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I bambini delle diverse nazioni

Emma Perodi · 1890 · Free in the US

39,198 words · about 2 h 45 min to read

Period artwork: Interior of the Bodleian Library, 1845
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About this book

Author
Emma Perodi
Language
Italian
Published
1890
Length
39,198 words · about 2 h 45 min
Sections
20 reader sections
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Digital text
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Public domain in the United States

 

Contents (20)

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Ai piccoli lettori

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oi siamo antiche conoscenze, antiche rispetto alla vostra età. Io so che tutti, più o meno, avete letto articoli miei, libri scritti da me, e che nella biblioteca dei fratelli a voi maggiori d’età, avete trovato dei volumi che portano il mio nome. Per questo, scrivendo per voi, io non mi sono messa in sussiego; ho scritto alla buona, e vi ho narrato quel che sapevo della vita dei bambini di altri paesi. Con queste narrazioni ho voluto far nascere nel vostro animo la simpatia e l’affetto per i bimbi, che sono sparsi sulla superficie della terra, ho voluto mostrarvi che certe virtù sono stimate ovunque, che certi difetti ovunque sono riprovati, e che al polo nord come nei paesi equatoriali il cuore delle mamme è egualmente buono e affettuoso per le creature cui esse hanno dato la vita.

Lo scopo che mi sono prefisso è molto modesto, e lascio a voi il giudicare se ho saputo raggiungerlo.

I bambini italiani

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bimbi quando aprono gli occhi sotto il bel cielo d’Italia, se potessero capire quanto furono preferiti dalla Provvidenza, dovrebbero giungere le manine, e rendere atto di grazia a Dio.

Il magnifico paese che fu ognora guardato dagli stranieri con occhi avidi, che li attira irresistibilmente al di qua delle Alpi e che affascinò fino nei secoli più remoti la fantasia dei nordici invasori; il paese dalle alte montagne nevose, dai grandi e limpidi laghi, dalle pianure ridenti, dalle colline coperte di ulivi e di vigne, il paese che si tuffa nei suoi mari azzurri, il paese in cui l’arte, emula della natura, ha seminato ovunque i suoi tesori, è la vostra patria, o bambini, la patria che imparate ad amare, senza che nessuno vi dica che questo sentimento è per voi un dovere.

Si vuole che una grande malinconia invada i piccoli italiani destinati a trascorrere la vita lungi dalla patria, nelle grandi città dove il sole riesce raramente a rompere le nebbie, dove i fiori sono un lusso dei ricchi, dove l’arte è custodita nei musei come le piante rare in un tepidario. Quei bambini, benchè circondati di agi maggiori, benchè meglio albergati e meglio nutriti che in patria, anelano inconsciamente il loro paese, dove il sole scalda il cuore come le membra, dove i fiori crescono tutto l'anno per tutti, dove la miseria è meno dura a sopportarsi quando il povero si può rifugiare nelle magnifiche chiese, che sono i suoi palazzi, e aggirarsi fra i monumenti, che sono il patrimonio glorioso di tutta la nazione.

Il bambino, appena viene al mondo, è adorato dalla madre sua. Ne ho vedute tante delle donne in adorazione davanti ai loro piccini, e nel loro sguardo ho ritrovato sempre quella ineffabile contentezza che Raffaello ha posto negli occhi delle sue Madonne, quel sorriso di compiacenza che schiude le labbra di ogni madre quando contempla il suo ultimo nato.

In molte provincie d’Italia il bambino si battezza il giorno stesso della nascita o quello successivo, come in Toscana; in altre si attende che la madre possa alzarsi a prender parte al rinfresco e al pranzo che si dà in onore del nuovo cristiano; in altre infine, come a Napoli, il bambino si battezza in seguito e qualche volta il piccino si accosta con le sue gambette al fonte battesimale, condotto dal compare e dalla comare, che sono garanti dinanzi a Dio e alla Chiesa delle promesse che fanno a nome del piccolo battezzato.

