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La spedizione di Carlo VIII in Italia (part 1 of 3)

Part 1 of 3 · Sanudo, Marino · Public domain text

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La spedizione di Carlo VIII in Italia

LA SPEDIZIONE DI CARLO VIII IN ITALIA

RACCONTATA DA MARINO SANUTO

E PUBBLICATA PER CURA DI RINALDO FULIN.

(Estratto dall'ARCHIVIO VENETO, Serie I).

VENEZIA TIPOGRAFIA DEL COMMERCIO DI MARCO VISENTINI 1883.

_ALL'ILLUSTRE COMMENDATORE BARTOLAMMEO CAPASSO SOPRINTENDENTE DEI REGI ARCHIVI NAPOLETANI._

Non dovrei aver coraggio di presentarle una edizione, che io stesso riconosco sì difettosa. Ma la bontà che Ella ha per me, e di cui qualche traccia è in questo stesso volume, mi fa sperare che l'accoglierà come segno dell'affettuosa reverenza e della riconoscente amicizia

del suo affezionatissimo

R. FULIN.

Venezia, Agosto 1883.

AI LETTORI

Nel dare al pubblico, riunita in un solo volume, questa cronaca di Marino Sanuto, debbo giustificare la mia fatica da qualche appunto che mi potrebbe esser fatto. Non è già ch'io possa rimproverarmi difetto di diligenza, ma certamente mi duole di non averla potuta riprodurre così esattamente come uscì di man dell'Autore; e ancora più mi dorrebbe, se alcuno potesse credere diminuito il valore della mia pubblicazione da uno dei plagi più insigni, che la storia della nostra letteratura ricordi.

Prima di tutto debbo avvertire, cosa del resto già nota, che finora di questa cronaca si conosce solamente un codice apografo, custodito nella biblioteca nazionale a Parigi (ital., num. 1422, Gaignières, 688). Quel commentario, che il Muratori pubblicò nel volume XXIV del Rerum Italicarum, attribuendolo al nostro Marin Sanuto, dopo i dubbi del Foscarini[1] e le osservazioni del Morelli[2], fu riconosciuto fattura di Girolamo Priuli. E parimente le notizie del Darù[3] e del De Cherrier[4] avevano a sufficienza mostrato che il codice parigino contiene la cronaca sanutiana; la quale, essendo ormai fatta di pubblico diritto, rende palese testimonianza dell'Autor suo. Quel codice, per concessione della Francia, fu dato a trascrivere nel nostro Archivio di Stato. E si conobbe allora che il codice non era autografo, anzi si disse (dico «si disse», perchè all'illustre storico Gregorovius e a me, che ne abbiamo fatto preghiera, non fu conceduto pur di vedere nonchè di esaminare quel codice), si disse adunque che era di pessima mano. Ma le angustie del tempo, giacchè non voglio mettere in dubbio la perizia del copista, non permisero che la trascrizione riuscisse sufficientemente accurata. E così, tra gli errori asseriti del codice parigino e quelli incontrastabili del moderno copista, le difficoltà della lezione son sì frequenti e in qualche luogo sì forti, che in più d'un caso ho disperato di restituire la dizione genuina del testo. L'originale, a malgrado di ogni ricerca, non si è trovato finora; giova sperare che perduto non sia, ma che giaccia in qualche angolo dimenticato di biblioteca o d'archivio. L'edizione che ho procurata renderà certamente più facili le ricerche; e una nuova edizione, collazionata coll'autografo, potrebbe essere degno preambolo alla grande pubblicazione dei Diarii, che riproduce per l'appunto gli autografi.

Premesse queste avvertenze, relative alla correzione del testo, debbo aggiungere qualche osservazione a provare che la fatica mia non fu inutile. Potrebbe indurre questo sospetto il sapere che l'opera del Sanuto fu, ancora nel Cinquecento, sfruttata da uno scrittore plagiario. Io spero, ad ogni modo, che il mio eruditissimo amico Bartolammeo Capasso, il quale mi fece avvertito dell'analogia che corre tra il racconto di Marino Sanuto e quello di Marco Guazzo, vorrà nelle sue Fonti della storia napoletana sostituire il nome del Sanuto a quello del Guazzo[5], giacchè le utili ed importanti notizie, che riguardano la storia napoletana al tempo di Carlo VIII, e che furono o non sapute od omesse dagli altri storici, appartengono alla contemporanea cronaca del Sanuto e non alle storie quasi sincrone del Guazzo. Il nome di questo scrittore non è sconosciuto, ma, a dire la verità, non è in grande stima fra gli scrittori: il Foscarini[6] ed il Zeno[7] l'accennano alla sfuggita; il Tiraboschi lo ricorda ma non lo loda[8]; e se lo Scardeone[9] ed il Vedova[10] ne parlano con qualche calore, è facile trovarne la causa, quando si sappia che il Guazzo ebbe mantovano il padre, veneziana la madre, ma nacque in Padova, e lo Scardeone ed il Vedova lo registrano quindi fra le loro glorie. Molte cose il Guazzo pubblicò in prosa e in verso, fossero sue o d'altri non cerco; ma quanto alle Historie.., ove se contengono la venuta et partita d'Italia di Carlo ottavo re di Francia, esse sono da cima a fondo copiate dalla cronaca di Marino Sanuto; guardandosi il Guazzo dal nominarla, anzi dal fare ad essa la più lontana allusione, nell'atto stesso che ne traduceva letteralmente l'ingenuo dialetto in uno sguaiato italiano[11]. Unica fatica del Guazzo, e questo mi preme che ben si avverta, fu quella di escludere le notizie che gli parvero prive d'opportunità o d'importanza. Ma come il plagio di per sè stesso è gran prova della sua molta impudenza, così le omissioni ci danno chiarissimo indizio del suo scarso criterio.

È noto infatti che Marino Sanuto, nato nel 1466, ed entrato nel Maggior Consiglio innanzi all'età legale, non per favore di sorte ma per opera d'ingegno[12], aveva fin dai prim'anni coltivata assiduamente la storia. E lasciando pure da parte i lavori meno importanti, che non mancano di pregio ma di cui non debbo ora occuparmi, il Sanuto nel 1494, cioè dire a ventott'anni, aveva già scritto la grande cronaca delle Vite dei Dogi. Questa cronaca parve al Muratori degnissima della pubblica luce; e accompagnandola di molte lodi, specialmente per ciò che riguarda gli avvenimenti posteriori al secolo decimo, le diede posto nella grande raccolta degli scrittori delle cose italiane[13]. Eppure il Muratori non ben conosceva quella parte delle Vite dei Dogi che comincia col 1474: ultima parte la quale, abbracciando i tempi di cui il cronista era stato testimonio oculare, è più ricca e più degna di fede, ma sventuratamente è ancora quasi del tutto sconosciuta agli studiosi[14]. Se non che in quest'ultimi vent'anni la storia di Venezia era stata la storia di Venezia e non più; nel 1494 invece accadevano avvenimenti, nei quali si trovava impegnata non la sola Repubblica di Venezia ma tutta intera l'Italia. Sentì bene il Sanuto che l'argomento incomparabilmente cresceva non pure di mole ma d'importanza, e che descrivere i nuovi fatti non era più còmpito del cronista d'una città per quanto grande e famosa, ma dello storico che imprendesse a raccontar le vicende della gran patria italiana. Interrotta adunque la cronaca, volle dettare una storia. Vero è che se egli aveva la sincerità e l'imparzialità, non aveva le altre virtù dello storico. Egli era sempre un cronista: un cronista infaticabile, un cronista giudizioso, un cronista sincero, ma nulla più che un cronista; onde noi lo vediamo interrompere subitamente la cronaca e tentare la storia, ma poi, trascinato dalla sua indole, a cui per sua e nostra buona ventura non fece ostacolo, discendere dalle vietate altezze all'utile benchè modesta fatica dei Diarii, i quali riusciron infine quel monumento meraviglioso che tutti sanno. Nella vita letteraria di Marino Sanuto, la Spedizione di Carlo VIII segna perciò il passaggio della cronaca ai Diarii. Fu, come oggi direbbero, un insuccesso; ch'ebbe peraltro l'inestimabile conseguenza di condurre, quasi insensibilmente, l'operoso cronista al vero suo posto. Laonde, chi s'arrestasse alla forma, dovrebbe dire che la Spedizione di Carlo VIII è la più difettosa composizione che ci abbia lasciato l'infaticabile uomo. Imperciocchè in sul principio, rapidamente tracciando a luogo a luogo la storia dei regni o delle repubbliche di cui gli accade discorrere, egli cerca nelle vicende del passato le cause degli avvenimenti contemporanei; ed aggruppando ed intrecciando come meglio parevagli le notizie, si sforza di dare unità, chiarezza e rapidità al suo racconto; ma, trascinato dall'indole e dalle consuetudini sue, ad ora ad ora s'arresta a descrivere una ceremonia o una festa; interrompe il racconto con citazioni distese di documenti pubblici e di lettere private; anzi talvolta dimentica il suo argomento per lasciar posto ad enumerazioni prolisse e non necessarie, come, per esempio, sarebbe la lista dei cardinali viventi nel 1494; finchè, avendo a prova riconosciuto che mentre la storia si fa non è possibile scriverla, si risolve di notare giorno per giorno gli avvenimenti, riserbandosi a raccontarli più tardi giusta i precetti dell'arte. Tanto egli andava ripetendo a sè stesso molti anni dopo: «quello seguirà per giornata.... ne farò mentione giorno per giorno, perchè poi si metterà ne la ordita et ben tessuta mia historia»[15], la quale, a giudizio suo, non doveva oltrepassare i quattro volumi[16].

Queste osservazioni ci spiegano le disuguaglianze che troviamo nel racconto della spedizione di Carlo VIII lasciatoci da Marino Sanuto, e ci dimostrano ad evidenza l'insigne plagio del Guazzo. L'orditura delle Historie di costui è la medesima del Sanuto: lo stesso principio, lo stesso mezzo, lo stesso fine; anzi, nel corso dell'opera, le stesse digressioni, gli stessi documenti, le stesse liste, perfin la lista già ricordata dei cardinali viventi nel 1494. Solamente allorchè s'accorse che, trascrivendo intieramente il Sanuto, oltrepassava quei limiti che forse i rispetti commerciali gli suggerivano, tentò di abbreviarlo. E cominciò dall'escludere i documenti, dell'importanza dei quali non si accorgeva; onde, p. e., nel solo mese di Ottobre 1495, egli omise nella sua copia una lettera di Francesco Bernardino Visconti al duca di Milano (pag. 626), una di Piero de' Medici ad Antonio Spannocchi (pag. 648), una di Antonio Grimani, capitano generale della Repubblica, all'ambasciatore veneto a Roma (pag. 635), una di Girolamo Contarini, provveditore in armata, alla Signoria[17], due di re Ferdinando II ai suoi oratori a Roma e a Venezia (pag. 637-641), e, non che altro, il trattato della pace conclusa a dì 10 Ottobre fra Carlo VIII e Lodovico il Moro[18], capitalissimo fatto, s'altro ve ne fu mai in questa guerra, e fecondissimo di conseguenze, ma sul quale il Guazzo sorvola (c. 227), senza nemmeno avvertire le circostanze che ne accompagnarono la pubblicazione[19]. Ora l'omissione dei documenti, che il Sanuto conservò e che rendono così importanti i suoi libri, potrebbe mostrarci da sola che le Historie del Guazzo non sono che una imperfetta, manchevole e affatto insufficiente riproduzione della cronaca sanutiana.

E tanto più se si avverta che, ad abbreviar la fatica della sua copia, credette il Guazzo di escludere addirittura quanto il Sanuto ricorda avvenuto in questo tempo a Venezia. Imperciocchè se si trattasse di avvenimenti affatto stranieri all'argomento del libro, le omissioni del Guazzo potrebbero stimarsi degne di lode; ma esse dimostrano invece che al Guazzo mancava del tutto quel senso istorico, che nel nostro Sanuto era si vivo e sì perspicace. Ne recherò qualche esempio. Noi sappiam bene che la politica era a Venezia maneggiata esclusivamente dall'aristocrazia; ma c'inganneremmo a partito se noi credessimo altresì che il popolo di Venezia fosse straniero o indifferente al contegno politico dell'aristocrazia dominante. Il Sanuto ci rappresenta più volte la piazza di S. Marco gremita, durante questa guerra, di popolo, e ci racconta che «tutti, quando era Pregadi suso, mormorava» (pag. 460). Era molto naturale che il popolo di Venezia seguisse con ansietà l'andamento delle pubbliche cose, giacchè la guerra rendeva necessari nuovi sacrifizi ogni giorno, e «la Terra era quasi suspesa et in magnum quid» (pag. 435). Eppure questo popolo dava di sè agli stranieri uno spettacolo meraviglioso, offerendo spontaneamente alla patria le sue fortune. Il sig. d'Argenton, che in quel tempo era ambasciatore di Carlo VIII a Venezia, si recò un giorno alla Camera degli imprestiti «per veder el modo se pagava et scodeva. Et visto in quel zorno gran moltitudine de brigata che portava danari, adeo el cassier non poteva suplir de scuoder, ste' molto admirato, che in li altri luogi si stenta assa' avanti che si possa haver una minima quantità, et qui scodevano tanti danari portati da' cittadini nostri voluntarie (pag. 269);... sì che per questo», conchiude trionfalmente il cronista, «si puol conjecturar la magnanimità de Venetia» (pag. 435). Vero è che il Governo non lasciava da parte sua di svegliare le passioni generose del popolo, e colle pubbliche preghiere (pag. 453) e colle pubbliche pompe, fra cui dev'essere ricordata la processione solenne, la quale attirò sulla piazza quasi settantamila persone, e fu condotta con sì pittoresca magnificenza che non ce ne potremmo fare un'idea senza la descrizione minuta che ne ha lasciato il cronista (pag. 299 e segg.). Alimentavasi così l'entusiasmo del popolo, il quale prorompeva talvolta in parole ed in atti che dispiacevano forte all'ambasciatore francese. Questi ne porse anzi querela alla Signoria, ma il «sapientissimo principe» gli rispose: «Non vi meravigliate; in questa terra nostra il popolo è libero e liberamente parlano, et hanno gran ragione» (pag. 309). Nè fu questa l'unica volta che il sig. di Commines dovesse uscire mortificato dalle stanze della Signoria. Fervevano in Venezia le pratiche, riuscite finalmente alla lega del 1495. L'ambasciatore francese sentiva apparecchiarsi qualche gran fatto, nè sapea quale; onde, pien di sospetto, recossi al Collegio per averne schiarimenti e notizie. Il principe, dice il Sanuto, «rispose sapientissimamente, secondo il solito»; sì che, badate alla conseguenza, «sì che, senza saper altro, Arzenton tornò a casa» (pag. 271). Ma venne il giorno nel quale il Doge annunziò al non abbastanza destro francese, che la lega era già stata conchiusa. Mi sembra prezzo dell'opera riferire come l'Argenton accogliesse l'inaspettata notizia, tanto più che il Guazzo credette bene di omettere questi particolari che il Nostro avea registrati[20]. L'Argenton adunque soggiunse: «Serenissimo principe, io mel suspettava di questo za gran zorni, ma mai lo criti (credetti) dovesse essere... Et ditto oratore molto maninconico tolse licentia, et vene zo per la scala senza saludar niuno, smorto assa'. Et come fo a piedi di la prima scala di l'audientia, ritornò suso a la porta dil Collegio, et fece chiamar Gasparo da la Vedoa, secretario nostro de' primi, et li disse: Replicate un poco quello ha ditto el Prencipe; come andato fuor di fantasia. Et cussì iterum li disse la sustantia di questa naratione. Et poi ritornò in barca per andar a San Zorzi[21], butando la bareta in terra, facendo segni de haver gran maninconia: la qual cossa fo mal fatta, nè seppe fenzer, come si suol far. Ma, judicio meo, questo processe non tanto per el Roy quanto per lui; perchè è da judicar scrivesse, che mai de qui non se concluderia tal liga, per le operatione sue faceva. Perchè lui dimandava a li oratori de Milano: Sarà el vostro duca in questa? Et loro li rispondevano: Non crediate mai, monsignor. Et fevano come li savii fanno nel governo de' Stadi, che dimostra a li nemici voler far una cossa, poi ne fanno un'altra. Or ditto Arzenton molto se lamentava dil sig. Ludovico, dicendo che se lui non era stato, mai el Roy non passava in Italia, et che lo haveva tradito[22]. Et di tanto fastidio si buttò al letto, et la collera li mosse, et have alquanto di fastidio, benchè li fusse mandato medici per la Signoria, quali concluseno non sarebbe mal niuno, ma era alquanto contaminato; come cussì fo», (pag. 285 e seg.).

Questa scena, che pare a me così viva, parve insignificante al Guazzo, il quale per conseguenza la omise con tutte l'altre particolarità che ho ricordato poc'anzi, e con quelle assai più che dovrei citare se non si trattasse qui che d'un cenno. Non posso peraltro non avvertire, che le omissioni poco ponderate del Guazzo avrebbero privato gli studiosi di una quantità di notizie, minuziose, se vuolsi, ma che potevano riuscire a più d'uno singolarmente care e preziose. Tale, per esempio, sarebbe la notizia relativa al vicentino Basilio della Scola. Di quest'uomo, che rimase più di tre secoli sconosciuto quantunque fosse uno dei più grandi ingegneri del Cinquecento, il padre Alberto Guglielmotti fu il primo a raccogliere, nella sua storia della Guerra dei pirati, quante più notizie potè; e, giovandosi della cortese amicizia della famiglia Scola, la quale vive ancora in Vicenza, molte ne trasse dai Diarii, allora inediti, del Sanuto. Ma la cronaca della spedizione di Carlo VIII l'avrebbe messo in sulla via di scoprire una particolarità, che nella vita di Basilio è molto importante. Imperciocchè l'ingegnere vicentino non abbandonò la patria soltanto «per seguire la milizia nelle guerre di quel tempo», come dice il Guglielmotti[23], ma perchè ne era «bandito»[24]. Per qual motivo fosse bandito, non dice in questo libro il cronista; ma bastava il suo cenno per indurre lo storico ad altre indagini[25]. Assai più spesso le notizie del Sanuto completano gl'imperfetti ragguagli che si raccolgono altronde. Il compianto Camillo Minieri Riccio, parlando delle opere d'arte di Castel Nuovo, ricorda le famose porte di bronzo lavorate da Guglielmo Monaco, «che vi ritrasse la congiura dei baroni». E, a proposito di quelle porte, aggiunge «una preziosa notizia», che il cav. Angelo Angelucci, direttore del Museo d'artiglieria di Torino, trasse dall'archivio Gonzaga di Mantova. È una lettera del 16 Aprile 1495 da Napoli a Francesco Gonzaga, nella quale si dice: «Vostra Signoria de sapere che la M.tà del S. Re Ferante havea facto fare al castello novo dui porte de bronzo istoriate e questui (Carlo VIII) li ha facte tore et guastare et charichare per condure via donde ogneuno ne sta suspesso...». Oggi, soggiungeva il Minieri Riccio, «le porte stando al loro posto, è da credersi che per la precipitosa partenza dal Regno di re Carlo furono dimenticate, e quindi furono rimesse al ritorno di re Ferrante II»[26]. Il fatto non era sconosciuto al Sanuto, il quale aveva detto che Carlo VIII «fece levar le porte di Castelnovo, che era di bronzo, bellissime, et voleva farle cargar su dite galeaze[27], per mandarle in Franza, et metterle a Paris, a ciò se vedesse queste spoglie ivi a eterna memoria» (pag. 314). Ma questa notizia, poco poi confermata dagli oratori veneziani (pag. 340), è resa compiuta dalle particolarità relative alla battaglia di Rapallo (13 Luglio), dove l'armata genovese sconfisse quella di Francia. Di fatti qui, tra il bottino, erano «le porte enee di Castelnuovo di Napoli» (pag. 510), le quali per conseguenza non erano state dimenticate, ma furono restituite a Napoli dall'armi di Genova[28].

Da queste osservazioni si vede che, pure raccontando l'impresa di Carlo VIII, il Sanuto, come nei suoi libri soleva sempre, raccolse notizie da ogni parte e d'ogni natura; onde la spedizione francese non deve stimarsi manco preziosa di tutte l'altre opere sue, nelle quali gli studiosi riconobbero una inesausta miniera che di raro ricercasi inutilmente. Ora il Guazzo, colle improvvide omissioni, non solamente privò la scrittura sanutiana di questo suo pregio caratteristico, ma talvolta, sopprimendo poche parole, anzi una sola, riuscì a travisare la fisonomia dell'autore o il senso del suo racconto. Anche qui darò qualche esempio. Parlando del privilegio, attribuito ai re di Francia, di guarir dalle scrofole, dice il Guazzo, copiando, che Carlo VIII «quivi in Italia molti di quel male, segnando, fece liberi» (c. 104 t.º). Ma il Sanuto aveva detto: «qui in Italia molti del mal preditto, segnando, varite, ut dicitur» (pag. 245). Il Guazzo omise questa riserva, non accorgendosi dell'ironia di quel dicitur. Parimenti, descrivendo la cerimonia dell'investitura del Moro, dice il Guazzo, copiando, che Lodovico aveva un corteggio di quattrocento persone, «fra molte voci che Duca! Duca! gridavano» (c. 141 t.º); mentre il Sanuto aveva detto: «cridando i soi servitori: Duca! Duca! ma pochi del popolo» (p. 159). Anche qui il Guazzo omise l'ultima frase, che dà una diversa significazione al racconto. Insomma il Guazzo copiò, ma copiò male il suo testo; e quando non omise del tutto le descrizioni, come quella di Napoli, che uno dei più eminenti eruditi napoletani, l'illustre Bartolameo Capasso, dice piena di particolari «che sono taciuti dai nostri cronisti ed ignorati dai patrii scrittori» (pag. 237 in nota), ne soppresse senza discrezione veruna i tratti più significativi. Basti l'entrata di Carlo VIII a Firenze, nella quale egli passa sotto silenzio la circostanza ricordata dal Nostro, che, «subito zonto, el Re dimandò di le medaie, cammei et porzellane di Piero (de' Medici), che erano cose di grande estimatione, però che Lorenzo suo padre (il Magnifico) molto si deletava; ma perchè erano stà strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè haver» (pag. 136).

So che il plagiario avrebbe potuto conservare alla cronaca sanutiana la sua integrità sostanziale, quand'anche ne avesse escluso i particolari che intimamente non si connettono al filo della narrazione. Ma ho voluto accennare soltanto ad alcuni di questi particolari, perchè se fossi entrato nel vivo dell'argomento, avrei dovuto analizzar tutto il libro. Ormai la cronaca sanutiana è stampata come le Historie del Guazzo; le confronti chi ne ha la pazienza. Basti perciò che sull'andamento generale di tutta l'impresa, ma specialmente nell'esposizione delle trattative riuscite alla lega del 1495, nella descrizione della battaglia di Fornovo[29], e nella storia dei maneggi che precedettero la pace tra Carlo VIII ed il Moro, il Sanuto ci diede uno straordinario numero di ragguagli che il Guazzo omise, ma che avrebbero dovuto parergli, come sono di fatti, caratteristici, importanti, essenziali a farci conoscere pienamente gli uomini e i fatti. Conchiuderò adunque dicendo che un superficiale confronto delle Historie del Guazzo e della cronaca del Sanuto dimostra il plagio anche ai ciechi; ma che un esame più attento dimostra pure che il plagio è riuscito così imperfetto da lasciarne tutta la vergogna all'autore, senza togliere alla cronaca sanutiana la novità e l'importanza che gli studiosi vi hanno riconosciuto[30].

R. FULIN.

AUGUSTINO BARBADICO VENETORUM PRINCIPI INVICTISSIMO MARINUS SANUTUS LEONARDI FILIUS PATRICIUS TUUS VENETUS SE PLURIMUM COMMENDAT ET OPTAT REIPUBLICAE FELICITATEM.

Havendo non con piccola fatica reduto in fine, Serenissimo et Excellentissimo Principe, l'opera già divulgata degna et di farne extimatione di la venuta di Carlo re di Franza in Italia et successo de tempi fino l'hodierno giorno, et compita, deliberai dedicarla a Tua Serenità, sì per esser capo di la Republica et benemerito, quam perchè sia eterna memoria che sotto Tua Sublimità sia seguito in brevissimo tempo cose in tanto volume descritte. Et non senza summa laude di quella vi si puol scrivere alcuna cosa, per li modi tenuti, per le cotidiane fatiche, sapientissimi consegli, frequenti consultationi, non parcendo alla età septuagenaria, alla complexione nobilissima, alla degnità ducal, ne la qual cercar si doverebbe di conservarsi longamente, ma con ogni diligentia voluto esservi a tutti consegli del Senato, primo a intrare et ultimo a ussire, antivedendo a molte cose per le quale è seguito la grande gloria a questo illustrissimo Stato, et ben è nominata Tua Excellentia da quel divo Augusto Cesare, al quale se attribuisse fusse il primo huomo ne molti secoli. Adonque la città nostra veneta sempre di Augustino Barbadico sarà memore: conciosia che è intervenuto più ardue et importante materie sotto il Tuo ducato, che sotto niuno altro principe che sia stato, però che ho voluto veder li annali et croniche, et etiam qual cosa col parvulo ingegno mio ho descritto, ch'è la Vita di Doxi ab urbe condita fino a Tua Sublimità, la qual con tempo, Domino concedente, si darà fuora. Perchè in questo tempo non solamente vi si combatteva di uno Stato[31], ma, ut ita dicam, tutta Italia vi andava in preda, et si sottoponeva a gente gallica, la qual, secundo l'antiche hystorie, mai hanno potuto longamente dominar in quella, nè mantenir alcuno Stato acquistato da loro, ma sempre sono stà scacciati vituperosamente. Perchè havendo l'eterno Iddio posto le Alpe per termene, che barbari e tal generatione fusseno divise dalla italica gente, la qual parte de Italia secondo cosmographi et scriptori de siti è la più bella parte di la terra habitabile, et più fructifera, licet poca vi sia, cussì mai non li ha lassato Iddio molto in questa parte prosperare: cominciando da Brenno, el qual, come scrive Giustino, venuto in Italia fece molte cose, et Roma brusò, demum da Camillo romano fu scacciato de Italia; et cussì in varii tempi leggendo le hystorie si trova Galli esser stà sempre scacciati, et simile altre generatione barbare venute più volte per quella subjugare, zoè Hunni, Gothi, Ostrogothi, Longobardi, Ungari et altre gente lontane, che per non tediare Tua Sublime Signoria, qui pretermetterò dover narrarle. Quanto aduncha questa Italia e tutti li potentati siano obligati, da poi quello dal qual procede il tutto, a questa inclita Republica, per le cose successe, per mi verissime qui descritte, si vederà, per haver scacciato quello che sotto specie di andar contra infideli voleva depredarla. Quanto re Ferando di Napoli deve adorare il tuo nome come rappresentante del Senato, per esser con le tue forze et sapientissimo governo ritornato nel regno, el qual di voluntà havea lassiato, et parte di quello recuperato et va per giornata recuperando; sed de his hactenus. Concludendo vi si puol dire di Venetia: Dum mare delphinos, dum caeli clara tenebunt sydera; dum gratas tellus dabit humida fruges; dum genus humanum sua deget saecula terris, splendor erit toto Venetum celeberrimus aevo. In questa opera aduncha leggendo si vederà, invictissimo Principe, tutto il successo, giorno per giorno, da poi la partita di Carlo re di Franza fino alla sua ritornata, et non solum quello Sua Majestà seguiva, ma etiam quello in diverse parte de Italia uno et eodem tempore si faceva, cosa non senza grande fatica et continua sollicitudine investigata. Et sopra tutto la verità, perchè questo è potissimo in historia; come etiam feci de la Ferrarese guerra, intitolata al Serenissimo Johanne Mocenico antecessor Tuo, sotto dil qual ducato la fue, ne la qual etiam Tua Excellentia è nominata, per quello che tunc in diverse legationi si adoperò. Or in questa ho tenuto un modo assà chiaro per non confondere li lectori di tempi. Et ancora, Principe Serenissimo, quando da le fatiche publiche harai alquanto di ocio, leggendola, son certo troverai cose degne di memoria et varie, et fortasse a molti incognite, che sarà di summo contento a Tua Sublimità, et a questo mio gloriosissimo Senato, et molto gratissima a quelli leggeranno et hanno piacer de historie, et sapere li facti in Italia seguiti, opera di grande utilità, maxime a quelli che partengon salire al governo publico. Et benchè ne sia molti che tal gallica historia habbi descripto sì in latino, come Marco Antonio Sabellico, huomo litteratissimo et veterano in tal cose, et altri nel sermon materno; et questi o con più alto stile o con nova forma haranno formato loro scritture: ma io non curando di altro che di la verità, ho fatto questa, vulgari sermone, acciò tutti, dotti et indotti, la possino leggere et intendere, perchè molto meglio è faticarsi per l'università che per rari et pochi. I quali, ancora che buona fusse, son certissimo si latina l'havessi descripta, mi harebbeno biasemato; et ben che si havesse potuto respondere quello che alli detractori di questa li dico per mia excusatione: mala sunt, sed tu non meliora facis, secondo il ditto di Marciale poeta. Adoncha con jocunda faza receverai il piccol dono dil patricio tuo, el qual, tal qual è, lo dono, dedico et mando a Tua Sublimità, alla qual quanto più posso iterum atque iterum me commendo. Vale, valeatque Excelsitudo Tua, ut opto.

Ex urbe veneta, in aedibus habitationis, anno MCCCCLXXXXV ultimo Decembris.

ADSIT OMNIPOTENS DEUS.

MARINI SANUTI LEONARDI FILII PATRICII VENETI DE ADVENTU CAROLI REGIS FRANCORUM IN ITALIAM ADVERSUS REGEM NEAPOLITANUM, ANNO DOMINI MCCCCLXXXXIIIJ, REGNANTE ALEXANDRO SEXTO PONTIFICE MAXIMO ET AUGUSTINO BARBADICO VENETORUM DUCE. INCIPIT LIBER PRIMUS.

Carlo octavo re di Franza, da poi la morte di re Ludovico suo padre, successe nel regno, di età di anni XV, et fo incoronado a Paris ne la chiesia de Sancto Dionysio, secondo il consueto regio, ne l'anno di Cristo 1483[32]. Questo, vivente patre, stette scoso in una città ne la Franza, chiamata Ambosa (Amboise), per molti anni; adeo si credeva el re Ludovico non havesse figlioli: et questo fece il padre per dubio che li baroni non el sublevasse contra di lui, come fu facto di esso Ludovico contra Carlo septimo suo padre. Et fu maridato in la fiola de Maximiliano, figlio di Federico terzo imperatore, nunc Re di Romani et successore electo de li sette electori elemani a l'imperio: nata di la duchessa di Borgogna, et per consequente sorella di l'archiduca Philippo, che adhuc in Borgogna regna, chiamata Margarita. La qual donna, non essendo in età perfetta, expetando il tempo dil futuro sponsalicio in la città preditta di Ambosa, sette anni vi stette[33]. Ma esso re Carlo, cupido di augumentar el regno, essendo morto in quello tempo el duca Francesco di Bertagna senza figlioli mascoli, et non era rimasto di lui se non una figlia unica, la qual quello ducato governava, era promessa in moglie a Maximiliano sopranominato, con grande exercito vi andò, et aquistato quel regno del 1490, in l'ultima terra di detto ducato chiamata Rennes[34] trovò ditta madama Anna fia dil duca preditto, et quella volse per moglie, benchè fusse con re Maximiliano promessa come ho ditto, repudiando ex consequenti la fiola di esso Maximiliano, che per esser sua moglie lì nella Franza dimorava. Et mandoe do ambasciatori a Roma a Innocentio octavo pontefice, i quali fue l'abbate di Santo Dionysio al presente Cardinal, et l'abbate di Santo Antonio di Vienna per cagion di spensare e l'una e l'altra promessa[35]. Et celebrate le nozze a Turs[36] ne la Franza, li fo mandati per diversi potentati oratori a congratularse sì de tal felice matrimonio, quam dil paese acquistato di novo. Unde per Vinitiani vi andoe Zaccaria Contarini et Francesco Capello cavalier, i quali ambedoi fonno di militia da esso cristianissimo Re adornati ne l'anno di Cristo 1491[37]. Et volendo mandar la fia di Maximiliano a uno de primi suoi baroni di caxa regia, lei minime volse, nè il padre mai consentì, al qual honorifice, ut decebat, fo rimandata. Et poi con ditto Maximiliano venne gran discordia per tal repudiatione, et toltoli la moglie, pur a la fine, interposti ambasciatori, maxime per il re di Franza el principe di Oringia (Orange), el qual era prima nimicissimo de la casa di Franza et a l'acquisto di Bertagna molto danizoe esso Re, ma poi fu causa di far le nozze sopraditte et etiam di pacifichar fra questi do re le cosse, come di sotto al loco suo tutto sarà descripto, Deo concedente. Oltra di questo, negando di dar al re de Ingilterra el tributo assueto, Englesi non volendo tollerar, el re Henrico che al prexente quella isola domina, armate nave cento a Dobla (Dover), in persona, con non poco exercito di persone, zerca vinticinque milia, et fo ne l'anno 1492 dil mexe di Ottubrio, et dismontati a Cales, ch'è una terra mia trenta vicina a l'isola predicta, et messe campo a una terra chiamata Bologna di esso re di Franza, lontana da Cales zerca mia XVIII, et quella strense. Et venuto exercito franzese, ne fo morti di l'una et l'altra parte assà zente, tamen poi sono pacificadi, et Carlo re promesse dar annuatim scudi sessantamilia, sì come re Edovardo havea[38]: et cussì etiam queste cosse fo conze. Ancora questo Carlo re havendo inimicitia con Ferdinando re di Spagna, el qual in quelli tempi havea da la setta maumecthana de Mori acquistato (non senza grande fatica) el reame tutto di Granata, et ne l'anno 1492 a do di Zenaro intrato ne la città di Granata, et scacciato (Abu Abdallah)[39] lhoro re, et reduto sotto la pristina fede cristiana el suo dominio, che da più de 680 anni Mori lo havea posseduto: et questa inimicitia venne con detto re di Franza (e) questo, perchè esso Re di Spagna tentava di recuperar el contado di Rossiglion et Serdania (Cerdagna), quali altre fiate per don Johanne re di Ragona suo padre fonno impegnati et dati al re Ludovico di Franza, padre di Carlo predicto, sì per danari habuti quam per zente et presidio che li prestoe, quando la Cathelogna si ribelloe, per caxon di recuperarla. Ma, mandati ambasciatori citra ultraque parte, feceno pace perpetua, et libere Carlo re dette et assignoe a Ferdinando preditto la città di Elna (Elne) et Perpignano, con el resto de ditti contadi soprascritti, et feceno accordo tra loro, acciò dil reame di Napoli non se impedisca, et la publicatione di la paxe quivi è posta, acciò il tutto chiaramente intender se possa.

Bando fatto ne la città di Barzellona adi 16 Settembrio[40] 1493 in presentia di uno secretario dil re di Franza et di tre homeni d'arme franzesi, del qual bando el ditto secretario ne ha fatto atto publico lì in Barzellona.

Hora aldì (udite) generalmente che ve fanno a sapere per parte de la Maestà del signor re don Ferando et donna Ysabetha per la gratia de Dio re e regina di Castiglia, de Aragona, de Lione, de Cicilia, de Granata, de Toledo, de Valentia, de Gallicia, de Maiorica, de Sibilia, de Cordovia, de Murcia, de Giaen, de Algarve, de Algezira, de Gibeltar, de le isole de Canaria, conte de Barzellona, signor de Biscaia e de Molina, duca de Athenes et Nichopatria (Neopatria), conte di Rossiglion e Serdania, marchese di Erystain (Oristano) e conte di Gociano, che sono state fatte e promesse e iurate vere alianze e confederatione perpetue infra li ditti re e regina et lo illustrissimo signor don Johan principe de le Esturie e de Girona et cet., figliolo primogenito et legiptimo successore de le sopraditte Maestà, et in li loro regni et terre et de loro successori da una parte, et da l'altra lo cristianissimo signor don Carlos per la gratia di Dio re di Franza, et per lo illustrissimo signor don Carlos principe et delphin de Vienna figliolo legittimo del cristianissimo Re, in lo reame di Franza, terre e signorie di quello et de loro successori da l'altra parte, in questa maniera che hora e perpetualmente le sopraditte Maestà sono e saranno per loro e per li loro sopradetti successori et per li loro reami, terre et signorie, boni fradelli e amici, aliati e confederati, amico de l'amico e nemico de l'inimico enverso de tutti e contro tutti, senza reservatione de persone alcune, de qual se voglia condition o dignità o stato che siano, salvo la Santità del Nostro Signor el Papa. Et altramente, come più stensamente è commemorato ne li articoli e capitoli de le alianze e confederatione promesse fatte e iurate infra le ditte Maestà e per la sopraditta causa, per parte de le sopraditte Maestà se notifica a ogni homo generalmente de qual se vuol conditione e stato che siano de li loro regni e signorie, che liberamente habino a conversar, negociar et contractar con ogni segurità tutti li subditi del cristianissimo re di Franza, vegnando e andando ne li regni et terre de loro Maestà, e cussì per converso li subditi nostri ne le terre e regni dil cristianissimo re di Franza, cussì come si tutto fusse una signoria unita, come per le ditte alianze e confederatione si ha ordinato e facto et jurato.

Et havendo cussì placato le cose de Spagna et de Ingilterra, prima obtenuta la Bertagna, et tasentate le discordie con Maximiliano re di Romani, essendo il regno suo pacifico, volendo imitar le vestigie de soi progenitori cristianissimi chiamati Caroli, però che septe vi fue, maxime di Carlo figlio di Pipino re di Franza et imperatore romano, la cui fama è grandissima, et non immerito fu chiamato Magno; mosso etiam (come diceva) da zelo di la fede, per discacciar Turchi del suo dominio et recuperar la Terra Santa, da Mori tenuta za gran tempo; et visto molte prophetie che chiaro parla come lui doveva far molte cose, le qual per non essere al proposito qui pretermetterò di scriverle; mosse l'animo et fece qualche pensier di venir con grande exercito in Italia, et primo acquistar il reame di Napoli a lui, dicendo, jure hereditario dovea pervenir, la cui historia di sotto sarà scripta, et instigato, immo cotidie sollicitato dal principe di Salerno, uno de' primi baroni dil reame di Napoli sopraditto, el qual fuggite lì in Franza quando Ferdinando re di Napoli discazoe li baroni dil suo reame, i quali insieme si haveano accordato contra di lui, zoè: el gran siniscalco principe d'Ariano, conte di Capazo, principe di Bisignano, principe d'Altemura, marchese di Bitonto, esso principe di Salerno et il conte di Montoro con molti altri, et assà numero di baroni et quelli di l'Aquila, dove fu molta guerra in ditto reame, aiutandoli maxime Innocentio octavo pontifice, el qual assoldoe per capitano de la Chiesa el signor Ruberto di San Severino, tunc temporis uno de primi de Italia in arte militari, et questo andato con gente in reame, dove li venne a l'incontro Alphonso duca di Calavria, che al prexente di Napoli è re[41], fino appresso Roma, et fonno a le mani et durò la battaglia fino la sera: tamen niuno di loro fonno vincitori. Ma li baroni, cussì come da prima erano uniti, cussì poi tra loro hebbeno varie opinioni. Alcuni volevano darsi a la Chiesia Romana, altri a la Signoria di Venetia, altri chiamar Turchi in Italia in suo soccorso, et altri volevano sublevar nel regno Renato duca di Loreno disceso di la caxa de Anzò, che fu nepote di Renato, che za fu Re di la Puja, a cui dicevano ditto reame dover expectare. Ma dapoi molte cede (uccisioni?), pacificato el Pontifice con esso re Ferdinando, con conditione dovesse etiam far paxe con soi baroni e perdonarli le offexe, al qual iureriano fedeltà et omaggio. Unde per questo li baroni preditti sub fide regia andono a Napoli a inchinarsi et dimandar perdono: et venuti, parte in castello de comandamento regio fonno retenuti, parte morti, altri in carcere serrati. Ma questo sapientissimo principe di Salerno, accorgendosi di quello li saria intervenuto, fuggite di Napoli, et di mano di Ferdinando, incognito, con grandissima arte, scampoe dil reame. Et gionto a Roma, d'indi partito, venne a Venecia, demum capitoe in Franza, et fu ne l'anno di Cristo 1486, dove da quello Carlo re et quelli governava quel regno fu benigne et honorifice ricevuto, datoli provvisione et zente, nella impresa di Bertagna fu operato, et valorosamente si portoe. Questo principe insieme con altri baroni subito gionti terminono di metter ogni loro inzegno ad exortar esso Re, e la sua corte et gran parlamento, che volesseno far le vendette de ditti baroni. Questo perchè sotto la fede dil Pontifice, di esso Re di Franza et Senato Veneto, quelli andono a Napoli et messeno gioso le arme, unde mal capitono. Benchè Innocentio pontifice, non volendo patir tal ingiuria, comenzò quasi di novo a far guerra con Ferdinando, et etiam exortoe Venitiani a non patir questo, i quali vi mandoe ambasciatore a Napoli Marco Antonio Morosini, cavalier splendidissimo, acciò vedesse di conzar le cosse[42]. Et già li baroni ritenuti erano stati morti, non vi essendo rimedio, in fine col Pontifice et Re pacificono le cosse. Ma pur esso principe di Salerno non restava di sollecitar in Franza che il Re venir dovesse in Italia, et acquistar ditto reame, mostrando chiaro che alla sua corona perveniva, benchè poco era da quelli baroni primarii gallici audito. Et acciò meglio s'intendi è necessario di scriver il modo che ditto reame è pervenuto alla caxa di Aragona. Questo reame di Napoli o vero di la Puja, alias dominado per re Ladislao che fu figlio di Carlo, el qual Carlo fu chiamato di Ungaria ne l'anno 1380 da Urbano pontefice contra la raina Zuana vecchia, la qual favoriva Clemente suo adversario nel papato, et haveva adoptato per proprio figlio et successore nel regno Ludovico duca di Angioia figliolo dil re di Franza, et per queste cagioni chiamò ditto Carlo, el qual venne con ottomilia cavalli et intrato in reame prese la ditta regina et quella uccise, et superoe li principi. Et l'anno sequente che l'hebbe acquistato, essendo morto Ludovico re di Ungaria senza figlioli, de volontà de tutti quelli principi fu chiamato in Ungaria, et di quel regno incoronato ancora Re, benchè poi per ordinatione di la Regina di Ungaria fusse advelenato et morì. Adoncha successe nel regno di Puglia ditto Ladislao, et regnò anni ventinove. El qual venuto in etade acquistò ancora il regno di Ungaria, benchè per sospetto di non lo poter mantenere poi lo vendesse, et con quella pecunia si conservò el regno di Puglia, et diventò prudentissimo, magnanimo et ne le arme expertissimo. Et dapoi la morte de Gioan Galeazzo duca di Milano acquistoe Perosa et molte altre cittade, et venuto a Roma sotto color di amicitia fu cagione di far levar tutto el popolo in arme contro Bonifacio nono pontefice[43], nel qual tumulto furono morti, come scrive Leonardo Aretino, undece de principali de Roma; et impaurito fortemente il Pontefice, con tutta la corte se ne andò a Viterbo. Et essendo Bonifacio morto, simelmente Ladislao, o vero, secondo alcuni, Lanzilao, prese Roma per absentia di Gregorio duodecimo successore del ditto Bonifacio[44]. El perchè Gregorio preditto, insieme con el collegio de Cardinali, privò Lanzilao di ogni sua dignità, et similmente dil regno, et dettelo a Lodovico figlio già de Lodovico de Angioja: et per questa cagione vendette Cortona a' Fiorentini[45]. Et, infermato a Perosa, fu portato a Napoli, dove fu fatto attossicare da' Fiorentini. Il modo fu che, amando la fiola del medico suo, con la qual spesso si trovava, tamen occultamente, or fu promesso a ditto medico molta pecunia, se teneva modo di far morire Lanzilao. La qual cosa acconsentendo el medico, chiamò con parole dolce uno giorno la figliola, et dissegli: piacemi che te inzegni quanto puoi, che lo tuo padre sia suocero di tanto Re et avolo di stirpe regale: seguita pur che fazi cosa che in contento li sia, ma se farai a mio modo, te insegnarò cosa che lui ti amerà, et saremo tutti felici. Et lei contentissima. Or il padre fece uno veneno, chiamato da medici Nepello, et dettelo in uno fazzoletto finissimo alla fiola, et ordinò, quando dovea esser con il Re, si ungesse con ditto unguento nel luogo suo genitale. Venendo adonque il Re a lei, la giovenetta fece quanto il padre le havea imposto, et in quel modo de subito uccise lei el Re; et il padre di tal male non rimase impunito. Or, venuto a morte senza figlioli legittimi, successe nel regno Gioanna seconda sua sorella del 1413[46], et regnò anni ventiuno et, ben che la fusse di corpo femineo, fu non di meno di animo virile, et nel governo sagace et prudente, et per havere favor nel regno si maritoe a Jacobo conte de la Marca, el qual fra principi franciosi per natione et virtù si diceva esser el primo; ma vedendo lei che 'l marito voleva disponer ogni cosa senza sua saputa, sdegnata si partì da lui, per la qual cosa si divise subito el regno in più parti, perchè altre voleva il governo di lui, altre quello di lei, un'altra parte voleva Lodovico de Angioia, (un'altra) per fin doversi chiamare in quel regno Alphonso re de Ragona, el qual finalmente superando ogni altro fu adoptato per figliolo di essa Giovanna, benchè poi le fusse ingrato, et la scaccioe in poco tempo di Napoli, et la messe in una rocca, dove finalmente morì nel 1434[47]. Adoncha questo Alphonso, fiol de Ferdinando re di Aragona, cupido di acquistar novo regno, essendo vicino, però che dominava la Cicilia oltra Faro, deliberoe di passar in reame, et nel principio volendo esser da ditta raina Gioanna adoptato, sepius fo deluso, per la qual cosa passò con grande armata et exercito terrestre nel ditto regno, et il capitano di la Rocca marittima per forza di danari acquistoe, et cussì hebbe quello castello, non advertendo essa regina, la qual za havea adoptado Renato fratello di Lodovico de Angioia de la fameglia dil re di Franza, come è scripto di sopra, et za la Puglia dominava et era in Italia, et Alphonso preditto comenzò a seguir la ditta impresa. Et unum non praetermittam di scriver, che esso re Alphonso del 1435 combattendo la città di Gaeta, la quale da Zenoesi era fortemente difesa, unde Zenoesi armono dodexe nave et trentacinque galie con volontà et favore dil duca Philippo de Milano loro signore. Capitano de ditta armada uno Biasio Axerato (Biagio d'Assereto) et Helya (Sorleone) Spinola, et fonno a le mani con l'armata di ditto re Alphonso, la qual già era benissimo posta in ordine, et per diece hore duroe la battaglia, a la fine Zenoesi furono superiori et preseno Alphonso con doi frategli, zoè Joanne re de Navarra et (don Henrico)[48], Antonio duca di Sexa (Sessa), Joanne Antonio principe di Taranto et molti altri principi et signori più di 100, et 200 cavalieri, et acquistano di molta preda, i quali dal preditto Biasio capitano fonno presentati al duca Philippo, el qual, essendo liberalissimo, per acquistare fama grandissima gli riceveteno con grandissimo honor, in breve giorni li lassorno liberamente ritornar alle patrie loro, contro il voler de Zenoesi, i quali sdegnati si ribellono dil dominio duchesco, et caccioe fuora Obezino (Pacino Alciati) locotenente dil duca, che lì in Zenoa era, et si reduseno in libertà. Ma, ritornato Alphonso nel regno, obtenne Gaeta. Ma in questo interim sopravenne la morte di la ditta regina Zuana[49], et restoe la guerra tra esso Alphonso et Renato preditto, el qual za nella Puglia quattro anni havea regnato. Ma da poi molte battaglie, ne l'anno 1442 Alphonso Renato superoe et ruppe, el qual introe in Napoli. Dove Alphonso andatovi a campo, longa et durissima obsidione cingete, et vi stette do anni a campo, tandem per una cava subterranea le sue zente introe in la cittade, et cussì have la terra. Ma Renato intrato nel castello fortissimo chiamato Castelnuovo, dove lassoe a custodia uno Antonio Calvo zenoese, el qual di assà summa di fiorini li era debitore. Ma Zenoesi in suo ajuto li mandoe do grandissime nave piene di munitione et de zente d'arme, sopra le qual esso Renato con li suoi franzesi montoe, et venne a Pisa et da poi a Fiorenza, et non potendo più haver soccorso andò in Marsegia (Marsiglia) dove vi stette. Ma in quel mezzo el custode zenoese preditto, che era in Castelnuovo, habuto da Alphonso quella quantità di oro dovea dar a Renato, li dette et consignoe ditto castello, et si ritornò a Zenoa. Adunque habuto Napoli, preso alcuni baroni et ad altri perdonato, che li zurono fedeltà, ita che tutto quello regno non con piccola fatica venne sotto al suo dominio, et tornato in Napoli sopra un carro aureo, triomphoe di tanta victoria. Benchè poi ne l'anno 1453, che fu undeci anni da poi l'acquisto dil reame, Renato di Andegavia preditto, desideroso di recuperar il regno, fatto liga con Francesco Sforza duca di Milano et Fiorentini, venne con domilia cavalli in Italia, et andoe a Fiorenza. Ma il duca Francesco fatto gente, mutoe altro pensier, et venne contra Vinitiani, et nel Brexano et Bergamasco prese alcuni castelli, e fatto molte cede su quel di Pontevico, sopravenendo l'inverno, le zente andono a li allozamenti. Ma questo vedendo Renato lassoe suo fiol Joanne a Fiorenza[50], et si partì con cattivo animo sì contra il duca Francesco quam contra Fiorentini, però che non li haveano atteso alle promesse, e ritornò in Marseia, dove el resto di la vita sua ivi finite. Ma el re Alphonso, havendo regnado nel regno napolitano anni 22, dapoi sedate alcune discordie con Fiorentini, et ancora havendo regnado in altri regni, zoè Ragona, Spagna e Sardegna, accumulato grandissimo thesoro, morite in Napoli, nell'anno 1456[51], et non havendo legiptimi figlioli, el regno hyspano o vero di Ragona pervenne al maggior suo fratello don Joanne, jure hereditario, di qual è disceso questo re don Ferdinando, che al presente domina, però che Alphonso ebbe tre fratelli, lui primo, don Johanne ditto che fu re di (Navarra)[52], don Henrico maestro di S. Jacomo, et don Piero, el qual morite a l'impresa di Napoli soprascritta, et una sorella[53], la qual fu maridata a don Joanne re di Spagna suo parente consanguineo[54], in tempo del padre. Ma il reame di Napoli, il qual esso Alphonso per forza di arme et con sua industria havea acquistato, instituì et lascioe per testamento a Ferdinando suo fiol ex pellice, (quantunque) lo ditto regno dovesse ex instituto antiquo pervenir alla Sedia apostolica. Ma con voluntà di suo barba re don Joanne preditto, ne l'anno 1456, Ferdinando, morto il padre, comenzò a regnar. Benchè Calisto terzo pontefice, di nazione Catelano, di patria Valentiano, el qual alias di Alphonso re suo padre fu primo secretario, et quello incoronoe, essendo esso Calisto di animo excelso et magnanimo, statuì e tentò omnino di voler repeter ditto regno, nè mai Ferdinando volse investir: ma sopravenne la morte et fo disturbato. E da poi successe Pio secondo, di natione senese, el qual, licet reclamantibus Gallis, confirmoe Ferdinando nel regno, et quello a Roma coronoe con gran pompa; ancora in parte il censo antiquo et assueto a dar alla sedia apostolica, zoè fiorini 60 milia annuatim, relassoe[55]. Ma è da saper che prima Joanne Andegavense, olim fiol di Renato, havendo inteso la morte di Alphonso, et che Calisto non voleva investir Ferdinando di questo regno, con ajuto di Jacomo Picenin mosse guerra a Ferdinando, et passò in Italia, et fo a le mani con le zente di Ferdinando preditto, et quelle ruppe et scaccioe al fiume Sarno; ma sentendo tal rotta Pio pontefice, dubitando Franzesi non prosperasse, li mandoe contra Federico di Montefeltro duca di Urbino, capitano di la Chiexia, insieme con el signor Alexandro Sforza di Pesaro, et veneno in Marsos, acciochè Jacomo Picenin, condutto dal duca Joanne de Angioja preditto, non potesse venir contra Ferdinando; per le qual cose, con lo ajuto di Dio, esso re fugoe di la Puja ditti Franzesi, per la qual vittoria molti signori, qui gallica arma sequebantur praeterito, con Ferdinando si accordoe et ebber stipendio, altri sono rotti et fugati. Ancora questo re Ferdinando con Paulo secondo Pontifice, di natione veneto, che a Pio successe, have alcune discordie per caxon del tributo, el qual non solum non voleva ogni anno pagar, ma voleva che li fusse lassato come papa Pio secondo in suo tempo havea fatto. Demum etiam con Venetiani nascete qualche discordia per caxon di la ixola de Cypri, la qual al presente pretermetterò per non esser a proposito. Et poi ne l'anno 1480 Maometh othomano gran sultan et principe de Turchi deliberoe di acquistar la Italia, pacificato le cosse con Venetiani, et mandoe la sua armata in la Puja, et prese Otranto, ch'è fortissima et grande cittade, capo di la Calavria, et quella per alcun tempo tenne. Ma sopravenendo la morte di esso Maometh suo signor, essendo lì a campo Alphonso duca di Calavria, di Ferdinando fiol primogenito, et Turchi non sperando più soccorso, perchè ne li loro paesi era grandissima dissensione tra doi fratelli, che cadauno voleva acquistar el regno paterno, unde si rendeteno a patti: tamen, habuto la terra, sono tutti Turchi presi, parte morti, altri fatti presoni, et altri restoe a stipendio di ditto Alphonso de qua in Italia. Et questa venuta de Turchi fu cagione di cessar le novità di la Toscana, però che il re faceva gran guerra a Fiorentini, et già in Siena esso Duca di Calavria era intrato, et ad libitum disponeva, e de lì se partì con el.... Sed de his hactenus, et ad propositum nostrum redeamus.

