Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. III (part 3 of 3)
[281] Prof. I. MACUN, Niccolò Machiavelli als Dichter, Historiker und Staatsmann. È un discorso pubblicato in occasione del terzo centenario del Ginnasio di Graz. Nella nota 2 a pag. 11, l'autore dice: «Merkwürdig ist diese Novelle für die Südslaven, dadurch dass sie dort im Volke selbst landläufig ist.» L'autore domanda: come mai la novella è arrivata in questi luoghi? Possiamo rispondere, che l'origine orientale di essa rende facile la spiegazione del fatto. Il prof. Pitrè ne dà una redazione siciliana col titolo: Lu diavulu zuppiddu, nel volume Fiabe, Novelle e Racconti. Palermo, 1895.
[282] Opere, vol. V, pag. 51.
[283] Opere, vol. V, pag. 57.
[284] Ibidem, pag. 61.
[285] Ne abbiamo accennato qualche cosa nella Introduzione di quest'opera, vol. I, pag. 117 e segg.
[286] «Nominumepie denique asperitas, vix cuiuscumque elegantiae patiens.» LEONARDO ARETINO, Istoria fiorentina tradotta in volgare da Donato Acciaioli col testo a fronte, vol. I, pag. 51 e 52: Firenze, Le Monnier (in tre volumi) 1856, 1858 e 1860.
[287] V., oltre il Voigt, anche Flavio Biondo sein Leben und seine Werke. Inaugural Dissertation von ALFRED MASIUS (Leipzig, Teubner, 1879); P. BUCHHOLZ, Die Quellen der Historiarum Decades des Flavius Blondus, Inaugural Dissertation (Naumburg, Sieling, 1881). Anche il signor A. WILMANNS ha pubblicato notizie importanti sullo stesso autore V. Göttingische gelehrten Anzeigen del 1879.
[288] L. ARETINO, Istoria, vol. I, pag. 52.
[289] L. ARETINO, op. cit., vol. I, pag. 54.
[290] Di ciò non sembra esser persuaso il signor E. Santini, il cui pregevole lavoro (pubblicato nel vol. XXII degli Annali della Scuola normale superiore di Pisa, 1910) abbiamo già più sopra citato e di cui più d'una osservazione abbiamo accettata.
[291] Perchè si abbia un'idea del modo in cui trascura i fatti interni, ecco come accenna alla rivoluzione importantissima, conosciuta col nome di Tumulto dei Ciompi: «Quieta ab externis bellis civitate, pax in dissensiones domesticas versa est. Nam civiles discordiae e vestigio Civitatem invasere: quae pestis omni externo bello perniciosior est; inde enim et rerumpublicarum interitus et urbium seguitur eversio.» Nè altro dice. POGGII, Historia Florentina, pag. 78: Venetiis, Hertz, 1715.
[292] Vol. II di quest'opera, pag. 49 e seg.
[293] Proemio alle Istorie Fiorentine. Opere, vol. I, pag. CLI.
[294] Su di ciò fa giuste osservazioni il comm. Fiorini nella sua edizione dei primi tre libri delle Istorie Fiorentine (Firenze, Sansoni, 1907). Nelle molte note al testo egli riesamina con diligenza le fonti di cui il Machiavelli si è valso.
[295] «Machiavelli hat in diesem ersten Abschnitte, der gleichsam eine Einleitung in die fiorentini sehe Specialgeschichte bildet, die Epochen der italienischen Geschichte bis zum XV Jahrhundert hin so geschieden, dass seitdem keiner seine Spur verlassen konnte, ohne sogleich Mangel an Einsicht in die Sache zu verrathen.» Così si esprime il GERVINUS, Historische Schriften, pag. 165.
[296] BLONDI FLAVII forlivensis, Historiarum ab inclinatione Romanorum libri XXXI: Basileae, ex officina Frobeniana, 1531. Quanto al nome di questo scrittore, che alcuni chiamano Biondo Flavio, altri invece Flavio Biondo, si possono, nel lavoro più sopra citato del Masius, vedere le ragioni per le quali vennero in uso le due forme.
Debbo qui osservare, che della storia di Flavio Biondo venne da papa Pio II fatto un compendio, il quale fu poi anche tradotto in italiano: Abreviatio Pii II Pont. max. supra Decades Biondi ab inclinatione imperii usque ad tempora Joannis vicesimi tertii Pont. maxi: Venetiis per Thomam Alexandrinum, anno salutis MCCCCLXXXIIII, IIII kalendas iulii. Le historie del Biondo da la declination de l'imperio di Roma insino al tempo suo (che vi corsero circa mille anni), ridotte in compendio da Papa Pio, e tradotte per Lucio Fauno in buona lingua volgare, vol. I: Venezia, 1543; vol. II: Venezia, per Michel Tromezino, 1550. Questa è l'edizione che trovasi nella Biblioteca Nazionale di Firenze.
Ci venne naturalmente il dubbio, che di tal compendio, a risparmio di tempo e fatica, si fosse valso il Machiavelli nel riassumere la narrazione del Biondo; ma, dopo un attento esame, ci siam dovuti persuadere che egli si valse invece dell'originale. Molte espressioni e qualche volta interi periodi che si trovano nell'opera del Biondo, e sono scomparsi nel compendio fatto da Pio II, ricompariscono nel Machiavelli, il che distrugge ogni dubbio. Dall'originale perciò noi citeremo alcuni dei brani imitati.
[297] Per non porre a piè di pagina note troppo lunghe, riportiamo, in fine del capitolo, alcuni brani del Machiavelli e del Biondo, che servono a provare quello che qui si afferma nel testo.
[298] Vedi i brani che riportiamo in fine del capitolo.
[299] Opere, vol. I, pag. 7. Qualche volta anche le più semplici frasi di questo primo libro ricordano il Biondo: «Sed iam ad barbarorum regem, qui primus Romam et Italiam possedit, revertamur.» BLONDI FLAVII, Historiarum, etc., pag. 31.
[300] Il Biondo (pag. 34), dopo aver detto che Teodorico restaurò i monumenti e le istituzioni dei Romani, aggiunge: «Prohibuit autem edicto, et curam impendit attentiorem, ne quis Romanus aut paterna origine Italus, nedum militaret, sed arma domi haberet.» Questo periodo, alterato, ma pure in parte riprodotto dal Machiavelli, non lo abbiam trovato nel compendio di Pio II.
[301] Opere, vol. I, pag. 8-9.
[302] Opere, vol. I, pag. 9-11.
[303] Opere, vol. I, pag. 18.
[304] Opere, vol. I, pag. 25.
[305] Opere, vol. I, pag. 27-28.
[306] Ibidem, pag. 28.
[307] Opere, vol. I, pag. 31.
[308] Ibidem, pag. 37.
[309] Opere, vol. I, pag. 39.
[310] Ibidem, pag. 40.
[311] Opere, vol. I, pag. 49.
[312] Filippo Maria Visconti.
[313] Opere, vol. I, pag. 59-69.
[314] Delle opere del Biondo (Basilea, 1531) si trova la copia, di cui ci siamo valsi, nella biblioteca dell'Istituto di Studî Superiori in Firenze. Essa fu già di Donato Giannotti, che la postillò di sua mano, il che è un'altra prova del gran pregio in cui erano allora meritamente tenuti gli scritti storici del Biondo.
[315] Opere, vol. I, pag. 63.
[316] Opere, vol. I, pag. 66-68; VILLANI, Cronica, lib. V, cap. 38 e 39. Qui è identico nei due scrittori ancora l'elenco delle famiglie guelfe e ghibelline.
[317] Opere, vol. I, pag. 69; VILLANI, Cronica, lib. VI, cap. 29.
[318] Opere, vol. I, pag. 76; VILLANI, Cronica, lib. VII, cap. 16 e 17.
[319] Opere, vol. I, pag. 77 e 78; VILLANI, Cronica, lib. VII, cap. 79.
[320] Opere, vol. I, pag. 79-86; VILLANI, Cronica, lib. VII, cap. 8, 12, 26, 38, 39.
[321] Abbandonando così il proposito, espresso nel Proemio, di fermarsi ai soli fatti interni della Città.
[322] Di ciò abbiamo parlato più a lungo nel nostro libro: I primi due secoli della Storia di Firenze, vol. due: Firenze, Sansoni, 1905. Vedi cap. 3 e 4, e la nota 2 a pag. 188 e seg.
[323] Pare che, sebbene qui il Machiavelli avesse dinanzi a sè quasi unicamente il Villani, pure continuasse di tanto in tanto a gettar qualche sguardo anche alla storia di Flavio Biondo. Parlando in fatti della nuova costituzione fiorentina, egli dice: «Con questi ordini militari e civili fondarono i fiorentini la loro libertà. Nè si potrebbe pensare quanto di autorità e forze in poco tempo Firenze si acquistasse; e non solamente capo di Toscana divenne, ma in tra le prime città d'Italia era numerata, e sarebbe a qualunque grandezza salita, se le spesse e nuove divisioni non l'avessero afflitta.» Opere, vol. I, pag. 70. E FLAVIO BIONDO, a pag. 299, dopo avere esposta la riforma, osserva: «Crevitque mirum in modum, sub ea libertate populi fiorentini, simul cum potentatu audacia, adeo ut finitimos Hetruriae populos contraria sentientes, aut foederibus sibi coniungere, aut viribus domare coeperit.»
[324] Opere, vol. I, pag. 78.
[325] Opere, vol. I, pag. 79.
[326] Ibidem, pag. 84.
[327] Opere, vol. I, pag. 118-120.
[328] Opere, vol. I, pag. 121 e seg.; VILLANI, Cronica, vol. IV, lib. XII, cap. 15; 16, 17, 18.
[329] Opere, vol. I, pag. 129.
[330] Ibidem, pag. 137.
[331] Secondo ciò che dice nel Proemio, il secondo libro avrebbe dovuto arrivare invece fino al 1375.
[332] Per comprendere bene tutta questa introduzione, nella quale sono alcuni periodi alquanto oscuri, sarà opportuno paragonarla con ciò che il Machiavelli scrisse alla fine del capitolo II, nel libro I dei Discorsi. Opere, vol. III, pag. 18 e 19.
Il Tommasini (II, 516) biasima l'espressione da me adoperata (pag. 240) di latini e germanici, come un gergo, egli dice, estraneo al secolo XVI. Si sopprima pure l'espressione, rimarrà il fatto, che io ho notato. Ed il fatto è che il Machiavelli, con grandissimo acume, mise in luce le vicende della continua lotta, che ebbe luogo in Firenze tra nobili e popolo. Ma quando paragonò questa lotta con quella che ebbe luogo a Roma fra i patrizî e la plebe, non osservò che la nobiltà dei Comuni italiani era feudale, di origine germanica, assai diversa dal patriziato romano, e che perciò le conseguenze della lotta dovevano essere diverse. Nel dire ciò io non ho inteso biasimare quello che poco prima avevo lodato, come pare al Tommasini (II, 519, nota 1).
[333] Opere, vol. I, pag. 141.
[334] Opere, vol. I, pag. 146-151.
[335] Ibidem, pag. 151.
[336] Ibidem, pag. 153. Abbiamo già notato che queste parole, in altra occasione, ricordate anche dal Guicciardini, furono la prima volta adoperate da Neri di Gino Capponi. Quanto agli Otto Santi, lo Stefani non ne discorre; li ricorda però il NARDI, Storia, vol. I, pag. 7.
Il Machiavelli, fino a questo punto, si vale delle Istorie Fiorentine di MARCHIONNE DI COPPO STEFANI, pubblicate nelle Delizie degli Eruditi Toscani del Padre ILDEFONSO DI SAN LUIGI, vol. VII e seg. Per vedere come e quanto se ne sia valso, si paragonino i luoghi seguenti: MACHIAVELLI, Opere, vol. I, pag. 141-2 e STEFANI, rubrica 662; M., pag. 143, e S., rubr. 665; M., pag. 144 e S., rubr. 674 e 695; M., pag. 145, e S., rubr. 725 e 726; M., pag. 151, e S., rubr. 732 (qui però lo Stefani accenna a molte riforme non ricordate dal Machiavelli); M., pag. 152 e S., rubr. 751; M., pag. 153, e S., rubr. 751, 760, 761.
[337] Opere, vol. I, pag. 158.
[338] Tumulto dei Ciompi narrato da Gino Capponi, e pubblicato nelle Cronichette antiche di vari scrittori: Firenze, Domenico Maria Manni, 1733 (da pag. 219 a 249 del volume). Si paragonino il MACHIAVELLI, Opere, vol. I, pagine 156 e 157 col CAPPONI, pag. 220; M., pag. 158, e C., pag. 221; M., pag. 159, e C., pag. 221, 223 e 225; M., pag. 160, e C., pag. 223, 224; M., pag. 160, e C., pagina 233; M., pag. 170, e C., pag. 234, 235, 236 e 238; M., pagina 171, e C., pag. 237, 239 e 240; M., pag. 172, e C., pag. 243; M., pag. 173, e C., pag. 244 e 245; M., pag. 174, e C., pag. 246; M., pag. 175, e C., pag. 246. Arrivato al gonfalonierato di Michele di Lando, finisce lo scritto del Capponi, ed il Machiavelli torna a Marchionne di Coppo Stefani. Vedi M., pag. 177, e S., rubrica, 804; M., pag. 178, e 179, S., rubrica, 805.
[339] Opere, vol. I, pag. 161-163.
[340] Il Tommasini (II, 524, nota 2) nega assolutamente che in questo discorso vi sia nulla di pagano, nulla che ricordi Sallustio. Non c'è, egli dice, neppure un inciso che si possa dire imitato o tradotto. Che il discorso del Machiavelli ricordi Sallustio è un'osservazione già fatta da altri altre volte. Il Ranalli (Ammaestramenti di letteratura, vol. III, pag. 345 e segg., Firenze, Le Monnier, 1862) riproduce i due discorsi l'uno accanto all'altro, osservando che «leggendo il Machiavelli.... si sente.... che si recò alla memoria la feroce orazione che in Sallustio volge Catilina, ecc.». E quasi per rispondere anticipatamente alla osservazione del Tommasini aggiunge: «diresti che tutto quel furore d'eloquenza turbolenta gli si travasasse nella mente, e tuttavia nessun vestigio d'imitazione si scorge». E quanto allo spirito pagano che io ho trovato nel discorso, si faccia attenzione alle parole: «nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire»; ed a quelle che seguono poco dopo: «e della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e della carcere, non può nè debbe quella dell'inferno capere.» Esse ricordano quelle già tante volte ripetute nel Rinascimento — che bisogna preferire la salute della patria alla salvezza dell'anima. — E così le une come le altre non sono certo espressione di spirito cristiano. Senza ammettere il rivivere dello spirito pagano nel Rinascimento, non è possibile farsi un'idea chiara di quell'epoca. Ma questo è ben diverso dal «rivendere il Machiavelli per idoleggiatore del Paganesimo, come se tornare al Politeismo fosse possibile» (Tommasini, II, 704).
