Scritti di Giuseppe Mazzini, Politica ed Economia, Vol. I (part 2 of 3)
Ad essa, raccolta a comitato segreto senza intervento di popolo, dissi ciò ch'io aveva detto al Consiglio di guerra: e proposi il partito che solo mi pareva degno di Roma e di noi. L'Assemblea non volle accettarlo. Non narrerò i particolari, a me tristissimi, della seduta. Ma trovai avversi al partito i migliori amici ch'io m'avessi tra i membri. Taluni mi rimproverarono poco dopo, e a ragione, di non avere anzi tratto preparato gli animi alla decisione; se non che la singolare, tranquilla e veramente romana energia mostrata fino a quel momento dall'Assemblea m'aveva illuso a credere che la proposta sarebbe stata accolta con plauso.
Prevalse il partito proposto da Enrico Cernuschi, e fu decretato che Roma cessasse dalle difese.
Io aveva lasciato l'Assemblea prima che il voto sancisse quella proposta. Il decreto fu trasmesso al Triumvirato coll'invito a noi di comunicarlo al generale francese e trattar con lui pei provvedimenti necessarî a tutelar l'ordine e le persone nella città conquistata. Ricusai di farlo: scrissi all'Assemblea ch'io era stato eletto Triumviro per difendere, non per sotterrar la repubblica, e accompagnai quelle parole colla mia dimissione. I miei due colleghi s'unirono a me.
Il 3 luglio, io deposi nelle mani dei segretari dell'Assemblea la seguente protesta:
«Cittadini.
«Voi avete, coi vostri decreti del 30 giugno e del 2 luglio, confermato involontariamente, voi incaricati dal popolo di tutelarla e di difenderla sino agli estremi, il sagrificio della repubblica; ed io sento, con un immenso dolore sull'anima, la necessità di dichiararvelo, perchè non rimanga taccia a me stesso davanti alla mia coscienza e per documento ai contemporanei che non tutti disperavano, quando voi decretaste della salute della patria e della potenza della nostra bandiera.
«Voi avevate da Dio e dal Popolo il doppio mandato di resistere, finchè avreste forze, alla prepotenza straniera e di santificare il principio incarnato visibilmente nell'Assemblea, provando al mondo che non è patto possibile tra il giusto e l'ingiusto, fra il diritto eterno e la forza brutale, e che le monarchie, fondate sull'egoismo delle cupidigie, possono e devono cedere o capitolare, ma le repubbliche, fondate sul dovere e sulle credenze, non cedono, non capitolano: muojono protestando.
«Voi avevate ancora forza nei generosi della milizia che pugnavano mentre voi stendevate il decreto fatale; nel popolo che fremeva battaglia; nelle barricate cittadine; nell'influenza esercitata dal vostro consesso sulle provincie. Nè popolo nè milizia vi domandavano di cedere: la città era tuttavia irta di barricate ordinate da voi come solenne promessa che Roma si sarebbe, esauriti i modi della milizia, popolarmente difesa. E nondimeno voi decretaste impossibile la difesa e la rendeste tale pronunciando l'esosa parola. Voi dichiaraste che l'Assemblea stava al suo posto. Ma il posto dell'Assemblea era l'ultimo angolo di terreno italiano dove potesse tenersi eretta, anche un giorno di più, la bandiera della repubblica; e voi, confinando l'esecuzione del mandato per entro le mura del Campidoglio, uccidevate sotto la morta lettera lo spirito del decreto.
«Voi sapevate, per insegnamento di storia e di logica, che nessuna Assemblea può durar libera un momento solo colle bajonette nemiche alle porte; e che la repubblica cadrebbe il giorno in cui un soldato francese porrebbe piede dentro le mura di Roma. Voi dunque, decretando che l'Assemblea repubblicana starebbe in Roma, decretavate a un tempo e inevitabilmente la morte della repubblica e dell'Assemblea. E decretando che l'esercito repubblicano escirebbe di Roma senza voi, senza il governo, senza la rappresentanza legale della repubblica, decretavate, senza avvedervene, la prima manifestazione di dissenso tra quei ch'erano stati fortissimi nell'unione e, Dio nol voglia, lo scioglimento d'un nucleo sul quale riposavano tutte le più care speranze d'Italia.
«Voi dovevate decretare l'impossibilità del contatto, fuorchè di guerra, fra gli uomini chiamati a rappresentar la repubblica e gli uomini venuti a distruggerla--ricordarvi che Roma era, non una città, ma l'Italia, il simbolo del pensiero italiano, e grande appunto perchè, mentre tutti cadevano disperando, aveva detto: io non dispero, ma sorgo--ricordarvi che Roma non era in Roma, ma dappertutto dove anime romane, santificate dal pensiero italiano, erano raccolte a combattere e soffrire per l'onore d'Italia--ricordarvi che terra italiana si stendeva d'intorno a voi e trasportare governo, Assemblea, ogni elemento rappresentante il pensiero e i buoni armati del popolo in seno all'esercito, portando di terreno in terreno, finchè tutti vi fossero chiusi, il palladio della fede e della missione di Roma. A confortarvi della speranza che il fatto frutterebbe, sorgevano ricordi antichi e il ricordo moderno dell'Ungheria. Ma dov'anche nessun esempio vi confortasse, voi, fatti apostoli della terza vita d'Italia, dovevate essere primi a dare spettacolo di nuova indomita costanza all'Europa. Queste cose vi furono dette: non le accettaste; e io, rappresentante del popolo, protesto solennemente in faccia a voi, al popolo, a Dio contro il rifiuto e le sue conseguenze immediate.
«Roma è destinata dalla provvidenza a compiere grandi cose per la salute dell'Italia e del mondo. La difesa di Roma ha iniziato queste grandi cose e scritto la prima linea d'un immenso poema che si compirà checchè avvenga. La storia terrà registro della iniziativa e della parte che voi tutti, generosi d'intenzioni, v'aveste. Ma dirà pure--e gemo, per affetto violato a un tratto, scrivendo--che nei supremi momenti nei quali voi dovevate ingigantirvi maggiori dei fati, falliste alla vostra missione e tradiste, non volendo, il concetto italiano di Roma.
«Possa l'avvenire trovarci uniti a riscattar questa colpa!»
3 luglio 1849.
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Entrati i Francesi e rientrata con essi la coorte di preti nemici che s'era accentrata cospiratrice in Gaeta, io rimasi una settimana pubblicamente in Roma. Le ciarle delle gazzette francesi e cattoliche sul terrore esercitato da me in Roma durante l'assedio m'invogliavano di provare a tutti la falsità dell'accusa, offrendomi vittima facile a ogni offeso che volesse vendicarsi e ottenerne guiderdone dalla setta dominatrice. Poi, non mi dava il cuore di staccarmi da Roma. Vidi, col senso di chi assiste alle esequie della persona più cara, i membri dell'Assemblea, del governo, dei ministeri, avviarsi tutti all'esilio; invasi gli ospedali dove giacevano, più dolenti del fato della città che non del proprio, i nostri feriti; le fresche sepolture dei nostri prodi calpestate, profanate dal piede del conquistatore straniero. Io errava al cader del sole, con Scipione Pistrucci e Gustavo Modena, ambi ora morti, per le vie di Roma quando appunto i Francesi movendo lentamente, colle bajonette in testa; fra un popolo cupo, irritato, intimavano lo sgombro delle contrade, fremente di sdegno e ribollente di pensieri di lotta. Parvemi che gli occupatori si fossero collocati in modo sì incauto da prestare opportunità a una serie di sorprese e m'affrettai a chiedere al generale Roselli e a' suoi dello stato maggiore se, dove un leva leva di popolo capitanato da me, che non aveva vincolo di patti con anima viva, avesse luogo, ajuterebbero, ed assentirono: ma era tardi: i capi-popolo erano in fuga e ogni tentativo fallì. Suggerii al Roselli di chiedere al generale Oudinot, sotto colore d'evitare collisioni probabili, la distribuzione del piccolo esercito romano in accantonamenti fuori della città: là, i nostri militi si sarebbero riavuti dall'esaurimento della lunga lotta: avremmo potuto riequipaggiarli: io mi sarei tenuto celato e prossimo ad essi; poi, forse, avremmo potuto cogliere un momento propizio per gittarci a sorpresa sul nemico di Roma. Ma quel disegno, sulle prime accettato, tornò pure inutile: la partenza in armi di Garibaldi insospettì l'Oudinot: fu intimato che l'artiglieria romana rimanesse in città: i nostri militi, convinti che il nemico era capace d'ogni iniquo procedere, s'insospettirono alla volta loro che si volesse collocarli senza mezzi di difesa tra i Francesi e gli Austriaci e farne macello; il piccolo esercito si smembrò e poco dopo fu sciolto. Pazzi e rovinosi consigli; ma in quei giorni tutte le potenze dell'anima mia non vivevano che d'una idea: ribellione a ogni patto contro la forza brutale che, in nome d'una repubblica, annientava, non provocata, un'altra repubblica.
Perchè preti e Francesi non si giovassero allora dell'occasione ch'io offriva per avermi morto o prigione, m'è tuttavia arcano. Ricordo come la povera Margherita Fuller e la cara venerata amica mia Giulia Modena mi supplicassero di ritrarmi e serbarmi, com'esse dicevano, a tempi migliori. Ma s'io avessi potuto antivedere i nuovi disinganni e le ingratitudini e il fallirmi d'antichi amici che m'aspettavano e non avessi pensato che al mio individuo, avrei detto loro: lasciatemi, se mi amate, morire con Roma.
Comunque, partii. Partii senza passaporto e mi recai in Civitavecchia. Di là mandai a chiederne uno all'ambasciata americana, e l'ebbi, ma non contrassegnato, come si richiedea per l'escita, dalle autorità francesi, inutile quindi. Stava in Civitavecchia un vaporuccio, il Corriere Côrso, presto a salpare. Il capitano, parmi un De-Cristofori; côrso egli pure, m'era ignoto: m'avventurai nondimeno a chiedergli se volesse, a suo rischio, accogliermi senza carte, ed ebbi inaspettato assenso da lui. M'imbarcai. Il vapore moveva verso Marsiglia, toccando Livorno, allora tenuta dagli Austriaci. Trovai sul bordo, ingrato spettacolo, una deputazione di Romani tra gli avversi a noi che s'avviava a quest'ultimo porto per risalparne e recarsi a implorare Pio IX in Gaeta. Non li guardai. Ma essi mi conoscevano e il capitano temeva ch'essi, scendendo in Livorno, denunziassero la mia presenza agli Austriaci. Nol fecero e giunsi in Marsiglia. Non importa ai lettori sapere com'io, sprovveduto di passaporto, v'entrassi e come mi venisse fatto di recarmi, attraverso le terre del nemico, in Ginevra. Ma ho notato queste cose di me, perchè gli storici e i gazzettieri di parte moderata, menzogneri per calcolo, ciarlarono allora e riciarlerebbero, occorrendo, oggi, dei miei tre passaporti, degli appoggi inglesi ch'io m'era procacciati anzi tratto e della prudenza colla quale io provvedeva alla mia salvezza.
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Pur, nè calunnia sistematica di moderati nè altro può cancellare l'unico fatto che importi; ed è la difesa. La pagina gloriosa, iniziatrice, profetica, che Roma scrisse in quei due mesi di guerra rimarrà documento ai rinsaviti dagli errori dell'oggi di ciò che possono un principio e un nucleo d'uomini fermi in incarnarlo logicamente, intrepidamente nei fatti. Roma era città di vastissima cinta, non munita, pressochè aperta sulla sinistra del Tevere, ad ogni assalto nemico. Difettavamo d'artiglierie; eravamo sprovveduti di mortai: non preparati a guerra: mancanti, per fatto del vecchio governo, del nervo d'ogni resistenza, danaro; mancanti a segno che la notte della nostra elezione, raccolti noi Triumviri ad esaminare qual fosse la condizione finanziaria e guerresca della repubblica, ponemmo a voti se non dovessimo rassegnare la mattina dopo l'ufficio. La popolazione era, per lunghi secoli di schiavitù corruttrice, ignara, intorpidita, incerta, sospettosa d'ogni cosa e d'ogni uomo; e noi eravamo nuovi, ignoti i più, senza prestigio di nascita, di ricchezza, di tradizioni. Individui ch'erano stati a governo e rappresentavano l'elemento moderato costituzionale diffondevano, duce Mamiani, presagi sinistri sugli effetti della forma adottata e non s'arretravano dal cospirare col nemico straniero. Gaeta era fucina di raggiri, di turbamenti e congiure: di ribellione aperta sull'Ascolano. Fummo assaliti subitamente, prima d'ogni sospetto! assaliti da chi era potente in Italia per antichi affetti, tenuto per invincibile in guerra e ajutato dal prestigio d'una bandiera repubblicana come la nostra: poi dal re di Napoli, dagli Austriaci e dalla Spagna. E nondimeno fugammo, colle nostre nuove milizie, le truppe del re di Napoli, combattemmo l'Austria, resistemmo per due mesi all'armi francesi. Nella giornata del 30 aprile i nostri giovani volontari videro in rotta i vecchi soldati d'Oudinot; in quelle del 3 e del 30 giugno pugnarono in modo da meritare l'ammirazione del nemico. Il popolo, rifatto grande da un principio, partecipava alla difesa, affrontava con calma romana le privazioni, scherzava sotto le bombe. Popolo, Assemblea, Triumvirato ed esercito furono una cosa sola, s'afforzarono a vicenda d'illimitata fiducia. Governammo senza prigioni, senza processi: io potei mandare a dire a Mamiani, quando fui avvertito de' suoi colloqui notturni con Lesseps, che seguisse pure, non temesse del governo, badasse soltanto a sottrarre la conoscenza del fatto al popolo: sprezzammo le piccole cospirazioni e vedemmo il cavaliere Campana, convinto dopo lungo studio dell'impotenza d'ogni tentativo di fronte all'accordo dell'immensa maggioranza con noi, venire egli stesso spontaneo a denunziare i suoi complici. Queste cose furono dovute all'istituzione repubblicana, ai forti istinti del popolo ridesti dall'esistenza d'un governo suo, alla formola Dio e il popolo che diede subitamente a ciascuno coscienza del proprio dovere e del proprio diritto, alla nostra fiducia nelle moltitudini, alla fiducia delle moltitudini in noi. La monarchia non aveva saputo, con 45,000 soldati e col Piemonte a riserva, trovare in Milano altra via di salute che il tradimento. E mentr'io scrivo, la monarchia, con mezzo milione d'armati tra soldati regolari, volontari e guardie nazionali mobilizzabili--con un vasto materiale di guerra--con mezzi finanziari considerevoli--con ventidue milioni d'Italiani invocanti Venezia--esita ad assalire, sul terreno italiano, le forze austriache.
Viva la repubblica! Il sentimento repubblicano poteva solo ispirare tanto valore agli Italiani. Sono parole contenute nella relazione scritta a nove ore di sera del combattimento del 3 giugno da Luciano Manara.
Non so quanto i Romani ricordino oggi il 1849. Ma se le madri romane hanno, come dovevano, insegnato ai figli la riverenza ai martiri repubblicani, in quell'anno, della loro città--se additarono loro sovente il luogo ove cadde ferito a morte il giovine poeta del popolo, Goffredo Mameli--il luogo ove Masina, già indebolito da un colpo e con diciannove seguaci, avventò il cavallo contro una posizione difesa da 300 francesi e moriva--il luogo ove perivano senza ritrarsi, combattendo venti contro cento, Daverio e Ramorino--Villa Corsini--Villa Valentini--il Vascello--Villa Panfili--le pietre dei dintorni di Roma santificate quasi ciascuna dal sangue d'un caduto col sorriso sul volto, col grido repubblicano sul labbro--Roma non sarà, sorgendo, profanata--o nol sarà lungamente--dalla monarchia (1864).
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La condotta di parte nostra, determinata dall'iniziativa altrui e da fatti che si svolsero indipendenti dalla nostra fede, risulterà chiara a chi vorrà esaminarla spassionatamente: noi ci limitammo a trarre il migliore partito possibile dagli eventi, perchè il paese se ne giovasse a tener sospesa sul capo agli uomini, che a noi sottentravano, la spada di Damocle della Rivoluzione; perch'essi inoltrassero a forza sulla via, non foss'altro dell'Unità Nazionale. Ma, in quel periodo di tempo tentammo una iniziativa, della quale giova parlare perchè generò, a mio credere, conseguenze importanti.
La Lombardia era, per colpe monarchiche, nuovamente dominio dell'Austria; ma aveva, con fatti, provato d'essere capace d'emanciparsi per virtù di popolo. Venezia era caduta, ma dopo lunghe eroiche prove e come chi vince. Roma era dei Francesi e del Papa, ma l'esito morale della battaglia era nostro: redenta davanti all'Italia, la sacra Città era per la terza volta centro e perno delle aspirazioni della Nazione. S'anche le anime nostre fossero state capaci di sconforto, non ne avevamo cagione.
Ci raccogliemmo, dopo la caduta di Roma, in Losanna, Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Mattia Montecchi ed io. Altri profughi ci raggiunsero, collocandosi nei paesetti fra Losanna e Ginevra. Imprendemmo senza indugio--settembre 1849--la pubblicazione dell'Italia del Popolo, collezione di scritti mensile, il cui programma era, com'io diceva, nella parola escita il 9 febbrajo da Roma, madre comune e centro d'Unità a tutte le popolazioni d'Italia e nella missione che all'Italia assegnano la tradizione e la coscienza popolare. Gli scritti ch'io v'inserii sono, da pochi in fuori, contenuti nel Vol. VII delle Opere. Ma i lavori che v'inserirono Aurelio Saffi, Carlo Pisacane, Filippo De Boni e altri, meriterebbero d'essere raccolti in un volume e gioverebbero perchè combattono vecchi errori, rinnovati in oggi e fatali. Ne pubblicammo sedici fascicoli sino al febbrajo 1851. Ma nel maggio 1850 l'Assemblea di Francia era chiamata a discutere una legge restrittiva del suffragio, che violava apertamente l'articolo 3.º della Costituzione e spianava la via alle mire usurpatrici di Luigi Napoleone. Pensai giunta l'occasione d'un moto decisivo in Parigi e, avventurandomi, mi vi recai. E questa mia assenza nocque naturalmente all'Italia del Popolo, ch'io dirigeva; e comunque dall'Inghilterra ov'io, dopo il soggiorno d'un mese incirca in Parigi, mi condussi, cercassi continuarle vita, non vi fu modo. Il Buonamici, editore, datosi al tristo, fuggì abbandonando moglie e negozio, in Australia. Il piccolo nucleo si sciolse. Saffi, Montecchi, Agostini mi raggiunsero in Londra.
In Parigi ebbi a confermarmi nelle idee, nudrite ed espresse fino dal 1835, che la Francia era per molti anni perduta e che l'iniziativa del moto Europeo era da trovarsi altrove. Vidi Lamennais, Flotte, Giulio Favre e quanti mi parevano all'uopo, fino al principe Napoleone Bonaparte, antico cospiratore con me finchè gli Orléans reggevano. Non v'era speranza. Gli animi erano travolti da gare di parte, da stolte paure, da rancori personali, e smarrivano il segno. M'affannai inutilmente a dimostrare a quanti vennero a segreto convegno con me, che il vero unico pericoloso nemico della Repubblica era il Presidente, e che importava anzi tutto togliergli forza di compier disegni, evidenti fin d'allora per me. La borghesia, impaurita dei pazzi sistemi che assalivano la proprietà, tremava d'un socialismo inverificabile e minaccioso soltanto a parole. I repubblicani avventati, o come li dicevano rossi, non vedevano pericoli alla repubblica fuorchè dai bianchi, dai monarchici dell'Assemblea, capaci di sviare e profanare l'Istituzione, incapaci, per difetto d'unità di consigli e d'audacia, d'abolirla. Tutti sprezzavano, errore dei più fatali, il nemico e mi dicevano, quand'io vaticinava il colpo di Stato, che se mai tentasse, il Presidente sarebbe quetamente condotto a Charenton, ospizio degli impazziti. Lasciai Parigi col presentimento della catastrofe.
Ma l'Italia? Era essa condannata a seguire, quasi satellite, i fati di Francia? Non poteva un popolo di ventisei milioni, ridesto a coscienza di libera vita dalle giornate di Milano e dalle eroiche difese di Venezia e Roma, raccogliere l'iniziativa tradita altrove? Padrone del proprio suolo e del proprio avvenire nel 1848, quel popolo non era caduto se non perchè aveva ceduto la direzione delle proprie forze e del moto a mani d'inetti e di tristi, a principi e cortigiani. Bisognava insegnargli che non esistono capi per diritto di nascita o di ricchezza: che soli capi legittimi d'una rivoluzione sono gli uomini che hanno più combattuto per essa: che un popolo non deve mai rinunziare al proprio diritto d'iniziativa, nè confidar ciecamente, nè allontanarsi dall'arena, nè dire a sè stesso: altri farà in vece mia. E per questo, il miglior partito era quello di condurre il popolo primo sul campo, tanto ch'esso imparasse in un tratto il proprio debito e la propria forza, e gli altri imparassero a rispettarlo e temerlo.
Questi pensieri mi diressero nel nuovo stadio d'agitazione che da Londra iniziai.
In Roma, io aveva lasciato, prima d'allontanarmene, le norme necessarie all'impianto d'una Associazione Nazionale segreta, che si ordinava rapidamente. In Londra fondai un Comitato Europeo e un Comitato Nazionale Italiano.
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L'impianto e gli Atti del Comitato Nazionale trovarono favorevole accoglimento in Italia. Gli animi si riconfortarono a speranza e lavoro. Adesioni e promesse vennero pressochè unanimi dagli uomini che, nei fatti di Venezia e di Roma, avevano conquistato nome e influenza. Comunque, per diverse cagioni, il risultato pratico dell'Imprestito dovesse, in ultima analisi, come dirò, riuscire meschino, le nostre cedole erano su quei primi tempi ricercatissime. L'ordinamento segreto si estendeva rapidamente. Nella Lombardia, in Toscana, in Roma, la stampa clandestina s'iniziava operosa, ardita, irreperibile. Un Comitato Siciliano si costituiva fin dalla prima metà del 1851 nell'Isola, e un altro Comitato d'esuli Siciliani in Parigi stava anello intermedio fra quello e noi. Tra il 1850 e il 1851 si fondavano in Piemonte e nella Liguria le prime Associazioni Operaie, paghe del modesto fine del mutuo soccorso, ma pronte a cogliere ogni opportunità di dichiarare la loro devozione alla Patria. In Genova, dove, giovandosi della semi-libertà concessa dallo Statuto, il popolo s'accalcava a pubbliche manifestazioni, anche l'elemento militare s'affratellava: un sergente di bersaglieri prorompeva, in un banchetto d'oltre a duecento individui, in quel grido che dovrebbe suonare per tutto l'esercito nazionale: anche la truppa è popolo, e Francesco Quetand, della Brigata Savoja, parlando per tutti i suoi commilitoni, osava proferire il mio nome e quello di Garibaldi, e conchiudeva: le nostre armi non si tingeranno mai del vostro sangue ch'è nostro sangue, perchè noi non abbiamo che una madre[49]. E in Roma, l'Associazione alla quale accennai s'era, in un anno, fatta potente di tanto, che dichiarava a mezzo il 1851 compito il lavoro preparatorio e scioglieva, entrando in un secondo periodo, il suo Comitato, per istituire una Direzione Centrale, incaricata di studiare i modi e le opportunità dell'azione. A quella Direzione, affidata a un uomo singolare per intelletto, per fede, per cuore e per illimitato spirito di sagrificio, era mia mente d'accentrare a poco a poco tutti gli elementi nostri in Italia.
E da tutto quel lavoro sorgeva spontanea una parola: Repubblica. La stampa clandestina milanese saettava continuamente i tentativi dei monarchici lombardi ricoverati in Piemonte. Il Comitato Siciliano scriveva in fronte ai suoi Atti la formula: Dio e il Popolo. Repubblicano si chiariva il Comitato dei Siciliani in Parigi. Repubblicana era la stampa segreta toscana. Di Roma non occorre ch'io dica. Ma in Genova, quando l'11 giugno 1850, in un pubblico convito, l'avv. Brofferio avventurava parole, che a torto o ragione furono interpretate come favorevoli alla federazione e alla monarchia, un grido unanime gli rispose: Viva Roma, capitale della Repubblica Italiana! Noi non avevamo provocato l'espressione di quella tendenza; ma dovevamo raccoglierla e movere un passo innanzi. Non potevamo pretendere di guidare con bandiera neutra un lavoro generale, che inalberava la bandiera repubblicana.
Come membro del Comitato Europeo, apposi, nell'agosto del 1851, il mio nome a un suo Atto, che s'indirizzava agli Italiani e additava loro come sola via di salute l'istituzione repubblicana. Per quel fatto, Giuseppe Sirtori c'intimò, con parole dissennatamente irritate, di protestare, come Comitato Nazionale, contro quell'Atto o d'accettare la di lui dimissione. Accettammo la dimissione, dichiarando «che il Manifesto del Comitato Europeo non racchiudeva contradizione alcuna col nostro e che il consiglio dato agli Italiani d'attenersi, pel moto futuro, al simbolo repubblicano, era conseguenza logica del principio di Sovranità Nazionale da noi sancito.»
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Di mezzo a quel fervore d'apostolato, io guardavo sempre all'Italia e alla possibilità di ridestarla all'azione. E l'opportunità non tardò a rivelarsi.
S'era formata, spontanea, ignota a noi tutti, nel 1852, in Milano, una Fratellanza segreta di popolani, repubblicana di fede e con animo deliberato di preparare l'insurrezione e compirla. Non s'era rivolta per ajuti e consigli ad abbienti o letterati; non aveva cercato contatto con noi: aveva prima voluto esser forte. Uomini di popolo erano suoi capi: influente fra tutti, un tintore, Assi di nome, assiduo di cure nell'ordinamento e largo in quell'opera d'un po' di fortuna che gli era venuta dal lavoro: lo chiamavano il Ciceruacchio di Milano. La Fratellanza v'era divisa in nuclei contrassegnati dalle lettere dell'alfabeto: abbracciava ogni ramo di lavoro, e con quel senso pratico ch'è facoltà prominente degli operai, s'era giovato del facile accesso ai luoghi più vigilati, per raccogliere quante nozioni di fatto potevano, in un momento dato, agevolare una impresa. E nel silenzio, senza che l'esistenza ne fosse sospettata, non dirò dal nemico, ma dagli uomini appartenenti nell'altre classi al simbolo nazionale, aveva raggiunta la cifra di parecchie migliaja d'affratellati.
Allora soltanto l'Associazione, sentendosi forte e vogliosa di fare, cercò contatto con me. Offriva azione immediata, e chiedeva istruzioni, direzione, ajuti in armi e danaro.
Come sintomo, il fatto che mi si rivelava era di una importanza vitale, e additava innegabile l'incarnazione del lungo nostro apostolato nel popolo.
Come avviamento all'azione, era incerto: pendeva dalla somma di mezzi, richiesta a porre in moto quell'elemento e, più ch'altro, dalla risposta a una questione difficile: sarebbe l'energia del popolo nell'azione eguale alla costanza spiegata nel preparare? Scelsi un uomo militare non noto, prudente, avveduto, d'abitudini atte a cattivarsi la fiducia dei popolani e a studiarli; e lo mandai verificatore in Milano.
Una serie di relazioni che mi venne da lui, confermò tutte le affermazioni degli artigiani milanesi sulle forze e sulla disciplina della Fratellanza. Accolto siccome capo e in contatto continuo coll'Assi e con quanti stavano alla direzione dei nuclei, ei mi giurava che potevano e volevano. Quanto mi adoprai a raccogliere per altre vie raffermava le relazioni dell'inviato.
Non mi dilungherò a spiegare com'io accettassi l'ipotesi dell'azione: ne parlo in uno scritto da trovarsi poco oltre; e del resto, chi ha letto i miei volumi, sa ch'io credeva--e dacchè la nostra Rivoluzione Nazionale non è compita, credo--unica via all'educazione politica del paese l'Azione. L'Italia era per ogni dove solcata di lavori nostri; e dopo i fatti del 1848 io mi sentiva convinto che una sconfitta all'Austria in Milano avrebbe dato moto all'insurrezione lombarda dapprima, poco dopo a quella di tutta Italia. E nondimeno, la decisione del movere non fu mia. Inferociti pei supplizî di Mantova[50], gli influenti fra i congiurati, raccolti una notte in numero di sessanta a convegno, decretarono sul finire dell'anno che si moverebbero e m'inviarono dichiarazione solenne che, s'anche il Comitato Nazionale ricusasse assenso ed ajuto, farebbero, anzichè soggiacere a uno a uno alle persecuzioni dell'Austria, in ogni modo e da sè. Vivono tuttavia gli uomini che potrebbero, ov'io non dicessi il vero, smentirmi.
Accennerò soltanto rapidamente--chi mai potrebbe in questi giorni[51] diffondersi in particolari su cose passate?--come si preparasse e perchè fallisse l'impresa.
Mancavano all'Associazione le armi; mancava il denaro. Di denaro diedi quanto occorreva sul non molto raccolto dall'Imprestito Nazionale. Ma il contrabbando delle armi era difficilissimo e, scoperto, com'era probabile, avrebbe rivelato il disegno. Riescii ad introdurre in Milano un certo numero di projettili di nuova invenzione che non giovarono, dacchè le barricate, alla difesa delle quali erano destinati, non furono fatte; ma, quanto ai fucili, risposi che le insurrezioni erano avviamento alla guerra, non guerra; che l'armi dovevano e nelle città potevano sempre conquistarsi sul nemico; che a conquistarle bastavano animo deliberato davvero e coltella. Quei buoni popolani intesero, e dissotterrate, non so di dove, da circa cento pistole, arrugginite le più e inservibili, si diedero pel resto lietamente a raccogliere pugnali e temprare e immanicare grossi chiodi da barca, dove i pugnali mancavano.
Non v'è cosa alcuna che, nell'insorgere d'una città, non possa compiersi per sorpresa; soltanto è necessario, perchè le sorprese riescano, che siano tenute gelosamente segrete ai più, tra quelli stessi che devono compirle e siano eseguite a puntino e a scocco d'oriuolo. Fu architettato un numero di sorprese che dovevano dar Milano, senza grave lotta, in mano agli insorti. Le caserme, i corpi di guardia, il fortino, il Castello dovevano alla stessa ora, anzi allo stesso minuto, assalirsi a un tratto, invadersi, quando sprovveduti quasi di difensori, da squadre, apprestate a pochi passi, d'uomini armati d'arme corta e ignari essi medesimi, dai capi infuori, dell'operazione da compiersi, fino al momento in cui sarebbero stati raccolti al convegno. Da quella generale sorpresa dovevano escire a un tempo la disfatta della soldatesca e l'armarsi dei popolani. I luoghi occupati dal nemico erano stati minutamente studiati, nell'interno e negli approcci, dal capo militare preposto all'ordinamento e, sotto la di lui direzione, dai capi chiamati a guidare all'azione le squadre. S'era scelto per l'insurrezione il 6 febbrajo 1853, giorno detto del giovedì grasso, in cui i sollazzi carnevaleschi chiamano in piazza, senza ch'altri sospetti, tutto quanto il popolo di Milano. Alle due pomeridiane incirca, i soldati ricevevano la loro paga e si disperdevano per la città e nelle taverne a bere, giuocare e ballare. Contro i piccoli nuclei rimasti a guardia dei luoghi diversi, il subito assalto avrebbe avuto luogo alle cinque. Le truppe consegnate a quartiere o altri simili indizî avrebber rivelato il nemico essere avvertito e sulle difese; e il moto sarebbe stato quetamente, senza grave sconcerto, senza agitazione visibile, protratto a tempo più opportuno.
I tre punti che più importavano erano il Palazzo ove risiedeva il Comando Generale, il locale della così detta Grande Guardia, e il Castello.
Nel primo, custodito da soli venticinque uomini, si raccoglievano a pranzo, appunto alle cinque pomeridiane, Governatore, Generali, uffiziali componenti lo Stato Maggiore e altri; la sorpresa, comparativamente facile, di quel palazzo, bastava quindi a interromper ogni unità d'ordini e cacciar l'anarchia nella difesa. Cento e più risoluti popolani dovevano impadronirsene; ed erano stati affidati a un tale, ch'era noto sotto il nome di Fanfulla, era stato nel 1848 ufficiale nei lancieri di Garibaldi, ed era tenuto prode da tutta Milano. Il secondo, dov'erano centoventi uomini con tre ufficiali e due obici carichi a mitraglia, collocati davanti al portone, presentava più gravi difficoltà; ma il punto aveva per l'insurrezione importanza strategica, e s'era scelto a punto di concentramento per gl'insorti d'una larga sezione della città: il popolano--non ricordo il nome e men duole, ma trafficava carbone e teneva bottega--eletto a impadronirsene co' suoi, doveva, riuscendo, afforzarvisi, chiudendo ogni ingresso e lasciando aperta a metà quello soltanto dove erano gli obici destinati a proteggerlo. Il Castello era punto naturale di concentramento al nemico, minaccia temuta più del dovere dalla città e racchiudeva, oltre quei del presidio, 12,000 fucili: la sorpresa era dunque cosa vitale per noi e s'era accertata in modo da non ammettere, se ignaro il Governo, un'ombra di dubbio: diciotto uomini, scelti fra i più arrischiati e comandati dal Capo di tutto quanto l'ordinamento, dovevano avventarsi improvvisi col pugnale alla mano sui diciotto soldati messi a custodia della prima corte; e, a un segnale dato, due squadre di popolani, sommanti a trecento incirca, comandate una dall'Assi, l'altra da un falegname capo di bottega, il cui nome m'è ignoto, dovevano irrompere a corsa da tutti i luoghi dove, in vicinanza del Castello, i capi li avrebbero, poco prima della fazione, appostati. I pochi soldati rimasti, dispersi nei cameroni, inermi e côlti alla sprovveduta, non avrebbero di certo potuto resistere a quella piena. I fucili di deposito nei magazzeni erano nostri, in un batter d'occhio; i due armajuoli, che di tempo in tempo li ripulivano e riattavano, erano nostri, avevano le chiavi dei magazzini e dovevano in quel giorno, sotto un pretesto qualunque, tenerli aperti perchè l'operazione non incontrasse il menomo indugio; e attennero la promessa. Il Capo stesso, sprezzatore d'ogni rischio, s'introdusse, un'ora prima della prestabilita all'insorgere, nella piazza interna del Castello e li vide al lavoro. Riescito il colpo, un colpo di cannone e la bandiera tricolore inalzata dovevano essere segnale agli insorti d'accorrere ad armarsi.
Mentre si sarebbero compite quelle sorprese, duecento giovani dovevano correre a due a tre le strade della città e cogliere soldati e ufficiali che, avvertiti dal romore levato, avrebbero, uscendo dalle taverne, dai caffè, dalle abitazioni, tentato raggiungere isolati i varii punti di concentramento. Era un Vespro; e gli scribacchiatori moderati ci accusarono d'avere preparato armi non generose. Ma chi, da Dante a noi, non aveva registrato fra le glorie italiane il Vespro di Sicilia? Chi, fra gli ipocriti ai quali alludo, non avrebbe acclamato al tentativo dei popolani lombardi, se coronato dalla vittoria? A emancipare la patria dalla tirannide dello straniero ogni arme--se lunga o breve non monta--è santa; e se l'arbitrio sospettoso d'uomini, che a proteggere l'usurpazione di terre non loro si giovano dell'arme infame del patibolo non lascia ai cittadini altro ferro che quello delle loro croci, benedetto sia chi, a salvare la libertà dei corpi e dell'anime, svelle e aguzza ad offesa quel ferro!
A tutto s'era pensato, a tutto s'era, come meglio potevasi, provveduto. Ottanta terrazzani erano presti, forniti di picconi, pali di ferro e pale a inalzar barricate, ove si prolungasse, per incidenti non preveduti, la lotta. L'impresario dell'illuminazione a gas era nostro e s'era con lui d'intesa perchè l'illuminazione, occorrendo, non avesse luogo. S'erano tentati, e in parte con esito buono, gli Ungaresi che facevano parte del presidio: un ex-ufficiale inviato da Kossuth, allora in pieno accordo con me, avea secondato il lavoro e conquistato a noi un ufficiale di cavalleria; e molti bassi ufficiali, degli acquartierati in San Francesco, avevano dato solenne promessa d'unirsi ai nostri nell'azione, non sì tosto avessero ottenuto un primo successo. Klapka s'era recato, sui primi del febbrajo, da Ginevra a Lugano per entrare e assumere il comando de' suoi compatrioti il secondo giorno.
Costretti dall'assoluta necessità del segreto sulla natura del disegno che doveva tentarsi e certi di non poter evitare, in un vasto lavoro, inchieste e inquisizioni pericolose, ci eravamo, coll'altre città lombarde, limitati a far presentire, in un tempo non remoto, eventi supremi e a raccomandare si preparassero a profittarne. Soltanto coi giovani universitarî della vicina Pavia eravamo andati più oltre e si era stretto accordo perchè, a segnali di fiamma che si sarebbero inalzati dalla punta del Duomo, movessero rapidi alla volta di Milano; e, a intento siffatto, io aveva apprestato fucili sul Po, affidando la direzione d'ogni cosa riguardante quel punto all'Acerbi, prode e devoto esule mantovano. Per l'altre città tenevamo pronti corrieri a cavallo, che avrebbero recato l'annunzio del fatto e chiamato i più prossimi ad affrettarsi in ajuto a noi, tanto da avere, per la fine del 7, un forte nerbo d'armati, capace di resistere a ogni tentativo d'Austriaci, che volessero dalle vicinanze operare contro Milano. Noncurante del mortale pericolo, Aurelio Saffi, uomo d'indole nobilissima per intelletto e per cuore e rimasto, dal 1849 in poi, amico mio e non della ventura, s'era recato, fra gli Austriaci, in Bologna, per animare a preparativi quella valente città e le Romagne.
Perchè fallì il tentativo? Perchè da tanti apprestamenti non escì se non una breve sommossa?
Non mancò il popolo dei congiurati; mancarono al popolo i capi. Il segreto, cosa mirabile davvero se si pensi ai tanti che ne erano più o meno partecipi, era stato gelosamente serbato. Il Governo ignorava ogni cosa: avvertito da taluni di pericoli che sovrastavano, ma avvezzi a cercarli nelle classi agiate e a sprezzare il popolo come incapace d'iniziativa, aveva spiato attentamente le prime e, non vedendovi indizio d'ostili disegni, s'era rassicurato. Il 6 febbrajo, distribuite le paghe, i soldati s'erano, come al solito, dispersi per la città, lasciando presso che vuoti ed indifesi i luoghi contro i quali dovevano operarsi le sorprese. Ma il Fanfulla partì subitamente, nè s'arrestò se non a Stradella: l'Assi sparì; più altri capi lo imitarono: le squadre, non convocate e lasciate senza nuovi capi da chi non sapeva la diserzione dei primi, non si recarono ai luoghi di convegno: altre che si tenevano preste, non udendo d'assalto alcuno al Castello, assalto al quale--e fu nostro errore--s'erano subordinate parecchie sorprese, idearono tradimento o cangiamento di disegno e si sciolsero. Un solo fatto importante, l'occupazione della Grande Guardia, trovò capo e popolani esecutori fedeli, e riescì; se non che, immemori delle istruzioni che statuivano quel punto a punto di concentramento, gli occupatori, lieti di trovarsi armati e ansiosi d'azione, abbandonarono, dopo breve tempo, il luogo per correre le vie. Ed essi e i giovani armati di solo pugnale, scelti a operare indipendenti contro il nemico, bastarono a versare sugli austriaci un terrore, che non cessò se non sulla sera. Contro tutte le forze, spiegate allora dal Comando generale, quel pugno di popolani, abbandonati da tutti, tentò difendersi asseragliandosi, presso Porta Romana, nelle case e facendo fuoco dalle finestre; ma, e sopratutto, per difetto di munizioni, fu costretto, dopo un'ora di combattimento, a disperdersi. Perirono nel conflitto da cento cinquanta soldati nemici e due ufficiali superiori assaliti nel caffè della Scala[52].
Perchè, audaci e costanti nei lunghi pericoli dei preparativi, quei capi-popolo s'arretrassero, giunta l'ora, davanti all'azione, mi pesa il dirlo, ma può tornare utile insegnamento in imprese future. Essi, i più almeno, retrocessero davanti all'isolamento in cui furono lasciati dalla classe media. Avevano lavorato soli, senza sconfortarsi dell'inerte indifferenza d'uomini, che i ricordi del 1848 e l'intelletto educato additavano ad essi capi naturali del moto, sperando che, compito il lavoro, dimostrata innegabilmente la propria tenacità di proposito e conquistata potenza di numero e d'ordinamento, li avrebbero compagni alla prova. Ma quando, sull'avvicinarsi dell'ora suprema, mentre pensavano che il sacrificio di sangue, al quale, per la salute e per l'onore del paese, s'apprestavano lietamente, li avrebbe fatti cari e fratelli a quelli uomini, si videro freddamente accolti, guardati con sospetto e rimproverati di commettere a un tentativo imprudente le sorti della città--quando s'udirono a dire: combattete dacchè lo volete: dopo la prima giornata saremo con voi--vacillarono e non osarono assumersi, essi poveri popolani, l'immensa responsabilità d'una iniziativa, non divisa da alcuno di quei, ch'essi s'erano avvezzi a chiamare i loro migliori. Non un abito--non una marsina--ripetevano dolorosamente gli insorti che cercavano ispirazione sul come si potesse più utilmente morir per l'Italia.
Non una marsina, infatti, si vide tra i combattenti del 6 febbrajo a incuorarli, a dirigerli. I portoni, le finestre delle case si chiusero. Milano prese aspetto di città deserta. Unico, o quasi, delle classi medie che si mostrasse in quelle ore fu un Bianchi Piolti, eccellente giovane, allora in contatto con me, oggi, se non erro, deputato, pur sempre onesto e liberale nelle tendenze.
Fin da quando il lavoro dei popolani accennò a tradursi in azione, io presentii quel pericolo; e parevami inoltre che, dov'anche le forze dell'Associazione fossero state sufficienti a vincere la prova in Milano, avremmo pur dovuto desiderare che in una lotta da iniziarsi a pro di tutti, tutti fossero rappresentati. M'era dunque rivolto a quelli fra i giovani intellettualmente educati, che nel 1848 erano stati uniti con me intorno alla bandiera sollevata dall'Italia del Popolo: prominenti fra questi, l'Allievi e Emilio Visconti Venosta. Ma li trovai mutati, scettici, riluttanti a ogni pensiero d'azione. Cominciarono per dichiarare impossibile l'esistenza d'una vasta associazione di popolani; poi, quand'ebbero prove irrecusabili, si ricacciarono sulla impossibilità del segreto, e confutato il timore della rivelazione di quella parte del disegno che riguardava la scelta dell'ora, la paga ai soldati e gli indizî che escirebbero dalle loro mosse, cominciarono ad argomentare sulla poca disposizione delle provincie lombarde a seguire: temevano i pericoli del moto, la possibilità della disfatta e, credo, egualmente le conseguenze d'una vittoria preparata esclusivamente dal popolo. L'anima loro, impicciolita tra la vanità pedantesca della mezza-scienza, il materialismo delle scuole francesi, che allora seguivano, e il meschino freddo sussiego di letterati borghesi, s'arretrava sospettosa davanti a quel ridestarsi di popolo, che avrebbe dovuto inorgoglirli di gioja italiana.
Così titubavano paurosi, svogliati, inerti sino alla fine: non diedero un uomo, nè una moneta, nè un'arme: avevano non so quanti fucili e li rifiutarono, dicendo che se ne gioverebbero per la seconda giornata. Il Venosta accettò d'entrare, come loro delegato, in una direzione formata di Bianchi Piolti, d'un Fronti, del capo militare e di lui; ma non intervenne se non due volte ai convegni, ascoltando, nè mai proponendo cosa che potesse tornar utile al moto; poi si dileguò. Finalmente, richiesti, spronati, rimproverati, dichiararono che consulterebbero, prima di decidersi a cooperare, una competente autorità militare.
L'autorità militare competente fu per essi Giacomo Medici, allora volontario garibaldino, oggi generale nell'esercito regio, il quale da Genova, ov'ei soggiornava, era fuori d'ogni lavoro e ignaro delle forze nostre, del disegno e d'ogni cosa. Gli spedirono l'ingegnere Cadolini, oggi deputato. Medici rispose: impedite il moto con ogni mezzo: se non riuscite a impedirlo, cercate afforzarlo. E i richiedenti fecero, sconfortando, sviando taluni fra i capi, annunziando a tutti il loro dissenso, quanto era in essi per impedire. Fu questa principale cagione di disfatta al disegno. Era, in seno alla borghesia, il cominciamento d'una scuola analoga, comunque inferiore d'ingegno, a quella dei dottrinarî francesi ai tempi di Luigi Filippo, e della quale l'Italia vede oggi in quei che la reggono lo scandalo e i frutti.
E nondimeno ho certezza, che nel prepararsi generale degli animi, nello sviluppo storico del risorgimento italiano, quel tentativo giovò. Lasciando dello stolto e feroce spirito di repressione, che la paura spirò allora più che mai nei consigli dell'Austria, delle contribuzioni arbitrarie sui beni degli inoffensivi patrizî lombardi e degli esuli, e dell'irritazione che ne nacque in essi, il popolo, il vero popolo, salutò come sua l'impresa tentata, inorgoglì dell'ardito concetto, e cominciò a credere nella propria forza e nella parte che sarebbe un giorno chiamata a compiere. I segni d'una trasformazione morale nelle classi operaje apparvero poco dopo più frequenti e visibili nelle associazioni, fondate pubblicamente in Piemonte e nella Liguria, tra gli uomini del lavoro, nella parte presa altrove dai popolani nei tentativi che seguirono, e, a me segnatamente, negli indirizzi, nelle proposte, nelle dichiarazioni d'affetto, che da essi mi vennero quando appunto il volgo letterato e gli ingannati da esso mi rovesciavano quasi universalmente sul capo una tempesta d'accuse, di rimproveri e di villane calunnie[53]. Da Genova, da Parma, dalle città romagnuole i popolani mi dicevano: voi avete creduto in noi, stimati da tutti incapaci di fare: vi rendiamo grazie, e vi proveremo quando che sia che non v'illudete sul conto nostro. Il 6 febbrajo strinse fra gli operai d'Italia e me quel patto d'amore e di comunione educatrice, che fruttò e frutterà, e che conforta di serenità e di speranze italiane i miei ultimi anni, abbeverati d'amara e profonda mestizia, per le delusioni e per l'abbandono di molti fra quei che m'eran più cari.
A quel tempestoso periodo appartiene lo scritto che segue. Io l'aveva, fin dal 22 febbrajo, promesso con queste poche linee indirizzate all'Eco delle Provincie:
* * * * *
Al Direttore dell'ECO DELLE PROVINCIE.
Il fatto recente di Milano che, comunque strozzato ne' suoi principî da incidenti sottratti a ogni calcolo umano, e rimasto isolato per virtù di prudenza, che non guarda a biasimo o lode, ma all'intento da conquistarsi, avrebbe pur dovuto sollevare d'orgoglio italiano ogni anima buona e rivelare ai più incerti le vere tendenze del nostro popolo, frainteso, traviato da pregiudizî funesti e da codarde paure, ha suscitato un biasimo pressochè universale.
Sento tutta quanta la responsabilità che trascina con sè l'ultimo proclama del Comitato Nazionale, scritto da me e firmato da uno solo de' miei colleghi--e non la rifiuto.
Scriverò con tutta quella sollecitudine che consentono le condizioni in ch'io verso, le cagioni per le quali io l'assumo, volenteroso ed altero. Scenderò, poichè amici tiepidi e irreconciliabili nemici lo esigono, a parlare di me.
Chiedo--non agli uomini che hanno per tutta dottrina il vae victis!--non ai gazzettieri che vendono per trecento franchi mensili la coscienza e la penna a un'aristocrazia prima morta che nata--non ai consci o inconsci colpevoli che diseredano l'Italia d'una potenza d'iniziativa, fatto oggimai evidente dai martirî eroici e dalle eroiche audacie degli ultimi quattro anni--ma agli Italiani che amano davvero la loro patria e sentono altamente de' suoi fati e fremono e combattono per compirli, pochi giorni d'indugio nei loro giudizî.
Ho l'anima amara, ma di dolore, non di rimorso. La fede che scaldava, ventiquattr'anni addietro, di un sorriso d'entusiasmo la mia giovinezza, splende or più che mai, stella eterna dell'anima, davanti a' miei occhi. Non la rinneghino i giovani. Non la rinnegherà un popolo che, fatto superiore ai mezzi intelletti d'una classe che dovrebbe guidare e dissolve, assale nell'inerzia comune, colla sola arme che l'Austria non può rapire al cittadino, cannoni e Castello in Milano.
22 febbrajo. Vostro GIUSEPPE MAZZINI.
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AGLI ITALIANI
Marzo, 1853.
. . . . . Come da me si suole, Liberi sensi in semplici parole.
TASSO.
Io mando queste pagine ai giovani ignoti d'Italia, ai quali è fede l'unità della patria comune, speranza il popolo in armi, virtù l'azione, norma di giudicio sugli uomini e sulle cose l'esame spassionato dei fatti non travisati e delle intenzioni non calunniate.
Pei gazzettieri che mercanteggiano accuse e opinioni a beneplacito di monarchie cadaveriche o aristocrazie brulicanti su quei cadaveri:--pei miseri, quali essi siano, che in faccia a un paese schiavo e fremente, non trovano ispirazioni fuorchè per dissolvere e accusano d'ambizione chi fa o tenta fare, rosi essi medesimi d'ambizioncelle impotenti, che non fanno nè faranno mai cosa alcuna:--per gli stolti, che, in una guerra nella quale, da un lato stanno palesemente, regolarmente ordinati, eserciti, tesori, uffici di polizia; dall'altro, tutto dall'invio d'una lettera fino alla compra di un'arme, è forzatamente segreto, non applicano ai fatti altra dottrina che quella del barbaro: guai ai vinti!:--pei tiepidi, ai quali il terrore di qualche sacrificio da compiersi suggerisce leghe ideali di principi, disegni coperti di monarchie due volte sconfitte, o guerra tra vecchi e nascenti imperi, da sostituirsi all'unico metodo che conquisti libertà alle nazioni, l'insurrezione:--per gli uomini, prodi di braccio, ma fiacchi di mente e d'anima, che nei fatti di Milano, Venezia e Roma, nel 1848 e nel 1849, non hanno saputo imparare che l'Italia non solamente deve, ma può emanciparsi, e la condannano a giacersi serva derisa finchè ad altri non piaccia esser libero--io non ho che disprezzo o compianto. Gli uni non vogliono intendere: gli altri non sanno. Nè io scenderei per essi a parole dilucidatrici o a difese.
Ma ai giovani--maggioranza nel Partito Nazionale e speranza dell'avvenire--che non rinegano per disavventure la santa tradizione di martirio e di lotta incessante segnata dai migliori fra i nostri: ai giovani, che non hanno imbastardita la mente italiana tra sofismi di sette straniere, nè immiserita la potenza dell'intuizione rivoluzionaria tra le strategiche delle guerre regolari governative, nè sfrondato il core d'ogni riverenza all'entusiasmo, alla costanza, alle grandi audacie e alle grandi idee, che sole rifanno i popoli, io debbo conto delle cagioni che promossero il recente tentativo popolare in Milano, delle principali che lo sconfissero.
Il Comitato Nazionale è disciolto; disciolto dopo un proclama d'insurrezione, ch'io scrissi, e che due soli de' miei colleghi firmarono. Di questo fatto io debbo pur conto al paese.
E parmi ch'io debba oggimai parlare al paese anche di me, delle idee che dettarono la mia condotta, delle norme che mi diressero. È la prima e sarà l'ultima volta. Ma le accuse e le calunnie vibrate al mio nome mirano a ferire tutto intero il partito d'azione; e non mi è concesso negligerle. Fors'anche il perpetuo silenzio da parte mia potrebbe generare dubbî e incertezze nell'animo di quei che mi richiesero, in questi ultimi anni, di consiglio e di direzione. E importa ch'essi mi sappiano deluso e tradito ne' miei calcoli e nella mia fiducia, non reo d'avventatezza sistematica, o di spregio delle altrui vite o d'orgoglio insensato, che vuol moto a ogni patto e senza speranza.
GIUSEPPE MAZZINI.
I.
Roma era caduta; ma come chi deve infallibilmente risorgere. I Francesi occupavano le mura e le vie della città e cancellavano le insegne e la sacra formola della Repubblica; ma non potevano cancellare due grandi fatti, conseguenza dell'eroica difesa: il Papato moralmente spento e l'unità italiana moralmente fondata. Il Papa, rimesso in seggio da una gente materialista, affogava nel sangue dei martiri d'una nuova fede; e l'Italia aveva trovato il suo centro. Parvemi che la conquista fosse tale da non doversi commettere alle incertezze, all'anarchia del partito, e che fosse pensiero degno del luogo il cacciare nel terreno della sconfitta il germe della vittoria futura. E prima di ritrarmi, ultimo fra i noti, da Roma, lasciai fondata l'Associazione Nazionale. Il Comitato Nazionale doveva esserne il centro visibile.
Quale era il mio intento, quale era il nostro, dacchè allora eravamo tutti concordi? L'azione: l'azione fisica, diretta, insurrezionale. Riordinando l'Associazione, noi intendevamo ordinare il partito all'azione. Il Comitato Nazionale doveva condurlo fino al punto in cui l'azione fosse possibile; poi sparire tra le file del popolo combattente.
Due anni prima, la missione degli influenti nel Partito poteva essere diversa. Viveva abbastanza diffuso, conseguenza naturale d'una oppressione stolta e feroce ad un tempo, l'abborrimento all'austriaco, ma localmente, senza vincolo, senza simbolo, senza speranza comune. La nazione era aspirazione di menti e d'anime elette, non fede di moltitudini. Mancava al popolo d'Italia, non l'istinto, il desiderio del meglio, ma la conoscenza della propria forza. Quando noi, repubblicani, dicevamo ai giovani lombardi del ceto medio o patrizio: «Voi avete bisogno del popolo; ma questo popolo non l'avrete se non osando, creando in esso, col fascino della fede incarnata in voi stessi, l'opinione della propria potenza,» crollavano, increduli, il capo; e disperavano, pochi mesi, pochi giorni prima della insurrezione lombarda, di trascinare sul campo d'azione le moltitudini. I fatti soli potevano convincerli; e quei fatti dovevano escire, non dalla volontà d'uno o di pochi individui, bensì da circostanze propizie, presentite, non create da noi. Allora l'azione poteva e doveva predicarsi, come intento finale e mezzo unico di riscossa, quando che fosse, senza tempo determinato: a guisa d'apostolato educatore, più che come disegno pratico di congiura. Ma, nel 1849, le condizioni erano radicalmente mutate. Il popolo aveva detto in Sicilia ai suoi oppressori: aderite alle domande nostre il tal giorno, o insorgiamo: ed era insorto e aveva vinto. Braccia di popolo pressochè inermi avevano emancipato in cinque giorni il Lombardo-Veneto dall'Alpi al Mare. I popolani di Bologna avevano, soli, e abbandonati da chi più doveva combatter con essi, combattuto due eroiche battaglie contro gli Austriaci. Brescia aveva segnato in ognuna delle sue strade una pagina storica. In Roma, nel cuore della Nazione, s'era manifestata tanta vita da rifare un popolo intero. In Venezia, guerra, bombe, colèra e fame non avevano potuto suscitare un tumulto, strappare un gemito. I nostri giovani militi s'erano fatti, in pochi mesi di combattimenti, vecchi soldati. E tutti questi miracoli di virtù guerriera e di sacrificio s'erano compiti in un fremito di patria comune, sotto la grande ombra d'una bandiera che portava il nome d'Italia. E l'ultima codarda illusione che aveva affascinato il popolo a credere possibili fondatori di libertà nazionale un papa ed un re, s'era logorata e per sempre in un esperimento, al quale io, non volendo che la bandiera repubblicana si contaminasse, al primo apparire, di guerra civile, aveva assistito, cupamente rassegnato e con dolorosa pazienza, che mi fu poi, da uomini pazienti allora, oggi più che pazienti, rimproverata. Davanti a cosiffatte innegabili rivelazioni, con un popolo ridesto alla fede, che aveva in due anni imparato, non solamente a morire, ma a vincere, le parti d'un Comitato Nazionale non eran più dubbie.
Fondare all'interno l'unità del Partito: concentrarne la forza a principî comuni, a intento comune: preparare le cose in modo che l'impresa, ove fosse vigorosamente iniziata in un punto, diventasse infallibilmente impresa nazionale italiana: predicare il dovere e la possibilità dell'azione: poi, quando il popolo decretasse di movere, ajutarne, con un po' di materiale raccolto, le prime mosse.
Fondare, all'estero, l'unità della Democrazia: cacciar le basi dell'alleanza futura dei popoli nell'alleanza, sopra un terreno comune, degli influenti sul partito attivo in ogni Nazione: far sì che, data una iniziativa italiana, fosse rapidamente seguita dai popoli aggiogati ora sotto l'Austria e ajutata di favore operoso dagli altri.
Fu questo il programma del Comitato, dichiarato apertamente, come da noi si usa; svolto nelle molteplici comunicazioni private, praticato con insistenza dal primo fino all'ultimo giorno. Ogni altro programma avrebbe fondato un ozioso dominio di setta, e dato al carnefice vittime senza scopo. Or noi non eravamo settarî, ma apostoli, credenti in una fede di non lontano risorgimento; non eravamo sì illusi da volere che un popolo risorgesse senza sacrificio di vite, ma nè sì stolidi e appestati di egoismo da guardare freddamente al patibolo dei nostri migliori e non desumerne, com'oggi altri fanno, che un insegnamento di pazienza servile.
II.
Il Comitato esciva, in parte dal fatto dell'associazione ordinata, in parte dalla tradizione, buona a conservarsi, del Triumvirato di Roma. Era in breve tempo confermato, con adesione scritta, ch'io serbo, da un numero considerevole d'uomini che avevano rappresentato il popolo in Roma e d'altri che avevano virilmente difeso, nella milizia o negli ufficî civili, l'onore della nazione per tutte parti d'Italia. E presso le moltitudini, vogliose sempre di trovar chi le guidi a fare, presso quella gioventù santa che non ha vanità individuali da accarezzare, ma non domanda se non di combattere, vincere, o morire ignota per la Patria comune, non era per mancarci autorità direttrice, quanto almeno bastava all'intento nostro. Pur nondimeno pareva onesto e giovevole, segnatamente per l'estero, che i più noti fra gli esuli si raggruppassero in questo lavoro di riordinamento interno e di rappresentanza internazionale; e determinammo richiederli. Scrissi allora io stesso a parecchi, tra i quali ricordo Enrico Cernuschi, Amari, Montanelli, Manin, Cattaneo. Chi per una, chi per altra ragione, ricusarono tutti. Manin non rispose. Cattaneo, ora avversissimo, senza ch'io possa indovinare il perchè, rispose magnificando, dichiarando che bastavamo, che la tradizione dell'unico potere popolarmente legale era in noi, che ogni accessione avrebbe guastata l'integrità del concetto e che egli ajuterebbe a ogni modo; e poco dopo inviava una forma di cedola, quasi interamente adottata per l'imprestito Nazionale. A noi dolse che uomini, il cui nome avrebbe potentemente giovato a operare una più rapida unificazione degli elementi, mancassero alla chiamata, ma il loro non fare lasciava intatto l'obbligo nostro, e deliberammo compirlo. Saliceti e Sirtori, nomi cari, l'uno agli italiani di Napoli, l'altro a quei del Lombardo-Veneto, s'erano uniti a noi.
Da taluno fra gli esuli fu susurrata allora l'idea--e fu l'unica, dacchè gli altri non allegavano se non motivi di circostanze, o, peggio, d'antipatie individuali--che un Comitato dovesse escire dal voto universale dell'emigrazione, e comporsi di tanti individui quante sono oggi, per nostra sventura, le parti d'Italia. E se noi non avessimo avuto in core che la meschinissima ambizione di recitare una parte, avremmo accettato: eravamo certi d'essere eletti. Ma troppi e troppo fatali traviamenti erano già entrati a corrompere la schietta logica dell'esercito della democrazia, perchè da noi si consentisse, con tattica indegna della nostra coscienza, a sancirne un nuovo. Sulla non infallibilità del suffragio universale, adoperato anche su larga scala, e in condizioni normali, gli esperimenti non foss'altro di Francia dovrebbero, a quest'ora, aver illuminato molti fra i nostri e insegnato la suprema necessità d'accoppiarlo a un disegno d'educazione nazionale, non solamente gratuita, ma obbligatoria per tutti. La ragionevolezza del suffragio, a ogni modo, quand'è applicato ad un Popolo, sta nel patto comune che gli elettori hanno davanti agli occhi scegliendo, e del quale gli eletti s'assumono di farsi interpreti. Ma il proporre che si scegliesse per via di suffragi un Comitato destinato a unificare, sotto certe norme, il partito; e l'affidare l'esercizio del voto a una emigrazione di tempi e di principî diversi, dispersa fra Tunisi e Montevideo, fra Costantinopoli e Nuova York, vegliata, perseguitata, impaurita spesso dai governi sulle cui terre s'accoglie, era consiglio inattendibile e pericoloso: inattendibile, perchè proclamava un diritto d'elezione dove non erano condizioni di libero voto, nè di metodo uniforme, nè di pubblica discussione fraterna, nè di verificazione severa: pericoloso, perchè fidava all'anarchia delle opinioni ed al caso la scelta della bandiera, sotto la quale doveva ordinarsi il partito. La bandiera era stata inalzata, tra un fremito d'assenso di quanti intendono l'avvenire immancabile dell'Italia, nella metropoli della Nazione, in Roma: nè potea, senza colpa, sottoporsi a vicende di voti dati fuor di paese. Il problema s'agitava, del resto, in Italia; e in Italia stavano gli elementi che solo potevano scioglierlo; l'emigrazione non li rappresentava, nè l'interno avrebbe accettato il suo voto, quando non fosse escito mirabilmente concorde colle proprie tendenze.
Questa mania di suffragi, di sovranità popolare, omeopaticamente applicata dove non è nè indipendenza, nè popolo, fu, tra noi, rovina di molte imprese e indugio perenne al concentramento delle forze e alla rapidità delle operazioni. Noi non siamo, giova pur sempre ripeterlo, la Democrazia, ma un esercito di cospiratori--e chiamo cospirazione, tanto il lavoro che si adopera a diffondere stampe vietate, quanto quello che tende a preparar barricate--militante a conquistare un terreno alla Democrazia. Le norme dell'assoluta libertà, applicate oggi al compimento della nostra missione, ricordano il Libertas che i genovesi scrivevano un tempo sulle porte delle prigioni. Nelle congiure, come tra le barricate, l'iniziativa scende, non sale. Spetta ai pochi che si sentono fatalmente spronati a fare, e capaci d'indurre altri a seguire, e puri d'anima e irrevocabilmente determinati a non adorar idoli d'opinione, transazioni o menzogne, ma solamente l'idea che li guida e l'intento. E se la loro è, come spesso avviene, illusione, il popolo non li segue.
Il popolo--il popolo dei volenti azione--accennava seguirci. L'Associazione s'ordinava rapida e spontanea su tutti i punti; e il primo atto d'ogni nucleo era un'adesione al Comitato Nazionale. Il bisogno d'unità era universalmente sentito, e cancellava, nei migliori, ogni lieve dissenso. I giovani che amavano, più che sè stessi, la patria, non temevano sagrificata una parte d'indipendenza nell'accentrarsi volontariamente a una direzione; non sospettavano che, pel loro consenso, potesse mai inalzarsi un seggio d'autorità pericolosa al paese: chi è degno di libertà non teme di perderla, nè la perde. Però procedemmo, lasciando ch'altri dicesse, e presti a seguire chi facesse meglio e più attivamente di noi.
III.
Fondato il Comitato Europeo, e costituita, vincolo di fratellanza tra esso e il Comitato Nazionale Italiano, l'identità di credenze, noi predicammo, dentro e fuori, le poche semplici norme, che ci parevano meglio opportune a guidare il partito sulle vie dell'azione, e a dargli vittoria. Come individui, ciascun di noi serbava libero il pensiero, libera la diffusione delle proprie idee sui problemi di soluzione pacifica e più remota, che tormentano il secolo e ne vaticinano la grandezza: come nucleo collettivo, dovevamo tenerci per entro i limiti di sfera men vasta, sopra un terreno già conquistato e accettato dai più. E noto questo, perchè a taluni, i quali non hanno cura se non di scrivere libri, libercoli, o articoli, parve bello l'atteggiarsi a pensatori più arditi, e rimproverarci l'incerto, il limitato, come essi dicevano, del nostro programma. Scambiavano i caratteri della nostra missione; e confondevano, col lento e solenne svolgersi della rivoluzione, i preparativi d'una insurrezione. Noi non potevamo ridurci a proporzione di setta; dovevamo studiare di rappresentare tutto quanto il Partito. Dovevamo essere repubblicani, perchè la monarchia spegnerebbe in sul nascere la nostra rivoluzione; unitarî, perchè, senza unità, l'Italia non può essere nazione; ma lasciare ogni altra questione alla nazione e alle ispirazioni dell'avvenire.
Le norme fondamentali da noi proposte eran queste:
Per forza di cose e d'idee, di leghe regie e istinti di popoli, di intuizione logica e di storia severamente documentata negli ultimi anni, l'Europa dovea considerarsi come divisa in due campi: il campo della tirannide e del privilegio dei pochi, e il campo della libertà e delle nazioni associate. La Democrazia, chiesa militante dell'avvenire, doveva ordinarsi ad esercito, presta a promuovere pacificamente lo sviluppo progressivo dei popoli, dove son liberi i mezzi pacifici; a rovesciare colla forza la forza dove quei mezzi sono contesi. Le nazioni dovevano riguardarsi come divisioni di quell'esercito, chiamato ad operare sotto un disegno comune e sotto la mallevadoria d'uomini, vincolati da un patto a non ricadere nell'esoso egoismo locale, che rese impotenti i moti del 1848. La questione d'iniziativa, fidata teoricamente ai fati provvidenzialmente preordinati e alla coscienza d'ogni nazione, perdeva così l'importanza pratica, che l'orgoglio degli uni e la servilità degli altri avevano fatto degenerare funestamente in monopolio esclusivo. Poco importava su qual punto strategico d'Europa s'aprisse la lotta, purchè tutte le forze dell'esercito democratico sottentrassero alla battaglia. Sorelle sul campo, le nazioni rimarrebbero tali, vinta la guerra, quando, riordinata la Carta d'Europa, un Congresso di rappresentanti, scelti da esse, darebbe al nuovo riparto consecrazione di comune consenso. I popoli, indipendenti nell'assetto interno, alleati per tutto ciò che riguarda gl'interessi europei e le relazioni internazionali, s'avvierebbero così alla risoluzione pacifica dell'eterno problema, svisato quasi sempre dalle sêtte moderne, armonia tra l'associazione e la libertà.
E le stesse norme dovevano più o meno applicarsi al problema italiano. Il campo italiano si divideva, come sempre, in due parti: gli uomini che s'ostinavano ad aspettare la libertà della patria dalla diplomazia, da disegni arcani di principi ambiziosi o da guerre straniere, e gli uomini ch'erano fermi a cercarla nell'azione delle forze italiane, ajutate dall'elemento popolare europeo. A questi soli il Comitato Nazionale si rivolgeva: da questi soli chiedeva concentramento ordinato sotto un disegno comune e un'unica direzione; gli altri sarebbero stati trascinati dal fatto. E questo fatto non doveva, nè poteva avere un giorno predeterminato a manifestarsi;--la nostra era questione d'idea, non di tempo--ma, accettato come possibile, e maturato tanto da raggiungere condizioni ragionevoli di vittoria probabile, prorompere, quando il partito credesse, conseguenza di moti europei o principio ad essi.
Intento del fatto doveva essere conquistarci una Patria, costituirci in Nazione; una dunque doveva esserne la bandiera: inalzarsi, ovunque le circostanze darebbero, in nome di tutti; proteggersi da tutti; trionfare per tutti: guerra di popolo, governo di popolo. E perchè il popolo potesse rivelare solennemente l'animo proprio, i proprî bisogni e la propria fede:--perchè non traesse, come nel 1848, da pericoli ipocritamente esagerati, o da speranze ipocritamente affacciate, occasione a cedere improvvidamente le proprie sorti ad ambizioni di principi e raggiri di cortigiani sofisti:--perchè, col decidere immaturamente, prima d'essere libero tutto ed affratellato, non richiamasse a vita, spenti, ma da poco, germi fatali di federalismo:--perchè, infine, le incertezze, le oscillazioni, i pericoli d'una libertà mal ferma, sospettosa quindi e facile a sùbiti sconforti e a mortale anarchia, non si trapiantassero nel campo, non disviassero dalla suprema necessità di combattere, non involassero, spegnendo la vittoria in fasce, i frutti della vittoria:--il Comitato Nazionale segnava due periodi alla risoluzione del problema; il primo, periodo d'insurrezione, da governarsi con assoluta unità da un nucleo di pochi buoni e volenti, acclamato e vegliato dal popolo, operante a rendere nazionale, popolare, rapida e tremenda la guerra; il secondo, non ottenuta, ma assicurata la vittoria, e libero, se non tutto, quasi tutto il popolo d'Italia, da reggersi normalmente e svolgersi, sotto la tutela d'una libertà meritata, dall'Assemblea Nazionale, raccolta, per voti di tutti, in Roma.
Il Comitato Nazionale prometteva di sciogliersi davanti al Governo d'insurrezione: la nostra missione era quella d'agevolare l'insurrezione, non di dirigerla. E davanti al Concilio della Nazione, il Governo d'insurrezione dovea render conto, sciogliersi, o portar la testa sul palco. Norme siffatte, accettate, predicate, radicate per tutto quanto il partito, bastavano per sè sole a spegnere ogni pericolo d'usurpazione; ma s'altre, più positivamente proteggitrici, fossero state credute necessarie per quel primo periodo, il popolo le avrebbe architettate e sancite. Quanto ai cento problemi dell'avvenire, noi collettivamente, non dovevamo occuparcene; ed era debito del Comitato educare, coll'esempio, gli animi a fidare nel senno, raccolto in Assemblea, del paese. Solamente, poi che senza tradir la nazione non potevamo non dirci unitarî, aggiungevamo che l'unità vagheggiata non era l'unità napoleonica--che non dovrebbe confondersi col concentramento amministrativo--che l'associazione e la libertà, la Nazione ed il Comune, erano, due eterni elementi, sacri egualmente, dello Stato, come per noi si ideava;--e che all'elemento reale, storico, del Comune, ampliato e sostituito all'elemento fattizio, arbitrario, degli Stati d'oggi, doveva senz'altro attribuirsi quanta forza bastasse a non renderne illusoria la libertà, quanta indipendenza potesse localmente ordinarsi senza travolgere la Nazione nell'anarchia di vita politica e d'educazione.
IV.
Non so s'io m'illuda: ma non parmi che queste norme possano formar soggetto, da una in fuori, di controversia da chi accetti pel paese la necessità d'una crisi rivoluzionaria: sgorgano da una logica elementare documentata da quante rivoluzioni vollero riescire a buon porto e riescirono. Comunque--e importa notarlo--nol formarono allora. Espresse senza riguardi ed ambagi fin dal primo Manifesto del Comitato, furono accolte con favore dalla generalità del partito; combattute tiepidamente, e senza il corredo delle solite villanie, dai giornali pagati per essere avversi. Nessuno levò allora la voce--ed era il momento naturalmente additato alla buona fede--per dichiarare che la nostra teorica rivoluzionaria era falsa; nessuno escì in campo a proporne un'altra; nessuno s'attentò di fare atto pubblico di codardia e di dirci: l'Italia, checchè facciate, è e sarà pur sempre impotente a movere ed emanciparsi, se prima non move la Francia o un'altra contrada. Gli umori che serpeggiavano fra taluni, segnatamente in Parigi, si strisciavano, come dissi, rodendoli, intorno a nomi, non a idee, d'individui. E noi, poco curanti di questo, procedemmo, con animo alacre, nell'opera incominciata e nella pratica delle dottrine enunciate. Primo passo su questa via, e nuovo indizio che per noi si tendeva all'azione, fu l'emissione dell'Imprestito Nazionale: concetto arditamente buono, che fu accolto con tanto favore da rivelare l'animo del paese, ancorchè il risultato materiale non fosse gran cosa; diedero, non i ricchi, colpevoli d'un'avarizia che espiano cogli imprestiti forzosi e coi sequestri dell'Austria, ma i poveri.