È sempre un giorno lieto nelle famiglie dei signori e dei popolani quello del battesimo, e anche fra i poveri il compare, i parenti più stretti, la comare cercano di fare sparire la miseria e di preparare una festicciuola, affinchè il bambino, entri lietamente nella vita.

Quasi tutte le madri adesso allevano i loro bambini. Questa consuetudine che era rimasta limitata al popolo e alla gente di campagna, va doventando di nuovo generale. Poche sono le madri che si ricusano di allattare, e molte invece sono quelle le quali non potendo sottoporsi a quella fatica per malferma salute, si affliggono di non poter nutrire i loro piccini e dar loro tutte quelle prime cure, che formano un legame di più fra madre e figlio.

Ormai la donna fatta più colta, istruita dei doveri che le incombono, si occupa molto dei suoi bambini, anche se nata in quelle sfere sociali in cui più facile le sarebbe di affidarli ad altri. Fra le signore vi è una gara di amor figliale; ogni dama vuol soverchiare tutte le sue simili a forza di amore materno, e ormai ella non trascura più il bambino; lo vuole bello, sano, intelligente e si orna di lui come del suo più bel gioiello.

Questo fa sì che voi, bambini, non siate più da compiangere come furono quelli che nacquero nel nostro paese, nelle sfere alte e nelle basse quando la miseria, prodotta dalla servitù, dalle divisioni lo aveva spartito in tante piccole provincie governate separatamente dagli stranieri, o da principi che ubbidivano al cenno di potenti sovrani.

Pare, dacchè la libertà è ritornata a insediarsi da noi, dacchè la nostra bandiera sventola gloriosa in terra e in mare, che tutti gli affetti gentili si sieno ridestati, e più potente fra questi l’amore materno.

Mentre prima il bambino era un ospite incomodo, che si relegava lontano dai genitori affinchè non amareggiasse loro la vita, ora è il piccolo sovrano della casa: il padre lotta per assicurargli l’agiatezza, la madre combatte per preservarlo dalle malattie, per fornirlo di forti muscoli e di sangue affinchè entri robusto nella vita, e tutti e due sono concordi nel risparmiargli ogni pena, nel farlo persuaso che da lui dipende la loro felicità, il loro riposo. Questo misto di cure e di amore, rende, voi bambini, un po’ egoisti, ma la colpa non è vostra, poichè sono i genitori stessi, che si studiano di celarvi quante pene costate loro, quanti sacrifizi fanno per darvi la salute e l’istruzione.

I bambini del popolo nelle città grandi sono mandati all’asilo dalle monache o dalle maestre secolari, dalla mattina alla sera. In quegli asili, molti dei quali sono fondati sul sistema froebeliano, che consiste nell’insegnare al bambino ad occuparsi e nel combattere l’istinto della distruzione che è innato in lui riducendolo a bisogno di edificare, in quegli asili dico, s’insegna poco, ma il bambino messo a contatto con i suoi coetanei, costretto a una certa disciplina, si prepara alla scuola, dove entrerebbe con tutte le ribellioni di un piccolo selvaggio, se non fosse sottoposto prima a quel tirocinio.

I bambini dei signori sono generalmente affidati a una bambinaia straniera, che sotto la sorveglianza della madre insegna loro il tedesco, il francese, o l’inglese e la calligrafia; che racconta loro delle novelle, delle piccole storie senza affaticarli, e li fa molto passeggiare e li sorveglia di continuo.

A sette anni circa, popolani, cittadini e patrizi vanno tutti alla scuola; i due primi in quelle pubbliche; gli altri a preferenza in quelle private, poichè le madri temono sempre per i loro bambini i cattivi compagni, e se potessero li terrebbero di continuo presso di sè.

Come insegnamento, fra le scuole pubbliche e le private vi è poca differenza: nelle seconde si insegnano anche le lingue straniere, il pianoforte, il disegno, cose tutte che non entrano nel programma delle prime. Ogni anno nel mese di luglio vi sono gli esami in ogni scuola, e chi raggiunge un certo numero di punti passa alla classe superiore, poi si di- stribuiscono le ricompense, e i piccoli premiati ricevono dalle mani del Sindaco le medaglie e i libri con grande pompa.

