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Indice
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Prefazione alla quarta edizione
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Incaricato dal solerte editore di curare questa nuova e quarta edizione dell’Astronomia di , mi proposi due scopi: svecchiare il libro, ridandogli il carattere di contemporaneità che in questi ultimi anni esso era andato man mano perdendo; dare maggior estensione ad alcune sue parti, sicchè esso avesse a riuscire nel suo insieme più armonico.
A raggiungere l’intento propostomi, poche modificazioni, se non di forma, dovetti arrecare ai capitoli primo e secondo del Lockyer, veramente aurei; mi bastò in essi apporre sei note a pié di pagina, intercalare una nuova figura (la ), fare aggiunte notevoli ai soli capi o numeri , , , , e .
Maggiori modificazioni richiesero i capitoli succes- sivi; nel capitolo terzo fu necessario apporre otto note, intercalare le nuove figure , , , , aggiungere i capi , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ; nel capitolo quarto, nuovo è il capo , nuovi sono i paragrafi , , , , , riguardanti la Spettroscopia e la costituzione fisica del Sole; il capitolo quinto richiese le nuove figure , , , e i nuovi paragrafi , , , , , , , . Un intero capitolo, il , mi fu infine necessario scrivere intorno alla fotografa astronomica.
Il libro per tal modo mi si andò trasformando ed ampliando sotto mano; i capi suoi da 206 che erano salirono a 309; i suoi capitoli da cinque salirono a sei. Io spero però che esso così trasformato, pur essendo affatto elementare, varrà a dare al lettore un concetto chiaro dello stato presente dell’Astronomia, e a meglio popolarizzare fra noi una scienza, fra le scienze naturali riconosciuta scienza principe, dotata d’una rara potenza educatrice, fatta per ispirare concetti sani e sereni, per sollevare la mente senza portarla nell’incomprensibile, per allargarne i confini senza avviarla a creazioni fantastiche; fatta per essere conforto e sprone al pensatore degno di tal nome, il quale alla scienza in generale non demanda più di quello che essa nè può, nè vuole, nè, qualunque cosa dicasi dagli avversari suoi, presume dare, il quale per profondo convincimento sa che la scienza, grazie alla natura sua essenzialmente critica, finisce là dove comincia la religione.
Prefazione alla presente quinta edizione
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Per mantenere a questo Manuale il carattere della contemporaneità dovetti in questa nuova e quinta sua edizione apportare qua e là qualche cambiamento e fare parecchie aggiunte.
La figura fu sostituita con altra ricavata da recenti fotografie che meglio e più fedelmente rappresentano la splendida .
Le aggiunte furono o poste come Note a piè di pagina o intercalate nel testo. Le maggiori fra esse riguardano: le migrazioni dei poli sulla superficie terrestre; la costituzione fisica e alcuni dettagli della superficie della ; la rotazione di ; i fenomeni e le configurazioni della superficie di ; il piccolo pianeta ; la di ; la durata della rotazione di ; la forma e la rotazione di ; il supposto pianeta trasnettuniano; il numero probabile delle comete esistenti; gli sciami meteorici delle , delle , e delle Andro- medidi; le del Sole e le relazioni loro coi fenomeni della Fisica terrestre; la e la del Sole; l’; l’origine del calor solare; l’importanza del colore delle Stelle; l’origine probabile delle stelle nuove; il moto di traslazione del Sole e i delle stelle; l’ipotesi meteorica sull’origine delle nebulose; le fotografie della Luna e del Sole; l’irradiazione termica della Corona solare; i risultati di indole generale e di importanza cosmica della fotografia stellare, c della fotografia delle nebulose.
Molte sono gueste aggiunte, moltissime anzi se si pensi che esse furono necessarie in una edizione la quale segue di nove anni soltanto la precedente. Per esse viene con evidenza dimostrato quanto incessanti siano i progressi dell’Astronomia, che oggi si inoltra sicura per vie diverse, alcune delle quali affatto nuove.
Milano, marzo 1904.
Introduzione
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ct Chiunque voi siate, che vi ponete a leggere questo libro, saprete che cosa sia una casa, e di certo conoscerete la vostra propria. Saprete altresì che l’insieme di tutte le case e di tutte le vie forma il villaggio, o la città in cui siete nato, in cui vivete.
E se ne siete uscito, avrete certo veduto in lontananza spuntar campanili e torri elevatissime di mezzo ad altri aggruppamenti di case, che formano a volta loro altre borgate o altre città.
