Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 5 of 5)
Ma l'Inglese, siccome quegli che era uomo audace ed operoso, tosto giungeva alle parole i fatti. Ebbe avviso a Livorno che Genova si guardava solamente da due mila soldati; abbondava d'armi e di munizioni navali; si accingeva ad espugnarla. Giunta a Sestri di Levante, udiva che nuovo soccorso era entrato a custodir Genova per forma che il presidio sommava a sei mila soldati: presidio insufficiente alla vastità delle fortificazioni, ma bastante a rendergli molto dura la impresa; il reggeva Fresia. Dal modo onde si era questi apparecchiato conseguitava che era a Bentinck necessità di insignorirsene per un assalto vivo. A questo ordinava i suoi, che mostravano un grandissimo ardire ed una prontezza incredibile a fare quanto egli volesse. Succedevano i fatti a secondo de' suoi pensieri. Non volendo il presidio dei forti Tecla e Richelieu aspettare l'ultimo cimento, si arrese a patti. Gli assediati, vedendo che, per la perdita di quei forti, correvano pericolo di esser presi alle spalle, fecero avviso di ritirarsi del tutto dentro le mura, lasciando le difese esteriori in potere dei confederati. Già per opera di Bentinck si piantavano le batterie per fulminare la città. In questo, ad accrescere il terrore, arrivava sopra Genova Pellew con tutta la sua armata, attelandosi a fronte di Nervi. Ai piccoli cannoni di Bentinck si aggiungevano i grossi e le bombarde di Pellew per modo che allo assalto che si vedeva imminente, ogni cosa presagiva un successo prospero a chi assaltava. Si venne in sul convenire: Fresia si arrese il dì 18 aprile.
Bentinck, acquistata la possessione di Genova, faceva sorgere speranze di franco stato nei Genovesi. Ordinava pertanto un governo preparatorio, ed i motivi pubblicamente per lui detti suonavano che, stantechè i soldati d'Inghilterra retti da lui avevano scacciato dalle terre di Genova i Franzesi, e che importava che alla quiete ed al governo dello Stato si provvedesse, considerato ancora che a lui pareva che universale desiderio della nazione genovese fosse il tornare a quella antica forma alla quale era stata sì lungo spazio obbligata della sua libertà, prosperità e indipendenza, voleva ed ordinava che quello che i popoli genovesi desideravano, si risolvesse in atto e si mandasse ad effetto.
Già tutta l'Italia era sottratta dallo imperio di Napoleone: solo restava la parte che si comprende tra il Mincio, il Po e le Alpi. Ma la somma delle cose per lei si aveva piuttosto a decidere sulle rive della Senna che su quelle del Po. Infatti, come prima pervennero in Italia le novelle della presa di Parigi e della rinunziazione di Napoleone, pensò il vicerè a pattuire per la sicurezza delle genti franzesi, nè si conveniva che, poichè i Borboni, ai quali erano le potenze amiche, si trovavano reintegrati in Francia, i Franzesi combattessero contro di loro. Inoltre desiderava il vicerè, con facilitare le condizioni ai Borboni ed ai potentati, avvantaggiare le proprie, e fare in modo che gli alleati usassero contro a lui meno inimichevolmente la vittoria. A questo fine uscito di Mantova, si abboccava con Bellegarde, l'uno e l'altro accompagnati da pochi soldati. Convennero che si sospendessero le offese per otto giorni; che intanto i soldati franzesi che militavano col vicerè, passate le Alpi, ritornassero nelle antiche sedi di Francia; che le fortezze di Osopo, Palmanova, Legnago, la città di Venezia si consegnassero in mano degli Austriaci; che gl'Italiani continuassero ad occupare quella parte del regno che ancora era in poter loro; che fosse fatto facoltà ai delegati del regno di andar a trovare i principi confederati per trattare di un mezzo di concordia, e che se i negoziati non riuscissero a felice fine, le offese tra gli alleati e gli Italici non potessero ricominciare se prima non fossero trascorsi quindici giorni da che i primi si fossero scoperti delle intenzioni loro.
La convenzione di Schiarino Rizzino, che in questo luogo appunto si concluse il dì 16 aprile, spegneva del tutto il regno italico. Perchè, segregati i Franzesi dagli Italiani, nasceva una tale disproporzione di forze tra gl'Italiani ed i Tedeschi, che quel patto, il quale dava quindici giorni d'indugio alle ostilità, era indarno.
Il vicerè, acconce le cose sue, già faceva pensiero di ritirarsi negli Stati del re di Baviera, col quale era congiunto di parentado pel patrimonio della principessa Amalia. Ma ecco arrivar novelle, o vere o supposte, che Alessandro imperatore consentirebbe a conservargli il regno, sì veramente che i popoli il domandassero. Accettava Eugenio le liete speranze: fecersi brogli, cominciossi dall'esercito ridotto in Mantova. L'intento parte ebbe effetto e parte no; ma l'importanza consisteva in Milano capitale. Viveva in questo momento il regno diviso in tre sette; alcuni desideravano il ritorno dell'Austria con niuna o poca differenza dall'antica forma; gli altri pendevano per l'independenza, ma chi ad un modo, chi ad un altro; conciossiachè chi l'amava, con avere per re il principe Eugenio, e chi l'amava, con avere per re un principe di altro sangue, specialmente austriaco; questa era la parte più potente.