Io non dirò, per ragioni facili a indovinarsi, quello che sotto l'ispirazione del Comitato e la forte instancabile attività iniziatrice di Roma si facesse all'interno; e soltanto affermo il lavoro condotto al punto di dare certezza, che ove una vigorosa iniziativa sorgesse in una parte d'Italia, sarebbe, più o men rapidamente, ma infallibilmente, seguita da tutte l'altre; e della vigorosa unità del partito hanno, del resto, dato indizî che bastano l'audacia inconquistabile della stampa clandestina, le dimostrazioni periodiche a ricordo della repubblica in Roma e provincie, i fatti compiti a danno di delatori in Milano ed altrove, i terrori dei governi e le vittime, pescate il più delle volte a caso, pure in tutte le classi, dal prete fino al più umile popolano. Ma all'estero, accettate dal Comitato Europeo le basi intorno all'iniziativa e alle relazioni internazionali accennate più sopra, il lavoro assunse proporzioni importanti davvero e preparò risultati, che agevoleranno all'Italia, quando vorrà coglierli, la via per collocarsi, tra le nazioni, su quell'altezza, alla quale i fati la chiamano. Per questo almeno io sento di meritare--e mi preme più assai di meritarla che non d'averla--la gratitudine del paese. Per circolari, indirizzi e inviati, il nome e la parola d'Italia suonarono potenti in tutte le file, disgiunte prima del 1848, rannodate ora a un disegno comune della democrazia Europea. L'alleanza, temuta e inutilmente assalita con tutt'arti possibili, tra gli ungheresi e noi, più visibile dacchè l'elemento rivoluzionario ungarese s'incarna in un uomo, non fu se non una delle molte che traemmo--educandole con amore attraverso difficoltà più gravi che altri non pensa--dai germi che le delusioni del 1848 avevano seminati. Dalla penisola Iberica, destinata ad unificarsi, fino alla Grecia alla quale apparterrà un giorno, checchè facciano le diplomazie per galvanizzare un cadavere, il primato su Costantinopoli; in Polonia, centro pur sempre d'una delle quattro divisioni future del mondo Slavo; nelle valli, troppo dimenticate dall'Italia, dove s'agita, in cerca dell'avvenire, una gente romana di nome, di ricordi e d'affetti, da Traiano in poi; in Germania; in Oriente, tra popolazioni varie, taluno semi-barbare, ma il cui sommoversi cova inevitabile la guerra europea, noi cercammo e trovammo nemici all'Austria. I pensatori, ai quali è centro di politica europea Moncalieri, sorridano increduli a posta loro, ma chi cerca appurare il vero, viaggi per quei paesi, interroghi, e veda se l'importanza data all'Italia non è cresciuta di tanto, da far parere ogni suo moto, ogni sua sommossa, fatto grave di conseguenze ai moti e al progresso d'Europa. Questo cangiamento nella teorica dell'iniziativa europea, accettato senza analisi di cagioni dai popoli, è dovuto alle manifestazioni che nel 1848 e nel 1849 rivelarono un'Italia, ignota fino a quei giorni. Il Comitato Nazionale non fece che indovinar quel fatto, giovarsi dei diritti che dava a chi parlasse in nome d'Italia, e fondarvi sopra una fratellanza più positiva, un accordo predeterminato pel caso d'azione. Pur tanti anche oggi fra i nostri--e dovrò or ora, con dolore e rossore, accertarlo--dimenticano quel fatto supremo e guardano all'Italia, siccome a schiava giacente, finchè piaccia a Parigi o a Berlino di dirle: sorgi! dimenticano che non è senza merito di fede in noi l'avere inteso quanta parte di vita europea s'agita nella patria nostra, e l'aver preparato, come meglio si poteva, il terreno ad alleanze, che l'Italia dovrà e potrà stringere fin dai primi giorni del suo risorgere.
E in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America--in questi ultimi per opera in parte di Kossuth, che affratellò sempre i fati dell'Ungheria e dell'Italia--l'opinione, sistematicamente traviata dalla stampa ligia alla monarchia piemontese, si trasformava, si incaloriva rapidamente. Il mutamento in America, dove le tradizioni isolatrici dei fondatori dell'Unione, cedono alla coscienza e al fremito della vita virile, assumeva aspetto più pratico che gli eventi--se l'Italia vorrà dar moto agli eventi--riveleranno. In Inghilterra a ogni modo la Nazione sottentrava nelle menti al Piemonte; il popolo d'Italia sottentrava negli affetti a una aristocrazia, i cui ricordi avevano data all'emigrazione patrizia del 1821: cresceva e cresce l'irritazione contro l'Austria quasi eguale a quella che suscita negli animi contro il papato. A capo della propaganda trasformatrice si poneva un'Associazione, fondata, dopo l'istituzione del Comitato, dai migliori amici ch'io m'abbia. E se i miracoli delle Cinque giornate, o fatti come quei di Roma, verranno mai a verificare le predizioni e rafforzarne il linguaggio, vedremo, dove prima non fu se non tiepida e sterile ammirazione, fremere una vita larga d'affetti operosi e d'ajuti.
Ma tutto questo a che pro? a che sollecitare gli animi con un cumulo di lavori e speranze se l'Italia, diseredata di vita e potenza propria, doveva aspettare, a tempo incerto, indefinito, libertà dalla Francia? A che edificare con ostinato studio nella fratellanza europea una iniziativa alla cospirazione italiana, se non per trarne, quando occorresse, una possibilità d'iniziativa all'Italia? E chi mai poteva credere che noi tentassimo imprestiti, predicassimo la necessità di procacciarsi materiale di guerra e spingessimo con quanto ardore potevasi adoperare, a concentramento di forze, se non per agire?
Nessuno lo credeva. Quanti s'accostavano a noi sapevano e udivano ripetersi dalle nostre labbra che noi, pronti a seguire s'altri facesse, tenevamo l'Italia capace, come ogni altra nazione, di fare ed esser seguita. Se v'è taluno tra i nostri ch'oggi affermi il contrario, o dimentica o inganna. Io non ingannai nè dimentico. E questo mio serbarmi indeclinabilmente fedele al primo proposito, rimprovero, credo, acerbissimo, checchè millantino, a quei che mutano ad ogni tanto o dicono ciò che non pensano, è sorgente precipua d'ire e d'accuse. Se non che a me torna più conto di starmi in pace colla mia coscienza, che non cogli uomini de' miei giorni; porto, come i cavalieri crociati, il mio simbolo sul petto e morrò con esso.
La coscienza mi dettava allora, com'oggi: che ad ogni uomo della mia terra, il quale mi richiedesse del fine a cui s'ha da tendere, io dovessi rispondere: all'azione:--ch'io predicassi, come obbligo oggi supremo d'Italia, il prepararsi a insorgere e insorgere:--ch'io nondimeno non dovessi illudere, affascinare gli animi a moti non desiderati, sostituendo al loro il giudizio mio:--ma che qualunque volta, da uomini capaci di rappresentare il voto delle moltitudini, mi fosse detto: vogliamo agire, io dovessi dir loro: «Dio benedica il generoso concetto,» e, come meglio potessi, ajutarli. Non ho tradito alcuno di quei consigli. Quei che maravigliano in oggi del mio dire al paese di lavorare ad insorgere, dimenticano ch'io, da ventiquattro anni, predico la stessa cosa: quei che mi accusano d'aver detto o di dire: insorgete comunque; insorgete anche pochi; insorgete a ogni patto, affermano, consci o inconsci, quel che non sanno.
Gl'italiani devono insorgere pronti a morire, ma quando le probabilità stanno per la vittoria. Soltanto, taluni non credono io credo che probabilità siffatte possano raggiungersi dall'Italia guardando a sè stessa, non a Londra o a Parigi.
V.
Intanto, mentre i lavori accennati si facevano dal Comitato e l'interno assentiva e noi ci rallegravamo nell'animo del potere poco o molto giovare da lungi al paese, prendeva forma e corpo e sorgeva più sistematica, più attiva e dannosa, quell'opposizione, della quale notai più sopra i germi esistenti segnatamente in Parigi, ma che allora si diffuse qua e là tra gli esuli in altri punti; opposizione che, versando tra elementi eterogenei, atei, cattolici, militari, federalisti, repubblicani e non repubblicani, era inefficace a fare o sostituire cosa alcuna a ciò che per noi si tentava: ma efficace pur troppo--e chi non lo è?--a distogliere, a intiepidire, a dissolvere, a dar pretesto d'inerzia ai molti che abborrono in core dal sacrifizio qualunque siasi. E trovarono faccendiere ed antesignano un Ferrari, ingegno francese al peggiorativo, scrittore facile, ardito, superficiale: copista delle negazioni di sessanta anni addietro, scettico di fede, di principî e di dottrine; inavvertito--e questo è il segreto dell'ire--in Italia. Costui stampò un libro a provare--dopo avermi biasimato per tenacità d'idee in altri scritti--ch'io non era a vero dire repubblicano, ma monarchico alternativamente e papista e non so che cosa altro; poi che all'Italia, per rigenerarsi, bisognavan due cose: farsi scettica e farsi francese. Or se in Italia sono uomini che accettino questi due rimedî alla servitù, accettino anche quello ch'ei dice di me: non cercherò convertirli. E non occorre che io parli altro di lui. Ma tra gli uomini, che allora si fecero oppositori, sono parecchi ch'io stimo per doti di core o di mente, e che diedero in altri tempi prova d'amore intenso all'Italia. Ed è necessario citarne le accuse.
Erano varie e contradditorie, come le tendenze degli uomini dai quali escivano.
Gli uni ci rimproveravano il silenzio, del primo Manifesto, intorno al principio repubblicano, e ci accusavano di tener celata la nostra bandiera. Non la celavamo; era incarnata in noi tutti che l'avevamo difesa in Roma; era incarnata in me che aveva, venti anni prima, e poi sempre, predicato repubblica, quando nessuno, in Italia, osava fiatarne. E alla repubblica guidavano inevitabilmente le norme prefisse nel Manifesto, allo stadio d'insurrezione e al modo d'assetto finale. Ma la riverenza alla Sovranità Nazionale e il concetto puramente insurrezionale che il Comitato s'era fatto della propria missione, ci aveva persuasi a tacerne il nome. Pur nondimeno, dacchè repubblicani eravamo e repubblicana era l'Associazione e repubblicane si manifestavano le tendenze di tutto il partito d'azione in Italia, deliberammo di troncare in un secondo Manifesto ogni dubbio, dissenziente, per semplice opinione d'inopportunità, il solo Giuseppe Sirtori, che ci lasciò, addolorati, e addolorato egli pure: tra lui e noi, mallevadore d'affetto fraterno, rimaneva e rimane[54] il core, più potente d'ogni passeggero dissidio.
Altri ci accusavano d'antagonismo alla Francia; ma a quale? alla Francia governativa eravamo, per debito verso noi e verso la vera Francia, irrevocabilmente nemici; e avversi alla Francia delle sêtte intolleranti, traviate, esclusive, ch'io da più anni, vedeva--e lo scriveva in Inghilterra e in Italia--spianar la via, colle stolte minaccie a quanti possiedono, colle promesse inattendibili al popolo, colle utopie senza mente a danno della libertà e col culto degli interessi materiali, anzi degli appetiti, alla tirannide del primo che, potente a giovarsi della corruttela, vorrebbe, ottenerla: colla buona, colla pura Francia repubblicana, colla Francia dalle larghe e filosoficamente religiose tendenze sociali, colla Francia sorella, non monopolizzatrice d'una civiltà ch'è l'alito della vita europea, non traduttrice del principio monarchico in una monarchia di nazione, noi eravamo legati in concordia d'opere, nota a molti francesi, e indovinata per istinto dal loro governo, che m'odia quanto io lo disprezzo. La democrazia italiana sovveniva, mentre gli accusatori parlavano, la democrazia francese d'azione, di consigli fraterni e d'ajuti materiali. Eravamo antagonisti, non alla Francia dell'avvenire, ma al pregiudizio servile di molti fra i nostri, i quali, senza pure operare a mutarla, dichiaravano la Francia arbitra unica delle cose d'Europa e sola datrice possibile di libertà a venticinque milioni d'uomini nati in Italia. Parecchi tra gli adulatori della Francia repubblicana piaggiano oggi all'imperatore.
Taluni riparlavano di suffragio; e a questi, dopo tutte le ragioni ch'io dissi, concedemmo una doppia prova in un Comitato scelto per voti dell'emigrazione in Marsiglia, e in un altro, eletto per la Sicilia da tutti gli esuli di quell'inclita parte d'Italia. Le proteste di quei che si dicevano lesi o delusi dall'elezione, l'inesecuzione degli ordini, i dissidî insorti tra gli esciti dall'urne, costrinsero, dopo breve tempo, i due Comitati a disciogliersi.
Lascio delle accuse volgari: delle pretese, mormorate appunto dagli uomini che non hanno mai contribuito d'un obolo, che si desse conto ad altri, che non al paese insorto e rappresentato, delle offerte, date e impiegate segretamente, all'imprestito Nazionale:--dei motti codardi e codardamente gittati contro le abitudini dei membri del Comitato, mentre, rispettando all'inviolabilità del deposito e all'indipendenza dell'anima loro, i membri del Comitato si facevano lietamente, per vivere, maestri di lingue:--e d'altre consimili: il Comitato non dovea che riderne, sprezzando, e rideva. Ma le più forti accuse, quelle che trovavano più facilmente un'eco nei deboli d'intelletto o di fede, si concentrarono su due punti, che meritano d'essere rapidamente toccati: la guerra bandita al federalismo, e la teorica del governo dittatoriale raccomandata all'insurrezione.
Io considero--e noi tutti consideravamo il federalismo come la peste maggiore che possa, dopo il dominio straniero, piombar sull'Italia; il dominio straniero ci contende per poco ancora la vita; il federalismo la colpirebbe d'impotenza e di condanna a lenta, ingloriosa morte, in sul nascere. Rampollo d'un vecchio materialismo che, incapace d'affermare la collettiva unità della vita, non può coll'analisi scoprirne se non le manifestazioni locali e ignora la Nazione e i suoi fati, il federalismo sostituisce, al concetto della missione d'Italia nell'Umanità, un problema di semplice libertà e d'un più soddisfatto egoismo. Senza base di filosofia:--senza teorica d'antecedenti storici in Europa, dacchè tutte le federazioni non furono, nel passato, che concessioni imperfette alla tendenza unitaria, cadute, appunto perchè imperfette, ogni qualvolta si scontrarono coll'unità già ordinata:--senza argomenti d'analogia nel presente, dacchè delle due sole confederazioni esistenti, la Svizzera e l'America, questa rappresenta la sola unità possibile tra i paesi d'un continente intiero, quella, formata per aggregazione successiva, rappresenta la sola unità possibile tra popoli di lingua, di razza, e di credenze diverse:--senza tradizione nazionale, dacchè non furono mai in Italia se non leghe a tempo, limitate sempre a una parte sola della Penisola, e tutte, dalla Lombarda infuori, funeste al paese:--senza appoggio possibile di diplomazia, dacchè nè i federalisti medesimi s'attentano di dichiarare giusta e da rispettarsi la divisione attuale, ineguale, arbitraria, tirannica, come è, degli Stati:--senza conforto d'aspirazione di popolo, dacchè il popolo non conosce se non la nazione e la propria città:--il Federalismo italiano non è nè può essere che capriccio intellettuale di letterati imprudenti o sogno inconscio d'aristocrazie locali, accarezzato da mediocrità ambiziose alle quali l'ampia sfera nazionale minaccia l'oblìo. E aristocrazie locali di mediocrità; usurpazioni tanto più facili, quanto più la sfera, nella quale tentano compiersi è angusta; influenze straniere e contrarie di nazioni gelose esercitate, a seconda della posizione geografica, degli interessi commerciali o dei ricordi storici, sul Sud, sul Centro, o sul Nord dell'Italia; invidie e gare civili di supremazia mercantile o politica rieccitate nelle diverse parti: debolezza perenne e perenne mancanza d'iniziativa, scenderebbero inevitabili dal sistema federativo applicato alla nazione risorta. Per tutte queste, e per più altre ragioni, noi credemmo debito nostro il dichiararci, senza riguardo alcuno ai pochi avversi, esclusivamente unitarî. Ma pensando come per noi si temperava l'idea di unità e al come gli altri parevano capire il federalismo, non mi venne mai fatto d'intender di che si lagnassero, o che si vogliano. Com'essi, noi adoriamo, riverenti, la libertà: com'essi, abborriamo dal concentramento amministrativo: com'essi teniamo sacra la spontaneità della vita locale. Soli due elementi storici esistono in Italia per noi: il Comune, dal quale incominciò lo sviluppo della nostra vita; la Nazione verso la quale andò, d'epoca in epoca, operandosi più sempre la fusione del nostro popolo. Sono i due elementi che corrispondono ai due, violati alternativamente dai sistemi del socialismo francese, individuo e società, in ogni Stato; e, com'essi, sono inviolabili e devono armonizzarsi, non negarsi l'un l'altro. Il Comune, unità primordiale politica, deve ampliarsi e dotarsi di forze proprie che gli consentano indipendenza, per quanto concerne doveri e diritti locali, dal governo della Nazione: esercizio d'attribuzioni, che costituiscano un primo grado d'educazione civile, pratica al cittadino; e ricchezze che lo abilitino a irraggiare un incivilimento progressivo nelle campagne, oggi isolate soverchiamente e ignoranti. La Nazione, unità complessiva e suprema, rappresenta, tutela e promove l'insieme dei doveri e diritti, che spettano a quanti nascono tra l'Alpi e l'ultimo nostro mare, e costituiscono al di dentro e al di fuori la missione Italiana. E mentre cura e vocazione della famiglia dev'essere l'educare uomini al Comune, il Comune deve educare cittadini alla Nazione, la Nazione educare le generazioni italiane a compiere la parte e gli obblighi loro nell'Umanità. V'è chi possa levarsi protestando contro questo ideale, o vagheggiarne, sotto nome di federalismo, uno migliore? Io intendo--Dio mi guardi dall'approvarlo--il federalismo monarchico di Gioberti e Mamiani; essi sacrificano Italia, principî, avvenire a una pretesa opportunità o alla codarda ambizione d'una famiglia di principi. Ma il federalismo repubblicano, il federalismo che non ha innanzi se non tre vie:--sagrificare giustizia e principî rispettando gli Stati attuali--affrontare tutti gli ostacoli incontrati dagli unitarî e più altri nuovi per fondare ad arbitrio una diversa serie di Stati--o scendere, per equa deduzione di logica, alla sovranità d'ogni campanile, alle cento o duecento repubblichette, al medio evo rifatto in faccia al moto verso gigantesche unità nazionali che affatica l'Europa--mi riesce, io confesso, inintelligibile. E duolmi che un ingegno potente d'analisi e di nozioni pratiche come quel di Cattaneo, si lasci sospettare di siffatta follìa.
Ma l'altra accusa, vecchio grido d'allarme di quanti demagoghi mirarono a conquistarsi, adulandone le incaute passioni, il popolo, sollecitava pur troppo tutte le invidiuzze, le ambizioncelle, i sospetti e la foga irrequieta di libertà, che s'agitano tra gli oppressi, e più nell'emigrazione. I tristi--e dovrò dirne tra poco--non arrossivano far discendere la questione del centro unico dittatoriale sul terreno degli assalti personali; i migliori esageravano, dimenticando che una insurrezione non è libertà, ma guerra per conquistarla, i pericoli d'una dittatura che non potrebbe mai diventare tirannide, se non quando gl'Italiani meritassero tutti d'essere servi--e nol meritano. Taluni--perchè i più saviamente s'astennero--fra i membri dell'Assemblea Romana, sognandosi pur sempre reduci in patria per virtù d'armi francesi, poi che si sarebbe compita la pacifica rivoluzione dell'urne, s'affrettarono a dichiarare, in un documento, che in qualunque luogo avessero veduto compirsi l'insurrezione, essi si sarebbero immediatamente raccolti, in virtù del loro mandato, come monade e nucleo generatore di una Assemblea Nazionale, dirigendo intanto i primi moti del popolo insorto: e ci mandarono, perchè il rifiuto ci chiarisse pericolosi alla futura libertà del paese, quel documento, richiedendoci di firmarlo. La nostra coscienza ci comandava di amare il popolo, e d'ajutarlo a conquistarsi una Patria, non d'adularlo, ingannandolo; e però ricusammo. Quei valentuomini non s'avvedevano che la loro proposta era, più d'ogni altra, usurpazione dittatoriale di sovranità: i rappresentanti del popolo in Roma, eletti dagli uomini, non d'Italia, ma dello Stato, con mandato di provvedere alle sorti, non d'Italia, ma dello Stato, avevano esaurito degnamente quel mandato, proclamando il 2 luglio dal Campidoglio una Costituzione buona in più parti, ma che certo non sarà mai Costituzione d'Italia. Se non che, a una usurpazione che avesse avuto in sè virtù di salvare la patria, noi avremmo piegato il capo e, ripetendo la formola dei nostri padri, aderito. Ma io vedeva dall'Assemblea Romana ricostituita escire, in forza d'un diritto analogo, al quale di certo non mancherebbero gli invocatori, l'Assemblea Veneta, l'Assemblea Toscana, l'Assemblea di Sicilia: e riviver con esse tradizioni di partiti e illusioni o peggio, che sviarono a certa rovina la rivoluzione del 1848; e l'impossibilità di condurre rapidamente, energicamente, nazionalmente, fra le gelosie, le esigenze, le improntitudini di quattro assemblee, l'insurrezione a buon porto; e, s'anche miracoli di popolo le avessero procacciato vittoria, gravi e quasi insuperabili pericoli all'Unità della Patria. E questi miei timori si confermavano dal linguaggio d'uomini di Sicilia, Toscana, Venezia, ch'io andava via via richiedendo del loro parere, e che, fautori d'una Assemblea, erano pur tutti avversi al rivivere della Romana. Ond'io, forte d'un voto esplicito, decisivo, dato da tutta quanta l'Associazione di Roma e Provincie, minacciosamente ostili alla proposta di quei pochi Rappresentanti, proponeva ad altri che si riunissero nel primo punto libero bensì, per far atto degno veramente di loro e di Roma, e fecondo di conseguenze giovevoli all'insurrezione, dicendo: noi non capitolammo, e non abdicammo il mandato davanti alle bajonette; noi, nei quali vive per decreto di voto il pensiero di Roma, anima, centro, altare d'Italia--ci raduniamo a scioglierci e abdicare il mandato imperfetto davanti alla maestà del popolo insorto: con noi perisce ogni diritto, ogni sovranità di passato: a cose nuove poteri nuovi: una sola Assemblea è legittima, quella che la Nazione Italiana convocherà. Ma quando? E la questione, sciolta cogli uomini dell'Assemblea Romana dal voto dell'interno e più dopo dai mutamenti di Francia, risorgeva, e risorgerà, probabilmente, con altri, i quali vorrebbero i fati dell'insurrezione affidati a una Assemblea nuova da raccogliersi immediatamente.
Immediatamente? S'io avessi mai potuto sostituire, per accattare suffragi, gli accorgimenti tattici dei più tra i cospiratori al libero diritto favellare del pensatore patriota, avrei riecheggiato allora e riecheggerei oggi quella parola. La forza delle cose avrebbe deciso e deciderà sempre in favore dell'opinione ch'io mantengo. La convocazione d'una Assemblea qualunque, esige un vasto tratto di terreno assicurato dall'insulto nemico, tregua a quel primo stadio di guerra che assorbe il popolo tutto nell'azione incessante, redazione di legge elettorale, comizî, voto, comunicazione agli eletti, riunione da punti diversi, verificazione: in tutto quel tempo l'insurrezione deve pur governarsi; avrà capi quindi e autorità direttrice, e se i primi passi di quell'autorità avranno creato vittorie, se avranno rivelato al paese gli uomini potenti di concetto e audaci nell'eseguire che hanno, più ch'altri, fede e sanno infonderla nelle moltitudini, non un'Assemblea prematura oserà balzarla di seggio finchè dureranno i supremi pericoli. Ma le reticenze, le transazioni colla propria e coll'altrui credenza, e le tattiche dei machiavellucci parlamentari, arnesi buoni per monarchici e monarchie, minacciarono di troppo in questi ultimi anni l'educazione repubblicana del nostro popolo, perchè s'accettino da noi. E però dissi allora e ridico: che il fidare le sorti d'una insurrezione italiana ad un'Assemblea convocata dai primi tempi, riescirà, se mai si facesse, a moltiplicare gli ostacoli e i pericoli sulla via dell'insurrezione, senza educare il popolo a libertà vera o proteggerlo dalle brighe degli ambiziosi. La nostra insurrezione potrà vincere--tante sono le forze che possono adoprarsi in Italia--rapidamente: un anno, sei mesi forse--e gli uomini delle guerre governative sorridano a posta loro--basteranno, tante sono le conseguenze, possibili altrove, d'un moto nazionale italiano, a far sì che si segni la pace oltr'Alpi; ma a patto che la battaglia sia di giganti; a patto che le forze interne si concentrino tutte a un intento da una volontà ferrea, non indugiata da gelosie, paure o riguardi; a patto che le conseguenze dell'insurrezione italiana si rendano inevitabili all'estero coll'audacia che lacera in viso ai regnanti trattati e protocolli di diplomazia e costringe le nazioni schiave a trasalire fra i ceppi, a sentire il tocco d'un'ora di vita suprema voluta da Dio, a salutare con entusiasmo di fiducia il popolo iniziatore; a patto che le operazioni, maturate, ordinate nel segreto assoluto, prorompano, inaspettate, come colpi vibrati in duello; a patto che gli animi, i pensieri, le azioni del popolo insorto, sollecitato, affascinato dalla fredda audacia dei capi, non si sviino un solo istante dal grande, dall'unico intento, insurrezione, guerra, vittoria. Ma chi può mai sperar questo, se non da pochi individui puri, volenti, energici, affratellati, quasi dita d'una stessa mano, in unità di concetto e di moti liberi e mallevadori al paese solamente degli ultimi risultati? Dove è la potestà esecutiva che possa mai attentarsi, siedente un'Assemblea, di sprezzare le pretese della confederazione Germanica nel Tirolo, di sprezzar le proteste di tutti i Consoli del commercio europeo in Trieste, di abbandonare, occorrendo, il paese alle devastazioni dei nemici racchiusi nelle fortezze del quadrilatero, per trasportare altrove, tagliando il nemico dalla propria base, la forza dell'insurrezione, senza chiederne assenso da quell'Assemblea? Pur quelle e ben altre audacie racchiude il segreto della vittoria; e il segreto, dato a discussioni, pubbliche o no poco monta, di parecchie centinaja d'uomini, è segreto perduto. Citar Roma, citar Venezia, parmi, più che argomento, artificio rettorico d'allievi inesperti. In Roma e in Venezia sì trattava di tutelare città, non di fondare una Nazione: era guerra non d'offesa ma di difesa; non passibile di concetti e disegni radicalmente diversi; e ogni perdita di tempo era tolta dal continuo contatto fra la potestà esecutiva e l'Assemblea; e il cannone nemico tuonava alle porte, mirabil rimedio a lievi dissensi. E l'unico potente esempio, che par soccorrere ai fautori dell'Assemblea, quello dei prodigi operati in Francia sotto la Convenzione, è per me sofisma pericoloso. Un unico esempio--ed unico è nella storia--mal fonda teorica, alla quale s'affidi la salute d'un popolo; ma neppur quell'unico regge. La Convenzione venne, terza assemblea in un paese già concentrato a unità nazionale dopo tre anni di rivoluzione crescente, di libera stampa, d'agitazione popolare e di società giacobine, e quando fremeva nell'animo a tutti la coscienza d'una rivoluzione invincibile; la nostra si raccoglierebbe in sui primi moti di una insurrezione, incerta tuttavia de' suoi fati, in una terra che deve conquistarsi unità e indipendenza ad un tempo, da un popolo d'elettori buoni per istinto, ma ineducati, tra un popolo di eleggibili, ignoti per mancanza di contatto colle moltitudini e di vita pubblica anteriore; predominante necessariamente in essa una classe di cittadini timidamente devoti, di pretese superiori all'intelletto e dotati della semi-scienza fatale alle insurrezioni, che vede e calcola tutti i pericoli senza indovinare le audacie sublimi che possono vincerli. Chi può dire: noi avremo la Convenzione? E nondimeno a quali patti fu grande d'energia la Convenzione di Francia? Le denunzie che escivano pe' suoi membri dai banchi de' giacobini si trasformavano in condanne sulle labbra degli uomini del Comitato di salute pubblica o di Robespierre e si compievano sul patibolo. La guerra civile inferociva in seno alla Convenzione; una metà scannò l'altra: passeggiò su tutte, dominatrice tremenda, la ghigliottina. La dittatura a tempo e limitata di pochi chiamati dal popolo, invigilati dal popolo, mallevadori al popolo, è dunque siffattamente pericolosa, che debba preferirsi la dittatura della ghigliottina e lo spettacolo di terrore e di sangue, ch'oggi ancora impaurisce gli animi della Repubblica? Non so s'io traveda, ma la via ch'io propongo parmi la sola che possa dar salute all'insurrezione e liberare a un tempo l'Italia dalla tristissima necessità del terrore ordinato in sistema e del sangue. Un'assemblea esige nel paese un esercizio di libertà illimitata, che nel concitamento febbrile di quel primo periodo, deve tradursi infallibilmente in licenza: si divide essenzialmente in partiti, che rappresentati da uomini cinti della fascia di mandatarî del popolo, si riproducono potenti non foss'altro nel collegio degli elettori; e trapassando di crisi in crisi, di discordia in discordia, finirà, checchè si faccia, per insegnare al popolo l'anarchia--l'inerzia della stanchezza--o la dittatura: e alla istituzione di un potere dittatoriale conchiusero, ne' momenti supremi, le Assemblee quanto furono, antiche e moderne. Ma non cova maggiori pericoli una dittatura, sancita per confessione implicita d'impotenza, da un'Assemblea, che non quella alla quale il popolo fiderebbe nei primi momenti il governo dell'insurrezione e a un tempo l'ufficio di preparare, libero d'ostacoli e di pericoli, il terreno alla convocazione dell'Assemblea? Non fu la maggior parte della via alla tirannide agevolata a Luigi Napoleone dallo scredito in cui l'Assemblea era caduta?
Non cito i danni minori:--l'imprudenza di dettar leggi regolatrici della vita d'un popolo, prima che quel popolo abbia potuto manifestare la somma di facoltà, di bisogni, di credenze, di aspirazioni che gli compongon la vita:--il pericolo di soggiacere, senza pur avvedersene, alle tradizioni d'un passato abbarbicato ancora alle menti:--la certezza di subire, in disposizioni destinate a regolare un avvenire pacifico, l'influenza d'un presente, affannato dall'ansie, dai sospetti, dalle riazioni d'una guerra non per anco decisa:--e finalmente l'allontanamento forzato dal campo, e dagli uffici praticamente utili all'insurrezione, d'un numero d'uomini militari ed altri: benchè io ricordi tuttavia che se la proposta ch'io, semplice rappresentante del popolo in Roma, e antiveggendo i pericoli prossimi, feci all'Assemblea, di disperdere i suoi membri a portar la croce di fuoco tra i loro elettori nelle provincie, non fosse stata da improvvidi sospetti respinta, forse le Romagne non davano il triste spettacolo--e so che laveranno quell'onta--di lasciare il tedesco passeggiar senza ostacolo da Bologna sino ad Ancona. Ma come può esistere Assemblea Nazionale legislatrice su tutti e obbedita da tutti, se tutti, o i più almeno, fra gl'Italiani non l'hanno eletta? Ben so ch'altri, a scansare l'ostacolo, propose un'Assemblea, che andasse via via rafforzandosi dai rappresentanti delle frazioni di territorio che s'andrebbero via via emancipando. Ma le leggi via via votate non rimarranno pur sempre mal ferme, per vizio d'illegalità, nell'animo dei non elettori? o dovranno riesaminarsi ad ogni nuova infornata di rappresentanti? Pensando all'immensa unità richiesta da un'impresa, come quella di far d'un popolo insorto Nazione, e ad un tempo al continuo variar di tendenze, all'incertezza di sistema governativo, alla instabilità d'ogni disegno di guerra e pace, che prevarrebbero in quell'Assemblea, formata per alluvione, non pare, a dir vero, proposta da senno.
Io intendo l'atto d'una prima Assemblea Nazionale Italiana, raccolta in Roma, a definire e consecrare col Patto la terza vita d'un Popolo predestinato, come il nostro, a infondere la propria nella vita dell'Umanità, siccome l'atto il più solennemente religioso che possa, in questa Europa sconvolta, compirsi; e lo vorrei tale nelle circostanze, nella pace d'anima dei rappresentanti, liberi da ogni influenza d'eventi passeggieri e violenti, nella maestà d'un Popolo circostante, purificato dal martirio e in riposo sull'armi della vittoria. Vorrei che gl'Italiani avessero prima imparato l'unità della Patria nel campo, la missione della Patria nel sacrificio, la libertà della Patria nella coscienza d'aver combattuto e vinto per essa. Vorrei che il Messia dell'Italia, l'Assemblea Nazionale, avesse profeti che gli preparassero la via. E cura del Governo d'Insurrezione sarebbe quella di prepararla in quel breve periodo colla educazione iniziatrice, colla stampa ordinata ad un fine, coll'associazione pubblica concentrata a una sola bandiera, coll'esercizio della facoltà elettorale, dato, fin dov'è possibile, ai militi e ai comuni pei loro uffici: di leggi, quel Governo a tempo non dovrebbe farne se non concernenti la guerra, e le poche richieste dai più urgenti bisogni del popolo e dalla necessità di fargli intendere che combatte per sè, pel suo meglio. Commissioni o assemblee di provincia, raccolte intanto senz'altro mandato che quello di snudare le piaghe del passato, di studiare i nuovi bisogni, di preparar materiali alla futura Assemblea, costituirebbero di fatto una potenza invigilatrice, pel caso in cui il Governo d'Insurrezione accennasse tradire o prolungasse il periodo transitorio oltre il termine indicato dall'esito della guerra: guerra, ripeto, tanto più breve quanto più concentrata, quanto più dittatoriamente diretta. Nè temo gran fatto d'usurpazione da quei pochi: tremenda è la tirannide d'una Assemblea, perchè il punirla minaccia le fondamenta dello Stato ed esige l'insurrezione di tutto un popolo; ma i pochi, rivestiti di mandato a tempo e per un intento definito, non avrebbero appoggio possibile se non nella forza; e quella forza--non atteggiata ad esercito permanente e separato dalla nazione--in un popolo ringiovanito nelle battaglie della libertà, starebbe contr'essi. A me, nell'udire tanti puritani di libertà affaccendarsi dall'esilio a custodire dalle ambizioni possibili la patria futura, veniva spesso sul labbro: che! sognate un Cesare in ogni patriota, a cui lo studio delle rivoluzioni suggerisca idee dissimili dalle vostre, e non sapete giurare a voi stessi di essergli Bruti?
VI.
Queste cose dicevamo, in termini assai più miti e meno assoluti, agli avversi; e aggiungevamo: «tra le opinioni nostre e la vostra, avremo giudice supremo il paese: noi non abbiamo desiderio di costringere il paese ad accettarle, nè potenza per farlo; il primo giorno dell'insurrezione vedrà disciolto il Comitato Nazionale: a che dunque aspreggiarsi e dividersi per questioni siffatte? D'una sola cosa siamo tutti debitori all'Italia: d'operare ad affrettarne l'emancipazione: uniamoci per questo intento. Il Comitato Nazionale è oggimai un fatto: e voi non potete fare che i fatti non siano. Noi concentriamo elementi d'azione importanti d'intorno a noi: abbiamo fiducia dalle democrazie nazionali straniere, e simpatia lentamente conquistata dai buoni d'Inghilterra e d'America, e qualche mezzo materiale raccolto. Voi non potreste--nè dovreste volerlo--rompere, disperdere questo cominciamento d'unificazione, prezioso per la terra nostra; ma potete dargli, cooperando, più vigoroso sviluppo e migliorarlo e trasformarlo gradatamente. Venite: ci avrete fratelli, non capi.» Io ricordo d'aver scritto, insistendo, a uno de' principali tra loro, che se temevano di soggiacere a idee preconcette, o ad influenze che non amavano, d'individui, venissero in tre, in quattro, in cinque: sarebbero tutti accettati e formerebbero maggioranza; però che noi non fidavamo in altra potenza che in quella del vero; e lo avremmo discusso tra noi. E non valse. Non avendo che dire, tacevano; ma avversavano con quanti potevano all'Imprestito Nazionale, sindacavano, notomizzavano ogni frase dubbia dei nostri scritti, evocavano fantasmi d'ambizioni o di stolti concetti insurrezionali, ci davano carico d'ogni sillaba che escisse di bocca a un gregario di parte nostra; e architettavano, eretto di contro al Comitato Europeo, non so quale Comitato Latino in Parigi, angusto di concetto e di forma, che s'esauriva in un Manifesto. Firmato da soli francesi e anonimo per l'altre nazioni, quel Manifesto dichiarava non ammettere che alcuno individuo o Comitato potesse--da francesi in fuori, suppongo--rappresentare il Partito Nazionale in Italia. Era atto scortese quanto impolitico; e non di meno, anche dopo quell'atto, noi mandammo parole di pace e offerte d'azione fraterna, alle quali non s'ebbe cenno mai di risposta. Le portò Saliceti, che allora appunto, per cagioni personali estranee ad ogni politica, si staccava, recandosi altrove, da noi e ci lasciava dichiarazione scritta, e promessa d'adoprarsi a convincere i dissidenti e proteste d'amicizia, ricambiata sinceramente da noi, smentita più tardi, e senza cagione, da lui.
Pochi, in Italia, badavano a questo dissidio. La Direzione Romana redarguì gli autori con parole severe. Inattivi e fuor di contatto col popolo, gli anonimi del Comitato Latino non potevano nuocere sensibilmente al nostro lavoro. Pur diedero agli stranieri pretesto per ripeterci la vecchia accusa delle divisioni intestine, e ajutarono a fecondare il germe dell'idea monopolizzatrice francese, che assunse forme più definitive poco prima del tentativo milanese e lo rovinò.
VII.
Venne la crisi di Francia e l'usurpazione del dicembre, provocata dalla falsa tattica che avvertiva il nemico d'una condanna a giorno determinato, senza togliergli i mezzi di prevenirla, e accettata codardamente dai più, per cagioni ch'io vedeva da lungo tempo operare a traviare e dissolvere la parte repubblicana, e che un Manifesto del Comitato Nazionale additò agli Italiani. La rivoluzione del 1848 aveva tradito il concetto europeo, che solo poteva procurarle consecrazione e trionfo. Guidate da uomini di poco cuore, di non largo intelletto e di meschina insistente ambizione, le sétte socialistiche avevano falsato, per entro a sistemi pomposi di forme, vuoti o assurdi nella sostanza, il vasto Pensiero Sociale che appartiene ai migliori di tutta Europa. Diseredati di sintesi e di aspirazione, servi a mezzo il secolo nostro di Bentham e dei materialisti dell'ultimo secolo, i più tra i Francesi avevano, con una falsa definizione della vita, la ricerca del benessere, insegnato al paese il culto della materia e soffocato il nobile istinto di sagrificio che ispirò le più belle pagine della storia di Francia. Un'analisi dissolvente e rissosa aveva ministrato a invidie meschine di più meschino dominio e logorando ad una ad una le migliori riputazioni, aveva rotta ogni unità del partito; la paura, esagerata ad arte, della dittatura di una idea, aveva preparato la dittatura della forza cieca; la foga demagogica di libertà che rifiuta ogni ordinamento, ogni associazione, ogni capo, non avea lasciato che individui e anarchia a fronte d'una fazione ordinata. Pareva che la Provvidenza avesse voluto insegnare praticamente all'Italia la necessità d'unificazione, d'ordinamento e di fiducia reciproca che noi andavamo predicando a tutti com'unica via di salute. E pareva, salendo in più alta sfera, che gl'italiani dovessero vedere patente, in quel fatto, la conferma di quello ch'io fin dal 1835 dichiarava a' Francesi ed a' nostri: che l'iniziativa della Francia in Europa era spenta, e che la via era aperta a ogni popolo per colmare il vuoto, davanti al quale l'Umanità s'arrestava pensosa ed incerta[55].
Per noi dunque, pel Partito Nazionale Italiano, quando non volesse smentire vilmente il linguaggio tenuto dal 1849 in poi, nulla era cangiato. La Francia non periva: espiava Roma; ma s'anche essa non avesse dovuto mai più risorgere, era debito del Partito il dire: Perisca la Francia: viva l'Europa! Due grandi quistioni s'agitavano infatti e s'agitano tuttavia in Europa: la questione sociale e la questione della Nazionalità. La Francia, che prima di noi seppe conquistarsi la più forte unità nazionale che sia; la Francia, libera di stranieri, poteva maturar dentro sè lentamente, attraverso una purificazione di dolori e di studî severi, l'esplicazione del problema sociale. Le Nazioni, oppresse, smembrate, negate dal Diritto Monarchico, contendevano per esistere. Spettava ad esse, alla loro Alleanza, l'iniziativa in Europa, perchè se la questione sociale può idealmente sciogliersi dai pensatori individui, nol può, nè lo potrà mai, praticamente, nella sfera dei fatti, se non quando, rifatta la carta d'Europa, un migliore e libero assetto conceda un'ampia scala alle applicazioni. E spettava, nell'Alleanza, l'iniziativa a quella tra le Nazioni che più delle altre avesse potenza di ferire il nemico al core; alla quale la tradizione storica insegnasse più che all'altre missione d'universalizzare la propria vita, e che raccogliesse fra tutte più larga messe di affetti, di simpatie e di fiducia in Europa. Era l'Italia. Sola l'Italia avea dentro sè la duplice rappresentanza dell'Autorità condannata, Papato ed Impero, Roma e Milano: sola potea levarsi e annunziare a un tratto all'Europa l'emancipazione dei corpi e delle anime, del Pensiero e dell'Azione. La vita d'Italia, nelle sue grandi epoche, fu sempre vita d'Europa: da Roma, dal Campidoglio e dal Vaticano, si svolge nel passato la storia dell'umana unificazione. Nè mai su terra d'Europa s'abbracciarono tanti affetti di riverenza, compianto e speranza, come su questa sacra terra Italiana, alla quale poeti, artisti, martiri del pensiero e del core, dimandano ricordi, ispirazioni e conforti. Pronti dunque a seguire lietamente la Francia, se mai, ridestata a un tratto, cacciasse la vergogna del bonapartismo da sè, attivi più che mai a secondare di ajuti la parte repubblicana, che in Parigi e altrove andava riordinandosi, fermammo tra noi di procedere innanzi nel lavoro italiano e di ripetere ai nostri: l'iniziativa europea può escir d'Italia come di Francia: s'altri non fa, fate voi. E fu la sostanza di quanto dicemmo in un Manifesto, escito due mesi o più dopo il 2 dicembre. Quel Manifesto rimane condanna inappellabile per chi, fra noi, si arretrò poi davanti a ogni concetto d'iniziativa italiana e disdice in oggi i compagni, i quali non hanno colpa, se non quella d'aver pensato quello che firmavano.
VIII.
Questa idea d'iniziativa italiana possibile, affacciata a ogni tanto da me agli uomini dell'interno, non era--e neppur dopo i mutamenti francesi--respinta teoricamente se non da pochi. Gli animi non s'erano affatto prostrati: parevano anzi, al cader della Francia, essersi ritemprati d'orgoglio italiano e di fede. Dalla sovversione della repubblica in Francia sino al finire dell'anno 1852, il lavoro preparatorio corse più ardito e più rapido, come di chi sente cresciuti gli obblighi. Da due punti d'Italia, ambi importanti, ebbi proposta di movimento immediato: da uno tra i due, con rimprovero al continuo indugiare e minaccia d'andar oltre, anche senza l'assenso del Comitato. Accusato io sempre, da chi afferma, inonestamente, ciò che non sa, di volere e promuovere azione a ogni patto, sconsigliai, pregando, insistendo perchè non si prorompesse in moti parziali prima d'essersi ottenuta certezza che sarebbero seguiti ove più importava, nel Lombardo-Veneto. Vivono, e liberi, gli uomini che proponevano e coi quali io discuteva le cagioni del mio rifiuto.
Senza l'azione iniziatrice o simultanea del Lombardo-Veneto, una insurrezione in Italia aveva ed avrà pur sempre pericoli centuplicati. E so che parecchi, pur d'accusare, accuseranno d'imprudenza queste mie parole, come s'io rivelassi al nemico i segreti del nostro campo: ma non ne curo: l'Austria non ha bisogno d'essere erudita da noi sull'importanza del Lombardo-Veneto, nè può crescer cautele o provvedimenti efficaci pel giorno in cui gli uomini di quella parte d'Italia vorranno intendere i loro obblighi e la loro potenza. Nel Lombardo-Veneto sta la chiave, il punto strategico dell'insurrezione italiana. Pel peso d'una tirannide efferata quanto l'Austriaca, per somma minore d'ostacoli, dacchè quella tirannide s'appoggia su forze nazionali per importanza militare di posizione, per materiale da guerra, ozioso in oggi e prezioso ad una impresa emancipatrice, Napoli dovrebbe, non v'ha dubbio, assumersi gli onori dell'iniziativa. Pur nondimeno--e dacchè, lo scrivo con dolore, Napoli sembra dimenticare la lunga splendida tradizione di martiri e di nobili tentativi ch'essa diede alla Patria comune--le migliori speranze del Paese accennano, siccome a Roma per l'idea, alle terre Lombarde per l'azione decisiva insurrezionale. Il nostro principale nemico è l'Austriaco: e il nemico s'assale dov'è, dove può ferirsi al core, per modo che non risorga. Napoleone marciava direttamente sulle Capitali: la tattica dell'insurrezione dev'esser la stessa; tentar la vittoria dove una vittoria prostra e dissolve le forze nemiche e trascina con sè i risultati più generali. Una, non dirò vittoria, ma battaglia vera sulla terra Lombarda, e l'insurrezione di tutta Italia, son cose identiche; e però s'anche la battaglia volgesse a sconfitta, la riserva della insurrezione avrebbe campo a ordinarsi nel centro e nel mezzogiorno: il nemico, indebolito, spossato dalla battaglia, collocato sopra un terreno vulcanico fumante e presto a riardere, mal potrebbe operare contr'essa. Ma una vittoria, tronca a un tratto dalla sua base la lunga linea, che il nemico spinge sino a Foligno e impedisce il concentramento: forse, se decisiva e compita in alcuni punti importanti, separa dalla loro vera primitiva base d'operazioni tutte quante le forze nemiche. Ma vittoria siffatta non s'ottiene se, come dissi, il moto non procede e non prorompe almeno simultaneo al sorgere dell'altre parti d'Italia. Ogni altro moto è annunzio all'Austriaco; e se gli è dato tempo per farsi forte sui punti strategici, per incatenare le città col terrore o, se occorre, prepararsi a sgombrarle e cingerle dal di fuori, la guerra Italiana potrà conquistare la Lombardia; l'insurrezione sarà impossibile o inefficace.
Per queste ragioni; spronato da quelle proposte; spronato anche da frequenti disegni ed annunzi dei repubblicani francesi, annunzi ch'io doveva--e questo pure mi venne apposto da molti--quasi per ufficio di scolta e senza che s'avesse diritto di farmene mallevadore, trasmettere ai nostri; io mi diedi a esplorare più attento la Lombardia.
L'odio all'Austriaco e il desiderio d'emancipazione v'erano universali; ma quanto ai modi, alle speranze, al tempo, le opinioni variavano. V'erano i millenari della fazione regia, beati di calcoli innocenti sulla venuta del messia di Piemonte: pochi e nulli; invisi al popolo, che serba vive le memorie del 1848. V'erano i letterati dal progresso omiopatico, contenti di produrre di tempo in tempo, mozzato dalla censura, un articolo di gazzetta, sviati da qualche scritto di settarî francesi, socialisti pazienti, proudhonisti sommessi, tronfi di vedersi a stampa, e rassegnati alla parte più misera ch'io mi sappia, quella di pedanti sotto il bastone: pochissimi e ignoti al popolo. Ma al di sopra di queste e d'altre minute frazioni, vivevano, fremevano, italiani e repubblicani, i giovani d'ogni classe, maggioranza assoluta in paese, stretta nelle tendenze generali alla nostra fede, e senza speranza fuorchè nella rivoluzione d'Italia e d'Europa. Molti bensì tra loro, i più forse, si mostravano titubanti, tentennanti sul come: consentivano nel fine, si dichiaravano incerti, sfiduciati sui mezzi: non mancava ad essi il core, mancava l'intelletto della rivoluzione.
Dichiaro io qui, prima d'andar oltre--e desidero che questa mia dichiarazione non sia dimenticata fuorchè dagli uomini di malafede, gazzettieri dell'Opinione e siffatti, dai quali è bello l'essere calunniati--ch'io non alludo a una classe intera, come non alludo a una sola città. Del vizio ch'io noto son tocche Ancona, Bologna, Firenze come Milano, e non esclusivamente le classi che chiamano medie, ma frazioni importanti di tutte classi, dal patriziato fino agli uomini che vivono col lavoro delle loro braccia. Ventura somma è per noi che non s'agitino in Italia, come in Francia o in Inghilterra, odii o distinzioni di classi, e che un governo Nazionale possa, quando che sia, provvedere ai diritti del povero, e sciogliere quetamente i più ardui problemi sociali, senza trapassare tutto quel trambusto, pregno di sangue e risse civili, che sotto nome usurpato di socialismo minaccia oltr'Alpi di convertire la santa dottrina d'associazione in rapina, e la nostra fede di libero progresso e d'amore in tirannide d'egoismo ordinario. La comune oppressione ha generato fratellanza comune: il prete cattolico e il pensatore, il proprietario e il popolano hanno segnato col loro sangue sul palco un patto, che l'anime hanno raccolto e che manterranno nei giorni di redenzione. Ma da tutte le classi, e segnatamente dov'è mezza scienza, s'è formata, dopo il 1849, una setta di giovani, vecchi a venticinque anni, e scettici pur colle sacre parole della fede italiana sul labbro, che hanno smarrito tra i sofismi di un raziocinio di terza sfera ogni potenza d'intuizione e intisichito l'entusiasmo tra le anatomie d'una analisi, senza lume di sintesi che la diriga: li diresti i primi cristiani intesi a fondare il mondo novello colla triste dialettica dei Greci del Basso Impero. Io mi trovava innanzi, dopo i dottrinarî monarchici del 1848, i dottrinari repubblicani. Dovea, dopo i tanti, toccarmi il dolore senza nome di veder morta in quattro anni nella vita dell'anima mezza una generazione di giovani amici, che avevano dalle barricate Lombarde, dalle lagune Venete, dai bastioni di Roma, bandito all'Europa, tra il plauso e le speranze dei popoli, che l'Italia aveva finalmente riconquistato la coscienza delle proprie forze.
Erano popolo allora; avean fede in esso, potenza sovr'esso e vincevano. Da quei momenti di ispirazione, di comunione coll'avvenire d'Italia, di suprema unità tra le facoltà della mente e del core, è scesa l'aureola che incorona a parecchi tra loro la fronte, che additava ai nostri affetti i migliori tra gli apostoli della Patria, e che rende oggi più intenso il nostro dolore. Oggi, il guardo semispento, il sorriso arido dell'incredulo, le braccia pendenti a sconforto, accusano la mente adombrata di formole, la vita smembrata, illanguidita fra piccoli sistemi e piccoli calcoli, e la fiamma dei forti pensieri, la fiamma che illumina e crea, spenta o vicina a spegnersi sotto influenze estranee, spregevoli; forse, per molti, sotto il freddo alito inavvertito dell'egoismo. Prima loro piaga è l'orgoglio; non l'orgoglio che a me, incanutito, rigonfia l'anima giovane tuttavia, l'orgoglio del nome e dell'avvenire italiano, l'orgoglio del guanto gittato solennemente da noi a quanti s'adoprano a tenerlo prostrato nel fango, ma l'orgogliuzzo dell'io, l'orgogliuzzo saccente, cresciuto su qualche pagina di Jomini o di Machiavelli; l'orgogliuzzo che, senza attentarsi di guidare, s'irrita all'idea di seguire, che arrossisce, quasi côlto in fallo, quando il core s'è sollevato, memore a una parola d'entusiasmo e di fede; che rinnega le grandi speranze e le ispirazioni d'azione mormorate al loro orecchio dal Dio dell'Italia, quando l'anima loro era vergine, più potente d'intuizione e migliore che oggi non è. Seconda piaga è l'inaridirsi in una atmosfera artificiale di libri e d'uomini, morti senza scendere a ritemprarsi tra il popolo sul quale lo istinto non allacciato da erudizioni, e l'amore e l'odio versano più gran parte di verità che non sul gabinetto del letterato. Non lo studiano, non lo conoscono, e ne diffidano. E mi dicevano ch'io m'esagerava le tendenze e le capacità delle moltitudini, alle quali, senza eccitamento di eventi stranieri e insurrezioni di mezza Europa, sarebbe stato impossibile persuadere d'entrar nella lotta.
Interrogai, non per convincermi, ma per convincerli, le moltitudini.
Non dirò il come; e ognuno intende il perchè. Ma affermo solennemente e come s'io parlassi a Dio stesso, che dal popolo, esplorato interrogato in tutte le frazioni che lo compongono, non escì che una sola risposta: azione, azione immediata: date chi guidi, agiremo tutti. Non chiedevano di Francia o d'altro; non numeravano l'armi; un ferro, dicevano, ci darà un fucile. La tradizione delle Cinque giornate vive venerata ed intatta nel petto dei popolani e la coscienza delle forze italiane con essa. Un patto di patria vendetta annoda senza forme, in un solo concetto, in una sola speranza, tutta una popolazione. L'Austria può spegnere infamemente a sua posta: se i consiglieri dell'imperatore non trovano modo di verificargli il voto che faceva Nerone, il vulcano eromperà un dì o l'altro a sotterrargli carnefici, battaglioni ed Impero. E potrei citare, per onore al popolo e documento di progresso operato in esso, prove di segreti fidati a centinaja, e tuttavia inviolati, più eloquenti che non tutte le prove d'ardire e coraggio indomato date dai pochi che agirono.
Questi ragguagli furono dati da me e da altri alla classe d'uomini, dei quali io parlava poc'anzi, e che dovrebbero esser guida nell'impresa patria alla inesperienza dei popolani. E allora, dacchè quella prima obbiezione spariva, sorsero, delusione amarissima a me che stimava ed amava quegli uomini come legione sacra nel nostro campo, dubbiezze d'ogni maniera, opposizioni che tradivano una codardia morale strana in chi aveva affrontato e affronterebbe anche oggi, non v'ha dubbio, la morte in una posizione o sopra una barricata, purch'altri avesse iniziato la guerra. Dicevano le condizioni politiche d'Europa avverse; numeravano i gabinetti ostili all'emancipazione d'Italia: registravano i reggimenti austriaci, prussiani, russi; e chiedevano dov'erano i nostri. Dei popoli dimenticavano perfin l'esistenza, delle questioni che pendono tremende fra i gabinetti non sapevano o non curavano; degli elementi di dissolvimento, esistenti innegabilmente in seno dell'esercito austriaco, non tenevan conto; della rapidità colla quale si erano pochi anni addietro ordinate forze in Italia, ovunque i capi avevano voluto ordinarle, non ricordavano cosa alcuna. Il problema posto per essi era una piccola minoranza d'uomini iniziatori di lotta sul terreno lombardo, l'Europa dei popoli immobile, e tutte le forze alleate del dispotismo, anzi della monarchia, dall'altro lato. Posto a quel modo, il problema era senz'altro deciso: se non che, il porlo a quel modo e dichiarare ch'essi non conoscevano addentro nè l'Italia, nè l'Europa dei popoli, nè quella dei re, tornava tutt'uno. Ammettevano, i più tra loro, la possibilità dell'insurrezione; s'arretravano, atterriti, davanti alla guerra che seguirebbe. Potevano, e non volevano. Il popolo sentiva di potere e voleva.
Il popolo si era commosso alle inchieste: commosso tanto più, quanto più era stato fino allora negletto. Il popolo, illuso anch'esso, non potea credere che gli uomini, i quali avevano da molti anni rifatto l'alfierianismo, ripetuto classicamente all'Italia gli acerbi rimproveri tradizionali nei nostri poeti da Dante fino a Leopardi, e predicato con me la necessità d'aver fede in sè, di liberarsi con armi proprie e di non guardare per ajuti oltre i nostri confini, potessero ritrarsi quando appunto gl'Italiani accennavano d'aver raccolto e di voler ridurre ad atto l'insegnamento. E si apprestava a combattere da sè, certo d'essere, dopo poche ore, seguito. Ed io pure era certo di questo. Ma posta una volta in chiaro la determinazione dei popolani, non dovevano quegli uomini fortificarla ora, priva d'ajuto, di consiglio o di direzione?
Sperammo che lo avrebbero fatto. Sperammo che ad essi non sarebbe bastato l'animo di starsi freddi spettatori dei preparativi del loro popolo, d'assistere come in un gioco, al trarre dei primi dadi, per vedere quanto corressero avverse o propizie le probabilità. L'altrui esitanza non mutava, a ogni modo, gli obblighi nostri; e, determinato dagli ultimi avvisi, lasciai Londra e toccai la frontiera d'Italia. Aurelio Saffi era partito già prima, ed altri dei nostri. Mattia Montecchi dissentiva allora da ogni tentativo, e rimase. Ad altri esuli, che partecipavano al nostro lavoro, non feci motto partendo, sì perch'io m'era fatto legge inviolabile di segreto con tutti, e sì, perch'io durava tuttavia incerto sulle ultime e irrevocabili decisioni.
E l'ultime irrevocabili decisioni furono prese in tempo così poco lontano dai fatti, ch'io, s'anche avessi voluto, non avrei avuto agio di avvertire, di consultare o convincere chi rimaneva. E questo io noto per l'Agostini. Usai del suo nome, il quale, come di segretario, non scemava nè cresceva gran fatto valore al proclama, perchè io l'aveva lasciato farneticante, al cospetto di tutti i nostri, per l'azione pochi giorni prima ch'io mi partissi, e stimai dargli prova d'amicizia e pegno d'onore firmando per lui. Duolmi il dover pensare che, se il tentativo avesse sortito buon esito, egli avrebbe raccolto grato quel pegno e ringraziato me della fede riposta in lui.
Scrivo quando gli uomini dell'interno potrebbero, s'io non parlassi il vero, smentirmi; scrivo agli Italiani che mi sanno, qualunque sia la loro opinione sul conto mio, ardito e sprezzatore quanto basta per dire, se fosse, mossero arrendendosi a un cenno mio: e aggiungo che s'io mai potessi falsare i fatti e cedere all'impulso di disdegno e di sfida generato nell'animo mio dal sozzo inveire che fu fatto contro di me, mi sentirei affascinato a dire quelle parole. Ma mi parrebbe di menomare l'importanza del tentativo e di sottrarre parte di lode ad un popolo ch'io ammiro, compiangendo chi non lo fa. Le decisioni furono prese all'interno: spontanee, e da uomini i quali credevano che la determinazione fatta irrevocabile bastasse, come dissi, a trascinar sull'arena i buoni dubbiosi. Più dopo, era tardi: il popolo era in fermento e disse: faremo da noi. M'era noto il disegno, e braccia di popolani bastavano a compirlo. Nondimeno, scrivendo e parlando, il mio linguaggio fu sempre, sino agli ultimi, questo: vi sentite tali da eseguire il disegno? siete convinti, colla mano sul core, di poter convertire la prima battaglia in vittoria? potete darci in una il frutto delle Cinque giornate? fate e non temete la guerra. Se vi sentite mal fermi, se vi stanno contro forti probabilità, arretratevi: sappiate soffrire ancora. Quando ebbi risposta: facciamo, non vidi che un solo dovere; ajutare--e ajutai. Diedi quella parte d'opera che mi fu chiesta: scrissi un proclama che domandavano: provvidi perchè il moto, appena si mostrasse forte, fosse seguito altrove. E rifarò, dove occorra, le stesse cose. Altri, tra miei colleghi, fece lo stesso: e rifarebbe, è conforto il dirlo, occorrendo.
Perchè non fu eseguito il disegno, confessato certo nell'esito anche da chi dissentiva? Perchè una sola frazione di popolo oprò, mentre l'altre non si mostrarono? Nessuno, spero, tra gli onesti si aspetta ch'io, per compiacere a gazzettieri di corte, o di ciambellani in aspettativa, tradisca segreti che involgono vite e speranze future. Basta a me, al mio collega e a quanti fra gli esuli si adoperarono con noi, l'aver dichiarato, senza timore d'essere smentiti da quei che all'interno guidavano, che noi seguimmo e non provocammo, che diemmo ajuti, e non cenni a chi volea fare; che per noi si fece ciò che ci parve fosse debito nostro, e non s'impose ad altri di fare il loro. Bastino, a provare la vastità del disegno, la moltitudine d'elementi che s'agitavano in seno al popolo milanese e i pericoli che l'Austria corse, i terrori e le incertezze dell'Austria, le querele congiurate di tutte le monarchie, gli audaci fatti compiti dai pochi in Milano, l'attitudine tuttavia minacciosa dei popolani. E bastino a provare, per gli animi spassionati, il vero di quello ch'io prediceva sugli effetti inevitabili d'una prima vittoria italiana, le nuove, registrate di giorno in giorno dalle gazzette e dai decreti dei Generali Austriaci, sull'attitudine dei paesi stranieri, il fremito dell'Ungheria, della Transilvania, de' paesi Germanici, gli stati d'assedio e le proscrizioni. Or penda sul capo al nemico la spada di Damocle. Ei sa che sta in mani italiane troncare il crine che la sostiene. Noi non abbiamo più ostacolo d'impotenza; ma soltanto una falsa funesta idea preconcetta, che un generoso impulso di core o la mente illuminata da più severe meditazioni può distrugger domani.
IX.
Il tentativo di Milano ha intanto, comunque strozzato in sul nascere, provato due cose: ha provato all'Europa che il silenzio della Lombardia era silenzio, non di chi giace rassegnatamente assonnato, ma di chi odia cupamente e tanto, da non poter esprimere l'odio se non coll'azione: ha provato all'Italia che il fremito d'emancipazione è sceso alle moltitudini e che i popolani assaliranno, sprezzando il nemico coi ferri aguzzati delle loro officine, qualunque volta agli uomini intellettualmente educati, parrà di dire: eccoci con voi, sorgete! Da oggi in poi non sarà più concesso ad alcuno di mascherare il rifiuto sotto pretesti d'impotenza o di freddezza nel popolo: bisognerà dire: non vogliamo perchè siamo, fisicamente o moralmente, codardi.
E un altro vantaggio ha reso quel tentativo alla causa nazionale italiana: ha smascherato, per qualunque non è stipendiato, o imbecille, mi contenterò di dire, la nullità, l'assoluta impotenza della parte regia in Piemonte. L'insegnamento non è nuovo per noi. L'impotenza del Piemonte regio a vincere m'era nota fin da quando io antivedeva e predicava in Milano, nell'Italia del Popolo, le vergogne della guerra del 1848; e più dopo, poco prima della rotta di Novara, io gridava a' miei concittadini, nei Ricordi ai Giovani: «se ritenterete la guerra sotto quella povera insegna, sarà guerra perduta.» E la tattica del Piemonte regio m'era pur nota d'antico. Io aveva provato ne' miei Cenni e Documenti sulla guerra regia, come quella malaugurata campagna fosse stata impresa, non per vincere, ma per impedire ogni via alla repubblica, e conquistare un precedente alla monarchia per ogni caso futuro di vittoria altrui. Io sapeva come la seconda guerra fosse stata intimata per tema che Roma repubblicana covasse--e lo covava difatti--il disegno di ricominciare entro l'anno l'impresa per conto d'una migliore bandiera. E d'allora in poi tattica tradizionale e invariabile della parte monarchica era stata di far credere in disegni occulti di guerra e d'indipendenza per sottrarre elementi all'iniziativa repubblicana e impedirla; e a un tempo di tenersi pronta a confiscare a profitto proprio un moto, che prorompesse vittoriosamente per opera d'altri; librarsi tra i due partiti tanto da raccogliere, senza rischio proprio anteriore, l'eredità di qualunque tra i due soccombesse, il favore o i dominî attuali dell'Austria. Ond'io, ad uomini della Camera piemontese ed altri arcadi della politica, che m'interrogavano, e sembravano in buona fede sperare nella loro monarchia per la cacciata dell'Austria, andava dicendo a ogni tratto: «io non nutro le vostre speranze; ma voi che v'ostinate a credere l'armi della monarchia vostra essenziali alla liberazione del paese, perchè non entrate al lavoro con noi? La vostra monarchia non si moverà, se pur mai, che dopo consumata una vittoria di popolo sulle barricate.» Pur duravano illusi. Ma oggi, dopo gli atti nefandi usati con italiani, accusati non d'altro che d'aver voluto, tentato, desiderato--anzi per taluni neppur quest'ultima colpa è reale--giovare all'emancipazione della Lombardia: poi che vedemmo perquisiti, imprigionati, ammanettati come malfattori e deportati in America giovani, sospettati d'aver cospirato contro l'Austria: noi abbiamo diritto di dire ai regi: «rimanetevi ormai sulla via nella quale siete entrati: non è men trista dell'antica, ma è più leale. Non cercate illudere con promesse e speranze, prima falsate che date, i deboli che vi credono forti: non alimentate colla stampa o nel segreto un odio, che trattate come delitto quando intende a svelarsi. A voi, volendo pur essere piemontesi e non italiani bastava disarmare, impedire quei che, varcando la vostra frontiera, correvano in ajuto ai loro fratelli. Il furore di persecuzione spiegato contro uomini emigrati sulla vostra terra, perchè a voi piacque abbandonar Milano nel 1848, v'accusa ligi dell'Austria o tremanti dell'Austria: tristi o codardi. Nel primo caso, noi non possiamo aspettarci che tradimenti da voi; nel secondo, chi mai può sperare iniziativa di guerra da un governo che, per terrore d'essere assalito, accetta disonorarsi, dando alla prigione e all'esilio quei che l'Austria non può dare al patibolo?»
Da questo dilemma, presentato e senza confutazione possibile, sgorgarono tutte le contumelie e calunnie versate, come bava di serpente irritato, sul mio nome, su' miei fatti, sulle mie intenzioni dall'Opinione, dalla Gazzetta del Popolo e da tutta la stampa regia o aristocratica del Piemonte. A una stampa, che di fronte a una protesta ardita di popolo schiavo contro l'oppressore straniero, può farsi per un mese austriaca di vitupero contro uomini creduti eccitatori di quella protesta, non ho che dire. I ragionamenti non giovano; non giova ripetere ad essa il consiglio di Foscolo: imparate a rispettarvi da voi, affinchè, s'altri v'opprime, non vi disprezzi. Serve chi paga: oggi la monarchia di Savoja, domani il Bonaparte, e il dì dopo noi, se pagassimo: calunnia sapendo di calunniare; e basti il suo ripetere a ogni tanto, pur sapendo che la corrispondenza pubblica dei Bandiera, prova il contrario, ch'io spinsi quei due prodi a morire, appunto come le gazzette stipendiate di Francia ripetono a ogni tanto, pur sapendo che due giudizî solenni di tribunali e la dichiarazione d'un Ministro inglese m'esonerano, ch'io firmai la condanna a morte di due profughi, spie. Seguano adunque i gazzettieri intrepidi nel mestiere che scelsero; e solamente accettino il mio consiglio di riconsigliarsi a ogni tanto coi loro padroni per vedere se l'assalire continuamente d'ingiurie villane un uomo dichiarato, ogni anno almeno una volta nelle loro colonne, morto e sepolto nell'opinione e abbandonato da tutti e deriso, non guasti per avventura il nobile intento che si propongono.
X.
D'alcune accuse gittatemi talora contro da altri, forse più ingannati che tristi, e accettate troppo facilmente anche da uomini di parte nostra: accuse d'imprudenza, quando dei molti viaggiatori da me spediti in diverse parti non uno capitò male, nè le polizie vantano una lettera mia in loro mani, nè un amico mi fu vicino che non mi rimproverasse una soverchia tendenza al segreto--accuse di inavvedutezza nella scelta d'agenti come Partesotti, quando il Partesotti, scelto all'interno, non ebbe mai una linea mia, e il suo carteggio, che ho tutto presso di me, lo mostra ridotto a celarsi in un sotto-tetto di Parigi e imposturare viaggi favolosi e favolose conversazioni in Londra con me, per buscarsi qualche centinajo di franchi dalla polizia Austriaca--ed altre consimili--non so se non gioverebbe scolparmi; ma non è mio stile. Feci, da quando fondai la Giovine Italia, due promesse a me stesso: ch'io non manderei a stampa una sola linea di politica senza il mio nome, e ch'io, avverso più o meno a tutti i governi che esistono, concederei, senza farne caso, ai governi e agli agenti loro d'essermi ostili e di calunniarmi; agli altri di male interpretare, senza irritarmi, un'attività che vive, forzatamente e senza colpa mia, nel segreto. Mantenni la doppia promessa; e i più, spero, ricorderanno, che delle accuse avventate alla mia vita in questi venti anni da governi e governucci, da scrittori malati di vanità offesa, da birri libellisti e romanzieri infelici, da commissariucci di polizie fallite senza speranza, e da gazzettieri pagati o in candidatura di paga, tutti irritati del vedermi sempre lo stesso e disperati d'atterrirmi o comprarmi, io potrei fare una serie interminabile di volumi, mentr'essi delle mie difese non potrebbero far tre pagine. Ma protesterò, per debito non tanto a me, quanto a tutti gli onesti che furono o saranno tormentati santamente d'una santa idea e incontrarono o incontreranno la stessa calunnia, contro una sola: ed è quella d'ambizione personale e d'aspirazione a esercitare una dittatura qualunque. E a questa accusa, tristissima fra le tristi, diede occasione il sistema logico d'insurrezione ch'io ho accennato alcune pagine addietro.
Tristissima fra le tristi: perchè se a un uomo non è concesso tra voi di sostenere un'opinione politica agitata da secoli, senza ch'altri gli dica: tu intendi a farti di quell'opinione sgabello al potere--o di predicarvi che l'epoca matura nuove credenze trasformatrici e purificatrici delle vecchie, senza che gli si susurri all'orecchio: tu aspiri ad essere rivelatore e pontefice--meglio è dichiararvi addirittura fautori del voto d'ostracismo, che il contadino dava ad Aristide, perchè gli era noja l'udirlo salutato del nome di giusto, e decretare la cicuta ad ogni Socrate che s'attenti annunziarvi un Dio ignoto; e gemo pensando al pianto e al sangue versato, nelle età che furono, per questa invida, ingiusta, funestissima diffidenza. A me l'accusa villana fu gittata prima dai meno liberi d'animo tra gli esuli, da uomini prontissimi a piegare il collo a tutte le esigenze di paesi servi a soggiacere, sommessi alla dittatura dell'ultimo commissariuccio di polizia straniera o domestica; poi da taluni--ed erano gli ambiziosissimi--tra i socialisti settarî francesi, ai quali io aveva osato dire, a rischio di essere battezzato retrogrado, che le loro sètte, le loro utopie ineseguibili, e il materialismo d'interessi, al quale essi pure avevano educato le moltitudini, avevano perduto la Francia. Quei miseri s'atteggiavano a puritani gelosi d'ogni influenza unificatrice e sospettosi d'ogni mia parola, che suonasse accordo, ordinamento, unità di disegno e di direzione, mentre i loro fratelli soggiacevano alla dittatura della forca e del bastone tedesco in Italia, alla dittatura d'un avventuriere e d'una soldatesca briaca nella patria francese. Io mi stringea nelle spalle senza rispondere. Dittatura a che prò? per dominare sovr'uomini quali essi sono?
Non lo credevano. Speravano e sanno ch'io, nato di popolo senza tradizione di nome illustre, senza ricchezze per comprare satelliti e scribacchiatori, senza prestigio di milizia, senza capacità d'adulare, non riescirei, s'anco io fossi dissennato e tristo ad un tempo, a far correre rischi alla libertà in un popolo, la Dio mercè, non corrotto e dove l'individuo serba più che altrove tendenze vigorose all'indipendenza. E sapevano, che s'anche io lo potessi, non lo vorrei. Dai sogni colpevoli e stolidi di ambizione di potere, se per ventura io avessi avuto successo ne' miei tentativi, m'assicuravano, non foss'altro, le abitudini parche della mia vita, l'animo altero, sdegnoso di lode e non curante di biasimo, se non quando biasimo o lode mi vengono dalle creature--e son poche--che io amo d'amore; e una certa prepotente disposizione all'antagonismo non colle moltitudini che, tratte in azione, sono migliori di noi letterati, ma al plauso e agli omaggi delle moltitudini. Ho sempre potuto guardare addentro nell'anima mia senza arrossire: la serbai da giovine pura di vanità meschine e di basso egoismo, ed oggi, solcata come è di lunghi dolori e benedetta di qualche nobile affetto, s'io volessi farla scendere a sfera più bassa che non è quella dell'idea emancipatrice dove visse finora, non m'obbedirebbe.
Ben mi freme nell'anima, fin da quando, imprigionato in Savona, io meditai di sostituire una nuova associazione al vecchio carbonarismo, una ambizione, un orgoglio: l'orgoglio ch'io desunsi dai ricordi del nostro passato e dai presentimenti del nostro avvenire; l'orgoglio di Roma; l'ambizione di veder la mia patria sorgere, gigante in fasce, dal sepolcro, ove giace da secoli, e posarsi, grande a un tratto di pensiero e d'azione, e a guisa d'angelo iniziatore, tra quel sepolcro scoperchiato e l'avvenire delle nazioni. Era l'ambizione di quei che morirono in Roma; e parmi strano che non tormenti l'anima di quanti, pronti allora a imitarli, ne raccoglievano il pensiero e l'esempio; ed oggi sono, ho vergogna e dolore in dirlo, servi ostinati della iniziativa francese.
XI.
Dell'iniziativa francese. Perchè, non vale il negarlo: gli uomini ai quali io alludo, e che leggeranno queste mie pagine, gli uomini che assentono plaudenti alle nostre parole di patria, d'indipendenza, di fede in noi stessi, e si staccano, biasimando, da noi ogni qual volta noi cerchiamo tradurle in atto, non credono nell'iniziativa della parte monarchica piemontese; non s'aggiogherebbero a tentativi bonapartisti; non credo pongano sì basso l'onore italiano da pretendere che la sola città di Vienna, o l'Ungheria, ricinta di nemici da ogni lato e incalzata dal Russo, s'assumano d'iniziare ciò ch'essi non osano: in che dunque sperano, se non nella iniziativa francese? Nessuno di loro ama la Francia; taluni, esagerando, la sprezzano; io li ho uditi inveire, prima e dopo il 1849, contro l'antico prestigio esercitato dalla Francia sugli animi: e nondimeno ne invocano l'iniziativa: incatenano a' suoi fati i fati della nazione: cancellano di fronte all'Italia ogni segno di spontaneità: negano a venticinque milioni d'uomini potenza di emanciparsi da centomila soldati stranieri. Con dottrina siffatta, non rimane che a tacere d'Italia per sempre, e ad arrossire ogni qual volta s'incontri uno Spagnuolo o un Greco per via.
