Orlando Furioso (part 2 of 3)
Ed alzando la man nuda e senz'arme, antico segno di tregua o di pace, disse a Grifon: — Non so, se non chiamarme d'avere il torto, e dir che mi dispiace: ma il mio poco giudicio, e lo istigarme altrui, cadere in tanto error mi face. Quel che di fare io mi credea al più vile guerrier del mondo, ho fatto al più gentile.
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E se bene alla ingiuria ed a quell'onta ch'oggi fatta ti fu per ignoranza, l'onor che ti fai qui s'adegua e sconta, o (per più vero dir) supera e avanza; la satisfazion ci serà pronta a tutto mio sapere e mia possanza, quando io conosca di poter far quella per oro o per cittadi o per castella.
68
Chiedimi la metà di questo regno, ch'io son per fartene oggi possessore; che l'alta tua virtù non ti fa degno di questo sol, ma ch'io ti doni il core: e la tua mano in questo mezzo, pegno di fé mi dona e di perpetuo amore. — Così dicendo, da cavallo scese, e vêr Grifon la destra mano stese.
69
Grifon, vedendo il re fatto benigno venirgli per gittar le braccia al collo, lasciò la spada e l'animo maligno, e sotto l'anche ed umile abbracciollo. Lo vide il re di due piaghe sanguigno, e tosto fe' venir chi medicollo; indi portar ne la cittade adagio, e riposar nel suo real palagio.
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Dove, ferito, alquanti giorni, inante che si potesse armar, fece soggiorno. Ma lascio lui, ch'al suo frate Aquilante ed ad Astolfo in Palestina torno, che di Grifon, poi che lasciò le sante mura, cercare han fatto più d'un giorno in tutti i lochi in Solima devoti, e in molti ancor da la città remoti.
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Or né l'uno né l'altro è sì indovino, che di Grifon possa saper che sia: ma venne lor quel Greco peregrino, nel ragionare, a caso a darne spia, dicendo ch'Orrigille avea il camino verso Antiochia preso di Soria, d'un nuovo drudo, ch'era di quel loco, di subito arsa e d'improviso fuoco.
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Dimandògli Aquilante, se di questo così notizia avea data a Grifone: e come l'affermò, s'avisò il resto, perché fosse partito, e la cagione. Ch'Orrigille ha seguito è manifesto in Antiochia con intenzione di levarla di man del suo rivale con gran vendetta e memorabil male.
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Non tolerò Aquilante che 'l fratello solo e senz'esso a quell'impresa andasse; e prese l'arme, e venne dietro a quello: ma prima pregò il duca che tardasse l'andata in Francia ed al paterno ostello, fin ch'esso d'Antiochia ritornasse. Scende al Zaffo e s'imbarca, che gli pare e più breve e miglior la via del mare.
74
Ebbe un ostro—silocco allor possente tanto nel mare, e sì per lui disposto, che la terra del Surro il dì seguente vide e Saffetto, un dopo l'altro tosto. Passa Barutti e il Zibeletto, e sente che da man manca gli è Cipro discosto. A Tortosa da Tripoli, e alla Lizza e al golfo di Laiazzo il camin drizza.
75
Quindi a levante fe' il nocchier la fronte del navilio voltar snello e veloce; ed a sorger n'andò sopra l'Oronte, e colse il tempo, e ne pigliò la foce. Gittar fece Aquilante in terra il ponte, e n'uscì armato sul destrier feroce; e contra il fiume il camin dritto tenne, tanto ch'in Antiochia se ne venne.
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Di quel Martano ivi ebbe ad informarse; ed udì ch'a Damasco se n'era ito con Orrigille, ove una giostra farse dovea solenne per reale invito. Tanto d'andargli dietro il desir l'arse, certo che 'l suo german l'abbia seguito, che d'Antiochia anco quel dì si tolle; ma già per mar più ritornar non volle.
77
Verso Lidia e Larissa il camin piega: resta più sopra Aleppe ricca e piena. Dio, per mostrar ch'ancor di qua non niega mercede al bene, ed al contrario pena, Martano appresso a Mamuga una lega ad incontrarsi in Aquilante mena. Martano si facea con bella mostra portare inanzi il pregio de la giostra.
78
Pensò Aquilante al primo comparire, che 'l vil Martano il suo fratello fosse; che l'ingannaron l'arme, e quel vestire candido più che nievi ancor non mosse: e con quell'oh! che d'allegrezza dire si suole, incominciò; ma poi cangiosse tosto di faccia e di parlar, ch'appresso s'avide meglio, che non era desso.
79
Dubitò che per fraude di colei ch'era con lui, Grifon gli avesse ucciso; e: — Dimmi (gli gridò) tu ch'esser déi un ladro e un traditor, come n'hai viso, onde hai quest'arme avute? onde ti sei sul buon destrier del mio fratello assiso? Dimmi se 'l mio fratello è morto o vivo; come de l'arme e del destrier l'hai privo. —
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Quando Orrigille udì l'irata voce, a dietro il palafren per fuggir volse; ma di lei fu Aquilante più veloce, e fecela fermar, volse o non volse. Martano al minacciar tanto feroce del cavallier, che sì improviso il colse, pallido triema, come al vento fronda, né sa quel che si faccia o che risponda.
81
Grida Aquilante, e fulminar non resta, e la spada gli pon dritto alla strozza; e giurando minaccia che la testa ad Orrigille e a lui rimarrà mozza, se tutto il fatto non gli manifesta. Il mal giunto Martano alquanto ingozza, e tra sé volve se può sminuire sua grave colpa, e poi comincia a dire:
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— Sappi, signor, che mia sorella è questa, nata di buona e virtuosa gente, ben che tenuta in vita disonesta l'abbia Grifone obbrobriosamente: e tale infamia essendomi molesta, né per forza sentendomi possente di torla a sì grande uom, feci disegno d'averla per astuzia e per ingegno.
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Tenni modo con lei, ch'avea desire di ritornare a più lodata vita, ch'essendosi Grifon messo a dormire, chetamente da lui fêsse partita. Così fece ella; e perché egli a seguire non n'abbia, ed a turbar la tela ordita, noi lo lasciammo disarmato e a piedi; e qua venuti siàn, come tu vedi. —
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Poteasi dar di somma astuzia vanto, che colui facilmente gli credea; e, fuor che 'n torgli arme e destrier e quanto tenesse di Grifon, non gli nocea; se non volea pulir sua scusa tanto, che la facesse di menzogna rea: buona era ogn'altra parte, se non quella che la femina a lui fosse sorella.
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Avea Aquilante in Antiochia inteso essergli concubina, da più genti; onde gridando, di furore acceso: — Falsissimo ladron, tu te ne menti! — un pugno gli tirò di tanto peso, che ne la gola gli cacciò duo denti: e senza più contesa, ambe le braccia gli volge dietro, e d'una fune allaccia;
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e parimente fece ad Orrigille, ben che in sua scusa ella dicesse assai. Quindi li trasse per casali e ville, né li lasciò fin a Damasco mai; e de le miglia mille volte mille tratti gli avrebbe con pene e con guai, fin ch'avesse trovato il suo fratello, per farne poi come piacesse a quello.
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Fece Aquilante lor scudieri e some seco tornare, ed in Damasco venne, e trovò di Grifon celebre il nome per tutta la città batter le penne: piccoli e grandi, ognun sapea già come egli era, che sì ben corse l'antenne, ed a cui tolto fu con falsa mostra dal compagno la gloria de la giostra.
88
Il popul tutto al vil Martano infesto, l'uno all'altro additandolo, lo scuopre. — Non è (dicean), non è il ribaldo questo, che si fa laude con l'altrui buone opre? e la virtù di chi non è ben desto, con la sua infamia e col suo obbrobrio copre? Non è l'ingrata femina costei, la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? —
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Altri dicean: — Come stan bene insieme segnati ambi d'un marchio e d'una razza! — Chi li bestemmia, chi lor dietro freme, chi grida: — Impicca, abrucia, squarta, amazza! — La turba per veder s'urta, si preme, e corre inanzi alle strade, alla piazza. Venne la nuova al re, che mostrò segno d'averla cara più ch'un altro regno.
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Senza molti scudier dietro o davante, come si ritrovò, si mosse in fretta, e venne ad incontrarsi in Aquilante, ch'avea del suo Grifon fatto vendetta; e quello onora con gentil sembiante, seco lo 'nvita, e seco lo ricetta; di suo consenso avendo fatto porre i duo prigioni in fondo d'una torre.
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Andaro insieme ove del letto mosso Grifon non s'era, poi che fu ferito, che vedendo il fratel, divenne rosso; che ben stimò ch'avea il suo caso udito. E poi che motteggiando un poco adosso gli andò Aquilante, messero a partito di dare a quelli duo iusto martoro, venuti in man degli avversari loro.
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Vuole Aquilante, vuole il re che mille strazi ne sieno fatti; ma Grifone (perché non osa dir sol d'Orrigille) all'uno e all'altro vuol che si perdone. Disse assai cose, e molto ben ordille; fugli risposto; or per conclusione Martano è disegnato in mano al boia, ch'abbia a scoparlo, e non però che moia.
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Legar lo fanno, e non tra' fiori e l'erba, e per tutto scopar l'altra matina. Orrigille captiva si riserba fin che ritorni la bella Lucina, al cui saggio parere, o lieve o acerba, rimetton quei signor la disciplina. Quivi stette Aquilante a ricrearsi fin che 'l fratel fu sano e poté armarsi.
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Re Norandin, che temperato e saggio divenuto era dopo un tanto errore, non potea non aver sempre il coraggio di penitenza pieno e di dolore, d'aver fatto a colui danno ed oltraggio, che degno di mercede era e d'onore: sì che dì e notte avea il pensiero intento par farlo rimaner di sé contento.
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E statuì nel publico cospetto de la città, di tanta ingiuria rea, con quella maggior gloria ch'a perfetto cavallier per un re dar si potea, di rendergli quel premio ch'intercetto con tanto inganno il traditor gli avea: e perciò fe' bandir per quel paese, che faria un'altra giostra indi ad un mese.
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Di ch'apparecchio fa tanto solenne, quanto a pompa real possibil sia: onde la Fama con veloci penne portò la nuova per tutta Soria; ed in Fenicia e in Palestina venne, e tanto, ch'ad Astolfo ne diè spia, il qual col viceré deliberosse che quella giostra senza lor non fosse.
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Per guerrier valoroso e di gran nome la vera istoria Sansonetto vanta. Gli diè battesmo Orlando, e Carlo (come v'ho detto) a governar la Terra Santa. Astolfo con costui levò le some, per ritrovarsi ove la Fama canta, sì che d'intorno n'ha piena ogni orecchia, ch'in Damasco la giostra s'apparecchia.
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Or cavalcando per quelle contrade con non lunghi viaggi, agiati e lenti, per ritrovarsi freschi alla cittade poi di Damasco il dì de' torniamenti, scontraro in una croce di due strade persona ch'al vestire e a' movimenti avea sembianza d'uomo, e femin' era, ne le battaglie a maraviglia fiera.
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La vergine Marfisa si nomava, di tal valor, che con la spada in mano fece più volte al gran signor di Brava sudar la fronte e a quel di Montalbano; e 'l dì e la notte armata sempre andava di qua di là cercando in monte e in piano con cavallieri erranti riscontrarsi, ed immortale e gloriosa farsi.
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Com'ella vide Astolfo e Sansonetto, ch'appresso le venian con l'arme indosso, prodi guerrier le parvero all'aspetto; ch'erano ambeduo grandi e di buono osso: e perché di provarsi avria diletto, per isfidarli avea il destrier già mosso; quando, affissando l'occhio più vicino, conosciuto ebbe il duca paladino.
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De la piacevolezza le sovenne del cavallier, quando al Catai seco era: e lo chiamò per nome, e non si tenne la man nel guanto, e alzossi la visiera; e con gran festa ad abbracciarlo venne, come che sopra ogn'altra fosse altiera. Non men da l'altra parte riverente fu il paladino alla donna eccellente.
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Tra lor si domandaron di lor via: e poi ch'Astolfo, che prima rispose, narrò come a Damasco se ne gìa, dove le genti in arme valorose avea invitato il re de la Soria a dimostrar lor opre virtuose; Marfisa, sempre a far gran pruove accesa, — Voglio esser con voi (disse) a questa impresa. —
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Sommamente ebbe Astolfo grata questa compagna d'arme, e così Sansonetto. Furo a Damasco il dì inanzi la festa, e di fuora nel borgo ebbon ricetto: e sin all'ora che dal sonno desta l'Aurora il vecchiarel già suo diletto, quivi si riposar con maggior agio, che se smontati fossero al palagio.
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E poi che 'l nuovo sol lucido e chiaro per tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi, la bella donna e i duo guerrier s'armaro, mandato avendo alla città messaggi; che, come tempo fu, lor rapportaro che per veder spezzar frassini e faggi re Norandino era venuto al loco ch'avea costituito al fiero gioco.
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Senza più indugio alla città ne vanno, e per la via maestra alla gran piazza, dove aspettando il real segno stanno quinci e quindi i guerrier di buona razza. I premi che quel giorno si daranno a chi vince, è uno stocco ed una mazza guerniti riccamente, e un destrier, quale sia convenevol dono a un signor tale.
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Avendo Norandin fermo nel core che, come il primo pregio, il secondo anco, e d'ambedue le giostre il sommo onore si debba guadagnar Grifone il bianco; per dargli tutto quel ch'uom di valore dovrebbe aver, né debbe far con manco, posto con l'arme in questo ultimo pregio ha stocco e mazza e destrier molto egregio.
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L'arme che ne la giostra fatta dianzi si doveano a Grifon che 'l tutto vinse, e che usurpate avea con tristi avanzi Martano che Grifone esser si finse, quivi si fece il re pendere inanzi, e il ben guernito stocco a quelle cinse, e la mazza all'arcion del destrier messe, perché Grifon l'un pregio e l'altro avesse.
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Ma che sua intenzione avesse effetto vietò quella magnanima guerriera, che con Astolfo e col buon Sansonetto in piazza nuovamente venuta era. Costei, vedendo l'arme ch'io v'ho detto, subito n'ebbe conoscenza vera: però che già sue furo, e l'ebbe care quanto si suol le cose ottime e rare;
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ben che l'avea lasciate in su la strada a quella volta che le fur d'impaccio, quando per riaver sua buona spada correa dietro a Brunel degno di laccio. Questa istoria non credo che m'accada altrimenti narrar; però la taccio. Da me vi basti intendere a che guisa quivi trovasse l'arme sue Marfisa.
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Intenderete ancor, che come l'ebbe riconosciute a manifeste note, per altro che sia al mondo, non le avrebbe lasciate un dì di sua persona vote. Se più tenere un modo o un altro debbe per racquistarle, ella pensar non puote: ma se gli accosta a un tratto, e la man stende, e senz'altro rispetto se le prende;
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e per la fretta ch'ella n'ebbe, avenne ch'altre ne prese, altre mandonne in terra. Il re, che troppo offeso se ne tenne, con uno sguardo sol le mosse guerra; che 'l popul, che l'ingiuria non sostenne, per vendicarlo e lance e spade afferra, non rammentando ciò ch'i giorni inanti nocque il dar noia ai cavallieri erranti.
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Né fra vermigli fiori, azzurri e gialli vago fanciullo alla stagion novella, né mai si ritrovò fra suoni e balli più volentieri ornata donna e bella; che fra strepito d'arme e di cavalli, e fra punte di lance e di quadrella, dove si sparga sangue e si dia morte, costei si truovi, oltre ogni creder forte.
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Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca con l'asta bassa impetuosa fere; e chi nel collo e chi nel petto imbrocca, e fa con l'urto or questo or quel cadere: poi con la spada uno ed un altro tocca, e fa qual senza capo rimanere, e qual rotto, e qual passato al fianco, e qual del braccio privo o destro o manco.
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L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto, ch'avean con lei vestita e piastra e maglia, ben che non venner già per tal effetto, pur, vedendo attaccata la battaglia, abbassan la visiera de l'elmetto, e poi la lancia per quella canaglia; ed indi van con la tagliente spada di qua di là facendosi far strada.
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I cavallieri di nazion diverse, ch'erano per giostrar quivi ridutti, vedendo l'arme in tal furor converse, e gli aspettati giuochi in gravi lutti (che la cagion ch'avesse di dolerse la plebe irata non sapeano tutti, né ch'al re tanta ingiuria fosse fatta), stavan con dubbia mente e stupefatta.
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Di ch'altri a favorir la turba venne, che tardi poi non se ne fu a pentire; altri, a cui la città più non attenne che gli stranieri, accorse a dipartire; altri, più saggio, in man la briglia tenne, mirando dove questo avesse a uscire. Di quelli fu Grifone ed Aquilante, che per vendicar l'arme andaro inante.
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Essi vedendo il re che di veneno avea le luci inebriate e rosse, ed essendo da molti istrutti a pieno de la cagion che la discordia mosse, e parendo a Grifon che sua, non meno che del re Norandin, l'ingiuria fosse; s'avean le lance fatte dar con fretta, e venian fulminando alla vendetta.
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Astolfo d'altra parte Rabicano venìa spronando a tutti gli altri inante, con l'incantata lancia d'oro in mano, ch'al fiero scontro abbatte ogni giostrante. Ferì con essa e lasciò steso al piano prima Grifone, e poi trovò Aquilante; e de lo scudo toccò l'orlo a pena, che lo gittò riverso in su l'arena.
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I cavallier di pregio e di gran pruova votan le selle inanzi a Sansonetto. L'uscita de la piazza il popul truova: il re n'arrabbia d'ira e di dispetto. Con la prima corazza e con la nuova Marfisa intanto, e l'uno e l'altro elmetto, poi che si vide a tutti dare il tergo, vincitrice venìa verso l'albergo.
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Astolfo e Sansonetto non fur lenti a seguitarla, e seco a ritornarsi verso la porta (che tutte le genti gli davan loco), ed al rastrel fermarsi. Aquilante e Grifon, troppo dolenti di vedersi a uno incontro riversarsi, tenean per gran vergogna il capo chino, né ardian venire inanzi a Norandino.
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Presi e montati c'hanno i lor cavalli, spronano dietro agli nimici in fretta. Li segue il re con molti suoi vasalli, tutti pronti o alla morte o alla vendetta. La sciocca turba grida: — Dàlli dàlli —; e sta lontana, e le novelle aspetta. Grifone arriva ove volgean la fronte i tre compagni, ed avean preso il ponte.
122
A prima giunta Astolfo raffigura, ch'avea quelle medesime divise, avea il cavallo, avea quella armatura ch'ebbe dal dì ch'Orril fatale uccise. Né miratol, né posto gli avea cura, quando in piazza a giostrar seco si mise: quivi il conobbe e salutollo; e poi gli domandò de li compagni suoi;
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e perché tratto avean quell'arme a terra, portando al re sì poca riverenza. Di suoi compagni il duca d'Inghilterra diede a Grifon non falsa conoscenza: de l'arme ch'attaccate avean la guerra, disse che non n'avea troppa scienza; ma perché con Marfisa era venuto, dar le volea con Sansonetto aiuto.
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Quivi con Grifon stando il paladino, viene Aquilante, e lo conosce tosto che parlar col fratel l'ode vicino, e il voler cangia, ch'era mal disposto. Giungean molti di quei di Norandino, ma troppo non ardian venire accosto; e tanto più, vedendo i parlamenti, stavano cheti, e per udire intenti.
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Alcun ch'intende quivi esser Marfisa, che tiene al mondo il vanto in esser forte, volta il cavallo, e Norandino avisa che s'oggi non vuol perder la sua corte, proveggia, prima che sia tutta uccisa, di man trarla a Tesifone e alla Morte; perché Marfisa veramente è stata, che l'armatura in piazza gli ha levata.
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Come re Norandino ode quel nome così temuto per tutto Levante, che facea a molti anco arricciar le chiome, ben che spesso da lor fosse distante, è certo che ne debbia venir come dice quel suo, se non provede inante; però gli suoi, che già mutata l'ira hanno in timore, a sé richiama e tira.
127
Da l'altra parte i figli d'Oliviero con Sansonetto e col figliuol d'Otone, supplicando a Marfisa, tanto fero, che si diè fine alla crudel tenzone. Marfisa, giunta al re, con viso altiero disse: — Io non so, signor, con che ragione vogli quest'arme dar, che tue non sono, al vincitor de le tue giostre in dono.
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Mie sono l'arme, e 'n mezzo de la via che vien d'Armenia, un giorno le lasciai, perché seguire a piè mi convenia un rubator che m'avea offesa assai: e la mia insegna testimon ne fia, che qui si vede, se notizia n'hai. — E la mostrò ne la corazza impressa, ch'era in tre parti una corona fessa.
129
— Gli è ver (rispose il re) che mi fur date, son pochi dì, da un mercatante armeno; e se voi me l'avesse domandate, l'avreste avute, o vostre o no che sièno; ch'avenga ch'a Grifon già l'ho donate, ho tanta fede in lui, che nondimeno, acciò a voi darle avessi anche potuto, volentieri il mio don m'avria renduto.
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Non bisogna allegar, per farmi fede che vostre sien, che tengan vostra insegna: basti il dirmelo voi; che vi si crede più ch'a qual altro testimonio vegna. Che vostre sian vostr'arme si concede alla virtù di maggior premio degna. Or ve l'abbiate, e più non si contenda; e Grifon maggior premio da me prenda. —
131
Grifon che poco a cor avea quell'arme, ma gran disio che 'l re si satisfaccia, gli disse: — Assai potete compensarme, se mi fate saper ch'io vi compiaccia. — Tra sé disse Marfisa: — Esser qui parme l'onor mio in tutto: — e con benigna faccia volle a Grifon de l'arme esser cortese; e finalmente in don da lui le prese.
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Ne la città con pace e con amore tornaro, ove le feste raddoppiarsi. Poi la giostra si fe', di che l'onore e 'l pregio Sansonetto fece darsi; ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore di lor, Marfisa, non volson provarsi, cercando, com'amici e buon compagni, che Sansonetto il pregio ne guadagni.
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Stati che sono in gran piacere e in festa con Norandino otto giornate o diece, perché l'amor di Francia gli molesta, che lasciar senza lor tanto non lece, tolgon licenza; e Marfisa, che questa via disiava, compagnia lor fece. Marfisa avuto avea lungo disire al paragon dei paladin venire;
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e far esperienza se l'effetto si pareggiava a tanta nominanza. Lascia un altro in suo loco Sansonetto, che di Ierusalem regga la stanza. Or questi cinque in un drappello eletto, che pochi pari al mondo han di possanza, licenziati dal re Norandino, vanno a Tripoli e al mar che v'è vicino.
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E quivi una caracca ritrovaro, che per Ponente mercanzie raguna. Per loro e pei cavalli s'accordaro con un vecchio patron ch'era da Luna. Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro, ch'avrian per molti dì buona fortuna. Sciolser dal lito, avendo aria serena, e di buon vento ogni lor vela piena.
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L'isola sacra all'amorosa dea diede lor sotto un'aria il primo porto, che non ch'a offender gli uomini sia rea, ma stempra il ferro, e quivi è 'l viver corto. Cagion n'è un stagno: e certo non dovea Natura a Famagosta far quel torto d'appressarvi Costanza acre e maligna, quando al resto di Cipro è sì benigna.
137
Il grave odor che la palude esala non lascia al legno far troppo soggiorno. Quindi a un greco—levante spiegò ogni ala, volando da man destra a Cipro intorno, e surse a Pafo, e pose in terra scala; e i naviganti uscir nel lito adorno, chi per merce levar, chi per vedere la terra d'amor piena e di piacere.
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Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco si va salendo inverso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il loco, e mille altri soavi arbori han pieno. Serpillo e persa e rose e gigli e croco spargon da l'odorifero terreno tanta suavità, ch'in mar sentire la fa ogni vento che da terra spire.
139
Da limpida fontana tutta quella piaggia rigando va un ruscel fecondo. Ben si può dir che sia di Vener bella il luogo dilettevole e giocondo; che v'è ogni donna affatto, ogni donzella piacevol più ch'altrove sia nel mondo: e fa la dea che tutte ardon d'amore, giovani e vecchie, infino all'ultime ore.
140
Quivi odono il medesimo ch'udito di Lucina e de l'Orco hanno in Soria, e come di tornare ella a marito facea nuovo apparecchio in Nicosia. Quindi il padrone (essendosi espedito, e spirando buon vento alla sua via) l'ancore sarpa, e fa girar la proda verso ponente, ed ogni vela snoda.
141
Al vento di maestro alzò la nave le vele all'orza, ed allargossi in alto. Un ponente—libecchio, che soave parve a principio e fin che 'l sol stette alto, e poi si fe' verso la sera grave, le leva incontra il mar con fiero assalto, con tanti tuoni e tanto ardor di lampi, che par che 'l ciel si spezzi e tutto avampi.
142
Stendon le nubi un tenebroso velo che né sole apparir lascia né stella. Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, il vento d'ogn'intorno, e la procella che di pioggia oscurissima e di gelo i naviganti miseri flagella: e la notte più sempre si diffonde sopra l'irate e formidabil onde.
143
I naviganti a dimostrare effetto vanno de l'arte in che lodati sono: chi discorre fischiando col fraschetto, e quanto han gli altri a far, mostra col suono; chi l'ancore apparechia da rispetto, e chi al mainare e chi alla scotta è buono; chi 'l timone, chi l'arbore assicura, chi la coperta di sgombrare ha cura.
144
Crebbe il tempo crudel tutta la notte, caliginosa e più scura ch'inferno. Tien per l'alto il padrone, ove men rotte crede l'onde trovar, dritto il governo; e volta ad or ad or contra le botte del mar la proda, e de l'orribil verno, non senza speme mai che, come aggiorni, cessi fortuna, o più placabil torni.
145
Non cessa e non si placa, e più furore mostra nel giorno, se pur giorno è questo, che si conosce al numerar de l'ore, non che per lume già sia manifesto. Or con minor speranza e più timore si dà in poter del vento il padron mesto: volta la poppa all'onde, e il mar crudele scorrendo se ne va con umil vele.
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Mentre Fortuna in mar questi travaglia, non lascia anco posar quegli altri in terra, che sono in Francia, ove s'uccide e taglia coi Saracini il popul d'Inghilterra. Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia le schiere avverse, e le bandiere atterra. Dissi di lui, che 'l suo destrier Baiardo mosso avea contra a Dardinel gagliardo.
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Vide Rinaldo il segno del quartiero, di che superbo era il figliuol d'Almonte; e lo stimò gagliardo e buon guerriero, che concorrer d'insegna ardia col conte. Venne più appresso, e gli parea più vero; ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte. — Meglio è (gridò) che prima io svella e spenga questo mal germe, che maggior divenga. —
148
Dovunque il viso drizza il paladino, levasi ognuno, e gli dà larga strada; né men sgombra il fedel, che 'l Saracino, sì reverita è la famosa spada. Rinaldo, fuor che Dardinel meschino, non vede alcuno, e lui seguir non bada. Grida: — Fanciullo, gran briga ti diede chi ti lasciò di questo scudo erede.
149
Vengo a te per provar, se tu m'attendi, come ben guardi il quartier rosso e bianco; che s'ora contra me non lo difendi, difender contra Orlando il potrai manco. — Rispose Dardinello: — Or chiaro apprendi che s'io lo porto, il so difender anco; e guadagnar più onor, che briga, posso del paterno quartier candido e rosso.
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Perché fanciullo io sia, non creder farme però fuggire, o che 'l quartier ti dia: la vita mi torrai, se mi toi l'arme; ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia. Sia quel che vuol, non potrà alcun biasmarme che mai traligni alla progenie mia. — Così dicendo, con la spada in mano assalse il cavallier da Montalbano.
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Un timor freddo tutto 'l sangue oppresse, che gli Africani aveano intorno al core, come vider Rinaldo che si messe con tanta rabbia incontra a quel signore, con quanta andria un leon ch'al prato avesse visto un torel ch'ancor non senta amore. Il primo che ferì, fu 'l Saracino; ma picchiò invan su l'elmo di Mambrino.
152
Rise Rinaldo, e disse: — Io vo' tu senta, s'io so meglio di te trovar la vena. — Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta, e d'una punta con tal forza mena, d'una punta ch'al petto gli appresenta, che gli la fa apparir dietro alla schena. Quella trasse, al tornar, l'alma col sangue: di sella il corpo uscì freddo ed esangue.
153
Come purpureo fior languendo muore, che 'l vomere al passar tagliato lassa; o come carco di superchio umore il papaver ne l'orto il capo abbassa: così, giù de la faccia ogni colore cadendo, Dardinel di vita passa; passa di vita, e fa passar con lui l'ardire e la virtù de tutti i sui.
154
Qual soglion l'acque per umano ingegno stare ingorgate alcuna volta e chiuse, che quando lor vien poi rotto il sostegno, cascano, e van con gran rumor difuse; tal gli African, ch'avean qualche ritegno mentre virtù lor Dardinello infuse, ne vanno or sparti in questa parte e in quella, che l'han veduto uscir morto di sella.
155
Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa, ed attende a cacciar chi vuol star saldo. Si cade ovunque Ariodante passa, che molto va quel dì presso a Rinaldo. Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa, a gara ognuno a far gran prove caldo. Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero, Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.
156
I Mori fur quel giorno in gran periglio che 'n Pagania non ne tornasse testa; ma 'l saggio re di Spagna dà di piglio, e se ne va con quel che in man gli resta. Restar in danno tien miglior consiglio, che tutti i denar perdere e la vesta: meglio è ritrarsi e salvar qualche schiera, che, stando, esser cagion che 'l tutto pèra.
157
Verso gli alloggiamenti i segni invia, ch'eron serrati d'argine e di fossa, con Stordilan, col re d'Andologia, col Portughese in una squadra grossa. Manda a pregar il re di Barbaria, che si cerchi ritrar meglio che possa; e se quel giorno la persona e 'l loco potrà salvar, non avrà fatto poco.
158
Quel re che si tenea spacciato al tutto, né mai credea più riveder Biserta, che con viso sì orribile e sì brutto unquanco non avea Fortuna esperta, s'allegrò che Marsilio avea ridutto parte del campo in sicurezza certa: ed a ritrarsi cominciò, e a dar volta alle bandiere, e fe' sonar raccolta.
159
Ma la più parte de la gente rotta né tromba né tambur né segno ascolta: tanta fu la viltà, tanta la dotta, ch'in Senna se ne vide affogar molta. Il re Agramante vuol ridur la frotta: seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta; e con lor s'affatica ogni buon duca, che nei ripari il campo si riduca.
160
Ma né il re, né Sobrin, né duca alcuno con prieghi, con minacce, con affanno ritrar può il terzo, non ch'io dica ognuno, dove l'insegne mal seguite vanno. Morti o fuggiti ne son dua, per uno che ne rimane, e quel non senza danno: ferito è chi di dietro e chi davanti; ma travagliati e lassi tutti quanti.
161
E con gran tema fin dentro alle porte dei forti alloggiamenti ebbon la caccia: ed era lor quel luogo anco mal forte, con ogni proveder che vi si faccia (che ben pigliar nel crin la buona sorte Carlo sapea, quando volgea la faccia), se non venia la notte tenebrosa, che staccò il fatto, ed acquetò ogni cosa;
162
dal Creator accelerata forse, che de la sua fattura ebbe pietade. Ondeggiò il sangue per campagna, e corse come un gran fiume, e dilagò le strade. Ottantamila corpi numerorse, che fur quel dì messi per fil di spade. Villani e lupi uscir poi de le grotte a dispogliargli e a devorar la notte.
163
Carlo non torna più dentro alla terra, ma contra gli nimici fuor s'accampa, ed in assedio le lor tende serra, ed alti e spessi fuochi intorno avampa. Il pagan si provede, e cava terra, fossi e ripari e bastioni stampa; va rivedendo, e tien le guardie deste, né tutta notte mai l'arme si sveste.
164
Tutta la notte per gli alloggiamenti dei malsicuri Saracini oppressi si versan pianti, gemiti e lamenti, ma quanto più si può, cheti e soppressi. Altri, perché gli amici hanno e i parenti lasciati morti, ed altri per se stessi, che son feriti, e con disagio stanno: ma più è la tema del futuro danno.
165
Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro, d'oscura stirpe nati in Tolomitta; de' quai l'istoria, per esempio raro di vero amore, è degna esser descritta. Cloridano e Medor si nominaro, ch'alla fortuna prospera e alla afflitta aveano sempre amato Dardinello, ed or passato in Francia il mar con quello.
166
Cloridan, cacciator tutta sua vita, di robusta persona era ed isnella: Medoro avea la guancia colorita e bianca e grata ne la età novella; e fra la gente a quella impresa uscita non era faccia più gioconda e bella: occhi avea neri, e chioma crespa d'oro: angel parea di quei del sommo coro.
167
Erano questi duo sopra i ripari con molti altri a guardar gli alloggiamenti, quando la Notte fra distanze pari mirava il ciel con gli occhi sonnolenti. Medoro quivi in tutti i suoi parlari non può far che 'l signor suo non rammenti, Dardinello d'Almonte, e che non piagna che resti senza onor ne la campagna.
168
Volto al compagno, disse: — O Cloridano, io non ti posso dir quanto m'incresca del mio signor, che sia rimaso al piano, per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca. Pensando come sempre mi fu umano, mi par che quando ancor questa anima esca in onor di sua fama, io non compensi né sciolga verso lui gli oblighi immensi.
169
Io voglio andar, perché non stia insepulto in mezzo alla campagna, a ritrovarlo: e forse Dio vorrà ch'io vada occulto là dove tace il campo del re Carlo. Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto ch'io vi debba morir, potrai narrarlo: che se Fortuna vieta sì bell'opra, per fama almeno il mio buon cor si scuopra. —
170
Stupisce Cloridan, che tanto core, tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo: e cerca assai, perché gli porta amore, di fargli quel pensiero irrito e nullo; ma non gli val, perch'un sì gran dolore non riceve conforto né trastullo. Medoro era disposto o di morire, o ne la tomba il suo signor coprire.
171
Veduto che nol piega e che nol muove, Cloridan gli risponde: — E verrò anch'io, anch'io vuo' pormi a sì lodevol pruove, anch'io famosa morte amo e disio. Qual cosa sarà mai che più mi giove, s'io resto senza te, Medoro mio? Morir teco con l'arme è meglio molto, che poi di duol, s'avvien che mi sii tolto. —
172
Così disposti, messero in quel loco le successive guardie, e se ne vanno. Lascian fosse e steccati, e dopo poco tra' nostri son, che senza cura stanno. Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco, perché dei Saracin poca tema hanno. Tra l'arme e' carriaggi stan roversi, nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.
173
Fermossi alquanto Cloridano, e disse: — Non son mai da lasciar l'occasioni. Di questo stuol che 'l mio signor trafisse, non debbo far, Medoro, occisioni? Tu, perché sopra alcun non ci venisse, gli occhi e l'orecchi in ogni parte poni; ch'io m'offerisco farti con la spada tra gli nimici spaziosa strada. —
174
Così disse egli, e tosto il parlar tenne, ed entrò dove il dotto Alfeo dormia, che l'anno inanzi in corte a Carlo venne, medico e mago e pien d'astrologia: ma poco a questa volta gli sovenne; anzi gli disse in tutto la bugia. Predetto egli s'avea, che d'anni pieno dovea morire alla sua moglie in seno:
175
ed or gli ha messo il cauto Saracino la punta de la spada ne la gola. Quattro altri uccide appresso all'indovino, che non han tempo a dire una parola: menzion dei nomi lor non fa Turpino, e 'l lungo andar le lor notizie invola: dopo essi Palidon da Moncalieri, che sicuro dormia fra duo destrieri.
176
Poi se ne vien dove col capo giace appoggiato al barile il miser Grillo: avealo voto, e avea creduto in pace godersi un sonno placido e tranquillo. Troncògli il capo il Saracino audace: esce col sangue il vin per uno spillo, di che n'ha in corpo più d'una bigoncia; e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.
177
E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco spenge in dui colpi, Andropono e Conrado, che de la notte avean goduto al fresco gran parte, or con la tazza, ora col dado: felici, se vegghiar sapeano a desco fin che de l'Indo il sol passassi il guado. Ma non potria negli uomini il destino, se del futuro ognun fosse indovino.
178
Come impasto leone in stalla piena, che lunga fame abbia smacrato e asciutto, uccide, scanna, mangia, a strazio mena l'infermo gregge in sua balìa condutto; così il crudel pagan nel sonno svena la nostra gente, e fa macel per tutto. La spada di Medoro anco non ebe; ma si sdegna ferir l'ignobil plebe.
179
Venuto era ove il duca di Labretto con una dama sua dormia abbracciato; e l'un con l'altro si tenea sì stretto, che non saria tra lor l'aere entrato. Medoro ad ambi taglia il capo netto. Oh felice morire! oh dolce fato! che come erano i corpi, ho così fede ch'andar l'alme abbracciate alla lor sede.
180
Malindo uccise e Ardalico il fratello, che del conte di Fiandra erano figli; e l'uno e l'altro cavallier novello fatto avea Carlo, e aggiunto all'arme i gigli, perché il giorno amendui d'ostil macello con gli stocchi tornar vide vermigli: e terre in Frisa avea promesso loro, e date avria; ma lo vietò Medoro.
181
Gl'insidiosi ferri eran vicini ai padiglioni che tiraro in volta al padiglion di Carlo i paladini, facendo ognun la guardia la sua volta; quando da l'empia strage i Saracini trasson le spade, e diero a tempo volta; ch'impossibil lor par, tra sì gran torma, che non s'abbia a trovar un che non dorma.
182
E ben che possan gir di preda carchi, salvin pur sé, che fanno assai guadagno. Ove più creda aver sicuri i varchi va Cloridano, e dietro ha il suo compagno. Vengon nel campo, ove fra spade ed archi e scudi e lance in un vermiglio stagno giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli, e sozzopra con gli uomini i cavalli.
183
Quivi dei corpi l'orrida mistura, che piena avea la gran campagna intorno, potea far vaneggiar la fedel cura dei duo compagni insino al far del giorno, se non traea fuor d'una nube oscura, a' prieghi di Medor, la Luna il corno. Medoro in ciel divotamente fisse verso la Luna gli occhi, e così disse:
184
— O santa dea, che dagli antiqui nostri debitamente sei detta triforme; ch'in cielo, in terra e ne l'inferno mostri l'alta bellezza tua sotto più forme, e ne le selve, di fere e di mostri vai cacciatrice seguitando l'orme; mostrami ove 'l mio re giaccia fra tanti, che vivendo imitò tuoi studi santi. —
185
La luna a quel pregar la nube aperse (o fosse caso o pur la tanta fede), bella come fu allor ch'ella s'offerse, e nuda in braccio a Endimion si diede. Con Parigi a quel lume si scoperse l'un campo e l'altro; e 'l monte e 'l pian si vede: si videro i duo colli di lontano, Martire a destra, e Lerì all'altra mano,
186
Rifulse lo splendor molto più chiaro ove d'Almonte giacea morto il figlio. Medoro andò, piangendo, al signor caro; che conobbe il quartier bianco e vermiglio: e tutto 'l viso gli bagnò d'amaro pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio, in sì dolci atti, in sì dolci lamenti, che potea ad ascoltar fermare i venti.
187
Ma con sommessa voce e a pena udita; non che riguardi a non si far sentire, perch'abbia alcun pensier de la sua vita, più tosto l'odia, e ne vorrebbe uscire: ma per timor che non gli sia impedita l'opera pia che quivi il fe' venire. Fu il morto re sugli omeri sospeso di tramendui, tra lor partendo il peso.
188
Vanno affrettando i passi quanto ponno, sotto l'amata soma che gl'ingombra. E già venìa chi de la luce è donno le stelle a tor del ciel, di terra l'ombra; quando Zerbino, a cui del petto il sonno l'alta virtude, ove è bisogno, sgombra, cacciato avendo tutta notte i Mori, al campo si traea nei primi albori.
189
E seco alquanti cavallieri avea, che videro da lunge i dui compagni. Ciascuno a quella parte si traea, sperandovi trovar prede e guadagni. — Frate, bisogna (Cloridan dicea) gittar la soma, e dare opra ai calcagni; che sarebbe pensier non troppo accorto, perder duo vivi per salvar un morto. —
190
E gittò il carco, perché si pensava che 'l suo Medoro il simil far dovesse: ma quel meschin, che 'l suo signor più amava, sopra le spalle sue tutto lo resse. L'altro con molta fretta se n'andava, come l'amico a paro o dietro avesse: se sapea di lasciarlo a quella sorte, mille aspettate avria, non ch'una morte.
191
Quei cavallier, con animo disposto che questi a render s'abbino o a morire, chi qua chi là si spargono, ed han tosto preso ogni passo onde si possa uscire. Da loro il capitan poco discosto, più degli altri è sollicito a seguire; ch'in tal guisa vedendoli temere, certo è che sian de le nimiche schiere.
192
Era a quel tempo ivi una selva antica, d'ombrose piante spessa e di virgulti, che, come labirinto, entro s'intrica di stretti calli e sol da bestie culti. Speran d'averla i duo pagan sì amica, ch'abbi a tenerli entro a' suoi rami occulti. Ma chi del canto mio piglia diletto, un'altra volta ad ascoltarlo aspetto.
CANTO DICIANNOVESIMO
1
Alcun non può saper da chi sia amato, quando felice in su la ruota siede: però c'ha i veri e i finti amici a lato, che mostran tutti una medesma fede. Se poi si cangia in tristo il lieto stato, volta la turba adulatrice il piede; e quel che di cor ama riman forte, ed ama il suo signor dopo la morte.
2
Se, come il viso, si mostrasse il core, tal ne la corte è grande e gli altri preme, e tal è in poca grazia al suo signore, che la lor sorte muteriano insieme. Questo umil diverria tosto il maggiore: staria quel grande infra le turbe estreme. Ma torniamo a Medor fedele e grato, che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.
3
Cercando già nel più intricato calle il giovine infelice di salvarsi; ma il grave peso ch'avea su le spalle, gli facea uscir tutti i partiti scarsi. Non conosce il paese, e la via falle, e torna fra le spine a invilupparsi. Lungi da lui tratto al sicuro s'era l'altro, ch'avea la spalla più leggiera.
4
Cloridan s'è ridutto ove non sente di chi segue lo strepito e il rumore: ma quando da Medor si vede assente, gli pare aver lasciato a dietro il core. — Deh, come fui (dicea) sì negligente, deh, come fui sì di me stesso fuore, che senza te, Medor, qui mi ritrassi, né sappia quando o dove io ti lasciassi! —
5
Così dicendo, ne la torta via de l'intricata selva si ricaccia; ed onde era venuto si ravvia, e torna di sua morte in su la traccia. Ode i cavalli e i gridi tuttavia, e la nimica voce che minaccia: all'ultimo ode il suo Medoro, e vede che tra molti a cavallo è solo a piede.
6
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno: Zerbin commanda e grida che sia preso. L'infelice s'aggira com'un torno, e quanto può si tien da lor difeso, or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno, né si discosta mai dal caro peso. L'ha riposato al fin su l'erba, quando regger nol puote, e gli va intorno errando:
7
come orsa, che l'alpestre cacciatore ne la pietrosa tana assalita abbia, sta sopra i figli con incerto core, e freme in suono di pietà e di rabbia: ira la 'nvita e natural furore a spiegar l'ugne e a insanguinar le labbia; amor la 'ntenerisce, e la ritira a riguardare ai figli in mezzo l'ira.
8
Cloridan, che non sa come l'aiuti, e ch'esser vuole a morir seco ancora, ma non ch'in morte prima il viver muti, che via non truovi ove più d'un ne mora; mette su l'arco un de' suoi strali acuti, e nascoso con quel sì ben lavora, che fora ad uno Scotto le cervella, e senza vita il fa cader di sella.
9
Volgonsi tutti gli altri a quella banda ond'era uscito il calamo omicida. Intanto un altro il Saracin ne manda, perché 'l secondo a lato al primo uccida; che mentre in fretta a questo e a quel domanda chi tirato abbia l'arco, e forte grida, lo strale arriva e gli passa la gola, e gli taglia pel mezzo la parola.
10
Or Zerbin, ch'era il capitano loro, non poté a questo aver più pazienza. Con ira e con furor venne a Medoro, dicendo: — Ne farai tu penitenza. — Stese la mano in quella chioma d'oro, e strascinollo a sé con violenza: ma come gli occhi a quel bel volto mise, gli ne venne pietade, e non l'uccise.
11
Il giovinetto si rivolse a' prieghi, e disse: — Cavallier, per lo tuo Dio, non esser sì crudel, che tu mi nieghi ch'io sepelisca il corpo del re mio. Non vo' ch'altra pietà per me ti pieghi, né pensi che di vita abbi disio: ho tanta di mia vita, e non più, cura, quanta ch'al mio signor dia sepultura.
12
E se pur pascer vòi fiere ed augelli, che 'n te il furor sia del teban Creonte, fa lor convito di miei membri, e quelli sepelir lascia del figliuol d'Almonte. — Così dicea Medor con modi belli, e con parole atte a voltare un monte; e sì commosso già Zerbino avea, che d'amor tutto e di pietade ardea.
13
In questo mezzo un cavallier villano, avendo al suo signor poco rispetto, ferì con una lancia sopra mano al supplicante il delicato petto. Spiacque a Zerbin l'atto crudele e strano; tanto più, che del colpo il giovinetto vide cader sì sbigottito e smorto, che 'n tutto giudicò che fosse morto.
14
E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse, che disse: — Invendicato già non fia! — e pien di mal talento si rivolse al cavallier che fe' l'impresa ria: ma quel prese vantaggio, e se gli tolse dinanzi in un momento, e fuggì via. Cloridan, che Medor vede per terra, salta del bosco a discoperta guerra.
15
E getta l'arco, e tutto pien di rabbia tra gli nimici il ferro intorno gira, più per morir, che per pensier ch'egli abbia di far vendetta che pareggi l'ira. Del proprio sangue rosseggiar la sabbia fra tante spade, e al fin venir si mira; e tolto che si sente ogni potere, si lascia a canto al suo Medor cadere.
16
Seguon gli Scotti ove la guida loro per l'alta selva alto disdegno mena, poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro, l'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena. Giacque gran pezzo il giovine Medoro, spicciando il sangue da sì larga vena, che di sua vita al fin saria venuto, se non sopravenia chi gli diè aiuto.
17
Gli sopravenne a caso una donzella, avolta in pastorale ed umil veste, ma di real presenza e in viso bella, d'alte maniere e accortamente oneste. Tanto è ch'io non ne dissi più novella, ch'a pena riconoscer la dovreste: questa, se non sapete, Angelica era, del gran Can del Catai la figlia altiera.
18
Poi che 'l suo annello Angelica riebbe, di che Brunel l'avea tenuta priva, in tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe, ch'esser parea di tutto 'l mondo schiva. Se ne va sola, e non si degnerebbe compagno aver qual più famoso viva: si sdegna a rimembrar che già suo amante abbia Orlando nomato, o Sacripante.
19
E sopra ogn'altro error via più pentita era del ben che già a Rinaldo volse, troppo parendole essersi avilita, ch'a riguardar sì basso gli occhi volse. Tant'arroganza avendo Amor sentita, più lungamente comportar non volse: dove giacea Medor, si pose al varco, e l'aspettò, posto lo strale all'arco.
20
Quando Angelica vide il giovinetto languir ferito, assai vicino a morte, che del suo re che giacea senza tetto, più che del proprio mal si dolea forte; insolita pietade in mezzo al petto si sentì entrar per disusate porte, che le fe' il duro cor tenero e molle, e più, quando il suo caso egli narrolle.
21
E rivocando alla memoria l'arte ch'in India imparò già di chirugia (che par che questo studio in quella parte nobile e degno e di gran laude sia; e senza molto rivoltar di carte, che 'l patre ai figli ereditario il dia), si dispose operar con succo d'erbe, ch'a più matura vita lo riserbe.
22
E ricordossi che passando avea veduta un'erba in una piaggia amena; fosse dittamo, o fosse panacea, o non so qual, di tal effetto piena, che stagna il sangue, e de la piaga rea leva ogni spasmo e perigliosa pena. La trovò non lontana, e quella colta, dove lasciato avea Medor, diè volta.
23
Nel ritornar s'incontra in un pastore ch'a cavallo pel bosco ne veniva, cercando una iuvenca, che già fuore duo dì di mandra e senza guardia giva. Seco lo trasse ove perdea il vigore Medor col sangue che del petto usciva; e già n'avea di tanto il terren tinto, ch'era omai presso a rimanere estinto.
24
Del palafreno Angelica giù scese, e scendere il pastor seco fece anche. Pestò con sassi l'erba, indi la prese, e succo ne cavò fra le man bianche; ne la piaga n'infuse, e ne distese e pel petto e pel ventre e fin a l'anche: e fu di tal virtù questo liquore, che stagnò il sangue, e gli tornò il vigore;
25
e gli diè forza, che poté salire sopra il cavallo che 'l pastor condusse. Non però volse indi Medor partire prima ch'in terra il suo signor non fusse. E Cloridan col re fe' sepelire; e poi dove a lei piacque si ridusse. Ed ella per pietà ne l'umil case del cortese pastor seco rimase.
26
Né fin che nol tornasse in sanitade, volea partir: così di lui fe' stima, tanto se intenerì de la pietade che n'ebbe, come in terra il vide prima. Poi vistone i costumi e la beltade, roder si sentì il cor d'ascosa lima; roder si sentì il core, e a poco a poco tutto infiammato d'amoroso fuoco.
27
Stava il pastore in assai buona e bella stanza, nel bosco infra duo monti piatta, con la moglie e coi figli; ed avea quella tutta di nuovo e poco inanzi fatta. Quivi a Medoro fu per la donzella la piaga in breve a sanità ritratta: ma in minor tempo si sentì maggiore piaga di questa avere ella nel core.
28
Assai più larga piaga e più profonda nel cor sentì da non veduto strale, che da' begli occhi e da la testa bionda di Medoro aventò l'Arcier c'ha l'ale. Arder si sente, e sempre il fuoco abonda; e più cura l'altrui che 'l proprio male: di sé non cura, e non è ad altro intenta, ch'a risanar chi lei fere e tormenta.
29
La sua piaga più s'apre e più incrudisce, quanto più l'altra si ristringe e salda. Il giovine si sana: ella languisce di nuova febbre, or agghiacciata, or calda. Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce: la misera si strugge, come falda strugger di nieve intempestiva suole, ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.
30
Se di disio non vuol morir, bisogna che senza indugio ella se stessa aiti: e ben le par che di quel ch'essa agogna, non sia tempo aspettar ch'altri la 'nviti. Dunque, rotto ogni freno di vergogna, la lingua ebbe non men che gli occhi arditi: e di quel colpo domandò mercede, che, forse non sapendo, esso le diede.
31
O conte Orlando, o re di Circassia, vostra inclita virtù, dite, che giova? Vostro alto onor dite in che prezzo sia, o che mercé vostro servir ritruova. Mostratemi una sola cortesia che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova, per ricompensa e guidardone e merto di quanto avete già per lei sofferto.
32
Oh se potessi ritornar mai vivo, quanto ti parria duro, o re Agricane! che già mostrò costei sì averti a schivo con repulse crudeli ed inumane. O Ferraù, o mille altri ch'io non scrivo, ch'avete fatto mille pruove vane per questa ingrata, quanto aspro vi fôra, s'a costu' in braccio voi la vedesse ora!
33
Angelica a Medor la prima rosa coglier lasciò, non ancor tocca inante: né persona fu mai sì aventurosa, ch'in quel giardin potesse por le piante. Per adombrar, per onestar la cosa, si celebrò con cerimonie sante il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore, e pronuba la moglie del pastore.
34
Fersi le nozze sotto all'umil tetto le più solenni che vi potean farsi; e più d'un mese poi stero a diletto i duo tranquilli amanti a ricrearsi. Più lunge non vedea del giovinetto la donna, né di lui potea saziarsi; né, per mai sempre pendergli dal collo, il suo disir sentia di lui satollo.
35
Se stava all'ombra o se del tetto usciva, avea dì e notte il bel giovine a lato: matino e sera or questa or quella riva cercando andava, o qualche verde prato: nel mezzo giorno un antro li copriva, forse non men di quel commodo e grato, ch'ebber, fuggendo l'acque, Enea e Dido, de' lor secreti testimonio fido.
36
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto vedesse ombrare o fonte o rivo puro, v'avea spillo o coltel subito fitto; così, se v'era alcun sasso men duro: ed era fuori in mille luoghi scritto, e così in casa in altritanti il muro, Angelica e Medoro, in vari modi legati insieme di diversi nodi.
37
Poi che le parve aver fatto soggiorno quivi più ch'a bastanza, fe' disegno di fare in India del Catai ritorno, e Medor coronar del suo bel regno. Portava al braccio un cerchio d'oro, adorno di ricche gemme, in testimonio e segno del ben che 'l conte Orlando le volea; e portato gran tempo ve l'avea.
38
Quel donò già Morgana a Ziliante, nel tempo che nel lago ascoso il tenne; ed esso, poi ch'al padre Monodante, per opra e per virtù d'Orlando venne, lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante, di porsi al braccio il cerchio d'or sostenne, avendo disegnato di donarlo alla regina sua di ch'io vi parlo.
39
Non per amor del paladino, quanto perch'era ricco e d'artificio egregio, caro avuto l'avea la donna tanto, che più non si può aver cosa di pregio. Se lo serbò ne l'Isola del pianto, non so già dirvi con che privilegio, là dove esposta al marin mostro nuda fu da la gente inospitale e cruda.
40
Quivi non si trovando altra mercede ch'al buon pastor ed alla moglie dessi, che serviti gli avea con sì gran fede dal dì che nel suo albergo si fur messi, levò dal braccio il cerchio e gli lo diede, e volse per suo amor che lo tenessi. Indi saliron verso la montagna che divide la Francia da la Spagna.
41
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona per qualche giorno avea pensato porsi, fin che accadesse alcuna nave buona che per Levante apparecchiasse a sciorsi. Videro il mar scoprir sotto a Girona ne lo smontar giù dei montani dorsi; e costeggiando a man sinistra il lito, a Barcellona andar pel camin trito.
42
Ma non vi giunser prima, ch'un uom pazzo giacer trovato in su l'estreme arene, che, come porco, di loto e di guazzo tutto era brutto e volto e petto e schene. Costui si scagliò lor come cagnazzo ch'assalir forestier subito viene; e diè lor noia, e fu per far lor scorno. Ma di Marfisa a ricontarvi torno.
43
Di Marfisa, d'Astolfo, d'Aquilante, di Grifone e degli altri io vi vuo' dire, che travagliati, e con la morte inante, mal si poteano incontra il mar schermire: che sempre più superba e più arrogante crescea fortuna le minacce e l'ire; e già durato era tre dì lo sdegno, né di placarsi ancor mostrava segno.
44
Castello e ballador spezza e fracassa l'onda nimica e 'l vento ognor più fiero: se parte ritta il verno pur ne lassa, la taglia e dona al mar tutta il nocchiero. Chi sta col capo chino in una cassa su la carta appuntando il suo sentiero a lume di lanterna piccolina, e chi col torchio giù ne la sentina.
45
Un sotto poppe, un altro sotto prora si tiene inanzi l'oriuol da polve: e torna a rivedere ogni mezz'ora quanto è già corso, ed a che via si volve: indi ciascun con la sua carta fuora a mezza nave il suo parer risolve, là dove a un tempo i marinari tutti sono a consiglio dal padron ridutti.
46
Chi dice: — Sopra Linmissò venuti siamo, per quel ch'io trovo, alle seccagne; — chi: — Di Tripoli appresso i sassi acuti, dove il mar le più volte i legni fragne; — chi dice: — Siamo in Satalia perduti, per cui più d'un nocchier sospira e piagne. — Ciascun secondo il parer suo argomenta, ma tutti ugual timor preme e sgomenta.
47
Il terzo giorno con maggior dispetto gli assale il vento, e il mar più irato freme; e l'un ne spezza e portane il trinchetto, e 'l timon l'altro, e chi lo volge insieme. Ben è di forte e di marmoreo petto e più duro ch'acciar, ch'ora non teme. Marfisa, che già fu tanto sicura, non negò che quel giorno ebbe paura.
48
Al monte Sinaì fu peregrino, a Gallizia promesso, a Cipro, a Roma, al Sepolcro, alla Vergine d'Ettino, e se celebre luogo altro si noma. Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino l'afflitto e conquassato legno toma, di cui per men travaglio avea il padrone fatto l'arbor tagliar de l'artimone.
49
E colli e casse e ciò che v'è di grave gitta da prora e da poppe e da sponde; e fa tutte sgombrar camere e giave, e dar le ricche merci all'avide onde. Altri attende alle trombe, e a tor di nave l'acque importune, e il mar nel mar rifonde; soccorre altri in sentina, ovunque appare legno da legno aver sdrucito il mare.
50
Stero in questo travaglio, in questa pena ben quattro giorni, e non avean più schermo; e n'avria avuto il mar vittoria piena, poco più che 'l furor tenesse fermo: ma diede speme lor d'aria serena la disiata luce di santo Ermo, ch'in prua s'una cocchina a por si venne; che più non v'erano arbori né antenne.
51
Veduto fiammeggiar la bella face, s'inginocchiaro tutti i naviganti, e domandaro il mar tranquillo e pace con umidi occhi e con voci tremanti. La tempesta crudel, che pertinace fu sin allora, non andò più inanti: Maestro e Traversia più non molesta, e sol del mar tiràn Libecchio resta.
52
Questo resta sul mar tanto possente, e da la negra bocca in modo esala, ed è con lui sì il rapido corrente de l'agitato mar ch'in fretta cala, che porta il legno più velocemente, che pelegrin falcon mai facesse ala, con timor del nocchier ch'al fin del mondo non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.
53
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova, che commanda gittar per poppa spere, e caluma la gomona, e fa pruova di duo terzi del corso ritenere. Questo consiglio, e più l'augurio giova di chi avea acceso in proda le lumiere: questo il legno salvò che peria forse, e fe' ch'in alto mar sicuro corse.
54
Nel golfo di Laiazzo invêr Soria sopra una gran città si trovò sorto, e sì vicino al lito, che scopria l'uno e l'altro castel che serra il porto. Come il padron s'accorse de la via che fatto avea, ritornò in viso smorto; che né porto pigliar quivi volea, né stare in alto, né fuggir potea.
55
Né potea stare in alto, né fuggire, che gli arbori e l'antenne avea perdute: eran tavole e travi pel ferire del mar, sdrucite, macere e sbattute. E 'l pigliar porto era un voler morire, o perpetuo legarsi in servitute; che riman serva ogni persona, o morta, che quivi errore o ria fortuna porta.
56
E 'l stare in dubbio era con gran periglio che non salisser genti de la terra con legni armati, e al suo desson di piglio, mal atto a star sul mar, non ch'a far guerra. Mentre il padron non sa pigliar consiglio, fu domandato da quel d'Inghilterra, chi gli tenea sì l'animo suspeso, e perché già non avea il porto preso.
57
Il padron narrò lui che quella riva tutta tenean le femine omicide, di quai l'antiqua legge ognun ch'arriva in perpetuo tien servo, o che l'uccide; e questa sorte solamente schiva chi nel campo dieci uomini conquide, e poi la notte può assaggiar nel letto diece donzelle con carnal diletto.
58
E se la prima pruova gli vien fatta, e non fornisca la seconda poi, egli vien morto, e chi è con lui si tratta da zappatore o da guardian di buoi. Se di far l'uno e l'altro è persona atta, impetra libertade a tutti i suoi; a sé non già, c'ha da restar marito di diece donne, elette a suo appetito.
59
Non poté udire Astolfo senza risa de la vicina terra il rito strano. Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa, indi Aquilante, e seco il suo germano. Il padron parimente lor divisa la causa che dal porto il tien lontano: — Voglio (dicea) che inanzi il mar m'affoghi, ch'io senta mai di servitude i gioghi. —
60
Del parer del padrone i marinari e tutti gli altri naviganti furo; ma Marfisa e' compagni eran contrari, che, più che l'acque, il lito avean sicuro. Via più il vedersi intorno irati i mari, che centomila spade, era lor duro. Parea lor questo e ciascun altro loco dov'arme usar potean, da temer poco.
61
Bramavano i guerrier venire a proda, ma con maggior baldanza il duca inglese; che sa, come del corno il rumor s'oda, sgombrar d'intorno si farà il paese. Pigliare il porto l'una parte loda, e l'altra il biasma, e sono alle contese; ma la più forte in guisa il padron stringe, ch'al porto, suo malgrado, il legno spinge.
62
Già, quando prima s'erano alla vista de la città crudel sul mar scoperti, veduto aveano una galea provista di molta ciurma e di nochieri esperti venire al dritto a ritrovar la trista nave, confusa di consigli incerti; che, l'alta prora alle sua poppe basse legando, fuor de l'empio mar la trasse.
63
Entrar nel porto remorchiando, e a forza di remi più che per favor di vele; però che l'alternar di poggia e d'orza avea levato il vento lor crudele. Intanto ripigliar la dura scorza i cavallieri e il brando lor fedele; ed al padrone ed a ciascun che teme non cessan dar con lor conforti speme.
64
Fatto è 'l porto a sembianza d'una luna, e gira più di quattro miglia intorno: seicento passi è in bocca, ed in ciascuna parte una rocca ha nel finir del corno. Non teme alcuno assalto di fortuna, se non quando gli vien dal mezzogiorno. A guisa di teatro se gli stende la città a cerco, e verso il poggio ascende.
65
Non fu quivi sì tosto il legno sorto (già l'aviso era per tutta la terra), che fur seimila femine sul porto, con gli archi in mano, in abito di guerra; e per tor de la fuga ogni conforto, tra l'una rocca e l'altra il mar si serra: da navi e da catene fu rinchiuso, che tenean sempre istrutte a cotal uso.
66
Una che d'anni alla Cumea d'Apollo poté uguagliarsi e alla madre d'Ettorre, fe' chiamare il padrone, e domandollo se si volean lasciar la vita torre, o se voleano pur al giogo il collo, secondo la costuma, sottoporre. Degli dua l'uno aveano a torre: o quivi tutti morire, o rimaner captivi.
67
— Gli è ver (dicea) che s'uom si ritrovasse tra voi così animoso e così forte, che contra dieci nostri uomini osasse prender battaglia, e desse lor la morte, e far con diece femine bastasse per una notte ufficio di consorte; egli si rimarria principe nostro, e gir voi ne potreste al camin vostro.
68
E sarà in vostro arbitrio il restar anco, vogliate o tutti o parte; ma con patto, che chi vorrà restare, e restar franco, marito sia per diece femine atto. Ma quando il guerrier vostro possa manco dei dieci che gli fian nimici a un tratto, o la seconda pruova non fornisca, vogliàn voi siate schiavi, egli perisca. —
69
Dove la vecchia ritrovar timore credea nei cavallier, trovò baldanza; che ciascun si tenea tal feritore, che fornir l'uno e l'altro avea speranza: ed a Marfisa non mancava il core, ben che mal atta alla seconda danza; ma dove non l'aitasse la natura, con la spada supplir stava sicura.
70
Al padron fu commessa la risposta, prima conchiusa per commun consiglio: ch'avean chi lor potria di sé a lor posta ne la piazza e nel letto far periglio. Levan l'offese, ed il nocchier s'accosta, getta la fune e le fa dar di piglio; e fa acconciare il ponte, onde i guerrieri escono armati, e tranno i lor destrieri.
71
E quindi van per mezzo la cittade, e vi ritruovan le donzelle altiere, succinte cavalcar per le contrade, ed in piazza armeggiar come guerriere. Né calciar quivi spron, né cinger spade, né cosa d'arme puoi gli uomini avere, se non dieci alla volta, per rispetto de l'antiqua costuma ch'io v'ho detto.
72
Tutti gli altri alla spola, all'aco, al fuso, al pettine ed all'aspo sono intenti, con vesti feminil che vanno giuso insin al piè, che gli fa molli e lenti. Si tengono in catena alcuni ad uso d'arar la terra o di guardar gli armenti. Son pochi i maschi, e non son ben, per mille femine, cento, fra cittadi e ville.
73
Volendo tôrre i cavallieri a sorte chi di lor debba, per commune scampo l'una decina in piazza porre a morte, e poi l'altra ferir ne l'altro campo; non disegnavan di Marfisa forte, stimando che trovar dovesse inciampo ne la seconda giostra de la sera, ch'ad averne vittoria abil non era.
74
Ma con gli altri esser volse ella sortita: or sopra lei la sorte in somma cade. Ella dicea: — Prima v'ho a por la vita, che v'abbiate a por voi la libertade; ma questa spada (e lor la spada addita, che cinta avea) vi do per securtade ch'io vi sciorrò tutti gl'intrichi al modo che fe' Alessandro il gordiano nodo.
75
Non vuo' mai più che forestier si lagni di questa terra, fin che 'l mondo dura. — Così disse; e non potero i compagni torle quel che le dava sua aventura. Dunque, o ch'in tutto perda, o lor guadagni la libertà, le lasciano la cura. Ella di piastre già guernita e maglia, s'appresentò nel campo alla battaglia.
76
Gira una piazza al sommo de la terra, di gradi a seder atti intorno chiusa; che solamente a giostre, a simil guerra, a cacce, a lotte, e non ad altro s'usa: quattro porte ha di bronzo, onde si serra. Quivi la moltitudine confusa de l'armigere femine si trasse; e poi fu detto a Marfisa ch'entrasse.
77
Entrò Marfisa s'un destrier leardo, tutto sparso di macchie e di rotelle, di piccol capo e d'animoso sguardo, d'andar superbo e di fattezze belle. Pel maggiore e più vago e più gagliardo, di mille che n'avea con briglie e selle, scelse in Damasco, e realmente ornollo, ed a Marfisa Norandin donollo.
78
Da mezzogiorno e da la porta d'austro entrò Marfisa; e non vi stette guari, ch'appropinquare e risonar pel claustro udì di trombe acuti suoni e chiari: e vide poi di verso il freddo plaustro entrar nel campo i dieci suoi contrari. Il primo cavallier ch'apparve inante, di valer tutto il resto avea sembiante.
79
Quel venne in piazza sopra un gran destriero, che, fuor ch'in fronte e nel piè dietro manco, era, più che mai corbo, oscuro e nero: nel piè e nel capo avea alcun pelo bianco. Del color del cavallo il cavalliero vestito, volea dir che, come manco del chiaro era l'oscuro, era altretanto il riso in lui verso l'oscuro pianto.
80
Dato che fu de la battaglia il segno, nove guerrier l'aste chinaro a un tratto: ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno; si ritirò, né di giostrar fece atto. Vuol ch'alle leggi inanzi di quel regno, ch'alla sua cortesia, sia contrafatto. Si tra' da parte e sta a veder le pruove ch'una sola asta farà contra a nove.
81
Il destrier, ch'avea andar trito e soave, portò all'incontro la donzella in fretta, che nel corso arrestò lancia sì grave, che quattro uomini avriano a pena retta. L'avea pur dianzi al dismontar di nave per la più salda in molte antenne eletta. Il fier sembiante con ch'ella si mosse, mille facce imbiancò, mille cor scosse.
82
Aperse al primo che trovò sì il petto, che fôra assai che fosse stato nudo: gli passò la corazza e il soprapetto, ma prima un ben ferrato e grosso scudo. Dietro le spalle un braccio il ferro netto si vide uscir: tanto fu il colpo crudo. Quel fitto ne la lancia a dietro lassa, e sopra gli altri a tutta briglia passa.
83
E diede d'urto a chi venìa secondo, ed a chi terzo sì terribil botta, che rotto ne la schiena uscir del mondo fe' l'uno e l'altro, e de la sella a un'otta; sì duro fu l'incontro e di tal pondo, sì stretta insieme ne venìa la frotta. Ho veduto bombarde a quella guisa le squadre aprir, che fe' lo stuol Marfisa.