Dopo molti e caldissimi dibattimenti, decretava il senato che si mandassero tre legati a' confederati, supplicandoli, ordinassero che cessassero le offese; domandassero i legati che il regno d'Italia fosse ammesso a godere dell'independenza promessa e garantita dai trattati; testificassero quanto il senato ammirasse le virtù del principe vicerè, e quanta gratitudine del suo buon governo avesse.
Seppesi la deliberazione. Fece la parte contraria, che abborriva dal nome di Eugenio, un concerto. Entraronvi i capi principali delle armi, le case più eminenti di Milano; si aggiunsero i negozianti più ricchi, e fra gli scienziati e letterati i meno paurosi. Domandavano che si convocassero i collegi elettorali. Era il 20 aprile, quando, essendo il senato raccolto nella sua solita sede, una gran massa di gente, gridando, a lui traeva: era il cielo nuvoloso e scuro, pioveva leggiermente, un'apparenza sinistra spaventava gli spiriti tranquilli. I commossi non ristavano. Eravi ogni generazione di uomini, plebe, popolo, nobili, operai, benestanti, facoltosi. Le donne stesse, e delle prime partecipavano in questo moto. Era tutta questa gente volta a bene, ed il male, non che l'avesse fatto, non l'avrebbe neppure pensato. Ma, come suole, incominciavano ad arrivare e da Milano e dal contado uomini ribaldi che volevano tutt'altra cosa piuttostochè l'independenza. Queste parole scritte andavano attorno: «Hanno la Spagna e l'Alemagna gittato via dal collo il giogo dei Franzesi; halle l'Italia ad imitare.» Tutti gridavano: «Noi vogliamo i collegi elettorali: noi non vogliamo Eugenio.» Fuggirono i senatori partigiani del principe; il senato si disciolse. Entrò il popolo a furia nelle sue stanze, e tutto con estrema rabbia ruppero e lacerarono. Gridossi da alcuni uomini di mal affare mescolati col popolo: «Melzi, Melzi,» e già si mettevano in via per andarlo a manomettere. Un amico di lui gridò «Prina:» era Prina più odiato di Melzi, ed ecco che corsero a Prina, e flagellatolo prima crudelmente, l'uccisero, con insultar anco al suo sanguinoso cadavere lungo tempo. Cercarono di Meiean e di Damay; non li trovarono. La folla frenetica, messe le mani nel sangue, le voleva mettere nelle stanze. Già le case si notavano, già le porte si rompevano, già le suppellettili si recavano; la opulenta Milano andava a ruba. A questo passo i possidenti ed i negozianti, ordinata la guardia nazionale, frenarono i facinorosi e preservarono la città.
Il vicerè, che tuttavia sedeva in Mantova, uditi i moti di Milano indispettitosi, diè la fortezza in mano degli Austriaci. Partiva indi per la Baviera, le italiche ricchezze seco portando.
I collegi elettorali, adunatisi, crearono una reggenza. Decretarono che le potenze alleate si richiedessero dell'indipendenza del regno, di una costituzione libera, e di un principe austriaco, ma indipendente. Si appresentarono i legati a Francesco imperatore a Parigi. Esposte le domande, rispose, anche lui esser Italiano, i suoi soldati avere conquistata la Lombardia: udrebbero a Milano quanto loro avesse a comandare. Entrarono gli Austriaci in Milano il dì 28 aprile: Bellegarde ne prendeva possessione in nome dell'Austria il 23 di maggio. Così finì il regno italico.
Continuava Genova in potestà d'Inghilterra. Il congresso di Vienna decretò, dover Genova cedere in potestà del re di Sardegna.
Così l'Italia, dopo una sanguinosa e varia catastrofe di venti anni, si ricomponeva a un di presso nello stato antico. Tornava Vittorio Emmanuele in Piemonte, Francesco in Milano, Ferdinando in Toscana, Pio in Roma; passò Parma dai Borboni agli Austriaci; conservò Gioacchino il real seggio di Napoli, ma per non durare; le italiane repubbliche ebbero fine; solo fu conservato l'umile San Marino. Cedè Venezia a Francesco, Genova a Vittorio.
Anno di CRISTO MDCCCXV. Indizione III.
PIO VII papa 16. FRANCESCO I imperad. d'Austria 10.
Mentre Napoleone Buonaparte, evaso il dì 26 di febbraio dall'isola d'Elba, che gli era stata data in sovranità, faceva il solenne suo reingresso, addì 21 del seguente marzo, nella capitale della Francia, Gioacchino di Napoli, prevedendo di non potersi a lungo sostenere sul reale suo seggio col beneplacito delle potenze alleate, pensò di muoversi con le sue schiere verso l'alta Italia, chiamando da per tutto gl'Italiani ad unirsi a lui a fine di rendere la patria independente. Oppose l'Austria imponentissime forze all'ardito tentativo del Napoleonide, il quale, vinto dagli avversarli, abbandonato da' suoi, perdette il regno, in cui fu redintegrata l'antica dinastia. Gioacchino, la notte del 19 al 20 maggio, in compagnia di Manhes generale e di qualche altro, imbarcatosi, andò in Francia, dove fu male accolto. Si risolvette allora a passare in Corsica; e quivi ebbe avviso delle condizioni sotto le quali l'imperatore Francesco gli concedeva generosamente un asilo ne' suoi Stati. Ma correndogli intorno molti fuorusciti che l'avevano servito a Napoli, egli s'imbarcò, la notte del 28 settembre, con essi ad Ajaccio, per irrompere nella Calabria. Ma il dì 13 ottobre trovò a Pizzo la morte.
