, che nè nuove nè rare apparirono siffatte infamie nella Corte Romana; la seconda, che quando l'oro del condannato si versa nell'arca del giudice, a questi sta con prove limpidissime chiarire le genti, ch'egli non fece causa comune col boia.
NOTE
[1] PAOLO SARPI. Storia del Concilio di Trento.
[2] Non paia ai reverendi Padri della Compagnia di Gesù ch'io abbia parlato avventatamente; dacchè eglino, dottissimi, sanno com'io altro non abbia fatto che copiare l'espressione del Sonetto di messere Francesco Petrarca.
«L'avara Babilonia ha colmo il sacco «D'ira di Dio, e di peccati empi, e rei» cc.
E messer Francesco, come quegli ch'era prete, e canonico di Pavia, doveva intendersene.
INDICE
INTRODUZIONE pag. 3 Cap . I. Francesco Cènci » 11 » II. Il parricidio » 23 » III. Il ratto » 33 » IV. La tentazione » 49 » V. Ancora di Francesco Cènci » 69 » VI. Nerone » 77 » VII. La chiesa di San Tommaso » 93 » VIII. Disperazione » 121 » IX. Il suocero » 140 » X. Il convito » 159 » XI. Lo incendio » 182 » XII. Dello asino » 196 » XIII. Il tradimento » 219 » XIV. Monsignore Guido Guerra » 232 » XV. L'ammazzata di Vittana » 243 » XVI. Il memoriale » 263 » XVII. Il Tevere » 278 » XVIII. Roma » 303 » XIX. Le fantasime » 328 » XX. La notte scellerata » 353 » XXI. Il mantello rosso » 369 » XXII. La tortura » 402 » XXIII. I giudici » 444 » XXIV. Il sagrifizio » 480 » XXV. Il giudizio » 519 » XXVI. La confessione » 539 » XXVII. Le vesti » 553 » XXVIII. La figlia del carnefice » 560 » XXIX. La grazia » 564 » XXX. La moglie » 572 » XXXI. L'ultima ora » 585 » XXXII. Il sepolcro » 602
[NOTA DEL TRASCRITTORE: le presenti correzioni sono state riportate nel testo, e la presente Errata conforme all'originale è riportata per documentazione]
ERRATA CORRIGE
pag 5 verso 22 ifinito infinito » 34 » 17 spesso spesse » 43 » 36 lali ali » 56 » 7 --I1 Curato Il Curato » 70 » 24 fiera jena » 71 » 20 trucidata distrutta » ivi » 32 la lor » 74 » 17 della dalla » 81 » 8 fanciutlo, fanciullo » ivi » 9 parola parola, » 89 » 4 vipera! vipera? » ivi » 22 premono fremono » 93 » 4 Capite, Molae Capite Molae, » 93 » 5 Tredorzio Tredozio » 97 » 13 per o per » 106 » 25 calma catena » 109 » 27 , io dormo io dormo » 119 » 38 Damley Darnley » ivi » 40 Damley Darnley » 120 » 1 dei del » 143 » 19 ; quella come quella » 151 » 5 Don Francesco --Don Francesco » 154 » 32 convertiti convertirti » 161 » 25 virtuosi purchè virtuosi » 168 » 24 xeres keres » ivi » 27 romani renani » 178 » 33 sorso sorso (11). » 179 » 7 dal pel » 183 » 1 tranghiottita tranghiottita (1) » 187 » 3 fatale funesto » 194 » 17 una graticola due graticole » 200 » 37 sapere, che sapere, che il Curato » 206 » 5 mucchi i mucchii » 214 » 11 ci faccia ci facciano » 218 » 3 e cotesti e quei » 223 » 15 inpadronii impadronii » 230 » 26 senti sentì » 240 » 37 per pestarla per conculcarla » 242 » 18 i tesori i furori » 248 » 20 e mi e' mi » 234 » 29 soggiugendo soggiungendo » 268 » 30 finita finta » 269 » 5 o nasconderete e nasconderete » 274 » 23 e è » 273 » 19 bestiale bestiali » 288 » 22 tronco impedimento tronco, impedimento » ivi » 20 mal nol » 294 » 3 è maggiore e maggiore » 295 » 23 rubbro rubbio » 298 » 7 fatti salti » 308 » 10 armate eserciti » 310 » 34 sulfureo purpureo » 311 » 30 genuino gemino » 313 » 31 da oste da hoste » 378 » 32 sponde, sponde » 384 » 1 --Seduto Seduto » 386 » 8 gota gola » 391 » 16 risponendo rispondendo » ivi » 26 Inigo Ynigo » 3SS » 10 cospettto cospetto » 397 » 6 Inanto Intanto