84
Sopra di lei più lance rotte furo; ma tanto a quelli colpi ella si mosse, quanto nel giuoco de le cacce un muro si muova a' colpi de le palle grosse. L'usbergo suo di tempra era sì duro, che non gli potean contra le percosse; e per incanto al fuoco de l'Inferno cotto, e temprato all'acque fu d'Averno.
85
Al fin del campo il destrier tenne e volse, e fermò alquanto: e in fretta poi lo spinse incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse, e di lor sangue insin all'elsa tinse. All'uno il capo, all'altro il braccio tolse; e un altro in guisa con la spada cinse, che 'l petto in terra andò col capo ed ambe le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.
86
Lo partì, dico, per dritta misura, de le coste e de l'anche alle confine, e lo fe' rimaner mezza figura, qual dinanzi all'imagini divine, poste d'argento, e più di cera pura son da genti lontane e da vicine, ch'a ringraziarle e sciorre il voto vanno de le domande pie ch'ottenute hanno.
87
Ad uno che fuggia, dietro si mise, né fu a mezzo la piazza, che lo giunse; e 'l capo e 'l collo in modo gli divise, che medico mai più non lo raggiunse. In somma tutti un dopo l'altro uccise, o ferì sì ch'ogni vigor n'emunse; e fu sicura che levar di terra mai più non si potrian per farle guerra.
88
Stato era il cavallier sempre in un canto, che la decina in piazza avea condutta; però che contra un solo andar con tanto vantaggio opra gli parve iniqua e brutta. Or che per una man torsi da canto vide sì tosto la compagna tutta, per dimostrar che la tardanza fosse cortesia stata e non timor, si mosse.
89
Con man fe' cenno di volere, inanti che facesse altro, alcuna cosa dire; e non pensando in sì viril sembianti che s'avesse una vergine a coprire, le disse; — Cavalliero, omai di tanti esser déi stanco, c'hai fatto morire; e s'io volessi, più di quel che sei, stancarti ancor, discortesia farei.
90
Che ti risposi in sino al giorno nuovo, e doman torni in campo, ti concedo. Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo, che travagliato e lasso esser ti credo. — — Il travagliare in arme non m'è nuovo, né per sì poco alla fatica cedo (disse Marfisa); e spero ch'a tuo costo io ti farò di questo aveder tosto.
91
De la cortese offerta ti ringrazio, ma riposare ancor non mi bisogna; e ci avanza del giorno tanto spazio, ch'a porlo tutto in ozio è pur vergogna. — Rispose il cavallier: — Fuss'io sì sazio d'ogn'altra cosa che 'l mio core agogna, come t'ho in questo da saziar; ma vedi che non ti manchi il dì più che non credi. —
92
Così disse egli, e fe' portare in fretta due grosse lance, anzi due gravi antenne; ed a Marfisa dar ne fe' l'eletta: tolse l'altra per sé, ch'indietro venne. Già sono in punto, ed altro non s'aspetta ch'un alto suon che lor la giostra accenne. Ecco la terra e l'aria e il mar rimbomba nel mover loro al primo suon di tromba.
93
Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi non si vedea de' riguardanti alcuno: tanto a mirare a chi la palma tocchi dei duo campioni, intento era ciascuno. Marfisa, acciò che de l'arcion trabocchi, sì che mai non si levi, il guerrier bruno, drizza la lancia; e il guerrier bruno forte studia non men di por Marfisa a morte.
94
Le lance ambe di secco e suttil salce, non di cerro sembrar grosso ed acerbo, così n'andaro in tronchi fin al calce; e l'incontro ai destrier fu sì superbo, che parimente parve da una falce de le gambe esser lor tronco ogni nerbo. Cadero ambi ugualmente; ma i campioni fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.
95
A mille cavallieri alla sua vita al primo incontro avea la sella tolta Marfisa, ed ella mai non n'era uscita; e n'uscì, come udite, a questa volta. Del caso strano non pur sbigottita, ma quasi fu per rimanerne stolta. Parve anco strano al cavallier dal nero, che non solea cader già di leggiero.
96
Tocca avean nel cader la terra a pena, che furo in piedi e rinovar l'assalto. Tagli e punte a furor quivi si mena, quivi ripara or scudo, or lama, or salto. Vada la botta vota o vada piena, l'aria ne stride e ne risuona in alto. Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi mostrar ch'erano saldi più ch'incudi.
97
Se de l'aspra donzella il braccio è grave, né quel del cavallier nimico è lieve. Ben la misura ugual l'un da l'altro have: quanto a punto l'un dà, tanto riceve. Chi vol due fiere audaci anime brave, cercar più là di queste due non deve, né cercar più destrezza né più possa; che n'han tra lor quanto più aver si possa.
98
Le donne, che gran pezzo mirato hanno continuar tante percosse orrende, e che nei cavallier segno d'affanno e di stanchezza ancor non si comprende; dei duo miglior guerrier lode lor danno, che sien tra quanto il mar sua braccia estende. Par lor che, se non fosser più che forti, esser dovrian sol del travaglio morti.
99
Ragionando tra sé, dicea Marfisa: — Buon fu per me, che costui non si mosse; ch'andava a risco di restarne uccisa, se dianzi stato coi compagni fosse, quando io mi truovo a pena a questa guisa di potergli star contra alle percosse. — Così dice Marfisa; e tuttavolta non resta di menar la spada in volta.
100
— Buon fu per me (dicea quell'altro ancora), che riposar costui non ho lasciato. Difender me ne posso a fatica ora che de la prima pugna è travagliato. Se fin al nuovo dì facea dimora a ripigliar vigor, che saria stato? Ventura ebbi io, quanto più possa aversi, che non volesse tor quel ch'io gli offersi. —
101
La battaglia durò fin alla sera, né chi avesse anco il meglio era palese; né l'un né l'altro più senza lumiera saputo avria come schivar l'offese. Giunta la notte, all'inclita guerriera fu primo a dir il cavallier cortese: — Che faren, poi che con ugual fortuna n'ha sopragiunti la notte importuna?
102
Meglio mi par che 'l viver tuo prolunghi almeno insino a tanto che s'aggiorni. Io non posso concederti che aggiunghi fuor ch'una notte picciola ai tua giorni. E di ciò che non gli abbi aver più lunghi, la colpa sopra me non vuo' che torni: torni pur sopra alla spietata legge del sesso feminil che 'l loco regge.
103
Se di te duolmi e di quest'altri tuoi, lo sa colui che nulla cosa ha oscura. Con tuoi compagni star meco tu puoi: con altri non avrai stanza sicura; perché la turba, a cu' i mariti suoi oggi uccisi hai, già contra te congiura. Ciascun di questi a cui dato hai la morte, era di diece femine consorte.
104
Del danno c'han da te ricevut'oggi, disian novanta femine vendetta: sì che se meco ad albergar non poggi, questa notte assalito esser t'aspetta. — Disse Marfisa: — Accetto che m'alloggi, con sicurtà che non sia men perfetta in te la fede e la bontà del core, che sia l'ardire e il corporal valore.
105
Ma che t'incresca che m'abbi ad uccidere, ben ti può increscere anco del contrario. Fin qui non credo che l'abbi da ridere, perch'io sia men di te duro avversario. O la pugna seguir vogli o dividere, o farla all'uno o all'altro luminario, ad ogni cenno pronta tu m'avrai, e come ed ogni volta che vorrai. —
106
Così fu differita la tenzone fin che di Gange uscisse il nuovo albore, e si restò senza conclusione chi d'essi duo guerrier fosse il migliore. Ad Aquilante venne ed a Grifone e così agli altri il liberal signore, e li pregò che fin al nuovo giorno piacesse lor di far seco soggiorno.
107
Tenner lo 'nvito senza alcun sospetto: indi, a splendor de bianchi torchi ardenti, tutti saliro ov'era un real tetto, distinto in molti adorni alloggiamenti. Stupefatti al levarsi de l'elmetto, mirandosi, restaro i combattenti; che 'l cavallier, per quanto apparea fuora, non eccedeva i diciotto anni ancora.
108
Si maraviglia la donzella, come in arme tanto un giovinetto vaglia; si maraviglia l'altro, ch'alle chiome s'avede con chi avea fatto battaglia: e si domandan l'un con l'altro il nome, e tal debito tosto si ragguaglia. Ma come si nomasse il giovinetto, ne l'altro canto ad ascoltar v'aspetto.
CANTO VENTESIMO
1
Le donne antique hanno mirabil cose fatto ne l'arme e ne le sacre muse; e di lor opre belle e gloriose gran lume in tutto il mondo si diffuse. Arpalice e Camilla son famose, perché in battaglia erano esperte ed use; Safo e Corinna, perché furon dotte, splendono illustri, e mai non veggon notte.
2
Le donne son venute in eccellenza Di ciascun'arte ove hanno posto cura; e qualunque all'istorie abbia avvertenza, ne sente ancor la fama non oscura. Se 'l mondo n'è gran tempo stato senza, non però sempre il mal influsso dura; e forse ascosi han lor debiti onori l'invidia o il non saper degli scrittori.
3
Ben mi par di veder ch'al secol nostro tanta virtù fra belle donne emerga, che può dare opra a carte ed ad inchiostro, perché nei futuri anni si disperga, e perché, odiose lingue, il mal dir vostro con vostra eterna infamia si sommerga: e le lor lode appariranno in guisa, che di gran lunga avanzeran Marfisa.
4
Or pur tornando a lei, questa donzella al cavallier che l'usò cortesia, de l'esser suo non niega dar novella, quando esso a lei voglia contar chi sia. Sbrigossi tosto del suo debito ella: tanto il nome di lui saper disia. — Io son (disse) Marfisa: — e fu assai questo; che si sapea per tutto 'l mondo il resto.
5
L'altro comincia, poi che tocca a lui, con più proemio a darle di sé conto, dicendo: — Io credo che ciascun di vui abbia de la mia stirpe il nome in pronto; che non pur Francia e Spagna e i vicin sui, ma l'India, l'Etiopia e il freddo Ponto han chiara cognizion di Chiaramonte, onde uscì il cavallier ch'uccise Almonte,
6
quel ch'a Chiariello e al re Mambrino diede la morte, e il regno lor disfece. Di questo sangue, dove ne l'Eusino l'Istro ne vien con otto corna o diece, al duca Amone, il qual già peregrino vi capitò, la madre mia mi fece: e l'anno è ormai ch'io la lasciai dolente, per gire in Francia a ritrovar mia gente.
7
Ma non potei finire il mio viaggio, che qua mi spinse un tempestoso Noto. Son dieci mesi o più che stanza v'aggio, che tutti i giorni e tutte l'ore noto. Nominato son io Guidon Selvaggio, di poca pruova ancora e poco noto. Uccisi qui Argilon da Melibea con dieci cavallier che seco avea.
8
Feci la pruova ancor de le donzelle: così n'ho diece a' miei piaceri allato; ed alla scelta mia son le più belle, e son le più gentil di questo stato. E queste reggo e tutte l'altre; ch'elle di sé m'hanno governo e scettro dato: così daranno a qualunque altro arrida Fortuna sì, che la decina ancida. —
9
I cavallier domandano a Guidone, com'ha sì pochi maschi il tenitoro; e s'alle moglie hanno suggezione, come esse l'han negli altri lochi a loro. Disse Guidon: — Più volte la cagione udita n'ho da poi che qui dimoro; e vi sarà, secondo ch'io l'ho udita, da me, poi che v'aggrada, riferita.
10
Al tempo che tornar dopo anni venti da Troia i Greci (che durò l'assedio dieci, e dieci altri da contrari venti furo agitati in mar con troppo tedio), trovar che le lor donne agli tormenti di tanta assenza avean preso rimedio: tutte s'avean gioveni amanti eletti, per non si raffreddar sole nei letti.
11
Le case lor trovaro i Greci piene de l'altrui figli; e per parer commune perdonano alle mogli, che san bene che tanto non potean viver digiune: ma ai figli degli adulteri conviene altrove procacciarsi altre fortune; che tolerar non vogliono i mariti che più alle spese lor sieno notriti.
12
Sono altri esposti, altri tenuti occulti da le lor madri e sostenuti in vita. In vane squadre quei ch'erano adulti feron, chi qua chi là, tutti partita. Per altri l'arme son, per altri culti gli studi e l'arti; altri la terra trita; serve altri in corte; altri è guardian di gregge, come piace a colei che qua giù regge.
13
Partì fra gli altri un giovinetto, figlio di Clitemnestra, la crudel regina, di diciotto anni, fresco come un giglio, o rosa colta allor di su la spina. Questi, armato un suo legno, a dar di piglio si pose e a depredar per la marina in compagnia di cento giovinetti del tempo suo, per tutta Grecia eletti.
14
I Cretesi, in quel tempo che cacciato il crudo Idomeneo del regno aveano, e per assicurarsi il nuovo stato, d'uomini e d'arme adunazion faceano; fero con bon stipendio lor soldato Falanto (così al giovine diceano), e lui con tutti quei che seco avea, poser per guardia alla città Dictea.
15
Fra cento alme città ch'erano in Creta, Dictea più ricca e più piacevol era, di belle donne ed amorose lieta, lieta di giochi da matino a sera: e com'era ogni tempo consueta d'accarezzar la gente forestiera, fe' a costor sì, che molto non rimase a fargli anco signor de le lor case.
16
Eran gioveni tutti e belli affatto (che 'l fior di Grecia avea Falanto eletto): sì ch'alle belle donne, al primo tratto che v'apparir, trassero i cor del petto. Poi che non men che belli, ancora in fatto si dimostrar buoni e gagliardi al letto, si fero ad esse in pochi dì sì grati, che sopra ogn'altro ben n'erano amati.
17
Finita che d'accordo è poi la guerra per cui stato Falanto era condutto, e lo stipendio militar si serra, sì che non v'hanno i gioveni più frutto, e per questo lasciar voglion la terra; fan le donne di Creta maggior lutto, e per ciò versan più dirotti pianti, che se i lor padri avesson morti avanti.
18
Da le lor donne i gioveni assai foro, ciascun per sé, di rimaner pregati: né volendo restare, esse con loro n'andar, lasciando e padri e figli e frati, di ricche gemme e di gran summa d'oro avendo i lor dimestici spogliati; che la pratica fu tanto secreta, che non sentì la fuga uomo di Creta.
19
Sì fu propizio il vento, sì fu l'ora commoda, che Falanto a fuggir colse, che molte miglia erano usciti fuora, quando del danno suo Creta si dolse. Poi questa spiaggia, inabitata allora, trascorsi per fortuna li raccolse. Qui si posaro, e qui sicuri tutti meglio del furto lor videro i frutti.
20
Questa lor fu per dieci giorni stanza di piaceri amorosi tutta piena. Ma come spesso avvien, che l'abondanza seco in cor giovenil fastidio mena, tutti d'accordo fur di restar sanza femine, e liberarsi di tal pena; che non è soma da portar sì grave, come aver donna, quando a noia s'have.
21
Essi che di guadagno e di rapine eran bramosi, e di dispendio parchi, vider ch'a pascer tante concubine, d'altro che d'aste avean bisogno e d'archi: sì che sole lasciar qui le meschine, e se n'andar di lor ricchezze carchi là dove in Puglia in ripa al mar poi sento ch'edificar la terra di Tarento.
22
Le donne, che si videro tradite dai loro amanti in che più fede aveano, restar per alcun dì sì sbigottite, che statue immote in lito al mar pareano. Visto poi che da gridi e da infinite lacrime alcun profitto non traeano, a pensar cominciaro e ad aver cura come aiutarsi in tanta lor sciagura.
23
E proponendo in mezzo i lor pareri, altre diceano: in Creta è da tornarsi; e più tosto all'arbitrio de' severi padri e d'offesi lor mariti darsi, che nei deserti liti e boschi fieri, di disagio e di fame consumarsi. Altre dicean che lor saria più onesto affogarsi nel mar, che mai far questo;
24
e che manco mal era meretrici andar pel mondo, andar mendiche o schiave, che se stesse offerire agli supplici di ch'eran degne l'opere lor prave. Questi e simil partiti le infelici si proponean, ciascun più duro e grave. Tra loro al fine una Orontea levosse, ch'origine traea dal re Minosse;
25
la più gioven de l'artre e la più bella e la più accorta, e ch'avea meno errato: amato avea Falanto, e a lui pulzella datasi, e per lui il padre avea lasciato. Costei mostrando in viso ed in favella il magnanimo cor d'ira infiammato, redarguendo di tutte altre il detto, suo parer disse, e fe' seguirne effetto.
26
Di questa terra a lei non parve torsi, che conobbe feconda e d'aria sana, e di limpidi fiumi aver discorsi, di selve opaca, e la più parte piana; con porti e foci, ove dal mar ricorsi per ria fortuna avea la gente estrana, ch'or d'Africa portava, ora d'Egitto cose diverse e necessarie al vitto.
27
Qui parve a lei fermarsi, e far vendetta del viril sesso che le avea sì offese: vuol ch'ogni nave, che da venti astretta a pigliar venga porto in suo paese, a sacco, a sangue, a fuoco al fin si metta; né de la vita a un sol si sia cortese. Così fu detto e così fu concluso, e fu fatta la legge e messa in uso.
28
Come turbar l'aria sentiano, armate le femine correan su la marina, da l'implacabile Orontea guidate, che diè lor legge e si fe' lor regina: e de le navi ai liti lor cacciate faceano incendi orribili e rapina, uom non lasciando vivo, che novella dar ne potesse o in questa parte o in quella.
29
Così solinghe vissero qualch'anno aspre nimiche del sesso virile: ma conobbero poi, che 'l proprio danno procaccierian, se non mutavan stile; che se di lor propagine non fanno, sarà lor legge in breve irrita e vile, e mancherà con l'infecondo regno, dove di farla eterna era il disegno.
30
Sì che, temprando il suo rigore un poco scelsero, in spazio di quattro anni interi, di quanti capitaro in questo loco dieci belli e gagliardi cavallieri, che per durar ne l'amoroso gioco contr'esse cento fosser buon guerrieri. Esse in tutto eran cento; e statuito ad ogni lor decina fu un marito.
31
Prima ne fur decapitati molti che riusciro al paragon mal forti. Or questi dieci a buona pruova tolti, del letto e del governo ebbon consorti; facendo lor giurar che, se più colti altri uomini verriano in questi porti, essi sarian che, spenta ogni pietade, li porriano ugualmente a fil di spade.
32
Ad ingrossare, ed a figliar appresso le donne, indi a temere incominciaro che tanti nascerian del viril sesso, che contra lor non avrian poi riparo; e al fine in man degli uomini rimesso saria il governo ch'elle avean sì caro: sì ch'ordinar, mentre eran gli anni imbelli, far sì, che mai non fosson lor ribelli.
33
Acciò il sesso viril non le soggioghi, uno ogni madre vuol la legge orrenda, che tenga seco; gli altri, o li suffoghi, o fuor del regno li permuti o venda. Ne mandano per questo in vari luoghi: e a chi gli porta dicono che prenda femine, se a baratto aver ne puote; se non, non torni almen con le man vote.
34
Né uno ancora alleverian, se senza potesson fare, e mantenere il gregge. Questa è quanta pietà, quanta clemenza più ai suoi ch'agli altri usa l'iniqua legge: gli altri condannan con ugual sentenza; e solamente in questo si corregge, che non vuol che, secondo il primiero uso, le femine gli uccidano in confuso.
35
Se dieci o venti o più persone a un tratto vi fosser giunte, in carcere eran messe: e d'una al giorno, e non di più, era tratto il capo a sorte, che perir dovesse nel tempio orrendo ch'Orontea avea fatto, dove un altare alla Vendetta eresse; e dato all'un de' dieci il crudo ufficio per sorte era di farne sacrificio.
36
Dopo molt'anni alle ripe omicide a dar venne di capo un giovinetto, la cui stirpe scendea dal buono Alcide, di gran valor ne l'arme, Elbanio detto. Qui preso fu, ch'a pena se n'avide, come quel che venìa senza sospetto; e con gran guardia in stretta parte chiuso, con gli altri era serbato al crudel uso.
37
Di viso era costui bello e giocondo, e di maniere e di costumi ornato, e di parlar sì dolce e sì facondo, ch'un aspe volentier l'avria ascoltato: sì che, come di cosa rara al mondo, de l'esser suo fu tosto rapportato ad Alessandra figlia d'Orontea, che di molt'anni grave anco vivea.
38
Orontea vivea ancora; e già mancate tutt'eran l'altre ch'abitar qui prima: e diece tante e più n'erano nate, e in forza eran cresciute e in maggior stima; né tra diece fucine che serrate stavan pur spesso, avean più d'una lima; e dieci cavallieri anco avean cura di dare a chi venìa fiera aventura.
39
Alessandra, bramosa di vedere il giovinetto ch'avea tante lode, da la sua matre in singular piacere impetra sì, ch'Elbanio vede ed ode; e quando vuol partirne, rimanere si sente il core ove è chi 'l punge e rode: legar si sente e non sa far contesa, e al fin dal suo prigion si trova presa.
40
Elbanio disse a lei: — Se di pietade s'avesse, donna, qui notizia ancora, come se n'ha per tutt'altre contrade, dovunque il vago sol luce e colora; io vi osarei, per vostr'alma beltade ch'ogn'animo gentil di sé inamora, chiedervi in don la vita mia, che poi saria ognor presto a spenderla per voi.
41
Or quando fuor d'ogni ragion qui sono privi d'umanitade i cori umani, non vi domanderò la vita in dono, che i prieghi miei so ben che sarian vani; ma che da cavalliero, o tristo o buono ch'io sia, possi morir con l'arme in mani, e non come dannato per giudicio, o come animal bruto in sacrificio. —
42
Alessandra gentil, ch'umidi avea, per la pietà del giovinetto, i rai, rispose: — Ancor che più crudele e rea sia questa terra, ch'altra fosse mai; non concedo però che qui Medea ogni femina sia, come tu fai: e quando ogn'altra così fosse ancora, me sola di tant'altre io vo' trar fuora.
43
E se ben per adietro io fossi stata empia e crudel, come qui sono tante, dir posso che suggetto ove mostrata per me fosse pietà, non ebbi avante. Ma ben sarei di tigre più arrabbiata, e più duro avre' il cor che di diamante, se non m'avesse tolto ogni durezza tua beltà, tuo valor, tua gentilezza.
44
Così non fosse la legge più forte, che contra i peregrini è statuita, come io non schiverei con la mia morte di ricomprar la tua più degna vita. Ma non è grado qui di sì gran sorte, che ti potesse dar libera aita; e quel che chiedi ancor, ben che sia poco, difficile ottener fia in questo loco.
45
Pur io vedrò di far che tu l'ottenga, ch'abbi inanzi al morir questo contento; ma mi dubito ben che te n'avenga, tenendo il morir lungo, più tormento. — Suggiunse Elbanio: — Quando incontra io venga a dieci armato, di tal cor mi sento, che la vita ho speranza di salvarme, e uccider lor, se tutti fosser arme. —
46
Alessandra a quel detto non rispose se non un gran sospiro, e dipartisse, e portò nel partir mille amorose punte nel cor, mai non sanabil, fisse. Venne alla madre, e voluntà le pose di non lasciar che 'l cavallier morisse, quando si dimostrasse così forte, che, solo, avesse posto i dieci a morte.
47
La regina Orontea fece raccorre il suo consiglio, e disse: — A noi conviene sempre il miglior che ritroviamo, porre a guardar nostri porti e nostre arene; e per saper chi ben lasciar, chi torre, prova è sempre da far quando gli avviene; per non patir con nostro danno a torto, che regni il vile, e chi ha valor sia morto.
48
A me par, se a voi par, che statuito sia, ch'ogni cavallier per lo avvenire, che fortuna abbia tratto al nostro lito, prima ch'al tempio si faccia morire, possa egli sol, se gli piace il partito, incontra i dieci alla battaglia uscire; e se di tutti vincerli è possente, guardi egli il porto, e seco abbia altra gente.
49
Parlo così, perché abbian qui un prigione che par che vincer dieci s'offerisca. Quando, sol, vaglia tante altre persone, dignissimo è, per Dio, che s'esaudisca. Così in contrario avrà punizione, quando vaneggi e temerario ardisca. — Orontea fine al suo parlar qui pose, a cui de le più antique una rispose:
50
— La principal cagion ch'a far disegno sul comercio degli uomini ci mosse, non fu perch'a difender questo regno del loro aiuto alcun bisogno fosse; che per far questo abbiamo ardire e ingegno da noi medesme, e a sufficienza posse: così senza sapessimo far anco, che non venisse il propagarci a manco!
51
Ma poi che senza lor questo non lece, tolti abbiàn, ma non tanti, in compagnia, che mai ne sia più d'uno incontra diece, sì ch'aver di noi possa signoria. Per conciper di lor questo si fece, non che di lor difesa uopo ci sia. La lor prodezza sol ne vaglia in questo, e sieno ignavi e inutili nel resto.
52
Tra noi tenere un uom che sia sì forte, contrario è in tutto al principal disegno. Se può un solo a dieci uomini dar morte, quante donne farà stare egli al segno? Se i dieci nostri fosser di tal sorte, il primo dì n'avrebbon tolto il regno. Non è la via di dominar, se vuoi por l'arme in mano a chi può più di noi.
53
Pon mente ancor, che quando così aiti Fortuna questo tuo, che i dieci uccida, di cento donne che de' lor mariti rimarran prive, sentirai le grida. Se vuol campar, proponga altri partiti, ch'esser di dieci gioveni omicida. Pur, se per far con cento donne è buono quel che dieci fariano, abbi perdono. —
54
Fu d'Artemia crudel questo il parere (così avea nome), e non mancò per lei di far nel tempio Elbanio rimanere scannato inanzi agli spietati dèi. Ma la madre Orontea che compiacere volse alla figlia, replicò a colei altre ed altre ragioni, e modo tenne che nel senato il suo parer s'ottenne.
55
L'aver Elbanio di bellezza il vanto sopra ogni cavallier che fosse al mondo, fu nei cor de le giovani di tanto, ch'erano in quel consiglio, e di tal pondo, che 'l parer de le vecchie andò da canto, che con Artemia volean far secondo l'ordine antiquo; né lontan fu molto ad esser per favore Elbanio assolto.
56
Di perdonargli in somma fu concluso, ma poi che la decina avesse spento, e che ne l'altro assalto fosse ad uso di diece donne buono, e non di cento. Di carcer l'altro giorno fu dischiuso; e avuto arme e cavallo a suo talento, contra dieci guerrier, solo, si mise, e l'uno appresso all'altro in piazza uccise.
57
Fu la notte seguente a prova messo contra diece donzelle ignudo e solo, dove ebbe all'ardir suo sì buon successo, che fece il saggio di tutto lo stuolo. E questo gli acquistò tal grazia appresso ad Orontea, che l'ebbe per figliuolo; e gli diede Alessandra e l'altre nove con ch'avea fatto le notturne prove.
58
E lo lasciò con Alessandra bella, che poi diè nome a questa terra, erede, con patto, ch'a servare egli abbia quella legge, ed ogn'altro che da lui succede: che ciascun che già mai sua fiera stella farà qui por lo sventurato piede, elegger possa, o in sacrificio darsi, o con dieci guerrier, solo, provarsi.
59
E se gli avvien che 'l dì gli uomini uccida, la notte con le femine si provi; e quando in questo ancor tanto gli arrida la sorte sua, che vincitor si trovi, sia del femineo stuol principe e guida, e la decina a scelta sua rinovi, con la qual regni, fin ch'un altro arrivi, che sia più forte, e lui di vita privi.
60
Appresso a duamila anni il costume empio si è mantenuto, e si mantiene ancora; e sono pochi giorni che nel tempio uno infelice peregrin non mora. Se contra dieci alcun chiede, ad esempio d'Elbanio, armarsi (che ve n'è talora), spesso la vita al primo assalto lassa; né di mille uno all'altra prova passa.
61
Pur ci passano alcuni, ma sì rari, che su le dita annoverar si ponno. Uno di questi fu Argilon: ma guari con la decina sua non fu qui donno; che cacciandomi qui venti contrari, gli occhi gli chiusi in sempiterno sonno. Così fossi io con lui morto quel giorno, prima che viver servo in tanto scorno.
62
Che piaceri amorosi e riso e gioco, che suole amar ciascun de la mia etade, le purpure e le gemme e l'aver loco inanzi agli altri ne la sua cittade, potuto hanno, per Dio, mai giovar poco all'uom che privo sia di libertade: e 'l non poter mai più di qui levarmi, servitù grave e intolerabil parmi.
63
Il vedermi lograr dei miglior anni il più bel fiore in sì vile opra e molle, tiemmi il cor sempre in stimulo e in affanni, ed ogni gusto di piacer mi tolle. La fama del mio sangue spiega i vanni per tutto 'l mondo, e fin al ciel s'estolle; che forse buona parte anch'io n'avrei, s'esser potessi coi fratelli miei.
64
Parmi ch'ingiuria il mio destin mi faccia, avendomi a sì vil servigio eletto; come chi ne l'armento il destrier caccia, il qual d'occhi o di piedi abbia difetto, o per altro accidente che dispiaccia, sia fatto all'arme e a miglior uso inetto: né sperando io, se non per morte, uscire di sì vil servitù, bramo morire. —
65
Guidon qui fine alle parole pose, e maledì quel giorno per isdegno, il qual dei cavallieri e de le spose gli diè vittoria in acquistar quel regno. Astolfo stette a udire, e si nascose tanto, che si fe' certo a più d'un segno, che, come detto avea, questo Guidone era figliol del suo parente Amone.
66
Poi gli rispose: — Io sono il duca inglese, il tuo cugino Astolfo; — ed abbracciollo, e con atto amorevole e cortese, non senza sparger lagrime, baciollo. — Caro parente mio, non più palese tua madre ti potea por segno al collo; ch'a farne fede che tu sei de' nostri, basta il valor che con la spada mostri. —
67
Guidon, ch'altrove avria fatto gran festa d'aver trovato un sì stretto parente, quivi l'accolse con la faccia mesta, perché fu di vedervilo dolente. Se vive, sa ch'Astolfo schiavo resta, né il termine è più là che 'l dì seguente; se fia libero Astolfo, ne more esso: sì che 'l ben d'uno è il mal de l'altro espresso.
68
Gli duol che gli altri cavallieri ancora abbia, vincendo, a far sempre captivi; né più, quando esso in quel contrasto mora, potrà giovar che servitù lor schivi: che se d'un fango ben gli porta fuora, e poi s'inciampi come all'altro arrivi, avrà lui senza pro vinto Marfisa; ch'essi pur ne fien schiavi, ed ella uccisa.
69
Da l'altro canto avea l'acerba etade, la cortesia e il valor del giovinetto d'amore intenerito e di pietade tanto a Marfisa ed ai compagni il petto, che, con morte di lui lor libertade esser dovendo, avean quasi a dispetto: e se Marfisa non può far con manco ch'uccider lui, vuol essa morir anco.
70
Ella disse a Guidon: — Vientene insieme con noi, ch'a viva forza usciren quinci. — — Deh (rispose Guidon) lascia ogni speme di mai più uscirne, o perdi meco o vinci. — Ella suggiunse: — Il mio cor mai non teme di non dar fine a cosa che cominci; né trovar so la più sicura strada di quella ove mi sia guida la spada.
71
Tal ne la piazza ho il tuo valor provato, che, s'io son teco, ardisco ad ogn'impresa. Quando la turba intorno allo steccato sarà domani in sul teatro ascesa, io vo' che l'uccidian per ogni lato, o vada in fuga o cerchi far difesa, e ch'agli lupi e agli avoltoi del loco lasciamo i corpi, e la cittade al fuoco. —
72
Suggiunse a lei Guidon: — Tu m'avrai pronto a seguitarti ed a morirti a canto, ma vivi rimaner non facciàn conto; bastar ne può di vendicarci alquanto: che spesso diecimila in piazza conto del popul feminile, ed altretanto resta a guardare e porto e rocca e mura, né alcuna via d'uscir trovo sicura. —
73
Disse Marfisa: — E molto più sieno elle degli uomini che Serse ebbe già intorno, e sieno più de l'anime ribelle ch'uscir del ciel con lor perpetuo scorno; se tu sei meco, o almen non sie con quelle, tutte le voglio uccidere in un giorno. — Guidon suggiunse: — Io non ci so via alcuna ch'a valer n'abbia, se non val quest'una.
74
Ne può sola salvar, se ne succede, quest'una ch'io dirò, ch'or mi soviene. Fuor ch'alle donne, uscir non si concede, né metter piede in su le salse arene: e per questo commettermi alla fede d'una de le mie donne mi conviene, del cui perfetto amor fatta ho sovente più pruova ancor, ch'io non farò al presente.
75
Non men di me tormi costei disia di servitù, pur che ne venga meco, che così spera, senza compagnia de le rivali sue, ch'io viva seco. Ella nel porto o fuste o saettia farà ordinar, mentre è ancor l'aer cieco, che i marinai vostri troveranno acconcia a navigar, come vi vanno.
76
Dietro a me tutti in un drappel ristretti, cavallieri, mercanti e galeotti, ch'ad albergarvi sotto a questi tetti meco, vostra merce, sète ridotti, avrete a farvi amplo sentier coi petti, se del nostro camin siamo interrotti: così spero, aiutandoci le spade, ch'io vi trarrò de la crudel cittade. —
77
— Tu fa come ti par (disse Marfisa), ch'io son per me d'uscir di qui sicura. Più facil fia che di mia mano uccisa la gente sia, che è dentro a queste mura, che mi veggi fuggire, o in altra guisa alcun possa notar ch'abbi paura. Vo' uscir di giorno, e sol per forza d'arme; che per ogn'altro modo obbrobrio parme.
78
S'io ci fossi per donna conosciuta, so ch'avrei da le donne onore e pregio; e volentieri io ci sarei tenuta e tra le prime forse del collegio: ma con costoro essendoci venuta, non ci vo' d'essi aver più privilegio. Troppo error fôra ch'io mi stessi o andassi libera, e gli altri in servitù lasciassi. —
79
Queste parole ed altre seguitando, mostrò Marfisa che 'l rispetto solo ch'avea al periglio de' compagni (quando potria loro il suo ardir tornare in duolo), la tenea che con alto e memorando segno d'ardir non assalia lo stuolo: e per questo a Guidon lascia la cura d'usar la via che più gli par sicura.
80
Guidon la notte con Aleria parla (così avea nome la più fida moglie), né bisogno gli fu molto pregarla, che la trovò disposta alle sue voglie. Ella tolse una nave e fece armarla, e v'arrecò le sue più ricche spoglie, fingendo di volere al nuovo albore con le compagne uscire in corso fuore.
81
Ella avea fatto nel palazzo inanti spade e lance arrecar, corazze e scudi, onde armar si potessero i mercanti e i galeotti ch'eran mezzo nudi. Altri dormiro, ed altri ster vegghianti, compartendo tra lor gli ozi e gli studi; spesso guardando, e pur con l' arme indosso, se l'oriente ancor si facea rosso.
82
Dal duro volto de la terra il sole non tollea ancora il velo oscuro ed atro; a pena avea la licaonia prole per li solchi del ciel volto l'aratro: quando il femineo stuol, che veder vuole il fin de la battaglia, empì il teatro, come ape del suo claustro empie la soglia, che mutar regno al nuovo tempo voglia.
83
Di trombe, di tambur, di suon de corni il popul risonar fa cielo e terra, così citando il suo signor, che torni a terminar la cominciata guerra. Aquilante e Grifon stavano adorni de le lor arme, e il duca d'Inghilterra, Guidon, Marfisa, Sansonetto e tutti gli altri, chi a piedi e chi a cavallo istrutti.
84
Per scender dal palazzo al mare e al porto, la piazza traversar si convenia, né v'era altro camin lungo né corto: così Guidon disse alla compagnia. E poi che di ben far molto conforto lor diede, entrò senza rumore in via; e ne la piazza, dove il popul era, s'appresentò con più di cento in schiera.
85
Molto affrettando i suoi compagni, andava Guidone all'altra porta per uscire: ma la gran moltitudine che stava intorno armata, e sempre atta a ferire, pensò, come lo vide che menava seco quegli altri, che volea fuggire; e tutta a un tratto agli archi suoi ricorse, e parte, onde s'uscia, venne ad opporse.
86
Guidone e gli altri cavallier gagliardi, e sopra tutti lor Marfisa forte, al menar de le man non furon tardi, e molto fer per isforzar le porte: ma tanta e tanta copia era dei dardi che, con ferite dei compagni e morte, pioveano lor di sopra e d'ogn'intorno, ch'al fin temean d'averne danno e scorno.
87
D'ogni guerrier l'usbergo era perfetto; che se non era, avean più da temere. Fu morto il destrier sotto a Sansonetto; quel di Marfisa v'ebbe a rimanere. Astolfo tra sé disse: — Ora, ch'aspetto che mai mi possa il corno più valere? Io vo' veder, poi che non giova spada, s'io so col corno assicurar la strada. —
88
Come aiutar ne le fortune estreme sempre si suol, si pone il corno a bocca. Par che la terra e tutto 'l mondo trieme, quando l'orribil suon ne l'aria scocca. Sì nel cor de la gente il timor preme, che per disio di fuga si trabocca giù del teatro sbigottita e smorta, non che lasci la guardia de la porta.
89
Come talor si getta e si periglia e da finestra e da sublime loco l'esterrefatta subito famiglia, che vede appresso e d'ogn'intorno il fuoco, che mentre le tenea gravi le ciglia il pigro sonno, crebbe a poco a poco: così messa la vita in abandono, ognun fuggia lo spaventoso suono.
90
Di qua di là, di su di giù smarrita surge la turba, e di fuggir procaccia. Son più di mille a un tempo ad ogni uscita: cascano a monti, e l'una l'altra impaccia. In tanta calca perde altra la vita; da palchi e da finestre altra si schiaccia: più d'un braccio si rompe e d'una testa, di ch'altra morta, altra storpiata resta.
91
Il pianto e 'l grido insino al ciel saliva, d'alta ruina misto e di fraccasso. Affretta, ovunque il suon del corno arriva, la turba spaventata in fuga il passo. Se udite dir che d'ardimento priva la vil plebe si mostri e di cor basso, non vi maravigliate, che natura è de la lepre aver sempre paura.
92
Ma che direte del già tanto fiero cor di Marfisa e di Guidon Selvaggio? dei dua giovini figli d'Oliviero, che già tanto onoraro il lor lignaggio? Già centomila avean stimato un zero; e in fuga or se ne van senza coraggio, come conigli, o timidi colombi a cui vicino alto rumor rimbombi.
93
Così noceva ai suoi come agli strani la forza che nel corno era incantata. Sansonetto, Guidone e i duo germani fuggon dietro a Marfisa spaventata; né fuggendo ponno ir tanto lontani, che lor non sia l'orecchia anco intronata. Scorre Astolfo la terra in ogni lato, dando via sempre al corno maggior fiato.
94
Chi scese al mare, e chi poggiò su al monte, e chi tra i boschi ad occultar si venne: alcuna, senza mai volger la fronte, fuggir per dieci dì non si ritenne: uscì in tal punto alcuna fuor del ponte, ch'in vita sua mai più non vi rivenne. Sgombraro in modo e piazze e templi e case, che quasi vota la città rimase.
95
Marfisa e 'l bon Guidone e i duo fratelli e Sansonetto, pallidi e tremanti, fuggiano inverso il mare, e dietro a quelli fuggian i marinari e i mercatanti; ove Aleria trovar, che, fra i castelli, loro avea un legno apparecchiato inanti. Quindi, poi ch'in gran fretta li raccolse, diè i remi all'acqua ed ogni vela sciolse.
96
Dentro e d'intorno il duca la cittade avea scorsa dai colli insino all'onde; fatto avea vote rimaner le strade: ognun lo fugge, ognun se gli nasconde. Molte trovate fur, che per viltade s'eran gittate in parti oscure e immonde; e molte, non sappiendo ove s'andare, messesi a nuoto ed affogate in mare.
97
Per trovare i compagni il duca viene, che si credea di riveder sul molo. Si volge intorno, e le deserte arene guarda per tutto, e non v'appare un solo. Leva più gli occhi, e in alto a vele piene da sé lontani andar li vede a volo: sì che gli convien fare altro disegno al suo camin, poi che partito è il legno.
98
Lasciamolo andar pur — né vi rincresca che tanta strada far debba soletto per terra d'infedeli e barbaresca, dove mai non si va senza sospetto: non è periglio alcuno, onde non esca con quel suo corno, e n'ha mostrato effetto; — e dei compagni suoi pigliamo cura, ch'al mar fuggian tremando di paura.
99
A piena vela si cacciaron lunge da la crudele e sanguinosa spiaggia: e poi che di gran lunga non li giunge l'orribil suon ch'a spaventar più gli aggia, insolita vergogna sì gli punge, che, com'un fuoco, a tutti il viso raggia. L'un non ardisce a mirar l'altro, e stassi tristo, senza parlar, con gli occhi bassi.
100
Passa il nocchiero, al suo viaggio intento, e Cipro e Rodi, e giù per l'onda egea da sé vede fuggire isole cento col periglioso capo di Malea; e con propizio ed immutabil vento asconder vede la greca Morea; volta Sicilia, e per lo mar Tirreno costeggia de l'Italia il lito ameno:
101
e sopra Luna ultimamente sorse, dove lasciato avea la sua famiglia. Dio ringraziando che 'l pelago corse senza più danno, il noto lito piglia. Quindi un nochier trovar per Francia sciorse, il qual di venir seco li consiglia: e nel suo legno ancor quel dì montaro, ed a Marsilia in breve si trovaro.
102
Quivi non era Bradamante allora, ch'aver solea governo del paese; che se vi fosse, a far seco dimora gli avria sforzati con parlar cortese. Sceser nel lito, e la medesima ora dai quattro cavallier congedo prese Marfisa, e da la donna del Selvaggio; e pigliò alla ventura il suo viaggio,
103
dicendo che lodevole non era ch'andasser tanti cavallieri insieme: che gli storni e i colombi vanno in schiera, i daini e i cervi e ogn'animal che teme; ma l'audace falcon, l'aquila altiera, che ne l'aiuto altrui non metton speme orsi, tigri, leon, soli ne vanno; che di più forza alcun timor non hanno.
104
Nessun degli altri fu di quel pensiero; sì ch'a lei sola toccò a far partita. Per mezzo i boschi e per strano sentiero dunque ella se n'andò sola e romita. Grifone il bianco ed Aquilante il nero pigliar con gli altri duo la via più trita, e giunsero a un castello il dì seguente, dove albergati fur cortesemente.
105
Cortesemente dico in apparenza, ma tosto vi sentir contrario effetto; che 'l signor del castel, benivolenza fingendo e cortesia, lor dè ricetto: e poi la notte, che sicuri senza timor dormian, gli fe' pigliar nel letto; né prima li lasciò, che d'osservare una costuma ria li fe' giurare.
106
Ma vo' seguir la bellicosa donna, prima, Signor, che di costor più dica. Passò Druenza, il Rodano e la Sonna, e venne a piè d'una montagna aprica. Quivi lungo un torrente, in negra gonna vide venire una femina antica, che stanca e lassa era di lunga via, ma via più afflitta di malenconia.
107
Questa è la vecchia che solea servire ai malandrin nel cavernoso monte, là dove alta giustizia fe' venire e dar lor morte il paladino conte. La vecchia, che timore ha di morire per le cagion che poi vi saran conte, già molti dì va per via oscura e fosca, fuggendo ritrovar chi la conosca.
108
Quivi d'estrano cavallier sembianza l'ebbe Marfisa all'abito e all'arnese; e perciò non fuggì, com'avea usanza fuggir dagli altri ch'eran del paese; anzi con sicurezza e con baldanza si fermò al guado, e di lontan l'attese: al guado del torrente, ove trovolla, la vecchia le uscì incontra e salutolla.
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Poi la pregò che seco oltr'a quell'acque ne l'altra ripa in groppa la portasse. Marfisa che gentil fu da che nacque, di là dal fiumicel seco la trasse; e portarla anch'un pezzo non le spiacque, fin ch'a miglior camin la ritornasse, fuor d'un gran fango; e al fin di quel sentiero si videro all'incontro un cavalliero.
110
Il cavallier su ben guernita sella, di lucide arme e di bei panni ornato, verso il fiume venìa da una donzella e da un solo scudiero accompagnato. La donna ch'avea seco era assai bella, ma d'altiero sembiante e poco grato, tutta d'orgoglio e di fastidio piena, del cavallier ben degna che la mena.
111
Pinabello, un de' conti maganzesi, era quel cavallier ch'ella avea seco; quel medesmo che dianzi a pochi mesi Bradamante gittò nel cavo speco. Quei sospir, quei singulti così accesi, quel pianto che lo fe' già quasi cieco, tutto fu per costei ch'or seco avea, che 'l negromante allor gli ritenea.
112
Ma poi che fu levato di sul colle l'incantato castel del vecchio Atlante, e che poté ciascuno ire ove volle, per opra e per virtù di Bradamante; costei, ch'agli disii facile e molle di Pinabel sempre era stata inante, si tornò a lui, ed in sua compagnia da un castello ad un altro or se ne gìa.
113
E sì come vezzosa era e mal usa, quando vide la vecchia di Marfisa, non si poté tenere a bocca chiusa di non la motteggiar con beffe e risa. Marfisa altiera, appresso a cui non s'usa sentirsi oltraggio in qualsivoglia guisa, rispose d'ira accesa alla donzella, che di lei quella vecchia era più bella;
114
e ch'al suo cavallier volea provallo, con patto di poi torre a lei la gonna e il palafren ch'avea, se da cavallo gittava il cavallier di ch'era donna. Pinabel che faria, tacendo, fallo, di risponder con l'arme non assonna: piglia lo scudo e l'asta, e il destrier gira, poi vien Marfisa a ritrovar con ira.
115
Marfisa incontra una gran lancia afferra, e ne la vista a Pinabel l'arresta, e sì stordito lo riversa in terra, che tarda un'ora a rilevar la testa. Marfisa vincitrice de la guerra, fe' trarre a quella giovane la vesta, ed ogn'altro ornamento le fe' porre, e ne fe' il tutto alla sua vecchia torre:
116
e di quel giovenile abito volse che si vestisse e se n'ornasse tutta; e fe' che 'l palafreno anco si tolse, che la giovane avea quivi condutta. Indi al preso camin con lei si volse, che quant'era più ornata, era più brutta. Tre giorni se n'andar per lunga strada, senza far cosa onde a parlar m'accada.
117
Il quarto giorno un cavallier trovaro, che venìa in fretta galoppando solo. Se di saper chi sia forse v'è caro, dicovi ch'è Zerbin, di re figliuolo, di virtù esempio e di bellezza raro, che se stesso rodea d'ira e di duolo di non aver potuto far vendetta d'un che gli avea gran cortesia interdetta.
118
Zerbino indarno per la selva corse dietro a quel suo che gli avea fatto oltraggio; ma sì a tempo colui seppe via torse, sì seppe nel fuggir prender vantaggio, sì il bosco e sì una nebbia lo soccorse, ch'avea offuscato il matutino raggio, che di man di Zerbin si levò netto, fin che l'ira e il furor gli uscì del petto.
119
Non poté, ancor che Zerbin fosse irato, tener, vedendo quella vecchia, il riso; che gli parea dal giovenile ornato troppo diverso il brutto antiquo viso; ed a Marfisa, che le venìa a lato, disse: — Guerrier, tu sei pien d'ogni aviso, che damigella di tal sorte guidi, che non temi trovar chi te la invidi.
120
Avea la donna (se la crespa buccia può darne indicio) più de la Sibilla, e parea, così ornata, una bertuccia, quando per muover riso alcun vestilla; ed or più brutta par, che si coruccia, e che dagli occhi l'ira le sfavilla: ch'a donna non si fa maggior dispetto, che quando o vecchia o brutta le vien detto.
121
Mostrò turbarse l'inclita donzella, per prenderne piacer, come si prese; e rispose a Zerbin: — Mia donna è bella, per Dio, via più che tu non sei cortese; come ch'io creda che la tua favella da quel che sente l'animo non scese: tu fingi non conoscer sua beltade, per escusar la tua somma viltade.
122
E chi saria quel cavallier, che questa sì giovane e sì bella ritrovasse senza più compagnia ne la foresta, e che di farla sua non si provasse? — — Sì ben (disse Zerbin) teco s'assesta, che saria mal ch'alcun te la levasse; ed io per me non son così indiscreto, che te ne privi mai; stanne pur lieto.
123
S'in altro conto aver vuoi a far meco, di quel ch'io vaglio son per farti mostra; ma per costei non mi tener sì cieco, che solamente far voglia una giostra. O brutta o bella sia, restisi teco: non vo' partir tanta amicizia vostra. Ben vi sète accoppiati: io giurerei, com'ella è bella, tu gagliardo sei. —
124
Suggiunse a lui Marfisa: — Al tuo dispetto di levarmi costei provar convienti. Non vo' patir ch'un sì leggiadro aspetto abbi veduto, e guadagnar nol tenti. — Rispose a lei Zerbin — Non so a ch'effetto l'uom si metta a periglio e si tormenti, per riportarne una vittoria, poi, che giovi al vinto, e al vincitore annoi. —
125
— Se non ti par questo partito buono, te ne do un altro, e ricusar nol dei (disse a Zerbin Marfisa): che s'io sono vinto da te, m'abbia a restar costei; ma s'io te vinco, a forza te la dono. Dunque provian chi de' star senza lei: se perdi, converrà che tu le faccia compagnia sempre, ovunque andar le piaccia. —
126
— E così sia, — Zerbin rispose; e volse a pigliar campo subito il cavallo. Si levò su le staffe e si raccolse fermo in arcione, e per non dare in fallo, lo scudo in mezzo alla donzella colse; ma parve urtasse un monte di metallo: ed ella in guisa a lui toccò l'elmetto, che stordito il mandò di sella netto.
127
Troppo spiacque a Zerbin l'esser caduto, ch'in altro scontro mai più non gli avvenne, e n'avea mille e mille egli abbattuto; ed a perpetuo scorno se lo tenne. Stette per lungo spazio in terra muto; e più gli dolse poi che gli sovenne ch'avea promesso e che gli convenia aver la brutta vecchia in compagnia.
128
Tornando a lui la vincitrice in sella, disse ridendo: — Questa t'appresento; e quanto più la veggio e grata e bella, tanto, ch'ella sia tua, più mi contento. Or tu in mio loco sei campion di quella; ma la tua fé non se ne porti il vento, che per sua guida e scorta tu non vada (come hai promesso) ovunque andar l'aggrada. —
129
Senza aspettar risposta urta il destriero per la foresta, e subito s'imbosca. Zerbin, che la stimava un cavalliero, dice alla vecchia: — Fa ch'io lo conosca. — Ed ella non gli tiene ascoso il vero, onde sa che lo 'ncende e che l'attosca: — Il colpo fu di man d'una donzella, che t'ha fatto votar (disse) la sella.
130
Per suo valor costei debitamente usurpa a' cavallieri e scudo e lancia; e venuta è pur dianzi d'Oriente per assaggiare i paladin di Francia. — Zerbin di questo tal vergogna sente, che non pur tinge di rossor la guancia, ma restò poco di non farsi rosso seco ogni pezzo d'arme ch'avea indosso.
131
Monta a cavallo, e se stesso rampogna che non seppe tener strette le cosce. Tra sé la vecchia ne sorride, e agogna di stimularlo e di più dargli angosce. Gli ricorda ch'andar seco bisogna: e Zerbin, ch'ubligato si conosce, l'orecchie abbassa, come vinto e stanco destrier c'ha in bocca il fren, gli sproni al fianco.
132
E sospirando: — Ohimè, Fortuna fella (dicea), che cambio è questo che tu fai? Colei che fu sopra le belle bella, ch'esser meco dovea, levata m'hai. Ti par ch'in luogo ed in ristor di quella si debba por costei ch'ora mi dai? Stare in danno del tutto era men male, che fare un cambio tanto diseguale.
133
Colei che di bellezze e di virtuti unqua non ebbe e non avrà mai pare, sommersa e rotta tra gli scogli acuti hai data ai pesci ed agli augei del mare; e costei che dovria già aver pasciuti sotterra i vermi, hai tolta a perservare dieci o venti anni più che non devevi, per dar più peso agli mie' affanni grevi. —
134
Zerbin così parlava; né men tristo in parole e in sembianti esser parea di questo nuovo suo sì odioso acquisto, che de la donna che perduta avea. La vecchia, ancor che non avesse visto mai più Zerbin, per quel ch'ora dicea, s'avvide esser colui di che notizia le diede già Issabella di Galizia.
135
Se 'l vi ricorda quel ch'avete udito, costei da la spelonca ne veniva, dove Issabella, che d'amor ferito Zerbino avea, fu molti dì captiva. Più volte ella le avea già riferito come lasciasse la paterna riva, e come rotta in mar da la procella, si salvasse alla spiaggia di Rocella.
136
E sì spesso dipinto di Zerbino le avea il bel viso e le fattezze conte, ch'ora udendol parlare, e più vicino gli occhi alzandogli meglio ne la fronte, vide esser quel per cui sempre meschino fu d'Issabella il cor nel cavo monte; che di non veder lui più si lagnava, che d'esser fatta ai malandrini schiava.
137
La vecchia, dando alle parole udienza, che con sdegno e con duol Zerbino versa, s'avede ben ch'egli ha falsa credenza che sia Issabella in mar rotta e sommersa: e ben ch'ella del certo abbia scienza, per non lo rallegrar, pur la perversa quel che far lieto lo potria, gli tace, e sol gli dice quel che gli dispiace.
138
— Odi tu (gli disse ella), tu che sei cotanto altier, che sì mi scherni e sprezzi, se sapessi che nuova ho di costei che morta piangi, mi faresti vezzi: ma più tosto che dirtelo, torrei che mi strozzassi o fêssi in mille pezzi; dove, s'eri vêr me più mansueto, forse aperto t'avrei questo secreto. —
139
Come il mastin che con furor s'aventa adosso al ladro, ad achetarsi è presto, che quello o pane o cacio gli appresenta, o che fa incanto appropriato a questo; così tosto Zerbino umil diventa, e vien bramoso di sapere il resto, che la vecchia gli accenna che di quella, che morta piange, gli sa dir novella.
140
E volto a lei con più piacevol faccia, la supplica, la prega, la scongiura per gli uomini, per Dio, che non gli taccia quanto ne sappia, o buona o ria ventura. — Cosa non udirai che pro ti faccia (disse la vecchia pertinace e dura): non è Issabella, come credi, morta; ma viva sì, ch'a' morti invidia porta.
141
È capitata in questi pochi giorni che non n'udisti, in man di più di venti; sì che, qualora anco in man tua ritorni, ve' se sperar di corre il fior convienti. — Ah vecchia maladetta, come adorni la tua menzogna! e tu sai pur se menti. Se ben in man de venti ell'era stata, non l'avea alcun però mai violata.
142
Dove l'avea veduta domandolle Zerbino, e quando, ma nulla n'invola; che la vecchia ostinata più non volle a quel c'ha detto aggiungere parola. Prima Zerbin le fece un parlar molle, poi minacciolle di tagliar la gola: ma tutto è invan ciò che minaccia e prega; che non può far parlar la brutta strega.
143
Lasciò la lingua all'ultimo in riposo Zerbin, poi che 'l parlar gli giovò poco; per quel ch'udito avea, tanto geloso, che non trovava il cor nel petto loco; d'Issabella trovar sì disioso, che saria per vederla ito nel fuoco: ma non poteva andar più che volesse colei, poi ch'a Marfisa lo promesse.
144
E quindi per solingo e strano calle, dove a lei piacque, fu Zerbin condotto; né per o poggiar monte o scender valle, mai si guardaro in faccia o si fer motto. Ma poi ch'al mezzodì volse le spalle il vago sol, fu il lor silenzio rotto da un cavallier che nel cammin scontraro. Quel che seguì, ne l'altro canto è chiaro.
CANTO VENTUNESIMO
1
Né fune intorto crederò che stringa soma così, né così legno chiodo, come la fé ch'una bella alma cinga del suo tenace indissolubil nodo. Né dagli antiqui par che si dipinga la santa Fé vestita in altro modo, che d'un vel bianco che la cuopra tutta: ch'un sol punto, un sol neo la può far brutta.
2
La fede unqua non debbe esser corrotta, o data a un solo, o data insieme a mille; e così in una selva, in una grotta, lontan da le cittadi e da le ville, come dinanzi a tribunali, in frotta di testimon, di scritti e di postille, senza giurare o segno altro più espresso, basti una volta che s'abbia promesso.
3
Quella servò, come servar si debbe in ogni impresa, il cavallier Zerbino: e quivi dimostrò che conto n'ebbe, quando si tolse dal proprio camino per andar con costei, la qual gl'increbbe, come s'avesse il morbo sì vicino, o pur la morte istessa; ma potea, più che 'l disio, quel che promesso avea.
4
Dissi di lui, che di vederla sotto la sua condotta tanto al cor gli preme, che n'arrabbia di duol, né le fa motto, e vanno muti e taciturni insieme: dissi che poi fu quel silenzio rotto, ch'al mondo il sol mostrò le ruote estreme, da un cavalliero aventuroso errante, ch'in mezzo del camin lor si fe' inante.
5
La vecchia che conobbe il cavalliero, ch'era nomato Ermonide d'Olanda, che per insegna ha ne lo scudo nero attraversata una vermiglia banda, posto l'orgoglio e quel sembiante altiero, umilmente a Zerbin si raccomanda, e gli ricorda quel ch'esso promise alla guerriera ch'in sua man la mise.
6
Perché di lei nimico e di sua gente era il guerrier che contra lor venìa: ucciso ad essa avea il padre innocente, e un fratello che solo al mondo avia; e tuttavolta far del rimanente, come degli altri, il traditor disia. — Fin ch'alla guardia tua, donna, mi senti (dicea Zerbin), non vo' che tu paventi. —
7
Come più presso il cavallier si specchia in quella faccia che sì in odio gli era: — O di combatter meco t'apparecchia (gridò con voce minacciosa e fiera), o lascia la difesa de la vecchia, che di mia man secondo il merto pera. Se combatti per lei, rimarrai morto; che così avviene a chi s'appiglia al torto. —
8
Zerbin cortesemente a lui risponde che gli è desir di bassa e mala sorte, ed a cavalleria non corrisponde che cerchi dare ad una donna morte: se pur combatter vuol, non si nasconde; ma che prima consideri ch'importe ch'un cavallier, com'era egli, gentile, voglia por man nel sangue feminile,
9
Queste gli disse e più parole invano; e fu bisogno al fin venire a' fatti. Poi che preso a bastanza ebbon del piano, tornarsi incontra a tutta briglia ratti. Non van sì presti i razzi fuor di mano, ch'al tempo son de le allegrezze tratti, come andaron veloci i duo destrieri ad incontrare insieme i cavallieri.
10
Ermonide d'Olanda segnò basso, che per passare il destro fianco attese: ma la sua debol lancia andò in fracasso, e poco il cavallier di Scozia offese. Non fu già l'altro colpo vano e casso: roppe lo scudo, e sì la spalla prese, che la forò da l'uno all'altro lato, e riversar fe' Ermonide sul prato.
11
Zerbin che si pensò d'averlo ucciso, di pietà vinto, scese in terra presto, e levò l'elmo da lo smorto viso; e quel guerrier, come dal sonno desto, senza parlar guardò Zerbino fiso; e poi gli disse: — Non m'è già molesto ch'io sia da te abbattuto, ch'ai sembianti mostri esser fior de' cavallier erranti;
12
ma ben mi duol che questo per cagione d'una femina perfida m'avviene, a cui non so come tu sia campione, che troppo al tuo valor si disconviene. E quando tu sapessi la cagione ch'a vendicarmi di costei mi mene, avresti, ognor che rimembrassi, affanno d'aver, per campar lei, fatto a me danno.
13
E se spirto a bastanza avrò nel petto ch'io il possa dir (ma del contrario temo), io ti farò veder ch'in ogni effetto scelerata è costei più ch'in estremo. Io ebbi già un fratel che giovinetto d'Olanda si partì, donde noi semo, e si fece d'Eraclio cavalliero, ch'allor tenea de' Greci il sommo impero.
14
Quivi divenne intrinseco e fratello d'un cortese baron di quella corte, che nei confin di Servia avea un castello di sito ameno e di muraglia forte. Nomossi Argeo colui di ch'io favello, di questa iniqua femina consorte, la quale egli amò sì, che passò il segno ch'a un uom si convenia, come lui, degno.
15
Ma costei, più volubile che foglia quando l'autunno è più priva d'umore, che l' freddo vento gli arbori ne spoglia e le soffia dinanzi al suo furore; verso il marito cangiò tosto voglia, che fisso qualche tempo ebbe nel core; e volse ogni pensiero, ogni disio d'acquistar per amante il fratel mio.
16
Ma né sì saldo all'impeto marino l'Acrocerauno d'infamato nome, né sta sì duro incontra borea il pino che rinovato ha più di cento chiome, che quanto appar fuor de lo scoglio alpino, tanto sotterra ha le radici; come il mio fratello a' prieghi di costei, nido de tutti i vizi infandi e rei.
17
Or, come avviene a un cavallier ardito, che cerca briga e la ritrova spesso, fu in una impresa il mio fratel ferito, molto al castel del suo compagno appresso, dove venir senza aspettare invito solea, fosse o non fosse Argeo con esso; e dentro a quel per riposar fermosse tanto che del suo mal libero fosse.
18
Mentre egli quivi si giacea, convenne ch'in certa sua bisogna andasse Argeo. Tosto questa sfacciata a tentar venne il mio fratello, ed a sua usanza feo; ma quel fedel non oltre più sostenne avere ai fianchi un stimulo sì reo: elesse, per servar sua fede a pieno, di molti mal quel che gli parve meno.
19
Tra molti mal gli parve elegger questo: lasciar d'Argeo l'intrinsichezza antiqua; lungi andar sì, che non sia manifesto mai più il suo nome alla femina iniqua. Ben che duro gli fosse, era più onesto che satisfare a quella voglia obliqua, o ch'accusar la moglie al suo signore, da cui fu amata a par del proprio core.
20
E de le sue ferite ancora infermo l'arme si veste, e del castel si parte; e con animo va costante e fermo di non mai più tornare in quella parte. Ma che gli val? ch'ogni difesa e schermo gli disipa Fortuna con nuova arte; ecco il marito che ritorna intanto, e trova la moglier che fa gran pianto,
21
e scapigliata e con la faccia rossa; e le domanda di che sia turbata. Prima ch'ella a rispondere sia mossa, pregar si lascia più d'una fiata, pensando tuttavia come si possa vendicar di colui che l'ha lasciata: e ben convenne al suo mobile ingegno cangiar l'amore in subitano sdegno.
22
— Deh (disse al fine), a che l'error nascondo c'ho commesso, signor, ne la tua assenza? che quando ancora io 'l celi a tutto 'l mondo, celar nol posso alla mia coscienza. L'alma che sente il suo peccato immondo, pate dentro da sé tal penitenza, ch'avanza ogn'altro corporal martire che dar mi possa alcun del mio fallire;
23
quando fallir sia quel che si fa a forza: ma sia quel che si vuol, tu sappil'anco; poi con la spada da la immonda scorza scioglie lo spirto imaculato e bianco, e le mie luci eternamente ammorza; che dopo tanto vituperio, almanco tenerle basse ognor non mi bisogni, e di ciascun ch'io vegga, io mi vergogni.
24
Il tuo compagno ha l'onor mio distrutto: questo corpo per forza ha violato; e perché teme ch'io ti narri il tutto, or si parte il villan senza commiato. — In odio con quel dir gli ebbe ridutto colui che più d'ogn'altro gli fu grato. Argeo lo crede, ed altro non aspetta; ma piglia l'arme e corre a far vendetta.
25
E come quel ch'avea il paese noto, lo giunse che non fu troppo lontano; che 'l mio fratello, debole ed egroto, senza sospetto se ne gìa pian piano: e brevemente, in un loco remoto pose, per vendicarsene, in lui mano. Non trova il fratel mio scusa che vaglia; ch'in somma Argeo con lui vuol la battaglia.
26
Era l'un sano e pien di nuovo sdegno, infermo l'altro, ed all'usanza amico: sì ch'ebbe il fratel mio poco ritegno contra il compagno fattogli nimico. Dunque Filandro di tal sorte indegno (de l'infelice giovene ti dico: così avea nome), non sofrendo il peso di sì fiera battaglia, restò preso.
27
— Non piaccia a Dio che mi conduca a tale il mio giusto furore e il tuo demerto (gli disse Argeo), che mai sia omicidiale di te ch'amava; e me tu amavi certo, ben che nel fin me l'hai mostrato male; pur voglio a tutto il mondo fare aperto che, come fui nel tempo de l'amore, così ne l'odio son di te migliore.
28
Per altro modo punirò il tuo fallo, che le mie man più nel tuo sangue porre. — Così dicendo, fece sul cavallo di verdi rami una bara comporre, e quasi morto in quella riportallo dentro al castello in una chiusa torre, dove in perpetuo per punizione candannò l'innocente a star prigione.
29
Non però ch'altra cosa avesse manco, che la libertà prima del partire; perché nel resto, come sciolto e franco vi comandava e si facea ubidire. Ma non essendo ancor l'animo stanco di questa ria del suo pensier fornire, quasi ogni giorno alla prigion veniva; ch'avea le chiavi, e a suo piacer l'apriva:
30
e movea sempre al mio fratello assalti, e con maggiore audacia che di prima. — Questa tua fedeltà (dicea) che valti, poi che perfidia per tutto si stima? Oh che trionfi gloriosi ed alti! oh che superbe spoglie e preda opima! oh che merito al fin te ne risulta, se, come a traditore, ognun t'insulta!
31
Quanto utilmente, quanto con tuo onore m'avresti dato quel che da te volli! Di questo sì ostinato tuo rigore la gran mercé che tu guadagni, or tolli: in prigion sei, né crederne uscir fuore, se la durezza tua prima non molli. Ma quando mi compiacci, io farò trama di racquistarti e libertade e fama. —
32
— No, no (disse Filandro) aver mai spene che non sia, come suol, mia vera fede, se ben contra ogni debito mi avviene ch'io ne riporti sì dura mercede, e di me creda il mondo men che bene: basta che inanti a quel che 'l tutto vede e mi può ristorar di grazia eterna, chiara la mia innocenza si discerna.
33
Se non basta ch'Argeo mi tenga preso, tolgami ancor questa noiosa vita. Forse non mi fia il premio in ciel conteso de la buona opra, qui poco gradita. Forse egli, che da me si chiama offeso, quando sarà quest'anima partita, s'avedrà poi d'avermi fatto torto, e piangerà il fedel compagno morto. —
34
Così più volte la sfacciata donna tenta Filandro, e torna senza frutto. Ma il cieco suo desir, che non assonna del scelerato amor traer costrutto, cercando va più dentro ch'alla gonna suoi vizi antiqui, e ne discorre il tutto. Mille pensier fa d'uno in altro modo, prima che fermi in alcun d'essi il chiodo.
35
Stette sei mesi che non messe piede, come prima facea, ne la prigione; di che il miser Filandro e spera e crede che costei più non gli abbia affezione. Ecco Fortuna, al mal propizia, diede a questa scelerata occasione di metter fin con memorabil male al suo cieco appetito irrazionale.
36
Antiqua nimicizia avea il marito con un baron detto Morando il bello, che, non v'essendo Argeo, spesso era ardito di correr solo, e sin dentro al castello; ma s'Argeo v'era, non tenea lo 'nvito, né s'accostava a dieci miglia a quello. Or, per poterlo indur che ci venisse, d'ire in Ierusalem per voto disse.
37
Disse d'andare; e partesi ch'ognuno lo vede, e fa di ciò sparger le grida: né il suo pensier, fuor che la moglie, alcuno puote saper; che sol di lei si fida. Torna poi nel castello all'aer bruno, né mai, se non la notte, ivi s'annida; e con mutate insegne al nuovo albore, senza vederlo alcun, sempre esce fuore.