Intanto era, il dì 8 di agosto, caduta Gaeta, e con essa tutto il regno tornò sotto il dominio dell'antico signore, il quale, sbarcato già a Baia il dì 5 di giugno, fece in appresso il trionfale suo ingresso nella esultante Napoli.
Ceduta nel congresso di Vienna l'isola dell'Elba al granduca di Toscana, le armi sue costrinsero alla resa la fortezza di Portoferraio, che ancor si teneva, e quindi dell'intera isola presero possessione il dì 6 di settembre.
Napoleone, partito per l'isola di Sant'Elena il 26 luglio, vi giunse nel dì 13 ottobre seguente.
Anno di CRISTO MDCCCXVI. Indizione IV.
PIO VII papa 17. FRANCESCO I imperad. d'Austria 11.
Due soli avvenimenti meritano di essere notati nel presente anno.
Francesco d'Austria venne nei primi mesi a visitare il nuovo suo regno d'Italia, che aveva assunto il nome di Lombardo-Veneto per conoscere da sè i bisogni dei popoli, cui voleva ammessi a godere dei frutti d'una saggia amministrazione. All'ordine della Corona di ferro, già instituito sotto il precedente regno, diede l'Augusto imperatore nuovi statuti, fissando il numero dei cavalieri a cento; cioè venti della prima, trenta della seconda e cinquanta della terza classe, in tal numero non compresi i principi della casa imperiale.
L'altro fatto degno di ricordanza si è la restituzione alle italiane città tutte degli oggetti d'arti e di scienze stati loro in varii tempi rapiti. I trattati ultimi di Parigi avevano obbligata la Francia a restituire una preda che senza il più grave insulto alla proprietà ed all'onor nazionale, non dovea essere fatta all'Italia. Roma, Firenze, Bologna, Venezia, Torino ebbero più delle altre a rallegrarsi dell'aver ricuperato un numero prodigioso di produzioni dell'ingegno de' loro figli, che le rendono superiori per questo conto a qualunque più ricca città del mondo.
Anno di CRISTO MDCCCXVII. Indizione V.
PIO VII papa 18. FRANCESCO I imperad. d'Austria 12.
In mancanza di verun avvenimento politico da registrarsi in quest'anno, diremo la morte del celebre medico Eusebio Giacinto Valli di Toscana. La passione di più sapere e di rendersi utile all'umanità aveva indotto quest'uomo singolare a disastrosi viaggi per le quattro parti del mondo. Fatte in Egitto e a Costantinopoli varie sperienze sopra sè stesso relativamente al veleno pestilenziale, recossi all'Avana, ove infieriva la febbre gialla. Quivi, presa la camicia di un marinaio morto di tal malore, se ne stropicciò il volto, il petto, le mani, le braccia e le coscie, fiutandola indi come un fiore, e finalmente ponendosi a contatto del cadavere. Era molto contento della sua sperienza. A mensa si sentì spossato, per aver corso, diceva. Chiese del vino, mezzo, secondo lui, per conoscere se avesse acquistato la malattia. Manifestossi in fatti, e in tre giorni lo spense.
Anno di CRISTO MDCCCXVIII. Indiz. VI.
PIO VII papa 19. FRANCESCO I imperad. d'Austria 13.
Un trattato, stipulato a Parigi, nel decorso anno, precisamente il dì 10 giugno, fra le corti d'Austria, di Spagna, di Francia, della Gran Bretagna, di Prussia e di Russia, e pubblicato nell'anno presente, stabilisce i futuri destini dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, che alla morte dell'arciduchessa Maria Luigia, passeranno in tutta sovranità all'infante di Spagna Maria Luisa, e sua discendenza mascolina.
Anno di CRISTO MDCCCXIX. Indiz. VII.
PIO VII papa 20. FRANCESCO I imperad. d'Austria 14.
In mezzo alla profonda pace onde fruiva in quest'anno l'Europa, altro avvenimento non ne occorre da notare fuor quello che l'imperatore Francesco di Austria con la consorte e la figlia si recò a Milano e quivi unitosi all'altra figliuola Maria Luigia, passò nella Toscana, dove con grandiose feste lietamente lo accolse il suo fratello granduca.
Anno di CRISTO MDCCCXX. Indiz. VIII.
PIO VII papa 21. FRANCESCO I imperad. d'Austria 15.
In molte contrade dell'Europa non lievi sciagure cagionò lo spirito esaltato dei popoli. Ogni angolo ne fu commosso, e pe' due anni successivi rimase turbata l'universale tranquillità. Nel dì primo gennaio fu dato il segnale d'allarme in Cadice, dove la forza armata promulgò la antica costituzione delle Cortes, mentre nello stesso giorno il fatto medesimo si avverava nell'isola di Cuba. In poco tempo l'incendio si apprese a tutta la Spagna, sicchè la costituzione fu nel dì 10 marzo pubblicata in nome del re anche in Madrid. Grave reazione ne venne per parte dei così detti assolutisti; e ad egual sorte soggiacque il Portogallo che avea imitato l'esempio della nazione vicina.