[341] Opere, vol. I, pag. 165-7.
[342] Opere, vol. I, pag. 173-4.
[343] Ne parlano Marchionne di Coppo Stefani nella rubrica 795, e l'Aretino in principio del lib. IX. Per altre notizie intorno al Tumulto dei Ciompi, si legga il bel lavoro pubblicato con questo titolo dal prof. CARLO FALLETTI FOSSATI nel vol. I delle Pubblicazioni del R. Istituto di Studi Superiori in Firenze (Sezione di Filosofia e Filologia): Firenze, Successori Le Monnier, 1875. Una 2ª ediz. ne fu pubblicata a Siena, nel 1882. Nel cap. IV, § III, l'autore narra il fatto di ser Nuto, secondo autentiche relazioni edite e inedite, e viene alle medesime nostre conclusioni. Vedi anche CORAZZINI, I Ciompi, Cronache e Documenti: Firenze, Sansoni, 1888.
[344] Il Tommasini (II, 255, e nota 3; 257 e nota 5) non approva ciò che io dico del ritratto che il Machiavelli ci ha lasciato di Michele di Lando, e meno ancora approva l'allusione al Valentino. Il Machiavelli afferma che Michele di Lando, per evitare gli eccessi di una rivoluzione, e dare in qualche modo sfogo all'ira dal popolo, lo spinse a trucidare ser Nuto bargello, e indirettamente lo loda di avere così evitato un male maggiore. Ora nessuno dei cronisti o storici contemporanei (come lo stesso Tommasini ne conviene) attribuisce questo atto a Michele. Esso, può ben dirsi, è pura invenzione del Machiavelli; e somiglia molto a ciò che egli disse del Valentino quando fece ammazzare Ramiro d'Orco. Il Machiavelli, che spesso è insuperabile nell'indagare lo spirito e le leggi della storia, non è sempre sicuro nell'affermazione dei fatti particolari e minuti, come, a cominciare dall'Ammirato, fu più volte osservato e provato coi documenti, come più volte abbiamo avuto occasione di provare anche noi.
[345] Opere, vol. I, pag. 177-8.
[346] Vedi a questo proposito ciò che di lui dice il Fossati Falletti nel lavoro più sopra citato.
[347] Abbiamo più sopra citato le rubriche.
[348] Vedi MACHIAVELLI, pag. 180, e ARETINO, edizione italiana, pag. 478; M., pag. 182, e A., pag. 484, 489 e 490; M., pag. 183, e A., pag. 490; M., pag. 184, e A., pag. 491; M., pag. 186, e A., pag. 491; M., pag. 188 e 189, e A., pag. 506; M., pag. 192, e A., pag. 566. Qui il Machiavelli si è qualche volta valso anche di altri storici, e lo accenna egli stesso a pag. 193. Fra questi storici bisogna porre la Cronica di Piero Minerbetti, che va dal 1385 al 1409.
[349] Opere, vol. I, pag. 191.
[350] Esse promettono d'arrivare fino al 1450, ma in realtà si fermano al 1440. Più tardi, in un altro lavoro, che l'editore chiama la Seconda Storia, il Cavalcanti narrò gli avvenimenti seguiti dal 1440 al 1447. Egli era un uomo credulo e fantastico, esaltato dalla filosofia platonica, di poco ingegno, e cattivo scrittore. Grande ammiratore di Cosimo dei Medici, che pur qualche volta biasima, il Cavalcanti scrisse le sue Istorie fiorentine in prigione, dove fu chiuso per non aver pagato le imposte. La sua opera venne pubblicata da Filippo Polidori in due volumi, con appendice di documenti: Firenze, Tipografia all'insegna di Dante, 1838 e 1839.
Il GERVINUS nei suoi Historische Schriften, dopo aver paragonato le storie manoscritte del Cavalcanti, con quelle a stampa del Machiavelli, rimproverò gl'Italiani di non aver ancora pubblicato le prime, quando pur perdevano il loro tempo a studiare e pubblicare manoscritti letterarî, da cui potevano cavar solo frasi e parole per la Crusca. Il rimprovero non era del tutto immeritato, ma l'illustre storico tedesco avrebbe dovuto anche osservare più cose, di cui tacque. Egli, che era stato in Firenze e che pubblicava il suo lavoro nel 1833 in Germania, doveva ricordarsi che già molto prima di lui il canonico Domenico Moreni, in una Lettera bibliografica al canonico Carlo Ciocchi (Firenze, Ciardetti, 1803, a pag. 12 e 13), aveva raccomandato la pubblicazione delle Istorie del Cavalcanti, delle quali parlò poi nella sua Bibliografia storico-ragionata della Toscana, pubblicandone nel 1821 la parte più importante, in un volume in-8º, intitolato: Della carcere, dell'ingiusto esilio e del trionfale ritorno di Cosimo Padre della Patria, tratto dall'Istoria fiorentina manoscritta di Giovanni Cavalcanti: Firenze, Magheri, 1821. E nella prefazione a questo volume (pag. XXVII-XXVIII), lo stesso Moreni sin d'allora notava quello che il Gervinus credeva essere stato il primo a scoprire: «Questa istoria, sebbene in fatto di lingua, come abbiam veduto, la sia difettosa, servì, e ciò non è stato da chicchessia avvertito, di norma e di scorta al Machiavelli per la sua storia, siccome può ciascuno facilmente osservare da sè medesimo, purchè il voglia, senza che noi ne arrechiamo di sì fatta nostra osservazione riscontro o esempio alcuno.»
La Seconda Storia è la meno importante e la peggio scritta. Il Polidori ne pubblicò la parte principale in forma di libro aggiunto. In appendice dette ancora alcuni brani di un'altra opera del Cavalcanti, la quale tratta di politica o piuttosto di morale, e non ha valore. Questa Seconda Storia fu scritta fuori di carcere, come l'autore ricorda sin da principio. E dopo tutto quello che abbiam detto, dobbiamo ora aggiungere, che i rimproveri del Gervinus non furono inutili, perchè spinsero anch'essi il Polidori a pubblicare in Firenze una buona e compiuta edizione delle Istorie del Cavalcanti.
[351] Opere, vol. I, pag. 203-6.
[352] Vedi Opere, vol. I, pag. 206 e 209, e CAVALCANTI, Storie, vol. I, pag. 6.
[353] CAVALCANTI, Istorie Fiorentine, vol. I, pag. 59-64.
[354] AMMIRATO, Storie, lib. XVIII in fine.
[355] Opere, vol. I, pag. 211.
[356] Ibidem, pag. 211-212.
[357] Ecco infatti il discorso del Cavalcanti: «Ora saziatevi, lupi famelici, i quali sareste crepati se questa città si fosse un poco riposata. Voi sempre andate cercando nuove guerre, innecessarie cagioni e abominevoli ingiurie: voi incominciaste insino alla guerra del Re, non avendo riguardo nè alle sue ragioni, nè ai benefizî de' suoi passati. Ora saziatevi di noi, pascetevi di queste misere carni; altro non ci avete lasciato da vivere con le nostre famiglie. «Voi cercate sempre guerra, e poi come voi le governate, voi stessi vel vedete.... A chi ricorrete? Quale aiuto vi scamperà dalle forze de' vostri nimici? Con quale arme difenderete la vostra ingrata superbia? I regi di Puglia non ci sono, se non questa madonna Giovannella, la quale avete piuttosto fatta sottomettere a sì barbara gente, che porre silenzio a un sì vile saccomanno.... Chi fia ora il vostro soccorso? Papa Martino, che tanto sfacciatamente sofferivate che i vostri figliuoli così piccolo pregio lo stimassino? Non sapete voi che le loro canzoni dicevano: Papa Martino non vale un quattrino, e Braccio valente che vince ogni gente? Voi non credevate mai di persona aver bisogno. Del lione si legge che una volta gli abbisognò il topo. Ove correrete per il vostro scampo? Ora pigliate le guerre, e fate i Dieci, e dite che fanno terrore al nemico; or fate queste vostre pensate, pazze e non considerate con nulla ragione, ecc.». CAVALCANTI, vol. I, lib. II, cap. 21, pag. 65-67.
[358] Opere, vol. I, pag. 215. Per dare un altro esempio dello scrivere del Cavalcanti, citiamo il primo periodo del suo discorso: «Molto mi rallegro e grandissimo conforto m'è, signori militi e spettabili cittadini, vedervi in questo tempio, in così magnifica rotondità di circolo in verso di me riguardanti ed attenti, per aumentare il bene e l'onore della nostra Repubblica.» CAVALCANTI, Storie fiorentine, vol. I, lib. III, pag. 74. Il discorso continua sino alla pag. 90 sempre allo stesso modo.
[359] Opere, vol. I, pag. 215-17; CAVALCANTI, vol. I, lib. III, cap. 3 e 5.
[360] Opere, pag. 224; CAVALCANTI, lib. IV, cap. 8 e 9; lib. V, cap. 1.
[361] Opere, vol. I, pag. 225; CAVALCANTI, vol. I, lib. V, cap. 3, 4 e 5.
Ecco come il Cavalcanti (cap. 3) incomincia a parlar della morte di Giovanni de' Medici: «Due topi, uno nero e uno bianco, avendo rose le barbe di quel pomo che alimentato aveva l'ottimo cittadino Giovanni de' Medici, cominciò forte a piegare le sue cime verso la dura terra. Per questa cotale infermità conobbe Giovanni che la vita sua voleva gli umori umidi e frigidi all'acqua riducere, e il suo fiato all'aria tramischiare, le carni alla terra rendere, e così il caldo, con le cose secche, al fuoco restituire.» Il Polidori crede che i due topi, bianco e nero, significhino il giorno e la notte, cioè il tempo omai trascorso, o forse anche il piacere ed il dolore.
[362] Opere, vol. I, pag. 235. Nel Cavalcanti il discorso, invece, è fatto non dai Seravezzesi, ma dalla plebe fiorentina, e comincia: «Noi sapevamo che lupo non partorì agnello; e però di costui non dovevamo noi pensare che, essendo di sì vituperosa gente disceso, ch'e' fosse di disguagliante natura dai suoi genitori, e sanguinario, ecc.» CAVALCANTI, lib. VI, cap. 11.
[363] Opere, vol. I, pag. 236-7; CAVALCANTI, lib. VI, cap. 13 e 14. Secondo il Machiavelli i due commissarî andarono contemporaneamente al campo, e pare che così fosse. Secondo il Cavalcanti invece l'Albizzi fu mandato a sostituire il Gianni. Tutto quello che il Cavalcanti dice poi contro quest'ultimo, e che il Machiavelli copia, si può affermare che è per lo meno assai esagerato. Vedi GINO CAPPONI, Storia della Repubblica di Firenze, vol. I, pag. 496 e segg., e le Commissioni di RINALDO DEGLI ALBIZZI, pubblicate dalla Deputazione di Storia Patria, in tre volumi: Firenze, 1867, 1869, 1873.
[364] Il Machiavelli, parlando di questa visita del Barbadori all'Uzzano, dice che «lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in un suo studio dimorava.» Opere, vol. I, pag. 244. Il Cavalcanti dice che «Niccolò era da umana compagnia tutto solo nel suo scrittoio, e gravissime confusioni se li ravviluppavano per la mente.... Della mano aveva fatto piumaccio dal mento alla guancia, ecc.» Vol. I, lib. VII, cap. 6, pag. 380.
[365] Opere, vol. I, pag. 244-48. Ecco come il discorso comincia nel Cavalcanti: «Niccolò, Niccolò Barbadori, volesse Dio che ragionevolmente tu fossi chiamato Barba argenti! perocchè significherebbe uomo antico e veterano, nei quali si trova vero giudicio e ottima prudenza.» Vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 382.
[366] Anche qui il Machiavelli imita il Cavalcanti, il quale scrive: «noi non siamo nè d'animo nè di volere l'uno quello che l'altro» (lib. VII, cap. 8, pag. 383); e poi accenna anch'egli alle molte discordie fiorentine, nelle quali i nobili ebbero sempre la peggio.
[367] «Che colpa o che cagione si può opporre a quest'uomo, che il popolo stia queto al suo disfacimento? ecc.» CAVALCANTI, vol. I, pag. 386.
[368] «Anderanne tutto buono, e tornerà tutto di diversi modi; perocchè fia costretto da necessarie cagioni mutare natura e costumi, per la iniquità del suo cacciamento, passando ogni giusto modo di vivere politico. E non tanto per lui, quanto che e' fia indotto dagli stimoli degli uomini malvagi; perocchè ne anderà libero, e tornerà obbligato a ciascuno dell'arrabbiata setta, ai quali, pel beneficio che avrà ricevuto da loro, in averlo richiamato nella patria, fia costretto da necessità grata a promettere, o ad operare che le coloro iniquità abbiano compimento.» CAVALCANTI, vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 386.
[369] Opere, vol. I, pag. 248. Il CAVALCANTI dice: «E' non erano sì tosto tratti gli uffizi principali, che per la Città si teneva conto quanti ve n'era dell'una parte e quanti dell'altra.... E' non era mai tratta di Signori, che tutta la Città non istesse sollevata, ecc.» vol. I, pag. 494. «E non era caso innanzi ad alcuno officio, per giusto od ingiusto, o per utile o dannificio, che da' cittadini in gara non fusse messo: e così la poverella città era governata.» Ibidem, pag. 495.
[370] Opere, vol. I, pag. 248; CAVALCANTI, vol. I, lib. IX, cap. 3.
[371] Lo stessissimo pensiero trovasi nel CAVALCANTI, vol. I, pag. 503.
