Beatrice Cenci: Storia del secolo XVI (part 2 of 3)
Olimpio udendo parlare donna Luisa ardeva, e agghiacciava. Si fruga con la mente dentro nell'anima per vedere se ci fosse luogo da deporvi una speranza di misericordia, e gli parve di no. Allora gemè dal profondo del cuore: così ricadono sul prigioniero le catene con romore disperato dopo i supremi sforzi per romperle. Nondimeno, siccome accanto alla fiamma della carità non vi ha cuore, comunque di selce, che non si riscaldi, Olimpio suo malgrado si sentiva commosso.
--Se io, incominciò a dire, se io potessi sperare che l'assoluzione mi salvasse, a nessuno io vorrei confessare i miei peccati tranne a voi, venerata Signora, e tra Dio, e me non desidererei mettere migliore mediatore di voi. Ma il libro della mia vita ho così empito di delitti, che l'Angiolo Custode non vi troverebbe più tanto di bianco da scrivervi sopra la parola misericordia con la più fina delle penne delle sue ali. Pazienza! E nonostante questo io mi confesserò, perchè se la mia confessione non può giovare a me gioverà a voi, e quindi io ve la faccio. Sapete voi chi incendiò cotesta casa? Io...
--Voi!
--Sapete chi portò al nobile vostro consorte la lettera perfidamente calunniosa, che forse lo ha tratto in furore? Io.--Sapete chi tutto questo ha immaginato perchè voi, e vostro marito vi odiaste?--Il conte Francesco Cènci. Egli si fregava tutto allegro le mani, e disse: è più facile che una rupe spaccata dal fulmine si riunisca, che la mia nuora torni ad amare Giacomo. Ho seminato l'odio, raccoglieranno la desolazione.
Donna Luisa si scioglie impetuosa dal braccio di Olimpio, e corre veloce così, che avrebbe vinto nella fuga il cervo: giunge a casa, irrompe nella stanza ove giaceva sempre inferma la povera Angiolina, e approssimatasi al suo letto palpitante e affannosa, la interroga:
--Donna, per quanto amore porti al tuo Dio, guarda di non mentire. Conosci tu il Conte Cènci?
Angiolina, spaventata dalla costei vista, e non la ravvisando per gli abiti mutati, come quella che sempre l'era comparsa davanti in veste maschile, risponde:
--Chi siete voi? Che cosa volete da me?
--Io non rispondo, interrogo, soggiunse imperiosamente donna Luisa--dimmi se tu conosci il Conte Cènci?
--Ma voi... sareste forse sorella del mio benefattore?
--Che t'importa cotesto?--esclama donna Luisa, percuotendo impaziente di un piede la terra;--o uomo, o donna, o demonio, non cercare da cui ti venga la vita. Rispondi... rispondi;--e ripercuoteva co' piedi il pavimento.
Angiolina, come sotto la pressione di un sogno tormentoso, diceva:
--Sì, lo conosco...
Lo conosci, eh! sciagurata, e questo è il figliuolo dei vostri amori? E sì discorrendo caccia le mani nei capelli del fanciullino, che sentendosi far male si mette a guaire...
--Lasciatemelo stare... in che cosa cotesta povera creatura vi ha offeso?
E, come a proteggerlo, ella si spendolava fuori del letto.
--Questo è figlio del peccato, e tu lo hai avuto dal Cènci...
--Dal Cènci? Signora, prosegue Angiolina prorompendo in pianto; conviene egli alle gentildonne straziare così la fama di una povera inferma? Io, sì, conosco un vecchio barone, che ha nome conte don Francesco Cènci; fu egli che beneficò il mio defunto marito, e questi mi condusse certa volta a ringraziarlo; egli volle donarmi danari, che io a male in cuore accettai, perchè, malgrado i suoi capelli bianchi e le parole benigne, qualche cosa gli traluceva negli occhi, che metteva spavento: da una volta in su io non l'ho più visto.
--Non di lui... non di lui ti domando, ma del suo figlio don Giacomo.
--Mi parve udire, che don Francesco avesse figliuoli; ma io non li vidi mai, nè so come si chiamino;--e questa risposta ella dette con tale una ingenua tranquillità, che le avrebbe creduto lo stesso apostolo del dubbio, San Tommaso.
--Non lo vedesti mai? Ne ignori il nome? Giuralo pel tuo Dio; giuralo per la tua anima, e coscienza... giuralo per questo Gesù redentore, che, dove tu spergiurassi, sappi che sconficcherebbe le mani di croce per maledirti in eterno.
E staccato un Crocifisso dal capo del letto, glielo poneva dinanzi agli occhi. Angiolina lo prese, lo baciò devotamente, poi glielo rese con atto pieno di dolcezza, chiedendole:
--Siete voi madre, Signora?
--E se non fossi madre avrei avuto cuore di avventarmi nelle fiamme per salvare te, e il tuo figliuolo?
--Voi? E vi chiamate?
--Donna Luisa...
--Moglie?
--Di Giacomo Cènci.
--Ah! Signora; comunque io sia femmina di scarso intelletto, pure comprendo che lingue malvage hanno ad avere messo scandalo di me. Ora uditemi. Santo è il nome di Dio, santo è quello del Redentore, sacre cose sono la coscienza e l'anima; ma io non giurerò per queste.--E messa la mano sul petto del caro pargolo, che le giaceva in culla accanto al letto, proseguiva così:--se io vi ho favellato parole di menzogna possa... in questo momento cessare di palpitare sotto la mia mano questo cuore del mio cuore...
Luisa, come donna tratta fuori di se,
--Ti credo... oh! ti credo, esclamava; e piegandosi sopra Angiolina, le prese con ambe le mani la testa, la baciò pei capelli, per la faccia, pel seno, senza avvertire punto come coteste scosse lei, non bene risanata, addolorassero. Angiolina, per istinto di virtù gentile, frenava appena i lamenti di angoscia che le cagionavano coteste procellose carezze.
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Anche del cervello si conosce la carta topografica. Gall e Spurzheim vi hanno tracciato sopra le strade maestre, le provinciali, e quelle di sbiado; anzi perfino i viottoli, onde non si smarrisca chiunque abbia vaghezza di viaggiarlo per lungo e per largo. Venite qua, lettore; considerate questo cranio segnato: gittate l'occhio sopra l'ordine delle facoltà affettive, genere primo; alla lettera B troverete lo amore della vita, cioè subito dopo la lettera A che distingue la cupidità del cibo. Da questo esame ne scendono due conseguenze, la prima delle quali ha che fare col mio racconto, la seconda no. E la prima è, che l'uomo possiede le facoltà principali perfettamente pari a quelle dello avvoltoio; divora per vivere: alcuni hanno sostenuto ch'egli vive per divorare, ma non è del tutto vero. L'altra poi, che ci vuole più coraggio a non mangiare che a morire, è maggiore violenza alla natura. Giacomo da più giorni non gustava alcuno alimento, e lo istinto della vita così taceva in lui, che lo aveva preso irresistibile il desiderio della morte.
Quando ciò avviene, occhio di donna non guardò mai così dolce come il foro del teschio, nè labbra di ranuncolo sorrisero così voluttuose come le scarne mascelle. Quelli, nei quali dura lo istinto della vita, reputano acerbo il fato di coloro che si dettero la morte; mentre se questi potessero continuare ad appassionarsi per cosa terrena, sentirebbero immensa pietà per coloro che sono vivi. Rovesciato l'appetito delle cose, tutto quanto piace a cui vive rincresce ai consacrati alla morte: tutti i motivi che i primi trovano per restare, i secondi li trovano per partire: niente è mutato nell'ordine delle funzioni organiche; soltanto l'ago della bussola ha mutato polo: il sentimento si affaccenda a mandar fuori della esistenza desiderii ed affetti, come chi muta casa sgombra le sue masserizie; e quando il letto è in casa nuova, e il riposo delle lunghe tribolazioni nella fossa, noi ci andiamo con voluttuoso conforto a dormire.
Giacomo Cènci, quietato il primo impeto che gli fece abbandonare con tanta passione la famiglia, prese a camminare lento perchè egli fosse venuto nel proponimento di distruggersi non mica per impeto, sibbene per discorso d'intelletto, e quasi sommando le ragioni del vivere e del morire. Importa conoscere come Giacomo pervenisse alla medesima conseguenza per una via diversa da quella di Beatrice.
--Quantunque, ei discorreva fra se, io abbia fatto mille volte questo conto, pure, adesso che mi avvicino al momento di saldarlo, ripassiamolo per vedere se torna. L'uomo ha da considerarsi in tre maniere: riguardo al suo Creatore, riguardo alla città, e riguardo alla famiglia. Incomincio dalla famiglia, e in questa parte la ricerca ha da farsi così--per la famiglia propria, e per la famiglia dei parenti. In quanto a me la famiglia dei congiunti si riduce alla paterna, imperciocchè in quanto agli altri poco curano me, ed io niente loro. Ora è chiaro che mio padre mi odia con tutti i sentimenti dell'anima e del corpo, ed io per necessità mi trovo condotto a dargli frutto corrispondente al seme. Posto che le cose rimanessero a questo punto... oh quanto è incomportabile affanno dovere odiare il proprio genitore! Ma qui non si fermano: egli mi perseguita, m'infama, e mi travolge nella disperazione della miseria. Se la mia anima si accomodasse a questo carico, un giorno mi avverrebbe di contrastare ai cani le immondezze che gettano per le strade, o morire di fame sotto il portico di una chiesa. Se, all'opposto, l'anima deliberasse sferzare il destino, ecco mi trovo attraverso la strada la vita di mio padre, io la calpesto, e passo; che cosa mi aspetta dall'altra parte? Forse il patibolo, certo il rimorso, e la eterna dannazione. Luisa ha inchiodato il mio nome su la gogna, e vivere e soffrire sarebbe un prestare la marca del mio casato ai figliuoli che non nascono da me. Bel mestiere, per dio! I fanciulli m'inseguirebbero con gl'improperii per le vie; gli adulti mi tentennerebbero il capo dietro come a miserabile ribaldo. Potrei vendicarmi;--sì, alzare la mia vergogna come un gonfalone perchè possano vederla anche i più lontani. I tempi non somministrano campo ad atti generosi, nè a studii onesti. La Inquisizione aborre gente che sappia; ella vuole gente che creda: or via, da bravo; consuma qualche rubbio di grano; divora qualche quarto di bove; per uno che sei popola il mondo di quattro, o cinque, od otto infelici; accendi parecchi moccoli ai santi, recita alcune dozzine di rosarii, e muori. Ma no... ti si apre il cammino per farti degno di fama; con che? Con le armi forse? Ingiuria partorisce ingiuria; la maladizione scrive, e la vendetta legge. Con gli studii? Oh! questa è una via, che dalla ignoranza conduce diritto allo errore. Se ti mantieni ignorante, e tu cammini pel buio; se ti erudisci, l'anima si circonda col cilizio del dubbio. E poi, che cosa avvertirà i posteri del tuo sentiero nella vita? La lapide finchè le grappe la terranno su per la parete, o finchè i piedi non l'avranno logorata sul pavimento della chiesa. E ai posteri che cosa importerà di te? Importa a te dei tuoi avi? Non li conosci. Pei tempi che corrono, però, tu puoi scegliere tra la stupidità e la ferocia:--e se io non volessi essere stupido, nè feroce? Se io gitterò via questa vita, che mi tribola, Dio mi condannerà? Perchè?... Egli mi aveva concessa una tazza colma di esistenza, e grazie gli sieno; parte ne ho bevuta, e parte io rovescio a terra--facendone libazione agli Dei. La vittima quanto più cara, tanto più riesce gradita nell'alto; ora, che cosa a noi può essere più caro di noi stessi?--Così fantasticando egli giunse alle sponde del Tevere.
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Il mormorio delle acque, per l'uomo che sta in procinto di annegarsi, percuote i sensi sublimati dalla morte imminente; vario, distinto, moltiplice a guisa degli effluvii che si spandono dalla famiglia infinita dei fiori. Su la cima delle onde gli si affacciano forme aeree che guizzano, scivolano, si tuffano, tornano a galla, si baciano abbracciandosi, o prendendosi per mano menano balli voluttuosi;--accolte nel cavo delle mani le chiare acque, gliele spruzzano in volto invitandolo con sorrisi e con cenni. È questa illusione di mente inferma, o gli elementi vanno abitati da spiriti misteriosi, che camminandoci al fianco ci sussurrano alle orecchie le buone, o le cattive determinazioni? Omero ci rappresenta dee e numi, invisibili consiglieri degli eroi. A Socrate sapientissimo pareva sentirsi un demone nel seno. Nelle sacre carte occorrono e pitonesse, e larve, e genii malefici, e angioli amorosi. Il Tasso porgeva ascolto al suo genio familiare. Sacrobosco insegnò le sfere sotto la luna andare popolate di spiriti, e Cecco di Ascoli, ai tempi dell'Alighieri, propagò siffatta dottrina. Milton favella di voci arcane, che si odono fra il cielo e la terra; al fato e ai genii prestarono fede Mozart, Napoleone, Byron ed altri infiniti, così antichi come moderni. Nella Irlanda, paese cattolico per eccellenza, non vi ha famiglia che non possieda una Bauskie, o spirito, di cui lo ufficio si assomiglia a quello della Nonna sanguinosa, e di Meleusina. Meleusina era una larva, che compariva sopra i torrioni del castello dei Lusignano, quando alcuno di cotesta casata doveva morire. Follìe!--Io non vi parlerò dei Mesmerismo, dello Illuminismo, e di altre cose siffatte, alle quali i nostri padri, dopo Voltaire e la Enciclopedia, posero piena credenza. Vi narrerò la cena di Cazotte, attestata da testimoni gravissimi. La rivoluzione di Francia si approssimava, e gli uomini destinati a sostenere in quella una parte distinta raccolti a mensa parlavano del regno della ragione, e della felicità universale. Cazotte torbido taceva. Interrogato circa alla causa della sua mestizia, rispose: «con gli occhi della mente prevedere orribili fatti»; e siccome il marchese di Còndorcet lo scherniva, egli gli disse: «voi, Còndorcet, vi avvelenerete per sottrarvi al carnefice». Scoppiano risa, e gridi giocondi. Cazotte continuando predice a Chamfort, che si taglierebbe le vene; a Bailly, a Malesherbes, a Boucher, che morirebbero sul patibolo.--Ma almeno saranno risparmiate le donne?--esclamò allegramente la duchessa di Grammont. «Le donne? Voi, signora, e bene altre dame con voi saranno condotte alla piazza della Giustizia con le mani legate dietro il dorso».--Per modo che voi non mi lasciate nemmeno il conforto di un confessore?--«Confessore! L'ultimo condannato che lo avrà, sarà--e dopo avere esitato un momento--sarà il Re di Francia». I convitati compresi da terrore si levarono; e, quasi per provocare presagi meno tristi, a lui, in procinto di partire, domandò la duchessa:--E a voi, profeta, qual destino riserbano i cieli?--Piegò la testa, e, meditato alquanto, rispose: «Nello assedio di Gerusalemme un uomo per sette giorni di seguito fece il giro delle mura gridando con voce di terrore: sventura a Gerusalemme, sventura! Il settimo giorno gridò: sventura a me! E al punto stesso un sasso enorme briccolato dalle baliste romane lo colse, e lo stritolò». Ciò detto salutava, e partiva; e come disse avvenne[10].
Non vi basta? Ebbene; eccovi uno esempio di caso recentissimo, accaduto durante la mia prigionia. Nel 17 maggio 1850 il Giornale dei Dibattimenti, dopo avere narrato che una larva bianca compariva alla casa degli Hohenzollen quando stava per succedere a qualche membro di cotesta famiglia alcuna sventura, assicurava correre voce, che nella notte del 10 aprile 1850 la dama bianca era comparsa nel castello di Berlino. La sentinella del reggimento imperatore Alessandro dei Granatieri gridò tre volte: «chi viva?» Non ottenendo risposta, insegue il fantasma con l'arme di contro al muro, dove ella sparisce. Nel 22 maggio successivo Sefeloge trasse una pistolettata al re Federigo Guglielmo mentre stava per partire alla volta di Posdam![11]
La ragione condanna simili fantasticherìe;--ma se la ragione condanna, la coscienza approva; e la ragione in balìa del sentimento è straccio di carta legato al piè di una rondine.
Inoltre, la ragione veramente condanna? Considerando la natura noi vediamo com'essa proceda non già per via di salti, ma gradatamente nelle sue creazioni: dai minerali, materia passiva e sterile, noi passiamo alle piante dove incontriamo un moto, una serie di sensazioni, una riproduzione, un palpito insomma di vita: poi ci occorrono le conchiglie e i coralli, e stiamo incerti se devansi annoverare nel regno animale, o vegetale: ancora, la transizione da specie a specie tra gli animali si opera per via di anelli intermedii; così l'anello mezzano, che unisce i volatili agli animali terrestri, viene rappresentato dallo struzzo; tra gli animali terrestri e gli acquatici si pongono gli anfibii; le scimmie stanno a cavallo sopra i confini della bestia, e dell'uomo. Ora se così apparisce graduato il passaggio negli enti rammentati, come avremo a supporre noi che rimanga vuota la immensa lacuna che passa fra gli uomini e le sostanze divine? Perchè le medesime sostanze divine non crederemmo varie fra loro? Dio non è diverso dagli Angioli? Gli Angioli non serbano tra essi gradi, e preminenze distinte? Le apparizioni possono nascere dalla nostra fantasia; tuttavolta la fede diversa professata senza interrompimento per tanti secoli da uomini di varia religione, di varia civiltà, e di vario intelletto, merita pure richiamare il pensiero dei filosofi. Se mi domandi: Quando avrai pensato, che cosa ti verrà fatto concludere? Io rispondo, che questa è un'altra cosa. La scienza è fuoco, l'anima farfalla, e la cenere troppo spesso il frutto dei pensamenti umani...
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Giacomo Cènci, curvo il petto e le spalle, intendendo fissamente gli occhi nel Tevere, vide, o gli parve vedere emergere dal profondo una forma leggiadra di donna,naiade, ondina, o ninfa delle acque, e apparire vaga, indeterminata come la nostra immagine quando ci affacciamo per l'acqua commossa, e avvicinandosi a mano a mano farsi distinta[12]. Aveva le chiome cerulee stese giù per le guance e pel seno, stillanti gocce lucide dell'iride che scaturisce dalle gemme; la faccia del colore di perla, dai suoi occhi verde mare balenano sguardi i quali si appuntano dolorosamente negli sguardi del Cènci per modo, che gli pareva glieli abbacinassero; ma non sapeva staccarsene, sollecitandolo acuto una voluttà acerba, uno spasimo soave. Dalle labbra di corallo, mobili quanto i suoi occhi stavano fissi, usciva un suono che si diffondeva dolce su le acque, quasi note di armonica;--suono che Ulisse non seppe vincere altrimenti che turandosi gli orecchi con la cera.
--Benvenuto, ella mormorava, benvenuto l'amico segreto del mio cuore; vieni, io sono fresca, e tempero l'arsura nelle membra febbrili; vieni, io ti darò a bere l'acqua gelida, che non si attinge a fontane terrestri;--l'acqua di Lete, che procura l'oblìo. Se vorrai dormire io ti apparecchierò in questi miei umori un letto di aliche molle così, da infondere sonno nei corpi che non conoscono più riposo;--qui nel profondo tu albergherai in palazzi di carbonchio incrostati di zaffiri; sotto la volta delle acque non morde aura ghiacciata di verno, non affanna l'ardente Sirio; quaggiù viviamo dilettate porgendo le orecchie allo arcano mormorio che muove dalle cose, le quali si formano e si disformano perpetuamente nelle viscere del mondo. Noi, se ti piace, o diletto, spazieremo seduti sopra la schiena dei delfini per la superficie delle acque, o inseguiremo negli antri profondi i pesci che fuggono, e gli altri che si difendono combattendo con la spada, o con la sega;--io t'insegnerò a radere con la punta estrema dei piedi il fiore dell'onda, e a palpitare di voluttà con le acque quando i raggi della luna penetrano loro nelle viscere, e l'agitano con tremito di fosforo. Io mi accosto a te, tu accostati a me.--Scortese! Io, vedi, ti tendo le braccia; a me contesero i fati oltrepassare il confino delle onde: qui ti aspetto;--qui c'incontreremo;--e qui ti bacerò.
Il destinato allora sente un brivido nelle ossa; i piedi gli diventano piuma, e il capo piombo; cerca anelante le labbra della ondina, fende l'aria, tocca l'acqua, e la bacia. La ondina in quel punto solleva le braccia grondanti, lo avviluppa, e lo cuopre nel suo abbracciamento.
Il giorno appresso sopra la sponda desolata, fra un canneto, per la sabbia s'incontra un cadavere gonfio, pieno di arena i capelli, gli occhi e la bocca: la sua pelle mostra i colori delle erbe marine: gli occhi, comunque spenti, pare che cerchino sempre qualche cosa, nè mai si giunge a farglieli stare chiusi:--egli sembra morto di piacere... veramente il bacio della ondina gli ha dato la morte.--
Ma Giacomo Cènci sul punto di spiccare il salto fatale era tenuto forte da due mani sul parapetto, ed una voce nota lo chiamò:
--Forsennato! che fate voi?
Giacomo attonito levò un momento il capo, e poi lo ripiegò verso il Tevere. Ogni canto era cessato; le voci tacquero, la bella faccia della ondina disparve. Allora la sua anima, spinta fino allo estremo limite dello infinito, stornò aborrente agli uffici consueti della vita, e vide, o conobbe l'amico Guido Guerra.
--Oh! Guido...
--Sciagurato!--Tra commiserando, e rimproverando proseguiva monsignore Guerra; e i vostri figliuoli?
Giacomo scosse le spalle, e non rispose verbo; lasciò condursi rifinito di forze come uomo senza volontà; solo quando si accorse mettere il piede sopra la soglia di casa sua, volto a monsignore Guerra gli favellò:
--Amico, se voi credete che io debba ringraziarvi, v'ingannate. A questa ora, voi non impedendo, io aveva letto il laus Deo della vita, chiuso il libro, e conosciuto com'era andata a finire: non bene, per dio, non bene; ma siccome potrebbe andare a concludere anche peggio, così mi contentava. A rischio di passare per ingrato, no, io non vi ringrazio.
Nello entrare in casa gli si presentò una vista assai strana.
«Temistocle, narra Plutarco, vedendosi perseguitato dagli Ateniesi e dai Lacedemoni, si gittò in seno a speranze dubbiose e difficili rifuggendosi ad Admeto re dei Molossi, dal quale era avuto in odio per certa repulsa superba fatta alle istanze di lui mentr'egli teneva la suprema magistratura in Atene. Pure Temistocle, temendo adesso più la nuova invidia dei suoi nemici che lo antico sdegno del re, determinò implorarne l'aita con modo singolare; imperciocchè presone il pargoletto figliuolo nelle braccia, si prostese supplicando davanti l'ara domestica; la quale maniera di pregare si reputava presso i Molossi solenne, e la sola che non potesse rifiutarsi»[13].
Così un uomo di sembianza sinistra, membruto a modo dell'Ercole Farnese, tenendo nelle braccia il minore dei figliuoli di Giacomo Cènci, verso di questo lo sporgeva supplichevole.
Cotesta squisitezza di affetto era facile che si dimostrasse da donna Luisa amante, e madre; ma come fosse caduta nell'animo ad Olimpio, natura tristamente salvatica davvero, non si saprebbe immaginare. Talora le api posero il favo del mele nella gola della fiera; ma ella è cosa tanto straordinaria, che Sansone ne fece argomento di enimma pei Filistei[14].
Ma il partito giovò ad Olimpio; che tenendo il fanciullo come il corno dell'altare, confessò pianamente a Giacomo tutte le sue colpe commesse per ordine del Conte Cènci al fine di distruggergli la pace domestica. Intanto il pargolo sollevava di tratto in tratto le sue manine, e tutto vezzoso rideva, sicchè Giacomo non seppe sdegnarsi contro Olimpio; il quale, colto il destro, posto nelle braccia del padre il fantolino, soggiunse:
--Ora, poichè col figlio vi ho portato la pace, in grazia di questa innocente creatura, che per me intercede, io vi supplico, signore, che mi vogliate perdonare.
Giacomo tacque, e girò gli occhi attorno torbido sempre, e sospettoso; se non che Luisa, indovinando quel muto linguaggio, trasse da parte Olimpio; e postasi genuflessa davanti al marito, così gli disse:
--Mio sposo, e signore; noi abbiamo scambievolmente dubitato della nostra fede. A me valga per iscusa considerare che dalla perfida lingua del serpente non seppe guardarsi neppure Eva, la quale, come uscita dalle mani stesse del Creatore, deve supporsi che fosse composta con perfezione maggiore di noi. Avendo conosciuto lo scellerato fine a cui mirava Francesco Cènci, e considerando gl'ipocriti non meno che tristi argomenti posti in opera da lui, io mi credo sciolta da ogni promessa giurata, e vi faccio manifesto come, mossa dalla disperazione, io me ne andassi dal suocero, gli esponessi lo stato della nostra famiglia, e lo supplicassi a soccorrere i miei figli desolati, che pure erano suo sangue. Di padre amoroso le parole furono e gli atti: a me, credula per passione, narrò una lunga storia dei vostri amori, e di danari profusi in lascivie, e negati ai figli, e mi sovvenne benignamente di trecento scudi, a patto che non vi palesassi da cui mi venissero: così, con perfido consiglio, a me dava ad intendere voi perduto dietro adultera pratica; a voi, che io a prezzo di vergogna procurassi agiato vivere a me, e ai nostri figli...
La donna con tanta veemenza, e prestezza aveva favellato fino a questo punto, che Giacomo non la potè interrompere. Qui però le troncava la voce dicendo:
--Cotesta posizione male conviene alla moglie di Giacomo Cènci. S'ella meritasse che il suo marito la rilevasse da terra, egli non le potrebbe dire: Luisa, il tuo posto è qui sul cuore del tuo Giacomo, che ti ha amata, e che ti ama tanto...
Si abbracciarono, e piansero lacrime di tenerezza. Lasciamo che sgorghino copiose, e soavi; forse chi sa se la fortuna appresterà più loro la occasione di versarne di piacere.
I figli, comunque fanciulletti si fossero, che il maggiore non arrivava ai sette anni, piangevano anch'essi di allegrezza, ed esultavano aggruppati in atti dolcissimi quali intorno al padre, e quali intorno alla madre. Monsignor Guerra e Marzio, quantunque li premesse urgente il bisogno di mandare ad esecuzione certo loro disegno, non ardivano turbare la santità degli affetti domestici. Olimpio, postosi a sedere in terra con le spalle appoggiate alla parete, quasi di soppiatto erasi di nuovo impadronito del fanciullino, e, ora sollevandolo ora abbassandolo, lo faceva ridere.
Davvero egli era oltre ogni credere vezzoso: rassomigliava al bambino Gesù dipinto dallo Albano, che dorme sopra una croce; e il figliuolo di Giacomo Cènci rendeva la pittura dello Albano anche per un altro motivo, imperciocchè la fortuna lo stendesse appena nato sopra una croce senza fine amara, come conosceranno coloro che vorranno proseguire la lettura di questa storia dolente.
Il bandito considerando cotesta fronte purissima richiamava invano col desiderio i giorni nei quali, egli fanciullo, forse destò nell'anima di cui lo guardava un simile affetto.--Quando glielo tolsero per rimetterlo nella culla gli parve sentirsi uscire di mano la ultima tavola, sopra la quale aveva confidato salvarsi dal naufragio.
NOTE
[1] Nello intento di adulare Ottaviano Augusto, gl'inviati di Tarragona gli referirono, un giorno, come sopra la sua ara fosse cresciuto un alloro (altri dicono una palma). Augusto, sdegnando essere tolto a compare di questa goffa piaggerìa, rispose: «Questo è segno espresso, che voi non vi curate sagrificare vittime in onor mio.» Vita di Ottavio Augusto, attribuita a Plutarco.
[2] «Poi vidi nella destra di colui, che sedeva sul trono, un libro scritto di dentro e di fuori, suggellato con sette sigilli». Apoc. Cap. V. n. 1.
[3] Scilla, racconta la favola, fu ninfa, e di lei innamorò Glauco dio marino; il quale non le potendo toccare il cuore ebbe ricorso a Circe maga, che gli compose certo suo filtro da mescolarsi con l'acqua della fontana dove la ninfa si bagnava. Scilla, entrata nel bagno, si trovò cangiata in mostro con sei bocche e sei teste, ed una cintura di cani le si cinse alla vita. (Odissea, lib. XII. v. 85 e segg. Eneide, lib. III. v. 424 e segg.) Il FLAXMAN, nelle sue composizioni della Odissea, rappresenta Scilla circondata da cani, e così pure si osserva negli antichi cammei. Questo vortice marino prossimo alla Sicilia, secondo che Pausania afferma (II. c. 34), col fragore delle sue acque imita i latrati dei cani.
[4] Dicesi che avendo Pausania, mosso da vergognoso appetito, mandato a prendere una fanciulla di Bisanzio, che aveva nome Cleonice, figliuola di genitori ragguardevoli e chiari, questi gliela lasciarono condurre da necessità costretti, e da tema; e che avendo ella pregato, prima di entrare nella stanza, che spento vi fosse il lume, inoltrandosi poscia all'oscuro, e tacitamente verso il letto in cui già Pausania dormiva, urtò non volendo nella estinta lucerna, e la rovesciò; e ch'egli destatosi con agitazione allo strepito, e sguainato un pugnale che teneva appresso, cominciò a dare dei colpi come se qualche nemico gli si facesse incontro, e ferì la giovane; la quale essendo morta per una tale ferita, mai più non lasciò poi riposare Pausania; ma frequentemente di notte gli appariva fra il sonno in forma di larva, e con impeto di collera gli diceva un verso eroico di questo significato
_Va all'ultrice giustizia, che ti aspetta; Male assai grande è agli uomini la ingiuria._
Per un'azione siffatta male potendolo sopportare gli alleati, andarono insieme con Cimone ad assediarlo; ma Pausania se ne scampò fuori di Bisanzio, ed agitato, per quanto si racconta, da quel fantasma, rifuggissi ad Eraclea nel tempio Negromantico; e chiamando quivi l'anima di Clèonice, supplicavala di volere deporre lo sdegno: ella però comparitagli, disse che ben tosto liberato sarebbe da ogni male come giunto fosse in Lacedemonia; alludendo, com'è probabile, a quella morte, ch'era quivi per incontrare. PLUTARCO, in Vita Cimonis. Che poi questo spettro comparisse a Pausania ogni qual volta si affacciava alla superficie delle acque, si ricava dal Dizionario infernale alla parola Idromanzia.
[5] Semplice traduzione di due versi di Condorcet, giustiziato nella prima rivoluzione di Francia:
Ils m'ont dit: choissis être oppresseur, ou victime. J'embrassai le malheur, et leur laissai le crime.
[6] _.......... in un col latte T'imbevvi io l'odio del patrizio nome; Serbalo caro; a lor si dee, che sono A seconda dell'aura o lieta, o avversa, Or superbi, ora umili, infami sempre:_
disse il conte ALFIERI nella Virginia.
[7] Suburra che fosse lo diremo in latino, valendoci delle parole altrui: «Erat regio (Romae) in qua meretricium diversoria erant: quae ob id Suburranae dicuntur a poetis». Thesaur, ling. latin. t. IV.--In Roma poi vendevansi ceci e noci fritte, e di questo cibo assai si mostrava vaga la plebe. Nell'Arte Poetica di ORAZIO troviamo il verso 249, che dice:
Nec si quid fricti ciceris probat, et nucis emptor;
e nella Bacch. di PLAUTO l'altro, concepito:
Tam frictum ego illum redeam quam frictum est cicer.
[8] «Imperciocchè anco le preghiere sono figliuole di Giove: zoppe, grinzose, e guerce degli occhi; e queste andando dietro la ingiuria la emendano. La ingiuria è gagliarda, e di piè fermo passa per tutta la terra offendendo, ed esse le tengono dietro, e medicano i di lei danni. Ora, chi rispetta le figlie di Giove allorchè gli si accostano, questo sarà vicendevolmente assai giovato da loro, ed esaudito quando ei prega; ma se alcuno le rigetta, ed ostinatamente le recusa, allora queste andando pregano Giove Saturnio che la ingiuria persegua colui acciocchè, offeso, paghi la pena della sua durezza». OMERO, Iliade, lib. IX.
[9] «In ogni tempo, in ogni contrada i patrizii hanno perseguitato implacabilmente gli amici del popolo; e se per caso alcuno ne sorse nel grembo loro, sopra di questo particolarmente percossero, studiosi d'incutere spavento con la grandezza della vittima. Così periva l'ultimo dei Gracchi per la mano dei patrizii; ma giunto dal colpo fatale, lanciò un pugno di polvere contro il cielo prendendo in testimonio gli Dei immortali, e da quella polvere nacque Mario. Mario, meno grande per avere sterminato i Cimbri, che per avere abbattuto in Roma l'aristocrazia della nobiltà». MIRABEAU, Mémoires, t. V p. 256.
[10] LUIGI BLANC. Storia della Rivoluzione di Francia, t. II, lib. 3.
[11] Giornali del tempo, e segnatamente il Débats.
[12] _Quali per vetri trasparenti e tersi, Ovver per acque nitide e tranquille Non sì profonde, che i fondi sien persi, Tornan dei nostri visi le postille Debili sì, che perla in bianca fronte Non vien men forte alle nostre pupille._ Paradiso Canto III.
[13] PLUTARCO, Vita di Temistocle. Il Visconte di Chateaubriand nelle sue Memorie, t.I. p. 290, scrive: «Quando un uomo domandava la ospitalità presso gl'Indiani, lo straniero incominciava il ballo del supplichevole. Un fanciullo toccava la soglia, dicendo: «ecco lo straniero!» Il capo rispondeva: «mettilo dentro». Lo straniero protetto dal fanciullo sedeva su la cenere del focolare. Le donne cantavano l'inno della consolazione ... Questi usi sembrano imitati dai Greci. Temistocle presso Admeto abbraccia i Penati, ed il figliuolino dell'ospite. Ulisse in casa di Alcinoo implora Arete così: «nobile figlia di Resenore, dopo avere durato mali crudeli io mi prostro davanti a voi ec.». Compiute queste parole l'eroe si asside sopra le ceneri del focolare».
[14] Lo enimma dato da Sansone ai Filistei, diceva: «dal divoratore uscì il cibo, dalla forza venne la dolcezza»; ed accennava allo avere egli trovato un favo di mele nella bocca del lione morto. Giudici, C. IV.
CAPITOLO XVIII.
ROMA.
Or di tante grandezze appena resta Viva la rimembranza; e mentre insulta Al valor morto, alla virtù sepulta, Te barbaro rigor preme, e calpesta. TESTI, A Roma
Giacomo Cènci convitato a mensa da monsignore Guerra si ridusse a casa tardi nella notte successiva; e se a donna Luisa quella sua dimora soverchia fu motivo di affanno, il suo giungere non la consolò meglio; imperciocchè egli si dimostrasse pensieroso e mesto: ricusò vedere i figliuoli; si astenne perfino da baciare, come soleva, lo infante; anzi al vagire di quello tramutò visibilmente nella faccia. Postosi a giacere lo travagliarono sogni tormentosi, e fu sentito lamentarsi dicendo; è morto! è morto! Allo improvviso si svegliò esterrefatto; girò attorno torbidi gli sguardi, e, vistasi la moglie al fianco, l'abbracciò stretto stretto come soverchiato da interna passione, esclamando non senza lacrime:
--Quanto era meglio che io avessi cessato di vivere!
--Ti penti forse essere tornato nel seno della tua famiglia che ti adora?--gli rispondeva la moglie affettuosissima.
--No, Luisa, no; Dio me ne guardi; e ciò nonostante, credimi, sarebbe stato meglio che io fossi morto... e lo vedrai.
--Luisa da femmina discreta tacque, attribuendo cotesto fastidio angoscioso alle commozioni passate; e confidò nel tempo, nelle sue cure, e nelle carezze dei figli per ricondurre la pace nello spirito agitato di lui.
In quella medesima notte si partirono da Roma Marzio ed Olimpio provveduti di molta moneta di oro. Cavalcavano due poderosi cavalli; e comunque camminassero senza sospetto d'incontrare per via cosa che fosse al loro andare molesta, pure procedevano muniti di armi pronte a far fuoco.
Scorsi alquanti giorni, don Francesco sentendosi bene della persona disposto, e del piede abbastanza rimesso, certa mattina, sul fare dell'alba, sveglia di repente la famiglia, e le ordina, che così come si trovava vestita scendesse.--Nel cortile Beatrice vide apparecchiati cavalli da sella, la carrozza, ed uomini di scorta; indizio manifesto di lungo viaggio. Dove il padre la menasse, per quanto tempo sarebbe rimasta lontana da Roma, questo fu quello ch'ella non gli domandò, nè alcuno della famiglia si attentò a richiederglielo.
Il Cènci aveva provveduto a tutto con la sua ordinaria solerzia. Non gli parendo bene avventurarsi co' soli famigli per le vie infami, che da Roma conducevano alla Rocca Ribalda, aveva stipendiato per alquanti giorni una mano di guardie campestri, che gli tutelassero il cammino. Altre volte egli aveva percorso le cinquantotto miglia che passano tra la città e cotesto feudo, in un giorno solo; ma adesso non vi era da contarci sopra, considerando da una parte la carrozza lenta a muoversi, e dall'altra le strade o sprofondate nella polvere, o dirotte pei poggi, e il caldo grande della stagione. Nei cariaggi il Conte aveva fatto riporre biancherie, argenti, di ogni maniera vettovaglie, e vini di più ragioni, fra i quali una fiasca di keres che aveva sopra la veste dipinta la data del 1550, raccomandando che ne avessero cura particolare.
Beatrice, prima di entrare in carrozza, indirizzandosi al Conte gli disse:
--Signor Padre, ho da parlarvi...
--Silenzio; salite...
E Beatrice, volgendogli supplichevoli le mani, di nuovo:
--Signor Padre, uditemi per lo amore di Dio... ne va della vita vostra...
Ma il Cènci, reputando coteste smanie sforzi per sottrarsi dallo aborrito viaggio, la cacciò di una spinta in carrozza, chiuse a chiave lo sportello, e fece abbassare diligentemente le cortine.
Dato il cenno della partenza don Francesco salì con gli altri a cavallo, e tutti si posero in via senza dire un fiato. Cotesta compagnia, più che di cavalcata viaggiatrice, aveva sembianza di associazione di qualche illustre defunto. Uscirono dalla porta di San Lorenzo, e tenendo sempre la strada Tiburtina giunsero a Tivoli.
Non poeta traversò la campagna romana senza cantare il tumulto degli affetti, e dei pensieri che destò nel suo animo la vista di tanti luoghi solenni per grandezza di antiche memorie, per decoro di fabbriche, e per desolazione moderna: solo che il cuore gli si commuovesse a pietà, spontanee e belle gli uscirono le parole dai labbri come le lacrime dagli occhi.--Nessuno ardì maledirci--nessuno--tranne uno solo, nato dalla gente che ha per costume di rompere la fede ridendo[1];--il quale non aborrì insultare un popolo fatto cenere per la vendetta del mondo congiurato a suo danno, per la maligna onnipotenza dei fati, e pel perpetuo tradimento dei suoi;--egli solo calpestava lo immane sepolcro oltraggioso e protervo; però che ci venisse dalla gente leggiera, farfalle insanguinate, astiosa del parlare, e della fama romana[2].
Non pittore traversò la campagna romana senza rapire a questo cielo qualche tinta azzurra e di oro per trasportarla sopra i suoi quadri, che indi furono divini. Dacchè Dio volle che l'aere di questo sepolcro si mantenga glorioso, e magnifiche sieno le aurore, e stupendi i crepuscoli. Le querce annose scuotendo le fronde al vento mormorano antichi misteri, e l'erba cresciuta sopra le fosse funerali spira voce fatidica.
Passerò io per la campagna romana senza gittarvi sopra uno sguardo di pittore, o di poeta? Le pagine immortali del Byron, del Goëthe, della Staël, del Montaigne, e di altri famosi antichi e moderni scrittori mi sbigottiscono forse? Oh! l'ala della immaginazione percuotendo contro i ferri della carcere si rompe, e gronda sangue. La musa, vergine mite, si arresta sul limitare della casa dei sospiri, e torce altrove lo sguardo. Levando gli occhi in alto io non incontro più la casta faccia delle stelle, che versano su l'anima luce, amore, e poesia. I campi aperti e il sole mi tornano alla mente affaticata dalla empia virtù della prigione, come le immagini dei ruscelletti del Casentino tormentavano maestro Adamo condannato a perpetua sete nello inferno[3].--Ma dalle mani di Dio escono spiriti tranquilli, che, a guisa di lago, compiaccionsi riflettere nella limpida superficie le sponde floride, i colli cerulei, i bianchi casolari, la parrocchia, il campanile, le croci del camposanto di campagna,--le gioie, insomma, di coloro che nascono inosservati come le foglie di aprile, e muoiono inosservati come le foglie di autunno. Ogni soffio leggiero da cima in fondo gli scompiglia, e la pace, rimane in essi sconvolta con la dolce armonìa. Altri poi, senza requie commossi, amano fare specchio di se alla faccia di Dio divampante fra i fulmini come l'oceano in tempesta: si nutriscono di procelle, e le corde di ferro delle loro arpe eolie non rendono suono se non le scuote il fulmine. Ora, quando pure la sventura non avesse inaridito il mio spirito come fa il sole della erba dei campi; quando pure il mio spirito non avesse rovesciata la sua fiaccola a guisa di genio al fianco di un sepolcro, perchè userei la sua forza ad evocare sopra le pianure antiche eserciti di combattenti, e agiterei con palpito nuovo i miei lettori sopra le vicende della pugna, e i pericoli di una gente, il cuore della quale cessò di palpitare da venti e più secoli? Perchè aprirei sommessamente le porte del tempio di Giano, di cui il cigolìo scuoteva un giorno le viscere della terra? Con qual consiglio popolerei la via sacra di carri, di cavalli, e di cavalieri armati lampeggianti ai raggi del sole? Perchè la ingombrerei di nuvole profumate, che si alzano dai turiboli d'oro, (--profumi, e vasi rapiti--) di sacerdoti, di vittime, e di re barbari incatenati? Perchè i nitriti di cavalli, e le grida dei cavalieri già da mille anni disfatti spaventeranno gli echi ormai usi da secoli a ripetere il salmo cantato dietro la povera bara del villano morto di febbre dal frate tremante pel ribrezzo della febbre? Scoperchiamo gli avelli, e interroghiamo le ossa dei sepolti in questa parte della campagna romana--gli Orazii, i Plauzii, gli Scipioni--: costringiamo anche Cestio,--anche Metella, entrambi i quali nascosero il mistero della loro vita sotto splendidi monumenti, lasciandoli ai posteri come uno enimma a indovinare--a narrarcelo intero. Io posso, per virtù di poesia, farvi vedere dalle gelide labbra dei morti scintillare parole come faville elettriche. E quando tutto questo potesse farsi, e quando tutto questo facessi, qual prò ne ricaverebbe la Patria? Forse dalla storia dei gesti antichi ricaverebbero argomento di forza i viventi? Ahimè! Dio si è ritirato da noi perchè la nostra ignominia supera la sua misericordia. Forse delle glorie antiche vorrò comporre un flagello nuovo per percuotere la moderna fiacchezza?--Tutti siamo rei. Vestiti di cilizio, col capo cosparso di cenere, prostesi a terra i Profeti lamentarono la desolazione di Gerusalemme: sopra i fiumi di Babilonia le vergini di Sion, sospesa l'arpa ai salici,--piangevano l'amara schiavitù:--più felici di noi perocchè lamentassero ad alta voce, e tutti i Giudei accompagnassero i mesti inni con i singulti! A noi è tolta perfino la libertà del pianto. Deh! sussurrate sommessi, onde per avventura il vostro ronzìo non rincresca allo straniero, e vi calpesti come i vermi della terra;--gemete sommessi, onde i vostri stessi fratelli non vi denunzino al giudice fratello, e questi vi mandi in prigione o per gli ergastoli, o a morte per amore dello straniero, che gli dà pane, titoli, e infamia.
Addio, cascate di Tivoli; invano il vostro Genio tenta abbagliarmi coll'iride, che mandano gli zampilli dell'acqua rotta su gli orli dello abisso:--voi non avrete gli onori di altri canti.--Addio, flutti pallidi dell'Aniene, consapevoli dei riti arcani degli Aborigeni; scorrete in pace per la morta campagna: io non vi domanderò se le stirpi andate degli Enotrii, degli Ausonii e degl'Itali fossero più o meno infelici di noi sopra questa terra, dove la mèsse, alimento dell'uomo, cresce per solchi pieni di morte; la vigna, letizia del cuore, per la costa riarsa del vulcano; la intelligenza, fra i pruni della superstizione; la virtù, sotto il taglio della mannaia. Ahimè! ahimè! Il fegato di Prometeo non è favola in Italia.--
Ma se sarebbe vanità rammentare glorie vetuste, mi giova tratto tratto soffermarmi nella via che percorrono i miei personaggi, e raccogliere gli amari pensieri che desta la vista di luoghi famosi per ricordanze lugubri. Il dolore è della famiglia dei cancri, e intende essere alimentato di carne, e della più sensibile del cuore umano. E non sapete voi, che la creatura può trovarsi ridotta in tale stato da mettersi con piacere le dita nella piaga, e lacerarla, e vederne, esultando, stillare fino all'ultima goccia il suo sangue? Catone, quando altro non gli fu dato, si strappò le viscere, e le battè nel viso alla fortuna, come costumavasi fare ai traditori.
Ecco da questo lato il campo di Marte, che fu podere di Tarquinio il superbo. Il Popolo, nel giorno della vittoria ne svelse le spighe mature, e le gittò nel Tevere;--i manipoli resistendo al corso delle acque sceme mescolaronsi con la terra, e ne composero l'isola sacra dedicata ad Esculapio, dio della Salute[4]. Ma quante volte il Popolo seppe rammentare, che i doni del tiranno si convertono in arsenico dentro le sue viscere? Tutti si stringono--ed io l'ho veduto, e lo vedo--tutti si stringono intorno alla tirannide a succhiare, come intorno alle infinite mammelle di Cibele. Vi aggrada cotesto umore? Succhiate, maledetti! A stille, e per mercede, vi si rende quello che a largo sorso fu bevuto dalle vostre vene.
Ecco la via Appia, che da Roma, traversando le paludi pontine, andava a Brindisi, reliquia di paterna grandezza rimasta come scherno delle nostre opere di un giorno. Lì presso contristano più moderne rovine, quelle di Anagni, dove fece naufragio il superbo concetto del Papato[5]. La guanciata di Sciarra Colonna sopra la faccia di Bonifazio VIII infranse irreparabilmente il triregno. Non essendosi aperta in quel momento la terra sotto i sacrileghi, come a Datan e a Core[6], il mondo dubitò che Dio stesse davvero (come gli s'imponeva credere sotto pena della eterna dannazione) col suo Pontefice. I colli di Roma non imitavano ancora il monte di Gerusalemme, dove si annidano le volpi[7]; qualche volta vi ruggiva anche il lione; ma da quel giorno in poi le chiavi di San Pietro,--le chiavi della Città Celeste--dall'avara viltà dei Sacerdoti furono sovente presentate ai Potenti della terra come chiavi di vinta città.
Ecco Ferentino, là dove è fama che Manfredi, impaziente di regno, calpestasse come uno scaglione la testa del padre Federigo per salire sublime. O corona! quanto hanno ad essere infernali i tuoi splendori, se un cavaliere sì degno non rifuggì acquistarti a prezzo di un parricidio!
Più oltre apparisce San Germano, dove i Pugliesi furono bugiardi a Manfredi per Carlo di Angiò; antica usanza di schiavi, che immaginano mutare stato perchè mutano soma. Si abbiano l'abbominazione dello antico signore, e il disprezzo del nuovo; chè troppo bene meritarono ambedue.
Da questa parte giacciono i campi Palenti, dove la stella scintillante della casa Sveva tramontò per sempre dentro un lago di sangue. Stella imperiale, la tua aurora fu vermiglia; il tuo mezzogiorno purpureo; il tuo tramonto sanguigno: nè quel colore fu ricavato dal mollusco dei mari di Tiro, bensì dalle vene degli uomini, che non ne mancano mai.
Volgiti al Mediterraneo; là, là è un piccolo castello, infame pel tradimento del giovane falco degli Hohenstauffen. Infelice Corradino! quantunque cresciuto alla preda, ci commuove il tuo fato di fiore reciso su l'aurora della vita. Tu almeno saresti stato leggiadro, ed animoso tiranno!--[8] Tu avresti sbranato, non leccato il sangue... E che cosa altro di meglio concessero le Eumenidi di fare al tiranno?
Poco oltre sorgeva un giorno Minturna; e lì Mario, trepidante per la sua vita, si nascose nel fango fuggendo coloro che lo cercavano a morte; e lì egli fugava col terrore dello sguardo il Cimbro omicida... Dio del cielo! allora ai nostri padri per fugare i barbari bastava la virtù di uno sguardo!--O Mario, che valsero i tuoi trionfi contro i Cimbri e i Teutoni, e che cosa valsero quelli del tuo fiero avversario Silla contro Mitridate? Andate perpetuamente maledetti, però che voi foste la rovina di Roma. Le discordie della plebe co' patrizii avvantaggiarono la repubblica finchè terminarono in leggi; ma quando il sangue cittadino scorse a rivi per le strade, e toccò il limitare dei tempii a guisa di onda commossa dagli Dei infernali; ma quando per la prima volta furono viste le spoglie di romani trucidati portate in trionfo insieme alle spoglie dei barbari, allora incominciò l'agonìa di Roma, e l'ombra invendicata di Annibale rise fin su la foce di Averno[9].
Dentro i sepolcri della proscrizione si generano i serpenti della discordia; il sangue chiama sangue da Abele in poi; e la Vendetta, tolti in prestanza dal Tempo l'orologio a polvere e la falce, guarda quello, e arrota questa: quando l'ora sarà giunta, popoli e genti cadranno come fieno mietuto:--anche la Morte ha da avere i suoi saturnali; e lo vedrete.
Volgiamoci all'Adriatico, poichè da questi luoghi si scorgono entrambi i mari; colà si levano ancora le torri di Ancona, le quali una volta rammentavano disperata difesa cittadina, ed esoso nemico respinto; oggi poi ricordano gemino stupro, e invendicato da gente, che si nutrisce di vergogna come di pane. Cesena richiama alla mente la strage nefanda ordinata dal Cardinale di Ginevra. Giovanni Acuto, soldato di ventura, sentì ribrezzo dello indistinto eccidio; ma il sacerdote furibondo urlava: «Sangue; io voglio sangue, e siano morti tutti»[10] O Cardinale, tu a buon diritto ti guadagnasti la porpora vermiglia.
Poco più oltre ecco Senigaglia, che dura famosa nel mondo pel modo tenuto dal duca Valentino, il truce bastardo di Alessandro VI, per ammazzare i Baroni della Romagna[11].
Così, sia che tu ti volga alla diritta, o alla sinistra sponda, i mari d'Italia gridano lungo i liti: tradimento!
Da Rocca Petrella guardando a oriente vedi le acque del lago Fucino: esse dormono adesso simili a quelle del mare morto. Un giorno furono piene di stridi feroci, di aneliti, e di stragi. Claudio, sazio delle morti del circo, qui volle letiziare i suoi occhi con lo spettacolo di una battaglia navale, e trovò tremila uomini, o piuttosto belve con la faccia umana, che consentirono a trucidare, e ad essere trucidati pel piacere dello Imperatore; nè già con ira, o imprecando sul capo di lui le furie, ma lieti e salutanti[12]. Così l'antica Roma ebbe più schiavi disposti a morire per la ricreazione di un tiranno, che Roma moderna cittadini per la libertà della Patria!
Basta.--Addietro visioni che spaventate l'anima agitandola.--Cessa una volta, spirito infermo, di scuotere davanti a te stesso la camicia insanguinata della umanità. Il gran Cieco inglese renunziò a dettare la storia della Ettarchia sassone sul fondamento, che tanto valeva scrivere quella degli avvoltoi; io avrei voluto sapere, che cosa gli fosse sembrato scrivere raccontando quella degli uomini[13].
Sopra tutto questo mare di rovine la basilica di San Pietro Vaticano con la sua croce in cima alla palla, pare che galleggi come l'arca di Noè.--Perchè non ha ella salvato il genere umano, e perchè non rinnuovò il patto dell'alleanza della terra col cielo?--Di cui è la colpa?--Un'altra volta forse lo dirò, non certo nuovamente, ma inutilmente sempre. La Esperienza, che scrive la storia, si assomiglia alle figlie di Danao affaticate a riempire le botti senza fondo. L'universo è un fiume, e la umanità spensierata sta sopra le sponde a guardare scorrere le acque: può egli l'uomo rammentarsi dei flutti dell'anno passato, o può farne suo vantaggio? Così passano gli eventi irrevocati dalla memoria, sterili di virtù.--
I miei personaggi da Tivoli seguitando la via Valeria si ridussero a Vicovaro, ove a cagione del caldo grande e della via malagevole ebbero a soffermarsi, e con quanto cruccio del Conte Cènci non è da dire, il quale invano tentò di spingersi innanzi. I cavalli trafelati non obbedivano a frusta nè a sprone. A vespro ripresero il cammino, e pervennero alla osteria della Ferrata ov'è mestiere lasciare le carrozze, e salire il monte su cavalli e su muli. Il Cènci scese, e chiamato l'oste lo interrogò se avessero dalla Petrella mandato somieri per prenderlo.
--Io non ho visto muli, rispose l'oste con faccia brusca.
--Ma non si trattenne qui, passando, un mio fante che ha nome Marzio?
--Non so di Marzio, e non ho veduto marzi, nè aprili.
Don Francesco aveva mosso codesta domanda ad arte per assicurarsi se fosse stato ucciso Marzio, e per infingersi ad ogni buon riguardo ignaro dell'omicidio; ma poichè l'oste nulla sapeva, gli parve bene simulare una gran collera, e bestemmiò Marzio, e la pigrizia dei servi a soddisfare gli ordini dei padroni, mostrandosi imbarazzato a procurarsi i trasporti; se non che l'oste, burbero sempre secondo il costume dei romani, gli osservò:
--A che serve imbestialirvi, Eccellenza? E quando avrete bestemmiato tutti i santi del paradiso, avrete fatto apparire muli e cavalli? Se voi altri signori ci levate ancora il privilegio della bestemmia, che cosa vogliate lasciare a noi, poveri vassalli, in fè di Dio io non saprei.--Il vostro fante non gli avrà trovati; sarà caduto infermo nella ròcca; non avrà pensato tanto prossimo il vostro arrivo; lo avranno ammazzato i banditi per la via, e che so io? Si danno tanti casi al mondo! Ad ogni male ci è il suo rimedio. Lasciate fare a me. Voi sapete, che oste viene da ospite; e se la fortuna non mi avesse sempre guardato in cagnesco, vorrei albergare la gente secondo i comandamenti degli Apostoli.
--Io credeva, rispose il Conte sorridendo, che oste derivasse da un'altra cosa...
--Da che?
--Da hoste, che vuol dire proprio nemico in lingua latina; ma forse avrò sbagliato. Ora sentiamo un poco che cosa vi avvisereste fare, ospite mio?
--Manderemo questo ragazzo qui su pei boschi dove stanno i carbonari. A questa ora le buche del carbone hanno ad essere fatte; sicchè i carbonari, un po' per usarmi cortesia, un po' per buscare qualche scudo, saranno contenti di venire fin giù, e condurvi alla Rocca Ribalda. Bisognerà che camminiate tutta la notte, perchè a un bel circa, poco più poco meno, prima di arrivarci saremo su le trentaquattro miglia.
--La strada è come quella del paradiso, che si vorrebbe fabbricata più larga per comodo di noi altri poveri peccatori. Ad ogni modo la luna si leva sul tardi, e agevolerà lo scendere e il salire.
--Ma perchè non aspettate domani? Qui troverei modo di ripiegarvi tutti... rammentatevi che abbiamo un collo solo.
--No, a me importa arrivare presto.
--E aggiungete, che domani per tempo avrete cavalli da pari vostro...
--No, manda pei muli dei carbonari...
--Farò come vi piace, Eccellenza; anche i muli portano a casa.
Il ragazzo bruno di carne, con occhi fissi di falco stavasene appollaiato sopra una catasta di legna, contento come su di un cuscino di velluto. Nel sembiante mostrava tale idiotaggine, da mettere ribrezzo in chiunque avesse avuto bisogno di alcun servizio da lui. Il Conte sdegnoso, guardandolo di traverso, gli diceva:
--Non hai inteso? A questa ora dovresti essere lontano un miglio.
--Non vi date fastidio, Eccellenza, chè sarebbe fiato perso. La povera creatura non vi può intendere; gli è sordo-mutolo di nascita, ma con quattro ammicchi vi sbrigo.
Il Conte, dubitando essere tolto a scherno, stava per dare tale un suo ricordo alla trista all'oste traditore, che se ne sarebbe rammentato per tutto il tempo della vita; ma questi incominciò ad armeggiare con le mani tanto, che parve avere fatto capire il ragazzo: se non che il sordo-muto sbadigliava stendendo le braccia, e con altri moti dimostrava repugnanza a partire. Allora l'oste, a guisa di perorazione, aggiunse al suo discorso un prenderlo per l'orecchio destro, e un trarlo giù dalla catasta dandogli al punto stesso un calcio solennissimo, che lo mandò a rotolare contro la porta. Da tutto questo il ragazzo potè comprendere, che si trattava di affare di premura.
Messi i cavalli in istalla scaricano le carra apparecchiando fardelli, e funi per adattarli a soma sui muli. Le donne e Bernardino furono fatti salire in una stanza al primo piano, e lì chiusi. Il Conte aggirandosi sospettoso, da per tutto spiava.
Il ragazzo corse buon tratto su per una viuzza: quivi si fermò, e voltatosi dalla parte della osteria stese la destra col pugno; chiuso in atto di minaccia, come costumano le scimmie quando le piglia il dispetto: poi spiccò un salto, e via, a modo di capriolo, per la costa del monte Santo Elia, che dalla Ferrata mena a Rio Freddo.
La salita, malagevole dapprima, incominciò a diventare aspra, e finalmente dirotta. Il ragazzo non aveva rimesso punto dello ardore, e balzando di greppo in greppo sembrava piuttosto volare che correre. Lasciamolo andare, ch'egli conosce la strada, e non si smarrirà di certo.
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Colà dove il monte Santo Elia è più scosceso, sotto querce secolari che stendono largamente i loro rami sopra arboscelli, di mole minore, arde un magnifico fuoco. Su per coteste vette l'aria punge nelle notti di settembre, quantunque nei piani la caldura soffochi; e poi gli uomini, che vi stavano intorno, con atti diversi lo avevano acceso per vederci, e per compagnia. In quel punto pareva che la noia piovesse giù dagli alberi sopra i loro capi; imperciocchè taluno fischiasse supino tenendo ambedue le mani sotto la testa, il cappello tirato su la faccia, ed una gamba a cavalcioni dell'altra ripiegata lungo la coscia; tale altro aggomitolato dentro al tabarro si voltava ora di qua, ora di là, traendo di tratto in tratto un sospiro:--sovente in coro si alzava uno sbadiglio universale.
--Pericolo, che Marzio voglia convertirci?--favellò un bandito.
--Che cosa abbia inteso Marzio di fare io non lo so, rispose un altro; per me intendo, come siamo di patti, tenere fermo fino a domani: poi, quanto è vero San Niccola, diserto con arme e bagaglio.
--Su questi monti mandarci il vino a compito! Guarda! tutti i fiaschi stanno morti per la terra. Io vorrei vedere piuttosto uno sbirro, che un fiasco vuoto.
--E poi levarci anche i dadi!
--Le sono crudeltà da fare svenire Nerone.
--Quasi, quasi io mi sentirei tentato di recitare il rosario, Che ne dici, Orazio?
--Ella è una cosa come un'altra; per passare il tempo. Però avete torto marcio a lagnarvi, perchè domani termina il nostro debito; e se in questo frattempo non arriva nulla di nuovo, io m'immagino che saranno questi i primi danari guadagnati senza rimorso, come senza pericolo.
Orazio è un bandito alto di persona; di sembianze gravi, e, comunque sul declinare degli anni, bello sempre. La sua fronte e il suo cuore portavano impressi i solchi di tutte le passioni; adesso elle erano spente, ma le ceneri anche tepide facevano testimonianza dello incendio fumando. Il fodero durava più della lama. Orazio sopravviveva a se stesso. Fin lì erasi rimasto appoggiato a un tronco di leccio, col capo chino su i ginocchi, senza profferire parola. Lui salutavano i banditi poeta, medico, e legislatore della brigata. Interrogato rispondeva, richiesto consigliava; invitato, senza farsi troppo pregare cantava canzoni da lui composte, o raccontava strane vicende di lontani paesi; altrimenti, sempre taciturno, meditava sopra i suoi casi, che davvero molti, e varii la fortuna gli aveva apparecchiato davanti. Spirito fantastico, amante del maraviglioso, il quale spesso, invece di farsi cercare da lui, gli andava incontro. Vissuto in altri tempi, dove tre o quattro omicidii non guastavano, con la prestanza del braccio, e il valore del canto avrebbe avuto fama in corte di Provenza su qualsivoglia menestrello o barone uso a servire dame: adesso la miseria, che gli si era irrugginita addosso, la usanza vecchia di far giudicare le sue liti dal coltello che teneva al fianco, e finalmente il genio nativo lo avevano condotto alla macchia. Tale era Orazio.
--Ma la noia, Orazio, non conti nulla la noia?
--Io la conto moltissimo; ma ella è un cilizio che si attacca alla vita di tutti: imperatori e papi la portano cucita fra la camicia e la carne; e vorreste non sopportarla voi per quattro notti, o sei? Noi fummo pagati, e bene; e questo, che duriamo, non è troppo travaglio. Così mi fosse avvenuto sempre, che non mi sarei trovato ad avere a venti anni i capelli bianchi!
--Come bianchi! o non hai nera la barba?
--Ma i capelli sono bianchi.--E qui Orazio levò una specie di cuffia, che gli cuopriva la testa intorno intorno rasente le orecchie, ed i banditi conobbero per la prima volta, com'egli non avesse capello che non paresse filo di argento; i sopraccigli poi e la barba si conservavano nerissimi.--Da venti anni in qua io diventai canuto.
--Domine in adiutorium meum, esclamò un vecchio bandito; tu non saresti mica parente del diavolo?
--Che io sappia, no.
--Qui dentro ci è della fattucchieria,--ripresero gli altri spaventati.
--Con licenza vostra, non ci ha che fare il Diavolo; ma un'Aquila grigia.
--O come un'Aquila?
E tutti gli si posero attorno. Orazio, sempre col capo scoperto, e godendo della paura dei compagni, che non cessavano di contemplare con maraviglia mista di terrore quei capelli bianchi, e quella barba nera, incominciò a parlare:
--Ve lo dirò; in mancanza di vino, un racconto vi piacerà sempre meglio dell'acqua; n'è vero? Il padre mio, boscaiolo, morì come visse povero quanto San Quintino, che suonava a messa co' tegoli. La mamma dopo la sua morte non ebbe più un'ora di bene, e, povera donna! cadde inferma di palpito di cuore. Il curato, che era uomo saputo, ci disse che cogliessimo certa erba, chiamata fu[14], la quale cresce per questi monti; ne spremessimo il sugo, e glielo dessimo a bere, che le avrebbe fatto bene; e come disse trovammo essere vero; ma fu, o non fu, quando la candela arriva al verde bisogna che si spenga; e la vecchia si spense: requiescat in pace. Amen.
E i banditi rispondevano:
--Requiescat in pace.
--Nell'anno domini... aspettate che me lo ricordi... l'anno, che il terremoto mandò a terra il campanile di Santo Andrea... potevo avere a un bel circa venti anni, in giorno di venerdì andammo in tre fratelli al bosco per tagliare legna, e per cogliere un poco di erba fu. A venti anni costa poco salire, e noi ci arrampicammo pei dirupi del monte Terminillo. La neve ne cuopre quasi sempre la cima, ed in coteste solitudini altro non si udiva che stridi, e il rombo delle aquile arrabbiate per non trovare pastura. Arrivati proprio in vetta al monte, ecco ci comparisce davanti una figura umana immobile, come se fosse scolpita nel sasso. La credemmo il Diavolo, e ci segnammo devotamente secondo la regola; ma quella ferma.--Candido, il nostro maggiore, che aveva più seme in capo di una zucca, osservò, che avendo resistito al segno della santa croce diavolo non poteva essere; ed infatti diavolo non era; però poco meno. Costui, solo sopra quella cima, stava considerando giù in fondo di un precipizio tagliato a picchi sul fianco della montagna, un nido di Aquila. Noi gli si accostammo cautamente, per timore che scosso allo improvviso non pericolasse; nè egli ci avvertì. Io lo guardai: misericordia! che occhi maligni! Pareva proprio dipinto in viso dalla invidia col colore verdenero[15] dell'odio. Borbottava fra i denti:
«E' sono fuori di tiro, costà nessuno arriva a toccarli, e se ne stanno tranquilli come pontefici; in breve... ecco torneranno i genitori col cibo... e saranno tutti contenti;--i primi da me veduti, e rimasti felici!»
Qui volgendo il capo ci scòrse; noi lo salutammo, e gli domandammo qual fantasia lo avesse preso di avventurarsi sopra cotesti scavezzacolli, e se non temesse del capo-giro.
--Perchè volete voi sapere il mio segreto?--ci rispose turbato. Che --cosa importa a voi di me, a me di voi? Se siete banditi vi darò la --moneta che ho indosso, e andatevene col diavolo, che vi porti.
E noi lo avvertimmo, che per quel quarto di ora eravamo boscaioli e cacciatori, e che non avrebbe corso danno a mostrarsi meglio garbato.
--Sta bene; non volete acquistare come re, guadagnerete come servi; accostatevi qua... presso me... guardate laggiù...
--Dove?...
--In dirittura del mio dito... in quel fondo là... il nido dell'aquila?
Circondato di nebbia, si scorgeva appena un punto nerastro.
--Sì, lo vediamo.
Ed egli, teso sempre il dito, aggiungeva: «A cui di voi si sente capace di portarmi i tre aquilotti...»
--O come sapete, io interruppi, che ci hanno tre aquilotti nel nido?
--Perchè gli scorgo distinti con le piume saure dorate.--
Io pensai: s'ei non è il Diavolo, come ha detto Candido, per lo meno ha da essere suo cugino; però che io ci vedessi allora, e veda sempre, mercè santa Lucia, come un cacciatore; e non pertanto non mi bastasse l'animo di scorgere altro, che una macchia cenerina grande come un pugno.
«Chi di voi, continuava costui, mi riporta i tre aquilotti si godrà dieci ducati di oro».
Dieci ducati di oro! E' ci era da comprare un reame. Volevamo andare tutti: per metterci d'accordo facemmo il conto, e toccò a me.--Sciogliemmo le corde, che noi altri cacciatori di montagna costumiamo tenere cinte a più doppii intorno alla vita, ed annodatele insieme ci parve potessero bastare per giungere laggiù: mi calarono; con la sinistra agguantava la corda, con la destra stringeva la coltella tagliente meglio di un rasoio: arrivo al nido, lo stacco, me lo assicuro fra il braccio, e il costato. Gli aquilotti strillano,--sono sordo; gli aquilotti beccano,--gli lascio beccare: agito la corda, mi tirano su, ed incomincio a salire piano piano come una secchia: ogni cosa cammina d'incanto. Giunto a due terzi, e forse saranno stati anche i tre quarti, della salita, mi percuote un rumore di aria rotta violentemente a modo di turbine, e m'intronano stridi disperati. Il giorno diventa buio, e al tempo stesso due punte m'investono, di cui l'una mi straccia la pelle del capo, e l'altra mi fora il cappello, e se lo porta via; perocchè le aquile fossero due, maschio e femmina, e a quanto pare, come Gildippe ed Odoardo, amanti e sposi: per giunta poi, genitori degli aquilotti che portavo meco. Ambedue rivolsero il volo per piombarmi di nuovo a perpendicolo sul capo. Io non aveva mai visto aquile così sterminate. Santo Uberto mi aiuti! Quando mi vennero vicino menai colpi da disperato; ne giunsi una fra la spalla ed il collo, ma non la ferii bene; all'altra mozzai un quarto di ala: ma egli era nulla; si alzavano, si abbassavano, volteggiavano, mi ferivano nel petto, su le spalle, nei fianchi, si avventavano così ratte ad artigli spiegati contro i miei occhi, che davvero incominciai a pentirmi di essere disceso laggiù: però mi difendeva il molinello, che faceva stupendamente veloce con la coltella per tutta la persona. Pensate un po' voi se dovevano, o no, essere nuovi spettacoli un cristiano sospeso per l'aria, che girava girava come fuso che torce la canapa, col nido degli aquilotti in collo, giuocare di scherma incontro alle aquile, le quali con tutte le malizie loro s'ingegnavano lacerarmi, e lo abisso pieno di stridi degli uccelli, e di voci umane le mille volte ripetute dagli echi, di penne svolazzanti, di sangue grondante, e di furore. Nel voltare la faccia in su incontro la faccia dello sconosciuto sporgente dalla balza, che rideva mostrando i denti a guisa di lupo quando ha fame; mi si abbagliarono gli occhi, e un sudore diaccio mi corse lungo la spina... Santa Vergine! Quale orrore! Nel menare colpi io aveva per inavvertenza tagliata più che mezza la corda, già abbastanza sottile, la quale mi teneva sospeso... mi pareva che mi fosse, e certo mi era cresciuto il vedere; imperciocchè io distinguessi cedere, e disfarsi ad uno ad uno i fili della fune, e gli occhi taglienti dello sconosciuto segare con le pupille la parte rimasta salda. In quel punto sentii come darmi di un grosso picchio sul capo, rimpiccolire la statura, strizzarmi nelle costole, e diminuire di grossezza. Chiusi gli occhi, e vidi fuoco;--gli riapersi ben tosto, però che quattro graffi dolorosi nella fronte mi ammonissero che accorressi a difenderli, se non voleva che le aquile me li cacciassero di nido, come io aveva fatto agli aquilotti loro. I fratelli, temendo che io mi fossi abbandonato, non sapevano sovvenirmi in altra maniera, che gridando «coraggio, fratello! Orazio, da bravo!» e dando alla corda terribili squassi, per cui ogni momento più s'indeboliva...
Sono presso all'orlo dello abisso due... braccia... un braccio... tremendamente atterrito stendo una mano al ciglione, getto il nido, e con l'altra mi aggrappo convulso, e bene mi avvisai; imperciocchè i miei fratelli, appena ebbi mostrato il capo, lasciassero la fune, e fuggissero via urlando da spiritati: pure, come Dio volle, ne uscii a salvamento, e mi gettai avvilito sopra la neve. Lo sconosciuto con quei suoi occhi di vetro mi guardava curiosamente, e mi esaminava in silenzio il capo: strappommi tre o quattro capelli, se gli recò nel palmo della mano, sempre esaminando; li pose di contro alla luce, li tagliò, e finalmente ridendo mi disse «tu hai avuto paura». I fratelli intanto, riavuti dal primo stupore, si accostavano levando gli occhi al cielo, e a grande stento si persuadevano che io fossi quel desso di prima. I miei capelli, in uno istante di agonìa, di neri si erano mutati in bianchissimi[16].