L'iniziativa francese, io lo dico, giustificato ad ogni tanto dai fatti, da ormai vent'anni, è un errore storico e un fantasma politico evocato dall'altrui codardia. A nessun popolo, da quello infuori di questa nostra sciaguratissima Italia--sciaguratissima dacchè i migliori tra' suoi figli non sanno intenderne la storia, la potenza e la vocazione--è dato di riassumere un'Epoca e iniziarne un'altra. La Francia, grande per questo, e veneranda a noi tutti, compendiò colla sua Rivoluzione il lavoro intellettuale di diciotto secoli: consecrò per sempre in faccia a tutte tirannidi l'emancipazione dell'individuo: tradusse nella sfera politica le conquiste di libertà e d'eguaglianza, elaborate nella sfera religiosa del dogma cristiano. Non basta? Perchè pretendete che essa sciolga per voi anche il problema dell'associazione, dell'alleanza fra le nazioni della nuova Carta d'Europa? Essa potrebbe forse, se non ostasse la legge provvidenziale guidatrice dell'Umanità, fondare, trasfondendo la sua coscienza, la sua individualità in tutti noi, una Monarchia Europea; ma l'associazione, l'alleanza fraterna, non possono fondarsi che sull'armonia, sull'eguaglianza inviolabile delle coscienze nazionali; e la coscienza che siete Nazione, il segno che può darvi rango nell'alleanza, il battesimo della vostra individualità collettiva, non possono escire, non possono rivelarsi all'Europa, fuorchè dalla vostra insurrezione spontanea, da un atto solenne della vostra sovranità davanti agli uomini e a Dio. L'iniziativa francese s'è spenta con Napoleone, come l'iniziativa dell'antica Grecia si spense con Alessandro, come l'iniziativa dell'antica Roma si spense con Cesare. Dal 1815 in poi, la Francia si trascina ne' suoi moti lungo la periferìa d'un cerchio, che non varcherà se non per opera nostra e dell'altre nazioni europee. La Francia studia, raccolta, raggomitolata in sè stessa, i termini del problema sociale applicati alle relazioni degli individui che la compongono; il terreno per una più larga applicazione deve conquistarsi da noi[56].
Voi potete contemplare il passato fino al punto in cui l'occhio abbagliato vi fantastichi l'avvenire; ma voi non potrete far sì che sorga. Avrete in Francia moti, insurrezioni, rivoluzioni; ma questi moti, inevitabili dov'è com'oggi, un governo sprezzato, questi moti che una vostra insurrezione determinerebbe e che, fecondati dall'iniziativa delle nazioni, s'affratellerebbero nell'idea comune e romperebbero per la Francia quel cerchio fatale, non vi daranno, prorompendo primi, quel che cercate. Aveste patria e libertà dalla rivoluzione francese del 1830? Le aveste dalla repubblica del 1848? L'iniziativa francese vi darebbe, o miseri, non la libera patria, ma l'impulso alla monarchia che, impotente a fare da per sè, è vigile a preoccuparvi la via; e la diplomazia europea consigliera ai vostri principi di concessioni e di leghe: e la guerra regia sostituita alla nazionale; e le sue vergognose, inevitabili, fatali disfatte. Oggi, se volete rimanere padroni del vostro moto, della vostra guerra, del vostro intento, v'occorre, e v'incombe di mover da voi. Voi non potete--e Dio v'ispiri d'intendere l'incoraggiamento di questa parola--esser liberi che essendo grandi.
Grandi, intendo, di coscienza spontanea: grandi d'intuizione: grandi di quel coraggio morale, che dilegua i fantasmi addensativi intorno dalla falsa scienza dei tattici, dai sofismi de' paurosi, dai calcoli volgari d'un inetto materialismo, dalle diffidenze nudrite di vanità, di machiavellismo scimiottante e d'una anarchia insinuata dall'estero. Perchè, dato il moto, non v'occorrerà d'esser grandi, ma di esser uomini.
Io intendo i pericoli dell'insurrezione; e nondimeno i più tra i nostri sanno che possono superarsi--non intendo i pericoli, quanto all'esito ultimo della guerra, e m'è inconcepibile come uomini di mente e di core ricusino in Italia l'oggi per paura del poi. Hanno studiato, essi che s'affaccendano in cerca di scienza rivoluzionaria, nei libri delle guerre regolari le pagine del loro Jomini sulle guerre nazionali?[57] Hanno meditato sulla guerra della penisola Iberica scritta, non dirò da Torreno, ma dai generali francesi? Hanno pensato che l'esercito nemico s'assottiglia lungo una linea di quasi quattrocento miglia al di qua dell'Alpi? che delle tre zone tenute dall'occupazione, due sono inevitabilmente perdute fin da principio pel nemico, la terza, invasa tutta, tranne pochi punti--e lo fu nel 1848--dall'insurrezione, può essere conquista di due provvedimenti e di poche rapide marcie? Hanno calcolato, sulla cifra dell'aggio che segue la carta dello Stato, la condizione delle finanze Austriache, sostenute unicamente nei quattro ultimi anni da sequestri, contribuzioni straordinarie, imprestiti volontari o forzati, e alle quali l'insurrezione troncherebbe a un tratto queste sorgenti di vita? Hanno sottomesso, come noi, all'analisi quell'esercito nemico, composto di elementi eterogenei e diffidenti l'uno dell'altro, potente nell'inerzia, incapace di resistere ordinato e compatto a una battaglia perduta? Prevedono tutta quanta l'azione di dissolvimento che eserciterà su milizie, nelle quali l'ufficiale d'una nazionalità comanda il soldato d'un'altra, l'elemento ungarese, nostro, e l'Austria lo sa, al primo urto potente che lo affidi di non essere abbandonato senza scampo alla vendetta de' suoi padroni? È un solo tra loro che non abbia scritto o non dica a sè stesso, pensando al 1848, ah! se chi dirigeva la guerra avesse voluto vincere o lasciarci vincere! Molti hanno combattuto, vincendo, contro truppe regolari austriache e francesi, con giovani volontari, educati soldati tra una zuffa e l'altra. Conoscono tutti, come noi, le forze considerevoli, gl'infiniti mezzi di guerra, che possono trarsi dal paese contro un nemico che non ha terreno per sè se non quello su cui accampa. Non hanno più dubbio sulle tendenze del nostro popolo. E nondimeno, dubitano, indugiano, aspettano l'impulso iniziatore di Francia. Oh come deve il governo austriaco, conscio com'è della propria debolezza, il governo austriaco che ha tremato davanti ai pugnali di poche centinaja di popolani, sorridere dei nostri uomini di guerra e della nostra inerzia!
L'insurrezione italiana, nelle condizioni attuali dell'Impero, trascina con sè inevitabilmente l'insurrezione dell'Ungheria: l'insurrezione d'Italia e d'Ungheria trascinano inevitabile l'insurrezione del popolo in Vienna: l'insurrezione d'Italia, d'Ungheria e di Vienna, trascinano inevitabile l'insurrezione di mezza Germania, il fermento dell'altra metà. Non seguirebbero gli altri popoli? non seguirebbe la Francia? L'iniziativa d'Italia è l'iniziativa delle nazioni: il 1848 rifatto su più larga scala e con popoli affratellati. La nostra insurrezione è oggimai il solo fatto difficile da compiersi: la guerra è un mero problema di direzione.
Chi non sente il vero di queste linee ch'io scrivo, non intende le condizioni d'Europa, dell'Italia e dell'Austria. Chi sente quel vero e non opera, non proferisca il santo nome di Patria: ei non l'ha e non la merita. Giaccia tacendo; e non lamenti sì che lo odano gli stranieri; nulla è più esoso del guaito dell'uomo che può rompere, volendo, le sue catene.
XII.
Il Comitato Nazionale è disciolto. L'ultima sua parola fu un grido d'azione, quei che posero il loro nome appiedi di quello scritto, non potrebbero oggimai che ripetere ai loro concittadini la stessa parola.
E perchè rimarremmo? per registrare al compianto degli stranieri i nomi dei nostri migliori imprigionati, torturati, strozzati? per dir loro che in Italia i nostri amici si impiccano nelle prigioni come Pezzotti, o tentano di segarsi la gola come Rossetti, per non soggiacere ai pericoli d'un lento martirio? per ricordare ad ogni tanto alla Europa che sulla terra ove, quattro anni addietro, bastò sorgere per vincere; sulla terra dove Roma, Venezia, Brescia, Bologna, Ancona, Messina suscitarono combattendo il plauso dei popoli, oggi l'austriaco governa, come tra un branco di giumenti, adoperando il bastone, adoperandolo sopra uomini e donne? e udirci dire: che! non avete braccia? non avete core? non sentite prepotente sopra ogni altra cosa il bisogno di unirvi tutti in uno sforzo supremo di lotta feroce invincibile? O rimarremmo per congiurare oziosamente, instancabili e senza scopo? Ah! la congiura, apostolato nelle catacombe, è cosa santa, checchè dicano gli appestati d'egoismo e gli stolti, dove la libera parola è vietata e alle idee rispondono le bajonette; ond'io accettai altero questo nome frainteso e proscritto di cospiratore. Ma oggi, solcato il terreno per ogni dove di elementi nostri e sceso il fremito dell'Italia futura al core delle moltitudini, ogni cospirazione che non tenda all'azione diretta, immediata, è delitto. L'Italia è matura: bisogna fare. S'è decretato che vittime siano; muojano almeno all'aperto, nella gioja della lotta e coll'armi in pugno.
Il Comitato è disciolto. Io mi separo per sempre--e Dio sa con qual dolore io lo dica, dacchè tra quelli dai quali io mi svelgo conto amici di quindici o di dieci anni--dalla cospirazione officiale, dal lavoro ozioso, indefinito, e nondimeno origine di persecuzioni, prigioni e patiboli ai buoni, dagli uomini che non sono abbastanza freddi e calcolatori per rassegnarsi ai codardi conforti della schiavitù, nè abbastanza devoti e sapientemente audaci per intendere ch'essi hanno la salute della patria in pugno. Due partiti soli io riconosco oggi in Italia: il partito passivo, partito di tiepidi con qualunque nome si chiamino, partito d'uomini che aspettano la libertà dalla Francia, dalle ambizioni monarchiche, da guerre ipotetiche, da smembramenti in Oriente, da cagioni insomma estrinseche alla terra nostra; e il PARTITO D'AZIONE, partito d'uomini che intendono a conquistarsi la libertà in nome e colle forze della Nazione; partito d'italiani che credono in Dio, sorgente prima di doveri e di diritti, e hanno fede nel Popolo, potenza viva e continua per interpretarli e compirli; partito d'iniziatori che sentono venuta l'ora e sanno che l'Italia è matura a levarsi e vincere per sè e per altrui. Gli uomini di questo partito intendano che il 6 febbrajo ha cominciato la serie delle proteste armate e, ispirandosi a Roma, la continuino ovunque possono: essi m'avranno sempre--e lo sanno. Dei tiepidi giova ch'io possa, emancipato da tutti i riguardi e indipendenti da vincoli, essere di tempo in tempo censore libero e smascheratore: giova che io possa dire all'Italia che mentre fra i popolani ho trovato uomini pronti ad assalire con pugnali un esercito, io non ho potuto trovare fra i loro ricchi un sol uomo a cui affetto di patria o ambizione di fama, abbia persuaso di farsi banchiere al Partito e di porre mezza la sua fortuna pel trionfo della bandiera:--che, tra i loro intelletti, ho trovato dissenso perenne tra il pensiero e l'azione, servilità meschina a sofismi, sistemi e fondatori di sêtte straniere, e vanità meschinissime davanti ai loro connazionali:--che ad essi al loro appartarsi da ogni generoso disegno, al loro dissolvere collo sconforto, coll'inerzia, col biasimo sistematico, qualunque impresa tenda a troncar la questione, spetta--e non a noi--il rimorso delle vittime che, di mese in mese, di settimana in settimana, vanno e andranno, pur troppo, facendosi:--che due mesi d'accordo, di vita e comunione fraterna, di nobile sagrificio e d'abdicazione delle vanità, dei rancori, delle gelosie individuali davanti all'unità indispensabile di direzione e d'intento, potrebbero, se volessero, imporre fine a vittime, tormenti e vergogne e far dell'Italia un tempio di libertà a' suoi figli e alle nazioni d'Europa.
* * * * *
Dai traviati giovani di Milano io m'accomiatai colla seguente lettera ch'io inserisco come saggio di molte simili ch'io scrissi in quel tempo. Era indirizzata al Visconti Venosta, che non rispose:
5 aprile 1853.
Non v'atterrite d'una mia lettera; è l'ultima che avrete da me. In alcune pagine stampate or ora, e che probabilmente vi giungeranno, ho detto che mi separava dalla cospirazione ufficiale--e con questo nome io intendo voi, gli amici vostri, i vostri in Genova e altrove. Ma questa separazione cova per me tanto dolore, che sento il bisogno di dirvelo. Voi siete uno di quelli, ai quali io guardava, anni sono, con vero affetto, come a quelli che--io sperava--avevano più inteso il culto della patria italiana e avrebbero più logicamente dedotte conseguenze pratiche di questo culto. Non so se a voi e agli amici vostri, pochi anni cresciuti, dolcezza di vita, sofismi di mezzi ingegni, o altro abbiano intorpidito gli affetti, come vi hanno fatto infedeli ai sogni dei vostri primi anni. A me, venticinque anni di stenti e di delusioni, non hanno potuto togliere l'interna vitalità dell'affetto: però, vi scrivo un'ultima volta; e Dio voglia, non per me, ma per essi, che non abbiate fra gli amici vostri chi sorrida, come a debolezza, a questo senso che mi costringe a scrivervi.
Quando noi c'intendevamo, molti anni sono, in una predicazione di idee, che volevano dire azione--quando ci emancipavamo alteramente da ogni cieca influenza di idee straniere, per rifarci italiani--quando, facendo la critica delle insurrezioni passate, rimproveravamo ai capi di non aver avuto fede nel popolo, e al popolo di non aver sentito la propria potenza--quando m'applaudivate per questo linguaggio--quando mi davate eccitamenti a stringere, in nome della nuova vivente Italia, fratellanza con altri popoli qual era la mente vostra? Quella di avervi così usurpata fama di progressista? di piantare scuola innocente di contemplatori, di confortarvi i sonni della coscienza, paga di sentirsi inoltrata teoricamente? Era una menzogna? una millanteria? un'aristocrazia intellettuale? Per me era la vita, una religione, un'unità di pensiero e d'azione, un'impresa d'emancipazione patria che noi giuravamo. Eravamo uomini che, nudriti di tradizioni, di presentimenti, commossi d'ira santa, di vergogna, d'orgoglio italiano, di dignità d'anime offese, dicevamo l'uno all'altro: «Noi ci affratelliamo per far quello che la Spagna ha fatto, che la Grecia ha fatto, che l'America ha fatto, che tutte le nazioni schiave hanno fatto: conquistarci con idee nostre, con armi nostre, con sacrificî nostri la patria.»--Io prendeva la cosa sul serio e vi dedicava la vita. Ma voi, voi giovani lombardi allora, ora uomini, avete serbato, serbate oggi, fede al concetto? Noi, partito, noi più inoltrati, più santamente devoti--lo dicevamo almeno--non abbiamo mai osato prendere l'iniziativa. Cospiratori eterni, oggi per introdurre libri, il dì dopo per organizzare, il terzo per opposizioni passive, abbiamo cacciato nei giovani idee e furore di patria, per poi assistere muti alle loro persecuzioni, al loro supplizio. Abbiamo fatta propaganda nel popolo e propaganda d'odio e di aspirazioni nazionali, per poi dirgli: «ora rassegnati e aspetta la Francia.»--Abbiamo magnificato il nostro paese, le nostre piaghe, il nostro fremer di schiavi all'estero, perchè poi l'estero meravigliasse dell'udire i servi frementi, predicatori, sotto il bastone, d'inerzia sistematica e di rassegnazione codarda, a ricevere, quando che sia, libertà da altri. Abbiamo rese inevitabili le agitazioni, le congiure, le sommosse, le associazioni, per poi dichiararle impotenti a renderle tali, separandoci dagli altri. Abbiamo insomma offerto la decima di sangue di tormenti, d'esilî, di sconforti morali supremi all'austriaco, che pur avevamo giurato di cacciare dal paese.
E questo era inevitabile per un periodo dell'impresa. Eravamo pochi a principio. Bisognava educare; e se sulla via dell'educazione dovevamo seminar martiri, esuli e patiboli, era dolore tremendo, ma che accettavamo per giungere al fine. Ma ora?--Ora abbiamo il popolo con noi. Chi dice il contrario, chi affetta dubitarne, mente scientemente. Il popolo di Milano ha cacciato l'austriaco in cinque giorni, mentre Cattaneo pronunziava la sera prima ch'era impossibile. Il popolo s'è battuto con furore in Brescia. Il popolo s'è battuto, solo, due volte in Bologna. Il popolo ha rivelato miracoli di pazienza eroica in Venezia. Il popolo ha redento Roma. Il popolo, dovunque s'è voluto averlo, è venuto. Dovunque si vorrà averlo, verrà. Voi, nel fondo del vostro cuore, non ne dubitate, Emilio; non ne dubitano i vostri amici. Non è tra voi chi possa di buona fede dirmi che, se voi tutti, nostri un tempo, assentivate all'azione popolare alcuni giorni prima del 6 febbrajo, tutto il popolo non scendeva. I capi popolo che non fecero il loro dovere, che non eseguirono le concertate sorprese, che titubarono il 6, si sentivano soli, col dissenso dei migliori della loro città con un forestiero per capo.
E non è tra voi chi non sappia, che se Milano, non dirò vinceva, ma combatteva due giorni, la Lombardia tutta era in fiamme. E non è tra voi chi non senta che la Lombardia in fiamme, era il centro d'Italia in fiamme; era la Sicilia: era il regno posto fra due insurrezioni: era Genova, era il Piemonte in agitazione. Era il 1848. Direte che nel 1848 si cadde? Non mi direte questo: voi stessi avete dimostrato venti volte perchè si cadde; voi stessi siete convinti che, se il Governo provvisorio fosse stato composto di uomini capaci, devoti e nostri, non cadeva. Se in Roma, io, salito al potere, senza uno scudo, nè un fucile, tanto da dover discutere la prima notte se si dovesse o no ricusare l'ufficio, ho potuto trovar modo di resistere due mesi alla invasione, voi non potete dubitare che miglior bandiera e migliori uomini non compissero l'impresa in Lombardia, dove il popolo generalmente parlando, è migliore che non era il romano allora.
E voi avete a fronte una forza seminata di ungaresi; e sapete che son nostri; nostri il primo giorno che l'insurrezione si mostrerà forte. Voi non potete negarlo. Voi potete convincervene quando volete. Gli ungaresi sono, come i nostri, guardati, confinati, traslocati, fucilati. Gli ungaresi vi davano la caserma loro, se i nostri si presentavano ed agivano. Gli ungaresi, non potendo altro, disertano--e me ne piange il cuore--sul cordone che guarda la Svizzera. E quest'elemento prezioso, decisivo, disorganizzatore delle forze nemiche, non vi basta.
Avete una condizione d'Europa, che v'assicura non poter aver luogo una vittoria italiana senza eco d'insurrezione al di fuori. Avete letto, studiato le relazioni e le misure governative dopo il 6? Le scoperte di Komorn? Gli arresti di Berlino? Le misure prese in più punti in Germania?
Voi non vedete impossibile l'insurrezione. Voi non potete credere che l'Austria possa sostenere la guerra senz'essere assalita nell'interno e smembrata. Quali obiezioni avete dunque all'azione?
Voi dovete intendere ciò che io non poteva pubblicar prima. Dato il moto lombardo, la zona d'occupazione, che si stende da Bologna in su, è perduta per gli austriaci coll'insurrezione della città, che è primo punto di concentramento alla linea. I distaccamenti avventurati nelle Romagne sono perduti. E il concentramento delle forze, che sono in Toscana e più in su, è impossibile pure. Noi non abbiamo che ad essere padroni della Lunigiana; e lo eravamo e lo saremo qualunque volta l'insurrezione lombarda sarà un fatto accertato. Rimangono le forze attualmente in Lombardia, rotte dall'insurrezione minate dagli ungheresi, ai quali terrebbero dietro altri elementi. Date moto all'insurrezione al nord: in Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Valtellina: abbiate una sorpresa che tronchi le comunicazioni del quadrilatero col lago, col Tirolo; accentrate queste forze dell'insurrezione delle parti che ho nominate nel Tirolo italiano: date la mano con quest'operazione al Friuli e al Cadore, fremente d'agire, e ditemi dov'è la guerra dell'Austria. L'Austria in Italia dev'essere girata, tagliata dalla sua base nei primi dieci giorni dell'insurrezione.
E mentre il governo dell'insurrezione farebbe questo--e verificherebbe facilmente pensieri che io maturo da anni: mentre l'insurrezione della parte superiore dello stato romano si rovescerebbe, non curando altro, su Napoli, gli ungaresi rivoltati, disertati, ordinati sotto Kossuth e Klapka--il povero Klapka era meco febbricitante di speranza tutta la giornata del 6--darebbero il segnale al loro paese e con un'operazione ardita, ma verificabile, svierebbero la guerra da noi.
Emilio, io concedo a voi tutti di discutere l'insurrezione. E perchè quella è impresa seria e base d'ogni altra, io ho voluto provarvi che il popolo, se chiamato da voi, è pronto a fare. Ho voluto suggerirvi il come si possa, per sorpresa, scemare i sacrificî e impossessarsi di materiale. Voi sapete che queste sorprese sono possibili e possono, occorrendo, prepararsene altre diverse. Ma non concedo a voi, non concedo ai vostri amici, parecchi dei quali sono militari, di dirmi: «Noi non potremo vincere la guerra.»--Non v'è--lasciate che ve lo dica--che un'assoluta inferiorità di intelletto che possa ispirare negazione siffatta--o la paura dell'egoismo.--
Perchè la Lombardia e non un'altra parte d'Italia? E debbo sentire questa parola da voi; da lombardi? Ho accennato le ragioni nell'opuscolo che avete. Ma se io fossi lombardo non vorrei averle richieste. Per dio! avete il nemico d'Italia in casa, e vorreste che Napoli agisse? Potete annientare il nemico d'Italia in un subito e chiedete perchè lo fareste? Roma andrà altera di dovere per benefizio del mondo rovesciare la rappresentanza dell'autorità spirituale usurpata; non dovrebbe la Lombardia andare altera di poter vibrare un colpo mortale all'autorità temporale? Siete diventati proudhoniani di tanto che una pagina storica--non parlo del dovere--non possa più scuotervi a meritarla?
L'insurrezione di qualunque altra parte d'Italia che precedesse quella di Lombardia, la renderebbe, o impossibile, o assai meno decisiva: ma se anche ciò non fosse, io vi direi sempre:--«l'Austria è tra voi, a voi tocca l'onore dell'iniziativa.»--
Oh sventura a voi, che intendete, ma non sentite più le cose ch'io vi dico! Sventura a noi tutti che dobbiamo trovare negli uomini del marzo la freddezza, il piccolo machiavellismo dei corrotti di Francia! Oh, i miei sogni perduti, Emilio! E mi sentiva così santamente orgoglioso in quei giorni, quand'io poteva ripetere a me e agli stranieri:--«Hanno imparato la loro forza; l'Italia è rinata!»--
D'allora in poi io non v'intendo più: cadrei scettico e disperato pensando alla pazienza sovrumana da voi sostituita alla fiamma di patria che avevate comune con me. E credo oramai che non amiate più, che fosse in voi tutti bollore di sangue giovanile, di riazione, di ambizione, di gloria, non adorazione dell'idea, non culto d'Italia. Avete veduto scannare gli amici vostri più cari: avete veduto impiccare, fucilare a dozzine: avete veduto bastonare uomini e donne in Milano; avete esuli vostri a migliaja, avete veduto cose che solleverebbero iloti e negri. E tuttavia non avete smarrito il sangue freddo un istante; non vi siete, se credevate alla vostra impotenza, travolti nella demenza o nel suicidio! No, voi leggete, discutete--mentre i croati bastonano--punti di sistemi stranieri; passeggiate tranquillamente. Amate! sì ma badate a istillare prudenza e tiepidezza d'affetto patrio nel cuore della donna che amate: il croato punisce col bastone le imprudenze femminili!
Io ho la morte nel cuore, Emilio, scrivendovi. Le codardie, le bassezze, il gelo che m'è toccato vedere e palpare in questi ultimi mesi hanno superato quello ch'io, nei momenti più neri, poteva idearmi. Uomini, come... disdirmi l'amicizia, perchè io diceva--«verifichiamo se il popolo vuole agire,»--uomini come... farsi denunziatore dei miei amici: uomini, come Maestri, scrivermi che bisognava far libri: uomini come Manin e Montanelli, rallegrarsi della disfatta perchè ucciderebbe la mia influenza: uomini, come voi, rimanervi freddi, assiderati, immobili di mezzo al fremito del popolo vostro, e vagheggiare l'iniziativa francese! E, devo pur dirlo, gelosiucce meschine, vanità meschinissime, diffidenze colpevoli, a rodere, di mezzo a voi, il mio nome, che non è se non una bandiera caduta, domani, la mia influenza che, prima della lotta, avreste dovuto usare come un mezzo di forza, le mie idee che non sono se non quelle predicate un tempo da tutti voi. E che temevate da me? Io non ho che la febbre d'Italia, l'amore d'Italia, l'ingegno d'Italia. Io vi portava un vincolo di simpatie straniere, un vincolo con importanti elementi, un po' di fascino esercitato sui giovani d'azione. Non potevate giovarvene, e spegnermi, annientarmi il dì dopo? Non avreste avuto un rimprovero da me, com'è vero ch'io esisto! Ho il tarlo nel cuore; non posso più gioire, e la vita mi pesa dacchè io non stimo più i meglio educati fra gli uomini del mio paese. E in Italia io non ho più che sepolture. E all'estero non ho più core di parlare dei nostri patimenti: le ciglia s'inarcano e mi sento dire: «Come fate a sopportar tanto? il popolo è visibilmente con voi: ajutatevi dunque, o soffrite muti.»
Voi avete la salute del paese in pugno: se un giorno mai v'accorgeste della triste parte che fate in Europa, e volete far opera degna, pensate a me; a quel tanto d'ajuto ch'io posso portarvi; ditemi:--«Siate con noi il tal giorno»--io vi sarò. Se persistete nella vergognosa apatia, Dio vi perdoni, io non lo posso. Ma non v'irriterò più con lettere, dirò il vero agli ignoti. Addio.
G. MAZZINI.
Un'ultima inchiesta; leggete questa lettera a quanti più potete fra i vostri amici prima di abbruciarla.
* * * * *
I tre scritti: Il Partito d'azione, Del dovere d'agire, e Centro d'azione[58] rivelano abbastanza chiaro a quale trasformazione del Partito io mirassi. Da un lato, io vedeva sorgere in seno alla borghesia letterata, quei vizî di pedanteria dottrinante, di dissenso tra il pensiero e l'azione d'inerzia che sostituisce la fiducia paziente nella forza degli eventi al compimento del Dovere, fatale a tutte le nazioni e cagione visibile di decadimento alla Francia; e bisognava cercare il rimedio nell'azione di un nuovo elemento, vergine di sistemi e ricco di buoni e ineducati istinti, l'elemento popolare. Dall'altro, l'idea Nazionale era oggimai sufficientemente diffusa: mancava l'attitudine, la tendenza a fare. Or non s'educa all'azione se non coll'azione, coll'esempio, coll'ira, colla coscienza della debolezza del nemico che si tradisce nelle continue paure, negli esagerati sospetti, nelle ingiuste immoderate repressioni suggerite dalla perenne minaccia. Entrai su quella via premeditatamente, risolutamente. E lo dico, perchè i miei fratelli di patria mi giudichino, lo sapeva che mi porrei sull'anima nuovi e gravi dolori ma non rimorsi. I popoli non si ritemprano se non con forti fatti, pericoli intrepidamente affrontati e patimenti virilmente durati.
E un'altra ragione, verificata in seguito da una serie di fatti e nondimeno inavvertita da quanti mi giudicarono, mi spronava su quella via. La Monarchia ricominciava a desiderare, ad agitarsi, a tentare timidamente, pur con insistenza fuori e dentro il terreno, per vedere se vi fosse modo d'ampliarsi. Cominciavano i turpi amoreggiamenti alla Francia Imperiale, ed era facile antivedere l'alleanza che li avrebbe, presto o tardi conchiusi. Ora il concetto accarezzato da Luigi Napoleone era di federalismo per noi, di unità fortemente accentrata e facilmente dominatrice, per la Francia. Nè gli uomini della Monarchia piemontese oltrepassavano quel concetto: i suoi più potenti ingegni parlavano apertamente di leghe regie; e alla turba volgare e al monarca, volgo egli pure, sarebbe bastato il cenno del Dittatore Francese. Io vedeva crescente il pericolo e non vedeva certi i rimedî: la mia fede, non nel futuro dell'Italia, ma nella generazione, alla quale io parlava, s'era illanguidita: il materialismo la signoreggiava, più assai ch'io non aveva creduto; e il materialismo doveva guidarla--e la guidò pur troppo--al culto della forza, dei primi successi, dell'opportunità sostituita all'adorazione dell'Ideale. Il concetto della Monarchia sarebbe stato, per poco ch'essa facesse, seguito. Bisognava dunque impaurirla, sospenderle sul capo la spada di Damocle, farla credere nella necessità di andare innanzi a seconda degli istinti del paese, o perire: e per questo bisognava ordinare la minoranza che mi seguiva, a protesta e minaccia continua in nome dell'Unità repubblicana: o riescivamo in uno dei tentativi ad afferrare il ciuffo della fortuna, a cogliere un momento propizio e fecondo d'entusiasmo popolare e potevamo conquistare Unità e a un tempo Repubblica:--o gli Italiani non erano maturi per emanciparsi in nome d'un principio senza cooperazione di re e avremmo, accennando continuamente a fare, costretto la monarchia ad andare oltre i termini prestabiliti, a darci almeno l'Unità Nazionale.
Taluni fra i nostri m'accusarono, più dopo, d'aver deviato, ammettendo ne' miei calcoli che si potesse trarre partito dalle opere della Monarchia. Gli scritti coi quali io chiamava il Partito a trasformarsi sistematicamente in Partito d'Azione non parlano di Monarchia ed escludono quindi il rimprovero. Ma quanto alle ipotesi della mente, esse furono purtroppo giustificate dai fatti. L'iniziativa fu presa, coll'ajuto dello straniero, dalla Monarchia: i repubblicani non ne furono capaci. Se quanti allora ciarlavano di repubblica avessero dato opera a ordinarsi, a disciplinarsi, a raccogliere mezzi, ad armarsi per fare, noi non avremmo forse oggi sulla fronte della povera Italia le vergogne di Nizza, di Lissa e Custoza e della perenne soggezione all'influenza straniera. E s'oggi non si sfogassero in proteste indecorose e derise, ma seguissero, severamente deliberati, le norme pratiche che fruttano potenza a un Partito, noi potremmo cancellare speditamente quelle vergogne, nè a me toccherebbe di struggere i miei ultimi giorni nel dolore, supremo per chi ama davvero, di vedere ciò che più s'ama inferiore alla propria missione. Se non che è più facile rimproverare che fare.
Io credo d'avere, con quel metodo d'agitazione, contribuito a costringere, non foss'altro, e dacchè i repubblicani non seppero ordinarsi e fare, la Monarchia sulla via, non voluta dell'Unità Nazionale; nè vedo, pur disprezzandola più sempre trascinata non da fede, ma da paura, perchè m'increscerebbe. Saremmo noi, riordinati federalmente, più vicini alla conquista del nostro ideale?
I monarchici intanto iniziavano dal canto loro un nuovo stadio di attività con una perfidia.
Ho accennato al nembo di rimproveri e d'accuse che si rovesciò da ogni lato su me dopo il 6 febbrajo: rimproveri e accuse tanto più feroci, quanto più io sembrava sprezzarli e persistere. Al disciogliersi del Comitato Nazionale e alla condanna che taluni fra i suoi membri s'affrettarono a proferire contro di me, tenne dietro un generale dissolvimento. Per più mesi io non ebbi, fuorchè da popolani, una sola lettera che trattasse di cose italiane. Ogni lavoro s'era sospeso o sottratto alla mia direzione. In Roma, soltanto, l'Associazione serbava meco l'antico contatto: l'uomo, singolare per ingegno, per intrepida fede repubblicana, per potenza di logica e antiveggenza del futuro, che la dirigeva, non era tale da mutar giudizio e condotta per un tentativo fallito. E Roma, era punto siffattamente importante, ch'era necessario rapirmelo, o condannarsi a vedere ravvivarsi a poco a poco la mia influenza sui lavori del Partito in Italia.
Un agente di parte monarchica fu spedito da Torino a Roma a tentar l'impresa. Giovandosi dell'opinione largamente diffusa, ch'io fossi politicamente un uomo perduto, si disse a parecchi dei nostri che la Monarchia si preparava alacremente a operar per l'Italia--ch'io era stato fin allora, colle mie improntitudini repubblicane, ostacolo a' suoi disegni--che importava quindi staccarsi da me, provato incapace dagli ultimi fatti, e unirsi fraternamente al Piemonte--che la unione delle forze determinerebbe, quasi immediata, l'azione--che ogni uomo potrebbe serbare intatte le proprie idee, ma che si trattava d'unirsi oggi per vincere, poi il paese deciderebbe del proprio avvenire. E le proposte furono accolte: primo a cedere un giovane che, ordinatore supremo nei primi due anni dell'Associazione, poi segretario del Direttore nella sua corrispondenza con me, possedeva nomi, cifre segreti e meritata influenza.
Raccolti a deputazione, i dissidenti dall'antico programma fecero proposta solenne al Direttore perchè, adottando il nuovo, decretasse fusione dell'Associazione colla parte monarchica e sostituisse alla formula unitaria repubblicana le parole: Indipendenza e Unione. Il Direttore diede formale rifiuto.
Cominciò allora contro di lui una guerra sulla quale io trasvolo. I mezzi di corrispondenza colle provincie gli furono interrotti: il contatto coi nuclei esistenti in Roma gli fu seminato di difficoltà e di pericoli: condannato, com'egli era, a vivere in un nascondiglio, ei si trovò a un tratto quasi isolato. Accuse d'ogni genere lo assalirono: fu detto che ei ricusava l'azione, ch'ei negava per ambizione di dittatura la sovranità del paese; ch'ei tradiva, per intolleranza e cieca riverenza a questioni di parole e di mere forme, il fine del lavoro; ch'egli ingannava l'Associazione parlandole in nome di un Partito che s'era chiarito impotente e di un uomo, che s'era chiarito incapace; furono di lui dette cose peggiori e bassamente sleali. Il direttore durò imperturbabile, irremovibile.
Una notte ei fu preso, e furono presi nelle loro case quanti membri o impiegati della gerarchia dell'Associazione persistevano fedeli al programma repubblicano: dal primo fino all'ultimo, il postiere Trabalza. Non accuso uno o altro individuo, ma è fatto, ammesso a quei giorni da tutta Roma e chiarito dal carattere, dai modi e dalla simultaneità delle scoperte, che la lista dei nomi fu trasmessa al Governo Pontificio dagli agenti monarchici legati coi dissidenti.
Parecchi fra gli imprigionati in quella notte gemono tuttavia--benchè nati in paesi che fanno parte del Regno Italiano--nelle carceri del Papa; vergogna eterna del Governo Italiano che non esige, forse perchè sono amici miei e repubblicani, la liberazione: vergogna degli Italiani, che li dimenticano.
Contro quella diserzione dalla bandiera, io pubblicai, con altri, la seguente protesta:
«I sottoscritti, Italiani di Roma e provincia, informati del mutamento reazionario che, per opera di pochi e in contradizione alle tendenze del Popolo, ha preteso rovesciare recentemente la Direzione Centrale dell'Associazione Nazionale, per sostituirvi un Comitato, il cui primo atto è un atto d'ateismo politico, un passo retrogrado verso i nemici della bandiera inalzata nel 1849 in Roma, e un tradimento del patto solenne stretto fra gli uomini dell'Associazione Romana e il Partito Nazionale.
«Dichiarano:
«che la deviazione dal principio Repubblicano, come bandiera di redenzione futura Italiana, colpa grave in ogni parte del territorio Italiano, è infamia e vergogna in Roma:
«che questa deviazione tradisce Roma, alla quale rapisce l'iniziativa morale, ch'è suo dovere e diritto nella Nazione; tradisce l'Italia che guardava a Roma come depositaria della tradizione repubblicana; tradisce l'Azione che non può escire se non da una bandiera di popolo:
«che il fare retrocedere il Partito Nazionale sino alla politica senza nome del 1848, dopo che i fatti hanno dato a quella politica una nota incancellabile d'infamia colla cessione di Milano e col tradimento di Novara, è opera di manifesta ignoranza, o di mala fede:
«che la bandiera repubblicana non rappresenta un interesse particolare in Italia, ma l'interesse, la missione, l'avvenire e l'unità della Nazione, mentre la bandiera che porta scritta l'unica parola d'Indipendenza, bandiera regia senza coraggio di dirsi tale, non rappresenta se non federalismo, interessi dinastici, discordia tra il fine e i mezzi, e quindi impotenza assoluta a combattere e vincere:
«Protestano in conseguenza contro il mutamento tentato, contro l'inganno fatto a un Popolo, che meritò l'ammirazione dell'Europa combattendo per la Repubblica; contro ogni atto emanato o che emanerà dal Comitato fusionista novellamente istallato; e lasciando che la responsabilità dello scandalo d'un'apparente discordi e ricada su chi lo promosse, si assumono di far noto al popolo di Roma e Provincie l'inganno e la delusione di cui è vittima in oggi.
«Aprile 1853.
«G. MAZZINI.»
* * * * *
Qui finiscono le note autobiografiche di Giuseppe Mazzini, comprese nei primi otto volumi delle Opere, e che riunite insieme in questo libro ci danno a grandi tratti una storia delle eroiche lotte, dei dolori ineffabili che ebbe a sostenere il grande Apostolo d'Unità e di Libertà.
Seguono quindi gli scritti politici più importanti, disposti per ordine cronologico.
D'ALCUNE CAUSE
CHE IMPEDIRONO FINORA
LO SVILUPPO DELLA LIBERTÀ IN ITALIA
ARTICOLO PRIMO.
Un principe--et des consèquences-- voilà tout.--
Convention Nationale.
Ma gli uomini pigliano certe vie del mezzo che sono dannosissime, perchè non sanno essere nè tutti buoni, nè tutti cattivi.--
MACHIAVELLI.--Discorsi.--
I.
Trattando delle cagioni, che tornavano in nulla i tentativi di libertà nell'Italia--dei vizî che contrastarono al concetto rigeneratore di farsi via tra gli ostacoli, noi siamo ad un bivio tremendo.
O noi parliamo parole alte, libere, franche--parliamo coll'occhio all'Italia, la mano sul core, e la mente al futuro--parliamo, come detta la carità della patria, senza por mente ad uomini o pregiudizî, snudando l'anima agli oppressori, ai vili, agli inetti, flagellando le colpe e gli errori ovunque si manifestino--e un grido si leva dagli uomini del passato contro ai giovani, che s'inoltrano nella carriera, ignoti alle genti, senza prestigio di fama, senza potenza di clientela, soli con Dio, e la coscienza d'una missione: voi violate l'eredità dei padri, perdete la sapienza degli avi; voi usurpate un mandato, che il popolo non v'affida esclusivamente; voi cacciate l'ambizione di novatore frammezzo ai vostri fratelli!
O noi rinneghiamo ispirazioni, studii ed affetti per una illusione di universale concordia--ci soffermiamo nella predicazione di principii nudi, teorici, astratti, senza discendere all'applicazione, senza mostrare nella storia dei tempi trascorsi le violazioni di questi principii--erriamo intorno all'albero della scienza, senz'attentarci di appressarvi una mano, lamentiamo una malattia esistente nel corpo sociale senza ardire di rimovere il velo che la nasconde e dire: là è la piaga!--e gl'Italiani indurano nell'abitudine degli errori; e gli elementi non mutano, i tentativi insistono sulla stessa tendenza, le generazioni agitano, non frangono le loro catene; e lo straniero ci rampogna inerti nel progresso comune, c'insulta colla pietà del potente al fiacco, si curva sulle sepolture dei nostri grandi, e esclama: ecco la polvere dell'Italia!--
O sospetti, o colpevoli--condannati al silenzio o alla guerra--esosi agli uomini che parteggiano per le vecchie dottrine, o traditori alla patria che le provava fino ad oggi inefficaci e funeste.--
LA PATRIA ANZI TUTTO.--Noi parliamo tra i sepolcri dei padri e le fôsse dei nostri martiri--e le nostre parole hanno ad essere forti, pure, incontaminate da lusinga e da odio, solenni come i ricordi dei padri, come la protesta che i nostri fratelli fecero dal palco ai loro concittadini.--
LA PATRIA ANZI TUTTO.--E chi siam noi perchè abbiamo a calcolare i nostri discorsi dalle conseguenze personali? L'epoca degli individui è sfumata. Siamo all'era dei principii: siamo all'era che pose quel grido in bocca ai lancieri Polacchi: Periscano i lancieri, e la Polonia si salvi!--e che monta alla patria se le nostre parole avessero anche a fruttarci una guerra che il nostro core vorrebbe fuggire? Gli uomini passano. La posterità sperde il garrito delle fazioni; ma i principii rimangono:--e guai all'uomo, che tenta una impresa generosa e s'arresta davanti alle conseguenze quali esse siano!
Una idea--e l'esecuzione: ecco la vita, la vera vita per noi: una idea generosa, spirata dalla potenza che creava l'uomo ad essere grande, lampo della primitiva ragione, quando l'anima giovine, vergine di pregiudizî, di vanità e di meschine paure, s'affaccia ai campi dell'avvenire che l'angiolo dell'entusiasmo illumina d'un raggio immortale--ed una esecuzione costante, assidua, ostinata, sviluppata in tutte le fasi dell'esistenza, nelle menome azioni, come nei rari momenti che vagliono un'epoca, in un'epistola famigliare come in un volume di meditazioni, nei segreti della cospirazione come nella pubblica testimonianza del palco. A questi patti s'è grande--a questi patti si promuove la CAUSA SANTA--e del resto avvenga che può, perchè l'uomo il quale si slancia nella crociata dell'umanità senz'aver dato un addio ai calcoli, ai conforti, a tutte quante le gioje della vita, non ha missione. Chi scrive codeste linee ha disperato--tranne un affetto--della vita contemplata individualmente--e per questo ei si sente più forte nella predicazione del pensiero rigeneratore. In politica non v'è che un sistema d'azione stabilmente efficace: il sistema che matura i principî, sceglie l'intento, medita i mezzi, poi si pone in moto senza deviare a dritta o a sinistra, facendo gradino degli ostacoli, non rifiutando le conseguenze logiche dei principî, e guardando innanzi.--La verità è una sola. L'eclettismo applicato alla scienza d'ordinamento sociale ha prodotta una dottrina che l'Europa dei popoli infama, e rinega; e la stolta pretesa di voler conciliare elementi che cozzano per natura, ha rovinate a quest'ora più sorti di popoli, che non l'armi aperte, o le insidie della tirannide. Oggimai, s'è giunti a tanta incertezza di sistemi e di vie, che le moltitudini, affaticate pur sempre dal desiderio del meglio, si stanno inerti, aspettando che i loro istitutori s'intendano fra di loro.
Applichiamo queste idee all'Italia.
Le opinioni, le dottrine, i partiti sono in Italia ed altrove. Noi non li creammo: guardammo e la esistenza loro ci balzò davanti, come un fatto incontrastabile, e prepotente sui fati della nostra rigenerazione.
Ora, che vie ci s'affacciano a superarne gli ostacoli?
Noi abbiamo lungamente pensato al modo; abbiamo cercato una via di fusione, un mezzo d'accordo tra chi insiste sulle antiche idee e chi sente fremersi dentro le nuove.--Questa via non v'era: i popoli s'erano illusi di averla trovata, ed hanno scontato quella illusione con tanto pianto e con tanto sangue, che oggimai il volere ricrearla può dimostrare forse bontà di cuore, non senno politico; nè le illusioni, sfumate una volta, si ricreano mai. Il moto è in noi, sovra noi, intorno a noi; e dove gli uni s'abbandonano al moto, e gli altri s'industriano a costringerlo in un cerchio determinato, non v'ha transazione possibile. O innanzi, o addietro! L'anello intermedio fra la inerzia e il moto, fra la vita e la morte, è il segreto di Dio.
Oggi, i popoli hanno sete di logica; e tra molte opinioni inconciliabilmente discordi, io non veggo che una via sola: consecrarsi alla migliore--inalzarne la bandiera--e spingersi INNANZI. Là è il progresso! Là è la vittoria!
Così abbiamo detto--e faremo.
Pace e fratellanza a chiunque saluta la bandiera del secolo; a chiunque adotta i principî del secolo.--Gli altri ripeteranno per qualche tempo ancora la insulsa accusa che ci chiama seminatori di discordia: accusa simile a quella che i tiranni infliggono ai buoni, rampognandoli violatori dell'ordine--come se l'ordine potesse esser mai il riposo nell'errore: come se a fondare una concordia potente fosse altra via dal trionfo del vero in fuori. I vizî e le colpe della gente che beve con noi un raggio dello stesso sole, hanno a circondarsi, dicono, di silenzio: paventano l'insulto dello straniero. Lo straniero?--Rammenti che noi fummo grandi e temuti, quando il mondo era barbaro, rammenti che la sua civiltà è opera nostra, la nostra abbiezione opera sua--e arrossisca--però che lo scherno gli ripiomberebbe sul core amaro come un rimorso!--Ma a noi la carità della patria non acciechi il lume della mente. Le vanità puerili, le adulazioni accademiche, le cantilene de' letterati di corte, e il pazzo entusiasmo di quei tanti amatori della patria, che s'inginocchiano davanti ai simulacri dei nostri grandi, senza oprare a farsi grandi com'essi, hanno partorito lunghi sonni e codardi all'Italia--e non altro. L'adorazione al genio dei trapassati, e a quello che spande il suo raggio sulla faccia della terra patria, è bella veramente, quando chi si prostra è tale da potere posarsi eretto davanti alla generazione che gli brulica intorno. Ma i nomi, le memorie, le grande imagini, se non sono applicate alla vita, e migliorate, ed emulate, sono come quell'armi che stanno attaccate alle pareti delle sale: arrugginiscono se non le adopri. Noi non parliamo certo a chi siede tra le rovine e inalza l'inno di disperazione; però che si tratta di confortar gli uomini a osare, anzichè travolgerli nella inerzia. La patria, come la donna amata, può non essere talora stimata: vilipesa non mai! E noi, questa patria caduta, questa bella giacente, noi la circondiamo di tanto affetto, che la vita intera e la morte non varranno a svelarne la menoma parte. Forse, s'essa fosse fiorente di bellezza e di gloria, noi l'ameremmo d'un affetto men caldo e santo: ma non si torna a vita lo scheletro, incoronandolo di rose--nè quelle dive anime incontaminate di Catone e di Tacito adonestavano le colpe de' loro concittadini, ma le flagellavano a sangue. Che se l'orgoglio insuperbisse a taluno nel petto, è grande, ben più che illudersi sulla patria il dire: la patria è caduta e noi la faremo risorgere.
Noi insistiamo sovente sul nostro simbolo di progresso e d'indipendenza, anche a rischio di vederci accusati d'audacia, perchè l'uomo senza credenza non è veramente uomo, e colui che l'ha e non s'attenta bandirla, è men ch'uomo--perchè pur troppo v'è una gente che alla menoma reticenza sospetta prave intenzioni, una gente il cui studio è quello di introdurre un lembo della loro veste macchiata, sotto la toga candida, incontaminata dell'apostolo della verità--perchè infine noi esponiamo le nostre credenze come il programma delle azioni future. Siamo ai tempi nei quali le opinioni hanno ad essere decise ed aperte, nei quali ad ogni uno che si presenti per ottenere la cittadinanza dell'uomo libero corre debito di portare in fronte una dichiarazione de' suoi principii, perchè giovino alla condanna se mai i fatti della vita contrastassero un giorno ai principî enunciati. Noi facciamo questa dichiarazione. Noi la facciamo fidenti, perchè siam giovani e vergini di passato, abbiamo il core puro, le mani pure, la mente pura, e non abbiamo speranza di meglio, di gloria, di trionfo, di lode che nell'avvenire.--Gl'Italiani giudicheranno i nostri atti.
II.
I tentativi di rivoluzione italiana tornarono fino a quest'oggi in nulla. Perchè?--Siam noi codardi tutti? Mancano elementi rivoluzionari? O veramente il mal esito de' moti italiani era dipendente dalla direzione che le fazioni diedero a questi moti?
Lo straniero scelga, se vuole, la prima causa. Noi, Italiani, adopriamoci a rintracciar la seconda.
Noi non siamo codardi. I popoli non sono codardi mai, quando l'impulso che li move è potente--noi men ch'altri--e l'Europa lo sa.
Gli elementi di rivoluzione non mancano all'Italia. Quando un popolo diviso in mille frazioni, guasto dalle abitudini del servaggio, ricinto di spie, oppresso dalle bajonette straniere, divorato per secoli dall'ire municipali, stretto fra la cieca forza del principato e le insidie sacerdotali, senza insegnamento, senza stampa, senz'armi, senza vincoli di fratellanza fuorchè nell'odio e in un pensiero di vendetta, trova pur modo di sorgere tre volte in dieci anni--e il nemico interno sfuma davanti alla potenza di un voto espresso, senza un colpo di fucile, senza un grido d'opposizione, senza una voce che sorga a difendere la causa della tirannide: quando in dieci giorni la bandiera italiana sventola sopra venti città, e gli uomini della libertà invocano confidenti i comizî popolari per concertare le opportune riforme: quando nè persecuzioni, nè sventure, nè delusioni, nè morti possono spegnere il pensiero rivoluzionario--e le prigioni sono piene--e i cannoni s'appuntano contro al popolo--e i dominatori tremano d'una congiura ad ogni romore notturno--compiangete quel popolo che le circostanze condannano ancora all'inerzia, ma non lo calunniate: v'è una scintilla di vita in quel popolo, che un dì o l'altro porrà moto a un incendio: v'è una potenza in quel pensiero intimo di libertà, educato con tanto amore e tanta energia di costanza, in quel voto che cinquecento anni di silenzio non hanno potuto sperdere--che il Genio potrebbe trarne miracoli--ma il Genio solo;--e dov'è il Genio che abbia governati fin qui i tentativi italiani? Dov'è tra quei che stettero al maneggio delle cose nostre, l'ingegno che abbia indovinato il segreto di quei tentativi?
Le moltitudini non mancano alla libertà in Italia, nè altrove. Nei due terzi dell'Europa, le moltitudini han fin d'ora un istinto del bene che può bastare a rigenerarle; soltanto esse non possono esserne interpreti ancora, e abbisognano d'uomini che s'assumano di ridurre i loro sentimenti a sistema politico, che concentrino in una giusta direzione quanti elementi s'agitano incerti e indefiniti negli animi non educati.--Quand'altro non fosse, le moltitudini soffrono, le moltitudini sono oppresse, conculcate dall'aristocrazia, immiserite dai dazî, dalle imposte e dalle dogane, dissanguate dai frati ai quali l'altre classi son già sottratte. Le moltitudini hanno dunque bisogno di mutamento: v'anelano, e lo accetteranno qualunque volta sia loro proposto. Tutto sta nel guidarle; nel convincerle che i mutamenti torneranno loro efficaci; nel persuaderle, che in esse è potenza sufficiente per ottenerli.
Intanto le rivoluzioni italiane hanno presentato finora un aspetto singolare all'osservatore. Nei loro principî furono brillanti, unanimi, confidenti, audacemente intraprese, prosperamente operate: poi, dati i primi passi, languirono, si mostrarono incerte, paurose; e le moltitudini si stettero inerti, indifferenti, sfiduciate dell'avvenire--sorsero come stelle: svanirono come fuochi di cimitero. Simili a quelle creature che nascono bellissime di forme e d'espressioni, ma col germe della distruzione già sviluppato, colla condanna del destino sulla fronte, e delle quali tu diresti ammirandole: morranno prima d'avere raggiunto il fiore della giovinezza--le rivoluzioni italiane ti s'affacciano belle e pure nel concetto primo, ma inceppate, sviate, o soffermate a mezzo il cammino da un ostacolo prepotente che tutti indovinano, pochi hanno espresso liberamente.
D'onde procede l'ostacolo?
Noi lo diremo francamente: mancarono i capi; mancarono i pochi a dirigere i molti; mancarono gli uomini forti di fede e di sagrificio, che afferrassero intero il concetto fremente nelle moltitudini, che intendessero a un tratto le conseguenze; che, bollenti di tutte le generose passioni, le concentrassero tutte in una sola, quella della vittoria; che calcolassero tutti gli elementi diffusi, trovassero la parola di vita e d'ordine per tutti; che guardassero innanzi, non addietro; che si cacciassero tra il popolo e gli ostacoli, colla rassegnazione di uomini condannati ad essere vittime dell'uno o degli altri; che scrivessero sulla loro bandiera: riuscire o morire,--e attenessero la promessa. Siffatti uomini mancarono ai tentativi: nè giova indagarne la causa--ma quando sorgeranno e Dio li caccierà fra le turbe, l'Italia rinata darà solenne mentita a quanti l'accusano di codardia, o la vilipendono ineguale al disegno.
E badate, o Italiani, che la questione è decisiva per voi. Però che se non mancarono i capi, mancarono le moltitudini: mancarono e mancano gli elementi di rigenerazione. A questo bivio siam tratti: abbiamo a scegliere tra l'errore dei pochi e l'impotenza de' molti: abbiamo a rinegare le speranze in un vicino avvenire o la venerazione nei capi che ci guidarono. Per noi, la scelta non è dubbia: gli altri che ripongono l'onore del nome italiano nell'adonestare le colpe italiane, vedano se giovi meglio alla patria il sagrificio dei pochi colpevoli, o l'anatema gittato a un'intera nazione.
Mancarono i capi. Mancarono prima d'animo, poi di scienza politica: prima di fede in sè, nelle moltitudini che reggevano, nella santa bandiera che inalberavano; poi di consiglio rivoluzionario, di spirito logico e del segreto che suscita i milioni di difensori a una causa.--E noi accenneremo successivamente dove e perchè mancassero; e come non s'intendessero nè i mezzi, nè l'intento d'una rivoluzione. Ai popoli si parla efficacemente in due modi: colla virtù dell'esempio, e colla utilità del fine proposto; trascinandoli coll'entusiasmo, o seducendoli coll'avvenire.--E parleremo in principio della mancanza di animo negli uomini che tennero il freno delle cose nostre, perchè l'animo è prima condizione del fare--perchè dove quello manchi o non sia deliberato abbastanza, è follia mettersi a grandi imprese--perchè il vero beneficio d'una rivoluzione deve affacciarsi al popolo con certezza fin dai primi giorni del moto, ma non può, generalmente parlando, svilupparsi che al secondo stadio della rivoluzione, quando essa è già santificata dalla vittoria.--A fare, conviene prima d'ogni altra cosa esser forti.
III.
Del difetto d'energia nei guidatori delle nostre rivoluzioni, degli errori che s'accumularono, della incertezza, delle contraddizioni ch'emergono ad ogni passo dalla storia dei fatti trascorsi, fu detto da molti. Un fremito d'ira generosa si levò nell'anime veramente Italiane al vedere, come per colpa dei pochi l'Italia cadde nel gemito della paura anzichè nel ruggito del lione ferito. Come accadesse, come avvenisse ch'uomini puri nelle intenzioni, amatori del nome italiano e consecrati fin dai primi anni alla carriera politica, si lasciassero travolgere a tanta debolezza da commettere i destini della loro patria a una illusione di tutela straniera anzichè all'armi e al consiglio de' forti, non fu detto mai, ch'io mi sappia. Forse, quando i buoni fremevano la parola del dispetto e della rampogna, le piaghe erano troppo recenti, perchè il raziocinio potesse frammettersi alla passione, e perchè riuscisse di risalire per mezzo agli errori alla sorgente d'onde partivano. Fu guerra di particolarità, di minuzie, di fatti isolati; fu grido d'uomini ai quali la prepotenza degli eventi struggeva l'ultima delle speranze che fan bella la vita, e non lasciava che l'ultimo appello della creatura al cielo, la maledizione agli uomini ed alle cose.--Esce a ogni modo da quelle accuse un senso di sconforto, una disperazione dell'avvenire, che può ridurre l'anime nuove e incerte alla inerzia e le forti e deliberate a vivere d'una vita propria, intima, individuale, a ricoverarsi nella solitudine e nel concentramento dalla fallacia dei progetti e dal sorriso dei tristi. Oggi, è urgente di ritrarre quell'anime dall'isolamento in cui giacciono, di rinfiammarle alla costanza dell'opere, di riconfortarle ad osare, mostrando come nessuna fatalità pesi sopra di noi, ma il solo errore degli uomini, e non invincibile, non inevitabile da chi riassuma in poche massime le vicende passate a trarne insegnamento al futuro. Ora--e per somma ventura--quegli uomini, ch'ebbero un istante le sorti italiane nelle mani, son fatti uomini del passato; quei nomi son retaggio dei posteri, e noi possiamo favellarne senz'ira ed amore; possiamo esaminare più sedatamente qual violazione di principio trascinasse la rovina dei tentativi italiani. Un tentativo fallito si riduce quasi sempre ad un principio violato.
Nelle rivoluzioni più che in ogni altra cosa l'armonia è condizione essenziale del moto. Quando esiste disparità, sconnessione, disarmonia tra gli elementi e la tendenza che ad essi s'imprime, tra chi dirige e chi segue, non v'è speranza.
Gli uomini nati a governare e compiere le rivoluzioni son quei che stanno interpreti delle generazioni contemporanee, miniatura del loro secolo; che riassumono in sè i voti segreti, le passioni, le tendenze, i bisogni delle moltitudini; che si collocano innanzi d'un passo alle genti che seguono, ma come centro in cui vanno a metter capo tutti gli elementi esistenti, tutte le fila ordinate all'intento. Indovinare il pensiero generatore della rivoluzione, e assumerlo proprio, fecondarlo, svilupparlo, e guidarlo al trionfo--tale è il primo ufficio di chi dirige le rivoluzioni. Senza quello si cade tra via scherniti o infami, per impotenza o per tradimento.
Ora, furono essi tali i capi delle nostre rivoluzioni?
No; non furono.
Vediamo l'ultima rivoluzione dell'Italia centrale.
Noi lo dichiariamo: noi la togliamo ad esempio, non perchè gli errori notati v'appajano più manifesti che altrove; nè perchè a noi piaccia diffondere un biasimo non meritato sui nostri fratelli delle Romagne. Noi li amiamo come Italiani: noi li veneriamo come quei che sorsero mentre noi giacevamo; come quei che diedero all'Italia e alla Europa un esempio d'opinione popolare e concorde; come quei che pajono incaricati di affacciare ai popoli una continua protesta in nome nostro contro la tirannide che ci conculca.--I moti del 1820, e 21, furono predominati dagli stessi errori, errori, come dicemmo, più dell'epoca che degli uomini. Vero è che l'epoca ora è mutata, e gli stessi moti dell'Italia centrale lo provano; però l'anacronismo politico, commesso da chi resse que' moti, sgorga più evidente dall'ultime vicende che dalle prime. Poi le piaghe sanguinano tuttavia--e noi scriviamo coll'ultimo gemito di Ciro Menotti, e coll'eco dei fucili di Rimini nell'orecchio.
La rivoluzione dell'Italia centrale presenta distinte due classi d'uomini: i molti insorti, e i pochi moderatori dell'insurrezione.
Che volevano gl'insorti?
Chiedetelo al pensiero che ordinava quei moti--chiedetelo al grido levato dai primi a insorgere in tutte le terre che afferravano spontanee il concetto di vita--chiedetelo al palpito di tutti i cori, al fremito generoso che invase la intera Penisola, quando narrarono i colpi di fucile tratti dalla casa Menotti, all'ardore che fece correre all'armi la gioventù di Bologna quando il vento recò ad essa l'eco del cannone di Modena--all'entusiasmo della gioventù parmigiana non avvertita, non coordinata, non commossa dalle congiure--alle stampe, ai bandi, ai colori adottati, ai viaggiatori che corsero da un punto all'altro per affratellare le varie contrade, alla bandiera che sventolò tra quei moti. Quella bandiera fu la bandiera italiana--quei colori erano i nazionali italiani--quelle prime voci erano voci di patria, di fratellanza, di lega italiana--quel fremito, quel tumulto, quel moto era il voto dei forti, serbato intatto per quaranta anni di sciagure e di persecuzioni; concentrato allora intorno ad un nome--al vecchio nome d'Italia, a quel nome immenso di memorie, di gloria, di solenne sventura, che i secoli di muto servaggio non avevano potuto spegnere, e che mormorato all'orecchio era trapassato di padre in figlio, come il nome del temuto nella lunga cattività degli Ebrei. Volevano l'unità, l'indipendenza, la libertà della Italia; volevano una patria; volevano un nome, col quale potessero presentarsi al congresso futuro de' popoli liberi, e che cacciato sulla bilancia Europea promovesse d'un passo la civiltà. Però la gioventù insorta non s'arretrava davanti a ostacoli di lunga guerra, o di disagi d'ogni genere; chiedeva la gioventù Bolognese fin dal secondo giorno del movimento d'invader la Toscana; chiedevano i nazionali di Reggio e Modena di conquistare Massa e Carrara alla libertà; chiedevano più tardi le guardie civiche condotte dal Zucchi di movere per la strada del Furlo al regno di Napoli; però che ogni uomo a' quei giorni--tranne chi reggeva--sentiva profondamente che si trattava d'una causa italiana, non Bolognese, o Modenese: ogni uomo--tranne quei del governo--sentiva ch'era venuto tempo per gl'Italiani di manifestare alla nazione e all'Europa con qualche atto solenne il loro concetto, il principio che li guidava, la intenzione in che s'erano mossi--del reato non curavano. Quel primo momento di rivoluzione, di manifestazione generosa è sì bello, bello di sacrificio individuale, di speranza infinita e d'audacia Titanica, che può scontarsi colla morte in campo, o sul palco: nè gl'insorti pensavano allora doverlo, per la inerzia di pochi, scontar col ludibrio.
Con siffatti elementi, con questa tendenza del popolo insorto, quali erano i doveri degli uomini che il voto dei più, il caso e le circostanze elessero a capi?
I doveri de' capi--noi lo dicemmo--emergono dal voto, dalla tendenza predominante le moltitudini; stanno scritti nella bandiera adottata dalle moltitudini. Ogni rivoluzione è la manifestazione, la espressione pubblica d'un bisogno, d'un sentimento, d'una idea; e quando un popolo insorge, la scelta dei capi costituisce un contratto tacito fra quel popolo ed essi. Il primo, eleggendo, dice ai secondi: noi ci levammo per rivendicare un diritto usurpato o violato; ci levammo per ottenere un miglioramento di condizione che i governi ci vietano; ci levammo perchè noi, maturi per salire d'un passo nella carriera del progresso, eravamo pure inceppati e costretti alla inerzia da una prepotenza d'ostacoli materiali. Ora, insegnateci la via; noi la ignoriamo; ma eccovi braccia e mezzi; traetene il maggior partito a guidarci dove noi vogliamo: vi seguiremo attraverso i pericoli.--I secondi, accettando, rispondono: noi sacrificheremo ogni cosa allo sviluppo di cotesta idea; noi poniamo vita, senno, consiglio dove voi ponete le sostanze e la vita. Seguiteci con fiducia, però che dovunque, tra i pericoli inevitabili, vedrete ondeggiare la nostra insegna, voi sarete certi, ch'ivi è la via che avete trascelta.--Queste condizioni a noi pajono intervenire più solennemente tra la nazione e i suoi capi, che non se fossero proferite a parole; perchè dove il mandato sgorga dalle circostanze e dal voto pubblico è più santo che non sarebbe uscendo da formole; nè i popoli manifestano mai così solenni i loro voti, come quando li manifestano colle azioni. Non giova illudersi; chi fraintende quel voto può meritare compianto--ma qual nome serba la patria a chi, intendendolo, lo delude, e inganna deliberatamente le migliaja che glie ne fidano lo sviluppo?
IV.
A quei che stettero primi nella rivoluzione dell'Italia centrale--a quei che convalidarono col silenzio e colla inerzia le loro dottrine--a quei che in oggi si assumono le difese dei loro atti, e maledicono alla gioventù perchè non li venera muta, noi abbiamo il diritto di chiedere:
Volevate voi dirigere la rivoluzione all'intento voluto dalle moltitudini, che la operavano?
Allora--dovevate costituirvi rivoluzionarî davvero: cacciare un grido all'Italia, e lanciarvi innanzi. Dovevate prefiggere ad ogni atto della vostra esistenza politica il pensiero d'indipendenza, d'unità, e di libertà che fremeva nel petto ai vostri concittadini; dovevate procedere con franchezza, e con energia alle conseguenze dei principî rigeneratori. Allora--v'era mestieri calcolare le difficoltà della vostra situazione, e affrontarle anche a rischio di soccombere davanti ad esse; v'era mestieri meditare le leggi fondamentali d'ogni rivoluzione, e subirne le conseguenze e l'azione; v'era mestieri, se fatti non potevate, cacciar principî sull'arena italiana; lasciare un alto insegnamento ai posteri, se le sorti ci contendevano un miglioramento materiale, positivo: educarli, se liberarli non v'era dato. Allora--vi correva debito sacro di definire davanti all'Europa la tendenza, il carattere dei moti Italiani; debito di tentare tutte le vie per le quali una rivoluzione può conquistar la vittoria; debito di ritemprare con forti esempli l'anime incodardite negli anni lunghi di servitù, di cacciare un guanto ai nostri nemici, ch'essi dovessero tremare di raccogliere, di lasciare almeno alla crescente generazione--s'altro non era concesso--il programma della rivoluzione avvenire. Gli elementi stavano dinanzi a voi; Dio, padre della libertà, li aveva creati per voi, se sapevate o volevate usarne. L'entusiasmo, il coraggio, ed il genio--tre angioli di vita a un popolo decaduto: tre scintille di potenza immortale: tre raggi che brillarono di bellissima luce mentre il bujo della paura vi si stendeva intorno all'anima sconfortata--erano con voi e per voi, purchè aveste cercato suscitarli col sacrificio e coll'audacia dei generosi; purchè aveste saputo evocarli colla fede e col martirio, purchè non aveste isterilita ogni vostra potenza colla funesta parola: l'Italia è morta. L'Italia morta? Oh! v'è una vita in questa Italia caduta, che non conosce la morte!--L'Italia morta? Oh! se di mezzo a voi un uomo si fosse levato; se quest'uomo, trascorrendo con occhio d'aquila tutti gli elementi di lotta esistenti in Italia, avesse inteso il partito che potea trarsene; s'egli avesse sentito la vastità del ministero che le circostanze gli davano; s'egli avesse detto a sè stesso: a questo punto, non vi hanno riguardi, non v'è autorità, non v'è legalità, non v'è che un dovere: tentare la salute della patria; il mandato a fare non emana in siffatti momenti da un congresso, o da una commissione provvisoriamente governativa, ma dalla legge suprema della necessità, dal suffragio dei proprî fratelli, dalla coscienza delle proprie forze e della propria virtù; se quest'uomo avesse fatto un appello alla nazione, avesse diffuso una gioventù bollente sulle terre vicine, sui monti, nelle campagne, avesse detto ai giovani: siate grandi! alle moltitudini: siate con noi, però che noi veniamo a togliervi allo stento ed alla miseria; ai giacenti: sorgete! levatevi in arme! noi veniamo a vincere o morire con voi!--che non avrebbe egli fatto della gioventù? di quella gioventù, che sfiduciata da mille delusioni, abbandonata e tradita, resa inerte dalla diffidenza, dai sospetti, dal difetto di ordini, trovò pur modo di salvare l'onore italiano, e di protestare a Firenzuola, a Novi, a Rimini, che dove fosse stata unione, confidenza, ed energia di condottieri sapienti, la potenza del nome italiano sarebbe stata?--Forse, se un linguaggio e un contegno decisivo s'assumevano dagli uomini ai quali erano fidate le sorti della patria; se una parola solenne bandiva che l'Italia Centrale era sorta per tutti, ch'essa avrebbe combattuto per tutti, o sarebbe caduta vittima per tutti; se un fatto--un fatto solo, ma grande, ma potente, ma tremendo d'una volontà disperata, e compiuto al cominciar della lotta dai rappresentanti il pensiero italiano, avesse scosso le menti, forse strappavamo alla mano del tempo l'ora della risurrezione, forse il grido di guerra a morte sorto di mezzo alle barricate cittadine, o la maledizione al barbaro cacciata dai canuti morenti tra le rovine d'una città, rompeva il letargo dei secoli, suscitava alla vendetta i milioni incerti fra la speranza e la tema; però che la virtù d'un esempio è infinita, e dai rottami di Missolungi sorse la Grecia.--O fors'anche, quei primi forti perivano, e soli; ma si salvava l'onore, si struggevano le insulse accuse che ci vengono dallo straniero, le infamie che suonarono dall'alto della tribuna francese sulla bocca di Thiers e Guizot non erano proferite; e si gittava tra le rovine italiane un principio che avrebbe fruttato miracoli nell'avvenire, un principio essenziale, inevitabile,--perchè, davvero, o Italiani, senza simili fatti, senza quei sagrifici, NON SARETE LIBERI MAI.
V.
E voi, condottieri delle rivoluzioni passate, che avete voi fatto? Che avete voi fatto del popolo, della gioventù, dell'idea rivoluzionaria, de' principii che ne dominano lo sviluppo, dell'Italia e della missione, ch'essa v'aveva fidata?
Nulla! Avete sprecate o neglette lo forze che vi s'accumulavano intorno; avete scavato un sepolcro a tutte le più belle speranze; avete creato la morte. Ora l'adorate divinità prepotente!
Avevate una parola, che proferita al popolo, potea suscitarlo all'opre del braccio. Era la parola onnipotente; la parola della quale si valsero per legge di cose tutti i grandi che vollero dominare o trascinare all'azione le moltitudini; la parola che creava i quattordici eserciti della Convenzione, e più tardi, benchè convertita in delusione, la potenza di Napoleone; la parola che Dio scrisse nella prima pagina del libro della creazione, il core.--L'avete voi detta? Avete voi gittato in mezzo alle turbe quel nome magico, che annunciando all'uomo la propria dignità, crea dallo schiavo l'eroe, quella parola d'EGUAGLIANZA, che Cristo aveva pronunciata diciannove secoli addietro, e che in un mondo corrotto, anarchico, egoista, incredulo, lacerato dai barbari aveva pur bastato a fondare una religione? Avete voi detto al popolo: noi veniamo ad emanciparvi; veniamo a stringere il patto d'amore; veniamo a porre un termine alle vostre miserie?--No, avete tremato del popolo; del popolo senza del quale non farete mai nulla; del popolo, PRIMO ELEMENTO DELLE RIVOLUZIONI. Perchè, noi lo abbiam detto e lo diremo finchè prevalga, le rivoluzioni hanno ad esser fatte PEL POPOLO E DAL POPOLO; nè finattantochè le rivoluzioni saranno, come ai nostri giorni, retaggio e monopolio d'una sola classe sociale e si ridurranno alla sostituzione d'un'aristocrazia ad un'altra, avremo salute mai. Ma voi, dimenticando che una riforma sociale è viziata ne' suoi principî, se non comprenda e non rappresenti gl'interessi e i bisogni di tutte le classi; dimenticando che a trionfare avevate bisogno di braccia, e che ad averle è necessario animarle d'una idea di potenza, di fratellanza, e d'ammiglioramento, poneste mente a comprimere il popolo, e frenarlo nell'istinto del bene che lo agitava, e vietargli la lotta. Però il popolo vi lasciò soli; stette inerte a contemplare lo spettacolo d'una contesa, alla quale non era chiamato.--Un grado di progresso nella grande fusione sociale, nell'equilibrio possibile, ecco l'intento delle moltitudini. L'idea è nulla per esse, dove non sia scesa all'applicazione; e d'onde trapelò nei vostri atti, nella vostra carriera questo desiderio d'applicazione?--Io scorro i vostri mille decreti; dov'è un decreto, che proclami solennemente il principio della sovranità del popolo, sorgente di tutti i poteri? Dov'è un decreto che ordini l'esercizio del principio d'elezione, vastamente inteso e applicato? Dove un decreto, che dica al popolo: armatevi, e che provveda ad armarlo? Dov'è un atto solo in cui il popolo abbia schiusa, col suo intervento, davanti a sè la carriera della insurrezione?