[372] E nel CAVALCANTI: «Noi con segreto modo ci forniremo di fanti, avvisandoti che tutti gli antichi del reggimento t'adorano a giunte mani. Egli hanno sotto le mantella l'armi prese, per difendere la giustizia.» vol. I, pag. 504. «Non dubitare di nulla e massimamente della plebe, perocchè dove non è capo, ogni moltitudine è perduta.... Piglia l'esempio da messer Giorgio Scali.» Ibidem, pag. 505. «Ancora, le ricchezze non fieno a lato a cui le possa spendere; però ch'elle gli fieno negate, quando lo avrete nella vostra forza.... Tu ne sarai glorificato da tutta la Città; gli scrittori ti glorificheranno di gloria e di fama.» Ibidem, pag. 506.
[373] Opere, vol. I, pag. 253-60; CAVALCANTI, vol. I, lib. IX, cap. 23, 24, 25 e 28; lib. X, cap. 1, 2, 3, 4, 5 e 19.
[374] Nel MACHIAVELLI (Opere, vol. I, pag. 259) l'Albizzi dice: «Ma io più di me stesso che di alcuno mi dolgo, poi che io credetti, che voi che eri stato cacciato dalla patria vostra, poteste tener me nella mia.» E nel CAVALCANTI (vol. I, pag. 608): «Io mi dolgo bene di me medesimo di fidarmi, sotto le tante promesse, di cui è stato insufficiente ad aiutare sè medesimo, conciossia cosa che chi è impotente per sè, mai non fia potente per altrui.»
[375] Opere, vol. VIII, pag. 165, lettera LIII.
[376] Opere, vol. II, pag. 1-4.
[377] Il Machiavelli dice che lo Sforza ed il Fortebracci andarono a guerreggiare nello Stato della Chiesa, per proprio conto, non sapendo vivere senza far guerra; ma la verità è che furono in segreto mandati da Filippo Maria Visconti. Parla (Opere, vol. II, pag. 5), fra le altre cose, d'un accordo seguito tra lo Sforza ed il Fortebracci, per opera del Visconti, che non fu mai paciere, ma suscitatore di guerre fra di loro. Dice che lo Sforza, per mostrar disprezzo al Papa, scriveva le sue lettere con la data: Ex Girifalco nostro firmiano, invitis Petro et Paulo (Opere, vol. II, pag. 5); ma queste parole non si trovano, che io sappia, in nessun documento, nè sono ricordate da altri storici. Il Rubieri osserva giustamente che, se anche fossero state adoperate dallo Sforza, ciò poteva avvenire solo più tardi di quel che suppone il Machiavelli, perchè negli anni 1433-35 lo Sforza non aveva nessuna ragione d'essere scontento del Papa. E. RUBIERI, Francesco I Sforza, Narrazione storica: Firenze, Success. Le Monnier, 1879, volumi due. Vol. I, pag. 225, nota 2, e pag. 342, nota 2.
[378] Opere, vol. II, pag. 8; CAVALCANTI, lib. X, cap. 21-25.
[379] Opere, vol. II, pag. 9; CAVALCANTI, lib. X, cap. 20.
[380] Ricordiamo qui le opere di cui il Machiavelli si vale per tali guerre. IOHANNIS SIMONETAE, Historia de rebus gestis Francisci Primi Sfortiae vicecomitis Mediolanensium ducis, pubblicato in MURATORI, Rerum italicarum Scriptores, vol. XXI; la storia di Flavio Biondo, che, per le guerre fatte nello Stato della Chiesa in questi anni, è la fonte più autorevole (Deca III, cap. 5 e 6); i Commentarî di Neri di Gino Capponi (1419-1456), in MURATORI, Rerum italicarum Scriptores, vol. XVIII; la Cacciata del Conte di Poppi dello stesso Capponi, nel medesimo volume del Muratori.
[381] Ecco come incominciò, secondo il CAVALCANTI, il discorso del Duca: «O serenissimi re, o mansuetissimi signori, o illustrissimi cavalieri, voi non siete presi, anzi siete stati pigliatori del nostro amore, ecc.» Vol. II, lib. IX, cap. 5, pag. 11.
[382] Opere, vol. II, pag. 11.
[383] Ibidem, pag. 11 e seg.; FLAVIO BIONDO, Deca III, lib. VII, pag. 503 e seg.
[384] Si paragonino le parole con cui il MACHIAVELLI (Opere, vol. II, pag. 37-40) narra le accoglienze fatte al Capponi nel Senato veneto, con la narrazione che dello stesso fatto ci dà il Capponi nei suoi Commentarî (MURATORI, Rer. ital., vol. XVIII, col. 188-89). Anche dalla descrizione delle varie strade che poteva prendere lo Sforza, si vede che il Machiavelli segue il Capponi. Poco più oltre il Capponi (col. 190, D) parla della rotta data dallo Sforza al Piccinini presso Brescia, e narra che questi fuggì attraverso il campo, facendosi portare da uno Schiavone. Ed il MACHIAVELLI (vol. II, pag. 44), per rendere il racconto più fantastico, dice che il Piccinini aveva un servitore tedesco assai robusto, cui persuase di metterlo in un sacco, e, come se portasse arnesi di guerra, menarlo attraverso il campo nemico, che era senza guardia, e così salvarlo. Il Tedesco, «levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo senza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.»
[385] Deca IV, lib. I, pag. 563 e seg.
[386] Opere, vol. II, pag. 65-66.
[387] CAPPONI, Commentari, col. 1195.
[388] BIONDO, ecc., nell'unico libro della Deca IV.
[389] POGGII, Historia florentina, lib. VII, pag. 349: Venetiis, 1715. Vedi anche GINO CAPPONI, Storia della Repubblica di Firenze, vol. II, pag. 23 e nota 1.
[390] In quest'ultima parte del lib. V (Opere, vol. II, pag. 60 e seg.), il Machiavelli si vale non solo dei Commentarî del Capponi (Vedi Commentari, col. 1194, C, D); ma anche della Cacciata del Conte di Poppi, scritta dallo stesso, e pubblicata dal Muratori dopo dei Commentari. In essa (MURATORI, vol. XVIII, col. 1220) si trova il discorso fra il conte di Poppi ed il Capponi, riferito pure dal MACHIAVELLI (Opere, vol. II, pag. 69). Colla battaglia d'Anghiari finisce la storia di L. Aretino. Il Cavalcanti senza narrare la battaglia d'Anghiari, salta alla morte dell'Albizzi. I fatti intermedi si trovano, in parte solamente, narrati da lui nei frammenti a stampa di quella che il Polidori chiamò Seconda Storia.
[391] Opere, vol. II, pag. 81-3.
[392] CAVALCANTI, vol. II, pag. 161; Opere, vol. II, pag. 82-84.
[393] Storia fiorentina, nel volume III delle Opere inedite, pag. 8.
[394] Historia de rebus gestis Fr. Sfortiae, etc., in MURATORI, volume XXI, pag. 485, 598 e seg.
[395] Varî sono gli errori in cui cade. Dice, per esempio (Opere, vol. II, pag. 98) che il duca di Savoia combatteva pel duca d'Orléans, mentre combatteva per proprio conto; che lo Sforza voleva passare l'Adda per assalire il Bresciano, e pone Brescia e Caravaggio sulle opposte rive del fiume (pag. 99), mentre sono ambedue sulla sinistra. E così non Pandolfo, come dice il Machiavelli, ma Gismondo Malatesta era capitano dei Veneziani.
[396] Opere, vol. II, pag. 103-6.
[397] Opere, vol. II, pag. 147.
[398] Opere, vol. II, pag 148-55.
[399] Opere, vol. II, pag. 158.
[400] GUICCIARDINI, Storia fiorentina, pag. 17 e seg.
[401] Opere, vol. II, pag. 177.
[402] Le due lettere originali si ritrovano nel FABRONI, Vita Laurentii Medicis Magnifici, vol. II, pag. 36. Se si paragonano con quelle che ci dà il MACHIAVELLI (Opere, vol. II, pag. 173 e seg.), si vedrà chiaro che qualche espressione è riprodotta con fedeltà, ma che il resto è sostanzialmente alterato.
[403] L'Ammirato aveva certo qualche ragione di parlare così; ma egli esagerava assai, perchè non comprendeva e non riconosceva il valore storico del Machiavelli: lodandone lo stile, ne biasimava il resto, perfino la lingua. Vedi ciò che dice nei Ritratti, pubblicati nel secondo volume dei suoi Opuscoli. Ecco intanto quello che scrive di lui nelle sue Storie, libro XXIII, vol. V, pag. 169 (Firenze, Batelli, 1846-49): «Egli fa morto il duca Francesco dopo il gonfalonierato di Niccolò Soderini, e vuol che Piero de' Medici sia vivo dopo la morte di papa Pagolo. Attribuisce a Luca Pitti quello che è di Roberto Sostegni, nomina Bardo Altoviti per gonfaloniere di giustizia dopo Ruberto Lioni, che non vi fu mai. Insomma scambia gli anni, muta i nomi, altera i fatti, confonde le cause, accresce, aggiunge, toglie, diminuisce e fa tutto quello che gli torna in fantasia, senza freno o ritegno di legge alcuna, e quel che più pare noioso è che, in molti luoghi, pare che egli voglia ciò fare più tosto artatamente, che perchè ei prenda errore o non sappia quelle cose essere andate altrimenti, forse perchè così facendo lo scrivere più bello o men secco ne divenisse.» GINO CAPPONI nella sua Storia della Repubblica di Firenze (vol. II, pagina 88, nota 2, ed altrove) riconosce ancor egli che l'Ammirato ha ragione, ed aggiunge che il Bruto, vissuto cento anni dopo del Machiavelli, dice che lo seguiva solamente quando non poteva farne a meno, perchè troppo spesso lo trovò inesatto.
[404] Opere, vol. II, pag. 178.
[405] Ecco quel che dice l'AMMIRATO, vol. V, lib. XXII, pag. 178: «Combattessi con incredibil valore da amendue le parti infino a notte scura, con morte dall'una parte e dall'altra di trecento uomini d'arme e di quattrocento corpi di cavalli, se a chi scrisse la Vita del Coglione (Bartolommeo Colleoni) si deve prestar fede. Lo scrittore delle cose ferraresi dice di mille persone. Alcune memorie che sono presso di me fanno menzione di ottocento, la miglior parte de' Veneziani. Il Machiavelli, schernendo, come egli suol far, quella milizia, dice che non vi morì niuno. Dal Sabellico, senza esprimere il numero, è chiamata quella battaglia molto sanguinosa.»
[406] Storia fiorentina, pag. 22.
[407] Opere, vol. II, pag 187-8.
[408] Opere, vol. II, pag. 198-203.
[409] Così afferma l'Ammirato, e così si deduce anche dalla narrazione del Machiavelli. Vedi CAPPONI, Storia, ecc., vol. II, pag. 113, nota 1.
[410] Storia fiorentina, pag. 42.
[411] Opere, vol. II, pag. 214. A questo proposito aveva già nei Discorsi fatta la stessa osservazione: «Perchè dell'animo nelle cose grandi, senza aver fatto esperienza, non sia alcuno che se ne prometta cosa certa.» Discorsi, lib, III, cap. 6, nelle Opere, vol. III, pag. 331.
[412] Opere, vol. II, pag. 214-15.
[413] Il giorno 2 ottobre 1895, nella Sagrestia nuova di S. Lorenzo, venne aperta la tomba di Lorenzo e di Giuliano di Piero de' Medici, i cui scheletri furono trovati in due casse separate. Quello di Giuliano, assai meglio conservato, mostrava sul cranio e sopra una delle tibie, le tracce visibilissime delle pugnalate. Quello di Lorenzo era in frantumi, ma il cranio era ben conservato, e si vedeva la bocca molto sporgente, quale apparisce negli antichi ritratti. Io mi trovai presente con parecchi altri, che fecero tutti le medesime osservazioni.
[414] Opere, vol. cit., pag. 216. Il POLIZIANO, De pactiana coniuratione, dice: «Fuerunt et qui crederent templum corruere.»
[415] Opere, vol. II, pag. 216 e 219.
[416] Ibidem, pag. 220.
[417] Ibidem, pag. 273-4.
[418] Vedi il capitolo IX della sua Storia fiorentina.
[419] Opere, vol. I, pag. 277 e seg. A pag. 340 comincia l'Estratto di lettere ai Dieci di Balìa.
Gli editori delle Opere (P. M.) hanno pubblicato dal Codice Ricci e dai Manoscritti Palatini una serie di nuovi Estratti di lettere ai Dieci, com'essi li chiamano. Ma, senza tema di errare, può dirsi, almeno per quanto risguarda il Machiavelli, che questa è una pubblicazione assai poco utile. I primi due Estratti (Opere (P. M.), vol. II, pag. 156-160 e 160-166), dopo quelli già pubblicati nell'edizione fiorentina del 1843 ed in altre, sono veramente autografi, e vanno dal 1494 al 1495. Ma a che giova il pubblicare informi e scarsissimi brani di lettere, o appunti non meno informi, quando per questi medesimi anni abbiamo i Frammenti, i quali con nuove notizie corressero ed ampliarono molto i primi estratti? Seguono altri due Estratti (Ibidem, pag. 166-7 e 167-82), che risguardano gli anni 1495 e 96. Questi non sono di mano del Machiavelli, ma di Agostino di Terranuova, nè sono ricavati da lettere ai Dieci, ed apparecchiati per le Storie, ma sono appunti fatti nella Cancelleria, per lettere già scritte o da scriversi. Il Machiavelli non c'entra per nulla, o c'entra solo perchè questi appunti furono trovati fra le sue carte. Ne facevano allora come ne fanno oggi tutti gli ufficiali delle Cancellerie, ed a lui potevano servire forse per ricercare in archivio le lettere scritte dai o ai Dieci. Lo stesso può dirsi degli Estratti che seguono (Ibidem, pag. 172-189), i quali risguardano gli anni 1496-97, e sono alternativamente di mano di Biagio Buonaccorsi, di Andrea della Valle e di altri. Il Machiavelli scrisse di sua mano, sull'esterno dei quadernetti, gli anni e i mesi cui si riferiscono tali appunti, il che prova solo che gli aveva raccolti per servirsene al medesimo scopo. Seguono (Ibidem, pag. 190-95) ancora altri appunti, che si trovano nel Codice Ricci, dove sono intitolati: Memorie appartenenti a Istorie del 1495, scritte di mano di N. Machiavelli. Essi furono ricavati da Consulte o Pratiche della Repubblica; sono sommarî, quasi indici dei processi verbali delle discussioni, e servirono a scrivere i Frammenti per l'anno 1495, che abbiamo già a stampa. Più oltre (pag. 195-213) gli stessi editori ci dànno nuovi appunti di Cancelleria, scritti di mano del Buonaccorsi e di Agostino della Valle, per gli anni 1497-98, di cui si occupano i Frammenti e gli Estratti a stampa.
