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Storia d'Inghilterra, vol 1 (part 3 of 3)

Part 3 of 3 · Macaulay, Thomas Babington Macaulay, Baron · Public domain text

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Storia d'Inghilterra, vol 1 (part 3 of 3)

Ma le altre divisioni dell’armata regia erano tutte in movimento. Le Guardie del Corpo e gli Azzurri vennero a spron battuto da Weston Zoyland, e dispersero in un attimo alcuni cavalli di Grey, i quali tentavano di raccogliersi. I fuggenti sparsero la paura fra i loro compagni del retroguardo, ai quali erano affidate le munizioni. I vagonieri retrocessero a gran passi senza fermarsi, finchè si videro molte miglia lontani dal campo di battaglia. Monmouth fino allora aveva sostenuta la parte propria come un robusto ed esperto guerriero. Era stato veduto a piedi, impugnando la picca, e incoraggiando con la voce e con l’esempio la propria fanteria. Ma conosceva sì bene le cose militari, da accorgersi che tutto era finito. I suoi uomini avevano perduto il vantaggio che avrebbero potuto derivare dal buio e dalla sorpresa. Erano stati abbandonati dalla cavalleria e dai vagoni della munizione. Le forze del Re erano unite e in buon ordine. Feversham, desto dal fuoco, alzatosi di letto, annodata bene la cravatta, e guardatosi allo specchio, era venuto a vedere ciò che facevano i suoi. Intanto,—e ciò fu di maggiore importanza,—Churchill aveva rapidamente disposte in guisa affatto nuova le fanterie. Il giorno era presso a spuntare. L’esito d’un conflitto alla luce del sole, in un piano aperto, non poteva essere dubbio. Nondimeno, Monmouth avrebbe dovuto sentire come a lui non convenisse fuggire, mentre migliaia d’uomini, che dallo affetto che gli portavano erano stati spinti alla propria rovina, seguitavano a combattere per la sua causa. Ma le vane speranze e lo intenso amore della vita prevalsero. Vide che, indugiando, la cavalleria regia gli avrebbe potuto impedire la ritirata. Montò, quindi, a cavallo e uscì dal campo.

Nondimeno, i suoi fanti, comunque abbandonati, fecero estrema resistenza. Le Guardie del Corpo gli strinsero dalla diritta, gli Azzurri da mancina; ma i villani della Contea di Somerset, con le falci loro e le punte degli archibugi, fecero fronte, come fossero vecchi soldati, alla cavalleria reale. Oglethorpe fece vigorosa prova per romperli, e fu validamente respinto. Sarsfield, egregio ufficiale irlandese, il cui nome acquistò dipoi una trista celebrità, gli assaltò dall’altro lato; ma indietreggiarono i suoi, ed egli stesso fu gettato a terra, dove rimase alcun tempo come morto. Gli sforzi de’ robusti campagnuoli non potevano lungamente durare. Non avevano più polvere. Gridavano spesso: «Munizione! per l’amor di Dio; munizione!» Ma munizione non v’era. Quand’ecco sopraggiunge l’artiglieria regia. Era stata collocata a mezzo miglio, nella strada maestra, da Weston Zoyland a Bridgewater. Erano così difettosi gli arnesi da guerra dell’armata inglese, che vi sarebbe stata molta difficoltà a strascinare i grossi cannoni al luogo dove ardeva la guerra, se il vescovo di Winchester non avesse offerti all’uopo i cavalli della propria carrozza. Questo immischiarsi di un prelato cristiano in un negozio di sangue, è stato, con istrana incoerenza, riprovato da scrittori Whig, i quali non vedono nulla di criminoso nella condotta de’ numerosi ministri puritani che in quell’occasione avevano prese le armi contro il Governo. Anche dopo arrivati i cannoni, vi era cotale difetto di artiglieri, che un sergente del reggimento di Dumbarton dovette badare da sè al maneggio di alcuni di quelli.[421] Ciò non ostante, i cannoni, comunque male adoperati, tosto posero fine alla pugna. Le picche dei battaglioni ribelli cominciarono a piegare; le file si ruppero; la cavalleria reale fece impeto di nuovo, rovesciando ogni cosa che le si parava dinanzi; la fanteria si mosse traverso al fosso. Anco in tanta estremità, i minatori di Mendip si tennero ostinatamente fermi, e venderono cara la vita loro. Ma in pochi minuti la rotta degl’insorti fu compiuta. De’ soldati, trecento erano morti o feriti. De’ ribelli, più d’un migliaio giacevano esanimi sullo scopeto.[422]

In tal modo ebbe fine l’ultimo combattimento, che meriti il nome di battaglia combattuta sul suolo inglese. La impressione che ne rimase nei semplici abitatori di quelle vicinanze, fu profonda e durevole; impressione che, a dir vero, si è spesso rinnovata. Imperocchè, anche ai tempi nostri, lo aratro e la marra non rade volte disseppelliscono funebri ricordi, teschi, stinchi, e armi stranamente formate di villici strumenti. I vecchi contadini, non è guari, raccontavano che nella loro fanciullezza solevano giocare sullo scopeto alla battaglia fra gli uomini di Re Giacomo e quelli di Re Monmouth, e che questi sempre gridavano: Soho![423]

Ciò che sembra il più straordinario nella battaglia di Sedgemoor, è che l’esito ne sia stato dubbio per un momento, e che i ribelli abbiano cotanto resistito. Che cinque o sei mila carbonai e contadini potessero per un’ora sola lottare con mezzo il numero di quella cavalleria e fanteria regolare, ai dì nostri verrebbe reputato miracolo. Ma forse scemerebbe la nostra maraviglia, ove considerassimo che al tempo di Giacomo II, la disciplina delle milizie regolari era estremamente lassa; e dall’altro canto, il contadiname era accostumato a servire nella guardia civica. La diversità, quindi, tra un reggimento di fanti e un reggimento di villani pur allora reclutati, comunque considerevole, non era punto ciò che sarebbe adesso. Monmouth non conduceva una pretta marmaglia ad assaltare buoni soldati; imperocchè i suoi seguaci non erano affatto ignari del mestiere del soldato; e le truppe di Feversham, in paragone delle odierne truppe inglesi, potevano quasi chiamarsi una marmaglia.

Battevano le ore quattro; il sole levavasi sull’orizzonte, allorquando la sconfitta armata inondò le vie di Bridgewater. Gli urli, il sangue, le ferite, i visi cadaverici degli uomini che cadevano a terra per non più rialzarsi, empirono d’orrore e spavento la città tutta. Oltredichè i vincitori gl’inseguivano da presso. Coloro fra gli abitanti i quali avevano favorita la insurrezione, aspettavansi il saccheggio e la strage, e imploravano protezione ai loro vicini che professavano la religione cattolica romana, o erano conosciuti come Tory; e gli stessi più virulenti storici Whig affermano, come cosa certa, che tale protezione venne cortesemente e generosamente concessa.[424]

XLIV. Per tutto quel giorno, i vincitori continuarono ad inseguire i fuggitivi. Gli abitatori de’ villaggi circostanti, lungo tempo ricordarono con che strepito di zampe e tempesta di maledizioni la cavalleria, a guisa di turbine, passava. Innanzi che fosse sera, cinquecento prigioni erano stipati dentro la chiesa parrocchiale di Western Zoyland. Ottanta di loro erano feriti; e cinque spirarono fra le sacre pareti. Gran numero di lavoranti furono forzati a seppellire gli uccisi. Pochi, che erano manifestamente partigiani de’ vinti, vennero riserbati all’osceno ufficio di squartare i prigionieri. Gli uomini delle decurie delle vicine parrocchie, furono adoperati ad alzar forche e procurare catene. E tutto ciò seguiva mentre le campane di Weston Zoyland e Chedzoy suonavano a festa, e i soldati cantavano e facevano baccano fra mezzo ai cadaveri sullo scopeto: imperciocchè i fattori delle vicinanze, appena saputo l’esito del combattimento, erano stati solleciti a mandare fiaschi ripieni del loro miglior sidro, come offerte di pace, ai vincitori.[425]

XLV. Feversham era stimato uomo di buona indole; ma era forestiere, ignaro delle leggi e non curante del sentire degl’Inglesi. Avvezzo alla licenza militare della Francia, aveva imparato dal vincitore del Palatinato, suo congiunto, non a vincere, ma a devastare. Un considerevole numero di prigioni furono subito destinati ad essere messi a morte. Fra essi era un uomo famoso per velocità nel correre. Gli si fece sperare che gli verrebbe concessa la vita, se egli avesse vinto nella corsa un puledro delle maremme. Lo spazio ch’egli corse insieme col cavallo è tuttora segnato da termini ben conosciuti sullo scopeto, ed è lungo circa tre quarti di miglio. Feversham non vergognò, dopo d’avere veduta la prova, d’impiccare lo sciagurato. Il dì dopo, si vide una lunga fila di forche innalzate lungo la via maestra da Bridgewater a Weston Zoyland. Da ciascuna pendeva un prigioniero. Quattro di loro furono lasciati a marcire ne’ ferri.[426]

In quel mentre, Monmouth, accompagnato da Grey e da pochi altri amici, fuggiva dal campo di battaglia. A Chedzoy fece sosta un momento per montare un cavallo fresco, e nascondere il suo nastro azzurro e la decorazione dell’ordine di Giorgio. Poi si mosse in fretta alla volta di Bristol Channel. Dalle alture a tramontana del campo di battaglia, vide il lampo e il fumo dell’ultima scarica che facevano i suoi abbandonati seguaci. Avanti le ore sei, egli trovavasi venti miglia lungi da Sedgemoor. Alcuni de’ suoi compagni lo consigliavano a traversare le acque e rifuggirsi nel paese di Galles; e questo, indubitabilmente, sarebbe stato il miglior partito da prendere. Egli vi sarebbe arrivato innanzi che vi fosse giunta la nuova della sua sconfitta; e in una contrada così selvaggia e rimota dalla sede del Governo, avrebbe potuto lungamente rimanere sconosciuto. Nulladimeno, deliberò di spingersi nella Contea di Hamp, sperando di potersi nascondere ne’ tuguri de’ predatori di cervi fra le quercie di New Forest, fino a che si fosse potuto procurare i mezzi d’imbarcarsi pel continente. E però, con Grey e col Tedesco, volse i passi al sud–est. Ma il cammino era pieno di pericoli, perciocchè ai tre fuggitivi era forza passare per luoghi dove ciascuno già sapeva la nuova dell’esito della battaglia, e dove niun passeggiero di apparenza sospetta si sarebbe potuto sottrarre ad uno stretto esame. Cavalcarono tutto il giorno, schivando città e villaggi. Nè ciò allora era così difficile come adesso potrebbe sembrare: imperocchè gli uomini d’allora potevano ricordarsi del tempo in cui il cervo selvatico vagava liberamente per le foreste dalle rive dell’Avon, nella contea di Wilt fino alla costa meridionale di quella di Hamp.[427] Alla perfine, in Cranbourne Chase, ai cavalli mancarono le forze. Monmouth e i suoi colleghi, quindi, gli abbandonarono, nascondendo le briglie e le selle; e procuratisi abiti contadineschi, travestironsi, e continuarono a piedi verso New Forest. Passarono la notte all’aria aperta; ma prima che spuntasse l’alba, si videro per ogni parte circondati di mille traversie. Lord Lumley che stanziava a Ringwood con un grosso corpo di milizie civiche di Sussex, ne aveva mandate legioni per ogni verso. Sir Guglielmo Portman, con la civica di Somerset, aveva formata una catena di posti militari, dal mare fino alla estremità settentrionale di Dorset. Alle ore cinque della mattina del dì 7, Grey, che vagava diviso da’ suoi amici, fu preso da due delle vedette di Sussex. Si sobbarcò alla propria sorte con la calma di colui al quale la perplessità è più insoffribile della disperazione. «Dacchè mettemmo piede a terra» disse egli «non ho avuto un buon desinare o una sola notte di riposo.» Mal poteva dubitarsi che il capo de’ ribelli fosse poco lontano. Gl’inseguenti accrebbero la loro operosa vigilanza. Le capanne sparse su per l’aprico paese fra i confini delle Contee di Dorset e di Hamp, vennero rigorosamente ricercate da Lumley; e il contadino con cui Monmouth aveva barattato gli abiti, fu scoperto. Portman giunse con una grossa legione di cavalleria e di fanteria a prestare mano forte a coloro che erano intenti alla ricerca; i quali tosto volsero la propria attenzione ad un luogo bene adatto a ricoverare i fuggitivi. Era un vasto tratto di terra diviso da uno spazio chiuso dalla campagna aperta, partito con numerose siepi in piccoli poderi; in alcuni de’ quali la segala, i piselli e l’avena, erano sì alti, da potervisi nascondere un uomo; altri erano coperti di fratte e di scope. Una donnicciola riferì d’avere veduti due stranieri nascosti in que’ luoghi. La cupidigia della vicina ricompensa, rinfiammò lo zelo de’ soldati. Fu stabilito, che chiunque avesse fatto il debito proprio, avrebbe avuta parte del promesso premio di cinque mila lire sterline. Fatte strettissimamente guardare le siepi esteriori, si posero con infaticabile cura a frugare dentro lo spazio interno, scagliando parimente tra le fratte vari cani di squisitissimo odorato. Il sole era vôlto al tramonto, senza che avessero potuto nulla trovare; ma tutta la notte si tennero in istretta vigilanza. Trenta volte i fuggitivi rischiaronsi a varcare la siepe esteriore; ma ogni passo trovavano guardato. Una volta, scoperti, fu loro fatto fuoco addosso: allora, dividendosi, si nascosero in differenti luoghi.

XLVI. Il dì seguente, al sorgere del sole, ricominciata la ricerca, Buyse venne ritrovato. Ei confessò d’essersi poche ore innanzi diviso dal Duca. Gl’inseguenti, adunque, si posero a frugare con maggior cura dentro il grano e le macchie, finchè scoprirono nascosto in un fosso un uomo di scarno aspetto. Gli si gettarono addosso. Alcuni stavano per fare fuoco; ma Portman impedì ogni violenza. Il prigioniero era in abito di pastore; la sua barba, grigia anzi tempo, era lunga di parecchi giorni. Tremava grandemente, e non poteva parlare. Anche coloro che lo conoscevano di persona, dubitarono in prima s’egli fosse lo elegante e leggiadro Monmouth. Portman gli frugò nelle tasche, e fra parecchi piselli raccolti nella rabbia della fame, vi trovò un oriuolo, una borsa d’oro, un albo pieno di canzoni, di ricette, di preghiere e di malie, e l’ordine di Giorgio, del quale, molti anni prima, il Re Carlo II aveva decorato il prediletto figliuolo. Subitamente furono spediti nunzii a Whitehall, che recarono la lieta nuova e la decorazione dell’ordine di Giorgio, come segno della verità del fatto. Il prigioniero, sotto strettissima guardia, fu condotto a Ringwood.[428]

Tutto era perduto, null’altro a lui rimanendo che apparecchiarsi a sostenere la morte in modo convenevole ad uomo che non s’era creduto indegno di portare la corona di Guglielmo il Conquistatore e di Riccardo Cuor di Lione, dell’eroe di Cressy e dell’eroe d’Agincourt. Egli avrebbe potuto richiamare alla mente altri domestici esempi, anco meglio convenienti alla propria condizione. In duecento anni, due sovrani, il cui sangue scorreva nelle sue vene, l’uno de’ quali era una delicata donna, s’erano trovati nella condizione medesima in cui egli stava;—avevano mostrato nel carcere e sul palco una virtù, della quale nella prospera fortuna sembravano incapaci, e quasi redensero i loro grandi delitti ed errori sopportando con cristiana mansuetudine e con dignità principesca le pene inflitte loro dai nemici vittoriosi. Monmouth non era mai stato accusato di codardia; e quand’anche avesse avuto difetto di coraggio naturale, si sarebbe sperato che in quella estremità gliene dessero la disperazione e l’orgoglio. A lui erano rivolti gli occhi di tutto il mondo. La più tarda posterità avrebbe saputo come egli, in quel solenne momento, si fosse condotto. Verso i valorosi contadini dell’occidente egli era in debito di mostrare, che essi non avevano sparso il proprio sangue per un capo indegno del loro affetto. Verso colei che aveva tutto sacrificato per amor suo, egli era in debito di mostrarsi in guisa, che ella, dovendo piangere di lui, non ne avesse ad arrossire. Non era degno di lui il lamentarsi o il supplicare. Oltredichè, la propria ragione gli avrebbe dovuto addimostrare, essere vano ogni lamento ed ogni preghiera. A ciò ch’egli aveva fatto, non potea esservi perdono. Trovavasi fra gli artigli di un uomo che non perdonava giammai.

Ma la forza d’animo di Monmouth non era di quella specie che nasce dalla riflessione e dal rispetto di sè; nè la natura gli aveva largito uno di que’ cuori robusti, da’ quali nè avversità nè pericolo valgono a strappare un segno di debolezza. Il suo coraggio innalzavasi e cadeva coi suoi spiriti animali. Nel campo di battaglia lo sostenevano lo eccitamento dell’azione, la speranza della vittoria, e la misteriosa potenza dell’esempio altrui. Tutti cotesti sostegni adesso più non erano. L’idolo della Corte e della plebe, avvezzo ad essere amato e adorato dovunque si fosse mostrato, ora vedevasi cinto da rigidi carcerieri, negli occhi de’ quali ei leggeva la propria sorte. Dopo poche ore di trista prigionia, egli doveva patire violenta e vergognosa morte. Il cuore gli venne meno. La vita gli parve degna d’essere comprata con ogni specie d’umiliazione; nè il suo intelletto, stato sempre debole, ed ora perturbato dal terrore, poteva intendere che la umiliazione lo avrebbe avvilito, ma salvato non mai.

XLVII. Appena giunto a Ringwood, scrisse al Re una lettera, come poteva dettarla un uomo cui un codardo timore abbia tolto ogni senso di vergogna. Con caldissime parole espresse il rimorso ch’egli sentiva pel tradimento commesso. Affermò, che allorquando aveva ai proprii cugini nell’Aja promesso di non suscitare commovimenti in Inghilterra, egli intendeva osservare pienamente la promessa. Per sua sventura, era stato poi sedotto al misfatto da certe orride genti, le quali gli avevano con varie calunnie scaldato il cervello, e sofisticando lo avevano traviato: ma oramai abborriva que’ tristi; abborriva sè stesso. Pregava, con pietosi detti, d’essere ammesso alla presenza del Re. Aveva da palesargli un secreto che ei non poteva fidare alla penna, un secreto che era racchiuso in una sola parola; e s’egli avesse potuto dire quella tale parola, il trono sarebbe fatto sicuro d’ogni pericolo. Il dì seguente scrisse altre lettere alla Regina vedova, e al Lord Tesoriere, pregandoli ad intercedere per lui.[429]

Appena si seppe in Londra ch’egli si era siffattamente avvilito, ognuno ne rimase attonito; e nessuno quanto Barillon, il quale aveva, stando in Inghilterra, vedute due sanguinose proscrizioni, in cui non poche vittime sì dell’opposizione che della Corte, senza preghi e piagnistei donneschi, eransi sobbarcate al proprio fato.[430]

XLVIII. Monmouth e Grey rimasero due giorni in Ringvood. Furono poi menati a Londra, sotto la guardia di un grosso corpo di milizie regolari e civiche. Nel cocchio del Duca era un ufficiale, che aveva ordine di pugnalarlo se si fosse tentato di liberarlo. In ogni città giacente lungo il cammino, stavano schierati i militi cittadini delle vicinanze, sotto il comando de’ precipui gentiluomini. La marcia durò tre giorni fino a Wauxhall, dove un reggimento comandato da Giorgio Legge, Lord Dartmouth, era apparecchiato a ricevere i prigionieri. I quali furono posti in una barca, e pel fiume condotti a Whitehall Stairs. Lumley e Portman guardarono a vicenda giorno e notte il Duca, finchè lo ebbero messo dentro il Palazzo.[431]

Il contegno di Monmouth e quello di Grey nel viaggio, riempirono di ammirazione chiunque li vedeva. Monmouth era affatto prostrato. Grey non solo era tranquillo, ma brioso; parlava piacevolmente di cavalli, di cani, di cacce, e alludeva perfino scherzevolmente al pericolo in cui trovavasi.

Il Re non è da biasimarsi d’avere dannato Monmouth a morire. Chiunque si faccia capo d’una ribellione contro un Governo stabilito, rischia la vita sull’esito di quella; e la ribellione era la parte minore de’ delitti di Monmouth. Egli aveva dichiarato contro il proprio zio una guerra a morte. Nel manifesto promulgato in Lyme, aveva condannato Giacomo alla esecrazione come incendiario, come assassino, che aveva strangolato un uomo innocente e mozzo il capo ad un altro, e infine come avvelenatore del proprio fratello. Perdonare ad un nemico che non aveva abborrito di ricorrere a cosiffatte enormezze, sarebbe stato un atto di generosità rara, e forse biasimevole. Ma vederlo e non perdonargli la vita, era un offendere ogni senso d’umanità e di decenza.[432] Se non che, il Re era risoluto di mostrarsi implacabile. Il prigioniero, le braccia legate con un laccio di seta dietro le spalle, fu menato al cospetto dell’inesorabile parente da lui oltraggiato.

XLIX. Monmouth prostrossi a terra, trascinandosi a piedi del Re. Pianse; tentò di stringere con le incatenate braccia le ginocchia dello zio. Lo supplicò di concedergli la vita, solo la vita, la vita ad ogni costo. Confessò d’essere reo d’un gran delitto, ma provossi di darne la colpa agli altri, e in ispecie ad Argyle; il quale avrebbe meglio poste le proprie gambe nello stivaletto, che salvare la vita con tanto avvilimento. A nome de’ vincoli del sangue, della memoria del Re defunto, che era stato il migliore e più sincero de’ fratelli, lo sventurato implorò mercè ai piedi di Giacomo. Giacomo con gravità rispose essere tardi il pentirsi; a lui spiacere la sciagura che il prigioniero s’era voluto chiamare sul capo, ma il delitto non esser tale da potersi usare clemenza. Un proclama pieno d’atroci calunnie era stato pubblicato. Il regio titolo era stato assunto. Per così gravi tradimenti non potere esserci perdono in questo mondo. Lo esterrefatto Duca giurò non aver mai voluto usurpare la Corona, ma essere stato da altri tratto in quel fatale errore. In quanto al proclama, egli non era colui che lo aveva scritto; non lo aveva nè anche letto; lo aveva firmato senza gettarvi gli occhi sopra: era tutta opera di Ferguson, di quel sanguinario e scellerato Ferguson. «Sperate voi ch’io creda» disse Giacomo, con ben meritato disprezzo, «che abbiate apposta la vostra firma ad una scrittura di tanto momento, senza saperne il contenuto?» Ma gli rimaneva a scendere oltre in fondo alla infamia. Egli era il gran campione della religione protestante, lo interesse della quale gli era servito di pretesto a congiurare contro il Governo del proprio padre, e gettare la patria nelle calamità della guerra civile: e nondimeno, non vergognò di accennare come egli fosse proclive a riconciliarsi con la Chiesa di Roma. Il Re gli offerse volentieri ogni aiuto spirituale, ma non fe’ motto di perdono o di clemenza. «Non v’è dunque speranza?» chiese Monmouth. Giacomo non rispose, e gli volse le spalle. Allora Monmouth si sforzò di rifarsi d’animo, e si alzò, ritirandosi con una fermezza da lui non mostrata mai dopo la propria caduta.[433]

Poi Grey comparve alla regia presenza. Egli si condusse con tale decoro e fortezza, che commosse anche l’austero e astioso Giacomo: non si scusò punto, e non si piegò punto a chiedere la vita. Ambi i prigionieri furono mandati pel fiume alla Torre. Non vi fu tumulto; ma molte migliaia di persone, con l’ansietà e il cordoglio dipinti sul volto, provaronsi di vedere i due sciagurati. Appena il Duca si vide lontano dallo aspetto del Re, la risolutezza rinatagli in cuore svanì. Andando al carcere gemeva, accusava i suoi seguaci, e con abbiettezza implorava Dartmouth intercedesse per lui. «So bene, Milord, che amavate mio padre. Per l’amore di lui, per l’amore di Dio, ingegnatevi di trovar modo ad ottenermi mercè.» Dartmouth rispose che il Re aveva parlato il vero, e che un suddito che aveva assunto il titolo regio, si era chiuso ogni via al perdono.[434]

Poco dopo che Monmouth venne rinchiuso nella Torre, gli fu annunziato che la moglie, per ordine del Re, era arrivata per vederlo. Era in compagnia del Conte di Clarendon Lord del Sigillo Privato. Il marito le fece freddissima accoglienza, e rivolse quasi sempre la parola a Clarendon, implorando intercedesse per lui. Clarendon non gli porse nessuna speranza; e la sera stessa due prelati, Turner vescovo di Ely, e Ken vescovo di Bath e Wells, arrivarono alla Torre, recando un solenne messaggio da parte del Re. Era la notte del lunedì. Il mercoledì prossimo Monmouth doveva morire.

Ei cadde in grande agitazione; il sangue gli fuggì dalle guance, e per qualche tempo non potè profferire parola. La più parte del breve spazio di tempo che gli rimaneva, egli spese provandosi indarno di ottenere, se non perdono, almeno una sospensione della sentenza. Scrisse al Re ed a vari cortigiani lettere compassionevoli, ma indarno. Gli furono dalla Corte mandati alcuni sacerdoti cattolici; i quali tosto s’accorsero ch’egli avrebbe volentieri comprata la vita rinnegando la religione di cui in modo speciale erasi dichiarato difensore: nondimeno, se gli era forza morire, sarebbe morto senza la loro assoluzione, egualmente che con quella.[435]

Nè Ken e Turner rimasero satisfatti delle opinioni di lui. Secondo loro, come secondo la maggior parte de’ loro confratelli, la dottrina della non–resistenza era il segno distintivo della Chiesa Anglicana. I due Vescovi insistettero perchè Monmouth confessasse, che snudando la spada contro il Governo, egli aveva commesso un gran peccato; e in ciò lo trovarono ostinatamente eterodosso. Nè era questa la sola delle sue eresie. Sosteneva che la sua relazione con Lady Wentworth fosse irreprensibile agli occhi di Dio. Diceva d’avere contratto matrimonio mentre era fanciullo. Non si era dato mai pensiero della sua Duchessa. La felicità ch’egli non aveva trovata in casa propria, l’aveva cercata in seno a dissoluti amori, dannati dalla religione e dalla morale. Enrichetta era stata colei che lo aveva redento da una vita di vizi. Ad essa egli era stato rigorosamente fedele. Entrambi d’accordo avevano pôrte al cielo ferventi preghiere perchè li guidasse. Dopo le quali preghiere, il loro scambievole affetto erasi afforzato: non potevano, quindi, più oltre dubitare che al cospetto di Dio essi erano come due sposi. I vescovi rimasero così scandalezzati a coteste idee intorno al vincolo coniugale, che ricusarono di ministrargli la comunione. Tutto ciò che da lui poterono ottenere, fu la promessa, che nella unica notte che gli restava a vivere, pregasse Iddio a largirgli lume bastevole onde conoscere se fosse nell’errore.

