Annali d'Italia, vol. 8 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 (part 4 of 5)
Vedeva il consiglio che per confermare lo Stato del re, principalmente nella capitale, si rendeva necessario l'espugnare la cittadella; perchè non solamente ella era di sicurtà grande al Piemonte, ma non si giudicava nemmeno onorevole l'avere quel morso in bocca nella sede stessa della potestà suprema: laonde, acciocchè la faccenda camminasse con maggior diligenza, si offerse a far le spese dell'oppugnazione. Il dì 13 giugno principiarono i confederati a lavorare al fosso ed alla trincea della prima circonvallazione. Non mancarono gli assediati a sè medesimi nel volere impedire colle artigliere che i nemici tirassero a perfezione la trincea. Ma questi con le solite arti affaticandosi, ed aiutati con molto fervore dai contadini, che niuna fatica o pericolo ricusavano, apprestarono le batterie, e la mattina del 18 diedero mano a bersagliare la fortezza. Prodotti gravissimi danni, faceva Keim, che da Suwarow aveva avuto carico di questa oppugnazione, la intimata alla piazza. Fiorella rispondeva, volersi tuttavia difendere. Il bersaglio ricominciava più forte che per lo innanzi, e continuava sino al mezzodì del 19. La caserma, i magazzini, la casa stessa del governator Fiorella ardevano, una conserva di polvere aveva fatto scoppio; le casematte, per esservi trapelata molta acqua, non offerivano rifugio. Morti erano la maggior parte dei cannonieri; le batterie scavalcate, i parapetti distrutti; la piazza ridotta senza difese d'artiglieria. Già la seconda circonvallazione si cavava a gittata di pistola dalla strada scoperta, e gli oppugnatori la continuavano con la zappa per modo che già erano vicini a sboccare nel fosso.
Il perseverare nella difesa sarebbe stato piuttosto temerità che valore; perciò Fiorella trattò della resa. Si fermarono, il dì 20, i capitoli, pei quali si pattuì che il presidio uscisse con gli onori di guerra; che deponesse le armi; che avesse libero ritorno in Francia coi cavalli e colle bagaglie; che desse fede di non servire contro i confederati sino agli scambi; Fiorella e gli altri ufficiali maggiori fossero, come prigionieri di guerra fino agli scambi, condotti in Germania. Uscirono i vinti in numero di circa tre mila; entrarono i vincitori il dì 22. Ottenuta la cittadella, se ne giva Keim ad ingrossare sulle sponde della Bormida Suwarow, al quale la fortuna stava preparando nuove fatiche e nuovi trionfi. Fecersi in Torino molti rallegramenti civili, militari e religiosi per la riacquistata cittadella. Ne pigliarono i regi felici augurii. Mandava Suwarow pregando il re, acciocchè se ne tornasse nel regno ricuperato. Ma l'Austria, che aveva altri pensieri, attraversava questo disegno.
La guerra, che insanguinava le terre italiche, non risparmiava le greche. Ma noi non potremo dilungarci dalle cose nostre per narrare come le isole del mare Ionio ed altre terre circostanti, tolte sotto specie di amicizia dai repubblicani di Francia all'imperio dei Veneziani, venissero per forza d'armi sotto quello dei Turchi e dei Russi. Il termine fu, che dopo i fortunosi casi di questa guerra, piena di fatti altri alti e generosi, altri crudeli ed atroci, il consiglio generale di Corfù, convocato dai confederati, secondo gli ordini antichi, decretava che si ringraziasse santo Spiridione, e con annua processione si onorasse; si ringraziassero i comandanti russo e turco e l'ammiraglio d'Inghilterra Orazio Nelson; si ringraziassero Paolo I, Giorgio III, Selim III. Fu data la somma del governo non solo di Corfù, ma ancora di tutte le isole e territorii ionici, ad una delegazione di sei nobili. In tale forma si visse a Corfù finchè dai confederati fuvvi ordinato governo stabile di repubblicani sotto tutela della Porta Ottomana. A questo modo, per opera, prima dei Franzesi, poi dei confederati, fu alienato per sempre dall'imperio d'Italia all'imperio degli oltramontani o degli oltremarini il dominio del mare Ionio, che Venezia avea saputo conservare per tanti secoli contro tutte le forze dell'impero dei Turchi. Venuto Corfù in poter dei confederati, divenne ricovero sicuro a coloro, cui cacciava dall'Italia la presenza dei repubblicani. Vennervi le principesse esuli di Francia: vennervi i cardinali Braschi e Pignatelli, il principe Borghese, i marchesi Gabrielli e Massimi, il cavalier Ricci e molti altri personaggi. Le flotte russa e turca andarono ad altre fazioni nell'Adriatico e nel Mediterraneo, le quali siamo per vedere in progresso.
Come prima ebbe Moreau il governo supremo dell'esercito italico, avea applicato i suoi pensieri a far venire sul campo delle nuove battaglie le genti che sotto l'impero di Macdonald custodivano il regno di Napoli. Per la qual cosa aveva speditamente mandato a Macdonald che partisse da Napoli con tutto l'esercito, solo lasciasse presidio nei castelli, nelle piazze più forti, e con esso lui venisse prestamente a congiungersi, determinando il luogo della congiunzione dei due eserciti nei contorni di Voghera. A questo fine, volendo dar mano più presto che fosse possibile alle genti vincitrici di Napoli, e considerato che Macdonald, per essere le strade del littorale della riviera di Levante troppo difficili e da non dar passo alle artiglierie, era necessitato a camminare fra l'Apennino e la sponda destra del Po; e temendo che fosse troppo debole a sostener l'impeto dei corpi sparsi dei confederati, che prevalevano di cavalleria nelle pianure di Bologna e di Modena, avea mandato Victor con la sua schiera ad incontrarlo sui confini della Toscana e del Genovesato. Partiva Macdonald, accompagnandolo Abrial, da Napoli, lasciati presidii franzesi, sebbene deboli, nei castelli di Napoli e nelle fortezze di Gaeta, di Capua e di Pescara. Grave e difficile carico gli era addossato, ma del pari glorioso, se il portasse a felice fine. Viaggiava con molto disfavore dei paesi per cui gli era necessità di passare, perchè le popolazioni sollevate a cose nuove, stavano in armi e pronte a contrastargli il passo. Tumultuava il regno sulle sponde del Garigliano, tumultava lo Stato romano, e da Roma in fuori non v'era luogo che fosse sicuro ai Franzesi. Tumultuava la Toscana molto furiosamente, già sì pacifica e dolce. Le strade, che davano il passo da una parte all'altra degli Apennini, specialmente Pontremoli, sito di non poca importanza, erano in possessione dei collegati. Nè egli aveva cavalleria bastante a spazzare i paesi, a procacciarsi le notizie, a far vittovaglie, a difendersi dagli assalti improvvisi. Nè è dubbio che l'impresa di Macdonald non fosse delle più malagevoli ed ardue che capitano di guerra sia stato mai obbligato di fornire.
Si metteva in via, diviso il suo esercito in due parti. Marciava la destra guidata da Olivier accosto agli Apennini con l'intento di riuscire per la strada di San-Germano, Isola, Ferentino, Valmontone e Frascati, verso Roma. La sinistra, condotta da Macdonald, seguitava verso la capitale medesima dello Stato romano la strada più facile della marina. Erano con questa le più grosse artiglierie e le principali bagaglie. Fu la prima necessitata a combattere, non senza molto sangue, parecchie volte per condursi al suo destino. San-Germano si oppose con le armi; fu preso per forza e saccheggiato. Isola si persuase di poter arrestare con genti tumultuarie soldati regolari, agguerriti e bene armati: assaltarono i Franzesi, dopo di aver ricerco gl'Isolani del passo la terra: si difesero i terrazzani con tale ostinazione che un accanito combattimento durava già più di sei ore, e non se ne prevedeva il fine. All'ultimo, cacciati di casa in casa a viva forza, si ritirarono, lasciando la città in mano degli assalitori, i quali, sdegnati all'antica nimistà degl'Isolani, allo aver tratto al messo mandato avanti per trattare l'accordo del passo, e alla tanto ostinata resistenza, per cui non pochi dei loro erano stati morti, mandarono la terra a ruba ed a sangue. Quanti poterono aver nelle mani, tanti ammazzarono. Entrati nelle case, uccisi prima gli abitatori, facevano sacco. Poi si diedero in sul bere di quei vini generosi, per modo che il furore della presente ebbrezza, congiunto col furore della precedente battaglia, li fece trascorrere in opere abbominevoli. Nè più davano retta ai loro ufficiali o generali, che li volevano frenare, che alla ragione od alla umanità. Sorse la notte; era una grande oscurità, pioveva a dirotto. Gl'infuriati repubblicani, dato mano alle facelle, incesero la città, che in poco d'ora fu da sè stessa tanto disforme che non era più che un ammasso spaventevole di sangue, di fango e di ruine.
Passarono i Franzesi a Veroli senza difficoltà, passarono a Ferentino ed a Valmontone; finalmente congiuntisi entrarono il dì 16 maggio del presente anno 1799 nelle sicure stanze di Roma. Quivi Macdonald, dato animo con promesse e con discorsi, lasciate per marciare più spedito le artiglierie e gl'impedimenti più gravi, e guernite di presidii le piazze di Civitavecchia, di Ancona e di Perugia, s'incamminava alla volta di Toscana. Era in questa provincia succeduta una mutazione grandissima; eccettuati i luoghi in cui i Franzesi insistevano coi presidii, tutti gli altri si erano voltati in favor degli alleati, con gridare il nome di Ferdinando. Ma questa mutazione si era fatta con tanto tumulto, con tanto furore e con tanta ferocia, che tutt'altre cose si sarebbero aspettate dai Toscani che queste.
La sede principale della sollevazione erano Arezzo e Cortona, le quali il sito rendeva sicure. Arezzo si era con ogni miglior modo fortificata, anzi ogni edifizio era fortezza. Numerose squadre di gente venuta dal contado e variamente armata custodivano le porte, e curiosamente e diligentemente esaminavano chi entrava e chi usciva. Movevansi sospetti ad ogni tratto in mezzo a quei contadini infuriati per voci date, o a ragione o a torlo, di giacobino. Era lo stare cattivo, il viaggiare peggiore. Tuttavia questi uomini, tanto sfrenati contro i Franzesi e contro coloro che avevano o che parevano aver odore di essi, mostravansi obbedienti, al nome di Ferdinando. Erasi in mezzo a questi tumulti creato in Arezzo un magistrato supremo, in cui entravano preti, nobili e notabili; uomini nè sfrenati nè feroci, ma non potevano impedire il furore del popolo; solo s'ingegnavano di dargli regola e legge. Questa fu la mossa di Arezzo, alla quale, come quasi un antiguardo, consuonava quella di Cortona. In grave pericolo si mettevano, perchè le cose dei Franzesi erano ancora in essere, e potevano risorgere, e Macdonald pensava a passare per la Toscana. Pure Arezzo si salvò, Cortona pagò qualche fio; l'una e l'altra furono cagione che il nome di Ferdinando risorgesse in Toscana innanzi che i confederati vi arrivassero. Fu Cortona messa a dura prova da' Polacchi venuti di Perugia; ma si difese sì valorosamente, che gli assalitori se ne rimasero, avviandosi a Firenze. Venne poscia una colonna franzese molto forte, ch'era l'antiguardo di Macdonald. Cortona si arrese con patto che fossero salve le sostanze e le persone; il che fu loro osservato.
Avrebbe desiderato Macdonald, che arrivava verso il finir di maggio a Siena, sottomettere Arezzo, e gli faceva l'intimazione. Mandò contro gli Aretini un bando terribile. Ma tutto fu indarno: gli Aretini non si sbigottirono; il Franzese non si accinse a domarli, però che volea camminar veloce all'impresa. Si mosse Albiano, terra vicina al Genovesato, a sollevazione contro i Franzesi, non senza commettere i soliti atti di crudeltà. Andarono i Franzesi, saccheggiarono ed arsero la terra. Simili spaventi succedevano in altre parti della Toscana: ogni cosa sconvolta e sanguinosa. Marciava spedito al suo destino Macdonald, e perchè non avesse intoppi di ammutinamenti di truppe per mancanza dei soldi, Bertolio, che come ambasciadore di Francia reggeva a posta sua Roma, e Reinhard come commissario la Toscana, trovarono molti estremi di raccor denaro.
Erano a questo tempo le genti dei confederati molto sparse. Una grossa parte attendeva all'oppugnazione di Mantova: Klenau correva il Ferrarese ed il Bolognese; il principe Hohenzollern il Modenese; Otto stava sugli Apennini, massime a Pontremoli; Bellegarde, venuto dai Grigioni, circondava d'assedio Alessandria e Cortona; Suwarow e Keim alloggiavano in Piemonte per dar sesto al governo, per ridurre a devozione alcune valli delle Alpi, e per osservare a che fine volesse Moreau incamminare le sue operazioni, o verso Cuneo o verso la riviera di Ponente. Guerra troppo spicciolata era questa, mentre Macdonald se ne veniva intero da Napoli, e Moreau poteva tornare più grosso da Francia.
Moreau, dato voce che avesse avuto rinforzi di Francia, e che maggiori ne dovesse ricevere, essendo anche a quel tempo arrivata nel Mediterraneo una flotta franzese proveniente da Brest con qualche battaglione da sbarco, era andato a piantare i suoi alloggiamenti presso a Savona per accennare contro Suwarow in Piemonte; poi, speditamente marciando, si era condotto a Genova, verso la quale faceva concorrere le sue genti. Queste mosse apertamente indicavano in Moreau il pensiero di congiungersi con Macdonald, che già era arrivato in Toscana; nè Suwarow le poteva ignorare. Ciò nondimeno, ei se ne stava a consumarsi intorno alle fortezze ed alle montagne piemontesi. Ma non istette lungo tempo ad accorgersi che se per valore ei non era inferiore agli avversarii, gli avversarii lo avanzavano per arte. Già Victor, camminando per la riviera di Levante, appariva vicino a congiungersi con Macdonald, e già gli avvisamenti dei generali di Francia si approssimavano al loro compimento. Macdonald s'incamminava alle accordate fazioni, per le quali si prometteva l'assicurazione d'Italia. L'ala sua dritta, condotta da Montrichard, marciava contro Bologna; la sinistra si conduceva nella valle del Taro. Victor faceva il suo alloggiamento in Fornuovo. Dambrowski s'incamminava a Reggio. Macdonald si era calato col grosso dell'esercito per la valle del Panaro, e inoltrato sino al casino Brunetti a piccola distanza do Modena. Moreau dal suo lato si era ingrossato sulla Bocchetta col pensiero di correre contro Cortona ed Alessandria. Già aveva mandato, per dar la mano più verso il piano e più da vicino a Macdonald, il generale Lapoype con una schiera di Liguri a Bobbio.
Queste mosse dei capitani della repubblica fecero accorti i generali de' due imperi ch'era loro mestiero di rannodarsi con molta prestezza, a tale strettezza essendo condotte le cose, che un giorno solo d'indugio poteva aprir l'occasione di una totale vittoria ai Franzesi. Per la qual cosa Kray, che stringeva Mantova, convertita la oppugnazione in assedio, andava a porsi con dieci mila soldati a Borgoforte sulla riva del Po, rompendo tutti i ponti. Un grosso di queste genti passarono anche il Po per fare spalla a Klenau ed a Hohenzollern, ch'erano in pericolo d'essere pressati da Macdonald. Il principale sforzo del generale franzese accennava contro Hohenzollern; però Klenau se gli accostava sulla destra. Per tal modo Montrichard colla destra dei Franzesi andava a ferire Klenau, il grosso Hohenzollern, Victor con la sinistra Otto, e tutto il pondo della guerra si riduceva nei ducati di Modena e di Parma. Ma i raccontati rimedii usati dagli alleati non erano bastanti per distornare la tempesta, perchè Macdonald solo era più forte di Klenau, Hohenzollern ed Otto uniti insieme; Moreau assai più di Bellegarde.
Adunque l'importanza dell'impresa era posta nell'esercito proprio di Suwarow, che insisteva in Piemonte. Se lo vide il generalissimo di Paolo, e si mise senza indugio a correre con prestissimi passi a Piacenza, sperando di poter combattere Macdonald prima che si fosse congiunto con Moreau, e di arrivare a tempo perchè il Franzese non rompesse del tutto le schiere unite dei tre generali austriaci. Intanto fortemente già si combatteva sulle rive del Panaro. Il giorno 10 giugno succedeva un grosso affronto tra i soldati armati alla leggiera delle due parti, ed i Franzesi furono costretti a ritirarsi con grave perdita verso le montagne. Si combattè il giorno seguente con uguale ardore da ambe le parti, e la terra di Sassuolo rimase in poter dei Tedeschi. Non erano questi moti di molta importanza, e dimostravano piuttosto un ardore inestimabile di combattere in ambe le parti che un evento terminativo di battaglie. Ma il 12 giugno fece Macdonald un motivo assai più grosso per isbrigarsi da quei corpi nemici, che, sebbene meno grossi de' suoi, il molestavano e gl'impedivano il passo a' suoi disegni ulteriori. Ordiva per tal modo la forma della fazione che Hohenzollern ne venisse non solamente rotto, ma ancora impossibilitato al ritirarsi.
Fecero egregiamente i Franzesi l'opera del loro perito ed audace capitano. Fu la zuffa sostenuta con grandissimo valore dai Franzesi e dai Tedeschi, e durò molte ore; i cavalli massimamente andarono alle prese parecchie volte, e sempre se ne spiccarono laceri e sanguinosi. Le fanterie vennero replicatamente alla pruova delle baionette. La sinistra ala dei repubblicani riusciva nell'intento, perchè, cacciati i Tedeschi ed occupata la strada che dà a Reggio, s'intrometteva fra Hohenzollern e Otto. La mezza schiera medesimamente del generale tedesco, dove egli medesimo combatteva animando i suoi, fu obbligata a piegare e lasciare, fuggendo, Modena in potestà del vincitore. Sarebbe stato tutto questo corpo austriaco, secondo il disegno ordito dal generale franzese, circondato o preso se Montrichard avesse vinto sulla destra come Macdonald aveva sulla mezza e sulla sinistra. Ma Klenau, non aspettando che il nemico venisse a lui, era uscito a combattere, ed aveva rotto i repubblicani. La resistenza di Klenau fu la salute di Hohenzollern; perchè questi, trovate le strade aperte, si ritirava alla Mirandola; poi, non credendosi sicuro sulla riva sinistra del Po, venuto a San Benedetto e quivi lasciato un piccolo presidio, varcava sopra un ponte di barche a San-Nicolò per andarsene ad aspettare sulla sinistra quello che i fati portassero. Klenau, vittorioso, poi vinto per le nuove genti mandate da Macdonald contro di lui, si condusse celeremente alle sue prime stanze di Cento; poscia vieppiù dilungandosi, andò a posarsi a Vigarano della Mainerba, sito poco distante da Ferrara. Già Ferrara era piena di spavento, e Klenau vi faceva provvisioni d'armi e di munizioni, come se il nemico fosse fra breve per arrivare.
Perdettero gli Austriaci in tutte le raccontate fazioni quindici centinaia di prigionieri è forse pari numero, tra morti e feriti. Dei Franzesi mancarono, fra morti e feriti, circa un migliaio; pochi vennero in poter de' vinti. Macdonald fu ferito non da Tedeschi nè nella mischia, ma dopo la vittoria da' Franzesi del reggimento Bussy che militava sotto le insegne austriache. Cinquanta di questi vollero aprirsi il varco con le armi in mano a traverso i nemici per raggiungere i compagni; e riuscirono, ridotti da cinquanta a sette.
Era la sorte d'Italia in pendente e doveva fra breve giudicarsi. Marciava celeremente Macdonald per unirsi a Moreau; Moreau mandava, come già fu detto, una squadra di Liguri sotto il governo di Lapoype a Bobbio, perchè servisse di scala alla congiunzione. Egl'intanto si apparecchiava a sboccare con tutto il suo esercito dalla Bocchetta per andar all'incontro di Macdonald. Suwarow marciava a gran passi da Torino per trovare o Moreau o Macdonald innanzi che fra di loro si fossero congiunti.
Erasi Macdonald, dopo i fatti d'armi combattuti contro Hohenzollern, condotto in Piacenza, nella quale era entrato il dì 15 di giugno. Quindi gli si era accostato Victor, che, mandato da Moreau ad ingrossare l'esercito del compagno, era arrivato al suo destino. Macdonald, volendo prevenire il nemico e romperlo prima che fosse fatto più grosso, nè forse sapendo che Suwarow già fosse arrivato con l'esercito sul campo, incominciava la guerra. Trovavasi il generale tedesco Otto, come antiguardo, alloggiato fra la Trebbia ed il Tidone. In questo antiguardo urtando Macdonald, lo sforzava a ritirarsi, a passar il Tidone ed a correre fino a Castel San Giovanni, inseguendolo passo passo i cavalleggieri della repubblica. Ma Otto, indietreggiando, aveva fatto abilità alle prime genti di Suwarow d'arrivare correndo in suo soccorso; imperciocchè primamente Melas, udito il pericolo di Otto, aveva celeremente spinto avanti la schiera di Froelich, che sostenne la impressione dei Franzesi; poscia sopraggiunse opportunamente la vanguardia russa, e tutte queste genti insieme unite fecero un tale sforzo che i repubblicani, quantunque con molta costanza contrastassero, furono rincacciati sulla destra del Tidone. Sopraggiunse la notte: cessavasi per poche ore dagli sdegni e dalle ferite. Erano i due eserciti separati dal torrente Tidone.
Avevano i due forti capitani della repubblica e dell'impero preparato, durante la notte, i soldati loro alla battaglia: erano le due parti ostinate alla vittoria o alla morte. Comandava Suwarow a' suoi che venissero in sul primo scontrarsi all'arma bianca, non dessero quartiere a nissuno e scannassero gridando urrà, urrà. Ma nel fatto i soldati mostrarono maggiore umanità del loro generale. Era l'esercito repubblicano schierato sulla sinistra della Trebbia, più vicino a questo fiume che al Tidone. Dalla parte sua Suwarow aveva ordinato l'esercito per guisa che fosse diviso in quattro parti. Passato il giorno 18 di giugno il Tidone a guazzo, venivano avanti gli alleati ad affrontare i repubblicani, che stavano preparati a ricevere l'urto loro. Avevano i primi fatto pensiero di urtare principalmente la sinistra del nemico; Bagrazione guidava la vanguardia; ma, essendo la campagna piena di fossi e di siepi, non arrivava se non tardi al cimento. I Franzesi, vedutolo a venire, impazienti di aspettarlo, si scagliarono furiosamente contro di lui. L'impeto loro fu tale che già i soldati del principe si crollavano e sarebbero anche andati in rotta s'ei non fosse stato presto a soccorrerli, ordinando una fortissima carica di cavalleria. Ne seguitò che non solo la fortuna della battaglia si ristorò dal canto degli alleati, ma ancora i Franzesi erano rincacciati fino agli alloggiamenti loro. Il quale accidente veduto da Macdonald, mandava alcuni reggimenti di Victor che frenarono Bagrazione, e facevano di nuovo piegare la fortuna in loro favore. In questo punto Rosemberg muoveva Schweicuschi in soccorso di Bagrazione, e per l'impeto di tante genti si attaccava in questa parte un'asprissima battaglia che durò molte ore. Al tempo stesso Forster con la sua vanguardia, composta massimamente di Cosacchi e di uno squadrone austriaco, si attaccava con la vanguardia repubblicana, e, dopo un ostinato conflitto, la sforzava a piegare. Sopravvenne il colonnello Lawarow con alcune compagnie, ed urtando a forza la vanguardia franzese che già si ritirava, la ruppe. L'impeto delle genti rotte, che disordinate urtarono nel centro dei repubblicani, lo scompigliarono, sforzandolo a ritirarsi, acremente perseguitato, oltre la Trebbia.
Macdonald, che vedeva che in questo fatto andava la fama propria e la fortuna della battaglia, rannodò i suoi di nuovo, facendo in questo tutte le veci di capitano esperto, valoroso e forte. Indi, bene ordinato e di nuovo confidente, marciava al riscatto della battaglia. Ne sorse una mischia molto feroce: Forster era molto pressato, e sarebbe eziandio stato vinto se Froelich, veduto il caso, non gli avesse mandato nuove genti in soccorso. Questo avviso di Froelich ristorò la pugna dalla parte degli alleati; la fortuna si pareggiava. Sulla destra dei Franzesi, cioè verso il Po, si combatteva anche egregiamente per la repubblica e per l'impero. Così durò lunga pezza la battaglia, succedendo molto strazio e molte morti da ambe le parti. Vinse finalmente la fortuna dei confederati, che prevalevano di fanterie e di cavalleria. Fu rotto Dambrowski sulla sinistra, Macdonald sul centro, Olivier sulla destra: tutti furono obbligati a cercar ricovero, straziati dalle ferite e bruttati di sangue, sulla destra della Trebbia. Era il campo di battaglia orrido e doloroso a vedersi: in ogni parte uomini e cavalli morti o moribondi; in ogni parte gemiti e spaventi; in ogni parte armi e munizioni rotte e sparse; gli arbusti gocciavano, la Trebbia menava sangue. Sopraggiunse la notte, che rinvolse nelle sue ombre la miseranda strage, gli sdegni ancor vivi delle tre forti schiatte, e la cupidigia non ancora satolla d'umano sangue.
Era intento di Suwarow d'ingaggiare il seguente giorno una nuova battaglia, perchè voleva rompere del tutto quella testa di repubblicani innanzi che Moreau gli romoreggiasse alla spalle. Pensava medesimamente Macdonald, per la sua pertinacia insolita ad esser vinta od a piegarsi, di assaltare alla nuova luce quel nemico che già per due volte aveva tentato con tanto danno de' suoi e con sì poco frutto.
Intanto le sorti di Francia in Italia andarono in precipizio. Risolutosi Macdonald a non aspettare di essere assaltato, ma ad assaltare, muoveva alle 11 della mattina del 19 di giugno le sue genti contro l'esercito imperiale. Era l'ordinanza dei due nemici la medesima che ne' giorni precedenti. Con singolare intrepidezza passarono i repubblicani la Trebbia, ancorchè fossero aspramente bersagliati dalle artiglierie nemiche sì grosse che minute, principalmente da quelle che ferivano a scaglia. Nissuno creda che maggior valore nelle più aspre battaglie si sia mostrato mai di quello che in questa mostrarono e Franzesi, e Polacchi, e Russi, ed Austriaci. Senza scendere ai particolari è da notare che bene fu combattuta questa battaglia dalle due ale dell'esercito franzese sul principio, male sulla fine; il che fu cagione che se esse si ritirarono intiere sulla destra della Trebbia, la mezza vi si ricoverò fuggendo disordinata e rotta.
Avevano i Franzesi passato il fiume, ed essendosi ordinati sulla sponda sinistra assaltavano con l'antiguardo loro il nemico: ma questi, bravamente resistendo, li rincacciava. Venuta la seconda fila repubblicana in soccorso della prima, rinfrescava la battaglia, che fra breve divenne orribile. Impazienti l'una parte e l'altra di combattere di lontano, vennero tosto alle prese con le baionette: fu quest'urto tanto micidiale sostenuto quindi e quinci con un valore inestimabile. Quando pei cadenti, feriti o morti qualche spazio vuoto appariva nelle file, i viventi vi si gettavano e facevano battaglia con le sciabole, e quando non potevano con le sciabole, la facevano coi graffi, coi morsi e coi cozzi. Non fu questa battaglia generale, ma miscuglio di duelli fatti corpo a corpo, nè si vedeva chi avesse ad essere il primo a ritirare il passo. Ma mentre la fortuna stava per tale modo in pendente, ecco arrivare a corsa un reggimento di Tedeschi che diede animo ai Russi, lo scemò ai Franzesi; caricando e smagliando la cavalleria che fiancheggiava la schiera di Montrichard. Un reggimento di fanti leggieri, preso spavento da questo accidente, cesse fuggendo disordinatamente; la fuga e lo scompiglio invasero tutta la schiera, nè Montrichard ebbe potestà di rannodarla, malgrado che se ne desse tanto pensiero e molto vi si sforzasse. La rotta di Montrichard fu cagione del doversi ritirare Victor; perchè Suwarow, accortosi della favorevole occasione, che la fortuna ed il valore de' suoi gli avevano aperta, si cacciava dentro ai luoghi abbandonati col suo corpo di riserbo, ed assaliva il generale franzese per fianco. Pensò allora Victor al ritirarsi sulla destra riva, e il fece ordinatamente, per quanto quell'accidente improvviso il comportava. Così tutta la mezza dei repubblicani, parte rotta intieramente, parte poco intera e fieramente seguitata dalla cavalleria nemica, si era ritirata a salvamento oltre quel fiume che con tanta speranza di vittoria aveva poche ore prima passato.
Sopraggiunse la notte: era estrema la stanchezza dei combattenti; fuvvi riposo, se non d'animi, almeno di corpi. Pensava Suwarow, tosto che aggiornasse, di perseguitar il nemico, Macdonald di ritirarsi, quantunque a ciò di mala voglia e costretto dal parere dei compagni si risolvesse, perchè avrebbe desiderato di fare una quarta volta esperienza della fortuna; tanto si era ostinato in questa faccenda del combattere. Per la qual cosa, lasciato sulla sponda del fiume alcune genti delle più spedite per occultare al nemico la sua partita, s'incamminava celeremente col restante esercito, prima che la luce illustrasse l'italiche contrade, alla volta di Parma. Dal canto suo Suwarow, come prima vide sorgere l'aurora, passava il fiume per dar l'assalto al nemico ne' suoi propri alloggiamenti. Nè avendolo trovato ed accortosi della sua levata, si mise tosto a perseguitarlo, egli per la strada vicina ai monti, Melas per la prossimana al Po. Giunsero i Russi a Zema il retroguardo franzese governato da Victor e l'assalirono con molto valore e con ugual valore fu loro risposto dai Franzesi, cosa maravigliosa dopo gli infortuni recenti: la sola diciassettesima dovè darsi prigioniera. Dall'altro lato i Tedeschi arrivarono addosso ai Franzesi presso a Piacenza, e ne fecero molti prigionieri, massime feriti, fra i quali notaronsi principalmente Rusca, Salm e Cambray.
Avrebbe voluto Suwarow seguitare più oltre i repubblicani; ma udiva ad un tratto che Moreau, uscito dal suo sicuro nido di Genova, era sboccato dalla Bocchetta, minacciava trarre a mal partito gli assediatori di Tortona e di Alessandria. Deliberossi pertanto a tornarsene indietro, dando carico a Otto, a Hohenzollern ed a Klenau che perseguitando facessero a Macdonald tutto quel maggior male che potessero.
Restava a Macdonald un'impresa difficile a compirsi; quest'era di ritirarsi a salvamento in Toscana, per poter quindi per la riviera di Levante condurre le sue genti all'unione di Genova con quelle di Moreau. Ei ne venne, ciò nonostante, a capo con uguale e perizia e felicità. Ordinava a Victor che salisse per la valle del Taro, e che, varcati i sommi gioghi dello Apennino, calasse per quello della Magra nel Genovesato. Egli poi con la sinistra, ora combattendo alle terga, ora sul fianco sinistro, ed ora di fronte, e sempre animosamente e felicemente più che da vinto si potesse sperare, se ne viaggiava alla volta di Bologna per condursi di nuovo a Pistoia. Disperse le genti leggieri di Hohenzollern e di Klenau, che gli volevano contrastare il viaggio, passò per Reggio e per Rubiera, passò per Modena, che pose a grossa taglia, mandò presidii a Bologna ed al forte Urbano: poscia salendo s'internava nelle valle del Panaro ed arrivava al suo alloggiamento di Pistoia. Poco stettero Bologna ed il forte ad arrendersi ai confederati. Nè il generale franzese voleva pei disegni avvenire e per le molte sollevazioni dei popoli fermarsi in Toscana. Perlochè, chiamate a sè le guernigioni di Livorno e dell'isola d'Elba, che avevano capitolato, e poste sulle navi per a Genova le artiglierie e le bagaglie, si avviava per la strada di Lucca alla volta dei territorii Liguri, e quivi conduceva a salvamento i suoi stanchi soldati. Poi stanco egli stesso dalle fatiche e dalle ferite, se n'andava a Parigi piuttosto in sembianza di vincitore che di vinto per lo smisurato valore dimostrato. Con l'esercito di Macdonald si ritirarono ancora le genti franzesi che tenevano Firenze; tutta la Toscana tornava all'obbedienza di Ferdinando.
Il giorno medesimo, in cui Macdonald combatteva sulle rive del Tidone, Moreau scendeva con circa venticinque mila soldati dalla Bocchetta, e passando per Gavi e Novi, fatto anche sicuro dalla fortezza di Serravalle, che si trovava in potere de' suoi, se ne giva all'impresa di divertire i confederati dalle offese di Tortona, che già pericolava, essendo stata aspramente bersagliata da bombe ai giorni precedenti. Il giorno 18 assaltava gli Austriaci nel campo loro sotto Tortona, e, quantunque si difendessero da uomini forti, tuttavia, prevalendo i Franzesi in numero, furono costretti a cedere, e perdettero San Giuliano, disordinati e rotti ritirandosi oltre la Bormida.
Questa, vittoria liberava Tortona dall'assedio, e fu fatto abilità a Moreau di rinfrescarla di viveri e di munizioni. Scaramucciossi il giorno 19 ed il 20 sulle rive della Bormida. Il 21, messosi Bellegarde all'ordine, raccolte quante genti potè dal campo sotto Alessandria e da altre terre vicine, facendo stima non piccola di questo moto, nè volendo che Moreau si alloggiasse in quei luoghi, mandava Seckendorf con un grosso antiguardo ad assaltar i repubblicani sulla destra del fiume. Attaccossi Seckendorf con Grouchy a San Giuliano. Accorreva Bellegarde, accorreva Moreau. Divenne allora molto aspro il conflitto: da ambe le parti si facevano gli ultimi sforzi per uscirne con la vittoria. Alfine Grouchy, serrandosi addosso con molto impeto agli Austriaci, li rompeva e gli sforzava ad andarsene frettolosamente a cercar ricovero sulla sponda sinistra della Bormida. Quivi Moreau ebbe le novelle dei sinistri accidenti della Trebbia. Perlochè conoscendo che per allora non restava speranza di far risorgere la fortuna, e che la sola strada che gli rimanesse aperta per riparo del suo esercito era quella di ritirarlo prestamente là donde era venuto, condottosi con frettolosi passi per la strada di Novi e di Gavi a Genova, spartiva i soldati nelle stanze di Voltri, Savona, Vado e Loano. Munì Genova con un sufficiente presidio; la strada di sboccar di nuovo nelle pianure tortonesi gli rimaneva libera pei forti di Gavi e di Serravalle. Oltre a ciò aveva per maggior sicurezza ordinato un forte campo con trincee tra la Bocchetta e Serravalle che aveva raccomandato alla fede del marchese Colli, assunto al grado di generale ed a lui congiunto d'amicizia. Le altre valli dei monti Apennini, per le quali si aprono le strade delle piauure bagnate dalle acque del Po, furono anche dal generale di Francia fortificate e munite con buoni presidii.
Tale fu la ruina ed il precipizio delle cose dei Franzesi in Italia che non ancora trascorsi quattro mesi da quando la guerra aveva avuto principio in questo anno, perdute sette battaglie campali e le fortezze di Peschiera e di Pizzighettone, il castello di Milano, la cittadella di Torino, perduta tutta l'Italia da Napoli fino al Piemonte, la cadente loro fortuna altro sostegno più non aveva che i gioghi dei monti liguri ed alcune fortezze. Conoscevano gli alleati che l'impero d'Italia non si rimarrebbe in mano loro sicuro se non quando tutte quelle fortezze conquistate avessero. Ma principale pensier loro era quello dell'acquisto di Mantova e delle fortezze del Piemonte. Per la qual cosa non così Moreau si era riparato nel suo sicuro seggio di Genova, che i confederati andarono col campo alla cittadella d'Alessandria con potentissimi apparecchi, sperando per l'efficacia del batterla, ch'ella avesse presto, quantunque molto fosse forte per arte, ad essere sforzata alla dedizione.
Era dentro Alessandria un presidio di circa tre mila soldati sottomessi al generale Gardanne, soldato che, pel suo valore in queste guerre italiche, era tostamente salito dai minori gradi della milizia ai maggiori. Risolutosi egli a difendersi fino agli estremi, animava continuamente il presidio con la voce e con la mano, sopravvedeva ogni cosa, ordinava con somma diligenza quanto fosse necessario alla difesa. Dal canto suo Bellegarde niuna diligenza o fatica risparmiava per venire a capo dell'espugnazione. Aveva con sè venti mila soldati tra Austriaci e Russi, più di centotrenta pezzi d'artiglierie assai grosse, con obici e mortai in giusta proporzione. Si convenne da ambe le parti che gli alleati non molesterebbero la fortezza dal lato della città e che ella la città in nissun modo offenderebbe. Scavata ed alzata la prima trincea di circonvallazione, fece Bellegarde la chiamata a Gardanne. Rispose, essergli stato comandato che difendesse la fortezza e volerla difendere. La folgoravano con tiri spessissimi centotrentanove cannoni, quarantacinque obici, cinquantaquattro mortai. Nè se ne stava Gardanne ozioso, fulminando ancor esso con tutto il pondo delle sue artiglierie. Ma la tempesta scagliata dagli alleati fu sì grande che in poco d'ora, o per proprio colpo o per riverberazione ruppe la maggior parte dei letti delle artiglierie, sboccò le restanti, uccise non pochi cannonieri, arse una caserma ed una conserva di polvere con orribile fracasso: tacque per un tempo o debolmente trasse la piazza. Usarono gli assedianti l'accidente, e si spinsero avanti coi lavori; tentava Gardanne di impedirgli. Ciò non ostante tanto fecero che si condussero fin sotto ai bastioni. Sorgevano i segni della vicina dedizione. Già erano alzate le batterie per battere in breccia, già le scale pronte, già le artiglierie della piazza più non rispondevano. Di tanti, quattro cannoni soli si mantenevano in grado di trarre; le armi missili, oggimai consumate tutte, mancavano; un assalto al nascente giorno si preparava; una presa di soldati fortissimi trascelti a questo mortale ufficio già stavano pronti ad eseguirlo: le ruine stesse delle mura facilitavano la salita. Il resistere più lungo tempo sarebbe stato per Gardanne, non che temerità verso la fortuna, crudeltà verso i soldati; però inclinando l'animo alla concordia, chiese ed ottenne patti molto onorevoli il dì 21 luglio. Uscisse il presidio con tutti i segni d'onore che danno i vincitori ai vinti; si conducesse negli stati ereditarii e vi stesse fino agli scambi; avesse Gardanne facoltà di tornarsene in Francia sotto fede di non militare contro i confederati sino allo scambio. Fu celebrata la conquista d'Alessandria con ogni maniera di pubblica dimostrazione.
Non si era ancora acquetata l'allegrezza concetta per la conquista d'Alessandria dai collegati, ch'ebbero occasione d'un'altra maggiore prosperità per l'espugnazione di Mantova. Avea Buonaparte due anni innanzi conquistato questa fortezza piuttosto col consumarla per carestia di viveri che con lo sforzarla per oppugnazione. La domò Kray piuttosto per forza che per assedio, perciocchè si arresero i repubblicani alle armi imperiali, quando ancora avevano nelle conserve loro di che cibarsi ancora per lungo tempo; ma le mura sfasciate ed il cinto della piazza rotto li costrinsero in breve a quella risoluzione cui il fare ed il non fare tanto importava a loro ed agli alleati. Si era Kray, già fin quando Suwarow era arrivato al supremo governo dell'esercito, messo intorno a Mantova, ma non si era fatto molto avanti con le trincee, perchè non aveva forze sufficienti a circuire ed a sforzare una piazza di tanta vastità e difesa da una guernigione di dieci mila soldati. Ma quando, dopo le rotte di Macdonald, Suwarow fatto più sicuro ebbe mandato novelle genti all'assedio per forma che l'esercito di Kray ascendeva, se non passava, il novero di quaranta mila soldati, il generale tedesco, nel quale non si poteva desiderare nè maggior animo nè miglior arte, si accinse a voler fare quello che fino allora avea solamente accennato. Trovossi egli in grado di fulminare la piazza con più di seicento bocche da fuoco. Nè stette lungo tempo in dubbio circa la elezione del dove far la breccia per aprirsi l'adito dentro la piazza, se il nemico, ostinato oltre il dovere resistesse, perchè la parte di porta Pradella gli si appresentò tostamente come la più debole. Ma a volere che gli approcci si potessero fare più facilmente, si rendeva necessario per gli oppugnatori l'impadronirsi del torrione e del mulino di Ceresa. Quindi, senza starsene ad indugiare, alzarono le serrature del Paiolo; il che fu cagione che le acque del canale di questo nome, trovando uno scolo più facile, si abbassarono nelle parti superiori, e fu fatto abilità a Kray di spingersi avanti con le trincee contro la piazza. Spesseggiavano i Russi con tiri contro la cittadella, gli Austriaci contro San Giorgio. Ma la principale tempesta veniva da Osteria Alta, dai siti vicini alla strada per a Montanara, da Belfiore, da Casa Rossa, da Paiolo, da Valle e da Spanavera; quivi il generalissimo d'Austria avendo piantato le più grosse e più numerose artiglierie, per battere o per diritto o per fianco l'opera a corno di porta Pradella, i bastioni della porta medesima, il bastione di Sant'Alessio, con le fortificazioni dell'isola del Te e del Migliaretto.
Mentre con tanto fracasso e con sì viva tempesta fulminava Kray la parte più debole della piazza, tempesta alla quale gagliardamente anche rispondevano gli assediati, intendeva ad approssimarsi con le trincee all'opera a corno di porta Pradella. Un numero grande di guastatori, di zappatori e di palaiuoli insistevano a scavare e ad ammontar terra. In breve tempo compirono, quantunque gli assediati facessero ogni sforzo per isturbarli, la prima parallela: poi con gli approcci o con le traverse avvicinandosi, piantarono sei batterie. Già i confederati erano arrivati a compire la seconda parallela, e da questa con maggior furore scagliavano nella piazza il giorno palle, la notte bombe: era infinito il terrore della città. Molti assalti e molti vantaggi diedero indi abilità al corpo principale degli assedianti d'avvicinarsi del tutto all'opera a corno, dove sull'orlo stesso dello spalto gli Austriaci scavarono ed alzarono la loro terza circondazione. Non potendo più resistere, i Franzesi se ne ritirarono. Accortisi gl'imperiali dell'accidente, entrarono, vi si alloggiarono e voltando dal bastione acquistato, come da luogo più vicino, l'artiglierie contro la porta Pradella, se alcuna cosa ancora vi era rimasta intera, questa disfecero e rovinarono: già battevano in breccia. La tempesta continuava da ogni lato: più di dieci mila o palle o bombe si lanciavano ogni giorno contro la straziata Mantova; non si era mai per lo innanzi veduta una oppugnazione tanto vigorosa e tanto violenta.
Tuttavia la guernigione, benchè assottigliata dalle stragi, indebolita dalle malattie, consunta dalle fatiche, ridotta a poco più di quattro mila abili alla battaglia, certo a gran pezza non più pari a tanta bisogna, tuttavia non pensava ancora a chiedere i patti e perseverava nelle difese, quando di tanto strazio increbbe a Kray. Mandava dentro il colonnello Orlandini, offerendo patti d'accordo onorevoli, e certificando a Latour-Foissac, comandante della piazza, la sconfitta delle genti franzesi sulla Trebbia e l'essersi Moreau del tutto ritirato per ultimo ricovero oltre i gioghi dell'Apennino. Adunò Latour-Foissac una dieta militare: tutti convennero in questo, che fosse necessità pel presidio di dare la piazza. Fu fermato l'accordo a' 28 di luglio; i capitoli di maggior momento furono i seguenti: onoratissimamente ad uso di guerra uscisse la guernigione; avessero i gregari facoltà di tornarsene in Francia sotto fede sino agli scambi: il comandante e gli ufficiali, soggiornato tre mesi negli Stati ereditarii, avessero facoltà di tornare nei paesi loro; i Cisalpini, Svizzeri, Piemontesi e Polacchi avessero come Franzesi a stimarsi, e come tali fossero trattati; avessero i Tedeschi cura degli ammalati e dei feriti; dessersi tre carri coperti al generale, due agli ufficiali; perdonerebbesi la vita ai disertori austriaci.
Entrarono i confederati il dì 29 nella lacerata Mantova, e per questa espugnazione fu dimostrato al mondo che per viva forza si può espugnare in pochi giorni. Trovarono più di seicento bocche da fuoco, altre armi in abbondanza, magazzini ancor pieni di vettovaglia. Successe tosto alla dedizione di Mantova quella di Serravalle.
Le rotte d'Italia e la presa di tante fortezze, massimamente quella di Mantova, avevano maravigliosamente sollevato gli animi in Francia, nè potevano restar capaci, siccome quelli che ancora avevano la memoria fresca di tante vittorie, del come soldati sì sovente ed in tanti segnalati fatti superati dai repubblicani fossero adesso e tutto ad un tratto divenuti sì forti, che avessero a venir a buon fine di qualunque fazione che tentassero contro Francia. Chi accusava l'oro corrompitore, chi i tradimenti per opinione. Si accusava Scherer, si accusava Latour-Foissac, si accusava Fiorella, si accusava Becaud, comandante che era stato del castello di Milano; nè trovava animi meglio inclinati verso di lui il valoroso Gardanne. Se non si dava carico di tradimento a Moreau, gli si dava quello dell'amministrare la guerra non con quella vigorìa che era richiesta alla repubblica. Gli ambiziosi accagionavano il direttorio delle calamità presenti e facevano ogni opera per espugnarlo, e insomma tanto si travagliarono con le parole e con gli scritti, e col subornare e col sobillare, che tre quinqueviri furono cambiati, surrogati nei seggi loro tre altri. Stettero contenti i zelatori alcuni giorni, forse un mese; poi ricominciarono a gridare contro i surrogati più fortemente di prima. Ma intanto, su quei primi calori dei nuovi quinqueviri sorsero nuove speranze; chè applicarono l'animo a riscaldare l'affezione della repubblica, l'amore del nome franzese, la ricordanza dei gloriosi fatti. Per tal modo diveniva, ogni giorno più la materia ben disposta; delle quali favorevoli inclinazioni valendosi, mandavano alle frontiere in Isvizzera, in Savoia, nel Delfinato, nelle Alpi Marittime, nella Liguria, quante genti regolari poteano risparmiare dei presidii interni. Poi per procurar nuove radici alle genti veterane, ordinavano nuove leve in ogni parte. I soldati nuovi marciavano volontieri, perchè le sconfitte recenti e le vittorie passate, con la necessità di mantener illibato il nome franzese, con accesi colori si rappresentavano dalle gazzette, dagli oratori, dai magistrati: poi le bellezze d'Italia maestrevolmente anche si dipingevano.
Questi tentativi su quegli animi pronti efficacemente operavano, e già Francia si moveva confidente contro la lega europea. Pensiero era di assaltare al tempo stesso e Svizzera e Piemonte e Italia. A tanta mole erano richiesti capitani valorosi e di gran fama. Già nella Svizzera Massena animosamente combatteva contro l'arciduca Carlo. Restava che agli eserciti che dovevano far impeto contro il Piemonte e contro l'Italia venissero preposti generali di nome, accetti ai soldati, accetti agl'Italiani. Championnet e Joubert più di tutti maggiormente lodavansi di queste condizioni. Furono eletti.
De' due eserciti che il direttorio aveva intenzione di mandare contro gli alleati in Italia, il primo, governato da Championnet, aveva carico di minacciar il Piemonte superiore e preservare le fortezze di Cuneo e Fenestrelle: il secondo più grosso doveva accennare, per le strade massimamente del Cairo e della Bocchetta, verso il Piemonte inferiore, con intento di liberar Tortona dall'assedio e di combattere su quel fianco gli alleati, donde poteva, se la fortuna si mostrasse favorevole, facilmente aprirsi il cammino sino a Milano. Era intenzione che questi due eserciti in uno e medesimo tempo calassero verso i luoghi a cui erano per volgersi; ma Championnet non aveva ancora messo insieme tante genti che fossero abbastanza a così grave bisogno, e quelle che aveva raccolto, la maggior parte soldati nuovi essendo, ignoravano l'arte ed il romore della guerra. Perlochè non poteva sperare di essere in grado di dar principio così presto, come sarebbe stato necessario, alle armi. Da un'altra parte Joubert aveva l'esercito pronto e capace di combattere; erano in lui i forti veterani di Moreau e di Macdonald, con altri reggimenti usi alla guerra della Vandea, stati trasportati dalla flotta di Brest nel Mediterraneo. Arrivava questo esercito a quaranta mila soldati, agguerriti uomini ed infiammatissimi nel voler vincere. Nè mancavano i sussidii necessarii, perchè abbondavano di artiglierie e munizioni; solo desideravano un maggior nervo di cavalleria. Temevano che Tortona, che dopo la perdita di Alessandria era il solo forte che potesse facilitare la strada ai repubblicani per Milano, non venisse in poter dei confederati, che con forti assalti la straziavano. Per la qual cosa, sebbene Championnet non potesse ancora concorrere alla fazione, Joubert si era deliberato a mostrarsi alle falde degli Apennini verso Tortona per combattere in battaglia campale il nemico, e, se ciò non gli venisse fatto, sperava almeno che la fortuna gli aprirebbe qualche occasione per soccorrere Tortona. Già era arrivato al campo. Trovatosi con Moreau, che se ne dovea partire per andare al governo della guerra del Reno: «Generale, gli disse, io vengo generalissimo di questo esercito, ed ecco che il primo uso ch'io voglio fare della mia autorità, quest'è di comandarvi che restiate con noi, e che governiate le genti come supremo duce voi medesimo: ciò mi fia caro oltremodo. Sarommi il primo ad obbedirvi e ad adoprarmi qual vostro primo aiutante.» Tant'era la venerazione che il giovane generale aveva per l'anziano, e tanta la temperanza del suo animo. Ciò fu cagione che Moreau restasse ed aiutasse col suo consiglio il compagno negli accidenti sì ponderosi che si preparavano. Le genti venute da Napoli con Macdonald e l'antico esercito di Moreau si calavano la maggior parte per la Bocchetta; le venute frescamente da Francia s'incamminavano per Dego e Spigno verso Aqui. Bellegarde fece qualche resistenza per quelle erte rupi; ma si ritirò, prima dai più alti luoghi per forza, poi dai più bassi per ordine di Suwarow, che, prevalendo di cavalleria, voleva aspettare i repubblicani al piano. Entrarono questi in Aqui: il mandarono a sacco per vendetta di compagni uccisi dai sollevati, quando Victor si ritirava ai monti liguri.
Quando l'ala sinistra dei Franzesi, di cui abbiam favellato, e che era governata dal generale Perignon, col quale militavano Grouchy, Lemoine e Colli, fu arrivata a lato e sulla fronte della mezzana e della destra, ordinava Joubert il suo esercito ed il disponeva agli ulteriori disegni. La mezzana obbediva a Joubert; la destra era commessa al valore del generale Saint Cyr, che aveva con sè Vatrin, Laboissiere e Dambrowski. Questa ultima scesa dalla Bocchetta arrivava per Voltaggio e Gavi sino a Novi, donde cacciava gli Austriaci. Faceva intanto una fazione contro Serravalle per mezzo del generale polacco, il quale occupò la città, ma non potè entrar nel forte. La mezzana alloggiava sulla strada che da Genova porta ad Alessandria per Ovada nella valle d'Orba, spingendosi oltre insino a Capriata. La sinistra aveva le sue stanze verso Basalazzo. Così l'oste di Francia, nella quale si noveravano circa quaranta mila soldati, si distendeva dalla Bormida sin oltre alla Scrivia, signoreggiando le tre valli della Bormida, dell'Erro ed Orba, del Lemmo e Scrivia. Nè contento Joubert alla fortezza naturale di quei luoghi erti e montuosi, con trincee, con fossi e con batterie di cannoni, piantate nei siti più acconci alle difese, gli affortificava. Per tal modo i Franzesi sovrastavano dai monti alla sottoposta pianura.
Aveva dalla parte sua Suwarow ordinato le genti per forma che l'ala sua dritta, composta massimamente di quei Tedeschi che Kray aveva condotto dal campo di Mantova dopo la resa della piazza, e da lui medesimo governata, si distendeva nei campi vicini a Fresonara: la mezzana, a cui soprantendeva il generalissimo col generale Derfelden, e quasi tutta consisteva in soldati russi, alloggiava in Pozzuolo all'incontro di Novi. Finalmente la sinistra, in cui era il nervo dei granatieri austriaci e si trovava retta da Melas, stanziava a Rivalta, col fine di fare che i repubblicani non gli potessero impedire la ricuperazione di Tortona, e di combattere d'accordo coi compagni, se d'uopo ne fosse: erano nel novero di circa settanta mila soldati. Apparivano l'uno all'altro molto vicini i due eserciti nemici, nè la battaglia poteva differirsi, battaglia ardentemente desiderata da Joubert sì per ardimento proprio, sì per comandamento del direttorio, che volea che non si stesse ad indugiare, per far inclinar del tutto le sorti dall'un de' lati in quell'aspra guerra. Ma in una dieta convocata a posta pullulò grande varietà di opinioni. Una parte, alla testa dei quali era il generalissimo, voleano dar dentro immediatamente e menare le mani; l'altra conchiudeva i suoi ragionamenti sostenendo che miglior partito era l'aspettar il nemico ne' proprii alloggiamenti, che l'andarlo ad assaltare ne' suoi. Prevalse nel consiglio questa sentenza: raffrenava Joubert i suoi spiriti, e si riduceva, quantunque mal volentieri, a questa deliberazione, di aspettare che il nemico venisse a tentarlo negli apprestati alloggiamenti.
Variavano anche molto gli animi fra gli alleati intorno a quello che loro convenisse di fare. I generali austriaci, non soliti a commettersi all'arbitrio della fortuna, dissuadevano la battaglia. Ma le loro buone ragioni non furono capaci a Suwarow, che si consigliava piuttosto con l'ardire che con la prudenza, e che per le vittorie dell'Adda e della Trebbia era venuto in grandissima confidenza di sè medesimo: opinava perciò diversamente, nè poteva pazientemente udire che si fuggisse il combattere, e che il vincere fosse posto in dubbio e differito. Molte ragioni adduceva egli e conchiudeva doversi per onore, per debito, per sicurezza, dar dentro ed affrontare senza indugio l'inimico; perchè il tempo dava forza ai repubblicani, e qualche improvvisa fazione avrebbe soccorso Tortona.
A tali parole di quel vecchio risolato, vittorioso, nudrito nelle armi e negli esercizii della guerra, s'acquetarono i generali austriaci, e fu deliberata quella battaglia, in cui si contenevano tutte le sorti future dell'Italia. Appena era sorto il giorno 15 agosto, che i confederati givano all'assalto. Kray fu il primo a ingaggiar la battaglia con l'ala dei Franzesi, in cui il generalissimo della repubblica si trovava. Fu l'urto gagliardo, nè meno gagliardo il riurto. Molto sangue già si era fatto di lontano in questo primo congresso fra le truppe leggieri, molto sangue si faceva per conflitto delle genti più grosse; piegavano i soldati corridori di Francia. Joubert sotto speranza di rimetterli, si spingeva innanzi con le fanterie, gridando con la voce ed accennando col braccio, avanti, avanti. Quivi una palla mandata, dicesi, da un esperto cacciatore tirolese venne a por fine con una onorevole morte ad una delle vite più onorevoli che sieno state mai, ed a troncare le speranze degli amatori dell'indipendenza italiana. Fu percosso Joubert in mezzo del cuore, e senza poter mettere altra voce se ne morì. Recavasi Moreau in mano il governo dell'esercito. Non isbigottiva il funesto caso i Franzesi, che già si trovavano sul fervor della battaglia; che anzi, aggiungendo a valore furore e desiderio di vendetta, fecero pruove stupende e per sempre memorabili. Sforzavasi Kray, con cui militava anche Bellegarde, parecchie volte affrontando valorosissimamente il nemico, di sloggiarlo; ma sempre fu con perdita gravissima di morti e di feriti rincacciato: pareva disperata da questa parte la fortuna degli alleati. Nè con migliore augurio combattevano sul mezzo. Aveva Suwarow mandato Bagrazione ad attaccar di fronte i Franzesi nel loro alloggiamento di Novi; ma si sforzò invano il principe, costretto anzi a tornarsene indietro sanguinoso e vinto. Mandava Suwarow, che pure la voleva spuntare, invece del generale respinto, ad assaltar una seconda volta Novi con una più grossa schiera Derfelden accompagnato da Miloradowic; ma quantunque l'uno e l'altro virilmente si adoperassero, non poterono venir a capo dell'impresa loro, e furono, come il primo ferocissimamente ributtati, tanta era la fortezza degli alloggiamenti franzesi, e tanto il valore che i difensori mostrarono in questa ostinata battaglia. Al primo sparare delle artiglierie e dell'archibuseria di Francia, andarono a terra o morti o rotti più di mille soldati di Russia.
Ma Suwarow non era uomo da sgomentarsi per quell'atroce accidente, ed anche pensava ch'egli solo era stato pertinace a voler la battaglia. Si faceva egli medesimo innanzi da Rivalta con tutta la squadra di riscossa, avventandosi contro il conteso Novi. S'attaccò di nuovo la battaglia tra Russi e Franzesi più furiosa di prima: il coraggio era uguale da ambe le parti, la strage maggiore da quella dei Russi, perchè i Franzesi combattevano da luoghi più sicuri, i Russi all'aperto. Tuttavia si spinsero avanti con tanto singolare intrepidezza, che, puntando con le baionette, costrinsero a piegare una legione repubblicana. Ma accorsi i compagni, e rifatto, siccome quelli che erano esperti ed usi a simili casi, tostamente il pieno, rincacciarono i Russi, che da questa animosa fazione non ritrassero altro che ferite e morti. Animava Suwarow anche con pericolo della vita, in sì fitto bersaglio, i soldati, e nuovamente mandava alla carica gli squadroni ordinati e stabiliti. Ma non per questo cedevano i Franzesi; che anzi tanto più fieramente si difendevano quanto più fieramente erano assaltati. Melas intanto, con la sua sinistra schiera spintosi avanti, era venuto alle mani col nemico. Ma i repubblicani pur sempre prevalevano, nè muro tanto fu saldo mai in niuna battaglia, quanto i petti dei Franzesi in questa. Il generalissimo di Russia dal canto suo, quanto più duro incontro trovava, tanto più si ostinava a volerlo superare. Ordinava a Kray, a Bellegarde, a Derfelden, a Rosemberg, a Bagrazione, a Miloradowich, a Melas, raunassero le schiere, e sì di nuovo a fronti basse percuotessero l'inimico. Il percossero; furono con orribile macello ributtati e voltati in fuga manifesta. Già da più di otto ore si combatteva; la fronte dell'esercito di Francia tuttavia si conservava intera; gl'imperiali, se non rotti del tutto, certo disordinati ed in volta. Già si vedeva che la forza, la quale sola aveva voluto usare Suwarow, non aveva bastato a smuovere i repubblicani dai loro alloggiamenti. I confederati cominciavano a starne con molta dubitazione; già i Russi, fuggendo da quella terribile tempesta, traevano con sè, quantunque quel vecchio robusto ed ostinato fieramente contrastasse, il generalissimo loro.
I generali austriaci intanto, dei quali questo accidente perturbava molto gli animi, e per cui quel conflitto era di estrema importanza pei dominii del loro signore, si studiavano a trovare qualche modo, poichè dove la forza non vale, vi abbisogna l'arte onde rinfrancare la fortuna afflitta. Ebbe in questo pericoloso punto Melas un fortunato pensiero che comprovò ch'egli era non solo d'animo invitto a non lasciarsi sgomentare in mezzo a tanto fracasso ed a tante morti, ma ancora di mente serena e di perfetto giudizio. Secondollo volentieri Suwarow, sperando che per arte altrui si salverebbe quello che o per eccessiva imprudenza o per eccessivo coraggio aveva egli perduto. Fece Melas avviso che non fosse impossibile di circuire l'ala destra dei repubblicani, e di riuscir loro alle spalle, al che dava facilità la possessione di Serravalle. Per la qual cosa, volendo mandare ad effetto questo intento, lasciata solamente la prima fronte de' suoi a combattere contro i repubblicani, tirò indietro le altre squadre, alle quali ne aggiunse alcune altre testè arrivate da Rivalta. Fatto un grosso di tutte queste genti, erano otto battaglioni di granatieri, sei battaglioni di fanti, gli uni e gli altri austriaci, sollecitamente marciava sulla sinistra sponda della Scrivia ascendendo. Liberò d'assedio Serravalle; occupò Arquata. Perchè poi in mezzo a quella confusione di battaglia non si aprisse l'occasione al nemico, che già il tentava, di far correre una picciola squadra sulla destra del fiume sino a Tortona, comandava al conte Nobili che se ne andasse a Stazzano con una sufficiente squadra, e frenasse i Franzesi. Già era Melas giunto tra Serravalle e Novi, quando divideva i suoi in tre colonne, la prima con Froelich e Lusignano, perchè assaltasse la punta dell'ala destra dei Franzesi, la seconda, condotta da Laudon, che si sforzasse di spuntare e di circuire quella estremità medesima dell'esercito repubblicano; la terza, governata dal principe di Lichtenstein, che girasse più alla larga, arrivasse alle spalle dei Franzesi e troncasse loro la strada da Novi a Gavi. Intanto Suwarow, rannodate alla meglio le sue truppe disordinate, rinfrescava la battaglia. Lusignano, ferito di palla e di taglio, fu fatto prigione; tutta la colonna di Froelich pericolava; ma accorreva Laudon e recavasi in mano la vittoria. Nè potè Moreau, quantunque molto vi si affaticasse, riordinare i suoi a sostenere l'impressione dell'inimico. Questo fu il momento ed il combattimento decisivo della giornata. Piegarono sempre più i Franzesi; gli Austriaci, perseguitandoli, gli scacciarono, sebbene non senza grave strage dal canto loro, dal forte alloggiamento che avevano sulle alture dietro e a fianco di Novi. I fuggiaschi vi si ripararono: ma assaltata al tempo stesso questa città dai Russi, fu da loro presa di viva forza a colpi di cannone che atterrarono le porte. I vincitori vi commisero molta e crudele uccisione, facendo man bassa ugualmente su chi si arrendeva e su chi non si arrendeva. Mentre così Melas vinceva con la sua prima e seconda colonna, e vincendo apriva anche il varco della vittoria a Suwarow, la sua terza, giunta sui gioghi di Monterosso, era riuscita sulla strada che da Novi porta a Gavi, e per tal modo aveva tagliato ai repubblicani la strada del potersi ritirare per la Bocchetta. Già era, quando queste cose succedevano, il giorno trascorso fino alle sei della sera, e, per conseguente, durava lo stupendo combattere già più da dieci ore. Vinta l'ala destra ed il centro dei repubblicani, non restava più per essi alcun modo di ristorare la fortuna della giornata; però fece Moreau andar attorno i suoni della ritirata. In questa guisa, per una ordinazione maestrevole del generale austriaco, fu tolta ai Franzesi la vittoria, che già tenevano in mano, di una lunga, grave, ostinata e terminativa battaglia.
Tagliato il ritorno per Gavi, furono costretti i Franzesi a ritirarsi per la strada meno facile di Ovada. Marciavano prima ordinatamente; un accidente inopinato cambiò subitamente l'ordine in disordine, la ritirata in fuga. Fecero i generali Perignon, Grouchy, Colli, Partonneaux quanto per valorosi soldati si poteva per rannodare le genti loro sconvolte e spaventate, ma furono le loro fatiche sparse indarno. Pieni di spavento, ed incapaci di udire qual comandamento che si fosse, fuggivano a tutta corsa i repubblicani a destra, a stanca, e dove più il terrore che il consiglio li portava. Furono i generali suddetti feriti gravemente di arma bianca, e tutti fatti prigionieri. I gregarii, che per la fuga non si poterono salvare, furono per la rabbia concetta nella battaglia, e per comandamento di Suwarow, tutti uccisi inesorabilmente dai Russi: orribile macello da aggiungersi a quello di Novi!
Finalmente i repubblicani giunsero a salvamento ai sicuri ricetti delle montagne genovesi. Niun campo di battaglia fu mai tanto spaventoso quanto questo pel sangue sparso, per le membra lacerate, pei cadaveri accumulati. Ne fu l'aria infetta; orribile tanfo durò molta pezza: spaventevoli terre fra Alessandria, Tortona e Novi, prima infami per gli assassinii, poscia contaminate dalle battaglie.
L'assedio di Tortona, ora stretto, ora allargato più volte, secondo che i confederati ebbero comodità di adoperarvi le forze loro, o necessità di usarle altrove, s'incamminava dopo la vittoria di Novi al suo fine. Vi stava dentro il colonnello Gast, il quale con forse due mila Franzesi si difendeva molto virilmente. Fino dai primi giorni di luglio si erano cominciate dal conte Alcaini, uomo veneziano ai servigi d'Austria, a cui Suwarow aveva dato il carico dell'espugnazione, le trincee. Ma la bisogna lentamente procedeva per la resistenza degli assediati, per la natura del suolo, e per essere state le opere interrotte dalle vicine battaglie. Nondimeno, soprantendendo ai lavori della oppugnazione un ingegnere Lopez, fu tirata a perfezione nei primi giorni di agosto la prima trincea di circonvallazione. Ma si faceva poco frutto contro la piazza, perchè, stante il suo sito eminente, piuttosto con le bombe che con le palle si poteva espugnare. Laonde, continuando a lavorare indefessamente gli oppugnatori, tanto fecero che vennero a capo di ordinare la loro seconda trincea, e questa armarono di numero grande di cannoni e di mortai. Non si sbigottiva per questo Gast, perchè ed era uomo di gran cuore, e le casematte di grosse e triplicate volte non cedevano a quella orribile tempesta. Ciò non ostante, un guasto considerabile fu fatto dalle bombe negli artiglieri e nelle artiglierie della fortezza. I Franzesi con arte e costanza somma le riattavano, e continuavano a tuonare contro gli assalitori. Si vedeva che molta fatica e molto sangue bisognava ancora spendere per espugnare Tortona. Ma per la giornata di Novi non vedendo Gast speranza di poter più allungare la difesa, convenne di arrendersi, se infra un certo tempo non fosse soccorso. Stipulossi adunque il dì 22 agosto fra le due parti un accordo, pel quale si sospesero per venti giorni le offese, obbligandosi il Franzese a dare la piazza, se nel detto termine l'esercito non arrivasse a liberarlo; uscirebbe a tempo pattuito la guernigione con armi e bagagli, con le bandiere all'aria, col suono dei tamburi; deporrebbe le armi sulla piazza di San Bernardino, e per la più breve se n'andrebbe in Francia sotto fede di non militare contro gli alleati per quattro mesi. Il dì 11 settembre non essendo comparso aiuto da nissuna parte, uscivano i repubblicani dalla fortezza, entravanvi gl'imperiali.
Venne Suwarow in molta allegrezza per l'acquisto di Tortona, perchè il faceva sicuro della guerra genovese, e si vedeva aver ricuperato al nome del re quasi tutti i dominii del Piemonte, oggimai liberi dalla presenza dei repubblicani. Ora i principali suoi pensieri si volgevano ad assicurare il Piemonte superiore dalle armi franzesi con rompere la forza di Championnet e con espugnar Cuneo. Ma il compimento di queste fazioni lasciava a Melas ed a Kray, perchè egli se ne partiva con tutte le genti russe per alla guerra elvetica.
Partito Suwarow dalle terre italiche, ne fu molto diminuita la forza dei confederati in Piemonte. E però non poterono i capitani dell'imperator Francesco, innanzi che arrivassero nuovi rinforzi dagli Stati ereditarii, tentar cosa d'importanza. Solo attendevano a conservare gli acquisti fatti, e si apparecchiavano, quando gli aiuti fossero giunti, alla oppugnazione di Cuneo, piazza molto forte, e che, per essere vicina alle frontiere di Francia, è molto facile a venir difesa e soccorsa dai Franzesi. Dall'altra parte primo pensiero dei repubblicani era il conservare la possessione di Cuneo, e tribolare talmente il nemico intorno a lui, che ne nascesse una grave diversione in favor di Massena che aveva a fronte nella Svizzera l'arciduca Carlo, e presto avrebbe non solamente Suwarow con le genti vincitrici d'Italia, ma ancora Korsakow, ch'era vicino ad arrivare con nuovi squadroni di Russi. Ma l'aver voluto distendersi in una fronte tanto lunga con poche forze fu cagione che la guerra, che doveva esser grossa, si cangiò in guerra minuta e fastidiosa, con moltiplicate scaramucce ed affronti, che niuno effetto, non solamente terminativo, ma nemmeno d'importanza potevano partorire. Sarebbe troppo molesta narrazione il raccontar tutto: la somma fu che il forte di Santa Maria, che sta a difesa del golfo della Spezia, e soggetto principale di contesa, finalmente cadde in potestà degl'imperiali; il quale accidente aperse libero l'adito alle navi di Inghilterra in quel magnifico seno di mare, e fece facoltà agli Austriaci d'inoltrarsi di nuovo fino assai prossimamente, sentendosi sicuri alle spalle, a Genova, donde la poterono cingere di assedio, quando, alcun tempo dopo, le armi imperiali vennero a romoreggiarle intorno, anche dalla parte d'Occidente.
Le medesime minute fazioni tribolavano e repubblicani e imperiali sulla Scrivia e sulla Bormida, ed ancor più gli abitatori del paese, che si trovavano fra quelle due genti per loro strane, e l'una contro l'altra infuriate. Melas ponderate tutte le cose che accadevano, lasciando Kray alla guardia dei paesi in cui la Scrivia e la Bormida infondono le loro acque, andava a posarsi nei contorni di Bra con circa trenta mila soldati abili a campeggiare in quelle facili pianure. Era questo suo alloggiamento non senza fortezza, siccome quello che, posto tra il Tanaro e la Stura, si mostrava opportuno a sopravvedere i moti che potessero fare i Franzesi da Mondovì, di cui erano in possessione, dal colle di Tenda e dalle valli della Stura e di Pratogelato, che massimamente accennavano a quel luogo come a centro comune. Suo intendimento principalissimo era di guarentire il Piemonte, e di trovar modo di combattere felicemente nelle battaglie che aspettava, per andare a porre il campo sotto Cuneo. Nè i Franzesi ricusavano il cimento. Aveva Championnet, in cui, dopo la partenza di Moreau andato alle guerre del Reno, era investita l'autorità, suprema sopra tutte le genti che si distendevano dalla Magra per tutto il circuito, dei liguri Apennini e delle Alpi sino alla Dora Baltea, chiamato a sè la schiera di Victor, annestandola alla sua destra ala verso Mondovì. Al tempo stesso ordinava che si accostasse al suo fianco sinistro per Pinerolo e per Saluzzo una squadra di genti venute dall'Alpi Cozie, e condotta dal generale Duhesme.