Ma in un'altra estremità d'Europa manifestossi col massimo calore il genio costituzionale: nel regno di Napoli. La notte del primo al 2 del mese di luglio, la maggior parte del reggimento di cavalleria Reale Borbone, di presidio a Nola, abbandonate le stanze, inalberò una bandiera tricolore su cui leggevasi scritto: Viva la costituzione. Imitarono il fatto le provincie vicine, non tanto per parte delle truppe regolari, quanto delle milizie. Giunte di ciò le nuove a Napoli, furono subito spediti in varie direzioni corpi di truppe capitanate dai generali Carascosa e Nunziante; ma intanto molte squadre di paesani, armati in varie guise, eransi alleate coi costituzionali, e le stesse truppe reali, unitesi alle altre, eressero nuovo vessillo col moto: Viva il re, viva la costituzione, e coi tre colori adottati dalla setta dei carbonari.
Manifestandosi in appresso disposizioni consimili anche in altri reggimenti, il re Ferdinando stimò prudenza il pubblicare, nel dì 6, una grida, diretta agli abitanti del regno delle Due Sicilie, nella quale annunziava, sarebbesi sollecitamente pubblicate le basi della nuova costituzione. Trionfo tale fu preludio di colpo più decisivo: pubblicarono la costituzione spagnuola, alla quale, nel giorno 13 prestò giuramento il re, unitamente al duca di Calabria, vicario generale ed erede della corona, al principe di Salerno, alla giunta provvisionale, ai ministri, ai pubblici impiegati ed alle truppe. Dichiarata legge dello Stato, parve che l'espediente avesse reso la calma a quella parte meridionale dell'Italia. Già sino dal giorno 7 avea Ferdinando, atteso lo stato di sua salute, eletto a suo vicario generale il principe ereditario, il quale, assuntosi il carico, scese ad appagare i voti della nazione, confermando la costituzione di Spagna, salvo le modificazioni che la rappresentanza nazionale avesse trovato d'introdurre per adattarla alle circostanze locali.
Le faville dell'incendio propagavansi in Sicilia, la quale mirava a svincolarsi dalla soggezione a Napoli. Pertanto, il 16 di luglio, gli ammutinati in Palermo, commessi molti disordini, s'impadronirono dell'arsenale, armandosi quindi in massa. Ne sorse una mischia sanguinosa colle truppe del presidio composto di quattro in cinque mila soldati. Ma nel giorno seguente, facendo i campagnuoli causa comune co' Palermitani, i regi rimasero vinti, mentre dalle finestre i cittadini gli opprimevano, gettando loro addosso olio ed acqua bollente, pietre, e qualunque cosa lor giungesse alle mani. Quattro mila vittime caddero in questo fatto, per imperizia e imprevidenza del luogotenente generale Naselli. Molti edifizii, in ispecie gli archivi e le carceri, furono preda delle fiamme. Naselli si salvò sulla reale feluca il Tartaro, di dove elesse una giunta provvisionale ad essa, con una grida del 17 luglio, commettendo il governo dell'isola.
Come pervenne la molesta notizia a Napoli, il duca di Calabria, nella sua qualità di vicario generale del regno, imprese con gli scritti e con l'armi a sedare la insurrezione, mandando in Sicilia il generale Florestano Pepe, al quale, dopo grave e micidiale combattere, riuscì, giovato dal potere del principe di Paternò sul cuore del popolo palermitano, a stabilire, nel dì 5 ottobre, che le truppe napolitane occupassero i forti, ed il dì 6 prendessero posto al Molo ed intorno alla città. Contuttociò il popolo di Palermo spiegava la sua inquietudine e l'odio contro gli occupatori. Il generale in capo, d'accordo con la giunta, potè a poco a poco ridurre tutti i male intenzionati al dovere, e avendo riconosciuto essere la popolare sommossa stata tutta prodotta da non pochi oligarchi, che il napolitano freno disdegnavano, procedette a disarmare i meno inquieti, ad arrestare i facinorosi, e quindi a costringere i più fervidi che, trovandosi isolati, si consigliarono a deporre le armi; e con tal modo fu resa la pace all'isola che per molto tempo rammenterà questa breve sì, ma funestissima insurrezione.
Contemporaneamente anche i Beneventani si ardirono di seguire l'esempio dei confinanti: ma il governo di Napoli ordinò espressamente ai popoli tutti di non prestare aiuto nè diretto nè indiretto a quella popolazione, non volendo dare motivo di doglianze alla Santa Sede, in cui potestà era Benevento tornata.
Il parlamento di Napoli in questo mentre teneva sue sessioni, e spendeva il tempo a cambiare i nomi alle provincie del regno, quelli volendo repristinare che portavano i loro abitatori al tempo della repubblica romana. Non pensavano che le principali potenze non avrebbero permesso che si dicesse che una nazione in Italia avea imposto al suo re una costituzione. Infatti, congregatosi a Tropau un congresso di ministri, ivi giunsero, nei primi giorni di novembre, gl'imperadori d'Austria e di Russia ed il re di Prussia per meglio discutere le cose di Napoli. L'imperadore Francesco d'Austria scrisse al re di Napoli, sul finire del mese stesso, una lettera, con la quale non solo gli dava contezza che il congresso si sarebbe trasferito a Lubiana, ma lo invitava, a nome ancora degli altri potenti ed illustri suoi alleati, e recarvisi in persona, per trattare degl'interessi più cari del suo regno.