Il mercoledì mattina, a sua particolare richiesta, il Dottore Tommaso Tenison, che allora era vicario di San Martino, e in quell’importante ufficio erasi acquistato la pubblica stima, andò alla Torre. Da Tenison, uomo noto per moderatezza d’opinioni, il Duca aspettavasi indulgenza maggiore di quanta gliene avessero potuto mostrare Ken e Turner. Ma Tenison, qualunque fossero le sue opinioni concernenti la non–resistenza in astratto, reputava la recente ribellione sconsiderata ed iniqua, e le idee di Monmouth rispetto al matrimonio pericolosissimo inganno. Monmouth fu ostinato, dicendo d’avere pregato il cielo perchè lo illuminasse. I suoi sentimenti rimanevano sempre gli stessi; e non poteva dubitare d’essere nella diritta via. Tenison lo esortò con modo più mite di quello che avevano adoperato i due vescovi. Ma al pari di loro, pensò di non potere in coscienza amministrare la eucaristia ad un uomo la cui penitenza era così poco soddisfacente.[436]

L’ora appressavasi: ogni speranza era spenta: Monmouth da un timore pusillanime era passato all’apatia della disperazione. Gli furono condotti i figliuoli, perchè desse loro l’estremo vale; erano accompagnati dalla moglie. Le parlò cortesemente, ma senza emozione. Comecchè fosse donna di gran forza d’animo, e avesse poca cagione ad amarlo, il suo dolore fu tanto, che nessuno degli astanti potè frenare le lacrime. Egli solo non ne rimase commosso.[437]

L. Battevano le ore dieci. Il cocchio del Luogotenente della Torre era pronto. Monmouth pregò i suoi consiglieri spirituali lo accompagnassero al luogo del patibolo; e quelli acconsentirono: ma gli dissero, che, secondo il loro giudicio, egli stava per morire male apparecchiato; e che dovendolo accompagnare, stimavano debito loro esortarlo fino allo estremo momento. Passando dinanzi alle milizie schierate, le salutò con un sorriso, e con passi fermi ascese sul palco. Tower Hill era coperto fino ai tetti d’una innumerevole folla di spettatori, i quali in solenne silenzio, rotto solo da sospiri e da pianti, aspettavano d’udire le supreme parole dell’idolo del popolo. «Dirò poco:» cominciò egli «io qui vengo non a parlare, ma a morire. Io muoio protestante della Chiesa Anglicana.» I vescovi lo interruppero, dicendo che ove non confessasse la resistenza essere peccato, egli non era membro della loro Chiesa. Cominciò a parlare d’Enrichetta, e disse: lei essere virtuosa ed onorata giovine; lui averla amata fino allo estremo, e non poter morire senza esprimere ciò che sentiva. I vescovi di nuovo lo pregarono non parlasse in quel modo. Seguì un alterco. I sacerdoti sono stati accusati d’avere trattato aspramente un moribondo. Ma sembra che solo adempissero quello che essi reputavano debito proprio. Monmouth conosceva i loro principii, e se avesse voluto schivare la importunità loro, non avrebbe dovuto richiedere la loro assistenza. I loro argomenti generali contro la dottrina della resistenza, non fecero in lui effetto veruno. Ma allorquando gli favellarono della rovina alla quale aveva trascinati i suoi valorosi ed affettuosi seguaci, del sangue che era stato sparso, delle anime che s’erano presentate senza i debiti apparecchi al tribunale di Dio, ei ne fu commosso, e disse con flebile voce: «Lo confesso, e me ne dolgo.» I sacerdoti fecero con lui lunghe e ferventi preci; ed egli li accompagnò fino al punto in cui invocavano la benedizione divina sul Re. Egli tacque. «Signore,» disse uno di loro «non pregate con noi per il Re?» Monmouth, dopo una tenzone fra il sì e il no, esclamò «Amen.» Ma indarno i prelati lo scongiurarono di dirigere ai soldati ed al popolo poche parole onde esortarli ad obbedire al Governo. «Io non vo’ fare discorsi» rispose.—«Solo poche parole, o Milord.» Volse le spalle, chiamò il suo servo, gli pose nelle mani un astuccio da stecchini, ultimo pegno d’un amore sventurato, dicendogli: «Recalo a colei.» Allora si fe’ presso al carnefice Giovanni Ketch, scellerato uomo che aveva macellate molte valorose e nobili vittime, e il cui nome per un secolo e mezzo è stato regolarmente appiccato a tutti coloro che gli succedevano nell’odioso mestiere.[438] «Ecco» disse il Duca «sei ghinee per voi. Non fate a me ciò che faceste a Lord Russell. Mi è stato detto che gli deste tre o quattro colpi. Il mio servo vi darà dell’altro oro, se voi farete bene l’ufficio vostro.» Allora spogliossi, tastò il taglio della scure, disse che temeva non fosse bene affilato e adattò il capo sul ceppo. I sacerdoti frattanto seguitavano ad esclamare con gran forza: «Dio accolga il vostro pentimento; Dio accolga il vostro imperfetto pentimento.»

Il boia si pose in atto di fare il proprio ufficio. Ma erasi conturbato alle parole del Duca. Il primo colpo fece soltanto un lieve taglio. Il Duca si divincolò, rizzossi dal ceppo, fulminando cogli occhi il carnefice, poi ripiegò il capo. Il colpo fu ripetuto due e tre volte, ma tuttavia il capo non era separato dal tronco il quale seguiva a divincolarsi. La folla mandava urli d’orrore e di rabbia. Ketch, bestemiando, gittò via la scure, e disse: «Non posso farlo; il cuore mi manca.»—«Ripiglia la scure,» gridò lo sceriffo.—«Gettatelo giù dal palco,» urlò la folla. Finalmente il carnefice riprese la scure, e con due altri colpi lo finì; ma gli fu d’uopo usare un coltello per ispiccare il capo dal collo. La folla fu presa da tanta frenesia di rabbia, che il boia fu quasi per essere sbranato, e venne condotto via fra mezzo a numerose guardie.[439]

In quel mentre, molti tuffavano i loro fazzoletti nel sangue di Monmouth; avvengachè da gran parte della folla venisse considerato come un martire, che era morto per la religione protestante. Il capo mozzo e il tronco furono posti in un feretro coperto d’una coltre di velluto nero, e sotterrati senza pompa sotto la tavola della comunione della Cappella di San Pietro nella Torre. Dopo quattro anni, il pavimento del santuario fu di nuovo smosso; e accanto alle ossa di Monmouth, furono sepolte quelle di Jeffreys. In vero, non v’è sulla terra luogo più tristo di questo piccolo cimitero. La idea della morte ivi è congiunta, non come in Westminster o in San Paolo, con quella del genio e della virtù, della venerazione pubblica e della fama gloriosa; non come nelle nostre chiese e campisanti più umili, con ciò che v’è di più dolcemente diletto nella carità sociale e domestica: ma con ciò che vi è di più funesto nella umana natura e nelle sorti umane; col barbaro trionfo di nemici implacabili; con la incostanza, la ingratitudine, la codardia degli amici; con tutte le miserie della grandezza caduta e della fama infame. Ivi sono state deposte, per tanti anni e tanti, dalle ruvide mani de’ carcerieri, senza pianto di amici, le reliquie di uomini che sono stati capitani d’eserciti, capi di partiti, oracoli di senati, ed ornamenti di Corti. Ivi fu trasportato, avanti alla finestra dove Giovanna Grey soleva pregare, lo sbranato cadavere di Guildford Dudley. Ivi riposa, accanto al fratello da lui assassinato, Eduardo Seymour, Duca di Somerset, e Protettore del Regno. Ivi è fatto cenere il tronco di Giovanni Fisher, Vescovo di Rochester e Cardinale di San Vitale, uomo degno di essere vissuto in età migliore, e d’esser morto per una miglior causa. Ivi giace Giovanni Dudley, Duca di Northumberland, Lord Grande Ammiraglio; e Tommaso Cromwell, Conte di Essex, Lord Tesoriere. Ivi anche è un altro Essex, sul quale la natura aveva profuso invano tutto il tesoro de’ suoi doni; e che il valore, la grazia, lo ingegno, il regio favore, i plausi popolari condussero a prematura e ignominiosa morte. Nè molto discosto dormono due capi della gran Casa di Howard; Tommaso, quarto Duca di Norfolk, e Filippo, undecimo Conte d’Arundel. Qua e colà, fra le spesse sepolture d’irrequieti ed ambiziosi uomini di Stato, giacciono alcune vittime più delicate; Margherita di Salisbury, ultima reliquia dell’altero nome di Plantageneto; e quelle due leggiadre regine spente dalla gelosa rabbia d’Enrico. Con le ceneri di questi cotali fu mescolata la cenere di Monmouth.[440]

Pochi mesi dopo, il tranquillo villaggio di Toddlington, nella Contea di Bedford, vide un assai più tristo funerale. Presso a quel villaggio innalzavasi una antica e splendida magione, dove abitavano i Wentworth. La loro sepoltura era sempre stata sotto l’arcata di mezzo della chiesa parrocchiale. Quivi, nella primavera che seguì alla morte di Monmouth, fu trasportato il feretro della giovine baronessa Wentworth di Nettlestede. La famiglia le innalzò un sontuoso mausoleo: ma un suo ricordo meno dispendioso fu per lungo tempo ammirato con più profondo interesse. Il suo nome intagliato da lui ch’ella aveva cotanto amato, potevasi, pochi anni sono, discernere sul tronco d’un albero del parco contiguo.

LI. Lady Wentworth non era la sola che amasse con immenso affetto la memoria del Duca. La immagine di lui rimase impressa nel cuore del popolo, finchè la generazione che lo aveva conosciuto non fu spenta. Nastri, fiocchi, ed altre simiglianti inezie portate da lui, furono venerate come preziose reliquie da coloro che avevano sotto lui pugnato a Sedgemoor. I vecchi che gli sopravvissero, desideravano, sul punto di morire, che que’ cari ricordi fossero con loro sepolti. Un bottone d’oro filato, che a mala pena potè evitare tale destino, anche oggi si vede in una casa d’onde si scuopre il campo della battaglia. Anzi, tanta era la devozione che il popolo portava al suo prediletto, che, non ostante la più forte prova che possa rendere indubitabile il fatto d’una morte, molti seguitavano a illudersi della speranza che il Duca fosse vivo, e dovesse tosto mostrarsi in armi. Un uomo, dicevano, che mirabilmente somigliava Monmouth, si era sacrificato per salvare lo eroe de’ protestanti. Il volgo continuò per lungo tempo, in ogni grave occasione, a bisbigliare che il giorno era vicino, e che il Re Monmouth sarebbe tra poco riapparso. Nel 1686, un ribaldo che si spacciava pel Duca, ed aveva ragunata pecunia in diversi villaggi della Contea di Wilt, fu preso e fustigato da Newgate fino a Tyburn. Nel 1698, allorchè la Inghilterra da parecchi anni godeva la libertà costituzionale sotto una nuova dinastia, il figlio di un locandiere si fece credere, fra mezzo ai piccoli possidenti di Sussex, il loro amato Monmouth, e frodò molti che non erano dell’infima classe. Gli venne fatta una colletta di cinquecento lire sterline. I fattori gli diedero un cavallo. Le mogli loro gli mandarono ceste piene di polli e d’anitre, e gli si mostrarono generose, secondo che fu detto, di favori più teneri; imperocchè, rispetto alla galanteria per lo meno, la copia non era indegna di rappresentare l’originale. Come quell’impostore fu gettato in prigione, i suoi creduli seguaci lo mantenevano con lusso. Alcuni di loro comparvero in tribunale per dargli animo allorquando fu processato nella Corte di Horsham. E tanto durò lo inganno, che Giorgio III era già da parecchi anni sul trono, che Voltaire estimò necessario confutare seriamente la ipotesi, che l’uomo dalla maschera di ferro fosse il Duca di Monmouth.[441]

Forse egli è un fatto poco meno notevole, che fino ad oggi gli abitatori di alcuni luoghi delle contrade occidentali d’Inghilterra, qualvolta qualche legge concernente i loro interessi discutesi nella Camera de’ Lordi, si reputano in diritto di chiedere soccorso al Duca di Buccleuch, discendente dello sventurato capo pel quale i loro antecessori versarono il proprio sangue.

La storia di Monmouth basterebbe sola a confutare lo addebito d’incostanza che di frequente suole gettarsi sopra il basso popolo. I popoli talvolta sono incostanti, perchè sono esseri umani. Ma che siano tali paragonati alla gente educata, voglio dire alle aristocrazie o ai principi, può sicuramente negarsi. Sarebbe agevole recare esempi di demagoghi, la cui popolarità sia rimasta ferma, laddove i sovrani e i parlamenti hanno tolta la già data fiducia a molti uomini di Stato. Mentre Swift seguitò a vivere molti anni scemo delle facoltà intellettive, la plebe irlandese continuava sempre ad accendere fuochi di gioia nel giorno natalizio del celebre scrittore, in commemorazione de’ servigi, che, secondo la comune credenza, egli aveva resi alla patria nel tempo in cui la sua mente era in pieno vigore. Mentre sette ministeri furono innalzati al potere e cacciati via a cagione degli intrighi di Corte, o de’ mutamenti d’opinione delle alte classi della società, il dissoluto Wilkes non perdè mai l’affezione d’una marmaglia da lui spogliata e derisa. Gli uomini politici che, nel 1807, s’erano studiati d’ingraziarsi a Giorgio III difendendo Carolina di Brunswick, non arrossirono, nel 1820, di ambire al favore di Giorgio IV, perseguitandola. Ma nel 1820, come nel 1807, tutta la classe degli operai con fanatico ardore parteggiava per lei. La cosa medesima avvenne di Monmouth. Nel 1680, era stato adorato e dai gentiluomini e da’ contadini delle contrade occidentali. Nel 1685 mostrossi di nuovo. Ai gentiluomini era diventato obietto d’avversione; dai contadini era tuttavia amato con un affetto forte come la morte, con un affetto non estinguibile per infortuni o per falli, per la fuga da Sedgemoor, per la lettera di Ringwood, o per le querule ed abiette supplicazioni in Whitehall. Lo addebito che equamente può darsi al popolo, sta in ciò, ch’esso non è incostante, ma elegge sempre il suo prediletto così male, che la sua costanza diventi vizio, e non virtù.

LII. Mentre la decapitazione di Monmouth occupava le menti di tutti in Londra, le Contee che erano insorte contro il Governo pativano tutte le enormezze che una feroce soldatesca possa commettere. Feversham era stato chiamato a Corte, dove lo aspettavano onori e rimunerazioni ch’ei poco meritava. Fu fatto cavaliere della Giarrettiera, e capitano del primo e più lucroso reggimento delle Guardie del Corpo: ma la Corte e la Città ridevano delle sue imprese militari; e lo spirito di Buckingham fece l’ultime sue prove a schernire il guerriero che aveva riportata una vittoria standosi a poltrire sul letto.[442] Feversham lasciò il comando in Bridgewater al Colonnello Percy Kirke, avventuriero militare, ch’erasi educato al vizio nella peggiore di tutte le scuole, cioè in Tangeri. Kirke, pel corso d’alcuni anni, aveva comandato il presidio di quella città, occupato in continue ostilità contro le tribù de’ Barbari, ignari delle leggi che governano le nazioni incivilite e cristiane. Dentro le mura della propria fortezza egli imperava da despota. L’unico freno alla sua tirannide era il timore d’esser chiamato a render conto da un lontano e spensierato Governo. Poteva, quindi, con sicurtà sbrigliarsi ai più audaci eccessi di rapacità, di crudeltà, di licenza. Viveva con immensa dissolutezza, e con le estorsioni procuravasi i mezzi di satisfarla. Nessuna mercatanzia poteva vendersi finchè Kirke non l’avesse rifiutata. Non si poteva decidere questioni di diritto finchè Kirke non ne avesse ricevuto il prezzo. Una volta, solo per capriccio di malignità, versò tutto il vino della cantina di un oste. Un’altra volta cacciò via tutti gli Ebrei da Tangeri; due de’ quali egli mandò alla Inquisizione Spagnuola, che tosto li arse vivi. Sotto cotesto giogo di ferro non s’udiva un lamento, imperocchè il terrore teneva in freno l’odio. Due individui che gli si erano mostrati disobbedienti, furono trovati morti; e fu universale credenza che fossero stati assassinati per ordine di Kirke. Quando i soldati spiacevangli, li faceva flagellare con severità spietata; ma li compensava permettendo che dormissero alle vedette, vagassero, rubassero, percotessero e insultassero i mercatanti e gli operai.

Allorchè Tangeri fu abbandonata, Kirke ritornò in Inghilterra. Seguitò a tenere il comando de’ suoi vecchi soldati, i quali talvolta chiamavansi Primo Reggimento Tangeri, e tal altra Reggimento Regina Caterina. E perchè erano stati ordinati con lo scopo di far guerra ad un popolo infedele, portavano nella bandiera un emblema cristiano, lo Agnello Pasquale. In allusione a siffatto emblema e in senso di acre ironia, cotesti uomini, i più feroci delle inglesi milizie, chiamavansi gli Agnelli di Kirke (Kirk’s Lambs). Questo reggimento, che ora è il secondo di linea, serba tuttora l’antica insegna, che poscia riceveva nuovo splendore per le decorazioni acquistate onoratamente in Egitto, in Ispagna e nel cuore dell’Asia.[443]

Tale era il capitano e tali i soldati, i quali furono scagliati addosso alle popolazioni della Contea di Somerset. Kirke da Bridgewater marciò a Taunton. Era accompagnato da due carriaggi pieni di ribelli feriti, le cui piaghe non erano fasciate, e da una lunga fila di prigioni che andavano a piedi, due a due incatenati. Vari di costoro egli impiccò appena giunto a Taunton, senza forma nessuna di processo. Non fu loro conceduto nè anche dire l’ultimo addio ai più stretti parenti. Serviva di forca la insegna di White Hart Inn. Dicesi che gl’impiccamenti si facessero di faccia alle finestre dove i soldati di Tangeri gozzovigliavano, e che ad ogni brindisi si impiccasse un prigioniero. Come i morenti dimenavano le gambe nell’ultima agonia, il colonnello faceva battere i tamburi, dicendo di volere accompagnare con la musica la danza de’ ribelli. La tradizione vuole che ad uno de’ prigioni non fu nè anche concessa la grazia di farlo prontamente morire. Due volte fu appeso al posto, e due calato a terra. Due volte gli fu chiesto se era pentito del tradimento, e due egli rispose che se la impresa era da farsi nuovamente, egli l’avrebbe rifatta daccapo. Allora gli fu messo il capestro per l’ultima volta. Fu tanto il numero de’ cadaveri squartati, che il carnefice stavasi nel sangue fino alle gambe. Era aiutato da un povero uomo, il quale essendo caduto in sospetto, fu forzato a redimere la propria vita bollendo nella pece i cadaveri de’ propri fratelli. Il contadino che aveva assentito a compiere questo ufficio, ritornò poscia al proprio aratro. Ma un segno come quello di Caino gli rimase impresso sulla fronte. Era conosciuto nel suo villaggio col nome di Maso Bolli–uomini (Boilman). I villici per lungo tempo seguitarono a narrare, che, quantunque egli con la sua opera di peccato e di vergogna si salvasse dalla vendetta degli Agnelli, non aveva evitata quella del cielo. Infuriante una forte procella, ei corse a ricoverarsi sotto una quercia, e lì fu incenerito da un fulmine.[444]

Il numero di coloro che in tal guisa furono macellati, non si conosce con certezza. Nove furono registrati ne’ libri mortuari della parrocchia di Taunton; ma que’ libri contengono i nomi di coloro che ebbero sepoltura cristiana. Coloro che furono impiccati in catene, e coloro, le teste e le membra de’ quali furono mandate ai circostanti villaggi, dovettero essere un numero molto maggiore. Credevasi in Londra, a quel tempo, che Kirke, nella settimana che seguì alla battaglia, facesse morire cento prigioni.[445]

Nondimeno, la crudeltà non era l’unica passione di questo uomo. Amava il danaro, e non era novizio nell’arte di estorcere. Per quaranta lire sterline poteva ottenersi un salvocondotto, col quale, comecchè fosse di nessun valore al cospetto della legge, il compratore poteva passare senza molestia per i posti militari degli Agnelli, onde ridursi ad un porto di mare, e rifugiarsi ad un paese straniero. Le navi che dovevano mettere alla vela per la Nuova Inghilterra, trovaronsi in quell’occasione così affollate di fuggitivi di Sedgemoor, che si correva pericolo le provvigioni non bastassero al viaggio.[446]

Kirke, non ostante la rozza e feroce indole sua, amava anche i piaceri; e nulla è più probabile di ciò ch’egli si giovasse del proprio potere a sbramare le sue lussuriose voglie. Fu detto ch’egli avesse vinta la virtù d’una donna onesta, promettendole di salvare la vita ad un uomo da lei svisceratamente amato; e dopo ch’ella ebbe ceduto, le mostrasse appeso alle forche il cadavere di colui, per amore del quale la sventurata aveva sacrificato il proprio onore. Ogni giudice imparziale è forza che non presti fede a siffatta novella, non essendovi prova che la confermi. La più antica autorità su cui si possa appoggiare, è una poesia scritta da Pomfret. Gli storici più insigni di quell’età, mentre discorrono i delitti di Kirke, o non ricordano punto cotesta atrocissima scelleratezza, o la rammentano come cosa vociferata, ma senza prove. Coloro che la raccontano, la descrivono con tali varianti, da renderla incredibile. Alcuni pongono la scena in Taunton, altri in Exeter. Chi dice la eroina della novella fosse una fanciulla, chi una sposa. Questi affermano che colui che ella intendeva redimere col proprio disonore, le fosse padre: quegli altri fratello, ed altri ancora marito. Inoltre la storiella, innanzi che Kirke fosse nato, era stata detta di molti altri oppressori, ed era divenuta têma avidamente trattato dagli scrittori di drammi e di novelle. Due uomini politici del secolo decimoquinto, Rhynsault, il prediletto di Carlo il Temerario Duca di Borgogna, ed Oliviero le Dain, il prediletto di Luigi XI di Francia, erano stati accusati del medesimo delitto. Cintio lo aveva tolto a subietto di un suo romanzo; Whetstone dal racconto di Cintio aveva desunto il rozzo dramma di Promo e Cassandra; e Shakespeare avea tolto da Whetstone lo intrecciò della sua insigne Tragicommedia, che chiamò Misura per Misura. E come Kirke non fu il primo, così non fu nè anche l’ultimo, cui la voce popolare attribuisse cotesto eccesso di malvagità. Mentre in Francia infuriava la reazione che seguì alla tirannide de’ Giacobini, una similissima colpa fu apposta a Giuseppe Lebon, che era uno de’ più odiosi strumenti del Comitato di Salute Pubblica; e dopo esame, anco i suoi persecutori conclusero che non aveva alcun fondamento.[447]

Il Governo era mal satisfatto di Kirke, non per la barbarie con che aveva trattati i suoi prigioni poveri, ma per la venale mitezza che aveva dimostra ai colpevoli ricchi.[448] Fu, dunque, sollecitamente richiamato. Nel medesimo tempo era per compiersi una meno illegale e insieme più cruda strage. La vendetta venne differita per alcune settimane. Desideravasi che non si principiasse il giro per le contrade occidentali finchè gli altri non fossero terminati. Infrattanto, le carceri delle Contee di Somerset e di Dorset rigurgitavano di migliaia di prigioni. Il migliore amico e protettore di cotesti infelici in quella estremità, fu uno che abborriva le loro opinioni religiose e politiche, e al quale essi avevano senza provocazione fatto del male; voglio dire il vescovo Ken. Il buon prelato adoperò ogni mezzo per ammansare i carcerieri, e dalla sua propria mensa vescovile diede soccorsi per potere migliorare il rozzo e scarso alimento di coloro che gli avevano guasta la sua cara Chiesa Cattedrale. La sua condotta in quel caso era in armonia con tutta la sua vita. Aveva, a dir vero, intenebrato lo intelletto da molte superstizioni e molti pregiudizi; ma il suo carattere morale, ove imparzialmente si giudichi, sta al paragone con qualsivoglia altro nella storia ecclesiastica, e sembra farsi da presso, per quanto concede la infermità della umana natura, alla perfezione ideale della virtù cristiana.[449]

LIII. Questa sua opera di carità non durò lungo tempo. Pensavasi già a spopolare rapidamente ed efficacemente le carceri. In sul principiare di settembre, Jeffreys, accompagnato da quattro altri giudici, cominciò quel giro la cui memoria durerà quanto la nostra razza e la lingua nostra. Gli ufficiali che comandavano le truppe nei distretti dove egli doveva recarsi, ebbero ordini di prestargli qualunque forza militare avesse potuto richiedere. La ferocità dell’indole sua non aveva mestieri di sprone; e nondimeno gli fu dato incitamento. Al Lord Cancelliere andavano mancando la salute e gli spiriti. Era stato profondamente afflitto dalla freddezza del Re e dalla insolenza del Capo Giudice; e poco era il conforto che poteva trovare gettando lo sguardo sopra la trascorsa sua vita, la quale, se non era infamata da alcuno atroce delitto, era lorda di vigliaccheria, di amore di sè e di servilità. L’infelice ne rimase così profondamente umiliato, che allorquando comparve per l’ultima volta in Westminster Hall, aveva in mano un mazzetto di fiori per nascondersi il viso; perocchè, secondo egli stesso confessò poscia, non poteva sostenere lo aspetto della tribuna e degli uditori. E’ sembra che la idea della vicina morte gl’inspirasse insolito coraggio. Deliberò di alleggiare la propria coscienza, chiese un’udienza al Re, parlò con zelo dei pericoli che inseparabilmente accompagnano i violenti ed arbitrali consigli, e riprovò le illegali crudeltà commesse dai soldati nella Contea di Somerset. Poco dopo si partì da Londra per andare a morire. Mandò l’ultimo fiato pochi giorni dopo che i giudici erano partiti per le contrade occidentali. Venne subito dato annunzio a Jeffreys, che poteva aspettarsi il Gran Sigillo in premio di fedeli e vigorosi servigi.[450]

LIV. In Whinchester il Capo Giudice aprì le sessioni della sua commissione. La Contea di Hamp non era stata il teatro della guerra; ma molti de’ vinti ribelli s’erano, come il loro capo, quivi rifuggiti. Due di loro, Giovanni Hickes, teologo non–conformista, e Riccardo Nelthorpe, giureconsulto posto fuori la legge per avere avuta parte nella congiura di Rye House, avevano cercato asilo nella casa di Alice, vedova di Giovanni Lisle. Giovanni Lisle aveva seduto nel Lungo Parlamento e nella Alta Corte di Giustizia, era stato Commissario del Gran Sigillo a tempo della Repubblica, ed era stato creato Lord da Cromwell. Questi titoli datigli dal Protettore, non erano stati riconosciuti da nessuno de’ Governi che avevano retta la Inghilterra dopo la caduta della casa di Cromwell; ma sembra che, conversando, venissero dati a Lisle anche da’ realisti. La vedova di lui, quindi, era comunemente conosciuta col nome di Lady Alice. Era imparentata a molte rispettabili e ad alcune nobili famiglie, ed era generalmente stimata anco dai gentiluomini Tory della sua Contea. Imperciocchè costoro bene conoscevano, avere essa riprovati taluni atti di violenza a’ quali il suo marito aveva partecipato, sparse amare lacrime sopra la sorte di Carlo I, e protetti e aiutati nella loro miseria molti Cavalieri. La stessa donnesca cortesia, onde era stata mossa a mostrarsi amichevole ai realisti, mentre loro volgeva avversa la sorte, non gli consentì di ricusare un pane e un nascondiglio agli sciagurati che adesso la scongiuravano di proteggerli. Gli accolse in casa propria, dette loro cibo e bevanda, e luogo di riposo. Il dì dopo, la sua casa fu circuita di soldati. Cercarono dappertutto. Hickes fu trovato nascosto nella cantina, e Nelthorpe dentro il camino. Se Lady Alice conosceva gli ospiti suoi essere stati implicati nella insurrezione, senza dubbio era rea di ciò che rigorosamente si chiama delitto capitale. Imperocchè la legge che distingue il principale dallo accessorio, rispetto ad alto tradimento, era allora, ed è tuttavia tale, che disonora la Giurisprudenza inglese. Nei casi di fellonia, una distinzione fondata sopra la giustizia e la ragione è da farsi tra principale ed accessorio dopo il fatto. Chiunque asconda alla giustizia un uomo ch’egli sa essere un assassino, comunque meriti una pena, non è meritevole della pena debita all’assassino; ma chiunque dia ricovero ad un uomo ch’egli sa essere traditore, è, secondo la sentenza di tutti i nostri giuristi, reo d’alto tradimento. Non è mestieri dimostrare l’assurdità e la crudeltà d’una legge che comprende nella medesima definizione, e punisce della stessa pena, delitti che stanno agli opposti estremi nell’ordine della colpa. Il sentimento che fa rabbrividire il suddito più leale al pensiero di porre a vergognosa morte il ribelle, che vinto, inseguito, e in agonia mortale, chiegga un morso di pane e un po’ d’acqua, può essere debolezza; ma è debolezza strettamente congiunta alla virtù; debolezza la quale, nel modo onde è formato l’essere umano, mal possiamo sradicare dall’animo, senza svellere con essa molti altri nobili e benevoli sentimenti. Un savio e buono legislatore potrebbe reputare giusto non sanzionare tal debolezza; ma quasi sempre vi si mostrerà connivente, e la punirà con moderazione. In nessun caso la considererà come un delitto della più brutta specie. Se Flora Macdonald bene operasse nascondendo il condannato erede degli Stuardi, se un valoroso soldato de’ tempi nostri bene operasse aiutando Lavalette a fuggire, sono quistioni intorno alle quali i casuisti potrebbero variamente opinare: ma porre tali azioni nella medesima classe coi delitti di Guido Faux e di Fieschi, è un fare oltraggio alla umanità e al senso comune. Tale, nondimeno, è la classificazione della nostra legge. È manifesto che nulla altro che un mite Governo potrebbe rendere sopportabile siffatta condizione della legge. Ed è giusto dire, che pel corso di molte generazioni nessun Governo inglese, tranne uno solo, ha trattato con rigore le persone ree solamente di avere protetto gli sconfitti e gl’insorti fuggitivi. Alle donne, in ispecie, è stato concesso, come per una tal quale tacita prescrizione, il diritto d’usare fra mezzo alle devastazioni e alle vendette quella pietà, che è il più caro di tutti i loro vezzi. Sino dallo scoppio della gran guerra civile, numerosi ribelli, alcuni de’ quali erano uomini ben altrimenti importanti che Hickes e Nelthorpe, sono stati protetti, contro la severità di governi vittoriosi, dalla destrezza e generosità femminile. Ma nessun sovrano inglese cui sia fuggita di mano la preda, salvo il feroce e implacabile Giacomo, ebbe mai la barbarie nè anche di pensare a porre una donna a cruda e vergognosa morte, per una cotanto veniale e caritatevole trasgressione.