38
Se ne va in questa e in quella parte errando, e volteggiando al suo castello intorno, pur per veder se credulo Morando volesse far, come solea, ritorno. Stava il dì tutto alla foresta; e quando ne la marina vedea ascoso il giorno, venìa al castello, e per nascose porte lo togliea dentro l'infedel consorte.
39
Crede ciascun, fuor che l'iniqua moglie, che molte miglia Argeo lontan si trove. Dunque il tempo oportuno ella si toglie: al fratel mio va con malizie nuove. Ha di lagrime a tutte le sue voglie un nembo che dagli occhi al sen le piove. — Dove potrò (dicea) trovare aiuto, che in tutto l'onor mio non sia perduto?
40
E col mio quel del mio marito insieme, il qual se fosse qui, non temerei. Tu conosci Morando, e sai se teme, quando Argeo non ci sente, omini e dei. Questi or pregando, or minacciando, estreme prove fa tuttavia, né alcun de' miei lascia che non contamini, per trarmi a' suoi desii, né so s'io potrò aitarmi.
41
Or c'ha inteso il partir del mio consorte, e ch'al ritorno non sarà sì presto, ha avuto ardir d'entrar ne la mia corte senza altra scusa e senz'altro pretesto; che se ci fosse il mio signor per sorte, non sol non avria audacia di far questo, ma non si terria ancor, per Dio, sicuro d'appressarsi a tre miglia a questo muro.
42
E quel che già per messi ha ricercato, oggi me l'ha richiesto a fronte a fronte, e con tai modi, che gran dubbio è stato de lo avvenirmi disonore ed onte, e se non che parlar dolce gli ho usato, e finto le mie voglie alle sue pronte, saria a forza, di quel suto rapace, che spera aver per mie parole in pace.
43
Promesso gli ho, non già per osservargli (che fatto per timor, nullo è il contratto); ma la mia intenzion fu per vietargli quel che per forza avrebbe allora fatto. Il caso è qui: tu sol pòi rimediargli; del mio onor altrimenti sarà tratto, e di quel del mio Argeo, che già m'hai detto aver o tanto, o più che 'l proprio, a petto.
44
E se questo mi nieghi, io dirò dunque ch'in te non sia la fé di che ti vanti; ma che fu sol per crudeltà, qualunque volta hai sprezzati i miei supplici pianti; non per rispetto alcun d'Argeo, quantunque m'hai questo scudo ognora opposto inanti. Saria stato tra noi la cosa occulta; ma di qui aperta infamia mi risulta. —
45
— Non si convien (disse Filandro) tale prologo a me, per Argeo mio disposto. Narrami pur quel che tu vuoi, che quale sempre fui, di sempre essere ho proposto; e ben ch'a torto io ne riporti male, a lui non ho questo peccato imposto. Per lui son pronto andare anco alla morte, e siami contra il mondo e la mia sorte. —
46
Rispose l'empia: — Io voglio che tu spenga colui che 'l nostro disonor procura. Non temer ch'alcun mal di ciò t'avenga; ch'io te ne mostrerò la via sicura. Debbe egli a me tornar come rivenga su l'ora terza la notte più scura; e fatto un segno de ch'io l'ho avvertito, io l'ho a tor dentro, che non sia sentito.
47
A te non graverà prima aspettarme ne la camera mia dove non luca, tanto che dispogliar gli faccia l'arme, e quasi nudo in man te lo conduca. — Così la moglie conducesse parme il suo marito alla tremenda buca; se per dritto costei moglie s'appella, più che furia infernal crudele e fella.
48
Poi che la notte scelerata venne, fuor trasse il mio fratel con l'arme in mano; e ne l'oscura camera lo tenne, fin che tornasse il miser castellano. Come ordine era dato, il tutto avvenne; che 'l consiglio del mal va raro invano. Così Filandro il buon Argeo percosse, che si pensò che quel Morando fosse.
49
Con esso un colpo il capo fesse e il collo; ch'elmo non v'era, e non vi fu riparo. Pervenne Argeo, senza pur dare un crollo, de la misera vita al fine amaro: e tal l'uccise, che mai non pensollo, né mai l'avria creduto: oh caso raro! che cercando giovar, fece all'amico quel di che peggio non si fa al nimico.
50
Poscia ch'Argeo non conosciuto giacque, rende a Gabrina il mio fratel la spada. Gabrina è il nome di costei, che nacque sol per tradire ognun che in man le cada. Ella, che 'l ver fin a quell'ora tacque, vuol che Filandro a riveder ne vada col lume in mano il morto ond'egli è reo: e gli dimostra il suo compagno Argeo.
51
E gli minaccia poi, se non consente all'amoroso suo lungo desire, di palesare a tutta quella gente quel ch'egli ha fatto, e nol può contradire; e lo farà vituperosamente come assassino e traditor morire: e gli ricorda che sprezzar la fama non de', se ben la vita sì poco ama.
52
Pien di paura e di dolor rimase Filandro, poi che del suo error s'accorse. Quasi il primo furor gli persuase d'uccider questa, e stette un pezzo in forse: e se non che ne le nimiche case si ritrovò (che la ragion soccorse), non si trovando avere altr'arme in mano, coi denti la stracciava a brano a brano.
53
Come ne l'alto mar legno talora, che da duo venti sia percosso e vinto, ch'ora uno inanzi l'ha mandato, ed ora un altro al primo termine respinto, e l'han girato da poppa e da prora, dal più possente al fin resta sospinto; così Filandro, tra molte contese de' duo pensieri, al manco rio s'apprese.
54
Ragion gli dimostrò il pericol grande, oltre al morir, del fine infame e sozzo, se l'omicidio nel castel si spande; e del pensare il termine gli è mozzo. Voglia o non voglia, al fin convien che mande l'amarissimo calice nel gozzo. Pur finalmente ne l'afflitto core più de l'ostinazion poté il timore.
55
Il timor del supplicio infame e brutto prometter fece con mille scongiuri, che faria di Gabrina il voler tutto, se di quel luogo se partian sicuri. Così per forza colse l'empia il frutto del suo desire, e poi lasciar quei muri. Così Filandro a noi fece ritorno, di sé lasciando in Grecia infamia e scorno.
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E portò nel cor fisso il suo compagno che così scioccamente ucciso avea, per far con sua gran noia empio guadagno d'una Progne crudel, d'una Medea. E se la fede e il giuramento, magno e duro freno, non lo ritenea, come al sicuro fu, morta l'avrebbe; ma, quanto più si puote, in odio l'ebbe.
57
Non fu da indi in qua rider mai visto: tutte le sue parole erano meste, sempre sospir gli uscian dal petto tristo, ed era divenuto un nuovo Oreste, poi che la madre uccise e il sacro Egisto, e che l'ultrice Furie ebbe moleste. E senza mai cessar, tanto l'afflisse questo dolor, ch'infermo al letto il fisse.
58
Or questa meretrice, che si pensa quanto a quest'altro suo poco sia grata, muta la fiamma già d'amore intensa in odio, in ira ardente ed arrabbiata; né meno è contra al mio fratello accensa, che fosse contra Argeo la scelerata: e dispone tra sé levar dal mondo, come il primo marito, anco il secondo.
59
Un medico trovò d'inganni pieno, sufficiente ed atto a simil uopo, che sapea meglio uccider di veneno, che risanar gl'infermi di silopo; e gli promesse, inanzi più che meno di quel che domandò, donargli, dopo ch'avesse con mortifero liquore levatole dagli occhi il suo signore.
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Già in mia presenza e d'altre più persone venìa col tosco in mano il vecchio ingiusto, dicendo ch'era buona pozione da ritornare il mio fratel robusto. Ma Gabrina con nuova intenzione, pria che l'infermo ne turbasse il gusto, per torsi il consapevole d'appresso, o per non dargli quel ch'avea promesso,
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la man gli prese, quando a punto dava la tazza dove il tosco era celato, dicendo: — Ingiustamente è se 'l ti grava ch'io tema per costui c'ho tanto amato. Voglio esser certa che bevanda prava tu non gli dia, né succo avelenato; e per questo mi par che 'l beveraggio non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. —
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Come pensi, signor, che rimanesse il miser vecchio conturbato allora? La brevità del tempo sì l'oppresse, che pensar non poté che meglio fôra; pur, per non dar maggior sospetto, elesse il calice gustar senza dimora: e l'infermo, seguendo una tal fede, tutto il resto pigliò, che si gli diede.
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Come sparvier che nel piede grifagno tenga la starna e sia per trarne pasto, dal can che si tenea fido compagno, ingordamente è sopragiunto e guasto; così il medico intento al rio guadagno, donde sperava aiuto ebbe contrasto. Odi di summa audacia esempio raro! e così avvenga a ciascun altro avaro.
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Fornito questo, il vecchio s'era messo, per ritornare alla sua stanza, in via, ed usar qualche medicina appresso, che lo salvasse da la peste ria; ma da Gabrina non gli fu concesso, dicendo non voler ch'andasse pria che 'l succo ne lo stomaco digesto il suo valor facesse manifesto.
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Pregar non val, né far di premio offerta, che lo voglia lasciar quindi partire. Il disperato, poi che vede certa la morte sua, né la poter fuggire, ai circostanti fa la cosa aperta; né la seppe costei troppo coprire. E così quel che fece agli altri spesso, quel buon medico al fin fece a se stesso:
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e sequitò con l'alma quella ch'era già de mio frate caminata inanzi. Noi circostanti, che la cosa vera del vecchio udimmo, che fe' pochi avanzi, pigliammo questa abominevol fera, più crudel di qualunque in selva stanzi; e la serrammo in tenebroso loco, per condannarla al meritato foco. —
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Questo Ermonide disse, e più voleva seguir, com'ella di prigion levossi; ma il dolor de la piaga sì l'aggreva, che pallido ne l'erba riversossi. Intanto duo scudier, che seco aveva, fatto una bara avean di rami grossi: Ermonide si fece in quella porre; ch'indi altrimente non si potea torre.
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Zerbin col cavallier fece sua scusa, che gl'increscea d'averli fatto offesa; ma, come pur tra cavallieri s'usa, colei che venìa seco avea difesa: ch'altrimente sua fé saria confusa; perché, quando in sua guardia l'avea presa, promesse a sua possanza di salvarla contra ognun che venisse a disturbarla.
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E s'in altro potea gratificargli, prontissimo offeriase alla sua voglia. Rispose il cavallier, che ricordargli sol vuol, che da Gabrina si discioglia prima ch'ella abbia cosa a machinargli, di ch'esso indarno poi si penta e doglia. Gabrina tenne sempre gli occhi bassi, perché non ben risposta al vero dassi.
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Con la vecchia Zerbin quindi partisse al già promesso debito viaggio; e tra sé tutto il dì la maledisse, che far gli fece a quel barone oltraggio. Ed or che pel gran mal che gli ne disse chi lo sapea, di lei fu istrutto e saggio, se prima l'avea a noia e a dispiacere, or l'odia sì che non la può vedere.
71
Ella che di Zerbin sa l'odio a pieno, né in mala voluntà vuole esser vinta, un'oncia a lui non ne riporta meno: la tien di quarta, e la rifà di quinta. Nel cor era gonfiata di veneno, e nel viso altrimente era dipinta. Dunque ne la concordia ch'io vi dico, tenean lor via per mezzo il bosco antico.
72
Ecco, volgendo il sol verso la sera, udiron gridi e strepiti e percosse, che facean segno di battaglia fiera che, quanto era il rumor, vicina fosse. Zerbino, per veder la cosa ch'era, verso il rumore in gran fretta si mosse: non fu Gabrina lenta a seguitarlo. Di quel ch'avvenne, all'altro canto io parlo.
CANTO VENTIDUESIMO
1
Cortesi donne e grate al vostro amante, voi che d'un solo amor sète contente, come che certo sia, fra tante e tante, che rarissime siate in questa mente; non vi dispiaccia quel ch'io dissi inante, quando contra Gabrina fui sì ardente, e s'ancor son per spendervi alcun verso, di lei biasmando l'animo perverso.
2
Ella era tale; e come imposto fummi da chi può in me, non preterisco il vero. Per questo io non oscuro gli onor summi d'una e d'un'altra ch'abbia il cor sincero. Quel che 'l Maestro suo per trenta nummi diede a' Iudei, non nocque a Ianni o a Piero; né d'Ipermestra è la fama men bella, se ben di tante inique era sorella.
3
Per una che biasmar cantando ardisco (che l'ordinata istoria così vuole), lodarne cento incontra m'offerisco, e far lor virtù chiara più che 'l sole. Ma tornando al lavor che vario ordisco, ch'a molti, lor mercé, grato esser suole, del cavallier di Scozia io vi dicea, ch'un alto grido appresso udito avea.
4
Fra due montagne entrò in un stretto calle onde uscia il grido, e non fu molto inante, che giunse dove in una chiusa valle si vide un cavallier morto davante. Chi sia dirò; ma prima dar le spalle a Francia voglio, e girmene in Levante, tanto ch'io trovi Astolfo paladino, che per Ponente avea preso il camino.
5
Io lo lasciai ne la città crudele, onde col suon del formidabil corno avea cacciato il populo infedele, e gran periglio toltosi d'intorno, ed a' compagni fatto alzar le vele, e dal lito fuggir con grave scorno. Or seguendo di lui, dico che prese la via d'Armenia, e uscì di quel paese.
6
E dopo alquanti giorni in Natalia trovossi, e inverso Bursia il camin tenne; onde, continuando la sua via di qua dal mare, in Tracia se ne venne. Lungo il Danubio andò per l'Ungaria; e come avesse il suo destrier le penne, i Moravi e i Boemi passò in meno di venti giorni e la Franconia e il Reno.
7
Per la selva d'Ardenna in Aquisgrana giunse e in Barbante, e in Fiandra al fin s'imbarca. L'aura che soffia verso tramontana, la vela in guisa in su la prora carca, ch'a mezzo giorno Astolfo non lontana vede Inghilterra, ove nel lito varca. Salta a cavallo, e in tal modo lo punge, ch'a Londra quella sera ancora giunge.
8
Quivi sentendo poi che 'l vecchio Otone già molti mesi inanzi era in Parigi, e che di nuovo quasi ogni barone avea imitato i suoi degni vestigi; d'andar subito in Francia si dispone: e così torna al porto di Tamigi, onde con le vele alte uscendo fuora, verso Calessio fe' drizzar la prora.
9
Un ventolin che leggiermente all'orza ferendo, avea adescato il legno all'onda, a poco a poco cresce e si rinforza; poi vien sì, ch'al nocchier ne soprabonda. Che li volti la poppa al fine è forza; se non, gli caccerà sotto la sponda. Per la schena del mar tien dritto il legno, e fa camin diverso al suo disegno.
10
Or corre a destra, or a sinistra mano, di qua di là, dove fortuna spinge, e piglia terra al fin presso a Roano; e come prima il dolce lito attinge, fa rimetter la sella a Rabicano, e tutto s'arma e la spada si cinge. Prende il camino, ed ha seco quel corno che gli val più che mille uomini intorno.
11
E giunse, traversando una foresta, a piè d'un colle ad una chiara fonte, ne l'ora che 'l monton di pascer resta, chiuso in capanna, o sotto un cavo monte. E dal gran caldo e da la sete infesta vinto, si trasse l'elmo da la fronte; legò il destrier tra le più spesse fronde, e poi venne per bere alle fresche onde.
12
Non avea messo ancor le labra in molle, ch'un villanel che v'era ascoso appresso, sbuca fuor d'una macchia, e il destrier tolle, sopra vi sale, e se ne va con esso. Astolfo il rumor sente, e'l capo estolle; e poi che 'l danno suo vede sì espresso, lascia la fonte, e sazio senza bere, gli va dietro correndo a più potere.
13
Quel ladro non si stende a tutto corso, che dileguato si saria di botto; ma or lentando or raccogliendo il morso, se ne va di galoppo e di buon trotto. Escon del bosco dopo un gran discorso; e l'uno e l'altro al fin si fu ridotto là dove tanti nobili baroni eran senza prigion più che prigioni.
14
Dentro il palagio il villanel si caccia con quel destrier che i venti al corso adegua. Forza è ch'Astolfo, il qual lo scudo impaccia, l'elmo e l'altr'arme, di lontan lo segua. Pur giunge anch'egli, e tutta quella traccia che fin qui avea seguita, si dilegua; che più né Rabican né 'l ladro vede, e gira gli occhi, e indarno affretta il piede;
15
affretta il piede e va cercando invano e le logge e le camere e le sale; ma per trovare il perfido villano, di sua fatica nulla si prevale. Non sa dove abbia ascoso Rabicano, quel suo veloce sopra ogni animale; e senza frutto alcun tutto quel giorno cercò di su di giù, dentro e d'intorno.
16
Confuso e lasso d'aggirarsi tanto, s'avvide che quel loco era incantato; e del libretto ch'avea sempre a canto, che Logistilla in India gli avea dato, acciò che, ricadendo in nuovo incanto, potessi aitarsi, si fu ricordato: all'indice ricorse, e vide tosto a quante carte era il rimedio posto.
17
Del palazzo incantato era difuso scritto nel libro; e v'eran scritti i modi di fare il mago rimaner confuso, e a tutti quei prigion di sciorre i nodi. Sotto la soglia era uno spirto chiuso, che facea questi inganni e queste frodi: e levata la pietra ov'è sepolto, per lui sarà il palazzo in fumo sciolto.
18
Desideroso di condurre a fine il paladin sì gloriosa impresa, non tarda più che 'l braccio non inchine a provar quanto il grave marmo pesa. Come Atlante le man vede vicine per far che l'arte sua sia vilipesa, sospettoso di quel che può avvenire, lo va con nuovi incanti ad assalire.
19
Lo fa con diaboliche sue larve parer da quel diverso, che solea: gigante ad altri, ad altri un villan parve, ad altri un cavallier di faccia rea. Ognuno in quella forma in che gli apparve nel bosco il mago, il paladin vedea; sì che per riaver quel che gli tolse il mago, ognuno al paladin si volse.
20
Ruggier, Gradasso, Iroldo, Bradamante, Brandimarte, Prasildo, altri guerrieri in questo nuovo error si fero inante, per distruggere il duca accesi e fieri. Ma ricordossi il corno in quello istante, che fe' loro abbassar gli animi altieri. Se non si soccorrea col grave suono, morto era il paladin senza perdono.
21
Ma tosto che si pon quel corno a bocca e fa sentire intorno il suono orrendo, a guisa dei colombi, quando scocca lo scoppio, vanno i cavallier fuggendo. Non meno al negromante fuggir tocca, non men fuor de la tana esce temendo pallido e sbigottito, e se ne slunga tanto, che 'l suono orribil non lo giunga.
22
Fuggì il guardian coi suo' prigioni; e dopo de le stalle fuggir molti cavalli, ch'altro che fune a ritenerli era uopo, e seguiro i patron per vari calli. In casa non restò gatta né topo al suon che par che dica: Dàlli, dàlli. Sarebbe ito con gli altri Rabicano, se non ch'all'uscir venne al duca in mano.
23
Astolfo, poi ch'ebbe cacciato il mago, levò di su la soglia il grave sasso, e vi ritrovò sotto alcuna imago, ed altre cose che di scriver lasso: e di distrugger quello incanto vago, di ciò che vi trovò, fece fraccasso, come gli mostra il libro che far debbia; e si sciolse il palazzo in fumo e in nebbia.
24
Quivi trovò che di catena d'oro di Ruggiero il cavallo era legato, parlo di quel che 'l negromante moro per mandarlo ad Alcina gli avea dato; a cui poi Logistilla fe' il lavoro del freno, ond'era in Francia ritornato, e girato da l'India all'Inghilterra tutto avea il lato destro de la terra.
25
Non so se vi ricorda che la briglia lasciò attaccata all'arbore quel giorno che nuda da Ruggier sparì la figlia di Galafrone, e gli fe' l'alto scorno. Fe' il volante destrier, con maraviglia di chi lo vide, al mastro suo ritorno; e con lui stette infin al giorno sempre, che de l'incanto fur rotte le tempre.
26
Non potrebbe esser stato più giocondo d'altra aventura Astolfo, che di questa; che per cercar la terra e il mar, secondo ch'avea desir, quel ch'a cercar gli resta, e girar tutto in pochi giorni il mondo, troppo venìa questo ippogrifo a sesta. Sapea egli ben quanto a portarlo era atto, che l'avea altrove assai provato in fatto.
27
Quel giorno in India lo provò, che tolto da la savia Melissa fu di mano a quella scelerata che travolto gli avea in mirto silvestre il viso umano: e ben vide e notò come raccolto gli fu sotto la briglia il capo vano da Logistilla, e vide come istrutto fosse Ruggier di farlo andar per tutto.
28
Fatto disegno l'ippogrifo torsi, la sella sua, ch'appresso avea, gli messe; e gli fece, levando da più morsi una cosa ed un'altra, un che lo resse; che dei destrier ch'in fuga erano corsi, quivi attaccate eran le briglie spesse. Ora un pensier di Rabicano solo lo fa tardar che non si leva a volo.
29
D'amar quel Rabicano avea ragione; che non v'era un miglior per correr lancia, e l'avea da l'estrema regione de l'India cavalcato insin in Francia. Pensa egli molto; e in somma si dispone darne più tosto ad un suo amico mancia, che, lasciandolo quivi in su la strada, se l'abbia il primo ch'a passarvi accada.
30
Stava mirando se vedea venire pel bosco o cacciatore o alcun villano, da cui far si potesse indi seguire a qualche terra, e trarvi Rabicano. Tutto quel giorno e sin all'apparire de l'altro stette riguardando invano. L'altro matin, ch'era ancor l'aer fosco, veder gli parve un cavallier pel bosco.
31
Ma mi bisogna, s'io vo' dirvi il resto, ch'io trovi Ruggier prima e Bradamante. Poi che si tacque il corno, e che da questo loco la bella coppia fu distante, guardò Ruggiero, e fu a conoscer presto quel che fin qui gli avea nascoso Atlante: fatto avea Atlante che fin a quell'ora tra lor non s'eran conosciuti ancora.
32
Ruggier riguarda Bradamante, ed ella riguarda lui con alta maraviglia, che tanti dì l'abbia offuscato quella illusion sì l'animo e le ciglia. Ruggiero abbraccia la sua donna bella, che più che rosa ne divien vermiglia; e poi di su la bocca i primi fiori cogliendo vien dei suoi beati amori.
33
Tornaro ad iterar gli abbracciamenti mille fiate, ed a tenersi stretti i duo felici amanti, e sì contenti, ch'a pena i gaudi lor capiano i petti. Molto lor duol che per incantamenti, mentre che fur negli errabondi tetti, tra lor non s'eran mai riconosciuti, e tanti lieti giorni eran perduti.
34
Bradamante, disposta di far tutti i piaceri che far vergine saggia debbia ad un suo amator, sì che di lutti, senza il suo onore offendere, il sottraggia; dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti lei non vuol sempre aver dura e selvaggia, la faccia domandar per buoni mezzi al padre Amon: ma prima si battezzi.
35
Ruggier, che tolto avria non solamente viver cristiano per amor di questa, com'era stato il padre, e antiquamente l'avolo e tutta la sua stirpe onesta; ma, per farle piacere, immantinente data le avria la vita che gli resta: — Non che ne l'acqua (disse), ma nel fuoco per tuo amor porre il capo mi fia poco. —
36
Per battezzarsi dunque, indi per sposa la donna aver, Ruggier si messe in via, guidando Bradamante a Vallombrosa (così fu nominata una badia ricca e bella, né men religiosa, e cortese a chiunque vi venìa); e trovaro all'uscir de la foresta donna che molto era nel viso mesta.
37
Ruggier, che sempre uman, sempre cortese era a ciascun, ma più alle donne molto, come le belle lacrime comprese cader rigando il delicato volto, n'ebbe pietade, e di disir s'accese di saper il suo affanno; ed a lei volto, dopo onesto saluto, domandolle perch'avea sì di pianto il viso molle.
38
Ed ella, alzando i begli umidi rai, umanissimamente gli rispose, e la cagion de' suoi penosi guai, poi che le domandò, tutta gli espose. — Gentil signor (disse ella), intenderai che queste guance son sì lacrimose per la pietà ch'a un giovinetto porto, ch'in un castel qui presso oggi fia morto.
39
Amando una gentil giovane e bella, che di Marsilio re di Spagna è figlia, sotto un vel bianco e in feminil gonella, finta la voce e il volger de le ciglia, egli ogni notte si giacea con quella, senza darne sospetto alla famiglia: ma sì secreto alcuno esser non puote, ch'al lungo andar non sia chi 'l vegga e note.
40
Se n'accorse uno, e ne parlò con dui; gli dui con altri, insin ch'al re fu detto. Venne un fedel del re l'altr'ieri a nui, che questi amanti fe' pigliar nel letto; e ne la rocca gli ha fatto ambedui divisamente chiudere in distretto: né credo per tutto oggi ch'abbia spazio il gioven, che non mora in pena e in strazio.
41
Fuggita me ne son per non vedere tal crudeltà; che vivo l'arderanno: né cosa mi potrebbe più dolere, che faccia di sì bel giovine il danno; né potrò aver giamai tanto piacere, che non si volga subito in affanno, che de la crudel fiamma mi rimembri, ch'abbia arsi i belli e delicati membri. —
42
Bradamante ode, e par ch'assai le prema questa novella, e molto il cor l'annoi; né par che men per quel dannato tema, che se fosse uno dei fratelli suoi. Né certo la paura in tutto scema era di causa, come io dirò poi. Si volse ella a Ruggiero, e disse: — Parme ch'in favor di costui sien le nostr'arme. —
43
E disse a quella mesta: — Io ti conforto che tu vegga di porci entro alle mura, che se 'l giovine ancor non avran morto, più non l'uccideran, stanne sicura. — Ruggiero, avendo il cor benigno scorto de la sua donna e la pietosa cura, sentì tutto infiammarsi di desire di non lasciare il giovine morire.
44
Ed alla donna, a cui dagli occhi cade un rio di pianto, dice: — Or che s'aspetta? Soccorrer qui, non lacrimare accade: fa ch'ove è questo tuo, pur tu ci metta. Di mille lance trar, di mille spade tel promettian, pur che ci meni in fretta: ma studia il passo più che puoi, che tarda non sia l'aita, e intanto il fuoco l'arda. —
45
L'alto parlare e la fiera sembianza di quella coppia a maraviglia ardita, ebbon di tornar forza la speranza colà dond'era già tutta fuggita; ma perch'ancor, più che la lontananza, temeva il ritrovar la via impedita, e che saria per questo indarno presa, stava la donna in sé tutta sospesa.
46
Poi disse lor: — Facendo noi la via che dritta e piana va fin a quel loco, credo ch'a tempo vi si giungeria, che non sarebbe ancora acceso il fuoco: ma gir convien per così torta e ria, che 'l termine d'un giorno saria poco a riuscirne; e quando vi saremo, che troviam morto il giovine mi temo. —
47
— E perché non andian (disse Ruggiero) per la più corta? — E la donna rispose: — Perché un castel de' conti da Pontiero tra via si trova, ove un costume pose, non son tre giorni ancora, iniquo e fiero a cavallieri e a donne aventurose, Pinabello, il peggior uomo che viva, figliuol del conte Anselmo d'Altariva.
48
Quindi né cavallier né donna passa, che se ne vada senza ingiuria e danni: l'uno e l'altro a piè resta; ma vi lassa il guerrier l'arme, e la donzella i panni. Miglior cavallier lancia non abbassa, e non abbassò in Francia già molt'anni, di quattro che giurato hanno al castello la legge mantener di Pinabello.
49
Come l'usanza (che non è più antiqua di tre dì) cominciò, vi vo' narrare; e sentirete se fu dritta o obliqua cagion che i cavallier fece giurare. Pinabello ha una donna così iniqua, così bestial, ch'al mondo è senza pare; che con lui, non so dove, andando un giorno, ritrovò un cavallier che le fe' scorno.
50
Il cavallier, perché da lei beffato fu d'una vecchia che portava in groppa, giostrò con Pinabel ch'era dotato di poca forza e di superbia troppa; ed abbattello, e lei smontar nel prato fece, e provò s'andava dritta o zoppa: lasciolla a piede, e fe' de la gonella di lei vestir l'antiqua damigella.
51
Quella ch'a piè rimase, dispettosa, e di vendetta ingorda e sitibonda, congiunta a Pinabel che d'ogni cosa dove sia da mal far, ben la seconda, né giorno mai, né notte mai riposa, e dice che non fia mai più gioconda, se mille cavallieri e mille donne non mette a piedi, e lor tolle arme e gonne.
52
Giunsero il dì medesmo, come accade, quattro gran cavallieri ad un suo loco, li quai di rimotissime contrade venuti a queste parti eran di poco; di tal valor, che non ha nostra etade tant'altri buoni al bellicoso gioco: Aquilante, Grifone e Sansonetto, ed un Guidon Selvaggio giovinetto.
53
Pinabel con sembiante assai cortese al castel ch'io v'ho detto gli raccolse. La notte poi tutti nel letto prese, e presi tenne; e prima non li sciolse, che li fece giurar ch'un anno e un mese (questo fu a punto il termine che tolse) stariano quivi, e spogliarebbon quanti vi capitasson cavallieri erranti;
54
e le donzelle ch'avesson con loro porriano a piedi, e torrian lor le vesti. Così giurar, così costretti foro ad osservar, ben che turbati e mesti. Non par che fin a qui contra costoro alcun possa giostrar, ch'a piè non resti: e capitati vi sono infiniti, ch'a piè e senz'arme se ne son partiti.
55
È ordine tra lor, che chi per sorte esce fuor prima, vada a correr solo: ma se trova il nimico così forte, che resti in sella, e getti lui nel suolo, sono ubligati gli altri infin a morte pigliar l'impresa tutti in uno stuolo. Vedi or, se ciascun d'essi è così buono, quel ch'esser de', se tutti insieme sono.
56
Poi non conviene all'importanza nostra che ne vieta ogni indugio, ogni dimora, che punto vi fermiate a quella giostra; e presuppongo che vinciate ancora, che vostra alta presenza lo dimostra, ma non è cosa da fare in un'ora; ed è gran dubbio che 'l giovine s'arda, se tutto oggi a soccorrerlo si tarda. —
57
Disse Ruggier: — Non riguardiamo a questo: facciàn nui quel che si può far per nui; abbia chi regge il ciel cura del resto, o la Fortuna, se non tocca a lui. Ti fia per questa giostra manifesto, se buoni siamo d'aiutar colui che per cagion sì debole e sì lieve, come n'hai detto, oggi bruciar si deve. —
58
Senza risponder altro, la donzella si messe per la via ch'era più corta. Più di tre miglia non andar per quella, che si trovaro al ponte ed alla porta dove si perdon l'arme e la gonnella, e de la vita gran dubbio si porta. Al primo apparir lor, di su la rocca è chi duo botti la campana tocca.
59
Ed ecco de la porta con gran fretta, trottando s'un ronzino, un vecchio uscìo; e quel venìa gridando: — Aspetta aspetta: restate olà, che qui si paga il fio: e se l'usanza non v'è stata detta, che qui si tiene, or ve la vo' dir io. — E contar loro incominciò di quello costume, che servar fa Pinabello.
60
Poi seguitò, volendo dar consigli, com'era usato agli altri cavallieri: — Fate spogliar la donna (dicea), figli, e voi l'arme lasciateci e i destrieri; e non vogliate mettervi a perigli d'andare incontra a tai quattro guerrieri. Per tutto vesti, arme e cavalli s'hanno: la vita sol mai non ripara il danno. —
61
— Non più (disse Ruggier), non più; ch'io sono del tutto informatissimo, e qui venni per far prova di me, se così buono in fatti son, come nel cor mi tenni. Arme, vesti e cavallo altrui non dono, s'altro non sento che minacce e cenni; e son ben certo ancor, che per parole il mio compagno le sue dar non vuole.
62
Ma, per Dio, fa ch'io vegga tosto in fronte quei che ne voglion torre arme e cavallo; ch'abbiamo da passar anco quel monte, e qui non si può far troppo intervallo. — Rispose il vecchio: — Eccoti fuor del ponte chi vien per farlo: — e non lo disse in fallo; ch'un cavallier n'uscì, che sopraveste vermiglie avea, di bianchi fior conteste.
63
Bradamante pregò molto Ruggiero che le lasciasse in cortesia l'assunto di gittar de la sella il cavalliero, ch'avea di fiori il bel vestir trapunto; ma non poté impetrarlo, e fu mestiero a lei far ciò che Ruggier volse a punto. Egli volse l'impresa tutta avere, e Bradamante si stesse a vedere.
64
Ruggiero al vecchio domandò chi fosse questo primo ch'uscia fuor de la porta. — È Sansonetto (disse); che le rosse veste conosco e i bianchi fior che porta. — L'uno di qua, l'altro di là si mosse senza parlarsi, e fu l'indugia corta; che s'andaro a trovar coi ferri bassi, molto affrettando i lor destrieri i passi.
65
In questo mezzo de la rocca usciti eran con Pinabel molti pedoni, presti per levar l'arme ed espediti ai cavallier ch'uscian fuor degli arcioni. Veniansi incontra i cavallieri arditi, fermando in su le reste i gran lancioni, grossi duo palmi, di nativo cerro, che quasi erano uguali insino al ferro.
66
Di tali n'avea più d'una decina fatto tagliar di su lor ceppi vivi Sansonetto a una selva indi vicina, e portatone duo per giostrar quivi. Aver scudo e corazza adamantina bisogna ben, che le percosse schivi. Aveane fatto dar, tosto che venne, l'uno a Ruggier, l'altro per sé ritenne.
67
Con questi, che passar dovean gl'incudi (sì ben ferrate avean le punte estreme), di qua e di là fermandoli agli scudi, a mezzo il corso si scontraro insieme. Quel di Ruggiero, che i demòni ignudi fece sudar, poco del colpo teme: de lo scudo vo' dir che fece Atlante, de le cui forze io v'ho già detto inante.
68
Io v'ho già detto che con tanta forza l'incantato splendor negli occhi fere, ch'al discoprirsi ogni veduta ammorza, e tramortito l'uom fa rimanere: perciò, s'un gran bisogno non lo sforza, d'un vel coperto lo solea tenere. Si crede ch'anco impenetrabil fosse, poi ch'a questo incontrar nulla si mosse.
69
L'altro, ch'ebbe l'artefice men dotto, il gravissimo colpo non sofferse. Come tocco da fulmine, di botto diè loco al ferro, e pel mezzo s'aperse; diè loco al ferro, e quel trovò di sotto il braccio ch'assai mal si ricoperse; sì che ne fu ferito Sansonetto, e de la sella tratto al suo dispetto.
70
E questo il primo fu di quei compagni che quivi mantenean l'usanza fella, che de le spoglie altrui non fe' guadagni, e ch'alla giostra uscì fuor de la sella. Convien chi ride, anco talor si lagni, e Fortuna talor trovi ribella. Quel da la rocca, replicando il botto, ne fece agli altri cavallieri motto.
71
S'era accostato Pinabello intanto a Bradamante, per saper chi fusse colui che con prodezza e valor tanto il cavallier del suo castel percusse. La giustizia di Dio, per dargli quanto era il merito suo, vi lo condusse su quel destrier medesimo ch'inante tolto avea per inganno a Bradamante.
72
Fornito a punto era l'ottavo mese che, con lei ritrovandosi a camino, (se 'l vi raccorda) questo Maganzese la gittò ne la tomba di Merlino, quando da morte un ramo la difese, che seco cadde, anzi il suo buon destino; e trassene, credendo ne lo speco ch'ella fosse sepolta, il destrier seco.
73
Bradamante conosce il suo cavallo, e conosce per lui l'iniquo conte; e poi ch'ode la voce, e vicino hallo con maggiore attenzion mirato in fronte: — Questo è il traditor (disse), senza fallo, che procacciò di farmi oltraggio ed onte: ecco il peccato suo, che l'ha condutto ove avrà de' suoi merti il premio tutto. —
74
Il minacciare e il por mano alla spada fu tutto a un tempo, e lo aventarsi a quello; ma inanzi tratto gli levò la strada, che non poté fuggir verso il castello. Tolta è la speme ch'a salvar si vada, come volpe alla tana, Pinabello. Egli gridando e senza mai far testa, fuggendo si cacciò ne la foresta.
75
Pallido e sbigottito il miser sprona, che posto ha nel fuggir l'ultima speme. L'animosa donzella di Dordona gli ha il ferro ai fianchi, e lo percuote e preme: vien con lui sempre, e mai non l'abbandona. Grande è il rumore, e il bosco intorno geme. Nulla al castel di questo ancor s'intende, però ch'ognuno a Ruggier solo attende.
76
Gli altri tre cavallier de la fortezza intanto erano usciti in su la via; ed avean seco quella male avezza che v'avea posta la costuma ria. A ciascun di lor tre, che 'l morir prezza più ch'aver vita che con biasmo sia, di vergogna arde il viso, e il cor di duolo, che tanti ad assalir vadano un solo.
77
La crudel meretrice ch'avea fatto por quella iniqua usanza ed osservarla, il giuramento lor ricorda e il patto ch'essi fatti l'avean, di vendicarla. — Se sol con questa lancia te gli abbatto, perché mi vòi con altre accompagnarla? (dicea Guidon Selvaggio): e s'io ne mento, levami il capo poi, ch'io son contento. —
78
Così dicea Grifon, così Aquilante. Giostrar da sol a sol volea ciascuno, e preso e morto rimanere inante ch'incontra un sol volere andar più d'uno. La donna dicea loro: — A che far tante parole qui senza profitto alcuno? Per torre a colui l'arme io v'ho qui tratti, non per far nuove leggi e nuovi patti.
79
Quando io v'avea in prigione, era da farme queste escuse, e non ora, che son tarde. Voi dovete il preso ordine servarme, non vostre lingue far vane e bugiarde. — Ruggier gridava lor: — Eccovi l'arme, ecco il destrier c'ha nuovo e sella e barde; i panni de la donna eccovi ancora: se li volete, a che più far dimora? —
80
La donna del castel da un lato preme, Ruggier da l'altro li chiama e rampogna, tanto ch'a forza si spiccaro insieme, ma nel viso infiammati di vergogna. Dinanzi apparve l'uno e l'altro seme del marchese onorato di Borgogna; ma Guidon, che più grave ebbe il cavallo, venìa lor dietro con poco intervallo.
81
Con la medesima asta con che avea Sansonetto abbattuto, Ruggier viene, coperto da lo scudo che solea Atlante aver sui monti di Pirene: dico quello incantato, che splendea tanto, ch'umana vista nol sostiene; a cui Ruggier per l'ultimo soccorso nei più gravi perigli avea ricorso.
82
Ben che sol tre fiate bisognolli, e certo in gran perigli, usarne il lume: le prime due, quando dai regni molli si trasse a più lodevole costume; la terza, quando i denti mal satolli lasciò de l'orca alle marine spume, che dovean devorar la bella nuda che fu a chi la campò poi così cruda.
83
Fuor che queste tre volte, tutto 'l resto lo tenea sotto un velo in modo ascoso, ch'a discoprirlo esser potea ben presto, che del suo aiuto fosse bisognoso. Quivi alla giostra ne venìa con questo, come io v'ho detto ancora, sì animoso, che quei tre cavallier che vedea inanti, manco temea che pargoletti infanti.
84
Ruggier scontra Grifone, ove la penna de lo scudo alla vista si congiunge. Quel di cader da ciascun lato accenna, ed al fin cade, e resta al destrier lunge. Mette allo scudo a lui Grifon l'antenna; ma pel traverso e non pel dritto giunge: e perché lo trovò forbito e netto, l'andò strisciando, e fe' contrario effetto.
85
Roppe il velo e squarciò, che gli copria lo spaventoso ed incantato lampo, al cui splendor cader si convenia con gli occhi ciechi, e non vi s'ha alcun scampo. Aquilante, ch'a par seco venìa, stracciò l'avanzo, e fe' lo scudo vampo. Lo splendor ferì gli occhi ai duo fratelli ed a Guidon, che correa dopo quelli.
86
Chi di qua, chi di là cade per terra: lo scudo non pur lor gli occhi abbarbaglia, ma fa che ogn'altro senso attonito erra. Ruggier, che non sa il fin de la battaglia, volta il cavallo; e nel voltare afferra la spada sua che sì ben punge e taglia: e nessun vede che gli sia all'incontro, che tutti eran caduti a quello scontro.
87
I cavallieri e insieme quei ch'a piede erano usciti, e così le donne anco, e non meno i destrieri in guisa vede, che par che per morir battano il fianco. Prima si maraviglia, e poi s'avvede che 'l velo ne pendea dal lato manco: dico il velo di seta, in che solea chiuder la luce di quel caso rea.
88
Presto si volge, e nel voltar, cercando con gli occhi va l'amata sua guerriera; e vien là dove era rimasa, quando la prima giostra cominciata s'era. Pensa ch'andata sia (non la trovando) a vietar che quel giovine non pera, per dubbio ch'ella ha forse che non s'arda in questo mezzo ch'a giostrar si tarda.
89
Fra gli altri che giacean vede la donna, la donna che l'avea quivi guidato. Dinanzi se la pon, sì come assonna, e via cavalca tutto conturbato. D'un manto ch'essa avea sopra la gonna, poi ricoperse lo scudo incantato; e i sensi riaver le fece, tosto che 'l nocivo splendore ebbe nascosto.
90
Via se ne va Ruggier con faccia rossa che, per vergogna, di levar non osa: gli par ch'ognuno improverar gli possa quella vittoria poco gloriosa. — Ch'emenda poss'io fare, onde rimossa mi sia una colpa tanto obbrobriosa? che ciò ch'io vinsi mai, fu per favore, diran, d'incanti, e non per mio valore. —
91
Mentre così pensando seco giva, venne in quel che cercava a dar di cozzo; che 'n mezzo de la strada soprarriva dove profondo era cavato un pozzo. Quivi l'armento alla calda ora estiva si ritraea, poi ch'avea pieno il gozzo. Disse Ruggiero: — Or proveder bisogna, che non mi facci, o scudo, più vergogna.
92
Più non starai tu meco; e questo sia l'ultimo biasmo c'ho d'averne al mondo. — Così dicendo, smonta ne la via: piglia una grossa pietra e di gran pondo, e la lega allo scudo, ed ambi invia per l'alto pozzo a ritrovarne il fondo; e dice: — Costà giù statti sepulto, e teco stia sempre il mio obbrobrio occulto. —
93
Il pozzo è cavo, e pieno al sommo d'acque: grieve è lo scudo, e quella pietra grieve. Non si fermò fin che nel fondo giacque: sopra si chiuse il liquor molle e lieve. Il nobil atto e di splendor non tacque la vaga Fama, e divulgollo in breve; e di rumor n'empì, suonando il corno, e Francia e Spagna e le province intorno.
94
Poi che di voce in voce si fe' questa strana aventura in tutto il mondo nota, molti guerrier si missero all'inchiesta e di parte vicina e di remota: ma non sapean qual fosse la foresta dove nel pozzo il sacro scudo nuota; che la donna che fe' l'atto palese, dir mai non volse il pozzo né il paese.
95
Al partir che Ruggier fe' dal castello, dove avea vinto con poca battaglia; che i quattro gran campion di Pinabello fece restar come uomini di paglia; tolto lo scudo, avea levato quello lume che gli occhi e gli animi abbarbaglia: e quei che giaciuti eran come morti, pieni di meraviglia eran risorti.
96
Né per tutto quel giorno si favella altro fra lor, che de lo strano caso, e come fu che ciascun d'essi a quella orribil luce vinto era rimaso. Mentre parlan di questo, la novella vien lor di Pinabel giunto all'occaso: che Pinabello è morto hanno l'aviso, ma non sanno però chi l'abbia ucciso.
97
L'ardita Bradamante in questo mezzo giunto avea Pinabello a un passo stretto; e cento volte gli avea fin a mezzo messo il brando pei fianchi e per lo petto. Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e 'l lezzo che tutto intorno avea il paese infetto, le spalle al bosco testimonio volse con quel destrier che già il fellon le tolse.
98
Volse tornar dove lasciato avea Ruggier; né seppe mai trovar la strada. Or per valle or per monte s'avvolgea: tutta quasi cercò quella contrada. Non volse mai la sua fortuna rea, che via trovasse onde a Ruggier si vada. Questo altro canto ad ascoltare aspetto chi de l'istoria mia prende diletto.
CANTO VENTITREESIMO
1
Studisi ognun giovare altrui; che rade volte il ben far senza il suo premio fia: e se pur senza, almen non te ne accade morte né danno né ignominia ria. Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade il debito a scontar, che non s'oblia. Dice il proverbio, ch'a trovar si vanno gli uomini spesso, e i monti fermi stanno.
2
Or vedi quel ch'a Pinabello avviene per essersi portato iniquamente: è giunto in somma alle dovute pene, dovute e giuste alla sua ingiusta mente. E Dio, che le più volte non sostiene veder patire a torto uno innocente, salvò la donna; e salverà ciascuno che d'ogni fellonia viva digiuno.
3
Credette Pinabel questa donzella già d'aver morta, e colà giù sepulta; né la pensava mai veder, non ch'ella gli avesse a tor degli error suoi la multa. Né il ritrovarsi in mezzo le castella del padre, in alcun util gli risulta. Quivi Altaripa era tra monti fieri vicina al tenitorio di Pontieri.
4
Tenea quell'Altaripa il vecchio conte Anselmo, di ch'uscì questo malvagio, che, per fuggir la man di Chiaramonte, d'amici e di soccorso ebbe disagio. La donna al traditore a piè d'un monte tolse l'indegna vita a suo grande agio; che d'altro aiuto quel non si provede, che d'alti gridi e di chiamar mercede.
5
Morto ch'ella ebbe il falso cavalliero che lei voluto avea già porre a morte, volse tornare ove lasciò Ruggiero; ma non lo consentì sua dura sorte, che la fe' traviar per un sentiero che la portò dov'era spesso e forte, dove più strano e più solingo il bosco, lasciando il sol già il mondo all'aer fosco.
6
Né sappiendo ella ove potersi altrove la notte riparar, si fermò quivi sotto le frasche in su l'erbette nuove, parte dormendo, fin che 'l giorno arrivi, parte mirando ora Saturno or Giove, Venere e Marte e gli altri erranti divi; ma sempre, o vegli o dorma, con la mente contemplando Ruggier come presente.
7
Spesso di cor profondo ella sospira, di pentimento e di dolor compunta, ch'abbia in lei, più ch'amor, potuto l'ira. — L'ira (dicea) m'ha dal mio amor disgiunta: almen ci avessi io posta alcuna mira, poi ch'avea pur la mala impresa assunta, di saper ritornar donde io veniva; che ben fui d'occhi e di memoria priva. —
8
Queste ed altre parole ella non tacque, e molto più ne ragionò col core. Il vento intanto di sospiri, e l'acque di pianto facean pioggia di dolore. Dopo una lunga aspettazion pur nacque in oriente il disiato albore: ed ella prese il suo destrier ch'intorno giva pascendo, ed andò contra il giorno.
9
Né molto andò, che si trovò all'uscita del bosco, ove pur dianzi era il palagio, là dove molti dì l'avea schernita con tanto error l'incantator malvagio. Ritrovò quivi Astolfo, che fornita la briglia all'ippogrifo avea a grande agio, e stava in gran pensier di Rabicano, per non sapere a chi lasciarlo in mano.
10
A caso si trovò che fuor di testa l'elmo allor s'avea tratto il paladino; sì che tosto ch'uscì de la foresta, Bradamante conobbe il suo cugino. Di lontan salutollo, e con gran festa gli corse, e l'abbracciò poi più vicino; e nominossi, ed alzò la visiera, e chiaramente fe' veder ch'ell'era.
11
Non potea Astolfo ritrovar persona a chi il suo Rabican meglio lasciasse, perché dovesse averne guardia buona e renderglielo poi come tornasse, de la figlia del duca di Dordona; e parvegli che Dio gli la mandasse. Vederla volentier sempre solea, ma pel bisogno or più ch'egli n'avea.
12
Da poi che due o tre volte ritornati fraternamente ad abbracciar si foro, e si for l'uno a l'altro domandati con molta affezion de l'esser loro, Astolfo disse: — Ormai, se dei pennati vo' 'l paese cercar, troppo dimoro: — ed aprendo alla donna il suo pensiero, veder le fece il volator destriero.
13
A lei non fu di molta maraviglia veder spiegare a quel destrier le penne; ch'altra volta, reggendogli la briglia Atlante incantator, contra le venne; e le fece doler gli occhi e le ciglia: sì fisse dietro a quel volar le tenne quel giorno, che da lei Ruggier lontano portato fu per camin lungo e strano.
14
Astolfo disse a lei, che le volea dar Rabican, che sì nel corso affretta, che, se scoccando l'arco si movea, si solea lasciar dietro la saetta; e tutte l'arme ancor, quante n'avea, che vuol che a Montalban gli le rimetta, e gli le serbi fin al suo ritorno; che non gli fanno or di bisogno intorno.
15
Volendosene andar per l'aria a volo, aveasi a far quanto potea più lieve. Tiensi la spada e 'l corno, ancor che solo bastargli il corno ad ogni risco deve. Bradamante la lancia che 'l figliuolo portò di Galafrone, anco riceve; la lancia che di quanti ne percuote fa le selle restar subito vote.
16
Salito Astolfo sul destrier volante, lo fa mover per l'aria lento lento; indi lo caccia sì, che Bradamante ogni vista ne perde in un momento. Così si parte col pilota inante il nochier che gli scogli teme e 'l vento; e poi che 'l porto e i liti a dietro lassa, spiega ogni vela e inanzi ai venti passa.
17
La donna, poi che fu partito il duca, rimase in gran travaglio de la mente; che non sa come a Montalban conduca l'armatura e il destrier del suo parente; però che 'l cuor le cuoce e le manuca l'ingorda voglia e il desiderio ardente di riveder Ruggier, che, se non prima, a Vallombrosa ritrovar lo stima.
18
Stando quivi suspesa, per ventura si vede inanzi giungere un villano, dal qual fa rassettar quella armatura, come si puote, e por su Rabicano; poi di menarsi dietro gli diè cura i duo cavalli, un carco e l'altro a mano: ella n'avea duo prima; ch'avea quello sopra il qual levò l'altro a Pinabello.
19
Di Vallombrosa pensò far la strada, che trovar quivi il suo Ruggier ha speme; ma qual più breve o qual miglior vi vada, poco discerne, e d'ire errando teme. Il villan non avea de la contrada pratica molta; ed erreranno insieme. Pur andare a ventura ella si messe, dove pensò che 'l loco esser dovesse.
20
Di qua di là si volse, né persona incontrò mai da domandar la via. Si trovò uscir del bosco in su la nona dove un castel poco lontan scoprìa, il qual la cima a un monticel corona. Lo mira, e Montalban le par che sia: ed era certo Montalbano; e in quello avea la matre ed alcun suo fratello.
21
Come la donna conosciuto ha il loco, nel cor s'attrista, e più ch'i' non so dire: sarà scoperta, se si ferma un poco, né più le sarà lecito a partire; se non si parte, l'amoroso foco l'arderà sì, che la farà morire: non vedrà più Ruggier, né farà cosa di quel ch'era ordinato a Vallombrosa.
22
Stette alquanto a pensar; poi si risolse di voler dar a Montalban le spalle: e verso la badia pur si rivolse, che quindi ben sapea qual era il calle. Ma sua fortuna, o buona o trista, volse che prima ch'ella uscisse de la valle, scontrasse Alardo, un de' fratelli sui; né tempo di celarsi ebbe da lui.
23
Veniva da partir gli alloggiamenti per quel contado a cavallieri e a fanti; ch'ad istanza di Carlo nuove genti fatto avea de le terre circostanti. I saluti e i fraterni abbracciamenti con le grate accoglienze andaro inanti; e poi, di molte cose a paro a paro tra lor parlando, in Montalban tornaro.
24
Entrò la bella donna in Montalbano, dove l'avea con lacrimosa guancia Beatrice molto desiata invano, e fattone cercar per tutta Francia. Or quivi i baci e il giunger mano a mano di matre e di fratelli estimò ciancia verso gli avuti con Ruggier complessi, ch'avrà ne l'alma eternamente impressi.
25
Non potendo ella andar, fece pensiero ch'a Vallombrosa altri in suo nome andasse immantinente ad avisar Ruggiero de la cagion ch'andar lei non lasciasse; e lui pregar (s'era pregar mestiero) che quivi per suo amor si battezzasse, e poi venisse a far quanto era detto, sì che si desse al matrimonio effetto.
26
Pel medesimo messo fe' disegno di mandar a Ruggiero il suo cavallo, che gli solea tanto esser caro: e degno d'essergli caro era ben senza fallo; che non s'avria trovato in tutto 'l regno dei Saracin, né sotto il signor Gallo, più bel destrier di questo o più gagliardo, eccetti Brigliador, soli, e Baiardo.
27
Ruggier, quel dì che troppo audace ascese su l'ippogrifo, e verso il ciel levosse, lasciò Frontino, e Bradamante il prese (Frontino, che 'l destrier così nomosse); mandollo a Montalbano, e a buone spese tener lo fece, e mai non cavalcosse, se non per breve spazio e a picciol passo; sì ch'era più che mai lucido e grasso.
28
Ogni sua donna tosto, ogni donzella pon seco in opra, e con suttil lavoro fa sopra seta candida e morella tesser ricamo di finissimo oro; e di quel cuopre ed orna briglia e sella del buon destrier: poi sceglie una di loro figlia di Callitrefia sua nutrice, d'ogni secreto suo fida uditrice.
29
Quanto Ruggier l'era nel core impresso, mille volte narrato avea a costei; la beltà, la virtude, i modi d'esso esaltato l'avea fin sopra i dei. A sé chiamolla, e disse: — Miglior messo a tal bisogno elegger non potrei; che di te né più fido né più saggio imbasciator, Ippalca mia, non aggio. —
30
Ippalca la donzella era nomata. — Va, — le dice, e l'insegna ove de' gire; e pienamente poi l'ebbe informata di quanto avesse al suo signore a dire; e far la scusa se non era andata al monaster: che non fu per mentire; ma che Fortuna, che di noi potea più che noi stessi, da imputar s'avea.
31
Montar la fece s'un ronzino, e in mano la ricca briglia di Frontin le messe: e se sì pazzo alcuno o sì villano trovasse, che levar le lo volesse; per fargli a una parola il cervel sano, di chi fosse il destrier sol gli dicesse; che non sapea sì ardito cavalliero, che non tremasse al nome di Ruggiero.
32
Di molte cose l'ammonisce e molte, che trattar con Ruggier abbia in sua vece; le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte, si pose in via, né più dimora fece. Per strade e campi e selve oscure e folte cavalcò de le miglia più di diece; che non fu a darle noia chi venisse, né a domandarla pur dove ne gisse.
33
A mezzo il giorno, nel calar d'un monte, in una stretta e malagevol via si venne ad incontrar con Rodomonte, ch'armato un piccol nano e a piè seguia. Il Moro alzò vêr lei l'altiera fronte, e bestemmiò l'eterna Ierarchia, poi che sì bel destrier, sì bene ornato, non avea in man d'un cavallier trovato.
34
Avea giurato che 'l primo cavallo torria per forza, che tra via incontrasse. Or questo è stato il primo; e trovato hallo più bello e più per lui, che mai trovasse: ma torlo a una donzella gli par fallo; e pur agogna averlo, e in dubbio stasse. Lo mira, lo contempla, e dice spesso: — Deh perché il suo signor non è con esso! —
35
— Deh ci fosse egli! (gli rispose Ippalca) che ti faria cangiar forse pensiero. Assai più di te val chi lo cavalca, né lo pareggia al mondo altro guerriero. — — Chi è (le disse il Moro) che sì calca l'onore altrui? — Rispose ella: — Ruggiero. — E quel suggiunse: — Adunque il destrier voglio, poi ch'a Ruggier, sì gran campion, lo toglio.
36
Il qual, se sarà ver, come tu parli, che sia sì forte, e più d'ogn'altro vaglia, non che il destrier, ma la vettura darli converrammi, e in suo albitrio fia la taglia. Che Rodomonte io sono, hai da narrarli, e che, se pur vorrà meco battaglia, mi troverà; ch'ovunque io vada o stia, mi fa sempre apparir la luce mia.
37
Dovunque io vo, sì gran vestigio resta, che non lo lascia il fulmine maggiore. — Così dicendo, avea tornate in testa le redine dorate al corridore: sopra gli salta; e lacrimosa e mesta rimane Ippalca, e spinta dal dolore minaccia Rodomonte e gli dice onta: non l'ascolta egli, e su pel poggio monta.
38
Per quella via dove lo guida il nano per trovar Mandricardo e Doralice, gli viene Ippalca dietro di lontano, e lo bestemmia sempre e maledice. Ciò che di questo avvenne, altrove è piano. Turpin, che tutta questa istoria dice, fa qui digresso, e torna in quel paese dove fu dianzi morto il Maganzese.
39
Dato avea a pena a quel loco le spalle la figliuola d'Amon, ch'in fretta gìa, che v'arrivò Zerbin per altro calle con la fallace vecchia in compagnia: e giacer vide il corpo ne la valle del cavallier, che non sa già chi sia; ma, come quel ch'era cortese e pio, ebbe pietà del caso acerbo e rio.
40
Giaceva Pinabello in terra spento, versando il sangue per tante ferite, ch'esser doveano assai, se più di cento spade in sua morte si fossero unite. Il cavallier di Scozia non fu lento per l'orme che di fresco eran scolpite a porsi in avventura, se potea saper chi l'omicidio fatto avea.
41
Ed a Gabrina dice che l'aspette; che senza indugio a lei farà ritorno. Ella presso al cadavero si mette, e fissamente vi pon gli occhi intorno; perché, se cosa v'ha che le dilette, non vuol ch'un morto invan più ne sia adorno, come colei che fu, tra l'altre note, quanto avara esser più femina puote.
42
Se di portarne il furto ascosamente avesse avuto modo o alcuna speme, la sopravesta fatta riccamente gli avrebbe tolta, e le bell'arme insieme. Ma quel che può celarsi agevolmente, si piglia, e 'l resto fin al cor le preme. Fra l'altre spoglie un bel cinto levonne, e se ne legò i fianchi infra due gonne.
43
Poco dopo arrivò Zerbin, ch'avea seguito invan di Bradamante i passi, perché trovò il sentier che si torcea in molti rami ch'ivano alti e bassi: e poco ormai del giorno rimanea, né volea al buio star fra quelli sassi; e per trovare albergo diè le spalle con l'empia vecchia alla funesta valle.
44
Quindi presso a dua miglia ritrovaro un gran castel che fu detto Altariva, dove per star la notte si fermaro, che già a gran volo inverso il ciel saliva. Non vi ster molto, ch'un lamento amaro l'orecchie d'ogni parte lor feriva; e veggon lacrimar da tutti gli occhi, come la cosa a tutto il popul tocchi.
45
Zerbino dimandonne, e gli fu detto che venut'era al cont'Anselmo aviso, che fra duo monti in un sentiero istretto giacea il suo figlio Pinabello ucciso. Zerbin, per non ne dar di sé sospetto, di ciò si finge nuovo, e abbassa il viso; ma pensa ben, che senza dubbio sia quel ch'egli trovò morto in su la via.
46
Dopo non molto la bara funèbre giunse, a splendor di torchi e di facelle, là dove fece le strida più crebre con un batter di man gire alle stelle, e con più vena fuor de le palpèbre le lacrime inundar per le mascelle: ma più de l'altre nubilose ed atre era la faccia del misero patre.
47
Mentre apparecchio si facea solenne di grandi esequie e di funèbri pompe, secondo il modo ed ordine che tenne l'usanza antiqua e ch'ogni età corrompe; da parte del signore un bando venne, che tosto il popular strepito rompe, e promette gran premio a chi dia aviso chi stato sia che gli abbia il figlio ucciso.
48
Di voce in voce e d'una in altra orecchia il grido e 'l bando per la terra scorse, fin che l'udì la scelerata vecchia che di rabbia avanzò le tigri e l'orse; e quindi alla ruina s'apparecchia di Zerbino, o per l'odio che gli ha forse, o per vantarsi pur, che sola priva d'umanitade in uman corpo viva;
49
o fosse pur per guadagnarsi il premio: a ritrovar n'andò quel signor mesto; e dopo un verisimil suo proemio, gli disse che Zerbin fatto avea questo: e quel bel cinto si levò di gremio, che 'l miser padre a riconoscer presto, appresso il testimonio e tristo uffizio de l'empia vecchia, ebbe per chiaro indizio.
50
E lacrimando al ciel leva le mani, che 'l figliuol non sarà senza vendetta. Fa circundar l'albergo ai terrazzani; che tutto 'l popul s'è levato in fretta. Zerbin che gli nimici aver lontani si crede, e questa ingiuria non aspetta, dal conte Anselmo, che si chiama offeso tanto da lui, nel primo sonno è preso;
51
e quella notte in tenebrosa parte incatenato, e in gravi ceppi messo. Il sole ancor non ha le luci sparte, che l'ingiusto supplicio è già commesso; che nel loco medesimo si squarte, dove fu il mal c'hanno imputato ad esso. Altra esamina in ciò non si facea: bastava che 'l signor così credea.
52
Poi che l'altro matin la bella Aurora l'aer seren fe' bianco e rosso e giallo, tutto 'l popul gridando: — Mora, mora, — vien per punir Zerbin del non suo fallo. Lo sciocco vulgo l'accompagna fuora, senz'ordine, chi a piede e chi a cavallo, e 'l cavallier di Scozia a capo chino ne vien legato in s'un piccol ronzino.
53
Ma Dio, che spesso gl'innocenti aiuta, né lascia mai ch'in sua bontà si fida, tal difesa gli avea già proveduta, che non v'è dubbio più ch'oggi s'uccida. Quivi Orlando arrivò, la cui venuta alla via del suo scampo gli fu guida. Orlando giù nel pian vide la gente che trae a morte il cavallier dolente.
54
Era con lui quella fanciulla, quella che ritrovò ne la selvaggia grotta, del re galego la figlia Issabella, in poter già de' malandrin condotta, poi che lasciato avea ne la procella del truculento mar la nave rotta: quella che più vicino al core avea questo Zerbin, che l'alma onde vivea.
55
Orlando se l'avea fatta compagna, poi che de la caverna la riscosse. Quando costei li vide alla campagna, domandò Orlando, chi la turba fosse. — Non so, — diss'egli; e poi su la montagna lasciolla, e verso il pian ratto si mosse. Guardò Zerbino, ed alla vista prima lo giudicò baron di molta stima.
56
E fattosegli appresso, domandollo per che cagione e dove il menin preso. Levò il dolente cavalliero il collo, e meglio avendo il paladino inteso, rispose il vero; e così ben narrollo, che meritò dal conte esser difeso. Bene avea il conte alle parole scorto ch'era innocente, e che moriva a torto.
57
E poi che 'ntese che commesso questo era dal conte Anselmo d'Altariva, fu certo ch'era torto manifesto; ch'altro da quel fellon mai non deriva. Ed oltre a ciò, l'uno era all'altro infesto per l'antiquissimo odio che bolliva tra il sangue di Maganza e di Chiarmonte; e tra lor eran morti e danni ed onte.
58
— Slegate il cavallier (gridò), canaglia, (il conte a' masnadieri), o ch'io v'uccido. — — Chi è costui che sì gran colpi taglia? (rispose un che parer volle il più fido). Se di cera noi fussimo o di paglia, e di fuoco egli, assai fôra quel grido. — E venne contra il paladin di Francia: Orlando contra lui chinò la lancia.
59
La lucente armatura il Maganzese, che levata la notte avea a Zerbino, e postasela indosso, non difese contro l'aspro incontrar del paladino. Sopra la destra guancia il ferro prese: l'elmo non passò già, perch'era fino; ma tanto fu de la percossa il crollo, che la vita gli tolse e roppe il collo.
60
Tutto in un corso, senza tor di resta la lancia, passò un altro in mezzo 'l petto: quivi lasciolla, e la mano ebbe presta a Durindana; e nel drappel più stretto a chi fece due parti de la testa, a chi levò dal busto il capo netto; forò la gola a molti; e in un momento n'uccise e messe in rotta più di cento.
61
Più del terzo n'ha morto, e 'l resto caccia e taglia e fende e fiere e fora e tronca. Chi lo scudo, e chi l'elmo che lo 'mpaccia, e chi lascia lo spiedo e chi la ronca; chi al lungo, chi al traverso il camin spaccia; altri s'appiatta in bosco, altri in spelonca. Orlando, di pietà questo dì privo, a suo poter non vuol lasciarne un vivo.
62
Di cento venti (che Turpin sottrasse il conto), ottanta ne periro almeno. Orlando finalmente si ritrasse dove a Zerbin tremava il cor nel seno. S'al ritornar d'Orlando s'allegrasse, non si potria contare in versi a pieno. Se gli saria per onorar prostrato; ma si trovò sopra il ronzin legato.
63
Mentre ch'Orlando, poi che lo disciolse, l'aiutava a ripor l'arme sue intorno, ch'al capitan de la sbirraglia tolse, che per suo mal se n'era fatto adorno; Zerbino gli occhi ad Issabella volse, che sopra il colle avea fatto soggiorno, e poi che de la pugna vide il fine, portò le sue bellezze più vicine.
64
Quando apparir Zerbin si vide appresso la donna che da lui fu amata tanto, la bella donna che per falso messo credea sommersa, e n'ha più volte pianto; com'un ghiaccio nel petto gli sia messo, sente dentro aggelarsi, e triema alquanto: ma tosto il freddo manca, ed in quel loco tutto s'avampa d'amoroso fuoco.
65
Di non tosto abbracciarla lo ritiene la riverenza del signor d'Anglante; perché si pensa, e senza dubbio tiene ch'Orlando sia de la donzella amante. Così cadendo va di pene in pene, e poco dura il gaudio ch'ebbe inante: il vederla d'altrui peggio sopporta, che non fe' quando udì ch'ella era morta.
66
E molto più gli duol che sia in podesta del cavalliero a cui cotanto debbe; perché volerla a lui levar né onesta né forse impresa facile sarebbe. Nessuno altro da sé lassar con questa preda partir senza romor vorrebbe: ma verso il conte il suo debito chiede che se lo lasci por sul collo il piede.
67
Giunsero taciturni ad una fonte, dove smontaro e fer qualche dimora. Trassesi l'elmo il travagliato conte, ed a Zerbin lo fece trarre ancora. Vede la donna il suo amatore in fronte, e di subito gaudio si scolora; poi torna come fiore umido suole dopo gran pioggia all'apparir del sole.
68
E senza indugio e senza altro rispetto corre al suo caro amante, e il collo abbraccia; e non può trar parola fuor del petto, ma di lacrime il sen bagna e la faccia. Orlando attento all'amoroso affetto, senza che più chiarezza se gli faccia, vide a tutti gl'indizi manifesto ch'altri esser, che Zerbin, non potea questo.
69
Come la voce aver poté Issabella, non bene asciutta ancor l'umida guancia, sol de la molta cortesia favella, che l'avea usata il paladin di Francia. Zerbino, che tenea questa donzella con la sua vita pare a una bilancia, si getta a' piè del conte, e quello adora come a chi gli ha due vite date a un'ora.
70
Molti ringraziamenti e molte offerte erano per seguir tra i cavallieri, se non udian sonar le vie coperte dagli arbori di frondi oscuri e neri. Presti alle teste lor, ch'eran scoperte, posero gli elmi, e presero i destrieri: ed ecco un cavalliero e una donzella lor sopravien, ch'a pena erano in sella.
71
Era questo guerrier quel Mandricardo che dietro Orlando in fretta si condusse per vendicar Alzirdo e Manilardo, che 'l paladin con gran valor percusse: quantunque poi lo seguitò più tardo; che Doralice in suo poter ridusse, la quale avea con un troncon di cerro tolta a cento guerrier carchi di ferro.