Tutte queste genti unite insieme componevano un esercito quasi pari in numero a quello di Melas: la guerra, fin allora sparsa e vaga, si riscontrava in un solo punto, e tutto lo sforzo si riduceva nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano: sulle rive della Stura era per definirsi quest'ultimo atto dell'italiana contesa ed il destino di Cuneo. Ardevano l'una parte e l'altra di venir alle mani: il che era da lodarsi dal lato di Melas, perchè assai gl'importava di combattere prima dell'arrivo di Duhesme, ma non parimente dal lato di Championnet, che doveva indugiarsi insino a tanto che la congiunzione di Duhesme avesse avuto intieramente il suo effetto. L'uno esercito nel momento stesso si avventava contro l'altro il dì 9 novembre. I primi ad attaccarsi furono Grenier ed Otto. Combatterono ambidue tra Savigliano e Marene con estremo valore, essendo il coraggio e la perizia militare uguali da ambe le parti. Fu lunga e forte e variata la mischia; gli uni con gli altri parecchie volte si mescolarono. Ma prevalendo gli Austriaci per le cavallerie (a questo fine appunto Melas aveva tirato il suo avversario sui campi aperti) furono finalmente i Franzesi costretti a ritirarsi a Savigliano, e di là cacciati, a retrocedere, incamminandoli a Genola. Le cose succedettero diversamente tra Esnitz e Victor. Uscito il primo da Fossano, aveva assaltato il secondo a Genola; ma il Franzese gli rispose con tanta gagliardia, che, quantunque il Tedesco per tre volte desse furiosamente la carica, ne fu sempre risospinto con grave danno, e fino sforzato a ritirarsi più che di passo dentro le mura di Fossano; donde poi uscendo di nuovo, per usar l'occasione, acquistava Genola, e perseguitava continuamente Victor alle spalle. Melas, raccolti i suoi, non volendo dar posa al nemico in su quel fervore della vittoria, assaltava Lavaldigi, e, dopo un lungo conflitto, se ne impadroniva. Ritiravansi i Franzesi parte a Centallo, parte a Marozzo. In questo mentre giungeva Duhesme sul campo in cui si era combattuto sul principio della battaglia, e trovato Savigliano con debole presidio, se ne rendeva padrone, poi marciava per combattere Marene. Diveniva la sua mossa molto pericolosa pei Tedeschi, e se fosse stata fatta qualche ora prima, sarebbe stata per loro pregiudiziale all'estremo. Ma già erano talmente in possessione della vittoria, che fu loro agevole il portar rimedio contro quell'improvviso accidente. Ordinava Melas al generale Sommariva che andasse a combattere Duhesme. Potè egli giungerlo, quantunque il giorno già inclinasse, e lo costrinse, fattasi dal generale franzese breve resistenza, perchè aveva ricevuto le novelle della rotta dei compagni, a ritirarsi fino a Saluzzo.
Avevano gli Austriaci in mano loro la vittoria; restava che l'usassero. Il giorno seguente sforzarono a darsi un grosso squadrone lasciato a Ronchi, indi una schiera più grossa che stanziava a Murazzo. Avrebbe voluto Melas correre sulla destra della Stura per dar addosso a Lemoine; ma inteso che i Franzesi avevano fatto due campi, con intenzione di preservare Cuneo, condusse le sue genti vincitrici contro quei nuovi alloggiamenti del nemico; i Franzesi, non aspettandolo, si ritirarono ai monti. Se non che, premendo a Melas di fargli allargar da Cuneo, perchè l'oppugnazione della piazza non gli potesse venire sturbata, li perseguitava da tutte bande; li cacciava sino all'erto giogo di Tenda, occupava le Barricate e l'Argentiera, Dronero, e sforzava Duhesme e tornarsene nella valle d'Icilia, alle radici del monte Ginevra. Restava che gli Austriaci togliessero ai Franzesi Mondovì, dove si erano riparati Victor, Lemoine e Championnet. Riuscì lor la fazione, perchè, sloggiati i Franzesi sforzatamente da due subborghi e dalle eminenze che dominano la città, l'abbandonarono, ritirandosi ai luoghi più alti della valle del Tanaro. Occuparono i Tedeschi, sempre ritirandosi i Franzesi, Garessio, Ormea, e si spinsero avanti fino al ponte di Nava, ch'è il passo più difficile e quasi la chiave della strada che porta su quelle alture. Per tal guisa i varii corpi di Championnet, che, partendosi da diversi punti di una larga periferia, eran venuti a concorrere, quasi come in centro comune, nelle vicinanze di Fossano e di Savigliano, dopo la battaglia ivi combattuta, che alcuni chiamano di Fossano, altri di Genola, dispersi, e l'uno dall'altro discostandosi di nuovo, si allargarono, ed ai punti medesimi della periferia ritornarono. Ritirossi il capitano del direttorio, Championnet, a Nizza, dove, tra varie cagioni di cordoglio e l'infezione di una malattia gravissima, che quasi a guisa di peste infuriava, passò da questa all'altra vita.
Travagliavansi gli Austriaci intorno a Cuneo, piazza forte e di molta importanza pel suo sito. Conoscevano questa importanza i generali dell'imperatore, e però, sebbene la stagione già divenisse sinistra alle opere di oppugnazione, si accinsero all'impresa, sperando di compensar con le forze soprabbondanti la contrarietà del tempo.
Obbediva il presidio al generale Clement. Sommava il numero di due mila cinquecento soldati, ma disanimati per le sconfitte e pel desiderio di tornarsene in Francia, parendo loro disperate le cose d'Italia; oltre a questo, non era bene provvista la piazza di munizioni nè da bocca nè da guerra, perchè e per le ingordigie solite e per l'angustia dei tempi non era stata mai sufficientemente empiuta. Ciò nonostante, Clement, non perdutosi d'animo, fece quello che per capitano valoroso si poteva, a fine di sturbare le opere del nemico, ora sortendo a combattere, ed ora fulminando con tutte le artiglierie contro coloro che si affaticavano alle trincee. Ma tanti erano i soldati dell'Austria, e tanti i paesani accorsi, che in brevissimo tempo fu condotta a perfezione la prima parallela e vi si piantarono diciannove batterie pronte a bersagliare gli assediati. Tirarono con tanto impeto il 2 dicembre, che i difensori furono obbligati ad abbandonare le opere esteriori, ritirandosi di tutto allo interno della piazza. Al tempo stesso arse una conserva di polvere con orribile fracasso, e schiantò fin dalle fondamenta un ridotto. Usarono gli assalitori l'occasione, facendo, la notte che seguì, un alloggiamento nelle ruine, ed attendendo a tirar avanti la seconda trincea di circonvallazione. Ma già un altro magazzino scoppiava, le case vicine ardevano, il fuoco, rapidamente distendendosi, minacciava generale incendio. Nè vi era modo o volontà di spegnerlo, perchè i soldati stavano sulle mura a combattere, i cittadini spaventati non avevano più consiglio; la tempesta mandata continuamente dal nemico accendeva l'intero; tanta era la quantità che soprabbondevolmente gittava Lichtenstein di palle, di bombe e di granate reali. Mandarono i Cunesi, pregando che avesse compassione di loro, od almeno risparmiasse le case, posciachè eglino non combattevano. Rispose non farsi alcun divario, quando si oppugnano le piazze, fra chi combatte e chi non combatte: capitolasse il Franzese; cesserebbe la tempesta.
Vedeva Clement la necessità della dedizione, perchè già la fortezza era straziata, la breccia si preparava, nissun soccorso gli appariva da nissuna parte, ed erano mancati tutti i fondamenti del difendersi. Chiese perciò i patti e gli ottenne. Fu stipulato ai 5 dicembre che la guernigione uscisse onorevolmente al modo di guerra, che deponesse le armi sullo spalto, che fosse condotta sotto scorta, come prigioniera, negli Stati ereditarii, che si avesse cura degli ammalati e dei feriti: erano ottocento. A questo modo fu domato per forza, in men di dieci giorni, Cuneo, che aveva vinto la gara contro le forze di Francia nel 1691 e nel 1744.
La presa di Cuneo e la stagione avversa ebbero posto fine alla guerra nella superiore Italia, e sgravarono gli eserciti confederati di molte fatiche. Tuttavia, sebbene il Piemonte fosse governato in nome del re, non si consentì mai ch'ei vi tornasse, nè che il duca d'Aosta vi comparisse.
Intanto molto doloroso fu questo anno alla famiglia reale di Sardegna per mali veri e per le speranze vane; perchè morì a Cagliari l'unico figliuolo del duca d'Aosta, al quale, dopo la morte del padre, spettava la corona; passò anche da questa vita in Algheri di Sardegna il duca di Monferrato, fratello del re, giovane di ottima natura e di costumi dolcissimi.
Ma dobbiamo tornare alle cose del regno di Napoli, dove gli accidenti sono fierissimi e pieni di sangue.
Ferdinando, Carolina, Acton eransi ritirati in Sicilia, lasciando Napoli in mano dei Franzesi che badavano ai fatti loro ed ai Napolitani, amatori di libertà che sognavano la repubblica. Ma non se ne stava il governo regio senza speranza che le sue cose avessero presto a risorgere, perchè non ignorava la forte lega, che si era ordita in Europa contro la Francia, e sapeva che i dominii dei Franzesi nei paesi forastieri, massimamente in Italia, sono sempre brevi. Egli medesimo si era congiunto per trattati d'alleanza con le potenze che facevano o volevano far la guerra ai Franzesi. Già fin dall'anno ultimo l'aveva stipulato con l'Austria; aveva anche il re contratto amicizia con la Gran Bretagna, e Nelson vittorioso molto confortava le siciliane speranze; medesimamente un trattato erasi concluso con l'imperadore Paolo di Russia. Perchè poi quella repubblica franzese, che era per sè stessa una tanto strana apparenza, avesse a produrre nel mondo accidenti ancor più strani, il re Ferdinando aveva fatto alleanza coi Turchi, con avergli il Gran Signore promesso che manderebbe, ad ogni sua richiesta e senza alcun suo aggravio, dieci mila Albanesi in suo aiuto: a questo dava favore e facilità la conquista di Corfù fatta dai Russi e dai Turchi, quando appunto gli aiuti loro erano divenuti più necessarii al re Ferdinando. Era arrivato il tempo propizio a conquistare il regno per la ritirata di Macdonald da Napoli. Non aveva la repubblica messo forti radici nel regno, sì pel duro dominio dei repubblicani di Francia, sì per le astrazioni di quelli di Napoli, e sì finalmente per gl'ingegni mobili dei Napolitani.
Sperava adunque Ferdinando negli aiuti degli alleati e nelle inclinazioni dei popoli. Per conservarsi la grazia dei primi, aveva in Sicilia tenuto Acton in istato, per muovere i secondi mandato Ruffo in Calabria. Già abbiamo narrato come il cardinale, creato l'esercito con gli aderenti proprii, poi ingrossato coi nemici dei repubblicani, aveva mosso a rumore e ricondotto all'obbedienza le due Calabrie quasi tutte, la terra d'Otranto, la terra di Bari ed il contado di Molise. Erano accorsi con le bande loro al cardinale Proni, Mammone, Sciarpa, Fra Diavolo, Decesari, gente ferocissima. Un'altra mossa popolare era sorta che molto aiutava il cardinale per istigazione del vescovo di Policastro, contro il governo repubblicano, la quale, su le rive del Mediterraneo correndo, minacciava Salerno e Napoli. Anche il conte Ruggiero di Damas correva le campagne con uomini speditissimi, e sollevava a furore quelle popolazioni tanto facili ad essere concitate.
Il cardinale, vedutosi forte, elevava l'animo a maggiori imprese. Perlochè, volendo torre alla capitale del regno quel pingue granaio della Puglia, e facilitare anche in quelle spiaggie gli sbarchi dei Turchi e dei Russi, s'incamminava contro Altamura, perchè, andando all'impresa di Puglia, non voleva lasciarsi dietro quel seggio di forti repubblicani. Fattosi sotto le mura, ed intimata la resa, gli fu risposto arditamente da quei di dentro che niun'altra risposta volevano dare se non d'armi. Diede il cardinale furiosamente la batteria, e quantunque gli Altamurani virilmente si difendessero, aperta la breccia, vi entrarono i cardinalizii per estrema forza, e recarono in mano loro la terra. Qui, le cose che successero mettono tanto raccapriccio a descrivere che non si vuole raccontarle; solo diremo che se Trani ed Andria furono sterminate dai repubblicani, con uguale immanità fu esterminata la miseranda città d'Altamura. Usossi il ferro, usossi il fuoco, e chi più incrudeliva e mescolava gli scherni, le risa, gli orribili oltraggi alla crudeltà, era miglior tenuto: queste erano le opere dell'esercito che col nome di cristiano s'intitolava. Ad uguale sterminio fu condotta la città di Gravina, prossima ad Altamura, e posta sulla strada per la Puglia.
Conseguita la vittoria d'Altamura, andava il cardinale a porre le sue stanze ad Ariano nel Principato ulteriore. Quivi le città principali di Puglia, spaventate dal caso d'Altamura e di Gravina, spente le insegne della repubblica, e seguitando scopertamente il nome del re, concorrevano coi deputati loro a giurare obbedienza. Tutto lo stato della repubblica ruinava, e ritornavano con grandissimo impeto della fortuna a Ferdinando tutte le terre e le fortezze principali. Solo Foggia, capitale, assai fiorente e ricca, popolosa e piena di amatori dello stato democratico, ancor si teneva; ma l'essere tornata tutta la provincia alla devozione del re diede facilità ai Russi, Inglesi ed Ottomani di sbarcare, come fecero, sulle rive del golfo di Manfredonia nel novero di circa mille quattrocento condotti dal cavaliere Micheroux; marciarono contro Foggia, e la ridussero in poter loro. Correva un giorno di fiera quando vi entrarono: i popoli, spaventati al vedere quelle genti strane, che avevano nome di valorose e di feroci, sparsero tosto le triste novelle pei paesi circonvicini. Il terrore dominava, e se qualche luogo era rimasto fedele alla repubblica, questo concorreva prestamente con gli altri all'obbedienza verso il vincitore.
Parte dei soldati forastieri si congiunsero col cardinale in Ariano, e parte andarono a trovare sulle rive del Mediterraneo il vescovo di Policastro, che aveva combattuto infelicemente contro i repubblicani. Venne con questa seconda schiera Micheroux medesimo, che, valorosamente guerreggiando pel suo signore, aveva in odio la ferocia delle turbe indisciplinate, e si sforzava, ancorchè fosse indarno, di frenarle. I rinforzi condotti da Micheroux rendettero superiori i regi; anzi tanto s'avvantaggiarono, che, non ostante che i repubblicani con frequenti e forti battaglie cercassero di arrestarli, arrivarono, conquistati i passi importanti d'Eboli e di Campistrina, sotto le mura di Salerno, e se ne impadronirono. Già tutte le provincie avendo obbedito o per amore o per forza alla i fortuna del vincitore, la guerra si avvicinava a Napoli. Il cardinale, per istringerla, era venuto, calandosi da Ariano, a porsi a Nola, mentre Micheroux erasi alloggiato a Cardinale. Eransi anche i regi fatti padroni della Torre del Greco. Da un'altra parte, Aversa, rivoltatasi dalla repubblica, aveva chiamato il nome del re. Questo accidente interrompeva le strade da Napoli a Capua, in cui Macdonald, partendo, aveva lasciato un presidio di due mila soldati. La medesima ubbidienza seguitava l'Abruzzo, perchè Proni, sollevato prima l'Abruzzo superiore, dove, ad eccezione di Pescara, in cui si era rinchiuso il conte Ettore di Ruvo, ogni cosa veniva in poter suo, scendeva a far levare l'inferiore. Veramente tanto vi fece con la forza e con le persuasioni, che l'autorità regia vi fu ristaurata sino prossimamente a Gaeta, munita di un presidio franzese. Per tal guisa furono tagliate tutte le strade tra Napoli e Roma. In questo mentre comparivano le navi inglesi in cospetto, e mostrarono ai repubblicani che la strada del mare era loro interdetta come quella di terra, e che nissun'altra speranza rimaneva loro, se non quella di un disperato valore, poichè nella clemenza del vincitore non potevano in modo alcuno fidare. Avevano innanzi agli occhi il prospetto di Procida isola, nido allora d'immanità orribilissime. S'aggiungeva a spavento dei repubblicani che in Napoli s'era scoperta una congiura in favore del re.
In estremo tanto pericoloso, in cui non si trattava più di vincere o di perdere, ma di vivere o di morire, il governo della repubblica ed i repubblicani facevano ora più ora meno di quanto i tempi richiedessero. I sospetti intanto, anche fra gli uomini della stessa parte, come avviene nelle disgrazie, davano il tracollo allo stato già cadente. Fu proposto che un magistrato di censura si creasse, che avesse diritto e carico di scrutinare i membri del direttorio e quei del corpo legislativo, e chi fosse stimato sospetto cassasse, e proponesse in luogo loro cittadini puri ed incorrotti. Fu creato il magistrato: questi creavano, quelli cacciavano, il governo era in mano loro. Instituissi intanto un tribunale, il cui ufficio fosse di giudicare il crimenlese, e di cui fu nominato presidente Vincenzo Lupo: entrarono con lui i repubblicani più vivi.
Decretava il direttorio che quando tirassero tre volte i cannoni dei castelli, chi a guardia nazionale od a ritrovi politici non fosse ascritto, incontanente si ritirasse alle sue case sotto pena di morte, e sotto la medesima pena serrasse le finestre. Ai tiri medesimi le guardie nazionali, o chi fosse addetto ai ritrovi, tostamente accorresse al quartier generale: i quinqueviri, i legislatori, i ministri andassero ai seggi loro, e chi nol facesse fosse ammazzato. Queste cose si facevano con terrore infinito della città. Ma i repubblicani più vivi e quelli che avevano in odio ed in sospetto ogni freno ed ogni governo viemmaggiormente s'infierivano. Quelli del ritrovo fermato nella casa dell'accademia dei nobili si spinsero ad eccessi condannabili, facendo cacciar dalle cariche quelli che lor non piacevano, sì che venne a regnare un'orribile anarchia. Poi, per far vedere che, se atterrivano gli altri, non avevano paura essi, immaginarono un registro, dove tutti, come membri dell'adunanza, avessero a scrivere i nomi loro. Questo registro divenne poscia, quando i regi si fecero padroni di Napoli, un libro di morte, perchè trovato, furono giudicati senza remissione tutti coloro che l'avevano segnato coi loro nomi.
In questo mentre niuna cosa lasciavano intentata per infiammare il popolo; sbattezzarsi chi avea nome Ferdinando, e prender nomi repubblicani; recitarsi le tragedie di Alfieri e le più forti, e spesso interromperle un predicatore a commentarle; poi un altro a dire che bisognava ammazzar tutti i tiranni: le napolitane grida andavano al cielo; fuori poi i discorsi erano ancor più strani che nel teatro. Eleonora Fonseca scriveva un monitore, giornale in cui pubblicava continuamente vittorie di repubblicani, sconfitte di regi, arrivi di flotte soccorritrici di Francia. La società detta filantropica ammaestrava i lazzaroni per far loro capire che dolce e bella cosa fosse la repubblica. Fin la religione usavano, le predicazioni, le preci; fin la protezione di san Gennaro.
Ma i rimedii riuscivano insufficienti senza le buone armi. In questo i repubblicani avevano molta fede in Mantonè, ministro della guerra, uomo di animo fortissimo, repubblicano gagliardo, e che appunto pel suo coraggio smisurato errò; egli era, per mandato del governo, ordinator supremo di quanto s'appartenesse all'armi ed alla difesa della repubblica. Chiamò a sè gli ufficiali e soldati che erano stati ai servigi del re; ma, non potendo l'erario bastare a tanto dispendio, poneva mano a rimedii straordinarii. I doni d'oro ed argento coniato o vergato, procurati da due gentildonne molto ragguardevoli, le duchesse di Cassano e di Popoli, bastarono ad ordinar tre legioni di veterani, che, rette da Schipani, da Ettore di Ruvo e da un Belpuzzi, marciavano contro Sciarpa, Proni e Ruffo. Per sicurezza poi di Napoli, Mantonè ordinava meglio la guardia urbana, e tentava ogni via di accalorarla in favore della repubblica. Basetta primo generale, secondo Gennaro Serra, terzo Francesco Grimaldi e Antonio Pineda, uomini valorosi; alla fede del generale Federici commessa la custodia di Napoli, a quella di Massa Castelnuovo, al principe di Santa Severina Castel dell'Uovo. Buoni ordinamenti erano questi, ma la guerra più forte di loro; nè Mantonè, o che non sel credesse egli pel gran coraggio che aveva, o che s'infingesse per non ispaventare, non aveva fatto provvedimenti più gagliardi. Si persuadeva che le legioni create fossero bastanti a frenare i regi nelle provincie, e ritornarle sotto l'obbedienza del governo popolare.
Ebbe la guerra assai diverso successo; perchè Belpuzzi conoscendo la impossibilità di far fronte ai regi, abbandonata l'impresa, se n'era ritornato a Napoli. Ferocemente aveva combattuto negli Abruzzi Ettore di Ruvo, ma assalito ed attorniato da un numero di nemici molto superiore, fu costretto a cercar ricovero contro il furor dei sollevati dentro le mura di Pescara, Schipani, rotto da Sciarpa, per ultimo rifugio si era ritirato a Napoli. Così Ruffo, vincitore in ogni parte, inondando con le sue genti tutto il paese all'intorno, si era avvicinato alla capitale. Vide allora Mantonè che i moti del cardinale erano per risolversi non in romori, ma in effetti, che la fortuna minacciava, e che i rimedii ordinarii più non bastavano.
Creata per custodia di Napoli una legione di fuorusciti calabresi, i quali, perchè parteggiavano per la repubblica, cacciati a furia dalle case loro per le armi di Ruffo, si erano riparati nella capitale, uomini fieri, bellicosi, arrabbiati per le ingiurie recenti, e che se i loro compatriotti militanti col cardinale si mostravano disposti a far cose enormi pel re, essi erano risoluti a farne per la repubblica delle ugualmente enormi; poi, detto al principe di Roccaromana che creasse un reggimento di cavalieri nei contorni di Napoli, partiva Mantonè stesso da Napoli con sei mila soldati, non senza esimio apparato per impressionar quel popolo, di cui l'immaginare è tanto forte. Abbellì quella partenza la liberazione dei prigionieri fatti da Macdonald nella conquista di Castellamare, provveduti ancora perchè potessero ritornare, come loro fosse a grado, alle patrie loro.
Mantonè, condotte le repubblicane squadre alla campagna, sbaragliava e fugava facilmente i corridori dell'esercito regio; ma quando più oltre si fu spinto, si accorse che per lui nè pe' suoi altro scampo non restava se non quello di tornarsene prestamente là dond'era venuto. Il suo ritorno in Napoli costernava le genti: per ultima speranza aspettavano quello che fosse per partorire il valore di Schipani; ma ebbero tosto le novelle ch'egli, per aver udito la ritirata di Mantonè, si era condotto alla Torre dell'Annunziata, combattuto quivi aspramente dai Russi, dai regi e da una parte de' suoi soldati medesimi mutatisi a favore del re, era stato preso, dopo di aver veduto lo sterminio quasi intero de' suoi compagni. Sentissi a questo momento ancora che Roccaromana aveva bene levato ed ordinato il reggimento di cavalli, ma che invece, di farlo correre in aiuto dei repubblicani, lo aveva condotto al cardinale, dal quale aveva avuto le grate accoglienze. Il precipizio era evidente. Decretava il direttorio essere la patria in pericolo. Ritiravasi col corpo legislativo ai castelli Nuovo e dell'Uovo; quel di Sant'Elmo, più forte, e che dominava Napoli, era in mano del presidio franzese lasciatovi da Macdonald: un terrore senza pari occupava le menti. La legione Calabra sola non si spaventava, perchè dal vivere al morire, purchè si vendicasse, non faceva differenza. Parte stanziava in Napoli, parte presidiava il castello di Viviena, per cui Ruffo doveva passare per venire a dar l'assalto alla città dal lato del ponte della Maddalena.
Udissi tutto ad un tratto nella spaventata Napoli un romore come di tuono; tremò la terra; pure il Vesuvio non buttava: veniva dal forte di Viviena. Lo aveva il cardinale con tutte le sue forze assaltato; si difesero i Calabresi, non come uomini, ma come lioni. Pure i regi, combattendolo da tutte parti con l'artiglieria, l'avevano smantellato, e non una, ma più, brecce e piuttosto una ruina di tutte le mura apriva l'adito ai vincitori. Entraronvi a forza ed a furia: gente disperata, ammazzava gente disperata, nè solo i vinti perivano. Nissuno s'arrendè, tutti furono morti; date, a chi gli uccideva, innumerevoli morti. Restavano una mano di pochi: la rabbia li trasportava; feriti ferivano, minacciati ferivano, ammoniti dell'arrendersi, ferivano. Pure l'estrema ora giungeva. Anteponendo la morte di soldato alla morte di reo, nè soffrendo loro l'animo di venir in forza di coloro che con tanta rabbia abborrivano, un Antonio Toscano, che li comandava, e che già stava con mal di morte per le ferite e pel sangue sparso, strascinossi a stento a carpone al magazzino delle polveri, e con uno stoppaccio acceso postovi fuoco, mandò vincitori, vinti e rovinate mura all'aria. Tutti perirono: questa fu la cagione del tuono e dello spavento di Napoli.
Ruffo, espeditosi dall'intoppo del forte, passava e si accingeva a dar l'assalto alla capitale da tre bande. I repubblicani carcerarono come ostaggi alcuni sospetti, e condussero in Castel nuovo ed in Castel dell'Uovo un fratello del cardinale, ed i parenti degli ufficiali dell'esercito regio. Passarono per le armi i fratelli Bacher con quattro lazzaroni mescolati in congiure. Poi partiti in tre schiere, se ne givano contro Ruffo: Writz li conduceva alla Maddalena, Bassetta a Foria, Serra a Capodimonte. Caracciolo con le navi sottili accostatosi al lido, batteva di fianco le genti del re. Animavansi con vicendevoli conforti l'un l'altro, e così diedero dentro ai regi: sorse una furiosissima zuffa alla Maddalena, luogo del principale sforzo: repubblicani e regi eleggevano piuttosto il morire che il cedere.
I repubblicani, massimamente quei Calabresi inferociti, non punto sbigottitisi alla morte di Writz, loro prode e fedele capitano, continuavano a menar le mani ed a tener lontani dalle dilette mura le genti regie. Dal canto loro Bassetta e Serra ottimamente facevano il debito loro. Non inclinava ancora la sorte da alcun lato, quand'ecco sorgere grida di viva il re alle spalle dei democrati. Erano una moltitudine di lazzaroni che, stimolati dai partigiani del governo regio, si levarono a rumore. Rivoltaronsi addosso a loro i repubblicani e gli ammazzarono tutti. Ma Ruffo, usando l'occasione che gli si era aperta, perchè i nemici assaliti alle terga avevano rimesso dalle difese, entrava il 13 giugno per viva forza ed inondava la città, solo a lui contrastando quei Calabresi indomabili. Quivi il raccontare le cose che seguirono parrà certamente impossibile, se si si farà a considerare quella rabbia immensa, le ingiurie fatte, il sangue sparso, il sangue caldo, la natura estrema di quei popoli, l'immanità della più parte dei combattenti da nissuna civiltà temperata. Primieramente il castello del Carmine, che domandava i patti, fu preso per assalto e tutto il presidio senza pietà passato a fil di spada. Carnificina più grande e più orribile si faceva per le contrade. Vi si uccidevano gli uomini a caccia per diletto, come se fossero stati fiere; nè età, nè sesso, nè condizione, nè grado si risparmiavano. Uccidevansi i repubblicani per odio pubblico, i non repubblicani per odio privato; nè quei carnefici si contentavano di uccidere, che ancora voleano tormentare, e varii erano i generi delle morti, uno più crudo e più orribile dell'altro. Godevano i barbari, a guisa di veri cannibali, e facevano le loro tresche, le loro grida, le loro danze festevoli intorno alle vittime. Vedeva Ruffo queste cose, e non volle o non potè frenarle. Cercavano e chi era reo e chi era innocente di repubblica, scampo a furore tanto barbaro. Chi fuggiva in abito di donna, e questo ancora nol salvava; chi fuggiva sotto cenci da lazzarone, e non si salvava. Ma quelli a cui la fortuna aveva aperto uno scampo per le contrade gliel toglieva per le case; poichè i padroni ne li cacciavano, sapendo che, se li ricettassero, le case loro sarebbero saccheggiate ed incese ed essi uccisi. Vidersi fratelli chiuder le porte ai fratelli, spose agli sposi, padri a' figliuoli. Risospinti dalle case, i miseri perseguitati si nascondevano nelle fogne, donde di notte tempo e di soppiatto uscivano, cacciati dalla fame e dalla puzza. Se ne accorsero i lazzaroni; si mettevano in agguato alle bocche, come se aspettassero fiere al varco, e quanti uscivano, tanti ammazzavano. Felice chi moriva senza tormenti! Durò lo stato orribile due giorni. Infine si risolvè il cardinale, o perchè la umanità finalmente il movesse, o perchè volesse attendere all'assedio dei castelli, fazione impossibile a tentarsi in tanto scompiglio a frenare il furore de' suoi; Napoli, atterrita per le morti, diventò lagrimosa pei morti.
Restavano ad espugnarsi i castelli; a questo espugnazione applicò l'animo il cardinale, piantando le batterie. Veduto il pericolo, i repubblicani ch'erano dentro a Castel dell'Uovo si accordavano con quelli di Castel Nuovo e di Sant'Elmo per fare tutti uniti una fazione notturna contro la batteria di Posilippo, eretta a percuotere il Castel dell'Uovo, il più importante pel suo sito. Dopo un infelice errore che scambiaronsi gli amici per nemici, e ne sorse con parecchie morti molto spavento, finalmente riconosciutisi, e ripreso animo, se ne andarono con incredibile audacia alla fazione; e tanto fu l'ardire e la prestezza loro che, uccise le guardie, e sopraggiungendo improvvisi alla batteria, la presero, arsero i carretti, chiodarono i cannoni, e tornarono sani e salvi al castello.
La fazione della punta di Posilippo, la ferocia dei repubblicani calabresi, l'atto disperato del comandante di Viviena ed il coraggio smisurato dimostrato in tutti i fatti dai democrati avevano dato molto a pensare a Ruffo, il quale si era persuaso che senza molto sangue e forse senza lo sterminio di tutta la città non avrebbe poluto riuscire a fine della sua impresa. Considerate e maturamente ponderate tutte le cose che allora accadevano, stimando che non si convenisse mettere i repubblicani nell'ultima disperazione, si deliberarono gli alleati ad offerir loro patti, perchè i castelli e la città si conservassero salvi, e fosse rimesso il pericolo che sovrastava al navilio d'Inghilterra per la flotta di Brest già comparsa allo stretto di Gibilterra. Il cardinale, per mezzo di Mejean, comandante per Francia del castello di Sant'Elmo, col quale aveva avuto qualche pratica, mandò dicendo ai repubblicani che, se volessero patteggiare, vi si sarebbe volentieri risoluto. Rappresentò loro Mejean quello che era vero, cioè che oramai ogni difesa era inutile, e che migliore e più savio partito era il serbar la vita a tempi migliori per la repubblica, che il perire senza frutto per lei: accettassero i patti, esortava, che loro si venivano offerendo. I repubblicani, consultato fra di loro, inclinarono l'animo al partito più ragionevole, e, risolvendosi al trattare, proposero in un modello scritto le condizioni per mezzo delle quali promettevano di lasciare castel Nuovo e Castel dell'Uovo, non potendo stipulare per Sant'Elmo, come in potestà di Francia. Parvero sulle prime al cardinale le condizioni superbe, e penava al ratificarle. Infine, stringendo il tempo, temendo vieppiù della vita dei suoi congiunti, e moltiplicando gli avvisi dell'avvicinarsi della flotta franzese, con pari consentimento degli alleati, si risolvette ad accettarle. Furono queste: fossero Castel Nuovo e Castel dell'Uovo dati in potere dei comandanti del re delle Due Sicilie e de' suoi alleati il re d'Inghilterra, l'imperatore di tutte le Russie e la Porta Ottomana, e così parimente ad essi fossero consegnate le munizioni da guerra e da bocca, con le artiglierie ed altri arnesi che si trovassero nei forti; uscisse il presidio onorevolmente a modo di guerra; le persone e le proprietà sì mobili che stabili di ognuno che si appartenesse ai due presidii si serbassero salve ed inviolate; potessero le persone medesime ad elezione loro imbarcarsi sopra bastimenti di tregua che loro sarebbero forniti, per essere trasportate a Tolone, o potessero ancora rimanersi in Napoli, dove nè esse nè le famiglie loro potessero a modo niuno essere molestate; le medesime condizioni fossero e s'intendessero concedute a tutti coloro fra i repubblicani che nelle battaglie succedute fra loro e le truppe del re o de' suoi alleati fossero stati fatti prigionieri; l'arcivescovo di Salerno, i cavalieri Micheroux e Dillon, ed il vescovo d'Avellino detenuti nei castelli si consegnassero al comandante di Sant'Elmo, e vi restassero come ostaggi, insino a tanto che si avessero le novelle certe dell'essere i repubblicani arrivati a Tolone; tutti gli altri ostaggi o prigioni per ragion di Stato si rimettessero in libertà, tosto che la capitolazione fosse sottoscritta; non isgombrassero i repubblicani dai castelli se non quando ogni cosa fosse presta all'imbarcarli.
Fu la capitolazione approvata e sottoscritta dal cardinal Ruffo in qualità di vicario generale del regno, da un Kerandy per l'imperadore di tutte le Russie, da un Bonjeu per la Porta Ottomana e da un Foote pel re d'Inghilterra. Non s'indugiò a dar mano all'esecuzione dei patti. Da una parte gli ostaggi nominati dai repubblicani si condussero in Sant'Elmo, dall'altra entrarono i regi nei due castelli. Il cardinale a nome del re, e come vicario generale del regno di qua dal Faro, pubblicò per tutto il reame un editto, per cui perdonava ogni colpa e pena ai repubblicani, promettendo piena ed intera salute a tutti coloro che restassero, e facoltà d'imbarcarsi per Marsiglia a tutti quelli che amassero meglio, lasciando la patria, andarsi vivere in lontane e forastiere contrade. Mandava espressamente il trattato a Pescara, in cui tuttavia si teneva Ettore di Ruvo, affinchè cedesse la piazza a Proni, e se ne venisse con tutti i suoi a Napoli, scortato per sua sicurezza dai regi.
I repubblicani intanto s'imbarcavano. Due navi portatrici di quei di Castellamare, avendo avuto facoltà di uscire, già erano arrivati a salvamento nel porto di Marsiglia; le altre aspettavano la facoltà medesima e i venti prosperi. In questo punto ecco arrivare Nelson: aveva egli udito, essere la flotta franzese ricoverata ne' suoi porti; trovandosi per questo esente da timore, passato prima per Palermo, e levatone il re, il ministro Acton, Hamilton, ambasciatore d'Inghilterra, ed Emma Liona, sua donna, avea voltate le vele verso i lidi d'Italia. Non così tosto dalla sanguinosa Napoli si scoprirono le navi d'Inghilterra, che il cardinale mandava a Nelson deputati per informarlo delle cose fatte e dei patti stipulati. Rispose l'ammiraglio, non doversi il trattato concluso coi ribelli mandare ad esecuzione, se prima il re non lo avesse approvato, risposta veramente incomportabile per mille ragioni. Di tale risoluzione fu molto dolente il cardinale, che non voleva essere distruggitore delle sue promesse, e per fare che la fede data si osservasse, andò egli medesimo a bordo della nave dell'ammiraglio, con efficacissime parole esortandolo a consentire; ma l'Inglese, come se temesse che l'umanità e la fede contaminassero le vittorie, non si lasciò piegare; anzi non potendo rispondere agli argomenti ed alla facondia del cardinale, scusandosi con dire che non sapeva la lingua italiana, prese la penna e scrisse da vittorioso la crudele sentenza. E perchè ognuno sappia il quanto di vituperio sia stato mescolato in queste sanguinose rivolture, non si vuol omettere di dire che Emma Liona era presente quando Nelson contrastava al cardinale e ordinava le uccisioni. Nelson, trapassando dal detto al fatto, ed entrando nel porto con la flotta, dichiarava prigionieri i repubblicani usciti in virtù della capitolazione dai castelli, sì quelli che già si erano imbarcati e non ancora partiti, e sì quelli che non peranco si erano riparati alle navi. Perchè poi dubbio alcuno non potessero avere del destino che gli aspettava, li fece incatenare due a due e riporre in fondo alle navi. Nè contento di tenerli, li lasciava bersaglio ad ogni oltraggio, e stremava loro i viveri. Pure noveravansi tra di loro uomini, se si eccettuano le opinioni ed i fatti politici, in cui consisteva la colpa loro, molto ragguardevoli per dottrina, per linguaggio e per virtù. Bastava bene ammazzarli, senza trattarli come vili assassini di strada. A tanto di barbarie si è lasciato trasportare un ammiraglio d'Inghilterra. Il re, che era sul vascello inglese il Fulminante, non soffrendogli l'animo di vedere i supplizii che si preparavano, se tornava in Sicilia. Rimase il campo libero a chi voleva sangue.
Conquistati i castelli di Castel Nuovo e di Castel dell'Uovo, attesero gli alleati all'acquisto di Sant'Elmo, il quale, oppugnato gagliardamente qualche giorno, venne in mano loro, essendosi il comandante Mejean arreso a patti. Stipulossi fra le due parti che la guernigione franzese sarebbe prigioniera di guerra del re e de' suoi alleati; che non servisse contro di loro finchè non fosse scambiata; che sotto fede si conducesse sopra bastimenti regi in Francia. Quanto ai sudditi del re che si trovavano nel forte, si convenne che si consegnassero in mano degli alleati: brutto sfregio alla fama di Mejean che doveva lasciare che gli alleati quegli uomini da immolarsi si prendessero da per sè stessi, non obbligarsi col suo nome sottoscritto a consegnarli. Si aggiunse a patti crudeli una esecuzione più crudele. I repubblicani, travestiti a modo di soldati franzesi, per istare alla fortuna, se non fossero riconosciuti di salvarsi, essendo riconosciuti, ed anzi indicati da chi li doveva preservare, vennero in poter di coloro che tanto agognavano il sangue loro; spettacolo miserabile che commosse a compassione molti degl'inimici.
Si arrendevano in questo all'armi regie Capua e Gaeta, non fatta difesa alcuna d'importanza. Così tutto il regno tornò all'antica divozione, ma rotto, sanguinoso, pieno d'incendii, di rapine, di sdegni e di vendette. Incominciavansi i supplizi, l'infuriata plebe imitava; l'uccidere per tribunali era accompagnato dall'uccidere per anarchia. Non ad età si perdonava, non a sesso, non a grado. Un Fiori, un Guidobaldi, un Damiani, un Sambuci, e massimamente uno Speciale, già stato ordinatore dei supplizii di Procida, erano gli strumenti della barbarie.
Mario Pagano, al quale tutta la generazione riguardava con amore e con rispetto, fu mandato al patibolo dei primi: era visto innocente, visto desideroso di bene; nè filosofo più acuto, nè filantropo più benevolo di lui mai si pose a voler migliorare questa umana razza e consolar la terra. Errò, ma per illusione, ed il suo onorato capo fu mostrato in cima agl'infami legni, sede solo dovuta ai capi di gente scellerata ed assassina. Non fece segno di timore, non fe' segno di odio. Morì qual era vissuto, placido, innocente e puro. Il piansero da un estremo all'altro d'Italia con amare lagrime i suoi discepoli, che come maestro e padre, e più ancora come padre che come maestro il rimiravano. Il piansero con pari affetto tutti coloro che credono che lo sforzarsi di felicitare l'umanità è merito, e lo straziarla delitto. Non si potrà dir peggio dell'età nostra di questo che un Mario Pagano sia morto sulle forche. Domenico Cirillo, medico e naturalista, il cui nome suonava onoratamente in tutta l'Europa, non isfuggì il destino di tempi tanto sinistri. Se gli offerse la grazia, purchè la domandasse, non perchè virtuoso, dotto e da tutto il mondo onorato fosse, ma perchè aveva servito della sua arte Nelson ed Emma Liona. Rispose sdegnato, non volere domandar grazia, e poichè i suoi fratelli morivano, voler morire ancor esso; nè desiderio alcuno portar con sè di un mondo che andava a seconda degli adulteri, dei fedifragi, dei perversi. La costanza medesima che mostrò coi detti mostrò coi fatti; perì per mano del carnefice, ma perì immacolato e sereno. Francesco Conforti, per dottrina nelle scienze morali e canoniche a nissuno secondo, a quasi tutti il primo, uomo che una lunga vita aveva vissuto o nelle sue segrete stanze a studiare, o sulle pubbliche cattedre ad insegnare, fe' testimonio al mondo col suo miserando fine che niuna cosa è più inesorabile della rabbia civile, e che la gratitudine non ha luogo fra gli sdegni politici. Preso e legato dagli sbirri in Capua, gli diè di mano il boia in Napoli. Vincenzo Russo, giovane singolarissimo per altezza d'animo e per eloquenza e per umanità, portò con gli altri supplizio del buon volere in tempi malvagi; dopo gli strazi, infiniti che nella sua prigione furono fatti di lui, e che sopportò con costanza ineffabile, fu dato in preda al carnefice. Non mutò volto, non fe' atto alcuno indegno di lui; serbò non solo la equalità dell'animo, ma ancora la serenità. Nè giovò a Pasquale Baffi la dolcezza incredibile della sua natura, la straordinaria erudizione, l'essere uno dei primi grecisti del suo tempo, nè l'avere pubblicato una traduzione col testo dei manoscritti greci di Filodemo trovati sotto le ceneri di Ercolano. Letterato di primo grado, fu dannato anch'egli all'ultimo supplizio da chi non aveva altre lettere che del saper sottoscrivere una sentenza di morte. Fu Mantonè, antico ministro di guerra, condotto alla presenza di Speciale, e quante volte era interrogato da lui, tante rispondeva: «Ho capitolato.» Avvertito apprestasse le difese, rispose: «Se la capitolazione non mi difende, avrei vergogna di usare altri mezzi.» Condannato a morte, camminava col capestro al collo, in mezzo a' suoi compagni, con fronte alta e serena, tra sdegnoso e generoso. Salite, senza mutare nè viso nè atto, le fatali scale, dimostrò che l'uomo, quantunque percosso dalla fortuna, è più forte di lei, e che non lo spaventa la morte. I raccontati supplizi, siccome d'uomini, partorirono maraviglia insieme e pietà in coloro che non ancora di ogni affetto umano si erano dispogliati; ma più maraviglia che pietà: il seguente, siccome di donna, mosse più a pietà che a maraviglia; pure a grandissima maraviglia strinse i circostanti. Eleonora Fonseca Piementel, donna ornata d'ogni genere di letteratura, ed ancor più di virtù, da Metastasio lodata, fu condannata a perder la vita sulle forche piantate in piazza del mercato.
Non tutti i condannati morirono sul patibolo, ma chi più crudelmente chi meno. I casi d'un Velasso, d'un Fiani destan raccapriccio ed orrore. Un Pasquale Battistessa, impiccato e portato in chiesa, ivi diè segni di vita. Rapportato il compassionevole caso a Speciale, mandò dicendo, il finissero: come Speciale aveva comandato, così fu fatto. Narransi qui storie d'uomini o di fiere?
Morirono in Napoli per l'estremo supplizio, e tutti con invitto coraggio, Ignazio Ciaia, Ercole d'Agnese, cittadino di Francia, ma originario di Napoli, Giuseppe Logoteta, dotto e virtuoso uomo, Giuseppe Albanese, Marcello Scotti, letterato eruditissimo ed autore del catechismo de' marinai, un Troisi, sacerdote piissimo e dottissimo, con molti altri, ornamento e fiore delle napolitane contrade. Fu anche affetto con l'ultimo supplizio Ettore di Ruvo, condotto, come abbiam detto, da Pescara a Napoli sotto fede del cardinale. Morì qual era vissuto, indomito, animoso ed imperturbabile.
La terra di Napoli era fumante di sangue, le acque del mare ne furono parimente penetrate e tinte. Il principe Francesco Caraccioli, primo onore e primo lume della napolitana marineria, amato dal re, stimato dal mondo, dopo più di otto lustri impiegati ai servigi del regno, fece ancor esso una compassionevole fine. Scoperto da un suo domestico, fu condotto, legate le mani al dorso, e indegnamente maltrattato da villani ferocissimi, a Nelson, che tuttavia stanziava nel porto di Napoli. Convocava l'ammiraglio incontanente al bordo della sua nave il Fulminante un consiglio militare, a cui diede facoltà ed ordine di giudicare, se Francesco Caraccioli fosse reo di ribellione contro il re delle Due Sicilie per avere combattuto la fregata napolitana la Minerva. Allegò l'accusato per discolpa, averlo fatto per forza, ma nol potè pruovare. Dannavanlo il consiglio a morte. Nelson comandava s'impiccasse all'antenna della Minerva, il suo corpo si gettasse al mare. Il misero principe pregava, dicendo, essere vecchio, non aver figliuoli che fossero per piangere la sua morte, per questo non desiderare la vita: solo pesargli il morire da malfattore; pregare, il facessero morire da soldato. Le compassionevoli preghiere non furono udite. Volle il condannato pregare d'intercessione la donna che era a bordo del Fulminante; ma Emma Liona non si lasciò trovare. Il capestro adunque, come piacque all'Inglese, strangolò il principe Caraccioli; il suo corpo gettato al mare. Così fu mandato a morte da Nelson un principe napolitano, prima suo antico compagno in pace, poi suo nemico generoso in guerra; ed il giudizio di morte venne da una nave del re Giorgio.
Grande fu la strage nella capitale, sì pei giudizii, sì per la rabbia popolare. Non fu minore nelle provincie: perironvi in modo sempre violento, spesso crudele, quattro mila persone, quasi tutte eminenti o per dottrina o per lignaggio o per virtù; carnificina orribile. Pure ne tocca raccontare un altro caso. Domenico Cimarosa, cui tutta la generazione proseguiva con infinito amore per le sue mirabili melodie, cui chiunque non era straniero alla delicatezza del sentire, era obbligato di tanti affetti soavi pruovati, di tante tristi ed annuvolatici cure scacciate, non trovò grazia appo coloro che reggevano le cose di Napoli con le ire, e le ire coi supplizii. Pregato, egli aveva composto la musica per un inno repubblicano. Venuta Napoli in mano dei sicarii, furono primieramente le sue case saccheggiate, anzi il suo gravicembalo, fonte felicissimo di canti amabili, gittato per le finestre a rompersi sulle dure selci; poi egli medesimo cacciato in prigione, dove stette ben quattro mesi, e vi sarebbe stato ancora, se i Russi ausiliarii del re non fossero giunti a Napoli. Saputo il caso, e non avendo potuto ottenere dal governo napolitano, al quale l'avevano domandata, la sua liberazione, generale ed ufficiali corsero al carcere, e l'italico cigno liberarono. Così in una Italia, in una Napoli, la salute venne a Cimarosa dall'Orsa.
Essendo caduta nelle due estremità d'Italia la potenza dei Franzesi, restava ancor in poter loro la romana repubblica, ma non sì che non si vedesse vicina la inevitabile rovina loro anche in questa parte. Suonavano dentro e d'intorno le armi dei confederati o regolari o collettizie. Avevano gli Aretini, sempre infiammati nell'impresa loro contro i Franzesi, in ciò secondati anche dai Cortonesi, avendo le due città in così grave occorrenza posto in disparte le antiche emulazioni, fatto un moto importante sulle rive del Trasimeno, e sforzato Perugia ed il suo forte alla dedizione. A questo modo si erano posti in mezzo, onde i Franzesi rimasti alla guardia di Roma e dei luoghi circonvicini non potessero più comunicare coi loro compagni, che se ne stavano assediati in Ancona. Lo Stato romano quasi tutto tumultuava, e tornava all'obbedienza pontificia. Furonvi al solito uccisioni, rapine, ingiurie a uomini e a donne, con tutte le altre pesti indotte dai popoli mossi a romore. Da una altra parte nè Froelich, che aveva nella Romagna il governo delle genti, nè il re di Napoli, dopo la ricuperazione del regno, avevano trasandato le romane cose. Ad essi accostavansi gl'Inglesi con qualche squadra di genti da terra e con navi condotte dal capitano Trowbridge nelle acque di Civitavecchia.
Adunque la repubblica romana era chiamata a ruina da tutte le parti. Nè il generale Garnier, che ne stava alla custodia, perduto avendo ogni speranza di soccorso, e mancando di genti, poteva resistere a tanta piena. Froelich faceva impeto in primo luogo contro Civitacastellana, ed avendola occupata, facilmente si incamminava a Roma dalla parte bassa, salivano i Napolitani, condotti da un Burcard, Svizzero, e turbavano tutto il paese sulla riva sinistra del Tevere. Erano con loro gl'Inglesi di Trowbridge, che, procurata prima la resa di Capua e di Gaeta, se ne venivano alla conquista di Roma. Usciva Garnier alla campagna, piuttosto per non capitolare senza combattere, che per combattere per vincere. Fuvvi un duro e lungo incontro tra i repubblicani sì franzesi che romani da una parte, e i Napolitani dall'altra, presso a Monte rotondo. Ritiraronsi i Napolitani ai luoghi più alti e montuosi. Non erano ancora i soldati di Garnier riposati dalla fatica della battaglia di Monterotondo, che li conduceva contro Froelich; ma, sebbene con molto valore combattesse, fu costretto a ritirarsi nelle mura di Roma, restando in suo potere le sole fortezze di castel Sant'Angelo, Corneto, Tolfa e Civitavecchia. Questo fatto diè cagione di risorgere anche ai Napolitani dall'altra parte. Perlochè, riavutisi dalla rotta di Monterotondo, s'avviarono di nuovo contro Roma. Posero gli Austriaci le loro prime guardie alla Storta, i Napolitani a Portaromana ed a Pontemolle. Consideratosi da Garnier il precipizio delle cose, e pensando che il cedere a tempo sarebbe non solamente la salute de' suoi, ma ancora quella dei repubblicani di Roma, che avevano seguitato la fortuna franzese, aveva introdotto una pratica d'accordo con Trowbridge, quale fu condotta a perfezione e sottoscritta da ambe le parti il dì 25 settembre.
Le principali condizioni furono le seguenti: uscissero i Franzesi da Roma, Civitavecchia, Corneto e Tolfa con ogni onore di guerra; serbassero le armi, non fossero prigionieri di guerra; si conducessero in Francia od in Corsica; i Napolitani occupassero castel Sant'Angelo e la Tolfa, gl'Inglesi Corneto e Civitavecchia; i Romani che volessero imbarcarsi coi presidii franzesi, e trasportar le proprietà loro, il potessero fare liberamente, e quei che rimanessero, e che si fossero mostrati affezionati alla repubblica, non si potessero riconoscere nè delle parole nè degli scritti nè delle opere passate, e fossero lasciati vivere quietamente, sì veramente che vivessero quietamente e secondo le leggi. Penò qualche tempo Froelich a consentire all'accordo; commise ancora qualche ostilità; ma finalmente vi accomodò l'animo, e voltate le bandiere verso l'Adriatico, se ne giva all'assedio di Ancona, sola piazza che nello stato romano ancora si tenesse pei repubblicani. S'imbarcarono i Franzesi a Civitavecchia, e con essi tutti coloro fra' Romani che stimarono più sicuro lo esilio che il commettersi ad un governo provocato con tante ingiurie.
Burcard occupò primo la città, poscia vi venne don Diego Naselli, dei principi d'Aragona, mandato da Ferdinando con potestà suprema militare e politica, per ridurre a qualche sesto le cose scomposte dalla rivoluzione, innanzichè il governo pontificio vi fosse restituito. Creò un superiore magistrato con titolo di suprema giunta del governo; aggiunse un tribunale di giustizia sotto il nome di giunta di Stato, ufficio del quale fosse che la quiete dello Stato non si turbasse, e chi la turbasse fosse castigato. La suprema giunta notò i beni venduti ai tempi della repubblica come nazionali, ed abrogò le vendite fatte, riserbando agli spossessati il ricorso pei compensi: contenne il libero scrivere, frenò la licenza del vestire sì degli uomini che delle donne, e richiamò ai luoghi loro le suppellettili rapite o vendute del Vaticano e delle chiese, rimborsando però il valore a chi le avesse comperate. Inibì l'ingresso e la dimora in Roma a tutti che avessero avuto cariche nella repubblica, e bandì da tutto lo Stato romano i cinque notai capitolini, che avevano rogato l'atto della sovranità del popolo e della deposizione del sommo pontefice. Oltre a ciò, i beni dei repubblicani furono generalmente sequestrati, poi confiscati: gran numero di coloro che avevano partecipato nel governo precedente, dopo di essere stati esposti ad infinite vessazioni ed insulti, furono gettati in carcere. Violavasi così la capitolazione; del resto, non si fece, come a Napoli, sangue, moderazione degna di molta lode. Ma la sfrenatezza delle soldatesche napolitane suppliva in questo, perchè, oltre al rubare nelle botteghe e nelle strade, il giorno come la notte, uccisero anche parecchie persone che vollero difendersi dalla loro rapacità. Questi delitti andavano impuniti. Roma, offesa dai Napolitani, era compresa da un altro terrore.
Le vittorie di Kray e Suwarow avevano posto in mano degli alleati la valle del Po, quelle di Ruffo e le mosse dei sollevati di Toscana, tolto al dominio dei Franzesi e dei repubblicani il regno di Napoli, lo Stato romano e la Toscana. Sulla destra degli Apennini, altra sedia non avevano più i Franzesi che Genova con la riviera di Ponente, sulla sinistra Ancona. Conservavano gelosamente i repubblicani il Genovesato, perchè, siccome prossimo ai loro territorii, poteva facilmente servir loro di scala al racquistarsi il Piemonte e l'Italia. Ma Ancona tanto lontana non poteva più avere speranza di far frutto importante, ed il volervisi tenere più lungo tempo era piuttosto desiderio di buona fama e gelosia di onore, che pensiero di arrecar qualche momento nelle sorti della guerra. Tuttavia non si smarriva d'animo il generale Monnier, che stava al governo della piazza con un presidio che, tra Franzesi, Cisalpini e Romani, non passava tre mila soldati, e forse nemmeno arrivava a questo numero. La piazza, la quale, ancorchè munita di una forte cittadella, non ha in sè molta fortezza per essere dominata dalle eminenze vicine, era, per la diligenza usata da Monnier, divenuta fortissima: non si poteva venir agli approcci della piazza, se prima non erano sforzate le fortificazioni esteriori, effetto difficile a conseguirsi per la natura dei luoghi.
Non mancavano dall'altra parte mezzi di espugnazione ai confederati. Una flotta turca e russa, governata dall'ammiraglio Woinowich, e comparsa nelle acque d'Ancona, ora bloccava la bocca del porto, perchè nuovo fodero non vi arrivasse, ora faceva sbarchi di gente sui lidi circonvicini. Quest'era la flotta che, già vincitrice di Corfù, intendeva al conquisto di Ancona, ponendo sulle italiche terre coi Turchi e coi Russi i Barbari dell'Epiro. Quivi veniva pure un navilio sottile d'Austria per poter meglio accostarsi a terra ed infestare le spiaggie marittime. Dalla parte del regno, gli abitatori delle rive del Tronto si erano levati a romore, ed, accompagnati da qualche nervo di genti ordinate, correvano tutto il paese, e minacciavano di stringere il presidio d'Ancona dentro le mura. Dalla parte poi della Romagna, tumultuavano anche i popoli contro i repubblicani: Pesaro e Fano, voltate le armi contro di loro, facevano un moto di molta importanza. Sinigaglia stessa titubava. Niuna cosa più restava sicura ai repubblicani che le anconitane muraglie.
Eransi le popolazioni di Pesaro e di Fano mosse da sè stesse, ma s'aggiunse loro, sussidio efficacissimo, l'opera ed il nome del generale cisalpino Lahoz. Era Lahoz stato stromento potente ai Franzesi per turbare l'antico stato d'Italia. Amico al generale Laharpe, aveva militato con lui, e, com'egli, nodriva l'animo volto a libertà. Mutò poi linguaggio e fatti, sì che Montrichard, a cui era subordinato, risapendone i maneggi, e veduta l'importanza del caso, gli toglieva l'autorità sul dipartimento del Rubicone, mandando Hullin per arrestarlo. Ma Lahoz, avuto avviso degli ordini dati per ritenerlo, si era schivato, e mandando fuori apertamente quello che si aveva concetto nell'animo, gittossi coi popoli sollevati a guerreggiare contro Francia.
A tutte queste genti, contro le quali col suo tenue presidio doveva combattere Monnier, si aggiunsero a tempo opportuno quelle che Froelich conduceva dallo Stato romano. Lahoz, incitate e meglio ordinate le squadre dei sollevati sulle rive del Metauro e dell'Egino, prendendo a destra dei monti che chiamano della Sibilla, se ne andava su quelle del Tronto per quivi abboccarsi con Donato de Donatis, alle bande del quale molte altre già si erano accostate, particolarmente quelle che avevano per condottieri i nobili Sciaboloni, Cellini e Vanni. L'arrivo di un generale tanto riputato per perizia di guerra e per valor di mano molto confortava questi capi, perchè speravano che per opera di lui quelle genti indisciplinate e tumultuarie si convertirebbero in esercito regolato ed obbediente. Infatti Lahoz le distribuiva in compagnie, le rendeva sperimentate negli usi del muoversi, del marciare, del combattere. Concorrevano cupidamente tratti dal nome suo gli Abruzzesi, e fecero massa tale che da Ascoli passando per Calderola, Belforte, Camerino, Tolentino e Fabriano, si distendevano con guardie non interrotte fino a Fossombrone e Pesaro, cignendo per tal modo tutto il paese all'intorno d'Ancona.
Monnier, non volendo lasciarsi ristringere nella piazza, usciva fuori alla campagna per combattere fazioni che non potevano portare che danno per lui, perchè aveva poche genti e non modo di ristorare i soldati perduti con nuovi, mentre i collegati, per avere i mari aperti e le popolazioni sollevate in lor favore, potevano facilmente aggiungere genti a genti. Ma qual cosa si debba pensare di questa risoluzione di Monnier, ne seguitava una guerra minuta e feroce, a distruzione d'uomini e di paesi, usandosi dai soldati immoderatamente la licenza. Ascoli, Macerata, Tolentino, Belforte, Fano, Pesaro ed altre città della Marca, belle tutte e magnifiche, prese e riprese per forza parecchie volte, ora dall'una delle parti ed ora dall'altra, pruovarono quanto la licenza militare ha in sè di più atroce e di più barbaro. Finalmente successe quello che era impossibile che non succedesse, cioè che, moltiplicando sempre più le genti collettizie di Lahoz e le regolari de' collegati, e venute in mano loro Jesi, Fiume, Fiumegino, Sinigaglia, Montesicuro, Osimo, Castelfidardo e perfino Camurano, terra posta a poca distanza da Ancona, fu costretto Monnier a serrarvisi dentro ed a far difesa dei suoi le mura fortificate di lei. I Turchi ed i Russi, senza metter tempo in mezzo, s'impadronirono della montagnola, donde più oltre procedendo, tosto piantarono una batteria di diciassette cannoni, con la quale bersagliavano il forte dei Cappuccini, il monte Gardetto e la cittadella.
Furono da questi tiri molto danneggiati gli edifizii della cittadella, restaronne i bastioni rotti, le caserme inabitabili. Al tempo stesso, ventidue barche armate di cannoni fulminavano dalla parte del mare contro il lazzaretto, il molo, il forte dei Cappuccini, e contro le tre navi che già furono della repubblica di Venezia, il Beyraud, il Laharpe e lo Stengel, e che Monnier aveva fatto sorgere in sur un'ancora alla bocca del porto. Lahoz, cacciati i repubblicani da monte Pelago, se ne era fatto padrone, e qui con trincee si approssimava a monte Galeazzo; che anzi, fatto un subito impeto contro di esso, vi si era alloggiato; ma venuto Monnier con un grosso de' suoi, lo aveva ricacciato dentro le trincee scavate fra questi due monti. Tali erano le condizioni dell'anconitana guerra, nè si vedea che gli alleati potessero così presto restar superiori, perchè quei di dentro si difendevano egregiamente, e di que' di fuori, i Russi erano pochi, i Turchi ed i sollevati, per l'imperizia loro e la mala altitudine dei loro istrumenti militari facevano poco frutto nell'espugnazione della piazza.
Ma in questo punto sopraggiungeva Froelich coi suoi Tedeschi, e rendeva tosto preponderanti le sorti in favor dei collegati. Si alloggiava in Varano, e voleva recarsi ad una gagliarda fazione contro il monte Galeazzo, confidando anche, per mandarlo ad esecuzione, nell'aiuto dei collettizii di Lahoz. L'intento suo era, acquistando quel posto, di battere più da vicino il monte Gardetto; conciossiachè nella presa di questa eminenza consisteva principalmente la vittoria di Ancona. Due volte l'aveva Lahoz con singolare ardimento assaltato, e due volte ne era stato con molta uccisione de' suoi risospinto. Ma Monnier, avendo conosciuto che finalmente se stesse più lungamente padrone di monte Pelago e delle trincee che vi aveva fatte e che si distendevano verso monte Galeazzo, impossibile cosa era ch'egli potesse conservarsi la possessione di questo monte medesimo, sortiva assai grosso la notte del 9 ottobre per andar all'assalto delle trincee dei sollevati. Si combattè tutta la notte gagliardamente, presero i repubblicani il ridotto principale, chiodarono i cannoni, portarono via le bandiere. Ma un secondo ridotto tuttavia resisteva, sgarando tutti gli sforzi di Monnier. Già il giorno incominciava a spuntare; si conoscevano in viso i combattenti, quando Lahoz, impaziente di quella lunga battaglia, usciva dall'alloggiamento e dava addosso agli assalitori. Siccome poi era uomo di molto coraggio, precedendo i suoi, gli animava a caricar l'inimico. Quivi era presente Pino, per lo innanzi suo amico fedele, ora suo nemico mortale: scorgevansi, scagliavansi l'uno contro l'altro, sfidavansi a singolare battaglia, tristissimo spettacolo ad Italiani. Ed ecco in questo un soldato cisalpino prender di mira Lahoz conosciuto, e ferirlo mortalmente di palla di moschetto. Furongli i repubblicani addosso, così ordinando Pino, ed avendolo ferito di nuovo, gli tolsero le armi ed il pennacchio, che a guisa di trionfo portarono in Ancona. Avrebbero anche portato il corpo, che credevano morto, se non fossero stati presti i sollevati a soccorrerlo.
Fatto giorno, e muovendosi gli Austriaci contro Monnier, si ritirava il Franzese con tutti i suoi in Ancona, lasciando nel nemico una impressione vivissima del suo valore. Fu condotto Lahoz all'alloggiamento di Varano. Quivi sopravvisse tre giorni, e tra il dolore delle ferite e l'angoscia dell'animo, si andò prima dell'ultima ora rammaricando e giustificando della sua condotta, finchè passava da questa all'altra vita.
Froelich, piantate le artiglierie in luoghi opportuni, e con esse battendo impetuosamente i monti Galeazzo e Santo Stefano, se ne insignoriva. Poi, procedendo più oltre con le trincee, si avvicinava al monte Gardetto. Poscia, usando il favore di questa vittoria, dava il dì 2 di novembre un furioso assalto a quest'ultimo sito e correva anche contro la porta Farina, mentre i Russi e gli Albanesi assaltavano le porte di Francia. Sostenne Monnier l'urto con grandissimo valore, e cacciando ne' suoi primi alloggiamenti il nemico, fece vedere quanto potessero pochi soldati estenuati e stanchi, quando hanno e coraggio proprio e buona condotta di capo valoroso. Cessarono allora dagli assalti i collegati, solo battevano con le artiglierie la piazza. Crollavansi alle fulminate palle i bastioni della cittadella, rompevansi le artiglierie degli assediati, la piazza già difettava di vettovaglie; Froelich compariva grosso e minaccioso a fronte del monte Gardetto. Mandava dentro a fare un'ultima chiamata a Monnier il generale Skal, portatore delle sinistre novelle de' repubblicani rotti in tutta Italia, specialmente della novità di Napoli, di Roma e di Toscana.
Monnier, avendo fatto quanto l'onore dell'armi e la dignità della sua patria da lui richiedevano, inclinò finalmente l'animo al trattare, protestando però volere solamente arrendersi alle armi austriache, non a quelle dei Russi o dei Turchi o dei sollevati. Patti onorevoli seguitarono una difesa onorevole. Uscisse il presidio con ogni onore di guerra, avesse segurtà di passare in Francia per dove volesse, fino agli scambi non militasse contro gli alleati, si desse a Monnier una guardia d'onore di quindici cavalieri e di trenta carabine; nissuno, di qualunque nazione o religione si fosse, particolarmente gli Ebrei, o in Ancona, o fuori nei dipartimenti del Tronto, del Musone e del Metauro potesse essere riconosciuto o castigato od in qualunque modo molestato nè per fatti nè per scritti nè per parole in favore della repubblica, e chi volesse seguitare il presidio con le sostanze e con la famiglia, il potesse fare liberamente. Fu e sarà questa capitolazione egregio e perpetuo testimonio del valore e della generosità di Monnier. Così fra tutti i comandanti di fortezze in Italia, solo Mejean, castellano di Sant'Elmo, abbandonò i repubblicani e quelli che si erano aderiti ai Franzesi: tutti gli altri ottennero, o almeno domandarono, la salvazione di coloro che combattendo o consentendo coi Franzesi, avevano con tanta cecità contro di sè concitato l'odio degli antichi signori.
Venuta Ancona in potere dei confederati, i Turchi ed i Russi si diedero al sacco; quelle misere terre, già conculcate e peste da sì lunga guerra prima della vittoria, furono condotte all'ultimo sterminio dopo di lei. Froelich, siccome quegli che era uomo di giusta e severa natura, faceva castigare aspramente gli avari e crudi conculcatori: il che accrebbe i mali umori e le cause di disunione che già correvano.
Intanto era il direttorio costituito in assai difficile condizione. Bollivano molte parti in Francia, e tutte si volgevano contro di lui. La nazione franzese, impaziente delle disgrazie per natura, ancor più impaziente per la memoria delle vittorie, dava imputazione per appagamento proprio a' suoi reggitori delle rotte ricevute e della perduta Italia. Molteplici querele si muovevano in ogni parte contro di loro, e il meno che si dicesse era che non sapevano governare. Quell'impeto ch'era sorto pei tre nuovi quinqueviri, già era per le ultime rotte svanito. Dominava nei consigli legislativi, secondo il solito, la perversa ambizione del voler disfare il governo per arrivare ai seggi del direttorio. I soldati nuovamente descritti non marciavano, i veterani disertavano per la strettezza dei pagamenti, le contribuzioni non si pagavano, ogni nervo mancava; la guerra civile lacerava le provincie occidentali; chi voleva le opinioni estreme, chi le mezzane; molti, che sapevano molto bene quello che si volessero, e molti ancora che nol sapevano, desideravano una mutazione. Nè questa mutazione era evitabile, perchè nissun governo può resistere in Francia alle sconfitte accompagnate dalla libertà dello scrivere e del parlare. La fazione soldatesca, che mal volentieri sopportava che il paese fosse retto dai togati, ed alla quale nissun governo piace se non il soldatesco, guardava intorno se qualche bandiera chiamatrice di novità, ed alla quale potesse, come a centro comune, concorrere, all'aria si spiegasse, proponendosi di sottomettere, prima il governo col nome della libertà, poi il popolo col nome di gloria. Tutte queste cose vedevansi gli uomini savii, nemici della licenza; vedevanle i faziosi, amici della tirannide, e tutti pensavano al ridurle ai disegni loro.
In questa congiuntura di tempi, sovveniva agli uni ed agli altri il nome di Buonaparte, tanto glorioso per Francia, tanto temuto dai forastieri. Per mille discorsi, nasceva in Francia un desiderio accesissimo del capitano invitto. Ognuno come redentore il guardava, ognuno desiderava che tornasse a redimere la patria afflitta. Queste affezioni erano sorte nei popoli, parte per le disgrazie, parte per lo splendore delle vittorie, parte per le arti astutamente usate da lui e da' suoi fautori, talmente che ciascuno credeva ch'ei fosse per fare ciò che ciascuno desiderava. Insomma, la materia era ben disposta a ricevere le buonapartiane impronte.
Adunque, già fin da quando si erano udite le prime sciagure d'Italia, era sorto fra i desiderosi di cose nuove il pensiero di far tornare Buonaparte dall'Egitto, il qual pensiero si rinfrescò maggiormente, e si mandò ad effetto quando portò la fama essere morto Joubert, combattendo nella battaglia di Novi. In questo disegno entrarono Sieyes quinqueviro, Barras quinqueviro, i generali superstiti dell'esercito italico, eccettuato Massena, il quale non era punto affezionato a Buonaparte, ed i fratelli Giuseppe e Luciano Buonaparte. Molto accomodato a' suoi fini era il procedere di Luciano, che, allettando con le parole, chiamava a sè ed al nome del suo fratello i gelosi della libertà e della gloria franzese, i desiderosi della libertà italica, i cupidi delle spoglie italiche. Viaggiavano le vele, erano quelle di un bastimento greco, portatrici dei desiderii comuni verso l'Egitto, correndo la state, del presente anno. L'avviso fu ed accetto ed opportuno.
Buonaparte, che conosceva ottimamente, per la sua mente pronta e vasta, per la perizia somma nelle faccende di Stato, e per la cognizione profonda che aveva di questa umana razza, quanto piena fosse la fortuna che si parava davanti, e quanto fosse propizia l'occasione di condurre ad effetto i suoi pensieri smisurati, parendogli eziandio che un mezzo opportuno gli si offerisse di sottrarsi dall'Egitto, dove le cose sue cominciavano a declinare, cupidissimamente si avviava alle sue nuove e straordinarie sorti. Salpava dagli egiziani lidi, conducendo con sè i suoi compagni più fidati di guerra, perchè aveva bisogno delle mani e delle armi loro; i dotti ed i letterati più famosi, perchè si voleva servire, come di aiuto molto potente, della autorità, delle lingue e degli scritti loro. Arrivava improvviso a Frejus: improvviso ancora, disprezzate le leggi di sanità, perchè non voleva che la fama del suo arrivo si raffreddasse, partendo, giungeva nel volubilissimo Parigi, che bramosamente lo aspettava. Non occorre raccontare le allegrezze che si fecero in tutta Francia quando si sparse la voce del suo ritorno; basta che le genti corsero a lui da ogni parte, come a trionfatore, a salvatore e redentore; già Francia era sua, quantunque uomo privato e generale senza esercito fosse. Lione soprattutto tripudiava per un'insolita allegrezza, città ancor sanguinosa per l'imperio poco anzi spento dei truculenti giacobini, sdegnata per le leggi soldatesche che contro di lei tuttavia vigevano. Toccò, passando, i tasti più teneri; favellò di pace, di prospero commercio, di ferite civili da racconciarsi da un giusto e mansueto governo. I Lionesi contenti speravano ed amavano. A Parigi, ogni opinione, ogni affezione si voltava a lui: dava buone parole a tutti, ma insomma pendeva al moderato, sapendo che tal era il desiderio universale.
Cacciò Buonaparte a punta di baionette i consigli legislativi, cacciò il direttorio; i soldati pagati dal governo si voltarono contro il governo: ebbe paura sulle prime, poi fece paura agli altri. Conosce Europa il dì 9 novembre, da cui poteva nascere un vivere moderato e largo, e che non pertanto partorì un reggimento duro, tirato, dispotico e soldatesco.