Per quanto odiosa fosse la legge, fu d’uopo stiracchiarla a fine di uccidere Alice Lisle. Secondo la dottrina sostenuta da’ più insigni autori, ella non poteva essere dichiarata convinta, fino a che non fossero stati dichiarati tali i ribelli da essa ospitati.[451] Ciò non ostante, fu trascinata al tribunale innanzi che a Hickes o a Nelthorpe fosse fatto il processo. In quel caso non era agevole ottenere una sentenza a seconda delle voglie del principe. I testimoni tergiversavano. I Giurati, che erano i principali gentiluomini della Contea di Hamp, raccapricciavano al pensiero di mandare una povera creatura a morire, per essersi condotta in guisa da meritare lode meglio che biasimo. Jeffreys era furibondo; avvegnachè, essendo questo il primo caso di crimenlese ch’egli trattava nell’intrapreso giro, sembrasse assai probabile che la preda gli avesse a fuggire dalle unghie. Tempestava, malediceva, bestemmiava con parole di che nessun uomo bene educato avrebbe fatto uso in una corsa o in un combattimento di galli. Uno de’ testimoni, chiamato Dunne, in parte commosso per Lady Alice, in parte atterrito dalle minacce e maledizioni del Capo Giudice, perdè affatto il cervello, e in fine si tacque. «Oh! come è dura la verità» disse Jeffreys «ad uscir fuori dalle labbra d’un ribaldo e bugiardo presbiteriano!» Il testimone, dopo pochi minuti, balbettò poche parole vuote di senso: «Vi fu mai» esclamò il Giudice con una bestemmia, «vi fu egli mai sopra la faccia della terra un simigliante scellerato? Credi tu che vi è un Dio? Credi tu nel fuoco dell’inferno? Tra tutti i testimoni che mi sono capitati fra le mani, non ne ho mai veduto uno simile a te.» Il povero uomo, insensato per terrore, nuovamente si tacque; e nuovamente Jeffreys urlò: «Spero, Signori Giurati, che voi notiate l’orribile condotta di costui. Come si può egli fare a meno di non abborrire costoro e la religione che professano? Un Turco è un santo in agguaglio di codesto sciagurato. Un pagano arrossirebbe di tanta ribalderia. Gesù benedetto! Fra quale genia di vipere ci è toccato di vivere!»—«Io non so che dire, mio signore,» disse tremando Dunne. Il Giudice di nuovo con una mitraglia di bestemmie. «Vi fu egli mai al mondo» gridò «più impudente briccone? Fate lume, ch’io possa vedere il suo viso di bronzo. Voi, o gentiluomini, che siete consiglieri della Corona, badate di pronunciare contro costui una sentenza che lo dichiari spergiuro.» Dopo che i testimoni furono siffattamente esaminati, Lady Alice fu chiamata a difendersi. Cominciò dicendo,—il che poteva esser vero,—che quantunque ella si fosse accorta del turbamento di Hickes allorquando lo accolse in casa, non sapeva nè sospettava che fosse implicato nella ribellione. Egli era ministro di Dio, ed uomo di pace. Non poteva ella, dunque, pensare ch’egli avesse prese le armi contro il Governo; e aveva supposto ch’ei si volesse nascondere perchè v’erano contro lui mandati d’arresto per avere predicato in piazza. Il Capo Giudice si mise a tempestare: «Ma ve lo dirò io. Non v’è un solo tra questi bugiardi e piagnolosi presbiteriani, che, d’un modo o d’un altro, non abbia avuto mano nella ribellione. Il Presbiterianismo comprende ogni specie di scelleraggine. Null’altro fuorchè il Presbiterianismo ha potuto rendere Dunne ribaldo. Mostrami un presbiteriano, e ti mostrerò un bugiardo.» Riepilogò il caso col medesimo tono, declamò per un’ora contro i Whig e i Dissenzienti, e rammentò ai Giurati come il marito della colpevole avesse avuto parte nella morte di Carlo I; fatto non provato da veruna testimonianza; e se provato, sarebbe stato di nessun peso nel caso della donna. I Giurati si ritrassero, e rimasero lungo tempo a deliberare. Il Giudice divenne impaziente, dicendo di non potere intendere in che modo, in un caso così chiaro, essi s’erano alzati dal seggio. Mandò un messo a dire loro, che se non si spicciavano subito, avrebbe aggiornata la Corte, e gli avrebbe chiusi a chiave tutta la notte. Così posti alla tortura, uscirono fuori, ma per dire che dubitavano se esistesse la reità. Jeffreys li rimproverò con veemenza; ed essi, dopo un’altra deliberazione, profferirono ripugnanti l’opinione che affermava la esistenza della colpa.

Il dì seguente fu pronunciata la sentenza. Jeffreys ordinò che Lady Alice fosse arsa viva quel giorno stesso. Questo eccesso di barbarie mosse a pietà ed a sdegno anche i più ardenti partigiani della Corona. Il clero della Cattedrale di Winchester protestò dinanzi al Capo Giudice, il quale, comunque di brutale natura, non era così stolto da porsi al pericolo d’una contesa sopra tale subietto con una classe tenuta in tanta riverenza dal partito Tory. Consentì a differire a cinque giorni la esecuzione della sentenza. Nel qual tempo, gli amici della sventurata scongiurarono Giacomo a mostrarsi clemente. Varie dame d’alto grado intercessero per lei. Feversham, la cui influenza in Corte era cresciuta per la fresca vittoria, e che, come ne corse la voce, era stato comprato all’uopo, parlò a favore di Lady Alice. Clarendon, cognato del Re, orò slmilmente per lei. Ma tutto fu vano. Il più che potè ottenersi, fu che la condanna al fuoco venisse commutata con la decapitazione. La donna si sobbarcò con coraggiosa calma al proprio fato, e le fu mozzo il capo sul palco nel mercato di Winchester.[452]

LV. Nell’Hampshire, Alice Lisle fu la sola vittima; ma il giorno che seguì alla sua decapitazione, Jeffreys giunse a Dorchester, città principale della Contea nella quale Monmouth era sbarcato, ed ebbe principio la strage giudiciale.

Il tribunale, per ordine del Capo Giudice, fu parato di scarlatto; la qual novità parve al popolo indicare sanguinosi proponimenti. Si disse anche, che quando il prete il quale predicò in occasione dell’aprirsi della Corte, insistè sul dovere della misericordia, il Giudice sorrideva ferocemente digrignando i denti; la qual cosa fu tenuta a sinistro augurio di ciò che era per eseguire.[453]

Trecento e più erano i prigioni ai quali doveva farsi il processo. La impresa pareva grave; ma Jeffreys aveva immaginato come renderla lieve. Fece intendere che l’unico mezzo di ottenere perdono o mitezza di pena, era il confessarsi colpevole. Ventinove individui, i quali confidavano nello spirito patrio, dichiarati convinti, furono senza alcun indugio legati insieme. Gli altri prigioni si confessarono rei a centinaia. Contro dugentonovantadue fu profferita sentenza di morte. Coloro che vennero impiccati nella Contea di Dorset furono settantaquattro.

Da Dorchester Jeffreys si condusse ad Exeter. La guerra civile era giunta appena alle frontiere del Devonshire. Quivi, dunque, comparativamente poche furono le persone condannate a morire. La Contea di Somerset, sede precipua della ribellione, era stata serbata all’ultima e più tremenda vendetta. In quella Contea, dugentotrentatrè prigioni in pochi giorni furono impiccati, strascinati per le vie, e squartati. In ogni luogo dove due strade s’incrociassero, in ogni mercato, sul prato d’ogni grosso villaggio che avesse dati soldati a Monmouth, cadaveri in catene sbattuti dal vento, o teschi e membra confitti sui pali, attoscavano l’aria, e facevano inorridire i viandanti. In molte parrocchie, il contadiname non poteva ragunarsi nella casa di Dio, senza vedere il teschio del vicino digrignante i denti dal portico. Il Capo Giudice si trovava nel proprio elemento. Come procedeva l’opera di sangue, ei si sentiva rifare d’animo. Sghignazzava, mandava gridi di gioia, scherzava, bestemmiava da farsi credere da mattina a sera briaco. Ma in lui non era facile distinguere la frenesia prodotta dalle malvagie passioni, da quella cagionatagli da’ liquori spiritosi. Uno de’ prigioni protestò che i testimoni addottigli contro non erano degni di fede. Uno di loro, ei disse, era un papista, l’altro una prostituta. «Svergognato ribelle,» esclamò il Giudice «osi fare riflessioni sui testimoni del Re? Ti vedo, scellerato, già ti vedo col capestro al collo.» Un altro dichiarò d’essere buon protestante. «Protestante!» disse Jeffreys; «volete intendere presbiteriano; ci scommetterei. Io so fiutare un presbiteriano a quaranta miglia di distanza.» Un malarrivato uomo mosse a pietà anche i Tory più acerrimi. «Milord,» dissero eglino «questa povera creatura vive della carità della parrocchia.»—«Non pensate,» disse il Giudice «libererò io la parrocchia di cotesto carico.» Non erano solo i prigioni coloro che erano segno al suo furore. Gentiluomini e nobili di gran conto e d’intemerata lealtà, i quali provavansi di fargli conoscere qualche circostanza attenuante, erano quasi certi di ricevere ciò che egli, nello sconcio dialetto da lui imparato nelle osterie di Whitechapel, chiamava un colpettino con la parte aspra della sua lingua. A Lord Starnell, Pari Tory, il quale non potè frenare il ribrezzo ch’egli provava vedendo l’iniquissimo modo di macellare i suoi vicini, in punizione venne appeso alla porta del parco un cadavere in catene.[454] Da tali spettacoli ebbero origine molti terribili racconti, che gli agricoltori della Contea di Somerset solevano narrare col bicchiere colmo di sidro ai fuochi di Natale. Negli ultimi quaranta anni, i contadini, in alcune contrade, ben conoscevano i luoghi maledetti, e dopo il tramonto vi passavano mal volentieri.[455]

Jeffreys gloriavasi d’avere impiccati più traditori egli solo, che non tutti insieme i suoi predecessori dal tempo della Conquista in poi. Certo è che il numero dei giustiziati da lui in un mese e in una Contea, sorpassò quello di tutti i delinquenti politici che sono stati giustiziati nell’isola nostra dalla Rivoluzione in qua. Le ribellioni del 1715 o del 1745, durarono più lungamente, e furono più estese e di più formidabile aspetto di quella che fu spenta in Sedgemoor. Non si è comunemente creduto che dopo la ribellione del 1715 e quella del 1745, la Casa di Hannover si mostrasse clemente. Eppure, tutte le esecuzioni capitali del 1715 e del 1745 congiunte insieme, parranno poche in confronto di quelle che infamarono il Tribunale di Sangue. Il numero dei ribelli impiccati in quella occasione da Jeffreys fu di trecento venti.[456]

Tanta strage doveva disgustare chiunque, anche se quegli sciagurati fossero stati generalmente esosi. Invece, per la maggior parte, erano uomini di vita irreprensibile, e profondamente religiosi. Consideravano sè stessi, ed erano considerati da moltissimi loro vicini, non come malfattori, ma come martiri che suggellavano col proprio sangue la verità della religione protestante. Pochi de’ condannati si mostrarono pentiti del già fatto. Molti, animati dall’antico spirito puritano, andarono incontro alla morte, non solo con fortezza, ma con esultanza. Invano i ministri della Chiesa stabilita gli ammonivano intorno alla colpa della ribellione, e alla importanza della assoluzione del prete. La pretesa del Re ad autorità illimitata nelle cose temporali, e la pretesa del clero al potere spirituale di legare e di sciogliere, movevano a riso quegl’intrepidi settarii. Taluni di loro composero inni in prigione, e li cantavano sulla funebre treggia che li menava a guastare. Cristo—cantavano essi, mentre spogliavansi per patire il macello—sarebbe tra breve venuto in terra a redimere Sion, ed a far guerra a Babilonia; avrebbe innalzato il proprio vessillo, suonata la tromba, e reso ai suoi nemici dieci volte più quel male che era stato fatto ai suoi servi. Le estreme parole loro furono notate; le loro lettere d’addio serbate come tesori; ed in tal modo, mescendovi qualche invenzione o esagerazione, formossi un copioso supplemento al martirologio de’ tempi di Maria la Bevisangue.[457]

LVI. È pregio dell’opera fare speciale menzione di alcuni casi. Abramo Holmes, ufficiale veterano dello esercito parlamentare, uno di quei zelanti che non vorrebbero altro Re che Re Gesù Cristo, era stato preso in Sedgemoor. Nel furore della battaglia gli era stato orribilmente fracassato un braccio, e non essendovi lì pronto un chirurgo, il robusto vecchio soldato se lo amputò da sè. Fu condotto a Londra, ed esaminato dal Re in Consiglio; ma non volle sottomettersi. «Io sono un uomo vecchio,» disse egli «e i giorni che mi rimangono a vivere non valgono il prezzo d’una bugia o d’un atto di viltà. Io sono stato sempre repubblicano, e lo sono ancora.» Fu rimandato alle contrade occidentali, ed ivi impiccato. Il popolo s’atterrì nel vedere che le bestie le quali dovevano trascinarlo alla forca, divennero restie e tornarono indietro. Holmes anch’egli dubitava l’Angelo del Signore, come nei tempi antichi, non istesse in sulla via con la spada in pugno, invisibile all’occhio umano, ma visibile a quello degli animali. «Fermate, signori,» egli esclamò «lasciatemi andare a piedi. In questo fatto si asconde più di ciò che voi pensate. Rammentatevi come l’asina vedesse colui che il profeta non poteva vedere.» Andò con piè fermo alla forca, sorridendo favellò al popolo, pregò fervidamente Dio perchè affrettasse la caduta dell’Anticristo e la liberazione della Inghilterra; salì la scala, e per iscusarsi che non saliva speditamente disse: «Voi lo vedete, io ho un braccio solo.»[458]

LVII. Non meno animosamente morì Cristoforo Battiscombe, giovine avvocato di buona famiglia ed agiata, il quale in Dorchester, piacevole città di provincia, altera del gusto e della cultura che vi regnava, veniva da tutti ammirato come esempio del gentiluomo compito. Grande fu l’interesse a salvargli la vita. Si credeva in que’ luoghi, che fosse promesso sposo d’una giovine signora di gentile lignaggio, sorella dello Sceriffo; che ella si gettasse ai piedi di Jeffreys per implorare mercè, e che Jeffreys la cacciasse via con uno scherzo così osceno, che ripeterlo offenderebbe la decenza e l’umanità. Il suo amante patì la pena con pietà e coraggio in Lyme.[459]

LVIII. Interesse anche maggiore destò la sorte di due valorosi fratelli, Guglielmo e Beniamino Hewling. Erano giovani, avvenenti, compiti, e bene imparentati. L’avo loro materno chiamavasi Kiffin; era uno de’ principali mercatanti di Londra, e generalmente considerato come capo dei Battisti. Jeffreys trattò nel Processo con insigne brutalità Guglielmo Hewling, dicendogli: «Voi avete un nonno che merita d’essere impiccato splendidamente al pari di voi.» Il povero giovanetto, che aveva soli diciannove anni, soffrì la morte con tanta mansuetudine e fortezza d’animo, che un ufficiale dell’armata, il quale assisteva alla esecuzione della sentenza, e s’era reso notevole per asprezza e severità, ne fu stranamente intenerito, e disse: «Non credo che il Lord Capo Giudice stesso potrebbe sostenere questo spettacolo.» Nutrivasi speranza che a Beniamino sarebbe concesso il perdono. E davvero, una vittima di teneri anni bastava allo strazio d’una sola famiglia. Lo stesso Jeffreys era, o simulava d’essere, proclive alla clemenza. Vero è che uno de’ suoi congiunti, dal quale egli sperava molto, e che perciò non poteva essere da lui trattato come generalmente lo erano gli altri intercessori, favellò vigorosamente a favore della derelitta famiglia. Fu quindi differita la esecuzione della sentenza, onde riferirsi a Londra. Una sorella del condannato andò con una supplica a Whitehall. Molti de’ cortigiani le desiderarono prospero successo; e Churchill, che fra i non pochi suoi falli non annoverava la crudeltà, ottenne che venisse ammessa alla presenza del sovrano. «Con tutto il cuore desidero che la vostra preghiera venga esaudita,» disse egli, mentre con la donna aspettava in anticamera. «Ma non v’illudete di speranze. Questo marmo» e toccò con la mano il caminetto «non è più duro del Re.» La predizione avverossi. Giacomo fu inesorabile. Beniamino Hewling morì con animo indomito fra i lamenti degli spettatori, ai quali non poterono frenarsi di fare eco i soldati che stavano schierati intorno alla forca.[460]

LIX. Eppure, i ribelli dannati a morire erano meno degni di commiserazione, che coloro i quali rimasero in vita. Parecchi prigioni, ai quali Jeffreys non potè in nessuna guisa apporre il delitto di crimenlese, furono dichiarati rei di cattiva condotta, e condannati ad una fustigazione non meno terribile di quella inflitta ad Oates. Una donna, accusata di alcune sconsiderate parole quali erano state profferite da mezze le donne delle contrade dove infuriava la guerra, fu condannata ad essere flagellata in tutte le città di mercato della Contea di Dorset. Patì parte della pena innanzi che Jeffreys fosse ritornato a Londra; ma come egli più non fu nelle contrade occidentali, i carcerieri, con la caritatevole connivenza de’ magistrati, presero sopra di sè la responsabilità di non darle altre torture. Una sentenza anche più terribile fu profferita contro un giovinetto chiamato Tutchin, processato come reo di parole sediziose. Secondo il costume, il Giudice con detti osceni e scurrili lo interruppe mentre si difendeva: «Voi siete un ribelle; e tutta la vostra famiglia, da Adamo in qua, è stata di ribelli. Mi si dice che siate poeta; io rimerò versi con voi.» La condanna fu sette anni di prigionia, e la fustigazione, da infliggerglisi ciascun anno in tutte le città di mercato della Contea di Dorset. Le donne che trovavansi nelle gallerie, dettero in uno scoppio di pianto. L’istruttore del processo alzossi grandemente turbato, dicendo: «Milord, lo accusato è assai giovane; e molte sono le città di mercato nella Contea. La sentenza equivale ad una fustigazione ogni quindici giorni per sette anni.»—«Se egli è giovane d’anni,» disse Jeffreys «è vecchio di ribalderia. Donne, voi non conoscete bene, come lo conosco io, questo bricconcello. La pena non è nè anche metà di quella che meriterebbe. S’interessi anche tutta l’Inghilterra, nulla m’indurrà a mitigarla.» Tutchin in preda alla disperazione scongiurò, e forse con ischiettezza, lo impiccassero. Avventuratamente per lui, in quella occasione cadde malato di vajuolo, e fu lasciato libero. E posciachè pareva molto probabile che la sentenza non verrebbe mai eseguita, il Capo Giudice si indusse al perdono in compenso d’una grossa mancia che gettò il condannato in fondo alla miseria. L’indole di Tutchin, per lo innanzi non mite, fu esasperata fino alla frenesia per effetto di ciò ch’egli aveva sofferto. E’ visse per diventare uno de’ più virulenti e pertinaci avversari della Casa Stuarda e del partito Tory.[461]

LX. Il numero de’ prigioni deportati da Jeffreys fu ottocento quarantuno. Costoro, assai più miseri de’ loro colleghi dannati a morte, furono distribuiti a branchi e concessi a persone godenti il favore della Corte. Le condizioni del dono, furono che i condannati verrebbero trasportati oltremare come schiavi, che non sarebbero emancipati per dieci anni, e che il luogo del loro confine fosse qualcuna delle isole dell’Indie Occidentali. Questa ultima condizione fu con sommo studio immaginata per accrescere la infelicità degli esuli. Nella Nuova Inghilterra o nella Nuova Jersey avrebbero potuto trovare una popolazione disposta a mitigare le loro miserie, ed un clima non isfavorevole alla salute ed alle forze loro. Fu quindi deliberato mandarli in quelle colonie nelle quali un puritano non avrebbe potuto aspettarsi di destare un poco di compassione, e dove un lavorante nato sotto la zona temperata avrebbe avuto poca salute. Ed erano tali le condizioni del traffico degli schiavi, che que’ nuovi infelici, non ostante la lunghezza del viaggio e le infermità in cui sarebbero probabilmente caduti, valevano molto. Jeffreys calcolò che, l’un per l’altro, pagate tutte le spese, valevano da dieci a quindici lire sterline ciascuno. E però ci furono molte ostinate contese a farseli concedere. Alcuni Tory delle contrade occidentali d’Inghilterra credettero d’avere, a cagione degli sforzi fatti e de’ danni sofferti nel tempo della insurrezione, diritto a essere partecipi degli utili che erano stati sollecitamente carpiti dai parassiti di Whitehall. Nondimeno i cortigiani la vinsero.[462]

La sciagura degli esuli uguagliava appieno quella de’ Negli che oggidì vengono trasportati da Congo al Brasile. Da’ migliori documenti che finora si conoscano, risulta che la quinta parte di coloro che furono imbarcati, vennero, avanti che finisse il viaggio, gettati in pasto ai pesci. Questa mercanzia umana fu stivata nel fondo di piccoli legni. Così poco era lo spazio, che gl’infelici, molti de’ quali erano anche tormentati dalle ferite non per anche richiuse, non potevano tutti insieme giacere senza che l’uno si ponesse sull’altro. Non gli lasciavano mai venire sul ponte. I boccaporti erano sempre guardati da sentinelle armate di coltelli e di tromboni. In fondo alla nave tutto era tenebre, puzzo, lamenti, morbi e morte. Di novantanove condannati che trasportava una nave, ventidue morirono prima che giungessero alla Giamaica, quantunque il viaggio fosse fatto con insolita celerità. Quei che rimasero vivi, quando arrivarono al luogo del loro servaggio, avevano sembianza di scheletri. Per alcune settimane avevano avuto cattivo biscotto ed acqua fetida in così poca quantità, che sarebbe appena bastato ad uno solo quel tanto che doveva servire per cinque. Trovavansi quindi in tale stato, che un mercatante al quale erano stati affidati, reputò necessario, innanzi che li vendesse, ingrassarli.[463]

LXI. Intanto, una folla di avidi delatori contrastavansi e dividevansi a brani le sostanze de’ ribelli che erano stati giustiziati, e degli altri infelicissimi che consumavansi sotto il sole del Tropico. Secondo la legge, un suddito condannato come reo di crimenlese, perde gli averi; la qual legge dopo il Tribunale di Sangue fu eseguita con un rigore crudele ad un’ora e ridicolo. Le sconsolate vedove e i miseri orfani de’ lavoranti i cui cadaveri erano appesi sui canti delle piazze, venivano intimati a comparire dinanzi agli agenti del Tesoro, perchè rendessero ragione di ciò che fosse divenuto di una cesta, d’un’oca, d’un pezzo di lardo, d’un fiasco di sidro, d’un sacco di fave, d’un mannello di fieno.[464] Mentre i piccoli impiegati del Governo spogliavano le famiglie de’ contadini giustiziati, il Capo Giudice rapidamente accumulava un patrimonio, saccheggiando l’alta classe de’ Whig. Faceva largo traffico di grazie. L’affare più lucrativo di questa specie ch’egli facesse, fu con un gentiluomo chiamato Edmondo Prideaux. È certo che Prideaux non aveva prese le armi contro il Governo; ed è probabile che il suo unico delitto fosse la ricchezza avuta in retaggio dal padre, illustre legale, che aveva occupato uffici eminenti sotto il Protettore. Jeffreys non lasciò intentato alcun mezzo per farlo comparire reo di tradigione. Offerse la grazia ad alcuni prigioni, a patto di testificare contro Prideaux. Questo sventurato giacque lungo tempo in carcere; e infine, vinto dal timore della forca, consentì a pagare quindici mila lire sterline, onde esserne liberato. Questa gran somma di danaro andò tutta nelle mani di Jeffreys; il quale comprò una terra, cui il popolo pose il nome di Aceldama, alludendo a quel campo maledetto che era stato comperato col prezzo d’un sangue innocente.[465]

In questo lavoro d’estorsione, egli era abilmente aiutato dalla ciurma de’ parassiti che avevano costume di ubriacarsi e ridere con lui. L’ufficio di questi uomini era di mercanteggiare coi condannati vinti dal terrore della morte, e coi genitori tremanti per la vita de’ figli. Parte di questo bottino andava a Jeffreys. Dicesi, che con uno di questi compagnoni gozzovigliando, giuocasse la grazia di un ricco traditore. Non era senza pericolo il ricorrere ad altro intercessore che ai suoi cagnotti; perocchè egli era gelosissimo di codesto monopolio di clemenza. Altri sospettò perfino ch’egli avesse fatti impiccare taluni, soltanto perchè s’erano ingegnati d’ottenere la regia clemenza per vie indipendenti da lui.[466]

LXII. Alcuni cortigiani, nondimeno, studiaronsi di partecipare alquanto di cotesto traffico. Le donne della corte della Regina si resero notevoli per rapacità e durezza di cuore. Parte del disonore da esse acquistato cade sulla loro signora; imperocchè solo per la relazione che avevano con essa poterono arricchirsi con quel turpe traffico; e non è dubbio che ella con una parola, con uno sguardo, avrebbe potuto frenarle. Invece, le inanimiva coi pessimo esempio, se non voglia credersi con espressa approvazione. Pare ch’ella fosse una delle molte creature che sostengono l’avversa meglio che la prospera fortuna. Mentre il suo marito era suddito ed esule, escluso dai pubblici uffici, e in presentissimo pericolo di perdere il diritto–al trono, con la soavità e la umiltà de’ modi ella rendeva a sè cortesi anche coloro che maggiormente abborrivano la religione di lei. Ma la sua buona indole scomparve appena la fortuna mutò aspetto. La mansueta ed affabile Duchessa divenne una sgraziata ed altera Regina.[467] Le sciagure che poi ebbe a patire, l’hanno resa obietto di qualche interesse; ma tale interesse si accrescerebbe non poco, ove alcuno potesse dimostrare che ella, nel tempo della sua grandezza, salvasse o almeno si provasse di salvare una sola vittima dalla più spaventevole proscrizione che sia mai stata in Inghilterra. Sventuratamente, la sola richiesta che si conosca fatta da lei rispetto ai ribelli, fu che le fossero donati cento di quelli condannati alla deportazione.[468] L’utile ch’ella ne trasse, computando quelli che nel viaggio morirono di fame o di febbre, non può estimarsi a meno di un migliaio di ghinee. Non possiamo, adunque, maravigliarci che le sue serve imitassero la sua avidità, indegna di una principessa; e la sua crudeltà, innaturale ad una donna. Richiesero mille lire sterline da Ruggiero Hoare, mercante di Bridgewater, che aveva contribuito alla cassa militare dell’armata ribelle. Ma la preda sopra la quale gettarono con maggiore avidità li artigli, fu tale, che anche i cuori più crudi se ne sarebbero astenuti. Già alcune delle fanciulle che avevano in Tauton offerta a Monmouth la bandiera, avevano crudelmente scontato il loro delitto. Una di loro era stata gettata in un carcere, dove una infermità contagiosa faceva strage. Ammalatasi, vi morì. Un’altra erasi presentata in tribunale dinanzi a Jeffreys implorando misericordia. «Portala via, carceriere,» urlò il Giudice, con uno di quegli atroci sguardi che spesso avevano atterrito animi più robusti che non era quello della malarrivata fanciulla. Ella dètte in uno scoppio di lacrime, si gettò il cappuccio sul viso; seguì il carceriere, e presa di spavento, dopo poche ore era freddo cadavere. La maggior parte, però, delle donzelle che erano andate in processione, viveva tuttavia. Alcune di esse non avevano nè anche dieci anni d’età. Tutte avevano agito secondo gli ordini della loro maestra di scuola, senza sapere che commettevano un delitto. Le dame di corte della Regina chiesero al Re licenza di estorcere danari dai genitori di quelle povere creature; e la licenza fu data. In Taunton giunse l’ordine di prendere e mettere in carcere tutte quelle tenere fanciulle. Sir Francesco Warre di Hestercombe, rappresentante Tory di Bridgewater, fu pregato di togliersi il carico di riscuotere il danaro del riscatto. Gli fu scritto di manifestare con vigorosi termini, come le dame di Corte non avrebbero patito indugio alcuno, e fossero deliberate di tradurre le colpevoli dinanzi al tribunale, se non veniva tosto sborsata una convenevole somma di danari, e per somma convenevole intendevano sette mila lire sterline. Warre ricusò di immischiarsi, menomamente in un affare così scandaloso. Le dame di corte allora si rivolsero a Guglielmo Penn, il quale accettò la commissione. Eppure parrebbe che un po’ di quel pertinace scrupolo ch’egli aveva spesso mostrato circa al togliersi il cappello di capo, non sarebbe stato fuori di luogo in simigliante occasione. Forse egli fe’ tacere i rimorsi della propria coscienza, ripetendo a sè stesso che nessuna parte della estorta pecunia rimarrebbe nelle sue mani; che ricusando egli il mandato delle dame, esse avrebbero trovato agenti meno umani; che compiacendole, avrebbe accresciuta la propria influenza in Corte: e che mercè tale influenza, egli aveva potuto e poteva ancora rendere grandi servigi ai suoi oppressi confratelli. Le dame d’onore, infine, furono costrette a contentarsi di meno del terzo della somma che avevano primamente richiesta.[469]

Nessun sovrano inglese ha mai porto maggior prove d’indole feroce, di quel che facesse Giacomo II; e nondimeno, la sua crudeltà non era odiosa quanto la sua clemenza, o forse sarebbe più esatto il dire, che la clemenza e crudeltà sue erano tali da infamarsi vicendevolmente. Il ribrezzo che sentiamo alla sorte de’ semplici villani, de’ fanciulli, delle dame delicate, si accresce qualvolta ci facciamo a considerare a chi e per quali ragioni egli accordava il perdono.