E vedendo adoncha esso re di Franza il suo Stato undique pacificato, ne l'anno 1493, fatto più volte a Paris consultatione di quello havesse a far, di tuor l'impresa di Napoli vel ne, tra quelli dil suo parlamento: essendo di animo generoso, di ingegno excellente, di età di anni 24, di corpo robusto et forte, ma di effigie bruttissimo, naso grande, di statura piccolo, et ut plurimum parla poco, mosso prima, come diceva, di volontà di Dio, però che fece far nel suo regno solenne oratione, pregando lo eterno Iddio dovesse inspirarli qual fosse el meglio di venir in Italia, o vero altrove metter il suo pensiero, unde pareva che tutte le oratione et quelli oravano, maxime alcuni heremiti, lo confortavano ad ogni modo a pigliar ditta impresa. Tamen molti signori del Parlamento lo disconselgiava, dimostrando ragioni evidentissime che non era tempo di venir in Italia, narrando come altre fiate Franzesi erano stati rotti, e che li potentati de Italia numquam soffreriano che lui vi venisse a dominar Stado alcuno, nè il vorrebber per vicino; etiam che le vittuarie mancherian, et che in paese a loro non solito nè assueto clima era mal guerrizar, et molte altre ragioni li erano ditte acciò si movesse di tal sua opinione et voluntà. Ma il re preditto a tutto sapientissimamente rispondeva, dicendo non esser maggior gloria che voler lassar memoria di fatti loro, et che era venuto el tempo che esso Carlo dovesse far quello diceva le prophetie, zoè passar in Italia, et andar poi contra Turchi nemici de la Cristianità, i quali za tanto tempo hanno sempre cercato di spenger il nome di Cristo, et ancora recuperar la Terra Santa da Mori tenuta. Le qual cose nel principio diceva voler far, havendo lo exempio di quello havea fatto Ferdinando re di la Spagna, che il reame di Granata ha acquistado, et concludendo li pareva al tutto di metter ogni cura a dover exequire il suo intento. Et essendo instigato, ymo sollicitato dal Principe di Salerno, come ho ditto di sopra, etiam da preghiere dil signor Ludovico Sforza vice conte duca di Bari, che tunc el dominio de Milano governava, et regnava, (quantunque) vi fosse duca Zuan Galeazzo Maria suo nepote, et con quello fece occulti patti et federatione, et dapoi che vi mandoe tre ambasciatori per nome di quello Stato di Milano in Franza a congratularsi di le nozze et acquisto di Bertagna, i quali fonno el signor Zuan Francesco di San Severino conte di Cajazzo, el conte Carlo di Belzojoso et Galeazzo Visconte[56]: ivi appresso il re rimase ditto conte Carlo, el qual, non come oratore ma sollicitatore grandissimo, cotidie con li signori dil parlamento sollicitava questa venuta dil re in Italia, et maxime con monsignor episcopo di Samallo (Saint Malo) et monsignor Stephano di Beucher (Beaucaire), i quali erano amicissimi di esso sig. Ludovico, et quelli che contra tutti oppugnava che il Re dovesse passar in Italia. Or la cagione che questo sig. Ludovico volesse il Re venisse, fu che havendo questo duca Zuan Galeazzo di Milano nell'anno 1489 tolto per moglie la figliola di Alphonso duca di Calavria, di Ferdinando re fiol, chiamata Ixabella, donna di grandissimo inzegno, la qual venuta con gran magnificentia a marito, celebrate le sponsalicie, tamen esso Duca per uno tempo stette che non potè usar con lei, o fusse ligato acciò non generasse, o che se fusse, pur alla fine, volente Deo, la ingravedò, et nacque nel 1490 uno fiol maschio, el qual poi baptizato li fo posto nome Francesco. Et dubitando Ludovico che esso Duca di Calavria, el qual merito era il primo homo de Italia et sulle arme, vedendo el genero suo al modo steva, senza haver libertà nel Stato, non lo volesse liberar et ponerlo solo nel governo dil ducato di Milano, el qual da esso Ludovico era occupato sub nomine gubernationis dal 1479 in qua: et si pensò che movendo Franzesi a venir in Italia contra Napoli, qualche pensier che havesse esso Duca di Calavria sopra di queste cose di Milano fusse disturbato, et attender dovesse a difender el suo regno, come fue. Et ancora ditto re di Franza da alcuni signori italiani era vehementer exortato, e maxime da Hercule da la cha di Este di Ferrara, nemicissimo di Venetiani per le guerre tra loro seguite, cupido di nove cose. Questo messe a soldo dil re uno suo fiol secondo, chiamato Ferante, et etiam ne l'anno 1492 fense di aver voto di andar a San Jacomo di Gallicia; et postosi in ordine, venuto a Venetia con el fiol don Alphonso primario, dimostrando di recomandar el suo Stato a quella Signoria, se ne partì, et con non piccola compagnia andoe fino a Milano, poi ritornoe, dicendo el Pontefice lo havea assolto di tal voto, con conditione andasse a Roma, et cussì ritornò a Ferrara: tamen non senza misterio ditta andata fue, come di sotto al loco suo tutto sarà scripto. Et oltra di questo, etiam cardinali di la Santa Chiesia Romana dette favore et procuroe la venuta di esso Re: come fu el Cardinal di S. Piero in Vincula, sì per esser episcopo di Avignone, quam per la inimicitia havea al Pontefice et odio al re di Napoli. Adonque, terminato el re di Franza di poner ogni diligentia per venir a la expeditione di l'impresa di Napoli, ordinato per tutto el suo regno grande exercito, i quali a ogni suo comandamento fusseno preparati, se ne venne a Lion, et prima deliberoe di mandar a intender l'opinione de li potentati de Italia, et se sariano contenti di tal sua venuta, et mandoe uno suo messo, over ambasciatore, non molto di conditione, chiamato Peron de Basser Mastro dotel (Perron de Basche, maitre d'hôtel) zoè Maistro di casa dil Re, el qual venir dovesse al Senato Veneto et a Fiorentini et ad Alexandro sexto pontifice romano di natione valentino, et nepote che fu di Calisto terzo pontifice, el qual in luoco de Innocentio octavo del 1492 al decimo di Avosto da Cardinali fu creato Papa. Et questo tal ambasciatore venne prima a Venetia, e gionto a 8 dil mese di Luio 1493 allozoe a la Badia di S. Gregorio, et honorifice tractato. Questo portoe lettere di la Maestà cristianissima dil suo Re alla Signoria, dinotando che voleva al tutto venir a rihaver el suo Reame di Napoli, et però questo suo messo havea mandato per intendere l'opinione sua, se si volevano impazzar in dar ajuto a re Ferdinando, o quello volesseno far, et si volevano dar passo et vittuarie, notificando quello haver bona paxe con Venitiani confirmata ne l'anno 1485 per Hieronimo Zorzi cavalier[57], era oratore lì in Franza, et che voleva con justa causa ottenir ditto reame di Napoli, offerendosi etc. Al qual Venitiani, benchè non fusse creto (creduto) volesse venir, pur da poi molte consultatione fatte nel conseglio di Pregadi, per il Principe Serenissimo Augustino Barbadico li fo risposto: Prima che si volevano aderir alla voluntà del summo Pontifice et duca di Milano o vero sig. Ludovico, con li qual havevano liga insieme, la qual pochi mexi avanti fue celebrata, duratura per anni XXV, et dil mexe di April passato, nel zorno di San Marco fue publicata. Ma che pur li volevano dir questo, che Venetiani amavano la paxe, et che non bixognava a loro guerra, havendone habuta assai sì in Italia, quam con Turchi più di 30 anni continui; et che non erano di sorte che si volesse impazzar in quelle cose che a loro non toccavano: et che sapevano ben la paxe con la cristianissima Maestà dil suo Re, la qual al tutto volevano mantenir et conservar, etiam che havevano bona paxe con la Maestà dil re di Napoli, et che non potevano nè dar nè devedarli il passo, perchè non accadeva passar per nostre terre e luogi, offerendosi prontissimi a conservar la amicitia antiqua con la Sua Maestà; et altre parole di questa substantia li usoe. Et ditto mastro Peron contento, ben che volesse in iscrittura, tamen per non esser consuetudine non li fo data, ma ben tal deliberation letta più volte, unde rimaso satisfatto se ne partì, et andoe per la via di Ferrara a Bologna, et dal magnifico Joanne Bentivoy, che al presente quella communità sì come signore dispone et governa, volse etiam saper si era contento di dar passo alla Maestà dil suo Re, però che dimostrava voler far quella via; et ben che ditto magnifico Joanne fusse soldato dil Stato di Milano, pur era a la fin di la ferma; et dimostrò quasi esser contento di tal regia venuta. Or poi ditto Peron andoe a Fiorenza, dove etiam volse intender quello volevano far, ben che fusse in stretta amicitia con il re di Napoli, commemorandoli li beneficii che la città di Fiorenza in diversi tempi havea ricevuti da la casa di Franza, et maxime da Carlo Magno che, come si legge ne le hystorie, essendo Fiorenza ruinata da Totila re de Gothi, la redificoe et amplioe di circuito di mure, et che advertir dovesseno le inimicitie habute con Ferdinando et quella guerra del 1478, li qual danni ancora non erano a pena restaurati, et che sempre in ogni loro adversità lo cristianissimo suo Re et soi antecessori l'haveano defesi come suo protettore, sempre varentando (guarentendo) quella Republica in libertà. Unde Fiorentini li fece risposta, la qual per non la saper, qui non la scriverò, ma è da judicare che da loro havesseno miglior risposta cha di niuna altra potentia. Et questi Fiorentini mandono do ambasciatori a Lion al re, li quali fonno lo episcopo di Arezzo[58] et Piero Soderini. Demum avanti venisse di qua da monti ne mandono do altri, li quali fonno Guido Anton Vespuzi cavalier et Piero Caponi, come di sotto sarà scripto. Ma questo Peron de Basser prenominato, partito da Fiorenza, se ne andò a Roma, et alla presentia dil Summo Pontifice, insieme col Cardinal di Santo Dionisio di natione franzese[59], expose la volontà dil suo Roy, et che voleva intender l'opinione et haver la investisone dil reame, sì come tutti altri Pontifici li ha dato, et etiam questo promesso, perchè jure hereditario a Sua Maestà dovea pervenir, et che l'era stato dalla Signoria di Venetia et da Fiorentini, da li quali haveva habuto risposta grata al suo Roy. Ma il Pontifice li rispose che non era tempo di venir in Italia, perchè Ferdinando chiamerebbe Turchi in suo soccorso, non potendo da altri haver ajuto, sì che saria gran confusione, et che lui voleva conzar le differentie, et cussì fatto la consultatione in collegio de Cardinali, li dette tal risposta: et statim ditto Peron ritornoe in Franza, et riferite al Re la relatione sua.

Or, zonto ditto ambasciator dal Re a Lion, referite le risposte habute, per le qual più el Re se inanimoe, onde continue ordinava preparatione di exercito, de artegliarie portabele su carri, et iterum con li soi dil Parlamento consultoe le cose necessarie a tal e tanta impresa. Vi era con Sua Maestà soa moglie madama Anna; et il suo figliol primario chiamato etiam Carlo Orlando, di età di anni zerca do, rimase a Ambosa, ch'è una terra lige sie luntan da Turs, in guardia et custodia de alcuni primi dil suo Parlamento, et in governo di mons. duca di Borbon suo cugnato, marito di sua sorella madama di Biau (Beaujeu), la qual mentre el Re era in età pueril governoe el reame di Franza, è donna di grandissimo governo et inzegno: et cussì qui a Lion fece molte et varie provisioni; et ordinò a molti baroni si dovessero preparar, che al tutto voleva passar in Italia. Et mandoe a Paris a dimandar cinquanta milia ducati o vero scudi per tal impresa. Ma il consiglio di Paris li mandoe a dir che non erano di opinione, per loro conseglio, che Sua Maestà dovesse tuor questa impresa, perchè l'era pericolosa; et che non si dovesse fidar de li potentati de Italia, nè di el signor Ludovico, et dissuadevano molto: et se pur Sua Maestà volesse andar o mandar exercito in Italia, non li volevano dar alcuna cosa; ma, non andando, li promettevano dar ad ogni suo piacere scudi centomilia. Tamen per questo el Re non ristette, imo deliberò per terra e per mare far grande armata; et in Provenza ordinoe armata; ancora a Zenoa mandoe danari, o vero el sig. Lodovico lo servite, acciò fusse posto in ordine una grossa armata, perchè più presto potesse obtenir il reame. Le qual cose benchè per Italia se intendesse, sì per lettere quam per mercadanti veniva di Franza, ma mai fu creto tal venuta, maxime da Venetiani.

Domente queste cose ne la Franza si fanno, Ferdinando re di Napoli di casa di Aragona, el qual za sentia tal opinione de Franzesi contra de lui, venuto da la cazza di uno loco ditto Tre Pergole, da catarro in do giorni morite, et fo adi 25 Zener 1493[60], a hore 16; et in quel zorno moderno Alphonso suo fiol primario, Duca di Calavria, a cui perveniva il regno, vestito d'oro, insieme con l'ambasciator venitiano, eravi Polo Trivisan cavalier chiamato da la Dreza, quello di Milano, era Antonio Stanga dottor, et quello di Fiorenza, zoè Dionisi Puzo (Pucci), el qual etiam lui morite lì a Napoli avanti la venuta dil Re di Franza in Italia, et con suo fradello don Fedrigo principe di Altemura cavalcoe attorno la terra secondo il consueto, con più di duo milia cavalli, et andoe alli sie Sezi di Napoli, et fece le solemnità si suol far; poi introe nel domo, dove da l'Arcivescovo[61] fu fatto alcune cerimonie; demum introe in castello, dato li signali al castellano, secondo usanza; et subito fece suo fiol, Ferdinando chiamato, di età de anni 27[62], che era principe di Capua, lo intituloe Duca di Calavria; et il zorno driedo fu fatto le exequie dil Re morto, che furono bellissime, et sepulto in la chiesa di san Domenego. Questo re Ferdinando defunto era di età di anni 71, havea regnado anni 36, fu homo molto astuto, di piccola statura ma molto gajardo, dilectavase assae di cazze. Hebbe tra li altri di la prima moglie[63], che fu figliola dil principe di Rossano uno de primi baroni dil reame, quattro legittimi figlioli et do fie: che fu questo re Alphonso, don Fedrigo, don Joanne che fu Cardinal[64], et don Francesco[65]. Ma il Cardinal et don Francesco zà erano mancati di la presente vita. Le figliole: una madama Leonora, maridada in el duca Hercules di Ferrara, la qual in questo anno, dil mese di Settembrio[66], a Ferrara morite; l'altra fu madama Beatrice, maridada in re Mathias di Ungaria, la qual al presente vive, vedoa[67], in una terra lì in Ungaria chiamata Ystrigonia, però che quel regno, morto re Mathias senza figlioli legittimi, con lo ajuto delli baroni quello regno acquistoe Ladislao Re di Boemia, fratello dil Re di Polonia. Ma Ferdinando, morta la sua prima moglie, per cessar alcune discordie nascevano con il Re di Spagna suo cusino, si maridoe in donna Joanna, sorella di questo Re di Spagna[68], di la qual hebbe una unica figliola[69] et è chiamata l'ynfante di Castiglia, la qual manca a maritare. Ma, come ho ditto, Alphonso habuto pacifico el regno, et zurato li popoli homaggio et fedeltà, exortoe Alexandro pontifice che volesse mandar a incoronarlo, et con Soa Beatitudine fece parentado, zoè che maridoe una soa fiola, chiamata madama Sanza[70], di età de anni 17, in don Zufrè fiol dil Papa, di anni 13, et quello venuto a Napoli, fatto le sponsalicie che furon magne, el Re lo fece, esso don Zufrè, Principe de Squillazi, et fo dil mese di Mazo 1494. Nel qual tempo vi venne etiam a Napoli per nome dil Papa, il cardinal Monreal nepote dil Pontifice[71]: licet in concistorio el cardinal mons. di Santo Dionisio, di natione franzese, nomine Caroli regis, protestoe non dovesse mandar a incoronarlo, attento che il suo re pretendeva che ditto reame di Napoli fusse suo, et de jure a Sua Maestà dovea venir. Ma pur el Pontifice per questo non stette, et adi 8 Mazo in Napoli in la chiesia cathedral, overo il domo, con grandissimo triumpho Alphonso incoronoe. Et habuta la regia corona, intendendo per exploratori certo che il Re di Franza preparava di venirli adosso et tuorli il regno, comenzò a far provisione per defendersi. Era liberalissimo con tutti, conferiva beneficii et assoldava gente, catando (procacciandosi) gran quantità di denari, ponendo man al thesoro lassado per il padre, provedendo di munitione et artegliarie a li castelli. Ma prima che scriva alcuna provisione fatta per esso re Alphonso, scriverò il modo de la sua coronatione. Già dil mexe di April adi 13, venne et gionse a Napoli uno ambasador dil Re et Regina di Spagna, chiamato il governador di Cathelogna, el qual stette alcuni zorni, et poi visitato la Raina, sorella dil suo Re, in Spagna ritornoe[72].

Questo è il modo et ordine de la incoronatione dil re Alphonso, fatta in Napoli adi 8 Mazo 1494.

Essendo adi do Mazo venuto verso Napoli el cardinal Monreal con 200 cavalli per incoronar il re Alphonso nomine Pontificis, la maestà dil Re, ambasadori Spagna, Venetia, Milan et Fiorenza, signori, conti, baroni et gentilhomini, assà numero di cavalli, andono contra, et fu scontrato fuora di Napoli mezzo miglio, et lì toccatose le mani, venne fina a la porta, dove aspettava l'Arcivescovo con tutto el clero, con la ombrella, sotto la qual andoe il Re et il Cardinal col clero avanti, con più de 1300 cavalli, con grande honor et pompa. Ne l'Episcopato, dove erali parecchiato honoratissimo albergo, fu accompagnato. Prima intrati nel domo a far oratione, fu poi dal Re accompagnato ditto Cardinal fino ne la Camera, et adi 7 fu fatto le nozze di madama Sanza in don Zufrè fio dil Papa; et il Re li diè in dota il principato de Squillazi, rende de intrata ducati XV milia a l'anno, et cussì fu fatto il contratto; et il novizzo, secondo l'usanza loro, li presentoe primo alcuni balassi, saffiri et perle assaissime, bellissime; poi alcuni cerchi d'oro con diamanti et balassetti ornati, qual le donne soleno portar alle braze, alla castigliana; tre pezze di panno d'oro de sopra rizzo et una restagno; poi molte pezze di raso damaschin et veludo. Tutte queste cose furon iudicate di valuta de ducati diexemilia[73]. Era la novizza vestita con una vestidura di raso cremesin et arzentin alla devisa, di sopra havea una vesta di panno d'oro con una colanna de diamanti, balassi et perle. Don Zufrè con una veste di panno d'oro sopra rizzo, con una cappa di damaschin fodrà di panno d'oro. Et adi 9 ditto forno sposati, et compite le nozze. Et adi 8 ditto nel domo era preparato a sua incoronation soleri nel coro assà a scalini, a forma di theatro, dove poteva star gran quantità di zente a veder. Non si lassava intrar ogni uno, perchè in tre o quattro poste stevano moltitudine de officiali a le porte de la chiesia: a l'altar grando steva el Cardinal, con numero de 50, tra vescovi et arcivescovi, et molti prelati, et li ambasciatori. Da una parte era apparato il loco dil Re, un poco alto, coperto tutto di tapezzarie, dove era una cathedra d'oro aposata a un largo et alto veludo cremesin, lavorato a rilievo de foiame d'oro et d'arzento, cosa molto ricca. Sopra questa cariega do cussini de panno d'oro et uno sotto i piè, e do per banda, da i ladi sie cussini da sentar di veludo, et per mezzo la sedia regal era un scagno da pusarse, coperto con una gran coperta d'oro. Per tutto in terra tappezzarie bancali, et intorno l'altar grando coperte di panno d'oro. Et il Re intrò in chiesa con una vesta in dosso molto ricca di panno d'oro sopra rizzo, fodrà di armellini, et andò a l'altar grando, et lì stato alquanto, da poi alcune cerimonie andò in sagrestia, et si vestì lì un'altra vesta a modo de un pivial de panno d'oro sopra rizzo molto ricca, con le viste da mano lavorate a rubini et diamanti et balassi. Poi ritornò, et ditta la epistola in zenochioni davanti il Cardinal[74], dal qual, come legato del Summo pontifice, foli messo la corona in capo, et coronato. Allora ogni uno a una voce cominciò a gridar: Alphonso, Alphonso! Poi esso Cardinal el menò, et messelo a sentar sopra quella sedia con la corona in capo, stimata da homeni intelligenti di zoje quarantamilia ducati, con la bachetta regal in mano, et una baia d'oro in la sinistra. Don Fedrico suo fratello, vestito de panni negri sopra un cussin abasso, sentava a ladi destro; a sinistra sentava el sig. Verzinio Orsini, capetanio zeneral di questo Re, vestito di panno d'oro sopra rizzo. Poi de lui, da una parte era don Zufrè, con una vesta di panno d'oro sopra rizzo, poi el nepote della Regina vestito di panno d'oro[75], don Alphonso episcopo fratello dil Re[76]. Nel cavar et metter de la corona, don Fedrico ghe la metteva. Poi, udita la messa, andò el Re a l'altar grando, et fece lì alcuni cavalieri. Poi tutte queste cerimonie, el Re venne fuora de la chiesia, ne la qual era un gran populo et non menuto, et cussì vestito come ho ditto, con la corona in capo, montò sopra un corsier leardo bellissimo, con li fornimenti lavorati di perle, diamanti, rubini et balassi; et andò in Castello, passando per li Sezi, et per una via molto longa, per mezzo la terra, dove per tutti i balconi conzati con tappezzarie era gran quantità di donne. L'ordene del passar el Re fo così. Prima venne le nacare et tamburi; poi trombeti al numero de cinquanta, tutti vestiti di seda; seguiva questi, piffari et altri diversi instrumenti al numero de più de cinquanta, vestiti di seda; poi rezenti, zudexi, dottori assai; poi quelli signori baroni et zentilhomeni, vestiti d'oro et di seda, fo numero 34 veste di panno d'oro; seguiva poi uno che, nomine regis, andava sparzendo carlini, zoè danari, al popolo; driedo questi gran copia de scudieri a pè, vestiti tutti a un modo, col zupon di raso verde et la zornea damaschin pelo de Lion; poi questi, seguiva el stendardo portato dal conte di Brienza vestito di panno d'oro; poi el scudo d'arzento portato dal marchese de Martines, vestito d'oro; poi l'elmetto d'arzento; portato dal conte de Mure, vestito di seda; poi la spada d'oro lavorada tutta di perle, balassi, diamanti et rubini di gran precio, portata dal conte camerlengo, vestito di panno d'oro; poi seguiva li do gran senescalchi, vestiti di seda; driedo questi gran moltitudine di homeni a pè davanti el Re, tutti vestiti de seda e d'arzento; poi veniva la Maestà dil Re sopra quel magnifico corsier che ho ditto di sopra, solo, sotto un umbrella, qual era portata da Conti, Duchi et Cavalieri. Alla brena dil cavallo li andava el Duca di Malfi (Amalfi), et altri signori alla staffa, tutti vestiti de oro, che veramente a veder la Maestà dil Re in tal modo era bellissimo veder. Driedo el Re seguiva don Fedrico, con do ambasciatori, Spagna et Venetia; poi do altri, Milan et Fiorenza. Driedo questi era don Zufrè fio dil Papa, con el nepote de la Regina, poi don Alphonso episcopo fratello dil Re, con uno altro episcopo. Veniva driedo questi, menati a mano, tre corsieri bellissimi, et forniti di panno d'oro, et uno di veludo. Driedo seguiva zentilhomeni numero infinito; in tutto judicasi esser stà domilia cavalli. Fu accompagnata la Maestà dil Re con grande honor et pompa in fina in Castello. Ne l'intrar del qual dal molo et dal ditto Castello fu tratto assai bombarde tre sere, et fu fatte gran lumiere per la terra da Castelnuovo, da Castel di l'uovo, da la torre di san Vicenzo, dal molo et dal Castel capuano. Et ancora è da saper che driedo el Re, seguiva el suo gran maistro di stalla, con quattro ragazzi dil Re da driedo vestiti con le zornede (giornee) di seda lavorate a oro, sopra quattro corsieri morelli de gran pretio, forniti di veludo, con li ornamenti d'oro etc. Et adi 14 fu fatto da la Maestà dil Re uno honoratissimo pasto al Cardinal preditto a Pozo real, palazzo dil Re fuora di Napoli, al qual fu solum il Re et il Cardinal a tavola, intorno era signori et zentilhomeni, con una ricca et regia credentiera. El marchexe di Martines sopra uno caval leardo, come gran siniscalco precedeva li ferculi et bandisoni, sopra quel corsier con li fornimenti damaschin bianco, et lui tutto vestito damaschin bianco, sempre con le trombete avanti. Gran zente era ivi, et fu pasto molto honorato[77], et poi el Re donoe a ditto Cardinal nel suo partir do bellissimi corsieri, do bellissime mule fornite di belli et ornati fornimenti, sie muli de cariazi, uno baul et uno vaso d'arzento con ducati domilia alphonsini, et tutti li tapei de panno d'oro adoperati per uso a la incoronation di Sua Maestà, et el Re in persona accompagnoe ditto Cardinal fino a Capua.

Compite le cerimonie et feste di la sua coronatione, continuoe a far provisione per repararsi da Franzesi, fortificando li passi dove li pareva bisogno, ponendovi custodia, et edificoe sopra uno monte lontan da Miseno mia 4 una inexpugnabil fortezza per mezo Pozuol, dove sono li bagni nominatissimi, a defension di Pozuol et dil porto di Baie, ch'è mia 12 di Napoli. Et il Re in persona con l'ambasciator nostro, con 9 galie, adì 14 Zugno vi andoe a sopraveder, et ancora in diverse terre andoe, sopravedendo a quello era necessario: et mandoe diversi ambasciatori in Italia; a Milano, benchè vi fosse Antonio de Zenari doctor, pur novamente vi mandoe suo zerman Ferando di Zenari, a exortar il signor Ludovico non volesse far ni dar favore a la venuta dil Re di Franza in Italia. Et a Fiorenza era Marin Tomazelli suo oratore, el qual era stato zà più de anni X lì in Fiorenza nomine regis, et già si poteva reputar cittadin fiorentino. Ma alla Signoria di Venetia, alla qual vi importava assai vi fusse degno ambasciatore, vi mandoe per starvi uno de soi primi, el qual in vita dil padre zà a tal legatione fue designato, chiamato l'abbate Ruzo (Benedetto Rugio), el qual zonse a Venetia a dì do Marzo 1494, vestito con mantello negro, lui et la soa compagnia, per la morte dil re don Ferando, et andoe a la Signoria insieme con Carlo Rugieri dottor, di patria di Salerno, el qual era stato qui ambasciatore zerca tre anni, et, venuto questo, ritornoe a Napoli, habuto assai bellissimo presente da la Signoria. Questo veramente abbate Ruzo era di poca prosperità, et poco vi stette che si amaloe, et andato a Padoa per mutar aiere, tandem dil mexe di Avosto morite, et il corpo portato a Venetia fu fatto uno bellissimo exequio, con la cassa coperta d'oro, in la chiesa de San Zuanepolo. Fu portato di San Marco, vi andoe la Signoria con il Senato, però che il Principe non era molto gagliardo; et fu fatto la oratione funebre[78] per Marco Antonio Sabellico huomo litteratissimo et optimo hystorico, che zà compose le deche de Venitiani. Ma inteso Alphonso tal morte, ordinoe a uno fratello di ditto abbate Ruzo era qui, dovesse exercitar l'oficio di l'oratore, et vi mandò poi, come dirò di sotto, uno chiamato Anuzo di Andriani, el qual poi revocoe per mandarlo al Turco, et vi mandò uno altro, come tutto sarà scritto al loco suo. Ancora Alphonso ordinò grandissima armata, la qual a l'incontro di quella si facea a Zenoa et in Provenza dovesse esser; capitano di la qual instituì suo fratello don Fedrigo principe di Altemura, et di l'exercito terrestre veramente, benchè havesse capitano generale el sig. Virginio Orsini romano, pur fece capo suo fiol Ferdinando duca di Calavria, di età come ho ditto di sopra di anni 27, el qual non immerito per le virtù et prodezze sue in questa età ha habuto tal titolo. Etiam a Zuan Jacomo di Traulzi, che fu uno di primi dil consiglio secreto di Milano, el qual, jubente Ludovico, si era partito per avanti et accordato a stipendio dil Re preditto di Napoli, dette danari acciò facesse gente, et etiam al conte Nicola di Petigliano, che già fu capitano de Fiorentini, et molti altri conduttieri, et fece capo di fantarie el marchexe di Pescara, et tutto faceva preparare, tamen non si moveva, sperando pur il Re non dovesse mai venir in Italia, et zerca torli tal fantasia operava il suo inzegno.

A Roma veramente Alexandro pontifice mandoe a Venetia uno suo legato chiamato Pietro Episcopo di Calahora[79] di natione hispano, huomo vecchio et di la persona mal conditionato, el qual nel cammino si ammaloe, et dil mexe di Marzo zonse a Venetia, fu portato a la audientia da li soi. Questo venne per starvi fermo. Era ricchissimo prelato, piacevole, liberal et di grande inzegno. Ma in questi giorni venne a Roma discordia grandissima tra il Pontifice et Juliano da Rovere episcopo hostiense et cardinal di S. Piero in Vincula, di natione di Savona, che fu nepote di Sixto. Per la qual cosa esso Cardinal uscite di Roma et andoe in Hostia, terra situada in capo dil fiume dil Tevere, passa per Roma, vicina a la marina et fortissima, la qual terra è di ditto Cardinal, per esser Episcopo hostiense, et quivi si fortificoe, et con Savelli et Colonnesi fece alcuni patti. Ma il Pontifice li mandoe a dir, dovesse ritornar a Roma, et darli Hostia ne le mani, la qual diceva esser de la Chiesia, et lui minime volendo, imo le victuarie venivano per el Tevere in Roma non lassava intrar, onde fu forza al Pontifice di mandar lì zente a campo, et uno legato apostolico ad Hostia si accampoe. Ma prima accadette che ditto Cardinal scrisse al Pontifice voleva ritornar in Roma, però che ancora la sua casa era in ordene, come stanno quelle de' Cardinali, ma non venne lui dentro, et vi mandò uno de' soi episcopi che lo seguiva in Roma. Et credendo fusse venuto il Cardinal, la notte alcuni armati introe in caxa et amazoe ditto Vescovo, con molti de la sua famiglia: la qual cosa inteso dal Cardinal preditto era in Hostia, havendo intelligentia con il Re di Franza, terminò di lassar Hostia con bona custodia; et che da poi fusse zonto in Franza, dovesseno levar le insegne dil Re di Franza, et montato su uno gripo, vestito da frate, venne verso Zenoa, et fo dil mexe di Lujo, et a caso per disgratia questo gripo si scontroe con una galia dil re Alphonso, che andava torniando. Et il paron dil gripo, conoscendo il patron di ditta galia, non li fece danno, tamen poco mancoe non fusse preso il Cardinal, el qual venuto a Savona, poi a Zenoa, dove honorifice fu ricevuto, demum venne a Nizza di Provenza, dove dismontò per andar in Avignon al suo vescovado. Ma quelli di la terra, sapendo era nimico dil Pontifice et di la Chiesia, non volseno l'intrasse. Ma subito spazoe al Re era a Vienna, notificandoli di questo. El qual mandoe mons. Siniscalco de Biocher (Beaucaire) con 30 arzieri, a far l'intrasse in Avignon, et poi venne a trovar il Re, et negli secreti consegli introe. Ma lasciamo questo Cardinal, et di altre provisioni fatte per el Pontifice scriveremo. Ancora esso Pontifice mandoe Zorzi Buzardo per suo ambasciatore al sig. Turco. La commissione che li dette, perchè poi fu trovata, cum dal prefetto di Senegaia fu preso ditto orator, et toltoli 40 milia ducati mandava il Turco al Papa, come al loco suo sarà scripto, et fu trovata dicta commissione, la quale è questa:

ALEXANDER PAPA VI.

Instrutione et vigore a Georgio Buzardo nuncio et familiar nostro. Partito serai de qui, anderai a drittura e quanto citius porai, dal potentissimo Gran Turco sultan Baizeth, dove si trova, al quale da poi fate le debite salutatione, divini nominis et amore[80], da parte nostra a quello significherai come il Re di Franza viene con grandissimo exercito terrestre et marittimo, con ajuto dil Stato de Milano, di Bertoni, di Bordegalesi, Normandi et altre generatione, per venir qui in Roma per levarmi Gem sultan fratello di Sua Potentia, et per reacquistare el Reame di Napoli e desphare el re Alphonso, con el quale nui habbiamo stretta parentela et amicitia, et siamo tenuti di defenderlo per esser feudatario e suddito nostro, et per pagare annuatim el censo. Et più che sono anni 63 che fu investito el re don Alphonso[81], li quali per nostri antecessori e poi per noi sono stati investiti et coronati Re di tal reame. Et ancora per questo el Re di Franza si è inimicato con noi, el quale non solum viene per prendere ditto Gem sultan et ditto reame, ma per passare in Grecia et acquistare il paese di Sua Grandezza, come a Sua Maestà debbe esser noto. E dicono che manderanno ditto Gem sultan con armata ne la Turchia, e bisognando a noi resistere et defendersi de tanta potentia di esso Re di Franza, ne bisogna fare grandissima spesa, e ne è forza a ricorrer per subsidio a ditto signore sultan Baizeth, confidandosi ne la buona amicitia habbiamo insieme, che a tale necessitate ne debbia aiutare. El qual pregarete et confortarete da parte nostra, e da vui persuadetelo con ogni grande instantia che 'l ge piaccia quanto citius de mandarme ducati 40 milia d'oro vinitiani per l'annata del presente anno, che finirà adi ultimo Novembrio venturo, acciò con el tempo possiamo provedersi, et di ciò Sua Maestà ne farà cosa grata, alla qual al presente non volemo dar altra fatica, facendoli intender che 'l ditto Re di Franza non habbia habuto alcuna vittoria contra de nui et la Maestà de suo fratello[82], et per esser ditto Re di Franza potentissimo per mare e per terra più de nui, molto bisogneria lo ajuto de Vinitiani, li quali stanno sopra di loro e non voleno esser in nostro ajuto, anzi hanno stretta pratica con nostri nemici, et dubitamo non ne siano contrarii, che saria augumento di grande offensione, e non ritrovamo altra via di ridurli in nostra opinione, excepto che per Sua Signoria, a la quale dinotarai, ut supra, che se Franzesi fusseno vincitori Sua Maestà ne patiria assai interesse, sì per lo levarmi Gem sultan fratello suo, sì perchè seguiteria la impresa sopra Sua Maestà con molto migliore potere, imperò che havria aiuto di Spagna, di Ingilterra, di Maximiano, Ungheri, Polani et Bertoni, che tutti sono potentissimi signori. Persuadereti et confortareti Sua Maestà, a la quale siamo obligati per la bona et vera amicitia che insieme habbiamo, acciò quella non patisca altro interesse, che statim mandi uno ambasciatore alla Signoria di Venetia, ad significarli come per havere inteso veramente moversi el Re di Franza per venire a Roma a prendere suo fratello, poi el reame di Napoli, deinde voltarse contra de lui per terra et per mare, però diga voler fare ogni resistentia de non prestare subsidio et favore a ditto Re di Franza, ma debbia essere ad ajuto et favore et in defensione nostra et del re Alphonso, e voglia haverli per amici, e li nemici versa vice per inimici[83]; e che, promettendo la Signoria al suo ambasciatore di consentire a tal sua richiesta, habbia commissione di non partirse da Venetia che non veda l'effetto, e che i ditti Vinitiani dechiarino esser amici in ajuto nostro et del re Alphonso, e contra li nostri nemici Franzesi e altri suoi adherenti; et che, contradicendo, li significhi detto ambasciatore che Sua Signoria non gli haverà per amici, e poi si parta da loro disdegnato, benchè crediamo che (se) Sua Maestà li astrengerà caldamente, et per sue lettere, debbano condescendere a sua volontate, il nostro desiderio haverà effetto, e cussì persuadetelo assai debbia fare, che questo è il meglior remedio e il modo di ajuto possiamo havere da poter resistere a nostri nemici. Lo ambasciatore sollicitarlo sia presto licentiato, e partase dal Gran Turco avanti de vui, che assai importa la sua partita. Denotate al Gran Turco la venuta a noi di lo ambasciatore del Gran Soldano con lettere e presenti, el qual ne manda a requirere Gem fratello di Sua Grandezza, et large offerte et promissioni ne fa de darne gran tesoro, e molte altre cose, come sapete, (quandoquidem) per vostro mezzo sono praticate, et così si contiene nei capitoli dil ditto ambasciatore ne ha fatto. Et dite et significate a Sua Maestà la intentione nostra esser de mantenir sempre quanto habbiamo promesso, e mai in alcuna cosa non contrafarli, anzi essere nostra intentione di augumentare la nostra buona amicitia in migliore. Bene haveressimo ancora a caro, et a ciò ne pregamo et confortamo Sua Signoria, che per alcun tempo non lassi dare alcuno impedimento a l'Ungaro nè alcuna altra parte de Cristiani, et maxime in Corvatia e in la cittade de Segna, e cussì facendo et observando faremo ancora noi che l'Ungaro non li farà alcun danno, e in questo Sua Maestà harà cagione di compiacersi, attento li movimenti de Franzesi et altri Principi. Che se pur in farli guerra perseverasse, sia certo Sua Grandezza che in loro ajuto saranno molto potentissimi Principi cristiani, che poi a Sua Maestà dolerà non havere fatto li nostri recordi. Li quali facciamo prima per debito nostro, essendo nui padre et signore de tutti li cristiani, poi desiderando di far trovare quiete a Sua Signoria, per la buona amicitia che è tra nui; et che altri mente, quando Sua Maestà deliberasse perseguitare cristiani et molestarli, a nui seria forza pigliare partito, non possendo altramente obviare a li grandi apparati che si fariano contra Sua Maestà. E ve habiamo dati brevi doi, quali appresentarete al Gran Turco: in uno si contiene che vi faccia dare et consignare ducati quarantamilia de l'annata presente; l'altro di credenza, che vi habbia a donare piena fede di tutto quello li referirete da parte nostra. Ricevuti haverete li ducati 40 milia, ne lo libro consueto farete la quietanza secondo la consuetudine, e venite recto tramite in Ancona, e gionto datemi avviso, e lì aspettate nostra risposta. El presente vostro viaggio consiste assai ne la prestezza: sarete adoncha sollicito, così ne lo andar dal Turco come ne lo expedire a vostro presto ritorno. Et mi, Zorzi Buzardo, ambasciatore et familiar de la ditta Santità, per el presente è scritto et sottoscritto di mia propria mano, fazzo fede et confesso tutte le cose sopraditte haver in commission de la bocca de la Sua Santità in Roma nel mexe di Zugno 1494, et ho exequito con lo Gran Turco quanto m'è stà ordinato, ut supra. Et fino qui (ho) ottenuto l'ambasciatore che la ditta Santità richiede al Turco per mandar a Venetia, lo qual incontanente se deve partir da Constantinopoli a XV dil mexe di Settembrio, per metter a effetto la volontà di Sua Santità, che desidera haver da la Illustrissima Signoria di Venetia.

Exemplum Brevis Apostolici.

ALEXANDER PAPA VI.

Illustris Sultan Baiseth, veneratione divini nominis et amore, pro quibusdam negociis occurrentibus mittimus ad Majestatem Tuam praesentium exhibitorem, filium Georgium Buczardum familiarem et nuncium nostrum, cui commisimus aliqua nomine nostro Tuae Solemnitati explicanda. Illam exhortamur, ut in eis quae nomine nostro referet, plenam et indubitatam fidem adhibeat.

Romae die Junii MCCCCLXXXXIIIJ

Pontificatus nostri anno secundo.

Copia di una lettera scritta per il Gran Turco a papa Alexandro sexto.

Sultan Baixeth fiolo del Sultan Maometh chan[84], per la Dio gratia imperatore et signore de l'Asia e de la Europa e de le loro marine, al padre et signore de tutti cristiani Alexandro sexto per la Dio gratia de la Romana Chiesia degno Pontifice. Da poi la debita et humana salutatione di buono animo con puro core, significamo a la Vostra Grandezza come per Georgio Buzardo servitore e nuntio di Vostra Potentia havemo inteso de la buona convalescentia di quella, et così quello ne ha referito da parte di Vostra Grandezza; dil tutto mi son allegrato et presone gran consolatione. Fra le altre cose me ha referito come el Re di Franza è inanimato di prendere Gem nostro fratello di le mani di Vostra Potentia, che seria molto contra la voluntate nostra, e Vostra Grandezza ne haverà grandissimo danno e mancamento, e tutti i vostri cristiani ne patiriano detrimento. Però insieme con el sopra ditto Georgio habbiamo pensato che, per riposo et utile di Vostra Potentia, e per mia gran satisfattione, seria bene che ditto Gem nostro fratello, el quale ad ogni modo è sugieto a la morte, e stà in pericolo de esser tratto de le mani di Vostra Grandezza, li fusse fatto accelerare la morte, la quale a lui seria vita[85], et a Vostra Potentia utile e riposo, et a nui di gran contento. Et (in) questo se contentarà la Vostra Grandezza di compiacerne che ditto Gem sia levato di travaglio a quello migliore modo apparerà a Vostra Grandezza, e transitata l'anima sua ne lo altro mondo, dove haverà migliore quiete. Il che facendo adimplere Vostra Potentia, et mandando il corpo suo in qualunque loco de le marine nostre di qua, prometto io sopradetto sultan Baiaxeth chan de mandarvi in qualunque loco piaccia alla Vostra Grandezza ducati trecentomilia d'oro, acciò che la Vostra Potentia de essi ne faccia comprare qualche poteri a soi filioli, li quali ducati 300 milia farò consignare a quella persona ordenarà la Vostra Grandezza avanti che ne sia dato[86], poi alli nostri debba essere consignato. Ancora prometto a la Potentia Vostra, fin che io viverò, con la Grandezza Vostra haverò sempre bona e granda amicitia senza alcuna fraude, et a quella farò tutta quella gratia e piacere mi sarà possibile. Ancora prometto alla Potentia Vostra che per mi nè per alcun del nostro paese sarà dato impedimento nè fatto altro danno a cristiani, de quale sorte o vero conditione se siano, nè per terra nè per mare, excepto se nol fusse che damnificasse a nui o ad altri del paese nostro, e per più satisfattione della Grandezza Vostra, a ciò quella ne sia ben secura senza altra dubitatione di quello tutto che di sopra li promettiamo, habbiamo jurato et tutto firmato in presentia del soprascripto Georgio, per lo vero Iddio el quale adoriamo, e sopra li nostri veri Evangelii, de observare alla Potentia Vostra, nè in alcuna cosa mancarli, senza alcun fallo nè inganno, quanto gli promettiamo. Et ancora più vogliamo assecurare Vostra Grandezza, a ciò ne lo animo di quella non resti alcuna dubitatione, ma sia certissima, et così di novo io sottoscritto Sultan Baizeth chan iuro per lo vero Iddio che ha creato il cielo e la terra et ogni altra cosa, et in lo quale credemo et adoremo, che facendo far la Potentia Vostra quanto di sopra gli habbiamo richiesto, promettemo per lo fatto juramento de observare tutto quanto quello di sopra contiene, et in altra cosa mai contrafare nè intervenire a Vostra Grandezza. Scripta in Constantinopoli in nostro palazzo adi 12 Settembrio 1494.

El Re di Franza in questo mezzo essendo a Lion dove era venuto l'April, et quivi stette zerca mexi cinque, provvedendo a molte cosse era bisogno a questa impresa, et non tanto lui quanto li soi principali, zoè Mons. Samallo et mons. di Beucher, però che el Re stava su piaceri et innamoramenti, secondo el costume di Franza. Et accidit che se innamoroe in una lì a Lion pur di bassa conditione, a la qual volse dar di molti scudi, tamen li fratelli mai volse sopportar questo, et uno mons. de Olerius, è dil Dolphinà, era quello portava le imbasciate acciò il Re fusse contentato; questo facea per essere amicissimo dil re Alphonso di Napoli, perchè il Re pigliando tal pratica, fortasse la venuta in reame saria disturbata, che zà poco mancava: però che non havea denari da pagar la zente, et quelli baroni erano obligati in tempo di guerra di esser in hordine a la richiesta dil Re con tanti cavalli, dicevano la sua obligatione era non si partendo dil reame di Franza e per defension di quello, et non venir in stranie parte, onde bisognava adattar tutto. Et poi sopravenne la peste a Lion, et fo necessario al Re partirse, et quella pratica ditta di sopra lassoe. Ma in questo tempo dubitando pur che Maximiliano re, el qual era eletto in loco dil padre, come dirò di sotto, Imperatore da li elettori di lo imperio, venendo esso Re di Franza in Italia, per l'odio grando et inzurie ricevute, licet fusse adattate, non facesse qualche novità, deliberoe di esser a parlamento insieme, et mandoe ambasciatore a ditto re Maximiliano el Principe di Orangia, el qual vi stette gran tempo, et ha dato l'ordine di abboccarsi. Et perchè l'uno di l'altro non se fidava, el Re di Franza voleva che Maximiliano venisse a Digion in Borgogna, et Maximiliano voleva el Re venisse a Ginevre in Savoia, terra imperial; ma pur non essendo d'accordo de li lochi, ma terminono venir a una fiumana chiamata la Sonna, partisce la Borgogna da la Franza. Et cussì tutti do Re con gran zente venuti, il Re di Franza alozoe a Chinon (?) et Maximiliano a Biacina (?), et benchè fusseno mia cinque lontano l'uno di l'altro, per ambasadori accordono le cose, et Maximiliano rimaxe lì nella Fiandra a quelli lochi di suo fiol. Et il Re tornò a Lion a seguir l'impresa.