Avevate una gioventù calda, ardita, impaziente d'azione, dalla quale potevate, sapendo, trarre una potenza invincibile; però che LA GIOVENTÙ È SANTA; la gioventù anela al sagrificio puro, e per premio, una speranza che le conforti il sospiro ultimo, una parola di lode.--Che avete voi fatto per essa? Quali sorgenti d'entusiasmo avete schiuso a quell'anime giovenili, che volano al grande collo slancio? Quali generose passioni avete tentato dirigere all'intento sociale?--Nessuna. L'anime giovanili s'erano infiammate al sole della novella Civiltà, s'erano levate sublimi alle idee di patria comune, di fratellanza italiana, di gloria europea, d'emulazione coi loro fratelli di Francia, di Brusselle, di Varsavia--e voi sfrondaste quelle idee fin dalle prime mosse, impiccoliste quell'anime nelle angustie d'una sommessione cieca ed inerte; le intorpidiste colla diplomazia; le fiaccaste colla diffidenza e colla paura. La gioventù fremea guerra,--e voi non che attentarvi pur di bandirla, non osaste intravvederne la necessità; non osaste mirarla in faccia un solo momento senza tremare; cacciaste nei vostri primi discorsi, ad agghiacciarle il sangue bollente, una parola di pace, di pace obbrobriosa, e impossibile. E mentre le grida dei giovani; commossi al pericolo dei loro fratelli di Modena e Reggio, vi richiedevano d'armi, di capi, e d'un cenno per volare a soccorrerli, voi mandavate la infame parola: LE CIRCOSTANZE DEI MODENESI NON SONO LE NOSTRE[59]; rinnegavate l'Italia e i vostri fratelli decretando si togliessero l'armi, e si RINVIASSE NELL'INTERNO QUALUNQUE ESTERO S'INTRODUCESSE NELLO STATO, però che NESSUNO DE' VOSTRI DOVEA PRENDER PARTE ALLE QUERELE DEI VICINI; e queste parole uscivano da labbra italiane, si parlavano ad Italiani, e gli esteri erano Italiani, favellavano un linguaggio italiano, e la bandiera che l'Austriaco calpestava coi piedi era italiana!!!--Sperda il tempo quella parola, e verrà giorno in cui le nostre generazioni ricuseranno di crederla. Ma in oggi, a chi non prepone all'utile della patria una illusione di meschino amor proprio, giova farla suonare alto, sì che l'Italia arrossisca d'averla intesa e sofferta! Giova ripeterla a snudare la piaga che dannava a morte una rivoluzione nata sotto bellissimi auspicî; giova dirla, perchè lo straniero impari a conoscere come furono tradite da pochi capi le più care speranze d'un popolo condannato finora a starsi errante tra la infamia dei gabinetti e la codardia de' suoi condottieri! Furono visti i settecento Modenesi di Zucchi attraversare Bologna disarmati e dimessi, in sembianza di prigionieri. I cittadini piangevano a tanta viltà; il ministro della guerra era ARMANDI, e dava quest'ordine mentre gli Austriaci avevano già oltrepassato il confine Bolognese; rotto il non-intervento a Modena, a Reggio, a Parma, a Ferrara; e tutto quel giorno (20 marzo), non fu dato un ordine ai cittadini armati raccolti ai quartieri; e fu pubblicato solamente un manifesto, in cui s'esortavano i cittadini non a preparare le barricate, ma a starsene tranquilli nelle proprie case; e s'affermava la guardia NAZIONALE essere istituita a mantenere non la indipendenza della nazione, ma il buon ordine, e non altro; e fu sussurrato ai padri, ai capi di famiglia o di negozio, ai giovani stessi di non abbandonar la città per raccogliersi in Ancona; e chi facea queste cose, prometteva sarebbe stato l'ultimo a partirsi, poi si partiva primo, la sera, e secretamente!--Nè gli estremi pericoli sono scusa a siffatto procedere, però che nessun pericolo scusa dalla viltà, nè d'altra parte quelle codardie furono generate dalle incertezze degli ultimi momenti d'una rivoluzione caduta, ma furono effetto d'un sistema; del sistema che noi combattiamo; del sistema che parve adottato a infiacchire e sperdere la potenza d'ogni elemento rivoluzionario.--Nove dì prima di quel giorno, invasa Ferrara dagli Austriaci, e sostituita al Comitato Governativo una reggenza a nome del Papa per opera di Flaminio Baratelli, infamissimo tra gli uomini, usciva un bando del Governo Provvisorio bolognese, che parrebbe dettato dall'Austria, se le firme non fossero, a difendere e giustificare quella infrazione al patto del non-intervento; a coonestare per via di sofismi e d'arguzie forensi quell'atto di guerra aperta; a frenare l'impeto dei cittadini, che correvano all'armi, colle allegazioni del trattato di Vienna, colle esortazioni alla inerzia, colle promesse di pace[60]. E Ferrara aveva sette deputati a Bologna, e la unione e la libertà s'erano decretate solennemente!--Or credevano essi gli uomini del governo alle proprie parole o fingevano? Certo i posteri male potranno discernere se in quelli atti predominasse la viltà, o la ignoranza.--E nei primi giorni della insurrezione, quando urgeva dilatare l'incendio per ogni dove, e fomentare lo slancio, le prime voci che gli uomini influenti predicavano ai giovani armati erano voci di moderazione; e il primo giuramento che fu fatto prestare in pubblica piazza fu quello di: SIATE MODERATI; come se vi fosse moderazione possibile prima della vittoria; come se vi fosse altro giuramento in rivoluzione da quello in fuori d'essere, e farsi forti!
Con siffatti modi si voleva animare la gioventù! Con siffatti modi si pretendeva giovare alla rivoluzione italiana nascente!
Ed oggi v'è chi assume la difesa di quei ciechi decreti! V'è chi dimanda quasi schernendo PERCHÈ, se la gioventù fremeva avversa a siffatte cose, non si levò nello sdegno a ricacciar nella polvere i pochi che ne tradivano il voto!
Perchè?
Oh! io la so, io la so quella storia di sensazioni amarissime per le quali il giovine del secolo XIX trapassò sì veloce dall'entusiasmo alla indifferenza, dai conforti della speranza alle angoscie della delusione, dal grido di guerra al destino, alla fredda bestemmia del disperato!--Da prima uno slancio indefinibile, senza limiti, un delirio di gioja, un anelito alla lotta, una fiducia nella vittoria--e quando la prima voce di libertà si diffonde per le città, quando il primo stendardo patrio sventola sulle torri, un'adorazione a quella voce, a quello stendardo, un rinegamento, un oblìo totale di tutto ciò ch'è individuale, per impalmare le destre, e correre alle armi! Allora i primi che si mostrano rivestiti d'una missione sono venerati e seguiti colla stessa fede che meriterebbero dopo averla compiuta. La gioventù s'annoda, si stringe intorno ad essi, ad attendere il cenno, le norme per moversi. Poi, quando la lentezza, o la incapacità incominciano a mostrarsi nell'opere di quei duci, quando la espressione del voto pubblico esce travisata, indebolita, o velata, una incertezza di giudicio, una esitazione funesta, una speranza che gli arcani della profonda politica imperino quelle mosse timide, e inadequate all'intento. Poi, il sospetto, il freddo mortale sospetto insorge; la gioventù intende confusamente, che non v'è il potente alla testa; la gioventù freme ma tacitamente, però che il ribellarsi, il tumultuare, il cacciarsi innanzi da sè le frutterebbe taccia d'ambiziosa, d'irrequieta, d'incontentabile. La libertà s'affaccia ad essa così pura, così santa, che il grido della rivolta pare contaminarla. Intanto lo spirito pubblico si deprime; la diffidenza si stende; le voci di tradimento serpeggiano nelle moltitudini; i partiti si formano; e il nemico innoltra, profittando d'ogni cosa.--Poi, quando il momento della crisi è giunto, l'anatema ai capi s'innalza potente, ma è tardi; il precipizio è aperto, la rovina è inevitabile. Spento il coraggio, che dà la vittoria, rimarrebbe ai giovani il sagrifizio. Ma il sagrifizio per chi? Per nulla? Per quei che hanno minato, distrutto l'opera generosa? E senza speranza d'esito favorevole?--Allora un freddo s'apprende al core; allora un senso di stanchezza, di sconforto, di misantropia, s'insignorisce della facoltà; allora vien la bestemmia, la sterile, disperata bestemmia. Ecco anime perdute! Maledizione a chi le ha perdute! Maledizione a chi non seppe trarne cosa alcuna a pro della umanità!
Io lo chiedo ai giovani italiani. Quanti fra loro non hanno subìto la progressione di questi pensieri? Quanti fra loro non sentirono un palpito nell'anima, non balzarono di gioja generosa all'idea del pericolo? Chi è tra loro che non salutasse colla fede dell'avvenire il mattino, il fresco mattino, vegliato al sorgere sovra una rupe, colla bandiera al vento, la vedetta in distanza, un pensiero alla donna del suo core, e una palla pel primo soldato austriaco? Chi non ha inebbriato l'anima di questa poesia--poesia d'azione, di vita, di moto in tutte le facoltà, libera, piena, potente--poesia del secolo--poesia i cui primi raggi incoronano la zolla che ricopre l'ossa di Koerner, i secondi strisciarono sul fucile del Klefta e posano sul sepolcro di Botzaris, i terzi scherzeranno, io lo spero, intorno al berretto del giovine italiano sui gioghi dell'Apennino?--Ma come oprare, come tradurre in azione questa poesia dell'anima, dove tutto è paura, dove si combatte colla diplomazia non coll'armi, dove ogni pensiero virile è maledetto col nome d'audacia, dove mancano ordini, norme, esempli, materiali di guerra, incoraggiamenti; dove finalmente gl'individui che rappresentano quel voto d'una nazione che aspira a ringiovanirsi lo rinegano al primo apparire d'una bajonetta nemica?
VI.
Uomini delle rivoluzioni passate! Che volevate voi dunque quando assumeste l'ufficio di guidare le moltitudini, di dirigere l'insurrezione a un intento?--Noi torniamo a questa dimanda perchè è la sola che ponga la questione nel vero aspetto; la sola, che stabilisca un criterio per giudicare del passato utilmente per l'avvenire.--Se il voto nazionale, popolare, imponeva una condotta interamente diversa da quella che voi teneste; se non avete fatto cosa alcuna per verificare, per condurre ad effetto quel voto--che volevate voi dunque? Qual era l'intento che v'animava? il simbolo che dirigeva i vostri atti? la credenza politica che recavate sul seggio rivoluzionario?
Odo dire da taluni: le cose Italiane vanno trattate con maturità: nessuno è da più dei proprî destini, e i destini italiani non sono finora quei della Francia o degli altri popoli Europei che si costituiscono a nazione. Leggo scritto da un uomo che tenne nell'ultime vicende un ministero, anima della rivoluzione: la riunione d'Italia non sarà mai che una brillante utopia (e queste parole noi le registriamo quaddentro, perchè in esse sta il segreto delle passate sciagure, e perchè i giovani, che sentono come noi sentiamo, si rinfiammino a smentirle): dobbiamo adunque limitare i nostri sforzi al miglioramento delle nostre istituzioni... nei diversi stati che la compongono. Il solo voto, il cui compimento possa sperarsi in questo momento, è quello di vedere sparire la divisione assurda e meschina della parte centrale, e d'ottenere la riunione di queste frazioni in un solo stato valente a sostenersi da sè[61].--Così scrive in Parigi, coll'idioma francese, e davanti all'Europa il ministro della guerra delle provincie insorte nel 1831, perchè l'Europa esclami: con siffatti uomini poteva aver esito prospero la rivoluzione italiana?--E nè egli, nè quanti giudicano com'egli giudica, intendono l'Italia, e come tra noi il bisogno di unità sia oggimai più fortemente sentito che non quello di libertà, dacchè per esser libera una gente ha necessità d'esistere come nazione. Ma a lui, e a quanti in criterio politico gli somigliano, la gioventù italiana insorta nel 1831 ha diritto di dire: «Perchè avete accettato l'ufficio a che noi vi ponemmo? Perchè con un pensiero diametralmente opposto a quello di cui noi chiedevamo lo sviluppo, avete pure assunto la nostra assisa, inframmettendovi alle cose nostre? Se non avevate energia o concetto rivoluzionario, dovevate almeno serbare intatta la buona fede. E quando noi vi fidammo l'incarico di condurre la impresa italiana, perchè non rivelaste il vostro sospetto? Perchè le parole che oggi scrivete a giustificarvi anche a spese dell'utile nazionale, non le avete proferite allora, che potevano fruttare utilmente alla patria? O avevate allora sagrificata la vostra opinione alla universale, avevate determinato di tentare le sorti italiane e vedere se mai quella ch'oggi dite utopia fosse una verità--e perchè opraste vilmente? Perchè rifiutaste i mezzi che vi s'offrivano? Perchè chiudeste la via di Roma a quei che il buon senso politico aveva spinto a quella volta? Perchè vietaste l'organizzazione delle milizie che il figlio del conte di San-Leu progettava, e ve ne vantate? Perchè diceste al barone di Stoelting, che non chiedevate se non pace ed amicizia all'Austria, e ve ne vantate? Perchè impediste alla gioventù di promovere una rivoluzione nella Toscana, e ve ne vantate?--O avete falsato il giuramento tacito che prendeste, assumendovi la direzione del moto; avete sostituito il concetto proprio al concetto della nazione; avete tradito il mandato che vi s'era imposto--e allora tacete; non aumentate i vostri torti, scrivendo; non vi paragonate a Kosciusko, e ricordatevi che Kosciusko fu trovato sul campo delle patrie battaglie trafitto dalle palle nemiche!»
Altri furono di buona fede. Amavano la patria, amavano l'unità italiana, senza la quale non v'è libertà, ma tremarono--e il tremare in rivoluzione è delitto. Come gli antichi, deificarono la paura; ma gli antichi rivolgevano la faccia del simulacro al nemico, essi gli ergevano un altare nel proprio core. Travolta la mente dalle vecchie norme, non intravvidero salute che nelle diplomazie--lo dissero almeno.--Senz'attentarsi di fare la più piccola prova delle forze italiane, disperarono d'esse, e disperano. Furono incerti, esitanti dai primi passi; non ebbero virtù d'animo forte e sprezzatore d'ogni pericolo per lanciarsi a corpo morto nella carriera del sacrificio, nè logica di spirito rivoluzionario per intendere come l'efficacia d'ogni diplomazia posi sulla forza e sull'armi. Pregarono e piansero: fu questa diplomazia? Gli Austriaci invadeano il Modenese--ed essi rinegavano i Modenesi. Gli Austriaci s'impossessavano di Ferrara--ed essi mandavano bandi a giustificare gli Austriaci. Gli Austriaci violavano il confine bolognese--ed essi fuggivano. Era questa diplomazia? Credevano essi che l'Austria si fermasse alle porte della loro città? Ideavano che una scintilla di libertà potesse sorgere e mantenersi in qualunque parte d'Italia, senza che l'Austria accorresse a spegnerla? Insurrezione e guerra coll'Austriaco sono una cosa per noi, perchè la libertà trapassa muri e ripari, e l'Austria, consapevole della potenza dell'esempio, non può nè deve appagarsi della promessa di non estendere la rivoluzione oltre certi confini. O fidavano nella Francia? Fidavano sul principio del non-intervento? Nelle parole di Lafayette?--Ma la Francia non poteva scender nel campo che a guerra incominciata, ed essi non volevano romperla, non raunavan forze e materiali per sostenerla un sol giorno--ma il non-intervento (parola infame in bocca degl'insorti, però che la idea del non-intervento valendo soltanto tra paesi stranieri, riconosceva, applicata a noi, la legittimità dei governi, che ci dividono) violato già dalla Francia nelle cose del Belgio, non poteva allegarsi efficacemente davvero se non in quanto l'intervento austriaco s'opponesse alla volontà nazionale; ed essi comprimendo qualunque manifestazione di questa volontà si tentasse dai nostri, non movendo un passo per dichiararla coi fatti, ajutavano i sofisti dottrinari a rivocarla in dubbio--ma Lafayette aveva detto: ITALIANI, MERITATE LA LIBERTÀ, E LA FRANCIA VI ASSISTERÀ; ed essi a meritarla, decretavano toghe, facevano editti sul bollo delle carte da gioco, mutavano professori d'università, col barbaro a venti passi. Era questa diplomazia?
Ma se un uomo fra quei che reggevano fosse sorto e avesse parlato agl'Italiani queste parole:
«NON FIDATE NELLO STRANIERO; la libertà non è veramente ottenuta, se non la conquistano i cittadini col proprio sangue; nè lo straniero scenderà a versare il suo sangue sulle vostre campagne, se non quando paventerà in voi un nemico potente o vedrà in voi un potente ausiliario. La libertà isterilisce rapidamente quando è commessa a mani d'esteri. Se volete essere ajutati, mostratevi forti; cominciate per cancellare la macchia di viltà che v'appongono; invocate il rispetto de' dritti o la simpatia de' popoli coll'arme al braccio. LA DIPLOMAZIA S'APPOGGIA SULLA MINACCIA: non v'è diplomazia per chi fugge: ma uomini e Dei soccorrono al forte.--IN RIVOLUZIONE, L'ARRESTARSI PRIMA D'AVER TOCCATO LO SCOPO, È COLPA GRAVISSIMA. Proclamate l'intento SOCIALE della rivoluzione; enunciatelo al popolo; chiamate le moltitudini all'opra. L'onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non oprate se non a migliorare il loro destino; scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA E LIBERTÀ da un lato, dall'altro: DIO È CON VOI; fate della rivoluzione una religione; una idea generale che affratelli gli uomini nella coscienza d'un destino comune e il martirio: ecco i due elementi eterni d'ogni religione. Predicate la prima, slanciatevi sublimi verso il secondo; CACCIATE LA GIOVENTÙ ALLA TESTA DELLE MOLTITUDINI INSORTE: voi non sapete gli arcani di potenza nascosti in quei cori giovanili; non sapete la influenza magica che la voce dei giovani esercita sulle turbe: voi troverete nella gioventù una folla d'apostoli alla nuova religione. Ma la gioventù vive di moto, ingigantisce nell'entusiasmo e nella fede. Consecratela coll'altezza d'una missione; rinfiammatela colla emulazione e colla lode; diffondete ne' suoi ranghi la parola di foco; la parola dell'ispirazione; parlate ad essi di patria, di gloria, di potenza, di grandi memorie--poi rovesciate moltitudini e gioventù sull'Austriaco; bandite la crociata addosso al barbaro che divora l'oro italiano, che beve il sangue italiano, che profana le memorie italiane, che sfronda colla sua sciabola i cedri dei nostri terreni, che contamina l'aure del nostro cielo, che ci toglie vita, patria, nome, gloria, intelletto e sostanze--e assalite primi. LE RIVOLUZIONI, generalmente parlando, NON SI DIFENDONO CHE ASSALENDO. Insurrezione e guerra sono sinonimi e poichè non potete sfuggirla, rompetela primi: rompetela in modo che non lasci via di pace o di tregua; snudate la spada e cacciate via la guaina; ma badate se non è guerra d'eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente! Badate che dove il tamburo non s'accompagni del suono delle campane a stormo, dove il fatto campale non alterni colla barricata, cadrete! Badate che dove non calcoliate esattamente le vostre forze, dove non adottiate un metodo di guerra speciale, dove presumiate troppo o troppo poco di voi, cadrete! VOLGETEVI AI MONTI: là sono le speranze della libertà; là stanno le vostre difese insuperabili eterne, sol che vogliate; di là scendete, dilagatevi nelle varie contrade italiane; gittate in mezzo ai vostri fratelli un brano di bandiera Italiana, un grido di risurrezione: avrete un eco per ogni dove, perchè dapertutto è dolore, oppressione, anelito alla libertà santa.--Fate questo; poi, se il secolo vi contrasta il passo, se la prepotenza degli umani destini v'affoga, allora... allora LIBATE A GIOVE LIBERATORE e morite. Avrete almeno morendo il conforto di non aver tradito voi stessi, d'aver lasciato una scuola che i posteri imiteranno, d'aver versato un sangue che frutterà un giorno o l'altro--ma inevitabilmente--il vendicatore.»
L'uomo che avesse parlato queste parole, sarebbe stato l'eletto del popolo; quell'uomo avrebbe mutato forse le sorti italiane.
Perchè chi può calcolare l'influenza d'un fatto generoso, d'una mossa rapida, d'un esempio virile davvero? Chi può calcolare le conseguenze d'una incursione nella Toscana? Chi può prevedere i risultati d'un assalto dato a Massa di Carrara, invocato--e il Governo Provvisorio modenese lo sa--da inviati della Liguria?--Forse il Piemonte sorgeva; forse gli Abruzzi tornavano alle prove antiche; forse, sedotto dalle nuove d'una resistenza ostinata ed eroica, il popolo francese trascinava i suoi governanti a partito più leale e più nobile. Ma dove nessuno ordinava la resistenza; dove il terrore sedeva nel consiglio, accanto ai ministri, sul seggio del Presidente; dove i governi rivoluzionarî capitolavano prima d'aver tratto un colpo solo di cannone; quali speranze potevano concepire le moltitudini e che slancio esigere nell'Italia? Quella capitolazione fu l'ultimo atto d'una carriera di codardie; pose il suggello alle colpe. Fu fatta quando la nuova del fatto di Rimini non era giunta ancora all'orecchio di chi segnava e tutte le forze--quali pur fossero--erano, nell'opinione del governo, intatte. Fu fatta, quando i poteri di chi segnava erano nulli, e la somma delle cose era rimessa nelle mani di tre uomini, atti a reggere l'impresa senza viltà. Fu fatta dietro un'esposizione incompleta e inesatta dei generali ARMANDI e BUSI: e i componenti il governo tremavano della non accettazione e mandavano agli inviati «d'adoperarsi POSSIBILMENTE affinchè fossero stipulate le convenzioni di salvezza che ognuno conosce: lasciando però al loro PRUDENTE arbitrio di adottare quelle deliberazioni che nella somma URGENZA delle cose credessero all'uopo opportune[62]» cioè, a chi ben vede d'arrendersi a discrezione, ove le condizioni proposte fossero rifiutate. Importava agli uomini del governo d'arrendersi, non il come. E se a chi magnifica in oggi la sapienza e il patriottismo di quella Capitolazione si mostrassero le lettere scritte pochi dì dopo da taluno ai Cardinali, a implorare dalla sacra Porpora il perdono e l'oblìo delle COLPE ASTERSE (dal Benvenuti) non gli rimarrebbe che un fremito d'ira per la immensa paura de' pochi preposti. Colpe! Oh sì! ve ne hanno; ma non v'è amnistia, o bacio di Porpora che possa astergerle; nè l'Italia dimenticherà facilmente.
VII.
Leviamoci da cotesto fango. Parliamo all'Italia, parliamo alla gioventù che fremeva e freme e nella quale stanno riposte le più care speranze italiane. Confortiamo nei pensieri dell'avvenire, e nella coscienza d'aver parlato utilmente alla patria, l'anima stanca d'errare tra le rovine d'un passato doloroso, con un ufficio che non concede di scrivere una sillaba senza gemito. Ora il nostro ufficio è compiuto. Stendiamo una pagina di dimenticanza tra il passato e noi. Noi l'avremmo stesa assai prima, se non corresse debito incancellabile a ogni uomo che ama la patria anzi ogni altra cosa, di segnare i precipizî ove caddero i primi, perchè non vi rovinino i secondi; e di esercitare tutta la severità del giudicio sovra gli uomini che assumono la direzione della cosa pubblica, onde astringerli a dritto sentiero.
Giovani miei concittadini! Se in voi è proposito deliberato e tenace di risurrezione, la voce del giovine come voi, che si sente acceso delle stesse vostre passioni, che v'ama come la speranza del secolo, che intravvede un avvenire di gloria per voi, che veglia questo vostro avvenire, quest'aurora della vostra emancipazione, coll'affetto d'una madre all'infante, che sente balzarsi il core d'una gioja insolita ogni qual volta intende un bel fatto vostro, che non vive se non in un concetto vostro tutto, che darebbe la vita per accrescervi lode, che la darà quando sorgerà il gran momento--la sua parola nulla per sè, fiacca, debole e impotente ad esprimere le passioni generose che gli fremono dentro, dovrebbe pure infiammarvi ad oprare! Non vi avvilite, perchè i primi tentativi fallirono: nulla è perduto, se il coraggio non è perduto. Ponete una mano sul cuore: lo sentirete battere di potenza. Siate dunque potenti.--Vogliate, e farete. Rannodatevi a noi; riconcentratevi alla bandiera che noi inalziamo: essa è vostra questa bandiera; e se noi l'inalziamo primi, non è che un beneficio--il solo beneficio--che ci concede l'esilio. Rannodatevi a noi, finchè il caso ci dà di bandire l'espressione del concetto, che vi si agita nel petto: poi quando voi saluterete il momento che vi schiuderà la via delle azioni, allora sorgete e calpestatela: inalzatene una più bella e più vasta e calpestate la nostra--calpestatela, perchè avete un grado di progresso a salire; perchè noi non siamo tristi, ma voi avete ad essere migliori; perchè infine ne abbiam bisogno a smentire le accuse che forse ci movono, a provare che noi non aspiravamo a cosa alcuna individuale.--Ora i nostri ammaestramenti possono esservi utili: l'unità di principî e di direzione può esservi necessaria. Allora, l'unità sarà ben altrimenti potente: allora dovrete farla sorgere voi. Guarderete d'intorno a voi e nei nostri ranghi: gli eletti di Dio alla rigenerazione vi si riveleranno nell'attrito delle circostanze e dei casi. Dove scorgerete religione di pochi ma fecondi principî--esattezza di conseguenze logicamente dedotte e intrepidamente applicate--potenza di sagrificio illimitato--intelletto ed entusiasmo--e tanta solennità di manifestazione di opinioni da non poter retrocedere senza infamia e rovina totale, là sceglierete. Là stanno i vostri capi: là nella scelta accurata, sta la salute dell'Italia e la vostra.
ARTICOLO SECONDO.
Qu'il n'ait qu'un seul amour, l'amour du peuple; qu'un source de poésie, la souffrance du peuple; qu'une ambition, la délivrance du peuple!
Que tout privilège excite sa haine comme un vice. Que la vue de toute misère et de toute dégradation le trouble comme un remords.
Que pendant son sommeil, ces seuls mots soient murmurés par ses lèvres: l'avenir du peuple! Et que pendant le jour ces mêmes mots ne puissent être prononcés devant lui sans que sa poitrine frissonne, et que des larmes brulantes étincellent à ses regards.
EDOUARD CHARTON.
Il popolo! il popolo
Antico grido italiano.
I.
Dalla meditazione severa sulle vicende dei quaranta anni trascorsi e sulle cagioni per le quali molti dei tentativi operati con animo generoso a pro della emancipazione de' popoli tornarono in nulla, emerge parmi, un fatto singolarissimo che giova anzi ogni altra cosa distruggere, perchè frappone un ostacolo grave ai disegni degli uomini liberi, ed è questo: che i più fra quanti combattono la tirannide politica, intellettuale e civile o non hanno o non manifestano un simbolo intero, una credenza coordinata. DISTRUGGERE, rovesciare il vecchio edifizio sociale; sperdere le reliquie del feudalismo; rompere i ceppi agli uomini d'una nazione--in questo concordano. Più oltre s'arrestano incerti, come se a quel termine avesse fine la loro missione. Procedono animosi com'Attila, nell'opera devastatrice: com'egli, davanti a Roma, s'arretrano paurosi davanti a ciò che dev'essere intento all'impresa, davanti alla parola che deve ridurre a formola le loro dottrine, a definizione i loro progetti. Non parlano di FONDARE, o se lo fanno, è linguaggio timido, misterioso, indeterminato per siffatto modo che varrebbe meglio tacersi. Scrivono LIBERTÀ sulla loro bandiera. Libertà di che sorta? Come ordinata? Da quali principî dedotta?--I senatori Veneti facevano suonare alto quel nome; ma la loro libertà si stava confinata tra: a palace and a prison[63], tra i piombi e la bocca del leone.--I Genovesi l'aveano scritta sulle loro prigioni; e v'è tal contrada in Europa che ricorda in oggi la prigione dei Genovesi.--Bentinek l'affacciava agli Italiani del 1814 sullo stendardo Britannico, e gli Italiani sanno come il congresso di Vienna interpretasse quella parola. Non v'è usurpatore, tiranno o invasore straniero che non abbia cacciato innanzi a sè quel vocabolo a spianarsi la via del trono o della rapina.--È dunque necessario determinarne il senso e le applicazioni; e nol fanno. Paventano le divisioni, come se un dì o l'altro, compita l'opera di distruzione, queste non dovessero insorgere, e più tremende perchè non calcolate. Paventano l'accusa di dittatura, come se tra l'esprimere un'opinione e imporla colla forza non corresse un divario infinito. Paventano d'errare come se l'errare fosse delitto, come se non rimanesse sempre aperta una via d'ammenda all'errore, morendo in un angolo della patria per la volontà nazionale manifestata.
Noi non paventiamo l'accusa di fautori di divisioni, però che il nostro franco discorso può, come sovente dicemmo, chiarirle, ma non crearle, e d'altra parte, se noi a proporre un simbolo del futuro, vogliamo attendere che tutti consentano, meglio è ristarsi; dacchè i buoni ad affratellarsi con noi hanno bisogno di conoscerci quali siamo, i tristi non consentiranno mai; nè d'essi curiamo.--Non paventiamo d'errare, perchè, o il popolo sarà con noi, e la VERITÀ STA COL POPOLO, o i nostri principj verranno respinti dal voto dei più, e noi curveremo riverenti la testa davanti alla maestà del voto nazionale.--All'accusa d'ambizione noi sdegneremmo rispondere. E però noi diremo il nostro simbolo liberamente, come liberamente lo concepimmo. Cercare la verità con animo spassionato e tranquillo; bandirla con entusiasmo e fiducia; e morire per essa, quando il sagrificio frutti utilmente: questo è il debito del cittadino alla patria, e non altro. Questo faremo. Apriamo un campo e vi convochiamo i nostri fratelli. Spieghiamo primi la nostra bandiera, però ch'essa è pura, incontaminata. Ognuno sollevi lealmente e generosamente la sua.--L'Italia darà giudicio, e al giudicio italiano nessuno vorrà o potrà ribellarsi.
Nelle circostanze presenti, la missione dell'uomo è doppia: abbattere uno stendardo e inalzarne un altro; spegnere un errore e rivelare una verità; struggere ed edificare. Chi dimezza l'opera, non intende la chiamata del secolo. Noi siamo in sul finire d'un'epoca critica, e sul cominciare d'una organica; al tramonto d'un ordinamento sociale, all'alba d'un altro, e dobbiamo rifletterne i primi raggi. Stiamo fra il passato e l'avvenire e a voler promuovere lo sviluppo della civiltà, ci conviene dalle rovine del primo cacciare le prime linee del secondo. Ci corre debito inviolabile, sciogliendo i ceppi all'umanità e restituendola al moto, illuminarle la via, e farle almeno intravvedere un intento politico al viaggio. Ci corre debito inviolabile, emancipando una razza, condurla almeno, come Mosè, in faccia alle terre promesse--quand'anche come Mosè, noi dovessimo salutarla da lungi e morire.--
Quella smania di struggere senza fondare, quel grido di morte lanciato al presente senza una voce che annunzi la vita dell'avvenire, quella incostanza di dottrine e di norme, che bene spesso ha meritato ai tentativi dei liberi la taccia di preparatori dell'anarchia, è contrassegno profondo ancora del secolo--secolo di transizione, di lotta, di guerra fra gli elementi che costituiscono la società. Nelle lettere, nella filosofia, nell'altre discipline, lontane dalla politica, ma che pure sono raggi dello stesso foco, espressioni varie d'un solo pensiero, noi vediamo riprodursi la stessa tendenza, o meglio la stessa assenza di tendenza distinta, quindi di concentramento agli sforzi individualmente tentati.--Il romanticismo in letteratura, lo scetticismo in filosofia hanno eretta una bandiera nera, senza nome, senza motto, senza carattere determinato che possa farne bandiera di moltitudine. Il primo ha rotto le porte della religione che i trattatisti, i professori, le accademie, e i pedanti avevano imposta agli ingegni, e schiudendo uno spazio infinito all'intelletto inceppato da secoli, ha gridato: sei libero, va come vuoi e fin dove puoi;--ed oggi, che l'intelletto lanciato a corsa sfrenata, s'è perduto nel misticismo o s'è cacciato nelle rovine de' bassi tempi, esclamano: l'intelletto ha bisogno di trattatisti, e accademie.--L'altro, sfrondando a un tempo superstizioni e credenze, confondendo le forme mutabili delle cose colla sostanza, struggendo--o tentandolo almeno--simbolo e idea, ha snudato i vizî delle credenze, e creduto abolirle; ha rovinato l'altare senza por mente al pensiero che fece di quell'altare un sacrario all'umanità: ha creato il vuoto intorno all'uomo, stimando costituirlo libero; poi, quando s'è avveduto che l'uomo brancolava in quel vuoto, e cercando un appoggio, e non trovandolo, ricadeva alle antiche credenze o a peggiori, lo scetticismo ha sorriso, crollando la testa ed esclamando: l'uomo è un ente debole; non v'è progresso, ma una vicenda eterna di generazioni progressive e di retrograde.
Il progresso esiste, esisteva esisterà, perchè è legge di Dio--nè tirannide civile o sacerdotale può romperla. La vicenda eterna è interpretazione meschina alla gran pagina della storia del mondo data da chi sostituisce nei suoi giudizî, la propria vita, la propria epoca, la propria nazione alla umanità: tronca il nodo, non lo discioglie. L'uomo individuo è debole: l'UOMO collettivo è onnipotente sulla terra ch'ei calca, e l'Associazione moltiplica le sue forze a termine indefinito. Bensì la libertà è altra cosa che una protesta o una negazione contro ciò ch'esiste. La libertà è un ordinamento della facoltà umana all'intento voluto dalla natura; la libertà è una rivelazione di verità alle moltitudini; la libertà è il trionfo d'un principio passato dalle dottrine dei saggi all'approvazione, alla sanzione di tutti; nè senza un principio che vivifichi le forze motrici della società, senza una unità potente che le colleghi, le coordini e le concentri tutte a un sol fine, le rivoluzioni, ossia le conquiste d'un grado di sviluppo e di perfezionamento, riusciranno durevoli mai.--Ora, non è certamente nello scetticismo o nel materialismo del secolo XVIII, teorica fredda, negativa ed essenzialmente individuale, che noi rinverremo questa unità. Non si fonda, negando; e noi dal core, dagli studî storici, dalla osservazione dell'umana natura, dall'andamento delle società, abbiamo desunto, che siamo al limitare d'un'epoca, cioè al tempo in cui la crisi morale spinta agli ultimi termini annuncia una operazione radicale da compiersi nella società, la scoperta d'una nuova relazione fra gli esseri che la compongono, la rivelazione d'una legge organica:--che il carattere di differenza tra l'epoca della quale noi siamo le prime scolte, e l'epoca ora consunta, è che questa nuova dev'essere altamente sociale, laddove l'antica era individuale; l'opera dei grandi popoli laddove quella era dei grandi uomini, l'epoca d'ordinamento ai materiali e non altro:--che l'epoca dovendo somministrare un grado di sviluppo maggiore all'associazione civile, è necessaria l'esistenza e l'ammessione d'un principio, nella cui fede gli uomini possano riconoscersi, affratellarsi, associarsi:--che questo principio dovendo porsi a base della riforma sociale, dev'essere necessariamente ridotto ad assioma: e dimostrato una volta, sottrarsi all'incertezza e all'esame individuale che potrebbe, rivocandolo in dubbio ad ogni ora distruggere ogni stabilità di riforme:--che a rimanere inconcusso, è d'uopo rivesta aspetto di verità d'un ordine superiore, indistruttibile indipendente dai fatti, e immedesimato col sistema morale dell'universo:--che, da esso in fuori, tutto è mutabile e progressivo, perchè tutto è applicazione di questo principio; e il tempo svolgendo via via nuove relazioni tra gli esseri, amplia la sfera delle applicazioni:--e finalmente che questo principio, avendo a stabilire un vincolo d'associazione tra gli uomini, deve costituire per tutti un'eguaglianza di natura, di missione, d'intento. Altri vedrà qual sia questo principio ridotto ad espressione astratta nelle regioni filosofiche. Noi per ora, rintracciamone l'applicazione politica.
II.
IL POPOLO--ecco il nostro principio; il principio sul quale deve poggiare tutto l'edificio politico; il POPOLO; grande unità che abbraccia ogni cosa, complesso di tutti i diritti di tutte le potenze, di tutte le volontà; arbitro, centro, LEGGE VIVA del mondo.
Il popolo! il popolo!--E quando noi ci stringemmo alla sua bandiera, e dicemmo, fin dalle prime linee del nostro giornale: LE RIVOLUZIONI HANNO DA FARSI DAL POPOLO E PEL POPOLO, non era affettazione di calcolo politico, o detto gittato a caso: era la nostra PAROLA, tutta la nostra dottrina ridotta a formola, tutta la nostra scienza, tutta la nostra religione stretta in un solo principio: era l'affetto delle nostre anime, il segreto dei nostri pensieri e della nostra costanza, l'intento delle nostre veglie, il sogno delle nostre notti; perché noi siamo popolo, e la natura ci temprava a sentire tutte le gioje e i dolori del popolo. E quando noi guardiamo il popolo, com'è in oggi, passarci davanti nella divisa della miseria e dell'ilotismo politico, lacero, affamato, stentando a raccogliere dal sudore della sua fronte un pane che la opulenza gli getta innanzi insultandolo; o ravvolgersi immemore nei tumulti e nell'ebbrezza d'una gioja stupida, rissosa, feroce, e pensiamo: là su quei volti abbrutiti, sta pure la impronta di Dio, il segno d'una stessa missione--quando, alzandoci dalla realtà al concetto che vede il futuro, intravvediamo il popolo levarsi sublime, affratellato in una sola fede, in un solo patto d'eguaglianza e di amore, in un solo concetto di sviluppo progressivo, grande, forte, potente, bello di virtù patrie, non guasto dal lusso, non eccitato dalla miseria, solenne per la coscienza dei propri diritti e dei proprî doveri--il popolo della lega Lombarda, della Svizzera ai tempi di Tell, della federazione del 14 luglio, delle tre giornate--noi sentiamo battere il core d'un palpito che geme sul presente e superbisce sull'avvenire, e compiangiamo quegli uomini che avendo un popolo a ricreare, traviano dietro a un principe a una famiglia, a una classe sola. Quelli uomini ignorano il loro secolo, le rivoluzioni e il segreto che le perpetua. L'epoca degli individui s'è consumata con Napoleone. Dopo Napoleone e Lafayette non v'è regno di nomi possibile; forse Lafayette s'è inoltrato troppo nel secolo, per avere sul suo sepolcro la corona popolare com'ei l'ebbe vivendo. Oggi il culto s'è trasportato dagli uomini ai principî e i principî soli hanno potenza per sommovere le nazioni. Ai nomi il popolo è muto, nè una rivoluzione può sottrarsi al popolo senza fallire all'intento. Dove tutti gli elementi politici che stanno in una nazione non son calcolati e rappresentati in un mutamento, il tentativo morrà tra le mani di chi cerca compierlo; ed oggi l'elemento popolare è comparso; il popolo ha inalzato la sua bandiera.
La sua bandiera è inalzata.
Un tempo, il popolo non vivea d'una vita propria, ma dell'altrui. Era elemento di civiltà, quindi di rivoluzione, ma come stromento che aspettava chi l'adoperasse; materia nella quale il genio spirava l'anima sua. Spento il genio ricadea nell'inerzia. Le moltitudini conculcate fremevano talora d'un fremito, che annunziava il bisogno di un miglioramento; ma quel fremito si consumava nell'impotenza dei moti isolati e non governati dalla mente che crea la vittoria. Bensì, perchè la legge del progresso insisteva, sorgeva a tempo l'iniziatore: sorgeva un nome, Gracco, Mario, Spartaco, o altri--e il popolo si stringeva a quel nome, si cacciava sull'orme di quel rivelatore d'un dolore, d'un bisogno sociale; ma non durava attivo oltre l'interprete del suo pensiero e il pugnale patrizio uccideva Gracco e le pretese del popolo a un tempo: nè da quei rivolgimenti usciva forse vantaggio da uno in fuori, che il popolo s'esercitava all'azione. Mancava al popolo la coscienza de' suoi diritti. Il paganesimo, religione che affogava l'idea nel simbolo, riducendo ogni cosa al fisico, materializzava in certo modo anche l'io umano, confinandolo nel sentimento unico della patria: il suolo creava diritti e doveri: diritti e doveri di cittadino, non d'uomo, spirito d'indipendenza e d'onore, non di libertà, e di perfezionamento morale. Perchè la religione di patria è santissima, ma dove il sentimento della dignità individuale e la coscienza di diritti inerenti alla natura d'uomo non la governino, dove il cittadino non si convinca ch'egli deve dar lustro alla patria, non ritrarlo da essa--è religione che può far la patria potente non felice; bella di gloria davanti allo straniero, non libera. E però il popolo romano non progrediva con Roma: era venerato da lungi, e servo del patriziato, o dei tiranni al di dentro, e più negli ultimi tempi che non nei primi--più dopo, poi che una parola di rivelatore ebbe mormorato agli uomini: siete fratelli! e una religione spirituale manifestò all'uomo una parte di sè diversa, indipendente, indomabile dalla materia e dalla forza. Distrutta in principio la ineguaglianza delle caste, abolita la servitù, il primo passo verso l'associazione fu dato, la prima coscienza de' suoi diritti svelata al popolo--e allora dopo un lungo soggiorno nel cielo, quasi a far riconoscere i suoi diritti da Dio, il pensiero del popolo scese in cerca d'uno sviluppo nella società e la lotta incominciò. Allora l'altare fu santo, perchè il popolo conculcato vi ricercava un rifugio e una forza; il papato fu santo perché s'appoggiava al popolo, proteggendolo dall'aristocrazia signorile; perchè somministrava al popolo una potenza morale contro la potenza materiale della conquista e del feudalismo; perchè costituiva il centro visibile d'una associazione universale e il popolo contemplava con gioja il servo cinto della tiara, calcare col piede la testa d'un imperatore. Poi, quando il papato, compita la sua missione e rinnegata la propria origine, fornicò coi tiranni, il popolo fu ghibellino, cercò gli antipapi, plaudì ai tentativi delle riforme. In tutta quell'epoca che si stende dalla parola di Cristo alla grande riforma nella quale ruppe l'antica unità, e alla rivoluzione francese nella quale creò la propria, il popolo visse d'una vita composta della sua e dell'altrui--ma visse. Troppo debole ancora per inoltrarsi da sè s'appoggiò ora ad una, ora ad un'altra forza speciale. Si strinse in Francia alla monarchia per distruggere l'elemento aristocratico ch'esso aveva già combattuto all'ombra delle abbazie e della stola sacerdotale. Si raccolse intorno ai baroni nell'Inghilterra, dove l'elemento signorile feudale preponderava, per restringere il principio monarchico. S'ordinò a comune in Italia; guerreggiò nelle Spagne sotto la bandiera degli Stati; si valse del commercio a costituirsi in associazione di città libere nella Germania. Sorse, giacque, risorse; ma sempre conquistandosi qualche frazione d'esistenza politica, sempre invadendo ad una ad una le molle sociali, sempre ampliando la propria sfera d'azione e minando la potenza di casta, sia lanciando una minaccia di distruzione colla JACQUERIE, e l'altre INSURREZIONI DELLE CAMPAGNE, sia transigendo col potere a fortificarsi d'una carta, d'un diploma di borghese, d'un privilegio d'elezione nelle città. La storia dello sviluppo progressivo dell'elemento popolare attraverso diciotto secoli di vicende e di guerre, manca tuttavia e chi la imprendesse farebbe salire d'un altro grado la umanità, riducendo alla espressione più semplice l'enigma europeo e rivelando il segreto della lotta che tenne fino ad oggi divise le generazioni, e le terrà finchè gli uomini della libertà s'ostineranno a traviare, per sistemi di transazione e per conciliazioni impossibili dalla vera linea politica. La guerra tra gl'individui e l'universale tra il sistema frazionario e l'unitario, tra il PRIVILEGIO ed il POPOLO, ecco l'anima di tutte le rivoluzioni, la formola della storia di diciotto secoli. Dominio e servaggio, patriziato e plebeismo, aristocrazia e popolo, feudalismo e cattolicismo nei primi tempi della Chiesa, cattolicismo e protestantismo negli ultimi, dispotismo e liberalismo, torna tutt'uno. Sono aspetti diversi della grande contesa, espressioni variate dei due principî che si contendono ancora il dominio dell'universo: popolo e privilegio. Ma il privilegio è agli ultimi aneliti nell'Europa; il POPOLO ha seguito sempre il suo movimento ascendente, finchè trovato un simbolo nella Convenzione, si posò eretto davanti al suo Creatore, e riconoscendone solennemente l'esistenza, ne derivò come Mosè, la tavola de' suoi diritti e della sua legge e ridusse l'universo a due termini: DIO e il POPOLO.
DIO--e il POPOLO; ecco il programma dell'avvenire.
DIO--e il POPOLO; questo è pure il nostro, e lo sosterremo con quanto ardore un convincimento radicato può dare.
È tempo di scendere nelle viscere della questione sociale. È tempo di predicare agli uomini che tentano la libertà della patria, che i loro sforzi hanno non solamente ad essere rivolti all'utile del popolo--in questo tutti concordano,--ma che devono proclamarlo altamente e dirigersi francamente all'intento; che il tempo delle paure è passato; che il popolo è sorto, e che senz'esso non avranno vittoria. È tempo di dire e ripetere a tutti: in Lione, in Parigi, in Bristol, in Londra, il popolo ha parlato; di mezzo alle barricate, e tra gl'incendî il suo grido v'ha rivelato la sua potenza a fare e distruggere: non dimenticate quel grido. Se non avete anima per affratellarvi alle moltitudini, nè intelletto per indovinarne il segreto, nè scienza per adoprarle utilmente; se non vi sentite potenti ad eccitarle e a dirigerle, ritraetevi; quando le sorti saranno mature per una rivoluzione, sorgerà il popolo e la compierà. Ma se vi sentite ispirati alla santa missione; se volete iniziarlo a un grado di progresso; se sperate diminuire la somma de' guai che accompagnano una rivoluzione, e trarlo all'intento senza gravi perturbazioni, senza spogliazioni, senza inutili carnificine, non dimenticate quel grido; non condannate all'inerzia le moltitudini frementi; non v'illudete ad oprare per esse; non fidate a una classe sola la grand'opera d'una rigenerazione nazionale. Se convertite una rivoluzione in guerra di classi, rovinerete; o non durerete senza violenze inaudite, senza fama d'usurpatori, senza accuse di novella tirannide. Le moltitudini sole possono sottrarvi alle necessità del terrore, delle proscrizioni, dell'arbitrario. Le moltitudini sole possono santificare col loro intervento i vostri atti; perchè sospetti ed accuse sfumano davanti al loro solenne consenso. Ma badate a non chiamarle nell'arena, quando, esaurite le forze, non vi rimane speranza che in esse, perchè allora non avrete più via di dirigerle; badate che il vostro appello ad esse sia la chiamata del forte, non il gemito della paura: badate che il vostro grido percota il loro intelletto, come un richiamo, la loro memoria, come una promessa d'avvenire infallibile, come una parola d'alta fiducia in voi, in esse, e nella vittoria. Così vincerete.--In altro modo non avrete che la tristissima soddisfazione d'aver durato per alcun tempo una lotta, senza efficacia d'intento--la maledizione di tutti coloro che sperando nei vostri sforzi vedranno ricadere le cose a eguali sorti, o peggiori--poi, gli onori del patibolo, la vergogna della disfatta, e una parola di diffidenza mormorata dai vostri, sul vostro sepolcro.
Noi italiani, più ch'altri, abbiamo bisogno d'avere le moltitudini con noi, perchè nessun popolo forse ha più ostacoli da superare--nè giova il dissimularli.--Abbiamo nemici al di dentro, pochi a dir vero, ma potenti di ordinamento, d'oro, e d'insidie. Abbiamo un esercito straniero, padrone di posizioni munite, di città primarie, di molte delle nostre fortezze, e superbo delle passate vittorie. Abbiamo le divisioni provinciali, che i molti secoli di sciagura comune hanno potuto logorare, ma non distruggere. Abbiamo, e questa è piaga mortale, la mancanza di fede in noi e nelle forze nostre, sicchè molti tra gl'italiani si stimano impotenti a fare e guardano oggi ancora allo straniero, come se dallo straniero potessero aver altro mai che nuove delusioni, nuovi ceppi, e nuovi tormenti. Abbiamo la inesperienza nell'arti di guerra, la innata diffidenza dei capi, e il perenne sospetto dei tradimenti, cresciuto in noi dagli eventi. E non pertanto a tutto questo porremo rimedio, se noi vorremo davvero. Non v'è ostacolo vero per ventisei milioni d'uomini che vogliano insorgere e combattere per la patria. I pochi nemici dell'interno, potenti all'astuzie, ma vili--e abbiamo fatti--al pericolo, o sfumeranno davanti al nostro primo grido di guerra, o li conterremo col terrore. Vinceremo lo straniero colla unità del moto, e con un genere di guerra insolita, forte di tutti i mezzi, diffusa su tutti i punti, varia, inesauribile, e tale che nè venti disfatte possono spegnerla, nè stagione od altro può imporle tregua, nè truppa disciplinata e avvezza alla battaglia campale può sostenerla gran tempo senza disordinarsi, senza sfiduciarsi, e perire. La scelta avveduta scemerà la diffidenza nei capi; e quanto ai tradimenti, è tradito chi vuole. Quando i capi sapranno d'avere la morte a fianco, e l'infamia alle spalle; quando la viltà sarà punita come la perfidia; e il libero linguaggio ch'or taluni riprovano, avrà tolto a' codardi e agl'infami la speranza di divorare il prezzo del tradimento nel silenzio comune, non tradiranno--o pochissimi. Ma per questo ci è forza avere le moltitudini; è forza, che il nostro vessillo sia vessillo di popolo; è forza presentarsi in campo colla maggiore potenza possibile; perchè abbiamo a compiere grandi cose, e soli tra i popoli, dalla Germania in fuori, abbiamo a conquistarci l'unità, l'indipendenza, la libertà. Ora, noi dobbiamo vincere, e rapidamente.--Prima legge d'ogni rivoluzione è quella di NON CREARE LA NECESSITÀ D'UNA SECONDA RIVOLUZIONE.
III.
Ma per avere compagno all'opera le moltitudini, per suscitarle dalla inerzia che le occupa, quali vie s'affacciano al forte che tenti l'emancipazione della sua contrada?--Il popolo ha fatto il callo al suo giogo; il servaggio ha stampato profondo il suo solco sulla fronte del popolo, e la polvere di cinque secoli posa sulla sua bandiera. Dov'è la voce così potente che valga a rompere il sonno ai giacenti da secoli, e dire efficacemente: levatevi?--Dov'è il soffio che possa sperdere quella polvere, e restituire la vivezza degli antichi colori al vecchio stendardo del popolo?
Il popolo?--Ah! Se voi non lo aveste chiamato mille volte a risorgere, e mille deluso; se egli fosse vergine di passato; se una santa parola non gli fosse troppo sovente suonata parola di derisione; se la libertà ch'egli vedeva scritta sulle vostre insegne, ch'egli udiva con ansia d'aspettazione suonare alto da' vostri seggi, nei vostri consessi, non fosse stata per lui come il frutto del lago Asfaltide, bei colori al di fuori, cenere dentro; se quando egli fidava salire d'un grado nella scala sociale, non avesse trovato una nuova aristocrazia al luogo della rovesciata, il privilegio dell'oro sottentrato a quello del sangue; se, quando egli sperava migliorare di condizione e togliersi di dosso i cenci della miseria, egli non avesse trovato i nomi soli mutati, non già le cose; s'egli non vi avesse udito teorici di pretesa, legislatori meschini, contendere d'una interpretazione di legge, d'una formalità politica, mentr'egli, il popolo, chiedeva pane e un diritto di rappresentanza; se finalmente egli avesse trovato in voi una scintilla dei grandi riformatori, la virtù del martirio per la fede che annunciavate, io vi direi: chiamatelo! Mormorate alle generazioni la parola di libertà, la parola dell'avvenire; e le generazioni verranno alla vostra chiamata; e voi vedrete il popolo levarsi, rompere il sonno e le abitudini della inerzia, scuotere i cinque secoli di servaggio come il lione la sua criniera, e innoltrarsi gigante: però che il popolo, come il Nettuno Omerico, ha potenza per correre in tre passi la carriera rivoluzionaria; e i popoli si rinnovano alla parola di libertà, come gl'individui all'amore. Io vi direi: nessun popolo, chiamato a sorgere pei suoi diritti, ha rifiutato: nessun popolo--tranne forse il Portoghese oggidì, e la chiamata è di re, nè ispira fiducia.--Ma in oggi, conviene pur dirlo, la esperienza di tante rivoluzioni che non hanno fruttato miglioramenti alle moltitudini, ha insegnato al popolo la diffidenza. E però, dove dieci anni addietro bastava chiamarlo, in oggi è necessario convincerlo; dove un nome, una idea bastavano a creargli speranze, in oggi è d'uopo esporgli apertamente l'utile materiale che deve indurlo all'azione. Questi frutti escivano dai sistemi praticati dalla fazione dottrinaria francese. Vegliamo almeno a sottrarre i tentativi futuri italiani alla influenza della fazione dottrinaria italiana.
Una opinione generata dal desiderio non calcolato di raccogliere tutti i voti, tutte le sentenze intorno a un sol punto, vorrebbe levare il grido di Giulio II, gridar guerra al barbaro!..... e tacer dell'altro.--Nessuno rifiuterà, dicono, di sorgere alla chiamata contro l'Austriaco. Gli uomini s'affratellano volentieri nell'odio. Non inalzate bandiera speciale. Lasciate al futuro le questioni intorno alla forma del reggimento che avremo a scegliere. Non usurpate i diritti del popolo. Il popolo, liberata la terra patria, deciderà.
Il consiglio move da gente ch'ama veramente l'Italia, e si slancerebbe forse tra' primi alla santa crociata. Però, noi lo esponemmo, e lo combatteremo, rispettandolo.
Dapprima,--e i nostri lettori oggimai lo sanno, ma giova ripeterlo,--la unione di tutti i pareri, di tutte le opinioni, di tutte le credenze in un solo intento, sta per noi, come utopia seducente, ma pericolosa. Se la impresa che noi tentiamo fosse impresa di distruzione e non altro, la concordia non riescirebbe difficile: ma l'epoca, la missione di fondazione si concentra così strettamente alla prima, che noi non possiamo disgiungerle. Le antiche rivoluzioni fallirono in questo, che ordite a raunare i voti, comunque discordi, in un solo concetto generale e non abbastanza determinato, riescono potenti alla prima operazione, inette a compiere la seconda. I cospiratori raccolsero in un voto di rovina ogni sorta d'uomini; non interrogarono che volessero, ma soltanto che non volessero; commisero il resto al tempo.--Insorsero, e facilmente, però che vincevano in numero; ma il dì dopo, quand'era più urgente lo stringersi, gl'insorti apparivano divisi in più campi.--Le forze imponenti a principio, si smembravano in mille simboli, in mille sistemi d'ordinamento civile; perchè l'insurrezione avea, struggendo il nemico comune, restituito ad ognuno la indipendenza; e ogni uomo si sentiva forte a inalzare la bandiera, che gli studî, le passioni e il calcolo gli suggerivano. Però riescivano inefficaci a resistere, e cadevano: con quanta vergogna d'Italia noi possiamo sentirlo nel core, o leggerlo sulla fronte dello straniero! Ma noi v'abbiamo imparato a non calcolare di troppo la importanza delle unioni che aggregano elementi eterogenei per via di programmi insignificanti o d'un breve entusiasmo. V'abbiamo imparato che non v'è bacio Lamourette pei partiti che dividono una nazione; e che potenti, possono spegnersi, non confondersi; deboli, si confondono, ma facendosi, e mostrandosi forti,--e in politica, quel partito è più forte che rappresenta non la più alta cifra, ma la più alta e intera concordia di volontà. Però noi vogliamo non unire, ma unirci; non consumare gli sforzi e il tempo a conciliare cose di diversa natura, ma stringere a falange serrata gli uomini che professano le nostre credenze. A questi, diffusi e isolati fin qui, abbiamo detto e diciamo: GIOVANI O CANUTI, forti di braccio o di senno, siate con noi; rannodatevi alla nostra bandiera. Agli altri: rimanetevi: voi non potete essere con noi; ma concentratevi, e non ci accusate d'usurpazione: perchè o i più risponderanno alla nostra chiamata, e il diritto sarà con noi: o rimarremo minorità, e noi non attireremo sulle teste dei nostri concittadini la maledizione delle risse civili.
Ma quando avremo cacciato in Italia il grido di: guerra al barbaro; quando l'altra faccia del nostro stendardo non presenterà una parola di diritto, di rigenerazione, di miglioramento civile e materiale alle moltitudini, le moltitudini saranno con noi?--Non posiamo le basi dell'avvenire sopra illusioni. Le nazioni in oggi non si levano per una bandiera di guerra. Le nazioni non sorgono che per un principio. Gemono oppresse, immiserite, conculcate dalla tirannide, e contro alla tirannide si leveranno: ma la tirannide è tremenda, cittadina o straniera. A noi, potenti d'odio e d'amore, educati dagli studî, dai monumenti e dalle pagine storiche all'orgoglio della sventura, può stringere l'anima di più vergogna, e commoverla del fremito italiano, il sapere che chi ci opprime parla una parola non nostra, e che la sciabola, suonante oggi sulle tombe dei nostri padri è sciabola di straniero--ma le moltitudini intendono il grido di libertà più che quello d'indipendenza. Poi, l'assisa Austriaca splende abborrita agli occhi dell'Italiano di Lombardia, perchè le messi, gli uomini, l'oro lombardo trapassano nei granai, negli eserciti, nelle casse dell'Austria: ma gl'Italiani del Piemonte, del Genovesato, di Napoli, della Toscana, non sentono direttamente questo giogo sul collo. Il bastone di Metternich governa i tirannetti italiani; ma è segreto di gabinetto, e le moltitudini non s'addentrano nei gabinetti. Il pensiero del popolo erra fremente sulle piazze delle città, per le vie, nei tugurî, lungo i solchi delle campagne; non varca,--o di rado--oltre alle frontiere. Il barbaro per l'uomo del popolo è l'esattore, che gl'impone un tributo sulla luce ch'egli saluta, sull'aura ch'egli respira; il barbaro è il doganiere che gl'inceppa il traffico; il barbaro è l'uomo che viola, insultando, la sua libertà individuale; il barbaro è la spia, che lo veglia nei luoghi dov'ei tende obliare l'alta miseria che lo circonda! Là, nelle mille angherie, nelle vessazioni infinite, nell'insulto perenne d'un insolente potere, d'una esosa aristocrazia, stanno i guai delle moltitudini: di là avete a trarre quel grido che può farle sorgere. Gridate all'orecchio del popolo: la tassa prediale v'assorbe la sesta parte o la quinta dell'entrata--le gabelle imposte alle polveri, ai tabacchi, allo zucchero, ed altri generi coloniali, agguagliano la metà del valore--il prezzo del sale, genere di prima necessità, v'è rincarito di tanto che nè potete distribuirne al bestiame, nè talora potete usarne pur voi medesimi--la necessità d'adoprare pei menomi atti, per le menome contrattazioni, la carta soggetta al bollo v'è sorgente continua di spesa--i vostri figli sono strappati alle madri, e cacciati nei ranghi di soldati, che v'appunteranno al petto le bajonette, sol che il vostro gemito si faccia potente per salire al trono del tiranno che vi sta sopra; nè v'è speranza per essi di promoversi nelle patrie battaglie a condizione onorevole. Dite al popolo, per te non v'è dritto,--non rappresentanza,--non ufficio--non magistrato speciale--non amore,--non simpatia: v'è pianto, e miseria: v'è oppressione civile, politica, sacerdotale: v'è tirannide del principe, scherno dei subalterni, insulto di soldatesca, prepotenza di privilegio, d'opulenza--perpetuità di servaggio, palco e scure se t'attenti di romperlo senza vincere!--Poi mormorategli le grandi memorie de' Vespri, di Masaniello, di Legnano, del 1746: narrategli le battaglie di Parigi, di Bruxelles, di Varsavia: narrategli le barricate, le picche, le falci.--Ditegli: sta in te l'imitare quelli atti; sorgi gigante nella tua potenza: Dio è con te: Dio sta cogli oppressi! Quando vedrete passare sopra quei volti un pensiero di vita, quando udrete levarsi, come un vento sul mare, il fremito popolare--allora--ma allora soltanto, slanciatevi alla sua testa, stendete la mano alla terra Lombarda: là stanno gli uomini, che perpetuano il vostro servaggio: stendetela all'Alpi: là stanno i vostri confini:--e mandate il grido di FUORI IL BARBARO: GUERRA ALL'AUSTRIACO!--Il popolo vi seguirà.
IV.
E v'è una parola che il popolo intende dovunque, e più in Italia che altrove, una parola che suona alle moltitudini una definizione dei loro diritti, una scienza politica intera in compendio, un programma di libere istituzioni. Il popolo ha fede in essa, perchè egli in quella parola intravvede un pegno di miglioramento e d'influenza--perchè il suono stesso della parola parla di lui, perchè egli rammenta confusamente che s'ebbe mai potenza e prosperità, le dovette a quella parola scritta sulla bandiera che lo guidava. I secoli hanno potuto rapirgli la coscienza delle sue forze, il sentimento de' suoi dritti, tutto; non l'affetto a quella parola, unica forse che possa trarlo dal fango d'inerzia ov'ei giace per sollevarlo a prodigi d'azione.
Quella parola è--REPUBBLICA.--
Repubblica--ossia cosa pubblica: governo della nazione tenuto dalla nazione stessa: governo sociale: governo retto dalle leggi, che siano veramente la espressione della volontà generale.
Repubblica--ossia quel governo, in cui la sovranità della nazione è principio riconosciuto, predominante ogni atto, centro e sorgente di tutti i poteri, unità dello stato--in cui tutti gli interessi son rappresentati secondo la loro potenza numerica--in cui il privilegio è rinnegato dalla legge e l'unica norma delle pene e de' premî sta nelle azioni--in cui non esiste una classe, un individuo che manchi del necessario--in cui le tasse, i tributi, i gravami, gl'inceppamenti alle arti, all'industria, al commercio son ridotti al minimo termine possibile; perchè le spese, le esigenze e il numero dei governanti e dell'amministrazione sono ridotti al maggior grado possibile d'economia--in cui la tendenza delle istituzioni è volta principalmente al meglio della classe più numerosa e più povera--in cui il principio d'associazione è più sviluppato--in cui una nuova via indefinita è schiusa al progresso colla diffusione generale dell'insegnamento e colla distruzione d'ogni elemento stazionario, d'ogni genere di immobilità--in cui finalmente, la società intera, forte, tranquilla, felice, pacifica e solennemente concorde, sta sulla terra come in un tempio eretto alla virtù, alla libertà, alla civiltà progressiva, alle leggi che governano il mondo morale, sulla cui faccia possa scolpirsi A DIO, IL POPOLO!
V.
Questo nome di repubblica, che noi pronunciamo con tanta franchezza, è terrore a molti, i quali non s'attenterebbero di proferirlo, se prima non avessero esaurito tutte l'arti di perifrasi e circonlocuzioni, che il linguaggio somministra a chi scrive. Perchè? Nol sappiamo. Si stanno tremanti del nome, non della cosa. Se a ognuno d'essi s'affacciassero, senza tradurle in un solo vocabolo, le condizioni di reggimento, che noi abbiamo pur ora accennate, pochissimi rifiuterebbero consentire: ma s'arretrano paurosi davanti alle imagini d'un terrore, che accompagnò negli anni addietro non la repubblica, ma un tentativo di repubblica, una guerra repubblicana--davanti ai simboli d'un tempo che non è più, che per noi non fu mai, nè sarà--davanti a rimedî di leggi agrarie, di proscrizioni, di rapine di proprietà famigliari, d'usurpazioni subìte e di violenze, che se nell'anarchia delle prime crisi, alcuni affacciarono al popolo, son oggi provate inefficaci, crudeli ed ingiuste. E a noi, se il pregiudizio che s'adopera ad annettere a quella parola un significato non suo, sembrasse non che impossibile a togliersi, radicato almeno negli animi e diffuso ai più, non s'affaccerebbe un solo momento l'idea d'insistere su quella parola, di far battaglia per nomi: e sagrificheremmo alla concordia dei nostri quel grido, benchè l'anima ci sorrida dentro all'udirlo soltanto, benchè quello fosse il grido dei nostri padri, benchè quella bandiera ci splenda innanzi come la bandiera dei secoli avvenire, incoronata d'una grandezza antica che non morrà, e bella d'un pensiero d'emancipazione per tutti, d'amore e di fratellanza, che ci è vita, anima, conforto, religione. Ma quelle false interpretazioni non pajono potenti e diffuse, se non perchè la paura le esagera e la insidia de' nostri oppressori le ingigantisce. Guardando alla Francia, un gran fatto ci balza innanzi, un popolo levato in armi che, rovinata la tirannide d'un solo, non s'induce ad accettare un nuovo signore se non veggendo l'uomo stimato simbolo di repubblica, affratellarsi col nuovo dominatore, se non ascoltando una promessa solenne, che il trono sarebbe stato circondato d'istituzioni repubblicane. Or crederemo quella fosse concessione fatta dal popolo ai pochi trafficatori della sua vittoria, o non piuttosto dagli uomini della dottrina a un popolo fremente repubblica nel suo segreto e non bisognoso d'altro che d'una opposizione imprudente e d'un Mirabeau repubblicano per correre a quella forma di reggimento? E in Francia son pur vive le immagini del terrore, vivi i figli dei proscritti del 93, vive le memorie atroci di Lione, d'Arras, di Nantes--e tutte quelle ferocie tornate in nulla, suggeriscono la diffidenza nell'efficacia del simbolo, nel cui nome si commettevano--e da oltre a trent'anni, i nemici delle pubbliche libertà e la genìa de' giornalisti venduti e i rinnegati--che pur son tanti--per cupidigia d'imperio, s'adoprano a ingigantire quei fatti al popolo, a convincerlo che carneficine, usurpazioni e repubblica sono una cosa; a falsare la verità della storia, che insegna a discernere gli eccessi dei subalterni dai rimedî dolorosi, ma necessarî, adottati dalla Convenzione a salvaguardare la indipendenza del territorio, e liberarsi dalle interne congiure, dalle insidie coperte, che preti e nobili ordivano coll'oro inglese, dagli assalti dell'emigrazione insistente sulle frontiere, e dagli eserciti stranieri impossessati di piazze forti, e inoltrati sul suolo di Francia.--Ma in Italia, dov'è il terrore che abbia accompagnato i pochi anni di moto repubblicano? Dove sono le stragi o le devastazioni che abbiano contaminato le idee di reggimento popolare? Le poche grida che potevano racchiudere la minaccia, isolate e non seguite da effetto, stanno raccolte e poste in tutta luce, ampliate a fantasmi nelle pagine di taluni, che hanno prostituito la loro potenza a calunniare le moltitudini, a fraudare i più santi concetti, a piangere sulle rovine d'un'aristocrazia, che fondava il suo potere sulle delazioni, sulla corruttela e sui piombi, e che giunta l'ora della prova non seppe nè cedere da saggia, nè morire da forte. Il popolo non sa quelle pagine: il popolo sa che la sua condizione migliorava progressivamente colle istituzioni repubblicane: che il suo nome non era allora nome di scherno; che la sua bandiera era potente e temuta. Il popolo sa che, l'Italia non conosce proscrizioni se non regali, le antiche di Napoli, le moderne di Piemonte e di Lombardia, le novissime dell'Italia centrale, ordinate dal Canosa e dal Duca, e le atrocissime di Cesena e Forlì, commesse nel nome del Papa, dagli sgherri del Papa, colla benedizione del Papa.--Noi intanto abbiamo bisogno del popolo--e il tempo stringe, più forse ch'altri non crede--e al popolo non basta un grido di distruzione, o una parola indeterminata, però che i popoli non si fanno nomadi in politica, non mutano governo, come gli Arabi del deserto mutan di tende. Or, chiamandolo all'armi, perchè, se abbiamo un grido che gli è famigliare, un grido che gl'ispira fiducia che lo commove a un'idea di potenza, che gli dimostra direttamente l'intento del moto, perchè rinnegheremo quel grido santo che Genova, Firenze, le città Toscane, le città Lombarde conoscono, che consacra Roma, malgrado le infamie de' Papi, che Bologna, e le città della Romagna hanno nell'ultima insurrezione inalzato?
Il popolo, il popolo!--E quando noi cacceremo quel grido--quando agitandogli sugli occhi il suo vecchio stendardo repubblicano, noi ci slanceremo alla sua testa, e incontreremo le prime palle austriache, credete voi che il popolo non affronterà le seconde? Quando spiegheremo dinanzi a lui, come un programma dell'avvenire, la dichiarazione dei suoi diritti, la tavola dei vantaggi che le libere istituzioni gli frutteranno: quando gli diremo i primi, i più urgenti miglioramenti, e per sicurezza degli altri porremo le nostre teste, dicendogli: «tu devi esser libero, non tiranno: là è l'austriaco, l'unico ostacolo allo sviluppo ordinato e progressivo delle tue facoltà: per te e pe' tuoi figli libera il suolo de' padri tuoi; nel nome di Dio e della patria, sorgi e sii grande, terribile nella battaglia, moderato dopo la vittoria:» credete voi che il popolo contaminerà col delitto la sua solenne risurrezione, che il sangue fraterno consacrerà all'infamia i primi suoi passi, ch'egli vorrà far retrocedere, divorandola in germe, la rivoluzione?--Date al popolo il moto, e abbandonatelo a sè; le suggestioni de' suoi nemici, le abitudini del servaggio, gli eccitamenti della lunga miseria lo trarranno in braccio alla prima fazione che vorrà impadronirsene. Ma siate voi quella: non vi ritraete, non lo sfiduciate colla freddezza, non rifiutate guidarla per codarde paure, o vanità di virtù inoperose: mescolatevi con esso, assumetevi una influenza, una potenza di direzione, che, senza questo, cadrà in mani perverse: morite con esso, e il popolo vi seguirà come voi vorrete. Ricordate Parigi, ricordate Lione, ricordate le moltitudini di Londra poi che il ministero Gray cesse il governo dello stato a Wellington. Quale eccesso contaminò la sua causa?--Ah! la gemma della sua corona splende d'una luce più pura che non la vostra, uomini che chiamaste a insorgere il popolo, per chiamarlo barbaro tre giorni dopo!
Ma a tutti gli uomini, i quali sospettassero, nel simbolo che noi predichiamo, prave intenzioni: a tutti gli uomini che ci attribuissero passioni di sangue o anelito di guerre civili, noi qui diciamo solennemente, ed ogni sillaba che noi scriviamo giovi a condannarci nell'avvenire, se i fatti non converranno colle parole: «noi non siamo feroci: uscimmo da una madre, ed amiamo. Ma non siamo deboli: vogliamo la libertà della patria; morremo, se farà d'uopo, per essa e GUAI AI TRADITORI, E AI FAUTORI APERTI DELLA TIRANNIDE! Chi porrà la sua vita nella bilancia, chi commetterà l'anima a Dio per la patria, avrà diritto di proferire queste parole; avrà diritto che il suo sagrificio non rimanga sterile, inefficace; avrà diritto che dal suo sangue germogli un fiore di libertà, che il sorriso schernitore de' tristi non passi sulle sue ossa, che la speranza d'una bandiera italiana piantata sulla sua zolla scenda sotterra con lui. I vili e gl'inerti vadano colla maledizione della loro viltà, non si commettano ai pericoli, che non sanno reggere: vivono di paura, e nella paura.--Noi non siamo feroci; ma dovremo sempre temere d'essere feriti da tergo? Dovremo sempre, per difetto d'energia e d'antiveggenza, dar lo spettacolo al mondo della nostra caduta? Ah! v'è un peso di delitti e d'infamie su questo suolo d'Italia, accumulato dalla tirannide e dalla viltà; v'è un tal suono di pianto dietro noi, un tal grido di vittime sotterrate per noi, che s'anche un pensiero di vendetta di sangue ci strisciasse sull'anima, amara per la perdita d'ogni cosa diletta, e per vedere il fiore de' giorni giovenili consunto nel tormento d'un'unica idea, o solcasse la fronte d'uomini, sulla cui testa canuta pesano undici anni d'esilio di patimenti non meritati, nessuno avrebbe diritto di rimproverarlo come delitto! Ma noi non siamo nè crudeli, nè tristi. Non cacceremo le nostre sciagure sulla bilancia: non sommoveremo alle proscrizioni le moltitudini: non abuseremo del diritto di reazione: sommetteremo i tradimenti ed i traditori alla giustizia della nazione, e ci getteremo tra il popolo e le vittime de' suoi sospetti. Non avremo forse per noi, per tutto il passato, per compenso alle persecuzioni e all'esilio, l'abbraccio delle nostre madri, la gioja sublime di contemplare sulle nostre torri la bandiera italiana, il momento, il momento divino di stringerci alla donna del nostro core, e dirle: ora tu sei libera, e d'un libero?--Abborriamo dal sangue fraterno; NON VOGLIAMO IL TERRORE ERETTO A SISTEMA: non vogliamo sovversioni di diritti legittimamente acquistati, non leggi agrarie, non violazioni inutili di facoltà individuali, non usurpazioni di proprietà. Vogliamo un nome, una esistenza riconosciuta, una via schiusa al progresso, una rappresentanza, e un miglioramento di condizione per un povero popolo, che geme da secoli nella miseria. Non cacceremo il guanto della guerra civile, noi primi: la sosterremo e la spegneremo virilmente, se una minorità, una frazione di venduti al potere o di fabbri di superstizioni, s'attenteranno di suscitarla colle insidie o colle congiure, perchè noi non vogliamo farci persecutori; ma nè essere delusi, trafficati, scherniti. Questo è il nostro simbolo--ed è strano dover dichiararlo, quando gridiamo: repubblica. Gli uomini, che meditano sulla politica, sanno che il terrore non è elemento inerente a governo alcuno; bensì rare volte necessità per ogni governo che vuol durare: per l'iniquo Miguele, per Francesco IV, come per la Convenzione di Francia. Sanno, che le cagioni del 93 nella Francia erano, più che nella volontà di pochi individui, negli infiniti elementi di discordia interna, nelle insurrezioni della Vandea e dei dipartimenti, nelle trame segrete degli alleati, nelle ostilità aperte del patriziato o del sacerdozio: e che queste ragioni non saranno, dalle trame straniere in fuori, nè potenti, nè attive in Italia. Sanno che il reggimento repubblicano è il solo inteso dal popolo, che le moltitudini furono e saranno incerte davanti ai termini di bilancia politica, equilibrio dei tre poteri, lotta ordinata d'elementi legali, reggimento misto parlamentare, ecc., che la forma monarchico-costituzionale è forma transitoria, consunta--e che la repubblica sola può esistere in Italia, e conciliarsi colla unità.»