Quella cerimonia fatta a Roma sul , dinanzi alla statua di Marc’Aurelio, ha un carattere molto solenne, e tale da lasciare un’impronta profonda nei piccoli premiati.

Finchè i bambini rimangono nelle classi elementari c’è poco divario fra i figli dei patrizi, dei cittadini e quelli dei poveri, ma quando l’insegnamento elementare è terminato, allora i primi vanno al ginnasio o in un collegio, i secondi seguono a preferenza le scuole tecniche, e i terzi, sapendo ormai leggere, scrivere, fare le quattro regole dell’aritmetica e poco più, debbono mettersi a un mestiere per contribuire con i loro piccoli guadagni settimanali al proprio sostentamento. Così, mentre essi nell’infanzia si trovavano a contatto con bambini agiati e come loro studiavano senza lavorare, ora lavorano e gli altri continuano a istruirsi e sempre maggiore diviene la distanza che li separa dai loro antichi compagni.

Qualche scampagnata nei giorni festivi, qualche domenica passata al mare in estate sono i soli passatempi dei piccoli operai, i quali, mentre i cittadini e i signori studiano, per farsi una posizione sociale, s’impratichiscono nel mestiere da essi scelto e lavorano per potere un giorno provvedere a se stessi e alla famiglia che si creeranno.

Le bambine, se figlie d’operai, seguono, dopo la scuola elementare, i corsi della scuola professionale, oppure vanno ad imparare a ricamare, a fare la sarta o la modista presso chi esercita quei mestieri. Se i genitori invece vogliono farle maestre, esse debbono seguire i corsi superiori, la scuola normale e finalmente la scuola di magistero; se invece le dedicano al commercio, le scuole tecniche e commerciali. Molte bambine di famiglie agiate e appartenenti al patriziato, sono messe nei grandi educandati come la SS. Annunziata a Firenze, la Trinità dei Monti a Roma, ec., dove vengono istruite nelle scienze, nelle lingue e si danno loro quei rudimenti delle arti belle, necessari a far di quelle ragazze delle signorine destinate a figurare nel mondo.

Anche per le figlie di popolani, per le orfane, ci sono conventi e istituti fondati e sostenuti dalla carità pubblica e privata, dove si educano le ragazze al lavoro, e dove si cerca di dar loro un mestiere, che le ponga al coperto dalla miseria.

Non sono molti i giorni di grandi feste per i piccoli italiani. Nell’Italia settentrionale e centrale si festeggia nelle famiglie l’anniversario della nascita dei bambini e si danno loro dolci e regali; a Roma come nell’Italia meridionale si festeggia invece l’onomastico, e si augurano al festeggiato: «cento di questi giorni» quasi fosse un lieto augurio quello, quasi i cento e più anni di vita che gli si desiderano potessero trascorrere per lui egualmente sereni.

Una festa comune a tutti i bambini d’Italia è il Natale, il buon Ceppo che porta regali ai buoni e anche ai cattivi, ai quali sa perdonare i trascorsi con grande indulgenza.

In quel giorno si mangia il cappone, si mangiano i tortelli e lo zampone in quasi tutta l’Italia.

Nelle famiglie italiane si fa una gran festa bambinesca per l’Epifania, che vien chiamata, per corruzione Befana. È lei, nella maggior parte d’Italia, che empie la calza di doni, quando i bimbi l’appendono al camino e che qualche volta si diverte a metterci cenere e carbone se i bimbi furono cattivi. A Bologna e in Lombardia la dispensatrice di doni è Santa Lucia, che ricorre il 13 dicembre; in Sicilia sono i morti, i buoni defunti che anche nell’eternità dove sono, pensano ai bimbi della loro famiglia e portano doni il 2 novembre, che è il giorno sacro alle anime.