Il complesso dei villaggi e delle città, colle circostanti campagne, ove si parla la vostra lingua, costituisce il vostro paese, la vostra patria, l’Italia.
Ma queste cose, o lettore, voi le sapete; e sapete che in Italia a centinaia si contano le città, a migliaia le borgate e i villaggi. E non dovete neppur ignorare, perchè l’avete letto od udito, che, oltre all’Italia che ct
v’ha la Francia e l’Allemagna, v’hanno al di là altri paesi, i quali coll’Italia, colla Francia, colla Germania appartengono a un tutto che si chiama Europa.
Se poi avrete studiato alquanto di Geografia potrete dirmi che dall’Europa si passa, anche per terra, in Asia e dall’Asia in Africa, le quali due vaste contrade insieme all’Europa costituiscono il Continente Antico, tutto circondato da sterminate estensioni di acque, che diconsi oceani e mari; e penserete che, come l’Europa va divisa in diversi paesi, popolati di città e di villaggi ove si parlano differenti favelle, così divise andranno le altre parti del nostro antico Continente.
Avrete ben inteso che al di là degli oceani vi sono due altri continenti, l’America e l’Australia; che i continenti tutti, insieme cogli oceani e coi mari, formano il globo terraqueo, la , su cui vivono milioni d’uomini simili a voi.
Come la vostra casa fa parte della città, e come la vostra città è una delle tante che coi loro territorii formano l’Italia, così l’Italia può essere, come è infatti, parte di un continente, e un continente parte della Terra. È a quel modo che voi conoscete il quartiere o rione in cui è la vostra dimora, e sapete non solo questa ritrovare passeggiando per la città vostra, ma altresì indicarne ad altrui il sito preciso e la forma e la grandezza, del pari altri, dopo aver viaggiato sulla superficie della Terra, potrà dare a voi notizia di lontani paesi, di altri continenti, e dirvi insieme quale ne sia la estensione e la forma.
Nulla di più interessante che siffatte narrazioni, e nulla di più alto a destare la curiosità, felice dono che la natura fece all’uomo; e la curiosità, una volta eccitata, mai si acqueta e ad una domanda altra fu seguire. Esaurita la Geografia, ossia la descrizione della superficie della Terra, mi par d’udirvi chiedere che cosa sia in sostanza codesta Terra su cui il vostro narratore ha viaggiato al- traverso continenti e mari, e di cui forse v’avrà anche detto d’aver fatto il giro!
E poi, quando ben saprete che cos’è la Terra, vi nascerà il dubbio, cui vorrete pur chiarire, che la Terra stessa possa far parte di qualche altro tutto più grande, nel quale potrebbero, per avventura, trovarsi altre terre simili ad essa. E allora vorrete sapere eziandio qual posto in quel tutto essa Terra occupa, a quel modo che già sapete, qual sito occupa la casa vostra nella vostra città, e già veduto avete sulle carte geografiche qual posto occupa la vostra città nel paese vostro e il paese vostro nell’Europa. Nè tralascerete poi d’informarvi altresì se il Sole, la Luna, le Stelle facciano parte anch’essi di quello stesso tutto, se siano vicini o lontani, quanto siano grandi e se realmente si muovano nel cielo, così come appare agli occhi vostri. E cammin facendo altri corpi dello spazio diversi dal Sole, dalla Luna, dalle Stelle imparerete a conoscere, e più e più vi persuaderete che in Terra e in cielo vi sono ben più cose di quelle che la fantasia nostra possa immaginare e la nostra scienza pensare.
Ora di tutto questo voglio provarmi, o lettore, a darvi notizia in questo piccolo libro. Veramente non è cosa tanto facile, trattandosi di oggetti immensi di mole, e di distanze sterminatamente grandi; tuttavia, se voi m’aiutate colla vostra attenzione, credo che vi riuscirò. E quando avrete fatto questo studio, troverete anche molta minor difficoltà a comprendere certe cose che si incontrano nei libri specialmente destinati alla descrizione della Terra e delle sue diverse regioni, dell’Universo e delle sue plaghe sterminate.
Capitolo primo - La Terra e i suoi movimenti
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La Terra non è piana
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Prima d’ogni altra cosa voi domanderete che cosa è questa Terra su cui esistono continenti e mari; è un corpo opaco, oscuro, di immensa mole, che gira intorno ad un altro molto più grande, da cui riceve luce e calore.