Et ritrovandosi el Re a Lion, venne uno ambasador dil Re e Regina di Spagna chiamato don Alonso de la Sylva[87] cavalier casigliano uno di 34 capitani dil Re, el qual exposto la sua ambasada ivi dimoroe et venne con el Re preditto di Franza in Italia fino a Pavia, dove da esso Re li fu detto non venisse più avanti perchè non era bisogno, facendo poco conto, ut mos est Francorum: unde ditto ambasciator si partì et andò a Zenoa per poter meglio advisar di questo el Re suo, el qual li rescrisse dovesse ritornar in Spagna, et cussì fece, et li mandono do altri li quali el trovò a Roma, come di sotto sarà scritto. Et il sig. Ludovico vedendo la dimora dil re a Lion vi mandoe Galeazzo di S. Severino, che fu figliol del sig. Ruberto, et genero suo carissimo, et conclusive il primo appresso di lui, con zerca cavalli 40 benissimo in hordine; el qual per nome dil ditto sig. Ludovico, vel ut melius dicam dil Stato di Milan che lui governava, li offeriva tutto il Stato in ajuto, promettendoli passo et vittuarie et zente, le qual zà havea, come per la liga era obligato, fatte metter in ordine, et datoli prestanze, exhortando Soa Maestà dovesse venir a seguir tal impresa, mostrando esser facile, havendo Milan con lui, et che esso Galeazzo era venuto per essere con Soa Maestà sempre a morte et vita, unde el Re have molto accepto. Et volse lì a Lion intender meglio el voler de Fiorentini, et come fu divulgato da li ambassadori erano ivi, Fiorentini ebbeno bona risposta: et etiam certi danari tolse a cambio da mercadanti lì a Lion, o vero l'imprestassero gratis, o pur sopra zoje. Et zà comenzava far adunar le sue zente, et avviarse parte a poco a poco verso Italia: et il governo veramente di tutto l'exercito nel principio di queste novità dette a mons. di Cordova (Crèvecoeur des Querdes), che era il primo suo marescalco in la Franza. Però che quattro gran marascalchi vi sono: zoè primo era questo mons. di Cordova, mons. marascalco de Giae (de Gié), mons. marascalco de Borgogna et mons. marascalco de Bretagna. Questo mons. di Cordova sempre fu contrario a questa venuta dil Re in Italia, et mentre si poneva tal cose in ordine, esso partito da Lion per andar a casa soa, di età di anni da 80 in suso, si amaloe et morite in uno loco chiamato la Brella (L'Arbresle) lige tre di là da Lion, avanti il Re da Lion partisse, ergo fu necessario di elezer uno altro capitano a sta impresa, che fu mons. di Monpensier. Et mandoe 6 ambassadori in Italia, uno alla Signoria di Venetia, el qual fu mons. de Citem, el qual dovesse star fermo fino el Re fusse di qua da monti, et dinotar alla Signoria al tutto la sua venuta esser prestissima, et intender si erano fermi Venetiani in l'alianza promessa. El qual ambassador zonse adi do April, alozoe a s. Gregorio a l'abacia, et stette quattro mesi fermo, et da Venetiani fu assà honorato. Et a Milan era zà venuto per suo ambassador mons. de Buzagia (Du Bouchage), el qual stette a Milano fino che ditto mons. di Citem passò per venir a Venetia, et stette cerca uno mexe a Milan, poi tornò in Franza al governo dil fio dil Re, signor di Dolphinà. Ma sapiando il Re certo che Alexandro pontifice, benchè a soi ambassadori havesse promesso, zoè a Peron, come ho scritto di sopra, di dar la investisone dil reame, sì come Innocentio suo predecessor et altri 22 Pontifici havea data, tamen al presente era certo per el parentado fatto con re Alphonso non la daria. Unde usoe questa stratagiema gallica, che mandò 4 ambassadori a dimandar a Soa Santità tal investisone; et subito habuta la risposta di no, dovesseno partirsi di Roma et far tutti vari exerciti. I quali oratori sono questi: mons. de Obignì (Stuart d'Aubigny), el general de Bidante[88], lo presidente di Provenza, et etiam Peron di Basser, che prima era scudier di scuria (écurie) dil roy, et è hora chiamato mons. et maistro di caxa dil Re, habuto gran intrada. Et foli ordinato che il general de Bidante et Peron de Basser ussiti di Roma andasseno a trovar il sig. Prospero et Fabricio Colonna, i quali sono potentissimi romani et signori di castelli, a quali dovesseno dar scudi vinti milia, erano stà mandati lì a Roma in banchi per lettere di cambio, perocchè zà Colonnesi erano con il Re di Franza accordati, mediante li Cardinali teniva da Sua Maestà, et che 'l presidente di Provenza restasse ambassador a Fiorenza, et mons. di Obignì venisse a Milan, et restasse in Italia al governo di le zente veniva di qua da' monti, et così feceno.

L'armada a Zenoa si preparava continuamente, la qual, come si divulgava et se intendeva per lettere di Zenoa, era grossissima, et fo comenzata di April. Doveva uscir al principio di Lujo; erano galie 30, nave grosse 12, nave di 8 milia cantari in 25 milia numero 30, galioni 15, albitozi[89] 6, sopra le qual si diceva sarebbe lanze 150 franzese, a 6 cavalli per lanza, et anche 1600 combattenti, cosa che pur ad udirla faceva tremar. Tamen non fu la mità, come tutto di sotto leggendo intenderete. Et prima andoe lì a Zenoa do Baroni dil Re, i quali fonno mons. el gran scudier[90] et mons. de Biamonte (Beaumont) con danari: et era decreto capitano di ditta armada mons. duca di Orliens, zerman cusino dil Re, et quello a chi aspetta el reame di Franza si questo Carlo re non havesse figlioli: el qual venne prima di qua da' monti cha il Re, et andò a Zenoa et ritornò, come di sotto sarà scritto.

Ritorniamo al re Alphonso, el qual in questo tempo sollecitoe molto l'armada soa, acciò dovesse ussir, come ussite, avanti di quella dil Re di Franza si faceva a Zenoa. Et cussì adi 22 Zugno ditta armada partì di Napoli, capitano don Fedrico suo fratello, el qual have el stendardo et ussite dil porto. Il numero di la qual armada qui sarà posto, habuto la verità da chi vi era presente.

Questo è il numero di l'armada di re Alphonso:

La galia de Bagnara, patron Esau Ruffo. La galia de Mayatim (Matino?), patron Francesco Pontano. La galia de Capazo (Capaccio), patron Tomaso Greco. La galia de la Mantea (Amantea), patron Cola Cavallo. La galia de Turpia (Tropea?), patron Bernardo Facere. La galia de Reggio, patron Vito Geria. La galia de lo Pizzo, patron........ La galia de Bibbona, patron......... La galia de Policastro, patron Vespasiano de Mercato. La galia del Belveder, patron Candela de Ciberio. La galia de Cirela (Ciro?) de Calavria, patron Nardo de Marian de la Scala. La galia de Paula, patron Cola Singone. La galia de Cilento, patron Paulo Amaranto. La galia de fra Lunardo, per forza[91]. La galia de Marin Corso, per forza, con la qual va don Fedrigo. La galia del Tuzo Comito, per forza. La galia de Franzin Pastor, per forza. La galia de la Cava, patron Andrea Longo. La galia de Castellamar, patron Piero da Nocera. La galia de Pozzuol, patron Capo Nuzo. La galia de Surrento, patron Bernardin Serala. La galia de Vico, patron Ioan Gatola. La galia de Massa, patron Ioan Cola de Martino. La galia de la Torre del Greco, patron Cola Moretto. La galia de Gaeta, patron Cola Gatola. La galia de Rocca de Mondregon, patron Iacopo Caraffa. La galia de Traetto, patron Ioan Maria Pignatello[92]. La fusta, patron Ioan Paulo da Capri. La fusta, patron Sebastian Terracina. Lo galion, patron Piero Zanas. Lo galion, patron Perucca. Lo galion, chiamato Almatoza (?), patron Mariano Carojo. Lo galion, chiamato Scorpione, patron Ioan Gambacorta. La nave Forbina, di botte 1600, patron Gulielmo castigliano, con homeni 300. La nave Capella, de botte 1300, patron Tuzo Bona, con homeni 250. La nave Ferrandina, de botte 1400, patron Ludovico Falier, con homeni 250. La nave de Bon Federico, de botte 1400, patron fra Iacopo Spinello, con homeni 250. La barza de botte 700, patron Tomaso Calata, con homeni 150. La barza de don Fedrigo, de botte 900, con homeni 180. La barza de botte 900, patron Perucca, con homeni 180. La barza de Carlo Salvador, de botte 300, patron el ditto, con homeni 60. La barza de Martin Fenero, de botte 400, patron el ditto, con homeni 80. La barza de Michiel Candela, de botte 400, patron el ditto, con homeni 70. La barza de Michiel Soau, de botte 350, patron el ditto, con homeni 70. La barza de Dimitri, de botte 500, patron Nardo de Procida, con homeni 100. La barza de botte 300, patron Artes, con homeni 60. La barza de Jaimo catelano, de botte 400, con homeni 80. La barza de botte 350, con homeni 65. La barza de botte 400, con homeni 80. La barza de botte 300, con homeni 60. La barza de botte 300, con homeni 80.

Et più altre barze, de botte 400, con homeni 80 per una[93]. Tutti pagati per do mesi, et fornite de artigliarie et vittuarie, più di rispetto tumuli 6000 di grano, corazze 500, zappe, badili et molte altre armadure et monition de rispetto, bombarde piccole et grosse. Sono galie n. 27, fuste 2, galioni 4, nave 4 et barze 14, in tutto vele 51.

Ma lassiamo questa armada, la qual ussite, come di sopra è scritto, et esso re Alphonso mandoe in Spagna ambassadore el conte de Giello (Ajello?)[94] pregando, nomine suo et di sua sorella la Raina, che fu moglie de Ferdinando suo padre, la qual lì in Napoli da esso Alphonso era molto honorata et trattata come Raina: et pregasse el Re et Regina di Spagna volesse dar aiuto alla caxa di Aragona et al suo sangue, rompendo su quel di Franza, acciò el Re, havendo guerra nel suo paese, dovesse ritornar in driedo, ma nulla potè far, per la paxe havea ditti Re et Regina con el Re di Franza. Tamen li promesse di darli ogni altro favore: el qual ambassador ritornò a Napoli, et poi ne andò uno altro lì in Spagna, chiamato Guielmo........... et ivi restoe. Ancora a Venetia vi mandoe uno suo secretario in loco di l'abbate Ruzo era morto, come ho scritto di sopra, chiamato Anuzo di Andriani, el qual gionse di Avosto in Venetia, et si partì poi di Ottubrio per andar al sig. Turco, perchè in quello paese era molto pratico. Etiam prima ne havea mandato uno altro ambassador a Constantinopoli, el qual si ritrovò con quello dil Pontifice, a notificar la venuta di questo Re in Italia, sì per tuorli il regno, quam poi per passar a la Valona a soa distrutione; la qual cosa a Bayxeth othoman gran Turco fu molto molesta, et li offerse aiuto, et honorifice ricevette ditto ambassador, et ne mandoe uno suo a Napoli, come di sotto, al tempo di la venuta sua, che fu di Novembrio, intenderete. Al summo Pontifice non restava re Alphonso di exortar, come capo di la cristianità, et quello che dovea cercar la paxe de Italia, che dovesse aiutarlo, et cussì terminò el Pontifice et Re de abboccarsi insieme, dove fariano qualche conclusione bona. Intravenendo Puzo Puzi (Puccio Pucci), dottor de la republica fiorentina appresso el Pontifice, el qual pochi mesi dapoi lì a Roma morite. Or a la fine dil mexe di Zugno el Pontifice con la sua guardia et tre Cardinali, Lisbona[95], s. Zorzi[96] et Valenza suo nipote[97], etiam in sua compagnia vi andoe Paulo Pisani, cavalier, ambassador de Venitiani, che ivi a Roma si era in questo anno. Et cussì con la guardia preditta venne a uno loco appresso Teoli (Tivoli) mia 7, chiamato Vicoaro (Vicovaro), luntan di Roma zerca mia 22; et per non esser quel loco capace per alozar el Pontifice, mandono fuora li cittadini: et el re Alphonso venne con zerca 1000 persone, et di primi baroni et zentilhomeni dil reame, et Paulo Trivisano, cavalier, ambassador venitiano, senza dil qual, per tuorsi benivola la Signoria, non espediva alcuna cosa, imo tutto con lui conferiva. Et arrivò a una abacia ivi vicina, et Paulo Pisani preditto andoe a inchinarsi a Sua Maestà el qual era in chiesa, et fatto le debite accoglienze, montati a cavallo, veneno a Vicoaro dal Pontifice, el qual era in una sala, et abbrazati andono tutti do a uno balcon apuzati a parlar, et steteno tre zorni a consultar, dove ivi concluseno liga et intelligentia tra esso sommo Pontifice, re Alphonso et republica fiorentina, et suzelono li capitoli. Et poi tolto licenza el Re dal Pontifice, con le debite riverentie ritornono a loro terre, non intendendo per questa romper la liga havia el Papa con Venitiani. Et adi 9 Zugno partino da Milan de comandamento regio li do soi ambassadori erano, zoè Antonio di Zenari dotor et Ferando di Zenari, nominati di sopra, et a Napoli ritornono, vedendo non poter far nulla con el signor Ludovico, el qual era fermo in dar aiuto al Re di Franza. Et ancora fece patti Alphonso con Obietto dal Fiesco protonotario fora ussito di Zenoa; el qual adi 25 Zugno partì da Carpi et andò a Fiorenza, poi a Pisa, per andar su l'armada di re Alphonso; et adi 10 Luio a Milano fu depento ditto Obietto su una tavola a la piazza dil domo, apicato, in zipon, con una chierega, et apicà per uno pè, con uno breve di sotto diceva: io son misser Obietto dal Fiesco mancator di fede; et cussì el Duca ordinò in le altre sue terre fusse fatto cussì; et la sua provisione havea dato a Zuan Alvise dal Fiesco suo fratello, zoè ducati 1500 a l'anno; et do abacie havea, dava de intrada ducati 2000, el signor Ludovico le dette al figliolo del ditto Zuan Alvise dal Fiesco. Tamen, per questo, Obietto nè Paulo di Campofregoso cardinal et arciepiscopo di Zenoa si curoe, imo fonno fermi con re Alphonso. Et inteso questo a Napoli adi 15 Luio el re Alphonso vedendo che 'l sig. Ludovico, licet fusseno stati cugnati, li era inimicissimo, li tolse el contà (de) Caiazo, et questo perchè il sig. Zuan Francesco di Sanseverino era sta creato capitano di le zente italiane per questa imprexa, come dirò sotto. Et messe li soi officiali al ducato di Bari, era proprio del sig. Ludovico lì in reame, et deputà uno dovesse scuoder le intrade, tamen voleva tenisse bon conto, acciò si Ludovico si portava bene, potesse renderle. Et scrisse (ad) Antonio Stanga dottor, era stato lì a Napoli ambassador de Milano, el qual ritornava a Milan, et ancora non era ussito di reame, che dovesse mandar uno suo a governar la casa sua, et mandò a compagnar ditto ambassador fino fuora di reame, et non lassò che 'l parlasse a niuno. El qual, partito, se ne tornò di longo a Milano. In questo mezzo, pratiche grandissime fonno fatte in Italia et a Bologna al magnifico Joanne Bentivoi; et quelli signori bolognesi faceva fortificar la terra, fece cavar le fosse di Bologna, et dil mese di Zugno fe' cavar quelle di s. Zuanne, e fe' far alcuni bastioni, et molto adoperava li villani per guastatori. Era Bologna molto nominata, perchè si credeva el Re facesse quella via. El Pontifice mandoe ambassador al ditto Joanne Bentivoi, et il simile re Alphonso et Fiorentini a exhortar volesse esser da la loro banda. Li promettevano di dar ducati 30 milia, far suo fiol protonotario cardinal, et li mandoe il cappello fino a Bologna, et farlo lui vicario di Bologna per nome di la Chiesia, però che Bologna è terra di la Chiesia, et era in questo tempo legato apostolico el cardinal Ascanio[98], fratello del sig. Ludovico. Item el re Alphonso li prometteva dar a uno altro so fiol chiamato Alexandro una soa figliola per moglie con uno stato in reame, con intrada più de X milia ducati. Etiam fu divulgato el Pontifice li deva do castelli nel Bolognese al ditto magnifico Joanne, zoè Zento (Cento) e la Pieve, tenuti per el cardinal San Piero in Vincula, per esser vescovo di Bologna, tamen, non obstante promissione, mai si volse voltar ditto magnifico Joanne dil stado di Milano et promessa fatta al Re di Franza. Et al principio di Zugno el Duca di Ferrara se ne andò a Bologna, per veder di redurlo col Duca di Milano; et adi 8 tornoe a Ferrara. Pur non lassava intender nel principio con chi voleva esser, et il suo figliol primogenito nominato Annibal era a Pisa soldato de Fiorentini, nè quelli li volevano dar licenza. Et cussì stavano queste pratiche zerca a Bologna.

Et zercò haver la madonna Catharina di Forlì, che fu moglie dil conte Hyeronimo de Riario, nipote di Sixto quarto pontifice, el qual di Imola et Forlì si fè signore, ma mentre tyrannice governasse, fu da li cittadini di Forlì nel suo palazzo morto nel 1488, et butato fuora di le fenestre per più disprecio suo: tamen chiamano per suo signor Ottaviano, figliol primario di detto conte Hyeronimo, el qual era in età di anni X. Adoncha questo Stato la madre governa, la qual fo fia dil duca Galeazzo, padre di questo Duca de Milano, natural. Or questa mostrava voler aiutar Alphonso, et non dar passo nè vittuarie a le zente franzese e ducheschi, dovevano venir di breve in quel contorno. Et zà erano parte adunati, come dirò di sotto, et dil mexe di Luio ditta madonna si amaloe gravemente, et poi el Pontifice mandò per la via di Rimano el cardinal di s. Zorzi lì a Forlì, el qual zonse adi 30 Luio a Cesena, et poi andoe in la rocca di Forlimpuovolo (Forlimpopoli) sotto Forlì, dove era ditta madonna, et conferiteno insieme. Demum esso cardinal andoe a Bertinoro con alcuni cittadini forliviensi, et madonna di Forlì, con li fioli et il suo Jacomo Fea genoese favorito, ritornò in Forlì. Questo cardinal venne per pregar madonna dagi il passo et vittuarie a le zente dil Papa, et il Re dovea venir in quelle parte fra otto zorni. Et la ditta madonna li rispose volea essere amica di Milano, et bona fia di chi li havea dato il Stato; et ancora dal sig. Ludovico li fo mandato uno secretario chiamato Jacomo del Quartier, per veder si essa madonna potesse accordar, et far fusse ferma in opinione, di dar passo et vittuarie a le sue zente.

Fiorentini considerando el fatto loro, et che erano in mezzo de tute queste cose, però che Franzesi conveniva passar per il suo, volendo andar in reame, vedendo le cose andar da dovero, mandono a la Signoria di Venetia doi soi ambassadori, i quali fonno Zuan Battista Ridolphi et Paulo Antonio Soderini, i quali con bella compagnia vestiti con mantelli curti la sua famiglia fino a mezza gamba rossi et barete rosse, tutti a uno modo, arrivono adi 30 Luio, et fo preparato a la Zuecca, et datoli stantia publica. Or questi, habuto audientia, exposeno il fatto loro, domandando cussì come in ogni loro adversità Venitiani li haveano dato favore, cussì al presente li consegliassero quello havessero a fare. A quali, fatte le consultationi debite nel consiglio di Pregadi, li fu risposto erano sapientissimi, et in ogni loro operatione si haveano saputo ben governar, et cussì in questo saperebbono far, et che Venitiani erano disposti non se impazar in tal cose dil Re di Franza et dil Re di Napoli, i quali tutti do li erano amicissimi, che stagando fermi in la liga etc. Et poi dil mexe di Settembrio el Ridolphi, el qual alias fu qui mercadante insieme con Zuan Arfandini (Orlandini?) et faceva gran fatti, andoe a Milan per ambassador a pregar el sig. Ludovico non volesse dar il passo a Franzesi, nè metter la terra loro a pericolo, imo si ricordasse de l'amicitia haveva con Fiorentini, et che era mal esser causa di dar adito a questo Re oltramontan che vegni a dominar et far cede in Italia, et maxime contra re Alphonso suo carissimo parente, sì del Duca ex utraque parte, quam di esso sig. Ludovico. Al qual fo risposto non poteva far altro. Et questo oratore longamente dimoroe lì a Milano, et l'altro a Venetia rimase fino che Piero di Medici fo scacciato di Ferrara, come dirò di sotto. Et è da saper che adi 21 Zugno Guido Antonio Vespuzi et Piero Capponi, ambassadori de Fiorentini, erano andati al Re di Franza, partino da Lion, et Piero Capponi adi 2 Luio venne incognito a Milano, poi andò a ritrovar el compagno andava di longo, et insieme ritornorono a Fiorenza.

Domente tal cose si fanno, a Roma novi rumori succedeva, et venne inimicitia tra Ascanio Sforza cardinal, vice canzelier et fratello dil sig. Ludovico, et il Pontifice. El qual cardinal fu quello che fece questo Alexandro papa, et era il totum. O pur venisse lite, come intraviene, o pur, secondo quel ditto, causam quaerit qui vult discedere ab amico, perchè suo fratello era con Franza, et per consequente bisognava lui etiam vi fusse, unde al principio di Luio si absentò di Roma, et andoe in alcuni castelli di Colonnesi, et quivi con danari fece zente, acciò non passasse el re Alphonso, el qual si divulgava voler venir in persona in qua contra il Re di Franza, et zà era venuto suo fiol Duca di Calavria con grande exercito, come di sotto intenderete. Et a uno castello chiamato Genezam (Genazzano), de Colonnesi, esso Ascanio si ridusse con alcune squadre, et faceva continuamente fanti per dannizar Roma, acciò el Papa si voltasse. La qual cosa al Pontifice fu molto molesta, per la partita di detto cardinal. Ma el Re di Franza, domente in Italia tal cose si facevano, continuamente mandava soi capetanei con zente a poco a poco di qua da monti, et instituì el marascalco de Brandicol (Baudricourt?)[99] et mons. di Obignì, che andò a Roma, come ho scritto, a questi do el governo de le zente d'arme, et a la fin de Zugno mons. Tramoi (La Trémouille) passò per Mongenevre con lanze 50, et cussì in questi tempi, dil mese di Luio, veniva in qua da monti Franzesi, qual per lettere de Zorzi Pixani dottor et cavalier ambassador di Venetiani a Milan se intendeva, tamen non era creto (creduto) mai el Re in persona venir dovesse. Et el Duca di Orliens, al qual era dato la provincia di l'armata si faceva a Zenoa, adì 9 Luio zonse in Aste col Principe di Salerno; et el Duca di Milan, over sig. Ludovico che governava il tutto, mandoe do soi principali fino in Aste a visitar ditto Duca, i quali fonno el sig. Nicolò da Corezo et Galeazo Visconte. Et subito zonto esso Duca lì in Aste, adi 10, che fu zorno driedo che el zonzesse, si partì insieme col principe di Salerno et conte di Chiaramonte, che erano baroni dil reame, per venir a Zenoa. La qual armata si preparava era galie 24, galioni 30, nave grosse 10, dovea menar cavalli 500 et artegliarie, sarà lanze 800 a cavallo in l'armada, a do cavalli per lanza et uno arcier et uno balestrier. Et poi questo Duca di Orliens adi 14 Luio venne a Vegevene (Vigevano), dove è uno palazzo bellissimo del sig. Ludovico, et de indi dovea statim partirsi per andar a Casal a visitar la marchesana di Monferà soa parente, poi andar a Zenoa, et demum ritornar in Aste a far la mostra di le sue zente. Et il Principe di Salerno per il Re fu creato amiraio dil reame di Napoli. Or adi 15 ditto el Duca d'Orliens venne in Alexandria di la Paia, terra pur dil Stato de Milano, era con cavalli 600, dove andoe per visitarlo el sig. Ludovico con Zorzi Pisani ambassador, nominato di sopra, di la Signoria di Venetia, el qual seguiva la corte, et usato le accoglienze debite, lassato ordine al sig. Ludovico di quello havesse a far, andoe di longo a Zenoa.

A Milan si faceva gran provisione di zente, et acciò tutto si intenda, adi 26 Zugno il conte Honorato zentilhomo neapolitano con lanze 50 el sig. Ludovico mandò a Codignola, et in Bolognese cavalcò cavalli 800 dil Stato preditto di Milan; et mandò al magnifico Joanne Bentivoi, per resto vecchio e prestanze nove, ducati 16 milia; et adi 2 Luio zonse a Vegevene dal sig. Ludovico Galeazzo di s. Severino, el qual era stato dal Re di Franza con cavalli 40, et poi adi 19 Avosto partì da Vegevene per ritornar dal Re che veniva et passava monti. Et in questo medemo zorno di 2 Luio, esso sig. Ludovico mandoe a Zenoa Lorenzo di Mozanega (di Mozzanica), facea l'ofitio dil collateral zeneral, per far provision a la securtà di Zenoa, dove era commissario suo Corradolo Stanga protonotario stato gran tempo et ancora vi è. Et è da saper che adi 25 Zugno fo fato la mostra di l'armata preditta su la piazza di Zenoa: li sopracomiti era la mità franzesi et la mità zenoesi; et anche ivi per el Duca di Milano fu mandato el sig. Antonio Maria di s. Severino, fo fiol del sig. Ruberto. Et su ditta armata fu operato, et condusseno Nicolò Griffo da Ferrara, fo col sig. Ruberto da s. Severino, et li dette ditto Stato di Milan cavalli 100 et ducati 400 a l'anno. Et le zente di Milano in questo tempo fonno mandate in Parmesana, et fu decreto de consensu dil Re de Franza capitano di le zente italiane el conte Caiazo, nominato per avanti. El qual adi 5 Luio venne a Milan, et adi 20 ditto etiam el sig. Gaspar di s. Severino, chiamato Fracasso, suo fratello, el qual per alcun tempo el sig. Ludovico licentioe da lui, et hora ritornoe a Milano, et che tutti li Severineschi al presente sono in gratia dil Duca et sig. Ludovico, et operati.

Adi 27 Luio.........[100] el sig. Ludovico a hore 9½, la qual hora volse haver astrologica dal suo maistro Ambrosio De Cerato (da Rosciate) ottimo astrologo, senza il consiglio dil qual non faria alcuna cosa, et molto varda tal hore et ponti, dette el stendardo et baston al conte de Caiazo capitano de 500 homeni d'arme; et adi 28 ditto partì e andoe a la volta di Parmesana, dove dia far la adunation di le zente. Et ancora il sig. Ludovico condusse a soldo di Milano el sig. Gilberto et Ludovico da Carpi fratelli: li dette di condutta homeni d'arme 80 et 25 stratioti et 25 balestrieri a cavallo, et per gratuir l'animo dil sig. Antonio Maria di s. Severino, el sig. Ludovico, adi 29 Luio, li donoe tre castelli: Bassignana è sopra Po su quel di Alexandria di la Paia, et do altre sul lago di Como; rende de intrada zerca ducati 2000 a l'anno. Etiam al sig. Fracasso donoe tre terre o vero castelli sul Cremonese al confin del Mantuan; ha de intrada ducati 2000.

Adi 23 Luio gionse a Milan don Piero de Sylva ambassador dil Re di Portogallo con cavalcature 54, cariazi 7, andava a Roma a dar l'obedientia ad Alexandro sexto pontifice. Parlò al sig. Ludovico; si alegrò nomine regis di le nozze di la nezza maridada in re Maximiliano de Romani, et poi al suo viazo andoe. Et zonto a Siena, havendo in commissione dal Re suo, scrisse a Roma come era zonto per darli obedientia; ma voleva el Pontifice concedesse tal gratia al Re, zoè la legitimation di uno suo fiol natural, acciò quel regno romagnesse in li soi; unde el Papa, parendoli di novo che si pattizasse, et etiam per amor dil Re di Spagna, a chi aspetta ditto reame, se questo Re mancasse senza figlioli legittimi, non volse far nulla; et ditto ambassador non vi volse andar a darli la obidientia, et rescrisse al Re. Et in questo mezzo lì a Siena morite.

El re Alphonso vedendo che 'l Duca de Milan faceva campo, et zà veniva Franzesi di qua da' monti, deliberoe mandar el suo campo a l'incontro in Romagna, el qual era grossissimo, come di sotto sarà scritto, governato per suo fiol Ferdinando duca di Calavria. Et eravi questi signori, i quali cadauno saria sta bastante capitano: el sig. Virginio Orsini non venne, et zà fu divulgato el Re in persona voleva venir et lassar vicerè in Napoli ditto sig. Virginio, ma poi si mutoe di opinione: el conte di Pitigliano, Zuan Jacomo di Traulzi, el Duca di Urbino et el sig. di Pesaro con altri conduttieri, parte soldati per Alphonso, parte per el Pontifice et Fiorentini, sì come erano ubligati. Et dil mexe di Luio el conte di Pitigliano, con squadre 60, venne in Romagna, et squadre 7 dil Pontifice, adi 28 Luio, vennero sopra Farnesino, al loco chiamato el bosco, fra s. Mauro e Gaeta. Et el governador di Cesena facea zente per el Duca di Gandia fio dil Papa, zoè homeni d'arme 20, alozati tamen di fuora di Cesena per dubio di Guido Guerra, el qual è uno capo di parte, et alcuni castelli vicini a Cesena signoriza, come poi scriverò di la prodezza et strenuità sua. Cicogna contestabile al primo di Avosto di Fiorentini era a Castrocaro mia 3 da Forlì, facea fanti 400 per mandar a Pisa, et li capitani si aspettavano in questo tempo lì in Romagna; et come per lettere di Andrea da Lezze podestà et capitano di Ravenna drizzate a la Signoria di Venetia se intendeva i successi che le zente dil Papa et dil Re si aspettava tra Bertinoro et Forlì sul fiume di Meldola; et quelle dil Stato di Milano fra Faenza et Forlì sul fiume de Monton. Et acciò meglio questa storia se intenda, venuto li campi, farò una division di quello a uno tempo facevano: et cussì comenzerò a descriver le cose seguide prima in Romagna avanti il zonzer de li campi a la campagna di zorno in zorno, et non senza grandissima fatica et vigilantia tal cose quivi soprascritte. Ma accade prima de scriver alcune provisioni fatte per Venitiani.

La Signoria di Venetia in questo mezzo inter patres consultaveno saepius quello dovesseno far, essendo dal Pontifice, re Alphonso, Fiorentini et altri pregati et exortati non dovesseno lassar venir questo Re in Italia; et benchè intendevano il passar de' Franzesi di qua da' monti per lettere di Zorzi Pisani ambassador a Milano, pur la verità ad plenum non se intendeva, perchè il sig. Ludovico non li manifestava il vero, acciò Venitiani non facessero qualche pensier a disturbar tal venuta de Franzesi, benchè nel principio deliberasseno non si voler impazar in alcuna cosa, imo esser neutrali, pur inteso di l'armata era per ussir di Zenoa, deliberorno nel consiglio de Pregadi ancora loro metterse in ordene, et star provisti per le cose potevano occorrer, et far armata. Unde tolseno ad imprestedo de patricii zerca ducati 50 milia, con promissione di renderli in fra uno anno, et li obbligorno al deposito dil Sal. Questo fecero per non voler dar angarie alla terra, nè toccar le publiche intrade, nè altri danari de depositi; et adi 22 Zugno nel Mazor Conseglio elesseno capitano zeneral di mar Antonio Grimani, padre dil cardinal Grimani, tituli sancti Nicolai inter imagines, novamente da questo Pontifice creato. El qual libentissime acceptoe, et la domenega proxima messe banco, et habuto con gran ceremonie in la chiesa di s. Marco dal Principe el stendardo, adi 25 Luio, et accompagnato dal Principe, oratori et universo Senato fino in galia, la qual era al ponte di la paia, tolto licentia et offertosi a l'orator gallico et cussì ad altri oratori, montoe in galia; et in eadem hora andoe verso il porto, et poi con do galie insieme armate novamente, sopra comiti Zuan Francesco Venier et Antonio Loredan, verso Corphù navegò, dove era l'altra armata sotto do capetanei del colpho, Nicolò da ca da Pexaro et Hyeronimo Contarini, i quali, zonto ivi el zeneral, restono proveditori di l'armada, et non molto dapoi el Pexaro venne a dixarmar per essere stato assai fuora. Ancora dubitando di novità di Ferrara, mandò zente a custodia sul Polesene di Rovigo 25 cavalli et fanti, et quelli fonno mandati qui sotto sarà scritti, et etiam Ruigo a Domenego Malipiero, era podestà et capitano, scrisseno fosse di novo fortificato, facendo spalti et ogni altra provisione, et etiam a la città de Ravenna perchè li campi pur si appropinquava mandoe zente nominate di sotto, acciò il Ravennese et Zervia difendesse da subite correrie. A le zente veramente d'arme che ditta Signoria havea, ordinoe per le camere fusse dato sovencione, acciò si comprasseno cavalli et stesseno preparati, zoè ducati 60 per uno cao di lanza et 20 per el piatto per ogni homo d'arme.

Zente mandate sul Polesene.

Alexandro dil Turco in Ruigo con cavalli 300 Fio di Antonazo di Dozea in Lendenara » 88 Zuan Griego a la Badia » 50 Zuan Gradenigo patricio veneto a la Badia » 80 Carlo Secco ai Mazi » 100 Antonio di Pigi » 100 Marco da Martinengo cavalier » 200

Summa cavalli 918

Fanti.

Ferigo dal Borgo a Ruigo con fanti 200 Ruberto d'Arimino a Ruigo » 75 Gotiel spagnol a Ruigo » 100 Marco da Rimano a la Badia » 100 Martinel de Luca a Lendenara » 100 Alvise Lanze a Lendenara » 100 Jacomin da Roma a Lendenara » 50

Summa fanti 725

Zente mandate a Ravenna.

El conte Carlo de Pian de Melleto con cavalli 400 Jacomazzo da Venetia » 200 Anzolo Francesco da Crema » 80 Battista Sagramoro » 16

Summa cavalli 696

Fanti.

Jacomo da Tarsia con fanti 200 Alvise Novello » 100 Michiel da Spalato » 50 Pauliza da Catharo » 75

Summa fanti 425

A Zervia.

Collela greco con fanti 60 Vielmo da Cologna » 40

Ma Venitiani in questo tempo era in grandissima reputatione, adeo ogni giorno quasi vi andava in Collegio da la Signoria a la audientia el legato dil Papa, oratori di Franza, di Napoli, di Milan, di Fiorenza, di Ferrara, di Mantoa et di Rimano. Questo perchè nostri voleva star in paxe et esser amici di ogn'uno, ma a la fine non poteno star, et el sig. Pandolpho Malatesta di Rimano, che fo fio dil magnifico Ruberto che a Roma morite nostro capitano zeneral et confalonier di la Chiesia, da poi rotto et fugato dil 1482 el Duca di Calavria nunc Re di Napoli, vedendo queste novità et li campi aproximarse apresso il suo Stato, acciò non patisca qualche danno dimandò alla Signoria come sua tutrice instituida dal padre, et etiam era a suo soldo, havea 400 cavalli, che li volesse mandar uno proveditor apresso di lui. Et cussì per el Conseglio di X adi 14 Avosto fu mandato Zorzi Emo fo di Zuane cavalier, fu assà in la ferrarese guerra nominato, el qual statim partito, stette in Rimano fino adi 20 Novembrio, che li campi lì da presso fonno disciolti et mandati per la invernata, zoè quei di Milano alle stanzie, et Franzesi conzonti con la Maiestà di loro Re quando si aproximò in Toscana, come scriverò di sotto. Et adi 2 Avosto nel consiglio di Pregadi, in loco degli ambassadori erano stati il suo tempo et chiedevano licentia, fonno creati ambassador a Roma Hyeronimo Donato dottor, el qual a Innocentio vi fue, ma poi creato Avogador di Comun renontiò tal legatione; a Napoli Zaccaria Contarini cavalier, el qual succedendo queste guerre non fu mandato, et Paulo Trivixan restoe; et a Milan fu eletto Hyeronimo Lion cavalier, el qual pur da poi gran tempo fu mandato, come tutto dirò di sotto.

A Roma, domente tal cose in diverse parti si fanno, Alexandro pontifice havendo le sue zente attorno Hostia fatto alcuni patti di promissione di danari a quelli custodi che erano dentro, quella have al principio di Zugno in suo poter; et intrato il legato dentro, vi messe presidio per nome di la Chiesia, la qual nuova fu molto cattiva al Re di Franza, però che quasi in Hostia consisteva ogni sua vittoria per l'intrar in reame, et far che il Papa se aderisse alla sua voluntà. Ma el Pontifice, intendendo questa certa venuta dil Re, fatto molti concistorii, deliberono al tutto non abandonar re Alphonso. Et cussì continue exortava Paulo Pixani cavalier ambassador de Venitiani che ivi a Sua Beatitudine era, dicendo volesse scriver a la Signoria che insieme con lui et Fiorentini volesseno esser contra el Re di Franza, acciò non si veda tanta ruina in Italia, et che Franzesi venga ad habitar nel reame di Napoli; la qual cosa mai per Venitiani non fo voluto far, per haver terminato non se impazar se non a meter paxe et benivolentia fra le parte. Et pur dolendosi de li cardinali, maxime dil cardinal Ascanio vice canzelier, el qual col cardinal di s. Severino[101] et cardinal di Lonà nuovamente creato a requisitione di detto Ascanio[102], erano, come ho scritto, ussiti di Roma et venuti a Nepi, terra di esso Ascanio per soi beneficii, et volevano questi seguir el Re di Franza, etiam el sig. Prospero e Fabricio Colonna fratelli assoldati col Re di Franza havevano soldato gran zente. Questi Colonnesi sono di primi di Roma, i quali insieme con Savelli sempre sono stati nemici degli Orsini et di quei di Santa Crose. Adoncha queste è do grandissime parte in Roma, Colonna et Orsina, et spesso tra loro fanno gran rumori. A hora Colonnesi è con Franza, et Orsini con il re Alphonso; et per consequente il Papa in Roma molto exaltoe la parte Orsina preditta. Or questi Colonna ha molti castelli di là dal Tevere verso il reame, et Orsini di qua. Et adunate le zente, si puol dir ivi esser uno campo de Franzesi, et scorsizavano fino su le porte di Roma, facendo molti danni, non lassando per terra intrar vittuarie in Roma. Ma el Pontifice in consistoro a la fin d'Avosto fece uno editto, che tutti quelli havevano beneficii in corte di Roma, o cardinali o sia chi se voglia, dovesseno venir a Roma in termene di uno mexe, et ivi habitar, quelli si ritrovava vicini, et li altri più lontani in mexi tre, quelli veramente che era fuora de Italia in mesi 6, alioquin li cardinali fusse privi di cappelli et altri di le intrade, sotto pena a li signori li impedivano di esser excomunicati. Et questa Bolla fo messa a s. Piero et a s. Joanne: tamen non si have copia. Questo fece acciò el cardinal Ascanio et s. Piero in Vincula con altri cardinali ritornasseno a Roma; per el qual editto, molti prelati vi andono et cardinali, excetto Ascanio et San Piero in Vincula, che non volseno obedir al Pontifice, dicendo non era juridice creato, et che lo volevano dismetter. Ancora Zuan Battista Zeno veneto patricio, cardinal de Santa Maria in Portego, el qual in principio di queste novità venne a Venetia, demum a Vicenza al suo episcopato andò, et hora a la Badia di s. Zen di Verona, et hora a la Badia di Carrara in Padoa habitava; et benchè el Papa fusse più volte chiamato a Roma, perchè era ricchissimo Cardinal, et havea grande intrata, tamen si excusoe che laborava di podagre, però che si faceva portar, et che pregava Sua Beatitudine el volesse prima lassar sanar; et mai a Roma vi volse andar.

El successo di l'armada dil re Alphonso.

L'armada dil re Alphonso adì 5 Luio zonse al porto di Livorno de Fiorentini, et adì 16 fè vela et andoe a Portovenere, la qual armada era galie 35, computà 7 per forza, di le qual ne son cinque di Franzin Pastor corsaro, che fu quello soccorse Rodi a tempo de' Turchi, e 2 dil Re, su una è il suo capitano don Fedrigo. Le altre 28 tutte voluntarie. Nave 18 di gabia, di le qual 4, zoè le mazor, da poi andò verso Cicilia per expugnar do nave grosse de Zenoesi, carge di grano. Or questa armada zonta lì a Portovenere, per el cardinal di Zenoa et Obietto dal Fiesco erano su ditta armada fu mandato a richieder tre homeni di quel luogo, che li venisseno a parlar. Li quali venuti, exortorno li volesse dar la terra nè aspettar battaglia, perchè erano de li soi Zenoesi, e non obstante li resposeno ditto loco voleva tenir a requisition de san Zorzi. Et non li zovando parole dolce, veneno a menaze. Ditti tre dubitando, fense di voler consultar con quelli di la terra, et la mattina torneria a darli risposta. Ma la notte si messeno in ordine, et la mattina li feceno intender con bombarde si levasseno de lì. El capetanio don Fedrigo, el Cardinal et Obietto con quasi tutti di l'armada dismontoe in terra, et dette la battaglia al loco per spacio di hore 3: non potendo expugnar la terra se tirorno a drieto, lassando molti morti et altri feriti. Poi el dì sequente ritornò a Livorno, dove stette fin Avosto. Su la ditta armada era zerca fanti 4800, dei quali erano fuziti fin 10 Avosto, chi per viltà, chi per non comportarli il mar, da 600 in suso; unde el capitano feva ivi fanti per le terre de' Fiorentini, eccetto in Fiorenza, et li devano ducati 6 et 8 per paga secondo li homeni, ma con fatica trovava. El Cardinal et Obietto stava in terra, et el Cardinal li venne una febbre terzanella, et attendevano a metter confusion in Zenoa, et do galie continue stava verso Zenoa a sopraveder per guardia. Fiorentini attendevano a fornir Livorno et Pisa et li lochi marittimi di fanterie. Et Cicogna contestabile andò a custodia di Pisa. Et volendo la ditta armada bombardar Portovenere, Zuan Adorno fradello di Augustin Adorno governador di Zenoa, insieme con el sig. Antonio Maria di Sanseverino con assà provisionati, vi andò contra, unde li fanti di la ditta armada erano smontati, se tirorno in armada, et andorno al porto di Livorno, come ho scritto di sopra. Et poi parte di le nave andorno chi per Corsica et chi per Cicilia per assoldar zente, ita che restò che adi 20 Avosto era solum 12 nave di cheba; et in la ditta armada molti si amalava, et a uno tempo più di 600 ne era de infermi, molti morti et molti feriti. Et a Fiorenza per augumentar ditta armada fu fatto 700 fanti, capo Pereto corso, et mandati su ditta armada, et poi adì 8 Settembrio accadette alcune cose fatte per el Cardinal et Obietto dal Fiesco, qual al loco suo sarà scritto, servando l'ordine di tempi.

Seguito di l'armada di Zenoa.

Essendo l'armada fabricata a Zenoa in ordine di galie 25, galioni 13, nave 12, il resto barze fin al numero di 60 vele, et zonta l'armada dil Re di Franza fatta in Provenza a Monaco, demum adi 29 Luio intrata in porto di Zenoa, che era vele 12, et zontovi il Duca di Orliens, el qual però era ritornato in Aste, come scriverò di sotto, ditta armada ussite in poco tempo tre volte di Zenoa. La prima vedendo era a Livorno quella Aragonese, adi 17 Avosto ussite et andoe a Portovenere, ma dubitando di l'armada nemica, se tiroe in Zenoa. Demum un'altra volta adi 28 ditto la ussite, et andò a Santa Maria. Poi la terza volta fu adi 16 Settembrio che l'andò a Hostia nel Tevere, benissimo in ordine, et quella dil Re era zà tirata verso Napoli et Gaeta, et questa comenzoe a prosperar. Questa armada, acciò el tutto se intendi, havea le bandiere dil Re di Franza, et era capitanio.......

Successo di cose seguide in Romagna per li do campi erano dil mexe di Avosto 1494.

Tutta Romagna era in confusion per li campi che ivi si ridusevano. Et adi 4 Avosto madona di Forlì fè uno comandamento che tutti chi havea biave et altre robe fuora a la campagna, quelle subito dovesse tirar in Forlì o altri lochi securi, et quelli non poteva, dovesse condur su quel di la Signoria di Venetia. Ancora a Cesena tutti reduseva i lor mobeli a le fortezze, et Forliviensi, Faventini et Imolesi e terre dil Duca di Ferrara con gran furia adi 6 Avosto reduceano lor robe a le fortezze: Lugo et Bagnacavallo dil Duca di Ferrara fece conzar li arzeri et steccati. Et anche a Ravenna havendo Andrea da Lezzo precepto de la Signoria che dovesse far condur, senza però strepito et con desterità, in la terra tutti li grani dil paese, acciò venendo li campi non facesse qualche danno, et cussì adi 12 Avosto fece; et etiam li fu commesso che a tutti do li exerciti dovesse lassar dar renfrescamenti, perchè Venetiani erano neutrali.

Adi 3 Avosto el conte di Pitigliano era a la Bastia sotto Assisi, con zerca squadre 25 in 30, dove era el Duca di Calavria et Zuan Jacomo di Traulzi, et scrisseno a Città di Castello che adi 4 del presente doveano esser sotto Monton et la Fratta sul fiume dil Tevere, et poi adi 5 venir tra Città di Castello; Borgo e Citerna, demum venir in Romagna. Tamen aspettavano el Duca d'Urbin, el qual summamente desideravano venisse con loro.

Adi 4 el magnifico Piero di Medici fiorentino fue a disnar a Laterina distante da Rezzo (Arezzo) mia 12 con cavalli 60, et alcuni a piedi andava a Rezzo per andar a visitar el Duca di Calavria, offerirse et presentarli; et adi 5 doveano trovarlo tra Castello, Citerna et Borgo mia 16 luntan da Rezzo: et poi esso Duca veniva di longo a Santo Archanzolo et Savignano, lochi sottoposti a Cesena.

Adi 8 zonse a Ravenna madona Malgarita, moglie del sig. Fracasso da Sanseverino, si partì da Jesi et andoe a Cremona; et in questo zorno a Ravenna se intese le zente aragonese haver passate le Alpe, et arrivate a Ronco, distante da Santo Archanzolo mia 30, et cussì fo svisato la Signoria dal Pretor di Ravenna, el qual era molto vigilantissimo in notificar el tutto a quella.

Adi 12 el duca Guido de Urbin zonse su el fiume dil Savio con le sue zente in aiuto dil Duca di Calavria, et ivi aspettoe ditto Duca; et adi 11, 20 squadre del Pontifice et regie zonse su quel di Santo Archanzolo, et come per exploratori se intese el Duca di Calavria preditto, el conte di Pitigliano et Piero di Medici erano insieme in campo al Borgo San Sepolcro et ivi alozati, et li saccomani andava saccomanando a s. Stephano et la Pieve, et saccomanava X in XII mia, et el sig. Virginio Orsini si aspetoe primo verso Cesena.

Adi 14 zonse al campo preditto sotto lo Pene de Bari (Penna Billi), distanti da Cesena mia 30, el Duca di Urbin era con squadre 4, el conte di Pitigliano con squadre 8, Zuan Jacomo di Triulzi con squadre 6, Zuan et Luca Savello con squadre 4, et oltra queste 22 squadre, era zerca 400 cavalli lizieri, tra balestrieri et saettari (saettieri) et alcuni fanti; si aspettava squadre 10 dil Duca di Urbin, et squadre 4 dil fio dil signor da Camarin, squadre 4 dil sig. Virginio Orsini et 6 di la Chiesia: in tutto ditto campo dovea esser squadre 46, et de Fiorentini ancora non era venuto zente alcuna. Era in campo el magnifico Ottavian barba dil Duca di Urbin, el qual un tempo da poi la morte dil fradello governava quel Stado di Urbino. Et ditto campo dovea adi 15 venir a Veruchio mia X luntan dove era, et el zorno driedo a Savignano mia X luntan di Cesena. Et el cardinal San Zorzi era venuto in campo; questo perchè sperava iterum dar un'altra battaglia di exortatione a Madona di Forlì et haverla a le sue voglie, acciò il campo havesse comodi alozamenti et vittuarie, et cussì con ditta Madona et il suo Jacomo favorito si praticava la si accordasse con la Chiesia, Re et Fiorentini: tamen el campo preditto, nel qual era pur penuria di denari, ma ben governado et con gran justitia, venuto a Veruchio, poi al ponte de la Petra distante da Cesena mia 5, et cussì adi 18 zonse in ditto loco, dove dovevano far la massa dil resto di le zente.

Adi 18 zonto el campo al ponte de la Petra, non havendo cussì acque comode come era il loro bisogno, era disposti di venir a camparsi sul Savio più sul ditto territorio; et adi 17 el conte di Pitigliano andò a Rimano con cavalli 40, a visitation del sig. Pandolpho era ammalato: et adi 15 sua moglie, ch'è figliola del magnifico Joanne Bentivoi, andò a le Pene de Bari (Penna Billi) a visitar el Duca di Calavria et offerirli il Stado, et li havea mandato un bellissimo presente. Et adi ditto zonse lì a Rimano Zorzi Emo proveditor, mandato ivi per la Signoria di Venetia, come ho ditto. El campo pur stava vicino a Cesena, et aspettava squadre 8 di Urbino col marchese di Pescara, conte Guido di Gonzaga computà nelle 8 squadre dil conte di Pitigliano, et el sig. da Camarin con altre 8; ancora aspettavano el sig. di Piombino. Et se divulgava ditto campo si fermerebbe tra Bertinoro et Forlimpuovolo terra di Forlì. Li soldati fin qui non havia habuto danari da poi la prestanza, se non ducati do per homo d'arme: et è da saper che Zuan Jacomo di Traulzi havea in casa con lui uno stendardo, con le insegne dil Duca de Milan genero dil re Alphonso.