Il carnevale con le mascherate e i divertimenti popolari dà ore d’allegria ai bimbi italiani e ai non ricchi pure, i quali con poca spesa sono associati alle feste. Nelle case dei ricchi si danno balli e rappresentazioni per divertire i piccini, e ognuno cerca di far passar loro lietamente quei giorni di generale sollazzo.

L’estate, una trentina di anni fa, non si passava come si passa adesso, al mare, in montagna o in viaggio. I signori fi andavano nelle loro ville e vi restavano fino all’autunno inoltrato, i cittadini e gli operai non si movevano dai paesi e dalle città. Ora invece appena i bimbi hanno dato gli esami si chiudono i bauli già preparati, si fanno le valigie, e i bimbi sono condotti sulle spiagge bellissime dove passano il tempo con i piedi nell’acqua, curvi per terra a far le buche nella sabbia o a lanciare bastimentini nel mare. L’aria marina dà loro forza e vigore, a vederli così sulla spiaggia, sotto la sferza del sole di luglio, paiono figure di bronzo.

In montagna invece fanno lunghe passeggiate in luoghi alpestri, cavalcate sui somari, e ovunque essi imparano ad ammirare questo meraviglioso paese così bello e vario in ogni regione.

La carità ha pensato anche ai poveri bambini delle città, che hanno bisogno di aria marina. Sopra ogni spiaggia si vedono giungere lunghe processioni di bambini guidati dalle suore; sono macilenti, con un’espressione triste e stanca, propria di chi soffre; e quando partono hanno anch’essi preso vigore, sono bruni e vispi.

Ora si vanno istituendo anche delle stazioni sui monti per i bambini delle città, e non conosco davvero carità più santa di quella che si prefigge di render forti quei corpicini, che dal vigore appunto delle membra sperano il sostentamento di tutta la vita.

I bimbi dei possidenti, dei ricchi passano l’autunno in campagna nei loro possessi e quella è la stagione più lieta dell’anno. Molti di quei bimbi montano a cavallo insieme col babbo per visitare i poderi, vanno al paretaio o al róccolo a chiappar gli uccelli, vanno con la civetta, e qualche volta si vedono col fucile in ispalla addestrarsi alla caccia.

Se per essi quella stagione è lieta, è anche molto istruttiva. Senza fatica essi imparano allora a conoscere i loro contadini, si baloccano con quelli che un giorno dovranno coltivare le loro terre, e ne nasce fra padrone e affittuario o padrone e mezzadro, secondo con qual sistema sono tenuti i possessi, una dimestichezza che è utile ad entrambi. Inoltre i bambini imparano fino dall’infanzia i diversi generi di cultura praticati, e vedono con i loro occhi quelle miserie ereditarie che essi sono chiamati a sanare quando saranno in età di farlo.

Fin qui mi sono occupata soltanto dei bimbi delle città e dei paesi, quelli che vivono a un dipresso nello stesso modo e sono istruiti quasi egualmente, ma noi abbiamo in Italia una quantità di bambini, che vivono fuori della regola generale e che formano delle eccezioni grandissime.

Il bambino del marinaro, per esempio, è una di quelle eccezioni. Fino da piccolo s’imbarca col padre o con un parente sopra una paranza da pesca, sopra una manaide oppure sopra uno dei tanti piccoli bastimenti che esercitano il cabotaggio sulle nostre coste, e per lui non vi sono scuole, non vi sono feste. La scuola egli la fa imparando a salire sulle sartie come un gatto, a reggersi agli alberi per chiudere le vele quando il mare imprime un movimento violento al bastimento e le raffiche minacciano di portarlo via, la fa imparando a conoscere i venti, a leggere nelle nubi le profezie delle calme o degli uragani, la fa imparando a conoscere le coste sulle quali naviga più di frequente, come gli altri bambini conoscono la loro camera da letto. Quando il bastimento non si governa più, quando gli uomini soli possono lottare, i bambini vengono chiusi nella stiva e qualche volta periscono miseramente senza rivedere il sole, rimangono sotterrati nel fondo del mare. Ma i più invece fatti grandi, fatti esperti e vigorosi visitano l’Oriente, la Francia, la Spagna; vanno alla pesca del corallo sulle coste di Algeria e un giorno, quando toccano i venti anni, passano al servizio dello Stato già addestrati nelle manovre, già assuefatti alle fatiche, alle privazioni ed alla disciplina; allora imparano a leggere e a scrivere e formano quella marina da guerra che è l’orgoglio di ogni italiano. Trovandosi a contatto continuo col pericolo, i piccoli marinari crescono pii, e se sono in terra la domenica si vedono assistere devotamente alla messa e pregare.