La regola secondo la quale un principe, dopo una ribellione, dovrebbe condursi nello scegliere i ribelli perchè siano puniti, è singolarmente chiara. Contro i capi, gli uomini cospicui per ricchezza e educazione, i quali con la potenza e le arti proprie abbiano indotta la moltitudine ad errare, il Governo deve mostrarsi dirittamente severo. Ma lo ingannato volgo, finita la strage sul campo di battaglia, è d’uopo che venga trattato con estrema clemenza. Questa regola, così manifestamente concorde alla giustizia ed alla umanità, non solo non venne osservata, ma fu invertita. Mentre coloro i quali si sarebbero dovuti mandare impuniti, venivano tratti a centinaia al macello, i pochi che si sarebbero potuti giustamente abbandonare allo estremo rigore della legge, erano risparmiati. Cotesta bizzarra clemenza ha resi perplessi alcuni scrittori, e ad altri è stato subietto di ridicoli elogi. Non era nè al tutto misteriosa, nè al tutto degna di lode: e può in ciascun caso attribuirsi ad una cagione sordida o ad una malefica, a sete di pecunia o a sete di sangue.

LXIII. Nel caso di Grey non erano circostanze attenuanti. Per le sue doti, il suo sapere, il grado che per retaggio ei teneva nello Stato, e l’alto comando che aveva avuto nell’armata ribelle, sarebbe stato agli occhi d’un Governo giusto, obietto più meritevole di castigo di quello che fossero Alice Lisle, Guglielmo Hewling, o chiunque altri delle centinaia di contadini ignoranti, de’ quali i teschi e gli squartati corpi erano esposti nelle città della Contea di Somerset. Ma il patrimonio di Grey era grande, e rigorosamente ipotecato. Egli altro non aveva de’ suoi beni che una rendita vitalizia, e non poteva perdere più di ciò che fruiva. Se veniva punito di morte, le sue terre erano subito devolute allo erede prossimo. Se gli si concedeva il perdono, poteva pagare un grosso riscatto. Gli fu quindi concesso di redimersi, dando una scritta d’obbligo per quaranta mila lire sterline al Lord Tesoriere, ed altre somme minori ad altri cortigiani.[470]

LXIV. Sir Giovanni Cochrane aveva tenuto fra i ribelli scozzesi il grado medesimo occupato da Grey nelle contrade occidentali d’Inghilterra. Che Cochrane fosse perdonato da un principe oltremodo vendicativo, pareva incredibile. Ma Cochrane era cadetto d’una ricca famiglia; non poteva, dunque, daini ottenersi danaro se non col salvargli la vita. Il padre suo, Lord Dundonald, offerse cinque mila lire sterline di mancia ai preti della casa reale; e la grazia fu conceduta.[471]

Samuele Storey, rinomato seminatore di sedizioni, che era stato commissario nella armata ribelle, e con veementi arringhe, in cui Giacomo era descritto come incendiario ed avvelenatore, aveva infiammato l’ignorante popolaccio della Contea di Somerset, ottenne il perdono; imperocchè aiutò mirabilmente Jeffreys ad estorcere le quindici mila lire sterline a Prideaux.[472]

Nessuno dei traditori aveva meno diritto a sperare grazia che Wade, Goodenough e Ferguson. Questi tre capi della ribellione erano fuggiti insieme dal campo di Sedgemoor, ed erano giunti salvi alla costa; ma avevano trovato una fregata in crociera presso il luogo dove speravano imbarcarsi. Si erano quindi l’uno dall’altro partiti. Wade e Goodenough, in breve tempo scoperti, furono menati a Londra. Comunque fossero stati profondamente implicati nella congiura di Rye House, comunque si fossero resi notevoli fra’ capi della insurrezione delle contrade occidentali, fu loro lasciata la vita, perchè potevano rivelare cose, onde il Re togliesse cagione ad uccidere e spogliare taluni ch’egli odiava, ma ai quali non aveva fino allora potuto trovare delitto da apporre.[473]

In qual modo Ferguson fosse fuggito, fu, ed è tuttavia, un mistero. Di tutti gl’inimici del Governo, egli era, senza dubbio nessuno, il più reo. Era stato il primo macchinatore della congiura per assassinare Carlo e Giacomo. Aveva scritto il manifesto, che per insolenza, malignità e bugiarderia, non ha paragone fra i libelli di que’ procellosi tempi. Aveva incitato Monmouth prima ad invadere il Regno, e poi ad usurpare la corona. Era ragionevole credere che si sarebbe con ogni studio cercato l’arcitraditore, come spesso lo chiamavano; alle quali ricerche un uomo così singolare per aspetto e loquela mal poteva sottrarsi. Affermavasi con sicurezza nelle botteghe da caffè in Londra, che Ferguson fosse stato preso; notizia che fu creduta da uomini i quali avevano buoni mezzi di sapere il vero. Dopo, si seppe ch’egli era sano e salvo sul continente. Corse molto il sospetto che egli di continuo carteggiasse col Governo, contro cui di continuo macchinava congiure; che mentre incitava i suoi colleghi ad ogni eccesso d’imprudenza, desse a Whitehall tante notizie rispetto ai loro procedimenti, quante sarebbero potute bastare a salvargli la vita; e che perciò si fossero dati ordini a lasciarlo fuggire.[474]

Jeffreys, compiuta l’opera, ritornò a chiedere il meritato premio. Giunse a Windsor, lasciandosi addietro strage, lutto e terrore. L’odio che gli portavano le genti della Contea di Somerset, è senza esempio nella storia nostra. Non fu spento dal tempo o da politici mutamenti, fu lungamente tramandato di generazione in generazione, e si sfogò ferocemente sopra la sua innocente progenie. Da molti anni era già morto, il suo nome e il suo titolo erano già estinti, allorchè la contessa di Pomfret, viaggiando per la strada d’occidente, fu insultata dalla plebe, e si accorse di non rimanere in sicurtà fra i discendenti di coloro che avevano veduto il Tribunale di Sangue.[475]

Ma alla Corte, Jeffreys fu cordialmente accolto. Era il giudice tanto gradito al proprio signore. Giacomo aveva con interesse e diletto tenuto dietro alla missione di lui. Nelle sue sale ed a mensa aveva spesso favellato della devastazione che si stava facendo tra i suoi disaffezionati sudditi, con esultanza che rendeva attoniti i ministri stranieri. Di propria mano aveva scritto racconti di quella ch’egli, con frase faceta, chiamava la campagna del suo Lord Capo Giudice nelle contrade occidentali. Scrisse all’Aja, come parecchie centinaia di ribelli fossero stati condannati. Alcuni di loro erano già stati impiccati, altri lo sarebbero; i rimanenti verrebbero deportati alle piantagioni. Non giovò a nulla lo avere Ken scritto per implorare mercè al traviato popolo, e lo avere dipinto con commovente eloquenza l’orribile stato della propria diocesi. Lamentava come fosse impossibile procedere per le strade maestre senza vedere qualche terribile spettacolo, e come l’aria della Contea di Somerset fosse pregna di morte. Il Re lesse, e rimase, secondo il detto di Churchill, più duro del marmo de’ camini di Whitehall.

LXV. A Windsor, il Gran Sigillo d’Inghilterra fu posto nelle mani di Jeffreys, e nel prossimo numero della Gazzetta di Londra fu solennemente annunziato che cosiffatto onore era la rimunerazione de’ molti insigni servigi da lui resi alla Corona.[476] In un periodo posteriore di tempo, allorquando gli uomini tutti di tutti i partiti parlavano con raccapriccio del Tribunale di Sangue, il malvagio Giudice e il Re malvagio provaronsi di scolparsi, gettandosi scambievolmente il biasimo addosso. Jeffreys, rinchiuso nella Torre, protestò che negli atti più feroci di crudeltà da lui commessi, non aveva travarcati gli ordini espressi del proprio signore; che anzi non gli aveva osservati con quella severità che gli era stata ingiunta. Giacomo, in Saint Germain, avrebbe voluto far credere ch’egli era stato inchinevole alla clemenza, e che la violenza del ministro gli aveva attirato sul capo un biasimo non meritato. Ma niuna di queste due anime crude può mandarsi assoluta, l’una a detrimento dell’altra. La falsità della scusa addotta da Giacomo è provata da ciò che scrisse di proprio pugno. Quella di Jeffrey, quando anche fosse vera in fatto, è estremamente indegna.

La strage delle contrade occidentali era finita; quella di Londra era presso a cominciare. Il Governo singolarmente desiderava trovare vittime fra i grandi mercatanti Whig della Città. Nel regno precedente essi erano stati parte formidabile della potenza dell’Opposizione. Erano ricchi; e la loro opulenza non era, al pari di quella di molti nobili e gentiluomini di provincia, protetta da ipoteche contro la confisca. Nel caso di Grey, e d’altri uomini nella medesima condizione, era impossibile saziare ad un’ora la crudeltà e la rapacità; ma un ricco trafficante poteva essere mandato alle forche, e insieme spogliato. I grandi del commercio, nondimeno, ancorchè comunemente fossero ostili al papismo e al potere arbitrario, erano stati scrupolosi o timidi tanto, da non incorrere nel delitto d’alto tradimento. Uno de’ più considerevoli fra essi, era Enrico Cornish. Era stato Aldermanno quando la Città possedeva il suo antico statuto; teneva l’ufficio di Sceriffo mentre la questione della Legge d’Esclusione occupava le menti di tutti. In politica era Whig, in religione pendeva verso le opinioni presbiteriane; ma era d’indole cauta e temperata. Non è stato provato con testimoni di fede degni, ch’egli si spingesse mai fino all’orlo dell’alto tradimento, senza tuttavia gettarvisi dentro. Mentre era Sceriffo, gli aveva ripugnato l’animo a servirsi, come suo deputato, di un uomo irruente e immorale quale era Goodenough. Scoperta la congiura di Rye House, la Corte sperò grandemente di trovarvi implicato Cornish; speranze che andarono a vuoto. Uno de’ congiurati, a dir vero, cioè Giovanni Rumsay, era pronto a giurare ogni cosa; ma un solo testimone non fu riputato sufficiente, e un secondo non fu possibile trovare. Da quel tempo erano corsi due e più anni. Cornish si credeva sicuro, ma l’occhio del tiranno vegliava sopra di lui. Goodenough, atterrito dal prossimo spettacolo della morte, e scusando la propria malignità colla sfavorevole opinione in cui lo aveva sempre tenuto il suo antico padrone, assentì a fare la parte di quel testimone che fino allora non s’era potuto trovare. Cornish venne preso mentre negoziava alla Borsa, condotto in carcere, tenuto per alcuni giorni in istretta solitudine, e tratto senza essere punto preparato al tribunale di Old Bailey. L’accusa era interamente fondata sopra la testimonianza di Rumsay e di Goodenough. Entrambi, siccome essi medesimi confessarono, erano complici della congiura onde accusavano il prigione. Entrambi erano fortemente stimolati da speranza e timore ad incriminarlo. Furono addotti anche testimoni che provavano come Goodenough gli fosse nemico personale. La storiella che disse Rumsay, era incompatibile con quella ch’egli aveva raccontata allorquando comparve in tribunale a testificare contro Lord Russell. Ma queste ragioni furono addotte invano. Al banco sedevano tre giudici che avevano seguito Jeffreys nella sua missione di sangue alle contrade occidentali; e fu notato da coloro che ne osservavano il contegno, ch’essi erano tornati dalla strage di Taunton con feroce ed irritato animo. Egli è pur troppo vero che il gusto del sangue è un appetito che anco gli uomini di non crudele natura possono per abitudine agevolmente acquistare. La barra e il seggio si congiunsero ad atterrire il malfortunato Whig. I Giurati, eletti dal cortigiano Sceriffo, decisero di leggieri esistere la colpa; e, malgrado il mormorare dello indignato pubblico, Cornish fu fatto morire dieci giorni dopo essere stato imprigionato. E perchè fosse intera la degradazione, la forca fu innalzata dove King Street si congiunge con Cheapside di faccia alla casa nella quale quell’infelice, riverito da tutti, era lungamente vissuto; voglio dire di faccia alla Borsa, dove egli aveva sempre avuto immenso credito, ed al Guildhall, dove s’era reso cospicuo come capo popolare. Ei morì animosamente, profferendo molte pie parole; ma co’ gesti e con lo sguardo mostrò tale forte risentimento per la barbarie ed ingiustizia onde era stato trattato, che i suoi nemici sparsero una vile calunnia, dicendo come egli fosse ubriaco o fuori di sè allorquando venne condotto al patibolo. Guglielmo Penn, nondimeno, che stava presso alla forca, e i cui pregiudizi erano tutti a favore del Governo, affermò poscia di non avere veduto nel contegno di Cornish null’altro che la indignazione naturale d’un uomo innocente, tratto al macello con forme legali. La testa dell’assassinato magistrato fu posta sopra il Guildhall.[477]

LXVI. Per quanto iniquo fosse il riferito caso, non era l’iniquissimo de’ tanti che infamarono le sessioni autunnali di quell’anno in Old Bailey. Fra gl’implicati nella congiura di Rye House, era un uomo chiamato Giacomo Burton. Per confessione propria, s’era trovato presente allorchè i suoi compiici avevano discusso intorno al disegno d’assassinio. Scoperta la congiura, fu promesso un premio a chi lo avesse arrestato. Ei venne salvato da morte da una vecchia matrona, di nome Elisabetta Gaunt, che professava le dottrine de’ Battisti. Questa donna, con le maniere e le frasi peculiari alla sua sètta, era armata di un grande spirito di carità. Spendeva la vita a soccorrere gl’infelici di qualunque opinione religiosa si fossero, ed era ben conosciuta come colei che di continuo andava visitando le carceri. Le opinioni politiche e teologiche, non che la inchinevolezza alla commiserazione, la indussero a fare tutto ciò che potè a fine di salvare Burton. Provvide che una barca lo trasportasse a Gravesend, dove s’imbarcò sopra un legno che andava ad Amsterdam. Nel partirsi, ella gli pose in mano una somma di denari, che, rispetto ai suoi mezzi, era assai grande. Burton, dopo d’essere vissuto lungo tempo in esilio, ritornò con Monmouth in Inghilterra, pugnò in Sedgemoor, fuggì a Londra, ed ebbe asilo in casa di Giovanni Fernley, barbiere in Whitechapel. Fernley era poverissimo. Sapeva che un premio di cento lire sterline era stato offerto dal Governo per la cattura di Burton. Ma l’onesto uomo era incapace di tradire colui che nell’estremo pericolo aveva trovato ricovero sotto il suo tetto. Sventuratamente si sparse la voce, che Giacomo era maggiormente rigoroso contro coloro i quali davano ricetto ai ribelli, che contro i ribelli stessi. Aveva pubblicamente dichiarato, che di tutte le specie di crimenlese, quella di sottrarre i traditori alla sua vendetta, era la più imperdonabile. Burton lo seppe; si diede nelle mani del Governo, accusando Fernley ed Elisabetta Gaunt come rei di averlo ricoverato ed aiutato a fuggire. Furono tratti al tribunale. Lo scellerato al quale avevano salvata la vita, ebbe cuore e faccia di comparire come precipuo testimone contro loro. Dichiarati convinti, Fernley fu condannato alla forca, Elisabetta Gaunt al fuoco. Anche dopo gli orribili fatti di quell’anno, molti credevano impossibile che coteste sentenze si mandassero ad esecuzione. Ma il Re fu senza pietà. Fernley venne impiccato. Elisabetta Gaunt fu arsa viva in Tyburn il dì medesimo nel quale Cornish fu tratto a morte in Cheapside. Lasciò un foglio, scritto, a dir vero, in istile non leggiadro, ma tale che fu letto da migliaia di persone con commiserazione e raccapriccio. «Il mio fallo» diceva essa «è stato tale da essere perdonato da un principe. Altro non ho fatto che aiutare una povera famiglia, ed ecco! è forza ch’io muoia per avere ciò fatto.» Querelavasi della insolenza de’ giudici, della ferocia del carceriere, e della tirannia del maggiore di tutti, al piacere del quale essa e tante altre vittime erano state immolate. Perdonava le ingiurie che le erano state da loro fatte; ma come implacabili nemici di quella buona causa, che pure sarebbe risorta e trionferebbe, li abbandonava al giudizio del Re dei Re. Fino allo estremo mantenne forte e tranquillo l’animo: il che rammentò agli spettatori le più eroiche morti di cui avevano letta la descrizione nel libro di Fox. Guglielmo Penn, che, a quanto pare, piacevasi sommamente di quegli spettacoli che gli uomini d’indole mite comunemente sogliono schivare, da Cheapside, dove aveva veduto impiccare Cornish, corse in fretta a Tyburn per vedere ardere Elisabetta Gaunt. Riferì poscia, che come ella si pose con calma a disporre la paglia in guisa che il suo patire fosse più breve, a tutti gli astanti scoppiarono le lagrime. Fu notato che mentre compivasi il più iniquo assassinio giudiciale che avesse infamato que’ tristissimi tempi, si sfrenò tale una procella, che non ve n’era mai stata un’altra somigliante dopo quel grande uragano che aveva infuriato mentre giaceva sul letto di morte Oliviero. Gli oppressi Puritani contarono, non senza trista soddisfazione, le case atterrate, le navi sbalzate dall’impeto della procella; e sentivano alquanto racconsolarsi pensando che il cielo mostrasse spaventevoli segni della ira sua contro la iniquità che affliggeva la terra. Da quel terribile giorno in poi, nessuna donna in Inghilterra ha patita la pena di morte per delitto politico.[478]

LXVII. Ciò che Goodenough aveva fatto, non fu reputato bastevole a meritarsi la grazia. Il Governo voleva ancora una vittima di non alta condizione; un chirurgo, cioè, di nome Bateman. Aveva, come tale, servito Shaftesbury, ed erasi mostrato zelante Esclusionista. Forse era stato anche partecipe del segreto della congiura Whig; ma gli è certo, lui non essere stato uno de’ precipui congiurati; perocchè nella congerie delle deposizioni pubblicate dal Governo, il suo nome si incontra una volta sola, e non implicato in nessun delitto che toccasse l’alto tradimento. Dal suo atto d’accusa, e dalla relazione che ci rimane intorno al suo processo, chiaro si deduce che non gli venne mai apposta la colpa di avere partecipato al disegno di assassinare i due reali fratelli. La malignità con che un uomo cotanto oscuro, reo di sì lieve fallo, venne perseguitato, mentre a traditori assai più rei e bene altrimenti notevoli fu conceduto redimersi testificando contro lui, sembrava richiedere spiegazione; e una spiegazione disonorevole fu data. Allorchè Oates, dopo la patita flagellazione, fu portato privo di sensi, e come tutti pensavano, nell’estrema agonia, a Newgate, Bateman gli aveva cavato sangue e fasciate le ferite. E questo fu per lui delitto imperdonabile. I testimoni addottigli contro, erano uomini di tristissima fama; i quali, inoltre, giuravano ciò che veniva loro ingiunto, a fine di salvare la propria vita. Nessuno di loro aveva fino allora ottenuto il perdono; e il popolo soleva dire che essi pescavano la preda, come corvi di mare, con la corda al collo. Il prigione, istupidito dal sentirsi male, non potè proferire parola, o intendere ciò che accadeva. Il figlio e la figlia di lui gli stavano accanto sul banco degli accusati. Lessero, come meglio poterono, alcuni appunti ch’egli aveva notati, ed esaminarono i testimoni. E tutto fu invano. Bateman fu dichiarato convinto, impiccato e squartato.[479]

LXVIII. Giammai, nè anche sotto la tirannia di Laud, le condizioni de’ Puritani erano state deplorabili come in quel tempo; giammai le spie erano state così affaccendate a scoprire ragunanze; giammai i magistrati, i grandi Giurati, i rettori e i sorvegliatori delle chiese erano stati così vigilanti. Molti Dissenzienti furono citati dinanzi le Corti ecclesiastiche. Ad altri era forza comprare la connivenza degli agenti del Governo con doni di fiaschi di vino, e di guanti pieni di ghinee. Riusciva impossibile ai Separatisti ragunarsi insieme a pregare, senza usar cautele simili a quelle che adoperano i coniatori di monete false, e i ricettatori di robe rubate. Cangiavano spesso il luogo dell’adunanza. Gli uffici divini talvolta facevansi innanzi lo spuntare del giorno, tal’altra nel cuore della notte. Attorno all’edifizio dove stavasi raccolto il piccolo gregge, ponevano sentinelle a dare lo annunzio se vedevano appressarsi una persona estranea. Il ministro travestito veniva introdotto per il giardino e la corte di dietro. In alcune case vi erano uscì invisibili, per i quali, in caso di pericolo, egli se ne sarebbe potuto andare. Se accadeva che i Non–Conformisti abitassero in case contigue, le pareti erano spesso forate, in guisa che vi fosse secreta comunicazione di casa in casa. Non cantavano salmi, e adoperavano diversi ingegni a impedire che la voce del predicatore, negl’istanti di fervore, fosse udita oltre le pareti. Non ostanti tutte coteste cautele, tornava impossibile eludere la vigilanza dei delatori. Ne’ suburbii di Londra, segnatamente, la legge veniva eseguita col massimo rigore. Vari ricchi gentiluomini furono accusati di tenere conventicoli. Inquisironsi minutamente le loro case, e furono fatti sequestri equivalenti alla somma di molte migliaia di lire sterline. I settarii più fieri ed audaci, così cacciati dalle case, ragunavansi all’aria aperta, deliberati di opporre forza alla forza. Un giudice di Middlessex che aveva saputo esservi una ragunanza di settari in un renaio, prese seco un numeroso branco di agenti di polizia, piombò sopra l’assemblea e pose le mani addosso al predicatore. Ma la congrega che era composta di circa duecento uomini, liberò tosto il pastore, ponendo in fuga il magistrato e i suoi uomini.[480] Simili fatti, nondimeno, non accadevano d’ordinario. Generalmente parlando, lo spirito puritano non era stato mai, ne’ tempi anteriori o posteriori, con tanta efficacia domato, come lo fu in quell’anno. I libellisti Tory vantavansi come nessuno de’ fanatici osasse muovere la lingua o la penna a difendere le proprie opinioni religiose. I Ministri Dissenzienti, comunque fossero uomini egregi per dottrina e doti d’animo, non potevano rischiarsi a passeggiare per le vie, temendo di patire oltraggi; i quali non solo non erano repressi, ma venivano promossi da coloro che avevano debito di tutelare la pace. Alcuni teologi di gran fama, fra’ quali Riccardo Baxter, erano sepolti in carcere. Altri, e fra essi Giovanni Howe, i quali per venticinque anni s’erano mantenuti intrepidi contro l’oppressione, si persero d’animo, ed abbandonarono il Regno. Gran numero di gente, assuefatta ad intervenire alle conventicole, andava alle parrocchie. E fu notato che gli scismatici, i quali dal terrore erano stati costretti a uniformarsi al culto del Governo, potevano di leggieri distinguersi alla difficoltà che avevano a trovare le collette nel libro delle preghiere, ed alla mal destra maniera onde chinavano il capo al nome di Gesù.[481]

Per lunghi anni, lo autunno del 1685 fu ricordato dai Non–Conformisti come tempo di calamità e di terrore. Nulladimeno, in quell’autunno si sarebbero potuti discernere i primi lievi indizi di un gran mutamento di fortuna; e innanzi che scorressero diciotto mesi, lo intollerante Re e la Chiesa intollerante mostravansi, a vicendevole rovina, ansiosi di procacciarsi il soccorso del partito al quale entrambi avevano recato cotanto male.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

NOTE:

[1] In questo e nel seguente Capitolo rarissime volte ho reputato necessario di citare autorità di scrittori; perocchè in questi Capitoli non ho descritti minutamente gli avvenimenti, e adoperati materiali reconditi; e i fatti che rammento sono in gran parte tali, che chi conosce anche non molto la storia d’Inghilterra, ove non li sapesse equamente estimare, saprebbe per lo meno dove ricorrere per sincerarsene. Ne’ Capitoli susseguenti indicherò studiosamente le fonti alle quali ho ricorso.

[2] Queste cose vengono magistrevolmente esposte da Hallam nel primo capitolo della sua Storia Costituzionale.