Lo straniero con certi suoi argomenti ci dette ad intendere essere avvenuta naturalmente la cosa, che io non compresi allora; e molto meno saprei ridirvi adesso. Mentre favellava egli trasse di tasca un suo pugnaletto, e, senza punto cessare dalle parole, tagliò il capo agli aquilotti. Le aquile ferite, e spennacchiate non ardivano accostarsi a noi chè eravamo troppi, ed avevano già fiutata la polvere dei nostri archibugi[17]; però da lontano gittavano tali strida desolate, che fendevano il cuore. Colui, mozza ch'ebbe la testa all'ultimo aquilotto, ci disse:
«Orsù, miei bravi, volete voi guadagnare due volte tanto danaro di quello che avete avuto? Andate a rimettere questi tre aquilotti morti nel nido donde gli avete cavati. Non ho meco altra moneta; ma venite a Rocca Ribalda, ed io conte Cènci vi manterrò la promessa.»
A noi parve per quel giorno averne avuto d'avanzo; e poi, comunque bestie, le aquile avevano patito troppo strazio. Allora il barone si allontanò fischiando dall'altra parte del monte, senza nè darci, nè aspettare il saluto.
--E tutto questo che monta?--notò un vecchio bandito, che pareva nato a un parto col Caronte della cappella Sistina--O come hai provato, che tutto questo non accadesse per opera del demonio?
--Ma o non hai inteso, che il barone era il conte Francesco Cènci di Rocca Ribalda?
--Bella ragione! Non poteva il diavolo aver preso la sembianza del Conte Cènci? E mettiamo il barone da parte; o le aquile e gli aquilotti non potevano essere demonii?
--Ma vedi il caparbio! Ho sempre sentito dire che il diavolo è un gran signore. Ora pensa s'egli avesse voluto prendersi briga di una povera creatura come sono io.
--Eh! un'anima poi pesa quanto un'altra nelle bilance del diavolo.
--E dodici fanno una dozzina.
--Ma, a caso, portavi addosso nessuna reliquia?...
--Che domande!--Sicuro, eh!--Avevo un breve con la orazione di Santo Brancazio contro le streghe; un cornino di mare per la jettatura; la medaglia di San Tebaldo, oltre ad un pezzo di lumen Christi in tasca...
--Tutto questo può bastare; ma per chi va pei monti è necessaria la medaglia di San Venanzio. Ricordatevene, figliuoli; il maligno, capite Orazio, il maligno s'ingegnava, farti morire senza sacramenti, e portarti diritto dentro lo inferno: di qui, figliuoli, chè posso essere padre a tutti voi altri, comprenderete quanto profitto sia all'anima vostra starvi vicini a santa madre chiesa. E poichè dianzi mi è venuto parlare di rosario, o che trovereste male; per ammazzare il tempo, recitarne una mezza dozzina? Ma che dico male? Non sarebbe tanto bene messo nel salvadanaio per il mondo di là?
Il vecchio bandito trasse fuori di tasca una immagine della Madonna, e la conficcò col coltello nel tronco di una quercia. Piegate le ginocchia, prese a dire molto devotamente il rosario. I compagni, o mossi dallo esempio, o per vera devozione, o per mille altre cause, che sarebbe ricercare soverchio, conciossiachè i nostri atti sieno mossi ordinariamente da un complesso d'incentivi, non già da una singola cagione, piegarono le ginocchia, e rispondevano al vecchio alternando pater nostri ed ave marie.
Se il diavolo fosse passato per di là si sarebbe dato al diavolo.
--Basta così, Ghirigoro, disse un bandito alzandosi; e mentre con le mani si poliva ambedue le ginocchia, aggiunse: ma sapete che il vostro dubbio intorno al diavolo mutato in due Aquile patisce, con reverenza, dello scemo!
--Scemo io?--E tu non sai, ignorante, che ventimila diavoli possono entrare dentro un lupino, ed un diavolo solo condire tutto un convento di frati Francescani? E non sai, che a salvarci dal diavolo non basta metterci a sedere nella piletta dell'acqua santa, e tenere un Cristo in bocca, chè tanto un foro per entrarci in corpo egli lo sa trovare, come neanche a Santo Antonio fece profitto averlo preso con le molle pel naso?
--Con le molle?
--Pel naso?
--Già!--rispose interrompendo il bandito--appunto con le molle pel naso...
--O sentiamo anche questa...
--La è chiara come l'acqua. Una volta il diavolo, per fare scappare la pazienza a Santo Antonio, si trasformò nello sgabello dove si metteva a sedere: eccoti, che il santo viene in cella, e subito va a leggere i libri di divinità; il diavolo gli scappa di sotto, e il santo a gambe all'aria. Un'altra volta si convertì in leggìo, e gli cascò sul naso rompendogli gli occhiali; e poi in cane, in gatto, e in donna; sebbene molti credano che quando il diavolo apparisce in forma di donna non si tramuti, ma che proprio vi sieno i Diavoli donne, o vogli dire le Diavolesse, e questo credo ancora io. Insomma; il maligno quante ne poteva immaginare, e tante gliene faceva; ma il santo, sempre con pace esemplare, lo prendeva per un orecchio, e lo ammoniva: «Diavolo, diavolo! ti par egli, che tu sia nato per gabbare un santo pari mio? Il mondo è grande, e possiamo starci tutti e due senza darci fastidio: va' pei fatti tuoi, e non mi rompere il capo». Poi lo metteva fuori di cella, e gli chiudeva l'uscio in faccia. Un giorno, che il nostro dabbene Santo Antonio si ammanniva a fare una bellissima meditazioncella sopra la moltiplicazione dei pani e dei pesci, inchiavacciò per bene la porta, e sul foro della toppa mise un pezzo di lumen Christi, sperando in questo modo avere la pace: ma e' furono novelle. Ad un tratto sente rodere, e con la coda dell'occhio vede il diavolo, che aveva cacciato il muso fuori da un buco scavato nella parete. Il santo, senza darsene per inteso, agguanta adagio adagio le molle del cammino, e poi in meno che non si dice amen si avventa sul diavolo, e lo prende per il naso. Il diavolo strillò... ma il santo sodo: il diavolo si provò in cima delle molle a trasformarsi ora in leone grande quanto il monte Terminillo, ora in serpente lungo un miglio; ma tanto non si usciva, e il santo lo tenne stretto fino a che non lo ebbe affogato dentro un orciuolo di acqua vite, conforme io stesso con questi miei propri occhi vidi, e verificai alla fiera di Tagliacozzo, dove un religioso di santissima vita me lo mostrò, e mi disse che il diavolo, prima di spegnersi nell'acqua arzente benedetta, aveva durato a friggere mezza ora e più come ferro arroventato[18].
--Come! tu vedesti un serpente lungo un miglio?
--Il diavolo era rimasto nella forma ultima, che aveva preso nelle sue tramutazioni. Quella del serpente non era stata l'ultima.
--Dunque, o che figura aveva egli?
--Quella di talpa lunga due palmi compresa la coda...
Uno scoppio immenso di risa proruppe da tutta la brigata, sicchè il vecchio ne rimase sconcertato. Preso da cruccio, si avviluppò nel tabarro brontolando:
--Già voi siete eretici; e un giorno o l'altro vi accorgerete voi, che cosa significhi fare i banditi senza un po' di religione.
NOTE
[1] Nella Storia delle Rivoluzioni d'Italia degli anni 1847-1848-1849 del GENERALE PEPE viene attribuito al Salviati. Veramente cosiffatta osservazione è troppo più antica; e troviamo nelle Storie di TITO LIVIO screditati i Galli, come quelli che costumavano: ridendo frangere fidem. Però nè antichi, nè moderni esempii nostrali mi avrebbero persuaso a muovere questa querela grave, ma pur troppo meritata da un Popolo necessario così alla dannazione come alla salute del mondo, laddove in opera parzialissima alla Francia io non leggessi queste parole, che ho citate altra volta: «I Galli si dilettarono di buona ora a gabbare, come dicevano nel medio evo. La parola per loro non aveva nulla di serio: promettevano, poi schernivano, e così terminava ogni cosa!» Tristo giuoco, nel quale hanno troppo più scapitato che guadagnato. Deh! che anche per cotesto Popolo grande il giorno del giudizio non venga dopo la morte!
[2] «Quando non ti possono far bene, tel promettono; quando te lo possono fare, lo fanno con difficoltà, o non mai: sono inimici del parlare romano, e della fama loro». MACCHIAVELLI, Della natura dei Francesi. Il detrattore nostro è LAMARTINE: di lui soventi volte mi dolsi, e mi dolgo; molto più che non emendò uomo di stato le colpe del poeta. Costui bandì impedire ogni intervento straniero a danno dei Popoli, i quali si rivendicassero in libertà; e poi nella sua Storia della Rivoluzione di Francia del 1848 sostenne, la Francia non potere in conto alcuno patire la formazione di uno stato grande fra l'Austria e lei. Vieta politica, scusabile forse ai tempi del cardinale Richelieu, ed ostentata dal poeta per figurare di saperne. La costituzione del 1848, composta sotto gli auspicii di questo poeta, statuì, il Popolo francese non dovere far mai guerra contro la libertà di verun Popolo, e l'Assemblea francese assunse la impresa contro Roma; e questa fu brutta sequela di bruttissime ed antichissime ingiurie. Qual maraviglia pertanto che altri non rispettasse questa costituzione, se tanto poco mostrarono rispettarla quei dessi che la fecero? Provammo la Francia sotto tutte le sue trasformazioni politiche; è lecito tuttavia confidare in lei?--La condizione nostra mi sembra piena di dubbiezza; conciossiachè se la Francia non ci aita, quale altro Popolo lo voglia, e lo possa io non saprei vedere: e per altra parte deve sperarsi che la Francia senta la vergogna, e il pericolo della sua decadenza, non meno che il bisogno di riunire in un fascio i Popoli occidentali, per opporli agl'intenti a cui mirano i Settentrionali con miracoloso accordo.
[3] _Gli ruscelletti, che dei verdi colli Del Casentin discendon giuso in Arno facendo i lor canali freddi, e molli, Sempre mi stanno innanzi, e non indarno, Chè la immagine lor vie più mi asciuga, Che il male ond'io nel volto mi discarno._ DANTE, Inferno, C. XXX
[4] TITO LIVIO, Storie, lib. II. c. 2. DIONISIO DI ALICARNASSO, Antichità Romane, lib. V. c. 13.
[5] «Nell'anno 1616 passando di costà Leandro da Bologna trovò la città di Anagni tutta in rovina. Interrogati alcuni maggiorenti Anagnini intorno alla causa del soqquadro, questi gli narrarono come dal tempo della prigionia di Papa Bonifazio in poi non avessero avuto altro che sventure da piangere». Così il buon Monaco TOSTI, su la fede del CIACCONIO: Vita di Bonifazio VIII.--Questo monaco insigne propugnò, in varie opere dettate con fiore di lingua e singolare dottrina, le prerogative del Papato; al tempo stesso però egli si mostrava tenerissimo della Patria italiana: ciò bastava ond'ei non potesse più durare tranquillo, in Monte Cassino. Tanto, nella stagione che corre, la paura di non essere trovato abbastanza umile, ed obbediente dai suoi Protettori vince nel Pontefice il merito che monaco, o sacerdote possa avere acquistato appo la Chiesa: e i Padri Gesuiti cantano Osanna! Io non gli avrei mai creduti di così poca levatura, come li conobbi a prova.
[6] Numeri, Cap. VI.
[7] Geremia, Cap. ultim. «Propter montem Sion quia disperiit, vulpes ambulaverunt in eo».
[8] Per questi fatti vedi i capitoli storici della Battaglia di Benevento.
[9] Siccome quel che il MACCHIAVELLO scrive intorno alle discordie dei cittadini avrebbe giovato assaissimo negli anni passati, se avessero voluto leggerlo, e meditarlo; e siccome, forse, potrebbe essere di utilità nei futuri, io qui lo riporto supplicando Dio che i miei lettori lo antepongano, come merita, al testo:
«Le gravi, e naturali nimicizie, che sono intra gli uomini popolari, ed i nobili causate dal volere questi comandare, e quelli non obbedire sono cagione di tutti i mali, che nascono nella città: perchè da questa diversità di umori tutte le altre cose, che perturbano le repubbliche prendono il nutrimento loro. Questo tenne disunita Roma, questo, s'egli è lecito le cose piccole paragonare alle grandi, ha tenuto divisa Firenze, avvegnachè nell'una, e nell'altra città diversi effetti partorissero. Perchè le inimicizie, che furono da principio in Roma infra il popolo, ed i nobili disputando, quelle di Firenze combattendo si disfinivano. Quelle di Roma con una legge, quelle di Firenze con lo esilio e con la morte di molti cittadini terminavano. Quelle di Roma sempre la virtù militare accrebbero, quelle di Firenze al tutto la spensero. Quelle di Roma da una ugualità di cittadini in una disuguaglianza grandissima quella città condussero; quelle di Firenze da una disuguaglianza ad una mirabile ugualità l'hanno ridotta. La quale diversità di effetti conviene sia da diversi fini, che hanno avuto questi due popoli, causata. Perchè il popolo di Roma godere i supremi onori insieme coi nobili desiderava, quello di Firenze per essere solo nel governo, senza che i nobili ne partecipassero combatteva. E perchè il desiderio del popolo romano era più ragionevole, venivano ad essere le offese ai nobili più sopportabili, talchè quella nobiltà facilmente, senza venire alle armi, cedeva: dimodochè dopo alcuni dispareri a creare la legge dove si soddisfacesse ai desiderii del popolo, i nobili nelle loro dignità rimanessero, convenivano. Dall'altro canto il desiderio del popolo fiorentino era ingiurioso, ed ingiusto, talchè la nobiltà con maggiori forze alle sue difese si preparava, e perciò al sangue, ed allo esilio si veniva dei cittadini. E quelle leggi, che poi si creavano non a comune utilità, ma tutte in favore del vincitore si ordinavano. Da questo ancora procedeva, che nelle vittorie del popolo la città di Roma più virtuosa diventava, perchè potendo i popolani nell'amministrazione dei Magistrati degli eserciti, e degl'imperii essere con i nobili preposti, di quella medesima virtù, ch'erano quelli si riempivano, ed in quella città crescendo la virtù cresceva la potenza. Ma in Firenze vincendo il popolo, i nobili privi dei magistrati rimanevano, e volendo riacquistargli, era loro necessario con il governo, con l'animo, e con il modo di vivere simili non solamente ai popolani essere, ma parere». Storie, Libro III.
[10] Roberto di Ginevra, cardinale legato, cercò scostare i Bolognesi dalla lega promettendo loro il perdono del commesso errore, ed il mantenimento della libertà, che avevano ricuperata, purchè obbedissero alla suprema autorità della Chiesa; e siccome i Bolognesi risposero: «Noi siamo apparecchiati a tutto soffrire, piuttostochè sottometterci di nuovo a persone di cui il fasto, la insolenza e l'avarizia abbiano fatto sì crudele esperimento», il Cardinale proruppe: «ed io non mi allontanerò da Bologna, finchè non mi sia lavati piedi e mani nel sangue loro».
«...Il legato obbligò Galeotto Malatesti ad aprirli la città di Cesena, da questo signore mantenuta in fede della Chiesa. La Murata, quartiere pochi anni prima difeso eroicamente da Marzia Ordelaffi, fu dato per istanza ai Brettoni; ma questi barbari vi si comportavano troppo peggio che in città vinta: rapivano robe, mogli, figlie, nè risparmiavano ai cittadini maniera veruna di strazii. Perduta la pazienza i Cesenati assaltano alla sprovvista i Brettoni, e ne ammazzano 300 nel 1.º febbraio 1377. Il Cardinale, presente al fatto, condannò i soldati, e promise perdono, purchè i Cesenati tornassero ad aprirgli le porte, ed essi così fecero: allora costui ordinò perfidamente si mettessero a morte tutti. Non contento di aizzare alla opera atroce i suoi Brettoni, chiamò ancora l'Acuto (Giovanni Aukwood--falcone in bosco) co' suoi Inglesi, che stanziava in Faenza, a far sangue; e siccome questo capitano non si sapeva risolvere a commettere tanta enormezza, «Sangue, urlava furibondo il Cardinale, io voglio sangue!» Durante la strage soventi volte fu udito gridare: «morte, a tutti!» SISMONDI, Storia delle Repubbliche italiane, tom. VII, p. 78.--L'Abbate Cistercense aveva già comandato, alla presa di Bezieres, si uccidessero tutti i terrazzani eretici, o no, che Dio poi gli avrebbe scelti a comodo nell'altro mondo: «Caedite eos, novit enim Deus qui sunt ejus». CAESAR HEISTERBAC, lib. V, p. 21.--Tali preti un giorno; quali adesso, vel dicano Roma e Romagna, e l'effemeridi loro truci, ed irrequiete eccitatrici agli odii, alle persecuzioni, alla servitù, ed al sangue. S'è giusto così, giudichi Dio.
[11] MACCHIAVELLO. Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino per ammazzare Oliverotto da Fermo, Vitellozzo Viletto, il signor Gianpagolo, e il Duca di Gravina Orsini.
[12] «Nel seccare, e dare la via al lago Fucino fece prima fare una battaglia navale. Ma gridando quelli che avevano a combattere: «sia il ben trovato lo Imperatore; ti salutano coloro, che stanno per morire» e avendo egli risposto: «ed a voi pure salute!» essi pensarono, che mediante cotesto saluto egli gli avesse licenziati dal mettersi in pericolo di vita, e non volevano combattere. Per la qual cosa egli stette un pezzo sopra di se pensando se avesse a mettere fuoco alle navi, o piuttosto tagliarli a pezzi.--Finalmente levatosi da sedere incominciò a correre intorno al lago balenando, e stando per cadere, tantochè egli li costrinse a combattere parte con le minacce, parte co' prieghi. Affrontaronsi insieme in cotesto spettacolo l'armata Siciliana, e quella di Rodi, dodici galere per banda, e nel mezzo del lago sorse un Tritone di argento, il quale suonava la trombetta.» SVETONIO, tom. II, p. 226.
[13] HUME. Storia d'Inghilterra, tom. I.]
[14] L'erba fu è propriamente la valeriana maggiore, o domestica, rimedio specifico per le palpitazioni del cuore.
[15] Ordinariamente la natura dipinge i malvagi con i colori dei serpi, e dell'erbe palustri. L'appellativo verdinegro è di regia origine, e fu circa a quei tempi inventato da Filippo II, il quale in cotesto modo designava l'Escovedo, segretario del suo fratello don Giovanni d'Austria, commettendone la strage a don Antonio Perez suo ministro. «Certo convendrà abrebiarlo de la muerte del Verdinegro antes que haga algo con que non seamos despues a tiempo, quel no deve de dormir ni descuidarse des sus costumbres. Acedlo y daos priessa ante que nos mate». Questo è un biglietto scritto da Filippo II di propria mano a don Antonio Perez, riportato dal signor MIGNET nella sua opera Antonio Perez e Filippo II, p. 70.--Tali erano le regie pratiche quando i principi volevano torsi davanti agli occhi un uomo increscioso: oggi si adopera diversamente: si chiamano sei, od otto paltonieri mascherati da giudici, e s'incumbenzano di finire l'uomo non abrebiando, bensì allungando, trapanando col diuturno carcere; uccidendo, insomma, il corpo mercè i dolori dell'anima. La morale, che presiede a siffatte giustizie, da Filippo in poi non è punto mutata; e chi ha vaghezza di conoscerla la può trovare esposta nel consulto del padre Diego de Chaves confessore del prelodato re Filippo II, al quesito, che gli mosse in proposito l'assassino Antonio Perez: «Lo advierto segun lo que yo entiendo de las leyes, que el principe seglar que tiene poder sobre la vida de sus subditos y vasallos, como se la pueda quitar por justa causa y por juyzio formado, lo puede hazer sin el, teniendo testigos pues la orden en lo de mas, y tela de los juyzios es nada por sus leyes, en las quales el mismo puede dispensar.--No tiene culpa el vasallo, que por sii mandado matasse a otro, que tambien fuere vasallo suyo por que se ha da pensar que lo manda con justa causa, como el derecho presume que la ay en todas les acciones del principe supremo». Vedi MIGNET, Opera citata, p. 66.--Le quali parole volte in italiano suonano così: «Vi ammonisco secondo la mia opinione intorno alle leggi, che il principe secolare il quale ha potere sopra la vita dei suoi sudditi e vassalli, come se la può prendere per giusta causa, e per via di regolare giudizio, così può torsela anche senza, essendo che le procedure giudiziarie nulla rilevino davanti i suoi comandamenti, potendo egli dispensare da quelle... Nè commette peccato il vassallo, che per ordine suo ammazzasse un uomo, che fosse pure vassallo di lui; conciossiachè si abbia a ritenere che il re comandi per giusta causa, conforme per diritto si presume che la giusta causa si contenga sempre in tutte le azioni del principe supremo.--Egregio re, più egregio ministro, egregissimo confessore! Secolo di oro, a cui sacerdoti e principi, stretti in fraterno abbracciamento, vorrebbero ricondurre la sviata umanità.
[16] Questo fatto successe in Sardegna a Domus nova nel 1839; con la differenza, che il cacciatore invece di andare pei nidi di Aquila, cercava quelli di Avvoltoio. Intorno a queste stupende, e subitanee trasformazioni di capelli, oltre gli esempii addotti in parecchie opere mie, il signor ALIBERT, nel vol. I. p. 180 delle malattie della pelle, narra di una donna bionda diventata nera dopo il travaglio del parto, e di altro individuo il quale per malattia tramutò i capelli bruni in rossi. Parla eziandio di capelli turchini, e verdi; questi si vedono frequentemente ai fonditori. Un tale Bichat imbiancò da un punto all'altro per cattive nuove. Perat moglie di Leclerc, citata a comparire davanti alla Camera dei Pari nel processo Louvel, incanutì nella notte. Si sono vedute barbe nere da un lato, e bianche dall'altro, come canuta una parte del capo soltanto. RAYER, Malattie della pelle, t. III. p. 81.
[17] Questa virtù di odorato in alcuni uccelli si nega: eppure non si può mettere in dubbio, che quando una bestia morta passa in istato di putrefazione, dalle parti più remote dell'orizzonte si vedono comparire punti neri, a mano a mano avanzarsi, e svelarsi alfine per corvi, o per avvoltoi, attirati dagli effluvii ch'emanano dalla carogna per divorarla. GENÈ, Errori popolari sopra gli animali.--Corvo ed Avvoltoio.
[18] Questo miracolo veramente non operò Santo Antonio, bensì San Dunstano abbate di Glaustenbury, e questa sua presa del diavolo con le molle tanto grande autorità gli compartì sul popolo, ch'egli ne trasse baldanza da imprigionare, e perfino uccidere la sua regina, senza che per ciò ei ne menomasse il credito. HUME, Storia d'Inghilterra, t. I.--Così sacerdoti, e re procedono concordi finchè si tratta immontonare il Popolo; immontonato che sia, si divorano fra loro; e la storia è lì aperta per dimostrarlo.
CAPITOLO XIX
LE FANTASIME.
Tra male gatte è capitato il sorco. DANTE, Inferno.
Appena il vecchio masnadiero aveva cessato di favellare, che una voce sonora e argentina rompendo i silenzii della notte, portò agli orecchi dei banditi questa canzone:
_Avventa le zanne, Atterra lecciòli, Nocciòli--corniòli, Fa il bosco tremar._
--Non vi muovete, disse Orazio ai compagni, che entrati in sospetto già già ammannivano le armi: egli è l'amico nostro; il sordo-muto della Ferrata: egli non possiede in questo mondo nulla, eccetto voce e miseria; e la prima voi non potete, e la seconda voi non gli volete togliere.
Infatti indi a breve comparve il garzone della Ferrata, il quale oltre la età scaltrissimo, aveva trovato il suo conto a fingersi sordo-muto, e idiota, e così prese a interrogarli:
--Marzio dov'è?
--Se ce lo insegni noi te lo diremo. Questa è l'ultima notte del nostro obbligo di aspettarlo; o viene in breve, o non verrà più: il meglio, che tu possa fare, è di attenderlo qui con noi.
--Questo è guaio grande: che importa pescare, se non si bada alla rete?
--Vien qua, fanciullo, e cantaci la tua canzone; intanto Marzio potrebbe venire.
--Oh! vi pare egli? Ella è una canzone composta da qualche montanino ignorante di questi luoghi;--pare proprio fatta con la piccozza.
--Che sia stata composta su questi poggi non ha da dubitarsi, interruppe Orazio con modo acerbo; ma che l'abbia fatta uno ignorante non è vero, brutta scimmia, perchè l'ho fatta io...
--Orazio... vi chiedo perdono... io non credeva...
--Credessi, o non, credessi, impara che non istà straziare, la canzone a cui la canta: veramente la mia poesia non vale la tua voce; ma ad ogni modo, senza i miei versi come sapresti far sentire i tuoi canti?
Il garzone, per torsi d'impaccio a rispondere, sciolse una nota limpidissima. Orazio non ebbe coraggio interromperlo, ed egli continuò:
_Correte alle poste, Chè scende il cignale Non venne l'uguale Pei boschi a stormir.
Avventa le zanne, Atterra lecciòli. Nocciòli,--corniòli, Fa il bosco tremar.
Per setole ha stecchi, Ha fiamme per occhi: Nessuno mi tocchi, Grugnando egli va.
Le belva percosse Del mostro allo strido, Disertano il nido, I figli, e l'amor.
I colti devasta Così, che ai bifolchi Par corsa nei solchi La fiamma del ciel.
Le macchie salvate, Ai campi accorrete, Battete--uccidete Quel verro crudel.
La carne del verro, Un rubbio ben pieno Di gran saraceno Il premio sarà.
La testa, e del tiro Si aspetta l'onore Al franco uccisore Del marzio cignal.
E premio più caro Lo aspetta, del viso Di Clelia un sorriso, Baleno di amor;
Di Clelia la bella, Che quale la mira Delira,--sospira, Più posa non ha._
--Eccoti un bacio, e uno scudo; disse Marzio uscendo da un macchione in compagnia di Olimpio. Iddio ti ha dato la grazia del canto come il raggio alle stelle--luminosa, e soave: io ti chiamerò l'usignòlo dei banditi.
Ma il giovanetto, lusingato dalle lodi, ricusò la moneta, e rispose:
--Marzio, io per danaro non canto; la voce mi fu data senza pagarla, ed io la dono, non la vendo: così mi sembra il canto più bello. Io ti servo per amore, e basta. Il nostro amico della Ferrata mi manda a dirti, che il Barone è giunto...
--È giunto?
--Certo, ed io l'ho visto; ha seco la moglie, i figliuoli, ed una scorta di guardie campestri, o masnadieri che sieno. Io vengo ancora a cercar muli dai carbonari perchè il vecchio non intende fermarsi, e vuole continuare il viaggio in questa stessa notte.
--Quanti di scorta?
--Dodici; ma non di queste bande: alla parlata paiono delle parti di Toscana.
Presto furono in ordine i muli. Orazio, così ordinando Marzio, si tinse il viso e le mani di carbone; tolse la vesta di un carbonaro, e insieme col garzone menò le bestie alla Ferrata.
I banditi levarono il campo, e seguitando Marzio si ridussero al luogo predisposto alle insidie.
Arrivati i muli alla osteria don Francesco comandava li caricassero, e quando fossero in ordine lo avvertissero per partire. Non passò bene un'ora, che ogni cosa era in punto; ond'egli discese per esaminare se tutto fosse a dovere. Mentre da un luogo ad un altro si affaticava, un pipistrello investì con l'ale la lanterna che gli portavano davanti, sicchè l'uccello sbalordito gli cascò in mano; egli la scosse prontamente con un senso di ribrezzo gittando via la trista bestia, e notò:
--Cattivo augurio è questo, e prudenza vorrebbe sospendessi il partire... Qui l'oste, mostrando un viso di sasso--dove rompeva qualunque vergogna--soggiunse:
--Non vi faccia specie, Eccellenza, perchè il cattivo presagio viene compensato, anzi superato con uno buono...
--E quale?
--Caricando i fusti del vino, poco anzi, se n'è rotto uno... e siccome il vino sparso è allegria...
--Per avventura la fiasca dello keres, dove si leggeva il numero tinto di bianco?
--Non vi si leggeva nulla; state tranquillo, e fiasca non era.
--Andiamo a vedere un po' dove si è rotto...
--Giù in cucina...
--Vi sarà rimasto il guazzo...
--Eh! no, i mattoni lo hanno bevuto; anche i mattoni hanno voluto fare un brindisi a vostra Eccellenza...
--Ma questa casa parmi fabbricata almeno da un secolo addietro.
--Sicuramente; ma il pavimento è nuovo.
--Chi aveva ragione di noi altri due: tu, che facevi derivare il nome oste da ospite; od io, che lo desumeva da nemico?
--L'oste, a vero dire, interruppe il carbonaro, non fa razza da se; ma la natura lo ha messo nella grande specie, che dondola tra il somaro e il coccodrillo.
--Chi vide mai questi animali?
--Voi gli avete davanti, Eccellenza; questa razza è il popolo, che quasi sempre porta, qualche volta divora.
Don Francesco, percosso da coteste parole, prese la lanterna e la sollevò al viso del carbonaro. Orazio riconobbe lo sguardo verde, il riso maligno, la faccia di marmo del conte. Il Conte ravvisò i capelli canuti e le sembianze di Orazio, comecchè gli sembrasse assai prostrato dagli anni, e forse, come ei credeva, dai patimenti.
--Pare che noi non siamo conoscenze nuove, favellò il Conte; l'avventura dei capelli bianchi non è di quelle, che si possano leggermente dimenticare.
--È vero, i capelli bianchi non si dimenticano,--già si rammentano da se.
--Quantunque io vi conservi rancore per non avermi contentato a riportare gli aquilotti nel nido, pure, che siate uomo animoso non è da dubitarsi.--Mi duole che la fortuna non vi abbia sollevato; e se potessi, io le direi in viso che ha torto, e si vergognasse una volta.
Orazio, che incominciava a sentirsi venire i brividi addosso per la paura che gli metteva lo aspetto del conte, alle parole oneste tutto si riconfortò: gli piacque udire rammentare il caso del nido, e si profferse svisceratissimo al conte. Però Orazio accanto a don Francesco non era più quello di prima; il suo coraggio andava in fumo; e questo avveniva perchè, secondo una bella espressione dello Sterne, con molta ala di vela non aveva una oncia di zavorra; e imperterrito contro le palle, credeva alle streghe, temeva della jettatura, e senza le cinque o sei medaglie che portava appese al collo egli non si sarebbe attentato giammai di passare solo la notte.
Don Francesco, Orazio, e il garzone (ch'era tornato a fare da idiota, e a favellare con ammicchi) in compagnia di sei guardie campestri aprivano la caravana; in mezzo le donne, Bernardino, i servi armati e le bagaglie; dietro altre sei guardie chiudevano la comitiva.
Beatrice più volte si era affaticata ad accostare suo padre, più volte lo aveva supplicato con parole, o con cenni a porgerle ascolto: prima di uscire dalla osteria gli si era gittata in ginocchio davanti, e gli aveva detto:
--Signor Padre, non andate oltre, o siete morto... Marzio...
Ma il Conte a cui cotesto nome suonava delitto, e reputando eziandio le continue smanie della figlia come sforzi supremi a sottrarsi dalla imminente prigionia della Petrella, la ributtò con maniere acerbe, ed ordinò che la guardassero, e la impedissero di trascorrere dal luogo che l'era stato assegnato.
La notte diventò più buia, chè metteva un'aria, piena di nuvole a strappi, chiamata dai campagnuoli le pecorelle; e a mano a mano che salivano il fresco si faceva mordente; il vento zufolava per le fronde degli alberi: si cacciarono su per l'erta di Rio Freddo alternando discorsi, e avvertimenti di badare al cammino, che davvero meritava attenzione. Passato Rio Freddo, per la piana del Cavaliere pervennero a Rocca Carenzia. Di qui ripresero a salire, per una viuzza del Monte di Bove, fin sopra la cima, dove videro comparire la luna.
Quanto è diverso il primo quarto di questo pianeta dall'ultimo! Il primo rassomiglia una speranza, l'ultimo uno addio: gli uomini che videro di frequente il primo, bene pensarono a convertirlo in ornato della Diva dei boschi; quelli poi che più spesso contemplarono l'ultimo, ne fecero con migliore accorgimento lo attributo di Ecate, la Dea dello inferno. Chiunque ha contemplato la luna nelle varie sue fasi, per molte notti, ad ore diverse, comprende come possa essere stata salutata a ragione Dea degli amanti, e dei ladri. Le tenebre, non che ne fossero rischiarate, sembravano più triste; e il vento trasportando le nuvolette spesse, e più o meno dense, venivano ad alternarsi ora buio intero, ora mezza oscurità, ora splendida luce, che trasformavano stranamente e rendevano più terribile la faccia delle cose.
Potevano essere circa le due ore dopo la mezza notte, allorchè, traversata Rocca di Cerro per la via Valeria, rasentarono il taglio portentoso delle rupi di Tagliacozzo. Se avesse albeggiato, od anche fosse stata luna piena, quinci sariasi potuto distinguere la Rocca Ribalda; imperciocchè, passato alcun poca di valle, s'incomincia a salire il colle della Petrella, in cima del quale, sopra una rupe di pietra calcare giallognola, che si fa cenerina dalla ròcca.
Io co' miei viaggiatori ho percorso buon tratto della campagna; ma quantunque prossimo, non sono arrivato anche al termine del cammino: avanti dunque, chè pochi più passi rimangono.
La via che conduce alla Ribalda sopra la schiena del colle Petrella è aspra, rotta, e incassata in due ripe donde si rovesciano giù per le pareti pruni, e cespi di macchia cedua ove più radi, ove più folti. Nella stagione delle piogge il sentiero convertendosi in torrente, nè mai le acque giungendo, per la ripidezza dello scolo, a toccare la cima delle sponde che fanno loro di letto, ne avviene che il sentiero largheggi nella base, e si restringa in cima.
Quando il Conte Cènci con la sua compagnia entrò in questo cammino la luna si era appiattata dietro una nuvola nera, che viaggiava, a cagione della sua mole, più lenta delle altre, sicchè procederono quasi tentoni per un buon quarto di miglio. Allo improvviso la luna liberandosi dalla nuvola gitta un raggio obliquo, ed illumina la scena. Don Francesco alzando la testa vede sbucare fuori delle macchie una moltitudine di strane sembianze affacciate dal ciglione con gli archibugi tesi pronti a sparare. Non vi era scampo a resistere: a fuggire nemmeno, perchè l'erta dirupata rompeva la lena, e la china, oltre all'essere impedita dalla gente stipata dietro le spalle, non presentava intoppi minori. Coteste erano veramente forche caudine.
--Fermi tutti:--se muovete un passo siete morti!--
Così si fece sentire una voce dall'alto, come folgore che rumoreggi per le nuvole; e la compagnia si fermò.
I banditi, i bravi, e le guardie campestri, maniere di gente che assai rassomigliavano fra loro, come fu avvertito poco anzi, si mostravano quasi sempre osservatori fedeli della data promessa. Nè si creda già, che studio siffatto muovesse da sentimento generoso: tutto altro. Egli veniva dalla considerazione, che dove avessero mancato, cotesto loro mestiero diventava fallito; imperciocchè i Signori o avrebbero smesso le ribalderìe, che da loro si volevano mandate ad esecuzione, o avrebbero ricorso ad altri uomini e ad altri provvedimenti: sicchè essi ponevano nella sciagurata loro vita lo impegno medesimo, che il buono artefice mette a riportare un lavoro puntuale per mantenersi il credito e lo avventore. Indotte da questo, le guardie campestri di scorta al Conte Cènci non fuggirono; e il caporale, fattoglisi dappresso, gli favellò:
--Eccellenza, che abbiamo a fare?
--Il leone è caduto nella fossa...
--Se ci muoviamo ci ammazzano come cani senza difesa, e senza vendetta.
--Lo vedo; qui forza non vale. Entrate a parlamento; guardiamo se l'arte giova, e procurate capitolare co' banditi...
--Oe, gridò il caporale, da quando in qua cane mangia carne di cane?... Fin qui credeva, che dai confetti di piombo e dalle nozze di canapa in fuori non avessimo a correre altri pericoli...
E gli fu risposto:
--Parole corte. Noi non cresceremo il fascio delle legna al boscaiuolo. La scorta dei dodici uomini torni sopra i suoi passi senza essere svaligiata: depositi gli archibugi, che domani alla calata del sole ritroverà alla osteria della Ferrata. I lupi dello Abruzzo non dicono due volte: badati; la seconda parlano con la bocca degli archibugi.
--E la compagnia?
--Con essa abbiamo altri conti.
Le guardie campestri non istettero ad aspettare altre intimazioni, e si allontanarono senza profferire parola, fatto prima fascio delle armi.
--Il Conte Cènci passi alla coda della caravana;--intimò la medesima voce.
Il Conte, ostentando allegria, obbediva. Orazio lo seguitava, e lo intendeva favellare così:
--Semprechè nelle cose adoperai avarizia provai ogni successo a traverso:--doveva prendere cinquanta di scorta, ed avrei risparmiato un tesoro.--Cotesti gentiluomini, oltre la perdita delle bagaglie, chi sa quanto pretenderanno di riscatto!
Giunto alle spalle della caravana, quattro banditi saltarono giù dal ciglione; e siccome, malgrado il proponimento di andare per prova di arte, il naturale istinto spinse il Conte a metter mano al pugnale, appena fece l'atto si sentì stringere le braccia da due tanaglie di ferro. Sì volse irritato per vedere chi fosse, e riconobbe Orazio. Orazio, a cui cresceva forza la paura, che gl'incuteva il Conte.
--Ah! siete voi, cacciatore?
--Sono io...
--Pare, che il quarto d'ora del bandito sia venuto per te...
--Certo in questo punto smetto la parte del somaro, e prendo quella del coccodrillo....
--Guarda da legarmi; io non ti perdonerei mai questo oltraggio: impara, villano, a rispettare i gentiluomini.
--Ah! signore, perdonateci innanzi tratto perchè noi siamo ignoranti, e non sappiamo altro che guardare alle nostre sicurezze.--Questi quattro compagni sono scesi appunto per aiutarmi a legarvi...
--La comitiva, gridò la voce dall'alto, prosegua il suo cammino. Il Conte Cènci ha da restare con noi.--
In questo punto un capo si affaccia per un momento all'orlo del ciglione. Beatrice, che era stata attenta a contemplare i varii casi che si succedevano, lo vide, lo riconobbe, e comprese pur troppo qui non trattarsi di sequestro per estorcere danari, siccome costumano ordinariamente i banditi romani e del regno: più terribile intenzione covava lì sotto, nè s'ingannava; perocchè lasciatasi andare giù dal cavallo si pose al fianco del padre, e incominciò a parlare di forza con la faccia levata in su:
--Il ragnatelo insidia la mosca con reti di bava, e se la porta nel buco per succhiarle il sangue. Voi non siete lupi dello Abruzzo, ma ragnateli di sotterraneo. L'aquila per l'aria vive di preda, e il leone sopra la terra; siate leoni, ed abbiatevi la preda: io non vi parlo di quanto portiamo con noi; questo è già vostro: intendo parlarvi del nostro riscatto. Chiedete; noi siamo pronti a pagarlo; chiedete quanto vi basti ad arricchirvi tutti, e a farvi stare contenti in casa vostra senza le cure della miseria, e il pericolo della forca... noi possediamo danari più che non potete immaginare; fissate voi i limiti del nostro riscatto...
--Beatrice, vaneggi? Per fare quello che suggerisci essi non hanno mestieri dei tuoi consigli... e sono capaci da non lasciarti neanche gli occhi per piangere...
--Tacete, Padre mio; voi non pensate qual pericolo vi pende sopra la testa: lasciatemi favellare.--Noi vi pagheremo questo tesoro, purchè lasciate che con noi venga il Conte: egli si legherà per fede a sborsarvi il danaro di qui a dieci giorni. Se non vi basta la sua promessa aggiungerò la mia, e la conformerò con giuramento; che dalla parte di mia madre mi vennero moneta, e gioie in buon dato. Se neanche questo vi basta, tenete me in ostaggio, e lasciate andare il Conte: io sono giovane e sana, egli vecchio ed infermo. Pensate alle vostre famiglie,--pensate alla contentezza di mangiar pane non immollato nel sangue... ai figliuoli che avete... a quelli che potrete avere... ai vecchi padri pieni di necessità... affamati davanti lo spento focolare...
--Via--interruppe una voce imperiosa; ma Orazio rispose:
--Lasciamola parlare: udiamo fino in fondo... che molte cose buone mi pare che le dica.
--Sentite, proseguiva Beatrice, se strascinate via il Conte voi ve lo troverete ammazzato fra le mani; voi non guadagnerete nulla, perchè quelli che vi hanno condotto non vogliono la moneta, ma il sangue di un povero vecchio;--e poco scampo vi rimarrà dalla forca, che le corti di Napoli e di Roma, mosse dalla fama del personaggio e dalle aderenze potenti, v'inseguiranno come lupi di macchia in macchia, e vi converrà morire di laccio, o di piombo. Dopo Sisto V, quale spelonca è rimasta ignota? Qual ròcca inespugnata?--Come finì il Cavaliere dei Pelliccioni? Impiccato. Come Marco Sciarra? Impiccato. Come il signor Duca di Amalfi? Impiccato; tutti impiccati comecchè potentissimi. Sappiate dunque adoperare la occasione che la fortuna vi mette fra le mani...
La fanciulla favellando caldamente incominciava a insinuarsi nello spirito dei banditi, in ispecie in quello di Orazio; e dove poco più le fosse stato concesso parlare gli avrebbe svolti tutti, se Marzio, comprendendo il pericolo, non avesse mandato Olimpio a qualche distanza a sparare lo archibugio. La botta empì di sospetto i banditi; e Marzio allora, per maggiormente spaventarli, gridò con quanto fiato aveva in gola:
--Maledetti! Egli è tempo questo da sentir cantare la calandra?... Alla foresta! alla foresta!--La corte ci è sopra.
E Olimpio, correndo, urlava a sua posta:
--Salva... salva... la corte ci è sopra.
--Il Conte... portate il Conte...
A Beatrice toccò una spinta nel petto, che la mandò a percuotere con le spalle nella parete del cammino; e mentre, punto sbigottita, continuava a gridare:
--Udite... siete ingannati... cinquanta contro uno..., e tali altre parole, trassero seco loro il Conte; il quale persuaso che fosse negozio cotesto da comporsi a danaro, sopportava meno acerbamente lo affronto, volgendo già nel cupo animo mille disegni di vendetta crudelissima. Per quale via lo traessero i banditi a lui non fu dato di scorgere, però che a breve distanza, di costà gli ponessero la benda sopra gli occhi; e poi, scaltrito com'era in simili arti, capì che lo facevano avvolgere sopra se stesso per confonderlo, onde in qualunque evento non riuscisse a rinvenire più il luogo.
Allo improvviso gli parve essere rimasto solo; portò le mani alla benda, e non udendo voce alcuna che lo impedisse togliersela se la levò ad un tratto, e si trovò dentro una caverna spaziosissima. Senza indugiare un momento prese una lanterna lasciata appesa alla volta, ed esaminò sottilmente le pareti, il pavimento, e il soffitto; gli parve che le pareti e il pavimento in parte fossero vuoti, ed in vero erano; ma così bene chiusi con assi, che ogni via alla fuga conobbe disperatamente impedita.--Una tavola, qualche scranna, e un mucchio di foglie coperto di pelli erano i soli mobili che guarnivano il luogo. Don Francesco si pose a sedere, e più che pensava più si persuadeva, che se il riscatto non gli apriva le porte di cotesto sepolcro, qualunque altro modo per uscirne gli sarebbe tornato corto. Altre volte si era trovato ad andare prigione, ed anche vi aveva corso pericolo non piccolo, ma pure non si era mai sentito fiaccato come adesso; forse la età gli aveva sottratto alquanto della baldanza per cui fu temuto una volta, e forse anche un presentimento lo travagliava indistinto, e grave, che lo teneva sbalordito: insomma, non può dirsi che avesse paura, ma neppure il coraggio consueto lo sosteneva. Posizione maravigliosa per sentire le trafitte del dolore; imperciocchè da un lato manchi la forza per prorompere, e divertirci in mezzo alla procella dello sdegno, e dall'altro manchi la stupidezza, che ci rende insensibili ai colpi di ventura.
Dovevano essere passate parecchie ore dacchè ci si trovava chiuso là dentro, avvegnadio s'impadronisse di lui uno sfinimento che gli faceva desiderare qualche ristoro. I bisogni del nostro fisico si fanno sentire anche in mezzo alle tempeste dell'anima: il pane par cenere, il vino fuoco dentro lo stomaco, che li chiede con angosciosi strappamenti, e l'uomo è costretto a nutrire il cancro che lo divora. Stette un pezzo prima di risolversi a chiamare, però che alla sua fierezza pesasse chiedere la vivanda ai banditi; ma la natura urgendo, gli fu mestieri piegarsi a picchiare alla porta. Tocco appena l'uscio gli venne aperto, e subito comparve un garzoncello accorto, che con parole ossequiose, ma che pure svelavano un senso sottìlissimo di scherno, gli disse, che da buon tempo stava di fuori aspettando; non avere ardito prevenire la chiamata temendo disturbarlo nelle sue meditazioni; ed egli sapere essere il carcere luogo adattatissimo a meditare. Al Conte parve ravvisare il garzone, e veramente egli era il sordo-muto della osteria della Ferrata.
--Dimmi, fanciullo, come hai tu fatto a recuperare la favella?--domandò il Conte.
--Per virtù di Santo Andrea Avellino, il quale si diletta operare per queste parti di miracoli assai.
--Se io n'esco, pensò il Conte, furfanti, ve li darò io i miracoli di Santo Andrea Avellino. La rete è stata tesa da mano maestra; anche l'oste d'accordo... Ma dov'è Marzio? Non fosse rimasto ucciso?--Fosse una trama ordita da lui? Ah! potessi sapere che cosa avvenne di Marzio!
--Eccellenza, proseguì il garzone, se ha cosa da comandarmi rimango; altrimenti non vorrei riuscirle importuno...
--No, figlio mio; ti ho chiamato perchè tu veda portarmi un po' da mangiare...
--Subito, Eccellenza;--e andava.
--Senti, vieni qua; adesso fa giorno, o notte?
--Notte, perchè senza lumi qui non ci si vedrebbe.
--Non qui... ma fuori...
--Fuori è buio ugualmente. Se poi lassù faccia notte o giorno io non saprei informarne vostra Eccellenza, perchè per ora non mi concedono salire...
--Che parli tu di salire? A me non parve scendere venendo qua dentro.
--Vi è parso perchè è dolcissimo il pendìo, che mena nello interno della spelonca; ma avete da sapere, che ci troviamo delle miglia ben molte sotto terra.
Don Francesco vedendo essere preso a gabbo, dal petulante garzone gli vibrò tale uno sguardo, che per quanto costui fosse sfrontato non ebbe forza di sostenerlo, ed uscendo avvertiva:
--In un baleno torno col pranzo, che
_Il nostro gregge e l'orticel dispensa Cibi non compri alla non parca mensa_,
come dice il signor Torquato Tasso.
Questo baleno durò per così lungo spazio di tempo, che il Conte attribuendo la dimora a nuova malizia del garzone, sempre più s'inviperì contro di lui, e dispose dargli tale ricordo, che se ne potesse rammentare per un pezzo. Tornò alla fine il ragazzo simulandosi ansante come chi viene in fretta, e portò due candelieri di singolare fattura: erano due mani scarne, che reggevano le candele accese; i lini per imbandire la mensa, e di più ragioni vivande accomodate squisitamente, e in copia da bastare a dieci: dispose ogni cosa con accortezza sopra la tavola, procurando starsene lontano quanto meglio poteva dal conte.--Questi spiava il modo di mettergli le mani addosso; ma il garzone, svelto, si cansava a guisa di mosca sul muso dello alano, che gli svolazza fastidiosa ed assidua pel naso, per le orecchie, e per gli occhi; e quando sbuffando avventa le zanne fugge via, ed egli morde l'aria. Don Francesco allora, traendosi di tasca un ducato, gli disse:
--Vieni qua, figliuolo, come ti chiami?
--Chiamatemi come vi pare, Eccellenza...
--Ma un nome devi averlo; non ricevesti tu il battesimo?
--Sarà; sebbene avessi a trovarmici presente, pure non me ne ricordo... Ah! aspettate; ora sì che mi viene in mente; mi posero nome Onorato...
--Onorato! E' pare, che per metterti cotesto nome il tuo compare non consultasse l'astrologo.
--Così diceva ancora io; ed anche se prima di battezzarmi avessero sentito il mio parere, non avrei permesso simili bugiarderie.
--Va, tu mi piaci; siete tutti concettosi voi altri: prendi questo scudo, che te lo dono.
--Ed io non lo voglio...
--Perchè?
--Perchè non si deve accettare per limosina quello che possiamo pretendere per taglia.
--Ah! dunque anche tu vuoi taglieggiare il barone?
--Figuratevi ch'e' sia come carne di fagiano; tutti nella vita vogliono assaggiarne una volta.
--Anche tu vuoi taglieggiare il barone!
E si frugava in seno; ma il garzone presagendo la mala parata, di un salto toccò la porta, e si riparò dietro l'uscio.
--Prendi questo per taglia; e sì dicendo, il Conte scagliava il pugnale contro il ragazzo: questi lo schivò facilmente, e il ferro andò a piantarsi dentro la porta, dove, dopo avere alquanto tentennato, quietò. Allora sbucò fuori, lo staccò senza ira, e sporgendolo verso il conte gli disse:
--Io ve lo conserverò con diligenza, e spero in Dio potervelo rendere quando i miei superiori me lo concederanno.
Il Conte vedendo fallito il colpo, mormorò dispettosamente: ne anche un colpo mi riesce più ad assestare!--E si accostò alla mensa. Se la cura molesta non vi si fosse seduta accanto a lui, per certo il cibo gli sarebbe tornato accettissimo atteso la grande fame che lo travagliava: ad ogni modo prese a tagliare la vivanda, ed accostandosene alla bocca un frammento non potè trattenersi da esclamare «ho fame!...»
Nel medesimo punto, a breve distanza da lui, una voce lamentevole rispose «ho fame!..»
Gli parve illusione; ma nel sollevare lo sguardo ecco li, proprio seduto a mensa dirimpetto a lui, gli apparisce uno spettro pallido, lungo, orribilmente scarno, con occhi spenti a guisa di pesce morto, il quale, poichè l'ebbe fissato in volto, gli parve che presentasse, e presentava certo le sembianze di Olimpio. Il Conte, tenendo il braccio sospeso fra il desco e la bocca, prese a dire:
--Ch'è questo? Sono io diventato don Giovanni Tenorio, e voi, mio bello spettro, volete sostenere le parti del commendatore di Lojola? Ma io mi permetto osservarvi, che il Commendatore era stato invitato da don Giovanni, e voi venite spontaneo; la quale improntitudine sconviene altamente a spirito bene allevato: inoltre il Commendatore era di marmo, e voi di qual materia siete? Ad ogni modo, ben venuto signore spettro, e se vi garba mangiare, mangiate, che buon pro vi faccia.
Mirabile a dirsi! Appena ebbe il conte profferito coteste parole, che lo spettro, come se lo travagliasse quella terribilissima infermità, che i medici chiamano bulimo, o fame canina, si gittò frenetico sopra le vivande imbandite, e tutte le fece sparire in un battere di occhio, arraffando anche il piatto posto davanti al conte: nè qui fermandosi, ingolò tovagliuoli, e tovaglia; poi azzannò le stoviglie, e stritolandole co' denti ne trangugiava i pezzi[1]. Al conte, fra maravigliato e atterrito, non bastò l'animo di salvare nulla, nemmeno il frusto di carne fitto dentro la forchetta; ogni cosa divorò lo insaziabile vampiro: poi ridivenne immobile; e guardando fisso il conte, con la bocca aperta, e mostrando i denti ripetè:
--Ho fame!...
--Per la morte di Dio!--esclamò don Francesco, ostentando una baldanza che era lontana dall'animo suo,--che cosa ho a darti io?---E scorto in un angolo della caverna certo fascio di paglia, lo spinse presso a cotesta belva dicendo:
--Prendi, divora...
E lo spettro divorò anche la paglia. Terminata che l'ebbe, tese come prima la orribile faccia verso il conte, urlando a bocca aperta:
--Ho fame!...
--Io non ho altro a darti... mangiati il cuore...
--Ho fame!... ho fame!... non il mio cuore, ma la tua carne io mangerò, cane, che mi hai fatto morire di fame...
E infuriando come belva rovescia tavola e lumi, e si avventa alla vita del conte: questi provò svincolarsi; sennonchè, sbattuto giù come sasso da forza irresistibile, si sentì mordere di rabbia sopra la spalla manca. Don Francesco, quantunque fieramente commosso, e rifinito dal digiuno, non per questo si abbandonava, chè il pensiero di rimanere divorato da cotesto cannibale gl'infondeva nei muscoli forza tetanica. Si rotolavano entrambi per terra mordendosi a vicenda, e ingegnandosi di stringersi alla gola: di tratto in tratto cacciavano urli disperati; si laceravano co' denti; si sgraffiavano con le ugne; si pestavano a pugni; l'anelito usciva fumoso dalle narici e dalla bocca; il cuore, tremante per tremendo palpito, minacciava scoppiare loro nel petto... orribile lotta era quella!
Ma la potestà non corrispondendo al volere, ormai il Conte stava per perdere conoscenza: radi, e compressi gli uscivano dalla gola i sospiri: negli estremi sforzi si dibatteva, quando fu udito strepito di catene, ed una voce che gridava:
--Il vampiro ha rotto la catena!
Al Conte parve, imperciocchè non vedesse distinto, che certe figure nere, e truci, con tronchi di pino accesi entrassero da più parti nella caverna staccandosi dalla parete, e gittandosi sopra la trista belva giungessero ad incatenarla con quattro catene, e tenendone i capi uno discosto dall'altro la strascinassero fuori della caverna. Egli stava sempre disteso sul pavimento; puntando la mano a terra gli riuscì, quantunque con isforzo, a mettersi seduto: ansava affannoso, grondava sudore, e sangue. Delle candele una era spenta, l'altra rovesciata; si provò a rimetterla dritta nel lugubre candeliere: forte sentiva dolersi la gola, la spalla, ed altre parti della persona. Volle richiamare la mente sopra coteste vicende, ma non gli successe: anche il cervello gli doleva informicolito, e davanti agli occhi gli andava in giro un diluvio di faville. Spossato dalla fatica, attrito dal digiuno e dal dolore, il Conte brancolando... a tentoni cercò il letto di foglie, e lo rinvenne. Il ribrezzo che gli si era fitto nelle ossa lo persuase a mettersi sotto le pelli; prese a sollevarle con mano tremante, quando una voce sepolcrale quinci uscendo incominciò a favellare così:
--Venga il desiderato... quanto mai tardasti! è tanto tempo che io ti aspetto vegliando!
Il Conte si drizzò su le ginocchia intendendo a quello che era, e vide un corpo umano ignudo con la faccia coperta da un bosco di capelli scarmigliati, e intrisi di sangue: in mezzo al petto gli usciva fuori un manico di pugnale, e dalla ferita aperta gli spicciava perenne un rivo di sangue.
--Sono la fanciulla di Vittana, proseguiva la voce: se io ti odiai una volta e' fu perchè aveva dato ad un altro fede di sposa; ma ora la morte mi ha sciolto dall'obbligo, e mi sono accorta dal dono, che mi facesti, e porto qui in mezzo del cuore, quanto tu sii più generoso amante.--Appressati, via... rimettiamo il tempo perduto... a me tarda inebriarmi di amore.
E l'aborrita figura, tese le braccia, a sè lo attirava con gesti provocanti. Il Conte rifuggiva inorridito, e con tutte le forze rimastegli la respingeva. Invano però; chè la femmina sottentrando lo ricinge alla vita duramente, e lo sforza a giacere. Ora se lo preme delirante contro il seno, e col manico del pugnale ammacca le costole e il petto del conte, che mugola pel nuovo spasimo, e poi lo bacia, e lo ribacia con le labbra ingrommate di sangue. In breve mani, seno, faccia, e capelli del conte grondano sangue: non poteva tenere gli occhi aperti e la bocca senza che se ne sentisse piovere dentro caldi ruscelli, e accecarlo, e soffocarlo. Finalmente il furore del succubo toccò il delirio; raddoppia ardentissimi i baci e i singulti, e così stringe spietato fra le braccia di ferro il vecchio conte, che questi sentendosi spezzare le ossa del petto, singhiozzando per la insopportabile angoscia venne meno.
Innanzi che lo intelletto tornasse a raggiargli nella testa, una confusione di strida e di guai dolorosi mista di fragore di catene gli percuote le orecchie. La pelle delle ciglia abbassata non basta a difendergli le pupille dal molesto bagliore. Apre finalmente gli occhi, e vede la camera in fiamme: balza atterrito sopra il letto, ed ecco in mezzo a cotesto fuoco comparirgli diversi sembianti in attitudini disperate, che urlavano in modo da intronare il cervello:
--Allo inferno! allo inferno! E dalla torma delle larve se ne staccò una tutta nera, se non che getti di fuoco palesavano gli occhi, il naso, le orecchie e la bocca: le rughe del volto erano segnate parimente da liste di fuoco. La larva appressandosi al conte levò la mano fiammeggiante in atto di maledire, e profferì queste parole:
--Io sono l'anima del falegname di Ripetta. Maledetto per la morte atroce, che mi hai fatto soffrire:--maledetto per lo affanno della mia moglie:--maledetto per la miseria di mio figlio:--mille volte maledetto per lo inferno dove mi hai precipitato, però che io morissi senza sacramenti, e la mia anima spirasse bestemmiando Dio.--
Il Conte, comecchè nel corpo si sentisse infranto da potere appena trarre il fiato, e nell'anima avvilito, pure per abito, più che per intenzione di scherno, favellò fiocamente:
--Poichè tu sei, per quanto io credo, il primo corriere che il diavolo manda in questo mondo, fa' di darmi notizie dello inferno...
--Le vuoi?... Porgimi la mano...[2]
E siccome il Conte nicchiava, la larva irridendo riprese:
--Ha paura il conte Cènci?
E quegli gliela porse. Allora la larva stese lo indice della destra, e lo appuntò in mezzo alla palma del conte. Come dalle torcie di bitume sorrette obliquamente gocciolano stille infiammate, le quali cadute sul terreno continuano ad ardere finchè non si consumino, così dal braccio della larva scaturirono bolle di sudore di fuoco, che stridendo si precipitarono giù pel dorso della mano, e pel dito sopra la palma del Cènci. Urlò questi; e non potendo sopportare l'ambascia, volle ritirare la mano per iscuoterne il fuoco, ma non potè; chè la larva gliela tenne ferma dicendo:
--Ricevi le stimate del demonio, vecchio ribaldo.
E il Conte, mugolando per l'insoffribile crucciato, svenne da capo.
--Non ne può più, esclamarono le larve; lasciamolo a mordere la terra;--e sì parlando si dileguarono con grandissimi scrosci di risa.
Umana, o divina, cotesta vendetta pungeva acerba davvero, e per quello che sembrava eravamo al principio...
Lungamente stette privo di sensi il mal capitato conte. Quando con un sospiro tornò in se si sentiva, a refrigerio delle angosce che durava, detergere da mano soccorrevole il sudore della fronte, e con abluzioni di acqua fredda temperare la vampa della febbre che gli ardeva le vene: aperse gli occhi, e gli apparve cosa più delle altre stupenda.
Beatrice, la sua figliuola, sedutagli al fianco sopra le foglie, che dopo avergli lavato la faccia e fasciato le ferite s'industriava a farlo rinvenire. Le sembianze angeliche della fanciulla spiranti pietà, e il dolce atto di amore avrebbero persuaso i più tristi e villani intelletti, lei essere mossa da impulso dolcissimo di carità; e non pertanto il Conte nell'anima malvagia immaginò subito che la sua figlia fosse complice dei suoi persecutori, e quivi venisse a rampognarlo dei casi passati, e a godere del suo trionfo. Beatrice, tostochè lo ebbe scorto ritornato in se stesso, gli si accostava all'orecchio, e con voce soave gli domandò:
--Vi sentite la forza di reggervi in piedi, Padre mio?
E siccome egli si apparecchiava a risponderle, ella prontamente soggiunse sommessa:
--Non parlate, no... accennate col capo.
Il Conte accennò sì. La fanciulla riprese:
--Signor Padre, bisogna che vi aiutiate con ogni sforzo;--qui ci vuole diligenza davvero, perchè io non solo dalla carcere intendo condurvi alla libertà, ma dalla morte alla vita.--
Potenti suonano sul cuore della creatura umana le parole di libertà e di vita; imperciocchè il Conte, malgrado gli acerbi patimenti, fosse tosto in piedi, esprimendo col moto di tutte le membra: «andiamo!»
Lasciata la caverna entrarono in una seconda molto più spaziosa della prima, e quivi, in mezzo alle masserizie rubategli sparse a rinfuso per terra, vide, al chiarore incerto di lumi ottenebrati da densa caligine, forse quindici o venti banditi addormentati quale steso sul pavimento, quale appoggiato alle tavole. Quantunque egli usasse infinito studio a camminare reggendosi sul braccio di Beatrice, pure, andando com'ebbro per la debolezza e il dolore, investì dentro una tavola, e rovesciò un vaso di terra, che cadendo si ruppe strepitosamente. Gelò di terrore, che taluno si muovesse; ma girando gli occhi intorno vide Olimpio e l'odiato garzone oppressi dal sonno, e vide eziandio la fiasca dello keres col collo rivolto in giù sopra la tavola.
--Ah! bevvero il mio vino medicato. Tardi si sveglieranno... qualcheduno mai più;--e lasciava il braccio di Beatrice.
--Dove andate, signor Padre?
--Lascia che ne ammazzi a conto almeno un paio:--e sì dicendo traboccava giù in terra, se le mani pronte di Beatrice nol soccorrevano.
--Badiamo a salvarci, per amore di Dio... vedete, che male potete reggervi in piedi;... e ripresolo pel braccio lo traeva seco.
Continuarono il cammino, e chiunque avesse potuto contemplarli avrebbe creduto vedere la pittura di Raffaello nelle logge Vaticane, rappresentante la liberazione di San Pietro dal carcere per opera dell'Angiolo. I banditi dormivano atteggiati come i soldati; bella, e divinamente benefica incedeva Beatrice uguale all'Angiolo. La testa del Conte talvolta, lo abbiamo già avvertito, sembrava quella di un santo: però, considerati i suoi meriti, era giusto che non a quella di San Pietro, sibbene all'altra di San Giovanni decollato si rassomigliasse.
Percorsa la caverna salirono una viuzza scavata nel masso parallela alla porta, e dopo piccolo tragitto riuscirono all'apertura, nascosta con diligente accuratezza sotto una folta macchia di pruni.--Soffiava su que' poggi una brezza matutina mordente assai, in ispecie per coloro i quali, come Beatrice e il Conte, uscissero da luoghi caldi, e fossero leggieri di vesti: di più il Conte aveva la febbre addosso, e non pertanto, assorti entrambi nel pensiero della fuga, o non la sentivano, o non la badavano. Il sole non si era anche levato, ma l'alba serena concedeva allungare la vista intorno alle cose circostanti, e a Beatrice venne fatto di scuoprire immediatamente un cavallo, che legato a un albero pascolava poco oltre i primi cespugli del bosco.--Andò; lo sciolse: mancava di arnesi atti a cavalcare, e ciò nonostante gradito sempre a cagione del padre, che poco a piedi poteva aiutarsi. Il Conte lo riconobbe pel cavallo ch'egli aveva raccomandato a Marzio; e sebbene a stento, pure, aiutato dalla figlia, gli riuscì salirvi: voleva ancora recarsi in groppa la donzella; ma questa considerando la debolezza sua, la febbre che lo consumava, le dolenti ferite, e il difetto di sella e di staffe per potersi sostenere, fece conoscere al padre ch'ella così sarebbe stata impaccio, e pericolo alla fuga.
Ella era molto compassionevole vista quella di una fanciulla delicatissima, con ogni maniera di barbari trattamenti tormentata dal padre, immemore adesso delle ingiurie patite, presaga, eppure improvvida degli strazii futuri, accesa di amore filiale guidare il cavallo per quei greppi; e punto badando se i sassi di cui andava aspro il sentiero ammaccassero i suoi morbidi piedi, avvertire poi che in essi il cavallo non inciampasse, e le ferite del vecchio infermo per isquasso repentino non s'inacerbissero.--Di tratto in tratto ella fissava il suo nello sguardo del genitore; non mica per averne grazie, ma per vedere se gli si sciogliesse punto la durezza del cuore, che a se e ad altri aveva fatto passare tanti giorni pieni di affanno. Il Conte, chiuso nei suoi pensieri, teneva gli occhi appuntati fissamente alla testa del cavallo, torbido, e sussurrante accenti brevi, e feroci. Egli, che tanto aveva offeso nel mondo, senza profondissima ira non sapeva concepire come altri avesse ardito di offenderlo, e mulinava fra se disegni spaventevoli di vendetta... Ora, come il terrore di provocare il conte Francesco Cènci non gli aveva trattenuti da mettergli le mani addosso?--Ah! qual supplizio di cotesti miserabili avrebbe mai potuto placarlo?
Già si accostavano al luogo dove accadde l'aggressione, quando, con maraviglia pari allo spavento, videro una mano di banditi sempre appostata, anzi pure con gli archibugi tesi occupare il sentiero. Beatrice agitata da affannosa ansietà si ferma, il Conte si riscuote, e, vista la mala parata, torna sopra i vecchi sospetti interrogando:
--Mi hai tu condotto qui per vedere la mia morte? Non era meglio lasciarmi uccidere dentro la caverna?
Beatrice solleva gli occhi al cielo, e sospira; poi abbandonata la cavezza del cavallo, che teneva in mano leggiera e spedita, corre colà dove vede comparire i banditi: ma prima assai di arrivare sul luogo intendendo lo sguardo, si fu accorta dello inganno; onde voltasi al padre lo confortava con voce e con cenni a venire risolutamente avanti.
--Venite sicuro, chè non vi è pericolo alcuno.
Il Conte, affidato dallo aspetto e dalle parole di Beatrice, e dall'altra parte considerando come nulla giovasse la diffidenza però che fosse tolta alla fuga ogni via, spinse oltre il cavallo, ed egli pure si fu accorto ben presto come i banditi, a fine d'incutere spavento, e per comparire quattro volte più numerosi di quello che veramente fossero, avevano disposti pali lungo il ciglione della via, e fasciati di paglia e di stracci, dando loro sembiante di banditi messi alla posta. Percorso il sentiero incassato riuscirono allo aperto, e al sicuro; però che, quando anche i banditi fossero stati in facoltà di farlo, non avrebbero osato appressarsi a giorno alto di tanto alla Rocca Ribalda popolosa di ben mille persone, di cui la più parte gagliarda per le quotidiane fatiche, e armata tutta di archibugi e di scuri.--Qui il Conte con accento severo ordinò a Beatrice:
--Dimmi con quale argomento tu potesti giungere fino a me.
--Signor Padre, non sarebbe meglio affrettare il passo adesso, e differire la storia a quando, ristorato dei patiti disagi, voi foste in termine di porgermi più pacala attenzione?...
--Tu... appena io manifesto la mia volontà, sei usa a contrapporre subitamente la tua... e sì... e sì che a questa ora avresti dovuto capire, che io aborro gli oppositori.--Obbedisci.--Nelle mie mani la gente ha da essere come morta...
--Obbedirò--rispose Beatrice levando gli occhi al cielo, quasi volesse dire: Signore, dammi pazienza.--Marzio, mentre io era in carcere, mi raccontò la pietosa strage della fanciulla di Vittana...
--Che? Come? Cosa favelli?
--Quando mi teneste chiusa in prigione nel sotterraneo del palazzo di Roma, Marzio mi espose la morte di Annetta Riparella di Vittana...
--Avanti...
--E mi disse ancora lui esserle marito, voi avergliela ammazzata; epperò legarlo un giuramento, fatto sul corpo della defunta, di vendicarla nel vostro sangue. A questo fine essersi allogato in casa nostra; ma vista la vita infelicissima che voi ci condannate a condurre, l'odio suo contro noi essersi convertito in pietà, e non avere voluto commettere in casa l'omicidio di voi, secondo che aveva disegnato, per timore che noi ne fossimo incolpati, e ce ne venisse danno.
--E tu, sapendo questo, me lo hai taciuto?
--Signore! E come poteva dirvelo io?--In carcere, appena schiusa la porta mi gettavate lì acqua e pane, e volgevate crucciato le spalle...
--Ma se volevi, potevi...
--E quando? Sul partire, due volte io vi scongiurai ad ascoltarmi; voi mi cacciaste in carrozza, e, chiuso lo sportello, vi poneste la chiave in tasca. Alla Ferrata, lo rammentate, mi respingeste; per la via, ordinaste che non mi lasciassero trascorrere, e voi ve ne andaste lontano... come dunque aveva a fare io?
--Tu sempre ardisci avere ragione;--io ti dico che tu potevi avvisarmi:--chè se non partecipasti alla iniqua trama in cuore, almeno non desiderasti prevenirla. Continua...
--Marzio partì la notte, dopo avere posto in salvo Olimpio, che voi avevate condannato a morire di fame...
--Dunque vive costui?... Ah scellerati, come bene congiuraste a mio danno!... Continua...
--Al momento dello assalto procurai badare attentamente quello che accadeva, e malgrado la diligenza usata da Olimpio e da Marzio a mascherarsi...
--Marzio! Dunque nè anch'egli è morto?
--Io lo ravvisai tra i banditi; anzi guidatore dei banditi. Allora mi accorsi che non si trattava del vostro sequestro soltanto, ma della vita; e quindi il mio discorso, e le larghe promesse ai banditi perchè, tratti dalla cupidità a separarsi da Marzio, noi lasciassero andare. Riuscito il tentativo a vuoto, mi calai chetamente da cavallo e vi seguitai alla lontana, appiattandomi ora dietro a un tronco, ora dietro a un cespuglio: giunti che furono i banditi al taglio del dirupo di Tagliacozzo, ecco sparirmi di subito davanti agli occhi. Mi accosto studiando il passo, e trovo l'apertura, comunque coperta con diligenza di piante; scendo il corridore, che abbiamo percorso insieme, e ascolto uno schiamazzo confuso di bestemmie, e di scherni. Io non sapeva allontanarmi, e per altra parte non mi riusciva immaginare il modo di potervi sovvenire. In questa udii Marzio che ordinava a un bandito di prender gente, e avviarsi a Tagliacozzo; onde io mi ritirai di corsa, mettendomi di vedetta dentro una macchia. Uscirono parecchi masnadieri, e per molte ore rimasi appiattata; a notte fitta mi avventurai di nuovo nel sentiero che mena alla caverna; tesi l'orecchio, e non udii rumore alcuno; sporsi la faccia, e al chiarore moribondo delle lanterne vidi i banditi tutti addormentati; mi attentai entrare; palpitando muoveva in punta di piedi; scòrsi una porta, pensai che voi foste chiuso la dentro; levata la spranga apersi, e vi trovai svenuto sul pavimento. Dio ci ha dato visibilmente soccorso, e voi siete salvo.
--Sta bene, disse il Conte.--Intanto erano giunti alla ròcca. Don Francesco prima di porsi a giacere, premendo le angosce che lo travagliavano, chiamò alcuni dei suoi servi, e promise loro quattromila zecchini se gli avessero portato morti o vivi i banditi, che avrebbero potuto prendere a mano salva nella caverna di Tagliacozzo.
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Dopo lungo sonno i masnadieri si svegliarono. Orazio fu il primo a dire:
--E' pare che abbiamo legato l'asino a buona caviglia: questo maledetto vino mi ha come impiombato il sangue nelle vene. Vediamo un po' che cosa si ha da fare del nostro prigione: a me sembra che quando avesse su l'anima anche il doppio dei peccati, ch'egli ha commesso, meriterebbe ormai assoluzione plenaria.