Partì di Napoli il re il 13 di dicembre sul vascello inglese il Vendicatore, e giunse a Lubiana il 14 del successivo gennaio, avendo già manifestato, con sue lettere da Livorno, ai sovrani riuniti in congresso ed a quei di Francia ed Inghilterra i proprii sentimenti sopra gli avvenimenti del napolitano regno.
È notabile il presente anno per l'eccessivo freddo che al suo terminare regnò in tutta Europa; e più ancora per la morte di Giorgio III, re d'Inghilterra, accaduta il dì 30 gennaio, e per l'assassinio del duca di Berry commesso la notte del 13 al 14 febbraio dal sellaio Luigi Pietro Louvel.
Anno di CRISTO MDCCCXXI. Indizione IX.
PIO VII papa 22. FRANCESCO I imperad. d'Austria 16.
Quantunque numerose forze fossero dalla Germania calate in Italia per essere pronte ad eseguire quanto sarebbesi dai sovrani accolti in congresso a Lubiana risoluto, s'accrebbero nella penisola le turbolenze. Decretavasi nella lubianese adunanza, numerosissima, poichè, oltre ai monarchi già ricordati, tutti i principi d'Italia vi si fecero rappresentare ed il duca di Modena vi assistette in persona, di porre un termine al germe costituzionale di Napoli, per togliere agli altri popoli l'esempio di costringere i sovrani a pattuire con essi. Ma il governo di quella meridional parte d'Italia, preseduto dal principe ereditario e vicario generale del re, poneasi in istato di difesa, e minacciava di resistere a qualunque forza straniera che si fosse presentata per distruggere l'opera che da essi medesimi si fondava sopra non troppo solide basi, giacchè nulla di giovevole alla nazione vi faceva quel partenopeo parlamento.
Fatte intanto palesi le risoluzioni delle potenze alleate, numeroso esercito austriaco varcava il Po, e per varie strade si dirigeva alla volta di Napoli, sotto il comando del feld-maresciallo Frimont. Con grande circospezione marciavano le falangi, mentre una sorda voce annunziava che, appena avessero attaccato i Napolitani, una pressochè generale sollevazione in Italia, e specialmente negli Stati papali e nel Piemonte, le avrebbe condotte a certa rovina. Il generale Frimont, con suo manifesto dotato da Padova, fece conoscere per tutto ove passava quali fosser le mire della sua spedizione. Una lettera del re di Napoli, diretta a suo figlio reggente del regno, e fatta pubblica, avvisò i Napolitani del quanto avessero a temere, se non si rimettevano ciecamente nelle braccia del loro monarca, arrendendosi alle forze tedesche. In una dichiarazione mandata fuori da Lubiana, e resa pubblica in tutti i possibili modi, eransi espressi gli alleati sovrani che «se, contro ogni calcolo ed a grave rammarico dei monarchi alleati, questa bene intenzionata impresa, lontana da qualunque mira ostile, avesse a degenerare in una guerra formale, o la resistenza d'una implacabile fazione e delle compassionevoli vittime della sua frenesia venisse prolungata per un tempo indeterminato, allora sua maestà l'imperadore di Russia, inalterabilmente fedele a' suoi alti principii, alla sua intima convinzione della necessità di reprimere male sì grande, fedele a que' nobili e costanti sentimenti di amicizia di cui ha dato nuovamente tante inestimabili ripruove, associerà i suoi combattenti a quelli dell'Austria.»
O fosse il timore di vedersi piombare addosso la mole armata de' due imperii, o che l'editto del re Ferdinando e le grida del generale austriaco, che avevano già circolato pel regno, avessero diviso gli animi e tolto il coraggio, o qual si voglia altra causa, forse propria dall'incostante carattere di quella popolazione, che sel facesse, piccola fu la resistenza che nel giorno 7 di marzo e ne' tre successivi presentarono le truppe napolitane comandate dal generale Guglielmo Pepe, meno ancor delle milizie, le quali, sole pugnarono; ma, vedutesi abbandonate dai soldati stanziali, si dettero a vergognosa fuga. In quei tre giorni gli Austriaci superarono le gole d'Antrodoco, si resero padroni degli Abbruzzi e della strada che dall'Aquila conduce a Sulmona, e quindi a Napoli. Inoperoso era stato il general Carascosa, mentre la destra dell'esercito era alle prese con gl'imperiali; laonde la truppa più disciplinata, più agguerrita, e quella che chiamavasi scelta, tutta sotto gli ordini di lui, nemmeno si mosse dalle sue stanze. Adunatosi, alla novella di tali fatti, il parlamento nel giorno 12, si deliberò a pregare il duca di Calabria, vicario generale del regno, di spedire un messaggio al re, per presentare in suo nome, un atto di rispetto e di sommissione al monarca. Infatti, fu a tanto uffizio mandato il generale Fardella a Firenze, ove sino dal 9 marzo era giunto da Lubiana il re Ferdinando.