Nelle alpestri montagne che stanno al confine fra l’antico Stato Pontificio e il regno di Napoli, vi è una regione chiamata la Ciociaria, in cui la terra poco fertile nega il nutrimento ai numerosi abitanti che debbono emigrare per procurarsi il vitto. Vestiti del loro pittoresco costume, essi scendono l’inverno a Roma insieme con le mogli e i figli, e questi vendendo fiori per le strade elemosinando, servendo fi di modelli ai pittori, guadagnano qualche soldo che portano alla famiglia, la quale appena le mèssi incominciano a maturare ritorna alla casetta nel paese nativo e riprende a far la vita dei campi. Anche quei bambini belli e bruni con le ciocie ai piedi e il cappello guarnito di nastri e di fiori, sono fuori della regola comune; non studiano, non vanno a scuola e i romani li vedono aggruppati sulla scalinata della Trinità de’ Monti, in Via Sistina o al Pincio e assistono ai balli che improvvisano all’aria aperta al suono del tamburello.

Di questi piccoli ciociari se ne vedono pure molti a Parigi, a Londra, a Nuova-York e in tutte le grandi città. Essi, al pari dei calabresi e degli abruzzesi, esercitano il mestiere di modelli, di suonatori d’organetto, di addomesticatori di scimmie e s’incontrano spesso in mezzo a un gruppo di gente che li ascolta, mentre cantano a squarciagola le canzoni dei loro paesi. Non è raro che quei poveri bambini sieno stati venduti a incettatori che li bastonano e li maltrattano se non riportano la sera quei tanti soldi che debbono guadagnare con i loro canti e con le loro moine.

Poveri bambini! Soli, abbandonatati dai genitori, essi debbono sorridere e far sorridere, mostrarsi allegri mentre sanno quel che gli aspetta, mentre non hanno pane a sufficienza per isfamarsi!

Nelle grandi città europee e specialmente in America, s’incontrano pure i piccoli lucchesi che vendono figurine di gesso. Cupi, tristi, essi girano le strade con l’andatura stanca di quel popolo che lavora incessantemente e incessantemente pensa a raggranellare un piccolo peculio per tornare al paese e comprarvi poca terra, che lavorata, ingrassata, irrigata di continuo, gli dia da vivere. Sobrio, giudizioso e calcolatore fino dall’infanzia, al piccolo lucchese manca la spensieratezza e l’allegria che rende tanto simpatici gli italiani del mezzogiorno, ma il suo carattere lo preserva anche dalle sventure cui essi vanno incontro. Il lucchese, anche girando il mondo cerca d’istruirsi, im- para quanti mestieri può, non si ricusa a nessun lavoro ed è ben difficile che conosca la miseria.

Fra le gole delle Alpi, al confine fra la Francia e l’Italia, nelle valli dove il sole penetra meno, ci sono dei poveri bambini che nascono afflitti da una grande miseria ereditaria. Essi hanno le sembianze umane, ma manca loro l’intelligenza. Con le gambe incrociate, le braccia penzoloni, gli occhi senza sguardo essi fissano di continuo il sole, quando possono vederlo. Del resto balbettano poche parole, non sentono l’affetto, sono sordi a tutte le parole che fanno battere il cuore; in essi parla solo l’istinto, e per questo si vedono gettarsi avidamente sul cibo, strapparlo agli animali in mezzo ai quali vivono, finchè la morte non viene a toglierli a quella inutile esistenza.