Cerchiamo di farci un qualche concetto della sua forma e della sua grandezza.
Se noi potessimo staccarci dalla Terra e trasportarci lontan lontano, sì da poterne abbracciare collo sguardo l’insieme, ci riescirebbe agevole il riconoscerne la forma; ma standovi sopra, piccoli come siamo in confronto della sua estesa superficie, la cosa può parere quasi impossibile; eppure vi riesciremo.
Dovunque noi ci rechiamo, o camminando per diporto, o viaggiando da una ad altra città, troviamo ostacoli che impediscono il libero espandersi del nostro sguardo. Se percorriamo un paese montuoso, son colline, son monti che limitano da
ogni parte la vista; se ascendiamo una vetta, le visuali in alcune direzioni si arrestano sopra vette più alte, in altre direzioni si sprofondano in valli più o meno anguste; se ci moviamo in paese piano, la vista è circoscritta da alberi, da edifizii, talora anche da cime di montagne che lontane si elevano dietro di essi. E quivi, alla pianura, da qualunque parte volgiamo lo sguardo, ci pare di trovarci al centro di un circolo il cui contorno, segnato da boscaglie, da siepi, da case o da colline, sembra toccare in qualunque suo punto il firmamento; e in qualsivoglia direzione ci moviamo, quel circolo ci accompagna sempre per così dire, e sembra a noi di occupare continuamente il centro del paese che ci si estende allo intorno.
Non è quindi in mezzo a monti, e neppure al piano che noi potremo giudicare con fondamento della vera figura della superficie terrestre; rechiamoci in luogo dove questa si pari dinanzi a noi senza rilievi, senza accidenti di alberi, di edifizii o d’altro che ne disturbino la regolarità; avviciniamoci alla riva del mare.
Eccovici. Osserviamo quella nave che parte per un lungo viaggio. Essa è ancora a noi vicina (in A, ); noi la vediamo tutta in mezzo al mare che si estende al di qua e al di là di essa; mano mano che s’allontana, essa s’impicciolisce, pur rimanendo tutta per intero visibile; continua ad allontanarsi e intanto va crescendo lo spazio di mare che ci separa da essa, diminuendo quello che è tra essa e la linea PQ, linea la quale pare segni il confine tra il mare e il cielo.
Non passa molto tempo e la nave arriva in C, proprio sulla linea PQ; la si vede ancor tutta dal livello delle acque fino alla punta degli alberi suoi, e nettamente si disegna sul fondo del cielo; il mare sembra tutto al di qua di essa. Stiamo attenti a quel che sta per succedere.
La nave continua il suo cammino e sembra abbassarsi sotto la linea PQ; a poco a poco il suo scafo scompare, e in D di essa non vedonsi più che le vele e l’alberatura; l’apparente immersione continua: in Q sono appena discernibili le cime degli alberi, tutto il resto della nave è invisibile fi ed è sotto la linea PQ; poco al di là di Q anche la cima dell’alberatura scompare e della nave non vedesi più traccia.
Stando a bordo della nave noi avremmo veduto invece la torre MP scomparire a poco a poco, cominciando le parti più basse di essa ad immergersi apparentemente nelle acque, poi quelle di mezzo, e finalmente il .
Portiamoci ancora in M e rivolgiamo la nostra attenzione ad una nave in arrivo; accade il rove- scio di quanto già osservammo per la nave in partenza. Da principio si vedono appena le punte degli alberi; poi gli alberi si ergono interi sopra la linea PQ; indi appare a poco a poco il corpo della nave; finalmente la nave vien tutta in vista e si avvicina a noi lasciando dietro a sè sempre più largo tratto di mare.
Or come spiegare tutti questi fatti? Non crederemo certo che la nave in partenza siasi realmente affondata nell’acqua, nè che l’altra in arrivo ne sia sorta; tanto più che quanto di esse navi avvenne, accade di tutte le altre navi che partono ed arrivano.
Riflettiamoci meglio. Quella linea PQ, dove pare che il mare finisca e lungo la quale esso, per così dire, tocca il cielo, di certo non segna un limite vero e reale della Terra; ad essa arrivate infatti, le navi in partenza non scompaiono a un tratto, come corpo che giunto all’orlo di un piano ne cada; esse si occultano invece a poco a poco, abbassandosi gradatamente, mentre a chi sta sulla spiaggia aspettando una nave in arrivo, questa pare innalzarsi più e più di mano in mano che esso va alla stessa linea PQ accostandosi.