[3] Sentiamo il dovere di avvertire una volta per sempre i nostri lettori, onde non dimentichino mai che l’autore inglese del presente libro è protestante; e quindi, comunque si mostri imparzialissimo e superiore alle passioni di setta, dipingendo a tratti brevi e filosofici il lacrimevole periodo delle lotte religiose nella Gran Bretagna, manifesta delle dottrine non conformi alla nostra religione cattolica. Tralasciamo di apporre delle annotazioni, prima perchè questa essendo un’opera storica, non può essere un trattato di controversia religiosa; e poi perchè ricorrono spontanee alla mente d’ogni lettore le risposte con le quali la Chiesa ha vittoriosamente combattute e respinte le opinioni de’ protestanti.

(L’Editore.)

[4] Vedi un documento singolarissimo che Strype credeva scritto di mano di Gardiner. Ecclesiast. Memor., Lib. II, c. 17.

[5] Sono precise parole di Cranmer. Vedi l’Appendice alla Storia della Riforma, di Burnet; Parte I, Lib. III, N. 21; Questione 9.

[6] Neale, storico puritano, dopo d’avere riprovata la crudeltà con che Elisabetta trattò la setta alla quale egli apparteneva, conclude in questa guisa: «La regina Elisabetta, malgrado tutti cotesti falli, sarà sempre rammentata qual principessa savia e politica, per avere liberato il proprio Regno dalle difficoltà in cui trovavasi involto al suo avvenimento al trono; per avere serbata la Riforma protestante contro i vigorosi attentati del papa, dello Imperatore e del Re di Spagna al di fuori, e contro la Regina di Scozia, e i suoi sudditi papisti al di dentro ... Fu gloria del suo secolo, e sarà sempre l’ammirazione de’ posteri.» Storia dei Puritani, Part. I, cap. 8.

[7] Giuseppe Hall, a que’ tempi decano di Worcester, e poi vescovo di Norwich, era uno de’ commissarii. Nella vita ch’egli scrisse di sè, dice: «La mia indegnità fu nominata come uno degli assistenti di quell’onorevole, grave e reverenda ragunanza.» Ai seguaci dell’Alta Chiesa siffatta umiltà parrà non poco fuor di luogo.

[8] Peckard, Vita di Ferrar.—– Il monastero Arminiano, ovvero Breve Descrizione del luogo dello il Monastero Arminiano a Little Gidding, nella Contea di Huntingdon, 1641.

[9] Parmi che dal carteggio di Wentworth si raccolga chiaramente ciò che ho affermato nel testo. Ricopiare tutti i luoghi che mi hanno condotto alla conclusione surriferita, sarebbe impossibile; nè sarebbe agevole farne una scelta migliore di quella che è stata già fatta da Hallam. Esorto, non pertanto, il lettore a consultare il documento che concerne gli affari del Palatinato, in data del dì 31 marzo 1637, e che fu dettato dallo stesso Wentworth.

[10] Sono parole di Wentworth. Vedi la sua Lettera a Laud, in data del 16 decembre 1631

[11] Vedi il suo rapporto a Carlo per l’anno 1639.

[12] Vedi la sua lettera al conte di Northumberland, io data del 30 luglio 1630.

[13] Quanto poco entrasse in ciò la compassione per l’orso, è provato a sufficienza dalle seguenti parole, estratte da una scrittura che porta per titolo: A perfect diurnal of some Passages of Parliament, and from other Parts of the Kingdom, from Monday July 24th., to Monday July 31th. 1643. «La regina, venendo dall’Olanda, condusse seco, oltre una compagnia di uomini brutali, una compagnia di orsi selvaggi, a qual fine lo giudicherete da ciò che sono per dire. Codesti orsi erano tenuti intorno a Newark, ed erano condotti costantemente alle città di provincia nel giorno di domenica per farli tormentare: tale è la religione che ci si vorrebbe imporre; e se alcuno avesse osato astenersi da siffatte abominevoli profanazioni, o anche parlarne contro, veniva subito notato per Testa–Rotonda o Puritano, ed era sicuro d’essere spogliato. Ma alcuni soldati del colonello Cromwell venuti a caso alla città di Uppingham in Rutland, la domenica trovarono gli orsi, che, secondo il costume, si facevano giuocare; li presero, li legarono ad un albero, e con gli archibugi li uccisero.» Questo esempio non è solo. Il colonello Pride, quando era sceriffo di Surrey, ordinò che le bestie del serraglio di Southwark si uccidessero. Uno scrittore satirico gli pone in bocca le seguenti parole, con cui si sforza di difendere quell’atto: «La prima cosa che mi pesa sull’anima è l’uccisione degli orsi; per la quale il popolo mi odia, e mi carica di mille ingiurie e vituperii. Ma David non uccise egli un orso? Il Lord Deputato Ireton non uccise anch’egli un orso? Un altro de’ nostri Lordi non uccise cinque orsi?» Ultimo discorso e parole di Tommaso Pride, dette dal letto di morte.

[14] «Romping under the mistletoe.» La frase esprime una costumanza inglese, e non ha corrispondente in italiano, e quindi riesce inintelligibile. In Inghilterra, ne’ giorni di Natale, appendono alla soffitta d’una stanza un ramo di cotesta pianta parassita, che cresce sui tronchi degli alberi; e per parecchi giorni vi tripudiano, o fanno baccano sotto. (Nota del Traduttore.)

[15] Abbiamo adoperato il vocabolo generico giuochi, perchè la parola hockey, che usa l’autore e significa un giuoco speciale, non ha corrispondente in italiano. Questo giuoco consiste in questo che i giuocatori si dividono in due opposte falangi; ciascuna delle quali, con bastoni ricurvi nella punta, si studia di spingere una palla verso una meta posta in direzione contraria di quella degli avversari ec. (Nota del Traduttore.)

[16] Vedi l’opera di Pen intitolata: Nuovi Testimonii provati essere Vecchi Eretici; e le opere di Muggleton, passim.

[17] Il Mercoledì in inglese si dice Wednesday, che secondo alcuni significa giorno d’Odino. (Nota del Traduttore.)

[18] Con questo nome chiamavasi uno strumento di tortura adoperato in Iscozia; perchè era a foggia di uno stivale di ferro, che adattavasi alle gambe de’ martoriati, e stringevasi con una vite fino a dirompere le ossa. (Nota del Traduttore.)

[19] La cosa più notevole che fosse detta intorno a questo subietto nella Camera de’ Comuni, uscì dalle labbra di Sir Guglielmo Coventry: «I nostri antenati non tirarono mai una linea a circonscrivere la prerogativa e la libertà.»

[20] A celebrare la memoria della condanna capitale di Carlo I, alcuni repubblicani mangiavano una testa di vitello. Ne nacque quindi un’associazione che assunse il nome notato nel testo. (Nota del Traduttore.)

[21] Da quanto è detto nel testo, argomentasi che io reputo Halifax, autore, o almeno uno degli autori, del Carattere di un Barcamenante, che un tempo corse sotto il nome del suo congiunto Sir Guglielmo Conventry.

[22] Mob vale folla, e Johnson la fa derivare dalla voce latina mobile.—Sham, che secondo lo stesso scrittore deriva dal vocabolo gallese shommi, significa inganno, impostura. (Nota del Traduttore.)

[23] Esame di North, VII, 574.

[24] Uno de’ Pari che trovavasi presente, ha descritto lo effetto della eloquenza di Halifax con parole che io riporterò, perocchè, quantunque siano da lungo tempo a stampa, sono probabilmente conosciute da pochi anche fra i più curiosi e diligenti lettori della storia:

«I nemici del Duca che sostenevano la legge, erano uomini eloquentissimi e forniti di egregie doti: ma sorse ad oppugnarla un nobile Lord, il quale, quel giorno, per vigoria di parola, per ragioni, per argomenti tratti da ciò che potesse concernere gl’interessi pubblici e privati degli uomini, per onore, coscienza, grado, superò se stesso ed ogni altro; e finalmente rimase vittorioso, abbattendo lo spirito e la malizia della parte avversa.»

Questo brano è tratto da una Memoria di Enrico Conte di Pietroburgo, in un volume intitolato «Brevi Genealogie di Roberto Halstead», in folio, 1685. Il nome di Halstead è fittizio. I veri autori furono il Conte di Pietroburgo stesso, e il suo cappellano. Questo libro è estremamente raro. Ne furono stampali soli ventiquattro esemplari: due de’ quali ora si trovano nel Museo Britannico; uno apparteneva a Giorgio IV; l’altro al signor Grenville.

[25] Di ciò si fa memoria in un’opera curiosa intitolata: Ragguaglio della solenne comparsa fatta a Roma gli otto di gennaio 1687 dall’illustrissimo ed eccellentissimo signor conte di Castlemaine.

[26] Esame di North, 69.

[27] Lord Preston, il quale era inviato in Parigi, scrisse di là ad Halifax le seguenti cose: «Mi accorgo che la Signoria vostra continua sempre nella sciagura di non essere bene accetto in questa Corte; e il signor Barillon non ardisce farvi buon viso dacchè il suo signore vi guarda in cagnesco. Conosco bene i meriti della Signoria vostra; ne hanno timore, e perciò vi odiano: siate sicuro, milord, se tutta la loro forza bastasse a mandarvi a Rufford, l’adoprerebbero a tal fine. Due sono gli addebiti che vi dànno; la segretezza e la incorruttibilità. Lo so, perchè ne hanno parlato.» La data della lettera è del 5 ottobre N. S. 1683.

[28] Osservazioni sulle liste di mortalità, del capitano Giovanni Graunt (sir Guglielmo Petty), cap. XI.

[29] «Comprende un milione e cinquecentomila che passano la vita in essa.» (Bellezze della Gran Brettagna, 1671.)

[30] Isacco Vossio, De magnitudine urbium Sinarum, 1685. Vossio, secondo che narra Saint Evremond, parlava di questo subbietto più spesso e più a lungo di quel che le culte brigate ne volessero intendere.

[31] King, Osservazioni Naturali e Politiche, 1696. Questo pregevole trattato, che dovrebbe leggersi nella forma in cui fu scritto dall’autore, e non come è stato raffazzonato da Davenant, si trova in alcune edizioni dei Computi di Chalmers.

[32] Dalrymple, Appendice alla Parte II, Lib I. Il costume di computare la popolazione per sètte, fu lungo tempo di moda. Gulliver dice del Re di Brobdignag: «Egli rise alla mia strana aritmetica, come gli piacque di chiamarla, nell’indagare il numero della nostra popolazione, facendone un computo dalle diverse sètte religiose e politiche, che sono fra noi.»

[33] Prefazione alle Liste della popolazione del 1831.

[34] Statutes, 14, Car. II cap. 22; 18 e 19, Car. II, cap. 3; 29 e 30, Car. II, cap. 2.

[35] Nicholson e Bourne, Discorso sullo antico Stato della Frontiera, 1777.

[36] Gray, Diario di un Viaggio ai Laghi, 3 ottobre 1769.

[37] North, Vita di Guildford. Hutchinson, Storia di Cumberland, parrocchia di Brampton.

[38] Vedi il Diario di Sir Walter Scott, 7 ottobre 1827, nella Vita che ne scrisse Lockhart.

[39] Darlymple, Appendice alla Parte II, lib. I. Il computo dell’imposta sui focolari conduceva, a un dipresso, alla medesima conclusione. I focolari nella provincia di York non erano neanche un sesto di quelli di tutta l’Inghilterra.

[40] Naturalmente, qui non pretendo di essere esatto; ma credo che chiunque si voglia prendere l’incomodo di paragonare gli ultimi computi dell’imposta sui focolari di Guglielmo III col censimento del 1841, verrà ad una conclusione non molto diversa dalla mia.

[41] Nella Biblioteca di Pepys esistono alcune ballate di quei tempi intorno alla imposta sui camini. Ne recherò uno o due brani:—

«Le buone vecchierelle, ogni qualvolta spiavano l’esattore della tassa dei camini, affrettavansi a porre ne’ loro nascondigli pentole e vasi di terra. Non v’è una vecchia fra dieci—cercate per tutta la nazione—la quale, se le parlate dell’esattore, non gli mandi una o due maledizioni.»

E di nuovo:

«Come soldati saccheggiatori, essi (gli esattori) entravano nelle case e rapivano le sostanze de’ poverelli, mentre i miseri fanciulli impauriti piangevano: il che non mitigava punto il loro insolente orgoglio.»

Nel Museo Britannico, esistono alcuni versi triviali, composti sul medesimo soggetto e col medesimo spirito:

«Se anche la tassa non è pagata, malgrado la povertà, per crudeltà strappano via l’unico letto, sopra cui il povero uomo riposa il suo capo stanco, e lo privano ad un’ora del suo riposo e del suo pane.»

Colgo il destro, il primo che mi si faccia innanzi, di dichiararmi grato alla cortesia e liberalità, con cui il Maestro e il Vice–Maestro del Collegio della Maddalena di Cambridge mi hanno dato accesso alle pregevoli Raccolte di Pepys.

[42] Le principali autorità di cui mi servo per queste nozioni intorno alle Finanze; si trovano nei Giornali de’ Comuni, 1 e 20 marzo 1688–89.

[43] Vedi, a modo d’esempio, la pittura della terrazza di Malborough, nell’Itinerarium Curiosum di Stukeley.

[44] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684.

[45] 13 e 14, Car. II, cap. 3; 15 Car. II, cap. 4. Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684.

[46] Dryden, nel suo Cimone ed Ifigenia, esprime, con la sua consueta acutezza ed energia, i sentimenti di moda negli adulatori di Giacomo II.

«La contrada risuona all’intorno d’alte grida, e la rozza milizia brulica su per i campi; bocche senza mani, mantenute con gravi spese, e che non per tanto sono un carico in tempo di pace, e una debole difesa in tempo di guerra. Una volta il mese marciano intrepidi; banda tumultuosa, e sempre, fuorchè in tempo di bisogno, pronta. Ciò era la mattina, quando, uscendo alla guardia ordinati, rendevano immagine di armati apparecchiati ad una breve prova; e poi correvano ad ubriacarsi: il che forma la loro occupazione giornaliera.»

[47] Equivale a Bufali.

[48] La maggior parte dei materiali di cui ho fatto uso nel descrivere le milizie regolari, si trova nei Ricordi storici dei Reggimenti, pubblicati per ordine del Re Guglielmo IV, e sotto la direzione dell’Aiutante Generale. Vedi anche Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684; Compendio della Disciplina Militare Inglese, stampato per ordine speciale, 1688; Esercizi di Fanteria per ordine delle Loro Maestà, 1690.

[49] Mi riporto ad un dispaccio di Bonrepaux a Seignelay, in data dell’8 (o 18) febbraio 1686. Fu ricopiato per Fox negli Archivii francesi, durante la pace d’Amiens; e, con gli altri materiali raccolti da quel grande uomo, affidato a me dalla cortesia di Lady Holland defunta, e dell’attuale Lord Holland. Dovrei aggiungere che anche fra mezzo ai disturbi che di recente hanno sconvolta Parigi, non ho incontrata difficoltà ad ottenere, dalla liberalità di que’ funzionari, estratti per supplire a certe lacune che trovansi nella collezione di Fox.

[50] Le mie nozioni rispetto alla condizione della marina di quel tempo, sono attinte principalmente agli scritti di Pepys. La relazione ch’egli nel 1684 presentò a Carlo II, a quanto credo, non è stata mai pubblicata. Il manoscritto trovasi nel Collegio della Maddalena di Cambridge. Nel medesimo Collegio trovasi anche un altro pregevole manoscritto, contenente una minuta descrizione degli stabilimenti marittimi del paese nel dicembre del 1684. La Memoria concernente lo stato della Real Marina per lo spazio di dieci anni, fino a Dicembre 1688, scritta da Pepys, e il suo diario e carteggio, durante la sua missione a Tangeri, sono a stampa; e me ne sono molto servito. Vedi parimente Sheffield, Memorie; Teonge, Diario; Aubrey, Vita di Monk; la Vita di Sir Cloudesley Shovel, 1708; il Giornale dei Comuni, 1 e 20 marzo 1688–89.

[51] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684; Giornale dei Comuni, 1º marzo, e 20 marzo 1688–89. Nel 1833 fu deliberato, dopo una esatta indagine, di tener sempre in pronto cento settanta mila barili di polvere: regola che è anche oggi osservata.

[52] Sembra dai ricordi dell’Ammiragliato, che agli ufficiali di bandiera fosse concessa la mezza paga nel 1668, e ai Capitani di prima e seconda classe non prima del 1674.

[53] Warrant, ne’ Ricordi dell’Ufficio della Guerra, in data del 26 marzo 1678.

[54] Evelyn, Diario, 27 gennaio 1682. Ho veduto un atto munito del sigillo privato in data del 17 maggio 1683, che conferma la testimonianza di Evelyn.

[55] Giacomo II spedì inviati in Spagna, Svezia e Danimarca: nondimeno, lui regnante, le spese diplomatiche ascendevano a poco più di 30,000 sterline l’anno. Vedi il Giornale dei Comuni, 20 marzo 1688–89. Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684, 1687.

[56] Carte, Vita di Ormond.

[57] Pepys, Diario, 14 febbraio 1668–69.

[58] Vedi il Rapporto della causa di Bath e Montagne, che fu decisa dal Lord Cancelliere Somers nel decembre del 1593.

[59] Per nove mesi dell’anno, cominciando dal Natale del 1679, le rendite della Sede di Canterbury venivano riscosse da un ufficiale nominato dalla Corona; i conti del quale oggidì esistono nel Museo Britannico (Mss. Lansdowne 885). La rendita lorda di que’ nove mesi non arrivava a quattromila sterline; e la differenza tra la rendita lorda e la netta era evidentemente considerevole.

[60] King, Conclusioni Naturali e Politiche. Davenant, Bilancia del Traffico. Sir Guglielmo Temple dice: «Le rendite della Camera dei Comuni di rado hanno sorpassato quattrocentomila lire sterline.» Memorie, Parte III.

[61] Langton, Conversazioni con Hale, 1672.

[62] Giornale dei Comuni, 27 aprile 1689. Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684.

[63] Vedi i Viaggi del Granduca Cosimo.

[64] King, Conclusioni Naturali e Politiche. Davenant, Bilancia del Traffico.

[65] Vedi l’Itinerarium Angliæ, 1675, di Giovanni Ogilby, Regio Cosmografo. Descrive gran parte del paese come boscoso, incolto e pieno di rocce, e paludoso d’ambe le parti. In alcune delle sue Carte topografiche, le strade a traverso i luoghi chiusi sono descritte da linee, e quelle a traverso i luoghi non chiusi sono segnate con punti. La parte de’ luoghi non chiusi, i quali, seppure erano coltivati, dovevano esserlo pessimamente, sembra essere stata grandissima. Da Abington fino a Gloucester, per modo d’esempio, che forma un tratto di quaranta o cinquanta miglia, non v’era un solo campo chiuso, e appena un solo tra Biggleswade e Lincoln.

[66] Grandi copie di questi importantissimi disegni esistono nella bella raccolta legata da Grenville al Museo Britannico.

[67] Evelyn, Diario, 2 giugno 1675.

[68] Vedi White, Selborne; Bell, Storia dei Quadrupedi dell’Inghilterra; Ricreazione del Gentiluomo, 1686; Aubrey, Storia Naturale della Contea di Wilt, 1685; Morton, Storia della Contea di Northampton, 1712; Willougby, Ornitologia, 1678; Latham, Sinopsi Generale degli Uccelli; Sir Tommaso Browne, Descrizione degli Uccelli che si trovano in Norfolk.

[69] Il sacco inglese (quarter) corrisponde a 8 staia toscane.

(Nota del Traduttore.)

[70] King, Conclusioni Naturali e Politiche. Davenant, Bilancia del traffico.

[71] Vedi gli Almanacchi del 1684 e 1685.

[72] Vedi M’. Culloch, Statistica dell’Impero Britannico, Parte III, cap. 1, sez. 6.

[73] King e Davenant, luogo citato. Il Duca di Newcastle, Della Equitazione; Ricreazione del Gentiluomo, 1686. Il possedere «cavalle stornelle di Fiandra» era argomento di grandezza ai tempi di Pope, ed anche dopo.

Il proverbio comune che la cavalla grigia è la migliore, originò, come credo, dalla preferenza che davasi generalmente alle cavalle grigie delle Fiandre sopra i migliori cavalli da carrozza di razza inglese

[74] Vedi una nota curiosa di Tonkin nel libro di Carew, intitolato Considerazioni su Cornwall, edizione di Lord De Dunstanville.

[75] Borlase, Storia Naturale di Cornwall, 1758. La quantità del rame che oggi si estrae, è stata da me desunta dalle relazioni fatte al Parlamento. Davenant, nel 1700, stimava il prodotto annuo di tutte le miniere dell’Inghilterra ad una somma tra sette o otto cento mila sterline.

[76] Transazioni Filosofiche, N. 23, Nov. 1669; N. 66, Dic. 1670; N. 103, Mag. 1674; N. 156, Feb. 1683–84.

[77] Yarranton, Progressi dell’Inghilterra per terra e per mare, 1677; Porter, Progresso della Nazione. Vedi anche una breve storia, notevolmente perspicua, de’ lavori di ferro dell’Inghilterra in M’. Culloch, Statistica dello Impero Britannico.

[78] Misura di carbone, equivalente a trentasei moggia. (Nota del Trad.)

[79] Vedi Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684, 1687; Angliæ Metropolis, 1691; M’. Culloch, Statistica dello Impero Britannico, parte III, cap. 2 (ediz. del 1847). Nel 1845, la quantità del carbone trasportato a Londra, come si deduce dalle relazioni parlamentari, fu di 3,460,000 tonnellate.

[80] Ho attinte le mie idee intorno al gentiluomo di provincia del secolo decimosettimo a così gran numero di fonti, da non esser possibile citarle tutte. È forza ch’io lasci la mia descrizione al giudizio di coloro che hanno studiata la storia e l’amena letteratura di quel tempo.

[81] Vedi Heylin, Cyprianus Anglicus.

[82] Eachard, Cagioni del dispregio del Clero; Oldham, Satira diretta ad un amico sul punto di lasciare l’Università; Tatler, 255, 258. Che il Clero Inglese fosse composto d’individui di bassa nascita, è notato nei viaggi del Granduca Cosimo, Appendice A.

[83] «A causidico, medicastro, ipsâque artificum farragine ecclesiæ rector aut vicarius contemnitur et fit ludibrio. Gentis et familiæ nitor sacris ordinibus pollutus censetur: fœminisque natalitio insignibus unicum inculcatur sæpius præceptum, ne modestiæ naufragium faciant, aut (quod idem auribus tam delicatulis sonat) ne clerico se nuptas dari patiantur.» Angliæ Notitia di Tommaso Wood di New College; Oxford, 1686.

[84] Vita di Clarendon, II. 21.

[85] Vedi le Ingiunzioni del 1559, nella raccolta del Vescovo Sparrow. Geremia Collier, nel suo Saggio sopra l’orgoglio, parla di questa ingiunzione con un’acrimonia, che prova come il suo proprio orgoglio non fosse ancora domo.

[86] Ruggiero ed Abigail, nella Donna Sprezzante di Fletcher; Bull e la Balia, nella Ricaduta di Vanbrough; Smirk e Susanna, nelle Streghe della Contea di Lancaster di Sadwell, possono servire d’esempio.

[87] Swift, Avvertimenti ai Servi.

[88] Questa distinzione fra clero rurale e clero cittadino, è positivamente notata da Eachard, e salta agli occhi di chiunque abbia studiata la storia ecclesiastica di quell’età.

[89] Nelson, Vita di Bull. Intorno alla estrema difficoltà che incontrava il clero di provincia a procurarsi libri, vedi la Vita di Tommaso Bray, fondatore della Società per la propagazione del Vangelo.

[90] «L’ho (Dryden) spesso udito confessare con compiacenza, che s’egli aveva qualche maestria nella prosa, la doveva allo avere spesso letti gli scritti dello Arcivescovo Tillotson.» Congreve, Dedica dei Drammi di Dryden.

[91] Leggi contro le riunioni legittime. (Nota del Traduttore.)

[92] Ho adottato l’estimo di Davenant, che è poco più basso di quello di King.

[93] Evelyn, Diario, 27 giugno 1654; Pepys, Diario, 13 giugno 1668; Ruggiero North, Vite del Lord Cancelliere Guildford, e di Sir Dudley North; Petty, Aritmetica Politica. Ho adottato i fatti di Petty, ma nel farne le deduzioni, ho seguito Hing e Davenant; i quali, quantunque non avessero maggiore abilità di lui, avevano il vantaggio di essere a lui posteriori di tempo. Intorno al mestiere di raccogliere e trafugare uomini, che rendeva infame il nome di Bristol, vedi North, Vita di Guildford, 121, 216, e l’arringa di Jeffreys su tale subietto, nella Storia imparziale della sua vita e morte, stampata ne’ Bloody Assizes. Il suo stile era usualmente aspro; ma non posso annoverare fra i delitti ascrittigli la sua invettiva contro i magistrati di Bristol.

[94] Fuller, Personaggi celebri; Evelyn, Diario, 17 ottobre 1671; Giornale di E. Browne, figlio di Sir Tommaso Browne, gennajo 1663–64; Blomefield, Storia di Norfolk; Storia della città e Contea di Norwich, 2 vol. 1768.

[95] Pare che la popolazione di York, secondo le liste de’ battesimi e delle morti, nella Storia di Drake, fosse, nel 1730, circa 13,000. Exeter aveva solo 17,000 abitanti nel 1801. La popolazione di Worcester fu numerata tosto innanzi l’assedio del 1646. Vedi Nash, Storia della Contea di Worcester. Ho tenuto conto dell’aumento che deve supporsi esservi seguito nello spazio di quaranta anni. Nel 1740, la popolazione di Nottingham era, giusta l’enumerazione fattane, di 10,000 anime. Vedi la Storia di Dering. Qual fosse la popolazione di Gloucester, potrebbe dedursi dal numero delle case, che King trovò nelle liste della imposta sui fuochi, e dal numero delle nascite e morti, che è riportato nella Storia di Atkyns. La popolazione di Derby era di 4000 anime nel 1712. Vedi la Storia Ms. di Wolley, citata nella Magna Britannia di Lyson. La popolazione di Shrewsbury fu numerata nel 1695. Intorno alle delizie di Shrewsbury, vedi l’Ufficiale Reclutatore di Farquhar. La descrizione che ne fa questo scrittore trovasi in una ballata, esistente nella Biblioteca di Pepys, ed ha l’intercalare «Shrewsbury for me.»

[96] Blome, Britannia, 1673; Aikin Il Paese attorno Manchester; Direttorio di Manchester, 1845; Baines, Storia della manifattura di Cotone. Le migliori notizie che io abbia potuto trovare rispetto alla popolazione di Manchester nel secolo decimosettimo, si contengono in una scrittura del Reverendo R. Parkinson, pubblicata nel Giornale della Società Statistica, ottobre 1842.

[97] Thoresby, Ducatus Leodensis; Whitaker, Loidis and Elmete; Wardell, Storia Municipale del Borgo di Leeds.

[98] Hunter, Storia della Contea di Hallam.

[99] Blome, Britannia, 1673; Dugdale, La Contea di Varwick; Nort, Esame, pag. 321, Prefazione all’Assalonne ed Achitofel; Hutton, Storia di Birmingham; Boswell, Vita di Johnson. Nel 1690, le morti di Birmingham furono 150; le nascite 125. Reputo probabile che la mortalità annua fosse poco meno di uno in ogni venticinque individui. In Londra era considerevolmente maggiore. Uno storico di Nottingham, mezzo secolo dopo, vantava la straordinaria salubrità della città propria, dove la mortalità annua era in proporzione di uno a trenta. Vedi Dering, Storia di Nottingham.

[100] Blome, Britannia; Gregson, Antichità della Contea Palatina e del Ducato di Lancaster, Parte II; Petizione di Liverpool, nel Libro del Consiglio Privato, 10 maggio 1686. Nel 1690, le morti in Liverpool furono 151, le nascite 120. Nel 1844, la entrata netta delle dogane di Liverpool fu di 4,365,526 lire sterline, 1 scellino e 8 soldi.

[101] Atkyns, Contea di Gloucester.

[102] Magna Britannia; Grose, Antichità; New Brightelmstone Directory, 1770.

[103] Viaggio nella Contea di Derby, di Tomaso Browne, figlio di Sir Tommaso.