Eppure le famiglie della valle d’Aosta non considerano la nascita di un cretino come una sventura. Essi dicono che un cretino è una specie di amuleto, di Dio Lare, e che la sua presenza è un lieto augurio per la famiglia. Questo delicato sentimento risparmia a quegli infelici tanti maltrattamenti, converte in conforto una grande afflizione.

Per tutti i bambini italiani che professano la religione cattolica, i giorni della cresima e della comunione sono due giorni lieti e memorabili. Al primo vengono preparati studiando il catechismo, al secondo con un insegnamento speciale che s’imparte in casa o in un monastero in cui i comunicandi sono rinchiusi per quindici giorni o un mese, affinchè godano là dentro del raccoglimento necessario a quella solenne cerimonia, che segna il passaggio fra l’adolescenza e la giovinezza.

Oltre i cattolici vi sono in Italia i seguaci di , il primo riformatore, i quali rifugiatisi nelle Valli cosiddette Valdesi, e specialmente a Torre Pellice, sostennero fiere lotte contro i duchi di Savoia, prima di conquistare il diritto di esercitare liberamente la loro religione.

I figli dei Valdesi, che parlano francese dopo più secoli di soggiorno in Italia, sono bambini seri, vestiti severamente. A Torre Pellico vi sono molte e buone scuole, e anche una università valdese. La maggior parte degli uomini abbracciano lo stato religioso e si fanno pastori; le ragazze vanno nei paesi protestanti dell’estero dove imparano le diverse lingue e forniscono un contingente di maestre e d’istitutrici. Da piccole si vedono linde e pulite badare alle vacche che pascolano nei prati e intente a leggere la bibbia o altri libri.

In Calabria abbiamo pure delle forti colonie albanesi, che serbano il costume, gli usi e la religione della madre patria, e in Sicilia vi sono diversi paesi greci, dove si pratica il rito ortodosso e dove si parla greco e si veste alla foggia greca. Peraltro non vi è bambino nato sul nostro suolo benedetto che non si senta italiano, che non sia altero del glorioso passato del nostro paese, e non sia pronto a difenderne l’indipendenza.

I bambini francesi

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ra che vi ho parlato, cari bambini, dei piccoli italiani, voglio descrivervi la vita dei bambini delle altre nazioni, dei loro studi, dei loro giuochi, e per tenere in queste mie escursioni nei paesi stranieri un certo ordine, incomincierò a parlarvi dei bambini francesi, poichè essi abitano il paese che ci è più vicino, ed anche perchè i loro costumi differiscono meno dai nostri, che quelli delle altre nazioni.

Ogni nazionalità ha un’indole speciale che non si rivela soltanto nella lingua, ma anche nel carattere, nella educazione, nei costumi, nei passatempi e perfino nella religione. Questa indole si rivela fino dalla infanzia, così fra i poveri come fra i ricchi.

Il bambino della signora parigina è difficile che sia allattato dalla propria madre. Egli ha quasi sempre una balia che fanno venire di Borgogna, scura di occhi e di capelli, accesa in volto, grassa e vestita pittorescamente. Essa non porta nè cappello, nè scuffia, nè pezzuola legata sotto il mento, come molte delle nostre contadine; ha intorno alla testa un alto nastro pieghettato a guisa di ghirlanda, i cui capi le pendono spesso fino in fondo alla sottana, e sulle spalle porta un ampio mantello rotondo, che serve anche a rinvolgere il bambino. Quando i colori del mantello e dei nastri sono scelti con gusto, fanno molto effetto, e contrastano coi vestiti bianchi del lattante.

Non tutte le signore però fanno allevare i bambini in casa. Molte anzi li mandano a balia in campagna, dove li lasciano finchè non sono grandicelli, e là il signorino impara ad amare come fratelli i bimbi fra i quali cresce forte e robusto.