Non avete mai, o lettore, veduto alcuno salire sopra un monticello, raggiungere la vetta e scendere dalla banda opposta? E se ben vi avete posto mente non parvi di trovare qualche analogia tra quello che notaste allora e quello che sulla spiaggia adesso vedete?
Avete voi osservato da vicino e da ambo i lati quel monticello? Se sì, la superficie vi sarà certamente apparsa convessa.
Ebbene, anche la superficie del mare è una superficie convessa.
Ora dei due fatti posso darvi a un tempo la spie- gazione, e posso provarvi insieme la giustezza del mio paragone, per mezzo di una figura in cui vi rappresenterò il cammino della nave di profilo invece che di prospetto (fig. 2).
È PM la torre appiè della quale eravamo poc’anzi, ed OABCD è la superficie del mare lungo lo strada percorsa dalla nave. Da P il nostro occhio getta la visuale PQ tangente in B alla linea OBD, e non vede quindi che la porzione di mare compresa fra i punti O e B. Finchè una nave è in A o in B essa rimane visibile per intero, poichè fi nulla fra essa e noi arresta la nostra vista. Ma al di là del punto B lo sguardo, pur propagandosi lontano lunghesso la retta BQ, non può vedere punti come C, D collocati sotto di essa retta, poichè la porzione di mare che si estende dall’osservatore fino a B, nasconde all’occhio dell’osservatore stesso la porzione che si estende al di là di B.
Non vi ricorda la curva ABD della superficie del mare il profilo certamente più marcato del monticello? Non vi riesce ora evidente il perchè la nave arrivata in C non possa vedersi tutta, e il perchè le parti che ne rimangono ancora per poco visibili sieno le più alte, e debban queste essere le ultime a scendere sotto la visuale PQ?
Se saliamo in M, in cima alla torre (fig. 3), la nostra visuale diventa la Mq, mentre quella del luogo ove stavano prima era la PQ. Dal piè della torre il punto B arresta la visuale, e da quella posizione si cessa di veder la nave quando questa è in H. Saliti in M la nostra visuale lambisce la superficie del mare in b, e di là si cessa di veder la nave quando è in h: noti il lettore che i luoghi b ed h sono molto più lontani dall’osservatore di quel che rispettivamente lo sieno B ed H. fi
Il campo visuale si va, conchiudiamo quindi, estendendo quanto più si sale; l’apparente vertice della curva della superficie liquida si allontana sempre più. Che cosa ne dedurremo? Che quella curva è dolcissima, ossia di una debolissima convessità; ragione per cui sulla terra ferma e anche alla pianura, per pochi e lievi che siano gli accidenti del suolo, ci riesce impossibile di constatarne la curvità; che anzi, in un raggio di 5 o 6 miglia e anche più, la superficie nel cui centro crediamo di trovarci ci sembra perfettamente piana.
La Terra è molto grande
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Che la superficie del mare sia convessa, e che la curvatura di questa superficie sia lievissima, l’ho provato coll’esempio della nave e coll’osservazione fatta dall’alto della torre. Ma la stessa cosa non vi parrà forse altrettanto facile a dimostrare e a capire quando si tratti della superficie asciutta della Terra, disseminata di monti e di valli che la rendono tanto irregolare. Tuttavia, mercè alcune considerazioni che appoggeremo sui nostri ricordi e sull’altrui testimonianza, vi proverò anche questo.
Sul mare, il campo visuale si allarga quanto più lo si contempla dall’alto: ora io vi dico che lo stesso avviene anche sulla terra ferma.
Chiunque salga in cima a un campanile domina collo sguardo tutto il circuito della borgata circostante o della città; se la cima è molto elevata, come avviene per il a Firenze e per la guglia del , l’occhio si spinge molto al di là del circuito abitato ed abbraccia tutto all’ingiro una grande estensione di campagne. Se il lettore ha qualche volta raggiunta la vetta di un monte altissimo, avrà spinto lo sguardo ben più lungi che dalla cima di un edifizio, e, spaziando con esso sopra intere provincie, avrà notato come, veduti da quell’altezza, i monti più bassi e le ineguaglianze del terreno sembrino svanire e come l’orizzonte di là rassomigli a quello del mare. Avverrebbe questo, se anche la superficie della terra ferma non avesse la medesima forma di quella del mare, e se non fosse essa pure lievemente convessa?