--Sì, rispose Marzio, egli è tempo che noi gli celebriamo la messa di requiem.
--Adagio ai ma' passi; prima del requiem bisogna cavargli di sotto qualche cosa, come sarebbe un ventimila ducati...
--Sicuramente, riprese Ghirigoro, lo strazio che ha sofferto basta; e non potremmo rinnuovarlo senza che ci restasse fra le mani.
--Davvero, continuò Orazio, io credo avergli sfondato lo stomaco col manico del pugnale, che mi ero adattato sul petto; ed anch'io mi sento indolenzito, perchè lo stringevo con rabbia, e con paura: ve' come sono concio da quella criniera di cavallo insanguinata; il sangue della vescica mi ha imbrodolato tutto, e mani, e seno, e braccia...
--Io ti so dire, riprese Olimpio, che senza le tue candele non saremmo venuti a capo di nulla; come mordeva il tristo vecchio! Per certo ha da avere il diavolo in corpo. Deh! Orazio, dì, o come hai fatto a comporre coteste tue infernali candele?
--E' sono segreti, che a me per impararli costarono spesa e fatica. Uno astrologo Armeno, in Venezia, per insegnarmi la ricetta volle che io gli contassi cinquanta ducati di oro...
--Non ti credevamo avaro, Orazio. Se pretendi essere rimborsato, ti renderemo i ducati; ma fra noi ogni cosa dovrebbe essere comune...
--Oh, io non l'ho detto mica per questo! Uditemi, dunque, e imparate. Cotesta chiamasi mano di gloria, e si compone così: taglisi primamente la mano sinistra allo impiccato, e avviluppatala dentro un pezzo di tela nuova ripongasi in un vaso di terra, e vi si lasci stare per quindici giorni coperta di balsamo di Arabia; poi ha da esporsi al sole leone tanto che si secchi. Le candele si fanno di grasso d'impiccato, di cera vergine, e di sesamo di Lapponia. Queste candele, messe fra le dita della mano di gloria, hanno la virtù di stupidire la gente a farla travedere con apparenze piene di terrore[3].
--E certo esse hanno istupidito anche noi, perchè io pure mi senta la testa tutta confusa...
--Sarà; ma io temo che quel vino di Keres, che abbiamo bevuto, fosse medicato...
--Se Marzio anch'egli faceva la sua parte sarebbe stata compita la festa:--dì, Marzio, perchè non sei venuto?...
--Io? Perchè mi prese un furore di stringergli il collo, e strozzarlo senz'altri argomenti; e così la mia vendetta non era piena, e voi rimanevate defraudati del riscatto.--Orsù, ormai mi tarda lo indugio: andate ad estorcere a quel dannato la moneta che volete; poi, secondo il patto, lasciatelo in mia potestà.
Qui si fecero a rinnuovare l'olio nelle lanterne, e si accostarono alla porta della prigione: trovarono la spranga levata; la prigione vuota.
Alzarono un urlo di rabbia, al quale dalla bocca della caverna rispose un grido di spavento. Entrò un bandito vacillando, che aveva rilevato una ferita nel fianco, e disse tutto angoscioso:
--Siamo sorpresi... fuori, o ci ammazzano come volpi nel covo.
I banditi afferrarono le armi, e si affrettarono a uscire dalla caverna.
Questo dialogo spiega i tormenti, che avevano fatto subire al Conte. La mano e le candele di gloria erano superstizioni, alle quali prestavano piena fede in cotesti tempi. Gli apparecchi per cura di Marzio disposti nella caverna, e il terrore avevano fatto credere paurosamente soprannaturale una scena da giocolieri.
NOTE
[1] Pur troppo anche questa malattia terribile travaglia la umanità! I pratici la distinguono in bulimo, cinoressìa e licoressìa. Il granatiere Tarare divorava un quarto di bove per giorno; in pochi minuti si trangugiò il desinare apparecchiato a ventiquattro operai: inghiottiva carboni, calcinacci, turaccioli di sughero, ciottoli, quanto insomma gli capitava sotto le mani; gli piacevano le serpi; mangiava i gatti vivi vivi, e dopo mezza ora ne vomitava il pelo. Essendo sparito dall'ospedale un fanciullo mentre egli vi soggiornava, caddero sospetti sopra di lui, che se lo fosse divorato; però lo cacciarono via. Morì nel 1799 di diarrea purulenta, che accennava putrefazione di visceri addominali. Vedi il DESCORET, Medicina delle passioni. Nel medesimo scrittore è da vedersi la storia di Anna Dionisia Lhermine, ammalata di fame canina. A me basti riferirne questo, ch'essendole caduto un tozzo di pane nella catinella mentre il cerusico la salassava, lo ritrasse, e se lo mangiò avidamente così com'era insanguinato; e che, presso a morire, ormai impotente a mangiare, pregò sua sorella che le mangiasse accanto al suo capezzale, perchè: «se il buon Dio non voleva ch'ella mangiasse più, potesse almeno morire col piacere di veder mangiare».
[2] Leggesi che a Parigi fu uno maestro, che si chiamava ser Lò, il quale insegnava logica e filosofia, ed aveva molti scolari. Intervenne che uno dei suoi scolari, tra gli altri acuto, e sottile nel disputare, ma superbo, e vizioso di sua vita, morì. E dopo alquanti dì, essendo il maestro levato di notte allo studio, questo scolare morto gli apparve: il quale il maestro riconoscendo, senza paura il domandò quello che di lui era. Rispose, ch'era dannato. E domandollo ancora il maestro, se le pene dello inferno erano così gravi come si diceva; rispose che infinitamente maggiori, e che con la lingua non si potrebbero coniare, ma che gliene mostrerebbe alcun saggio «....... Ed acciocchè la mia venuta a te sia con alcuno utile ammaestramento di te, rendendoti cambio di molti ammaestramenti che desti a me, porgimi la mano tua, bel maestro». La quale il maestro porgendo lo scolare scosse il dito della sua mano, che ardeva in su la palma della mano del maestro dove cadde una piccola goccia di sudore, e forò la mano dall'un lato all'altro con molto duolo e pena come se fosse stata una saetta focosa, ed acuta. «Ora hai saggio delle pene dello inferno» disse lo scolaro, e urlando con dolorosi guai sparì. Il maestro rimase con grande afflizione, e tormento per la mano forata ed arsa; nè mai si trovò medicina che quella piaga curasse, ma infino alla morte rimase così forata. Donde molti presono utile ammaestramento di correzione. E il maestro compunto, tra per la paurosa visione, e per lo duolo temendo di non andare a quelle orribili pene delle quali aveva il saggio, deliberò di abbandonare la scuola, e il mondo. Onde in questo pensiero fece due versi, i quali la mattina vegnente in iscuola davanti ai suoi scolari, dicendo la visione, e mostrando la mano forata ed arsa spose, e disse:
_Linquo coax ranis,--ora corvis, vanaque vanis Ad loicam pergo--quae mortis non timet ergo_.
«Io lascio alle rane il gracidare, ai corbi il crocidare, le cose vane al mondo; io m'incammino a logica tale, che non teme la conclusione della morte» cioè alla religione. E così abbandonando ogni cosa si fece religioso, santamente vivendo fino alla morte. PASSAVANTI, Specchio della vera Penitenza. Dist. 2. cap. II.
[3] Segreti del Piccolo Alberto. Lione, 1731.
CAPITOLO XX.
LA NOTTE SCELLERATA.
. . . . Con mano empia tentava I misteri di amore in quelle membra, Ma lo respinse un Dio che lei vegliava. Il Dio che pura se la tolse in cielo, Come quando ella uscìa dal suo pensiero. ANFOSSI, Beatrice Cènci.
Ecco come si ammenda il Conte Cènci.
Sparsa le bionde chiome, con la fronte volta al cielo, le braccia abbandonate, genuflessa sul pavimento sta Beatrice Cènci dentro una stanza della Rocca Petrella. Alla bellezza, e all'atto rassomiglia la inclita statua della Fiducia in Dio, nella quale lo Artefice della «terra dei morti» ha infuso un'anima, ch'egli stesso non aveva[1].
La stanza in cui si trova è una prigione:--ormai la sua vita sembra un tristo cammino, del quale le prigionìe sieno le colonne milliarie per distinguerne gli spazii. L'aspetto della stanza apparisce strano a vedersi: splendido è il letto per cortine ampissime di damasco, e cornici dorate; ricopre il pavimento uno arazzo rappresentante Enea, che ascolta i presagi maligni dell'arpia Celeno: sopra una rozza tavola di albero stanno vasi e bacili di argento: le pareti squallide, e tracciate col carbone dalle sentenze, che la tristezza, o l'ira, o il rammarico spremono dal cuore del carcerato... stille di essenza di angoscia, uscite fuori per la gran forza dello strettoio della necessità.--
Il cielo si contemplava per breve tratto traverso una ferrata, davanti alla quale il Conte Cènci, quel perfido ingegno, aveva fatto inchiodare uno assito a modo di tramoggia; sopra la tramoggia ordinò adattassero una graticola fitta di filo di ferro. Nè qui si fermava la vile crudeltà del Conte Cènci; chè col declinare del giorno procurava calassero sopra la tramoggia una ribalta circondata intorno da festoni di tela, togliendo a un punto la luce del cielo e l'aria, conforto supremo alle viscere straziate. La carcere allora pareva chiudere la bocca, ed ingoiare intera la sua vittima, come fece di Giona la balena[2].
Povera Beatrice! Il cielo, che tu amavi cotanto; il cielo, consapevole dei gentili pensieri dell'anima tua; il cielo, da cui attingevi conforto negl'ineffabili dolori; il cielo, che sovente chiamavi in testimonio della rettitudine del tuo cuore; il cielo, che desiderando contemplavi come la patria libera del tuo spirito divino, adesso o ti si mostra traverso le sbarre e le graticole di ferro, o ti si toglie affatto nella guisa, che Dio vela la sua faccia ai dannati nelle pene eterne dello inferno.
Il sole getta obliquo lo sguardo là dentro; i suoi raggi pesano, ed ei si affretta a ritirarli, quasi per paura che gli rimangano avvinti, e presi alla rete delle graticole[3].
Se durante la notte l'aria viene tolta a Beatrice, durante il giorno non gliela ministrano a larga misura; anzi sottile come il cibo dentro città bloccata. Se il Conte Cènci avesse potuto dargliela chiusa in un vaso senza mai sollevare la ribalta, oh come volentieri lo avrebbe egli fatto! imperciocchè gli ultimi casi lo avessero reso alquanto pusillanime; e quando la codardìa ha sussurrato nell'orecchio alla crudeltà: trema, non vi ha cosa o tanto assurdamente spietata, o tanto atrocemente ridicola, che queste rifuggano da mettere in opera.
Beatrice si affaticò sovente arrampicarsi fino alla parte superiore della inferriata, tentando quinci scuoprire o cima di albero o vetta di colle, che le fossero all'anima come un ricordo della bella natura: e quantunque tre, quattro volte e sei rimanesse delusa, non per questo cessò ritentare; perocchè sia amaro rassegnarsi alla perdita dell'aria, della luce, e della vista del creato, che Dio benigno concesse all'animale più abietto. Dotata d'anima di poeta, capace di rendere eco dalla sua più sottile e recondita fibra alle sensazioni del bello, almeno per le fessure s'ingegnò vedere i colli azzurri, le verdi vallate, il fiume, boa immenso delle acque, che serpeggia per la pianura, ma non le fu dato. Malignamente invidioso di quell'aura di refrigerio, il Conte più volte il giorno, e più sovente nelle ore matutine, mentre un po' di sonno le rinfrescava il sangue infiammato, mandò fabbri, che sospesi a corde aeree (non veduti da Beatrice) martellavano, conficcavano, ristuccavano, ristoppavano, calafatavano, tormentavano insomma con quel fragore continuo, che è proprietà dello inferno;--onde il capo l'era diventato come infranto, e in qualsivoglia parte, comecchè leggermente, lo toccasse si sentiva dolere per tutta la persona.
Oh quanto riso di cielo balena di là da coteste luride tavole, oh come la natura esulta nella sua bellezza oltre cotesto sozzo assito! Maledetta la mano, che si pone fra gli occhi dell'uomo e la natura! L'anima si strugge di desìo; e se vede trapassare un uccello, si posa sopra la sua ala e gli raccomanda di portare per lei un saluto ai cari parenti, e ai luoghi della sua infanzia.
O nuvoletta bianca, che traversi questo palmo di cielo che mi è dato fruire, io non vedrò quando arrivi a baciare la luna; o stella cadente, io ti ho veduto muovere, ma non posso vedere dove vai a finire; o foglia, che voli sopra l'apertura del mio carcere, dove terminerà di trasportarti il vento? Farfalla, le rose che desideri sono lontane di qui; io non vedrò quando, innamorata, tu accarezzerai con l'ale il tuo fiore diletto... No, viva Dio; per negare la vista di queste immagini non basta che la crudeltà e la paura avviluppino nello loro spire un'anima maligna, come i serpenti di Laocoonte; bisogna che al lurido sabbato dei suoi pensieri intervengano ancora la superstizione e la invidia: la prima, furia di fuoco che osò seppellire vive le tenere fanciulle, le quali, odiati i riti infecondi di Vesta, sagrificarono a Venere alma genitrice della Natura; la seconda, furia di ghiaccio che accecherebbe il genere umano, caccerebbe dal cielo l'occhio del Sole, vorrebbe insano anche Dio perchè essa è cieca, e folle.
Lo insetto dalle ali dorate penetrò in questo sepolcro di vivi, ma presto ne usciva cruccioso ronzando: «dalle cure del carcerato non si fa mèle, ma tossico». L'uccello per un momento ha posato i piedi sopra queste graticole; ma è fuggito via gittandovi dentro un pianto, come se intendesse dire in sua favella: «tu sei infelice, ed io non posso aiutarti».
Dentro il carcere, dietro la infame tramoggia, Beatrice invece di ricevere le impressioni esterne, e consolarsi contemplando, o ascoltando:--invece di blandire la memoria implacabile, e sopire la febbrile attività del pensiero riducendosi in condizione, più che potesse, passiva, ha dovuto all'opposto suscitare le fiamme divoranti della immaginazione; alimentare la ferita.
Ha sentito, quando sparisce l'allegrezza del giorno, e la crescente mestizia delle tenebre persuade ricorrere per consolazione alla Vergine dei cieli,--lontano lontano alternarsi il canto delle litanie dinanzi la immagine della Madonna dei Dolori, che sotto il suo gran manto celeste ripara tutto il genere umano (tranne quelli che fanno piangere), ma non ha potuto mescolarsi con le altre donne alla santa preghiera.--Lei percosse a vespro la voce rozza, ma lieve come l'aura dei poggi, della montanina, che riduceva a casa le capre, e non potè conoscere dall'alacrità degli occhi rivolti frequentemente in giro, dallo incesso irrequieto, dal simbolo dei fiori intorno al cappello se pei suoi amori correva la stagione dei sospiri, o quella delle lacrime.--Su l'alba udì scoppii di archibugi, e latrati di cani, e grida di uomini, e non potè seguitare lietamente curiosa le vicende della caccia, o sovvenire ai feriti, se i masnadieri avevano assaltato gl'improvvidi viaggiatori. La campana suonò invano alla messa; invano ai funerali: poca cura ci punge pei morti ignoti; e recitarci con le proprie labbra il de profundis è cura troppo molesta.--Per dio! A tale l'aveva ridotta il vecchio maligno, che ella veggente non sapeva che cosa farsi della luce degli occhi; ella viva non sapeva in che cosa adoperare la vita.--Ma tempi di ferro erano cotesti, e Francesco Cènci per cupa scelleraggine singolare, non raro.
Nè meno turbavano la desolata il passo della scolta, che per lo aperto verone le camminava sopra la testa, e il frequente gridare all'erta, e lo squillo della campana ogni quarto di ora,--conciosiachè noi tutti, è vero, sappiamo che il Tempo va e fa andare, cacciandosi davanti senza posa, e giorni e secoli verso la Eternità, a guisa di mandriano che affretta gli armenti al presepio quando minaccia tempesta;--ma starci seduti sopra la riva a vedere inerti sparire veloce il torrente della propria esistenza, è troppo acerbo travaglio. Nel tumulto della vita affetti, sensazioni e pensieri ci fanno dimenticare troppo più spesso che non conviene la fuga della nostra vita; ma nel carcere sentirsi misurare i minuti che passano dall'orma del carceriere sul capo, è supplizio che supera la immaginazione. Tu provi quanto tormenti acerbo il Tempo, allorchè deposta la falce prende la lima, e lento, continuo, implacabile ti sega il cranio; e quanto sia angoscioso contemplare speranze, ingegno, anima e corpo disfarsi in atomi, e cadere come limatura di ferro ai tuoi piedi.
Beatrice nel volgere gli occhi al cielo non prega, e non rampogna; sembra piuttosto che interroghi: «Dio! mi hai tu abbandonato?»
Le sue parole furono uguali alle estreme che profferì Cristo sopra la croce, prima di declinare il capo, e spirare.
Io conosco bene la mente selvaggia di uomini superbi, che le avrebbero risposto così: «E chi ti ha detto, folle, che Dio protegge, ed abbandona? Dio non abbandona, nè protegge. La forza misteriosa della sua azione, che si manifesta con la moltitudine delle cose create, getta assidua nello abisso pugni d'arena di oro, e cotesta arena sono stelle. Egli le costringe a moti diversi secondo la legge della loro durata. Se la polvere di questi mondi, animata o no, avvalla o s'inalza, seppellisce sotto di se lo esercito di Cambise[4], o si lascia arare, zappare, e si sottomette a produrre frutto: se piange, o ride, o sta immota superficie di camposanto: se si agglomera in mastodonte, o si sperpera in formiche: se si trasforma in penne di aquila, o nelle fibre inerti del tardigrado, egli non cura questo, e non lo può curare. Ai fini della natura basta che nulla giaccia infecondo, o si disperda sterilmente; poi, che aumentino mille avvoltoi, e diminuiscano dieci mila colombe poco le importa. Immensa macina che infrange reami ed acini, imperatori e lumbrichi per crearne nuovamente lupi, o pecore, od altri animali. La dottrina della trasmigrazione insegnata a Pittagora dai Sapienti di Egitto, una volta presa a scherno da insensati filosofi, è cosa tanto evidente, che sembra impossibile come possa essere stata impugnata. Difficile è spiegare quello che non si comprende, e non si può intendere; follìa disprezzare, o negare ciò che supera la nostra intelligenza; ma che il Supremo Fattore abbia a tenere conto, non che della specie, dello individuo, non sembra che possa dirittamente credersi. La natura recasi in mano l'universo, e lo soppesa; se torna il volume non le importa la forma.
«E poichè gli uomini sortirono questa vita e questa forma senza chiederle, e molti ancora senza desiderarle, perchè le non si possono rassegnare senza offesa della natura? Singolari ella fece le vie del nascimento, infinite quelle della morte; sicchè può ritenersi, che a lei piaccia la vertigine delle trasformazioni. Se gli orecchi nostri potessero udire la voce della natura, noi sentiremmo ch'ella predica sempre ai mortali: =Ospite, io non ti trattengo a forza alla mensa della vita; tra le bevande, che io ti appresto davanti, scegli quella che meglio ti talenta; e se ti piace l'oblìo, bevilo, e vattene=.
«Veramente, come se l'uomo non fosse presuntuoso abbastanza, gli hanno dato ad intendere, e la sua superbia glielo ha di leggieri persuaso, sentinella infedele non poter disertare il posto al quale la Provvidenza lo commise; lui essere re dell'universo; la favola di Atlante adombrare il simbolo dell'uomo chiamato a sostenere il mondo sopra le sue spalle. Il sole fu appeso nel firmamento per riscaldarlo, la luna per illuminarlo, le stelle per divertirlo nelle notti di estate.--Fin qui pazienza; le adulazioni da un lato, e la superbia dall'altro erano follemente innocenti; ma diventarono crudeli quando gli dissero: =tutte le creature che vedi furono fatte per te=. Allora il vanaglorioso spietato stese la mano sopra gli enti che hanno anima e sangue, e prese a vivere della loro morte, ed osò senza ribrezzo convertirsi in sepolcro palpitante.
«Ora questo vampiro nudrito di superbia s'irrita di ogni lieve sciagura, non vuole sopportare le infermità, aborre la morte. Cadono i cedri del Libano, caddero le querce secolari delle foreste druidiche; scomparvero città, popoli, imperi, e perfino rovine d'imperi. Nel cielo aprono, e chiudono del continuo le palpebre i pianeti, e questo verme petulante presume vivere eterno, e felice--satrapo della natura.--Mora come fa morire. Si rassegni al fato comune; torni senza mormorare alla terra donde è nato: polvere è, polvere ritorni».
O filosofo dalla mente selvaggia! io conosco questi argomenti, e il mio intelletto li comprende; ma questo cervello che pensa, questo cuore che soffre, tutto il mio ente, che si agita, non si appaga di sermoni e di sofismi. Poichè la natura infuse nell'uomo lo amore, anzi la smania della propria conservazione, non può averlo legato alla vita, come Cristo alla colonna, per dargli seimilaseicentosessantasei battiture. L'uomo ha diritto di essere felice, e nella natura si hanno a trovare facoltà per diventarlo; che se così non fosse, l'uomo avrebbe ragione di volgersi al cielo, e domandare: «Dio! perchè mi hai creato?»
E questa domanda umile tornerebbe assai più terribile al trono di Dio, che la minaccia di Encelado, o la ribellione di Lucifero.
Se tali fossero i pensieri, che tennero occupata la mente della donzella finchè stette genuflessa, io non saprei; ma certo doverono essere strazianti, però che quando si rilevò da terra come spossata lasciasse cadersi sul letto.
E il sonno le fu meglio amico della veglia.
Sognò il mare Jonio là dove il cielo e l'acqua sembra che vengano a contesa di limpidezza, di azzurro e di luce; imperciocchè se il cielo ostenta i suoi fuochi di stelle, le acque sfolgoreggiano di fosforo; e se il cielo si ammanta di nuvole di madre perla, il mare si vagheggia nel dorso dei suoi delfini dalle scaglie di mille colori: gli abitanti dei due elementi paiono colà bramosi di stringere parentela fra loro; lo smergo e lo alcione scendono a battere l'onda con le ale, e vi si posano in grembo come dentro al nido; all'opposto i pesci volanti si sollevano descrivendo leggiadre parabole nell'aria con le pinne verdi e dorate. Il Creatore volge uno sguardo al cielo, ed uno al mare; e vedendoli entrambi stupendamente belli, ride compiacendosi della opera sua: cotesto sorriso si spande dintorno, ed empie di allegrezza ogni cosa.
In mezzo al mare sorge il promontorio di Santa Maura, l'antica Leucade, come un'ara dedicata allo amore infelice. Quinci soltanto Saffo, la derelitta, spense nel mare sottoposto l'amore a un punto e la vita; e le acque memori nei pleniluni sereni lungo le spiagge ricurve si lamentano in suono di lira[5].
A lei parve trovarsi sopra cotesto scoglio sola, e abbandonata da tutti. Lungi di Sotto vedea le vergini oceanine intrecciare carole, e instituire giuochi per la chiara faccia delle onde. Di tratto in tratto le fanciulle a lei si volgevano, e lei chiamavano co' cenni onde ai loro cori si mescolasse. Allo improvviso un rombo di ale sopra il suo capo le fece levare gli occhi in alto, ed ecco apparirle, in sembianza di Amore in traccia della rapita Psiche, il biondo Guido, l'amico del suo cuore, che scendendo le tendeva le braccia: ella con impeto grande alzò le sue, e le loro labbra s'incontrarono...
Canova ritrovò la immagine di quel sogno quando scolpì il gruppo divino di Amore e Psiche.
Beatrice si desta: teneva tuttavia le braccia sollevate; ella le lascia cadere di peso su la coltre, e sospira. Crucciosa di essersi lasciata illudere da un sogno, si chiude sotto i lini; il seno candidissimo si affonda fra le piume, e i biondi capelli si spandono pei guanciali. Irridendo se stessa ella diceva:
--Misera! Ormai avresti dovuto imparare a prova come i contenti per te sieno sogni, le sole amarezze vere. Guido con braccia di carne potrà rompere la verga ferrea del destino?--E forse a questa ora gli sarà venuta in fastidio la vittima segnata dalla sventura. Poveretto! Io non lo vorrei mica biasimare: no davvero, perchè il contagio allontana il padre dal figliuolo, il marito dalla moglie, senza che per questo ne venga loro la taccia di cattivo cuore. Ora lo infortunio non s'insinua più inevitabile, e più fatale dello stesso contagio? Ed io come potrei in coscienza desiderare, o pretendere, ch'egli si sprofondasse giù nel precipizio, dal quale nè uomo nè Dio pare che possano, o vogliano salvarmi!--Volga il suo affetto su donna meno infelice di me, e sia sposo avventuroso... e padre... io glielo desidero... ah! no... sì--io devo desiderarglielo con tutta l'anima:--ma intanto ella bagnava l'origliere di molte lacrime involontarie.
Adesso si riprova a confortare col sonno lo spirito affaticato; invano però, chè agli occhi vigili sotto le chiuse palpebre apparisce muovere dalle lontane mura di Roma un punto oscuro, e avanzarsi, avanzarsi per piani e per colline come polvere sospinta dal turbine: cotesto punto nello accostarsi assumeva sembianza umana; si avviluppava dentro una cappa bruna; teneva il nero cappello abbassato su le ciglia: arrivato sotto la torre della Rocca Ribalda, ecco al raggio della luna mostrarsi tutto quanto egli era aitante e bello, e chiamarla con la mano. Il cuore con lo affrettare dei palpiti le aveva svelato chi fosse lo straniero.
Giù a piè del colle, accanto al torrente delle acque perenni dove la forra si chiude più ombrosa, mezzo celata tra le fronde degli olmi s'innalza una cappelletta ufficiata da certo santo Eremita, a cui veruno afflitto cuore ricorse mai invano. Egli, richiesto, consente ad unire in matrimonio Beatrice e Guido. Ella tende la destra, e maravigliando forte non essere prevenuta, chiede la destra di Guido; ma questi si ricusa, e la tiene nascosta sotto la cappa. Ella insiste: alla fine arriva a impadronirsene; la sente umida, e viscosa: ritira la sua spaventata, e se la vede, ahimè! intrisa di sangue: che sangue è questo? dimmi.... Guido sparì, sparì lo Eremita; ella si trova circondata da uno inferno di tenebre.
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Un lieve tocco sospinge la porta; ecco si muove silenziosa sopra i cardini: prima il capo;--poi il petto;--finalmente tutta la persona apparisce di un uomo canuto, avvolto dentro ampia zimarra, col tòcco rosso sul capo.--È il Conte Cènci strascinato dal destino. Tende l'orecchio... ascolta... l'alito di Beatrice. Appoggia il corpo intero sul piede di dietro, muove cauto l'altro, e sempre va innanzi; si ferma in fondo al letto.
Beatrice ha chiuso gli occhi a sonno travagliato, e agitandosi irrequieta si è scomposta la chioma, che le sta vagamente sparsa pel seno divino.
Egli la guarda. La vista di forme così stupendamente leggiadre rallegra l'anima; chè rosa e donna, quanto meno si mostrano tanto più appaiono belle...
Che ardisce costui? Non basta, ed è anche troppo, vedere quel seno che palpita?
Prassitele scolpì due Veneri: una velata, l'altra ignuda. Quei di Gnido comperarono la nuda, modellata sopra le membra di Frine; per la qual cosa ritenendo ella più della cortegiana che della dea, venne laidamente contaminata, e la religione della divinità si dipartì dal simulacro; ma i cittadini di Coo acquistarono la Venere velata, sicchè n'ebbero fama di pii, e lunga si produsse la devozione pel tempio di loro. Quivi convennero tutti, giovani e vecchi; i primi perchè la vedevano pudicamente leggiadra; gli altri perchè leggiadramente pudica[6].
Il truce vecchio stende le scarne braccia, e trae a se cautissimo i lini. I tesori di coteste membra appaiono manifesti... di coteste membra, che lo stesso Amore avrebbe velato con le sue ale agli occhi di uno amante.
Cheta, cheta la porta della stanza torna di nuovo a volgersi sopra gli arpioni: entra un altro uomo, e si ferma:--guarda... stupisce... e non ravvisa il Conte al fioco chiarore del lume, che veglia fra loro, egli solo innocente. Il Conte lussuriando per ogni fibra, trema; gli occhi gli si aggrinziscono a modo di vipera: una striscia di fiamma di etico gl'imporpora il sommo delle gote; lascia cadersi giù dalle spalle la zimarra, e appaiono le pallide membra del vecchio... piega un ginocchio sopra la estrema sponda del letto, e delirante si curva protendendo le mani...
La grande rabbia di amore sconvolge l'anima di Guido; però che il nuovo venuto sia Guido: prima di volerlo si è trovato nella mano ignudo il coltello.--Il Conte intende un fremito alle spalle, e volge la testa. Guido ha scagliato dentro gli occhi del vecchio un baleno, ch'è morte. Il Conte atterrito lascia le tende, ma Guido lo arriva con uno slancio... lo ghermisce per le chiome incanutite nel delitto.--Il Conte apre la bocca con una contrazione convulsa... prega egli, o minaccia? Invano: il ferro fulminando gli squarcia la gola, gli rompe le arterie, e così profondo gli penetra nel petto, che non può profferire la parola.--Vacillò... rovinò... percosse aspramente sul pavimento gorgogliando dalle aperte fauci sangue a rivi, e un borbottìo confuso.--
Beatrice mette un gemito, apre languidi gli occhi... Dio del cielo! non è illusione adesso... gli ferma nel volto dello amante desiderato. L'Amore con le mani di rosa schiuse i suoi labbri al più gentile dei sorrisi--ma cadde su l'anima dello amante come sopra statua di bronzo... egli la fissò inferocito, e col pugnale grondante le accennò il caduto.
Il sorriso morì su i labbri di Beatrice siccome muore il bacio, che sul punto di svegliarci mandiamo ad una visione notturna. Pure la donzella non conosce ancora tutti i misteri di cotesta notte scellerata. Chi è mai quel caduto, e che fa? Egli tiene riversa sul terreno la faccia, non fiata, e scarso là giunge il raggio della lampada. Beatrice ha già mosso le labbra per interrogare; Guido ha scorto, comunque visibile appena, cotesto moto, e lo ha temuto... guarda lei... guarda il moribondo;--ella segue con gli occhi lo sguardo di Guido sul caduto,--poi torna a sollevarli su l'amante... egli è sparito...
Una luce funesta ha balenato su l'anima di Beatrice. Immemore del verginale decoro ella balza dal letto, e non rifugge, o non sente di lordare il piè nudo nel sangue, di cui è inondato il pavimento. Appoggia le mani su i capelli del moribondo,--gli volge la testa... è suo padre!---
Egli agita lieve lieve la bocca nelle estreme convulsioni; i suoi occhi stanno orribilmente fissi nella immobilità della morte. Beatrice si rialza, come molla che scatti, con le braccia tese, curva alquanto della persona, impietrita di spavento: pareva percossa da catalessìa. Gli occhi del Conte si dilatano, si avvivano--mandano uno sguardo lungo--poi diventano colore del piombo... si spengono... è passato.
La mano della Necessità, di cui le dita erano rabbia, spavento, amore, furore, e pietà, tese orribilmente l'arco della intelligenza di Beatrice; e se non lo ruppe, lo stupidì. La fanciulla, immemore di se, stava ferma senza pensare, senza sentire.--Guido, come lo agita il demonio, scende tempestando le scale, traversa la sala dove si trovavano raccolti la signora Lucrezia, Bernardino, Olimpio e Marzio; e, scagliato lungi da se il coltello sanguinoso, grida:
--È morto!--È morto!
--Perchè non lasciaste a noi la cura di saldare i nostri conti vecchi col Cènci?--interrogava Olimpio.
E Marzio, freddo, soggiunse:
--Questo è caso da assicurarcene bene[7];--e s'incamminò verso la prigione.
--Singolare natura umana!--Marzio, capace di ammazzare il Conte con la medesima devozione con la quale avrebbe recitato il rosario, appena ebbe visto la nudità della donzella si ritrasse verecondo, scese, e ne avvisò sommesso la matrigna; la quale, superando il ribrezzo, si attentò di entrare nella stanza del delitto. Si fece presso a Beatrice; la chiamò a nome; la scosse; e non ottenendo da lei risposta alcuna, la ricoperse con la zimarra caduta al Conte, e presala per mano la trasse via. Ella lasciò condursi, non oppose resistenza alcuna al lavacro dei piedi insanguinati, alle fregagioni di aceto, allo adagiarla sul letto: guardava stupida, e non profferiva parola. Conobbero essere necessario cavarle sangue; ma non possedevano arnesi adattati, e il modo di adoperarli ignoravano: chiamare il barbiere parve pericoloso, e si rimasero.
Allora Marzio, secondo il suo feroce proponimento, entrò nella stanza seguitato da Olimpio, squassò per le chiome il cadavere, e tratto fuori lo stiletto glielo spinse dentro l'occhio sinistro finchè la lama vi potè affondare.
--Ora mi sono assicurato!
--Non ve n'era mica di bisogno, osservò Olimpio mettendo le dita nella gola squarciata del Conte--vedete mo' che buca!--Potrebbe uscirne l'anima anche in carrozza. Per un'anima questa è propriamente porta da cocchiere. Adesso pensiamo un poco, che cosa dobbiamo farci di costui;--e dette un calcio nel capo al cadavere.
--Portiamolo giù nel giardino, e mettiamolo sotto terra...
--Avete perso tutti il giudizio:--non basta seppellirlo; bisogna innanzi tratto farlo morire in maniera, che abbia senso comune.--Venite qua; prendetelo pei piedi; io lo prenderò pel capo, e trasportiamolo sul terrazzo che dà sul giardino: ho notato che questo terrazzo mena alle latrine, ed in parte manca di parapetto. Il povero gentiluomo, levatosi per certo suo bisogno, si era condotto notte tempo al destro senza lume... guardate che imprudenza! Forse si era aggravato di cibo a cena, e certo poi di vino più del consueto... Vedete la fatalità! disgraziatamente ha messo il piede in fallo, ed è caduto...
--Be', be', va d'incanto. Ma l'uomo cadendo da un'altura si rompe il collo, si spezza il cranio, e non riporta ferite operate da un ferro tagliente, ed acuto.
--Ed anche a questo è stato provvisto: lo getteremo sopra gli alberi; poi gli introdurremo la punta dei rami nelle ferite, e così basterà. Credete voi, o Marzio, che vorranno andare a cercare il nodo nel giunco? Chi è morto è morto, e salute a chi resta.
--Qualche volta i morti ritornano: però la proposta mi piace.
E come aveva suggerito Olimpio eseguirono appuntino.
Siccome quando donna Lucrezia, mediante una finestra terrena della rocca che mancava d'inferriata, mise dentro al castello Guido, Marzio ed Olimpio era notte fitta, e la famiglia giaceva tutta nel letto, non furono visti da persona viva; così deliberarono uscire per la medesima via com'erano entrati. Guido venuto a consultare sul modo di porre in libertà Beatrice, poichè si era trovato ad uccidere il Conte, decise partire senza indugio per Roma, Marzio e Olimpio s'incamminarono nella stessa notte ai confini del regno, per quindi ridursi in Sicilia, o a Venezia: ebbero di presente duemila zecchini, oltre la promessa di futuri favori e la grazia, che per la parte di casa Cènci e di monsignore Guerra non sarebbe loro venuta meno giammai.
Guido arrivato alla osteria della Ferrata ordinò gli sellassero subito il cavallo; la qual cosa essendo stata fatta secondo il suo desiderio, l'oste, che lo aveva osservato sottecchi con quei suoi occhi maligni, nel reggergli la staffa gli favellò:
--Oe, gentiluomo! Ieri l'altro mi diceste che andavate su alla Rocca Ribalda per farvi la villeggiatura del Settembre: o che vi siete mangiato in due desinari un mese intero? Misericordia! Questo è appetito!
--L'uomo propone, Dio dispone.
--Direi piuttosto, che siate andato a recitare qualche tragedia: avete fatto la vostra parte, ed ora tornate a casa.
~~Che intendete significare con queste parole?
--Nulla; se non che avete la manica del giustacore insanguinata...
Guido guardò atterrito la manica, e conobbe che l'oste diceva la verità; onde rivoltosi a lui, con mal piglio gli disse:
--Sareste voi il bargello di campagna?
--Mi maraviglio dei fatti vostri, gentiluomo. Io sono compare di un certo Marzio, che immagino voi dobbiate conoscere un poco; e faccio come da padre a questi poveri figliuoli del bosco: sono nemico naturale della miseria, ma onorato. Tutto questo ho voluto avvertirvi perchè, al bisogno, facciate caso dell'oste della Ferrata.
Guido entrò da capo nella osteria, e quivi troppo più tempo si trattenne di quello che fosse necessario a lavare il giustacore. Nel separarsi dall'oste egli gli strinse familiarmente la mano, e gli sorrise come se fosse stato suo domestico antico. Strane amicizie fa contrarre il delitto!
Il giorno seguente, che fu il dieci Settembre, la Rocca Petrella risuonò di pianti e di gemiti, i quali echeggiarono tanto più romorosi quanto meno sinceri. Gli abitanti del paese e i popoli del contado dintorno accorsero a frotte per vedere lo spettacolo. Il cadavere del Conte, non senza consiglio, fu lasciato lunga pezza confitto dentro i rami di un sambuco. Le comari del vicinato, stando in circolo intorno a cotesto albero con la faccia levata in su, contavano le più strane novelle del mondo. Chi diceva che quel vecchio peccatore, recandosi al Barlotto di Benevento per rendere obbedienza al diavolo, si era levato in aria a cavalluccio su di un manico di granata, il quale, come sapete, è cavalcatura ordinaria degli stregoni; ma sul più bello essendogli venuto di nominare Gesù, il manico di granata gli si era rotto fra le gambe precipitandolo a terra da un'altezza di quattro miglia e mezzo avvantaggiate. Altre poi sostenevano che fosse scaduto il termine della scritta, con la quale si sapeva di certo, ch'egli avesse venduto la sua anima al diavolo; e questi, come di giusta, gli era comparso per prenderne possesso. Confermava in questa opinione il vedere quel corpo appeso al sambuco, che, come la savina, il noce, ed altri alberi parecchi, è pianta consacrata allo spirito maligno: se non che a indebolirla usciva la levatrice della Petrella, la quale assicurava come andando fuori di casa per affari del suo mestiero aveva udito un grande scatenìo per l'aria, e tutti i gatti miagolare su i tetti, e poco dopo un barbagianni averle spento la lanterna con un colpo di ale:--cose tutte che stavano a significare, che qualcheduno in quel punto passava per aria. Insomma tornerebbe fastidioso di troppo raccontare tutte le novelle che solevano mettere fuori a quei tempi intorno a simili casi, le quali venivano credute non solo dalle femminucce e dalle genti grosse del contado, ma sì ancora da uomini dottissimi, e da giureconsulti di gran nome; dei preti non parlo perchè a figurare di crederci onde altri ci credesse era affare di mestiere, e ci trovavano il conto. Chi campa di grano semina grano, e chi d'errore vive non ischianta errore: e questo è chiaro. Poco oltre il cerchio delle comari occorreva un gruppo di uomini, in mezzo ai quali sembrava che facesse le carte il Curato, e tutti insieme stavano speculando, come diavolo mai cotesto corpo avesse potuto rimanersi così penzoloni per aria; ma ad interrompere coteste indagini importune sopraggiunse un servo da parte di sua Eccellenza la Contessa, che gl'invitava tutti a entrare in palazzo. Andarono, e trovarono donna Lucrezia inconsolabile, giusta il costume di tutte le vedove consolabili o no, la quale dopo favellato un pezzo, interrotta ad ora ad ora da lacrime, e da sospiri del miserando caso, ordinò al Curato apparecchiasse al defunto funerali quanto meglio sapesse magnifici, e corrispondenti alla nobiltà, e potenza della famiglia Cènci: invitò poi i montanari di convenire incappati alla ròcca per associare il morto, promettendo elemosine larghissime in sollievo delle povere famiglie, affinchè pregassero pace per cotesta povera anima.--Uscirono pertanto edificati della pietà di Sua Eccellenza, e per la strada non rifinirono di magnificare la mansuetudine e la benevolenza sue. Quando tornarono per levare il corpo del Conte lo trovarono non pure calato dal sambuco, ma chiuso, e confitto dentro due casse di rovere.
N O T E
[1] _Lorenzo, o come fai A infonder nella creta L'anima, che non hai?_
Versi stupendi della magnifica poesia di GIUSEPPE GIUSTI, intitolata la terra dei morti. Però, a vero dire, anima ebbe più lo interrogato Bartolini, che lo interrogatore Giusti. Questi con braccia di Sansone scosse il luttuoso edifizio della odierna società, e poi ebbe paura dei calcinacci che cascavano. Chi sa dire, non sempre sa fare.
[2] Di queste immanità io molta parte soffersi: et quorum magna pars fui... Qual fosse la causa del tormì e vista e luce, si legge in un libro stampato dal conte Guglielmo Digny. La Commissione, informata di certi segnali che si facevano da una villa, temè fossero per darmi avviso di quanto accadeva in giornata: chiarita meglio la cosa, seppe che in quel modo si ragguagliava della salute di uno infermo giacente in villa i suoi congiunti dimoranti alla città: non pertanto le truci precauzioni non si dismisero, anzi crebbero. Altro di cotesto libro non dico, e quello che ne ho detto è anche troppo per me.
[3] Ella è immagine del Redi, comecchè da argomento festoso io l'abbia trasportata a soggetto dolente:
_Sì bel raggio è un raggio acceso Di quel sol, che in ciel vedete, Che rimase avvinto e preso Di più grappoli alla rete._ REDI, Ditirambo.
[4] ERODOTO. Storie, lib. III, § 26.]
[5] _Ebbe in quel mar la culla, Ivi erra ignudo spirito Di Faon la fanciulla: E se il notturno zeffiro Blando su i flutti spira, Suonano i liti un lamentar di lira_. FOSCOLO. Ode. All'amica risanata.
[6] PLINIO, Hist. Nat. lib. 36. c. V.]
[7] Roberto Bruce palesa in assemblea generale ai nobili scozzesi, quivi ragunati, il suo proponimento di liberare la patria: assentano tutti, tranne Cummin. Bruce indignato lo assalta nel chiostro dei Francescani, e lo lascia per morto.--Sir Tommaso Kirpatric, amico di Bruce, lo interroga se lo abbia ucciso; a cui quegli rispondendo--crederlo,--soggiunse: «Io voglio assicurarmene»; e andato colà dove giaceva, gli passò il cuore con la spada. La famiglia di Kirpatric in memoria di questa azione assunse per istemma una mano, che brandisce una spada insanguinata, con le parole: «Io voglio assicurarmene». HUME. Storia d'Inghilterra, tom. II.
CAPITOLO XXI.
IL MANTELLO ROSSO.
Ulrico. Non è il momento di dissimulare, o di perderci in vane parole. Io ho detto che il suo racconto è vero, e che egli deve essere ridotto al silenzio.....
Voi siete in credito col Governo: quello, che qui avviene, ecciterà leggermente la sua curiosità;--conservate il nostro segreto; abbiate un occhio vigile; non fate moti intempestivi, non parlate... Noi non avremo un terzo cianciatore, che stia in mezzo di noi. BYRON, Verner
--La partita è perduta; rimescoliamo le carte.
--Ma don Olimpio, osservava il biscazziere con una vocina agro-dolce, pensa mo che ti se' messo a giuocare un poco innanzi che suonasse l'ave maria della sera, e adesso mano a mano siamo all'ave maria della mattina;--ogni minuto, che passa, parmi proprio di stare su la gratella di san Lorenzo.
--Quando dianzi aprivi la bocca, ed io te la turava, con un ducato, ti sei rimasto da abbaiare, brutto Cerbero.--Per dio! ho perduto anche questa; a me le carte.
--Più della vostra moneta, avrei avuto caro che ve ne andaste via; da biscazziere onorato...
--Se tu puoi fare che queste parole stieno insieme, anche un minuto secondo... io... io ti dono la Sicilia di qua, e di là dal Faro.
--Sono ormai sette ore, ch'è scorso il termine assegnato dal bando del Vicerè; e se il bargello, che ha una vecchia ruggine meco, mi cogliesse in fallo, potrei andarmene più che di passo a gettarmi nel golfo con un pietrone al collo.
--Brutto Giuda Scariotte!--gridò Olimpio dando di un grosso pugno sopra la tavola, che fece rovesciare i fiaschi, e ballare i bicchieri, e gli altri arnesi di terra cotta, e di canna, ch'ebbero nome pipe[1];--tu mi mandi la jettatura sopra le carte... è andata anche questa; perdo a bocca di barile.
Il biscazziere poi, secondo il solito, aveva mentito; imperciocchè egli e il bargello stessero congiunti insieme come le dita di una medesima mano, sempre pronta a chiudersi per afferrare. Nessuna spia più puntuale, e precisa possedeva il bargello del biscazziere circa alle cose che accadevano dentro la sua bisca, potendo ancora intorno a quelle di fuori. Salario dello infame mestiero era la trasgressione impunita dei bandi sul giuoco: costume in quei tempi riprovato palesemente siccome anche ai nostri, e non pertanto in cotesti tempi di barbarie, come ai nostri di pretesa civiltà, messo in pratica alla sordina. Le belle leggi si rassomigliano ai tappeti di damasco, che si mettono fuori nei giorni di gala per ricuoprire le muraglie sudice. Le usanze pessime sotto le belle leggi continuano a camminare, perchè bisogna persuadersi che la Società può vivere benissimo con i vecchi abusi come l'uomo mastica anche coi denti guasti; e non è opera di un tratto di penna emendare i disordini che derivano dalla secolare corruttela degli uomini; e chi altramente si avvisa perde ranno e sapone: poi impreca la indomabile perversità umana, e si getta al disperato; mentre dovrebbe correggersi dello errore, e tornare da capo. Ma qui il discorso menerebbe per le lunghe, e non farebbe al caso; onde il meglio fia continuare il racconto.
--Tabula rasa. Eccoli finiti tutti...
--Coraggio, don Olimpio: bisogna appellarci in seconda istanza; ti rifarai domani.
--Pei santi apostoli Pietro e Paolo! egli è un bel pezzo che io dico così; ma la fortuna ha preso ad accarezzarmi co' pettini da lino...
--Chi la dura la vince; e che tu possa durare ce lo provi tornando ogni giorno fornito di palle e di polvere: sicchè ho creduto, e credo, che a ricevere il galeone dal Perù siate due: tu, e il Re Filippo nostro signore, che Dio tenga nella sua santa guardia.
--Marzio bada a intronarmi quotidianamente negli orecchi che la mia parte è finita... e che i suoi mille zecchini toccano al verde...
--Mille, e mille fanno duemila. Ma sai, don Olimpio, osservò il biscazziere, che qui nel regno con duemila zecchini si compra un ducato? O come hai tu fatto a guadagnare tanti danari? Raccontaci un po' come gli hai tu acquistati.
Era troppo diretta la botta perchè Olimpio non sapesse schermirsene. Egli guardò un cotal poco alla trista il biscazziere negli occhi, e gli rispose:
--Mi vennero dalle prese quando combattevamo per la fede.
--Per qual fede? riprese il biscazziere; perchè, salvo onore, mi pare che tu debba esserti trovato co' Turchi più spesso che con i Cristiani. E in quali mari hai tu combattuto, don Olimpio?
--Oh! In tanti mari...
--Pure, quali?
Olimpio, stretto dalle domande insidiose, avrebbe dato agevolmente dentro a qualche scoglio, se uno dei giuocatori non fosse venuto casualmente in suo soccorso interrogando:
--O perchè non conduci teco questo tuo compagno don Marzio?
--Oh! Marzio se ne va per la maggiore; bazzica co' gentiluomini, e la trincia da duca, come se non avessimo menato vita insieme nelle foreste di Luco.
--Alla macchia, dunque--notava maligno il biscazziere appuntando il dito teso sopra la tavola--alla macchia dunque, e non sul mare tu facesti le prede.
--O al bosco, o al mare, che importa a te, brutto Giuda? Ah! tu vuoi fiscaleggiarmi?--rispose turbato Olimpio; e il biscazziere, che aveva paura di quel colosso, ritrasse indietro la voglia del sapere imitando la chiocciola, la quale tira a se le corna quando se le sente toccare.
La sera successiva Olimpio non si pose al solito luogo davanti la tavola del giuoco, sibbene in fondo della stanza col braccio piegato, e la faccia appoggiata alla mano aperta: cacciava fuori dalla bocca con irrequieta prestezza buffi su buffi di fumo, e il suo volto, già abbastanza sinistro, adombrato da cotesta caligine compariva più truce.
--Il galeone di Acapulco non è arrivato stasera?
--O perchè non hai condotto il tuo compagno don Marzio?
--Queste due domande andarono come due frecce a percuotere nel medesimo bersaglio: sicchè Olimpio sentendosi punto, dopo avere bestemmiato al corpo e al sangue, rabbiosamente favellò:
--Per avere addosso il mantello rosso gli pare essere il Conte Cènci, a cui lo ha rubato...
--To' consolati, disse il biscazziere mettendogli davanti un boccale di vino.
Olimpio lo vuotò di un tratto, e sospirando lo ripose su la tavola.
--Tu non mi vuoi bene, riprese il biscazziere, ed hai torto marcio; e per provartelo, se vuoi una dozzina di ducati da giuocarteli, e rifarti, io te gl'impresterò...
--E chi ti ha detto, che io non ti voglio bene? Anzi io te nè vo' più che al pane...
--E quel Marzio, che tu onori come tuo sopracciò, intanto ti bistratta, e ti nega danari...
--Figurati! Sai tu che cosa mi ha detto quando gli ho esposto che non avevo quattrini? Se sei povero, impiccati.
--Ti ha detto?
--Già! e che gli dicessi dove volevo andare; perchè se io prendeva a ponente, egli si sarebbe indirizzato per levante...
--Le sono cose da far piangere i sassi;--e il biscazziere beveva a fior di labbro, e poi profferiva il boccale a Olimpio, che se ne andava in fondo senza prender fiato--solite ingratitudini degli uomini: finchè hanno bisogno, ti fanno vedere Roma e toma; passata la festa levano l'alloro, e chi ha avuto ha avuto...
--Proprio così; ma!...
--Ed ora, che farai? Se potessi aiutarti fa capitale di me, e tu vedrai se per gli amici mi sento capace a entrare nel fuoco in camicia. Degli uomini bisogna dire come dei cavalli: alla svolta ti provo... beviamo...
--Beviamo!--rispose Olimpio; e dopo avere bevuto, ed essersi asciugato col dorso della mano la bocca, continuò:
--Non saprei. Se potessi far tenere sicuramente una lettera a Roma alla famiglia Cènci, sono certo che non mi mancherebbe soccorso... perchè bisognerebbe che mi soccorressero...
--Sì, eh?--incalzava il biscazziere, tenendo le orecchie tese a modo di lepre che abbia paura, e i muscoli della sua faccia si dilatavano come l'erba sul finire dello agosto per una scossa di pioggia: mostrava la gioia degli animali carnivori quando, nascosti fra i cespugli, vedono, o sentono accostarsi saltelloni la preda.
Nè era affatto vero, che Marzio avesse profferita la villana ingiuria contro Olimpio; tutt'altro: egli lo aveva con molta benevolenza chiarito come da più giorni fossero terminati i mille zecchini di parte sua, e come, parendogli urgente di levarsi entrambi dal regno, non poteva consentire ch'ei si lasciasse rubare per bische, o spendesse per taverne anche la moneta necessaria al viaggio; ma Olimpio mentiva scientemente, e fingeva un torto per farsi ragione: caso frequentissimo a succedere tra genti malvage; e, quello che sembra più strano, elleno stesse talora col credere alla propria bugìa arrovellano se non vengono satisfatte per ingiuria, che non hanno mai ricevuta.
Non pertanto a Marzio, ripensandovi su, parve non avere praticato da uomo di senno, ed essere pericoloso contendere con le passioni brutali di Olimpio, fuori di misura cresciute eziandio in mezzo alla corruttela di una grande città; onde deliberò andarlo a trovare, e raddolcirlo, finchè lo avesse tratto seco dal regno: proponimento che intendeva compire presto. Sapendo a quale bisca per ordinario si riducesse la sera, colà volse i suoi passi contando, come gli venne fatto, di rinvenirlo a posta sicura.
--Bisognerebbe!--riprendeva il biscazziere,--o che sono tuoi banchieri i Conti Cènci, Olimpio?
--Fa conto, che lo sieno...
--Ho capito, soggiunse il biscazziere, avresti forse mandato a dormire qualche nemico di casa?...
--Per questi lavori non si danno pensioni; chè anche qui, come costà, io mi figuro che i guastamestieri abbiano sciupato ogni cosa...
--O dunque?
--Egli è peggio... ma peggio di così... il segreto è qui dentro... e perchè il coperchio stia chiuso bisogna metterci sopra un tappo di argento...
--Sì?... E questo segreto tu me lo puoi confidare...
--Io so... chi ha ammazzato il Conte Cènci...
--Oh!--esclamarono a coro i giuocatori vedendo comparire in questo punto improvviso fra mezzo a loro un uomo di maniere cortesi avviluppato dentro magnifico mantello di scarlatto trinato di oro--ben venga don Marzio; egli si fa dei nostri...
Maravigliò non poco Marzio sentendosi chiamare a nome; e girando intorno gli occhi li fissò sopra Olimpio, che, torta appena la faccia, si volse nella prima posizione senza guardarlo, e brontolando di stizza.
--Mi piace di non giungere nuovo fra questi gentiluomini.
--Don Marzio, disse il biscazziere strisciandogli intorno a guisa di biacco, vuoi tu posare il tuo tabarro? In fè di Dio merita bene che tu gli abbia riguardo, perchè mi ha l'aria di una donazione causa mortis di qualche principe, marchese,--o per lo meno, conte.
Marzio guardò Olimpio una seconda volta, ma questi si rimase immobile. Marzio allora depose di buona grazia il mantello, e si assettò al giuoco. Siccome anch'egli andava esperto delle male arti dei giuocatori, e stava su l'avvisato, così la fu guerra tra corsale e pirata, dove non corrono altro che i barili vuoti. I giuocatori, avvezzi alle facili vittorie sopra Olimpio, per questa volta a mala pena poterono rimettere la spada nel fodero. Rimasto spazio convenevole di tempo, Marzio sentendosi più del solito in quella sera travagliato dalla tosse, che gli si era da parecchi mesi cacciata addosso, profferendosi che in seguito avrebbe frequentato la bisca, riprese il tabarro e andò via, lasciando Olimpio deluso nella sua aspettativa di essere pregato da un punto all'altro a fare la pace, ed accettare una quarantina di ducati per cotesta sera.--Marzio, considerando la bestiale rozzezza di costui, se n'era adontato, ed aveva risoluto risparmiarsi la mortificazione di blandirlo; andare a casa, e, fatto baule, scansarsi la mattina su l'alba da Napoli.
Olimpio quanto stette duro finchè sperò venire ricercato di pace, altrettanto cadde avvilito adesso che si vedeva negletto; per la qual cosa uscì con presti passi fuori della bisca, affrettandosi a raggiungere Marzio. Nè il biscazziere tenne i piedi in casa, e si cacciò dietro a costoro imitando il moto che fanno i corvi tarpati, i quali saltellano, saltellano di scancìo; poi ad un tratto si fermano, voltando il capo sospettosi di qua e di là, per tornare a saltellare a sghimbescio.
Marzio sentendosi camminare alle spalle con passi accelerati pose la mano sotto il farsetto afferrando il pugnale, e soffermandosi allo improvviso, con alta voce interrogò:
--Chi va là?
--Sono io, Marzio, non abbiate sospetto; non vi ho mica raggiunto a fine di male!
--O di male, o di bene, poco m'importa. Insomma, che cosa volete da me?
--Non v'incollerite; andiamo oltre, se vi piace, che ragioneremo a bello agio.
E proseguirono la via. Il biscazziere anch'egli, saltellando, si trasse innanzi.
--Ma vi par egli, incominciò Olimpio, che sia tratto da buoni compagni lasciarmi senza un baiocco da far cantare un cieco? Mi avete salvato da morire di fame per farmi poi morire di sete?
--Olimpio vi ho detto le mille volte, che quando vi piace veniate a casa mia chè il mangiare e il bere non mancano; ma che vogliate dar fondo anche ai miei pochi danari in vino, in giuochi, e in altri, che io non vuo' dire, più brutti vizii; questo è quello che io non vi consentirò mai. La vostra parte voi l'avete riscossa; io vi ho reso i conti, e vi ho mostrato, che io sono in credito meglio che di duegento ducati; nè voi lo avete potuto negare. Ora, qual diritto pretendete sopra i miei danari?
--Voi mi avete insegnato, che la mancanza di diritto pei banditi e pei soldati, ed anche pei grandi signori, non è buona ragione ond'essi si astengano, quando capita, da prendere la roba altrui.
--E sta bene; ma io parlava di diritto, e non di forza; ed io di forza ne ho quanta voi. Ora, quando le forze si bilanciano, voglionsi mettere le mani alla cintura, e aprire alla lingua l'uscio di casa.
--E la lingua non fa peggiore piaga delle mani? Dove hanno la loro forza l'aspide e la vipera?--L'uomo qualche volta rassomiglia l'aspide.
--Lasciate pure da parte il qualchevolta, e dite addirittura, che l'uomo si assomiglia all'aspide... ed io lo so, e l'ho provato.
--Specialmente nei luoghi dove, come in Napoli, governa un Vicario criminale con facoltà amplissima di scuoprire delitti concedendo taglie, e remissione di pena ai complici delatori...
--Di questa sorta vicarii ce ne ha per tutto il mondo; ma senza i delfini che menano perfidamente i tonni, le reti si tirano su vuote.
--E la disperazione voi sapete, Marzio, fa gli uomini spesso peggio che delfini; gli rende pesci-cani.
--Ho capito,--pensò fra se Marzio, e poi con voce blanda riprende: Olimpio, Olimpio! certe parole ho inteso dal biscazziere, che mi fanno temere forte non abbiate commesso qualche solenne imprudenza;--e allora saremmo rovinati io, e voi...
--Sì veramente! Nascemmo ieri...
--Non v'infingete, Olimpio, perchè potrebbe darsi che il segreto non fosse più mio nè vostro, e a me è toccato sempre rammendare i vostri strappi: pensate che ne va la vita.
Olimpio fece lì su due piedi un poco di esame di coscienza, e pur troppo conobbe che Marzio aveva ragione; però essendosegli cacciata addosso una bella paura, proseguì a parlare con tronchi accenti:
--Ora che mi risovvengo bene... davvero... Marzio mio... bisogna che mi aiutiate a raccattare una maglia... ma che volete? Avevo una stizza addosso!--Insomma... mi è sdrucciolato... giù dalla bocca... qualche cosa... da far credere... sospettare, che noi fummo insieme ad ammazzare il Conte Cènci...
--Burlate voi? Allora noi siamo perduti...
--No... dico da senno... ma quelli, che mi hanno sentito, paionmi tutte persone dabbene. Nondimeno, se io non avessi parlato... o se vi fosse modo a far sì, ch'essi dimenticassero... o alla più trista che non potessero più parlare...
--Come? Alle lettere si mette un sigillo di cera di Spagna: alle labbra conviene apporre un sigillo di piombo a mo' delle bolle di Sua Santità...
--Eh! potendo sarebbe la strada più breve... ed anche di ferro potrebbe fare al caso.
--Lo credo anch'io;--disse Marzio, e guardò sott'occhio Olimpio; ma gli parve ch'ei stesse su le parate: tese l'orecchio, e non sentì muovere alito nella contrada, imperciocchè faccia più rumore il polso di un tisico battendo, di quello che menasse il biscazziere co' suoi saltetti misurati. Intanto giunsero davanti a un tabernacolo della Madonna ove ardevano due lampade. Olimpio, che camminava a mano manca di Marzio, sollevò la destra per cavarsi il cappello davanti la devota Immagine; e Marzio, colto il destro, si volse improvviso sul fianco sinistro, e gli cacciò lo stile fino alla impugnatura nel ventre. Olimpio stramazzò gridando:
--Marzio, che fai?--O Santa Vergine, aiutami!
E Marzio gli fu sopra dicendo:
--Tu ti sei condannato da te, Olimpio, quando hai convenuto, che la bocca ciarliera vuole sigillo di ferro; e così piaccia a Dio, che a questa ora basti;--e mentre così favellava attendeva a finire con altre coltellate Olimpio. Sicchè parendo a Marzio ch'ei fosse vicino a spirare, asciugato prima lo stile sopra i panni del moribondo, si segnò davanti la Madonna dicendo:
--Di questo sangue dovrò rendere conto un giorno; ma tu, Madre di Dio, conosci se l'ho sparso per me; se così non faceva, costui avrebbe mandato in perdizione intere famiglie, ed una vergine, che nel dolore e nella bellezza ti assomiglia, se non nella gloria.--
E riprese il suo cammino come se davanti al tabernacolo avesse recitato il rosario, non già commesso omicidio. Brutto, ed infelicissimo miscuglio di devozione e di ferocia, pur troppo a cotesti tempi comune. Però giunto allo albergo ripose con diligenza vesti, danari, ed ogni suo arnese nella valigia; e quando la notte diventò più profonda, lasciato il saldo del suo debito sopra la tavola, levava il piede riducendosi a dormire in altro albergo, col proponimento d'imbarcarsi il giorno successivo all'alba sopra qualunque naviglio salpasse dal porto.--
Il biscazziere, che da lontano aveva sbirciato il caso, saltellò, saltellò secondo l'usato costume, frettoloso presso Olimpio; ma lo trovò spirante.
--Don Olimpio! Ti ha ammazzato don Marzio, eh? per paura che tu scuoprissi alla giustizia quella matassa dei Cènci, eh?--
E lo covava con tutta la persona avidamente curioso.--A vedere quel tristo ceffo e maligno a cotesta ora, al raggio obliquo della lampada sopra il moribondo, lo avresti detto il diavolo che stesse al varco per acciuffargli l'anima, e portarsela seco nello inferno.
Olimpio apre a fatica gli occhi gravi per morte, e, vista la faccia del biscazziere, gli richiude gemendo. Il biscazziere instava:
--Vendetta! Vendetta!--Se vuoi vendicarti, e lo vorrai certo, di don Marzio, svela a me ogni cosa, che io sono sviscerato del bargello; e prima che la tua anima sia arrivata (-qui si trattenne alcun poco, perchè gli veniva aggiunto naturalmente--allo inferno;--e sostituire paradiso non gli pareva che andasse a dovere: per la qual cosa si tolse d'imbarazzo con un mezzo termine, a modo dei diplomatici--)sia arrivata di là, ti sentirai l'anima di Marzio dietro le spalle.
Olimpio non vedeva più, ma sentiva ancora; sicchè acquistando un cotal poco di senso comune, nel punto in cui stava per separarsene eternamente conobbe il mal fatto, e si persuase della ragione di Marzio: mosse le labbra, e mormorò alcune sommesse parole.--Il biscazziere in ginocchioni, curvo, con ambe le mani appuntellate sopra il selciato della via, accosta avidamente l'orecchio alla bocca del moribondo per sentire i suoi detti. Invero egli potè ascoltarli, e furono questi:
--Brutto... Giuda... Scariotte.
Intanto il biscazziere, per la gran voglia di udire, aveva insinuato la estremità dell'orecchio fra i denti di Olimpio, che stringendoli senza sforzo potè mordergliela. Olimpio spirò, il biscazziere gridò; ed entrambi rimasero in atto, quegli di confidare, questi di accogliere un segreto. Recuperato ch'ebbe il suo orecchio dai denti del morto, il biscazziere prese a stropicciarselo piano piano per mitigarne il dolore; poi saltellò velocissimo, in guisa che parve radere la terra, in certo vicolo oscuro posto nel bel mezzo della città; e quivi senza adoperare cautela alcuna, poichè la notte, diventata profonda, non permetteva che lo potesse vedere persona, battè in modo particolare alla porta segreta praticata nella parte postica di un palazzo. La porta si aperse, e si richiuse guardinga, e quieta come la bocca della volpe che divora una gallina.
Alla dimane, prima che l'alba spuntasse, Marzio fu al molo; e non trovando per quel momento altro legno in procinto di prendere il largo, tranne una tartana la quale faceva vela pur Trapani, presto si aggiustò pel nolo col padrone; e già saliva la scala per mettersi in barca, e già era salvo, quando il mantello rosso gli cadde in mare. Bisognò che i marinari calassero il raffio per riperscarlo: non venendo loro fatto di agganciarlo subito, si riprovarono anche una volta e due. Mentre così perdono fatalmente tempo, ecco apparire alla lontana uno stormo di corvi, e piegare difilati contro la barca. Marzio con la sua vista acutissima aveva di già sbirciato il biscazziere; e questi, non meno sparvierato di lui, aveva scoperto il mantello rosso, e chi lo portava.--Marzio si affaccendò a gridare che lasciassero andare il malaugurato tabarro, e salpassero senza indugio; ma ormai era troppo tardi.
--Ferma la barca per ordine del Vicerè.--
La barca rimase come impietrita, e gli sbirri arrampicandosi giunsero in tempo ad afferrare Marzio per le falde giusto in quel punto, che stava per precipitarsi dentro al mare.
--Dio non vuole!--esclamò Marzio, e si lasciò legare senza contrasto. Per non fare accorrere gente, e non muovere rumore a cotesta ora matutina, gli sbirri, seguendo l'antico costume di operare le cose loro a chetichella, gli gettarono addosso il tabarro rosso dopo averne strizzato l'acqua, cuoprendogli così le braccia ammanettate. Due sbirri, uno di qua l'altro di là, lo accompagnavano in sembianza di servitori: gli altri seguivano alla lontana.
Il bargello, rimasto addietro sul molo, gridò:
--Oe della tartana!--Potete andare a buon viaggio.
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--Eccellenza! gli sparvieri tornano con la cacciagione.
Così annunziava un servo, che al sembiante e agli atti partecipava dello sbirro, e del chierico. Queste parole, sussurrate traverso al foro della serratura dentro una alcova, ebbero virtù di sollevare un carcame di ossa e di cartilagini di sotto alle coperte; e di qua e di là dai lati del letto furono viste sbucare due persone, le quali, voltatesi le schiene appoggiate alle sponde si affrettavano a mettersi le calze, e cuoprirsi con qualche vesta le membra.
Da parte sinistra era un uomo lungo, magro, ossuto così, che quando ebbe tirate su le calze, le gambe vi sguazzavano dentro come flauti: aveva il volto giallo come olio da lumi, bucherellerato in guisa, che sembrava composto di cacio parmigiano; intorno agli occhi ricorreva un cerchio turchino, e gli occhi in mezzo lustri, ma privi d'intelligenza, e fissi come quelli del falco. Negli sforzi fatti tirando le labbra verso le orecchie, egli scoprì una immane rastrelliera di zanne donde sporgevano maiuscoli i due denti canini, i quali comprimevano il labbro inferiore anche a bocca chiusa. Aveva in testa un berretto bianco di tela, trinato, e legato con nastro di seta colore di fuoco: intorno al corpo gittò una zimarra di panno bianco soppannata di colore di rosa.
Dalla parte destra era una donna... donna? Sì, donna: i suoi capelli bianchi e neri le stavano arricciati, irti sul capo, come se tutta notte avessero litigato fra loro. Io non ho tempo, e manco voglia, di dipingere tutti i personaggi di questo racconto: molto più che se tu volessi, mio diletto lettore, formati idea precisa di questa creatura, non avresti a far altro che rammentarti il bassorilievo della morte del Conte Ugolino, attribuito a Michelangiolo. Al sommo del quadro apparisce la figura della Fame; torna a guardarla, e fa' il tuo conto che la mia donna ne avesse somministrato il modello allo scultore. Mentre l'uomo si vestiva in fretta così favellava:
--Carmina, cuore mio, questo negozio io spero che mi rimetterà in grazia del Vicerè. Anni sono, pei delitti che succedevano su i confini dalla parte della Chiesa egli voleva che bevessimo grosso; e se i misfatti non riguardavano proprio gli Spagnuoli, non ne avevamo nemmeno a parlare.--Chi sa? forse voleva ammonticchiarvi immondezze, per dare faccende alla granata di Sisto V: ora, ad un tratto, pretende che dobbiamo avere più occhi di Argo,--di quello Argo, sai, messo da Giove a guardare la vacca Io,--e più mani di Briareo; ma sono curiosi costoro! Quando dicono voglio, pensano avere fatto tutto. I fili della giustizia vanno tenuti sempre in esercizio; se tu li lasci troppo tempo inoperosi, quando li vuoi adoperare o si strappano perchè fradici, o irrigiditi non molleggiano.
--Gioia mia, bisogna ad ogni costo tornare in grazia del Vicerè; molto più che ho penetrato come quel tristo del vostro Collaterale s'ingegni supplantarvi con ogni maniera d'industria. L'ultima volta che il Vicerè venne alla vicaria, per maladetta sorte voi eravate uscito, e il Collaterale lo ufficiò fino all'ultimo scalino del palazzo; e quando e' fu per salire in carrozza gli si curvò davanti, come se volesse dirgli con tutta la persona: Serenissimo, mi dia la felicità di mettermi i piedi sul collo piuttostochè sul montatoio».--Cuor mio, se voi foste stato presente questo onore sarebbe toccato a voi, e avreste imparato ad abbassarvi quanto si deve, perchè in questo voi non siete perito tanto che basti.
--E disse proprio al Vicerè le parole, che mi avete riportato adesso, viscere mie?
--Gli disse! Così mi parve, dalla lontana, che gli dicesse,
--Ah! beato lui...
--E la vegnente domenica, quando incontrai alla messa quella brutta vecchia della sua moglie, mi passò da canto senza salutarmi,--e vidi che mi rideva per ischerno. Dunque, cuor mio, non risparmiate partito alcuno di rientrare in grazia al Vicerè: vuol gente prigione, e voi dategliela su la forca; la desidera impiccata, e voi fategliela trovare in cinque quarti.
--Che diavolo dite, dolcezza mia? I quarti non possono essere che quattro,--perchè avete a sapere, Carmina, che il boia... ma questo sarà per desinare... adesso bisogna che io mi affretti, che il bargello attende.--In quello poi che avete avvertito ci è del vero... ci è del vero, perchè se non fossero, a fine di conto, gente di male affare, non capiterebbero in mano alla giustizia.
--E quando anche, esempli grazia, non fossero gente di male affare, quando il Padrone vuole che tu strozzi, e tu strozza. Vicario mio la obbedienza è santa.
--Sicuro! Credono, i gaglioffi, che la Giustizia pesi a bilancia: è un errore: ella pesa a stadera, ed ha due romani come aveva due staia Burraschino il biadaiolo, che andò in galera per misure false.--Carmina, colomba mia, fa' di portarmi subito il cioccolatte e i biscotti, perchè tu intendi che stamani mi tocca a fare petto di bronzo; ed io ho provato, che se sto digiuno mi casca il cuore.
--Anima mia, andate al banco che vi accomodo in un baleno...
Il Vicario andò nella stanza dell'uffizio; si adagiò gravemente nel seggiolone, di cui la spalliera gli sopravanzava la testa un palmo avvantaggiato, e subito diè di piglio al campanello. Quasi nel punto stesso, da diversi lati si apersero due porte; da una entrò la moglie Carmina con la cioccolata e i biscotti; dall'altra il Bargello con Marzio ammanettato, e coperto col mantello rosso.
Carmina di dietro alla spalliera del seggiolone sbirciò Marzio, e le parve, come veramente era, bellissimo uomo, comecchè pallido, e scarno oltre il dovere. Però nel cuore suo di donna il capitale della compassione crebbe venticinque centesimi per cento, mentre in quello dell'uomo astioso per la medesima causa calò un franco intero.--Il male è più sensitivo del bene.