Pace dentro, pace fuori, parvero a Buonaparte i più forti fondamenti della sua potenza: i Franzesi, stanchi ed afflitti da sì lunghe guerre, pace soprattutto desideravano, purchè disonorata non fosse, del che non temevano con Buonaparte capo. A questi fini indirizzava egli principalmente i suoi pensieri. Speciale intoppo alla cittadina concordia gli parevano, ed erano veramente, gli spiriti esagerati, i quali, non potendo per ambizione riposare sotto alcuna potestà, nemmeno possono quando sono giunti essi alla potestà suprema, posciachè, tirannicamente procedendo, decimano prima i popoli, poi sè medesimi, e tutti i fondamenti dello Stato fan rovinare; non gli era ignoto che il nome di costoro era odioso in Francia; perciò fece avviso che molto fosse, per operare a fine di concordia, il cacciare questi commettitori di scandali, di risse e di sangue: per la qual cosa, senza rimanersene ai formali giudizii, nè differendo contro di loro i rimedii severissimi, gli allontanava, confinandoli in terre estreme o forestiere. Purgata la Francia da questi uomini turbolenti, pensava al ribandire dal lungo esiglio coloro che avevano seguitate le parti del re, od almeno destato le esorbitanze che ai tempi più acerbi della rivoluzione si erano commesse in Francia. Pochi furono eccettuati dal clemente editto, piuttosto per lasciare un appicco a nuove grazie, che per altro fine. Rientravano gli esuli, se non sotto i tetti propri, se non nei beni loro posti al fisco, ma a rivedere i monti, i fiumi, le valli e l'aere natio: il che era pur parte di felicità. Gradivano infinitamente queste cose agli amatori del nome reale, e ne auguravano delle maggiori. Della contentezza loro godeva il consolo, volendo arrivare alla dominazione assoluta coll'appoggio dei regi e de' repubblicani. In questi pensieri tanto più volentieri si confermava, quanto non dubitava che sarebbero andati a grado delle potenze europee, siccome quelle che vi vedevano l'intenzione data da lui nei campi di Leoben e di Campoformio, di voler rimettere i Borboni, desiderio primo e principale dei principi, massimamente dell'imperadore Paolo. Sperava che con questi mezzi acquisterebbe pace con l'Europa, e tanta potenza in Francia che potesse senza pericolo finalmente scoprirsi dello aver preso il dominio per sè, non per altri. Il reggimento statuito da lui in Francia, di cui parti principalissime erano il senato ed il corpo legislativo, non gli dava apprensione, perchè del senato lo assicuravano le ricchezze, del corpo legislativo le ambizioni. L'avere poi ridotto le amministrazioni delle provincie ad uno invece di molti, fece gli ordini meglio eseguiti, l'erario pingue: ogni cosa volgeva alla monarchia. Correndo i soldi, i magistrati obbedivano, i soldati marciavano: tutti benedicevano il consolo.
A tutti questi maneggi gran momento arrecavano gli scienziati ed i letterati, siccome quelli che avevano molta autorità sui popoli, massimamente in Francia, dove erano uniti in certa specie di congregazioni, non per legge, ma per uso. Per la qual cosa il consolo gli accarezzava, gli arricchiva, gl'ingrandiva.
Grande flagello, da che aveva principiato la rivoluzione, era sempre stata la guerra della Vandea, nella quale con infinito furore combattendo e repubblicani e regi, avevano sterminato popolazioni intere, desolati paesi altre volte fioritissimi, commesso quello che solo commettono nelle civili discordie, e forse neanco in queste, gli uomini arrabbiati gli uni contro gli altri. La forza non l'aveva potuta spegnere, perchè irritava; le tregue nemmeno, perchè mal fide: ormai si nominava guerra interminabile. S'accorgeva il consolo quanta grazia acquisterebbe fra i popoli, se pacificasse quelle terre rosse di tanto sangue franzese: applicovvi l'animo; venne a capo dell'impresa. Fra il terrore del suo nome, l'apparato de' suoi soldati, le promesse di osservare la fede, le speranze segretamente date di voler procedere più oltre, vennero i capi della Vandea ad una onesta composizione: la concordia tornava sulle rive dell'insanguinato Ligeri; Parigi maravigliato vedeva i capi della vandeese guerra. Ammiravano i popoli il consolo pacificatore, uguale nel far le guerre, uguale nel far le paci.
Forti amminicoli a quanto macchinava pensava che fossero gli uomini di Chiesa tanto maltrattati dal direttorio. Volle racquistarli. Diè patria ai preti fuorusciti, libertà ai carcerati, sicuro vivere ai nascosti. Queste cose faceva apertamente, molto altre prometteva segretamente. Si aggiunse che onorò con pietosi uffizii Pio VI, papa morto, che aveva perseguitato vivo. Il suo favellare maravigliosamente piaceva a coloro che sentivano ancora di religione, massimamente ai ministri di lei. Già non solo vincitore e riformatore generoso del governo di Francia, ma ancora instaurator pio dell'antica sua religione il chiamavano. Vacando il trono pontificale per la morte di Pio VI, eransi a questo tempo adunati i cardinali in conclave a Venezia per intendere alla elezione del nuovo pontefice. Temeva il consolo che si cercasse un pontefice troppo avverso agl'interessi di Francia e proprii; perciò andava moltiplicando ne' suoi segni di affezione verso la religione, e nutriva con grandi speranze i ministri di lei. Si poteva facilmente pronosticare da questi primi favori ch'ei volesse venirne, quanto alle faccende ecclesiastiche, ad ordini legittimi e definitivi. Ciò era cagione che i cardinali raccolti in Venezia non disperassero di Francia, e non consentissero ad innalzare al pontificato un cardinale che si fosse dimostrato troppo contrario a lei.
Ma primo ed universale desiderio della Francia, tanto rotta e sanguinosa, era la pace. Questa inclinazione assecondava il consolo, non che sperasse di ottenerla con tutti, ma l'offerirla a tutti gli pareva conferente a' suoi pensieri. Stimava che a' suoi fini molto valesse e fosse molto ricercata dalle cose presenti, se non la pace, la offerta almeno della pace all'Inghilterra. Scriveva una molto bene elaborata lettera al re Giorgio. Rispose acerbamente per bocca del ministro Grenville il re Giorgio. A questo modo furono abbandonati i ragionamenti della concordia tra Francia ed Inghilterra. Pure ciò consegui il consolo, che la continuazione della guerra s'imputasse non a lui, ma al re Giorgio.
Erano tra Francia ed Inghilterra odio vivo, interessi diversi, vicinanza gelosa, pace difficilissima: molto diverse condizioni passavano tra Francia e Russia; A questa non fu avaro di promesse e di protestazioni Buonaparte; Paolo si lasciava muovere; il consolo, per fargli dar volta intieramente, pagava, provvedeva di tutto punto e rimandava liberi al loro signore i soldati russi fatti prigionieri nelle guerre di Svizzera e di Olanda. Parve atto generoso ed arra conveniente dei disegni avvenire. Da tutte queste cose mosso il sovrano di Russia, voltando lo sdegno, siccome quegli che era subito nelle sue risoluzioni, da Francia contro Inghilterra, il riceveva nella sua amicizia, e si riduceva alla sua volontà, dichiarando non volere più partecipare nella lega, e richiamava in Russia le sue genti che ancora stanziavano in Germania. Poscia, accendendo vieppiù le speranze dategli, rinnovava contro la potenza marittima dell'Inghilterra i patti della lega del Nord, cacciava da Pietroburgo gli agenti del re Giorgio, imputando agl'Inglesi l'esito infelice della spedizione d'Olanda. Così Paolo, scostandosi dall'amicizia d'Austria e d'Inghilterra, si precipitava in quella di Francia.
Rappacificatosi Buonaparte coll'imperatore Paolo, pensava a confermarsi l'amicizia della Prussia. Non gli accadde di sforzarsi molto in queste faccende, perchè ottenne facilmente che Federico Guglielmo, perseverando nell'amicizia fermata a Basilea, consentisse alle ultime mutazioni fatte in Francia, e lui come capo del governo franzese riconoscesse.
L'Austria restava sul continente contro la Francia. Tentava il consolo l'animo dell'imperatore Francesco, offerendogli di tornare alla capitolazione di Campoformio con quel di più che si negozierebbe per sicurezza delle monarchie e delle possessioni austriache in Italia. Ripugnava l'Austria al rinunziar del tutto ai frutti delle ultime vittorie, nè si fidava punto delle promesse di Buonaparte. In questo mezzo si accostarono le istigazioni dell'Inghilterra, molto intenta a difficoltare queste pratiche, perchè vedeva nel mondo quieto la sua ruina. Offeriva denaro e cooperazione sulle coste di Francia. Per le quali cose, e considerato altresì che i veterani di Buonaparte erano periti o di peste in Egitto, o di ferro in Italia, si risolveva Francesco a ricusare la concordia. Godeva Buonaparte parimente dell'offerta e della rifiutata pace, perchè non aveva sincero desiderio di convenire coll'Austria. Così, fermando la maggior parte del mondo in suo favore, confermava in Francia i contenti, cattivava gli scontenti, e parte con fatti, parte con isperanze, conseguiva che l'universale dei Franzesi amasse il suo governo, desiderasse la sua grandezza, e volentieri si disponesse a fare quanto si bramasse: precipitavano i popoli a tutte le sue volontà. Tutta Francia correva alle nuove sorti, e se Buonaparte generale l'aveva fatta gloriosa in guerra, tutti confidavano che Buonaparte consolo la farebbe e gloriosa in guerra e felice in pace.
Quanto alla guerra, ottimamente considerati furono i suoi consigli: mandava nuove genti, quasi tutte veterane, a Moreau, confermato da lui al governo dei Renani, il quale doveva sostenere il pondo degli Austriaci in Germania. Dall'altro lato, avendo sempre più i pensieri accesi alla ricuperazione d'Italia, inviava in Liguria Massena, acciò facesse pruova di tener lontano il nemico dalle frontiere di Francia, e conservasse il possesso di Genova, fino a tanto che egli medesimo con un forte esercito arrivasse nelle pianure d'Italia. Congregava molti soldati veterani e molti nuovi in Digione, donde pensava, secondochè gli mostrasse il tempo e le occasioni, o di condursi in Germania, se Moreau abbisognasse del suo aiuto, od in Italia, se il generale dei Renani combattesse felicemente. Di questo aveva grande speranza per la perizia di Moreau e la fortezza delle genti accolte sotto a lui. Per la qual cosa il suo principale intento era di condurre le genti adunate in Digione, che col nome di esercito di riserva chiamava nei campi d'Italia, pieni ancora della fama di tante sue vittorie. A questo modo adunque ordinava la guerra contro l'Austria, che nel corno destro estremo guidasse i repubblicani Massena, nel sinistro Moreau, nel mezzo prima Berthier, poi egli stesso. Certamente nè più pruovati, nè più eccellenti, nè più famosi capitani di questi non erano mai stati al mondo, e da loro aspettavano gli uomini maravigliati fatti maravigliosi.
Essendo la guerra imminente gridava con la vincitrice voce Buonaparte ai suoi soldati:
«Quando promisi la pace, in nome vostro la promisi; voi siete quegli uomini medesimi che conquistaste l'Olanda, il Reno, l'Italia, voi quegli stessi che, già vicini, forzaste alla pace la spaventata capitale nemica. Soldati, avete voi ora ben altro carico che quello di difendere le frontiere vostre: ite, invadete, conquistate i nemici territorii. Voi foste già tutti a molte guerre, voi sapete che, per vincere, e' bisogna soffrire: in poco d'ora non si possono ristorare i danni d'un cattivo governo. Dolce sarammi, a me, primo magistrato della repubblica, il poter dire alla Francia attenta: Questi sono i più disciplinati, i più bravi sostegni che si abbia la patria. Sarò, soldati, quando sia venuto il tempo, sarò con voi. Accorgerassi l'Europa che voi siete quella valorosa stirpe che già tante volte a maraviglia la costrinse.» Così, aggiungendo impeto a valore, faceva uomini fortissimi alle battaglie.
L'esercito italico, afflitto dalle disgrazie, titubava; i soldati rompevano i freni dell'obbedienza: già la stagione si rendeva propizia. Buonaparte vincitore mandava loro dicendo: «Non odono le legioni le voci dei loro ufficiali; lasciano, la diecisettesima sopra tutte, le insegne. Adunque son morti tutti i bravi di Castiglione, di Rivoli, di Newmarket? Avrebbero essi eletto il perire piuttosto che abbandonar le insegne. Voi parlate di provvisioni manche: che avreste fatto, se, come la quarta e la vigesimaseconda leggiere, la diciottesima e la trigesimaseconda grosse, fra deserti, senza pane, senz'acqua, a mangiar ridotte carni di sozzi animali, trovati vi foste? La vittoria, dicevano, ci darà pane, e voi disertate le insegne! Soldati dell'esercito italico, un nuovo generale vi governa; quando più splendeva la gloria vostra, ei fu sempre il primo fra i primi. In lui fidatevi; con lui andrete a nuove vittorie. Sarammi, così comando, dato conto di quanto ogni legione farà, massime la diciasettesima leggiera e la sessagesimaterza grossa: ricorderannosi della fede che già ebbi in loro.»
Queste parole maravigliosamente accendevano quegli animi valorosi. Era l'esercito italico, in cui si noveravano poco più di venticinque mila soldati, distribuito nelle stanze in modo che la destra, governata dal generale Soult, da Recco in riviera di Levante sino a Cadibuona e Savona si distendeva: presidiava Gavi e Genova, in cui alloggiava, il generalissimo Massena. La sinistra, che obbediva al generale Suchet, custodiva la riviera di Ponente da Vado sino al Varo, con presidii posti nei principali luoghi e nei sommi gioghi delle Alpi marittime; fronte certamente troppo lunga per potersi guardare convenientemente con sì poche genti. Ma Genova necessitava i consigli dei Franzesi, perchè importava ai disegni ulteriori del consolo ch'ella si tenesse lungamente, e voleva Massena conservarvi un campo largo per le tratte delle vettovaglie, di cui penuriava, il che l'aveva fatto risolvere a non cedere le riviere se non quando a ciò fosse sforzato.
Da un'altra parte Melas, abbenchè fosse guerriero avveduto e sperimentato, e forse appunto perchè era, non poteva persuadere a sè medesimo che le genti raccolte in Digione fossero una tempesta che avesse a scagliarsi contro l'Italia. Non misurava egli bene la prontezza di Buonaparte, nè la docilità dei Franzesi a scorrere là dove il nome suo e la sua voce li chiamavano. Laonde ei se ne viveva troppo alla sicura su quanto potesse succedere alle spalle e sul suo destro fianco.
Anno di CRISTO MDCCC. Indizione III.
PIO VII papa 1. FRANCESCO II imperadore 9.
Gli Austriaci, che molto prevalevano in numero a Massena, erano per modo alloggiati, che tutto il territorio ligure fasciando, da Sestri di Levante per le sommità degli Apennini opposte a quelle che occupavano i Franzesi, si distendevano fino al colle di Tenda. Governavano a sinistra Otto, poi, seguitando a destra, Hohenzollern, il generalissimo Melas, Esnitz, e finalmente sulla estrema punta destra Morzin. Accingendosi Melas ad invadere il Genovesato, mandata prima una grida ai Genovesi piena di generose parole, aveva condotto il grosso de' suoi alle stanze delle Cercare, intendimento suo essendo di spingersi avanti, cacciando gli avversarii dai sommi gioghi a Savona, per separare e disgiugnere in tale modo l'ala sinistra dei Franzesi dalla mezza e dalla destra che combatteva nella riviera di Levante. Ottenuto il quale intento, gli si spianava la strada, essendo questo l'ultimo fine de' suoi pensieri, a serrare Massena dentro Genova ed a costringerlo alla dedizione.
Spuntava appena il giorno 6 aprile che i Tedeschi, partendo dalle Cercare divisi in tre schiere, s'incamminavano alle ordinate fazioni. La mezzana, condotta da Mitruschi, marciando per Altare e per Torre, si avvicinava a Cadibuona, posto molto fortificato dai Franzesi, e chiave e momento principale di tutta quella guerra. Il generale San Giuliano colla sinistra faceva opera d'impadronirsi di Montenotte, per quinci accennare contro Sassello, dove alloggiava un grosso corpo di repubblicani. Finalmente la destra, che obbediva ad Esnitz ed a Morzin, passando per le Mallare ed avvicinandosi alle fonti della destra Bormida, aveva carico di sforzare i passi del monte San Giacomo.
Si combattè da prima da ambe le parti molto valorosamente a Torre, avendo gli Austriaci il vantaggio del numero, i Franzesi del luogo. Finalmente superarono i primi quell'antiguardo, e tutto lo sforzo si ridusse sotto le trincee di Cadibuona. Quivi fu molto duro l'incontro, e la battaglia si pareggiò lungo tempo; ma finalmente fe' dare il crollo in favore dell'armi imperiali la mossa di un valoroso battaglione di Reischi, il quale, assaltate di fianco le trincee, costrinse i repubblicani alla ritirata, non senza tale disordine delle ordinanze, che, se non fosse stato presto Soult a sopraggiungere con aiuti freschi, sarebbero stati condotti a molta ruina. Ma non potè nemmeno la presenza e l'opera di Soult ristorare la fortuna; perchè gli Austriaci, seguitando l'impeto della vittoria, obbligarono il nemico a ricoverarsi al monte Aiuto, munito ancor esso di qualche fortificazione. Volle Melas torre quel nuovo ricetto al nemico: mandò all'assalto Lattermann e Palfi, che, fortemente urtando da lato e da fronte, sloggiarono i Franzesi da quel forte sito, e se ne impadronirono. Fecero i repubblicani una nuova testa a Montemoro: Melas, combattendoli da fronte, e girando loro alle spalle ed ai fianchi, e dando perciò loro timore di essere tagliati fuori, li costrinse a dar indietro, col ritirarsi disordinatamente a Savona. Seguitaronli, pressandoli molto alla terga, i vincitori, e con essi alla mescolata entrarono nella città. Soult, non istandosene ad indugiare, introdotta nella fortezza quanta vettovaglia potè in quell'improvviso e pericoloso accidente, si ritirava a Varaggio. Riuscirono molto micidiali questi incontri alle due parti: i Franzesi patirono di vantaggio, trovandosi in minor numero.
Frattanto Esnitz aveva assaltato monte San Giacomo custodito da Suchet, che virilmente vi si difese qualche tempo; ma, vincendo gli Austriaci in varii punti, entrarono vittoriosi in Vado. Suchet per le terre di Finale, Gora, Bardino, la Pietra e Loano indietreggiava fino a Borghetto. Nè meno felicemente si era combattuto per gli Austriaci in riviera di Levante ed alla Bocchetta; perchè Otto, assaltando i diversi posti, aveva costretto i Franzesi alla ritirata. La Sturla sotto, il Bisagno sopra separavano in fine i due nemici, e gli Austriaci dall'eminenza del monte delle Fascie vedevano ed erano veduti da Genova.
Fortissimo era l'alloggiamento dei Franzesi alla Bocchetta e molto ardua la sua espugnazione, avendo voluto assicurarsi di quella strada facile ed aperta contro il nemico che venisse dai piani della Lombardia. Gli assaltava Hohenzollern coi due reggimenti di Kray e d'Alvinzi condotti dal generale Rousseau, e l'una dopo l'altra, non senza però molto contrasto e sangue, si recava in mano, conquistando tutte le trincee e le artiglierie che le guernivano. Per la quale fazione acquistarono gli Austriaci il passo delle valle della Polcevera con la facoltà di stringere più da vicino Genova. Rannodaronsi i Franzesi a Pontedecimo.
Massena, che prevedeva che non avrebbe potuto tenersi lungamente in Genova, se gl'imperiali fossero troppo vicini alle mura, perchè più presto gli sarebbero mancate le vettovaglie, fece pensiero di allargarsi. Siccome poi era uomo generoso e d'animo invitto, non contentandosi al volersi acquistare un campo più largo, benchè fosse molto inferiore pel numero dei soldati al nemico, si delibera a far opera di rompere gli Austriaci sulle alture di sopra Savona, per ricongiungersi con l'ala governata da Suchet. Ma l'evento della guerra ed il destino di Genova erano per giudicarsi sulla riviera di Ponente. Marciava Massena inferiormente più accosto al mare per assaltar Montenotte, Soult superiormente e a destra per impadronirsi di Sassello, quindi del monte dell'Armetta, poi di Mioglio e del ponte Invrea. Quivi avrebbe potuto unirsi a Massena venuto da Montenotte, per indi marciare uniti verso il Cairo, confidando anche di trovarvi Suchet. Soult, combattendo il nemico, restava superiore, nè più altro impedimento gli restava a superare per arrivar al compimento del suo disegno per al Cairo, se non se i posti di Moglio e di ponte Invrea. Vi sarebbe anche riuscito, se la fortuna si fosse scoperta tanto favorevole a Massena quanto si era scoperta a lui. Ma le cose succedettero sinistramente nella parte condotta dal generalissimo; poichè Melas in questo pericoloso punto, non turbata la mente nè diminuito l'animo, si appigliava prestamente ad un partito; ed avvisando che l'evento della battaglia pendeva appunto dalla schiera di Massena, e che se gli fosse venuto di obbligarla a ritirarsi rotta e sconquassata, sarebbe stato obbligato Soult a tornare addietro, la fazione riuscì come l'aveva preveduta. Assaltati i Franzesi da ultimo con molta forza a Cogoletto; bersagliati al punto stesso dagl'Inglesi accostatisi al lido colle loro barche armate di artiglierie; finalmente venne a precipitarsi contro di loro la cavalleria austriaca. Pressati da tutte bande, non poterono resistere, e disordinati si ritirarono precipitosamente ad Arenzano, ma piuttosto per modo di posata che d'alloggiamento stabile.
Massena, non credendosi sicuro in questa terra, si ritirava più indietro fino a Voltri, soltanto per aspettarvi Soult, che percossi in vano con assalto ponte Invrea e Mioglio, e udito il caso sinistro di Massena, si ritirava a presti passi. Infatti si raccozzarono i due generali della repubblica a Voltri. Melas, riunite tutte le sue forze, ne li cacciava, e perseguitandoli aspramente con faci accese, perchè era sopraggiunta la notte, li costringeva a varcare la Polcevera sul ponte di Cornigliano, a ripararsi del tutto dentro le mura di Genova ed a desistere da qualunque assalto alla campagna.
Mentre che le cose dell'armi procedevano in questa forma a Voltri, Otto aveva ricacciato Miollis dai monti Cornua e delle Fascie, per modo che il francese, impotente al resistere, aveva preso partito di ritirarsi nella valle del Bisagno e sulla destra sponda della Sturla. Così Massena privato della campagna si era ridotto a difender Genova ed i luoghi più vicini. Intanto le frontiere della repubblica sull'Alpi Marittime restavano esposte all'impeto tedesco.
Piantava il generalissimo d'Austria il suo alloggiamento in Sestri di Ponente; ma non volendo lasciar indebolire la fama dei recenti fatti, nè dare tempo a Suchet di ricevere rinforzi, si accingeva a cacciare per forza il generale di Francia da tutta la riviera di Ponente. Vinselo in una fazione improvvisa a Torìa: recatosi in mano il colle di Tenda, il minacciava alle spalle e sul fianco sinistro. Suchet, ch'era capitano esperto, avendo fatto quanto per lui si poteva con le poche forze che gli restavano, per ritardare il corso al nemico, si ritirava sulle terre dell'antica Francia oltre il Varo. Il seguitava l'Alemanno, ed impossessatosi di tutta la contea di Nizza, compariva sulla sinistra del fiume. La principale forza dei Franzesi era a San Lorenzo. Vennero quivi ad annodarsi alcuni reggimenti, sebbene deboli, di regolari; chiamavano le guardie nazionali della Provenza. Aveva Suchet provveduto che un telegrafo piantato sul forte di Montalbano lo informasse ad ora ad ora delle mosse di Melas. Ciò fu cagione che non così tosto il Tedesco faceva un apparecchio, il Franzese si apprestasse a combatterlo. Intanto si combatteva aspramente sulle rive del Varo. Due volte i Tedeschi assaltarono con singolare audacia il ponte; due volte furono con uguale valore risospinti. In tal modo con somma sua lode, ed utilità grande della repubblica difendeva Suchet il territorio di Francia, e secondava l'opera immensa concetta dal consolo.
Già il canuto e vittorioso Melas si accorgeva che era caduto nell'insidia tesagli dal giovane guerriero, e che, non che fosse tempo di conquistar la Provenza lasciatagli a bella posta quasi in preda, gli era forza pensare di conservar, se ancora potesse, l'Italia. Erangli giunti i primi avvisi del calarsi Buonaparte dalle Pennine Alpi: ebbe sulle prime il fatto in poco conto; errò nel credere che il consolo fosse uomo da comparir debole sulle sommità delle Alpi; avrebbe anzi dovuto persuadersi che dov'era Buonaparte, là fosse tutta la fortuna della guerra, là covasse la rovina sua. Mandava sui primi romori una schiera in Piemonte pel colle di Tenda; ma quando s'accorse che se la fama era stata grande, il fatto era più grande ancora, si risolveva a torsi velocemente da quell'estremo ed infruttuoso campo, dove combatteva per condursi in quei luoghi nei quali vincitore avrebbe a fare con vincitore. Ordinava Melas ad Esnitz, che aveva lasciato alla guerra contro Suchet, prestamente si tirasse indietro, e venisse a raggiunger Otto, che instava contro Genova, se Genova ancora si tenesse, o lui stesso nei piani d'Alessandria, se la capitale della Liguria già avesse ceduto all'armi d'Austria. Ritiravasi Esnitz, seguitavalo velocemente Suchet. Serratogli il passo pel Genovesato, si riparava l'Alemanno per la valle di Ormea nelle piemontesi contrade; il Franzese, spintosi avanti, stringeva il castello di Savona.
A questo tempo consisteva la guerra in due accidenti principalissimi: l'assedio di Genova e la scesa di Buonaparte in Italia: l'uno era strettamente congiunto all'altro. Otto faceva ogni sforzo per impadronirsi della piazza, bramando di poter correre alla guerra definitiva nei campi d'Alessandria. Massena, che per coraggio e per l'arte de' suoi ufficiali e dei patriotti fuorusciti del Piemonte, che andavano e venivano a portar novelle, traversando con estremo pericolo loro gli alloggiamenti dei Tedeschi, era bene informato di quanto accadesse sulle Alpi Pennine, desiderava, più lungamente che possibil fosse tenerla per la ragione contraria. Nacquero da questa sua ostinazione fatti molto memorandi e tali che raramente si leggono nei ricordi delle storie. La città capitale della Liguria, posta a guisa di anfiteatro, donde ella fa magnifica mostra, sul dorso dell'Apennino tra la Polcevera e il Bisagno, è chiusa da due procinti di mura, uno più largo, l'altro più stretto. Sono questi due procinti muniti di bastioni e di cortine consenzienti alla natura del luogo, aspra, scoscesa e disuguale. Le difese di Genova, quando stava in propria balia, bastavano, perchè con un breve assedio non si poteva prendere, i lunghi erano impossibili per le emulazioni delle potenze.
Consistevano le difese vive di Massena in dieci mila soldati franzesi; aveva con sè Soult, Gazan, Clauzel, Miollis, Darnaud. Accostavansi a queste forze circa due mila Italiani di nazione diversa, ordinati da Massena in corpo regolare sotto la condotta di un Rossignoli Piemontese, uomo di natura molto generosa e di gran cuore. Le corroborava la guardia nazionale di Genova, fedele, parte per amore di Francia, parte per odio ai nemici, parte per paura del sacco, se qualche accidente contrario alla quiete sorgesse. Queste genti unite insieme non componevano certamente un presidio sufficiente per un sì vasto circuito. Inoltre vi si viveva in molta apprensione per le vettovaglie, massime di grani. Gl'Inglesi, governati da Keit, impedivano le provvisioni di Corsica e di Marsiglia.
La forzo che investiva Genova era molto varia. Il principal nervo consisteva in Tedeschi; ma con essi andavano congiunte torme numerose di villani sì Genovesi delle due riviere, che Monferrini, i quali, non mossi da alcun desiderio buono, ma dall'odio, dalla vendetta e dall'amor del sacco, erano accorsi alle voci di un Azzeretto, uomo ch'era stato incomposto e rotto quando militava coi Franzesi, ed ora si mostrava incomposto e rotto militando coi Tedeschi. Nè piccolo momento recavano alla oppugnazione le navi inglesi e napolitane, non con solamente intraprendere i viveri sul mare, ma ancora coll'aiutare, fulminando le spiaggie, gli sforzi degli Austriaci, principalmente verso il Bisagno, dove i luoghi avevano contro il mare minore difesa che verso la Polcevera. Fece Otto, che soprantendeva all'assedio, il dì 23 aprile, una grossa fazione sulla sinistra della Polcevera. Il reggimento di Nadasti, cacciati prima i Franzesi da Rivarolo, si impadroniva anche di San Pier d'Arena. Ma uscito Massena colla vigesimaquinta, li rincacciava. Sapevano gli assalitori che la parte più debole della piazza era verso levante; però si deliberarono a darvi un assalto, tentando di occupar le eminenze. Il dì 30 aprile, prima che aggiornasse, givano all'assalto da quella parte, e per consuonar con tutti quei moti, Otto attaccava Rivarolo a ponente. Riuscirono a buon fine quasi tutti gli assalti dei Tedeschi, ed era un gran pericolo pei Franzesi, perchè, se avessero conservati i luoghi conquistati, Genova non aveva più rimedio. Massena si metteva al punto di rimettere la fortuna. Mandava Soult al conquisto del monte dei Due Fratelli, Daruaud al rincalzo di Grottesheim, Miollis contro Santa Tecla e Quezzi. Vinsero tutti. Massena infaticabile, invitto, impaziente, animato dal prospero successo, usciva nuovamente alla campagna il dì 11 maggio. Il suo fine era di cacciar i Tedeschi dal monte delle Fascie. Soult recava in sua mano, dopo una battaglia molto feroce, il conteso monte. Nol conservarono lungamente i repubblicani, perchè Hohenzollern e Frimont, mandati da Otto, il ricuperavano. Massena intanto raccoglieva i viveri alla campagna, breve ed insufficiente ristoro. Volle quindi acquistare il monte Creto; i Tedeschi fortificati stavano a diligente guardia. Fu furioso l'assalto, valorosa la resistenza; pure andava superando la fortuna dei Franzesi, quando sopravvenne un temporale grossissimo; abbuiossi l'aria, straordinariamente piovve; i combattenti sforzati a ristarsi. Rasserenato il cielo, ricominciarono a menar le mani; l'accidente diè tempo ad Hohenzollern d'arrivare con genti fresche: ruppe i repubblicani, e gli sforzò a tornar dentro le mura. Combattessi in questa fazione con incredibile rabbia a corpo a corpo: fu Soult, mentre animosamente confortava i suoi alla carica, ferito sconciamente nella gamba destra e fatto prigione.
Questa infelice spedizione pose fine al sortire di Massena; perchè, perduti i suoi migliori soldati, era troppo indebolito per uscire alla campagna. Pure tanto ancora gli restava di forza che gli alleati nol potessero sforzare; ma quello che le armi degli avversarli non potevano, operava la fame. Keit per mare non lasciava entrar viveri, Otto per terra; le provvisioni fatte scarse, le scarse dissipate.
Fuvvi fame prima che mancassero i viveri: prima si scorciarono i cibi, poi si corruppero, infine si mangiarono i più schifi e sozzi, non solo i cavalli ed i cani, ma ancora i gatti, i sorci, i pipistrelli, i vermi, e beato chi ne aveva. Eransi gli Austriaci impadroniti dei molini di Bisagno, di Voltri e di Pegli, nè si poteva più macinare. Rimediossi per un tempo coi molini a mano, con quei del caffè massimamente, perchè erano presti; l'accademia consultò dei migliori: s'inventarono ingegni, ruote e molini nuovi. Con certi più grossi un uomo solo poteva macinare uno staio di grano al giorno. In ogni strada, su per ogni bottega si vedevano girar molini. Nelle case private, fra le adunanze famigliari, si macinava; le donne il facevano per vezzo. Infine mancò del tutto il grano: cercaronsi altri semi per supplirvi. Quei di lino, di panico, di caccao, di mandorlo furono i primi; riso ed orzo più non se ne trovava. Gli stritolati e strani semi, prima abbrustoliti, poi misti col miele e cotti parvero delicatura. Rallegravansi i parenti e gli amici con chi avesse potuto sostentare un giorno di più sè e la famiglia con lino, o panico, o tre granelli di caccao. La crusca, materia tanto ribelle alla nutrizione, si macinava ancora essa e cotta con miele serviva di cibo, non per ispegnere, ma per ingannare la fame; le fave stimate preziosissime; felice non chi viveva, ma chi moriva. Erano i giorni tristi per la fame e per le lamentazioni degli affamati; le notti più tristi ancora per la fame e per le spaventate fantasie. Mancati i semi, pensossi alle erbe. I romici, i lapazi, le malve, le bismalve, le cicorie salvatiche, i raperonzoli diligentemente si ricercavano e cupidamente, come piacevolezze di gola, si mangiavano. Si vedevano lunghe file di gente, uomini d'ogni condizione, donne nobili e donne plebee, visitare ogui verde sito, massime i fertili orti di Bisagno e le amene colline di Albaro, per cavarne quegli alimenti cui la natura ha solamente alle ruminanti bestie destinati. Sopperì un tempo il zucchero: zuccheri rosati, zuccheri violati, zuccheri canditi, ogni maniera di confetti andavano attorno, rivenditori e rivenditrici pubblicamente li vendevano, con fiori e con serti gli eleganti loro cestellini adornando: erano spettacolo in mezzo a quei volti pallidi, scarni e moribondi. Tanto possente cosa è l'immaginazione dell'uomo che si compiace in abbellire eziandio quanto havvi di più lagrimevole e di più terribile; rimedio di provvidenza che non ci vuol disperati. Basta: e' furono viste donne e gentil donne, nutritesi con sorci la mattina, mangiarsi tregge delicate la sera. L'aspetto della miseria estrema non ispegne la malvagità in chi è malvagio; del che troppo manifesto e troppo orribile esempio si ebbe in quelle ultime strette di Genova; conciossiachè uomini privi d'ogni senso di umanità, per un vile guadagno, non abborrirono dal mescolar gessi in luogo di farine nei commestibili che vendevano, per modo che non pochi avventori ne restarono avvelenati, morendosene con dolori mescolati di fame e di veleno.
Durante l'assedio, ma prima della fine ultima, una libbra di riso si pagava lire sette, una di vitello quattro, una di cavallo soldi trentadue, una di farina lire dieci o dodici, le uova lire quattordici la serqua, la crusca soldi trenta ciascuna libbra. Poi, venendo maggiore la stretta, una fava si vendeva due soldi, un pane biscotto di oncie tre dodici franchi, e non se ne trovava. Maggiori agevolezze dei particolari non vollero Massena nè gli altri generali; apparecchiavano come i plebei; lodevole fatto, e molto efficace a fare star forti gli altri a tanta sventura. Poco cacio, legumi rari erano quanto nutrimento si dava a chi languiva per malattia o per ferite negli ospedali. Uomini e donne tormentate dalle ultime angosce della fame e della disperazione empievano l'aria dei loro gemiti e delle loro strida. Talvolta, così gridando, e le fameliche viscere con le rabbiose mani di lacerare tentando, morti per le contrade cadevano. Nissuno gli aiutava, perchè ognuno pensava a sè; nissuno anche a loro abbadava, perchè la frequenza aveva tolto orrore al fatto. Pure alcuni tra gli spasimi e stridi spaventevoli, e con iscosse e contorte membra davano l'ultimo sospiro in mezzo alle popolari folle. Fanciulli abbandonati da parenti morti o da parenti disperati imploravano con atti con pianti e con voci miserabili, la pietà di chi passava. Nissuno gli aiutava ed aveva di loro compassione, perchè il dolore proprio aveva spento il compassionare l'altrui. Razzolavano quelle innocenti creature bramosamente nei rivoletti delle contrade, nelle fogne, negli sfoghi dei lavatoi, per vedere se qualche rimasuglio di bestia morta o qualche avanzo di pasto di bestia vi si trovasse, e trovatone, se lo mangiavano. Spesso chi si corcava vivo la sera, era trovato morto la mattina, i fanciulli più frequentemente degli attempati. Accusavano i padri la tarda morte, ed alcuni con le proprie mani violentemente se la davano. Ciò facevano i cittadini, ciò facevano i soldati. Dei Franzesi, alcuni, anteponendo la morte alla fame, da per sè stessi si ammazzavano, altri le armi a terra sdegnosamente gettavano, protestando non più esser abili, per la perduta forza, a portarle. Altri, una disperata dimora abbandonando, nel nemico campo se ne andavano, Inglesi ed Austriaci di quella pietà e di quei cibi richiedendo, che tra Franzesi e Genovesi più non ritrovavano. Crudo poi ed oltre ogni dire orribile spettacolo era quello dei prigionieri di guerra tedeschi ditenuti su certe barcacce sorte nel porto; perchè la necessità ultima delle cose aveva operato che ad essi nutrimento di sorte alcuna già da alcuni giorni non si compartisse. Mangiarono le scarpe loro, le pelli dei soldateschi zaini; già con occhi torvi guardavano se non avessero a mangiarsi i loro compagni. Si venne a tale, che si tolsero loro le guardie franzesi, perchè si temette che, sforzati del famelico furore, non si avventassero contro di loro, e sbranatele, non se le divorassero. Tanta era la disperazion loro, che tentarono di forar le barche per andar a fondo, amando meglio perire affogati dalle acque che straziati dalla fame. S'aggiunse, come accadde, alla orrenda fame la mortalità pestilenziale. Febbri pessime le genti all'altra vita con morti spessissime si portavano sì negli ospedali del pubblico, sì negli ultimi casolari dei poveri, e sì nei superbi palazzi dei ricchi. Mescolavansi sotto il medesimo tetto i generi delle morti: chi moriva arrabbiato dalla fame, chi stupido dalla febbre, chi pallido per difetto di nutritiva sostanza, chi livido per petecchiali macchie. Niuna cosa esente da dolore, niuna da paura; chi viveva, o aspettava la morte o vedeva morire i suoi. Tal era lo stato dell'una volta ricca ed allegra Genova, del quale il pensier peggiore era questo, che il soffrir presente non poteva riuscire ad alcun utile suo.
Era rotta la costanza di tutti: solo Massena non si piegava, perchè aveva la mente fissa nel pensiero di aiutar la impresa del consolo e di serbare intatta la fama acquistata di guerriero indomabile. Infine, venendogli onorevoli proposte da Keit, e non potendo più bastare quei sozzi e velenosi cibi che per due giorni, tanta era l'estremità del vivere, inclinava l'animo ad un accordo, ma più da vincitore che da vinto. Si accordarono (volle Massena che l'accordo s'intitolasse convenzione, non capitolazione, e fu forza compiacerlo della sua domanda) che uscisse Massena, che uscissero i suoi ufficiali e soldati, in numero di circa otto mila, liberi della fede e delle persone loro; per la via di terra potessero tornare in Francia, e chi non potesse per terra, fosse trasportato dagl'Inglesi per mare ad Antibo o nel golfo di Juan; i prigionieri tedeschi si restituissero, nissun potesse essere riconosciuto pei fatti passati, e chi se ne volesse andare, fosse in libertà di farlo; dessersi viveri, si avesse cura degl'infermi; Genova a' dì 4 giugno si consegnasse alle forze austriache ed inglesi.
Infatti il nominato giorno le prime occuparono la porta della Lanterna, le seconde la bocca del porto. Poi entravano trionfando con tutto l'esercito Otto, con tutta l'armata Keit. I democrati più vivi se ne andarono coi Franzesi. Suonaronsi le campane a festa, cantaronsi gl'inni, accesersi i fuochi dai partigiani per amore, più ancora dagli avversi per paura, tutto secondo il solito. Ricomparvero in copia il pane, le carni, gli ortaggi, le grasce, e chi vi si abbandonò senza freno, in quel primo fervor della fame, se ne morì. Pruovaronsi i villani dell'Azzeretto a porsi in sul sacco contro i democrati, come dicevano, perchè saccheggiavano anche gli aristocrati; ma Hohenzollern, posto a guardia della città da Otto, con militare imperio li frenava. Creava il capitano tedesco una reggenza imperiale e reale; frenava la reggenza le vendette prossime a prorompere, comandamento lodevole; veniva sul toccar le borse, comandamento inevitabile, ma duro nella misera Genova.
Buonaparte intanto, cambiatore di sorti, si avvicinava. Aveva il consolo con meravigliosa celerità ed arte adunato il suo esercito di riserva a Digione, donde accennava ugualmente al Reno ed all'Italia. Ma avendo Moreau combattuto prosperamente in Germania contro Kray, gli fu fatto abilità di condursi su quei campi in cui tuttavia vivevano i segni e le memorie delle sue fresche vittorie; cosa che gli era cagione di somma incitazione, perchè la gloria lo stimolava, ed era sicuro di trovarvi forti aderenze. Adunque, mentre Melas se ne stava martirizzandosi contro le sterili rocche dell'estrema Liguria, si avvicinava Buonaparte alle Alpi, tutto intento alle fazioni d'Italia. Varii, molti e potenti modi aveva di condurre a prospero fine la sua impresa: i soldati prontissimi a volere qualunque cosa egli volesse, generali esperti e valorosi, artiglierie formidabili, cavalleria sufficiente. Aveva apprestato, per pascere i soldati sull'erme solitudini delle Alpi, biscotto in grande abbondanza, e per tirar su e giù, secondo i casi, le artiglierie per quei sentieri rotti, stretti ed ingombri di nevi e di ghiacci, certi carretti a modo dei traini sdrucciolevoli che si usano in quei paesi per iscendere dai nevosi gioghi. Nè questo fu il solo trovato di Buonaparte e di Marmont, che soprantendeva alle artiglierie, per facilitar loro il passo per luoghi fino allora alle medesime inaccessi, perchè scavarono, a guisa di truogoli, tronchi d'alberi grossissimi, a fine di potervele posar dentro, come in un letto proprio, e per tal modo trasportarle a dorso di muli a traverso le montagne. Denaro sufficiente aveva rammassato per le necessità de' suoi fin oltre l'Alpi; poi, si confidava nell'Italia. Per muovere le opinioni degl'Italiani, aveva chiamato a sè la legione italiana capitanata da un Lecchi, la quale, fuggendo il furore nemico per le rotte di Scherer, si era riparata in Francia, bella e buona gente. Per conoscere poi i luoghi, conduceva con sè gl'Italiani che più ne erano pratici; e siccome l'intento suo era di varcare il gran San Bernardo, così si consigliava specialmente con un Pavetti di Romano nel Canavese, giovane di natura molto generosa, e che in queste bisogna con molto affetto camminava.
Grande e magnifico era il disegno di Buonaparte per riconquistar l'Italia. Suo proponimento era di varcare col grosso dell'esercito il gran San Bernardo, col fine di calarsi per la valle di Aosta nelle pianure piemontesi. Ma perchè altre genti con questa parte consuonassero, e, giunte al piano, potessero e muovere i popoli a romore contro il nemico e congiungersi con lui a qualche importante fatto, aveva ordinato che il generale Thureau, pei passi dei monti Cenisio e Ginevra, con una squadra di tre in quattro mila soldati si calasse a Susa; al tempo medesimo comandava al generale Moncey che pel San Gottardo scendesse a Bellinzona con una eletta schiera di circa dodici mila soldati. Imponeva infine al generale Bethancourt che facesse opera di varcare il Sempione, e di precipitarsi per Domodossola sulle sponde del lago Maggiore. Siccome poi non ignorava quali e quante difficoltà ostassero al passo di un grosso esercito pel gran San Bernardo, commetteva ad un corpo di circa cinque mila soldati che passasse il piccolo San Bernardo, ed andasse a raccostarsi col grosso nella valle di Aosta. Tutte le raccontate genti insieme unite sommavano circa a sessanta mila combattenti. Così il consolo, tutta la regione dell'Alpi abbracciando che si distendeva dal San Gottardo al monte Ginevra, minacciava invasione al sottoposto piano del Piemonte e della Lombardia.
Lusingati, per la città loro passando, con discorsi di umanità, di pace e di civiltà quei Ginevrini tanto ingentiliti, se ne giva il consolo alla stupenda guerra. Erano le genti già adunate tutte a Martigny di Vallese sul Rodano, terra posta alle falde estreme del San Bernardo. Guardavano con maraviglia e con desiderio quelle alte cime. Parlava loro Berthier, quartiermastro, ed il suo parlare di gloria e di Buonaparte infinitamente infiammava quegli animi già da per sè stessi tanto incitati e valorosi. Partivano il dì 17 maggio da Martigny per andarne a conquistar l'Italia. Maraviglioso l'ardore loro, maravigliosa l'allegria, maraviglioso ancora il moto ed il fervore delle opere. Casse, cassoni, truogoli, obici, cannoni, carretti ruotati, carrelli sdrucciolevoli, carrette, lettiche, cavalli, muli, bardature, arcioni, basti da bagaglie, basti da artiglierie, impedimenti di ogni sorte, e fra tutto questo soldati affaticantisi ed ufficiali affaticantisi al par dei soldati. S'aggiungevano le risa e le canzoni: i motti, gli scherzi, le piacevolezze alla franzese. Non a guerra terribile, ma a festa, non a casi dubbii, ma a vittoria certa pareva che andassero. Il romore si propagava da ogni banda: quei luoghi ermi, solitarii, e da tanti secoli muti, risuonavano insolitamente e ad un tratto per voci liete e guerriere. L'esercito strano e stranamente provvisto, al malagevole viaggio saliva per l'erta alla volta di San Pietro fin dove giunge la strada carreggiabile. Pure spesso erte ripidissime, fosse sassose, capi di valli sdrucciolanti si appresentavano; i carri, i carretti, le carrette pericolavano. Accorrevano presti i soldati a braccia, sostenevano, puntellavano, traevano, e più si affaticavano e più mettevano fuori motti, facezie e concetti, parte arguti, parte graziosi, parte frizzanti: così passavano il tempo e la fatica. I tardi Vallesani, che erano accorsi in folla dalle case, o piuttosto dai tugurii e dalle tane loro, vedendo gente sì affaticata e sì allegra, non sapevano darsi pace; pareva loro cosa dell'altro mondo. Invitati e pagati per aiuto, il facevano volentieri. Ma più bisogna faceva un Franzese che tre Vallesani. Così arrivarono i repubblicani a San Pietro, Lannes con la sua schiera il primo, siccome quello che per l'incredibile ardimento il consolo sempre mandava, lui non solo volente, ma anche domandante, alle imprese più rischievoli e più pericolose. Quivi si era arrivato ad un luogo in cui pareva che la natura molto più potesse che l'arte od il coraggio; perciocchè da San Pietro alla cima del gran San Bernardo, dov'è fondato l'eremo dei religiosi a salute dei viaggiatori in quei luoghi d'eternale inverno, non si apre più strada alcuna battuta. Solo si vedono sentieri stretti e pieghevoli su per monti scoscesi ed erti. Rifulse la pertinacia del volere e la potenza dell'umano ingegno. Quanto si rotolava, fu posto ad essere tirato, quanto si tirava ad essere portato. Posersi le artiglierie grosse nei truogoli, i truogoli negli sdruccioli, e dei soldati, chi tirava, chi puntellava, chi spingeva: le minute sui robusti e pratici muli si caricarono. Così se Gian Giacopo Triulzi montò e calò con grosse funi di roccia in roccia per le barricate nella stagione più rigida dell'anno le artiglierie di Francesco I, tirò Buonaparte quelle della repubblica sui carri sdrucciolevoli e sulle bestie raunate a questo intento. Seguitavano le salmerie al medesimo modo tirate e portate. Era una tratta immensa: in quelle volte di ripidi sentieri ora apparivano, ora scomparivano le genti: chi era pervenuto all'alto vedeva i compagni in fondo, e con le rallegratrici voci gl'incoraggiava. Questi rispondevano, ed al difficile cammino s'incitavano. Tutte le valli all'intorno risuonavano.
Fra le nevi, fra le nebbie, fra le nubi apparivano le armi risplendenti, apparivano gli abiti coloriti dei soldati; quel miscuglio di natura morta e di natura viva era spettacolo mirabile. Godeva il consolo, che vedeva andar le cose a seconda de' suoi pensieri, e soldatescamente parlando a questo ed a quello, che in ciò aveva un'arte eccellente, gl'induceva a star forti ed a trovar facile quello che era giudicato impossibile. Già s'avvicinavano al sommo giogo, ed incominciavano a scorgere l'adito che, in mezzo a due monti altissimi aprendosi, dà il varco verso la più sublime cima. Salutarono, qual fine delle fatiche loro, con gioiose voci i soldati, e con isforzi maggiori intendevano al salire. Voleva il consolo che riposassero alquanto: Di cotesto non vi caglia, rispondevano, badate a salir voi, e lasciate fare a noi. Stanchi facevano dar nei tamburi, ed al militare suono si rinfrancavano e si rianimavano. Infine guadagnarono la cima, dove non così tosto furono giunti, che l'uno con l'altro si rallegrarono, come di compiuta vittoria. Accrebbe l'allegrezza il vedere mense appresso all'eremo rusticamente imbandite per opera dei religiosi, provvidenza del consolo, che aveva loro mandato denari all'uopo. Ebbero vino, pane, cacio; riposaronsi fra cannoni e bagaglie sparse, fra ghiacci e nevi agglomerate. I religiosi s'aggiravano fra i soldati con volti dipinti di sedata allegrezza: bontà con forza su quel supremo monte s'accoppiava. Parlò Buonaparte ai religiosi della pietà loro, di voler dare il seggio al papa, quiete e sostanze ai preti, autorità alla religione: parlò di sè e dei re modestamente, della pace bramosamente. I romiti buoni, che non avevano nè cognizione, nè uso, nè modo, nè necessità dell'infingere, gli credevano ogni cosa. Quanto a lui, se tratto da quella aria, da quelle quiete, da quella solitudine, da quella scena insolita, si lasciasse piegare a voler fare per affezione quello che faceva per disegno, niuno il sa, nè si ardirebbe giudicare; perchè da un lato efficacissima era certamente l'influenza di quella pietà e di quei monti, dall'altro tenacissima incredibilmente e sprezzatrice delle umane cose la natura di lui. Fermossi a riposare nel benigno ospizio un'ora.
Quando parve tempo, comandava si partisse. Voltavano i passi là dove l'italico cielo cominciava a comparire. Fu difficile e pericolosa la salita, ma ancor più difficile e pericolosa la discesa; conciossiachè le nevi tocche da aria più benigna incominciavano ad intenerirsi e davano malfermo sostegno. Oltre a ciò, la china vi era più ripida che dalla parte settentrionale. Quindi accadeva che era lento lo scendere, e che spesso uomini e cavalli con loro, sfuggendo loro di sotto le nevi, nelle profonde valli erano precipitati, prima sepolti che morti. Incredibili furono le fatiche ed i pericoli: poco s'avvantaggiavano. Impazienti del tardo procedere, ufficiali, soldati, il consolo stesso, scegliendo i gioghi dove la neve era più soda, precipitosamente si calavano, sdrucciolando fino ad Etrubles. Era un pericolo, eppure era una festa; tanto diletto prendevano, e tante risa facevano di quel volare, di quell'essere involti chi in neve grossa e chi in polverio di neve. Quelli che erano rimasti al governo delle salmerie arrivarono più tardi per gl'incontrati ostacoli. Riuniti ad Etrubles, gli uni con gli altri si rallegravano dell'esser riusciti a salvamento, e guardando verso le gelate e scoscese cime che testè passato avevano, non potevano restar capaci del come un esercito intero con tutti gl'impedimenti avesse potuto farsi strada per luoghi orribilmente disordinati da sconvolgimenti antichi, e potentemente chiusi da perpetui rigori d'inverno. Ammiravano la costanza e la mente del consolo, delle future imprese felicemente auguravano. Pareva loro che a chi aveva superato il San Bernardo, ogni cosa avesse a riuscire facile e piana. Intanto le aure soavi d'Italia incominciavano a soffiare: le nevi si squagliavano, i torrenti s'ingrossavano, le morte rupi si ravvivavano e si rinverdivano. I veterani conquistatori riconoscevano quel dolce spirare; gridavano: Italia; con discorsi espressivi ai nuovi la descrivevano; nei veterani si riaccendeva, nei nuovi si accendeva un mirabile desiderio di rivederla e di vederla; l'esperienza ricordava il vero, la immaginazione il rappresentava e l'ingrandiva, le volontà diventarono efficacissime: già pareva a quegli animi forti ed invaghiti che l'Italia fosse conquistata; solo pensavano alle vittorie, non alle battaglie.
La vittoria consisteva nella celerità; perciocchè quegli alpestri luoghi erano sterili, il passo del San Bernardo difficile, nè si doveva dar tempo a Melas di arrivare al piano prima che l'esercito vi arrivasse. Importava altresì che il romore già sparso della ritornata dei Franzesi non si rallentasse. Perciò il consolo si calava tostamente per la sponda della Dora, e con assalti di poca importanza dati all'antiguardo condotto da Lannes, mandato avanti a speculare il sito del paese, s'impadroniva facilmente della città d'Aosta e della terra di Chatillon. Ma un duro intoppo era per trovare nel forte di Bard, posto sopra un sasso eminente, che, come chiave, serra la strada in quella stretta gola che quivi forma, restringendosi, la valle. Il fatto pruovò che un umile sasso poteva divenire ostacolo ad una gran fortuna. Fatta la chiamata, rispose coraggiosamente il Tedesco, non voler dare la fortezza. S'avvicinarono i Franzesi; entrarono facilmente nella terra di Bard, posta sotto al forte; poi andarono all'assalto; ricevuti con ferocia, abbandonarono l'impresa. Rinnovarono parecchie volte la batteria, ma sempre con poco frutto. Si sdegnavano i capi e di una infinita pazienza si travagliavano, nel vedere che una piccola presa di gente, poichè il presidio non sommava che a quattrocento soldati, ed un'angusta roccia interrompessero il corso a tante vittorie.
Già sorgevano i primi segni della penuria. Pensavano al rimedio, e nol trovavano. Batterono la rocca dalle case della terra, batterono con un cannone tirato sul campanile; ma essendo il luogo ben difeso e di macigno, non facevano frutto. Avvisarono se potessero passare continuando il forte in possessione dell'inimico. Fabbricarono con opera molto maravigliosa una nuova strada; varcarono gli uomini sicuramente, con nuovo strattagemma, varcarono le artiglierie. S'accorgeva il castellano dell'arte usata dagli avversarii, e folgorava con grandissimo favore fra il buio della notte, ma la oscurità da una parte, la celerità dall'altra furono cagione che i repubblicani patirono poco danno in questa straordinaria passata; con tutte le armi allestite e pronte si apprestavano ad inondare il piemontese dominio. Poco stante Chabran, divallatosi dal piccolo San Bernardo, costringeva alla dedizione il comandante di Bard, salvo l'avere e le persone, e con fede di non militare fino agli scambi.
Mentre a questo modo il grosso dei soldati di Francia sboccava per Ivrea, non erano state oziose le genti più lontane, anzi, concorrendo dal canto loro all'adempimento del principale disegno, erano pervenute ai luoghi ordinati dal consolo. Era Bethancourt sceso dal Sempione e fattosi padrone di Domodossola. Moncey, venuto a Bellinzona, accennava a Lugano ed alle sponde del Ticino e dell'Adda. Thureau poi, più prossimamente romoreggiando alla capitale del Piemonte, era comparso a Susa, e, camminando più avanti, s'era mostrato ad Avigliana, avendo fatto una buona presa di nemici che si erano provati a serrargli il passo dall'erto ed eminente sito sul quale stava, prima della guerra, fondata la fortezza inespugnabile della Brunetta. Tale tempesta da tutte parti sovrastava per l'invitto pensiero del consolo a quel tratto di paese che si comprende fra la Dora Riparia e l'Adda. Ma il principale sforzo sorgeva da Ivrea. Ordito pertanto il suo disegno, lo mandava ad esecuzione.
Temendo gli Austriaci di Torino, avevano accostato un antiguardo al ponte della Chiusella, a dirittura del quale avevano piantato quattro bocche da fuoco, per non lasciar guadagnare questo passo al nemico. Essendo questo ponte molto stretto e lungo, dura impresa era il superarlo. Avvicinatosi Lannes, ordinava ai più valorosi il passassero velocemente. Fecerne pruova; ma i cannoni tedeschi fulminarono sì furiosamente a scaglia, e dai fianchi i feritori leggieri tempestarono con sì fatta grandine, che i Franzesi tornarono indietro laceri e sanguinosi. Nuovamente cimentatisi, nuovamente perdevano. Rinnovò due altre volte la pruova Lannes, e due altre volte ne uscì con la peggio. Ostinavasi, ma non aveva rimedio. Pavetti allora, che ottimamente conosceva i luoghi, perchè la battaglia si commetteva quasi sotto alle mura di Romano, sua patria, fece accorto il generale di Francia che a sinistra del ponte era un passo facilmente guadoso. Guadò con felice ardimento il fiume: si mostrava improvviso sulla destra del nemico, che costretto a dar indietro, lasciò libero il ponte. Nè miglior esito ebbe uno sforzo fatto da Keim con la cavalleria, nel piano che si frappone tra Romano e i colli di Montalenghe; onde fu aperta la strada a Lannes sino a Chivasso, dove trovò conserve considerabili di vettovaglie, opportuno ristoro alle sue stanche genti.
Avendo conseguito Lannes l'intento di far correre Melas a Torino, volgeva improvvisamente le insegne a mano manca, e camminava con passo accelerato a seconda della sinistra del Po alla volta di Pavia. Tutto lo sforzo dei Franzesi accennava a Milano. Marciavano Murat, Boudet e Victor contro Vercelli; marciava sull'istessa fronte più basso Lannes e superiormente spazzava il paese la legione italiana di Lecchi, che da Chatillon di Aosta per la via di Grassoney camminando, era venuta a Varallo, poi ad Orta, donde aveva cacciato il principe di Loano, che vi stava a presidio con una mano di Tedeschi. Tutta questa fronte di un esercito bellicoso, spingendosi avanti, guadagnava Vercelli, dove passava la Sesia; poi contrastava invano Laudon che era accorso, entrava in Novara e si apprestava a varcar il Ticino. L'ala sinistra intanto ingrossava per essersi Lecchi congiunto a Sesto Calende con Bethancourt disceso da Domodossola. Laudon, postosi a Turbigo, intendeva ad impedire il passo del fiume; ma Murat, che guidava l'antiguardo, dato di mano a certe barche lasciate a Galiate, guadagnava la sinistra sponda, e cacciava da Turbigo, non senza però qualche difficoltà, il generale tedesco. Al tempo medesimo la sinistra ala si rinforzava vieppiù per la giunta delle genti di Moncey, che venute sui laghi di Lugano e di Como, avevano incontrato Lecchi a Varese.
Per queste mosse ottimamente eseguite come erano state ottimamente ordinate, già era la capitale della Lombardia posta in potestà dei Franzesi. Entrava in Milano il dì 2 di giugno con le più elette schiere Buonaparte vincitore. Non siam per raccontare le allegrezze che vi si fecero, perchè nelle rivoluzioni il governo ultimo è sempre stimato il peggiore, il nuovo il migliore.
Riordinava Buonaparte la Cisalpina repubblica. Volle che i riti della religione cattolica pubblicamente si celebrassero e la religione si rispettasse, e chi il contrario facesse severamente, anche con la pena di morte se il caso lo richiedesse, fosse punito; che fossero salve le proprietà di tutti; che i fuorusciti rientrassero, che i sequestri si levassero, che le cedole si abolissero e valor di moneta più non avessero. Lasciati in Milano questi fondamenti della sua potenza, applicava di nuovo i pensieri alla guerra, che quantunque bene principiata fosse, non era ancora terminata. Melas sulla destra del Po si conservava tuttavia intiero, nè sapeva il consolo ancora che Massena fosse stato costretto a cedere in Genova alla fortuna dei confederati. Per questo motivo, credendosi più sicuro di quanto egli era veramente, aveva fatto correre da' suoi il Lodigiano, il Cremonese, il Bergamasco, il Cremasco; poi suo intento era di passare subitamente il Po; ed in questo modo mozzare a Melas ogni strada al ritirarsi. Lannes frattanto, per una subita correria, aveva preso Pavia: trovovvi munizioni abbondanti da bocca, e quantità considerabile d'armi.
Melas, che, per la perdita di Milano, aveva conosciuto quanto la sua condizione fosse pericolosa ed il nemico forte, avvisandosi che il suo scampo non poteva più venire se non da una battaglia risoluta e da una vittoria piena, voleva tirar la guerra nei contorni di Alessandria, per cagione dell'appoggio che quivi aveva della cittadella e del forte di Tortona. Venuto adunque in Alessandria, chiamava a sè Esnitz, mandava Otto a Piacenza, affinchè s'ingegnasse d'impedire il passo del fiume ai Franzesi. Ma Murat fu più presto di Otto; passava e s'impadroniva di Piacenza. Al medesimo punto Lannes varcava a Stradella e si poneva a campo a San Cipriano. Otto ritirava i suoi a Casteggio ed a Montebello. Combattessi in questi due luoghi il dì 9 giugno una battaglia asprissima, segno ed augurio di un'altra assai più aspra, più famosa e più piena di futuri accidenti. Urtarono i Franzesi condotti da Watrin con grandissimo impeto i Tedeschi, fu loro risposto con uguale costanza; vario fu per molte ore l'evento. Finalmente gl'imperiali restarono superiori per opera massimamente della cavalleria. Watrin si ritirava rotto e sanguinoso, e sarebbe stata perduta la battaglia pei Franzesi, se non fossero sopraggiunti battendo i generali Chambarlhac e Rivaud, quindi lo stesso Lannes con una grossa squadra di buoni soldati, ch'entrando impetuosamente, come sempre soleva, nella battaglia, sforzava il nemico a piegare, e cacciandolo del tutto da Casteggio, l'obbligava a ritirarsi a Montebello. Quivi Otto più fiero di prima rinnovava la battaglia, e faceva di nuovo le sorti dubbie; che anzi le sue già principiavano a prevalere, quando Buonaparte, che era sopraggiunto, ordinava a Victor caricasse con sei battaglioni la mezzana schiera del nemico. In questo punto divenne furiosissimo l'incontro. Durò un pezzo il combattimento di fuoco e di ferro. All'ultimo arrivarono sugli estremi del campo i generali Geney e Rivaud, e fecero inclinare la fortuna in favore di Francia, perchè per le mosse loro si trovava Otto quasi circondato da ogni banda. Si ritirava in Voghera. Questa fu la battaglia di Casteggio che durò dalle sei della mattina fino alle otto della sera.
Superata l'asprezza delle Alpi con arte e costanza, corsa la Lombardia con prestezza, fatto risorgere il nome di Cisalpina in Milano, sollevati a gran cose gli animi dei popoli con una impresa inusitata, restava che per una determinativa battaglia i presi augurii si adempissero, e si confermasse in Buonaparte il supremo seggio di Francia e l'imperio assoluto d'Italia. Assai presto fu l'acquisto di questo paese fatto da Kray, Suwarow e Melas; restava che si vedesse se il capitano di Francia non fosse abile a riconquistarlo più presto ancora. Aveva Melas, come abbiamo narrato, raccolti i suoi nel forte alloggiamento tra la Bormida ed il Tanaro sotto le mura di Alessandria. Grosso di circa quaranta mila soldati, fornitissimo di artiglieria, fiorito di cavallerie sceltissime, provvisto di veterani, era molto abile a combattere di tante sorti. Nè mancava in lui l'ardire o l'arte, nè la memoria delle recenti vittorie. Sapeva altresì di quanto momento fosse la battaglia che soprastava.
Dall'altra parte il consolo combatteva su quelle italiche terre, già piene di tanta sua gloria; i suoi ufficiali, giovani, confidenti e valorosi, con incredibile ardimento andavano al confermare i gloriosi destini di Francia; i soldati, alcuni veterani, molti nuovi, non avevano tanto uso di battaglie quanto i Tedeschi, ma l'ardore e la confidenza supplivano a quanto mancasse nell'esperienza. Di numero erano inferiori agli avversarii, e di cavallerie e di artiglierie. Giravano adunque assai dubbie le sorti.
Il dì 14 giugno alle cinque della mattina, Melas varcava, fulminando l'augurosa Bormida. Esnitz coi fanti leggieri e col maggior nervo delle cavallerie, movendosi a sinistra degl'imperiali, marciava contro castel Ceriolo per la strada che porta a Sale, perchè intento del generalissimo austriaco era di riuscire alle spalle dei Franzesi da quella parte per tagliargli fuori da Pavia e da Tortona, donde avevano corrispondenza con le altre loro genti alloggiate sulla sponda sinistra del Po. Keim coi soldati di più grave armatura muoveva l'armi contro il villaggio di Marengo, per cui passa la strada per Tortona; quest'era la schiera di mezzo. Una terza, che era la destra, sotto la condotta di Haddick, con un grosso di granatieri ungari guidati da Otto, doveva fare sforzo, seguitando la destra sponda della Bormida all'insù, per riuscire a Fregarolo, e consentire verso Tortona con la mezzana. Si prevedeva, e quest'era il pensiero delle due parti, che si sarebbe conteso massimamente della possessione di Marengo, perchè quello era il sito, alla conservazion del quale indirizzavano i Franzesi tutti i loro movimenti. Precedeva le camminanti squadre d'Austria un apparato formidabile di artiglierie, che, furiosamente tuonando, significavano quanto duro e quanto micidiale fosse per essere l'incontro. A tanto impeto non erano i Franzesi pari in quel primo tempo della battaglia, perchè Monnier si trovava lontano a destra, Desaix a sinistra.
Adunque tutte le difese loro consistevano nella schiere di Victor, che occupava assai grossa Marengo, ed in quella di Lannes, che aveva la sua sede a destra della strada di Tortona. A queste genti si aggiungevano circa novecento soldati della guardia del consolo, i cavalli condotti dal giovane Kellermann, quei di Champeaux, e finalmente quelli di cui aveva il governo Murat: i primi facevano spalla ai fanti di Victor, i secondi a quei di Lannes, ed in ultimo i terzi, posti sulla punta estrema a destra di tutta la fronte, custodivano la strada che accenna a Sale. Così l'ordinanza dei Franzesi, partendo dalla Bormida, e da lei scostandosi obbliquamente, e passando per Marengo, si distendeva sin verso a Castel-Ceriolo. Keim incontrava Gardanne mandato da Victor a Pietrabuona, piccolo luogo posto tra Marengo e la Bormida, e con una forza prepotente lo prostrava. Si ritiravano disordinatamente le reliquie verso Marengo. Sarebbero anche state intieramente circondate e prese se Victor non avesse tosto mandato Chamberlhac a riscattarle. Vennero avanti i Tedeschi ed ingaggiarono con Victor una battaglia orribile: commiservi ambe le parti fatti di stupendo valore. Piegò finalmente la fortuna in favor di coloro che avevano più numerose genti e più fiorite artiglierie: entrava vittoriosamente Keim in Marengo. Non per questo si era Victor disordinato; che anzi grosso, intiero e minaccioso novellamente si schierava dietro Marengo. Venne a congiungersi a lui sulla destra sua punta Lannes, il che fece rinfrescare la battaglia più feroce di prima. S'attaccò Keim con Lannes, Haddich con Victor, e chi considererà la natura sì di quei generali che di quei soldati, si persuaderà facilmente che mai in nissuna battaglia sia stato speso più valore e maggior arte che in questa. Secondava potentemente l'urto di Lannes contro Keim Champeaux co' suoi cavalli, nella quale mischia gravemente ferito passò di questa vita alcuni giorni dopo. Kellermann con la sua squadra aiutava anche efficacemente Victor, cariche a cariche continuamente aggiungendo e moltiplicando. Ciò non ostante, Victor, per essere entrato nella battaglia il primo, e per avere Gardanne molto patito nell'affronto di Pietrabuona, stanco e diradato cedè finalmente il luogo e si ritirò, quanto più potè prestamente e non senza qualche moto disordinato, a San Giuliano. Lannes allora, nudato sul suo sinistro fianco dell'appoggio di Victor, fu costretto rinculare ancor esso; il che diede cagione a Keim di guadagnare vieppiù del campo e di credersi sicuramente in possessione della vittoria. Frattanto Esnitz coi fanti leggieri aveva occupato castel Ceriolo, e coi cavalli si andava allargando col pensiero di mostrarsi alle spalle delle due schiere repubblicane che indietreggiavano; il quale disegno se avesse avuto effetto, dava senza dubbio alcuno la vittoria agl'imperiali.
Solo rimedio a tanto pericolo aveva il consolo nei novecento soldati della sua guardia e nei cavalli di Murat, certamente non capaci a far fronte alla numerosa cavalleria d'Esnitz. Mandava adunque avanti i novecento. L'Alemanno, quantunque gli avesse circondati da ogni banda, non li potè mai rompere, o che egli non abbia fatto tutto quello che poteva, o che i novecento abbiano fatto più di quello che potevano. Questa mollezza o errore di Esnitz e questo valore dei consolari diedero comodità a Monnier di arrivare da Castel Nuovo, donde, chiamato dal consolo veniva, a prestissimi passi. S'incontrava egli arrivando con le genti di Esnitz; sebbene elleno da tutte le parti il circondassero, si aperse una strada, aiutato gagliardamente dai consolari. Il generale Cara-San-Cyr, cacciati i Tirolesi da Castel-Ceriolo, se ne faceva padrone, e tostamente con tagliate e barricate vi si affortificava. Dievvi dentro Esnitz per ricuperarlo, e non gli venne fatto; pure la fortuna li favoriva, perchè aveva in questo punto obbligato alla ritirata i consolari e l'altra parte dei soldati di Monnier. Ma, invece di seguitare alla dilunga i cedenti, si ostinava all'acquisto di Castel-Ceriolo. Cara-San-Cyr sempre il respinse, e tanto il tenne lontano, che ora Cara-San-Cyr fu salvamento de' suoi, come prima erano stati i novecento; questi diedero tempo a Monnier di arrivare, egli il diede a Desaix. Melas in questo, volendo usare l'occasione favorevole che la fortuna gli parava davanti, aveva spinto innanzi la sua ala destra, massimamente i cinque mila Ungari, affinchè andassero a disfare quella nuova testa che i Franzesi mostravano di voler fare a San Giuliano. Pareva che a questo effetto bastassero Keim vincitore ed Esnitz mezzo vinto e mezzo vincitore. Ma, per assicurarsi meglio del fatto, e per provvedere ai casi dubbii che Desaix, arrivando, avrebbe potuto arrecare, mandava di lungo spazio avanti i cinque mila, dei quali, come di corpo autore di vittoria, aveva preso il governo Zach, quartiermastro di tutto il campo austriaco.
Erano le cinque della sera; già da più di dieci ore si combatteva: gli Austriaci vincitori si rallegravano; tenue speranza e solo in Desaix rimaneva ai Franzesi. Il consolo stesso, che aveva concepito il mirabile disegno di questa seconda invasione d'Italia, stava perplesso. Mentre fra molto timore e poca speranza si esitava, ecco arrivare al consolo le novelle che la prima fronte della deseziana schiera compariva a San Giuliano. Determinavasi subitamente; altro uomo ch'egli, in fortuna quasi disperata com'era quella in cui si trovava, si sarebbe servito della forza che arrivava solamente per appoggio della ritirata. Ma l'audace consolo la volle usare per rinnovar la battaglia e per vincere. Metteva l'esercito in nuova ordinanza per modo che da Castel-Ceriolo obbliquamente distendendosi sino a San Giuliano, alloggiava Cara-San-Cyr sul luogo estremo a destra, poi a sinistra verso San Giuliano procedendo, Monnier, quindi Lannes, poi finalmente in quest'ultima terra a cavallo della strada per Tortona Desaix. I cavalli di Kellerman a fronte, e fra Desaix e Lannes avevano il campo. Non avendo fatto Esnitz co' suoi fanti e cavalleggieri contro l'ala destra de' Franzesi quell'opera gagliarda e quel frutto che Melas aspettava da lui, aveva il generalissimo d'Austria mandato i cinque mila Ungari condotti da Zach control l'ala sinistra, sperando che questo nodo di genti fortissime l'avrebbero potuta rompere e tagliarle la strada verso Tortona.