Or che siete persuasi essere la superficie generale dei mari e dei continenti curva, resta che io vi dia la ragione della debole convessità di detta superficie.
Non aveste mai tra le mani un compasso e non tracciaste mai con esso dei circoli e degli archi come BOB’, COC’? (fig. 4).
In allora vi sarete accorto che per tracciare circoli più grandi doveste vie più allargare le gambe del compasso, e in altre parole, prendere fi raggi più grandi; vi sarete accorti ancora che un arco piccolo descritto con un raggio grandissimo può quasi sembrare una linea retta.
Un corpo rotondo come una palla, da qualunque lato si guardi, presenta sempre all’occhio un circolo: di due corpi rotondi di differente grossezza il più grande presenta necessariamente un circolo di maggior raggio, e, per quel che si è or ora detto, ha una superficie convessa molto meno curva.
Voi intenderete questo forse anche meglio, esaminando la fig. 4. Voi vi trovate in O e li imma- ginatevi rappresentato dalla retta OA; per i vostri piedi passano due linee BOB’, COC’, la prima più convessa della seconda: da A voi gettate le visuali AB, AB’ tangenti alla prima linea, gettate ancora le visuali AC, AC’ tangenti alla seconda; le visuali AB, AB’ abbracceranno sulla prima linea un tratto BOB’ molto più piccolo del tratto COC’ compreso sulla seconda dalle visuali AC, AC’. E se questo tratto COC’, oltre all’essere già grandissimo, s’allargherà anche più per poco che sul punto O vi eleviate, voi potrete esser certo che desso appartiene ad un circolo di raggio lunghissimo.
In qualunque punto della superficie terrestre voi vi troviate, le apparenze sono ognora le stesse; i vostri piedi sono sempre sopra curve di una debolissima convessità, e la Terra, il cui contorno è circoscritto per ogni verso da simili curve, dev’essere quindi un corpo rotondeggiante di grandissima mole, o, con altre parole, un corpo poco diverso da una palla o da un globo.
Come si possa giungere a conoscere la grandezza della Terra, io non vel posso spiegare in questo piccolo libro; vi posso però dire, che da alcuni principii insegnati dalle matematiche e da alcune misure fatte direttamente sulla superficie della Terra si è potuto dedurre con discreta esattezza la lunghezza media del suo diametro uguale, in cifra tonda, a 12741 chilometri, quella della circonferenza di un suo circolo massimo esattamente uguale a 40000 chilometri.
L’altezza delle montagne più elevate che si conoscano è alquanto maggiore di 8 chilometri; tali montagne sembrano ai nostri occhi qualche cosa di enorme. Eppure, se si rappresentasse la Terra con un globo artificiale di 1 metro di raggio, esse trasportate in iscala su quel globo, figurerebbero come deboli rughe, come scabrosità alte poco più di un millimetro. Potete da questo arguire quanto grande sia questo mondo terraqueo che abitiamo.
La Terra ha dunque press’a poco la forma di una immensa palla il cui giro abbraccia non meno di 40000 chilometri: per farvi una idea di questa lunghezza vi basti riflettere che a percorrerla a
piedi, camminando dì e notte e senza interruzione, in ragione di chilometri 4,6 all’ora, si impiegherebbe un anno; e occorrerebbero due mesi di viaggio in ferrovia se il treno avesse la velocità ordinaria di 20 chilometri all’ora e mai si fermasse per via.
La Terra è isolata nello spazio, da nulla pende sospesa, su nulla si appoggia
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Avrete, probabilmente, in qualche libro di Storia o di Geografia, letto di quei famosi navigatori portoghesi e spagnuoli, che fecero per i primi il giro del globo. Dopo di loro, in epoche relativamente a noi vicine, altri viaggiatori, e italiani e francesi e inglesi, rifecero il giro, parte per mare, parte per terra, in tutti i versi, sicchè se si tracciassero con linee sensibili i loro itinerarii, si otterrebbero delle curve intersecantisi in mille guise e tutte insieme formanti una fitta rete intorno alla Terra.