Adi 19 el preditto campo, zoè el Duca de Calavria, terminoe far 3000 fanti. Tamen fin questo zorno non havea fatto se non 300, con ducati 3 per uno. Et adi 20 se doveano partir per venir sul Savio. Adi 20 su la piazza de Lugo se ritrovoe un nuntio dil Duca di Orliens per far 1000 fanti, con mandato dil sig. Ludovico et Duca de Ferrara, i quali vol farli su quel de Lugo, Bagnacavallo et Cotignola. Et è da saper che a Ferrara a un tempo fu assoldato per Franza et re Alphonso.

A Fiorenza se ritrovava mons. lo Presidente de Provenza, ambassador dil Re di Franza et uno dil Duca di Milan, i quali adi 20 ditto partino et andono a Zenoa, dove era zonto el Prencipe de Salerno con alcuni altri franzesi.

El campo duchesco di squadre 40 fanti 1500, capitano el conte di Caiazzo, adi 18 Avosto era, come per lettere di Milan se intese, tra Bologna et Modena, nel qual era lanze 600 franzese, et adi 22 venne sul fiume di Panaro, mia 16 luntan da Bologna pur sul Bolognese, come per lettere di Ravenna se intese.

Adi 23, squadre 8 dil Duca d'Urbin zonte in campo fè la mostra bellissima: et questi conduttieri le guidavano: conte Antonio di Castazola et conte Antonio fradello di esso Duca.

Adi 25 el conte di Pitigliano venne sul fiume dil Savio a San Martino territorio cesenatico, mia do luntan era el campo, per veder si era bon alozamento, et non si ossava muover ditto campo, perchè non intendeva ancora la ferma voluntà di Forlì.

Adi 26 el campo duchesco, sta notte allozato fra Cantaloro, territorio imolese, et Castelgelfo (Castelguelfo), territorio bolognese, et adi 27 si dovea mover et venir a San Prospero, pur su quel de Imola. Poi adi 28 a Villafranca, ch'è su quel di Forlì. Adoncha li campi al presente sono vicini mia 40, et quando el regio sarà sul Savio et el duchesco sul fiume dil Monton a Villafranca, saranno distanti solamente mia X et non più.

Adi 27 madona di Forlì mandoe bando, che chi si voleva condur a suo soldo, sì da piè come da cavallo, dovesseno andar lì a farsi scriver et pigliar danari. El campo duchesco corse su quel de Imola, fece alcuni presoni, per caxon non potevano haver vittuarie. El campo regio ancora non era mosso, steva su pratiche o di andar a San Martino sul Savio, o vero al fiume di l'acqua appresso Bertinoro, aspettando zente et favor di Forlì, come sperava di haver.

Adi 29 el campo duchesco si dovea levar dal fiume di Castelgelfo, et venir più avanti, et allozar a Madrera sul fiume di Lamon su quel di Bagnacavallo, contermina col territorio di Ravenna et di Faenza; et non essendo d'accordo con Forlì, come speravano di esser per li secretarii mandati lì per el sig. Ludovico, erano terminati venir accamparsi più basso al Barzarin o vero Traversera pur su ditto fiume su quel di Bagnacavallo, con proposito de andar verso el campo regio. Et fo fatto in ditto campo uno editto, non andasse su quel de Imola a far danno, sotto pena di la forca. Et adi 28 da sera, in quello la brigata andava saccomanando, el sig. Zuan Savello con alcune zente corse al campo duchesco, et prese alcuni cavalli, non offendendo però alcun de Imola. Et adi 29 el campo regio dovea levarsi, et andar verso Bertinoro, come ho scritto di sopra.

Adi ditto, Bortholomio di Odasii secretario dil Duca di Urbino, venne a Ravenna, notificoe el campo era pur al ponte di la Petra, et era venuto danari al Duca di Calavria per far fanti et balestrieri a piedi, et che a Urbin ne era preparati 1500, zoè 500 balestrieri, el resto lanzeroli. Aspettavano le zente dil Papa et de Fiorentini, poi si dovevano redur verso Bertinoro sul fiume di Roncon (Ronco); et madona di Forlì li dava bone parole ma non conclusione. Et questa mattina zonse in campo do squadre di quelle dil Duca di Calavria, benissimo in ordine.

Adoncha li campi preditti, el regio era ivi, et el duchesco sul fiume di Castelgelfo, aspettando le zente franzese: di le qual, parte era venute con mandato dil sig. Ludovico di quello havesse a far, et continue si andava ingrossando.

Partita dil Re di Franza da Lion per fino a Susa di qua da monti.

El Re di Franza havendo zà mandà assà soe zente di qua da monti; lassato el duca di Borbon suo cognado con la moglie sua sorella, al quale commesse il governo dil regno; et da lui tolto licentia, esso Duca ritornoe a Molina (Moulins), terra in Borbon trenta lighe luntan da Lion, dove ivi sta con la sua corte. Ma el Re insieme con la moglie adi 24 Luio parti da Lion et venne a Vienna, dove a la campagna a cavallo tolse licenza da la Raina, la qual ritornoe in Ambosie a starvi, havendo recomandato el Roy ad alcuni soi, et datoli certe donne fidatissime, le qual li facesse el suo manzar, lavasse i panni, et li facesse altre cose necessarie. Et el Re poi venne a Garnoboli (Grenoble), demum a nostra Donna Dambrum (Embrun), et gionse a la fin de Avosto a Mongenevre loco dil Dolfinà, dove passò li monti et venne a Susa. El successo poi de soa Maestà più avanti sarà scritto.

Ma el Duca di Orliens essendo stato a Zenoa, ritornò adi 6 Avosto in Alexandria di la Paia per andar in Aste, et ritornoe con questi 6: mons. di Foys (Foix), mons. de Piennes, mons. de Obegni (Aubigny), mons. lo gran scudier, mons. de Sations (Châtillon), mons. de Luxemburgo, con li quali consultava, et poi ritornoe in Aste. Ma un'altra fiata ritornoe a Zenoa, come dirò de sotto, et mons. de Obegni venuto a Milan andoe adi... Avosto in Parmesana, dove era adunati li campi per governo di quella zente franzese. Et el Re di Franza in questo mexe di Avosto mandò avanti la sua persona in Aste el cardinal San Piero in Vincula, el qual era andato a trovarlo, et mons. di Beucher, molto volonterosi a questa impresa. Et adi 16 Avosto el Duca di Orliens stato in Aste ritornoe a Zenoa per esser su l'armada, dove era preparada una nave grandissima, di botte 4000, chiamata la Negrona, per la sua persona, ma poco vi stette, che zonto el Re in Aste, dove si ammalò, esso Duca ritornoe in Aste et li venne la febbre quartana, et convenne star lì fino el Re acquistò el reame.

A Milan fu fatto el principio di Avosto per Franzesi 100 artegliarie a modo serpentine, messe sopra di carrette tirate da uno solo cavallo per mandar in campo in Parmesana. Et adi 13 el conte Alexandro fiol natural fu dil duca Galeazzo, di anni 30, el qual era confinato in Parmesana za anni do per la inimicitia havea con el sig. Galeazzo di San Severino, questo a hora fuzite, et andò in campo dil re Alphonso, al qual el Duca di Calavria li dette 200 elmetti et 100 cavalli lezieri. Et adi 19 pur dil mexe di Avosto, appropinquandosi el Re in Italia, el sig. Galeazzo preditto si partì da Vegevene, dove era el sig. Ludovico, per andarli contro: ma a Milan variamente si parlava, nè se intendeva la conclusion di questa guerra. Unde era sorto un motto: El non è ni savio ni matto che intendi la guerra dil nonantaquattro. Et cussì etiam a Venetia variamente si parlava, nè sapevano quello seguiria, per le varietà di le cose et di campi vicini uno dil altro, et tamen non erano a le mane.

A Roma, Colonnesi con li altri seguazi di la sua parte et el cardinal Ascanio molto dannizava et faceva grande exercito, perchè pur era l'exercito dil re Alphonso ivi vicino, et dovea andar a campo a 25 di Avosto a Frascato, Grottaferrata et Marino. Et l'ambassador di Franza fuzite di Roma, et venne a Neptuno, castello de Colonnesi, dubitando el Pontifice non lo avesse fatto retegnir, però che 'l Papa fece un editto, che tutti li prelati franzesi et altri di quella natione gallica in termene XV zorni dovesseno andar a loro patria. Ma Colonnesi accampatisi a Hostia, quella adi 8 Settembrio have, perchè era mal custodita; et intrati dentro levono le insegne dil Re di Franza, ne la qual vi volse star el sig. Fabricio Colonna in persona, et quella attese a fortificar havendo con lui fidatissime persone. Et questo fo un gran danno a Romani, però che non lassava intrar vittuarie per la bocca dil Tevere in Roma. Et fu molto al proposito dil Re di Franza, et cattivissima nova al re Alphonso.

Successo di cose seguite in li campi di Romagna dil mese di Settembrio 1494.

Zà comenzava a far cattivi tempi, et il campo duchesco continue, come scrissi di sopra, si andava ingrossando di franzesi, et adi 1 Settembrio zonse nel campo regio el fiol natural fo del duca Galeazzo, venuto da la banda di qua, et fuzito di Milan, come è scritto di sopra.

Adi 2 Settembrio zonse sora el porto Cesenatico tre navigli da 100 fin a 200 botte, cargi di orzi et formenti, veniva di la Puia, et artegliarie per bisogno dil campo regio. Madona di Forlì pur non si lassava intender. Vi andoe uno ambassador dil Papa et uno dil Duca di Calavria, et ancora vi era lì uno dil Duca di Milan, et la ditta voleva far 1000 fanti, tamen fin qui non assoldoe se non 70, i quali spazoe per Imola sotto Anzolo Latio da Forlì: et non dava vittuarie ad alcuno de li campi: mandoe uno suo ambassador al sig. Ludovico, chiamato Antonio Boldraccano, tamen li cittadini, per dubito di vasto, la exortoe ad aderirse al Stado de Milan, et cussì stava in tal pratiche.

Adi 3 fu ordinà per la Signoria Andrea da Lezze podestà et capitano di Ravenna dovesse far la mostra di Jacomo di Tarsia de le so page cressute (ne have prima lì 50), et sollicitar la fabbrica di le mura comenzate per Hieronymo Donato dottor predecessor suo, et mandasse dal conte Carlo di Pian de Melleto, era a li soi castelli, dovesse venir in Ravenna. Et cussì mandoe Piero Grosso cavalier cittadin di Ravenna al ditto conte Carlo, acciò vi venisse subito con li soi homeni d'arme et balestrieri a cavallo; el qual zonse adi 5 ditto, et adi 11 ditto conte Carlo si levoe et venne a Rimano, demum in Ravenna, et alozoe in cittadella.

Adi 4 li campi non erano ancora mossi, ma nel campo regio zonse X squadre dil Duca di Gandia fio dil Papa, governador. El sig. di Piombino per non esser in queste parte de Italia, se aspettava el sig. Zuanne di Pesaro, fo fiol del sig. Costanzo et zenero dil Pontifice, con squadre 6. Et adi ditto, questo campo si dovea levar et venir sotto Bertinoro, et lì fortificarse sì de repari come de artegliarie. Adi 3 el conte di Caiazzo, capitano dil campo duchesco, venne a Madrera sopra il fiume di Lamon, territorio di Faenza, et al Barzarin pur su ditto fiume, per deliberar pur de venir col campo o ivi o pur in altro luogo. Et in questo zorno, in ditto campo duchesco fo bandito la guerra fra el Re di Franza et soi adherenti contra el re Alphonso di Aragona; azonto che alcun italiano sotto pena di la forca non ardisca devedare a Franzesi strame ni altra cosa che volesseno per uso suo.

Adi 5 el campo regio venne sul fiume di Ronco appresso a Bertinoro, era squadre 55, computà 4 di Annibal Bentivoi, fiol dil magnifico Joanne, el qual per nome de Fiorentini si aspettava. Et anche se ne aspetta altre 5, oltra li balestrieri et stradioti a cavallo: fanti a piedi, computà balestrieri 600 dil paese et di Urbin, zerca 1500. Et el zorno driedo dovea andar a Villafranca, territorio forlivense, dove ditto exercito sarà poi serrato tra doi fiumi dinanzi et da driedo; zoè quello dil Ronco et quello dil Monton, et saranno sicuri. Ancora è da saper che con el re Alphonso a la fin de Avosto si accordoe Zuane di Gonzaga fratello dil Marchexe di Mantoa, al qual si dette 50 homeni d'arme et ducati 1000 di provision a l'anno. Et, habuto danari, se metterà in ordine.

El campo duchesco, nel qual era el sig. Rodolpho di Gonzaga barba dil Marchexe di Mantoa soldato de Milan, el sig. Galeotto de la Mirandola, conte Borella, Scaramuzza, Visconte et altri conduttieri, steva pur dove era alozato sul fiume di Castelgelfo: et al presente mandoe a sopraveder li allozzamenti di S. Prospero et di Bubano.

Adi 6 madona di Forlì faceva fanti per mandar a Imola, ma molti fuzivano, et fece adì 3 ditto una crida, che chi voleva portar vittuaria nel campo regio potesse portar a suo piacer. Et el suo Jacomo zenoese era stato a Imola, et essa madona ha habuto di la liga ducati 12 milia et 6000 de promission. Et el Pontifice li promette, essendo con loro, di far el fio cardinal et conservarli il Stado; mantenirli il grano al pretio di bolognini 23 la corba per anni 3: la qual corba è di mesura stera uno de lì.

Et el campo regio venne adi 6 ditto ad allozar a Villafranca sul fiume Monton, territorio di Forlì, luntan mia 8 da Forlì et 7 da Faenza: fece le spianate poi per andar in la cerchia verso Faenza, vicino a Imola, per dar favor alla ditta terra, acciò el campo duchesco non la dannizasse. Et in questo medemo zorno essendo fuora alla campagna, su quel di Faenza a presso Russi, alcuni balestrieri et saccomanni dil campo duchesco per tuor strame et far prede, el sig. Zuanne Savello nominato di sopra fo a le man con loro, ne prese 4 balestrieri dil conte di Caiazzo: tamen nemici conduseno la preda, che fo certi bestiami. Et ogni zorno scaramuzzaveno insieme ditti campi. Ma el campo regio, a hora che have le spalle di Forlì, Faenza et Imola, si fece molto audaci, et deliberorno di far forzo di partesani et farse più avanti.

Adi 7 ditto campo regio si levò di Villafranca, et mandoe li carriazi per la via di la Cosina va a Samoggia, et fo questa mattina, et andati a la Bonegaliga (Brisighella?) passato lo fiume di Lamon, et andato al Campo di le mosche, dove alias allozoe Bortholomio Coglion, memoratissimo capitano in Italia, et maxime di la Signoria di Venetia; la memoria dil qual fue a Venetia in campo di san Zuanne Polo operà et novamente ivi posta: or questo loco di Campo di le mosche è sul fiume di Senio fra Faenza, Salarolo et Castel bolognese; et poi subito si levò de lì.

Adi 8 essendo mosso el ditto campo, el duchesco etiam venne a la Frascada, et in questa mattina si levoe et andoe per il fossà di Ziniul per la riva dil Po, fino al fiume dil Panaro, per precluder la via al campo regio che non passasse oltra et andasse a farsi forte sul Modenese.

Et el campo regio etiam si dovea levar, per andar in Parmesana: et l'uno et l'altro campo celerar il cammino; el duchesco havea la via più longa et cattiva, ma lo regio più breve et expedita, essendo Bologna con loro, come si divulgava fusse: tamen non era il vero.

Adi 9 el campo regio, deliberato di andar a trovar el duchesco, vedendosi potente più di quello, fece comandamento uno homo per casa di Imola, Faenza, Valle di Lamon et Forlì et per quelli territorii: et adi ditto venne ad Onegalia (?). Ma el campo duchesco se distese da cà di Lugo fino a Po, in quelle case di Troti; per la qual cosa, essendo in loco sicuro, el campo regio non potè venirlo a trovar. Et la movesta dil ditto campo duchesco fu per do respeti. El primo, perchè era voler dil Re di Franza et comandamento dil sig. Ludovico non si dovesse appizzar, nè far fatto d'arme, ma redursi in lochi forti, fino non seranno venute le zente dovevano esser, zoè squadre 40 italiane et 50 lanze franzese: la seconda perchè el regio era superior di fanteria, et poteva haver favor de li convecini: et però ditto campo si messe ivi fra Lugo et Po, et in quelli lochi vicini stetteno, zoè la Massa et Santa Agata, lochi forti in valle.

Adi 10 havendo ducheschi mandà a Bologna per haver passo, quelli resposeno non voler esser damnificadi, come era stadi per el passar di zente preditte nel principio.

Et andati cavalli 40 de franzesi verso la Massa a sopraveder, venendo el conte Antonio di Urbin fratello dil Duca con cavalli 80 verso Cantalovo (Cantalupo) territorio imolese, pur per sopra veder, havendose visti fonno a le man; fo morti 7 et presi 3 di quei dil ditto conte, et condutti li cavalli nel campo loro: et de franzesi fo morti 2; et questo fo adi 9. El campo regio era sotto Imola, fra el fiume et Imola, dove si attrovoe Jacomo preditto, favorito di Madona.

Essendo stà tolto per Franzesi uno paro di bue con il carro a uno cittadino di Ravenna, subito Andrea da Lezze pretor scrisse al conte Caiazzo, et mandoe uno messo pregando volesse far restituir, perchè la Signoria voleva li soi pascoli non havesse danno, non havendo guerra ma bona paxe; et lo fece restituir. Et li scrisse, la qual lettera mandoe per uno trombetta, come esso Podestà vogli alcuni cavalli et muli fonno tolti nel levar dil campo, et comprati da uno di Val di Lamon, l'altro di uno saccoman regio, da quelli di Ravenna, farli restituir: et cussì fonno pagati per non haver causa di far movesta di danari di la Signoria.

Adi 10 da mattina el campo duchesco si mosse da la Frascada, zoè balestrier franzesi in gran quantità in uno squadron, poi franchi arcieri et schioppettieri a cavallo in uno altro squadron; in tutto zerca 800; poi squadre 20 italiane et el conte di Caiazzo: et se drizzoe per la via verso la Massa con proposito de andar a trovar el campo regio, et preseno le spie de Aragonesi; poi ritornono ditte zente al sito (?) dil campo, al suo loco di la Frascada a le ca' di Troti et nulla fece.

Ma el campo regio adi ditto da mattina passò Imola, et andono verso Castel san Piero sul Bolognese, et ivi si affermoe a canto a la montagna de la Dozza sull'Imolese, mia 2 luntan de Imola: dove andarà scriverò poi.

Et adi 10 a hore zerca 15, a Mordano, Bubano et Bagnara, lochi de Imola, fo sentito sonar campana martello; et questo fo per fanti passavano de lì, et dubitaveno di haver danno.

Adi 12 el campo aragonese, allozato sul fiume appresso Castel san Piero mia uno, et per el comessario di quel luogo fu fatto prohibitione che niun non ardisca di portar vittuarie sotto pena etc.; tamen fo portà uno presente per li homeni di quel loco a Annibale Bentivoi fiolo dil magnifico Joanne, di pane, vin et carne viva: et tutta la notte precedente el Duca di Calavria con altri capitani et il campo stetteno a cavallo per dubito de li nemici non li venissero a saltar. Et in quella sera medema, zonse danari in campo, che molto confortoe quella zente; et poi la mattina si levoe et venne ad allozar al sopraditto loco, zoè squadre 62, oltra certi cavalli lezieri et balestrieri; et mandoe alcuni balestrieri in Mordano per custodia di fanterie; era zerca 4000 mal regulati; et il forzo paesani. Et adi ditto passò di fuora via di Imola do squadre dil sig. di Pesaro, per nome dil Papa andava in campo.

El campo duchesco stava pur alla Frascada; et, zonte che siano le zente i aspettano, erano terminati venir a la via di Concorda al Bonden, et poi per la riva dil Po fino in campo.

Bologna fin qui dimostrava neutrale; et adi 12 ditto Annibal Bentivoi partì di campo, et andoe a Bologna per praticar accordo col padre che quella terra regge et governa: in campo regio era pur abbondanza di vittuarie, ma pochi danari: li fanti si partivano et ancora qualche homo d'arme: et el parlamento et pratiche menava esso Annibal Bentivoi col Duca di Calavria, che voleva suo fratello protonotario fusse dal Pontifice creato cardinal, perchè si no Bologna non era con loro ma gli era contra: et vittuarie per comun non era portade in ditto campo, ma per private persone de ogni sorte. Et a Bologna ogni notte si facea la guarda al palazzo et piazza per li cittadini con il magnifico fiol dil magnifico Joanne protonotario, zerca persone 1500: et a la casa di ditto magnifico Joanne Bentivoi vi è a custodia 500. Et in la terra fece venir tutte le so zente d'arme, et fanno la guarda a le mura la notte et a le porte.

Adi 13 el campo duchesco era ove ho ditto di sopra, penurioso de danari, excetto li Franzesi che pur ne havevano assà, et aspettavano per Po un gran maistro di Guasconi a pè, et si dovea levar, et venir a Villanova sul fiume de la Rafanara dil territorio di Bagnacavallo. Et in questa notte fo tratte assà bombardelle et spingarde in ditto campo, et fo per la rotta have Obietto dal Fiesco, la qual di sotto sarà scritto: et aspettava assà numero de Franzesi a pè et a cavallo, et artegliarie venivano per Po. Unde el campo si ristrense per dar loco a quelli dovevano venir, et adi 12 zonse 90 homeni d'arme franzesi, hanno principiato di far uno bastion sul fiume di Imola, sul qual sono allozati dal cao di Lamon verso Lugo, a la custodia dil qual messeno Nicolò Maria contestabile, con do bocche di bombardelle discoverzea la strada va verso la Massa. Ma pur tutti si lamentavano contra el conte Caiazzo, disendo non haver danari; et el conte si doleva dil sig. Ludovico non li mandava li danari, acciò desse le paghe, come era ragione; et poi ditto campo dovea andar ad allozarsi a Cantalovo sul fiume appresso Imola mia 5, et andando li campi sarieno distanti uno da l'altro solum mia zerca 7.

Adi 14 el campo aragonese, nel qual zonse do zorni avanti 8 squadre dil sig. da Pexaro per nome di la Chiesia, et do squadre di Bajoni da Perosa, et si divulgava dovea venir nel ditto Francesco Secco barba dil Marchese di Mantoa, el qual havea stipendio con Fiorentini da poi che scampoe di Mantoa, et habitava a Pisa: et ancora aspettavano Piero de Medici con danari.

A Ravenna adi ditto zonse Paulo Davissi veniva dal Cardinal San Piero in Vincula, andava a Sinigaja dal fradello dil ditto Cardinal, prefetto di Roma, el qual in quello tempo havea compito la condutta havea con Venitiani. Referite esser X giorni partiva da Turin, dove havea lassato la Maestà dil Re di Franza.

In questa notte a la Rocca dil porto Cesenatico fo applicate le scale, et essendo per el baiar di cani svegliato el castellano, comenzò a gridar; et quelli scalavano ditta Rocca fuzite, nè se intese chi fusse. Fo visto cavalli 40 armati da la parte va verso Rimano; et tamen poi se intese esser stà Achille di Tiberti nepote di Polidoro, con alguni partesani, per esser di principali di Cesena; et questo feva a requisition dil conte di Caiazzo per tuor la comodità che 'l soccorso et vittuarie veniva per mar al campo regio, et etiam haria fatto bon buttino di biave, sali et munitione, le quale erano stà condutte in quella Rocca ne li preteriti zorni.

Adi 15 el campo regio se reduse a Legnaro, loco incolfato in una valle fra Dozza et Tussignano, distante da Imola do mia; loco fortissimo da sè medemo, per haver per scudo Imola, et havea vittuarie da Imola.

Lo duchesco si redusse a Santa Agata, terra dil Duca di Ferrara, et ivi si fortificoe con fossi, foraggi, sbarre alle strade verso Imola, con artegliarie: et a li repari per più custodia allozava le fanterie, e tutta la notte fece lavorar a li guastatori a lume di luna, pagati a uno carlin per uno al zorno. Adoncha li campi sono distanti mia 8; ma in questo ancora non era venuto danari, ma aspettavano.

Adi 16 zonse in ditto campo duchesco a Santa Agata la squadra di Fracasso, et fo fatte le spianate su la riva dil Po, a longo el Polesene di San Zorzi, da la banda verso Imola.

In questa mattina el conte de Caiazzo con uno squadron et balestrieri a cavallo si partì dil campo, et andoe verso el campo aragonese. Stette fora 4 hore, poi ritornò et a mezzo dil ditto campo si levoe et andoe verso Po; et questo perchè dubitavano el campo aragonese non venisse ad allozar a Mordano, pur loco de Imola, mia do vicino al duchesco, et credevano esser a le mane.

In questo zorno el campo aragonese, fatto di le fanterie tre squadroni che sono il forzo, balestrieri multi con curazzina, il resto lanzaruoli con curazzina tutti, pochi con targete, per numero zerca 3000; et fatto de tutte le zente d'arme squadroni 16, se avviono su la campagna, et venne fino a presso el campo duchesco zerca uno mio et mezzo. Et el Duca di Calavria con el primo squadron, con lo elmetto in testa et la lanza su la cossa, con proposito al tutto di far fatto d'arme. Ma vedendo che alcun non ussiva dil campo nemico, mandoe alcuni balestrieri lizieri a invitarli fino mezzo mio a presso el campo, et mai alcuno si appresentò. Tamen el campo duchesco si messe in ordine, et tutto in arme et le fanterie a li repari. Ma el Duca di Calavria, aspettato a la campagna per do hore, se ne tornoe a Bubano, et li stette el campo tutto in arme fino fo allozato le fanterie. Et fatti li allozzamenti per li saccomani, ivi si puose ad allozar, et hanno per riparo el canal dil molino dinanzi, da l'altra parte el fiume, et da driedo Imola. Et li campi sono distanti l'uno da l'altro mia zerca do, et scaramuzeranno saccomanando insieme.

Adi 17 el conte de Caiazzo condusse fuora dil suo campo 14 squadroni, con li elmetti in testa et lanze, in una pradaria vicina al campo, et messe sbarre do attorno li repari ben forniti de artegliarie, et stetteno cussì. Si divulgoe Aragonesi era in arme, ma non seguite altro.

In questa mattina li saccomani ducheschi corse in su li confini di la Signoria al loco di Santerno sul territorio di Ravenna, et alcuni...... torse di strame. Ma inteso questo dal Podestà, scrisse al conte di Caiazzo, et adi 18 li mandoe do cittadini di primi con lettere credentiali in campo, lamentandosi di questo insulto.

Adi 18, li campi heri stetteno in arme tutti do, da hore 16 fino 21, et per el Duca di Calavria fo mandato uno trombetta al conte di Caiazzo, si voleva venir romper qualche lanza. Li fo risposto venisse mò a la campagna, dove si potesse operar li cavalli, et non star in questi paduli. Ma cadauno stete su el suo. Poi ditto trombetta tornò e invidò mons. de Obergnia (Auvergne) capitano de Franzesi, volesse elezer uno o più de li soi, et esso duca elezeria tanti de li soi calavresi, et che questi avesseno a experimentarse insieme. Ditto monsignor accettò lo invito, ma el conte de Cajazzo disse non voleva se facesse tal prova, perchè fra pochi zorni se farà dil tutto. Et tornato el trombetta dil duca di Calavria, el conte fè metter et venir balestrieri, schioppettieri et arzieri a cavallo et lui con lo elmetto in testa, presente ditto trombetta corse la lanza, et fece discargar a un tratto tutti schioppettieri, et li cavalli se reculavano, et da poi tornoe ditto trombetta un'altra volta, et disse che 'l duca era smontato et che lui poteva smontar: unde a hore 21 tutti do exerciti se disarmono.

El magnifico Joanne Bentivoi a Bologna et in Bolognese faceva preparatione di strami per la venuta di Franzesi.

Adi 19 el campo aragonese zonse questa mattina a Barbiano sotto Codignola, et el conte Carlo di Pian de Melleto soldato di la signoria, el qual adi 13 ditto zonse a custodia di Ravenna, fu in questo dì nel campo aragonese. Et accidit che li cavalli lezieri di campi si attaccorno, et le fanterie, al loco dil Molinazo: fo morti 5, et 4 Franzesi, et poi si separono. El campo aragonese adoncha era fra Codignola et Santa Agata, fra doi fiumi, et el duchesco in quello di Santa Agata. In questo tempo molti patri ivi venite, et altri subditi di la Signoria andono in tutti da li campi; et da tutti erano ben visti, perchè Venitiani erano neutrali, ma molto più carezzati nel campo aragonese.

Adi 20 el campo aragonese levato da lo allozamento, avviato prima li cavalli lizieri, poi li squadroni, uno dil qual governava el duca di Calavria, l'altro Astero barone, da poi veniva le fanterie et di man in man le altre squadre, si redusseno a presso el fiume di Santa Agata con li soi corradori, et lì fonno a le man con li ducheschi che haveano passato el fiume predetto, et tuttavia passava le squadre fino numero 12 con el conte di Caiazzo; et per li cavalli lezieri et parte di fanti fu fatto una baruffa per spacio di una hora senza mesedarsi (?) in alcuna squadra, et in questa baruffa con spingarde, schioppetti et passavolanti fo morti di aragonesi 7 et feriti zerca 20; ducheschi morti 3 et doi presi, tamen feriti: li Colonnesi fonno condutti in Lugo a medecarsi. Il duca di Calavria da poi instoe de attacarsi, per esser superiore dil campo nemico di squadre zerca 20 et fanti 3000. Ma li Ducheschi si scusavano, dicendo aspettar zente franzese et italiane; danari era divulgato veniva de Milan, et erano in Modenese. Et el campo aragonese dovea hozi partirsi, et andar ad allozar a una villa di Lugo ditta el Pulentano distante dal campo duchesco uno mio, per tuorli la via delle vittuarie; et fece far la spianata, tamen non tenne tal via.

Adi 21 el duca di Calavria mandoe uno trombetta dal conte di Caiazzo a invitarlo a far fatto d'arme, et li rispose: sia con Dio. Tamen non venne.

Et in questa notte aspettavano Fracasso dovesse zonzer in ditto campo duchesco con alcune squadre, et si ingrossava di fanterie. Li danari erano zonti, et fece una cria, chi voleva danari, etiam si fusse fuziti, dovesse venir li sariano dati.

El Pontifice per causa di la ribellion fatta iterum di Hostia, come scrissi per avanti, in questi zorni scrisse al Duca di Calavria li mandasse le sue zente a Roma.

Et zonto el campo a Barbiano, el Podestà di Ravenna gli scrisse non lassasse far danno a quel territorio, perchè facendo, faria dispiacer alla Signoria. Unde el Duca rispose per una lettera sapientissima, concludendo era disposto prima lassar morire il suo exercito, che fusse fatto alcun danno a li subditi di quella excelsa Signoria.

Fo ordinato per la Signoria che 'l castellan di Ravenna non dovesse ussir di castello, et che la terra fusse custodita: unde Andrea Da Lezze podestà duplicoe la custodia alla piazza (era Jacomo di Tarsia et Alvise da Novelli, contestabeli), et la notte ordinoe andasse le guardie deputade attorno le mure di la città; et cussì etiam a Cervia, dove era prima Alvise Bellegno, fo fatto, et custodito per dubito de subite incursion.

In questo zorno fo inchiodato uno passavolante a li ducheschi.

Adi 22, essendo el zorno avanti el conte di Pitigliano, Duca di Urbin, sig. di Pesaro, Zuan Jacomo di Traulzi andati a veder a presso Lugo el Molinazo, per volerse redur con alcune squadre in sua compagnia, se avviono verso el campo duchesco; ma li ducheschi non si mosseno di la riva dil fiume, dove havevano fatto uno revellin alveado, per el qual possano, a voler, venir a trovar calavresi, et ivi poseno 10 passavolanti, sì che niun vi po appresentarsi, sì che conveneno ritornar.

Adi ditto da mattina, pensando el campo duchesco che Aragonesi dovesseno venir ad allozar al Molinazo, si messono in arme; tamen se disarmono poi, perchè Aragonesi stetteno a Barbiano, pur erano volunterosi di precluder la via di le vittuarie a Ducheschi, et veder di redurli in loco habele a far fatto d'arme.

Adi 23 li campi stetteno in arme, ma stanno a le difese.

Adi 24 al porto Cesenatico a hore 9 fo un gran rumor, cridando: arme! arme! et le barche erano in porto da paura si levono confusi, lassando poi i soi corredi in terra. Et questo fo che la notte, da poi la luna levata, che fo a l'hora ditta, quelli di la rocca vete (videro) certi armati, et cridono: arme! arme! al qual cridar quelli fuzino. Li cittadini di Cesena stavano con gran dubito et timidità, si sforzava liberar le moglie et figli et lor bene, e portar fuora su quel di la Signoria, di Cervia et Ravenna.

Adi 25 el campo aragonese fece cavar certi fossi per tuor l'acqua al fiume, a presso dil qual era allozato el campo duchesco, acciò li fusse tolta la via di le vittuarie veniva per ditto fiume, et a hora ditto campo non pol haver vittuarie se non da Ferrara. Et questo campo aragonese stevano molto di malavoglia, zoè li principali, per causa dil perder di Hostia, dubitando el Papa non vogli le so 18 squadre.

Nel campo duchesco venne incognito et stravestito el sig. Antonio di Ordelaphi, fo de li signori de Forlì, per metter paura a madona di Forlì, acciò si voltasse da loro.

In questa notte ditto campo si levoe dal loco dove era allozato, et andato verso Bologna; ma etiam in questa notte medema cavalcoe 8 squadre de Aragonesi verso el campo ditto, et trovato che quello era levato, ritornono indriedo; et etiam questo si levoe per andar seguitando el campo nemico. El qual se redusse verso el Fosso di Ziniul (Fossato del Genivolo); questo perchè, dove era, mancava vittuarie, perchè nè da Lugo, Bagnacavallo, Fusignano, Cotignola et Santa Agata non ne poteva haver, et li era tolto le acque, li molini propinqui non poteva masenar. El loco dove a hora sono redutti è di sito fortissimo, per haver da un canto el fiume, da l'altro li paludi ch'è drio el Po, zerca do mia et mezzo, davanti si fortificoe con fossi, repari et artegliarie, et per Po senza obstaculo haveranno le vittuarie.

El campo regio o vero aragonese, levato per seguir questo, si affermoe in quelli medemi lozamenti, dove era partito el duchesco, a Santa Agata su la strada maistra, et eran distanti mia 4 in 5 uno di l'altro. Le strade di andar in li campi in questo tempo erano rotte, et da saccomani si faceva gran danni.

Adi 26 el campo duchesco, essendo stà do zorni in extremità de viver, preso le spie et scolte de Aragonesi, fece comandamento secreto a homo d'arme per homo d'arme, che si dovesseno metter a li so ordeni per cavalcar a hore 7 di notte, el mercore venendo la zobia. Avviato prima li carriazi, cavalcono di trotto et non di campo et confusamente verso il fosso di Ziniul, et si allozoe di là dil fosso preditto a longo Po, fino per mezzo arzere. Ma l'Aragonese, intendendo questo, gli detteno driedo con li cavalli lizieri, et a le coazze preseno alcuni cavalli che non potevano cussì camminar, ma poco numero. Hanno mancamento ducheschi di strami per li cavalli, ma si ajutano con foje di salgaro, per esserne gran copia. Ma ditto campo regio si allozoe tra Lugo et Fusignano sul fiume dil molino, et havea abbondantia di vittuarie.

El conte di Pitigliano in questo tempo era ammalato fuora dil campo; tamen poco dapoi varite.

Et acciò el tutto se intenda, questo è il modo si levoe el campo duchescho di Santa Agata con gran taciturnità, non facendo motto alle scolte, acciò non fusse scoperte. Fo prima un bon squadron con una parte di la fantaria, poi li carriazi, poi le zente d'arme con li elmetti in testa et lanze su la cossa, poi le artegliarie con le soe carrette, driedo uno grosso squadron con el resto di la fantaria. Et una gran parte di balestrieri a cavallo andono per la strada, passò uno ponte sul quale fo bisogno a passar cavallo per cavallo, et si lo Aragonese lo havesse de subito seguito, per la dimora dil passar, senza dubbio li haveriano rotti.

In questa sera, fo 26, zonse per Po 4 burchi di vittuarie et 4 squadre di Fracasso, et alcune lanze franzese, num. 600, et 4000 Sguizzari a piè; et el zorno avanti zonse tre squadre di ditto Fracasso, et 200 fanti condutti per uno contestabile bolognese: sì che questo campo se ingrossava.

Adi 27 el campo aragonese havea deliberato levarsi questa mattina, et andar allozar a le caxe di Troti, ma non andò, et le zente dil Pontifice si dovea levar et tornar a Roma.

Adi 28 da mattina zonse a Ravenna el sig. Zuane di Pesaro, partito di campo dil duca di Calavria, andava a Pesaro chiamato dal Papa con la sua compagnia, la qual pur era rimasta in campo. Subito montò a cavallo, et andoe senza altra dimora a Pesaro.

In questa mattina, el ditto campo si levoe, et andò a le caxe di Troti vicino al duchesco mia uno et mezzo.

Accadette in questi zorni che venendo di Venetia uno patricio chiamato Francesco Da Lezze, fiol di Alvise, insieme con uno cittadin di Ravenna in la sua barca, fatto la via di Ferrara per venir poi per Po a Ravenna, credendo questa fusse più sicura; et inteso Franzesi che veniva uno Venitian et uno secretario ragonexe[103] da Venetia per quella via, et portava, ut dicitur, ducati 60 milia nel campo a loro nemico, da uno capitano de Franzesi chiamato monsig. Baylo de Trevi (?) et Filippo de Monton fue lì a la riva dil Po, dove era el ditto campo, retenuti, et diligentemente examinati et cercato per tutta la barca. Et letto le lettere havea fatto paura a li famegli, et trovato non era alcuna cosa, licentioe ditto patricio, pur dubitando sempre non andasse a far qualche mal contro di loro: et gionse a Ravenna.

Adi 19 el campo aragonese deliberoe con 50 squadre et cavalli lizieri et parte di le fantarie andar trovar li nemici fino al fosso di Ziniul, oltra dil qual erano allozati; et mai ditto campo duchesco si vuolse muover: per la qual cosa questi ritornono a li primi alozamenti, et aspettavano el fradelo dil marchese di Mantoa con 50 homeni d'arme, et alcune zente de Fiorentini.

Essendo el sig. Fracasso allozato in una villa in Bolognese, per venir in Annibal Bentivoi con do squadre de homeni d'arme et certi cavalli lezieri con alcuni fanti a pè, vi andoe per svalizarlo, et precluderli la via, ma non potè far nulla. Et zonse in campo adi ultimo ditto con alcuni cavalli lizieri.

In questi zorni ritrovandosi do franzesi di primi dil campo ammalati, el duca di Calavria li mandono a dimandar a quei di Lugo; i quali resposeno non voleva senza comandamento dil duca di Ferrara loro signor. Et iterum li mandoe a dir che, non dagandoli, le daria el guasto: unde quelli, timendo, fè compagnar li ditti in campo preditto; et habuto el duca con loro colloquio, li remandoe in Lugo a risanarse senza farli dispiacer.

Adi 31 ditto, essendo zonto el sig. Fracasso in campo, et facendosi far certo riparo e taiata dinanzi al fosso di Ziniul verso il fiume per più fortezza, Fracasso disse: non vò star in questo seragio, et ho ditto al Re di Franza non vò obedir niun, salvo mio padre, duca di Ferrara. El conte di Caiazzo diceva nel suo campo: state contenti, che fino 8 zorni sentirete uno schioppo che 'l duca di Calavria convegnirà tornar indriedo.

Et cavalcando adi 30 Zuan Jacomo di Traulzi con do squadre, et zerca 40 fanti con el marchexe di Pescara per sopra veder, si scontrò in Zuan Filippo vice collateral a Ravenna, et li disse: son di vostri, et servitor de quella Illustrissima Signoria, a la qual mi raccomandarete; et li fece bona et perfetta compagnia.

Et V ultimo dil mexe di Settembrio preditto, el campo aragonese si levò dil loco dove era, et se ridusse sul fiume di Santa Agata in li propri allozamenti dove allozava Franzesi, ch'è tra il fiume et Santa Agata.

Seguito di l'armada aragonese a Rapallo.

In questo tempo l'armada dil re Alphonso, andata innanzi et indrio, et hora a Pisa hora altrove, et qualche danno sul mare a Zenoesi fece. Or adi 8 Settembrio, dismontati di la ditta armada Obietto dal Fiesco prothonotario, Orsino fiol dil cardinal Orsini, et Fregosin da Campofregoso fiol dil cardinal di Zenoa, el qual etiam lui ivi si ritrovava, et dismontati in terra a Rapallo, ch'è una terra de Zenoesi verso levante assà grossa ma non ha castello, lontano di la città di Zenoa zerca mia XX, et dismontato ditto Obietto capo di parte, però che in Zenoa sono do grandissime parte principali de zentilhomeni, che sono signori di castelle, zoè Spinola et Doria, a le quale seguita tutto il resto de zentilhomeni, et cadauna parte ha la sua de capellazi, i quali convien di tal sorte esser doxi, come poi più avanti tutta la hystoria et perchè scriverò di sotto. Or la parte Doria ha Fieschi, Grimaldi et Montaldi, et è per capellazo Fregosi; la parte Spinola ha Lomellini, Pallavixini.... et altri, et per capellazo li Adorni. Adoncha hora domina li Adorni, hora li Fregosi el ducato. Al presente li Fregosi erano scacciati, et però el preditto Obietto dal Fiesco era contrario a la parte che regnava, zoè Agustin Adorno, al presente governador di Zenoa, benchè de quella el duca de Milan habbi el dominio, et se intitola signor di Zenoa. Ma, al proposito nostro, dismontati questi partesani, haveano modo di haver uno ponte et una torretta. Ma inteso in quel zorno medemo a Zenoa tal nuova, subito Antonio Maria di San Severino, Zuan Adorno capitano di le fanterie, fradello dil governador, et Zuan Alvise dal Fiesco, fradello de ditto Obietto, el qual tien dal duca di Milan, et con alcuni Sguizzari ivi erano col duca di Orliens, che si ritrovava a Zenoa, et a le hore 24 a la sera assaltono li nemici, zoè 500 fanti di ditta armada, et quelli ruppe et fugoe, et poco mancò non prendesse ditto Obietto, el qual fuzite su l'armada solo, ut dicitur, in zipone: fo preso Orsino fradel dil cardinal Orsini, et Fregosino nominato di sopra, et menati a Zenoa; et li fanti fuziteno chi in qua et chi in là. Ma li Sguizzari andando seguitandoli, inteso in uno hospedal di San Lazzaro ivi erano redutti zerca 60 de ditti fanti, introno dentro, et quelli altri feriteno, altri fonno morti, ammazzando etiam de li poveri era in ditto hospedal; et vedendo quelli di la terra questo, deliberò di non sopportar tal insolentia, et se messeno in arme, et fonno a le man con ditti Sguizzari, de quali ne fo morti zerca 25, ma fuzito Obietto su uno bregantino, et andato a Livorno a l'armada aragonese. Fregosin fo portato al duca di Orliens, lo qual lo mandò in Aste: preso taia ducati 8000, nè mai volse renderlo per cosa niuna, ni per lettere dil Re di Franza quando si pacificò a Napoli con suo padre cardinal di Zenoa, et è ancora ivi presone. Orsino veramente fu donado al signor Ludovico, et poco da poi lassato. Et è da saper che in questo tempo, adi 8 Settembrio, l'armada dil Re di Franza ussite di Zenoa, zoè galie 24, una galeazza, 8 nave et 17 galioni; et in questo tempo ivi era el duca di Orliens, el qual andò per terra[104] con Antonio Maria di San Severino et persone 6 milia, et si ritrovò alla movesta scritta di sopra. Ma da poi ditta armada ritornò in Zenoa, et el Re, venuto in Aste, scrisse al duca di Orliens ritornasse, et cussì ritornò, et li venne la quartana, come ho scritto di sopra.

El viazo dil Re di Franza da Susa fino in Aste, et quello fece in Aste.

Zonto el Re al primo di Settembrio a Brianzon, poi a Olso (Oulx) mezza zornada distante da Susa, dove el zorno seguente venne, et è di qua da monti, in la Savoia. Le zente soe zà erano venute avanti, et etiam bona parte le seguitava de varie generatione, zoè schioppettieri et arcieri anglesi, bertoni con lanze longe, sguizzari, normandi, piccardi et di altri paesi, come a la descriptione dil suo esercito sarà scritto, con 40 carrette di artegliarie tirate da molti cavalli. Or venne a Vegliana (Avigliana), demum adi 5 intrò in Turin, dove habita el duca di Savoia: tamen quello Stado è a lui raccomandato. Questo duca presente fu figliuolo dil duca Carlo, che morite nel 1490, è di età de anni zerca 5, et la madre governava quello Ducato insieme con Felippo mons. di Bressa in Savoja, el qual venne con el Re in Italia, et era di primi capitani, ma molto nemico di mons. Samallo. Ma zonto el Re a Turin fu molto da quella madona, per esser suo parente, honorato. D'indi partito, venne a Moncalier, et poi adi 9 ditto intrò in Aste a hore 24; ma prima adi 5, el sig. Ludovico parti di Vegevene et venne in Alexandria di la Paia, et adi 8 el duca Hercules di Ferrara, suocero di esso Ludovico, etiam venne con cavalli 200 lì in Alexandria, et in quel medemo zorno tutti do questi signori si partino, et andorno a Non (Annone), ch'è alli confini di Aste, pur dil Stado de Milan, et quivi si allozono. Et adi 6 ditto, Zorzi Pisani dottor et cavalier, ambassador di la Signoria, venne da Vegevene in Alexandria di la Paia per seguitar el sig. Ludovico, perchè cussì haveva in commissione de seguitar la corte, et ivi si puose, dove stette fino che ritornò a Milan: et questo fo perchè a Non (Annone) non era alozamenti d'avanzo, essendo lì allozati chi vi era.

Adi 8 el Cardinal S. Piero in Vincula intrò in Aste avanti el Re, et allozò in la terra in uno Priorà di San Zuane. Hor el zorno driedo, che fo adi 9, la persona dil Re intrò, li andò contra mia do di là di Aste el duca di Ferrara, havendo butato el corrotto di la moglie morta di breve, et el sig. Ludovico suo zenero. Questi, visto la Maestà dil Re, volseno dismontar da cavallo, et il Re non volse; ma cussì a cavallo si toccono la man a la franzese, et in mezzo di loro el Re intrò in Aste, con zerca 6000 persone.

La duchessa di Bari, madona Beatrice, moglie dil sig. Ludovico et figlia dil duca di Ferrara, venne da Milan con 20 sue damiselle et 20 zentildonne da Milan a Non (Annone), et cussì adi 10, che fo el zorno driedo che intrò il Re, a hore 20 andò con el marito a far riverentia al Re, con le qual donne el Re stette insieme serrati per hore 3, nè vi era altri che il Re, esso sig. Ludovico, mons. Felippo (de Bresse?) et il marchese di Salucio (?), et ditte donne, per esser l'ora tarda, restono lì in Aste quella notte con el sig. Ludovico. Questo loco di Aste, con alcuni castelli circonvecini, è dil duca de Orliens, altre volte li soi habuto in dota da li signori de Milano. Et è da saper, che esso duca s'intitola duca di Milano, dicendo, jure haereditario, lui dover haver tal dominio. Questo duca è zerman etiam dil Re, figliuolo di la sorella dil Re, et per altra linea è di prole regia, adeo, morendo Carlo senza legittimi figlioli, li vien la corona, come ho scritto di sopra. Et al presente si ritrovava a Zenoa, et il Re subito zonto li scrisse dovesse ritornar da lui. A consultar el qual, adi 15 Settembrio passò per Alexandria di la Paia; era con lui Fregosin fiol dil Cardinal et Orlandin Fregoso, presoni nominati di sopra. Et adi 21 ditto, da poi etiam che el Re si ammaloe, ditto duca si ammalò di doppia quartana, et convenne restar in Aste a curarse, a tempo che era volonteroso di far gran cose.

Ma el Re havea con lui molti baroni di Napoli o vero dil Reame, parte di qual qui sarà notadi. Era el prencipe di Salerno zà andato a Zenoa, el marchese di Cotron, conte di Chiaramonte, conte di Celano fratel dil duca di Melfi, tre figlioli dil principe di Busignano etc., i quali erano molto alliegri, vedendo la cosa andar da dovero. Era ordinato per il Re di mandar a Zenoa per l'impresa marittima 600 lanze, capitano monsig. di Mompensier, questo è cugnato dil marchese di Mantoa presente, et 3000 fanti tra Sguizzari et Guasconi; ma poi, consultato meglio, non mandò. Monsig. de Citen, era ambassador a la Signoria, nel principio che intese el Re esser di qua da monti, andato in collegio expose la venuta dil suo Roy, et come voleva tuor licenza per andarli incontra: et cussì partite di Venetia, et zonse dal Re, al qual riferite el voler de Venetiani, et bona compagnia si haveano fatto, laudandoli summamente; ma ben diceva l'aiere non li comportava di star quivi.

El Re adi 13 Settembrio si ammalò; le porte dil suo palazzo era serrate et sbarrate le strade, perchè li venne uno subito et cattivissimo mal, con gran freve. Havea con sè molti medichi, tra i quali uno maistro Theodoro da Parma, al qual li prestava gran fede, et nel principio parse fusse ferza, ma poi si discoverse in verole, li qual li duroe zorni 14.

La duchessa di Bari havea ordinà, el zorno el Re si ammalò, di far una bellissima festa a trombe et piffari, con quelle donne era in sua compagnia, benissimo adornate: ma seguite tal egritudine, et non potè far, et retornò a Vegevene.