La colonna di cinque mila, in cui si conteneva tutto il destino della giornata, in sè medesima ristretta, baldanzosamente marciava contro i Deseziani. Desaix, lasciatala approssimare senza trarre, quando arrivò a tiro, la fulminava con le artiglierie che Marmont aveva collocato sulla fronte, poi scagliava contro di lei tutti i suoi. A quel duro rincalzo attoniti sulle prime si fermarono gli Ungari: poi, ripreso nuovo animo, qual mole grossa ed insuperabile, marciavano. Nè le genti franzesi, siccome più leggieri, quantunque tutto all'intorno vi si affaticassero, li poterono arrestare. Era questo un caso simile a quello di Fortenoy. Desaix, che punto non si era sbigottito a quel pericolo, postosi a fronte de' suoi, stava sopravvedendo il paese per iscoprire se gli accidenti del terreno gli potessero offrire qualche vantaggio, quando ferito in mezzo al petto da una palla di archibuso, si trovò in fine di morte. Sottentrava al governo, invece di Desaix, Boudet. Non si perdè questi d'animo per sì amaro caso, non si perdettero di animo i suoi soldati; che, anzi stimolando quegli uomini già di per sè stessi valorosi il desiderio di vendetta, con incredibile furia si gettarono addosso ai cinque mila. Nè gli Ungari cedevano: era un combattere asprissimo e mortalissimo. Già piegavano i repubblicani, disperate parevano le sorti; volle la fortuna che la salute di Francia nascesse prossimamente dall'estrema rovina. Era Kellermann, destinato al gran riscatto. Effettivamente, mentre Boudet instava ancora da fronte, quantunque rinculasse, Kellermann dal consolo commesso, assaltava con tutto il pondo de' suoi cavalli il sinistro fianco dell'ungara mole, e siccome quella era spartita in manipoli, tra l'uno e l'altro ficcandosi, totalmente la disordinava. Snodata, perduti gli ordini tra sè medesima e coi Franzesi intricata e ravviluppata, non le restava più nè disegno nè modo di difendersi. Laonde, insistendo sempre più valorosamente contro di essa Kellermann e tornando alla carica Boudet rianimato dal favorevole caso, fu costretta a darsi intiera, deposte le armi, al vincitore. Così quello che non avevano potuto fare nè le fanterie nè le artiglierie fecero le cavallerie, al contrario di quanto successe in Fontenoy, dove le artiglierie fecero quello che le fanterie e le cavallerie non avevano potuto fare. Il sinistro caso degli Ungari fe' superar del tutto la fortuna de' Franzesi; perchè, spingendosi avanti, si serrarono addosso ai nemici privi di quel principale sostegno, e li costrinsero alla ritirata, con grave sbaraglio ed uccisione. Pensò tostamente Melas a far dare il segno della raccolta per andarsi a ritirare vinto là dond'era la mattina partito con tanta speranza di vincere: solo fece una testa grossa a Marengo per dar tempo alle ritirantesi squadre di arrivare. Ricoverossi oltre la Bormida: riassunsero i Franzesi gli alloggiamenti che avevano occupati prima della battaglia.
A questa battaglia, che cambiò le sorti d'Europa, e la fece andare pel medesimo verso per quattordici anni, principali operatori della vittoria furono Cara-San-Cyr per aver preso e conservato Castel Ceriolo, Victor per avere fortemente combattuto a Marengo contro Keim, Boudet per aver opposto un duro intoppo alla mole ungara, finalmente, e soprattutto, quell'accorto e prode Kellermann, che, usando il momento opportuno, non dubitò di dar dentro co' suoi cavalli a quella massa intera e grave che solo col peso pareva che fosse per prostrare quanto le si parasse davanti. Si rallegravano i compagni del glorioso fatto con lui, ma, venuto in cospetto del consolo, questi con la solita aria di sussiego e superiorità parlando, nè informandosi punto di quanto era successo, gli disse: Avete dato anzi una bella carica che no. Sdegnato il giovane guerriero, rispose: Bene godo che la prezziate, giacchè vi mette la corona in capo. Il consolo, che non amava l'essere scoperto prima che si scoprisse egli, l'ebbe per male, e sempre dimostrò l'animo alieno dal figliuolo del maresciallo.
Rimaneva ancora dopo la battaglia al generalissimo d'Austria forza bastante a resistere lungo tempo nel forte sito in cui si era riparato. Ma o che il terrore concetto per la recente rotta o l'arti di Buonaparte, che continuamente protestava voler aderire ai patti di Campoformio, e ridurre i paesi dipendenti da lui a forma di governo più tollerabile e meno minacciosa pei principi, sel facessero, non si mostrò renitente, e chiese i patti. Furono gloriosi per la Francia, stupendi per l'Europa. Sospendessersi fino a risposta da Vienna le offese; l'imperiale esercito se ne gisse a stanziare tra il Mincio, la Fossa Maestra ed il Po; occupasse Peschiera, Mantova, Borgoforte, e sulla destra del fiume Ferrara; medesimamente ritenesse la possessione della Toscana: il repubblicano possedesse il paese fra la Chiesa, l'Oglio e il Po; il tratto tra la Chiesa ed il Mincio fosse esente dai soldati d'ambe le parti; le fortezze di Tortona, di Alessandria, di Milano, di Torino, di Pizzighettone, d'Arona e di Piacenza si consegnassero ai repubblicani; Cuneo ancora, i castelli di Ceva e di Savona, Genova ed il forte Urbano cedessero in loro possessione: niuno per opinioni dimostrate o per servigi fatti agli Austriaci potesse essere riconosciuto o molestato; i Cisalpini carcerati per opinioni politiche si rimettessero in libertà; qual fosse la risposta di Vienna, le ostilità, se non dopo avviso di dieci giorni, non si potessero ricominciare; durante la tregua niuna delle parti potesse mandar gente in Germania. Tali furono i patti conclusi in Alessandria. La tregua, prolungata più volte di comune consenso di dieci in dieci giorni, fu finalmente per nuova ed espressa convenzione accordata fino al 23 novembre.
Buonaparte, vincitore di Marengo, aveva in sua mano le sorti d'Europa liete o tristi, la pace o la guerra, la civiltà o la barbarie, la libertà o la servitù dei popoli: gloria civile l'aspettava uguale alla guerriera; ma l'ultima ed un desio fiero ed indomabile di comandare non lasciarono luogo alla prima. Fu ricevuto a Milano qual trionfatore. Il chiamavano uomo unico, eroe straordinario, modello impareggiabile, con tutte quelle altre lodi che l'adulazione meglio sapeva inventare; con pari adulazione rispondeva Francia. Parlò a Milano molto di pace, molto di religione, molto di lettere, molto di scienze. Creovvi una consulta, una commissione di governo. V'aggiunse un ministro straordinario di Francia, chiamando a questa carica un Petiet, ch'era stato ministro di guerra ai tempi del direttorio. Riapriva l'università di Pavia stata chiusa; ordinava stipendii onorevoli ai professori; vi chiamava i più riputati, i più dotti, i più virtuosi uomini. Fiorì vieppiù per questi ordini l'università; pareva rinascessero i tempi di Giuseppe; ma il dominio militare, in cui si viveva, avvertiva i popoli che l'età era diversa. Non accarezzava più gli amatori ardenti di rivoluzioni, anzi da sè gli allontanava; chiamava a sè coloro che erano in voce di aristocrati, purchè fossero di natura moderata e ricchi e di buona fama. Melzi, Aldini, Birago, il dottor Moscati, Scarpa, il vescovo di Pavia, Gregorio Fontana, Marescalchi, Mascheroni molto volontieri vedeva. Del resto, quantunque il procedere paresse più civile, e le sembianze più oneste, il prendere e il dilapidare era lo stesso; ricominciò la Cisalpina a travagliare del male antico.
Riordinata la Cisalpina, se ne tornava il consolo in Francia. Passò, per Torino; alloggiò in cittadella; non si lasciò vedere, non volendo lasciarsi tirare alle promesse per rispetto di Paolo, che sempre favoriva il re. Anzi fu certo che, sebbene avesse l'animo molto alieno, aveva nondimeno, dopo la battaglia di Marengo, offerto l'antico seggio a Carlo Emmanuele, purchè nuovamente rinunziasse alla Savoia ed alla contea di Nizza. Tornò altresì sull'antico pensiero, per potersi serbar il Piemonte, che appetiva con grandissimo desiderio, di dare al re la Cisalpina, sì veramente che rinunziasse al Piemonte. Le quali proposte non furono accettate dal principe, parte per motivi di religione, parte per non voler concludere senza il consentimento dei suoi alleati, di Paolo massimamente e dell'Inghilterra; nè pur volendo dar appicco all'Austria, nel caso che le cose di Francia nuovamente sinistrassero, acciocchè ella s'impadronisse del Piemonte. Non ostante le proferte ed i negoziati, creava in Piemonte, come in Cisalpina, non per terminare, ma per minacciare, una consulta ed una commissione di governo, a cui chiamò molti uomini riputati per dottrina e per pacatezza d'opinione. Creava ministro straordinario presso a questo governo prima il generale Dupont, poi, per riconoscere i meriti del vincitore di Fleurus, Jourdan.
Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile: una estrema carestia, un rapir di soldati lo avevano messo in estrema penuria. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa temere, nè che cosa desiderare. I biglietti di credito, che sempre più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in confusione tutti gli averi. Penò molto la consulta, quantunque in lei abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda, e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta. Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì quelli che passavano, come quelli che stanziavano: peso da non poter esser portato dalle finanze piemontesi. S'aggiungevano i comandamenti fantastici; perchè ora si voleva che una fortezza piemontese si demolisse a spese del Piemonte, ed ora che la medesima si riattasse: ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino, gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per le artiglierie, chi pei passi, chi per le stanze; erano le richieste capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in travaglio e confusione.
Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano l'incertezza delle sorti future. Sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Franzese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici si accordavano, nessun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.
Fra sì funesta intemperie, ebbe il governo che allora, sotto nome di commissione esecutiva, surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta e Giulio, un consolativo pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studii, dell'accademia delle scienze, del collegio e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli Stati Uniti d'America per munificenza del congresso, com'erano in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.
Fu questo conforto piccolo pei tempi, perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.
Le sorti di Genova erano del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria, abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Franzesi, condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì 24 giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in sè queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Franzesi duramente, come se fosse sana ed intera.
Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa; creava una consulta colla potestà legislativa; creava finalmente presso il governo ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario che del governo. Più certo e più chiaro era il destino di Genova che quel di Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione che fosse maggior forza nel governo ligure che nel piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli.
Erano quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure, mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della quale il minor male che si possa dire è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrii.
Con questi accidenti si viveva il governo povero, obbligato a sopperire allo Stato ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari e serrava i porti; Genova, sempre in servitù o periva di fame o periva per ferro; contristava vieppiù la città, venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale che, non che cessasse, montava al colmo. Due mila perirono in un mese. Brevemente, le condizioni dei tre Stati contermini era questa; in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza di avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste e povertà d'erario. Nel resto, in tutti tre servitù; i governi, fattori di Francia.
Sospinti dalle gravi combinazioni della guerra italica, non si è fatto fin qui menzione d'un fatto importantissimo, e che avrà non meno importanti conseguenze. I cardinali, già adunati, come si è detto, in conclave a Venezia per intendere alla elezione del successore a Pio VI, nel dì 13 marzo del presente anno assunsero al pontificato il cardinale Gregorio Barnaba Chiaramonti, vescovo d'Imola, che sotto il nome di Pio VII fu, nel giorno 21 di detto mese, incoronato nella chiesa di San Giorgio Maggiore di quell'unica città. Così la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama; poichè il consolo confidava di ridurlo ai suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.
Ricevettero i Romani con molte dimostrazioni di allegrezza le novelle della creazione del pontefice. Erano in servitù dei Napolitani: speravano che il signore proprio avesse a liberarli dal signore alieno. Partiva papa Pio il dì 9 di giugno da Venezia e dopo travagliosa navigazione arrivava ai 25 a Pesaro. Mandati avanti con suprema autorità per ricevere lo Stato dagli agenti del re Ferdinando e per dare qualche assetto alle cose sconvolte, i cardinali Albani, Roverella e della Somaglia, entrava in Roma il terzo giorno di luglio in mezzo alle consuete allegrezze dei Romani.
Provvide alla Chiesa con la creazione di nuovi pastori, allo Stato con quella di nuovi magistrati; ridusse ogni cosa, quanto possibil fosse, alla forma antica. Fu mansueto l'ingresso, mansueto il possesso; i partigiani della repubblica salvi. Stanziò che i beni venduti al tempo del dominio franzese alla camera apostolica tornassero, salvo il rimborso del quarto, ai possessori. Nè molto tempo corse che, volendo provvedere dall'un de' lati alla camera, dall'altro all'interesse dei comuni e dei particolari, tolse alcune tasse, ne pose di nuove. Volle che i comuni si liberassero dai debiti, sulla camera pontificia trasferendoli, salvo i debiti contratti per l'annona e gl'interessi corsi dei debiti anteriori; liberava i comuni dai luoghi di monte, sullo Stato investendogli, ma al tempo medesimo statuiva che, finchè l'erario non fosse ristorato, solo i due quinti dei frutti dei monti si pagassero. Comandava che i quattro quinti si corrispondessero ai possessori dei monti vacabili, e che i luoghi di monte sì perpetui che vacabili fossero esenti da ogni qualunque tassa o contribuzione. Aboliva le gabelle privilegiate, quali quelle dei bargelli, del bollo estinto, dei cavalli morti, o le trasferiva a benefizio dei comuni. L'opera poi delle contribuzioni indirizzava a più generale ed uniforme condizione: creava due tasse, abolito ogni privilegio e consuetudine antica che fosse contraria. Chiamò l'una reale e l'altra dativa. Quattro erano le parti della prima; un terratico di paoli sei per ogni centinaio di scudi d'estimo pei fondi rustici, una imposizione di due paoli per ogni centinaio di scudi di valuta sui palazzi e case urbane, un balzello di scudi cinque sui cambii per ogni centinaio di frutti, una contribuzione di valimento, che doveva sommare alla sesta parte di tutte le rendite dei capitali naturali e civili, rustici ed urbani sopra coloro che consumassero le loro rendite fuori di Stato. La dativa consisteva nella gabella del sale sforzato, in quella della mulenda o macinato, ed in quella di tre paoli per ogni barile di vino che s'introducesse in Roma, salva la esenzione pei padri di dodici figliuoli e pei religiosi mendicanti. Buoni ordini furono questi, fatti anche migliori dal benefizio di aver cassa del tutto la carta pecuniaria.
Non omise il consolo di considerare le romane cose. Prevedeva che come la pace coi re era per lui grande mezzo di potenza, così maggiore sarebbe la pace con la Chiesa. Quando poi seppe che il cardinale Chiaramonti era stato esaltato al supremo seggio, concepì maggiori speranze, perchè il conosceva fornito di pietà sincera, e però più facile ad essere tirato. Era gran cosa quella che veniva offerendo il consolo, perchè il ristorare la religione cattolica in Francia importava non solamente la restituzione di un gran reame alla santa Sede, ma ancora la conservazione pura ed intatta degli altri; conciossiachè non era da dubitare che se la Francia avesse perseverato nell'andare sviata in materia di religione, anche gli altri paesi sarebbero stati, o tardi o tosto, contaminati dall'esempio. Per la qual cosa papa Pio VII prestava benigne orecchie a quanto il consolo gli mandava dicendo. Adunque, tentati prima gli animi da una parte e dall'ultra, si venne poscia alle strette del negoziare, e finalmente alla conclusione, come sarà a suo luogo raccontato.
Buonaparte dominava la terra, Nelson il mare. Dopo la vittoria di Aboukir, comparve questi colla vincitrice armata davanti a Malta, già bloccata, e tolse, se alcuna ancor restava, ogni speranza di redenzione ai Franzesi assediati. Fece più volte, ma invano Nelson, la chiamata a Vaubois, che la comandava. Incominciava a patire maravigliosamente di vitto, d'abiti, di denaro; le malattie si moltiplicavano. Non per questo rimetteva Vaubois della solita costanza, nè allentava la diligenza delle difese. Per provvedere ai cambii, costrinse i principali isolani a dargli carte d'obbligo da scontarsi in Francia alla pace generale, e con queste pagava i soldati. Per vestirli, si fe' dare tele e drappi; per pascerli, farine; spianava pane, obbligava gl'isolani a venir levare le farine da lui, moltiplicava i conigli ed il pollame, per modo che molto tempo bastarono. Infieriva lo scorbuto; il combattevano col coltivare a molta cura nei luoghi più acconci gli ortaggi. Un Nicolò Isvard di Malta, maestro di musica, componeva opere, e recitavano, e cantavano, e ballavano. Pure la fame pressava. Provavasi il governatore a mandar in Francia per soccorso il Guglielmo Tell; ma i vigilanti e lesti Inglesi se lo pigliarono. Stava attento, e provvedeva con mirabile accortezza a tutti gli accidenti. Fecero i Maltesi di fuori congiure con quei di dentro: Vaubois le scopriva; davano assalti, e li risospingeva; pruove mirabili di chi si moriva di fame e di morbo. In cospetto degli assediati, tre navi tolonesi, cariche di tre mila soldati e di munizioni sì da bocca che da guerra, venivano in potere di Nelson. Ogni giorno, anzi ogni ora, la fame cresceva. Mandava fuori le bocche disutili; gl'Inglesi, barbaramente, come se vi fosse pericolo di vicino soccorso, le rincacciavano. Parecchi morirono di fame sotto le mura, gli altri, più morti che vivi, furono di nuovo ricettati dai Franzesi. Prevedeva Vaubois avvicinarsi l'ultima fine. La fame sopravanzò il valore. Vennesi a resa, ma onorevole, il dì 5 settembre.
Mentre l'Inghilterra, che già per la possessione di Gibilterra aveva la chiave del Mediterraneo, si sforzava di acquistarvi una stanza sicura con l'espugnazione di Malta, ordinavano concordemente la Russia e la Porta Ottomana le condizioni delle possessioni ioniche. A questo modo le veneziane isole arrivarono, in mezzo a tante guerre, ad una condizione non solo tollerabile, ma buona, ed in lei vissero parecchi anni assai felicemente; vennero poi nuove guerre e nuove ambizioni nuovamente a turbarle.
La sospensione delle ostilità non rallentava gli apparecchi di guerra nè dall'una parte nè dall'altra. Buonaparte, che, mentre si combatteva in Germania ed in Italia, non aveva mai intermesso di ordinar nuove genti, ne aveva già adunato un numero di non poca importanza, e le mandava ad ingrossare ora l'esercito germanico ed ora l'italico. Un grosso corpo specialmente ne aveva rannodato, il quale posto sotto la condotta di Murat, e stanziando nei contorni di Digione, accennava ad ambedue. Dal canto suo l'Austria non ometteva di levar nuovi soldati, massimamente dall'Ungheria, e gli inviava a rinforzar quelli che alloggiavano ai confini. L'esercito vinto a Marengo si conservava tuttavia intero, ed era pronto a contendere di nuovo della vittoria. Ma non piccolo fondamento alle future cose faceva la corte di Vienna sulle mosse di Toscana, che, posta pei capitoli d'Alessandria fuori del dominio franzese, e conseguentemente in quello dell'Austria, seguitava i desiderii dell'imperatore.
Grande odio annidava ancora in Toscana contro i repubblicani, perchè e troppo oltre era trascorso, nè si cessava di fomentarlo. Al medesimo fine indirizzava gli animi la reggenza creata in nome del duca. Il marchese Sommariva, mandato perchè desse forma a quelle masse incomposte, le ingrossasse e le armasse, con indefessa attività attendeva a compir l'ufficio che gli era stato commesso. Quelle genti, siccome quelle che non avevano nè ubbidienza nè ordine, ed erano mosse da odio contro i repubblicani, ruppero i confini, e romoreggiando sui monti che dividono la Toscana dal Bolognese e dal Modenese, vi facevano molti insulti. Questi moti diedero qualche apprensione ai repubblicani. Per la qual cosa, usando l'occasione, non solamente richiedevano la Toscana e Sommariva che frenassero e punissero i violatori dei confini, ma ancora dissolvessero le masse dei contadini armati. Non fece Sommariva risposta che piacesse, e continuava a scorrere il paese a suo piacimento. Ciò diede occasione, muovendolo anche l'esca di Livorno, al consolo di far risoluzione di occupare sforzatamente la Toscana.
A questo fine mandò comandando a Dupont, varcasse prestamente gli Apennini e s'impadronisse di Firenze; a Monnier, andasse a combattere e a disfare in Arezzo quel nido infesto di sollevati; a Clement, marciasse più sotto, e Livorno in poter suo recasse. Nè fu diverso l'esito dalle intenzioni; perchè il primo occupava facilmente la capitale della Toscana, e l'ultimo partendosi da Lucca, arrivava a Livorno, dove pose le mani adesso a cinquanta bastimenti inglesi e ad una quantità grandissima di frumenti. Le cose non successero di questo dalla parte di Arezzo. Gli Aretini si difendevano virilmente. Fu presa d'assalto il 19 di ottobre, con moltissimo sangue. Seguitava una strage, una insolenza, un sacco tale, quale si doveva aspettare da soldati irritati per ingiurie nuove, che avevano risuscitata la memoria delle antiche. Il terrore concetto pel caso di Arezzo fe' risolvere in gran parte le masse toscane. Sommariva si ritirava nel Ferrarese.
Le cose si volgevano novellamente a guerra tra Francia ed Austria. Non aveva voluto l'imperatore ratificare ai preliminari di pace stipulati a Parigi il dì 8 luglio tra il conte San Giuliano ed il ministro Taleyrand. Stimolava a questi giorni instantemente l'Inghilterra l'imperadore alla guerra, perchè, avendo rifiutato la pace, abborriva dal restar sola contro la Francia, nè poteva ancora accomodar l'animo al pensiero che i Paesi Bassi avessero a restare in possessione della potenza emola a lei: offeriva adunque sussidii di denaro ed aiuti di forze dalla parte di Napoli. Dall'altra parte l'imperadore non sapeva risolversi ad abbandonar la possessione di Mantova, parendogli che fossero mal sicuri i suoi nuovi acquisti in Italia finchè quella fortezza fosse in potestà di uno Stato dipendente intieramente dalla Francia. Quantunque poi si trovasse privato della forte cooperazione dell'imperadore Paolo, giustamente confidava di poter fare fortunata guerra da sè stesso, ricordandosi delle recenti vittorie di Verona e di Magnano, e considerando che si era perduta la giornata di Marengo un sol momento, dopo ch'era stata vinta sei ore, nè per difetto di valore ne' suoi soldati.
Erano gli eserciti avversi ordinati a questo tempo nel seguente modo. Al germanico di Francia condotto da Moreau stava a fronte il germanico d'Austria governato da Kray; all'italico di Francia che obbediva a Brune, l'Italico d'Austria cui era proposto Bellegarde. Fra i due e per congiungere l'uno coll'altro, si trovavano posti in mezzo nei Grigioni un franzese governato da Macdonald, nel Tirolo un austriaco capitanato da Hiller. Così Moreau con Kray, emoli antichi, Macdonald con Hiller, Brune con Bellegarde avevano a combattere.
La sollevazione del paese toscano che aveva obbligato Brune a smembrar parte delle sue forze ed a mandarle oltre il suo fianco destro, aveva debilitato il restante. Laonde pensò il consolo a mandarvi nuove genti, con comandare a Macdonald, che, lasciati grossi presidii nei Grigioni, si calasse prima dai Grigioni nella Valtellina, poscia dalla Valtellina sulle sponde dell'Oglio e dell'Adige, quello per rinforzar Brune dove alloggiava, questo per riuscire alle spalle di Bellegarde, ed obbligarlo a ritirarsi indietro dalla fronte del Miurio, dove allora aveva le sue stanze. Aspro e difficile comandamento era questo del consolo; ciò non ostante, non si perdeva d'animo Macdonald, stimolando il fatto del San Bernardo, e volendolo emulare. L'antiguardo condotto da Baraguey d'Hilliers, siccome quello che era e partito più presto e più vicino a quei monti, parte varcando la Spluga, parte il monte dell'Ora, riusciva, non senza aver superato ostacoli gravissimi, sulla destra a Chiavenna, sulla sinistra a Sondrio. Acquistava per tal modo Baraguey l'impero della Valtellina, e facilitava la strada allo scendere di Macdonald. I Valtellini, al veder comparire quelle genti, si maravigliavano, come se venissero dal cielo; tanto pareva loro impossibile che elleno per quei luoghi ed in quella stagione (novembre) fossero passate. Restava l'opera più difficile a compirsi a Macdonald.
Arrivato a Tusizio, donde si sale al monte eternamente incappellato di nevi e di ghiacci, pareva che la natura fosse divenuta insuperabile. Tanto erano alte le nevi, tanto chiusa la strada, già di per sè stessa sdrucciolevole, stretta, rotta e precipitosa; pure, come al San Bernardo, si posero le artiglierie sui traini, le provvigioni sui muli; marciavano, ma con difficoltà grandissima. Arrivava l'antiguardo condotto dal generale Laboissiere al villaggio di Spluga; donde restava a salirsi l'erta precipitosa che porta al sommo giogo. Mettevansi in viaggio, e con penosi passi ed infinito anelito procedendo, alla bramata cima già si approssimavano, quando ecco levarsi un levante furiosissimo, che, innalzando un immenso nembo di nevosa polvere e negli occhi dei soldati gettandolo, rendeva impossibile ogni passo. La forza della veemente bufera furiosamente soffiando sul dorso delle nevi ammonticchiate sopra quegli sdrucciolenti gioghi, levava un'orribile sommossa di neve, che con incredibile velocità e fracasso sulle sottoposte valli piombando, portò con sè a precipizio quanto le si era parato davanti. Trenta soldati precipitati nell'abisso perirono; gli altri atterriti, le strade chiuse. Aggiunse la sopravvegnente notte nuovo orrore al fatto: tornarono a Spluga. Laboissiere, che, separato da' suoi, precedeva con le guide, a male stento e quasi morto aggiungeva alla cima; trovovvi benigno ospizio appresso ai religiosi, che, come quei del San Bernardo, attendono con pietà sì eroica alla salute dei viaggiatori.
Pareva disperata l'impresa, e sarebbe stata, se non fosse arrivato Macdonald, il quale, spinto da ardente desiderio di emolare il consolo, e prevedendo che lo stare importava la distruzione per la mancanza dei viveri, con accesissime esortazioni tanto fece, che le stanche ed atterrite genti di nuovo s'incamminavano. Precedevano quattro forti buoi a pestar le nevi: seguitavano quaranta palaiuoli ad appianarle ed a fare il sentiero: i zappatori, venendo dopo, l'assodavano; due compagnie di fanti a destra ed a sinistra perfezionavano pel sicuro passo ciò che ancora si trovava imperfetto. A questi s'attergavano le altre genti, fanti e cavalli; le artiglierie, le bestie da soma viaggiavano alla coda; questo era l'antiguardo. Arrivata sulla cima all'ospizio, con infinita allegrezza si ricongiungeva col salvato Laboissiere. Poi seguitando il cammino per la pianura del Cardinello, giungeva a campo Dolcino. Allo stesso modo varcavano il dì 2 e 3 di dicembre due altre squadre di fanti, di cavalli e d'artiglierie; il tempo freddo e sereno, le nevi indurite in ghiaccio facilitavano il passo. Solo alcuni soldati, per la forza di quell'insolito rigore, o morivano gelati o, perdute le estremità, con le membra monche restavano. Crudo era il viaggio, ma con isperanza di terminarlo felicemente, quando il dì 4 (rimaneva a varcarsi il retroguardo in cui si trovava Macdonald) si levava una spaventevole bufera, che e gli uomini col soffio violentissimo arrestava e sotto monti di lanciata neve li seppelliva, ed ogni traccia che fatta si fosse di strada intieramente scassava. La disperazione entrava negli animi: le guide, uomini del paese, atterrite, attestavano l'impossibilità del passare, e l'opera loro ricusarono. Era per perire Macdonald sotto monti di neve come era perito Cambise sotto monti di arena. Ma vinse la virtù sua e dei compagni: queste sono opere piuttosto da giganti che da uomini. Incoraggiò le guide, incoraggiò i soldati. Accorreva e gridava: «Franzesi, ha l'esercito di riserva vinto il San Bernardo, vincete voi la Spluga: superate per gloria vostra quello che la natura ha voluto fare insuperabile: i destini vi chiamano in Italia; ite e vincete, prima i monti e le nevi, poscia gli uomini e l'armi.» La lunga tratta delle squadre desolate riprendeva il cammino. Imperversava vieppiù la bufera: spesso le guide piene di un alto terrore tornavano indietro, spesso gli uomini sepolti, spesso dispersi, spesso la stretta foce della sublime valle si trasformava in monte di neve; là era un muro bianco e sodo, dove prima era l'aperta; chiusa ogni strada. S'aggiungeva un freddo intensissimo, maggiore quanto più si saliva e che gli animi attristava e prostrava, e le membra, con renderle inutili, aggrezzava. Le nevose ed estemporanee mura spesso si rinnovavano, l'inesorabile inverno spaziava largamente e dominava; le Rezie Alpi in atto di sorbirsi gli audaci Franzesi. Rifulse in tanto estremo caso mirabilmente quanto possa questa portentosa umana natura; perchè, non restandosi Macdonald nè i suoi a quel mortale pericolo, aprivano ciò ch'era chiuso, spianavano ciò ch'era montuoso, rompevano ciò che era ghiacciato, assodavano ciò che era cedevole, sgretolavano ciò che era sdrucciolente, coprivano o riempivano ciò che era abisso. Per tale modo, quantunque un rovinoso inverno li chiamasse a distruzione ed a morte, l'inverno vincevano, e contrastando a quanto hanno di più terribile e di più insuperabile i furibondi elementi, riuscivano nella Valtellina valle a salvamento. Rallegravansi dell'acquistata vita l'uno con l'altro, perchè si erano creduti morti; godevasi Macdonald il raccolto frutto dell'invitta costanza. Imprese son queste che paiono impossibili, e più a coloro che le hanno effettuate. Non le crederebbe la posterità, se il secolo nostro, tanto abbondante raccontatore, non una, ma cento testimonianze non fosse per tramandarne; nè ricorda alcuna storia o antica o moderna fatto più maraviglioso o più erculeo di questo.
Sebbene la prima parte dell'impresa fosse compita, restavano da effettuarsi le due altre che avevano anch'esse gran momento di difficoltà; quest'erano il passo dalla Valtellina nella valle Camonica, cioè dalle acque dell'Adda a quelle dell'Oglio, ed il passo dalla Valtellina nel Trentino, cioè delle acque dell'Adda a quelle dell'Adige. Apriva il primo il monte Priga, il secondo il monte Tonale. Non ebbe prospero fine il tentativo contro quest'ultimo, perchè gli Alemanni vi si erano fortemente trincierati, e sebbene Macdonald due volte con grande vigoria li combattesse, aiutati dalla stagione, dalla fortezza del sito e dal proprio valore, il risospinsero.
Da un'altra parte sortiva esito felice il passo della Priga. Traversato, non senza gravi difficoltà e pericoli, quell'aspro monte, vedevano i repubblicani le acque dell'Oglio, e, passato Breno, si raccoglievano a Pisogna, terra posta sulla settentrional punta del lago d'Iseo, cui l'Oglio con le sue acque forma e nudrisce. Vi trovavano la legione italiana di Lecchi e vettovaglie fresche, provvidenza di Brune, che ve le aveva mandate a ristoro di quelle stanche ed eroiche genti.
Erasi sul fine di novembre disdetta la tregua e denunziate le ostilità da una parte e dall'altra; ma non si venne tosto alle mani in Italia, perchè Brune non voleva principiar la guerra innanzi che Macdonald, occupato allora nel passo dei monti, fosse venuto a congiungersi con lui. Nè stava senza timore che il suo fianco destro pericolasse, stantechè Dupont, dopo la conquista della Toscana, era ritornato con la maggior parte delle truppe al campo principale, lasciato solamente in quel paese Miollis con tre o quattro mila soldati. Oltre a ciò il re di Napoli, stimolato dagl'Inglesi, e volendo cooperare con l'Austria, aveva radunato un esercito campale sotto la condotta del conte Ruggiero di Damas; il quale, traversato lo Stato pontificio, già si avvicinava alla Toscana. Perciò il generale di Francia stava aspettando che Macdonald si accostasse, e che i soldati novelli, che già erano arrivati in Piemonte, gli pervenissero. Nè meno desiderava indugiar la guerra Bellegarde, volendo aspettare che Laudon e Wukassowich fossero scesi dal Tirolo. Inoltre, trovandosi alloggiato in sito forte per natura e per arte, amava meglio essere assaltato che assaltare.
Avvicinandosi oggimai la fine dell'anno, ed essendo giunto Macdonald sui campi donde poteva cooperare con Brune, e volendo il generalissimo secondare i movimenti di Moreau in Germania, che con armi prospere minacciava il cuore dell'Austria, si deliberava a dar principio alle ostilità: assaltati impetuosamente i corpi che Bellegarde aveva posto alle stanze sulla destra del Mincio, gli sforzava a rivarcare il fiume. Restava ch'egli medesimo il passasse, difficil opera, perchè gli Austriaci, forti di numero e di sito, si erano risoluti a difendere gagliardamente il fiume. Erano i Franzesi partiti in tre schiere. Fece Brune pensiero di varcare al passo di Mozambano, perchè quivi le rive essendo meno paludose, facilitavano l'accostarsi ed il combattere più fermamente ne' luoghi occupati. Perchè poi il passo gli riuscisse più facile, avvisò d'ingannar il nemico col fargli credere ch'ei lo volesse passare più sotto tra la Volta e Pozzuolo. Correva il giorno 25 dicembre, cui il generalissimo di Francia aveva destinato al passaggio del Mincio. Fu il primo Dupont a mandar ad effetto la fazione che gli era commessa, d'ingannare, cioè, il generale tedesco, però contentandosi di una dimostrazione sulla riva sinistra, senza prendervi alloggiamento stabile, senza ingaggiare battaglia giusta. Passava primieramente coi soldati leggieri sulle barche trovate a caso, poi, accomodate le piatte, costruiva il ponte e varcava con la maggior parte delle genti. S'impadroniva, dopo breve contrasto, della terra di Pozzuolo, e, senza aver rispetto alle condizioni delle cose, vi fermava le sue stanze; felice ad un tratto ed infelice pensiero. Ne sorse un gravissimo pericolo; perchè Brune, avendo trovato le strade molto sinistre, non potè mettersi all'impresa il giorno 25: il che fu cagione che Bellegarde, che alloggiava col grosso a Villafranca, terra poco lontana, corse subitamente con tutto il pondo de' suoi contro Dupont. Si difese virilmente il Franzese, ancorchè Bellegarde si fosse scoperto con quasi tutto il suo esercito in battaglia; fecero i suoi soldati quanto in accidente sì pericoloso per uomini valorosi si poteva fare. Ma tanto preponderava il nemico, che già Dupont, non essendo potente a resistere col suo corpo solo, cedeva e si vedeva vicino ad essere rituffato nel fiume, portando in tal modo la pena dell'aver preso animo, contro gli ordini del capitano generale, di fermarsi a far grossa battaglia sulla riva opposta del fiume. Sarebbe adunque stata l'ala destra dei Franzesi conquisa intieramente e rotta, se non fosse giunto improvvisamente un non pensato soccorso. Suchet, che dall'eminenza della Volta scopriva quanto Dupont fosse pressato dal nemico, consigliandosi piuttosto con la necessità dell'accidente che con gli ordini di Brune, perciocchè il generalissimo gli aveva ordinato che andasse ad aiutare il passo di Mozambano, frettolosamente marciava al mal auguroso Pozzuolo. L'arrivo di Suchet, ristorava la fortuna della giornata oramai perduta. Tuttavia gli Austriaci, grossi e sicuri sul destro fianco, facevano una battaglia forte e molto ostinata. Tre volte s'impadronirono di Pozzuolo, e tre volte ne furono risospinti. Infine fu costretto Bellegarde a tirarsi indietro a Villafranca, lasciando i repubblicani in possessione di Pozzuolo. Patì molto in questa battaglia, nè però senza strage fu la vittoria dei Franzesi. Il seguente giorno, come aveva destinato, passava Brune il fiume a Mozambano per guisa tale che tutto l'esercito di Francia si trovava condotto sulla sinistra del Mincio.
Bellegarde, considerato il successo della fazione di Pozzuolo, nè volendo avventurarsi a battaglie campali in quelle facile largura tra il Mincio e l'Adige, ancorchè molto prevalesse di cavalleria, accomodava le sue deliberazioni agli esiti delle cose, e ritirava le genti sulla sinistra dell'Adige, solo lasciando sulla destra alcuni corpi, non per signoreggiare il paese, ma soltanto per meglio difendere il passo del fiume. Brune, fatto più ardito dalla vittoria, applicava l'animo a cacciare l'avversario oltre Verona, ed a far sentire l'impressione dell'armi franzesi nel Vicentino, nel Padovano e nel Trivigiano. Per la qual cosa, avvicinandosi col grosso all'Adige, mandava Moncey con un corpo sufficiente verso Corona e Rivoli, affinchè serrasse la strada a Laudon ed a Wukassovich, che già scendevano dal Tirolo, e nel caso in cui eleggessero di rivoltarsi là dond'erano venuti, li perseguitasse anche all'insù. Sapeva che Macdonald, procedendo pei monti superiori, ed entrando dalla valle dell'Oglio in quella del Mela, da questa in quella della Chiesa, e pervenendo alla superior coda del lago di Garda, si proponeva di riuscire per montagne scoscese e rotte sopra a Trento. La quale mossa, se avesse avuto il suo effetto, Laudon e Wukassovich, combattuti sopra da Macdonald, sotto da Moncey, non avrebbero più avuto scampo. Succedeva felicemente il pensiero di Brune, rispetto al passo del fiume, perchè facilmente gli veniva fatto di varcarlo a Bussolengo, luogo già tanto famoso pei successivi passaggi, ora dei Franzesi, ora di Tedeschi. Bellegarde, informato del viaggio di Macdonald, aveva fatto debole dimostrazione per impedire il transito ai repubblicani, e si ritirava, lasciato solamente nel castello di San Felice di Verona un presidio, che poco dopo si arrese sulle rive del Brenta. Al tempo stesso accortosi quanto la guerra fosse pericolosa a Laudon ed a Wukassovich, aveva loro comandato che risalissero più presto che potessero l'Adige, e per la valle della Brenta con frettolosi passi venissero a congiungersi con lui nei contorni di Bassano.
In questo punto pervennero le novelle che dopo la vittoria di Hohenlinden, guadagnata da Moreau contro l'arciduca Giovanni, era stata conclusa a Steyer il giorno 25 dicembre una tregua tra il generale franzese e l'arciduca Carlo. Propose Bellegarde a Brune un trattato simile di sospensione di offese; ma, esigendo, conforme alle istruzioni, che gli si cedesse, oltre Peschiera, Ferrara, Ancona e porto Legnago, anche Mantova, il trattato non potè aver effetto, e si continuò la guerra.
Anno di CRISTO MDCCCI. Indizione IV.
PIO VII papa 2. FRANCESCO II imperadore 10.
Le cose pressavano molto nel Tirolo. Moncey e Macdonald intendevano a serrare da ogni parte Wukassovich e Laudon, per impedir loro la facoltà del ritirarsi. Ma il primo, alloggiato superiormente al secondo, e prestamente obbedendo a Bellegarde, entrato per Pergine nella valle del Brenta, schivava il pericolo, e sicuramente per la sponda di questo fiume camminava alla volta del suo generalissimo; il secondo, pel contrario, si trovava in molto ardua condizione, imperciocchè già si era condotto tanto innanzi, che era disceso fin sotto a Roveredo, e non poteva più tornare indietro per Trento innanzi che Macdonald vi arrivasse. Era, oltre a ciò, aspramente combattuto da Moncey dalla parte inferiore, per modo, che cacciato all'insù da un sito all'altro, aveva anche abbandonato al vincitore la possessione di Roveredo. Al tempo stesso Macdonald, superata la resistenza che Davidowich con un po' di retroguardo di Wukassovich aveva fatto a Trento, s'impadroniva di questa ultima capitale del Tirolo italiano. Era dunque tolto ogni scampo a Laudon per la strada maestra, nè altra speranza gli restava che quella di condursi, per le strette ripide e malagevoli di Cadonazzo, a Levico. Ma illuso Moncey colla notizia d'una tregua, frettolosamente marciando per approfittar dell'inganno, a Levico arrivava a salvamento, donde calando con viaggio prospero, si avvicinava a Bellegarde. Diede Moncey all'insù di Roveredo, Macdonald all'ingiù da Trento: incontraronsi fra le due città i due generali della repubblica, dolenti ambidue dell'essere stati ingannati. Restava a Macdonald che compisse un'altra parte del suo disegno, piacendogli le imprese grandi ed audaci: quest'era di montar l'Adige sino a Bolzano ed a Brissio, poi di entrare nella valle della Drava per uscire alle spalle di Bellegarde, e tagliargli la strada al suo ricetto d'Austria. Infatti, già era arrivato col suo antiguardo a Bolzano, combattendovi gagliardamente il generale Auffenberg, che vi stava a difesa con quattro mila soldati; non la guerra, ma la pace impedì a Macdonald l'esecuzione del suo animoso disegno.
Eransi Wukassovich e Laudon ricongiunti con Bellegarde, che ancora poteva tener in pendente la fortuna, ma non volle più avventurare le sorti, avendogli interrotto la speranza le novelle allora pervenute della sospensione di Steyer. Per la qual cosa si ritirava dal Brenta, riducendosi sulle sponde del Piave. Il perseguitava Brune: era il fine della guerra. A petizione del generale d'Austria, si concluse, il dì 16 gennaio, a Treviso un trattato di tregua coi capitoli seguenti: si sospendessero le offese; le due parti non potessero rompere il trattato se non dopo quindici giorni di disdetta; le piazze di Peschiera e di Sermione, i castelli di Verona e di Legnago, la città e la cittadella di Ferrara, la città e il forte d'Ancona si consegnassero ai Franzesi; Mantova restasse bloccata dai repubblicani ad ottocento braccia dallo spalto, con facoltà al presidio di procacciarsi viveri di dieci in dieci giorni; i magistrati austriaci si rispettassero; la tregua durasse trentatrè dì, compresi i quindici; nissuno per fatti od opinioni politiche potesse essere molestato. Non piacque al consolo l'accordo di Treviso, perchè non giudicava a suo proposito che l'Austria possedesse Mantova. Fu forza cedere, e, per un nuovo accordo fatto a Luneville, fu quella principalissima fortezza data in mano dei Franzesi.
La sospensione di Treviso ridusse alle strette il re di Napoli, perchè per lei potevano i Franzesi più espeditamente attendere alla ricuperazione dei paesi perduti. Il conte Ruggiero, volendo cooperare con Bellegarde, si era mosso coi Napolitani, e, traversato lo Stato romano era, andato in Toscana, alloggiandosi in Siena. Dall'altro lato il marchese Sommariva con qualche squadrone di Tedeschi e coi fuorusciti aretini s'era ancor egli fatto avanti, ed aveva levato a rumore le parti superiori del granducato. Al quale moto sollevati gli Aretini, siccome quelli che mal volentieri sopportavano il nuovo dominio, di nuovo erano corsi all'armi, ed avevano condotto in grave pericolo Miollis, che con poche genti custodiva la Toscana. Messi in confusione e sconquasso i confini, si incamminavano Sommariva da una parte, il conte Ruggiero dall'altra all'acquisto di Firenze, dove il generale franzese aveva la sua principale stanza. Queste cose accadevano sul principiare del presente anno. Disperando Miollis, perchè si sentiva più debole pel poco numero de' suoi soldati, misti di Franzesi, Cisalpini e Piemontesi, di far fronte ad un tratto ai due nemici, s'appigliò prudentemente al partito di combatterli separati, usando celerità. Marciavano primieramente contro i Napolitani, condotti dal conte. Guidava il generale Pino l'antiguardo di fanti cisalpini e di cavalli piemontesi. Affrontava tra Poggibonzi e Siena una grossa colonna di cinque o sei mila fanti napolitani, e valorosamente urtando con le baionette, li voltava in fuga. Volle il conte far testa in Siena; ma Pino, guidato dal proprio valore, da quello de' suoi, dal fervore della vittoria, dava dentro incontanente, e, fracassate coi cannoni le porte, vittoriosamente vi entrava. Ritirossene il conte; poi fece opera di rannodarsi sui poggi vicini; ma pressando viemmaggiormente i Cisalpini ed i Piemontesi, fu costretto ad abbandonar tostamente i territorii toscani, ritirandosi in quei di Roma per l'oscurità della notte.
Il marchese, udito il sinistro caso del conte, ritraeva prestamente i passi, e giva a ricoverarsi in Ancona. In tal modo Miollis per valore de' suoi e per la provvidenza propria riduceva di nuovo in arbitrio di Francia le cose di Toscana, e teneva in timore il sinistro fianco di Bellegarde.
Queste erano le condizioni di Toscana quando, conclusa la sospensione di Treviso, nella quale non fu compreso il re di Napoli, le cose del regno restarono esposte a grandissimo pericolo; perchè Murat, siccome gli era stato comandato dal consolo, già venuto con le nuove reclute in Italia, s'incamminava a gran passi contro la Toscana e la Romagna per invadere il regno. Ai soldati di Murat s'accostava al medesimo fine una forte squadra dell'esercito vittorioso di Brune: ogni cosa cedeva alla riputazione della vittoria. Il resistere pel re era impossibile, la sua ruina certa. La salute, caso da non essere presentito, gli venne dal settentrione.
Carolina regina, donna di mente forte, e che non dava molta fede alle matte credenze ed alle parole gonfie, si era risoluta, voltando tutto l'animo alle speranze russe, e non isperando in altro modo congiunzione con Francia, di andar a Pietroburgo per pregare l'imperatore Paolo ad intromettersi, come mediatore, tra il consolo e Ferdinando. Piacque la fede a Paolo: già rappattumato col consolo, mandava in Italia il generale Lewashew, affinchè s'intromettesse a concordia fra le due potenze. Si soddisfece Buonaparte del procedere di Paolo, perchè secondava i suoi fini. Venne per parte del re il cavaliere Micheroux a trovare Murat a Foligno: non istettero a negoziar lungo tempo, essendo le due parti sommamente desiderose di convenire, una per piacere a Paolo, l'altra per paura di Buonaparte. Fu dunque il dì 18 febbraio accordata tra Francia e Napoli, con corroborazione dell'autorità della Russia, una tregua, principali capitoli della quale furono che i soldati regi sgombrassero dallo Stato romano; che i repubblicani occupassero Terni, ma che la Nera non oltrepassassero; che tutti i porti di Napoli e di Sicilia si serrassero contro gl'Inglesi e contro i Turchi; che ogni comunicazione cessasse tra Porto-ferraio e Porto-longone nell'isola d'Elba fintantochè gl'Inglesi non avessero sgombrato da Porto-ferraio; che Dolomieu si liberasse dalle carceri di Messina; che si restituissero gli ufficiali ed i generali franzesi; che si obbligasse il re ad udire favorevolmente le raccomandazioni di Francia per coloro che fossero o banditi o carcerati per opinioni politiche.
Ebbe questo trattato subito effetto: vuotò il conte Ruggiero il territorio della Chiesa; prevenendo le istanze del consolo, aboliva tribunali straordinarii, e condonava ogni pena pel crimenlese. Murat, tra per vanagloria d'entrar qual liberatore in Roma e per adescare ai futuri disegni, venutovi dentro e concorrendo a lui il popolo, si condusse a far riverenza al pontefice.
Ogni cosa si componeva a concordia. Negoziavasi a Luneville per l'Austria dal conte Luigi Cobentzel, per la Francia da Giuseppe Buonaparte, l'uno e l'altro avendo mandato e possanza di concludere. Dopo qualche contenzione, pigliarono forma che il trattato definitivo di pace fosse sottoscritto il dì 9 di febbraio. I capitoli principali quanto all'Italia furono quelli stessi del trattato di Campoformio, solo variossi pei confini: l'Adige, principiando dove sbocca dal Tirolo infino alla sua foce, fosse confine tra la Cisalpina e gli Stati d'Austria; la destra parte di Verona, e così quella di Portolegnago spettassero alla Cisalpina, la sinistra all'Austria; si obbligava l'imperatore a dare la Brisgovia al duca di Modena in ricompensa dal perduto ducato; rinunziasse il granduca alla Toscana ed all'isola d'Elba, e la Toscana e l'isola si dessero all'infante duca di Parma: il granduca si ricompensasse con Stati competenti in Germania; conoscesse e riconoscesse l'imperatore le repubbliche cisalpina e ligure, e rinunziasse ad ogni titolo, sovranità e diritto sopra i territori della Cisalpina; consentisse all'unione dei feudi imperiali colla repubblica ligure. Del Piemonte nulla si stipulava.
Il re di Napoli, ridotto alla necessità di obbedire alla forza lontana di Paolo ed alla vicina di Buonaparte, si quietava anche col consolo, convenendo in un trattato di pace a Firenze, il dì 28 di marzo, sottoscritto per parte di lui da Micheroux, per parte della Francia da Alquier. Convenissi come nella tregua, e di vantaggio che il re rinunziasse primieramente e per sempre a Porto-longone ed a quanto possedesse nell'isola d'Elba; secondamente cedesse alla Francia, come cosa propria e da farne ogni voler suo, gli Stati dei Presidii ed il principato di Piombino; ancora perdonasse ogni delitto politico commesso fino a quel giorno; restituisse i beni confiscati, liberasse i detenuti, potessero gli esuli tornare nel regno sicuramente, e fosse loro restituita ogni proprietà; da ambe le parte si dimenticassero le offese.
Le cose si fermarono anche con nuova composizione con la Spagna, essendosi stipulato un trattato a Madrid, il dì 21 marzo, da Luciano Buonaparte per parte di Francia, e dal principe della Pace per parte di Spagna. S'accordarono le due parti che il duca di Parma rinunzierebbe al ducato in favore della repubblica di Francia; che la Toscana si darebbe al figliuolo del duca col titolo di re; che il duca padre si compenserebbe con rendite e con altri Stati; che la parte dell'isola d'Elba che apparteneva alla Toscana spetterebbe alla Francia, e che la Francia ne ricompenserebbe il re di Etruria collo Stato di Piombino; che la Toscana s'intendesse unita per sempre alla corona di Spagna; che se il re d'Etruria morisse senza prole, succedessero i figliuoli del re di Spagna.
Così, in men che non fa un anno, ogni ostacolo cedette ai buonapartiani fatti. Poscia, essendo in tutti, parte pei medesimi, parte per diversi rispetti la medesima intenzione alla pace, composte tutte le controversie, il consolo contrasse amicizia coll'imperatore Paolo, s'accordò coll'imperatore Francesco, e rialzò la Francia da bassa ad eminente fortuna.
Le cose della religione cattolica erano in gran disordine in Francia. L'assemblea costituente aveva interrotto la unione con la sedia apostolica, rispetto alla instituzione pontificia dei vescovi, qual era stata accordata tra Leone X e Francesco I, e tolto i beni alla Chiesa, con appropriargli alla nazione. I governi che vennero dopo, massimamente il consesso nazionale, non solamente distrussero gli ordini statuiti dall'assemblea, ma spensero ancora ogni ordine religioso, perseguitarono i ministri della religione, ed alcuni anche sforzarono, cosa nefanda, a rinegare il proprio stato e le proprie opinioni. Il direttorio continuò a perseguitare i preti, ora confinandoli nell'esilio, ora serrandoli nelle prigioni, e sempre impedendo loro, massime ai non giurati, che liberamente e pubblicamente celebrassero i riti divini. Era quindi nato un desiderio in Francia di veder ristorati i riti della religione cattolica, e molti Franzesi in questo desiderio tanto più s'infiammavano, quanto più difficile sembrava la reintegrazione. Buonaparte non era uomo da non vedersi queste cose, meno ancora da non usarle per edificare la sua potenza e per arrivare a' suoi fini smisurati. Adunque, divenuto libero dai pensieri, che più nella mente sua pressavano, della guerra, applicava viemaggiormente l'animo al negoziare col papa, col fine di venirne con lui ad un aggiustamento in materia religiosa. Alcuni accidenti aiutavano queste pratiche, altri le disaiutavano. Dava favore al consolo un concilio nazionale di vescovi giurati che, dipendentemente da un altro tenuto nel 1797 con suo consentimento espresso era per adunarsi in Parigi il dì di San Pietro. Non solamente ei non impediva che questi vescovi parlassero, ma gl'incitava anche a parlare, quantunque fossero giurati e contrarii a quella pienezza di potestà che i papi sostengono spettarsi alla Sedia apostolica. Da un'altra parte la romana curia ardentemente impugnava le loro dottrine. Le disputazioni, come accade, s'inasprivano.
Queste contese teologiche molto piacevano al consolo, e gli dimostravano una grande opportunità, perchè non dubitava che il papa, temendo ch'ei non fosse per gettarsi in grembo agl'impugnatori della santa Sede, avrebbe mostrato più docilità nel concedere ciò che desiderava; perciò questi umori non solo favoriva, ma incitava. Questi erano gli accidenti favorevoli al consolo; ma per natura e per uso e per massima amava egli molto più il governo stretto e monarcale del papa che il governo largo e popolare degli avversarii, e gli pareva che gli ordini papali, rispetto alla potestà unica ed universale, fossero un grande, utile e maraviglioso pensamento. Chiamava i giansenisti gente di molta fede e di ristretti pensieri; nè gli pareva che la costituzione del clero, siccome cosa antiquata e cagione di molte disgrazie, si potesse utilmente rinfrescare. Un nuovo e vivace pensiero, e più conforme ai desiderii dei popoli, gli pareva che abbisognasse.
Da un'altra parte cadevano in questa materia molte e gravi difficoltà. La principale forza del consolo era posta ne' suoi soldati, e non istava senza timore che quell'apparato religioso, al quale da sì lungo tempo erano disavvezzi, e quel comparir di preti, che avevano e con fatti perseguitato e con motteggi lacerato, non paresse avere agli occhi loro qualche parte di ridicolo, cosa di somma importanza in Francia. Temeva altresì in quei primi principii la setta filosofica, nemica al papa, assai più potente di quella che impugnava la larghezza dell'autorità pontificia. Egli aspettava dalla prima gran favore e gran sussidio. Ma più di tutto questo travagliava l'animo suo la faccenda dei beni della Chiesa venduti dai precedenti governi; perchè l'ottenere dal papa la confermazione di queste vendite era di sommo momento, e sapeva che il pontefice ripugnava al fare in questo proposito alcuna espressa dichiarazione. Pure la tranquillità dei possessori era fondamento indispensabile della sua potenza. Non pochi dei giurati erano di gran nome e di qualche autorità, e il consolo li voleva vezzeggiare; ma l'impetrare dal papa che non solamente gli assolvesse e nel grembo suo li riaccettasse, ma ancora, come desiderava, che ai primi seggi della gallicana Chiesa li sollevasse, appariva intricato e malagevole argomento. La medesima difficoltà sorgeva per gli ecclesiastici della parte contraria che avevano conservato i seggi loro anche ai tempi dell'esilio, ed ai quali non avrebbero forse voluto rinunziare, parte per insistenza nelle antiche opinioni, parte per affezione alla famiglia reale di Francia.
Nè mediocre impedimento alla definizione del trattato recava il capitolo della celebrazione dei riti cattolici; perciocchè, essendo i medesimi andati in disuso da sì lungo tempo, non era senza pericolo di scandalo, in mezzo a popolazioni infette di usi e di opinioni contrarie, il volere che tutto ad un tratto pubblicamente e secondo tutti gli usi della Chiesa si celebrassero: si temeva che nascessero enormità, dalle quali i fedeli ricevessero maggiore offensione che edificazione. Ripugnava adunque il consolo, malgrado che il papa insistesse per ogni larghezza di culto pubblico, a questa condizione, volendo indugiare a tempo più propizio i desiderii di Roma.
Nonostante tutte queste malagevolezze in un negozio di tanta importanza, essendo nelle due parti grandissimo desiderio di convenire, mandava Pio VII a Parigi il cardinale Ercole Consalvi, suo segretario di Stato, Giuseppe Spina, arcivescovo di Corinto, ed il padre Caselli, teologo consultore della santa Sede. Dal canto suo dava il consolo facoltà di trattare e di concludere a Giuseppe Buonaparte, a Cretet, consigliere di Stato, ed a Bernier, curato di San-Lodo d'Angeri. Da questi si venne, il dì 15 luglio, al trattato definitivo tra la santa Sede e la repubblica di Francia, atto piuttosto di unica che di molta importanza, poichè per lui si restituiva alla Chiesa cattolica una parte nobilissima d'Europa, e si ridava la pace a tanti uomini di coscienza timorata e pia.
Confessatosi dal governo franzese che la religione cattolica, apostolica e romana era professata dalla maggior parte dei Franzesi, e confessatosi altresì da Sua Beatitudine che dalla sua reintegrazione in Francia era per derivarle un grande benefizio ed un grande splendore, convennero e stipularono le due parti, che la religione cattolica apostolica e romana avrebbe libero e pubblico esercizio in Francia, a quelle regole conformandosi che il governo giudicherebbe necessarie per la quiete dello Stato; s'accorderebbero la santa Sede ed il governo ad ordinare una nuova circoscrizione delle diocesi; esorterebbe il pontefice i vescovi titolari a rinunziare alle sedi loro, e, se nol facessero, con la elezione di nuove titolari provvederebbe, nominerebbe il consolo tre mesi dopo la pubblicazione della bolla di sua Santità, gli arcivescovi ed i vescovi secondo la nuova circoscrizione, e conferirebbe il papa l'instituzione canonica secondo le regole costituite per la Francia innanzi che il governo vi si cambiasse; le sedi vescovili, che in progresso vacassero, ugualmente con nominazioni fatte dal consolo si riempissero, e l'instituzione canonica, conforme al capitolo precedente, dal papa si conferisse; giurassero i vescovi e gli altri ecclesiastici, prima dell'ingresso loro, fedeltà alla repubblica, e promettessero di svelare qualunque trama contraria allo Stato; pregassero nelle chiese per la repubblica e pei consoli; i vescovi non potessero fare nuove circoscrizioni di parrocchie nè nominare parochi se non a beneplacito del governo; le chiese non vendute si restituissero ai vescovi. Dichiarava inoltre il papa, avuto riguardo alla pace ed alla reintegrazione della religione in Francia, che nè egli, nè i suoi successori non sarebbero mai per molestare gli acquisitori dei beni ecclesiastici alienati, e che, per conseguente, la proprietà di essi beni, i diritti e le rendite annessivi, fossero e restassero incomutabilmente in loro, nei loro eredi e negli aventi causa da essi. Obbligossi il governo di Francia a dare congrui assegnamenti ai vescovi ed ai parrochi, e provvedere che i fedeli di Francia potessero legare alle chiese per benefizio della religione. Confessò e riconobbe il papa, essere nel consolo gli stessi diritti e prerogative, di cui appresso alla sedia apostolica godevano gli antichi sovrani di Francia. Se accadesse che un consolo cattolico arrivasse al seggio supremo in Francia, i suoi diritti e prerogative, e così ancora la forma delle elezione dei vescovi si regolassero per un nuovo accordo.
Concluso il concordato, dissolveva tostamente il consolo, non avendone più bisogno, il concilio nazionale di Parigi. Così gli sforzi dei vescovi e preti giurati, per astuzia del consolo servirono alla reintegrazione dell'autorità papale piena in Francia.
Questa convenzione mandata a Roma per la ratifica del papa, vi destò gravi e pertinaci controversie. I teologi più stretti e più dediti alle massime della curia romana apertamente biasimavano i plenipotenziari dello avere troppo largheggiato nelle concessioni e grandemente offeso i diritti e le prerogative della Chiesa cattolica. Il papa medesimo, siccome quegli che molto timorato era e delle prerogative della santa Sede zelantissimo, se ne stava in forse non sapendo risolversi al ratificare. Deliberò, prima di risolversi, di consigliarsi coi teologi più dotti di Roma: richiese del parer loro il cardinal Albani e frate Angelo Maria Merenda dei predicatori, commissario del sant'Officio. S'accordarono ambidue che il papa, salva coscienza, potesse ratificare.
Stante adunque le dilucidazioni date dal cardinale e dal commissario, non soprastette più lungamente Pio VII a dare il suo assenso e ratificò il concordato. Scrisse al tempo stesso brevi ai vescovi titolari, acciocchè alle sedi loro rinunziassero. Alcuni rinunziarono; la maggior parte, massimamente quelli che si erano riparati in Inghilterra, ricusarono. Dei giurati, Primat, le Blanc di Beaulieu, Perrier, Lecoz, Saurin, supplicato al papa che loro perdonasse e nelle sedi destinate dal consolo gl'instituisse, impetrarono.
Anno di CRISTO MDCCCII. Indizione V.
PIO VII papa 3. FRANCESCO II imperadore 11.
Rimossi tutti gl'impedimenti, pubblicava il consolo il giorno di Pasqua del presente anno il concordato. Scriveva ai vescovi una circolare in cui con parole asprissime ingiuriava i filosofi: poi rivolgendosi ai Franzesi col solito stile discorreva che da una rivoluzione prodotta dall'amor della patria erano sorte le discordie religiose, e per esse il flagello delle famiglie, gli sdegni delle fazioni, le speranze dei nemici; uomini insensati aver atterrato gli altari, spento la religione; per loro avere cessato quelle divote solennità, in cui l'un l'altro aveva per fratello, in cui tutti sotto la mano di Dio creatore di tutti, si stimavano fra di loro uguali; per loro non udire più i moribondi quella voce consolatrice che chiama i cristiani a miglior vita; per loro Dio stesso parere sbandito dalla natura; dipartimenti distrutti dall'ire religiose, forastieri chiamati a danni della patria, passioni senza freno, costumi senz'appoggio, sciagure senza speranza, dissoluzione di società: sola religione avere potuto portarvi rimedio; averlo lui voluto, averlo nella sapienza sua voluto il pontefice, averlo i legislatori della repubblica approvato: così essere sorto il concordato, così spenti i semi delle discordie, così svanire gli scrupoli delle coscienze, così superarsi gli ostacoli della pace. Dimenticassero, esortava, i ministri della religione le dissensioni, le disgrazie, gli errori; con la patria la religione li riconciliasse; con la patria li ricongiungesse; i giovani cittadini all'amore delle leggi, all'obbedienza dei magistrati informassero: consigliassero, predicassero, inculcassero che il Dio della pace era peranco il Dio degli eserciti, e che, impugnate l'armi sue insuperabili, combatteva a favor di coloro che la libertà della Francia difendevano.
Grande allegrezza ricevettero i fedeli in Francia per la reintegrata religione; gioinne anche maravigliosamente Roma: ma non fu il contento del pontefice senza amarezze; conciossiachè il consolo aveva accompagnato la pubblicazione del concordato con certe regole di disciplina ecclesiastica sotto forma di decreto che, secondo taluni, offendevano le prerogative della santa Sede, o ristringevano l'autorità dei vescovi, o difficoltavano l'ingresso allo Stato ecclesiastico. Le quali regole, quantunque potessero parer giuste e necessarie sì per la sicurezza della potestà temporale come pel buon ordine dello Stato, ed usate già dai tempi antichi non solamente in Francia, ma ancora in altri paesi d'Europa, e massimamente in Italia, rendevano mal suono; ma il consolo ne aggiunse un'altra veramente intollerabile, perchè toccava la giurisdizione, e questa fu, che i vicarii generali delle diocesi vacanti continuassero ad usare l'autorità vescovile anche dopo la morte del vescovo, e fino a tanto che successore non avesse.
Se ne dolse il papa, e non punto calse al consolo ch'ei se ne dolesse. Orava in concistoro Pio VII, descrivendo con singolare facondia i negoziati introdotti, le stipulazioni fatte, lo stato della Francia. Quindi instò perchè gli articoli si riformassero; ma il consolo che, ottenuto il concordato, voleva essere padrone della Chiesa, non che la Chiesa fosse di lui, rispondeva ora con sotterfugi, ora con minaccie, nè mai il pontefice potè venire a capo del suo intendimento. In tale conformità continuarono le faccende religiose in Francia, finchè nuove condiscendenze del pontefice e nuove ambizioni del consolo mandarono ogni cosa in ruina ed in conquasso. A questo modo travagliava Roma con Francia; nè noi abbiam creduto d'interrompere il filo della narrazione per riferire altri fatti, de' quali ora riprenderemo il discorso.
Intanto cambiamenti notabili fin dal varcato anno erano accaduti in Piemonte. Aveva il consolo voglia di serbar questo paese per sè, ma indugiava al risolversi, ed occultava cautamente le sue intenzioni. Aveva anzi veduto volentieri il marchese di San Marsano mandato a Parigi per negoziare della restituzione del Piemonte. Le incertezze e le ambagi del consolo, le offerte palesi fatte al re dopo la battaglia di Marengo e la presenza del marchese a Parigi tenevano in pendente l'opinione dei popoli in Piemonte, e toglievano ogni modo di buon governo. Ognuno guardava verso Firenze, Roma o Napoli, dove abitava, ora in questa, ora in quella, il re Carlo Emmanuele. Sorsero le sorti fatte più certe della Cisalpina e della Liguria, mentre si tacquero quelle del Piemonte, onde chi sperava pel re ebbe cagione di più sperare, chi temeva, di più temere. In tali intricate occorrenze avvenne di verso Borea un caso di grandissima importanza, perchè nella notte del 13 marzo 1801 morì di morte violenta Paolo, imperadore di Russia; della quale non così tosto fu avvisato il consolo, che trovandosi libero dalle instanze di lui, e volendo preoccupare il passo alle intenzioni di Alessandro suo figliuolo e successore, fece un decreto, mettendovi una data anteriore, il quale, sebbene ancora non importasse la unione definitiva del Piemonte alla Francia, accennava però manifestamente che sua volontà fosse che l'unione si effettuasse: costituiva il decreto il Piemonte secondo gli ordini di Francia. Sperava che Alessandro, trovata all'assunzione sua la cosa fatta, non difficilmente sarebbe per consentirvi. Importava il decreto dato ai 2 d'aprile del 1801, che il Piemonte formerebbe una divisione militare della Francia, che fosse partito in sei dipartimenti, che le leggi della repubblica, rispetto agli ordini amministrativi e giudiziali, vi si pubblicassero ed eseguissero, che le casse al primo giugno fossero comuni, che un amministrator generale con un consiglio di sei reggesse; che Jourdan restasse eletto amministrator generale. Si crearono sei dipartimenti, dell'Eridano, poi detto del Po, con Torino, di Marengo con Alessandria, del Tanaro con Asti, della Sesia con Vercelli, della Dora con Ivrea, della Stura con Cuneo. Mandava Jourdan a Parigi per ringraziare e promettere obbedienza deputati. Furono veduti molto volontieri, massime i nobili, perchè il consolo li voleva allettare.
Intanto il consolo si studiava a conciliarsi l'animo di Alessandro ed a congiungerselo in amicizia; e, siccome astutissimo ch'egli era e sprofondato in tutte le arti di Francia, d'Italia e d'Egitto, avendo udito che il novello imperadore era di natura generosa, e tendente al governare gli uomini piuttosto con dolcezza che con severità, se gli mise intorno da tutte le parti tentandolo. E ai dolci suoni, alla magnificenza e giocondità delle parole, come benevolo, si calava Alessandro. Quindi il consolo, fatto sicuro dell'amicizia di Russia, insorgeva, e mentre Alessandro si pasceva di speranze lusinghiere, ei dava mano alla realtà, incamminandosi al dominio del mondo. Cominciando dal Piemonte, che stimava essere necessario congiungersi per avere senza impedimenti di mezzo la signoria d'Italia, comandava che il decreto dei 2 d'aprile fosse in ogni sua parte mandato ad effetto. L'Austria pei patiti danni, la Inghilterra per la lontananza, nè consentirono, nè contrastarono. Arrivarono a Torino i commissarii parigini ad ordinar lo Stato, chi per le finanze, chi pel fisco, chi pel lotto, chi per le poste, chi per gli studii, chi pei giudizii. Voleva il consolo ridurre lo Stato alla forma di monarchia; i repubblicani in Francia, eccettuati i più furibondi che aveva confinati in carcere o banditi in lidi lontani, il secondavano. Quanto ai repubblicani italiani, due mezzi gli si paravano davanti, o di vezzeggiarli come quei di Francia, o di spegnerli, non già coll'ammazzarli, perciocchè sapeva che l'età non comportava sangue, ma col torre loro l'autorità e la riputazione. Elesse quest'ultimo; al che diede anche favore la ricchezza degli avversarii, che mandavano doni, presenti e denari nelle corrotte Tuilerie, il che era cagione che a quello, a che di propria volontà inclinava, fosse anche stimolato da altri.
Buon procedere sarebbe stato questo quanto all'utile se mai non avessero potuto arrivare i tempi grossi, ma non al contrario, perchè per esso si perdevano gli amici e non si acquistavano i nemici; ma il consolo sempre aspettava prosperità. Restava Jourdan ch'era stimato repubblicano. Deliberossi a torre anche questo capo ai repubblicani, quantunque ei si fosse portato molto rimessamente con loro; partì Jourdan lodato dal consolo, desiderato dai Piemontesi. Arrivava Menou in Torino, in luogo di Jourdan. Raccontare le lepidezze e gli arbitrii che vi fece questo Menou, sarebbe troppo lunga bisogna, e forse troppo più piacevole che la gravità della storia comporti. A questa guisa passarono i tempi fra i Subalpini infino alla unione definitiva: partigiani di Francia perseguitati, partigiani di Sardegna accarezzati, partigiani d'Italia usati come stromenti di calunnie e di vendette, il giardino del re difformato da una sucida baracca ad uso d'una Turca. A questo modo incominciava il promesso legale dominio del generoso e sfortunato Piemonte.
Il consolo teneva il Piemonte per Menou, la Toscana per Murat. Voleva, come a suo cognato, aprire a Murat l'adito alle grandezze; nè Murat era di cattiva natura, solo aveva poco cervello e l'animo molto vanaglorioso: per questo, quantunque fosse buono, si piegava volontieri alle voglie del consolo, quali elle si fossero. La parte dell'esercito che egli governava, mandata primieramente in Italia per rinforzare l'ala destra di Brune e per alloggiare in Toscana, fu, dopo la pace di Luneville, mandata nello Stato romano, con star pronta ad assaltare il regno di Napoli. Conclusa poi la pace, entrava nel regno fino a Taranto, in nome dal re, per isforzare il governo ad osservar il trattato ed i perdoni verso i novatori, in fatto per minacciar gl'Inglesi e per vivere a spese del regno. Quanto allo Stato romano, concluso il concordato, Murat ritirava le genti che vi aveva, in Ancona, per tener quel freno in bocca al pontefice; si coloriva il fatto col pretesto degl'Inglesi. Così gl'Inglesi occupavano quanto potevano in Italia e nelle sue isole per impedire, come dicevano, il predominio e la tirannide dei Franzesi, questi facevano lo stesso per impedire, come protestavano, ii predominio e la tirannide degl'inglesi; fra entrambi intanto l'Italia non aveva nè posa nè speranza. Murat girando per Toscana e stando in Firenze, ed ora andando a Pisa, ed ora a Livorno ed ora a Lucca, riceveva in ogni luogo come cognato del consolo, onorevoli accoglienze; cagione per lui d'incredibile contentezza. Si mostrava cortese ed affabile con tutti, nè amava le rapine, manco il sangue; purchè il lodassero, se ne veniva contento. Pure trascorse ad un atto, nel quale non si sa se sia o maggior barbarie, o maggior ingratitudine, o maggiore insolenza. Comandava con bando pubblico che tutti gl'Italiani, erano la maggior parte Napolitani, esuli dalle patrie loro per opinioni politiche, dovessero sgombrare dalla Toscana, e ritornare ne' proprii paesi, in cui, secondochè affermava, potevano, in virtù dei trattati, vivere vita sicura e tranquilla: chi fosse contumace a questo comandamento, fosse per forza condotto ai confini ed espulso.