VI.
Perchè--parliamo a quei che non intendono diritti, ma fatti soltanto--a chi fidare, nella ipotesi monarchico-costituzionale, la somma dei destini italiani, lo scettro unico, il volume unico delle costituzioni italiane, però che italiane vogliono essere? Chi riunirà i voti di ventisei milioni d'uomini, divisi per secoli, per gare, per ambizioni, per corruttela di favella, per usi, per leggi, per re? Chi spegnerà il vecchio lievito di spirito provinciale, che un mezzo secolo di predicazione ha sopito e logorato, ma non tanto che non appaja talora, e che, risuscitato, non potesse farsi tremendo?--Un re tra gli attuali? Vergogna e scherno! Qual è fra i tirannetti italiani, che non abbia col sangue dei sudditi segnato il patto coll'Austria? Qual è quei, che il passato non separi violentemente e inesorabilmente dal suo popolo e dall'avvenire?--Un solo forse poteva assumer l'impresa. Era macchiato d'uno spergiuro; ma l'Italia s'offriva a dimenticarlo. Fu un punto solo. Nol volle; e fu meglio per noi! Ma chi è oggi fra i nostri principi che presuma stender la mano a quella corona, ch'egli non seppe raccogliere? Oh! la mano gli arderebbe, però che su quella mano, qualunque essa siasi, sta rappreso sangue d'Italia e di liberi! Chi è che dimostri, non dirò amore di patria o di libertà, ma ambizione deliberata nelle vie da scegliersi, ambizione d'uomo che sa--se tra lui e la cosa voluta sta la morte--affrontarla senza esitare? Ambizioni inette, meschine; uomini deboli per paura, e stolidamente feroci. Poi, la questione si riduce a due soli dei nostri principi, perchè, dove non sono eserciti, chi vorrebbe formare un pensiero di conquista italiana? Tra quei due, la questione è rapidamente decisa, o meglio, non v'è questione possibile. Nessuno dei due, al punto in cui siamo, riescirebbe a mettersi in capo la corona dell'altro, senza guerra lunga e decisa: nessuno dei due ha diritto d'affetti, di simpatia, di virtù, d'ingegno o di fama per contendere all'uno i sudditi dell'altro. Tra lo spergiuro del 1821, e l'assassino di De Marchi, chi vincerà la questione?--I due eserciti saranno fratelli, non cederanno all'armi reciproche mai. Accendete la guerra: ecco risse civili, e stragi, e per anni: odj, offese d'onore, invidie potenti rinate per secoli: e il pensiero di libertà e di patria sfumato nell'infame contesa. O sceglierete un re nuovo, e non di dinastia regnante in Italia?--Cittadino o straniero?--Di razza regale, o plebeo?--Sceglietelo cittadino. Dopo la difficoltà della scelta sottentra più forte l'altra della conquista, della occupazione di tutta Italia: avete guerra civile; e chi dovrebbe sostenerla, incomincerebbe privo anche dell'ajuto che il primo aspetto della questione somministrava: uno stato, e un esercito suo. Ma--giova ripeterlo mille volte--il napoletano non accorrà mai un re piemontese; e reciprocamente. L'ire di provincia e di municipio non piegheranno mai che davanti a un PRINCIPIO: riarderanno tremende ogni qual volta si moverà parola d'un UOMO. Il principio è comune a tutti: il suo trionfo è trionfo di tutti, il consesso che lo rappresenta è consesso di tutti, nè può suscitar gelosie: ma l'uomo nasce d'una terra, rivendicato dalla vanità d'una terra, abborrito dall'orgoglio dell'altra. O saluterete l'eletto della vittoria? Inalzerete sullo scudo il soldato fortunato?--Fatelo: avrete così una rivoluzione sociale sfumata in un uomo: avrete un Bonaparte che vi prometterà libertà, poi avrà bisogno d'una Sant'Elena per riconoscerla valida e prepotente: avrete un'aristocrazia militare, una gloria forse a prezzo della prosperità e dei vostri diritti: una tirannide di pretoriani. Poi, i grandi geni militari non si manifestano onnipotenti a conciliare i partiti più discordi, in un'ora, s'allevano fra le battaglie: vincono nelle campagne gli sproni di cavaliere. Dall'assedio di Tolone all'impero trascorsero parecchi anni, due campagne in Italia, ed una in Egitto. E intanto? Vi rimarrete, attendendo il genio, e le circostanze che lo fecondino? A non cacciare nella nazione un principio che distrugga le vostre future speranze, soggiornerete sempre nel provvisorio?--Sceglietevi un principe straniero. Dalla Svezia alla Francia, dal Brasile all'Africa, i coronati che invocano uno stato sono tanti!--Oh! è essa sì bassa cosa questa corona d'Italia, che abbiate ad offrirla all'incanto ai raminghi stranieri, colla certezza di trarvi in patria gli eserciti e le battaglie, e, peggio, i protocolli dello straniero--dacchè la Italia non è stato tale, che un germe di casa regale possa esserne scelto a dominatore, senza concitare l'invidia e le paure e le gelosie delle corti d'Europa?--Ora, qual è il modo di conciliare codesti elementi? Di spegnere la tirannide, di non vendersi a un tiranno soldato, di non ricommovere gli animi alle stragi civili, di non crearvi nemici potenti in tutti i gabinetti stranieri? Io vi chiedo: datemi un re ma un re italiano, potente d'intelletto e di core, grande nell'arti della vittoria e della giustizia civile, che non mi ponga a fronte del mio fratello--avanza una federazione di re, e dei re viventi in Italia! avanza il Papa!!--avanza l'Austriaco!!!--[64].
VII.
Oggimai, a chi guarda all'Europa, i governi monarchico-costituzionali appajono forma spenta, senza vita, senza elementi di vita, senz'armonia coll'andamento della civiltà. Costituivano una forma di transizione tra il servaggio assoluto e la libertà, un genere di reggimento che somministrava, a tutti quanti gli elementi che s'agitano nelle società, un campo per esperimentare le loro forze, esercitarsi a fare, svilupparsi in una guerra ordinata, sotto tutti gli aspetti possibili, finchè s'intravedesse a qual d'essi spetta il dominio sugli altri. I governi misti valgono nella scala del progresso come una educazione politica, una prova all'intelletto d'un popolo, perch'ei salga maturamente e non di balzo all'ordinamento sociale, una transazione dell'elemento popolare debole ancora cogli elementi che lo circondano, ma provvisoria, a tempo, e non omogenea. L'Inghilterra pose in favore la teorica costituzionale; e ad essa ragioni di fatto e positive prescrissero quella forma di reggimento. L'aristocrazia signorile, risultato della conquista normanna, proprietaria delle terre, ed accetta alla nazione per la magna Carta strappata a Giovanni, era elemento predominante. Gran parte della lotta rivoluzionaria si consumava tra essa, e il potere del re; e poich'ebbe ottenuta vittoria, il patriziato rimase dominatore. Ma poichè due elementi non possono in un governo trovarsi a fronte soli senza che l'urto duri perenne, il re si rimase potere fra i due elementi aristocratico e popolare, termine intermedio, vincolo d'accordo se l'uno cozzasse coll'altro.--Seguì la Francia; ma gli uomini nel secolo XVIII quando posero mano alla grand'opera della rigenerazione sociale, si diedero, noi lo dicemmo, a distruggere quanto pareva avverso all'intento. Era la loro missione, ed era così gigantesca, il terreno era così ingombro di pregiudizî, di superstizioni, di codici barbari, e d'altro, che una generazione bastava appena a purgarlo. Ridussero il loro simbolo alla negazione, e trasandarono la parte organica positiva. E non pertanto urgeva affacciare qualche forma che potesse sostituirsi alle vecchie: urgeva, più ch'altro, vincere il presente; e poichè i popoli procedono più facilmente per termini di comparazione ed opposizione, fu forza trascegliere. I filosofi, non avendo il tempo di creare un sistema governativo, ne andarono in traccia nella vecchia Europa, e stimarono averlo trovato nell'Inghilterra. L'Inghilterra, nella quale l'elemento popolare non s'era peranco sviluppato, presentava un'apparenza di riposo, di tranquillità, d'equilibrio che innamorò la scuola filosofica. Il suo governo fu scelto a modello, in opposizione alla Francia di Luigi XIV e XV. Montesquieu, così mal giudicato finora, Montesquieu che i molti s'ostinano a intendere legislatore, mentr'egli non fu che narratore filosofo di ciò ch'ei vedeva, e degli elementi che gli era dato scoprire nell'antichità e nei tempi moderni, incominciò ad accreditar quella forma. Pure, egli tradiva tutto il segreto dell'esistenza di quel governo, quando deduceva che monarchia non poteva concepirsi senza le classi privilegiate. Voltaire, genio d'azione, di distruzione, creato per la guerra, non per l'ordinamento che segue la vittoria, estremamente superficiale nel contemplare le cose, ma facile ad appassionarsi, e ingegnoso abbastanza per puntellare ogni suo paradosso, si diede non a studiare quella forma, ma a predicarla per ispirito di contrasto, parendogli singolare di combattere il sistema francese con armi d'un vecchio nemico; e ingigantì la perfezione di quell'edificio sociale, come a combattere la religione di Cristo, afferrò Confucio, e intese a far dei Cinesi un popolo di filosofi. Pure le massime di Voltaire trascinavano all'eguaglianza.--L'autorità di quei nomi prevalse intanto e prevale tuttavia in molti a farsi ammiratori fanatici d'un governo, che il tarlo popolare ha minato per ogni dove.
In oggi, la prova è fatta. La lotta s'è guerreggiata in tutte le guise possibili. L'Europa ha tentato le forme, quante erano, della monarchia, senza potersi riposare in alcuna: monarchia assoluta, per diritto divino, monarchia per diritto di forza, monarchia per diritto, come dicono, di popolo. Luigi XVI ha conchiusa la prima, e Carlo X, che volle risuscitare il cadavere, non ebbe la testa mozza sul palco, perchè i costumi erano fatti più miti e la nazione più sicura della propria potenza. Napoleone chiuse la seconda, e certo dopo lui, nessun mortale oserà ritentarla. La terza sta ora chiudendosi e rapidamente. E se l'ultima prova, e il risultato morale riescì fatale alla forma monarchico-costituzionale, impotente a inoltrare o retrocedere in Francia, essa è assalita al core nell'Inghilterra, dacchè l'elemento popolare s'è mostrato nel dramma politico.
Napoleone ha riassunto l'epoca, allorquando pronunciò: che l'Europa nello spazio di quaranta anni sarebbe stata cosacca o repubblicana.
L'Europa sarà repubblicana--Napoleone era la forza, nè poteva rinunciare a porre un certo equilibrio tra quella e il diritto. Il mondo per lui era un oggetto di guerra e di conquista per due genî di natura opposti, come i due principî persiani. Ma ciò ch'egli vide fu l'impossibilità d'un sistema permanente di transizione, fu che la guerra tra due principî incominciava disperata, decisiva, finale! O innanzi--o addietro: la umanità era impaziente d'affacciarsi a un'epoca positiva ed organica. Questo egli vide, e gli anni avverano la predizione.
VIII.
Il Popolo! Il Popolo!--Torniamo al nostro grido. È il grido del secolo: il grido dei milioni, che fremono moto: il grido d'un'epoca che s'inoltra veloce. Salutate la bandiera del popolo, però ch'egli è l'eletto di Dio a compiere la sua legge: legge d'amore, d'associazione, d'eguaglianza, d'emancipazione universale. Spianate il sentiero al popolo, però che, dove voi nol facciate, egli lo farà, e volontariamente. Annunciate a tutti la sua manifestazione, i suoi bisogni, e i suoi diritti, perchè, dove un tale elemento s'è rivelato, fu tolta all'individuo, qualunque pur siasi, la potenza di fare contr'esso o senz'esso.
O Italiani, giovani miei fratelli! Se volete imprendere imprese generose, se avete in anima tentare il risorgimento davvero: associatevi le moltitudini. Non v'illudete. Siete pochi, e morrete. È bello il morire per la propria contrada, ma la vostra contrada vi grida: morite lasciandomi libera, perch'io possa onorare almeno i vostri cadaveri. Non v'illudete: santificatevi nell'entusiasmo e nella fede d'una missione, ma badate a non isolarvi nell'entusiasmo: badate a non pensare che tutto è fatto, quando i giovani, che si sono ispirati alle sciagure della patria, si sono stretti la mano, dicendo l'uno all'altro: a domani il banchetto di Leonida.--Siete pochi all'impresa: tanti da ergere un mucchio di spenti su cui si levi visibile all'Europa la vostra bandiera dell'Italia ringiovanita; ma chi la sosterrà quella bandiera, perchè sventoli per sempre sui vostri sepolcri?--Associatevi le moltitudini. Non temete il loro silenzio: quel riposo apparente cova un vulcano, che divorerà colla sua lava il barbaro e i fautori del barbaro. Ma stringetele colla famigliarità: destate in esse la fiducia: amatele, e mostratelo. Il tempo stringe--ed io guardo, e non veggo, che voi operiate abbastanza a meritarvi l'aiuto delle moltitudini nell'ora della lotta.--Perchè giacete? Io v'ho detta tanta parola di lode e di conforto, che posso mormorarvi un rimprovero, senza che voi m'incolpiate di poco amore. Perchè scrivete inezie e canzoni d'amore invece di rivolgere la letteratura al popolo, all'utile suo? Perchè non promovete con sacrificî d'ogni genere l'istruzione elementare, la diffusione dell'insegnamento popolare? Perchè non vi fate voi nelle vostre campagne maestri di lettura ad alcuni degli uomini di montagna? Perchè non rappresentate al popolo i suoi fatti antichi nei quadri, nei libercoletti, negli almanacchi, in tutti i modi che possono illudere la tirannide? Perchè non viaggiate a portare di paese in paese e di villaggio in villaggio la croce di foco?--V'arde il furore di patria che vi ha consecrati a una idea? I vostri passi siano tra le moltitudini. Salite i monti: assidetevi alla mensa del coltivatore: visitate l'officine, e quegli artigiani che voi non curate. Parlate ad essi delle loro franchigie, delle loro antiche memorie, della gloria, del commercio passato: narrate le mille oppressioni ch'essi ignorano, perchè nessuno s'assume di rivelarle. Quei volti che la fame e l'avvilimento hanno sformati, lampeggeranno d'un lampo italiano: quelle mani negre, abbronzite, incallite all'aratro e alla vanga, tremeranno forse brancolando quasi in cerca d'un fucile, d'un'arme--allora dite, o Italiani, avete voi armi?--Per voi, e per essi?--
MOLTITUDINI, ED ARMI--Eccovi il segreto delle rivoluzioni future.--1832.
FRATELLANZA DEI POPOLI
_Peuples, formons une sainte-alliance, Et donnons nous la main._
BÉRANGER.
Quando Iddio cacciò la terra nello spazio infinito, mandò una voce all'Uomo che l'animava: va! tu sei chiamato ad alti destini: io t'ho creato a mia imagine; ma tu non mi contemplerai faccia a faccia, se non quando potrai posarti davanti a me nella pienezza delle tue facoltà, nell'esercizio libero delle tue potenze ordinate a un intento sublime. Va! io t'ho steso dinanzi una vasta carriera di PROGRESSO; ma tu non puoi correrla solo: affratellati in un gran pensiero di sviluppo morale con tutti gli esseri, nei quali troverai riprodotta la imagine mia. La via t'è seminata d'ostacoli; ma va! la vittoria è con te, perch'io t'ho dato la POTENZA D'ASSOCIAZIONE.--
Nessuno sa i secoli che passarono sulla terra; le pagine del mondo fisico ne rivelano una lunga serie senza determinarli: ma l'eco di quella voce non è perduto, e sospinge tuttavia le generazioni sopra una via, alla quale l'occhio non vede orizzonte determinato, ma che ogni passo rivela più ampia e più bella.
L'umanità stette come inerte, concentrata, raggruppata in sè, quasi intenta a studiarsi, a raccogliere le sue forze, a calcolare il punto d'onde movere con più vantaggio, nel mondo orientale. Fu gigantesca come le Piramidi: ma come le statue egiziache, aveva i piedi giunti, e la immobilità per carattere. Poi, si slanciò a rintracciare una terra che somministrasse materiali più vasti al pensiero, attitudini maggiori al moto.
Questa terra è l'Europa. L'Europa è la leva del mondo. L'Europa è la terra della libertà. Ad essa spettano i fati dell'universo, e la missione di sviluppo progressivo ch'è legge all'umanità.
Quattromila anni scorsero, dacchè il primo raggio di civiltà spuntò nella Grecia dalle rupi del Caucaso. Era un raggio fioco, incerto, e tremolava nel bujo. La scintilla involata da Prometeo era così debole che parea destinata a morire con esso. Ma la razza de' titani, che pugnarono contro il destino asiatico, si perpetuò. Il germe europeo educato dagli Elléni si sviluppò ingigantendo. Oggi ricopre l'Europa: quel raggio è fatto sole d'incivilimento; nè v'è Giosuè che possa arrestarlo.--Dacchè la umanità fece atto d'attività in un angolo della Grecia, ogni periodo storico, ogni secolo rivelò l'azione dei due principî sui quali s'appoggia la nostra religione.
L'umanità camminò sulla via del Progresso.
Ogni grado di progresso fu conquistato coll'associazione; e, reciprocamente, nessun grado di progresso fu conquistato che non aprisse una via, o un vantaggio all'associazione dei popoli.
Oggi le teoriche del progresso indefinito e dell'associazione Europea, un tempo retaggio dei pochi che il volgo dei dotti battezzava utopisti, son fatte credenze pressochè popolari in Francia, dove le delusioni e le colpe non sono tante ancora da toglierle l'iniziativa dell'incivilimento Europeo. Dacchè Cristo cacciò una base d'associazione, bandendo agli uomini il principio dell'eguaglianza, senza la quale non v'è associazione possibile; dacchè la stampa creò un vincolo universale e concesse a quanti sentivano dentro la consecrazione a una missione di sviluppo sociale, di coordinare i loro sforzi individuali, di stampare una grande unità morale in tutti gli elementi materiali che avevano alle mani, la tendenza all'associazione, l'anelito alla fratellanza Europea crebbe evidentemente, e senz'arrestarsi. La rivoluzione francese l'eresse in legge, in principio politico. Napoleone l'ajutò, forse senza volerlo, colla conquista, e sacrando col battesimo di sangue tutte le genti, sulle quali passeggiò colla spada nella destra, e un codice--qualunque pur fosse--nella sinistra. I popoli s'affratellarono prima nell'odio, poi nell'amore; e mentre i principi, piegando davanti alla previsione d'una lega degli uomini liberi, strinsero un patto d'infamia a contrastarne i tentativi, i popoli anch'essi strinsero la loro. La parola d'ordine fu Libertà; e quando Parigi scrisse quelle parole sulla sua bandiera, levandola in alto sicchè tutta Europa la vedesse, tutta Europa sentì la necessità di concentrarvisi; tutta Europa fermentò d'una nuova potenza, e gli uomini liberi intesero a strignersi la mano, per essere più forti. Le nazioni Europee entrano ad una ad una nel convegno, come viaggiatori che si raccolgano ad iscrivere il loro nome. L'Inghilterra, ultima terra del feudalismo, della ineguaglianza, quindi della tendenza all'individualismo, si commove tutta a nome di riforma cacciato alle moltitudini; e il primo modo d'espressione che gl'Inglesi scelsero, fu quello d'inviare con Bowring il saluto di fratellanza agli insorti di luglio, quasi un atto d'adesione ai principî, che hanno a reggere dominatori pacifici dell'universo. Il trono Francia fu sull'orlo della rovina per la caduta di Varsavia. Dall'Ungheria venne una voce di conforto ai prodi, che Lelewel aveva inspirati, e che si battevano sotto Ramorino. Il pellegrinaggio dei bravi Polacchi infiammò gli animi nella Germania; ed oggi gli uomini di Fichte, gli uomini d'Arndt, di Jahn, di Körner, ritolgono la pensione al dottor Wirth, per aver confuso la Francia cogli uomini che governano. Fin le gare e gli odî tra Portoghesi e Spagnuoli si logorano in faccia a un avvenimento che può diventare Europeo; e se suonasse la campana a stormo dei popoli, se una guerra di principî, sola possibile in Europa, inalzasse le due bandiere al vento, quanti segreti di simpatia noi non vedremmo manifestarsi, quante moltitudini, ch'ora giacciono mute ed inerti, covanti il fermento Europeo, non si slancerebbero risorte a intrecciare le destre, a stendere le picche del cittadino, sull'altare dell'umanità!
Un giorno, quando noi avremo nome, e patria, e libertà, noi spiegheremo dinanzi ai nostri fratelli il quadro gigantesco e sublime del progresso dello spirito d'associazione, e le vicende per le quali attraverso rovine d'imperi e nazioni, attraverso i mille ostacoli che le tirannidi e l'individualismo suscitavano ad ogni tentativo, giovandosi ora delle conquiste, ora delle emigrazioni, ora del commercio, fuggendo un popolo per trionfare in un altro, svanendo in un secolo per ricomparire poi più potente, aspirando in un'epoca all'unità colla spada di Roma, tentandola in un'altra col pastorale, tramutando insensibilmente lo schiavo in servo, in vassallo, in borghese, in uomo libero; trasformando la proprietà; combattendo il feudalismo colla monarchia, il dispotismo coll'aristocrazia del sangue, colla potenza dell'oro, e l'insolenza dell'oro colla influenza della capacità; sviluppando più sempre la natura morale dell'uomo, e diminuendo il dominio della natura fisica: vincendo le abitudini del clima colle frequenti comunicazioni, colle vie moltiplicate, coi telegrafi, la Civiltà progressiva n'è inoltrata a un punto, dal quale nessuna forza oggimai può farla retrocedere--e la umanità emerge raggiante, sempre potente di nuovi ajuti, sempre raccogliendo qualche popolo nel suo cammino, sempre acquistando terreno in Europa, e incominciando ad invadere l'Asia. Sarà bello, finita la gran giornata, gittare uno sguardo, come il pellegrino, sulla via trascorsa. Oggi, noi stiamo sulla breccia, siamo stretti dalle urgenze dei tempi e degli avvenimenti; abbiamo la lancia in pugno. Si tratta di combattere, si tratta di vincere, si tratta di decidere se la civiltà debba arrestarsi in faccia a pochi uomini--se la fratellanza dei popoli sia una illusione o l'unico mezzo di trionfo per noi.--1832.
ITALIA E POLONIA
COMITATO NAZIONALE POLACCO
N.º 498, Parigi, via Taranne, 12.
Il dì 6 ottobre 1832[65].
FIGLI D'ITALIA!
Un Genio forte non si stanca mai, e nelle varie vicende sta sempre intento a risuscitare gli alti pensieri ed a fortificare i nobili sentimenti. Tale fu il Genio della vostra classica terra da tre secoli soggiogata. Un lungo infortunio ha creata l'esperienza della vostra nazione, la quale, principiando una nuova vita, non ha cessato mai di dare alla patria uomini dotti che preparando per voi un felice futuro, hanno mostrato al mondo i veri principî della libertà. Il popolo, dal cui seno uscirono cittadini predicanti siffatti principî, non è per certo destinato alla schiavitù. Ed oggi, figli d'Italia, GIOVINE ITALIA! la vostra gioventù fervida di speranza è una viva e brillante imagine del rinascimento vicino della vostra indipendenza e della vostra libertà.
Un popolo, che sa sentire, ascolta ed intende qualunque altro popolo è posto in simili circostanze. Per questo, i figli d'Italia accetteranno con gioja la parola dei figli della Polonia, i quali giunti in esilio insieme ad essi, si sono incontrati sull'amica terra di Francia. Qui uniti si ricordano insieme delle speranze svanite, quando i popoli d'Italia e di Polonia, riposando sull'eroe di Francia, incontrarono ogni sorte di sacrificî per rilevare la loro esistenza; e questa fraterna amicizia principiata allora fra i combattenti sotto gli stessi segni guerrieri, fa in oggi ricordare la rovina di tutti gli sforzi insieme ultimamente fatti per questo grande oggetto; fa intendere i suoi pensieri e indovinare l'avvicinato futuro.
Quei prossimi e preziosi istanti non lasciano assai tempo per risvegliare que' ricordi, per parlare di quelle strette relazioni che dai principî del cristianesimo avevano uniti i Polacchi e gli Ungheresi coi vicini Italiani. Il loro pensiero è tutto occupato di questo combattimento europeo coll'atroce dispotismo, tanto per la libertà ed il supremo potere dei popoli, quanto per la libertà e l'eguaglianza del diritto di ciascuno contro i privilegi e le usurpazioni di qualche eccezione: combattimento per l'indipendenza e per l'unione delle oltraggiate nazioni.
Figli della Penisola oltremontana! Non siete stranieri lontani, quando sul Continente si tratta una causa così importante. Simile è sempre ed in tutto la situazione dell'Ungheria, della Polonia e dell'Italia: la loro causa è la stessa; simili dunque e contemporanei devono per tutti essere i momenti d'operazione. Questa persuasione bolle nel sangue degli eroici guerrieri d'Italia e di Polonia, e il cuore dei cittadini delle due nazioni s'infiamma egualmente per la causa dell'Umanità. Nell'esilio, e nell'infortunio, le loro mani unite siano un segno dei loro desiderî, dei loro sacrificî e delle loro sempre concordi operazioni.
LELEWEL. VALENTINO ZWIERKOWSKI. ANTONIO HLUSZNIEWICZ. RYKACZEWSKI. ANTONIO PRZECISZEWSKI. LEONARDO CHODZKO. V. PIETKIEWICZ.
GIOVINE ITALIA
POLONI!
La GIOVINE ITALIA accoglie con gioja la vostra parola. Voi siete prodi, o Poloni. Dal giorno in cui l'infamia dei re congregati smembrò la vostra contrada, voi non avete cessato mai dal combattere apertamente o celatamente contro i vostri oppressori. Voi avete più volte, col martirio, protestato solennemente in faccia all'Europa, che nessuna forza potrebbe spegnere il pensiero d'indipendenza che vi fremeva nel petto, come nessuna usurpazione poteva cancellare i vostri diritti di popolo e di nazione. La vostra bandiera, proscritta sul vostro terreno, pellegrinò, sublime di memorie, per tutta Europa, ma combattendo e vincendo per l'altrui salute, mescendovi con altri prodi, il vostro pensiero era sempre alla Vistola, e il voto che ispirava Dombrowski scaldava i vostri cuori sulla terra straniera. Avete dato al mondo un esempio unico di costanza e di fermo volere. E quando nel 1830, sorgeste a salvar la Francia e l'Europa superaste gli esempî dei padri. Sorgeste quando tutte le forze dell'Impero erano in marcia verso le vostre frontiere. Sorgeste soli: combatteste soli. Onta all'Europa che rimase inerte! Oppressi dal numero, fors'anche dal tradimento, cadeste; ma l'aquila bianca, non brillò mai d'una luce sì bella come a quell'eroico cadere, e v'è tal nazione, alla quale sarebbe più gloria l'esser caduta, come voi cadeste, che non il trascinare una vita incerta e grave del gemito e della maledizione dei popoli.
Però la vostra parola ci suona nell'esilio come una promessa d'avvenire, e stringendo la mano che voi ci porgete, noi pure ci sentiamo più forti.
Ma il diritto d'onore, che il vostro coraggio v'ha dato da molti secoli, s'è convertito, dal 1830, in diritto di fratellanza. Ampliando la sfera dei vostri sentimenti, e fecondando il pensiero patrio col pensiero europeo, mente dell'epoca in cui viviamo, voi avete imposto un debito di riconoscenza e di lega a chi non avea che un debito d'ammirazione.
«Se anche, voi diceste all'Europa, in questa lotta della quale noi non ci dissimuliamo i pericoli, dovessimo combattere soli pel vantaggio di tutti, pieni di fiducia nella santità della nostra causa, nel nostro valore e nell'assistenza dell'Eterno, noi combatteremo fino all'ultimo sospiro per la libertà! E se la Provvidenza ha condannata questa terra a un servaggio perpetuo, se in quest'ultima lotta la libertà della Polonia è destinata a soccombere sotto le rovine delle sue città e i cadaveri de' suoi difensori, il nostro nemico non regnerà che sovra deserti, e ogni buon Polono trarrà seco morendo questo conforto, che se il cielo non gli concedeva di salvare la patria egli almeno con questa guerra mortale ha salvato per un momento, le libertà minacciate d'Europa.»
Furono parole solenni, grandi come la vostra sciagura: e l'Europa dei popoli le ha raccolte. Dal giorno in cui lo proferiste, fu segnato il patto d'alleanza perpetuo tra voi, e gli uomini della libertà in tutte contrade. Dal 20 dicembre 1830 ha data il titolo della Polonia alla grande Federazione Europea.
E però noi ora non facciamo che ratificare nell'esilio quel tacito patto: patto santificato dalla sventura: patto che durerà, perchè sgorga dalla natura della guerra che sosteniamo, e dalla missione che i destini dell'Europa e dell'incivilimento progressivo ci affidano. Sacerdoti d'una religione ch'oggi ancora è proscritta, ma il cui trionfo è sicuro, devoti dalla coscienza e dallo spirito del secolo a una bandiera che ha scritto da un lato libertà ed eguaglianza, dall'altro Umanità, dovevamo forse incontrarci tutti in un esilio comune, perchè da questo convegno di proscritti escissero i germi del gran convegno dei popoli; perchè serrati a cerchio come i cospiratori del Grütli giurassimo la alleanza degli oppressi contro l'alleanza degli oppressori. Da qui noi ci riporremo in viaggio, nella direzione che la natura commette a ciascuno, voi, coll'Alemagna unitaria, e coll'Ungheria ricostituita, all'emancipazione del Nord, all'incivilimento delle razze Slave; noi, colla Francia e colla Spagna all'emancipazione del Mezzogiorno. Ma in qualunque luogo noi ci troviamo, ricorderemo le amicizie strette nei giorni della sciagura: a qualunque zona del cielo europeo si rivolgano i nostri sguardi, noi diremo: là abbiamo fratelli: là il sole della libertà scalda anime di generosi!
Fratelli di Polonia!--i nostri padri hanno, voi lo accennate, combattuto sotto gli stessi segni. Illusi dalle stesse speranze, diedero insieme il loro sangue per cimento ad un trono che potea diventare il trono della civiltà, e non fu che quello d'un uomo.
Fratelli di Polonia!--qualche cosa ci dice che nelle lotte parziali inevitabili a toccare l'intento comune, noi combatteremo anche una volta insieme. Ma quelle battaglie non c'inganneranno nei risultati, perchè saranno combattute per noi e da noi, perchè saranno le battaglie non d'un uomo ma d'un PRINCIPIO.
Per la Giovine Italia, MAZZINI.
DELL'UNITÀ ITALIANA
1833.
L'Italie est une seule nation. L'unitè de moeurs, de langage, de litterature doit, dans un avenir plus ou moins éloigné, réunir enfin ses habitans dans UN SEUL gouvernement.
NAPOLÉON.
Italiam! Italiam!.....
VIRGILIO.
I.
La questione se l'Italia, emancipata dal barbaro, debba ordinarsi in lega di repubbliche confederate, o costituirsi repubblica una e indivisibile, vorrebbe forse più lungo discorso che non concedono i limiti d'un articolo di giornale. Non che per noi si credano egualmente convalidate di forti argomenti le due sentenze. L'opinione che predica il sistema federativo ci sembra generata da una strana confusione d'idee e di vocaboli, che forse non dura se non perchè pochi la discussero freddamente, e vergini di pregiudizî[66]; poi da quel senso di sfiduciamento che s'è coi secoli di servaggio inviscerato negli Italiani, e li indugia sui confini del nuovo stato in continue transazioni col vecchio che pur vorrebbero struggere. Ma è questione che vezzeggia e sollecita l'individualismo, potentissimo anch'oggi in Italia: questione che si nutre di tutte quelle gelosie, gare e vanità di città, di provincie, di municipî, passioncelle abbiette e meschine che brulicano nella Penisola, come vermi nel cadavere d'un generoso che cinquecento anni di debolezza e cinquanta di predicazione non hanno potuto spegnere, e che la grande esplosione rivoluzionaria potrà sola sperdere nella manifestazione solenne dell'unità nazionale. E a deciderla converrebbe scendere coi libri delle nostre storie alla mano in un campo d'ingratissima realtà a tesser gli annali delle mille ambizioni e influenze provinciali, aristocrazia di località più tremenda assai della aristocrazia dell'oro o del sangue, perchè dove queste si rivelano esose e assurde, quella assume aspetto di spirito generosamente patrio--risalire alla sorgente comune, la divisione dell'Italia in più Stati--poi seguirne lo sviluppo inseparabile dalle nostre sciagure--e mostrare come da più secoli la tendenza frazionaria e il decadimento italiano camminino su due parallele--e svolgere le conseguenze favorevoli al commercio, all'industria, all'arti e alle lettere che verrebbero dal concetto unitario--ed esporre intero il piano d'ordinamento sociale per cui la vita e l'impulso allo sviluppo progressivo e la direzione armonica dei lavori hanno a propagarsi dal contro alle menome parti, senza incepparne la libertà, senza violarne l'indipendenza, senza isterilirne le potenze speciali: tesi vasta ed organica che le angustie del tempo ci vietano e che noi non tratteremo che a cenni. Ma a qualunque intenda a fondare, la parte critica, comechè incresciosa e nelle apparenze sterile, riesce pure inevitabile a trascorrersi. Però a questa è volto il presente articolo. Purgato dagli inciampi il terreno e svincolata la questione dai pregiudizî e dalle paure ond'oggi è impedita, sarà facile cacciarvi le basi degli ordini futuri. Lo spirito umano anela libero l'orizzonte davanti a sè. Dove ostacoli frapposti tra il suo volo e la meta lo costringano a combattere e soffermarsi a ogni tanto, infiacchisce e si logora.
Quando nei primi anni della gioventù, irritati delle basse tirannidi che s'esercitavano nelle scuole di tutta Italia a mortificare gl'ingegni o a nudrirli di misantropia, frementi una patria che nessuna contrada Italiana ci offriva, ma senza pur sospettare che il fremito individuale potesse convenirsi in azione, ponemmo il pensiero all'Italia, fummo unitari. Vergini di studiata scienza, liberi d'ogni servitù di sistema, insofferenti delle lunghe disamine e delle applicazioni pazienti, il vero stava per noi nella prima idea che ci balzasse improvvisa davanti, grande, vasta, solenne, raggiante di poesia, di potenza e d'amore--e questa idea ci s'affacciava nell'Italia una, ricinta dall'alpi e dal mare; in una parola di volontà onnipotente uscente da Roma dalla Roma dei Cesari, e valicante l'alpi ed il mare; in una missione di civiltà universale assunta da noi sin dai giorni della potenza romana coll'armi, continuata cogli esempî di libertà dalla prima metà dell'evo medio, colle lettere diffuse all'Europa dalla seconda, e fremente dopo i miracoli dell'impero nell'Italia del XIX secolo. Ma questa idea ci sorrideva come una musica d'anime, come un raggio di sublime poesia che ci mandava il cielo d'Italia, perchè nel nostro cuore s'ergesse un altare al concetto puro, santo, incontaminato, senza meditarlo, senza verificarne la possibilità, senza rintracciarne la verità politica per entro ai costumi, alle abitudini, alle credenze dei nostri concittadini. Era il sogno di Dante, di Petrarca, di Machiavelli--e si venerava da noi, come l'idea della libertà greca e romana dai cospiratori Italiani del XV secolo, per istinto, per entusiasmo, per foga di slancio, non per convinzione ragionata e come frutto di studî severi.
Poi venne la fredda, la calcolatrice, la dotta politica: vennero voci d'uomini gravi, nei quali il dubbio perpetuo riveste aspetto di profonda e arcana dottrina; d'uomini che professando non sottomettersi che all'alta immutabile ragione dei fatti sorridono a quante ipotesi s'appoggiano direttamente su' principî generali, e ci dissero: «L'unità Italiana è brillante utopia, contrastata dai fatti che vi s'affacciano a ogni passo che voi moviate sulla Penisola. Eccovi storie e cronache e documenti dei vostri maggiori. Ognuna di quelle pagine gronda sangue fraterno. Ogni palmo del vostro terreno è infame per risse civili. Le nimicizie di molti secoli hanno lasciato a ognuna delle nostre città un legato d'odio e di vendetta che il servaggio comune cancella nelle apparenze, ma che il grido di libertà farà rivivere più tremendo. Vario il clima, varia la topografia dei luoghi varie le abitudini e le tendenze. Potrete spegnerle con una idea? Potrete confonderle con una formola di legge? Le leggi esprimono, non creano fatti. Le razze non si riconciliano colla violenza. E quando crederete averle fuse per via di decreti, quando v'illuderete ad avere statuita unità, troverete anarchia. Abbiamo elementi eterogenei: affrettiamoci a riconoscere i diritti e i bisogni diversi, perchè non irrompano a rivendicarli coll'armi e colla rivolta. I popoli non si governano a illusioni. Quando un fatto è, non giova il dissimularlo: giova ammetterlo anzi tratto, poi moderarne le conseguenze dannose, e trarre da quel fatto il miglior partito possibile. In Italia, il governo federativo è l'unico compatibile col fatto delle divisioni e delle differenze esistenti. Se vorrete il più, avrete il meno. Il concetto delle federazioni è concetto primitivo in Italia. Afferratelo. Con quella forma avrete libertà dentro, e forza al di fuori. Vedete la Svizzera, e le repubbliche americane. E le autorità d'uomini sommi, Montesquieu, Sismondi e altri, convalidano gli argomenti dei fatti. Poi col sistema unitario avrete presto tirannide, se d'una capitale, d'un consesso, d'un unico centro, o d'un re, poco monta. La centralizzazione uccide la libertà delle membra. Da ultimo, repubblica in una piccola estensione di terreno può stare; ma le vaste proporzioni la fanno impossibile.»
E quelle voci che ci parevano concordi ai fatti, ci stillavano lentamente il dubbio nell'animo. Il pensiero di Dante e di Machiavelli ci sfumava di mezzo a un caos di forme, di visioni, di sembianze individuali, diverse di costumanze, d'abitudini, di tendenze, e tutte ostili, rivali, nemiche, che le formole di quei politici evocavano davanti a noi. Il medio evo colle sue mille guerre, dall'urto scambievole delle razze nordiche sino alle fazioni lombarde, dalla battaglia di Monte-aperti fino a quella nella quale suonavano, come l'ultimo gemito dell'Italia, l'estreme parole di Francesco Ferrucci al calabrese: tu vieni ad uccidere un morto, sorgeva gigante a frammettersi tra noi e il concetto unitario, a protestare tremendamente contro quel sogno affacciatosi nello spazio di tre secoli a due grandi anime, che forse morendo, lo rinnegavano. E forse ciò che costituiva il genio, e lo differiva dalle razze umane, era il tormento d'una idea solitaria, inapplicabile, condannata a starsi in perpetuo nei dominî dell'astrazione. La mano scarna della dottrina ci sfrondava l'albero delle illusioni giovanili, e v'innestava sistemi architettati studiosamente e complicatamente sugli antichissimi esempli greci, e su' nuovissimi americani. E quelle difficoltà superate apparentemente, quella intricata discussione intorno al modo di stringere un vincolo d'unione fra più Stati liberi e indipendenti, ci sembrava argomento d'altissima scienza in chi l'assumeva. L'unità, semplicissima fra tutte le idee, s'affaccia istintivamente all'umano intelletto ne' suoi primi sviluppi, e filosoficamente negli ultimi; e v'è fra queste due un'epoca intermedia, comune agli individui e alle nazioni, nella quale l'intelletto, traviando nella folla di sistemi che gli si parano innanzi, si compiace nelle astruse combinazioni, e inorgoglisce nelle oscurità metafisiche. E l'epoca dei governi misti, delle teoriche costituzionali, delle due camere, della bilancia dei poteri, dell'ecclettismo, delle federazioni. Ma il vero è semplice per essenza. Il genio è unitario. Quando i tempi non erano maturi, cercava l'unità nel dispotismo, oggi la cerca nella libertà, e nella creazione di vaste e grandi repubbliche.
Quell'epoca d'incertezza pseudo-scientifica, d'errore rivestito del manto della sapienza, noi la subimmo--e la trapassammo. Fummo federalisti, e lo diciamo francamente, perchè crediamo che molti dei nostri concittadini abbiano corso quello stadio di gradazioni--perchè rivelando i dubbî che ci tennero incerti, intendiamo mostrare come il simbolo unitario, ch'or predichiamo e sosterremo energicamente, sia nostro non per ardore d'utopia giovanile, ma per lento e maturo convincimento--perchè vinto quel periodo di scetticismo, e superate le difficoltà che pareano attraversarsi, noi siam lieti della nostra credenza, e non corriamo oggimai pericolo di mutarla.
Siamo unitarî--e staremo. Troppe cose si contengono in questo simbolo d'unità, troppi vincoli lo connettono alla libertà italiana, che noi cerchiamo, perchè da noi si possa scender più mai al pensiero gretto pauroso e funesto d'una federazione. Certo: noi non infameremo la contraria opinione, com'oggi--e forse a torto[67]--gli unitarî di Francia infamano gli uomini della Gironda. La libertà può fondarsi in una federazione come in uno Stato unitario: concepita anzi in siffatto modo, la questione è ridotta al nulla[68]. Nessun ostacolo vieta alla libertà stabilirsi in un aggregato d'un milione d'uomini, quando è possibile stabilirla in uno di venti. Ma stabilirsi e durare son due termini essenzialmente diversi, e per noi v'è impossibilità nelle presenti condizioni europee, perchè una libertà fondata sull'unione federativa di molti piccoli Stati duri intatta e secura: impossibilità generata da due vizî radicalmente inerenti ad ogni federazione, interno l'uno ed esterno l'altro. Però la questione è vitale per noi, e immedesimata, come la questione repubblicana, con quella della libertà. Tolleranti su tutte le mille questioni che non feriscono al cuore la libertà popolare, noi siamo quindi per questa. Siamo esclusivamente unitarî, perchè senza unità non intendiamo l'Italia, e dove si contende dell'esistenza, l'intolleranza è santa, la tolleranza è menzogna vuota di senso. Siamo esclusivamente unitarî, come siamo esclusivamente repubblicani, perchè dalle basi repubblicane infuori non veggiamo libertà vera possibile, dall'unità in fuori non veggiamo libertà forte e durevole.
* * * * *
Cos'è il governo federativo?--D'onde traggono origine le federazioni?--Qual è l'elemento principale che le costituisce?
Ogni federazione trae evidentemente origine dalla debolezza degli Stati che la compongono. La necessità d'una difesa che più Stati isolati non trovano nelle proprie forze, li determina a collegarsi per reggersi l'un l'altro contro ogni nemico che s'affacciasse.
L'essenza del governo federativo è riposta nel patto che stringe gli Stati confederati a proteggere e tutelare la indipendenza di ciascuno colle forze di tutti,--l'altre son condizioni accessorie, d'importanza secondaria, e sottomesse a modificazioni infinite.
Che cercano gli Stati confederandosi?
La forza?
Dove la cercano?
Nella unione.
E questa unione non la ristringono a ciò ch'è di pura necessità, ma l'ampliano d'ordinario a confini più larghi: non la fondano unicamente sul patto giurato della difesa, ma tentano cacciarne le basi sulla uniformità delle leggi interne, dei bisogni mutui, dell'utile commerciale: non s'acquetano a desumerla dall'istinto che guida gli Stati a crearsi per ogni dove sicurezze d'indipendenza, ma s'adoprano a darle sostegno la fratellanza. A quelle unioni che posano solamente sulla promessa di proteggersi scambievolmente, è serbato il nome di Leghe; ma le federazioni procedono innanzi. I più tra gli Stati cercano confederarsi con chi li somiglia. Son rare le confederazioni di repubbliche e monarchie. Un istinto politico insegna ai popoli che la conformità dei reggimenti interni fa le unioni durevoli. E le antiche e le nuove federazioni statuirono principî dichiarati e immutabili, dai quali non fosse concesso partirsi. Le repubbliche greche spinsero tant'oltre gli obblighi di leggi uniformi che correvano ai confederati, da mutare interamente la natura indipendente delle federazioni; e lo vedremo tra poco. Delle nuovissime, basti l'America. Tutte--tranne la Svizzera ch'oggi intende il suo vizio--hanno cercata l'unione federale durevole nel riavvicinamento graduato all'unità, delle leggi, degli istituti, de' principî fondamentali.
Da questi pensieri che s'affacciano spontanei al primo esame della questione, e sgorgano dalla definizione del sistema federativo, emerge un dubbio: perchè se a più Stati vicini con molti punti di contatto e collocati in simili circostanze, giova l'unirsi, cotesta unione non toccherebbe gli ultimi termini?--Perchè se il bisogno d'essere forti li stringe a confederarsi, la certezza dell'incremento di questa forza ch'essi tentano procacciarsi non li indurrebbe all'unità?--Perchè, se la uniformità di governo e di leggi fondamentali è bisogno sentito da quanti si stringono a federazione, non lo adeguerebbero essi creandosi un solo governo, una sola legislazione?
La questione specialmente in relazione all'Italia, si ridurrebbe dunque a questione di possibilità o d'impossibilità: teoricamente decisa a favore dell'unità scenderebbe ai dominî della pratica, che spesso dicono, cozza colla teorica, rifiutando inappellabilmente ciò che i principî vorrebbero.
Noi crediamo poco a questo dissenso fra la teorica e la pratica che pur s'allega così sovente nelle questioni politiche. Generalmente parlando, i principî stanno per noi sommi sovra tutte cose e le dominano. Teorica e pratica sono indissolubilmente congiunte. La prima è il pensiero, la legge, l'idea: la seconda è il segno che rappresenta il pensiero, la formola scritta attraverso la quale è rivelata la legge, la forma che l'idea assume trapassando nel mondo sensibile. Se un principio è vero, le applicazioni hanno a riescirne più che possibili, inevitabili, perchè nessun principio può rimanersi sterile a lungo e senza conseguenze. E dei dieci casi, nei quali sembra manifestarsi questo dissenso, tre forse spettano a una intelligenza parziale e frazionaria di quel principio che s'è tentato applicare senz'averlo scoperto tutto--sei a un'applicazione falsa, incompiuta, o paurosa--un solo a fatti reali che s'attraversavano, dissonanze cacciate dalla natura, opposizioni inerenti alle umane cose che l'intelletto è certo di vincere, non di vincere a un tratto. Ma la scienza politica che riassume i gradi di progresso e presenta, dopo le religioni e la filosofia, la formola più estesa delle nozioni acquistate dall'intelletto, esce da poco d'infanzia. Le dottrine gesuitiche dei settatori della tirannide assumono quei casi, li moltiplicano e ingigantiscono, e sviano gli animi dall'addentrarvisi: la presuntuosa ignoranza dei pedanti in politica che s'arrogano la dittatura perchè ha raccolto, senza discuterli, una collezione di fatti, avvalora l'arti della tirannide; e la inerzia dei più vi s'acqueta[69].
Pur, poi che quell'unico caso potrebbe verificarsi in Italia, giova accettar la questione tratta a quei termini. Bensì l'obbligo di provarlo esistente spetta a chi nega possibile l'Italiana unità.
Or lo provano? e come?
I più nol provano: non allegano argomenti diretti; ma si richiamano alla storia. Mostrano nelle sue pagine alcuni esempî di repubbliche confederate, salite a potenza, e prospere interiormente: di repubblica unitaria su vaste proporzioni, non uno--e ne inducono senz'altro esame la conseguenza che per noi si combatte. Mutano così la questione. Dimostrano non l'impossibilità di costituire quando che sia la repubblica unitaria in Italia, ma la possibilità di costituirla federativa. Pure stabiliscono a ogni modo una presunzione favorevole alla loro credenza, e giova distruggerla.--Ma prima è necessario per noi l'accennare il come vorremmo si procedesse in politica--e inalzarci apertamente contro l'abuso che si fa degli esempî, vera tirannide d'autorità, che ove prevalesse, distruggerebbe ogni indipendenza di raziocinio; vecchio sistema, che non accettiamo momentaneamente se non per combatterlo, ma che noi rifiutiamo, e al quale in tesi generale, non vogliamo sottometterci mai.
Un pregiudizio domina tuttavia la politica: il pregiudizio dell'esempio, l'imitazione servile.
A qualunque dallo spettacolo della patria guasta, corrotta, inceppata da pessime istituzioni, è suggerito il pensiero di porvi e proporvi rimedio, si affaccia innanzi a tutte una via: quella di torlo altrove. I più dagli ordini che reggono la contrada nativa ritraggono lo sguardo all'Europa, finchè trovino una terra dove un principio contrario o diverso domini le istituzioni; trovato, lo afferrano come àncora di salute: non guardano se quel principio spetti esclusivamente, per vigore di cagioni preesistenti, al paese ove ha vita, e se trapiantato possa fruttare conseguenze uniformi; non s'addentrano a vedere se quel principio sia destinato a lunga vita nel futuro o covi la morte; se veramente da quello o da altre ragioni derivino i vantaggi che l'una nazione ha sull'altra; lo adottano e lo scrivono sulla bandiera che inalzano--e la turba vi corre, perchè quando le moltitudini ineducate hanno sete di mutamento, s'affollano al primo stendardo che sventola, non curando se mutino in meglio o peggiorino. Poi, quando i danni d'un sistema accolto precipitosamente, incominciano a sperimentarsi, gl'ingegni più desti s'avvedono della illusione, ma tardi, quando la credenza in quel simbolo s'è radicata, quando il popolo anela riposo, quando quindici anni di delusioni e molte vittime bastano appena a risuscitarlo. La rivoluzione è compita, nè le rivoluzioni si maturano di giorno in giorno.
Quando affermiamo che questa gretta, esclusiva, superficiale, funestissima maniera di trattar le cose politiche ha esercitato dominio su tutti quasi i rivoluzionarî dell'epoche in oggi consunte, e lo esercita tuttavia, malgrado le molte esperienze, sugli scrittori politici, noi diciam cosa che a molti parrà frutto d'audacia giovanile, o d'un'ira mal concetta contro il passato; stolta accusa, che oggimai non è da respingersi se non col sorriso. Noi veneriamo il passato, quando è grande; ma nè il consenso de' secoli può ingigantirlo ai nostri occhi, quando l'intelletto ce lo affaccia meschino. Le nostre teoriche di progresso riabilitano il passato, anzichè gittargli l'anatema; ma noi sappiamo che la terra troppo calpestata diventa fango, e vogliamo prender le mosse del passato, non insister sovr'esso.
La scuola politica del secolo XVIII fu tutta inglese. Montesquieu e Voltaire, il primo, intelletto potente a evocare con venti parole l'imagine fedele d'un secolo di passato, ma cieco dell'avvenire; il secondo, ingegno vasto più che profondo, critico per eccellenza, e nella foga di distruggere, che l'invadea, avido più di trovare che non di creare un tipo a cui attenersi; l'uno e l'altro, tendenti all'aristocrazia, predicarono primi le istituzioni britanniche--e dietro a quei due la turba degli enciclopedisti, i filosofi, i mezzo-politici e gli imitatori servili. Il sistema che reggeva gl'Inglesi sgorgava dalla loro storia diversa affatto dalla francese. La loro aristocrazia era elemento della nazione traente origine dalla conquista. In Francia non v'era aristocrazia se non per abuso; ma un nuovo stato dovea sotterrarla inevitabilmente. Il popolo più che libertà anelava eguaglianza. Ma chi tra' francesi scrittori guardava alla Francia?--Il solo che si ribellasse al torrente fu Rousseau--e Rousseau fu greco: spartano: ideò repubbliche che avevano ad esser nuovissime, e fu trovato che i loro titoli stavano in un angolo dell'Europa, sotto la polvere d'uomini morti da venti secoli. La rivoluzione, convocando il popolo, elemento eterno, sulle rovine della Bastiglia, scrisse il decreto di morte ad ogni privilegio monarchico aristocratico. Ma non valse. Il sistema inglese che s'era fatto pigmeo in Mounier, Tollendal, Malouet, per insinuarsi non visto nell'assemblea nazionale, dileguatosi sotto la mano ferrea dell'uomo del blocco continentale, ricomparve audacissimo a tentare la seconda prova nella Staël, in Beniamin Constant, Royer-Collard, e gli altri, che assisero il fantasma monarchico sul trono di Bonaparte. Ed oggi poichè la seconda tornò in nulla per le tre giornate, ritenta la terza--e speriamo--l'ultima prova. La ritenta, mentre pur quell'unico esempio dell'Inghilterra è sfumato--mentre il sistema rovina nel luogo ov'ebbe la culla--a fronte del ruggito irlandese--a fronte del manifesto popolare lanciato in Lione, in Parigi, per ogni dove--quando i colori della repubblica si mostrano in Francoforte, secondo centro dell'aristocrazia europea--quando le dispute vertono oggimai sulla forma, non sul principio repubblicano. Ma che sperare da gente come quella ch'or regge in Francia, se non l'ultimo disinganno alle moltitudini?
Il sistema inglese agonizza. Il sistema americano sorge collo stendardo repubblicano. L'America fu l'arena che vide prima la lotta fra il principio monarchico-misto e il repubblicano. La repubblica v'ebbe la prima vittoria. Ciò basta alla politica imitatrice per dichiararsi americana esclusivamente. La scuola americana, duce Lafayette, uomo di rara virtù, d'intelletto mediocre, domina in oggi gran parte dei repubblicani: invoca in Francia, nelle colonne del National, le due camere, contradizione patente al principio della sovranità popolare; il senato, asilo aperto all'elemento aristocratico; il governo a buon mercato, senza avvertire che la economia nazionale non dipende dalla quantità del tributo, bensì dall'uso e dal riparto di questo: in Italia, invoca la federazione.--Perchè non invoca anche gli schiavi che nelle repubbliche americane costituiscono il settimo della popolazione?
È tempo che la politica s'emancipi da cotesta tirannide degli esempî. È tempo che il secolo XIX tragga dalle proprie viscere, dai proprî elementi, dai proprî bisogni la politica che deve guidarlo. L'Italia del XIX secolo racchiude nel proprio seno le condizioni della sua futura esistenza, e le forze per raggiungerle. Guardiamo dunque all'Italia, non all'America o a Sparta. Non abbiamo noi intelletto nostro e basi di giudizio e fatti presenti, perchè si debba da noi statuire a criterio, a principio politico un esempio straniero, o spettante al passato?--Un fatto è il prodotto delle mille cagioni, dei mille fenomeni che s'incontrarono in un dato periodo, in un dato paese; e quei fenomeni e quelle cagioni s'incontreranno identici sempre, perchè s'abbia a volerne la conseguenza che ne fu tratta altrove?--I principî prevalgono ai fatti, perchè non dipendono da circostanze fortuite o singolari, ma dalla eterna ragion delle cose. Ogni nazione cova un principio che domina la sua storia, e ch'essa è chiamata a sviluppare o perire. Il principio nazionale tra noi vive occulto, come vogliono i tempi, ma non tanto che l'indole del secolo, degli abitanti, delle passioni, dei fatti concatenati che costituiscono la nostra storia, delle rivelazioni ch'emergono dalle lettere, dai bisogni e dai tentativi operati non lo esprimano a chi vuol rintracciarlo. Dissotterrate quel principio. Poi se gli esempî stranieri verranno a convalidarlo, meglio.--Contemplateli; ma del guardo dell'aquila al sole, libero, indipendente, potente. Contemplateli; ma come termini d'una proporzione, il cui primo termine deve rappresentarvi. Non rifiutate un trovato straniero, se, applicato a voi, frutta incremento alla patria. Ma non lo accettate alla cieca, unicamente perchè già altrove accettato. Così facendo, sarete Italiani, e vi troverete per legge di cose, europei. In altro modo vi rimarrete servi, o meschinamente ribelli al vero.
Ed ora scendiamo agli esempî.
I primi ci s'affacciano nella Grecia.
Chi disse la varietà nell'unità essere il tipo del mondo greco, disse cosa più vera ch'altri non pensa. La Grecia splende nella storia europea d'una potente unità; ma d'una unità vivente nel genio greco più che negli ordini greci; d'una unità che vegliava nelle religioni, nelle abitudini, nella missione che i destini fidavano alla Grecia, nucleo primitivo del mondo europeo, nella opinione radicata, che tutti stranieri eran barbari, non nelle leggi e negli istituti politici interni. La missione greca di romper guerra in nome dell'Europa futura al genio orientale s'adempieva fatalmente, per legge di razze, senza che fosse necessaria una forte e preordinata unità. E d'onde sarebbe sorta cotesta necessità, quando la Grecia era sola in Europa?--Però nei tempi delle greche repubbliche le confederazioni valsero contro ai Persiani, come leghe formate a tempo, e volute dalla urgenza di combattere una guerra comune a tutela dell'elemento nazionale. Ma quando sorsero le ambizioni e le invidie domestiche, e le leggi varie partorirono le varie tendenze, le federazioni non valsero a quetare la discordia e le guerre intestine, nè a salvar la Grecia dalla dittatura d'un principe o d'una delle repubbliche, nè a proteggerla dall'invasione straniera: quando questa invasione venne d'Europa, la lotta fu varia, ostinata, perpetua. Durò continua fra Sparta e Atene, fra l'elemento dorico e l'elemento ionio. Nè la Lega anfizionica valse a indurre la pace. Fu simulacro, non esempio di lega. Fu, nei tempi più queti, guerra tacita e quasi legale, sostituita all'aperta. E la storia greca ai tempi anfizionici, è storia di contrasti e d'usurpazioni alterne, nella quale ora Sparta, or Tebe, or Atene furono dominatrici nel consiglio supremo. Poi venne la potenza macedone--e quando Filippo e Alessandro sorsero primi, fu lega di servaggio comune, non libera fratellanza di repubbliche confederate a serbare intatto il sacro deposito dell'uguaglianza[70]. E quando il popolo romano, il popolo Napoleone cacciò sull'arena il guanto della universale dominazione, la lega achea riuscì impotente a sottrarvisi. Le federazioni greche, come tutte federazîoni contro una potenza unitaria, si fransero contro la unità di Roma.
Varchiamo d'un balzo tutto quel periodo nel quale la grande unità romana delineò coll'armi il programma dell'era moderna che la pace dei secoli liberi svolgerà nel futuro. Varchiamo tutto quel lungo periodo di guerre virilmente difese contro il colosso romano, ma inefficacemente ordinate e mal collegate che strappò di bocca a Tacito quella sentenza: che rara è la concordia di due o tre città nel combattere un comune pericolo[71]. Dalle leghe italiche in fuori, alle quali per domare la potenza romana non mancò che d'essere forti d'un vincolo unitario, nessuna lega apparisce, nessuna confederazione che meriti esser tolta a modello; leghe di schiavi, leghe di colonie e di municipii, che Roma struggeva d'un cenno. L'unico tentativo di lega che meriti l'attenzione dei posteri, è quello ch'escì dal concetto d'un gladiatore tracio: è il grido di Spartaco a' suoi fratelli di servitù. E il grido di Spartaco potente a far tremare la stessa Roma, fu grido d'unione concentrata e universale a quanti gemevano conculcati dalla romana aristocrazia; fu il programma dell'unità popolare, come Roma fu della unità nazionale italiana.
Il primo esempio di federazione che ci s'affaccia nel mondo europeo moderno, è la Svizzera: la Svizzera, federazione di fatto, di necessità, d'aggregazioni successive, che nessuno sceglierà mai a modello d'organizzazione politica; la Svizzera, terreno neutro, che la mutua gelosia delle grandi potenze salva dalle usurpazioni straniere ogniqualvolta l'equilibrio europeo turbato non trascini con sè la invasione: la Svizzera, associazione d'elementi eterogenei, composta di Cantoni d'indole, di religione, di politica, di credenze diverse, complesso di tutte le forme d'istituzioni aristocratiche, popolari, monarchiche[72]--che non ebbe se non un secolo bello di pace, il XIV--ch'oggi nel moto d'eventi che incalza l'Europa, sente evidentemente il bisogno di avvicinarsi all'unità, o la condanna a rodersi di anarchia. E so che taluni fra i politici--quelli appunto che gridano alto contro le utopie dei repubblicani unitarî--tennero e forse tengono tuttavia la Svizzera come un soggiorno di beati e pacifici abitatori, e predicano la innocenza e la purità del costume e le abitudini pastorali e patriarcali che regnano sulle balze elvetiche e le proteggono dalle ambizioni, dalle risse e dalle corruttele europee. Dov'essi travedano cotesta Svizzera non è facile risaperlo; forse negli idillî di Gessner. Pur se anche innocenza e semplicità prevalessero tra gli Svizzeri, non sarebbe frutto del reggersi a federazione, bensì di cagioni inerenti ai luoghi, all'educazione, alla povertà naturale. Ma io scorrendo la storia[73] veggo la Svizzera campo di guerre e stragi fraterne per intolleranza religiosa in un secolo, per pretese di aristocrazia in un altro, e sempre per raggiri dei gabinetti stranieri influenti nei consigli e nei varî governi. E guardando al suo patto, lo veggo ineguale ai bisogni, impotente a crear la concordia, e violato sempre all'estero ed all'interno--e mentre il patto conteneva solenne divieto ai cantoni di stringere alleanze straniere senza il consenso di tutti, veggo i cantoni ligi sempre delle potenze straniere collegarsi or coll'Austria, or colla Francia, or colla Spagna e or con Venezia senza pur chiedere il consenso voluto--e mentre ogni cantone cercava provvedere unicamente alla propria gloria e al proprio incremento a dispendio della intera confederazione, il timore solo dell'ambizione e della potenza dei principi tenerli uniti, e superato il pericolo, rotta immediatamente la unione--e la Svizzera forte a principio dell'altrui debolezza, la Svizzera repubblicana decadere rapidamente, quando tutte le monarchie ingigantirono nelle armi e nei mezzi--e odo la veneranda voce di Giovanni Muller dichiarare che la intenzione d'occuparsi in un trattato sul mantenimento della libertà nella Svizzera gli sarebbe tornata inutile, dacchè quanto aveva veduto gliene dimostrava l'impossibilità[74].--Però l'esercito repubblicano francese, malgrado alcuni fatti di resistenza ostinata, soggiogò in brev'ora la Svizzera. L'onnipotente unità ruppe la mal legata federazione. Poi se Napoleone riconobbe nell'atto di mediazione del 1803 l'indipendenza dei Cantoni, non fu perchè ei riconoscesse una suprema necessità o la eccellenza delle forme federative, ma perchè Napoleone voleva fondare il dominio universale francese sull'altrui debolezza; perchè le confederazioni ch'ei piantava all'intorno porgevano alla Francia occasione di protettorato, e, occorrendo, pur di dominio: perchè pronunciando a Sant'Elena che la Italia sarebbe, rifiutò pur di crearla, paventandola fatale alla Francia. Ma il trarre partito a favore del sistema federativo dal progresso che s'ebbe la Svizzera nei dieci anni durati sotto l'impero dell'atto di mediazione, varrebbe lo stesso che voler desumere un argomento a danno dell'unità dalla condizione infelicissima della Svizzera durante l'unità statuita dalla francese repubblica. L'unità elvetica statuita violentemente coll'armi, e armi straniere, durò brevissimo tempo: e quel tempo fu segnato di oltraggi, di angherie, di dilapidazioni, conseguenze inevitabili d'ogni intervento straniero; poi fu tempo di guerra continua, di guerra atroce che trasse sull'arena svizzera le forme russe e le teutone e le francesi. Ma i beneficî che vennero nei dieci anni alla Svizzera non furono conseguenza dell'atto di mediazione, non dell'indipendenza data ai Cantoni; bensì della libertà data al popolo, dell'emancipazione dei villici costituiti in eguaglianza di diritti coi cittadini, delle leggi proibitive soppresse. Escirono dalla libertà, non perchè libertà dei popoli confederati, ma malgrado gl'inciampi che la federazione frappone allo sviluppo della libertà. Il solo effetto che dalla federazione venne allora alla Svizzera fu la ineguaglianza di quello sviluppo d'incivilimento nei diversi Cantoni, ineguaglianza che perpetuò i semi della discordia, viva or più che mai in quella contrada. Venne infine il patto del 1815; e intorno a questo i fatti parlano in oggi abbastanza chiari, perché s'abbia a parlarne da noi.
Poi,--e questa è secondo noi differenza essenziale--le circostanze che formarono la confederazione Svizzera furono totalmente diverse da quelle che presiederanno alla nostra rigenerazione. Nella Svizzera l'associazione crebbe col tempo e colle cagioni che emersero a distanze considerevoli. Solamente dopo la giornata di Morgarten, trascorsi quindici anni dalla prima lega di Schwitz, Uri ed Unterwald, Lucerna si accostò ai tre cantoni: poi Zurigo, poi Glaris, poi Zug e Berna nel secolo XIV: poi Soletta e Friburgo; e nel XV Sciaffusa e Basilea; e nel XVI, duecento anni dopo quel primo nucleo, Appenzell. Noi sorgeremo, a un tempo, nella fratellanza dei pericoli e dell'intento, nell'entusiasmo comune, nella fusione d'una guerra molteplice, universale.--I fatti creavano la federazione svizzera: tra noi non sarebbe che arbitrio di volontà.
Nel 1579 la lega d'Utrecht cacciò il germe d'un'altra federazione in Europa. Un vincolo strinse l'Olanda, la Zelandia, la Frisia, Utrecht, la Gheldria e Over-Yssel. Groninga e le provincie unite crebbero e fiorirono prospere e potenti nel secolo XVII: nel secolo XVII, quando la politica europea era nell'infanzia, quando unità vera, libera, popolare non era da trovarsi in Europa e lo stringersi a federazione conteneva tanto omaggio al bisogno d'unione quanto oggi ne conterrebbe il concetto unitario: sofferta la dominazione di Carlo V e la tirannide di Filippo II, uomini di potere unico e concentrato all'estremo: dopo una lunga e sanguinosa rivoluzione che dovea per legge di tutte rivoluzioni fomentare l'istinto del popolo a crearsi uno stato contrario in tutto all'antico: in un paese che la configurazione geografica, l'isole, le lagune e le paludi disseminate nella Frisia, in Groninga, nell'Over-Yssel e nell'altre contrade invitavano all'ordinamento federativo: tra popoli che le abitudini frugali, economiche, operose e dedite esclusivamente al commercio, salvavano da molti dei pericoli che ci minacciano, e facevano idonei a qualunque forma di reggimento, tranne alla tirannide. E son ragioni da porsi a calcolo tutte. Pur, quando venne il momento di levarsi contro la Spagna e riconquistare l'Indipendenza, quelle provincie sentirono un bisogno d'unità e si annodarono attorno a un capo. Gli Orange costituivano nella realtà un vero centro. Ma da quello in fuori, l'ordine federativo era l'unico conveniente in allora alle provincie unite, l'unico che non contrastasse all'elemento in quelle predominante, e chi ricerca le cagioni che dan moto alle istituzioni, e ne trova di particolari, non dovrebbe affrettarsi a desumere assiomi o teorie generali politiche. L'aristocrazia era elemento prevalente in Olanda: l'aristocrazia che l'unità logora e annienta, la federazione rispetta e blandisce. Popolo, nel vero senso, non era. Le moltitudini avevano cercata libertà di credenza religiosa, economia nelle amministrazioni, protezione e sviluppo al commercio--e l'ebbero; ma da questo in fuori null'altro. Gli interessi comuni ai governati e ai governanti, procacciarono ai primi buoni magistrati, tribunali equi e incorrotti: vantaggi di fatto, non guarentigie di diritto: beneficî civili, non prerogative politiche. La costituzione, buona in quanto s'adattava a quelli elementi, pessima in sè, non contemplava la massa della nazione: riconosceva un'aristocrazia ereditaria, era essenzialmente oligarchica. Però l'istituzione federativa esciva spontanea dalla necessità di dare sfogo alle diverse aristocrazie, dal pericolo di ridarle alla ribellione volendo pur soffocarle tutte in un solo centro potente. Ma tra noi, l'elemento aristocratico è tale da determinare una forma di reggimento? Le condizioni sociali ammettono oligarchia? I ventisei milioni di cittadini sfumeranno davanti all'influenza ereditaria d'un picciol numero di famiglie? o faticheremo noi a fondare un'aristocrazia--dacchè in Italia aristocrazia, come elemento sociale, non esiste--unicamente per essere tratti da quella alla necessità d'un governo federativo?--Ipotesi assurde tutte, pure a chi volesse dall'esempio delle provincie unite trarre un argomento a favore d'una federazione italiana, sarebbe forza l'ammetterle. Noi vogliamo libertà, libertà di popolo, libertà durevole, libertà eguale per tutti, libertà di fatto e di diritto--e questa sola pretesa caccia l'immenso tra noi, tra l'Italia futura e l'Olanda del secolo XVII. La prosperità dell'Olanda, la potenza a cui salì, non vennero dalla federazione, ma dal commercio: dal commercio, nervo, forza, vita di tutte le Provincie collegate: dal commercio che anche i capi facevano, ed erano quindi costretti a promovere; dal commercio che fioriva e dava predominio europeo a quelle città anche anteriormente alla federazione[75]: dal commercio che cadde, viva la federazione, quando l'Inghilterra e la Francia accrebbero il loro, quando le guerre durate dalle sette provincie indussero aumento nelle tasse e nel debito pubblico, quando il monopolio prevalse nel commercio dell'Indie. Prosperità e rovina delle Provincie unite derivano da cagioni evidentemente indipendenti dal vincolo speciale che le stringeva. Dalla federazione scesero ben altri effetti che quelli dei quali or parlammo: scesero i germi della disunione, poc'anzi operata: scesero le debolezze dell'Olanda davanti alle potenze straniere: scese insomma, che l'indipendenza delle Provincie Unite, riconosciuta nel 1609, fosse pressochè nulla, e servile all'influenza francese poco più di mezzo secolo dopo, all'epoca della pace di Nimegue.
Scendiamo all'epoca nostra. Scendiamo--poichè i passati non giovano--agli esempî nuovi, o meglio all'unico esempio su cui s'appoggiano i federalisti. Certo: la Confederazione Germanica non ha di che indugiarci per via. Per quel cumulo inordinato di trentasei o più Stati, il vincolo federativo non è solamente un vincolo debole o difettoso; è un'illusione comprata a prezzo di sangue, e che sfumerà nel sangue; è un'opera di stolta perfidia eretta dalla Santa Alleanza a serbarvi, ov'arte umana potesse, il fantasma gotico dell'evo medio; è un regolamento militare, una istituzione di polizia ordinata a profitto di due sole potenze, che forse dovranno un dì o l'altro sbranarsi sul campo medesimo, ov'oggi dividono i frutti della tirannide. Dei governi e dei popoli che si dibattono sotto quel vincolo convertito in catena, i primi cozzano, poichè coll'armi non possono, colle dogane, colle leggi proibitive, cogli ostacoli alla navigazione su fiumi, colla diversità di moneta, di pesi e misure--i secondi s'affratellano tacitamente e cacciano i germi della futura unità in Hambach, e le prime linee del programma repubblicano in Francfort.
Chi desume dalle repubbliche confederate degli Stati Uniti un argomento generale a favore del sistema federativo, non pensa che dei due vizî inerenti, secondo noi, ad ogni federazione, debolezza al di fuori e aristocrazia inevitabile presto o tardi al di dentro, il primo è nullo in America, ricinta com'è dall'Oceano e secura a un dipresso dagli assalti stranieri--l'altro, se pur non comincia a esercitarsi, come noi crediamo, negli Stati Uniti, ha bisogno di tempo lungo per manifestarsi evidente e ostile alla libertà. L'aristocrazia di conquista si forma a un tratto nel riparto delle terre. Ma dove non esce da quella cagione, si forma lenta e a gradi sia coll'oro accumulato di padre in figlio, sia colla trasmissione del suolo entro dati confini e delle influenze locali che si concentrano a poco a poco nelle famiglie potenti. Due generazioni corsero dall'indipendenza dichiarata, e due generazioni non son troppe a fondare un'aristocrazia in un popolo giovine, non guasto da corruttele, lontano dai raggiri d'aristocrazie e tirannidi confinanti, e sorto di mezzo ad una lunga e popolare rivoluzione. Ma noi siamo guasti, invecchiati nelle abitudini del servaggio, circondati da nemici potenti d'odio e d'astuzie, e s'oggi aspiriamo--e riesciremo--a ringiovanirci, le abitudini della vecchiaia veglieranno gran tempo ancora a rinconquistarci, ove per noi si lasciasse un varco schiuso a quelle abitudini.--Così siam noi: così è tutta Europa; nè l'aristocrazia di finanza ha richiesto in Francia due generazioni per sottentrare a quella del sangue.