[104] Vedi Wood, Storia di Bath, 1749; Evelin, Diario, 27 giugno 1654; Pepys, Diario, 12 giugno 1668; Stukeley, Itinerarium curiosum; Collinson, Contea di Somerset; Dottor Peirce, Storia e Memorie di Bath, 1713, lib. I, cap. 8, osser. 2, 1684. Ho consultato varie carte topografiche e pitture di Bath, in ispecie una carta curiosa, che è circondata dalle vedute de’ principali edificii. Ha la data del 1717.

[105] Secondo King, 530,000.

[106] Macpherson, Storia del Commercio; Chalmers; Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684. Il tonnellaggio dei piroscafi appartenenti al porto di Londra alla fine del 1847 era di 60,000 tonnellate. La somma media, dal 1842 al 1845, che incassava la Dogana del porto, era di 11,000,000.

[107] Lisson, Dintorni di Londra. I battesimi in Chelsea, tra il 1680 e 1690, erano quarantadue l’anno.

[108] Cowley, Discorso intorno la Solitudine.

[109] Le notizie più ampie e più degne di fede inforno alla condizione degli edificii di Londra verso questo tempo, ritrovansi nelle carte topografiche e nei disegni esistenti nel Museo Britannico, e nella Biblioteca di Pepys. Della cattiva fattura de’ mattoni delle fabbriche di Londra, è fatto speciale ricordo ne’ Viaggi del Granduca Cosimo. Nello Esploratore di Londra di Ward, vi è una relazione de’ lavori della chiesa di San Paolo. Mi vergogno quasi di citare un così nauseante cicaleccio; ma mi è stato forza scendere, se pure è possibile, anche più basso, per raccogliere materiali.

[110] Evelyn, Diario, 20 settembre 1672.

[111] Ruggiero North, Vita di Sir Dudley North.

[112] North, Esame. Questo piacevole scrittore ci ha conservato un esempio dei voli sublimi ai quali abbandonavasi il Pindaro della Città:

«Il venerando Sir Giovanni Moor! Dopo secoli adorisi tal nome!»

[113] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684; Angliæ Metropolis, 1690; Seymour, Londra 1734.

[114] Inigo Jones è uno dei più celebri architetti inglesi. (Nota del Trad.)

[115] North, Esame, 116. Wood, Ath, Ox. Shaftesbury. La litania del Duca di Buckingam.

[116] Viaggi del Granduca Cosimo.

[117] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra 1684; Pennant, Londra; Smith, Vita di Nollekens.

[118] Evelyn, Diario, 10 ottob. 1683; 19 gennajo 1685–86.

[119] Stat. I di Giac. II, c. 22; Evelyn, Diario, 7 dicembre 1684.

[120] Il vecchio Generale Oglethorpe, morto nel 1785, aveva il costume di vantarsi d’avere in quel luogo ucciso degli uccelli sotto il regno di Anna. Vedi Pennant, Londra; e il Magazzino del Gentiluomo, luglio 1785.

[121] Il campo della peste potrà vedersi nelle carte topografiche di Londra, anche in quelle edite verso la fine del regno di Giorgio I.

[122] Vedi una curiosissima pianta di Covent Garden, fatta nel 1690, e incisa per la Storia di Westminster scritta da Smith. Vedi altresì il Mattino dipinto da Hogarth, allorquando le case della Piazza erano tuttavia abitate dai gentiluomini.

[123] Lo Esploratore di Londra; Maso Brown, Vedute comiche di Londra e di Westminster; Turner, Proposta per impiegare i poveri, 1678; Corriere Quotidiano, e Giornale Quotidiano, 7 giugno 1733; Causa tra Michael ed Allestree nel 1676, 2 Levinz., pag 172. Michael era stato pesto da due cavalli che Allestree domava in Lincoln’s Inn Fields. La dichiarazione stabiliva che l’accusato «porta deux chivals ungovernable en un coach, et improvide, incaute, et absque debita consideratione ineptitudinis loci la eux drive pur eux faire tractable et apt pur un coach, quels chivals, pur ceo que, per leur ferocite, ne poient estre rule, curre sur le plaintiff et le noie.»

[124] Stat. 12 di Gior. I, c. 25; Giornale dei Comuni, 25 febbraio, 2 marzo 1725–26; Il Giardiniere di Londra, 1712; Evening Post, 25 Marzo 1731. Non mi è riuscito di trovare questo numero del Giornale Evening Post: però lo cito sulla fede di Malcolm, che lo rammenta nella sua Storia di Londra.

[125] Lettres sur les Anglois, scritte ne’ primi anni del regno di Guglielmo III; Swift, City Shower; Gay, Trivia. Johnson aveva costume di riferire un colloquio che egli ebbe con sua madre intorno al cedere o a prendere il muro.

[126] Oldham, Imitazione della Satira III di Giovenale, 1682; Shadwell, Scourers, 1690. Molte altre autorità incontrerà di leggieri chiunque conosca la letteratura popolare di quella e della susseguente generazione. Potrebbe sospettarsi che alcuni dei Tityre Tus, da buoni Cavalieri, rompessero le finestre di Milton poco dopo la Restaurazione. Io credo ch’egli pensasse a que’ malanni di Londra allorquando dettò quei versi: «Nelle splendide città, quando lo strepito delle contese e dei danni e degli oltraggi giunge alle loro più alte torri, e quando la notte intenebra le vie, i figli di Belial gavazzano trasportati dal vino e dalla insolenza.»

[127] Angliæ Metropolis, 1690, sez. 17, che ha per titolo: Intorno alla nuova luce; Seymour, Londra.

[128] Stowe, Sguardo sopra Londra; Shadwell, Lo Scudiere d’Alsazia; Ward, L’Esploratore di Londra; Stat. 8 e 9 di Gugliel. III, cap. 27.

[129] Vedi il racconto che fa Sir Ruggiero North del modo con cui Wright fu fatto giudice, e il racconto di Clarendon sul modo con cui Sir Giorgio Savile fu fatto Pari.

[130] Le fonti alle quali ho attinto le mie nozioni intorno alla Corte, sono sì numerose, che mal si potrebbero citare. Fra esse giova indicare i Dispacci di Barillon, di Van Citters, di Ronquillo e d’Adda; i Viaggi del Granduca Cosimo, i Diarii di Pepys, di Evelyn e di Teonge; e le Memorie di Grammont e di Reresby.

[131] La principale caratteristica di questo dialetto consisteva in ciò, che in moltissime parole la O si pronunciava come A. Stork, a modo d’esempio, era pronunciato Stark. Vedi Vanbrugh, La Ricaduta. Lord Sunderland era gran maestro di questo tono cortigiano, come lo chiama Ruggero North; e Tito Oates lo affettava, sperando di passare per un egregio gentiluomo. Esame, 77, 254.

[132] Non è d’uopo richiamare l’attenzione del lettore alla ironia della frase. Dai precedenti capitoli si sarà accorto come l’autore senza distinzione di opinioni politiche e religiose renda giustizia a tutti, anzi si mostri severissimo contro i protestanti fanatici. (Nota dell’Editore).

[133] Lettres sur les Anglois; Viaggi di Maso Brown; Ward, Esploratore di Londra; La natura di una Bottega da Caffè, 1673; Regolamenti ed ordini della Bottega del Caffè, 1674; La Bottega del Caffè difesa, 1675; Satira contro il Caffè; North, Esame, 138; Vita di Guildford, 152; Vita di Sir Dudley North, 149; Vita del Dottor Radcliffe pubblicata da Curll nel 1715. La più viva descrizione del Caffè Will si trova nel Topo da città e da campagna. Vi è un tratto notevole intorno alla influenza degli oratori delle botteghe da caffè, nelle Brevi Genealogie di Halstead, stampate nel 1685.

[134] Il testo dice cockney, vocabolo che non può avere in italiano l’equivalente. In Londra si chiamano cockney coloro che sono nati ed abitano presso Bow Church, e si suppone che non siano mai usciti dal ricinto della City, e che uscendo fuori si maravigliano di tutto, in guisa da rendersi ridicoli. Fra le mille storielle che si narrano per mettere in caricatura (ci si perdoni la frase) il Cockney, dicesi che uno di loro andando a caccia, uccidesse un’upupa o un barbagianni in un cimitero, e tornasse costernato a casa credendo di avere morto un cherubino. (Nota del Traduttore.)

[135] Centuria d’Invenzioni, 1663, nº 68.

[136] North, Vita di Guildford, 136.

[137] Thoresby, Diario, 21 ottobre 1680, 3 agosto 1712.

[138] Pepys, Diario, 12 e 16 giugno 1668.

[139] Ibidem, 28 febbrajo 1660.

[140] Thoresby, Diario, 17 maggio 1695.

[141] Ibidem, 27 dicembre 1708.

[142] Viaggio nella Contea di Derby, di G. Browne, figlio di Sir Tommaso Browne, 1662. Cotton Angler, 1676.

[143] Carteggio di Enrico Conte di Clarendon, 30 Dicembre 1685, 1 Gennajo 1686.

[144] Postlethwaite, Vocabol. alla parola Strade. Storia di Hawkhurst, nella Bibliotheca Topographica Britannica.

[145] Annali della Regina Anna, 1703: Appendice, nº 3.

[146] 15 di Car. II, c. 1.

[147] Gl’inconvenienti del vecchio sistema vengono esposti mirabilmente in molte petizioni, che trovansi nel Giornale dei Comuni del 1725–26. In quanto alle violente opposizioni che incontrò il sistema nuovo, veggasì il Magazzino del Gentiluomo del 1749.

[148] Postlethwaite, Vocabol. alla parola Strade.

[149] Loidis and Elmete. Marshall, Economia rurale dell’Inghilterra. Nel 1739, Roderico Random andò da Scozia a Newcastle sopra un cavallo da basto.

[150] Cotton, Epistola a G. Bradshaw.

[151] Anthony à Wood, Vita scritta da lui stesso.

[152] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684. Vedi anche la lista delle carrozze e dei vagoni da viaggio, in fine del libro intitolato: Angliæ Metropolis, 1690.

[153] Giovanni Cresset, Ragioni per sopprimere le carrozze da viaggio, 1672. Tali ragioni vennero poi inserite in uno scritto intitolato: Il grande interesse dell’Inghilterra spiegato, 1673. L’opposizione di Cresset alle vetture da viaggio provocò alcune risposte, da me consultate.

[154] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684; North, Esame, 105; Evelyn, Diario, 9 e 10 ottobre 1671.

[155] Vedi la Gazzetta di Londra, 14 maggio 1677, 4 agosto 1687, 5 dicembre 1687. L’ultima confessione di Agostino King (figlio d’un illustre teologo, e educato in Cambridge), che nel marzo del 1688 fu impiccato a Gloucester, è sommamente curiosa.

[156] «Aimwell. Di grazia, signore, non v’ho già veduto al Caffè Will? Gibbet. Sì, signore, e anche a quello di Wite»—Beaux, Stratagemma.

[157] Gent, Storia di York. Un altro ladrone della medesima specie, chiamato Biss, fu nel 1695 impiccato in Salisbury. In una ballata che trovasi nella Biblioteca di Pepys, viene rappresentato in questa guisa:

«Che direte voi ora, mio onorevole Signore? Che male c’è egli in ciò? Il bravo ed animoso Biss altro non ha fatto che aborrire i ricchi e gli avari opulenti.»

[158] Pope, Memorie di Duval, pubblicate poco dopo l’esecuzione della sentenza. Oates Εἰχών Βασιλχη, Part. I.

[159] Vedi il Prologo ai Racconti di Cantorbery di Chauser; Harrison, Descrizione storica dell’Isola della Gran Brettagna; e il racconto che fa Pepys del suo viaggio fatto nella state del 1668. Della superiorità delle Locande inglesi è fatta memoria nei Viaggi del Granduca Cosimo.

[160] Stat. 12 di Car. II, c. 35; Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra, 1684; Angliæ Metropolis, 1690; Gazzetta di Londra, 22 giugno 1685, 15 agosto 1687.

[161] Gazzetta di Londra, 14 settembre 1685.

[162] Smith, Notizie Correnti, 30 marzo e 3 aprile 1680.

[163] Angliæ Metropolis, 1690.

[164] Giornale de’ Comuni, 4 settembre 1660, 1 marzo 1688–89; Chamberlayne, 1684; Davenant, Della Rendita pubblica, Discorso IV.

[165] Gazzetta di Londra, 5 e 17 maggio 1680.

[166] Nel Museo Britannico trovasi una curiosa, e, a quel ch’io ne penso, unica collezione di cotesti giornali.

[167] Per modo d’esempio, non è pur motto nella Gazzetta intorno agli importantissimi atti parlamentari del novembre 1685, o intorno al processo e all’assoluzione de’ sette vescovi.

[168] Ruggiero North, Vita, del dottor Giovanni North. Intorno alle lettere di notizie, vedi l’Esame, 133.

[169] Colgo questa occasione per esprimere la mia gratitudine alla famiglia del mio diletto ed onorando amico Sir Giacomo Mackintosh, per avermi confidati i materiali da lui raccolti quando meditava un lavoro simigliante a quello che io ho intrapreso. Non ho mai veduto, e credo che altrove non esista, una sì pregevole collezione di documenti tratti dagli archivi pubblici e privati. Il giudicio con che Sir Giacomo, nelle grandi masse delle più rozze materie storiche, scelse l’utile e lasciò da parte l’inutile, può meritamente apprezzarsi solo da chi dopo lui abbia lavorato nella medesima miniera.

[170] Vita di Tommaso Gent. Un compiuto catalogo di tutte le stamperie esistenti nel 1724, trovasi negli Aneddoti Letterarii del secolo decimottavo, di Nichols. In pochi anni il numero si era grandemente accresciuto; e nonostante, v’erano trentaquattro contee prive di tipografi, ed una di esse era quella di Lancaster.

[171] Per la intelligenza di questo vocabolo, vedi a pag. 228. (Nota del Traduttore.)

[172] Per la intelligenza di questo vocabolo vedi, a pag. 235. (Nota del Traduttore.)

[173] L’Osservatore, 29 e 31 gennaio 1685; Calamy, Vita di Baxter; Memoriale non–conformista.

[174] Sembra che Cotton, a quanto ricavasi dal suo Angler, avesse collocata tutta la sua biblioteca nel vano d’una finestra: e Cotton era un letterato. Allorchè Franklin nel 1724 visitò per la prima volta Londra, non vi si conoscevano biblioteche circolanti. Della folla de’ lettori nelle botteghe de’ librai, fa menzione Ruggiero North nella Vita di Giovanni suo fratello.

[175] Basta un solo esempio. La regina Maria aveva commendevoli doti naturali, era stata educata da un vescovo, amava la storia e la poesia, e da uomini veramente illustri era considerata come donna illustre. Nella biblioteca dell’Aja esiste una bellissima Bibbia inglese, che fu presentata a lei nel dì della sua incoronazione nella Abbadia di Westminster. Nel frontespizio si vedono le seguenti parole scritte di sua propria mano: «This book was given the King and I, at our crownation. MARIE R.»

[176] Ruggiero North racconta, come suo fratello Giovanni, che era professore di greco in Cambridge, lamentasse amaramente la ignoranza della lingua greca nel clero dell’Università.

[177] Butler, in una satira pungentissima, dice: «Quantunque lo intarsiare ne’ loro discorsi parole greche e latine venga reputata vanagloriosa rettorica di pedanti, imperlarli di frasi francesi è cosa meritoria.»

[178] L’esempio più notevole che mi corra alla memoria è in un poemetto di Dryden sopra la coronazione di Carlo II. Dryden di certo non poteva addurre la scusa di povertà della lingua per usare parole tratte da qualsifosse favella straniera: «Quivi nelle sere estive voi accorrete per gustare la fraicheur dell’aria più pura.»

[179] È una sètta che crede Adamo essere stato predestinato a peccare; ed e opposta alla sètta de’ Sublapsarii, che ammettono la contraria opinione. (Nota del Traduttore.)

[180] Per l’allusione di questo vocabolo, che metaforicamente vale parola d’ordine, o di riconoscimento, vedi la Bibbia, Giudici, Lib. XII, 6. (Nota del Traduttore.)

[181] Geremia Collier, con la sua solita forza ed acrimonia, ha inveito contro siffatto odioso costume.

[182] Il contratto trovasi nella edizione di Dryden, fatta da Sir Walter Scott.

[183] Vedi la Vita di Southern, scritta da Shiels.

[184] Vedi Rochester, Infortunii de’ Poeti.

[185] Saggio intorno alla scena inglese.

[186] Shiels, Vita di Southern.

[187] Se a qualche lettore le mie espressioni paressero troppo severe, lo consiglierei a leggere l’Epilogo di Dryden al Duca di Guisa, e notare che era recitato da una donna.

[188] Vedi, in ispecie, l’Oceana di Harrington.

[189] Vedi Sprat, Storia della Società Reale.

[190] Cowley, Ode alla Società Reale.

[191] «Allora anderemo sino allo estremo confine del globo, e vedremo l’ocèano pendere sul cielo: di là noi conosceremo i nostri rotanti vicini, ed esamineremo con sicurezza il mondo lunare.» Annus Mirabilis, 164.

[192] North, Vita di Guildford.

[193] Pepys, Diario, 30 maggio 1667.

[194] Io credo che Buttler fosse il solo uomo di vero genio, il quale tra la Restaurazione e la Rivoluzione mostrasse amara avversione alla nuova filosofia, come allora chiamavasi. Vedi la satira contro la Società Reale e l’Elefante nella Luna.

[195] La sollecitudine onde gli agronomi di quella età facevano esperimenti a migliorare l’arte, è ben descritta da Aubrey, Storia naturale della Contea di Wilt, 1685.

[196] Sprat, Storia della Società Reale.

[197] Walpole, Aneddoti intorno alla Pittura; Gazzetta di Londra, 31 marzo 1683. North, Vita di Guildford.

[198] Dei gran prezzi con che furono pagate le opere di Varelst e di Verrio, è fatto ricordo da Walpole negli Aneddoti intorno la Pittura.

[199] Petty, Aritmetica politica.

[200] Stat. 5. di Elis., c. 4. Archeologia, vol. XI.

[201] Riccardo Dunning, Metodo chiaro e facile che dimostra il modo d’adempiere l’ufficio di sorvegliatore de’ poveri; 1ª edizione 1685; 2ª edizione 1686.

[202] Cullum, Storia di Hawsteed.

[203] Ruggles, Dei Poveri.

[204] Vedi Thurloe, Scritture di Stato; il Memorandum dei Deputati Olandesi in data del 2–12 agosto 1653.

[205] Questo oratore fu Giovanni Basset, rappresentante di Barnstple. Vedi Smith, Memorie di Wool, cap. 68.

[206] Questa ballata si conserva nel Museo Britannico. Non è notato l’anno preciso in cui fu scritta; ma l’Imprimatur di Ruggiero Lestrange determina la data in modo da servire al mio scopo. Ne riporterò alcuni versi. È il padrone che parla in questa guisa:

«Nei tempi andati, avevamo il costume di pagare tanto che i nostri operai vivessero come fattori; ma i tempi sono cangiati, e lo faremo loro intendere......... gli faremo lavorare duramente per sei soldi il giorno; comecchè, ove si vogliano giustamente pagare, meritino uno scellino: se ne mormorassero dicendo di esser troppo poco, daremo loro la scelta, o di lavorare o d’andarsene via. E così noi accumuliamo le nostre ricchezze, e ci facciamo lo stato con le fatiche di molti poveri uomini che lavorano da mane a sera. Viva dunque l’arte della lana! Va mirabilmente bene! I nostri lavoranti sudano, ma noi viviamo tranquilli, andando e venendo quando e come ci piace.»

[207] Chamberlayne, Stato dell’Inghilterra; Petty, Aritmetica politica, cap. 8; Dunning, Metodo piano e facile; Firmin, Proposta per impiegare i Poveri. È da notarsi che Firmin era un insigne filantropo.

[208] King, nelle sue Conclusioni naturali e politiche, calcolò all’ingrosso, la plebe dell’Inghilterra ascendere a 880,000 famiglie; delle quali 440,000, secondo lui, mangiavano cibo animale due volte la settimana. Le altre 440,000 non ne mangiavano affatto, o almeno non più d’una volta la settimana.

[209] Decimoquarto Rapporto della Commissione intorno alla Legge dei Poveri, Appendice B, nº 2, Appendice C, nº 1, 1848. De’ due calcoli della Tassa de’ Poveri rammentati nel testo, uno fu fatto da Arturo Moore; l’altro, alcuni anni dopo, da Riccardo Dunning. Il primo si trova nel Saggio sulle Vie e sui Mezzi di Davenant; il secondo, nella pregevole opera di Sir Federigo Eden sui Poveri. King e Davenant credono che i poveri e i mendicanti nel 1696 fossero l,330,000 in una popolazione di 5,500,000; lo che sembra incredibile. Nel 1846, il numero delle persone che ricevevano soccorso, da quanto appare da’ documenti officiali, era solo di 1,332,089, in una popolazione di circa 17,000,000. Dovrebbe ancora notarsi, che è probabile nelle liste ufficiali, che un povero venga riportato più volte.

Consiglierei il lettore a consultare il libretto di De Foe, che ha per titolo: Dare l’elemosina, non è carità; e le tavole di Greenwich, che trovansi nel Dizionario Commerciale di MᶜCulloch, alla parola Prezzi.

[210] Le morti furono 23,222.—Petty, Aritmetica politica.

[211] Burnet, I, 560.

[212] Muggleton, Atti de’ Testimoni dello Spirito.

[213] Maso Brown descrive cotesta scena con parole che non oso riferire.

[214] Ward, Esploratore di Londra.

[215] Pepys, Diario, 28 decembre 1663, 2 settembre 1667.

[216] Burnet, I, 606; Lo Spettatore, nº 462; Giornali dei Lordi, 28 ottobre 1678; Cibber, Apologia.

[217] Burnet, I, 605, 606; Welwood, 138; North, Vita di Guildford, 251.

[218] Potrei giovarmi di questa occasione per rammentare al lettore che qualvolta io noto una sola data, seguo il vecchio stile che nel secolo decimosettimo vigeva in Inghilterra; ma io pongo il principio dell’anno a dì 1 gennaio.

[219] Saint–Evremond, passim. Saint–Rèal, Memoires de la Duchesse de Mazarin; Rochester, L’Addio; Evelyn, Diario, 6 settembre 1676, 11 giugno 1699.

[220] Evelyn, Diario, 28 gennaio 1684–85; Saint–Evremond, Lettera a Dèry.

[221] Evelyn, Diario, 4 febbraio 1684–85.

[222] Ruggiero North, Vita di Sir Dudley North, 170; Il vero Patriotta vendicato, ovvero Giustificazione di Sua Eccellenza il C....... di R........; Burnet, I, 605. I Libri del Tesoro provano che Burnet era bene informato.

[223] Evelyn, Diario, 24 gennaio 1681–82; 4 ottobre 1683.

[224] Carteggio di Dugdale.

[225] Hawkins, Vita di Ken, 1713.

[226] Vedi la Gazzetta di Londra 21 novembre 1678. Barillon e Burnet dicono che Huddleston fu eccettuato da tutti gli atti del Parlamento contro i preti; ma ciò è un errore.

[227] Clarke, Vita di Giacomo, II, I, 746; Memorie Originali, Barillon, Dispaccio dell’8–18 febbraio 1685; Citters, Dispacci del 3–13 e del 6–16 febbraio; Huddleston, Narrazione; Lettere di Filippo, secondo Conte di Chesterfield, Sir H. Ellis, Lettere Originali, Serie I, vol. III, 333; Serie II, vol. IV, 74; Ms. Chaillot; Burnet, I, 606; Evelyn, Diario, 4 febbraio 1684–85; Welwood, Memorie, 140; North, Vita di Guildford, 252; Esame, 648; Hawkins, Vita di Ken; Dryden, Threnodia Augustalis; Sir H. Halford, Saggio intorno alle morti di personaggi illustri. Vedi anche un frammento d’una lettera scritta da Lord Bruce, lungo tempo dopo che era divenuto Conte di Ailesbury, stampata nel Magazzino Europeo, aprile 1795. Ailesbury dà dell’impostore a Burnet. Nondimeno la sua propria narrazione e quella di Burnet ad ogni lettore d’animo schietto non parranno contraddittorie. Ho veduto nel Museo Britannico, ed anche nella Biblioteca dello Istituto Reale, un foglio curioso, dove si contiene un racconto della morte di Carlo. Trovasi nella Collezione di Somers. L’autore era evidentemente un cattolico romano zelante, e dovette essere in grado d’attingere a buone fonti di notizie. Sospetto molto che fosse in relazione diretta o indiretta con lo stesso Giacomo. Non vi si trova nome scritto pienamente; ma le iniziali, tranne in un solo luogo, sono perfettamente intelligibili Dice che al D. di Y. fu rammentato il debito in cui era verso il suo fratello da P. M. A C. F, Debbo confessare la mia impossibilità a decifrare le ultime cinque lettere; e a un tempo mi consola il vedere che Walter Scott non sia stato più avventurato di me. Dopo che fu pubblicata la prima edizione di questa opera, mi sono state comunicate varie ingegnose conghietture intorno a coteste lettere misteriose; ma rimango convinto che finora non mi è stata suggerita la vera soluzione.

Parrebbe che nessun fatto nella storia dovesse essere più esattamente da noi conosciuto, di quelli che avvennero attorno al letto di morte di Carlo II. Abbiamo parecchie relazioni scritte da tali, che comunque non fossero testimoni oculari, avevano i mezzi migliori per sapere il vero da’ testimoni oculari. Nulladimeno, chiunque si provasse a formare un racconto da siffatta vasta massa di materiali, troverebbe l’opera difficile. Certamente Giacomo e la sua moglie, allorquando riferirono il fatto alle monache di Chaillot, in alcune cose non poterono trovarsi d’accordo. La Regina diceva che, dopochè Carlo ebbe ricevuti gli ultimi sacramenti, i vescovi protestanti tornarono ad esortarlo. Il Re diceva che ciò non era vero. «Certo, ripigliò la Regina, me lo avete detto voi stesso.»—–«Egli è impossibile che io ve lo possa aver detto, disse il Re, poichè nulla accadde di simile.»

È cosa spiacevole che Sir Enrico Halford si fosse così poco studiato di sincerarsi de’ fatti, intorno ai quali ha profferito giudicio. Non pare ch’egli conoscesse la esistenza delle narrazioni di Giacomo, di Barillon e di Huddleston.

Poichè questa è la prima occasione in cui cito il carteggio de’ Ministri olandesi alla Corte d’Inghilterra, debbo qui rammentare, che una serie di dispacci, dal dì in che Giacomo ascese al trono fino alla sua fuga, forma una delle parti più pregevoli della collezione di Mackintosh. I dispacci susseguenti fino al pieno stabilimento del governo nel febbraio 1689, me li sono procurati all’Aia. Negli archivi olandesi si è pochissimo frugato. Abbondano di notizie di grandissimo interesse per ogni Inglese. Sono mirabilmente ordinati, e affidati alla custodia di gentiluomini, la cortesia, la liberalità e lo zelo de’ quali per il bene delle lettere non può essere bastevolmente commendata. Vorrei potere esprimere gli obblighi miei verso i signori De Jonge e Van Zwanne.

[228] Clarendon, con giusto sdegno, fa menzione di questa calunnia: «Secondo la carità di quel tempo verso Cromwell, moltissimi avrebbero voluto credere che morisse di veleno: del che allora non vi fu apparenza; nè poi se ne fece mai prova.» Libro XIV.

[229] Welwood, 139; Burnet, I, 609; Sheffield, Carattere di Carlo II; North, Vita di Guildford, 252; Esame, 684; Politica della Rivoluzione; Higgons sopra Burnet. Ciò che North dice dell’imbarazzo e della perplessità de’ medici, è confermato dai dispacci di Citters. Sono stato molto in dubbio intorno alla strana storiella de’ sospetti di Short. Un tempo inchinavo a adottare l’opinione di North. Ma, comecchè io dia poco peso all’autorità di Welwood e di Burnet, in questo caso non posso ricusare la testimonianza d’un uomo così bene informato e imparziale come Sheffield.

[230] Gazzetta di Londra, 9 febbraio 1684–85; Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 3; Barillon, 9–19 febbraio; Evelyn, Diario, 6 febbraio.