Ebbene, quei viaggiatori non incontrarono altri ostacoli sul loro cammino che catene di monti, cui bastò loro salire per un versante e scendere dall’altro per continuare il viaggio, che fiumi, laghi e mari, facilmente superabili colla navigazione. Partiti in una direzione, verso est ad esempio, continuando a camminare sempre in quella direzione stessa, sono ritornati a casa dalla direzione opposta. Dappertutto ebbero il cielo sopra le loro teste; dappertutto videro il Sole la Luna e le stelle girare apparentemente in cielo intorno a loro. È quindi ben certo e dai fatti dimostrato che la Terra stà
isolata in mezzo allo spazio; che non è sospesa ad alcuna fune, nè appoggiata ad alcun sostegno.
Tutti gli abitanti della Terra ne occupano la superficie; essi, ed in generale tutti gli oggetti terrestri, sono trattenuti sovra tal superficie dal loro peso, che è una forza la quale tende ad avvicinarli al centro della Terra.
Una pietra, lasciata cadere in un pozzo, non si ferma, sinchè il suo peso non l’ha tratto fino al fondo, e se il pozzo arrivasse col fondo suo fino al centro delle Terra, essa pietra non si fermerebbe che giunta a questo centro.
Un corpo che cade è un corpo che si avvicina al centro della Terra. Giunto a questo centro esso non potrebbe proseguire il suo cammino che salendo nella direzione contraria.
In conseguenza di questi fatti, tutti gli abitanti della Terra hanno il basso, i piedi, verso il centro di essa, e l’alto, il capo, nella direzione opposta, all’infuori della superficie della Terra. Tutti ci appoggiamo coi piedi ad essa superficie, tutti portiamo alta la testa, ed abbiamo lo spazio celeste sopra il nostro capo.
Gli abitanti dei paesi che distano da noi di una mezza circonferenza di circolo massimo e che si trovano quindi rispetto a noi dall’altra parte del centro della Terra, volgono verso di noi i loro piedi e noi i nostri verso di loro: possiamo dire che essi sono sotto di noi, ed essi dicono che noi siamo sotto di loro. Questi abitanti di punti della Terra diametralmente opposti hanno i piedi rivolti gli uni verso gli altri, e soglionsi per questo chiamare antipodi.
La Terra ruota sopra sé stessa
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Si tratta ora di sapere se la Terra, librata com’è nello spazio, stia o non sempre ferma ed immobile allo stesso posto. Osserviamo e riflettiamo. Ecco dei fatti, teniamone calcolo.
Il Sole sorge la mattina, tramonta la sera, e nel tempo che passa fra il suo sorgere e tramontare abbiamo il giorno, in quello che passa fra il suo tramontare e il suo successivo sorgere abbiamo la notte. Questo è indubbiamente l’effetto di un movimento o del Sole o della Terra. Vediamo se dell’uno o dell’altra.
Noi assistiamo coi nostri proprii occhi al sorgere e al tramontar del Sole; noi vediamo il Sole sorgere a levante, salire sull’orizzonte, raggiungere sovr’esso un’altezza massima, discendere in seguito verso esso, tramontare a ponente, descrivendo in cielo un grande arco che si appoggia, per modo di dire, a due punti quasi opposti di quel circolo che si è chiamato orizzonte e che limita la superficie visibile della campagna;
lo stesso vediam fare la Luna, e di notte le stelle pure vediamo sorgere, innalzarsi sull’orizzonte, abbassarsi ver esso, tramontare. Tutti i corpi del cielo sorgono in un punto dell’orizzonte, tramontano in un punto opposto; il tempo che impiegano a sorgere, tramontare e successivamente risorgere è per tutti lo stesso; si direbbe che il cielo gira attorno a noi e con sè porta tutti gli astri.
Gli antichi, illusi da quest’apparenza, per molti secoli credettero ciò che noi pure, ove ci lasciassimo guidare dalla mera apparenza, potremmo credere, credettero cioè che la Terra fosse assolutamente immobile nel centro del firmamento e che il firmamento intorno ad essa Terra girasse.
Tale credenza prevalse fino ai tempi di due illustri astronomi, e , del quale ultimo avrete forse udito citare il celebre motto «eppur si muove.» Ma le osservazioni continuate, il ragionamento, la critica appoggiata al buon senso a poco a poco mandarono in discredito quell’opinione. Riconosciutosi infatti che il Sole e le stelle sono anch’essi corpi immensi, molte e molte volte maggiori della Terra, come mai potevasi continuar a credere che essi girassero perpetuamente intorno al piccol globo terrestre, a differenti grandissime distanze e nello stesso intervallo di tempo? Si giudicò, con miglior criterio, che non il cielo con tutti gli astri suoi girasse, ma la Terra sola ruotasse invece sopra sè stessa, e ciò tanto più a ragione in quantochè, sia che il cielo con tutti i suoi astri giri attorno alla Terra, sia che giri invece la Terra attorno ad un proprio asse di rotazione e in verso opposto, le apparenze non mutano, come verrò mostrandovi con qualche paragone.