--Capitano!--chiamò il Vicario, e il Bargello gli si accostò con certa ossequiosa dimestichezza.--Capitano!--gli domandò il Vicario sommesso nell'orecchio--avete badato ad ammanettarlo con sicurezza?
Il Bargello spinse in avanti la mascella inferiore; e alzato il labbro di sotto, parve, mercè cotesto atto, che volesse dire:
--Ce ne fosse!
--E non vi è pericolo che quel ribaldo, con uno strettone?...--E il bargello ripetè il segno.
--Posso dunque vivere tranquillo?--continuava il Vicario.
--Nèh!--rispose il Bargello scuotendo forte la lesta--l'ho legato io...
Allora il Vicario, addentata del biscotto la parte intrisa di cioccolata e rimettendo l'altra nella tazza, mentre masticava da due parti incominciò a dire:
--Dunque siete voi quel malfattore empio e scellerato, che dopo aver fatto correre sangue il Tevere e gli altri fiumi degli stati di Santa Madre Chiesa, non ha rifuggito di perpetrare omicidii atrocissimi nei paesi felicissimi di Sua Maestà Cattolica il re Filippo nostro signore,... e segnatamente l'ultimo nella decorsa notte, io non so se più bestiale o sacrilego, davanti la immagine benedetta della Santissima Vergine?--Qui, dato un altro morso al biscotto prosegue--Santissima Vergine. Noi altri faremo vedere ai vostri tribunali di Roma, che meglio vale incominciare tardi e durare un pezzo, che incominciare presto e presto smettere. Se Papa Sisto in quattro ore prima di andare a mensa fece prendere, processare, e impiccare un dabben giovane spagnuolo, costumato e cristiano, che dallo avergli ammazzato in chiesa quel suo lanzo in fuori si poteva dire propriamente uno agnellino di latte[2]; noi altri, dico, mostreremo che queste, e più mirifiche cose sappiamo mandare a compimento nella metà manco di tempo.--E intanto alternava morsi, e parole; sicchè vedendo che terminato il cioccolatte era rimasto quasi intero un biscotto, rivolse di repente il suo discorso al biscotto, favellando così: «biscotto! biscotto! credi che non abbia più cioccolatte per inzupparti?--Carmina, speranza mia, gratificami col propinarmi un'altra tazza di cioccolatte!»
Carmina via come il vento, e, curiosa di non perdere sillaba dello interrogatorio, come se n'era andata ritornò veloce portando la cioccolata.
Il Vicario, guardando Marzio, prosegue:
--Se in corte di Roma passò di usanza la salsa di forche e di mannaie, che Pasquino apparecchiò per Papa Sisto, ora questa voglia è incominciata a venire a noi. Già, si sa, le cose buone fanno il giro del mondo...[3]
Adesso, mangiati tutti i biscotti, conobbe essergli rimasta alcun poco di cioccolata nella chicchera; onde apostrofando la cioccolata, esclamò: «cioccolatte! cioccolatte! credi forse che mi manchi biscotto per inzupparti intero?» Carmina, fede mia, va, e portami un altro biscotto per terminare questo insolente cioccolatte.
Carmina adesso prorompe fuori del suo riparo dietro la spalliera del seggiolone, e, mettendosi entrambe le mani su i fianchi, rispose:
--Ma vicario, cuor mio, s'intende acqua, ma non tempesta! Continuando di questo passo sarà mestieri portarvi la pasta reale a manovella, e il cioccolatte dentro al bugliolo; e poi abbiatevi riguardo alla salute, chè il cioccolatte, quando è troppo, guasta lo stomaco, e genera malinconia: basta per oggi, cuore del cuore mio dolce. Non sapete che lo imperatore Carlo V per lo abuso, che ne fece, diventò matto?[4]--s'intende acqua, ma non tempesta! Da un pezzo in qua, gioia mia, voi mi parete diventato uno struzzo...
--E voi, sapete che cosa mi parete diventata da un pezzo a questa parte? Una... una... là... una cicogna.
Inesplicabile cosa è pure questo nostro cuore! Marzio fino a quel punto, non badando ai discorsi del vicario, stava immerso nel pensiero di darsi la morte. Ora venendo ad un tratto a posare l'occhio consapevole sopra cotesti grotteschi sembianti, udendo il garrito della femmina, e la cagione del garrire, così forte si sentì preso dalla convulsione del riso, che proruppe in altissimo scroscio. Il Bargello, di cui le labbra stavano ordinariamente chiuse come le sue manette, non potè nemmeno egli trattenersi da ridere; ma frenato dalla paura si nascose dietro Marzio, e, mettendosi un pezzo di falda fra i denti, ebbe la buona sorte di non essere udito nè visto dal vicario. Se il Vicario venisse in furore non importa che io dica: tenne cotesto riso irriverente alla sua autorità, ingiurioso alla sua figura, alle sue parole offensivo, un crimenlese universale: insomma un delitto connesso, complesso, e per di più continuato[5]. Lasciata da parie la tazza della cioccolata (chè, degl'istinti dello animale di rapina, spenta la voracità prevaleva in lui la smania d'insanguinare gli artigli) con la bocca tutta ingrommata gridò:
--Ah! cane traditore, marrano! Tu ridi, eh? tu ardisci ridere davanti la veneranda maestà del Vicario della gran Corte criminale di Napoli? Or ora, aspetta, che ti farò ridere di miglior cuore, e con motivo più giusto: poichè ti vedo disposto al giuoco... sta lieto... io ti farò ballare co' borzacchini ai piedi e acconciature in capo, che sono una festa. Capitano Gaetanino, su, da bello, traducetemi questo furfantissimo nella stanza delle prove, e apparecchiate tutti gli arnesi quoad torturam preparatoriam usque ad mortem, col gran trespolo, la capra, i tassilli, le cordicelle, insomma ogni cosa, e per benino.
Senza compassione,--imperciocchè nel deserto dell'anima del bargello cotesto pozzo non venisse mai scavato,--o se scavato una volta, da tanto tempo lo aveva riempito, che qualunque traccia gli era ormai scomparsa perfino dalla memoria--senza compassione dunque, ma con tristezza, egli calcolò con quanti strappi angosciosi, con quanto stritolio di ossa avrebbe dovuto quel misero scontare il riso, forse ultimo, che gli era comparso sopra le labbra. Appena il Bargello e Marzio uscirono dalla stanza, il Vicario, vano quanto iniquo, si provava a scaricare la umiliazione sopra la moglie. A simile intento, con aria di rimprovero incominciò favellando alla donna:
--Carmina io ve l'ho detto le mille volte, che a voi non conviene entrare colà dove non vi spetta. Ora, vedete che cosa n'è avvenuto? Cotesto ribaldo, viscere mie, vi ha preso a scherno, mancandovi sconciamente di rispetto.
--Di me?--rispose la donna con profondissima convinzione.--In verità io credo che sbagliate, e ch'egli abbia riso di voi, cuore mio dolce.
--Di me?--Come di me? Egli ci avrebbe pensato due volte... e si alzò, appoggiandosi ai bracciuoli del seggiolone, mordendosi le labbra.
--Mi pare ch'ei non ci abbia pensato nè manco una, gioia mia: in quanto a me, la Dio grazia, non sono ancora tale;--e così favellando si volse ad uno specchio contornato di larga cornice di ebano appesa in cotesta stanza. Il vetro era verde, come per ordinario a quei tempi si fabbricava nelle officine di Murano a Venezia, e l'umido della muraglia, squagliato il mercurio, ne aveva fatta rifiorire tutta la foglia. La natura veramente con madonna Carmina si era comportata peggio che da matrigna: aggiungete gli anni, parecchie infermità, che non importa dire quali, e il matutino disordine; e, come se tutto questo non fosse anche troppo, il vetro traditore verde, e rifiorito, si mise a parteggiare pel vicario. Ella vi si contemplò dentro, e conobbe in coscienza di non poter sostenere il constrasto. Caso unico, io credo, così nelle antiche come nelle moderne storie: conciossiachè nelle femmine la vanità sopravviva alla bellezza come il fosforo dura a brillare nella notte anche dopo la morte della lucciola. Il Vicario uscì trionfante, però evitava la prova dello specchio: se vi si fosse sottoposto si sarebbe per avventura convinto, che Marzio aveva riso di ambedue.
Seduto davanti ad una lunga tavola, avendo dall'uno e dall'altro lato due notari, e alla sua presenza schierati tutti gli arnesi della tortura, lo egregio vicario ostentava la fierezza di Scipione Affricano, che monta al Campidoglio in mezzo alle insegne dei popoli debellati. Pende dai suoi cenni il boia, ed ai cenni del boia stanno attenti due valletti... così è: l'apice della gloria umana si tocca, e presto; per la infamia non vi ha scandaglio che basti. Inferno senza fondo è questo nostro civile consorzio: anche il carnefice ha i suoi subalterni.
Marzio stava costà come trasognato. Il Vicario gli lanciò addosso uno sguardo di sfida, quasi volesse dirgli: «or ora vedremo se riderai».
Un notaro intanto veniva interrogando il bandito sopra le sue qualità, e circostanze del misfatto, che gli avevano apposto. Cessate le domande, il Vicario le lesse; e fattone come un sunto per sovvenire alla sua memoria, volgendosi con mal piglio allo sciagurato favellò:
--A noi, mio bel gentiluomo. Marzio Sposito, io vi contesto che siete accasato e dalle carte processali largamente convinto: In primo luogo, che, in compagnia del vostro complice Olimpio Geraco, avete ammazzato barbaramente e con premeditazione l'illustrissimo conte don Francesco dei Cènci, gentiluomo romano, nella Rocca Petrella, situata nei confini del regno. In secondo luogo, che il mandato a uccidere voi l'aveste da tutti, o da taluno della famiglia di esso Conte Cènci. In terzo luogo, che in prezzo dell'omicidio vi vennero pagati zecchini duemila; dei quali mille per voi, e mille al predetto Olimpio. In quarto luogo, che voi vi rendeste debitore di furto rubando allo ammazzato Conte Cènci un mantello di scarlatto trinato di oro, statovi reperito addosso al momento dello arresto. In quinto luogo, che in questa decorsa notte avete ucciso proditoriamente il vostro complice Olimpio Geraco con istrumento tagliente e perforante, ammenandogli quattro colpi che hanno cagionato la morte pressochè istantanea del prefato Geraco. Sopra questi cinque punti, che vi ho letto a chiara voce, e che a vostra richiesta potranno esservi letti da capo, siete esortato a dire la verità confessandoli, previo vostro giuramento; e ciò non perchè la giustizia abbisogni punto di altri riscontri, ma per bene ed utile vostro così in questa vita come nell'altra, e per adempire al voto della legge che desidera simili ammonizioni, quantunque superflue. Lo eccellentissimo signor Notaio vi deferirà il giuramento.
Il notaio, seduto dal manco lato, prese un Cristo con tale garbo, che parve essere uno di quelli che si trovarono a crocifiggerlo, non già degli altri che lo calarono di croce, e gli suggerì la formula con queste parole:
--Dite: Io giuro sopra questa immagine rilevata di Gesù crocifisso...
--Io non giuro...
--Come non giurate, se giurano tutti?
--E tutti mentiscono. Vi pare ella cosa naturale, che un uomo spontaneo giuri il suo danno e la sua morte?...
--Ma avreste evitato lo esperimento,--osservò il Notaro.
--E che importa a voi s'egli intende provarlo?--interruppe il Vicario con viso acerbo.--Egli è nel suo diritto, e nessuno può toglierglielo. Sposito, voi volete esercitare lo jus che vi viene dalla legge, ed io vi lodo. Mastro Giacinto, tocca a voi...
Col garbo stesso col quale lo artefice industre si accinge a metter mano ad un sottile lavorìo, maestro Giacinto, ch'era il boia, secondato a maraviglia dai suoi valletti, spogliava in un attimo, legava, e traeva in alto per le braccia il meschino;
Marzio sofferse gli atroci spasimi senza mandare neanche un sospiro: solo quando adagio adagio lo calarono sul pavimento, il suo demonio gli sussurrò dentro gli orecchi: «a che stai?» E la memoria gli schierò, come traverso uno specchio, davanti lo spirito tutte le vicende della sua vita. Tradito dagli amici, perseguitato dagli uomini nelle più care affezioni, queste gli si erano convertite in flagelli dell'anima; le sue furie portavano faccia di amore. L'amore filiale lo fece bandito; lo amore di amante, perfido e dissimilatore; lo amore per Beatrice, omicida.--Di quale natura era questo ultimo amore? Egli non lo aveva saputo chiarire a se stesso, avvegnachè gli riuscisse sovente incominciare a volgere il pensiero ad Annetta e terminarlo a Beatrice, o viceversa: così errava l'anima sua dallo amore disperato allo amore impossibile, e dallo impossibile al disperato. La sua vita, in perpetua compagnia dell'aspra cura, aveva fatto come il ferro premuto su la ruota quando gira; si era consumata mandando faville. Non si sentiva più voglia di nulla. Diventa pure sazievole questo cammino mortale quando non sai dove, o perchè indrizzare le piante! Spesso, nel golfo di Napoli, steso per terra con le spalle appoggiate ad uno scoglio, stava per ore e ore a contemplare la pianura dei mari pien di svogliatezza, essendo che la cura corrosiva fosse più intensa per tenerlo assorto in se, che non leggiadro il golfo per sollevarlo con gioconde sensazioni. Gli si spossarono le membra; madide di sudore si sentiva sempre le mani e la fronte: una irritazione irresistibile ai bronchi lo constringeva a prorompere di frequente in nodi di tosse. Certo giorno, allo improvviso, gli si empì la bocca di umore viscoso, che sapeva di piombo;--attese allo spurgo... era sangue. Tremò da capo a piedi; corse allo specchio, e si guardò... Dio! che orrore! Quale mai rovina di se stesso! Il sangue gli si era fermato in breve spazio sul sommo delle gote, quasi raggio di sole che tramonta sopra la estrema vetta dei colli;--ultimo addio del giorno che muore. Molte volte, col filo di rasoio alla gola, o col focile della pistola alzato alla tempia, stette per troncare una vita di miseria e di colpa; ma si trattenne sempre, adombrando a se stesso la esitanza col desiderio di vedere prima Beatrice contenta: in verità poi cotesta esitanza nasceva dallo istinto animale di vita, aumentato in ragione della debolezza. Di Marzio era morta gran parte; molta vita e molto coraggio gli fuggirono dai pori del corpo col frequente trasudare. Cotesta prova, sebbene sostenuta con costanza, pure lo aveva abbattuto così, che desiderò come sommo bene la morte, e sollecita. Però, appena deposto a sedere, il Vicario ordinava:
--Tra un quarto di ora, mastro Giacinto, replicherai cum squasso: se frattanto volesse bere, dategli acqua e aceto; e sì dicendo faceva atto come di andarsene.
--Vicario!--chiamò Marzio con fievole voce, trattenendo le lacrime--se m'inducessi a confessare, potrei contare sopra una grazia?...
--Figlio mio, andandogli incontro premuroso, e ponendoglisi al fianco, il Vicario gli favellava dolcemente:--farò quello che posso: ti raccomanderò al Vicerè. Il signor Duca è magnanimo e cortese, e delle grazie donatore generosissimo.--Voi frattanto, ser Notaro, registrate che lo imputato ha proposto di confessare, ergo le accuse sono vere. Questo è un passo ormai acquistato al processo, e non si cancella più.--Dunque, figlio mio, dicevi?...
--La grazia, che domanderei, non è forse di quelle che immaginate voi...
--O dunque che cosa chiedi? Su, da bello, diletto mio; aprimi il tuo cuore intero, fa' conto di confessarti proprio a tuo padre.
--Confessati appena i miei falli, vorrei essere tratto subito a morte...
--Per questo non dubitare dell'ottimo cuore del Vicerè... e anche io ti aiuterò...
--Solo desidererei non fosse di corda, ma sì di scure... la morte mia...
--Se non vuoi altro!-interruppe maestro Giacinto, al quale non riuscì tacere, trattandosi di cose che toccavano tanto da vicino il suo mestiero--il Vicerè ha un'anima di Cesare in cosiffatte faccende...
--Silenzio!--gridò severamente il Vicario--non sono cose queste che ti riguardino...
--Mi pareva di sì... ma avrò sbagliato... perdonate, Eccellenza...
--Senti; in quanto alla prima domanda, di essere mandato subito a morte, statti allegro, che la prendo sopra di me; intorno alla seconda poi bisogna consultarne il signor Vicerè: non è mica piccolo privilegio quello di farsi tagliare il capo! Qui cotesto privilegio appartiene ai nobili, che ne vanno giustamente gelosi: però, carissimo mio, per satisfarti in tutto ne muoverò espressa domanda al Vicerè.
Il Collaterale, sopraggiunto in mezzo allo amoroso colloquio, attendendo sempre a dare la spinta al Vicario per farlo cadere,
--Clarissimo don Boccale, gli disse, questo arbitrio potete benissimo torvelo; perchè, chi vorrà riguardarvi così sul sottile le costure, quando con la sagacità e solerzia vostre andate acquistandovi meriti ogni dì più luminosi presso sua maestà il Re nostro signore?
La insidia del Collaterale consisteva in questo: che dove per vanità avesse il Vicario offeso i privilegi dei nobili, presagiva vedere scatenati contro tutti i Seggi di Napoli. Ma il Vicario non era pesce da prendersi a coteste vangaiuole; per la quale cosa asciutto asciutto gli rispondeva:
--Signor Collaterale, voi mi farete la garbatezza di attendere a somministrare consigli quando vi saranno richiesti.--Orsù... dunque, figliuolo mio, parla... che cosa hai da dire?
Marzio aveva declinato il capo sopra la spalla destra; e, chiusi gli occhi, gli sfuggivano dagli angoli grosse lacrime non piante, ma traboccate per la piena dell'angoscia...
--Or via, insisteva il Vicario, da bravo, figlio mio, confessa... confessa...
Marzo sembrava assopito, e non rispondeva. Allora il Vicario gli compresse la scapola destra con ruvidezza: quegli abbrividì, aperse gli occhi e domandò dolorosamente:
--Che cosa volete?
--Mantenmi la promessa, e confessa...
--Come! così presto? Dov'è il prete?
--Non si tratta qui della confessione sacramentale; questa farai più tardi, amor mio; si tratta della processale: ora il lampo, poi il tuono; un poco di rumore in appresso, e finalmente tutto finisce... sai?
--E che cosa ho io da confessare?
--O bella! Quello che dianzi ti ho letto, dilettissimo mio; vuoi che io te lo rilegga?
--Oh! no: sta bene, io merito la morte.
--Dunque confessa, via, e ratifica in tutte e singole le sue parti l'atto di accusa.
--Sì, come volete, purchè mi tolghiate presto di vita.
--Provati un poco, cuor mio, se ti riuscisse firmare il foglio: e voi altri fanulloni porgetemi una penna,... e che sia nuova, e ben temperata... tuffatela per bene nel calamaro... Prendi, Sposito, e se in vita non hai avuto buona indole, mostra almeno in morte un bel carattere. Signor Collaterale notate, di grazia, l'agudezza; se la risapesse il Duca, ch'è vago di bei motti, se ne andrebbe in visibilio.--Adagio... così... a modo... con tre dita... carino mio...
Ma le dita di Marzio, dolorosamente inerti, lasciavano andare la penna; ond'egli sbadigliando mormorava:
--Oh quanto sono più generosi gli omicidi nel bosco, che nel tribunale!... non posso firmare...
--Ma quel benedetto Giacinto poteva anche usare un poco più di carità nel dargli la corda!...[6] disse il Vicario volgendosi al boia in tuono di rimprovero.
--Che dite, nè! Eccellenza? Io l'ho trattato da sposo: se avessi a dare la corda a voi, non potrei condurmi con maggiore garbatezza.
Il Vicario, intento affatto in Marzio, non badò alla conclusione del discorso: andati a vuoto gli sforzi per farlo firmare, ordinò che chiudessero l'atto di accusa con le formule neccssarie per supplire al difetto della firma del prevenuto. Distese, firmate, bollate, e impolverate le carte se le pose diligentemente in seno, indirizzando la parola agli uscieri:
--Adesso abbiate cura di questo povero uomo: rammentatevi ch'egli è di carne battezzata come siete voi altri, e rammentate ancora che se la giustizia umana non lo può perdonare, molto bene può farlo la divina: onde, un giorno, chi sa? la sua intercessione potrebbe essere necessaria anche a noi lassù in paradiso: pensate al buon ladrone, e non vi dico altro. Confortatelo con vino, e confetto, e con brodo:--badate a non fargli mancare nulla... bisogna che viva.
Marzio era caduto nella consueta letargìa.
Per lo splendore di Dio! (e notate, che la esclamazione non è mia; bensì di Guglielmo il Bastardo) non vi pare egli caritatevole il vicario? Maisì e avvertite, che quantunque morto da due secoli e mezzo, io ho veduto, ed ho udito questo vicario, epperò mi attento a descriverlo. Il Vicario aveva posto amore a Marzio: gli voleva proprio un bene dell'anima per molte ragioni, una migliore dell'altra: per lui contava potersi presentare trionfalmente al Vicerè; per lui ricuperarne la smarrita grazia; per lui dare la spinta all'odiato Collaterale; per lui dimostrare la molta sufficienza sua; per lui trattenere il popolo nello spettacolo sempre gradito di una tragedia criminale; per lui somministrare subietto a far parlare di se tutto Napoli almeno tre giorni continui; per lui, finalmente, ottenere un ciondolo all'occhiello, ed aumento di paga. Per le quali considerazioni, e per altre, che non si dicono, importava assaissimo che Marzio vivesse--ma per morire sopra le forche! Di qui la tenerezza dello egregio Vicario per la conservazione del condannato.--Non vi pare egli caritatevole il mio vicario?
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Il Vicario affrettandosi si presenta al palazzo di don Pietro Girone duca di Ossuna, vicerè di Napoli per Filippo III re di Spagna[7]. Nel trapassare per le anticamere egli, prima di tutto, con disgusto non piccolo osservò, come le guardie e gli staffieri non si affaccendassero punto ad annunziarlo, secondo che la gravità del caso gli pareva meritare: considerando poi, che non gli potevano leggere in faccia la grande notizia di cui veniva portatore, gli scolpava quasi da questo lato; sennonchè crescendo allora il malefizio del poco ossequio alla sua dignità in questa parte, gli aggravava al doppio di quello che gli aveva sollevati dall'altra. E se non lo volevano onorare come don Gennaro Boccale, pareva a lui che lo dovessero temere come l'uomo che avrebbe potuto mandarli da un punto all'altro alle forche: però gli staffieri del Duca, servi insolentissimi d'insolente padrone, lui non curavano, e molto meno temevano. Il Vicario consolava la sua vanità offesa volgendo la mente alla necessità di contenere con regolamenti opportuni la petulanza dei famigli dei grandi, per lo più meccanici, riottosi, e ribaldi; ma la suprema mortificazione lo aspettava nella ultima anticamera, dove, dopo avere pestato mani e piedi per essere introdotto dal Vicerè, trascorso spazio lunghissimo di tempo, durante il quale gli parve provare quei tormenti, che tanto spesso aveva applicato ai derelitti che gli capitavano nelle mani, si presentò un segretario per informarsi del suo bisogno. Il Vicario gli disse: negozii di suprema importanza: desiderare che gli fosse data licenza di conferire col serenissimo Vicerè. Il segretario oppose negozii di troppo maggiore importanza dei suoi tenere occupato il Vicerè, nè quindi potergli concedere udienza.
--Ma il negozio, per cui sono venuto, tocca urgentemente la sicurezza degli stati di Sua Maestà.
--Sì; ma vi ho detto che non può pareggiare mai la importanza di quello che tiene adesso per le mani il serenissimo Vicerè duca.
Il criminalista, con un ghigno derisorio, disse al cortigiano:
--Salvo onore, o come fate voi a indovinare il negozio che qui mi conduce?
E il cortigiano, con sorriso punto meno fino, pronto alla parata, rispose:
--Non conosco il vostro, sibbene quello del Vicerè, a cui pochi possono andare pari, superiore nessuno.
Ed il criminalista dall'arguta risposta si trovò capovoltato.
Ora ecco il negozio, che in quel momento teneva occupato il potentissimo Duca di Ossuna. Sua Eminenza il cardinale Zappata (quel desso donde nasce il proverbio, che predicava bene, e razzolava male) gli aveva mandato in dono da Madrid un magnifico pappagallo, ed egli si sollazzava con quello: non già che don Pedro fosse un perdigiorno; tutto altro: aveva fama di solertissimo nelle faccende di stato, e veramente era: ma tanto è, in quel momento gli era saltato per la testa il ticchio di divertirsi col pappagallo, e non voleva in cotesta ora essere infastidito. D'altronde l'arco sempre teso si rompe, ed un po' di sollievo giunge accettissimo agli spiriti più irrequieti.
E' fu mestieri che si rassegnasse il buon vicario ad esporre il motivo della sua venuta al segretario, il quale accolse il racconto con mediocre premura, e a mezzo discorso gli tolse le carte di mano, e, voltegli le spalle, disse: «ho capito!»
Il segretario entrò improvviso, e sorprese il Vicerè che insegnava al pappagallo... che cosa mai gl'insegnava? Una parola spagnuola, che verun gentiluomo vorrebbe profferire, e nessuna gentildonna ascoltare... quantunque, pronunziata dal pappagallo, ecciti la ilarità delle donne e talvolta ancora il rossore; sicchè esse si celano la faccia dietro al ventaglio,--talune per sentire, talaltre per fingere di sentire vergogna.
Questo don Pedro (sussurrava la fama) in fatto di costumi e di religione procedeva più rilasciato, che non consentivano cotesti tempi; e fra le tante si narra questa di lui. Visitando a Catania, in compagnia della Duchessa sua moglie, la chiesa di Sant'Agata, gli porsero a baciare le mammelle di cotesta santa, conservate con grandissima venerazione colà. Postesi pertanto in ginocchio, prima di baciarle si volse ridendo alla Duchessa, dicendole: «donna Caterina, senza gelosia»[8]. I preti lo predicavano infetto di eresia; e fra le altre accuse, messegli davanti al Re di Spagna, vi fu quella di seguitare i riti della religione maomettana. Al Vicerè increbbe essere colto in quel punto, e si voltò con cera sdegnata al segretario, che, pilota sagace di corte, vista la marina turbata, non sapeva a qual santo votarsi. Non gli soccorrendo consiglio migliore, si accostò al pappagallo; ma questo, impaurito, gli dette di becco nella mano, e gli stracciò la carne. Il segretario sotto voce mormorò:
--Benedetto prezzemolo! E a voce alta: magnifico, bellissimo pappagallo!...
Ma il Vicerè, stizzito, lo interrogò con voce severa:
--Ynigo, chi vi ha chiamato?
Il cortigiano, a sua posta stizzito, se la rifece col vicario rispondendo:
--Serenissimo! Il Vicario criminale, che, salvo onore, è più fastidioso del fistolo, tanto rumore ha mosso nell'anticamera urlando trattarsi della salute del Re e della sicurezza dello Stato, che mi fu forza, onde non irrompesse fino a Vostra Serenità, torgli queste carte di mano, e presentarvele per liberarvi dalle importunità sue.
--Sappiamo a prova, disse il Vicerè con signorile alterezza e porgendo là mano per ricevere le carte, negarsi a noi quello di cui gli altri uomini hanno copia;--un momento di riposo. Informate, don Ynigo.
--Serenissimo! Un bandito dello stato romano nella decorsa notte ha ucciso proditoriamente certo suo compagno presso il tabernacolo della Madonna del Buonconsiglio: arrestato stamane, confessava su i tormenti. Il Vicario, considerata la confessione spontanea, sarebbe di avviso si condannasse a morte senz'altra procedura, per frenare gli omicidi e i ladronecci, che incominciano a parere già troppi anche al signor Vicario.
--Ed è questo il motivo per cui mi siete piovuto in camera fragoroso e improvviso, come palla di bombarda briccolata in cittadella nemica?
--Serenissimo! si degni rammentare che la colpa non viene dalla palla, bensì da cui la manda.
--Voi non avete mai colpa, assomigliate gli assistenti dei sagrifizi di Giove, dei quali l'uno scaricava su l'altro il fallo del bove ammazzato; sicchè la pena toccava finalmente al coltello, che, innocentissimo, pagava per tutti.
Il cortigiano, per non far peggio, sorrise come estatico all'arguzia del motto. Il Vicerè blandito, prendendo una penna stava per firmare senz'altro la proposta del vicario; ma si fermò:
--Per Santo Yago! ella è cosa da nulla firmare uma sentenza di morte? Tra firmarla, e patirla una tal quale differenza ha da essere.--Passare di un tratto da un mondo dove risplende così luminoso il raggio del sole, ad un altro dove la cosa più chiara, che io possa comprendere, è un buio eterno... parmi un brutto passaggio in verità.--E qui intingeva la penna nello inchiostro.--Comprendo eziandio, aggiungeva, che deve riuscire più facile levare l'ancora da questa vita in un giorno di gennaio a Stokolma, che a Napoli in un giorno di aprile.--Alzatosi si approssimava al balcone, e, muovendo discorso al cielo, continuava:--Occhio del cielo, perchè apparisci sì bello ai nostri occhi, se poi dobbiamo così presto lasciarti? Il tuo raggio divino dovrebbe illuminare cose degne della sua divinità. La notte dovrebbe vedere i supplizii delle colpe che si commettono nel suo grembo, ed io non so con quale senno o giustizia il giorno ha da contristarsi col castigo del delitto, ch'egli non ha illuminato: l'uno e l'altro rimangano al buio...
Questi pensieri uscivano lambiccati dal cervello del Duca: imperciocchè non gli partissero mica dal cuore, ma gli ostentasse, quasi per far dimenticare al cortigiano la parola turpe con la quale in bocca lo aveva sorpreso educante il pappagallo: cotesti pensieri tenevano officio d'incenso bruciato intorno ai cataletti per vincere l'odore del morto. Avrebbe piuttosto desiderato sfogarsi a danno di qualcheduno, ma la fortuna non gli presentava l'orecchio. Intanto il pappagallo, per aumentargli la confusione e il maltalento, ripetè con voce sonora la oscenità imparata, e parve che di lui si prendesse a dileggio e della sua mentita filosofia. Allora si pose in fretta nuovamente a sedere, e per liberarsi dal testimone importuno si accinse a firmare.
--Che se il ribaldo merita commiato... via... lanciamolo nella eternità.--
Ma il pappagallo, o percosso dalla nuovità dell'oggetto, o cruccioso per non vedersi più vezzeggiare, con una beccata trasse la penna di mano al Vicerè.
--Montezuma non vuole che muoia... o piuttosto Montezuma rimprovera il Vicerè di firmare proposte di morte senza pure esaminare le carte del processo. Il pappagallo ha ragione; il Vicerè torto. Grazie allo avvertimento, Montezuma. Se io fossi re, forse, chi sa? in premio dei lunghi ed onorati servigi, potrebbe darsi che un giorno tu ti trovassi premiato con una immagine di bestia come te; o di santo, e non posso dire come me; o con un bel mazzo di prezzemolo: ma invece, essendo io soltanto vicerè, ti darò un biscotto di Maiorca intero. Io ti rimanderei volentieri per consigliere allo Escuriale onde far conoscere allo Eminentissimo cardinale Zappata, che quanti gli escono di mano pappagalli io glieli rimando consiglieri.--
Don Pedro con molta accuratezza si pone a leggere, e tuttavia leggendo pensava a quello che fosse da farsi; imperciocchè è fama che i1 Duca di Ossuna fra le altre sue qualità possedesse quella di dividere contemporaneamente la sua attenzione sopra svariatissimi oggetti, come leggere una cosa, e pensarne un'altra; o pensare al tempo stesso a più cose; o conversare con varie persone udendo senza perdere sillaba, rispondendo a segno, e al punto stesso scrivere dispacci intorno a materie importantissime. Io ho detto facoltà, ma doveva dire vizio; conciossiachè questo abito alteri la virtù intelettuale, siccome il guardare strambo guata la visiva. Adesso, mentre leggeva meditando, conobbe: non correre più tempo opportuno di provocare il Papa; anzi con ogni maniera di riguardi doverselo tenere bene edificato, imperciocchè egli si fosse messo in braccio alla Francia assolvendo Enrico IV, e stringendo con quel regno vincoli antichi. Francia, cessata la guerra civile, presto tornerebbe più bella, e più gagliarda che mai, per la facilità maravigliosa che possiede a fare scomparire in un giorno le rovine di un anno; mentre, all'opposto, Spagna spirare, come Crasso, con la bocca piena di oro: le flotte, studio indefesso di dieci anni del re Filippo II, distrutte da un colpo di vento; i Paesi Bassi rimasti fitti a Spagna nel palato come l'amo al pesce cane; Germania avere teso sempre la mano per prendere, e mai per lasciarsi pigliare; consumato seicento milioni di ducati; cagionato la morte di venti milioni di uomini; empito di rovine e di odio il mondo, e della passata grandezza oggi rimanerle la superbia soltanto[9]. Formarsi a poco a poco il turbine contro la casa di Austria, di Germania e di Spagna. E al Papa, già sottratto dal dominio di Spagna, non doversi somministrare pretesto di odiarla, dacchè, baldanzoso a cagione del fresco acquisto di Ferrara, per poco che s'inciprignisse, era uomo a fare vive le sue pretensioni sul regno di Napoli; nè gli sarebbero mancati soccorsi francesi, nè i milioni di oro messi da Sisto V in castello parevano per anche reputi a fondo: Clemente VIII poi mostrarsi di natura meno bestiale di Sisto, e qualche termine di buona composizione potersi trovare con lui: d'altronde, come vecchio, dovergli piacere che i trambusti cessassero per fondare la grandezza di casa sua, nel che procedeva accesissimo, e per purgare gli stati della Chiesa dalle bande dei ladri che gì'infestavano. In tutti i paesi questo vediamo accadere ordinariamente dopo le guerre; e Roma aveva terminata pure ora la impresa di Ferrara, e in ogni tempo fu terreno classico pei banditi. Papa Aldobrandino in questa parte non mostrarsi punto meno severo del Montalto; rammentandosi il Duca ottimamente, come creato Cardinale dal medesimo, e conoscendolo a prova asprissimo e spietato, giubbilando esclamasse: avere pure alla fine trovato un uomo secondo il suo cuore![10] Ancora, oltre il piacere grande che avrebbe fatto al Papa porgendogli occasione di palesare al mondo la diligenza adoperata da lui per rimettere in assetto i suoi dominii, gli pareva cotesta essere matassa da doversi sbrogliare a Roma... e poi... e poi più di tutto gli piacque, ed anzi fu questa la ragione capitale, prendere da cotesto fatto occasione di mortificare il segretario che lo aveva sorpreso ad insegnare oscenità al pappagallo, e il vicario che lo aveva mandato. Così mescolato a molta scoria si cava l'oro dalla miniera, e per questa volta il destino folleggiando lo affinava.
--Don Ynigo; Montezuma, salvo onore, si mostrò troppo più acuto di voi quando mi ha persuaso a leggere carte che non avete letto, e che dovevate leggere voi. Questo è negozio appena incominciato, e si vorrebbe tagliare il capo del filo per perderne ogni traccia. Viva Dio, che prudenza sia questa io non so vedere! Bisognerà inviare questo uomo sotto buona scorta a Roma, accompagnandolo con lettere adattate a gratificarci l'ottima mente di Sua Santità. Esaminerete come, sebbene trattisi di misfatti commessi nella nostra jurisdizione, tuttavolta sembra che sieno stati preordinati di lunga mano da persone di alto affare dimoranti a Roma. D'ora in poi, signor Segretario, non mi farete rapporto veruno se non previa diligente lettura delle carte relative; e tenetevi per avvisato. In quanto al signor Vicario, mi sono accorto, recandomi io stesso alla vicarìa, che sta assente dallo ufficio troppo più spesso che non conviene per la importanza delle funzioni che esercita; mi pare oltre il dovere svagato; e certo poi la età gl'indeboliva il senno, che non ebbe mai troppo anche nei giorni migliori. Speditegli pertanto lettere di dispensa con la pensione che merita, sostituendogli il suo Collaterale, persona di proposito e manierosa. A noi così giovi sempre la fortuna come oggi, la quale ci ha risparmiato la firma di una sentenza di morte, e offerto adito a confermarci nella benevolenza del Sommo Sacerdote, del quale avranno compre mestieri i Principi savii, finchè vorranno durare a reggere con freno di autorità assluta li popoli soggetti.--
E tutto questo per essere stato sorpreso il Duca di Ossuna a insegnare una parola oscena al pappagallo! Ridere? Oh! se questo fosse tempo opportuno di ridere io vi condurrei nel buio dove si cova il destino dei popoli, e vi chiarirei come da cause più lievi, spesso meno oneste, e talora più burlevoli, derivassero guerre, rovine di stati, distruzioni di popoli, ed altri dei più funesti flagelli della umanità.
Il segretario si partì dal cospetto del Vicerè curvo come se lo avesse caricato con mille libbre di peso. Quando gl'impiegati ricevono una mortificazione si studiano rovesciarla sopra gl'inferiori; ella è come un sasso, che rotola finchè trova scalini; ma no, il paragone non mi sembra adattato; direi piuttosto, che la scintilla del malcontento, sprigionata nelle alte regioni, ricerca velocissima le parti più recondite delle segreterie, dove però si sperpera fra tanti, che sovente o non la sentono, o non la curano; e ad ogni modo tutti con una squassatina se la gittano via dalle spalle.
Il segretario annuvolato passò dinanzi al vicario impaziente, e gli disse torbo «aspettate!» Dopo venti, e più minuti il segretario, maggiormente torbo, ripassa per entrare nella stanza del Vicerè, e dice al vicario, maggiormente impaziente, «aspettate!» Il segretario dopo lunga ora esce dalla stanza del Vicerè, e al povero vicario, che non capiva più nella pelle per la rabbia, ripete per la terza volta torbidissimo «aspettate!»
Il capo del vicario aveva girato dall'uscio della stanza del Vicerè a quello della stanza del segretario, e da questo a quello come un girasole: alla fine, dopo inenarrabile agonia, esce per la quarta volta il segretario; e, messo fra le mani al vicario un plico suggellato, lo squadra di traverso, lo inchina, e senza dire un fiato sparisce.
--Ouf!--borbottò il Vicario,--questi Spagnuoli fumano come cammini: giuoco che costui al suo paese avrà suonato le campane in qualche convento, non cibando mai miglior vivanda che la broda dei frati; ed ora ci viene a squadrare dall'alto al basso... a fare lo idalgo, con noi--che abbiamo in corpo nobiltà quanta il re.--E questo mettermi in mano suggellato il plico, o che novella è?--Forse sarà segno di attenzione, e riguardo alla persona e alla carica:--deve essere così:--e allora io non troverei in ciò da biasimarli,--anzi gli lodo;--e correva via a gambe.
Prima di proseguire il racconto del mio Vicario bisogna che mi sbrighi del segretario. Ora vuolsi sapere come, tornato a casa, egli dicesse al figliuolo, che gli andava incontro tutto festoso: «Figliuolo mio, facciamo le nostre valigie e ritorniamo in Ispagna, perchè qui in Napoli l'aria non tira più buona per noi». Signore! rispose il figliuolo, che cosa vi è mai accaduto di nuovo? Avreste per avventura mancato di rispetto alla nostra santa religione? «Peggio, figliuolo mio, peggio». Avreste, ohimè! ucciso in duello qualche gentiluomo di corte? «Peggio». Per sorte, avreste ardito inalzare i vostri affetti fino alla Serenissima Viceregina? «Peggio ancora». Voi mi spaventate; ma che, dunque? «Ho sorpreso il potentissimo Duca di Ossuna sciupando il tempo a insegnare parole oscene al suo pappagallo». Misericordia! è finita per noi.--
Adesso torniamo al Vicario. Egli giunse ansante, bagnato di sudore alla vicarìa: si pose a sedere con il Collaterale al fianco, notari, e copisti; fece rientrare sbirri, valletti, carnefice, e vittima, che fu portata a braccia col capo spenzoloni giù come ubbriaco. Il Vicario levò le ciglia in su, e quando li vide tutti attenti passeggiò i suoi sguardi allo interno nella miseria del suo orgoglio, poi ruppe il suggello e si pose a leggere,
--Come? Come? qual tradimento si è questo?
--Che avvenne? Che fu? Che cosa è stato?--si udiva a coro replicare dintorno.
--Sono tradito peggio di Cristo;--e piangendo si coperse gli occhi con le mani.
Il Collaterale, che gli stava al fianco come lo jakal alla jena, gittò lo sguardo obliquo su le carte; e, vedendovi scritto il suo nome, con un baleno di malignità indovinò il mistero: onde in un punto, postergato ogni rispetto, allungò le mani bramose; ed arraffando le carte si accinse a leggerle, rovesciato il capo su la spalliera del seggiolone. Nel conoscere ch'era stato promosso alla carica di Vicario in luogo di don Gennaro Boccale fu per ispiccare un salto, prorompere in pazze risa, battere palma a palma, fare cose insomma da spiritato; ma si contenne, e, col collo torto più loiolescamente che potè, con un risolino sopra le labbra sottile quanto il filo del rasoio gli favellò:
--Avvocato Boccale (di secco in piano gli toglieva il titolo di Vicario) credete che mi sento proprio trafiggere il cuore per la vostra disgrazia; molto più che, dentro domani, avrei a pregarvi di lasciarmi sgombra la casa...
--Ed io credo che non vi devo credere nulla, signor Collaterale. Intanto io me ne vado per le scale: badate che voi, don Ciacchero, non abbiate un giorno a uscirne dalla finestra.--E sì dicendo don Gennaro si levò tutto infuriato; e allontanandosi dal palazzo col garbo di Scipione quando mosse in esilio, esclamava: «Ingrata vicarìa! tu non avrai la mia cappa».
Così a mannaia vecchia sostituivasi mannaia nuova, e i miseri accusati ebbero ad accorgersi ben tosto ch'era stata affilata di fresco, Intanto il Vicario novello leggendo oltre il dispaccio del Vicerè conobbe come la sentenza di Marzio non dovesse eseguirsi altramente, bensì avesse ad inviarlo sotto buona scorta a monsignore Governatore di Roma, la quale cosa egli fece con la diligenza consueta agl'impiegati nuovi, o nuovamente promossi, secondo il costume delle granate; e per la più parte di loro il paragone non è ignobile abbastanza.
Il licenziato Boccale ridottosi a vivere in altra casa, stette parecchi giorni smemoriato come se avesse ricevuto un picchio sopra la testa, e di ora in ora prorompeva in risa; ell'erano coteste le gocce grosse precorritrici della tempesta: per ultimo la tempesta scoppiò, e terribilissima, nella quale rimase annegata la sua intelligenza: del cuore egli aveva fatto getto da tempo immemorabile, e solo (infelice reliquia!) gli rimase a galla l'agonia di tormentare. Tutto periva in lui tranne la libidine di Vicario criminale, ed a ragione; conciossiachè cotesta qualità per conservarsi non abbisogni punto d'intendimento, bastando il solo istinto di belva. Nei feroci delirii fondò un'alta Corte di Giustizia istituendo offici di sbirro, accusatore, giudice, e boia; e tutte queste incumbenze, come se altrettanti benefizii semplici fossero, accumulò sopra il suo capo, risolvendo da matto quello che già era andato spesse volte per la mente dei savi: voglio dire, che componendo le rammentate cariche diverse specie simpatiche, e relative fra loro, amore di ordine persuadeva a classarle sotto la stessa famiglia, e amore di economia, a cumularle tutte sopra una medesima testa,--almeno in certi tempi e a certi luoghi.
Il licenziato don Boccale incominciò a processare i volatili del suo cortile: pretesti non gli mancarono, e, comecchè non sapesse col suo cervello matto distinguere gl'innocenti dai rei, nondimeno procedendo perfidamente a tastoni dichiarava, che tutti, o taluni avevano commesso il delitto; e poi, che tutti erano stati complici a farlo, o impotenti a prevenirlo; e finalmente, che il delitto non risultava già da uno o più fatti peculiari, bensì da una congerie di cose connesse, complesse, e per di più continuate; per le quali, e con le quali tutti come felloni, e di perfido cuore, invocato prima il nome santissimo di Lui, che sempre sta vicino a chi lo sa chiamare, tutti dannava irremissibilmente a morte. Di questo piccola cura prendeva donna Carmina, perocchè i giustiziati fossero da lei (che si era assunto il carico dell'Arciconfraternita della Misericordia) trasportati con ragionevoli intervalli nella pignatta, e quivi tenuti sepolti finchè non avessero fatto buon brodo. Quando i polli vennero meno, egli mosse terribilissima accusa contro Giordano cane di casa: certo da anni ben lunghi ei gli aveva badato le sue masserizie dai ladri; una volta ancora gli salvò la vita, ma invano; fedeltà e amore, e beneficii fatti lui non iscamparono dalla rabbia del giudice matto: egli ebbe a morire: e di questo anche poco increbbe a donna Carmina, anzi ci ebbe piacere, dacchè il cane fosse vecchio, e per di più aveva perduto un occhio. E poi, si sa, gli anni dei servi quando diventano troppi pei padroni, anche battezzati e cattolici, formano capo di delitto supremo; e di ciò fanno fede i coloni di certa parte di America, i quali con tranquilla coscienza accusano gli schiavi vecchi e disutili al Governo di non commessi misfatti, ond'egli gli ammazzi, e in parte ne rimetta il prezzo!
Morto il cane venne la volta della gatta, delizia di donna Carmina: se mai visse al mondo gatta incolpevole, proprio fu quella; dopo tanti anni di buona condotta le si potè imputare un errore solo: rubare un cacio fresco dallo armario[11]. Ahimè! Anche i santi cascano, e la tentazione superava le forze della gatta; non ebbe rispetto il fiero giudice alla fragilità del sesso, al naturale istinto, alla provocazione del cacio fresco, e al prolungato digiuno, dacchè resultava dagli atti, che da bene ventiquattro ore il povero animale era rimasto senza governo: ogni circostanza attenuante rigettò, e come rea di famulato qualificato da scalata, e colta in fragranti, condannò barbaramente a morte. Donna Carmina si gettò ai piedi dello inesorabile, supplicando con molte lagrime la grazia della gatta diletta; il giudice parve commuoversi, e rispose «vedremo»; di che racconsolata la donna, pensò poter vivere sicura. Ahi! sicurezza funesta. Un bel giorno levandosi da letto, la prima cosa che le si parò davanti agli occhi fu la gatta impiccata. Quantunque ella avesse l'anima e la vita assuefatte a spettacoli quotidiani di orrore, non resse a quello; ed irrompendo insana con furiosissima ira, empì di ululati la casa e la contrada; di atroci contumelie lacerò il consorte. Per colmo d'ingiuria, quando armata di coltello si fece a tagliare lo infame capestro, e riscossa la salma diletta dal patibolo comporla in sepoltura onorata, il giudice le si oppose risolutamente dicendo, che non si aveva a disturbare l'amministrazione della giustizia: rispettasse costei la veneranda maestà delle leggi; a quello che si attentava commettere ella avvertisse due volte, chè egli voleva, e sapeva adempire il suo dovere: fellonìa espressa essere il levare di su la forca lo impiccato; e ricordasse per suo governo, che chi spicca lo impiccato, lo impiccato impicca lui. Figuratevi come gli animi s'invelenissero! Gli antichi dolci appellativi mutaronsi in orrende minacce, e dalle male parole trascorsero in peggiori fatti: nè il Vicario uscì lieto dalla baruffa, che riportò il capo pelato, e la faccia in parte graffiata, in parte pesta. I vicini accorsi li separarono un po' con le parole, e un po' co' manichi delle granate; anzi più con questi, che con quelle; quindi fecero prova di ritornarli in concordia, e crederono esservi riusciti.
Ma il Vicario, rotto nelle turpi slealtà del suo mestiere, appena profferita la parola del perdono pensò, che se aveva perdonato come uomo, perdonare come magistrato non istava nelle sue facoltà; onde si pose a istruire segretissima procedura di lesa maestà, violenza pubblica, impedita amministrazione di giustizia, e offese qualificate contro il Magistrato nello esercizio delle sue funzioni; insomma rovesciò il sacco del codice criminale contro donna Carmina. Tutto questo bastava, e ce ne avanzava, per una condanna di morte: e così fu. Il giudice profferì sentenza capitale, e da quel giorno in poi ogni sua cura pose per mandarla ad esecuzione.
Certa notte, che donna Carmina dormiva placidamente, il buon marito le passò cheto cheto il laccio intorno al collo, e poi di un tratto la tirò su per le traverse del cielo del letto. Compita la opera riprese sonno tutto contento, e la mattina si mise a sedere sul letto aspettando che la Carmina si svegliasse, per godere della sua sorpresa nel trovarsi impiccata[12].
Lo trasportarono nell'ospedale dei pazzi dove un giorno, per ammazzare l'ozio, non potendo impiccare altri, impiccò se stesso alle inferrate della stanza.
Oh! si fosse impiccata con lui tutta la generazione dei Vicarii criminali.
NOTE
[1] Quantunque Francesco Hernandez di Toledo avesse incominciato a propagare in alcune parti della Europa, fino dal 1520, l'uso della pianta chiamata tabacco, dalla isola di Tabago dove prima la segnalò, tardi venne adoperata in Italia, e particolarmente nei luoghi marittimi; però a Napoli nella epoca del mio racconto, 1599, costumava assai, per la doppia ragione ch'egli era porto di mare, e sottoposto al dominio della corona di Napoli.
[2] Certo giovane spagnuolo con un colpo di bastone uccise un lanzo.] *[Sisto V comandò si giustiziasse, e subito. Il Governatore di Roma avendogli fatto osservare essere necessario il processo, Sisto, che aveva in uggia le ipocrisie della legge, rispose risoluto «volerlo morto prima di pranzo, ed il Governatore si spicciasse, però che egli si sentisse fame». E questa era ingenuità della ferocia. Ancora gli ordinò piantassero le forche in maniera, ch'ei potesse vederle dalla finestra: non volle concedere gli mozzassero la testa: dice volere onorare di sua presenza cotesta giustizia, e di vero egli stette a vederlo impiccare, e poi comandò mettessero in tavola, dacchè cotesto spettacolo gli serviva di salsa allo appetito. GREGORIO LETI, Vita di Sisto V, par. II.
[3] Nella occasione, di cui è proposito nella nota antecedente, Pasquino, satireggiando, finse portare un bacile pieno di forche, di ruote, mannaie, e catene. Interrogato ov'ei ne andasse con arnese siffatto, rispondeva: «a metterlo in tavola per la salsa di Sua Santità». LETI, loc. cit.
[4] Gli Spagnuoli appresero l'uso della cioccolata dagli Americani fino dalla conquista del Messico, ma lo tennero segreto per tutto il secolo decimosesto. Quale fosse la causa del geloso mistero ignoriamo: però Carlo V e Filippo II appena ne offersero qualche tazza ai sovrani loro fratelli, o cugini. Affermano che lo abuso di questa bevanda fomentasse nello imperatore Carlo V la nera malinconia, che lo condusse a cantarsi vivo le preghiere da morto. Forse l'essere nato da madre pazza contribuì alla sua tristezza troppo più dello abuso del cioccolatte. Nel 1640 questa bevanda diventò comunissima per tutta Europa: a Napoli però, come paese dependente dalla Spagna, assai prima di cotesta epoca si adoperava fra le persone agiate. Dei medici alcuni la celebrano come bevanda sanissima, atta a confortare i deboli e i vecchi; altri all'opposto, siccome suole, come dannosissima la maledicono. Linneo la chiama teobroma, o vogli cibo degli Dei.
[5] Le frasi, che occorrono distinte con carattere italico, appartengono ai documenti giudiziarii del miserabile processo per lesa maestà allo Autore, e sostenuto contro di lui, con fronte che vince ogni più duro metallo, durante gli anni 1849-50-51-52-53!
[6] Burleigh, nella sua dichiarazione del 1584, confessa essere stato costume dei tribunali inglesi applicare la torture ai prevenuti; ma che però facevasi con tutta carità cristiana! Quartierly Review, Agosto 1834--Delle condanne politiche d'Inghilterra--MARTINO DEL RIO va più oltre, ed afferma che «la tortura si dava alla persona denunziata per lo suo maggiore vantaggio, conciossiachè vi sia speranza, che vinta dai tormenti ella confessi il delitto, e così salvi l'anima; mentre se non la si pone alla tortura, ci è da temere che muoia senza confessione, e per conseguenza si danni»--ALBOIZE e MAQUET, Le prigioni più celebri della Europa, tom. VII, pag. 61.
[7] Vicerè di Napoli nel mese di giugno del 1599 andò il Conte di Lemos, e tenne lo ufficio fino alla sua morte, successa nel 19 ottobre 1621; lui morto surrogò il figlio don Francesco di Castro, e questo il Conte di Benavente; a Benavente fu sostituito don Pietro Fernandez di Castro conte di Lemos, e dopo lui venne don Pietro Girone duca di Ossuna. BALDACCHINI, Vita di Tommaso Campanella, p. 90.--Tuttavolta io trovo un Duca di Ossuna vicerè di Napoli nei tempi antecedenti al primo Conte di Lemos: questa carica durava tre anni; onde io ho ritenuto che fosse quel desso, che vi ritornò nel 1618. Ad ogni modo se avessi commesso anacronismo, mi verrà, io spero, di leggieri perdonato in grazia di aver fatto conoscere il cervello balzano di cotesto duca, il quale nella sua vita sperimentò gli estremi così della prospera come dell'avversa fortuna.
[8] Questo fatto ho letto narrato nella Storia di Venezia del DARU, che riporta eziandio le affettuose, e forti suppliche di questa egregia moglie in pro del marito, caduto in disgrazia della Corte di Spagna.
[9] Terribile insegnamento ai Principi, se lo volessero intendere, darebbero le avvertenza contenute nel testamento di Filippo II re di Spagna. Di loro, sia che vuolsi: al Popolo, cui è familiare cotesto personaggio per la terribile tragedia dell'Alfieri, non fia discaro conoscere come finisse quel pugno di polvere coronata, che per la potenza e per la voglia di operare il male fino dai suoi tempi venne salutato col nome di demonio meridiano. Nè vi ha pericolo che verun Gesuita la riprenda per lui, sostenendo esagerato il racconto, dacchè egli è desso che scrivendo ammonisce il figliuolo, il quale ben fu più imbecille, non già meno tristo di lui: «Una infinità di esperienze, travagli, fatiche, disegni, e pretensioni (la più parte inutili) mi hanno fatto conoscere (ma troppo tardi pel mio bene, e per quello dei miei popoli, e vicini) le cose necessarie al buon governo dei popoli.... di cui un giorno bisognerà rendere conto al Re dei re, davanti al quale sutterfugi, e cavilli non valgono, conoscendo le inclinazioni, i disegni, e i pensieri segreti degli uomini... tanti dolori, ed accidenti strani da tanti mesi mi assalgono, che sono diventato un supplizio a me stesso; onde io prego Dio, che dalla terra mi chiami al cielo usandomi quella misericordia che io ed i miei non usammo a tanti popoli, che ce ne richiedevano...» E venendo più particolarmente allo scopo di questa nota, odasi come cotesto sciagurato re continui: «Dopo avere aspirato a farmi imperatore del Nuovo Mondo, a conquistare Italia, domare i Paesi Bassi, farmi eleggere Re d'Irlanda, vincere Inghilterra con la più grande armata che mai siasi veduta, alla formazione della quale consacrai dieci anni di tempo, ed oltre a venti milioni di ducati, e Francia con le corruttele, mi trovo ad avere consumato trentadue anni di vita, più di seicento milioni di ducati in ispese straordinarie; cagionato la morte di venti milioni di uomini, spopolato provincie più vaste di quelle ch'io possiedo in Europa... di tutti i disegni, rovine, e fatiche appena ho acquistato il piccolo regno del Portogallo. Irlanda mi sfuggì per la indole salvatica dei suoi abitanti, le spiagge ardue, la dimora trista; Inghilterra, per fortuna di mare; Francia, per leggerezza francese; Lamagna, per astio dei miei parenti... Il tutto per volontà di Dio!!...»
Filippo II moriva divorato dai pidocchi. Possano i tiranni, e i tormentatori dei Popoli non fare mai miglior fine della sua: e possano i loro disegni non riuscire mai ad esito meno tristi di quelli di costui!--Questo documento si trova nelle memorie del duca di Sully ministro di Enrico IV, e viene riportato dal signore ARTAUD DE MOUTOR nella sua Storia dei Papi. Quantunque questa nota sia già lunga, tornerà, io penso, oltre modo piacevole ai lettori sapere come questo Re, cattolicissimo e colonna principale della Chiesa, sentisse degli Ecclesiastici:
«Aiutatevi nei vostri bisogni con l'entrate dei beni ecclesiastici; conciossiachè le troppe dovizie precipitino i Preti nelle delicature e nei piaceri, donde poi nascono l'empietà.
«Diminuite ecclesiastici, cortigiani, magistrati, e finanzieri perchè questa gente divora il grasso dei vostri dominii, e non porta frutto che valga... moltiplicate mercanti, artigiani, agricoltori, pastori, e soldati: i primi spendono poco, ed arricchiscono le provincie; i secondi le difendono.
«Abbiate quanti più potete voti in Conclave; pagate bene cardinali, elettori, e vescovi di Allemagna col mezzo dei vostri ministri, senza far passare i danari per le mani degl'Imperatori.
«Ricevete in grazia, a qualunque patto i ribelli dei Paesi Bassi, purchè vi abbiano per principe: ad ogni modo fate pace con loro».
Quali i suoi intendimenti politici sopra le altre parti di Europa si ricava dai seguenti ricordi:
«D'Italia e di Lamagna non vi date fastidio: questi paesi sono posseduti da troppi, e troppo diversi principi, i quali aborrendo deferire a cui fra loro è più degno, e governandosi con umori diversi, riesce difficile che si accordino.
«Dividete la Francia dalla Inghilterra».
[10] Sisto V inviò il cardinale Aldobrandino, poi Clemente VIII, in Polonia per la pace, e per rivendicare Massimiliano in libertà; le quali cose tutte gli vennero prosperamente condotte a fine. In cotesto viaggio egli tolse seco, e si valse della opera di Cinzio Passeri nipote ex sorore, che poi creò Cardinale nepote col titolo di San Giorgio. Sisto, per simili geste riputando assai lo Aldobrandino, frequenti volte esclamava «avere trovato alla fine un uomo secondo il suo cuore». LETI, Opera cit. parte II. l. 3.
[11] «Imputar le si puote un error solo: Mangiarmi dall'armario un raveggiolo». COTTA, Canzone in morte della Gatta.
[12] Questa mania di giudicare, e fare con le proprie mani giustizia, e non già sopra le bestie, bensì sopra gli uomini, fu per un tempo esercitata da Giovanni Tina ciabattino, di cui lessi la narrazione minuta nella Raccolta di Novelle antiche e moderne fatta per opera di Robustiano Gironi.
CAPITOLO XXII.
LA TORTURA.
Barbarigo «Egli non versò una lacrima.
Loredano «Due volte gridò.
Barbarigo «Un santo lo avrebbe fatto anche con la corona celeste davanti gli occhi, se fosse stato sottomesso a così barbara tortura; ma egli non chiese misericordia... quei gridi non avevano nulla di supplichevole; glieli svelse il dolore, e non furono seguitati da veruna preghiera». BYRON, I Due Foscari.
Beatrice amava il sole di autunno, i raggi del crepuscolo, e le ombre lunghe dalla parte di occidente. Spesso, in compagnia della cognata donna Luisa, che aveva appreso ad amare come sorella, e reverire qual madre, si piaceva aggirarsi per le strade di Roma seguita dall'uomo nero[1] e da due o più staffieri, giusta il costume delle patrizie romane. Certo giorno, andando esse, secondo il consueto, a diporto, riuscirono alla piazza Farnese: quinci proseguendo per la strada della Corte Savella giunsero nella via Giulia: a metà di questa gli occhi di Beatrice si fermarono sopra una fabbrica di apparenza lugubre; nera, vastissima, senza finestre od altre aperture tranne la porta, bassa per modo, che non fosse dato ad uomo passarla se molto non si chinasse con la persona[2].
Sopra lo stipite della porta un Cristo condotto in marmo di mezza figura apriva le braccia in atto di favellare all'ospite dolente, trasportato là dentro, queste parole: «Quando l'angoscia del patire ti vincerà, se sei innocente pensa a quello che, innocentissimo, io soffersi; se colpevole, considera che in qualunque momento tu mi volga il cuore pentito io tengo le braccia aperte per istringerti al seno».
Contristava il cielo un vapore umido dello scilocco, e l'aere denso uscendo dal Tevere investiva la fabbrica tutta; sicchè dalle buche, lasciate nelle pareti per inserirvi al bisogno le travature dei ponti, filtrava lo stillicidio in forma di aguglie. Beatrice stette a considerare cotesto lugubre edifizio; e saputo essere quello la prigione della Corte Savella, lieve percosse sul braccio alla cognata, e favellò:
--Non ti pare, che pianga?
--Chi?
--Cotesta carcere.
--Certo molte hanno da essere le lacrime che si piangono là dentro; e se si fossero fatta strada a sgorgare traverso i muri, io non me ne maraviglierei.
--E quelle erbe vetriole, che spingendosi per le commettiture delle pietre hanno trovato modo di sbucare fuori, non paiono le preghiere dei carcerati, che escono a stento da coteste mura?...
--Pur troppo paiono! E come coteste erbe rimangono attaccate alle pareti del carcere per esservi sbattute dal vento, o riarse dal sole, le preghiere si volgono invano al passeggero perchè ricordi chi geme là dentro, e ne senta pietà.
--Luisa! E quelle tasche, che attaccate a spaghi pendenti di sopra, ai muri scendono giù fin presso a terra, che cosa ci stanno a fare?
In questa ecco passare lì presso un plebeo romano dalla lingua mordace, e dagli atti petulanti, il quale avendo inteso la domanda della giovane, quasi invitato dalla onesta bellezza delle gentildonne, rispose:
--E' sono archetti tesi dai carcerati alla carità di passo; ma al tempo, che corre, la carità non si lascia chiappare più a volo, nè a fermo...
Ed un altro plebeo, sopraggiungendo, disse:
--Non è come la conti. Coteste tasche, eternamente vuote, stanno lì per dare immagine delle mammelle della carità dei Preti, con le quali allattano il povero popolo.
Le gentildonne rimasero contegnose a quei motti; e poichè si furono assicurate che nessuno le scorgeva, quanta moneta si trovavano addosso distribuita prima per coteste tasche, partirono.
--Non già la moneta, osservò Beatrice; bensì la idea, che altri pensa a te, e come può ti soccorre, deve tornare di consolazione grandissima ai derelitti. Nè si dica che il baleno non giova; perchè talvolta basta a illuminare la strada, e a ritrarre dallo abisso il pellegrino smarrito.
--Veramente, riprese donna Luisa, io comprendo quanto abbia a recare conforto in cotesto sepolcro di vivi conoscere come qualcheduno senta pietà di te... però non lo vorrei provare.
--Noi siamo foglie davanti al soffio della Provvidenza; ed io, qui presso a queste mura dolorose, imparo la ragione per la quale Gesù Cristo annoverò la visita dei carcerati fra le opere di carità fiorita. Guarda bene, e vedrai starsi sopra la porta del carcere la paura che respinge addietro il visitatore, e con labbra tremanti gli sussurra: va via, chè il giudice non ti sospetti complice del carcerato, e te pure imprigioni; sta l'abiettezza che, fatti i conti, trova che dall'albero cadente bisogna allontanarci, per tornare poi quando è caduto a farne provvista di legna da ardere; sta il rigore dalle viscere di pietra, il quale dissuade da sentire pietà dei colpevoli, perchè per lui l'uomo in carcere è reo, predica sempre meritata la pena, ed infallibile l'autorità; vi è... Ma ahimè! se io volessi rammentare tutte le fantasime, che stanno appollaiate su la porta del carcere minacciando da lungi i visitatori, sarebbe troppa impresa, e per di più fastidiosa; però non reca punto maraviglia se i carcerati passino ordinariamente la vita soli.
Così alternando malinconici ragionamenti si condussero a casa sul fare della sera. Don Giacomo con la famiglia erasi ridotto nello antico palazzo dei Cènci, e sotto questo tetto abitavano tutti, parte sicuri, parte paurosi, e Beatrice in cuor suo desolata; quantunque non lo desse a divedere, e presaga d'impenitente sciagura.
Alla veglia dei Cènci non manca mai frequenza di familiari e di amici per la parentela grande che aveva la casata, e la bella rinomanza di cortesia; ma stasera non si è veduto ancora comparire veruno, quantunque le due di notte fossero battute alla torre di nona. I convenuti s'ingegnano a tenere vivo il colloquio, ma soventi accade che la proposta rimanga senza risposta, e poco si prolungano i dialoghi penosi: il sollazzo diventa fatica; ognuno di loro desidera starsi solo in colloquio con l'anima sua; ma fatto silenzio, della propria solitudine impauriscono: allora si ode fragoroso lo spensierato folleggiare dei fanciulli, e rabbrividisce come uno scoppio di riso tra i funerali, sicchè ritornano con favelli scomposti a divertire l'affannato pensiero. Donna Luisa incomincia:
--Orsù, io mi accorgo che questa sera domina fra noi lo umore taciturno: prendiamo l'Orlando furioso, e proviamo sollevarci lo spirito con qualcheduna di coteste maravigliose fantasie.
--Io per me l'ho a noia per quel suo costume piuttosto discolo che facile, notò Beatrice; e per di più non mi garba quel fare leggiero: leggiamo invece, se vi piace, la Gerusalemme liberata.
--A me piace, soggiunge breve don Giacomo.
--Ma voi non la pensaste sempre a questa maniera; per parte mia non mi rimuovo, e come pensai altra volta penso anche adesso intorno a messer Ludovico: fantasie, superstizioni, stranezze, amori, battaglie, buone o ree passioni, pianto, riso, terra, cielo e inferno, tutto cantò quel benedetto ingegno: chi più di lui assomiglia alla natura sempre varia, e sempre bella? Vedetelo come nuvola di estate dondolarsi gaiamente fra gli aliti della sera, e ad ogni momento mutare di forma: guizza per un mare di piacere, e, a modo del delfino, ad ogni scuotere di squamme egli cambia colore. Parlando del poeta quasi mi pare diventare io pure poetessa, dacchè i suoi versi passando per la mia memoria vi scuotono l'ale pregne di poesia. Ditemi, in grazia, Armida forse non emula Alcina? Sì certo; ma in poema così solenne, come pretese comporlo il signor Tasso, cotesto colore sfacciato offende; mentre nei vispi canti di messer Ludovico diletta, e piace: arrogi che diavoli e streghe, incanti, e selve custodite da demonii femminini quanto mi talentano nell'Orlando, perchè davvero vi stanno come in casa propria, altrettanto nella Gerusalemme m'increscono. L'Ariosto parmi meglio avvisato del Tasso, perocchè il primo cotesti errori schermendo s'ingegni bandirli dalla mente del popolo; mentre il secondo favellando sul sodo, ve li conferma.--Ora nei poemi solenni il buon poeta deve valersi della religione depurata dagli errori vulgari, non già amministrate agl'ignoranti il male per medicina. Nel demonio abbiamo a credere, e Dio ci salvi dalle sue tentazioni; ma non dobbiamo nella maga Annida, e negli stregoni Ismeno ed Idraotte; anzi è peccato; onde io giudico ohe il signor Tasso, avendo in poema religioso accreditato queste favole malefiche, non abbia punto bene meritato della umanità.
--Poter del mondo! Luisa, ma sai che tu difendi il tuo Orlando
_Come orsa, che l'alpestre cacciatore Nella petrosa tana assalito abbia?_
Io te la do vinta; leggiamo, se ti aggrada, la storia di Ariodante e di Ginevra.
--Leggiamola pure, soggiunse don Giacomo; comecchè quella di Olindo e Sofronia mi paia troppo più mesta cosa...
--Ma noi non vogliamo malinconie, esclama donna Luisa; se di queste avessimo vaghezza non farebbe di bisogno uscire dall'Orlando. Sapreste voi indicarmi più pietoso racconto che quello di Brandimarte e di Fiordiligi, o l'altro di Zerbino e d'Isabella?
--Dirai bene, notò Beatrice; ma che vuoi tu? I casi di Olindo e di Sofronia m'invogliano al pianto come di fatto veramente successo; mentre le storie dell'Ariosto mi hanno l'aria di finissime immaginazioni: e poi, vedi, temo sempre che ad un tratto gli prenda il capriccio di farmi ridere;... ma via, leggiamo di Ginevra.
Donna Luisa, altera alquanto della riportata vittoria, andò a cercare il volume; e quello aperto, pose davanti a don Giacomo dicendo:
--Incominciate voi.
Don Giacomo appena vi ebbe gittato gli occhi sopra diventò pallido in faccia, e prestamente rispose:
--No... no... a voi tocca essere prima.
--Ed io incomincerò; ma aveva sbagliato: la storia non principia al Canto sesto, bensì al quinto; e sfogliato di alquante pagine il libro, prese con bella grazia a declamare dal verso Tutti gli altri animai che sono in terra, fino ai seguenti:
_Quel, dopo molti preghi, dalle chiome Si levò l'elmo, e fè palese e certo Quel che nell'altro canto ho da seguire, Se grato vi sarà la storia udire._
Ora basta, disse donna Luisa riposandosi; qualche altro sottentri.
--Deh! in grazia Luisa, la supplicava Beatrice, continua; chè con la tua voce deliziosa tu fai all'Orlando quel medesimo officio, che fa la bella vesta alla bellezza: Chè spesso accresce alla beltà un bel manto, per dirla col tuo Ariosto.
--Lingua dorata! E sì, e sì che avresti a sapere essere la lusinga peccato, ed anche dei grossi. Non in virtù delle tue lodi pertanto, bensì per lo amor che ti porto mi fia grato compiacerti in questa come in ogni altra cosa, ch'io possa.
Adesso come familiarissimo di casa, senza farsi annunziare, pone il piede su la soglia della porta della sala un giovane di bella sembianza, in abito prelatizio colore pagonazzo, dall'occhio azzurro, dalla chioma bionda: non salutò, ma quivi fermo e taciturno si pose a considerare quel gruppo di teste, maraviglioso argomento pei pennelli fiamminghi, che in quel tempo erano in fiore,
E donna Luisa, non avvertendo il sopraggiunto, con voce vibrata continuava:--Canto sesto.
_Miser chi male oprando si confida Che ognor star debba il maleficio occulto; Chè, quando ogni altro taccia, intorno grida L'aria e la terra stessa in ch'è sepulto: E Dio fa spesso che il peccato guida Il peccator, poichè alcun dì gli ha indulto, Che se medesmo, senza altrui richiesta, Inavvedutamente manifesta._
Il Prelato questo intendendo stette per ritirarsi inavvertito com'era venuto, ma gli parve malagevole farlo; e poi don Giacomo non gliene dette campo; però che alzata la testa lo vedesse, e gli gridasse:
--Ben venuto, Guido nostro...
--Qui si fa accademia: avvertite, di grazia, che in Roma non vanno a finire bene siffatte accademie letterarie; e Pomponio Leto informi[3].
--Non ci è pericolo, riprese don Giacomo; noi stiamo in famiglia, e per aggiungervi voi io spero che in famiglia rimarremo pur sempre.
--Questo con tutto il cuore desidero; e poichè in famiglia abbiamo a restare, piacciavi in cortesia, donna Luisa proseguire nella lettura.