Era Ferdinando a fatto di quanto accadeva, ed avea avuto notizia e dei progressi degli Austriaci e della seguita occupazione di Capua. Accolto pertanto il generale Fardella, lo rispediva a Napoli con sue lettere al principe reggente, nelle quali rimproverava gli autori della resistenza e della violazione del territorio papale, dov'eransi dalle truppe del generale Pepe cominciate le ostilità. Ma mentre giungeva, era il 24 marzo, l'esercito austriaco entrava per convenzione in Napoli, e metteasi in possesso di tutti i forti. Fu il principe di Salerno che volò a recare la felice novella al re suo padre, il quale già aveva antecipatamente chiamato un governo provvisionale che sino a nuova sua disposizione assumesse la cura delle cose del regno. Così restò sciolto il parlamento, incarcerati tutti i membri che lo componevano. Un editto fulminante pubblicava in Napoli contro i settarii, a nome del re, il marchese di Circello, presidente del provvisional governo, col quale, innumerevoli essendo i proscritti, molti si diedero alla fuga, e furono in contumacia condannati allo ultimo supplizio, ed altri vi soggiacquero in fatto, mentre altri ancora od erano puniti di esilio o di galera o di prigione: promessi, per ordine del tribunale di polizia, mille ducati a chiunque avesse arrestato uno dei designati quali autori principali della rivoluzione. Il dì 26 marzo anco la piazza di Gaeta si arrese agli Austriaci, essendo stato il comandante Begani minacciato d'essere trattato da ribelle in una co' suoi soldati, ove non cedesse la fortezza. Questo infausto moto produsse adunque al napolitano popolo soltanto spese enormi, proscrizioni e morti ignominiose. Il generale Pepe potè sottrarsi a tanti guai, perchè il principe reggente, che l'aveva in particolare affezione, lo fece allontanare dal regno.
Il re Ferdinando, rientrando nella sua capitale il dì 15 maggio, vi fu ricevuto tra le acclamazioni d'una popolazione solita a festeggiar l'ingresso di tutti coloro che destinati sono dalla Provvidenza a governarla, e con sua notificazione si espresse di voler riformare gli abusi e purificare tutti i dicasteri, perchè più non avesse nutrimento l'idra rivoluzionaria. Infatti, molti e molti furono i generali ed ufficiali dimessi, non pochi gli arrestati, ed in tutti i dipartimenti non vedevansi che riforme, mutazioni e dimissioni.
Ma la Sicilia non avea dimostrato quella sommissione che gli stati di qua del Faro, sì nel tempo del regime costituzionale e sì quando presentaronsi gli Austriaci per entrare nel regno. I due partiti erano sempre in fermento e fu d'uopo d'un grosso numero di soldatesche forastiere, le quali, unite ai regi, poterono ricondurvi l'ordine. È bensì vero che in quella isola minore fu la ricerca che si fece dei perturbatori dell'ordine pubblico e dei fautori della costituzione, onde più presto sedaronsi gli animi e più presto obbedienti si piegarono agli ordini del comandante austriaco e de' regi magistrati. Una convenzione fu finalmente conchiusa fra sua maestà l'imperadore d'Austria e il re delle Due Sicilie, nel dì 18 ottobre, e ratificata l'8 del gennaio susseguente nella quale, a ristabilimento dell'ordine in tutto il regno, stipulavasi che un esercito austriaco in esso stanzierebbe sino alla totale pacificazione e al riordinamento delle cose, a tutto carico e spesa del napolitano erario.
Contemporaneamente ai primi passi sui confini napolitani, una sommossa scoppiava, per parte delle truppe, nel Piemonte, e segnatamente in Alessandria, nel dì 8 marzo. Questa voglia di novità si diffuse anco in parte nella guernigione di Torino ed in altri reggimenti sparsi in varie città degli Stati Sardi. Gli studenti, i quali, per avere sino dal dì 11 di gennaio resistito alla truppa in un conflitto nel quale erano rimasti feriti diciotto loro compagni, aveano avuto severo gastigo, si unirono ai rivoltosi, e l'esempio loro fu da molta gioventù seguitato, facendo per ogni dove udire le grida di viva la costituzione. Tutti coloro che per delitti politici erano stati in varie parti del regno, pochi giorni prima arrestati e tradotti nelle carceri di Torino, furono posti in libertà. Il re Vittorio Emmanuele, dal cui animo non era mai uscito il divisamento di sottrarsi alle gravi cure dello Stato, dopo lungo consiglio, per non mancare agl'impegni contratti con le alte potenze nel congresso di Vienna e di Tropau, creò reggente del regno il principe di Carignano, che pubblicò un editto, annunziando i poteri conferitigli dal re e l'abdicazione di lui al trono in favore del fratello Carlo Felice, il quale da Modena, ove in quel mentre si trovava, notificò ai popoli del regno, avere lui assunto l'esercizio della regia podestà, e non riconoscere allora nè mai cambiamento alcuno nella forma del reggimento. Nel dì 14 fu promulgato l'atto, e la formula del principe reggente relativa a tale promulgazione terminava con le parole: Giuro altresì di esser fedele al re Carlo Felice.