72
Non sapea il Saracin però, che questo, ch'egli seguia, fosse il signor d'Anglante: ben n'avea indizio e segno manifesto ch'esser dovea gran cavalliero errante. A lui mirò più ch'a Zerbino, e presto gli andò con gli occhi dal capo alle piante; e i dati contrasegni ritrovando, disse: — Tu se' colui ch'io vo cercando.
73
Sono omai dieci giorni (gli soggiunse) che di cercar non lascio i tuo' vestigi: tanto la fama stimolommi e punse, che di te venne al campo di Parigi, quando a fatica un vivo sol vi giunse di mille che mandasti ai regni stigi; e la strage contò, che da te venne sopra i Norizi e quei di Tremisenne.
74
Non fui, come lo seppi, a seguir lento, e per vederti e per provarti appresso: e perché m'informai del guernimento c'hai sopra l'arme, io so che tu sei desso; e se non l'avessi anco, e che fra cento per celarti da me ti fossi messo, il tuo fiero sembiante mi faria chiaramente veder che tu quel sia. —
75
— Non si può (gli rispose Orlando) dire che cavallier non sii d'alto valore; però che sì magnanimo desire non mi credo albergasse in umil core. Se 'l volermi veder ti fa venire, vo' che mi veggi dentro, come fuore: mi leverò questo elmo da le tempie, acciò ch'a punto il tuo desire adempie.
76
Ma poi che ben m'avrai veduto in faccia, all'altro desiderio ancora attendi: resta ch'alla cagion tu satisfaccia, che fa che dietro questa via mi prendi; che veggi se 'l valor mio si confaccia a quel sembiante fier che sì commendi. — — Orsù (disse il pagano), al rimanente; ch'al primo ho satisfatto interamente. —
77
Il conte tuttavia dal capo al piede va cercando il pagan tutto con gli occhi: mira ambi i fianchi, indi l'arcion; né vede pender né qua né là mazze né stocchi. Gli domanda di ch'arme si provede, s'avvien che con la lancia in fallo tocchi. Rispose quel: — Non ne pigliar tu cura: così a molt'altri ho ancor fatto paura.
78
Ho sacramento di non cinger spada, fin ch'io non tolgo Durindana al conte; e cercando lo vo per ogni strada, acciò più d'una posta meco sconte. Lo giurai (se d'intenderlo t'aggrada) quando mi posi quest'elmo alla fronte, il qual con tutte l'altr'arme ch'io porto, era d'Ettòr, che già mill'anni è morto.
79
La spada sola manca alle buone arme: come rubata fu, non ti so dire. Or che la porti il paladino, parme; e di qui vien ch'egli ha sì grande ardire. Ben penso, se con lui posso accozzarme, fargli il mal tolto ormai ristituire. Cercolo ancor, che vendicar disio il famoso Agrican genitor mio.
80
Orlando a tradimento gli diè morte: ben so che non potea farlo altrimente. — Il conte più non tacque, e gridò forte: — E tu e qualunque il dice, se ne mente. Ma quel che cerchi t'è venuto in sorte: io sono Orlando, e uccisil giustamente; e questa è quella spada che tu cerchi, che tua sarà, se con virtù la merchi.
81
Quantunque sia debitamente mia, tra noi per gentilezza si contenda: né voglio in questa pugna ch'ella sia più tua che mia; ma a un arbore s'appenda. Levala tu liberamente via, s'avvien che tu m'uccida o che mi prenda. — Così dicendo, Durindana prese, e 'n mezzo il campo a un arbuscel l'appese.
82
Già l'un da l'altro è dipartito lunge, quanto sarebbe un mezzo tratto d'arco: già l'uno contra l'altro il destrier punge, né de le lente redine gli è parco: già l'uno e l'altro di gran colpo aggiunge dove per l'elmo la veduta ha varco. Parveno l'aste, al rompersi, di gielo; e in mille schegge andar volando al cielo.
83
L'una e l'altra asta è forza che si spezzi; che non voglion piegarsi i cavallieri, i cavallier che tornano coi pezzi che son restati appresso i calci interi. Quelli, che sempre fur nel ferro avezzi, or, come duo villan per sdegno fieri nel partir acque o termini de prati, fan crudel zuffa di duo pali armati.
84
Non stanno l'aste a quattro colpi salde, e mancan nel furor di quella pugna. Di qua e di là si fan l'ire più calde; né da ferir lor resta altro che pugna. Schiodano piastre, e straccian maglie e falde, pur che la man, dove s'aggraffi, giugna. Non desideri alcun, perché più vaglia, martel più grave o più dura tanaglia.
85
Come può il Saracin ritrovar sesto di finir con suo onore il fiero invito? Pazzia sarebbe il perder tempo in questo, che nuoce al feritor più ch'al ferito. Andò alle strette l'uno e l'altro, e presto il re pagano Orlando ebbe ghermito: lo strigne al petto; e crede far le prove che sopra Anteo fe' già il figliol di Giove.
86
Lo piglia con molto impeto a traverso: quando lo spinge, e quando a sé lo tira; ed è ne la gran colera sì immerso, ch'ove resti la briglia poco mira. Sta in sé raccolto Orlando, e ne va verso il suo vantaggio, e alla vittoria aspira: gli pon la cauta man sopra le ciglia del cavallo, e cader ne fa la briglia.
87
Il Saracino ogni poter vi mette, che lo soffoghi, o de l'arcion lo svella: negli urti il conte ha le ginocchia strette; né in questa parte vuol piegar né in quella. Per quel tirar che fa il pagan, costrette le cingie son d'abandonar la sella. Orlando è in terra, e a pena sel conosce: ch'i piedi ha in staffa, e stringe ancor le cosce.
88
Con quel rumor ch'un sacco d'arme cade, risuona il conte, come il campo tocca. Il destrier c'ha la testa in libertade, quello a chi tolto il freno era di bocca, non più mirando i boschi che le strade, con ruinoso corso si trabocca, spinto di qua e di là dal timor cieco; e Mandricardo se ne porta seco.
89
Doralice che vede la sua guida uscir dal campo e torlesi d'appresso, e mal restarne senza si confida, dietro, correndo, il suo ronzin gli ha messo. Il pagan per orgoglio al destrier grida, e con mani e con piedi il batte spesso; e, come non sia bestia, lo minaccia perché si fermi, e tuttavia più il caccia.
90
La bestia, ch'era spaventosa e poltra, sanza guardarsi ai piè, corre a traverso. Già corso avea tre miglia, e seguiva oltra, s'un fosso a quel desir non era avverso; che, sanza aver nel fondo o letto o coltra, riceve l'uno e l'altro in sé riverso. Diè Mandricardo in terra aspra percossa; né però si fiaccò né si roppe ossa.
91
Quivi si ferma il corridore al fine, ma non si può guidar, che non ha freno. Il Tartaro lo tien preso nel crine, e tutto è di furore e d'ira pieno. Pensa, e non sa quel che di far destine. — Pongli la briglia del mio palafreno (la donna gli dicea); che non è molto il mio feroce, o sia col freno o sciolto. —
92
Al Saracin parea discortesia la proferta accettar di Doralice; ma fren gli farà aver per altra via Fortuna a' suoi disii molto fautrice. Quivi Gabrina scelerata invia, che, poi che di Zerbin fu traditrice, fuggia, come la lupa che lontani oda venire i cacciatori e i cani.
93
Ella avea ancora indosso la gonnella, e quei medesimi giovenili ornati che furo alla vezzosa damigella di Pinabel, per lei vestir, levati; ed avea il palafreno anco di quella, dei buon del mondo e degli avantaggiati. La vecchia sopra il Tartaro trovosse, ch'ancor non s'era accorta che vi fosse.
94
L'abito giovenil mosse la figlia di Stordilano, e Mandricardo a riso, vedendolo a colei che rassimiglia a un babuino, a un bertuccione in viso. Disegna il Saracin torle la briglia pel suo destriero, e riuscì l'aviso. Toltogli il morso, il palafren minaccia, gli grida, lo spaventa, e in fuga il caccia.
95
Quel fugge per la selva, e seco porta la quasi morta vecchia di paura per valli e monti e per via dritta e torta, per fossi e per pendici alla ventura. Ma il parlar di costei sì non m'importa, ch'io non debba d'Orlando aver più cura, ch'alla sua sella ciò ch'era di guasto, tutto ben racconciò sanza contrasto.
96
Rimontò sul destriero, e ste' gran pezzo a riguardar che 'l Saracin tornasse. Nol vedendo apparir, volse da sezzo egli esser quel ch'a ritrovarlo andasse; ma, come costumato e bene avezzo, non prima il paladin quindi si trasse, che con dolce parlar grato e cortese buona licenza dagli amanti prese.
97
Zerbin di quel partir molto si dolse; di tenerezza ne piangea Issabella: voleano ir seco, ma il conte non volse lor compagnia, ben ch'era e buona e bella; e con questa ragion se ne disciolse, ch'a guerrier non è infamia sopra quella che, quando cerchi un suo nimico, prenda compagno che l'aiuti e che 'l difenda.
98
Li pregò poi, che quando il Saracino, prima ch'in lui, si riscontrasse in loro, gli dicesser ch'Orlando avria vicino ancor tre giorni per quel tenitoro; ma dopo, che sarebbe il suo camino verso le 'nsegne dei bei gigli d'oro, per esser con l'esercito di Carlo, acciò, volendol, sappia onde chiamarlo.
99
Quelli promiser farlo volentieri, e questa e ogn'altra cosa al suo comando. Feron camin diverso i cavallieri, di qua Zerbino, e di là il conte Orlando. Prima che pigli il conte altri sentieri, all'arbor tolse, e a sé ripose il brando; e dove meglio col pagan pensosse di potersi incontrare, il destrier mosse.
100
Lo strano corso che tenne il cavallo del Saracin pel bosco senza via, fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo, né lo trovò, né poté averne spia. Giunse ad un rivo che parea cristallo, ne le cui sponde un bel pratel fioria, di nativo color vago e dipinto, e di molti e belli arbori distinto.
101
Il merigge facea grato l'orezzo al duro armento ed al pastore ignudo; sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo, che la corazza avea, l'elmo e lo scudo. Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo; e v'ebbe travaglioso albergo e crudo, e più che dir si possa empio soggiorno, quell'infelice e sfortunato giorno.
102
Volgendosi ivi intorno, vide scritti molti arbuscelli in su l'ombrosa riva. Tosto che fermi v'ebbe gli occhi e fitti, fu certo esser di man de la sua diva. Questo era un di quei lochi già descritti, ove sovente con Medor veniva da casa del pastore indi vicina la bella donna del Catai regina.
103
Angelica e Medor con cento nodi legati insieme, e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son chiodi coi quali Amore il cor gli punge e fiede. Va col pensier cercando in mille modi non creder quel ch'al suo dispetto crede: ch'altra Angelica sia, creder si sforza, ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.
104
Poi dice: — Conosco io pur queste note: di tal'io n'ho tante vedute e lette. Finger questo Medoro ella si puote: forse ch'a me questo cognome mette. — Con tali opinion dal ver remote usando fraude a sé medesmo, stette ne la speranza il malcontento Orlando, che si seppe a se stesso ir procacciando.
105
Ma sempre più raccende e più rinuova, quanto spenger più cerca, il rio sospetto: come l'incauto augel che si ritrova in ragna o in visco aver dato di petto, quanto più batte l'ale e più si prova di disbrigar, più vi si lega stretto. Orlando viene ove s'incurva il monte a guisa d'arco in su la chiara fonte.
106
Aveano in su l'entrata il luogo adorno coi piedi storti edere e viti erranti. Quivi soleano al più cocente giorno stare abbracciati i duo felici amanti. V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno, più che in altro dei luoghi circostanti, scritti, qual con carbone e qual con gesso, e qual con punte di coltelli impresso.
107
Il mesto conte a piè quivi discese; e vide in su l'entrata de la grotta parole assai, che di sua man distese Medoro avea, che parean scritte allotta. Del gran piacer che ne la grotta prese, questa sentenza in versi avea ridotta. Che fosse culta in suo linguaggio io penso; ed era ne la nostra tale il senso:
108
— Liete piante, verdi erbe, limpide acque, spelunca opaca e di fredde ombre grata, dove la bella Angelica che nacque di Galafron, da molti invano amata, spesso ne le mie braccia nuda giacque; de la commodità che qui m'è data, io povero Medor ricompensarvi d'altro non posso, che d'ognor lodarvi:
109
e di pregare ogni signore amante, e cavallieri e damigelle, e ognuna persona, o paesana o viandante, che qui sua volontà meni o Fortuna; ch'all'erbe, all'ombre, all'antro, al rio, alle piante dica: benigno abbiate e sole e luna, e de le ninfe il coro, che proveggia che non conduca a voi pastor mai greggia. —
110
Era scritto in arabico, che 'l conte intendea così ben come latino: fra molte lingue e molte ch'avea pronte, prontissima avea quella il paladino; e gli schivò più volte e danni ed onte, che si trovò tra il popul saracino: ma non si vanti, se già n'ebbe frutto; ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.
111
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto quello infelice, e pur cercando invano che non vi fosse quel che v'era scritto; e sempre lo vedea più chiaro e piano: ed ogni volta in mezzo il petto afflitto stringersi il cor sentia con fredda mano. Rimase al fin con gli occhi e con la mente fissi nel sasso, al sasso indifferente.
112
Fu allora per uscir del sentimento sì tutto in preda del dolor si lassa. Credete a chi n'ha fatto esperimento, che questo è 'l duol che tutti gli altri passa. Caduto gli era sopra il petto il mento, la fronte priva di baldanza e bassa; né poté aver (che 'l duol l'occupò tanto) alle querele voce, o umore al pianto.
113
L'impetuosa doglia entro rimase, che volea tutta uscir con troppa fretta. Così veggiàn restar l'acqua nel vase, che largo il ventre e la bocca abbia stretta; che nel voltar che si fa in su la base, l'umor che vorria uscir, tanto s'affretta, e ne l'angusta via tanto s'intrica, ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.
114
Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come possa esser che non sia la cosa vera: che voglia alcun così infamare il nome de la sua donna e crede e brama e spera, o gravar lui d'insopportabil some tanto di gelosia, che se ne pera; ed abbia quel, sia chi si voglia stato, molto la man di lei bene imitato.
115
In così poca, in così debol speme sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco; indi al suo Brigliadoro il dosso preme, dando già il sole alla sorella loco. Non molto va, che da le vie supreme dei tetti uscir vede il vapor del fuoco, sente cani abbaiar, muggiare armento: viene alla villa, e piglia alloggiamento.
116
Languido smonta, e lascia Brigliadoro a un discreto garzon che n'abbia cura; altri il disarma, altri gli sproni d'oro gli leva, altri a forbir va l'armatura. Era questa la casa ove Medoro giacque ferito, e v'ebbe alta avventura. Corcarsi Orlando e non cenar domanda, di dolor sazio e non d'altra vivanda.
117
Quanto più cerca ritrovar quiete, tanto ritrova più travaglio e pena; che de l'odiato scritto ogni parete, ogni uscio, ogni finestra vede piena. Chieder ne vuol: poi tien le labra chete; che teme non si far troppo serena, troppo chiara la cosa che di nebbia cerca offuscar, perché men nuocer debbia.
118
Poco gli giova usar fraude a se stesso; che senza domandarne, è chi ne parla. Il pastor che lo vede così oppresso da sua tristizia, e che voria levarla, l'istoria nota a sé, che dicea spesso di quei duo amanti a chi volea ascoltarla, ch'a molti dilettevole fu a udire, gl'incominciò senza rispetto a dire:
119
come esso a prieghi d'Angelica bella portato avea Medoro alla sua villa, ch'era ferito gravemente; e ch'ella curò la piaga, e in pochi dì guarilla: ma che nel cor d'una maggior di quella lei ferì Amor; e di poca scintilla l'accese tanto e sì cocente fuoco, che n'ardea tutta, e non trovava loco:
120
e sanza aver rispetto ch'ella fusse figlia del maggior re ch'abbia il Levante, da troppo amor costretta si condusse a farsi moglie d'un povero fante. All'ultimo l'istoria si ridusse, che 'l pastor fe' portar la gemma inante, ch'alla sua dipartenza, per mercede del buono albergo, Angelica gli diede.
121
Questa conclusion fu la secure che 'l capo a un colpo gli levò dal collo, poi che d'innumerabil battiture si vide il manigoldo Amor satollo. Celar si studia Orlando il duolo; e pure quel gli fa forza, e male asconder pòllo: per lacrime e suspir da bocca e d'occhi convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.
122
Poi ch'allargare il freno al dolor puote (che resta solo e senza altrui rispetto), giù dagli occhi rigando per le gote sparge un fiume di lacrime sul petto: sospira e geme, e va con spesse ruote di qua di là tutto cercando il letto; e più duro ch'un sasso, e più pungente che se fosse d'urtica, se lo sente.
123
In tanto aspro travaglio gli soccorre che nel medesmo letto in che giaceva, l'ingrata donna venutasi a porre col suo drudo più volte esser doveva. Non altrimenti or quella piuma abborre, né con minor prestezza se ne leva, che de l'erba il villan che s'era messo per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
124
Quel letto, quella casa, quel pastore immantinente in tant'odio gli casca, che senza aspettar luna, o che l'albore che va dinanzi al nuovo giorno nasca, piglia l'arme e il destriero, ed esce fuore per mezzo il bosco alla più oscura frasca; e quando poi gli è aviso d'esser solo, con gridi ed urli apre le porte al duolo.
125
Di pianger mai, mai di gridar non resta; né la notte né 'l dì si dà mai pace. Fugge cittadi e borghi, e alla foresta sul terren duro al discoperto giace. Di sé si meraviglia ch'abbia in testa una fontana d'acqua sì vivace, e come sospirar possa mai tanto; e spesso dice a sé così nel pianto:
126
— Queste non son più lacrime, che fuore stillo dagli occhi con sì larga vena. Non suppliron le lacrime al dolore: finir, ch'a mezzo era il dolore a pena. Dal fuoco spinto ora il vitale umore fugge per quella via ch'agli occhi mena; ed è quel che si versa, e trarrà insieme e 'l dolore e la vita all'ore estreme.
127
Questi ch'indizio fan del mio tormento, sospir non sono, né i sospir sono tali. Quelli han triegua talora; io mai non sento che 'l petto mio men la sua pena esali. Amor che m'arde il cor, fa questo vento, mentre dibatte intorno al fuoco l'ali. Amor, con che miracolo lo fai, che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?
128
Non son, non sono io quel che paio in viso: quel ch'era Orlando è morto ed è sotterra; la sua donna ingratissima l'ha ucciso: sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra. Io son lo spirto suo da lui diviso, ch'in questo inferno tormentandosi erra, acciò con l'ombra sia, che sola avanza, esempio a chi in Amor pone speranza. —
129
Pel bosco errò tutta la notte il conte; e allo spuntar de la diurna fiamma lo tornò il suo destin sopra la fonte dove Medoro isculse l'epigramma. Veder l'ingiuria sua scritta nel monte l'accese sì, ch'in lui non restò dramma che non fosse odio, rabbia, ira e furore; né più indugiò, che trasse il brando fuore.
130
Tagliò lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo a volo alzar fe' le minute schegge. Infelice quell'antro, ed ogni stelo in cui Medoro e Angelica si legge! Così restar quel dì, ch'ombra né gielo a pastor mai non daran più, né a gregge: e quella fonte, già si chiara e pura, da cotanta ira fu poco sicura;
131
che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle non cessò di gittar ne le bell'onde, fin che da sommo ad imo sì turbolle che non furo mai più chiare né monde. E stanco al fin, e al fin di sudor molle, poi che la lena vinta non risponde allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira, cade sul prato, e verso il ciel sospira.
132
Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba, e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto. Senza cibo e dormir così si serba, che 'l sole esce tre volte e torna sotto. Di crescer non cessò la pena acerba, che fuor del senno al fin l'ebbe condotto. Il quarto dì, da gran furor commosso, e maglie e piastre si stracciò di dosso.
133
Qui riman l'elmo, e là riman lo scudo, lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo: l'arme sue tutte, in somma vi concludo, avean pel bosco differente albergo. E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo l'ispido ventre e tutto 'l petto e 'l tergo; e cominciò la gran follia, sì orrenda, che de la più non sarà mai ch'intenda.
134
In tanta rabbia, in tanto furor venne, che rimase offuscato in ogni senso. Di tor la spada in man non gli sovenne; che fatte avria mirabil cose, penso. Ma né quella, né scure, né bipenne era bisogno al suo vigore immenso. Quivi fe' ben de le sue prove eccelse, ch'un alto pino al primo crollo svelse:
135
e svelse dopo il primo altri parecchi, come fosser finocchi, ebuli o aneti; e fe' il simil di querce e d'olmi vecchi, di faggi e d'orni e d'illici e d'abeti. Quel ch'un ucellator che s'apparecchi il campo mondo, fa, per por le reti, dei giunchi e de le stoppie e de l'urtiche, facea de cerri e d'altre piante antiche.
136
I pastor che sentito hanno il fracasso, lasciando il gregge sparso alla foresta, chi di qua, chi di là, tutti a gran passo vi vengono a veder che cosa è questa. Ma son giunto a quel segno il qual s'io passo vi potria la mia istoria esser molesta; ed io la vo' più tosto diferire, che v'abbia per lunghezza a fastidire.
CANTO VENTIQUATTRESIMO
1
Chi mette il piè su l'amorosa pania, cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale; che non è in somma amor, se non insania, a giudizio de' savi universale: e se ben come Orlando ognun non smania, suo furor mostra a qualch'altro segnale. E quale è di pazzia segno più espresso che, per altri voler, perder se stesso?
2
Vari gli effetti son, ma la pazzia è tutt'una però, che li fa uscire. Gli è come una gran selva, ove la via conviene a forza, a chi vi va, fallire: chi su, chi giù, chi qua, chi là travia. Per concludere in somma, io vi vo' dire: a chi in amor s'invecchia, oltr'ogni pena, si convengono i ceppi e la catena.
3
Ben mi si potria dir: — Frate, tu vai l'altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. — Io vi rispondo che comprendo assai, or che di mente ho lucido intervallo; ed ho gran cura (e spero farlo ormai) di riposarmi e d'uscir fuor di ballo: ma tosto far, come vorrei, nol posso; che 'l male è penetrato infin all'osso.
4
Signor, ne l'altro canto io vi dicea che 'l forsennato e furioso Orlando trattesi l'arme e sparse al campo avea, squarciati i panni, via gittato il brando, svelte le piante, e risonar facea i cavi sassi e l'alte selve; quando alcun' pastori al suon trasse in quel lato lor stella, o qualche lor grave peccato.
5
Viste del pazzo l'incredibil prove poi più d'appresso e la possanza estrema, si voltan per fuggir, ma non sanno ove, sì come avviene in subitana tema. Il pazzo dietro lor ratto si muove: uno ne piglia, e del capo lo scema con la facilità che torria alcuno da l'arbor pome, o vago fior dal pruno.
6
Per una gamba il grave tronco prese, e quello usò per mazza adosso al resto: in terra un paio addormentato stese, ch'al novissimo dì forse fia desto. Gli altri sgombraro subito il paese, ch'ebbono il piede e il buono aviso presto. Non saria stato il pazzo al seguir lento, se non ch'era già volto al loro armento.
7
Gli agricultori, accorti agli altru'esempli, lascian nei campi aratri e marre e falci: chi monta su le case e chi sui templi (poi che non son sicuri olmi né salci), onde l'orrenda furia si contempli, ch'a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci, cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge; e ben è corridor chi da lui fugge.
8
Già potreste sentir come ribombe l'alto rumor ne le propinque ville d'urli e di corni, rusticane trombe, e più spesso che d'altro, il suon di squille; e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe veder dai monti sdrucciolarne mille, ed altritanti andar da basso ad alto, per fare al pazzo un villanesco assalto.
9
Qual venir suol nel salso lito l'onda mossa da l'austro ch'a principio scherza, che maggior de la prima è la seconda, e con più forza poi segue la terza; ed ogni volta più l'umore abonda, e ne l'arena più stende la sferza: tal contra Orlando l'empia turba cresce, che giù da balze scende e di valli esce.
10
Fece morir diece persone e diece, che senza ordine alcun gli andaro in mano: e questo chiaro esperimento fece, ch'era assai più sicur starne lontano. Trar sangue da quel corpo a nessun lece, che lo fere e percuote il ferro invano. Al conte il re del ciel tal grazia diede, per porlo a guardia di sua santa fede.
11
Era a periglio di morire Orlando, se fosse di morir stato capace. Potea imparar ch'era a gittare il brando, e poi voler senz'arme essere audace. La turba già s'andava ritirando, vedendo ogni suo colpo uscir fallace. Orlando, poi che più nessun l'attende, verso un borgo di case il camin prende.
12
Dentro non vi trovò piccol né grande, che 'l borgo ognun per tema avea lasciato. V'erano in copia povere vivande, convenienti a un pastorale stato. Senza pane discerner da le giande, dal digiuno e da l'impeto cacciato, le mani e il dente lasciò andar di botto in quel che trovò prima, o crudo o cotto.
13
E quindi errando per tutto il paese, dava la caccia e agli uomini e alle fere; e scorrendo pei boschi, talor prese i capri isnelli e le damme leggiere. Spesso con orsi e con cingiai contese, e con man nude li pose a giacere: e di lor carne con tutta la spoglia più volte il ventre empì con fiera voglia.
14
Di qua, di là, di su, di giù discorre per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva, sotto cui largo e pieno d'acqua corre un fiume d'alta e di scoscesa riva. Edificato accanto avea una torre che d'ogn'intorno e di lontan scopriva. Quel che fe' quivi, avete altrove a udire; che di Zerbin mi convien prima dire.
15
Zerbin, da poi ch'Orlando fu partito, dimorò alquanto, e poi prese il sentiero che 'l paladino inanzi gli avea trito, e mosse a passo lento il suo destriero. Non credo che duo miglia anco fosse ito, che trar vide legato un cavalliero sopra un picciol ronzino, e d'ogni lato la guardia aver d'un cavalliero armato.
16
Zerbin questo prigion conobbe tosto che gli fu appresso, e così fe' Issabella: era Odorico il Biscaglin, che posto fu come lupo a guardia de l'agnella. L'avea a tutti gli amici suoi preposto Zerbino in confidargli la donzella, sperando che la fede che nel resto sempre avea avuta, avesse ancora in questo.
17
Come era a punto quella cosa stata, venìa Issabella raccontando allotta: come nel palischermo fu salvata, prima ch'avesse il mar la nave rotta; la forza che l'avea Odorico usata; e come tratta poi fosse alla grotta. Né giunt'era anco al fin di quel sermone, che trarre il malfattor vider prigione.
18
I duo ch'in mezzo avean preso Odorico, d'Issabella notizia ebbeno vera; e s'avisaro esser di lei l'amico, e 'l signor lor, colui ch'appresso l'era; ma più, che ne lo scudo il segno antico vider dipinto di sua stirpe altiera: e trovar poi, che guardar meglio al viso, che s'era al vero apposto il loro aviso.
19
Saltaro a piedi, e con aperte braccia correndo se n'andar verso Zerbino, e l'abbracciaro ove il maggior s'abbraccia, col capo nudo e col ginocchio chino. Zerbin, guardando l'uno e l'altro in faccia, vide esser l'un Corebo il Biscaglino, Almonio l'altro, ch'egli avea mandati con Odorico in sul navilio armati.
20
Almonio disse: — Poi che piace a Dio (la sua mercé) che sia Issabella teco, io posso ben comprender, signor mio, che nulla cosa nuova ora t'arreco, s'io vo' dir la cagion che questo rio fa che così legato vedi meco; che da costei, che più sentì l'offesa, a punto avrai tutta l'istoria intesa.
21
Come dal traditore io fui schernito quando da sé levommi, saper déi; e come poi Corebo fu ferito, ch'a difender s'avea tolto costei. Ma quanto al mio ritorno sia seguito, né veduto né inteso fu da lei, che te l'abbia potuto riferire: di questa parte dunque io ti vo' dire.
22
Da la cittade al mar ratto io veniva con cavalli ch'in fretta avea trovati, sempre con gli occhi intenti s'io scopriva costor che molto a dietro eran restati. Io vengo inanzi, io vengo in su la riva del mare, al luogo ove io gli avea lasciati; io guardo, né di loro altro ritrovo, che ne l'arena alcun vestigio nuovo.
23
La pesta seguitai, che mi condusse nel bosco fier; né molto adentro fui, che, dove il suon l'orecchie mi percusse, giacere in terra ritrovai costui. Gli domandai che de la donna fusse, che d'Odorico, e chi aveva offeso lui. Io me n'andai, poi che la cosa seppi, il traditor cercando per quei greppi.
24
Molto aggirando vommi, e per quel giorno altro vestigio ritrovar non posso. Dove giacea Corebo al fin ritorno, che fatto appresso avea il terren sì rosso, che poco più che vi facea soggiorno, gli saria stato di bisogno il fosso e i preti e i frati più per sotterrarlo, ch'i medici e che 'l letto per sanarlo.
25
Dal bosco alla città feci portallo, e posi in casa d'uno ostier mio amico, che fatto sano in poco termine hallo per cura ed arte d'un chirurgo antico. Poi d'arme proveduti e di cavallo Corebo ed io cercammo d'Odorico, ch'in corte del re Alfonso di Biscaglia trovammo; e quivi fui seco a battaglia.
26
La giustizia del re, che il loco franco de la pugna mi diede, e la ragione, ed oltre alla ragion la Fortuna anco, che spesso la vittoria, ove vuol, pone, mi giovar sì, che di me poté manco il traditore; onde fu mio prigione. Il re, udito il gran fallo, mi concesse di poter farne quanto mi piacesse.
27
Non l'ho voluto uccider né lasciarlo, ma, come vedi, trarloti in catena; perché vo' ch'a te stia di giudicarlo, se morire o tener si deve in pena. L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo, e 'l desir di trovarti qui mi mena. Ringrazio Dio che mi fa in questa parte, dove lo sperai meno, ora trovarte.
28
Ringraziolo anco, che la tua Issabella io veggo (e non so come) che teco hai; di cui, per opera del fellon, novella pensai che non avessi ad udir mai. — Zerbino ascolta Almonio e non favella, fermando gli occhi in Odorico assai; non sì per odio, come che gl'incresce ch'a sì mal fin tanta amicizia gli esce.
29
Finito ch'ebbe Almonio il suo sermone, Zerbin riman gran pezzo sbigottito, che chi d'ogn'altro men n'avea cagione, sì espressamente il possa aver tradito. Ma poi che d'una lunga ammirazione fu, sospirando, finalmente uscito, al prigion domandò se fosse vero quel ch'avea di lui detto il cavalliero.
30
Il disleal con le ginocchia in terra lasciò cadersi, e disse: — Signor mio, ognun che vive al mondo pecca ed erra: né differisce in altro il buon dal rio, se non che l'uno è vinto ad ogni guerra che gli vien mossa da un piccol disio; l'altro ricorre all'arme e si difende, ma se 'l nimico è forte, anco ei si rende.
31
Se tu m'avessi posto alla difesa d'una tua rocca, e ch'al primiero assalto alzate avessi, senza far contesa, degl'inimici le bandiere in alto; di viltà, o tradimento, che più pesa, sugli occhi por mi si potria uno smalto: ma s'io cedessi a forza, son ben certo che biasmo non avrei, ma gloria e merto.
32
Sempre che l'inimico è più possente, più chi perde accettabile ha la scusa. Mia fé guardar dovea non altrimente ch'una fortezza d'ogn'intorno chiusa: così, con quanto senno e quanta mente da la somma Prudenza m'era infusa, io mi sforzai guardarla; ma al fin vinto da intolerando assalto, ne fui spinto. —
33
Così disse Odorico, e poi soggiunse (che saria lungo a ricontarvi il tutto) mostrando che gran stimolo lo punse, e non per lieve sferza s'era indutto. Se mai per prieghi ira di cor si emunse, s'umiltà di parlar fece mai frutto, quivi far lo dovea; che ciò che muova di cor durezza, ora Odorico trova.
34
Pigliar di tanta ingiuria alta vendetta, tra il sì Zerbino e il no resta confuso: il vedere il demerito lo alletta a far che sia il fellon di vita escluso; il ricordarsi l'amicizia stretta ch'era stata tra lor per sì lungo uso, con l'acqua di pietà l'accesa rabbia nel cor gli spegne, e vuol che mercé n'abbia.
35
Mentre stava così Zerbino in forse di liberare, o di menar captivo, o pur il disleal dagli occhi torse per morte, o pur tenerlo in pena vivo; quivi rignando il palafreno corse, che Mandricardo avea di briglia privo; e vi portò la vecchia che vicino a morte dianzi avea tratto Zerbino.
36
Il palafren, ch'udito di lontano avea quest'altri, era tra lor venuto, e la vecchia portatavi, ch'invano venìa piangendo e domandando aiuto. Come Zerbin lei vide, alzò la mano al ciel che sì benigno gli era suto, che datogli in arbitrio avea que' dui che soli odiati esser dovean da lui.
37
Zerbin fa ritener la mala vecchia, tanto che pensi quel che debba farne: tagliarle il naso e l'una e l'altra orecchia pensa, ed esempio a' malfattori darne; poi gli par assai meglio, s'apparecchia un pasto agli avoltoi di quella carne. Punizion diversa tra sé volve; e così finalmente si risolve.
38
Si rivolta ai compagni, e dice: — Io sono di lasciar vivo il disleal contento; che s'in tutto non merita perdono, non merita anco sì crudel tormento. Che viva e che slegato sia gli dono, però ch'esser d'Amor la colpa sento; e facilmente ogni scusa s'ammette, quando in Amor la colpa si reflette.
39
Amore ha volto sottosopra spesso senno più saldo che non ha costui, ed ha condotto a via maggiore eccesso di questo, ch'oltraggiato ha tutti nui. Ad Odorico debbe esser rimesso: punito esser debbo io, che cieco fui, cieco a dargline impresa, e non por mente che 'l fuoco arde la paglia facilmente. —
40
Poi mirando Odorico: — Io vo' che sia (gli disse) del tuo error la penitenza, che la vecchia abbi un anno in compagnia, né di lasciarla mai ti sia licenza; ma notte e giorno, ove tu vada o stia, un'ora mai non te ne trovi senza; e fin a morte sia da te difesa contra ciascun che voglia farle offesa.
41
Vo', se da lei ti sarà commandato, che pigli contra ognun contesa e guerra: vo' in questo tempo, che tu sia ubligato tutta Francia cercar di terra in terra. — Così dicea Zerbin; che pel peccato meritando Odorico andar sotterra, questo era porgli inanzi un'alta fossa, che fia gran sorte che schivar la possa.
42
Tante donne, tanti uomini traditi avea la vecchia, e tanti offesi e tanti, che chi sarà con lei, non senza liti potrà passar de' cavallieri erranti. Così di par saranno ambi puniti: ella de' suoi commessi errori inanti, egli di torne la difesa a torto; né molto potrà andar che non sia morto.
43
Di dover servar questo, Zerbin diede ad Odorico un giuramento forte, con patto che se mai rompe la fede, e ch'inanzi gli capiti per sorte, senza udir prieghi e averne più mercede, lo debba far morir di cruda morte. Ad Almonio e a Corebo poi rivolto, fece Zerbin che fu Odorico sciolto.
44
Corebo, consentendo Almonio, sciolse il traditore al fin, ma non in fretta; ch'all'uno e all'altro esser turbato dolse da sì desiderata sua vendetta. Quindi partissi il disleale, e tolse in compagnia la vecchia maledetta. Non si legge in Turpin che n'avvenisse; ma vidi già un autor che più ne scrisse.
45
Scrive l'autore, il cui nome mi taccio, che non furo lontani una giornata, che per torsi Odorico quello impaccio, contra ogni patto ed ogni fede data, al collo di Gabrina gittò un laccio, e che ad un olmo la lasciò impiccata; e ch'indi a un anno (ma non dice il loco) Almonio a lui fece il medesmo giuoco.
46
Zerbin che dietro era venuto all'orma del paladin, né perder la vorrebbe, manda a dar di sé nuove alla sua torma, che star senza gran dubbio non ne debbe: Almonio manda, e di più cose informa, che lungo il tutto a ricontar sarebbe; Almonio manda, e a lui Corebo appresso; né tien, fuor ch'Issabella, altri con esso.
47
Tant'era l'amor grande che Zerbino, e non minor del suo quel che Issabella portava al virtuoso paladino; tanto il desir d'intender la novella ch'egli avesse trovato il Saracino che del destrier lo trasse con la sella; che non farà all'esercito ritorno, se non finito che sia il terzo giorno;
48
il termine ch'Orlando aspettar disse il cavallier ch'ancor non porta spada. Non è alcun luogo dove il conte gisse, che Zerbin pel medesimo non vada. Giunse al fin tra quegli arbori che scrisse l'ingrata donna, un poco fuor di strada; e con la fonte e col vicino sasso tutti li ritruovò messi in fracasso.
49
Vede lontan non sa che luminoso, e trova la corazza esser del conte; e trova l'elmo poi, non quel famoso ch'armò già il capo all'africano Almonte. Il destrier ne la selva più nascoso sente anitrire, e leva al suon la fronte; e vede Brigliador pascer per l'erba, che dall'arcion pendente il freno serba.
50
Durindana cercò per la foresta, e fuor la vide del fodero starse. Trovò, ma in pezzi, ancor la sopravesta ch'in cento lochi il miser conte sparse. Issabella e Zerbin con faccia mesta stanno mirando, e non san che pensarse: pensar potrian tutte le cose, eccetto che fosse Orlando fuor dell'intelletto.
51
Se di sangue vedessino una goccia, creder potrian che fosse stato morto. Intanto lungo la corrente doccia vider venire un pastorello smorto. Costui pur dianzi avea di su la roccia l'alto furor de l'infelice scorto, come l'arme gittò, squarciossi i panni, pastori uccise, e fe' mill'altri danni.
52
Costui, richiesto da Zerbin, gli diede vera informazion di tutto questo. Zerbin si maraviglia, e a pena il crede; e tuttavia n'ha indizio manifesto. Sia come vuole, egli discende a piede, pien di pietade, lacrimoso e mesto; e ricogliendo da diversa parte le reliquie ne va ch'erano sparte.
53
Del palafren discende anco Issabella, e va quell'arme riducendo insieme. Ecco lor sopraviene una donzella dolente in vista, e di cor spesso geme. Se mi domanda alcun chi sia, perch'ella così s'affligge, e che dolor la preme, io gli risponderò che è Fiordiligi che de l'amante suo cerca i vestigi.
54
Da Brandimarte senza farle motto lasciata fu ne la città di Carlo, dov'ella l'aspettò sei mesi od otto; e quando al fin non vide ritornarlo, da un mare all'altro si mise, fin sotto Pirene e l'Alpe, e per tutto a cercarlo: l'andò cercando in ogni parte, fuore ch'al palazzo d'Atlante incantatore.
55
Se fosse stata a quell'ostel d'Atlante, veduto con Gradasso andare errando l'avrebbe, con Ruggier, con Bradamante, e con Ferraù prima e con Orlando; ma poi che cacciò Astolfo il negromante col suono del corno orribile e mirando, Brandimarte tornò verso Parigi: ma non sapea già questo Fiordiligi.
56
Come io vi dico, sopraggiunta a caso a quei duo amanti Fiordiligi bella, conobbe l'arme, e Brigliador rimaso senza il patrone e col freno alla sella. Vide con gli occhi il miserabil caso, e n'ebbe per udita anco novella; che similmente il pastorel narrolle aver veduto Orlando correr folle.
57
Quivi Zerbin tutte raguna l'arme, e ne fa come un bel trofeo su 'n pino; e volendo vietar che non se n'arme cavallier paesan né peregrino, scrive nel verde ceppo in breve carme: — Armatura d'Orlando paladino; — come volesse dir: nessun la muova, che star non possa con Orlando a prova.
58
Finito ch'ebbe la lodevol opra, tornava a rimontar sul suo destriero; ed ecco Mandricardo arrivar sopra, che visto il pin di quelle spoglie altiero, lo priega che la cosa gli discuopra: e quel gli narra, come ha inteso, il vero. Allora il re pagan lieto non bada, che viene al pino, e ne leva la spada,
59
dicendo: — Alcun non me ne può riprendere; non è pur oggi ch'io l'ho fatta mia, ed il possesso giustamente prendere ne posso in ogni parte, ovunque sia. Orlando che temea quella difendere, s'ha finto pazzo, e l'ha gittata via; ma quando sua viltà pur così scusi, non debbe far ch'io mia ragion non usi. —
60
Zerbino a lui gridava: — Non la torre, o pensa non l'aver senza questione. Se togliesti così l'arme d'Ettorre, tu l'hai di furto, più che di ragione. — Senz'altro dir l'un sopra l'altro corre, d'animo e di virtù gran paragone. Di cento colpi già rimbomba il suono, né bene ancor ne la battaglia sono.
61
Di prestezza Zerbin pare una fiamma a torsi ovunque Durindana cada: di qua di là saltar come una damma fa 'l suo destrier dove è miglior la strada. E ben convien che non ne perda dramma; ch'andrà, s'un tratto il coglie quella spada, a ritrovar gl'innamorati spirti ch'empion la selva degli ombrosi mirti.
62
Come il veloce can che 'l porco assalta che fuor del gregge errar vegga nei campi, lo va aggirando, e quinci e quindi salta; ma quello attende ch'una volta inciampi: così, se vien la spada o bassa od alta, sta mirando Zerbin come ne scampi; come la vita e l'onor salvi a un tempo, tien sempre l'occhio, e fiere e fugge a tempo.
63
Da l'altra parte, ovunque il Saracino la fiera spada vibra o piena o vota, sembra fra due montagne un vento alpino ch'una frondosa selva il marzo scuota; ch'ora la caccia a terra a capo chino, or gli spezzati rami in aria ruota. Ben che Zerbin più colpi e fùggia e schivi, non può schivare al fin, ch'un non gli arrivi.
64
Non può schivare al fine un gran fendente che tra 'l brando e lo scudo entra sul petto. Grosso l'usbergo, e grossa parimente era la piastra, e 'l panziron perfetto: pur non gli steron contra, ed ugualmente alla spada crudel dieron ricetto. Quella calò tagliando ciò che prese, la corazza e l'arcion fin su l'arnese.
65
E se non che fu scarso il colpo alquanto, permezzo lo fendea come una canna; ma penetra nel vivo a pena tanto, che poco più che la pelle gli danna: la non profunda piaga è lunga quanto non si misureria con una spanna. Le lucid'arme il caldo sangue irriga per sino al piè di rubiconda riga.
66
Così talora un bel purpureo nastro ho veduto partir tela d'argento da quella bianca man più ch'alabastro, da cui partire il cor spesso mi sento. Quivi poco a Zerbin vale esser mastro di guerra, ed aver forza e più ardimento; che di finezza d'arme e di possanza il re di Tartaria troppo l'avanza.
67
Fu questo colpo del pagan maggiore in apparenza, che fosse in effetto; tal ch'Issabella se ne sente il core fendere in mezzo all'agghiacciato petto. Zerbin pien d'ardimento e di valore tutto s'infiamma d'ira e di dispetto; e quanto più ferire a due man puote, in mezzo l'elmo il Tartaro percuote.
68
Quasi sul collo del destrier piegosse per l'aspra botta il Saracin superbo; e quando l'elmo senza incanto fosse, partito il capo gli avria il colpo acerbo. Con poco differir ben vendicosse, né disse: A un'altra volta io te la serbo: e la spada gli alzò verso l'elmetto, sperandosi tagliarlo infin al petto.
69
Zerbin che tenea l'occhio ove la mente, presto il cavallo alla man destra volse; non sì presto però, che la tagliente spada fuggisse, che lo scudo colse. Da sommo ad imo ella il partì ugualmente, e di sotto il braccial roppe e disciolse e lui ferì nel braccio, e poi l'arnese spezzògli, e ne la coscia anco gli scese.
70
Zerbin di qua di là cerca ogni via, né mai di quel che vuol, cosa gli avviene; che l'armatura sopra cui feria, un piccol segno pur non ne ritiene. Da l'altra parte il re di Tartaria sopra Zerbino a tal vantaggio viene, che l'ha ferito in sette parti o in otto, tolto lo scudo, e mezzo l'elmo rotto.
71
Quel tuttavia più va perdendo il sangue; manca la forza, e ancor par che nol senta: il vigoroso cor che nulla langue, val sì, che 'l debol corpo ne sostenta. La donna sua, per timor fatta esangue, intanto a Doralice s'appresenta, e la priega e la supplica per Dio, che partir voglia il fiero assalto e rio.
72
Cortese come bella, Doralice, né ben sicura come il fatto segua, fa volentier quel ch'Issabella dice, e dispone il suo amante a pace e a triegua. Così a' prieghi de l'altra l'ira ultrice di cor fugge a Zerbino e si dilegua: ed egli, ove a lei par, piglia la strada, senza finir l'impresa de la spada.
73
Fiordiligi, che mal vede difesa la buona spada del misero conte, tacita duolsi, e tanto le ne pesa, che d'ira piange e battesi la fronte. Vorria aver Brandimarte a quella impresa; e se mai lo ritrova e gli lo conte, non crede poi che Mandricardo vada lunga stagione altier di quella spada.
74
Fiordiligi cercando pure invano va Brandimarte suo matina e sera; e fa camin da lui molto lontano, da lui che già tornato a Parigi era. Tanto ella se n'andò per monte e piano, che giunse ove, al passar d'una riviera, vide e conobbe il miser paladino; ma diciàn quel ch'avvenne di Zerbino:
75
che 'l lasciar Durindana sì gran fallo gli par, che più d'ogn'altro mal gl'incresce; quantunque a pena star possa a cavallo pel molto sangue che gli è uscito ed esce. Or poi che dopo non troppo intervallo cessa con l'ira il caldo, il dolor cresce: cresce il dolor sì impetuosamente, che mancarsi la vita se ne sente.
76
Per debolezza più non potea gire; sì che fermossi appresso una fontana. Non sa che far né che si debba dire per aiutarlo la donzella umana. Sol di disagio lo vede morire; che quindi è troppo ogni città lontana, dove in quel punto al medico ricorra, che per pietade o premio gli soccorra.
77
Ella non sa se non invan dolersi, chiamar fortuna e il cielo empio e crudele. — Perché, ahi lassa! (dicea) non mi sommersi quando levai ne l'Oceàn le vele? — Zerbin che i languidi occhi ha in lei conversi, sente più doglia ch'ella si querele, che de la passion tenace e forte che l'ha condutto omai vicino a morte.
78
— Così, cor mio, vogliate (le diceva), dopo ch'io sarò morto, amarmi ancora, come solo il lasciarvi è che m'aggreva qui senza guida, e non già perch'io mora: che se in sicura parte m'accadeva finir de la mia vita l'ultima ora, lieto e contento e fortunato a pieno morto sarei, poi ch'io vi moro in seno.
79
Ma poi che 'l mio destino iniquo e duro vol ch'io vi lasci, e non so in man di cui; per questa bocca e per questi occhi giuro, per queste chiome onde allacciato fui, che disperato nel profondo oscuro vo de lo 'nferno, ove il pensar di vui ch'abbia così lasciata, assai più ria sarà d'ogn'altra pena che vi sia. —
80
A questo la mestissima Issabella, declinando la faccia lacrimosa e congiungendo la sua bocca a quella di Zerbin, languidetta come rosa, rosa non colta in sua stagion, sì ch'ella impallidisca in su la siepe ombrosa, disse: — Non vi pensate già, mia vita, far senza me quest'ultima partita.
81
Di ciò, cor mio, nessun timor vi tocchi; ch'io vo' seguirvi o in cielo o ne lo 'nferno. Convien che l'uno e l'altro spirto scocchi, insieme vada, insieme stia in eterno. Non sì tosto vedrò chiudervi gli occhi, o che m'ucciderà il dolore interno, o se quel non può tanto, io vi prometto con questa spada oggi passarmi il petto.
82
De' corpi nostri ho ancor non poca speme, che me' morti che vivi abbian ventura. Qui forse alcun capiterà, ch'insieme, mosso a pietà, darà lor sepoltura. — Così dicendo, le reliquie estreme de lo spirto vital che morte fura, va ricogliendo con le labra meste, fin ch'una minima aura ve ne reste.
83
Zerbin la debol voce riforzando, disse: — Io vi priego e supplico, mia diva, per quello amor che mi mostraste, quando per me lasciaste la paterna riva; e se commandar posso, io vel commando, che fin che piaccia a Dio, restiate viva; né mai per caso pogniate in oblio che quanto amar si può, v'abbia amato io.
84
Dio vi provederà d'aiuto forse, per liberarvi d'ogni atto villano, come fe' quando alla spelonca torse, per indi trarvi, il senator romano. Così (la sua mercé) già vi soccorse nel mare e contra il Biscaglin profano: e se pure avverrà che poi si deggia morire, allora il minor mal s'elleggia. —
85
Non credo che quest'ultime parole potesse esprimer sì, che fosse inteso; e finì come il debol lume suole, cui cera manchi od altro in che sia acceso. Chi potrà dire a pien come si duole, poi che si vede pallido e disteso, la giovanetta, e freddo come ghiaccio il suo caro Zerbin restare in braccio?
86
Sopra il sanguigno corpo s'abbandona, e di copiose lacrime lo bagna, e stride sì, ch'intorno ne risuona a molte miglia il bosco e la campagna. Né alle guance né al petto si perdona, che l'uno e l'altro non percuota e fragna; e straccia a torto l'auree crespe chiome, chiamando sempre invan l'amato nome.
87
In tanta rabbia, in tal furor sommersa l'avea la doglia sua, che facilmente avria la spada in se stessa conversa, poco al suo amante in questo ubidiente; s'uno eremita ch'alla fresca e tersa fonte avea usanza di tornar sovente da la sua quindi non lontana cella, non s'opponea, venendo, al voler d'ella.
88
Il venerabile uom, ch'alta bontade avea congiunta a natural prudenza, ed era tutto pien di caritade, di buoni esempi ornato e d'eloquenza, alla giovan dolente persuade con ragioni efficaci pazienza; e inanzi le puon, come uno specchio, donne del Testamento e nuovo e vecchio.
89
Poi le fece veder, come non fusse alcun, se non in Dio, vero contento, e ch'eran l'altre transitorie e flusse speranze umane, e di poco momento; e tanto seppe dir, che la ridusse da quel crudele ed ostinato intento, che la vita sequente ebbe disio tutta al servigio dedicar di Dio.
90
Non che lasciar del suo signor voglia unque né 'l grand'amor, né le reliquie morte: convien che l'abbia ovunque stia ed ovunque vada, e che seco e notte e dì le porte. Quindi aiutando l'eremita dunque, ch'era de la sua età valido e forte, sul mesto suo destrier Zerbin posaro, e molti dì per quelle selve andaro.
91
Non volse il cauto vecchio ridur seco, sola con solo, la giovane bella là dove ascosa in un selvaggio speco non lungi avea la solitaria cella; fra sé dicendo: — Con periglio arreco in una man la paglia e la facella. — Né si fida in sua età né in sua prudenza, che di sé faccia tanta esperienza.
92
Di condurla in Provenza ebbe pensiero non lontano a Marsilia in un castello, dove di sante donne un monastero ricchissimo era, e di edificio bello: e per portarne il morto cavalliero, composto in una cassa aveano quello, che 'n un castel ch'era tra via, si fece lunga e capace, e ben chiusa di pece.
93
Più e più giorni gran spazio di terra cercaro, e sempre per lochi più inculti; che pieno essendo ogni cosa di guerra, voleano gir più che poteano occulti. Al fine un cavallier la via lor serra, che lor fe' oltraggi e disonesti insulti; di cui dirò quando il suo loco fia; ma ritorno ora al re di Tartaria.
94
Avuto ch'ebbe la battaglia il fine che già v'ho detto, il giovin si raccolse alle fresche ombre e all'onde cristalline; ed al destrier la sella e 'l freno tolse, e lo lasciò per l'erbe tenerine del prato andar pascendo ove egli volse: ma non ste' molto, che vide lontano calar dal monte un cavalliero al piano.
95
Conobbel, come prima alzò la fronte, Doralice, e mostrollo a Mandricardo, dicendo: — Ecco il superbo Rodomonte, se non m'inganna di lontan lo sguardo. Per far teco battaglia cala il monte: or ti potrà giovar l'esser gagliardo. Perduta avermi a grande ingiuria tiene, ch'era sua sposa, e a vendicar si viene. —
96
Qual buono astor che l'anitra o l'acceggia, starna o colombo o simil altro augello venirsi incontra di lontano veggia, leva la testa e si fa lieto e bello; tal Mandricardo, come certo deggia di Rodomonte far strage e macello, con letizia e baldanza il destrier piglia, le staffe ai piedi, e dà alla man la briglia.
97
Quando vicini fur sì, ch'udir chiare tra lor poteansi le parole altiere, con le mani e col capo a minacciare incominciò gridando il re d'Algiere, ch'a penitenza gli faria tornare che per un temerario suo piacere non avesse rispetto a provocarsi lui ch'altamente era per vendicarsi.
98
Rispose Mandricardo: — Indarno tenta chi mi vuol impaurir per minacciarme: così fanciulli o femine spaventa, o altri che non sappia che sieno arme; me non, cui la battaglia più talenta d'ogni riposo; e son per adoprarme a piè, a cavallo, armato e disarmato, sia alla campagna, o sia ne lo steccato. —
99
Ecco sono agli oltraggi, al grido, all'ire, al trar de' brandi, al crudel suon de' ferri; come vento che prima a pena spire, poi cominci a crollar frassini e cerri, ed indi oscura polve in cielo aggire, indi gli arbori svella e case atterri, sommerga in mare, e porti ria tempesta che 'l gregge sparso uccida alla foresta.
100
De' duo pagani, senza pari in terra, gli audacissimi cor, le forze estreme parturiscono colpi, ed una guerra conveniente a sì feroce seme. Del grande e orribil suon triema la terra, quando le spade son percosse insieme: gettano l'arme insin al ciel scintille, anzi lampadi accese a mille a mille.
101
Senza mai riposarsi o pigliar fiato dura fra quei duo re l'aspra battaglia, tentando ora da questo, or da quel lato aprir le piastre e penetrar la maglia. Né perde l'un, né l'altro acquista il prato, ma come intorno sian fosse o muraglia, o troppo costi ogn'oncia di quel loco, non si parton d'un cerchio angusto e poco.
102
Fra mille colpi il Tartaro una volta colse a duo mani in fronte il re d'Algiere; che gli fece veder girare in volta quante mai furon fiacole e lumiere. Come ogni forza all'African sia tolta, le groppe del destrier col capo fere: perde la staffa, ed è, presente quella che cotant'ama, per uscir di sella.
103
Ma come ben composto e valido arco di fino acciaio in buona somma greve, quanto si china più, quanto è più carco, e più lo sforzan martinelli e lieve; con tanto più furor, quanto è poi scarco, ritorna, e fa più mal che non riceve: così quello African tosto risorge, e doppio il colpo all'inimico porge.
104
Rodomonte a quel segno ove fu colto, colse a punto il figliol del re Agricane. Per questo non poté nuocergli al volto, ch'in difesa trovò l'arme troiane; ma stordì in modo il Tartaro, che molto non sapea s'era vespero o dimane. L'irato Rodomonte non s'arresta, che mena l'altro, e pur segna alla testa.
105
Il cavallo del Tartaro, ch'aborre la spada che fischiando cala d'alto, al suo signor con suo gran mal soccorre, perché s'arretra, per fuggir, d'un salto: il brando in mezzo il capo gli trascorre, ch'al signor, non a lui, movea l'assalto. Il miser non avea l'elmo di Troia, come il patrone; onde convien che muoia.
106
Quel cade, e Mandricardo in piedi guizza, non più stordito, e Durindana aggira. Veder morto il cavallo entro gli adizza, e fuor divampa un grave incendio d'ira. L'African, per urtarlo, il destrier drizza; ma non più Mandricardo si ritira, che scoglio far soglia da l'onde: e avvenne che 'l destrier cadde, ed egli in piè si tenne.
107
L'African che mancarsi il destrier sente, lascia le staffe e sugli arcion si ponta, e resta in piedi e sciolto agevolmente: così l'un l'altro poi di pari affronta. La pugna più che mai ribolle ardente, e l'odio e l'ira e la superbia monta: ed era per seguir; ma quivi giunse in fretta un messagger che gli disgiunse.
108
Vi giunse un messagger del popul Moro, di molti che per Francia eran mandati a richiamare agli stendardi loro i capitani e i cavallier privati; perché l'imperator dai gigli d'oro gli avea gli alloggiamenti già assediati; e se non è il soccorso a venir presto, l'eccidio suo conosce manifesto.
109
Riconobbe il messaggio i cavallieri, oltre all'insegne, oltre alle sopraveste, al girar de le spade, e ai colpi fieri ch'altre man non farebbeno che queste. Tra lor però non osa entrar, che speri che fra tant'ira sicurtà gli preste l'esser messo del re; né si conforta per dir ch'imbasciator pena non porta.
110
Ma viene a Doralice, ed a lei narra ch'Agramante, Marsilio e Stordilano, con pochi dentro a mal sicura sbarra sono assediati dal popul cristiano. Narrato il caso, con prieghi ne inarra che faccia il tutto ai duo guerrieri piano, e che gli accordi insieme, e per lo scampo del popul saracin li meni in campo.
111
Tra i cavallier la donna di gran core si mette, e dice loro: — Io vi comando, per quanto so che mi portate amore, che riserbiate a miglior uso il brando, e ne vegnate subito in favore del nostro campo saracino, quando si trova ora assediato ne le tende, e presto aiuto, o gran ruina attende. —
112
Indi il messo soggiunse il gran periglio dei Saracini, e narrò il fatto a pieno; e diede insieme lettere del figlio del re Troiano al figlio d'Ulieno. Si piglia finalmente per consiglio che i duo guerrier, deposto ogni veneno, facciano insieme triegua fin al giorno che sia tolto l'assedio ai Mori intorno;
113
e senza più dimora, come pria liberato d'assedio abbian lor gente, non s'intendano aver più compagnia, ma crudel guerra e inimicizia ardente, fin che con l'arme diffinito sia chi la donna aver de' meritamente. Quella, ne le cui man giurato fue, fece la sicurtà per amendue.
114
Quivi era la Discordia impaziente, inimica di pace e d'ogni triegua; e la Superbia v'è, che non consente né vuol patir che tale accordo segua. Ma più di lor può Amor quivi presente, di cui l'alto valor nessuno adegua; e fe' ch'indietro, a colpi di saette, e la Discordia e la Superbia stette.
115
Fu conclusa la triegua fra costoro sì come piacque a chi di lor potea. Vi mancava uno dei cavalli loro, che morto quel del Tartaro giacea: però vi venne a tempo Brigliadoro, che le fresche erbe lungo il rio pascea. Ma al fin del canto io mi trovo esser giunto; sì ch'io farò, con vostra grazia, punto.
CANTO VENTICINQUESIMO
1
Oh gran contrasto in giovenil pensiero, desir di laude ed impeto d'amore! né chi più vaglia, ancor si trova il vero; che resta or questo or quel superiore. Ne l'uno ebbe e ne l'altro cavalliero quivi gran forza il debito e l'onore; che l'amorosa lite s'intermesse, fin che soccorso il campo lor s'avesse.
2
Ma più ve l'ebbe Amor: che se non era che così commandò la donna loro, non si sciogliea quella battaglia fiera, che l'un n'avrebbe il triunfale alloro; ed Agramante invan con la sua schiera l'aiuto avria aspettato di costoro. Dunque Amor sempre rio non si ritrova: se spesso nuoce, anco talvolta giova.
3
Or l'uno e l'altro cavallier pagano, che tutti ha differiti i suoi litigi, va, per salvar l'esercito africano, con la donna gentil verso Parigi; e va con essi ancora il piccol nano che seguitò del Tartaro i vestigi, fin che con lui condotto a fronte a fronte avea quivi il geloso Rodomonte.
4
Capitaro in un prato ove a diletto erano cavallier sopra un ruscello, duo disarmati e duo ch'avean l'elmetto, e una donna con lor di viso bello. Chi fosser quelli, altrove vi fia detto; or no, che di Ruggier prima favello, del buon Ruggier di cui vi fu narrato che lo scudo nel pozzo avea gittato.
5
Non è dal pozzo ancor lontano un miglio, che venire un corrier vede in gran fretta, di quei che manda di Troiano il figlio ai cavallieri onde soccorso aspetta; dal qual ode che Carlo in tal periglio la gente saracina tien ristretta, che, se non è chi tosto le dia aita, tosto l'onor vi lascerà o la vita.
6
Fu da molti pensier ridutto in forse Ruggier, che tutti l'assaliro a un tratto; ma qual per lo miglior dovesse torse, né luogo avea né tempo a pensar atto. Lasciò andare il messaggio, e 'l freno torse là dove fu da quella donna tratto, ch'ad or ad or in modo egli affrettava, che nessun tempo d'indugiar le dava.
7
Quindi seguendo il camin preso, venne (già declinando il sole) ad una terra che 'l re Marsilio in mezzo Francia tenne, tolta di man di Carlo in quella guerra. Né al ponte né alla porta si ritenne, che non gli niega alcuno il passo o serra, ben ch'intorno al rastrello e in su le fosse gran quantità d'uomini e d'arme fosse.
8
Perch'era conosciuta da la gente quella donzella ch'avea in compagnia, fu lasciato passar liberamente, né domandato pure onde venìa. Giunse alla piazza, e di fuoco lucente, e piena la trovò di gente ria; e vide in mezzo star con viso smorto il giovine dannato ad esser morto.
9
Ruggier come gli alzò gli occhi nel viso, che chino a terra e lacrimoso stava, di veder Bradamante gli fu aviso, tanto il giovine a lei rassimigliava. Più dessa gli parea, quanto più fiso al volto e alla persona il riguardava; e fra sé disse: — O questa è Bradamante, o ch'io non son Ruggier com'era inante.
10
Per troppo ardir si sarà forse messa del garzon condennato alla difesa; e poi che mal la cosa l'è successa, ne sarà stata, come io veggo, presa. Deh perché tanta fretta, che con essa io non potei trovarmi a questa impresa? Ma Dio ringrazio che ci son venuto, ch'a tempo ancora io potrò darle aiuto. —
11
E sanza più indugiar la spada stringe (ch'avea all'altro castel rotta la lancia), e adosso il vulgo inerme il destrier spinge per lo petto, pei fianchi e per la pancia. Mena la spada a cerco, ed a chi cinge la fronte, a chi la gola, a chi la guancia. Fugge il popul gridando; e la gran frotta resta o sciancata o con la testa rotta.
12
Come stormo d'augei ch'in ripa a un stagno vola sicuro e a sua pastura attende, s'improviso dal ciel falcon grifagno gli dà nel mezzo ed un ne batte o prende, si sparge in fuga, ognun lascia il compagno, e de lo scampo suo cura si prende; così veduto avreste far costoro, tosto che 'l buon Ruggier diede fra loro.
13
A quattro o sei dai colli i capi netti levò Ruggier, ch'indi a fuggir fur lenti; ne divise altretanti infin ai petti, fin agli occhi infiniti e fin ai denti. Concederò che non trovasse elmetti, ma ben di ferro assai cuffie lucenti: e s'elmi fini anco vi fosser stati, così gli avrebbe, o poco men, tagliati.
14
La forza di Ruggier non era quale or si ritrovi in cavallier moderno, né in orso né in leon né in animale altro più fiero, o nostrale od esterno. Forse il tremuoto le sarebbe uguale, forse il Gran Diavol: non quel de lo 'nferno, ma quel del mio signor, che va col fuoco ch'a cielo e a terra e a mar si fa dar loco.
15
D'ogni suo colpo mai non cadea manco d'un uomo in terra, e le più volte un paio; e quattro a un colpo e cinque n'uccise anco, sì che si venne tosto al centinaio. Tagliava il brando che trasse dal fianco, come un tenero latte, il duro acciaio. Falerina, per dar morte ad Orlando, fe' nel giardin d'Orgagna il crudel brando.
16
Averlo fatto poi ben le rincrebbe, che 'l suo giardin disfar vide con esso. Che strazio dunque, che ruina debbe far or ch'in man di tal guerriero è messo? Se mai Ruggier furor, se mai forza ebbe, se mai fu l'alto suo valore espresso, qui l'ebbe, il pose qui, qui fu veduto, sperando dare alla sua donna aiuto.
17
Qual fa la lepre contra i cani sciolti, facea la turba contra lui riparo. Quei che restaro uccisi, furo molti; furo infiniti quei ch'in fuga andaro. Avea la donna intanto i lacci tolti, ch'ambe le mani al giovine legaro; e come poté meglio, presto armollo, gli diè una spada in mano e un scudo al collo.
18
Egli che molto è offeso, più che puote si cerca vendicar di quella gente: e quivi son sì le sue forze note, che riputar si fa prode e valente. Già avea attuffato le dorate ruote il Sol ne la marina d'occidente, quando Ruggier vittorioso e quello giovine seco uscir fuor del castello.
19
Quando il garzon sicuro de la vita con Ruggier si trovò fuor de le porte, gli rendé molta grazia ed infinita con gentil modi e con parole accorte, che non lo conoscendo, a dargli aita si fosse messo a rischio de la morte; e pregò che 'l suo nome gli dicesse, per sapere a chi tanto obligo avesse.
20
— Veggo (dicea Ruggier) la faccia bella e le belle fattezze e 'l bel sembiante, ma la suavità de la favella non odo già de la mia Bradamante; né la relazion di grazie è quella ch'ella usar debba al suo fedele amante. Ma se pur questa è Bradamante, or come ha sì tosto in oblio messo il mio nome? —
21
Per ben saperne il certo, accortamente Ruggier le disse: — Io v'ho veduto altrove; ed ho pensato e penso, e finalmente non so né posso ricordarmi dove. Ditemel voi, se vi ritorna a mente, e fate che 'l nome anco udir mi giove, acciò che saper possa a cui mia aita dal fuoco abbia salvata oggi la vita. —
22
— Che voi m'abbiate visto esser potria (rispose quel), che non so dove o quando: ben vo pel mondo anch'io la parte mia, strane aventure or qua or là cercando. Forse una mia sorella stata fia, che veste l'arme e porta al lato il brando; che nacque meco, e tanto mi somiglia, che non ne può discerner la famiglia.
23
Né primo né secondo né ben quarto sète di quei ch'errore in ciò preso hanno: né 'l padre né i fratelli né chi a un parto ci produsse ambi, scernere ci sanno. Gli è ver che questo crin raccorcio e sparto ch'io porto, come gli altri uomini fanno, ed il suo lungo e in treccia al capo avvolta, ci solea far già differenza molta:
24
ma poi ch'un giorno ella ferita fu nel capo (lungo saria a dirvi come), e per sanarla un servo di Iesù a mezza orecchia le tagliò le chiome, alcun segno tra noi non restò più di differenza, fuor che 'l sesso e 'l nome. Ricciardetto son io, Bradamante ella; io fratel di Rinaldo, essa sorella.
25
E se non v'increscesse l'ascoltarmi, cosa direi che vi faria stupire, la qual m'occorse per assimigliarmi a lei: gioia al principio e al fin martìre. — Ruggiero il qual più graziosi carmi, più dolce istoria non potrebbe udire, che dove alcun ricordo intervenisse de la sua donna, il pregò sì, che disse.
26
— Accadde a questi dì, che pei vicini boschi passando la sorella mia, ferita da uno stuol de Saracini che senza l'elmo la trovar per via, fu di scorciarsi astretta i lunghi crini, se sanar volse d'una piaga ria ch'avea con gran periglio ne la testa; e così scorcia errò per la foresta.
27
Errando giunse ad una ombrosa fonte; e perché afflitta e stanca ritrovosse, dal destrier scese e disarmò la fronte, e su le tenere erbe addormentosse. Io non credo che fabula si conte, che più di questa istoria bella fosse. Fiordispina di Spagna soprarriva, che per cacciar nel bosco ne veniva.