Murat contento di comandar in Toscana, fu contentissimo d'instituirvi un re. Era l'infante principe di Parma arrivato in Parma, dove stava aspettando i deputati del novello regno. Vennervi a complimentarlo e riconoscerlo come re di Etruria, quest'era il titolo che gli si dava, Murat, Ippolito Venturi, Ubaldo Feroni. Assunse il nome di Lodovico I; nominò suo legato a ricever il regno Cesare Ventura. Murat annunziando l'assunzione di Lodovico, parlava di civiltà e di dottrina ai Toscani, lodava i Medici ed i Leopoldi, esortava i regnicoli ad avere i Franzesi in luogo di un popolo amico. Cesare Ventura prendeva possesso del regno. Favellarono nella solennità Francesco Gonella, Tommaso Magnani, Orlando del Benino. Vidervisi due donne complimentate da Gian Batista Grisoni, l'una sorella del consolo, l'altra vedova del ministro di Spagna. Venne Lodovico a Firenze, resse con dolcezza, le leopoldiane vestigia calcando.
Era tempo di costituzioni transitorie, fatte non perchè durassero, ma perchè servissero di scala ad altre. Mandava il consolo, qual suo legato, Salicetti a riformar Lucca, oppressa dall'impero dei forastieri e straziata dalle discordie civili. Parve bello ed acconcio trovato per ritrarre i paesi, a satisfazione delle potenze, verso i loro ordini antichi, l'introdurre nei nuovi nomi i vecchi. Cominciavasi a parlar di aristocrazia per far passo alla monarchia. Costituiva Salicetti la repubblica di Lucca con un Collegio o Gran Consiglio di duecento proprietarii più ricchi e di cento principali negozianti, artisti e letterati: avesse questo consiglio la facoltà di eleggere i primi magistrati. Fossevi un corpo d'anziani con la potestà esecutiva; presiedesselo un gonfaloniere eletto a volta dai colleghi, una volta ogni due mesi: un consiglio amministrativo, nel quale gli anziani entrassero, e quattro magistrati di tre membri ciascuno, esercesse le veci di ministri: proponessero gli anziani le leggi e le eseguissero; una congregazione di venti eletti dal collegio le discutessero e le statuissero; rappresentasse il gonfaloniere la repubblica, le leggi promulgasse, gli atti degli anziani sottoscrivesse. I cantoni del Serchio con Lucca, del Littorale con Viareggio, degli Apennini con borgo a Mozzano componessero la repubblica. Per la prima volta trasse Salicetti i magistrati supremi. Ordini buoni erano questi, ma il tempo li guastava.
Le sorti della Toscana erano congiunte con quelle di Parma. Essendo il duca padre mancato di vita, cesse la sovranità del ducato nella repubblica di Francia. Mandava il consolo il consiglier di Stato Moreau di Saint-Mery ad amministrarlo. Resse Saint-Mery, che buona e leale persona era, con benigno e giusto freno. Era egli, se non letterato, non senza lettere ed amatore sì di letterati che d'opere letterarie: ogni generoso pensiero gli piaceva. Solo procedeva con qualche vanità, e siccome le vanità particolari sono intollerabili alle ambizioni generali, venne in disgrazia del consolo, nè potè costituire in Parma ordini stabili.
Due qualità contrarie erano nel consolo, pazienza maravigliosa nel proseguire cautamente anche pel corso di molti anni, i suoi disegni, impazienza di conseguire precipitosamente il fine quando ad esso approssimava. Riconciliatosi col papa, quieta l'Austria, ingannato Alessandro, confidente della pace coll'Inghilterra, si apparecchiava a mandar ad effetto ciò che nella mente aveva da sì luogo tempo concetto e con tanta pertinacia procurato. Voleva che le prime mosse venissero dall'Italia, perchè temeva che certi residui di opinioni e di desiderii repubblicani in Francia non fossero per fargli qualche malgiuoco sotto, se la faccenda non si spianasse con qualche precedente esempio. Deliberossi adunque prima di scoprirsi in Francia di fare sue sperienze italiane, confidando che gli Italiani, siccome vinti, avrebbero l'animo più pieghevole. Così con le armi franzesi aveva conquistato Italia, con le condiscendenze italiane voleva conquistar Francia. Sapeva che le cose insolite allettano tutti, spezialmente i Franzesi nati con fantasia potente. Perciò volle alle sue italiane arti dare pomposo cominciamento.
Spargevansi ad arte dai più fidi in Cisalpina voci che la repubblica pericolava con quei governi temporanei; che era oggimai tempo di costituirla stabilmente e come a potenza independente si conveniva; che ordini forti erano necessarii perchè diventasse quieta dentro, rispettata fuori; che niuno era più capace di darle questi necessari ordini di colui che prima l'aveva creata, poi riscattata; non potersi più lei costituire con gli ordini dati dall'eroe Buonaparte del 1797, perchè avviliti dalla invasione, ricordatori di discordie, sospetti per democrazia ai potentati vicini. Aver pace Europa, averla Italia: non doversi più la felice concordia turbare con ordini incomposti; volersi vivere in repubblica, ma non troppo disforme dai governi antichi conservati in Europa; sola potenza essere la Cisalpina in Italia che a favor di Francia stando, fosse in grado di tener in equilibrio l'Austria tanto potente per l'acquisto de' dominii veneziani, nè essere la repubblica per acquistare la forza necessaria, se non con leggi conducenti a stabilità: varii essere gli umori, gl'interessi, le opinioni, le abitudini delle cisalpine popolazioni, nè Veneziani, Milanesi, Modanesi, Novaresi, Bolognesi nel medesimo desiderio concorrere, nè la medesima cosa volere; rimanere i vestigii dell'antiche emolazioni: parti separate e non consenzienti non poter comporre un corpo unito e forte, se un governo stretto, se una mano gagliarda in uno e medesimo volere non le costringessero: richiedere adunque un reggimento nuovo, concorde e virile la pace d'Europa, richiederlo la quiete della Cisalpina, richiederlo le condizioni felici alle quali era chiamata.
Mentre questi semi si spargevano nel pubblico, Petiet coi capi della Cisalpina negoziava affinchè i comandamenti imperativi del consolo avessero a parere desiderii e supplicazioni spontanee dei popoli. Maturati i consigli, a Parigi pel disegno, a Milano per l'esecuzione, usciva un decreto della consulta legislativa del governo: ordinava che una consulta straordinaria si adunerebbe a Lione in Francia, e suo ufficio sarebbe ordinare le leggi fondamentali dello Stato ed informare il consolo intorno alle persone che nei tre collegi elettorali dovessero entrare: sarebbe l'assemblea composta dei membri attuali della consulta legislativa, da quei della commissione, eccettuati tre per restare al governo del paese, da una deputazione di vescovi e di curati, e dalle deputazioni dei tribunali, delle accademie, della università degli studii, della guardia nazionale, dei reggimenti della truppa soldata, dei notabili dei dipartimenti, delle camere di commercio. Sommò il numero a quattrocento cinquanta. Risplendeanvi un Visconti, arcivescovo di Milano, un Castiglioni, un Montecuccoli, un Opizzoni, un Rangoni, un Melzi, un Paradisi, un Caprara, un Serbelloni, un Aldrovandi, un Giovio, un Pallavicini, un Moscati, un Gambara, un Lecchi, un Borromeo, un Triulzi, un Fantoni, un Belgiojoso, un Mangili, un Cagnoli, un Oriani, un Codronchi, arcivescovo di Ravenna, un Belissomi, vescovo di Cesena, un Dolfino, vescovo di Bergamo. Andarono a Lione, chi per amore, chi per forza, chi per ambizione: grande aspettazione era in Cisalpina; in Francia le menti attentissime. Pareva un fallo mirabile che una nazione italiana si conducesse in Francia per regolare le sue sorti. Il governo cisalpino esortava con pubblico manifesto i deputati; gissero a fondare gli ordini salutari della repubblica in mezzo alla maggior nazione, in cospetto dell'autore e del restitutore della Cisalpina; nissuno l'ufficio ricusasse; mostrassero con le egregie qualità loro, quanto la cisalpina nazione valesse: a lei amore e rispetto conciliassero; ogni pretesto di calunnia togliessero; nel lionese congresso livor nissuno, parzialità nissuna recassero; al mondo disvelassero, buonamente, nobilmente, affettuosamente verso la patria procedendo, esser loro quei medesimi Cisalpini che nell'inevitabile tumulto di tante passioni, nell'avviluppamento di tante vicende, nell'alternativa di politici eventi tanto contrarii, mai non attesero a vendette, a discordie, a fazioni, a persecuzioni, a sangue: pruovassero che non invano aveva il cisalpino popolo nome di leale e di buono; pruovassero che se a sublime grado fra le nazioni erano destinati, a sublime grado ancora meritavano d'essere innalzati; dovere a sè stessa dei propri ordini restare la Cisalpina obbligata; solo sè medesima potrebbe accagionare, se tanti lieti augurii, se tante concepite speranze fossero indarno.
Questi nobili sentimenti verso la cisalpina patria e questa rinunziazione di ogni affetto parziale ed interessato predicava un Sommariva, presidente del governo. Trovarono in Lione il ministro Talleyrand, che aveva in sè raccolti tutti i pensieri del consolo; trovarono Marescalchi che riconosciuto da Francia per ministro degli affari esteri della Cisalpina, guardava dove accennasse in viso Taleyrand, e il seguitava. L'importanza era che vi fosse sembianza di discutere liberamente quello che già il consolo aveva ordinato imperiosamente. Già aveva sparso sue ambagi: volere la felicità della Cisalpina, volere consigliarsi con gli uomini savi di lei; niuna cosa più desiderare che la independenza e la salute sua; amarla come sua figliuola prediletta, stimarla principal parte della sua gloria; l'arte allignava, bene si disponeva la materia. Partivansi i deputati in cinque congregazioni che rappresentavano i cinque popoli, esaminassero la costituzione già data dal consolo per Petiel a Milano, e come per leggi organiche si potesse mandar ad esecuzione.
Discutevasi a Lione dai mandatarii; la licenza soldatesca straziava intanto i mandatori, un inesorabile governo con le tasse li conquideva. Dolevansi e delle perdute sostanze e degli innumerevoli oltraggi e della durissima servitù: le grida degli straziati a Milano furono soffocate dalle grida dei festeggianti a Lione. A Lione si discorreva e si obbediva. Allungato il farne pubblica dimostrazione quanto potesse parere dignità e sufficienza di discussione, arrivava il consolo: era l'11 gennaio. Lionesi e Cisalpini a gara accorrevano. Era spettacolo grande a chi mirava la scorza, compassionevole a chi dentro, perchè là si macchinava di spegnere per legge la libertà che già innanzi era perita per abuso. Ognuno maravigliava la dolcezza e la semplicità del consolo: pareva loro che fossero parte di grandezza; le adulazioni sorgevano. I repubblicani, se alcuno ve n'era, si rodevano, ma s'infingevano non tanto per non esser tenuti faziosi, quanto per non esser tenuti pazzi o sciocchi; che già con questi nomi cominciava a chiamarli l'età. Buonaparte metteva mano all'opera; chiamava i presidenti delle congregazioni e con loro discorreva intorno alla costituzione: ora approvava, ora emendava, ora domandava consiglio. Contradditor benigno e docile alle risposte, pareva che da altri ricevesse quello che loro dava. Chi conosceva l'intrinseco, ammirava l'arte; chi l'ignorava, la modestia. Infine dai discorsi permessi si venne alla conclusione comandata: fu approvata la costituzione; parve buono e fondamentale ordine quello dei collegi elettorali: nominolli per la prima volta il consolo su liste doppie presentate dalle congregazioni.
Ma non s'era ancor toccato il principal tasto, per cui mezza Italia era stata fatta venire in Francia. Meno una costituzione che un esempio si aspettava dagl'Italiani. Trattavasi di nominare un presidente della Cisalpina. Importava la persona, importava la durata del magistrato: a Buonaparte non piacevano i magistrati a tempo. Fu data l'intesa ai cisalpini perchè il chiamassero capo della repubblica e gli dessero il magistrato supremo di presidente per dieci anni, e potesse essere rieletto quante volte si volesse. Avevano queste due deliberazioni qualche malagevolezza, parte coi Cisalpini, parte colle potenze per la evidente dipendenza verso Francia, se il consolo fosse padrone della Cisalpina. Importava anche il confessare che niun cisalpino fosse atto a governare: alcuni andavano alla volta di Melzi. I ministri di Buonaparte fecero diligenze coi partigiani, ora lodando Melzi, ora asseverando che avrebbe grande autorità nei nuovi ordini. Ebbero le arti il fine desiderato. Appresentaronsi con la deliberazione fatta i Cisalpini al consolo, nella quale era tanta adulazione di lui e tanta depressione di loro medesimi, che non è da credere che nelle storie vi sia un atto più umile o più vergognoso di questo. Confessarono, e si forzarono anche di pruovare con loro ragioni, a tanto di viltà eran ridotti, che nissun Cisalpino era che idoneamente li potesse governare. Gradì il consolo nelle umili parole i proprii comandamenti; disse che domani fra i convocati cisalpini in pubblica adunanza sederebbe. Accompagnato dai ministri di Francia, dai consiglieri di Stato, dai generali, dai prefetti e dai magistrati municipali di Lione, fra le liete accoglienze ed i plausi festivi dei Cisalpini, in alto seggio recatosi, così loro favellava: «Hovvi in Lione, come principali cittadini della Cisalpina repubblica appresso a me adunati; voi mi avete bastanti lumi dato, perchè l'augusto carico a me imposto, come primo magistrato del popolo franzese e come primo creator vostro, riempire io potessi. Le elezioni dei magistrati io feci senza amore di parti o di luoghi; quanto al supremo grado di presidente, niuno ho trovato fra di voi che per servigi verso la patria, per autorità nel popolo, per sceveramento di parti abbia meritato ch'io un tal carico gli commettessi. Muovonmi i motivi da voi prudentemente addotti: ai vostri desiderii consento. Sosterrò io, finchè fia d'uopo, la gran mole delle faccende vostre. Dolce mi sarà fra tante mie cure l'udire la confermazione dello Stato vostro e la prosperità dei vostri popoli. Voi non avete leggi generali, non eserciti forti; ma Dio vi salva, poichè possedete quanto li può creare, dico popolazioni numerose, campagne fertili, esempio da Francia.» (Versione del Botta.)
Questo favellare superbo fu da altissimi plausi e di Franzesi e di Cisalpini seguitato. La servitù era dall'un de' lati mitigata dall'imperio sopra i forastieri, dall'altro amareggiata dal vilipendio; pure lietissimamente applaudivano i servi doppii, come se onorati e liberi fossero. Dimostrarono desiderio che la repubblica, non più cisalpina, ma italiana si chiamasse, cosa molto pregna, massimamente in mano di Buonaparte. Consentì facilmente il consolo. Riprese, adulando, le parole Prina Novarese, il quale, essendo di natura severa ed arbitraria, molto bene aveva subodorato il consolo, ed il consolo lui.
Chiamarono gl'Italici ad alla voce il consolo presidente per dieci anni, e rieleggere si potesse. Ebbe Melzi luogo di vicepresidente. Era Melzi uomo generoso, savio, molto amato dagl'Italiani: pendeva all'assoluto, ma piuttosto per grandezza che per vanità.
Restava che si ordinasse la costituzione: cominciossi dagli ordini ecclesiastici. Fosse la religione cattolica, apostolica e romana religione dello Stato: ciò non ostante, i riti acattolici liberamente si potessero celebrare in privato; nominasse il governo i vescovi, gl'instituisse la santa Sede; nominassero i vescovi ed instituissero i parrochi, il governo gli appruovasse: ciascuna diocesi avesse un capitolo metropolitano ed un seminario; i beni non alienati si restituissero al clero; si definissero le congrue in beni pei vescovi, pei capitoli, pei seminarii, per le fabbriche, fra tre mesi; si assegnassero pensioni convenienti ai religiosi soppressi; non s'innovassero i confini delle diocesi; per gl'innovati si domandasse la approvazione della santa Sede; gli ecclesiastici delinquenti con le pene canoniche fossero dai vescovi puniti; se gli ecclesiastici non si rassegnassero, i vescovi ricorressero al braccio secolare; se un ecclesiastico fosse condannato per delitto, si avvisasse il vescovo della condanna, acciocchè quanto dalle leggi canoniche fosse prescritto potesse fare: ogni atto pubblico che o i buoni costumi corrompesse, od il culto o i suoi ministri offendesse, fosse proibito; niun parroco potesse essere sforzato da nissun magistrato a ministrare il sacramento del matrimonio a chiunque fosse vincolato da impedimento canonico. A questo modo fu ordinata la Chiesa italiana nella lionese consulta. Alcuni capi, ancorchè forse laudabili e sani, toccavano la giurisdizione ecclesiastica, e sarebbe stato necessario, l'intervento del pontefice. Nondimeno con acconcio discorso a nome di tutto il clero italico assentiva lo arcivescovo di Ravenna, assentimento non necessario se l'autorità civile aveva dritto di fare quello che fece, non sufficiente, se l'intervento dell'autorità pontificia era necessario. Ma il consolo su quelle prime tenerezze di amicizia col papa non aveva timore.
Quanto agli ordini civili, i tre collegi dei possidenti, dei dotti e dei commercianti erano il fondamento principale della repubblica: in loro era investita la autorità sovrana. Ufficio dei collegi fosse nominare i membri della censura, della consulta di Stato, del corpo legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione, della camera dei conti. Ancora accusassero i magistrati per violata costituzione e per peculato; finalmente i dispareri nati tra la censura ed il governo per accuse di tal sorte definissero. Sedessero i possidenti in Milano, i dotti in Bologna, i commercianti in Brescia: ogni biennio si adunassero.
Magistrato supremo era la censura: componessesi da nove possidenti, di sei dotti, di sei commercianti: sedesse in Cremona: desse per sè e giudicasse le accuse date per violata costituzione e per peculato; cinque giorni dopo la fine delle adunanze dei collegi si adunasse; dieci giorni, e non più, sedesse. Ordine buono era questo, ma l'età servile il rendeva inutile.
Fosse il governo della repubblica commesso ad un presidente, ad un vicepresidente, ad una consulta di Stato, ai ministri, ad un consiglio legislativo. Avesse il presidente la potestà esecutiva, e il vicepresidente nominasse: fossero i ministri tenuti d'ogni loro atto verso lo Stato.
Uffizio della consulta fosse l'esaminare ed il concludere le instruzioni pei ministri presso le potenze e l'esaminare i trattati. Potesse nei casi gravi derogare alle leggi sulla libertà dei cittadini ed all'esercizio della costituzione: provvedesse in qualunque modo alla salute della repubblica. Se dopo tre anni qualche riforma giudicasse necessaria in uno o più ordini della costituzione, sì la proponesse ai collegi, ed i collegi definissero.
Avesse il consiglio legislativo facoltà di deliberare intorno ai progetti di legge proposti dal presidente, e di consigliarlo sopra quanti affari fosse da lui richiesto.
Il corpo legislativo statuisse le leggi proposte dal governo, ma non discutesse nè parlasse: solo squittinasse.
Tali furono i principali ordini della costituzione dell'Italiana repubblica, forse i migliori, massime i tre collegi ed il magistrato di censura, che Buonaparte abbia saputo immaginare.
Letta ed accettata la costituzione, se ne tornava il consolo, traendo a calca e con acclamazioni il popolo, nel suo palazzo. Poscia, ricevute le salutazioni degl'Italici e nominati i ministri, si avviava, contento del successo del suo italiano sperimento, al maraviglioso e maravigliato Parigi.
Fecersi molte allegrezze nell'italiana repubblica per la data costituzione e per l'acquistato presidente. Le adulazioni montarono al colmo. Presersi solennemente i magistrati secondo gli ordini nuovi; Melzi, prendendo il suo, parlò magnificamente del consolo, modestamente di sè, acerbamente dei predecessori: toccò principalmente delle corruttele. Intanto i soldati si descrivevano, ed i buoni reggimenti si ordinavano. Prina, ministro di finanza, talmente rendè prospera la rendita dello Stato, che, nonostante il tributo annuo che pagava alla Francia, erano le casse piene, i pagamenti agevoli. Le lettere e le scienze fiorivano, ma più le adulatorie che le libere. Buon modo avea trovato Buonaparte presidente perchè gli scrittori non facessero scarriere: questo fu di arricchirli e di chiamarli ai primi gradi. Pareva loro un gran fatto, ed accettando il lieto vivere, tacevano o adulavano. Tuttavia qualche volta il mal umore gli assaliva, e negl'intimi simposii loro si sfogavano e si divertivano a spese del presidente di Parigi. Il sapeva e ne rideva, perchè non li temeva. Insomma la letteratura servile, le finanze prospere, i soldati ordinati, l'independenza nulla.
Fra tutto questo sorgevano opere di singolare maguificenza: il foro Buonaparte, come il chiamavano, fondessi nel luogo dove prima s'innalzavano le mura del castello di Milano. Fu questo un maraviglioso disegno che molto ritraeva della romana grandezza. Diessi mano al finirsi il duomo di Milano da tanto tempo imperfetto, e tanto fu promossa l'opera, che in poco d'anni vi si fece più lavoro che in parecchi secoli. Da ogni parte si acquistava la bellezza. Tutte queste cose e quel nome di repubblica italiana singolarmente allettavano i popoli della penisola. Così vissesi qualche tempo in lei, finchè nuovi disegni di Buonaparte l'incamminarono a nuovi pericoli ed a nuovi destini.
A questo nome di repubblica Italiana ed all'esserne Buonaparte fatto capo, si insospettarono giustamente le potenze, massimamente l'Austria, alla quale stavano per le sue possessioni più a cura le italiane cose. L'imperadore Alessandro stesso, che già aveva concetto qualche sinistra impressione per la grande autorità che il consolo si era arrogata nella Svizzera, vieppiù si allontanava da lui pei risultamenti della lionese consulta, e le cose della Russia con la Francia già si scoprivano in manifesta contenzione. Il consolo, che non voleva essere arrestato a mezzo viaggio, tentò di mitigare questi mali umori col pubblicare una scrittura, con la quale si sforzava di mostrare che la Francia, conservando l'italiana repubblica, non aveva preso troppo per sè, nè tanto quanto avevano per sè stessi preso gli altri potentati.
Genova sentiva ancor troppo pel recente governo di democrazia: volle il consolo venirne alla solita scala dell'aristocrazia. Il supplicarono affinchè desse loro una costituzione: consentiva facilmente. I governatori di Genova lietamente annunziavano le felici novelle ai loro concittadini; nè lo scritto dei reggitori genovesi disteso in lingua e stile assai più purgato che le sucide scritture cisalpine, toscane e napolitane, era, quanto alla forma, senza dignità.
Importava la costituzione, che un senato reggesse con potestà esecutiva la repubblica; presiedesselo un doge; dividessesi in cinque magistrati, il magistrato supremo, quello di giustizia e legislazione, quello dell'interno, quello di guerra e mare, quello di finanza. Trenta membri il componessero. Ufficio suo fosse presentare ad una consulta nazionale le leggi da farsi, eseguire le fatte; eleggesse il doge sopra una lista triplice presentata dai collegi.
Il doge presiedesse il senato ed il magistrato supremo: stesse in carica sei anni; rappresentasse, quanto alla dignità ed agli onori, la repubblica; sedesse nel palazzo nazionale; la guardia del governo gli obbedisse; un delegato del magistrato supremo in ogni suo atto l'assistesse.
Fosse il magistrato supremo composto del doge, dei presidenti degli altri quattro magistrati e di quattro altri senatori; il senato gli eleggesse; gli si appartenesse specialmente l'esecuzione delle leggi e dei decreti; pubblicasse gli ordini e gli editti che credesse convenienti; tutti i magistrati amministrativi a lui subordinati s'intendessero; reggesse gli affari esteri; avesse facoltà di rivocare i magistrati da lui dipendenti, di sospendere per sei mesi i non dipendenti, anche i giudici dei tribunali; provvedesse alla salute sì interna che esterna dello Stato; vegliasse che la giustizia rettamente e secondo le leggi si ministrasse: sopravvegghiasse alle rendite pubbliche, agli affari ecclesiastici, agli archivii, alla pubblica instruzione; comandasse all'esercito. Questo ordine del magistrato supremo rappresentava nella nuova costituzione l'antico piccolo consiglio, che i Genovesi chiamavano consiglietto; in lui era tutto il nervo del governo. L'autorità del doge era, come negli antichi ordini, piuttosto onorifica che efficace.
Questo era il governo della repubblica ligure. Restava a dichiararsi in qual modo si attuasse. Stanziò il consolo che vi fossero i tre collegi dei possidenti, dei negozianti, dei dotti, dai quali ogni potestà suprema, o politica, o civile, o amministrativa, come da fonte comune derivasse. Eleggessero ogni due anni i collegi un sindacato di sette membri: in potestà del sindacato fosse censurare due membri del senato, due della consulta nazionale, due di ogni consulta giurisdizionale, due di ogni tribunale, e chi fosse censurato, immantinente perdesse la carica. Le giurisdizioni o distretti nominassero ciascuno una consulta giurisdizionale; le consulte giurisdizionali i membri della consulta nazionale eleggessero: sedesse in questa la potestà legislativa.
Il dì 29 giugno entrava in ufficio il nuovo governo in cospetto di Saliceti, ministro plenipotenziario di Francia. Orò Saliceti con parole acconce, ma in aria al solito e teoretiche.
Ringraziato dal senato, il consolo rispondeva: amare la Francia i Liguri, perchè in ogni fortuna avevano i Liguri amato la Francia; non temessero di niuna potenza, la Francia gli aveva in tutela; dimenticassero le passate disgrazie, spegnessero gli odii civili, amassero la costituzione, le leggi, la religione; allestissero un navilio potente, ristaurassero l'antica gloria del nome ligure; sarebbesi sempre delle prospere cose dei Liguri rallegrato, delle avverse contristato.
Decretava il senato che a Cristoforo Colombo, per avere scoperto un nuovo mondo, ed a Napoleone Buonaparte, per avere pacificato l'universo, due statue marmoree, una a ciascuno nell'atrio del palazzo nazionale s'innalzassero. Oltre a questo i Sarzanesi, supplicarono il governo fosse loro lecito fondare nella loro città un monumento a memoria della famiglia Buonaparte, che in lei, come affermavano, aveva avuto origine. Fu udito benignamente il supplicare dei Sarzanesi, e concessa loro volentieri la facoltà del monumento.
Mentre Menou trasordinava in Piemonte, i reali di Sardegna andavano esuli per l'Italia. Il re Carlo Emmanuele, deditissimo alla religione, perseguitato da fantasmi malinconici, ed avendo per le sofferte disgrazie in poco concetto le cose umane, si deliberò di rinunziare al regno, acciocchè, da ogni altra mondana sollecitudine rimoto, solamente ai divini servigi ed alla salute dell'anima vacare potesse; rinunziazione senza fasto, che dimostrò al mondo che se l'ambizione è tormento a sè stessa, la moderazione rende felice l'uomo così negli alti come negli ultimi seggi. Per la rinunziazione di Carlo Emmanuele venne il regno in potestà di Vittorio Emmanuele, suo fratello, che allora dimorava nel regno di Napoli.
Il consolo, che aveva indugiato ad unire formalmente il Piemonte alla Francia, venne finalmente a questa deliberazione, non perchè Alessandro consentisse, ma perchè le cose sue colla Russia già tendevano a manifesta discordia. Avvisava il consolo che fra quegli umori già tanto mossi il non unire il Piemonte non ristorerebbe l'amicizia, l'unirlo non accrescerebbe l'inimicizia. Per la qual cosa decretava, il dì 14 settembre, il suo senato, che i dipartimenti del Po, della Dora, di Marengo, della Sesia, della Stura e del Tanaro fossero e s'intendessero uniti al territorio della repubblica franzese. Principiò l'unione del Piemonte la sequela delle italiane aggiunte. Si fecero per la unione allegrezze in Piemonte, dai nobili volontieri, perchè per le carezze del consolo e di Menou vedevano che il dominio interrotto dalle intemperanze democratiche di nuovo veniva loro in mano, dal popolo non senza sincerità, perchè sperava che col reggimento legale fosse per cessare il dominio incomposto del capitano d'Egitto.
Anno di CRISTO MDCCCIII. Indizione VI.
PIO VII papa 4. FRANCESCO II imperadore 12.
Continuossi a vivere qualche tempo in Italia, eccettuata la parte veneta, dal Piemonte fino a Napoli con due governi, l'uno di nome, l'altro di fatto. In Piemonte piuttosto Menou che Buonaparte regnava, in Parma piuttosto Buonaparte che Saint-Mery, a Genova piuttosto il consolo che il senato, in Roma piuttosto il consolo che il papa, in Toscana piuttosto Murat che Lodovico, in Napoli piuttosto Napoleone che Ferdinando. Rotte e superbe erano spesso le intimazioni a tutti questi italiani governi. Solo Menou faceva quel che voleva, e dominava a suo arbitrio. Il consolo gli comportava ogni cosa, e solo che l'Egiziano gli toccasse ch'erano democrati coloro che si querelavano, tosto l'approvava ed il lodava. Pagava il Piemonte le tremende ambagi d'Egitto. Gli altri obbedivano, chi per paura, chi per le ambizioni.
A questo tempo (27 maggio) morì di febbre acuta il re Lodovico d'Etruria. Per la sua morte fu devoluto il trono nell'infante di Spagna Carlo Lodovico, del quale, per essere minore d'età, fu commessa la reggenza alla vedova regina, Maria Luisa.
Ma qual regno fosse devoluto all'infante bene dimostrarono i comandamenti pubblicati nel tempo della sua assunzione da Murat in Livorno, dando questa città, come dichiarata d'assedio, nel governo dei suoi soldati. Mandava inoltre il generale buonapartico truppe a Piombino ed in tutto il litorale toscano per impedire ogni pratica cogl'Inglesi, arrestava gl'Inglesi, prendeva le loro navi sorte nel porto, e molestava, co' suoi corsari che uscivano da Livorno, i traffici inglesi. Queste cose faceva, perchè, dopo breve pace, era sorta nuova guerra con la Gran Bretagna.
Prendeva, in mezzo a queste insolenze forastiere, nel mese di agosto (il dì 29), possessione del regno Carlo Lodovico, sotto tutela della regina madre. Giurarono fedeltà il senato fiorentino, i magistrati, i deputati delle principali città. Furonvi corse di cocchi, emblemi, luminarie, fuochi artificiali e le solite poesie elogistiche.
Anno di CRISTO MDCCCIV. Indizione VII.
PIO VII papa 5. FRANCESCO II imperadore 13.
Ordinate col consentimento del papa le faccende religiose in Francia, si rendeva necessario che il consolo le acconciasse coll'intervento pontificio nell'Italia; imperciocchè il pontefice non aveva tralasciato di muovere querele intorno alle deliberazioni prese senza che la potestà sua fosse, non che consenziente, richiesta, nell'italiana costituzione. Il consolo, per un suo gran fine, voleva gratificare al papa. Per la qual cosa, dopo alcune pratiche tenute a Parigi tra il cardinal Caprara, legato della santa Sede, e Ferdinando Marescalchi, ministro degli affari esteri della repubblica italiana, fu concluso, il dì 16 settembre dell'anno precedente, in nome del pontefice e del presidente un concordato, l'importar del quale fu quasi del tutto conforme al concordato di Francia.
Ma bene ne ampliò le condizioni a favore della potestà secolare Melzi vicepresidente. Decretava, ai primi di febbraio del presente anno, che la facoltà di vestire e di ammettere alla professione religiosa fosse ristretta agli ordini, conventi, collegi, monasteri, che per instituto fossero dediti all'istruzione ed educazione della gioventù, alla cura degl'infermi, o ad altri simili ufficii di speciale e pubblica utilità; che per vestire o far professione religiosa individuale, e per la promozione agli ordini sacri il beneplacito del governo si richiedesse; che la libera comunicazione dei vescovi colla santa Sede non importasse nè devoluzione di cause da trattarsi in via contenziosa avanti i tribunali, nè dipendenza alcuna dall'autorità spirituale nelle cose di privata competenza dell'autorità temporale; che le bolle, i brevi ed i rescritti della corte di Roma non si potessero recare in uso esteriore e pubblico senza il beneplacito del governo; che solamente i sacerdoti, gl'iniziati negli ordini sacri, i cherici ammessi nei seminarii vescovili ed i vestiti o professi negli ordini religiosi fossero esenti dal servizio militare; che il governo non darebbe mano forte per l'esecuzione delle pene esterne ordinate dall'autorità ecclesiastica per correggere gli ecclesiastici delinquenti e gli appellanti dalle medesime, se non se in caso di abuso manifesto, ed osservati sempre i confini ed i modi della rispettiva competenza; finalmente, che la vigente disciplina della Chiesa nella sua attualità, salvo il diritto della tutela e giurisdizione politica, si mantenesse.
Queste disposizioni sentì molto gravemente il pontefice, e vivamente se ne dolse col presidente. Egli si temporeggiava alle risposte, nè dava nè toglieva speranza di ammendazione. Intanto quantunque il concordato italico, e massime il decreto del vicepresidente, fossero più accetti a certuni che a certi altri, servirono, ciò non ostante, a tranquillare le coscienze timorate del popolo, il quale, avendo sempre perseverato nella fede e nella riverenza verso il papa, vedeva mal volentieri le dissensioni con Roma, ed ora della ristorata concordia si rallegrava.
Ma già i bilustri pensieri del consolo si avvicinavano al loro compimento. Glorioso per guerra, glorioso per pace, nissun nome nè negli antichi, nè nei moderni tempi alle allucinate generazioni pareva uguale al suo. Ancora spesseggiava il suono nelle bocche degli uomini e fresca era negli animi la memoria delle sue maravigliose geste in Italia e prima e dopo le egiziache fatiche. Mirabili cose si dicevano ed ancor più si scrivevano.
Il consolo, non abborrendo dal proposito di ridurre in servitù una nazione che con una piena di tanto amore si versava verso di lui, pensò esser arrivato il tempo di dar compimento a' suoi disegni. Perciò, allettati gli amatori del nome reale con la patria, i soldati coi donativi, i preti col concordato, i magistrati con gli onori, il popolo coi comodi, si accinse ad appropriarsi la parola di quello di cui già aveva la sostanza, accoppiando in tal modo il supremo nome alla suprema potenza. Restava che i repubblicani assicurasse: il fece con l'uccisione del duca d'Enghien. Diè le prime mosse il tribunato: il senato non s'indugiò a seguitare, parte per paura, parte per ambizione: il dì 18 maggio chiamava Napoleone Buonaparte imperator dei Franzesi.
Questo atto, ancorchè inaspettato non fosse, empiè di maraviglia il mondo. I reali si accorsero che Buonaparte non era uomo, come aspettavano, che volesse fare il Monk; i repubblicani videro che non era uomo da voler fare, come si promettevano, il Cincinnato. Poi i reali dimenticarono tosto la realtà, i repubblicani la repubblica, e gli uni e gli altri trassero cupidamente agl'imperiali allettamenti. Pochi dall'una parte e dall'altra si ristarono. Delle potenze d'Europa, l'Inghilterra, che non s'era mai ingannata sulle qualità di Buonaparte, contrastava, ma invano; contrastava anche invano il lontano ed ingannatosi Alessandro; la Turchia, per timore della Russia, si peritava; l'Austria taceva; la Prussia, che tuttavia continuava ad ingannarsi, non solamente aveva consentito, ma ancora esortato. Questo era stato uno dei principali fondamenti dell'ardimento di Napoleone. Luigi XVIII, re di Francia, che fino a questo tempo, forse per qualche speranza, aveva più temperatamente che degli altri governi franzesi parlato e scritto di Buonaparte, a questo estremo atto di assunzione di potenza, per cui ogni aspettazione di buon fine era tolta, grandemente risentendosi, con gravissime parole contro l'usurpazione fin dall'ultimo settentrione, dove esule da' suoi regni se ne stava, protestò. Il Piemonte si confortava della perduta independenza per l'unione con chi comandava; Genova ingannata sperava almeno di conservare l'antico nome; la repubblica italiana, giacchè era perduta la libertà, si prometteva almeno la potenza; la Toscana, che meglio di tutti giudicava delle faccende presenti, non sapeva nè che sperasse nè che temesse; bene si doleva che i leopoldiani tempi fossero perduti per sempre; Napoli, già servo il regno di qua dal Faro, stava in dubbio se almeno potesse conservar libero quello oltre il Faro. Il papa era spaventato dalla grandezza di Napoleone; ma egli il confortava con le promesse, con le adulazioni, ed ancor più con le richieste; imperciocchè, vedendo che, poichè alle antiche consuetudini se ne tornava, non aveva titolo legittimo, nè volendo ammettere la dottrina della sovranità del popolo perchè l'ammetterla era un confessare che chi faceva poteva disfare, ed ei non voleva essere disfatto, il pontefice con grandissime istanze, non purgate da qualche minaccia, richiedeva che a Parigi se ne venisse per consecrarlo imperatore. Parevagli che la consecrazione del papa gli desse nella opinione degli uomini quello che per altre parti gli mancava. Era certamente un gran fatto che il capo supremo della Chiesa, in età già grave, in istagione sinistra, a lontana e straniera terra se ne andasse per legittimare con la santità del suo ministerio quello che tutti i principi d'Europa chiamavano o apertamente o occultamente una usurpazione. Per indurre il papa a questa deliberazione, Napoleone gli prometteva, che se già molto aveva fatto a benefizio della religione e della santa Sede in Francia, molto più era per fare, ove il papa consentisse alla consecrazione. Si trovava il pontefice da queste domande molto angustiato, perchè dall'una parte desiderava di satisfare a Napoleone, sperando di farne nascere tratti profittevoli alla religione; dall'altra il confermare con la efficacia del suo ufficio gli effetti della prepotenza militare, gli pareva duro e disonorevole consiglio.
Tutte le cose però molto bene e maturamente considerate, e co' suoi cardinali parecchie volte ponderate, implorato anche l'aiuto divino, siccome quegli che pienamente da lui ripeteva ogni evento o prospero od avverso, si deliberava a voler fare quello che da tanti secoli non si era veduto che alcuno fatto avesse. Per la qual cosa, risolutosi del tutto a voler posporre al benefizio della religione ogni altro umano riguardo, convocati i cardinali il dì 29 ottobre, con queste gravi ed affettuose parole loro favellava:
«Da questo medesimo seggio, venerabili fratelli, noi già vi annunziammo, siccome il concordato con Napoleone imperadore dei Franzesi, allora primo console, era stato da noi concluso: da questo stesso vi partecipammo la contentezza, che aveva ripieno il nostro cuore nel veder volte novellamente, per opera del concordato medesimo, alla cattolica Religione quelle vaste e popolose regioni. D'allora in poi i profanati tempi furono aperti e purificati, gli altari riedificati, la salvatrice croce innalzata, l'adorazione del vero Dio restituita, i misteri augusti della religione liberamente e pubblicamente celebrati, legittimi pastori a pascere il famelico gregge conceduti: numerose anime dai sentieri dell'errore al grembo della felice eternità richiamate, e con sè stesse e col vero Dio riconciliate: risorse felicemente, da quella oscurità in cui era stata immersa, alla piena luce del giorno in mezzo ad una rinomata nazione la cattolica religione.
A tanti benefizii esultammo, e le esultazioni nostre a Dio nostro Signore dall'intimo del nostro cuore porgemmo. Questa grande e maravigliosa opera non solamente ci riempiva di gratitudine verso quel potente principe che usò tutto il potere e l'autorità sua per fare il concordato, ma ancora ci spingeva, per la dolce ricordanza, ad usare ogni occasione che si aprisse per dimostrargli tale essere verso di lui lo animo nostro. Ora questo medesimo potente principe, il nostro carissimo figliuolo in Cristo Napoleone imperadore dei Franzesi, che con le opere sue sì bene ha meritato della cattolica religione, viene a noi significandoci, ardentemente desiderare di essere coi santi olii unto, e dalle mani nostre l'imperiale corona ricevere, acciocchè i sacri diritti, che sono in così alto grado per collocarlo, siano col carattere della religione impressi, e più potentemente sopra di lui le celesti benedizioni appellino. Richiesta di tal sorte non solo chiaramente la Religione sua e la sua filiale riverenza verso la Santa Sede dimostrata, ma siccome quella che accompagnata è da espresse dimostrazioni e promosse, dà speranza che sia la fede sacra promossa, e che siano le dolorose ingiurie riparate, opera che già ha egli con tanta fatica e con tanto zelo in quelle fiorite ragioni procurato.
Voi vedete pertanto, venerabili fratelli, quanto giuste e gravi siano le cagioni che ad intraprendere questo viaggio c'invitano. Muovonci gl'interessi della nostra santa religione, e muoveci la gratitudine verso il potente imperadore, muoveci l'amore verso colui che, con tutta la forza sua adoperandosi, ebbe in Francia alla cattolica religione libero e pubblico esercizio procurato, muoveci il desiderio che d'avanzarla viemmaggiormente in prosperità ed in dignità ci dimostra. Speriamo altresì, che quando al cospetto suo giunti saremo, e con lui volto a volto favelleremo, tali cose da esso a benefizio della cattolica Chiesa, sola posseditrice dell'arca di salvazione, impetreremo, che giustamente con noi medesimi dello avere a perfezione condotto l'opera della nostra santissima religione congratularci potremo. Non dalle nostre deboli parole tale speranza concepiamo, ma dalla grazia di colui di cui, quantunque immeritatamente, siamo il Vicario sopra la terra, dalla grazia di colui che per la forza dei sacri riti invocato essendo, nei bene disposti cuori dei principi discende, specialmente quando padri dei popoli si mostrano, specialmente quando alla eterna salute intendono, specialmente quando di vivere e di morire veri e buoni figliuoli della cattolica Chiesa deliberano. Per tutte queste cagioni, venerabili fratelli, e l'esempio seguitando di alcuni nostri predecessori, che, la propria sede lasciando, in estere regioni per promuovere la religione e per gratificare ai principi che della Chiesa bene meritato avevano, peregrinarono, ci siamo ad intraprendere il presente viaggio deliberati, avvengadiochè da tale risoluzione avessero dovuto allontanarci la stagione sinistra, l'età nostra grave, la salute inferma. Ma non fia che a tali impedimenti ci sgomentiamo, solo che voglia Iddio farci dei nostri desiderii grazia. Nè fu il negozio, prima che si risolvessimo, da ogni parte ed attentamente non considerato. Stemmo dubbii ed incerti un tempo; ma con tali assicurazioni si fece incontro ai desiderii nostri lo imperadore, che ci rendemmo certi, essere il nostro viaggio a pro della religione per riuscire. Voi ciò sapete che su di ciò a voi chiesi consiglio; ma per non preterire quello che ogni altra cosa avanza, sapendo benissimo che, conforme al detto della divina Sapienza, le risoluzioni dei mortali, anche di quelli che per dottrina e per pietà più riputati sono, di quelli altresì, il cui parlare quale incenso alla presenza di Dio sen sale, sono deboli e timide ed incerte, le nostre fervorose preghiere al Padre di ogni sapere indirizzammo, instantemente richiedendolo che ci sia fatto abilità di solo fare quello che a lui piacer possa, solo quello che a prosperità ed incremento della sua Chiesa tornare prometta. Ecci Dio, il quale coll'umile nostro cuore tante volte supplicammo, al quale nel suo sacro tempio le supplici nostre mani alzammo, dal quale e benigna udienza ed aiuto propizio in tant'uopo implorammo, testimonio che niun'altra cosa vogliamo, o niun'altra intendiamo, che alla gloria ed agli interessi della cattolica religione, alla salute delle anime, all'adempimento dell'apostolico mandato a noi, quantunque immeritevoli, commesso. Di questa medesima sincerità nostra voi stessi, venerabili fratelli, a cui tutto apersi, siete testimonii. Adunque quando un negozio sì grande con l'aiuto della divina assistenza vicino è a compirsi, qual vicario di Dio, Salvator nostro, operando, questo viaggio, al quale tante e sì ponderose cagioni ci confortano, imprenderemo.
Benedirà, speriamo, il Dio d'ogni grazia i nostri passi, ed in questa epoca nuova della religione con uno splendore di accresciuta gloria si manifesterà! Ad esempio di Pio VI di riverita memoria, quando a Vienna d'Austria si condusse, abbiamo, venerabili fratelli, provveduto che le curie e le audienze siano e restino, secondo il solito, aperte; e siccome la necessità del morire è certa, il giorno incerto, così abbiamo ordinato, che se durante il viaggio nostro a Dio piacesse di ritorci a lui, si tengano i pontificii comizii. Infine da voi richiediamo, voi instantemente preghiamo che vi piaccia per noi sempre quell'affezione medesima conservare che finora ci mostraste, e che, noi assenti, l'anima nostra all'onnipotente Iddio, a Gesù Cristo nostro Signore, alla gloriosissima sua Vergine madre, al beato apostolo Pietro, acciò questo viaggio e felice sia nel corso e prospero nel fine, raccomandiate. La quale cosa, se come speriamo, dal fonte di bene impetreremo, voi, venerandi fratelli, che di ogni consiglio nostro e di ogni nostra cura foste sempre partecipi fatti, della comune contentezza ancora voi parteciperete e tutti insieme nella mercè del Signore esulteremo e ci rallegreremo.»
Giunto il pontefice sulle franzesi terre, fu per ordine dell'imperatore, ed ancor più per la pietà dei fedeli, in ogni luogo con riverenza veduto. A Parigi, anche quelli che non credevano nè al papa nè alla religione si precitavano a gara alla sua presenza, per esprimergli con parole sentimenti di rispetto. Incoronava Napoleone il dì 2 dicembre. Napoleone consecrato diè nel campo di Marte solennemente le imperiali aquile a' suoi soldati: le antiche insegne della repubblica, che avevano veduto le renane, italiche, egiziache vittorie, lasciate nel fango.
Andarono i magistrati ed i capi dell'esercito a rendere omaggio all'incoronato loro signore. Cervoni, antico compagno, vedendolo non più così scarso del corpo come era una volta, con esso lui della prospera salute si rallegrava. Si, rispose il sire, ora sto bene.
Mentre pel concordato con Francia aveva il pontefice dato sesto alle faccende religiose di quel regno, un altro pensiero mandava ad effetto, dal quale confidava che dovesse risultare molto benefizio alla Sedia apostolica; e siccome per l'accordo fatto con Napoleone aveva posto freno alla setta filosofica, così con un'altra deliberazione voleva medicare dalle radici il male che vedeva provenire dalla setta che l'impugnava, pretendendo le massime e gli usi della Chiesa primitiva.
Erasi sparsa voce: spenti i gesuiti, per questo appunto esser nate le rivoluzioni, per questo la rovina de' reali seggi, per questo imperversare una libertà scapestrata, per questo l'anarchia dissolvere ogni buon ordine, perchè era stata soppressa la società loro; per questo la filosofica e la giansenistica piena avere tutto allagato: a sì potenti e sì ostinati nemici, i re soli senza il papa, nè il papa solo senza i re, nemmeno i re ed il papa insieme congiunti non poter resistere, se non s'accosta l'opera aiutatrice e tanto efficace dei gesuiti: sedurre la filosofia gli animi ardenti ed allegri con torre il freno alle passioni, sedurre il giansenismo gli animi ardenti e rigidi con un'apparenza di santimonia e di austerità: non essere padroni i re dell'ammaestrare i giovani a seconda dei pensieri loro; non esser padrone il papa di piegar uomini male ammaestrati: necessario esser l'aiuto di coloro che radici buone sanno porre negli spiriti, e di quanto gli spiriti concepiscono e di quanto le mani fanno, possono essere e sono diligentemente informati: cospirare il volgo contro i potenti, doversi accordare i potenti per resistere al volgo; nè un modo qualunque al grand'uopo poter bastare; richiedersi il più alto, il più stretto, il più generale: soli a questo fine valere i gesuiti; doversi loro chiamare ad instaurazione della società sciolta, a salute dei principi pericolanti, a rannodamento dell'Europa disordinata: o gesuiti o rivoluzioni, nè altro modo di salvamento trovarsi che in loro.
A tali vociferazioni, che in quest'anno diffondevansi ogni giorno più, supplicava il re Ferdinando di Napoli il papa, acciocchè, per ammaestrare la gioventù del suo reame nelle rette e salutevoli dottrine, come diceva, vi riinstaurasse, siccome già in Russia aveva fatto, la compagnia di Gesù. Il pontefice facilmente gliene consentiva: un Gabriello Gruber la ordinava. Così fu principiata la risurrezione dei gesuiti; e fu osservato che fu principiata da un re, attivo cooperatore della soppressione, e da un papa uscito dai benedettini, avversi ai gesuiti.
Le toscane cose, che nell'anno precedente lasciammo non poco sinistre, vieppiù turbava un insolito e doloroso accidente: conciossiachè sorse in sul finire dell'autunno del presente anno nella egregia città di Livorno una pestifera infermità, alla quale diede occasione, siccome pare, la state che trascorse in quest'anno, sotto il dominio continuo di venti austriali, oltre solito calda e piovosa. La quale infermità, da alcuni chiamata febbre gialla, da altri vomito nero, nomi l'uno e l'altro che a lei molto bene si confanno pei segni strani che l'accompagnano, incominciò ad infierire nelle parti più basse, più fitte e più sucide della città per modo che a questi toglieva la vita in sette giorni, a chi in cinque, a chi in tre, ed a chi ancora nel breve giro di un giorno. Dire quali e quanti fossero gli effetti che in chi ella s'appiccava ingenerasse, fora materia assai lunga e difficile, perchè chi assaliva ad un modo e chi ad un altro, ed era molto proteiforme. Pure sormontavano sempre i due principali segni, che il corpo, massimamente il busto, e prima e dopo morte, giallo divenisse, e certo sozzume nero a guisa della posatura del caffè in copia lo stomaco recesse. Nè più facilmente nei cagionevoli che nei sani s'accendeva il mortale morbo, perciocchè si vedevano spesso giovani gagliardi passarsene dallo stato il più florido di salute fra brevissimo tempo in fine di morte. Nè uno era nei diversi tempi l'aspetto del morbo, tre particolarmente notandosene: in sul primo, poco aveva che dalle solite ardenti febbri il differenziasse; l'insulto primo accompagnava un ribrezzo di freddo, massimamente lungo il dorso ed alla regione dei lombi; doleva acerbamente il capo, ma più alle tempia ed alla fronte che altrove, dolevano in singolar modo le membra alle giunture; gli occhi accesi e come pieni di sangue, duri e presti i polsi; la pelle ardeva di calore intensissimo, nè godeva l'ammalato del benefizio del ventre o delle orine. Augurio funesto erano principalmente un molesto senso alla forcella dello stomaco ed una inclinazione al vomitare. Questo primo tempo concludeva una grande insidia, per modo che quando più pareva al malato, ai parenti ed agli amici vicina la guarnigione, più vicina era la morte. Tutto il mortifero apparato s'attutiva ad un tratto, e, cessata la lebbre, se un leggiero sudore ed una somma debolezza si eccettuavano, sano si mostrava il corpo, ed a perfetta salute inclinante. Ma ecco improvvisamente e dopo il breve spazio di poche ore, sorgere nuova e più fiera tempesta; che la molestia della bocca dello stomaco diveniva dolore acerbissimo, e dalla regione del ventricolo a quella del fegato si estendeva; nè il toccare queste parti, ancorchè leggerissimo fosse, era a modo alcuno sopportabile all'ammalato. Abboriva da ogni cibo e da ogni bevanda; gli occhi rossi, gialli si facevano: gialle ancora le orine, e giallo il corpo; la faccia ed il collo più di ogni altra parte il giallore vestivano. Lo stomaco impaziente vomitava ogni presa vivanda, benchè leggerissima fosse; ovvero pretta bile o bile mista a vermini buttava.
A questo si aggiungevano oppressione ai precordii, sospiri frequenti, purgamenti del corpo fetidissimi, liquidi e come color di cenere. Nè regola certa più restava ai medicanti per giudicar del male, perchè i polsi ad ogni momento variavano; ora tardi, ora celeri, ora piccoli, ora spiegati, ora urtanti, ora languidi, ora depressi, mostravano che se insorgeva qualche volta natura, invano ancora insorgeva, superando la prepotente forza del morbo. In mezzo a tanto tumulto, come se chi era per morire meglio dovesse vedere la sua morte, libera si conservava la mente ed intiera. Succedeva tantosto l'ultimo tempo più vicino a morte, in cui tremavano le membra, i reciticci divenivano non più di muchi o di bile, ma di materia nera, fetidissima, come di sangue putrefatto e marcio. Trasudava anche, e spesso in gran copia, dalle gengive e dalle fauci questo nero sangue; e così ancora dalle narici e dal fondamento dell'utero copiosamente usciva: ogni cosa si volgeva a putredine ed a mortificazione. Bruttavano la pelle o macchie nere a guisa di piccoli punti, o larghi lividori a guisa di pesche, massimamente in quei luoghi a cui si appoggiava il corpo. Facevano la bocca disforme ed orrida, le labbra turgidissime e nere; gli occhi lagrimosi e tristi ogni vivo lume perdevano; quindi il delirio od il letargo fra le convulsioni ed un mortale freddo di membra la vita troncavano. Chi moriva nel primo, chi nel secondo, chi nel terzo tempo. Ma quando prima la malattia invase, più morivano nel primo che nell'ultimo; più nell'ultimo che nel primo, ma non molti, quando già trascorsi essendo circa due mesi, o fosse per l'abitudine dei corpi, o fosse per la diminuzione delle cagioni, già era stata ammansita la ferocia del funesto influsso. Pessimi presagii erano la violenza della prima febbre, i dolori acutissimi delle membra, massime al petto, l'affanno sommo, la prostrazione delle forze, il vomito pertinace e nero, il comparire sulle prime il giallore; il chiudersi la via delle orine, il singhiozzo: ottimi, la moderata febbre, il vomito raro e mucoso senza putridume, il giallore tardo, la traspirazione libera, il corpo lubrico, ma di bile, non di sangue, e il non tremare e il non prostrarsi. Per le orine trovava per l'ordinario via la natura a discacciare il veleno mortifero; imperciocchè, quando copiose ed intensamente gialle fluivano, annunziavano l'esito felice. Ma non una era la maniera del guarire; conciossiachè si è veduto l'uscire improvvisamente e copiosamente sangue dalla bocca e dalle narici chiamare inaspettatamente a vita chi già pareva preda d'inevitabil morte. Furono viste femmine guarite dal correre improvviso di mestrui abbondanti; fu visto lo sconciarsi della concetta creatura ed il copioso versarsi del sangue, che ne conseguitava, redimere la sofferente madre dalla fine imminente. Crudo era il male e nimicissimo alla vita; funeste vestigia, anche già quando se n'era ito, nei corpi lasciava: lunghe, tristi, penose si vedevano le convalescenze; chi restava stupido lungo spazio, chi tremava, chi, spaventato da funeste fantasime, passava malinconici i giorni, spaventose le notti, miserabili segni che stata era vicina la morte. Strana ed orrida contaminazione di corpi, che spesso, oltre le raccontate alterazioni, insolite apparenze induceva: a questo veniva in odio l'acqua, come se da cane arrabbiato morso fosse; a quello la vista si pervertiva, o doppio o più grande del solito vedendo; a quest'altro gonfiavano straordinariamente le parotidi: a chi venivano bollicine piene di umore corrosivo in pelle, ed a chi pioveva sangue dagli orecchi. Escoriavasi la pelle, come se dal fuoco bruciata fosse, in quei luoghi dove la suffusa bile si spargeva: trascolava dai vescicatorii una linfa intensamente verde, simile piuttosto al sugo di cicoria che ad altro, la quale sì caustica e sì pungente natura aveva, che la pelle delle toccate membra dolorosamente infiammava, e tostamente cancrenava. Più feroce infierì il male contro le donne. Ma le gravide quasi tutte, che prese ne furono, morirono: i fanciulli passarono quasi tutti indenni. L'intemperanza di ogni genere, specialmente il darsi al bere eccessivo del vino e degli spiriti, ed il gozzovigliare ed il trascorrere nei cibi cagionavano e più certa malattia e più certa morte.
Ogni cosa poi sozza così dentro come fuori; imperciocchè negli sparati cadaveri le narici si vedevano imbrattate di nero sangue, e la morta bocca recere ancora, tanto n'era pieno il corpo, quel sucidume nero e fetido che nelle ultime ore della vita da lei pioveva. Pieno ancor esso e zeppo e gonfio di questo medesimo putridume infame e nero si trovava il ventricolo, roso, oltre a ciò, da serpeggiante cancrena, e rosi gl'intestini; la rete, chiamata dai medici omento, rosa del tutto, mostrava quanta forza di distruzione l'orribile malore avesse. Un fluido rosso e giallastro, come di bile mista a sangue, il cavo torace ingombrava; e sangue nero e putredinoso tutti aveva pieni i polmoni, cospersi ancor essi di macchie livide e cancrenose; livido ed infiammato il setto traverso; livida e di corrotto sangue piena la milza; livido, molle, putredinoso e di colore come se cotto fosse, il fegato, sul quale, e così sul ventricolo, pareva essersi specialmente scagliata con tutti i suoi effetti più tremendi la pestilenza. Insomma, o putridume sanguinolento, o sangue nero, o infiammazione vicina a sfacelo, o distruzione intiera di parti in ogni luogo e nelle più vitali viscere si discoprivano. Nè perchè la funesta corruttela tali mortiferi effetti producesse, lungo tempo richiedevasi che anche in coloro, i quali nel breve spazio di ventiquattr'ore restavano morti, si scorgeva che uno sfacelo universale, che un'aura venefica aveva il corpo tutto invaso ed allo stato di morte ridotto; che tale vide, tale descrisse con singolar medica maestria questa esiziale infermità il dottor Palloni, mandato dal toscano governo a vedere se alcun senno od umano provvedimento contro la medesima valesse. Nè solamente i visceri che più vicini e concorrenti all'opificio della digestione, quali sono, per esempio, il fegato ed il ventricolo, ma ancora i più segreti e più lontani erano da lei tocchi e contaminati; posciachè la vescica, che serve di ricettacolo alle orine, vuota si rinveniva, e di striscie sanguinose listata; il cerebro stesso, fonte principale di vita, ed i suoi proteggitori invogli col sozzo aspetto di vasi sanguigni strapieni, e con le cavità bruttate di un fluido sviato e giallastro, alla vista si appresentavano. Corrotta era la bile, e sparsa per tutto il corpo dei miseri contaminati. Pessimi il quinto e settimo giorno; pure notati di morti frequenti anche il primo, il secondo e il terzo: in alcuni, ma rari, indugiò la morte insino al decimoterzo od al decimoquarto.
Varii furono gli argomenti usati dai medici per domare la dolorosa infermità; ma i più semplici, come suole, riuscirono anche i più vantaggiosi. Tenere il ventre libero col calomelano e con la gialappa, buono; buono promuovere il sudore; buonissime le limonee con qualche piccola dose di tartaro emetico; utili i fomenti caldi, in cui fosse stata cotta senape. Nè mancò di sovvenire efficacissimamente agli ammalati l'acido nitrico, massimamente quando si usava in sulle complessioni deboli, e quando, essendo già molt'oltre trascorso il male, le emorragie, il vomito nero ed altri segni la incominciata dissoluzione del corpo indicavano. Deteriorava pei vescicatorii la condizione degli ammalati; pure giovarono in qualche caso applicati alla regione del sottoposto ed infestato fegato. Le orine soppresse, la digitale purpurea giovava. Ma forte e sopra tutti supremo rimedio mostrossi l'aria pura, e spesse volte rinnovata, dalla quale tanta era la efficacia, che per lei, anche a piccola distanza, si distruggeva la venefica qualità ed il fomite stesso del male.
Dall'altro canto si vedeva che per l'aria pregna di esalazioni animali si trasportava da uomo a uomo facilmente il morbo, e più fieramente l'infettato tormentava. Serve di argomento a compruovare questo accidente che le contrade più piene d'immondizie e meno ventilate della città, e le case dei poveri furono le più miseramente contaminate. Al contrario, le contrade spaziose e le case comode, pulite, e di aria aperta e libera, o andaronne esenti, o non peggiorovvi, o non vi appiccossi da corpo a corpo la corruzione; che anzi nel contaminato individuo si contenne, gli assistenti, i parenti, i medici, i ministri di Dio immuni lasciando. La qual cosa questa malattia dalle altre contagiose febbri, e specialmente dalla peste di Egitto, differenzia, il cui veleno largamente e lontanamente si appicca. Nè in contado si propagava, abbenchè continuamente infinite persone ed infinite mercanzie da contrada a contrada, e dalla città nei contado si trasportassero e si diffondessero. Nè l'uomo sano, ancorchè nella vicinanza degli ammalati vissuto fosse, mai ad altri la infezione, se prima egli medesimo tocco dalla malattia stato non fosse, comunicava; nè per gl'individui sani delle contaminate famiglie, nè per gli arnesi loro, nè per le altre suppellettili delle case giammai fuori la corruzione si avventava; e sì pure che le monete, le carte, le merci tutte in continuo giro ed in un indistinto commercio dentro e fuori della città versavano. L'abitudine, per un mirabile e non conosciuto artifizio dei nostri corpi, al malefico influsso gradatamente avvezzandoli, li salvava. Infatti, pel funesto male che tanti fra la minuta gente toglieva di vita, un solo ministro di Dio, tre soli ministri di salute perirono, quantunque e gli uni e gli altri frequentissimamente e con tutta cura agl'infettati assistessero. E quanta fosse la forza del rinnovato aere a domare l'acume del veleno, confermò visibilmente il provvedimento dato da chi reggeva l'ospedale di San Jacopo, il quale, quasi a riva il mare situato, ed ottimamente a salute edificato, di un'aria libera, sfogata e purissima godeva; conciossiachè non così tosto gl'infetti, ancorchè languidi, oppressi e già quasi vinti fossero dalla malattia, la soglia di quel salutifero edificio toccavano, ed in lui riposti erano, che i vitali spiriti in loro si rinvigorivano mirabilmente, e dalle angosce più crudeli subitamente ad un confortevole stato passavano. Toscano pregio fu rimedio all'inquilino morbo; perchè oltre alla purezza procurata dell'aria, la pulitezza delle case, la nettezza delle vestimenta, la mondezza dei corpi, qualità tanto eminenti nel toscano paese, sovvennero agl'infermi, e per sanarli bastarono le consuete abitudini. Nè anco in così nemico tempo si scoverse quel fine crudele di schifare e di fuggire gl'infetti per acquistare salute: a tutti rimasero i debiti sussidii, o per la carità dei parenti, o per l'amorevolezza degli amici, o per la pietà dei cherici, o per la provvidenza del pubblico; dei quali vantaggi devono i Livornesi o ad una maggiore civiltà o a più celesti inspirazioni restare obbligati.
Adunque se, oltre una naturale disposizione dei corpi a restare contaminato dal morbo, abbisognavano e la vicinanza o il contatto dell'uomo ammalato, o delle robe che a suo uso avevano servito nel corso della malattia, se l'aria stagnante e chiusa e zeppa d'animali effluvii la dava, se l'aria aperta e sfogata o l'allontanava o l'aleggiava, se le persone sane, benchè vissute in prossimità degl'infetti, e le merci da loro tocche, solo che al puro e ventilato aere esposte fossero, l'infezione fuori della città non trasportavano, e se finalmente il medesimo aere ventilato e puro il malefico fomite presso al suo fonte stesso, cioè all'ammalato, distruggeva ed annientava, si deduce che o l'accidente mortifero di Livorno, quantunque avesse in sè raccolti tutti i segni di quel morbo che alcuni febbre gialla, altri vomito nero appellano, era nondimeno molto dal medesimo diverso, opinione non verisimile, perciocchè i segni indicano identità di natura, o che il terrore e la mossa immaginazione l'hanno in altri paesi fatto parere diverso da quello ch'egli è veramente, tassandolo di contagio, quando veramente contagioso non è, a modo delle malattie che i medici chiamano specialmente con questo nome, come, per cagion d'esempio, la peste d'Egitto. Nè dimoreremci a dire com'egli in Livorno stato fosse recato; perchè se il vi recasse, come corse fama, un bastimento venuto da Vera-Crux, è incerto, siccome ancora è incerto se da altro contagio qualunque, o se da mera disposizione del cielo piovoso e caldo, come alcuni credono, e pare più verisimile, ingenerato e sorto fosse. Certo è bene ch'ei fu contaminazione schifosa ed abbominevole, e che funestò per numerose morti Livorno, spaventò le città vicine, tenne lunga pezza dubbiosa ed atterrita l'Europa per la fama delle provincie devastate in America. Queste cose si son volute raccontare con quella semplicità che s'è potuto maggiore, acciocchè la nuda verità meglio servir potesse a far conoscere, per forza di comparazione, la natura ed i rimedii di un male che omai minaccia di voler accrescere la soma di tutti quelli che già pur troppo affliggono la miseranda Europa.
Anno di CRISTO MDCCCV. Indizione VIII.
PIO VII papa 6. FRANCESCO II imperadore 14.
Pareva, e fu anche solennemente e con magnifiche parole detto da Napoleone e da Melzi, che gli ordini statuiti in Lione per l'Italia fossero per essere eterni; ma non erano corsi due anni, che già manchi, insufficienti, non conducenti a cosa che buona e durevole fosse, si qualificarono. Importava a chi s'era fatto imperatore che re ancora si facesse. Erano, non senza disegno, stati invitati gli Italici a condursi a Parigi, per cagione di assistere in nome della repubblica alle imperiali cerimonie ed allegrezze. Vi andarono Melzi presidente, i consultori di Stato Marescalchi, Caprara, Paradisi, Fenaroli, Costabili, Luosi, Guicciardini; i deputati dei collegi e dei magistrati, Guastavillani, Lambertenghi, Carlotti, Dambruschi, Rangone, Galeppi, Litta, Fe, Alessandri, Salimbeni, Appiani, Busti, Negri, Sopransi, Valdrighi. L'imperatore si lasciò intendere che il chiamassero re, e condannassero gli ordini lionesi: disponendosi la somma delle cose non solo con un comando, ma ancora con un cenno di Napoleone, il fecero volontieri; Melzi, appresentandosegli il dì 17 marzo con gli altri deputati in cospetto di Napoleone salito sul trono nel castello delle Tuillerie, in tali accenti favellava:
«Voi ordinaste, o sire, che la consulta di Stato e i deputati della repubblica italiana si adunassero, e l'affare il più importante pe' suoi destini presenti e futuri, cioè la forma del suo governo, considerassero. Al cospetto vostro io m'appresento, o sire, per compire appresso a voi l'onorevole carico d'informarvi di quanto ella fece e di quanto ella desidera. Primieramente l'assemblea, molto bene ogni cosa considerando, venne in questa sentenza, che l'impossibile è, se troppo non si vuole dagli accidenti dell'età nostra discordare, le attuali forme conservare. Ebbero le lionesi constituzioni tutti i segni di ordini provvisorii: accidentali furono, perchè agli accidenti dei tempi fossero rispondenti, nè in sè alcun nervo avevano, per cui gli uomini prudenti e durata e conservazione promettere si potessero. Non che la ragione, l'evidenza stringono urgentemente a cambiarla. La quale cosa concessa e confessata vera, come vera è realmente, la via da seguitarsi semplice diventa e piana; i progressi delle cognizioni, i dettami dell'esperienza, la monarchia constituzionale, la gratitudine, l'amore, la confidenza il monarca ci additano. Voi conquistaste, o sire, voi riconquistaste, voi creaste, voi ordinaste, voi sino a questo dì l'italiana repubblica governaste; quivi ogni cosa le vostre geste, la vostra mente, i vostri benefizii rammenta: un unico desiderio poteva essere fra di noi; un unico desiderio è sorto. Noi non preterimmo di maturamente considerare quanto nelle future cose la profonda sapienza vostra indicava; ma per quanto gli alti e generosi pensieri vostri coi nostri più bramati interessi si accordino, facilmente abbiamo a noi medesimi persuaso che le condizioni nostre tanto ancora non sono mature che possiamo aggiungere a quest'ultimo grado della politica independenza. L'italiana repubblica, così porta l'ordine naturale delle cose, deve ancora per qualche tempo restare impressa della condizione degli Stati novellamente creati. Un primo nembo, quantunque leggiero, che l'aere oscurasse, sarebbe per lei d'affanni e di timore cagione. Nella qual condizione, quale maggior sicurezza, quale più fondata speranza di felicità potrebbe ella, sire, che in voi trovare? Voi siete ancora necessaria parte di lei. Solo nell'alta sapienza vostra sta, solo a lei s'appartiene il vedere il preciso termine della dependenza tra le gelosie esterne e i pericoli nostri. Interrogati amorevolmente, rispondiamo sinceramente. Questo è il desiderio nostro che a voi significhiamo, questa la preghiera che a voi indirizziamo, che vi piaccia quelle costituzioni darne, in cui i principii già da voi pubblicati, dall'eterna ragione richiesti, alla quiete delle nazioni necessarii, statuiti siano e confermati. Siate contento, o sire, di accettare, siate contento di compire le preghiere e i desiderii dell'italica consulta. Per questa mia bocca istantemente tutti ve ne ricercano e ve ne scongiurano. Se voi benignamente ci esaudite, agl'Italiani diremo, che voi con più forte legamento vi siete alla conservazione, alla difesa, alla prosperità dell'italiana nazione congiunto. Così è, sire, voi voleste che l'italiana repubblica fosse, ed ella fu: fate ora che l'italiana monarchia sia felice, e sarà.»
Terminato il favellare, e fattosi avanti Melzi, l'atto dell'italiana consulta espresse: il governo della repubblica italiana fosse monarcale ed ereditario; Napoleone I re d'Italia si dichiarasse; le due corone di Francia e d'Italia in lui solo, non ne' suoi discendenti o successori, potessero esser unite: insino a tanto che gli eserciti franzesi occupassero il regno di Napoli, i Russi Corfù, gl'Inglesi Malta, le due corone non si potessero separare; pregassesi Napoleone imperatore passasse a Milano per ricevere la corona e statuire leggi definitive pel regno.
Rispose Napoleone, aver avuto sempre il pensiero di creare libera e independente la nazione italiana; dalle sponde del Nilo avere sentito le italiane disgrazie; essere, mercè il coraggio invitto de' suoi soldati, comparso a Milano, quando i suoi popoli d'Italia ancora il credevano sulle spiaggie del mar Rosso; ancora tinto di sangue, ancora cosperso di polvere, sua prima cura essere stata l'ordinare l'italiana patria; chiamarlo gl'Italiani a loro re; volere loro re essere, volere questa corona conservare, ma solo fintantochè gl'interessi loro il richiedessero; deporrebbela, quando fosse venuto il tempo, sopra un giovane rampollo volontieri, al quale, del pari che a lui, sarebbero a cuore la sicurezza e la prosperità dei popoli italiani. Nè questa fu la sola dimostrazione ch'ei fece in questo proposito.
Entrò il giorno seguente l'imperatore in senato. Taleyrand, ch'era uomo molto ambidestro, e capace di pruovar questa con molte altre cose ancora, pruovò che per allora l'unione della corona d'Italia a quella di Francia era necessaria. Lessesi l'accettazione; poi Napoleone prese a favellare pretendendo parole di moderazione e di temperanza.
«Noi vi chiamammo, o senatori, disse, per darvi a conoscere tutto l'animo nostro intorno agli affari più importanti dello Stato. Potente e forte è l'impero di Francia, ma più grande ancora la moderazione nostra. L'Olanda, la Svizzera, l'Italia tutta, la Germania quasi tutta conquistammo: ma in fortuna tanto prospera misura e modo serbammo. Di tante conquistate provincie quello solo ritenemmo che necessario era a mantenerci in quel grado d'autorità e di potenza, nel quale fu la Francia posta. Lo spartimento della Polonia, le provincie tolte alla Turchia, la conquista delle Indie e di quasi tutte le colonie hanno, a pregiudizio nostro, dall'uno de' lati fatto ir giù la bilancia: l'inutile rendemmo, il necessario serbammo, nè mai le armi per vani progetti di grandezza, nè per amore di conquiste impugnammo. Grande incremento alla fertilità delle nostre terre avrebbe recata l'unione dei territorii dell'italiana repubblica: pure, dopo la seconda conquista, l'independenza sua a Lione confermammo; ed oggidì, più oltre ancora procedendo, il principio della separazione delle due corone statuiamo, solo il tempo di lei, quando senza pericolo pei nostri popoli d'Italia effettuare si possa, assegnando. Accettammo, e sulla nostra fronte l'aulica corona dei Lombardi posammo: questa rattempreremo, questa ristaureremo, questa contro ogni assalto, finchè il Mediterraneo non sia restituito alla condizione consueta, difenderemo, e questo primo italico statuto a poter nostro sano e salvo conserveremo.»