Finalmente (Ibidem, pag. 213-17) troviamo alcuni appunti di mano del Machiavelli, che si riferiscono al 1503, al quale anno non arrivano nè le Storie, nè i Frammenti, nè gli Estratti già pubblicati. Sono assai scarni ed aridi, raccolti per una parte della storia che non fu mai cominciata a scrivere, e quindi possono valere come continuazione di ciò che si aveva già a stampa. Segue di nuovo (Ibidem, pag. 217-281) una lunga serie d'appunti presi dal Codice Ricci, i quali vanno dalla morte di Cosimo nel 1464 all'anno 1501. Le Storie arrivano all'anno 1492, i Frammenti al 1498, gli Estratti già pubblicati al 1499. Bastava quindi aggiungere a questi anche le poche pagine che accennano a fatti seguìti negli anni 1500 e 1501 o ad altri non ricordati altrove.
Dei primi Estratti pubblicati, si è occupato il signor Plinio Carli (Giornale Stor. della Lett. Italiana, anno 1907, vol. I, pagg. 354 e segg.) paragonandoli col Cod. Riccardiano 3627, che egli ritiene autografo, e dandone le varianti. Se ne è occupato anche il commendator Fiorini, il quale, forse non a torto, suppone che siano cavati, in parte almeno, da qualche cronista. (Nella prefazione alla edizione delle Istorie, pag. X).
Il Carli ha pubblicato ancora un assai diligente lavoro (Contributo agli studi sul testo delle Storie fiorentine di N. Machiavelli), nel quale esamina i manoscritti e la prima edizione. In esso ha raccolto un materiale assai utile per una futura edizione delle Storie (Memorie della R. Accademia dei Lincei, Cl. di Scienze Morali, Serie V, vol. 14, fasc. 1, anno 1909).
[420] Opere, vol. II, pag. 312.
[421] Ibidem, pag. 350. Qui allude al Savonarola. Il dì 7 aprile seguì il fatto del fallito esperimento del fuoco; il dì 8 venne assalito il Convento di S. Marco, ed il Savonarola fu messo in carcere coi suoi due compagni, Fra Domenico e Fra Salvestro; poi cominciò il processo, che finì colla condanna a morte.
[422] Opere, vol. II, pag. 353 e 361.
[423] Ecco com'essi incominciano: «Così morì Piero Capponi. — Costui (Antonio Giacomini) in sua puerizia. — Furono eletti oratori mess. Francesco de' Pazzi vescovo d'Arezzo e mess. Francesco Pepi iureconsulto. — Ebbe Francesco Pepi questo fine indegno.» — Il ritratto del Capponi è già introdotto in uno dei Frammenti, sebbene in forma alquanto meno corretta. Forse lo ricopiò a parte per ripulirlo e limarlo di nuovo.
[424] Questi frammenti di bozze (dei libri II, IV, VI e VII), sono pubblicati nel vol. II delle Opere (P. M.), col titolo: Frammenti autografi delle Istorie fiorentine. Il signor Passerini credette in sul principio d'avere scoperto una parte dell'autografo definitivo dell'opera; ma avvertito dell'errore in cui era caduto, pubblicò prima le storie, poi le bozze, senza istituire confronti di sorta; e così queste riescono assai poco utili, quando potevano giovare a porre in nota alcune varianti, ed a fare, col confronto, vedere in che modo il Machiavelli correggeva e migliorava il suo stile. Citiamo qualche esempio, ponendo in corsivo le parole mutate o trasposte, senza tener conto delle diversità di ortografia, che nelle Storie varia secondo gli editori.
BOZZE (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Mediante il quale si edificavano di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città.»
STORIE (Opere, vol. I, pag. 62): «Mediante il quale di nuovo e d'ogni tempo assai terre e città si edificavano.»
BOZZE (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè, oltre allo essere cagione questo ordine, che nuove terre si edificassero, rendevano il paese vinto al vincitore più sicuro, e riempitosi di abitatori i luoghi vôti, si mantenevano nelle province li uomini ben distribuiti.»
STORIE (Opere, vol. I, pag. 62): «Rendeva il paese vinto al vincitore più sicuro, riempiva di abitatori i luoghi vuoti, e nelle province gli uomini bene distribuiti manteneva.»
BOZZE (Opere (P. M.), vol. II, pag. 1): «Perchè questo ordine solo è quello che fa gl'imperii più securi, e che le province, come è detto, mantiene copiosamente abitate, per essere gli abitatori di quelle meglio distribuiti.»
STORIE (Opere, vol. I, pag. 62): «Perchè quest'ordine solo è quello che fa gl'imperii più sicuri, e i paesi, come è detto, mantiene copiosamente abitati.»
BOZZE (Opere (P. M.), vol. II, pag. 5): «Era nella famiglia dei Donati una donna vedova, ricca e nobilissima, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto, e disegnava in fra sè di darla per moglie a messer Buondelmonte, cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo.»
STORIE (Opere, vol. I, pag. 66): «..... una donna vedova e ricca, la quale aveva una figliuola di bellissimo aspetto. Aveva costei in tra sè disegnato a messer Buondelmonte cavaliere giovane e della famiglia de' Buondelmonti capo maritarla.» Poco più basso parlando della stessa giovane, muta la parola formosità in bellezza, che è assai più semplice.
BOZZE (Opere (P. M.), vol. II, pag. 30): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole saranno stimate assai da le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenzia, nè di Fiorentino altro che la lingua e lo abito.... Stuprò le donne, viziò le vergini et trassele dalle braccia delle madri.»
STORIE (Opere, pag. 234 e 235): «Noi siamo certi, Magnifici Signori, che le nostre parole troveranno fede e compassione appresso le Signorie vostre.... Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il nome.... Stuprò le donne, viziò le vergini, et trattele dalle braccia delle madri, le fece preda de' suoi soldati.»
[425] L'illustre storico L. Ranke ha espresso una diversa opinione. Vedi le nostre Osservazioni sul Guicciardini, in fine dell'Appendice.
[426] Vedi ancora, in fine dell'Appendice, le nostre Osservazioni sul Guicciardini, già citate.
[427] GUICCIARDINI, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 79.
[428] GUICCIARDINI, Storia d'Italia, loc. cit., pag. 79-85; RANKE, History of the Popes (trad. dal tedesco): London, Bohn, vol. I, pag. 80-81. Qui il Ranke va d'accordo col Guicciardini, che descrive mirabilmente il carattere di Clemente VII; GREGOROVIUS, Geschichte, etc., vol. VIII, pag. 413 e seg.; CREIGHTON, History of the Papacy, vol. V, cap. VIII; CAPPONI, Storia, vol. II, pag. 344; VETTORI, Sommario della Storia d'Italia, pag. 381.
[429] VETTORI, Sommario, pag. 349-50.
[430] Il De Leva parla di 8,000, il Mignet di 10,000, il Gregorovius di 12,000 morti. Il Guicciardini dice essere stata opinione generale, che morirono, tra di ferro e affogati nel Ticino, più di 8,000 Francesi.
[431] «Madame, pour vous faire savoir comment se porte le reste de mon infortune, de toutes choses ne m'est demeuré qui l'honneur et la vie, qui est saulve.» Queste furono le precise parole scritte dal Re. Papiers d'État du cardinal Granvelle, vol. I, pag. 250; AIMÉ CHAMPOLLION-FIGEAC, Captivité du roi François I, pag. 129. Vedi anche MIGNET, Rivalité, etc., vol. II, pag. 68; DE LEVA, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 242. La tradizione alterò alquanto le parole dette dal Re, facendo dire invece: «tutto è perduto fuorchè l'onore.»
[432] «Sie ist das grossartigste Schlachtenbild des XVI Jahrhunderts. Eine weltgeschichtliche Katastrophe hat sich darin vereinigt,» GREGOROVIUS, Geschichte der Stadt Rom, vol. VIII, pag. 434; DE LEVA, Storia di Carlo V, vol. II, cap. IV; MIGNET, Rivalité, etc., vol. II, cap. VII. Questo lavoro francese tien troppo poco conto delle pubblicazioni italiane, e specialmente dell'opera del De Leva, assai coscienziosa e fatta con ricerche veramente originali.
[433] GUICCIARDINI, Storia d'Italia, lib. XIV, vol. VII, pag. 4-5.
[434] Lettera del dì 1º luglio 1525 a Ennio Filonardi, nunzio nella Svizzera, nelle Lettere ai Principi, vol. II, a c. 80^t: Venezia, Ziletti, 1575.
[435] Lettera del 10 luglio 1525 a Guido Guiducci, nelle Lettere ai Principi, vol. II, a c. 86.
[436] Vedi l'Esame del Morone nei Ricordi inediti di Girolamo Morone, pubblicati dal conte Tullio Dandolo: Milano, 1855, pag. 152-4.
[437] Lettera del Giberti al Canossa, inviato di Francia a Venezia, in data del dì 8 luglio. Il Giberti dice che queste proposte sarebbero partite per la Francia il giorno seguente. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 85. Sono in fatti le stesse proposte che si leggono nelle Recheste mandate ad fare in Franza per N. S., nei Documenti concernenti la vita di Girolamo Morone, pubblicati da GIUSEPPE MÜLLER nella Miscellanea di Storia Italiana della R. Deputazione di Storia patria in Torino, vol. III, pag. 436-37: Torino, 1865.
[438] Il GUICCIARDINI, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 56, dice che il Papa, sempre pieno di sospetti e di ansietà, «non per scoprire la pratica, ma per prepararsi qualche rifugio, se la cosa non succedesse, avvertì sotto specie di attenzione Cesare, che tenesse ben contenti i suoi capitani.» Questi avvisi furono dati in un Memoriale mandato d'ordine del papa Clemente VII a monsignor Farnese. Vedi Papiers d'État du cardinal Granvelle, vol. I, pag. 295; DE LEVA, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 287.
[439] Così afferma anche il Morone nel suo Esame. DANDOLO, Ricordi, ecc., pag. 152.
[440] GUICCIARDINI, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 52.
[441] Esame del Morone. DANDOLO, Ricordi, ecc., pag. 152-9.
[442] Ecco come il Pescara stesso scriveva in una delle sue lettere all'Imperatore: «Y dende algunos dias vyno Hieronimo Moron a hablarme por grandes arodeos y ultimamente dezirme que sy yo le prometia la fe de le tener secreto, que el me dyria y descubriria grandes cosas. Yo le dixe qua le ternia secreto, y le dj la fe. Descubriome el mal contentamyento de toda Italia, y come toda ella disponya y determynava salyr de sugecyon, y de Francia abya grande correspondencia y requyrymyentos, y que sy yo querya sentirme de como me avyan tratado, y de la forma con que procuravan y abyan syempre procurado abaxarme, y acordarme que abia nacydo Italiano, y que glorya podia ganar en ser el libertador de la propria patria, que en my mano era ser la cabeça y el capytan de toda esta empresa, y que el creya, que todos concorreryan en darme el reyno de Napoles, y que abia tan grandes cosas y tan grandes cymyentos, que yo veria que era razon de venyr cuello y que podria byen salyr lo que se desiñava.» — Lettera del 30 luglio 1526, duplicata di una del 25, nei già citati Documenti che concernono la vita pubblica di Girolamo Morone, raccolti ed editi da GIUSEPPE MÜLLER, pag. 358 e seg. Questo, come dicemmo, è il III volume della Miscellanea pubblicata dalla R. Deputazione di Storia patria di Torino. Il vol. II contiene le Lettere ed Orazioni latine di Girolamo Morone, edite da DOMENICO PROMIS e GIUSEPPE MÜLLER. V. anche C. GIODA, Girolamo Morone e i suoi tempi: Torino, Paravia, 1887.
[443] A questo proposito si può utilmente consultare un lavoro pubblicato dal signor Ch. Paillard nella Revue Historique, III^e année, tome VIII (sept.-déc. 1878), pag. 297-367: Documents relatifs aux projets d'évasion de François I^er, prisonnier à Madrid, ainsi qu'à la situation intérieure de la France en 1525, en 1542 et en 1544. L'autore osserva a pag. 316, che quantunque grandissimi fossero i torti fatti da Francesco I e dalla Reggente al conestabile di Borbone, essi non giustificavano un tradimento che minacciò non solo l'autorità regia, ma anche il paese. «Toutefois on se tromperait singulièrement, si l'on pensait que Bourbon ait été jugé par les contemporains comme il l'a été par la postérité, si l'on supposait que lui-même ait senti sur sa tête ce poids inéluctable de honte, de mépris, de réprobation et de haine, dont aujourd'hui tout traître a pleinement conscience.... À cette époque, l'idée de patrie, aujourd'hui si puissante et pour ainsi dire souvraine, existait à peine, ou du moins était fort obscurcie par l'idée féodale encore dominante.... Sismondi a sur ce point un mot tout-à-fait topique: Les lettres des plus grands seigneurs de cette époque, où il est question du connêtable, ne laissent pas, dit-il, entrevoir de blâme.» In Italia dove le tradizioni feudali avevano assai minor forza, e specialmente a Firenze, dove l'idea della patria s'era colla repubblica svolta assai più, gli storici giudicavano il Borbone con maggiore severità; pure anch'essi parlano generalmente del tradimento fatto al suo signore, non alla Francia. Il VETTORI, narrata la morte del Borbone sotto le mura di Roma, aggiunge: «Uomo a cui, per il tradimento aveva fatto al suo signore, non conveniva sì onorevole morte.» Sommario della Storia d'Italia, pag. 379. Il GUICCIARDINI (vol. VIII, lib. XVI, pag. 72) dice che, nella Spagna, sebbene il Borbone fosse da Carlo V ricevuto con grande onore e come cognato, pure i nobili della Corte «l'abborrivano come persona infame, nominandolo traditore del proprio re.»