El marchese di Monferà, di età di anni 10, che fo fiol dil marchese Bonifacio, che successe Guielmo suo fradello morto senza heredi nel 1482; el qual da poi la morte dil padre da li populi fu chiamato per signore: et la madre, che fo figlia dil despota di Servia, di età giovene licet fusse in uno vecchio maridata, quello Stado per il fiol governa, insieme con el sig. Constantin Arniti (Arianite), che fo figlio dil sig. Arniti Concino (?) suo parente, venne in Aste con 300 cavalli benissimo in ordine, per invidar el Re a Casal da la marchesana sua madre, la qual el Re summamente desiderava di veder, per esser bellissima. Zà era venuto contra el Re el prefato sig. Constantin Arniti fino a Turin, a offerir el Stado di quella madona a esso cristianissimo Re, et invidarlo a Casal. Et zonto in Aste ditto marchese adi 17, andò a visitation dil Re era in letto ammalato, stette un quinto di hora, et usato poche parole tolse licentia, et ritornò in Monferà.

Adi 14 essendo el Re ammalato, Franzesi pur mormorava di dover venir in Italia, et molti volevano ritornar in Franza; per la qual cosa monsig. di Sammallo, et monsig. di Beucher erano molto di mala voia, che i loro pensier non avesse effetto. Et cussì in questo zorno, questi con 4 altri, zoè monsig. di Sammallo ditto, monsig. di Tiens (?), monsig. di Beucher, el gran Siniscalco de Giae et monsig. di Camperoso (?) veneno in Anon mia 5 distante de Aste, dove era allozato el sig. Ludovico, per consultar quello havesseno a far, zerca a l'impresa. Et qui consultato gran cose, zoè el duca de Ferrara si fece baron dil Re, e tramava di esser capitano di questa impresa, licet andava contra el cugnado, dal qual, al tempo di la guerra have con la Signoria di Venetia, fo aiutato, et per questo.... promesseli pavioni (padiglioni) 100 da campo, i quali el Re libentissime acceptoe, dicendoli si volevano pagar, tamen mai li dette nulla. Questi franzesi soprascritti consultono con el sig. Ludovico, qual via dovesse tenir el Re, o andar a Zenoa, o andar in Toscana dove era bisogno menar le man, non havendo Fiorentini con lui, et si divulgava che el Re voleva andar a Zenoa, et voleva la Castellina ch'è la principal fortezza di quella città; la qual per Zenoesi, con voluntà dil sig. Ludovico, non fu voluta dar. Pur el mal cresceva al Re, et questi dubitavano non seguisse qalche cosa, per la qual fusse disturbato questa impresa. Et el sig. Ludovico adi 17 mandò in Aste a veder el Re maistro Ambrosio de Rosate (Rosciate) suo medico et ottimo astrologo, et visto, conoscete esser varuole, le qual zà se discoverzivano su la persona; per la qual cosa tutti comenzono a star di bona voja, perchè saria mal breve, come fu. Et adi 21 el Re levò di letto; nel qual zorno el duca di Orliens si butò al letto con doppia quartana, come ho ditto. Consultavano ancora insieme el sig. Ludovico, duca di Ferrara et sig. Galeazzo di Sanseverino, nè altri de soi consiglieri vi intrava a tal consultatione: et pur spazava franzesi a la volta di Parmesana, provedendo de alozamenti, perchè lì in Aste non vi poteva capir tanta multitudine quanta era. Et el sig. Ludovico preditto andava di Anon in Aste spesso in questi zorni era ammalato, per visitarlo.

El duca de Ferrara vedendo non esser fatto quel cavedal di lui dal Re, che si credeva, nè potendo obtenir el baston d'esser capitano di l'impresa, deliberò ritornar a Ferrara; et volendo tuor licentia dal Re adi 22 Settembrio, non potè ma la mandò a tuor per suo fiol don Ferrante, era con il Re; et cussì assà mal contento in questo zorno partite di Aste con il n.º di cavalli, zoè 100, perchè zà adi 13 havea rimandati a Ferrara altri 100 cavalli, era venuti in sua compagnia. Et è da saper che Ferraresi comenzono a levar habiti franzesi, con cappelli in capo, et cussì usono tal foza, et usa fino al presente.

El Re tolse danari a Zenoa docati 100 milia, et a Milan 50 milia a usura et interesse, con pegno di zoie; piezò el sig. Ludovico; tamen fu divulgato esso sig. Ludovico haverli fatto prestar questi denari da li soi, sotto nome de altri: or, quomodocumque sit, el Re have questa quantità. Et adi 22 li have, et adi 26 ordinò di dar una paga alle sue zente adi primo Ottubrio: et cussì fece et dette. Et vedendo non esser ambassador a Venetia, dove grandemente bisognava, per esser advisato dil progresso di quella Signoria, et per mantenirla a sè benivola, elesse et mandoe uno de soi primi, chiamato monsig. di Arzenton, homo di grande inzegno et bella presentia. El qual adi 25 Settembrio partì dal Re et venne di longo a Venetia, et gionse adi 2 Ottobrio: al qual li fo mandato contra le peate fino a Lizza Fusina con molti patricii, et fo assà honorato. Alozoe a san Zorzi Mazor, et sempre li fo fatto le spexe, dato barche, et provisto a quello li bisognava. Questo dimandoe prima audienza publica. La qual data, disse come la Mayestà dil suo Roy era in Aste, venuto per seguir l'impresa tolta per rehaver el Reame de Napoli, tenuto contra ogni razon da Aragonesi, et che voleva haver sempre la Signoria per boni amici, offerendo el Re in ogni cosa; et che di tutto el suo progresso faria participe essa Signoria, perchè era certissimo ogni suo felice prosperar sarà contenta. Al qual per el Principe li fo usato in risposta parole accomodate, et cussì ditto ambassador qui restò; et poi, dimandato auditori, li fonno dati per Collegio questi: Andrea Venier consiglier, Lunardo Loredan procurator savio dil Conseglio, et Alvise Damolin savio di terraferma. Venne ancora con lui uno suo cognato con alcuni franzesi per veder la terra, la quel vista, ritornono dal Re.

In questo mezzo, adi 22 Settembrio, venne in Alexandria di la Paia Zuan Battista Redolphi orator fiorentino, per esser a parlamento con el sig. Ludovico in Anon. Et uno secretario dil sig. da Pesaro era lì dal sig. Ludovico, el qual voleva acordarsi con il Stato di Milano, si partì. Et questo perchè el suo sig. era accordato col Papa. Et ditto sig. Ludovico mandoe uno collateral in Parmesana a far 3000 fanti, per mandar nel suo campo.

La Signoria de Venetia scrisse a Zorzi Pisani ambassador, dovesse andar in Aste, et far riverentia nomine Dominii al Re, et alegrarsi di la sua valitudine. Et cussì adi 26 Settembrio partì di Alexandria di la Paia, et andò in Anon dal sig. Ludovico, per causa non poteva star in Aste, per non esser alozamenti. Et ivi era col Re 6000 franzesi, tra i quali 500 vasconi. Ma in questo medemo zorno el cardinal San Piero in Vincula partì di Aste per andar a Zenoa a expedir l'armada, non potendo tornarvi el Duca de Orliens per l'egritudine havea: et l'ambassador preditto deliberoe andar in l'abitation dil ditto Cardinal, la qual era vuoda. Et cussì adi 28 intrò in Aste. Li venne incontra monsignor de Sations (Châtillon?) zamberlan cavalier, lo episcopo di... et il conte Carlo di Belzojoso nominato di sopra, che era presso il Re per nome del sig. Ludovico: et questi veneno fuora di Aste con cavalli 80, et zonto l'ambassador ditto ivi, el conte di Celano, fora uscito di Napoli, el qual molto sollicitava il Re andasse a Napoli, lo venne a visitar. Et poi adi 30 ditto, lo episcopo di...., presidente dil parlamento di Paris, con 4 zentilhomeni franzesi, fonno a visitation di l'ambassador preditto, excusando la Majestà dil Re che fina hora non li havea data audientia, per causa non si havea sentito molto gaiardo, ma che di breve gliela daria. Et cussì al primo de Ottubrio fu deputata la audientia, ma li venne al Re dolor di stomaco, et fo remessa fino adi 3. Et è da saper che il Re prima stava in uno palazzo; ma, varito, andò a star a uno monasterio de frati de San Zuanepolo, chiamato le Madalene. Or in questo zorno venne lo episcopo di.... presidente dil parlamento di Garnopoli (Grenoble) con 4 altri baroni franzesi per ditto ambassador, et lo menò a la presentia dil Re, el qual era presso una fenestra, sentado, vestito de veludo negro, et eravi el sig. Ludovico, el qual continuamente andava zoso et suso da Anon in Aste, tamen veniva a dormir la sera in Anon dove era la moglie. Or, presentate le lettere credentiale di la Signoria, volse el sentasse ditto ambassador a dextris su una cariega, et a sinistris era sentato el sig. Ludovico. Et fata una oration latina, el Re li feze risponder latine per ditto presidente nominato di sopra; poi esso medemo disse: nui vi habbiamo veduto veramente volentieri, et amemo molto quella Illustrissima Signoria, et si heri non ve aldissemo, habbiatine per escusato. Et tolto licentia, ritornò l'ambassador al suo allozamento. Et adi 5 iterum tolse licentia per partirsi di Aste, et ritornò in Alexandria.

Era con il Re in Aste don Alphonso de la Sylva, ambassador dil Re di Spagna; et adi 26 Settembrio zonse uno ambassador di lo episcopo di Vallese capitano de Sguizari; et adi 3 Ottubrio venne Jacobo de Andria ambassador dil marchese di Mantoa, pur per visitar el Re, et offerirli el Stato suo, et allegrarsi de la sua sanitade.

In questo mezzo la Raina de Franza era in Ambosa, et el Duca di....... da Molins (Moulins) scrisse lettere al Re che dovesseno ritornar, disconsegliando molto el seguir de l'impresa. Per la qual cosa et monsig. di Beucher et Samallo stavano molto di mala voja, vedendo etiam el Re non haver danari; pur Constantin (?) provedeva al tutto. Era zà de qua da monti, come se intese, lanze 1900 a cavallo, 6 per lanza, et il Re havea alla guardia sua 200 balestrieri, 400 arcieri et 200 zentilhomeni; havea 8 carrette con 8 passavolanti sopra, tirate da X cavalli; et la sua guardia de dì et de notte steva armada. Et adi 29 Settembrio 100 lanze franzese fece la mostra fuora di Aste, che fo bellissimo veder; ma erano molto insolenti. Et adi 6 Ottubrio Anon si levò in arme per la insolentia de Franzesi, perchè havevano amazzati zerca 50 di quelli lochi vicini, ma poi fu pacificate le cose.

Ma il Re di Franza, essendo exortato dal sig. Constantin Arniti per nome di la marchesana di Monferà, si volse degnar di venir fino a Casale, deliberoe di andarvi, et cussì adi 7 Ottubrio partì di Aste et andò a Casal. Ma lasciamo quivi el Re, et a quello fece li campi de Romagna, et prima dil re Alphonso, le operationi sue.

Quello fece re Alphonso in Reame.

El re Alphonso, domente el Re si propinquava in Italia, andò in diversi luoghi dil Reame, confortando li popoli, promettendoli et facendo molte gratie, fortificando li passi. Et adi 11 Settembrio ritornò a Napoli, che era stato in Apruzo. Et adi 22 partì, et andò alla volta di San Zermano, et l'ambassador Venitian rimase a Napoli; et adi 2 Ottubrio havendo precepto di la Signoria di seguitar el Re, si partì per andar a trovarlo, et trovò el Re era allozato a Mola, città a marina, di qua dil fiume Garigliano, sopra dil qual el Re havea fatto far in quelli zorni uno ponte sopra otto navilioti, per passar le zente d'arme, et etiam poco più distante da questo ne fece far un altro per passar le artegliarie; et a...., loco denominato da una città lì presso ruinata al mare, et adhuc par le vestigie, era allozato el campo dil preditto re Alphonso mia 3 luntan da Mola; el qual campo fu fatto a l'impeto de Colonnesi.

Adi 4 el Re partì da Mola con l'ambassador preditto, et intrò in Gaeta. Fece honorata intrata, li venne incontra el clero con il pallio, iuxta morem, et adi 5, fo di Domenega, cavalcò per la terra, poi verso sera al porto; et fu fatto gran luminarie per le case, et dai navilii et nave in honor et leticia dil Re.

Et adi 6 partì per Fondi, passando per il castello de Itri, per andar a Terracina, dove ne l'andar quella via salizata per Appio Claudio Ceco eodem lapide ditta Fondi, ch'è cosa bellissima. Et adi 8 ditto, veneno vicino a Terracina, città dil Papa, la qual el Pontefice concesse a esso re Alphonso, che vi ponesse custodia, et quella come sua fortificasse per conservation dil suo Reame; la qual è a confin de ditto Reame, et mia 40 da Roma. Et quivi venne el campo ad allozar ben in hordine, di squadre 16, partito in 30 parte tra balestrieri, fanti, galuppi et homeni d'arme: poi el Re andò a Terracina et l'ambassador veneto ritornò a Fondi ad allozar, che era mia X luntano. Et poi adi 5 Novembrio, havendo da conferir con esso re Alphonso, partì da Fondi, et venne dal Re, el qual era a la campagna in mezzo dil campo allozato in una chiesetta, et el dì seguente Sua Maiestà con il campo partite, et venne a Fondi, et i 20 carri de artegliarie che havea ivi fatto condur da Napoli con gran fatica fino a Terracina, comandò ritornasse indriedo, et la caxon non se intese. Et cussì adi X ditto, con el campo che era stato uno mese a Terracina, venne a Mola, castello olim ditto Formiano, distante da Fondi mia 10. Et adi 12 el Re con l'ambassador andò a Gaeta mia 5, et la sera ritornò a Mola. Et adi 13 partino da Mola, et andono a uno castello in monte chiamato Traietto, dal qual è una amena e grata prospettiva, et mia do de lì vi passa el fiume Garigliano, et poco luntan de lì è uno monte battuto dal mare, ditto Monte Arzento, dove fu una terra ditta Monte Arzento, la qual fo derelitta per le incursion de Mori, et andono ad habitar su uno altro monte mia 4 luntan, si chiama Traietto quasi Traitto etc.

Successo di quello seguiteno li campi in Romagna di Ottubrio et Novembrio 1494.

Come ho scritto di sopra, li campi de Romagna, lo Aragonese che era alla fin di Settembrio più potente del Duchesco, era allozato sul fiume di Santa Agata sul Ferrarese, et il Duchesco al Fosso di Ziniul in su la riva di Po. Quello seguirà qui sotto sarà scritto in questi tempi.

Adi 2 Ottubrio gionse a Ravenna el sig. di Pexaro, per ritornar in campo. Notificò Camillo Vitello dovea venir con suo fradello con squadre 5, et era accordato con el re Alphonso: tamen poi si accordò con el Re di Franza.

In Cesena fo ritenuti tre per trattado, el qual fo discoverto nel campo franzese. Adi primo Ottubrio zonse da Modena per primo 200 fanti ben in ponto et lì aspettava de ingrossarsi. Ne l'aragonese si fortificava di bastioni et ripari, et forsi haveano abundantia de vittuarie, et brusoe li strami di Lugo et Fusignano, verso le case di Trotti, et ogni zorno facevano qualche scaramuzza fra fanti et balestrieri col campo nemico che li era molto vicino.

Et Nicolò di Marcheselli da Rimano, cao di squadra di 40 balestrieri, andato per redur qual cosa nel campo, fo discoperto da Franzesi et preclusa la via di ritornar. Unde li fo forzo andar a Cothignola, et passar per il territorio de Ravenna, si volse ritornar nel suo campo.

Et in questo zorno zonse nel campo franzese X squadre italiane, zoè el sig. Antonio Maria di Sanseverino, era stato a Zenoa con 5 squadre sue, et cinque dil sig. Galeazzo suo fradello.

In Cesena adi do di notte a hore 4 intrò dentro la terra el conte di Petigliano con cavalli 50, partito dil suo campo, et subito zonto fo retenuti questi cittadini di Cesena: Tiberto Brandolino fo fiol di Sigismondo, con alcuni altri. El qual confessò, lui, Guido Guerra, Pulidoro Tiberti et Achille suo nepote erano daccordo de dar la terra al sig. Lodovico; el qual Tiberto era a li stipendi dil Papa, ma essendo casso, era stato in Cesena senza altro soldo, solum con tanse per curaze X. Or el ditto conte fece chiamar el consiglio, et manifestar la ritention, et quello havevano concertato di far, et come hozi a hora di disnar dovevano in palazzo amazzar el governador per nome dil Pontifice, che ivi in Cesena era amico molto di ditto Tiberto, et questo dovea far hozi adi 3, per esser zorno di mercato, per haver el favor de li contadini, et volea levar le insegne dil sig. Ludovico, et questo confessò senza tortura. Et parendo molto stranio questo al conseio, volevano al tutto ditto Tiberto fusse morto, strassinato et squartato: ma el governador dimandò di gratia al conseio li volesse perdonar; et loro resposeno non voler sopportar per niente. Ma il conte di Petigliano, lassato 30 ballestrieri a custodia di Cesena, ritornò in campo subito, et mia do distante di la terra trovoe do cavalli veniva verso di lui a notificarli che 'l ritornasse, perchè Fracasso era partito con alcuni cavalli lizieri di campo per piarlo. Et ritornò a Cesena, et ordinò non fusse dà recapito a questi adversarii dil Pontifice. Pur a la fine partite de lì 3 zorni, et zonse nel suo campo. Et Cesena era custodita; non si averzian le porte se non tardi, et seravano molto per tempo, mutavano guardie di zorno in zorno: et il governador adi 8 deliberoe mandar in campo dil duca di Calavria Tiberto Brandolin preditto, et uno altro chiamato el prete bolognese, acciò facesseno quello li piaceva.

Adi 6 Ducheschi o vero Franzesi feceno, et fue compito, uno revellin attorno la hostaria dil Fossà di Ziniul, per metter li fanti a custodia di quello passo.

Adi 7 zonse nel ditto campo do burchii di fanti forestieri di Parmesana, zerca 400, et attendevano a fortificar el revellin, aspettando con desiderio più Franzesi. Et poi adi.... ditto, zonse i 500 provvisionadi italiani in cinque burchi, sì che continue si andava ingrossando.

Adi 8, etiam el zorno avanti, nel campo aragonese fo fatto conseio sotto el pavion dil duca di Calavria, di quello havessero a far, perchè intendevano el campo franzese doversi levar per venir più avanti. Et in questi zorni in questo campo l'ambassador dil re Alphonso veniva a Venetia, chiamato Zuan Battista Spinelli, dottor et cavalier; el qual, fatto la volta di Ferrara, venne a Venetia per starvi. Fu molto honorato, et provisto di caxa preparata per la Signoria sul campo di San Polo, dove zà erano stati do altri oratori napoletani, et fu assà honorato, et andava spesso in Collegio, exhortando la Signoria a moversi per il suo Re, et conclusive fu detto fidelissimo ad Alphonso fino in fine, come dirò al loco suo.

In questo zorno zonse a Cesena Mariano et Paulo Savelli, zoè padre et fio, con 8 squadre per andar nel campo regio, et in Porto Cesenatico zonse uno navilio cargo di orzi et formenti, venuto di Reame per subsidio dil campo.

Adi 10 da matina, el campo aragonese si levò per allozar ad Onegalia, dove alias allozò Bartolomio Coglion, come ho scritto, et sul fiume di Lamon, in mezzo Solarolo territorio di Faenza, Castello Bolognese et Faenza. Et mandò a brusar nel borgo di Cothignola li strami, ma fono sentiti, et non potè far, ma per il meglio deliberano d'allozarsi sotto Faenza verso Imola, et cussì fece. Et si dovea levar el zorno driedo per Bertonoro terra dil Pontifice.

Adi 9 el conte di Caiazzo, Fracasso con molti cavalli andono a San Paulino, loco di Bagnacavallo sul fiume di Cothignola, et questo fo per sopraveder il loco; et zonse adi X nel suo campo 700 Sguizari fra balestrieri et lanzaruoli, et 400 provisionadi di Parmesana, et 12 burchi de artegliarie. Madona di Urbin, zoè la duchessa et el sig. Ottavian so barba, fece 3000 fanti dil paese, per obstar a Camillo Vitello et Paulo suo fratello, non andasseno contra el Re di Franza: i quali venivano con X squadre, computà do de balestrieri, et fanti 1500. Et questa nova si have per lettere dil Vicario dil conte Carlo di Pian de Meledo.

Adi X ditto fo preso uno secretario dil sig. Ludovico venia da Forlì, et menato nel campo dil duca de Calavria, confessoe Madona esser in stretta pratica di accordarse con il Stato de Milano et il Re di Franza.

Adi 13 el conte di Caiazzo, havendo opinione di levarsi dove era col campo, mandò il bando tutti dovesseno levarsi; ma monsig. di Preran capitano de Franzesi non volse, dicendo volea aspettar zente fresche, le qual di breve sariano lì. Et la note avanti a hore 7, cavalli 150 lezieri, et 150 fanti pur franzesi et italiani mescolati, veneno al loco di Santa Agata; et inteso questo per spie el duca di Calavria, che ancora questi non credeva dovesseno saper nulla, et mandò per el doppio de cavalli et fanti, et quelli assaltono ne li allozamenti, et preseno tutti li cavalli et fanti, et brusò li allozamenti. Ne fo morti et feriti assà, et parte fono spogliati et lassati andar secondo il costume dil guerrizar italiano, altri menati in campo presoni.

Adi 16 el campo franzese si levò da Fossà di Ziniul, et venne a Santa Agata in quelli aizzamenti, i quali fono refatti: et aspettavano el marchese di Salucio con squadre 20; et le artegliarie adi 17 fono cargate su carrette de do ruode l'una, et con assà cavalli lì a Santa Agata tirade, et lassò custodia al bastion dil Fossà di Ziniul.

Adi 19 el campo aragonese era sotto Faenza, mal conditionato per li fangi, aque et freddi, con poca vittuaria et manco strami. A Faenza el formento valea bolognini 50 la corba, ch'è uno staro, come ho scritto.

El campo franzese fece uno assalto a Mordano, loco ymolese ma non lo poteno ottenir; pigliò alcuni cittadini et bestiami, et quelli condusseno in campo: ma dal conte di Caiazzo fono relassati liberamente, et pur li erano a torno ditto loco de Mordan. Ma li cittadini tolseno termene per tutto doman a rendersi, non li venendo soccorso: et subito spazoe a Madona a Forlì.

Adi ditto volendo pur al tutto Franzesi haver qualche luogo per lozamento, venendo l'inverno, voleva pur questo Mordano et Bubano, ch'è lochi sotto Ymola. Et in questo zorno el conte di Caiazzo venne a parlamento con li homeni de ditti lochi, per veder si dovesseno render al Re di Franza, el qual prosperava felicemente. Ma li risposeno, volevano star a l'ubidientia de Madona da Forlì soa signora. Ma poi partito, fo brusà li strami era di fuora di la terra di Mordano, acciò non si venisseno a comprarli, et franzesi pur vi andoe et comenzò a bombardar.

Adi 20 a hore 23 Franzesi ha vendo principià a bombardar Mordano, dimandando si dovesseno render, mandò contestabeli ivi era a custodia, uno per nome di Madona, l'altro per il duca di Calavria, con volontà di quelli di la terra; recusoe, ma Franzesi seguite il bombardar; et non potendo resister si volseno render, ma Franzesi non li volseno acceptar pur a discreptione. Et non essendo più niuno a la difesa, et la fantaria scampata, li contestabeli con pochi se tirono su la torretta; ma Franzesi, a hora ditta di sopra, se buttò a le fosse, et con scale, senza obstacolo, scalò li muri, et introno in la terra, taiò a pezzi homeni et donne quante gli venne avanti nel primo ingresso, et messe la terra a sacco, fece altri presoni, et vergognò le donne et haveno la torretta con li contestabeli, et quasi per sacchizzar, Franzesi veneno a le mano. Et fatto molta crudeltà, brusò et ruinò 8 caxe, adeo non rimase se non la chiesa con poche caxe in piedi, che adhuc si vede. Poi deliberono di andar a Bubano et Bagnara, et, non rendendosi, far questo medemo. Continuamente zonzeva Franzesi in campo, perchè el Re si approximava: li Italiani erano nel suo campo molto mal contenti, et perchè i erano tortizati da Franzesi in ogni cosa, maxime ne le prede.

Adi 21 havendo mandato el duca di Calavria a dimandar trieva per 6 zorni al conte di Caiazo, et non l'habendo habuto, si levò dove era, et andò più vicino a la montagna fra Faenza, et ivi si fortificoe.

In questo zorno, tardi, Franzesi hebeno Bubano a pati, et cussì poi Bagnara si accordò, si per tutto el seguente zorno a terza non havea soccorso, di rendersi, et cussì fece; ma la rocca vi era custodia, tamen poi etiam l'have.

Accadette che per discordia et Taliani et Franzesi, come scrissi di sopra, fo brusato la terra di Mordano, con bona parte di la robba: et fu tanta furia, che sul ponte per il cargo di le persone vi era, si venne a romper, et alquanti ne le fosse si annegoe.

Adi 22 al magnifico Johanne Bentivoi per el Pontifice fo mandato el capello per el fiol, et Fiorentini li deva el baston di lhoro capitano si volevano esser con re Alphonso et loro; ma non volse accettar.

Adi 23 il Podestà de Ymola venne in campo franzese, et parlò al conte di Gayazo, nè se intese fusse venuto per nome di Madona o di cittadini de Ymola: ma il conte de Petigliano per custodia de Ymola voleva andar ivi, ma poi per quello che seguite, che Madona si accordò con Franzesi, non vi andò, et Madona preditta era in la rocha de Ymola con Jacobo dil Quartiero, secretario del sig. Ludovico. Unde il populo de Ymola si levò, et andono da ditta Madona dicendo non volevano patir più extorsion, et che 'l campo li era vicino, et che si dovesse accordar, altramente che loro li averzeriano le porte di la città. A li qual cittadini et populo essa Madona rispose: stesseno di bona voia che non haveriano più alcun danno. Et cussì mandò a dir a Forlì, et si accordò con Franzesi et Stato di Milano, et deteli vittuarie et ogni cosa necessaria. Li pati non se ne intese, ma fu divulgato Milan consentiva tolesse il suo D. Jacobo per marito, et li danno di provision per anni 5, et uno di rispeto, ducati 20 milia a l'anno; la qual cosa fo molto contraria al duca di Calavria, et comenzò la sua ruina. Et el sig. Zuane di Gonzaga, fratello di questo marchexe di Mantoa, assoldato da re Alphonso, come ho scritto avanti, dovendo venir con cavalli 600 per augumentar l'exercito, venendo sul Ferrarese per andar verso Bubano dove era il campo, et inteso l'accordo di ditta Madona, et che 'l sig. Fracasso era posto in ordine, sapendo di la sua venuta, per precluderli la via, per il meglio deliberoe di ritornar a Mantoa, et più non andò in campo.

In questo zorno Franzesi corse a Solarolo, Granarolo et Ruffi, lochi di Faenza, la qual Faenza è di uno sig. chiamato Astor di Mamphredi, che fu figlio dil sig. Galeotto et di la figlia del magnifico Johanne Bentivoj: el qual ne l'anno 1488, nel suo palazo fu ammazzato di voluntà di la moglie, et rimase questo Astor di età di anni X, et el populo lo elesse, et chiamò per Signore; ma la madre andò a Bologna, et se remaridò in uno Torello, che alias fu prete. Et è da saper che questo Joanne Bentivoj ha 4 figlioli et cinque fie maridate. Li figlioli Annibal, Hermes, el prothonotario Galeazzo et Alexandro: le fie, la prima fu maridata nel conte Nicolò Rangon, la seconda nel sig. Gilberto da Carpi, la terza in questo sig. Galeotto di Faenza, la quarta nel sig. de Rimano, et ultima nel sig. Zuane di Gonzaga, fratello dil marchexe di Mantoa. Or ritorniamo al nostro proposito. Questi Franzesi corse come ho ditto, prese homeni et bestiami in gran numero, perchè quelli non si guardavano, et do di quelli de Russi volendosi difender fonno morti; et con la preda Franzesi ritornono in campo; et zonse in questo zorno 500 Sguizzari a piedi benissimo in hordine, et si andava molto ingrossando sì da pie' come da cavallo.

Adi 24 el campo aragonese era sotto Faenza mal contento, et principiò a mandar li carriazi verso Cesena, et el campo poi dovea andar a redursi verso Bertonoro et Cesena, lochi dil Papa. Et si divulgava el re Alphonso in persona dovea venir in qua; et questo fevano per inanimar quelli dil suo campo, che stavano con gran paura. Et poi ditto campo el zorno driedo, fo di Sabado venendo la Domenega, a hore 7 di notte con pioza et gran scurità, si levò di Faenza, et andò ad alozar a Castrocaro de Fiorentini sopra Forlì, distante mia 5 dove era, nè se intendeva qual via volesse pigliar di ritornar in Reame, non potendo resister a Franzesi, o per Toscana o vero per la Marca.

Et adi 24 uno m.º Luca da Napoli bombardier scampò di ditto campo, et venne a Ravenna, el qual venia chiamato maistro di pavioni. Et il duca di Calavria li mandò drieto a pregarlo ritornasse, et no volse.

Adi 25 Franzesi col campo si levono dove era di Bubano, et andò a Solarolo loco di Faenza, zoè voleva andar ivi ad accamparsi, ma venne alcuni cittadini di Faenza per trattar accordo. Unde ditto campo non si mosse, et restò a Mordano, et fo fatto comandamento in ditto campo, sotto pena di la vita niun habi a dannificar lochi di la madona di Forlì, cussì come fusseno di loro propri.

Et adi ditto, a hore 22 a Ymola fo proclamado, presente ditta Madona, ambassadori dil re di Franza et dil duca de Milan, o ver sig. Ludovico, che ditta Madona et el sig. Ottaviano so fiol erano fatti amici dil Re di Franza et sig. Ludovico, a danno et distruzion de li loro inimici. Et in questo medemo zorno fo assà bombardato in campo per allegrezza. La causa fu perchè el sig. Ludovico si havea fatto duca. Et è da judicar mandasse a notificar la morte dil cugnato et sua creatione. Quello poi seguite, et come piaque a Maximiliano et la moglie, di sotto ordinate sarà scritto. Et ancora per gratuirse el populo levò el quintello, zoè una certa angaria che lui havea imposto prima al populo, per el qual levar par alcuni cridasse: Duca! Duca! viva el duca Ludovico! Et questo fo in chiesa, quando dal Arciepiscopo ricevete le insegne ducal. Et oltra di questo deputò 6 zentilhomeni di primi di Milano, do sopra le biave et vittuarie, do sopra li criminali, et do sopra le cazze, per causa de li porchi cingiali dannizava il paese. El qual fece certi editti, uno de li qual, per esser sta butato in stampa a Milano, qui sarà scritto.

Questo è uno editto fatto a Milano adi 28 Ottubrio 1494 per el Duca nuovo.

Benchè la intentione dell'illustrissimo et excellentissimo sig. nostro sig. Ludovico Maria Sforza Visconte duca etc., che Dio lo salvi et mantegna, sia sempre stata et sii de non mancare de cosa alcuna per conservare in bona quiete et tranquillità li subditi de questo suo Stato, et che li buoni siano preservati securi da la malignità de li cativi, niente di manco per fare Sua Excellentia che ogni uno senti qualche leticia de questa nova assumptione sua al Ducato de Milano, et declarare però non piacergli li maleficii, per non lassare opinione ad alcuno che 'l preditto Sig. sia per comportare il mal fare, si notifica Sua Excellentia havere comesso alli magnifici M. Baptista Vesconte et M. Iohanne Francesco da Marliano sui conseglieri, che, insieme con li deputati suoi a le cose criminali, se ordinasse la forma di publicare una gratia et remissione de molte sorte et qualità de delitti. Per li quali conseglieri et deputati, examinato bene il tutto, s'à divenuto per loro, con partecipatione et bona voluntà di Sua Excellentia, a la forma di la gratia infrascritta, videlicet che 'l prefato illustrissimo et excellentissimo sig. nostro Duca etc. per tenore de la presente crida ad ogni uno notifica et manifesta volere che tutti et singuli malfattori subditi suoi, così mediate come immediate, cioè così de li immediati subiecti a li officiali de Sua Excellentia, como de' suoi feudatarii apartati seu inquisiti vel condemnati aut altramente in alcuno modo culpati da qui indrieto de alcuno maleficio o mancamento, etiam che 'l nol fusse sequita imputatione alcuna_ ex eo_ che 'l ditto delitto fusse incognito, et per causa di monete, sale, biade, portatione de arme, receptation de banniti, o vero alcuna altra sorte de maleficio sia quel se voglia, pur che 'l non sii criminis laesae majestatis, nè de sacrilegio, nè de morte de homeni actualmente sequita, debano esser et siano per tenore de la presente crida liberati et in tutto absolti de omni poena corporale o reale, spectante così alla camera della Excellentia Sua, como suoi feudatarii, salvi et excepti quelli fosseno componuti, et ogni denuntia, inquisitione, banno et condemnatione et processi pendenti per causa de tutti et singuli preditti maleficii siano cassati et anullati, como per la presente crida se cassano et anullano; et se comanda ad qualunque officiale, notaro et altri a chi spetta, le debbano cassare et penitus anullare senza pagamento alcuno, etiam se fussero de animo deliberato occidendi, con questo però che segua la pase con li offesi tantum, cioè con li insultati o battuti, o vero se dinante al giudice ordinario... idonea securtà a li ditti offesi, de non offendendo in re nec in persona.... arbitrio de esso judice, considerata la qualità et facoltà del offendente et del offeso: el qual judice ordinario possa torre ditta securtà etiam in renitentia et contumatia del ditto offeso senza pagamenti, salvo de le tre specie de delitti, quale siano exceptade de la presente crida. Et insuper che, cerca li banni de le morte de homeni actualmente sequite, intervenendoli la pace cum li offesi, se possa poi venire a la concessione de la gratia. Et ex nunc se declara che cum primum sia sequita ditta pace, se intenda esser concessa la gratia, senza altra impetratione de la Excellentia Sua. B. Maleus, cum sigillo. Cridata super platea arenghi et in broleto novo comunis Mediolani, per Jacobum de Parma, tubetam duchalem, die suprascripto 28 Octubris, sono tubarum premisso.

Et il Duca de Milan preditto, da poi corso la terra et fattosi Duca, deliberò non star più se non tre zorni in Milano, et andar a trovar el Re di Franza, el qual era zà partito di Piasenza come intenderete di sotto. Et adi 25 Ottubrio, la mattina, chiamò li cittadini de Milano, et li disse come voleva andar dal Re, et lassava vice duca suo nepote marchese Hermes di Tortona, fratello fo dil duca morto; et tamen in castello, cum custodia che non potesse ussir, et lo chiamava vice gerente. Et a ore 17 con la duchessa sua moglie, la qual era graveda in mexi cinque, tamen per tutto lo seguitava, se partì de Milano con assà compagnia, et Antonio Maria di Sanseverino, deputato alla guardia sua, et andò la sera ad allozar a San Columban, distante da Piasenza mia 16, et l'ambassador venitiano l'andò seguitando, per esser appresso Sua Excellentia, et partite quel medemo zorno, et andò dreto ad allozar a Lodi, per ritrovarsi poi col Duca a Piasenza. Ma el Duca adi 26, che fo el zorno driedo, per essere cattivo tempo non si partì di San Columban fin non fusse bonazato, ma la sera andò mia 7 a dormir a uno loco ditto Sena, poi la mattina a Pontenovo et el zorno a Borgo San Donin ch'è su la via romea, distante da Piasenza mia 20, propinquo a Fornovo mia 10, dove el zorno avanti, che fo adi 26, era arrivato el Re di Franza, et ivi era restato quel zorno per non esser consueto cavalcar la Domenega, tamen le sue zente erano avviate verso Pontremolo. Et adi 28 zonse a Borgo San Donin el duca di Ferrara, el qual venne per congratularsi di l'assumption dil ducato con suo zenero et sua figliola, et poi che ebbe parlato assà insieme, esso Duca di Ferrara si partì per andar a Milano, dove dovea aspettar la tornata dil Duca, la qual fu prestissima, et in questo mezzo governar Milano; et cussì fece. Ma ritorniamo al Re di Franza, el qual il lassiamo a Piasenza.

El Re di Franza adoncha, ritrovandosi a Piasenza, quando seguite la morte di suo cusino duca de Milano, et la creatione del sig. Ludovico, et perchè era consueto quando muor qualche signor, in ogni sua terra, subito che intendeno la morte li fanno funebre exequie, et metteno una cassa, o vero fanno la sua imagine vestita, et quella come fusse il vero corpo fanno le cerimonie; or lì a Piasenza, avanti il Re si partisse, volse ritrovarsi a queste cerimonie dil suo carissimo zermano.

In questo mezzo mandò il Re a Venetia uno suo chiamato m.º Joan Bernardo franzese, et insieme con monsig. di Arzenton suo ambassador andò in collegio, et dimandò da parte dil Roy a la Signoria duc. 50 millia in prestedo, et che 'l Roy ne havea grande bisogno, et che aspettava di brieve li dovesse zonzer danari di Franza, et assà scudi et de l'argent, concludendo li daria zoje per cautione. Unde cerca a la risposta, inter patres, fonno consultato; poi li fo risposo: che questa terra al presente non poteva, con molte excusatione, et che volendo armar havevano tolto in prestedo da soi cittadini con altre excusatione; ma che fariano provisione di trovar danari. Et poco da poi messe quattro decime, come di sotto scriverò. Et ditto messo havendo tal risposta, si partì et al Re ritornò.

Adi 20 Ottubrio zonse a Piasenza dal Re do ambassadori di Lucchesi, con lettere credentiale sottoscritte: Antiani et vexillifer justitiae populi et comunis Lucensis. Et el zorno sequente hebbeno audientia, et offerse il Stato et loro facultà a' comandi di Sua Maestà, et che dovesse venir a Lucca, che tutta la città lo aspettavano con desiderio. Et subito uno de ditti ritornò a Lucca a far preparar per la venuta dil Re. L'altro chiamato Nicolao Tegrimi adi 23 partì di Piasenza, et per venir a Milano a visitar il Duca, dolersi di la morte dil nepote, et allegrarsi di la sua assumptione, el qual dal Duca, exposto che have la sua imbassata, fu fatto cavalier, et creato dil suo consejo. Et il Duca disse verso l'orator fiorentino Zuambattista Redolfi: Nil miremini, domine orator, che per le condition sue et bona compagnia ne fece, quando eramo in exilio a Pisa, li habbiamo voluto far questo. Et poi ditto ambassador adi 25, el zorno medemo partì el Duca, etiam lui partite di Milano et ritornò molto contento a Lucca.

El Re di Franza adi 23 Ottubrio, essendo stato zorni 6 in Piasenza, partite per andar a Pontremolo, loco pur de Milanesi, et passo fortissimo et vicino a terre de Fiorentini; et zà el suo exercito era sviato avanti: el qual sarà notado quivi, secondo la tariffa fo mandata a la Signoria, di la quantità dil exercito havea. Et adi 25 zonse a Borgo San Donin, et ivi restò el zorno driedo.... a Fornovo per esser Domenega, et adi 29 zonse a Pontremolo, dove volea star zorni cinque per metter ordine a quello havea a far, et veder come Fiorentini si movevano, et voleva andar di longo a Lucca. Et è da saper, che quando Sua Maestà partì di Piasenza, era armato di tutte arme, excepto la testa, perchè essendo di debol complessione, non vi puol portar elmetto; la qual cosa di armarse, dapoi partito di Franza non havea fatto: et fo bellissimo veder, et sempre dove andava voleva, iuxta il solito, le chiave di le fortezze.

Tariffa de la comitiva che si trova a Pontremolo con la Maestà del Cristianissimo Re di Franza, videlicet sua corte per servicio et custodia de sua regal corona, ricevuta adi primo Novembrio 1494.

Primo la Maestà dil Re con 200 zentilhomeni alla sua guardia, cavalli N. 200 Franchi arcieri a cavallo » 400 Balestrieri a cavallo » 400 Fanti da piedi et provisionati » 1200 Homeni d'arme 400 (?) a cavalli 6 per uno » 1800 Camerieri di Sua Maestà » — — Monsig. di Lorangia (Orange) con cavalli » 50 Monsig. lo Maraschalco di Giae con cavalli » 50 Monsig. di Tramoglia (de la Tremouille) con cavalli » 50 Monsig. lo Maraschalco di Beucher con cavalli » 70 Monsig. di Pienes con cavalli » 35 Monsig. de Miolans (Myolans) con cavalli » 40 Monsig. Maraschalco di Bertagna con cavalli » 120 Zente dil Principe di Lorangia (Orange) con cavalli » 120 Zente dil Duca di Orliens con cavalli » 200 Monsig. de Val de Homon (Vaudemont) con cavalli » 30 Monsig. de la Spara (de Lesparre) con cavalli » 400 Il consiglio con la cancellaria, cavalli » 200 Li pensionarii con cavalli » 400 Li muli » 100 Li corsieri » 100 Li varleti et pazi de camera » 300 Li mastri di stalla et li officiali » 400

Summa N. 9505 (?)

Queste sono zente d'arme deputate per mandar su l'armada di Zenoa con Monsig. Duca di Orliens dil mexe di Avosto, et per haver memoria di tutto, qui ho notà.

Primo lo illustrissimo Duca di Orliens con cavalli ha in casa N. 300 Monsig. de Fois, cavalli » 50 El sig. Fracasso, cavalli lezieri » 50 Homeni X d'arme con cavalli » 20 In casa sono cavalli N. 30 Cap.i 20 ha cavalli 4 per uno di le galie » 80

Summa N. 530

Li homeni d'arme 800 a do cavalli per homo d'arme N. 1600 Arcieri a cavallo » 1000 Arcieri a piedi » 6000 Cavalli per l'artegliarie » 300

Summa cavalli N. 2900 » a piedi » 6000

Cavalli de Francesi passati per lo Novarese guidati dal conte Borella.

Monsig. di Pienes cavalli N. 400 Monsig. de Smoda » 350 Monsig. de Mompensier cavalli » 350 Zente dil principe di Orangia » 50

Questi altri è passati per lo Alexandrino guidati da Scaramuzza Visconte.

Monsig. Doyson cavalli N. 460 Monsig. della Tramoglia cavalli » 300 Monsig. de Guisa cavalli » 300 Monsig. lo Gran Scudier cavalli » 300 Monsig. de Vienon cavalli » 300 Monsig. don Zuliano cavalli » 920

Summa a tutti N. 2580 Summa summarum, tutti cavalli N. 7160 a piedi » 6000

La qual poliza fo mandata per quei de Milano, tamen non fo vera, come più avanti a la descrittione di tutto lo exercito di esso Re, habuta la verità, sarà scritto.

Questi sono li nomi de molti capitanij et Gran Maestri venuti col Re in Italia, i quali tutti è stà nominati per lettere in diversi tempi.

Monsig. di San Malo, nunc fatto Cardinal. Monsig. di Biocher, cam.º dil Re (o vero de Beucher). Monsig. de Brexe, zoè Felippo, monsig. di Savoja, barba dil Re. Monsig. Maraschalco de Giae. Monsig. Maraschalco de Bertagna. Lo Gran batardo Matio de Borbon. Lo batardo Charles de Borbon. Louys monsig. de Lussemburg, cuxin zerman dil Re et conte di Lignì. Monsig. di Mompensier, di la caxa di Borbon. Monsig. de Obegnì, cap.º di 100 scozzesi di la guarda. Monsig. di la Trimoglia, cam.º dil Re. Monsig. de Miolano, cam.º dil Re et cap.º di 100 zentilhomeni di la guarda dil Re (o ver de Miolans). Francesco monsig. de Lussemburg, di caxa di Elemagna. Monsig. de Biamonte, de Polignachi. Monsig. de Fois. Monsig. lo Grande scudier, sig. d'Urfè. Monsig. lo Preosto de Paris. Ludovico monsig. di Vadoma, di la caxa de Borbon. Monsig. lo Presidente de Paris. Monsig. lo Presidente de Garnopoli. Monsig. Angilbert, conte di Neversa, fratel dil duca de Cleves. Monsig. de la Palissa. Monsig. de la Spara. Monsig. di Arzenton. Monsig. di Citem. Monsig. di San Perus. Monsig. di Corsol (Cresol) cap.º di 200 arcieri di la guarda. Monsig. lo Vidame de Ciartes, cap.º di 100 homeni d'arme di la caxa dil Re, e di 100 ballestrieri. Monsig. de la Ruota. Monsig. Presidente dil Dolphinà. Monsig. General di Bertagna, Ioam Frances. Cathelam. Monsig. lo Preosto de Marisal, sopra tutte le zente d'arme dil Re. Monsig. Peron di Basser, era scudier di scuria dil Re. Monsig. Robertet, cancellier dil Re. Monsig. de Biamonte di Normandia, in Livorno. Monsig. de Piennes. Lo General de Linguadocha, fratello de monsig. da Mallo. Sariach, quello guardava il castello di Perpignan, è a Pisa. D. Claudio de la Cintra. D. Gratiano de Guerra, cavalier. D. M.... de Guerra suo fratello, cap.º di Hostia. Felippo de Molins. Joch de Silgi, capitano. Don Cabriel de Monfalcon. Monsig. lo Episcopo de.... Monsig. di Zoia Monte. Monsig. de Guisa. Monsig. Dandreges, che fo lassato cap.º in Pisa per el Re. Monsig. Gisam de Gias (Jean de la Grange), Gran Maestro di le artegliarie dil Roy. Monsig. de Persì. Monsig. de Lignì.

El Re zonto a Pontremolo deliberoe di andar più di longo, et zà le sue zente, redute su quel de Fiorentini, facevano de gran danni, come più avanti sarà scritto. Et andò a uno castello dei marchexi Malaspina, recomandati al Stato de Milan, chiamato l'Aulla, mia X distante da Serzana, loco de Fiorentini, el qual el Re mostrava di voler acquistar. Et el sig. Ludovico duca di Milano, zonto a Villafranca vicino dove era il Re, adi 31 Ottubrio andò a visitar Sua Maestà, et usò le parole li parse. Fatto li secreti consegli, ritornò ad allozar la sera pur nel ditto castello de Villafranca, et poi andò a Fornovo, et qui stette alcuni zorni visitando spesso el Re. Et adi 13 Novembrio ritornò a Milano con l'ambassador nostro, essendo stato col Re zorni tre, et avanti partisse di Pontremolo fè zurar a quelli dil loco fedeltà, et receverlo per suo signore et duca.

Adi ultimo Ottubrio passò per Pontremolo 1000 Sguizzari dil Re, et andava in campo, et per le sue insolentie la terra fo in arme, ne ammazzorno 18, feriti assai, li expulseno di la terra; et questo perchè volevano metter a sacco quel loco, ma quando fo il ritorno dil Re in Franza feceno le loro vendette, come nel terzo libro sarà scritto ordinatamente.

Le zente dil Re, andate scorsizando su quel de Fiorentini, preseno le infrascritte castelle n.º 24, zoè: la Rocca Sigillina, Bagnone, Castiglione (del Terziere), castelli fortissimi; Corvarola, Furnolo, Pastina, Caprigliola, Navola, Capo de Ponte, Monzone, Agello, Equi, et questi tutti si reseno a Franzesi a patti, et levono le insegne dil Re; Albiano, Falcinella, La Verrucola, Fivizzano, Lamone, Montecharo, Gropo San Piero, questi sono messi a sacco, et fatto presoni perchè non si volseno render; Castelnuovo bruzò et sacchizoe, el qual facea fuoghi 150; Ortonuovo, Pietrasanta, Serzana et Serzanella poi have come dirò di sotto. Et d'indi Franzesi si comenzono a inrichirsi, et fece prede de valor de ducati 40 in 50 milia, come scrisse l'ambassador de Milan era a Fiorenza, per la descrittion fatta al suo Duca. Era con il Re, come per lettere di Zorzi Pisani ambassador a Milan Venitiani fo certificati, su quel de Fiorentini, Franzesi X milia, Sguizzari 5000, bocche da fuogo 900.

Adi 7 Novembrio el conte de Maza ambassador dil Re Maximiliano venne con cavalli 14 dal Re di Franza a Pontremolo. Zonse in questo zorno, parlato col duca Ludovico, expose al Re la imbassata dil suo Re di Romani.

Fiorentini, domente tal cose si fanno, considerando il fatto loro, et come il Re li haria mandato a dimandar di novo passo et vittuarie, et che le haveano denegate et altre volte promesse; vedendo Franzesi in gran reputatione, et che de li soi castelli gran numero erano stati presi, sacchizzati, et malmenati li habitanti; et pensandosi che sopra di loro el fatto andava, et erano li primi tocchi, havendo zà a Piasenza mandato Anzolo Niccolini loro ambassador et Piero Alemanni stravestidi per esser in colloquio col Re, et non havevano potuto operar alcuna cosa; et che Lorencin de Medici, che havea rotto el confino, era molto honorato apresso Sua Maestà; et che Senesi, Lucchesi et altre comunità erano disposte di darli passo et ogni altra cosa; che 'l campo dil re Alphonso già era disciolto; et ultimo, che bona parte di le sue mercadantie erano a Lion et altri luogi de Franza, et che lì in Franza Fiorentini sempre fevano bene li fatti loro; et molte altre ragione che tra loro fonno consultate: deliberono adi 2 Dezembre nel Conseglio di 300 di mandar 8 ambassadori al Re preditto di Franza, li nomi di quali è qui sotto scritti. Tra i quali volseno vi andasse Piero de Medici, che tunc in Fiorenza era primario, et quasi quella terra, licet fusse cittadino privato, governava, facendo in effetto il tutto. Et la Signoria, che sono otto, et uno confalonier, nove, niuna cosa expediva senza saputa sua. Come in diversi tempi questa caxa de Medici lì in Fiorenza havea habuto tal potere, del 1432 in qua, che Medici fonno revocati, che erano fora ussiti, Cosma suo avo nominato in molte historie et ricchissimo, et sopra di la sua sepultura è tal epitafio: Cosma Medices, Pater patriae. Poi successe Piero suo fiol, che have gran potere; demum ne li nostri tempi Lorenzo padre di questo Piero, et Juliano, et Joanne di la Romana Chiesa cardinal fatto per Innocentio pontifice. El qual Lorenzo novamente del 1492 era mancato di la presente vita. Questo Lorenzo varentoe la Republica al tempo di la guerra di Toscana del 1488, quando Ferdinando re vi voleva poner le mano, et Sixto pontifice li erano contra; tamen la Signoria de Venetia et Stado de Milano li deteno gran favore. Sei de his hactenus. Li ambassadori electi fonno questi: Angelo Nicolini dottor, Domenego Bongi dottor, Piero Alemanni cavalier, Juliano Salviati, Piero Soderini, Francesco Valori, Brazo Martelli et Piero de Lorenzo de Medici. El qual volse prima lui partirse da Fiorenza, et andar dal Re di Franza, et adattar le cose; et accordò poi che questi li venisseno driedo, et confirmasseno ogni accordo fatto per lui. Et cussì fonno Fiorentini contenti, perchè Piero li prometteva de conzar con honor e ben loro. Et cussì ditti ambassadori partino di Fiorenza, dimorando a Pisa, et Piero de Medici venne avanti a trovar il Re.