28
E quando ritrovò la mia sirocchia tutta coperta d'arme, eccetto il viso, ch'avea la spada in luogo di conocchia, le fu vedere un cavalliero aviso. La faccia e le viril fattezze adocchia tanto, che se ne sente il cor conquiso; la invita a caccia, e tra l'ombrose fronde lunge dagli altri al fin seco s'asconde.
29
Poi che l'ha seco in solitario loco dove non teme d'esser sopraggiunta, con atti e con parole a poco a poco le scopre il fisso cuor di grave punta. Con gli occhi ardenti e coi sospir di fuoco le mostra l'alma di disio consunta. Or si scolora in viso, or si raccende; tanto s'arrischia, ch'un bacio ne prende.
30
La mia sorella avea ben conosciuto che questa donna in cambio l'avea tolta: né dar poteale a quel bisogno aiuto, e si trovava in grande impaccio avvolta. — Gli è meglio (dicea seco) s'io rifiuto questa avuta di me credenza stolta e s'io mi mostro femina gentile, che lasciar riputarmi un uomo vile. —
31
E dicea il ver; ch'era viltade espressa, conveniente a un uom fatto di stucco, con cui sì bella donna fosse messa, piena di dolce e di nettareo succo, e tuttavia stesse a parlar con essa, tenendo basse l'ale come il cucco. Con modo accorto ella il parlar ridusse, che venne a dir come donzella fusse;
32
che gloria, qual già Ippolita e Camilla, cerca ne l'arme; e in Africa era nata in lito al mar ne la città d'Arzilla, a scudo e a lancia da fanciulla usata. Per questo non si smorza una scintilla del fuoco de la donna inamorata. Questo rimedio all'alta piaga è tardo: tant'avea Amor cacciato inanzi il dardo.
33
Per questo non le par men bello il viso, men bel lo sguardo e men belli i costumi; per ciò non torna il cor, che già diviso da lei, godea dentro gli amati lumi. Vedendola in quell'abito, l'è aviso che può far che 'l desir non la consumi; e quando, ch'ella è pur femina, pensa, sospira e piange e mostra doglia immensa.
34
Chi avesse il suo ramarico e 'l suo pianto quel giorno udito, avria pianto con lei. — Quai tormenti (dicea) furon mai tanto crudel, che più non sian crudeli i miei? D'ogn'altro amore, o scelerato o santo, il desiato fin sperar potrei; saprei partir la rosa da le spine: solo il mio desiderio è senza fine!
35
Se pur volevi, Amor, darmi tormento che t'increscesse il mio felice stato, d'alcun martìr dovevi star contento, che fosse ancor negli altri amanti usato. Né tra gli uomini mai né tra l'armento, che femina ami femina ho trovato: non par la donna all'altre donne bella, né a cervie cervia, né all'agnelle agnella.
36
In terra, in aria, in mar, sola son io che patisco da te sì duro scempio; e questo hai fatto acciò che l'error mio sia ne l'imperio tuo l'ultimo esempio. La moglie del re Nino ebbe disio, il figlio amando, scelerato ed empio, e Mirra il padre, e la Cretense il toro: ma gli è più folle il mio, ch'alcun dei loro.
37
La femina nel maschio fe' disegno, speronne il fine, ed ebbelo, come odo: Pasife ne la vacca entrò del legno, altre per altri mezzi e vario modo. Ma se volasse a me con ogni ingegno Dedalo, non potria scioglier quel nodo che fece il mastro troppo diligente, Natura d'ogni cosa più possente. —
38
Così si duole e si consuma ed ange la bella donna, e non s'accheta in fretta. Talor si batte il viso e il capel frange, e di sé contra sé cerca vendetta. La mia sorella per pietà ne piange, ed è a sentir di quel dolor costretta. Del folle e van disio si studia trarla, ma non fa alcun profitto, e invano parla.
39
Ella ch'aiuto cerca e non conforto, sempre più si lamenta e più si duole. Era del giorno il termine ormai corto, che rosseggiava in occidente il sole, ora oportuna da ritrarsi in porto a chi la notte al bosco star non vuole; quando la donna invitò Bradamante a questa terra sua poco distante.
40
Non le seppe negar la mia sorella: e così insieme ne vennero al loco, dove la turba scelerata e fella posto m'avria, se tu non v'eri, al fuoco. Fece là dentro Fiordispina bella la mia sirocchia accarezzar non poco: e rivestita di feminil gonna, conoscer fe' a ciascun ch'ella era donna.
41
Però che conoscendo che nessuno util traea da quel virile aspetto, non le parve anco di voler ch'alcuno biasmo di sé per questo fosse detto: féllo anco, acciò che 'l mal ch'avea da l'uno virile abito, errando, già concetto, ora con l'altro, discoprendo il vero, provassi di cacciar fuor del pensiero.
42
Commune il letto ebbon la notte insieme, ma molto differente ebbon riposo; che l'una dorme, e l'altra piange e geme che sempre il suo desir sia più focoso. E se 'l sonno talor gli occhi le preme, quel breve sonno è tutto imaginoso: le par veder che 'l ciel l'abbia concesso Bradamante cangiata in miglior sesso.
43
Come l'infermo acceso di gran sete, s'in quella ingorda voglia s'addormenta, nell'interrotta e turbida quiete, d'ogn'acqua che mai vide si ramenta; così a costei di far sue voglie liete l'imagine del sonno rappresenta. Si desta; e nel destar mette la mano, e ritrova pur sempre il sogno vano.
44
Quanti prieghi la notte, quanti voti, offerse al suo Macone e a tutti i dei, che con miracoli apparenti e noti mutassero in miglior sesso costei! ma tutti vede andar d'effetto voti, e forse ancora il ciel ridea di lei. Passa la notte; e Febo il capo biondo traea del mare, e dava luce al mondo.
45
Poi che 'l dì venne e che lasciaro il letto, a Fiordispina s'augumenta doglia; che Bradamante ha del partir già detto, ch'uscir di questo impaccio avea gran voglia. La gentil donna un ottimo ginetto in don da lei vuol che partendo toglia, guernito d'oro, ed una sopravesta che riccamente ha di sua man contesta.
46
Accompagnolla un pezzo Fiordispina, poi fe' piangendo al suo castel ritorno. La mia sorella sì ratto camina, che venne a Montalbano anco quel giorno. Noi suoi fratelli e la madre meschina tutti le siamo festeggiando intorno; che di lei non sentendo, avuto forte dubbio e tema avevàn de la sua morte.
47
Mirammo (al trar de l'elmo) al mozzo crine, ch'intorno al capo prima s'avolgea; così le sopraveste peregrine ne fer meravigliar, ch'indosso avea. Ed ella il tutto dal principio al fine narronne, come dianzi io vi dicea: come ferita fosse al bosco, e come lasciasse, per guarir, le belle chiome;
48
e come poi dormendo in ripa all'acque, la bella cacciatrice sopragiunse, a cui la falsa sua sembianza piacque; e come da la schiera la disgiunse. Del lamento di lei poi nulla tacque, che di pietade l'anima ci punse; e come alloggiò seco, e tutto quello che fece fin che ritornò al castello.
49
Di Fiordispina gran notizia ebb'io, ch'in Siragozza e già la vidi in Francia, e piacquer molto all'appetito mio i suoi begli occhi e la polita guancia: ma non lasciai fermarvisi il disio, che l'amar senza speme è sogno e ciancia. Or, quando in tal ampiezza mi si porge, l'antiqua fiamma subito risorge.
50
Di queste speme Amor ordisce i nodi, che d'altre fila ordir non li potea, onde mi piglia: e mostra insieme i modi che da la donna avrei quel ch'io chiedea. A succeder saran facil le frodi; che come spesso altri ingannato avea la simiglianza c'ho di mia sorella, forse anco ingannerà questa donzella.
51
Faccio o nol faccio? Al fin mi par che buono sempre cercar quel che diletti sia. Del mio pensier con altri non ragiono, né vo' ch'in ciò consiglio altri mi dia. Io vo la notte ove quell'arme sono che s'avea tratte la sorella mia: tolgole, e col destrier suo via camino, né sto aspettar che luca il matutino.
52
Io me ne vo la notte (Amore è duce) a ritrovar la bella Fiordispina; e v'arrivai che non era la luce del sole ascosa ancor ne la marina. Beato è chi correndo si conduce prima degli altri a dirlo alla regina, da lei sperando per l'annunzio buono acquistar grazia e riportarne dono.
53
Tutti m'aveano tolto così in fallo, com'hai tu fatto ancor, per Bradamante; tanto più che le vesti ebbi e 'l cavallo con che partita era ella il giorno inante. Vien Fiordispina di poco intervallo con feste incontra e con carezze tante, e con sì allegro viso e sì giocondo, che più gioia mostrar non potria al mondo.
54
Le belle braccia al collo indi mi getta, e dolcemente stringe, e bacia in bocca. Tu puoi pensar s'allora la saetta dirizzi Amor, s'in mezzo il cor mi tocca. Per man mi piglia, e in camera con fretta mi mena; e non ad altri, ch'a lei, tocca che da l'elmo allo spron l'arme mi slacci e nessun altro vuol che se n'impacci.
55
Poi fattasi arrecare una sua veste adorna e ricca, di sua man la spiega, e come io fossi femina, mi veste, e in reticella d'oro il crin mi lega. Io muovo gli occhi con maniere oneste, né ch'io sia donna alcun mio gesto niega. La voce ch'accusar mi potea forse, sì ben usai, ch'alcun non se n'accorse.
56
Uscimmo poi là dove erano molte persone in sala, e cavallieri e donne, dai quali fummo con l'onor raccolte, ch'alle regine fassi e gran madonne. Quivi d'alcuni mi risi io più volte, che non sappiendo ciò che sotto gonne si nascondesse valido e gagliardo, mi vagheggiavan con lascivo sguardo.
57
Poi che si fece la notte più grande, e già un pezzo la mensa era levata, la mensa, che fu d'ottime vivande, secondo la stagione, apparecchiata; non aspetta la donna ch'io domande quel che m'era cagion del venir stata: ella m'invita per sua cortesia, che quella notte a giacer seco io stia.
58
Poi che donne e donzelle ormai levate si furo, e paggi e camerieri intorno, essendo ambe nel letto dispogliate, coi torchi accesi che parea di giorno, io cominciai: — Non vi maravigliate, madonna, se sì tosto a voi ritorno; che forse v'andavate imaginando di non mi riveder fin Dio sa quando.
59
Dirò prima la causa del partire, poi del ritorno l'udirete ancora. Se 'l vostro ardor, madonna, intiepidire potuto avessi col mio far dimora, vivere in vostro servizio e morire voluto avrei, né starne senza un'ora; ma visto quanto il mio star vi nocessi, per non poter far meglio, andare elessi.
60
Fortuna mi tirò fuor del camino in mezzo un bosco d'intricati rami, dove odo un grido risonar vicino, come di donna che soccorso chiami. V'accorro, e sopra un lago cristallino ritrovo un fauno ch'avea preso agli ami in mezzo l'acqua una donzella nuda, e mangiarsi, il crudel, la volea cruda.
61
Colà mi trassi, e con la spada in mano (perch'aiutar non la potea altrimente) tolsi di vita il pescator villano: ella saltò ne l'acqua immantinente. — Non m'avrai (disse) dato aiuto invano: ben ne sarai premiato e riccamente quanto chieder saprai, perché son ninfa che vivo dentro a questa chiara linfa;
62
ed ho possanza far cose stupende, e sforzar gli elementi e la natura. Chiedi tu, quanto il mio valor s'estende, poi lascia a me di satisfarti cura. Dal ciel la luna al mio cantar discende, s'agghiaccia il fuoco, e l'aria si fa dura; ed ho talor con semplici parole mossa la terra, ed ho fermato il sole. —
63
Non le domando a questa offerta unire tesor, né dominar populi e terre, né in più virtù né in più vigor salire, né vincer con onor tutte le guerre; ma sol che qualche via donde il desire vostro s'adempia, mi schiuda e disserre: né più le domando un ch'un altro effetto, ma tutta al suo giudicio mi rimetto.
64
Ebbile a pena mia domanda esposta, ch'un'altra volta la vidi attuffata; né fece al mio parlare altra risposta, che di spruzzar vêr me l'acqua incantata: la qual non prima al viso mi s'accosta, ch'io (non so come) son tutta mutata. Io 'l veggo, io 'l sento, e a pena vero parmi: sento in maschio, di femina, mutarmi.
65
E se non fosse che senza dimora vi potete chiarir, nol credereste: e qual nell'altro sesso, in questo ancora ho le mie voglie ad ubbidirvi preste. Commandate lor pur, che fieno or ora e sempremai per voi vigile e deste. — Così le dissi; e feci ch'ella istessa trovò con man la veritade espressa.
66
Come interviene a chi già fuor di speme di cosa sia che nel pensier molt'abbia, che mentre più d'esserne privo geme, più se n'afflige e se ne strugge e arrabbia; se ben la trova poi, tanto gli preme l'aver gran tempo seminato in sabbia, e la disperazion l'ha sì male uso, che non crede a se stesso, e sta confuso:
67
così la donna, poi che tocca e vede quel di ch'avuto avea tanto desire, agli occhi, al tatto, a se stessa non crede, e sta dubbiosa ancor di non dormire; e buona prova bisognò a far fede, che sentia quel che le parea sentire. — Fa, Dio (disse ella), se son sogni questi, ch'io dorma sempre, e mai più non mi desti. —
68
Non rumor di tamburi o suon di trombe furon principio all'amoroso assalto, ma baci ch'imitavan le colombe, davan segno or di gire, or di fare alto. Usammo altr'arme che saette o frombe. Io senza scale in su la rocca salto e lo stendardo piantovi di botto, e la nimica mia mi caccio sotto.
69
Se fu quel letto la notte dinanti pien di sospiri e di querele gravi, non stette l'altra poi senza altretanti risi, feste, gioir, giochi soavi. Non con più nodi i flessuosi acanti le colonne circondano e le travi, di quelli con che noi legammo stretti e colli e fianchi e braccia e gambe e petti.
70
La cosa stava tacita fra noi, sì che durò il piacer per alcun mese: pur si trovò chi se n'accorse poi, tanto che con mio danno il re lo 'ntese. Voi che mi liberaste da quei suoi che ne la piazza avean le fiamme accese, comprendere oggimai potete il resto; ma Dio sa ben con che dolor ne resto. —
71
Così a Ruggier narrava Ricciardetto, e la notturna via facea men grave, salendo tuttavia verso un poggetto cinto di ripe e di pendici cave. Un erto calle e pien di sassi e stretto apria il camin con faticosa chiave. Sedea al sommo un castel detto Agrismonte, ch'ave' in guardia Aldigier di Chiaramonte.
72
Di Buovo era costui figliuol bastardo, fratel di Malagigi e di Viviano; chi legitimo dice di Gherardo, è testimonio temerario e vano. Fosse come si voglia, era gagliardo, prudente, liberal, cortese, umano; e facea quivi le fraterne mura la notte e il dì guardar con buona cura.
73
Raccolse il cavallier cortesemente, come dovea, il cugin suo Ricciardetto, ch'amò come fratello; e parimente fu ben visto Ruggier per suo rispetto. Ma non gli uscì già incontra allegramente, come era usato, anzi con tristo aspetto, perch'uno aviso il giorno avuto avea, che nel viso e nel cor mesto il facea.
74
A Ricciardetto in cambio di saluto disse: — Fratello, abbiàn nuova non buona. Per certissimo messo oggi ho saputo che Bertolagi iniquo di Baiona con Lanfusa crudel s'è convenuto, che preziose spoglie esso a lei dona, ed essa a lui pon nostri frati in mano, il tuo bon Malagigi e il tuo Viviano.
75
Ella dal dì che Ferraù li prese, gli ha ognor tenuti in loco oscuro e fello, fin che 'l brutto contratto e discortese n'ha fatto con costui di ch'io favello. Gli de' mandar domane al Maganzese nei confin tra Baiona e un suo castello. Verrà in persona egli a pagar la mancia che compra il miglior sangue che sia in Francia.
76
Rinaldo nostro n'ho avisato or ora, ed ho cacciato il messo di galoppo; ma non mi par ch'arrivar possa ad ora che non sia tarda, che 'l camino è troppo. Io non ho meco gente da uscir fuora: l'animo è pronto, ma il potere è zoppo. Se gli ha quel traditor, li fa morire: sì che non so che far, non so che dire. —
77
La dura nuova a Ricciardetto spiace, e perché spiace a lui, spiace a Ruggiero; che poi che questo e quel vede che tace, né tra' profitto alcun del suo pensiero, disse con grande ardir: — Datevi pace: sopra me quest'impresa tutta chero; e questa mia varrà per mille spade a riporvi i fratelli in libertade.
78
Io non voglio altra gente, altri sussidi, ch'io credo bastar solo a questo fatto; io vi domando solo un che mi guidi al luogo ove si dee fare il baratto. Io vi farò sin qui sentire i gridi di chi sarà presente al rio contratto. — Così dicea; né dicea cosa nuova all'un de' dui, che n'avea visto pruova.
79
L'altro non l'ascoltava, se non quanto s'ascolti un ch'assai parli e sappia poco: ma Ricciardetto gli narrò da canto come fu per costui tratto del fuoco; e ch'era certo che maggior del vanto faria veder l'effetto a tempo e a loco. Gli diede allor udienza più che prima, e riverillo, e fe' di lui gran stima.
80
Ed alla mensa, ove la Copia fuse il corno, l'onorò come suo donno. Quivi senz'altro aiuto si concluse che liberare i duo fratelli ponno. Intanto sopravenne e gli occhi chiuse ai signori e ai sergenti il pigro Sonno, fuor ch'a Ruggier; che, per tenerlo desto, gli punge il cor sempre un pensier molesto.
81
L'assedio d'Agramante ch'avea il giorno udito dal corrier, gli sta nel core. Ben vede ch'ogni minimo soggiorno che faccia d'aiutarlo, è suo disnore. Quanta gli sarà infamia, quanto scorno, se coi nemici va del suo signore! Oh come a gran viltade, a gran delitto, battezzandosi alor, gli sarà ascritto!
82
Potria in ogn'altro tempo esser creduto che vera religion l'avesse mosso; ma ora che bisogna col suo aiuto Agramante d'assedio esser riscosso, più tosto da ciascun sarà tenuto che timore e viltà l'abbia percosso, ch'alcuna opinion di miglior fede: questo il cor di Ruggier stimula e fiede.
83
Che s'abbia da partire anco lo punge senza licenza de la sua regina. Quando questo pensier, quando quel giunge, che 'l dubio cor diversamente inchina. Gli era l'aviso riuscito lunge di trovarla al castel di Fiordispina, dove insieme dovean, come ho già detto, in soccorso venir di Ricciardetto.
84
Poi gli sovien ch'egli le avea promesso di seco a Vallombrosa ritrovarsi. Pensa ch'andar v'abbi ella, e quivi d'esso che non vi trovi poi, maravigliarsi. Potesse almen mandar lettera o messo, sì ch'ella non avesse a lamentarsi che, oltre ch'egli mal le avea ubbidito, senza far motto ancor fosse partito.
85
Poi che più cose imaginate s'ebbe, pensa scriverle al fin quanto gli accada; e ben ch'egli non sappia come debbe la lettera inviar, sì che ben vada, non però vuol restar; che ben potrebbe alcun messo fedel trovar per strada. Più non s'indugia, e salta de le piume; si fa dar carta, inchiostro, penna e lume.
86
I camarier discreti ed aveduti arrecano a Ruggier ciò che commanda. Egli comincia a scrivere, e i saluti (come si suol) nei primi versi manda: poi narra degli avisi che venuti son dal suo re, ch'aiuto gli domanda; e se l'andata sua non è ben presta, o morto o in man degli nimici resta.
87
Poi seguita, ch'essendo a tal partito, e ch'a lui per aiuto si volgea, vedesse ella che 'l biasmo era infinito s'a quel punto negar gli lo volea; e ch'esso, a lei dovendo esser marito, guardarsi da ogni macchia si dovea; che non si convenia con lei, che tutta era sincera, alcuna cosa brutta.
88
E se mai per adietro un nome chiaro, ben oprando, cercò di guadagnarsi, e guadagnato poi, se avuto caro, se cercato l'avea di conservarsi; or lo cercava, e n'era fatto avaro, poi che dovea con lei participarsi, la qual sua moglie, e totalmente in dui corpi esser dovea un'anima con lui.
89
E sì come già a bocca le avea detto, le ridicea per questa carta ancora: finito il tempo in che per fede astretto era al suo re, quando non prima muora, che si farà cristian così d'effetto, come di buon voler stato era ogni ora; e ch'al padre e a Rinaldo e agli altri suoi per moglie domandar la farà poi.
90
— Voglio (le soggiungea), quando vi piaccia, l'assedio al mio signor levar d'intorno, acciò che l'ignorante vulgo taccia, il qual direbbe, a mia vergogna e scorno: Ruggier, mentre Agramante ebbe bonaccia, mai non l'abandonò notte né giorno; or che Fortuna per Carlo si piega, egli col vincitor l'insegna spiega.
91
Voglio quindici dì termine o venti, tanto che comparir possa una volta, sì che degli africani alloggiamenti la grave ossedion per me sia tolta. Intanto cercherò convenienti cagioni, e che sian giuste, di dar volta. Io vi domando per mio onor sol questo: tutto poi vostro è di mia vita il resto. —
92
In simili parole si diffuse Ruggier, che tutte non so dirvi a pieno; e seguì con molt'altre, e non concluse fin che non vide tutto il foglio pieno; e poi piegò la lettera e la chiuse, e suggellata se la pose in seno, con speme che gli occorra il dì seguente chi alla donna la dia secretamente.
93
Chiusa ch'ebbe la lettera, chiuse anco gli occhi sul letto, e ritrovò quiete; che 'l Sonno venne, e sparse il corpo stanco col ramo intinto nel liquor di Lete: e posò fin ch'un nembo rosso e bianco di fiori sparse le contrade liete del lucido oriente d'ogn'intorno, ed indi uscì de l'aureo albergo il giorno.
94
E poi ch'a salutar la nuova luce pei verdi rami incominciar gli augelli, Aldigier che voleva essere il duce di Ruggiero e de l'altro, e guidar quelli ove faccin che dati in mano al truce Bertolagi non siano i duo fratelli, fu 'l primo in piede; e quando sentir lui, del letto usciro anco quegli altri dui.
95
Poi che vestiti furo e bene armati, coi duo cugin Ruggier si mette in via, già molto indarno avendoli pregati che questa impresa a lui tutta si dia; ma essi, pel desir c'han de' lor frati, e perché lor parea discortesia, steron negando più duri che sassi, né consentiron mai che solo andassi.
96
Giunsero al loco il dì che si dovea Malagigi mutar nei carriaggi. Era un'ampla campagna che giacea tutta scoperta agli apollinei raggi. Quivi né allor né mirto si vedea, né cipressi né frassini né faggi, ma nuda ghiara, e qualche umil virgulto non mai da marra o mai da vomer culto.
97
I tre guerrieri arditi si fermaro dove un sentier fendea quella pianura; e giunger quivi un cavallier miraro, ch'avea d'oro fregiata l'armatura, e per insegna in campo verde il raro e bello augel che più d'un secol dura. Signor, non più, che giunto al fin mi veggio di questo canto, e riposarmi chieggio.
CANTO VENTISEIESIMO
1
Cortesi donne ebbe l'antiqua etade, che le virtù, non le ricchezze, amaro: al tempo nostro si ritrovan rade a cui, più del guadagno, altro sia caro. Ma quelle che per lor vera bontade non seguon de le più lo stile avaro, vivendo, degne son d'esser contente; gloriose e immortal poi che fian spente.
2
Degna d'eterna laude è Bradamante, che non amò tesor, non amò impero, ma la virtù, ma l'animo prestante, ma l'alta gentilezza di Ruggiero; e meritò che ben le fosse amante un così valoroso cavalliero, e per piacere a lei facesse cose nei secoli avenir miracolose.
3
Ruggier, come di sopra vi fu detto, coi duo di Chiaramonte era venuto, dico con Aldigier, con Ricciardetto, per dare ai duo fratei prigioni aiuto. Vi dissi ancor che di superbo aspetto venire un cavalliero avean veduto, che portava l'augel che si rinuova, e sempre unico al mondo si ritrova.
4
Come di questi il cavallier s'accorse, che stavan per ferir quivi su l'ale, in prova disegnò di voler porse, s'alla sembianza avean virtude uguale. — È di voi (disse loro) alcuno forse che provar voglia chi di noi più vale a' colpi o de la lancia o de la spada, fin che l'un resti in sella e l'altro cada? —
5
— Farei (disse Aldigier) teco, o volessi menar la spada a cerco, o correr l'asta; ma un'altra impresa che, se qui tu stessi, veder potresti, questa in modo guasta, ch'a parlar teco, non che ci traessi a correr giostra, a pena tempo basta: seicento uomini al varco, o più, attendiamo, coi qua' d'oggi provarci obligo abbiamo.
6
Per tor lor duo de' nostri che prigioni quinci trarran, pietade e amor n'ha mosso. — E seguitò narrando le cagioni che li fece venir con l'arme indosso. — Sì giusta è questa escusa che m'opponi (disse il guerrier), che contradir non posso; e fo certo giudicio che voi siate tre cavallier che pochi pari abbiate.
7
Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme, per veder quanto fosse il valor vostro; ma quando all'altrui spese dimostrarme lo vogliate, mi basta, e più non giostro. Vi priego ben, che por con le vostr'arme quest'elmo io possa e questo scudo nostro; e spero dimostrar, se con voi vegno, che di tal compagnia non sono indegno. —
8
Parmi veder ch'alcun saper desia il nome di costui, che quivi giunto a Ruggiero e a' compagni si offeria compagno d'arme al periglioso punto. Costei (non più costui detto vi sia) era Marfisa che diede l'assunto al misero Zerbin de la ribalda vecchia Gabrina ad ogni mal sì calda.
9
I duo di Chiaramonte e il buon Ruggiero l'accettar volentier ne la lor schiera, ch'esser credeano certo un cavalliero, e non donzella, e non quella ch'ella era. Non molto dopo scoperse Aldigiero e veder fe' ai compagni una bandiera che facea l'aura tremolare in volta, e molta gente intorno avea raccolta.
10
E poi che più lor fur fatti vicini, e che meglio notar l'abito moro, conobbero che gli eran Saracini, e videro i prigioni in mezzo a loro legati e tratti su piccol ronzini a' Maganzesi, per cambiarli in oro. Disse Marfisa agli altri: — Ora che resta, poi che son qui, di cominciar la festa? —
11
Ruggier rispose: — Gl'invitati ancora non ci son tutti, e manca una gran parte. Gran ballo s'apparecchia di fare ora; e perché sia solenne, usiamo ogn'arte: ma far non ponno omai lunga dimora. — Così dicendo, veggono in disparte venire i traditori di Maganza: sì ch'eran presso a cominciar la danza.
12
Giungean da l'una parte i Maganzesi, e conducean con loro i muli carchi d'oro e di vesti e d'altri ricchi arnesi; da l'altra in mezzo a lance, spade ed archi, venian dolenti i duo germani presi, che si vedeano essere attesi ai varchi: e Bertolagi, empio inimico loro, udian parlar col capitano Moro.
13
Né di Buovo il figliuol né quel d'Amone, veduto il Maganzese, indugiar puote: la lancia in resta l'uno e l'altro pone, e l'uno e l'altro il traditor percuote. L'un gli passa la pancia e 'l primo arcione, e l'altro il viso per mezzo le gote. Così n'andasser pur tutti i malvagi, come a quei colpi n'andò Bertolagi.
14
Marfisa con Ruggiero a questo segno si muove, e non aspetta altra trombetta; né prima rompe l'arrestato legno, che tre, l'un dopo l'altro, in terra getta. De l'asta di Ruggier fu il pagan degno, che guidò gli altri, e uscì di vita in fretta; e per quella medesima con lui uno ed un altro andò nei regni bui.
15
Di qui nacque un error tra gli assaliti, che lor causò lor ultima ruina. Da un lato i Maganzesi esser traditi credeansi da la squadra saracina; da l'altro i Mori in tal modo feriti, l'altra schiera chiamavano assassina: e tra lor cominciar con fiera clade a tirare archi e a menar lance e spade.
16
Salta ora in questa squadra ed ora in quella Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti: altritanti per man de la donzella di qua e di là ne son scemati e spenti. Tanti si veggon gir morti di sella, quanti ne toccan le spade taglienti, a cui dan gli elmi e le corazze loco, come nel bosco i secchi legni al fuoco.
17
Se mai d'aver veduto vi raccorda, o rapportato v'ha fama all'orecchie, come, allor che 'l collegio si discorda, e vansi in aria a far guerra le pecchie, entri fra lor la rondinella ingorda, e mangi e uccida e guastine parecchie; dovete imaginar che similmente Ruggier fosse e Marfisa in quella gente.
18
Non così Ricciardetto e il suo cugino tra le due genti variavan danza, perché, lasciando il campo saracino, sol tenean l'occhio all'altro di Maganza. Il fratel di Rinaldo paladino con molto animo avea molta possanza, e quivi raddoppiar glie la facea l'odio che contra ai Maganzesi avea.
19
Facea parer questa medesma causa un leon fiero il bastardo di Buovo, che con la spada senza indugio e pausa fende ogn'elmo, o lo schiaccia come un ovo. E qual persona non saria stata ausa, non saria comparita un Ettor nuovo, Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero, ch'eran la scelta e 'l fior d'ogni guerriero?
20
Marfisa tuttavolta combattendo, spesso ai compagni gli occhi rivoltava; e di lor forza paragon vedendo, con maraviglia tutti li lodava: ma di Ruggier pur il valor stupendo e senza pari al mondo le sembrava; e talor si credea che fosse Marte sceso dal quinto cielo in quella parte.
21
Mirava quelle orribili percosse, miravale non mai calare in fallo: parea che contra Balisarda fosse il ferro carta e non duro metallo. Gli elmi tagliava e le corazze grosse, e gli uomini fendea fin sul cavallo, e li mandava in parte uguali al prato, tanto da l'un quanto da l'altro lato.
22
Continuando la medesma botta, uccidea col signore il cavallo anche. I capi dalle spalle alzava in frotta, e spesso i busti dipartia da l'anche. Cinque e più a un colpo ne tagliò talotta: e se non che pur dubito che manche credenza al ver c'ha faccia di menzogna, di più direi; ma di men dir bisogna.
23
Il buon Turpin, che sa che dice il vero, e lascia creder poi quel ch'a l'uom piace, narra mirabil cose di Ruggiero, ch'udendolo, il direste voi mendace. Così parea di ghiaccio ogni guerriero contra Marfisa, ed ella ardente face; e non men di Ruggier gli occhi a sé trasse, ch'ella di lui l'alto valor mirasse.
24
E s'ella lui Marte stimato avea, stimato egli avria lei forse Bellona, se per donna così la conoscea, come parea il contrario alla persona. E forse emulazion tra lor nascea per quella gente misera, non buona, ne la cui carne e sangue e nervi ed ossa fan prova chi di loro abbia più possa.
25
Bastò di quattro l'animo e il valore a far ch'un campo e l'altro andasse rotto. Non restava arme, a chi fuggia, migliore che quella che si porta più di sotto. Beato chi il cavallo ha corridore, ch'in prezzo non è quivi ambio né trotto; e chi non ha destrier, quivi s'avede, quanto il mestier de l'arme è tristo a piede.
26
Riman la preda e 'l campo ai vincitori che non è fante o mulatier che resti. Là Maganzesi, e qua fuggono i Mori: quei lasciano i prigion, le some questi. Furon, con lieti visi e più coi cori, Malagigi e Viviano a scioglier presti; non fur men diligenti a sciorre i paggi, e por le some in terra e i carriaggi.
27
Oltre una buona quantità d'argento ch'in diverse vasella era formato, ed alcun muliebre vestimento di lavoro bellissimo fregiato, e per stanze reali un paramento d'oro e di seta in Fiandra lavorato, ed altre cose ricche in copia grande; fiaschi di vin trovar, pane e vivande.
28
Al trar degli elmi, tutti vider come avea lor dato aiuto una donzella: fu conosciuta all'auree crespe chiome ed alla faccia delicata e bella. L'onoran molto, e pregano che 'l nome di gloria degno non asconda; ed ella, che sempre tra gli amici era cortese, a dar di sé notizia non contese.
29
Non si ponno saziar di riguardarla; che tal vista l'avean ne la battaglia. Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla: altri non prezza, altri non par che vaglia. Vengono i servi intanto ad invitarla coi compagni a goder la vettovaglia, ch'apparecchiata avean sopra una fonte che difendea dal raggio estivo un monte.
30
Era una de le fonti di Merlino, de le quattro di Francia da lui fatte, d'intorno cinta di bel marmo fino, lucido e terso, e bianco più che latte. Quivi d'intaglio con lavor divino avea Merlino imagini ritratte: direste che spiravano, e, se prive non fossero di voce, ch'eran vive.
31
Quivi una bestia uscir de la foresta parea, di crudel vista, odiosa e brutta, ch'avea l'orecchie d'asino, e la testa di lupo e i denti, e per gran fame asciutta; branche avea di leon; l'altro che resta, tutto era volpe: e parea scorrer tutta e Francia e Italia e Spagna ed Inghelterra, l'Europa e l'Asia, e al fin tutta la terra.
32
Per tutto avea genti ferite e morte, la bassa plebe e i più superbi capi: anzi nuocer parea molto più forte a re, a signori, a principi, a satrapi. Peggio facea ne la romana corte, che v'avea uccisi cardinali e papi: contaminato avea la bella sede di Pietro e messo scandol ne la fede.
33
Par che dinanzi a questa bestia orrenda cada ogni muro, ogni ripar che tocca. Non si vede città che si difenda: se l'apre incontra ogni castello e rocca. Par che agli onor divini anco s'estenda, e sia adorata da la gente sciocca, e che le chiavi s'arroghi d'avere del cielo e de l'abisso in suo potere.
34
Poi si vedea d'imperiale alloro cinto le chiome un cavallier venire con tre giovini a par, che i gigli d'oro tessuti avean nel lor real vestire; e, con insegna simile, con loro parea un leon contra quel mostro uscire: avean lor nomi chi sopra la testa, e chi nel lembo scritto de la vesta.
35
L'un ch'avea fin a l'elsa ne la pancia la spada immersa alla maligna fera, Francesco primo, avea scritto, di Francia; Massimigliano d'Austria a par seco era; e Carlo quinto imperator, di lancia avea passato il mostro alla gorgiera; e l'altro, che di stral gli fige il petto, l'ottavo Enrigo d'Inghilterra è detto.
36
Decimo ha quel Leon scritto sul dosso, ch'al brutto mostro i denti ha ne l'orecchi; e tanto l'ha già travagliato e scosso, che vi sono arrivati altri parecchi. Parea del mondo ogni timor rimosso; ed in emenda degli errori vecchi nobil gente accorrea, non però molta, onde alla belva era la vita tolta.
37
I cavallieri stavano e Marfisa con desiderio di conoscer questi per le cui mani era la bestia uccisa, che fatti avea tanti luoghi atri e mesti. Avenga che la pietra fosse incisa dei nomi lor, non eran manifesti. Si pregavan tra lor, che se sapesse l'istoria alcuno, agli altri la dicesse.
38
Voltò Viviano a Malagigi gli occhi, che stava a udire, e non facea lor motto: — A te (disse) narrar l'istoria tocchi, ch'esser ne déi, per quel ch'io vegga, dotto. Chi son costor che con saette e stocchi e lance a morte han l'animal condotto? — Rispose Malagigi: — Non è istoria di ch'abbia autor fin qui fatto memoria.
39
Sappiate che costor che qui scritto hanno nel marmo i nomi, al mondo mai non furo; ma fra settecento anni vi saranno, con grande onor del secolo futuro. Merlino, il savio incantator britanno, fe' far la fonte al tempo del re Arturo; e di cose ch'al mondo hanno a venire, la fe' da buoni artefici scolpire.
40
Questa bestia crudele uscì del fondo de lo 'nferno a quel tempo che fur fatti alle campagne i termini, e fu il pondo trovato e la misura, e scritti i patti. Ma non andò a principio in tutto 'l mondo: di sé lasciò molti paesi intatti. Al tempo nostro in molti lochi sturba; ma i populari offende e la vil turba.
41
Dal suo principio infin al secol nostro sempre è cresciuto, e sempre andrà crescendo: sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro il maggior che mai fosse e lo più orrendo. Quel Fiton che per carte e per inchiostro s'ode che fu sì orribile e stupendo, alla metà di questo non fu tutto, né tanto abominevol né sì brutto.
42
Farà strage crudel, né sarà loco che non guasti, contamini ed infetti: e quanto mostra la scultura, è poco de' suoi nefandi e abominosi effetti. Al mondo, di gridar mercé già roco, questi, dei quali i nomi abbiamo letti, che chiari splenderan più che piropo, verranno a dare aiuto al maggior uopo.
43
Alla fera crudele il più molesto non sarà di Francesco il re de' Franchi: e ben convien che molti ecceda in questo, e nessun prima e pochi n'abbia a' fianchi; quando in splendor real, quando nel resto di virtù farà molti parer manchi, che già parver compiuti; come cede tosto ogn'altro splendor, che 'l sol si vede.
44
L'anno primier del fortunato regno, non ferma ancor ben la corona in fronte, passerà l'Alpe, e romperà il disegno di chi all'incontro avrà occupato il monte, da giusto spinto e generoso sdegno, che vendicate ancor non sieno l'onte che dal furor da paschi e mandre uscito l'esercito di Francia avrà patito.
45
E quindi scenderà nel ricco piano di Lombardia, col fior di Francia intorno, e sì l'Elvezio spezzerà, ch'invano farà mai più pensier d'alzare il corno. Con grande e de la Chiesa e de l'ispano campo e del fiorentin vergogna e scorno espugnerà il castel che prima stato sarà non espugnabile stimato.
46
Sopra ogn'altr'arme, ad espugnarlo, molto più gli varrà quella onorata spada con la qual prima avrà di vita tolto il mostro corruttor d'ogni contrada. Convien ch'inanzi a quella sia rivolto in fuga ogni stendardo, o a terra vada; né fossa, né ripar, né grosse mura possan da lei tener città sicura.
47
Questo principe avrà quanta eccellenza aver felice imperator mai debbia: l'animo del gran Cesar, la prudenza di chi mostrolla a Transimeno e a Trebbia, con la fortuna d'Alessandro, senza cui saria fumo ogni disegno, e nebbia. Sarà sì liberal, ch'io lo contemplo qui non aver né paragon né esemplo. —
48
Così diceva Malagigi, e messe desire a' cavallier d'aver contezza del nome d'alcun altro ch'uccidesse l'infernal bestia, uccider gli altri avezza. Quivi un Bernardo tra' primi si lesse, che Merlin molto nel suo scritto apprezza. — Fia nota per costui (dicea) Bibiena, quanto Fiorenza sua vicina e Siena. —
49
Non mette piede inanzi ivi persona a Sismondo, a Giovanni, a Ludovico: un Gonzaga, un Salviati, un d'Aragona, ciascuno al brutto mostro aspro nimico. V'è Francesco Gonzaga, né abandona le sue vestigie il figlio Federico; ed ha il cognato e il genero vicino, quel di Ferrara, e quel duca d'Urbino.
50
De l'un di questi il figlio Guidobaldo non vuol che 'l padre o ch'altri a dietro il metta. Con Otobon dal Flisco, Sinibaldo caccia la fera, e van di pari in fretta. Luigi da Gazolo il ferro caldo fatto nel collo le ha d'una saetta, che con l'arco gli diè Febo, quando anco Marte la spada sua gli messe al fianco.
51
Duo Erculi, duo Ippoliti da Este, un altro Ercule, un altro Ippolito anco, da Gonzaga, de' Medici, le peste seguon del mostro, e l'han, cacciando, stanco. Né Giuliano al figliuol, né par che reste Ferrante al fratel dietro; né che manco Andrea Doria sia pronto; né che lassi Francesco Sforza, ch'ivi uomo lo passi.
52
Del generoso, illustre e chiaro sangue d'Avalo vi son dui ch'han per insegna lo scoglio, che dal capo ai piedi d'angue par che l'empio Tifeo sotto si tegna. Non è di questi duo, per fare esangue l'orribil mostro, che più inanzi vegna: l'uno Francesco di Pescara invitto, l'altro Alfonso del Vasto ai piedi ha scritto.
53
Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato, l'ispano onor, ch'in tanto pregio v'era, che fu da Malagigi sì lodato, che pochi il pareggiar di quella schiera? Guglielmo si vedea di Monferrato fra quei che morto avean la brutta fera; ed eran pochi verso gl'infiniti ch'ella v'avea chi morti e chi feriti.
54
In giuochi onesti e parlamenti lieti, dopo mangiar, spesero il caldo giorno, corcati su finissimi tapeti tra gli arbuscelli ond'era il rivo adorno. Malagigi e Vivian, perché quieti più fosser gli altri, tenean l'arme intorno; quando una donna senza compagnia vider, che verso lor ratto venìa.
55
Questa era quella Ippalca a cui fu tolto Frontino, il bon destrier, da Rodomonte. L'avea il dì inanzi ella seguito molto, pregandolo ora, ora dicendogli onte; ma non giovando, avea il camin rivolto per ritrovar Ruggiero in Agrismonte. Tra via le fu (non so già come) detto che quivi il troveria con Ricciardetto.
56
E perché il luogo ben sapea (che v'era stata altre volte), se ne venne al dritto alla fontana; ed in quella maniera ve lo trovò, ch'io v'ho di sopra scritto. Ma come buona e cauta messaggera che sa meglio esequir che non l'è ditto, quando vide il fratel di Bradamante, non conoscer Ruggier fece sembiante.
57
A Ricciardetto tutta rivoltosse, sì come drittamente a lui venisse; e quel che la conobbe, se le mosse incontra, e domandò dove ne gisse. Ella ch'ancora avea le luci rosse del pianger lungo, sospirando disse; ma disse forte, acciò che fosse espresso a Ruggiero il suo dir, che gli era presso.
58
— Mi traea dietro (disse) per la briglia, come imposto m'avea la tua sorella, un bel cavallo e buono a maraviglia, ch'ella molto ama e che Frontino appella; e l'avea tratto più di trenta miglia verso Marsilia, ove venir debbe ella fra pochi giorni, e dove ella mi disse ch'io l'aspettassi fin che vi venisse.
59
Era sì baldanzoso il creder mio, ch'io non stimava alcun di cor sì saldo, che me l'avesse a tor, dicendogli io ch'era de la sorella di Rinaldo. Ma vano il mio disegno ieri m'uscìo, che me lo tolse un Saracin ribaldo; né per udir di chi Frontino fusse, a volermelo rendere s'indusse.
60
Tutto ieri ed oggi l'ho pregato; e quando ho visto uscir prieghi e minacce invano, maledicendol molto e bestemmiando, l'ho lasciato di qui poco lontano, dove il cavallo e sé molto affannando, s'aiuta, quanto può, con l'arme in mano contra un guerrier ch'in tal travaglio il mette, che spero ch'abbia a far le mie vendette. —
61
Ruggiero a quel parlar salito in piede, ch'avea potuto a pena il tutto udire, si volta a Ricciardetto, e per mercede e premio e guidardon del ben servire (prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede che con la donna solo il lasci gire tanto che 'l Saracin gli sia mostrato, ch'a lei di mano ha il buon destrier levato.
62
A Ricciardetto, ancor che discortese il concedere altrui troppo paresse di terminar le a sé debite imprese, al voler di Ruggier pur si rimesse: e quel licenza dai compagni prese, e con Ippalca a ritornar si messe, lasciando a quei che rimanean, stupore, con maraviglia pur del suo valore.
63
Poi che dagli altri allontanato alquanto Ippalca l'ebbe, gli narrò ch'ad esso era mandata da colei che tanto avea nel core il suo valore impresso; e senza finger più, seguitò quanto la sua donna al partir le avea commesso, e che se dianzi avea altrimente detto, per la presenza fu di Ricciardetto.
64
Disse, che chi le avea tolto il destriero, ancor detto l'avea con molto orgoglio: — Perché so che 'l cavallo è di Ruggiero, più volontier per questo te lo toglio. S'egli di racquistarlo avrà pensiero, fagli saper (ch'asconder non gli voglio) ch'io son quel Rodomonte il cui valore mostra per tutto 'l mondo il suo splendore. —
65
Ascoltando, Ruggier mostra nel volto, di quanto sdegno acceso il cor gli sia, sì perché caro avria Frontino molto, sì perché venìa il dono onde venìa sì perché in suo dispregio gli par tolto; vede che biasmo e disonor gli fia, se torlo a Rodomonte non s'affretta, e sopra lui non fa degna vendetta.
66
La donna Ruggier guida, e non soggiorna, che por lo brama col Pagano a fronte; e giunge ove la strada fa dua corna: l'un va giù al piano, e l'altro va su al monte; e questo e quel ne la vallea ritorna, dov'ella avea lasciato Rodomonte. Aspra, ma breve era la via del colle; l'altra più lunga assai, ma piana e molle.
67
Il desiderio che conduce Ippalca d'aver Frontino e vendicar l'oltraggio, fa che 'l sentier de la montagna calca, onde molto più corto era il viaggio. Per l'altra intanto il re d'Algier cavalca col Tartaro e cogli altri che detto aggio; e giù nel pian la via più facil tiene, né con Ruggier ad incontrar si viene.
68
Già son le lor querele differite fin che soccorso ad Agramante sia (questo sapete); ed han d'ogni lor lite la cagion, Doralice, in compagnia. Ora il successo de l'istoria udite. Alla fontana è la lor dritta via, ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto, Malagigi e Vivian stanno a diletto.
69
Marfisa a' prieghi de' compagni avea veste da donna ed ornamenti presi, di quelli ch'a Lanfusa si credea mandare il traditor de' Maganzesi; e ben che veder raro si solea senza l'osbergo e gli altri buoni arnesi, pur quel dì se li trasse; e come donna, a' prieghi lor lasciò vedersi in gonna.
70
Tosto che vede il Tartaro Marfisa, per la credenza c'ha di guadagnarla, in ricompensa e in cambio ugual s'avisa di Doralice, a Rodomonte darla; sì come Amor si regga a questa guisa, che vender la sua donna o permutarla possa l'amante, né a ragion s'attrista, se quando una ne perde, una n'acquista.
71
Per dunque provedergli di donzella, acciò per sé quest'altra si ritegna, Marfisa, che gli par leggiadra e bella, e d'ogni cavallier femina degna, come abbia ad aver questa, come quella, subito cara, a lui donar disegna; e tutti i cavallier che con lei vede, a giostra seco ed a battaglia chiede.
72
Malagigi e Vivian, che l'arme aveano come per guardia e sicurtà del resto, si mossero dal luogo ove sedeano, l'un come l'altro alla battaglia presto, perché giostrar con amenduo credeano; ma l'African che non venìa per questo, non ne fe' segno o movimento alcuno: sì che la giostra restò lor contra uno.
73
Viviano è il primo, e con gran cor si muove, e nel venire abbassa un'asta grossa: e 'l re pagan da le famose pruove da l'altra parte vien con maggior possa. Dirizza l'uno e l'altro, e segna dove crede meglio fermar l'aspra percossa. Viviano indarno a l'elmo il pagan fere; che non lo fa piegar, non che cadere.
74
Il re pagan, ch'avea più l'asta dura, fe' lo scudo a Vivian parer di ghiaccio; e fuor di sella in mezzo alla verdura, all'erbe e ai fiori il fe' cadere in braccio. Vien Malagigi, e ponsi in aventura di vendicare il suo fratello avaccio; ma poi d'andargli appresso ebbe tal fretta, che gli fe' compagnia più che vendetta.
75
L'altro fratel fu prima del cugino coll'arme indosso, e sul destrier salito; e disfidato contra il Saracino venne a scontrarlo a tutta briglia ardito. Risonò il colpo in mezzo a l'elmo fino di quel pagan sotto la vista un dito: volò al ciel l'asta in quattro tronchi rotta; ma non mosse il pagan per quella botta.
76
Il pagan ferì lui dal lato manco; e perché il colpo fu con troppa forza, poco lo scudo, e la corazza manco gli valse, che s'aprir come una scorza. Passò il ferro crudel l'omero bianco: piegò Aldigier ferito a poggia e ad orza; tra fiori ed erbe al fin si vide avolto, rosso su l'arme, e pallido nel volto.
77
Con molto ardir vien Ricciardetto appresso; e nel venire arresta sì gran lancia, che mostra ben, come ha mostrato spesso, che degnamente è paladin di Francia: ed al pagan ne facea segno espresso, se fosse stato pari alla bilancia; ma sozzopra n'andò, perché il cavallo gli cadde adosso, e non già per suo fallo.
78
Poi ch'altro cavallier non si dimostra, ch'al pagan per giostrar volti la fronte, pensa aver guadagnato de la giostra la donna, e venne a lei presso alla fonte; e disse: — Damigella, sète nostra, s'altri non è per voi ch'in sella monte. Nol potete negar, né farne iscusa; che di ragion di guerra così s'usa. —
79
Marfisa, alzando con un viso altiero la faccia, disse: — Il tuo parer molto erra. Io ti concedo che diresti il vero, ch'io sarei tua per la ragion di guerra, quando mio signor fosse o cavalliero alcun di questi ch'hai gittato in terra. Io sua non son, né d'altri son che mia: dunque me tolga a me chi mi desia.
80
So scudo e lancia adoperare anch'io, e più d'un cavalliero in terra ho posto. — — Datemi l'arme, disse, e il destrier mio, — agli scudier che l'ubbidiron tosto. Trasse la gonna, ed in farsetto uscìo; e le belle fattezze e il ben disposto corpo mostrò, ch'in ciascuna sua parte, fuor che nel viso, assimigliava a Marte.
81
Poi che fu armata, la spada si cinse e sul destrier montò d'un leggier salto; e qua e là tre volte e più lo spinse, e quinci e quindi fe' girare in alto; e poi, sfidando il Saracino, strinse la grossa lancia e cominciò l'assalto. Tal nel campo troian Pentesilea contra il tessalo Achille esser dovea.
82
Le lance infin al calce si fiaccaro a quel superbo scontro, come vetro; né pero chi le corsero, piegaro, che si notasse, un dito solo a dietro. Marfisa che volea conoscer chiaro s'a più stretta battaglia simil metro le serverebbe contra il fier pagano, se gli rivolse con la spada in mano.
83
Bestemmiò il cielo e gli elementi il crudo pagan, poi che restar la vide in sella: ella, che gli pensò romper lo scudo, non men sdegnosa contra il ciel favella. Già l'uno e l'altro ha in mano il ferro nudo e su le fatal arme si martella: l'arme fatali han parimente intorno, che mai non bisognar più di quel giorno.
84
Sì buona è quella piastra e quella maglia, che spada o lancia non le taglia o fora; sì che potea seguir l'aspra battaglia tutto quel giorno e l'altro appresso ancora. Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia, e riprende il rival de la dimora, dicendo: — Se battaglia pur far vuoi, finiàn la cominciata oggi fra noi.
85
Facemmo, come sai, triegua con patto di dar soccorso alla milizia nostra. Non debbiàn, prima che sia questo fatto, incominciare altra battaglia o giostra. — Indi a Marfisa, riverente in atto si volta, e quel messaggio le dimostra; e le racconta come era venuto a chieder lor per Agramante aiuto.
86
La priega poi che le piaccia non solo lasciar quella battaglia o differire, ma che voglia in aiuto del figliuolo del re Troian con essi lor venire; onde la fama sua con maggior volo potrà far meglio infin al ciel salire, che, per querela di poco momento, dando a tanto disegno impedimento.
87
Marfisa, che fu sempre disiosa di provar quei di Carlo a spada e a lancia, né l'avea indotta a venire altra cosa di sì lontana regione in Francia, se non per esser certa se famosa lor nominanza era per vero o ciancia, tosto d'andar con lor partito prese, che d'Agramante il gran bisogno intese.
88
Ruggiero in questo mezzo avea seguito indarno Ippalca per la via del monte; e trovò, giunto al loco, che partito per altra via se n'era Rodomonte: e pensando che lungi non era ito, e che 'l sentier tenea dritto alla fonte, trottando in fretta dietro gli venìa per l'orme ch'eran fresche in su la via.
89
Volse che Ippalca a Montalban pigliasse la via, ch'una giornata era vicino; perché s'alla fontana ritornasse, si torria troppo dal dritto camino. E disse a lei, che già non dubitasse che non s'avesse a ricovrar Frontino: ben le farebbe a Montalbano, o dove ella si trovi, udir tosto le nuove.
90
E le diede la lettera che scrisse in Agrismonte, e che si portò in seno; e molte cose a bocca anco le disse, e la pregò che l'escusasse a pieno. Ne la memoria Ippalca il tutto fisse, prese licenza e voltò il palafreno; e non cessò la buona messaggera, ch'in Montalban si ritrovò la sera.
91
Seguia Ruggiero in fretta il Saracino per l'orme ch'apparian ne la via piana, ma non lo giunse prima che vicino con Mandricardo il vide alla fontana. Già promesso s'avean che per camino l'un non farebbe all'altro cosa strana, né fin ch'al campo si fosse soccorso, a cui Carlo era appresso a porre il morso.
92
Quivi giunto Ruggier, Frontin conobbe, e conobbe per lui chi adosso gli era; e su la lancia fe' le spalle gobbe, e sfidò l'African con voce altiera. Rodomonte quel dì fe' più che Iobbe, poi che domò la sua superbia fiera; e ricusò la pugna ch'avea usanza di sempre egli cercar con ogni istanza.
93
Il primo giorno e l'ultimo, che pugna mai ricusasse il re d'Algier, fu questo; ma tanto il desiderio che si giugna, in soccorso al suo re gli pare onesto, che se credesse aver Ruggier ne l'ugna più che mai lepre il pardo isnello e presto, non se vorria fermar tanto con lui, che fêsse un colpo de la spada o dui.
94
Aggiungi che sapea ch'era Ruggiero che seco per Frontin facea battaglia, tanto famoso, ch'altro cavalliero non è ch'a par di lui di gloria saglia, l'uom che bramato ha di saper per vero esperimento quanto in arme vaglia; e pur non vuol seco accettar l'impresa: tanto l'assedio del suo re gli pesa.
95
Trecento miglia sarebbe ito e mille, se ciò non fosse, a comperar tal lite; ma se l'avesse oggi sfidato Achille, più fatto non avria di quel ch'udite: tanto a quel punto sotto le faville le fiamme avea del suo furor sopite. Narra a Ruggier perché pugna rifiuti; ed anco il priega che l'impresa aiuti:
96
che facendol, farà quel che far deve al suo signore un cavallier fedele. Sempre che questo assedio poi si leve, avran ben tempo da finir querele. Ruggier rispose a lui: — Mi sarà lieve differir questa pugna, fin che de le forze di Carlo si traggia Agramante, pur che mi rendi il mio Frontino inante.
97
Se di provarti c'hai fatto gran fallo, e fatto hai cosa indegna ad un uom forte, d'aver tolto a una donna il mio cavallo, vuoi ch'io prolunghi fin che siamo in corte, lascia Frontino, e nel mio arbitrio dàllo. Non pensare altrimente ch'io sopporte che la battaglia qui tra noi non segua, o ch'io ti faccia sol d'un'ora triegua. —
98
Mentre Ruggiero all'African domanda o Frontino o battaglia allora allora, e quello in lungo e l'uno e l'altro manda, né vuol dare il destrier, né far dimora; Mandricardo ne vien da un'altra banda, e mette in campo un'altra lite ancora, poi che vede Ruggier che per insegna porta l'augel che sopra gli altri regna.
99
Nel campo azzur l'aquila bianca avea, che de' Troiani fu l'insegna bella: perché Ruggier l'origine traea dal fortissimo Ettòr, portava quella. Ma questo Mandricardo non sapea; né vuol patire, e grande ingiuria appella, che ne lo scudo un altro debba porre l'aquila bianca del famoso Ettorre.
100
Portava Mandricardo similmente l'augel che rapì in Ida Ganimede. Come l'ebbe quel dì che fu vincente al castel periglioso, per mercede, credo vi sia con l'altre istorie a mente, e come quella fata gli lo diede con tutte le bell'arme che Vulcano avea già date al cavallier troiano.
101
Altra volta a battaglia erano stati Mandricardo e Ruggier solo per questo; e per che caso fosser distornati, io nol dirò, che già v'è manifesto. Dopo non s'eran mai più raccozzati, se non quivi ora; e Mandricardo presto, visto lo scudo alzò il superbo grido minacciando, e a Ruggier disse: — Io ti sfido.
102
Tu la mia insegna, temerario, porti; né questo è il primo dì ch'io te l'ho detto. E credi, pazzo, ancor ch'io tel comporti, per una volta ch'io t'ebbi rispetto? Ma poi che né minacce né conforti ti pôn questa follia levar del petto, ti mostrerò quanto miglior partito t'era d'avermi subito ubbidito. —
103
Come ben riscaldato arrido legno a piccol soffio subito s'accende, così s'avampa di Ruggier lo sdegno al primo motto che di questo intende. — Ti pensi (disse) farmi stare al segno, perché quest'altro ancor meco contende? Ma mostrerotti ch'io son buon per torre Frontino a lui, lo scudo a te d'Ettorre.
104
Un'altra volta pur per questo venni teco a battaglia, e non è gran tempo anco; ma d'ucciderti allora mi contenni, perché tu non avevi spada al fianco. Questi fatti saran, quelli fur cenni; e mal sarà per te quell'augel bianco, ch'antiqua insegna è stata di mia gente: tu te l'usurpi, io 'l porto giustamente. —
105
— Anzi t'usurpi tu l'insegna mia! — rispose Mandricardo; e trasse il brando, quello che poco inanzi per follia avea gittato alla foresta Orlando. Il buon Ruggier, che di sua cortesia non può non sempre ricordarsi, quando vide il Pagan ch'avea tratta la spada, lasciò cader la lancia ne la strada.
106
E tutto a un tempo Balisarda stringe, la buona spada, e me' lo scudo imbraccia: ma l'Africano in mezzo il destrier spinge, e Marfisa con lui presta si caccia; e l'uno questo, e l'altro quel respinge, e priegano amendui che non si faccia. Rodomonte si duol che rotto il patto due volte ha Mandricardo, che fu fatto.
107
Prima, credendo d'acquistar Marfisa, fermato s'era a far più d'una giostra; or per privar Ruggier d'una divisa, di curar poco il re Agramante mostra. — Se pur (dicea) déi fare a questa guisa, finiàn prima tra noi la lite nostra, conveniente e più debita assai, ch'alcuna di quest'altre che prese hai.
108
Con tal condizion fu stabilita la triegua e questo accordo ch'è fra nui. Come la pugna teco avrò finita, poi del destrier risponderò a costui. Tu del tuo scudo, rimanendo in vita, la lite avrai da terminar con lui; ma ti darò da far tanto, mi spero, che non n'avanzarà troppo a Ruggiero. —
109
— La parte che ti pensi, non n'avrai (rispose Mandricardo a Rodomonte): io te ne darò più che non vorrai, e ti farò sudar dal piè alla fronte: e me ne rimarrà per darne assai (come non manca mai l'acqua del fonte) ed a Ruggiero ed a mill'altri seco, e a tutto il mondo che la voglia meco. —
110
Moltiplicavan l'ire e le parole quando da questo e quando da quel lato: con Rodomonte e con Ruggier la vuole tutto in un tempo Mandricardo irato; Ruggier, ch'oltraggio sopportar non suole, non vuol più accordo, anzi litigio e piato. Marfisa or va da questo or da quel canto per riparar, ma non può sola tanto.
111
Come il villan, se fuor per l'alte sponde trapela il fiume e cerca nuova strada, frettoloso a vietar che non affonde i verdi paschi e la sperata biada, chiude una via ed un'altra, e si confonde; che se ripara quinci che non cada, quindi vede lassar gli argini molli, e fuor l'acqua spicciar con più rampolli:
112
così, mentre Ruggiero e Mandricardo e Rodomonte son tutti sozzopra, ch'ognun vuol dimostrarsi più gagliardo, ed ai compagni rimaner di sopra, Marfisa ad acchetarli have riguardo, e s'affatica, e perde il tempo e l'opra; che, come ne spicca uno e lo ritira, gli altri duo risalir vede con ira.
113
Marfisa, che volea porgli d'accordo, dicea: — Signori, udite il mio consiglio: differire ogni lite è buon ricordo fin ch'Agramante sia fuor di periglio. S'ognun vuole al suo fatto essere ingordo, anch'io con Mandricardo mi ripiglio; e vo' vedere al fin se guadagnarme, come egli ha detto, è buon per forza d'arme.
114
Ma se si de' soccorrere Agramante, soccorrasi, e tra noi non si contenda. — — Per me non si starà d'andare inante (disse Ruggier), pur che 'l destrier si renda. O che mi dia il cavallo, a far di tante una parola, o che da me il difenda: o che qui morto ho da restare, o ch'io in campo ho da tornar sul destrier mio. —
115
Rispose Rodomonte: — Ottener questo non fia così, come quell'altro, lieve. — E seguitò dicendo: — Io ti protesto che, s'alcun danno il nostro re riceve, fia per tua colpa; ch'io per me non resto di fare a tempo quel che far si deve. — Ruggiero a quel protesto poco bada; ma stretto dal furor stringe la spada.
116
Al re d'Algier come cingial si scaglia, e l'urta con lo scudo e con la spalla; e in modo lo disordina e sbarraglia, che fa che d'una staffa il piè gli falla. Mandricardo gli grida: — O la battaglia differisci, Ruggiero, o meco falla; — e crudele e fellon più che mai fosse, Ruggier su l'elmo in questo dir percosse.
117
Fin sul collo al destrier Ruggier s'inchina, né, quando vuolsi rilevar, si puote; perché gli sopragiunge la ruina del figlio d'Ulien che lo percuote. Se non era di tempra adamantina, fesso l'elmo gli avria fin tra le gote. Apre Ruggier le mani per l'ambascia, e l'una il fren, l'altra la spada lascia.
118
Se lo porta il destrier per la campagna: dietro gli resta in terra Balisarda. Marfisa che quel dì fatta compagna se gli era d'arme, par ch'avampi ed arda, che solo fra que' duo così rimagna: e come era magnanima e gagliarda, si drizza a Mandricardo, e col potere ch'avea maggior, sopra la testa il fiere.
119
Rodomonte a Ruggier dietro si spinge: vinto è Frontin, s'un'altra gli n'appicca; ma Ricciardetto con Vivian si stringe, e tra Ruggiero e 'l Saracin si ficca. L'uno urta Rodomonte e lo rispinge, e da Ruggier per forza lo dispicca; l'altro la spada sua, che fu Viviano, pone a Ruggier, già risentito, in mano.
120
Tosto che 'l buon Ruggiero in sé ritorna, e che Vivian la spada gli appresenta, a vendicar l'ingiuria non soggiorna, e verso il re d'Algier ratto s'aventa, come il leon che tolto su le corna dal bue sia stato, e che 'l dolor non senta: sì sdegno ed ira ed impeto l'affretta, stimula e sferza a far la sua vendetta.
121
Ruggier sul capo al Saracin tempesta: e se la spada sua si ritrovasse, che, come ho detto, al comminciar di questa pugna, di man gran fellonia gli trasse, mi credo ch'a difendere la testa di Rodomonte l'elmo non bastasse, l'elmo che fece il re far di Babelle quando muover pensò guerra alle stelle.
122
La Discordia, credendo non potere altro esser quivi che contese e risse, né vi dovesse mai più luogo avere o pace o triegua, alla sorella disse ch'omai sicuramente a rivedere i monachetti suoi seco venisse. Lasciànle andare, e stiàn noi dove in fronte Ruggiero avea ferito Rodomonte.
123
Fu il colpo di Ruggier di sì gran forza, che fece in su la groppa di Frontino percuoter l'elmo e quella dura scorza di ch'avea armato il dosso il Saracino, e lui tre volte e quattro a poggia e ad orza piegar per gire in terra a capo chino; e la spada egli ancora avria perduta, se legata alla man non fosse suta.
124
Avea Marfisa a Mandricardo intanto fatto sudar la fronte, il viso e il petto, ed egli aveva a lei fatto altretanto; ma sì l'osbergo d'ambi era perfetto, che mai poter falsarlo in nessun canto, e stati eran sin qui pari in effetto: ma in un voltar che fece il suo destriero, bisogno ebbe Marfisa di Ruggiero.
125
Il destrier di Marfisa in un voltarsi che fece stretto, ov'era molle il prato, sdrucciolò in guisa, che non poté aitarsi di non tutto cader sul destro lato; e nel volere in fretta rilevarsi, da Brigliador fu pel traverso urtato, con che il pagan poco cortese venne; sì che cader di nuovo gli convenne.
126
Ruggier che la donzella a mal partito vide giacer, non differì il soccorso, or che l'agio n'avea, poi che stordito da sé lontan quell'altro era trascorso: ferì su l'elmo il Tartaro; e partito quel colpo gli avria il capo, come un torso, se Ruggier Balisarda avesse avuta, o Mandricardo in capo altra barbuta.
127
Il re d'Algier che si risente in questo, si volge intorno, e Ricciardetto vede; e si ricorda che gli fu molesto dianzi, quando soccorso a Ruggier diede. A lui si drizza, e saria stato presto a darli del ben fare aspra mercede, se con grande arte e nuovo incanto tosto non se gli fosse Malagigi opposto.
128
Malagigi, che sa d'ogni malia quel che ne sappia alcun mago eccellente, ancor che 'l libro suo seco non sia, con che fermare il sole era possente, pur la scongiurazione onde solia commandare ai demoni aveva a mente: tosto in corpo al ronzino un ne costringe di Doralice, ed in furor lo spinge.
129
Nel mansueto ubino che sul dosso avea la figlia del re Stordilano, fece entrar un degli angel di Minosso sol con parole il frate di Viviano: e quel che dianzi mai non s'era mosso, se non quanto ubidito avea alla mano, or d'improviso spiccò in aria un salto, che trenta piè fu lungo e sedeci alto.
130
Fu grande il salto, non però di sorte che ne dovesse alcun perder la sella. Quando si vide in alto, gridò forte (che si tenne per morta) la donzella. Quel ronzin, come il diavol se lo porte, dopo un gran salto se ne va con quella, che pur grida soccorso, in tanta fretta, che non l'avrebbe giunto una saetta.
131
Da la battaglia il figlio d'Ulieno si levò al primo suon di quella voce; e dove furiava il palafreno, per la donna aiutar n'andò veloce. Mandricardo di lui non fece meno, né più a Ruggier, né più a Marfisa nòce; ma, senza chieder loro o paci o tregue, e Rodomonte e Doralice segue.
132
Marfisa intanto si levò di terra, e tutta ardendo di disdegno e d'ira, credesi far la sua vendetta, ed erra; che troppo lungi il suo nimico mira. Ruggier, ch'aver tal fin vede la guerra, rugge come un leon, non che sospira. Ben sanno che Frontino e Brigliadoro giunger non ponno coi cavalli loro.
133
Ruggier non vuol cessar fin che decisa col re d'Algier non l'abbia del cavallo: non vuol quietar il Tartaro Marfisa, che provato a suo senno anco non hallo. Lasciar la sua querela a questa guisa parrebbe all'uno e all'altro troppo fallo. Di commune parer disegno fassi di chi offesi gli avea seguire i passi.
134
Nel campo saracin li troveranno, quando non possan ritrovarli prima; che per levar l'assedio iti seranno, prima che 'l re di Francia il tutto opprima. Così dirittamente se ne vanno dove averli a man salva fanno stima. Già non andò Ruggier così di botto, che non facesse ai suoi compagni motto.
135
Ruggier se ne ritorna ove in disparte era il fratel de la sua donna bella, e se gli proferisce in ogni parte amico, per fortuna e buona e fella: indi lo priega (e lo fa con bella arte) che saluti in suo nome la sorella; e questo così ben gli venne detto, che né a lui diè né agli altri alcun sospetto.