Voi vedete sorgere gli astri a levante e tramontare a ponente, e non avete intorno a voi nessun punto fisso al quale riferire il moto di essi astri e non siete per conseguenza in grado di giudicare se siano gli astri che girano o se non siate piuttosto voi che girate in direzione opposta; nessuna scossa, nessun rumore, nessun spostamento fra gli oggetti terrestri intorno a voi ve ne avverte.
A ben capire come questo avvenga giova riflettere un momento al fatto seguente ben noto: quando voi viaggiate chiuso nella carrozza di un convoglio ferroviario in moto, se guardate fuor dal finestrino, vedete i pali del telegrafo, gli alberi, le cantoniere e tutto ciò che è fisso al terreno corrervi incontro e fuggire quasi dietro di voi; se guardate invece dentro la carrozza ogni cosa sta ferma a suo posto e i viaggiatori comodamente seduti si intrattengono fra di loro come nel salotto di una casa. Se non sapeste positivamente di esser velocemente trasportati dalla locomotiva, non è egli vero che voi potreste pensare essere gli alberi, i pali, gli edifizi che si muovono, correndo in direzione opposta a quella del convoglio? Al modo stesso il cielo sembra rotare attorno ad un asse proprio di rotazione da oriente ad occidente, mentre in realtà non ruota e siam noi che ruotiamo colla Terra nel verso opposto da occidente ad oriente.
Qui però è da notare una piccola differenza; nell’esempio accennato, le piante, gli edifizii vi corrono incontro e fuggono in linea retta, e ciò dipende dal fatto che voi pure correte in linea retta. Gli astri invece descrivono in cielo degli archi di circonferenze di circolo, e questo facilmente per analogia si spiega ammettendo, come si è pur ora asserito, che non gli astri ma l’osservatore stesso descriva una circonferenza, e la descriva stando sulla Terra. E poichè altrettanto accade per tutti gli osservatori sparsi sulla superficie terrestre, ragion vuole si dica che essi tutti girano, che cioè la Terra, la quale tutti li porta, gira e fa che essi girino in determinate circonferenze; questo fatto si enuncia colle seguenti parole: la Terra ruota sopra sè stessa.
Spieghiamo bene che cosa significhi questa frase «ruotare sopra sè stesso, o intorno al proprio asse.»
Il fatto del ruotare vi è di certo caduto sott’occhio migliaia di volte senza che forse vi abbiate posto mente; fors’anco esso vi sarà più volte apparso complicato da quello della traslazione, e in tal caso vi sarà riuscito difficile distinguere chiaramente l’un moto dall’altro. Complesso ad esempio è il moto delle ruote di una carrozza, le quali ruotano, ovvero girano intorno alle loro sale o assi, nel tempo stesso che trasportano la carrozza da un luogo ad un altro. Semplice invece è il moto d’una ruota da affilare; essa non ha altro moto che quello di rotazione, e, ruotando, fa sì che tutti i punti della sua periferia vengano successivamente a passare sotto gli occhi dell’arrotino.
Ma per venire ad un paragone più calzante, osservate una palla montata su un tornio, mentre l’operaio la fa girare per darle l’ultima mano: voi siete in una camera, dalla cui unica finestrella un largo fascio di luce entrando batte proprio sulla palla. Una metà della palla, quella verso la finestra, è sempre illuminata, l’altra metà, dall’opposta banda, è sempre oscura; immaginate un nodo oppure un qualunque piccolo disegno nel legno che è sul tornio, guardate e vedrete che esso ad ogni giro passa per il fascio dei raggi del Sole, e per una parte del giro attraversa lo sprazzo di luce solare, per la restante parte resta nell’ombra.
Vediamo ora più da vicino come giri la palla. Le punte dei toppi la stringono in due punti opposti che sono agli estremi di un suo diametro; questi punti voi non li vedete girare, ma intorno ad essi gira visibilmente la palla, quasi fosse attraversata da una spina.
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