Ma chi tenta applicare l'esempio desunto dagli Stati Uniti più specialmente all'Italia, viola ogni legge d'analogia, travede condizioni uniformi dove non sono, dimentica storia e topografia. A non guardar che alla carta dei due paesi, a paragonare una superficie di 1,570,000 miglia quadrate ad una di 95,000 al più, sorge naturale l'inchiesta, qual relazione esista tra l'immensa estensione che comprende quasi un intero continente re dell'oceano, e la penisola mediterranea Italiana. Chi direbbe che i due terzi, o quasi, d'Europa potessero formare una sola repubblica?--o chi vorrebbe dalla impossibilità dell'ipotesi dedurre che la ventinovesima parte d'Europa nol può?--proposizione stranissima, e che lo diventa più sempre se il guardo, scorrendo le due superficie, trovi la prima seminata di laghi vastissimi e d'immensi deserti, l'altra di laghi incomparabilmente minori, e popolata non interrottamente di città. Certo; qualunque sia per essere nel futuro il destino delle attuali repubbliche, gli Stati Uniti han terreno per molte repubbliche unitarie equivalenti l'Italia. Ma le ventiquattro che oggi compongono la confederazione dell'America settentrionale sorsero a un tempo?--ebbero condizioni identiche, perchè dove la vastità delle terre non avesse posto un ostacolo, potessero confondersi in una?--In altri termini la scelta del reggimento federativo fu scelta libera, o voluta da prepotenze di cose? Noi vedemmo l'ordinamento federativo trascinato dall'impero dei fatti nella Svizzera e nell'Olanda. Noi vediamo lo stesso impero esercitarsi sulla confederazione degli Stati Uniti. Le colonie che li compongono, sorsero successivamente a tempi diversi, per emigrazioni determinate da varie cagioni. Differirono di credenze religiose. Differirono di governo. Rimasero per molto tempo inegualmente sottoposte all'influenza dell'Inghilterra. Alcune avevano governatore e consiglio da Londra: altre governatore soltanto: d'alcune, all'epoca della rivoluzione, non fu bisogno di mutare che un nome, tanta era la libertà che in virtù di Carte concesse dal governo godevano. Rhode-Island si regge tuttavia colla costituzione accordatale da Carlo II: Connecticut non la mutò che pochi anni addietro, nel 1818. Ma per l'altre fu questione di libertà interna ed esterna ad un tempo. Alle opposizioni derivate dai climi, dalle condizioni del suolo, dalle abitudini, si aggiunsero le importantissime delle origini e delle interne risorse. La popolazione degli Stati del Nord è somministrata nella più gran parte dall'Inghilterra; quella degli Stati meridionali dai nativi della contrada, discendenti dei primi coloni. Le piantagioni del Sud vivono dell'opera degli schiavi: le opinioni religiose tendono invece all'emancipazione nel Nord, e vietano gli schiavi alla Nuova-Inghilterra. E tutte queste differenze durarono nella loro azione anche dopo consumata in comune la grande opera dell'indipendenza--e fu forza piegare davanti alle rivalità degli Stati edificando per le sedute del congresso una città neutra--e durano tuttavia, non aspettando a insorgere pericolose che un'occasione. E udimmo non è molto nella Carolina suonare alto il principio: che la sovranità popolare genera in ogni Stato confederato il diritto di rinunciare ai beneficî ed ai carichi dell'associazione, e ritrarsene, quando il proprio vantaggio lo imponga: principio che basta l'aver gittato perchè fermenti, e si riproduca più tardi: principio che a noi sembra d'una verità incontrastabile, e racchiude perciò il più forte argomento possibile contro il vincolo federativo applicato a paesi che debbono e vorrebbero starsi uniti in perpetuo.
Ma tra noi--ripetiamolo anche una volta--dove sono le differenze che accennammo pur ora?--Travagliati dalla stessa vicenda, educati nei bei secoli a glorie comuni, a libertà uniformi, poi a comune servaggio, oppressi--nessuna provincia eccettuata--da una stessa tirannide, soggiacenti a bisogni eguali, quali tra le cagioni che vietarono all'America l'unità la vietano a noi?--È pur forza dirlo, o ritrarsi. È pur forza scendere, rinunciando alle fallacie degli esempî sul terreno italiano.
* * * * *
Quali sono in Italia gli ostacoli che si allegano insuperabili all'unità?
Tralasciamo l'affermazione gratuita di chi contende non essere possibile una repubblica in esteso terreno. È pregiudizio trapassato per autorità d'uno in altro, senza esame di prove. Come una repubblica non possa ordinarsi dove una monarchia costituzionale lo può--come, serbato il potere legislativo al concilio nazionale, l'autorità esecutiva trasportata da un capo ereditario a uno elettivo e a tempo, induca impossibilità d'esistenza, non è facile intenderlo. Se in oggi per noi si trattasse d'una repubblica foggiata all'antica dove il popolo tutto quanto fosse chiamato a discutere le proprie cose, forse i limiti prescritti da Rousseau ci parrebbero vasti troppo[76]; ma la repubblica moderna, la repubblica rappresentativa, la repubblica nella quale il popolo opera per mandatarî, non presenta difficoltà che non siano comuni alla monarchia temperata, e meritino di essere combattute.
Tralasciamo egualmente gli argomenti dedotti dal clima vario in alcuni punti. Oggi il termometro non è norma che valga alla scelta delle istituzioni. E so che a taluno--nel XIX secolo--è piaciuto scrivere: le assemblee deliberanti non convenire ai climi meridionali; ma chi badò a quell'uno? La libertà è cittadina di tutte le zone, nè lo sviluppo morale intellettuale dei popoli concede ormai più predominio alle cause fisiche. Le differenze di clima in Italia son poche: non maggiori di quelle che s'incontrano altrove in paesi retti da un potere centrale monarchico; e siffatte diversità, ove valessero, varrebbero contro ad ogni concentramento, se monarchico o repubblicano, non monta[77].
La divisione, lo spirito di discordia che si rivela per entro alla Storia come elemento contrario alla Italiana unità, forse affatica tuttavia, più che non vorrebbero i tempi, le menti italiane, è l'unico argomento potente che gli uomini del Federalismo invochino. Forse abbiam detto: perch'è pur necessario, a chi non vuol vivere di passato, intravvedere nel primo fatto italiano la fine di queste discordie. Fremevano fieramente un giorno in Italia attizzate dagli Imperatori e dai Papi, alimentate dalla potenza che fa gelosi e audaci. Garriscono in oggi triviali e impotenti nelle pretese di aristocrazie semispente e nelle invidiuzze d'accademie e pedanti, ai quali la propria città--se non la sala ove si radunano--è troppo vasto universo. Ma la prima voce di generoso che susciterà i fratelli all'opre del braccio--il primo battere di tamburo che chiamerà gl'Italiani all'insurrezione nazionale, sperderà quel garrito; nè la potenza rinata varrà a risuscitare gli sdegni; perchè sarà potenza conquistata col sangue di tutti nelle guerre di tutti, per l'emancipazione di tutti;--potenza non di una o più città; ma d'uomini di tutte terre italiane, armati contro un nemico comune, raccolti sotto una comune bandiera. Manca un vessillo alla divisione. Papi e Imperatori sono spenti. La tirannide lunga e i delitti hanno logorato quella potenza che li costituiva capi di parte, e traeva volontaria dietro alle loro insegne una metà d'Italia. Manca un vessillo alla divisione, e consunta l'efficacia di quei due simboli, chi sorgerà in loro vece?
Chiedetelo al voto che emerse spontaneo, e tu represso dalla sola codardia dei governi, nella insurrezione del 1821 dal moto delle moltitudini.
Chiedetelo al fremito della gioventù che indarno i tirannetti d'Italia tentano spegnere--della gioventù serrata, dall'Alpi al mare, a una lega, diciamolo pure altamente, invincibile--della gioventù che s'oggi ancora si svia talvolta dietro a nomi e simboli varî, non cede che al bisogno prepotente di moto che l'affatica, ma sorgerà forte di concordia e d'unità indissolubile, ove una bandiera Italiana s'inalzi di mezzo a' suoi ranghi.
Chiedetelo alla storia d'Italia, guardata filosoficamente, e dall'alto de' suoi destini.--
Da quel voto, da quel fremito giovanile, dalla storia d'Italia, esce una risposta assoluta:
IL POPOLO!
Il popolo: terzo principio che s'è lentamente inalzato sulle rovine di quei due, ghibellino e guelfo, nordico e meridionale, rappresentati dall'Imperatore e dal Papa, e condannati a rodersi l'un l'altro, finchè s'estinguessero in una comune maledizione--il popolo che non fu mai guelfo nè ghibellino, ma concedendo il braccio e il sangue ora all'una or all'altra bandiera, dovunque lo chiamava l'istinto che lo sprona allo sviluppo progressivo e all'Eguaglianza, imparava ad abborrir l'una e l'altra--il popolo che come il carroccio, simbolo santo della Patria Italiana, movea lento attraverso le rivoluzioni e le guerre, ma era sicuro di giungere alla vittoria--il popolo è d'ora innanzi solo dominatore in Italia e nella sua grande unità si spegneranno tutte le divisioni che mantennero le frazioni ostili per tanto corso di secoli.--
Certo: noi siamo divisi. Certo: il lievito antico della discordia non s'è consumato tutto coi padri. Ma è divisione che s'agita dentro il recinto d'ogni città; che s'esercita tra le classi, tra gli individui che la compongono, anzichè tra popolo e popolo. Le lunghe risse, le gelosie naturali a tutta l'aristocrazia, le disuguaglianze che vivono enormi tra gli ordini della società, e più di tutto l'arti molteplici e le insidie della tirannide, hanno perpetuata una diffidenza che si mostra ancora nei fatti, e inceppa i nostri progressi. Ma è diffidenza non regolata dalle istituzioni diverse, non determinata dalle delimitazioni dei territorî: diffidenza che cova in petto a ogni uomo, e genera l'isolamento: diffidenza che ajuta l'individualismo, primo come più volte dicemmo, dei nostri vizî. Or chi mai tentò spegnerla? Chi cercò struggerla alle radici?
L'aristocrazia mascherata in diverse guise prevalse sempre nei tentativi rivoluzionarî passati: l'aristocrazia, elemento perpetuo di gare e fazioni. Il popolo in cui solo cova l'elemento Italiano, il popolo che anela per propria natura l'Eguaglianza, e ha quindi solo virtù per fondar l'unità, non fu curato mai nè cercato. Però vedemmo in Bologna sorgere germi d'esclusiva supremazia, e suscitarsi quindi una diffidenza nelle altre città dell'Italia centrale; ma furono quelle pretese di popolo?--no: furono pretese di forensi, e di poca gente che sotto l'assisa della Libertà serbava vive le misere ambizioncelle del vecchio dominio. Il Popolo invocava armi e capi che lo guidassero a soccorrere i fratelli di sventura impotenti a levarsi da sè.--Vedemmo Piemonte e Genova ostili per memoria di antica nimicizia fremere l'un contro l'altra sicchè furono detti nemici irreconciliabili; ma quando?--quando da un lato stava una monarchia rapace e ingiusta, dall'altro una aristocrazia gelosa e tirannica, e il popolo era nullo nei due paesi. Ma quando un grido di libertà, comunque fiacco ed inerte, fu pronunciato in Torino e Genova, Genova e Torino s'affratellarono in un voto, in una speranza di Popolo, e a me che scrivo suona ancor dentro l'anima il plauso che giovanetto raccolsi dal popolo Genovese agli uomini del Piemonte che movevano verso Novara--e quel plauso del 1821 lo raccolsero i Piemontesi come pegno di fratellanza che un sol grido di popolo ridesterà--e a quel pegno l'ultimo gemito di LANERI e GARELLI ne aggiunse un più santo e tremendo--e oggi checchè si tenti da un re spergiuro, Genova e Piemonte son uno. Così, fremente la guerra tra il Clero e l'Aristocrazia, tra questa e i popolani, le Città Lombarde si divorarono per due secoli le une coll'altre; ma quando il nome di Repubblica Italiana suonò per quelle contrade, l'incremento dato a Milano non accrebbe, scemò le gelosie locali delle altre città; e quando, sotto il regno d'Italia, confortò gli animi una illusione d'avvenire Italiano, il Veneto, il Romagnolo, il Lombardo, l'Anconitano, vissero nella stessa unità di politica, di leggi, di tributi, di capitale--un terzo d'Italia si confuse in una comune emancipazione, e le relazioni che apparivano prima diverse, emersero a un tratto, e senz'alcun danno, uniformi. Così la politica grida separati per sempre dalla tempra degli uomini, o dalla natura, Piemonte e Napoli--e si mostrarono infatti tiepidi all'unità, quando dodici anni addietro due Principi furono depositarî dei destini italiani; ma date in Napoli una voce di Libertà nazionale--sia voce di popolo, non menzogna di Principe--e udrete quale eco di unità, quai voti di fratellanza rimanderà il Sud agli Stati Sardi. Il popolo ha il segreto dell'unità. Il popolo non guarda a sistemi: non s'illude spontaneo dietro a norme di scuole americane o inglesi: segue il core; va per la via sulla quale lo sprona il soffio di Dio--e il soffio di Dio ha cacciato tale un raggio nella pupilla italiana, il suo dito ha scritto tale una sillaba di fratellanza in ogni fronte italiana, che nè tempi nè risse aizzate nè insidie di Principi stranieri o nostri potranno mai cancellare.--Guardatevi in volto, o Italiani!... Ivi troverete, voi soli, il decreto della futura unità.
Non la realtà degli ostacoli, la sola paura, deità onnipotente ai più tra i politici, crea le difficoltà di ridursi a reggimento unitario.
Pochi anni addietro la repubblica era sogno di pochi che la veneravano nel segreto, e s'ottenevano il nome di utopisti dai molti che la confessavano l'ottima fra le istituzioni a patto di sbandirla dal positivo. Oggi, gli utopisti son gli uomini che s'ostinano a trovare un monarca dove non è materia di monarchia, e rinegano li infiniti elementi repubblicani che vivono potenti in Italia--e se quei pochi non s'arrestassero tremanti davanti a un nome, se il loro voto si aggiungesse al predominante della moltitudine, la repubblica parrebbe transizione naturale agli eredi degli uomini del XII e del XIII secolo, anzichè crisi violenta e pericolosa. L'Italiana Unità apparirebbe opera non solo santa, ma facile, se pel corso di pochi mesi ai vocaboli diversi nelle pagine degli scrittori e nei discorsi dei dotti sottentrasse quell'uno.
Perchè, quali forti cagioni avvalorano in oggi le divisioni tra noi? D'onde deriva la condanna di eterna lite alla quale, secondo i Federalisti, soggiace l'Italia?
Alcuni invocano le razze.
Or le razze tra noi dove sono?--Dove si mostrano predominanti?--In qual punto hanno serbato le loro conquiste?--Su quale palmo di terreno italiano può additarsi oggi ancora il trionfo di una razza straniera?--E per qual via dalle razze potrà dedursi una divisione federativa? La mano di Dio le ha disseminate e confuse in ogni provincia italiana; e dov'è l'uomo che presuma risuscitarle, separarle, e dire ad esse: quella frazione di terreno spetta alla razza Germanica, quell'altra alla Illirica?
Noi concediamo molto alle razze: aggregati di milioni che dispersi serbano quasi un segno, una parola segreta per riconoscersi, che hanno l'impronta d'una missione misteriosa e solenne, e lottano ostinatamente colle influenze straniere di luoghi e d'uomini sino al compimento di quella. Ma quando la missione appare evidentemente consumata, perchè ostinarsi a perpetuarla? Quando l'ire sono spente da secoli, perchè volerle rieccitare dalla polvere del sepolcro comune? Quando la traccia distinta delle razze è perduta, perchè logorare le forze a rintracciarla sotto lo strato uniforme che la ricopre?--In Italia fu il convegno di tutte le razze. Qui sulle nostre terre si raccolsero tutte quasi a congresso, come se nella Penisola dovesse cacciarsi il compendio del mondo; come se l'Italia futura avesse a riunire la vivezza e la spontaneità meridionale colla gravità e la profonda costanza delle razze settentrionali. Vennero mute, ignote, senza nome, senza bandiera, fuorchè quella della distruzione; senza missione, fuorchè quella di ritemprare la razza antica ammollita e di portar seco i semi d'incivilimento caduti quasi a caso dall'albero, ch'esse tutte scesero a scuotere senza poterne svellere le radici. Si confusero tutte dopo un urto potente, si cancellarono insensibilmente senza che alcuna valesse a rimanersi dominatrice; senza che alcuna valesse a resistere all'azione dell'elemento italiano primitivo. Noi le vincemmo tutte. Quando anche gl'Italiani parevano materialmente soggiogati, il principio sopravviveva e conquistava tutti gli elementi che l'opprimevano. Eterno come il diritto romano che si mantenne frammezzo al rovesciarsi dei barbari, il principio italiano logorò poco a poco le razze Greche, Germaniche, Illiriche, Saracene. Uno spazio minore di un secolo ci valse ad assorbire la razza Gota: duecento anni a sottomettere i Longobardi. Vinti e vincitori si fusero in un solo popolo. Le risse si quetarono nella tomba. Nella grande unità romana si operò la fusione delle razze greco-latine: nella grande unità del Cattolicesimo, durante il dramma dell'Impero, quella delle razze settentrionali.--Oggi la missione individuale delle razze in Italia è compiuta. Da tre secoli in quella polvere ov'esse giacciono s'elabora la fusione ultima, decisiva, irrevocabile. Una grande pace si stende su quelle reliquie. Non la turbiamo. Possiamo noi dissotterrare l'ossa dei milioni, e dire a qual razza appartengano?
E di questa lenta, ma sicura fusione, di questo segreto lavoro unitario, le tracce appajono più o meno evidenti nella nostra storia, dal secolo IX in cui incominciarono a sorgere i primi germi delle libertà cittadine sino al XII e XIII, nei quali quasi tutte le terre italiane si ressero spontaneamente e senza accordo fra loro a Comune, e da quei secoli in poi nel fermento intellettuale, che si manifestò quasi a un tempo per tutta la penisola, nel riavvicinamento progressivo dei costumi e delle abitudini, ch'oggi non sono più dissimili tra un Marchigiano e un Toscano di quello siano tra le famiglie Basche, Bretone, Normanne di Francia, e in quella continua lotta che fu combattuta ora aperta or celata fra il Papa e l'Impero, lotta il cui segreto è tutto nella ricerca dell'unità, intorno alla quale gli Italiani sentivano il bisogno di concentrarsi, e la travedevano or nell'uno or nell'altro vessillo.
Noi qui non possiamo diffonderci nell'esame delle epoche storiche che additano questo vero. A siffatta indagine manca il tempo e mancano i libri. Scrivo errante di casa in casa, fuggendo la persecuzione della polizia francese federata colle italiane. Ma da qualunque s'addentri con occhio di filosofo nella nostra storia, verrà scoperta una idea generatrice, anima, vita delle nostre vicende, una tendenza continua all'unità, troppo poco osservata finora.
E s'anche alcune reliquie delle antiche divisioni rimasero nell'Italia del XIX secolo, perchè, pur confessando che il tempo le va struggendo, ostinarsi a farne elemento degli ordini futuri italiani? Perchè, quando tutti deplorano funestissime quelle divisioni, sancirle, riconsecrarle con una legge, anzichè spegnerle a un tratto col decreto energico d'Unità? Il vizio d'accettare ogni fatto, qualunque ne sia l'efficacia, e dargli diritto di cittadinanza contemplandolo come legittimo nella costituzione dello stato, è vizio comune pur troppo a molte legislazioni politiche; non però meno fatale, perchè imprimendo un carattere pressochè incancellabile a quei fatti, tende a perpetuarli, e chiude le vie del progresso. Le leggi di Manou hanno trattenuto e trattengono l'India nella disuguaglianza delle caste, nella schiavitù delle femmine, e nella inerzia; perchè, trovati quei fatti, ne introdussero gli elementi, come immutabili, nell'organizzazione dello stato. Or, vorremo noi, figli del mondo progressivo europeo, introdurre nella politica l'immobilità dell'Oriente?--Le buone leggi guardano all'avvenire. I legislatori non registrano i fatti; ma, dove riescono dannosi, tentano modificarli o distruggerli. Il Potere che regge la somma delle cose in una nazione, non deve trascinarsi stentatamente dietro allo spirito d'incivilimento che la governa; bensì deve promoverlo primo, e antiveggendo il pensiero sociale, inalzarne in alto la bandiera, perchè tutti v'accorrano e lo sviluppino rapidamente. Il pensiero sociale in Italia è l'Unità. Le opposizioni son deboli; e non pertanto anche senza oprare tirannicamente, violentandole, v'è mezzo di soddisfare, quanto esigono, ad esse colla libertà di comune e di municipio. Ma se i futuri Legislatori d'Italia confessassero mai invincibile, ordinando le Federazioni, il fatto--se pur è fatto--delle divisioni, avranno preparato nuove risse e sangue e pianto e un secondo medio evo all'Italia, se non prima un nuovo servaggio comune.
II[78].
Lo scritto che precede non fu compito, nè oggi, s'io guardassi unicamente al presente, importerebbe compirlo. Il fatto m'ha dato ragione e ha confutato in modo da non ammettere discussione i dubbî dei federalisti. La potente unanime voce del popolo d'Italia ha dichiarato ai letterati teorizzatori che la nostra utopia di trenta anni addietro era intuizione profetica de' suoi bisogni, delle sue aspirazioni, della sua vita segreta, del suo avvenire. Libero una volta del proprio voto, il popolo ha sciolto il problema e s'è chiarito unitario a ogni patto: s'è chiarito tale nelle circostanze più sfavorevoli, sagrificando all'intento l'esercizio d'ogni altro suo dritto, vincendo con insistenza mirabile davvero le paure e i tentennamenti della monarchia, resistendo alle seduzioni colle quali l'alleato straniero e gli atterriti o compri sostenitori d'ogni suo consiglio tentarono travolgerlo in disegni di confederazione che lo condannerebbero a debolezza perpetua. Il giudizio del paese dovrebbe dunque esimermi dall'aggiungere oggi pagine a pagine.
Ma davanti allo sgovernar sistematico d'una setta d'uomini che, increduli sino a ieri d'ogni possibile attuazione dell'Unità Nazionale, son oggi chiamati dalla monarchia a governarla; davanti alla inetta pertinacia colla quale quelli uomini tentano sostituire all'espressione invocata della vita Nazionale collettiva l'espressione data più che imperfettamente tredici anni addietro alla vita d'una piccola frazione d'Italia, il giudizio del paese può, non dirò retrocedere alla vecchia condizione di cose, ma vacillare pericolosamente sulla via che l'istinto della missione Italiana gli addita. La Nazione è un fatto nuovo che non può trovare la propria espressione se non in un PATTO NAZIONALE dettato da una Costituente Italiana in Roma, in un ordinamento di armi cittadine da un punto all'altro del paese, in una politica italiana emancipata da tutte protezioni e ingerenze straniere, in una guerra arditamente impresa con un intento Europeo pel Veneto, e in un Governo, non di consorteria, ma di popolo, senza esclusione fuorchè degli avversi all'Unità della Patria. Se chi regge s'ostina a contenderci siffatte cose, avremo crisi e riazioni inevitabili di popolazioni deluse. Importa che in quelle crisi non corra rischio d'andar sommersa l'immensa conquista dell'Unità. Importa che l'idea s'addentri di tanto nel popolo da immedesimarsi colla sua vita ed escire più splendida di potenza e di fede da ogni rivolgimento d'eventi.
L'Unità era ed è nei fati d'Italia. Ad essa, come a intento supremo, accenna--fin da quando il germe della nazionalità Italiana fu cacciato dalle tribù Sabelliche nella regione Abruzzese tra le nevi del Majella, il Gran Sasso d'Italia, umbilicus Italiæ, e l'Aterno--il lento ma continuo e invincibile moto della nostra Civiltà: lento come quello che doveva tra via, prima di giungere a fondar la Nazione, conquistare due volte il Mondo; ma continuo d'epoca in epoca attraverso la lotta dell'elemento popolare contro tutte aristocrazie straniere e domestiche, e invincibile davvero dacchè nè le religioni mutate nè le invasioni di tutte le genti d'Europa nè lunghi periodi di barbarie e rovina valsero ad arrestarlo. La storia del nostro popolo contiene il segreto della storia d'Italia e del nostro avvenire e avrebbe rivelato ai nostri scrittori e agli uomini politici che in Europa s'affaccendarono intorno alle cose nostre il fine ineluttabile, verso il quale tutte le vicende spingevano la gente italica. Ma chi fra gli storici d'Italia tentò rintracciare e descrivere la vita del nostro popolo? Machiavelli stesso fallì, fra i nostri, all'impresa, nè ci verrebbe fatto desumere dalle sue pagine le condizioni relative del popolo ch'ei descrisse paragonate a quelle del periodo anteriore. A Sismondi, unico che meriti nome tra gli storici stranieri di cose nostre, non valsero le tendenze democratiche nè i lunghi pazienti studî: ei tessè più ch'altro la storia delle fazioni, delle ambizioni, delle virtù e dei vizî delle famiglie illustri d'Italia, senza indovinare il lavoro di fusione--intravveduto ma accennato appena a rapidi tocchi da Romagnosi--che si compiva tacito senza interruzione nelle viscere del paese. Però, l'animo profondamente italiano di Machiavelli proruppe in un grido d'Unità, ma senza speranza fuorchè dalla dittatura d'un principe; Sismondi, non italiano, si rassegnò disanimato a una impossibilità che non era se non apparente, e scritta l'ultima pagina della sua storia, dichiarò utopia l'Unità. «Come mai in una contrada dove ogni pubblica discussione è oggi vietata, dov'è chiusa la via a ogni pubblica celebrità, l'elezione popolare sceglierebbe gli uomini ai quali dovrebbe essere affidata la sovranità? Come sperare che i cittadini del più grande numero dei piccoli Stati italiani si rassegnino a sceglierli, se pur deve ottenersi una maggioranza reale, fra i cittadini d'altri piccoli Stati, dov'essi non vedono che stranieri e rivali? Come possono i fautori dell'Unità ideare che le gare e le diffidenze esistenti fra tanti Stati indipendenti siano dimenticate, non solamente da pochi pensatori dominati dall'entusiasmo, ma dalla moltitudine alla quale i proprî ricordi, gli affetti, i pregiudizî parlano più eloquenti che non i loro freddi ragionamenti? E come non prevedono che tutte le antipatie locali riarderebbero irresistibili appena una legislazione generale tenterebbe decidere intorno a questioni giudicate diversamente dalle varie popolazioni italiane?[79].» I plebisciti del 1860 e le elezioni che dall'estrema Sicilia rintracciarono, nell'anno in cui scrivo, parecchi tra i rappresentanti nell'estremo nord, hanno sciolto il nodo. Ma nè storici letterati, nè cospiratori da noi in fuori, nè i chiamati a dirigere le insurrezioni, nè i viaggiatori dilettanti scendenti in Italia a contemplarvi dipinti antichi e imbeversi di melodie, nè i poeti ai quali una scintilla di vita in Italia avrebbe rapito la bella imagine d'una Nazione scesa nel sepolcro per sempre, sospettavano trenta o quaranta anni addietro il fatto generatore d'ogni nostro progresso che il popolo d'Italia s'era a poco a poco sostituito a tutti elementi parziali, soggiogando, assorbendo ogni influenza di razza e di casta. Or dove il popolo d'una nazione siede elemento dominatore, l'Unità--purchè la Libertà abbia tempio inviolabile nel Comune--è certa, infallibile. Le aristocrazie sole mantengono lo smembramento, come quelle che più facilmente primeggiano in zone anguste, sulle quali la tradizione avita splende di luce potente e l'autorità dei possedimenti s'esercita diretta e sentita nei buoni siccome nei tristi effetti.
«Sismondi[80]--e ne parlo insistendo, perchè ei rappresenta tutto un ordine di scrittori che desunsero l'avvenire da un passato superficialmente inteso--uomo d'ingegno, di dottrina, e d'onesta fede, storico sincero sempre, talora profondo, più spesso scettico e incerto, tentennante fra dottrine diverse e governato dai fatti quali nelle apparenze si mostrano anzichè potente a interpretarli e ordinarli dall'alto della legge che li produce, non indovinò il fatto generatore al quale ho poc'anzi accennato. Le repubbliche italiane, delle quale ei ci narrò con amore la storia, lo incatenarono a sè. Cacciato dal suo soggetto a vivere lungamente tra le sempre rinascenti contese delle città italiane, tra le guerre che per seicento anni si mossero Guelfismo e Ghibellinismo, ei non seppe staccarsene, s'immedesimò con quei vecchi combattenti del medio evo e smarrì con essi la facoltà d'intendere il presente e presentire il futuro. Era mente analitica, incapace di sintesi: diseredato quindi d'una metà degli elementi intellettuali che fanno lo Storico, ei descrisse mirabilmente la parte esterna di quelle contese, ma senza intenderne il significato, senza intendere ciò che esse veramente rappresentavano o le loro inevitabili conseguenze. Non vide che il Papato e l'Impero erano solamente pretesto e simbolo visibile ad esse, ma che la loro vera cagione stava nella crisi segreta di fusione interna dalla quale l'Italia andava procacciandosi una eguaglianza d'elementi avversa al privilegio, alle caste, al federalismo. Una falsa dottrina filosofica spingeva fatalmente Sismondi verso il materialismo storico del secolo XVIII; e quando ei vide spegnersi tutto quel tumulto di fazioni e i due giganti della lotta, il Papa e l'Imperatore, inchinarsi siccome stanchi l'un verso l'altro e segnare sul cadavere di Firenze una pace della quale Cambrai avea stabilito i preliminari, ei mormorò mestamente a sè stesso: questa è la morte d'Italia.
«Era soltanto la morte dell'Italia dell'evo medio, delle sue ineguaglianze di razze e di civiltà, delle sue interne discordie, del suo dualismo; la morte d'un'Epoca che lasciava schiuso il varco ad un'altra; la cui grandezza dovea calcolarsi dalla sua lunga e faticosa iniziazione. Il fatto stesso di quell'alleanza tra due poteri fino a quel giorno irreconciliabili avrebbe dovuto insegnare allo storico lo sviluppo d'un terzo principio che li minacciava ambedue e ch'essi non si sentivano, separati, capaci di combattere e vincere.
«E seguendone la vita latente, egli avrebbe veduto quel terzo principio conquistarsi più sempre potenza in quel periodo che gli osservatori superficiali chiamano di degenerazione e d'inerzia. Perita la libertà delle città, il lavoro egualizzatore proseguì più che mai attivo e fecondo, latente perchè dalla superficie era trapassato al core della Nazione, ma rivelato, quasi per getti vulcanici, dai moti di Genova nel 1746, di Napoli nel 1647 e più dopo nel 1799, moti tutti di popolo. E nondimeno, tre secoli della nostra storia rimasero muti e privi di senso a Sismondi. L'assenza d'ogni manifestazione visibile di progresso gli parve a torto negazione di progresso. Colla caduta di Firenze ei vide conchiusa la storia d'Italia; e quando gli vagavano per la mente imagini d'una Italia vivente, ei le giudicava colle norme desunte dallo studio dei Guelfi e dei Ghibellini. Quindi i suoi terrori, simili a quelli coi quali dimenticando Sarpi, Venezia, Leopoldo, tutto il decimo ottavo secolo e il materialismo francese anche di soverchio invadente, ei travedeva ne' suoi ultimi anni, in virtù di ricordi e fatti isolati, onnipotente il Cattolicesimo.
«Agli uomini i quali, come Sismondi, s'atterriscono del riapparire probabile delle razze diverse in Italia, io vorrei chiedere d'indicarmi su questa terra dove le razze non cessarono mai dal primo loro apparire di frammischiarsi, di confondersi e assimilarsi, una sola zona nella quale una sola d'esse in oggi predomini; vorrei m'additassero una sola diversità fra gli Italiani lombardi, romani, napoletani, che non possa additarsi in Francia, omogenea fra tutte le nazioni, fra gli uomini dei Pirinei, della Bretagna, della Normandia e della Provenza. Tra noi le rivalità cessarono colla guerra. Trecento anni di oppressione comune hanno dato a tutti noi condizioni identiche di vita e di morte. Esistono in Italia elementi pel Comune, associazione naturale, non per le aggregazioni artificiali di Stati e Provincie.
«Per una apparente contradizione perfettamente spiegata dalla vanità compagna inseparabile della mediocrità, la diffidenza e le gare rivali, alle quali accenna paurosamente Sismondi, s'agitano talora tuttavia irrequiete fra i semi-pensatori politici e letterarî ai quali l'Italia va debitrice d'influenze e di scuole straniere e che stendono sulla nazione uno strato superficiale oltre il quale pochi s'addentrano: in essi almeno vive una tendenza ad ammettere siccome reali e ingigantir quelle gare. Il popolo le ignora. I sistemi di governi corrotti fondati sul terrore e sullo spionaggio, l'irritazione generata dai lunghi patimenti, l'assenza d'educazione e d'interessi politici collettivi e gli stimoli d'una individualità più che altrove potente, hanno creato e mantengono nelle nostre moltitudini abitudini facilmente sospettose, pronte alle subite riazioni e a diffidenze pericolose. Ma s'altri travedesse nelle piaghe dell'individuo germi di federalismo, convertirebbe in provincie gli uomini. Quei vizî si sfogano tra gli abitanti, tra le classi, tra i quartieri di ciascuna città; di rado s'alimentano di città in città; riescono invisibili tra provincia e provincia. Il bisogno d'una attività indipendente e la sovrabbondanza di vita che caratterizzano in Italia l'individuo e la civica corporazione alla quale egli naturalmente appartiene, daranno al Genio legislatore lo stromento opportuno a proteggere la libertà contro le usurpazioni d'un soverchio concentramento amministrativo, ma non possono creare la necessità di larghe divisioni politiche, nè la crearono mai. Diresti i fautori del federalismo provinciale incapaci d'avvertire a due fatti elementari della nostra storia, che gli Stati nei quali visse per trecento e più anni divisa l'Italia non emersero spontanei da voto o tendenze speciali dei popoli, ma furono creati dalla diplomazia, dall'usurpazione straniera o dalla violenza dell'armi:--che non esce dalla nostra storia quasi mai prova di formale definito antagonismo tra provincie e provincie. Le spade cittadine non segnarono mai i loro confini. Le nostre guerre, quando non furono, come dice Dante,
Fra quei che un muro e una fossa serra
furono tra città e città; tra città d'una stessa provincia: tra Pavia, Como, Milano, tra Pisa, Siena, Arezzo, Firenze, tra Genova e Torino, e così nell'altre zone d'Italia, non tra Lombardia e Piemonte, tra Toscana e Romagna, fra le terre napoletane e quelle del Centro.--Or non composero quelle città tutte gare e discordie sotto reggimenti comuni? Non vissero in lunga pace tra loro sotto un solo padrone? Se le vecchie contese dovessero riardere al soffio della libertà, noi dovremmo tornare alle cento repubblichette dell'evo medio, non agli Stati e alle grandi Provincie. È tra noi un solo federalista che spinga la logica fino a quei termini?
«Non esiste fra noi dissenso tra zona e zona, tra provincia e provincia. Gli osservatori superficiali, gli stranieri segnatamente, udirono talora, negli ultimi cento anni, in Italia, lagni di servi che s'agitavano contro altri servi lenti a rispondere all'agitazione; o ricordi orgogliosamente invocati, quasi a inanimarsi, di glorie locali; o rimproveri avventati da una ad altra provincia, tristissimo sollievo di schiavi che tentano addormentare col malignarsi reciproco il dolore e la vergogna delle catene; e ne desunsero pericoli pel futuro, senza intendere che la libertà di tutte cancellerebbe in un subito le cagioni dell'aspreggiarsi e che la campana a stormo della Nazione imporrebbe silenzio, coll'annunzio d'un lieto collettivo avvenire per tutti, ad ogni garrito. Dimenticarono la singolare unità colla quale parecchi anni prima del 1789, furono predicate e tentate riforme simili ovunque, per tutte le parti della Penisola. Dimenticarono l'unità di governo, di legislazione, di commercio che strinse in uno, sul cominciare del secolo e senza che un solo germe d'interna discordia apparisse, quasi otto milioni d'italiani del Veneto, della Lombardia, delle provincie Romane. Dimenticarono l'entusiasmo col quale i popolani di Genova, nemici apparentemente irreconciliabili al Piemonte pochi dì prima, versavano fiori nel 1821 sui militi piemontesi che accennavano movere contro gli Austriaci--il grido potente d'ITALIA frainteso dieci anni dopo dai miseri Governi provvisori del Centro, ma unanime tra i popoli insorti--l'ardente apostolato Unitario delle nostre associazioni segrete negli anni che seguirono--il sangue versato da martiri di tutte provincie d'Italia in nome della Patria comune--e segnatamente il principio: che un Popolo non more nè s'arresta mai sulla via prima d'avere raggiunto l'intento storico supremo della propria vita, prima d'aver compita la propria missione. Or la Missione Nazionale d'Italia era additata dalla geografia, dalla lingua, dalle aspirazioni profetiche dei nostri Grandi d'intelletto e di core, e da tutta una splendida tradizione storica che potea facilmente disotterrarsi sol che dai fatti delle aristocrazie o dalle azioni degli individui si scendesse a studiare la vita del nostro popolo. La Nazione, dicevano, non ha esistito mai: non può dunque esistere. La Nazione, noi dicevamo dall'alto della sintesi dominatrice, non ha esistito finora, esisterà dunque nell'avvenire. Un popolo chiamato a compiere grandi cose a benefizio dell'umanità deve un dì o l'altro costituirsi in Unità di Nazione.»
E il nostro popolo s'avviò lentamente d'epoca in epoca verso quel fine. Soltanto, la storia del nostro popolo o della nostra Nazionalità ch'è una cosa con esso, non fu, come dissi, scritta finora. A me pesa più assai che non posso esprimere di dover portare inadempito alla sepoltura il desiderio lungamente accarezzato di tentarla a mio modo. Ma chi vorrà e saprà scriverla senza affogare i punti salienti del progresso italiano sotto la moltitudine dei minuti particolari, e sorvolando di periodo in periodo lo sviluppo collettivo dell'elemento italiano, darà base fermissima di tradizione all'Unità della Patria; e sarà la sua ricompensa. Dimostrata cogli antichi ricordi, coi vestigi delle religioni, e colle recenti ricerche etnografiche, l'indipendenza assoluta del nostro incivilimento primitivo dall'Ellènico posteriore d'assai, lo scrittore torrà le mosse, per additare i primordi della nostra Nazionalità, dalle tribù Sabelliche le quali collocate, come più sopra accennai, intorno all'antica Amiterno, assunsero prime, congiunte agli Osci, ai Siculi, agli Umbri, il sacro nome d'Italia, e iniziando la fusione degli elementi diversi sparsi sulla Penisola, mossero a configgere la loro lancia, simbolo d'autorità, nella valle del Tebro, nella Campania e più oltre. Fu la prima guerra d'indipendenza dell'elemento italiano contro l'elemento, d'origine probabilmente semitica, chiamato dagli antichi pelasgico. La seconda fu quella condotta dai Romani Italiani contro l'elemento celtico e Gallo: guerra divisa in due periodi che comunque sovente s'intreccino l'uno coll'altro potranno pur sempre e facilmente scernersi siccome distinti dallo scrittore. Il primo, nel quale diresti che l'Italia segnasse a Roma i termini della sua missione unificatrice dicendole: sarò tua a patto che la tua vita s'immedesimi colla mia, ha il proprio punto culminante nella guerra colla quale le città socie, risuscitato il vecchio nome d'Italia e battezzando di quel nome il centro della Lega, Corfinio, chiesero e ottennero la cittadinanza di Roma che poi s'estese a quanti vivevano tra l'Alpi e il Mare: il secondo, mira colle forze romane convertito in italiche, a promuovere il trionfo dell'elemento indigeno sugli elementi stranieri. Poi venne il grido-programma, che l'epoca successiva dovea raccogliere, di Spartaco. Poi la dittatura di Cesare che conchiuse la prima epoca della fusione italiana. Era fusione, più che sociale, politica; ma italiano a ogni modo era, nelle forme materiali, verso il conchiudersi di quell'epoca, l'incivilimento rappresentato da Roma; italiani di tutte provincie erano gli ingegni che in Roma si concentravano; italiana era la rete di vie che vi mettea capo: italiano il diritto civile: italiano il sistema municipale: italiana l'aspirazione dei popoli. E la seconda epoca che s'iniziò tra le incursioni barbariche incominciò e proseguì con pertinacia mallevadrice di vittoria il lavoro di fusione sociale, ch'oggi ci rende capaci di farci Nazione.
E lo scrittore della Storia invocata mostrerà come, smembrata l'unità politica e spento apparentemente il moto nazionale condotto con rapidità prematura e per via di conquista da Roma, il lavoro di fusione si rifacesse per intima spontaneità e localmente dal popolo, e come le popolazioni, disgiunte com'erano, sembrassero obbedire a una forma identica per ogni dove, tanto le vie seguite da quel lavoro apparvero simili e generatrici di conseguenze uniformi. Due elementi prepararono, in quell'epoca d'apparente dissociazione che ha nome di medio evo, l'unità della Patria Italiana: l'elemento cristiano rappresentato sino al decimoterzo secolo dalla Roma papale, e custode dell'unità morale: e l'elemento municipale che sopravvivendo profondamente italiano alle invasioni, logorò appoggiandosi sul popolo, il predominio successivo delle razze straniere, e le ineguaglianze sociali che la conquista aveva impiantato o radicato in Italia. La storia del primo elemento fu dettata sempre da una cieca superstiziosa adorazione o dagli uomini puramente negativi del materialismo, ed è necessario rifarla. La storia del secondo fu trasandata e sommersa nella storia della individualità prominenti o dei fatti esterni: pochi, se pur taluno, scesero e a balzi, fino alle radici della vita italiana. Il moto fu tutto di popolo e contro le aristocrazie politiche, feudali, territoriali, che avrebbero, perpetuandosi, perpetuato lo smembramento. Al di sotto dei nobili, degli eredi dei conquistatori, sprezzatori, alteri, ignoranti e infangati di passioni sensuali, i lavoratori delle terre, gli uomini di commercio e d'industria, gente di razza nativa, si giovavano della noncuranza dei padroni per l'arti utili e produttive ad arricchirsi con esse: si giovavano financo della triste necessità che, rotte le comunicazioni tra l'Italia e l'altre parti d'Europa, imponeva agli abitatori delle nostre contrade di nutrirsi coi prodotti del suolo, a richiamare in vita l'agricoltura decaduta negli ultimi tempi dell'impero. La piccola coltura sottentrò all'inerzia degli spenti o scacciati proprietarî di latifondi. La vita localizzata, migliorando tacitamente e afforzandosi delle immortali tradizioni romano-italiche e riconquistando inavvertitamente terreno, preparò il moto splendido dei nostri Comuni, e una classe operosa, industriale, avversa a tutte distinzioni arbitrarie, a tutte ineguaglianze non fondate sul lavoro, a tutte supremazie traenti origine dalla conquista o da permanenti influenze straniere. Nella storia di quella classe è il vero criterio col quale devono giudicarsi le nostre vicende. In essa è la norma del progresso italiano e della nostra unificazione: in essa il segreto delle tendenze democratiche onnipotenti checchè si faccia sulla nostra vita e che condurranno quando che sia inevitabilmente l'Italia all'ideale repubblicano. La doppia protesta dell'elemento popolare Italiano contro l'elemento tedesco da un lato, contro l'elemento feudale dall'altro, emerse sempre, attraverso errori, illusioni e contradizioni momentanee inseparabili da ogni storia di popolo, dai tempi d'Ottone I sino a quelli di Carlo V. La guerra dell'elemento italiano contro il predominio straniero comincia visibile tra il X secolo e l'XI nel tentativo di Crescenzio, nell'elezione d'Arduino d'Ivrea, nelle risse continue di Pavia, di Ravenna, di Roma, fra Tedeschi e Italiani, nei moti di Milano contro vescovi e grandi fautori dell'elemento anti-italiano; cova nel gigantesco tentativo frainteso sinora dai nostri di Gregorio VII; scoppia tremendamente eloquente nella Lega Lombarda; s'ordina nei nostri Comuni; vive nei pensieri rimasti a mezzo d'Innocenzo III, e va oltre. La guerra dello stesso elemento contro le aristocrazie feudali e altre si manifesta verso lo stesso periodo di tempo nei tentativi del Mottese Lanzone, nelle ispirazioni della contessa Matilde, negli asili aperti dai Benedettini della valle del Po agli schiavi fuggiaschi, nel moto emancipatore dei servi convertiti in liberi contadini, e procede aperto, innegabile nelle nostre repubbliche. L'una e l'altra preparano la nostra Unità.
E il moto unitario procede anche dopo caduta l'ultima libertà italiana in Firenze e quando, muta ogni vita pubblica, tra dominazioni straniere e principati abbietti vassalli dello straniero, appare spenta per sempre ogni speranza di Patria. La vita locale, compressa dalla violenza, s'estende nella sua base. Poche tra le sue manifestazioni riescono in quel terzo periodo, visibili; ma quelle poche assumono carattere universale, italiano. Lo storico dovrà rintracciarne lo sviluppo negli studî dei nostri giurisprudenti, nell'iniziarsi d'una scuola economica accettata teoricamente, poi che la pratica era allora impossibile dagli ingegni d'ogni parte d'Italia, nel decadimento degli statuti locali, nella tendenza a basi di legislazione uniformi, nel nostro moto filosofico del secolo XVII, nella lenta rovina dell'ultime aristocrazie combattute per sete di potere dalle tirannidi o avvilite per la loro evidente impotenza dal disprezzo dei popoli, e nel tacito accrescersi di quella classe data all'industria, all'agricoltura, al commercio, al lavoro, sorta, come fin da principio accennai, dalle viscere della nazione e imbevuta di tendenze, abitudini, aspirazioni uniformi da un punto all'altro d'Italia. Tu senti, addentrandoti sotto lo strato di servaggio steso su tutto il paese in cerca della vita latente, che l'energia di quella vita potrà essere più o meno indugiata nelle sue rivelazioni, ma che le prime saranno di Nazione, non di Provincie o di Stati. E tali apparirono sul finire del secolo XVIII. D'allora in poi l'Italia, martire o combattente, non ebbe più che una sola bandiera.
Sì, l'Unità fu ed è nei fati d'Italia. Il primato civile Italico che s'esercitò coll'armi e colla parola dai Cesari e dai Pontefici è serbato una terza volta al Popolo d'Italia, alla Nazione. Quei che fin da quaranta anni addietro non vedevano la progressione segnata verso quel fine dai periodi successivi della vita italiana, non erano se non ciechi d'ogni lume di storia; ma quei che davanti alla potente manifestazione del nostro popolo s'attentassero oggi di ricondurci a disegni di confederazioni o d'indipendenti libertà provinciali, meriterebbero di essere infamati traditori della Patria loro. Il federalismo tra noi non solamente impicciolirebbe ad arbitrio la vasta associazione di forze, di lavori, di lumi che l'Unità deve ordinare a servizio di ciascun individuo--non solamente susciterebbe dalla inevitabile disuguaglianza degli Stati quel perenne squilibrio tra le forze e le pretese, che cova i semi dell'anarchia e del dispotismo ed è piaga mortale a tutte federazioni--non solamente ordinerebbe la debolezza del paese, abbandonandolo facile preda all'invidie, alle perfide suggestioni, alle invaditrici influenze di gelosi e potenti vicini--ma cancellerebbe a prò d'una non realtà, ma menzogna di libertà locale, la MISSIONE dell'Italia nel mondo. E so che la Confederazione è disegno e consiglio insistente di tale che molti fra i nostri reputano tuttavia amico e protettore della Causa Italiana; ma so pure ch'egli è straniero, perfido e despota; e se gli Italiani gli prestassero orecchio sarebbero a un tempo colpevoli e stolti. Ch'ei cerchi costituirci deboli per dominarci, è facile intenderlo; ma il fatto stesso del suggerimento sceso da tale sorgente dovrebb'essere per noi uno de' più potenti argomenti a respingerlo. Dopo lungo e severo esame delle interne condizioni d'Italia, il Genio che fu capo alla stirpe proferiva dalla terra d'espiazione la seguente sentenza: L'Italia è circondata dall'Alpi e dal Mare. I suoi limiti naturali sono determinati con tanta esattezza che la diresti un'isola... L'Italia non ha che centocinquanta leghe di frontiera col continente Europeo e quelle centocinquanta leghe sono fortificate dalla più alta barriera che possa opporsi agli uomini... L'Italia isolata fra i suoi limiti naturali... è chiamata a formare una grande e potente nazione... L'Italia è una sola nazione; l'unità di costumi, di lingua, di letteratura deve in un avvenire più o meno lontano riunire i suoi abitanti sotto un solo governo... E Roma è, senz'alcun dubbio, la Capitale che gli Italiani sceglieranno alla patria loro[81]. Pongano i vostri Ministri, o Italiani, a capo dei loro dispacci al nipote le linee or citate, e gli dicano recisamente di non frapporsi fra l'Italia e la sua missione.
Missione ho detto; e in quella parola sta infatti la decisione suprema della quistione agitata.
È tempo che la scienza politica rompa in Italia il cerchio d'opportunità menzognere, di concessioni codarde agli interessi d'un giorno, e di sommessioni abbiette a calcoli di gente non nostra, che l'iniziativa monarchica imperiale ha segnato d'intorno a noi, e si sollevi all'altezza dei sommi principî morali, senza i quali non è virtù rigeneratrice nè vita gloriosa e durevole di nazione. Io venero quant'altri l'alto intelletto di Machiavelli e più ch'altri forse l'immenso amore all'Italia che solo scaldava di vita quella grande anima stanca, addolorata di sè stessa e d'altrui; ma voler cercare nelle pagine ch'egli dettò sulla bara dove padroni stranieri e papi fornicanti con essi e principi vassalli bastardi di papi o di re avevano inchiodato l'Italia, la legge di vita d'un popolo che sorge è mal vezzo di scimmie e di meschini copisti per impotenza propria, del quale i nostri giovani dovrebbero oggimai vergognare. Noi da Machiavelli possiamo imparare a conoscere i tristi, e quali siano le loro arti e come si sventino e per quali vie, corrotti e inserviliti, muojano i popoli; non come si ribattezzino a nuova vita. E si ribattezzano, calcando risolutamente una via contraria a quella sulla quale s'innestarono ad essi i germi di morte, con un culto severo della Morale, coll'adorazione a una grande Idea, coll'affermazione potente del Diritto e del Vero, col disprezzo degli espedienti, coll'intelletto del vincolo che annoda in un moto religioso, sociale, politico, con un senso profondo del Dovere e d'una alta missione da compiersi: missione che esiste veramente dovunque un popolo è chiamato ad essere Nazione, e l'oblìo della quale trascina inevitabilmente, quasi espiazione dell'egoismo e della sterile vita, decadimento, invasioni e dominazione straniera. Oggi i poveri ingegni che s'intitolano Governo, e non governano nè amministrano, intendono a far l'Italia Nazione chiamandola a risalire la via per la quale lungo tre secoli discese verso l'abisso e vi periva, se non erano i fati e gli istinti generosi dell'inconscio suo popolo.
Ha l'Italia o non ha una missione in Europa? Rappresenta il paese che ha nome Italia un certo numero d'uomini, poco importa se migliaja o milioni, indipendenti naturalmente gli uni dagli altri e soltanto aggruppati a nuclei in virtù di certi interessi materiali comuni il cui soddisfacimento è reso più facile e più securo da un certo grado d'associazione? O rappresenta un elemento di progresso nel consorzio Europeo, una somma di facoltà e tendenze speciali, un pensiero, una aspirazione, un germe di fede comune, una tradizione distinta da quella dell'altre Nazioni e costituente una unità storica tra le generazioni passate, presenti e future della nostra terra?
A ciascuno di questi due termini del problema corrisponde una scuola politica.
Corrisponde al primo, la scuola che si fonda sul diritto individuale: corrisponde al secondo quella che ha per base il dovere sociale.
La scuola del diritto individuale è, illogicamente, federalista. Io dico illogicamente, perchè, per essere logica, essa dovrebbe andare sino all'autonomia d'ogni Comune. Lo Stato non dovrebb'essere per essa che un aggregato, una federazione di molte migliaja di Comuni; la Nazione una forza destinata a proteggere nell'esercizio de' suoi diritti ciascuno di quei Comuni--e non altro. E fu tale infatti la definizione dello Stato data dal federalista Brizzot, ricopiata più dopo da Beniamin Constant e da tutti i politici della Monarchia ristorata Francese e sviluppata recentemente sino nell'ultime deduzioni dal francese Proudhon.
La scuola del dovere sociale è essenzialmente e logicamente Unitaria. La vita non è per essa che un ufficio, una missione. La norma, la definizione di quella missione non può trovarsi che nel termine collettivo superiore a tutte le individualità del paese: nel popolo, nella Nazione. Se esiste una missione collettiva, una comunione di dovere, una solidarietà fra tutti i cittadini d'uno Stato, essa non può essere rappresentata fuorchè dall'Unità Nazionale.
La prima, scuola d'analisi e di materialismo, ci venne dallo straniero. La seconda, scuola di sintesi e d'idealismo, è profondamente italiana. Fummo grandi e potenti, ogni qualvolta credemmo nella nostra missione; soggiacemmo, decaduti, a forze straniere ogniqualvolta ci sviammo da quella fede.
Tra queste due scuole gli Italiani hanno oggimai inappellabilmente deciso. Poco importa che, sul terreno filosofico, l'ingegno intorpidito dal lungo servaggio e l'imitazione tuttavia prevalente delle dottrine negative straniere indugino ancora le menti nell'ipotesi materialista: i nostri martiri affermavano, per mezzo secolo, il Dovere Nazionale, quando morivano nel nome d'Italia, non di Toscana o Romagna; e lo affermava il popolo quando, dimenticando ricordi locali, lunghe e meritate diffidenze e orgoglio di metropoli e ogni cosa fuorchè la Madre comune, gridò unanime alla Monarchia promettitrice: Teco nell'Unità. Poco importa, se oggi forse riesca tuttora difficile accertare quale sia la missione--ch'io credo altamente religiosa--d'Italia nel mondo: la tradizione di due Vite iniziatrici e la coscienza del popolo Italiano stanno testimonî d'una missione; e dov'anche la doppia Unità data al mondo non c'insegnasse la nostra, l'istinto d'una missione nazionale da compiersi, d'un concetto collettivo da dissotterrarsi e da svolgersi, additerebbe la necessità d'una sola Patria per tutti ed una forma che la rappresenti. Quella forma è l'Unità. Il federalismo implica molteplicità di fini da raggiungersi e si traduce presto o tardi inevitabilmente in un sistema di caste o aristocrazie. L'Unità è sola mallevadrice d'eguaglianza e, più o meno rapidamente, di vita di Popolo.
L'Italia sarà dunque Una. Condizioni geografiche, tradizione, favella, letteratura, necessità di forza e di difesa politica, voto di popolazioni, istinti democratici innati negli italiani, presentimento d'un Progresso al quale occorrono tutte le facoltà del paese, coscienza d'iniziativa in Europa e di grandi cose da compiersi dall'Italia a prò del mondo si concentrano a questo fine. Nessun ostacolo s'affaccia che non sia superabile; nessuna obbiezione che non possa storicamente o filosoficamente distruggersi. Rimane una sola difficoltà: il come debba ordinarsi.
Non credo occorra spendere tempo a sperdere il pregiudizio volgare che in un ampio Stato l'Unità non possa fondarsi senza inceppare la libertà dovuta alle singole parti. Quel pregiudizio sceso dalle affermazioni di scrittori che non guardavano se non al governo esercitato direttamente dal popolo nelle antiche repubbliche e furono ricopiati alla cieca dalla turba degli impazienti o incapaci di esame, è confutato egualmente dal ragionamento e dai fatti. La maggiore o minore estensione del terreno non entra come elemento nella soluzione del problema: se v'entrasse, la deciderebbe a pro nostro. La tendenza usurpatrice del Governo si manifesta più agevolmente e più duramente in una sfera ristretta che non nella vasta. La vita del potere centrale illanguidisce naturalmente in proporzione inversa delle distanze: la vita locale ha mille vie per sottrarre i proprî moti a una autorità lontana, la cui vigilanza s'esercita da individui poco informati d'uomini e cose. Nessuna tirannide fu più tormentosa di minuzie e insistenza di quella che nel medio evo tenne parecchie delle nostre città: nessuna più di quella che funestò in tempi più vicini a noi il piccolo Ducato di Modena. La libertà può ordinarsi in uno Stato piccolo o vasto: le violazioni della libertà sono innegabilmente più facili nel piccolo. Parlo d'usurpazione cittadina: quella che s'esercita sopra una razza da una razza straniera conquistatrice degenera quasi sempre in tirannide, eguale ovunque, di soldatesca.
Ma la questione, semplice se come ogni altra si richiami ai principî dominatori, fu resa complessa, intricata e ingombra d'apparenti difficoltà da quei che s'adoprarono a scioglierla senza definire prima a sè stessi la missione dello stato e il campo nel quale vive e deve esercitarsi la Libertà. Gli uni, guardando al primo come al Podestà senza ufficio da quello infuori di proteggere i diritti di ciascuno e impedire che il loro esercizio prorompa in guerra reciproca, ridussero la funzione dello Stato a quella di gendarme e fecero della Libertà mezzo e fine ad un tempo: gli altri, guardando sdegnosi alla Libertà come a facoltà sterile e tendente per sè all'anarchia, la sagrificarono all'elemento collettivo e ordinarono lo Stato a una tirannide di concentramento diretta a bene, pur sempre tirannide. Taluno, confondendo appunto concentramento amministrativo e Unità, accusò la Costituente di Francia d'avere colla divisione dipartimentale inaugurato il dispotismo del Centro sulle membra, errore che la semplice lettura della Costituzione sancita da quell'Assemblea avrebbe bastato a correggere. Altri, togliendo norme all'ordinamento d'un periodo anormale, fu sedotto dalle vittorie nazionali della Convenzione a predicarne l'assoluta onnipotenza, come se la Dittatura potesse essere mai modello di regolare legislazione. Poi vennero gli uomini che cercarono sicurezza alla Libertà smembrando in minute frazioni il Potere, senza avvedersi che quanto più moltiplicavano i nuclei d'autorità, tanto più li indebolivano e li facevano impotenti a vivere di vita propria. E tutti intolleranti, senza ideale, piaggiatori servili d'una o d'altra Costituzione del passato e ostinati a cercare la soluzione del problema nel trionfo d'un solo dei termini che lo costituiscono.
I due termini che lo costituiscono sono Associazione e Libertà: ambi sacri, inseparabili dall'umana natura; e possono e devono armonizzarsi, non cancellarsi l'un l'altro.
In un buon ordinamento di Stato, la Nazione rappresenta l'associazione; il Comune la libertà.
NAZIONE e COMUNE: sono i soli due elementi NATURALI in un popolo: le sole due manifestazioni della vita generale e locale che abbiano radice nell'essenza delle cose. Gli altri elementi sono, con qualunque norma si chiamino, artificiali, e aventi ad unico ufficio di rendere più agevoli e più giovevoli le relazioni tra la Nazione e il Comune e di proteggere il secondo dall'usurpazione della prima quando è tentata.
E questo ch'è vero generalmente in principio e vero più che altrove nel fatto in Italia. L'esistenza prolungata d'una potente e compatta aristocrazia feudale generò in alcune nazioni un elemento di tradizione storica provinciale destinato a perire, ma lentamente. Tra noi quell'elemento mancò. L'Italia ebbe patrizî, non Patriziato: individui e famiglie signorili potenti, non un Ordine d'uomini rappresentanti per secoli, come in Inghilterra, una comunione d'idee, di politica, di direzione. La nostra storia è storia di comuni e d'una tendenza a formare la Nazione.
E la Nazione è chiamata a rappresentare la Tradizione Italiana che essa sola può conservare e continuare, e il Progresso Italiano ch'essa sola è potente a tradurre in atto. Lo Stato, il Popolo collettivo dall'Alpi al Mare non è, come la scuola materialista vorrebbe, la forza di tutti in appoggio del diritto di ciascuno: è il pensiero d'Italia, il Dovere sociale, come in una epoca determinata gli Italiani lo intendono, dato a norma, a punto di mossa a ciascun individuo. La sua missione è missione educatrice anzi tutto; missione d'incivilimento interno ed esterno, supremo su tutte frazioni.
Ma il compimento della missione, del Dovere Nazionale spetta, non a schiavi, bensì a uomini liberi. È necessario che ciascuno abbia coscienza del Dovere indicatogli; ed è necessario, perchè il grado di Progresso compito in un'epoca e definito dalla Nazione non chiuda, tiranneggiando, il varco ai progressi futuri, che a ciascuno non solamente sia concesso, ma s'agevoli il diritto d'iniziativa nelle idee che possono migliorare l'incivilimento della Nazione e ampliare il concetto del dovere da essa raggiunto. Dalla prima necessità esce la condanna del concentramento amministrativo che torrebbe, costringendo, coscienza, merito e demerito dei loro atti ai cittadini; dalla seconda esce, insieme alle libertà, dovute a tutti, di religione, di stampa, d'associazione, d'insegnamento, l'ordinamento del Comune, mallevadore dell'individuo che vive in esso, ad autonomia di vita spontanea e indipendente sin dove comincia la violazione del Dovere Sociale prescritto dalla Nazione. Oltre quel punto, la libertà degenera in anarchia. La libertà, fraintesa dai materialisti in diritto di fare o non fare tutto ciò che non nuoce direttamente ad altrui, è per noi la facoltà di scegliere, tra i mezzi coi quali si compie il Dovere, quei che più convengono colle nostre tendenze, e di promovere lo sviluppo progressivo del concetto di quel Dovere.
In altri termini, la Nazione raccoglie gli elementi dell'incivilimento già conquistato, ne trae la formola di Dovere ch'è il fine comune, dirige verso quello la vita del paese nelle sue grandi manifestazioni collettive e lo rappresenta fra i Popoli. Il Comune provvede all'applicazione pratica di quella formola, coordina a quel fine gli interessi locali ed educa colla coscienza della libertà il cittadino a cacciare i germi del progresso futuro. L'autorità morale risiede nella Nazione: l'applicazione dei principî alla vita, specialmente economica, spetta al Comune. L'Iniziativa è dovere e diritto dell'una e dell'altro. Il Comune forma cittadini alla Patria: la Patria un Popolo all'Umanità. Come il sangue sospinto al core, è respinto, purificato, alle vene, la Metropoli raccoglie in sè gli indizî e i germi di progresso che le affluiscono dal paese, e v'attempra, dando ad essi sviluppo e definizione, il concetto collettivo che rimanda autorevolmente al paese. Essa non vive per sè, ma per l'intera contrada.
Chi dovrà occuparsi praticamente della questione troverà, s'ei torrà le mosse da questi principî, semplice più che a prima vista non sembri il problema. La missione dell'uno e dell'altro elemento additerà facilmente i limiti della doppia circoscrizione che assegna doveri e diritti alla Nazione e al Comune. Quanto rappresenta l'unità della coscienza Italiana, l'autorità morale della Patria su tutti i suoi figli, la Tradizione Nazionale da conservarsi come deposito sacro, il Progresso da attuarsi per tutti e la vita internazionale, spetta alla Podestà Centrale, allo Stato: quando rappresenta l'applicazione pratica delle norme generali, gli interessi economici locali, la libertà nella scelta dei modi per compire il Dovere Sociale, il diritto d'iniziativa da serbarsi intatto per tutti, spetta, sotto l'invigilamento della Nazione, alle unità secondarie e segnatamente al Comune, nucleo primitivo di quelle unità.
Allo Stato, per mezzo d'una Costituente Italiana raccolta a suffragio universale, il PATTO NAZIONALE, la Dichiarazione dei Principî[82] nei quali il Popolo d'Italia oggi crede, la definizione del fine comune, del Dovere sociale, che ne derivano e formano un vincolo di pensieri e d'opere comune a quanti vivono fra l'Alpi e il Mare--e l'ordinamento delle autorità opportune a serbarlo intatto e dominatore, finchè un nuovo grado di Progresso non sia salito dalla Nazione: ai Comuni il diritto d'accettare con una potente maggioranza di voti il quando sia raggiunto quel grado e importi introdurre mutamenti nel Patto.
Allo Stato le norme per rendere universale, obbligatoria, e uniforme nella direzione generale l'EDUCAZIONE NAZIONALE[83], senza l'unità della quale non esiste Nazione: ai Comuni l'applicazione pratica delle norme, la scelta degli uomini da prefiggersi all'istruzione elementare, il maneggio economico delle scuole, la tutela del diritto che ogni individuo ha d'aprire altri istituti d'insegnamento:
Allo Stato, dacchè tutti i cittadini hanno debito di difendere l'indipendenza del paese e proteggerne la missione, l'unità del sistema militare, l'ordinamento della Nazione armata: ai militi d'ogni Comune, trasformati in legione, il diritto di proporre, dal grado inferiore al superiore progressivamente e sotto certe norme nazionalmente prestabilite, le liste per la scelta degli uffiziali:
Allo Stato, dacchè la Giustizia non può essere se non una per tutti i cittadini, l'unità dell'ordinamento giudiziario, i codici, la scelta dei Giudici Supremi e dei magistrati preposti a dirigere l'amministrazione della Giustizia: ai Comuni l'elezione dei giurati locali e dei membri di tribunali di conciliazione e commercio:
Allo Stato la determinazione dell'ammontare del tributo nazionale e il suo riparto sulle varie zone del territorio: ai Comuni, invigilati dallo Stato, i tributi meramente locali, e il modo di soddisfare alla parte di tributo nazionale assegnato[84]:
Allo Stato la formazione d'un Capitale Nazionale composto delle proprietà pubbliche, dei beni del clero, delle miniere, delle vie ferrate, d'alcune grandi imprese industriali, destinato in parte ai bisogni straordinarî della Nazione e all'allievamento del tributo, in parte a un Credito aperto alle associazioni volontarie, manifatturiere e agricole, d'operai; ai Comuni, sotto norme generali uniformi e invigilante il Governo Centrale, l'amministrazione di quel Capitale:
Allo Stato, la Sicurezza Pubblica per ciò che concerne i pericoli interni di tutto il paese, le norme generali per le carceri, la direzione d'alcuni stabilimenti Penitenziarî Centrali: ai Comuni la tutela dell'ordine nella loro sfera, l'ordinamento della forza necessaria a ufficio siffatto, l'amministrazione pratica delle prigioni collocate nella loro circoscrizione:
Allo Stato, la direzione dei lavori pubblici rivolti all'utile e all'onore di tutta la Nazione, al mantenimento e al progresso della tradizione nazionale dell'Arte: ai Comuni le cure intorno all'illuminazione, al selciato, all'acque, ai ponti, alle strade delle loro località:
Allo Stato, quanto riguarda le relazioni esterne, guerre, paci, alleanze, trattati: ai Comuni il diritto d'invigilare a che la politica internazionale non si disvii, nel segreto, dalla missione e dal fine della Nazione.
E via così: Dov'è, con riparto siffatto di doveri e diritti, il pericolo d'anarchia o di tirannide? Dove il vizio d'una Nazione impotente a calcare, per gelosia di località quasi sovrane e slegate, una via di progresso e d'onore, o quello d'un Comune servo, come il francese, astretto a ricevere capi e ufficiali d'ogni sorta dal Governo Centrale e a soggiacere al suo intervento in ogni menoma operazione?
Bensì--e qui sta una seconda questione importante alla quale io posso appena accennare--se il Comune deve essere capace di proteggere nei giusti suoi limiti la libertà delle membra dalle usurpazioni dell'Autorità che rappresenta l'Associazione--se in esso deve colla elezione e coll'esercizio frequente, e accessibile ai più, degli uffici, compiersi l'educazione politica del paese--se l'attribuirsi al Comune dei diritti indicati fin qui, deve riuscire verità pratica, non illusione--è necessario che l'Assemblea Nazionale sancisca un nuovo riparto territoriale. Base alla servitù dei Comuni è la loro piccola estensione. Il Comune è una associazione destinata a rappresentare, quasi in miniatura, lo Stato; ed è necessario dargli le forze necessarie a raggiungere il fine. L'impotenza dei piccoli Comuni a raggiungerlo e provvedere coi proprî mezzi al soddisfacimento dei proprî bisogni materiali e morali, li piega a invocare l'intervento governativo e sagrificargli la coscienza e l'abitudine della libera vita locale. Ed è il vizio dal quale origina la tendenza al concentramento amministrativo in Francia, dove su 37,000[85] Comuni 30,000 almeno sono, per l'esiguità delle proporzioni, incapaci d'ordinare rimedî alla locale mendicità. La prova del come un Governo di tendenze dispotiche intenda che il segreto della propria potenza sta nella debolezza dei Comuni è da cercarsi nella Costituzione dell'anno VIII. Quella Costituzione, le cui principali disposizioni hanno tuttavia vigore in Francia e incatenano servilmente i Comuni al Potere Centrale, ebbe il favore di Thiers e di tutta la schiera dottrinaria che predominò sul lungo periodo della così detta Ristorazione monarchica.
E se l'ordinamento amministrativo dello Stato deve corrispondere al bisogno principale di progresso sentito oggi in Italia, è necessario che il Comune ampliato affratelli nella stessa circoscrizione la città e parte delle popolazioni rurali. Duolmi di dover dissentire da taluni fra gli uomini di nostra fede ch'esplorarono quel problema; ma, lasciando anche da banda il vantaggio d'associare nella stessa circoscrizione interessi strettamente connessi come sono gli industriali e gli agricoli e riunire in una tutte le manifestazioni di vita che fanno convivenza sociale, se v'è piaga che in Italia minacci l'armonia dello sviluppo collettivo, è senz'altro lo squilibrio di civiltà esistente fra le città e le campagne: foco di vita progressiva e d'associazioni nazionali le prime, campo le seconde, mercè l'assoluta ignoranza, di tutte le influenze che resistono al moto. E solo rimedio ch'io vegga potente a combattere e struggere a poco a poco quella funesta disuguaglianza è il congiungerle possibilmente sì che la luce delle città si diffonda a raggi sulle terre che le ricingono. Serbarle separate com'oggi sono è un mantenerne perenne l'antagonismo: antagonismo di tendenze che il mutuo contatto logorerebbe, e d'interessi che soltanto il reciproco ajutarsi può vincere. Nè v'è pericolo che l'elemento progressivo delle città soggiaccia all'elemento conservatore o retrogrado delle campagne: i fati dell'Epoca, e la potenza di vita e di bene ch'esiste nel primo elemento, assegnano influenza dominatrice, dovunque s'ordini il contatto fra quello e l'altro, al progresso.
Oggi, tra per le origini derivate dai tempi feudali, tra per la soverchia influenza d'uno spirito d'analisi che guarda con favore allo smembramento, è nella vita dello Stato troppo sminuzzamento. E comechè taluni vi travedano un pegno di libertà, solo a giovarsene è appunto quel Potere Centrale ch'essi paventano usurpatore e che, incontrando debolezza per ogni dove e aristocrazie patrizie o borghesi dominatrici su piccole sfere, spezza agevolmente le resistenze o, accarezzandole, le addormenta. Non è vero che ovunque un certo numero d'uomini s'aggruppa intorno a certi interessi materiali pigmei, ivi viva una individualità politica. L'individualità politica non vive dove non ha battesimo di missione speciale da compiere, e dovizia di facoltà e di stromenti per compierla. Io vorrei che, trasformate in sezioni e semplici circoscrizioni territoriali le tante artificiali divisioni esistenti in oggi, non rimanessero che sole tre unità politico-amministrative: il Comune, unità primordiale, la Nazione, fine e missione di quante generazioni vissero, vivono e vivranno tra i confini assegnati visibilmente da Dio a un Popolo, e la Regione, zona intermedia indispensabile tra la Nazione e il Comune, additata dai caratteri territoriali secondarî, dai dialetti, e dal predominio delle attitudini agricole, industriali o marittime. L'Italia sarebbe capace di dodici Regioni incirca, suddivise in Distretti. Ogni Regione conterrebbe cento Comuni a un dipresso, ciascuno dei quali non avrebbe meno di ventimila abitanti. Le suddivisioni parrocchiali o altre da costituirsi in ogni Comune non sarebbero, come dissi, che semplici circoscrizioni territoriali il cui lavoro s'accentrerebbe al capoluogo del Comune; e questa divisione potrebbe forse, come nelle townships del nord degli Stati Uniti Americani, armonizzarsi col riparto delle scuole presso le quali potrebbero accentrarsi i registri civici. Le Autorità Regionali e quelle del Comune escirebbero dall'elezione. Un Commissario del Governo risiederebbe nel Capoluogo della Regione. I Comuni accentrati alla Regione, non ne avrebbero bisogno: i loro magistrati supremi rappresenterebbe a un tempo la missione locale e quella della Nazione. Soltanto il Governo manderebbe di tempo in tempo, a guisa di missi dominici, Ispettori straordinarî a verificare se l'armonia fra i due elementi della vita Nazionale si mantenga o si rompa. Ordinamento siffatto spegnerebbe, parmi, il localismo gretto, darebbe all'unità secondarie forze sufficienti per tradurre in atto ogni progresso possibile nella loro sfera e farebbe più semplice e spedito d'assai l'andamento, oggi intricatissimo e lento della cosa pubblica. La piccola provincia, nella quale soltanto la libertà può essere praticamente esercitata e sentita, sottentrerebbe alla grande e artificiale Provincia nella quale possono più facilmente educarsi germi di federalismo e d'aristocrazie smembratrici. Nè per questo scadrebbero le città che hanno ereditato dal passato una vita di metropoli secondaria. Lasciando che la divisione in Regioni darebbe ad esse importanza di Capoluoghi, io non vedo perchè le varie manifestazioni della vita Nazionale, oggi accentrate tutte in una sola Metropoli, non si ripartirebbero, con ufficio simile a quello dei ganglî nel corpo umano, tra quelle diverse città. Non vedo perchè non si collocherebbe in una la sede della Magistratura Suprema, in un'altra l'Università Nazionale in una terza l'Ammiragliato e il centro del naviglio Italiano, in una quarta l'Istituto Centrale di Scienze e d'Arti, e via così. Il telegrafo elettrico sarebbe, in tempi normali, vincolo d'unità sufficiente; e in tempi di guerra o pericoli gravi sarebbe facile l'accentramento. A Roma basterebbero la Rappresentanza Nazionale, il sacro nome, e lo svolgersi provvidenziale dall'alto de' suoi colli della sintesi dell'Unità morale Europea.
Qualunque sia, del resto, per essere il successo del mio o d'altro sistema, questo è certo, che se il paese vorrà avere libertà e vita di Nazione ad un tempo, dovrà da un lato ordinare lo Stato a Potestà Educatrice, e ampliare dall'altro il Comune--se vorrà avere progresso d'incivilimento uniforme, dovrà possibilmente affratellare l'elemento rurale e quello della città--se vorrà educare i suoi figli a dignità e coscienza di cittadini, dovrà nell'ordinamento interno de' suoi comuni, moltiplicare gli uffici, far successivamente partecipi dell'autorità i più fra i suoi membri, chiamar sovente il popolo al pubblico sindacato degli uomini e delle cose, diffondere quanto più può l'Associazione industriale e agricola, e far d'ogni uomo un milite della patria. Sperda Iddio la meschina setta ch'oggi pesa com'incubo sul core d'Italia, e possano gli Italiani, ridesti al senso della loro missione nel mondo, scrivere in tempi non tardi sul Panteon dei nostri Martiri in Roma le due parole simbolo dell'avvenire: Dio e il Popolo: Unità e Libertà.