136
E da lui, da Vivian, da Malagigi, dal ferito Aldigier tolse commiato. Si proferiro anch'essi alli servigi di lui, debitor sempre in ogni lato. Marfisa avea sì il cor d'ire a Parigi, che 'l salutar gli amici avea scordato; ma Malagigi andò tanto e Viviano, che pur la salutaron di lontano;
137
e così Ricciardetto; ma Aldigiero giace, e convien che suo malgrado resti. Verso Parigi avean preso il sentiero quelli duo prima, ed or lo piglian questi. Dirvi, Signor, ne l'altro canto spero miracolosi e sopraumani gesti, che con danno degli uomini di Carlo ambe le coppie fer, di ch'io vi parlo.
CANTO VENTISETTESIMO
1
Molti consigli de le donne sono meglio improviso, ch'a pensarvi, usciti; che questo è speziale e proprio dono fra tanti e tanti lor dal ciel largiti. Ma può mal quel degli uomini esser buono, che maturo discorso non aiti, ove non s'abbia a ruminarvi sopra speso alcun tempo e molto studio ed opra.
2
Parve, e non fu però buono il consiglio di Malagigi, ancor che (come ho detto) per questo di grandissimo periglio liberassi il cugin suo Ricciardetto. A levare indi Rodomonte e il figlio del re Agrican, lo spirto avea costretto, non avvertendo che sarebbon tratti dove i cristian ne rimarrian disfatti.
3
Ma se spazio a pensarvi avesse avuto, creder si può che dato similmente al suo cugino avria debito aiuto, né fatto danno alla cristiana gente. Commandare allo spirto avria potuto, ch'alla via di levante o di ponente sì dilungata avesse la donzella, che non n'udisse Francia più novella.
4
Così gli amanti suoi l'avrian seguìta, come a Parigi, anco in ogn'altro loco; ma fu questa avvertenza inavvertita da Malagigi, per pensarvi poco: e la Malignità dal ciel bandita, che sempre vorria sangue e strage e fuoco, prese la via donde più Carlo afflisse, poi che nessuna il mastro gli prescrisse.
5
Il palafren ch'avea il demonio al fianco, portò la spaventata Doralice, che non poté arrestarla fiume, e manco fossa, bosco, palude, erta o pendice; fin che per mezzo il campo inglese e franco, e l'altra moltitudine fautrice de l'insegne di Cristo, rassegnata non l'ebbe al padre suo re di Granata.
6
Rodomonte col figlio d'Agricane la seguitaro il primo giorno un pezzo, che le vedean le spalle, ma lontane: di vista poi perderonla da sezzo, e venner per la traccia, come il cane la lepre o il capriol trovare avezzo; né si fermar, che furo in parte, dove di lei ch'era col padre ebbono nuove.
7
Guardati, Carlo, che 'l ti viene addosso tanto furor, ch'io non ti veggo scampo: né questi pur, ma 'l re Gradasso è mosso con Sacripante a danno del tuo campo. Fortuna, per toccarti fin all'osso, ti tolle a un tempo l'uno e l'altro lampo di forza e di saper, che vivea teco; e tu rimaso in tenebre sei cieco.
8
Io ti dico d'Orlando e di Rinaldo; che l'uno al tutto furioso e folle, al sereno, alla pioggia, al freddo, al caldo, nudo va discorrendo il piano e 'l colle: l'altro, con senno non troppo più saldo, d'appresso al gran bisogno ti si tolle; che non trovando Angelica in Parigi, si parte, e va cercandone vestigi.
9
Un fraudolente vecchio incantatore gli fe' (come a principio vi si disse) creder per un fantastico suo errore, che con Orlando Angelica venisse: ondè di gelosia tocco nel core, de la maggior ch'amante mai sentisse, venne a Parigi, e come apparve in corte, d'ire in Bretagna gli toccò per sorte.
10
Or fatta la battaglia onde portonne egli l'onor d'aver chiuso Agramante, tornò a Parigi, e monister di donne e case e rocche cercò tutte quante. Se murata non è tra le colonne, l'avria trovata il curioso amante. Vedendo al fin ch'ella non v'è né Orlando, amenduo va con gran disio cercando.
11
Pensò che dentro Anglante o dentro a Brava se la godesse Orlando in festa e in giuoco; e qua e là per ritrovarla andava, né in quel la ritrovò né in questo loco. A Parigi di nuovo ritornava, pensando che tardar dovesse poco di capitare il paladino al varco; che 'l suo star fuor non era senza incarco.
12
Un giorno o duo ne la città soggiorna Rinaldo; e poi ch'Orlando non arriva, or verso Anglante, or verso Brava torna, cercando se di lui novella udiva. Cavalca e quando annotta e quando aggiorna, alla fresca alba e all'ardente ora estiva; e fa al lume del sole e de la luna dugento volte questa via, non ch'una.
13
Ma l'antiquo aversario, il qual fece Eva all'interdetto pome alzar la mano, a Carlo un giorno i lividi occhi leva, che 'l buon Rinaldo era da lui lontano; e vedendo la rotta che poteva darsi in quel punto al populo cristiano, quanta eccellenza d'arme al mondo fusse fra tutti i Saracini, ivi condusse.
14
Al re Gradasso e al buon re Sacripante, ch'eran fatti compagni all'uscir fuore de la piena d'error casa d'Atlante, di venire in soccorso messe in core alle genti assediate d'Agramante, e a distruzion di Carlo imperatore: ed egli per l'incognite contrade fe' lor la scorta e agevolò le strade.
15
Ed ad un altro suo diede negozio d'affrettar Rodomonte e Mandricardo per le vestigie donde l'altro sozio a condur Doralice non è tardo. Ne manda ancora un altro, perché in ozio non stia Marfisa né Ruggier gagliardo; ma chi guidò l'ultima coppia tenne la briglia più, né quando gli altri venne.
16
La coppia di Marfisa e di Ruggiero di mezza ora più tarda si condusse; però ch'astutamente l'angel nero, volendo agli cristian dar de le busse, provide che la lite del destriero per impedire il suo desir non fusse, che rinovata si saria, se giunto fosse Ruggiero e Rodomonte a un punto.
17
I quattro primi si trovaro insieme onde potean veder gli alloggiamenti de l'esercito oppresso e di chi 'l preme, e le bandiere in che feriano i venti. Si consigliaro alquanto; e fur l'estreme conclusion dei lor ragionamenti di dare aiuto, mal grado di Carlo, al re Agramante, e de l'assedio trarlo.
18
Stringonsi insieme, e prendono la via per mezzo ove s'alloggiano i cristiani, gridando Africa e Spagna tuttavia; e si scopriro in tutto esser pagani. Pel campo, arme, arme risonar s'udia; ma menar si sentir prima le mani: e de la retroguardia una gran frotta, non ch'assalita sia, ma fugge in rotta.
19
L'esercito cristian mosso a tumulto sozzopra va senza sapere il fatto. Estima alcun che sia un usato insulto che Svizzari o Guasconi abbino fatto. Ma perch'alla più parte è il caso occulto, s'aduna insieme ogni nazion di fatto, altri a suon di tamburo, altri di tromba: grande è 'l rumore, e fin al ciel rimbomba.
20
Il magno imperator, fuor che la testa, è tutto armato, e i paladini ha presso; e domandando vien che cosa è questa che le squadre in disordine gli ha messo; e minacciando, or questi or quelli arresta; e vede a molti il viso o il petto fesso, ad altri insanguinare o il capo o il gozzo, alcun tornar con mano o braccio mozzo.
21
Giunge più inanzi, e ne ritrova molti giacere in terra, anzi in vermiglio lago nel proprio sangue orribilmente involti, né giovar lor può medico né mago; e vede dagli busti i capi sciolti e braccia e gambe con crudele imago; e ritrova dai primi alloggiamenti agli ultimi per tutto uomini spenti.
22
Dove passato era il piccol drappello, di chiara fama eternamente degno, per lunga riga era rimaso quello al mondo sempre memorabil segno. Carlo mirando va il crudel macello, maraviglioso, e pien d'ira e di sdegno, come alcun, in cui danno il fulgur venne, cerca per casa ogni sentier che tenne.
23
Non era agli ripari anco arrivato del re african questo primiero aiuto, che con Marfisa fu da un altro lato l'animoso Ruggier sopravenuto. Poi ch'una volta o due l'occhio aggirato ebbe la degna coppia, e ben veduto qual via più breve per soccorrer fosse l'assediato signor, ratto si mosse.
24
Come quando si dà fuoco alla mina, pel lungo solco de la negra polve licenziosa fiamma arde e camina sì ch'occhio a dietro a pena se le volve; e qual si sente poi l'alta ruina che 'l duro sasso o il grosso muro solve: così Ruggiero e Marfisa veniro, e tai ne la battaglia si sentiro.
25
Per lungo e per traverso a fender teste incominciaro, e tagliar braccia e spalle de le turbe che male erano preste ad espedire e sgombrar loro il calle. C'ha notato il passar de le tempeste, ch'una parte d'un monte o d'una valle offende, e l'altra lascia, s'appresenti la via di questi duo fra quelle genti.
26
Molti che dal furor di Rodomonte e di quegli altri primi eran fuggiti, Dio ringraziavan ch'avea lor sì pronte gambe concesse, e piedi sì spediti; e poi, dando del petto e de la fronte in Marfisa e in Ruggier, vedean scherniti, come l'uom né per star né per fuggire, al suo fisso destin può contradire.
27
Chi fugge l'un pericolo, rimane ne l'altro, e paga il fio d'ossa e di polpe. Così cader coi figli in bocca al cane suol, sperando fuggir, timida volpe, poi che la caccia de l'antique tane il suo vicin che le dà mille colpe, e cautamente con fumo e con fuoco turbata l'ha da non temuto loco.
28
Negli ripari entrò de' Saracini Marfisa con Ruggiero a salvamento. Quivi tutti con gli occhi al ciel supini Dio ringraziar del buono avvenimento. Or non v'è più timor de' paladini: il più tristo pagan ne sfida cento; ed è concluso che senza riposo si torni a fare il campo sanguinoso.
29
Corni, bussoni, timpani moreschi empieno il ciel di formidabil suoni: ne l'aria tremolare ai venti freschi si veggon le bandiere e i gonfaloni. Da l'altra parte i capitan carleschi stringon con Alamanni e con Britoni quei di Francia, d'Italia e d'Inghilterra; e si mesce aspra e sanguinosa guerra.
30
La forza del terribil Rodomonte, quella di Mandricardo furibondo, quella del buon Ruggier, di virtù fonte, del re Gradasso, sì famoso al mondo, e di Marfisa l'intrepida fronte, col re circasso a nessun mai secondo, feron chiamar san Gianni e san Dionigi al re di Francia, e ritrovar Parigi.
31
Di questi cavallieri e di Marfisa l'ardire invitto e la mirabil possa non fu, Signor, di sorte, non fu in guisa ch'imaginar, non che descriver possa. Quindi si può stimar che gente uccisa fosse quel giorno, e che crudel percossa avesse Carlo. Arroge poi con loro, con Ferraù più d'un famoso Moro.
32
Molti per fretta s'affogaro in Senna (che 'l ponte non potea supplire a tanti), e desiar, come Icaro, la penna, perché la morte avean dietro e davanti. Eccetto Uggieri e il marchese di Vienna, i paladin fur presi tutti quanti. Olivier ritornò ferito sotto la spalla destra, Uggier col capo rotto.
33
E se, come Rinaldo e come Orlando, lasciato Brandimarte avesse il giuoco, Carlo n'andava di Parigi in bando, se potea vivo uscir di sì gran fuoco. Ciò che poté, fe' Brandimarte, e quando non poté più, diede alla furia loco. Così Fortuna ad Agramante arrise, ch'un'altra volta a Carlo assedio mise.
34
Di vedovelle i gridi e le querele, e d'orfani fanciulli e di vecchi orbi, ne l'eterno seren dove Michele sedea, salir fuor di questi aer torbi; e gli fecion veder come il fedele popul preda de' lupi era e de' corbi, di Francia, d'Inghilterra e di Lamagna, che tutta avea coperta la campagna.
35
Nel viso s'arrossì l'angel beato, parendogli che mal fosse ubidito al Creatore, e si chiamò ingannato da la Discordia perfida e tradito. D'accender liti tra i pagani dato le avea l'assunto, e mal era esequito; anzi tutto il contrario al suo disegno parea aver fatto, a chi guardava al segno.
36
Come servo fedel, che più d'amore che di memoria abondi, e che s'aveggia aver messo in oblio cosa ch'a core quanto la vita e l'anima aver deggia, studia con fretta d'emendar l'errore, né vuol che prima il suo signor lo veggia: così l'angelo a Dio salir non volse, se de l'obligo prima non si sciolse.
37
Al monister, dove altre volte avea la Discordia veduta, drizzò l'ali. Trovolla ch'in capitulo sedea a nuova elezion degli ufficiali; e di veder diletto si prendea, volar pel capo a' frati i breviali. Le man le pose l'angelo nel crine, e pugna e calci le diè senza fine.
38
Indi le roppe un manico di croce per la testa, pel dosso e per le braccia. Mercé grida la misera a gran voce, e le genocchia al divin nunzio abbraccia. Michel non l'abandona, che veloce nel campo del re d'Africa la caccia; e poi le dice: — Aspettati aver peggio, se fuor di questo campo più ti veggio. —
39
Come che la Discordia avesse rotto tutto il dosso e le braccia, pur temendo un'altra volta ritrovarsi sotto a quei gran colpi, a quel furor tremendo, corre a pigliare i mantici di botto, ed agli accesi fuochi esca aggiungendo, ed accendendone altri, fa salire da molti cori un alto incendio d'ire.
40
E Rodomonte e Mandricardo e insieme Ruggier n'infiamma sì, che inanzi al Moro li fa tutti venire, or che non preme Carlo i pagani, anzi il vantaggio è loro. Le differenze narrano, ed il seme fanno saper, da cui produtte foro; poi del re si rimettono al parere, chi di lor prima il campo debba avere.
41
Marfisa del suo caso anco favella, e dice che la pugna vuol finire, che cominciò col Tartaro; perch'ella provocata da lui vi fu a venire: né, per dar loco all'altre, volea quella un'ora, non che un giorno, differire; ma d'esser prima fa l'instanza grande, ch'alla battaglia il Tartaro domande.
42
Non men vuol Rodomonte il primo campo da terminar col suo rival l'impresa, che per soccorrer l'africano campo ha già interrotta, e fin a qui sospesa. Mette Ruggier le sue parole a campo, e dice che patir troppo gli pesa che Rodomonte il suo destrier gli tenga, e ch'a pugna con lui prima non venga.
43
Per più intricarla il Tartaro viene anche, e niega che Ruggiero ad alcun patto debba l'aquila aver da l'ale bianche; e d'ira e di furore è così matto, che vuol, quando dagli altri tre non manche, combatter tutte le querele a un tratto. Né più dagli altri ancor saria mancato, se 'l consenso del re vi fosse stato.
44
Con prieghi il re Agramante e buon ricordi fa quanto può, perché la pace segua; e quando al fin tutti li vede sordi non volere assentire a pace o a triegua, va discorrendo come almen gli accordi sì, che l'un dopo l'altro il campo assegua: e pel miglior partito al fin gli occorre ch'ognuno a sorte il campo s'abbia a torre.
45
Fe' quattro brevi porre: un Mandricardo e Rodomonte insieme scritto avea; ne l'altro era Ruggiero e Mandricardo. Rodomonte e Ruggier l'altro dicea; dicea l'altro Marfisa e Mandricardo. Indi all'arbitrio de l'instabil dea li fece trarre: e 'l primo fu il signore di Sarza a uscir con Mandricardo fuore.
46
Mandricardo e Ruggier fu nel secondo; nel terzo fu Ruggiero e Rodomonte; restò Marfisa e Mandricardo in fondo, di che la donna ebbe turbata fronte. Né Ruggier più di lei parve giocondo: sa che le forze dei duo primi pronte han tra lor da finir le liti in guisa, che non ne fia per sé né per Marfisa.
47
Giacea non lungi da Parigi un loco, che volgea un miglio o poco meno intorno: lo cingea tutto un argine non poco sublime, a guisa d'un teatro adorno. Un castel già vi fu, ma a ferro e a fuoco le mura e i tetti ed a ruina andorno. Un simil può vederne in su la strada, qual volta a Borgo il Parmigiano vada.
48
In questo loco fu la lizza fatta, di brevi legni d'ogn'intorno chiusa, per giusto spazio quadra, al bisogno atta, con due capaci porte, come s'usa. Giunto il dì ch'al re par che si combatta tra i cavallier che non ricercan scusa, furo appresso alle sbarre in ambi i lati contra i rastrelli i padiglion tirati.
49
Nel padiglion ch'è più verso ponente sta il re d'Algier, c'ha membra di gigante. Gli pon lo scoglio indosso del serpente l'ardito Ferraù con Sacripante. Il re Gradasso e Falsiron possente sono in quell'altro al lato di levante, e metton di sua man l'arme troiane indosso al successor del re Agricane.
50
Sedeva in tribunale amplo e sublime il re d'Africa, e seco era l'Ispano; poi Stordilano, e l'altre genti prime che riveria l'esercito pagano. Beato a chi pôn dare argini e cime d'arbori stanza che gli alzi dal piano! Grande è la calca, e grande in ogni lato populo ondeggia intorno al gran steccato.
51
Eran con la regina di Castiglia regine e principesse e nobil donne d'Aragon, di Granata e di Siviglia, e fin di presso all'atlantee colonne: tra quai di Stordilan sedea la figlia, che di duo drappi avea le ricche gonne, l'un d'un rosso mal tinto, e l'altro verde; ma 'l primo quasi imbianca e il color perde.
52
In abito succinta era Marfisa, qual si convenne a donna ed a guerriera. Termoodonte forse a quella guisa vide Ippolita ornarsi e la sua schiera. Già, con la cotta d'arme alla divisa del re Agramante, in campo venut'era l'araldo a far divieto e metter leggi, che né in fatto né in detto alcun parteggi.
53
La spessa turba aspetta disiando la pugna, e spesso incolpa il venir tardo dei duo famosi cavallieri; quando s'ode dal padiglion di Mandricardo alto rumor che vien moltiplicando. Or sappiate, Signor, che 'l re gagliardo di Sericana e 'l Tartaro possente fanno il tumulto e 'l grido che si sente.
54
Avendo armato il re di Sericana di sua man tutto il re di Tartaria, per porgli al fianco la spada soprana che già d'Orlando fu, se ne venìa; quando nel pome scritto Durindana vide, e 'l quartier ch'Almonte aver solia, ch'a quel meschin fu tolto ad una fonte dal giovenetto Orlando in Aspramonte.
55
Vedendola, fu certo ch'era quella tanto famosa del signor d'Anglante, per cui con grande armata, e la più bella che giamai si partisse di Levante, soggiogato avea il regno di Castella, e Francia vinta esso pochi anni inante: ma non può imaginarsi come avenga ch'or Mandricardo in suo poter la tenga.
56
E dimandògli se per forza o patto l'avesse tolta al conte, e dove e quando. E Mandricardo disse ch'avea fatto gran battaglia per essa con Orlando; e come finto quel s'era poi matto, così coprire il suo timor sperando, ch'era d'aver continua guerra meco, fin che la buona spada avesse seco.
57
E dicea ch'imitato avea il castore, il qual si strappa i genitali sui, vedendosi alle spalle il cacciatore, che sa che non ricerca altro da lui. Gradasso non udì tutto il tenore, che disse: — Non vo' darla a te né altrui: tanto oro, tanto affanno e tanta gente ci ho speso, che è ben mia debitamente.
58
Cercati pur fornir d'un'altra spada, ch'io voglio questa, e non ti paia nuovo. Pazzo o saggio ch'Orlando se ne vada, averla intendo, ovunque io la ritrovo. Tu senza testimoni in su la strada te l'usurpasti: io qui lite ne muovo. La mia ragion dirà mia scimitarra, e faremo il giudicio ne la sbarra.
59
Prima, di guadagnarla t'apparecchia, che tu l'adopri contra a Rodomonte. Di comprar prima l'arme è usanza vecchia, ch'alla battaglia il cavallier s'affronte. — — Più dolce suon non mi viene all'orecchia (rispose alzando il Tartaro la fronte), che quando di battaglia alcun mi tenta; ma fa che Rodomonte lo consenta.
60
Fa che sia tua la prima, e che si tolga il re di Sarza la tenzon seconda: e non ti dubitar ch'io non mi volga, e ch'a te ed ad ogni altro io non risponda. — Ruggier gridò: — Non vo' che si disciolga il patto, o più la sorte si confonda: o Rodomonte in campo prima saglia, o sia la sua dopo la mia battaglia.
61
Se di Gradasso la ragion prevale, prima acquistar che porre in opra l'arme; né tu l'aquila mia da le bianche ale prima usar déi, che non me ne disarme: ma poi ch'è stato il mio voler già tale, di mia sentenza non voglio appellarme, che sia seconda la battaglia mia, quando del re d'Algier la prima sia.
62
Se turbarete voi l'ordine in parte, io totalmente turbarollo ancora. Io non intendo il mio scudo lasciarte, se contra me non lo combatti or ora. — — Se l'uno e l'altro di voi fosse Marte (rispose Mandricardo irato allora), non saria l'un né l'altro atto a vietarme la buona spada o quelle nobili arme. —
63
E tratto da la colera, aventosse col pugno chiuso al re di Sericana; e la man destra in modo gli percosse, ch'abandonar gli fece Durindana. Gradasso, non credendo ch'egli fosse di così folle audacia e così insana, colto improviso fu, che stava a bada, e tolta si trovò la buona spada.
64
Così scornato, di vergogna e d'ira nel viso avampa, e par che getti fuoco; e più l'affligge il caso e lo martira, poi che gli accade in sì palese loco. Bramoso di vendetta si ritira, a trar la scimitarra, a dietro un poco. Mandricardo in sé tanto si confida, che Ruggiero anco alla battaglia sfida.
65
— Venite pure inanzi amenduo insieme, e vengane pel terzo Rodomonte, Africa e Spagna e tutto l'uman seme; ch'io son per sempremai volger la fronte. — Così dicendo, quel che nulla teme, mena d'intorno la spada d'Almonte; lo scudo imbraccia, disdegnoso e fiero, contra Gradasso e contra il buon Ruggiero.
66
— Lascia la cura a me (dicea Gradasso), ch'io guarisca costui de la pazzia. — — Per Dio (dicea Ruggier), non te la lasso, ch'esser convien questa battaglia mia. — — Va indietro tu! — Vavvi pur tu! — né passo però tornando, gridan tuttavia; ed attaccossi la battaglia in terzo, ed era per uscirne un strano scherzo,
67
se molti non si fossero interposti a quel furor, non con troppo consiglio; ch'a spese lor quasi imparar che costi voler altri salvar con suo periglio. Né tutto 'l mondo mai gli avria composti, se non venia col re d'Ispagna il figlio del famoso Troiano, al cui cospetto tutti ebbon riverenza e gran rispetto.
68
Si fe' Agramante la cagione esporre di questa nuova lite così ardente: poi molto affaticossi per disporre che per quella giornata solamente a Mandricardo la spada d'Ettorre concedesse Gradasso umanamente, tanto ch'avesse fin l'aspra contesa ch'avea già incontra a Rodomonte presa.
69
Mentre studia placarli il re Agramante, ed or con questo ed or con quel ragiona; da l'altro padiglion tra Sacripante e Rodomonte un'altra lite suona. Il re circasso (come è detto inante) stava di Rodomonte alla persona, ed egli e Ferraù gli aveano indotte l'arme del suo progenitor Nembrotte.
70
Ed eran poi venuti ove il destriero facea, mordendo, il ricco fren spumoso; io dico il buon Frontin, per cui Ruggiero stava iracondo e più che mai sdegnoso. Sacripante ch'a por tal cavalliero in campo avea, mirava curioso se ben ferrato e ben guernito e in punto era il destrier, come doveasi a punto.
71
E venendo a guardargli più a minuto i segni, le fattezze isnelle ed atte, ebbe, fuor d'ogni dubbio, conosciuto che questo era il destrier suo Frontalatte, che tanto caro già s'avea tenuto, per cui già avea mille querele fatte; e poi che gli fu tolto, un tempo volse sempre ire a piedi: in modo gliene dolse.
72
Inanzi Albracca glie l'avea Brunello tolto di sotto quel medesmo giorno ch'ad Angelica ancor tolse l'annello, al conte Orlando Balisarda e 'l corno, e la spada a Marfisa: ed avea quello, dopo che fece in Africa ritorno, con Balisarda insieme a Ruggier dato, il qual l'avea Frontin poi nominato.
73
Quando conobbe non si apporre in fallo, disse il Circasso, al re d'Algier rivolto: — Sappi, signor, che questo è mio cavallo, ch'ad Albracca di furto mi fu tolto. Bene avrei testimoni da provallo; ma perché son da noi lontani molto, s'alcun lo niega, io gli vo' sostenere con l'arme in man le mie parole vere.
74
Ben son contento, per la compagnia in questi pochi dì stata fra noi, che prestato il cavallo oggi ti sia, ch'io veggo ben che senza far non puoi; però con patto, se per cosa mia e prestata da me conoscer vuoi: altrimente d'averlo non far stima, o se non lo combatti meco prima. —
75
Rodomonte, del quale un più orgoglioso non ebbe mai tutto il mestier de l'arme; al quale in esser forte e coraggioso alcuno antico d'uguagliar non parme; rispose: — Sacripante, ogn'altro ch'oso, fuor che tu, fosse in tal modo a parlarme, con suo mal si saria tosto avveduto che meglio era per lui di nascer muto.
76
Ma per la compagnia che, come hai detto, novellamente insieme abbiamo presa, ti son contento aver tanto rispetto, ch'io t'ammonisca a tardar questa impresa, fin che de la battaglia veggi effetto, che fra il Tartaro e me tosto fia accesa: dove porti uno esempio inanzi spero, ch'avrai di grazia a dirmi: Abbi il destriero. —
77
— Gli è teco cortesia l'esser villano (disse il Circasso pien d'ira e di isdegno); ma più chiaro ti dico ora e più piano, che tu non faccia in quel destrier disegno: che te lo defendo io, tanto ch'in mano questa vindice mia spada sostegno; e metteròvi insino l'ugna e il dente, se non potrò difenderlo altrimente. —
78
Venner da le parole alle contese, ai gridi, alle minacce, alla battaglia, che per molt'ira in più fretta s'accese, che s'accendesse mai per fuoco paglia. Rodomonte ha l'osbergo ed ogni arnese, Sacripante non ha piastra né maglia; ma par (sì ben con lo schermir s'adopra) che tutto con la spada si ricuopra.
79
Non era la possanza e la fierezza di Rodomonte, ancor ch'era infinita, più che la providenza e la destrezza con che sue forze Sacripante aita. Non voltò ruota mai con più prestezza il macigno sovran che 'l grano trita, che faccia Sacripante or mano or piede di qua di là, dove il bisogno vede.
80
Ma Ferraù, ma Serpentino arditi trasson le spade, e si cacciar tra loro, dal re Grandonio, da Isolier seguiti, da molt'altri signor del popul Moro. Questi erano i romori, i quali uditi ne l'altro padiglion fur da costoro, quivi per accordar venuti invano col Tartaro, Ruggiero e 'l Sericano.
81
Venne chi la novella al re Agramante riportò certa, come pel destriero avea con Rodomonte Sacripante incominciato un aspro assalto e fiero. Il re, confuso di discordie tante, disse a Marsilio: — Abbi tu qui pensiero che fra questi guerrier non segua peggio, mentre all'altro disordine io proveggio. —
82
Rodomonte, che 'l re, suo signor, mira, frena l'orgoglio, e torna indietro il passo; né con minor rispetto si ritira al venir d'Agramante il re circasso. Quel domanda la causa di tant'ira con real viso e parlar grave e basso: e cerca, poi che n'ha compreso il tutto, porli d'accordo; e non vi fa alcun frutto.
83
Il re circasso il suo destrier non vuole ch'al re d'Algier più lungamente resti, se non s'umilia tanto di parole, che lo venga a pregar che glie lo presti. Rodomonte, superbo come suole, gli risponde: — Né 'l ciel, né tu faresti che cosa che per forza aver potessi, da altri, che da me, mai conoscessi. —
84
Il re chiede al Circasso, che ragione ha nel cavallo, e come gli fu tolto: e quel di parte in parte il tutto espone, ed esponendo s'arrossisce in volto, quando gli narra che 'l sottil ladrone, ch'in un alto pensier l'aveva colto, la sella su quattro aste gli suffolse, e di sotto il destrier nudo gli tolse.
85
Marfisa che tra gli altri al grido venne, tosto che 'l furto del cavallo udì, in viso si turbò, che le sovenne che perdé la sua spada ella quel dì: e quel destrier che parve aver le penne da lei fuggendo, riconobbe qui: riconobbe anco il buon re Sacripante, che non avea riconosciuto inante.
86
Gli altri ch'erano intorno, e che vantarsi Brunel di questo aveano udito spesso, verso lui cominciaro a rivoltarsi, e far palesi cenni ch'era desso; Marfisa sospettando, ad informarsi da questo e da quell'altro ch'avea appresso, tanto che venne a ritrovar che quello che le tolse la spada era Brunello:
87
e seppe che pel furto onde era degno che gli annodasse il collo un capestro unto, dal re Agramante al tingitano regno fu, con esempio inusitato, assunto. Marfisa, rinfrescando il vecchio sdegno, disegnò vendicarsene a quel punto, e punir scherni e scorni che per strada fatti l'avea sopra la tolta spada.
88
Dal suo scudier l'elmo allacciar si fece; che del resto de l'arme era guernita. Senza osbergo io non trovo che mai diece volte fosse veduta alla sua vita, dal giorno ch'a portarlo assuefece la sua persona, oltre ogni fede ardita. Con l'elmo in capo andò dove fra i primi Brunel sedea negli argini sublimi.
89
Gli diede a prima giunta ella di piglio in mezzo il petto, e da terra levollo, come levar suol col falcato artiglio talvolta la rapace aquila il pollo; e là dove la lite inanzi al figlio era del re Troian, così portollo. Brunel, che giunto in male man si vede, pianger non cessa e domandar mercede.
90
Sopra tutti i rumor, strepiti e gridi, di che 'l campo era pien quasi ugualmente, Brunel, ch'ora pietade ora sussidi domandando venìa, così si sente, ch'al suono de' ramarichi e de' stridi si fa d'intorno accor tutta la gente. Giunta inanzi al re d'Africa, Marfisa con viso altier gli dice in questa guisa:
91
— Io voglio questo ladro tuo vasallo con le mie mani impender per la gola, perché il giorno medesmo che 'l cavallo a costui tolle, a me la spada invola. Ma se gli è alcun che voglia dir ch'io fallo, facciasi inanzi e dica una parola; ch'in tua presenza gli vo' sostenere che se ne mente, e ch'io fo il mio dovere.
92
Ma perché si potria forse imputarme c'ho atteso a farlo in mezzo a tante liti, mentre che questi più famosi in arme d'altre querele son tutti impediti; tre giorni ad impiccarlo io vo' indugiarme: intanto o vieni, o manda chi l'aiti; che dopo, se non fia chi me lo vieti, farò di lui mille uccellacci lieti.
93
Di qui presso a tre leghe a quella torre che siede inanzi ad un piccol boschetto, senza più compagnia mi vado a porre, che d'una mia donzella e d'un valletto. S'alcuno ardisce di venirmi a torre questo ladron, là venga, ch'io l'aspetto. — Così disse ella; e dove disse, prese tosto la via, né più risposta attese.
94
Sul collo inanzi del destrier si pone Brunel, che tuttavia tien per le chiome. Piange il misero e grida, e le persone, in che sperar solìa, chiama per nome. Resta Agramante in tal confusione di questi intrichi, che non vede come poterli sciorre; e gli par via più greve che Marfisa Brunel così gli leve.
95
Non che l'apprezzi o che gli porti amore, anzi più giorni son che l'odia molto; e spesso ha d'impiccarlo avuto in core, dopo che gli era stato l'annel tolto. Ma questo atto gli par contra il suo onore, sì che n'avampa di vergogna in volto. Vuole in persona egli seguirla in fretta, e a tutto suo poter farne vendetta.
96
Ma il re Sobrino, il quale era presente, da questa impresa molto il dissuade, dicendogli che mal conveniente era all'altezza di sua maestade, se ben avesse d'esserne vincente ferma speranza e certa sicurtade: più ch'onor, gli fia biasmo, che si dica ch'abbia vinta una femina a fatica.
97
Poco l'onore, e molto era il periglio d'ogni battaglia che con lei pigliasse; e che gli dava per miglior consiglio, che Brunello alle forche aver lasciasse; e se credesse ch'uno alzar di ciglio a torlo dal capestro gli bastasse, non dovea alzarlo, per non contradire che s'abbia la giustizia ad esequire.
98
— Potrai mandare un che Marfisa prieghi (dicea) ch'in questo giudice ti faccia, con promission ch'al ladroncel si leghi il laccio al collo, e a lei si sodisfaccia; e quando anco ostinata te lo nieghi, se l'abbia, e il suo desir tutto compiaccia: pur che da tua amicizia non si spicchi, Brunello e gli altri ladri tutti impicchi. —
99
Il re Agramante volentier s'attenne al parer di Sobrin discreto e saggio; e Marfisa lasciò, che non le venne, né patì ch'altri andasse a farle oltraggio, né di farla pregare anco sostenne: e tolerò, Dio sa con che coraggio, per poter acchetar liti maggiori, e del suo campo tor tanti romori.
100
Di ciò si ride la Discordia pazza, che pace o triegua ormai più teme poco. Scorre di qua e di là tutta la piazza, né può trovar per allegrezza loco. La Superbia con lei salta e gavazza, e legne ed esca va aggiungendo al fuoco: e grida sì, che fin ne l'alto regno manda a Michel de la vittoria segno.
101
Tremò Parigi e turbidossi Senna all'alta voce, a quello orribil grido; rimbombò il suon fin alla selva Ardenna sì che lasciar tutte le fiere il nido. Udiron l'Alpi e il monte di Gebenna, di Blaia e d'Arli e di Roano il lido; Rodano e Sonna udì, Garonna e il Reno: si strinsero le madri i figli al seno.
102
Son cinque cavallier c'han fisso il chiodo d'essere i primi a terminar sua lite, l'una ne l'altra aviluppata in modo, che non l'avrebbe Apolline espedite. Commincia il re Agramante a sciorre il nodo de le prime tenzon ch'aveva udite, che per la figlia del re Stordilano eran tra il re di Scizia e il suo Africano.
103
Il re Agramante andò per porre accordo di qua e di là più volte a questo e a quello, e a questo e a quel più volte diè ricordo da signor giusto e da fedel fratello: e quando parimente trova sordo l'un come l'altro, indomito e rubello di volere esser quel che resti senza la donna da cui vien lor differenza;
104
s'appiglia al fin, come a miglior partito, di che amendui si contentar gli amanti, che de la bella donna sia marito l'uno de' duo, quel che vuole essa inanti; e da quanto per lei sia stabilito, più non si possa andar dietro né avanti. All'uno e all'altro piace il compromesso, sperando ch'esser debbia a favor d'esso.
105
Il re di Sarza, che gran tempo prima di Mandricardo amava Doralice, ed ella l'avea posto in su la cima d'ogni favor ch'a donna casta lice; che debba in util suo venire estima la gran sentenza che 'l può far felice: né egli avea questa credenza solo, ma con lui tutto il barbaresco stuolo.
106
Ognun sapea ciò ch'egli avea già fatto per essa in giostre, in torniamenti, in guerra; e che stia Mandricardo a questo patto, dicono tutti che vaneggia ed erra. Ma quel che più fiate e più di piatto con lei fu mentre il sol stava sotterra, e sapea quanto avea di certo in mano, ridea del popular giudicio vano.
107
Poi lor convenzion ratificaro in man del re quei duo prochi famosi, ed indi alla donzella se n'andaro. Ed ella abbassò gli occhi vergognosi, e disse che più il Tartaro avea caro: di che tutti restar maravigliosi; Rodomonte sì attonito e smarrito, che di levar non era il viso ardito.
108
Ma poi che l'usata ira cacciò quella vergogna che gli avea la faccia tinta, ingiusta e falsa la sentenza appella; e la spada impugnando, ch'egli ha cinta, dice, udendo il re e gli altri, che vuol ch'ella gli dia perduta questa causa o vinta, e non l'arbitrio di femina lieve che sempre inchina a quel che men far deve.
109
Di nuovo Mandricardo era risorto, dicendo: — Vada pur come ti pare: — sì che prima che 'l legno entrasse in porto, v'era a solcare un gran spazio di mare: se non che 'l re Agramante diede torto a Rodomonte, che non può chiamare più Mandricardo per quella querela; e fe' cadere a quel furor la vela.
110
Or Rodomonte che notar si vede dinanzi a quei signor di doppio scorno, dal suo re, a cui per riverenza cede, e da la donna sua, tutto in un giorno, quivi non volse più fermare il piede; e de la molta turba ch'avea intorno seco non tolse più che duo sergenti, ed uscì dei moreschi alloggiamenti.
111
Come, partendo, afflitto tauro suole, che la giuvenca al vincitor cesso abbia, cercar le selve e le rive più sole lungi dai paschi, o qualche arrida sabbia; dove muggir non cessa all'ombra e al sole, né però scema l'amorosa rabbia: così sen va di gran dolor confuso il re d'Algier da la sua donna escluso.
112
Per riavere il buon destrier si mosse Ruggier, che già per questo s'era armato; ma poi di Mandricardo ricordasse, a cui de la battaglia era ubligato: non seguì Rodomonte, e ritornosse per entrar col re tartaro in steccato prima che 'ntrasse il re di Sericana, che l'altra lite avea di Durindana.
113
Veder torsi Frontin troppo gli pesa dinanzi agli occhi, e non poter vietarlo; ma dato ch'abbia fine a questa impresa, ha ferma intenzion di ricovrarlo. Ma Sacripante, che non ha contesa, come Ruggier, che possa distornarlo, e che non ha da far altro che questo, per l'orme vien di Rodomonte presto.
114
E tosto l'avria giunto, se non era un caso strano che trovò tra via, che lo fe' dimorar fin alla sera, e perder le vestigie che seguia. Trovò una donna che ne la riviera di Senna era caduta, e vi peria, s'a darle tosto aiuto non veniva: saltò ne l'acqua e la ritrasse a riva.
115
Poi quando in sella volse risalire, aspettato non fu dal suo destriero, che fin a sera si fece seguire, e non si lasciò prender di leggiero: preselo al fin, ma non seppe venire più, donde s'era tolto dal sentiero: ducento miglia errò tra piano e monte, prima che ritrovasse Rodomonte.
116
Dove trovollo, e come fu conteso con disvantaggio assai di Sacripante, come perdé il cavallo e restò preso, or non dirò; c'ho da narrarvi inante di quanto sdegno e di quanta ira acceso contra la donna e contra il re Agramante del campo Rodomonte si partisse, e ciò che contra all'uno e all'altro disse.
117
Di cocenti sospir l'aria accendea dovunque andava il Saracin dolente: Ecco per la pietà che gli n'avea, da' cavi sassi rispondea sovente. — Oh feminile ingegno (egli dicea), come ti volgi e muti facilmente, contrario oggetto proprio de la fede! Oh infelice, oh miser chi ti crede!
118
Né lunga servitù, né grand'amore che ti fu a mille prove manifesto, ebbono forza di tenerti il core, che non fossi a cangiarsi almen sì presto. Non perch'a Mandricardo inferiore io ti paressi, di te privo resto; né so trovar cagione ai casi miei, se non quest'una, che femina sei.
119
Credo che t'abbia la Natura e Dio produtto, o scelerato sesso, al mondo per una soma, per un grave fio de l'uom, che senza te saria giocondo: come ha produtto anco il serpente rio e il lupo e l'orso, e fa l'aer fecondo e di mosche e di vespe e di tafani, e loglio e avena fa nascer tra i grani.
120
Perché fatto non ha l'alma Natura, che senza te potesse nascer l'uomo, come s'inesta per umana cura l'un sopra l'altro il pero, il corbo e 'l pomo? Ma quella non può far sempre a misura: anzi, s'io vo' guardar come io la nomo, veggo che non può far cosa perfetta, poi che Natura femina vien detta.
121
Non siate però tumide e fastose, donne, per dir che l'uom sia vostro figlio; che de le spine ancor nascon le rose, e d'una fetida erba nasce il giglio: importune, superbe, dispettose, prive d'amor, di fede e di consiglio, temerarie, crudeli, inique, ingrate, per pestilenza eterna al mondo nate. —
122
Con queste ed altre ed infinite appresso querele il re di Sarza se ne giva, or ragionando in un parlar sommesso, quando in un suon che di lontan s'udiva, in onta e in biasmo del femineo sesso: e certo da ragion si dipartiva; che per una o per due che trovi ree, che cento buone sien creder si dee.
123
Se ben di quante io n'abbia fin qui amate, non n'abbia mai trovata una fedele, perfide tutte io non vo' dir né ingrate, ma darne colpa al mio destin crudele. Molte or ne sono, e più già ne son state, che non dan causa ad uom che si querele; ma mia fortuna vuol che s'una ria ne sia tra cento, io di lei preda sia.
124
Pur vo' tanto cercar prima ch'io mora, anzi prima che 'l crin più mi s'imbianchi, che forse dirò un dì, che per me ancora alcuna sia che di sua fé non manchi. Se questo avvien (che di speranza fuora io non ne son), non fia mai ch'io mi stanchi di farla, a mia possanza, gloriosa con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.
125
Il Saracin non avea manco sdegno contra il suo re, che contra la donzella; e così di ragion passava il segno, biasmando lui, come biasmando quella. Ha disio di veder che sopra il regno gli cada tanto mal, tanta procella, ch'in Africa ogni casa si funesti, né pietra salda sopra pietra resti;
126
e che spinto del regno, in duolo e in lutto viva Agramante misero e mendico: e ch'esso sia che poi gli renda il tutto, e lo riponga nel suo seggio antico, e de la fede sua produca il frutto; e gli faccia veder ch'un vero amico a dritto e a torto esser dovea preposto, se tutto 'l mondo se gli fosse opposto.
127
E così quando al re, quando alla donna volgendo il cor turbato, il Saracino cavalca a gran giornate, e non assonna, e poco riposar lascia Frontino. Il dì seguente o l'altro in su la Sonna si ritrovò, ch'avea dritto il camino verso il mar di Provenza, con disegno di navigare in Africa al suo regno.
128
Di barche e di sottil legni era tutto fra l'una ripa e l'altra il fiume pieno, ch'ad uso de l'esercito condutto da molti lochi vettovaglie avieno; perché in poter de' Mori era ridutto, venendo da Parigi al lito ameno d'Acquamorta, e voltando invêr la Spagna, ciò che v'è da man destra di campagna.
129
Le vettovaglie in carra ed in iumenti, tolte fuor de le navi, erano carche, e tratte con la scorta de le genti, ove venir non si potea con barche. Avean piene le ripe i grassi armenti quivi condotti da diverse marche; e i conduttori intorno alla riviera per vari tetti albergo avean la sera.
130
Il re d'Algier, perché gli sopravenne quivi la notte e l'aer nero e cieco, d'un ostier paesan lo 'nvito tenne, che lo pregò che rimanesse seco. Adagiato il destrier, la mensa venne di vari cibi e di vin corso e greco; che 'l Saracin nel resto alla moresca ma volse far nel bere alla francesca.
131
L'oste con buona mensa e miglior viso studiò di fare a Rodomonte onore; che la presenza gli diè certo aviso ch'era uomo illustre e pien d'alto valore: ma quel che da se stesso era diviso, né quella sera avea ben seco il core (che mal suo grado s'era ricondotto alla donna già sua), non facea motto.
132
Il buon ostier, che fu dei diligenti che mai si sien per Francia ricordati, quando tra le nimiche e strane genti l'albergo e' beni suoi s'avea salvati, per servir, quivi, alcuni suoi parenti, a tal servigio pronti, avea chiamati; de' quai non era alcun di parlar oso, vedendo il Saracin muto e pensoso.
133
Di pensiero in pensiero andò vagando da se stesso lontano il pagan molto, col viso a terra chino, né levando sì gli occhi mai, ch'alcun guardasse in volto. Dopo un lungo star cheto, suspirando, sì come d'un gran sonno allora sciolto, tutto si scosse, e insieme alzò le ciglia, e voltò gli occhi all'oste e alla famiglia.
134
Indi roppe il silenzio, e con sembianti più dolci un poco e viso men turbato, domandò all'oste e agli altri circostanti se d'essi alcuno avea mogliere a lato. Che l'oste e che quegli altri tutti quanti l'aveano, per risposta gli fu dato. Domanda lor quel che ciascun si crede de la sua donna nel servargli fede.
135
Eccetto l'oste, fer tutti risposta, che si credeano averle e caste e buone. Disse l'oste: — Ognun pur creda a sua posta; ch'io so ch'avete falsa opinione. Il vostro sciocco credere vi costa ch'io stimi ognun di voi senza ragione; e così far questo signor deve anco, se non vi vuol mostrar nero per bianco.
136
Perché, sì come è sola la fenice, né mai più d'una in tutto il mondo vive, così né mai più d'uno esser si dice, che de la moglie i tradimenti schive. Ognun si crede d'esser quel felice, d'esser quel sol ch'a questa palma arrive. Come è possibil che v'arrivi ognuno, se non ne può nel mondo esser più d'uno?
137
Io fui già ne l'error che siete voi, che donna casta anco più d'una fusse. Un gentilomo di Vinegia poi, che qui mia buona sorte già condusse, seppe far sì con veri esempi suoi, che fuor de l'ignoranza mi ridusse. Gian Francesco Valerio era nomato; che 'l nome suo non mi s'è mai scordato.
138
Le fraudi che le mogli e che l'amiche sogliano usar, sapea tutte per conto: e sopra ciò moderne istorie e antiche, e proprie esperienze avea sì in pronto, che mi mostrò che mai donne pudiche non si trovaro, o povere o di conto; e s'una casta più de l'altra parse, venìa, perché più accorta era a celarse.
139
E fra l'altre (che tante me ne disse, che non ne posso il terzo ricordarmi), sì nel capo una istoria mi si scrisse, che non si scrisse mai più saldo in marmi: e ben parria a ciascuno che l'udisse, di queste rie quel ch'a me parve e parmi. E se, signor, a voi non spiace udire, a lor confusion ve la vo' dire. —
140
Rispose il Saracin: — Che puoi tu farmi, che più al presente mi diletti e piaccia, che dirmi istoria e qualche esempio darmi che con l'opinion mia si confaccia? Perch'io possa udir meglio, e tu narrarmi, siedemi incontra, ch'io ti vegga in faccia. — Ma nel canto che segue io v'ho da dire quel che fe' l'oste a Rodomonte udire.
CANTO VENTOTTESIMO
1
Donne, e voi che le donne avete in pregio, per Dio, non date a questa istoria orecchia, a questa che l'ostier dire in dispregio e in vostra infamia e biasmo s'apparecchia; ben che né macchia vi può dar né fregio lingua sì vile, e sia l'usanza vecchia che 'l volgare ignorante ognun riprenda, e parli più di quel che meno intenda.
2
Lasciate questo canto, che senza esso può star l'istoria, e non sarà men chiara. Mettendolo Turpino, anch'io l'ho messo, non per malivolenza né per gara. Ch'io v'ami, oltre mia lingua che l'ha espresso, che mai non fu di celebrarvi avara, n'ho fatto mille prove; e v'ho dimostro ch'io son, né potrei esser se non vostro.
3
Passi, chi vuol, tre carte o quattro, senza leggerne verso, e chi pur legger vuole, gli dia quella medesima credenza che si suol dare a finzioni e a fole. Ma tornando al dir nostro, poi ch'udienza apparecchiata vide a sue parole, e darsi luogo incontra al cavalliero, così l'istoria incominciò l'ostiero.
4
— Astolfo, re de' Longobardi, quello a cui lasciò il fratel monaco il regno, fu ne la giovinezza sua sì bello, che mai poch'altri giunsero a quel segno. N'avria a fatica un tal fatto a penello Apelle, o Zeusi, o se v'è alcun più degno. Bello era, ed a ciascun così parea: ma di molto egli ancor più si tenea.
5
Non stimava egli tanto per l'altezza del grado suo, d'avere ognun minore; né tanto, che di genti e di ricchezza, di tutti i re vicini era il maggiore; quanto che di presenza e di bellezza avea per tutto 'l mondo il primo onore. Godea di questo, udendosi dar loda, quanto di cosa volentier più s'oda.
6
Tra gli altri di sua corte avea assai grato Fausto Latini, un cavallier romano: con cui sovente essendosi lodato or del bel viso or de la bella mano, ed avendolo un giorno domandato se mai veduto avea, presso o lontano, altro uom di forma così ben composto; contra quel che credea, gli fu risposto.
7
— Dico (rispose Fausto) che secondo ch'io veggo e che parlarne odo a ciascuno, ne la bellezza hai pochi pari al mondo; e questi pochi io li restringo in uno. Quest'uno è un fratel mio, detto Iocondo. Eccetto lui, ben crederò ch'ognuno di beltà molto a dietro tu ti lassi; ma questo sol credo t'adegui e passi. —
8
Al re parve impossibil cosa udire, che sua la palma infin allora tenne; e d'aver conoscenza alto desire di sì lodato giovene gli venne. Fe' sì con Fausto, che di far venire quivi il fratel prometter gli convenne; ben ch'a poterlo indur che ci venisse, saria fatica, e la cagion gli disse:
9
che 'l suo fratello era uom che mosso il piede mai non avea di Roma alla sua vita, che del ben che Fortuna gli concede, tranquilla e senza affanni avea notrita: la roba di che 'l padre il lasciò erede, né mai cresciuta avea né minuita; e che parrebbe a lui Pavia lontana più che non parria a un altro ire alla Tana.
10
E la difficultà saria maggiore a poterlo spiccar da la mogliere, con cui legato era di tanto amore, che non volendo lei, non può volere. Pur per ubbidir lui che gli è signore, disse d'andare e fare oltre il potere. Giunse il re a' prieghi tali offerte e doni, che di negar non gli lasciò ragioni.
11
Partisse, e in pochi giorni ritrovosse dentro di Roma alle paterne case. Quivi tanto pregò, che 'l fratel mosse sì ch'a venire al re gli persuase; e fece ancor (ben che difficil fosse) che la cognata tacita rimase, proponendole il ben che n'usciria, oltre ch'obligo sempre egli l'avria.
12
Fisse Iocondo alla partita il giorno: trovò cavalli e servitori intanto; vesti fe' far per comparire adorno, che talor cresce una beltà un bel manto. La notte a lato, e 'l dì la moglie intorno, con gli occhi ad or ad or pregni di pianto, gli dice che non sa come patire potrà tal lontananza e non morire;
13
che pensandovi sol, da la radice sveller si sente il cor nel lato manco. — Deh, vita mia, non piagnere (le dice Iocondo, e seco piagne egli non manco); così mi sia questo camin felice, come tornar vo' fra duo mesi almanco: né mi faria passar d'un giorno il segno, se mi donasse il re mezzo il suo regno. —
14
Né la donna perciò si riconforta: dice che troppo termine si piglia; e s'al ritorno non la trova morta, esser non può se non gran maraviglia. Non lascia il duol che giorni e notte porta, che gustar cibo, e chiuder possa ciglia; tal che per la pietà Iocondo spesso si pente ch'al fratello abbia promesso.
15
Dal collo un suo monile ella si sciolse, ch'una crocetta avea ricca di gemme, e di sante reliquie che raccolse in molti luoghi un peregrin boemme; ed il padre di lei, ch'in casa il tolse tornando infermo, di Ierusalemme, venendo a morte poi ne lasciò erede: questa levossi ed al marito diede.
16
E che la porti per suo amore al collo lo prega, sì che ognor gli ne sovenga. Piacque il dono al marito, ed accettollo; non perché dar ricordo gli convenga: che né tempo né assenza mai dar crollo, né buona o ria fortuna che gli avenga, potrà a quella memoria salda e forte c'ha di lei sempre, e avrà dopo la morte.
17
La notte ch'andò inanzi a quella aurora che fu il termine estremo alla partenza, al suo Iocondo par ch'in braccio muora la moglie, che n'ha tosto da star senza. Mai non si dorme; e inanzi al giorno un'ora viene il marito all'ultima licenza. Montò a cavallo e si partì in effetto; e la moglier si ricorcò nel letto.
18
Iocondo ancor duo miglia ito non era, che gli venne la croce raccordata, ch'avea sotto il guancial messo la sera, poi per oblivion l'avea lasciata. — Lasso! (dicea tra sé) di che maniera troverò scusa che mi sia accettata, che mia moglie non creda che gradito poco da me sia l'amor suo infinito? —
19
Pensa la scusa, e poi gli cade in mente che non sarà accettabile né buona, mandi famigli, mandivi altra gente, s'egli medesmo non vi va in persona. Si ferma, e al fratel dice: — Or pianamente fin a Baccano al primo albergo sprona; che dentro a Roma è forza ch'io rivada: e credo anco di giugnerti per strada.
20
Non potria fare altri il bisogno mio: né dubitar, ch'io sarò tosto teco. — voltò il ronzin di trotto, e disse a Dio; né de' famigli suoi volse alcun seco. Già cominciava, quando passò il rio, dinanzi al sole a fuggir l'aer cieco. Smonta in casa, va al letto, e la consorte quivi ritrova addormentata forte.
21
La cortina levò senza far motto, e vide quel che men veder credea: che la sua casta e fedel moglie, sotto la coltre, in braccio a un giovene giacea. Riconobbe l'adultero di botto, per la pratica lunga che n'avea; ch'era de la famiglia sua un garzone, allevato da lui, d'umil nazione.
22
S'attonito restasse e malcontento, meglio è pensarlo e farne fede altrui, ch'esserne mai per far l'esperimento che con suo gran dolor ne fe' costui. Da lo sdegno assalito, ebbe talento di trar la spada e uccidergli ambedui: ma da l'amor che porta, al suo dispetto, all'ingrata moglier, gli fu interdetto.
23
Né lo lasciò questo ribaldo Amore (vedi se sì l'avea fatto vasallo) destarla pur, per non le dar dolore che fosse da lui colta in sì gran fallo. Quanto poté più tacito uscì fuore, scese le scale, e rimontò a cavallo; e punto egli d'amor, così lo punse, ch'all'albergo non fu, che 'l fratel giunse.
24
Cambiato a tutti parve esser nel volto; vider tutti che 'l cor non avea lieto: ma non v'è chi s'apponga già di molto, e possa penetrar nel suo secreto. Credeano che da lor si fosse tolto per gire a Roma, e gito era a Corneto. Ch'amor sia del mal causa ognun s'avisa; ma non è già chi dir sappia in che guisa.
25
Estimasi il fratel, che dolor abbia d'aver la moglie sua sola lasciata; e pel contrario duolsi egli ed arrabbia che rimasa era troppo accompagnata. Con fronte crespa e con gonfiate labbia sta l'infelice, e sol la terra guata. Fausto ch'a confortarlo usa ogni prova, perché non sa la causa, poco giova.
26
Di contrario liquor la piaga gli unge, e dove tor dovria, gli accresce doglie; dove dovria saldar, più l'apre e punge: questo gli fa col ricordar la moglie. Né posa dì né notte: il sonno lunge fugge col gusto, e mai non si raccoglie: e la faccia, che dianzi era sì bella, si cangia sì, che più non sembra quella.
27
Par che gli occhi se ascondin ne la testa; cresciuto il naso par nel viso scarno: de la beltà sì poca gli ne resta, che ne potrà far paragone indarno. Col duol venne una febbre sì molesta, che lo fe' soggiornar all'Arbia e all'Arno: e se di bello avea serbata cosa, tosto restò come al sol colta rosa.
28
Oltre ch'a Fausto incresca del fratello che veggia a simil termine condutto, via più gl'incresce che bugiardo a quello principe, a chi lodollo, parrà in tutto: mostrar di tutti gli uomini il più bello gli avea promesso, e mostrerà il più brutto. Ma pur continuando la sua via, seco lo trasse al fin dentro a Pavia.
29
Già non vuol che lo vegga il re improviso, per non mostrarsi di giudicio privo: ma per lettere inanzi gli dà aviso che 'l suo fratel ne viene a pena vivo; e ch'era stato all'aria del bel viso un affanno di cor tanto nocivo, accompagnato da una febbre ria, che più non parea quel ch'esser solia.
30
Grata ebbe la venuta di Iocondo quanto potesse il re d'amico avere; che non avea desiderato al mondo cosa altretanto, che di lui vedere. Né gli spiace vederselo secondo, e di bellezza dietro rimanere; ben che conosca, se non fosse il male, che gli saria superiore o uguale.
31
Giunto, lo fa alloggiar nel suo palagio, lo visita ogni giorno, ogni ora n'ode; fa gran provision che stia con agio, e d'onorarlo assai si studia e gode. Langue Iocondo, che 'l pensier malvagio c'ha de la ria moglier, sempre lo rode: né 'l veder giochi, né musici udire, dramma del suo dolor può minuire.
32
Le stanze sue, che sono appresso al tetto l'ultime, inanzi hanno una sala antica. Quivi solingo (perché ogni diletto, perch'ogni compagnia prova nimica) si ritraea, sempre aggiungendo al petto di più gravi pensier nuova fatica: e trovò quivi (or chi lo crederia?) chi lo sanò de la sua piaga ria.
33
In capo de la sala, ove è più scuro (che non vi s'usa le finestre aprire,) vede che 'l palco mal si giunge al muro, e fa d'aria più chiara un raggio uscire. Pon l'occhio quindi, e vede quel che duro a creder fôra a chi l'udisse dire: non l'ode egli d'altrui, ma se lo vede; ed anco agli occhi suoi propri non crede.
34
Quindi scopria de la regina tutta la più secreta stanza e la più bella, ove persona non verria introdutta, se per molto fedel non l'avesse ella. Quindi mirando vide in strana lutta ch'un nano aviticchiato era con quella: ed era quel piccin stato sì dotto, che la regina avea messa di sotto.
35
Attonito Iocondo e stupefatto, e credendo sognarsi, un pezzo stette; e quando vide pur che gli era in fatto e non in sogno, a se stesso credette. — A uno sgrignuto mostro e contrafatto dunque (disse) costei si sottomette, che 'l maggior re del mondo ha per marito, più bello e più cortese? oh che appetito! —
36
E de la moglie sua, che così spesso più d'ogn'altra biasmava, ricordosse, perché 'l ragazzo s'avea tolto appresso: ed or gli parve che escusabil fosse. Non era colpa sua più che del sesso, che d'un solo uomo mai non contentosse: e s'han tutte una macchia d'uno inchiostro, almen la sua non s'avea tolto un mostro.
37
Il dì seguente, alla medesima ora, al medesimo loco fa ritorno; e la regina e il nano vede ancora, che fanno al re pur il medesmo scorno. Trova l'altro dì ancor che si lavora, e l'altro; e al fin non si fa festa giorno: e la regina (che gli par più strano) sempre si duol che poco l'ami il nano.
38
Stette fra gli altri un giorno a veder, ch'ella era turbata e in gran malenconia, che due volte chiamar per la donzella il nano fatto avea, n'ancor venìa. Mandò la terza volta, ed udì quella, che: — Madonna, egli giuoca (riferia); e per non stare in perdita d'un soldo, a voi niega venire il manigoldo. —
39
A sì strano spettacolo Iocondo raserena la fronte e gli occhi e il viso; e quale in nome, diventò giocondo d'effetto ancora, e tornò il pianto in riso. Allegro torna e grasso e rubicondo, che sembra un cherubin del paradiso; che 'l re, il fratello e tutta la famiglia di tal mutazion si maraviglia.
40
Se da Iocondo il re bramava udire onde venisse il subito conforto, non men Iocondo lo bramava dire, e fare il re di tanta ingiuria accorto; ma non vorria che, più di sé, punire volesse il re la moglie di quel torto; sì che per dirlo e non far danno a lei, il re fece giurar su l'agnusdei.
41
Giurar lo fe' che né per cosa detta, né che gli sia mostrata che gli spiaccia, ancor ch'egli conosca che diretta— mente a sua Maestà danno si faccia, tardi o per tempo mai farà vendetta; e di più vuole ancor che se ne taccia, sì che né il malfattor giamai comprenda in fatto o in detto, che 'l re il caso intenda.
42
Il re, ch'ogn'altra cosa, se non questa, creder potria, gli giurò largamente. Iocondo la cagion gli manifesta, ond'era molti dì stato dolente: perché trovata avea la disonesta sua moglie in braccio d'un suo vil sergente; e che tal pena al fin l'avrebbe morto, se tardato a venir fosse il conforto.
43
Ma in casa di sua Altezza avea veduto cosa che molto gli scemava il duolo; che se bene in obbrobrio era caduto, era almen certo di non v'esser solo. Così dicendo, e al bucolin venuto, gli dimostrò il bruttissimo omiciuolo che la giumenta altrui sotto si tiene, tocca di sproni e fa giuocar di schene.
44
Se parve al re vituperoso l'atto, lo crederete ben, senza ch'io 'l giuri. Ne fu per arrabbiar, per venir matto; ne fu per dar del capo in tutti i muri; fu per gridar, fu per non stare al patto: ma forza è che la bocca al fin si turi, e che l'ira trangugi amara ed acra, poi che giurato avea su l'ostia sacra.
45
— Che debbo far, che mi consigli, frate, (disse a Iocondo), poi che tu mi tolli che con degna vendetta e crudeltate questa giustissima ira io non satolli? — — Lasciàn (disse Iocondo) queste ingrate, e proviam se son l'altre così molli: facciàn de le lor femine ad altrui quel ch'altri de le nostre han fatto a nui.
46
Ambi gioveni siamo, e di bellezza, che facilmente non troviamo pari. Qual femina sarà che n'usi asprezza, se contra i brutti ancor non han ripari? Se beltà non varrà né giovinezza, varranne almen l'aver con noi danari. Non vo' che torni, che non abbi prima di mille moglie altrui la spoglia opima.
47
La lunga assenza, il veder vari luoghi, praticare altre femine di fuore, par che sovente disacerbi e sfoghi de l'amorose passioni il core. — Lauda il parer, né vuol che si proròghi il re l'andata; e fra pochissime ore, con due scudieri, oltre alla compagnia del cavallier roman, si mette in via.
48
Travestiti cercaro Italia, Francia, le terre de' Fiaminghi e de l'Inglesi; e quante ne vedean di bella guancia, trovavan tutte ai prieghi lor cortesi. Davano, e dato loro era la mancia; e spesso rimetteano i danar spesi. Da loro pregate foro molte, e foro anch'altretante che pregaron loro.
49
In questa terra un mese, in quella dui soggiornando, accertarsi a vera prova che non men ne le lor, che ne l'altrui femine, fede e castità si trova. Dopo alcun tempo increbbe ad ambedui di sempre procacciar di cosa nuova; che mal poteano entrar ne l'altrui porte, senza mettersi a rischio de la morte.
50
Gli è meglio una trovarne che di faccia e di costumi ad ambi grata sia; che lor communemente sodisfaccia, e non n'abbin d'aver mai gelosia. — E perché (dicea il re) vo' che mi spiaccia aver più te ch'un altro in compagnia? So ben ch'in tutto il gran femineo stuolo una non è che stia contenta a un solo.
51
Una, senza sforzar nostro potere, ma quando il natural bisogno inviti, in festa goderemoci e in piacere, che mai contese non avren né liti. Né credo che si debba ella dolere: che s'anco ogn'altra avesse duo mariti, più ch'ad un solo, a duo saria fedele; né forse s'udirian tante querele. —
52
Di quel che disse il re, molto contento rimaner parve il giovine romano. Dunque fermati in tal proponimento, cercar molte montagne e molto piano: trovaro al fin, secondo il loro intento, una figliuola d'uno ostiero ispano, che tenea albergo al porto di Valenza, bella di modi e bella di presenza.
53
Era ancor sul fiorir di primavera sua tenerella e quasi acerba etade. Di molti figli il padre aggravat'era, e nimico mortal di povertade; sì ch'a disporlo fu cosa leggiera, che desse lor la figlia in potestade; ch'ove piacesse lor potesson trarla, poi che promesso avean di ben trattarla.
54
Pigliano la fanciulla, e piacer n'hanno or l'un or l'altro in caritade e in pace, come a vicenda i mantici che danno, or l'uno or l'altro, fiato alla fornace. Per veder tutta Spagna indi ne vanno, e passar poi nel regno di Siface; e 'l dì che da Valenza si partiro, ad albergare a Zattiva veniro.
55
I patroni a veder strade e palazzi ne vanno, e lochi publici e divini; ch'usanza han di pigliar simil solazzi in ogni terra ove entran peregrini; e la fanciulla resta coi ragazzi. Altri i letti, altri acconciano i ronzini, altri hanno cura che sia alla tornata dei signor lor la cena apparecchiata.
56
Ne l'albergo un garzon stava per fante, ch'in casa de la giovene già stette a' servigi del padre, e d'essa amante fu da' primi anni, e del suo amor godette. Ben s'adocchiar, ma non ne fer sembiante, ch'esser notato ognun di lor temette: ma tosto ch'i patroni e la famiglia lor dieron luogo, alzar tra lor le ciglia.
57
Il fante domandò dove ella gisse, e qual dei duo signor l'avesse seco. A punto la Fiammetta il fatto disse (così avea nome, e quel garzone il Greco). — Quando sperai che 'l tempo ohimè! venisse (il Greco le dicea) di viver teco, Fiammetta, anima mia, tu te ne vai, e non so più di rivederti mai.
58
Fannosi i dolci miei disegni amari, poi che sei d'altri, e tanto mi ti scosti. Io disegnava, avendo alcun' danari con gran fatica e gran sudor riposti, ch'avanzato m'avea de' miei salari e de le bene andate di molti osti, di tornare a Valenza, e domandarti al padre tuo per moglie, e di sposarti. —
59
La fanciulla negli omeri si stringe, e risponde che fu tardo a venire. Piange il Greco e sospira, e parte finge: — Vuommi (dice) lasciar così morire? Con le tuo braccia i fianchi almen mi cinge, lasciami disfogar tanto desire: ch'inanzi che tu parta, ogni momento che teco io stia mi fa morir contento. —
60
La pietosa fanciulla rispondendo: — Credi (dicea) che men di te nol bramo; ma né luogo né tempo ci comprendo qui, dove in mezzo di tanti occhi siamo. — Il Greco soggiungea: — Certo mi rendo, che s'un terzo ami me di quel ch'io t'amo, in questa notte almen troverai loco che ci potren godere insieme un poco. —
61
— Come potrò (diceagli la fanciulla), che sempre in mezzo a duo la notte giaccio? e meco or l'uno or l'altro si trastulla, e sempre a l'un di lor mi trovo in braccio? — — Questo ti fia (suggiunse il Greco) nulla; che ben ti saprai tor di questo impaccio, e uscir di mezzo lor, pur che tu voglia: e déi voler, quando di me ti doglia. —
62
Pensa ella alquanto, e poi dice che vegna quando creder potrà ch'ognuno dorma; e pianamente come far convegna, e de l'andare e del tornar l'informa. Il Greco, sì come ella gli disegna, quando sente dormir tutta la torma, viene all'uscio e lo spinge, e quel gli cede: entra pian piano, e va a tenton col piede.
63
Fa lunghi i passi, e sempre in quel di dietro tutto si ferma, e l'altro par che muova a guisa che di dar tema nel vetro, non che 'l terreno abbia a calcar, ma l'uova; e tien la mano inanzi simil metro, va brancolando infin che 'l letto trova: e di là dove gli altri avean le piante, tacito si cacciò col capo inante.