Di vero nella famiglia Cènci consideravasi monsignor Guido Guerra come fidanzato della Beatrice: questa notizia andava per le bocche della gioventù romana, e lui chiamavano avventuroso, e al suo felice stato invidiavano: sapevanlo anche in corte; e il Papa lo sofferiva acerbamente sì perchè avesse posto la mira su Guido, conoscendolo sufficiente molto e di abito gentilesco, per inviarlo legato a qualcheduna delle Corti straniere; sì perchè egli non lo avesse prima richiesto del suo consenso, o per lo meno consultato; infine gli dava uggia quel sentirlo proclamare sposo, e vederlo con la mantellina addosso: conciossiachè uno dei punti più ardentemente combattuti fra Cattolici e Luterani fosse stato, e durasse ad essere, il celibato dei preti. Maffeo Barberini, cardinale di molto seguito, come intrinsecissimo di Guido, lo tenne avvertito di quanto buccinavasi in corte, ond'ei si governasse: e questi informatosi se il memoriale di Beatrice al Papa avesse avuto corso, e sentito che no, fu cauto di ritirarlo dallo ufficio, temendo che, capitato sotto gli occhi di Clemente, non valesse a suscitargli qualche sospetto nell'animo, già troppo per natura sospettoso.
Guido con leggiadra scioltezza si accostò alla Beatrice, e fece atto di prenderle la mano per recarsela alla bocca; se non che questa, invece di porgergliela, si levò risoluta in piedi accennandogli che la seguitasse. Ella lo condusse nel vano di una finestra, e l'ampia cortina li ricoperse completamente.
Però rimasero celati colà uno istante; un solo istante; tutto al più quanto un ferito a morte pone a raccomandare l'anima a Gesù e a Maria prima di spirare, e uscirono poi uno dopo l'altro, e tali nel volto da chiarire, che invece di avere stretto il laccio di amore, lo avessero rotto con violenza, e per sempre. Invero ognuno di loro sentivasi il cuore legato; ognuno di loro strascinava un tronco della catena, e nondimeno i capi erano stati infranti irreparabilmenle. Una parola di Beatrice l'aveva spezzata come colpo di scure: con lo stringere la mano dello uccisore del padre suo non si rendeva ella complice del parricidio? Questo aveva pensato, e questo nel brevissimo istante fu da lei al suo amatore significato.
Guido, percosso da sgomento, adducendo il pretesto di certo suo negozio che lo chiamava altrove, poco si trattenne, e come meglio poteva celando lo affanno si accomiatò. Donna Luisa accortasi della confusione del giovane, e attribuendola a qualcheduna di quelle brevi procelle, che agitando accrescono la fiamma di amore, disse scherzando:
--Beatrice, Beatrice! non essere tanto corriva a scartare il re di cuori; bada, che carta male scartata, spesso è partita perduta.
Monsignore Guido appena svolto il canto della contrada occorse in un suo fidatissimo servo, il quale veniva frettoloso in traccia di lui. Appena lo ebbe scorto, quegli gli disse:
--Monsignore l'eminentissimo Cardinale Maffeo ha mandato un donzello del Governatore al palazzo, affinchè adoperasse ogni diligenza per trovarvi, e consegnarvi questo paio di sproni[4].
--Sproni! E non ha egli soggiunto altro?
--Sì; ha soggiunto, che tornato l'Eminentissimo di campagna aveva trovato in palazzo monsignore Taverna che lo aspettava; e dopo essere rimasto chiuso lungo tempo con lui, l'Eminentissimo aveva aperto appena l'uscio della camera e dato gli sproni al donzello, dicendogli «subito a monsignore Guerra»; e poi era tornato dentro.
Guido soprastette alquanto a meditare; poi, come illuminato da subita luce, esclamò:
--Ho capito!
In casa Cènci protratta per qualche altro tempo penosamente la veglia, tacquero tutti. I fanciulli erano stati condotti a giacere, onde ne seguitava un silenzio profondo solo interrotto dal fruscìo delle tende seriche, agitate appena da una bava di vento. Ognuno desiderava separarsi, e, come avviene, a nessuno bastava l'animo di proporlo; quando ad un tratto si ode un rumore sordo... cresce... si distingue il calpestìo di molta mano di persone, e vi si mesce strepito di arme.
Don Giacomo si leva, preso da maraviglia e da spavento, incamminandosi verso la porta per ispecolare che nuovità fosse. Appena giunto a mezzo cammino, si aprono gli usci fragorosi, e un'onda di sbirri allaga non pure il luogo ove stavano convenuti i Cènci, ma anche tutta la casa. Alcuni rimasero sopra le soglie delle stanze cou le spade sguainate, per impedire lo accesso da un luogo ad un altro.
--Siete arrestati per ordine di monsignore Taverna, gridò certo uomiciattolo bistorto, che pareva un grimaldello; il quale postosi le mani sui fianchi, si dava aria da Sacripante.
--E perchè?--interrogò don Giacomo, con voce che invano ostentava sicura.
--Questo saprete, a suo tempo e luogo, nello esame. Intanto con vostra buona licenza...
Ma ciò diceva per ischerno; imperciocchè non avesse anche posto fine alle parole, che già con le impronte mani lo aveva frugato da capo a piedi. Assicuratosi per siffatta guisa ch'ei non portava addosso neppure il breve, lo interrogava beffardo:
--Avete armi sopra di voi?... Confessatelo addirittura, che sarà pel vostro meglio.
--Ma parmi, che ve ne siate chiarito con le vostre mani abbastanza.
Altri nel medesimo tempo, con pari diligenza e improntitudine maggiore, ricercavano Lucrezia e Bernardino, i quali sbigottiti lasciavansi fare, e piangevano. Certo sozzo, e avvinazzato sbirro si attenta stendere la mano sul seno della Beatrice; ma questa, prima che lo arrivasse, gli lasciò andare su la guancia un potentissimo schiaffo. Proruppero in risa i compagni, e taluno consolandolo gli disse:
--Guanciate di femmina non fanno sfregio.
--Canchero! Sgraffia la gatta, rispose il birro simulando allegria; e Beatrice allora, senza sdegno, alteramente parlò:
--Persone infami non hanno diritto di mettere le mani addosso a gentildonna romana: mi chiamo pronta a seguitarvi dove comanda monsignore Taverna; ma voi procurate starvi lontani da me.
Nel punto stesso un altro sbirro, fetido di tabacco e di lezzo, pretendeva frugare donna Luisa, che lo guardava in molto truce maniera; senonchè il bargello lo ammoniva:
--Rimanti, Piero; chè non ho ordine per lei...
Intanto i fanciulli, desti al rumore, nelle contigue stanze spaventati piangevano, più degli altri il lattante; sicchè quinci usciva un suono, che percuoteva le anime di pietà e di dolore. Donna Luisa, tra lo amore di moglie e lo amore di madre perplessa, esitò uno istante; alfine cede al grido maggiore della natura, e muove ad acchetare i figli, e a porgere la mammella al pargolo. Uno sbirro leva la spada, e, puntatagliela al petto, grida:
--Non si passa.
Donna Luisa guarda fisso negli occhi lo sbirro, e così gli favella:
--Tu non puoi avere ricevuto comando d'impedire la madre di allattare il suo figliuolo. Ma se mai qualche Prete, la quale cosa non conosco, nè credo, chiuso ad ogni affetto di natura, ti dava questo ordine, gli dirai ch'egli è uno scellerato; tu, se l'obbedissi, saresti più scellerato di lui; ed io, se vi dessi retta, più scellerata di tutti. Largo alla madre che va ad allattare il figliuolo.--E risoluta allontana con la mano la spada, e passa oltre. Il birro attonito non ardisce fermarla.
Poichè la Corte ebbe rovistato ogni masserizia, frugato pei mobili e per ogni canto, e non rinvenuto cosa che le paresse buona ad assicurare, il bargello intimò la partenza.
--E dove ci conducete?--domandarono tutti ad una voce.
--Lo vedrete.
Donna Luisa adempiuto lo ufficio di madre, tornava a soddisfare quello di moglie. Accortasi dello abbattimento del marito preme l'angoscia, e si accosta a lui per dargli animo, ed abbracciarlo; senonchè lo sbirro, che prima l'aveva lasciata andare, quasi sdegnoso di avere sentito affetto, si pone fra il marito e lei, e, respingendola, in molto dura maniera le dice:
--Addietro; qui non venimmo a sentire piagnistei.
E cosa degna di considerazione grandissima come gli esecutori di giustizia, qualunque sia il nome col quale si appellino, e qualunque assisa essi vestano (chè l'abito e il nome nulla mutano al costume), per ordinario pacati, ed anche cortesi negli arresti dei volgari facinorosi, procedano poi con villana compiacenza nel mettere le mani addosso a persone di alto affare. Della quale diversità volendo indagare la causa, ci parve essere la seguente. Cotesta carnaccia non s'irrita contro i ribaldi come quelli che sono stoffa tagliata dalla sua medesima pezza, e perchè in certo modo eglino somministrino materia al mestiero professato da lei. Lo scultore percuote, e manda a schegge il marmo; il sarto frappa il panno e lo trapunta, e non per questo essi odiano il sasso, o la stoffa; anzi così fanno per amore della opera donde sperano ricavare guadagno ed onore. Gli sbirri ed i ribaldi assai si rassomigliano ai marchigiani, o vogliamo dire abitatori delle frontiere, i quali spesso passano da una terra nell'altra per bisogno o per vaghezza: così i primi si trovano ad essere sbirri perchè in quel quarto di ora non sono masnadieri, ed i secondi si trovano ad essere facinorosi però che in quel punto non sia loro toccato di fare da sbirri; e fra loro, tutto bene considerato, altra alternativa non corre. Epperò s'intendono molto più spesso che altri non pensa, e molte imprese di misfatti e di arresti si commettono fra loro di amore e di accordo: essi si corrispondono come l'eco alla voce, come il coltello alla guaina, come il cherico al prete. Inoltre usare qualunque umiliazione tornerebbe inutile, imperciocchè i ribaldi ogni loro sensibilità abbiano ridotta nelle braccia e nei polsi. Infatti tu non gli odi profferire altre parole, se non queste une: «Compare, non istringermi tanto forte!» Sarebbe proprio un dare del capo nel muro il tentativo di eccitare in costoro vergogna, o pudore. All'opposto quando la fortuna mette in mano allo sbirro, od altro arnese cotale un uomo dabbene, gli si allargano le viscere, e si rifà in un'ora del diuturno disprezzo nel quale venne saziato; il serpente invece di fango trovò finalmente da mordere vive carni, e infondere il suo veleno dentro vene che sentono. Percorri i tempi, e non troverai signorie peggiori di quelle dei servi fatti padroni; coteste appaiono, e sono i lupercali della feccia umana: a misura di carboni, essi pagano con moneta di ferocia le umiliazioni patite. Alla mota pare essere onorata quando, pesta dai piedi, schizza a deturpare la veste signorile. I rettori dei Popoli s'ingegnano tramutare, e travasare i berrovieri; in questo adoperano ogni arte, e sempre invano. I littori si assomigliano agli apparitori, gli apparitori agli sbirri, ai donzelli, ai fanti, e ad altri cotali antichi, moderni, e modernissimi cagnotti della polizia. Chi più ne ha, più ne metta; parenti sono tutti in vinculis. Cerca tra cento lupi il meglio, e forse lo troverai; non lo cercare fra costoro, che opera perduta sarebbe. Ogni potere ne abbisogna, e li mantiene e s'industria nobilitarli, e levarli a cielo. Egli è nulla: uno scarabeo, per raggio di sole che gl'illumini il groppone non diventa cavaliere. L'abito morale informa l'uomo, non già il materiale: sicchè, prendi il più degno soldato, e mettilo sbirro; non egli migliorerà il mestiero dello sbirro, bensì il mestiero guasterà lui: e questo è sicuro.
Ahimè! il soldato, il vecchio soldato convertito in birro!--Io per me, che estimai sempre, e tuttavia estimo il soldato il quale dura il travaglio degli aspri cammini, e serena nelle gelide notti, e gli ardenti soli sopporta, e per mille disagi si conduce a perigliare la vita per la Patria senza premio condegno nel presente, con premio incertissimo nel futuro; tenuto a vile, forse, e certo poi non curato trascorso il pericolo; io per me, dico, estimai questo soldato come divinità. E a lui vorrei che si dessero largamente i frutti della terra, avvegnadio, sua mercè, lo straniero non li colga; a lui le migliori stanze nelle città, che valse a difendere; a lui reverenza figliale, ed affetto... onde io quando incontro qualche vecchio soldato avvilito sotto la veste di sbirro, mi sento scoppiare il cuore dalla passione.
A voi, liberi uomini, tanta predilezione pei soldati infastidisce. Ma udite me, che parlo aperto; occorre speditissimo il rimedio per licenziarli: fatevi tutti soldati, come adesso fra gli Svizzeri, e come una volta (per poco) nelle Repubbliche del medio evo. Io vi avverto però, che per qualche ora bisognerà abbandonare le botteghe, e i fondachi; non registrare qualche sessione, o perdere lo sconto di qualche cambiale; udire più tardi se metta bene la vigna, o se la vacca sia pregna; forse (sagrifizio più duro!) mancare qualche sera alla veglia, o al teatro... bastavi l'animo a tanto? Se bastavi, e se sentite la necessità di vestire a corrotto finchè la servitù della Patria dura, licenziate gli eserciti stanziali; imperciocchè oltre la spesa strabocchevole, che sempre portano seco, le armi poste in mano a pochi se talora difendono la libertà, più spesso convertonsi in arnese di tirannide.--Privi di virtù civili e di virtù militari, che Dio vi benedica, o come mai presumete voi acquistare la libertà, ed acquistata serbarla?
--Voi voleste mietere, e non seminaste; voi non piantaste, e voleste raccogliere. E quando avreste seminato e piantato, avreste eziandio dovuto sapere che altra è la stagione del seminare, ed altra quella del mietere: che alla primavera non si domandano i frutti dello autunno, nè allo autunno i fiori della primavera; che i frutti bisogna, prima di coglierli, lasciare al sole perchè maturino; e colti anzi tempo guastano la pianta, e morsi allegano i denti. Io parlo a voi, che vi chiamate amici della libertà; però che altrove non sarei inteso, e forse chi sa se lo sarò da voi. Voi avvisaste, e per avventura avvisate anche adesso, tenere su ritta la libertà co' chiodi; però in cotesta guisa fannosi crocifissi, non già cittadini liberi. Per forza non si fonda libertà, come per forza non fondasi servitù: per forza si fa l'aceto. Quantunque volte sopra terreno non dissodato da forte, e generosa virtù tu pianterai con violenza la pianta della libertà, perderai irreparabilmente gli effetti della persuasione e della violenza: quella, perchè non bada alle parole, ma ai fatti; questa, perchè essendo proprietà di tirannide, comunque invocata dalla libertà, bisogna che a tirannide ritorni. Qui fo punto e torno agli sbirri: rispetto ai quali, quando hai meditato un pezzo, ti converrà concludere con la ragione dei gatti, che si tengono in casa per prendere i topi; o, se ti piace meglio, con quella delle passere, le quali Rougier della Borgerie raccomanda ai francesi suoi concittadini lasciar vivere in pace, imperciocchè se ogni anno divorano duegento milioni di libbre di grano, distruggano ancora centotrentasei bilioni, e quattrocento milioni d'insetti[5].
Misericordia Domini super nos! Chi avrebbe mai creduto che tanti insetti vivessero in Francia! Eppure ci vivono...
Nel cortile trovarono pronte diverse carrozze con le stoie abbassate; vi entrarono al sinistro chiarore di lanterne sorde, preceduti, fiancheggiati e seguiti dalla turba dei birri, e si avviarono al luogo destinato.
Guido vide passare il corteggio lugubre; ed avvertito dal popolo accorrente del caso, vinto dalla passione, stava sul punto di manifestarsi e di accorrere, se il buon servo, forte tenendolo per le braccia, non gli avesse detto:
--Monsignore, voi perdete, e loro non salvate... libero, giovate a voi e a loro.
Guido, represso in seno il gemere vano, esclamò:
--Ora staremo a vedere dove ne conduce la fortuna; e trasse verso casa sua. Giunto a breve distanza mandò innanzi per ogni buon riguardo il servo, a speculare se si vedesse gente di corte da cotesta banda. Tornato addietro, questi lo avvertì del no: ond'egli entrato nelle sue stanze scrisse lettera pietosissima alla madre sua, nella quale la ragguagliava della soprastante sciagura, e della urgenza di sottrarsi alle ricerche della giustizia senza perdita di tempo: la lettera stesse in luogo di abbracciamento, e di addio; in fortuna migliore sperasse; le avrebbe mandato sue nuove dal luogo ove prima giungesse; in qualunque parte capitasse, qualunque avventura fosse per accadergli, dopo Dio prima ella avrebbe occupato l'anima sua. Quindi mutati panni, e tolta seco quanto maggior copia potè di danaro, uscì dalla porta segreta del suo palazzo, disegnando guadagnare la campagna; nè andò guari, che s'imbattè in certa brigata di sbirri incamminata verso la sua contrada, la quale gli passò da canto, e così com'era travestito non lo riconobbe. Comprese pertanto il caso farsi grave davvero; licenziò il servo, e con cauti avvolgimenti si appressò alla porta Angelica; se non che rifece la via più che di passo, notando da lontano come gli sbirri, uniti ai gabellotti, quanti volevano varcare le porte minutamente esaminassero, e perquisissero. Ora vaga improvvido per le strade di Roma fantasticando di questo e di quell'altro partito, senza riuscire mai a capo di nulla; camminando ad occhi bassi, ecco lo percuote una luce che scaturiva dai sotterranei di un palazzo. Guardando traverso la inferriata vide intorno una tavola un gruppo di carbonai, che passavano il tempo, secondo che fecero i loro padri, ed i più tardi nepoti loro faranno, bevendo e giuocando, in onta agli sforzi poco lodevoli del Padre Matteo lo apostolo della temperanza.
Sì certo; poco lodevoli, e non mi disdico. O filosofi, che Dio vi tenga lontani dalle disgrazie, mi sapete un po' dire come voi non facciate altro che levare al Popolo, e a dargli non pensiate giammai? Malthus al Popolo contende i connubii; il Padre Matteo il bere; altri il giuocare. La suprema felicità a poco a poco ripongono nella privazione di ogni cosa. Apicio diventato gesuita non pubblica più libri de arte coquinaria, nè imbandisce le mense agli amici; solo la esercita per uso proprio, ed a finestre chiuse in casa sua.--Aristippo recita in bigoncia i sermoni di Zenone, che ha imparato a mente dopo il convito. Continuate, filosofi; in breve spero persuaderete il Popolo a risparmiare le vesti, e a cuoprirsi di foglie di fico come il primo Padre Adamo. La gaia vita che stanno per filarti queste Parche novelle, o Popolo! «lavorare, soffrire, e morire». Suonate le cornamuse, intuonate il peana a questi pellegrini Benefattori della Umanità. Davvero così appare fronzuto l'albero della felicità del Popolo, che merita bene andare potato dei rami rigogliosi. Noè, ch'era quel gran patriarca che tutto il mondo onora, e favellava col Creatore a tu per tu, per essersi inebriato una volta tagliò egli forse le viti? No certamente; annacquò il vino, e continuò a bere; conciossiachè il vino letifichi il cuore dell'uomo. Licurgo, pazzo melanconico, recise le viti; ma Bacco crucciato operò in guisa, che costui scambiando le proprie gambe pei tralci se le tagliasse di netto; e Bacco fece bene.
Guido si risovvenne allora dell'oste della Ferrata; e ricordando in quella stretta le parole di contrassegno, ch'ei gli aveva dato, scese improvviso nella grotta dei carbonari. Quivi costoro battezzavano quotidianamente il carbone con copia di mezzine di acqua; non mica per lavarlo dalla macchia del peccato originale, bensì perchè crescesse di peso: onesta pratica, che si costuma anche adesso; avvegnadio le cose buone una volta scoperte, ragion vuole che tanto presto non si dismettano. I carbonari, quantunque Guido comparisse senza usbergo fra loro, sbigottirono come il Pastore allo apparire di Erminia: senonchè Guido a rassicurarli incominciò:
--Viva San Tebaldo. e chi l'onora.
I carbonari si guardavano in viso irresoluti. Però uno di essi, cui tornarono a grado le sembianze di Guido, riprese:
--Lodato sia; ma la fatica del carbonaro è molta, il guadagno scarso.
--San Niccola protegge il carbonaro, e i suoi guadagni moltiplicano.
--Il carbonaro vive nei boschi, e lo circondano i lupi.
--Quando i carbonari faranno lega co' lupi scenderanno al piano dove pasturano gli armenti, e prenderanno le stanze dei pastori.
--Datemi il segno.
--Eccovi il segno.--E furono tre baci: uno in fronte, l'altro su la bocca, il terzo nel petto.
--Sta bene: voi siete dei nostri; non vi è che dire. Nondimeno mi pare strano, andando composta la nostra consorteria di gente disperata unita insieme dalla povertà, e dal bisogno di difenderci dai soprusi degli uomini potenti: basta, forse anche voi sarete dei perseguitati. Che cosa volete? Quale aiuto domandate? Ma innanzi tratto seguitatemi in luogo più riposto.
Guido pensava avere frainteso, dacchè in cotesta grotta non vedesse pertugio capace di condurre in altra parte: però rimase chiarito in breve, avendo i carbonari rimosso il cumulo del carbone, e sollevata dal pavimento una selce, che aperse lo adito a più basso, e segreto sotterraneo. Il carbonaro e Guido vi scesero per una scala a piuoli, e tosto egli intese riporre la selce, e sopra essa di nuovo ammonticchiare il carbone. In quella stanza si vedevano raccolte masserizie e argenterie di ogni maniera, e, giusta la empia profanazione di cotesta sorte di gente, vi ardeva una lampada davanti la immagine di San Niccola venerato come protettore dei ladri, e non meno solenne nemico dei birri. I carbonari stavano da tempo immemorabile legati co' banditi della campagna, e li servivano da fattori nelle città: taluni di loro esercitavano a un punto i due mestieri. La roba rapita trasportavano in città, e quivi gli argenti struggevano, e per interposte persone mandavano al conio: le merci affidavano a certi loro amici mercadanti di Civitavecchia e di Ancona, i quali soprammare le spedivano a Napoli, a Venezia, o in Levante; onde accadde talora che un gentiluomo veneziano ritrovasse presso qualche rigattiere del regno il suo mantello smarrito nella campagna romana, e un barone napolitano si vedesse servito alle locande di Verona o di Padova co' suoi pannilini, perduti passando per Terracina. Parecchi in questi onesti traffici avevano avanzato assai, e se ne sussurrava palesemente; ma la corte non li sapeva cogliere in fallo, e gli arricchiti non ne scemavano punto di credito; anzi in virtù del bene acquistato danaro procacciavano ai proprii figli illustri parentadi, e cariche insigni, ed onorificenze. I cittadini ne mormoravano otto giorni o dieci, non mica per istudio di virtù, bensì per astio di non poter fare altrettanto; poi tacevano; e quando incontravano di questa razza nobili erano i primi a scappucciarsi, e a chiamarli Eccellenze. I nobili antichi in palese ostentavano spregiarli; in segreto gli accarezzavano, e ne accattavano danaro: e così a quei tempi remotissimi camminavano le cose di questo mondo. Oggi poi la faccenda è diversa:
E s'egli è vero, il fatto nol nasconde.
Guido aperse al nuovo amico, che la fortuna gli parava davanti, il pericolo in cui si versava, e lo richiese di consiglio e di aiuto. Costume dei carbonari era muoversi due volte la settimana: quando veniva in città col carico una caravana, l'altra partiva per la campagna. Il carbonaio ristretto a favellare con Guido, giunto in quella medesima mattina, doveva partire dopo tre giorni da Roma a vespro, o verso l'ave Maria della sera.
Intanto costui in questa guisa ammoniva Guido:
--Domani manderò fuori delle porte qualcheduno dei nostri, per vedere se vi fossero nuovità. Voi vi raderete barba e capelli; vestirete i nostri panni, ed anche dei peggio: vi tingeremo con certe erbe la pelle, e v'insozzeremo con la polvere di carbone in maniera, che voi non ravviserete più voi stesso. Qui fra noi abbiamo un compagno che zoppica; egli v'insegnerà a imitarlo nella voce e negli atti. Domani, appena farà giorno, ve ne andrete con due somari a vendere carbone per la città: se vi chiamano per comprare, poche parole bastano; che le balle ragguagliano le duegento libbre, e il prezzo è fermo a mezzo scudo per balla: anzi potreste recare in bocca qualche pietruzza, fingendo masticare; in questa maniera le gote si gonfiano, e meglio rimanete trasformato. La gente vi torrà in iscambio dello zoppo; ad ogni modo si assuefarà alla vostra vista, e così spero, con lo aiuto di Dio, condurvi fuori a salvamento.
Siccome fra gente di simile natura i fatti abbondano più delle parole, in breve per opera del carbonaio Guido venne trasformato nella guisa ch'egli aveva detto; ed alla mattina il bellissimo fra i gentiluomini romani fu visto, in sembianza di laido carbonaro, aggirarsi per Roma vendendo carbone, recandosi in mano pane nero e cipolle, che fingeva masticare; di tratto in tratto gridava con accento aquilano, e ranchettava stupendamente. Tanto bene insegna, e in breve tempo, il pericolo!
Giunto il giorno prefisso i carbonari uscirono senza ostacolo di Roma, e Guido con essi. Per via occorsero nella squadra della corte, che tornava da perlustrare la campagna; e taluno di loro avendo interrogato il bargello, come fra gente amica si costuma, che nuove ci fossero, n'ebbe per risposta: «Uscimmo per caccia di pelo, ma ha fatto la BELLA; e a questa ora neanche caramella la pizzica».
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Le carrozze che conducevano la famiglia Cènci fermaronsi. Aperta quella nella quale stava chiusa Beatrice, le venne ordinato di uscire; e mentr'ella, obbedendo al comando, poneva il piede sopra del montatoio, al chiarore vermiglio dei lampioni che il carceriere ed i serventi portavano, s'incontrò di faccia a faccia col Cristo di marmo, da lei poche ore innanzi avvertito sopra le porte del carcere della Corte Savella. Gli volse la desolata ambe le braccia, esclamando nella effusione del cuore:
--«Mio Dio, abbiate misericordia di me!»
E scesa, curvò la persona varcando la porta della prigione... vera forca caudina del pianto! Quando volse il capo per rivedere i suoi essi già erano tratti lontano, e tra lei e loro intercedeva un'onda di armati: come naufraghi divisi dalle onde si rimandarono scambievolmente il saluto con un grido, che rimbombò doloroso di corridore in corridore per cotesta immensa prigione.
A Beatrice fecero percorrere lunghi anditi, salire e scendere scale; poi in fondo di una stanza a volta apersero un uscio e la cacciarono là dentro: subito dopo richiusero l'uscio con impeto, trassero il catenaccio, a doppia mandata girarono la serratura, ed ella si trovò al buio in luogo freddo ed umido; inferno vero di vivi. Non mosse piede; da qual parte volgersi non sapeva: le tornarono a mente certe storie udite raccontare di trabocchetti, mediante i quali, a quei tempi meno ipocriti, non meno scellerati dei nostri, si toglievano di mezzo le persone, che non si ardiva condannare o perchè incolpevoli, e nondimanco odiate, o perchè troppo potenti. Ella ebbe paura, e si tenne ferma presso alla parete.
Allo improvviso ecco col solito strepito si spalanca il carcere, e irrompe dentro una turba di laida gente affaccendata a portare acqua, e taluni grossolani arnesi accomodati alle prime necessità della vita. Non le proffersero conforto, non le dissero parola; tornarono carcerieri e serventi com'erano venuti, chiudendo fragorosamente la porta.
Beatrice aveva scorto da qual parte stesse il pancaccio; colà si condusse tentoni, e sopra la estrema sponda inferiore si pose a sedere nello atteggiamento della statua della Scoltura che ammiriamo al sepolcro del divino Buonarroti; e quivi si rimase assorta in quiete dolorosa. Ad un tratto trasalì, percossa da orribile rovinìo sopra il capo: intende gli orecchi, e parle che muova da imposte chiuse e da catenacci violentemente tirati. Assicuratasi che non era per uscirne peggio, si acquieta; quando di nuovo venne schiusa la porta del carcere, e gente come la prima volta affaccendata recò pagliericcio, coperta di pelo, ed altri arnesi, e come la prima volta se ne andò villana, o feroce. Allora Beatrice giacque sul pagliereccio senza voglia di nulla, rifinita di forze, stupidamente impassibile; chiuse gli occhi, ma non dormì: il suo cuore era oppresso, e non trovava la via di sfogarsi, quantunque le lacrime le sfuggissero dalle palpebre non piante, ma chete chete, come vena di acqua che spicci di sotto a un sasso. La facoltà pensante, quasi sole senza raggi, le stava fissa nel mezzo della fronte inerte, e tuttavia ardente. In arroto di spasimo sentì per la intera notte un rammarichìo a mano a mano più fievole di persona che si doleva, e le parve ancora udire, e udì certo, le preci degli agonizzanti: nè punto s'ingannò, imperciocchè nella cella accanto alla sua in cotesta notte passasse a vita migliore uno sciagurato prigione per male di asma. Una malignità suprema, od una stupidità di mente da non temere paragone in terra o in inferno, aveva presieduto all'ordinamento di cotesta carcere; conciossiacosachè, quasi fossero poche le riferite tribolazioni, dieci battagli battessero nel bronzo, e più nel cranio della povera Beatrice, i mezzi quarti, i quarti delle ore, e le ore intere: nella dodicesima ora furono percossi centosessanta tocchi; e v'era da diventarne matti. Più tardi, quando Beatrice domandò per quale causa menassero così increscioso scampanìo, udì rispondersi placidamente: in primis, che così aveva ordinato il Soprastante delle carceri; e subitochè il soprastante l'aveva ordinato, la sua ragione ci aveva da essere; e poi, che in quanto al fracasso il soprastante aveva osservato che i detenuti ci si abituavano, e che le campane alla lunga la vincevano sempre sopra i nervi degli uomini. Nè qui finiva lo strazio: allorchè, dopo tormentosa vigilia, gli occhi di Beatrice incominciarono a chiudersi sul fare del giorno, tre campanelli presero a suonare a distesa, e subito dopo tenne loro dietro lo insopportabile strepito di trecento e più catenacci tirati, altrettante porte spalancate, e l'odioso fragore della moltitudine delle chiavi cozzanti fra loro. Quindi si levò una nenia lugubre di voci discordanti, le quali stridevano le litanie su la musica della sega scuffinata a suono di lima, o di marmo raschiato; e cessate le litanie, da capo i trecento usci chiusi, i trecento catenacci tirati, e lo squasso dei mazzi delle chiavi. Queste cose accadevano fra tenebre fittissime, per modo che Beatrice ignorasse se avesse perduto la vista, o se a buio perpetuo l'avessero condannata. A torla dal dubbio indi a breve la spaventa un rovinìo sul capo, e subito dopo un cotal poco di luce grigia si mise nel carcere. Recatasi, tra stupida e atterrita, a sedere sopra il giaciglio specola il luogo dove l'avevano rinchiusa: era una cella quadrilatera, lunga, e larga fra sei passi e sette, di soffitto altissima, terminata a cuspide ottusa: nella parte superiore aprivasi un pertugio sbarrato da grosse bande di ferro, donde però non si contemplava il firmamento, chè andava a sboccare in certa maniera di abbaino, il quale prendeva luce da una finestra per traverso. In cotesto macello di carne umana un meriggio di agosto appariva come un vespro nel mese di dicembre, e un vespro di dicembre come l'Ave Maria della sera nelle terre boreali. Allora Beatrice conobbe due cose essere senza misura nel male: lo inferno nella vita futura, e la perversità dell'uomo nello escogitare trovati capaci a tribolare il proprio simile nella vita presente. Piegò vinta la faccia pensando ai destini di questa razza feroce, la quale si vanta creata ad immagine di Dio[6].
Lei misera, che delibava appena il calice del dolore!
Più tardi le portarono pane nero, vino di agresto, e una broda nauseabonda ove galleggiavano frusti di carne grassa e di erbe. Si attentò ancora guardare in faccia i carcerieri. A quale razza di bestie spettassero costoro, chi lo può dire? Uno di essi rassomigliava al geroglifico egiziano, che presenta forma di uomo, e capo di sparviere; un altro pareva un pomodoro fradicio imbrattato di calcina, così lo aveva concio nella faccia l'erpete maligno inasprito dalla perpetua ubbriachezza: invece di occhi tu avresti detto che tenesse in fronte coccole di cipresso, tanto elli apparivano duri, e senza sguardo: gli orecchi poi erano un vero laberinto della pietà, dacchè i gemiti degli afflitti o vi si perdevano, o vi restavano divorati da bestia più crudele del Minotauro, voglio dire dall'anima malnata di costui. Di rado accade che nelle cose belle, per quanto leggiadrissime esse sieno, le parti armonizzino perfettamente tra loro; ma in questa trista carcere tutto accordavasi, così uomini come cose, con istupenda corrispondenza. Il brutto e il cattivo occorrono in natura troppo più copiosi del bello e del buono.
Come talora, per giuoco, facciamo passare sopra la buia parete una serie di figure spaventevoli o grottesche, in quel giorno davanti agli occhi maravigliati di Beatrice dovevano fare la mostra stranissimi aspetti. Preceduto dal solito scatenìo, mezza ora dopo che costoro erano spariti, ecco entrare nel carcere un uomo molto lindamente abbigliato, con certi orecchioni a guisa di conchiglia marina, camuso il naso, le labbra grosse e sporgenti in fuori come quelle della scimmia. Questi esaminò con diligenza le mura, il pavimento e lo spiraglio, e poi alla sfuggita sogguardò anche Beatrice, mostrando egli solo fin lì un'aurora boreale di compassione. Sul punto di uscire dalla cella fu udito favellare queste parole:
--Sana cotesta prigione non si può dire in coscienza, e per di più è buia: trasporterete il numero centodue al numero nove, e gli addobberete la stanza con mobili convenienti; pel trattamento gli somministrerete quanto desidera, già s'intende nei limiti della temperanza... Avete capito? Trasgredendo, due tratti di corda senza pregiudizio di pene maggiori. Avete capito?
Così anche la umanità assumeva faccia di ferocia, e di contumelia. Però Beatrice ritenne che cotesto personaggio, il quale in seguito conobbe essere il soprastante delle prigioni, si fosse soffermato a dare con voce alta cotesti ordini perchè giungessero a sua notizia, e ne prendesse conforto; ond'ella lo raccomandò al Signore, non le rimanendo altra via per manifestare la propria gratitudine.
Al soprastante fu inteso rispondere con un forte grugnito, il quale poteva apprendersi per un: «Illustrissimo sì».
Il traslocamento avvenne nel modo col quale fu ordinato, e Beatrice si ebbe nella nuova cella un tozzo di pane bianco, e un raggio di sole puro: con questi la creatura umana può vivere, o almeno aspettare che la scure o l'affanno la uccida.
Una volta la scure, perocchè la giustizia ferocemente sincera gavazzasse brandendo la spada; ai miei giorni lo affanno; avvegnadio, piegando ai tempi, anche la giustizia, educata in collegio dai Gesuiti, siasi fatta ipocrita: ma non dubitate, no, i suoi colpi per essere ammenati co' bastoni di arena non riescono meno mortali di quelli percossi con la piccozza. Il giudice del decimosesto secolo, sbrancato dalla razza dei tigri, con un colpo di granfia ti faceva scemo del capo, il giudice del secolo decimonono, se timore di Dio non lo soccorre, e paura d'infamia, a modo di serpe ingola poco a poco gì'improvvidi uccelli, sicchè tu glieli senti pigolare fin dentro lo esofago, e glieli vedi palpitare anche in mezzo del corpo. Con una botta in testa, nei tempi passati anima e corpo estinguevano; adesso il secolo civile ha ribrezzo del sangue; onde imparò ad acuire l'anima; e dopo averla per bene affilata su la cote della disperazione, se ne lava le mani, e lascia a lei la cura di traforarsi una uscita traverso le viscere del condannato: prima erano colli mozzi, oggi sono cuori rotti. Quale dei due fosse più caritativo argomento altri giudichi: gli antichi sistemi non ho provato; conosco i moderni, e so che i nervi delicatamente gentili dei nuovi pietosi si offendono della disperazione scarmigliata, e vogliono ch'ella appaia in pubblico co' capelli pettinati a statua; così anche al vizio più sozzo si apre la porta di casa, gli si augura la buona sera, alla veglia domestica si accoglie, purchè si ammanti di verecondia, e la virtù ha da smettere coteste sue superbe jattanze, che ci hanno fradici; matrona e meretrice formano un terreno di confino, dove la virtù e il vizio esercitano il contrabbando su gli occhi ai gabellieri della morale pubblica. Dolori, affanni e delitti s'inverniciano con la tinta della decenza. Per amore delle fibre sensitive delle femmine, e sopra tutto per amore di quelle degli uomini, bisogna piangere con ordine, ruggire armonicamente, agonizzare con arte; ogni lacero di anima, ogni crispazione del cuore ha da essere classata, e numerata. Tutto occorre ai giorni nostri con esattezza prodigiosa, e proprietà uguale; l'acqua del santo battesimo, e l'olio della estrema unzione; la cappa castagnola del frate francescano, e la camiciuola rossa del condannato allo ergastolo. Le prigioni appaiono eleganti; gli architetti s'ingegnano disegnarle vaghe a vedersi. Oh andate, via, a credere che sotto cotesti edifizi lustri, levigati, e inverniciati uomini dalla anima immortale s'inverminiscano di disperazione e di disagio!... Le gentili donne vengono a passeggiarvi la tetra noia, e la spietata vanità; passano come rondini fischiando qualche parola di filantropia, ed assicurano poi che le prigioni sono luoghi superbi, e d'incanto. Guai al misero che osasse temerariamente affermare, potersi condurre vita meno trista che in prigione; tenga in mente il fato di Orfeo, e il furore di umanità non agita meno violento il petto delle nostre gentildonne, di quello che per vino sentissero le antiche Menadi. Intanto il Promotore di tante belle cose, curvo il dorso come il primo quarto di luna, assapora il profumo delle lodi; e, tutto umile in tanta gloria, ponendosi una mano su la parte dove comunemente si crede che stia il cuore a pigione, esclama: «facciamo ogni sforzo perchè... compatibilmente alla loro condizione... i detenuti stieno con ogni riguardo... perchè alla fin fine anche i detenuti sono uomini... però la prigione, bisogna avvertirlo, non può essere paradiso...--Ma voi, lo interrompe un Diplomatico, signor Cavaliere (però che ai giorni nostri anche i Soprastanti sieno cavalieri) fate di tutto onde presto lo diventi; e questo affermo, perchè ho esaminato i vostri stabilimenti di dietro agli usci». Il Cavaliere, sospettoso, guarda il Diplomatico coll'occhio porcino; ma questi dura col volto impenetrabile come quello della sfinge; e costui, non distinguendo se lo lodi da senno, o gli dia la baia, sta in bilico: al fine, non sapendo che pesci pigliare, per torsi d'impaccio gli mostra i denti con un risolino agro dolce, che pare di gatto quando ha leccato l'aceto. O Ipocrisia, o gran Madre Cibele della moderna Divinità!
«Ma insomma, che modo di raccontare egli è questo? Voi fate, come le balie, un passo innanzi, e due indietro». Così parmi udire esclamare una mia gentile leggitrice, ed io le rispondo: «Gentil donzella, o donna, o quello che sarà; se non ti piace il traino, e tu smonta, che già non ti pregherò io a restarci su. Io scrivo per tale a cui le mie fermate non dorranno; all'opposto poche parranno, e troppo brevi: per questo mi affaticai nei giovanili anni miei, e per questo soffersi in quelli della virilità: certo ho servito un signor crudele, e scarso; ma pure è il solo, che sappia emendarsi, piangere, e amare; e questo è il Popolo: gli altri non vale il pregio servire».
Per tre dì Beatrice ebbe pace, se pace poteva dirsi quella; il quarto giorno verso nona le si presentarono nuove sembianze: erano due uomini vestiti di nero; uno rimase alquanto indietro, lo distinse poco; però le parve di cera acerba: l'altro bianco, con la fronte di porcellana e lo sguardo socchiuso, sembrava uomo compassionevole, almeno col sospirare frequente, e lo incrociare le dita di una mano in quelle dell'altra in atto di preghiera. Questi si palesò pel medico delle carceri, le mosse accurate domande circa la sua salute, la visitò attentamente, consultò il polso, il corpo le tentò con tatti onesti, poi si congratulò seco lei delle ben disposte membra, le offerse tabacco da una scatola che sul coperchio presentava bellamente miniata la immagine del sacro Cuore di Gesù; e confortandola a starsi di buono animo, che presto le sue miserie sarebbero terminate, aggiungeva: in quanto a se disponesse; poi, raccomandatala alla gran Madre di Dio, si allontanò.
--Ed anche questo pare uno dei buoni, esclamò Beatrice un po' consolata.
--Quantunque a prima giunta (diceva il medico nell'andito al notaro criminale, dacchè il suo compagno fosse appunto il notaro) io mi fossi benissimo accorto che non faceva mestieri, tuttavolta l'ho voluta esaminare con diligenza, perchè voi capite che la umanità deve andare innanzi ad ogni cosa... e l'anima preme...
--Capisco!... l'anima, e il corpo altresì... Diavolo! Sicuramente... e voi potete assicurarla, eh?
--Con certezza capace, capacissima a sostenere la tortura. I polsi battono regolarmente, ed escludo ogni indizio, comunque remotissimo, di gravidanza... sicchè vedete...
--Sicuramente; per formalità vi compiacerete, eccellentissimo signor Dottore, rilasciarmene il solito certificatino per metterlo in processo, e procedere con tutti i modi legali prescritti dai veglianti regolamenti.
--Volentieri, illustrissimo-signor Notaro; questi scrupoli vi onorano: bisogna pensare che un giorno i nostri posteri leggeranno questo processo, ed importa che veggano con quanta regolarità, e con quanto riguardo procedemmo pei sacri diritti della umanità...
--E della giustizia, Eccellentissimo, aggiungeva il Notaro; la Dio grazia non viviamo mica in tempi di barbari!
Anche a costoro pareva essere civili, e se ne vantavano. Il Notaro, col certificato dello Eccellentissimo in mano, s'incamminò verso la stanza degli esami.
Questa era una sala immensa, e forse un giorno servì per oratorio; da capo, sopra un rialto di legno, stava il banco dei giudici coperto di panno nero: nero il corame dei seggioloni: dietro il capo del Presidente pendeva dalle pareti un immane Cristo nero scolpito nel legno, il quale non avresti saputo dire se stesse lì per consolare, o per mettere spavento nei miseri condotti dinanzi a lui; tanto lo aveva scolpito truce il fiero scultore.
Siccome non si era per anche visto comparire nessuno dei giudici all'uffizio, il dabbene notaro, che poteva vantarsi l'ordine incarnato, si pose a dare sesto ad ogni cosa; accomodò i seggioloni con simetria, mise su la tavola davanti al Presidente il certificato del medico umanissimo, e l'orologio a polvere; ricollocò nel posto consueto i grandi candeglieri di ottone rinettando i torchietti di cera gialla dalle sgocciolature, e in mezzo a quelli il Cristo di bronzo, sopra il quale gli accusati e i testimoni giuravano di confessare la verità. Cotesto Cristo avevano più volte arroventato, e così offerto al bacio degl'inquisiti di eresia, onde, lasciandolo cascare a terra con paura, resultasse la doppia prova dello aborrimento loro pel Redentore, del Redentore pel loro. O Cristo, se non ti avessero inchiodato in croce, come non avresti menato le mani sentendoti tante volte, e tanto sconciamente spergiurare! Nè qui si rimase il metodico notaro, che volle eziandio ordinati i calamari e i quinterni; tagliò le penne; di più le guardò di contro alla luce per esaminare se le punte fossero pari e il taglio diritto, e le dispose a scala una accanto all'altra a guisa di frecce, pronte ad essere tratte contro San Bastiano legato al palo.
Poco oltre il banco un forte cancello di ferro separava questo spazio dalla rimanente sala, ed anche là si vedeva un altro uomo che apprestava gli ordigni del proprio mestiere, quasi per virtù di simpatia; e questo era mastro Alessandro, celebrato giustiziere di Roma. Mastro Alessandro appariva di membra proporzionato egregiamente; senza adipe, muscoloso come atleta, olivastro di pelle, o piuttosto bronzino; i capelli aveva ricciuti, e neri; le sopracciglia irte calanti su le palpebre in modo, che dai peli rabbuffati vedevi comparire la pupilla ardente come fuoco tra pruni; le labbra poi sottili, e compresse parte per natura, parte per la lunga abitudine di tacere: minutissime rughe gli attraversavano la fronte; se così fitto avessero solcato gli anni, o piuttosto lo interno avvoltoio non si sapeva, nè alcuno curava sapere; avvegnachè anche i suoi anni fossero mistero e parecchi vecchi prossimi alla decrepitezza narrassero di un mastro Alessandro carnefice ai tempi della loro puerizia: forse era stato suo padre, o suo nonno; ma il volgo lo credeva lo stesso uomo; e ciò gli accresceva la paura. Nello insieme però la sua faccia dimostrava durezza, non bestialità: tipo degenerato, ma pur sempre romano. Ci trattenemmo non senza ragione a descrivere così particolarmente mastro Alessandro, avvegnadio ricorresse in quei tempi il giustiziere spesso, quanto ai nostri ricorre il soprastante dei carceri solitarii. E il Soprastante dei carceri solitarii, se lo ricordino bene, è moneta con la effigie del Boia, tosata dalla Civiltà con una lima presa nella bottega della Ipocrisia.
Nella stanza erano ritti parecchi pali con un braccio traverso, e in cima a questo pendevano carrucole fornite di girelle di bronzo con funi adattate a tirar su pesi; in terra sparsi piombi da mettersi ai piedi per dare la corda con lo squasso, e tassilli, e canobbi, eculei, capre, imbuti, sgabelli da vigilia, aliossi, torcie bituminose, cordicelle di sverzino, fruste, flagelli con triboli in fondo, seghe con altri più arnesi; corredo che la Ferocia e il Vitupero dettero alla Giustizia quando la maritarono con lo Inferno. Mastro Alessandro li passava tutti in rassegna, li rimetteva in sesto; qualcheduno forbiva da certe macchie nere, che le vene umane vi avevano sprizzato vermiglie. Il notaro e il giustiziere, ognuno dal canto suo si apparecchiava a celebrare degnamente la solennità giudiziaria.
Intanto sopraggiunsero un altro notaro, e due giudici; i quali poichè si furono ricambiati gli onesti salutari, ed ebbero lungamente favellato del tempo, della stagione, della loro salute, e delle donne loro, Cesare Luciani creatura bruttissima, con un capo che pareva un corbello; di faccia verde, come composta di sego vieto e di verderame, disse che l'aria fresca gli aveva inacerbita la gotta, e la tosse; ed il notaro Ribaldella, che lo considerava suo protettore, gli raccomandò con voce lacrimosa, che per lo amore di Dio avesse cura della sua preziosa salute. Egli brontolando rispose:
--Lo faremo,--lo faremo, Giacomino;--e non può sapersi se questo dicesse o maravigliato, o impaurito, o soddisfatto che vivesse creatura al mondo la quale sentisse, o fingesse affetto per lui.
Un altro giudice (e questi passava per pietoso) così per la faccia vermiglio, che pareva un terzino di vino puro lasciato per dimenticanza sopra la mensa di madonna Giustizia, con occhi tondi, fissi, e stupidi come quelli di un tacchino, saltò su a raccontare come gli fosse toccato a vegliar tutta notte a cagione di un suo cane preso dalla colica, e:
--Che volete?--egli aggiunse--gli è questo il mio pecco; mi sento il cuore troppo tenero; proprio non era nato per fare il giudice criminale.
E il Ribaldella lusinghiero:
--Illustrissimo, chi non vuol bene ai cani non vuol bene manco ai cristiani.
--Certamente, Giacomino; stanotte (tra un nodo di tosse e un altro continuò a dire il giudice Luciani), stanotte furono commessi quattro omicidii, e sei furti. Stiamo su la traccia di certe streghe; e se mettiamo loro le mani addosso, io vi so dire che ne faremo un processo famoso. Questi processi, la Dio grazia, ogni giorno più spesseggiano, e presto ha da capitare qualche altro Giordano Bruno[7] da mandarsi alle fiamme. Io vi so dire, che non vidi mai più bel fuoco di quello che fanno i filosofi: sicchè, Giacomino mio, studiate impratichirvi presto, sapete. Il diavolo non manca mai di tagliare le legna al giudice che vuol fare bollire la pentola.
--Pare impossibile! Voi sapete tutto, siete informato di tutto;--non si sa come diavolo fate!--Eh! uomini istancabili come siete voi non ne nascono più,--astutamente osservò il Ribaldella. A cui il Luciani:
--È una passione che ho avuto sempre fin da piccino; ma, vedete, io pago in moneta di gotta la mia curiosità.
--Desiderate tabacco?--interruppe il notaro amico dell'ordine, il quale aveva nome Bambagino Grifi, e pavoneggiando mostrò una magnifica scatola.
--Stupenda! Superba!--esclamarono a coro i circostanti.--Questa è nuova di zecca. A quante siamo arrivati?
--Me ne mancano dodici per compire le trecentosessantacinque, dove mi fermerò. Lo Eminentissimo cardinale Evangelista Pallotta, per quanta industria ei abbia adoperato, è giunto a trecento solamente; e poi, salvo il debito ossequio, egli le compra a gatta in sacco, e, sto per dire, come le pentole, purchè appaiano di forma diversa; ma io, signori, no; laddove, non sieno tabacchiere storiche, e le non mi vengano profferte coi certificati autentici della loro celebrità, ancorchè fossero di oro e di argento non mi degnerei classarle in collezione[8]. Ne possiedo una... una sola, che non cambierei col bottone del piviale di gala di Sua Santità;--mi fate celia! Se ne serviva il glorioso imperatore Carlo Quinto nel convento di San Giusto, ed io potei acquistarla da un religioso di santa vita dell'ordine dei Girolamini in baratto del naso di Santo Serapione, devota reliquia conservata ab antiquo in casa dei Grifi. E questa qui, di cui vi credereste voi che fosse fattura? Sentite veh! nientemeno che di Benvenuto Cellini...
--Mastro Alessandro, avete insaponato la corda?--domandò il giudice Luciani infastidito al carnefice, il quale col capo gli rispose di sì.
--Osservate, continuava il notaro Grifo esaltandosi, il portentoso magistero, e il sottile lavorìo di niello. E a chi immaginereste voi che fosse appartenuta? Io ve lo dirò di un tratto. A monsignore Duca di Guisa Enrico lo sfregiato, e la ebbi da certo padre Minore Osservante che a Blois gli diede l'olio santo, quantunque lo rinvenisse già spedito nell'altro mondo con la unzione di cinquanta tra spadate e colpi di alabarda. Adesso vi racconterò il modo col quale venni in possessione di tanto tesoro...
--Lo illustrissimo signor Presidente!--gridò un usciere spalancando la porta; e tutti, tacendo, si volsero a quella parte donde si affacciava il sole.
Ulisse Moscati si fece innanzi con passi gravi, e lenti. Cotesto suo incesso non procedeva da burbanzosa jattanza: malgrado il lungo esercizio della sua professione infelicissima, nello accostarsi al banco dei giudici egli erasi sempre mai sentito compreso da ribrezzo. Teneva il capo chino, e gli occhi intenti alla terra; gemendo nell'anima cercava colà gli oggetti della sua tenerezza, la moglie diletta e la figlia trilustre, che, seguendo da presso la madre in paradiso, lui aveva lasciato solo sopra la terra, e quando per gli anni già troppi sentiva maggiore necessità di consolazione. Di sembianze appariva duro, nè poteva fare a meno; ma sotto cotesta crosta di ghiaccio scorrevano le lacrime, le quali non piante tornavano amarissime ad allagargli il cuore. Per natura inchinevole alla pietà, ragioni di famiglia lo avevano costretto ad esercitare ufficio da cui repugnava; e così tra fare una cosa ed aborrirla erasi condotto a quella parte della vita, dove, spento il vigore dell'anima, l'abitudine tiene luogo di volontà: adesso gli mancava la forza per troncare il vecchio costume, e, come la più parte degli uomini spossati, lasciavasi menare dalla corrente dei casi esterni. Esitanza di voglie; inanità di affetti, sazietà di ogni cosa fastidioso il rendevano a se stesso e ad altrui: immenso sentiva il bisogno di pace, ma non sapeva dove trovarlo, nè donde gli potesse venire. Stato passivo, che una foglia caduta, una farfalla che voli, un suono improvviso, od altro simile avvenimento può determinare ad estrema risoluzione. Ebbe fama di giureconsulto valente per quei tempi, e lo fu; dacchè allora da per tutto, in ispecie, a Roma, far procaccio di sofisticherie scolastiche chiamavasi scienza.--Di vero. le lettere scarse e servili piacquero ai Preti; e quando nella universale ignoranza esse valsero a somministrare fondamento alle tenacissime, ed improntissime cupidità loro, giovandosi del credito e del decoro che le accompagnano, le molte e generose odiarono, come quelli che tremano del volo del pensiero, se prima, legatogli un laccio al piede, non ne abbiano la cima stretta in mano. Però i Sacerdoti nel buio universale tennero acceso un lampione che tanto lume spandesse dintorno, quanto bastasse a rischiarare loro il cammino: quando poi si levò sul mondo la luce, che deve illuminare tutti, si strinsero insieme smaniosi, e vi soffiarono su; la propria scienza infante usarono come verga, l'adulta altrui tentarono soffocare; invidia, e peggio. Così quando sorse il sole dell'universo, quello di Roma declinò al tramonto. La Umanità cammina a oriente, Roma a occidente; e ad ogni passo che muovono rendono la separazione loro più ampia, ed irrevocabile.
Salutati cortesemente i colleghi e gli ufficiali minori, il Moscati prese posto al suo seggio; dove essendogli per prima cosa caduto sott'occhio il certificato del medico intorno allo stato di salute di Beatrice, lo lesse due volte, poi pacato favellò:
--Pare dunque, che quante volte ne faccia di bisogno possiamo in coscienza sottoporre alla tortura questa sciagurata fanciulla.
--Sicuramente, rispose tossendo il Luciani,--addirittura...
--Dubito però che le si possa applicare legalmente, per avere l'accusata poco più di quindici anni. Su di che desidero sentire il vostro savio parere, Signori...
--Io per me sono chiaro, soggiunse il Luciani, e non ha luogo dubbio. Dirò nondimeno in tutta coscienza, e per convinzione, quello che sento per la verità. Se consideriamo il diritto, per comune consentimento troviamo stabilito come la età non faccia caso in atrocioribus; e poichè atrocissimo, e immanissimo è il parricidio, così con piena coscienza possiamo omettere in questo processo le regole della procedura ordinaria. Inoltre, Signori miei, la malizia nella femmina precorre di assai quella del maschio come la pubertà: di fatti, il gius dichiara pubere la donna agli undici anni, l'uomo a quattordici, nè la quistione della malizia già deve risolversi a ragguaglio degli anni, o per presunzione astratta, bensì in ragione della prova di fatto: per questo modo quei solenni giudici dello antico Areopago condannarono saviamente a morte il fanciullo ladro della corona di oro al tempio di Minerva, avendo saputo distinguere al paragone le fronde del vero lauro dalle fronde dell'oro; e per me penso, e voi tutti, signori Colleghi, ne andrete persuasi, che pravità maggiore di quella mostrata da questi scelleratissimi nella strage paterna difficilmente possa, non che trovarsi, immaginarsi. Se poi vogliamo attendere alla pratica vi occorrerà copia di casi, per cui conoscerete che la età non forma ostacolo; tra i quali piacemi ricordare quello che somministrò materia a Sisto Quinto, pontefice veramente grandissimo, di profferire auree parole. Monsignor Governatore faceva, col debito ossequio, considerare al Papa non potersi, com'egli desiderava, condannare a morte il giovane fiorentino, reo di resistenza alla corte in Trastevere, perchè non avesse la età stabilita dalle leggi. Se non gli mancano altro che anni, rispose quella bocca benedetta di Sisto Quinto, lo potete far morire addirittura, perchè noi gliene daremo dieci dei nostri[9].
E Valentino Turchi giudice collaterale, che presentava tutta la sembianza di un cane da macellaro con gli occhiali, affermando osservò:
--Ed io rincaro osservando, che non si trattava di caso atroce.
--Giustissima considerazione, soggiunse il vecchio Luciani, sentendo quasi rimorso per non averla aggiunta al suo discorso.
Il Luciani, secondo la giustizia di cotesti tempi, aveva ragione da vendere. Pur troppo la giustizia di oggi pare ingiustizia domani; anzi da un luogo all'altro essa muta, e tale si condanna a Firenze, che si assolve a Parigi. Di questo non vogliono rendersi capaci gli uomini che giudicano: e sì che se vi pensassero sopra ventiquattro ore del giorno non sarebbe abbastanza. Il Moscati non trovò da opporre cosa, che valesse; onde, abbassati gli occhi, ordinò:
--Conducasi la prigioniera Beatrice Cènci.
E venne condotta. Circondata da molta mano di sbirri, e fatta subito voltare con la faccia al banco dei giudici, ella non vide gli arnesi lugubri di cui era ingombra la sala. Gli astanti appuntarono cupidissimamente gli occhi in lei; e, percossi dalla sembianza divina, pensarono tutti come mai tanta perversità di mente potesse accompagnarsi con bellezza sì portentosa di forma. Tutti così pensarono, tranne due soli, i quali ebbero il coraggio di sospettarla innocente: e questi due furono il giudice Moscati, e il giustiziere Alessandro.
Il notaro Ribaldella prese tosto ad interrogarla intorno alle sue qualità, ed ella rispose nè timida, nè proterva, come conviene a persona che senta la dignità della propria innocenza.
--Deferite il giuramento: ordinò il Moscati.
E il Ribaldella, impugnato il Cristo con tale un garbo, che parve piuttosto volerglielo dare sul capo, che presentarglielo per compire un rito solenne, disse:
--Giurate.
Beatrice distesavi sopra la destra candidissima, così favellò:
--Giuro sopra la immagine del divino Redentore, che fu per me crocifisso, di esporre la verità perchè so, e posso dirla; se non potessi o volessi, mi sarei astenuta da giurare.
--E così aspetta la giustizia da voi. Beatrice Cènci, incominciò a interrogare il Moscati, voi siete accusata, e le prove in processo lo dimostrano sufficientemente, di avere premeditato la strage del vostro genitore conte Francesco dei Cènci, con la complicità della matrigna e dei fratelli vostri. Che cosa avete da rispondere?
--Non è vero.
E con tale ingenuo candore pronunziò queste parole, che, non che altri, San Tommaso si sarebbe chiamato vinto; ma il giudice Luciani brontolava fra i denti:
--Non è vero, eh?
--Accusata; v'imputano, e le carte del processo lo provano sufficientemente, voi avere, in compagnia dei predetti parenti vostri, conferito il mandato a uccidere il conte Francesco Cènci ai nominati Olimpio e Marzio banditi, con la promessa del prezzo in ottomila ducati di oro; di cui la metà subito, e l'altra metà dopo consumato il delitto.
--Non è vero.
--Adesso adesso vedremo se non è vero;--mormorava il Luciani, come se le tenesse il bordone.
--Siete accusata, e dalla procedura resulta provato sufficientemente, avere voi fatto dono, o dato per giunta di prezzo, al nominato Marzio un tabarro scarlatto trinato di oro, che fu già del defunto conte Francesco Cènci.
--Non è così. Il padre mio donò quel tabarro a Marzio suo cameriere, prima che da Roma si partisse per la Rocca Petrella.
--Siete accusata, e dalla procedura resulta abbastanza provato, avere voi fatto commettere la strage paterna alla Rocca Petrella il giorno nove di settembre dell'anno millecinquecentonovantotto, e ciò per comando espresso di Lucrezia Petroni vostra matrigna, la quale impedì che si commettesse il giorno otto per essere la ricorrenza della festa della Santissima Vergine. Olimpio e Marzio entrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, al quale era stato precedentemente propinato vino coll'oppio; e voi, in compagnia di Lucrezia Petroni, Giacomo e Bernardino Cènci, attendevate nell'anticamera la consumazione del delitto. I sicarii essendo tornati indietro sbigottiti, voi gl'interrogaste, che cosa ci fosse di nuovo: alla quale domanda avendo essi risposto non sentirsi cuore a bastanza per ammazzare un uomo che dormiva, voi li rimproveraste con queste parole: «Come? se preparati non siete capaci di uccidere mio padre dormente, immaginate se ardireste di pur guardarlo in faccia se fosse desto! E per venire a questa conclusione voi avete già riscosso quattromila ducati? Orsù, poichè la codardìa vostra vuole così, io stessa con le mie mani ammazzerò mio padre, e voi non camperete molto». Per le quali rampogne e minacce i sicarii rientrarono nella stanza dove giaceva il conte Francesco Cènci, ed uno di loro postagli sopra l'occhio una gran ferla, l'altro gliela conficcò prima nella testa, e poi nel collo, donde accadde la morte del prefato conte. I banditi riscosso il saldo del prezzo si partirono, e voi, in compagnia dei fratelli e della matrigna, strascinaste il cadavere del trafitto genitore sopra una vecchia loggia, dalla quale lo dirupaste su di un albero di sambuco. Che rispondete?
--Signori miei, rispondo che domande di tante, e tanto orribili perversità vorrebbero volgersi più acconciamente ad un branco di lupi, che a me. Io le respingo con tutta la forza dell'anima mia.
--Siete accusata, e lo chiarisce il processo, avere voi consegnato alla donna Laurenza Cortese, cognominata la Mancina, un lenzuolo intriso di sangue perchè lo lavasse, ponendo mente di avvertire la curandaia provenire questo sangue da perdite copiose; e siete accusata altresì aver fatto uccidere Olimpio dal bandito Marzio, per paura che costui rivelasse il delitto alla giustizia. Rispondete.
--Posso io favellare?
--Anzi vi s'impone: favellate apertamente tutto quanto valga a chiarire la giustizia, e difendere voi dall'accusa.
--Signori! Che io non venissi educata a siffatti orrori, non importa che dica; vi parlerò ingenua come il cuore mi detta, e voi scuserete la insufficienza mia. Di poco oltrepasso i sedici anni; me educarono la santissima madre mia donna Virginia Santacroce, e donna Lucrezia Petroni femmina preclara per pietà; nè gli anni miei, nè gl'insegnamenti altrui persuadono a sospettare in me gli atroci delitti i quali appena s'incontrano nelle Locuste, ed in altre famose colpevoli, che pure mano a mano s'indurirono a misfare. Posto eziandio che la natura avesse voluto creare in me un prodigio di perversità, considerate, di grazia, come la indole atroce tanto non possa celarsi, che in parte almeno non trapeli, per così dire, novizia, prima che stampi profonde le orme nel sentiero della maledizione. Ora quale io mi sia stata, e come io abbia vissuto, vi sarà facile conoscere interrogando gli amici, i parenti, e i servi di casa. La mia vita è libro che si compone di poche pagine; svolgetelo, consideratelo attentamente, e tutto. Poi, se non prendo errore, mi sembra che per giudicare con discretezza le azioni umane faccia di mestieri avvertire le cause, che possono averle per avventura persuase. Qual fine pertanto immaginereste voi, che mi muovesse a così enorme delitto? Cupidità di averi? Ma la più gran parte dei beni di casa Cènci vincolati a fidecommisso credono al maggiorasco. Dei benefizii, delle prebende, e di uffici altri siffatti non si avvantaggiano le femmine. A me era ignoto, che il mio defunto genitore avesse per testamento disposto dei beni liberi a favore di luoghi pii: morendo di morte violenta ed improvvisa, doveva supporlo intestato; e da questi beni del pari, come femmina, mi avrebbero escluso le leggi. La mia sostanza mi viene dalla madre, che il padre non poteva tormi; e, tra doti e stradotali, ho sentito dire che sommi a quarantamila scudi: sicchè vedete, che avarizia non ci può entrare. Io non nego, anzi confesso, che mio padre mi facesse passare giorni pieni di amarezza, e... ma religione vieta ai figli volgersi addietro a riguardare la tomba paterna per maledirla, onde io mi astengo da mettere troppe, e non degne parole su questo: bastivi tanto, che volendo sottrarmi alle diuturne sevizie, e procurarmi meno tristo vivere, fra i cattivi partiti pessimo aveva da comparirmi quello del parricidio; imperciocchè oltre alla eterna dannazione dell'anima nell'altra vita, fosse pieno di rimorsi, di pericoli e di paura in questa. Non mi mancavano poi esempi domestici di pratiche riuscite prosperamente, le quali mi ammaestrassero il modo di tutelarmi dalle paterne persecuzioni. Olimpia mia maggiore sorella ricorse alla benignità del Santo Padre, e mercè umile memoriale ottenne le onorate nozze col Conte Gabbrielli di Agobbio: e di vero com'ella m'insegnò io feci, scrivendo una supplica, e la consegnai a Marzio affinchè mi usasse la carità di presentarla allo Ufficio dei memoriali...
--Sapete voi, che veramente la vostra supplica fosse presentata?
--Signor mio, io la raccomandai a Marzio onde fosse messa in corso.
--E perchè affidaste a Marzio commissione tanto importante?
--Ah! mio padre mi teneva chiusa; sicchè, tranne Marzio, in cui mio padre unicamente confidava, non mi era dato abboccarmi con altra persona in quel tempo.
--Proseguite.
--E supponete, che la natura m'avesse dato la ferocia, il padre il motivo, il diavolo la occasione per commettere il delitto, ditemi, potreste voi immaginare modo più assurdo per consumarlo di quello che finge l'accusa? Perchè adoperarvi il ferro? Con ottomila ducati possono facilmente procurarsi veleni che uccidono come il mal di gocciola, o disfanno come le febbri etiche, senza lasciare vestigio alle indagini della giustizia; ma che dico io, che possono procurarsi veleni? L'accusa suppone averli io procurati; nè solo procurati, ma propinati: dunque se versai al padre mio vino alloppiato per farlo dormire una notte, bastava aumentargli la dose perchè non si svegliasse mai più in questo mondo. A qual pro tante operazioni pericolose? A qual pro banditi? Perchè tanti complici, sovente traditori, sempre funesti? E soprattutto, qual bisogno, qual consiglio fu quello di chiamare a parte della congiura Bernardino, fanciullo di dodici anni? In che cosa poteva giovarmi costui, o piuttosto, in che cosa non doveva aspettarmi ch'egli non fosse per nuocermi? Se in casa Cènci viveva un lattante, anch'egli avrebbe tenuto per complice l'accusa; come se, tolto in fastidio il materno latte, con gridi e con minacce avesse chiesto nudrimento del sangue del padre? Assurdi paionmi questi, e sono. Don Giacomo quando avvenne il caso funesto trattenevasi in Roma, e di questo potrà somministrarvi buone testimonianze. Del tabarro vi dissi. Del lenzuolo può darsi; altre volte udii raccontarlo, ed aggiunsero la curandaia avere confessato che glielo consegnò una donna di trent'anni: ora nè io ho trent'anni, nè parmi dimostrarli; almeno non li dimostrava allorchè non era passata per tante tribolazioni; e il luogo dove si asserisce che la curandaia lo trovasse macchiato, esclude il sospetto che sgorgasse dal capo del giacente. O Signori! voi siete valentuomini, e pratichi di queste materie; onde io non dubito che sarete per ricusare fede a tante gagliofferie. A che il chiodo e il mazzuolo? I banditi vanno sempre armati oltre il bisogno di pistole e di pistolesi; pensate un po' se gli avessero lasciati quando venivano appunto per commettere omicidio! Bene trovo, che il chiodo venne adoperato per ammazzare Sisara; ma Giaele non faceva professione di sicario, nè ella aspettava il nemico nella sua tenda.--Perchè avrei strascinato io il cadavere, mentre uomini poderosi ne circondavano? Forse così persuadeva il bisogno? No certamente. Forse m'inviperiva ferocia d'istinto? Oh! Le cose fuori dell'ordine naturale non si suppongono; e moglie, e figlia che strascinansi dietro il corpo del marito e del padre come due volpi un coniglio, avrebbero mosso in un punto a riso e a ribrezzo gli stessi banditi. Se qui avete cuore,--e con una mano si toccò il petto;--se qui senno,--e coll'altra si toccò la fronte,--non pure cesserete angustiarmi l'anima sconsolata con simile accusa, ma vi guarderete di confondermi la mente col miscuglio di tante mostruosità.
E tutto questo pronunziava Beatrice speditamente, con tuono di voce, e garbo bellissimi; per la qual cosa gli astanti, con le braccia tese sopra i banchi, inclinato il corpo e sporgente la faccia, stavano in ammirazione: fino il notaro Ribaldella, con la manca ferma su i fogli e la destra sospesa in alto, era rimasto senza scrivere: fino l'auditore Luciani maravigliando aveva esclamato:
--Come s'impara presto alla scuola del diavolo!
--Io vi ammonisco, riprese il presidente Moscati, a mantenere la promessa di confessare la verità, e ad osservare la religione del giuramento; imperciocchè i vostri complici abbiano ormai palesato la colpa, e ratificato la confessione con la prova della tortura...
--Come! Dunque pel dolore dei tormenti non hanno abborrito di aggravarsi l'anima, ed infamarsi perpetuamente? Ah! La tortura non fa prova di verità...
--Non fa prova di verità la tortura?--proruppe furibondo il Luciani, incapace di contenersi più oltre; e levatosi mezzo da sedere, appoggiava le mani sopra i bracciuoli della sedia sostenendo il corpo tremante. Se avessero calunniato l'onore della consorte e delle figliuole sue non sarebbe salito a tanto furore.--Non fa prova di verità la tortura, che i giureconsulti tutti, nemine nemine discrepante, predicano la regina delle prove? Te ne avvedrai fra poco se la tortura abbia virtù di far confessare il vero...
Beatrice scosse il capo, come un mal vento glielo avesse bruttato di polvere, e continuò:
--Donna Lucrezia, già attempata, pingue, nudrita nelle delicature di poco animo, non prevedendo il male futuro, in grazia di sottrarsi al male presente si è condotta di leggieri a confessare il falso. Con Bernardino fanciullo non faceva mestieri tormento; per indurlo a confessare quanto da lui si voleva bastava un po' di treggèa. Giacomo poi da lungo tempo sente fastidio della vita; ed altre volte ha tentato gettarla, come peso troppo grave per lui. Tali sono quelli che provaste con la tortura, e presumete avere scoperto il vero?
--Non tutti questi furono i vostri compiici, soggiunse il Moscati. Altri pure confessò.
--Chi dunque?
--Marzio.
--Ebbene; mi venga Marzio davanti, e vediamo un po' se ardisce sostenermelo in faccia. Quantunque io debba credere l'uomo capace delle più orribili cose, se da me non lo sento ricuso prestar fede a tanta iniquità.
--Ebbene; chiaritelo da per voi stessa...
--Ahimè!
E parve questo uno di quei sospiri, che rompono il cuore che lo esalò. Beatrice allora volse gli occhi, e vide quello che non aveva scorto prima, lo apparecchio degli arnesi infernali, e rabbrividì dal capo alle piante. A piè d'una forca stava Marzio, o piuttosto l'ombra di Marzio: la pelle gli s'informava dalle ossa, e, se togli gli occhi vitrei, ogni altra parte del corpo pareva morta in lui; avresti detto che lo avessero tratto colà per ispirarvi l'anima: egli tentò muoversi per gittarsi ai piedi di Beatrice, ma non potè mutar passo, e cadde su la faccia stramazzone per terra. Beatrice stette a considerarlo un istante bieca negli occhi; il piede irrequieto fece atto di calpestarlo; ma di subito l'ira le si converse in pietà, e chinò le braccia per sovvenirlo a rilevarsi.
--Dunque, con un filo di voce favellò Marzio, mia dolce signora, sono io sempre degno della vostra pietà? O signora Beatrice, abbiatemi compassione per lo amore di Dio; chè io sono misero... misero... ma misero assai.