Adi 8 Novembrio adoncha, esso Piero zonse dal Re preditto, el qual era a una badia mia do lontan de Serzana, et voleva metter campo a ditta Serzana, et al tutto ottenirla. Et zonto Piero de Medici, fatta riverentia come a tal Re si richiedeva, visto la sua potentia, non solum li seppe nè volse contradir, ymo aderite ad ogni suo voler; et inzenocchiato davanti el Re, li presentò Serzana, Serzanella, Pietrasanta, el porto di Livorno et Pisa in le sue man, a sua discretione, dicendo: Vostra Maestà mandi con mi, che tal luogi haverà in suo dominio. La qual cosa non havea in commissione di far da Fiorentini; et fu molto accetta al Re. Et poi che le sue zente introe in Serzana, essendo cussì el voler di Piero, esso Piero disse al Re volea tornar in Fiorenza, a poner ordine di la sua felice intrata. Ma li altri ambassadori li venivano driedo, inteso questo accordo havea fatto Piero, havendolo molto a mal, ritornono a Fiorenza, et non volseno andar di longo.

Adi 9 tornato Piero in Fiorenza, et zà lo suo palazzo era preparato di molte tapezzarie per la posada dil (Re), benissimo in hordine. Ma Fiorentini ebbeno a mal quello havea fatto Piero contra il voler loro, et erano molto sdegnati contra di lui, et volendo andar Piero al palazzo di la Signoria per riferire tal accordo, el qual zà si sapeva, con alcuni provisionati secondo il consueto, et Piero si havea armato, sentendo il mormorar di la terra, tamen di sopra si puose el suo mantello di coroto portava per il padre ancora; et credendo andar di longo in palazzo li soi provisionati, come erano assueti di andarvi senza diponer le spade haveano, trovano a la porta dil palazzo predetto Jacomo di Nerli cittadino, fratello di Bortolomio de Nerli, che a Venetia è gran mercante et ha gran fatti. Or questo Jacomo per esser deputato, volendo intrar uno provisionato di Piero avanti in palazzo, li disse: metti zoso (giù) le arme. El qual volendo contrastar, li bastò l'animo di metter man su la spada, perchè li non era tolta, et disse: tu non vi entrarai. Et Piero meravigliandosi di questo, esso Jacomo li disse certe parole, per le qual Piero cognobbe la Signoria esser sdegnata contra de lui, et che lì in palazzo vi era custodia; unde deliberoe di andar attorno la terra, cridando: Libertà! per veder come il populo si moveva. Zà su le porte di Fiorenza suo cugnato sig. Paulo Orsini, el qual era soldato de Fiorentini, et havea 500 cavalli, veniva in suo ajuto. Et cussì andato attorno la città, cridando lui et li soi come ho ditto: Libertà! Libertà! ma il populo era admirato di questo, et ritornò a casa, dove li soi facevano gran festa, butando confettioni, acciò il populo li fusse amico. Ma la Signoria, visto questo, sonò una campana che di raro si sona, se non quando intravien qualche gran cosa, come fo questa, di andar uno privato cittadin attorno la terra; per la qual cosa tutta Fiorenza si levono in arme, et correno su la piazza. Ma li amici et partesani de Piero preditto lo consigliono, perchè il populo li era molto contrario, che per il meglio dovesse subito partirsi; havendo visto quando andò attorno la città cridando, che niuno fece segno alcuno in suo favore. Unde esso Piero con li do fradelli, Zuane cardinal, tituli Sanctae Mariae in Dominica, et Juliano, etiam el sig. Paulo Orsini preditto suo cugnato, vestiti incogniti se ne partiteno di Fiorenza, et veneno a Bologna, lassando alcuni de soi che dovesse tuor quello potevano di l'aver sottil, maxime alcune medaie d'oro et zoje, le qual medaie era di gran precio et le prime cose de Italia, che fu di Lorenzo suo padre, et che li dovesseno venir driedo. La moglie, chiamata Alfonsina di Orsini, rimase lì in Fiorenza. Et zonti a Bologna, el cardinal rimase nel monasterio de San Domenego: Piero, Juliano et Paulo Orsini veneno a Venetia, come dirò sotto. Ma in questo mezzo la Signoria de Fiorenza, chiamato el consiglio, inteso el ditto fuzer, feceno molte provisione, detteno taglia a Piero et Juliano de Medici, che chi li presentasseno vivi havesse ducati 4000, et 3000 morti; et alcuni corseno al suo palazzo volendo metterlo a sacco, el qual era, come ho scritto, preparato di molte tapezzarie per la venuta dil Re. Et a ciò non fusse disconciato, vi andò alcuni deputati per la Signoria a custodia, et non lassò di sopra fusse toccato alcuna cosa: ma ben di sotto, zoè vini de le soe caneve, formenti et altre cose fonno sacchizzate. Et Fiorentini, consultato quello dovesseno far, perchè il Re si approximava, elexeno quattro ambassadori, i quali insieme con uno frate, Hieronimo di Ferrara, di l'ordine di San Marco, frate predicatore, homo molto religioso et di gran sanctimonia, el qual lì in Fiorenza era adorato per santo, et, come Fiorentini dicevano, questo havea preditto la venuta dil Re et tal confusione: et a questi cinque commesseno che andasseno dal Re, et si accordasseno con gli miglior patti potevano. Et inteso questa nuova a Venetia, Antonio Soderini, era ambassador de Fiorentini a questa Signoria, essendo il Consejo de Pregadi suso, battè a la porta, et tolse licentia da la Signoria, et statim partite, et ritornò a Fiorenza.

Ritorniamo al Re di Franza, el qual habuto la fortezza di Serzana, vi messe a custodia monsig. de Citem, che fo a Venetia ambassador, et li commesse quello loco governasse, et fece levar le sue insegne. In Livorno mandò monsig. di Biamonte di Normandia; et partito di Serzana intrò in Pietrasanta, dove vi messe uno altro suo barone in governo, et pur fece levar le bandiere di Franza. Qui venne etiam Lucchesi, che con desiderio aspettavano la sua intrata: onde il Re terminò, prima andasse a Pisa, di andarvi a Lucca.

El Re di Franza adonca, adi.... Novembrio, intrò in Lucca, dove honorifice fu ricevuto. Li venne contra alcuni cittadini vestiti di bianco, con l'arma dil Re nel petto, et intrò sotto uno baldacchino: in summa li fo fatto grandissimo honor da Lucchesi. Allozò nel vescovado. Et quivi stette un zorno et mezzo. Lucca è città antichissima in Toscana, da Greci edificata: fu colonia de Romani, et, come scrive Strabone nel quinto libro di le molte cose, et Livio nel duodecimo. Et da poi Paulo Guinigio che del 1400 tyrannice Lucca governava. El qual in questo anno, essendo Lucchese, con favore di Galeazzo duca de Milano si fece totalmente signore, et regnò anni 30; et edificoe ivi uno palazzo degno et superbo, et poi, per ordinatione de Fiorentini et soi cittadini, fo preso et menato a Milano in prigione al duca Philippo con li figlioli; el qual sì lo confinò in perpetua carcere: et cussì perse el dominio di Lucca et grandissime ricchezze che havea. Ma poi Lucchesi che hebbeno tal tiranno scacciato, si redusseno in libertà, et fino al presente stanno governandosi a populo, facendo il suo governo tra loro. Di Lucca vi fue Lucio pontifice maximo, et zà Lucchesi ottenero da Federico imperatore che in Toscana non fusse lecito usare altra moneta che lucchese, con certi segni de l'imperio; et Lucio pontifice concesse privilegio a Canonici de San Martino, che è la chiesa cattedrale, che potesseno portare in coro le mitre ad uso di vescovo. Ancora Alexandro Secundo pontifice fo lucchese. Questa città, dicono alcuni, fu chiamata Lucca dagli scudi d'oro i quali rilucevano essendo in su le torre de ditta città altissime, li quali vi sono stati molti tempi. Et la ymagine dil Volto Santo, cussì da loro chiamato, ch'è uno crucifixo vestito, el qual havea scarpe d'oro, una di le qual dette a uno povero che era molto calamitoso, et d'indi è posto una lezenda di sotto questo pè è senza scarpa. Et meteno tal ymagine nelle loro monete et ducati, è in gran veneratione, et fa molti miracoli. Et questo el Re volse veder.

Et essendo el Re qui a Lucca, zonse el Cardinal di Siena, homo de gran reputatione et dottrina, el qual da Alexandro pontifice era stà mandato a esso Re per legato, per veder si poteva adattar le cose con el re Alphonso. Et volendo aver audientia dal Re, quello non li volse parlar, perchè fo nepote di papa Pio, che a la bona memoria dil Re suo padre fu contrario, et coronò Ferdinando dil Reame di Napoli, come ho scritto di sopra. Et li mandò a dir a Sua Signoria per alcuni suoi baroni, che come Cardinal lo havea in gran reverentia, ma come legato non li voleva dar audientia. Et habuto tal risposta, se ne tornò a Siena, et ivi stette fino el Re vi entrò. Questo partì di Roma adi 17 Ottubrio.

Venne qui a Lucca tre ambassadori de Senesi, i quali fonno Nicolò Burgese cavalier, Bortolomio Sozino dottor famoso, et...... ......... a congratularsi con el Re di la sua venuta, offrirgli el Stato de Senesi, et che l'aspettavano volentieri, promettendo passo et vittuarie, i quali fonno ricevuti molto volentieri dal Re, et fattoli bona cera. Et el Sozino andò a Milano et zonse adi 22 Novembrio, per congratularsi col sig. Ludovico di la sua creatione, come dirò di poi, scrivendo de Milano.

Li ambassadori de Fiorentini nominati di sopra zonseno dal Re et exposeno la loro imbassada, et che Fiorentini erano contenti di la soa venuta, et che Sua Maestà non si maravigliasse di quello haveano fatto a Piero e fradelli de Medici, perchè sempre contra la soa Republica mal si havea portato, concludendo volevano conzar li capitoli in miglior forma. Et el Re li respose che non era venuto per far alcun danno a Fiorentini, et che si meravigliava di questo, et che avanti loro dovea venir a darli il passo et ogni altra cosa necessaria, come zà al principio di questa impresa li haveano promesso: et che voleva intrar in Fiorenza dove conzeria li capitoli. Et questi partiti, ritornono a Fiorenza, essendo stati dal Re.

Et el Re volse da Lucchesi imprestedo ducati 20 milia, et cussì li fonno presentati; et ancora volse la fortezza di Montegioso in le sue mano, et Lucchesi gela detteno, dove messe custodia de soi Franzesi. Qui in Lucca Franzesi feceno molte violentie a donne, però che sono zente molto lussuriose, et fino hora erano stati su quel di Milano, et non havea osato far nulla per l'amicitia havea el Re. Ma quivi, come fo ditto, feceno assà disonestà, et tra le altre el Re, piacendogli una donna......... bellissima, la qual era, ut dicitur, de Guastalla, sì la mandò a tuor, et habuto el suo desiderio, la lassoe qui; tamen poi che zonse in Napoli per ditta mandò, et appresso Sua Maestà tenne.

Adi 8 ditto, essendo el Re partito da Lucca a hore zerca 24, introe in la città de Pisa. Li andoe contra el suffraganeo Arciepiscopo, el qual era vicegerente dil cardinal San Zorzi e arcivescovo di Pisa, et con tutta la chieresia apparata, Francesco Secco, nominato di sopra, che ivi stanciava, et Annibal Bentivoj, figlio dil magnifico Joanne, era soldati de Fiorentini, et el sig. Francesco Cibo, fo fiol di papa Innocentio, el qual etiam lui havea soldo da Fiorentini: et cussì riceveteno el Re dentro la terra; benchè Pisani poco honor li potesse far, perchè era supposti a Fiorentini. Questo Re era vestito di veludo negro, con uno cappello in testa: li và da presso sempre cavalcando monsig. de Brexe et monsig. de Lignì so cusini, di una età de anni 24, et sempre dormiva con Sua Maestà: etiam do episcopi monsig. de Angier et uno altro. Monsig. episcopo di Samallo et monsig. di Beucher erano governadori apresso la sua persona de l'impresa, come ho scritto di sopra. Et ne l'intrar in Pisa havea 500 arcieri attorno, et 200 zentilhomeni franzesi li va dintorno, et lui in mezzo, per la sua guardia. Monsig. di Mompensier, ch'è capitano a tal impresa, è il primo di andar con le sue zente in le terre, avanti vi entra la persona dil Re. Et el Re allozò in la caxa di Piero de Medici, dove li era preparato. Et è da saper che qui in Pisa, entrato monsig. di Mompensier, volendo visitar Francesco Secco, che era suo barba, per sua moglie ch'è sorella dil marchese di Mantoa, zoè di ditto Mompensier, non volse parlarli per esser stato rebello dil suo cugnato, ymo più che alcuni de li soi. Partito che fu Francesco Secco di Pisa, et venuto a Lucca, dove havea mandato il bon et miglior dil suo, per dubio di quello l'intravenne, Franzesi andono alla caxa sua per metterla a sacco, et cussì la messe di quello trovono, che furon vittuarie et poche robbe. Annibal Bentivoj andò a Fiorenza, et el sig. Franceschetto a Zenoa.

La Domenega, fo 9 dil mexe, andò per la terra il Re, vedendo le do cittadelle, el Domo, el Campo Santo, el sito di la terra, et ogni altra cosa; sempre a cavallo. Et per seguir il mio consueto, alcuna cosa di Pisa qui voglio scriver.

Pisa è città in Toscana dignissima, et zerca 1700 anni avanti lo advenimento di Christo fo edificata da Greci, i quali veneno da Pisa de Archadia, come (dice) Strabone; et edificono questa Pisa in Italia. Et zà fu potentissima, non a tempo de Romani, ma poi che Populonia et Luna città furono guaste, comincioe, et in tempo di Carlomagno imperadore havea sotto il suo dominio molte isole et la cittade de Jerusalem. Ma poi per soe discordie nel 1400 da Fiorentini soi emuli fue sottoposta, et d'indi fino al presente sempre è stata. Et Fiorentini, per trattato di uno Joanne Gambacurta, essendo col campo attorno stati gran tempo, el zorno de Santo Dionixio, ch'è adi 9 Ottubrio, intrò; nel qual zorno ogni anno in Fiorenza si fa sollemnità grandissima, dannosi pecunia deputata, vestissi duodecim giovenette povere, si fà processione, et ciò in memoria di tanto beneficio et vittoria, et si corre uno bellissimo palio. Or qui in Pisa la chiesa cathedral di Santa Maria è bellissima, il cimiterio chiamato Campo Santo, dove è di quella terra di Jerusalem, et ivi è posti li corpi de morti, et in termine di tre zorni non vi si trova più ossi, e tutti vanno in polvere.

Pisani, desiderando molto la libertà, per la subietione havevano da Fiorentini, deliberono provar si potevano ridursi in libertà, et prima praticato con li sig. Gran Maestri et Baroni dil Re allozati in diverse caxe, dove li patroni de ditte caxe exortaveno quelli li dovesseno esser propicii, et etiam col sig. Galiazzo di Sanseverino, che poi tornato dal Re mai si partì da Sua Maestà, et steva quasi come ostaso di la fede dil sig. Ludovico; et ancora praticò con Don Alphonso fiol dil Duca di Ferrara primario, che, zonto el Re propinquo a Pontremolo, venne da Sua Maestà, et con quello andava verso Roma, et_ etiam_ con suo fratello don Ferrante, che stava in corte di esso Re.

Ma lasciamo questi Pisani praticar, et quello successe questo zorno scriviamo.

Adi 12 ditto, Fiorentini mandò 4 ambassadori al Re, i quali fonno lo episcopo di Volterra, Francesco Soderini, lo prothonotario Capponi et do altri lo nome di qual a mi è incognito; et venuti dal Re a Pisa li exposeno quattro cose. La prima li apresentò el fio, fo dil sig. Carlo di Faenza. La secunda per ricercar la liberation di Marino Tomaselli, orator dil re Alphonso, el qual era stato lì a Fiorenza gran tempo, et in questi zorni con la fede de Fiorentini publica era uscito de Fiorenza, et stava in uno castello, et Franzesi lo prese et menò dal Re, taia ducati 400. Questo fevano Fiorentini per dubito, Alphonso non facesse questo medemo al loro ambassador si ritrovava a Napoli, et etiam per le mercadantie havevano in Reame. Et tertio per sollicitar la sua intrata in Fiorenza, et satisfar il desiderio dil populo, advisando Sua Maestà di la carestia di vittuarie vi era. Quarto et ultimo, perchè si provvedesse a li danni et disordini nel paese fatti. A le qual richieste el Re rispose: primo quanto al sig. Carlo li era molto a grato, et voleva per suo; secondo poteva tenir Marino Tomaselli, per esser orator dil suo inimico, appresso di lui, per haverlo preso fuora di la terra di Fiorenza; tertio che l'entreria presto; et quarto che daria remedio a li desordini. Et cussì, habuto tal risposta, ditti ambassadori ritornò a Fiorenza.

Ancora zonse 4 ambassadori di Zenoesi al Re, venuti per la reintegration di le terre sue teniva Fiorentini, le qual era ne le man dil Re. Ai quali fo deputati li auditori, et expediti ritornono da poi a Zenoa.

A dì 10 Fiorentini bandite la caxa di Orsini, et svalisono la compagnia dil sig. Paulo Orsini nominato di sopra.

Ma Pisani, che erano pur vigilanti al fatto loro, la Domenega de sera, che fo 9 Novembrio, li principal cittadini andono a caxa a trovar il Re; et uno di loro fece le parole, pregando Sua Maestà Christianissima li volesse difender et cavarli de man de Fiorentini, dimostrando la subietion havevano: concludendo, volevano esser in libertà, et che dovea bastar a Fiorentini del 1406 in qua haver quella povera terra posseduta, et che volevano esser sempre suposti a soa regal corona. Unde el Re, mosso a compassione, exhortato da li soi che lo consigliava, fo contento di farli quanto domandava; et cussì tutti li Pisani in quell'hora medema, che erano molti reduti per udir la voluntà dil Re, comenzono a cridar: Franza! Franza! facendo per la terra grandissimi rumori in quella notte, et luminarie de fuogi, et corseno al ponte vecchio, ch'è uno dei tre ponti è sora l'Arno, ch'è uno fiume nominatissimo passa per Fiorenza, et qui mette in mar, et rumpeteno una colonna sopra la qual era uno marzocco di pietra, ch'è la insegna de Fiorentini, et quello rotto di la colonna, lo ligono con corde et strassinò per la città, et poi fense de brusarlo mettendovi fuogo intorno; demum lo buttò ne l'Arno, et cussì molti marzocchi per Pisa ruinorono et spegazono, et era uno bellissimo veder l'allegrezza dimostravano Pisani, sì donne come homeni. Ancora quella notte, davanti la casa dove era il Re, fo fatto grandissime feste et fuogi pareva zorno. Et il Re stava a la finestra, et ne havea grande piacer. Et il capitano de Fiorentini era lì in Pisa, chiamato Serristorio de Serristori, et li tre consoli fiorentini, i quali devano ragion, fonno discacciati, et andono via con il resto de li custodi dil Stato Fiorentino. Et conclusive si reduseno in libertà, et mandono a tuor a Lucca li soi ordini, per governarse come facevano Lucchesi. Et da poi che il Re fo partito di Pisa, el zorno medemo che fo 10 Novembrio, Pisani si redusseno in consiglio, et fece 6 signori antiani, et X signori di la Balia et il Confaloniero: mandò compitamente fuora le gente de Fiorentini, tamen fece uno edito quelli rimaseno per il Re al governo di Pisa, che nominerò di sotto, che a Fiorentini nè a loro nè al suo haver fusse fatto alcun dispiacer; ma libere dovesse andar et uscire di la cittade. Et ancora in Pisa dove era marzocco di piera, al ponte ditto di sopra, messeno una bandiera con l'arma dil Re di Franza; et etiam a la gabella dove si levava il stendardo con el zio (giglio), ch'è l'arma de Fiorentini, levono l'arma dil Re con tre zii (gigli) et di sopra la corona. Qui in Pisa el Re lassò do commessarii franzesi, chiamati uno monsig. Zuan Rabot, uno di signori dil Parlamento de Garnoboli, et monsig. Zuan Fier dottor in leze, suo consier; et ancora volse el Re tenir la cittadella nuova, ch'è la più forte, et Pisani tenisseno la vecchia, et ivi lassò uno de soi capitani, chiamato Sariachi, che fu quello vardava el castello di Perpignano, al qual commise fusse capitano de Pisa, de Livorno et Pietrasanta, dove etiam era alcuni franzesi in governo de quelli lochi.

Et essendo stato el Re uno zorno et do notte in Pisa, el luni da mattina montò a cavallo e partite per Fiorenza, et andò ad allozar a Empole, mia 25 lontan de Fiorenza, poi a Ponte Segna, mia 20 lontano, dove stette 6 zorni, zoè fino a l'altro luni, che fo a dì 17 Novembrio, che intrò in Fiorenza: questo perchè voleva aspettar che 'l suo esercito si ponesse in hordine, et che armati intrasseno in la terra per più magnificentia. Et el zorno da poi partì el Re di Pisa, vi gionse in Pisa, partito di l'armata di Zenoa, el cardinal San Piero in Vincula, che veniva a trovar el Re. Et come per lettere di Zenoa se intese, questo a dì primo Novembrio partì di Zenoa con do galie, et venne a trovar el Re. Etiam el Principe de Salerno a dì 3 partite, et venne a parlar con Soa Maestà, et subito tornò a Zenoa per montar su alcune nave si preparava, et andar a dismontar in Reame. Or questo Cardinal, per haver le gotte, si faceva portar da quattro persone, allozò in Pisa al monasterio di San Michiel, poi andò a trovar el Re a Ponte Segna, et con lui intrò in Fiorenza, et seguitollo fino che 'l Re intrò in Napoli. Et mentre che el Re dimorava lì a Ponte Segna, Pisani li mandono alcuni ambassadori, pregando Soa Maestà volesse confirmar el Studio in Pisa, cussì come prima era et Fiorentini lo tenevano, et dil suo pagavano li dottori lezenti. Unde, mancando il dominio loro, ex consequenti mancò el lezer et stipendio di dottori: la qual cosa per honor suo Pisani volevano pagar loro, a ciò vi fosse il Studio. Ma el Re, per esser implicito di altre faccende, allora non deliberò cosa alcuna. Et è da saper che quivi veneno li quattro ambassadori ultimi de Fiorentini, li quali scrissi di sopra che andono dal Re a Pisa, ma la verità è che fonno qui a Ponte Segna. Ma lassiamo qui el Re, et a le cose intervenute in questo tempo in altre parte de Italia scriveremo.

Quello seguite a Roma in questo mezzo.

A Roma el Pontifice, vedendo el prosperar dil Re, era molto di mala voglia; l'armada di Zenoa si approximava al Tevere, come dirò di sotto; terminò di far alcuni fanti per custodia di Roma; et vedendo Fiorentini li davano passo, et quello seguiva in Toscana, non sapeva che farsi: et però cum Paulo Pisani ambassador veneto spesso consultava, pregando scrivesse a la Signoria non lo volesse abbandonar. Molto dubitava di esser privato dil Papato, o ver da li cardinali teniva dal Re fusse eletto uno altro Papa, et seguir scisma, come in diversi tempi in la chiesia sono state, per numero 23, dal 234 fin 1444, secondo si leze ne le historie: et però feva il tutto per haver li cardinali con lui, et con monsig. Ascanio vice cancellier spesso lo mandava ad exortar volesse ritornar a Roma, et cussì esso Ascanio deliberoe venir in Roma, ad abboccarsi col Pontifice, et veder si poteva conzar le cose, che desse il passo al Re di Franza. Et venuto a Marino, castello de Colonnesi, mia X da Roma, per ostaso el cardinal Valenza, nepote dil Papa, Ascanio a dì 2 Novembrio intrò in Roma di sera. Li andò contra el cardinal Monreal, nepote etiam dil Pontifice, et la fameia di Sua Beatitudine, et andato dal Papa stette in colloquio fino a mezza notte, poi il zorno driedo andò in concistoro, et, statim disciolto, si partì et tornò a Marino, havendo dormito quella notte in palazzo dil Papa. Et qui a Marino erano le zente de Colonnesi redate, et aspettavano Antonello Vitelli soldato dil Roy con squadre dodexe.

In questi zorni lì a Roma el banco de Medici fallite per ducati 100 millia, et fo dapoi el cazzar Piero di Fiorenza. El cardinal di Siena fra i altri have botta di ducati undese millia; et el Papa fece salvoconduto a Medici per mexi 6.

Come l'armada dil Re di Franza andò nel Tevere a Hostia et ritornò a disarmar.

Sì come scrissi di sopra, l'armada dil Re di Franza era uscita di Zenoa, et, in questo mezzo che 'l Re prosperava in Toscana, venuta a Neptuno, da la longa si veteno (videro) con quella dil re Alphonso, tamen non si volseno apizar (attaccare) dubitando forsi una di l'altra. Et questa dil re Alphonso prese do galie de Franzesi, come dirò scrivendo quello faceva el Re preditto, et andò in porto a Gaeta. Ma quella di Franza, per lettere di Roma di primo Novembrio, se intese esser zonta a San Severo, fra Civitavecchia et Hostia, dove dovea metter le zente in terra: et poi, per lettere di 3, ditta armada si divise in tre parte: galie 18 intrò nel Tevere fino nelle fosse di Hostia, et ivi messe zente nova franzese, adeo che fo perso la speranza di rehaver Hostia più indriedo; etiam altre zente per terra andò a trovar el campo de Colonnesi. L'altra parte, che era 4 nave grosse, rimase a Monte Arzenton. El resto a uno porto vecchio, lontan de Neptuno mia 4. Et di gran zente de ditta armada dismontò in terra, et a dì 4 Novembrio la nave Salvega, con le altre do nave che, come di sopra è scripto, andono alle Specie, ritornono a Zenoa, dove si preparava 7 nave per il Principe di Salerno. El qual a dì 11 ditto montò su ditte nave con fanti 3500, e verso Calavria navigò, perchè era molto amato da tutta quella riviera, et li soi di Salerno lo aspettavano con gran iubilo: et poi a dì 17 Dezembrio ditta armada ritornò a Zenoa et disarmò, nè restò in mar salvo le nave andate in Calavria con el Principe di Salerno, tra le qual la nave Salvega che era grandissima di botte....

Cose seguite a Milano da poi la tornata dil Duca dil mexe di Novembrio 1494.

Et a Milano essendo ritornato el Duca, è da saper che a dì 9 Novembrio el Pontifice li scrisse do brievi, congratulandosi di la sua creatione, dolendosi di la morte dil nepote; et cussì scrisse prima al cardinal Ascanio, vice cancellier, dolendosi et allegrandosi dil fratello, esortandolo volesse scriverli che fosse quello mettesse paxe in Italia. Item cardinali molti li scrisseno al Duca lettere congratulatorie, et a dì 11 el re Alphonso li scrisse, date in campo a Mola, si dolse etiam di la morte di suo zenero, et si congratuloe dicendo volea mandar suo ambassador di brieve.

A dì 17, a hore 17, el ditto sig. Ludovico duca, per hora astrologica habuta dal suo maistro Ambrosio, scrisse di sua mano el titolo volea li fosse dato et subscritto nelle lettere, el qual diceva: Ludovicus Maria Sforcia Anglus Dux Mediolani Papiae Angleriaeque comes ac Genuae et Cremonae dominus. Et è da saper che in questo titolo variò di quello faceva li altri, et suo padre duca Francesco, suo fratello Galeazzo et il nepote Zuan Galeazzo; però che questi tutti se intitulono vicecomes et non anglus, zoè di la caxa de Viceconti. Ma questo Duca, volendo imitar el titolo del duca Filippo suo avo materno, si chiamò Anglo. Di dove vien tal nome di Anglo, saria longo qui descriver; pur a ciò el tutto se intenda, scriverò una epistola venuta de Milano, la qual tal cosa dilucida assà bene.

Epistola Caroli Barbavarae Mediolanensis ad Bernardinum Figinum Veneciis commorantem.

Scribis eleganti epistola, quam ab te hodie accepi, fuisse non paucos ex patriciis Venetis, a quibus es interrogatus quid causae sit, cur novus Princeps noster excellentissimus Ludovicus, suppresso Vicecomitis familiae nomine, Anglum se appellet; et Unde dictio illa emanet, tibique propterea gratissimum fore, si quod in ea re a nobis sentiatur literis aperuerimus, ut amicorum postulationibus, cumulatius quam forte hactenus egeris, facere satis queas. Tibi primum debeo non mediocriter, qui ex tui in me amoris magnitudine multo magis quam par sit mihi deferendum existimes; non ego enim ex parte vel minima is sum quem tu opinaris, et esse non dubito pro bonitate tua cuperes, quia quicquid essem, tuo semper nomini affectissimum, sicut virtus egregia qua praestas exposcit, offenderes. De re autem quam intelligere expetis, etsi certi nihil tam apud nos non dilucide magis quam apud vos scribi possit, tamen quid in hominum corona de re ipsa loquencium dici hactenus diversis judiciis audiverim, tibi nequaquam reticendum puto. Quod Anglum se appellet Princeps noster, facta nominis familiae Vicecomitis soppressione, ea est ratio communi omnium opinione, quod in hoc ducem Philippum emulari, qui et Anglum se appellabat, nulla familiae Vicecomitis facta mentione, decreverit. Qua autem de causa Anglum Princeps ille se vocaverit, alii aliud pro cujusque ingenio et rerum cognitione sentiunt. Sunt enim qui dicant in Anglia regione oppidum Anglum nomine per comites nonnullos olim possessum, cuius regimini nequeuntes ipsi aliis rebus impliciti vacare, aliis vices suas in eo regimine demandabant, ac propterea eos non Anglos solum, sed Vicecomites etiam tamquam vicarium comitum gerentes in loco illo appellari se curasse, ex quibus postea majores ducis Philippi natalem traxerunt. Alii ducem Philippum ex eo Anglum appellatum autumant, quod vel Princeps ipse vel ejus praedecessores cum Rege tum Angliae imperanti affinitatem contraxissent, ac propterea in eius rei memoriam Angli cognomen illis retinere visum est. Quidam vero longo secum dissentientes, ajunt cum Antenore qui ex Trojae excidio in Italiam concedens, Patavium condidit, quemdam Anglium nomine virum clarissimum ad partes has quoque profectum extruxisse Angleriam locum, a quo tum comites, qui Mediolanensium duces fuere, appellati sunt, voluisse ex eo ducem Philippum se Anglum nuncupari. Quorum omnium opinionem neque laudandam neque improbandam mihi censeo, etsi nulla earum digna ratione inniti videatur. Sed ubi tu vel patricii isti aliquam ex illis non rejiciendam prorsus censueritis, ex parte aliqua satis vobis fecisse, postquam veritas rei ex nullis litterarum monumentis quae extant intelligi potest, plurimum gaudebo. Ad haec illud tibi quoque declarare nequaquam omittendum sum ratus, ut quicquid in re fit teneas, non defuisse ex plebeis nostris aliquos temere et non ratione ut nosti dicere quicquid velint solitos, qui principem nostrum ex eo se Anglum appellari velle, supresso vice comite, asserant, quod non tanto illos posthac quanto hactenus sit facturas. Verum, quid dicant, tanquam prorsus delirantes, nesciunt. Nam ex quo ad Ducatum hunc et imperium promotus est, Vicecomites nonnullos et senatoria dignitate et magistratibus aliis decoravit. Adeo quod eos ab illius Excellentia non minores fieri quam antea perspicuo pateat. Vale. Ex Mediolano X Decembris 1494. Vester Carolus Barbavara. A tergo. Venerabili decretorum doctori honor. Domino Bernardino Figino, dentur Venetiis.

A dì 17 Novembrio el Duca di Ferrara, essendo stato 17 giorni in Milano, tornato el zenero dal Re è stato con lui 4 zorni, havendo fatto far a maistro Zanin, fiol dil quondam maistro Albergeto, tre modelli de passavolanti, uno al modo franzese et do a diversi modi; habuto in dono dal Duca 100 miera de metallo, el qual era sta comprà per construir el cavallo in memoria dil duca Francesco, el ditto rame fece condur a Pavia, poi per Po a Ferrara, et_ etiam_ ditto maistro Zanin, vi andò con lui per far artegliarie, se partì de Milano, et ritornò a Ferrara per Po nella sua ganzara. Ma non pretermetterò di scriver, licet non sia in proposito, quello a dì 18 ditto a Ferrara accadete: che la notte in la loza, dove el Vicedomino di la Signoria (per antichi capitoli, confirmati da novo da poi la guerra have con ditta Signoria) dà ragione, et è uno San Marco depento, et alcuni scapestri vi andò dentro ditta loza, cavò li occhi a ditta imagine di San Marco, et fece alcune altre poltronerie, dimostrando el cattivo animo avea verso la Signoria. Ma la mattina inteso questo da Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier vicedomino era lì in Ferrara, si andò a doler al sig. Sigismondo fratello dil Duca, che tunc in Ferrara era rimasto governator. El qual mostrando haver a mal, ordinò fusse fatto una crida e dato di taglia ducati 25 a quelli accuserà li malfattori. Tamen non se intese. Et zonto el Duca a Ferrara, a ditto vicedomino fece gran dimostratione di benivolentia, che era cosa mirabile; et questo faceva vedendo che 'l Re non li havea atteso a le promesse, però che sperava far qualche novità et rihaver el Polesene.

A dì 18 ditto a Milano fo fatto le exequie dil Duca morto, però che ivi è tal consuetudine, et uno si fa nel settimo, l'altro nel XXX zorno. Vi fu el marchexe Hermes suo fratello con li oratori et consieri dil Duca, et tutti cittadini de Milano.

A dì 19 Novembrio zonse in Milano el tesorier di Bertagna, ambassador dil Re di Franza, con cavalli 14: fo judicato venisse per danari dal Duca, li qual è da creder che li fusse dati.

A dì 20 venne Bernardo Rucellai ambassador de Fiorentini a Milano a congratularsi col Duca, et poi ritornò a Fiorenza.

A dì 23 venne el sig. Constantin Arniti con tre altri ambassadori dil Marchexe di Monferà a congratularsi con ditto Duca.

A dì 22 venne Anzolo Serragli, secretario de Fiorentini, et con el Duca parlato lungamente etiam ritornoe a Fiorenza.

A dì 25 zonse un fio del magnifico Zuan Bentivoi da Bologna a Milano per congratularse, sì per nome dil padre quam per Bolognesi.

A dì 24 in Milano arrivò madonna Chiara di Gonzaga, sorella di questo marchexe di Mantoa et moglie di monsig. di Mompensier, con cavalli 50; veniva da Lion per venir a Mantoa. Allozò in castello, fo molto honorata dal Duca et Duchessa; et poi, partita, andò a Mantoa, sì per starvi quam per esortar el fratello fusse cum el Re de Franza, el qual era al soldo di la Signoria za anni avanti, et havea ducati 30 millia a l'anno, come sarà scritto di sotto scrivendo di lui. Questa stette sempre a Mantoa honorata assà dal fratello, et el marito seguiva l'impresa di Napoli. Quello di lei seguirà scriverò poi.

Quello faceva re Alphonso in questo tempo.

El re Alphonso, come ho scritto di sopra, andava per Reame promettendo privilegii, facendo concessione, carezzando li populi, et provvedendo a li passi necessarii. Et essendo a Trajetto a dì 15 Novembrio si partì con l'ambassador di la Signoria pur in compagnia, et andò a Gaeta, essendoli venuto nova che don Fedrigo con la sua armata di 40 galie esser ivi arrivato, havendo preso do galie franzese che stevano forte per mezzo una rocca de Colonnesi; qual erano scorse lì per fortuna. Fo tratto gran colpi di bombarde di la rocca et di ditte galie, ma li nemici si butono a l'acqua e nudarono in terra, et le galie fonno prese vacue de homeni, salvo cerca 25 che erano rimasti per non saper nudare. Or ne l'intrar dil re Alphonso in Gaeta, li venne contra don Fedrigo do mia fuora di la terra, et ne l'intrar fo tratto assà bombarde di le galie era nel porto: le qual allora era galie 38, fuste 3, arbatoza una et do galie disarmate prese da i nemici, et Villamarino corsaro homo dil Papa con tre galie. Et qui el Re stette 6 zorni.

A dì 21 el ditto se partì di Gaeta e tornò a Trajetto. El zorno sequente fo gran fortuna, si ruppe nel porto di Gaeta do galie et andono a fondi; et in quel dì etiam per disgratia se impizzò (accese) fuogo in la polvere di bombarda di una altra galia, et quella brusò con zerca 40 homeni tra quelli erano in ferri e sotto coverta: il resto si butò a l'acqua, et scapolono la vita. Et la furia dil fuogo durò zerca mezza hora. Fu cosa miserabel et di gran compassione et gran augurio al povero re Alphonso. Et in breve zorni ditta armada disarmò.

A dì 26 uno ambassador dil Turco, homo di gran reputation, intrò in Trajetto, dove era el Re, con 40 cavalli et 10 zentilhomeni turchi tutti vestiti di seda a fiori d'oro, benissimo in ordine. Li andò contra l'ambassador de Venitiani, con molti baroni dil Re et tutta la corte, uno mio fuora. Questo era dismontato però che passò da la Valona, et a cavallo venne che fo una maraviglia. Et exposto la sua imbassada come il suo Signor li voleva dar ajuto, et che stesse di bona voia. Tamen il soccorso non venne mai, perchè Turchi non se fidava de passar in Italia. Et fo divulgato el re Alphonso li voleva dar ne le mani Otranto et Brandizo. Or ditto ambassador andò di longo poi a Napoli, dove stette qualche zorno fino have risposta dil suo Signor.

A dì 30 el Re si partì di Trajetto, passò el Garigliano, poi per rocca de Monte Ragon (Mondragone), venne a Castellamar del Volturno mia 20 da Trajetto, et a dì 1 Decembrio partì de qui et andò a disnar a Patria, dove è uno passo con uno ponte longo de legnami e una torre, et è ditto il lago di la Patria. Et a dì do andò a Cime mia 8, poi a Pozzuol dove sono li bagni assà nominatissimi, et andò per barca mia 3 a veder una fortezza feva far el Re in cima de uno monte, come di sopra ho scritto; poi per la Grotta ritornò in Napoli, dove questo tempo era rimasto al governo uno Vicerè, essendo stato fuora do mexi compiti.

A dì 5 Decembrio el cardinal di Zenoa Paulo de Campofregoso venne a Napoli contra el Re. Questo era stato su l'armada, et poi a Roma, et stette in Napoli sin a la intrata dil Re di Franza, et poi con esso Re si fece benivolo.

In questo tempo el re Alphonso fece far una fortezza sopra el monte San Martino, et cavar le mure si aggiongeva a Napoli, qual abbrazavano tutto el monte de San Martino sino al Castel novo: gran cavamenti et muraglie fece far in pochissimi zorni.

A Venetia quello seguite.

Gionse a Venetia a dì 18 Novembrio Piero et Juliano de Medici, et el sig. Paulo Orsini cugnato di Piero, vestiti incogniti con curacine indosso. Arrivò in casa di Lippomani dal Banco patricii veneti, con i qual havevano gran amicitia: et la sera andono in palazzo dal Serenissimo Principe, con el qual conferito, dimandò licentia di poter menar con loro X armati per caxon di la taja havevano su le loro persone, la qual ancora non era stà levata, come fo di poi a requisitione dil Re, et cussì per el Consiglio di Diese fo concessa licentia. Unde si vestirono in habito assà honesto, con veste curte di zambeloto negro et cape paonazze, con capironi di velluto di sopra, berrette in testa et la spada cadaun sotto, et cerca X provvisionati soi fidatissimi con spade driedoli. Et a dì 20 ditto da mattina andono in Collegio da la Signoria, dove, secondo el consueto di quella, fonno ben visti et carezzati. Demum volseno venir a veder el Gran Conseglio, et venneno con li soi armati, et loro con le spade sotto sentono presso el Principe su el mastabè. Or zonto ditto Piero qui, subito monsig. di Arzenton, ambassador dil Re di Franza, lo andò a trovar a caxa di Lippomani, col qual conferite molte cose. Li fo portato da soi ancora assà zoje, danari et alcune medaje d'oro, le qual lui molto stima. Et etiam vi zonse una baila con uno puttin de anni do, fiol de ditto Piero, el qual fo trasforato de Fiorenza; tamen la madre era lì in uno monasterio, et non molto da poi el Re li mandò uno de soi fino a qui a trovarlo, et notificarli dovesse andar a trovar Soa Maestà con lettere di salvocondutto, et cussì da poi alcuni zorni esso Piero partite di Venetia con il cugnato, et andò a trovar el Re presso Roma, et Juliano restò a Venetia, come dirò di sotto, et poi lo andò a trovar.

Vedendo Venetiani questo Re di Franza prosperar felicemente, et che Fiorentini erano accordati, et havea gran exercito, li padri dil Collegio se ridusevano diuturnamente, et nel Conseglio di Diese tramavano gran cose, et per vedere si potevano pacificare le cose et operarsi in metter paxe in Italia, come voleva pur el Pontifice. Terminono a dì 20 Ottubrio, et elexeno nel Conseglio di Pregadi do ambassadori a ditto Re, et che andasseno con lui fino a Roma: i quali fonno Antonio Loredan cavalier, che za alias a suo padre re et a tempo di la sua incoronatione in Franza vi si trovò ambassador, et ricevette da questo Carlo re le insegne de la militia. L'altro fu Domenego Trevixan cavalier, i quali, benchè fusseno dil Consiglio di Diese et si potevano excusare, pur per servire la Republica libentissime acceptono, et fu decreto nel Conseglio di Diese non menasseno niun patricio con loro, et de lì a zorni IX partiti, fatto la via di Ferrara dove dal Duca li fo fatto grande honor, erano cavalli 40, et Francesco da la Zuecca secretario, et zonseno a Fiorenza dove era el Re a li 21 Novembrio; nel qual zorno lì in Fiorenza seguite certa commotione dil populo, et però non fonno ne l'intrar honorati, come dirò di sotto.

Ancora deliberorono di mandar do solenni ambassadori al Duca de Milano, sì per allegrarsi di la sua creatione, quam per conferire con lui in secreto alcune cose, et operar quello poi uno di loro operono. Et a li 13 Novembrio nel Conseglio di Pregadi elexeno Battista Trevisan, era Avogador di Comun, et Sebastian Badoer cavalier, era Savio dil Conseglio, patricii di gran reputatione et dottrina: i quali a uno tempo a la gubernatione di la città patavina fonno rectori integerrimi. Et partiti a dì 21 ditto, zonseno a Milano a dì 7 Decembrio, et dal Duca preditto fonno molto honorati. Li venne contra et li allozono in Castello, dove era benissimo preparato: ai quali fonno presentate le chiavi dil castello, offerendo el Duca et tutto el Stato a comandi della illustrissima Signoria. Et poi, data grata audientia, el Duca partì et andò a Vegevene, et ditti ambassadori restono a Milano; tamen Zorzi Negro loro segretario andava da Milano a Vegevene a conferir con el Duca, fino che 'l ritornò in Milano, come scriverò più avanti. Ma Zorzi Pisani dottor et cavalier era lì a Milano prima ambassador, habuto licentia de ripatriar, ritornò per Po a Venetia, et zonse a dì 20 ditto, et espose quello in la sua legatione havea fatto, oltre le publiche lettere continue scritte di quello succedeva. Et Battista Trevisan preditto, di uno catarro che li discese, in breve hore si soffegoe, et a dì 24 de ditto mese di Decembrio, a Milano, morite in hore 10, che fo la vezilia de Nadal, et fo fatto le esequie, come dirò più diffusamente al loco suo. Et il corpo poi fo mandato a Venetia a San Stephano. Adoncha rimase solo ambassador Sebastian Badoer, el qual benissimo si portò, ita che reduse el Duca a far quello volse la Signoria.

Oltra di questo, a dì 14 Novembrio, nel Conseglio di Pregadi messeno quattro decime: do al Monte vecchio, le qual son donate a la Republica; et do al Monte novo, et di queste si ha ducati 5 per cento a la camera d'imprestidi de utilità a l'anno, fina sia restituido el capitale, secondo el consueto. Et fo astretto fusse pagate una dil Monte vecchio et una dil Monte novo per tutto el mese presente; le altre do per tutto el mese di Decembrio, et, passado el termine, quelli non havesseno pagado dovesseno pagar con pena di X per cento. Et cussì fonno ritradi assà danari, li quali fonno posti a le Procuratie di San Marco, per spender a li bisogni. Questo è uno ordene se observa per trovar danari a Venetia da li soi cittadini, senza toccar le publiche intrade: zoè pagano la decima di la intrata che hanno, et quelle decime dil Monte novo non sono perse ma hanno utilità, et con tempo li soi danari se restituiscono, et questo cavedal si puol vender et vendesi 90 et più ducati el cento, et hora più et hora manco secondo li tempi. Et za è stà visto con decime sole poste haver sostenuto guerra contra molti, maxime quella del 1482 col Duca di Ferrara aiutato da tutta Italia, che durò tre anni; nel qual tempo fo poste decime: come tutto ne la ferrarese guerra per mi descritta et intitulata al Serenissimo Principe Jo. Mocenigo nostro, chiaro el tutto se vede.

Ancora feceno molte provvisione per recuperar danari; le qual per non esser in proposito pretermetterò de scriver. Et fo preso di augumentar al tempo nuovo l'armada marittima era fuora, capitano Antonio Grimani, et armar XV galie sottil, zoè X in Candia, una a Retimo, una alla Cania et tre a Corfu; etiam nave grosse di Comun et altre vele. Et preseno di far 2000 stratioti, et commesseno al zeneral li scrivesse in la Morea, dove sono gran copia; et li fo mandati danari. Fo ordinato a li patroni di l'arsenal dovesseno preparar li arsilii per mandarli a tuor; oltra di questo preseno di far 3000 cavalli, per augumentar fino al numero de X millia cavalli, et fo scritto in diverse parte per assoldar zente. Et fo scritto a li capitanei di le terre dovesseno far con Hieronimo de Monte vice collateral zeneral, el qual da poi la morte de Mariotto suo padre exercita tal officio, le mostre a li soldati allozati in quelli territorii: et cussì inteseno la verità dil numero di cavalli havevano la Signoria; et fo preso di crescer uno piatto per lanza, che prima era tre soli cavalli per homo d'arme. Le sovvention fonno date, come ho scritto di sopra: a quelli mancava cavallo grosso ducati 60, et per li piatti ducati 25 per uno. Mandono li Savii di terra ferma in diversi luoghi in terra todesca a comprar cavalli, per dar a nostri condottieri. Oltra di queste provvisione, feceno pratiche per condur qualche valente homo per capitan zeneral, Zuan Jacomo di Triulzi o el Conte di Petigliano. Alcuni patricii voleva altri: uno maior Blas ongaro, che fo gran capitano dil re Matthias di Ongaria, et etiam uno so fiol de ditto re Matthias, chiamato el bastardo de Ongaria, homo illustre et de grandissimo inzegno et dal Governo in exercitii bellici saepius experimentado in quelle parte contra Turchi: ma non fo concluso nulla. Tamen condusseno el conte Antonio, fiol dil duca Federico de Urbin, natural, de anni cerca 45, con cavalli 400 et 40 balestrieri a cavallo, et uno altro chiamato Zulian de Carpi, etiam homo di età, con cavalli 400. Questi Signori da Carpi alias fonno per soi meriti creati nel numero del Mazor Conseglio de Venitiani. Hor questi do condottieri, habuto la conduta et danari, si messeno in ordine, et fece zente per tempo novo, et venneno ad allozar in Brexana.