Il bambino quand’è dal contadino porta un vestito turchino a scacchi, oppure un grembiule con le maniche lunghe ed una scuffia bianca che lo fa parere una donnina in miniatura. È un brutto giorno quello in cui il «signorino» ritorna alla casa paterna. Egli ha imparato a voler bene ai piccoli amici di campagna, e si trova sperso fra i suoi, che conosce appena, nei salotti eleganti, sentendo parlare in famiglia una lingua ben diversa dal dialetto che ha imparato e che deve subito dimenticare. Da quel punto incomincia la sua educazione.

Per quel che concerne l’istruzione, essa non differisce da quella che si dà in Italia. Moltissimi ragazzi vivono in casa dei genitori e frequentano le scuole ed i licei come esterni; altri sono convittori e portano una uniforme come sogliono i nostri collegiali. Generalmente sono vestiti di turchino scuro con le striscie rosse ai pantaloni e in capo hanno un berrettino. Ma ogni liceo modifica leggermente l’uniforme, affinchè i suoi alunni si distinguano da quelli degli altri convitti.

Gli alunni sono continuamente incitati allo studio e i loro maestri li sorvegliano durante le lezioni, la ricreazione e perfino durante il sonno. Ogni ragazzo che dimostri buona volontà e faccia progressi è premiato, e la emulazione, è tenuta viva colla speranza delle medaglie. L’esser decorato è il sogno dei grandi e dei piccini. Spesso il petto dei ragazzi è coperto di medaglie come quello di un veterano di venti battaglie. Forse questa grande ambizione fa di essi degli omini avanti il tempo e li spinge a prendere le maniere cortesi e riservate delle persone mature. Ma il francese anche per natura è cortesissimo. Non fa una domanda o una risposta senza aggiungere monsieur, madame o mademoiselle. In famiglia usa dare del tu come da noi, ma molti figli usano la seconda persona del plurale con i genitori.

Benchè il francese sia per natura vivace e comunicativo, pure nelle ore di scuola i ragazzi sono astretti al più rigoroso silenzio. Le scuole incominciano generalmente la mattina alle otto e si protraggono fino alle due. Prima di principiare le lezioni in alcune scuole si fa la preghiera, e terminate che sono vi è la benedizione.

Le bambine sono educate con maggior severità dei maschi. Esse sogliono frequentare le scuole, che si chiamano externats, e vanno e vengono in silenzio, benchè il numero delle frequentatrici sia difficilmente minore di sessanta, divise in diverse classi, a seconda della età e della capacità. Quando la mattina la bimba va a scuola, si mette un grembiule nero per non macchiarsi d’inchiostro il vestito, e lo toglie uscendo. Esso protegge davvero il vestito di cui la bimba suole avere molta cura. Così coperte dal lungo grembiule, le alunne somigliano a un branco di corvi.

Gli studi che si fanno nelle scuole francesi sono presso a poco simili a quelli delle scuole italiane. Le lingue che vi s’imparano principalmente sono l’inglese e il tedesco. Anche nelle case vi è spesso una istitutrice inglese, dalla quale i bambini imparano quella lingua.

La merenda si fa nelle scuole fra le undici e mezzogiorno, e consiste generalmente in pane imburrato, conserve, frutta e paste. I Francesi sono celebri per la perfezione con la quale preparano le pietanze, le frutta e ogni fi specie di dolci, e i bambini sono ghiottissimi delle frutta, che mangiano in gran quantità insieme col pane. I poveretti se ne stanno in vicinanza dei caffè e delle trattorie, e mordono il pan solo, contentandosi dell’odore delle pietanze che esala dalle cucine. È uso generale delle principali scuole e dei collegi di condurre i loro alunni a far ricreazione nei giardini pubblici. I grandi giardini del Luxembourg, delle Tuileries e del Palais Royal, e i larghi viali dei Champs Elisées, del Parc Monceau e del Bois de Boulogne sono pieni di bambini. Le femmine saltano la corda con grande passione; pare che quello sia il loro divertimento preferito. Giocano pure al cerchio, alla palla, alle racchette, al volano, e come passatempo hanno la tour, les rondes, prends garde. I maschi fanno a toccaferro, a moscacieca, all’orso, e giocano alla palla, che spingono col tamburello.