--Marzio, perchè mai mi avete accusata? Che cosa vi ho io fatto, onde anche voi vi siate congiurato con gli altri per tormi la fama?
--Ah! conosco tardi la mano divina che mi percuote; tardi, che la innocenza sola può darci contentezza: io tenni altra strada, ed ecco mi trovo ad avere fabbricato, con la mia, l'altrui rovina: e di me pazienza; ma di tanti altri innocenti... oh!... Io ammazzai Olimpio temendo che la sfacciata scelleraggine di costui non vi offendesse, e mi è riuscito il contrario. Ma io giuro per quel Gesù che dovrà giudicarmi fra poco, che mai ebbi intenzione di nuocervi. Sazio di vita, logoro dalla infermità, lacerato dal rimorso dei commessi delitti, sbalordito dai tormenti, io nulla intesi di quanto mi lessero, e mi fecero affermare; confessai tutto quello che vollero, a patto che mi mettessero a morte, e subito: essi non mi tennero fede, e le mie parole hanno convertito in stiletti per piantarli nel cuore di creature innocenti...
--Signor Presidente, interruppe l'auditore Luciani, non penso io già che voi ci abbiate radunati per udire recitare egloghe fra Amarilli e Melibeo.
--Approvo l'assennatissima osservazione del meritissimo auditore Luciani,--rincalzava per parte sua il giudice Valentino Turchi.
--Abbiate pazienza, Signori, gli ammoniva placido il Moscati, e rammentatevi che noi non siamo convenuti qui per sollazzarci: poichè sta in noi la terribile facoltà di troncar le parole con la mannaia, lasciamo ai miseri lo infelice sfogo del pianto.
--Per piangere non mancherà loro il tempo quando saranno tornati in prigione: se voi, signor Presidente, vi foste preso cura di voltare l'orologio a polvere, vi sareste accorto come sieno già passate due ore senza costrutto di nulla. Lo Stato per certo non ci paga onde in siffatta guisa noi scioperiamo... e continuando di questo passo, chiederei licenza di andarmene ad accudire a faccende di maggiore rilievo.
--Dio vi accompagni...
Ma il tristo non si giovò del commiato del Presidente; anzi parve accomodarsi con agio maggiore sopra la seggiola. Intanto il Moscati voltosi a Marzio gli disse:
--Accusato, rispondete breve: ratificate, o no, il vostro esame in confronto dell'accusata?
--Signori Giudici! oggimai il male, che voi volete farmi, sarà grave ma corto. Io conosco trovarmi presso a comparire davanti al tribunale di Dio, a cui non fanno di mestieri confessioni nè testimoni.--Tanto, voi potete scorciare il filo di questa mia vita; allungarlo no. Orsù; udite la verità come la conosce Quello che ha da giudicare me, ed anche voi. So bene queste essere le mie ultime ore, e chi sa come orribilmente dolorose!... non importa... benedette elle sieno, poichè per esse mi è dato porgere testimonianza della innocenza di questa divina fanciulla. Chi fosse Francesco Cènci molti di voi l'avrebbero a sapere, che si saranno trovati ad esaminarlo, e a giudicarlo per gl'immanissimi suoi misfatti.--I santi del suo calendario furono delitti uno più atroce dell'altro; suo passatempo pestare le leggi divine ed umane; a lui parve aver posto la natura i confini, dinanzi ai quali i più solenni scellerati si arretrano, solo per provare la sua empietà a saltarli. Tale fu il Cènci: e chi di voi lo ignora? Un giorno cotesto demonio mi fiatò accanto, e mi seccò il cuore.--Avete a sapere. Signori, che io aveva contratto le nozze con una fanciulla di Vittana... Annetta... dopo la Madonna Santissima, da me, povero orfano, adorata; ed ei me la rapì bella, fresca, e piena di vita... e me la rese... sì, me la rese; ma cadavere trasformato, con uno stile nel petto che la passava da parte a parte. Lo assaltai nella rocca, che, per le infamie commesse dentro le sue mura, ha titolo di Ribalda; e non ve lo trovando, detti il guasto alle case: quanto mi capitò sotto le mani arsi: su quelle pietre rimangono i vestigi delle mie fiamme. Lasciai il paese, sacramentando trarne vendetta di sangue sopra la sua famiglia e su lui. Mi ridussi a Roma, m'industriai a entrargli in casa, e vi riuscii: mi venne fatto altresì di guadagnare la sua grazia; con quali argomenti non importa dire... a rammentarli mi mettono ribrezzo; e neanche vi narrerò quello che egli mi confidasse... bastivi, che furono cose da sgomentarne lo stesso demonio. Colà, mentre studio portare a compimento la vendetta, conobbi lo inenarrabile affanno della sua famiglia. I figli odiava come nemici: Dio supplicava ed i Santi affinchè gli concedessero, prima di morire, la grazia di vederli tutti ammazzati. Andate nella chiesa di San Tommaso, e troverete i sepolcri ch'egli aveva fatto apparecchiare pei figli che bramava seppellirvi;--andate, e vedrete accanto ad un suo figliuolo sepolto... chi? un cane.--Una sola creatura amava... ho io detto amava? Ho detto male, e pure non saprei esprimermi diversamente: temo aver detto poco, e più non saprei dire senza cuoprirmi il volto per la vergogna... ma io non posso alzarmi le mani alla faccia... perchè voi mi avete fatto troncare i bracci dai tormenti.--Amava dunque Beatrice. Carceri, fame, battiture, e le peggiori assai corruttele, lusinghe, e immagini abbominevoli, tutto adoperò lo infame vecchio per contaminare questo angiolo di purità. Allora la compassione mi vinse per la infelice famiglia che io aveva giurato sterminare, ed in un giorno solo io impedii più delitti, che voi forse non avete giudicato in un anno. Quando giunsero al Conte Cènci di Spagna nuove della morte dei suoi figliuoli Rocco e Cristofano, gli bastò l'animo imbandire convito ai parenti e agli amici, dov'egli disse, e fece cose, che parve miracolo se Roma non sobbissasse: ricercatene i commensali; erano tra questi Cardinali di Santa Madre Chiesa, e Baroni cospicui. Quando la gente, cacciata via dal terrore, lasciò la sala deserta, egli, ebbro più di empietà che di vino, osò levare le scellerate mani sopra Beatrice. Cotesto sarebbe stato il suo ultimo giorno, però che io dietro le spalle di lui alzassi un vaso di argento per ispezzargli il cranio, se questa innocente, urlando, e riparandolo con le braccia, non lo avesse salvato. Mosso da lei con ardentissime preghiere di non attentare alla vita del padre, io non volli deporre la mia vendetta; ma determinai uscire di casa, e coglierlo altrove. Però il maligno vecchio mi aveva tolto in sospetto; e, fingendomi amore, m'inviava alla Rocca Petrella por apprestargli le stanze. Le stanze!--Già aveva innanzi spedito alla posta sicarii perchè mi ammazzassero, e intanto mi donava cortese il tabarro scarlatto trinato di oro; e comecchè io mi difendessi da accettarlo, non mi parendo dicevole al mio stato, egli volle che ad ogni patto io lo prendessi per preservarmi dalla influenza della malaria viaggiando per la campagna romana: così egli diceva; ma invero perchè il tabarro rosso servisse di contrassegno ai sicarii. Mi salvai dalle sue insidie, e le tesi a lui: raccolsi una mano di compagni; e quando mi credeva morto, lo feci prigione nel suo ultimo viaggio alla Ribalda, e lo trassi alle caverne di Tagliacozzo. Colà doveva morire; ormai pareva che ingegno, o potenza di uomo non valessero a salvarlo; e pure ei fu salvo. Bevemmo certo vino alloppiato, che il Conte si portava seco da Roma; e mentre eravamo immersi nel vino ci fu tolto di mezzo, comecchè io tenessi la chiave del suo carcere in tasca. E il suo liberatore chi fu? Eccolo; questa divina figliuola. Non per questo deposi il fiero animo, anzi sempre più mi arrovellai nella vendetta; ed una notte, avendo prima speculato cautamente il luogo, tolti meco due compagni, per una finestra del piano terreno, rotta la inferrata, penetrai nella ròcca: qui ci spartiamo a perlustrare la casa; uno dei miei compagni vede traversare un'ombra; si nasconde nel buio, e poi le tiene dietro alla lontana: l'ombra ascende le scale della torre, apre una stanza, ed entra: il mio compagno si affretta a seguitarla; tocca la porta, gli cede; sia che non volesse, od obliasse riservarla colui, che andava avanti stimandosi sicuro. In cotesta carcere il Conte Cènci teneva chiusa la figlia Beatrice in guiderdone della vita salvata... Dovrò io dire che cosa traeva costà l'empio vecchio?--No... ve lo dica il ribrezzo, che a voi, tutti padri, fa tremare le carni e le ossa... e il mio compagno gli si avventò sopra, e di coltello lo uccise, meno in grazia della mia vendetta, che per vendicare la natura; e fece bene: e chiunque fra voi sostenesse che non avrebbe operato altrettanto, io lo dichiaro qui, alla presenza di Cristo, più traditore di quello che gli diè la guanciata. Noi strascinammo il cadavere maledetto, noi lo precipitammo giù dalla loggia su l'albero di sambuco. La signora Beatrice fu desta al rumore del tracollo che fece il trafitto sul pavimento. Il lenzuolo rimase intriso nel sangue del Conte; ma nè ella il vide, nè ella lo diede alla lavandara, perchè cadde tramortita nella prigione; e quinci tratta semiviva, giacque più giorni in letto travagliata da fierissima convulsione. Olimpio ammazzai io, e come, e il perchè vi dissi... A Napoli confessai quello che vollero, per forza di tormenti... questa è verità... ogni altro menzogna... Ora di me fate quello che vi piace.--Intanto, concludendo, ringrazio di vero cuore Dio, il quale mi ha dato tanta lena da finire... perchè tornare da capo io non potrei... E ciò detto cadeva giù in terra un'altra volta, se mastro Alessandro, prontamente non lo soccorreva.
--Ditemi, signor Presidente, non ci sarebbe pericolo ch'ella lo avesse stregato?--sussurrò il Luciani, in aria di mistero, nell'orecchio al Moscati; e siccome questi fece spallucce senza rispondere motto, il Luciani continuò a brontolare:--Già... già... voi non credete a questo... vi pare novella... badate a non lasciarvi allucinare dai lumi tenebrosi del secolo, perchè io vi so dire ch'essi rischiarano un cammino solo, e questo è quello che mena dritto all'inferno.
Al Moscati acerbamente dolse la petulanza del Luciani: tuttavolta, sentendo mettere in dubbio la sua fede, imperciocchè in quei tempi credere nelle streghe fosse articolo di fede, come colui che piissimo uomo era si scosse, e domandò risoluto al Luciani:
--Signor Auditore, e per qual causa dubitate voi che io non creda alle fattucchierie? Io ci credo benissimo; ma qui non parmi che cada il caso.--Dunque persistete a ritrattarvi, accusato?
Marzio assentiva col capo.
--Tortura definitiva... non ci è rimedio, sempre pronto osservava il Luciani; e Valentino Turchi ripeteva latrando:
--Non ci è rimedio; tortura definitiva.
Il Moscati, trattosi il fazzoletto di tasca, si asciugò il sudore dalla fronte; poi si volse al notaro, e gli disse:
--Notaro, ammonite lo accusato a non insistere nella sua ritrattazione... ammonitelo, che diversamente la legge vuole che venga esposto alla tortura definitiva... ammonitelo, tortura definitiva... che sia... e in caso di persistenza stendete il decreto.
--Il dabbene uomo queste proposizioni favellava singhiozzando, e il notaro per filo e per segno le ripeteva a Marzio; cerziorandolo inoltre, che tortura definitiva significava applicarlo ai tormenti usque ad necem; le quali parole latine, in lingua volgare suonavano fino alla morte. Marzio anche a questo assentì col capo, perchè ormai la lingua ingrossata gl'impediva la favella. Disteso, letto, e sottoscritto il decreto, il notaro Ribaldella, volto prima al Luciani, che alacre gli ammiccava con gli occhi, disse al carnefice:
--Tocca a voi.
Mastro Alessandro prese le braccia di Marzio; gliele tirò dietro la schiena; le soprammise una all'altra; le legò con un nodo in croce; tentennò il canapo per assicurarsi se scorresse spedito dentro alla carrucola, e poi, cavandosi il berretto, domandò:
--Illustrissimi, con lo squasso, o senza squasso?
--Diavolo! con lo squasso, s'intende, e co' fiocchi...--rispose il Luciani, che non si poteva contenere in verun modo.
Gli altri affermarono assentendo col capo.
--Mastro Alessandro, sovvenuto da uno dei suoi valletti, trasse su piano piano Marzio. Beatrice inclinò la faccia sul petto per non vedere; ma poi fu spinta da uno interno moto ad alzarla.--Orribile! orribile!--Urlando si coperse gli occhi con ambe le mani... quel nudo ossame, stirato in truce atteggiamento metteva a un punto terrore e pietà. Il giustiziere, poichè ebbe fatto toccare a Marzio con le braccia tese in angolo sopra la testa la traversa della forca alta sei braccia da terra, si recò in mano il capo della fune, e lasciò andare. Marzio rovinò giù a piombo fino a quattro dita distante dal pavimento: tremendo fu lo squasso, e si sentirono scricchiolare le ossa, e stracciarsi i muscoli. Marzio spalancò gli occhi stralunati come se volessero schizzargli fuori dei cigli; aperse la bocca spaventevolmente mostrando tutti i denti, e un singulto secco gli chiuse la gola: subito dopo si sentì come un leggiero gorgoglìo, e dalla bocca aperta apparve una bolla d'aria, che scoppiando lasciò gocciare giù dagli angoli dei labbri bava sanguigna. In fede di Dio egli era stato uno dei più famosi squassi, che avesse saputo dare mastro Alessandro in vita sua: s'egli se ne compiacesse, o se ne dolesse, non poteva indovinarsi; stava duro, e taciturno a considerare l'opera sua.
--Su, mastro Alessandro, da bravo... agguantamelo con un altro squasso dei buoni,--appoggiate ambe le mani ai bracciuoli del seggiolone, e mezzo ritto con la persona, insisteva l'auditore Luciani.
--Non monta, Illustrissimo; l'ultimo squasso glielo ha dato la morte.
--Come? come? È morto?--imbestialito urlò il Luciani.--Perchè lo avete fatto morire voi? Perchè ha ardito morire costui prima di annullare la sua ritrattazione?
E siccome mastro Alessandro stringendosi nelle spalle non fece motto, il giudice instava:
--Vediamo,--proviamo se fosse sempre vivo; dategli una stretta co' tassilli--un po' di fuoco sotto le piante, per tentare se gli tornassero gli spiriti.
E si levava, quasi per aiutare mastro Alessandro; sennonchè il Moscati, sdegnoso, lo tenne pel braccio esclamando di forza:
--Per dio! vi sovvenga della dignità del vostro ministero! Siete voi giudice, o giustiziere?
Ma il Luciani svincolò il braccio; e, padroneggiato dal bestiale suo istinto, si fece in fretta presso il carnefice, che teneva stesa la mano sul cuore di Marzio, e ansiosamente lo interrogò:
--Ebbene?...
--Illustrissimo ve l'ho già detto, egli è morto.
Allora il Luciani, pieno d'izza, voltando il discorso al cadavere lo rampognava:
--Ah mi sei scappato, furfante! Sei morto per giuntare la giustizia della confessione, e mastro Alessandro di cinquanta scudi di salario per impiccarti.--E quindi tornando al banco, con voce e gesti infelloniti di faccia al Moscati gridava:
--Su via, signor Presidente, battiamo il ferro quando è caldo: mettiamo a profitto lo sgomento che deve avere incusso il terrore nello spirito dell'accusata;--sentiamo un po' in qual nota canti costei a suono di corda;--e dardeggiava gli occhi contro Beatrice come lingua di vipera.
--Basta, ordinò severamente il Moscati; io regolo il processo: la seduta è chiusa;--e mosse per uscire.
Il notaro Grifo, vinto dal costume, si trattenne alquanto per nettare le penne; e ripostele frettoloso in bell'ordine, corse dietro ai giudici dicendo:
--Adesso terminerò raccontarvi, com'io acquistassi la tabacchiera del signor Duca di Guisa...
Beatrice, bianca come un lenzuolo da morto, tentennò per cadere; le labbra le diventarono pagonazze, e gli occhi suoi tremolarono smarriti; indi a breve scosse il capo, e lo rialzò a guisa di albero piegato dal remolino che passa; poi animosa andò incontro al cadavere di Marzio, gli stette davanti, lo guardò fisso, e favellò:
--Sciagurato! Tu non hai potuto salvarmi; ma ti perdono, e supplico Dio che ti perdoni. Tu hai peccato molto; ma hai amato, e patito anche molto. Tu non vivesti alla virtù, ma sei perito per la verità. Io t'invidio... chè la mia vita è tale, da portare invidia ai morti[10]. Adesso non posso dimostrarti l'amor mio (e sì dicendo stese lo indice e il pollice, li soprappose ai cigli del morto e gli chiuse gli occhi, ch'egli teneva sempre aperti in molto terribile maniera; poi trasse un pannolino e gli asciugò le labbra dalla bava sanguigna) in altro modo, che rendendoti questo ultimo ufficio, e te lo rendo di cuore.--Ciò detto si volse ai custodi, e con fermo sembiante riprese: ora torniamo al carcere.
Ma il fitto ribrezzo delle carni palesava la tremenda commozione dell'anima sua: le gambe le tremavano sotto, e ad ogni passo incespava per cadere. Mastro Alessandro trattosi il berretto di capo, e tenendosi lontano con doverosa distanza, così le favellò:
--Signora, io so che non mi potete toccare; così a Dio piaccia, che io non tocchi mai voi: voi avete bisogno di qualcheduno che vi sostenga; se me lo concedete io chiamerò tale, su cui vi appoggerete senza paura: di mala pianta nacque, e in carcere; e non pertanto è fiore, che può presentarsi alla Madonna... è mia figliuola.
E con un fischio prolungato chiamò: indi a breve fu vista comparire una fanciulla bella sì, ma bianca, bianca come voto di cera. Poveretta! ella sapeva essere nata alla sventura.
--Virginia, le disse il padre, da' braccio a questa Signora... è disgraziata quanto te.[11]
Beatrice fissata la fanciulla in volto, si sentì bene disposta verso di quella: quando poi intese che si chiamava come la madre sua. le sorrise mesta, e le si appoggiò sul braccio incamminandosi al carcere.
Mastro Alessandro avvisatamente dava cotesta terribile strappata di corda a Marzio, tentando farlo restare sul colpo; e come aveva immaginato gli riuscì, stante il miserabile stato in cui lo infelice si trovava ridotto: non mica per odio; all'opposto, per pietà. Onde costui morisse presto, e con meno patimenti, il boia mandava male una trentina di scudi; e per boia non era poco, anzi moltissimo: troppo più, che le pietose viscere, di un Soprastante di carceri umanitarii non gli potrebbero permettere; il quale per trenta scudi e un po' di seta tinta nel sangue di Santo Stefano venderebbe trenta Cristi, con la Beata Vergine per giunta; e se colmo la misura di un grano solo, il diavolo mi porti mentro che scrivo.
NOTE
[1] Le gentildonne, nei tempi che descrivo, non andavano mai sole per le pubbliche vie; bensì con marito, o parente; e, in difetto di questo, accompagnate da un servo di fiducia, il quale dal colore dei suoi abiti distinguevasi col nome di uomo nero.
[2] Le porte delle prigioni, almeno le principali, costumarono fabbricare basse; e tal'era anche la porta delle carceri di Firenze, oggi demolite, chiamate Stinche. Il BERNI giocondamente la descrive nel suo Capitolo in lode del Debito. Anche adesso non sono andate in disuso, e nelle prigioni umanitarie io le ho notate. Quale ne sia la causa, io non saprei: non certo quella di prevenire la fuga: forse, e senza forse, per un lusso di martirio. Devo ancora avvertire, che queste carceri non si espongono all'adorazione delle vezzose e tenere visitatrici: se ne avessero vaghezza, andando alle Murate, prigioni di Firenze, domandino le tenere visitatrici all'amabile Conduttore, e ne rimarranno edificate.
[3] Pomponio Leto, di casa Sanseverina, fu perseguitato da Papa Paolo II insieme col Platina, ed altri felicissimi Ingegni. Questo pontefice soppresse il Colleggio degli Abbreviatori, e si mostrò acerbamente avverso ad ogni maniera di lettere umane. VALERIANO, Della felicità dei letterati, PLATINA, nella Vita di Paolo II.
[4] Questa avventura degli sproni accadde in Francia nella strage di San Bartolommeo, e fu trovato di una dama cattolica per salvare il suo amante ugonotto. La riporta BRANTOME.
[5] Il signor Rougier de la Burgerie calcola, che in Francia sieno 10 milioni di passeri; che ognuno di loro consumi libbre 20 di grano, e così in tutti mette a perdita 200 milioni di libbre di quel frumento; ma perchè ogni passero per quattro settimane nutrisce la sua nidiata esclusivamente di insetti, ritiene che ogni coppia di passeri ne divori 26880, e così in tutti 136 bilioni, e 400 milioni: e siccome, anche passato tutto questo tempo, i passeri durano a pascere insetti, così non gli par forte portare a 300 bilioni questi enti nemici alla prosperità della Francia distrutti dai passeri. Però le passere si devono stimare come una seconda provvidenza di cotesto paese felicissimo: in quanto alla prima è posto preso.
[6] Dolcezze di carceri umanitario. Se taluno s'infastidisse leggerle, lo prego a pensare ch'io le soffersi, e di parecchie tacqui per non parere esagerato.
[7] Anco questo è anacronismo, però che Giordano Bruno fosse condannato al fuoco nel 17 febbraio 1600. Dicono che tanta infamia si commettesse in odio agli Spagnuoli, ed è scusa trista quanto la colpa. ARTAUD DE MOUTOR, gesuita laico che ha scritto la Vita dei Papi, nega risolutamente il fatto; senonchè, poche pagine dopo, accusa i Veneziani perchè lo consegnarono al Papa, e non ne proseguirono il processo a Venezia, sopportando così che la sentenza di cotesto filosofo venisse dettata dagli Spagnuoli. Bara coerenza di storico! Il medesimo scrittore si fa a confutare la opinione di coloro che affermano, il supplizio del fuoco inventato dai Cristiani contro gli Eretici; e dichiara com'esso ordinariamente si praticasse dai principi secolari in pena dei ladri e dei felloni alla patria ed al re, allegando gli esempii del Dante nostro, e di San Fruttuoso vescovo di Tarragona. Questi esempii non fanno punto al caso, dacchè altro sia inventare, ed altro imitare; e poteva darsi benissimo che cotesto supplizio, trovato dai sacerdoti cristiani, dai principi secolari venisse adottato: però se l'Artaud non ha ragione, mercè gli esempii suoi egli si appone al vero, e degli esempii avrebbe giovato meglio, a sostenere il suo assunto, quello che si legge nel libro VII della Guerra Giudaica di GIUSEPPE FLAVIO. Catullo, governatore della Libia Pentapolitana, trae partito da una sedizione di ebrei fuggita da Gerusalemme, per accusare gli ebrei più ricchi di Cirene. Gionata, capo dei ribelli, lo seconda nella calunnia; Catullo ne ammazza tremila. Chiamati poi a Roma, e chiarito il vero, Vespasiano condanna Gionata alle verge, e al fuoco. Catullo è rimandato assoluto; sennonchè colto da morbo insanabile, agitato dagli spettri, gli escono fuori le interiora, e muore.
[8] Il DESCURET nella Medicina delle Passioni referisce parecchi esempii piacevoli della mania delle collezioni. Uno raccolse tutti i bottoni della soldatesca dal 1789 al 1843; un altro in trent'anni raccolse i più celebri tappi di sughero; un ufficiale tutte le specie dei fagiuoli. Io ho conosciuto certo maggiore Chelardi, comandante di piazza a Livorno, il quale aveva completata la collezione del notaro Grifo, possedendo 365 tabacchiere di varia forma, e di vario pregio; e ciò, in difetto di ogni altro merito, gli procurava una tal quale celebrità.
[9] GREGORIO LETI, Vita di Sisto V, parte II, lib. I.
[10] «Signor, non mi abborrire S'io porto invidia ai morti»;
sono versi di un madrigale di M. Buonarroti.
[11] La donna, che servì Beatrice Cènci durante la sua prigionia, non si chiamava Virginia, bensì Bastiana; e questo si ricava dallo antico Estratto del Giorn. della Confraternita del S. Giovanni decollato a Roma, Liv. XVI, carte 66.--Fra le altre preghiere di Beatrice sul punto di morire leggiamo: «Vuole anco, che sia pagata Maria Bastiana quale l'à servita in questa sua prigionia, e nella carcere con molta carità, che oltre al suo salario ordinario le sieno dati scudi 40 di moneta, oltre anche quello, che lassa per testamento, e che tutto le lassa per amore di Dio».
CAPITOLO XXIII.
I GIUDICI.
Di nuova pena mi convien far versi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . Chè dove l'argomento della mente S'aggiunge al mal volere ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente. DANTE, Inferno.
Ha la sventura un vento che la precorre, e chiamasi augurio: le anime pacate per mille indizii lo presentono, come gli uccelli lo approssimarsi del turbine: le altre poi, dalla vicenda dei quotidiani eventi perpetuamente commosse, non se ne accorgono, e la sventura le coglie subitanea e improvvisa.
Invano il giudice Ulisse Moscati chiudeva le orecchia alla voce interna, la quale insistente gli diceva: «tu getti via i passi». La voce tornava a sconfortarlo, e per la sua mente si avvolgevano pensieri simili a spettri, che in parte celino, e in parte palesino il minaccioso sembiante; nè egli osava interrogarli, e che si scuoprissero più palesemente aveva paura: tuttavolta, sciolto un grandissimo sospiro, e supplicato il cielo di uno sguardo, si avviò al palazzo Vaticano. Fattosi annunziare aspettò con pazienza per bene due ore, finchè il camerario del Papa gli partecipò che poteva entrare, e scortato da lui si trovò al cospetto del Sommo Pontefice.
Fosse per amore della vista, o quale altra causa più vera lo persuadesse, il candelabro appariva circondato da un cerchio di seta verde per modo, che dal busto in su la faccia di Clemente VIII non si distingueva, nè punto vedevansi Cinzio Passero e Pietro Aldobrandino cardinali nipoti, che stavano fermi in piedi dietro la spalliera della seggiola. Allora i Papi si assomigliavano tutti come le dita della stessa mano, stesa per molti secoli sul capo di parte non piccola del genere umano... e se per benedirlo, Dio onnipotente un giorno giudicherà. Adesso qualche maggiore differenza corre tra loro; non tanta però, che paiano nati di diversa famiglia: e tacendo degli altri per dire degli ultimi, Pio IX si mostrò tenerissimo delle libertà dei popoli; e della patia sua, la veneranda madre Italia, figlio amorosissimo: delle cose di religione poi studioso sì, ma non rigidamente zelatore, almeno sul principio del suo pontificato: all'opposto Gregorio XVI non versò in altro che in divinità, di cui fu maestro solenne; della libertà, e felicità dei figli suoi dilettissimi prendendo cura alquanto minore. Questi, per istringere il vincolo soave tra figli amati e il padre amante, chiamò uno straniero solo; quegli, per istringerlo più forte talchè in processo di tempo non avesse ad allentarsi più mai, ne chiamò quattro, e due ne conserva per aiutarlo a far portare al popolo romano quel dolce giogo, ch'è il suo amore: e se io dica il vero, la Civiltà Cattolica (dotto, pio, e soprattutto sagace diario dei Reverendi Padri Gesuiti) informi.
Clemente vestiva la mezzetta di velluto sanguigno ornata di ermellino, e il roccetto di trina finissima; il cappuccio pur di velluto rosso; la toga, le calze e le scarpe di seta bianca, e sopra queste ricamata la croce di oro. La luce dei doppieri spandendosi su la parte inferiore del capo del Pontefice metteva in rilievo un piede del servo dei servi, che, posato superbamente sul pulvinare di velluto vermiglio ornato di gallone e di nappe di oro, sembrava che comandasse a chiunque si accostava: baciami. Il giudice Moscati era troppo buon cattolico per non sentire cotesta voce; e comecchè per gli anni male egli si tenesse fermo su la persona, la vanità non consentì che l'altro si rammentasse caduco essere e mortale come lui, e gl'impedisse l'atto ignominioso: il Moscati cadde giù gravemente, e col capo venerando di canizie urtò nella gamba del Papa, il quale, malconcio da abituale podagra, forte se ne sentì trafitto; ma mordendosi il labbro compresse il lamento, finchè con voce acerba potè dire:
--Sorgete.
Il vecchio, appuntellata la tremula mano sul pavimento, non senza tornare a piegar le ginocchia più volte, giunse a raddrizzarsi sopra le gambe. Sorto, e ripreso lena, con ingenua franchezza egli aperse al Pontefice l'animo suo intorno al processo; della famiglia Cènci; lo chiarì della incertezza degl'indizii, espose la inverosomiglianza dei deposti, la età novella di alcuni fra gli accusati, i fatti non pure discordi, ma contrarii; e quantunque parecchie ne aggiungesse di suo, ripetè le considerazioni discorse da Beatrice; si avventurò eziandio a toccare (suprema audacia in cotesti tempo) delle prove dubbiose, che, a parer suo, nascevano dai tormenti; imperciocchè se Marzio aveva confessato in grazia della tortura, aveva ancora soppresso la sua confessione, ed era morto fra i tormenti in testimonianza di aver detto per ultimo la verità. I Cènci poi, tranne la donzella, un po' avevano confessato, un po' negato, dichiarando essersi accusati unicamente perchè costretti dalla forza del dolore: maravigliosa, egli aggiunse, essere la ingenuità di Beatrice, stupenda la efficacia dello eloquio, il modo di persuadere irresistibile, sicchè in quanto a lui giudicarla innocente. Queste cose avere voluto per debito di coscienza significare a Sua Santità, onde nel suo infallibile giudizio avvisasse quello che fosse da farsi pel meglio. Bernardino, fanciullo di dodici anni, avere sperimentato con la corda, e sentirsene al cuore un rimorso e uno affanno indicibili. Beatrice no, parendogli proprio commettere peccato mortale.
Mentre favellava il Moscati, i due Cardinali per quella mezza oscurità avvicendavansi sguardi simili a baleni precursori della tempesta, e il Papa anch'egli aggrottò i sopraccigli più volte; ma, per antico costume, a dissimulare e a simulare espertissimo, si contenne, e in suono di voce più pacato assai che di ordinario non soleva, commendò il Moscati della ottima mente sua, promise far capitale delle cose rapportategli, e, confortatolo con amorevoli parole a tornare il giorno veniente alla medesima ora, lo accomiatò impartendogli l'apostolica benedizione.
E il Moscati, pratico della temperie di corte, nonostante le singolari dimostrazioni di benevolenza, se ne andava col cuore più chiuso di quando ci era venuto: la voce interna, più incresciosa che mai, lo ammoniva aver gittato la opera e i passi: educato alla scuola della esperienza, ben egli sapeva come con gli uomini in generale, ma segnatamente co' Prelati, quanto il promettere si allunga si accorcia lo attendere, e le speranze nate in corte o su la pianta appassiscono, o, a modo del fiore di papavero, al primo soffio si spelano;--spiagge insidiose si provano le corti, dove mai tanto non fosti prossimo a naufragare come quando il cielo si mostra sereno, e il mare tranquillo.
Nonostante il presagio, l'uomo dabbene alla ora destinata andò, supplicando il Signore che almeno gli tenesse conto del buon volere. Accolto dai camerarii con insolito ossequio, lo resero avvertito attenderlo nelle sue stanze lo eminentissimo Cardinale San Giorgio, nipote di Sua Santità. I tristi auspicii sempre più si colorivano; ma l'uomo, che cosa può mai contro il fato? Certo quando ogni industria nostra per procurare alcun bene riesce invano, piccolo conforto è pensare che noi operammo quanto stava in nostra potestà; e nondimeno, da questa in fuori, altra consolazione non ci avanza. Il Cardinale Cinzio, versato per tempissimo nelle faccende di governo (chè tuttavia giovanetto accompagnò come segretario lo zio Ippolito, allora Cardinale di San Pancrazio, nella sua legazione di Polonia) andava famoso per la perizia delle arti cortigianesche, onde non fa mestieri raccontare se accogliesse il Moscati con esquisita urbanità: lo fece sedere accosto a se, non senza essersi adoperato in prima con preghiere, che sopra la sua medesima sedia si assidesse. Poichè si furono entrambi adagiati, il Cardinale con piacevole favella incominciò:
«Sono lieto, clarissimo signor Presidente, poterla assicurare, Sua Santità avere avuto accettissime le savie avvertenze di lei intorno al processo dei Cènci; e questo essere stato segno manifesto non pure del suo ottimo cuore, quanto del suo eccellente giudizio; onde se prima lo reputava assai, adesso averle a mille doppii accresciuto l'affezione e la stima:--però essere mente di Sua Santità considerare questo negozio seduto, e con quella gravità di cui gli sembrava meritevole: rifuggire il Beatissimo Padre dalle asprezze, comecchè salutari, della gloriosa memoria di Papa Sisto, ma detestare nel medesimo tempo la soverchia benignità Gregoriana: con inestimabile amarezza egli vedere come le male piante, a cagione della poca diligenza usata durante la guerra di Ferrara, ripullulassero più spesse e maligne che mai in grembo ai suoi stati: questo la sua religione non potere comportare, e il debito che gli correva davanti a Dio. Tuttavolta non potersi mettere in dubbio, senza offesa della somma pietà del Beatissimo Padre, che i partiti a cui avesse reputato nella sua suprema saviezza doversi appigliare, non fossero consentanei alla giustizia». E qui di punto in bianco data una giravolta, vie più benigno aggiungeva: «Le paterne viscere del Sommo Pontefice sono state commosse nel considerare il deperimento notabile di salute d'un servitore zelante, e benemerito quale ella è, chiarissimo signor Presidente; egli ha saputo con profonda amarezza avere la sventura visitato casa sua, e desidera, per quanto a mano mortale è concesso, alleviare il dolore di vostra signoria illustrissima. Questo per bocca mia le significa: il Santo Padre rimane dello zelo di lei, chiarissimo signor Presidente, edificato; ma carità, ma giustizia non consentono accettare il più che umano sagrifizio suo.
--Ah! vi sono affanni qua dentro (rispose il Moscati, a cui le parole soavemente spietate del Cardinale fecero lo effetto di una mano che prenda a fasciare la piaga per vederla, non già per medicarla) che gli uomini non possono consolare; inasprire si. Iddio solo lo potrà, e forse col rimedio unico a tutti i mali--la morte.
--Ed io lo credo; però tanto più mi maraviglio come, travagliato da tanto domestico lutto, le basti la mente per dare opera alle incumbenze del suo officio, le quali, faticose e per propria natura malinconiche, invece di sollevarla devono mantenere nello animo suo lugubri considerazioni.
--È vero; ma io vi persevero perchè ho sempre creduto, e credo, che tra soldato e magistrato non corra divario; e debba questi per sommo onore morire al suo banco, come quegli sul campo di battaglia: anzi gl'Imperatori romani, considerati i travagli e la costanza dei primi, la Eminenza sua conosce meglio di me come non dubitassero di preporli con amplissime lodi ai secondi.
--Questa, che vuolsi estimare e commendare bontà egregia di suddito, sarebbe ripresa come durezza nel Principe; il quale non può patire che il magistrato fedele si logori nella fatica finchè diventi pianta infracidita, buona solo a farne fuoco: anche i Romani, che furono sì operosi, com'ella dottissimo non ignora, quando giungevano a quella parte di vita, da loro distinta col nome di senio, senza infamia potevano ritirarsi dai pubblici negozi; verso sera ogni animale, che vive in terra, cessa dalle opere.
--Ed anche a me, Eminentissimo, piacerebbe seguitare lo usato tenore di tutte le creature; non già per riposarmi, chè a riposare tempo ne avanza anche troppo nel sepolcro; bensì per apparecchiarmi con la meditazione delle cose divine a quel termine, per tutti noi quanti siamo comune, e da me sopra gli altri mortali desiderato; ma nonostante gli esempii pagani, ne temo biasimo. Bene altramente c'insegnò la virtù del sagrifizio Gesù Redentore; onde io, che per questa parte mi sento incolpevole, vorrei senza rimprovero portare i miei capelli bianchi alla fossa.
--In primo luogo io la conforto, carissimo fratello in Cristo, a porgere volonterose le orecchie alla chiamata che le viene dall'alto; inoltre io l'assicuro, che invece di biasimo dai buoni non può venirlene altro che lode, e dal Beatissimo Padre amplissima approvazione; a nome del quale io le profferisco tutti quei favori, che possa desiderare più acconci per condurre a termine l'ottimo suo proponimento.
--Poichè, Eminentissimo, con tanta benignità le piace consolare questo mio cuore trafitto, io le paleserò sentirmi vocazione di rendermi a Dio in qualche Regola di religiosi insigne per santità non meno, che per opere utili ai miei fratelli di tribolazioni.
--E di queste regole siffatte, mio caro, abbonda sì la santa Chiesa Cattolica, che non vi ha altro imbarazzo se non quello di scegliere. Ella ha i monaci di San Giovanni di Dio, consacrati alla cura dei poveri infermi; ha gli Agostiniani del Riscatto; l'Ordine dei Predicatori, veri atleti di Cristo; i Francescani, che, coi Domenicani, Papa Onorio (per rivelazione, divina) conobbe sostenere la Chiesa periclitante; ma tutte queste religioni, come quelle che appartengono alla Chiesa militante, quantunque convenevoli allo zelo di vostra signoria illustrissima, male si confanno agli studi suoi ed alla età. I reverendi Padri Benedettini di Montecassino, consacrati alla vita contemplativa, andarono per esercizio di cristiane virtù e per dottrina famosi fra i più distinti ordini della Cristianità; ed io le proporrei riparare fra loro, se per mia convinzione non trovassi a preferire i Padri della Compagnia di Gesù...
--I Gesuiti?
--Per lo appunto. Chi meglio di loro meritò della Chiesa? Francesco e Domenico sostennero la Chiesa pericolante, i Gesuiti la rilevarono pericolata. Chi sarebbe stato a pari di loro gagliardo a durare le lotte della fede co' Luterani, Calvinisti, Zuingliani, e l'altra peste maledetta di eretici, che Cristo confonda? Al Papato e al Principato i Gesuiti sono più necessari che i denti in bocca all'uomo; senza essi non si mastica: ed io so quello che mi dico. Il Principato attese a deprimere la Chiesa; e la Chiesa, legittimamente difendendosi, crollò il Principato: dannose le mutue offese, e quelle dei Principi, per di più, empie. Ora poi che assursero i Popoli ad avvantaggiarsi delle diuturne discordie, e, rotto il freno, minacciano il trono e l'altare, i Principi hanno fatto senno; e, uniti in bel vincolo di amore, attendono a sanare le scambievoli ferite: di entrambi adesso ne stringe pari la cura, però che entrambi derivino da Dio, quantunque immediatamente la Chiesa, mediatamente il Principato. I Gesuiti ottimamente compresero la doppia missione, e la esercitano con la sapienza del serpente, e la semplicità della colomba: non dubbii in loro, non esitanza, non disonesto spirito di discussione. Obbedienza e fede trionferanno del mondo, perchè deve capire, chiarissimo signor Presidente, come colui, che si avvisa a sottoporre ad esame i dogmi della Chiesa e i motuproprii dei Principi, se non è diventato eretico e ribelle, già cammina per la strada di esserlo.
--Eh! sì... i Gesuiti... non dico; in verità meritano moltissimo: ma dei Girolamini, Eminenza, che ne parrebbe a lei?
--Santa Vergine! Vorrebbe, signor Presidente, scegliersi per avventura ritiro imperiale? Questa non mi parrebbe umiltà: extra jocum, anche i Girolamini meritarono ottimamente della Chiesa. Già come sono frati ella può andare a occhi chiusi; se quelli paionle buoni, e questi proverà meglio; è tutta messe del seme di Dio. S'ella si sente vocazione per la regola di San Girolamo, dia retta alla chiamata di Dio.
--Il Signore la rimuneri di avermi illuminato: in breve, se la Eminenza sua si degnerà concedermelo, depositerò nelle mani riveritissime di lei il memoriale onde Sua Santità mi dispensi dallo ufficio; e nel presentarglielo, che farà la Eminenza sua, io la supplico di renderla capace, con quelle parole che le parranno più acconce, delle ragioni che mi muovono a questo passo, affinchè mi sia continuata la grazia del Padre dei Fedeli.
--Non rimettere a domani quello che puoi far oggi, ci ammonisce una sentenza antichissima. Davanti a lei, carissimo, ella ha quanto bisogna per iscrivere; tregua agl'indugi: dei buoni ufficii miei stia sicuro, della ottima mente del Santo Padre verso di lei non dubiti punto.
Ulisse, stretto dall'ardente pressa, scrisse la supplica, e scritta che l'ebbe la consegnò al Cardinale di San Giorgio; il quale l'accolse con sottilissimo riso, che appena gli fece tremolare i peli estremi dei baffi: forse era di compiacenza, forse di scherno, e può darsi di ambedue. Ridottosi a casa, meditando sopra lo accaduto, e riandando con mente quieta le parole e i fatti, Ulisse si accorse come, prevalendosi del turbamento dello animo suo, lo astuto prete lo avesse condotto se non a sbagliare, almeno a mutare strada, e cavatogli di sotto quanto ei desiderava. Però quegli che n'ebbe profitto questa volta fu il vinto; avvegnadio il Moscati senza viltà si ritraesse da un passo, donde indietreggiare senza pericolo, e oltrepassare senza infamia non poteva. Di grazie, favori, pensioni od altri simili vantaggi non fu fatto parola nel memoriale, nè nel breve; e il Moscati non si curò ricordarli al Cardinal Cinzio: egli schivo e superbo, avarissimi gli altri; sicchè avevano detto, consigliandosi fra loro: nulla ha chiesto, nulla pertanto egli vuole; e poi, un povero frate di che cosa abbisogna? E poi, copia di beni possiede anche troppa, e fa anni più di quaranta che tira paga dallo stato; e poi aggiungete, che questa impresa di Ferrara ha propriamente disastrato lo erario, e bisogna rinsanguarlo; inoltre assegnandoli pensione parrebbe un guastare la umiltà e spontaneità dell'atto; e chi sa ancora, ch'egli non siasi taciuto su questo tasto per superbia? Chi più ne ha più ne metta, chè tanto non arriverà a indovinare tutti i poi, pei quali l'avarizia crede potersi sdebitare dall'obbligo senza metter mano alle tasche.--D'altronde è cosa nota che papi, principi, e cardinali eziandio, non meno che l'altra gente di alto affare, ed illustri, che Dio manda per sollievo della umanità, sono di buona memoria (quando ce lo incidono) sopra le lapide soltanto; in ispecie poi Papa Clemente, il quale pativa di chiragra e di podagra; e se ne teneva, a quanto pare, avendo donato due gambe di argento massicce alla Casa di Loreto, allorquando la visitò incamminandosi a prendere possesso del Ducato di Ferrara, quasi perchè i posteri non dimenticassero cotesta sua qualità[1].
Ulisse Moscati si ritrasse, come aveva divisato, nel chiostro; però non prese mai gli ordini sacri, e godè per alcuni anni quella pace stanca, che aspetta gli uomini, non già tutti, bensì i meglio fortunati, dopo le contese e le percosse di questa battaglia, che si chiama vita.
Il Cardinale di San Giorgio nella sera stessa presentò la supplica al Papa, il quale postala sopra la tavola la compresse col pugno chiuso; e poi, assentendo col capo e con uno stirare delle labbra verso gli orecchi, che per lui voleva dire riso, favellò breve al nipote della sua predilezione:
--Or, Cinzio, abbiate avvertenza all'altro.
Se nelle pianure dell'Affrica o dell'Asia, ed anche nei campi di Sardegna, avvenga mai che muoia cavallo o montone, e sotto la sferza ardente del sole incomincino appena a svilupparsi da cotesto cadavere i primi effluvii della corruzione, ecco tu levi la testa, e dal punto culminante dello emisfero passeggiando il tuo sguardo fino all'estremo orizzonte ti comparisce tutto dintorno limpido e puro: torni ad alzarla di nuovo, e tu vedi, colà dove il cielo pare che tocchi la terra o le acque, avanzarsi un nuvolo di punti neri, il quale ad un tratto dilatandosi ti è sopra, e all'occhio attonito ti manifesta una torma di avvoltoi, i quali, in virtù dello stupendo odorato, vengono tratti all'oscuro convito. In questa guisa stessa i perversi, senza paura d'ingannarsi, fiutano alla lontana i perversi; si ravvisano subito, si stringono, e prestansi aiuto. Soventi volte, e con inestimabile dolore, io ho notato la immensa e forte fratellanza dei maligni. Non è mica giuramento di setta che sospinge gli uni verso gli altri, nè disciplina di collegio, nè istituto di consorteria, no; bensì un arcano magnetismo animale, un soffio alitato sopra il capo di costoro dalla bocca del demonio. Quando ti muovono guerra renditi per vinto, dacchè tu non li potrai neanche combattere; dispersi in polvere sottilissima ti si avventano agli occhi, penetrano nei pori, s'insinuano nel sangue; invisibili, e nondimeno potenti; impalpabili, eppure invincibili: essi ti stritolano nelle mani un disegno come vetro; ti fermano lo strale sopra la noce; si cacciano sotto la rota del carro trionfale, e lo arrestano a mezzo cammino; accosti le labbra alla tazza, ed essi si mescolano nel vino che prende sapore di fiele; accosti le labbra a quelle della moglie, dei figli e del padre, ed eglino si posano sopra coteste labbra sicchè ti sanno di terra; insomma, anima e corpo ti seppelliscono sotto un cumulo di arena. Per altra parte, e con altrettanto rammarico, ho avvertito la indifferenza dei buoni fra loro; non già perchè patiscano difetto di cuore, o rifuggano dal sovvenirsi cortese con mutui offici; all'opposto, completi di virtù e di senno, pensando bastare a se stessi, non credono doversi collegare a difesa, molto meno ad offesa. Ercole potè raccogliere nella pelle del lione tutta la gente dei pigmei perocchè essi fossero almeno alti un cubito; ma oggi, ridotti in polvere, sfuggirebbero al tatto di lui, che ne avrebbe irrimediabilmente pieni gli occhi e la bocca. O sapienti, fate senno una volta; e conoscete a prova, che se il diritto è l'elsa, la forza è la lama della spada. Sì legge scritto come, nelle Indie orientali, le turbe dei formicoloni assaltino lo elefante, ed in breve ora lo riducano a tale, che di lui non si trovano altro che le ossa politissime, e bianche: quello che nella India costumano le formiche, in Europa fanno i nulli, i mediocri e i perversi, a detrimento dei buoni e dei grandi. Certo il lione va solo; ma nel deserto, dove non trova gesuiti, nè commissioni governative, nè formicoloni dell'India, nè corti regie, nè procuratori generali.
In questo modo il cardinale Cinzio Passero avendo a sbrancare dalla trista mandra della magistratura una bestia malefica, alzò le narici, e gli venne dalla lontana fiutato il giudice Luciani. Chiamatolo a se gli usava le consuete carezze feline, e poi gli diceva come il Santo Padre, suo gloriosissimo zio, non rifinisse mai di favellarne con rispetto grande per la sua molta dottrina, e più per la prontezza e salutare severità con le quali egli spediva i negozii; egli sapere per conto suo, che la santa memoria di Papa Sisto lo teneva in ottimo concetto, e che lo aveva, prima di morire, raccomandato al Pontefice suo zio come soggetto commendevole per ogni punto, e da potersi adoperare a chiusi occhi in emergenze difficili: essere stata intenzione del Pontefice suo zio promuoverlo, e riconoscerlo dei molti meriti suoi, ma fino allora avergliene impedito il modo le faccende dello stato, e le cure della guerra, e di questo sentirne amarezza infinita. Intanto, per rimettere il tempo perduto, come segno della sua fiducia volergli confidare la procedura dei Cènci scandolosamente protratta, mentre, per quanto correva universale la voce, tante, e patentissime abbondavano le prove della reità degli accusati. Andasse, rompesse gl'indugi, facesse cosa gradita al popolo romano, e al Santo Padre accettissima: il nome di restauratore della giustizia si meritasse...
Anche le civette impaniano, dice il proverbio; e il Cardinale, infiammato dal desiderio di venire a capo del suo disegno, ci aveva messo troppo più mazza che non ci bisognava. Le pupille del Luciani oscillarono corruscando, come quelle delle belve prima di spiccare il salto; e la parola prorompendo impetuosa gli si rompeva fra i denti.
--Certo, balbutiva costui, certo, Eminentissimo, col signor Moscati non ci era verso di trarre un ragnatelo dal buco: gli avevano fitto in testa certi scrupoli... lo assalivano tali uggie... tanti rispetti, che nemmeno io mi sapeva dove mi trovassi. La s'immagini, Eminentissimo, io lo sperimentai renitente perfino ad applicare Beatrice Cènci alla tortura preparatoria monentibus indiciis, mentre (Dio mi guardi da formare giudizii temerari) a me sembra che la prova abbondi per farla impiccare (domando perdono del lapsus linguae, essendo ella nobile)--per farla decapitare dieci volte.
--Guardate un po' voi!--esclamava maravigliando il Cardinale, ed alzava ambe le mani.
--E quando dubitai che la potesse essere ammaliata, considerando la perspicacia dello ingegno e la pronta favella, niente affatto naturali in giovanetta ingenua, mi fece spallucce come se avessi pronunziato qualche eresia. La Eminenza vostra sa troppo bene, come il diavolo quasi sempre dia il dono delle lingue a coloro cui entra in corpo.
Sua Eminenza all'opposto sapeva, pel secondo capítolo degli Atti degli Apostoli, che il dono delle lingue si diparte dallo spirito; e che quando, dopo la Pentecoste, gli Apostoli scesero per la via favellanti in più lingue, le turbe non li giudicarono già invasi dal demonio, bensì ebbri di vino dolce[2]: tuttavolta, non trovando il suo conto a contradire il giudice, approvò stringendo le labbra, ed abbassando la testa.
--Riposino pure sopra di me, continuava il Luciani, come su due guanciali; io sono avvezzo a far presto, e bene. Quando Papa Sisto mi mandò a Bologna pel negozio del conte Peppoli, io ebbi l'onore di darglielo spacciato nelle mani in meno d'una settimana...
--Ah! il povero conte, che fu decapitato nell'ottantasei...
--Domando perdono, Eminentissimo è' fu nel millecinquecentottantacinque, il venerdì dopo la pasqua del Corpo di Cristo, nel primo anno del suo pontificato. Quel benedetto conte ne aveva fatte delle bige e delle nere; sicchè anche i suoi nodi un giorno vennero al pettine. Caduto in potestà della giustizia, siccom'egli era di ricchezze copioso, potente di parentadi, e abbondante di partiti, non si trovava persona la quale si avvicinasse deporgli contra; per le quali cose si correva pericolo di doverlo metter fuori per mancanza di prove. La Santità di Papa Sisto apprendendo queste novelle mi spedì incontanente per le poste fino a Bologna, affinchè significassi alla recisa a quegl'illustrissimi signori giudici, che se non condannavano alla forca, e subito, il conte Giovanni, Sua Santità avrebbe impiccato loro. Messi così nello strettoio, o d'impiccare o d'essere impiccati, impiccarono; e fecero bene: non però senza qualche scapito della reputazione della magistratura, per i passati indugi; avvegnachè, che cosa sia la legge nei governi bene ordinati? Niente altro che regola di condotta pei sudditi. Ora, chi fa la legge? Il Principe; dunque la sua volontà è legge; scriverla, e pubblicarla spetta alla forma, non alla sostanza; e Papa Sisto, che sapeva governare, volle che legge fosse la sua volontà non pure scritta, ma eziandio manifestata con la voce e col cenno[3].
--Eh! Papa Sisto la intendeva pel suo verso.
--Le suppliche mandate al buon pontefice in pro del Conte sommarono a cinquecento, e tante; egli ne graziò una sola, e fu proprio del Conte stesso, il quale allegando i privilegi del nobile lignaggio, domandava reverentemente essere decollato piuttostochè impiccato. Sisto, con la consueta sua benignità, oltre la grazia supplicata, aggiunse di suo, che per maggiore onore gli concedeva di andare al patibolo con la spada al fianco; come di fatto successe. Però, continuava esitando il Luciani, io non capisco come la gloriosa memoria di Papa Sisto si degnasse raccomandarmi in morte; conciossiachè io gli venissi in uggia per modo, ch'io ci ebbi a rimettere il collo; e la veda, Eminentissimo, proprio in me non era colpa al mondo, e Dio sa se io lo servissi di cuore. Basta, un papa veramente grande egli fu; ma quando cotesta sua accesa natura montava su le furie, non ci era modo di poterlo attutire.
Lo Eminentissimo, che aveva detto una bugia, non era uomo da sgomentarsi per così poco; ond'è, che senza punto turbarsi così rispose:
--Certamente: siccome Papa Sisto passato il primo bollore di leggieri si ravvedeva, è da credersi che, riconosciuto lo error suo, non avendolo potuto riparare in vita, si adoperasse di farlo in morte.--E subito dopo, studioso di divertire l'attenzione del Luciani, interrogò: «E come vi avvenne, illustrissimo signor Presidente, di cadere in disgrazia ad un tanto pontefice?
--Avete a sapere, Eminentissimo, come una idea fissa si fosse impadronita della mente di Papa Sisto, infastidito di volgari supplizii; ed era una smania sterminata di far morire sul palco qualche principe. Tanto lo dominava questa fantasia, che talora, facendosi leggere per diletto la relazione della prigionia e morte della regina Maria Stuarda, sospirava dicendo: «O Signore! e quando verrà quel giorno in cui capiterà una tale occasione anche a me?» Ed altra volta, affacciatosi alla finestra, si voltò alla plaga di ponente, dove si dice che giaccia Inghilterra; e, sollevata la mano, quasi volesse parlare con la regina Elisabetta, ad alta voce favellò: «O te beata, regina, che sortisti dai cieli l'onore di poter far cadere una testa coronata! Va, che tu sei un gran cervello di donna». Ora mentre stava sopra questo appetito, la fortuna gli parò dinanzi la occasione per poterlo satisfare. Il signor Ranuccio Farnese, figliuolo del serenissimo duca di Parma Alessandro Farnese, contravvenendo al divieto del papa, si attentò portare armi per Roma; e non solo le portò per Roma, ma con esse venne in Vaticano, e si presentò al sommo pontefice. Papa Sisto, come colui che con le spie non soleva fare a spilluzzico, avvisato minutamente del fatto mise il bargello e gli sbirri in anticamera, dove il temerario giovane venne preso, e poi portato dritto come un cero in Castello Santo Angiolo. Chiara la legge, il delitto manifesto, e per di più qualificato dallo spreto dell'autorità e del luogo venerabile. Appena successo il caso si levò rumore grande per Roma, ed all'universale sembrava agevolissimo ottenere grazia al signor Ranuccio, considerando il credito che godeva infinito presso la Corte il cardinale Farnese, la fama del duca Alessandro tanto benemerito della fede cattolica, che Papa Sisto per via di legato speciale gli mandò sino in Fiandra il cappello, e lo stocco benedetti; l'autorità della casa inclita a paro delle più illustri, il parentado co' meglio potenti Principi della Cristianità, e finalmente la leggerezza degli anni giovanili del signor Ranuccio; ma quelli che conoscevano il papa da vicino tentennavano il capo, e dicevano: «e' ci è l'osso!» E questi la indovinavano. Di vero Sisto si mostrò, piuttostochè duro, incocciato a farlo morire; ed a quelli che gli esponevano i meriti del duca Alessandro Farnese, rispose: «nessuno meglio di lui averli tenuti, e tenerli in pregio; ma le virtù del padre non dovere, nè poter compensare gli errori del figliuolo»: agli altri, ed erano i giureconsulti, che gli obiettavano i principi ed i forensi non andare suggetti alle leggi statutali, a differenza delle altre che nascono dallo jus comune, opponeva cotesta ragione non correre, avvegnachè il principe Ranuccio, come vassallo della Chiesa, non potesse allegare ignoranza di statuto: per ultimo a coloro che adducevano la novella età del contumace, rivoltava contro lo argomento osservando, la poca età doversi apprendere come circostanza aggravante; e chi sentiva altramente parergli scemo di senno: dacchè se così tenero tanto egli ardiva, qual termine estremo, quale ultimo confino non avrebbe passato adulto? Insomma, egli era un gusto a sentirlo schermire; pareva un toro quando caccia per aria i cani nello steccato. Il cardinale Farnese, personaggio di quella gravità che la Eminenza vostra conosce, prese come prudente il suo partito; e fatti i suoi apparecchi con sagacia pari alla segretezza, calato il sole si fece a visitare Sua Santità. Giunto al cospetto del papa prese con ogni maniera di pietose supplicazioni a raumiliarlo, esortandolo di tratto in tratto a non empire di tanto lutto la casa Farnese, e contristare così l'anima del campione invittissimo della fede, il duca Alessandro. Per la qual cosa Papa Sisto, volendo torsi cotesto fastidio dattorno, presa una carta vi scrisse sopra l'ordine al castellano di Santo Angiolo di consegnare alle ore due precise di notte il prigione al cardinale Farnese, e al tempo stesso scrisse un altro ordine al medesimo castellano, che senza porre veruno indugio tra mezzo, nè anche di un minuto secondo, mettesse a morte il signor Ranuccio. Pare impossibile quale, e quanta fosse l'accuratezza dello eminentissimo cardinale Farnese, il quale, nel presagio che la cosa andasse come veramente successe, corruppe con danari l'orologiaro del castello, e gli fece avanzare l'ora; ond'egli presentatosi con tutta diligenza al castellano ne ottenne facilmente il Principe, che tosto mise in carrozza, e con tanto precipizio spinse fuori di Roma, che correndo, senza mai fermarsi, le poste, si ridusse in salvo ai suoi stati di Lombardia in meno di trenta ore. A me poi, senta qual trama tese cotesto benedetto cardinale. Papa Sisto mi aveva confidato l'ordine secondo, affinchè lo portassi, aprendomi l'animo suo; e, volendomi esercitare ad usar diligenza, mi diè una spinta, quasi intendesse balestrarmi di punto in bianco in castello. Ora mentre io mi affretto, allo scendere del ponte, o per corda tesa traverso o per altro argomento che vi adoperassero, i cavalli stramazzano di sfascio; la carrozza si rovesciò su di un lato, ed io, comecchè a fatica, pure senza offesa potei uscire dagli sportelli. Rimanendomi poca più via, mi disponeva farla a piedi; quando mi vennero attorno parecchi gentiluomini, i quali commiserando il mio stato si mostravano timorosi che qualche guaio mi avesse colto: io badava a ringraziarli, e a renderli capaci, che per grazia di Dio era rimasto illeso; ma essi, niente; non vollero rimanere convinti, e quasi a forza mi fecero salire nella carrozza loro, profferendosi pronti di condurmi al luogo ch'io mi fossi compiaciuto indicare. A questo patto, per non mostrarmi di soverchio scortese, accettai, manifestando subito il desiderio di esser condotto in Castello Santo Angiolo. «Subito; la rimanga servita, disse uno di quei gentiluomini; e affacciatosi allo sportello ordinò al cocchiere: «a Castello Santo Angiolo». Appena egli ebbe profferite queste parole ecco i cavalli s'inalberano, prendono a imbizzarrire, e quinci in breve a scappare via rovinosamente: andammo di su e di giù, percorremmo in tutti i lati la. città: a me pareva trovarmi nella botte in cui i Cartaginesi misero Regolo; sudava acqua e sangue pensando all'ira del papa. Finalmente i cavalli si acquietarono, e i gentiluomini, forte rammaricandosi dello accaduto, non senza molte cerimonie mi deposero alla porta del castello: io gli ringraziai con la bocca, mentre li malediceva largamente col cuore. Nello affrettarmi con celeri passi cavai l'orologio di tasca, e vidi che mancava qualche minuto alla un'ora e mezza di notte. Riprendo animo, e, rinforzato il correre, mi trovo davanti al castellano, a cui metto senza potere far motto la carta nelle mani: egli la prende, la legge, la volta sotto sopra, e poi mi sbarra in viso due occhi stralunati come avesse dato volta alle girelle. Gli domandai che cosa aveva, ed ei rispose, che ore pensava che fossero: ma, ripresi io, l'un'ora e mezza di notte circa.--Domani torneranno; per oggi contentatevi che sieno le tre.--Le tre?--Le tre, e staranno lì lì per suonare.--Io mi trassi l'orologio di tasca, che in quel punto segnava le due meno cinque minuti, e glielo posi sotto gli occhi. Nel medesimo istante all'orologio del castello batterono le tre.--Le trame dello astuto cardinale apparivano manifeste; ci aveva gabbato tutti, e me peggio degli altri. Quando al Santo Padre venne riferito il successo, non s'incollerì punto, com'io aveva immaginato, col cardinale Farnese; all'opposto, quando lo vide, gli andò incontro congratulandosi dell'arguzia e diligenza sue; me poi, allorchè mi condussi ai santi piedi per iscolparmi, non volle ascoltare; ma squadratomi bieco, con labbra tremanti di rabbia mi disse: «Toglimiti dinanzi in tua malora, e ringrazia Cristo s'io non ti mando adesso adesso in galera». Io non me lo feci ripetere due volte; ma lascio considerare a vostra Eminenza s'io mi meritassi siffatto rabbuffo[4].
--Consolatevi, via, signor Presidente: vedete, l'ora del risarcimento non manca mai a cui la merita, e la sa aspettare... Orsù, andate, ed attendete al negozio, ch'io in nome di Sua Santità vi raccomando.
Il presidente Luciani inchinandosi fino al pavimento rinnuovò la sua alleanza con la polvere, e prese commiato. Nel condursi a casa non aveva membro che non gli sussultasse; tremava, il codardo. nella gioia pregustata di tribolare a voglia sua enti sensibili, creature di Dio. Se io affermassi che in cotesto feroce e vile intelletto non capisse desiderio di avvantaggiarsi con promozioni e pecunia, non sarebbe vero; ma siffatta passione veniva di gran lunga seconda all'altra di tormentare. Guardagli la faccia, e poi dimmi se sia uomo costui; la testa ha quadra, depressa la fronte, le orecchie indietro, il muso assai più largo nelle mandibole inferiori che negli zigomi, le guance pendenti, la bocca senza labbra si perde per le rughe, e non lascia indovinare dove abbia confine; i capelli irti, e rasi; il colore è di grasso vieto tranne la parte pelosa, che ha lite col verderame, e lo vince; gli occhi piccoli e tondi, e gialli come l'orpimento: creazione sbagliata, distrazione della natura; conciossiachè con una variante leggerissima nella gola la voce non gli sarebbe uscita articolata in parola, bensì abbaiata in latrato; ed allora invece di doventare uno arnese pessimo di quella, che gli uomini sogliono chiamare giustizia, sarebbe riuscito un ottimo cane da macellaro.
Ridottosi a casa, il presidente Luciani si mostrò fuori dell'usitato giocondo: favellò piacevole alla moglie, che di cuore diverso dal suo gli aveva dato il cielo; accarezzò le figliuole, poi si mise a sedere, e volle cena; festeggiando, come la gente del volgo costuma, col bere smodatamente la domestica allegrezza. Diventato più sciolto, anzi impudente di lingua per virtù del vino, esclamò:
--Orsù, via, figliuole mie; venite qua, che voglio darvi una buona novella, ed è, che prima che finisca la settimana intendo presentarvi di un magnifico dono.
--Magari! E che cosa ci dona, signor padre?--rispose la maggiore.
--Indovinate.
--Una faldiglia di seta?
--Meglio ancora.
--Un viaggio a Tivoli?
--Meglio, meglio. Io vi donerò quattro teste tagliate di gentildonne, e gentiluomini romani; e tra queste una attaccata ad un collo bianco, e rotondo come il tuo.
E sì dicendo, con gl'indici e i pollici delle mani le cingeva il collo. La fanciulla si sottrasse con ribrezzo alla stretta esclamando:
--Cotesti sono presenti pei carnefici: io non lo voglio.
E le altre sorelle, in coro:
--Tristo dono, tristo dono; noi non lo vogliamo.
--Donna, gridò il Luciani guardando con occhi arruffati la moglie, la nostra schiatta madreggia;--e così dicendo si levò in piedi, si trasse il berretto fino sul naso, e preso un lume s'incamminò borbottando alla sua camera, dove si chiuse per di dentro.
La mattina veniente, appena fatto giorno, fu visto il Luciani nella carcere di Corte Savella accompagnato da due vecchie femmine, o piuttosto furie, incamminarsi alla prigione di Beatrice.
La mesta fanciulla giaceva assorta da moltitudine di pensieri, i quali tutti mettevano capo ad affannose conchiusioni; ond'ella infastidita, e sazia di giorni, non rifiniva di raccomandarsi a Dio, che per pietà da questo martirio la chiamasse alla sua pace. All'improvviso, aperta strepitosamente la imposta della carcere, si presentano davanti alla dolente le sinistre sembianze del Luciani e delle sue compagne.
Costui con parlare succinto ed acre le dichiarò, essere venuti per visitarla se avesse fattucchierie addosso; però di buona grazia si accomodasse allo esame. Egli intanto si ridusse in un canto della stanza, e quinci, con la faccia rivolta al muro, ordinò alle due Megere che compissero lo ufficio.
Beatrice avvampando d'ira e di vergogna si ravviluppa nelle coltri, e, forte stringendolesi intorno al corpo, rifiuta sottoporsi alla umiliante ricerca. Non si rimasero per questo le due carnefici pinzochere, che, adoperandovi le mani loro adunche ed ossute, le strapparono di forza coltri e lenzuola. Nudo quel bell'angiolo di amore cadde in balìa di costoro.
--Dal capo vien la tigna, diceva il Luciani dal suo cantuccio; però incominciamo a perquisirle la testa: separate in prima i capelli per bene, guardate con diligenza la cotenna... voi, signora Dorotea, forbitevi gli occhiali... ve lo ripeto per la ventesima volta... voi le troverete una macchietta livida, o nera un poco più grande di una lenticchia... come sarebbe a dire un granchio secco... avete trovato?
--Non trovo altro, rispose Dorotea, che un visibilio di capelli sufficienti per farne una parrucca a tutt'e due, e ne avanzerebbe.
--Basterebbero a tutt'e tre, osservò l'altra.
--Scendete giù... guardate il collo, il seno, le spalle...
--Nulla...
--Come nulla? Egli è impossibile.
--Ella è così. Sarebbe più facile che passasse inosservato un bufalo sopra la neve, che un pelo vano sopra queste carni di latte.
In questo modo fu ricercata Beatrice sottilissimamente per tutta la persona, senza che potessero scuoprire il segno indicato.
--Veramente, prese allora a brontolare, sempre nel suo canto, il Luciani, i maestri dell'arte insegnano come il demonio per ordinario imprima la sua macchia sul seno, o sopra la coscia sinistra; tuttavolta, non essendo astretto a veruna legge, voltatela bocconi, e perlustrate con la solita diligenza la schiena.
--Ecco... troviamo...
--Che cosa trovate, nè?--domandò il Luciani, mal si potendo contenere nel cantone.
--Troviamo a mezza vita un neo, circondato di alquanta calugine color dell'oro.
--Bene!... benissimo! Comecchè i maestri dell'arte ammoniscano che la macchia deva apparire livida, o nera, tuttavolta ricorre la osservazione, che il maligno essendo spregiatore di ogni legge, non può essersi assoggettato a regola fissa: in ispecie adesso, che, avendola a fare con me, avrà capito che la va da galeotto a marinaro. Signora Dorotea prendete lo specillo, e procurate prima tuffarlo nell'acqua benedetta.
La beghina tratto fuori un lungo spillo di ferro lo immerse, borbottando non so quali preghiere, dentro un vaso di acqua santa. Il Luciani impaziente domandava:
--Insomma, avete fatto?
--Illustrissimo sì.
--Or via, da brava, cacciatelo giù adagio adagio dentro la macchia infernale.
Beatrice piangeva di rabbia nel vedersi ridotta a tanta abiezione, e forte dibattendosi cacciava lunge da se ora l'una, ora l'altra delle spietate pinzochere; ma costoro le tornavano sopra più gagliarde che mai. Adesso poi al sentirsi trafiggere le vive carni proruppe in furore, interrogando con voce concitata che insania fosse mai quella; ed aggiungeva lei essere cristiana quanto, e meglio di loro; e si vergognassero con quelle superstizioni turpissime tribolare una povera fanciulla, la quale avrebbe potuto essere a loro figliuola.
--Santissima vergine, belava la Dorotea con voce caprettina, menando tuttavia le mani audaci, noi non vi vogliamo mica male, cara sorella; no davvero, ma lo facciamo per vostro bene; proprio per la salute dell'anima vostra.
Intanto il presidente Luciani, senza mai volgere la testa, aveva borbottato nel cantuccio uno di quei tanti oremus, che incominciano In nomine Patris, Filii et Spiritus Sancti, e finiscono col per omnia saecula saeculorum, amen; col quale si faceva intimazione e precetto allo Spirito delle tenebre di sfrattare immediatamente, lasciandolo libero sgombro e vacuo, dal corpo di Beatrice Cènci; e compito ch'ei l'ebbe, così prese a favellare:
--Lodato sia Dio; adesso mi sento soddisfatto, e potrei dire quasimente sicuro, conciossiachè o il diavolo ci fosse, o non ci fosse: se ci era, in virtù dell'esorcismo a quest'ora se ne torna più che di passo in cammino per lo inferno; o non ci era, e ormai di entrarci non avrà più balìa.
E richiamate le donne, senza pure volgere uno sguardo alla derelitta, usciva con esso loro di prigione alternando insieme pii e dotti ragionamenti intorno alla potenza del demonio, a cui, secondo il suo avviso, la misericordia di Dio ne aveva lasciata troppa;--che se avesse avuto l'onore di consigliare il Padre Eterno lo avrebbe persuaso a impiccarlo addirittura ai corni della luna, e lasciarvelo penzoloni perchè servisse di esempio ai malfattori avvenire, così in cielo come in terra: poi, dato a ciascheduna di loro uno scudo, le supplicava a pregare per lui San Gaetano padre della divina provvidenza, ed impetrargli la grazia di riuscire a bene nello importante negozio che aveva per le mani, a sbigottimento degli empii, e alla maggiore esaltazione di santa madre chiesa cattolica. Le pinzochere corrisposero al desiderio incamminandosi difilato alla chiesa del Gesù, e pregando fervorosamente Santo Gaetano onde si degnasse concedere al dilettissimo fratello in Cristo presidente Luciani la grazia di poter mandare legalmente al patibolo tutta la famiglia Cènci, nessuno escluso, nè eccettuato.
E mentre il dabbene Luciani stava in aspettazione degli aiuti divini, non tenne le mani alla cintura per mettere in opera i terreni; dacchè appuntatosi con gli altri giudici di trovarsi la mattina di poi per tempissimo alla carcere di Corte Savella, vi si recarono di fatto; e quivi, senza porre tempo fra mezzo, egli ordinò si conducesse loro davanti la fanciulla.