A Genova intanto l'ordine pubblico non era stato alterato; ma il dì 21 di marzo, avendo quel governatore pubblicato la dichiarazione del nuovo re Carlo Felice, la popolazione, siccome quella che portava opinione doversi anche in Genova promulgare la costituzione, cominciò a dubitare della veracità del documento, e ad avere per equivoche le espressioni del governatore relative al principe, che suonavano di questo tenore: «S. A. S. il principe di Carignano mi ha fatto conoscere che, mosso dai sentimenti di onore e fedeltà che lo distinguono, si è pienamente confermato a quanto nella prelodata dichiarazione viene ingiunto.» Formaronsi pertanto degli attruppamenti che si diressero al palazzo del governatore. Accolse egli alcuni dei capi, cercò calmarli, ma non rimasero paghi. Verso sera crebbe il tumulto, e disarmati alcuni corpi di guardia, con quelle armi la folla s'avviò a Banchi. Intanto i posti principali erano stati occupati dai soldati, e collocati sulle mura due cannoni, a dominio di tutta la strada verso Banchi, ove sorgeva appunto il palazzo del governatore. L'attitudine delle truppe e due sole cannonate a polvere poterono disperdere gli ammutinati, e la notte passò tranquilla. Ma la mattina appresso due colpi a scaglia tirati, non si sa come nè perchè, dal medesimo posto militare, ferirono due soldati sotto la loggia e due altri individui; del che esacerbaronsi molto gli animi, e fin dall'alba del dì 23 udivansi dappertutto alti gridori, accresciuti dalla sparsa voce che il governatore se ne fosse la notte fuggito, il che non era. Le cose correvano a questo modo quando le nuove di Torino mutarono la scena. Sorse una confusione orribile. Fu creduto che l'editto del governatore non fosse leale; i nemici di lui avvaloravano il sospetto; molti del popolo si unirono agli stanziali che aveano abbandonato i posti e le caserme: la moltitudine entrò nel palazzo, e impadronitasi del governatore, avrebbe su d'esso sfogato l'odio antico se il generale d'Ison e alcuni altri, accorrendo in suo aiuto, non l'avessero di colà sottratto per condurlo in sicuro nel palazzo ducale. Se non che per istrada si svenne, ed allora trasportato in casa Sciaccaluga in Campetto, emanò poco stante un decreto col quale eleggeva una commissione di governo conferendole irrevocabilmente tutti quei poteri che erano in lui, e così rimase alquanto calmata la città.
Continuavano i rumori insurrezionali in Torino. A Novara, Voghera, Vercelli ed Alessandria, le truppe discordi erano sempre in procinto di venire tra loro alle mani. La discordia si propagava tra i liberali; e molti affezionati alla causa regia, abbandonavano il Piemonte. Ma l'esito delle cose di Napoli disanimò i capi del partito, i quali da altro canto vedevansi vicini ad essere attaccati dai Tedeschi comandati dal generale Bubna, che s'era fatto precedere da una grida onde i liberali si erano vieppiù costernati. Raffreddossi l'ardore che aveva il primo moto inspirato nel petto degli amatori della novità, e il seducente e lusinghiero manifesto del conte di Santa Rosa valse a mantenere il coraggio in chi già si consideravo esposto a tutte le forze austriache, stante la sommissione totale del regno di Napoli.
Infatti, il conte di Bubna, informato che gl'insorti soldati piemontesi movevansi verso Novara contro quelli che, rimasti fedeli al re, militavano sotto il generale La Torre, si deliberò a prestare a questo capitano il suo aiuto. Laonde, varcato, la notte del 7 all'8 di aprile, il Ticino, e fatta promulgare la grida che dicemmo, il dì 8 la vanguardia tedesca già era dinanzi a Novara. Nel mezzo tempo, vedendo il principe Carlo Alberto le proteste del duca del Genovese e la parte attiva che in quelle faccende prendeva il gabinetto austriaco, notificò in uno suo editto che rinunziava alla reggenza, e abbandonando l'esercito si ritirò in Toscana, ove poco stante si riparò anche la sua consorte, figlia di quel granduca. Allora l'esercito si elesse a capo il marchese di Caraglio, e senza lasciarsi abbattere, si dispose a resistere agl'imperiali. Ostinato fu il combattimento dato dentro la stessa Novara; ma i rivoltosi furono costretti a cedere, inseguiti sino a Vercelli. Questo esercito, che ne' giorni antecedenti ogni ora più ingrossava, ed era venuto da Torino per indurre i dissenzienti a fare con esso causa comune, da che si sentì privo di valido appoggio, andò del continuo scemando, sì che si ridusse al breve numero di cinque mila soldati. Si mosse il generale Ansaldi, che comandava in Alessandria, con parte dei suoi in soccorso di Novara; ma fu costretto a rimanersi, perchè minacciato da una forte colonna austriaca, e che da Piacenza marciava a Voghera e Tortona; e quindi udita la perdita dei compagni a Novara, e considerando che quantunque la piazza d'Alessandria ben provveduta fosse di ogni sorta di munizioni e capace di resistere a lungo assedio, pure poteva alla fine priva di soccorsi trovarsi al caso di rimaner vittima con tutti i suoi seguaci, senza utile del suo partito che sino da quel momento potea dirsi annichilato; con trecento studenti, alquanti soldati e dragoni, il conte di San Marzan, il conte Santa Rosa, e molti uffiziali, si diresse verso Genova, dov'ebbe coi suoi seguaci tutto lo agio d'imbarcarsi per le coste di Spagna, stante la premura del colonnello Rapello della guardia nazionale genovese, cui erano stati perciò dati ordini segreti. Con tale evasione, il dì 11 aprile, fu restituita la tranquillità a quelle contrade ancora.