In Francia come in Italia il giovedì è giorno di vacanza nelle scuole, e delle vacanze colà ne fanno pure molte durante l’anno. Ma quelle che i ragazzi attendono con più desiderio sono le vacanze del Capo d’anno. In quei giorni si scambiano visite, si fanno augurii, si baciano sulle due guancie, come si dice fra noi «alla francese.» Pare che i regali cadano dalle nuvole. Li chiamano etrennes, e un bimbo deve essere povero davvero per non riceverne. Quella parola etrenne figura in tutte le vetrine di Parigi. In quei giorni le strade sono affollate, tutti comprano, tutti paiono di buon umore. I giardini zoologici sono visitati da migliaia di bambini, che vogliono salire nella carrozza tirata dallo struzzo, e gettare una brioche all’elefante. Anche per Pasqua è lo stesso, e in quei giorni nelle botteghe non si vedono altro che uova di ogni specie, alcune grosse smisurate, altre piccolissime. Alcune contengono pure bambole eleganti, provviste di ricchi corredi, ma la maggior parte sono piene di dolci.

Il primo giorno di aprile non è uso in Francia di fare delle burle; si scambiano regali a forma di pesce; son fatti di cartapesta, di porcellana, di raso, di cera o di altre cose. Si vedono dei salmoni rosei, delle trote argentee, dei giganteschi coccodrilli, che fanno la delizia dei ragazzi cui toccano in dono.

La vita dei bambini francesi in famiglia è lieta e gaia. Le madri, specialmente, sono premurosissime e tenerissime per i figli, i quali crescono in un ambiente affettuoso e mite.

Alle fanciulle si potrebbe rimproverare una eccessiva vanità, un culto troppo spinto di sè stesse, frutto forse della cura soverchia che pongono le madri nel vestirle. È un difetto quello che le fa essere affettate nelle maniere e le spinge a rinunziare a una corsa, a un’ora di chiasso per non sgualcire le guarnizioni dell’elegante vestitino.

A noi, una bimba francese fa l’effetto di una donnina per chiasso, una bambola troppo ben vestita e troppo ambiziosa dei suoi ornamenti, e la guardiamo con una specie di compassione.

Quando fanno la cresima e la prima comunione sono vestite interamente di bianco come si usa in Italia, col lungo velo che le avvolge tutte; i maschi invece portano intorno al braccio un pezzo di nastro bianco. I bambini appartenenti alle istituzioni di carità sono vestiti di turchino, che è il colore favorito dei francesi.

Molti di quei poveri fanciulli vengono pure allevati in campagna, nelle case dei contadini, e siccome il francese è per natura mite e compassionevole, così spesso quei poveretti trovano una famiglia d’adozione e quelle cure che sarebbero mancate loro se fossero stati affidati a persone meno buone e caritatevoli.

I bimbi di Spagna e Portogallo

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opo avervi parlato dei francesi, mi piace intrattenervi dei piccoli abitanti della Spagna e del Portogallo, penisola divisa dalla Francia da un’alta catena di monti, paese caldissimo in alcuni punti come l’Italia, e in altri freddo, dove i costumi variano come qui, a seconda del clima.

Uno dei primi doni che riceve un piccolo spagnuolo dai suoi genitori appena si regge in gambe, è un cercine, specie di berretto di paglia circondato da una imbottitura, e molto somigliante al turbante dei turchi. Quel cercine diversi anni fa era usato anche in Italia, e serviva a proteggere la testa degli incerti camminatori dal duro contatto dei mattoni.

Ora qui da noi è raro di vedere un cercine in testa ad un bambino, ma in Ispagna è l’ornamento abituale del capo, e quella precauzione non è inutile, poichè i bambini stanno quasi sempre nel patio, che è un vasto cortile interno della casa, sulla porta di strada, e le loro testine delicate, senza il cercine, sarebbero troppo spesso a contatto col pavimento o col lastrico delle strade.

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