In questo mexe di Novembrio a dì 21 zonse a Venetia uno ambassador del sig. Bayzeth, Gran turco, el qual a dì 27 andato in collegio al Prencipe presentò alcuni presenti mandava el suo Signor a la Signoria, zoè panni d'oro alla turchesca, de li qual fo fatto paramenti di preti et panni di altar a San Marco. Et expose, da poi presentato la lettera di credenza, come era stà mandà dal so Signor per visitar la Signoria, come so buon amico, et per intender la verità di questo Re di Franza, et che al so Signor era stà referito che non solamente veniva in Italia contra el Re de Napoli, ma poi per venir contra di lui, benchè poco lo stimava, et simile parole usò. Unde li fo risposto sapientissimamente per el Principe; et poi lo vestiteno d'oro, donatoli altre veste di seda, et la sua famiglia vestita di scarlatto secondo il consueto, si partì et ritornò a la Porta dil suo Signor a Constantinopoli. Questo ambassador partì et venne insieme con do altri ambassadori dil suo Signor: uno che andò al re Alphonso, come ho scritto di sopra; et l'altro al Papa, a portarli il tributo li mandava ogni anno, ch'eran ducati 40 millia d'oro venitiani, per causa el tenisse con custodia suo fratello Gem, el qual da li soi populi era molto desiderato, per esser huomo bellicoso imitante le vestigie paterne. Or ditto ambassador, insieme con Zorzi Buzardo orator dil Pontifice era stato al Turco, smontato in Ancona per andar per terra a Roma, a presso Senegaja, adi 20 Novembrio, dal prefetto di Roma, fratello dil cardinal San Piero in Vincula, el qual era a soldo di la Signoria con cavalli 400, fo assaltato et toltoli li ditti ducati 40 millia, et alcune lettere trovò in le man dil preditto Buzardo, el qual etiam lui fo preso, et conclusive fece un bon butino. Ma ditto ambassador dil Turco, per esser ben a cavallo, fuzite et ritornò in Ancona, et scrisse a la Signoria et a Roma quello li era intravenuto. Ma el sig. Francesco di Gonzaga marchese di Mantoa per esser molto so amico, zoè del sig. Turco, et etiam spesso l'uno et l'altro si manda presenti, et la insegna di esso Marchexe è uno turco, et fa cridar a li soi: Turco! Turco! ancora che in specialità con ditto orator havea grande benivolentia, mandò uno di suoi a tuorlo fino in Ancona et menarlo a Mantoa, dove stette alcuni zorni et honorato assà; fattoli bellissimi presenti, venne a Venetia et ritornò dal suo Signor, come dirò di sotto. Ma questo intendendo Venitiani, haveno molto a mal che quelli fusse a loro soldo facesse tal cose, sì per el tributo aspettante a la Santità dil nostro signor Pontifice, quam per la paxe hanno col signor Turco: et li scrisseno in bona forma volesse restituir ditti danari. Etiam mandò a ditto prefetto Alvise Sagundino secretario, a veder si poteva operar. Ma il prefetto rispose prima che, come suo soldato, non havea preso alcuna cosa, ma come signor che era di Senegaja, fatto per Sixto pontifice, et che dovea haver ditta quantità dal Pontifice per suo stipendio li avanzava, et che mai non havea potuto haverli; concludendo non volevano restituir cosa alcuna; ma che el suo Stado et la sua persona era a comandi di la Illustrissima Signoria. Et inteso questa risposta, Venitiani lo cassoe di la conduta havea, la qual zà era quasi finita et no volsero più havesse loro soldo. Et ditto prefetto si accordò con el Re di Franza, et, fatto zente lì in Romagna, fo fatto capitano di l'Apruzo, et andò con le sue zente, et fu causa lì in l'Apruzo di far rebellar molte terre a re Alphonso. Et per questa via si trovò la lettera etiam che el Pontifice mandavi al Turco, o vero instrutione, la quale è scritta di sopra, verificata per mano dil Buzardo sopra nominato.

A Venetia per queste guerre venne gran carestia de biave, unde per li Provedador a le biave, erano Lorenzo de Priuli, Nicolò da Molin et Hieronimo Capello, fo fatto alcune provvisione. Mandono a tuor formenti in Turchia, et ebbeno le tratte dal Signor, et di stera 100 millia; etiam have dal re Alphonso di poter trar di la Puia, et cussì mandono navilii a tuorlo, et poco da poi fo grande abbondantia. Et è da saper, come a dì 9 Novembrio in fontego de la farina mandata la poliza juxta l'editto in Collegio, fo visto non esser più di stera 5000 farine, et a Mestre el zorno avanti si havea venduto lire 7 el ster; unde li padri di Collegio li parse molto di novo, cercando di far ogni provvision acciò ne fusse abbondantia in la terra. Et a caso re Alphonso scrisse al suo ambassador, el qual andato in Collegio offerse a la Signoria la tratta di stera 60 millia di formento di le terre di la Puia, et per questo subito li formenti padovani, valevano ducati uno il ster, calò a lire 5 e soldi 12, et cussì la farina in fontego; ita che da poi fo assà più abbondantia.

A dì 3 Novembrio fo preso nel Consiglio di Pregadi di desarmar 8 galie di Candia, do di Corfù, et quelle de Nicola da cha da Pexaro provedador de l'armada: in tutto numero 12, per essere stato assà fuora. Etiam la nave di Comun, patron Pangrati Zustignan, armata, di botte 1500, e questo per esserli brusado l'alboro da la saetta. Item la barza di Andrea Loredan capitanio di la nave di botte 400, et la barza di Quarner di botte 500, capitano Piero Malipiero. Ergo restava in mar el capitanio zeneral, Antonio Grimani, con 19 galie sole; et cussì fonno disarmate. Et a dì 14 Decembrio Piero Malipiero sopra detto zonse qui, et a dì 17 Nicolò da cha da Pexaro sopra nominato. Et da poi, al primo di Decembrio fo decreto di dar ducati 1000 per uno di sovventione a le galie vecchie erano venute a disarmar, et che si tornasseno in armada, perchè pur era bisogno di armada per queste cose dil Re di Franza, che assà prosperava. Ancora in questo mese nel Conseglio di Pregadi fo preso di condur zente d'arme, et haver a tempo novo cavalli XV millia, et stratioti 2000, come dirò di sotto, et pedoni 10000.

El Re de Franza è da saper havea a la guardia sua sopra carrete 6 falconi, pesava lire 1000 l'uno et trazeva ballotte de lire 8 l'una. Et nel suo exercito havea su carri 20 falconi, et 8 serpentini: et cannon de peso de 7 miara trazeva lire 50 di ferro. Item colovrine 12 di lunghezza piè 4, trazeva lire 32 di ferro. In tutto havea 40 carrette. A Castelcaro era 22 pezzi di artegliaria su 22 carri, zoè 12 falconi, 5 cortaldi et 5 colovrine et ivi era per el Re..... fameio di Michiel Vasier, chiamato controllore et uno Basilio da la Scola vicentino et il gran maestro di l'artegliarie dil Roy etc.

CLARISSIMO ET PRAESTANTISSIMO VIRO ANTONIO GRIMANI PROCURATORI SANCTI MARCI ET CLASSIS VENETAE GENERALI IMPERATORI MERITISSIMO MARINUS SANUTUS LEONARDI FILIUS PATRICIUS VENETUS SALUTEM.

Havendo più volte considerato a cui queste nostre lucubratione dovesse dedicar, et pensandomi di le conditione et qualità tue, clarissime Senator, ho voluto antiponerte ad ogni altro nostro patricio, et el secondo libro di questa gallica historia intitolarti, potissimum per doi rispetti. L'uno perchè in questi tempi al governo di la classe marittima sei stato generale capitano et operasti in augumento di la Republica, maxime nel combatter et acquistar la città di Monopoli in Puia, che era in le mani de Franzesi; dal qual principio seguite a nui per ben de Italia la degna vittoria contra di loro. El secondo rispetto è stato per le dote di Toa Magnificentia, perchè non manco honore mi sarà di haver tal fauctore, che libenti animo legga l'opre mie, quam di haver insudato con grandissima fatica nel componere di questa, licet in lingua materna sia. Et quando mi penso quello sei, non posso star che non dichi qualcosa, a ciò memoria sia sempiterna. Tu primario senator et di età a pena sexagenario, tu a la procuratione di San Marco, tu al governo di la Republica, Savio dil Consiglio sempre in Collegio sei stato, tu in mar Generale Capitano; ergo, terra marique sei operato; tu ditissimo di facultà, la qual cosa istis temporibus sopra ogni altra cosa è extimata; tu padre di quattro figliuoli, che cadauno imita le vestigie paterne; praecipue il maggiore, reverendissimo Dominico, cardinal di la Romana Chiesia, tituli Sancti Nicolai inter Imagines, nuncupato cardinal Grimano; el qual licet zovene sia, non solum in ecclesia è stà honorato, ma etiam in la nostra Republica, sì ne li consigli secreti quam in legatione alla cesarea maestà di Federico terzo imperatore, dal qual ricevette la militia: et essendo dottissimo et non immerito in urbe patavina a le insegne dottoral in una et l'altra scientia assumpto. et in gratia non parum de nostri patricii, volse più presto darsi a la Chiesia, andato a Roma, dove potesse il cristianesimo et la patria sua juvare in omni eventu. Adoncha, quanto gloriar ti dei haver generato questo honore di la zente Grimana, el qual, si Dio li dona vita, spero vederlo nel grado sublime, quod Deus oro id faciat. Degli altri, Vicentio, Hieronimo et Piero non mi extenderò in lodarli, perchè sono conossute loro optime conditione. Quid plura dicam? Experti siamo dil tuo sapientissimo governo in questa pretura marittima, di l'animo grande, volonteroso esponer la vita per honor di la Republica et patria tua. Teste è Monopoli, et chi fu in armata, di quello Toa Magnificentia in quella impresa si operò, come in questo libro etiam lezendo si vedrà. Et se Iddio havesse voluto, come non volse, che nel principio quando in Puia con l'armata a Brandizo ti transferisti, havesti habuto mandato dil Senato di rompere guerra contra Franzesi per la quiete et ben de Italia, come da poi ti fo mandato, sine dubio, con l'armata havevi, con la optima voluntà tua, aresti recuperato brevi tempore tutta quella provincia, con occisione de quegli che contra si fussero opposti. Unde Ferrandino non seria tanto occupato in reacquistare il suo regno. Concludendo adoncha, et pretermettendo più lode di Toa Magnificentia, che in vero longo saria si tutte volesse explicarle, questa nostra veramente fatica di la gallica hystoria, partita in cinque libri, uno di qual a Toa Magnificentia ho dedicato, receverai et lezendo vedrai varie cose et novità seguite in Italia, domente al governo marittimo ti ritrovavi; et sopra tutto la verità senza alcuna adulatione. Longa materia et più longo il descriver, benchè habbi cercato abbreviarla quanto mi è stato possibile. Et si l'opera a Toa Magnificentia piacerà, tanto più mi accrescerà il desiderio di continuar, mentre sarò in vita, quello fortasse da poi questa ne li tempi futuri succederà. Et per non tediare più quella nel leggere questa mia inornata epistola, a Toa Magnificentia infinite volte mi recomando, pregando Iddio vedere a uno tempo, tu a l'ultimo grado nostro, dil qual sei propinquissimo, et il Reverendissimo figliol alla Sede Apostolica, perchè io per la affinità è fra noi etiam degli honori preditti ne parteciparia. Vale, vir clarissime, et me ama, si tuo amore me dignum esse censes. Venetiis, in aedibus, ultimo Decembris M CCCC LXXXXV.

MARINI SANUTI LEONARDI FILII PATRICII VENETI DE ADVENTU CAROLI REGIS FRANCORUM IN ITALIAM ADVERSUS REGEM NEAPOLITANUM. INCIPIT LIBER SECUNDUS FELICITER.

Fiorentini havendo el Re di Franza ordinato el zorno che 'l voleva intrar in la terra, feceno grandissimi apparati, butoe le porte di legno a terra con le sarazinesche, et a compiacentia dil Re butono una parte di muro appresso la porta di San Friano et atterrono ivi la fossa. Intrò de Luni a dì 17 Novembrio: il modo et ordine sarà scritto di sotto. Et Fiorentini fece questo ordine, che per tutta la terra volseno che in ogni casa fusse preparato per allozar Franzesi, et dove che Franzesi andavano, zoè da prima quando introno in Fiorenza, et in qual caxa volevano, vi poteva habitar, perchè di tutto li era provisto, de vituarie et ogni altra cosa, da li patroni di le caxe: tamen Franzesi pagavano il viver loro. Le donne veramente fiorentine, con le lor robe di valuta, andono a star ne li monasterii di donne religiose. Questo a ciò non si mescolasseno con Franzesi, timide di quello era successo a Lucca. Ma essendo assà zente con el Re, parte fonno mandate cussì come intravano in la terra, fuora per l'altra porta, di comandamento dil Re, verso Siena; et cussì si sparpagnò per quella Toscana. Fiorenza adoncha città in Toscana nobilissima et prima, fo edificata avanti lo advenimento di Cristo anni 90, da gli homeni d'arme de Sylla romano, perchè Sylla preditto li assignò quel paese per sua habitatione; et questi habitono a presso el fiume di l'Arno, et edificono un castello chiamato Fluentia, come scrive Plinio. Dopo, venendo Totila re de Gothi, la prese et totalmente la disfece et guastò. Dopo la prese Carlo Magno, et per memoria la fece rehedificare et ampliare di circuito di mure, et volse la fusse libera con molti privilegii, et concesse a loro legge et gli magistrati. Et poi del 1024 fu molto ampliata per spoglie di la città de Fiesole, perchè quel popolo fo costretto venirvi ad habitare: del 1071 fu accressuta di mure, oltra la chiesia di Santo Laurentio, come è al presente. Et morto Federico imperatore, loro inimicissimo, successe Rodolpho, al qual Fiorentini detteno ducati 6000, et li restituite ne la pristina libertà, et loro ordinono 12 anciani. Et poco da poi mutorono, et ne fecero 8 chiamati Priori di l'arte et uno Confaloniero di justitia, i quali stanno fermi nel palazzo. Per mezzo di questa vi passa el fiume di l'Arno, el qual per la ferocità di le acque è innavigabile. È un bellissimo tempio di San Zuan Battista, dove è il suo digito che mostrò Ecce Agnus Dei, et qui solamente è di tutta la città el Battesimo: et le porte, che son tre, sono di ferro bronzo, historiate dil vecchio et nuovo Testamento. Ancora v'è el tempio edificato con arte incredibile, grandissimo, con una volta nel mezzo et la chiamano la cupola, edificata con inzegno più presto divino che humano, et tutto di fuora coperto di marmoro variato, et sempre vi si lavora, et si chiama Santa Maria la Nonciata, et ha una torre stupenda, tutta di marmoro, per campaniele, altissima. Questa città in poco tempo arse do volte, et fo del 1176. Ha habuto molti adversarii per tuorli la libertà, Pisani, Senesi, et altri in Italia, poi Henrico VII imperatore, poi Castruccio, ancora Lanzilò re di Puja, Galeazzo Maria, primo duca di Milano, et innanzi a lui Joanne archivescovo de Milano, et duca Felippo etiam duca de Milano, re Alphonso et Ferdinando so fiol ultimamente; tamen sempre se difese. Di questa città vi fu Francesco Petrarca, el qual nacque in uno castello chiamato la 'Ncisa in Val d'Arno, 12 miglia di sopra Fiorenza; Dante Aldighieri, Accursio jurisconsulto, Lunardo Aretino ben fusse di Arezzo, et altri assae, maxime Cosma de Medici ricchissimo, Pallade Strozzi cavalier, in greco et latin dottissimo, Angelo Acciauli capo dottissimo in greco. Or Fiorenza zira attorno mia cinque e un terzo; le porte di la terra 13; sopra el fiume di l'Arno è 4 ponti, uno de li qual ha botteghe 40, l'altro X; su l'Arno è molini numero 54 da masenar ne la terra. Ha d'intrada Fiorenza ducati 350 milia; la chiesia cathedral è Santa Liberata, e parrocchie 52, priorie 12, oratorii 16. Ha spedali 38, 4 da infermi, 2 de ammorbati, 2 de bastardi, 26 de pellegrini, uno de preti per zorni 8, uno de frati per zorni 8. Monasterii de frati numero 21, zoè 9 di l'ordine di San Battista, uno de San Basejo, uno de San Hieronimo, 3 di Santo Agustin, uno di Carmelitani, do di San Francesco, do de San Domenego frati predicatori, uno de Umiliati et uno di Santo Antonio. Monasterii di donne 44: 12 di San Battista, 9 di Santo Agustin, 5 di Santo Domenego, 6 Carmelitani, 2 di San Zuan in Hierusalem et do altri; in tutto 44 de li ordeni sopra scritti, ma sotto diversi nomi de Santi. Frati et preti et monache vi sono numero 5000, de li quali 3000 ne sono Mendicanti. Caxe 18 milia et 400. Fa anime 128 milia, forestieri 15 milia. È in Fiorenza strade 258, torre et campanieli 284, piazze 24, loze dove se reducono li cittadini 18, botteghe di seda 120, telari 3000, tra i qual 400 de brocati d'oro et d'arzento lavorano. Botteghe di lana 280, lavorano panni 10000. Battiori numero 263 da depentori per dorar, et da filar numero 23. Spiziarie 95, barbarie 120, oresi 37, banchi de monede grosse et piccole 33, librari 28, sartori botteghe 18, fa calze 64. Consuma de farina al zorno moza 150, ch'è 3600 a l'anno; consuma de vino al zorno 900 barile, ch'è 3500 barile a l'anno et X barile fa una botta. Fiorentini consuma di oio a l'anno barile 55 milia. Di fuora di la terra è caxe et palacii de cittadini X milia fra mia 5; et zirando fra mia X, numero 14 case de cittadini hanno tentorie di seta et lana 47, chiovere da tirar panni numero 8. El palazzo di la Signoria val di spesa a l'anno ducati 24 milia, tra manzar et salarii: videlizet manzano bocche 47. Et il domo è di piere divisate, con il campaniel simile alla chiesa. Casamenti et palazzi bellissimi. Or li Signori soi, che sono 8, et il Confalonier 9, stanno do mexi et non più. Et questa descriptione ho voluto qui scriver, benchè non sia in proposito, pur a ciò di ogni cosa, lezendo questa, se ne habbi cognitione, ho voluto brevemente qui scriverla. Ma a la intrata dil Re veniamo.

Questo è il modo de l'intrar dil Re di Franza in Fiorenza a dì 17 Novembrio.

Imprimamente giongendo la Maestà dil Re a Monticelli, fuor di la porta di San Friano, se fermò qui aspettando l'ordine dato. Ivi gionse la Signoria di Fiorenza, et posesi a sedere in su uno balcone, con le sedie come sono in piazza, su la ringhiera molto ornata, con uno sopracielo de panno azzurro, con le arme dil Comun di Fiorenza, et con certi scudi di qua et di là per la porta, et per l'andito di la porta medesimamente, con le armi dil Re. Et sedendo la Signoria in sul balchetto, se era ordinata una bella processione con ornatissime pianete, come si usa per San Joanni, ma incominciato a piover alcune gozole, i frati se messeno le pianete a roverso per non le guastare, per la qual cosa non poteva proceder la processione. Et pur ancora comenzava venir de molti cavalli, sì de quei de cittadini che andavano incontra al Re, sì etiam de quelli de li homeni d'arme; in modo che i frati furono sbaragliati di qua et di là, e chi correva per uno viottolo, et chi per uno altro. Incominciando adoncha la intrada dil Re, venne avanti 200 coppie de zoveni fiorentini, molto belli, bene a cavallo et vestiti tutti alla franzosa, con ricchissime veste et con maneghe molto larghe. Innanzi a tutti era Lorenzo de Piero Francesco, con squadrone di zoveni a cavallo ben in ordine, che battendo cavalcavano per andar a far certi provvedimenti et apparecchi per el Re. Da poi lui seguite ditti zoveni molto ornati, et driedo loro seguitava forsi 100 coppie de homeni de tempo, pur fiorentini, molto ben vestiti et ben a cavallo. Et cavalcando via, stando cussì uno puoco, comenzò a venir la zente dil Re, et innanzi a tutti 4 tamburini con 4 tamburazzi grandissimi, che parevano 4 tinele, et sonavano con tutte due le mani, et havevano duo da lati che sonavano zuffoli, et fazevano sì grande el strepito che 'l pareva ruinasse quella via dove i passavano. Et driedo a loro 7 caporali, che andavano al pari, in modo che i tenevano quanta era larga quella via, armati benissimo con certe curazze scoperte et maglie, et le braze è bellissime, salde di finissime maglie, con certe arme a uso di ronca inorate et molto lustrate: parevano arme disconze al portare, ma erano più atte a tagliare uno usso (uscio). Et havevano uno cappellazzo in capo per uno, et sopra la curazza una zornea tutta frappata de zambelloto. E driedo loro parecchi altri con quelle mannaie. Et da poi questi, forsi 200 balestrieri con forsi 800 arcieri a piedi, et loro 4 tamburazzi, con forse 2000 schioppettieri. Innanzi a tutti era uno homazone, con una arma in mano lustrata, a uso di spedo da porco, fitta in uno querculo grosso e torto: cosa assà goffa; et poi questi 4 tamburazzi che sonavano con tutte due le mani, che pareva gli avesseno a far una vendita. Et da poi questi veniva molti Sguizzari con zerti lanzoni molto curti et grossi come travexeli, con uno certo ferrazzo curto a uso di una ponta de partesana, et andavano a sette a sette tutti insieme, et durono uno gran pezzo a passare, in modo che fo stimato esser più di diecemilia, et driedo a questi venne certe banderuole, et dopo loro erano altri schioppettieri et balestrieri et arzieri, con una squadruzza con quelle mannaie, come ho ditto di sopra. Da poi questa veniva uno trombetta, con una tromba longa, con una bandiera, con uno squadrone de forsi 60 homeni d'arme, con li più diversi et grossi cavalli che mai fusse visti, con sopravveste mezze di brocato d'oro et mezze divise, e con bellissimi pennacchi e con una mazza ferrata per uno in sulla cossa, et il stocco a lato. Et da poi questi venivano quelli che portavano le lanze inclinate come se le volesseno imberciare. Et dopo questi venne pochi balestrieri a cavallo, ma una grandissima moltudine de arzieri a cavallo. Et dopo questi uno altro squadrone, medesimamente armati tanto riccamente che tutti doveano esser o conti o signori, et era zente molto fiorita. Et cussì avanti che venisse el Re, venne 8 o ver 10 squadroni, come ho ditto; poi veniva tutti i trombetti di la Signoria di Fiorenza, vestiti a la devisa dil Re, zoè bianco e vermiglio, con certe gabanuzze di zambelloto, et con una moltitudine de trombetti dil Re; et driedo a loro uno bellissimo squadrone de homeni d'arme, tutta fiorita zente. Veniva prima li signori dil sangue, tra i quali vi era do italiani: el sig. Galeazzo di Sanseverino et don Ferrante fiol dil Duca di Ferrara, a uno insieme con loro. Et po questi uno baldacchino portato da quattro dottori in la terra Fiorentini, sotto el quale era el Re a cavallo, in su uno bello cavallo, et havea indosso una gabanella de broccato d'oro tirato, et di sopra una sbernia di raxo azzurro et uno cappellazzo bianco sottile in capo, che non parea fusse niente su quello cavallo se non uno capo per la grandezza dil cappellazzo: uno homicino aliegro in viso, con uno grandissimo naso, et il viso longo, con fanti a piedi intorno, che era una bella cosa a veder. Et driedo al Re era assà baroni, con veste de broccato d'oro che toccavano per fino in terra. Et dopo loro venne parecchi squadroni de homeni d'arme, come quelli da prima, che mai si vide la più mirabil cosa. Et intrato in la terra, sonando tutte le campane, li fu fatto riverentia a Sua Maestà da la Signoria era sentada lì a la porta di San Friano, come ho ditto di sopra. Era tunc temporis confalonier di justitia uno Francesco di Martino Scarfi. Et giongendo al ponte di Santa Trinità dove era uno carro con uno edificio con molti razi (arazzi) quando fo annonciata Nostra Donna, che parve cosa bella al Re; et seguitando el cammin passò per borgo San Jacomo et passò el Ponte Vecchio, et venne zoso per Ponte Santa Maria, el qual era tutto coperto di quella tela vi sogliono metter i botteghieri per rispetto del sole; et zonzendo in piazza, lì era uno carro triumphale, con uno grandissimo zio (giglio), et di sopra una corona di palme inarzentade, con rami de olive; et eravi su giovani con diversi instrumenti, che sonavano et cantavano, et salutorono el Re dicendo: ben vegna el liberator et restaurator de la libertà! et molte altre cose in laude dil Re. Et procedendo passò da casa de Zulian Gondi, passò via dal canto di Pazzi, et zonzendo in Santa Liberata smontò da cavallo et intrò in chiesia. Et zonzendo a la porta, quivi era el Vescovo con tutto el clero de preti; et menollo a l'altar grando, et ivi ringratiò Dio che lo havea condutto a salvamento, et da tanta zente che era, si durava fatica zonzer perfin a mezzo la chiesia. Et quivi sopra l'hostia in man di l'Arcivescovo solemnemente zurò de observare li capitoli, li qual saranno di sotto scritti, et mantegnirave Fiorenza in libertà, restituendole le sue terre; et volse che, versa vice, la Signoria di Fiorenza, nomine illius Comunitatis, li zurasseno sempre saranno fideli a sua corona et a la caxa di Franza. Et poi ritornato con gran furia fu messo a cavallo, per esser piccolissimo, et fu menato in la via larga, perchè era sì grande la calca, che non si poteva seguitarlo, et era notte, et dismontò da cavallo. A la caxa de Piero de Medici era apparato per Soa Maestà con tante zentilezze, che mai più si vide tale, dicono i Fiorentini. Primamente era coperta tutta la via de mantegli de roversi azzurri con zigli zali, et con uno cornisone con le arme dil Comune et dil Re, et cussì sopra lo usso (uscio) che usciva a la scala con festoni acconci ornatamente, et cussì sopra la loza dentro, più degnamente che non si potrebbe contare, con tanti zigli e con tele zale. La camera tutta conzà di broccato d'oro. Et il simel in caxa de Piero Francesco pur de Medici, con uno tondo in su lo usso (uscio), messo a oro con le arme dil Re, et con festoni pendenti da lati, con penne inarzentade conze degnamente, et di sopra con uno vaso inarzentado et con uno lauro in ditto vaso, pur inarzentado, et in caxa benissimo aconzo, con panni d'oro per coperte di letto, cose bellissime d'ornamenti, et una lettiera de avolio con le casse de avolio. Et in questo mezzo si era fatto notte, et la Signoria fè metter uno bando, che ognuno mettesse lume a le finestre per fina a le 5 hore, sotto pena di la disgratia loro: et cussì fo fatto per poter allozar Franzesi, et pareva zorno, tanta luce vi era. Et subito zonto el Re, dimandò di le medaie, cammei et porzellane di Piero, che erano cose di grande estimatione, però che Lorenzo suo padre molto si deletava; ma perchè erano sta strafurate da li soi, et scose in li monasterii, non le potè haver. Et Fiorentini li presentò la caxa preditta di Piero, ma lui non la volse accettar, et molto instigava la tornata di Piero, facendoci tutto a ciò ritornasse: tamen Fiorentini mai volseno consentir, imo li chiesero una gratia, che tutte le arme de Medici, erano depente per la terra et nel palazzo, fusseno dispegazate, a ciò non vi restasse memoria di loro, et che la parte seguiva Piero fusse cazzata dil governo; et levono alcune caxe antiche, le quale un tempo erano stà basse, et da Medici subposte. Francesco de Medici nominato di sopra, a ciò non fusse più chiamato de caxa de Medici, essendo ditta caxa venuta tanto in odio a Fiorentini, volle che de caetero fusse chiamato di la caxa de populani, et mutò l'arma che prima era sie balle rosse in campo zalo, et una a questo modo come è qui pinta, et al presente levò l'arma, zoè una rosa in campo bianco, ch'è l'arma di la Comunità. Et questo intrò al governo di la città, et ogni exilio et confiscatione per sè stessa era levata col governo di Piero. Adoncha per il scaziar de Medici niuna caxada di quelle lo seguiva fo mandate fuora de Fiorenza, ma ben quodammodo private, zoè che non erano elette al governo di la Republica, benchè etiam fino li soi medesimi fonno contrarii a esso Piero. Et questa Signoria, che era al presente 8 et il confaloniero di justitia, i quali habitano in palazzo, era di quelli pur fatti mentre Piero era in Fiorenza, et compiteno li do mexi di loro dignità. Ma, compiti, fonno refati de altri, et fatto uno nuovo ordene, secondo come di sotto il tutto chiaro sarà scritto.

Capitoli conclusi tra il Cristianissimo Re di Franza et Comune di Fiorenza a dì... Novembrio 1494 in Fiorenza, firmati[105].

Oratio Marsilii Ficini Florentini ad Carolum Gallorum regem habita...... Acta Florentiae die... Novembris 1494. Dixi[106].

Protesta Regis Franciae ad Alexandrum pontificem et universis et singulis[107].

Questo protesto fo mandato ad Alexandro Papa et Collegio de reverendissimi Cardinali, el qual poi a ciò tutti lo vedesse et potesse ben leggerlo a suo piacere, fu butado in stampa, latino et vulgare, et venduto per tutte le città de Italia.

Quello seguite in Fiorenza mentre el Re vi stette et in Toscana.

A dì 21 de Novembrio zonseno in Fiorenza, dove era el Re, Domenego Trivixan et Antonio Loredan cavalieri, ambassadori di la Signoria di Venetia, deputati a esso Re di Franza, et senza altro honor se ne andono con la sua brigata a dismontar al hostaria. Questo perchè in quel zorno medemo fu certa novità di populo ivi, adeo che quasi tutto el populo armato era corso a la piazza, per caxon di alcune presomptione havea usato certi baroni franzesi. Però che Fiorentini si haveano redutto in conseglio per consultare li fatti loro, et etiam per trovar danari che il Re dimandava, iuxta la forma di capitoli. Et mentre erano Fiorentini a tal consultatione, questi Franzesi dubitando quello voleva dir questo star tanto in conseglio, volseno intrar in palazzo et etiam nel ditto conseglio, dicendo volevano intender la cagione stevano tanto serrati a consultar. Et li fo risposto consultavano el fatto loro, et che non volevano che ditti baroni intrasse nel loro conseglio. Unde uno di quelli franzesi desnuò uno pugnal verso il portinaro, volendo al tutto intrar: per la qual cosa la Signoria fece sonar campana a martello, unde tutta Fiorenza si messeno in arme, et si pur uno havesse principiato, sine dubio tutti li franzesi che ivi si trovavano sarebbe stati tagliati a pezzi, perchè in Fiorenza è un gran populo, et, come fo ditto, era appresso persone XV milia da fatti su la piazza. Et el Re meravigliandosi di questo, benchè le sue zente erano volonterose di far qualche movesta, per haver causa de metter la terra a sacco, ma considerando el pericolo havea a seguir, a mettersi a furore populorum, ordinò a le sue zente stesseno in pase, et cercò di adattar le cose. Et mandò a dimandar a la Signoria quello havea voluto dir questo, et intesa la cagione, al meglio si potè fo a ditti fiorentini fatto diponer zoso le arme, et la Signoria medema venne ad excusarsi alla Maiestà dil Re, con la qual fra Hieronimo di S. Marco di l'ordine di San Domenego, reputato in Fiorenza santo, come ho scritto di sopra. Et disseno Sua Maestà non se dovesse meravigliar, perchè quel populo era di tal sorte che, a uno segno, tutti se redusevano armati a la piazza ad aspettar il mandato di la Signoria, per conservation de loro libertà; et etiam perchè pur intendevano che quella voleva promover el ritorno de Piero de Medici, la qual cosa el populo non la poteva sopportar, per le tirannie havea quella caxa fatto. Et come vidi una lettera venuda di Fiorenza, che el Re protulit haec verba: li cieli et le stelle voleva che noi desfassemo Fiorenzai et nui li volemo obstarli. Etiam è da saper che Fiorentini antivedendo a molte cose, havendo a vegnir questo Re in Fiorenza, ordinono un bel modo di adunar zente in la terra a li bisogni, et elexono XXX commissarii, i quali andasseno per le ville, castelli et terre vicine dil suo territorio, et far che quando sentivano sonar la campana dil palazzo di la Signoria, la qual di raro vel numquam si sona a campana e martello, se non quando intravviene qualche novità grande: et fo sonata al tempo che Piero de Medici andò attorno la terra, come ho scritto di sopra, cussì etiam li campanelli di le chiesie dil contado de Fiorenza dovesseno sonar, nè mai restar se quella prima di la città non restasse; et che tutti, a tanti per caxa, dovesseno correr armati come meglio potevano a Fiorenza a ubidientia di la Signoria. Questo feceno a ciò el Re non li venisse voglia di far qualche movesta, essendo con cerca X milia persone allozato in la terra: ancora secretamente feceno intrar molti del contado armati in Fiorenza, i quali stevano occulti, a ciò in omni eventu fusseno presto preparati. Et questo fu la causa che nè Fiorentini poteno mandar contra li ditti ambassadori, nè etiam uno de primi baroni dil Re, al qual era stà commesso dovesse venirli contra et honorarli. Et zonti ditti oratori, sedate le cose, Fiorentini si venneno ad excusar, et li consignono una caxa honorifice preparata, et cussì etiam ex parte Regis venneno ad receverli, narrando la cagione che non erano venuti contra. Et poi andono a la presentia dil Re, dal qual fonno benigne ricevuti; et exposeno a dì 25 la loro imbassata, sì publica quam privata, et con el Re andò per fino a Roma et deinde a Napoli, come tutto scriverò di sotto.

Et Pontifice Romano, come capo di la Christianità, essendo suo ufficio di veder pacificar le cose, maxime in Italia, vedendo che el Re non havea voluto parlar a Lucca al Cardinal di Siena legato suo; et vedendo che el cardinal Curcense, tituli Sanctae Mariae in Cosmedin, di natione franzese, el qual noviter, a riquisitione dil re Maximiliano, da questo Pontifice fu creato insieme con XI altri cardinali ne l'anno 1493 di Dicembre, voleva venir a trovar il Re a Fiorenza, li commesse alcune cose dovesse dir a Sua Maestà et detteli zerca quella legatione, zoè veder di adattar, potendo. Ma non potè far nulla, nè etiam molto si scaldò, per esser franzese. Ma pur el Papa terminò di star constante, et al tutto metter sue forze in ajuto dil re Alphonso, al qual concesse tutti li passi de entrar in Reame che era di la Chiesa, a ciò li fortificasse et mettesse custodia, come ho scritto di sopra. Ma Colonnesi non restava di far a Romani il pezo potevano.

El cardinal Farnese, fatto legato in Patrimonio, volendo intrar in Montefiascone, loco di la Chiesia, non fu accettato; ma Franzesi poi intrò zerca 4000 a dì 26 Novembrio, come dirò di sotto.

Ritorniamo a Pisani. I quali, partido el Re di Pisa, cerca XXV zoveni figlioli de principali cittadini andono alla cazza et preseno molte selvadesine, et cussì tutti vestiti a uno modo de turchino, con l'arma et insegna dil Re nel petto, venneno a trovar el Re a Fiorenza, et presentarli quello havevano cazzato. La qual cosa fo al Re molto accetta. Unde questi fonno con bel modo da Fiorentini retenuti, benchè el Re l'havesse molto a mal, et però volse mantenir Pisani in libertà, et zerca Pisa non servar li capitoli a Fiorentini. Et ancora Pisani intendendo che 'l Re havea fatto uno capitolo con Fiorentini zerca loro, per el qual pareva non dovesseno esser (come erano) reduti in libertà, mandono al Re soi ambassadori, i quali fonno Bernardin de Lagnolo cavalier, Simon Francesco de Orlandi et Piero Griffo jur. doct., a ciò ottenesseno da Soa Maestà la libertà. Et questi da poi che alcuni stetteno seguitando el Re, da poi il suo partir de Viterbo, ottenneno carta et privilegio rimanesseno in libertà con alcuni capitoli: tamen che dovesseno pro nunc levar le insegne sue, et esser sotto li soi do governadori et capitano ivi lasciato. Et cussì ditti oratori ritornono a Pisa.

Ma è da saper che Pisa è camera de imperio, et ex consequenti ditto Re non ha alcuna jurisditione, nisi in armis, de redurli in libertà.

Ma el Re de Franza preditto, essendo stato in Fiorenza zorni XI, habuto danari da Fiorentini, zoè ducati 50 milia, havendo visto la terra, però che tal hora vi andò a cavallo quella vedendo, fo a messa a S. Johanne et Santa Liberata; et ritrovandosi ivi ambassadori de Senesi, che l'aspettavano per compagnarlo in Siena, li dava passo et vittuarie, offerendoli la terra, come sempre havevano fatto, per la devotione portavano a la casa di Franza, i quali fonno Zuan Antonio Saracini et Bartholomio di Carlo franzoso. Questi pregono Sua Maestà che con più poca zente potesse dovesse intrar in la città. Za era venuti a la presentia dil Re li cittadini fora ussiti di Siena, i quali del 1487 fonno discacciati da la parte contraria, pregando el Re volesse farli ritornar in Siena. Et cussì el Re cercò di farlo, benchè non potesse ottenir questo da Senesi, come dirò di sotto. Et el Re lasciato do soi ambassadori o vero commessarii in Fiorenza, secondo la forma di capitoli, i quali fonno monsig. di la Mota, el qual non molto da poi fo mandato ambassador a Milano, et ne successe uno altro chiamato Gian Francesco general di Bertagna catelano; et l'altro pur lassato in questo tempo fu el presidente dil Delphinà. Et a dì 28 Novembrio da po disnar partì de Fiorenza, et andò mia 3 a uno monasterio di la Certosa, dove è una bellissima et forte fortezza, cussì è fabbricato ditto monasterio, et quivi se puose. Insieme vi seguiva li ambassadori de Venitiani; et Fiorentini etiam vi mandò fino a Siena, et do che dovesse seguir Sua Maestà sempre, zoè Francesco Soderini episcopo di Volterra, et Neri Capponi. Ma lasciamo qui el Re, et quello in questo mezzo seguite scriviamo.

Za le sue zente erano andate parte avanti avviato verso Siena, et anche su quel di la Chiesia, facendo corrarie et prendendo alcuni castelli per caxon di haver vittuarie. Et mentre che el Re era in Siena mandò monsig. di Mompensier con 3500 cavalli avanti in Siena: el qual havendo intelligentia con quei de Acquapendente, ch'è una terra dil Papa, mandò 1500 cavalli, i quali ivi presentati ebbeno subito la terra. Et cussì si andavano sparpagnando per quelli castelli vicini di la Chiesia, et dannizavano, benchè, dove andava, subito li era portate le chiave, come fu Orvieto, Montefiascone et altri luoghi, i quali non accade qui descriverli.

In questi zorni accadette di una preda fatta per Franzesi, la qual non voglio lassar di scriver, ch'è una madonna Julia di Fieschi, moglie dil sig. Ursino sig. di Brassanello, ch'è uno castello appresso Viterbo, et sorella dil cardinal romano chiamato Farnesio, novamente da questo Pontifice creato cardinal, et era favorita dil Pontifice, di età giovine et bellissima, savia, accorta et mansueta, la qual era venuta de Roma a uno sponsalicio de alcuni soi parenti, et partita di uno castello a presso Montefiascone o vero Acquapendente, ivi ne la strada con zerca cavalli 40, et molti di quelli era in sua compagnia, de la fameglia dil cardinal preditto, el qual non era stà accettato in Montefiascone, et era ritornato a Viterbo legato. Or da uno monsig. di Alegra fo presa, et poi menata a Viterbo, come dirò di sotto: et inteso chi la era, dette taglia ducati 3000, et scrisse al Re di questa presa, el qual non la volse veder. Ma lei scritto a Roma come era benissimo trattata, et che li fusse mandato la taglia, essendo stata alcuni zorni lei con le sue donzelle con Franzesi a Viterbo, habuto la taglia, benchè altri dicono per liberalità di quel che la prese non volse taglia niuna, ma libere con 400 Franzesi foe accompagnata fino a le porte di Roma, et ita fuit.

Ma el Re, partito di la Certosa, venne de sera a San Cassano, et ad allozar a Poggibonzi, lochi di Fiorentini, demum intrò in Siena. Ma prima che descriva el modo et ordine et quello fece in Siena, voglio di Fiorentini scriver alcuna cosa.

Successo a Fiorenza da poi la partita dil Re.

Fiorentini, benchè havesseno conclusi li capitoli con el Re, che li fosse reso li soi luochi, pur per più securtà esso Re volse tenir Serzana, Serzanello, Pietrasanta, el forte de Livorno, et si pol dir di Pisa, et in Fiorenza lassò li do sopra nominati. Tamen non mosse in ditti luoghi le insegne de Fiorentini, ma ben li custodi, et vi puose de suoi franzesi.

Ma, partito el Re, deliberorono di far li loro ufficii, essendo tempo de li do mesi di mutar Signoria, et cussì elesseno una parte de cittadini in palazzo di signori, et tra loro questi ufficii i quali parte, maxime li accoppiatori, dovesseno durar uno anno, li nomi di quali qui sotto saranno scritti. Ma el populo, inteso questo modo novo, non volendo tollerar, si levono a rumor, et corseno tutti sopra la piazza, unde fo deliberato a far a questo modo, compito el tempo de questi deputati che era uno anno, di governarsi secondo el costume vecchio, zoè che tutti quelli di Fiorenza potesseno venir a consiglio compiti anni XXX, essendo stato però o loro, o il padre, o suo avo, intro uno di questi tre officii, o vero di signori, o confalonieri, o di collegio; et non vi essendo stati, come è ditto di sopra, non se intenda dil loro consiglio. Dove, questo numero reduto, dovesseno deliberar el modo de li officii haveano a far, maxime la Signoria, come cussì feceno, qual intenderete lezendo più avanti. Tamen pro nunc quelli officii fatti restasseno, et cussì fo sedato el popolo fiorentino.

Questi sono XX accoppiatori creati per uno anno.

Santo Spirito: D. Domenego Bonsi cavalier Tanai de Nerli Ridolfo di Pagnozo Ridolfi Piero di Gino Capponi Antonio di Sasso per la minore

Santa Crose: Barbo Corsi Nichol Sacchetti Borth.º Guinigi Giulian Salviati Jacomo del Zacharia per la minore

Santa Maria Novella: D. Guido Anton Vespuci cavalier Francesco de Martino Scarfi Piero Popoleschi Bernardo Rucellai Andrea di Manetto per la minore

Santo Johanne: Francesco Valori Gulielmo de Pazi Bracio Martelli Lorenzo di Pier Francesco olim de Medici nunc de populani Francesco Rontoli per la minore

X Conservatori di la libertà.

Paulo Anton Soderini Piero Vetori Piero Corsini Piero Guiciardini Piero Pieri Lorenzo Moregli Lorenzo Lenzi Lorenzo Benintendi Jacomo Pandolfini Franceschino degli Albici

8 di guardia di balia.

Santo Spirito: Guido Manelli Mauro Fantoni

Santa †: Marco Nardi Salveto Salveti

Santa Maria Novella: Andrea de Carlo Strozi Carlo Rucellai

Santo Johanne: Piero Gerardini Barth.º Thedalti

Et non molto da poi provedendo a poner buon governo al stato loro, dil mexe di.... uno Antonio di Miniato cittadino pur di Fiorenza, che per consulti di la terra era eletto perpetuo official di monte, al qual se depositava tutte le intrate de Fiorenza. Questo, quando Lorenzo de Medici da poi la guerra con el re Ferrando andò a Napoli, et ritornato messe una parte che necessitava donar molti danari et presenti a Signori occultamente per conservar la libertà di Fiorenza, et el populo che vedeva che el re Ferrando l'havea rimandato con maggior autorità che prima, dubitando disseno tutti esser contenti, et per Lorenzo fo eletto questo Antonio de Miniato et confirmato dal populo, o vero consiglier a tal administration di l'entrade, come ho ditto, et da po' etiam, morto Lorenzo, sotto Piero vi restò; ma, seguita la ribellione di Piero, ditto Antonio in questo tempo da Signori fiorentini fo preso, et fugli domandato l'administratione di anni 16, che tanto tempo havea scosso le intrade di Fiorenza. Rispose haver dato a la caxa de Medici un milion e 500 miera de fiorini, senza i altri lui havea speso per conto e comandamento di Lorenzo et Piero. Unde fo terminato che 'l fusse decapitato su la porta dil palazzo dil Papa, et che tutti i soi beni andasseno in Comune, et altri parenti in exilio complici; i quali anche loro havevano participato in questo scelere, di tuor li danari publici. Et fugli trovato in caxa di ditto Antonio miera 40 fiorini, scosi sotto el soler dil fuogo, li qual lui a poco a poco li accumulava, stimando che mai per alcun tempo non se ne sapesse, et pur fonno trovati.

Intrata dil Re di Franza in Siena adi do Dezembrio 1494.

Intrò el Re di Franza in Siena con grandissimo triumpho, li andò contra la Signoria di Siena et assà cittadini. Fo fatto alcuni archi triumphali a le porte, gioso di qual discendevano alcuni angeli, et li presentò le chiave di la cittade. Et intrò a dì do Dezembrio di marti a hore 23, et a la prima porta de Camolia fo fatto uno arco triumphal con queste lettere: Sena vetus civitas Virginis. A la seconda porta fo fatto una lupa, ch'è la insegna de Senesi, a li piedi di la qual erano queste parole: Venisti tandem, rex Christianissime, cui nostrae ultro patent januae. Et a la terza porta era uno arco triumphale con do homeni, uno di qual representava Carlo Magno, et havea queste lettere: Italiae, ecclesiaeque romanae liberator, christianaeque fidei ampliator sanctissimus; l'altro rappresentava questo Re presente, con questo verso: Carolus octavus Francorum rex, ad idem divino missus numine. Et era preparato il suo allozamento bellissimo de ogni sorte tapezzarie, panni d'oro etiam nel Vescovado, el qual per Pio pontifice, per esser Senese, quando vi stette fo fabbricato molto degnamente, et sopra la porta de ditto Vescovado era scritto: Salve, dive Carole, Francorum gloria, Italiae praesidium, Africae terror. Fonno poi cantati li infrascritti versi, quibus beata Virgo Francorum regem alloquitur:

Inclite francorum rex, invictissime regum, Unica christicolae spes et fiducia gentis, Ingredere et felix subeas mea tecta, secundis Auspiciis, nam re ipsa libens vultuque sereno Urbe mea accipio, felicibus annue ceptis, Committoque tibi veteres mea moenia Senas, Senas Gallorum Senonum de nomine dictas.

Siena adoncha è città seconda in Toscana de potentia et ricchezze, et come scrive Policarpo nel VI suo libro di le Croniche fo edificata più de 300 anni avanti l'avvenimento di Cristo da Franzesi Sennonesi per habitatione de loro homeni antichi; ma al presente si può numerare fra le altre moderne, perchè in quella non è alcun segno de antiquità ma tutta degnamente rinnovata. Altri vol fusse edificata da Carlo Martello, ma Biondi foroliviense historico scrive esser stà edificata da Iohanne XVIII, et da sei plebatichi a quella assignati fo chiamata Siena, de quali fo el primo de Perosa, de Chiusi, de Rezzo, Fiesole, Fiorenza et Volterra. Questa città è in su un colle, ha intorno ripe de tufi, ma nella parte superiore de questa città sono paesi plani, con molti giardini, et è molto coltivata. Vi sono molti superbi et degni edificii et studio publico in ogni facultà, una piazza degnissima con palazzi di Signori ed altri privati superbissimi, uno hospitale ricchissimo et piatoso con un degno governo, et ha grande intrata. Per la città sono torre altissime et forte. El suo territorio è paese fertilissimo in ciascuna cosa a l'humana vita necessaria. È mia 80 discosta da Roma. In questa alcuna religione ebbe principio: come fu Monte Oliveto quello descoperto numerato fra Canonici regulari di Santo Augustino, de gli Iesuati et quasi quello di Santo Francesco per San Bernardino che fu di Siena. Quivi del 1058 fu fatto el Concilio, et Nicolao II creato pontifice. Di questa città vi fu Alexandro III che sostenne molti mali da Federigo Barbarossa et alla fine aiutato da Venitiani: etiam Pio secundo, Santa Catharina di Siena del terzo ordine di Santo Domenego, Ugo Benzi medico summo, et molti altri li quali numerare sarebbe perder il tempo.

Or il Re intrò in Siena con 4000 cavalli, dove era il Cardinal di Siena nominato di sopra tituli Sancti Eustachii, el qual è episcopo di quella città. Or el Re, visto non li haver voluto parlar a Lucca come legato, quivi essendo persona privata et non nomine Pontificis, li fece le debite accoglienze, dimandando perdono si a Lucca non li havea parlato, perchè sì come Cardinal o vero per nome de Senesi fusse venuto, libentissime li arebbe dato audientia, ma non volse come legato dil Papa, et cussì al presente li fece bona ciera, per esser degno prelato. È da sapere che la prima cosa che fece el Re quando intrò in Siena, fu che andò di longo al Domo. Ivi fece l'oratione, seguendo quel ditto di Christo: Primum quaerite regnum Dei, et poi dimandò a la Signoria, però che Siena si governava come Fiorenza fanno. Li Signori et Confalonier stanno in palazzo, et portano certi signali a le barette per esser conosciuti. Li chiamano et sottoscrivonsi alle lettere: Priores, gubernatores comunis et cap. populi civitatis Senarum. Et cussì come a Fiorenza è confalonier, cussì qui è capitano dil populo. Or el Re dimandò 4 cose: Primo, che li fora ussiti dovessero esser lassati intrar, et li fosse perdonato. Secundo, che li fusse prestati certa quantità de danari. Tertio, che li desseno formenti, promettendo di pagarli. Quarto, potesse haver il passo aperto. A le qual richieste, fatto le debite consultatione, risposeno: prima non voler più li fora ussiti, tamen che vederebbeno di adattar, come cussì fo. Che danari non havevano, ma che formenti erano contenti di dar a Sua Maestà moza mille, che valevano ducati 4000, di quali volevano li danari. Tamen ebbe promesse et mai fo satisfatti. Oltra di questo per liberalità di Senesi, li appresentono in dono altri mille moza de formenti. Et cussì seguite le cose con Senesi.

Viene qui a Siena dal Re el Cardinal di Sanseverino, el qual licet fusse da la parte di Ascanio, tamen era in Roma, et per esser episcopo maleacense (di Malaga) et stato qualche tempo in Franza, parse al Pontifice di mandarlo per legato, et con lui uno ambassador di re Alphonso, per veder si potevano conzar che non venisse più di longo, mediante li ambassadori venitiani, et darli qualche tributo etc. Ma el Re dato audientia a ditto legato, et dittoli come al tutto voleva esser a Roma, et ritrovarsi far le feste di Nadal ivi con la Beatitudine dil Pontifice, dove el vederia di conzar e far quello si havesse a far. Et ditto cardinal, havendo tal risposta, in uno zorno et mezzo ritornò da Siena a Roma, ch'è mia 100.