[231] Vedi gli autori citati nella nota precedente. Vedi anche lo Esame, 647; Burnet, I, 620; Higgons, sopra Burnet.

[232] Gazzetta di Londra, 14 febbraio 1684–85; Evelyn, Diario del medesimo giorno; Burnet, I, 610; Il villano sfrenato.

[233] Burnet, I, 628; Lestrange, l’Osservatore, 11 febbraio 1684–85.

[234] Le lettere tra Rochester ed Ormond intorno a questa faccenda, si trovano nel carteggio di Clarendon.

[235] Lo annunzio de’ cangiamenti ministeriali trovasi nella Gazzetta di Londra, 19 febbraio 1684–85. Vedi Burnet, I, 621; Barillon, 9–19, 16–26 febbraio, e 19 febbraio–1 marzo.

[236] Carte, V_ita d’Ormond; Consulte secrete del partito papista in Irlanda_, 1690. Memorie dell’Irlanda, 1716.

[237] Sessioni di Natale, del 1678.

[238] Gli atti de’ Testimoni dello Spirito, parte V, cap. 5. In questa opera Ludowick, secondo la sua maniera, si vendica del «diavolo urlante» come egli chiama Jeffreys, con una lista di maledizioni che farebbero invidia all’Ernolfo di Sterne. Il processo seguì in gennaio 1677.

[239] Queste parole si trovano in molti libretti di quel tempo. Tito Oates non si stancava mai di citarle. Vedi il suo Εἰχών Βασιλχη.

[240] Le principali fonti alle quali ho attinto per dipingere il carattere di Jeffreys, sono i Processi di Stato e la Vita di Guildford, scritta da North. Qualche tocco di minore importanza lo debbo ai libretti contemporanei in versi e in prosa; come il Tribunale di sangue, la Vita e Morte di Giorgio Lord Jeffreys, il Panegirico di Lord Jeffreys, la Lettera al Lord Cancelliere, la Elegia di Jeffreys. Vedi parimente Evelyn, Diario, 5 dicembre 1683, 31 ottobre 1685. Non è mestieri avvertire il lettore di consultare la insigne opera di Lord Campbell.

[241] Gazzetta di Londra, 12 febbraio 1684–85; North, Vita di Guildford, 254.

[242] La fonte principale a cui ho attinto, è il dispaccio di Barillon, 9–19 febbraio 1685. Si trova nell’Appendice alla Storia di Fox. Vedi anche la Lettera di Preston a Giacomo, in data del 18–28 aprile 1685, presso Dalrymple.

[243] Luigi a Barillon, 10–20 febbraio 1685.

[244] Barillon, 16–26 febbraio 1685.

[245] Barillon, 18–28 febbraio 1685.

[246] Dartmouth, Annotazioni a Brunel, I, 264; Chesterfield, Lettere, 18 novembre 1784. Chesterfield è un testimonio incontrastabile; perocchè la rendita di cinquecento sterline era un carico sui beni di Halifax suo avo. Credo che siano mal fondate le aggiunte che fa Pope all’avarizia di Churchill. «Il galante cui ella pagò largamente il salto dalla finestra, visse assai per ricusare alla sua druda mezzo scudo.» Curll chiama malediche queste parole.

[247] Pope, negli Aneddoti di Spence.

[248] Vedi i Ricordi Storici del 1º de’ Dragoni Reali. La nomina di Churchill al comando di questo reggimento fu posta in ridicolo come esempio di assurda parzialità. Una satira di quel tempo, che non rammento di aver mai veduta a stampa, ma che esiste Ms. nel Museo Britannico, contiene le seguenti parole: «Tagliamo co’ cucchiai la carne; la cosa è ragionevole quanto la nomina di Churchill al comando de’ Dragoni.»

[249] Barillon, 16–24 febbraio 1685.

[250] Barillon, 6–16 aprile; Luigi a Barillon, 14–24 aprile.

[251] Potrei trascrivere mezzo il carteggio di Barillon a provare la mia asserzione; ma ne citerò solo un brano, in cui la politica del Governo francese verso la Inghilterra è esposta concisamente e con perfetta chiarezza:

«On peut tenir pour une maxime indubitable, que l’accord du Roy d’Angleterre avec son Parlement, en quelque manière qu’il ne faste, n’est pas conforme aux intèrêts de V. M. Je me contente de penser cela sans m’en ouvrir à personne, ei je cache avec soin mes sentimens à cet ègard,» Barillon a Luigi, 28 febbraio–10 marzo 1687. Che questo fosse il vero secreto di tutta la politica di Luigi verso il paese nostro, la Corte di Vienna comprendeva perfettamente. Lo imperatore Leopoldo scriveva in questa guisa a Giacomo (30 marzo 9 aprile 1689): «Galli id unum agebant, ut perpetuas inter Serenitatem vestram et ejusdem populos fovendo simultates, reliquae Christianae Europae tanto securius insultarent.»

[252] «Que sea unido con su reyno, y en toda buena intelligencia con el Parlamento». Dispaccio del Re di Spagna a Don Pietro Ronquillo, 16–26 marzo 1856. Trovasi negli archivii di Simancas, che tengono gran copia di scritture relative agli affari d’Inghilterra. Copie delle più interessanti di tali scritture possiede Guizot, dal quale mi furono prestate. Provo particolare soddisfazione nello attestare questo seguo d’amicizia d’un tanto uomo.

[253] Pochi de’ miei lettori inglesi vorranno approfondire la storia di questa contesa. Si trova sommariamente raccontata da Bossuet nella Vita del Cardinale Bausset, e da Voltaire nel Secolo di Luigi XIV.

[254] Brunet, I, 661; Lettera in data di Roma; e Dodd, Storia della Chiesa, parte VIII, libro I, art. 1.

[255] Consulte del Consiglio di Stato di Spagna, 2–12 e 16–26 aprile 1685. negli Archivii di Simancas.

[256] Luigi a Barillon, 22 maggio–1 giugno 1685; Burnet, I, 623.

[257] Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 5; Barillon, 19 febbraio–1 marzo 1685; Evelyn, Diario, 5 marzo 1684–85.

[258] «A coloro che chiedono grazie, egli giura pel sangue di Dio, e gli sgrida come se venissero a rubare cucchiai.» Lamentable Lory, Ballata, 1684.

[259] Barillon, 20–30 aprile 1685.

[260] Dal dispaccio d’Adda, in data del 23 gennaio–1 febbrajo 1686, e dalle parole del Padre d’Orlèans (Histoire des Rèvolutions d’Angleterre, Lib. XI), chiaro si deduce che i Cattolici rigorosi giudicarono inescusabile la condotta del Re.

[261] Gazzetta di Londra; Gazzetta di Francia; Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 10; Gloria della incoronazione di Giacomo II e della Regina Maria, di Francesco Sandford, Araldo di Lancaster, in folio, 1687; Evelyn, Diario, 21 maggio 1685; Dispaccio degli ambasciatori Olandesi, 10–20 aprile 1685; Burnet, I,628; Eachard, III, 734; Sermone recitato avanti le LL. MM. Giacomo II e Maria, nel dì della loro incoronazione nella Badia di Westminster, 23 aprile 1685, da Francesco, Lord Vescovo J’Ely e Lord Limosiniere. Ho veduta una relazione in italiano pubblicata in Modena, degna di considerazione, massime per l’artifizio con che lo scrittore tace il fatto, che le preci e i salmi furono cantati in inglese, e che i Vescovi erano eretici.

[262] Vedi la Gazzetta di Londra ne’ mesi di febbrajo, marzo ed aprile 1685.

[263] Sarebbe facile riempire un volume delle cose che gli storici e gli articolisti Whig hanno scritto intorno a questo subietto. Citerò solo uno scrittore il quale era aderente alla Chiesa Anglicana e Tory. «Fu creduto che le elezioni» dice Evelyn «in parecchi luoghi fossero state indecentemente condotte. Il Cielo disponga le cose meglio di quello che alcuni credono inevitabile!» (10 maggio 1685.) E nuovamente: «Vero è che vi furono molti de’ nuovi rappresentanti, la cui elezione o rielezione è stata universalmente condannata.» (22 maggio.)

[264] Da una lettera di notizie, esistente nella Biblioteca dello Istituto Reale. Citters fa menzione della forza dei partito Whig nella Contea di Bedford.

[265] Bramston, Memorie.

[266] Riflessioni intorno a una Rimostranza e Protesta di tutti i buoni Protestanti di questo Regno, 1689; Dialogo tra Due amici, 1689.

[267] Memorie della Vita di Tommaso Marchese di Wharton, 1715.

[268] Così chiamasi nelle città d’Inghilterra quel luogo dove in antico era eretta una croce. (Nota del Traduttore.)

[269] Vedi nel Guardiano, Nº 67, un articolo, squisito esempio della peculiare maniera di Addison. Sarebbe difficile trovare in qualsiasi altro scrittore un simile esempio di benevolenza condita delicatamente di spregio.

[270] L’Osservatore, 4 aprile 1685.

[271] Dispaccio degli Ambasciatori Olandesi, 10–20 aprile 1685.

[272] Burnet, I, 626.

[273] Fedele racconto delle infermità, morte e sepoltura del Capitano Bedlow. 1680;—Narrazione del Lord Capo Giudice North.

[274] Smith, Intrighi della Congiura Papale, 1685.

[275] Burnet, I, 439.

[276] Vedi il processo, nella Collezione de’ Processi di Stato.

[277] Evelyn, Diario, 7 maggio 1685.

[278] Esistono molti ritratti di Oates. Le pittura più viva della sua persona si trovano nello Esame di North, 225, nell’Assalonne ed Achitofel di Dryden, e in un foglio volante che ha per titolo «Fischi e Grida contro T. O.»

[279] Vedi queste cose minutamente notate nella Collezione dei Processi di Stato.

[280] Gazzetta di Francia, 29 maggio–9 giugno 1685.

[281] Dispaccio degli Ambasciatori Olandesi, 19–29 maggio 1685.

[282] Evelyn, Diario, 22 maggio, 1685; Eachard, III, 741; Burnet, I, 637; L’Osservatore, 27 marzo 1685; Oates, Εἰχών, 89; Εἰχών, βροτολοιγοῡ, 1697; Giornale dei Comuni, maggio, giugno e luglio 1689; Maso Brown, Avvertimento al dottore Oates. Alcune circostanze interessanti sono rammentate in un foglio volante, stampato per A. Brooks, Charing, Cross, 1685. Ho veduto certi articoli di quel tempo scritti in francese e in italiano, e contenenti la storia del processo e della esecuzione della sentenza. Una stampa rappresentante Tito Oates posto alla gogna, fu pubblicata in Milano con questa curiosa epigrafe: «Questo è il naturale ritratto di Tito Otez, ovvero Oatz, Inglese, posto in berlina, uno de’ principali professori della religione protestante, acerrimo persecutore de’ Cattolici, e gran spergiuro.» Ho veduto parimente una incisione olandese rappresentante la punizione d’Oates, con alcuni versi latini, de’ quali i seguenti sono un esempio:

_At Doctor fictus non fictos pertulit ictus, A tortore datos haud molli in corpore gratos, Disceret ut vere scelera ob commissa rubere._

L’anagramma del suo nome «Testis Ovat» trovasi in molte stampe pubblicate in vari paesi.

[283] Blackstone, Commentarii, Capitolo dell’Omicidio.

[284] Secondo Ruggero North, i giudici decisero che Dangerfield, essendo stato prima convinto di spergiuro, era incompetente a far da testimonio nel processo della Congiura. Ma questo è uno de’ molti esempi della inesattezza di Ruggero. Dal rapporto del processo di Lord Castelmaine, fatto in giugno 1680, parrebbe che dopo molti contrasti tra gli avvocati, e molto consultare fra i giudici de’ varii tribunali in Westminster Hall, a Dangerfield fosse concesso di prestare il giuramento e raccontare la propria storia: ma i giudici, con molto senno, non gli vollero prestar fede.

[285] Il processo di Dangerfield non fu registrato; ma in un foglio volante contemporaneo ne ho veduto un racconto conciso. Un sunto della testimonianza contro Francis, e il discorso ch’ei fece sul punto di morire, trovasi nella Collezione dei Processi di Stato. Vedi Eachard, III, 741. La narrazione di Burnet contiene più abbagli che parole. Vedi anche lo Esame di North, 256; il breve racconto della vita di Dangerfield nel Tribunale di Sangue; l’Osservatore del 20 giugno 1685; e il poemetto intitolato, Lo Spettro di Dangerfield a Jeffreys. Un rarissimo volume che ha per titolo Brevi Genealogie di Roberto Halstead, Lord Peterborough dice che Dangerfield, col quale egli aveva avuto qualche relazione, era «un giovane che aveva decente persona, serio contegno, e loquela che non sembrava procedere da una ordinaria intelligenza.»

[286] Baxter, nella prefazione all’opera di Sir Matteo Hale, intitolata: Giudicio intorno alla natura della vera Religione, 1684.

[287] Vedi l’Osservatore del 25 febbraio 1685; l’atto d’accusa nella Collezione de’ Processi di Stato; il racconto che fa Calamy di ciò che seguì nella corte (Vita di Baxter, cap. 14); e i curiosissimi estratti dei Mss. di Baxter, nella vita di lui, scritta da Orme e pubblicata nel 1830.

[288] Mss. di Baxter, citati da Orme.

[289] Atto Parlam. di Car. II, 29 marzo 1651; di Giac. VII, 28 aprile e 13 maggio 1685.

[290] Atto Parlam. di Giac. VII, 8 maggio 1685; l’Osservatore, 20 giugno 1685. Lestrange evidentemente desiderava di vedere che lo esempio dato in Iscozia venisse imitato in Inghilterra.

[291] Sono sue parole riferite da lui stesso. Clarke, Vita di Giacomo II, volume I, 656. Memorie Originali.

[292] Atto Parlam. di Carlo II, 31 agosto 1681.

[293] Burnet, I, 583; Wodrow, III, v. 2, Sventuratamente, mancano gli atti del Consiglio Privato Scozzese di quasi tutto il governo del duca di York.

[294] Wodrow, III, IX, 6.

[295] Wodrow, III, IX, 6. Lo editore del Burnet, stampato in Oxford, si studia di scusare quest’atto, asserendo che Claverhouse avesse allora l’incarico di intercettare ogni comunicazione tra Argyle e Monmouth, e supponendo che Giovanni Brown fosse stato scoperto come portatore di notizie tra i campi ribelli. Sventuratamente per questa ipotesi, Giovanni Brown fu morto il dì primo di maggio, mentre Argyle e Monmouth erano entrambi in Olanda, e mentre non era insurrezione in nessun luogo dell’Isola nostra.

[296] Wodrow, III, IX, 6.

[297] Wodrow, III, IX, 6.

[298] Ibidem, Nube di Testimonianza.

[299] Wodrow, III, IX, 6. L’epitaffio di Margherita Wilson nel Camposanto di Wigton, è stampato nell’Appendice alla Nube di Testimonianza: «Assassinata per aver confessato Cristo capo supremo della Chiesa, e non per altro delitto, che per non avere confessata la Prelatura, e non avere abiurata la fede de’ Presbiteriani, nel mare, legata ad un palo, ella patì il martirio per amore di Gesù Cristo.»

[300] Vedi la lettera al re Carlo II, premessa all’Apologia di Barclay.

[301] Sewel, Storia dei Quacqueri, libro X.

[302] Minute delle Adunante Annuali, 1689, 1690.

[303] Clarkson, Del Quacquerismo; Costumi Peculiari, cap. 5.

[304] Dopo ch’io aveva già scritto questo tratto, ho trovato nel Museo Britannico un manoscritto (Mss. Harl. 7506) col titolo seguente: Relazione delle presure, de’ sequestri, delle grandi spoliazioni e stragi, fatte negli averi di varii protestanti Dissenzienti, chiamati Quacqueri, dietro processi a seconda di vecchi Statuti fatti contro i Papisti e i Recusanti papalini. Il MS. è notato come già appartenente a Giacomo, e sembra che dal suo servo di fiducia, Colonnello Graham, fosse stato dato a Lord Oxford. A me pare che ciò confermi il mio modo di giudicare la condotta del re verso i Quacqueri.

[305] Le visita di Penn a Whitehall, e le sue levate da letto in Kensington, sono vivacissimamente descritte, benchè in cattivissimo latino, da Gherardo Croese: «Sumebat rex saepe secretum, non horarium, vero horarum plurium, in quo de variis rebus cum Penno serio sermonem conferebat; et interim differebat audire praecipuorum nobilium ordinem, qui hoc interim spatio in procoetone, in proximo, regem conventum praesto erant.» Della folla de’ chiedenti nella casa di Penn, Croese dice: «Vidi quandoque de hoc genere hominum non minus bis centum.» Historia Quakeriana, lib. II, 1695.

[306] «Ventimila sterline nella mia tasca, e centomila nella mia provincia.» Lettera di Penn a Popple.

[307] Questi ordini, firmati da Sunderland, si trovano nella Storia di Sewel. Hanno la data del 18 aprile 1685. Sono scritti in uno stile singolarmente oscuro ed intricato, ma credo d’averne esattamente esposto lo spirito. Non ho potuto trovare nessuna prova che alcuno che non fosse Cattolico Romano o Quacquero, riacquistasse, per virtù di questi ordini, la propria libertà. Vedi Neal, Storia dei Puritani, vol. II, cap. 3; Gherardo Croese, lib. II. Croese vuole che il numero dei Quacqueri liberati fosse millequattrocento sessanta.

[308] Barillon, 28 maggio–7 giugno 1685; l’Osservatore del 27 maggio 1685; Sir J. Reresby, Memorie.

[309] Luigi XIV scriveva a Barillon, intorno a questa classe di Esclusionisti, le seguenti parole: «L’intèrêt qu’ils auront à effacer cette tâche par des services considèrables, les portera, selon toutes les apparences, à le servir plus utilement que ne pourraient faire ceux qui ont toujours ètè les plus attachès à sa personne.» 15–25 maggio, 1685.

[310] Barillon, 4–14 maggio 1685; Sir Giovanni Reresby, Memorie.

[311] Burnet, I, 626; Evelyn, Diario, 22 maggio 1685.

[312] Ruggero North, Vita di Guildford, 218; Bramston, Memorie.

[313] North, Vita di Guildford, 228; Notizie di Westminster.

[314] Burnet, I, 382; Carte di Rowdon, Lord Conway a Sir Giorgio Rawdon, 28 dicembre 1677.

[315] Gazzetta di Londra, 25 maggio 1685; Evelyn, Diario, 22 maggio 1685.

[316] North, Vita di Guildford, 256.

[317] Burnet, 1, 639; Evelyn, Diario, 22 maggio 1685; Barillon, 23 maggio–2 giugno, e 25 maggio–4 giugno, 1685, Il silenzio dei Giornali de’ Comuni rese perplesso il signor Fox; ma si spiega dal fatto che la proposta di Seymour non fu secondata.

[318] Giornali de’ Comuni, 22 maggio. Stat. Jac. II, I, 1.

[319] Giornali de’ Comuni, 26, 27 maggio. Sir. J. Reresby, Memorie.

[320] Giornali de’ Comuni, 27 maggio 1685.

[321] Ruggiero North, Vita di Sir Dudley North; Vita di Guildford, 166; M’Culloc, Letteratura della Economia Politica.

[322] Vita di Dudley North, 176; Lonsdale, Memorie; Van Citters, 12, 22 giugno 1685.

[323] Giornali de’ Comuni, 1 marzo 1689.

[324] Giornali de’ Lordi, 18, 19 marzo 1679; 22 maggio 1685.

[325] Stat. 5 di Giorgio IV, c. 46.

[326] Clarendon, Storia della Ribellione, lib. XIV; Burnet, De’ suoi tempi, I, 546, 625; Wade e Ireton, Narrazioni, MS. Landsdowne, 1152, l’Informazione di West nell’Appendice alla Vera Relazione di Sprat.

[327] Gazzetta di Londra, 4 gennaio 1684–85; MS. Ferguson, nella Storia di Eachard, III, 764; Narrazione di Gray; Sprat, Vera Relazione; Danvers, Trattato intorno al Battesimo; Danvers, La Innocenza e la Verità vendicate; Crosby, Storia dei Battisti Inglesi.

[328] Per la intelligenza dell’allusione, vedi gli Atti degli Apostoli, cap. XVIII. (Nota del Traduttore.)

[329] Sprat, Vera Relazione; Burnet, I, 634; Confessione di Wade, Ms. Harl, 6845.

Lord Howard d’Escrick accusò Ayloffe d’avere proposto lo assassinio del Duca di York; ma Lord Howard era un vile bugiardo: tale storiella non formò parte della sua confessione originale, ma vi fu aggiunta dipoi come supplemento; e però non è degna di fede.

[330] Confessione di Wade, Ms. Harl. 6845; Ms. Lansdowne, 1152; Holloway, Narrazione nell’Appendice alla Vera Relazione di Sprat. Wade confessò che Holloway aveva detta la pura verità.

[331] Sprat, Vera Relazione, e l’Appendice passim.

[332] Sprat, Vera Relazione, e l’Appendice; Processo contro Rumbold, nella Collezione de’ Processi di Stato; Burnet, De’ suoi tempi, I, 633; Appendice alla Storia di Fox, Nº IV.

[333] Narrazione di Grey: il suo processo trovasi nella Collezione dei Processi di Stato; Sprat, Vera Relazione.

[334] Nella collezione di Pepys v’è una stampa rappresentante una delle feste da ballo che verso quel tempo Guglielmo e Maria dettero nell’Oranje Zaali.

[335] Avaux, Neg. 25 gennaio 1685. Lettera di Giacomo alla Principessa d’Orange, gennaio 1684–85, fra gli Estratti di Birch nel Museo Britannico.

[336] Narrazione di Grey; Confessione di Wade, Ms. Landsdowne 1152.

[337] Burnet, I, 542; Wood, Athenae Oxonienses, sotto il nome di Owen; Assalonne ed Achitofel, parte II; Eachard; III, 682, 697; Sprat, Vera Relazione, passim; Memoriale de’ Non–conformisti; North, Esame, 399.

[338] Confessione di Wade, Ms. Harl. 6845.

[339] Avaux, Neg. 20, 22 febbraio 1685; lettera di Monmouth a Giacomo, in data di Ringwood.

[340] Storia del re Guglielmo III, 2ª edizione 1703, vol. I, 160.

[341] Welwoold, Memorie, App. XV; Burnet, I, 630. Grey riferì la cosa in modo alquanto diverso, ma lo fece per salvare la propria vita. Don Pedro Ronquillo, ambasciatore spagnuolo presso la corte inglese, in una lettera al governatore de’ Paesi Bassi, scritta verso quel tempo, irride Monmouth perchè viveva alle spese d’una donna innamorata; e sospetta, senza fondamento nessuno, che la passione del duca fosse venale. «Hallandose hoy tan falto de medios que ha menester trasformarse en Amor con Miledi, en vista de la necessitad de poder subsistir.» Ronquillo a Grana, 30 marzo–9 aprile 1685.

[342] Processo contro Argyle, nella Collezione de’ Processi di Stato; Burnet, I, 521; Relazione semplice e vera delle scoperte fatte in Iscozia, 1684; La nebbia scozzese dissipata; l’indicazione di Sir Giorgio Mackenzie; Lord Fountainhall, Note Cronologiche.

[343] Informazione di Roberto Smith, nell’Appendice alla Vera Relazione di Sprat.

[344] Relazione semplice e vera delle scoperte fatte in Iscozia.

[345] Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, lib. II, cap. 33.

[346] Vedi la Narrazione di Sir Patrizio Hume, passim.

[347] Narrazione di Grey; Confessione di Wade, Ms. Harl. 6845.

[348] Burnet, I, 631.

[349] Narrazione di Grey.

[350] Le Clerc, Vita di Locke; Lord King, Vita di Locke; Lord Grenville, Oxford e Locke. Locke non è da confondersi coll’Anabattista Niccola Look, il cui nome è scritto Locke nella confessione di Grey, e che è ricordato nel Ms. Lansdowne Nº 1152, e nella narrazione di Buccleuch aggiunta alla dissertazione di Rose. Non crederei quasi necessaria questa avvertenza, se non vedessi che la somiglianza di questi due nomi indusse in errore il presidente Onslow, ch’era uomo assai dotto nella storia di quei tempi. Vedi la sua annotazione a Burnet, I, 629.

[351] Wodrow, libro III, cap. 9; Gazzetta di Londra, 11 maggio 1685; Barillon, 11–21 maggio.

[352] Registro degli Atti degli Stati Generali, 5–15 maggio 1685.

[353] Di ciò si fa ricordo nelle sue lettere credenziali in data del 16 marzo 1684–85.

[354] Bonnepaux a Seignelay, 4–14 febbraio 1686.

[355] Avaux, Neg. 30 aprile, 10 marzo, 1–11 maggio, 5–15 maggio 1685; Narrazione di Sir Patrick Hume; Lettera dell’Ammiragliato d’Amsterdam agli Stati Generali, 20 giugno 1685; Memoriale di Skelton, consegnato agli Stati Generali, 10 maggio 1685.

[356] Se taluno inchinasse a sospettare che io abbia esagerata l’assurdità e ferocia di questi uomini, lo consiglierei a leggere due libri, che varranno a convincerlo come io ne abbia mitigato più presto che esagerato il ritratto. Questi libri sono intitolati: Il villano sfrenato, e Le contese fedeli sbrogliate.

[357] Poche parole che trovavansi nelle prime cinque edizioni di questa opera, sono state omesse in questo luogo. Qui ed altrove, secondo la osservazione di Aytoun, io aveva scambiate le Guardie della Città, che erano comandate da un ufficiale chiamato Graham, coi Dragoni di Graham di Claverhouse.

[358] Gli autori, dai quali ho desunta la storia della espedizione d’Argyle, sono Sir Patrizio Hume, il quale fu testimone oculare di ciò che narrava; e Wodrow, che ebbe tra mani materiali pregevolissimi, e, fra gli altri, gli stessi scritti del Conte. Dove accade questione di veracità tra Argyle e Hume, non dubito che l’autorità d’Argyle meriti più fede.

Vedi anche Burnet, I, 631, e la Vita di Bresson pubblicata dal Dottore Mac Crie. Il racconto della Ribellione Scozzese nella Vita di Giacomo II, scritta da Clarke, è un romanzo ridicolo, composto da un Giacomista, il quale non si dette nè anche l’incomodo di guardare una carta topografica del teatro della guerra.

[359] Wodrow, III, IX, 10; Martirologio dell’Occidente; Burnet I, 633; Fox, Storia, Appendice IV. Non trovo modo, tranne quello indicato nel testo, a conciliare Rumbold che negava d’aver mai avuto in mente la idea d’assassinio, e Rumbold che confessava d’avere nominata la propria casa come luogo convenevole ad assalire i due Principi. La distinzione che, come ho supposto, egli faceva, fu fatta da un altro congiurato di Rye House, il quale, al pari di lui, era vecchio soldato della Repubblica; voglio dire il Capitano Walcot. Nel Processo di Walcot, West, testimone a favore della Corona, disse: «Capitano, voi avete acconsentito di essere uno di coloro che dovevano assaltare le Guardie.»—«Quale è adunque la ragione,» chiese il Capo Giudice Pemperton, «che egli non intendeva uccidere il Re?»—«Egli disse» rispose West «essere vigliaccheria uccidere un uomo disarmato, e che non lo avrebbe fatto.»

[360] Wodrow, III, IX, 9.

[361] Narrazione di Wade, Ms. Harl, 6845; Burnet, I, 634; Dispaccio di Citters, 30 ottobre–9 novembre 1685; Luttrell, Diario della medesima data.

[362] Wodrow, III, IX, 4, e III, IX, 10. Wodrow riferisce, giusta gli Atti del Consiglio, i nomi di tutti i prigioni, mutilati, deportati o segnati col ferro rovente.

[363] La lettera di Skelton ha la data del 7–17 maggio 1686. Trovasi insieme con una lettera dello Schout, o Gran Sergente d’Amsterdam, in un volumetto pubblicato pochi mesi dopo, che ha per titolo: «Histoire des èvènemens tragiques d’Angleterre.» I documenti inseriti in quell’opera, sono, per quanto ho potuto sincerarmene, ricopiati esattamente dagli Archivi Olandesi, salvo che la dicitura francese di Skelton, che non era purissima, è leggiermente corretta. Vedi anche la Narrazione di Grey.