INTERESSI E PRINCIPÎ[86]
I.
6 gennajo, 1836.
V'ha un rimprovero troppo spesso diretto a coloro che, come noi si arrestano volontieri sulle generalità politiche e insistono lungamente sui principî; ed è la poca cura per gli interessi materiali: la tendenza a sacrificare o trascurare il reale per ciò che si è convenuto di chiamare teorie astratte.
Ci vien detto: Voi siete sognatori: a che montano per noi tutte le vostre discussioni di principî, che non possono se non maturare lentamente e che non potete rivolgere se non ad una piccola minoranza d'intelletti? A noi bisognano fatti, e fatti soltanto, in questo momento. Scendete dall'alta sfera nella quale non siamo disposti a seguirvi, e venite sul terreno delle applicazioni; lasciate le generalità; venite ai particolari. Parlate di ciò che si vede, che colpisce i sensi; affrontate la questione degli interessi materiali: pretendereste forse di far progredire le moltitudini con mere astrazioni? Vi è là una gente che muore per mancanza di alimenti; uomini che hanno fame e sete; uomini che non hanno di che coprirsi nell'inverno. Tutte le vostre teorie di politica sociale, di Umanità, di credenza unitaria e religiosa, non li rifocilleranno, non daranno loro di che coprirsi. Palesate apertamente quei bisogni; insegnate al proletario quali sieno i suoi diritti; svelate una ad una le colpe, le ingiustizie, le turpitudini di coloro che li governano; condannate ogni atto del Potere che nuoca ad un qualche interesse, che leda un solo diritto. Lottate, lottate: gridate LIBERTÀ nell'orecchio del Popolo. La reazione è l'elemento del secolo. Dirigetela. Nel mezzo l'atmosfera tempestosa che ne avvolge, nel mezzo alla procella politica che c'incalza e preme da ogni lato, non v'illudete a credere che la vostra parola di pace, la vostra debole voce d'uomini religiosi e compresi d'amore, possa essere intesa. Lasciate stare l'avvenire e la sua fede: il presente richiede ogni nostro pensiero. Consecratevi ad esso, e non venite a tediarci col vostro misticismo e colle vostre credenze spiritualiste.
Quelli che così parlano sono convinti di annientare colle loro apostrofi i sognatori.
E, nondimeno, quegli stessi uomini sono in preda allo sconforto; tacciono o maledicono. Cento volte hanno creduto adempiere il compito loro; e cento volte hanno dovuto rifarsi da capo. Tutto ciò ch'essi dicono, è stato detto: tutto ciò che fanno, è stato fatto; ma sempre inutilmente. Tutta la guerra d'analisi, tutta l'opposizione di dettaglio e d'applicazioni, che oggi ci viene consigliata, ha raggiunto in Francia il suo più alto grado di possibile svolgimento. E a qual punto si trova ora la Francia? È stata travolta di rovina in rovina; dalla Rivoluzione all'Impero; dall'Impero alla monarchia dei Borboni; da Carlo X a Luigi Filippo. Quale profitto seppe trarre da quei cambiamenti? Quale differenza vedete voi fra la censura della prima Restaurazione e le Leggi del settembre che riguardano la stampa?--Le sanguinose piaghe del proletariato sono state snudate. Mille volte si sono contate le vittime della profonda ineguaglianza sociale che è un insulto alla Croce di Cristo. Si sa oggimai quanto sudore e quante lagrime costi al povero il pane del ricco. Il povero stesso, l'operajo è venuto a perorare la propria causa davanti al tribunale dell'Europa atterrita, col suo Atto d'accusa in mano, compendiato in due parole, terribili nella loro energia: Morte o Lavoro. Un popolo di operai ha protestato contro l'attuale ripartizione del lavoro; contro l'avidità delle classi privilegiate. Che n'è venuto? Che cosa è stato fatto? Quali rimedî furono tentati? Quali grandi miglioramenti ottenuti?--Al grido di Morte o Lavoro del produttore, la classe speculatrice e improduttiva ha risposto: Morte. Il cannone ha tuonato. Tutta quanta l'opposizione, così intrepida, così instancabile nelle meschine guerricciuole d'interessi e di diritti, ha assistito immobile, coll'arme al braccio, alla carnificina. La Francia intera non ha proferito un solo grido che rispondesse al grido d'angoscia degli operai Lionesi.--D'onde ciò?
Grazie agli scrittori di tutto un secolo--grazie ai martiri di più secoli--la Libertà e l'Eguaglianza, come principî, sono ammesse oggi nella serie degli assiomi sociali. L'Indipendenza è universalmente riconosciuta come la più bella gemma della corona d'un Popolo. Il diritto di non essere oppresso, stremato, torturato dalla tirannide dei pochi o dall'invasione straniera è, nel cuore di tutti, un diritto sacro, imprescrittibile. Progrediamo noi per questo?--In Italia, in Polonia, in Germania, per tutto, gl'interessi materiali sono evidentemente lesi e non pertanto la coscienza del proprio diritto è in tutte le anime. Interrogate uno ad uno gli abitanti di quelle infelici contrade: incontrerete per ogni dove l'odio verso il Russo e verso l'Austriaco, e il desiderio manifesto d'emancipazione; la coscienza del diritto che sancirebbe l'insurrezione; il convincimento dei vantaggi reali che ne risulterebbero per le generazioni future. E nondimeno soffrono in silenzio; si curvano al giogo; non si adoperano a spezzarlo.--D'onde ciò?
Perchè, fra la tirannide e l'insurrezione, è forza passare a traverso gendarmi, prigioni e patiboli. Perchè, per affrontare tutto ciò, non basta la conoscenza del fatto; è d'uopo sentire che è dovere il distruggerlo. Perchè il mero convincimento non basta a iniziare la lotta: conviene che questa sorga come manifestazione d'una fede.
Vi furono uomini che predicarono la reazione a quei Popoli; che hanno detto loro: Voi avete interessi materiali; questi interessi sono calpestati; spetta a voi il provvedere al rimedio. Voi avete diritti: que' diritti sono violati: spetta a voi il rivendicarne il libero esercizio.--A tale intento si è cospirato. Ma la tirannide vegliava; ha fatto scorrere sangue in mezzo alla cospirazione; rotolar qualche testa ai piedi dei cospiratori. Si è quindi indietreggiato; una sola probabilità di morte ha avuto maggior peso che non mille probabilità di successo. S'è detto: I nostri diritti sono una buona cosa, e ci sarebbe caro il conseguirli: ma il primo di tutti è il diritto di vivere. L'interesse della vita è superiore a tutti gli altri interessi materiali possibili; li racchiude tutti; li vince tutti. Senza vita, non possono esservi nè diritti, nè benessere, nè ricchezza, nè miglioramento materiale. Perchè dovremmo arrischiare la vita per cosa incerta? Dove ne sarebbe il compenso?--Questo fu detto; e non volendo uscire dalla cerchia del calcolo materiale, noi diciamo che ciò è logico. Due terzi almeno delle rivoluzioni dei Popoli riescono a vantaggio della generazione che deve succedere a quella che le compie. Quest'ultima è quasi sempre condannata a segnare alla seguente coi suoi cadaveri la via del progresso. Essa stessa non può goderne.--Ora, per quale teoria d'interessi materiali, per quale dimostrazione di diritti individuali, potremmo noi dedurre una legge di sacrificio, una legge di martirio, se il martirio è la meta che ci attende?--Analizzate confrontate frase per frase tutte le dottrine degli utilitarî; non riuscirete mai a fare armonizzare con esse il sacrificio che uccide. Per qualunque Popolo, che non abbia altro stimolo che quello degl'interessi materiali, il martirio è atto di follia; Cristo non ha più alcun significato nella vita dell'intelletto.
In quanto a noi, affermiamo non esservi stata una sola grande Rivoluzione che non abbia avuto ben altra sorgente da quella degl'interessi materiali; sappiamo di sommosse, di insurrezioni popolari, ma non d'alcuna fra queste che sia stata coronata dal successo, non d'una che si sia mutata in Rivoluzione.
II.
Ogni Rivoluzione è l'opera d'un principio accettato come argomento di fede. Invochi essa la Nazionalità, la Libertà, l'Eguaglianza, la Religione, essa si compie pur sempre in nome d'un Principio, cioè d'una grande verità che, riconosciuta, approvata dalla maggioranza degli abitanti d'un paese, costituisce credenza comune e affaccia un nuovo fine alle moltitudini quando il Potere non lo rappresenta o lo nega. Una Rivoluzione, violenta o pacifica, racchiude una negazione e una affermazione: negazione d'un ordine di cose esistente, affermazione d'un nuovo ordine da sostituirsi. Una Rivoluzione dichiara che lo Stato è guasto, che il suo meccanismo non è più in relazione coi bisogni del massimo numero dei cittadini, che le sue istituzioni sono impotenti a dirigere il moto generale, che il pensiero sociale, popolare, ha oltrepassato il principio vitale di quelle istituzioni, che il nuovo grado di sviluppo delle facoltà nazionali non trova espressione e rappresentanza nella costituzione officiale del paese, e che gli è forza crearsela. La Rivoluzione la crea. Dacchè essa imprende ad accrescere non a diminuire il patrimonio della nazione, essa non viola le verità conquistate nè i diritti dichiarati sacri dalla maggioranza; ma riordina ogni cosa sulla nuova base: ricolloca in armonia intorno al nuovo principio tutti gli elementi, tutte le forze del paese; e comunica una direzione unitaria verso il nuovo fine a tutte le tendenze che si sfogavano prima in cerca di fini diversi. Allora, la Rivoluzione è compita.
Noi non intendiamo le Rivoluzioni altrimenti. Se non si trattasse in una Rivoluzione d'un riordinamento generale in virtù d'un principio sociale, d'una dissonanza da cancellarsi, negli elementi dello Stato, d'una armonia da ristabilirsi, d'una unità morale da conquistarsi, noi, lungi dal dichiararci rivoluzionarî, crederemmo debito nostro d'opporci con ogni sforzo al moto rivoluzionario.
Senza l'intento accennato possono aversi sommosse, e talvolta insurrezioni vittoriose; non Rivoluzioni. Avrete mutamenti d'uomini, rinnovamenti d'amministrazione, una casta sottentrata a un'altra, un ramo di dinastia salito al potere invece d'un altro. È quindi necessità fatale di retrocedere, di rifare lentamente il passato distrutto in un subito dall'insurrezione, di stabilire a poco a poco sotto altri nomi le vecchie cose che il popolo s'era levato a distruggere: le società hanno siffattamente bisogno d'unità che tornano addietro, se non la trovano nell'insurrezione, fino alle Restaurazioni. E quindi pure, un nuovo disagio, una nuova lotta, una nuova esplosione. La Francia lo ha provato a dovizia. Essa fece nel 1830 miracoli d'audacia e valore per una negazione: si levò per distruggere senza credenze positive, senza disegno organico determinato; e stimò aver compito l'opera sua cancellando il vecchio principio della legittimità. Essa scese in quel vuoto che l'insurrezione sola non basta a colmare. E perchè non riconobbe la necessità d'un principio riordinatore, essa si trova in oggi, sei anni dopo il luglio, cinque dopo le giornate del novembre, due dopo quelle dell'aprile, avviata verso una assoluta Restaurazione.
Noi citiamo l'esempio della Francia, perchè ad essa si chiedono generalmente insegnamenti, speranze e simpatie politiche; poi perchè la Francia essendo quello tra i paesi moderni nel quale più campeggiano le teoriche di pura riazione fondate sulla diffidenza, sul diritto individuale, sulla libertà sola, le conseguenze pratiche de' suoi errori riescono più convincenti. Ma venti altri esempi sarebbero presti. Da ormai cinquanta anni, tutti i moti che, l'un dopo l'altro, vinsero come insurrezioni e come rivoluzioni soggiacquero, provarono come ogni cosa dipenda dall'intervento o dal difetto d'un principio riordinatore.
Dove infatti i diritti individuali non s'esercitano sotto l'influenza d'un grande pensiero comune a tutti, dove gli interessi individuali non si affratellano nell'armonia d'un ordinamento diretto da un principio positivo dominatore e dalla coscienza d'un unico fine, esiste inevitabile una tendenza usurpatrice dell'uno sull'altro. In una società come la nostra, nella quale la divisione per classi, con qualunque nome si chiamino, vive tuttora potente, ogni diritto è certo d'incontrarsi in un altro ostile, invido, diffidente, ogni interesse è naturalmente combattuto da un interesse contrario, quello del proprietario da quello del proletario, quello del manifatturiere o del capitalista da quello dell'operajo. Per ogni dove in Europa, dacchè l'eguaglianza accettata in diritto è smentita dal fatto e l'insieme delle ricchezze sociali s'accumula nelle mani d'un piccolo numero d'uomini, mentre la moltitudine non ha da un assiduo lavoro se non la pura esistenza, impiantar libertà, libertà sola, dicendo agli uomini: eccovi emancipati; voi avete diritti; usatene, torna davvero in sanguinosa ironia e perpetua l'ineguaglianza.
È indispensabile un centro alla sfera sociale, un centro a tutte le individualità che s'agitano in essa, un centro a tutti i raggi diffusi in direzioni contrarie e dai quali non escono quindi luce e calore che bastino. Or la teoria, che colloca l'edifizio sociale sulla base degli interessi individuali, non può darlo. Assenza di centro o scelta, fra i diversi interessi, di quello che vive di vita più vigorosa--anarchia o privilegio--lotta senza risultati o germe d'aristocrazia di qualunque nome s'ammanti: è questo un bivio dal quale non s'esce.
Vogliam noi questo?
Vogliamo noi condannarci da per noi a travolgerci continuamente nel vortice che aggira da mezzo secolo in poi la Francia e l'Europa? Vogliamo ostinarci a fare, disfare, rifare, e sempre in una condizione provvisoria di cose, sempre incerti del dì che segue? Vogliamo lotta o pace e armonia? Tutta la questione è qua dentro.
Per noi non v'è dubbio. Per trovare un centro agli interessi molteplici, è necessario innalzarsi a una regione suprema su tutti, indipendente da tutti. Per metter fine alla condizione provvisoria e ordinare un avvenire pacifico, è necessario riannettere quel centro a tal cosa che sia eterna come il Vero e progressiva come il suo svolgersi nella sfera dei fatti. Per impedire l'urtarsi della individualità è necessario scoprire un fine comune a tutte e dirigerle verso quello. Per accrescere a pro' di ciascuna le probabilità di raggiungerlo, è necessario accomunare gli sforzi di tutte, associarle. Che altro è l'associazione se non un concetto unitario? E come intendere un concetto unitario senza un principio intorno al quale si svolga?
Noi siamo dunque trascinati forzatamente sul terreno dei principî. Dobbiamo ravvivare la credenza in essi: compire un'opera di credenza, di fede. Lo esige la logica delle cose.
I principî soli fondano. Le idee non si traducono in fatti senza forti credenze universalmente riconosciute. Non si compiono grandi cose se non rinegando l'individualismo e con un sacrificio costante al progresso generale. Ora, il sacrificio è il sentimento del Dovere in azione. E il sentimento del Dovere non può scendere dagli interessi individuali, ma esige la conoscenza d'una legge superiore inviolabile. Ogni legge posa sopra un principio; dove no, è arbitraria ed è permesso violarla. È necessario che quel principio sia liberamente accettato da tutti; dove no, la legge è dispotica ed è dovere violarla. L'applicazione del principio sta in una vita conforme alla legge. Scoprire, studiare, predicare il principio che deve esser base alla legge sociale del paese e del tempo in cui si vive: è questo lo scopo d'ogni uomo che volga il pensiero a un ordinamento politico. La fede in quel principio genera le opere efficaci e durevoli. La sola e sterile conoscenza degli interessi individuali non può generare che la sola e sterile conoscenza del diritto individuale. E la conoscenza del diritto individuale può generare alla volta sua, quando quel diritto è negato, disagio, opposizione, lotta, insurrezione talora, ma insurrezione che, come quella di Lione, non frutta se non rinacerbimento d'ostilità tra le classi che compongono la società. È necessario dunque tornare pur sempre, quando si vuol compire un di quei grandi fatti che si chiamano Rivoluzioni, alla conoscenza, alla predicazione dei principî. Il vero stromento del progresso dei popoli sta nel fatto morale.
Trascuriamo noi, perchè diciamo queste cose, il fatto economico, gli interessi materiali, l'importanza delle conquiste operate nella sfera industriale e dei lavori che le operarono? Predichiamo i principî pei principî, la fede per la fede, come la scuola letteraria romantica predica in oggi l'arte per l'arte?
A Dio non piaccia. Noi non sopprimiamo il fatto economico: lo crediamo al contrario destinato a ricevere, nella società futura, un allargamento più e più sempre considerevole del principio d'eguaglianza, e ad ammettere in sè il principio fecondatore dell'Associazione. Ma lo sommettiamo al fatto morale, perchè sottratto alla sua influenza direttrice, disgiunto dai principî e abbandonato alle teoriche d'individualismo che lo governano in oggi, sommerebbe a un egoismo brutale, a una guerra permanente fra uomini chiamati ad esser fratelli, all'espressione degli appetiti della specie umana, quando invece esso dovrebbe rappresentare, sulla curva ascendente del progresso, la traduzione materiale della sua attività, l'espressione della sua missione industriale.
Non trascuriamo gli interessi materiali: respingiamo al contrario come imperfetta e inconciliabile coi bisogni dell'epoca ogni dottrina che non li comprendesse in sè o li riguardasse come meno importanti di quel che veramente sono: crediamo che ad ogni grado di progresso debba corrispondere un miglioramento positivo nelle condizioni materiali del popolo; e questo successivo miglioramento è in certo modo per noi una verificazione del progresso operato. Ma non ammettiamo che gli interessi materiali possano svilupparsi soli e indipendenti dai principî, quasi fine della società; perchè sappiamo che teorica siffatta cancella la dignità umana: perchè ricordiamo che quando in Roma il fatto materiale cominciò ad essere predominante e il dovere verso il popolo si ridusse a dargli pane e spettacoli, Roma e il popolo correvano a rovina, perchè vediamo oggi in Francia, nella Spagna, per ogni dove, la libertà conculcata o ingannata in nome appunto degli interessi di bottega, in nome della dottrina servile che separa il benessere materiale dai principî.
Non dimentichiamo i servigi resi alla causa del progresso dalla scuola politica dei diritti, nè l'importanza dei lavori economici che assalirono, sul finire del XVIII secolo, l'assurdo e immorale sistema restrittivo col quale i Governi commettevano a' doganieri lo sviluppo industriale della Nazione come ne commettevano lo sviluppo morale a censori e birri: in un'epoca nella quale i diritti degli individui erano sistematicamente violati, quei lavori erano indispensabili, e senz'essi noi non saremmo ove siamo. Ma quei lavori sono oggi oltrepassati: non possiamo durare inerti per entro i limiti ch'essi segnarono, senza rinegare le nuove tendenze che mirano a riedificare. I popoli fecero plauso all'opera distruggitrice dello scorso secolo, perchè speravano sottentrasse un nuovo ordinamento all'antico; ripetutamente delusi, non moveranno se non suscitati da un nuovo programma organico. L'individuo è sacro: i suoi interessi, i suoi diritti sono inviolabili; ma porli come unico fondamento all'edifizio politico, e dire agli individui: conquisti ciascuno, e colle sole forze che ha, il proprio avvenire, è un dare la società e il progresso agli arbitrî del caso e alle alternative d'una lotta perenne; è un trascurare il fatto principale dell'umana natura, la socialità; è un impiantar l'egoismo nell'anima e ordinare per ultimo il dominio dei forti sui deboli, di quei che possedono mezzi su quei che ne sono privi. I molti inefficaci tentativi degli ultimi quarant'anni lo provano.
Quando dunque noi predichiamo quasi esclusivamente i principî che ci sembrano derivare dalla condizione attuale della conoscenza umana, intendiamo seguir la via che guida al futuro, tanto materiale quanto morale, delle nazioni. Quando insistiamo sulla necessità d'inalzare su quei principî un edifizio di credenze che sottentri alle credenze spente o vicine a spegnersi, intendiamo soddisfare a un voto dei popoli sovente male espresso, più sovente frainteso, ma che rivelato a ogni modo dalle manifestazioni più disgiunte e dissimili, è il segreto storico del XIX secolo. E quando diciamo: «inalzatevi alla sfera dei principî: guidate i popoli, oggi erranti nel vuoto, alla legge del Progresso, all'Umanità, a Dio: ridestate il senso morale, il sentimento del Dovere negli uomini ch'altri tenta convertire in macchine da calcolo: mostrate un grande intento ai giovani oggi sì facilmente assaliti dallo sconforto e dal dubbio: rifate coll'entusiasmo colla religione, coll'amore, una esistenza morale all'uomo, dacchè l'antica del privilegio e dell'ineguaglianza è cenere e polve:» lo diciamo convinti che ogni altro modo di trattare le cose politiche è illusione o menzogna; convinti che le forme politiche considerate isolatamente e per sè, sono, come l'antichità diceva delle leggi, ragnateli che imprigionano i piccoli insetti e son lacerati dai grandi; convinti che lo spirito solo dà importanza alle forme: che le istituzioni sono lettera morta, inefficace, impotente, ogni qual volta l'alito del progresso popolare della fratellanza, dell'associazione non le vivifichi: che tutte le dichiarazioni scritte sono un nulla dove tutti, abbandonati all'individualismo e ordinati sopra una base d'ineguaglianza, tendono naturalmente a eluderla cercandovi a un tempo uno stromento di difesa contr'altri: convinti che ogni altra via non può giovare alla causa dell'Umanità, ai grandi interessi del popolo, del lavoro, della nazionalità, del miglioramento morale, sole cose che meritino il nostro sagrificio e le nostre fatiche.
Riuscite a istillare nell'anima d'un popolo o nella mente, de' suoi educatori, de' suoi scrittori, un solo principio, e varrà più assai per quel popolo, per quel paese, che non tutto un corso d'interessi e diritti indirizzato a ciascun individuo, che non tutta una guerra mortale agli atti d'un Potere corrotto.
Quando avrete, a cagion d'esempio, radicato nel core della nazione quel principio dichiarato, non applicato, dalla Rivoluzione Francese: lo Stato deve l'esistenza o il lavoro per essa a ciascuno de' suoi membri, avrete, aggiungendovi una giusta definizione dell'esistenza, preparato il trionfo del diritto sul privilegio, il termine del monopolio d'una classe sull'altra e la fine della mendicità, per la quale non avete oggi che palliativi, carità cristiana o consigli freddamente atroci come quelli dati dagli economisti della Scuola Inglese.
Quando avrete educato gli animi alla fede nell'altro principio: la società è una associazione di lavori e potrete, mercè quella fede, desumerne logicamente e praticamente tutte le conseguenze, non avrete più caste nè aristocrazie nè guerre interne nè crisi: avrete un popolo.
E quando la parola: tutti gli uomini d'una nazione sono fratelli avrà fatto dell'anima un santuario di virtù e d'amore--quando il grande pensiero della Nazionalità non sarà più ringrettito a proporzioni meschine e non si limiterà più ad appoggiare il proprio diritto sopra un interesse materiale contrastato sempre da un altro, ma si verserà, puro e santo, dalla madre al fanciullo nella preghiera del mattino, in quella della sera, in quell'ore nelle quali la donna trasformata in angelo insegna le verità del cielo alla propria creatura, siccome assiomi e principî immutabili--avrete allora soltanto una Nazione quale non può esservi data dai sofisti che pretendono fondare nazionalità senza Dio; perocchè una Nazionalità è una credenza in una origine e in un fine comuni, e costituita oggi da un interesse può essere rovesciata domani da un interesse più audace e più potente.
E così via via. Per natura loro, i principî, che taluni relegano tra le cose astratte, sono sì poco separati dagli interessi materiali e da ciò che chiamano fatto economico, che ne trascinano il trionfo pratico siccome conseguenza inevitabile. La loro sfera li comprende, li abbraccia tutti. Ma ogni progresso materiale è risultato infallibile d'ogni progresso morale. Invece di logorare le forze in una guerra minuta, cercando conquistare gli interessi ad uno ad uno e sempre senza certezza di stabilità, noi tentiamo di risalire alla sorgente comune e stabilirci trionfatori nel centro della contesa. Gli effetti di questo lavoro possono parere più lenti; ma sono più certi e soli durevoli. L'opera di fede, l'opera morale, si compie, come il moto dell'ago sull'orologio, insensibilmente; ma spetta ad essa soltanto d'indicare le ore solenni delle Nazioni.
Un Giornale non è un lavoro di legislazione: non opera se non a gradi. Un Giornale non ricopre i poveri seminudi, non dà pane agli affamati: predica, insiste perchè si faccia. Or come operare sull'anima di chi legge? Come convincere non solamente dell'esistenza del male ma della necessità di porvi rimedio? Come comunicare al lettore lo spirito d'attività, la forza di sagrificio necessaria per superare gli ostacoli? Un Giornale è, generalmente parlando, scritto per le classi agiate; e queste classi, confortate di prosperità, non hanno l'esperienza dei patimenti, delle privazioni: esse vedono talora i mali del povero, ma s'avvezzano facilmente a considerarli come una triste necessità sociale, o lasciano la cura di rimediarvi alle generazioni future. L'indifferenza e l'obblìo sono sì dolci per chi siede nel sacrario della famiglia, circondato da volti sorridenti, mentre il vento d'inverno soffia al di fuori e la neve batte, minuta e rapida, l'invetriata d'una doppia finestra! Sperate voi di strappare quei felici del mondo all'inerzia colla semplice espressione del fatto economico e di ciò che dovrebbe sostituirglisi in una società ben ordinata? Sperate di scotere il loro riposo d'egoismo colla sola fredda analisi di ciò che accade in una sfera nella quale essi non penetrarono mai? Approveranno forse, come mera teorica, le vostre dottrine d'utilità; ma non chiedete loro d'operare a seconda. Perchè lo farebbero? voi parlate in nome degli interessi. Non è primo fra tutti il godere? or essi godono.
Tra l'approvazione e il sacrificio perciò che s'approva, giace un abisso che voi, col metodo vostro, non potete varcare. E nondimeno è quello il problema. L'uomo è pensiero e azione. Le vostre teoriche possono modificare il primo, non creare l'azione.
È dunque necessario modificare, riformare, trasformare l'uomo tutto quant'è nell'unità della vita. Bisogna insegnargli non il diritto, ma il dovere: ridestare al meglio l'indole imbastardita, l'anima semispenta, l'entusiasmo appassito: risollevare una potenza d'agire oggi schiacciata sotto l'indifferenza, colla coscienza della dignità umana e d'una missione da compirsi quaggiù. Ed è opera questa che spetta ai principî, alle credenze, al pensiero religioso, alla fede.
E fu l'opera di Gesù. Ei non cercò salvare coll'analisi il mondo morente. Non parlò d'interessi a uomini sui quali il culto degli interessi avea versato il veleno dell'egoismo. Affermò, nel nome santo di Dio, alcuni assiomi fino allora ignoti; e quei pochi assiomi che noi, dopo diciotto secoli, cerchiamo tradurre in fatti, mutarono aspetto al mondo. Una sola scintilla di fede compì quello che tutti i sofismi delle scuole filosofiche non avevano saputo intravvedere: un passo nell'Educazione del genere umano.
Il problema attuale--non ci stancheremo di ripeterlo mai--è, come ai tempi di Cristo, un problema d'educazione. Or cos'è mai una educazione che non posa su principî, che non è desunta da una fede comune, che non mira a conquistarle vittoria?
AGLI OPERAI ITALIANI.
DEL DOVERE D'ASSOCIARSI NAZIONALMENTE
1841.
Fra i molti operai italiani che viaggiano fuori d'Italia, parecchi si sono legati ad associazioni straniere, specialmente francesi. All'invito dei loro fratelli di patria, essi rispondono: «non sono tutti gli uomini nostri fratelli? noi abbiamo già dato il nostro nome ad associazioni d'uomini liberi, che vogliono quello che voi volete, che combattono per la stessa causa, l'emancipazione del popolo dai mali morali e fisici che lo opprimono. Non potete esigere più da noi.» E si rimangono appartati dal nostro lavoro.
Che cosa siano queste Associazioni, noi lo diremo tra non molto. Le più hanno scritto sulla loro bandiera comunione di beni, abolizione della proprietà; dottrine tiranniche, assurde, nemiche al progresso dell'Umanità, che noi dovremo confutare in alcuno de' numeri successivi dell'Apostolato: dottrine fortunatamente irrealizzabili, ma che producono in oggi il doppio male di raffreddare l'attività di molti tra i veri amici del popolo, e di consumare intorno a progetti impossibili l'energia di molti operai eccellenti per intenzioni, ma illusi.
Bensì, non è di questo che intendiamo ora occuparci. Se a parecchi tra gli operai italiani sembra che le opinioni accennate possano contenere il rimedio che tutti cerchiamo ai mali presenti, è cosa da discutersi fraternamente tra noi, nè può formare soggetto di giusto rimprovero. Nessuno tradisce il proprio dovere quando cerca diffondere le idee che egli, sbagliando o no, crede vere. Ma tradisce, non esitiamo a dirlo, il proprio dovere e merita il rimprovero de' suoi fratelli qualunque, tra un'Associazione Nazionale operante per la buona causa e un'Associazione straniera, preferisce quest'ultima. Egli diserta il posto che gli è stato affidato da Dio per passare ad un altro.
Gli operai italiani, che a fronte d'un lavoro nazionale persistono a spendere la loro attività nelle associazioni straniere, hanno pensato mai, che al di là dell'Alpi o del mare stanno ventisei milioni di loro fratelli, parlanti colle solite varietà di dialetti una stessa lingua, distinti dagli altri popoli per un tipo speciale di fisonomia, dotati di costumi, d'attitudini, di tendenze uniformi? Hanno pensato che quei milioni sono schiavi, oppressi moralmente e materialmente, smembrati in sette stati, spolpati da sette corti, manomessi, dissanguati dallo straniero, mantenuti coll'astuzia e colla violenza nell'ignoranza, privi d'ogni diritto, e privi di tutti quei mezzi di progresso che appartengono più o meno a tutti i paesi ne' quali esistono le associazioni delle quali parliamo? Hanno pensato che la terra sulla quale gemono quei milioni è la terra dov'essi nacquero, dove vivono i loro padri e le loro madri, dove vivranno i loro figli? Hanno sentito, viaggiando e trovandosi a fronte d'uomini che ripetono con orgoglio: siamo Francesi, siamo Inglesi, la vergogna del non poter dire: siamo Italiani, senza correre il rischio d'udirsi replicare: mentite; non esiste un'Italia? E se pure hanno sentito talora questa vergogna, non hanno sentito nello stesso tempo un istinto, una voce interna, che dicea loro: bisognerebbe operare a cancellarla, a levarsi questa macchia di sulla fronte, a farsi cittadini d'una nazione, a conquistarsi una patria? E se udirono quella voce, perchè non hanno operato, perchè non operano oggi con noi a seconda? Perchè invece di tentare di crearsi una patria e un nome, lavorano a conquistare miglioramenti a popoli che hanno patria e nome e bandiera e unità nazionale? a popoli che non hanno bisogno di pochi individui stranieri per progredire quando che sia, mentre l'Italia, senza unità, senza stampa, senza rappresentanza, ha bisogno di tutti i suoi figli? Operai italiani! sta bene d'ajutare, occorrendo, il vicino; ma prima di dar opera a perfezionare la casa altrui, non dovreste voi lavorare a inalzarne una pei vostri figli e per voi?
La causa del Popolo è una. La santa parola Umanità sta scritta in cima al nostro foglio come nel nostro cuore. Ma v'è un'altra santa parola, la Patria, che noi non possiamo dimenticar senza colpa. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia, che ci ama e che noi amiamo naturalmente, colla quale noi possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi ch'essa possiede è chiamata a un genere speciale d'azione. La Patria è la nostra lavoreria: i prodotti della nostra attività devono spandersi da quella a benefizio di tutta la terra; ma gli stromenti di lavoro, che noi possiamo meglio e più efficacemente trattare, stanno in quella; e noi non possiamo rinunziarvi senza tradire l'intenzione di Dio, e senza diminuire le nostre forze. Lavorando, secondo i veri principî, per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità: la Patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo rischio di riescire inutili alla Patria e all'Umanità.
Operai italiani! Prima d'associarci colle nazioni, bisogna esistere: non v'è associazione che tra gli eguali; e voi non avete esistenza riconosciuta, perchè non avete Patria, e non appartenete a una Nazione. Noi vi ripeteremo continuamente queste parole, perchè noi pure abbiamo viaggiato, e le abbiamo con amarezza udite dalla bocca degli stranieri. Quando nojati dell'udirci ripetere da gente che non ha fatto mai cosa alcuna per noi: noi vi daremo la libertà, parlammo qualche volta della possibilità che gl'Italiani la conquistassero colle proprie mani: ci udimmo rispondere che possibilità senza intenzione non v'era, e che l'intenzione esisteva sì poco che i nostri si cacciavano nelle Associazioni straniere, convinti che la libertà del loro paese non poteva escire se non dall'altrui potenza. Operai italiani, questa è parola amara: parola che, se avete anima d'uomini, dovete dar opera a non meritare. Lasciate il sentimento della loro debolezza a coloro che pretendono fondare le rivoluzioni sull'azione e sugli interessi d'una classe sola. Ma noi siamo popolo; siam milioni; abbiamo forza. Tutto sta nell'unirci e volere.
Uniamoci dunque. Cerchiamo insieme i mezzi di crearci una Patria. Fondiamo l'Italia del Popolo. Acquistiamoci diritti d'uomini e di cittadini. Torneremo poi, con più dignità, con maggior utile e con sicurezza di non essere dominati o traditi, all'abbraccio delle nazioni. L'Umanità è un grande esercito che move alla conquista di terre incognite, contro a nemici potenti e avveduti. I Popoli sono i diversi corpi di quell'esercito. Ciascuno ha un posto che gli è fidato: ciascuno ha una operazione particolare da eseguire; e la vittoria comune dipende dalla esattezza colla quale le diverse operazioni saranno compite. Non turbate l'ordine della battaglia. Non passate da un corpo in un altro. Non abbandonate la bandiera che Dio vi dava per quella che v'è offerta dal caso. Dovunque vi troviate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige. Ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria. E Italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita: Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità. Avrete più caldo l'affetto de' vostri fratelli, e più sincera, credetelo a noi, la stima degli stranieri. La loro parola a voi, individui, può suonare in oggi fraterna e amorevole come a qualunque ingrossa i loro ranghi e rende omaggio alla loro Patria e alle opinioni ch'essi professano: ma siate certi che i più tra loro imparano da voi a disistimare il vostro paese, a riguardarne la causa come dipendente da quella del loro, a contemplarlo forse nell'avvenire siccome un dipartimento, o una colonia della loro Repubblica.
NECESSITÀ DELL'ORDINAMENTO SPECIALE DEGLI OPERAI ITALIANI.
RISPOSTA AD UNA OBBIEZIONE[87].
1842.
Alcuni operai italiani dichiarando la loro approvazione al nostro concetto e alle basi fondamentali della nostra associazione, hanno mosso a chi dirige l'Apostolato il dubbio seguente:
«Perchè cercate riunire in un solo corpo gli operai italiani? Perchè li concentrate in una sezione dell'Associazione Nazionale? Voi così perpetuate la distinzione delle classi che annunziate voler distruggere. Voi date un fondamento alla ineguaglianza che pretendete combattere. Si tratta non di divisione, ma di fusione. Non esistono sotto la nostra bandiera che cittadini italiani. Qualunque altra denominazione racchiude un germe di quella aristocrazia che dobbiamo e vogliamo spegnere.»
Il rimprovero per sè, ci sia concesso il dirlo, è fondato sopra un errore tanto palpabile che non meriterebbe confutazione. Ma tradisce un senso di diffidenza giustificato in parte dal passato, e noi dobbiamo afferrare tutte occasioni di chiarirlo ingiusto e di logorarlo.
La Giovane Italia, come associazione, non ha bisogno di difendere le proprie intenzioni. La sua bandiera fu bandiera di popolo sin dal primo giorno in che fu levata. La sua credenza fu credenza esplicita, dichiarata animosamente, d'unità della razza umana, d'abborrimento dalle caste, d'eguaglianza tra le nazioni, d'eguaglianza fra i cittadini d'una nazione. Prima in Italia, predicò che la causa essenziale dell'impotenza dei tentativi rivoluzionarî passati stava nello scopo imperfetto, aristocratico, anti-nazionale che s'era dai capi prefisso a quei tentativi: disse che non si fondava nazione se non si fondava per tutti, se non si chiamavano tutti a fondarla, cioè a concorrere nei doveri e a partecipar nei diritti che sgorgano dal concetto nazionale: disse che le forze della nazione non erano scese mai sull'arena, perchè non s'erano chiamate mai, perchè le insurrezioni s'erano appoggiate or sulla milizia e sul patriziato, or sulle classi medie, non mai sulla universalità degli uomini, che costituiscono la nazione, perchè i capi avevano sempre parlato d'indipendenza dallo straniero, di libertà politica, di diritti politici, dimenticando che tutte rivoluzioni sono nella loro essenza sociali, che l'ordinamento politico è la forma e non altro dei mutamenti, e che non s'ha diritto di chiamare i milioni al sacrificio della quiete e della vita, se non proponendo loro uno scopo di perfezionamento collettivo, di miglioramento morale e materiale comune a tutti, di educazione fraterna senza eccezione. Nessun atto, nessun scritto dell'associazione smentì fino ad oggi siffatta credenza. Il dubbio adunque non mira a ferir le intenzioni, ma guarda alle tristi conseguenze che potrebbero escire da un errore in buona fede commesso.
A questo è da rispondere.
La parola operajo non ha per noi alcuna indicazione di classe nel significato comunemente annesso al vocabolo: non rappresenta inferiorità o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d'occupazione speciale, un genere di lavoro, un'applicazione determinata dell'attività umana, una certa funzione nella società: non altro. Diciamo operajo come diciamo avvocato, mercante, chirurgo, ingegnere. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri di cittadini. Ognuna d'esse dà soddisfacimento a un bisogno, tutte sono, più o meno, essenziali allo sviluppo comune. Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri d'uno Stato sono le differenze d'educazione morale. Un giorno, l'educazione generale uniforme ci darà una comune morale. Un giorno, saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell'opera nostra in qualunque direzione s'eserciti. L'esistenza rappresenterà un lavoro compito.
Ma codesto è l'avvenire: l'avvenire per cui lavoriamo. Il presente è diverso. E non movendo da esso, noi ci esporremmo a perpetuarlo, mentre intendiamo a mutarlo.
Il presente è diverso. Esistono in Italia, come dappertutto, due classi d'uomini: gli uni possessori esclusivamente degli elementi d'ogni lavoro, terre, credito, o capitali; gli altri, privi di tutto fuorchè delle loro braccia. Esiste in Italia come per ogni dove una educazione diversa per queste due classi, o meglio, esiste una educazione quale i mezzi individuali possono procacciarla, per la prima classe; non esiste educazione alcuna per la seconda. Sopra duecento allievi incirca segnati sui registri della Scuola italiana gratuita di Londra, centotrenta imparano a leggere.
Gli uomini della prima classe per conoscenza, gli uomini della seconda istintivamente desiderano egualmente l'Indipendenza e l'Unità Nazionale: in tutto il resto si separano.
Gli uomini della prima classe combattono per assicurare ed accrescere gli agi e le superfluità della vita; gli uomini della seconda combattono per assicurarsi la vita.
I primi vorrebbero conquistare maggior sviluppo e libertà d'applicazione al pensiero: i secondi, costretti a spendere dodici o quattordici ore della giornata in un lavoro quasi esclusivamente di braccia, vorrebbero conquistarsi possibilità di pensiero.
I primi, inceppati nell'esercizio delle loro facoltà, vilipesi dallo straniero, sottoposti all'arbitrio di principi stolti e malvagi, hanno principalmente bisogno d'una rivoluzione politica: i secondi affranti dalla miseria, tormentati dalla precarietà del lavoro e dall'insufficienza dei salarî, hanno principalmente bisogno d'un ordinamento sociale.
Le insurrezioni fino ad oggi tentate ebbero carattere esclusivamente politico: il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo.
Ma per riescirvi sono necessarie due cose: l'una che i milioni i quali invocano un migliore ordinamento sociale esprimano i loro bisogni; l'altra che i migliori o i più tra gli uomini componenti la prima classe simpatizzino coll'espressione di quei bisogni e intendano la necessità di riunirsi a soddisfarli concordemente.
La prima è necessaria perchè le rivoluzioni non prevengono, non indovinano i bisogni dei popoli, ma li concretano, li traducono in fatti, li riducono a legge. La seconda è necessaria, perchè altrimenti le rivoluzioni si ridurrebbero a guerre civili nelle quali la decisione qualunque siasi, a qualunque parte spetti il trionfo, è pur sempre questione di forza e sostituisce una tirannide all'altra.
E l'unica via da seguirsi per ottenere queste due cose è l'ordinamento in associazione degli uomini che invocano il mutamento sociale.
La nazione intera ha bisogno di sapere ciò che gli operai, cioè i milioni d'uomini che vivono del proprio lavoro senza possedere gli elementi del lavoro, patiscono, accusano, invocano.
La nazione ha bisogno di sapere ciò che gli operai non vogliono: tanti strani sistemi, pericolosi, sovversivi, hanno occupato le menti a' dì nostri, che giova conoscere non solamente ciò che l'uomo crede, ma ciò in che non crede.
Gli operai hanno bisogno di consultarsi per conoscere e calcolare le proprie forze, per concordare intorno ai rimedî che possono porre un termine ai loro mali, per raccogliere i mezzi necessarî ad esprimerli colla stampa e a dare un principio almeno d'educazione a quei tra' loro fratelli che ne sono assolutamente mancanti.
Considerazioni siffatte hanno dato origine alla formazione d'una sezione composta esclusivamente d'operai nell'Associazione nazionale.
Quando l'Italia vedrà riuniti in un corpo, schierato sotto la bandiera nazionale e pronto a commettersi alle battaglie della patria, i suoi operai, e udrà da essi medesimi l'espressione riposata, pacifica de' loro bisogni, l'Italia non accuserà più di freddezza e d'inerzia le sue moltitudini e intenderà il perchè si rimasero, nei tentativi passati, anzi spettatrici che attive. Quando gli operai ordinati, forti di convinzioni uniformi, stretti in unità di volere, militeranno nell'Associazione nazionale, non solamente come cittadini, ma come operai, non dovranno più temere d'esser delusi nelle loro giuste speranze e di vedere le rivoluzioni consumarsi in questioni di forme meramente politiche a benefizio d'una sola classe.
Senza ciò non v'è da sperare. Le insurrezioni, ignare de' bisogni speciali e delle esigenze dei diversi elementi che compongono lo Stato, formeranno il loro programma dai voti comuni a tutti, promulgheranno diritti politici inefficaci e nulla più. La storia degli ultimi cinquant'anni parla evidente in proposito.
Braccia d'operai conquistarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d'operai rovesciarono il trono di Carlo X: cosa ottennero le moltitudini dall'insurrezione del 1830? Le associazioni, che prepararono in Italia il terreno ai movimenti del 1831, erano popolate d'operai: quali provvedimenti furono, non dirò presi, ma indicati da lungi alla speranza delle classi operose, perchè i padri si confortassero nell'idea che sorriderebbe ai figli un migliore avvenire? Gli operai delle città di provincia decisero in Inghilterra nel 1831 la questione della riforma: perchè i pochissimi miglioramenti che originarono dal bill conquistato non fruttarono che alle classi medie? Mancava agli operai un ordinamento speciale; mancava quindi l'espressione regolare, insistente, imponente de' loro bisogni. L'operajo si frammise a movimenti originati e diretti dalle classi medie, si confuse nelle vaste fila della Carboneria, scese in piazza a combattere, com'uomo, come cittadino, non come operajo. Venne in ajuto, come cifra numerica aggiunta alla lotta, non come elemento dello Stato, a classi che erano col fatto ordinate da secoli, e considerate da secoli come elementi della società. Accettò quindi necessariamente il loro programma, non diede il suo. S'anche, avvedendosi che i diritti politici senz'altro non gli fruttavano, egli avesse, il dì dopo aver combattuto, esposto i proprî bisogni, era tardi: voce non collettiva ma d'individui, il rumore che menavano le classi ordinate istigatrici del movimento doveva disperderla, e la disperse. Perchè accusarne unicamente gli uomini di quelle classi? Perchè pretendere dalla natura umana come anch'oggi è, che insoddisfatta del presente, ricerchi i bisogni non espressi dell'avvenire?
La questione dell'ordinamento speciale degli operai italiani si riduce a questa: hanno o non hanno gli operai bisogni speciali ch'esigono provvedimento?
Gli operai--giova ripetere codeste cose--lavorano troppe ore della giornata, perchè non ne patisca la loro salute e perchè non vi sia per essi impossibilità assoluta d'educare, come conviensi ad ogni umana creatura, l'intelletto e l'anima loro. Gli operai sono generalmente troppo mal retribuiti perch'essi possano schermirsi, coi risparmî, dalla miseria per sè e per le loro famiglie ne' tempi di crisi, e dall'ospedale o dal workhouse nella vecchiaja. Gli operai sono lasciati senza riparo, dacchè le coalizioni, anche negli Stati mezzo-liberi, sono punite, all'arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari, provocate dagli effetti della concorrenza crescente. Gli operai sono continuamente esposti alla mancanza assoluta di lavoro, cioè alla fame, per le frequenti crisi commerciali che l'assenza di direzione generale all'attività industriale fa inevitabili. Gli operai sono, dalla natura della loro mercede incapace d'aumento progressivo comunque il guadagno de' padroni proceda, ridotti alla condizione di macchine, condannati ad una ineguaglianza perpetua, avviliti in faccia a sè stessi e ai loro fratelli di patria. Gli operai sono, per tutte queste cagioni, sottoposti a tutti gli obblighi della società dove vivono, dal tributo che le imposte indirette prelevano sui sudori delle loro fronti fino al sagrificio della vita che le guerre della patria esigono, senza giovarsi d'un solo de' suoi benefizî.
A condizioni siffatte i rimedî meramente politici non bastano: e nondimeno, le rivoluzioni saranno sempre meramente politiche finchè saranno fidate all'impulso unico delle altre classi. Le loro condizioni sono radicalmente diverse: perchè faticherebbero a provvedere a bisogni ch'essi non provano e che non hanno espressione collettiva da chi li prova? E chi mai se non chi li prova può esprimerli efficacemente? Quando in Francia una legge sugli zuccheri ferisce gli interessi commerciali, a chi se non alle Camere di commercio spetta ammonire e protestare contr'essa? Chi sogna separazione di classi e aristocrazia mercantile, perchè le Camere di commercio ammoniscono e protestano?
Operai italiani, arrossite del vostro nome? arrossite dell'ufficio al quale adempite nella società? I padri vostri non ne arrossivano. Quando Firenze era libera, repubblica nota e rispettata in Europa, i vostri padri si ordinavano per arti e mestieri, si chiamavano alteramente lanajuoli, setajuoli, conciatori di pelli, si raccoglievano sotto i loro gonfaloni ad esprimere i loro bisogni e la loro volontà. Diffidereste in oggi degli uomini che vi chiamano ad ordinarvi per raggiungere quella eguaglianza che non esiste finora per voi, e che nessuno finora ha tentato darvi, solo perchè l'ordinarvi a un lavoro speciale implica che voi non l'avete raggiunta? Se voi preferite il nome alla cosa--se vi pare che il confondervi in un lavoro esclusivamente politico coi vostri concittadini, sulla terra straniera, senza indizio delle vostre condizioni presenti, sia da preferirsi al tentare un riordinamento sociale che vi darà, quando che sia, nella vostra patria, non diritti nominali, ma esercizio reale di diritti e doveri cittadineschi,--rimanetevi separati da noi. Dove no, fate senno. Fate senno degli esempî patrî; fate senno, poichè pur troppo voi guardate anch'oggi con più attenzione alle cose altrui che non alle vostre, degli esempî stranieri. A che son dovuti i progressi che la questione sociale ha fatto da dieci anni in Francia ed in Inghilterra, se non alle associazioni degli operai? Da che deriva la tendenza abituale in oggi negli organi della classe media a discutere i punti, negletti dieci anni sono, del miglioramento delle classi povere e dell'ordinamento del lavoro, se non dai giornali che in Francia ed in Inghilterra gli operai stessi dirigono?[88] Sarete illusi sempre e sempre traditi, operai italiani, finchè non seguirete siffatti esempî, finchè non intenderete che prima di partecipare nei cangiamenti politici cogli altri elementi, l'elemento del lavoro ha da ottenersi cittadinanza nello Stato, ch'oggi non l'ha, e che a conquistarla è indispensabile l'associazione.
Operai italiani, che avete mosso il dubbio intorno al quale abbiamo tenuto discorso, le vostre intenzioni sono pure; il vostro sospetto è sospetto d'uomini che sentono l'importanza del principio d'eguaglianza sul quale deve indispensabilmente fondarsi l'edifizio futuro e tremano di vederlo guasto o falsato. Ma badate ch'altri, più diffidente della natura umana che noi non siamo, non lo interpreti diversamente, e non v'accusi d'una vanità meschinissima, ostile al principio che predicate: badate a non screditare per voi stessi l'ufficio ch'esercitate nella società, lasciando pensare che voi ne arrossite: badate a non fare che i vostri nemici possano dire: vedete? essi si dichiarano apostoli d'una società fondata sul lavoro, e vergognano di vivere sul lavoro delle loro braccia. Voi siete il nucleo della nazione futura. Non la tradite, rinegandone il principio fondamentale. Andate nobilmente alteri del vostro nome: verrà tempo che tutta quanta la nazione lo adotterà. Scrivete sulla vostra bandiera LAVORO, e rannodatevi intorno ad essa per riscattarla dal dispregio in che secoli l'hanno tenuta. In faccia alla Democrazia, quella parola, base d'ogni società popolarmente ordinata, racchiude la più alta malleveria dell'eguaglianza che voi cercate: in faccia a quella parte della nazione che non è conquistata ancora alle credenze democratiche, voi nuocereste deliberatamente alla nostra causa se lasciaste mai sospettare che il nome Operajo, segno del vostro ufficio nella società, cova, anche nell'animo vostro, un germe d'ineguaglianza che v'induce a sopprimerlo. Quando, a mezzo il secolo XVI, un satellite di Filippo II re di Spagna chiamò, deridendo, gl'insorti dei Paesi Bassi una mano di spiantati (les gueux), gl'insorti accettarono quel nome, lo scrissero sulle loro ciarpe, sulle loro bandiere, lo fecero suonar alto per ogni dove, e tredici anni dopo, la fondazione delle Sette Provincie Unite cangiava lo scherno in rispetto e timore. Il vostro nome, operai, racchiude ben altro che non il nome applicato per disprezzo dal satellite di Filippo II agli insorti de' Paesi Bassi; tanto più vi mostrerete inferiori al concetto dell'epoca e, concedeteci il franco linguaggio, spregevoli, se invece d'inorgoglirvene, pensaste a dissimularlo.
E ascoltate un'altra parola. Siete deboli finora e pochi e dispersi. La vostra voce fu muta nei tentativi passati. I vostri bisogni non furono neppure avvertiti. In faccia alla nazione, in faccia all'estero, siete ignoti finora. Non inceppate con sospetti, con dubbî, con divisioni inopportune, l'Associazione che riconosce prima i vostri diritti, che prima s'assume di far intendere la vostra voce, di predicare i vostri bisogni; non ne rallentate l'azione con discussioni intorno a nomi e minuzie che mal si concederebbero a chi avesse già corso mezzo il cammino. Siate forti prima; discuterete più dopo. Concentratevi nell'Associazione; quanto più numerosi sarete, tanto più avrete modo di perfezionarla e di cancellarne gli errori che accompagnano ogni opera umana. Dall'esame dei fatti e degli scritti dell'Associazione, dall'esame della vita degli uomini che la dirigono, accertatevi dei principî della prima, delle intenzioni dei secondi: questo è non solamente diritto, ma debito vostro; dove bensì troviate giusti i principî, pure le intenzioni, non siate, in oggi, troppo esigenti. Ricordatevi che le obbiezioni sono facili, ma il fondare è difficile. Ricordatevi che spesso la vanità impotente a fare, s'appaga, senza riflettere alle conseguenze, in disfare. Non vi lasciate svolgere, per vani e ingiusti sospetti, da ciò che più importa, costituirvi, ordinarvi, conquistar forza. Dite a quei che tentassero sviarvi dall'Associazione: «cos'è che ponete in sua vece?» Tutti i consigli ch'essi possono darvi furono già praticati e non vi condussero a miglioramento alcuno. Ma noi non possiamo, anche volendo, tradirvi. Riuniti in un corpo; chi può tradirvi? Avete combattuto finora pel programma dell'altre classi: date oggi il vostro e annunziate collettivamente che non combatterete se non per quello. Siete cittadini italiani, e come tali volete l'unità, l'indipendenza, la libertà della patria e i diritti politici che spettano a tutti i vostri fratelli, qualunque sia il modo della loro attività nel lavoro comune: appartenete dunque all'Associazione nazionale. Siete operai italiani, e come tali avete bisogni speciali ed esigete rimedî speciali senza i quali i diritti politici tornerebbero per voi un'amara ironia: ordinatevi dunque tra voi perchè l'espressione di quei bisogni e l'indicazione di quei rimedî sian note all'Associazione e per mezzo dell'Associazione alla nazione italiana. Credete a noi. Chi vi tiene linguaggio diverso, o s'inganna o v'inganna.
RICORDI DEI FRATELLI BANDIERA E DEI LORO COMPAGNI DI MARTIRIO IN COSENZA il 25 luglio 1844 DOCUMENTATI COLLA LORO CORRISPONDENZA.
Et si religio jusserit, signemus fidem sanguine. (Santa Caterina.)
A JACOPO RUFFINI MORTO MARTIRE DELLA FEDE ITALIANA, NEL 1833.
A te, fratello mio d'amore, io dedico, venerando, queste poche pagine scritte col nome tuo sulle labbra, colla santa tua imagine davanti agli occhi dell'anima. Io non trovo qui sulla terra, fra quei che hanno concetto di fede e costanza di sacrificio, creatura che ti somigli.
M'ami tu sempre come, vivendo della vita terrestre m'amavi? Io non mi sento ora, poi che tu se' fatto angiolo, degno di te; ma due o tre volte nella mia vita dacchè il martirio ti trasformava, quando tra le sciagure della mia patria e le delusioni dell'individuo, io sentiva il dubbio infernale sfiorare, senza vincerla, l'anima mia, ho pensato che la tua preghiera intercedeva per me, e che la potenza di fede indomita, eterna, d'onde io traeva subitamente forze a combattere, era un bacio delle tue sante labbra sulla fronte del tuo povero amico.
Dammi, oh dammi ch'io non disperi! Dalla sfera ove oggi tu vivi d'una vita più potente d'intelletto e d'amore che non è la terrena, e dove i nuovi martiri della fede italiana salivano poc'anzi a incontrarti, tu preghi con essi a Dio padre ed educatore, perchè s'affrettino a compiersi i fati ch'Ei prefiggeva all'Italia. Ma se mai la luce dubbia, ch'io saluto talora indizio dell'alba, non fosse che luce di stella cadente;--se lunghi anni di tenebre e di sconforto devono ancor passar sull'Italia prima che si rivelino ad essa le vie del Signore:--per l'amore ch'io t'ho portato e ti porterò, fa che il tuo povero amico pensi ed operi, viva e muoja incontaminato; fa ch'egli non tradisca mai, per intolleranza di patimenti o per amarezza di delusioni, il culto all'eterna idea, Dio e l'Umanità interprete progressiva della sua legge; e fa ch'egli possa, nella serie delle vite assegnate alla creatura, incontrarti senza che tu debba velarti, arrossendo, dell'ali, e pentirti dell'affetto che in lui, sulla terra, ponesti.
Londra, ottobre 1844.
«Ma se nella tempesta, ch'io sto combattendo, soccombo, onde non lasciare a' miei cari vergogna dall'avermi amato, non negate di dare alla mia memoria un fiore che la depuri dall'infamia che i nostri tiranni non mancheranno certamente d'applicarle.»
(Attilio Bandiera, Lett. del 14 nov. 1843.)
«Addio; addio. Poveri di tutto, eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.»
(Emilio Bandiera, Lett. del 10 marzo 1844.)
Io scrivo queste pagine per obbedire all'ultimo voto dei fratelli Bandiera, e perchè gli Italiani sappiano quali uomini fossero quei che morirono per la libertà della patria, il 20 luglio 1844, in Cosenza. E le scrivo ora, mentre io avrei per più ragioni desiderato adempiere all'obbligo mio alcuni anni più tardi, perchè le gazzette austriache e le polizie italiane hanno diffuso e diffonderanno intorno a quei nomi asserzioni riecheggiate dai molti vili e dai moltissimi stolti, che tendono a calunniare, non dirò i vivi--che importa a noi di siffatte accuse?--ma la fama di martiri che gl'Italiani non dovrebbero nominare, se non prostrati, adorando. Fu detto che mal si tenta con venti uomini la libertà dell'Italia, e che l'entusiasmo, quando non è regolato da' freddi calcoli della ragione, tocca i confini della follìa e nuoce alla causa che vorrebbe promuoversi. Fu detto che i Bandiera entrati nella cospirazione Italiana per impulso altrui, furono sedotti, spronati all'impresa di Calabria come a iniziativa d'insurrezione architettata da esuli agitatori, anzi segnatamente da me che scrivo e da un amico mio intimo risiedente a Malta, Nicola Fabrizi. E dietro a quelle asserzioni deliberatamente bugiarde, vengono le conseguenze affrettate che dichiarano l'Italia impotente a fare da per sè, disastroso ogni tentativo, reo d'imprudenza o peggio qualunque predichi o promuova azione: vergogna de' tempi e d'uomini che non sapendo esser forti e pur non volendo apparire codardi, seminano sistematicamente sconforto per timore d'essere chiamati all'opre dai loro fratelli. Intanto l'anime giovani si sfrondano più sempre d'affetti generosi e di riverenza ai pochi devoti; le menti, invece d'affratellarsi operose in un concetto di tremenda unità, s'arretrano, sviandosi in un'anarchia che conduce all'inerzia, davanti al sospetto di tutto e di tutti; e i nostri padroni sogghignano, e sprezzano.
I pochissimi de' quali avrei caro il suffragio, sanno che io non ordinerei mai spedizioni armate senza dividerne in un modo o in un altro i pericoli: degli altri i dieci anni or decorsi m'hanno insegnato a non curar più che tanto. Ho troppi dolori sull'anima, perchè le scalfitture della calunnia vi possano; e per morire senza rimorsi, parmi che basti trovarsi in pace colla propria coscienza e con Dio. A me dunque poco importa di quelle accuse; nè, se importasse, vorrei scendere, profanando, a lunghe difese e recriminazioni in queste pagine sacre alla memoria d'uomini superiori a tutti noi quanti siamo. Ma importa a noi tutti che la fama dei Bandiera e dei loro compagni scenda pura, incontaminata d'errori, a quei che verranno: importa che i nostri giovani possano venerare in essi i martiri non i settari: importa che tutti, amici o nemici, sappiano, a conforto o terrore, come l'idea nazionale italiana frema oggimai spontanea ingenita, senza bisogno d'impulso estranio, anche nel petto degli uomini che, vincolati all'insegna straniera, hanno contro, oltre i più gravi pericoli, le abitudini della disciplina militare, l'influenza d'esempî domestici, l'isolamento, e il sospetto de' loro concittadini. E a questo, spero, provvederanno i pochi frammenti[89] di lettere ch'io pubblico in questo scritto. Gli autografi stanno presso di me, e li serbo religiosamente come reliquia dell'anime più candide, più nobilmente temprate, e sante di umore e di sagrificio, che a me fosse dato d'incontrare, da dieci anni e più sulla terra.
* * * * *
Attilio ed Emilio Bandiera, nati Veneti, figli del barone Bandiera, contr'ammiraglio delle forze navali austriache, e noto all'Italia per la cattura sul mare, nel 1831, degli uomini che, imbarcatisi sotto l'egida della capitolazione d'Ancona, veleggiavano verso la Francia, avevano, fin da' primi tempi spesi nelle cure della milizia, afferrato e venerato il concetto nazionale italiano, e s'adoperavano, più anni innanzi al primo loro contatto con esuli o congiurati dell'interno d'Italia, a prepararsi le vie di tradurre il concetto in azione. Nella seconda metà del 1842, mi giunse da Smirne una lettera con data del 15 agosto, firmata di nome evidentemente non vero, che diceva:
«Signore,--È da diversi anni che ho preso a stimarvi e ad amarvi, perchè intesi esser voi da riguardarsi qual capo dei generosi che nella presente generazione rappresentano la nazionale opposizione alla tirannide e agli altri conseguenti vituperî che spietatamente contaminano l'Italia. So che siete il creatore d'una patriotica società che chiamaste della Giovane Italia; so che scriveste sotto lo stesso titolo un giornale diretto a propagarne le massime, ma nè d'esso nè d'alcun'altra vostra opera mi venne mai fatto di procurarmi, ad onta dell'ardente mio desiderio, una copia; soltanto, son pochi giorni, pervenni ad avere i numeri primo e secondo del vostro Apostolato Popolare, e mi riescivano tanto preziosi in quanto che alla dolce soddisfazione di vedere da un uomo come voi pubblicati gli stessi miei principî politici, si aggiunge l'altro non meno cospicuo vantaggio di un modo, comunque indiretto, per farvi giungere questa mia. Il vostro indirizzo io cercava trovarlo da più d'un anno, non pretermettendo per ciò alcun tentativo; e tra questi non sarà forse inutile di citarvi l'aver io incaricato un mio amico, che pel corrente agosto o prossimo settembre doveva per qualche giorno approdare in Inghilterra, di fare il possibile onde recarsi a Londra per colà scoprire il vostro alloggio, abboccarsi con voi, darvi contezza di me, e annunciarvi che con vostro permesso, dietro le sue informazioni, io presto intraprenderei un carteggio nello scopo di utilmente servire la nostra patria. Prima però d'entrare in sì delicato argomento, so che mi corre l'obbligo di darvi qualche nozione personale di me, perchè voi poi in seguito non abbiate a lagnarvi d'esservi troppo avventatamente confidato con un ignoto. Se l'amico di cui scrissi qui sopra avrà eseguito la mia commissione, voi avrete da lui a quest'ora rilevato il vero mio nome. Ma il di lui soggiorno in Inghilterra deve essere così breve e assediato di tanti incarichi, che pur troppo temo fortemente ch'egli non avrà potuto soddisfare all'impegno assuntosi. E in quel caso, io mi riserbo di palesarvelo colla prima sicura opportunità che potrà presentarsi.
«Sono Italiano, uomo di guerra, e non proscritto. Ho quasi trentatrè anni. Sono di fisico piuttosto debole; fervido nel cuore, spessissimo freddo nelle apparenze. Studiomi quanto più posso di seguitar le massime stoiche. Credo in un Dio, in una vita futura, e nell'umano progresso: accostumo ne' miei pensieri di progressivamente riguardare all'umanità, alla patria, alla famiglia ed all'individuo; fermamente ritengo che la giustizia è la base d'ogni diritto; e quindi conchiusi, è già da gran tempo, che la causa italiana non è che una dipendenza della umanitaria, e prestando omaggio a questa inconcussa verità, mi conforto intanto delle tristizie e difficoltà dei tempi colla riflessione che giovare all'Italia è giovare all'Umanità intera. Sortito avendo un temperamento ardito egualmente nel pensare come pronto all'eseguire, dal convincermi della rettitudine degli accennati principï, al risolvere di dedicar tutto me stesso al loro sviluppo pratico, non fu quindi che un breve passo. Ripensando alle patrie nostre condizioni, facilmente mi persuasi che la via più probabile per riescire ad emancipar l'Italia del presente suo obbrobrio, consisteva forzatamente nel tenebroso maneggio delle cospirazioni. Con quale altro mezzo infatti che con quello del segreto può l'oppresso accingersi a tentar la sua lotta di liberazione?.......
Intanto, fu sempre, da quando mi dedicai a tentare il bene della patria, mia idea fondamentale che tutti quelli che vanno in cerca dello stesso fine, dovessero per assoluta necessità, prima di nulla intraprendere allo scoperto, studiarsi d'entrare in relazione onde conoscersi a vicenda, unire le proprie forze, e formolare i singoli pensieri a quella formola d'unità senza la quale presto o tardi la dissensione succede e rovina ogni meglio fondata speranza. Ed è perciò che tanto anelo di farvi giungere un mio scritto, e la recente lettura del vostro Apostolato mi confermò vieppiù in questa determinazione. Io vengo a ripetervi le vostre stesse parole: Consigliamoci, discutiamo, operiamo fraternamente. Non isdegnate la mia proposta. Forse, troverete in me quel braccio che primo nella pugna che s'appresta osi rialzare il rovesciato stendardo della nostra indipendenza e della nostra rigenerazione..............................................»
Questa lettera era del maggiore de' due fratelli, Attilio. L'amico ch'egli aveva incaricato d'una comunicazione verbale, fece quanto gli era commesso, ed era Domenico Moro, nato egli pure Veneto, luogotenente sull'Adria, e caduto martire in Cosenza co' suoi fratelli di armi e di fede.
Il 28 marzo 1844, in una lettera scritta dopo la fuga, Emilio Bandiera compiva l'esposizione delle credenze politiche nazionali che dirigevano Attilio e lui. «Mio fratello ed io--diceva--convinti del dovere che ogni Italiano ha di prestar tutto sè stesso a un miglioramento di destini dello sventurato nostro paese, cercammo ogni via per unirci a quella Giovine Italia che sapevamo formata ad organizzare l'insurrezione patria. Per tre anni i nostri sforzi riuscirono inutili; i vostri scritti non circolavano più in Italia; i governi vi dicevano separati e fiaccati dal mal esito della spedizione di Savoja... Senza conoscere i vostri principî, concordavamo con essi. Noi volevamo una patria libera, unita, repubblicana: ci proponevamo fidare nei soli mezzi nazionali: sprezzare qualunque sussidio straniero e gittare il guanto quando ci fossimo creduti abbastanza forti, senza aspettare ingannevoli rumori in Europa..............»
E a queste idee intorno ai modi di redimere la Nazione, i due fratelli accoppiavano una serie di previsioni concernenti il futuro ordinamento europeo, ch'essi stringevano per me nei pochi rapidi cenni ch'io qui trascrivo:
«Noi consideriamo l'Europa come riordinata in grandi masse popolari che avranno inghiottito molte delle odierne così spesso irragionevoli suddivisioni politiche. Così noi antiveggiamo il popolo Spagnuolo ed il Portoghese fusi in una sola nazione: la Francia appoggiante del tutto i suoi confini orientali al Reno e quindi assorbendo il Belgio: la Germania costituita in una sola nazione e ingrandita coll'Olanda e colla Danimarca continentale: la Svezia aumentata essa pure delle vicine isole Danesi e della Finlandia; la Polonia risorta e forte come ai tempi del generoso Sobieski: la Russia possibilmente divisa in due: la Valacchia, la Servia, la Bulgaria, la Croazia, l'Erzegovina, il Montenero e la Dalmazia riunite in una nazionalità Illirica o Serba: l'Ungheria colle presenti sue dipendenze, più la Moldavia e la Bessarabia: la Grecia aumentata della Tessaglia, della Macedonia, dell'Epiro, dell'Albania, della Romelia, di Candia e più tardi dell'Ionio.
«Da questo quadro, tralasciando l'Occidente, ove pure si avrebbero tanti aderenti, e mirando soltanto alla parte di Levante, presto si deduce che Polonia, Ungheria, Grecia, Serbia ed Italia hanno interessi comuni contro la Russia, l'Austria e la Turchia: non si collegheranno mai dunque abbastanza quei popoli contro i loro governi, e se una volta avvertiti di questa verità, cominciassero ad agire conseguentemente, la lotta cesserebbe tosto d'essere così ineguale come sembra a prima vista. Ogni Polacco, Ungherese, Serbo, Greco, Italiano, che ama il bene della propria patria e per essa quello dell'Umanità intera, lavori dunque indefessamente a sempre più propagare questa plausibile politica. Le suddette nazionalità confederate son tutte ancora nella mente degli ideologi, e tra esse la Grecia può dirsi la più inoltrata: conviene dunque insinuarle di non arrestarsi sulla via gloriosa e profittevole che le s'apre dinanzi, ma fidare nelle proprie forze, nelle simpatie che la circondano, nella giustizia della sua causa, e non soddisfatta delle ristrette concessioni d'un governo imperfettamente rappresentativo, spingersi avanti animosa, spiegare di nuovo la bandiera dell'unione e dell'indipendenza, e liberare dal mal fermo giogo del tiranno del Bosforo le popolazioni che devono appartenerle. Allora comincierà l'omai resa inevitabile guerra dei popoli contro i re; e per essa la vecchia Europa sarà interamente rifusa. Allora gli assassinî di Rigas e d'Ypsilanti verranno dagli Italiani vendicati; e forse gli Ungheresi, oggi nostri oppressori, nostri fratelli allora, laveranno l'onta del presente ajutando a vendicare quei di Menotti e Ruffini. Allora la Polonia e l'Italia, sorelle da tanto tempo per la somiglianza delle patrie sventure, non combatteranno più inutilmente sotto le insegne d'un apostata, ma riunite ne' loro sforzi pugneranno per Dio, per la giustizia, per l'umanità, e per la patria.»
Non tutte forse le idee sul rimaneggiamento europeo contenute in questo frammento son vere; ma tutte rivelano un giusto concetto delle tendenze che domineranno il futuro, e spirano un alito di quella fede che sola può santificare le rivoluzioni e liberarle dai pericoli dell'anarchia e delle delusioni amarissime che comprano a prezzo di sangue mutazioni di nomi alle cose e non altro. Dio, la Patria, l'Umanità: su questi tre termini i Bandiera edificavano tutta la loro credenza politica. Dalla nozione di Dio desumevan l'unità e la vita collettiva della razza umana, la legge di sviluppo progressivo ed armonico imposta al Creato e la santa teorica del Dovere fidata come regolatrice de' suoi atti alla creatura. Dalla nozione dell'Umanità interprete e applicatrice progressiva di quella legge, traevano i caratteri della missione assegnata alla Nazione, alla Patria; dal concetto della Patria i caratteri della missione assegnata all'individuo. E a queste idee che il secolo ha conquistato penosamente per mezzo a lunghi errori e sacrificî di sangue, e che in essi, isolati per forza di circostanze dal moto intellettuale europeo, erano visioni dell'anima vergine, potente d'entusiasmo d'amore, i Bandiera accoppiavano un culto religioso d'azione incessante rinfiammato dal pensiero che lo stendardo sventolante ad essi sul capo, e del quale le apparenze li accusavano difensori, era l'Austriaco: pareva ad essi che spettasse ad uomini del Lombardo-Veneto iniziare l'impresa italiana e ferire il nemico nel core. Questa speranza era l'anima della loro vita. Amavano ambi con tenerezza la madre; ma di quell'amore che leva all'angiolo, non respinge fra i bruti, di quell'amore che confessa suo primo debito far del core un tempio a' più alti e nobili affetti, purificandolo d'ogni egoismo e consacrandolo al Giusto, al Bello, e all'eterno Vero. Attilio era marito e padre; ma la missione da Dio commessagli d'educare un'anima al bene gli era di sprone, anzichè di ritegno, all'impresa; e la donna del suo core, oggi morta, come dirò, di dolore, era degna di lui e partecipe, quanto conveniva, de' suoi segreti.
Dalla corrispondenza dei due fratelli con me da quel primo giorno sino alla loro fuga d'Italia, e dei disegni ch'essi maturavano a prò del paese io non posso, per ragioni che tutti intendono, dar conto alcuno. Ma dall'unico frammento, spettante alla fine del 1843, che mi sia dato, senza pericoli d'altri, inserire, apparirà come più potente di tutti meditati disegni fremesse fin d'allora nell'anima loro la febbre d'azione, d'azione personale, immediata, che decretava non molto dopo la loro morte in Calabria. «Il fermento insurrezionale in Italia--mi scriveva Attilio--dura, se debbo credere alle voci che corrono, tuttavia; e pensando che potrebbe ben essere l'aurora del gran giorno di nostra liberazione, mi pare che ad ogni buon patriota corra l'obbligo di cooperarvi per quanto gli è possibile. Sto dunque studiando il modo di potermi recare io stesso sulla scena d'azione.......................... .........e, se non vi riescirò, non sarà certamente mia colpa. Sarebbe mio pensiero di costituirmi, giunto su' luoghi, condottiero d'una banda politica, cacciarmi ne' monti, e là combattere per la nostra causa sino alla morte. L'importanza materiale sarebbe, ben lo veggio, per questo fatto assai debole, ma molto più importante sarebbe l'influenza morale, perch'io porterei il sospetto nel cuore del più potente nostro oppressore, darei un eloquente esempio ad ogni altro che come me fosse legato da giuramenti assurdi ed inammissibili, e fortificherei quindi la fiducia dei nostri, deboli più che per altro, per mancanza di fede ne' proprî mezzi e per l'esagerata idea delle forze nemiche........»