64
Fra l'una e l'altra gamba di Fiammetta, che supina giacea, diritto venne; e quando le fu a par, l'abbracciò stretta, e sopra lei sin presso al dì si tenne. Cavalcò forte, e non andò a staffetta; che mai bestia mutar non gli convenne: che questa pare a lui che sì ben trotte, che scender non ne vuol per tutta notte.
65
Avea Iocondo ed avea il re sentito il calpestio che sempre il letto scosse; e l'uno e l'altro, d'uno error schernito, s'avea creduto che 'l compagno fosse. Poi ch'ebbe il Greco il suo camin fornito, sì come era venuto, anco tornosse. Saettò il sol da l'orizzonte i raggi; sorse Fiammetta, e fece entrare i paggi.
66
Il re disse al compagno motteggiando: — Frate, molto camin fatto aver déi; e tempo è ben che ti riposi, quando stato a cavallo tutta notte sei. — Iocondo a lui rispose di rimando, e disse: — Tu di' quel ch'io a dire avrei. A te tocca posare, e pro ti faccia, che tutta notte hai cavalcato a caccia. —
67
— Anch'io (suggiunse il re) senza alcun fallo lasciato avria il mio can correre un tratto, se m'avessi prestato un po' il cavallo, tanto che 'l mio bisogno avessi fatto. — Iocondo replicò: — Son tuo vasallo, e puoi far meco e rompere ogni patto: sì che non convenia tal cenni usare; ben mi potevi dir: lasciala stare. —
68
Tanto replica l'un, tanto soggiunge l'altro, che sono a grave lite insieme. Vengon da' motti ad un parlar che punge, ch'ad amenduo l'esser beffato preme. Chiaman Fiammetta (che non era lunge, e de la fraude esser scoperta teme) per fare in viso l'uno all'altro dire quel che negando ambi parean mentire.
69
— Dimmi (le disse il re con fiero sguardo), e non temer di me né di costui; chi tutta notte fu quel sì gagliardo, che ti godé senza far parte altrui? — Credendo l'un provar l'altro bugiardo, la risposta aspettavano ambedui. Fiammetta a' piedi lor si gittò, incerta di viver più, vedendosi scoperta.
70
Domandò lor perdono, che d'amore ch'a un giovinetto avea portato, spinta, e da pietà d'un tormentato core che molto avea per lei patito, vinta, caduta era la notte in quello errore; e seguitò, senza dir cosa finta, come tra lor con speme si condusse, ch'ambi credesson che 'l compagno fusse.
71
Il re e Iocondo si guardaro in viso, di maraviglia e di stupor confusi; né d'aver anco udito lor fu aviso, ch'altri duo fusson mai così delusi. Poi scoppiaro ugualmente in tanto riso, che con la bocca aperta e gli occhi chiusi, potendo a pena il fiato aver del petto, a dietro si lasciar cader sul letto.
72
Poi ch'ebbon tanto riso, che dolere se ne sentiano il petto, e pianger gli occhi, disson tra lor: — Come potremo avere guardia, che la moglier non ne l'accocchi, se non giova tra duo questa tenere, e stretta sì, che l'uno e l'altro tocchi? Se più che crini avesse occhi il marito, non potria far che non fosse tradito.
73
Provate mille abbiamo, e tutte belle; né di tante una è ancor che ne contraste. Se provian l'altre, fian simili anch'elle; ma per ultima prova costei baste. Dunque possiamo creder che più felle non sien le nostre, o men de l'altre caste: e se son come tutte l'altre sono, che torniamo a godercile fia buono. —
74
Conchiuso ch'ebbon questo, chiamar fero per Fiammetta medesima il suo amante; e in presenza di molti gli la diero per moglie, e dote gli fu bastante. Poi montaro a cavallo, e il lor sentiero ch'era a ponente, volsero a levante; ed alle mogli lor se ne tornaro, di ch'affanno mai più non si pigliaro. —
75
L'ostier qui fine alla sua istoria pose, che fu con molta attenzione udita. Udilla il Saracin, né gli rispose parola mai, fin che non fu finita. Poi disse: — Io credo ben che de l'ascose feminil frode sia copia infinita; né si potria de la millesma parte tener memoria con tutte le carte. —
76
Quivi era un uom d'età, ch'avea più retta opinion degli altri, e ingegno e ardire; e non potendo ormai, che sì negletta ogni femina fosse, più patire, si volse a quel ch'avea l'istoria detta, e gli disse: — Assai cose udimo dire, che veritade in sé non hanno alcuna: e ben di queste è la tua favola una.
77
A chi te la narrò non do credenza, s'evangelista ben fosse nel resto; ch'opinione, più ch'esperienza ch'abbia di donne, lo facea dir questo. L'avere ad una o due malivolenza, fa ch'odia e biasma l'altre oltre all'onesto; ma se gli passa l'ira, io vo' tu l'oda, più ch'ora biasmo, anco dar lor gran loda.
78
E se vorrà lodarne, avrà maggiore il campo assai, ch'a dirne mal non ebbe: di cento potrà dir degne d'onore verso una trista che biasmar si debbe. Non biasmar tutte, ma serbarne fuore la bontà d'infinite si dovrebbe; e se 'l Valerio tuo disse altrimente, disse per ira, e non per quel che sente.
79
Ditemi un poco: è di voi forse alcuno ch'abbia servato alla sua moglie fede? che nieghi andar, quando gli sia oportuno, all'altrui donna, e darle ancor mercede? credete in tutto 'l mondo trovarne uno? chi 'l dice, mente; e folle è ben chi 'l crede. Trovatene vo' alcuna che vi chiami? (non parlo de le publiche ed infami).
80
Conoscete alcun voi, che non lasciasse la moglie sola, ancor che fosse bella, per seguire altra donna, se sperasse in breve e facilmente ottener quella? Che farebbe egli, quando lo pregasse o desse premio a lui donna o donzella? Credo, per compiacere or queste or quelle, che tutti lasciaremmovi la pelle.
81
Quelle che i lor mariti hanno lasciati, le più volte cagione avuta n'hanno. Del suo di casa, li veggon svogliati, e che fuor, de l'altrui bramosi, vanno. Dovriano amar, volendo essere amati, e tor con la misura ch'a lor danno. Io farei (se a me stesse il darla e torre) tal legge, ch'uom non vi potrebbe opporre.
82
Saria la legge, ch'ogni donna colta in adulterio, fosse messa a morte, se provar non potesse ch'una volta avesse adulterato il suo consorte: se provar lo potesse, andrebbe asciolta, né temeria il marito né la corte. Cristo ha lasciato nei precetti suoi: non far altrui quel che patir non vuoi.
83
La incontinenza è quanto mal si puote imputar lor, non già a tutto lo stuolo. Ma in questo chi ha di noi più brutte note? che continente non si trova un solo. E molto più n'ha ad arrossir le gote, quando bestemmia, ladroneccio, dolo, usura ed omicidio, e se v'è peggio, raro, se non dagli uomini, far veggio. —
84
Appresso alle ragioni avea il sincero e giusto vecchio in pronto alcuno esempio di donne, che né in fatto né in pensiero mai di lor castità patiron scempio. Ma il Saracin, che fuggia udire il vero, lo minacciò con viso crudo ed empio, sì che lo fece per timor tacere; ma già non lo mutò di suo parere.
85
Posto ch'ebbe alle liti e alle contese termine il re pagan, lasciò la mensa; indi nel letto per dormir si stese fin al partir de l'aria scura e densa: ma de la notte, a sospirar l'offese più de la donna ch'a dormir, dispensa. Quindi parte all'uscir del nuovo raggio, e far disegna in nave il suo viaggio.
86
Però ch'avendo tutto quel rispetto ch'a buon cavallo dee buon cavalliero, a quel suo bello e buono, ch'a dispetto tenea di Sacripante e di Ruggiero; vedendo per duo giorni averlo stretto più che non si dovria sì buon destriero, lo pon, per riposarlo, e lo rassetta in una barca, e per andar più in fretta.
87
Senza indugio al nocchier varar la barca, e dar fa i remi all'acqua da la sponda. Quella, non molto grande e poco carca, se ne va per la Sonna giù a seconda. Non fugge il suo pensier né se ne scarca Rodomonte per terra né per onda: lo trova in su la proda e in su la poppa; e se cavalca, il porta dietro in groppa.
88
Anzi nel capo, o sia nel cor gli siede, e di fuor caccia ogni conforto e serra. Di ripararsi il misero non vede, da poi che gli nimici ha ne la terra. Non sa da chi sperar possa mercede, se gli fanno i domestici suoi guerra: la notte e 'l giorno e sempre è combattuto da quel crudel che dovria dargli aiuto.
89
Naviga il giorno e la notte seguente Rodomonte col cor d'affanni grave; e non si può l'ingiuria tor di mente, che da la donna e dal suo re avuto have; e la pena e il dolor medesmo sente, che sentiva a cavallo, ancora in nave: né spegner può, per star ne l'acqua, il fuoco, né può stato mutar, per mutar loco.
90
Come l'infermo, che dirotto e stanco di febbre ardente, va cangiando lato; o sia su l'uno o sia su l'altro fianco spera aver, se si volge, miglior stato; né sul destro riposa né sul manco, e per tutto ugualmente è travagliato: così il pagano al male ond'era infermo mal trova in terra e male in acqua schermo.
91
Non puote in nave aver più pazienza, e si fa porre in terra Rodomonte. Lion passa e Vienna, indi Valenza e vede in Avignone il ricco ponte; che queste terre ed altre ubidienza, che son tra il fiume e 'l celtibero monte, rendean al re Agramante e al re di Spagna dal dì che fur signor de la campagna.
92
Verso Acquamorta a man dritta si tenne con animo in Algier passare in fretta; e sopra un fiume ad una villa venne e da Bacco e da Cerere diletta, che per le spesse ingiurie, che sostenne dai soldati, a votarsi fu costretta. Quinci il gran mare, e quindi ne l'apriche valli vede ondeggiar le bionde spiche.
93
Quivi ritrova una piccola chiesa di nuovo sopra un monticel murata, che poi ch'intorno era la guerra accesa, i sacerdoti vota avean lasciata. Per stanza fu da Rodomonte presa; che pel sito, e perch'era sequestrata dai campi, onde avea in odio udir novella, gli piacque sì, che mutò Algieri in quella.
94
Mutò d'andare in Africa pensiero, sì commodo gli parve il luogo e bello. Famigli e carriaggi e il suo destriero seco alloggiar fe' nel medesmo ostello. Vicino a poche leghe a Mompoliero e ad alcun altro ricco e buon castello siede il villaggio allato alla riviera; sì che d'avervi ogn'agio il modo v'era.
95
Standovi un giorno il Saracin pensoso (come pur era il più del tempo usato), vide venir per mezzo un prato erboso, che d'un piccol sentiero era segnato, una donzella di viso amoroso in compagnia d'un monaco barbato; e si traeano dietro un gran destriero sotto una soma coperta di nero.
96
Chi la donzella, chi 'l monaco sia, chi portin seco, vi debbe esser chiaro. Conoscere Issabella si dovria, che 'l corpo avea del suo Zerbino caro. Lasciai che vêr Provenza ne venìa sotto la scorta del vecchio preclaro, che le avea persuaso tutto il resto dicare a Dio del suo vivere onesto.
97
Come ch'in viso pallida e smarrita sia la donzella ed abbia i crini inconti; e facciano i sospir continua uscita del petto acceso, e gli occhi sien duo fonti; ed altri testimoni d'una vita misera e grave in lei si veggan pronti; tanto però di bello anco le avanza, che con le Grazie Amor vi può aver stanza.
98
Tosto che 'l Saracin vide la bella donna apparir, messe il pensiero al fondo, ch'avea di biasmar sempre e d'odiar quella schiera gentil che pur adorna il mondo. E ben gli par dignissima Issabella, in cui locar debba il suo amor secondo, e spenger totalmente il primo, a modo che da l'asse si trae chiodo con chiodo.
99
Incontra se le fece, e col più molle parlar che seppe, e col miglior sembiante, di sua condizione domandolle; ed ella ogni pensier gli spiegò inante; come era per lasciare il mondo folle, e farsi amica a Dio con opre sante. Ride il pagano altier ch'in Dio non crede, d'ogni legge nimico e d'ogni fede.
100
E chiama intenzione erronea e lieve, e dice che per certo ella troppo erra; né men biasmar che l'avaro si deve, che 'l suo ricco tesor metta sotterra: alcuno util per sé non ne riceve, e da l'uso degli altri uomini il serra. Chiuder leon si denno, orsi e serpenti, e non le cose belle ed innocenti.
101
Il monaco, ch'a questo avea l'orecchia, e per soccorrer la giovane incauta, che ritratta non sia per la via vecchia, sedea al governo qual pratico nauta, quivi di spiritual cibo apparecchia tosto una mensa sontuosa e lauta. Ma il Saracin, che con mal gusto nacque, non pur la saporò, che gli dispiacque:
102
e poi ch'invano il monaco interroppe, e non poté mai far sì che tacesse, e che di pazienza il freno roppe, le mani adosso con furor gli messe. Ma le parole mie parervi troppe potriano omai, se più se ne dicesse: sì che finirò il canto; e mi fia specchio quel che per troppo dire accade al vecchio.
CANTO VENTINOVESIMO
1
O degli uomini inferma e instabil mente! come siàn presti a variar disegno! Tutti i pensier mutamo facilmente, più quei che nascon d'amoroso sdegno. Io vidi dianzi il Saracin sì ardente contra le donne, e passar tanto il segno, che non che spegner l'odio, ma pensai che non dovesse intiepidirlo mai.
2
Donne gentil, per quel ch'a biasmo vostro parlò contra il dover, sì offeso sono, che sin che col suo mal non gli dimostro quanto abbia fatto error, non gli perdono. Io farò sì con penna e con inchiostro, ch'ognun vedrà che gli era utile e buono aver taciuto, e mordersi anco poi prima la lingua, che dir mal di voi.
3
Ma che parlò come ignorante e sciocco, ve lo dimostra chiara esperienza. Incontra tutte trasse fuor lo stocco de l'ira, senza farvi differenza: poi d'Issabella un sguardo sì l'ha tocco, che subito gli fa mutar sentenza. Già in cambio di quell'altra la disia, l'ha vista a pena, e non sa ancor chi sia.
4
E come il nuovo amor lo punge e scalda, muove alcune ragion di poco frutto, per romper quella mente intera e salda ch'ella avea fissa al Creator del tutto. Ma l'eremita che l'è scudo e falda, perché il casto pensier non sia distrutto, con argumenti più validi e fermi, quanto più può, le fa ripari e schermi.
5
Poi che l'empio pagan molto ha sofferto con lunga noia quel monaco audace, e che gli ha detto invan ch'al suo deserto senza lei può tornar quando gli piace; e che nuocer si vede a viso aperto, e che seco non vuol triegua né pace: la mano al mento con furor gli stese, e tanto ne pelò, quanto ne prese.
6
E sì crebbe la furia, che nel collo con man lo stringe a guisa di tanaglia; e poi ch'una e due volte raggirollo, da sé per l'aria e verso il mar lo scaglia. Che n'avenisse, né dico né sollo: varia fama è di lui, né si raguaglia. Dice alcun che sì rotto a un sasso resta, che 'l piè non si discerne da la testa;
7
ed altri, ch'a cadere andò nel mare, ch'era più di tre miglia indi lontano, e che morì per non saper notare, fatti assai prieghi e orazioni invano; altri, ch'un santo lo venne aiutare, lo trasse al lito con visibil mano. Di queste, qual si vuol, la vera sia: di lui non parla più l'istoria mia.
8
Rodomonte crudel, poi che levato s'ebbe da canto il garrulo eremita, si ritornò con viso men turbato verso la donna mesta e sbigottita; e col parlar ch'è fra gli amanti usato, dicea ch'era il suo core e la sua vita e 'l suo conforto e la sua cara speme, ed altri nomi tai che vanno insieme.
9
E si mostrò sì costumato allora, che non le fece alcun segno di forza. Il sembiante gentil che l'innamora, l'usato orgoglio in lui spegne ed ammorza: e ben che 'l frutto trar ne possa fuora, passar non però vuole oltre a la scorza; che non gli par che potesse esser buono, quando da lei non lo accettasse in dono.
10
E così di disporre a poco a poco a' suoi piaceri Issabella credea. Ella, che in sì solingo e strano loco, qual topo in piede al gatto si vedea, vorria trovarsi inanzi in mezzo il fuoco; e seco tuttavolta rivolgea s'alcun partito, alcuna via fosse atta a trarla quindi immaculata e intatta.
11
Fa ne l'animo suo proponimento di darsi con sua man prima la morte, che 'l barbaro crudel n'abbia il suo intento, e che le sia cagion d'errar sì forte contra quel cavallier ch'in braccio spento l'avea crudele e dispietata sorte; a cui fatto have col pensier devoto de la sua castità perpetuo voto.
12
Crescer più sempre l'appetito cieco vede del re pagan, né sa che farsi. Ben sa che vuol venire all'atto bieco, ove i contrasti suoi tutti fien scarsi. Pur discorrendo molte cose seco, il modo trovò al fin di ripararsi, e di salvar la castità sua, come io vi dirò, con lungo e chiaro nome.
13
Al brutto Saracin, che le venìa già contra con parole e con effetti privi di tutta quella cortesia che mostrata le avea ne' primi detti: — Se fate che con voi sicura io sia del mio onor (disse) e ch'io non ne sospetti, cosa all'incontro vi darò, che molto più vi varrà, ch'avermi l'onor tolto.
14
Per un piacer di sì poco momento, di che n'ha sì abondanza tutto 'l mondo, non disprezzate un perpetuo contento, un vero gaudio a nullo altro secondo. Potrete tuttavia ritrovar cento e mille donne di viso giocondo; ma chi vi possa dar questo mio dono, nessuno al mondo, o pochi altri ci sono.
15
Ho notizia d'un'erba, e l'ho veduta venendo, e so dove trovarne appresso, che bollita con elera e con ruta ad un fuoco di legna di cipresso, e fra mano innocenti indi premuta, manda un liquor, che, chi si bagna d'esso tre volte il corpo, in tal modo l'indura, che dal ferro e dal fuoco l'assicura.
16
Io dico, se tre volte se n'immolla, un mese invulnerabile si trova. Oprar conviensi ogni mese l'ampolla; che sua virtù più termine non giova. Io so far l'acqua, ed oggi ancor farolla, ed oggi ancor voi ne vedrete prova: e vi può, s'io non fallo, esser più grata, che d'aver tutta Europa oggi acquistata.
17
Da voi domando in guiderdon di questo, che su la fede vostra mi giuriate che né in detto né in opera molesto mai più sarete alla mia castitate. — Così dicendo, Rodomonte onesto fe' ritornar; ch'in tanta voluntate venne ch'inviolabil si facesse, che più ch'ella non disse, le promesse:
18
e servaralle fin che vegga fatto de la mirabil acqua esperienza; e sforzerasse intanto a non fare atto, a non far segno alcun di violenza. Ma pensa poi di non tenere il patto, perché non ha timor né riverenza di Dio o di santi; e nel mancar di fede tutta a lui la bugiarda Africa cede.
19
Ad Issabella il re d'Algier scongiuri di non la molestar fe' più di mille, pur ch'essa lavorar l'acqua procuri, che far lo può qual fu già Cigno e Achille. Ella per balze e per valloni oscuri da le città lontana e da le ville ricoglie di molte erbe; e il Saracino non l'abandona, e l'è sempre vicino.
20
Poi ch'in più parti quant'era a bastanza colson de l'erbe e con radici e senza, tardi si ritornaro alla lor stanza; dove quel paragon di continenza tutta la notte spende, che l'avanza, a bollir erbe con molta avertenza: e a tutta l'opra e a tutti quei misteri si trova ognor presente il re d'Algieri.
21
Che producendo quella notte in giuoco con quelli pochi servi ch'eran seco, sentia, per lo calor del vicin fuoco ch'era rinchiuso in quello angusto speco, tal sete, che bevendo or molto or poco, duo baril votar pieni di greco, ch'aveano tolto uno o duo giorni inanti i suoi scudieri a certi viandanti.
22
Non era Rodomonte usato al vino, perché la legge sua lo vieta e danna: e poi che lo gustò, liquor divino gli par, miglior che 'l nettare o la manna; e riprendendo il rito saracino, gran tazze e pieni fiaschi ne tracanna. Fece il buon vino, ch'andò spesso intorno, girare il capo a tutti come un torno.
23
La donna in questo mezzo la caldaia dal fuoco tolse, ove quell'erbe cosse; e disse a Rodomonte: — Acciò che paia che mie parole al vento non ho mosse, quella che 'l ver da la bugia dispaia, e che può dotte far le genti grosse, te ne farò l'esperienza ancora, non ne l'altrui, ma nel mio corpo or ora.
24
Io voglio a far il saggio esser la prima del felice liquor di virtù pieno, acciò tu forse non facessi stima che ci fosse mortifero veneno. Di questo bagnerommi da la cima del capo giù pel collo e per lo seno: tu poi tua forza in me prova e tua spada, se questo abbia vigor, se quella rada. —
25
Bagnossi, come disse, e lieta porse all'incauto pagano il collo ignudo, incauto, e vinto anco dal vino forse, incontra a cui non vale elmo né scudo. Quel uom bestial le prestò fede, e scorse sì con la mano e sì col ferro crudo, che del bel capo, già d'Amore albergo, fe' tronco rimanere il petto e il tergo.
26
Quel fe' tre balzi; e funne udita chiara voce, ch'uscendo nominò Zerbino, per cui seguire ella trovò sì rara via di fuggir di man del Saracino. Alma, ch'avesti più la fede cara, e 'l nome quasi ignoto e peregrino al tempo nostro, de la castitade, che la tua vita e la tua verde etade,
27
vattene in pace, alma beata e bella! Così i miei versi avesson forza, come ben m'affaticherei con tutta quella arte che tanto il parlar orna e come, perché mille e mill'anni e più, novella sentisse il mondo del tuo chiaro nome. Vattene in pace alla superna sede, e lascia all'altre esempio di tua fede.
28
All'atto incomparabile e stupendo, dal cielo il Creator giù gli occhi volse, e disse: — Più di quella ti commendo, la cui morte a Tarquinio il regno tolse; e per questo una legge fare intendo tra quelle mie, che mai tempo non sciolse, la qual per le inviolabil'acque giuro che non muterà seculo futuro.
29
Per l'avvenir vo' che ciascuna ch'aggia il nome tuo, sia di sublime ingegno, e sia bella, gentil, cortese e saggia, e di vera onestade arrivi al segno: onde materia agli scrittori caggia di celebrare il nome inclito e degno; tal che Parnasso, Pindo ed Elicone sempre Issabella, Issabella risuone. —
30
Dio così disse, e fe' serena intorno l'aria, e tranquillo il mar più che mai fusse. Fe' l'alma casta al terzo ciel ritorno, e in braccio al suo Zerbin si ricondusse. Rimase in terra con vergogna e scorno quel fier senza pietà nuovo Breusse; che poi che 'l troppo vino ebbe digesto, biasmò il suo errore, e ne restò funesto.
31
Placare o in parte satisfar pensosse a l'anima beata d'Issabella, se, poi ch'a morte il corpo le percosse, desse almen vita alla memoria d'ella. Trovò per mezzo, acciò che così fosse, di convertirle quella chiesa, quella dove abitava e dove ella fu uccisa, in un sepolcro; e vi dirò in che guisa.
32
Di tutti i lochi intorno fa venire mastri, chi per amore e chi per tema; e fatto ben seimila uomini unire, de' gravi sassi i vicin monti scema, e ne fa una gran massa stabilire, che da la cima era alla parte estrema novanta braccia; e vi rinchiude dentro la chiesa, che i duo amanti have nel centro.
33
Imita quasi la superba mole che fe' Adriano all'onda tiberina. Presso al sepolcro una torre alta vuole; ch'abitarvi alcun tempo si destina. Un ponte stretto e di due braccia sole fece su l'acqua che correa vicina. Lungo il ponte, ma largo era sì poco, che dava a pena a duo cavalli loco;
34
a duo cavalli che venuti a paro, o ch'insieme si fossero scontrati: e non avea né sponda né riparo, e si potea cader da tutti i lati. Il passar quindi vuol che costi caro a guerrieri o pagani o battezzati; che de le spoglie lor mille trofei promette al cimiterio di costei.
35
In dieci giorni e in manco fu perfetta l'opra del ponticel che passa il fiume; ma non fu già il sepolcro così in fretta, né la torre condutta al suo cacume: pur fu levata sì, ch'alla veletta starvi in cima una guardia avea costume, che d'ogni cavallier che venìa al ponte, col corno facea segno a Rodomonte.
36
E quel s'armava, e se gli venìa a opporre ora su l'una, ora su l'altra riva; che se 'l guerrier venìa di vêr la torre, su l'altra proda il re d'Algier veniva. Il ponticello è il campo ove si corre; e se 'l destrier poco del segno usciva, cadea nel fiume, ch'alto era e profondo: ugual periglio a quel non avea il mondo.
37
Aveasi imaginato il Saracino, che, per gir spesso a rischio di cadere dal ponticel nel fiume a capo chino, dove gli converria molt'acqua bere, del fallo a che l'indusse il troppo vino, dovesse netto e mondo rimanere; come l'acqua, non men che 'l vino, estingua l'error che fa pel vino o mano o lingua.
38
Molti fra pochi dì vi capitaro: alcuni la via dritta vi condusse, ch'a quei che verso Italia o Spagna andaro altra non era che più trita fusse; altri l'ardire, e, più che vita caro, l'onore, a farvi di sé prova indusse. E tutti, ove acquistar credean la palma, lasciavan l'arme, e molti insieme l'alma.
39
Di quelli ch'abbattea, s'eran pagani, si contentava d'aver spoglie ed armi; e di chi prima furo, i nomi piani vi facea sopra, e sospendeale ai marmi: ma ritenea in prigion tutti i cristiani; e che in Algier poi li mandasse parmi. Finita ancor non era l'opra, quando vi venne a capitare il pazzo Orlando.
40
A caso venne il furioso conte a capitar su questa gran riviera, dove, come io vi dico, Rodomonte fare in fretta facea, né finito era la torre né il sepolcro, e a pena il ponte: e di tutte arme, fuor che di visiera, a quell'ora il pagan si trovò in punto, ch'Orlando al fiume e al ponte è sopragiunto.
41
Orlando (come il suo furor lo caccia) salta la sbarra e sopra il ponte corre. Ma Rodomonte con turbata faccia, a piè, com'era inanzi a la gran torre, gli grida di lontano e gli minaccia, né se gli degna con la spada opporre: — Indiscreto villan, ferma le piante, temerario, importuno ed arrogante!
42
Sol per signori e cavallieri è fatto il ponte, non per te, bestia balorda. — Orlando, ch'era in gran pensier distratto, vien pur inanzi e fa l'orecchia sorda. — Bisogna ch'io castighi questo matto — disse il pagano; e con la voglia ingorda venìa per traboccarlo giù ne l'onda, non pensando trovar chi gli risponda.
43
In questo tempo una gentil donzella, per passar sovra il ponte, al fiume arriva, leggiadramente ornata e in viso bella, e nei sembianti accortamente schiva. Era (se vi ricorda, Signor) quella che per ogni altra via cercando giva di Brandimarte, il suo amator, vestigi, fuor che, dove era, dentro da Parigi.
44
Ne l'arrivar di Fiordiligi al ponte (che così la donzella nomata era), Orlando s'attaccò con Rodomonte che lo volea gittar ne la riviera. La donna, ch'avea pratica del conte, subito n'ebbe conoscenza vera: e restò d'alta maraviglia piena, de la follia che così nudo il mena.
45
Fermasi a riguardar che fine avere debba il furor dei duo tanti possenti. Per far del ponte l'un l'altro cadere a por tutta lor forza sono intenti. — Come è ch'un pazzo debba sì valere? — seco il fiero pagan dice tra' denti; e qua e là si volge e si raggira, pieno di sdegno e di superbia e d'ira.
46
Con l'una e l'altra man va ricercando far nuova presa, ove il suo meglio vede; or tra le gambe, or fuor gli pone, quando con arte il destro, e quando il manco piede. Simiglia Rodomonte intorno a Orlando lo stolido orso che sveller si crede l'arbor onde è caduto; e come n'abbia quello ogni colpa, odio gli porta e rabbia.
47
Orlando, che l'ingegno avea sommerso, io non so dove, e sol la forza usava, l'estrema forza a cui per l'universo nessuno o raro paragon si dava, cader del ponte si lasciò riverso col pagano abbracciato come stava. Cadon nel fiume e vanno al fondo insieme: ne salta in aria l'onda, e il lito geme.
48
L'acqua gli fece distaccare in fretta. Orlando è nudo, e nuota com'un pesce: di qua le braccia, e di là i piedi getta, e viene a proda; e come di fuor esce, correndo va, né per mirare aspetta, se in biasmo o in loda questo gli riesce. Ma il pagan, che da l'arme era impedito, tornò più tardo e con più affanno al lito.
49
Sicuramente Fiordiligi intanto avea passato il ponte e la riviera; e guardato il sepolcro in ogni canto, se del suo Brandimarte insegna v'era, poi che né l'arme sue vede né il manto, di ritrovarlo in altra parte spera. Ma ritorniamo a ragionar del conte, che lascia a dietro e torre e fiume e ponte.
50
Pazzia sarà, se le pazzie d'Orlando prometto raccontarvi ad una ad una; che tante e tante fur, ch'io non so quando finir: ma ve n'andrò scegliendo alcuna solenne ed atta da narrar cantando, e ch'all'istoria mi parrà oportuna; né quella tacerò miraculosa, che fu nei Pirenei sopra Tolosa.
51
Trascorso avea molto paese il conte, come dal grave suo furor fu spinto; ed al fin capitò sopra quel monte per cui dal Franco è il Tarracon distinto; tenendo tuttavia volta la fronte verso là dove il sol ne viene estinto: e quivi giunse in uno angusto calle, che pendea sopra una profonda valle.
52
Si vennero a incontrar con esso al varco duo boscherecci gioveni, ch'inante avean di legna un loro asino carco; e perché ben s'accorsero al sembiante, ch'avea di cervel sano il capo scarco, gli gridano con voce minacciante, o ch'a dietro o da parte se ne vada, e che si levi di mezzo la strada.
53
Orlando non risponde altro a quel detto, se non che con furor tira d'un piede, e giunge a punto l'asino nel petto con quella forza che tutte altre eccede; ed alto il leva, sì, ch'uno augelletto che voli in aria, sembra a chi lo vede. Quel va a cadere alla cima d'un colle, ch'un miglio oltre la valle il giogo estolle.
54
Indi verso i duo gioveni s'aventa, dei quali un, più che senno, ebbe aventura, che da la balza, che due volte trenta braccia cadea, si gittò per paura. A mezzo il tratto trovò molle e lenta una macchia di rubi e di verzura, a cui bastò graffiargli un poco il volto: del resto lo mandò libero e sciolto.
55
L'altro s'attacca ad un scheggion ch'usciva fuor de la roccia, per salirvi sopra; perché si spera, s'alla cima arriva, di trovar via che dal pazzo lo cuopra. Ma quel nei piedi (che non vuol che viva) lo piglia, mentre di salir s'adopra: e quanto più sbarrar puote le braccia, le sbarra sì, ch'in duo pezzi lo straccia;
56
a quella guisa che veggiàn talora farsi d'uno aeron, farsi d'un pollo, quando si vuol de le calde interiora che falcone o ch'astor resti satollo. Quanto è bene accaduto che non muora quel che fu a risco di fiaccarsi il collo! ch'ad altri poi questo miracol disse, sì che l'udì Turpino, e a noi lo scrisse.
57
E queste ed altre assai cose stupende fece nel traversar de la montagna. Dopo molto cercare, al fin discende verso meriggie alla terra di Spagna; e lungo la marina il camin prende, ch'intorno a Taracona il lito bagna: e come vuol la furia che lo mena, pensa farsi uno albergo in quella arena,
58
dove dal sole alquanto si ricuopra; e nel sabbion si caccia arrido e trito. Stando così, gli venne a caso sopra Angelica la bella e il suo marito, ch'eran (sì come io vi narrai di sopra) scesi dai monti in su l'ispano lito. A men d'un braccio ella gli giunse appresso, perché non s'era accorta ancora d'esso.
59
Che fosse Orlando, nulla le soviene: troppo è diverso da quel ch'esser suole. Da indi in qua che quel furor lo tiene, è sempre andato nudo all'ombra e al sole: se fosse nato all'aprica Siene, o dove Ammone il Garamante cole, o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia, non dovrebbe la carne aver più arsiccia.
60
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa, la faccia macra, e come un osso asciutta, la chioma rabuffata, orrida e mesta, la barba folta, spaventosa e brutta. Non più a vederlo Angelica fu presta, che fosse a ritornar, tremando tutta: tutta tremando, e empiendo il ciel di grida, si volse per aiuto alla sua guida.
61
Come di lei s'accorse Orlando stolto, per ritenerla si levò di botto: così gli piacque il delicato volto, così ne venne immantinente giotto. D'averla amata e riverita molto ogni ricordo era in lui guasto e rotto. Gli corre dietro, e tien quella maniera che terria il cane a seguitar la fera.
62
Il giovine che 'l pazzo seguir vede la donna sua, gli urta il cavallo adosso, e tutto a un tempo lo percuote e fiede, come lo trova che gli volta il dosso. Spiccar dal busto il capo se gli crede: ma la pelle trovò dura come osso, anzi via più ch'acciar; ch'Orlando nato impenetrabile era ed affatato.
63
Come Orlando sentì battersi dietro, girossi, e nel girare il pugno strinse, e con la forza che passa ogni metro, ferì il destrier che 'l Saracino spinse. Feril sul capo, e come fosse vetro, lo spezzò sì, che quel cavallo estinse: e rivoltosse in un medesmo istante dietro a colei che gli fuggiva inante.
64
Caccia Angelica in fretta la giumenta, e con sferza e con spron tocca e ritocca; che le parrebbe a quel bisogno lenta, se ben volasse più che stral da cocca. De l'annel c'ha nel dito si ramenta, che può salvarla, e se lo getta in bocca: e l'annel, che non perde il suo costume, la fa sparir come ad un soffio il lume.
65
O fosse la paura, o che pigliasse tanto disconcio nel mutar l'annello, o pur, che la giumenta traboccasse, che non posso affermar questo né quello; nel medesmo momento che si trasse l'annello in bocca e celò il viso bello, levò le gambe ed uscì de l'arcione, e si trovò riversa in sul sabbione.
66
Più corto che quel salto era dua dita, aviluppata rimanea col matto, che con l'urto le avria tolta la vita; ma gran ventura l'aiutò a quel tratto. Cerchi pur, ch'altro furto le dia aita d'un'altra bestia, come prima ha fatto; che più non è per riaver mai questa ch'inanzi al paladin l'arena pesta.
67
Non dubitate già ch'ella non s'abbia a provedere; e seguitiamo Orlando, in cui non cessa l'impeto e la rabbia perché si vada Angelica celando. Segue la bestia per la nuda sabbia, e se le vien più sempre approssimando: già già la tocca, ed ecco l'ha nel crine, indi nel freno, e la ritiene al fine.
68
Con quella festa il paladin la piglia, ch'un altro avrebbe fatto una donzella: le rassetta le redine e la briglia, e spicca un salto ed entra ne la sella; e correndo la caccia molte miglia, senza riposo, in questa parte e in quella: mai non le leva né sella né freno, né le lascia gustare erba né fieno.
69
Volendosi cacciare oltre una fossa, sozzopra se ne va con la cavalla. Non nocque a lui, né sentì la percossa; ma nel fondo la misera si spalla. Non vede Orlando come trar la possa; e finalmente se l'arreca in spalla, e su ritorna, e va con tutto il carco, quanto in tre volte non trarrebbe un arco.
70
Sentendo poi che gli gravava troppo, la pose in terra, e volea trarla a mano. Ella il seguia con passo lento e zoppo; dicea Orlando: — Camina! — e dicea invano. Se l'avesse seguito di galoppo, assai non era al desiderio insano. Al fin dal capo le levò il capestro, e dietro la legò sopra il piè destro;
71
e così la strascina, e la conforta che lo potrà seguir con maggior agio. Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta, dei sassi ch'eran nel camin malvagio. La mal condotta bestia restò morta finalmente di strazio e di disagio. Orlando non le pensa e non la guarda, e via correndo il suo camin non tarda.
72
Di trarla, anco che morta, non rimase, continoando il corso ad occidente; e tuttavia saccheggia ville e case, se bisogno di cibo aver si sente; e frutte e carne e pan, pur ch'egli invase, rapisce; ed usa forza ad ogni gente: qual lascia morto e qual storpiato lassa; poco si ferma, e sempre inanzi passa.
73
Avrebbe così fatto, o poco manco, alla sua donna, se non s'ascondea; perché non discernea il nero dal bianco, e di giovar, nocendo si credea. Deh maledetto sia l'annello ed anco il cavallier che dato le l'avea! che se non era, avrebbe Orlando fatto di sé vendetta e di mill'altri a un tratto.
74
Né questa sola, ma fosser pur state in man d'Orlando quante oggi ne sono; ch'ad ogni modo tutte sono ingrate, né si trova tra loro oncia di buono. Ma prima che le corde rallentate al canto disugual rendano il suono, fia meglio differirlo a un'altra volta, acciò men sia noioso a chi l'ascolta.
CANTO TRENTESIMO
1
Quando vincer da l'impeto e da l'ira si lascia la ragion, né si difende, e che 'l cieco furor sì inanzi tira o mano o lingua, che gli amici offende; se ben dipoi si piange e si sospira, non è per questo che l'error s'emende. Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto dissi per ira al fin de l'altro canto.
2
Ma simile son fatto ad uno infermo, che dopo molta pazienza e molta, quando contra il dolor non ha più schermo, cede alla rabbia e a bestemmiar si volta. Manca il dolor, né l'impeto sta fermo, che la lingua al dir mal facea sì sciolta; e si ravvede e pente e n'ha dispetto: ma quel c'ha detto, non può far non detto.
3
Ben spero, donne, in vostra cortesia aver da voi perdon, poi ch'io vel chieggio. Voi scusarete, che per frenesia, vinto da l'aspra passion, vaneggio. Date la colpa alla nimica mia, che mi fa star, ch'io non potrei star peggio, e mi fa dir quel di ch'io son poi gramo: sallo Idio, s'ella ha il torto; essa, s'io l'amo.
4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando; e non son men di lui di scusa degno, ch'or per li monti, or per le piagge errando, scorse in gran parte di Marsilio il regno, molti dì la cavalla strascinando morta, come era, senza alcun ritegno; ma giunto ove un gran fiume entra nel mare, gli fu forza il cadavero lasciare.
5
E perché sa nuotar come una lontra, entra nel fiume, e surge all'altra riva. Ecco un pastor sopra un cavallo incontra, che per abeverarlo al fiume arriva. Colui, ben che gli vada Orlando incontra, perché egli è solo e nudo, non lo schiva. — Vorrei del tuo ronzin (gli disse il matto) con la giumenta mia far un baratto.
6
Io te la mostrerò di qui, se vuoi; che morta là su l'altra ripa giace: la potrai far tu medicar dipoi; altro diffetto in lei non mi dispiace. Con qualche aggiunta il ronzin dar mi puoi: smontane in cortesia, perché mi piace. — Il pastor ride, e senz'altra risposta va verso il guado, e dal pazzo si scosta.
7
— Io voglio il tuo cavallo: olà non odi? — suggiunse Orlando, e con furor si mosse. Avea un baston con nodi spessi e sodi quel pastor seco, e il paladin percosse. La rabbia e l'ira passò tutti i modi del conte; e parve fier più che mai fosse. Sul capo del pastore un pugno serra, che spezza l'osso, e morto il caccia in terra.
8
Salta a cavallo, e per diversa strada va discorrendo, e molti pone a sacco. Non gusta il ronzin mai fieno né biada, tanto ch'in pochi dì ne riman fiacco: ma non però ch'Orlando a piedi vada, che di vetture vuol vivere a macco; e quante ne trovò, tante ne mise in uso, poi che i lor patroni uccise.
9
Capitò al fin a Malega, e più danno vi fece, ch'egli avesse altrove fatto: che oltre che ponesse a saccomanno il popul sì, che ne restò disfatto, né si poté rifar quel né l'altr'anno; tanti n'uccise il periglioso matto, vi spianò tante case e tante accese, che disfe' più che 'l terzo del paese.
10
Quindi partito, venne ad una terra, Zizera detta, che siede allo stretto di Zibeltarro, o vuoi di Zibelterra, che l'uno e l'altro nome le vien detto; ove una barca che sciogliea da terra vide piena di gente da diletto, che solazzando all'aura matutina, gìa per la tranquillissima marina.
11
Cominciò il pazzo a gridar forte: — Aspetta! — che gli venne disio d'andare in barca. Ma bene invano e i gridi e gli urli getta; che volentier tal merce non si carca. Per l'acqua il legno va con quella fretta che va per l'aria irondine che varca. Orlando urta il cavallo e batte e stringe, e con un mazzafrusto all'acqua spinge.
12
Forza è ch'al fin nell'acqua il cavallo entre, ch'invan contrasta, e spende invano ogni opra: bagna i genocchi, e poi la groppa e 'l ventre, indi la testa, e a pena appar di sopra. Tornare a dietro non si speri, mentre la verga tra l'orecchie se gli adopra. Misero! o si convien tra via affogare, o nel lito african passare il mare.
13
Non vede Orlando più poppe né sponde che tratto in mar l'avean dal lito asciutto; che son troppo lontane, e le nasconde agli occhi bassi l'alto e mobil flutto: e tuttavia il destrier caccia tra l'onde, ch'andar di là dal mar dispone in tutto. Il destrier, d'acqua pieno e d'alma voto, finalmente finì la vita e il nuoto.
14
Andò nel fondo, e vi traea la salma, se non si tenea Orlando in su le braccia. Mena le gambe e l'una e l'altra palma, e soffia, e l'onda spinge da la faccia. Era l'aria soave e il mare in calma: e ben vi bisognò più che bonaccia; ch'ogni poco che 'l mar fosse più sorto, restava il paladin ne l'acqua morto.
15
Ma la Fortuna, che dei pazzi ha cura, del mar lo trasse nel lito di Setta, in una spiaggia, lungi da le mura quanto sarian duo tratti di saetta. Lungo il mar molti giorni alla ventura verso levante andò correndo in fretta; fin che trovò, dove tendea sul lito di nera gente esercito infinito.
16
Lasciamo il paladin ch'errando vada: ben di parlar di lui tornerà tempo. Quanto, Signore, ad Angelica accada dopo ch'uscì di man del pazzo a tempo; e come a ritornare in sua contrada trovasse e buon navilio e miglior tempo, e de l'India a Medor desse lo scettro, forse altri canterà con miglior plettro.
17
Io sono a dir tante altre cose intento, che di seguir più questa non mi cale. Volger conviemmi il bel ragionamento al Tartaro, che spinto il suo rivale, quella bellezza si godea contento, a cui non resta in tutta Europa uguale, poscia che se n'è Angelica partita, e la casta Issabella al ciel salita.
18
De la sentenza Mandricardo altiero, ch'in suo favor la bella donna diede, non può fruir tutto il diletto intero; che contra lui son altre liti in piede. L'una gli muove il giovene Ruggiero, perché l'aquila bianca non gli cede; l'altra il famoso re di Sericana, che da lui vuol la spada Durindana.
19
S'affatica Agramante, né disciorre, né Marsilio con lui, sa questo intrico: né solamente non li può disporre che voglia l'un de l'altro essere amico; ma che Ruggiero a Mandricardo torre lasci lo scudo del Troiano antico, o Gradasso la spada non gli vieti, tanto che questa o quella lite accheti.
20
Ruggier non vuol ch'in altra pugna vada con lo suo scudo; né Gradasso vuole che, fuor che contra sé porti la spada che 'l glorioso Orlando portar suole. — Al fin veggiamo in cui la sorte cada (disse Agramante), e non sian più parole; veggiàn quel che Fortuna ne disponga, e sia preposto quel ch'ella preponga.
21
E se compiacer meglio mi volete, onde d'aver ve n'abbia obligo ognora, chi de' di voi combatter, sortirete; ma con patto, ch'al primo ch'esca fuora, amendue le querele in man porrete: sì che, per sé vincendo, vinca ancora pel compagno; e perdendo l'un di vui, così perduto abbia per ambidui.
22
Tra Gradasso e Ruggier credo che sia di valor nulla o poca differenza; e di lor qual si vuol venga fuor pria, so ch'in arme farà per eccellenza. Poi la vittoria da quel canto stia, che vorrà la divina providenza. Il cavallier non avrà colpa alcuna, ma il tutto imputerassi alla Fortuna. —
23
Steron taciti al detto d'Agramante e Ruggiero e Gradasso; ed accordarsi che qualunque di loro uscirà inante, e l'una briga e l'altra abbia a pigliarsi. Così in duo brevi, ch'avean simigliante ed ugual forma, i nomi lor notarsi; e dentro un'urna quelli hanno rinchiusi, versati molto, e sozzopra confusi.
24
Un semplice fanciul nell'urna messe la mano, e prese un breve; e venne a caso ch'in questo il nome di Ruggier si lesse, essendo quel del Serican rimaso. Non si può dir quanta allegrezza avesse, quando Ruggier si sentì trar del vaso, e d'altra parte il Sericano doglia; ma quel che manda il ciel, forza è che toglia.
25
Ogni suo studio il Sericano, ogni opra a favorire, ad aiutar converte perché Ruggiero abbia a restar di sopra: e le cose in suo pro, ch'avea già esperte, come or di spada, or di scudo si cuopra, qual sien botte fallaci e qual sien certe, quando tentar, quando schivar fortuna si dee, gli torna a mente ad una ad una.
26
Il resto di quel dì, che da l'accordo e dal trar de le sorti sopravanza, è speso dagli amici in dar ricordo, chi a l'un guerrier chi all'altro, come è usanza. Il popul, di veder la pugna ingordo, s'affretta a gara d'occupar la stanza: né basta a molti inanzi giorno andarvi, che voglion tutta notte anco veggiarvi.
27
La sciocca turba disiosa attende ch'i duo buon cavallier vengano in prova; che non mira più lungi né comprende di quel ch'inanzi agli occhi si ritrova. Ma Sobrino e Marsilio, e chi più intende e vede ciò che nuoce e ciò che giova, biasma questa battaglia, ed Agramante, che voglia comportar che vada inante.
28
Né cessan raccordargli il grave danno che n'ha d'avere il popul saracino, muora Ruggiero o il tartaro tiranno, quel che prefisso è dal suo fier destino: d'un sol di lor via più bisogno avranno per contrastare al figlio di Pipino, che di dieci altri mila che ci sono, tra' quai fatica è ritrovare un buono.
29
Conosce il re Agramante che gli è vero, ma non può più negar ciò c'ha promesso. Ben prega Mandricardo e il buon Ruggiero, che gli ridonin quel c'ha lor concesso; e tanto più che 'l lor litigio è un zero, né degno in prova d'arme esser rimesso: e s'in ciò pur nol vogliono ubbidire, voglino almen la pugna differire.
30
Cinque o sei mesi il singular certame, o meno o più, si differisca, tanto che cacciato abbin Carlo del reame, tolto lo scettro, la corona e il manto. Ma l'un e l'altro, ancor che voglia e brame il re ubbidir, pur sta duro da canto; che tale accordo obbrobrioso stima a chi 'l consenso suo vi darà prima.
31
Ma più del re, ma più d'ognun ch'invano spenda a placare il Tartaro parole, la bella figlia del re Stordilano supplice il priega, e si lamenta e duole: lo prega che consenta al re africano e voglia quel che tutto il campo vuole; si lamenta e si duol che per lui sia timida sempre e piena d'angonia.
32
— Lassa! (dicea) che ritrovar poss'io rimedio mai ch'a riposar mi vaglia, s'or contra questo, or quel, nuovo disio vi trarrà sempre a vestir piastra e maglia? C'ha potuto giovare al petto mio il gaudio che sia spenta la battaglia per me da voi contra quell'altro presa, se un'altra non minor se n'è già accesa?
33
Ohimè! ch'invano i' me n'andava altiera ch'un re sì degno, un cavallier sì forte per me volesse in perigliosa e fiera battaglia porsi al risco de la morte; ch'or veggo per cagion tanto leggiera non meno esporvi alla medesma sorte. Fu natural ferocità di core ch'a quella v'istigò, più che 'l mio amore.
34
Ma se gli è ver che 'l vostro amor sia quello che vi sforzate di mostrarmi ognora, per lui vi prego, e per quel gran flagello che mi percuote l'alma e che m'accora, che non vi caglia se 'l candido augello ha ne lo scudo quel Ruggiero ancora. Utile o danno a voi non so ch'importi, che lasci quella insegna o che la porti.
35
Poco guadagno, e perdita uscir molta de la battaglia può, che per far sète: quando abbiate a Ruggier l'aquila tolta, poca mercé d'un gran travaglio avrete; ma se Fortuna le spalle vi volta (che non però nel crin presa tenete), causate un danno, ch'a pensarvi solo mi sento il petto già sparrar di duolo.
36
Quando la vita a voi per voi non sia cara, e più amate un'aquila dipinta, vi sia almen cara per la vita mia: non sarà l'una senza l'altra estinta. Non già morir con voi grave mi fia: son di seguirvi in vita e in morte accinta; ma non vorrei morir sì malcontenta come io morrò, se dopo voi son spenta. —
37
Con tai parole e simili altre assai, che le lacrime accompagnano e sospiri, pregar non cessa tutta notte mai perch'alla pace il suo amator ritiri; e quel, suggendo dagli umidi rai quel dolce pianto, e quei dolci martiri da le vermiglie labra più che rose, lacrimando egli ancor, così rispose:
38
— Deh, vita mia, non vi mettete affanno, deh non, per Dio, di così lieve cosa; che se Carlo e 'l re d'Africa, e ciò c'hanno qui di gente moresca e di franciosa, spiegasson le bandiere in mio sol danno, voi pur non ne dovreste esser pensosa. Ben mi mostrate in poco conto avere, se per me un Ruggier sol vi fa temere.
39
E vi dovria pur ramentar che, solo (e spada io non avea né scimitarra), con un troncon di lancia a un grosso stuolo d'armati cavallier tolsi la sbarra. Gradasso, ancor che con vergogna e duolo lo dica, pure, a chi 'l domanda, narra che fu in Soria a un castel mio prigioniero; ed è pur d'altra fama che Ruggiero.
40
Non niega similmente il re Gradasso, e sallo Isolier vostro e Sacripante, io dico Sacripante, il re circasso, e 'l famoso Grifone ed Aquilante, cent'altri e più, che pure a questo passo stati eran presi alcuni giorni inante, macometani e gente di battesmo, che tutti liberai quel dì medesmo.
41
Non cessa ancor la maraviglia loro de la gran prova ch'io feci quel giorno, maggior, che se l'esercito del Moro e del Franco inimici avessi intorno. Ed or potrà Ruggier, giovine soro, farmi da solo a solo o danno o scorno? Ed or c'ho Durindana e l'armatura d'Ettòr, vi de' Ruggier metter paura?
42
Deh, perché dianzi in prova non venni io, se far di voi con l'arme io potea acquisto? So che v'avrei sì aperto il valor mio, ch'avresti il fin già di Ruggier previsto. Asciugate le lacrime, e, per Dio, non mi fate uno augurio così tristo; e siate certa che 'l mio onor m'ha spinto, non ne lo scudo il bianco augel dipinto. —
43
Così disse egli; e molto ben risposto gli fu da la mestissima sua donna, che non pur lui mutato di proposto, ma di luogo avria mossa una colonna. Ella era per dover vincer lui tosto, ancor ch'armato, e ch'ella fosse in gonna; e l'avea indutto a dir, se 'l re gli parla d'accordo più, che volea contentarla.
44
E lo facea; se non, tosto ch'al Sole la vaga Aurora fe' l'usata scorta, l'animoso Ruggier, che mostrar vuole che con ragion la bella aquila porta, per non udir più d'atti e di parole dilazion, ma far la lite corta, dove circonda il popul lo steccato, sonando il corno s'appresenta armato.
45
Tosto che sente il Tartaro superbo, ch'alla battaglia il suono altier lo sfida, non vuol più de l'accordo intender verbo, ma si lancia del letto, ed arme grida; e si dimostra sì nel viso acerbo, che Doralice istessa non si fida di dirgli più di pace né di triegua: e forza è infin che la battaglia segua.
46
Subito s'arma, ed a fatica aspetta da' suoi scudieri i debiti servigi; poi monta sopra il buon cavallo in fretta, che del gran difensor fu di Parigi; e vien correndo invêr la piazza eletta a terminar con l'arme i gran litigi. Vi giunse il re e la corte allora allora; sì ch'all'assalto fu poca dimora.
47
Posti lor furo ed allacciati in testa i lucidi elmi, e date lor le lance. Siegue la tromba a dare il segno presta, che fece a mille impallidir le guance. Posero l'aste i cavallieri in resta, e i corridori punsero alle pance; e venner con tale impeto a ferirsi, che parve il ciel cader, la terra aprirsi.
48
Quinci e quindi venir si vede il bianco augel che Giove per l'aria sostenne; come ne la Tessalia si vide anco venir più volte, ma con altre penne. Quanto sia l'uno e l'altro ardito e franco, mostra il portar de le massicce antenne; e molto più, ch'a quello incontro duro, quai torri ai venti, o scogli all'onde furo.
49
I tronchi fin al ciel ne sono ascesi: scrive Turpin, verace in questo loco, che dui o tre giù ne tornaro accesi, ch'eran saliti alla sfera del fuoco. I cavallieri i brandi aveano presi: e come quei che si temeano poco, si ritornaro incontra; e a prima giunta ambi alla vista si ferir di punta.
50
Ferirsi alla visiera al primo tratto; e non miraron, per mettersi in terra, dare ai cavalli morte, ch'è mal atto, perch'essi non han colpa de la guerra. Chi pensa che tra lor fosse tal patto, non sa l'usanza antiqua, e di molto erra: senz'altro patto, era vergogna e fallo e biasmo eterno a chi feria il cavallo.
51
Ferirsi alla visiera, ch'era doppia, ed a pena anco a tanta furia resse. L'un colpo appresso all'altro si raddoppia: le botte più che grandine son spesse, che spezza fronde e rami e grano e stoppia, e uscir invan fa la sperata messe. Se Durindana e Balisarda taglia, sapete, e quanto in queste mani vaglia.
52
Ma degno di sé colpo ancor non fanno, sì l'uno e l'altro ben sta su l'aviso. Uscì da Mandricardo il primo danno, per cui fu quasi il buon Ruggiero ucciso: d'uno di quei gran colpi che far sanno, gli fu lo scudo pel mezzo diviso, e la corazza apertagli di sotto; e fin sul vivo il crudel brando ha rotto.
53
L'aspra percossa agghiacciò il cor nel petto, per dubbio di Ruggiero, ai circostanti, nel cui favor si conoscea lo affetto dei più inchinar, se non di tutti quanti. E se Fortuna ponesse ad effetto quel che la maggior parte vorria inanti, già Mandricardo saria morto o preso: sì che 'l suo colpo ha tutto il campo offeso.
54
Io credo che qualche agnol s'interpose per salvar da quel colpo il cavalliero. Ma ben senza più indugio gli rispose, terribil più che mai fosse, Ruggiero. La spada in capo a Mandricardo pose; ma sì lo sdegno fu subito e fiero, e tal fretta gli fe', ch'io men l'incolpo se non mandò a ferir di taglio il colpo.
55
Se Balisarda lo giungea pel dritto, l'elmo d'Ettorre era incantato invano. Fu sì del colpo Mandricardo afflitto, che si lasciò la briglia uscir di mano. D'andar tre volte accenna a capo fitto, mentre scorrendo va d'intorno il piano quel Brigliador che conoscete al nome, dolente ancor de le mutate some.
56
Calcata serpe mai tanto non ebbe, né ferito leon, sdegno e furore, quanto il Tartaro, poi che si riebbe dal colpo che di sé lo trasse fuore. E quanto l'ira e la superbia crebbe, tanto e più crebbe in lui forza e valore: fece spiccare a Brigliadoro un salto verso Ruggiero, e alzò la spada in alto.
57
Levossi in su le staffe, ed all'elmetto segnolli; e si credette veramente partirlo a quella volta fin al petto: ma fu di lui Ruggier più diligente; che, pria che 'l braccio scenda al duro effetto, gli caccia sotto la spada pungente, e gli fa ne la maglia ampla finestra, che sotto difendea l'ascella destra.
58
E Balisarda al suo ritorno trasse di fuori il sangue tiepido e vermiglio, e vietò a Durindana che calasse impetuosa con tanto periglio; ben che fin su la groppa si piegasse Ruggiero, e per dolor strignesse il ciglio: e s'elmo in capo avea di peggior tempre, gli era quel colpo memorabil sempre.
59
Ruggier non cessa, e spinge il suo cavallo, e Mandricardo al destro fianco trova. Quivi scelta finezza di metallo e ben condutta tempra poco giova contra la spada che non scende in fallo, che fu incantata non per altra prova, che per far ch'a' suoi colpi nulla vaglia piastra incantata ed incantata maglia.
60
Taglionne quanto ella ne prese, e insieme lasciò ferito il Tartaro nel fianco, che 'l ciel bestemmia, e di tant'ira freme, che 'l tempestoso mare è orribil manco. Or s'apparecchia a por le forze estreme: lo scudo ove in azzurro è l'augel bianco, vinto da sdegno, si gittò lontano, e messe al brando e l'una e l'altra mano.
61
— Ah (disse a lui Ruggier), senza più basti a mostrar che non merti quella insegna, ch'or tu la getti, e dianzi la tagliasti; né potrai dir mai più che ti convegna. — Così dicendo, forza è che egli attasti con quanta furia Durindana vegna; che sì gli grava e sì gli pesa in fronte, che più leggier potea cadervi un monte.
62
E per mezzo gli fende la visiera; buon per lui che dal viso si discosta: poi calò su l'arcion che ferrato era, né lo difese averne doppia crosta: giunse al fin su l'arnese, e come cera l'aperse con la falda sopraposta; e ferì gravemente ne la coscia Ruggier, sì ch'assai stette a guarir poscia.
63
De l'un, come de l'altro, fatte rosse il sangue l'arme avea con doppia riga; tal che diverso era il parer, chi fosse di lor, ch'avesse il meglio in quella briga. Ma quel dubbio Ruggier tosto rimosse con la spada che tanti ne castiga: mena di punta, e drizza il colpo crudo onde gittato avea colui lo scudo.
64
Fora de la corazza il lato manco, e di venire al cor trova la strada, che gli entra più d'un palmo sopra il fianco: sì che convien che Mandricardo cada d'ogni ragion che può ne l'augel bianco, o che può aver ne la famosa spada; e da la cara vita cada insieme, che, più che spada e scudo, assai gli preme.
65
Non morì quel meschin senza vendetta; ch'a quel medesmo tempo che fu colto, la spada, poco sua, menò di fretta; ed a Ruggier avria partito il volto, se già Ruggier non gli avesse intercetta prima la forza, e assai del vigor tolto: di forza e di vigor troppo gli tolse dianzi, che sotto il destro braccio il colse.
66
Da Mandricardo fu Ruggier percosso nel punto ch'egli a lui tolse la vita; tal ch'un cerchio di ferro, anco che grosso, e una cuffia d'acciar ne fu partita. Durindana tagliò cotenna ed osso, e nel capo a Ruggiero entrò due dita. Ruggier stordito in terra si riversa, e di sangue un ruscel dal capo versa.
67
Il primo fu Ruggier, ch'andò per terra; e dipoi stette l'altro a cader tanto, che quasi crede ognun che de la guerra riporti Mandricardo il pregio e il vanto: e Doralice sua, che con gli altri erra, e che quel dì più volte ha riso e pianto, Dio ringraziò con mani al ciel supine, ch'avesse avuta la pugna tal fine.
68
Ma poi ch'appare a manifesti segni vivo chi vive, e senza vita il morto, nei petti dei fautor mutano regni: di là mestizia, e di qua vien conforto. I re, i signori, i cavallier più degni, con Ruggier ch'a fatica era risorto, a rallegrarsi ed abbracciarsi vanno, e gloria senza fine e onor gli danno.
69
Ognun s'allegra con Ruggiero, e sente il medesmo nel cor, c'ha ne la bocca. Sol Gradasso il pensiero ha differente tutto da quel che fuor la lingua scocca: mostra gaudio nel viso; e occultamente del glorioso acquisto invidia il tocca; e maledice o sia destino o caso, il qual trasse Ruggier prima del vaso.
70
Che dirò del favor, che de le tante carezze e tante, affettuose e vere, che fece a quel Ruggiero il re Agramante, senza il qual dare al vento le bandiere, né volse muover d'Africa le piante, né senza lui si fidò in tante schiere? Or che del re Agricane ha spento il seme, prezza più lui, che tutto il mondo insieme.
71
Né di tal volontà gli uomini soli eran verso Ruggier, ma le donne anco, che d'Africa e di Spagna fra gli stuoli eran venute al tenitorio franco. E Doralice istessa, che con duoli piangea l'amante suo pallido e bianco, forse con l'altre ita sarebbe in schiera, se di vergogna un duro fren non era.
72
Io dico forse, non ch'io ve l'accerti, ma potrebbe esser stato di leggiero: tal la bellezza e tali erano i merti, i costumi e i sembianti di Ruggiero. Ella, per quel che già ne siamo esperti, sì facile era a variar pensiero, che per non si veder priva d'amore, avria potuto in Ruggier porre il core.
73
Per lei buono era vivo Mandricardo: ma che ne volea far dopo la morte? Proveder le convien d'un che gagliardo sia notte e dì ne' suoi bisogni, e forte. Non era stato intanto a venir tardo il più perito medico di corte, che di Ruggier veduta ogni ferita, già l'avea assicurato de la vita.
74
Con molta diligenza il re Agramante fece colcar Ruggier ne le sue tende; che notte e dì veder sel vuole inante: sì l'ama, sì di lui cura si prende. Lo scudo al letto e l'arme tutte quante, che fur di Mandricardo, il re gli appende; tutte le appende, eccetto Durindana, che fu lasciata al re di Sericana.
75
Con l'arme l'altre spoglie a Ruggier sono date di Mandricardo, e insieme dato gli è Brigliador, quel destrier bello e buono, che per furore Orlando avea lasciato. Poi quello al re diede Ruggiero in dono, che s'avide ch'assai gli saria grato. Non più di questo; che tornar bisogna a chi Ruggiero invan sospira e agogna.
76
Gli amorosi tormenti che sostenne Bradamante aspettando, io v'ho da dire. A Montalbano Ippalca a lei rivenne e nuova le arrecò del suo desire. Prima, di quanto di Frontin le avenne con Rodomonte, l'ebbe a riferire; poi di Ruggier, che ritrovò alla fonte con Ricciardetto e' frati d'Agrismonte:
77
e che con esso lei s'era partito con speme di trovare il Saracino, e punirlo di quanto avea fallito d'aver tolto a una donna il suo Frontino; e che 'l disegno poi non gli era uscito, perché diverso avea fatto il camino. La cagione anco, perché non venisse a Montalban Ruggier, tutta le disse;
78
e riferille le parole a pieno, ch'in sua scusa Ruggier le avea commesse. Poi si trasse la lettera di seno, ch'egli le diè, perch'ella a lei la desse. Con viso più turbato che sereno prese la carta Bradamante, e lesse; che, se non fosse la credenza stata già di veder Ruggier, fôra più grata.
79
L'aver Ruggiero ella aspettato, e invece di lui vedersi ora appagar d'un scritto, del bel viso turbar l'aria le fece di timor, di cordoglio e di despitto. Baciò la carta diece volte e diece, avendo a chi la scrisse il cor diritto. Le lacrime vietar, che su vi sparse, che con sospiri ardenti ella non l'arse.
80
Lesse la carta quattro volte e sei, e volse ch'altretante l'imbasciata replicata le fosse da colei che l'una e l'altra avea quivi arrecata, pur tuttavia piangendo: e crederei che mai non si saria più racchetata, se non avesse avuto pur conforto di riveder il suo Ruggier di corto.
81
Termine a ritornar quindici o venti giorni avea Ruggier tolto, ed affermato l'avea ad Ippalca poi con giuramenti da non temer che mai fosse mancato. — Chi m'assicura, ohimè, degli accidenti (ella dicea), c'han forza in ogni lato, ma ne le guerre più, che non distorni alcun tanto Ruggier, che più non torni?
82
Ohimè! Ruggiero, ohimè! chi arìa creduto ch'avendoti amato io più di me stessa, tu più di me, non ch'altri, ma potuto abbi amar gente tua inimica espressa? A chi opprimer dovresti, doni aiuto: chi tu dovresti aitare, è da te oppressa. Non so se biasmo o laude esser ti credi, ch'al premiar e al punir sì poco vedi.
83
Fu morto da Troian (non so se 'l sai) il padre tuo; ma fin ai sassi il sanno: e tu del figlio di Troian cura hai che non riceva alcun disnor né danno. È questa la vendetta che ne fai, Ruggiero? e a quei che vendicato l'hanno, rendi tal premio, che del sangue loro me fai morir di strazio e di martoro? —
84
Dicea la donna al suo Ruggiero assente queste parole ed altre, lacrimando, non una sola volta, ma sovente. Ippalca la venìa pur confortando, che Ruggier servarebbe interamente sua fede, e ch'ella l'aspettasse, quando altro far non potea, fin a quel giorno ch'avea Ruggier prescritto al suo ritorno.
85
I conforti d'Ippalca, e la speranza che degli amanti suole esser compagna, alla tema e al dolor tolgon possanza di far che Bradamante ognora piagna; in Montalban senza mutar mai stanza voglion che fin al termine rimagna, fino al promesso termine e giurato, che poi fu da Ruggier male osservato.
86
Ma ch'egli alla promessa sua mancasse non però debbe aver la colpa affatto; ch'una causa ed un'altra sì lo trasse, che gli fu forza preterire il patto. Convenne che nel letto si colcasse, e più d'un mese si stesse di piatto in dubbio di morir, sì il dolor crebbe dopo la pugna che col Tartaro ebbe.
87
L'innamorata giovane l'attese tutto quel giorno e desiollo invano, né mai ne seppe, fuor quanto ne 'ntese ora da Ippalca, e poi dal suo germano, che le narrò che Ruggier lui difese, e Malagigi liberò e Viviano. Questa novella, ancor ch'avesse grata, pur di qualche amarezza era turbata:
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che di Marfisa in quel discorso udito l'alto valore e le bellezze avea: udì come Ruggier s'era partito con esso lei, e che d'andar dicea là dove con disagio in debol sito malsicuro Agramante si tenea. Sì degna compagnia la donna lauda ma non che se n'allegri, o che l'applauda.
89
Né picciolo è il sospetto che la preme; che se Marfisa è bella, come ha fama, e che fin a quel dì sien giti insieme, è maraviglia se Ruggier non l'ama. Pur non vuol creder anco, e spera e teme: e 'l giorno che la può far lieta e grama, misera aspetta; e sospirando stassi, da Montalban mai non movendo i passi.
90
Stando ella quivi, il principe, il signore del bel castello, il primo de' suoi frati (io non dico d'etade, ma d'onore, che di lui prima dui n'erano nati), Rinaldo, che di gloria e di splendore gli ha, come il sol le stelle, illuminati, giunse al castello un giorno in su la nona; né, fuor ch'un paggio, era con lui persona.
91
Cagion del suo venir fu, che da Brava ritornandosi un dì verso Parigi (come v'ho detto che sovente andava per ritrovar d'Angelica vestigi), avea sentita la novella prava del suo Viviano e del suo Malagigi, ch'eran per essere dati al Maganzese; e perciò ad Agrismonte la via prese.