Al posto resultato vacante per la promozione dell'auditore Luciani avevano preposto un certo coso, sciapito più del cetriolo; nè buono nè cattivo come uomo; iniquo poi come giudice, e veramente pessimo; imperciocchè, da quello di ritirare la paga nelle debite ricorrenze in fuori, non si fosse dato il travaglio di pensare a nulla, piegando sempre, a mo' che fa l'elitropio al raggio del sole, la sua volontà nella parte che gli veniva indicata da tutti i suoi superiori. Impasto vergognoso di viltà, d'ignoranza e di accidia, comunissimo fra gl'impiegati di ogni maniera, in ispecial modo poi fra coloro che chiamansi sacerdoti della giustizia, senza dubbio in allusione al costume dei sacerdoti pagani, di scannare e divorare le vittime. In ciò costoro trovano il tornaconto; onde siffatta pratica, nata dalla natura, essi rinforzano con l'arte: dacchè in questa guisa primieramente non consumano olio a studiare, con vantaggio così della economia come della salute; in secondo luogo schifano la noia del contradire, e i pericoli della opposizione; per ultimo, leggieri e galleggianti, si trovano a poco a poco trasportati alla riva della buona pensione con la croce, o senza. E il vulgo non li guarda in cagnesco; anzi gli accarezza, e li vezzeggia col nome di buoni figliuoli: quel vulgo, che non dìstingue tra bontà che delibera, o vuole, bontà di pendolo, che oscilla quando riceve la pinta,--e bontà di cappone perchè nacque cappone, e l'hanno accapponato.
Ecco Beatrice davanti al presidente Luciani Atrocemente barbaro fu lo spettacolo, che fece trovar acuto solletico nel contemplare nei circhi fiere duellanti contro fiere, uomini contro uomini, od uomini contro belve: però sovente pari erano gli argomenti di difesa; e se talora impari, la disperazione più di una volta domò la forza feroce, e fu veduto il condannato spingere il braccio ignudo nella gola del lione, e soffocarlo. Ma egli è troppo più laido, e schifo spettacolo esporre una creatura stretta di ceppi alla rabbia, quanto quella delle belve bestiale, ma più ingegnosa assai, di un uomo che si chiama Giudice, il quale le si muove contro armato di terrore, circondato di forze insuperabili, accompagnato dai tormenti che neppure il demonio avrebbe saputo ricavare dalla corda, dal ferro, e dal fuoco.
--Accusata!--incominciò il Luciani con certo suo piglio plebeiamente acerbo, ch'ei per avventura immaginò rendere solenne,--udiste altra volta le imputazioni che vi vengono apposte; desiderate che vi sieno rilette?
--Non fa mestieri; le sono cose coteste, che udite una volta non si dimenticano più...
--Specialmente poi quando le abbiamo commesse. Ora io vi ammonisco, come pel deposto dei vostri medesimi complici voi siate pienamente convinta della vostra empietà; cosicchè la giustizia a rigore di termine potrebbe molto bene farne a meno.
--E allora, perchè con tanta insistenza me lo domandate voi?
--Ve lo domando per la salute dell'anima vostra; perchè come cristiana e cattolica, quantunque indegnamente lo siate, dovreste sapere, che morendo senza confessione voi infallibilmente andreste perduta.
--Come! la cura che voi, signore, dovreste porre alla salute dell'anima vostra, può darvi agio di pensare anche alla mia? Lasciate che ognuno provveda alla sua salvezza come meglio la intende. Queste sono cose che passano tra il Signore e la sua creatura, e non ci entrate voi. Voi, se siete convinto, condannatemi, e basta.
--Accusata! Fate senno, e avvertite che i modi temerarii adoperati da voi al cospetto dei vostri giudici ad altro non possono condurre che a peggiorare la vostra condizione, già grave abbastanza; e in quanto a me poi non possono partorire effetto veruno perchè, oltre all'avervi esorcizzata nelle regole, porto qui meco un rimedio sicurissimo contro le malìe e le incantagioni, quando mai vi fosse rimasta facoltà di adoperarle a mio danno. Ora, per la seconda volta ve lo domando; volete, o non volete confessare?
--Quello che la santa verità mi faceva debito confessare, ho confessato; la menzogna, che voi cercate, con lo aiuto di Dio, nelle braccia del quale io mi rimetto, non sapranno strappare i vostri tormenti, nè le vostre blandizie.
--Questo è ciò che staremo a vedere. Intanto io vo' che sappiate, bene altri cervelli che non è il vostro aver saputo mettere a partito, io. Notaro Ribaldella scrivete: «Invocato il santissimo nome di Dio. Amen. Decretiamo ec. prima di passare ad ulteriora la vigilia nei modi et termini consueti per ore quaranta, la quale dovrà subire l'accusata Beatrice Cènci in luogo di tortura ad quaestionem ec., incaricando di assistere alla predetta il notaro Jacomo Ribaldella per le prime quattro ore; per le seconde quattro ore il notaro Bertino Grifo; per le terze quattro ore il notaro Sandrello Bambagino; e così, tornando da capo, succedersi di mano in mano, finchè non sia decorso il termine assegnato, o non sia intervenuta la confessione dell'accusata». Firmate...
Così, dopo aver firmato il foglio che gli porgeva il notaro, ordinò il presidente Luciani, passandolo agli altri giudici; e gli altri giudici, come pecore (e il paragone è benigno) lo firmarono, quasi il Luciani pensasse, sentisse, e deliberasse per tre. Benefizio ordinario dei tribunali collegiali, di cui la trinità può rettamente definirsi: Due persone che dormono, ed una terza che fa le carte!
La vigilia era uno sgabello alto da terra un braccio e mezzo, col sedile acuminato a punta di diamante, e largo poco più di un palmo; la spalliera pari.--La mia storia non si fermerà a raccontare come quivi costringessero la derelitta a sedersi; come le legassero le gambe, affinchè distendendole non toccasse il pavimento ricavando refrigerio al suo martirio; come con una corda, calata dal soffitto per via di carrucola, le mani dietro i reni le avvincessero. La mia storia torcerà lo sguardo spaventato dagli sbirri, che vegliavano accanto alla misera vergine, i quali di tratto in tratto l'andavano urtando nei fianchi, onde con inaudito spasimo sopra la cuspide del sedile dondolasse, o nell'acuta spalliera percuotesse. La mia storia non dirà come il carnefice mastro Alessandro, due volte almeno per ora, avesse commissione di sollevarla con tratti di corda, e lasciarla quindi cascare |a piombo sopra il sedile angoscioso; ed egli, come gli era stato ordinato adempiva; e che cosa poteva fare? Troppi erano gli occhi che lo guardavano attorno; e poi, a lui non era dato mostrare la sua tenerezza senonchè mandando per linea retta il paziente alla morte, e removendo il lussurioso, e il vano dei martirii: oltre ciò nè poteva, nè forse voleva; pietoso era, ma boia. Intriso di sangue il pane quotidiano che lo nudriva, e più infami, più atroci, più scellerate cose, che le sue non erano, e da persone a lui maggiorenti si commettevano tutto dì allora, e tutto dì si commettono anche adesso per un tozzo di pane, destinato a mantenere per brevi istanti una vita di verme per un mondo di fango.--La storia mia tacerà le scene turpi, i vituperii, le oscene allusioni: prodigate alla santissima fanciulla da tutte coteste belve dalla faccia umana, e sopra tutti dal notaro Ribaldella, che riverberava come specchio l'anima del Luciani:--tacerà del frequente apparire che fece, anche nelle ore più tarde della notte, il presidente Luciani infellonito della divina costanza di Beatrice, e il perpetuo digrignare fra i denti di costui «stringete più forte, squassate più spesso»:--tacerà le lacrime ardenti, il freddo sudore, gli spasimi ineffabili, gli spessi svenimenti della fanciulla, e la pietà crudele dei carnefici nel ritornarla con sali e spiriti al sentimento delle angosce: no; quelle cose, che i vicarii di Cristo sopportarono, e non solo sopportarono ma consentirono e promossero, oggi la penna aborrisce di scrivere, e lo inchiostro tracciandole diventerebbe rosso per la vergogna. Dirà ella piuttosto del coraggio sopraumano e della costanza della inclita donzella, la quale nonostante la immensità del suo martirio rimase ferma nel proponimento di morire in mezzo ai cruciati, anzichè contaminare la sua fama con la confessione di un misfatto, ch'ella non aveva commesso. Tolta quasi spirante dalla tortura lei portavano di nuovo al carcere, e quivi adagiavanla sul letto.
Colà fu lasciata stare due giorni: la sua intelligenza, ora luminosa, rischiarava il dolore percorso; e il tratto di gran lunga più amaro, che le rimaneva a percorrere, ora le s'intenebrava circondandola di trepidante incertezza: così il fanale di una nave per notte tempestante apparisce a vicenda e scomparisce sul dorso, o nel gorgo dei marosi, segno funesto di prossimo naufragio a cui palpitando la contempla dalla riva: solo irrequieto, durava in lei il senso dell'ambascia, il quale con le sue traffitte rammentava a quel cuore sicuro non già di cedere, bensì il proponimento di morire in silenzio.
Il terzo giorno gli sbirri tornarono per lei, che il Luciani chiamava a nuovi strazii. Ormai rassegnata al suo destino, ella non repugnò andare; solo li supplicava con voce soave volessero di tanto aspettare, che si fosse vestita: e poichè i manigoldi capirono che così ignuda, com'ella era, dinanzi al tribunale non la potevano trarre, risposero acconsentirebbero attendere; però fossero brevi gl'indugi, dacchè i giudici stessero adunati, e non conveniva ai colpevoli farsi aspettare. Intanto che Beatrice, sovvenuta dalla figlia del carnefice, si vestiva, così favellò:
--Senti, sorella mia; se mi chiamano, lo sai, e' lo fanno per tormentarmi: ora io dubito forte di rimanere morta fra le torture, come vidi accadere a quel povero Marzio; e come ho provato con lo esperimento proprio, che potrebbe pur troppo succedere anche a me: però io intendo non già ricompensarti della tua carità, Virginia mia, bensì lasciarti un ricordo di me sventurata. Tu ti prenderai tutti i miei pannilini e le vesti, che ho qui meco in prigione... e tieni... prendi ancora questa croce, che fu della signora Virginia mia madre; a patto... che se io torno viva dal tormento, e possa in altro modo lasciarti ricordo di me, tu me la renda; avvegnachè vorrei che fosse sepolta meco. Di queste viole, ahimè! innaffiate di pianto, e cresciute al raggio del sole che penetra obliquo e tristo per le inferrate della finestra, tu, finchè durano, ne farai ogni giorno un mazzetto, che offrirai alla immagine della Santa Vergine che tengo a capo del letto... anzi... ascoltami... Virginia,--e qui si fece per la faccia tutta vermiglia, e favellò più basso,--tu devi sapere ch'io ho... oh! no... io ebbi un amante grande, ben fatto a maraviglia, e buono; ed io l'amai... ed egli mi amò, e tuttavia io credo che svisceratamente mi ami;... ma in terra uniti noi non potremmo essere mai... e dubito forte se un giorno anche in cielo... colpa non mia, ahimè!--Tu prenderai cotesta immagine, e t'ingegnerai penetrare fino al cardinale Maffeo Barberini, e gli dirai che gliela mando io onde procuri che l'abbia il suo amico, e gli faccia nel punto stesso saper com'io sovente abbia pregato davanti a lei per la salute dell'anima sua: bada, tienlo bene a mente, per non avertelo a scordare: ed aggiungerai...
--Oe, o che vi pensate andare al corteo? È un'ora che aspettiamo... venitevene via come vi trovate.
Beatrice andò; nè Virginia le potè rispondere una parola, tra per la pressa degli sbirri che le ne tolse il campo, tra per la passione che le stringeva la gola: l'accompagnò piangendo fino alla porta, e quivi, dopo averla abbracciata e baciata, l'abbandonò. Beatrice volse il capo sul limitare, e vide come la pietosa fosse corsa ad inginocchiarsi davanti alla immagine della Madonna, appendendo sotto di quella la crocellina di diamanti, che fu della Virginia Cènci sua madre.
Il presidente Luciani, con ambe le braccia fino al gomito stese sopra la tavola in attitudine del cane mastino quando si posa, in questa maniera discorreva agli onorandi colleghi:
--Pare impossibile! S'io non l'avessi fatta ricercare sottilmente, si può dire sotto i miei occhi, avvegnachè honestatis causa io tenessi la faccia volta alla parete, non mi potrei persuadere che la non fosse ciurmata.
--Però,--notava gravemente Valentino Turchi con ostentata umiltà, che lasciava trapelare la sua prosunzione come da imposta mal chiusa sbuca fuori di scancio il raggio del sole,--però mi permetto avvertire, che non fu fatta tosare...
Il Luciani volgendo exabrupto la testa, qual mastino punto dal tafano, all'auditore Valentino Turchi, con voce acerba gli rispose:
--Io non la feci radere perchè Del Rio, Bodino, e gli altri più schiariti scrittori di materia infernale non indicano la parte pilosa, come quella sopra la quale il demonio eserciti per ordinario la sua potenza.
--Per ordinario; e sta bene, soggiunse il Turchi, arduo anch'egli a lasciare la presa; ma avendo meco considerato più volte, da una parte come Dio la gran forza di Sansone nei capelli di lui collocasse, e dall'altra come al diavolo piaccia sempre imitare, e volgere a male quello che il Signore opera a fine di bene; così dirimpetto all'autorità, d'altronde negativa unicamente, degli scrittori allegati io ho ritenuto sempre, che i capelli potessero bene e meglio essere scelti dal demonio come sede delle sue perfidissime incantagioni: per ultimo utile per inutile non vitiatur; ed in faccenda siffattamente grave il tuziorismo, voi siete per insegnarmi, non è mai troppo.
--Il vostro dubbio, riprese il Luciani piegando vinto la testa, e con tal suono, che mal celava lo interno dispetto, non è per certo privo di fondamento, e...
Ma qui il notaro Ribaldella, il quale era come un'eco dell'anima del suo patrono Luciani, sovvenendo prontissimo a lui pericolante, scrisse sopra un pezzetto di carta una parola, ed umile in atto glielo porse mentre stava per finire il discorso. Lo vide il Luciani, ed i suoi occhi balenarono di ferocia e di superbia: rilevò il capo, e prima lo volse al fido creato con tale un garbo, che pareva volesse dargli un morso, e gli volea sorridere; poi all'auditore Valentino Turchi, e continuò a dire:
--e meriterebbe plauso se non ci togliesse modo di sperimentare la tortura capillorum, che presagiva applicare in questa mattina; e voi siete troppo rotto nella pratica delle cose criminali per non sapermi istruire, come questa prova partorisca quasi sempre ottimi effetti.
Il notaro Ribaldella sopra il frammento di carta aveva segnato:
--E la tortura capillorum?
L'auditore Valentino Turchi declinò a posta sua il capo confuso; il Luciani insistendo favellò:
--Anzi per me sono di avviso, che si abbia stamani a incominciare dalla tortura capillorum; secondo poi quello che butta, noi ci regoleremo.--Oh! sì, come dice il proverbio: come il padron ci tratta, e noi lo serviremo.
--Allo apparire di Beatrice pallida, in aria soffrente, con gli occhi smorti dentro un cerchio azzurro, il Luciani, sempre in atto di mastino quando si posa, s'ingegnò, per quanto gli era dato, comporre a mitezza il sembiante sinistro e la voce arrotata:
--Gentil donzella! quanto il mio cuore abbia patito nel dovervi porre ai tormenti, Dio ve lo dica per me; chè con parole convenevoli non potrei dimostrarvelo io. Anch'io sono padre di fanciulle per età, se non per bellezza, uguali a voi; e nel vedervi straziare, non senza sgomento ho interrogato me stesso: Luciani, qual mente, quale animo sarebbero i tuoi, se tale aspro governo facessero del sangue tuo? Dovere di magistrato, senso di uomo, pietà di cristiano mi persuadono raccomandare voi stessa a voi. Deh! vi calga della vostra giovanezza. A che monta la pervicace caparbietà vostra? Io ve l'ho detto, e vel ripeto adesso; abbondano in processo le prove per convincervi rea: la confessione dei vostri medesimi complici vi condanna. Meritatevi con ingenua confessione la grazia del beatissimo Padre. Delle somme chiavi, di cui egli ha l'augusto ministero, troppo più gli piacque adoperare quella che apre, dell'altra che serra. Soprattutto a lui talenta la fama di benigno; e davvero, qual è nel nome, così nei fatti vuol dimostrarsi Clemente. Non mi sforzate, via, signora Beatrice, ad usare rigore; considerate che i tormenti da voi, mio malgrado, patiti sono quasi piaceri in paragone delle atroci torture (e qui lasciò libero il corso alla voce arrotata) che la giustizia riserva contro i contumaci ostinati.
--Perchè mi tentate?--rispose Beatrice pacatamente. Come se non vi paresse abbastanza la facoltà di straziarmi il corpo, perchè v'industriate ad avvilirmi l'anima? Queste sono le parti del demonio, non quelle del giudice, o almeno una volta non lo erano. Il mio corpo è vostro... la forza feroce lo pone in balìa di voi... a posta vostra straziatelo;--l'anima il mio Creatore mi diede ben mia, e questa, anzichè lasciarsi sbigottire dalle vostre minacce, o prendere dai vostri blandimenti, mi conforta a sostenere più di quello che voi non possiate tormentare.
Le sopracciglia del Luciani si strinsero come tanaglia; e percuotendo con ambo le mani aperte sopra la tavola, urlò furiosamente:
--Ad torturam... ad torturam capillorum... Dov'è mastro Alessandro? Egli dovrebbe trovarsi sempre presente al tribunale quando presiedo io[5].
--Egli ha dato un salto fino a Baccano per faccende di mestiere, con ordine superiore; ed ha lasciato detto che tornerebbe in giornata.
--Al maggior uopo tutti mi lasciano solo. A voi dunque, Carlino, che so che siete un giovanotto per bene; fatevi onore adesso.
Queste parole volgeva il Luciani allo aiutante del boia, il quale replicava ingenuo, stropicciandosi le mani:
--Eh! c'ingegneremo...
La verità era che mastro Alessandro, colto il destro che il caso gli aveva posto davanti, si era allontanato da Roma. Due sgherri ora si avventano sopra la Beatrice, le disfanno le bellissime chiome bionde, le scarmigliano, le ravviluppano, e legano, e stringono intorno ad un mazzo di corde così prestamente, come fuori di ogni immaginazione orribilmente;--poi la sollevano da terra...
La beltà sformata stringe, a vedersi, più angosciosa il cuore che la bruttezza medesima. Se mai tua ventura ti condusse per le contrade di Grecia, tu passasti, senza pure avvertirli, accanto ai ruderi di qualche fortilizio veneziano, o turco; ma il tuo spirito si contristò contemplando il Partenone mutilato dal tempo, dai Turchi, e da lord Elgin, lasciando il passeggiero incerto se al delubro di Minerva abbia più nociuto o la forza distruttiva del primo, o la barbarie dei secondi, o la dotta rapina del terzo.
I capelli più sottili della misera martoriata schiantansi, la pelle stirata distaccasi dalla fronte, ed anche sopra le guance, tratta violentemente verso le orecchie, minaccia crepare: le labbra semiaperte parevano ridere, gli occhi allungati a mandorla per le tempie davano alla donzella la sembianza di fauna. Doloroso a vedersi! troppo più a patirsi! Il Luciani, sempre le mani appoggiate come le zampe il mastino in riposo, andava di tratto in tratto abbaiando:
--Confessate la verità...
--Sono innocente.
--Datele uno squassetto... un altro... un altro ancora.--Confessate la verità.
--Sono innocente.
--Ah! voi non volete confessare? Ebbene, a testa di leccio capo di sorbo.--Aggiungete voi altri un po' di ligatura canubis.
Carlino, obbedendo in un batter d'occhio all'ordine ricevuto, aiutato dai valletti attortiglia dentro una matassa di canapa il pugno della mano destra di Beatrice, e torce forte come costuma la curandaia allorchè strizza il panno bagnato per ispremerne l'acqua. La mano e il braccio stridono slogandosi, i muscoli si strappano, la epiderme si lacera con istravaso di sangue e mostruosa tumefazione. Il presidente Luciani, senza batter palpebra, ad ogni scontorcimento abbaia:
--Confessate il delitto!
--Oh Dio! Oh Dio!
--Confessate il vostro delitto, vi dico!
--Oh Dio del cielo... soccorri la tua creatura innocente!
--Stringete più forte, e squassate con gagliardia;--così, risoluto... per bene; in un punto medesimo stretta, e squasso...
--Ahi madre mia! Un sorso di acqua... mi sento morire... per carità, una stilla di refrigerio...
--Che refrigerio, e non refrigerio? Confessate.
--Io...
--Giù, via... siete?...
--Sono innocente.
A questo punto il furore del Luciani non ebbe più modo: cieco di rabbia, tremante per ira, co' denti della mascella superiore si morse il labbro inferiore per guisa, che ci rimasero sopra le orme impresse, alcune pagonazze, altre stillanti sangue.
--Stringi... stritola le ossa, urlava insatanassato il presidente degli assassini, allora chiamati giudici, finchè non crepi fuori della strozza la confessione del suo delitto.
--Ahimè! che dolori... che martirii sono questi! Sono cristiana... sono battezzata.--O morte! morte!
--Confessate... con...
Un nodo spaventevole di tosse sorprese in questo punto il Luciani, e parve dovesse restarne soffocato: anelavano convulsi la gola e il petto; umore viscoso gli gocciava giù dalla bocca e dalle narici; gli occhi venati di sangue gli scoppiavano fuori dai cigli, e ciò nonostante singhiozza ringhioso:
--Con... confe... confessate... scellerata!
--Sono innocente.
--Qua... tosto le cordicelle... la tortura delle cordicelle...
Cotesta era una infame contesa: gli astanti erano sazii dello spettacolo; i carnefici stessi spossati dalla fatica; Beatrice non dava più segno di vita.
--Le cordicelle, vi dico... le cordicelle...--tra un nodo e l'altro di tosse singhiozzava il Luciani.
I valletti del boia sbigottiti stavano inerti, e l'ira strozzava il Luciani, che ormai balbutiva suoni indistinti. Costoro infatti non potevano immaginare che il presidente avesse il cervello a segno; imperciocchè il tormento delle cordicelle consistesse in infinite cordicelle sottili e taglienti, con le quali si avviluppava e stringeva il martoriato per modo, che recisi i nervi, le vene e le carni, il corpo di lui diventasse tutta una piaga; e compariva manifesto che non potesse applicarsi in cotesto stato alla paziente, senza volerla finire.
Sopra il limitare della porta, dirimpetto al banco dei giudici, ecco si presenta la faccia livida di mastro Alessandro; si soffermò alquanto, volse uno sguardo tenue sopra cotesta scena, e sembra, tuttochè boia, che qualche cosa sentisse, avvegnadio nel volersi abbottonare la sopravvesta vermiglia la mano gli saltasse da un occhiello all'altro senza poterne venire a capo: da cotesto indizio in fuori non si palesò altro in lui che desse ad argomentare commozione, e fu visto accostarsi impassibile alla paziente, guardarla fissa, e toccarle i polsi; ciò fatto, con quel suo cipiglio, che metteva il ribrezzo addosso agli stessi giudici, nonchè ai condannati, rivolto al Luciani favellò in questa sentenza:
--Illustrissimo, spieghiamoci chiaro; volete voi che la paziente confessi, o che muoia?
--Morire, adesso?--Dio ne liberi! Bisogna che confessi...
--E allora per oggi, non può sostenere altri tormenti.
Così a quei tempi il carnefice insegnava umanità, e convenienza ai giudici: ai tempi nostri non le insegna loro nessuno;--lo sanno da se.
--Mastro Alessandro, proruppe il Luciani indispettito, dell'arte vostra io credo intendermene quanto voi, e...
Il notaro Ribaldella, che si agguantava alla fortuna del Luciani come all'ancora della speranza, presagendo imminente qualche grave scandalo, con quella sua fisonomia da tantummergo, troncò le parole dicendo:
--Illustrissimo signor Presidente, voi che siete così solenne maestro di proverbii, rammentate avermi ammonito più volte, che chi troppo l'assottiglia la scavezza: se la bontà di vostra signoria illustrissima si degnasse concedermelo, direi, sempre però remissivamente ai lumi superiori di vossignoria illu...
--Orsù, parlate, con mal piglio gli rispose il Luciani.
Allora il Ribaldella si levò agile e presto dal suo scanno, e accostatosi all'orecchio del Luciani vi sussurrò sommesso un suo concetto. Egli aveva ad essere infernale davvero; conciosiachè il Luciani, che gli aveva porto ascolto con torbida faccia, la rasserenò ad un tratto, e quasi sorridendo gli disse:
--Jacomuzzo andate là, chè voi farete passata.--Indi rivolto al carnefice:--Sospendete pure i tormenti, mastro Alessandro,--proseguì a dire,--anzi confortate la paziente, e ingegnatevi a farla riavere.--Voi altri, prestantissimi signori colleghi, compiacetevi aspettarmi seduti nei vostri seggi per breve ora di tempo.
Ciò detto sparì.
Quinci a poco più di venti minuti, nel corridore dond'erasi allontanato il Luciani fu udito strepito di catene, e subito dopo dalle aperte imposte comparvero Giacomo, Bernardino Cènci e Lucrezia Petroni, attriti come gente che abbia fuori di misura sofferto, e non siasi per anco rimessa dalle angosce durate. Il Luciani li seguitava come il mandriano caccia dinanzi a se il bestiame, che spinge al macello.
Dopo la notte dello arresto Giacomo e Bernardino Cènci non si erano più veduti fra loro, e la Lucrezia Petroni nemmeno. All'improvviso sentirono aprire l'uscio del carcere, e si trovarono, senza sapere nè che nè come, l'uno frombolato nelle braccia dell'altro.
Ognuno pensi come per tutti cotesti malearrivati fosse pietosissima cosa, e piena a un punto di sollievo e di affanno, incontrarsi, e piangere, e baciarsi insieme, comecchè le braccia incatenate ogni altra dimostrazione di affetto non concedessero.
Posciachè la piena della passione si fu sfogata quattro volte e sei, al Luciani, il quale per contenere la inquieta impazienza si rodeva le ugna, parve bene richiamarli, ed ammonirli di quella, ch'ei chiamava invincibile caparbietà della Beatrice. Cotesta sua riprovevolissima pertinacia, egli aggiungeva, formare ostacolo alla chiusura del processo, e per conseguenza trattenere la grazia pontificia, pronta a sgorgare, dopo cotesto atto di umiltà, come le acque scaturirono sotto la verga del santo patriarca Moisè: in quanto a lui sentirsi profondamente travagliato per le torture alle quali, così imponendo i penosi uffici del suo ministero, aveva dovuto sottoporre la Beatrice; ormai non gli reggere più l'animo di proseguire; venissero eglino in suo aiuto per vincere cotesta mente ostinata; di ciò supplicarli da verace amico, e da cristiano; qui il giudice non entrare per nulla: di questo andassero persuasi, non poter eglino desiderare patrono od avvocato che più fervorosamente di lui zelasse la causa loro presso Sua Santità.
Egli è così lieve ingannare chi si assicura! Riesce tanto gradito prestar fede a quello che si desidera! Così hanno i miseri sete di conforto, che i fratelli Cènci e la Lucrezia Petroni si abbandonarono affatto in balìa del Luciani; il quale, diventato mansueto, promise loro di non farli separare più mai. Vinti e ingannati, adesso se li spingeva davanti a se; e gli si leggeva manifesta nel volto la superbia del trionfo.
Le vittorie della forza sono elleno forse più, o meno gloriose di quelle della frode? Lo ignoro: io so unicamente, che forza e frode nacquero gemelle nel ventre della ingiustizia.
Quando i due Cènci e la Petroni videro l'osceno strazio del corpo divino di Beatrice, e lei in sembianza di morta, proruppero in pianto irrefrenato, e le s'inginocchiarono dintorno baciandole i lembi delle vesti... non osavano toccarle le mani lacerate, per tema d'inasprirle i suoi dolori. In verità di Dio stringeva il cuore contemplare quei derelitti, con le mani legate di catene, starsene genuflessi intorno alla donzella svenuta tutti in se raccolti, come se l'adorassero.--Così per lunga ora rimasero: quando Beatrice rinvenne, e prima assai di riaprire gli occhi alla luce, la percosse un rammarichìo doloroso, onde tenne per certo di trovarsi colà dove si purga lo spirito umano, e diventa degno di salire al cielo; la quale opinione tanto più le venne confermata quando, riacquistato il senso della vista, si vide circondata dalle care sì, ma squallide sembianze dei suoi diletti. Del quale successo quasi contenta, esclamò:
--Finalmente, la Dio grazia, sono morta!
E richiuse gli occhi; ma gli spasimi, che cocentissimi la travagliavano, l'avvertirono pur troppo com'ella fosse sempre in vita. Riaperse pertanto le palpebre, e continuò:
--Ahi! diletti miei, come mai vi riveggo?...
--E noi come rivediamo te, Beatrice? Ahimè! ahimè!
Decorso alquanto tempo don Giacomo si levò in piedi, e lo strepito delle catene intorno al suo corpo servì di esordio lugubre al seguente discorso, ch'egli indirizzò alla sorella:
--Sorella io ti scongiuro, per la croce di nostro Signore Gesù Cristo, a non lasciarti fare così acerbo governo del corpo tuo. Confessa quello che pretendono sia confessato da noi, come noi abbiamo fatto. Che vuoi tu? Per uscirne men peggio io non ci vedo altra strada; e, dove non conducesse ad altro, questa pretesa confessione ci salverà da martirii che non hanno fine, e con un colpo solo ci troncherà i tormenti e la vita. La ira di Dio passeggia sopra le nostre teste: ora, pretenderemo noi contrastare a quella forza terribile che svelle le montagne dai loro fondamenti di granito, e le travolge come fa il turbine i granelli di arena? Io mi piego alla sferza con la quale Dio mi flagella, dinanzi a cui io mi atterro; e poichè contendere non giova, io m'ingegno mitigare la rigidezza del destino con le supplicazioni, la umiltà, e le lacrime.
Bernardino, fra i singhiozzi levando supplici le fanciullesche mani, anch'ei raccomandava:
--Confessa per amor mio, Beatrice; di quello che questi signori vogliono, chè poi il signor Presidente mi ha promesso farmi sciogliere, e mandarci tutti per le vendemmie a casa.
Donna Lucrezia rassegnata, a sua posta:
--Confidate, figliuola mia, le diceva, nella Madonna santissima dei dolori: ella sola è la consolatrice degli afflitti: e, a fin di conto, chi di noi può vantarsi incolpevole? Tutti siamo peccatori...
Beatrice a mano a mano che la supplicavano volgeva intorno gli sguardi minacciosi. Per sorte i suoi occhi vennero ad incontrarsi con quelli del Luciani, i quali divampavano maligna esultanza: ormai sicuro dell'esito del suo nuovo trovato, egli covava la nidiata dei traditi. Ira, ribrezzo, e soprattutto senso di schifo infinito agitarono l'anima di Beatrice, che per poco non proruppe: pur si contenne; non tanto però, che queste diverse passioni non le si vedessero passare per la fronte, a modo di nuvole traverso il disco della luna. Rimessasi alquanto, con voce fioca, che poi a mano a mano le crebbe, risoluta e gagliarda prese ad ammonire i suoi congiunti in questa sentenza:
--Che voi non abbiate potuto resistere alla prova dei tormenti, e piegato ai primi assalti del dolore, e fatto gettito della vostra bella fama, come il soldato che abbandona l'arme nel giorno della battaglia, io intesi con infinita amarezza dell'anima mia, ma mi astengo di rimproverarvelo: solo mi sia concesso di volgermi severamente a voi, e domandarvi perchè mi vogliate a parte della vostra ignominia? Due avevano ad essere le Regine dei dolori; una in cielo, l'altra in terra; ed io sono la terrena. Non m'invidiate, vi supplico, la mia corona di martirio, dacchè io la porti più gloriosamente che se fosse di gemme. Udite! Uomini santi ci hanno ammaestrato come noi non possiamo volgere le mani micidiali contro il nostro corpo, ch'è fattura di Dio, senza fare violenza alla volontà suprema: ora, quanto a noi ha da parere maggiore peccato distruggere con lingua dolosa la propria fama, ch'è la vita dell'anima? E notate, che la vita sembra più cosa nostra, e però maggiormente facultati a disfarcene, che non della fama; imperciocchè questa dobbiamo tramandare ai nostri posteri, e per noi hassi ad aborrire ch'eglino del proprio nome si vergognino, o vadano soggetti a sentirsi dire: «il vostro casato rammenta un parricidio». Dunque Roma pagana vide una femmina di partito durare costantissima inaudite torture, e tagliatasi co' denti la lingua gittarla in faccia ai carnefici suoi, piuttostochè scuoprire la congiura alla quale ella aveva partecipato pur troppo[6]; ed io, vergine ingenua e cristiana, non saprò sopportare i tormenti in testimonio della mia innocenza? Sciagurati! E che cosa pensate con la vostra viltà conseguire? Forse di conservare la vita? E non vi accorgete, che la si vuole spenta non già come fine, bensì come via che conduca a intento oggimai stabilito; nè a questo pare che basti la nostra morte, la quale oggimai ci avrebbero dato, ma si richieda eziandio la nostra infamia? Ora, avete voi pensato qual possa essere questo intento? Chi può lanciare lo sguardo nello abisso d'iniquità della Corte Romana, e distinguere tutti i disegni tenebrosi che si ravvolgono là dentro? Nella passata agonia una larva traversò la caligine della mia mente, e migliaia di voci le urlavano dietro: avarizia! avarizia! La lupa sacerdotale già assaggiava la sostanza dei Cènci; e trovatala buona, l'è cresciuta la fame, col pasto. Molti sono i lupi dal muso affilato venutici da Firenze, che mostrando le costole ignude, e battendo denti a denti, gridano preda. E il papa gliela darà... I vostri delitti sono i vostri averi. Voi perderete tutto; la buona rinomanza, che nessuno al mondo poteva torvi, avete da per voi stessi gittato via; la vita e la roba, cose caduche ed in potestà altrui, vi torranno quando loro torni in acconcio. Io, che tronchino i giorni miei, e con la vita mi rapiscano gli averi, non contrasto; e volendolo ancora, io non potrei; ma sta nel mio pugno la fama, e questa non perverranno a rapirmi. Mentre tutto ciò che è della terra mi abbandona, ecco che più mi si stringono allo spirito due angioli; quello che ha in custodia la innocenza, e l'altro che premia la costanza; e grande, miei diletti, sento il potere loro sopra di me, avvegnadio non solo mi sostengano in mezzo all'atrocità dei miei tormenti, ma mi promettano appena saranno compiti (il che avverrà presto) di levarmi genuflessa sopra le santissime loro ale verso il mio Creatore. Addio terra, limo stemperato di pianto e di sangue; addio turbine di atomi maligni, che vi dite uomini; addio tempo, sfregio brevissimo sopra la faccia della Eternità: un raggio delle gioie celesti mi piove sopra la persona, e toglie via ogni pena... come mi sento felice! come sono contenta! quanto è soave morire!...
E declinato il capo sopra la sinistra spalla, cadde di nuovo in deliquio.
Il sole, fino a quel momento coperto dalla nuvole, trasparì in cotesto luogo oscuro da una finestra alta, e recinse con un raggio languido di autunno il seno e la faccia di Beatrice. I capelli di oro sparsi per le spalle della vergine, e rimasti irti, ed attorti sopra la fronte di lei riflettendo quel raggio, la fasciarono intorno con la corona luminosa, colla quale, costumiamo effigiare la immagine della Madre di Cristo. Mirabile caso, che dimostrò come la Provvidenza incominciasse a ricovrare la travagliata sotto il manto della sua misericordia; imperciocchè nei capelli, adoperati in quel giorno per arnese dell'osceno martirio. incominciasse ad apparire un segno manifesto della prossima sua divinità.
Nessuno osava alitare. Il Luciani era sbigottito, avendo sorpreso l'anima sua in atto d'intenerirsi: l'abborrita pietà aveva per un momento cagionato in lui lo effetto, che i Gentili attribuivano al teschio di Medusa. Il Ribaldella, con la faccia appoggiata sul banco, osservava costretto una specie di tregua di Dio co' suoi perfidi pensieri; e il notaro Grifo, per non parere, temperava macchinalmente le penne, ma non vedeva lo spacco, però che una lacrima gli dondolasse in su e in giù per la curva del ciglio diritto: povera lacrima! stava in cotesto luogo come uno esiliato in Siberia.
Beatrice con un sospiro tornò agli uffici della vita, e i suoi congiunti genuflessi innanzi a lei, presi da ammirazione, da pietà | e da vergogna, esclamarono fra i singulti:
--Beatrice... angiolo santo... deh! tu ci addita il sentiero che noi dobbiamo tenere per imitarti.
Beatrice si sollevò alcun poco, e, raccogliendo quanto potè di spiriti vitali, con voce forte favellò:
--Sappiate morire!
--E noi morremo--gridò don Giacomo levandosi in piedi, e scuotendo su la faccia ai giudici le catene ond'era avvinto--noi siamo innocenti; noi nè uccidemmo, nè facemmo uccidere il padre nostro: noi confessammo per forza di tormenti, ed in virtù delle insidie tese alla nostra inesperienza.
E Giacomo Cènci poteva anch'egli chiamarsi immune della strage paterna, imperciocchè il padre non fosse rimasto ucciso nel ratto di Tagliacozzo: però la sua coscienza non era pura davanti agli uomini, molto meno davanti a Dio. Ed invero se il disegno, o, come dicono i curiali, il conato più o meno prossimo alla esecuzione meritamente presso i primi si distingue dal delitto consumato, appo Dio il pensiero criminoso scoccato appena torna indietro di ripicchio a uccidere l'anima, che non lo seppe trattenere.
Beatrice, quasi trasmutata in faccia per la interna compiacenza, con suono di voce dolce quanto la benedizione di una madre concluse:
--Il martirio sopra la terra si chiama gloria nei cieli: perseverate, e morite come i fedeli di Cristo morivano.
Il Luciani aveva agevolmente cacciato da se lo insolito solletico di umanità come una tentazione del demonio: anzi vedendo che nel nuovo esperimento, invece di aver fatto profitto, com'egli divisava, era venuto a scapitare non poco, riarse nella sua bile, che proruppe come acqua bollente fuori del vaso, fragorosa e spumante.
--Con voi rifaremo i conti fra breve, e staremo a vedere se, come a parole, vi manterrete prodi co' fatti. Intanto voi, mastro Alessandro, fate di applicare alla esaminata la tortura del taxillo.
--Ho io bene inteso, illustrissimo signor Presidente? Avete voi detto il taxillo?
--Il taxillo; per lo appunto il taxillo: ecci ella qualche nuovità in proposito?
--Nulla, rispose mastro Alessandro stringendosi nelle spalle: solo dubitava non avere bene inteso.
E andò pel taxillo.
Era il taxillo una specie di bietta di pino tagliata a modo di cuneo, larga su la base, acuta in cima, e intrisa di trementina e di pece. Il diavolo trasformato in frate domenicano inventò nella Spagna cosifatto tomento. Spagna! Infelice paese dove la superstizione arò così profondo, che, anche in questo moto maraviglioso dei popoli verso il meglio, gl'Iberi paiono condannati a rappresentare per lungo tempo nel mondo la parte di centauro, mezzo uomo e mezzo bestia. Dove sono i figli dei prodi cavalieri, sempre pronti a ferire torneamenti e a correre giostre in onore delle dame? Dove i discendenti degli avventurosi baroni, capaci di sostenere mirabili imprese per uno sguardo della bellezza? Dove i baccellieri di armi, che co' loro gesti famosi somministrarono gentile argomento ai versi di romanzo? Tacciono le armi e gli armori; gli Arabi scomparvero sotto le rovine dello Alambra; a questi splendidi cavalieri subentrarono gl'incappucciati fratelli del Santo Uffizio, nobil gente avvilita, la quale non trovò mezzo altro più acconcio per ripararsi dai tormenti, che farsi anch'ella tormentatrice.--Mirate, di grazia, dove l'hanno condotta i frati: nuda fino alla cintura, coperta dello scapulare la faccia, con fruste armate di triboli, stupida e insana si flagella sotto le gelosie delle donne amate, nè si rimane finchè dalle aperte vene non le sia sgorgata larga pozza di sangue, e di sangue non abbia resa nera la sferza, che poi manderà loro in dono come pegno di costanza, che nè per tempo verrà mai meno, nè per morte. Così, mercè il governo fratesco, avvinsero insieme le Grazie e le Furie, nodo mostruoso da disgradarne quello dell'antico Mezenzio[7]. Lo stesso piacere cospersero di fiele, e, contrariando Dio e la natura, lo mutarono in tormento. Tanto possono i frati imbestiare gli uomini!
I fratelli Cènci e la Lucrezia Petroni come smemorati consideravano quanto sotto i loro occhi avveniva, (mastro Alessandro recatasi in mano la zeppa, scalzò il piede sinistro di Beatrice. Breve, asciutto e rotondo, egli pareva opera di greco scalpello condotta in alabastro rosato) e vedono... figgere la parte aguzza della bietta tra la carne e l'unghia del pollice: bene a quella vista sentivano raccapriccio, ma qual nuovo modo di tormentare fosse cotesto non bene comprendevano. In breve saranno chiariti. Mastro Alessandro trasse fuori una candeletta, e andò ad accenderla alla lampada, che ardeva davanti la immagine santa del Redentore; poi l'accostò alla scheggia, che subito crepitando prese fuoco. La fiamma si accosta rapidissima alle dita, e qualche lingua si avventa precorrendo come famelica di carne e di sangue.
Atrocissimi dolori erano quelli, che da cotesto tormento derivavano; la natura umana non li poteva sopportare, molto più se consideriamo lo strazio fatto della misera fanciulla: e nondimeno Beatrice, temendo da un lato sconfortare i suoi, e dall'altro desiderando porgere loro lo esempio del come si abbia a soffrire, domava lo spasimo, e taceva. Taceva, sì; e insinuata la carne delle guance fra i denti stringeva forte fino ad empirsi la bocca di sangue, per divertire un'ambascia con l'altra; ma non era potestà in lei d'impedire il brivido intenso che le increspava la pelle di tutto il corpo, nè lo stralunamento delle pupille smarrite, nè il mugolìo convulso, che travaglia la creatura nella suprema ora del transito:--nè fu in lei, misera! trattenere uno strido disperatamente acuto, nel quale parve le si troncasse la vita, e declinare la testa giù come morta.
Anche il coniglio, ridotto alla disperazione, dimentica la naturale timidità, e morde. Don Giacomo non dubita accostarsi con la faccia al tassillo imfiammato, ed azzannatolo tenta staccarlo; ma da una scottatura in fuori non ne trasse altro vantaggio. Allora tutti, non esclusa la mansuetissima donna Lucrezia, spinti da moto spontaneo si avventarono contro il Luciani, mostrando volerlo stracciare co' denti: ululavano come bestie feroci, nè il sembiante loro pareva più umano. Quantunque cotesta fosse ira impotente, però che tenessero le mani incatenate, e per accostarsi ai giudici gl'impedisse il cancello, pure il Luciani n'ebbe spavento, e, balzato in piedi, si fece schermo con la spalliera della seggiola; dietro la quale, come da un baluardo, latrava:
--Badate ch'ei non si sciolgano! Teneteli! Sono dei Cènci, e sbranano.
Mastro Alessandro, giovandosi della confusione, aveva fatto cadere il tassillo dal piede della Beatrice.
I Cènci furono di leggieri trattenuti. Il Luciani sentendosi agitato, e considerando i colleghi suoi e gli altri assistenti, comecchè per causa diversa, più atterriti di lui, riputò conveniente sospendere per allora cotesti strazii, che in quei tempi avevano nome di esami.
--Riportateli, ritto sopra il limitare della porta abbaiava il Luciani, riportateli in carcere uno diviso dall'altro. Ministrate loro il vitto di penitenza... bevano il supplizio... mangino la disperazione.
Beatrice priva di sentimento fu riportata sopra una sedia in prigione, e quivi affidata alle cure del medico; il quale fra un sospiro e l'altro osservava, come la detenuta non potesse essere esposta con efficacia al tormento se non prima decorsa una settimana intera; ed avrebbe, egli aggiungeva, in caso di bisogno avuto anche il coraggio di sostenerlo a voce, e in iscritto, perchè innanzi tutto doveva aversi riguardo alla umanità!...
Non vi par egli, che fosse caritatevole davvero questo dabbene dottore fisico?
NOTE
[1] Papa Clemente VIII quando mosse da Roma per prendere possesso del ducato di Ferrara rapito a don Cesare, che n'era stato istituito erede da Alfonso d'Este II, nel visitare la chiesa di Loreto vi lasciò in voto due gambe di argento massiccio, forse per grazia non ricevuta della guarigione della podagra; e dico per grazia non ricevuta, dacchè alla podagra gli si aggiunse anche la chiragra, la quale nel giubbileo bandito nel 1600 non gli permetteva di lavare i piedi ai poveri pellegrini che con una mano sola, e questo non sempre, contentandosi allora di asciugargli soltanto; mentre cotesta opera santa era esercitata da quei fiori di virtù dei cardinali Aldobrandino, a Passero. Giovanni Stringa, Vita di Clemente VIII.--Cav. Artaud de Moutor, Vita del medesimo pontefice.
[2] «Quidnam vulto hoc esse? Alii autem irridentes dicebant: quia pleni sunt musto». Acta Apost. c. II. nn. 12-13.
[3] Quando prima arrise al prete la speranza di tenere suggetti popoli, e re, sostenne la volontà regia nulla se non era santificata da lui. Scaduto dalla superba pretensione si adattò alla parte di vassallo, vestì livrea; e, contentandosi di tosare di seconda mano, bestemmiò voler sovrano formare legge pel suddito anche quando contraffacesse al precetto di Dio. Antonio Perez, consultato il reverendo padre Diego de Chaves se potesse, senza peccato, obbedire all'ordine di Filippo II, che gli comandava assassinare d'Escovedo segretario di don Giovanni di Austria, ne riceve la seguente risposta: «El principe seglar, che tiene poder sobra la vita de sus subditos, y vasallos como se la puede quitar por justa causa, y por juyzio formado, la puede hazer sui el..... tela de los juyzios es nada por sus leyes, en las quales el mismo puede dispensar. No tiene culpa el vasallo que por su mandado matasse a otro, que tambien fuere vasallo suyo, por que se ha da pensar que lo manda con justa causa, como el derecho presume que la ay en todas les acciones del principe supremo». Relaciones di Antonio Perez, cit. dal MIGNET, Antoine Perez et Philippe II, p. 66.
[4] Intorno ai fatti del conte Peppoli e del duca Farnese, vedi GREGORIO LETI, Vita di Sisto V, lib. III. p. 2.
[5] Nei governi dispotici, il duca di Wintoun diceva che lo ufficio del giudice, come presso i barbari, si confonde con quello di carnefice. Veruno animale è più schifo del giudice amovibile allo stipendio del tiranno. Ricorda la storia che nei tempi antichi, durante il processo di Giovanna di Arco, al cimiterio di Santo Ovanio il carnefice assisteva al giudizio per esser pronto a giustiziarla appena condannata! MICHELET, Storia di Francia, t. V. p. 163--Ai tempi nostri un re mandava ai suoi giudici sentenziassero presto, perchè prima di sera voleva fucilare i prevenuti.
[6] Nerone si ricordò di Epirari ritenuta per indizio di Procolo; e non credendo che una donna reggesse al dolore, ne comandò ogni strazio. Nè verga, nè fuoco, nè ira di martorianti del non sapere sgarare una femmina, la fecero confessare, e vinse il primo dì. Portata il seguente ai tormenti medesimi in seggiola, non potendosi reggere sopra le membra lacerate, si trasse di seno una fascia, l'annodò alla seggiola, incalappiò la gola stringendola col peso del proprio corpo, e trassene quel poco fiato che vi era. Esempio memorevole, che una femmina libertina volesse salvare gli strani, e quasi non conosciuti, quando gl'ingenui uomini senatori, e cavalieri scuoprivano i più cari senza tormenti. TACITO, Annali, t. XV. volgarizzamento del Davanzati.
[7] Il supplizio di Mezenzio era legare un vivo con un morto, e così lasciarlo finchè ancora egli si morisse.
«Quid memorem infanda caedes; quid facta tyranni Effera? Di capiti ipsius, generique reservent. Mortua quin etiam jungebat corpora vivis Componens manibus manus, atque oribus ora (Tormenti genus) et sanie, taboque fluentis Complexu in misera longa sic morte necabat». VIRGILIUS, Aeneid. t. VIII, v. 482.
CAPITOLO XXIV
IL SAGRIFIZIO.
Non sentite che stridìo Fa quel gufo colassù? È là un'aquila che sgraffia! Quanti corvi intorno a lei! Quanti corvi a molestarla! Presto, indietro, figli miei. . . . . . . . . . . Van gl'infanti:--e don Rodrigo Ha già scritto ad Almanzor: Vengon tutti, e senza schermo Tutti a morte gli hai da por.
_I sette Infanti di Lara, Romanza spagnuola._
--Introducetelo immediatamente.
Così ordinava Cinzio Passero cardinale di San Giorgio al camerario, ch'era venuto ad annunziargli come il presidente Luciani, con grandissima istanza, domandasse di favellare a Sua Eminenza. Il Luciani, mossi alquanti passi, si fermò a mezzo la stanza curvato profondamente, ed in cotesta attitudine si rimase senza profferire parola.
Il Cardinale, declinati i sopraccigli per velare le pupille tremolanti di soddisfazione, domandava con voce lenta ed ostentata indifferenza, precorritrice di prossima ingratitudine:
--Or bè, a che cosa siamo noi? Egli è finalmente compito questo magno processo?
--Vostra Eminenza, rispondeva il Luciani con le braccia giù penzoloni, ravvisa in me rinnuovato il caso di Sisifo...
Il Cardinale, meglio che dalle parole, dal sembiante del Luciani sospettando il caso, gittata là la finta indifferenza come maschera molesta, ardente e iroso soggiunse:
--Che cosa significa questo? Parlate senza metafore, chè ormai mi han concio.
--Eminentissimo, significa che noi non abbiamo potuto ottenere dall'accusata Beatrice confessione di sorte; e gli altri Cènci, mossi dal suo esempio, hanno ritrattato la loro.
--Ma voi... voi vi sarete lasciato intenerire per avventura anche voi.
--Io!--esclamò il Luciani, come quando si ode qualche sproposito solenne:--eh giusto! Corda, Eminentissimo, tortura capillorum, tortura vigilae, canubbiorum, rudentium, taxilli, tutte le adoperai, e senza intervallo di tempo, sicchè ne rimasi sbalordito io stesso: poco più che avessi spinto il tormento dell'accusata, a quest'ora non ne parlavamo più, con danno inestimabile del processo. Io l'ho costretta a rimanere tre ore intere in deliquio.
--E neanche col tassillo ha confessato costei?
--Neppure col tassillo.
--Ma che gli fate adesso, di burro?
--Eminentissimo noi gli facciamo di legno di pino, impeciati, e aguzzati per filo e per segno: e tutti i tormenti io ho ordinato le inasprissero per modo, che lo stesso mastro Alessandro ha consigliato si sospendesse la tortura, avvegnadio corressimo pericolo presentissimo di vita.
--Chi è questo mastro Alessandro?
--Il boia, Eminentissimo.
In verità occorrono in tutte le lingue taluni composti di certi suoni, che hanno virtù di scuotere ingratamente i nervi umani; e la parola boia è senza dubbio fra questi. Il Cardinale arricciò il naso e scosse disdegnoso la testa, quasi che volesse dire: «E com'entra il boia fra noi?»
Alla quale tacita domanda il Luciani, a sua posta, tacitamente rispondeva: «Come ci entra? ci entra benissimo, e la tua collera nasce appunto dal non esserci entrato come desideri, o uomo rosso, parente del carnefice in troppe più cose, che nel colore delle vesti».
--E quando vedeste, riprese il Cardinale, come i rigori non giovassero, o perchè non provaste di adoperare le piacevolezze?
--Uhm! Io sono da bosco e da riviera, Eminenza: anzi mi arrisicai fino a promettere (bene inteso però come cosa mia, onde dar campo a vostra Eminenza ed a Sua Santità di smentirmi quando tornasse loro comodo) la grazia della vita per tutti;--feci in modo che i confessi si trovassero con la donzella quando verosimilmente dovevano averla frollata i tormenti, e lei con pianti e preghiere supplicassero a confessare, assicurandola com'io avessi loro dato ad intendere esser questo per essi refrigerio estremo di salvazione. Fiato gittato! La donzella, oltre ogni credere pervicace, ha disprezzato blandizie e tormenti; e dopo aver sofferto più che natura umana sembrava potesse sostenere, in mezzo agli spasimi del tassillo supplicava i congiunti ad imitare la sua costanza ritrattando la confessione.--Come la sia andata io non so, chè non so nemmeno io in qual mondo mi trovi; le hanno dato retta, e di confessi, revocando il detto, sono ridivenuti negativi. La mazza ha percosso i soliti colpi, anzi maggiori del consueto; ma talora la pietra è più dura del martello.
--Oh! no, nessuno varrà a persuadermi che in questa faccenda siasi adoperata la diligenza, che il negozio e le mie raccomandazioni pareva dovessero meritare.
--In verità, Eminentissimo, ella mi mortifica a torto. Consideri! Temendo che l'accusata potesse tenere addosso qualche malìa, ordinai (ed io stesso presenziai la operazione) che la visitassero diligentemente, per ricercare la macchia diabolica indicata dai maestri dell'arte.
Il Cardinale di tanto non si potè contenere, che non iscuotesse fastidiosamente le spalle; sicchè il Luciani, di nuovo armeggiando col suo cervello, pensava: «sta a vedere, che un cardinale di santa madre chiesa non crede al diavolo! Morto lui vedremo chi vi farà le spese».
--Dunque, interrogò risoluto il Cardinale, in questo frangente che cosa proponete voi?
--Eh! appunto era venuto a posta per sentire il savio parere di vostra Eminenza, come quella che tutto il mondo sa ricchissima di partiti.
Si ricambiarono due sguardi tristi: già si odiavano. La cupidigia e la ferocia compongono un cemento infernale, che lega indissolubilmente le anime degli scellerati fino alla consumazione del delitto: compito il misfatto, i complici si dividono a un punto rapina, odio, e rimorso.
Avvenuta che sia l'opera di sangue, il Cardinale odierà il Luciani col doppio odio dello ingrato e del complice che detesta l'altro complice; il Luciani odierà il Cardinale perchè lo sperimenterà superbo, e lo saprà scellerato: e non pertanto anco adesso si aborrono, perchè il primo non cela il suo disprezzo per l'altro, e quest'altro ha paura.
Si ascolta un lieve bussare alla porta: ottenutane licenza entra un camerario, che ammonisce lo Eminentissimo essersi presentato alla udienza il signor avvocato Prospero Farinaccio.
--Farinaccio!--esclamarono a un punto il Cardinale e il Luciani. Poi il Cardinale soprastette alcun poco a pensare, ed alla fine disse al camerario:
--Fate passare. Voi, signor Luciani, compiacetevi attendere in anticamera i nostri comandi.
Se più acerba trafitta avesse mai potuto lacerare l'anima del Luciani, pensi chi legge. Come! Doveva egli uscire al cospetto di uno avvocato? Come! Doveva egli aspettare la fine della udienza in anticamera? Egli! uso a trattare con arroganza i suoi uguali, con superbia gl'inferiori. In qual concetto lo avrebbero d'ora innanzi tenuto i camerarii, in mezzo ai quali avrebbe dovuto trattenersi durante il colloquio del Farinaccio col Cardinale? O andate, via, a dannarvi l'anima per costoro!
No, il Luciani non dannava l'anima per altrui; ei la dannava per conto suo: per compiacere lo istinto ferino sortito dalla natura, e sviluppato con l'abito; per satisfare alla meschina vanità, che non vo' dire ambizione, essendo questa cosa virile, e per nulla convenevole a cotesta anima bassa. Se a taluno poi venisse fatto di considerare come il giudice Luciani si assomigli al giudice Valentino Turchi, al vicario Boccale, ed a mille altri giudici e fiscali, io mi permetto avvertirlo, e vo' che mi creda dacchè io gli parlo per esperienza, che ordinariamente cosiffatti giudici e fiscali si assomigliano tutti; e la differenza unica, che corra fra loro, consista nello avere le unghie un poco più lunghe, o le orecchie un momentino meno corte.
La immensa voglia che sentiva il Farinaccio di comparire al cospetto del Cardinale nepote e la preoccupazione del Luciani nello uscire, furono causa che questi due personaggi si urtassero malamente nel petto e nel ventre sopra il limitare della stanza; e siccome lo avvocato era grosso e gagliardo, e il presidente, debile per mal di sciatica, camminava sciancato e dondolante come fanno le botti rivoltate in piano prima che si fermino, questo ultimo corse pericolo di rientrare a complire il cardinale a mo' dei gamberi, se non si fosse con ambe le mani attenuto alle pettorine della veste dello avvocato. Il Farinaccio poi non era tale, da ridere per cotesto caso: all'opposto, volendo, com'uomo espertissimo nelle umane passioni, correggere con la lingua il fallo involontario del corpo, circondò il presidente Luciani col tuono di uno immenso saluto:
--Meritissimo signor Presidente, le faccio umile reverenza.
Per la qual cosa il Luciani, considerando il credito che un saluto così ossequioso di tanto avvocato stava per procurargli appresso i camerarii, si sentì come raddolcito, e deliberò rispondergli, come gli rispose, con un terzo meno della rabbia consueta:
--La reverisco.
--Eminenza, incominciò Prospero Farinaccio dopo avere inchinato il cardinale Cinzio co' modi sciolti e sicuri che egregiamente gli si confacevano, io vi esporrò de plano la causa che mi conduce con tanta pressa ad ossequiare vostra Eminenza. Io vengo a supplicarla onde mi procuri licenza di assumere la difesa dei prevenuti Cènci, in compagnia di alcuno dei prestantissimi colleghi miei.
--Signor Avvocato, rispose il Cardinale aggrottando le sopracciglia, ch'è quello che domandate voi? Cotesti scellerati vi par egli che meritino l'onore della vostra difesa? La enormità del delitto gliela vieta; e sarebbe inaudito concederla, ora che il processo è compito.
--Eminenza, la difesa è di diritto divino. Il Signore la concesse a Caino, e nessuno, io penso, lo sapeva colpevole meglio di lui.
--È vero; ma la prudenza umana oggimai ha stabilito doversi escludere da tanto benefizio i casi atroci; e il parricidio parmi che tra questi si deva considerare come principalissimo. Ditemi, signor Avvocato, i truci figli concessero al padre loro tempo per le difese? Anzi, e questo è troppo più enorme, gli dettero tanto di tempo ch'egli potesse riconciliarsi con Dio, e salvare l'anima sua?
--Questo io non vo' negare, Eminenza; ma mi sia permesso farvi notare reverentemente, come appunto, trattandosi di caso eccettuato, non si proceda con le regole comuni, e tutto sia rimesso alla discrezione del giudice.
--Certo, ma in ciò che spetta alla esasperazione del rigore; conciossiachè se fosse diversamente (e questo non può sfuggire alla solenne sagacia vostra) il benefizio crescerebbe in proporzione della gravità del delitto. Vi parrebbe ella logica questa?
--E tuttavolta nel mondo governa qualche cosa più potente della logica, ed è la convenienza. Io non ricorderò, Eminentissimo, per quanti favori mi chiami legato alla sacra persona di Sua Santità ed alla vostra, nè con quanto zelo io abbia studiato sempre, e studii promuovere, secondo le mie deboli forze, la esaltazione della vostra casa nobilissima: in ciò io adempio un dovere di gratitudine, e basta. Queste cose poi mi piacque toccare brevemente, onde la Eminenza vostra si persuada, che se potrà trovare di leggieri un consiglio più autorevole del mio, non potrà con altrettanta agevolezza trovarne un altro del pari devoto. Or dunque io vo' che sappiate, Eminenza, correre da parecchi giorni qui in Roma una voce, e crescere quotidianamente, la quale dice impossibile cosa essere che Bernardino, giovanetto dodicenne e d'indole mansueta, al parricidio partecipasse; molto meno la fanciulla (e questo non era vero, anzi era vero il contrario) a cui procacciano compassione la fama della sua bellezza, che dicono possedere portentosa, e del valore col quale sostenne i più rigidi esperimenti della giustizia. La calunnia sussurra sommessa di orecchio in orecchio volersi tutti i Cènci avviluppati in una medesima accusa, e per conseguenza nella medesima condanna, perchè s'insidiano gli averi di cotesta cospicua famiglia: ancora fra i nobili reca amarezza inestimabile vedere minacciata di completa distruzione una inclita prosapia, che affermano derivata dai vetustissimi Romani. Adesso io credo, e meco, Eminenza, hanno creduto molti, che per torre via ogni pretesto alla maldicenza importi largheggiare in concessioni di difese, di consigli, di tutti, insomma, i sussidii forensi agl'imputati. E di vero, udite un po' che cosa si attenti vociare la calunnia. Ella vocia: o come volete voi che possa schermirsi da volpi vecchie del foro un bambino? Come una giovanetta inesperta? Atterriti da minacce, circondati da seduzioni...
Il cardinale Cinzio sentiva a quel dire gonfiarglisi il cuore; ma fino a quel punto, uso com'era a dominare gl'impeti del suo carattere, ed a dissimulare, veniva assentendo piacevole in vista allo Avvocato, ed anche talora gli sorrideva: inoltre la timidità, che rende i sacerdoti spietati, gli fa eziandio irresoluti; onde chiunque sappia valersi con accorgimento di questo loro vizio, può contare di riuscire almeno per tutto il tempo che la paura dura. Qui poi non potè reggersi da esclamare con ira male repressa:
--E come ardite voi sospettare questi orrori?
--Eh! non sono io, Eminenza, che sospetto; ella è la calunnia, la quale non si arresta qui; ma va aggiungendo, che le confessioni spremute dal torchio di torture atrocissime non si devono attendere; e ch'era più breve farli tutti sparire, notte tempo, per entro ad un trabocchetto.
Il Cardinale, per contenersi, masticava della carta; sennonchè sopra gli angoli estremi della bocca, comparivano alcune bolle bianche di bava maligna. Il Farinaccio, che astutissimo uomo era, conoscendo avere percosso il colpo più forte, pensò adesso a blandire il porporato. In simile intento, aggiungeva:
--Io ci patisco, Eminenza, propriamente ci patisco nell'udir levare i pezzi della reputazione altrui, e della scienza; dacchè io nei miei volumi abbia salutato, come davvero ella è, la tortura regina delle prove: nè qui sarei venuto, laddove io non conoscessi il modo col quale il fatto atroce successe, e non mi augurassi cavarne dalla bocca degli accusati la confessione ingenua, che, come confonderà la calunnia, così porgerà al Beatissimo Padre argomento di fare viepiù rifulgere quella sua innata clemenza, di cui ha empito il mondo con tanti e tanti fulgidissimi raggi...
--E vi augurate davvero farli confessare?--interrogò il Cardinale ridivenuto sereno.
--Lo spero.
--Tutti?
--Tutti...
--Voi, signor Prospero, assumete troppo ardua soma per le vostre spalle; almeno lo temo, perocchè in costoro si manifesti pervicacia pari alla scelleraggine: e voi intendete che le porte della misericordia potranno aprirsi alla supplice preghiera del pentito, non già al superbo bussare dell'ostinato. D'altronde il processo contiene tanta copia di prove, da vincere i dubbii dello stesso Pirrone. Noi (e qui gli occhi gli dardeggiarono veleno) noi non siamo usi a curare i clamori del volgo. Da quando in qua l'aquila ha temuto la vipera? L'aquila ghermisce negli artigli la vipera e la trasporta nelle nuvole, per isbatterla poi contro le pietre. Stanno in potestà nostra arnesi capaci di scorciare le lingue, ed impedire che un labbro si congiunga all'altro labbro:--noi possediamo, e voi lo sapete, signor Avvocato, istrumenti onde quelle parole della santa scrittura, che dicono «avranno occhi e non vedranno, avranno orecchi e non ascolteranno» ricevano litterale applicazione; e noi gli sappiamo adoperare.
--Oh! quanto a questo l'ho fatto avvertire ancora io, si affrettò di rispondere l'Avvocato, che, incominciando a temere di essersi spinto un po' troppo, pensava al mezzo di operare una ritirata onorevole; anzi chiamato, Dio sa da qual parte, un certo risolino, e appuntatolo con li spilli sopra le labbra, continuò:--e non pensate che io mi sia rimasto da farlo capire come merita; però, mosso dalla cognizione dell'alta magnanimità e dello egregio giudizio vostro, io tutto deliberai di significarvi apertamente onde si facciano di quieto, senza strepiti, senza scandalo e pel meglio quelle provvisioni, che pareranno più acconce ai desiderii ed alla giustizia di vostra signoria eminentissima. Per cui a tutti quelli che si mostravano peritosi di venire a informare vostra Eminenza degli umori di questi cervelli romani, io non rifiniva mai di predicare: «O che temete? Voi non conoscete, ignoranti, quanta bontà si annidi nell'ottimo cuore del Cardinale di San Giorgio; quanto lo amor suo; quanto lo zelo per tutto ciò ch'è convenevole e decoroso alla santa sede cattolica, ed alla dignità della sua inclita casata. E confermando col fatto le parole, mi sono risoluto di tenervene proposito io stesso; là onde ora non mi rimane che a supplicare ossequiosamente la umanità vostra a prendere in buona parte questo mio procedimento; ed attendendo meglio allo spirito che me le ha fatte dire, che alle parole com'elle suonano, condonarmi quelle, che, contro la intenzione mia, avessero per avventura potuto sembrarvi libere di soverchio, e temerarie.
Al Cardinale parve, come invero egli era, stranissimo il contegno del Farinaccio: distinguerne le cause interne non sapeva; ed uso a malignare sopra il bene manifesto, pensate un po' s'ei mulinasse su quel garbuglio misterioso. Non assentì pertanto al Farinaccio, nè lo respinse: prese tempo a pensarvi su, e gli somministrò naturalissima scusa allo indugio il pretesto di doverne conferire insieme a Sua Santità.--Si accomiatarono pertanto l'uno dall'altro piuttosto soddisfatti, che no; il Farinaccio perchè sperava riuscire nel suo intento di favellare agli accusati, consigliarli, e dirigerli nelle difese: il Cardinale perchè contava conseguire, ad intuito del Farinaccio, la confessione dei prevenuti, ed ovviare così ai sospetti, ch'egli sentiva meritarsi pur troppo. Ambedue si accorgevano che il giuoco loro correva tra galeotto e marinaro; ambedue sentivano che s'ingannavano a vicenda; e nondimeno conoscevano essere l'uno necessario all'altro pel compimento degli scambievoli disegni.
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Farinaccio allo svoltare della via aperse lo sportello di una carrozza, che stava lì ferma ad aspettarlo; e volgendo il discorso a qualcheduno seduto dentro, favellò:
--Eminentissimi, il disegno s'incammina a bene. Ora non perdete tempo un minuto, ed andatevene ad abbattere l'arbore che tentenna. La paura lo tiene pei capelli; se lo lascia, non lo ripeschiamo più di qui a mille anni.
In questo modo ragionando il Farinaccio indovinava ad un punto, e sbagliava: indovinava, che la paura dominasse l'anima del Cardinale nepote; sbagliava, che questa lo rendesse più mite per gli accusati; imperciocchè avendo mestieri della confessione loro per procedere con franco piede e capo alto alla truce conchiusione del suo disegno, e pel colloquio tenuto col Luciani essendo oggimai disperato di poterla ottenere per via di tormenti, strinse il Farinaccio come una leva per muovere quel masso che gli si parava davanti al cammino. Credersi più scaltro che altrui è lo scoglio dentro al quale per ordinario rompono gli astuti; onde a ragione il proverbio c'insegna, che in pellicceria vanno più pelli di volpe che di asino.
Prima però di continuare il mio racconto mi è forza spendere alquante parole intorno a Prospero Farinaccio, che sta per essere tanta parte nella catastrofe di questa storia, e dire chi egli si fosse, e quali cagioni lo muovessero a zelare così le difese dei Cènci.
Prospero Farinaccio nacque di stirpe popolesca; ma non tanto sprovveduta dei beni della fortuna, che ai suoi genitori venisse tolta la facultà di farlo educare nelle discipline liberali: ed in fatti mandato allo Studio di Padova attese ad imparare diritto, dove riuscì valentissimo. Tornato in patria presto si fece conoscere eletto ingegno, ed ottenne facilmente la fama di precipuo fra gli avvocati della Curia Romana. Invero egli possedeva in copia dottrina (che scienza quella degli avvocati d'allora io non vorrei chiamare), ed aveva raccolto abbondantissimi materiali che gli valsero poi a fabbricare ben tredici grossi volumi, i quali anche ai giorni nostri noi vediamo schierati nelle scansìe dei forensi, quasi leghe quivi dentro ammucchiate per costruirne le casematte di sofisma, e di errore delle loro biblioteche. Nei libri del Farinaccio, del Mantica, del Menochio e di altri siffatti scrittori, che gli furono contemporanei; peggio in coloro che lo precederono; niente meglio negli altri che lo seguitarono, invano cerchiamo spirito di retta filosofia. Non sentenza, non, dirò quasi, parola occorre scritta, che non venga sostenuta dalla testimonianza d'infiniti altri dottori, che la medesima cosa, e con le medesime frasi affermino: per modo che, ravviluppata con tante fasce, impiastrata con tanti cerotti addosso, quella ch'essi espongono o non ti par ragione, o parti ragione malata; anzi in agonìa. Talora in mezzo a questi salvatici scritti ti capitano citazioni greche o latine degli scrittori magni, le quali pare che stupiscano di trovarsi là dentro, come succede ad un galantuomo, preso per isbaglio, di vedersi in prigione fra una geldra di furfanti. Un meccanismo tutto materiale ha presieduto alla compilazione di coteste opere; e sovente tu vedi posta a capo del capitolo, o conclusione, o glossa, od altro simile spartimento del lavoro una sentenza assoluta, dopo la quale vengono schierate come manipoli in battaglia le tante dichiarazioni, e di tanto diverso concetto, che invece di chiarirti il pensiero gli calano di mano in mano una benda su gli occhi, e gli fanno buio: nè basta ancora; ecco succedere le ampliazioni, le quali tirano coi denti il primo pensiero a conseguenze così sperticatamente disparate, che ogni memoria del punto donde hai preso le mosse va perduta. Come se poi tutto questo fosse poco, esaurite le ampliazioni incominciano ad attelarsi in ordinanza le limitazioni, di cui lo scopo consiste nel restringere il principio annunziato in tanta angustia di termini, che oggimai tu ignori qual via tu debba tenere, o a qual partito appigliarti. Ogni raziocinio è posto in bando: autorità fa legge; sintesi e dogma ti battono alterni colpi sopra il cranio come due fabbri il martello su la incudine. Interrogato un giureconsulto, qual differenza corresse fra legato e fideicommesso, rispondeva: che in quanto a se ei non la sapeva discernere, ma che ci doveva essere; avvegnadio se non ci fosse stata lo Imperatore non avria distinto un atto col nome di legato, e l'altro con quello di fideicommesso! La intelligenza umana intisichita per difetto di luce, si sgomenta e si accascia sul pavimento, rassegnata a cucciare sopra la paglia: pervertito così il senso del retto, il torto e la ragione compaiono accidentalità della forza o della frode, secondochè trionfano o perdono; e il santo ministero della giustizia e della difesa diventa un palio di Siena, dove, purchè prima si giunga, anche le nerbate a traverso la faccia contano. Mentre un curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di una lucerna sfoglia uno scrittore in traccia dell'autorità che valga a sostenere il suo assunto, e la trova; il suo avversario curiale con le spalle gobbe, gli occhiali sul naso, al chiarore di lucerna va squadernando il medesimo scrittore in traccia della dottrina contraria, e la trova. Corre nel fòro un dettato che ammonisce, i dottori aver detto tutto; ed è vero: ma in sofisma, e in errore; e se avessero detto meno, beati gli uomini!--In paragone a questo rovinare giù a scavezzacollo del nostro intelletto, navigare senza bussola egli era andare a nozze; conciossiachè senza bussola si arrivasse tentoni, ma alla fine si arrivasse, e qualche stella schiariva quasi sempre il cammino;--qui poi si precipita irrimediabilmente in perdizione. Il contagio dello intelletto con lieve passaggio si attacca al cuore; la coscienza del forense diventa atea, e lo studio del diritto si converte in istudio di torturare, e, potendo, strangolare il diritto; in trovare puntelli alla tirannide, in cucire al dispotismo una gonnella da prete per farlo comparire galantuomo nella processione del Corpus Domini. Ai giorni nostri l'avvocheria va a poco a poco, e, come dicevano i latini, guttatim, riacquistando la pristina dignità; però rimangono anche troppi curiali che si rotolano nel fango come in un letto di parata, e togati sofismi si divorano il mondo peggio delle cavallette di Moisè. Carattere eterno del vero e del bello noi dobbiamo estimare la semplicità e rammentarci che la verità incede nuda: badi la eloquenza pertanto, e badi bene, di non avvilupparla in mantelloni alla Bernini: a lei basta il velo, che un giorno Socrate scultore ricingeva intorno alle Grazie. La digressione, a vero dire, si produceva più oltre ch'io non pensava; ma oggimai è fatta, e a cancellarla l'animo non mi basta: la conchiuderò affermando in coscienza, che colui il quale si avvisasse di fare della massima parte del libri forensi un falò in onore della ragione umana, si meriterebbe il nome di Omar della civiltà[1].