[444] Il 5 ottobre G. Battista Sanga scriveva all'ambasciatore francese in Venezia: «Parturient montes, nascetur ridiculus mus. Che ben mi pare poter cominciare così, già che quella resolutione, che tanti dì fa Franzesi hanno annunziato, come l'advento del Messia, di voler mandare in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello che mandarono ad offrire per mezzo di Lorenzo Toscano. Et crederò che non tengano tutti Italiani per bestie, che, sotto semplice speranza della fede loro, habbiano a darseli in mano ligati, perchè facciano migliori le condizioni loro con Cesare, al qual segno con molta ragione si può sospettare che vadano, essendo così pubblica alla Corte questa offerta, come se non fusse proprio ad altro effetto, che ad impaurir Cesare.» Lettere ai Principi, vol. II, pag. 94^t.
[445] Vedi le lettere del Pescara a Carlo V nel vol. III della citata Miscellanea di storia italiana.
[446] Il datario Gilberti, in una lettera del 19 settembre 1525, scriveva al Sauli: essere il Papa stato avvisato da più parti, che il Morone ed il Pescara tradivano, ed accennarsi da molti alle pratiche fatte dagli alleati, esponendone i più minuti particolari, dal che si vedeva che tutto ormai era noto. Ciò dava naturalmente grandissimo sospetto. Nondimeno il Gilberti fidava o almeno mostrava di fidar sempre nel Pescara e più ancora nel Morone, non volendo credere che essi conoscessero così poco l'immenso vantaggio che poteva venir loro dalla buona riuscita della congiura. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 91 e 92.
[447] Lo dice egli stesso nel suo Esame, pag. 175-77, e chiarissimamente lo dice anche il Pescara nelle sue lettere a Carlo V. Vedi la lettera 8 settembre 1525, citata più sotto.
[448] GUICCIARDINI, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 67.
[449] Miscellanea citata, vol. III, pag. 407, lettera del 5 settembre 1525; DE LEVA, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295.
[450] Nella lettera del dì 8 settembre 1525, il Pescara scriveva all'Imperatore: «Tengo por fe, que si el Duque muere, que Geronimo Moron harà ultimo de potencia en servicio de V. M., pero en esto trova ruyn todo lo posible: es verdad que muestra enteramente fiar de mj, y siempre lo traygo a lo que quiero.» Miscellanea, ecc., vol. III, pag. 422-23.
[451] GUICCIARDINI, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 66-67; DE LEVA, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295-96.
[452] Il GUICCIARDINI (op. cit., pag. 67) e moltissimi altri storici affermarono che, durante il colloquio tra il Pescara ed il Morone, Antonio de Leyva stava ad ascoltare dietro un arazzo, dove il Marchese lo aveva fatto nascondere. Il DE LEVA (Storia, vol. II, pag. 297). secondo noi a ragione, non presta fede a questo racconto, perchè non ne trova fatta menzione nè nel Rapporto di Rosso dall'Olmo, 17 ottobre 1525, in MARIN SANUTO; nè nella Cronica del Grumello. Non c'erano in fatti allora più segreti da scoprire, tutto era noto così al de Leyva come al Pescara.
[453] Esame del Morone.
[454] Vedi il decreto nel DANDOLO, Ricordi, ecc., pag. 201-2.
[455] «Item vi lascio Hieronimo Morone quale è in preggione, et voglio che si supplichi la Cesarea Maestà istantemente per la vita sua et ogni altro benefitio che gli potrà fare, et che non voglia che quello che ho discoperto in benefitio di S. M. habbia ad essere per condannatione del suddetto, dato il caso che lui non avesse fatta quella opera che doveva fare. In questo S. M. me voglia compiacere, perchè altrimenti me reputerei essere caricato.» DANDOLO, Ricordi, pag. 202. Che cosa sia quella opera che doveva fare non ci è possibile indovinare con certezza: si allude forse a qualcuna delle promesse fatte dal Morone al Pescara, nei giorni in cui cospirava, o quando era in carcere. Egli aveva, fra le altre cose, promesso gran somma di danari per riscattarsi, e non potè poi subito darli tutti.
[456] Vedi la lettera in DANDOLO, Ricordi. ecc., pag. 204.
[457] Privilegium, gratia et restitutio clarissimi com. H. Moroni, in DANDOLO, Ricordi, ecc., pag. 209 e seg.: «Ut negari non possit eum ipsum non mediocrem partem habuisse in victoriis quibus S. C. M. Italiam potitus est.... Animadvertentes praeterea eiusdem comits H. Moroni praecipuas animi dotes, ingenii acumen, longum rerum arduarum et grandium usum, animi fortitudinem et inviolabilem erga eos principes fidem, quibus aliquando servitutem suam obtulit et dicavit.... Accessit praeterea ut in praesentibus rei pecuniariae necessitatibus, et in tanto sustinendorum exercituum oneri, cum nihil sit magis necessarium pecuniae, eaeque consumptus sint ingentes et fere intollerabiles, is ipse comes Hieronimus de notabili pecuniarum quantitate nobis subvenit et subventurus est, etc.»
[458] Oltre le varie opere da noi citate può consultarsi anche una diligente monografia sul Morone, pubblicata dal signor G. E. SALTINI dell'Archivio di Firenze nell'Archivio storico italiano, serie III, vol. VIII, parte I, pag. 59-126, anno 1868.
[459] GUICCIARDINI, Opere inedite, vol. VIII, pag. 331, lettera del 23 ottobre 1525, da Faenza.
[460] Opere inedite, vol. VIII, pag. 28, lettera 1º giugno 1524.
[461] Ibidem, pag. 66 e seg., lettera 12 luglio.
[462] Ibidem, pag. 66 e 100, lettere del 12 luglio e 7 settembre.
[463] Ibidem, pag. 121 e 123, lettere da Forlì, 7 ed 8 ottobre.
[464] Ibidem, pag. 126 e 153, lettere 12 ottobre e 28 novembre.
[465] Opere inedite, vol. VIII, pag. 171, lettera 19 gennaio 1525.
[466] Ibidem, pag. 201, lettera da Forlì, 25 marzo 1525.
[467] Ibidem, pag. 246, lettera da Ravenna, 28 maggio 1525.
[468] Ibidem, pag. 257, lettera da Faenza, 15 giugno 1525.
[469] Opere inedite, vol. VIII, pag. 321, lettera 23 ottobre 1525.
[470] Ibidem, pag. 360, lettera 11 dicembre 1525.
[471] Ibidem, pag. 366, lettera 24 dicembre.
[472] Ibidem, pag. 393 e seg.
[473] Inferno, canto X, versi 97-99.
[474] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 34. Lettera del dì 8 marzo 1524/5. Appendice, doc. XIV.
[475] Lettere del 3 e del 17 maggio 1525, scritte dal Salviati al figlio cardinale. La prima gli annunzia la proposta di farlo accompagnare nella Spagna dal Machiavelli, la seconda dice: «Di Niccolò Machiavelli bisogna farne fuora, perchè veggo che il Papa ci va adagio.» DESJARDINS, Négociations diplomatiques, vol. II, pag. 840-41.
[476] Lettera di Francesco del Nero in data 27 luglio 1525. Trovasi nelle Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 45. Vedi Appendice, doc. XVI. Incomincia: «Io ebbi una vostra da Roma, ad la quale feci risposta.» Ciò conferma questa gita, finora poco avvertita, del Machiavelli colà, come del resto apparisce anche da altre lettere che abbiamo citate. Quella però senza data, di cui parlammo a pag. 40 di questo volume, non potrebbe, come alcuni supposero, ritenersi scritta ora dalla Marietta, perchè, come già osservammo, si parla in essa d'un figlio nato da pochi giorni, e d'una figlia ancora bambina. La Marietta inoltre sembra alludere ad una lunga assenza del Machiavelli, che invece si trattenne ora poco tempo in Roma.
[477] Opere, vol. VIII, pag. 177-81, lettera del Machiavelli al Guicciardini, senza data.
[478] V. Appendice, doc. XV.
[479] Opere inedite, vol. VIII, pag. 263.
[480] Opere inedite, vol. VIII, pag. 266, lettera CXXX della Presidenza della Romagna, seconda con la data di Faenza, 19 giugno 1525.
[481] Ibidem, pag. 270, lettera CXXXI, del 23 giugno.
[482] Ibidem, pag. 287, lettera CXXXIX, del 26 luglio.
[483] Opere, vol. VIII, pag. 167, lettera LVII. È bene conoscere questa medicina, che al Machiavelli, com'esso scrive, sgravava lo stomaco e la testa, perchè s'è da alcuni preteso che l'averne abusato fosse poi stato causa della sua morte. Egli inviava al Guicciardini venticinque pillole con la ricetta. Eccola:
Aloe patico dram. 1 1/2 Carman. deos » 1 Mirra eletta » 0 1/2 Bettonica » 0 1/2 Pimpinella » 0 1/2 Bolo armenico » 0 1/2
L'Artaud, che si prese la cura di farla esaminare e far comporre le pillole, trovò che sono innocentissime e valgono solo ad aiutare la digestione. Il Machiavelli soleva appena prenderne due per volta. Le parole Carman. deos., che troviamo nelle stampe, non avrebbero però alcun significato. Son forse un errore invece di Cardam. Dios., Cardamomum Dioscoridis. L'aloe è la sola medicina di qualche efficacia, e potrebbe recar danno in alcuni casi, quando però fosse presa in gran quantità. Supporre che il Machiavelli morisse per abuso di queste pillole non è quindi possibile. Vedasi ARTAUD, Machiavel, son génie et ses erreurs, vol. II, nota alla pag. 200.
[484] Opere, vol. VII, pag. 454.
[485] Opere, vol. VII, pag. 450-55; Opere (P. M.), vol. VI, pagine 220-224.
[486] Ibidem, vol. VIII, pag. 171, lettera LVIII, da Firenze, 6 settembre 1525.
[487] Era la voce, alla quale abbiamo altrove già accennato, la quale pretendeva, che suo padre fosse bastardo e che ciò dovesse impedire a lui d'essere eletto agli uffici. E forse questa fu anche la ragione che fece credere al Ranke, che il Machiavelli non era cittadino.
[488] Lettera del 15 settembre 1525. Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 12. Appendice, doc. XVII.
[489] Opere, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX, senza data.
[490] Ne parlano il Varchi (vol. II, pag. 332) e l'Ammirato (vol. VI, pag. 150).
[491] È la lettera già altrove citata, del 14 agosto 1525. Vedila in Appendice, doc. I.
[492] Opere, vol. VIII, pag. 174, lettera LIX. Le canzonette di cui qui si parla, non si trovano in fatti nelle antiche edizioni, ma furono pubblicate assai più tardi. Due di esse, quelle cioè alla fine del I e del III atto, sono le stesse che si leggono alla fine del I e del IV atto della Clizia.
[493] Cioè, tutti gli altri nostri principi, aspettando inerti, finiranno allo stesso modo.
[494]
Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso E nel Vicario suo Cristo esser catto. (DANTE, Purg., XX, 86, 87).
Qui si allude, com'è noto, alla prigionia di Bonifazio VIII. Ciò che a questo Papa fecero allora i Colonna in Anagni (Alagna), ricorda davvero la condotta che più tardi essi tennero, come vedremo fra poco, verso Clemente VII in Roma.
[495] Opere, vol. VIII, pag. 177, lettera LX, senza data, ma scritta alla fine del novembre o ai primi del dicembre 1525.
[496] Ibidem, pag. 181, lettera LXI.
[497] Ibidem, pag. 183, lettera LXII.
[498] VASARI, Vita dei Pittori, edizione Le Monnier, vol. XI, pag. 204; nella Vita di Aristotele da San Gallo, e vol. XII, pag. 16; Vita di Giovan Francesco Rustici.
[499] In una sua lettera al Machiavelli, scritta in data di Modena, 22 febbraio 1525 (1526) e pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. XCI, si rallegrava con lui, gli faceva mostra di grande affetto, e lo chiamava Carissimo et come fratello honorando. In un'altra, scritta a Francesco del Nero, il 1º di marzo dello stesso anno, si dimostrava invece assai scandalezzato delle feste cui s'era abbandonato il Machiavelli, e lo biasimava. Vedi Appendice, documento XVIII. Il Nerli era Governatore a Modena, e dal suo copia-lettere, che trovasi in quell'Archivio, si vede che, scrivendo ufficialmente, datava le sue lettere, secondo lo stile comune, che era allora seguìto in tutta l'Emilia, cominciando cioè l'anno dal 1º gennaio. Noi credemmo perciò che così avesse fatto anche nella lettera qui sopra citata. Ma questa è privata, scritta da un Fiorentino ad un altro Fiorentino, e segue quindi lo stile della loro città, ab incarnatione (25 marzo), come aveva giustamente notato il Passerini.
[500] Vedi la lettera di Giovanni Mannelli al Machiavelli in data di Venezia, 28 febbraio 1525 (1526) nelle Opere (P. M.), vol. I, pag. XC. Anche in questa lettera si segue lo stile fiorentino, e ne abbiamo la conferma nei Diarî di MARIN SANUTO, il quale dice che il 5 febbraio 1525 (cioè 1526, giacchè a Venezia l'anno cominciava il 1º marzo): «Fo etiam fato una comedia a S. Aponal, in chà Moresini.... et fo una de Plauto di do Fratelli, non molto bella, la quel compète a hore 4 de note.» V. i Diarî a stampa, vol. XL, col. 785. E qui dobbiamo aggiungere che la recita della Mandragola, la quale, a pag. 149 di questo volume, ponemmo il 13 febbraio 1523, ebbe, secondo il Sanuto, realmente luogo in quel giorno, «a li Crosechieri,» ma nell'anno 1521, stile veneto, che risponde al 1522 stile comune (vol. XXXII, col. 458). «Fo ricitata,» egli dice, «un'altra comedia in prosa.... di uno certo vechio dotor fiorentino, che havea una moglie et non potea far fioli etc. Vi fu assaissima gente con intermedi di Zuan Polo et altri bufoni.» Ma non si potè recitare il quinto atto, «tanto era il gran numero de le persone.» Lo stesso Sanuto nota poco dopo (col. 466) che il giorno 16 di quel mese «Fo di novo ai Croseschieri recitata la comedia dil Fiorentino, non compita l'altro giorno. Io non vi fui per....»