Goodenogh, nel suo esame dopo la battaglia di Sedgemoor, disse che «lo Schout d’Amsterdam favoriva particolarmente il disegno dei fuorusciti.» Ms. Lansdowne, 1152.

Non vale l’incomodo di confutare quelli scrittori i quali rappresentano il Principe d’Orange come complice della impresa di Monmouth. La circostanza sopra la quale essi principalmente fondano la loro asserzione, è che le Autorità d’Amsterdam non adoperassero mezzi efficaci a impedire la partenza della spedizione. Questa circostanza, a vero dire, prova moltissimo che Guglielmo non favorisse la spedizione. Niuno che non ignori profondamente le istituzioni e la politica dell’Olanda, considererà lo Statoldero responsabile de’ procedimenti de’ capi del partito di Loevestein.

[364] Avaux, Neg. 7–17, 8–18, 14–24 giugno 1685; Lettera del Principe d’Orange a Lord Rochester, 9 giugno, 1685.

[365] Citters, 9–19, 12–22 giugno 1685. Il carteggio di Skelton con gli Stati Generali e con l’Ammiragliato d’Amsterdam, esiste negli Archivii dell’Aja. Alcuni brani se ne trovano negli Evènements tragiques d’Angleterre. Vedi anche Burnet, I, 640.

[366] Confessione di Wade, nelle carte di Hardwicke; Ms. Harl., 6845.

[367] Vedi la testimonianza di Buyse contro Monmouth e Fletcher, nella Collezione dei Processi di Stato.

[368] Giornali della Camera de’ Comuni, 13 giugno 1685; Ms. Harl. 1685; Ms. Lansdowne, 1152.

[369] Burnet I, 641, Confessione di Goodenough, nel Ms. Lansdowne 1152. La Dichiarazione, come fu originalmente stampata, è rarissima a trovarsi: ve n’è un esemplare nel Museo Britannico.

[370] Racconto storico della Vita e delle azioni magnanime dello Illustrissimo Principe Giacomo, Duca di Monmouth; 1683.

[371] Confessione di Wade; Carte di Hagdwicke; Carte di Axe; Ms. Harl, 6845.

[372] Ms. Harl. 6845.

[373] Testimonianza di Buyse, nella Collezione dei Processi di Stato; Burnet I, 642; Ms. di Ferguson citato da Eachard.

[374] Gazzetta di Londra, 18 giugno 1685; Confessione di Wade, Carte di Hardwicke.

[375] Giornali de’ Lordi, 13 giugno 1685.

[376] Confessione di Wade; Ms. di Ferguson; Carte di Axe, Ms. Harl., 6845; Oldmixon, 701, 702. Oldmixon, che allora era fanciullo, abitava presso il teatro degli avvenimenti.

[377] Gazzetta di Londra, 18 giugno 1685; Giornali de’ Lordi e de’ Comuni, 13 e 15 giugno; Dispaccio Olandese, 16–26 giugno.

[378] Oldmixon s’ingannava là dove dice che Fenwick portò il decreto alla Camera de’ Lordi; mentre si raccoglie dai Giornali, che fu Lord Ancram.

[379] Giornali de’ Comuni, 17, 18, 19 giugno 1685; Raresby, Memorie.

[380] Giornali de’ Comuni, 19, 29 giugno 1685; Lord Lonsdale, Memorie, 8, 9; Burnet, I, 639. La Legge, come fu modificata dal Comitato, trovasi nella Storia di Fox, Appendice III. Se il racconto di Burnet è corretto, i delitti che, secondo la Legge modificata, furono puniti con la privazione de’ diritti civili, nella compilazione primitiva della stessa legge venivano considerati come capitali.

[381] Stat. I di Giac. II, c. 17; Giornali de’ Lordi, 2 luglio 1685.

[382] Giornali dei Lordi e de’ Comuni, 2 luglio 1685.

[383] Toulmin, Storia di Taunton, edizione di Savage.

[384] Sprat, Vera Relazione; Toulmin, Storia di Taunton.

[385] Vita e morte di Giuseppe Alleine, 1672. Memoriale dei Non–Conformisti.

[386] Ms. Harl. 7006; Oldmixon, 702; Eachard, III, 763.

[387] Confessione di Wade; Confessione di Goodenough, Ms. Harl. 1152; Oldmixon, 702. La narrazione di Ferguson è al tutto indegna di fede. Una copia del proclama trovasi nel Ms. Harl. 7006.

[388] Nel Museo Britannico sì trovano le copie degli ultimi tre proclami; Ms. Harl. 7006. Il primo non l’ho mai veduto, ma è ricordato da Wade.

[389] Narrazione di Grey; Ms. di Ferguson, Eachard, III, 754.

[390] La Persecuzione esposta da Giovanni Whiting.

[391] Ms. Harl. 6845.

[392] Una di queste armi si vede anche oggi nella Torre.

[393] Narrazione di Grey; Narrazione di Paschall, nell’Appendice alla Difesa di Heywood.

[394] Oldmixon, 702.

[395] North, Vita di Guildford, 132. Racconti della marcia di Beaufort per il Paese di Galles e le vicine Contee, si trovano nella Gazzetta di Londra, giugno 1684; Lettera di Beaufort a Clarendon, 14 giugno 1685.

[396] Il Vescovo Fell a Clarendon, 20 giugno; Abingdon a Clarendon 20, 25, 26 giugno 1685; Ms. Lansdowne, 846.

[397] Avaux 5–15, 6–16 luglio 1685.

[398] Citters, 30 giugno–10 luglio, 3–13 luglio, 21–31 luglio, 1685; Avaux, Negoz., 5–15 luglio; Gazzetta di Londra, 6 luglio.

[399] Barillon 6–16 luglio, 1685; Prefazione di Scott, nell’Albione e Albanio.

[400] Abingdon a Clarendon, 29 giugno 1685; Bates, Vita di Henry.

[401] Gazzetta di Londra 22 e 25 giugno 1685; Confessione di Wade; Oldmixon, 703; Ms. Harl., 6845.

[402] Confessione di Wade.

[403] Confessione di Wade; Oldmixon, 703; Ms. Harl., 6845; Querela di Jeffreys al Gran Giurì di Bristol, 21 settembre 1685.

[404] Gazzetta di Londra, 29 giugno 1685; Confessione di Wade.

[405] Confessione di Wade.

[406] Gazzetta di Londra, 2 luglio 1685; Barillon 6–16 luglio; Confessione di Wade.

[407] Gazzetta di Londra, 29 giugno 1685, Citters, 30 giugno–10 luglio.

[408] Ms. Harl., 6845; Confessione di Wade.

[409] Confessione di Wade; Eachard, III, 766.

[410] Confessione di Wade.

[411] Gazzetta di Londra, 6 luglio 1685; Citters 3–13 luglio; Oldmixon, 703.

[412] Confessione di Wade.

[413] Matt. West. Flor. Hist., A. D. 788; Cronaca Ms. citata da Sharon Turner nella Storia degli Anglo–Sassoni, libro IV, cap. 19. Drayton, Polyolbion, III; Leland, Itinerario; Oldmixon, 703. Oldmixon trovavasi allora a Bridgewater, e probabilmente vide il Duca sul campanile. Il piatto rammentato nel testo, appartiene al signor Stradling, il quale, con sollecitudine degna di lode, ha raccolte e serbate le reliquie e le tradizioni della insurrezione occidentale.

[414] Oldmixon, 703.

[415] Churchill a Clarendon, 4 luglio, 1685.

[416] Oldmixon, 703. L’Osservatore, 1 agosto, 1685.

[417] Paschall, Narrazione, nell’appendice a Heywood.

[418] Kennet, edizione del 1719, III, 432. Sono costretto a prestar fede alla verità di questo deplorabile fatto. Il vescovo asserisce d’essergli stato riferito, nel 1718, da un valoroso ufficiale degli Azzurri, il quale aveva combattuto a Sedgemoor, e aveva con gli occhi propri veduta la povera fanciulla andarsene in preda ad un disperato dolore.

[419] Narrazione di un ufficiale delle Guardie a cavallo, presso Kennet, edizione del 1719, III, 432; Giornale Ms. della ribellione occidentale, scritto da Eduardo Dummer; Dryden, il Cervo e la Pantera, Parte II. Le parole di Dryden sono degne d’essere riferite:

«Tali erano i lieti trionfi del cielo per l’ultima notturna vittoria di Giacomo, pegno d’amore del suo onnipotente Protettore, fuochi di gioia che gli angioli accendevano nelle celesti regioni. Vidi con gli occhi miei la pura luce e leggera serpere pel cupo orrore e vincere la notte. Il messaggiero sollecitamente recò la nuova che racconsolò tre nazioni afflitte; ma il Nunzio del cielo era arrivato innanzi.»

[420] Molti scrittori hanno affermato, ed in ispecie Pennan, che il quartiere di Londra chiamato Soho, deriva il nome dalla parola d’ordine dell’armata di Monmouth in Sedgemoor. Soho Fields si trova rammentato in parecchi libri stampati avanti la insurrezione delle Contrade Occidentali; a mo’ d’esempio, in Chamberlayne; Stato d’Inghilterra, 1684.

[421] Esiste un ordine di Giacomo perchè si pagassero quaranta lire sterline al Sergente Weems del Reggimento di Dumbarton «per avere resi buoni servigii nel fatto d’arme di Sedgemoor nello scaricare i grossi cannoni contro i ribelli.» Ricordo Storico del 1º, ovvero del Reggimento Reale di Fanteria.

[422] Giacomo II, Narrazione della Battaglia di Sedgemoor, nelle Scritture di Stato di Lord Hardwicke; Confessione di Wade; Ms. di Ferguson; Narrazione, presso Eachard, III, 768; Narrazione d’un Ufficiale delle Guardie a cavallo, presso Kennet, edizione del 1719, III, 432. Gazzetta di Londra, 9 luglio 1685; Oldmixon, 703; Paschall, Narrazione; Burnet I, 643; Evelyn Diario, 8 luglio; Citters 7–17 luglio; Barillon 9–19 luglio; Reresby, Memorie; La Battaglia di Sedgemoor, farsa del Duca di Buckingham; Giornale Ms. della Ribellione occidentale, fatto da Eduardo Dummer; che allora serviva nel corpo d’artiglieria adoperata da sua Maestà ad opprimerla. Quest’ultimo manoscritto trovasi nella Biblioteca di Pepys, ed e pregevolissimo; non per il racconto, che contiene poco di notevole, ma per la esposizione dei piani così detti, di battaglia, i quali la dimostrano qual era, in quattro o cinque diversi stadii.

«La storia d’una battaglia» dice il più grande de’ capitani viventi «non è dissimile dalla storia d’una festa da ballo. Alcuni possono ricordarsi di tutti i più piccoli eventi, il resultato de’ quali è la perdita della battaglia, o la vittoria: ma nessuno può richiamarsi a mente l’ordine, o quel preciso momento nel quale seguirono; la qual cosa costituisce tutta la differenza rispetto al valore od importanza loro........ Appunto per mostrarvi quanto poca fiducia meritino quelle che si suppongono essere le migliori relazioni d’una battaglia, vi dico solo che il Generale..... nella sua narrazione, ricorda certe cose che non accaddero punto. È impossibile affermare il quando e in che ordine seguì ciascun fatto importante.» Carte di Wellington, 8 e 17 agosto, 1815.

La battaglia, intorno alla quale il Duca di Wellington scriveva nel riferito modo, era quella di Waterloo, combattuta solo pochi giorni innanzi, in pieno giorno, e sotto i vigili ed esperti occhi suoi. Quale, dunque, deve essere la difficoltà di compilare da dodici diverse relazioni il racconto d’una battaglia accaduta cento sessanta e più anni sono, e fra tale oscurità che i combattenti non potevano nulla discernere a cinquanta passi di distanza? La difficoltà è accresciuta da ciò, che i testimoni oculari che potevano sapere il vero, non erano inchinevoli a palesarlo. Lo scritto che io ho posto in cima alle autorità sopra citate, si mostra evidentemente parzialissimo di Feversham. Wade scriveva col terrore del capestro. Ferguson, che rade volte mostravasi scrupoloso intorno alla veracità delle proprie asserzioni, in questa occasione fu bugiardo quanto Bobadil o Parolles. Oldmixon che, allorquando seguì la battaglia, trovavasi fanciullo in Bridgewater, dove passò poi gran parte della sua vita, era a tal segno sotto la influenza delle passioni locali, che ogni informazione locale gli fu inutile. Il desiderio ch’egli aveva di magnificare il valore de’ contadini della Contea di Somerset (valore riconosciuto anche da’ loro nemici, e che per ciò non aveva mestieri d’esagerazioni o di finzioni), lo condusse a comporre un romanzo assurdo. La lode che Barillon, uomo francese, avvezzo a spregiare le leve in massa, fece dell’armata de’ vinti, vale assai più: «Son infanterie fit fort bien. On eut de la peine à les rompre, et les soldats combattoient avec les crosses de mousquet et les scies qu’ils avoient au bout de grands bastons au lieu de picques.»

Oggimai, poco si può imparare visitando il campo della battaglia, perocchè lo aspetto del paese è grandemente mutato; e il vecchio Bussex Rhine, sulle cui sponde seguì la gran lotta, da lungo tempo più non esiste. Quello che adesso si chiama Rhine, è di data posteriore, ed ha un corso diverso da quello dell’antico.

Mi sono molto giovato del racconto che Roberts fa di quella battaglia nella Vita di Monmouth, cap, XXII, il quale racconto in sostanza concorda con le descrizioni di Dummer.

[423] Ho sapute queste cose da persone che abitano presso a Sedgemoor.

[424] Oldmixon, 704.

[425] Locke, Ribellione delle contrade occidentali; Stradling, Prioria di Chillon.

[426] Locke, Ribellione delle contrade Occidentali; Stradling; Prioria di Chillon; Oldmixon, 704.

[427] Aubrey, Storia Naturale della Contea di Wilt, 1691.

[428] Relazione del modo onde fu preso il Duca di Monmouth, pubblicata d’ordine di Sua Maestà: Gazzetta di Francia, 18–28 luglio 1685; Eachard, III, 770; Burnet, I, 644, e la Nota di Dartmouth; Citters, 10–20 luglio 1685

[429] La lettera di Monmouth al Re fu stampata in quel tempo, per ordine del Governo; quella alla Regina vedova si trova fra le Lettere originali di Sir H. Ellis; l’altra a Rochester è nel Carteggio di Clarendon.

[430] «On trouve» egli scrisse «fort à redire icy, qu’il ayt fait une chose si peu ordinaire aux Anglois;» 13–23 luglio 1685.

[431] Relazione del modo onde fu preso il Duca di Monmouth: Gazzetta, 16 giugno 1685; Citters, 14–24 luglio.

[432] Barillon ne fu manifestamente maravigliato: «Il se vient de passer icy une chose bien extraordinaire, et fort opposée à l’usage ordinaire des autres nations.» 13–23 luglio 1685.

[433] Burnet, I, 644; Evelyn, Diario, 15 luglio; Sir J. Bramstom, Memorie; Revesby, Memorie; Giacomo al Principe d’Orange, 14 luglio 1685; Barillon, 16–26 luglio; Ms. Buccleuch.

[434] Giacomo al Principe d’Orange, 14 luglio 1685; Dispacci Olandesi della medesima data: Luttrell, Diario; Dartmouth, Annotazione a Burnet, I, 646.

[435] Ms. Buccleuch; Clarcke, Vita di Giacomo II, II, 37; Mem. Orig.; Citters, 14–24 luglio 1685; Gazzetta di Francia, 1–11 agosto.

[436] Ms. Buccleuch; Clarke, Vita di Giacomo II, vol. II, 37, 38; Mem. Orig.; Burnet, I, 645; la Relazione di Tenison presso Kennet, III, 432, edizione del 1719.

[437] Ms. Buccleuch.

[438] Il nome di Ketch spesso andava unito con quello di Jeffreys nelle satire di que’ tempi:

«Mentre Jeffreys siede sul banco, Ketch siede sul gibetto;»

dice un poeta. L’anno che seguì alla morte di Monmouth, Ketch fu destituito per avere insultato uno degli Sceriffi, e gli successe un macellaio chiamato Rose. Ma dopo quattro mesi, Rose fu impiccato in Tyburn, e Ketch rimesso in ufficio. Luttrell, Diario, 20 gennaio e 28 maggio, 1686. Vedi una curiosa nota del Dottore Grey all’Hudibras, Parte III, Canto II, verso 1534.

[439] Relazione della decapitazione di Monmouth, firmata dai teologi che lo assisterono. Ms. Buccleuch; Burnet, I, 646; Citters, 17–27 luglio, 1685; Luttrell, Diario; Evelyn, Diario, 15 luglio; Barillon, 19–29 luglio.

[440] Non posso frenarmi d’esprimere il disgusto che provo pensando alla barbara stoltezza che ha trasformata questa interessantissima chiesetta in un luogo che rende immagine d’una sala d’adunanza in una città manifatturiera.

[441] L’Osservatore, 1 agosto 1685; Gazzetta di Francia, 2 novembre 1686; Lettera da Humphrey Vanley, in data del 25 agosto 1698, nella Collezione d’Aubrey; Voltaire, Dizionario filosofico. Nella Collezione di Pepys si trovano varie ballate scritte dopo la morte di Monmouth, le quali lo descrivono come vivente, e ne predicono il prossimo ritorno. Ne citerò due brani:

«Quantunque questa sia una lugubre storia della caduta del mio disegno, pure verrò di nuovo cinto di gloria se vivrò fino all’ottantanove; poichè io ho un forte esercito e gran copia di munizioni.»

«Allora Monmouth si mostrerà in tutta la sua gloria ai suoi amici inglesi, e farà cessare tutte le storielle che si spacciano da per tutto. Vedranno che io non mi sono degradato ad esser preso cogliendo piselli, o nascosto dentro un capannone di fieno. Che strane fandonie sono coteste?»

[442] Gazzetta di Londra, 3 agosto 1685; La Battaglia di Sedgemoor, Farsa.

[443] Pepys, Diario scritto in Tangeri; Ricordi Storici del Reggimento Secondo, ovvero Reggimento R. Regina di Fanteria.

[444] Tribunale di Sangue; Burnet, I, 647; Luttrell, Diario, 15 luglio 1685; Locke, Ribellione delle Contrade Occidentali; Toulmin, Storia di Taunton, pubblicata da Savage.

[445] Luttrell, Diario, 15 luglio 1685; Toulmin, Storia di Taunton.

[446] Oldmixon, 705; Vita ed errori di Giovanni Dunton, cap. 7.

[447] Il silenzio di Oldmixon e de’ compilatori del Martirologio del Paese Occidentale, mi sembrerebbe bastevole a togliere ogni dubbio. Giova anche notare, che la storiella di Rhynsault è riferita da Steel nel nº 491 dello Spettatore. Certamente, egli è appena possibile il credere che se un delitto esattamente simile a quello di Rhynsault, fosse stato commesso, a memoria degli uomini allora viventi, in Inghilterra da un Ufficiale dì Giacomo II, Steel, che era indiscretamente e intempestivamente corrivo a far pompa delle sue opinioni Whig, non avrebbe fatta allusione a quel fatto. Intorno al caso di Lebon, Vedi il Monitore, 4 Messidoro, Anno III.

[448] Sunderland a Kirke, 14 e 28 luglio 1685. «Sua Maestà» dice Sunderland, «mi comanda di esprimervi il dispiacere che Essa prova a siffatti procedimenti, e desidera che badiate perchè non vi fugga persona alcuna implicata nella ribellione.» È giusto aggiungere che nella medesima lettera Kirke viene biasimato di permettere ai suoi soldati che dimorino fuori le caserme.

[449] Vorrei potere prestar fede alla novella popolare, che Ken, immediatamente dopo la battaglia di Sedgemoor, facesse conoscere ai capi dell’armata regia la illegalità delle esecuzioni militari. Non dubito che se egli si fosse trovato presente, avrebbe fatto ogni sforzo per far prevalere la legge e la clemenza. Ma non v’è testimonianza degna di fede, che affermi lui in que’ giorni esservisi trovato. Dai Giornali della Camera de’ Lordi certo risulta, che egli, il giovedì avanti la battaglia, fosse in Westminster. È similmente certo che il lunedì dopo la battaglia, ei si trovasse con Monmouth nella Torre.

[450] North, Vita di Guildford, 260, 263, 273; Mackintosh, Sguardo sul regno di Giacomo II, pag. 16 in nota; Lettera di Jeffreys a Sunderland, 5 settembre 1685.

[451] Vedi il preambolo all’Atto con cui il Parlamento revocò la sentenza che dannava Lady Alice a morte infamante.

[452] Processo di Alice Lisle, nella Collezione de’ Processi di Stato; Stat. I di Gugl. e Mar.; Burnet, I, 649; Avvertimento contro i Whig.

[453] Tribunale di Sangue.

[454] Locke, Ribellione delle Contrade Occidentali.

[455] Ciò che qui affermo posso attestare per rimembranze della mia fanciullezza.

[456] Lord Lonsdale dice che fossero settecento; Burnet seicento. Io mi sono attenuto alla lista che i Giudici mandarono al Tesoro, e che tuttora è visibile ivi in un Epistolario del 1685. Vedi il Tribunale di Sangue; Locke, Ribellione delle Contrade Occidentali; il Panegirico di Lord Jeffreys; Burnet, I, 648; Eachard, III, 775; Oldmixon, 705.

[457] Alcune delle preci, esortazioni ed inni dei giustiziati si trovano nel Tribunale di Sangue.

[458] Tribunale di Sangue; Locke, Ribellione delle Contrade Occidentali; Lord Lonsdale, Memorie; Narrazione della Battaglia di Sedgemoor, negli scritti di Hardwicke. Il racconto che ne fa Clarke nella Vita di Giacomo II, non è tratto dai manoscritti del re, e si confuta bastevolmente da sè.

[459] Tribunale di Sangue; Locke, Ribellione delle Contrade Occidentali; Umile petizione delle Vedove e dagli Orfani delle Contrade Occidentali d’Inghilterra; Panegirico di Lord Jeffreys.

[460] Intorno agli Hewling ho seguito le Memorie di Kiffin, e la narrazione di Hewling Luson, che trovasi nella seconda edizione del Carteggio di Hugues, vol. II, nell’Appendice. I racconti che se ne fanno nella Ribellione delle Contrade Occidentali di Locke, e nel Panegirico di Lord Jeffreys, sono pieni d’errori. Gran parte della relazione contenuta nel Tribunale di Sangue fu scritta da Kiffin, e concorda in ogni parola con le sue Memorie.

[461] Vedi il racconto che Tutchin fa del proprio caso nel Tribunale di Sangue.

[462] Sunderland a Jeffreys, 14 settembre 1685; Jeffreys al re, 19 settembre 1685, nell’ufficio delle scritture di Stato.

[463] La migliore descrizione de’ patimenti de’ ribelli che furono deportati, trovasi in un curiosissimo racconto scritto da Giovanni Coad, legnaiuolo onesto e pieno del timore di Dio. Aveva combattuto per Monmouth, era stato gravemente ferito a Philip’s Norton, processato da Jeffreys e mandato alla Giammaica. Il Ms. originale mi fu cortesemente prestato dal signor Phippard, al quale appartiene.

[464] Nei ricordi del Tesoro dell’autunno 1685, sono varie lettere, nelle quali si ordina che vengano fatte indagini intorno ad inezie di questa specie.

[465] Giornali de’ Comuni, 9 ottobre, 10 novembre, 26 dicembre 1690; Oldmixon, 706; Panegirico di Jeffreys.

[466] Vita e morte di Lord Jeffreys; Panegirico di Jeffreys; Kiffin, Memorie.

[467] Burnet, I, 368; Evelyn, Diario, 4 febbraio 1684–85, luglio 1686. In una delle satire di quel tempo si leggono le seguenti parole:

Mentre era duchessa, ella era gentile, soave e cortese; Quando fu regina, diventò un demonio rabido e furioso.

[468] Sunderland a Jeffreys, 14 settembre 1685.

[469] Locke, Ribellione della Contrade Occidentali; Toulmin, Storia di Taunton, edizione di Savage; lettera del duca di Somerset a Sir F. Warre; lettera di Sunderland a Penn, 13 febbraio 1685–86, tratta dall’ufficio delle scritture di Stato, nella collezione di Mackintosh.

[470] Burnet, I, 646, e la nota del presidente Onslow; Clarendon a Rochester, 8 maggio 1686.

[471] Burnet, I, 634.

[472] Calamy, Memorie; Giornali dei Comuni, 26 dicembre 1685; Sunderland a Jeffreys, 14 settembre 1685; libro del Consiglio Privato, 23 febbraio 1685–86.

[473] Ms. Lansdowne 1152; Ms. Harl. 6845; Gazzetta di Londra, 20 luglio 1685.

[474] Molti scrittori hanno asserito, senza il più lieve fondamento, che Giacomo concedesse il perdono a Ferguson. Taluni hanno spinta la propria assurdità fino a citare questo perdono immaginario,—il quale, ove fosse vero, proverebbe soltanto che Ferguson era una spia della corte,—in prova della magnanimità e benignità del principe che decapitò Alice Lisle e bruciò Elisabetta Gaunt. Ferguson non solo non fu perdonato, ma escluso nominatamente dall’amnistia generale data nella susseguente primavera (Gazzetta di Londra, 15 marzo 1685–86). Se, come ne corse universale sospetto e come sembra probabile, gli fu usata clemenza, questa fu tale che Giacomo, non senza ragione, ne sentiva vergogna; e quindi, per quanto fu possibile, si tenne secreta. Le voci che allora ne corsero in Londra, sono ricordate nell’Osservatore, 1º agosto 1685.

Sir Giovanni Raresby, che avrebbe dovuto essere bene informato, positivamente afferma, che Ferguson fu preso tre giorni dopo la battaglia di Sedgemoor. Ma Sir Giovanni errò certamente rispetto alla data, ed avrà quindi potuto errare rispetto all’intero fatto. Dalla Gazzetta di Londra, e dalla confessione di Goodenough (Ms. Lansdowne 1152), chiaro risulta che quindici giorni dopo la battaglia, Ferguson non era stato preso, e supponevasi nascosto in qualche luogo in Inghilterra.

[475] Granger, Storia Biografica, «Jeffreys.»

[476] Burnet, I, 648; Giacomo al principe d’Orange, 10 e 20 settembre 1685; Lord Lonsdale, Memorie; Gazzetta di Londra, 1º ottobre 1685.

[477] Processo di Cornish, nella Collezione de’ Processi di Stato; Sir G. Hawles, Osservazioni sopra il Processo di Cornish; Burnet, I, 651; Il Tribunale di Sangue: Stat. I, Gugl. e Mar.

[478] Processi di Fernley e d’Elisabetta Gaunt, nella _Collezione de’ Processi di Stato_; Burnet, I, 649; Il Tribunale di Sangue; Sir G. Bramston, Memorie; Luttrell, Diario, 23 ottobre 1685.

[479] Processo di Bateman, nella Collezione de’ Processi di Stato; Osservazioni di Sir Giovanni Hawles. È pregio dell’opera raffrontare la testimonianza di Tommaso Lee fatta in questa occasione, con la sua confessione tempo innanzi pubblicata per ordine del Governo.

[480] Citters, 13–23 ottobre, 1685.

[481] Neal, Storia de’ Puritani; Calamy, Relazione de’ Ministri cacciati, e il Memoriale de’ Non–Conformisti, contengono copiose prove della severità di questa persecuzione. La lettera d’Addio di Howe al suo gregge, trovasi nella vita di questo grande uomo, scritta egregiamente da Rogers. Howe lamenta di non potere porsi a risico di procedere per le vie di Londra, e la sua salute essere danneggiata per difetto d’aria e di moto. Ma la più viva pittura dei Non–Conformisti ci è data dalla penna di Lestrange, loro mortale nemico, nell’Osservatore, ne’ mesi di settembre ed ottobre del 1685.

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