Creava l'imperatore Eugenio Beauharnais, figliuolo dell'imperadrice sua moglie, principe, poi, suo figliuolo adottivo chiamandolo, vicerè d'Italia il nominava. Creava Melzi guardasigilli del regno. Decretava, andrebbe a Milano, e la corona reale la domenica 26 di maggio prenderebbe.
Messosi in viaggio con grandissimo seguito di cortigiani, perchè voleva far illustre questa sua gita con apparato molto magnifico e piucchè regio, e festeggiato con grandissimi onori per tutta Francia, arrivava Napoleone, il dì 20 aprile, a Stupinigi, piccola ed amena villa dei reali di Sardegna, posta a poca distanza da Torino. Quivi concorsero a fargli onoranza i magistrati: Menou verso di lui umilissimo si mostrava. Vennero a trovarlo i deputati di Milano per fargli omaggio, re loro, rigeneratore loro, padre loro chiamandolo. Rispose amorevolmente, gli avrebbe in luogo di figliuoli: raccomandò loro fossero virtuosi, l'attiva vita, la patria e l'ordine amassero. Dell'ordine parlava per dar contro ai giacobini. Terminò minacciosamente, dicendo che se alcuno avesse concetto gelosia pel regno d'Italia, avere una buona spada per disperdere i suoi nemici.
Visitato Moncalieri, corse la collina di Torino: esaminata Superga, entrò trionfalmente nella reale città. Abitò il palazzo del re con molto studio e diligenza a questo fine restituito e addobbato dal conte Salmatoris. Correvano i popoli piemontesi a vedere l'inusitato spettacolo. Arrivava in questo mentre papa Pio a Torino, tornando di Francia. Fu fatto alloggiare nella reggia con Napoleone: stettero molte ore ristretti insieme; Pio sperava, Napoleone lusingava, pubblicamente stretto accordo mostravano. Visitò le pubbliche singolarità: parlò con facilissima loquela di musica, di medicina, di leggi, di pittura; volle vedere la tavola d'Olimpia pinta da Revelli, pittore di nome. Lodò l'opera, ma notò qualche difetto. Il papa festeggiato, anche da Menou Abdallah, se ne partiva alla volta di Parma.
Dai discorsi civili si venne alla rappresentazione dell'armi. Volle Napoleone vedere i gloriosi campi di Marengo, e quivi simulare una sembianza di battaglia. Rizzossi un arco trionfale sulla porta d'Alessandria per Marengo con gli emblemi delle italiche, germaniche, egiziache vittorie. Sul campo stesso del combattuto Marengo l'imperial trono si innalzava. Compariva Napoleone in una carrozza molto splendida, e tirata da otto cavalli. Stavano i soldati schierati, molti memori delle portate fatiche in questi stessi marenghiani campi: Franzesi, Italiani, Mamelucchi, sì fanti che cavalli; s'accostavano le guardie nazionali, tutte in abito ed in bellissimo ordine disposte; magnifica comparsa poi facevano le guardie d'onore milanesi venute a Marengo per onoranza del nuovo signore. Stavano appresso gli uffiziali di corte, i ciamberlani, le dame, i paggi e molti generali in abiti ricchissimi. Splendeva il sole a ciel sereno: i raggi, ripercossi e rimandati in mille differenti guise da tanti ori, argenti e ferri forbiti, facevano una vista mirabile. Una moltitudine innumerevole di popolo era concorsa; l'alessandrina pianura risuonava di grida festive, di nitriti guerrieri, di musica incitatrice. Napoleone glorioso, venuto sul trono e postovi l'imperatrice a sedere, scendeva dall'imperiale cocchio e, montato a cavallo, s'aggirava per le file degli ordinati soldati. Le grida, gli applausi, i suoni d'ogni sorta più vivi e più spessi sorgevano ed assordavano l'aria. Terminate la rassegna e la mostra, iva a sedersi sull'imperiale seggio ancor egli, essendo in lui conversi gli occhi della moltitudine, tutti imperadore o vincitore di Marengo con altissime voci salutandolo. Seguitava la battaglia simulata fra due opposte schiere, moderando le mosse e gli armeggiamenti Lannes, che dopo i nuovi ordini imperiali era stato creato maresciallo. Durò dalle dieci della mattina sino alle sei della sera con diletto grandissimo di Napoleone; la quale terminata, dispensò a parecchi soldati o magistrati le insegne della legione d'onore, creata da lui novellamente. Sceso poscia dal trono, gettava le fondamenta d'una colonna per testimonianza alle future genti della marenghiana vittoria: ivi si fermarono le gloriose ricordanze.
Arrivava Napoleone con tutti i grandi della corona, il dì 6 di maggio, a Mezzana Corte sulla sponda del Po, dove, passato il fiume sopra estemporaneo bucintoro fra le innumerevoli acclamazioni dei popoli, che sulle opposte rive tripudiavano, sulle terre del suo italico regno entrava. L'aspettavano in solenne pompa, il ricevettero, il lodarono il prefetto dell'Olona, il guardasigilli Melzi, il maresciallo Jourdan, che stava al governo dei soldati franzesi alloggiati nel regno italico.
Giunto a Pavia, fece sua stanza nel palazzo del marchese Bolla, ad uso di palazzo imperiale destinandolo. Guardie d'onore, studenti addobbati, folle di popolo, arazzi spiegati, fiori sparsi, lumi accesi, applausi infiniti testificavano l'allegrezza dei Pavesi. Vide volontieri l'università, che l'ebbe con discorso limpido e puro di parole e di stile non isconveniente al soggetto, per voce del rettore e dei professori decani, lodato.
Fu magnifico l'ingresso di Napoleone in Milano. Entrava per la porta ticinese, a cui fu dato il nome di Marengo. Gli appresentarono i municipali le chiavi posate sopra un bacile d'oro. Dissero esser le chiavi della fedel Milano; i cuori averseli già da lungo tempo acquistati. Rispose, servassero le chiavi; credere amarlo i Milanesi, credessero lui amarli. Pervenuto, traendo e gridando lietissimamente una foltissima calca di popolo, al duomo, il cardinal Caprara arcivescovo, fattosegli incontro sulla soglia, giurava rispetto, fedeltà, obbedienza e sommessione, augurava conservazione di sì gran sovrano, invocava gl'incliti protettori della magnifica città Ambrogio e Carlo, acciocchè a lui ed a tutta la sua famiglia salute piena e contentezza perenne dessero. Terminate le cerimonie del tempio, il palazzo dei duchi ornato a festa e tutto esultante per l'acquistata grandezza accoglieva il novello re.
Ed ecco che, saputo ch'era andato a Milano per la corona, il venivano a trovare i deputati dell'italiche e dell'estere città. Vennevi Lucchesini portatore dei prussiani onori: recava da parte del re Federico l'aquila nera e l'aquila rossa a Napoleone; fregiatosene il sire, compariva con esse al cospetto de' suoi schierati soldati. Vennevi Cetto, inviato di Baviera; Beust, inviato dell'arcicancelliere dell'impero germanico; Alberg mandato da Baden, Benvenuti balì mandato dall'ordine di Malta: mandovvi il montagnoso Vallese il landmanno Augustini; mandovvi l'adusta Spagna il principe di Masserano, Lucca un Contenna ed un Belluomini, Toscana un principe Corsini ed un Vittorio Fossombroni: tutti venivano ad onoranza ed a raccomandazione appresso al potente e temuto signore.
Maggior materia era sotto i deputati della ligure repubblica. Aveva mandato il senato genovese Durazzo doge, cardinale Spina arcivescovo, Carbonara, Roggieri, Maghella, Fravega, Balbi, Maglione, Delarue, Scassi, senatori. A loro maggiori carezze e più squisiti onori si facevano. Studiavansi il ministro Marescalchi ed il cardinale Caprara a soddisfar loro con mense, con udienze, con complimenti. Le medesime gentilezze usavano i ministri di Francia: ad ogni piè sospinto veniva dato dell'altezza serenissima al doge, e di ambasciatori straordinarii ai senatori. Il signore stesso sempre li guardava con viso benigno, e si allargava con loro in melliflue parole. Brevemente, fra tanto festeggiare non erano i liguri legati la minor parte della comune allegrezza. Ammessi all'udienza del signore, il videro sereno e lieto. Con esso lui dell'acquistato imperio si rallegrarono, il commercio della prediletta Liguria instaurasse supplicarono. Rispose umanamente, conoscere l'amore dei Liguri; sapere aver soccorso gli eserciti di Francia in tempi difficili; non isfuggirgli le angustie loro; prenderebbe la spada, e li difenderebbe; conoscere l'affezione del doge, vederlo volentieri, veder volentieri con lui i liguri senatori: andrebbe a Genova; senza guardie come fra amici v'andrebbe. Dopo l'udienza furono veduti ed accarezzati dall'imperatrice e da Elisa principessa, sorella di Napoleone, sposata ad un Bacciocchi, creato principe anch'egli. Tutti mostravano dolce viso ai liguri legati nella napoleonica corte.
Presa in Monza la ferrea corona, e non senza solenne pompa a Milano trasportata, si apriva l'adito all'incoronazione. La domenica 26 di maggio, essendo il tempo bello ed il sole lucidissimo, s'incoronava il re. Precedevano Giuseppina imperatrice, Elisa principessa in abiti ricchissimi: ambe risplendevano di diamanti. Seguitava Napoleone, portando la corona imperiale in capo, quella del regno, lo scettro e la mano di giustizia in pugno, il manto reale, di cui i due grandi scudieri sostenevano lo strascico, indosso. L'accompagnavano uscieri, araldi, paggi, aiutanti, mastri di cerimonie ordinarii, mastro grande di cerimonie, ciamberlani, scudieri pomposissimi. Sette dame ricchissimamente addobbate portavano le offerte; ad esse vicini con gli onori di Carlo Magno, di Italia e dell'impero procedevano i grandi ufficiali di Francia e d'Italia, ed i presidenti dei tre collegi elettorali del regno. Ministri, consiglieri, generali accrescevano la risplendente comitiva. Ed ecco Caprara cardinale affaccendatissimo e rispettoso in viso, col baldacchino e col clero accostarsi al signore, e sino al santuario accompagnarlo. Sedè Napoleone sul trono, il cardinale benediceva gli ornamenti regi. Saliva il re all'altare, e presasi la corona, ed in capo postalasi, disse queste parole: Dio me la diede, guai a chi la tocca. Le divote volte in quel mentre risuonavano di grida unanimi di allegrezza. Incoronato, givasi a sedere sopra un magnifico trono alzato all'altro capo della navata. I ministri, i cortigiani, i magistrati, i guerrieri l'attorniavano. Le dame specialmente, in acconce gallerie sedute, facevano bellissima mostra. Sedeva sopra uno scanno a destra Eugenio, vicerè, figliuolo adottivo. A lui, siccome a quello a cui doveva restare la suprema autorità, già guardavano graziosamente i circostanti. Onorato e speciale luogo ebbero nell'imperial tribuna il doge ed i senatori liguri: stavano con loro quaranta dame bellissime e pomposissime; Giuseppina ed Elisa in una particolar tribuna rispondevano. Le volle, le pareti, le colonne sotto ricchissimi drappi si celavano, e con cortine di velo, con frange d'oro, con festoni di seta s'adornavano. Grande, magnifica e maravigliosa scena fu questa, degna veramente della superba Milano. Cantossi la solenne messa; giurò Napoleone: ad alta voce gridossi dagli araldi: «Napoleone I, imperatore dei Franzesi e re d'Italia è incoronato, consecrato e intronizzato; viva l'imperatore e re.» Le ultime parole ripeterono gli astanti con vivissime acclamazioni tre volte. Terminata la incoronazione, andò il solenne corteggio a cantar l'inno ambrosiano nell'ambrosiana chiesa. La sera, Milano tutta festeggiava; fuochi copiosissimi s'accesero, razzi innumerevoli si trassero, un pallone areostatico andava al cielo: in ogni parte canti, suoni, balli, tripudii, allegrezze. A veder tante pompe, si facevano concetti d'eternità: già gli statuali si adagiavano giocondamente sui seggi loro.
Mentre con lusinghe e con onori s'intrattenevano in Milano il doge ed i liguri legati, per un concerto con gli aderenti più fidi, un gran fatto si tramava. Sollevavasi a cose nuove la travagliata Liguria. Vi si spargevano prima parole, poi aperti discorsi, intorno alla necessità dell'unione con Francia. Allegavasi da uomini prezzolati nelle liguri provincie, allora essere stata perduta l'independenza quando fu fatta la rivoluzione; d'allora in poi essere stata sotto diversi nomi e reggimenti diversi Genova serva; aver lo Stato più pesi che portar possa da sè; poterli portare facilmente congiunto con Francia; sperarsi invano che il potente non manomettesse il debole; di ciò manifeste testimonianze aver dato i forastieri venuti quali come amici, quali come alleati; ripugnare la natura umana, sempre superba, ai moderni desiderii, nè la giustizia regnare in chi troppo può; essere cangiate le sorti d'Europa; preponderare oltremodo la Francia; già abbracciare e stringere da ogni parte, pel Piemonte unito e per l'italico regno obbediente, l'esile Liguria: che starsi a fare; che non si domandava l'unione a Francia? Giacchè non si può più comandare da sè, savio consiglio essere il comandare con altrui; le umili genovesi insegne non rispettarsi sui mari dai barbari buttati fuori dalle caverne africane, rispettarsi le franzesi, i napoleonici segni avere a render sicuri i liguri navili: così una sola deliberazione politica esser per fare ciò che le antiche armi della repubblica più non potevano. A queste parole si aggiungevano le adulazioni sulla felice condizione di esser posti al freno di Napoleone eroe. Le giurisdizioni domandavano l'unione con Francia, supplicava il senato, Napoleone la decretasse.
Avendo le arti sortito l'effetto loro, comparivano al cospetto dell'imperatore in Milano, il dì 4 di giugno, i liguri legati. Girolamo Durazzo doge, tutto pallido e sgomentato, orava in umili parole; le quali dette, e porti i suffragii del ligure popolo al signore, rispondeva Napoleone: essere da lungo tempo venuto a parte delle faccende dei Liguri; a buon fine sempre averle indirizzate; essersi accorto che per loro era impossibile che qualche cosa degna dei padri loro facessero; l'avara Inghilterra chiudere a piacer suo i porti, infestar i mari, visitar le navi; le africane rapine andare ognora più discendo; essere servitù nell'independenza ligure; essere necessità ai Liguri di unirsi a un popolo potente; adempirebbe i loro desiderii, gli unirebbe al suo gran popolo volontieri, memore dei servigii prestati; tornassero nella loro patria; visiterebbeli fra breve, suggellerebbe la felice unione in Genova.
Lessersi i voti. A cagione che la Liguria non ha forza sufficiente per mantenere la sua independenza, che gl'Inglesi non riconoscono la repubblica, che chiuso è il mare dai barbari, la terra dalle dogane, supplicare il senato all'imperatore e re, la Liguria al suo impero unisse. Seguitavano le condizioni; si soddisfacesse dallo Stato ai creditori liguri come a quei di Francia; si conservasse il porto franco di Genova; nell'accatastare, si avesse riguardo alla sterilità delle terre liguri ed al caro delle opere; si togliessero le dogane e le barriere tra la Francia e la Liguria; si descrivessero i soldati solamente all'uso di mare; si regolassero per modo i dazii sugl'introiti e sulle tratte, che i proventi e le manifatture della Liguria ne sentissero beneficio; le cause sì civili che criminali si terminassero in Genova, od in uno dei dipartimenti più vicini dell'impero; gli acquistatori dei beni nazionali fossero indenni e sicuri nel possesso e nella piena proprietà di loro.
Napoleone, desiderando mitigare la acerbità del fatto con un uomo di temperata e prudente natura, mandava a Genova il principe Lebrun, arcitesoriere dell'impero, perchè lo Stato nuovo ordinasse a seconda delle leggi franzesi.
Restava che con le feste si celebrasse la perduta patria. Arrivava Napoleone il dì 30 di giugno a Genova. Tutta la città si muoveva per vederlo. Veniva dalla Polcevera: l'incontrava la cavalleria a Campo Marone; le campane suonavano a gloria, i cannoni rimbombavano, le fregate e i legni minori sorti nel porto esultando mareggiavano: chi traeva alle ambizioni, si componeva nei sembianti; le genovesi donne attentamente il guardavano per giudicare di che cosa sapesse; del popolo, chi si maravigliava, chi diceva arguzie da marinaro. Michel Angelo Cambiaso, creato sindaco da Lebrun, s'appresentava con le chiavi: Genova, superba per sito, essere ora superba per destino, disse: darsi ad un eroe; avere gelosamente e per molti secoli custodito la sua libertà; dì ciò pregiarsi; ma ora molto più pregiarsi, le chiavi della città regina in mano di colui rimettendo che, savio e potente più d'ogni altro, valeva a conservargliela intatta e salva. Rispose benignamente; restituì le chiavi. Spina, cardinale arcivescovo, sulla soglia della chiesa di San Teodoro aspettandolo, col sacro turibolo l'incensava. Luigi Corvetto, presidente del consiglio generale, venuto alla presenza del signore, favellava, avere lui liberato il buon popolo di Genova, averlo in figliuolo adottato; essere quivi in mezzo a' suoi figliuoli; dimenticare il genovese popolo le passate calamità; ogni altro affetto in questo solo affetto comporsi dell'amore dell'imperadore e re; per questo essere i Genovesi sudditi deditissimi; per questo i doveri più sacri affortificarsi dalle affezioni più dolci; non isdegnasse, pregava, la semplicità delle parole loro; eroe, sovrano e padre, in buon grado accettasse il tributo dell'ammirazione, dell'amore e della fedeltà loro. Poscia a nome proprio e di Bartolammeo Boccardi, uomo di non mediocre ingegno e stato sempre dedito alla parte franzese, Luigi Corvetto medesimo pregava felicità per la sua patria, chiamando Napoleone più grande di Cesare, e confortandolo a cambiare l'antica cesarea divisa in quest'altra: venni, vidi, felicitai. Piacque la squisita lusinga: Luigi Corvetto fu creato consigliere di Stato. Bene ne occorse ai Liguri che, perduto l'antico nome, trovarono in Corvetto chi affettuosamente gli amava, chi prudentemente li consigliava, e chi utilmente presso il signore gli avvocava, non a sdegni e ad antichi rancori in tempi tanto solenni servendo, ma solamente al benefizio de' suoi compatriotti riguardando.
Alloggiava Napoleone al palazzo Doria a quest'uopo diligentissimamente preparato. Terminati i complimenti, si veniva alle feste. Incominciossi dal mare. Faceva magnifica mostra un tempio che di Nettuno o Panteon marittimo chiamarono: eretto sopra un tavolato di navi, senza però che ciò apparisse, perciocchè pareva fondato sopra un verdeggiante suolo, se ne andava sulle marine acque per forza d'ignoti ordigni galleggiando. Una gran cupola aveva per colmo, sedici colonne d'ordine ionico il sostentavano, le immagini de' marini dei l'adornavano. Sulle due facce interna ed esterna della cupola si leggeva un'inscrizione, parto del pad. Solari, la quale significava, i Liguri augurare a Napoleone imperadore e re lo impero del mare, come già si aveva quello della terra. Opera bella ed ingegnosa fu questo tempio; sopra di lei, condotta che fu in mezzo al porto, sedeva Napoleone i circostanti festeggiamenti rimirando. Quattro isolette, che rappresentavano quattro giardini chinesi adorni di palme, cedri, limoni, melaranci, rinfrescati da zampilli d'acque limpidissime, coperti da una cupola listata di più colori ed ornata da quantità mirabile di campanelli, che messi in moto dal continuo aggirarsi della macchina, con dolce concerto tintinnavano continuamente, giravano con morbide giravolte, ora qua ora là a galla ondeggiandosi. Un numero innumerabile di battelli, burchietti, schifetti, liuti, gondolette in varie guise ed elegantemente ornate facevano che alla instabilità del mare nuova instabilità di barche e di vele si aggiungesse, e mille variati aspetti ad ogni momento agli occhi dei risguardanti si raffigurassero. S'apriva la regata, o vogliam dire gara di navi in numero di sei: partite dalle tre porte di mare, due da ciascuna con velocità meravigliosa contesero della vittoria; vinse la bandiera del ponte di Spinola: gli applausi e le grida festose montavano al cielo. Fecesi notte intanto: diventò più bello lo spettacolo. Lumiere di cristallo, che fra le colonne del galleggiante tempio stavano sospese, subitamente accese, gittavano sulle incostanti acque, che con lampi di vario colore li rimandavano, raggi di abbondante e rallegratrice luce. Le cupolette dei giardini, anch'esse illuminate, consentivano con la sopravanzante luce del tempio. Fuochi in aria a forma di stelle, secondochè insegna Vitruvio, si volteggiavano intorno al tempio ed ai quattro giardini chinesi. Le agili barchette, posti fuori anch'esse i lumi loro, facevano apparire giri, guizzi e baleni, che con la piena luce del tempio e delle isolette da un canto si confondevano, dall'altro a chi d'in sulle spiaggie di lontano mirava, l'oscurità della notte con l'immagine d'innumerevoli e vaganti stelle temperavano. Alla dolce vista consuonava un soave ascoltare: imperciocchè dalle chinesi isolette uscivano suoni e concerti giocondissimi, mandati fuori dai petti e dagli appositi strumenti di musici vestiti alla chinese. Al tempo stesso le mura della città risplendevano per un'immensa luminaria; i palazzi e le case quasi tutte avevano anch'esse i lumi a festa: tutto l'anfiteatro della superba Genova con maraviglioso splendore rispondeva ai marini splendori. La torre della lanterna, accesasi ad un tratto da innumerevoli lumi con bel disegno ordinati, trasse a sè gli occhi dei festeggianti spettatori, che con intense grida applaudirono. Accrebbe la maraviglia, che ben tosto prese a buttar fuoco dalla cima a guisa di vulcano, come se veramente vulcano fosse. Nè i fuochi artificiati furono la parte meno notabile del magnifico rallegramento; poichè due bellissimi templi di fuoco sorsero improvvisamente dalle due punte dei moli, ed altri fuochi, con mirabile artifizio apprestati, ora si tuffavano nelle acque, ed ora, più vivi che prima fossero, ne uscivano. Così fra il molle ondeggiare, il vago risplendere, il giocondo suonare nasceva una scena, a cui niuna può essere pari in dolcezza ed in grandezza.
Stette in queste allegrezze Napoleone sino alle dieci della sera: poi, sceso dal marino tempio, se ne giva al magnifico palazzo di Girolamo Durazzo, dove trovò nuovi e squisiti onori. Diessi un festino sontuoso a Napoleone nel palazzo pubblico. Intervennero Giuseppina di Francia, Elisa di Piombino. Fu allegra la festa. Cantossi l'inno ambrosiano nella cattedrale di San Lorenzo. Quivi giurarono nelle parole dell'imperatore l'arcivescovo ed i vescovi. Poi dispensò le insegne della Legion d'onore, più eccelse a Durazzo, Cambiaso, Celesia, Corvetto, Serra, Cattaneo, arcivescovo Spina: presentò con dorate gioie Cambiaso, Durazzo, Corvetto, Gentile. Comandò che si restituisse la statua di Andrea Do- ria, atterrata dai giacobini. Contento indi se ne tornava Napoleone al suo imperiale Parigi.
Rimase al governo di Genova il principe Lebrun, il quale, temperatamente, secondo la natura sua procedendo, diede norma allo Stato nuovo riducendolo alla forma di Francia. Ordinò con prediletto pensiero l'università degli studii; vedeva i professori volontieri: tra il bene operare ed il buon ricompensare cresceva lo zelo in chi ammaestrava ed in chi era ammaestrato; l'università genovese diventò fiorente. Passarono alcuni mesi tra l'introduzione degli ordini franzesi e l'unione alla Francia: finalmente, orando Regnault di San Giovanni di Angely, decretava, il dì 4 ottobre, il senato che i territorii genovesi fossero uniti al territorio di Francia. A questo modo finì uno dei più antichi Stati, nonchè d'Italia, d'Europa. Gl'inorpellamenti non mancarono nella bocca di Regnault; fra tutti fu lepidissimo il suo trovato, che la Francia distruggeva l'indipendenza di Genova (questo appunto significavano le sue parole), perchè l'Inghilterra non la rispettava. Fu lieto il principio: per la potenza di Napoleone, tornarono in patria i Genovesi schiavi della crudele Africa.
La repubblica di Lucca anch'essa periva. Die' primieramente Piombino ad Elisa sorella; poi Lucca e Piombino a Bacciocchi ed Elisa. Fossevi in Lucca un senato: soldati non vi si scrivessero, ma tutti fossero soldati; tassa e tributo nessuno vi si pagasse, se non per legge. Le cariche, salve le giudiziali, non si potessero conferire se non ai Lucchesi; principi di Lucca fossero Bacciocchi ed Elisa. Andavano al possesso il dì 8 luglio.
Avviava Napoleone Parma all'unione con Francia: le leggi franzesi vi promulgava; già le ambizioni parmigiane si voltavano alla fonte parigina; Moreau di Saint-Mery secondava l'imperadore piuttosto per piacere a lui che a sè, perchè amava il comandare assai più che a modesto ed attempato uomo si convenisse; ma dolce era il cielo, dolci gli abitatori, dolce il comandare.
Mentre con trionfale pompa scorreva per l'Italia Napoleone e gl'italiani Stati rovinavano, tornava nella sua romana sede il pontefice Pio. Parlò agli adunati cardinali, il 16 di giugno, delle cose fatte e delle cose sperate, molto benefizio per la religione e per la romana Chiesa dal suo parigino viaggio promettendosi. Ordinate le faccende religiose in Francia, aveva desiderato di compor quelle che più vicino a lui avevano romoreggiato, e gettato anzi lunghe radici in tutte le parti d'Italia: quest'erano le differenze tra la santa Sede e Ricci, vescovo di Pistoia. Dopo varie lettere e dichiarazioni, che Roma non soddisfecero, nuove protestazioni di obbedienza e di fede fece il vescovo, e le mandò al pontefice, quando, passando per Firenze, se ne andava in Francia all'incoronazione. Ma papa Pio, tornando da Parigi, e ripassando per la capitale della Toscana, fece sapere a Ricci che l'abbraccierebbe volontieri, se prima volesse sottoscrivere una dichiarazione. Ricci, stretto dai tempi, e temendo che il rifiuto gli fosse apposto a pertinacia, sottoscrisse. L'aspettavano il papa e la regina nel palazzo Pitti; il pontefice gittossegli al collo, l'abbracciava, e fattoselo sedere accanto a lui, molto l'accarezzava, della presa risoluzione con esimie espressioni commendandolo. Passate le prime caldezze, consegnava il vescovo nelle mani del pontefice un altro scritto; approvò Pio la seconda dichiarazione, affermando, non dubitare della purezza cattolica di Ricci; e ne farebbe fede al concistoro. Ciò detto, con nuove dimostrazioni accarezzava il vescovo. Scrissegli Pio da Roma lunghe ed affettuose lettere; il lodò nelle allocuzioni del concistoro. A questo modo Pio, vittorioso di Napoleone, trionfava anche di Ricci, due avversarii potenti, uno per la forza dell'armi, l'altro per la forza delle opinioni.
Mentre il pontefice s'ingegnava di confermare la potenza novellamente riacquistata, nuove ferite si apprestavano alla sanguinosa Europa. L'assunzione di Napoleone al trono imperiale di Francia aveva sollevato gli animi di tutti i potentati, e dato loro giusta cagione di temere nuovi sovvertimenti e nuova servitù. Solo la Prussia se ne contentava e se ne rallegrava, perchè credeva che più stabile fondamento all'ingrandimento de' suoi Stati fosse la nuova potenza di Napoleone, che l'antica dell'Inghilterra e della Russia. Due cose massimamente si scorgevano nell'esaltazione ed incoronazione di Napoleone: era la prima che per loro si veniva a torre ogni speranza del veder restituiti i Borboni; l'altra, che, avendo acquistato l'autorità imperiale, aveva ridotto in mano sua maggiore forza a far muovere i popoli della Francia dovunque egli volesse; nè che fosse per usarne moderatamente da nissuno si confidava, manco dall'Austria. Oltre a questo, si pensava che non fosse prudente di dar tempo a Napoleone, onde mettesse radici sul suo imperio. Si portava opinione che i repubblicani di Francia e gli amatori del nome borbonico a quell'imperiale capriccio di Napoleone si fossero risentiti e divenuti meno inclinati ad aiutarlo, quando si venisse ad una nuova mossa d'armi. Si conosceva ch'egli non era uomo da non usare efficacemente la sua fresca potenza per solidarla, e che se gli desse tempo sarebbe stato, non che difficile, impossibile a frenarlo. Nè egli pel desiderio ardentissimo del comandare, troppo s'infingeva. Il suo procedere già era da imperatore d'Occidente. Questo voler significare, argomentavano, quegli onori di Carlo Magno offerti il giorno dell'incoronazione tanto a Parigi quanto a Milano, questo la corona ferrea dei Lombardi, questo i motti che metteva fuori già fin d'allora, che l'Italia fosse vassalla del suo impero. Aggiungevasi nella mente dell'imperator Alessandro alcune ragioni particolari di tenersi mal soddisfatto dell'imperator Napoleone, delle quali la principale consisteva nell'uccisione del duca d'Enghien, giovane di sua età, e da lui specialmente conosciuto ed amato. Da questi motivi era sorto nelle principali potenze d'Europa il desiderio di una nuova collegazione a difensione comune ed a conservazione degli antichi Stati contro la Francia, il cui fine era o di accordarsi con Napoleone, se qualche termine di buona composizione a benefizio dell'indipendenza dei consueti sovrani con lui si potesse trovare, o di venire con esso lui al cimento dell'armi, quando ancora era tenero su quel suo sovrano seggio. Nè l'Inghilterra mancava a sè stessa, non solo per l'antica nimicizia, ma ancora pel pericolo che pareva sovrastare al cuore stesso del suo Stato; conciossiachè avesse Napoleone raccolto un esercito molto grosso sulle coste della Picardia e della Normandia, minacciando d'invasione i tre regni. Nè era privo di un sufficiente navilio, avendo allestito, oltre alle grosse navi da guerra, una quantità considerabile di legni minori. Secondavano le intenzioni dell'imperatore con celere grandissimo i popoli di Francia con profferte di danari e di navi. Guglielmo Pitt, che a questo tempo reggeva i consigli del re Giorgio, aveva questo moto in poco concetto, conoscendo che pel prepotente navilio d'Inghilterra difficile era l'approdare, più difficile l'acquistare piè stabile nell'isola prima che le sorti fossero definite. Ciò non ostante l'apparato di Francia travagliava la nazione ed interrompeva i traffici. Per la qual cosa intendeva con tutto l'animo a suscitar nuovi nemici e ad ordinare una nuova lega contro Francia. A questo fine, e già fin dal mese di aprile, era stato concluso a Pietroburgo tra la Russia e l'Inghilterra un accordo, col quale si erano obbligate ad usare i mezzi più pronti ed efficaci per formare una lega generale, e che, per conseguire questo intento, adunassero cinquecentomila soldati, non compresi i sussidii d'Inghilterra; il fine fosse d'indurre o costringere il governo di Francia alla pace e ad una condizione in Europa, in cui nissuno Stato preponderasse sopra gli altri: evacuasse Napoleone l'Annoverese e la settentrionale Germania, rendesse independenti l'Olanda e la Svizzera, restituisse il re di Sardegna con qualche accrescimento il territorio, desse sicurezza al re di Napoli, sgombrasse da tutta Italia, compresa l'isola d'Elba. Già la Svezia e l'Austria erano entrate in questa lega. Prima però che all'aperta rottura si venisse, sì per vedere se ancora qualche modo di questa composizione vi fosse, e sì per aver comodità di fare i necessarii apprestamenti e di dar tempo agli aiuti di Russia di arrivare, si deliberarono gli alleati a mandare a Parigi il barone di Novosiltzoff, perchè le proposte loro vi recasse, e di un accordo conforme l'imperator Napoleone sollecitasse.
Già era l'inviato dei confederati giunto a Berlino, quando sopraggiunsero le novelle dell'unione di Genova all'imperio di Francia, accidente contrario alle dichiarazioni di Napoleone ed agl'interessi dell'Austria in Italia. Arrestossi a tale improvvisa notizia Novosiltzoff, donde, fatto sapere all'imperadore Alessandro il fatto, era tostamente richiamato a Pietroburgo. Per questo medesimo accidente, e pel caso di Lucca, che poco dopo si seppe, l'Austria più strettamente si congiungeva con la Russia.
Incominciarono i discorsi politici soliti a precedere le guerre, e dai discorsi si vedeva che poca speranza restava di pace: nè Napoleone era uomo capace di disfare per minaccie ciò che aveva fatto, nè l'Austria si voleva tirar indietro dalle sue risoluzioni, sapendo che Alessandro già aveva avviato verso i suoi confini due eserciti, ciascuno di cinquanta mila soldati. Insorgeva adunque più vivamente ed a Napoleone rappresentava il suo desiderio d'amicizia con Francia, di pace con tutta Europa; ma essersi violato per gli ultimi accidenti d'Italia il trattato di Luneville, promettitore d'indipendenza per l'italiana repubblica; essersi con nuove rovine di stati independenti spaventata l'Italia: non dovere una sola potenza arrogarsi il diritto di regolare da sè gli interessi delle nazioni con esclusione delle altre; richiedere la Francia dell'osservazion dei patti; richiederla della dignità e dei diritti dell'altre potenze; offerire a norma delle condizioni stipulate alla concordia, offerirla ora che con le armi ancora non si contendeva, offerirla quando già si combattesse, e sempre essere parata a convenire, salvi i trattati conclusi e l'independenza delle nazioni.
Seguitarono queste protestazioni altri discorsi da ambe le parti. Intanto le armi si apprestavano. L'imperadore di Francia, che con la celerità aveva sempre vinto, vedendo la nuova lega ordita contro di lui e la guerra inevitabile, stando coll'animo riposato dal canto della Prussia, ordinò incontanente all'esercito raccolto sulle coste di Francia verso l'Inghilterra marciasse in Alemagna, soccorresse alla Baviera minacciata dalla Austria, ributtasse la forza colla forza. Poco dopo, descritti nuovi soldati, si avviava egli medesimo verso i campi d'Alemagna, sapendo quanto mole della guerra fossero il suo nome ed il suo valore. Dal canto suo l'Austria commetteva all'arciduca Ferdinando, giovane animosissimo, l'esercito germanico, dandogli per moderatore della sua gioventù il generale Mack.
Dalla parte d'Italia, le condizioni delle cose militari erano le seguenti. L'Austria, considerato quanta efficacia fosse per avere il nome dell'arciduca Carlo, lo aveva preposto all'esercito italico, schierato sulle rive dell'Adige. I forti passi del Tirolo erano dati in guardia all'arciduca Giovanni con una grossa schiera, congiungitrice de' due eserciti germanico ed italico. Si era fatto disegno che a queste forze si accostasse, sbarcando in qualche parte d'Italia, un grosso aiuto di Russi e d'Inglesi, che allora erano raccolti nelle isole di Corfù e di Malta. Ma Napoleone, contuttochè principal cura avesse delle cose di Germania, non pretermise quelle d'Italia; e poichè seppe che l'arciduca Carlo era stato posto al governo della guerra, avendo più fede nella fortuna di Massena che in quella di Jourdan, surrogava il capitano italico al capitano germanico. Mandava intanto nuovi soldati, per modo che tra Franzesi ed Italiani Massena aveva un esercito fiorito ed uguale pel numero all'alemanno, che sommava circa ad ottanta mila soldati. Stavasi Massena alloggiato sulla destra dell'Adige, pronto a tentare il passo, come prima fosse dato il segno delle battaglie. L'imperadore di Francia, che in tutte le sue guerre, poco curandosi delle estremità, ed amando le guerre grosse piuttosto che le sparse, badava sempre al cuore, perchè sapeva che a chi n'andava il cuore ne andavano anche le estremità, fece, disegno d'ingrossare sull'Adige con mandarvi quella parte che sotto Gouvion di Saint-Cyr alloggiava nel regno di Napoli. Il che, perchè con sicurtà potesse eseguire, aveva con sue pratiche e per mezzo del marchese del Gallo, ambasciatore del re a Parigi, indotto Ferdinando a sottoscrivere un trattato di neutralità. S'obbligava per questo trattato il re a starsene neutrale durante la presente guerra, a respingere colla forza ogni tentativo fatto contro la sua neutralità, a non permettere che alcuna truppa nemica sbarcasse, o ne' suoi regni entrasse, a non ricettare ne' suoi porti alcuna nave nemica, a non commettere i suoi soldati o le piazze ad alcun ufficiale o russo od austriaco o di altra potenza nemica, ed in questo capitolo s'intendessero anche compresi i fuorusciti franzesi: il che particolarmente accennava al conte Ruggiero di Damas. Dalla parte sua Napoleone, fidandosi, come si spiegava, nelle obbligazioni e promesse del re, consentiva a sgomberare il regno dei suoi soldati, ed a consegnare i luoghi occupati agli ufficiali napolitani. Si obbligava, oltre a ciò, e prometteva di conoscere ed avere per neutrale nella guerra presente il regno delle Due Sicilie. Saint-Cyr marciava verso l'Adige.
I discorsi, secondo il solito, procedevano le armi; moderati dal canto dell'arciduca, più vivi da quello del capitano napoleonico. Quando poi già le armi suonavano in Alemagna, e già la Baviera era invasa dagli Austriaci, il principe Eugenio, vicerè d'Italia, pubblicava con parole molto aspre contro l'Austria la guerra.
Già si combatteva aspramente in Germania, quando ancora si riposava dalle armi in Italia, imperciocchè, a petizione dell'arciduca, che desiderava, prima di combattere, sapere a qual via s'incamminassero gli accidenti della guerra germanica, si era fatto tra lui e Massena un accordo, perchè le offese non si potessero cominciare prima del 18 ottobre.
Ma già vincevano le napoleoniche stelle. L'imperatore dei Franzesi arrivando in Alemagna innanzi che gli Austriaci avessero avuto tempo di riuscir oltre i passi della Selva Nera e di fortificarli, ed innanzi che i Russi giungessero in aiuto loro, si avventava, in ciò mostrando, oltre la celerità, una grandezza di militari concetti straordinaria, contro il nemico tante volte vinto. Trovossi Mack in pochi giorni cinto da ogni parte, segregato da Vienna, ridotto dentro le mura di Ulma. Aveva vinto Napoleone una prima battaglia a Vertinga, una seconda a Gunsborgo. Per tal guisa non solamente furono serrati gli Austriaci, ma fu ancora Mack separato dall'arciduca Giovanni.
Spuntava appena il giorno 18 ottobre, termine della tregua, che sapendo già Massena essersi venuto alle mani in Germania con prospero successo de' suoi compagni, si deliberava a cominciar la guerra. Alle quattro della mattina, dando due assalti uno sotto l'altro sopra Verona, si accingeva a sforzare sul mezzo il passo.
Imponeva a questo fine a Duhesme ed a Gardanne che assaltassero il ponte: era murato e rotto; ma Lacombe Saint-Michel, generale d'artiglieria, con un petardo, esponendosi a grave pericolo, perchè i Tedeschi fulminavano dalla riva sinistra, rompeva il muro, ed il generale Chasseloup con pari valore riattava il ponte. Passarono i soldati annali alla leggiera; ma fortemente pressati dai Tedeschi, correvano grandissimo pericolo. Non tardò Gardanne a venire in soccorso loro col grosso delle sue compagnie, e rinfrescò la battaglia. Si combattè con molto valore e con vario successo da ambe le parti. L'arciduca, che aveva il suo campo a San Martino, mandò tostamente nuovi soldati in soccorso de' suoi, donde nasceva un più vivo e più generale combattere; Duhesme ancor egli era passato con tutta la sua schiera. Per quel giorno non fu compiuta pei Franzesi, ancorchè avessero il vantaggio, la vittoria, e fu loro forza tornarsene ad alloggiare sulla destra del fiume, conservando però in poter loro la signoria del ponte.
Massena, o che il ritenesse il forte sito dell'arciduca, o che volesse aspettare che Saint-Cyr l'avesse raggiunto, o che desiderasse, prima di cacciarsi avanti, udire i fatti ulteriori della Germania, se ne stette più giorni senza fare alcun movimento d'importanza. In questo gli sopraggiungono desideratissime novelle: avere tutto l'esercito di Mack, salvo una piccola squadra fuggita sotto la condotta dell'arciduca Ferdinando, deposto le armi, ed essersi dato, il dì 17 ottobre, vinto e cattivo in mano di Napoleone: il che importava l'annichilazione quasi intiera delle forze austriache in Alemagna. Cambiavansi le sorti dell'italica guerra. Fu l'arciduca obbligato a debilitarsi con mandar parte de' suoi in aiuto dell'imperio pericolante. Sgomentaronsene i Tedeschi, presero animo i Franzesi. Massena, udito il maraviglioso caso d'Ulma, si risolveva, senza frappor tempo in mezzo, ad assaltare l'avversario nel suo forte alloggiamento di Caldiero. Il giorno 29 ordinava il passo del fiume. Duhesme e Gardanne, passato il ponte, si erano allargati a destra; Seras, passato più sopra, seguitava ad altro disegno le falde dei monti, ed occupando le alture di val Pontena, che signoreggiavano il costello di San Felice, che con le artiglierie aveva molto noiato i Franzesi al passo del ponte, aveva obbligato i Tedeschi a sgombrare da Veronetta. Ciò diede abilità ad altre squadre di passare, massimamente ai cavalli, per modo che gli Austriaci, cacciati da tutti i siti, e perfino da San Michele, si ritirarono con grave perdita, sempre però animosamente combattendo, oltre San Martino. I Franzesi pernottarono in Vago. Si risolveva l'arciduca a far fronte a Caldiero. Si ordinava la mattina del giorno 30 alla battaglia, distendendosi in siti diligentemente fortificati, e tenendo in serbo la cavalleria ed un grosso corpo di ventiquattro battaglioni di granatieri.
Il generale di Francia aveva partito i suoi in tre schiere, con un grosso ordinato alle riscosse, e che stava accampato in poca distanza alle spalle. Massena, avendo inteso che le fazioni ordinate di Seras e di Verdier avevano avuto il fine ch'egli si era proposto, si deliberava ad attaccare la battaglia. Non immoreremo a descrivere questo fatto, che fu egregiamente combattuto da ambe le parti, ma il fine fu che i Tedeschi, lasciando la vittoria in potestà di chi poteva più di loro, cedettero, del campo e si ritirarono alle batterie che l'arciduca aveva piantato sopra le eminenze che torreggiano oltre Caldiero.
Mentre si combatteva a Caldiero, aveva l'arciduca mandato a sua destra verso i monti una colonna di cinque mila soldati sotto la condotta d'Hillinger col proposito di circuire e di combattere i Franzesi alle spalle. Ne nacque un grave accidente a danno delle forze austriache, poichè Seras, che assai forte marciava su quelle medesime terre, oltre procedendo ed intromettendosi tra Hillinger e l'arciduca, tagliò fuori la squadra segregata, e la ridusse alla necessità di arrendersi.
Il fatto di Caldiero, la calamità d'Hillinger, gli ordini dell'imperatore suo fratello non lasciarono più luogo ad elezione nell'arciduca. Per la qual cosa la notte del primo novembre principiò a tirarsi indietro per la strada di Vicenza; poi, continuando con arte a cedere del campo, conduceva le sue genti, più intere che le perdite prime e la presta ritirata potessero permettere, sulle sponde della Sava, ponendosi alle stanze di Lubiana. Il seguitarono velocemente i Franzesi: raccolsero alcuni corpi, ma piccoli, di sbrancati e grossi magazzini di viveri, principalmente in Udine e Palmanova. A questo modo i fertili paesi della terra ferma veneta, conquistati di nuovo dalle armi vincitrici di Napoleone, furono tolti all'Austria. Solo la città di Venezia restava in poter dei Tedeschi.
Era in questo mezzo tempo arrivato da Napoli Saint-Cyr. Massena, trovandosi in necessità di seguitare a seconda l'arciduca nelle montagne della Carniola e della Carintia, non voleva, per timore di qualche sbarco di Russi e d'Inglesi, lasciare senza difesa i lidi veneziani. Ordinava pertanto a Saint-Cyr che si allargasse e custodisse le spiaggie dalle bocche dell'Adige sino a Venezia. Questa provvidenza ebbe felice successo, non contro i tentativi di mare, che nessuno fu fatto, ma contro uno di terra. Occupato Ney il Tirolo tedesco, e insignoritosi del Tirolo italiano; costretto Augereau il generale Yellacich alla dedizione; un grosso di sette mila fanti e mille cavalli, sotto la condotta del principe di Roano, forzato a calarsi per le sponde della Brenta verso i piani bagnati da questo fiume, incontratosi a Castelfranco con Saint-Cyr, dopo un furioso conflitto, fu obbligato ad arrendersi. Dopo questo fatto Massena, sicuro alle spalle, vieppiù inoltrava la sua fronte, e fermava gli alloggiamenti in Lubiana, ritiratosene l'arciduca per internarsi nella Croazia, e di là nel principato di Sirmio in Ischiavonia, tra la Drava e la Sava. I soldati di Massena e di Ney si congiunsero a Villaco ed a Clagenfurt: i due eserciti di Francia, germanico ed italico, si congregarono alle future imprese sul Danubio.
Aveva Ferdinando di Napoli, siccome si è narrato, stipulato la neutralità; ma quando appunto la guerra si definiva in favor di Francia in Germania e nell'Italia superiore, essendo già corso oltre il suo mezzo il mese di novembre, arrivavano nel golfo di Napoli due navi inglesi con molte onerarie, sopra le quali erano quindici mila soldati, dodici mila Russi venuti da Corfù, tre mila Inglesi venuti da Malta. Sbarcarono soldati, armi e munizioni tra Napoli e Portici, annunziando, venire non solo per proteggere il regno, ma ancora per correre verso Italia superiore in aiuto degli Austriaci. Non fece il re, non bene considerando quel che potesse portare seco il tempo futuro, alcuna dimostrazione nè protesta per impedire lo sbarco di queste genti nemiche a Francia. L'ambasciator di Napoleone, viste le insegne del nemico, molto acerbamente si risentiva, e, calati gl'imperiali stemmi dalla fronte del suo palazzo, richiedeva il re dei passaporti, e l'infedele terra (come diceva) abbandonando, se ne partiva alla volta di Roma. Per mitigarlo, mandava fuori il governo un editto, per cui prometteva ai Franzesi, Italiani, Liguri e ad altre nazioni unite all'impero franzese, che sarebbero le proprietà loro ed i traffici sicuri e salvi. Fu la dimostrazione indarno, perchè non solo nissuna protestazione conteneva contro il moto dei confederati, ma nemmeno mostrava alcun dispiacere di quello che la Francia avea sentito sì acremente. Gli effetti che ne seguitarono, e che per molti anni tolsero al re la possessione del regno di qua dal Faro, saranno fra breve raccontati.
Vinceva Napoleone nei campi d'Austerlitz una campale battaglia. Vinti i Russi ausiliarii, fu l'Austria costretta a consentire ai patti. Si fermarono a Presborgo in Ungheria il dì 26 dicembre. Consentiva l'imperatore di Alemagna e d'Austria a tutte le unioni dei territorii italiani; riconosceva le risoluzioni prese dall'imperator di Francia rispetto a Lucca ed a Piombino; riconosceva l'imperator di Francia come re d'Italia con ciò però che, seguita la pace generale, le due corone, a seconda delle promesse fatte dall'imperator Napoleone, l'una dall'altra fossero separate, nè mai in perpetuo potessero esser riunite; dava in potestà dell'imperatore medesimo di Francia tutti gli Stati dell'antica repubblica di Venezia a lui ceduti pel trattato di Campo Formio, e consentiva che fossero uniti al regno d'Italia; riconosceva ancora nei duchi di Vittemberga e di Baviera la qualità ed il titolo di re; cedeva a quest'ultimo, oltre parecchi paesi, i principati di Brissio e di Bolzano, le sette signorie di Voralberga e parecchi altri paesi sulle rive del lago di Costanza; dal canto suo l'imperator Napoleone guarentiva l'interezza dell'impero d'Austria, consentiva che Salisborgo, già dato all'arciduca Ferdinando di Toscana, al medesimo imperio si unisse, e si obbligava ad intromettersi appresso al re di Baviera, perchè cedesse Visborgo all'arciduca in compenso di Salisborgo.
Anno di CRISTO MDCCCVI. Indizione IX.
PIO VII papa 7. FRANCESCO II imperadore 15.
Si mandava ad effetto il trattato del 26 dicembre. Venezia e gli antichi suoi territorii, dopo otto anni di dominio austriaco, tornavano sotto quello di Francia. Venne Law Lauriston a prenderne possesso da parte del re d'Italia. Il dì 19 gennaio arrivarono in Venezia i soldati di Napoleone; li comandava Miollis. Arrivava il dì 5 di febbraio in Venezia Eugenio vicerè, testè sposato ad Amelia di Baviera. Fecersi i soliti rallegramenti.
A questo tempo rinfrescavansi le napolitane ruine. Napoleone vittorioso pensava a soddisfare all'ambizione ed alla vendetta. Già sull'uscire del precedente anno aveva pubblicato, parlando a' suoi soldati, queste parole:
«Da dieci anni io feci quanto per me si potè per salvare il re di Napoli e da dieci anni ei fece quanto per lui si potè per perdersi. Dopo le battaglie di Dego, di Mondovì e di Lodi, deboli forze gli restavano per resistermi: fidaimi nelle sue parole, anteposi la generosità alla forza. Risolvè poscia Marengo la seconda lega: aveva il re, di tutti il primo, incominciato la guerra: da' suoi alleati abbandonato a Luneville, solo e senza difesa rimase. Implorò perdono, gliel concedei. Voi, a Napoli già vicini, avevate in poter vostro il regno: i tradimenti io sospettava, le vendette poteva fare: novella generosità amaimi; che sgombraste il regno, ordinarvi; la terza volta restommi della salute sua la casa dei reali di Napoli obbligata. Perdonerò io la quarta ad una corte senza fede, senza onore, senza ragione? No; ceda dal regno la napolitana famiglia: non può ella col riposo d'Europa, coll'onore della mia corona sussistervi. Ite, marciate, precipitate nell'onde quei deboli battaglioni dei tiranni del mare, seppure a loro basterà l'animo di aspettarvi; ite, e mostrate al mondo come da noi si puniscano gli spergiuri; ite e fate ch'egli presto s'accorga che nostra è l'Italia, che il più bel paese della terra ha ormai gettato via dal collo il giogo d'uomini perfidissimi: ite, e mostrate che è la santità dei trattati vendicata, che sono le ombre de' miei soldati, sopravvissuti ai naufragii, ai deserti, a cento battaglie ed alle uccisioni nei porti della Sicilia, mentre tornavano dall'Egitto, placate e paghe. Guideravvi mio fratello; partecipe della mia potenza, partecipe dei miei consigli, in lui fidatevi, come io in lui mi fido.»
A queste aspre parole del terribile vincitore di Austerlitz tenevan dietro consenzienti fatti. Giuseppe fratello con esercito poderoso marciava contro il regno; gli aveva dato Napoleone, conoscendolo irresoluto e solito a lasciarsi portare dalla volontà degli altri, per compagno e sostenitore de' suoi consigli Massena. Pruovossi Ferdinando di stornare la tempesta con mandar Ruffo cardinale appresso allo sdegnato signore per iscusare il fatto dello sbarco. Mostrossi Napoleone inesorabile; preparava reali seggi ai fratelli; voleva formare in ogni luogo Stati dipendenti intieramente da lui.
Quando pervennero a Ferdinando le novelle della volontà di Napoleone, si ristrinsero insieme i suoi consiglieri per deliberare su quanto la necessità del caso richiedesse. Ma la partenza dei Russi per Corfù, con corriero espresso comandata dall'imperatore Alessandro, rendè necessaria anche quella degl'Inglesi, che passarono in Sicilia, lasciato Ferdinando nell'ultima ruina.
Lasciava Ferdinando la real sede il dì 23 gennaio, in Sicilia ritirandosi. Così finiva allora il suo regno.
Partito Ferdinando sul vascello reale l'Archimede, fu lasciata una reggenza composta dal generale Naselli, dal principe di Canosa, da don Michelagnolo Cianciulli e da don Domenico Sofia. Era la città paventosa delle cose avvenire; si temeva del popolo, dei Franzesi, dei Calabresi. Accrebbe il terrore un grave tentativo dei carcerati al serraglio, che, se avesse avuto effetto, Napoli sarebbe andata a rovina. Marciavano intanto i Franzesi alla conquista. Giuseppe, fulminato vendetta contro la corte, e promesso dolcezza al popolo se si sottomettesse, velocemente viaggiava contro la capitale. Correva a destra a riva il mare Regnier, nessuno ostacolo in nessun luogo incontrando, salvo in Gaeta, piazza forte di sito, e custodita dal principe di Assia, capitano valoroso. Intimata la resa, rispose negando. Assaltarono i Franzesi il bastione di Sant'Andrea, e se lo presero, non senza sangue. L'altra parte si difendeva egregiamente; ma essendo i napoleoniani grossi, lasciate genti all'oppugnazione, passarono. Massena a sinistra senza impedimento alcuno camminando, poichè Capua già si era data, arrivava al 14 di febbraio sotto le mura dell'appetita città. Si arresero castel Nuovo, castel dell'Uovo, castel del Carmine e castel Sant'Elmo. Entrava Duhesme il primo con una scelta fronte di soldati leggieri sì fanti che cavalli.
Faceva il dì seguente il suo ingresso Giuseppe a cavallo con molto seguito di generali e con tutte le ordinanze in bellissima mostra. Smontò al palazzo reale; trovollo squallido, e spogliato dai fuggitivi. Addì 16, visitava la chiesa di san Gennaro; udita la messa di Ruffo cardinale, presentava il santo con doni, primizie del futuro regno. Tornatosi nella regia sede, dava le udienze ai magistrati, vedeva con viso benigno la reggenza di Naselli; ma tosto la cassava, per crearne un'altra: fecene capo Saliceti. Per far denaro, si mantennero le tasse vecchie, se ne imposero delle nuove; per far sicurezza, si tolsero le armi ai cittadini, e si venne sul suono di far morire soldatescamente chi le portasse.
Intanto le Calabrie non quietavano. Si era il duca di Calabria accostato, con un corpo di soldati uscito con lui da Napoli, al conte Ruggiero, che con una squadra riempiuta di soldati siciliani, tedeschi, napolitani, e con qualche misto di raunaticci, parte buona, parte pessima, aveva fatto un alloggiamento fortificato sulle rive del Silo nel principato di Salerno. Arso il ponte, schierava i suoi sulla riva. Parve il caso d'importanza; vi fu mandato Regnier. Andò il Franzese all'assalto, mandò i Napolitani in rotta, perseguitò i vinti fino a Lagonero. Rannodaronsi i regi a Campotenese; venne loro sopra Regnier, il dì 9 marzo e con un forte assalto li risolvette facilmente in fuga. A stento salvossi il conte con mille soldati tra fanti e cavalli. Il Franzese vittorioso s'inoltrava nella Calabria Ulteriore: occupava Reggio, muniva di presidio la fortezza di Scilla, posta alla punta d'Italia, dove è più vicina alla Sicilia, il che dava freno e sospetto agl'Inglesi che in Messina si erano raccolti a difesa dell'isola.
Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna, pel suo sito, ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma, combattuti da Regnier, furono dispersi.
Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo, parte per gl'istigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria, bande collettizie di soldati spicciolati e di uomini facinorosi che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni solamente perivano, gli scellerati trionfavano. La ferocia di uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consetuedini; il male si appiccava e dominava in ogni parte. Spargevansi voci che la regina fomentasse questi moti: i Franzesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori, e davano loro più credito collo intento di seminare viemmaggiormente rancori ed odii contro quel governo che da loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva che non solamente il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei Franzesi.
Questi rumori non ignorava Napoleone. Però, giudicando che fosse arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva giù da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle Due Sicilie. Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo.
La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in Napoli: furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti, al solito; e di questi sonetti chi ne aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti cose: rivoltamenti di animi. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe sotto il baldachino; il marchese del Gallo, ambasciatore di Ferdinando a Parigi, il divenne di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli affari esteri; il duca di Santa Teodora, ambasciatore di Ferdinando in Ispagna, accettò carica in corte di Giuseppe. La Turchia stessa, cui Napoleone avea voluto torre quel granaio dell'Egitto, adulava: il giorno dell'assunzione di Giuseppe, il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a certa lumineria, questo motto in lingua turca e franzese: L'Oriente riconosce l'eroe del secolo.
Le vittorie e di Lagonero e di Campotenese, avendo rotto le forze regie in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a divozione dei Franzesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano. Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi, sbarcando sulle terre calabresi, non avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una spedizione in terraferma Stuart, che, essendo succeduto a Craig nel governo de' soldati britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse la conservazion della Sicilia. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo a cui piacevano le imprese avventurose; questi era Sidney Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si era persuaso di poterla arrestare in Occidente. Stimolato dalla propria natura, dalle preghiere di Ferdinando e dalle instigazioni della regina, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a fare qualche sforzo da sè colle forze marittime per far vedere a Stuart che la materia era meglio disposta ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra e molte annorarie, con intento d'andar a visitare le coste di Napoli.
Vi scoperse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti, perchè potessero fare da sè. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni tanto fece, che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto su quella tribulata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di Sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi. Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare alle navi, o persistere sulla terraferma, quando gli pervennero le novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al tempo stesso che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto ad assaltare il nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Forte e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se si avesse aspettato l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. Ma o nel proprio valore troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando, consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa, e scese, varcato il fatale fiume Amato, che gli stava alla fronte, nella pericolosa pianura. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il quale accidente accrebbe nei Franzesi l'opinione del vincere. Si fece dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emole nazioni venivano al cimento.
Incominciò la battaglia, correva il dì 6 luglio, dall'affronto incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera; poi si venne alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi: mossi dall'emulazione, ed impazienti del combattere da lontano, si avventarono colle baionette in canna gli uni contro gli altri. La mischia era spaventosa; vivi erano i Franzesi, stabili gl'Inglesi. Dopo varii accidenti, la battaglia si facea pericolosa per questi, quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcato a Santa Eufemia, arrivò sul campo, e posto dietro un po' di riparo che il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli franzesi che incalzavano, e coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora li costrinse alla ritirata più rotti che interi. Dopo questo fatto, i soldati di Regnier si posero in fuga sconposti e sbaragliati, cercando ciascuno salute senza ordine e norma, come meglio avvisava. Fu compiuta la vittoria degli Inglesi. Dei dispersi, che furono un grosso numero, molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati: alcuni, condotti cattivi al cospetto di Stuart, salvi restarono.
La vittoria di Maida die' nuova cagione ai Calabresi di levarsi a romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I Franzesi, dal canto loro irritati contro uomini che a nissun uso civile attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo o al sesso o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendii e di sangue. Furono i Franzesi obbligati a sgombrarne.
Il trionfo di Maida poco durava. Si ingrossavano di nuovo i napoleoniani; gli assassinii erano cattivo fondamento; il capitano d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel forte di Scilla, di cui s'era impadronito.
Si accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Franzesi, fra gli altri il generale Vallelongue. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Si diede la fortezza, che già, aperta una breccia molto grande nel muro della cittadella, i terribili granatieri di Francia erano pronti all'assalto, il dì 18 luglio.
La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Franzesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata andava a ricuperare le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore, gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse podestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra; i magistrati civili e militari obbedissero a Massena; creasse commissioni militari pei giudizii, ed i giudizii si eseguissero senza appello in ventiquattro ore; i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati; i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi, non essendo ascritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione: seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Durò lunga pezza la carnificina; pure i napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia; semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizii; nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti calabresi, ancorchè osasse rimedii asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Vedremo poi che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.
Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano una costa dell'Adriatico; simili accidenti insanguinavano l'altra. Erano le Bocche di Cattaro il più sicuro ricovero che si avessero i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato di Campo Formio, con tempo di sei settimane ad esserne messo in possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesi e dei Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò il paese, predicando che, poichè il tempo buono della consegna era trascorso, i Franzesi erano scaduti, ed il paese padrone di sè stesso. I comandanti austriaci di Castel Nuovo e degli altri forti la intendevano ad un altro modo, e volevano serbare la fede. Arrivava in questo mentre il marchese Ghisilieri, commissario d'Austria, per fare la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse perchè già i Franzesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo in potere de' natii, dei Montenegrini e dei Russi. Sgombrarono di malavoglia i comandanti austriaci, e sdegnosamente anche protestarono della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il fatto: fu il marchese condannato a carcere perpetuo in una fortezza di Transilvania.
La fede violata a Cattaro die' occasione a fede violata in Ragusi. I napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di Ragusi, nessuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerie dei Montenegrini. Certo i soldati napoleonici difesero Ragusi, dicesi la città, perciocchè i Montenegrini saccheggiavano il territorio; ma Napoleone spense la repubblica, congiungendola all'italico regno: singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston, tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini, era soccorso da Molitor, che li vinceva, risospingendoli ai loro nidi delle montagne. Pure stavano ancora minacciosi ed infestavano con ispesse correrie il paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venire al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro. Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni e gittavano le lor teste tronche fra le file dei compagni inorriditi; i napoleoniani perseguitavano sui monti loro i Montenegrini, e quando non li potevano avere, per essersi nascosti nelle tane, ne li cacciavano con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidersi.
Cantava queste vittorie con gloriose promulgazioni, secondo la natura sua, Dandolo, che era per Napoleone provveditore generale della Dalmazia.
Il re Federico sentiva i frutti della tenuta condotta. Vinta l'Austria per avere la Prussia imprudentemente serbata la neutralità, insorgeva Napoleone a vincere la Prussia dopo l'Austria. Usò le insidie, le insolenze e le usurpazioni per farla vile agli occhi del mondo; poi assalti più aperti per farla risentire, non dubitando di vincerla. Invase l'Annover, ed operò ch'ella lo accettasse in proprietà, dono funesto per la riputazione, funesto per gli effetti. Offese la Germania nel caso del duca d'Enghien: non risentissi la Prussia. Portò pazientemente il re l'incoronazione italica, l'unione di Genova, il fatto di Lucca, le non attenute promesse al re di Sardegna: portò pazientemente la carcerazione dei legati d'Inghilterra sui territorii germanici, le taglie poste sulle città anseatiche, le violazioni delle terre d'Anspach e di Bareit. Di mezza Germania si faceva signore Napoleone per la confederazione del Reno. Non ci allungheremo in altri fatti; ma nuovi soldati napoleonici marciavano in Germania. Conobbe il re con quale amico avesse a fare, e corse alle armi; corse altresì al ferro Napoleone.
Vinse la fortuna di Napoleone. Fu la Prussia prostrata a Jena, fu prostrata a Maddeborgo ed a Perenslavia. Berlino, capitale del regno, le fortezze tutte, dominando uno scompiglio ed un terrore estremo, vennero in poter del vincitore. Questo fine ebbero le armi animosamente mosse dal re Federico per istimolo proprio e per quelli di Alessandro di Russia. Arrivava Alessandro imperatore con le sue schiere in aiuto del vinto amico; ma Napoleone soprastava di ardire, di forza e d'arte. Fu asprissima la battaglia di Eylau e di esito incerto. Incrudelita la stagione, ritiraronsi i Franzesi di qua della Vistola, i Russi di là della Pregel.
Anno di CRISTO MDCCCVII. Indizione X.
PIO VII papa 8. FRANCESCO I imp. d'Austria 2.
Intiepiditosi il tempo, si avventavano gli uni contro gli altri Franzesi e Russi: varii furono i combattimenti; sanguinosi tutti. Infine sui campi di Friedland conflissero con ordinanza piena i due nemici (14 giugno). Quivi cadde la fortuna russa. Napoleone vincitore ai confini di Alessandro sovrastava; addomandava Alessandro i patti. Narrano che i due imperatori nelle conferenze più segrete fra di loro si spartissero il mondo. Quale di questo sia la verità, convennero sulle sponde del Niemen in trattato, il dì 7 di luglio; riconobbe Alessandro il nome e l'autorità regia in Giuseppe Napoleone come re di Napoli, ed in Luigi Napoleone come re d'Olanda; consentì che un regno di Vestfalia si creasse, ed in Girolamo Napoleone, fratello minore di Napoleone, s'investisse; accordò che un ducato di Varsavia si creasse, e duca ne fosse Federico Augusto di Sassonia; riconobbe la renana confederazione; stipulò per articolo segreto che le Bocche di Cattaro si sgombrassero dai Russi e si consegnassero in potestà di Napoleone. Convenne infine che sette isole ioniche cedessero in possessione del medesimo.
I fatti di guerra di Napoleone superavano per grandezza quanti siano stati mandati alla memoria dei posteri, e già lui temeva ed adorava il mondo. Non v'era più luogo all'adulazione; perchè le lodi, per ismisurate che fossero, parevano minori del vero; nè i poeti più celebri, quantunque con ogni nervo vi si sforzassero, potevano arrivare a tanta altezza. Un mezzo solo gli restava per accrescere la gloria acquistata; questa era di usarne moderatamente; ma amò meglio dilettarsi, provando quant'oltre potesse trascorrere la viltà degli uomini. Lasciando le adulazioni franzesi e d'altre nazioni, solo si dica delle italiane. A questo fine erano stati chiamati a Parigi i deputati del regno italico. Gamboni, patriarca di Venezia, favellava, introdotto all'udienza nell'imperial sede di Saint-Cloud, con servilissimo discorso al signore.
Rispose, gradire i sentimenti de' suoi popoli d'Italia; con piacere averli veduti combattere valorosamente sulla scena del mondo; sperare che sì fausto principio avrebbe consenziente fine. In questo luogo venne in sul dire che le donne italiane dovevano allontanare da sè stesse gli oziosi giovani, nè permettere che più languissero negl'interni recessi, e comparissero al cospetto loro se non quando portassero cicatrici onorevoli. Soggiunse poscia, vedrebbe Venezia volentieri; sapere quanto i Veneziani l'amassero.
Accarezzato dai monaci del Cenisio, festeggiato dai Torinesi testè liberati da Menou, al quale era succeduto, come governator generale, il buon principe Camillo Borghese, arrivava Napoleone trionfante nella reale ed accetta Milano. Le feste furono molte: i soldati armeggiavano, i poeti cantavano, i magistrati lusingavano. Trattò Melzi molto rimessamente, perchè non ne aveva più bisogno; perchè poi fosse meglio rintanato, il creò duca di Lodi.
Ed ecco che Napoleone arrivava a Venezia (29 novembre). Luminaria per tutta la città; di notte il canal grande chiaro come di giorno; la piazza di San Marco più chiara del canale; regata, balli, teatri, plausi di voci e di mani. Si mostrò lieto e contento in volto. Tornato a Milano il dì 6 dicembre udiva i collegi, ed i collegi parlava. Accusò gli antenati, parlò di patria degenere dalla antica, affermò molto aver fatto per gli Italiani, molto più voler fare; ammonilli, stessero congiunti con Francia; ricordò loro che da quella ferrea corona si ripromettessero l'independenza.
Corsa trionfalmente la Lombardia, nuovi italici pensieri gli venivano in mente e li mandava ad esecuzione. Aveva, a cagione che il principe reggente di Portogallo si era ritirato dal voler fare contro gl'Inglesi, per un trattato sottoscritto a Fontanablò ai 27 di ottobre con un ministro di Spagna, tolto il Portogallo a' suoi antichi signori, che vi erano ancora presenti, e dato in potestà di nuovi. Per esso si accordarono la Francia e la Spagna, che la provincia del Portogallo tra Mino e Duero colla città di Porto cedessero in proprietà e sovranità del re d'Etruria, ed egli assumesse il nome di re della Lusitania settentrionale; che l'Algarve si desse al principe della Pace con titolo di principe dell'Algarve; che il Beira ed il Tramonti e l'Estremadura di Portogallo si serbassero sequestrate sino alla pace; che il re d'Etruria cedesse il suo reame all'imperator dei Franzesi; che un esercito napoleonico entrasse in Ispagna, e congiunto con lo spagnuolo occupasse il Portogallo. I Braganzesi, avuto notizia del fatto, e non aspettata la tempesta, s'imbarcarono per Brasile sopra navi proprie ed inglesi.
Il dì 22 novembre i ministri di Francia e di Spagna, nelle stanze di Maria Luisa regina reggente di Toscana entrando, le intimarono essere finito e ceduto a Napoleone il suo toscano regno, e che in compenso le erano assegnati altri Stati da goderseli col suo figliuolo Carlo Lodovico. Significava la regina ai suoi popoli essere la Toscana ceduta all'imperator Napoleone; ad altri regni andarsene: ricorderebbesi con diletto del toscano amore, rammaricherebbesi della separazione, consolerebbesi pensando, passare una nazione sì docile sotto il fausto dominio di un monarca dotato di tutte le più eroiche virtù, fra le quali, per usare le stesse parole che usò la regina, dette così com'erano alla segreteriesca, fra le quali campeggiava singolarmente la premura la più costante di promuovere ed assicurare la prosperità dei popoli ad esso soggetti. Non seguitò la regina in Toscana le vestigie leopoldiane, anzi era andata riducendo lo Stato a governo più stretto. Arrivò il generale Reille, il dì 11 dicembre, a pigliar possesso in nome dell'imperatore e re; i magistrati giurarono obbedienza; cassaronsi gli stemmi di Toscana; rizzaronsi i napoleonici: arrivava Menou egiziaco a scuotere le toscane genti; Napoleone trionfatore, tornando a Parigi, tirava dietro le sue carrozze quelle di Maria Luisa e di Carlo Lodovico.
La natura rotta e precipitosa di Menon mitigava in Toscana una giunta creata dal nuovo sovrano e composta di uomini giusti e buoni, fra i quali era Degerando, solito sempre a sperare, a supporre e a voler bene. Avevano il difficile carico di ridurre la Toscana a forma franzese. Erano in questa bisogna alcune cose inflessibili, alcune pieghevoli. Si noveravano fra le prime gli ordini giudiziali, amministrativi e soldateschi: furono introdotti nella nuova provincia senza modificazione; degli ultimi non potevano i Toscani darsi pace, parendo loro cosa enorme che dovessero andare alle guerre dell'estrema Europa per gl'interessi di Francia, o piuttosto del suo signore. Si adoperava la giunta, non senza frutto, a fare che la nuova signoria meno grave riuscisse. Primieramente la tassa fondiaria, opinando in ciò molto moderatamente Degerando, fu ordinata per modo che non gettasse più del quinto nè meno del sesto della rendita. Non trascurava la giunta le commerciali faccende. Pel cielo propizio, volle tirarvi la coltivazione del cotone, e per migliorar le lane, diede favore al far venire pecore di vello fino nelle parti montuose della provincia sienese. Delle berrette di Prato, dei cappelli di paglia, degli alabastri e dei coralli di Firenze e di Livorno, parti essenziali del toscano commercio, con iscuole apposite, con carezze e con premii particolar cura aveva. Domandò a Napoleone che permettesse le tratte delle sete per Livorno, provvedimento utilissimo, anzi indispensabile, per tener in fiore le manifature dei drappi e la coltivazione dei gelsi nella nuova provincia. Richiese anche dal signore che concedesse una camera di commercio a Livorno a guisa di quella di Marsiglia, acciocchè i Livornesi potessero regolare da sè, e non per mezzo dei Marsigliesi, le proprie faccende commerciali: non solo buona, ma sincera e disinteressata supplica fu questa della giunta, perchè dava contro Marsiglia. Per queste deliberazioni si mirava a conservar salvo il commercio del Levante con Livorno.