Quando Attilio mi scriveva (il 14 novembre) quelle parole e vagheggiava il partito estremo d'abbandonare elementi che potevano riuscire un giorno decisamente importanti all'insurrezione italiana, per cacciarsi disperatamente con pochi individui sull'Apennino, egli aveva già, quanto agli uomini d'oggi, il tarlo dello sconforto nell'anima. I lettori ricordano come dall'agosto al novembre del 1843 un fermento insolito, prodotto in parte da promesse inadempite da cospiratori, ma più assai dal mal governo e dalla naturale impazienza di un popolo tormentato, agitasse l'Italia centrale. E da quel fermento che poteva, tanto era energico e unanime, esser cominciamento dell'impresa italiana, e che, per errori e colpe da non discutersi qui, non fruttò se non morti, prigioni ed esiglio ai migliori, i Bandiera avevano tratto speranze e ardire come di chi sente vicini i tempi. Tra gl'indizî, emergenti dalla banda dei Muratori, d'un miglioramento nell'opinione circa i modi da tenersi nella guerra d'insurrezione, la risse continue fra popolani e pontificî nelle città di Romagna, e i rumori insistenti di moto imminente nell'Italia meridionale, essi, scesi a contatto con taluni fra gl'influenti, alle proposte d'azione, alcune importanti davvero e facilmente verificabili con pochi mezzi, ebbero risposta funesta di promesse per un tempo vicino, poi di dilazioni e illusioni senza fine fondate su piani vasti e ineseguibili: i pochi, meschinissimi ajuti in danaro negati. Cercavano l'entusiasmo che, raccolti una volta gli elementi a fare, è il più alto calcolo delle insurrezioni, e trovavano diplomazia: cercavano la lava ardente d'anime vulcanizzate e trovavano rigagnoletti d'acque tiepide volgenti a palude: il Fiat onnipotente di fede e di volontà, e udivano vocine di eunuchi susurranti computi d'aritmetica e di paura. Cominciava per essi quella trista esperienza che travolge tante nobili anime allo scetticismo, e che essi troncarono in un subito col martirio.
Di queste delusioni, sia per altezza d'animo, sia perch'ei temesse di ferire uomini che potevano essermi amici, Attilio tacque sempre con me. Ma in una lettera scritta dopo la fuga, il 28 marzo 1844, Emilio più giovane d'anni, e di natura, non dirò più candida, ma più aperta agli impulsi, si sfogava dicendomi: «Nell'autunno del 1843, la sollevazione dell'Italia centrale minacciava di farsi nazionale dove fosse stata soccorsa, e noi domandavamo un ajuto di 10,000 franchi, e in ricambio avremmo.........................................................--Non so di chi sia stata la colpa, ma noi non fummo soccorsi. Si sprezzò quasi una dimostrazione che avrebbe forse assicurato la vittoria, se non altro per l'esempio contagioso che la nostra diserzione avrebbe messo dinanzi a 40,000 Italiani che amanti del loro paese stanno contro lui vincolati da un vano giuramento. Intanto, noi ci eravamo esposti; non temevamo violenze, perchè un ordine imprudente di arresto (fosse stato pronunciato!) ne avrebbe suscitato difensori più del bisogno. Tutto finì: i Bolognesi fugati, gli arresti moltiplicati; e quasi per derisione, a noi frementi, a noi già troppo scoperti, si manda a dire, come se fossimo vegetabili, aspettate la primavera. Noi però non ci scoraggiamo..... Io domandava per questo poche migliaia di franchi; mio fratello mi rispose che ognuno li negava! Intanto, il governo impaurito sospettava noi rivoltosi, e non osando farci arrestare con la forza, impiegava l'artifizio e richiamava in Italia mio fratello, facendolo in pari tempo osservare da spie e da' suoi tedeschi. Egli chiese anche una volta danaro, promettendo a fronte di tutti gli ostacoli tentare la sorte: non fu ascoltato; e alla vigilia della sua partenza per Venezia, fuggì, mentre io contemporaneamente lo facea da Trieste...... Ricadano i danni sui neghittosi che ci sprezzarono, sugli uomini che avvertiti da *** che in un mese noi saremmo perduti se prima del mese non ci si davano i mezzi d'operare, in capo al mese rispondevano freddamente: Non parliamo più de' tuoi amici..... che a quanto mi scrivi devono a quest'ora esser perduti. Perdonate se io mi lascio andare a parlare altamente il linguaggio dell'abbandonato; lo fo perchè so che voi siete innocente degli indugi che ci hanno sacrificati: ma dite a coloro che ne furono consiglieri che quando la patria sarà liberata, io li accuserò al suo tribunale come cospiratori che cospirarono a prolungarne la schiavitù e il disonore.»
Ho trascritto deliberatamente, e checchè altri possa dirne o pensarne, queste parole, perchè toccano una piaga ch'io reputo mortale all'Italia, se la crescente generazione non fa di liberarsene ad ogni patto. È sorta negli ultimi otto o nove anni, fra coloro che si professano amatori della patria loro, una setta d'uomini che diresti avessero tolto ad impegno d'infamare gl'Italiani davanti a sè stessi ed ai popoli, non solamente come codardi, ma come codardi e millantatori. Influenti, taluni per condizione sociale o ricchezza, tutti per opinione di liberalismo forse sentito, ma di certo tiepidamente sentito--non privi d'ingegno, ma senza scintilla di genio e guasti dalle abitudini d'un'analisi gretta, sterile, cadaverica, tolta in prestito al secolo decimottavo--fermi irrevocabilmente nell'animo, tra per difetto di vera scienza rivoluzionaria, tra per paura, di non mai fare, ma pur vogliosi, per certo--essendo l'obbligo che corre a ogni uomo in Italia, d'essere e più di parere agitatori animosi--stanno fatalmente capi ed oracoli della gioventù buona della Penisola, e s'inframmettono inevitabilmente moderatori in ogni moto di malcontento popolare che minacci di tradursi in azione, in ogni ardito disegno degli uomini che amano davvero la patria e con animo deliberato di sacrificare ogni cosa più cara a farla libera e grande. Costoro, con tre o quattro adagi rubati all'aggrinzita, decrepita, diplomatica politica conservatrice e con certi ragionari ad arzigogolo ch'essi intitolano machiavellici e sono un insulto all'ingegno di Machiavelli, fanno l'uffizio della torpedine sull'anime più avide di vita e di moto. Quando il fremito non prorompe in segni manifesti e le proposte d'azione non partono se non dai pochi valenti a indovinare, anche latente, quel fremito, essi--ed è il meglio--armeggiano a viso aperto contro ogni possibilità d'insurrezione italiana se prima tutti i re non siano in guerra accanita fra loro e tutta Europa in fiamme da un capo all'altro: gemono la gioventù corrotta, il popolo ignorante, il clero onnipotente ed avverso: evocano, computando e ricomputando, sì che appajono tre volte tanti, gli 80,000 Austriaci che stanziano in Lombardia, più gli 80,000 che verranno dalla Boemia e dall'Ungheria, più gli 80,000 che verranno non si sa di dove. Ma quando il grido di sommossa è, come nell'anno or decorso quanto a una parte d'Italia, grido di popolo anzichè di pochi cospiratori ed essi temono ch'altri prenda il campo senza di loro, accettano--ed è il peggio--volonterosi in sembianza, in idea di fare, non serbandosi che il diritto di discutere il quando e il come. E allora sorgono--se l'agitazione è in autunno--le teoriche della primavera, quando i fiori sbucciano e i salassi giovano agli uomini, o--se l'agitazione è in primavera--le teoriche dell'autunno quando le piogge rigonfiano i torrentelli e le vigne fronzute proteggono le imboscate: allora s'affacciano da sostituirsi ai disegni semplici e logicamente rivoluzionarî degli uomini d'azione, disegni vasti, imponenti, magnifici, a' quali non manca--e lo sanno--se non di esser fattibili; disegni di metropoli sostituite a provincie, di fusioni d'elementi eterogenei, sostituite all'azione sicura e spedita di elementi omogenei, d'insurrezioni architettate a scocco d'oriuolo oggi in un punto, domani in un altro, il dì dopo in un terzo, ma in nessuno se non irrompe, per ostacoli impensati, in quel primo. Quindi, le dilazioni di quindicina in quindicina, di mese in mese. Intanto, il fermento che non può regolarsi a oriuolo si sfoga in ciarle, risse e sommosse microscopiche inutili, anzi dannose, all'intento, poi gradatamente s'acqueta; i molti giovani disposti all'opre, ma facili allo sconforto, cominciano a diffidare, a calcolare i pericoli ed a sviarsi; i pochi nati al martirio si cacciano disperatamente nella voragine delle imprese avventate, sperando di rompere coll'esempio gli indugi; e intanto i governi che vegliano col sospetto di chi ha il MANE, THECEL, PHARES di Dio davanti agli occhi dell'anima, imprigionano cautamente, tacitamente, or in una or in altra città, oggi uno, domani un altro degli uomini ch'essi temono, raccolgono le loro forze, raddoppian le spie, seminano terrori di scoperte, di tradimenti, d'interventi immediati d'eserciti forastieri:--finchè il tentativo, reso davvero impossibile, sfuma tra i lontani orizzonti d'un incerto futuro, i buoni si coprono, per rossore, la faccia, i tristi sogghignano, i deboli e quei che non sanno dichiarano utopia la risurrezione d'Italia, le madri piangono i morti sul palco, le iene delle polizie s'affrettano a sbranarne i cadaveri profanandone--se potessero--ai posteri la memoria, gli stranieri dicono: vorrebbero ma non s'attentano, i governi ciarlano per due mesi di concessioni probabili; e gli uomini della primavera, dopo avere, a scolparsi, scelto dentro o fuori--meglio se fuori e tra gli esuli--un irco emissario de' loro peccati e apposto impudentemente ordini, contrordini, imprudenze ed errori a chi probabilmente gridava tutto quel tempo alla gioventù: voi non farete mai nulla se prima non vi sgombrate ne' vostri consigli di siffatta genìa, ricominciano pacificamente i loro computi e ricomputi sugli 80,000 uomini austriaci moltiplicati per tre. Io a queste mie parole potrei fare un commento storico, e lo farò, ma non qui.
Le insurrezioni non si faranno ora nè mai in Italia per fusione, come dicono, d'elementi eterogenei tendenti ognuno a diverso fine ma uniti per rovesciare, quando per forza immutabile di logica a ognuno di questi fini corrisponde un metodo diverso d'azione;--nè per viluppo di vasti disegni lungamente premeditati a far sollevazioni simultanee in più parti e in un'ora prestabilita, perchè i governi ne avranno infallibilmente sentore e potranno sempre impedire;--nè, se non difficilissimamente, per iniziativa di metropoli dove il governo tiene naturalmente accentrati più mezzi di resistenza, di spionaggio e di corruttela, e dove un tentativo fallito riesce decisivo e dà legge d'inerzia a tutto il paese; nè finalmente per altezza di virtù cittadine o d'istruzione popolare impossibili dove non è patria, nè popolo, nè mezzo alcuno d'educazione se non gesuitica, o austriaca, o neo-cattolica--torna tutt'uno--e dove appunto si cerca l'insurrezione per far che nascano le virtù. Un popolo che fosse virtuoso davvero non avrebbe mai bisogno d'insurrezioni, perchè non sarebbe mai schiavo; ma i Francesi del 1789, gli Spagnuoli del 1808, i Greci del 1821 non erano meno corrotti di quel ch'oggi non siamo, e nondimeno fecero prodigi di valore e di sacrificio. L'insurrezione in Italia, s'avrà quando gli uomini vogliosi d'agire, credenti in un patto, intesi sui modi e sul fine, serrati a unità di falange, si prevarranno d'un fermento, nato spontaneo o creato, ma diffuso più o meno generalmente nella Penisola, per operare improvvisi, in nome di tutta Italia, a bandiere spiegate e cacciando via la guaina del ferro, sul punto dove la vittoria sarà meno contrastata e men dubbia. Dato un primo successo, dalla scelta dei cinque, dei tre, dell'uno chiamati a diriger la mossa, dipenderà lo spandersi e il vincere dell'insurrezione. Tutta la questione sta nel decidere se, per malcontento, per istinto di patria, per universalità d'opinione, il popolo d'Italia è maturo pel tentativo o non è. I Bandiera--ed io consentiva con essi--ritenevano che fosse maturo; però anelavano azione, e se gli uomini della primavera non erano, avrebbero agito.
Intanto erano sospetti e vegliati. E agli indizî che il governo austriaco andava colle sue spie raccogliendo s'aggiunsero, se credo ai Bandiera, l'arti d'un traditore. «Gravi avvenimenti per me--mi scriveva Attilio da Sira il 19 marzo--non meno che per la causa comune accaddero qui in Levante dalla seconda metà del gennajo in poi. Un certo T. V. Micciarelli, che voi già forse di fama conoscerete, denunziò ogni mia trama....... Mi convenne obbedire, e infatti il 3 corrente partir doveva il bastimento che mi trasportava dove non è che luca; ma io per queste ed altre prove antecedenti istruito dell'animo perfido del Micciarelli, temendo che al primo suo colpo avesse a succederne un secondo men difendibile, aveva clandestinamente preparato la fuga, e al 29 del trascorso la cominciai, e dopo accidentata peregrinazione qui in questi ultimi giorni la compiei. A mio fratello ch'era anch'egli dal traditore conosciuto e che in Venezia trovavasi, ho per tempo dato cenno della mia determinazione, perchè la sua parte agisse conformemente, ma non ebbi per anco di lui nuova alcuna. Come sosterranno questa rovina mia madre e mia moglie, creature delicate, incapaci forse di resistere a grandi dolori? Ah! servire umanità e patria fu e sarà sempre, io spero, il primo mio desiderio, ma confessar devo che molto mi costa...» Quand'egli mi scriveva queste parole, la moglie era morta. Avvertita da Emilio del progetto di fuga, aveva, finchè l'esito rimanevasi dubbio, mantenuto il segreto e la forza d'animo necessaria a non tradire le inquietudini mortali che l'opprimevano; poi, saputo in salvo il marito, aveva ceduto al dolore: donna rara, al dir di chi la conobbe, per core, per intelletto e per bellezza di forme, vittima anch'essa, come Teresa Confalonieri, Enrichetta Castiglioni, e tante altre ignote a tutti fuorchè ai pochissimi che rimangono a piangerle, della fatale condizione de' tempi che non concede in Italia esercizio di virtù cittadine senza il doppio martirio di sè stessi e di chi più s'ama.
Emilio s'era, fuggendo, ridotto a Corfù, dove l'aspettava la più terribile fra le prove. Il governo austriaco, impaurito del fermento che la partenza dei due Bandiera avea desto nella sua flotta, temendo la virtù dell'esempio e più d'ogni altra cosa la fiducia che la rivelazione d'un elemento nazionale, fin allora non sospettato in mezzo alle forze nemiche, darebbe ai rivoluzionarî Italiani, cercava modo perchè il fatto apparisse piuttosto avventatezza di giovani traviati che proposito d'anime deliberate, e tentava le vie pacifiche. «L'arciduca Rainieri--mi scriveva Emilio il 22 aprile da Corfù--vicerè del Lombardo-Veneto, mandò uno de' suoi a mia madre, a dirle che ov'essa potesse da Corfù ricondurmi a Venezia coll'autorità che una genitrice deve saper conservare sopra un figlio, egli impegnerebbe la sacra sua parola che io sarei non solo assolto, ma tornato al mio grado, alla mia nobiltà, a' miei onori. Aggiungeva poter subito farsi mallevadore della mia impunità, come di giovane che gli empî perturbatori avevano traviato approfittando dell'inesperienza di venticinque anni, e che la medesima circostanza non potendo militare per mio fratello, la cosa sarebbe più difficile, però non dubbia, in riguardo alla clemenza di Ferdinando magnanimo suo nipote. Mia madre crede, spera, parte all'istante, e giunge qui dove vi lascio considerare quali assalti, quali scene debba io sostenere. Invano, io le dico che il dovere mi comanda di restar qui, che la patria mi è desideratissima, ma che allorquando mi moverò per rivederla non sarà per andarmene a vivere d'ignominiosa vita, ma a morire di gloriosa morte; che il salvacondotto mio in Italia sta ormai sulla punta della mia spada, che nessuna affezione mi potrà strappare dall'insegna che ho abbracciato, e che l'insegna d'un re si deve abbandonare, quella della patria non mai. Mia madre agitata, acciecata dalla passione, non m'intende, mi chiama un empio, uno snaturato, un assassino, e le sue lagrime mi straziano il cuore, i suoi rimproveri, quantunque non meritati, mi sono come punte di pugnale; ma la desolazione non mi toglie il senno; io so che quelle lacrime e quello sdegno spettano ai tiranni, e però, se prima non era animato che dal solo amore di patria, ora potente quant'esso è l'odio che provo contro i despoti usurpatori che per infame ambizione di regnare sull'altrui, condannano le famiglie a siffatti orrori...... Rispondetemi una parola di conforto: il vostro applauso mi varrà per mille ingiurie che a gara mi mandano i vili, gli stolti, gli egoisti, gli illusi.»
Tra i fatti--e non ne eccettuo il morire--che onoreranno il nome dei fratelli Bandiera tra i posteri, parmi che questo del rifiuto di sottomettersi, a fronte anche delle supplicazioni materne, sarà tenuto il più degno. E so di molti pur troppo che dissentiranno da me e avrebbero non solamente ceduto, ma adonestato il loro cedere di belle parole sugli obblighi del sangue, sulla onnipotenza dei moti del cuore e sugli affetti di famiglia anteriori e superiori ad ogni altro: frasi tutte che suonano commoventissime a chi non s'addentra, ma che a me pajono veramente significare: noi siamo egoisti che tentiamo inalzare l'egoismo a virtù. Oggi, generalmente parlando, non s'ama. L'amore, la più santa cosa che Dio abbia dato all'uomo come promessa di sviluppo di vita, s'è fatto, sotto l'ugne d'arpia del secolo profanatore, una lordura di sensi, un bisogno febbrile, un istinto di bruti: la famiglia, simbolo del modo con che si compie nell'universo l'incessante operazione di Dio e germe della società s'è convertita in una negazione d'ogni vocazione, d'ogni dovere sociale: il maschio e la femmina hanno cancellato l'UOMO e la DONNA. Le povere madri in Italia, schiave anch'esse d'una tristissima educazione e nulle nell'ordinamento sociale, predicano trepidanti ai figli la sommessione al potente qualunque ei sia; i padri che sanno come al limitare d'ogni famiglia veglia una spia, li ammaestrano alla diffidenza e all'isolamento, e le fanciulle innamorate balzano di gioja quando alle loro istanze s'odono rispondere dall'amato: io vivrò per te sola; poi d'amanti beate di frenesie senza nome riescono per lo più infelicissime mogli, perch'io ho sempre veduto mariti pessimi e tiepidi amici i pessimi tra' cittadini.
Ma se ogni amica rispondesse al frenetico o forse ipocrita amante: «Tu non devi vivere, ma gioire in me e per me sola, e in me sola confortarti ne' tuoi patimenti: noi dobbiamo fare delle nostre due vite una sola vita più potente d'intelletto e d'amore, un solo continuo sacrificio al grande, al bello, al divino, una sola continua aspirazione, un solo moto verso l'eterno Vero;»--se i padri definissero la vita ai figli, non come la ricerca del piacere quaggiù, bensì come preparazione, per mezzo di doveri adempiti, a uno stadio di sviluppo superiore;--se le madri, che pur si dicon cristiane, meditassero più sovente e ripetessero ai nati da loro alcune delle parole di Cristo e tutto quel libro de' Maccabei che par dettato per gl'Italiani--adempirebbero tutti, meglio ch'oggi non fanno, ai debiti dell'amore, e l'Italia non avrebbe da piangere ad ogni tanto i migliori tra' suoi cittadini spenti ad uno ad uno isolatamente di morte violenta sul palco o di lenta consunzione d'anima nell'esiglio. Parmi che tutti i grandi profeti d'affetto da Platone a Schiller, e sovra tutti i nostri sommi Italiani e fra gl'Italiani Dante, che avea tanto amore nell'anima da infiammarne due o tre delle nostre generazioni pigmee, intendessero quei due santi vocaboli di famiglia e d'amore in un modo diverso assai da quel d'oggi, e parmi che i credenti in un'anima immortale--dacchè dei materialisti, nei quali l'amore è necessariamente cosa schifosa o contradizione, non parlo--non possono amare se non immedesimando l'amore coll'adorazione del Vero e presentando all'ente ch'essi amano, simboleggiato nell'anima loro, il più alto spettacolo di virtù ch'essi possano. Tolga Iddio ch'io mova il più lieve rimprovero alla madre d'Attilio e d'Emilio: dico solo--e vorrei ch'essa potesse leggere queste linee--che qui o altrove essa intenderà un giorno come i figli l'amavano più che mai quando ricusavano, benchè trasmesso da lei, il perdono dell'arciduca Rainieri.
E del ricusato perdono, nuovo indizio di bene, i tristi s'inviperivano. Il 4 maggio, appariva, in Venezia, firmato d'un nome barbaro, Poosch, con qualificazione anche più barbara e inintelligibile d'auditore stabale, un editto di citazione che diceva: «L'I. R. Auditorato Stabale di marina rendere pubblicamente noto che i signori barone Attilio Bandiera, alfiere di vascello, e barone Emilio Bandiera, alfiere di fregata... essendosi resi fuggiaschi, cioè il primo ai 28 di febbrajo anno corrente dal bordo dell'I. R. fregata Bellona in rada di Smirne, insieme col di lui servo privato Paolo Mariani appartenente all'artiglieria di marina; ed il secondo al 24 dello stesso mese da Trieste per dove avea ottenuto un permesso di quarantott'ore, e non essendo ritornati, ed apparendo eziandio ambedue legalmente prevenuti di essersi resi colpevoli del delitto di alto tradimento coll'unirsi alla setta della Giovine Italia, erano perciò ambedue tenuti di presentarsi nello spazio di giorni novanta, a partire dalla pubblicazione del presente editto, innanzi al tribunale suddetto od all'I. R. comando di piazza in Venezia, ecc., ecc.» Rispondevano da Corfù, dove anche Attilio s'era ridotto, i due fratelli: «All'eccelso I. R. comando superiore della marina austriaca.--Al 14 del corrente noi qui sottoscritti abbiamo ricevuto l'editto di citazione speditoci dall'I. R. Auditorato Stabale di cotesto eccelso comando superiore. Noi ci vantiamo di ciò che l'accennato tribunale minaccia di chiamare alto tradimento. La nostra scelta è determinata fra il tradire la patria e l'umanità o l'abbandonare lo straniero e l'oppressore. Le leggi, alle quali ci si vorrebbe ancora soggetti, sono leggi di sangue che noi, con ognuno che sia giusto ed umano, sconosciamo e abborriamo. La morte a cui esse immancabilmente ci dannerebbero, val meglio incontrarla in qualunque altro modo che sotto la bugiarda e infame lor egida. La forza è il loro solo diritto, e noi in qualche parte almeno mostrandoci ad esse consentanei, cercheremo di metter la forza dalla nostra parte, ma per poi far trionfare il vero diritto--Corfù, 19 maggio 1844--Attilio Bandiera, Emilio Bandiera.»--E questa risposta fu da essi inviata al Mediterraneo, gazzetta maltese, preceduta dalle linee che qui trascrivo: «Signor editore,--Noi qui sottoscritti venimmo officiosamente a conoscere come il governo austriaco abbia pubblicato il suo atto d'accusa contro di noi. La pubblicità nelle procedure è un principio così incontrastabile ed universalmente desiderato che anche quei degni successori della Veneta Inquisizione attraverso ai tenebrosi lor conciliaboli pur lasciano di tratto in tratto balenare qualche omaggio a tale verità; se non che tali concessioni sono in essi piuttosto ironìa che sincere dimostrazioni di rispetto. Comunque però siasi la cosa, ad ognuno, per debole che sia, corre l'obbligo d'incoraggire le disposizioni al bene, dovunque e comunque desse appariscano. Noi ci crediamo quindi tenuti a secondare da nostra parte la via presa dai tribunali austriaci, e conseguentemente osiamo rivolgerci a voi per pregarvi d'inserire nel vostro giornale tanto l'editto quanto la risposta da noi data. I giudici austriaci dicono d'aver pubblicato in Venezia la nostra accusa, e noi non intendiamo che di compire la loro opera se per via di Malta trasferiamo la istruzione del processo da un pubblico ristretto e circondato di bajonette ad un pubblico più esteso e libero dai terrori d'una forza inesorabilmente ostile. Aggradite, ecc.--Corfù, 21 maggio.--Attilio Bandiera. Emilio Bandiera.--»
Nel frattempo dell'editto di citazione e della risposta dei due fratelli, un altro ufficiale della flotta austriaca s'era aggiunto, esule volontario, ai Bandiera: DOMENICO MORO, giovine d'anni ventidue, il cui sembiante ricordava il verso di Dante
Biondo era e bello e di gentile aspetto;
natura angelica dotata d'un'intrepidezza di lione e d'una docilità di fanciullo amoroso. Era luogotenente sull'Adria, e toccando, reduce da Tunisi, Malta, abbandonò la corvetta, e raggiunse gli amici. E inserirò la lettera ch'egli indirizzò al suo comandante. «Allorquando--diceva--i vostri modi poco usitati mi hanno avvertito in questi ultimi giorni di qualche sospetto a mio carico nell'animo vostro, io mi sono persuaso che più d'ogni altra cosa vi avesse dato luogo la mia antica amicizia agli onorevoli patrioti e commilitoni Bandiera. Sapendo pur troppo per dolorose sciagure italiane che i sospetti son tatto presso un governo come l'austriaco e presso i suoi servitori, potei facilmente supporre le conseguenze che mi avrebbero atteso. Nondimeno un pensiero mi balenò puranco di pietosa amicizia da vostra parte, che Italiano qual siete, di nascimento almeno, abbiate voi stesso colle vostre asprezze voluto darmi un avviso a salvamento, e se ciò fosse, ve ne sono riconoscente. Ma qualunque sia l'intenzione che vi ha diretto, la prevenzione mi ha valso. Quando vi giungerà questa lettera, io sarò già lontano; e però facendo voti per la mia patria, perchè presto possa presentarsi l'occasione, a voi di smentire le fallaci apparenze che, come Italiano, vi disonorano, a me di provare col fatto la verità di quei generosi sentimenti che finora in faccia a voi sono un delitto, ho creduto del mio decoro lasciare queste spiegazioni nell'atto di risolvermi al presente solenne passo della mia vita.--DOMENICO MORO.--»
Intanto i malumori in Italia erano più vivi che mai. Il fermento sopito verso la fine del 1843, s'era nel 1844 risvegliato più minaccioso, e dal centro s'era steso al mezzogiorno della penisola. In Calabria, una sommossa armata, tentata e repressa a Cosenza, avea lasciato gli spiriti eccitati e vogliosi di ritentare. La Sicilia, paese sistematicamente angariato da ogni sorta di vessazioni e d'espilazioni, fremeva rivolta, e, popolata di gente più avvezza all'opre che alle parole, l'avrebbe osata, se in una città, che dava, sei secoli addietro, ben altri esempî alle città sorelle, i temporeggiatori non avessero trovato centro e influenza predominante su tutta l'isola. I governi titubavano paurosi. Gli Austriaci ingrossavano a Ferrara e facevano correre per ogni dove minacce d'un intervento, inevitabile dopo un'insurrezione italiana, ma impossibile prima. Gli uomini della primavera s'affaccendavano a fare e disfare. Annunziavano per quel tal giorno, anzi per quella tal ora, la mossa: decretavano il dì dopo reo senza scusa di lesa patria chi s'attentasse di movere, finchè i giornali parlavano: non volendo avvedersi che le ciarle de' giornalisti profetizzanti preparavano non foss'altro, in Italia e in Europa, al primo fatto propizio opinione e importanza d'insurrezione potente e degna d'ajuti. Sola una provincia d'Italia esibiva, tristo spettacolo--parlo degli influenti e non della povera gioventù buona e ingannata--il coraggio della paura, e predicava, con un entusiasmo di crociata per lo stato quo, l'immobilità dell'abbietta rassegnazione. Ma i giovani popolani degli Stati Pontifici e delle provincie del Regno minacciavano a ogni tanto di romper gl'indugi. E un riflesso di tutta questa vampa d'insurrezione che scaldava il core alla gioventù, un'eco di tutto questo tumulto di speranze, di terrori, di promesse e scoraggiamenti, si ripercoteva sull'anima dei Bandiera, i quali da Corfù guardandosi intorno, cercavano come lioni la preda, il dove e il quando potessero scendere sull'arena.
Lo scendere era fin d'allora spontaneamente, irrevocabilmente, determinato dai due fratelli: il dove e il quando fu scelto, temo--e apparirà tra non molto,--dal governo di Napoli.
E le cagioni dello scendere sull'arena, cercate da uomini che non sanno intendere sacrificio se non comandato in disegni e incitamenti d'associazioni segrete o capi influenti, stavano pei Bandiera, nella condizione morale degl'Italiani, unanimi nell'opinione, lenti a tradurre l'opinione in atti e a far della vita un commento pratico alle credenze. Manca agl'Italiani pur troppo il concetto religioso della nazione e dei doveri del cittadino, quindi l'unità della vita che dev'essere un'armonia progressiva d'idee rappresentate coll'opere, di pensiero espresso in azione. Tra i materialisti, che diseredano l'uomo di ogni alto intento abbandonandolo agli arbitrî del caso o al dominio della forza cieca, e i neo-cattolici (peste nuovissima del paese) che lo chiamano ad adorare un cadavere galvanizzato, gl'Italiani hanno smarrito il pensiero di Dante, il pensiero della grande missione commessa da Dio alla patria loro e con quello la coscienza delle forze che Dio dà sempre eguali alla vocazione. Il loro patriotismo non è il proposito solenne, severo, tenace che rivesta i caratteri d'una fede e proceda in continuo sviluppo, senza foga, ma senza posa, come le stelle nel cielo[90] verso il fine, remoto o prossimo non importa, segnato dalla Provvidenza al paese: non è l'idea dominatrice d'un'intera vita, scintillante di tutta la poesia del sole che sorge negli anni fervidi giovenili, incoronata di tutta la poesia del sole al tramonto negli anni canuti, forte come il diritto, perenne come il dovere, grande come l'avvenire: è patriotismo d'impulsi, febbre di sangue meridionale che tocca subitamente il delirio, poi per poche ore di sonno svanisce, fiamma d'orgoglio generoso nudrito di ricordi e di mal definiti presentimenti; ma quale orgoglio può reggere lungamente davanti alle mille delusioni che s'affacciano inevitabili sulla via d'ogni ardito e vasto disegno? Collocati fra il palco e lo Spielberg da un lato, fra il tradimento e l'indifferenza dall'altro, i giovani, dopo avere lottato con impeto per un tempo più o meno breve, si ritraggono stanchi e rinegano, non le opinioni, ma l'attività pel trionfo delle opinioni. Nè le opinioni avranno trionfo mai, se prima gl'Italiani non imparino ad affratellarsi colla morte del corpo e colla morte, assai più dura, dell'anima come in questo stadio di vita si manifesta: colla morte del corpo, imparando che la vita terrestre non è se non preparazione ad un'altra che ha culla in ciò che noi chiamiamo sepolcro: colla morte dell'anima imparando che glorie, speranze terrene, orgoglio di trionfo immediato e felicità come dicono, son tutte illusioni, fantasmi più o meno dorati, ma pur sempre fantasmi, e che il dovere è l'unica verità dell'umana esistenza e l'incarnazione in atti di ciò che la coscienza e la tradizione dell'umanità tutta quanta c'insegnano, la sola cosa che possa togliere alla vita d'apparire bestemmia e ironia. I Bandiera sentivano che la coscienza e la voce profetica del passato insegnano agli Italiani che la loro patria è chiamata ad essere nazione libera e grande pel progresso dell'umanità; ch'essi pur sapendolo, non s'attentano d'oprare e di morire, occorrendo, per far che sia: e che un de' modi più efficaci a ridurveli è, nelle condizioni attuali d'Italia, l'esempio. Però avean fermo nell'anima, non potendo vincere, di morire.
Pochi giorni dopo esser giunto a Corfù, Attilio mi scriveva (10 maggio) le linee seguenti: «Il 28 del trascorso, dopo un viaggio variato d'avventure e pericoli, giunsi finalmente in Corfù. Da Malta mi s'indirizzò la vostra del 1.º aprile. Vi rendo grazie dell'interesse che prendete per la mia sorte, e il vostro affetto è certamente il più valido sprone per operare il bene. Non temete ch'io dubitar mai possa de' nostri comuni principî. Nessuno più di me è persuaso che a mali estremi convengono estremi rimedî; e tanto più quando per questi militano l'utile, la verità e la giustizia. Ciò che può parere eccessivo ad altri popoli non deve sembrarlo agli Italiani. È da lungo tempo che ho ammesso per insegna nazionale l'aquila legionaria, e per motto di guerra l'antico grido guelfo: Popolo, popolo! Potete dunque credere che con simili credenze non si potrà mai rimaner soddisfatti di tutti quei mezzi termini che, più per tradirci che per placarci, i nostri nemici possono mai concedere. Italia indipendente, libera ed unita, democraticamente costituita in repubblica con Roma per capitale: ecco l'esposizione della mia fede politica nazionale.--Il grido di guerra dei nostri fratelli mi romba continuamente all'orecchio; ed ho già preso tutte le disposizioni per slanciarmi quanto prima a combattere con essi e perire. Occupatissimo di tali preparativi, non ho tempo per entrare con voi su' particolari; ma incarico *** di comunicarveli. Dacchè sono a Corfù, ho maturato due progetti, uno su...... l'altro sulla Calabria; il primo esige più tempo e danaro, mentre il secondo sarebbe più sollecito e meno dispendioso. La forza delle circostanze mi determinò pel secondo. Onde eseguirlo, mio fratello ed io stiamo vendendo a rovina tutto quel poco che abbiamo potuto portare con noi, ma non ne ricaveremo nemmeno mille cinquecento franchi, e ce ne occorrono almeno quattro mila. In tali ristrettezze, io mi credo obbligato a giovarmi dell'offerta che in altro tempo mi faceste di tre mila franchi, e scrivo a Nicola perchè mi spedisca colla prima occasione danaro. Perdonatemi questa libertà, ma non il mio, l'interesse bensì della causa comune lo esige, e mi conforta la fiducia che voi non vorrete ritrarvi dal cooperare a qualunque patrio ed utile tentativo. Addio dunque, e se fosse per sempre, per sempre addio.»
E in calce a questa lettera Emilio scriveva con anima piena degli affetti supremi: «Mio fratello--Una riga anche da me, poichè saran queste forse le ultime che da noi due ricevete. Il cielo vi benedica per tutto quel gran bene che alla patria avete fatto. Alla vigilia dei rischi io proclamo altamente che ogni Italiano vi deve gratitudine e venerazione. I nostri principî sono i vostri e ne vado fiero, ed in patria con l'arme in mano griderò quello che voi da tanto tempo gridate. Addio, addio; poveri di tutto eleggiamo voi nostro esecutore testamentario per non perire nella memoria dei nostri concittadini.--EMILIO.»
Allora tra i due fratelli da un lato, me e l'amico mio di Malta dall'altro, cominciò una lotta pur troppo ineguale; noi a tentar di smoverli dal disegno d'agir soli e immediatamente, essi ad aprirsi comunque una via. I tremila franchi da me profferti per altro quando i Bandiera erano ancora in Italia, furono dall'amico, che n'era depositario, negati; e il tentativo ch'essi intendevano di compiere prima che il maggio spirasse, si rimase per allora sventato. Il 21 maggio, Attilio riscriveva sconfortatissimo: «Al 10 del corrente io vi scriveva credendo di presto dover partire per l'Italia; ma la mia supposizione riescì fallace; mi conforta però almeno la riflessione che di questo risultato la mia volontà è affatto innocente. Con modica spesa noi avevamo noleggiato una barca: un nativo della provincia dove intendevamo sbarcare ci avrebbe servito di guida tanto più sicura che egli guerreggiò lungo tempo colà contro la gendarmeria: saremmo scesi in vicinanza d'un bosco che continua sino alle montagne dove stanno gl'insorti. Avremmo potuto sommare a più di trenta; ma non avevamo scelto che una ventina incirca di risoluti e bene armati; il numero era sufficiente per respingere qualche picchetto che forse avremmo incontrato per via, e conveniente per poterci con facilità muovere, nasconderci, e sussistere. A quest'ora, vivo o morto, sarei in Italia. Tutte queste disposizioni vennero rese nulle dalle lettere di Nicola. Io gli aveva domandato i tremila franchi pei quali m'avevate un tempo accordato autorizzazione; ma egli ricusò spedirli e insinuò anzi agli amici di non secondarci in questa impresa ch'egli chiama pazza e dannosa. Questo suo giudizio non m'avrebbe smosso dal mio progetto, perchè dieci valevano come venti e di dieci io avrei sempre potuto disporre: gl'insorti non domandano già uomini, ma rappresentanza attiva della connivenza degli altri Italiani al loro movimento. La mancanza bensì di danaro ci ha messi nell'assoluta impossibilità d'operare, perchè noi non potevamo ragionevolmente sbarcare se non muniti di qualche somma tanto per poter sussistere senza violenze, quanto per ricompensare gli emissarî e le guide e provvedere a tutti siffatti bisogni di guerra. Mio fratello ed io abbiamo intanto venduto tutto per far danaro e lo scarso risultato di questa nostra estrema risoluzione fu tutto impiegato nel compenso di noleggio alla barca che dovemmo licenziare e nel provvederci d'armi e di munizioni. Come vivremo d'ora innanzi, nol so, perchè la nostra famiglia corrucciata non vuole spedirci un soldo, e qui poi più forse che altrove è difficile trovare impiego. Non dovete credere per altro che la miseria ci abbia menomamente cangiati; ci accora solamente il pensiero che noi perdiamo nel merito del sacrifizio, non potendo omai dar più alla causa dell'umanità e della patria se non un'esistenza travagliata e infelice, mentre potevamo un giorno sagrificarle una vita avventurosa ed agiata....... Intanto cominciano i supplizî in Bologna! Non sarebbero dunque davanti all'Eterna Giustizia i delitti dei nostri padri ancora scontati? Checchè ne sia, aspiriamo almeno a legare alla generazione ventura l'esempio di un'inconcussa perseveranza.--Fidando sempre sulla nota lealtà delle poste inglesi, potete indirizzar qui al mio nome le vostre lettere. Addio.--ATTILIO.»
Alla nobile fiducia d'Attilio nella nota lealtà delle poste inglesi, il governo inglese rispondeva dissuggellando sistematicamente per sette mesi, con arti infami e contraffazioni degne della più abbietta poliziuccia italiana, la mia corrispondenza, e comunicandone quanto importava al gabinetto napoletano e all'austriaco: atto nefando che commosse di sdegno unanime la nazione e ch'io resi pubblico perchè s'aggiungesse una prova alle tante della immoralità di tutti i governi attuali d'Europa fondati sopra una menzogna, se di diritto divino o di patto monarchico-costituzionale poco rileva. Ma quanto ai progetti dei due fratelli, l'impotenza li ritardava senza distruggerli; e riardevano al menomo romore che venisse d'Italia. La corrispondenza, che ho tutta sott'occhio, corsa a quel tempo e intorno a quel primo disegno, tra l'amico mio di Malta e i due martiri, prova che tutte l'arti della persuasione furono tentate a salvarli, e che tutte andavano a rompersi, contro la determinazione irrevocabile che li consacrava alla morte. E di questa corrispondenza, per più ampia confutazione delle calunnie avventate all'amico, io inserirò due frammenti, il primo spettante a Nicola Fabrizi, il secondo a Emilio Bandiera.
«Considero--diceva, in data del 15 maggio, il primo ai due fratelli--considero il mio sangue e quello de' miei amici una moneta da spendere per l'onore e per lo scopo. Ed è perciò che non esito a dirvi, che il vostro, nel modo in cui volete esibirlo, frutto di generosa impazienza, non ha per risultato possibile nè l'uno nè l'altro; bensì apparirà in un senso di frenetica esigenza di soddisfazione vostra tutta personale la noncuranza dello scopo che unicamente comprometterete, e degli uomini che s'abbandonano alla vostra fede e che voi inesorabilmente sacrificherete. Quindici o venti uomini sono peggio che un solo, e assai peggio dove tutto essi debbon crearsi cominciando dalle prime relazioni. Un uomo trova simpatia e ascolto per potere essere individualmente assistito da chi l'intenda. Venti, sono prima schiacciati che ascoltati. Un equivoco, un mal volere, un tocco di campana li annienta. Le cose in Calabria sono o disperse o paralizzate. A noi però................. E questo è il caso unico per cui può essere importantissimo un atto, ancorchè limitato di mezzi, a ridare andamento sotto una nuova impressione alle cose sopite sul punto che dite o su d'altro, ma il numero a tale effetto non può in tal caso neppure restringersi oltre il completo delle nostre precedenti intelligenze.--La delusione inaspettata che mi portò la tua lettera, rovesciando a un tratto ogni nostro accordo, mi ha ben fortemente sorpreso; nè io credeva più possibile tra voi il ritorno alla stessa natura d'illusioni che hanno già fatalmente influito sulla divergenza di mezzi che non dimandavano se non un po' di calma per essere calcolati e attivati a tempo e con efficacia. Non credeva possibile che l'incontro d'un individuo, l'accidente d'una barca, e il discorso d'un capitano senza garanzia alcuna, senza mandato, potessero bastare a porvi totalmente sul nuovo, cangiando ogni fiducia di persone e di relazioni.......--Se voi mi aveste avvertito che persona d'onore a voi nota nell'interno, sicura per tranquillità di spirito e per aderenze, offriva anche solamente di farci arrivare in quattro, in tre e meno ancora fra gente in arme e decisa a seguirci, io sarei venuto con mezzi e ogni cosa immediatamente, poichè sono codeste le offerte sulle quali posano le trattative del giorno, e quelle uniche per cui e dalla coscienza e dal mandato dell'altrui fiducia io sia autorizzato. Io verrei oggi, se la brevità del tempo non mi trattenesse, nella fiducia che uomini d'onore e di coscienza quali voi siete e di senno non esitereste a ricredervi d'una risoluzione promossa da calcoli su fatti erronei--e verrei per oppormi personalmente, dirigendomi a tutti e singoli che parteggiano con voi su tale argomento. Non solo non approvo, nè intendo cooperare, ma intendo aver solennemente dichiarato il mio più aperto disparere dal fatto della natura che esprimete, come da fatto incapace d'alcun risultato, se non la rivelazione intempestiva delle nostre intenzioni, il sacrificio dei migliori, la dispersione irreparabile del tanto che poteva eseguirsi con elementi conservati intatti fin oggi, e l'assoluta esclusione d'ogni fiducia interna ad ogni nostra proposta smentita sì compiutamente da uomini di concetto quali voi siete in un simulacro di fatto che solo può dar prova d'una irragionevole disperazione.......................--»
«Terrò la tua lettera--rispondeva Emilio quattro giorni dopo--a documento della buona volontà che mi avrebbe condotto nel luogo dell'azione, dove poco ragionevoli pretesti non mi avessero chiusa la strada che il dovere mi additava unica a percorrere....... Convinti che il punto più strategico ad incominciare la guerra è appunto l'estremità della penisola; che là per energia di popolazione, per le montagne alte, per le foreste fitte, e per esempî in altra epoca offerti, si devono rivolgere tutti i nostri sforzi, credemmo che ogni pericolo fosse giustamente affrontato a suscitare una insurrezione che avrebbe potuto estendersi in Sicilia e negli Abruzzi prima che l'Austriaco avesse tempo di precipitarvisi addosso. L'anno scorso si esposero uomini che valevano meglio di noi per favorire nel centro una sommossa che per quanto bene fosse riescita sarebbe stata in tre giorni schiacciata dagli Austriaci, e quest'anno non si vuole far niente pei Calabresi che insorsero se non altro più apertamente dei Romagnoli, cioè colla nostra bandiera e il nostro programma. In verità la cosa è assai strana. Se la tua lettera giungeva favorevole, questa sera noi saremmo partiti; così, restiamo invece colla convinzione che non riesciremo in cosa alcuna.......... Le tue speranze sono nel Centro: Dio mio! e il più debole, il più spregevole de' nostri tiranni fa giustiziare in Bologna sei patrioti, e il popolo, se non applaude, tace almeno, soffre, e piuttosto che recidere la mano omicida, la bacia e la rispetta. Questo fatto m'ha interamente palesato a qual punto siamo. Io non voglio disperare della salvezza della mia patria, perchè il disperarne sarebbe delitto, ma temo assai che guerrieri della sua redenzione saranno i nostri figli se non i nostri nepoti.
«.............Quando tu dici che eseguendo il mio progetto avremmo perduto la vita, te lo posso credere, ma quando aggiungi che avremmo perduto l'onore, mi ribello. Se fossimo stati presi, si sarebbe detto che gli esuli fedeli alla loro missione, attraverso pericoli e stenti, si trasportano sempre colà dove i loro compatrioti alzano un grido di libertà e sollevano una bandiera italiana. Fino adesso i governi dicono a coloro che si mostrano insofferenti:--«State tranquilli; non fidate nelle istigazioni della propaganda che vi eccita alla rivoluzione e vi lascia quindi soli alle prese con essa.--» E in Italia si comincia a credere che quei di fuori, impazienti di trionfare, fanno vedere ogni cosa in color di rosa e sperano che un caso trarrà d'una debole scintilla un generale divamparsi e però stanno pronti a profittar del buon esito senza durare la prima incertezza. E noi recentemente proscritti fummo testimonî di quanto siate voi (ingiustamente lo accordo) calunniati per non esservi fatti ammazzare cercando mettervi alla testa dei primi moti, procurando di dare ad essi forze colla vostra presenza e colla vostra esperienza. E però, volendo rispondere per tutti, oggi che la sciagura ci ha confusi con voi, volevamo far vedere ai milioni che se ne stanno incerti, che ovunque sorga un commovimento, gli esuli corrono a parteciparne la gloria e i pericoli senza aspettare che riusciti vittoriosi quei moti siano tali da non aver più bisogno della loro influenza.
«...........Spero che questa mia lettera non ti offenderà. Per quanto contrario tu sia a quello che io faccia o mediti, io nondimeno ti stimo uno dei patrioti più benemeriti, e t'amo come un compagno, come un fratello.....»
Nel frattempo di questa corrispondenza partiva da Londra per Malta e Corfù un altro dei martiri di Cosenza, Nicola Ricciotti, amico mio fin dal 1831.
Ricciotti era nato col secolo in Frosinone, terra degli Stati Papali. A diciotto anni l'idea nazionale s'impossessò di lui, ed egli giurò che avrebbe speso la vita in promoverne lo sviluppo e il trionfo. Di giuramenti siffatti, io ne ho uditi tanti, negli ultimi quindici anni, pronunziati da uomini ben altramente potenti d'intelletto, e poi, dopo due o tre anni di tiepidi sforzi, traditi, che le parole stesse mi suonano oggi tristissime come contenessero una profezia inesorabile di delusione. Ma egli attenne il suo giuramento: disse e fece. Nelle facoltà limitate d'una natura semplice, onesta, diritta, fermissima, come è descritta in parecchi degli uomini di Plutarco, trovò la forza che le vaste facoltà intellettuali dovrebbero dare, e pur troppo, quando sono scompagnate da una credenza, non danno: avea l'ingegno del cuore. Da quando ei giurò fino al giorno della sua morte, la sua vita non fu che una serie di patimenti. E nondimeno, ei portava sul volto, quand'io lo rividi in Londra nel 1844, lo stesso sorriso di pace con se stesso e cogli altri che i più vecchi amici avean notato nella prima sua giovinezza: la virtù, che in altri ha sembianza di lotta, in lui s'era fatta natura; nè alcuno avrebbe mai potuto indovinar da' suoi modi ch'egli avea per ventiquattro anni patito e s'apprestava, lasciando Londra, a correre i rischi supremi. Nel 1821, affrettatosi a Napoli, fece parte, in qualità di tenente, d'un battaglione attivo delle milizie del regno, e v'ottenne testimonianze onorevoli di coraggio e di zelo. Tornato in paese, fu imprigionato e consumò i nove più belli anni della sua gioventù nel forte di Civita Castellana. Liberato dai terrori del Papa nel 1831, avresti detto ch'egli avesse sofferto, non nove anni, ma nove giorni di carcere, tanto era lo stesso di prima: sereno nell'anima e nell'aspetto, caldo d'affetti patrî e voglioso di ritentare; e noi c'incontrammo quell'anno in Corsica in cerca ambedue d'una via per la quale si potesse raggiungere gl'insorti dell'Italia Centrale. Caduto, per colpa di chi fu messo a dirigerlo, quel tentativo, quando, perchè gl'Italiani arrossissero d'aver sperato negli ajuti di Francia, Casimiro Perier mandò i soldati francesi a far da birri del Papa, Ricciotti si cacciò in Ancona, dove creato comandante della così detta Colonna mobile di volontari protesse la città da crisi di sangue e ordinò i giovani a una serie di manifestazioni pacifiche nazionali, tanto che il mondo sapesse che cosa volevano: poi, ottenuto compenso d'accuse infami dalla immoralità sistematica de' nostri nemici, e di più infame silenzio dal generale francese, che pur s'era valso sovente dell'opera sua ad acquetare gli spiriti bollenti de' giovani anconitani, tornò in Francia quando l'occupazione cessò, e si ricongiunse a' suoi fratelli d'esiglio, finchè nel 1833, mentre la gioventù italiana pareva apprestarsi all'azione, ei mi ricomparve davanti, chiedendo d'andare in Italia per trovarsi ai primi pericoli; e v'andò. Tornatone anche quella volta salvo per mezzo a pericoli assai più gravi che non quei dell'azione, errò, povero e angariato dalle autorità francesi che facevano a quel tempo quanto umanamente potevasi per istancare la pazienza e la virtù de' proscritti, di deposito in deposito, senza lasciarsi avvilire dalle persecuzioncelle dei prefettucci di polizia, senza lasciarsi contaminare dall'arti sozze e dalle sozze querele della compagnia malvagia e scempia che purtroppo grava in ogni tempo le spalle agli esuli buoni. Finalmente, nel 1835, non vedendo probabilità di salute vicina, ei decise giovarsi del tempo per impratichirsi più sempre nelle discipline della milizia, e scrisse annunciando la sua determinazione ai figli--perch'ei s'era ammogliato giovanissimo ed era padre--le linee seguenti, fra le pochissime che a me rimangon di lui: «Eccomi giunto ad uno dei momenti più tristi della mia vita e forse al più decisivo per me. Un cumulo di ragioni mi costringono ad abbandonare la Francia, ad allontanarmi più ancora da voi. Mille privazioni m'attendono, infiniti pericoli circondano il sentiero che devo scorrere, la morte stessa è forse là per colpirmi. L'amore ch'io m'ebbi per voi, e che per lontananza non s'è giammai diminuito, il dovere di padre e di buon cittadino non mi permettono di dare esecuzione al mio divisamento senza ricordarmi di voi e senza darvi alcuni precetti ch'io spero vorrete adempiere. Se mi è riserbata una sorte crudele, se dovessi mai esser rapito al vostro affetto, conservate memoria di me, la mia sventura non vi sgomenti, e sia questo mio scritto un documento della mia tenerezza per voi. Onorate, voi lo sapete, furono le cagioni che togliendomi alla patria, mi condannarono a languire sulla terra straniera. La condizione d'Italia è così crudele, così basso è ora caduta questa terra un dì sì gloriosa, che qualunque tra i suoi figli ha sensi d'onore, qualunque sente nel suo cuore l'offesa che i despoti fanno alla dignità nazionale italiana, qualunque ama la libertà e la virtù, è condannato a trascinare nell'esiglio i suoi giorni se ha ventura di sottrarsi alla prigione o alla morte. Noi siamo martiri della causa d'Italia, ma il nostro patire prepara alla patria giorni di libertà e di trionfo. Chi ingiustamente ora ci opprime sarà alla sua volta oppresso, e gli Italiani vincitori sapranno usare con magnanimità della riportata vittoria. Intanto, io parto per la Spagna; combatterò anche una volta per la causa della libertà, e se il destino mi è propizio, metterò a profitto d'Italia le cognizioni che avrò acquistate. Voi, miei figli, dirizzate sulle mie tracce i vostri passi; fate ch'io abbia almeno il conforto di sapere che lascio in voi degli imitatori, e che l'Italia potrà calcolare su voi come su di me.»--Questa lettera non fu mai, ch'io mi sappia, ricapitata; ma in novembre egli partì per la Spagna, dove, raccomandato dal maresciallo Maison, ministro della guerra in Francia, e dal generale d'Harispe, ottenne d'entrare col grado di tenente in un battaglione dei tiratori di Navarra. Dai documenti officiali ch'egli, partendo, lasciò in mie mani, io potrei desumere la lista dei molti fatti d'armi contro i guerilleros carlisti nei quali ei meritò da' suoi capi menzione onorevole; ma nol farò, e basterà il dire ch'egli nel giugno 1837 fu inalzato al grado di capitano, ottenne, nell'aprile 1841, per le vittorie riportate l'anno innanzi contro il ribelle Balmaseda, la croce di San Fernando, e fu promosso, il 30 giugno 1843, al grado di comandante di fanteria. E non molto dopo, quando udì ravvivarsi le speranze italiane, lasciò la Spagna, e venne al solito ad offrirsi volontario per la causa della nazione. Il primo tentativo per penetrare in Italia gli andò fallito: imprigionato, per opera d'un denunziatore, dal governo francese in Marsiglia, tornò, appena fu lasciato libero, in Inghilterra, di dove, ajutato, poich'ei lo voleva, di mezzi, ripartì lietamente per Malta e Corfù, con animo di ripatriare. Il luogo d'Italia dov'egli, per propria scelta, per invito d'altri, e per ingiunzione strettissima degli amici che gli spianavan la via, dovea cercar d'introdursi, non apparteneva ai dominî del governo napoletano. Era Ancona.
Giunto sui primi di giugno in Corfù, Ricciotti si affratellò coi Bandiera. La loro mente ondeggiava allora tra il fare e il non fare, tra il mantenersi a Corfù finchè tutte speranze d'azione non fossero dileguate e il ridursi immediatamente, poverissimi com'erano, in Algeri dove speravano trovare impiego. L'idea d'uno sbarco in Calabria era a ogni modo abbandonata, e le ragioni addotte dall'amico li avevano persuasi a promettere ch'essi non agirebbero mai senza il nostro consenso, e s'uniformerebbero alle condizioni d'un disegno più vasto dipendente dalle mosse dell'interno d'Italia. Le rivelazioni di Ricciotti intorno all'intento prefisso al suo viaggio e al punto dov'egli intendeva recarsi, ridestarono in essi il desiderio d'un'azione immediata ma il vecchio progetto s'era di tanto rimosso dall'animo loro, ch'essi non pensavano se non ad accompagnarsi all'amico. «Ho abbracciato Ricciotti--mi scriveva, il 6 giugno, Attilio--e si farà il possibile per ispingerlo al suo destino. Il *** mostrasi renitente perchè il viaggio per *** è lungo; nondimeno non dispero di persuaderlo. Ma Ricciotti andrà solo? Perchè i venti risoluti di qui non si moverebbero? ed io con essi? Ho stabilito di farlo, perchè qualunque sia l'evento, meglio è ch'egli vada accompagnato che non solo. Lascieremmo a *** le nostre comunicazioni per quello che concerne il regno.» Un giorno dopo scriveva Emilio: «Vi ringrazio delle parole amorevoli recatemi da Ricciotti. L'amicizia che mi accordate v'è da me professata da assai lunghi anni, da quell'epoca in che sorta la Giovine Italia io me ne procurava gli scritti per ripeterli nel collegio a' miei compagni, e non potendo meglio, per aizzarli all'odio e alle zuffe contro i figli degli oppressori. Qualunque sia la mia sorte, mi mostrerò costante; all'Italia dedicherò sempre mente, onore e braccio; a voi e ai pochi altri che la rendono rispettabile anche prostrata, affezione di fratello. Con Ricciotti stiamo risolvendo la questione dell'intricato problema. Ad ogni modo spero d'esser presto in azione con lui. Lascieremo a ***, che accorrerà al ritorno del messo, le pratiche colla Calabria. Addio, e serbatemi sempre il patto fraterno che avete stretto con Emilio.»--E un altro giorno dopo, li 8, poche righe di Ricciotti dicevano: «In questo momento non v'è occasione alcuna di partenza per dove sapete, ma spero si presenterà presto, e meco verrà, uno dei fratelli Bandiera, e forse ambidue con altri venti uomini.»
Ho insistito su questo punto, perchè mi pare elemento essenziale di giudizio, a qualunque voglia esplorare le cagioni probabili della subita mossa, la certezza che non era, tre giorni prima, premeditata.
Nella notte dal 12 al 13, tre giorni dopo scritte quell'ultime righe, i fratelli Bandiera partivano, con Ricciotti e gli altri, per la Calabria; ed ecco l'ultima loro lettera a me:
«Corfù, 11 giugno 1844.
«Carissimo amico,
«Si fece il possibile per poter inviare al suo destino Ricciotti; non si potè riuscire poichè da qui, per là dov'era destinato, barche non partono, e in ogni modo non si sarebbero incaricate del trasporto. Le notizie di Calabria e di Puglia giungevano favorevoli; dimostravano però sempre mancanza d'energia e di confidenza nei capi. Convenimmo correr la sorte.--Fra poche ore partiamo per la Calabria.
«Se giungeremo a salvamento, faremo il meglio che per noi si potrà, militarmente e politicamente.
«Ci seguono diciasette altri Italiani, la maggior parte emigrati: abbiamo una guida calabrese.--Ricordatevi di noi, e credete che se potremo metter piede in Italia, di tutto cuore ed intima convinzione saremo fermi nel sostenere quei principî che, riconosciuti soli atti a trasformare in gloriosa libertà la vergognosa schiavitù della patria, abbiamo assieme inculcato.
«Se soccombiamo, dite ai nostri concittadini che imitino l'esempio, poichè la vita ci venne data per utilmente e nobilmente impiegarla, e la causa per la quale avremo combattuto e saremo morti è la più pura, la più santa che mai abbia scaldato i petti degli uomini: essa e quella della LIBERTÀ, dell'EGUAGLIANZA, dell'UMANITÀ, dell'Indipendenza e dell'Unità italiana.
«Quelli che ci seguono sono i seguenti:
«DOMENICO MORO, di Venezia, ex-ufficiale della marina austriaca. «NARDI, della Lunigiana, esule del 1831. «Boccheciampi, di Corsica[91]. «MAZZOLI, di Bologna. «MILLER, di Forlì, esule del 1832. «ROCCA, di Lugo. «VENERUCCI, di Forlì. «LUPATELLI, di Perugia, carcerato per gli affari del 1831 fino al 1837, poi esiliato. «OSMANI, di Ancona. «MANESSI, di Venezia. «PIAZZOLI, di Lugo, esule nel 1832. «NATALI, di Forlì. «BERTI, di Ravenna. «PACCHIONI, di Bologna. «NAPOLEONI, di Corsica. «MARIANI, di Milano, ex-cannoniere a servizio dell'Austria. «Il Calabrese, di cui vi sarà riferito il nome da ***.
«Le notizie avute d'Italia furono le seguenti:
«I Calabresi si mantenevano armati e numerosi. Molta truppa occupava i declivi delle montagne e le città. Agli inviti d'impunità rispondevano: Non aver più che fare col re di Napoli. Difettavano di munizioni. Da Bitonto in Puglia una grossa banda sortì, e sotto gli ordini di ***, occupò la foresta di Gioja. Un Calabrese fu arrestato a Bitonto; egli confessò essere per le montagne disceso dal suo paese, dove aveva preso l'armi, su Bitonto, apportatore d'un invito a ***.
«Le provincie di Lecce, Bari, Foggia, e Avellino sono agitatissime; l'ultima massimamente.
«Abbiamo con noi quanta più munizione ci abbiamo potuto procurare.
«Abbiamo incaricato *** di tenervi informato delle nostre operazioni. Fate voi altrettanto con lui, poichè lo lasciamo in caso di potere probabilmente comunicare con noi.
«Furono prese tutte le misure: fu calcolato il numero degli individui; a tutto fu disposto. Se non riesciremo, sarà colpa del destino, non nostra.
«Addio.
«NICOLA RICCIOTTI.
«EMILIO BANDIERA.»
«Addio: il tempo mi manca. Porto meco gli articoli principali d'una nuova costituzione politica all'Italia, cioè quello dell'organizzazione comunale, della guardia nazionale, e delle elezioni. La prima di queste è necessario che sia dovunque uniforme per far dimenticare tante funeste e sanguinose antecedenze. Per individualità nazionale ho scelto il circondario e non il comune, perchè questo è di sua natura ineguale, l'altro formato, senza riguardo al territorio, di diecimila cittadini attivi. Da ventun'anni in poi s'è cittadini, ecc., ecc. Il giurì è applicato al criminale soltanto, perchè per adesso la nostra nazione non è ancora abbastanza matura per questa ottima istituzione. Insomma, conviene far tavola rasa, ma coll'obbligo di subitamente o bene o male riedificare, onde non cadere nell'anarchia che porta sempre seco la morte. Se mai la sorte vuole arridere finalmente alla nostra causa, accorrete; venite fra chi da tanti anni vi stima ed ama, tra chi voi più d'ogni altro poteste risvegliare dal sonno che, per esser profondo i malvagi dicevano essere di tomba. Venite, e ricordatevi degli Ebrei reduci dalla schiavitù che ricostruivano il sacro lor tempio sempre colla spada brandita. Abbiatemi presente, e credetemi sempre vostro amico.
«ATTILIO BANDIERA.»
Come mai, a fronte dei nuovi progetti, delle promesse fatte all'amico e del mandato positivo, esplicito, dato a Ricciotti, poche e incerte voci di circostanze propizie in Calabria indussero i due fratelli e gli amici loro alla subita determinazione?
Io non presento accuse formali, perchè non ho prove dirette, e l'impudenza delle asserzioni deliberate quando non s'hanno che indizî mi par arte da lasciarsi ai nemici, immorali per vocazione ed oggi per necessità di difesa, dacchè, se combattessero ad armi eguali e da generosi, cadrebbero, e lo sanno. Ma accennerò alcuni fatti su' quali ogni uomo potrà fondare spassionatamente il proprio giudizio.
Per gli indizî desunti da lettere mie e d'altri violate per uffizio di spionaggio dal gabinetto inglese, e per le imprudenze commesse da quei che più ciarlano e meno fanno, il governo napoletano e l'austriaco sapevano che gli esuli italiani si preparavano ad accorrere, con mezzi abbastanza forti ed animo assai più forte, dovunque sorgesse una bandiera italiana; ignoravano, come appare dalle mille e una sciocchezze pubblicate ne' loro giornali, i modi e i disegni. Pareva, in siffatta incertezza, savio partito lo smembrarne le forze anzi tratto, e seducendo alcuni de' migliori a una impresa disperata, perchè calcolata dal nemico, spegner quei pochi, sfiduciar tutti gli altri, far credere agli esuli che non v'era da sperare in moti di popolazioni italiane, e a quei dell'interno che a un drappello di venti si riducevano tutti gli ajuti che dar potevano gli esuli alla causa italiana: poi prepararsi via di logorare colla calunnia l'influenza esercitata da alcuni individui, imposturandoli ordinatori del tentativo. I Bandiera, ardentissimi e improvvidi, erano tali da dar nel laccio. Importava spegnerli, perchè già abbastanza pericolosi per le facoltà dell'animo e dell'ingegno, lo erano poi oltremodo per le aderenze nella marina dell'Austria e pel nome: importava che non pellegrinassero tra le nazioni, simbolo vivo dell'estensione conquistata oggimai dall'opinione nazionale italiana: importava che a quanti nelle file dell'esercito austriaco avessero in animo di seguir l'esempio, un fatto solenne intimasse: morrete. Il nome dei Bandiera influente nel Lombardo-Veneto, e quello di Ricciotti potente assai nelle Marche, erano pressochè ignoti tra le popolazioni delle Calabrie. E quanto a tender l'insidia, il fermento lasciato negli spiriti dal tentativo di Cosenza, i decreti regi che sottomettevano ai rigori di leggi repressive straordinarie le due provincie, e la fuga nelle foreste di molti pericolanti, dovevano dar sembianza di vero a quante voci d'insurrezioni iniziate o imminenti avrebbero suonato all'orecchio degli esuli di Corfù.
Per tutto il mese di maggio e sul cominciare del giugno siffatte voci abbondarono stranamente moltiplicate a Corfù: recatevi da capitani ignoti di barche mercantili provenienti da Cotrone, da Rossano, da Taranto, da più altri punti. Dicevano le montagne di Cosenza, Scigliano e San Giovanni in Fiore, popolate, gremite d'insorti armati, nudriti con viveri mandati dalle città, determinati ad agire e solamente incerti del come. Dicevano gl'insorti mancanti unicamente di capi eguali all'impresa, desiderosi d'alcuni uomini militari scelti fra gli esuli influenti a rappresentare in Calabria l'unità del Pensiero Italiano anzi queruli dell'indugio e di ciò che pareva ad essi diffidenza o tiepidezza negli esuli. Aggiungevano le spiagge non essere custodite più severamente del solito e facilissimo il passaggio da quelle ai luoghi dove si tenevan gl'insorti. Un capitano austriaco proveniente da Rossano affermava che in un bosco distante mezz'ora dalla città stava una buona mano d'insorti che assalivano quasi ogni notte la gendarmeria. Un altro, credo certo Cavalieri, satellite austriaco, dava avviso che due e più centinaja di sbandati s'erano affacciati a Cotrone e n'erano stati respinti, ma non distrutti, e mentre depredavano nei dintorni qualche podere di ricchi, spargevano oro fra' contadini. Altre consimili nuove stanno registrate nell'ultima lettera dei Bandiera. Le più erano assolutamente false: l'altre esageratissime.
Gli esuli e segnatamente i fratelli Bandiera erano in Corfù noti, vegliati, ricinti di spie. Del loro antico disegno era corso romore fino all'orecchio dei consoli che ivi rappresentano i tirannucci d'Italia. La loro partenza ebbe luogo senza che vi fosse frapposto il menomo ostacolo; nè ostacolo alcuno da legni in crociera o da altro ebbe il loro sbarco in Calabria. Il console napoletano in Corfù, stando a' meriti noti, avrebbe dovuto ricevere accuse e rimproveri di noncuranza dal suo governo. E nondimeno, con disposizione del 18 luglio, Ferdinando II volendo ricompensarne la condotta e lo zelo spiegato in quella circostanza, conferì la croce di cavaliere dell'ordine regio di Francesco I a Gregorio Balsamo, console del re in Corfù.
Finalmente--e questo a molti parrà indizio equivalente a una prova diretta--un dei ventuno, tristissimo a dirsi, tradiva[92]: il Boccheciampi. Fomentatore arditissimo dell'impresa, partiva da Corfù recando seco alcuni documenti che rivendicavano dal governo di Napoli certi diritti concessi ad un suo zio per servigi prestati appunto nelle Calabrie a' tempi dell'invasione francese. Toccato appena, e senza pericoli sovrastanti, il suolo italiano, spariva nell'ombre della notte, andava a Cotrone a dar nuova degl'ultimi concerti presi e della via tenuta dagli esuli. I nostri non lo rividero se non davanti alla commissione militare in Cosenza, accusato di scienza e di non rivelazione di complotto, libero quindi d'ogni rischio di vita.
Or giudichi ognuno se il quando e il dove dell'impresa fossero scelti dal governo di Napoli o dai nostri fratelli.
Partirono, poichè alcuni incidenti ritardarono di ventiquattr'ore l'esecuzione del loro progetto, nella notte dal 12 al 13: sbarcarono dopo quattro giorni di viaggio, la sera del 16, agli sbocchi del fiume Neto, e s'inselvarono. Era loro intento apparire improvvisi, fuggendo ogni scontro, davanti a Cosenza e tentare, per cominciamento all'impresa, la liberazione dei prigionieri politici che v'erano numerosi. Ma dopo tre giorni di viaggio attraverso foreste, affacciatisi a un burrone presso San Giovanni in Fiore, dove gli esperti de' luoghi affermavano non essere via di salute possibile se non la vittoria, si trovarono aspettati, circondati, assaliti da forze regie, composte di cacciatori del secondo battaglione, di gendarmi e di urbani, numericamente tali da rendere inutile ogni combattere. Combattevano nondimeno, e con qual vigore lo dica il decreto del 18 luglio, col quale Ferdinando II assegna ricompense di croci, medaglie, promozioni e danaro a più di centosettanta individui presenti al conflitto: decreto che sarebbe ridicolo se non fosse machiavellicamente architettato a vincolare, infamandoli, uomini incerti e a ingannare le popolazioni lontane, ma che lascia a ogni modo intravvedere quante centinaja di soldati fossero stimate necessarie dal governo napoletano a vincere i ventun uomini della libertà. Spento Miller[93], caduto per gravi ferite Domenico Moro, la guida calabrese e due altri riuscirono a rinselvarsi; i rimanenti, afferrati, furono trascinati al martirio in Cosenza.
Del loro contegno nel tempo decorso tra il conflitto di San Giovanni in Fiore e la morte, io non so cosa alcuna; nè del processo o della condotta dei giudici. Alcuni tra gli amici dei Bandiera s'illudevano in quei giorni a sperare che l'arciduca Federico, fratello della regina di Napoli, s'indurrebbe, allievo com'era stato, del contr'ammiraglio, e condiscepolo e commilitone d'Emilio, a intercedere spontaneo per essi: poco esperti conoscitori dei principi e della fredda, infernale, immutabile politica austriaca.
Il 25 luglio, alle cinque del mattino, ATTILIO ed EMILIO BANDIERA[94], NICOLA RICCIOTTI, DOMENICO MORO, ANACARSI NARDI[95], GIOVANNI VENERUCCI, GIACOMO ROCCA[96], FRANCESCO BERTI[97], DOMENICO LUPATELLI, morirono di fucilazione. I loro compagni all'impresa gemono, e gemeranno Dio sa per quanto, a vergogna degli Italiani, in catene.
Gli ultimi momenti dei nove martiri furono degni della loro vita e della Fede Italiana ch'essi col sangue santificarono. Estraggo quanto segue da una lettera di Calabria, contenente il ragguaglio d'un testimonio oculare:
«La mattina del giorno fatale furono trovati dormendo. S'abbigliarono con somma cura, e per quanto potevano con eleganza, come se s'apparecchiassero a un atto solenne religioso. Un prete venne per confessarli; ma essi lo respinsero dolcemente[98] dicendogli: ch'essi, avendo praticata la legge del Vangelo e cercato di propagarla anche a prezzo del loro sangue fra i redenti da Cristo, speravano d'esser raccomandati a Dio meglio dalle proprie opere che dalle sue parole, e lo esortavano a serbarle per predicare ai loro oppressi fratelli in Gesù la religione della Libertà e dell'Eguaglianza. S'avviarono col volto sereno e ragionando tra loro al luogo dell'esecuzione. Giunti, e apprestate l'armi dei soldati, pregarono che si risparmiasse la testa, fatta a imagine di Dio. Guardarono ai pochi muti, ma commossi circostanti gridarono: VIVA L'ITALIA! e caddero morti.»
* * * * *
VIVA L'ITALIA!--Sarà quel grido, o giovani, un'amara ironia, o lo raccoglierete voi, santo com'è dell'ultimo sacrificio dei migliori tra noi, per incarnarlo nelle vostre vite? In nome dei martiri che morirono per redimervi non foss'altro dalla taccia di codardia che tutta Europa vi dà: in nome della vostra Patria, io vi chiedo: proferirete quel grido a fronte delle persecuzioni, tra le delusioni dell'anima, in faccia al patibolo, o perduti nelle stolide o viziose abitudini del servaggio, direte, iloti avvinazzati d'Europa: muoja l'Italia! muoja l'onore! perisca la memoria dei martiri! viva il cappello gesuitico! viva il bastone tedesco!
Molti fra voi vi diranno, lamentando ipocritamente il fato dei Bandiera o dei loro compagni alla bella morte, che il martirio è sterile, anzi dannoso, che la morte dei buoni senza frutto di vittoria immediata incuora i tristi e sconforta più sempre le moltitudini, e che giova, oggi, anzichè operare prematuramente, rimanersi inerti, addormentare il nemico, poi giovarsi d'una circostanza propizia europea per trucidarlo nel sonno. Non date orecchio, o giovani, a quelle parole. Meschini politici e peggiori credenti, gli uomini che così insidiano alla santità dell'anima vostra, immiseriscono la nostra FEDE nei falsi calcoli d'una gretta questione politica: avrebbero rinegato, nel dì del supplizio, la virtù della croce di Cristo per poi benedirla con pompose parole, se la vita fosse loro bastata sino a quel tempo, quando al segno del martirio Costantino sovrappose il segno della vittoria. Il martirio non è sterile mai. Il martirio per una Idea è la più alta formola che l'Io umano possa raggiungere ad esprimere la propria missione; e quando un Giusto sorge di mezzo a' suoi fratelli giacenti ed esclama: ecco: questo è il Vero, ed io, morendo, l'adoro, uno spirito di nuova vita si trasfonde per tutta quanta l'Umanità, perchè ogni uomo legge sulla fronte del martire una linea de' proprî doveri e quanta potenza Dio abbia dato per adempierli alla sua creatura. I sagrificati in Cosenza hanno insegnato a noi tutti che l'Uomo deve vivere e morire per le proprie credenze: hanno provato al mondo che gl'Italiani sanno morire: hanno convalidato per tutta Europa l'opinione che una Italia sarà. La Fede per la quale uomini così fatti cercano la morte come il giovane l'abbraccio della fidanzata, non è frenesia d'agitatori colpevoli o sogno di pochi illusi; è religione in germe, è decreto di Provvidenza. Alla fiamma di patria ch'esce da quei sepolcri, l'Angiolo dell'Italia accenderà, presto o tardi, la fiaccola che illuminerà una terza volta da Roma--dalla Roma non già, come v'insinuano i falsi profeti, del papa, grande un tempo, oggi, checchè cinguettino, spenta e per sempre--ma dalla Roma del Popolo, le vie del Progresso all'Umanità.