Calmate le cose, il duca del Genovese Carlo Felice, previa rinunzia del suo regio fratello, assunse il titolo di re e lo esercizio della potestà suprema. Nel dì 4 di giugno andò ad abboccarsi in Lucca con esso suo fratello Vittorio, ivi pur ricevendo le chiavi della città di Alessandria cadute in potere delle armi austriache, e per ordine dell'imperadore Francesco consegnategli dal generale conte di Bubna. È noto che il già re Vittorio Emmanuele pregò il suo successore a non usar il rigore contro i complici della rivolta, volendo considerare cotale sommossa più come un resultato delle idee del giorno che di mal animo verso il legittimo sovrano. Pochi adunque furono quelli che soggiacquero alla morte.
Terminarono finalmente tutte cotali vicissitudini del regno di Sardegna con una convenzione sottoscritta in Novara il 24 luglio dai plenipotenziarii piemontesi ed austriaci e con la quale venne in sostanza fermato: che un corpo austriaco di dodici mila uomini, e sotto la guarentigia delle alte potenze, rimarrebbe a disposizione di sua maestà sarda per mantenere, di concerto con le proprie truppe, la tranquillità interna del regno; corpo da poter essere aumentato ad ogni richiesta della sua maestà: occuperebbe esso corpo la linea militare di Stradella, Voghera, Tortona, Alessandria, Valenza, Casale e Vercelli.
In Toscana seguivano, il dì 7 di aprile, gli sponsali tra il granduca Ferdinando e la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia, con giubilo di quei popoli, i quali nel loro monarca ammiravano il padre e l'ottimo principe, al loro unanime grido facendo eco i profughi napolitani, romani e piemontesi, che sotto l'egida delle leggi di lui trovavano asilo e protezione, essendo che negli Stati per lui governati ricoverò di essi il massimo numero.
Il dì 5 maggio morì a Sant'Elena Napoleone Bonaparte.
Anno di CRISTO MDCCCXXII. Indizione X.
PIO VII papa 23. FRANCESCO I imperad. d'Austria 17.
Gli Stati di Napoli di qua dal Faro, o fosse la presenza di numerosi presidii tedeschi, o la vigilanza della polizia, che senza posa preveniva tutte le combriccole che di soppiatto si tenevano, godevano d'una quiete da molto tempo insolita. I masnadieri e gli assassini del continuo perseguitati e senza remissione puniti. Ma così non era in Sicilia, ove le opinioni continuavano ad essere in guerra fra loro, e le falangi alemanne potevano a stento reprimere nelle vicinanze delle città popolose il brigantaggio. Frequenti erano gli assassinii e gli omicidii: le carceri rigurgitavano di sospetti, di rei e di prevenuti. Fecersi le vendette private quasi più che altrove sentire, e fu d'uopo a' magistrati d'una fermezza particolare per giungere nel corso dell'anno a rendere la pace alle famiglie, la quiete a' cittadini, la sicurezza ai viandanti.
La condizione critica nella quale da molto tempo trovavasi la Spagna, consigliò i monarchi ad unirsi in congresso a Verona, dove convennero gl'imperatori d'Austria e di Russia, i re di Prussia e delle Due Sicilie, il re e la regina di Sardegna, il granduca di Toscana con suo figlio, la duchessa di Parma, il duca di Modena ed il principe reale di Svezia, le altre potenze mandato avendo i loro plenipotenziarii. Le risoluzioni di questo congresso non solamente furono notificate all'Europa con una circolare dei monarchi alleati diretta a tutte le loro rispettive legazioni e rese pubbliche, ma ben anche portate ad esecuzione con la guerra nell'anno dopo fatta alla Spagna. Per quelle conferenze maggiore concordia risultò tra le alte potenze unite nella sacra alleanza, e tutte le loro misure furono più specialmente dirette a sopire ogni germe di novità negli ordini di pubblico reggimento, e viemmaggiormente solidare il principio della legittimità nei troni.
Il dì 13 ottobre morì a Venezia Antonio Canova.
E qui, alla morte di questo sommo ingegno, onor delle arti belle e del suolo natio, qui in mezzo alla profonda pace e tranquillità dell'Italia deponiamo la penna per non ripigliarla mai più in trattazioni tanto superiori alle nostre forze, e nelle quali solo una eccessiva condiscendenza ci ha impegnato.
FINE DEGLI ANNALI.
NOTE:
[1] Non so per quale svista l'egregio Botta faccia da Giuseppe II vedere il Tanucci morto otto mesi prima che il principe austriaco si fosse recato a Napoli: forse fu per desiderio di lui.
[2] Musica tedesca suol dirsi quella nella quale predomina l'armonia alla melodia, quest'ultima invece signoreggiando nella musica che diciamo italiana.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.