Il Farinaccio dunque non era uomo da paragonarsi a Francesco Bacone da Verulamio suo coetaneo; tutt'altro: però come perito nella dottrina forense lui salutavano principalissimo a quei tempi. Irrequieto e insistente, spesso a forza d'industria egli seppe condurre a buon fine difese ritenute disperate; e ciò gli fruttava amplissima fama di sapere da quei medesimi giudici i quali avevano ceduto piuttosto alla importunità, che alla persuasione sua, e questo s'intende; però che volessero confessarsi vinti dalla scienza, non già dal fastidio. La vitalità, che in lui sovrabbondava, non gli facendo rinvenire nello esercizio della sua professione fatica sufficiente a stancarlo, nè i tempi concedendo vacare a pubblici negozii, egli si diede in balia della crapula e della lussuria...
Il suo temperamento in questo gli valse per modo, che consumata talora la intera notte nelle lascivie e nel giuoco, la mattina poi si mostrò pronto, e disposto al travaglio più che mai fosse stato. Con tanta foga si abbrivò nel mare dei vizii, che percorso in breve tutto quel tratto ch'è dominio del peccato, giunse là dove incominciano i confini del delitto; e corre fama eziandio ch'ei li varcasse; ma per virtù d'ingegno, ed in grazia delle protezioni che coltivava potentissime in Corte di Roma, gli riuscì sempre a cavarla netta. Clemente VIII, legale anch'egli, e che per avere appreso diritto a Roma, a Bologna e in Salamanca si reputava una cima, lo aveva avuto in grandissima, pratica mentr'era auditore di Ruota, e sovente diceva di lui: egli è un tristo sacco, pieno di buona farina. Come facile a donare, il Farinaccio si mostrava anche facile a prendere: costumava creare debiti più che poteva, un po' per bisogno, e molto più per genio; dacchè estimando poco i vincoli dell'amicizia, e quelli della parentela ignorando, soleva dire che il più saldo legame, il quale, secondo lui, tenesse uniti insieme gli uomini era il debito, concorrendo tre funi a formarne il nodo: la benevolenza del creditore pel debitore, la speranza di ricavarne un grosso interesse, e la paura di perdere frutto, e capitale; per la qual cosa egli teneva per fermo, che anche alla spada di Alessandro Magno sariasi torto il filo, se si fosse provata a tagliarlo. E nonostante ciò, sotto quel cumulo di vizii si trovava rannicchiato un ottimo cuore propensissimo ad atti generosi, purchè brevi, e di sagrifizii, a patto che non lo stogliessero di soverchio alle sue passioni dominanti. Pronto a sdegnarsi e del pari sollecito a placarsi, passava dal pianto al riso, e sopra tutto oblioso di qualsivoglia più lugubre caso; avvantaggiandosi con lo esempio del re David, che digiunò e pregò finchè il figlio avuto da Bersabea stette infermo, e morto poi si levò dal pavimento, bevve e mangiò dicendo: «Salute ai vivi, e buon viaggio ai morti!»
Ora vuolsi sapere come sul declinare del mese di agosto, certa mattina un carbonaro, fasciando alla porta dello studio dello avvocato quattro muli carichi di balle di carbone, entrasse arditamente nell'anticamera con ambe le mani nelle tasche delle brache, e il cappello piegato sopra un orecchio in sembianza di duca. Gli scrivani, vedutolo con la coda dell'occhio, non si mossero, e continuarono a scrivere senza mai levare il capo di sopra la carta.
--Oe! Ci è l'avvocato?
--Qui no... a casa forse...
--Io vi domando se sia qui, non a casa.
--E se ci fosse! O che volete che compri carbone nello studio? Ditemi, sareste di quelli che credono che si arrostiscano i clienti?
--Dio me ne guardi! Solo ho inteso dire, che qualchevolta si spellino. Ma ciò non monta;--districhino la lite San Lorenzo e San Bartolommeo fra loro; io non vo' vendere carbone al signor avvocato, bensì ho da parlargli di un mio negoziuccio...
--Voi!... propriamente voi?
--Io... propriamente... io. O che ci è egli di strano? Si parla al Papa che ha gli orecchi nei piedi, e non potremo parlare all'avvocato Prospero Farinaccio che li porterà, io mi figuro, attaccati alla testa?
--Ma lo sapete voi chi sia il clarissimo signore avvocato Farinaccio?
--Sicuro eh! che lo so. Egli è un uomo come me: sarebbe forse nato dal Colosso del Montecavallo, o si vanterebbe cugino del re Porsenna? Su, via, andate ad annunziarmi, ch'io so che è in istudio.
--O il nuovo pesce, ch'è capitato stamattina!, mormorò sommesso il primo scrivano, e poi a voce alta soggiunse: «ci ha gente».
--Aspetteremo--
Rispose il carbonaro; e senza un rispetto al mondo si pose a passeggiare villanamente di su e di giù per la stanza, con insopportabile fastidio dei copisti; i quali un po' per la stizza, un po' per lo inusitato schiamazzo sbagliando sovente, lo mandavano allo inferno, sotto voce però; chè la sembianza traversa, e le membra gagliarde li persuadevano a procedere con precauzione. Di tratto in tratto, giusta il costume dei codardi insolenti, si sfogavano alternando motteggi e scherni.
--Il passo degli allocchi è anticipato questo anno.
--Vello com'egli è tondo; e' pare che abbia l'aria di aver beccato più miglio che ginepro.
--Fa' di farti cucire le fodere nuove alle tasche, per sospetto che non te le sfondi la mancia.
--Avvertirò il sere di aggiuntare due lenzuola insieme, per farne un sacco capace a contenere li danari a conto.
Extra jocum: parente del diavolo ha da essere, tanto egli è nero; e sento dire che il diavolo sia più ricco di Papa Sisto, che mise dieci milioni di oro in castello[2].
--E se pagasse con una cambiale sopra lo inferno, toccherebbe a Tegolino andarla a riscuotere.
--Però tu sei in colpa, e come primo scrivano la sconterai.
--Qual colpa?
--Di non avere steso gli arazzi, onde il messere non si conci il calzare di velluto.
E così continuavano l'alternare di epigrammi, che pareano fuochi artifiziali. Il carbonaro non si dava per inteso di nulla, e non ismetteva il suo moto ondulatorio, nè il fischiare, nè il canto. In questa un giovanetto, vero servo dei servi di Dio, nudrito con le briciole dei bricioli caduti dalla mensa dell'avvocato, alimento dei copisti, si levò dal banco, e presa una sedia la offerse al carbonaro, quasi in isconto dei peccati dei suoi colleghi.
Il carbonaro accettò la sedia, e poi guardò fisso negli occhi il giovanetto, come se volesse iscrutare la causa che lo muoveva a mostrarsi, fra tanti villani, cortese, e non potè distinguervi altro che naturale benevolenza; avvegnadio i clienti costumassero rado donare, o, se donavano, altri denti stavano apparecchiati ad azzannare: sicchè il giovanetto faceva quel buono ufficio come il povero usa col povero, senza speranza, ma con carità. E questo sia detto contro la opinione dei moralisti, i quali pretendono che l'uomo, onde possa reputarsi perfetto, abbia ad essere ornato di tutte le virtù corporali e spirituali; mentre io ho provato, che anche qui il soverchio rompe il coperchio; e quando le sono troppe, una aduggia l'altra come le rame in arbore frondoso.
Il carbonaro, atteso ch'egli ebbe lungo spazio di tempo, si accorse di essere stato ingannato, e che il Farinaccio per quel momento dimorava fuori di studio; per la qual cosa alzatosi pianamente si accosta allo scrivano, cui, come attempato, incombeva l'obbligo di avere più giudizio degli altri; e strettagli forte la punta dell'orecchio, gli dice:
--Compare! Tu mi hai giuntato: pazienza! Bada, che come so ricompensare un buono ufficio, così mi basta l'animo di vendicarmi di una ingiuria anche dietro l'altare di San Pietro. A rivederci a domani...
E vedendo lo scrivano come basito delle parole altere, e più dell'atto, si affrettò, quasi per rimedio, di aggiungere: «tu mi hai fatto perdere la occasione di vendere le mie some di carbone»; e mosse per andarsene; sennonchè passato davanti al giovanetto, parve tentennasse a volere, e disvolere una cosa; la mano gli corse su l'orlo della tasca, poi la ritrasse a poco a poco, finalmente ve la cacciò risoluto, e trattane fuori una moneta, la porse al fanciullo dicendo:
--To', portala a mamma;--ed uscì.
--Tegolino, urlarono gli scrivani, tienti stretto il tesoro: vuoi tu diventare duca? Da' voce di comprare Benevento: vuoi tu che io ne dica una parola al Papa? Il palazzo Farnese per magione ti basta? Se no, tu ci farai la giunta come Sisto al Vaticano... Vediamo un po' quanto ti ha dato il carbonaro.
E il fanciullo, aperta alcun poco la mano, guardando la moneta rispondeva:
--Non so, io non ne ho mai viste; di rame non è, come i baiocchi che mi date voi altri; lustra... ed è gialla.
--Sarà un brincolo... vediamo... Per gli apostoli Pietro e Paolo, e gli altri dieci di seguito! ella è una doppia... proprio una doppia di oro! Senza fallo il carbonaro ha da essere un monetaro falso...
Ma uno scrivano meglio scaltrito degli altri, guardata prima ben bene la moneta, mormorò sotto voce all'altro, che la teneva in mano:
--Così tu avessi buona l'anima, com'è buona cotesta moneta! Ma sostieni tuttavia ch'ella è falsa, e che bisogna farne rapporto al bargello: in tal guisa la caviamo di mano a Tegolino, e poi ce la goderemo.
--Questa moneta, non ci ha rimedio, è falsa falsissima, prese a gridare l'altro; e ci toccherà a farne una specificazione, come qualmente un monetaro falso l'abbia donata a Tegolino, depositandola in mano del bargello del rione perchè non ci caschi su le spalle qualche grosso malanno. Misericordia! Moneta falsa! Niente di meno che forca e squarto a cui fosse trovata addosso;-e se la mise in tasca.
Ma a Tegolino garbava poco, anzi punto, cotesto tramestìo; e rivoleva la moneta perchè fosse stata donata a lui, e perchè intendeva portarla alla mamma onde se ne comprasse una gonnella, chè la povera donna si peritava a uscire di casa con quella che aveva addosso logora, e rattoppata. Fiato perduto! Gli altri per preci non dimordevano, e per di più lo straziavano con i motteggi; sicchè il fanciullo prese a piangere ed a strillare per modo, da muovere a rumore tutto il vicinato.
In questa ecco apparire sopra la soglia dello studio, sdegnoso in vista, un personaggio abbigliato da prete, di cui l'aspetto però sembrava in guerra aperta col suo vestito: alto era e robusto, alquanto calvo sul sommo del capo, ma circondato da uno orecchio all'altro di capelli neri a zazzera; neri, folti, e dritti aveva i sopraccigli, allora aggrottati; una ruga sorgendo perpendicolare dalla radice del naso s'inoltrava per mezzo della fronte; l'occhio di pupilla vivissima, e verdastra; le narici mobili le labbra tumide e accese in bel vermiglio; le guance, tinte ordinariamente in isciamito, ora per collera avvampanti di fiamma.
--Che scandalo è questo?--tuono con voce di rimprovero.
Gli scrivani, come i ranocchi se odano cosa onde abbiano paura cessano il gracidare importuno, e tuffansi nell'acqua paludosa, chinato il capo non fiatavano verbo. Tegolino si rannicchiava presso le gambe dell'avvocato Farinaccio, in quella guisa che i pittori sogliono dipingere l'aquila ai piedi di Giove. Ma il Farinaccio, per nulla placato dalla subita sommessione di costoro, interrogò Tegolino della causa del trambusto, ed egli ingenuo gliela espose; aggiungendo che rivoleva la moneta per portarla a mamma, che difettava di veste da comparire alla messa.
--E per qual causa voi altri avete involata la moneta a questo ragazzo?
La domanda era volta agli scrivani; ma dimorando a parlare, Tegolino rispose per loro:
--Perchè prima dicevano ch'ella era falsa; e poi sottovoce avvertì Luparino, che sarebbe stato meglio comprarne tanto vino di Orvieto, e berselo in compagnia.
Prospero consentendo alla sua piacevole natura, mutata di subito la collera in riso, riprese:
--Su, presto, rendete a Cesare quello ch'è di Cesare, voglio dire la doppia a Tegolino; e per bere, a voi altri, ecco un papetto; chè ne avanza anche per le spugne vostre dilettissime sorelle in vino. Però, notatelo bene una volta per sempre; io intendo, e voglio che sieno accolti co' medesimi rispetti così poveri come ricchi, i nobili come i popolani: io nacqui ignobile, e non sono ricco; ricordatevene: e di questo ricordatevi ancora. che sono state fatte troppo più belle e magnifiche cose co' baiocchi del popolo, che con i ducati dei baroni.
E così favellando entrò nell'altra stanza. Il giorno successivo il carbonaio si presentò alla medesima ora, e venne con isquisita urbanità accolto dagli scrivani, mossi dai due supremi motori dell'anima umana, la speranza e la paura: però al carbonaio non parve che fosse uscita la stizza di corpo pel fatto del giorno antecedente, perchè, cacciando indietro uno dei suoi muli che sporgeva la testa dall'uscio dello studio, punse con questo motto gli scrivani:
--State all'erta voi altri, che lì alla porta ci è tale, che v'insidia il vostro posto di copista.
Ma Andreozzo, mordace secondo il costume dei romani, non potè stare alle mosse di rendergli pan per focaccia:
--Oh! in quanto a questo state sicuro che non ci ha pericolo: ciò potrà accadere quando voi sarete diventato l'avvocato di studio.
Onde il carbonaio, conoscendo a prova che quei ribaldi avevano più ritortole ch'egli fastella, e d'altronde premendolo bene altra cura, andò oltre.
Il Farinaccio appena ebbe scorto il carbonaio, con modo cortese gli disse:
--Io so che ieri i miei scrivani vi arrecarono disturbo: ve ne domando scusa per essi: gli ho ammoniti per guisa, che spero averne loro tolto il ruzzo di ricominciare con altri, e con voi. Adesso favorite dirmi in che cosa io possa sovvenire ai bisogni vostri. Parlate, e, se vi piace, sedetevi.
--Parlerò in piedi. Ditemi, intendeste voi favellare del caso dei Cènci?
--Io? E come volete ch'io non ne abbia udito parlare? Ella è questa la nuova che tiene tutta Roma sottosopra.
--E non sentiste mai nessuna voce in mezzo del cuore, che vi parlasse in benefizio di cotesti infelici?
--Se io l'ho sentita! Ed anche adesso la sento;--anzi a palesarvi il mio pensiero vi dirò, che la segretezza del processo; lo insolito apparato; la surroga del giudice Luciani, uomo più crudo della tortura, al presidente Moscati compassionevole e probo; la età dei prevenuti, la presumibile inettezza di tutti, o della massima parte di loro, ed altre più cose, che mi giova tacere, mi percuotono la mente, e mi fanno sospettare qualche trama abominevole.
--E allora, dite, o perchè voi, di cui il soccorso non venne mai meno agli uomini più infami, ve ne mostrate avaro per cotesti poveri malcondotti?
--Perchè, considerando maturamente la faccenda, ho presentito che a lavorare questo terreno io ci romperei la vanga. Vel dissi già; temo di segreta persecuzione... e potente: temo che questo non abbia ad essere giudizio, bensì assassinamento giuridico;--io vedo, caro mio, o parmi vedere, la giustizia armata non già della spada della legge, ma dello stiletto del bandito, e...
--Proseguite, signor Avvocato,--con voce tremante lo confortava il carbonaio, vedendolo esitante a continuare.
Prospero si levò dalla sedia; e, fattosi all'uscio per assicurarsi se fosse ben chiuso, tornò al suo posto, e riprese:
--Corre voce, quantunque io per me ne dubiti forte, che essendo i Cènci fuori di misura ricchi, e i nepoti del Papa fuori di misura poveri ed avari, cerchisi un pretesto che valga per incamerarne i beni, e trasmetterli poi, mediante un colore di cui in corte non è penuria, a quel branco di affamati.
--Come! Anco con la strage di quattro innocentissime creature?
--Portansi dai cardinali cappe vermiglie perchè il sangue non vi si scorga sopra.
--Ma voi non avete per istituto di difendere la vedova e il pupillo? E l'avvocatura non reputasi appunto milizia gloriosissima, per lo pericolo che l'uom corre nel difendere la causa della innocenza iniquamente perseguitata?
--Anzi per questo la milizia togata si antepone alla sagata, ed ecci in proposito una legge mirabile degl'imperatori Leone, ed Antemio... ma carbonaro... ed avrei dovuto domandarvelo prima... in grazia, chi siete voi?
--Deh! signore Avvocato, non vi calga saperlo: sono un uomo,--e se questo può commuovervi,--un uomo che non ha uguale al mondo nella miseria.
--No... confidenza per confidenza: come volete ch'io mi apra a voi, se voi intendete restarvi chiuso con me?
--Le parti non sono uguali. Della discretezza vostra io non dubito; del vostro onore molto meno: non mi trattiene paura, imperciocchè maggior danno di quello che io patisco ormai non mi può cascare addosso; e non pertanto io vi supplico in grazia a lasciarmi il mio segreto...
Suonava in coteste parole tanta umiltà di preghiera, così elle s'insinuavano dolcemente nel cuore di Prospero, che a lui parve villania espressa insistere, e si rimase.
--Orsù, dunque, sia come vi piace; ed io allora vi dirò (e rese la voce più sommessa) che credo pur troppo la fama pubblica ben si apponga; e tale credendo fermamente io, come con presagio di buon esito potrei tirarmi sopra le spalle carico così grave e pericoloso? Voi, mio carbonaro, avete l'aria di sapere quanto me quello che lasciò scritto Dante Alighieri:
_Chè quando l'argomento della mente Si aggiunge al mal volere ed alla possa, Nessun riparo vi può far la gente._
--Dunque vi basta il cuore a lasciar perire senza difesa coteste creature, innocenti quanto nostro Signore Gesù Cristo?
--In primis voi dovete sapere che la difesa dei parricidii non viene mica de jure, bensì concedesi per grazia; in secondo luogo, o ditemi un po' voi come facciate a sostenerli innocenti?
--Io?--Lo assicuro di certo... perchè... perchè quegli che uccise Francesco Cènci... sono io.
--Voi?--E voi chi siete?
--Quegli che già voi, per somma cortesia, consentiste a rimanersi incognito. Io con queste mani lo uccisi, e tornerei ad ucciderlo nel punto in cui stava per oltraggiare la natura...
E qui gli espose a parte a parte il successo: confidandogli ogni più riposto segreto di famiglia, e gli atti, le parole, e i costumi del trafitto Cènci, non menochè la virtù, e la portentosa costanza della sua figliuola Beatrice.
Il Farinaccio a mano a mano che costui veniva favellando s'industriava ravvisarlo; e non venendone a capo, gli passò per la mente che potesse essere monsignore Guido Guerra; ma per la pratica grande che ne aveva, non gli parve che i tratti del volto, i gesti, e tampoco la voce glielo riportassero. Al fine delle sue parole il carbonaro levò gli occhi sul Farinaccio per iscrutare lo sguardo di lui; ma questi teneva impensierito la faccia dimessa. Dopo lunga considerazione favellò:
--Se io vi dicessi andate, ed annunziatevi, lo fareste voi?
--Se questo giova farlo subito non mi parrebbe tosto.
--No, no: voi sareste una vittima di più, nè torreste lo agnello di bocca al lupo. L'amore tornò infesto alla infelice fanciulla del pari che l'odio. Il popolo le appone la strage paterna per darle una corona di gloria, il Papa gliel'appone per rapirle la sua sostanza... Ardua cosa (e si batteva la fronte tutto angoscioso) ardua cosa in verità.
--Deh! signor Prospero, non gli abbandonate, per carità...
--E per di più, sempre distratto favellava il Farinaccio, in corte mi hanno in uggia; e temo che se questa volta capita loro il destro, mi conciano e cimano come un panno francese.
--In corte io conosco tali, che sicuramente vi darebbero favore; e so che voi trovereste i cardinali Francesco Sforza e Maffeo Barberini dispostissimi a secondarvi...
--Questo sarebbe qualche cosa... E come dovrei presentarmi io a cotesti porporati?
--Andate franco; voi li troverete informati di tutto[3].
E nonostante questo la mente del Farinaccio tenzonava fra il sì e il no, e gli si leggeva in volto; sicchè il carbonaro con voce di pianto insisteva pregando:
--Ed ora che sapete tutto, li lascerete perire senza aiuto?
--E se io mi perdo con esso loro?
--Benefizio che si argomenta non è benefizio.
Questo dialogo era da ambe le parti favellato con tanta passione, che Guido Guerra, obliandosi, adoperò la naturale sua voce; però che il Farinaccio non si potè trattenere dallo esclamare:
--Voi siete monsignor Guerra.
--Io?--Lo fui...
--Heu quantum mutatus ab illo!--esclamò il Farinaccio porgendogli la mano, che l'altro strinse affettuosamente dicendo:
--Ed ora che conoscete la mia miseria... ora che la mia sciagura vi sforza al pianto, mi lascerete voi andar via disperato?
--Ebbene, alea jacta est. Però, e non ve lo nascondo, io passo il Rubicone con tale uno stringimento di cuore, che io non provai mai l'uguale in vita mia. Dio ci aiuti! Questa volta io temo che il pesce non tiri dietro il pescatore: ma non è ciò, che maggiormente mi travaglia;--io dubito appigliarmi ad un partito donde, piuttostochè vantaggio, abbia a nascerne l'ultima rovina. Comprendo bene, che in istato peggiore di quello nel quale di presente si trovano non ponno i signori Cènci cascare; e tuttavolta non vorrei esser io quegli che dà loro la pinta. Voi poi, Monsignore, non vi sconfortate che per questo io abbia a procedere tepido, o irresoluto: mai no; anzi prendete coraggio dallo esempio del nostro Redentore, a cui in questo caso, comecchè indegnissimamente, io mi rassomiglio. Egli pregò che il calice amaro fosse risparmiato alle sue labbra, ma poi lo accettò di gran cuore, e lo bevve da valoroso.--Ora andate; e vivete sicuro che quanto cervello può immaginare e bocca dire, tutto sarà da me messo in opera per la salute dei vostri raccomandati.
--E a questo mi aspetto: a caso disperato sovverranno altri partiti.--Voi la vedrete...voi vedrete, dico, la signora Beatrice... non le parlate di me...in nulla...o piuttosto, sì, parlategliene... e presentatele questo anello, che vi acquisterà credito presso di lei. Fra noi sta il sangue di suo padre...va bene...ma io l'ho sparlo per lei...ed io l'amo...ed ella non potrà cessare di amarmi:--uno sempre legato all'altro, e non pertanto perpetuamente divisi;--il nostro affetto è fiore che coglierà la morte.--Qui sfibbiò la cintura che portava attorno la vita, e gliela porse: l'avvocato fece atto di ricusare, e le sue guance si accesero; ma il Guerra insisteva dicendo:
--Già non si crede con questa o con altra moneta ricompensare degnamente l'opera vostra; io mi vi professo grato per la vita, e ricusando voi mi affliggereste: ora io di affanni ho anco troppo, e voi, signor Prospero, lo sapete.
E il signor Prospero riteneva a tutta possa il proponimento di recusare la moneta; ma sentiva, come neve al sole, liquefarselo davanti al pensiero, che nel giorno seguente gli scadevano le usure da pagarsi a Sansone giudeo; quel Sansone a cui il Farinaccio aveva applicato quel verso di Marziale «Nec tecum possum vivere nec sine te», ch'egli avea volgarizzato per suo uso così:
_Nè teco posso vivere, Giudeo, nè senza te._
Il Farinaccio rimasto solo si trattenne alquanto a meditare intorno alla singolarità de! caso, e lo infortunio che gravitava sopra la sventurata famiglia dei Cènci: poi subito volse la mente a completare il concetto della difesa, che prontissimo pensò aver trovato; incerto, è vero, e pericoloso, ma che a lui parve unico da abbracciarsi. Peccato grave del Farinaccio fu ancora questo, che tra per possedere percezione delle cose quanto altro mai veloce, e per la sopravvenienza delle faccende le quali non gli concedevano tempo di approfondire i giudizii accoglieva le prime idee che gli si presentavano alla mente, ed in quelle ostinavasi. Quasi sempre, a vero dire, imbroccava del segno; ma se mai errava, non ci era più rimedio; conciossiachè facendo seguitare subito la idea dalla esecuzione, veniva a chiudersi la strada di tornare indietro. Finalmente, come l'amen in fondo degli oremus, penso anche ai ducati del Guerra. Avrebbe voluto non averli presi; ma ormai che presi gli aveva, gli rinchiuse dentro lo scrigno; e subito dopo, pronto e fedele, si mise in moto conducendosi ai palazzi dei cardinali Sforza e Barberini, i quali trovò confortatori nell'assunta impresa, ed a sovvenirlo col proprio credito dispostissimi. Con esso loro concertò il colloquio col cardinal nepote Cinzio Passero, non menochè le cose opportune a toccarsi in faccenda così dilicata; ed eglino, studiosi di giovare ai Cènci, si offersero, come fecero, aspettare alla posta assegnata, dentro una carrozza senza stemma, lo esito dello abboccamento, per agire poi con ispeditezza a seconda dei casi.
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Il Luciani, il quale pel fastidio dello attendere brontolava come mastino a catena, sentì chiamarsi allo improvviso per nome; e levate le ciglia in alto, vide apparire un camerario, che gli disse:
--Signor Giudice, sua Eminenza vi dà commiato, e vi ordina per ora sospendere ogni procedura: in seguito ordinerà.
E queste parole il camerario gli disse superbamente, imperciocchè i servi per ordinario posseggano l'odorato più sottile dei segugi per distinguere quando una persona è in fiore, quando è matura, e quanto sta per cascare dalla grazia del padrone. Il Luciani, offeso di quell'essere buttato là come un trabiccolo a mezzo luglio, e più trafitto dal modo, guardò in cagnesco il camerario, quasi gli volesse dire:
--Attendi a starmi lontano, perchè se mi capiti fra le mani io ti farò vedere che mai cane mi morse, ch'io non volessi del suo pelo.
Poi taciturno gli volse le spalle, e se ne andò.
--Avete veduto qual guardatura?--notò uno staffiere al camerario.--In verità voi gli avete dimostrato troppo disprezzo.
--Dovevate dire ribrezzo: io lo avrei volentieri gittate fuori di finestra come una mignatta, per empimento di sangue resa inabile a succhiare.
--Avvertite non averla gittata nel sale; imperciocchè allora, vomitato il sangue, torni a pungere più acuta che mai.
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I cardinali Barberini e Sforza si presentarono in anticamera per riverire sua eminenza San Giorgio. In un baleno erano annunziati, ed introdotti con un grande levare di berretta e profondissimi inchini, dai quali alcuni cortigiani non si rilevarono neppure, siccome avviene ai giunchi cresciuti in piaggia, che per lo assiduo soffiare dei venti rimangono curvati. Poichè da una parte e dall'altra si furono reiterate quattro volte e sei le cordiali accoglienze, e soprattutto sincere: e poichè in diverse guise i cardinali visitatori ebbero accertato il cardinale visitato essere venuti unicamente mossi dai desiderio di riverirlo, questi, parendo avere sfogliato assai il carciofo, prese a tastarli, così alla lontana, sopra le nuovità che correvano per Roma. Allora i cardinali Sforza e Barberini, conoscendo dove il falco aveva a cascare, intenti a tenerlo a loro agio sul vergone, si mostrarono ignari; sicchè al Cinzio fu di mestieri favellare più aperto. Eglino affettando di entrare a malincuore sopra un discorso che avevano concertato di già, ed imparato a mente, ribadirono il chiodo già fitto dal Farinaccio, aggiungendo parecchie altre invenzioni di loro, le quali, essi dicevano, palesano come temerarii sieno i pubblici giudizii, e inducono la necessità, pel decoro del pontificato, di smentirli solennemente; molto più che correvano tempi calamitosi per la Chiesa, e gli Eretici, non pure in Francia ma nella Italia eziandio, stavano al varco per accogliere ed accreditare siffatte calunnie.
Molti furono i ragionari tenuti in proposito infra cotesti porporati, che qui non importa referire. Basti sapere che il Barberini e lo Sforza si destreggiarono in guisa, che lasciarono il cardinal Passero pensoso, e persuaso della necessità di dovere abbondare in larghezze intorno alla difesa dei Cènci; conciossiachè da queste oggimai confidava raccogliere più largo frutto, che non dalle asperità. Ne conferiva pertanto col Papa, che di leggieri indusse nella medesima sentenza; e il Farinaccio, con mille carezze blandito, ebbe la soddisfazione di sentirsi dire proprio dalla bocca dei cardinali nepoti Pietro Aldobrandino e Cinzio Passero, che a riguardo suo concedevasi quanto aveva supplicato. Da questo primo vantaggio il Farinaccio ricavava ottimo augurio, e n'esultava. Maleaccorto! I nepoti del Papa vincevano lui in iscaltrimento, quanto egli vinceva loro in ingegno.
Il Farinaccio, dopo aver reso ad ambedue quelle grazie che seppe maggiori, si fece a trovare, senza frapporre dimora, gli avvocati De Angelis ed Altieri, per indurli a comporre con esso lui il collegio della difesa; e dopo qualche difficoltà li piegò ad essergli compagni in tal causa, che si attirava gli sguardi non pur di Roma, ma d'Italia. Nè a conseguire simile intento si era diretto il Farinaccio senza ragioni potentissime, e queste erano: che oltre a possedere cotesti avvocati pratica grande dei negozii criminali (siccome a noi posteri fanno fede certi loro libri in numero più scarsi, ma in merito uguali a quelli del Farinaccio) il De Angelis, come avvocato dei poveri, godeva di molto credito fra il popolo; e l'Altieri, come personaggio di alto affare, era eccettissimo ai nobili romani.
Nella conferenza collegiale il Farinaccio espose il suo avviso, e parve a loro, come veramente egli era, pieno di pericolo; ma egli con copia di ragioni ed efficacia di parola li persuase, la congiuntura non offerirne altro migliore: doversi prendere questa causa a trattare come i cerusichi i casi morti. Gli avvocati De Angelis ed Altieri, compresa la gravità del negozio, si pentivano quasi dello impegno assunto; e, potendolo fare onestamente, avrebbero volentieri tirato addietro la parola, quando il Farinaccio leggiadramente gli rinfrancò dicendo: che il cielo spettava alle aquile, e la terra ai lumbrichi; e che se fosse stata causa vulgare non avrebbero avuto ricorso a loro, orgoglio e lume della Curia Romana.
E questa era piaggeria così patente, e soverchia, che pareva non dovesse essere atta a vincere cotesti uomini, rotti alla pratica del mondo. E pure non fu così; se la bevvero bravamente, disposti ormai di secondare il collega a tutta lor possa: e ciò perchè, come altre volte notammo, uomini, pesci, ed uccelli da Adamo in poi si chiappano con le medesime reti, e non se ne accorgono: ed ormai penso che non sieno per accorgersene più.
Il Farinaccio pose fine a tutte coteste faccende mentr'era la notte inoltrata, e veramente per quel giorno egli aveva operato abbastanza: un altro se ne sarebbe andato a rifare le forze col sonno; ma egli s'incamminò a trovare i suoi compagnacci, che lo accolsero a braccia aperte, e il pensiero dei Cènci rimase annegato nel giuoco e nel vino.
Ma alla dimane, appena il Farinaccio ebbe aperti gli occhi trovò cotesto pensiero sul capezzale del letto; e posto in disparte ogni altro affare, impegnò la sua cura esclusiva alla causa dei Cènci. Abbigliatosi in fretta, si trovò alle carceri di Corte Savella giusta in quel punto che ne aprivano le porte.
Il Farinaccio, familiare di cotesti luoghi, non è a dire se incontrasse lieti aspetti; molto più che, come prigione o come visitatore, da gran tempo aveva ammansito i cerberi di quello inferno, e li teneva quotidianamente bene edificati. Per ogni evento veniva munito di un permesso di monsignore Taverna governatore di Roma, il quale esibì al soprastante, e questi ricusò (dopo averlo sbirciato di traverso, e ottimamente riconosciuto) allegando che faceva troppa stima del clarissimo signore avvocato per desiderare altra prova, che la sua onorata parola. I notari gli mostrarono la procedura, che in breve conobbe; prima, perchè si trattava di cose consuete in cui si era versato tutta la sua vita; e poi perchè allora, più che ora, i processi così criminali come civili, forte si assomigliavano alle ostriche pescate a luna scema; di cui, gittati via i gusci, egli è bazza se rimanga tanto da bagnarti la bocca. Sbrigatosi da questo travaglio, chiese di conferire co' detenuti Giacomo e Bernardino Cènci, e Lucrezia Petroni, la qual cosa gli venne prestamente concessa.
Beatrice nella sua carcere solitaria, giacente in letto, non aveva membro che non le recasse acuto dolore, e tuttavolta assai più le percuotevano la mente gli affanni del cuore. Ella pensava al suo amante. Certo il destino gli aveva fulminati, e rotti in due come una rupe: il mare gorgoglia vorticoso e bianco in mezzo allo scoglio diviso, di cui le cime non si riuniranno più; e pure l'una sta di faccia all'altra rammentando il mutuo infortunio, e porgendo testimonianza che la natura le creò unite. La sua vita adesso mancava di scopo; ella era diventata una esistenza invano: morisse, o vivesse, Guido non poteva più stenderle la destra neanche per reggerla cadente giù nel precipizio,--pensa un po' se per esserle sposo;--poichè così, piacque a Dio, e così sia. I martirii, che innocentissima durava, davanle pegno che la misericordia Divina la voleva salva, parendole che i suoi peccati potessero essere scontati da quelli; e, se non era presumere troppo, teneva che ne avanzassero; ma dove avesse dovuto soffrire anche di più, non le incresceva per la eterna salute dell'anima sua. Tanto, tormento più tormento meno, alle torture l'avevano assuefatta! Il dolore le si era attaccato addosso come una seconda pelle! Di questa vita non parliamo più;--fumo che ha fatto lacrimare, ed è passato;--non ne parliamo più: ormai io sono fatta cittadina del sepolcro... Ma lui!... lui perdonerà Dio? E perchè non lo perdonerà? Il Signore perdona sempre a cui si pente di cuore.--Ma si pentirà egli? Egli non si pentirà, perchè fermo in pari caso a ricominciare da capo... e questo è certo; altrimenti egli non mi avrebbe amato; ed io nei piedi suoi avrei fatto, e farei come lui. Ahimè! ahimè! O Signore, salvatemelo: dopo tanto martirio su questa terra, almeno io possa rivederlo in paradiso, e abbracciarlo, e stringergli la mano. La mano? Sì, perchè la Provvidenza avrà tolto dalla mia memoria il sangue, che un dì gliela bagnò... ma tutti questi dubbi mi fanno tremar l'anima, e provare l'amarezza di una seconda morte... Oh! avessi qui un uomo santo che mi chiarisse!--Se Dio nella sua bontà me lo mandasse, egli apporterebbe al travagliato mio spirito maggiore consolazione, che il Luciani non diè tormento a questo mio corpo...
--Signora Beatrice,--interruppe la Virginia sporgendo il capo dall'uscio--il clarissimo signor avvocato Prospero Farinaccio desidera conferire con voi.
--Con me? Che ho a fare io con questo avvocato? Io non lo conosco. Basta! ne sono venuti tanti! Venga anch'egli.
--E se voi dicevate, senz'altri preamboli, l'avvocato Farinaccio, avvertiva alla Virginia Prospero comparso in questo punto sopra la soglia della prigione, o non avreste risparmiato tanto fiato per l'ora della vostra morte?
Il Farinaccio s'inoltrò di alquanti passi nella stanza, poi soprastette alquanto maravigliando; imperciocchè quantunque avesse udito favellare mirabili cose intorno alla bellezza di Beatrice, ora gli pareva la fama troppo minore del vero. Cotesto suo volto divino, adesso afflitto per gli spasimi che pativa, la sembianza purissima atteggiata ad angoscia facevano parerla uno degli angioli, che ministrarono al Redentore nelle ore della passione. La petulanza dell'avvocato venne meno, e le subentrò un peritarsi insolito; ond'egli, muto, e compreso da senso ineffabile di reverenza, si accostò al letto della giacente.
--Che volete da me?--incominciò ella con voce soave, avvegnadio si accorgesse, dopo alcuna dimora, che il Farinaccio aveva smarrito la parola; ed egli allora a stento rispose:
--Gentil donzella, io vengo mosso dalle vostre sventure, e più assai dai preghi di tale, che piange lacrime amarissime, e irrefrenate... tale, che voi a un punto aborrite forse, ed amate... tale, insomma, che non fu mai tanto degno di essere vostro come nello istante in cui vi perdeva per sempre... Il vostro cuore con i suoi palpiti già vi avrà detto... già vedo che vi ha detto chi sia quegli che mi manda...
--Egli?--E piange?
--Piange, e vi palesa ch'egli morrà disperato dove voi non procuriate aiutarvi... Anzi, perchè poniate in me confidenza assoluta ed intera... egli mi ha commesso che vi mostri, e lasci questo anello.
Beatrice prese l'anello, e tenendovi gli occhi fitti sopra riprese:
--Ed egli vi ha messo a parte di tutto?
--Di tutto.
--Proprio di tutto?--E siccome il Farinaccio assentiva vivacemente col capo, ella riprese:--E allora, mio signore, che ne dite? Le mie nozze con lui non vi pare che assomiglino quelle del Doge di Venezia, quando, gittato l'anello nel mare, egli sposava l'abisso?
Il Farinaccio non rispose; bensì, essendosi rimesso dalla commozione, pregò Beatrice a volerlo ascoltare attentamente, chè la materia importava assai; e proseguendo nel discorso le disse a parte a parte quanto noi conosciamo, e poi le parlò dello stato in che si trovava il processo, e per ultimo concluse:--Ora pei vostri e per voi, io, dopo averci meditato con quella maturità che il negozio richiede, non vedo altra via di salute se non questa una, ed è: che voi confessiate liberamente, vostro padre essere caduto spento dalle vostre mani...
Beatrice lo interruppe con un grido di sorpresa: ella lo guardava fisso come trasecolata. Se cotesto era scherzo, il tempo, il luogo e la condizione sua lo rendevano crudele;--se consiglio, e allora così lo pareva mostruosamente strano, che pensò davvero, o ella o l'avvocato avere perduto il bene dello intelletto. Il Farinaccio, dagli atti del sembiante argomentando la sua stupefazione, soggiunse:
--Comprendo bene che deve parervi singolare il mio consiglio, e non pertanto io mi chiamo parato a chiarirvi sopra tutti i vostri dubbi.
--Ora come, interrogò con voce alquanto alterata la Beatrice, dopo tanti tormenti sofferti per salvare la mia bella fama, io da me stessa mi lacererò le viscere, lasciando il mio nome argomento di orrore pei posteri, mentre io divisava lasciarlo di compassione e di rammarico?
--Gentil donzella, soffrite in pace ch'io vi dica cosa incredibile, e vera. Tutti credono che voi abbiate ucciso colui, che ormai vostro padre non può chiamarsi senza oltraggio della natura; alcuni ciò fanno per un fine loro particolare, e che a parer mio consiste meno nell'odio ingiusto contro la persona vostra, che nell'appetito disordinato della vostra sostanza: gli altri poi lo credono perchè vi vogliono bene, e piace alla immaginativa loro considerarvi come donzella mirabile, e vi salutano più virtuosa di Lucrezia, più forte di Virginia. Il popolo vi ha posto prima in questa trinità di fortissime donne romane, e la sua finzione adora: se alcuno tentasse di sgannarlo adesso, oltre al non prestargli fede, lo detesterebbe; forse anche trascendendo sarebbe capace usargli mal tratto, come quello a cui parrebbe essere privato del suo patrimonio di gloria. Amore di popolo è amore di Giove, che per soverchia ardenza incenerì Semele. Dove io su questa impugnativa fondassi la difesa, perderei a un punto me stesso, e voi non salverei. Voi pertanto negando non arriverete a persuadere nessuno che vi asteneste, dalla strage paterna, nè preserverete i giorni vostri nè di colui, che per amarvi altamente vi perdeva; dacchè i giudici considerino le prove raccolte in processo sufficientissime alla vostra condanna come parricida, e la pratica dei nostri tribunali conceda facultà, attesa la confessione dei complici, di sottoporre il prevenuto impugnante allo esperimento della tortura finchè morte ne segua.
--Amen; e parmi che a tale mi abbiano condotto, che ormai poco più è il cammino che mi avanza. Non è poi così doloroso il morire, come per avventura si crede dagli uomini: posso assicurarvene io; io, a cui davvero parve toccare le porte della Eternità,--e più di una volta.
--No, povera signora, voi non dovete morire; ed avvertite, il proponimento vostro, estimato magnanimo presso i gentili, nella religione cristiana è peccaminoso; imperciocchè offenda Dio tanto colui che porta le mani violente contra se, quanto l'altro il quale potendo salvare la sua vita non si aiuta.
--Ed io consentirò a vivere, e a vedere abbrividire i padri al mio appressarsi! Ed io mi affannerò a vivere per vedere la gente, curiosa insieme e impaurita, appuntare gli occhi sopra la mia fronte come se vi fosse scritta la parola «parricida!» Ah! no.--Così piacesse a Dio farmi scomparire intera da questa terra, e sperderne perfino la memoria!
--Ma che pensate voi dalla opinione di avere trafitto vostro padre ve ne sia venuto odio, o ribrezzo? Se così ritenete, voi v'ingannate. Quando mai, finchè gli uomini avranno un cuore che palpita al nome di virtù, terranno a vile, o piuttosto non leveranno a cielo la castissima donzella, che, per amore della pudicizia diventata eroina, la difese con atto pietosamente crudele? Quanto più stretto il vincolo tanto era la ingiuria maggiore, e sovveniva più legittimo il diritto di resistere. Volgete la mente alle antiche e alle moderne storie, e guardate un po' voi se infami si reputassero o scellerati i figliuoli, i quali per giusta vendetta trucidarono i propri genitori. Valgami lo esempio di Oreste: vedete; comecchè la offesa ch'ei vendicava troppo differisse dalla vostra, nè le circostanze fossero uguali, uccidendo egli la madre dopo molti anni che la strage di Agamennone era avvenuta, non già per salvarsi da imminente, e in altra guisa non riparabile danno, tuttavolta la sapienza antica immaginò che la stessa Minerva scendesse dal cielo, ed invisibile gittasse nell'urna il voto, il quale, troncando le dubbiose ambagi dei giudici, lo proclamò innocente.
--Dite, signore, e voi, dopo il giudizio di Minerva, avreste data la vostra figliuola in isposa ad Oreste?--Parlatemi in coscienza... talenterebbero a voi le nozze di un vostro figlio con nuora parricida?
--La mia risposta non può satisfare questa domanda, avvegnadio io sappia il vostro caso diverso; e, come a me, confido in breve sarà chiarito anche altrui. La giustizia non è frutto di tutti i tempi; dovrebbe essere, ma non è; e la verità nemmeno; entrambi hanno bisogno di fiorire, e maturare; e chi le coglie acerbe nuoce a loro ed a se. In tempo opportuno le genti maravigliate sapranno come una donzella sedicenne, dopo avere sofferto tormenti a cui pazienza nè forza umana avevano potuto durare fin lì, per amore della propria famiglia non rifuggisse di porre in compromesso e la vita e la fama. Io per me, quantunque volte me faccio a ripensarci sopra, non trovo persona che abbia fatto di se così solenne sagrifizio, e che ne abbia ricavato, non dirò lode, bensì venerazione affettuosa, se togli questa una; ma egli era Dio, non uomo.
E così favellando stacca da capo del letto della Beatrice una immagine di Gesù crocifisso, e, gittatala sopra la coperta, prosegue: «Egli, troppo più che le mie parole, col suo silenzio v'insegna, sagrifizio che sia;--egli per la redenzione di coloro che lo avevano offeso, lo offendevano, e l'offenderebbero accettò lo indegno patibolo;--egli oppose alla giustizia eterna un riscatto eterno col suo sangue prezioso,--battesimo perenne che ci scorre sul capo come lavacro di peccato senza fine rinascente...»
--Sì, ma Cristo non moriva mica infame!...
--E chi fu dunque più vilipeso di lui? Chi più di lui saturarono di vituperio e d'ignominia? A lui nella grazia del supplizio anteposero Barabba ladro; a lui sul patibolo dettero compagni Cisma e Disma ladri: egli poi ottimamente conosceva questo, e se lo aveva presagito, secondochè apparisce nello Evangelo, là dove dice: «Per cagione mia voi verrete in abbominazione alle genti; ma voi prendete la mia croce, e seguitemi: chi si vergogna di me, di me non è degno».
--Ed io dovrei prendere questo Dio di verità in testimonio di menzogna?
--Deh! ciò non vi trattenga punto; dacchè, innanzi tratto, è cosa contro natura costringere l'accusato a prestare gìuramento, ponendolo nella necessità o di spergiurare, o di nuocersi;--ma ciò pongo in disparte.--Come, dico io, lice per legge divina difendere la propria vita togliendola altrui, e non avremo facoltà di difenderla affermando il falso per fine santissimo? Forse l'omicidio non supera lo spergiuro? Certo lo supera: e fossero uguali; se col primo si concede, per universale consenso, tutelare la vita, per qual ragione non hassi a potere col secondo?
--Signor Avvocato, voi mi confondete, ma non mi convincete: la mia mente non basta a confutarvi... però io... qui... dentro al cuore, sento che la verità non è dalla parte vostra.
Non aveva peranche terminato di profferire queste parole, che l'uscio del carcere si aperse di nuovo; e quinci affacciandosi le sembianze dolenti della matrigna e dei fratelli, le si schierarono intorno del letto. Essi non fecero motto, anzi neppure un atto, e non pertanto da tutta la persona emanava la preghiera;--uno scongiuro muto--un pianto del cuore, che le orecchie non raccolgono, ma l'anima tremando sente.
Ormai l'avvocato aveva esaurita la sua eloquenza; più altre parole anzichè giovare avriano nociuto, ed ei sel conosceva; onde se ne stava disperato di potere riuscire nello intento. Il silenzio si produsse lungo, durante il quale Beatrice tenne sempre fissi gli occhi nel Cristo rimasto sopra la coperta. Allo improvviso recatasi in mano cotesta immagine, e baciatala fervorosamente, con voce lugubre, come se recitasse il salmo dei morti, favellò:
--Poichè a voi così piace, e così sia. Tu, o Signore, queste cose vedi, ed ascolti; se sono empie perdonale, perchè fatte a fine di bene; se buone, retribuiscile come meritano. In quanto a me, io so che pei disperati non vi ha salute oltre quella di non sperare salute.--Il fato, che ci costringe, cesserà i suoi colpi sopra la lapide dei nostri sepolcri:--egli volgerà altrove i suoi passi quando avrà letto sul marmo: «Qui giacciono tutti i Cènci decapitati pei loro delitti». Però a cagione del mio convincimento io non voglio togliervi l'ultimo raggio della speranza; e poichè pei morenti è supremo refrigerio bevere col guardo la fuggente luce, così non parmi essere vittima affatto inutile. Se io potessi soffrire per tutti voi, ed essere accolta in espiazione, o piuttosto per placare l'acerbo destino che perseguita la nostra famiglia, lo avrei fatto; non lo potendo, ecco io mi sagrifico inutilmente: di questo poi ho voluto ammonirvi, per pietà del dolore che risentireste tornando a precipitare in fondo della disperazione...
La finestra male assicurata cedendo in quel punto al vento, che soffiava in cotesto giorno impetuoso, si aperse, e il lume che ardeva davanti la immagine della Madonna rimase spento. Beatrice, per questo caso nè più, nè meno mesta di prima, mormorò due versi del Petrarca, adattandoli al suo stato:
_Siccome fiamma, che per forza è spenta, Se ne andò in pace l'anima contenta_.
Il Farinaccio a blandire il lugubre presentimento si attentò insinuare alcune parole di speranza, ma gli spirarono sopra le labbra. I Cènci piangevano, e Prospero anch'egli si trovò la faccia inondata di lacrime: egli con ambedue le mani sì coperse gli occhi, e, declinato il capo sopra il letto, si pose a pensare profondamente se lo sovvenisse partito meno periglioso del disegnato per salvare cotesti miseri, e non lo trovando gemeva. Premendolo altre cure, con muti saluti si accomiatò da loro; e l'anima sua, quasi baldanzosa quando entrò in carcere, ora tremava per non mai più sentito sgomento.
--Or via, che cosa vi è riuscito ottenere da quella dura cervice?--domandò il Luciani al Farinaccio, in aria di scherno.
--Andate, rispose il Farinaccio abbattuto; ella confessa--per necessità di difesa--avere dovuto uccidere Francesco Cènci.
--Davvero?--Caspita! Ma voi operate miracoli, signor Avvocato meritissimo. Se voi consentite a rimanere in corte, in verità di Dio io brucio tutti gli arnesi della tortura ordinaria e straordinaria.
E il Farinaccio, a cui increbbe nell'anima la gioia di cotesto malnato, quasi rimproverando rispose:
--Signor Presidente, ricordatevi che i Greci (ed erano pagani) quando riportavano qualche vittoria contro ai Greci, invece di esultare, ordinavano pubbliche espiazioni.
--Oh! voi siete un solenne letterato, che ve la camminate per la maggiore; io poi, che vado per le vie più trite, so che i contadini regalano le uova al cacciatore che ha ammazzato la volpe. M'era dunque apposto dirittamente io?--Eh! con me non si canzona; e quel visino di ave maria non mi aveva punto ingannato. Cara di angel, coraçon de demonio, come dice lo spagnuolo.
E l'altro, in balìa di uno entusiasmo tanto più fervente in lui quanto più rado, tolse per un braccio il Luciani, e, trattolo al balcone, gli mostrò il sole splendido nella pienezza dei suoi raggi, e sì gli disse:
--Se voi poteste staccare cotesti raggi di lassù, e comporne una corona, voi non fareste cosa abbastanza degna della virtù di cotesta divina donzella.
Il Luciani non aveva punto fissato il sole, bensì il volto del Farinaccio; ed ora, tentennando la testa, in aria grave discorreva:
--Avvocato mio, io considero cotesta maliarda con occhi troppo diversi dai vostri; e ciò per due ragioni, una migliore dell'altra: la prima è questa... (--e qui cavatosi il berretto mostrò la chioma rara, e canuta--) la seconda è quest'altra... (--ed apertosi il giustacuore gli fece vedere un sacchetto sospeso al collo, contenente gli esorcismi contro le stregonerie--).
Il Farinaccio raffreddandosi pensò, che gittare le perle davanti a costui egli era proprio un far contro alla legge dello Evangelo; onde, per riparare al tempo perduto, si restrinse a raccomandargli presto presto di ricevere la confessione della fanciulla tale e quale gli sarebbe stata dettata da lei, e si allontanò.
Il Luciani, poichè ebbe tentato invano di far comparire Beatrice davanti al suo tribunale, si recò in compagnia dei colleghi e notari al carcere della desolata, e ne raccolse lo esame; col quale, scolpando in tutto e per tutto la matrigna ed i fratelli, ella attirava sopra di se il misfatto, dichiarando come nulla avesse in se di premeditato, sibbene avvenisse per moto improvviso dell'animo, commosso dalla immanità dello attentato paterno: e, sostituendo se a Guido Guerra, narrò le particolarità del fatto presso a poco nel modo col quale era accaduto.
Alla domanda del Luciani sul come si fosse provvista del pugnale, esitò alquanto imbarazzata; poi rispose costumare da gran tempo portarlo addosso, nella intenzione di uccidersi prima di patire violenza; ma insistendo il Luciani si contradisse, ed è verosimile; che se costui si fosse industriato a trovare la verità che aborriva, come rimase pago del falso che gli piaceva, la Beatrice non avrebbe potuto sostenere la favola suggerita. Tale non essendo lo scopo del Luciani, ei bevve grosso, e reputò inutile investigare più oltre, dacchè il raccolto a parere suo era più che sufficiente per mandare a morte tutta la famiglia Cènci, giusta l'obbligo assunto. Nella esultanza di vedere quanto prima giustiziati tutti i Cènci, il Luciani obliò, o per lo meno fece tregua con l'odio che portava al Cardinale di San Giorgio; e, prese le carte processali, s'incamminò al palazzo di sua Eminenza, come la fiera porta la preda nella caverna per divorarsela in famiglia.--Entrato nella stanza di lui non aspettò di esserne richiesto; ma ferocemente palpitando,
--Abbiamo, disse,... abbiamo la sospirata confessione! Habemus pontificem.
Il cardinale Cinzio contemplando quanta parte di cane presentasse la faccia del presidente Luciani, trascorse col pensiero a certe immagini di selvaggi cannibali mandategli a donare dall'America, e si ritrasse involontariamente due o tre passi indietro.
Però, come colui che di ottima mente era, presa cognizione del processo conobbe subito la inverosimiglianza dei deposti, e la contrarietà delle circostanze: espresse anche il dubbio che i difensori non disfacessero cotesto edifizio mal connesso, come al rompere della olla incantata vanno in fumo le stregonerie dei negromanti. Ma qui accorreva pronto il Luciani a sciogliere ogni dubbio, avvertendo che le circostanze particolari dovevano trascurarsi; una cosa aversi a ritenere unicamente, e questa essere la confessione degli accusati di aver preso parte al delitto o consentendolo, o commettendolo; riuscire impossibile in qualsivoglia processo accordare tutte le contradizioni e bugie, mediante le quali i colpevoli s'industriano sottrarsi alla vendetta della giustizia: non bisogna in queste faccende andare ricercando il nodo al giunco; e quando, come ora, il misfatto è patente, e confessato da tutti, non essere punto di mestieri processi, e nè tampoco difese, come la gloriosa memoria di Sisto V ammaestrava allorchè, nel caso dello spagnuolo, disse: «Che processi, e non processi? In simili congiunture i processi sono superflui, e molto meno abbisognano le difese; tuttavolta arringate quanto volete, purchè costui sia impiccato prima di desinare; ed attendete a sbrigarvi perchè stamane abbiamo fame, e vogliamo desinare di buona ora»[4]. Questa si chiama giustizia! Questo è parlar di oro! Io vorrei vedere un po' se a Papa Clemente non debba riuscire quello che a Papa Sisto riusciva, e molto mi piacerebbe guardare in viso chiunque volesse contrastargliene il diritto. Forse le chiavi della Chiesa, da Sisto in poi, si sono arrugginite? O le mani a cui le confidava adesso la Provvidenza sono diventate più fiacche? No, viva Dio; e come non è, così nessuno deve crederlo; e il fatto ha da chiarire chi lo si pensa, e subito.
Il cardinale Cinzio non aveva bisogno di eccitamento; e poichè la trista dicacità del Luciani lusingava la sua passione, a lui parve che il nuovo presidente non avesse favellato mai con tanto senno, nè con maggiore eloquenza.
Questi successi di tanto non avevano potuto tenersi celati, che non ne corresse velocissima la fama per tutta Roma; di modo che il popolo se ne mostrava commosso stupendamente, e su per le piazze e pei crocicchi delle vie si vedevano i capannelli, e si udiva un domandare ansioso fra le persone che s'incontravano; dagli sporti delle officine di tratto in tratto sbucavano genti per ottenerne novelle; le donne stavano fitte al balcone con l'orecchio all'erta per raccogliere ogni più lieve sussurro. Io penso che con agonìa punto minore di quella con la quale gli Ebrei stavano intenti alla cima del monte Sinai pure aspettando la parola di Dio, i Romani tenessero in questi giorni l'animo volto al Vaticano in attenzione della parola, che doveva decidere il destino dei Cènci;--e questa parola si fece sentire in mezzo alla caligine precorsa da un lampo vermiglio, annunzio di sangue:
«Sieno legati tutti alla coda di cavalli indomati; strascinati finchè morte ne segua; i cadaveri poi gittati nel Tevere!»
Così aveva parlato il Vicario di Cristo Redentore. Scorse per le ossa dei romani il raccapriccio. Parve loro udire lo squillo della campana, che suonasse pei funerali di Roma. Molti recusavano fede a tale inaudita immanità; altri poi, e fra questi coloro che avevano pratica della corte e della spietata cupidità che la governava, riputavano il Papa capace di questo, e di altro ancora.
La fama pervenne agli orecchi del Farinaccio, e palpitando cadde nella opinione degli ultimi; onde corse smanioso a conferirne co' cardinali protettori, e questi con altri del sacro collegio, i quali comecchè in questo negozio procedessero indifferenti, tuttavolta vennero di leggieri nel concetto essere il comando papale esorbitanza enormissima, e tale, da disgradarne quanto di più barbaro avesse mai osato quel duro frate di Sisto V. In vero, comecchè nove soli anni corressero dalla morte di cotesto pontefice, i tempi eransi di alcun poco scrudeliti, nè gli stessi Ecclesiastici andassero persuasi del bene, che taluni predicavano avere costui procacciato alla Chiesa. Comunemente sapevasi, che della lettera indiritta da Sisto a Enrico III re di Francia, dove occorrevano queste precise espressioni «attendesse a purgare col ferro e col fuoco il sangue incancherito nelle vene dei suoi sudditi»[5] n'erano rimasti scandalizzati così i Cattolici come i Protestanti; anzi gli Ugonotti avevano avuto ardimento di dire a viso aperto del re Enrico «che il Papa, dopo avere messo su macello di carne umana a Roma, pretendeva aprirne un altro a Parigi; essere i consigli del Vicario di Gesù Redentore iniqui in Roma, scellerati da per tutto. Tale operando, e tale consigliando, come presumeva costui chiamarsi rappresentante di Dio in terra, se di averlo tale si sarebbe vergognato anche il diavolo?»[6]
Però i cardinali gravi, cui stava a cuore la decenza del seggio apostolico, s'incamminavano al Vaticano per distorre il Papa da cotesto avventato provvedimento. Il Farinaccio, cui pareva essere stato giuntato, corse per altra parte a trovare il cardinale Cinzio; e siccome gli fu detto dagli staffieri ch'egli era andato a complire l'Ambasciatore di Spagna, rispose gittandosi sopra una cassapanca dell'anticamera:
--Aspetterò.--E all'atto parve, che senza mutar costa vi volesse passare la nottata; ma indi a breve, agitato dallo interno turbamento si alzò, e si pose a passeggiare gestendo, e brontolando. Sovente egli guardava con ansietà la porta, e più spesso asciugavasi il sudore, che copioso gli bagnava la faccia per la fatica, e per la pena dello inopinato accidente.
Forse tornò, forse non era vero che il cardinale fosse uscito, dacchè io sappia come nei servi in generale, ed ho inteso dire in quelli dei prelati romani in particolare, la bugia è la regola, e la verità la eccezione. Fatto sta, che dopo spazio convenevole di tempo,--quanto bastasse a far supporre verosimile il ritorno del cardinale,--avvisarono il Farinaccio che poteva passare. Egli non se lo lasciò dire due volte; ed affrettandosi concitato trovò sua Eminenza seduta e tranquilla in vista, come se ricevesse un uomo nuovo. Però gli fu forza abbandonare presto cotesta finta impassibilità, avvegnadio il Farinaccio, tremando di commozione, andatogli incontro audacemente, postergato ogni rispetto, gli favellasse:
--Dunque cosiffatta è, Eminentissimo, la fede sacerdotale?...
Il Cardinale, argomentando dallo esordio la perorazione, gli troncava la parola con suono contenuto, ma turbato:
--Signor Prospero, io potrei dirvi che la promessa della difesa fu da me fatta sub modo; vale a dire, che la confessione degli accusati non uscisse così limpida ed esplicita da rendere qualsivoglia difesa superflua: ancora potrei dirvi onorare io (e non sono il solo a pensare così, ma altri troppo a me superiore professa questa opinione) quei pellegrini intelletti, che, come fiaccole inviate da Dio a illuminarci nelle tenebre del dubbio e dello errore, vengono a incamminarci su la via della rettitudine; ma per altra parte io ed i miei superiori disprezzare altamente gli avvocati, i quali, abusando dello intelletto che certo non sortirono per questo, torcono co' loro sofismi quello ch'è diritto, rendono, cavillando, imbrogliato quello ch'è piano; intorbidano le acque chiare per pescarvi...
--E vi par chiara, Eminenza, la prova del delitto? Da quando in qua della confessione complessa si accetta la parte che dichiara la colpa, e si respinge quell'altra che la giustifica? Insidie...
--Ma io, signor Prospero, tutto questo non voglio dirvi; solo mi piace, e giova dichiararvi quello che già avrebbe dovuto farvi conoscere la esimia perspicacia vostra. La mia promessa fu data, e non poteva essere altramente, sub conditione che il Papa acconsentisse: questa condizione, e voi siete per insegnarmelo, nel placito dello inferiore, di cui la volontà è sottoposta, comecchè non espressa devesi sempre intendere compresa virtualmente. Ora se il sommo Pontefice, fonte di tutta sapienza. e mio signore e vostro, trovò buono non approvare il mio operato, con quanta giustizia voi, per ciò che mi sembra, vogliate lamentarvene, lascio considerarlo a voi nel savissimo vostro intendimento.
--Nacqui in Roma, crebbi nella curia romana, e voi dovete capire, Eminentissimi, che tutti questi ripieghi tornano affatto inutili per me:--io li conosco. Voi prometteste; e se non eravate da tanto da mantenere, non vi dovevate esporre. Ma no; voi prometteste, e dovete, e potete mantenere. Forse non sa il mondo intero voi essere mente dei consigli pontificali, voi l'Augusto zio preferire al cardinale Aldobrandino, a voi, nepote benemerito, nulla ricusare egli amantissimo? Io ottenni la confessione a patto della difesa, confidando sopra certi argomenti, che or conosco a prova quanto fossero infelici! Diasi, supplico, la difesa agli accusati; altrimenti, sapete che cosa si dirà per Roma? Che furono traditi gl'innocenti, e che nella capitale del mondo cattolico Giuda ha un compagno...
--Signor Prospero, e voi?...
--Ed io sono quegli.
--La vostra mente, signor Avocato, parmi accesa oltre al consueto:--calmatevi... questa esaltazione vi potrebbe nuocere... calmatevi.
Il Farinaccio non era in istato di sentire il consiglio, e nè la minaccia obliqua compresa in coteste parole; o, se pure la sentì, e' fu come sprone a cavallo sfrenato: per la qual cosa, bollente di sdegno e tutto avvampato nel volto, proseguì:
--E come potrò calmarmi io? I tempi, e la corruzione universale mi spinsero nel sentiero dei piaceri sregolati, ch'io percorsi senza decoro, è vero, ma anche senza viltà; e qui nel petto serbai sacro un luogo dove si fa sentire la voce di Dio, che mi comanda palesarvi innocenti la Petroni e i Cènci: la signora Beatrice, innocentissima, confessa a istanza mia, per le supplicazioni dei suoi, ed in virtù del medesimo amore, che persuase a Cristo sagrificarsi pel genere umano. Nonostante la confessione della strage dello scellerato, che la natura stessa si vergogna a chiamar padre, io confido che nessun giudice cristiano vorrà condannare la figlia che salva valorosamente la sua onestà. Dove io non ottenga questo, io... io stesso le ho posto la testa sul ceppo;--su le mie vesti, signor Cardinale, su le mie mani, se io non riesco, si scorgerà indelebile il sangue innocente; quindi per me non più quiete, nè pace; nè potrò piangere tanto che basti, per mondarmi da! rimorso... ed io vi giuro su questo santo messale, che in espiazione del mio non volontario delitto io vestirò il saio del pellegrino, e dalla Estremadura fino in Palestina, da Gerusalemme al Loreto non lascerò dietro a me città, villa, o casale, dove io non abbia predicato la innocenza della famiglia Cènci, e il deplorabile errore di cui ella cadde vittima.
--Calmatevi, signor Prospero. Voi mettete troppo calore in questo negozio; concedete ch'io ve lo dica. Voi non potete ignorare quale alto concetto si abbia in corte di voi, e quanto ci torni grato compiacervi, potendo. Questo in segretezza vi confido, che Sua Santità non ha trasmesso ancora verun comandamento al Governatore di Roma per la esecuzione della sentenza. Procurerò frattanto di favellargli, e la supplicherò umilmente a concedere che la difesa abbia luogo, facendole conoscere essere in ciò impegnata la mia parola. Andate, e state sicuro di questo, che non sarà mossa foglia senza previo vostro avviso.--Ora, come amorevole vostro, mi sia permesso avvertirvi, che essendo da molto tempo fermo in corte di promuovere la persona vostra a carica cospicua, e giovarci dei preclari vostri talenti in benefizio dello stato, voi non veniate a rompere il disegno con le vostre mani,--troncandovi la via per salire; e nel tempo stesso con modi e parole imprudenti non facciate ricordare certe faccende poste a mezzo in oblìo, e così fabbricarvi con le vostre mani il precipizio in cui potreste rovinare. In breve avrò gusto di rivedervi.
E si divisero.
Veramente le parole del cardinale dettero un po' da pensare al Farinaccio; ma scotendo la testa, le cacciò via come si costuma dei fiocchi di neve posati sopra i capelli; e procedendo infaticabilmente nello assunto impegno, radunò i colleghi ed espose loro il minacciato tradimento, eccitandoli di presentarsi al papa per far vive le proprie ragioni. A vero dire non ebbe a spendere troppe parole per renderseli parziali; imperciocchè nei varii componenti un collegio vediamo prevalere sempre l'amore del corpo; e gli avvocati Altieri e De Angelis, quantunque di natura dimessa, procedevano tenerissimi delle cose giuste: incapaci certo a sopportare il martirio, ma neppur tali da disertare, senza risentita protesta, la causa del diritto. Convennero pertanto di condursi al Vaticano; e poichè correva notizia che il papa ricusasse ammettere al suo cospetto chiunque fosse andato a tenergli proposito dei Cènci, statuirono che si presentasse il De Angelis come avvocato dei poveri, sperando che il pontefice, ignaro della parte che aveva assunto nella difesa dei Cènci, lo accoglierebbe; e allora, colto il destro, lo avrebbero seguitato i colleghi, e, genuflessi tutti ai piedi di Sua Santità, con gli argomenti che l'occasione avesse persuaso migliori si sarebbero industriati a farsi confermare la grazia della difesa, già conceduta dal suo nepote cardinale di San Giorgio.
E come ebbero concertato, così fecero. Andando al Vaticano essi videro tornare indietro le carrozze dei principali prelati e baroni romani. Aguzzando gli sguardi taluni scòrsero nelle sembianze disfatti, tali altri gestivano concitati, e pareva eziandio che favellassero veementi parole; sennonchè la lontananza impediva loro di raccoglierne il senso. Malo augurio era quello. Fatti più cauti dalla necessità divisarono presentarsi nell'anticamera separati, e confondersi nella folla di coloro che aspettavano essere ammessi alla udienza; allontanando perfino il sospetto, che gli muovesse un comune negozio. Riuscì a bene il partito: annunziato il De Angelis, ottenne licenza di presentarsi; ed aperta dal camerario la porta per lui, l'Altieri e il Farinaccio, prima ch'egli si riavesse dalla sorpresa, lo seguitarono, e tutti insieme in diversi atteggiamenti s'inginocchiarono davanti al pontefice; il quale, cruccioso corrugando la fronte e stringendo i sopraccigli, interrogò con voce velata:
--Ch'è questo?--Che cosa vogliono da me le signorie loro illustrissime?
--Santità, rispose il De Angelis levando supplichevoli le mani, noi non ci alzeremo dai vostri beatissimi piedi se prima non ci venga confermata la grazia, già promessa dallo Eminentissimo di San Giorgio, di potere difendere la causa di quei meschini dei Cènci.
Clemente VIII violentato, per così dire, contro ogni sua previsione, dissimulava la collera che gli bolliva nelle viscere: solo, con voce anche più velata, favellò:
--Dunque noi serbava la Provvidenza a contemplare come in Roma non pure trovinsi scellerati che ammazzino il proprio padre, ma avvocati altresì, i quali non rifuggano dalla difesa dei parricidi?
Il De Angelis sbigottito lasciò cadersi giù le braccia, non osando riaprire la bocca. Lo Altieri, cui parvero, come veramente erano, strane le parole del papa, stava per dargli convenevole risposta; quando lo prevenne il Farinaccio, che ardito e franco così incominciò a dire:
--Beatissimo Padre, è nuovo udire da cui fu orgoglio e lume della curia Romana salutati i difensori come campioni del delitto. Noi non venimmo qui per difendere parricidi, ma ci siamo venuti per supplicare il mantenimento di una promessa, ch'è sacra; però che noi confidiamo potere, mercè la difesa, dimostrare come taluno degli accusati sia innocenti, tale altro scusabile; tutti poi meritevoli della commiserazione di vostra santità. Voi, Beatissimo Padre, li reputate colpevoli, e noi c'inchiniamo davanti la vostra convinzione; noi li teniamo innocenti, e chiediamo, come di diritto, sia rispettata la nostra;--conciossiachè la voce della coscienza ci venga da Dio, e nelle bilance dell'Eterno pesino tutte ugualmente le coscienze degli uomini.
Il Farinaccio pronunziava coteste parole con modo solenne; sicchè, comunque genuflesso col corpo, per virtù dell'anima pareva che, seduto egli nella cattedra dello Apostolo di Cristo, ragionasse col papa umiliato per terra. Il Papa rimase percosso; nè gli sovvenendo in quel punto altro partito alla mente, quasi per acquistar tempo, rispose:
--Alzatevi!--Poi, levati gli occhi sospettosi sul Farinaccio lo fissò uno istante, e gli domandò:
--E voi siete il signore avvocato Prespero Farinaccio?
--Sono Prospero Farinaccio, indegnissimo figlio e suddito di vostra santità.
--E sua eminenza il cardinale San Giorgio ha veramente promesso a voi la grazia della difesa dei Cènci?
--A me, Beatissimo Padre.
--Il cardinale San Giorgio manterrà quanto ha promesso. Andate in pace.
La voce del pontefice per essere velata non suonava meno minacciosa, come tuono, che per venire di lontano non cessa di annunziare la tempesta; per la quale considerazione l'Altieri, dubbioso di essersi pregiudicato nella estimativa di lui, appena i suoi colleghi ebbero varcato la soglia della porta, che, tornato addietro, si gettò di nuovo in ginocchioni davanti al papa, e gli disse:
--Beatissimo Padre, degnate aver mente che essendo ascritto ancora io al collegio degli avvocati dei poveri, non poteva in veruna maniera negare il ministero della difesa a chiunque me ne avesse richiesto.