[501] Il 3 gennaio 1525/6 egli scriveva: «Io verrò in ogni modo, nè mi può impedire altro che una malattia, che Iddio mi guardi, e verrò, passato questo mese, ed a quel tempo che voi mi scriverete.» Aggiungeva che la Barbera era trattenuta da certi innamorati, ma che egli sperava, non ostante, poterla mandare. Opere, vol. VIII, pag. 185, lettera LXIII. Dopo questa lettera vien quella del 15 marzo, in cui si legge, senza più parlar della commedia: «la Barbera si trova costì: dove voi gli possiate far piacere, io ve la raccomando, perchè la mi dà molto più da pensare che l'Imperatore.» Il Guicciardini era allora già in Roma, come apparisce dalle sue Opere inedite. La Barbera probabilmente era andata colà a fare altre recite ed a cercare avventure.
[502] Fu pubblicato dal Tommasini, prima in un volume per nozze, poi nella sua opera sul Machiavelli (II, 824).
[503] Opere, vol. VIII, pag. 188 e seg., lettera LXIV, del 15 marzo 1525/26.
[504] Ibidem, pag. 193, lettera LXV, di Filippo Strozzi, da Roma, ultimo di marzo 1526.
[505] Opere, vol. VIII, pag. 199, lettera LXVII, a Francesco Guicciardini, da Firenze, 4 aprile 1526.
[506] Ibidem, vol. IV, pag. 459-68. Questa relazione è lodata anche dal Maggiore Jähns, nell'articolo sul Machiavelli già da noi più volte citato.
[507] Opere, vol. VIII, pag. 201, lettera LXVIII, del 17 maggio 1526.
[508] Nell'Archivio Fiorentino trovansi la minuta autografa, che fu pubblicata nelle Opere, (P. M.), vol. VI, pag. 360, ed un'altra, poco diversa, d'altra mano. Vi si trova anche la nomina dei Cinque Procuratori; mancano però i loro Atti, e quindi non si conosce la data della elezione del Machiavelli. V'è solo un quadernetto con alcune lettere della cancelleria, le quali vanno sino al 26 febbraio 1527. Le prime undici sono di mano del Machiavelli, le altre (circa trenta) no. Vedi Appendice, doc. XIX.
[509] Opere, vol. VIII, pag. 202, lettera LXVIII.
[510] Appendice, doc. XIX. Opere, vol. VIII, pag. 197, lettera LXVI. È una lettera d'ufficio scritta all'ambasciatore fiorentino in Roma, e trovasi stampata anche nel vol. IV delle stesse Opere, pag. 467.
[511] Opere, vol. VIII, pag. 203-7, lettere LXX, LXXI, LXXII, del 2 giugno 1526.
[512] Nel più volte citato codice Bargagli trovasi una lettera del 15 gennaio 1526/7, scritta dal podestà di Montespertoli al Machiavelli, provisor murorum, che aveva allora chiesto 25 o 30 uomini per cavare fossi.
[513] V. nell'Archivio storico lombardo, S. III, Anno 23 (1896), volume V a pag. 245 e segg., le lettere scritte da Francesco Guicciardini, luogotenente generale del Papa, al Cardinale G. B. Giberti (luglio 1526). Esse furono però assai scorrettamente pubblicate dal Sig. G. Bernardi. Il Tommasini, che primo le aveva esaminate nell'Archivio Vaticano, e ne aveva dato notizia all'Accademia dei Lincei, le ripubblicò correttamente (Vol. II, Appendice, pag. 1194 e segg.).
[514] Luogotenenza generale per il Papa Clemente VII, parte I, lettera del 31 luglio 1526, nelle Opere inedite, vol. IV, pag. 145.
[515] Opere, vol. VIII, pag. 207-215. Lettere LXXIII e LXXIV, scritte dal Vettori il 5 e 7 agosto 1526. Altre lettere ancora ricevette il Machiavelli da Firenze al campo, fra le quali, come per tener sempre a noi presenti le singolari contraddizioni del suo carattere, ne troviamo una di quel Iacopo Fornaciaio che aveva fatto rappresentare la Clizia nel suo giardino. Questo Iacopo gli parlava della Barbera, della quale pare che il Machiavelli s'occupasse anche in momenti come questi, aggiungendo che essa gli scriverebbe ogni settimana, dimostrando egli così grande premura per lei. Vedi Appendice, documento XX.
Nell'Archivio Fiorentino si trovano, in uno stesso foglio (V. Guasti, Carte strozziane, I, 585) due lettere attribuite al Machiavelli, non però autografe. La prima, che manca della fine, ed è quindi senza firma e senza data, fu pubblicata nelle Opere, vol. VII, p. 215, e ripubblicate da altri, anche dal Tommasini che la riscontrò sul codice. L'altra lettera invece manca del principio, non della fine. Ha la data 3 luglio 1526, e fu pubblicata la prima volta nella già citata Miscellanea del Corazzini (Firenze, 1853), e poi nell'edizione delle Opere colla data di Firenze, Usigli, 1857. Danno anche notizie importanti sull'andamento della guerra.
[516] Copialettere di R. Acciaiuoli e c. 122^t. Si trova nella Biblioteca di Parma, e potemmo esaminarlo per cortesia del bibliotecario E. Alvisi, che ce ne dette notizia. Esso ha molta importanza pel tempo cui si riferisce, e perchè dà compimento alla Legazione di R. Acciaiuoli, pubblicata dal DESJARDINS. Ne diamo qualche saggio in Appendice, doc. XXI. Altre lettere dello stesso, che noi non credemmo di pubblicare, furono invece pubblicate dal Tommasini (II, Appendice, pag. 1159 e segg.).
[517] Opere, vol. VII, pag. 456. V. la Istruzione di F. Guicciardini al Machiavelli, nelle Opere inedite del GUICCIARDINI, vol. IV, pag. 340, lettera del 9 settembre 1526.
[518] Le due lettere si trovano pubblicate nel vol. XLII dei Diarî del SANUTO. La prima nella col. 616: Di campo, di Lambrà, del Proveditor veneto, dì 12, hore 3. La seconda nella col. 628: Del ditto Proveditor, general Pexaro, venuta questa matina, data sotto Cremona, a dì 13, hore 4.
[519] Il 15 settembre 1526, il GUICCIARDINI incominciava così una sua lettera a Roberto Acciaiuoli: «Scrissi a V. S. a' 13 del presente; gli mandai una lettera del Machiavello del campo di Cremona, uno disegno di quelle trincee, fatto non per mano di Lionardo da Vinci, ecc.» Opere inedite, vol. IV, pag. 367. Dubitai che quel non fosse un errore di stampa, Leonardo da Vinci essendo morto sin dal 1519: ma così non è, perchè il non trovasi anche nell'autografo che riscontrai. Forse il Guicciardini parlava in senso ironico, per dire: un disegno fatto alla peggio, da tutt'altra mano che quella del gran Leonardo.
[520] Eneide, VI, 95. Nelle Opere inedite, vol. IV, pag. 395, è per errore stampato: audacior oro. Virgilio dice audentior ito, in qualche manoscritto si legge anche audacior ito.
[521] Opere inedite, vol. IV, pag. 393 e 397, lettere del 24 e 26 settembre 1526.
[522] Opere inedite, vol. IV, lettere del 2 ottobre 1526, pag. 411 e 413; lettera del 19 ottobre, pag. 458; lettera del 7 novembre, pag. 511; lettera del 9 novembre, pag. 520.
[523] Questa relazione è, come lettera ad un amico, stampata nell'epistolario del MACHIAVELLI, Opere, vol. VIII, pag. 215-19. Ma il suo contenuto, la sua forma, e l'essersene, come avvertono gli editori stessi, trovato l'autografo senza data, senza indirizzo, senza firma, tra le carte della Segreteria Vecchia di Firenze, ci persuadono che non è una lettera privata, ma una relazione scritta d'ufficio.
[524] Questa lettera fu pubblicata dal TOMMASINI (II, Appendice, pag. 1245).
[525] Opere, vol. VII, pag. 459-61. Istruzione degli Otto di Pratica al Machiavelli.
[526] Ibidem, pag. 464, lettera da Modena, 2 dicembre 1526.
[527] Opere inedite, vol. V, Luogotenenza generale, parte II, lettere del dicembre 1526, del gennaio e febbraio 1527.
[528] Opere, vol. VIII, pag. 231, lettera da Forlì, 16 aprile 1527.
Nell'Archivio di Stato in Modena (Registri ducali, partimento I) si trova, come già notammo, il copialettere di Filippo de' Nerli, allora governatore di Modena per il Papa. In queste lettere si parla spesso del Machiavelli, e più d'una volta vi trasparisce la poca simpatia che il Nerli aveva per lui, che qualche volta chiama il Machia. Il 7 ottobre 1525, scrivendo al Guicciardini, dice: «Il Camurana, che presentò la lettera, harà suplito faccendo intender a Vostra Signoria, che più stimo un minimo cenno di quella, che quanto havessi potuto scrivere Alexandro del Caccia, et maxime essendosi mescolata in su la lettera la auctorità del Machia.» E il 31 ottobre 1526 scriveva allo stesso: «Al Machiavello si manderà la sua (lettera), che V. S. ha mandata aperta, per la prima istaffetta che passerà, che occorrendomi scrivere anche a me in compagnia di questa, non voglio che le sua cantafavole faccino tediare la istaffetta.» Da queste lettere apparisce che il Machiavelli viaggiava allora infaticabilmente di giorno, di notte, solo o accompagnato da scorte armate, fra i due eserciti nemici.
[529] Opere inedite, vol. V, pag. 203, lettera del 7 febbraio 1527.
[530] Ibidem, pag. 217 e 227, lettere del 9 e del 15 febbraio.
[531] Ibidem, pag. 203, lettera del 7 febbraio.
[532] Opere, vol. VII, pag. 471 e seg.
[533] Opere inedite, vol. V, pag. 242 e seg., lettera del 20 febbraio 1527.
[534] Il Morone non era riuscito a pagare tutti i 20,000 ducati della taglia promessa. Quando fu liberato, doveva darne ancora 6000, pei quali aveva lasciato in ostaggio suo figlio Antonio. Più tardi, trovandosi l'esercito imperiale in grandi strettezze, egli potè dare 3000 ducati, per avere i quali dal duca di Ferrara, dovette dargli in ostaggio il figlio Giovanni. Per questi ed altri servigi da lui resi agl'Imperiali, il Borbone liberò Antonio, e sciolse il padre dall'obbligo di dare gli altri 3000 ducati, cui era tenuto secondo la promessa. Restava però sempre in ostaggio l'altro figlio Giovanni, per la somma appunto che il Morone voleva ora con inganno cavare dal Guicciardini. Vedi DANDOLO, Ricordi, pag. 226-7; Opere inedite, vol. V, pag. 363, lettera del 26 marzo. Nella Storia d'Italia (volume IX, lib. XVIII, cap. I, pag. 25) il Guicciardini parla anche di altre pratiche fatte allora dal Morone con persone della Lega «simulatamente e con fraude.»
[535] Opere inedite, vol. V, pag. 415, lettera del 19 aprile 1527.
[536] Opere, vol. VII, pag. 489, lettera da Bologna, 23 marzo 1527.
[537] Ibidem, pag. 496, lettera da Bologna, 30 marzo 1527.
[538] Opere, vol. VII, pag. 498, lettera da Bologna, 2 aprile 1527.
[539] Opere, vol. VIII, pag. 226, lettera LXXX.
[540] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 21. Appendice, doc. XXII.
[541] Opere inedite, vol. V, pag. 428, lettera del 29 aprile 1527, da Firenze.
[542] Una di queste pietre cadde sul Davide di Michelangiolo, e ne ruppe il braccio sinistro in tre pezzi, che poi furono rimessi.
[543] NARDI, Storia, vol. II, pag. 133 e seg.; NERLI, Commentarî, pag. 148; VARCHI, Storia, vol. I, pag. 130 e seg.; GUICCIARDINI, Storia d'Italia, vol. IX, lib. XVIII, pag. 41 e seg.; Opere inedite, vol. V, pag. 423 e seg. Nella Miscellanea fiorentina di J. del Badia, N. 9, pag. 32 e segg., anno 1886, il Fiorini pubblicò una lettera di Iacopo Nardi sulla mutazione dello Stato nel 1527.
[544] Opere inedite, vol. IX: La prigionia di Clemente VII e la caduta della Repubblica fiorentina, pag. 10, lettera del 18 maggio 1527. — Per la vita del Guicciardini in questi tempi è utile consultare l'opera di A. ROSSI, Francesco Guicciardini e il Governo fiorentino dal 1527 al 1540, vol. due: Bologna, Zanichelli, 1896-99. Un nuovo libro ha pubblicato recentemente anche E. ZANNONI, La Vita pubblica di F. Guicciardini: Bologna, Zanichelli, 1896.
[545] Opere inedite, lettere del 21 e 26 maggio.
[546] NARDI, Storia di Firenze, vol. II, pag. 161.
[547] Opere, vol. VII, pag. 509.
[548] Ecco le parole del BUSINI: «Dice mess. Piero Carnesecchi, che venne seco da Roma con una sua sorella, che l'udì molte volte sospirare, avendo inteso come la Città era libera. Credo che si dolessi de' modi suoi, perchè in fatti amava la libertà e straordinarissimamente; ma si doleva avere impacciatosi con papa Chimenti.» Lettere, pag. 84-85 (lettera IX).
[549] Vedi Appendice, doc. XXIII. Da esso apparisce come Donato Giannotti fu nominato segretario solo nell'ottobre del 1527.
[550] MORDENTI, Diario di Niccolò Machiavelli: Firenze, 1880, pag. 577.
[551] Libro dei Morti (della Grascia) dal 1457 al 1506, n. 5, a c. 289^t. Sotto l'anno 1500 si legge: «Messer Bernardo Machiavegli riposto in Santa Croce, a dì 10 di detto (maggio 1500).» E nel Libro dei Morti (o dei Becchini) Medici e Speziali, n. 249, segnato G, a c. 128, sotto la data 22 giugno 1527: «Niccolò di.... Machiavelli, a dì 22 riposto in Santa Croce.» Questi due libri sono nell'Archivio fiorentino.
[552] Opere, vol. I, pag. CXXIX.
[553] La lettera manoscritta trovasi nelle Carte del Machiavelli (Cassetta I, n. 84). È indirizzata a Francesco Nelli, ed ha la sola data dell'anno. Anche il compianto cav. Gherardi, direttore dell'Archivio fiorentino, dubitò della sua autenticità.