I comodi di terra pressavano nei consigli della giunta come quei di mare. Supplicava all'imperadore aprisse una strada da Arezzo a Rimini, brevissima fra tutte dal Mediterraneo all'Adriatico, ristorasse quella da Firenze a Roma per l'antica via Appia, dirizzasse quella da Firenze a Bologna pei Bisenzio e pel Reno, terminasse finalmente quella che insistendo sull'antica via Laontana, da Siena porta a Cortona, Arezzo e Perugia. Nè gli studii si ommettevano; consiglio degno del dotto e dabbene Degerando. Ebbero quei di Pisa e di Firenze con tutti i sussidii loro ogni debito favore: ebberlo le accademie del Cimento, della Crusca, del Disegno, dei Georgofili: feconda terra coltivava Degerando, e la feconda terra ancora a lui degnamente rispondeva.
Quando poi arrivava gennaio, cessava la giunta l'ufficio, dato da Napoleone il governo di Toscana ad Elisa principessa, granduchessa nominandola. La qual Elisa, o per natura o per vezzo, simile piuttosto al fratello che a donna, si dilettava di soldati, gli studii e la toscana fama assai freddamente risguardando. A questo modo finì la toscana patria.
Similmente ed al tempo stesso Napoleone univa all'imperio il ducato di Parma e Piacenza dipartimento del Taro chiamandolo. Restavano ai Borboni di Parma le speranze del Mino e del Duero.
La servitù si abbelliva. In questo Napoleone fu singolarissimo. Opere magnifiche, opere utilissime sorgevano. Milano massimamente di tutto splendore splendeva. La mole dell'ambrosiano tempio cresceva; il foro Buonaparte ogni giorno più grandeggiava; Eugenio vicerè fomentava i parti più belli dei pittori, degli scultori, degli architettori; la corte promuovitrice di servitù era anche pruomovitrice di bellezza. Nuovi canali si cavavano nuovi ponti s'innalzano nuove strade si aprivano. Nè le rocche nè i dirupi ostavano; l'umana arte stimolata da Napoleone, ogni più difficile impedimento vinceva. Sorsero sotto il suo dominio e per sua volontà due opere piuttosto da anteporsi che da pareggiarsi alle più belle ed utili degli antichi Romani; queste sono le due strade del Sempione e del Cenisio, le quali, aprendo un facile adito tra le più inospite ed alte roccie dall'Italia alla Francia, attesteranno perpetuamente all'età future, in un colla perizia ed attività dei Franzesi, la potenza di chi sul principiare del secolo decimonono le umane sorti volgeva.
Anno di CRISTO MDCCCVIII. Indizione XI.
PIO VII papa 9. FRANCESCO I imp. d'Austria 3.
Era arrivato il tempo in cui i disegni napoleonici dovevano colorirsi a danno del re di Spagna. Il mettere discordia nella famiglia reale, il far sorgere sospetto nel padre del figliuolo, dispetto nel figliuolo verso il padre, il seminar sospetti sopra la coniugal fede della regina, e al tempo stesso accarezzare chi era soggetto dei sospetti, e farne strumento alle macchinazioni, il contaminar la fama di una principessa morta, accusar un principe di Spagna d'insidie, perchè più amava la Francia che la Spagna, fare che a Madrid e ad Aranjuez ogni cosa fosse sospetto di fraudi e di tradimenti, e la quiete e confidente vita del tutto sbandirne, queste arti produssero il mal frutto. La subitezza spagnuola le ruppe, col far re Ferdinando e dimetter Carlo; ma Napoleone ravviava le fila: l'accidente stesso d'Aranjuez, che parea dovere scompigliar ogni trama, gli diede occasione a mandarla ad effetto. Trasse con le lusinghe il re Carlo in suo potere a Baiona; restava che vi tirasse il re Ferdinando, ed il vi tirò. Rallegrossi allora dell'opera compita. Costrinse il padre ed il figliuolo a rinunziare al regno in suo favore, mandò il padre poco libero a Marsiglia, il figliuolo prigione a Valenzay: nominò, ribollendo in lui la cupidità dell'esaltazione de' suoi, Giuseppe re di Spagna, Murat re di Napoli. Sorsero sdegnosamente gli Spagnuoli contro le ordite cose, e combatterono i napoleoniani.
Napoleone, obbligato a mandar soldati contro Spagna, ed a scemargli in Germania, temeva di qualche moto sinistro. Una nuova dimostrazione dell'amicizia di Russia gli parve necessaria. Fatte le sue osservazioni, otteneva che Alessandro il venisse a trovare ad Erfurt. Quivi furono splendide le accoglienze pubbliche, intimi i parlari segreti: stava il mondo in aspettazione e timore nel vedere i due monarchi, allora potenti sopra tutti favellare insieme delle supreme sorti. Chi detestava l'imperio dispotico di Napoleone, disperava della libertà d'Europa, perchè, essendo le due volontà preponderanti ridotte in una sola, non restava più nè appello, nè ricorso, nè speranza. Chi temeva dell'insorgere progressivo della potente Russia, abborriva ch'ella fosse chiamata ad aver parte in modo tanto attivo nelle faccende di Europa; conciossiachè le abitudini più facilmente si contraggono che si dismettano, ed anche l'ambizione del dominare non si rallenta mai, anzi cresce sempre ed è insanabile. Rotto era e capriccioso il procedere di Napoleone, e però da non durare, mentre l'andare considerato e metodico della Russia dava più fondata cagione di temere. Le scene di Erfurt erano per Napoleone più di apparato che di arte, per Alessandro più di arte che di apparato.
Giovacchino Murat, nuovo re di Napoli, annunziava la sua assunzione ai popoli del regno: avergli Napoleone Augusto dato il regno delle Due Sicilie, due primi e supremi pensieri nodrire, esser grato al donatore, utile ai sudditi; volere conservar la costituzione data dall'antecessore; venire con Carolina, sua sposa augusta, venire col principe Achille, suo reale figliuolo, venire co' figliuoli ancor bambini, commettergli alla fede, all'amore loro; sperare farebbero i magistrati il debito loro; in esso consistere la contentezza dei popoli, in esso la sua benevolenza.
Principiarono le napolitane adulazioni. Il consiglio di Stato, il clero, la nobiltà mandarono deputati a far riverenza ed omaggio a Giovacchino re. Il trovarono a Gaeta; in nome suo giurarono. Napoli intanto esultava. Inscrizioni, trofei, statue, archi trionfali, ogni cosa in pompa. Una statua equestre, rizzata sulla piazza del mercatello, rappresentava Napoleone augusto. Un'altra sulla piazza del palazzo raffigurava, sotto forma di Giunone, Carolina regina. Perignon, maresciallo di Francia, lodato guerriero, appresentava, il dì 6 di settembre, a Giovacchino le chiavi di Napoli. Generali, ciamberlani, scudieri, ufficiali, soldati, chi con le spade al fianco, chi con le chiavi al tergo, ed un popolo numeroso e moltiforme, chi portando rami d'alloro e chi di ulivo. Firrao cardinale col baldacchino e con gli arredi sacri riceveva Giovacchino sulla porta della chiesa dello Spirito Santo: condottolo sul trono, a tal uopo molto ornatamente alzato, cantava la messa e l'inno ambrosiano. Terminata la ceremonia, per la contrada di Toledo piena di popolo, a cui piaceva la gioventù e la bellezza del nuovo re, andava Giovacchino a prender sede nel real palazzo. Pochi giorni dopo, incontrata dal re a San Leucio, faceva lieto e magnifico ingresso Carolina regina; risplendeva, come lo sposo, di tutta gioventù e bellezza. Guardavano la venustà delle forme, miravano il portamento dolce ed altero, cercavano le fattezze di Napoleone fratello: gridavanla felice, virtuosa, augusta.
Furono felici i primi tempi di Murat. Occupavano tuttavia gl'Inglesi l'isola di Capri, la quale, come posta alla bocche del golfo, è freno e chiave di Napoli dalla parte del mare. La presenza loro era stimolo a coloro che non si contentavano del nuovo stato, cagione di timore agli aderenti, e ad ogni modo impediva il libero adito con manifesto pregiudizio dei traffici commerciali. Pareva anche vergognoso che un Napoleonide avesse continuamente quel fuscello negli occhi, da parte massimamente degl'Inglesi, tanto disprezzati. Aveva Giuseppe, per la sua indolenza, pazientemente tollerato quella vergogna: ma Giovacchino, soldato vivo, se ne risentiva, e gli pareva necessario cominciar il dominio con qualche fatto d'importanza: andava contro Capri. Vi stava a presidio Hudson Lowe con due reggimenti accogliticci d'ogni nazione, e che si chiamavano col nome di reale Corso e di reale Malta. Erano nell'isola parecchi siti sicuri, le eminenze di Anacarpi, ed il forte maggiore con quelli di San Michele e di San Costanzo. Partiti da Napoli e da Salerno, e governati dal generale Lamarque, andavano Franzesi e Napolitani alla fazione dell'isola. Posto piede a terra per mezzo di scale uncinate, non senza grave difficoltà perchè gl'Inglesi si difendevano risolutamente, s'impadronirono d'Anacarpi: vi fecero prigioni circa ottocento solduti del reale Malta. Conquistato Anacarpi, ch'è la parte superiore dell'isola, restava che si ricuperasse l'inferiore. Dava ostacolo la difficoltà della discesa per una strada molto angusta a guisa di scala scavata nel macigno, dentro la quale traevano a palla ed a scaglia i forti, specialmente quello di San Michele. Fu forza alzar batterie sulle sommità per battere i forti: l'espugnazione andava in lungo. Arrivavano agli assediati soccorsi di uomini e di munizioni dalla Sicilia. Ma la fortuna si mostrava prospera al Napoleonide, perciocchè i venti di terra allontanavano gl'Inglesi dal lido. Il re che stava sopravvedendo dalla marina di Massa, fermatosi sopra la punta di Campanella, e veduto il tempo propizio, spingeva in aiuto di Lamarque nuovi squadroni. Gl'Inglesi, rotti già in gran parte e smantellati i forti, si diedero, il dì 2 di ottobre, al vincitore. L'acquisto di Capri piacque ai Napolitani, e ne presero buon augurio del nuovo governo.
Erano nel regno baroni, repubblicani e popolo. I baroni al nuovo re volontieri si accostavano, perchè si contentavano degli onori, nè stavano senza speranza di avere od a ricuperare gli antichi privilegi, perciocchè, malgrado delle dimostrazioni contrarie, i Napoleonidi tendevano a questo fine, od almeno ad acquistarne di nuovi. I repubblicani erano avversi a Giovacchino, non perchè fosse re, che di ciò facilmente si accomodavano, ma perchè si ricordavano che gli aveva cacciati e fatti legare come malfattori in Toscana. Dava anche loro fastidio la vanità incredibile di lui, siccome quegli che indirizzava ogni suo studio e diligenza a vezzeggiare chi portasse un nome feudatario. Per questo temevano che ad un bel bisogno li desse in preda a chi desiderava il sangue loro; ma egli con qualche vezzo se li conciliava, perchè avevano gli animi domi dalle disgrazie. Il popolo non meglio di Giovacchino si curava che di Giuseppe; si sarebbe facilmente contentato del nuovo dominio, purchè restasse tutelato dalle violenze dei magnati ed avesse facile e quieto vivere. Ma Giovacchino, tutto intento a vezzeggiare i baroni, trascurava il popolo, il quale, vessato dai baroni e dai soldati, si alienava da lui. Era anche segno che volesse governare con assoluto imperio il tacere della costituzione che si credeva aver voluto dare Giuseppe in sul partire. Inoltre ordinò che si scrivessero i soldati alla foggia di Francia. Ciò fe' sorgere mali umori negli antichi possessori dei privilegi; nè meglio se ne contentava il popolo, perchè gli pareva troppo insolito. Siccome poi le province non quietavano, e che massimamente le Calabrie, secondo il solito, imperversavano, scrisse le legioni provinciali, una per provincia, ordine già statuito da Giuseppe, ma da lui rimessamente eseguito. Così tutto in armi; chi non le portava come soldato pagato, era obbligato a portarle come guardia non pagata.
Narra un storico famoso che Giovacchino, come soldato, comportava ogni cosa ai soldati, e ne nasceva una licenza militare insopportabile. «Seguitava anche questo effetto, che il solo puntello che avesse alla sua potenza, erano i soldati e che nessuna radice aveva nell'opinione dei popoli. Le insolenze soldatesche moltiplicavano. Non solo ogni volontà, ma ogni capriccio d'un capo di reggimento, anzi di un ufficiale qualunque, dovevano essere obbediti come se fossero leggi: chi anzi si lamentava era mal concio, e per poco dichiarato nemico del re. Molto e con ragione si erano doluti i popoli delle insolenze dei baroni, ma quelle dei capitani di Giovacchino erano maggiori. Rappresentavano i popoli i loro gravami, domandando proiezione ed ammenda. Ma le soldatesche erano più forti delle querele, e si notava come gran caso che chi si era lagnato non fosse mandato per la peggiore. Nascevano nelle provincie un tacere sdegnoso ed una sopportazione desiderosa di vendetta. Nè in miglior condizione si trovava Napoli capitale. La guardia reale stessa, che attendeva alla persona di Giovacchino, oltre ogni termine trascorreva. Nessuna quiete, nessun ordine poteva essere pei cittadini, nè nel silenzio della notte nè nelle feste del giorno, perchè, solo che un ufficiale della guardia il volesse, tosto turbava con importuni romori, minaccie ed insolenze i sonni ed i piaceri altrui. Il re comportava loro ogni cosa. I mandatarii dei magistrati civili, che si attentavano di frenare sì biasimevoli eccessi, erano dai soldati svillaneggiati, scherniti e battuti; e sonsene veduti di quelli che arrestati, per aver fatto il debito loro, dalle sfrenate soldatesche, e condotti sotto le finestre del palazzo reale, furono, veggente il re, fatti segno d'ogni vituperio.» Niega un annalista che la scontentezza dei popoli dalla licenza, che Giovacchino accordava ai soldati, sorgesse.» Una severa disciplina, dice egli, una cieca subordinazione trionfava nei reggimenti napolitani, ai quali non devesi addebitare un qualche eccesso commesso nella guerra, che civile ardeva nella Calabrie.» Ma noi, che in quel torno di tempo avemmo a visitare quelle contrade possiamo asserire che, tollerante o no il re, la licenza della soldatesca era molta, e molto se ne risentivano le popolazioni.
Comunque di ciò sia, i mali umori prodotti da tutte queste cause davano speranza alla corte di Palermo che le sue sorti potessero risorgere nel regno di qua del Faro. Infuriava tuttavia la guerra civile nelle Calabrie, nè gli Abbruzzi quietavano. Erano in questi moti varie parti e varii fini: alcuni di coloro che combattevano contro Giovacchino e che avevan combattuto contro Giuseppe, erano aderenti al re Ferdinando; altri amatori della repubblica. Tacciasi di coloro, e non erano pochi, che solo per amor del sacco e del sangue avevano l'armi in mano.
Non sarà forse narrazione incresciosa a chi leggerà questi annali, se si racconterà come e per qual cagione la setta dei Carbonari a questi tempi nascesse; quella setta che negli anni più a noi vicini tanti scompigli cagionò nell'italiana penisola ed a sì gran repentaglio pose la sicurezza degl'individui, l'ordine e la quiete degli stati. Alcuni dei repubblicani più vivi, ritiratisi, durante le procedure usate contro di loro, nelle montagne più aspre e nei più reconditi recessi dell'Abruzzo e delle Calabrie, avevano portato con sè un odio estremo contro il re, non solamente perchè loro avverso era stato, ma ancora perchè era re. Nè di minore odio erano infiammati contro i Franzesi, sì perchè avevano disfatto la repubblica propria e quelle d'altrui, sì perchè gli avevano anche perseguitati. Non potevano costoro pazientemente tollerare che in cospetto loro, nonchè di Ferdinando, di Giovacchino, nonchè di Giovacchino, di regno si favellasse. Così tra aspri dirupi e nascoste valli vivendosi, gli odii loro contro i re tutti e contro i Franzesi fra immense solitudini continuamente infiammavano. Ma sulle prime isolati ed alla spartita vivendo, nessun comune vincolo li congiungeva, intenti piuttosto ad arrabbiarsi che a vendicarsi. Gl'Inglesi, che custodivano la Sicilia, ebbero notizia di quest'umore, ed avvisarono che fosse buono per turbare il regno contro i Franzesi. Pertanto gli animarono a collegarsi fra di loro, affinchè con menti unite concorressero ai medesimi disegni e creassero nuovi seguaci. Per accenderli promettevano gl'Inglesi qualche forma di costituzione. Sorse allora la setta dei carbonari, la quale acquistò questo nome, perchè ebbe la sua origine e si mostrò la prima volta nelle montagne dell'Abruzzo e delle Calabrie dove si fa una grande quantità di carbone. Molti ancora fra questi settarii sapevano ed esercevano veramente l'arte del carbonaio. Siccome poi non ignoravano che, a voler tirar gli uomini, niuna cosa è più efficace che le apparenze astruse e mirabili, così statuirono pratiche e riti maravigliosi. Principal capo ed instigatore era un uomo dotato di sorprendente facoltà persuasiva che per nome si chiamava Capobianco. Avevano i carbonari quest'ordine comune coi liberi Muratori, che gli ammessi passavano successivamente per varii gradi fino al quarto; che celavano i riti loro con grande segretezza; che a certi statuiti segni si conoscevano fra di loro; ma in altri particolari assai diversi erano i carbonari dai liberi muratori: conciossiachè siccome il fine che questi ostentano è di beneficare altrui, di banchettare sè stessi, così il fine di quelli era tutto politico. Avevano i carbonari nel loro procedere assai maggiore severità dei liberi muratori, poichè non mai facevano banchetti, nè mai fra canti e suoni si rallegravano. Il loro principal rito in ciò consisteva: che facessero vendetta, come dicevano, dell'agnello stato ucciso dal lupo, e per agnello intendevano Gesù Cristo, e pel lupo i re che con niun altro nome chiamavano se non con quello di tiranni. Sè stessi poi nel gergo loro chiamavano col vocabolo di pecore, ed il lupo credevano essere il monarca sotto il quale vivevano. Opinavano altresì costoro che Gesù Cristo sia stato la prima e la più illustre vittima della tirannide, e protestavano volerlo vendicare con la morte dei tiranni. Così come adunque i Liberi muratori intendono a vendicar la morte del loro Iramo, i carbonari intendevano a vendicare la morte di Cristo. In questa setta entravano principalmente uomini del volgo, sulla immaginazione dei quali gagliardissimamente operavano, con vivi colori rappresentando la passione e la morte di Cristo; e quando nelle loro congreghe i riti loro adempivano, avevano presente un cadavere tutto sanguinoso, che dicevano essere il corpo di Gesù Cristo. Quale effetto in quelle napolitane fantasie sì terribili forme partorissero, ciascuno sel può considerare. Erano i segni loro per conoscersi vicendevolmente, quando s'incontravano, oltre alcuni altri, il toccarsi la mano, ed in tale atto col pollice segnavano una croce nella palma della mano l'uno dell'altro. Quello che i liberi muratori chiamavano loggia, essi baracca chiamavano, e le assemblee loro col nume di vendite distinguevano, ai carbonari alludendo, i quali, scendendo dalle montagne, andavano a vendere il carbone loro pei mercati in pianura. Sentivano, come abbiamo detto, molto fortemente di repubblica: niun altro modo di reggimento volevano che il repubblicano, ed in repubblica già si erano ordinati apertamente nelle parti di Catanzaro sotto la condotta di quel Capobianco che abbiamo sopra nominato. Odiavano acerbamente i Franzesi, acerbissimamente Murat per esser Franzese e re, ma non per questo erano amici di Ferdinando; perchè piuttosto non volevano re. Nata prima nell'Abruzzo e nelle Calabrie, questa peste propagata si era nelle altre parti del regno; e perfino nella Romagna avevano introdotto le pratiche loro e creato consettarii. In Napoli stessa pullulavano: non pochi fra i lazzaroni della segreta lega micidiale erano consapevoli e partecipi.
Vedendo Ferdinando che la potenza dei carbonari era cosa d'importanza, si deliberava, a ciò massimamente stimolato dagl'Inglesi, di fare qualche pratica, acciocchè, se possibil fosse, concorressero co' suoi proprii aderenti al medesimo fine, ch'era quello di cacciar i Franzesi e di restituirgli il regno. Principale mezzano di queste pratiche era il principe di Moliterno, che tornato d'Inghilterra, dove si era condotto per proporre a quel governo che dichiarasse l'unione e l'indipendenza di tutta Italia, se vi voleva far frutto contro i Franzesi, le quali proposte non volle l'Inghilterra udire, non fidandosi del principe per essere stato repubblicano, si era in Calabria fatto capo di tutti gli antichi seguaci del cardinal Ruffo, e vi teneva le cose molto turbate contro Giovacchino. Parlava efficacemente. Pareva Moliterno personaggio atto a questi maneggi coi carbonari, perchè ai tempi di Championnet era stato aderente della repubblica, ed anzi per questa sua opinione proscritto dalla corte di Napoli. I carbonari, sì perchè erano aspramente perseguitati dai soldati di Murat, sì perchè Moliterno sentiva di repubblica, e sì finalmente perchè molto si soddisfacevano di quella condizione d'Italia, prestavano favorevoli orecchie alle proposte del principe. Ciò, nonostante, stavano di mala voglia, e ripugnavano al venire ad un accordo con gli agenti regi. Per vincere una tale ostinazione, il governo di Palermo dava speranza ai carbonari che avrebbe loro dato una costituzione libera a seconda dai desiderii loro. Per questi motivi, e massimamente per questa promessa, quanto assurda ed impossibile ognun sel vede, consentirono ad unirsi con gli aderenti del re a liberazione del regno dai Franzesi. A queste risoluzioni vennero la maggior parte dei carbonari; ma i più austeri, siccome quelli che abborrivano da ogni qualunque lega con coloro che stavano ad un servizio regio, continuarono a dissentire, e questa parte discordante fu quella che ordinò quella repubblica di Catanzaro che abbiamo sopra nominato.
L'unione dei carbonari coi regi diede maggior forza alla parte di Ferdinando in Calabria; ma dal canto suo Giovacchino, in cui non era la medesima mollezza che in Giuseppe, validamente resisteva, massime nelle terre murate, cooperando alla difesa i soldati franzesi guidati da Partonneaux, i soldati napolitani e le legioni provinciali. Ogni cosa in iscompiglio: la Calabria non era nè del re Ferdinando, nè del re Giovacchino; le soldatesche ed i sollevati ne avevano in questa parte ed in quella il dominio. Seguitavano tutti gli effetti della guerra disordinata e civile; incendii, ruine, saccheggi, stupri, e, non che uccisioni, assassinii. I fatti orribili tanto, più si moltiplicavano quanto più, per l'occasione della guerra fatta nel paese, uomini di mal affare d'ogni sorta, banditi, ladri, assassini, a cui nulla importava nè di repubblica nè di regno, nè di Ferdinando nè di Giovacchino, nè di Franzesi nè d'Inglesi, nè di papa nè di Turco, ma solo al sacco ed al sangue intenti, dai più segreti rispostigli loro uscendo, commettevano di quei fatti dai quali più la umanità abborrisce, e cui la storia più ha ribrezzo a raccontare. Così le Calabrie furono da questo momento in poi e per due anni continui fatte rosse da sangue disordinatamente sparso finchè lo spavento cagionato da sangue ordinatamente sparso le ridusse a più tollerabile condizione.
Anno di CRISTO MDCCCIX. Indizione XII.
PIO VII papa 10. FRANCESCO I imp. d'Austria 4.
Le ruine si moltiplicavano: la Spagna ardeva, l'Italia e la meridional parte della Germania sotto l'imperio diretto di Napoleone, l'Austria perplessa, la Prussia serva, la Russia devota, la Turchia aderente, la terraferma europea tutta obbediente a Napoleone o per forza o per condiscendenza. Un solo principe vivente nel cuor dell'Italia, debole per soldati, forte per coscienza, resisteva alla sovrana volontà. Napoleone, spinto dalla ambizione e acciecato dalla prosperità, aveva messo fuori certe parole sull'imperio di Carlo Magno, suo successore nei diritti e nei fatti intitolandosi, come se gl'impiegati di Francia, che da lui traevano gli stipendii, avessero potuto, imperadore dei Franzesi chiamandolo, dargli il supremo dominio e l'effettiva possessione, non che della Francia, di tutta la Italia, di tutta la Germania, di quanto insomma componeva l'imperio di Occidente ai tempi di quel glorioso imperadore.
Adunque con quell'insegna di Carlo Magno in fronte si avventava contro il papa. Non poteva pazientemente tollerare che Roma, il cui nome tant'alto suona, non fosse ridotta in sua potestà, e gli pesava che ancora in Italia una piccola parte fosse che a lui non obbedisse. Dal canto suo il papa si mostrava renitente al consentire di mettersi in quella condizione servile, nella quale erano caduti, chi per debolezza e chi per necessità, quasi tutti i principi di Europa. Così chi aveva armi, cedeva, chi non ne aveva, resisteva. Pio VII, non che resistesse, fortemente rimostrava al Signore della Francia, acerbamente dolendosi che per gli articoli organici e pel decreto di Melzi fossero stati due concordati guasti a pregiudizio della sedia apostolica, ed anche a violazione manifesta dei concilii e del santo Vangelo stesso. Si lamentava che nel Codice civile di Francia, introdotto anche per ordine dell'imperadore in Italia, si fosse dato luogo al divorzio tanto contrario alle massime della Chiesa ed ai precetti divini. Rimproverava che in un paese cattolico, quale si protestava essere ed era la Francia con legge uguale si ragguagliassero la religione cattolica e le dissidenti, non esclusa anche l'ebraica, nemica tanto irreconciliabile della religione di Cristo.
Di tutte queste cose ammoniva l'imperadore, dell'esecuzione delle sue promesse a pro della cattolica religione richiedendolo. Ma Napoleone vincitore delle maggiori potenze, non era più quel Napoleone ancor tenero ne' suoi principii. Per la qual cosa, volendo ad ogni modo venir a capo del suo disegno di farsi padrone di Roma, o che il papa vi fosse o che non vi fosse, mandava dicendo al pontefice, che essendo egli il successore di Carlo Magno, gli stati pontifizii, siccome quelli che erano stati parte dell'impero di esso Carlo Magno, appartenevano all'impero franzese; che se il pontefice era il signore di Roma, egli ne era l'imperadore, e che a lui, come a successore di Carlo Magno, il pontefice doveva obbedienza nelle cose temporali, come egli al pontefice la doveva nelle spirituali; che uno dei diritti inerenti alla sua corona era quello di esortare, anzi di sforzare il signore di Roma a fare con lui e co' suoi successori una lega difensiva ed offensiva per tutte le guerre presenti e future; che il pontefice, essendo soggetto all'imperio di Carlo Magno, non si poteva esimere dall'entrare in questa lega e dall'avere per nemici tutti coloro che di lui Napoleone fossero nemici. Aggiungeva, che se il pontefice a quanto da lui si esigeva non consentisse, aveva egli il diritto di annullare la donazione di Carlo Magno, di spartire gli Stati pontifizii e di dargli a chi meglio gli paresse; che nella persona del pontefice separerebbe l'autorità temporale dalla spirituale; che manderebbe un governatore con potestà di reggere Roma, e che al papa lascerebbe la semplice qualità di vescovo di Roma.
Queste estreme intimazioni fatte al pontefice, che non aveva dato a Napoleone alcuna cagione di dolersi di lui, e che anzi con tutta l'autorità sua l'aveva aiutato a salire sul suo seggio imperiale, dimostravano in chi le faceva una risoluzione irrevocabile. Rispondeva il pontefice, e troppo seriamente rispondeva alle allegazioni di Napoleone, perchè niuno meno le stimava che Napoleone stesso. Instava adunque minacciosamente l'imperatore col pontefice, entrasse nella confederazione italica coi re d'Italia e di Napoli, e per nemici avesse i suoi nemici, e per amici gli amici. Ma avendo il papa costantemente ricusato di aderire, si era ridotto a richiedere che il pontefice facesse con lui una lega difensiva ed offensiva, e medesimamente tenesse i suoi amici per amici, i suoi nemici per nemici: quando no, lo stimerebbe intimazione di guerra, avrebbe il papa per nemico, Roma conquisterebbe.
Allora, esposto il papa Pio con gravissime querele l'animo suo a Napoleone, andava protestando, che se per gli occulti disegni di Dio l'imperatore volesse consumare le sue minaccie, impossessandosi degli Stati della Chiesa a titolo di conquista, non potrebbe sua Santità a tali funesti avvenimenti riparare, ma protesterebbe come di usurpazione violenta ed iniqua. L'imperatore perseverò nel dire che a questo principio mai non consentirebbe, che i prelati non fossero sudditi del sovrano, sotto il dominio del quale son nati, e che intenzion sua era che tutta l'Italia, Roma Napoli e Milano, facessero una lega offensiva e difensiva per allontanare dalla penisola i disordini della guerra. Questa sua ostinazione corroborava col pretesto che la comunicazione non doveva e non poteva essere interrotta per uno Stato intermedio che a lui non si appartenesse tra i suoi Stati di Napoli e di Milano. Inoltre voleva e comandava che i porti dello Stato pontificio fossero e restassero serrati agli Inglesi. Rimostrò nuovamente il papa; e quanto al serrare i porti agl'Inglesi, sebbene fosse da temersi che ciò non potesse essere senza qualche pregiudizio dei cattolici che abitavano l'Irlanda, l'avrebbe nondimeno il pontefice consentito, per amor della concordia, all'imperatore.
Napoleone, al quale sempre pareva che la corona imperiale fosse monca, se non fosse padrone di Roma, si apprestava a disfar quello che aveva per tanti secoli durato fra tante rivoluzioni e di Italia e del mondo. Perchè poi la forza fosse aiutata dall'arte, accompagnava le sue risoluzioni con parole di umanità e di desiderio di libertà per la potestà secolare. Quindi instantemente richiedeva, anche con la solita minaccia di privarlo della potenza temporale, se non consentisse, il papa che riconoscesse in lui il diritto d'indicare alla santa Sede tanti cardinali franzesi, quanti bastassero perchè il terzo almeno del sacro collegio si componesse di cardinali franzesi. Se il papa consentiva, acquistava Napoleone preponderante autorità nelle deliberazioni, e massimamente nelle nomine dei papi; se ricusava, avrebbe punito alla nazione franzese che egli le negasse ciò che per la sua grandezza credeva meritarsi, punto questo che all'imperatore molto caleva. Non potere, rispose il pontefice, consentire ad una domanda che vulnerava la libertà della Chiesa ed offendeva la sua più intima costituzione, e ciò dimostrava con sane e sante ragioni.
Non si rimaneva l'imperatore dalla presa deliberazione; mandò di nuovo dicendo al papa, o gli desse il terzo dei cardinali o si piglierebbe Roma. Tentato di render Pio odioso ai Franzesi, il volle far disprezzabile al mondo. Imperiosamente intimava al pontefice, cacciasse da Roma il console del re Ferdinando di Napoli. Rispondeva Pio, ch'egli non aveva guerra col re, che il re possedeva ancora tutto il reame di Sicilia, che era un sovrano cattolico, e che egli non sarebbe mai per consentire a trattarlo da nemico, cacciando da Roma coloro che a Roma il rappresentavano.
L'appetita Roma veniva in mano di lui. Se vi fu ingiustizia nei motivi, fuvvi inganno nell'esecuzione. Si avvicinavano i napoleoniani all'antica Roma, nè ancora confessavano di marciare contro di lei. Pretendevano parole di voler andare nel regno di Napoli: erano sei mila; obbedivano a Miollis. Nè bastava un generale per un papa: Alquier, ambasciatore di Napoleone presso la santa Sede, anch'egli vi si adoperava. Usava anzi parole più aspre del soldato. Era giunto il mese di gennaio 1808 al suo fine, quando Alquier mandava dicendo a Filippo Casoni, cardinale segretario di Stato, che sei mila napoleoniani erano per traversare, senza arrestarvisi, lo Stato romano: che Miollis prometteva che passerebbero senza offesa del paese, e che il generale era uomo di tal fama che la sua promessa doveva stimarsi certezza. Mandava Alquier con queste lettere l'itinerario de' soldati, dal quale appariva che veramente indirizzava verso il regno di Napoli il loro cammino, e non dovevano passare per la città. Pure si spargevano romori diversi. Affermavano questi che andassero a Napoli, quelli che s'impadronirebbero di Roma. Il papa interpellava formalmente, per mezzo del cardinal segretario, Miollis, dicesse e dichiarasse, apertamente e senza simulazione alcuna, il motivo del marciare di questi soldati, acciocchè Sua Santità potesse fare quelle risoluzioni che più convenienti giudicherebbe. Rispondeva, aver mandato la norma del viaggio dei soldati, e sperare che ciò basterebbe per soddisfare i ministri di Sua Santità. Il tempo stringeva: i comandanti napoleonici marciando, e detti i soliti motti e scherni sui preti, sul papa e sui soldati del papa, minacciavano che entrerebbero in Roma, e l'occuperebbero. Novellamente protestava il papa, fuori delle mura passassero, in Roma non entrassero; se il facessero, l'avrebbe per caso di guerra, ogni pratica di concordia troncherebbe. Già tanto vicini erano i napoleoniani, che vedevano le mura della romana città. Alquier tuttavia moltiplicava in protestazioni col santo padre, affermando con osservazione grandissima che erano soltanto di passo e non avevano, nessuna intenzione ostile. I napoleoniani intanto, arrivati più presso, assaltarono armata mano, il dì 2 febbraio, la porta del popolo, per essa entrarono violentemente, s'impadronirono del castel Sant'Angelo, recarono in poter loro tutti i posti militari, e tant'oltre nell'insolenza procederono, che piantarono le artiglierie loro con le bocche volte contro il Quirinale, abitazione questa del pontefice. Perchè poi niuna parte di audacia mancasse in questi schifosi accidenti, Miollis domandava, per mezzo di Alquier, udienza al santo padre; ed avendola ottenuta, si scusò con dire che non per suo comando le bocche dei cannoni erano state volte contro il quirinale palazzo, come se l'ingiuria fatta al sovrano di Roma ed al capo della cristianità consistesse in questa sola violenza che certamente era molto grave. Della occupazione frodolenta ed ostile di Roma, ch'era pure l'importanza del fatto, non fece parola.
Gli oltraggi al papa si moltiplicavano. L'accusavano dell'aver dato asilo nei suoi Stati a Napolitani briganti, ribelli, congiuratori contro lo Stato di Murat; per questo, affermavano, aversi occupata Roma; il papa stesso accagionarono di connivenza. Alquier già ne fece querele; del rimanente voleva, non so se per pazzia o per ischerno, che il papa avesse e trattasse ancora come amiche le truppe che violentemente avevano occupato la sua capitale e la sede del suo governo, e fatto contro il pacifico ed inerme suo palazzo quello che contro le fortezze nemiche ed armate solo si suol fare. A questo tratto non potè più contenere sè medesimo il pontefice: sdegnosamente scrisse all'ambasciatore napoleonico, non terrebbe più per amici quei soldati che, rompendo le più solenni promesse, erano entrati in Roma, avevano violato la sua propria residenza, offeso la sua libertà, occupato la città ed il castello, voltato i cannoni contro la propria abitazione, e che inoltre con intollerabile peso si aggravavano sopra il suo erario e sopra i suoi sudditi. A questo aggiungeva che, essendo privato della sua libertà, e ridotto in condizione di carcerato, non intendeva più nè voleva negoziare, e che solo allora si risolverebbe a trattare delle faccende pubbliche con Francia, che sarebbe restituito alla sua piena e sicura libertà.
Le amarezze del papa divenivano ogni giorno maggiori. Il comandante napoleonico intimava ai cardinali napolitani, nel termine di ventiquattr'ore partissero da Roma, tornassero a Napoli. Se nol facessero, gli sforzerebbero i soldati. Quindi l'intimazione medesima, termine tre ore a partire, fu fatta dal soldato medesimo ai cardinali del regno italico. Risposero stare ai comandamenti del pontefice; farebbero quanto ordinasse. A tanto oltraggio il pontefice, quantunque in potestà di altrui già fosse ridotto, gravemente risentissi. Scrisse ai cardinali, non potere Sua Santità permettere che partissero: proibirlo anzi a tutti ed a singoli in virtù di quella obbedienza che a lui giurato avevano.
La sovranità del papa a grado a grado dai violenti occupatori si disfaceva. Commettevano il male, non volevano che si sapesse. Soldati napoleoniani furono mandati alla posta delle lettere, dove, cacciate le guardie pontifizie, ogni cosa recarono in poter loro. Al medesimo fine invasero tutte le stamperie di Roma per modo che nulla, se non quanto permettevano essi, stampare si potesse.
Tolta al papa la forza civile, si faceva passo di togliergli la militare. Incominciossi dalle arti con subornare i soldati, le napoleoniche glorie e la felicità degli imperiali soldati magnificando. Pochi cessero, i più resisterono. Riuscite inutili le instigazioni, toccossi il rimedio della forza. I soldati furono costretti alle insegne napoleoniche, e mandati prima in Ancona, poscia nel regno italico per essere ordinati secondo le forme imperiali.
Restava il santo padre nel suo pontificale palazzo con poche guardie, piuttosto ad onore che a difesa. Vollero i Franzesi che quest'ultimo suo ricetto fosse turbato dalle armi forastiere, non contenti se non quando il sommo pontefice fosse in vero carcere ristretto. Andavano, il dì 7 aprile, all'impresa del prendere il pontificale palazzo; si appresentavano alla porta: il soldato svizzero, che vi stava a guardia, rispose che non lascerebbe entrare gente armata, ma solamente l'ufficiale che le comandava. Parve soddisfarsene il capitano napoleonico: fatti fermar i soldati, entrava solo; ma non così tosto fu lo sportello aperto, e l'ufficiale entrato, che, aggiungendo la sorpresa alla forza, fece segno a' suoi che entrassero. Entrarono; volte le baionette contro lo Svizzero, occuparono l'adito. Si impadronirono, atterrando romorosamente le porte delle armi delle papali guardie, i più intimi penetrali invasero.
Di tanti eccessi querelavasi gravissimamente il pontefice con Miollis; ma le sue querele non muovevano il generale, che anzi, negli eccessi moltiplicando, faceva arrestare da' suoi soldati monsignor Guidebono Cavalchini governator di Roma, ordinando che fosse condotto a Fenestrelle, fortezza alle fauci delle Alpi sopra Pinerolo.
A questi tratti il pontefice, fatto maggiore di sè medesimo, in istile grave e profetico, a Napoleone le sue parole rivolgendo: «Per le viscere, diceva, della misericordia di Dio nostro, per quel Dio che è cagione che il sole levante venne dall'alto a ritirarsi, esortiamo, preghiamo, scongiuriamo te, imperadore e re Napoleone, a cambiar consiglio, a rivestirti dei sentimenti che sul principiar del tuo regno manifestasti; sovvengati che Dio è re sopra di te; sovvengati ch'ei non rispetterà la grandezza di uomo che sia; sovvengati ed abbi sempre alla mente tua davanti, ch'ei si farà vedere, e presto, in forma terribile; perchè quelli che comandano agli altri saranno da lui con estremo rigore giudicati.»
Napoleone, cieco, e dal suo inevitabile destino tratto, non attendeva alle spaventevoli o fatidiche voci del pontefice. Decretava, il dì 2 aprile dello scorso anno, che, stantechè il sovrano attuale di Roma aveva costantemente ricusato di far guerra agl'Inglesi, e di collegarsi coi re d'Italia e di Napoli a difesa comune della penisola; stantechè l'interesse de' due reami e dell'esercito d'Italia e di Napoli esigevano che la comunicazione non fosse interrotta da una potenza nemica; stantechè la donazione di Carlo Magno, suo illustre predecessore, degli Stati pontifizii, era stata fatta a benefizio della cristianità, non a vantaggio dei nemici della nostra santa religione: stante finalmente che l'ambasciatore della corte di Roma appresso a lui aveva domandato i suoi passaporti; le provincie d'Urbino, Ancona, Macerata e Camerino fossero irrevocabilmente e per sempre unite al suo regno d'Italia; il regno italico, il dì 11 maggio, prendesse possessione delle quattro provincie, vi si pubblicasse ed eseguisse il codice Napoleone: fossero investite nel vicerè amplissime facoltà per l'esecuzione del decreto.
Il giorno stesso del 2 di aprile, l'imperatore, conoscendo quanti prelati natii delle provincie unite fossero in Roma ai servigi del pontefice, e volendo privare il santo padre del sussidio di tanti servitori ed amici, decretava che tutti i cardinali, prelati, ufficiali ed impiegati qualsivogliano appresso alla corte, di Roma, nati nel regno d'Italia, fossero tenuti, passato il dì 25 di maggio, di ridursi nel regno; chi nol facesse avesse i suoi beni posti al fisco; i beni già si sequestrassero a chi non avesse obbedito il dì 5 di giugno.
Nè solo la violenza del voler torre i servidori al papa si usò contro coloro ch'erano nati nel regno italico, ma ancora contro quelli che, sebbene venuti al mondo in Roma, possedevano ufficii spirituali in quel regno.
Eugenio vicerè, con solenne decreto del 20 maggio spartiva, le quattro provincie in tre dipartimenti, del Metauro, del Musone e del Tronto chiamandoli. Avesse il primo Ancona per metropoli, il secondo Macerata, il terzo Fermo. Fosse in Ancona ad ulteriore ordinamento di questi territorii un magistrato politico: chiamovvi Lemarrois presidente: due consiglieri di Stato.
Si esigevano nelle provincie unite i giuramenti di fedeltà all'imperatore, di obbedienza alle leggi e costituzioni. Il pontefice, che non aveva riconosciuto l'usurpazione, non consentiva ai giuramenti pieni. Da questo conflitto tra armi ed opinioni sorse nelle Marche, una volta sì prospere e felici, un disordine ed una infelicità dolorosissima.
Pubblicava Pio una solenne protesta, la quale così terminava:
«Stante adunque che per le ragioni finora raccontate egli è chiaro e manifesto che per forza di un attentato enorme i diritti della romana Chiesa sono stati dall'ultimo decreto di Napoleone violati, e che una ferita ancor più profonda è stata a noi ed alla santa Sede fatta, acciocchè tacendo non paia ai posteri che noi l'iniquissimo delitto commesso con violazione di tutte le regole della rettitudine e dell'onore, quanto pure merita, non abbiamo, il che sarebbe perpetua vergogna nostra, a sdegno e ad abborrimento avuto, di nostro proprio moto, di nostra certa scienza, di nostra piena potenza dichiariamo, e solennemente e in miglior modo protestiamo, l'occupazione delle terre che sono nella marca d'Ancona, e l'unione loro al reame d'Italia, senza alcun diritto e senza alcuna cagione per decreto dell'imperatore Napoleone fatte, ingiuste essere, usurpate, nulle. Dichiariamo altresì e protestiamo nullo essere e di niun valore quanto fino ad oggi si è fatto per esecuzione del detto decreto, e quanto potrà essere d'ora in poi sulle terre medesime da qualunque persona fatto e commesso: vogliamo inoltre e dichiariamo che anche dopo mille anni, e tanto quanto il mondo durerà, quanto vi si è fatto e quanto sarà per farvisi, a patto niuno possa portar pregiudizio o nocumento ai diritti sì di dominio che di possessione sulle medesime terre, perchè sono e debbono essere di tutta proprietà della nostra santa Sedia apostolica.»
Così Pio, venuto in forza altrui, parlava a Napoleone, e contro di lui protestava. Così ancora Napoleone, dopo di aver carcerato i reali di Spagna, carcerava anche il papa, e dopo di aver usurpato la Spagna, usurpava anche Roma. Alessandro di Russia in questo mentre appunto lasciava a posta la sua imperial sede di Pietroburgo per girsene a visitarlo in Erfurt; Francesco d'Austria vi mandava il generale Saint-Vincent (27 settembre 1808).
Ma era in Europa rimasta accesa la materia di nuove calamità, e già l'Austria, non abborrendo dall'entrare in nuovi travagli, e dall'abbracciar sola la guerra, si mise in sull'armare. Si doleva Napoleone dei romorosi apparecchi, affermando non pretendere coll'imperatore d'Austria alcuna differenza: rispondeva Francesco essere a difesa, non ad offesa. Accusava il primo gli austriaci ministri, e non so quale viennese setta, bramosa di guerra, come la chiamava, e prezzolata dall'Inghilterra. Rinfacciava superbamente a Francesco l'avere conservato la monarchia austriaca quando la poteva distruggere; gli protestava amicizia; lo esortava a desistere dalle armi. Ma l'Austria non voleva riposarsi inerme sulla fede di colui che aveva incarcerato i reali di Spagna. La confederazione renana, la distruzione dell'impero germanico, Vienna senza propugnacolo per la servitù della Baviera, Ferdinando cacciato di Napoli, il suo trono dato ad un Napoleonide, l'Olanda data ad un Napoleonide, Parma aggiunta, la Toscana congiunta, la pontificia Roma occupata, davano giustificata cagione all'Austria di correre all'armi, non potendole in modo alcuno esser capace che a lei altro partito restasse che armi o servitù. Solo le mancava l'occasione: la offerse la guerra di Spagna, all'impresa della quale era allora Napoleone occupato, e la usò. Ma prevedendo che quello era l'ultimo cimento, faceva apparati potentissimi.
Un esercito grossissimo militava sotto la condotta dell'arciduca Carlo in Germania. Destinavasi all'invasione della Baviera, la quale perseverava nell'amicizia di Napoleone. Se poi la fortuna si mostrasse favorevole a questo primo conato, si aveva in animo di attraversare la Selva Nera e di andar a tentare le renane cose. Per aiutare questo sforzo, ch'era il principale, Bellegarde, capitano sperimentatissimo, stanziava con un corpo assai grosso in Boemia, pronto a sboccar nella Franconia, tostochè i casi di guerra il richiedessero. Grandissima speranza poi aveva collocato l'imperatore Francesco nel moto dei Tirolesi, sempre affezionati al suo nome e desiderosi di riscuotersi dalla signoria dei Bavari. Sollecita cura ebbero gli ordinatori di questo vasto disegno delle cose d'Italia; perciocchè vi mandarono con un'oste assai numerosa, massimamente di cavalli, l'arciduca Giovanni, giovane di natura temperata e di buon nome presso agl'Italiani.
A questi sforzi, se Napoleone era pari, non era certamente superiore. Fece opera di temporeggiarsi, offerendo la Russia per sicurtà della quiete. Ma, da quell'uomo astuto e pratico ch'egli era, non ingannandosi punto sulle intenzioni della potenza emola, e certificato della mala disposizione di lei, che gli parve irrevocabile, si preparava alla guerra, con mandar in Germania ed in Italia quanti soldati poteva risparmiare per la necessità d'oltre i Pirenei. Ciò nondimeno Francesco, che con disegno da lungo tempo ordito si muoveva, stava meglio armato e più pronto a cimentarsi. Pensò Napoleone ad andar egli medesimo alla guerra germanica, perchè vedeva che sulle sponde del Danubio erano per volgersi le difinitive sorti, e che nessun altro nome, fuorichè il suo, poteva pareggiare quello del principe Carlo. Quanto all'Italia, diede il governo della guerra in questa parte importante al principe Eugenio, mandandogli per moderatore Macdonald.
L'Italia e la Germania commosse aspettavano nuovo destino. L'arciduca Carlo mandò dicendo al generalissimo di Francia, andrebbe avanti, e chi resistesse, combatterebbe. L'arciduca Giovanni, correndo il dì 9 aprile del presente anno al medesimo modo intimò la guerra Broussier che colle prime guardie custodiva i passi della valle di Fella. Preparate le armi, pubblicavansi i discorsi.
Addì 10 di aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca, varcata la sommità dei monti al passo di Tarvasio, e superato, non però senza qualche difficoltà per la resistenza dei Franzesi, quello della Chiusa, si avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante corredo di artiglierie e di cavalleria passava l'Isonzo, e minacciava con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei napoleoniani. Fuvvi un feroce incontro ai ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto valorosamente. Ma, ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli Austriaci che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò, per ordine del vicerè, sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il principe a piantare il suo alloggiamento a Sacile sulla Livenza, attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico innanzi ch'egli avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano.
Erano i Franzesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterie e le cavallerie del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi; correva il dì 16 aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potere dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavalleria insistevano; la destra de' Franzesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbon dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro aiuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, spinse avanti con tanta gagliarda, che, pigliando del campo, scacciò il nemico non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo delle fronte franzese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi che già manifestamente declinavano. Barbou eziandio si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Franzesi d'impeto e di ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma, contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo.
Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi aiuti la fronte, costrinse i napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere e ucciso loro di molta gente. E se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico, avrebbero i Franzesi e gl'Italiani provato qualche pregiudizio molto notabile.
Dopo l'infelice fatto, non erano più le stanze di Sacile sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente dai Tedeschi, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre veronesi, e quelli che sotto Durante dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata.
Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco frutto; tentò con un grosso sforzo il sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di Venezia, ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a trovare il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardia, dominio antico de' suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca importanza: si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra del Polesine, e fu per loro in mal punto, perchè Napoleone, tornato superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, li suggellò all'imperio militare ed alla pena del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo di sangue: dessero, per esser immolati, quattro di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo dell'imperadore, fu ridotto il numero a due; questi comprarono coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.
Intanto l'arciduca Carlo aveva occupato la Baviera, e col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei primi principii dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi.
Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Inn, e l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi, mossi da una sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe bavare e franzesi che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, di quelle, cioè, alle quali il secolo va preso: bensì era uomo di retta mente e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei tirolesi monti, ignorava il vizio ed i suoi allettamenti. Allignano d'ordinario in questa sorte di uomini due doti molto notabili: l'amore di Dio e l'amore della patria: l'uno e l'altro rispondevano in Andrea. Per questo la tirolese gente aveva in lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contentò al servire od al principe od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide incendii di pacifici tugurii, vide lo strazio e la strage de' suoi; nè per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua podestà, fosse messo a morte; anzi i feriti dava in cura alle tirolesi donne, che e per sè e per rispetto di Hofer gli accomodavano d'ogni più ospitale sentimento.
Adunque la nazione tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signoria nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed i Franzesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari in più luoghi, non poterono resistere, e perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa dieci mila, in potestà del vincitore rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un corpo di tre mila napoleoniani, franzesi e bavari, che in soccorso degli altri arrivava sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro nè ora vi erano per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno i Tirolesi, uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa; conciossiachè al romore dell'armi si mescolava il rimbombo delle campane che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa: In nome di Dio! In nome della santissima Trinità! Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno d'orrore, di terrore e di religione. Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria.
I Tirolesi vincitori sulle terre germaniche, passate le altezze del Breuver, vennero nelle italiane, e mossero a rumore le regioni superiori a Trento. Propagavasi il rumore da valle in valle, da monte in monte, e la trentina città stessa era in pericolo. Certo era che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la massa tirolese sarebbe calata a fargli spalla, il che avrebbe partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: questo era il disegno dei generali austriaci. L'imperatore Francesco, sì per aiutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra' primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava altresì, come s'è notato, un capo di regolari, usi alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore del paese. — Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparvero, sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gli imperiali a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni di allegrezza che i popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria le artiglierie e le archibuserie tiravano a festa; i vincitori popoli applaudivano, abbracciavano, si abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.
Ma qui finirono le prosperità dell'Austria; poichè nel colmo più alto delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale, giunto sulle terre germaniche, recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre grandissime battaglie a Taun, ad Abensberga, ad Eckmül. Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai napoleoniani per Vienna.
Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del fratello, si accorse, e vi ebbe anche comandamento da Vienna, che quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero accorrere in aiuto della parte più vitale della monarchia. Ordinava dunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti per poter condurre in salvo le artiglierie, le munizioni e le bagaglie, opera difficile in vero, e pericolosa con un nemico tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo Eugenio. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte. Si apprestavano i Franzesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che è il principale. Nonostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero con le artiglierie poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè sopra e sotto a Lovadina con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle e cariche continue di cavalleria l'infestavano. Pareggiossi la battaglia che continuava con grandissimo furore da ambe le parti, perchè i Franzesi volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar i Franzesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca in questa terribile mischia a fatica od a pericolo, ora come capitani comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte tedesca. Diedero dentro i Franzesi. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva in favore del principe. Si ritirarono gli Austriaci non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi, pressando vieppiù il nemico, cercavano salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi; dei napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tre mila.
Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il Franzese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando i napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano l'assedio di Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti, mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine che il capitano di Francia si era con ciò proposto, imperocchè alla sinistra Serras si congiungeva con le prime scolte dell'esercito germanico, e Macdonald sulla destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, che a gran passi veniva dalla Dalmazia, e quindi, per la strada maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un duro intoppo in Prevaldo, ma parte di fronte assaltandolo, e parte girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte d'accennare ai fianchi ed alle spalle constringeva alla dedizione quattro mila Austriaci che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata tale vittoria, se ne giva, lasciati in Carniola presidii sufficienti, a Gratz. Quivi fermossi aspettando che Marmont lo venisse a trovare dalla Dalmazia. Questi, vinta una fiera battaglia a Gospitz, si aprì con tale vittoria facile le strade, perchè, da un incontro in fuori ch'egli ebbe col retroguardo nemico ad Octopsch non gli fu più oltre contrastato il passo. Occupò successivamente Segna e Fiume, e trovati i compagni in Istria, si incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto l'antico Illirio venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più opportuni, passava i monti di Somering, e per la valle della Raab verso il Danubio calandosi, andava a farsi partecipe delle imprese del padre.
Il giorno 14 di giugno, anniversario della vittoria di Marengo, vinceva il principe Eugenio sotto le mura di Raab una grandissima battaglia contro l'arciduca Giovanni, che saliva per le sponde del Danubio in aiuto del suo fratello Carlo. Il dì 7 di luglio periva la mole austriaca nei campi di Vagram. Quivi fu poi prostrato l'arciduca Carlo, e Napoleone divenne padrone di quell'antica e grande monarchia. Si trovò facilmente forma di concordia per la situazione d'una delle parti: consentì l'imperadore Francesco a condizioni durissime di pace. Il dì 14 ottobre si stipulava in Vienna, per lo stabilimento delle cose comuni, dal signor di Champagny per parte di Napoleone, e dal principe di Lichtenstein per parte di Francesco, il trattato di pace. Cedeva lo imperadore Francesco all'imperadore franzese, oltre molti altri paesi in Germania ed in Polonia, la contea di Gorizia, il territorio di Monfalcone, la contea e la città di Trieste, il ducato di Carniola con le sue dipendenze nel golfo di Trieste, il circolo di Villaco nella Carintia con tutti i paesi situati sulla riva destra della Sava dal punto in cui questo fiume esce dalla Croazia fin dove tocca le frontiere della Bosnia, nominatamente una parte della Croazia provinciale, sei distretti della Croazia militare, Fiume ed il litorale ungherese, l'Istria austriaca col distretto di Casina, Piccino, Buccari, Buccarizza, Porto re, Segna e le isole dipendenti dai paesi ceduti, e tutti gli altri territorii qualsivogliano situati sulla destra del fiume, il filo delle acque del quale avesse a servire di limite fra i due Stati: perdonasse Napoleone ai Tirolesi, Francesco ai Polacchi: l'Austria cessasse ogni relazione con l'Inghilterra. Napoleone fece inserire nel trattato un capitolo, per cui l'Austria si obbligava a cedere all'imperadore Alessandro di Russia nella parte più orientale dell'antica Galizia un territorio che contenesse quattrocento mila anime, non inclusa però la città di Brodi.
L'Austria, percossa da tanto infortunio, quietava por la pace, ma era dolorosa la sua quiete. Oltre la scaduta potenza, l'infestava l'insolenza del vincitore, e la aggravavano le grossissime imposizioni. Soli i Tirolesi non cedevano al terrore comune, e con l'armi in mano continuavano a difendere quel sovrano, che già deposte per forza le sue, aveva per forza dato molte nobili parti del suo dominio e loro stessi in potestà del vincitore. Il principe Eugenio dalle sue stanze di Villaco gli esortava a posare, ma invano. Più volte combattuti dai Franzesi, dai Sassoni e dai Baveri, più volte batterono, e più volte anco battuti, più volte risorsero. Vinti, si ritiravano alle selve impenetrabili, ai monti inaccessibili; vincitori, inondavano le valli, e furiosamente cacciavano il nemico. Vinti, erano trattati crudelmente dai napoleoniani: vincitori, trattavano i napoleoniani umanamente; e siccome gente religiosa, vinti, con grandissima divozione pregavano dal cielo miglior fortuna alla patria; vincitori, coi medesimi segni il ringraziavano. E' furono visti, dopo di avere superato con incredibile valore i soldati di Lefevre, e restituito a libertà coloro che si erano arresi, scorrente ancora il sangue e presenti i cadaveri dei compatriotti e dei nemici, gettarsi tutti al punto stesso, dato il segnale di Hofer, coi ginocchi a terra ed in tale pietosa attitudine tra lacrimosi e lieti rendere grazie a Dio dell'acquistata vittoria. Eccheggiavano i monti intorno dei divoti e allegri suoni mandati fuori dai religiosi e santi petti. Infine, sottentrando continuamente genti fresche a genti uccise, abbandonati da tutto il mondo, anzi quasi tutto il mondo combattendo contro di loro, cessarono i Tirolesi, non dal volere, ma dal potere, e nei montuosi ricetti loro ricovratisi, aspettavano occasione in cui più potesse la virtù che la forza. Il bavaro dominio si restituiva nel Tirolo tedesco: cedè l'italiano in possessione del regno italico.
Sul finire del presente anno 1809 Andrea Hofer si ritirava con tutta la sua famiglia ad un povero casale fra montagne e nevi altissime, dolente per la patria, tranquillo per sè. Ma i Franzesi erano sitibondi del suo sangue. Perciò, fattolo con tutta diligenza cercare e ricercare, riuscì di trovarlo nel suo recondito recesso. Batterono alla porta i soldati; era la notte del 27 gennaio del 1810. L'aperse Hofer: veduto ch'era venuto in forza altrui, con semplicità e serenità mirabile: «Son io, disse, Andrea Hofer; sono in poter di Francia: fate di me ciò che vi aggrada: ma vi piaccia risparmiare la mia donna ed i miei figliuoli; sono eglino innocenti, nè dei fatti miei obbligati.» Così dicendo, diessi in potestà loro. Condotto a Bolzano, ultimo destino gli soprastava. Le palle soldatesche ruppero in Mantova il patrio petto di Andrea, lui, non che intrepido, quieto in quell'estrema fine.
Acquistata tanta vittoria dall'Austria, veniva a Napoleone in mente l'antica cupidigia di Roma. Decretava, il dì 17 maggio di quest'anno in Vienna stessa queste cose: Considerato che quando Carlo Magno imperadore dei Franzesi, e suo augusto antecessore, diede in dono ai vescovi di Roma parecchi paesi, glie li cedesse loro a titolo di feudo col solo fine di procurare sicurezza a' suoi sudditi, e senza che per questo abbia Roma cessato di esser parte del suo impero considerato ancora che da quel tempo in poi l'unione delle due potestà spirituale e temporale era stata, ed era ancora fonte e principio di continue discordie; che pur troppo spesso i sommi pontefici si erano serviti dell'una per sostenere le pretensioni dell'altra, e che per questo le faccende spirituali, che per natura propria sono immutabili, si trovarono confuse con le temporali sempre mutabili a seconda de' tempi; considerato finalmente, che quanto egli aveva proposto a conciliazione della sicurezza de' suoi soldati, della quiete e della felicità de' suoi popoli, della dignità e della integrità del suo impero colle pretensioni temporali dei sommi pontefici, era stato proposto indarno, intendeva voleva ed ordinava che gli Stati del papa fossero e restassero uniti all'impero franzese; che la città di Roma, prima sede della cristianità e tanto piena d'illustri memorie, fosse città imperiale e libera, e che il suo reggimento avesse forme speciali; che i segni della romana grandezza, che ancora in piè sussistevano, a spesa del suo imperial tesoro fossero conservati e mantenuti; che il debito del pubblico fosse debito dell'impero; che le rendite del papa si amplificassero fino a due milioni di franchi, e fossero esenti da ogni carico e prestanza; che le proprietà e palazzi del santo padre non fossero soggetti ad alcun aggravio di tasse e a nessuna giurisdizione o visita, ed, oltre a questo, godessero d'immunità speciali; che finalmente una consulta straordinaria il 1.º di giugno prendesse possessione a suo nome degli Stati del papa, ed operasse che il governo, secondo gli ordini della costituzione, vi fosse recato in atto il primo giorno del 1810; nè mettendo tempo in mezzo, chiamava, il giorno stesso del 17 maggio, alla consulta Miollis, creato anche governator generale e presidente, Saliceti, Degerando, Janet, Dalpozzo, e per segretario un Balbo, figliuolo del conte Balbo di Torino.
A questo modo veniva Roma in potestà immediata di Napoleone, ed i papi, dopo una possessione di mille anni, furono spodestati del dominio temporale. Ad atto così grave ed insolito sclamava Pio, e con la sua pontificale voce a tutto il mondo gridava. E il giorno appresso, in cui mandava fuori le sue lamentazioni, fulminava la scomunica contro l'imperator Napoleone e contro tutti coloro che con lui avessero cooperato all'occupazione degli Stati della Chiesa, e massimamente della città di Roma. Fulminò altresì l'interdetto contro tutti i vescovi e prelati sì secolari che regolari, i quali non si conformassero a quanto aveva statuito circa i giuramenti e le dimostrazioni pubbliche verso il nuovo governo.
Data la sentenza, si ritirava nei penetrali del suo palazzo, attendendo a pregare, ed aspettando quello che la nemica forza fosse per ordinare di lui. Fe' chiudere diligentemente le porte e murare gli aditi del Quirinale, acciocchè non si potesse pervenire nelle interne stanze sino alla sua persona, se non con manifesta violazione del suo domicilio. Informarono i napoleoniani il loro padrone dello sdegno del papa e della fulminata sentenza; pregarono, ordinasse che avessero a fargli. Rispose, rivocasse il papa la scomunica, accettasse i due milioni: quando no, l'arrestassero, ed il conducessero in Francia. Duro comando trovò duri esecutori. Andarono la notte del 5 luglio sbirri, manasdieri, galeotti, e con loro, cosa incredibile, generali e soldati alla violazione della pontificia stanza. Gli sbirri, i masnadieri ed i galeotti scalarono il muro alla panattiera, dov'era più basso, ed entrati, aprirono la porta ai soldati, parte genti d'armi, parte di grossa ordinanza. Squassavansi le interne porte, scuotevansi i cardini, rompevansi i muri: il notturno rumore di stanza in stanza dell'assaltato Quirinale si propagava; le facelle accese accrescevano terrore alla cosa. Svegliati a sì grande ed improvviso fracasso, tremavano i servitori del papa; solo Pio imperterrito si mostrava. Stava con lui Pacca cardinale, chiamato a destino peggiore di quello del pontefice, per avere in tanta sventura e precipizio serbato fede al suo signore: pregavano, e vicendevolmente si confortavano. Ed ecco arrivare i soldati, atterrate o fracassate tutte le porte, alla stanza dell'innocente e perseguitato pontefice. Vestivasi a fretta degli abiti pontificali: voleva che rimanesse testimonio il mondo della violazione, non solamente della sua persona, ma ancora del suo grado e della sua dignità. Entrò per forza nella pontificia camera il generale di gendarmeria Radet, cui accompagnava un certo Diana, che per poco non aveva avuto il capo mozzo a Parigi per essersi mescolato in una congiura contro di Napoleone. Radet, pensando agli ordini dell'imperadore, venne tostamente intimando al papa, accettasse i due milioni, rivocasse la scomunica, altrimenti sarebbe preso e condotto in Francia. Ricusò non superbamente, ma pacatamente, il che fu maggior forza, il pontefice la proferta. Poi disse perdonare a lui, esecutore degli ordini; bene maravigliarsi che un Diana, suo suddito, si ardisse di comparirgli avanti, e di fare alla dignità sua tanto oltraggio; ciò non ostante, soggiunse, anche a lui perdonare. Fattosi dal papa il rifiuto, trapassava a protestare, dichiarando nullo e di niun valore essere quanto contro di lui, contro lo Stato della Chiesa e contro la romana Sede aveva il governo franzese fatto e faceva; poi disse essere parato; di lui facessero ciò che volessero; dessergli pure supplizio e morte, non avere l'uomo innocente cosa di che temere si abbia. A questo passo, preso con una mano un crocifisso, coll'altra il breviario, ciò solo gli restava di tanta grandezza, in mezzo ai vili uomini rompitori del suo palazzo ed ai soldati che non avevano abborrito dal mescolarsi con loro, s'incamminava dove condurre il volessero. Gli offeriva Radet desse il nome dei più fidi cui desiderasse aver compagni al suo viaggio. Diedelo; nessuno gli fu conceduto. Fugli per forza svelto dal grembo Bartolommeo Pacca cardinale. Poi fu con presto tumulto, condotto assiepandosegli d'ogni intorno le armi soldatesche, nella carrozza che a questo fine era stata apparecchiata, e con molta celerità incamminato alla volta di Toscana. Solo era con lui Radet. Mentre gl'indegni fatti notturnamente si commettevano nel pontificale palazzo, Miollis, sorto a vegliare la impresa, se ne stava ad udire i rapporti che ad ogni momento gli pervenivano, nel giardino del contestabile passeggiando.
Stupore ed orrore occuparono Roma quando, nato il giorno, vi si sparse la nuova della commessa enormità. Portavano i carceratori il pontefice molto celeremente pei cavalli delle poste per prevenir la fama. Trasmettevansi l'uno all'altro i gendarmi di stazione in stazione il captivo e potente Pio. Quel di Genova temendo qualche moto in Riviera di levante, l'imbarcava sur un debole schifo che veniva da Toscana. Addomandò il pontefice al carceratore se fosse intento del governo di Francia di annegarlo. Rispose negando. Posto piede a terra, il serrava nelle apprestate carrozze in Genova: pena di morte, se i postiglioni non galoppassero. Sostossi in Alessandria, come in luogo sicuro per le soldatesche, a desinare. Poi traversossi il Piemonte con velocità di volo. A Sant'Ambrogio di Susa, il carceratore apprestava i cavalli per partire con maggiore celerità che non era venuto. Lasso dall'età, dagli affanni, dal viaggio, l'addomandava il pontefice, se Napoleone il voleva vivo o morto. Vivo, rispose. Soggiunse Pio: Adunque starommi questa notte in Sant'Ambrogio. Fu forza consentire. Varcavano il Cenisio: gl'italiani popoli, non avendo potuto per la velocità venerare il pontefice presente, il venerarono lontano, pietosamente visitando i luoghi dove aveva stanziato, per dove era passato: sacri li chiamavano per isventura, sacri per dignità, sacri per santità. Pacca fedele fu mandato, come se fosse un malfattore, nel forte di Pierrechateau presso a Bolley. Fu lasciato il papa fermarsi qualche giorno a Grenoble, poi messo di nuovo in viaggio. Come se altra strada non ci fosse, fu fatto passare a Valenza di Delfinato, stanza di morte di Pio VI, atto tanto più incivile quanto non necessario. Per Avignone, per Aix, per Nizza di Provenza il condussero a Savona, strano viaggio da Roma per Francia a Savona. Ma celavasi la partenza, celavasi il viaggio: salvo coloro che presenti vedevano il pontefice, niuno sapeva; perchè delle lettere dei privati poche parlavano, delle gazzette niuna, dove fosse, nè dove andasse. I Franzesi con la medesima riverente osservanza l'onoravano, con cui lo avevano onorato gl'Italiani: il trattarono i prefetti dei dipartimenti con sentimento e rispetto: così aveva comandato Napoleone.
Napoleone vincitore tornava in Francia nella imperial sede di Fontainebleau. I deputati italiani già l'aspettavano per le adulazioni. Moscati, orando pel regno italico, ringraziò delle date leggi; Zondadari cardinale, per la Toscana, della data Elisa. Per Roma vi fu maggior magniloquenza. Braschi, oratore della città dei sette colli, favellò degli Scipioni, dei Camilli, dei Cesari, del padre Tevere.
Rispose il sire ai Romani, sempre pensare alle famose geste dei loro antenati; passerebbe le Alpi per dimorarsi qualche tempo con esso loro; gl'imperatori franzesi suoi predecessori avergli scorporati dall'impero e dati in feudo ai loro vescovi, ma il bene de' suoi popoli non ammettere più alcuna divisione. Sotto le medesime leggi, sotto il medesimo signore aver a vivere Francia ed Italia; del resto, aver loro bisogno di un braccio potente, e lui avere questo braccio, e volerlo usare a benefizio loro: ciò non ostante non intendere che alcun cambiamento fosse fatto nella religione dei loro padri; figliuolo primogenito della Chiesa, non voler uscire dal suo grembo; non avere mai Gesù Cristo creduto necessario dotare San Pietro di una sovranità temporale: la romana sede essere la prima della cristianità, essere il vescovo di Roma capo spirituale della Chiesa, lui esserne l'imperadore: voler dare a Dio ciò ch'è di Dio, a Cesare ciò ch'è di Cesare.
Intanto in Roma francese, la romana consulta, come prima prese il magistrato, pensò alla sicurezza del nuovo Stato, sapendo quanti mali umori e quante avverse opinioni covassero: parve bene spiare sul bel principio i pensieri più segreti degli uomini: ordinava la polizia: creonne direttor generale Piranesi, uomo molto atto a questo carico. Ciò quanto ai detti ed ai fatti segreti; quanto agli scritti, anche segreti, fu tolta agl'impiegati del papa la posta delle lettere, e data al direttore della posta di Francia. Nè la cosa fu solo in nome; perchè con dannabilissima licenza si aprivano e si leggevano le lettere che s'indirizzavano a Savona dov'era il papa. Si usava in questo un rigore eccessivo. Importava che, a confermazione della quiete, si unisse la forza alle notizie, nè potendo i soldati di Francia essere in ogni luogo, si crearono le guardie, urbane in Roma, provinciali nelle provincie, legioni chiamandole. Della legione di Roma fu eletto capo il conte Francesco Marescotti, uomo dedito a Francia. Questi uomini furono buoni per impedire i moti politici, non a frenare gli uomini di mal affare, che infestavano l'agro romano e le vicinanze stesse di Roma. Trapassossi a partire il territorio, con fare due dipartimenti, di cui chiamarono l'uno del Tevere e l'altro del Trasimeno; nominaronsene a tempo i due prefetti, un Giacone ed un Olivetti. Trassersi gli ufficiali municipali; furono le elezioni di gente buona e savia; faceva la consulta presto, ma faceva anche bene. Ostava alla nuova amministrazione dei comuni l'ordine del buon governo, il quale, creato da Sisto V ed attuato da Clemente VIII, aveva l'ufficio di amministrar i comuni, nè senza grande utilità loro. La consulta l'abolì, sostituivvi le forme franzesi. Il consiglio municipale di Roma chiamò senato; elessevi personaggi di gran nome, i principi Doria, Albani, Chigi, Aldobrandini, Colonna, Barberini, i duchi Altieri, Braschi, Cesarini, Fiano. Braschi fu nominato maire, o vogliam dire sindaco di Roma. Intanto si scrivevano i soldati per le guerre forestiere, anche nella città imperiale e libera di Roma. Nè le leggi civili e criminali di Francia si omettevano; che anzi, per ordinazione della consulta, si promulgavano sì quanto alle persone, sì quanto alle cose, sì quanto ai diritti, e sì quanto agli ordini giudiziali. Fu chiamato presidente della corte di appello Bartolucci, un uomo di mente vasta e profonda, di non ordinaria letteratura, e di giudizii e di stato molto intendente. Chiamato consigliere di Stato a Parigi, vi diede saggi di quell'uomo dotto e prudente ch'egli era.