92
Dove intendendo poi ch'eran salvati, e gli aversari lor morti e distrutti, e Marfisa e Ruggiero erano stati, che gli aveano a quei termini ridutti; e suoi fratelli e suoi cugin tornati a Montalbano insieme erano tutti; gli parve un'ora un anno di trovarsi con esso lor là dentro ad abbracciarsi.
93
Venne Rinaldo a Montalbano, e quivi madre, moglie abbracciò, figli e fratelli, e i cugini che dianzi eran captivi; e parve, quando egli arrivò tra quelli, dopo gran fame irondine ch'arrivi col cibo in bocca ai pargoletti augelli. E poi ch'un giorno vi fu stato o dui, partissi, e fe' partire altri con lui.
94
Ricciardo, Alardo, Ricciardetto, e d'essi figli d'Amone, il più vecchio Guicciardo, Malagigi e Vivian, si furon messi in arme dietro al paladin gagliardo. Bradamante aspettando che s'appressi il tempo ch'al disio suo ne vien tardo, inferma disse agli fratelli ch'era, e non volse con lor venire in schiera.
95
E ben lor disse il ver, ch'ella era inferma, ma non per febbre o corporal dolore: era il disio che l'alma dentro inferma, e le fa alterazion patir d'amore. Rinaldo in Montalban più non si ferma, e seco mena di sua gente il fiore. Come a Parigi appropinquosse, e quanto Carlo aiutò, vi dirà l'altro canto.
CANTO TRENTUNESIMO
1
Che dolce più, che più giocondo stato saria di quel d'un amoroso core? che viver più felice e più beato, che ritrovarsi in servitù d'Amore? se non fosse l'uom sempre stimulato da quel sospetto rio, da quel timore, da quel martìr, da quella frenesia, da quella rabbia detta gelosia.
2
Però ch'ogni altro amaro che si pone tra questa soavissima dolcezza, è un augumento, una perfezione, ed è un condurre amore a più finezza. L'acque parer fa saporite e buone la sete, e il cibo pel digiun s'apprezza: non conosce la pace e non l'estima chi provato non ha la guerra prima.
3
Se ben non veggon gli occhi ciò che vede ognora il core, in pace si sopporta. Lo star lontano, poi quando si riede, quanto più lungo fu, più riconforta. Lo stare in servitù senza mercede (pur che non resti la speranza morta) patir si può: che premio al ben servire pur viene al fin, se ben tarda a venire.
4
Gli sdegni, le repulse, e finalmente tutti i martìr d'amor, tutte le pene, fan per lor rimembranza, che si sente con miglior gusto un piacer quando viene. Ma se l'infernal peste una egra mente avvien ch'infetti, ammorbi ed avelene; se ben segue poi festa ed allegrezza, non la cura l'amante e non l'apprezza.
5
Questa è la cruda e avelenata piaga a cui non val liquor, non vale impiastro, né murmure, né imagine di saga, né val lungo osservar di benigno astro, né quanta esperienza d'arte maga fece mai l'inventor suo Zoroastro: piaga crudel che sopra ogni dolore conduce l'uom, che disperato muore.
6
Oh incurabil piaga che nel petto d'un amator sì facile s'imprime, non men per falso che per ver sospetto! piaga che l'uom sì crudelmente opprime, che la ragion gli offusca e l'intelletto, e lo tra' fuor de le sembianze prime! Oh iniqua gelosia, che così a torto levasti a Bradamante ogni conforto!
7
Non di questo ch'Ippalca e che 'l fratello le avea nel core amaramente impresso, ma dico d'uno annunzio crudo e fello che le fu dato pochi giorni appresso. Questo era nulla a paragon di quello ch'io vi dirò, ma dopo alcun digresso. Di Rinaldo ho da dir primieramente, che vêr Parigi vien con la sua gente.
8
Scontraro il dì seguente invêr la sera un cavallier ch'avea una donna al fianco, con scudo e sopravesta tutta nera, se non che per traverso ha un fregio bianco. Sfidò alla giostra Ricciardetto, ch'era dinanzi, e vista avea di guerrier franco: e quel, che mai nessun ricusar volse, girò la briglia e spazio a correr tolse.
9
Senza dir altro, o più notizia darsi de l'esser lor, si vengono all'incontro. Rinaldo e gli altri cavallier fermarsi per veder come seguiria lo scontro. — Tosto costui per terra ha da versarsi, se in luogo fermo a mio modo lo incontro — dicea tra sé medesmo Ricciardetto; ma contrario al pensier seguì l'effetto:
10
però che lui sotto la vista offese di tanto colpo il cavalliero istrano, che lo levò di sella, e lo distese più di due lance al suo destrier lontano. Di vendicarlo incontinente prese l'assunto Alardo, e ritrovossi al piano stordito e male acconcio: sì fu crudo lo scontro fier, che gli spezzò lo scudo.
11
Guicciardo pone incontinente in resta l'asta, che vede i duo germani in terra, ben che Rinaldo gridi: — Resta, resta; che mia convien che sia la terza guerra: — ma l'elmo ancor non ha allacciato in testa sì che Guicciardo al corso si disserra; né più degli altri si seppe tenere, e ritrovossi subito a giacere.
12
Vuol Ricciardo, Viviano e Malagigi, e l'un prima de l'altro essere in giostra: ma Rinaldo pon fine ai lor litigi; ch'inanzi a tutti armato si dimostra, dicendo loro: — È tempo ire a Parigi; e saria troppo la tardanza nostra, s'io volesse aspettar fin che ciascuno di voi fosse abbattuto ad uno ad uno. —
13
Dissel tra sé, ma non che fosse inteso, che saria stato agli altri ingiuria e scorno. L'uno e l'altro del campo avea già preso, e si faceano incontra aspro ritorno. Non fu Rinaldo per terra disteso, che valea tutti gli altri ch'avea intorno; le lance si fiaccar, come di vetro, né i cavallier si piegar oncia a dietro.
14
L'uno e l'altro cavallo in guisa urtosse, che gli fu forza in terra a por le groppe. Baiardo immantinente ridrizzosse, tanto ch'a pena il correre interroppe. Sinistramente sì l'altro percosse, che la spalla e la schena insieme roppe. Il cavallier che 'l destrier morto vede, lascia le staffe ed è subito in piede.
15
Ed al figlio d'Amon, che già rivolto tornava a lui con la man vota, disse: — Signore, il buon destrier che tu m'hai tolto, perché caro mi fu mentre che visse, mi faria uscir del mio debito molto, se così invendicato si morisse: sì che vientene, e fa ciò che tu puoi, perché battaglia esser convien tra noi. —
16
Disse Rinaldo a lui: — Se 'l destrier morto, e non altro ci de' porre a battaglia, un de' miei ti darò, piglia conforto, che men del tuo non crederò che vaglia. — Colui soggiunse: — Tu sei malaccorto, se creder vuoi che d'un destrier mi caglia. Ma poi che non comprendi ciò ch'io voglio, ti spiegherò più chiaramente il foglio.
17
Vo' dir che mi parria commetter fallo, se con la spada non ti provassi anco, e non sapessi s'in quest'altro ballo tu mi sia pari, o se più vali o manco. Come ti piace, o scendi, o sta a cavallo: pur che le man tu non ti tegna al fianco, io son contento ogni vantaggio darti: tanto alla spada bramo di provarti. —
18
Rinaldo molto non lo tenne in lunga, e disse: — La battaglia ti prometto; e perché tu sia ardito, e non ti punga di questi c'ho d'intorno alcun sospetto, andranno inanzi fin ch'io gli raggiunga; né meco resterà fuor ch'un valletto che mi tenga il cavallo: — e così disse alla sua compagnia che se ne gisse.
19
La cortesia del paladin gagliardo commendò molto il cavalliero estrano. Smontò Rinaldo, e del destrier Baiardo diede al valletto le redine in mano: e poi che più non vede il suo stendardo, il qual di lungo spazio è già lontano, lo scudo imbraccia e stringe il brando fiero, e sfida alla battaglia il cavalliero.
20
E quivi s'incomincia una battaglia di ch'altra mai non fu più fiera in vista. Non crede l'un che tanto l'altro vaglia, che troppo lungamente gli resista. Ma poi che 'l paragon ben gli ragguaglia, né l'un de l'altro più s'allegra o attrista, pongon l'orgoglio ed il furor da parte, ed al vantaggio loro usano ogn'arte.
21
S'odon lor colpi dispietati e crudi intorno rimbombar con suono orrendo, ora i canti levando a' grossi scudi, schiodando or piastre, e quando maglie aprendo. Né qui bisogna tanto che si studi a ben ferir, quanto a parar, volendo star l'uno a l'altro par; ch'eterno danno lor può causar il primo error che fanno.
22
Durò l'assalto un'ora e più che 'l mezzo d'un'altra; ed era il sol già sotto l'onde, ed era sparso il tenebroso rezzo de l'orizzon fin all'estreme sponde; né riposato o fatto altro intermezzo aveano alle percosse furibonde questi guerrier, che non ira o rancore, ma tratto all'arme avea disio d'onore.
23
Rivolve tuttavia tra sé Rinaldo chi sia l'estrano cavallier sì forte, che non pur gli sta contra ardito e saldo, ma spesso il mena a risco de la morte; e già tanto travaglio e tanto caldo gli ha posto, che del fin dubita forte: e volentier, se con suo onor potesse, vorria che quella pugna rimanesse.
24
Da l'altra parte il cavallier estrano, che similmente non avea notizia che quel fosse il signor di Montalbano, quel sì famoso in tutta la milizia, che gli avea incontra con la spada in mano condotto così poca nimicizia, era certo che d'uom di più eccellenza non potesson dar l'arme esperienza.
25
Vorrebbe de l'impresa esser digiuno, ch'avea di vendicare il suo cavallo; e se potesse senza biasmo alcuno, si trarria fuor del periglioso ballo. Il mondo era già tanto oscuro e bruno, che tutti i colpi quasi ivano in fallo. Poco ferire e men parar sapeano, ch'a pena in man le spade si vedeano.
26
Fu quel da Montalbano il primo a dire che far battaglia non denno allo scuro, ma quella indugiar tanto e differire, ch'avesse dato volta il pigro Arturo; e che può intanto al padiglion venire, ove di sé non sarà men sicuro, ma servito, onorato e ben veduto, quanto in loco ove mai fosse venuto.
27
Non bisognò a Rinaldo pregar molto, che 'l cortese baron tenne lo 'nvito. Ne vanno insieme ove il drappel raccolto di Montalbano era in sicuro sito. Rinaldo al suo scudiero avea già tolto un bel cavallo e molto ben guernito, a spada e a lancia e ad ogni prova buono, ed a quel cavallier fattone dono.
28
Il guerrier peregrin conobbe quello esser Rinaldo, che venìa con esso; che prima che giungessero all'ostello, venuto a caso era a nomar se stesso: e perché l'un de l'altro era fratello, si sentìr dentro di dolcezza oppresso, e di pietoso affetto tocco il core; e lacrimar per gaudio e per amore.
29
Questo guerriero era Guidon selvaggio, che dianzi con Marfisa e Sansonetto e' figli d'Olivier molto viaggio avea fatto per mar, come v'ho detto. Di non veder più tosto il suo lignaggio il fellon Pinabel gli avea interdetto, avendol preso e a bada poi tenuto alla difesa del suo rio statuto.
30
Guidon, che questo esser Rinaldo udio, famoso sopra ogni famoso duce, ch'avuto avea più di veder disio, che non ha il cieco la perduta luce, con molto gaudio disse: — O signor mio, qual fortuna a combatter mi conduce con voi, che lungamente ho amato ed amo, e sopra tutto il mondo onorar bramo?
31
Mi partorì Costanza ne le estreme ripe del mar Eusino: io son Guidone, concetto de lo illustre inclito seme, come ancor voi, del generoso Amone. Di voi vedere e gli altri nostri insieme il desiderio è del venir cagione; e dove mia intenzion fu d'onorarvi, mi veggo esser venuto a ingiuriarvi.
32
Ma scusimi apo voi d'un error tanto, ch'io non ho voi né gli altri conosciuto; e s'emendar si può, ditemi quanto far debbo, ch'in ciò far nulla rifiuto. — Poi che si fu da questo e da quel canto de' complessi iterati al fin venuto, rispose a lui Rinaldo: — Non vi caglia meco scusarvi più de la battaglia:
33
che per certificarne che voi sète di nostra antiqua stirpe un vero ramo, dar miglior testimonio non potete, che 'l gran valor ch'in voi chiaro proviamo. Se più pacifiche erano e quiete vostre maniere, mal vi credevamo; che la damma non genera il leone, né le colombe l'aquila o il falcone. —
34
Non, per andar, di ragionar lasciando, non di seguir, per ragionar, lor via, vennero ai padiglioni; ove narrando il buon Rinaldo alla sua compagnia che questo era Guidon, che disiando veder, tanto aspettato aveano pria, molto gaudio apportò ne le sue squadre; e parve a tutti assimigliarsi al padre.
35
Non dirò l'accoglienze che gli fero Alardo, Ricciardetto e gli altri dui; che gli fece Viviano ed Aldigiero, e Malagigi, frati e cugin sui; ch'ogni signor gli fece e cavalliero; ciò ch'egli disse a loro, ed essi a lui: ma vi concluderò che finalmente fu ben veduto da tutta la gente.
36
Caro Guidone a' suoi fratelli stato credo sarebbe in ogni tempo assai; ma lor fu al gran bisogno ora più grato, ch'esser potesse in altro tempo mai. Poscia che 'l nuovo sole incoronato del mare uscì di luminosi rai, Guidon coi frati e coi parenti in schiera se ne tornò sotto la lor bandiera.
37
Tanto un giorno ed un altro se n'andaro, che di Parigi alle assediate porte a men di dieci miglia s'accostaro in ripa a Senna; ove per buona sorte Grifone ed Aquilante ritrovaro, i duo guerrier da l'armatura forte: Grifone il bianco ed Aquilante il nero, che partorì Gismonda d'Oliviero.
38
Con essi ragionava una donzella, non già di vil condizione in vista, che di sciamito bianco la gonnella fregiata intorno avea d'aurata lista; molto leggiadra in apparenza e bella, fosse quantunque lacrimosa e trista: e mostrava ne' gesti e nel sembiante di cosa ragionar molto importante.
39
Conobbe i cavallier, come essi lui, Guidon, che fu con lor pochi dì inanzi; ed a Rinaldo disse: — Eccovi dui a cui van pochi di valore inanzi; e se per Carlo ne verran con nui, non ne staranno i Saracini inanzi. — Rinaldo di Guidon conferma il detto, che l'uno e l'altro era guerrier perfetto.
40
Gli avea riconosciuti egli non manco; però che quelli sempre erano usati, l'un tutto nero, e l'altro tutto bianco vestir su l'arme, e molto andare ornati. Da l'altra parte essi conobbero anco e salutar Guidon, Rinaldo e i frati; ed abbracciar Rinaldo come amico, messo da parte ogni lor odio antico.
41
S'ebbero un tempo in urta e in gran dispetto per Truffaldin, che fôra lungo a dire; ma quivi insieme con fraterno affetto s'accarezzar, tutte obliando l'ire. Rinaldo poi si volse a Sansonetto, ch'era tardato un poco più a venire, e lo raccolse col debito onore, a pieno istrutto del suo gran valore.
42
Tosto che la donzella più vicino vide Rinaldo, e conosciuto l'ebbe (ch'avea notizia d'ogni paladino), gli disse una novella che gl'increbbe; e cominciò: — Signore, il tuo cugino, a cui la Chiesa e l'alto Imperio debbe, quel già sì saggio ed onorato Orlando, è fatto stolto, e va pel mondo errando.
43
Onde causato così strano e rio accidente gli sia, non so narrarte. La sua spada e l'altr'arme ho vedute io, che per li campi avea gittate e sparte; e vidi un cavallier cortese e pio che le andò raccogliendo da ogni parte, e poi di tutte quelle un arbuscello fe', a guisa di trofeo, pomposo e bello.
44
Ma la spada ne fu tosto levata dal figliuol d'Agricane il dì medesmo. Tu pòi considerar quanto sia stata gran perdita alla gente del battesmo l'essere un'altra volta ritornata Durindana in poter del paganesmo. Né Brigliadoro men, ch'errava sciolto intorno all'arme, fu dal pagan tolto.
45
Son pochi dì ch'Orlando correr vidi senza vergogna e senza senno, ignudo, con urli spaventevoli e con gridi: ch'è fatto pazzo in somma ti conchiudo; e non avrei, fuor ch'a questi occhi fidi, creduto mai sì acerbo caso e crudo. — Poi narrò che lo vide giù dal ponte abbracciato cader con Rodomonte.
46
— A qualunque io non creda esser nimico d'Orlando (soggiungea) di ciò favello, acciò ch'alcun di tanti a ch'io lo dico, mosso a pietà del caso strano e fello, cerchi o a Parigi o in altro luogo amico ridurlo, fin che si purghi il cervello. Ben so, se Brandimarte n'avrà nuova, sarà per farne ogni possibil prova. —
47
Era costei la bella Fiordiligi, più cara a Brandimarte che se stesso, la qual, per lui trovar, venìa a Parigi: e de la spada ella suggiunse appresso, che discordia e contesa e gran litigi tra il Sericano e 'l Tartaro avea messo; e ch'avuta l'avea, poi fu casso, di vita Mandricardo, al fin Gradasso.
48
Di così strano e misero accidente Rinaldo senza fin si lagna e duole; né il core intenerir men se ne sente, che soglia intenerirsi il ghiaccio al sole: e con disposta ed immutabil mente, ovunque Orlando sia, cercar lo vuole, con speme, poi che ritrovato l'abbia, di farlo risanar di quella rabbia.
49
Ma già lo stuolo avendo fatto unire, sia volontà del cielo o sia aventura, vuol fare i Saracin prima fuggire, e liberar le parigine mura. Ma consiglia l'assalto differire, che vi par gran vantaggio, a notte scura, ne la terza vigilia o ne la quarta, ch'avrà l'acqua di Lete il Sonno sparta.
50
Tutta la gente alloggiar fece al bosco, e quivi la posò per tutto 'l giorno; ma poi che 'l sol, lasciando il mondo fosco, alla nutrice antiqua fe' ritorno, ed orsi e capre e serpi senza tosco e l'altre fere ebbeno il cielo adorno, che state erano ascose al maggior lampo, mosse Rinaldo il taciturno campo:
51
e venne con Grifon, con Aquilante, con Vivian, con Alardo e con Guidone, con Sansonetto, agli altri un miglio inante, a cheti passi e senza alcun sermone. Trovò dormir l'ascolta d'Agramante: tutta l'uccise, e non ne fe' un prigione. Indi arrivò tra l'altra gente Mora, che non fu visto né sentito ancora.
52
Del campo d'infedeli a prima giunta la ritrovata guardia all'improviso lasciò Rinaldo sì rotta e consunta, ch'un sol non ne restò, se non ucciso. Spezzata che lor fu la prima punta, i Saracin non l'avean più da riso, che sonnolenti, timidi ed inermi, poteano a tai guerrier far pochi schermi.
53
Fece Rinaldo per maggior spavento dei Saracini, al mover de l'assalto, a trombe e a corni dar subito vento, e, gridando, il suo nome alzar in alto. Spinse Baiardo, e quel non parve lento; che dentro all'alte sbarre entrò d'un salto, e versò cavallier, pestò pedoni, ed atterrò trabacche e padiglioni.
54
Non fu sì ardito tra il popul pagano, a cui non s'arricciassero le chiome, quando sentì Rinaldo e Montalbano sonar per l'aria, il formidato nome. Fugge col campo d'Africa l'ispano, né perde tempo a caricar le some; ch'aspettar quella furia più non vuole, ch'aver provata anco si piagne e duole.
55
Guidon lo segue, e non fa men di lui; né men fanno i duo figli d'Oliviero, Alardo e Ricciardetto, e gli altri dui: col brando Sansonetto apre il sentiero: Aldigiero e Vivian provar altrui fan quanto in arme l'uno e l'altro è fiero. Così fa ognun che segue lo stendardo di Chiaramonte, da guerrier gagliardo.
56
Settecento con lui tenea Rinaldo in Montalbano e intorno a quelle ville, usati a portar l'arme al freddo e al caldo, non già più rei dei Mirmidon d'Achille. Ciascun d'essi al bisogno era sì saldo, che cento insieme non fuggian per mille; e se ne potean molti sceglier fuori, che d'alcun dei famosi eran migliori.
57
E se Rinaldo ben non era molto ricco né di città né di tesoro, facea sì con parole e con buon volto, e ciò ch'avea partendo ognor con loro, ch'un di quel numer mai non gli fu tolto per offerire altrui più somma d'oro. Questi da Montalban mai non rimuove, se non lo stringe un gran bisogno altrove.
58
Ed or, perch'abbia il Magno Carlo aiuto, lasciò con poca guardia il suo castello. Tra gli African questo drappel venuto, questo drappel del cui valor favello, ne fece quel che del gregge lanuto sul falanteo Galeso il lupo fello, o quel che soglia, del barbato, appresso il barbaro Cinifio, il leon spesso.
59
Carlo, ch'aviso da Rinaldo avuto avea che presso era a Parigi giunto, e che la notte il campo sproveduto volea assalir, stato era in arme e in punto; e quando bisognò, venne in aiuto coi paladini; e ai paladini aggiunto avea il figliol del ricco Monodante, di Fiordiligi il fido e saggio amante;
60
ch'ella più giorni per sì lunga via cercato avea per tutta Francia invano. Quivi all'insegne che portar solia, fu da lei conosciuto di lontano. Come lei Brandimarte vide pria, lasciò la guerra, e tornò tutto umano, e corse ad abbracciarla; e d'amor pieno, mille volte baciolla o poco meno.
61
De le lor donne e de le lor donzelle si fidar molto a quella antica etade. Senz'altra scorta andar lasciano quelle per piani e monti e per strane contrade; ed al ritorno l'han per buone e belle, né mai tra lor suspizione accade. Fiordiligi narrò quivi al suo amante, che fatto stolto era il signor d'Anglante.
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Brandimarte sì strana e ria novella credere ad altri a pena avria potuto; ma lo credette a Fiordiligi bella, a cui già maggior cose avea creduto. Non pur d'averlo udito gli dice ella, ma che con gli occhi propri l'ha veduto (c'ha conoscenza e pratica d'Orlando, quanto alcun altro), e dice dove e quando
63
E gli narra del ponte periglioso, che Rodomonte ai cavallier difende, ove un sepolcro adorna e fa pomposo di sopraveste e d'arme di chi prende. Narra c'ha visto Orlando furioso far cose quivi orribili e stupende; che nel fiume il pagan mandò riverso, con gran periglio di restar summerso.
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Brandimarte, che 'l conte amava quanto si può compagno amar, fratello o figlio, disposto di cercarlo, e di far tanto, non ricusando affanno né periglio, che per opra di medico o d'incanto si ponga a quel furor qualche consiglio, così come trovossi armato in sella, si mise in via con la sua donna bella.
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Verso la parte ove la donna il conte avea veduto, il lor camin drizzaro, di giornata in giornata, fin ch'al ponte che guarda il re d'Algier, si ritrovaro. La guardia ne fe' segno a Rodomonte; e gli scudieri a un tempo gli arrecaro l'arme e il cavallo: e quel si trovò in punto, quando fu Brandimarte al passo giunto.
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Con voce qual conviene al suo furore il Saracino a Brandimarte grida: — Qualunque tu ti sia, che, per errore di via o di mente, qui tua sorte guida, scendi e spogliati l'arme, e fanne onore al gran sepolcro, inanzi ch'io t'uccida, e che vittima all'ombre tu sia offerto: ch'io 'l farò poi, né te n'avrò alcun merto. —
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Non volse Brandimarte a quell'altiero altra risposta dar, che de la lancia. Sprona Batoldo, il suo gentil destriero, e inverso quel con tanto ardir si lancia, che mostra che può star d'animo fiero con qual si voglia al mondo alla bilancia: e Rodomonte, con la lancia in resta, lo stretto ponte a tutta briglia pesta.
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Il suo destrier ch'avea continuo uso d'andarvi sopra, e far di quel sovente quando uno e quando un altro cader giuso, alla giostra correa sicuramente; l'altro, del corso insolito confuso, venìa dubbioso, timido e tremente. Trema anco il ponte, e par cader ne l'onda, oltre che stretto e che sia senza sponda.
69
I cavallier, di giostra ambi maestri, che le lance avean grosse come travi, tali qual fur nei lor ceppi silvestri, si dieron colpi non troppo soavi. Ai lor cavalli esser possenti e destri non giovò molto agli aspri colpi e gravi; che si versar di pari ambi sul ponte, e seco i signor lor tutti in un monte.
70
Nel volersi levar con quella fretta che lo spronar de' fianchi insta e richiede, l'asse del ponticel lor fu sì stretta, che non trovaro ove fermare il piede; sì che una sorte uguale ambi li getta ne l'acqua; e gran rimbombo al ciel ne riede, simile a quel ch'uscì del nostro fiume, quando ci cadde il mal rettor del lume.
71
I duo cavalli con tutto 'l pondo dei cavallier, che steron fermi in sella, a cercar la rivera insin al fondo, se v'era ascosa alcuna ninfa bella. Non è già il primo salto né 'l secondo, che giù del ponte abbia il pagano in quella onda spiccato col destrero audace; però sa ben come quel fondo giace:
72
sa dove è saldo e sa dove è più molle, sa dove è l'acqua bassa e dove è l'alta. Dal fiume il capo e il petto e i fianchi estolle, e Brandimarte a gran vantaggio assalta. Brandimarte il corrente in giro tolle: ne la sabbia il destrier, che 'l fondo smalta, tutto si ficca, e non può riaversi, con rischio di restarvi ambi sommersi.
73
L'onda si leva e li fa andar sozzopra, e dove è più profonda li trasporta: va Brandimarte sotto, e 'l destrier sopra. Fiordiligi dal ponte afflitta e smorta e le lacrime e i voti e i prieghi adopra: — Ah Rodomonte, per colei che morta tu riverisci, non esser sì fiero, ch'affogar lasci un tanto cavalliero!
74
Deh, cortese signor, s'unque tu amasti, di me, ch'amo costui, pietà ti vegna. Di farlo tuo prigion, per Dio, ti basti; che s'orni il sasso tuo di quella insegna, di quante spoglie mai tu gli arrecasti, questa fia la più bella e la più degna. — E seppe sì ben dir, ch'ancor che fosse sì crudo il re pagan, pur lo commosse;
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e fe' che 'l suo amator ratto soccorse, che sotto acqua il destrier tenea sepolto, e de la vita era venuto in forse, e senza sete avea bevuto molto. Ma aiuto non però prima gli porse, che gli ebbe il brando e dipoi l'elmo tolto. De l'acqua mezzo morto il trasse, e porre con molti altri lo fe' ne la sua torre.
76
Fu ne la donna ogni allegrezza spenta, quando prigion vide il suo amante gire; ma di questo pur meglio si contenta, che di vederlo nel fiume perire. Di se stessa, e non d'altri, si lamenta, che fu cagion di farlo ivi venire, per averli narrato ch'avea il conte riconosciuto al periglioso ponte.
77
Quindi si parte, avendo già concetto di menarvi Rinaldo paladino, o il Selvaggio Guidone, o Sansonetto, o altri de la corte di Pipino, in acqua e in terra cavallier perfetto da poter contrastar col Saracino; se non più forte, almen più fortunato che Brandimarte suo non era stato.
78
Va molti giorni, prima che s'abbatta in alcun cavallier ch'abbia sembiante d'esser come lo vuol, perché combatta col Saracino e liberi il suo amante. Dopo molto cercar di persona atta al suo bisogno, un le vien pur avante, che sopravesta avea ricca ed ornata, a tronchi di cipressi ricamata.
79
Chi costui fosse, altrove ho da narrarvi; che prima ritornar voglio a Parigi, e de la gran sconfitta seguitarvi, ch'a' Mori diè Rinaldo e Malagigi. Quei che fuggiro io non saprei contarvi, né quei che fur cacciati ai fiumi stigi. Levò a Turpino il conto l'aria oscura, che di contarli s'avea preso cura.
80
Nel primo sonno dentro al padiglione dormia Agramante; e un cavallier lo desta, dicendogli che fia fatto prigione, se la fuga non è via più che presta. Guarda il re intorno, e la confusione vede dei suoi, che van senza far testa chi qua chi là fuggendo inermi e nudi, che non han tempo di pur tor gli scudi.
81
Tutto confuso e privo di consiglio si facea porre indosso la corazza, quando con Falsiron vi giunse il figlio, Grandonio e Balugante e quella razza; e al re Agramante mostrano il periglio di restar morto o preso in quella piazza: e che può dir, se salva la persona, che Fortuna gli sia propizia e buona.
82
Così Marsilio e così il buon Sobrino, e così dicon gli altri ad una voce, ch'a sua distruzion tanto è vicino, quanto a Rinaldo il qual ne vien veloce; che s'aspetta che giunga il paladino con tanta gente, e un uom tanto feroce, render certo si può ch'egli e i suo' amici rimarran morti, o in man degli nimici.
83
Ma ridur si può in Arli o sia in Narbona con quella poca gente c'ha d'intorno; che l'una e l'altra terra è forte e buona da mantener la guerra più d'un giorno: e quando salva sia la sua persona, si potrà vendicar di questo scorno, rifacendo l'esercito in un tratto, onde al fin Carlo ne sarà disfatto.
84
Il re Agramante al parer lor s'attenne, ben che 'l partito fosse acerbo e duro. Andò verso Arli, e parve aver le penne, per quel camin che più trovò sicuro. Oltre alle guide, in gran favor gli venne che la partita fu per l'aer scuro. Ventimila tra d'Africa e di Spagna fur, ch'a Rinaldo uscir fuor de la ragna.
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Quei ch'egli uccise e quei che i suoi fratelli, quei che i duo figli del signor di Vienna, quei che provaro empi nimici e felli i settecento a cui Rinaldo accenna, e quei che spense Sansonetto, e quelli che ne la fuga s'affogaro in Senna, chi potesse contar, conteria ancora ciò che sparge d'april Favonio e Flora.
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Istima alcun che Malagigi parte ne la vittoria avesse de la notte; non che di sangue le campagne sparte fosser per lui, né per lui teste rotte: ma che gl'infernali angeli per arte facesse uscir da le tartaree grotte, e con tante bandiere e tante lance, ch'insieme più non ne porrian due France;
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e che facesse udir tanti metalli, tanti tamburi e tanti varii suoni, tanti anitriri in voce di cavalli, tanti gridi e tumulti di pedoni, che risonare e piani e monti e valli dovean de le longique regioni: ed ai Mori con questo un timor diede, che li fece voltare in fuga il piede.
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Non si scordò il re d'Africa Ruggiero, ch'era ferito e stava ancora grave. Quanto poté più acconcio s'un destriero lo fece por, ch'avea l'andar soave; e poi che l'ebbe tratto ove il sentiero fu più sicuro, il fe' posar in nave, e verso Arli portar commodamente, dove s'avea a raccor tutta la gente.
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Quei ch'a Rinaldo e a Carlo dier le spalle (fur, credo, centomila o poco manco), per campagne, per boschi e monte e valle cercaro uscir di man del popul franco; ma la più parte trovò chiuso il calle, e fece rosso ov'era verde e bianco. Così non fece il re di Sericana, ch'avea da lor la tenda più lontana:
90
anzi, come egli sente che 'l signore di Montalbano è questo che gli assalta, gioisce di tal iubilo nel core, che qua e là per allegrezza salta. Loda e ringrazia il suo sommo Fattore, che quella notte gli occorra tant'alta e sì rara aventura d'acquistare Baiardo, quel destrier che non ha pare.
91
Avea quel re gran tempo desiato (credo ch'altrove voi l'abbiate letto) d'aver la buona Durindana a lato, e cavalcar quel corridor perfetto. E già con più di centomila armato era venuto in Francia a questo effetto; e con Rinaldo già sfidato s'era per quel cavallo alla battaglia fiera;
92
e sul lito del mar s'era condutto ove dovea la pugna diffinire: ma Malagigi a turbar venne il tutto, che fe' il cugin, mal grado suo, partire, avendol sopra un legno in mar ridutto. Lungo saria tutta l'istoria dire. Da indi in qua stimò timido e vile sempre Gradasso il paladin gentile.
93
Or che Gradasso esser Rinaldo intende costui ch'assale il campo, se n'allegra. Si veste l'arme, e la sua alfana prende, e cercando lo va per l'aria negra: e quanti ne riscontra, a terra stende; ed in confuso lascia afflitta ed egra la gente, o sia di Libia o sia di Francia: tutti li mena a un par la buona lancia.
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Lo va di qua di là tanto cercando, chiamando spesso e quanto può più forte, e sempre a quella parte declinando, ove più folte son le genti morte, ch'al fin s'incontra in lui brando per brando poi che le lance loro ad una sorte eran salite in mille schegge rotte sin al carro stellato de la Notte.
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Quando Gradasso il paladin gagliardo conosce, e non perché ne vegga insegna, ma per gli orrendi colpi e per Baiardo, che par che sol tutto quel campo tegna; non è, gridando, a improverargli tardo la prova che di sé fece non degna: ch'al dato campo il giorno non comparse, che tra lor la battaglia dovea farse.
96
Suggiunse poi: — Tu forse avevi speme, se potevi nasconderti quel punto, che non mai più per raccozzarci insieme fossimo al mondo: or vedi ch'io t'ho giunto. Sie certo, se tu andassi ne l'estreme fosse di Stige, o fossi in cielo assunto, ti seguirò, quando abbi il destrier teco, ne l'alta luce e giù nel mondo cieco.
97
Se d'aver meco a far non ti dà il core, e vedi già che non puoi starmi a paro, e più stimi la vita che l'onore, senza periglio ci puoi far riparo, quando mi lasci in pace il corridore; e viver puoi, se sì t'è il viver caro: ma vivi a piè, che non merti cavallo, s'alla cavalleria fai sì gran fallo. —
98
A quel parlar si ritrovò presente con Ricciardetto il cavallier Selvaggio; e le spade ambi trassero ugualmente, per far parere il Serican mal saggio. Ma Rinaldo s'oppose immantinente, e non patì che se gli fêsse oltraggio, dicendo: — Senza voi dunque non sono a chi m'oltraggia per risponder buono? —
99
Poi se ne ritornò verso il pagano, e disse: — Odi, Gradasso; io voglio farte, e tu m'ascolti, manifesto e piano ch'io venni alla marina a ritrovarte: e poi ti sosterrò con l'arme in mano, che t'avrò detto il vero in ogni parte; e sempre che tu dica mentirai, ch'alla cavalleria mancass'io mai.
100
Ma ben ti priego che prima che sia pugna tra noi, che pianamente intenda la giustissima e vera scusa mia, acciò ch'a torto più non mi riprenda; e poi Baiardo al termine di pria tra noi vorrò ch'a piedi si contenda da solo a solo in solitario lato, sì come a punto fu da te ordinato. —
101
Era cortese il re di Sericana, come ogni cor magnanimo esser suole; ed è contento udir la cosa piana, e come il paladin scusar si vuole. Con lui ne viene in ripa alla fiumana, ove Rinaldo in semplici parole alla sua vera istoria trasse il velo, e chiamò in testimonio tutto 'l cielo:
102
e poi chiamar fece il figliuol di Buovo, l'uom che di questo era informato a pieno, ch'a parte a parte replicò di nuovo l'incanto suo, né disse più né meno. Soggiunse poi Rinaldo: — Ciò ch'io provo col testimonio, io vo' che l'arme sieno, che ora e in ogni tempo che ti piace, te n'abbiano a far prova più verace. —
103
Il re Gradasso, che lasciar non volle per la seconda la querela prima, le scuse di Rinaldo in pace tolle, ma se son vere o false in dubbio stima. Non tolgon campo più sul lito molle di Barcelona, ove lo tolser prima; ma s'accordaro per l'altra matina trovarsi a una fontana indi vicina:
104
ove Rinaldo seco abbia il cavallo, che posto sia communemente in mezzo: se 'l re uccide Rinaldo o il fa vassallo, se ne pigli il destrier senz'altro mezzo, ma se Gradasso è quel che faccia fallo, che sia condotto all'ultimo ribrezzo, o, per più non poter, che gli si renda, da lui Rinaldo Durindana prenda.
105
Con maraviglia molta e più dolore (come v'ho detto) avea Rinaldo udito da Fiordiligi bella, ch'era fuore de l'intelletto il suo cugino uscito. Avea de l'arme inteso anco il tenore, e del litigio che n'era seguito; e ch'in somma Gradasso avea quel brando ch'ornò di mille e mille palme Orlando.
106
Poi che furon d'accordo, ritornosse il re Gradasso ai servitori sui ben che dal paladin pregato fosse che ne venisse ad alloggiar con lui. Come fu giorno, il re pagano armosse; così Rinaldo: e giunsero ambedui ove dovea non lungi alla fontana combattersi Baiardo e Durindana.
107
De la battaglia che Rinaldo avere con Gradasso dovea da solo a solo, parean gli amici suoi tutti temere, e inanzi il caso ne faceano il duolo. Molto ardir, molta forza, alto sapere avea Gradasso; ed or che del figliuolo del gran Milone avea la spada al fianco, di timor per Rinaldo era ognun bianco.
108
E più degli altri il frate di Viviano stava di questa pugna in dubbio e in tema, ed anco volentier vi porria mano per farla rimaner d'effetto scema: ma non vorria che quel da Montalbano seco venisse a inimicizia estrema; ch'anco avea di quell'altra seco sdegno, che gli turbò, quando il levò sul legno.
109
Ma stiano gli altri in dubbio, in tema, in doglia: Rinaldo se ne va lieto e sicuro, sperando ch'ora il biasmo se gli toglia, ch'avere a torto gli parea pur duro; sì che quei da Pontieri e d'Altafoglia faccia cheti restar, come mai furo. Va con baldanza e sicurtà di core di riportarne il trionfale onore.
110
Poi che l'un quinci e l'altro quindi giunto fu quasi a un tempo in su la chiara fonte, s'accarezzaro, e fero a punto a punto così serena ed amichevol fronte, come di sangue e d'amistà congiunto fosse Gradasso a quel di Chiaramonte. Ma come poi s'andassero a ferire, vi voglio a un'altra volta differire.
CANTO TRENTADUESIMO
1
Soviemmi che cantar io vi dovea (già lo promisi, e poi m'uscì di mente) d'una sospizion che fatto avea la bella donna di Ruggier dolente, de l'altra più spiacevole e più rea, e di più acuto e venenoso dente, che per quel ch'ella udì da Ricciardetto, a devorare il cor l'entrò nel petto.
2
Dovea cantarne, ed altro incominciai, perché Rinaldo in mezzo sopravenne; e poi Guidon mi diè che fare assai, che tra camino a bada un pezzo il tenne. D'una cosa in un'altra in modo entrai, che mal di Bradamante mi sovenne: sovienmene ora, e vo' narrarne inanti che di Rinaldo e di Gradasso io canti.
3
Ma bisogna anco, prima ch'io ne parli, che d'Agramante io vi ragioni un poco, ch'avea ridutte le reliquie in Arli, che gli restar del gran notturno fuoco, quando a raccor lo sparso campo e a darli soccorso e vettovaglie era atto il loco: l'Africa incontra, e la Spagna ha vicina, ed è in sul fiume assiso alla marina.
4
Per tutto 'l regno fa scriver Marsilio gente a piedi e a cavallo, e trista e buona. Per forza e per amore ogni navilio atto a battaglia s'arma in Barcelona. Agramante ogni dì chiama a concilio; né a spesa né a fatica si perdona. Intanto gravi esazioni e spesse tutte hanno le città d'Africa oppresse.
5
Egli ha fatto offerire a Rodomonte, perché ritorni (ed impetrar nol puote), una cugina sua, figlia d'Almonte, e 'l bel regno d'Oran dargli per dote. Non si volse l'altier muover dal ponte, ove tant'arme e tante selle vote di quei che son già capitati al passo ha ragunate, che ne cuopre il sasso.
6
Già non volse Marfisa imitar l'atto di Rodomonte: anzi com'ella intese ch'Agramante da Carlo era disfatto, sue genti morte, saccheggiate e prese, e che con pochi in Arli era ritratto, senza aspettare invito, il camin prese: venne in aiuto de la sua corona, e l'aver gli proferse e la persona.
7
E gli menò Brunello, e gli ne fece libero dono, il qual non avea offeso: l'avea tenuto dieci giorni e diece notti sempre in timor d'essere appeso; e poi che né con forza né con prece da nessun vide il patrocinio preso, in sì sprezzato sangue non si volse bruttar l'altiere mani, e lo disciolse.
8
Tutte l'antique ingiurie gli remesse, e seco in Arli ad Agramante il trasse. Ben dovete pensar che gaudio avesse il re di lei ch'ad aiutarlo andasse: e del gran conto ch'egli ne facesse, volse che Brunel prova le mostrasse; che quel di ch'ella gli avea fatto cenno, di volerlo impiccar, fe' da buon senno.
9
Il manigoldo, in loco inculto ed ermo, pasto di corvi e d'avoltoi lasciollo. Ruggier ch'un'altra volta gli fu schermo, e che 'l laccio gli avria tolto dal collo, la giustizia di Dio fa ch'ora infermo s'è ritrovato, ed aiutar non puollo: e quando il seppe, era già il fatto occorso; sì che restò Brunel senza soccorso.
10
Intanto Bradamante iva accusando che così lunghi sian quei venti giorni, li quai finiti, il termine era quando a lei Ruggiero ed alla fede torni. A chi aspetta di carcere o di bando uscir, non par che 'l tempo più soggiorni a dargli libertade, o de l'amata patria vista gioconda e disiata.
11
In quel duro aspettare ella talvolta pensa ch'Eto e Piròo sia fatto zoppo; o sia la ruota guasta, ch'a dar volta le par che tardi, oltr'all'usato, troppo. Più lungo di quel giorno a cui, per molta fede, nel cielo il giusto Ebreo fe' intoppo, più de la notte ch'Ercole produsse, parea lei ch'ogni notte, ogni dì fusse.
12
Oh quante volte da invidiar le diero e gli orsi e i ghiri e i sonnacchiosi tassi! che quel tempo voluto avrebbe intero tutto dormir, che mai non si destassi; né potere altro udir, fin che Ruggiero dal pigro sonno lei non richiamassi. Ma non pur questo non può far, ma ancora non può dormir di tutta notte un'ora.
13
Di qua di là va le noiose piume tutte premendo, e mai non si riposa. Spesso aprir la finestra ha per costume, per veder s'anco di Titon la sposa sparge dinanzi al matutino lume il bianco giglio e la vermiglia rosa: non meno ancor, poi che nasciuto è 'l giorno, brama vedere il ciel di stelle adorno.
14
Poi che fu quattro o cinque giorni appresso il termine a finir, piena di spene stava aspettando d'ora in ora il messo che le apportasse: — Ecco Ruggier che viene. — Montava sopra un'alta torre spesso, ch'i folti boschi e le campagne amene scopria d'intorno, e parte de la via onde di Francia a Montalban si gìa.
15
Se di lontano o splendor d'arme vede, o cosa tal ch'a cavallier simiglia, che sia il suo disiato Ruggier crede, e rasserena i begli occhi e le ciglia; se disarmato o viandante a piede, che sia messo di lui speranza piglia: e se ben poi fallace la ritrova, pigliar non cessa una ed un'altra nuova.
16
Credendolo incontrar, talora armossi, scese dal monte e giù calò nel piano; né lo trovando, si sperò che fossi per altra strada giunto a Montalbano: e col disir con ch'avea i piedi mossi fuor del castel, ritornò dentro invano. Né qua né là trovollo; e passò intanto il termine aspettato da lei tanto.
17
Il termine passò d'uno, di dui, di tre giorni, di sei, d'otto e di venti; né vedendo il suo sposo, né di lui sentendo nuova, incominciò lamenti ch'avrian mosso a pietà nei regni bui quelle Furie crinite di serpenti; e fece oltraggio a' begli occhi divini, al bianco petto, all'aurei crespi crini.
18
— Dunque fia ver (dicea) che mi convegna cercare un che mi fugge e mi s'asconde? Dunque debbo prezzare un che mi sdegna? Debbo pregar chi mai non mi risponde? Patirò che chi m'odia, il cor mi tegna? un che sì stima sue virtù profonde, che bisogno sarà che dal ciel scenda immortal dea che 'l cor d'amor gli accenda.
19
Sa questo altier ch'io l'amo e ch'io l'adoro, né mi vuol per amante né per serva. Il crudel sa che per lui spasmo e moro, e dopo morte a darmi aiuto serva. E perché io non gli narri il mio martoro atto a piegar la sua voglia proterva, da me s'asconde, come aspide suole, che, per star empio, il canto udir non vuole.
20
Deh, ferma, Amor, costui che così sciolto dinanzi al lento mio correr s'affretta; o tornami nel grado onde m'hai tolto quando né a te né ad altri era suggetta! Deh, come è il mio sperar fallace e stolto, ch'in te con prieghi mai pietà si metta; che ti diletti, anzi ti pasci e vivi di trar dagli occhi lacrimosi rivi!
21
Ma di che debbo lamentarmi, ahi lassa fuor che del mio desire irrazionale? ch'alto mi leva, e sì ne l'aria passa, ch'arriva in parte ove s'abbrucia l'ale; poi non potendo sostener, mi lassa dal ciel cader: né qui finisce il male; che le rimette, e di nuovo arde: ond'io non ho mai fine al precipizio mio.
22
Anzi via più che del disir, mi deggio di me doler, che sì gli apersi il seno; onde cacciata ha la ragion di seggio, ed ogni mio poter può di lui meno. Quel mi trasporta ognor di male in peggio, né lo posso frenar, che non ha freno: e mi fa certa che mi mena a morte, perch'aspettando il mal noccia più forte.
23
Deh perché voglio anco di me dolermi? Ch'error, se non d'amarti, unqua commessi? Che maraviglia, se fragili e infermi feminil sensi fur subito oppressi? Perché dovev'io usar ripari e schermi che la somma beltà non mi piacessi, gli alti sembianti e le sagge parole? Misero è ben chi veder schiva il sole!
24
Ed oltre al mio destino, io ci fui spinta da le parole altrui degne di fede: somma felicità mi fu dipinta, ch'esser dovea di questo amor mercede. Se la persuasione, ohimè! fu finta, se fu inganno il consiglio che mi diede Merlin, posso di lui ben lamentarmi, ma non d'amar Ruggier posso ritrarmi.
25
Di Merlin posso e di Melissa insieme dolermi, e mi dorrò d'essi in eterno, che dimostrare i frutti del mio seme mi fero dagli spirti de lo 'nferno, per pormi sol con questa falsa speme in servitù; né la cagion discerno, se non ch'erano forse invidiosi dei miei dolci, sicuri, almi riposi. —
26
Sì l'occupa il dolor, che non avanza loco ove in lei conforto abbia ricetto; ma, mal grado di quel, vien la speranza e vi vuole alloggiare in mezzo il petto, rifrescandole pur la rimembranza di quel ch'al suo partir l'ha Ruggier detto: e vuol, contra il parer degli altri affetti, che d'ora in ora il suo ritorno aspetti.
27
Questa speranza dunque la sostenne, finito i venti giorni, un mese appresso; sì che il dolor sì forte non le tenne, come tenuto avria, l'animo oppresso. Un dì che per la strada se ne venne, che per trovar Ruggier solea far spesso, novella udì la misera, ch'insieme fe' dietro all'altro ben fuggir la speme.
28
Venne a incontrare un cavallier guascone che dal campo african venìa diritto, ove era stato da quel dì prigione, che fu inanzi a Parigi il gran conflitto. Da lei fu molto posto per ragione, fin che si venne al termine prescritto. Domandò di Ruggiero, e in lui fermosse; né fuor di questo segno più si mosse.
29
Il cavallier buon conto ne rendette, che ben conoscea tutta quella corte: e narrò di Ruggier, che contrastette da solo a solo a Mandricardo forte; e come egli l'uccise, e poi ne stette ferito più d'un mese presso a morte: e s'era la sua istoria qui conclusa, fatto avria di Ruggier la vera escusa.
30
Ma come poi soggiunse, una donzella esser nel campo, nomata Marfisa, che men non era che gagliarda, bella, né meno esperta d'arme in ogni guisa; che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella, ch'egli da lei, ch'ella da lui divisa si vedea raro, e ch'ivi ognuno crede che s'abbiano tra lor data la fede;
31
e che come Ruggier si faccia sano, il matrimonio publicar si deve; e ch'ogni re, ogni principe pagano gran piacere e letizia ne riceve, che de l'uno e de l'altro sopraumano conoscendo il valor, sperano in breve far una razza d'uomini da guerra la più gagliarda che mai fosse in terra;
32
credea il Guascon quel che dicea, non senza cagion; che ne l'esercito de' Mori openione e universal credenza, e publico parlar n'era di fuori. I molti segni di benivolenza stati tra lor facean questi romori; che tosto o buona o ria che la fama esce fuor d'una bocca, in infinito cresce.
33
L'esser venuta a' Mori ella in aita con lui, né senza lui comparir mai, avea questa credenza stabilita; ma poi l'avea accresciuta pur assai, ch'essendosi del campo già partita portandone Brunel (come io contai), senza esservi d'alcuno richiamata, sol per veder Ruggier v'era tornata.
34
Sol per lui visitar, che gravemente languia ferito, in campo venuta era, non una sola volta, ma sovente; vi stava il giorno e si partia la sera: e molto più da dir dava alla gente, ch'essendo conosciuta così altiera, che tutto 'l mondo a sé le parea vile, solo a Ruggier fosse benigna e umile;
35
come il Guascon questo affermò per vero, fu Bradamante da cotanta pena, da cordoglio assalita così fiero, che di quivi cader si tenne a pena. Voltò, senza far motto, il suo destriero, di gelosia, d'ira e di rabbia piena; e da sé discacciata ogni speranza, ritornò furibonda alla sua stanza.
36
E senza disarmarsi, sopra il letto, col viso volta in giù, tutta si stese, ove per non gridar, sì che sospetto di sé facesse, i panni in bocca prese; e ripetendo quel che l'avea detto il cavalliero, in tal dolor discese, che più non lo potendo sofferire, fu forza a disfogarlo, e così a dire:
37
— Misera! a chi mai più creder debb'io? Vo' dir ch'ognuno è perfido e crudele, se perfido e crudel sei, Ruggier mio, che sì pietoso tenni e sì fedele. Qual crudeltà, qual tradimento rio unqua s'udì per tragiche querele, che non trovi minor, se pensar mai al mio merto e al tuo debito vorai?
38
Perché, Ruggier, come di te non vive cavallier di più ardir, di più bellezza, né che a gran pezzo al tuo valore arrive, né a' tuoi costumi, né a tua gentilezza; perché non fai che fra tue illustri e dive virtù, si dica ancor ch'abbi fermezza? si dica ch'abbi inviolabil fede? a chi ogn'altra virtù s'inchina e cede.
39
Non sai che non compar, se non v'è quella, alcun valore, alcun nobil costume? come né cosa (e sia quanto vuol bella) si può vedere ove non splenda lume. Facil ti fu ingannare una donzella di cui tu signore eri, idolo e nume, a cui potevi far con tue parole creder che fosse oscuro e freddo il sole.
40
Crudel, di che peccato a doler t'hai, se d'uccider chi t'ama non ti penti? Se 'l mancar di tua fé sì leggier fai, di ch'altro peso il cor gravar ti senti? Come tratti il nimico, se tu dai a me, che t'amo sì, questi tormenti? Ben dirò che giustizia in ciel non sia, s'a veder tardo la vendetta mia.
41
Se d'ogn'altro peccato assai più quello de l'empia ingratitudine l'uomo grava, e per questo dal ciel l'angel più bello fu relegato in parte oscura e cava; e se gran fallo aspetta gran flagello quando debita emenda il cor non lava; guarda ch'aspro flagello in te non scenda, che mi se' ingrato e non vuoi farne emenda.
42
Di furto ancora, oltre ogni vizio rio, di te, crudele, ho da dolermi molto. Che tu mi tenga il cor, non ti dico io; di questo io vo' che tu ne vada assolto: dico di te, che t'eri fatto mio e poi contra ragion mi ti sei tolto. Renditi, iniquo, a me; che tu sai bene che non si può salvar chi l'altrui tiene.
43
Tu m'hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio, né lasciarti volendo anco potrei; ma per uscir d'affanno e di cordoglio, posso e voglio, finire i giorni miei. Di non morirti in grazia sol mi doglio; che se concesso m'avessero i dei ch'io fossi morta quando t'era grata, morte non fu giamai tanto beata. —
44
Così dicendo, di morir disposta, salta dal letto, e di rabbia infiammata si pon la spada alla sinistra costa; ma si ravvede poi che tutta è armata. Il miglior spirto in questo le s'accosta, e nel cor le ragiona: — O donna nata di tant'alto lignaggio, adunque vuoi finir con sì gran biasmo i giorni tuoi?
45
Non è meglio ch'al campo tu ne vada, ove morir si può con laude ognora? Quivi, s'avvien ch'inanzi a Ruggier cada, del morir tuo si dorrà forse ancora: ma s'a morir t'avvien per la sua spada, chi sarà mai che più contenta muora? Ragione è ben che di vita ti privi, poi ch'è cagion ch'in tanta pena vivi.
46
Verrà forse anco che prima che muori farai vendetta di quella Marfisa che t'ha con fraudi e disonesti amori, da te Ruggiero alienando, uccisa. — Questi pensieri parveno migliori alla donzella; e tosto una divisa si fe' su l'arme, che volea inferire disperazione e voglia di morire.
47
Era la sopraveste del colore in che riman la foglia che s'imbianca quando del ramo è tolta, o che l'umore che facea vivo l'arbore le manca. Ricamata a tronconi era, di fuore, di cipresso che mai non si rinfranca, poi ch'ha sentita la dura bipenne; l'abito al suo dolor molto convenne.
48
Tolse il destrier ch'Astolfo aver solea, e quella lancia d'or, che, sol toccando, cader di sella i cavallier facea. Perché la le diè Astolfo, e dove e quando, e da chi prima avuta egli l'avea, non credo che bisogni ir replicando. Ella la tolse, non però sapendo che fosse del valor ch'era, stupendo.
49
Senza scudiero e senza compagnia scese dal monte, e si pose in camino verso Parigi alla più dritta via, ove era dianzi il campo saracino; che la novella ancora non s'udia, che l'avesse Rinaldo paladino, aiutandolo Carlo e Malagigi, fatto tor da l'assedio di Parigi.
50
Lasciati avea i Cadurci e la cittade di Caorse alle spalle, e tutto 'l monte ove nasce Dordona, e le contrade scopria di Monferrante e di Clarmonte, quando venir per le medesme strade vide una donna di benigna fronte, ch'uno scudo all'arcione avea attaccato; e le venian tre cavallieri a lato.
51
Altre donne e scudier venivano anco, qual dietro e qual dinanzi, in lunga schiera. Domandò ad un che le passò da fianco, la figlia d'Amon, chi la donna era; e quel le disse: — Al re del popul franco questa donna, mandata messaggera fin di là dal polo artico, è venuta per lungo mar da l'Isola Perduta.
52
Altri Perduta, altri ha nomata Islanda l'isola, donde la regina d'essa, di beltà sopra ogni beltà miranda, dal ciel non mai, se non a lei, concessa, lo scudo che vedete, a Carlo manda; ma ben con patto e condizione espressa, ch'al miglior cavallier lo dia, secondo il suo parer, ch'oggi si trovi al mondo.
53
Ella, come si stima, e come in vero è la più bella donna che mai fosse, così vorria trovare un cavalliero che sopra ogn'altro avesse ardire e posse: perché fondato e fisso è il suo pensiero, da non cader per centomila scosse, che sol chi terrà in arme il primo onore, abbia d'esser suo amante e suo signore.
54
Spera ch'in Francia, alla famosa corte di Carlo Magno, il cavallier si trove, che d'esser più d'ogn'altro ardito e forte abbia fatto veder con mille prove. I tre che son con lei come sue scorte, re sono tutti, e dirovvi anco dove: uno in Svezia, uno in Gotia, in Norvegia uno, che pochi pari in arme hanno o nessuno.
55
Questi tre, la cui terra non vicina, ma men lontana è all'Isola Perduta (detta così, perché quella marina da pochi naviganti è conosciuta), erano amanti, e son, de la regina, e a gara per moglier l'hanno voluta; e per aggradir lei, cose fatt'hanno, che, fin che giri il ciel, dette saranno.
56
Ma né questi ella, né alcun altro vuole, ch'al mondo in arme esser non creda il primo. — Ch'abbiate fatto prove (lor dir suole) in questi luoghi appresso, poco istimo; e s'un di voi, qual fra le stelle il sole, fra gli altri duo sarà, ben lo sublimo: ma non però che tenga il vanto parme del miglior cavallier ch'oggi port'arme.
57
A Carlo Magno, il quale io stimo e onoro pel più savio signor ch'al mondo sia, son per mandare un ricco scudo d'oro, con patto e condizion ch'esso lo dia al cavalliero il quale abbia fra loro il vanto e il primo onor di gagliardia. Sia il cavalliero o suo vasallo o d'altri, il parer di quel re vo' che mi scaltri.
58
Se, poi che Carlo avrà lo scudo avuto, e l'avrà dato a quel sì ardito e forte, che d'ogn'altro migliore abbia creduto, che 'n sua si trovi o in alcun'altra corte, uno di voi sarà, che con l'aiuto di sua virtù lo scudo mi riporte; porrò in quello ogni amore, ogni disio, e quel sarà il marito e 'l signor mio. —
59
Queste parole han qui fatto venire questi tre re dal mar tanto discosto, che riportarne lo scudo, o morire per man di chi l'avrà, s'hanno proposto. — Ste' molto attenta Bradamante a udire quanto le fu da lo scudier risposto; il qual poi l'entrò inanzi, e così punse il suo cavallo, che i compagni giunse.
60
Dietro non gli galoppa né gli corre ella; ch'adagio il suo camin dispensa, e molte cose tuttavia discorre, che son per accadere: e in somma pensa che questo scudo di Francia sia per porre discordia e rissa e nimicizia immensa fra paladini ed altri, se vuol Carlo chiarir chi sia il miglior, e a colui darlo.
61
Le preme il cor questo pensier; ma molto più le lo preme e strugge in peggior guisa quel ch'ebbe prima, di Ruggier, che tolto il suo amor le abbia e datolo a Marfisa. Ogni suo senso in questo è sì sepolto, che non mira la strada, né divisa ove arrivar, né se troverà inanzi commodo albergo ove la notte stanzi.
62
Come nave, che vento da la riva, o qualch'altro accidente abbia disciolta, va di nochiero e di governo priva ove la porti o meni il fiume in volta; così l'amante giovane veniva, tutta a pensare al suo Ruggier rivolta, ove vuol Rabican; che molte miglia lontano è il cor che de' girar la briglia.
63
Leva al fin gli occhi, e vede il sol che 'l tergo avea mostrato alle città di Bocco, e poi s'era attuffato, come il mergo, in grembo alla nutrice oltr'a Marocco: e se disegna che la frasca albergo le dia ne' campi, fa pensier di sciocco; che soffia un vento freddo, e l'aria grieve pioggia la notte le minaccia o nieve.
64
Con maggior fretta fa movere il piede al suo cavallo; e non fece via molta, che lasciar le campagne a un pastor vede, che s'avea la sua gregge inanzi tolta. La donna lui con molta istanza chiede che le 'nsegni ove possa esser raccolta o ben o mal; che mal sì non s'alloggia, che non sia peggio star fuori alla pioggia.
65
Disse il pastore: — Io non so loco alcuno ch'io vi sappia insegnar, se non lontano più di quattro o di sei leghe, for ch'uno che si chiama la rocca di Tristano. Ma d'alloggiarvi non succede a ognuno; perché bisogna, con la lancia in mano che se l'acquisti e che se la difenda il cavallier che d'alloggiarvi intenda.
66
Se, quando arriva un cavallier, si trova vota la stanza, il castellan l'accetta; ma vuol se sopravien poi gente nuova, ch'uscir fuori alla giostra gli prometta. Se non vien, non accade che si mova: se vien, forza è che l'arme si rimetta e con lui giostri, e chi di lor val meno, ceda l'albergo ed esca al ciel sereno.
67
Se duo, tre, quattro o più guerrieri a un tratto vi giungon prima, in pace albergo v'hanno; e chi di poi vien solo, ha peggior patto, perché seco giostrar quei più lo fanno. Così, se prima un sol si sarà fatto quivi alloggiar, con lui giostrar voranno in duo, tre, quattro o più che verran dopo; sì che, s'avrà valor, gli fia a grande uopo.
68
Non men, se donna capita o donzella, accompagnata o sola a questa rocca, e poi v'arrivi un'altra, alla più bella l'albergo, ed alla men star di fuor tocca. — Domanda Bradamante ove sia quella; e il buon pastor non pur dice con bocca, ma le dimostra il loco anco con mano, da cinque o da sei miglia indi lontano.
69
La donna, ancor che Rabican ben trotte, solecitar però non lo sa tanto per quelle vie tutte fangose e rotte da la stagion ch'era piovosa alquanto, che prima arrivi, che la cieca notte fatt'abbia oscuro il mondo in ogni canto. Trovò chiusa la porta; e a chi n'avea la guardia disse ch'alloggiar volea.
70
Rispose quel, ch'era occupato il loco da donne e da guerrier che venner dianzi, e stavano aspettando intorno al fuoco che posta fosse lor la cena inanzi. — Per lor non credo l'avrà fatta il cuoco, s'ella v'è ancor, né l'han mangiata inanzi (disse la donna): or va, che qui gli attendo; che so l'usanza, e di servarla intendo. —
71
Parte la guardia, e porta l'imbasciata là dove i cavallier stanno a grand'agio, la qual non poté lor troppo esser grata, ch'all'aer li fa uscir freddo e malvagio; ed era una gran pioggia incomminciata. Si levan pure, e piglian l'arme adagio: restano gli altri; e quei non troppo in fretta escono insieme ove la donna aspetta.
72
Eran tre cavallier che valean tanto, che pochi al mondo valean più di loro; ed eran quei che 'l dì medesmo a canto veduti a quella messaggiera foro; quei ch'in Islanda s'avean dato vanto di Francia riportar lo scudo d'oro: e perché avean meglio i cavalli punti, prima di Bradamante eran giunti.
73
Di loro in arme pochi erano migliori, ma di quei pochi ella sarà ben l'una; ch'a nessun patto rimaner di fuori quella notte intendea molle e digiuna. Quei dentro alle finestre e ai corridori miran la giostra al lume de la luna, che mal grado de' nugoli lo spande e fa veder, ben che la pioggia è grande.
74
Come s'allegra un bene acceso amante ch'ai dolci furti per entrar si trova, quando al fin senta dopo indugie tante, che 'l taciturno chiavistel si muova; così volontarosa Bradamante di far di sé coi cavallieri prova, s'allegrò quando udì le porte aprire, calare il ponte, e fuor li vide uscire.
75
Tosto che fuor del ponte i guerrier vede uscire insieme o con poco intervallo, si volge a pigliar campo, e di poi riede cacciando a tutta briglia il buon cavallo, e la lancia arrestando, che le diede il suo cugin, che non si corre in fallo, che fuor di sella è forza che trabocchi, se fosse Marte, ogni guerrier che tocchi.
76
Il re di Svezia, che primier si mosse, fu primier anco a riversciarsi al piano: con tanta forza l'elmo gli percosse l'asta che mai non fu abbassata invano. Poi corse il re di Gotia, e ritrovosse coi piedi in aria al suo destrier lontano. Rimase il terzo sottosopra volto, ne l'acqua e nel pantan mezzo sepolto.
77
Tosto ch'ella ai tre colpi tutti gli ebbe fatto andar coi piedi alti e i capi bassi, alla rocca ne va, dove aver debbe la notte albergo; ma prima che passi, v'è chi la fa giurar che n'uscirebbe, sempre ch'a giostrar fuori altri chiamassi. Il signor de là dentro, che 'l valore ben n'ha veduto, le fa grande onore.
78
Così le fa la donna che venuta era con quegli tre quivi la sera, come io dicea, da l'Isola Perduta, mandata al re di Francia messaggiera. Cortesemente a lei che la saluta, sì come graziosa e affabil era, si leva incontra, e con faccia serena piglia per mano, e seco al fuoco mena.
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La donna, cominciando a disarmarsi, s'avea lo scudo e dipoi l'elmo tratto; quando una cuffia d'oro, in che celarsi soleano i capei lunghi e star di piatto, uscì con l'elmo; onde caderon sparsi giù per le spalle, e la scopriro a un tratto e la feron conoscer per donzella, non men che fiera in arme, in viso bella.
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Quale al cader de le cortine suole parer fra mille lampade la scena, d'archi e di più d'una superba mole, d'oro e di statue e di pitture piena; o come suol fuor de la nube il sole scoprir la faccia limpida e serena: così, l'elmo levandosi dal viso, mostrò la donna aprisse il paradiso.
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Già son cresciute e fatte lunghe in modo le belle chiome che tagliolle il frate, che dietro al capo ne può fare un nodo, ben che non sian come son prima state. Che Bradamante sia, tien fermo e sodo (che ben l'avea veduta altre fiate) il signor de la rocca; e più che prima or l'accarezza e mostra farne stima.
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Siedono al fuoco, e con giocondo e onesto ragionamento dan cibo all'orecchia, mentre, per ricreare ancora il resto del corpo, altra vivanda s'apparecchia. La donna all'oste domandò se questo modo d'albergo è nuova usanza o vecchia, e quando ebbe principio, e chi la pose; e 'l cavalliero a lei così rispose:
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— Nel tempo che regnava Fieramonte, Clodione, il figliuolo, ebbe una amica leggiadra e bella e di maniere conte quant'altra fosse a quella etade antica; la quale amava tanto, che la fronte non rivolgea da lei, più che si dica che facesse da Ione il suo pastore, perch'avea ugual la gelosia all'amore.
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Qui la tenea; che 'l luogo avuto in dono avea dal padre, e raro egli n'uscia; e con lui dieci cavallier ci sono, e dei miglior di Francia tuttavia. Qui stando, venne a capitarci il buono Tristano, ed una donna in compagnia, liberata da lui poch'ore inante, che traea presa a forza un fier gigante.
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Tristano ci arrivò che 'l sol già volto avea le spalle ai liti di Siviglia; e domandò qui dentro esser raccolto, perché non c'è altra stanza a dieci miglia. Ma Clodion, che molto amava e molto era geloso, in somma si consiglia che forestier, sia chi si voglia, mentre ci stia la bella donna, qui non entre.
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Poi che con lunghe ed iterate preci non poté aver qui albergo il cavalliero: — Or quel che far con prieghi io non ti feci, che 'l facci (disse) tuo mal grado, spero, — E sfidò Clodion con tutti i dieci che tenea appresso, e con un grido altiero se gli offerse con lancia e spada in mano provar che discortese era e villano;
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con patto, che se fa che con lo stuolo suo cada in terra, ed ei stia in sella forte, ne la rocca alloggiar vuole egli solo, e vuol gli altri serrar fuor de le porte. Per non patir quest'onta, va il figliuolo del re di Francia a rischio de la morte; ch'aspramente percosso cade in terra, e cadon gli altri, e Tristan fuor li serra.
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Entrato ne la rocca, trova quella la qual v'ho detta a Clodion sì cara, e ch'avea, a par d'ogn'altra, fatto bella Natura, a dar bellezze così avara. Con lei ragiona: intanto arde e martella di fuor l'amante aspra passione amara; il qual non differisce a mandar prieghi al cavallier, che dar non gli la nieghi.
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Tristano, ancor che lei molto non prezze, né prezzar, fuor ch'Isotta, altra potrebbe (ch'altra né ch'ami vuol né ch'accarezze la pozion che già incantata bebbe), pur, perché vendicarsi de l'asprezze che Clodion gli ha usate si vorebbe: — Di far gran torto mi parria (gli disse) che tal bellezza del suo albergo uscisse.
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