[554] I due testamenti si trovano nelle Opere, vol. I, pag. CXXXIII-VIII e CXXXIX-XLIV.
[555] BUSINI, Lettere, Lettera IX, pag. 84-85.
[556] Ecco quello che scrive il Ricci, a pag. 193 del più volte citato Codice (fra i Mss. rari della Nazionale di Firenze, 5, I, 16).
«Giuliano de' Ricci a chi legge:
«Il Giovio nelli elogii, sotto alla imagine del Machiavello, tassandolo di maligno et di poco religioso, dice che egli si morì per avere preso una medicina a sua fantasia, mediante la quale, scherzando egli pazzamente con la Divinità, si condusse alla morte. Et poichè io veggo la ricetta di queste pillole tanto da lui celebrate, mi vo immaginando che in quelli tempi si potesse spargere qualche falso romore di questa cosa, perchè in verità egli morì cristianamente nel suo letto, visitato da tutti gli amici, in braccio della moglie et de' figliuoli, et io che li sono nipote non ho mai inteso dire nè da madonna Marietta de' Corsini sua moglie, nè da madonna Baccia mia madre et sua figliola, nè da messer Bernardo et messer Guido et messer Piero suoi figlioli et miei zii, tal cosa, et la ho per una vanità. Et la compositione di quelle pillole è tale che non merita di essere da scrittore maledico et falso, come è il Giovio, fattoci un commento sopra, che, pigliandole, si voglia scherzare con la religione, o trattare con esse di farsi immortale, poichè gli ingredienti in essa sono tutti di droghe et semplici ordinarii et communissimi a tutti li medici et a tutti gli speziali.» Le parole del Giovio nell'elogio del Machiavelli sono queste: «Fuit exinde semper inops uti irrisor et atheos, fatoque functus est, quum accepto temere pharmaco, quo se adversus morbos praemuniret, vitae suae iocabundus illusisset, paulo antequam Florentia Caesarianis subacta armis, Mediceos veteres dominos recipere cogeretur.» È certo però che, avendo il Machiavelli presa invano la solita medicina, molti credettero, sebbene non vero, che essa fosse stata la causa del male. Anche la citata lettera attribuita al figlio Pietro dice infatti: «È morto il dì 22 di questo mese Niccolò Machiavelli nostro padre di dolori di ventre, cagionati da un medicamento preso il dì 20.» È notevole poi che nè il Ricci, nè il Giovio alludano esplicitamente al sogno.
[557] STEFANO BINET di Digione (Du Salut d'Origène, a pag. 359: Paris, 1629), racconta il sogno, senza citare alcuna autorità. Ecco le sue parole, riportate dal Bayle (2ª ediz.): «On arrive à ce détestable poinct d'honneur, où arriva Machiavel sur la fin de sa vie: car il eut cette illusion peu devant que rendre son esprit. Il vit un tas de pauvres gens, comme coquins, deschirez, affamez, contrefaits, fort mal en ordre et en assez petit nombre; on luy dit que c'estoient ceux de Paradis, desquels il estoit escrit: Beati pauperes, quoniam ipsorum est regnum coelorum. Ceux-ci estans retirez, on fit paroistre un nombre innombrable de personnages pleins de gravité et de majesté: on les voyoit comme un Sénat, où on traitoit d'affaires d'Estat, et fort serieuses: il entrevit Platon, Seneque, Plutarque, Tacite, et d'autres de cette qualité. Il demanda qui estoient ces messieurs-là si venerables; on lui dit que c'estoient les damnez, et que c'estoient des ames reprouvées du Ciel: Sapientia hujus soeculi inimica est Dei. Cela estant passé, on luy demanda desquels il vouloit estre. Il respondit qu'il aimoit beaucoup mieux estre en Enfer avec ces grands esprits, pour deviser avec eux des affaires d'Estat, que d'estre avec cette vermine de ces belistres qu'on luy avoit fait voir. Et à tant il mourut, et alla voir comme vont les affaires d'Estat de l'autre monde.»
[558] «Volphius nuper Augustae mortuus, in suis Commentariis in Tusculanas, quos anno superiore mihi donavit, Machiavellum scelerum, impietatum et flagitiorum omnium magistrum appellat, ac testatur illum quodam loco scripsisse: sibi multo optabilius esse post mortem ad inferos et diabolos detrudi quam in coelum ascendere. Nam hic nullos reperturum nisi mendiculos et misellos quosdam monachos, heremitas, apostolos; illic victurum se cum cardinalibus, cum papis, regibus et principibus.» Epistola Francisci Hotomani, 28 decembre 1580, n. 99 in Francisci et Joanis Hotomanorum, Epistolae: Amstelodami, 1700. Vedi anche il BALDELLI nel suo Elogio del Machiavelli, nota 16. L'opera del Volfio, citata dall'Otomano è assai rara. Ne discorre il Blondheim nella Rivista, Modern Language Notes (Marzo, 1909, pag. 73 e seg.). Egli osserva che il sogno è ricordato nel Folengo prima della morte del Machiavelli.
[559] Di ciò parla il RICCI nel suo Priorista (Quartiere S. Spirito a c. 160). Egli dice, che la cappella trovavasi nella «parete del muro che guarda verso tramontana, accanto alla porta che dicevasi de' Guardi.» Racconta poi che un religioso della Chiesa di Santa Croce, andò dal canonico Niccolò, figlio di Bernardo di Niccolò Machiavelli, e gli fece sapere come molti non appartenenti alla famiglia, venissero allora sepolti alla rinfusa, nella cappella de' Machiavelli, il che non pareva nè decoroso, nè conveniente: sarebbe perciò stato opportuno porvi riparo, e restaurarla. Ma il canonico rispose: «Deh! lasciateli fare, perchè mio padre era amico della conversazione, e quanti più morti andranno a trattenerlo, tanto maggior piacere ne harà.»
[560] Nel Priorista, RICCI, Quartiere S. Spirito, a c. 273^t si trova notato, che Bernardo di Niccolò Machiavelli aveva nel 1581 «più di 70 anni, era quasi vicino alli 80.» Il canonico Niccolò, figlio di questo Bernardo, morì il 10 giugno 1597 d'una resipola, ed il fratello di lui, Alessandro, morì pure nel 1597, lasciando Ippolita di nove anni. Così si estinse la famiglia. Nello stesso anno morì Lorenzino di Lorenzo di Ristoro Machiavelli. Con lui s'estinse un altro ramo della famiglia. Ne rimaneva un terzo, che finì anch'esso nel principio del secolo XVIII.
[561] Aia, 1726; Londra (Parigi), 1768; Venezia, 1769; Londra, 1772.
[562] Questa edizione è preceduta da una dotta prefazione di Reginaldo Tanzini. Gli editori non avevano potuto far uso della biblioteca Strozzi, nella quale erano altri manoscritti del Machiavelli. Ben presto però si estinse il ramo degli Strozzi, che li possedeva, ed il Granduca acquistò i codici più preziosi. Fu poi scoperto nella Barberiniana di Roma un codice che conteneva altri scritti inediti del Machiavelli. Si fece perciò nel 1796 una seconda edizione delle Opere, in otto volumi, la quale doveva contenere molte legazioni e lettere ancora inedite. Ma essa rimase incompiuta, mancandovi appunto il carteggio diplomatico e privato, e fu condotta con molta fretta, tanto che nel libro secondo dei Discorsi v'è una lacuna, la quale va dalla metà del capitolo XXX agli ultimi periodi del XXXIII. Vedi la prefazione di Francesco Tassi all'edizione delle Opere: Italia, 1813 (Firenze, 1826).
[563] Giorgio Nassau Clavering, terzo conte Cowper, nato nel 1738, si fermò assai giovane a Firenze, e nel 1775 sposò Anna Gore, figlia d'un gentiluomo inglese del Lincolnshire, assai amata dal Granduca. Ad eccezione di sir Horace Mann, nessun Inglese fu in Firenze popolare quanto lord Cowper. Nel 1768 venne nominato accademico della Crusca. Egli corrispose alle molte prove di benevolenza, con pari affetto a Firenze, generosamente favorendo opere utili al decoro della Città. V. REUMONT, Geschichte Toscana's: GOTHA, Perthes, 1876-7, vol. II, pagg. 360-1.
[564] _A partu Virgini_s. Allora era stato già abbandonato lo stile fiorentino, che cominciava l'anno ab incarnatione.
[565] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 46.
[566] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 22.
[567] Biblioteca reale di Parma. Autografa.
[568] Questa lettera trovavasi fra i Mss. della biblioteca che fu già di sir Thomas Phillipps, che poi appartenne al rev. E. Fenwick in Cheltenham, più tardi andò dispersa. È autografa, ed era segnata col numero 11,017.
[569] Sebbene di semplici artigiani, la famiglia aveva gli uffizî, cioè i suoi membri potevano occupare gli uffizî politici della repubblica.
[570] L'autografo di questa lettera trovasi nell'Archivio di Stato in Firenze, fra le carte dell'acquisto Salari, fatto nel 1874. Essa fu in parte pubblicata nelle Opere, cioè tutto il primo paragrafo sino a maraviglia, ed il secondo periodo del secondo paragrafo da et quando a sgratiata. Nella parte già stampata si trovano però diversi errori, che abbiamo corretti.
[571] Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 59. Autografa. Di questa lettera fu nelle Opere del Machiavelli pubblicata una sola parte, cioè il secondo paragrafo, da Come io a quanto te.
[572] Biblioteca Quiriniana di Brescia. Autografa.
[573] Biblioteca Laurenziana. Cod. Tempi, num. 2 (già 57), a c. 165. Autografa.
[574] L'originale ha: uiciqco.
[575] Archivio Bargagli.
[576] Forse, Bernardo.
[577] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 14.
[578] Archivio Bargagli. Pubblichiamo questa lettera, che non ha molta importanza, principalmente perchè ci fa conoscere la commissione a Genova e lo scopo che ebbe.
[579] Si propone cioè di pagare in quattro anni, un quarto per anno, e dare robbia invece di danaro. Inoltre, appena ricevuta la robbia, i creditori dovevano mandare panni garbi o di S. Martino o altri simili, al prezzo corrente in quell'anno, e per una somma equivalente alla robbia ricevuta. Si estingueva così un credito, aprendone un altro, e però la proposta è chiamata un pagamento di sogni, e non viene accettata.
[580] Qui ed in appresso lacune per essere rotta la carta.
[581] Lasciata in bianco la data.
[582] Archivio Bargagli.
[583] Archivio Bargagli. Pubblichiamo queste due lettere del Bracci, perchè fanno meglio conoscere lo scopo della commissione a Lucca, e compiono la serie dei documenti intorno ad essa dati in luce nelle Opere (P. M).
[584] Lacuna per essere rotta la carta.
[585] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 38.
[586] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 37.
[587] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 42.
[588] Laurenziana, Mes. Ashburnham, 639, c. 154.
[589] Questa lettera, che riproduciamo dallo stesso Ms. Ashb., a c. 152 e segg., è già data nelle stampe (Opere, vol. VIII, pagg. 46-55), secondo una minuta, che si trova nel Codice Ricci, nella quale mancano la fine, la data e la firma. In questa copia Ashb., che è del secolo XVII, non sempre correttissima, sono notevoli varianti così di forma come di sostanza. Il codice Ashb. manca del principio, che è nelle stampe, da «Io, nel mezzo di tutte le mie felicità» sino a «me ne scusi la preallegata cagione,» il senso del quale è invece riferito, succintamente e solo in parte, in fine della lettera che noi pubblichiamo. Del resto, in questa nuova forma, essa ha tutto l'aspetto di un documento compiuto; nè le importanti variazioni che vi si trovano, in confronto dell'altra, che sembra essere la minuta, possono attribuirsi a errori o a capricci del copista. Laonde io credo di poter concludere, che il Cod. Ashb. ci dà la lettera quale, rifacendo la prima minuta, fu spedita dal Machiavelli al Vettori. Questa fu anche l'opinione dei miei amici, prof. C. Paoli e A. Gherardi, che consultai in proposito.
Il Tommasini (III, 86 nota 1) pubblicò più tardi le semplici varianti, che così pose in maggiore evidenza.
[590] Il cod. ha chiaramente m.^ra, ma il senso richiede questa correzione. M.^re di Gursa è il noto Cardinale Gurgense.
[591] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 111.
[592] Carte del Machiavelli, cassetta I, n. 63. Autografo.
[593] In margine si trova notato: — più volontarii, minore spesa: — megliore — manco incommodarà al paese. Ma queste note marginali si riferiscono più sotto, al periodo che comincia: «Et prima e' dicono che togliendone meno,» ecc.
[594] In margine: — di' perchè cagione non sene era ordinate ad Pistoia.
[595] In margine: — Come e' si pagavano.
[596] Sottintendi: allegano.
[597] Codice miscellaneo vaticano 5225, a f. 673 e 674. Non sono autografi, ma, come abbiamo già detto, la scrittura è certo del secolo XVI, forse della prima metà. Solo il primo dei due sonetti è inedito, ma il secondo ha notabili varianti, che segniamo in nota. Riproduciamo fedelmente la grafia del Codice.
[598] Non è facile la interpretazione di questo sonetto, che in alcuni punti, specialmente nella prima terzina, riesce oscurissimo. Il Machiavelli scrive al padre Bernardo in villa, che gli aveva mandato un'oca, e pare anche raccomandato gli altri figli, specialmente uno di essi, perchè tutti menavano lassù una vita assai stentata.
Costoro, così comincia il sonetto, sono vissuti costà un mese e più, a noce, fichi, fave e carne secca, talchè sarebbe danno vero e non beffa (malitia et non cilecca) il farvi più lunga dimora.
Come il bue fiesolano assetato guarda Arno all'ingiù (a l'angúe), e per non potervi bere si lecca i mocci, così costoro fanno con l'uova, che vende la contadina (la trecca), col castrone e col bue del beccaio.
Ma (e qui cresce l'oscurità) perchè non si continui a vivere costà solo di carne salata (per non fare afamar le marmegge: le marmegge sono vermi che nascono sulla carne salata, ed esse affamerebbero se altri mangiasse tutta la carne secca, di cui si parla nel secondo verso del Sonetto), io farò motto a Daniello, il quale forse già legge qualche raccomandazione mandatagli a favore di mio fratello (Faren motto drieto a Daniello, che forse già v'è qualcosa che legge. Non sappiamo chi sia questo Daniello, nè è facile indovinare il significato delle parole: già v'è qualcosa che legge. Abbiamo dato una interpretazione probabile, ma non sicura).