Le casse intanto più di ogni altra cosa premevano; Janet ne aveva cura. Conservò la imposizione dativa, che doveva gettare un milione e mezzo di franchi, la tassa del sale, il cui ritratto si supputava circa ad un milione, ed il dazio della mulenda, che si estimava ad una valuta circa di cinquecento mila franchi. Tra il lusso dei primi magistrati, la miseria del paese, i debiti di ognuno, il frutto di queste tasse non poteva bastare a dar vita alla macchina politica. Pure buon uso faceva la consulta di una parte del denaro del pubblico. Propose a Napoleone, e da lui impetrò anche facilmente, che si pagasse sufficiente denaro alla duchessa di Borbone parmense ed a Carlo Emmanuele re di Sardegna, che tuttavia se ne viveva in Roma tutto intento alle cose della religione; nobile atto e da non tralasciarsi negli annali.
La parte più malagevole del romano governo era l'ecclesiastica: aveva il papa, già fin quando le Marche erano state unite al regno italico, proibito i giuramenti; confermò questa proibizione per lo Stato romano nell'atto stesso della sua partenza di Roma. Richiedeva Napoleone del giuramento anche gli ecclesiastici. Ne nacque uno scompiglio, una disgrazia incredibile. Consisteva la principale difficoltà nel giurare la fedeltà; dell'obbedienza non dubitavano. Ripugnavano alla parola di fedeltà, perchè credevano che importasse di riconoscer l'imperador Napoleone come loro sovrano legittimo: al che giudicavano di non poter consentire, non avendo il papa rinunziato. Imprendeva a giustificare i giuramenti Dalpozzo, uno della consulta, uomo di gran sapere e di maggior ingegno. Sani ed irrefregabili erano i principii del Dalpozzo quanto all'obbedienza, e siccome gli ecclesiastici non dubitavano di giurarla al nuovo Stato, e di più di giurare di non partecipare mai in nessuna congiura e trama qualunque contro di lui, così un governo giusto e buono avrebbe dovuto contentarsene. Ma Napoleone esigeva il giuramento di fedeltà, sì perchè gli pareva che un tal giuramento implicasse la riconoscenza di sovrano legittimo, ed in tal modo effettivamente, come abbiam detto, l'intendevano l'intimatore e gl'intimati, sì perchè voleva fare scoprire i renitenti, per avere un pretesto di allontanarli da Roma, dove li credeva pericolosi. Vi era in questo troppa scrupolosità da una parte, troppo rigore dall'altra: la materia aveva in sè molta difficoltà. La romana consulta procedeva cautamente. Operando alla spartita, cominciò dai vescovi. Altri giurarono, altri ricusarono. Aveva il vescovo di Tivoli giurato; ma pentitosi, fece pubblicamente la sua ritrattazione: i gendarmi se lo pigliarono, ed in Roma carcerato alla Minerva il portarono. Tutti i non giurati, suonando loro d'ogni intorno le armi dei gendarmi, chi in Francia, chi a Torino, chi a Piacenza, chi a Fenestrelle furono condotti. Fu anche portato via da Roma, come non giurato e troppo devoto al papa, un Bacolo veneziano, vescovo di Famagosta, uomo molto nuovo e di natura facetissima, che dava una gran molestia alla polizia. Spedita la faccenda dei vescovi, richiederonsi dei giuramenti i canonici. Molti giurarono, molti ancora non giurarono; i gendarmi si affacendavano. Molto maggiore difficoltà avevano in sè i giuramenti dei curati, massimamente di quei di Roma, uomini d'innocente vita e di evidente vantaggio dei popoli, non solamente pei sussidii spirituali, ma ancora pei temporali.
Rappresentò la consulta, che in questo opinava saviamente, che s'indugiasse. Napoleone mandò loro dicendo che voleva i giuramenti da tutti, ed obbedissero. Delle province la maggior parte ricusarono: i gendarmi se li portarono. Dei Romani, i più si astennero: i renitenti portati via, e se infermi ed impotenti all'esilio, serrati in San Callisto.
A questo tempo furono soppressi nello Stato romano i conventi sì di religiosi che di religiose, i forestieri mandati al loro paese, i paesani sforzati a depor l'abito.
Intendeva la consulta a consolare la desolata Roma. Ciò s'ingegnava di fare ora con ordinamenti convenienti al luogo, ora con ordinamenti non convenienti, e sempre con animo sincero e buono. Pensava alle scienze, alle lettere, all'agricoltura, al commercio, alle arti. Ordinò che con denaro del pubblico si procacciassero gli stromenti necessarii alla specola del collegio romano; condusse a fine i parafulmini della basilica di San Pietro, stati principiati da papa Pio; ebbe speciale cura delle allumiere della Tolfa e delle miniere di ferro di Monteleone nell'Umbria. Gente perita, denaro a posta addomandava; due artieri Romani mandava alla scuola delle mine, due a quella della veterinaria, due a quella delle arti e mestieri in Francia, semi di utili scienze nell'ecclesiastica Roma.
Temevasi che la presenza dei Franzesi in Italia, massimamente in Toscana e nello Stato romano, giunta a quella loro lingua tanto snella e comoda per gli usi famigliari, avesse a pregiudicare alla purezza ed al candore dall'italiana favella; timore del tutto vano, perciocchè quale cosa si potesse ancora corrompere in lei, non si vede. Tuttavia Napoleone, il quale, unendo Toscana e Roma alla Francia, vi aveva introdotto negli atti pubblici l'uso della lingua franzese, aveva già fin dall'anno ultimo decretato premii a chi meglio avesse scritto in lingua toscana. La consulta di Roma, a fine di cooperare con quello che l'imperatore aveva comandato, a ciò muovendola Degerando, statuiva che la lingua italiana si potesse in uno con la franzese usare negli atti pubblici; benevola, ma strana permissione in Italia. Volle altresì che l'accademia degli Arcadi si ordinasse in modo che e la letteratura italiana promuovesse e la lingua pura ed incorrotta conservasse, con premii a chi meglio l'avesse scritta o in prosa o in versi; Arcadia sedesse sul Gianicolo, nelle stanze di Sant'Onofrio. Ordinamento conforme alla fama antica, alle influenze del cielo, alla natura degli uomini, alle romane usanze fu quello dell'accademia di San Luca, chiamata, per conforto di Degerando, a più magnifico stato. La consulta le dava più cospicui sussidii, l'imperator più convenienti stanze, e dote di cento mila franchi.
La ruina universale aveva addotto la ruina della Propaganda, con avere o del tutto annientato parte delle rendite, o ritardato la riscossione delle sussistenze: si aggiunse la rovina del palazzo devastato nel 1800. Adunque ella sussisteva piuttosto di nome che di fatto quando Napoleone s'impadronì di Roma; poi i frutti dei monti non si pagavano, la computisteria, per comandamento imperiale, sotto sigilli, gli archivi portati a Parigi. Volle Degerando rimetterla in istato, e che si aprissero intanto i pagamenti: l'imperatore stesso aveva dichiarato per senatoconsulto, volere la sua conservazione, e doterebbela coll'erario imperiale. Ma distratto primieramente dai gravi pensieri delle sue armi, poscia dai tempi sinistri che gli vennero addosso, non potè nè ordinare la macchina, come era necessario, nè far sorgere a propagazione degl'interessi politici quello zelo che per amore della religione, per le esortazioni dei papi e per la lunga consuetudine era sorto nei membri della congregazione ai tempi pontificii. Così sotto Napoleone ella non fu di alcuna utilità nè per la religione nè per la politica: solo le sue ruine attestavano la grandezza dell'antico edifizio e la rabbia degli uomini che l'avevano distrutto.
Le opere di musaico, peculiar pregio di Roma, perivano; perchè pei danni passati poco si spacciavano, ed anche mancavano i fondi per le spese degli smalti e degli operai. La principale manifattura che serviva di norma alle altre era attinente a San Pietro, e si sostentava con le rendite della sua fabbrica: per le necessità dei tempi, mancando la più gran parte delle rendite, non che il musaico si conservasse, pericolava la basilica. Fu proposto di commetterlo all'erario imperiale; ma perchè Napoleone non si tirasse indietro, fu d'uopo alla consulta d'inorpellare le cose con dire che il musaico pagato dall'imperatore non servirebbe più solamente ad obbedire San Pietro, ma che protetto dal più grande dei monarchi adornerebbe il palazzo del principe ed i monumenti dell'imperial Parigi. A questi suoni Napoleone si calava e pagava. Restava che, poichè s'era provveduto all'opera, si avesse cura degli operai. Essendo la lavoreria loro addossata al colle del Vaticano ed in parte sotterranea, e perciò molto malsana, troppo spesso infermavano e sovente il vedere perdevano. Oltre a ciò, gli armadii e gli scaffali, in cui si conservavano gli smalti, infracidivano, le tele dipinte che si portavano a copiarsi, dall'umidità si guastavano. A questo modo era testè perito con rammarico di tutti un bel quadro del pittore Camucini. Decretò la consulta trasportassersi gli opificii nelle stanze del santo Ufficio.
Concedutosi dall'imperatore un premio di duecento mila franchi ai manifattori di Roma, volle la consulta che fossero spartiti a chi meglio filasse o tessesse la tela o la lana, a chi meglio conducesse le opere dei merletti, a chi meglio addensasse i feltri, a chi meglio conciasse le pelli, a chi meglio stillasse l'acquavite, a chi meglio lavorasse di maioliche, o di vetri, o di cristalli, o di carta, a chi più e miglior cotone raccogliesse sulle sue terre, a chi piantasse più ulivi, a chi ponesse più semenza di piante utili.
I musei espilati ai tempi torbidi ora con cura si conservavano: i preziosi capi d'arte che adornavano i conventi, ed erano molti e belli, diligentemente si custodivano. Fu anche creata a conservazione loro dalla consulta una congregazione di uomini intendenti e giusti estimatori, che furono Lethier pittore, Guattani, de Bonnefond, l'abbate Fea e Toffanelli, conservatore del Campidoglio.
Conservando Roma odierna si poneva mente a scoprire l'antica: almeno così desiderava la consulta; la Francia potente e ricca poteva fare. Si ordinarono le spese del cavare nei luoghi promettenti. Sarebbesi anche, come pare, fatto gran frutto, se i tempi soldateschi non avessero guastato l'intenzione.
Discorreva Napoleone di volere visitar Roma sua. Se, di fatto, non voleva andarvi, l'essere aspettato faceva a' suoi fini: la consulta pensava al trovar palazzi che fossero degni dell'imperatore. Castelgandolfo le parve acconcio per la campagna, il Quirinale per la città, il Quirinale grande e magnifico per sè, sano per sito e con bella apparenza da parte di strada Pia: ogni cosa all'imperiale costume si accomodava. Nè la bellezza o la salubrità si pretermettevano. Disegnavano di piantar alberi all'intorno, di aprir passeggiate, specialmente alla piazza del Popolo da riuscire a Trinità del monte, di trasportare i sepolcri fuori delle mura, di prosciugar le paludi. Le pontine massimamente pressavano nei consigli imperiali. Prony Franzese, Fossombroni Italiano, idraulici di gran nome e di scienza pari al nome, le visitavano e fra loro consultavano. Si fece poco frutto a cagione dei tempi contrarii; e, se le pontine non peggiorarono sotto il dominio franzese, certo non migliorarono.
Così vivevasi a Roma; con un sovrano prigioniero a Savona, con un sovrano prepotente a Parigi, con dolori presenti, con isperanze avvenire, diventata provincia di Francia, non poteva nè conservare le forme proprie, nè vestirsi delle aliene; tratta in contrarie parti, lagrimava e si doleva; nè poteva la consulta, quantunque vi si affaticasse, di tante percosse consolarla e racconfortarla.
Anno di CRISTO MDCCCX. Indizione XIII.
PIO VII papa 11. FRANCESCO I imp. d'Austria 5.
Era venuto a noia a Carolina di Sicilia, che voleva a giusta ragione comandare da sè, il dominio degl'Inglesi; nè sperando di riconquistare il regno di terraferma, desiderava almeno di essere padrona di quello che le restava. Napoleone aveva penetrato il suo desiderio, e per mezzo di pratiche le persuase ch'era pronto a secondare le sue intenzioni. Vennesi ad un negoziato tra l'imperatore e la regina, il fine del quale era che il re aprisse i porti di Sicilia ai soldati di Napoleone, e permettesse che gli occupassero, sì veramente che l'imperatore aiutasse il re a cacciar gl'Inglesi dalla Sicilia. Mentre questi negoziati pendevano, entrò in Murat il desiderio di conquistar la Sicilia, sperando che la durezza di quel governo, procurandogli aderenze negli scontenti, gli aprirebbe la occasione di far frutto con le spalle loro. Già le troppe franzesi si erano condotte nella Calabria Ulteriore: al che aveva consentito Napoleone per dar gelosia agli Inglesi, acciocchè non potessero correre contro Corfù. Ad esse si erano accostati i Napolitani; la costa di Calabria da Scilla a Reggio piena di soldati. Vi concorrevano altresì le forze navali del regno, non senza aver prima combattuto onorevolmente contro le navi d'Inghilterra, che, per vietar loro il passo, le avevano assaltate nel golfo di Pizzo, al capo Vaticano e sulle spiaggie di Bagnara. Si ingiungeva a tutti i comuni posti pel litorale del Mediterraneo che somministrassero legni armati in guerra per l'impresa di Sicilia. Murat spesso imbarcava e spesso anche sbarcava le genti per addestrarle. Ognuno credeva che la spedizione si tenterebbe. Ma siccome il nerbo principale della spedizione consisteva nei Franzesi, così aveva anche Murat pregato l'imperatore, affinchè ordinasse che eglino cooperassero co' suoi Napolitani alla fazione. Napoleone, che a questo tempo negoziava con la regina, rispose nè approvando nè disdicendo, contento al moto, o che riuscisse o che solo spaventasse. Nessun ordine mandò a' suoi, acciocchè si congiungessero con quei del re. Ma Gioacchino, acceso per sè stesso da incredibile cupidità all'acquisto di Sicilia, e persuadendosi di trovarvi gran seguito e facile mutazione, volle tentar la fazione da sè e con le sole sue forze. Cinque mila Napolitani, fra i quali era il reggimento reale corso, partivano di nottetempo dalle vicinanze di Reggio e di Pentimela, e si avviavano alla volta di Sicilia con intento di approdare tra Scaletta e Messina. Al tempo stesso Murat, standosene sulla reale scialuppa riccamente addobbata, dava opera ad imbarcare le genti franzesi, come se anch'elleno dovessero andare alla conquista, ancorchè sapesse, ed esse meglio di lui, che non si attenterebbero. Ma avevano consentito ad aiutar l'impresa con un poco di romore e con quelle vane dimostrazioni. Sbarcarono nel destinato luogo i Napolitani condotti dal generale Cavagnac; ma non così tosto posero piede sulle terre siciliane, che invece di correre uniti a qualche fatto importante, si sbandarono per vivere di sacco. La qual cosa veduta dai paesani e dalle milizie, accorsero con le armi ed in folla, ed oppressero facilmente quegli uomini sfrenati e dispersi: chi non fu morto fu preso; alcuni dei presi, uccisi per la rabbia civile. Accorrevano gl'Inglesi al romore dalle stanze di Messina, ma arrivarono quando già la vittoria era compita. Dopo questo fatto, che non fu senza diminuzione della riputazione del re, deposta, non senza querela contro Napoleone, la speranza concepita, ritirava Gioacchino i soldati verso Napoli, e con pubblico scritto annunziava essere terminata la spedizione di Sicilia, il che era verissimo. Ma rimasero nell'Ulteriore Calabria miserabili vestigia del furore delle soldatesche. Tra il guasto fatto per accampare e quello degli scorazzamenti per le campagne, ne furono guastate vaste tenute di ulivi e di viti, sole ricchezze che il paese si avesse. Così il regno di là dal Faro non fu conquistato, quello di qua desolato.
Intanto i negoziati tra Napoleone e Carolina non poterono tanto restar segreti che non venissero a cognizione degl'Inglesi: ne intrapresero anche le lettere certissime. Ciò fu cagione che Carolina a loro, e principalmente a lord Bentinck, mandato in Sicilia a confermarvi il dominio della gran Bretagna, tanto venisse in odio, che, per allontanarla del tutto dalle faccende, la confinarono in una villa lontana a qualche miglio da Palermo, e poco dopo la obbligarono anche a partir di Sicilia, accidente molto singolare e strano che sarà raccontato a suo luogo.
Partito l'esercito, i facinorosi della Calabria, di nuovo uscendo dai loro ripostigli, ripullulavano, ed ogni cosa mettevano a ruba ed a sangue. Niuna strada, non che maestra, rimota, niun casale sparso, niun casale riposto erano più sicuri. Divisi in bande, e sottomessi a capi, si erano spartite le provincie. Carmine Antonio e Mescio infestavano coi loro seguaci Mormanno e Castrovillari; Benincasa, Nievello, Parafanti e Gosia il distretto di Nicastro ed i casali Cosenza; Boia, Giacinto Antonio ed il Ticiolo, la Serra stretta ed i borghi Catanzaro; Pannese, Massotta e il Bizzarro le rive dei due mari e l'estremità dell'Ulteriore Calabria. Spaventò il Bizzaro specialmente e lungo tempo la selva di Golano e le strade di Seminara a Scilla. Questi erano gli effetti delle antiche consuetudini e delle guerre civili presenti. Si temeva che alle prima occasione i capi politici contrarii al governo, i carbonari massimamente ed i loro aderenti, di nuovo prorompessero a moti pericolosi. Si sapeva che i carbonari, sempre nemici dei Franzesi, quantunque se ne stessero quieti, fomentavano non le ruberie e gli assassinii, che anzi cercavano di frenarli, ma la incitazione e l'empito, per voltarlo, quando che fosse, contro quella nazione che tanto odiavano. Si rendeva adunque per ogni parte necessario a Murat l'estirpar del tutto quella parte dei facinorosi di Calabria, e lo spegnere, se possibile fosse, la setta tanto importuna dei carbonari. Varii per questo fine erano stati i tentativi ai tempi di Giuseppe, varii altresì ai tempi di Murat, ma sempre infruttuosi, non tanto per la forza della parte contraria e per la difficoltà dei luoghi, quanto pei consigli spartiti e la mollezza delle risoluzioni. A ciò fare era richiesto un uomo inesorabile contro i malvagi, ed un'autorità piena per punirli. Un Manhes generale, aiutante di campo di Murat, che già aveva con singolare energia pacificati gli Abbruzzi, parve al re uomo capace di condurre a buon fine l'opera più difficile delle Calabrie. Il vi mandò con potestà di fare come e quanto volesse. Era Manhes di aspetto grazioso, di tratto cortese, non senza spirito, ma di natura rigida ed inflessibile, nè strumento più conveniente di lui poteva scegliere Gioacchino per conseguire il fine che si proponeva. Arrivava Manhes nelle Calabrie, a questo solo disposto, che le Calabrie pacificasse; del modo, qualunque ei fosse, non si curava: ciò si pose in pensiero di fare e fece, ferocia a ferocia, crudeltà a crudeltà, invidia ad invidia opponendo. Primieramente considerò Manhes che l'operare spartitamente avrebbe guastato il disegno; perocchè i facinorosi fuggivano dal luogo in cui si usava più rigore, in quello in cui si procedeva più rimessamente: così, cacciati e tornati a vicenda da un luogo in un altro, sempre si mantenevano. Secondamente, andò pensando che i proprietarii, anche i più ricchi, ed i baroni stessi, che vivevano nelle terre, ricoveravano, per paura di essere rubati e morti, questi uomini barbari. Dal che ne nasceva, che se non si trovava modo di torre loro questi nascosti nidi, invano si sarebbe operato per ispegnerli. Si aggiungeva, che la gente sparsa per le campagne, per non essere manomessa da loro, dava ad essi, non che ricovero, vettovaglie, e così fra il rubare, il nascondersi ed il vagare, era impossibile il sopraggiugnerli. Vide Manhes convenirsi, che con qualche mezzo straordinario, giacchè gli ordinarii erano stati indarno, si assicurassero gli abitatori buoni, i briganti s'isolassero. Da ciò ne cavava quest'altro frutto, che i giudizii sarebbero stati severi, operando contro i delinquenti l'antica paura ed i danni sopportati. Ferro contro ferro, fuoco contro fuoco abbisognava a sanare tanta peste, e medicina di ferro e di fuoco usò Manhes. Per arrivare al suo fine, quattro mezzi mise in opera, notizia esatta del numero dei facinorosi comune per comune, intiera loro segregazione dai buoni, armamento dei buoni, giudizii inflessibili.
Chi si diletta di considerare le faccende di Stato ed i mezzi che riescono, e quelli che non riescono, vedrà nelle operazioni di questo prudente e rigido Franzese, quanto i mezzi suoi quadrassero col fine, e ch'ei non andò per le chimere e le astrazioni, come fu l'uso dell'età. Ordinò che ciascun comune desse il novero de' suoi facinorosi, pose le armi in mano ai terrazzani, partendogli in ischiere, fe' ritirare i bestiami e i contadini a borghi più grossi, che erano guardati da truppe regolari, fe' sospendere tutti i lavori di agricoltura, dichiarò caso di morte a chiunque che ai corpi armati, da lui non essendo ascritto, fosse trovato con viveri alla campagna, mandò fuori a correrla i corpi dei proprietarii armati da lui, comune per comune, intimando loro fossero tenuti a tornarsene coi facinorosi o vivi o morti. Non si vide più altro nelle selve, nelle montagne, nei campi, che truppe urbane, che andavano a caccia di briganti, e briganti che erano cacciati. Quello che rigidamente aveva Manhes ordinato, rigidamente ancora si effettuava. I suoi subalterni il secondavano, e forse non con quella retta inflessibilità ch'egli usava, ma con crudeltà fantastica e parziale. Accadevano fatti nefandi: una madre, che ignara, degli ordini, portava il solito vitto ad un suo figliuolo che stava lavorando sui campi, fu impiccata. Fu crudelmente tormentata una fanciulla, alla quale furono trovate lettere indiritte ad uomini sospetti. Nè il sangue dei carboneri si risparmiava. Capobianco loro capo, tratto per insidia, e sotto colore di amicizia nella forza, fu ucciso. Un curato ed un suo nipote, entrati nella setta, furono dati a morte, l'uno veggente l'altro, il nipote il primo, lo zio il secondo. Rifugge l'animo a chi già tante orrende cose raccontò, dal raccontare i modi barbari che contro di loro si usavano. I carbonari, spaventati dalle uccisioni, perocchè molti di loro perirono nella persecuzione, si ritirarono alla più aspra montagna.
I facinorosi intanto, o di fame, per essere il paese tutto deserto e privo di vettovaglie, perirono, o nei combattimenti, che contro gli urbani ferocemente sostenevano, morivano, o, preferendo una morte pronta alle lunghe angosce, o da sè medesimi si uccidevano, o si davano volontariamente in preda a chi voleva il sangue loro. I dati o presi, condotti innanzi a tribunali straordinarii composti d'intendenti delle provincie, e di procuratori regi, erano partiti in varie classi, quindi mandati a giudicare dai consigli militari creati a posta da Manhes. Erano o strangolati sui patiboli, o soffocati dalla puzza in prigioni orribili: gente feroce e barbara, che meritava supplizio, non pietà. Nè solo si mandavano a morte i malfattori, ma ancora chi li favoriva, o poveri, o ricchi, o quali fossero o con qual nome si chiamassero; perciocchè, se fu Manhes inesorabile, fu anche incorruttibile. Pure, per opera di chi aveva natura diversa dalla sua, si mescolavano a giuste pene fatti iniqui. Succedevano vendette che fanno raccapriccio a raccontare. Denunziati dai facinorosi, che per ultimo misfatto usavano mortali calunnie, alcuni innocenti furono presi e morti. Talarico di Cartopoli, capitano degli urbani, devoto e pruovato servitore del nuovo governo, accusato, per odio antico, da un facinoroso, piangendo ed implorando tutti la sua grazia, fu dato a morte. Parafanti donna, per essere, come si disse, stata moglie del facinoroso di questo nome, arrestata con tutti i suoi parenti, e dannata con loro all'ultimo supplizio, perì. Posti in fila del destinato giorno, l'infelice donna la prima, i parenti dietro, preti e boia alla coda, marciavano in una processione, che non si saprebbe con qual nome chiamare. Eransi poste in capo ai dannati berrette dipinte a fiamme, indosso vesti a guisa di San-Benito; cavalcavano asini a ritroso ed a bisdosso. A questo modo si accostavano al patibolo: quivi una morte crudele pose fine ad una commedia fantastica ed orribile. Nè davano solamente supplizii coloro che a ciò fare erano comandati, ma ancora i paesani, spinti da rabbia e da desiderio di vendetta, infierivano contra i malfattori; insultavano con ischerni ai morti, straziavano con le unghie i vivi, dalle mani togliendoli dei carnefici per ucciderli. Furono i Calabri facinorosi sterminati da Manhes fino ad uno. Chi non morì pei supplizii, morì per fame. I cadaveri di molti nelle vecchie torri, o negli abbandonati casali, ed anche sugli aperti campi si vedevano spiranti ancor minaccie, ferocia e furore; la fame gli aveva morti. Dei presi, alcuni ammazzavano le prigioni prima dei patiboli. La torre di Castrovillari angusta e malsana videne perire nell'insopportabile tanfo gran moltitudine.
La contaminazione abbominevole impediva ai custodi l'avvicinarsi; i cadaveri non se ne ritiravano, la peste cresceva, i moribondi si brancolavano per isfinimento o per angoscia sui morti, i sani sui moribondi; e sè stessi, come cani, con le unghie e coi denti laceravano. Infame pozza di putrefatti cadaveri diventò la costrovillarese torre; sparsesi la puzza intorno, e durò lunga stagione; le teste e le membra degl'impiccati appese sui pali di luogo in luogo rendettero lungo tempo orrenda la strada da Reggi a Napoli. Mostrò il Crati cadaveri mutilati a mucchi; biancheggiarono e forse biancheggiano ancora le sue sponde di abbominevoli ossa. Così un terrore maggiore sopravanzò un terror grande. Diventò la Calabria sicura, cosa più vera che credibile, sì agli abitatori che ai viandanti; si apersero le strade al commercio, tornarono i lavori all'agricoltura, vestì il paese sembianza di civile, da barbaro ch'egli era. Di questa purgazione avevano bisogno le Calabrie; Manhes la fece; il suo nome saravvi e maledetto e benedetto per sempre.
Anno di CRISTO MDCCCXI. Indizione XIV.
PIO VII papa 12. FRANCESCO I imp. d'Austria 6.
Aveva Napoleone per mezzo del concordato confermata la sua potenza, sì soddisfacendo al desiderio dei popoli, e sì tenendo con l'imperio degli ecclesiastici in freno la parte contraria alla quale non piaceva quella sua immoderata cupidigia di dominare. Restava che la religione romana stessa domasse con la depressione dell'autorità pontificia: aveva in ciò un desiderio molto ardente, siccome quegli che era impaziente di ogni potenza forte che a lui fosse vicina. A questo fine, occupate le Marche, si era avvicinato alla pontificia sede di Roma, e sotto colore delle cose di Napoli, mostrava spesso i suoi soldati agli attoniti Romani. A questo fine ancora aveva occupato la romana città, e trasportato il papa in condizione cattiva a Savona, retribuzione certamente indegna di tanti benefizii.
Era arrivato papa Pio prigione a Savona il dì 15 agosto del 1809, se per caso o pensatamente, perchè quello era giorno festivo di Napoleone, ognuno giudicherà. Gli furono date sull'arrivare le stanze in casa di un Sansoni sindaco della città. Accorrevano d'ogni intorno i popoli per vedere il pontefice. Pure gli agenti imperiali osservavano che, o fosse timore o fosse opinione, era quivi la moltitudine meno fervorosa, e minore il fanatismo, così il chiamavano, mostravasi verso il sovrano pontefice, che in Francia, e che la presenza del papa cattivo non alterava punto la obbedienza verso il governo.
Sino a che si comandasse altrimenti, erano vietate le udienze al papa, ed a nessuno si permetteva che gli favellasse, se non presenti le guardie; su quanto facesse nelle interiori stanze, diligentemente si vigilava e sopravvigilava; le lettere che scriveva e quelle che a lui si scrivevano, copiavansi e si mandavano a Parigi. Se ne viveva il pontefice nel suo savonese carcere con molta semplicità, nè mai si mostrava sdegnato, quantunque avesse tante cagioni di sdegnarsi.
Desiderava Napoleone che il senatoconsulto dell'unione dello Stato romano al suo impero sortisse il suo effetto anche per consentimento del papa. Per la qual cosa gli agenti imperiali continuamente e con esortazioni vivissime cercavano di muoverlo, acciocchè rinunziasse al dominio temporale, accettasse i milioni, abitasse il palazzo arcivescovile di Parigi. Certamente pareva a que' tempi la potenza di Napoleone inconquassabile; le paci di Tilsit e di Vienna, il nuovo matrimonio, l'esercito invitto, vincitore, innumerabile la fondavano. Niuna speranza rimaneva al pontefice di risorgere, il sapeva, il credeva, il diceva; ma vinse la coscienza: ricusò Pio le imperiali proposte.
Ma ecco oggimai avvicinarsi il tempo in cui la sua virtù doveva essere messa a più duri cimenti. Posciachè si era tentato di spaventarlo coi soldati, di osservarlo con le spie, di sgomentarlo con la segregazione, di scuoterlo con le minaccie, si faceva passaggio ad assalirlo con le dottrine e con le persuasioni di coloro che, o per antica amicizia o pel carattere di cui erano vestiti, si credeva potessero avere molta autorità nelle sue deliberazioni. In questo mezzo tempo, per intimorire il papa e farlo consentire a quanto si desiderava con dargli sospetto che, se non consentisse, tuttavia si farebbe, erasi convocato un concilio ecclesiastico a Parigi, a cui furono proposti certi quesiti, acciocchè li dichiarasse.
Intanto Napoleone, costretto dalla necessità, perchè la vacanza delle sedi episcopali turbava la coscienza dei fedeli, essendo a ciò consigliato da coloro che appresso a lui trattavano delle faccende ecclesiastiche, si deliberava ad usare un rimedio che poteva dargli, secondo che credeva, tempo ad aspettar tempo e conclusione definitiva delle differenze nate con la santa Sede. Voleva dunque che i capitoli delegassero l'autorità vescovile ai nominati dall'imperatore; ma per questo era d'uopo che i vicarii, già eletti dai capitoli stessi all'atto della vacanza, rinunziassero: però che non vi potessero essere due delegati. A questo fine indirizzava i pensieri il governo; dal che nacquero accidenti di non poca importanza, come quelli del cardinale Maury nominato alla Sede di Parigi, e quello del vescovo Osmond eletto a quello di Firenze.
Dalle opposizioni del papa provennero nuove minaccie, e alle minaccie seguitavano i fatti, poichè dall'abitazione pontificia fu sbandito ogni apparato esteriore, tolte le carrozze, tolti i servitori, soppresso ogni segno di rispetto, interdetti penna ed inchiostro; usate tutte le cautele per mutare il papa, e per fare che nissuno sapesse o dicesse o facesse altro che quello che piaceva al governo.
L'imperatore, veduto che le persuasioni, nè le minaccie, nè gli spaventi, nè le strettezze non avevano potuto piegare l'animo del pontefice, e credendo, per le opinioni dei popoli, di non potere da sè e senza che gli estremi mezzi prima si fossero tentati, fare questa gravissima mutazione che i vescovi di Francia e di tutti i paesi sudditi a lui più non ricevessero la instituzione canonica dalla Sede apostolica, si era risoluto ad usare più efficacemente il sussidio del concilio ecclesiastico adunato in Parigi. Inoltre, a ciò consigliato e stimolato principalmente dal concilio stesso, si era deliberato a convocare un concilio nazionale a Parigi, acciocchè considerasse la necessità presente, e proponesse i mezzi di rimediarvi. Il concilio decideva i quesiti secondo le mire del governo, i romani teologi contraddicevano a quelle decisioni, e le discussioni erano infinite.
Già il disegno ordito contro un papa carcerato era pronto a colorirsi: i soldati e le spie facevano l'opera loro in Savona, i prelati si accingevano a farla da Parigi. Erano quindici o cardinali o arcivescovi o vescovi. Comandava il governo che mandassero una deputazione a muovere il papa a Savona. Il concilio nazionale convocato a Parigi pel dì 9 giugno del presente anno, parte ancor egli della macchina per intimorire il papa, stava pronto a proporgli i termini d'accordo voluti dal governo.
Il papa, assalito e conquiso da ogni parte, ritirandosi dalla sua risoluzione di non voler trattare se prima non fosse libero, incominciò a manifestare le sue intenzioni; ed insomma, tentato in tutte le guise, e separato dal consorzio del mondo, promise di venire ad un accordo, il cui importare fosse questo: che sua santità, considerati i bisogni ed i voti delle chiese di Francia e l'Italia a lui rappresentati dai deputati, e deliberatosi a mostrare con un nuovo atto la sua paterna affezione verso le chiese medesime; darebbe l'instituzione canonica ai soggetti nominati da sua maestà con le forme convenute nei concordati di Francia e del regno d'Italia; che si piegherebbe ad estendere con un nuovo concordato le medesime disposizioni colle chiese di Toscana, di Parma e di Piacenza; che consentirebbe che s'inserisse nei concordati una clausola, per la quale prometterebbe di spedir le bolle d'instituzione ai vescovi nominati da sua maestà in un certo determinato tempo, che egli stimava non poter esser minore di sei mesi; e caso ch'ella differisse più di sei mesi per altri motivi che per quelli dell'indegnità personale dei soggetti, investirebbe, spirati i sei mesi, della facoltà di dare in suo nome le bolle il metropolitano della chiesa vacante, o, mancando lui, il vescovo più anziano delle provincie ecclesiastiche. Aggiunse, che sua santità a queste concessioni aveva inclinato l'animo per la speranza concetta nei colloqui avuti coi vescovi deputati, che elleno fossero per appianar la strada ad accordi, che ristorerebbero l'ordine e la pace della Chiesa, e restituirebbe alla santa Sede la libertà, la independenza e la dignità che le si convenivano. Fu aggiunto allo scritto contenente queste promesse del pontefice, i deputati affermarono per consenso di lui, il papa per sorpresa, un capitolo concepito in questi termini: Che i diversi aggiustamenti relativi al governo della Chiesa ed all'esercizio dell'autorità pontificia, sarebbe materia di un trattato particolare che sua santità era disposta a negoziare tostochè a lei fossero restituiti i suoi consiglieri e la sua libertà. Ma il pontefice protestò il giorno appresso contro questa giunta, che i vescovi deputati consentirono facilmente a cassarla dallo scritto che da Torino mandarono al ministro.
Grande allegrezza sorse, per le agevolezze promesse dal pontefice, negl'imperiali palazzi, in cui si stava aspettando con molto desiderio quello che fosse per partorire l'andata dei prelati a Savona. L'imperadore, domato in parte il papa, si spinse avanti a soggiogarlo del tutto. Insorse adunque con maggiori richieste, volendo che quanto nelle istruzioni date ai deputati aveva ordinato, avesse il suo effetto per modo che nessuna eccezione di vescovi si potesse fare, il papa rinunziasse al dominio temporale, e se ne tornasse servo a Roma, e se ne andasse più servo ancora ad Avignone, ed accettasse lo stipendio. A questo fine si deliberava di usare il concilio. Mandò primieramente al pontefice alcuni cardinali, non già i neri, ma i rossi, e di questi nè anco tutti, ma solo quelli che gli parvero meno alieni dal secondare le sue intenzioni, Roverella, Dugnani, Fabrizio Ruffo: grande fondamento poi faceva principalmente sul cardinal Baiana, siccome quello che era molto entrante e di risoluta sentenza, e sempre era stato nel concistoro consigliatore di deliberazioni quieto verso lo imperatore. Aggiunse monsignor Bertazzoli, arcivescovo in partibus di Edessa, timida ed accomodante persona, congiunto per antica famigliarità col pontefice ed in grandissima fede e favore appresso di lui.
Così Napoleone minacciava, Baiana parlava risolutamente, Bertazzoli persuadeva con preghiere e con lagrime. Intanto il ministro dei culti comandava che nessuna persona che fosse al mondo, salvo i mandatarii, il prefetto e Lagorsse gendarme, potesse parlare al papa. Intanto il concilio di Parigi faceva un decreto conforme alle ultime promesse del santo padre; portasse a Savona una deputazione del concilio, acciocchè il papa ratificasse e desse un breve conforme. Vide i deputati umanamente e volentieri il papa: ottennero facilmente il dì 20 settembre, il breve che approvava il decreto conciliare: le sedie arcivescovili e vescovili più di un anno non potessero vacare; lo imperatore nominasse, il papa instituisse; se fra sei mesi non avesse instituito, il metropolitano od il più anziano instituissero essi. Solo ai notati capitoli aggiunse il seguente: Che se, spirati i sei mesi, e se alcuno impedimento canonico non vi fosse, il metropolitano o il più anziano, innanzi che instituissero, fossero obbligati a prendere le informazioni consuete, e ad esigere dal consecrando la professione di fede e tutto che dai canoni fosse richiesto. Volle finalmente che instituissero, in nome suo espresso, e in nome di colui che suo successore fosse, e tantosto trasmettessero alla sedia apostolica gli atti autentici della fedele esecuzione di queste forme.
Se non che quanto maggiore si mostrava la condiscendenza del pontefice, tanto più si domandava, e tutti si serrarono addosso al prigioniero, acciocchè consentisse alle altre richieste dell'imperadore. A tutta la tempesta che gli faceva intorno, domandava primieramente il papa la sua libertà: al che rispondevano i deputati conciliari, ch'egli era libero. Del giuramento, del rinunziare ai vescovi di Roma, del tornare a Roma o dello andar ad Avignone in qualità di suddito, con fermezza grandissima negava. Napoleone, veduto che non si approdava a nulla, volle pruovare se una solenne e subita minaccia potesse far effetto, e comandato ai deputati di farla, quelli la facevano. Ma i prelati partirono disconclusi. Per ultimo cimento, e per ordine risoluto del ministro dei culti, il prefetto, venuto in cospetto del pontefice, gli fece gravemente nuove rimostranze ed ammonizioni. Indarno.
Anno di CRISTO MDCCCXII. Indizione XV.
PIO VII papa 13. FRANCESCO I imp. d'Austria 7.
Le minacce di lontano non avendo prodotto impressione, si volle far pruova se da vicino fossero più fruttuose. Deliberossi l'imperatore a tirarlo in Francia, dove potesse vederlo e stringerlo egli medesimo. La segretezza parve più sicura della pubblicità, la notte più del giorno. Diessi voce che Lagorsse, capitano di gendarmi, che doveva accompagnar il papa cattivo nel suo viaggio, fosse venuto in disgrazia dell'imperatore, e che il principe Borghese il chiamasse a Torino per udire da lui gl'imperiali comandamenti. La notte del 9 giugno 1812 era scurissima per accidente; al tocco della mezzanotte, messosi addosso una sottana bianca, un cappello da prete in capo, la croce vescovile in petto, lui non ripugnante, anzi serbando serenità, spingevano il capo della cristianità nella carrozza apprestata e l'incamminavano alla volta di Alessandria. Spargevano che fosse il vescovo di Albenga che andasse a Novi. Niuna cosa cambiata in Savona: ogni giorno, e durò ben quindici dopo la partenza, i magistrati andavano in abito al palazzo pontificale per far visita al pontefice come se fosse presente; i domestici preparavano le stanze, apparecchiavano la mensa, andavano al mercato per le provvisioni, cuocevano le vivande: Fenestrelle in vita se parlassero. Le guardie vigilavano al palazzo; i gendarmi attestavano a chi il voleva udire e a chi nol voleva, avere testè veduto il papa con gli occhi loro o nel giardino, o nel terrazzo, o in cappella: Suard, luogotenente di Lagorsse, che era consapevole del maneggio, compiangeva il povero Lagorsse per aver perduto la grazia dell'imperadore. Chi non sapeva parlava; chi sapeva non parlava: ma si voleva che niuno parlasse. Insomma già era il pontefice a dugento leghe, che ancora si credeva che fosse in Savona. Tanto erano perfettamente orditi i disegni! Arrivava il pontefice il dì 20 giugno a Fontainebleau: poco dopo vi arrivava anche Napoleone.
Regnava in Napoli Gioacchino, in Sicilia Carolina. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza: molti e varii furono effetti ed in chi regnava di nome ed in chi regnava di fatto. Era Gioacchino tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni e con le spie. Carolina dal canto suo, in ciò aiutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno che la dominazione dei napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Tentavano principalmente i napoleonidi Messina per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni uomini d'umile condizione, il cui fine era di operare moti contrarii al governo. I congiurati, come gente di basso Stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza; ma si temeva ch'essi fossero gli agenti di uomini più potenti. Per la qual cosa, per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Gridarono i Messinesi; venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le segrete dolorose; gli diede per compagni parecchi chirurghi per sanare le vestigia impresse dal furore del carnefici. Seppesi queste cose il governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Se non dei tormenti, bene gli calse dell'odio che ne veniva contro il governo siciliano e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia sì per sè medesima come pel sito opportuno a difendere Malta ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Pensarono ai rimedii. I Siciliani, che con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel 1798 ora, mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi che avevano a fare con un alleato, il quale, dopo di aver procurato odio a sè, il procurava anche a loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il governo stesso pensava ai rimedii. Il fine era questo, che si togliesse la autorità ai ministri che se l'erano arrogata, e che la parte popolare si accarezzasse si conciliasse, si fortificasse.
Ma prima che gl'Inglesi comandassero si sperava in un rimedio domestico: quest'era il parlamento siciliano. Lo aveva il re convocato nel 1810. Aveva Medici dato molte speranze di questo parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidii, donativi li chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed inframettente, nè mancava di ardimento: perciò, sempre confidente in quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento. Ma nelle sue pratiche errò in due modi: perchè, credendosi sicuro de' due bracci demaniale ed ecclesiastico, omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed, oltre a questo, usò l'opera di certe persone, le quali, avvegnachè fossero dotate di singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel parlamento del 1806 si erano adoperate con molto calore, acciocchè si aumentassero i dazi. I baroni, con alla testa il principe di Belmonte, fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro. L'esito fu che il parlamento concedesse un piccolo aumento di donativi, ma interpose tante difficoltà alla distribuzione e riscossione loro, che fu impossibile di esigerli. I Siciliani, secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volontieri, e peggio, quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo sperge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel contrario, con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici e di coloro che nel parlamento l'avevano secondato.
Fu molto memorabile il parlamento siciliano del 1810, perchè i baroni volontieri e con singolar lode consentirono ad una riforma nei feudi, che recava loro, quanto alle rendite, notabile pregiudizio; perchè fu ordinato un censo o catasto delle terre che, sebbene imperfetto, diede non pertanto qualche utile norma nella faccenda intricatissima della distribuzione dei dazi, e perchè si migliorarono anche gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità per la frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine.
Ma intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diede maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi: ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte di onori; lo Stato periva, ei bisognava uscirne. Trovaronsi due rimedi: pagassesi una tassa dell'un per centinaio sul valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private che si facessero dai particolari; si vendessero alcuni beni appartenenti a luoghi pii. Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti, perchè, secondo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedii si cambiavano in veleni.
Questa condizione non era tale che lungo tempo potesse durare senza variazione. Il governo non rimetteva dal solito procedere; i baroni instavano, nè erano uomini da non usar bene il tempo; gl'Inglesi ci mettevano la mano, perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli, e giacchè avevano pruovato che i consigli dati al governo non avevano prodotto frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione di animi che era sorta. Tutti volevano comandare, chi per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il cambiamento delle siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, e si appresentarono con una rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione de' due decreti come contrarii alla costituzione siciliana fino allora inviolata nel diritto di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla deputazione del regno, la quale, dal parlamento eletta, sedeva, secondo i siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra del parlamento. Il governo non solamente non si piegò a questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re che li facesse arrestare e condurre in luogo dove fosse loro mestieri di pensar ad altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei primarii baroni del regno. Parlossi anche nelle più segrete consulte che si uccidessero; ma Medici contraddisse, allegando che un fatto tanto grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.
Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nel governo. Adunque, non potendo più comandare col governo, nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, ristringendosi coi baroni, di comandare per mezzo loro.
A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentinck, uomo di natura molto risoluta; pretendeva parole di libertà. Non così tosto pervenne in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina, ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti nell'amministrazione e nella costituzione del regno. Insisteva principalmente affinchè si rivocassero i due decreti e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque baroni. Aggiungeva che se non si uniformasse ai desiderii dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. Risentissi la regina a quel parlare, e gli disse apertamente di non voler farsi serva di chi era mandato a farle riverenza non a comandarle. Sentissi Bentinck toccar sul vivo, perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia contrastando, disse che se non aveva mandato a ciò, lo andrebbe a cercare; e come disse, così si metteva in punto di fare. Tuttavia scese a nuovo abboccamento; ma non si potè venire ad alcuna conclusione, per forma che l'ambasciatore disse per ultima risposta: O costituzione o rivoluzione. Nè interponendo dilazione, partì, andò a Londra, e in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a Bentinck podestà suprema sopra tutte le truppe inglesi raccolte nell'isola, acciocchè quello che pei concilii non potesse, colla forza il potesse. L'ambasciatore parlò, minacciò; la regina si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città. L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame napoleoniche in Sicilia, la parte inglese trionfava. Bentinck, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò primieramente che Ferdinando re, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà reale ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentinck fu eletto capitan generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in sè l'imperio militare e sopra i soldati del re Giorgio e sopra quelli del re Ferdinando.
Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i baroni carcerati, il licenziare i ministri del precedente governo, l'abolire il dazio dell'un per centinaio, il chiamare ministri Belmonte degli affari esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Indi puniti pochi più in odio al popolo, mandavansi i rimanenti in dimenticanza.
Intanto il principe vicario convocava il parlamento. Era il mandato dei membri, provvedessero che la Sicilia avesse un buono e libero governo, rimediassero agli abusi, creassero nuovi ordini di costituzione. I baroni avevano maggior autorità degli altri. Bentinck era accesissimo in questo, che promulgassero libertà e statuti generosi in ogni luogo. Incominciossi dagli ordini supremi della costituzione. Statuirono che la religione cattolica, apostolica, romana fosse la sola religione del regno; che il re la professasse; quando no, s'intendesse deposto; la potestà legislativa fosse investita nel solo parlamento, e solo il parlamento ponesse le tasse; i suoi decreti approvati dal re avessero forza di legge; l'approvare od il vietare del re in questa forma si esprimesse: Piace al re, o: Vieta il re; la potestà esecutiva fosse investita nel solo re, e sacra ed inviolabile la sua persona; i giudici avessero intiera indipendenza dal re e dal parlamento: i ministri fossero tenuti di ogni atto, e fosse in facoltà del parlamento l'esaminarli, il processarli, il condannarli per crimenlese; due camere componessero il parlamento, una dei comuni o dei rappresentanti del popolo, l'altra dei pari del regno; i rappresentanti fossero eletti dal popolo a norma di certe forme prestabilite; fosse pari del regno chiunque avuto seggio nel braccio ecclesiastico o baronale, o chiunque il re chiamasse a tale dignità; stesse in facoltà del re il convocare il parlamento, ma fosse obbligato a convocarlo ogni anno; la nazione desse al re dote splendida, e con ciò i beni della corona cedessero in amministrazione della nazione; niun siciliano potesse essere turbato nè nelle proprietà, nè nella persona, se non conforme alle leggi sancite dal parlamento; s'instituissero forme giudiziali peculiari pei pari del regno; la camera dei comuni sola avesse facoltà di proporre i sussidii, o vogliam dire i donativi, il parlamento vedesse quali e quante parti della costituzione della Gran Bretagna convenissero alla Sicilia, ed esse ad utilità comune si accettassero.
Questi furono i capitoli principali della costituzione siciliana circa agli ordini primitivi dello Stato. A questi si aggiunse una maraviglia non senza molta parte di gratitudine per certi capitoli aggiunti, essendone posto il partito dei baroni: il fecero per generosità d'animo, il fecero per conciliarsi i popoli. Offerirono spontaneamente, e fu dal parlamento statuito che il sistema feudatario fosse e restasse abolito in Sicilia, con tutte le sue conseguenze.
Giubilavano i Siciliani dell'ottenuta libertà, la generosità dei baroni ed i nuovi ordini con somme lodi esaltando. Restava che il re, cioè il principe vicario, appruovasse. Fuvvi qualche soprastare. Duro pareva a chi regnava lo spogliarsi dell'autorità; infine tanto operarono Bentinck, il parlamento ed i segni dell'impazienza popolare, che il principe vicario dichiarò piacergli i capitoli. La regina si ritirava a Castelvetrano, terra distante sessanta miglia da Palermo, finchè nell'anno seguente, lasciando la Sicilia, portata dai venti e dall'avversa fortuna in istrani e barbari lidi, potè infine con disagi incredibili rivedere la sua Vienna, riabbracciare i parenti e respirare l'aere natio, donde solo poteva sperar conforto. Ma non fu lungo il sollievo, perchè, presa da subita malattia, passò poco tempo dopo da questa all'altra vita.
Mentre Guglielmo Bentinck dominava in Sicilia, Eduardo Pellew signoreggiava i mari Mediterraneo ed Adriatico. Era la terra in mano ad un solo, il mare in mano ad un solo. Nacquero accidenti ora in questo mare, ora in quell'altro, ma di poco momento per la superiorità tanto notabile di una delle parti, e la depressione dell'altra. Predarono gl'Inglesi già sino dal 1811 molte onerarie al capo Palinuro. Nell'Adriatico poi, per istringere il presidio di Ragusi, s'impadronirono, presso a Ragonizza, di una conserva di navi, anch'esse cariche di vettovaglie. Fatto di maggiore importanza è una battaglia navale combattuta aspramente nelle acque di Lissa, una delle isole antemurali della Dalmazia. Vinse la fortuna britannica: le fregate franzesi la Corona e la Bellona vennero in potere degl'Inglesi; la Flora si condusse in salvo, la Favorita andò di traverso. Per questa fazione Lissa cadde in potestà degl'Inglesi. Vi fecero una stanza ferma ed un nido sicuro, dove e donde poteva ritirarsi ed uscire a dominar l'Adriatico.
Già i fatti assalivano Napoleone; la ambizione, che mai non dormiva in lui, gli toglieva l'intelletto. Come la Francia, la Germania, l'Italia non poteva capirgli nell'animo che di tutta Europa signore non fosse. La Russia e l'Inghilterra gli turbavano i sonni, quella amica poco sincera, questa nemica costantissima. Parevagli che due grandi imperii, quali erano il suo e quel di Alessandro, non potessero sussistere insieme nel mondo. Questi pensieri tanto più gli turbavano la mente, quanto più prevedeva che non poteva domar l'Inghilterra, se prima non domasse la Russia. Per questo e per altri ancor più vasti disegni ambiva di soggiogarla, confidando che il vincerla gli metterebbe in seno l'imperio del mondo.
Dall'altro lato la Russia, che vedeva il cimento inevitabile, pensava che il più presto sarebbe il meglio; mezzo mondo era vicino a marciare in guerra contro mezzo mondo, i due imperii apprestavano le armi con tutte le forze loro.
Risolutisi i due potenti imperatori al venirne al cimento delle armi ed al contendere fra di loro dell'imperio del mondo, cominciarono, come si usa, a gareggiar di parole, allegando l'uno contro l'altro piccoli fatti, certamente molto abbietti e molto indegni di tanta mole. Essi sapevano il motivo vero della guerra: tutto il mondo se lo sapeva; questo era la impossibilità del vivere insieme sulla vasta terra. Napoleone, come più impaziente e più ambizioso, tirandolo il suo fato, assaltava primo il 23 e 24 giugno. Infierì la guerra in regioni rimotissime: desolò prima le sponde del Boristene, poi quelle del Volga: combatterono i Russi a Smolensco, combatterono a Borodina sulla Masewa: era fatale che sui confini dell'Asia perisse la fortuna napoleonica: arse Mosca, immensa città, cagione e presagio di casi funesti. Una rotta toccata a Murat avvertiva Napoleone che il nemico si faceva vivo, e che quello non era più tempo di starsene in fondo delle Russie. Gli restava l'elezione della strada al ritirarsi. Pensò di ridursi, passando per Calug e Tuia, a svernare nelle provincie meridionali della Russia: vennesi al cimento terminativo di Malo-Yaroslavetz, in cui mostrarono un grandissimo valore i soldati del regno italico. Quivi perirono le speranze di Napoleone, quivi si cambiarono le sorti del mondo, quivi rifulse principalmente la virtù di Kutusof, generalissimo di Alessandro. Napoleone, ributtato con ferocissimo incontro, fu costretto a voltarsi di nuovo alla desolata strada di Smolensco; il russo gelo spense l'esercito: pianse e piangerà eternamente la Francia, piange e piangerà l'Italia il suo più bel fiore perduto.
Anno di CRISTO MDCCCXIII. Indizione I.
PIO VII papa 14. FRANCESCO I imp. d'Austria 8.
Al suono delle rotte napoleoniche, la Prussia insorgeva e si vendicava cupidissimamente in libertà. Napoleone ritornava nella sua sede di Parigi. Murat, sbalordito da accidenti tanto straordinarii, abbandonato l'esercito, se ne veniva a Napoli; presene il governo Eugenio vicerè. Aveva Murat mala satisfazione di Napoleone, ed era maravigliosamente commosso contro di lui, perchè gli aveva attraversato i suoi disegni sopra la Sicilia, e perchè non gli era ignoto ch'egli aveva negoziato col siciliano governo di cose pregiudiziali al suo dominio napolitano. Dall'altra parte gl'Inglesi si erano deliberati a pretendere ed a mettere fuori certe voci: che oggimai, cioè, era venuto il tempo di dare all'Italia l'essere independente. Bentinck, o tentativamente o sicuramente che sel facesse, si spiegava di questo disegno con parole incitatissime, e dimostrava la Gran Bretagna parata a secondarlo. Conosceva Gioacchino tutti questi umori. Per questo, tornando da Mosca, passò dove più che in altri paesi d'Italia questi desiderii si erano accesi, e si mise a fare gran promesse. Bentinck, conosciuto l'uomo, e volendo turbare fin dalla bassa Italia le cose a Napoleone, il confortava ad assumere le insegne di campione dell'italica franchigia. Insinuazioni consimili facevansi ad Eugenio, perchè da Napoleone si distaccasse; e non senza frutto. Tanto poi si era fatto per l'attività del vicerè, che si era creato un esercito giusto, composto parte di Franzesi raccolti dai presidii e dagli iscritti dell'Italia franzese, parte di soldati del regno, alcuni veterani, molti novelli. Il vedere queste genti dava qualche sicurtà ai popoli, se non di vincere, almeno di negoziare, e non si disperava dello stato franco. La tempesta intanto di verso il mare e di verso il Tirolo e l'Illirio si avvicinava.
Aveva l'imperadore Francesco, che in grandissima prontezza si era allestito alla guerra, mandato un forte esercito in cui si noveravano meglio di sessanta mila buoni soldati ai confini per modo che cingeva tutto il regno italico da Carlsbad di Croazia insino al Tirolo. Obbedivano tutte queste genti al generale Hiller, uomo di grande sperienza per esser già molto oltre con gli anni e vecchio ancora di milizia. Militavano con lui non pochi generali di nome, tra' quali principalmente si notavano Bellegarde e Frimont, capitani esperti nelle italiche guerre. Mandava fuori Hiller un suo militare manifesto, con cui, descritte primieramente le forze e le vittorie della lega, esortava gl'Italiani «a levarsi contro il tiranno a generale liberazione dell'Europa conquassata sì lungamente da tanti movimenti ed a cooperazione di poderosi eserciti che accorrevano in aiuto loro da ogni banda.»
Questo era il nembo che minacciava il regno italico dai paesi di settentrione e di oriente. Verso ostro i confini non gli erano sicuri, perchè gli alleati, facendo grande fondamento sulle sollevazioni dei popoli, si erano accordati, che mentre gli Austriaci l'assalterebbero dalla parte loro, gl'Inglesi, o con soldati proprii, o con soldati d'ogni paese, massimamente Italiani raccolti in Malta ed in Sicilia, o finalmente con qualche mano di Austriaci, infesterebbero i due litorali dell'Adriatico, tanto dalla parte della Dalmazia e dell'Istria, quanto da quella di Italia. Intendevano anche a percuotere nei lidi italiani, entrando per le bocche del Po per far diversione in favore dello sforzo principale che calava dalle Alpi Rezie, Giulie e Noriche. Avevano anche speranza, sebbene il vedessero incerto e titubante, che Gioacchino di Napoli si sarebbe congiunto a loro; e le forze del re di Napoli erano di grande momento perchè andavano a ferire il regno italico a fianco ed alle spalle, e dove aveva minor difesa, perchè nissuno anche previdentissimo, avrebbe potuto immaginare questo, che Gioacchino di Napoli fosse un giorno per muovere l'armi contro l'italico regno.
Nè dovevano restare senza disturbo le sponde del Mediterraneo, perchè gli Inglesi, essendo ormai certi delle intenzioni di Gioacchino, si proponevano di far impeto con quei loro soldati multiformi e racimolati da ogni paese, nella Toscana, provincia che credevano non senza ragione avversa al nuovo Stato, e desiderosa di tornare all'antico. Venivano con loro Bentinck e Wilson generale colle loro pubblicazioni di libertà e d'independenza. Avevano essi trovato non saprebbesi che bandiere con suvvi scritto il motto Indipendenza d'Italia, e dipinte due mani che si toccavano in segno di amicizia e di colleganza. A questo modo suonava di ogn'intorno un forte nembo al regno italico.
Il vicerè forbiva ancor egli le sue armi. Aveva circa sessanta mila soldati, nei quali erano i veterani italiani venuti di Spagna, i soldati di nuova leva e la guardia reale italiana, bella e valorosa gente; sommavano gl'Italiani circa ad un terzo. I Franzesi anch'essi, o raccolti prestamente dai presidii, o chiamati dalla Spagna con celeri passi accorrevano al sovrastante pericolo. Li partiva in tre principali schiere: la prima, che obbediva a Grenier, aveva le sue stanze sulle rive del Tagliamento e dell'Isonso, terre tante volte ancora gloriosamente conquistate dai Franzesi; la seconda, retta da Verdier, alloggiava a Vicenza, Castelfranco, Bassano e Feltre. La terza, quest'era la Italiana, posava a Verona ed a Padova: la governava Pino. Una parte di essa, sotto l'obbedienza dei generali Lecchi e Bellotti, era mandata a custodire l'Illirio, la cavalleria stanziava a Treviso; per vigilare intanto agli accidenti del Tirolo, parte che dava grandissima gelosia, una schiera di soccorso alloggiava in Montechiaro; quando poi divenne il pericolo più imminente, fu mandata sotto il governo di Giflenga a combattere in Tirolo contro un corpo di Austriaci condotto dal generale Fenner. Secondavano tutto questo sforzo dalla Dalmazia, ma piuttosto per difendere che per offendere, pel piccol numero dei soldati, i presidii, la maggior parte italiani, di Zara, Ragusi e Cattaro. Ora, diventando ad ogni momento la guerra più imminente, pensò il vicerè a spingersi più innanzi, andando a porre il campo principale ad Adelsberga, terra poco distante dalla sponda destra della Sava, sulla strada per a Carlsbad di Croazia e per a Lubiana di Carniola. Al tempo stesso, allargandosi sulla sinistra, mandava una forte squadra a custodire i passi di Villaco e di Tarvisio, avendo avviso che Hiller, fatto un assembramento molto grosso a Clagenfurt, minacciava di farsi avanti, sì per isforzare quei forti paesi, e sì per condursi, montando per le rive della Drava, alle regioni superiori dell'affezionato Tirolo.
Gli Austriaci, cingendo con largo circuito tutta la fronte dell'esercito italico, avevano un grandissimo vantaggio, il quale ed all'occorrenza presente ed alla natura sempre circospetta molto bene si conveniva. Sicura era la loro destra pei fatti succeduti in Germania, ed ultimamente per l'adesione della Baviera alla lega dei principi uniti contro Napoleone. In questo ancora molto momento recavano i Tirolesi pronti ad insorgere contro il nuovo dominio, e la inclinazione loro rendeva sicuro il loro paese alle forze austriache e dava sospetto al vicerè, perchè potevano offenderlo a mano manca ed alle spalle. Nè meno avvantaggiata condizione avevano gli Austriaci sulla loro sinistra, posciachè sapevano che le popolazioni dalmate e croate erano pronte a sorgere contro i presenti dominatori.
Correvano i Dalmati, inclinava verso il suo fine agosto, contro i presidii, i Croati contro gl'Italiani. Zara, Ragusi e Cattaro tenuti da deboli guernigioni, romoreggiando nimichevolmente i popoli d'intorno e tenendo infestato la campagna, cedettero facilmente. Una presa di Croati, avvalorata da qualche battaglione di Austriaci, urtando contro Carlsbad, facilmente se ne impadroniva. Gli Austriaci ed i Croati, più oltre procedendo, s'insignorirono di Fiume, ritiratosene il generale Janin, impotente a resistere. I Croati, ch'erano stati arrolati sotto le insegne franzesi, dai loro signori segregandosi, ritornavano alle antiche insegne di Austria. Mentre a questo modo felicemente si combatteva per gli Austriaci verso lo Adriatico, mandavano grossi squadroni verso il Tirolo. Giunto a Brixen, scendevano per le rive dell'Adige con intento di andar a battere nelle veronesi e nelle bresciane regioni. Al tempo stesso veniva alle mani nel mezzo: fu preso e ripreso Grinborgo con molto sangue da ambe le parti. Sorse un gravissimo contrasto a Villaco, e dopo un feroce combattere, in cui la città fu presa e ripresa parecchie volte, e finalmente arsa per opera dei Tedeschi, i Franzesi rimasero vincitori. Gli Austriaci, seguitando il consiglio loro, si allargavano sulle corna. Trieste, preso e ripreso più volte, venne in potestà loro; già tutta l'Istria loro obbediva. Dalla parte superiore, precipitandosi dalle Alpi Tirolesi minacciavano di far impeto contro Belluno, e più alle spalle le armi loro suonavano nelle regioni vicine a Trento. Conoscendo ed usando il vantaggio avevano passato la Sava a Grinborgo ed a Ramansdorf, per dove facevano sembianza di condursi per Tulmino nelle regioni superiori del Friuli. Anche contro Villaco preparavano un grande assalto.
Non era più in potestà del vicerè il resistere. Avevano gli avversarii maggior numero di soldati ed i popoli amici; erano al vicerè minori le forze ed i popoli avversi. Ritirandosi adunque, fermossi prima sull'Isonzo qualche giorno, poscia sulla Piave, combattendo sempre valorosamente, sempre inutilmente. Le stanze della Piave non si potevano conservare. Già gli Austriaci, scesi a Bassano, vi avevano fatto una testa grossa, ed insistendo alle spalle, davan timore di estrema rovina al vicerè, se presto non si ritirasse. Fu infatti costretto a combattere a Bassano una battaglia molto grave. Durò due giorni, il 31 ottobre ed il primo novembre. Vinse la fortuna franzese ed italiana. Entrarono i vincitori, e pernottarono nella sanguinosa città. Acquistò Eugenio facoltà di ritirarsi più quietamente sull'Adige; marciava indietro, parte per Padova, parte per Vicenza, andando ad alloggiarsi a Verona ed a Legnago.
Sulle veronesi sponde incominciavano a manifestarsi fra gl'Italiani mali semi contro il vicerè, che, già insino in Prussia dopo le disgrazie di Russia, si era lasciato uscir di bocca parole di cattivo concetto verso gl'italiani generali. Nè il suo disprezzo nelle semplici parole contenendosi, era trascorso sino agli atti: delle quali cose tenendosi eglino molto offesi, avevano appoco appoco sparso una mala contentezza fra i soldati, dal che ne seguivano nel campo sinistre mormorazioni, ed anche atti aperti di sdegno contro il principe.
Intanto non rimetteva in Eugenio il desiderio di farsi famoso in guerra. Corse in Tirolo, vi fece fazioni onorate, ma senza frutto; liberò Brescia dal nemico, ma indarno; ruppelo in una grossa e bene combattuta battaglia a Caldiero, ma tornossene poco dopo là dond'era venuto: il nemico, che era stato rincacciato fin oltre all'Alpone, venne fra breve a rinsultare San Michele di Verona. Appena la fronte dell'Adige, fiume grosso e munito sotto dalla fortezza di Legnago, sopra dai castelli di Verona, si poteva tenere.
Ecco un secondo nembo approssimarsi al Po, nè fia l'ultimo a raccontarsi, ancorchè sia prossimo il fine della tragedia. Aveva il generale austriaco Nugent combattuto virilmente in Croazia ed in Istria contro gl'Italiani che occupavano quella parte del regno. Ma quivi ogni cosa era oggimai divenuta sicura a lui, sì per la ritirata di Eugenio, come perchè le fortezze di Lubiana e di Trieste si erano arrese all'armi tedesche. Sola restava dell'antico austriaco o veneziano dominio in mano del vicerè la città di Venezia. Per la qual cosa Nugent, messosi sulle navi a Trieste, era venuto a sbarcare a Goro con una grossa mano di accogliticci; poi si spingeva tostamente innanzi e s'impadroniva di Ferrara. Quivi correva il paese coi suoi soldati leggieri, chiamando in ogni luogo i popoli a sollevazione. L'importanza del fatto era che si congiungesse con le schiere d'Austria che, venute col grosso dell'esercito, già si erano condotte a Padova. A questo fine, Nugent, passato il Po con una parte de' suoi, e preso alloggiamento in Crespino, si era accostato all'Adige. Dall'altro canto Bellegarde, generalissimo succeduto ad Hiller, per consentire coi movimenti di Nugent, aveva avviato a Rovigo una presa di tre mila soldati sotto la condotta del generale Marshall.
Come prima il vicerè ebbe avviso del tentativo di Nugent, aveva speditamente mandato un corpo sotto il governo del generale Decomby a Trecenta, acciocchè facesse opera d'impedire la congiunzione delle due squadre nemiche. Al tempo stesso Pino, che governava Bologna, assembrava quante genti poteva e le spingeva avanti alla guerra ferrarese. Ripresesi Ferrara, ma indarno pegli accidenti che seguirono. Aveva bene Decomby cacciato Marshall da Rovigo con non poca strage, e costretto a ritirarsi a Boara padovana. Ma gli Austriaci continuamente ingrossavano coll'intento di congiungersi con Nugent, che tuttavia era in possessione di Crespino. Mandava perciò il vicerè nuovi aiuti col generale Marcognet verso il basso Adige, acciocchè cooperassero al fine comune con Decomby. Uscirono i Tedeschi da Boara padovana; Decomby e Marcognet gli assaltavano. Sorgeva un ostinata zuffa: combatterono i Franzesi felicemente a destra, infelicemente a sinistra; si ritirarono i Tedeschi nel loro sicuro nido di Boara padovana; ma colto il destro che offerivano loro la notte e la mala guardia a cui stavano i Franzesi, con un impeto improvviso li ruppero e li costrinsero a ritirarsi prima a Lendinara ed a Trecenta, poi a Castagnero. Riacquistarono Rovigo: fu tolto ogni impedimento alla congiunzione di Nugent e di Marshall. Nugent, fatto sicuro per la congiunzione, s'incamminava a Ravenna, e da Ravenna a Forlì.
Ora trovavasi Gioacchino di Napoli molto perplesso, e siccome le novelle di Germania, di Francia e d'Italia giravano fauste od infauste, si appigliava a questa parte ed a quella, a questo partito ed a quell'altro. Molto in lui poteva il desiderio di conservare il suo reale seggio, molto la paura di Napoleone. Perciò procedendo con la sua naturale varietà, aveva negoziato ora coll'Austria, ora con Bentinck, ora con Eugenio, qualche volta con tutti insieme, nè si accorgeva che tutti il conoscevano. Intanto, già sicuro dell'Austria e dell'Inghilterra, ma non ancora sicuro di sè medesimo, si avviava verso l'Italia superiore. Già occupava Roma, già occupava le Marche, nè ancora l'animo suo scopriva. Pretendeva parole di amicizia verso il regno italico. Lasciato passare in Ancona ed in Roma amichevolmente dai presidii franzesi, gettava gioconde e pacifiche parole di Francia e di Napoleone. Infine, veduta la ritirata del vicerè, udite le novelle dell'avvicinarsi i confederati molto grossi al Reno per invadere la Francia, ed aspettato Bentinck oramai vicino a tempestare in Toscana, rimossa finalmente ogni dubitazione, si risolveva a scoprirsi del tutto ed a fare quello che il mondo non avrebbe potuto pensare e di che si perturbò più d'ogni altra cosa Napoleone. Fermava i suoi casi con l'Austria, stipulando con lei un trattato. Bellegarde annunziava pubblicamente agl'Italiani la congiunzione di Gioacchino con la lega. Gioacchino, scoprendosi nemico in quei paesi dov'era entrato e stato accolto come amico, sforzava il generale Barbon, che custodiva in nome di Francia la fortezza di Ancona, e Miollis che teneva castel Sant'Angelo, alla dedizione. Tutto lo Stato romano veniva all'obbedienza dei Napolitani.
Anno di CRISTO MDCCCXIV. Indizione II.
PIO VII papa 15. FRANCESCO I imp. d'Austria 9.
Le forze preponderanti di Bellegarde, i progressi di Nugent sulla sponda destra del Po, l'accostamento del re di Napoli alla lega e la presenza delle sue numerose schiere del Modenese toglievano al vicerè ogni possibilità di conservare gli alloggiamenti dell'Adige. Fatti pertanto gli apprestamenti necessarii, si tirava indietro, e andava a porsi alle stanze assai più sicure del Mincio. Il dì 8 febbraio usciva ottimamente ordinato a campo per combattere in una campale battaglie Bellegarde. Ogni schiera, passato il fiume, correva ai luoghi destinati, quando la fortuna, per un accidente improvviso, ridusse il disegno bene ordinato ad un moto disordinato. Nel momento stesso in cui Eugenio si proponeva di assalire Bellegarde sulla sinistra del Mincio, si era Bellegarde risoluto ad andar a trovare Eugenio alla destra. L'esito però fu che Bellegarde fu costretto a tornarsene sulla sinistra del Mincio, ma intero e ristretto; il che obbligò anche il vicerè a ritirarsi con tutta la sua forza sulla destra.
Intanto Eugenio si accorgeva che non era più in sua facoltà d'indugiar a soccorrere alle cose d'oltre Po, che, per la invasione dei Napolitani diventavano ogni ora più difficili. Munita già di qualche maggiore fortificazione Piacenza, vi mandava con qualche aiuto di nuove genti Grenier. Formava l'antiguardo del nemico Nugent co' suoi Tedeschi, Istriotti ed Italiani; il retroguardo Gioacchino coi suoi Napolitani. Come primo Grenier arrivava, rincacciava con forte rincalzo all'ingiù Nugent, e la sforzava a tornarsene più che di passo al Taro. Nugent però, sperando di arrestarne l'impeto, si era fermato con tre mila soldati a Parma. Il Franzese, urtando la città da ogni parte, vi entrava per viva forza, ritirandosene a tutta fretta colla minor parte de' suoi soldati il Tedesco. Il re di Napoli, tornato più grosso, e sforzato finalmente il passo del Taro, già si avvicinava a due miglia da Piacenza. Quivi l'arrestavano, non la forza degli avversarii, ma più alte e più strepitose sorti.
Pellew e Bentinck comparivano in cospetto di Livorno: avevano molte e grosse navi con sei mila soldati da sbarco, italiani, siciliani, inglesi. Il governatore vuotò la città per patto; vi entrarono gl'Inglesi il dì 8 marzo. Suonavano le armi, suonavano le parole; si scrivevano i manifesti, si sventolavano le bandiere dell'italiana independenza. Bentinck in questo si mostrava molto acceso, Wilson il secondava.