Mangiando poco altro che pane (pane et coltello), abbiamo fatto per la fame visi lunghi come becchi di beccacce (becchi che paion d'accegge), ed appena teniamo gli occhi semiaperti (a sportello).
Dite a quel mio fratello, che intanto venga a godersi l'oca che giovedì avemmo da voi.
Alla fine del gioco poi, messer Bernardo mio, se si va innanzi così, voi comprerete paperi ed oche, e non ne mangerete.
[599] Il prof. Salvadori, cui dobbiamo questo Sonetto, non potè interpetrare nel codice la parola daniello, il che riuscì poi al Tommasini (I, 509-10) la cui lezione perciò accettiamo. E così pure nel quarto verso accettiamo da lui il sì invece di più come lesse il Salvadori.
[600] Notiamo le varianti della lezione Aiazzi (Vedi vol. II, pag. 203, nota 1 di quest'opera). Verso 2 fune: corda. 3 antre fatighe mia ui no: altre miserie mie non vo'. 4 poi che: perchè. e': i. 5 menon: menan. questi: queste. 7 mai fu: fu mai. 8 né lá in: né in. tra: fra. 9 quanto è: come. piú: sì. 10 par proprio: proprio par. 11 tutto: e tutto. 12 si scatena: s'incatena, quell': l'. sferra: disferra. 13 Con batter toppe chiavi, e chiavistelli. 14 Grida un altro che troppo alto è da terra. 15 fa: fe'. 16 è: fu. 17 Cantando sentii dire: per voi s'ora. 18 uadino: vadano, buon'hora: malora. 19 la tua: vostra. voglia: volga. 20 Buon padre, e questi rei lacciuol ne scioglia. Facciamo notare specialmente la variante vadino in buon'ora, invece di vadano in mal'ora, perchè attenua, senza distruggerla, la cattiva impressione prodotta in noi dalla lezione Rosini.
[601] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 34. Il Vettori, anche scrivendo da Roma, seguiva nella data delle sue lettere lo stile fiorentino.
[602] Questo è il Breve cui accenna il Guicciardini nella sua lettera 6 giugno 1525, ed a cui accenniamo noi a pag. 325. Nella seconda edizione lo pubblicammo in fine dei documenti, perchè ne avemmo notizia quando essi erano già stampati. Ci fu comunicato dal Dr. E. Alvisi che lo credeva inedito, e tale lo credemmo anche noi. Il Tommasini (II, 787), dopo averne avuto copia direttamente dall'Archivio Vaticano, s'accorse che era stato già pubblicato dal Balan (Monumenta saeculi XV) con qualche inesattezza e lo ripubblicò più corretto (doc. XXIV, pag. 1150). Lo ripubblichiamo anche noi, perchè ci pare importante. Trovasi nell'Archivio Vaticano: Clementi VII Brevia ad Principes per Sadaletum exarata.
[603] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 45.
[604] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 12.
[605] L'autografo è nei Mss. Magliabechiani II, 3, 432.
[606] Si trovano in un quaderno (o frammento di quaderno) di sedici carte, nell'Archivio di Stato in Firenze. Pubblichiamo, salvo qualche cosa di nessun momento, tutto ciò che è scritto di mano del Machiavelli, indicando in nota, dove sono brani d'altra mano. Questi documenti compiono le pubblicazioni degli scritti militari del Machiavelli, fatte dal Canestrini.
[607] Manca la data del giorno. Qui e nella lettera che segue il Machiavelli deve essere incorso in errore, scrivendo aprile invece di maggio. Ciò vien confermato dalla lettera del primo di giugno, e dalla provvisione pubblicata nelle Opere (P. M.), vol. VI, pag. 360, che istituiva il magistrato dei Cinque Procuratori delle mura, e fu vinta nel Consiglio del Cento il 9 maggio 1526. I Procuratori furono eletti il 19. È possibile che la confusione nelle date sia seguita perchè essi cominciarono, anche prima della elezione definitiva, ad esercitare in qualche modo il loro ufficio. Il Tommasini (II, 848, nota 3) respinge questa ipotesi, perchè dice che il Machiavelli doveva assai bene conoscere la data, il che è vero. Non è ugualmente vero, che perciò l'errore avrebbe dovuto essere non una svista, ma una falsità. Non c'era nessuna ragione al mondo per commettere una falsità. Io mi sono indotto a supporre una svista, non solamente per le ragioni che ho addotte; ma anche perchè, nelle moltissime lettere autografe, d'ufficio, che ho esaminate nell'Archivio fiorentino, ho più di una volta riscontrato simili sviste del Machiavelli. In sostanza erano minute di lettere, che poi venivano copiate in forme definitive, e la svista poteva esser corretta.
[608] Spazio bianco.
[609] Di qui si confermerebbe che la prima e la seconda lettera furono scritte il 24 maggio, e non il 24 aprile.
[610] Questo verso è d'altra mano. Segue un'altra lettera circolare, quasi identica alla precedente, scritta dal Machiavelli, in data del 6 giugno, ed indirizzata ai vicari di Certaldo, Scarperia, San Miniato, San Giovanni e Poppi.
[611] Il principio e la fine di questa lettera sono d'altra mano. Indicheremo in nota la parte che è scritta dal Machiavelli.
[612] Qui comincia la mano del Machiavelli.
[613] Qui, sino alla fine della lettera, cessa la mano del Machiavelli.
[614] I Capitani di Parte Guelfa.
[615] Qui segue, scritta di mano del Machiavelli, una nota di 18 potesterie col rispettivo numero di uomini (50, 60 o 150) da richiedersi ad esse con la circolare che pubblichiamo.
[616] Spazio bianco, che doveva essere riempito nelle varie copie di questa circolare, col numero d'uomini che toccavano a ciascuna delle potesterie, secondo la nota, cui abbiamo più sopra accennato.
[617] Segue, sempre di mano del Machiavelli, una nota di 24 potesterie o vicariati, dove bisognava chiedere marraiuoli e stipa; poi una nota di 31 potesterie, cui doveva essere indirizzata la circolare del 21 gennaio, che diamo qui sotto.
[618] Seguono, sotto la data 26 gennaio, i nomi di tre tavolaccini, cui si doveva dar patente «ad comandare bestie per levare stipa, a fare tagliare stipa etc.»
[619] Qui cessa la mano del Machiavelli. Seguono altre lettere ed ordini simili ai precedenti, non scritti però da lui.
[620] Archivio Bargagli. Questa lettera da me pubblicata nella prima edizione del terzo volume (1882, doc. XVIII), venne poi dall'Alvisi, al pari di qualche altro documento, ripubblicata l'anno seguente nella sua edizione (1883) delle Lettere familiari del Machiavelli. Il Tommasini (II, 386, nota 2) credette invece che io l'avessi presa dall'Alvisi.
[621] Dal già citato copialettere, che trovasi nel R. Archivio di Parma.
[622] Nato nel 1467, s'era dato alla vita ecclesiastica, che abbandonò poi per la politica. Ebbe molte ambascerie, specialmente in Francia, dove, sebbene laico, era adesso nunzio del Papa. I suoi dispacci venivano diretti a Roma, a Firenze, spesso anche al Guicciardini, luogotenente del Papa.
[623] A c. 10-10^t.
[624] Arciduca Ferdinando d'Austria.
[625] Gli ambasciatori d'Inghilterra e di Venezia.
[626] A cc. 16^t-18.
[627] Capino da Capo, gentiluomo mantovano, altro inviato del Papa.
[628] A cc. 121-122^t.
[629] In margine è scritto: Mandato per currieri apposta. Augusti VI
[630] Il Castello di Milano.
[631] Giovanbattista Sanga, mandatario del Papa a Francesco I.
[632] Sembra un nome convenzionale, per alludere a Clemente VII.
[633] In margine è scritto: VI Agosto, come abbiamo più sopra accennato; e deve esser la vera data, giacchè da un'altra nota marginale, in alcune parti poco intelligibile, si capisce chiaro che la lettera fu spedita il VI Agosto.
[634] A cc. 136-137.
[635] In margine: Augusti 13.
[636] Tommaso Wolsey cardinale ed arcivescovo di York, noto in Italia col nome di Eboracense. Nel 1518 ebbe da Leone X le chiese unite di Bath e Wels. CARDELLA, Memorie storiche dei Cardinali, ecc. IV, 10.
[637] A cc. 161^t-162.
[638] In margine è scritto: Augusti XXIII.
[639] Chiuda gli occhi, finga di non vedere nè capire.
[640] Luisa di Savoia, madre di Francesco I.
[641] In margine è scritto: «Andarono alli XXVI, dirette al Marchese di Saluzzo, che le mandassi in campo, a hore X.»
[642] A cc. 185-188.
[643] In margine: Septembris xi.
[644] La Principessa Eleonora d'Austria, sorella dell'Imperatore.
[645] Il capitano Renzo da Ceri.
[646] A cc. 206-206^t.
[647] In margine: Septembris 24.
[648] A c. 213^t.
[649] In margine: Septembris 28.
[650] Fiume Sava, che va nel Danubio.
[651] A cc. 219^t-220.
[652] In margine: Octobris III.
[653] V. pag. 345 e nota 1, in questo volume.
[654] A cc. 220-221^t.
[655] In margine è scritto: Octobris IIII. Portò Pier Porco corriere.
[656] A cc. 237^t-239.
[657] In margine: Octobris 18, tenuta a XX.
[658] L'Acciaiuoli e Messer Paolo d'Arezzo.
[659] Paolo d'Arezzo, mandatario del Papa.
[660] A cc. 204^t-242.
[661] In margine: Octobris 24.
[662] Giovanni de' Medici.
[663] Guido Rangone, altro capitano del Papa.
[664] Carte del Machiavelli, cassetta V, n. 21.
[665] Archivio di Stato in Firenze. X di Balia. Stanziamenti e Condotte dal 1527 al 1529 (Classe XII, Dist. ii, 79) a c. 5^t.
[666] Ivi a c. 74^t.
[667] Il partito dell'elezione di Francesco Tarugi non si conosce, ma verisimilmente dovette essere del tenore stesso di quello preso pel Giannotti; la sua data si rileva dal presente stanziamento di salario. La nuova Signoria, col gonfaloniere Capponi, entrò in ufficio il primo di giugno, ed il Tarugi fu segretario per brevissimo tempo.
[668] MARTIN HOBOHM, Machiavellis Renaissance der Kriegskunst; Berlin, Karl Curtius, 1913. I due volumi hanno anche, ciascuno di essi, un titolo speciale. Il primo: Machiavellis florentinisches Staatsheer; il secondo: Machiavellis Kriegskunst.
[669] Nelle Memorie storiche abbiamo trovato lettere o estratti da lettere di M. A. Niccolini oratore a Milano (1492), di Piero Guicciardini oratore a Milano (1493), dei Commissarî in Pisa (1494), di G. B. Ridolfi oratore a Milano (1495), di Antonio dei Pazzi oratore a Roma (1497), del Becchi oratore a Roma (1496), del Bracci oratore a Roma (1497). Questi estratti si trovano nel principio del volume I; ma continuano poi per tutti i quattro volumi. Alcuni sono autografi del Guicciardini, moltissimi invece copiati d'altra mano.
[670] È nelle Memorie Storiche indicato semplicemente così: Bartol. Gherardo Bartolini Salimbeni era cognato del Guicciardini, cui indirizzò, in forma di lettera, la sua Cronichetta sopra le ultime azioni di Lorenzo de' Medici duca d'Urbino, pubblicata poi nel 1786 dal Padre Ildefonso, nell'Appendice al vol. XXIII delle Delizie degli Eruditi toscani.
[671] Scipio Vegius autore dell'Ephemerides, lavoro che si trova manoscritto nell'Ambrosiana. Nelle Memorie Storiche è indicato semplicemente così: Scipio.
[672] Questo autore, che nelle Memorie Storiche è chiamato El Borgia, deve essere Girolamo Borgia nato in Sirisio di Basilicata, l'anno 1475. Il signor Camillo Minieri Riccio, nelle sue Biografie degli Accademici Alfonsini, detti poi Pontaniani (1442-1543), pubblicate nell'Italia Reale, e più tardi in venti esemplari a parte, lo dice (a pag. 235 e segg.) parente di papa Alessandro VI, intimo di Giovanni Borgia duca di Gandia. Aggiunge che quando questi fu fatto nel 1497 uccidere dal fratello Cesare, Girolamo Borgia dovette fuggire e nascondersi, «per essere a lui palesi tutti i segreti del defunto.» Fu autore di molte opere in verso ed in prosa, fra le quali una Historia Aragonensium, in venti libri, che «rimase manoscritta, ed andò poi perduta. La sola prefazione del libro XIX fu salvata e si conservava da Gio. Vincenzo Meola, come costui lo attesta nella nota XIII, pag. 48 alle lettere di Onorato Fascitelli (Napoli, 1776).» Noi argomentiamo che questo Girolamo Borgia sia l'autore citato dal Guicciardini, perchè non ne conosciamo altri dello stesso nome in quel tempo, e perchè le citazioni e gli estratti che ne abbiamo trovati nelle Memorie, si riferiscono principalmente a fatti seguiti ai Borgia nel Napoletano.
[673] Vedi pagg. 110 e segg. del vol. II di quest'opera.
[674] Vedi la mia prefazione ai Dispacci di A. Giustinian; la recensione che di essi fece G. E. Saltini, con nuovi documenti, nell'Archivio Storico Italiano, terza serie, vol. XXVI, anno 1877: e specialmente quel che dico nelle già citate pagg. 110 e segg. del vol. II di quest'opera.
[675] Debbo qui ringraziare il conte Francesco Guicciardini, che assai gentilmente mi permise di esaminare i manoscritti del suo illustre antenato. E come ho già altrove ringraziato i miei amici prof. Cesare Paoli e cav. A. Gherardi (pur troppo ora defunti), così debbo anche esprimere la mia gratitudine al già Sopraintendente degli Archivi Toscani, C. Guasti, a T. Gar, e B. Cecchetti Sopraintendenti degli Archivi Veneti, tutti successivamente scomparsi.
Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.