Quelli di Viterbo, in questo mezzo, ch'è una città dil Pontifice mia 40 da Siena et 60 da Roma, la qual dil 1193 per Celestino III pontifice fu denominata città, et ordinò in quella la dignità episcopal, el cui vescovo fusse similmente pastore di Toscanella et di Centocelle, et terra bella, grandissime chiese et torrazze assai et fontane, circonda mia 3 et si dice Viterbo. È loco di 4 città piccole, et già dil 1493, perchè a Roma vi era la peste grande, questo Pontifice con molti Cardinali et la corte qui in Viterbo vi stette. Or appropinquandosi el Re, el Pontifice era contento che 'l sig. Virginio Orsini a compiacentia dil re Alphonso con alcune squadre de cavalli et assà fanti dovesse intrar a custodia di Viterbo, et etiam se divulgava el Re preditto Alphonso havea scritto a suo fiol duca di Calavria, venuto di Santo Arcangelo, dove era stato fino hora, più propinquo a Roma con le sue zente, et conte di Petigliano, che dovesse entrar lì in Viterbo a ciò Franzesi non tegnisseno quella terra. Ma Viterbesi non volendo guerra sopra il suo, mandò a notificar al Re, che ancora era quivi a Siena, dovesse mandar zente che le metteriano in la terra avanti che giongesse el presidio aragonese, offerendosi loro et la terra sua a Sua Maestà. Per la qual cosa el Re vi mandò monsignor di Alegra nominato di sopra, et poi immediate venne monsignor di Monpensier con 4000 Franzesi et introno in Viterbo. Ma alcuni custodi dil Pontifice intrò in la rocca, tamen etiam di subito si rese.

De l'intrata dil Re di Franza in Viterbo et successo fin l'intrar in Roma.

Vedendo el re di Franza prosperar le sue cose felicemente et esser in gran reputatione in Italia, che 'l suo exercito augumentava però che per ogni luogo dove el passava zente paesane lo seguiva per andar al vadagno, havendo visto che dove si appresentava le chiave erano portate, et licet fusse inverno, tempi da star a li alozzamenti, pur franzesi li piaceva guerrizar, et li pareva istade, per esser sotto un altro clima. Et a dì 4 Dezembrio a hore 18 partì di Siena, essendo stà molto honorato da quella comunità, con do Cardinali San Piero in Vincula et Curcense, essendo stato tre zorni in Siena. Venne allozar la sera a Bonconvento, loco de Senesi, et passato a Montepulzano, a dì 7 ad Acquapendente terra di la Chiesa novamente da li soi d'accordo acquistata, et qui si reposò, per esser Domenega inassueto a cavalcar, per devotione. Et a dì 8 ditto intrò in Viterbo con molte di le sue zente, et non vi potendo capir, la terra licet fusse grande, mandono fuori di la città gli homeni di le lor caxe, et li franzesi rimaseno ivi ad alozar. Et mandò a dir al Papa che li volesse dar passo et vittuarie, però che erano nel suo campo gran carestie, come etiam era il vero, qual per lettere di ambassadori nostri se intese. Et el conte di Cajazzo col conte Carlo di Belzojoso, i quali havevano seguito el Re fino a Viterbo, a dì 6 Dezembrio tornono a Milano et a Vegevene dal Duca.

A Roma quello fece Alexandro pontifice in questo tempo.

El Pontifice, vedendo l'aproximarse dil Re di Franza, disposto pur al tutto di non abbandonar Alphonso, et facea fortificar el castello ponendovi custodia. Tutta Roma si levava saepius a rumore. Colonnesi scorsizava fino su le porte: le porte di Roma teniva cadenate, et etiam per paura fece murar alcune porte, maxime da la banda de Viterbo, et riparar a le mure. Era gran carestia per caxon che per il Tevere non poteva venir vittuarie, adeo il rugio dil formento, ch'è stera do venitiani, valeva carlini 48, el vino ducati 40 la botta, et cussì tutte le altre robe era cresciute in precio: non poteva vegnir da mar, et manco da terra per le corrarie faceva Colonnesi ogni zorno fino su le porte, et non potevano più Romani, et maxime preti usi a ogni delitia, tollerar tanta carestia. Dubitava el Pontifice el Re non el desmettesse dil papado; sperava che Alphonso o da Venetiani o Spagna o Turchi dovesse haver soccorso; et cussì stava in queste pratiche, saepius consultando in concistorio con Rev.mi Cardinali. Si divulgava el Papa voleva abbandonar Roma, et andar, secondo alcuni, a Napoli, altri venir a Venetia, come fece del 1172 Alexandro terzo, che da Venitiani fu benigne ricevuto, et datoli vittoria contra Federico Barbarossa, et rimesso nel Papado; la cui istoria sarebbe molto longa a volerla qui descrivere. El campo dil Re di Franza era pur vicino a Roma, et sparpagnato da Viterbo fino a presso Roma in quelle terre di Orsini, come dirò di sotto; el qual era certo da 30 in 40 milia persone, et più ogni hora s'ingrossava. Et el Papa non potendo con forze resistere, benchè exhortasse continue Paulo Pisani ambassador di la Signoria ivi, dovesse scriver a quella li dovesseno (come sempre Vinitiani hanno fatto) al presente ajutar la Chiesia, et li era risposto non dubitasse di aver danno alcuno, pur molti Cardinali era contrarii al Papa. Si ritrovava lì in Roma ambassador dil re Alphonso Antonio di Zenari dottor, nominato di sopra, era prima a Milano. Or el Pontifice fece molti provvisionati et messe vittuarie in Castel Santo Anzolo per anni 3, el qual castello è fortissimo et, ut dicitur, inexpugnabele, havendo tentato di far ogni accordo col re di Franza, et lì in Roma era soi ambassadori, et el Cardinal S. Dionisio franzese. Unde fense di voler adherirse a la voluntà dil Re, poi che ad altro modo non poteva far, et za havea fatto trieva per alcuni zorni con Colonnesi per praticar accordo, et ordinato di far un concistorio dove voleva fusse tutti li cardinali, et etiam dette salvocondutto al Cardinal Ascanio dovesse venir liberamente in Roma. El qual era stato za per avanti, et partito in discordia. Et cussì adi X di Dezembrio venuto li cardinali in castello, o vero in palazzo, dove era preparato di far concistorio. El Pontifice za havea ordinato a soi che cussì come venivano questi 3 cardinali, zoè Ascanio, Sanseverin et Lonà novamente creato a requisition di esso Mons. Ascanio, fusseno ritenuti, et cussì fo fatto. Unde li altri cardinali erano venuti per essere in concistorio, visto questo, ritornono alle loro habitationi. Ancora da poi in Roma fo retenuto et menato in castello da quelli dil Pontifice el sig. Prospero Colonna, uno de primi de quella parte nemica di Orsini, assà nominato di sopra, et etiam Hieronimo di Totavilla fo fiol dil Cardinal Roam, seguiva ditta parte colonnese. Questa nuova subito Paulo Pisani cav. ambassador in corte scrisse a la Signoria, et venne prestissima in hore 44, zonse a dì 13 da mattina fo il zorno di Santa Lucia. Et fo dismesso consiglio et fatto Pregadi, et da poi el Cardinal di Lonà fu lassato con promissione di andar a Hostia, et veder che il sig. Fabricio Colonna, fratello di Prospero, volesse render Hostia ne le man di la Chiesia. Ma non potè far nulla, perchè quella terra di genti franzesi era ben custodita; et de subito che ditti cardinali fo retenuti, el Papa mandò fuora di Roma li ambassadori dil Re di Franza, et la sera fece entrar dentro el sig. Virginio Orsini capitano dil re Alphonso con squadre 30 et alcuni fanti; el qual di Baccano era venuto su le porte con intendimento dil Papa. Ancora el zorno da poi che fo adi XI intrò in Roma el duca di Calavria, allozò de Aleria con el conte de Petigliano con squadre zerca 25 et certi fanti, zoè le zente l'havia habuto in Romagna, et con quelle era rimasto, ben che le mancava el duca d'Urbino signor di Pexaro et altri. Questo duca fino hora era stato, partito che fu di Cesena, verso le marine con le sue zente, da poi di Santo Arcanzolo a Monte Rotondo loco de gli Orsini, et cussì ditte zente aragonese in Roma si allozono, et conclusive tutta la terra era in arme. Li Cardinali et prelati si fortificavano la notte in loro caxe per dubio di danno per tanti soldati era lì in Roma, et ditte zente in una parte di la terra fo poste ad allozar, et ivi si fortificono facendo a modo repari. Et el Pontifice scrisse uno breve al duca de Milano per la ritention fatta di suo fratello Monsig. Ascanio, el qual quivi è posto, et etiam la risposta dil Duca.

Exemplum brevis Sanctissimi domini nostri ad Ill.mum et Exc.mum D. Ducem Mediolani.

Videntes magnas praesentium rerum turbationes et angustias, decrevimus (non nisi ad bonum finem) retinere apud nos dilectum filium nostrum Ascanium cardinalem Sanctae Romanae Ecclesiae Vice Cancellarium fratrem tuum, ut, sicut circumspectionem suam tamquam nos ipsos amamus, ita ad omnem rerum successum futurum sit nobiscum; cui ita numquam deficiemus cum omnibus facultatibus nostris, etiam propria persona, sicut nobis ipsis. Insuper etiam retineri fecimus Prosperum de Colonna, qui Romam venerat absque tamen aliqua securitate nostra, ut per eum recuperemus arcem nostram Hostiensem, quam proditorie hoc anno occupaverat, et alia omnia bona communia et publica sequantur. Ad quae intendimus toto corde. Haec significata duximus tuae nobilitati, ut illi omnia nostra sint communia; quam pro Deo rogamus ut pro pace et quiete Italiae velit se totum addicere et operam dare. Non enim dubitamus, mediante divino auxilio, quod omnia bene succedant; significantes et affirmantes tuae nobilitati quod bono animo et opere nobis correspondendo, prout de illa speramus, pro statu et exaltatione tua quantum in hoc mundo facere possumus et propriam personam exposituri sumus. Romae, die decimo Xmbris 1494, pontificatus nostri anno secundo.

Responsum ducis Mediolani Pontifici maximo.

Monet me per litteras suas Sanctitas Vestra, detentum a se Rev.mum et Ill.mum Dominum Cardinalem fratrem meum, et tanquam id honoris causa et non iniuria factum sit et ex hoc omnia bona cessura sint, me ut ad Italiae quietem animum intendam efficacibus verbis cohortatur. Moverat me antea hujus injuriae magnitudo, quantum et ratio ipsa et literae quas, re audita, statim ad Sanctitatem Vestram scripsi, docere potuerunt; sed incredibile est quantum ad primum dolorem accesserit postquam haec legi quae in Sanctitatis vestrae litteris continentur. Quae enim conveniens causa esse potuit ut qui mihi frater est, tanto genere ortus, et qui primos christianorum regum affinitate arctissima contingit, detineri et in custodia haberi deberet? Aut ubicumque tanta barbaries fuit in qua sine causa manus in aliquem inferantur, et ei, a quo beneficia ingentia acceperis, pro beneficio maleficium et iniuriam reddas? quo igitur magis haec considero, eo maior et admiratio et dolor subit. Si enim in fratre meo culpa est, cur non exprobratur? Sin autem nihil deliquit, si semper de Sanctitate Vestra benemeritus est, cur et ille et ego tam insigni iniuria afficimur, quod ei libertas per Sanctitatem Vestram adepta est? ego vero non modo in bonam partem hoc accepturus non sum, imo nihil est in quo me Sanctitas Vestra magis laedere potuerit, et quod... ut omnia etiam extrema temptaturus sim magis me movere possit. Vehementer igitur Sanctitas Vestra fallitur si hanc captivitatem posse christianissimum Francorum Regem a proposito avertere sibi persuasit. Qua re, si caetera eum a suscepto bello dehortarentur, ipsa sola ut incenderetur magis, et omnia mallet quam non ulcisci tantam iniuriam, efficerem ego quoque, cui hunc animum natura dedit ne, ubi fieri potest, ullius rei magis quam pacis studio tenear. Adeo longe absum ut a Sanctitate Vestra tam graviter loesus quieturus sim, quod etiam si laniari fratrem meum videam, Francorum Regem hortari ad bellum et ei vires meas addere non cessabo. Hoc igitur responsi mei sponsum sit, nisi liberato fratre meo, pacati et quieti nihil a me Sanctitatem Vestram habiturum esse. Et si Francorum arma ad hoc non sufficerent, propinquos ac necessarios reges ad hoc bellum ab exteris nationibus concitabo... Serenissimi et christianissimi Romanorum et Franchorum Regum, in quibus reipublicae christianae spes omnis nititur, et aliorum Principum et Potentatum et praesertim Illustrissimi Dominii Veneti affinitatem et benevolentiam relinquo. Vestra autem Sanctitas, quae iniuria tantos reges et principes offendere verita non est, quid spei suos habere velit ipsa consideret. Vegleveni, XXIº Decembris Mº CCCC LXXXX IIIJ.

Subscriptio) Ludovicus Maria Sforcia Anglus Mediolani dux etc.

Ma el Re di Franza, che ancora non era partito de Viterbo, inteso questo, molto stette suspeso, et si meravigliò assai, et subito mandò uno araldo dal Pontifice a dolersi di questo, et che dovesse lassar in libertà el cardinal Ascanio suo carissimo parente et commissario, et quello voleva dir questa retention, et che non rendendo el venerebbe per forza in Roma facendo grandissime crudeltà, et usò ditto araldo assà altre parole. Ma el Papa li rispose che tornasse dal suo Re, et che remanderia soi legati a Soa Maestà, li quali li diriano el suo voler et quello era in animo de far, et che el cardinal Ascanio et gli altri li haveva ritenuti come desobedienti de li m.ti la Santa Chiesia, tamen che stevano bene, et li voleva appresso de lui, et cussì a dì 13 Dezembrio fatto concistoro, el Pontifice mandò tre legati a esso Re, i quali fonno lo episcopo di Narni, lo episcopo di Concordia di natione vicentino de caxa di Chieregati, et frate Gratiano spagnol di l'ordine de Frati Menori, ai quali fo commesso dovesseno conferir con el Re alcune cose, excusar el Pontifice dil retegnir di Ascanio, et veder si insieme, pur che con li ambassadori di la Signoria, poteva adattar sì con Sua Beatitudine quam con re Alphonso, manifestandoli che la retention de Cardinali et Prospero Colonna era a bon fine. Ma quam primum se intese in campo dil Re di Franza la retention di questi tre Cardinali, el signor Galeazzo di S. Severino, el qual da Lion fino a Viterbo sempre havea seguito el Re, essendo stà retenuto suo fratello cardinal, et etiam Ascanio fratello dil suo carissimo signor et benefattor duca de Milano, si partì dal Re, et in quattro zorni fatto cammino da corrier venne a Vegevene dal duca preditto, el qual duca non solum scrisse el brieve scritto di sopra al Pontifice, ma ancora più mandò a inanimar esso Re di Franza, promettendo mai di abbandonarlo nè mancarli di la fede a lui data, et che li manderia zente, et feze preparar el conte de Cajazzo el qual con alcuni cavalli lezier dovea (andar) verso Roma incontinente, et altre zente li sarebbe venute driedo; etiam mancando dinari li offeriva breviter ogni aiuto, purchè el Re volesse approximarse con l'exercito a Roma. Si dubitava el duca, come era da dubitarse, che 'l Pontifice non facesse morir ditti Cardinali, eo maxime suo fratello; i quali, benchè fusseno retenuti, non però steva se non honorifice in castello, come merito li R.mi Cardinali debbeno stare. Et el Papa faceva far in Roma grande custodia; steva in castello dubitando che el Re non venisse con furia a intrar in Roma, per esser potentissimo; era molti spagnoli a custodia dil palazzo, et non poteva uscir de Roma niuno, senza bolletin dil Pontifice. Et corrieri a Venetia, dal primo che portò la nuova di la retention, steteno assà a venir, però che le strade furono rotte, nè poteva venir securamente. Et accidit che venendo uno corrier de Roma a Venetia con lettere di l'ambassador, fo spogliato per la strada appresso Perosa, dà et toltoli le lettere, le qual essendo in zifra, come è consueto di far, non le intendendo le restituite, et post tot labores fonno portate a la Signoria. Ad altri corrieri li fonno tolte le lettere et cavallo, altri presi, i quali acciò non vedesseno le lettere che havea, quelle strazzò ovvero le butono in acqua loro medemi, sì che le strade erano rotte come intravien a tempo de guerra, maxime per la Toscana, che Siena, Pisa, Fiorenza et Lucca erano in qualche commotione di aiere, come dirò di sotto, et li contadini attendevano più a robar che a far altro.

Partita dil Re di Franza da Viterbo et quello seguite fino a l'intrar in Roma.

In questo tempo che a Roma tal cose si fanno, et le zente dil Re di Franza za erano bona parte partite da Viterbo, et andate per quelli castelli vicini a Roma, et el Re essendo stato zorni... in Viterbo, a dì 22 Dezembrio si partì, et andò con el suo exercito verso Ronsiglione, et qui fece carta a Pisani de libertà, come ho ditto di sopra. Li ambassadori di la Signoria, per non esser lozamento dove andava el Re per la moltitudine di le zente lo seguiva, rimaseno a Viterbo, tamen mandono con Soa Maestà Francesco da la Zudecha loro segretario, il qual di ogni successo dil Re advisava li ambassadori et loro poi drezzava le lettere a Venetia. Ma el Re andò di longo a Nepi ad alozar, terra di beneficii dil cardinal Ascanio, et quivi stette do zorni, ma le sue zente andono a Brazano, Campagnano et l'Anguillara, castelli tutti del sig. Virginio Orsini di qua dal Tevere, et andati a Campagnano che è castello primario, dove vi era dentro Carlo fiol di esso sig. Virginio, el qual non potendo resistere a le forze franzese si rendette a patti, salvo li averi et le persone, et Franzesi introno dentro; et cussì andavano Franzesi per quelli altri castelli sì della Chiesa quam di alcuni Segnorotti, e tutti, come si appropinquaveno, levaveno le insegne di Franza et li averzeva le porte, pur era carestia, et la moltitudine erano sì che si puol concluder fino qui non abbi desnuato spada Franzesi per combattere, ma ben per far paura, nè in alcuno luogo accampato, benchè con loro havesseno ogni cosa necessaria a oppugnar una terra, come ho scritto di sopra. Et a dì 18 el Re partito de Nepi venne ad allozar a Brazano, dove qui stette longamente, loco pur di ditti Orsini, et havendo udito li legati dil Papa, pur non li piaceva la dimora faceva di retenir ditti Cardinali, et continue mandava a dir al Pontifice volesse lassar el card. Ascanio, et che lui voleva intrar per le feste di Nadal in Roma, le qual si appropinquava, et che dovesseno mandar fuora li Aragonesi soi nemici; tamen li tre legati non restava di praticar accordo. Et in questo medemo zorno, a dì 18, el Re chiamò el secretario di li ambassadori di la Signoria, et dimandò: ch'è de li ambassadori? el qual rispose erano rimasti da driedo per causa di allozzamenti, onde Soa Maestà li disse dovesseno al tutto farli venir, perchè havea da consultar, et etiam volea con loro intrar per le feste di Nadal in Roma. Unde inteso questo da Venitiani, fo scritto che ditti ambassadori con che compagnia potesse, se ben dovesse de li soi mandar in driedo, seguir la persona dil Re, et cussì feceno, che subito andono a trovar esso Re a Brazano, et come fonno zonti, el Re li dette audientia, dicendo: Domini Oratores, datime conforto, et fate la Signoria mi ajuta, che il Santo Pare retien pur ancora el cardinal Ascanio et Prospero Colonna, et vi prometto di ogni mio progresso far partecipe dil tutto quella Ill.ma Signoria. Et cussì ditti ambassadori promesseno di scriver a la Signoria.

Parte di questo exercito, come ho ditto, si divise da li altri, et preseno alcuni castelli, et feceno alcuni ponti di legno sopra el Tevere per passar di là; et zerca 5000 Franzesi in questi zorni, a dì 19 et a dì 22 ditto, corseno fino su le porte di Roma chiamando el duca de Calavria dovesse venir fuora a la battaglia. El qual duca si volse armar, et fece metter in ordine le sue zente con el sig. Virginio Orsini et conte de Petigliano, ma tanto stette a venir fuora che Franzesi, fatto alcuni danni, ritornono ai loro allozamenti.

In questo mezzo a Roma el Papa in castello praticò di accordar che Colonnesi venisse al suo soldo et dil re Alphonso, facendoli gran promissione, et fece certi patti et capitoli con el sig. Prospero Colonna, era lì retenuto.

Et a dì 18 ditto, el Pontifice venne in concistoro con certi capitoli, la substantia di qual è questa. Primo che libere dovesse esser lassato esso sig. Prospero di Castello, el qual prometteva in termene de do zorni andar a Hostia et far che suo fratello sig. Fabricio li daria la terra et fortezza ne le man, la qual lui la consegnaria poi al Papa. Item che restava soldato dil Pontifice et re Alphonso, et questi li promettevano di dar ducati 30 milia a l'anno, zoè do terzi Alphonso et un terzo la Chiesia. Item che 20 milia scudi restava haver de stipendio livrato et promesso dal Re di Franza come suo soldato, libere el Pontifice li prometteva darli de contadi, habuto Hostia. Item che tutti li soi castelli et lochi tolti per re Alphonso siano resi et restituidi a essi Signori Colonnesi, et pagatoli el danno havesseno habuto per l'incursione. Et alcuni altri i quali ad plenum non se intese, ma zurato di mantegnir al Papa quanto havea promesso, et sigillati li capitoli fo lassado di Castello et andò esso sig. Prospero verso Hostia per veder di rehaverla, unde suo fratello mostrò di esser renitente, et al tutto volerla tenir per il Re di Franza. Tamen erano d'accordo, et volevano mantenir la fede data al Re.

Ancora fo lassato el cardinal S. Severino, et mandato per el Pontifice legato al Re di Franza a Brazano, a ciò vedesse di operar quello che li tre non havevano potuto operar et che el Re non dovesse andar più oltra, promettendo di far che re Alphonso li daria tributo annuatim, et che pur si Soa Christianissima Maiestà havesse voglia, come sempre ha ditto, et per il protesto fatto in Fiorenza appar che lui vuol andar contra infedeli a recuperar la Terra Santa, ex nunc esso Pontifice voleva esser causa di far una liga et paxe universale, zoè Soa Beatitudine, esso Christianissimo Re di Franza, la Maestà dil Re et Regina di Spagna, la Ill.ma Signoria di Venetia, lo Ill.mo Duca de Milano, Fiorentini et altri potentati, maxime la Cesarea Maestà dil re Maximiliano eletto Imperator et el Re d'Ungaria. La qual unione esso Summo Pontifice bastava l'animo in brevissimi zorni di far et concluder, ne li quali era posto etiam el re Alphonso di Napoli; et cussì tutti collegadi dovesseno andar alla destrutione di infedeli, posto che dimostrava esso Re haverne tanta voglia et che non volesse esser causa di far cede (stragi) nel Reame di Napoli, et che Alphonso preditto havesse cagion di chiamar in suo soccorso Turchi, i quali si offeriva de venir et venuti mal saria a discazarli: et altre et simele parole, nomine Pontificis et Collegii Cardinalium. El qual Cardinal con Francesco Guidizoni protonotario et alcuni di la sua fameglia se ne venne a trovar el Re, et referito la sua legatione a Brazano, minime niuna cosa ottenir potè, però che esso Re et quelli lo consegliava havea deliberato di acquistar el reame de Napoli, discazar re Alphonso et Aragonesi di quello, metteno li baroni dil Re venne expulsi in loro stato, i quali erano con lui, et tuttavia lo seguiva; et però stette fermo in voler la intrata di Roma una volta, dicendo non voleva offender la Chiesia nè el Santo Pare in niuna cosa; imo, come christianissimo, da quelli la volesse dannizar, ajutarla.

Continuamente si scorsizava fino su le porte di Roma, dannizando el paese, nè in Roma vi poteva intrar vittuarie, et mentre che el sig. Prospero Colonna mostrava di adattar le cose con suo fratello in Hostia, a dì 25 Dezembrio el cardinal San Piero in Vincula con fanti franzesi 350 partito dil campo del Re, intrò in Hostia et messe quelle zente et uno capitano franzese chiamato.... de guerra, el qual fino al presente è ivi a custodia per el Re di Franza. Et subito intrato ditto Cardinal, fonno più costanti che mai fusseno, dicendo non voleva obbedir al Pontifice, el qual non era iure et rite creato, et che oltramontani ancora non li havia dato la ubedientia, come era la verità. Et el sig. Prospero strazò i capitoli fatti col Pontifice, andò in campo dal Re et ruppe la fede data al Papa, dicendo haverla data sforzata per uscir di Castello, et quella prima data a la Majestà dil Re era pura et libera, et quella al tutto voleva observar.

Ancora el cardinal Ascanio vize canzelier fo lassato in libertà, et venne in campo a trovar el Re, et come se divulgaveno erano su pratiche di far liga con tutti li Principi christiani contra infedeli, et trieva tra el preditto Re di Franza et el Re di Napoli, tamen non concluseno alcuna cosa, dicendo el Re come sarebbe in Roma co el Pontifice adatteria el tutto, ne le qual pratiche se interponeva li Ambassadori di la Signoria. Ma el sig. Prospero andò a Marino, castello di suo fratello signor Fabricio, mia X lontan da Roma, et ivi stette con le sue zente.

In Roma era, come ho scritto di sopra, el Duca di Calavria fiol dil re Alphonso con el sig. Verginio Orsini, conte di Petigliano et Zuan Jacomo di Traulzi; in tutto con alcune zente di la Chiesia squadre 55 et fanti 5000. Questo Duca non restava di exhortar el Pontifice a star constante et saldo, et non abbandonar el Re suo padre. Praticavano di intrar ditte zente in Castel Santo Anzolo, pregando volesse scomunegar ditto Re di Franza, et far cruciata contra di lui, et cussì stavano in queste pratiche con gran carestia. Lì eravi ambassador di Alphonso, Antonio di Zennari.

Seguito et rumore accaduto in Fiorenza et di loro governo.

A Fiorenza accadette in questi zorni alcuni rumori, zoè che essendo zonto Piero de Medici venuto per la via di Ancona a la presentia dil Re a Brasano, pur lamentandosi di la ingratitudine de Fiorentini usata contra di lui et di la caxa de Medici, maxime da poi che nel 1432 Cosma suo avo fu revocato, Piero, Lorenzo et esso Piero sempre a quella republica aveva giovato, difesa et custodita in libertà, et che a hora che lui si havea adherito a esso Christianissimo Re, li soi contrarii et emuli l'haveano scacciato con suoi fratelli et il Rev.mo Cardinal, datoli taglia, i quali per più securtà di la vita loro erano capitati a Venetia, et che lui era venuto a inchinarsi a Soa Maestà, et quello che li comandava dovesse far voleva obbedir. Tamen che la roba sua a Fiorenza era dilaniata. Unde el Re molto dolendosi, non volendo tollerar questo, scrisse a li soi restati in Fiorenza Ambassadori, o vero commissarii, prima dovesseno dir a Fiorentini li mandasseno alcuni danari, come si havevano ubbligati per li capitoli, et che non dovesseno molestar la roba di Piero de Medici. Et inteso questo, Fiorentini feceno li soi consegli. Ma el populo si levono a rumor, et corseno armati su la piazza, altri voleva iterum el governo di Piero, altri voleva obbedir a ogni mandato dil Re. Et de quelli do che ivi era nomine suo, altri non volleva per niente ubbedir in niuna cosa, anzi volevano servar quella sua Republica in libertà, et non sottoponeva a niuno, et far quello a loro piacevano, et di novo constituir el suo governo, seguendo el costume veneto in crear li magistrati. Unde per queste dissensione el consiglio, che era reduto per trovar li danari per mandar al Re, non feceno alcuna provvisione, et fo in grandissima discordia, maxime zerca el novo governo havevano a far, però che za havevano eletti 100 cittadini chiamati il collegio di 100, i quali durasseno uno anno, et questi elesseno li Accoppiatori et altri officii pur per uno anno come ho scritto di sopra. Ma non contentandosi el populo in publica concione in piazza, redutti la Signoria, li fece lezer publice li capitoli fatti con el Re di Franza, et terminono di tenir el modo de far el suo conseglio come al principio di questo secondo libro ho scritto, et si pacificono tutti, intervenendo però l'autorità di quel frate Hieronimo. Ma Senesi, Lucchesi et Pisani feceno liga ditte comunità insieme, con aiuto de Zenoesi, per aiutar Pisani a conservarsi in libertà, che pur Fiorentini faceva preparamenti per rehaver Pisa, et tutti quelli di li contadi soprascritti erano in arme, zoè villani, che parevano un campo contra Fiorentini, et dannizono alcuni castelli. Quello seguite poi intenderete più oltra seguendo il costume nostro.

Cose accadute in Venetia in questo tempo et dil Gran Turco.

A Venetia, per lettere di Antonio Grimani capitano zeneral da mar, se intese come lui haveva habuto il certo da Costantinopoli, che el sig. Turco, inteso la venuta dil Re di Franza di qua da monti, tamen non haveva ancora inteso la sua intrata di Fiorenza; dubitando che esso Re, ottenendo el reame di Napoli, poi non volesse seguir quello sempre havea ditto, di passar a la Vallona a danno de Turchi, vedendo che za Turchi di le marine, da paura di l'armata di Franza erano venuti 110 mia fra terra, et abbandonate le marine reduttosi alle fortezze, lassando li loro tugurii et habitatione, esso sig. Turco deliberò di provveder et fece subito uno editto che tutti li soi bassà, subassà et altri di li soi Turchi primarii, dovesseno venir a la Porta, zoè da lui a Constantinopoli, a consultatione. Come etiam per lettere di Andrea Gritti patricio nostro era ivi mercadante, la Signoria fo certificata di questo; et che ordinò ditta Porta uno zórno di zuoba, ch'era apud illos festa solennissima et non assueta, di far in tal zorno consultatione. Et mandò per tutti i calafai, fabri et altri maistri, che statim dovesseno nel suo arsenal lavorar per far galie, perchè a tempo nuovo voleva haver una grandissima armata, di vele, come si divulgava, 200; et mandò uno ambassador al re Alphonso, come ho scritto di sopra, confortandolo che dovesse questa invernata difenderse, perchè a tempo nuovo li voleva dar grandissimo soccorso sì de exercito terrestre quam con potente armata, la qual facea metter in ordine. Et za italiani dubitava el re Alphonso non facesse passar Turchi di la Vallona, perchè za ne era ivi redutti qualche bassà, et etiam esso Re ordinò tutti li navilii erano in Puia fusse retenuti, et però si dubitava.

A dì 19 Dezembrio nel consiglio di Pregadi fu preso certe provvisioni per trovar danari, a ciò a li bisogni fusseno preparati, et maxime di tansar le arte o vero botteghe. Et cussì per li X Savii in Rialto a questo deputadi, ogni zorno andavano tanxando ditte arte, et la tansa mandaveno a li governadori de le intrade, dove pagavano.

Essendo venuta a Mantoa, come ho scritto di sopra, madonna Chiara sorella dil Marchexe et moglie di monsig. Mompensier capitano dil Re di Franza, non restava di exhortar el fratello volesse accordarse con la Maestà dil Re suo, promettendoli gran cose; licet questo marchexe, za anni 4, era a soldo di la Signoria con ducati 30 mila a l'anno in tempo di paxe, pagato ogni mexe ducati 2500 a la camera di Padoa. Et perchè a la fin di questo mexe veniva a compir la ferma de li 4 anni, tamen mancava 4 mesi a praticar, nel tempo non si poteva accordar con niuno, secondo la forma di l'accordo havea con ditta Ill.ma Signoria. Unde fo preso in Pregadi di dar libertà al Collegio di confermarlo, con li modi et condition a loro parevano. El qual Marchexe teniva el suo ambassador fermo qui a Venetia, chiamato Antonio Triumpho; et in questi zorni mandò a donar a la Signoria uno bellissimo presente di salvadesine, benchè ogni anno da poi era condotto consuetava di far; ma questo fu molto più bello de li altri, el qual fo partito tra el Serenissimo Prencipe et li Padri di Collegio, sì come si suol far.

In questo mezzo, el Cardinal Ystrigoniense, fiol dil Duca di Ferrara, venne di Hongaria dove era stato gran tempo, et essendo ivi fu creato da questo Pontifice cardinal, et sta nel suo vescovado in Ystrigonia con sua ameda la Raina, moglie che fu di re Mathyas. Et ne l'andar a Ferrara dal padre, convenne passar per il Polesene di Ruigo; tamen non fo lassato intrar con zente in Ruigo, et etiam don Alphonso fiol dil Duca et suo fratello volendo venirli in contra, mandò a dimandar allozamento in Ruigo; al qual fo risposto che si Soa Signoria voleva intrar con alcuni de sui el fusse ben venuto, ma con 500 cavalli con qual veniva, non volevano tante zente in la terra. Et cussì nè el Cardinal nè don Alphonso non intrò in Ruigo, et passò di fuora via, et andò a Ferrara. Et ditto Cardinal quivi restò nè non andò a Roma fino che vi ritornò in Hongaria; et poi a dì 12 Fevrer essendo sta chiamato dal Re di Hongaria, che 'l ritornasse in Ystrigonia, alias lo priverebbe di quelle intrate, partì di Ferrara con la sua fameglia, et habuto licentia da la Signoria, allozò in Ruigo, demum cavalcando verso Hongaria andò in Ystrigonia.

El re Alphonso per tutto el suo regno faceva provvisione, et per littere di Paulo Trivixano cav. ambassador nostro a Napoli se intese come, havendo lui nomine Dominii dimandato la tratta di 200 cavalli di le sue razze, non solamente el Re fu contento di dar ditta tratta, ma più che volse far uno presente a la Signoria di corsieri 100 forniti a tutte sue spese fino su la piazza di San Marco; etiam la tratta de formenti di la Puia concesse a nostri, come ho scritto di sopra, benchè Puiesi non volevano vender per caxon di non haver carestia. Oltra di questo el Re scrisse a la Signoria, pregando li volesse dar aiuto et soccorso, et conseiarlo di quello havesse a far, et che, al più poteva far, era in tutto squadre 75 et fanti 7 in 8 milia, et che lui si redurave in Terra di Lavoro a presso Capua, et converrà abbandonar la defensione di Fondi, Aquila et Terracina, che sono passi de intrar in Reame, et che al tutto era disposto de affrontarsi col Re di Franza, et far fatto d'arme, volendo morir prima da valente capitano che veder la ruina dil suo Stato. Concludendo, volea aiuto; Unde la Signoria li risposeno: la qual risposta fu molto secreta. Et inteso de li 100 corsieri et di la tratta, feceno metter in ordine in l'arsenal do arsilii, i quali andasse in Puia, benchè prima voleva mandarli in Ancona, ma poi mutono pensier, et con Zuam Borgi secretario fo mandati con li danari per li 200 cavalli, come scriverò di sotto. Ma avanti ditti arsilii zonzesse, venendo li cavalli, da Franzesi fo presi, et non si potè haver.

Quelli di l'Aquila, che è una di le prime terre in l'Apruzzo sotto el Re di Napoli, a ciò Alphonso non dubitasse di la loro fede, perchè za el Re di Franza mostrava de za intrar in Roma dover andarli a campo, mandono a Napoli molti fioli de li cittadini primarii per ostasi al Re, dicendo se volevano difender vigorosamente, benchè ancora ogni loro ricchezza de li bestiami fusse nella Puglia, questo perchè su quel di l'Aquila, per esser loco fertile, non vi ponno star nè viver per li pascoli, et convien l'inverno andar a pascolar nella Puia. Ancora feceno alcuni fanti, zerca 2000, pagati de suo denari in defensione loro.

El fiol dil Pontifice nominato di sopra, don Zufrè prencipe de Squilazi et zenero di re Alphonso, el qual venne a Napoli a sposar la muger in queste novità, mai si volse partir dal suocero, a ciò el padre havesse cagion di aiutar Alphonso, havendo el fiol in quelle parte. Et è da saper, che questo Pontifice ha tre figlioli et una fia, zoè el duca Johanne de Gandia, el qual habita nel suo ducato in Spagna, el cardinal Don Cesare chiamato di Valenza, questo prencipe de Squilazi, et mad.ª Lugretia maridata in sig. Johanne di Pesaro, fo fiol dil sig. Costanzo, dil qual di sopra habbiamo assà descritto.

Come el Pontifice mandò el duca de Calavria fuor di Roma, et quello fece.

A Roma Alexandro Pontifice essendo in queste pratiche con el Re de Franza, et vedendo la sua voluntà al tutto esser di voler intrar in Roma, et za era andato legato dal Re suo nepote cardinal Monreal, el qual andava et ritornava in Roma per veder di adattar li capitoli, come dirò di sotto. Et vedendo questo el duca de Calavria, che el Pontifice si voleva adherir alla voluntà de ditto Re, non potendo far altro, dubitando dil populo, per el meglio deliberò partirsi con le sue zente di Roma. Et cussì el zorno de Nadal, che fo a dì 25 Dezembrio, el Pontifice, ditto la messa in la sua cappella, chiamò esso Ferdinando duca di Calavria, et a quello messe una baretta de varo, fodrà de varo, tamen era di velluto, in testa, et li fece cinger la spada a ladi (lato), investendolo dil ducato de Calavria, et a quello usò queste parole, lacrimando e uno et l'altro, et el Duca li era davanti in zenochioni, et disse: Duca, fiol nostro carissimo, andate et state di bona voglia, che havemo speranza ne lo eterno Iddio ne aiuterà: Et li dette la beneditione, offerendosi in ogni cosa, et quello lacrimando licentiò et scrisse un breve al re Alphonso zerca questa partita di suo fiol. El qual Duca, statim montato a cavallo con el sig. Virginio Orsini, conte di Petigliano, Zuan Iacomo di Traulzi, marchexe di Pescara, et altri condottieri con squadre zerca 22 et 1500 fanti, ussite di Roma accompagnato dal cardinal Ascanio suo barba, però che questo Duca nacque di una sua sorella et dil Duca presente Ludovico di Milano, la qual era morta za molti anni, nè da poi el Re Alphonso, che tunc era Duca di Calavria, si volse più maridar. Or questo suo barba lo andò confortando fino fuora di le porte di Roma, et in quel zorno medemo el Duca con tutte le zente cavalcono mia 18 a uno loco di la Chiesia chiamato Teoli, et quelli erano dentro non volseno l'intrasse in la terra, unde convenne star lì a la campagna, et patite assà incomodi. Et scrisse al Re suo padre era a Napoli el successo, et che non era più tempo de dimorar de chiamar Turchi in suo soccorso, ma che al tutto dovesseno farli venir, vedendo che niun in Italia più lo voleva aiutar. Et andò a Terracina terra di la Chiesia, ma custodita per el Re suo padre, dove vi venne don Fedrigo suo barba principe di Altemura, el qual havea disarmato l'armata. Et quivi feceno alcuni fanti, et al meglio poteno zercò di restaurar le sue zente dil Duca, et cavalli erano mal conditionati per li disagii portati maxime in Roma con gran carestia. Le zente veramente di la Chiesia rimasero in Roma, ita volente el Pontifice. Le qual da poi che 'l Re fo intrato et accordatosi insieme et partito per Reame, el Pontifice quelle licentioe, dicendo non li bisognava più zente, et rimase se non con la sua guardia, el resto casso.

Ma li tre legati erano con el Re a Brazano, domente queste cose si faceva, non restava di praticar accordo, et fonno fatto 18 capitoli, i quali perchè non haveno luoco nè il Re volse sottoscriverli, non saranno qui posti, et quasi di tutti erano d'accordo, eccetto che il Re voleva Gem Sultan fratello dil Turco con lui, et el Papa ghe lo voleva dar ogni volta che l'andasse contro infideli. Item che el Papa li desse quattro fortezze, la Rocca Suriana, la rocca di Velletri, la rocca di Civitavecchia et la rocca di Narni et anche Terracina, et cussì non fonno d'accordo. Et come ho ditto el card. Monreal più volte venne dal Re et ritornò a Roma. In questo interim, le sue zente andono per caxon di haver vittuarie, perchè era gran carestia in campo et assaissime persone da 30 in 40 milia. Alcuni Franzesi andò a uno castello di la Chiesia un poco straman et fuora di strada, chiamato Nera, dove vi era uno governator episcopo, el qual volendosi difender non volendo fare quello che tutti altri castelli et cittade havea fatto, che dove si aproximava Franzesi li presentaveno le chiave, unde ditti Franzesi intrò per forza, et esso episcopo fugite in una chiesia dove fu trovato et menato sopra una torre et buttato giuso, acciò el morisse, et lì in terra li fu dato tante lanzate che subito expirò, dicendo: cussì intravenirà a tutti coloro vorranno resister contra el nostro Re.

Ma el Re partito di Brazano venne allozar mia 7 luntan di Roma in uno loco ditto Bacano, et za in Roma a dì 27 Dezembrio el zorno di S. Zuane evangelista a hore 2 di zorno di voluntà dil Pontifice era intrato dentro cavalli 1500 de Franzesi, et cussì andava intrando continuamente. I quali questi Franzesi, come fonno intrati, comenzono a voler far moveste, zoè di elezer caxe di Romani per habitatione de li loro Monsignori et per altre zente doveva intrar con el Re, mettendo polizze sopra le caxe dove era scritto: lozamento di Mons. tal. Unde Romani non volendo tollerar, con ajuto de Spagnoli che sono nimici simpliciter de Franzesi, si levono in arme, et Franzesi conveneno star bassi fino el Re fo intrato nè far altra movesta. Ma per el Pontifice fo ordinado che tutte queste zente franzese, et quelle introrono con el Re, dovesse alozar solamente in caxa de prelati e monasterii di ogni sorte, et cortesani, et cussì fonno posto ordine a li alozamenti, et fo partito a tanti per caxa. Et Romani per gratuirse con el Re levono le arme de Soa Maestà sopra le sue porte, adeo per tutta Roma se vedea le arme dil Re di Franza. Et za la persona dil Re el zorno de Nadal, si havesse voluto, haveria potuto intrar; ma pur stava renitente, et voleva in le sue mano el castel de Santo Anzolo, la qual cosa el Pontifice mai volse consentir, imo el si havea reduto dentro, et posto alcuni cardinali nel suo palazzo, et alcune caxe lì attorno ditto castello za havea fatto buttar a terra et spianar, a ciò volendo el Re accamparsi attorno non potesse. Tutte le artegliarie messe sopra le mure, et zerca 400 fanti spagnoli messe in ditto castello dil qual era castellano lo episcopo Agregiantino, et oltra suo nipote el cardinal Monreal et Valenza che stavano nel palazzo de San Piero, etiam ne messe do altri cardinali, zoè el Cardinal de Napoli et San Zorzi, e tamen tutta Roma era in confusione.

Accadette mirum quid a dì 23 Dezembrio, che cazete da loro istesse una certa parte di muraglie di le mure di la città di Roma, le qual erano vecchie, per la qual cosa molti judicono esser voluntà de Dio che el Re intrasse, che fino le mura istesse voleva farli adito a intrar. Ma subito dove cadette fu riparato.

Ma el Re non volendo più star a indusiar, nè perder tempo in formar li capitoli, deliberò non concluder nè sigillar alcuna cosa fino non fusse intrato in Roma, ma ben volse far al Papa uno instrumento in publica forma, chiamato da Franzesi vodo et iuramento, el qual era come uno salvo condutto al nostro modo, ch'el Re prometteva sopra la sua corona et fede al Papa de non li far alcun danno nè in temporal nè in spiritual alla sua persona, et che voleva intrar in Roma el primo di Zener, ch'è primo zorno nuovo, et forestieri per tutto si muda, milesimo de 1495, excepto cha Venitiani, che comenza a Marzo; et però essendo io veneto seguiremo el nostro costume: or questo instrumento a dì 30 Dezembrio, el cardinal Monreal portò al Pontifice, el qual non potendo far altro fo contento l'intrasse, et chiamato el concistorio mandono a dir a Soa Maestà quando li piaceva dovesse intrar. Tamen el Pontifice si segurò nel suo palazzo con bona custodia, et redusse le sue zente di là dal Tevere appresso il castello, et lassò di qua per l'habitatione de Franzesi.

Intrata dil Re di Franza in Roma adi 31 Dezembrio 1494 et quello fece in Roma.

Ma Carlo re, habuto tal risposta, non volse aspettar el zorno terminato di primo Zenaro, ma seguendo l'opinione astrologica ancora lui, vedendo esser bona hora, a dì 31 Dezembrio, el zorno de Santo Silvestro Papa, al qual Constantino imperatore concesse assà cose et adoptò la Chiesia, et quello publice instituì papa di Roma, esso Re di Franza volse intrar in Roma, et partito da Bacano dove era allozato, a hore tre di notte per la porta dil populo intrò senza saputa dil Pontifice, che si credeva dovesse venir el zorno driedo. L'ordine di l'intrar fo cussì. Prima tutte le sue zente d'arme e fantarie avanti, poi le carrette con li passavolanti et artigliarie, et lui in mezzo di la sua guardia, in compagnia con 8 Cardinali, zoè: S. Piero in Vincula, el qual di Hostia era ritornato, Ascanio, Savello et Colonna, San Dionysio et Curzense, San Severin et Lonà, parte dei qual el zorno avanti erano ussiti di Roma per venir contra el Re a honorarlo con le loro famiglie. Et cussì con questi cardinali con assaissime luminarie et fuoghi fatti per Roma, el Re intrò in la cittade. El populo mostrò gran consolation et festa: per le fenestre de Romani era posto luminarie fuora, adeo pareva tutta Roma ardesse, tanto erano li fuoghi, con grandissimo rumor, con gran multitudine de cavalli, adeo che l'ambassador nostro Paulo Pisani era in Roma, inteso che 'l Re veniva, montò a cavallo per andarli contra, ma tanta fu la calca di le zente che mai si potè aproximar a esso Re, et convenne ritornar a caxa. Li do ambassadori seguiva el Re non fonno presti a venir insieme con Soa Maestà, ma tuttavia li venne driedo, et intrò a dì ditto a hore 5 di notte, zoè do hore da poi el Re, e tutta quella notte fino a hore 9 stetteno le porte di Roma averte, et continuamente intrava Franzesi, Sguizari et altre generatione. Et el Re andò a dismontar al palazzo di S. Marco, dove li era preparato, el qual è bellissimo, et per Paulo Pontifice secondo veneto fo fatto fabbricar, et poi suo nepote cardinal de S. Marco pur di caxa Barba patricio veneto, et novamente defunto, fo compito di redurlo al modo è al presente, ma poi la sua morte Innocentio VIII pontifice ditto palazzo dette al cardinal di Bonivento di natione Zenoese, el qual cardinal venne contra dil Re fino fuora dil palazzo con la bareta in man, et cussì fece el Re. Et fattosi le debite riverentie, el Re volse metter el Cardinal de sora, el qual mai vi volse andar, et menò el Re in camera: demum intrò in un'altra camera, et stati insieme per uno quarto di hora, tolse licentia dal Re et venne fuora. Li altri Cardinali andorno a li loro palazzi, et el Re sentò su el letto, et si fece cavar li stivali et si messe i zoccoli, venne fuora di la camera, dove fo apparecchiato la tavola, et si messe al fuogo, si fè pettenar li cavelli et la barba, poi andò a cena. Era lì in tavola una navesella d'arzento, et come vien i piatti di le bandisoni, colui che porta il piatto, tuò un poco di quello, et fatto la credenza, lo resto butta in ditta navesella, et cussì si fa di ogni cosa. Beve con una tazza dorata con il coperchio; quando si metteva el vin in la tazza, uno de soi havea una cadenella d'oro, et in uno cao un pezzo de alicorno, ch'è contra il veneno, et menava attorno per ditta tazza, poi ne dava a bever a quel vi faceva la credenza, et di quello fo messo in un'altra tazza in cao di tola, dove era 4 medici, i quali cercono ditto vin si era buono per la maestà dil Re. Et cussì fanno in le vivande, però che, sempre che manza, li medichi li stà d'intorno a veder non manzasse molto et cosse cattive; manza sempre solo, et li soi gran maestri d'intorno in piedi. Poi, levato di tavola, venne in mezzo di la camera fra alcuni baroni et cavalieri, et con loro humanamente rasonava, toccandoli sotto la gola, per le qual cose dimostra esser human e dolze Re, et questa digressione et narratione ho voluto far, benchè non sia a proposito.

Niun altro cardinal adoncha andò contra el Re, che si l'havesse indusiato el zorno, sarebbe andati tutti, et la famiglia dil Pontifice che saria stata magnifica intrata. Et zonti li do nostri ambassadori Domenego Trivixan et Antonio Loredan insieme con Paulo Pisani tutti tre cavalieri et operati in diverse legatione per la Republica nostra, andono a visitar el Re a caxa, et nomine dominii si alegrò di la sua intrata, et usate le parole debite, et risposto dil Re, ringratiando la Signoria soa bona amiga, ritornò a caxa a expedir el corier a la Signoria di questa intrata in Roma dil Re.

Tutta questa notte stetteno Franzesi et Romani in piedi, altri conzando le loro arme, governando li cavalli, custodendo le carrette di artigliarie, preparandosi li allozamenti, sì che era sempre in da far. El Pontifice era nel suo palazzo, per el qual a suo piacer per do vie una publica l'altra subterranea puol andar in castel Santo Anzolo, el qual era ben custodito de molti Spagnoli et munitione. Ancora di là dal Tevere, come ho scritto, era in uno seragio 400 cavalli et alcuni fanti per soa defensione, benchè erano pochi imo niente al poter dil Re.

A dì primo Zener, el Re volse udir messa lì vicino a la chiesia di San Marco, per esser el primo dì de anno nuovo, et disse messa el cardinal San Dionysio suo franzese, et era la sua guardia in chiesa, et el Re sotto un baldacchino quadro damaschin bianco con le cortinette attorno, et ditto Re stette sempre in zenocchioni con le man zonte, mentre fo ditto la messa, e la sua guardia lì intorno, et lui diceva oratione. Era con lui questi Cardinali: San Piero _in Vincula _, Ascanio, Curcense, Savello, Farnese, San Severin et Colonnese, et el cardinal Valenza mentre el Re era in chiesa volle intrar per venir a honorar Soa Maestà, ma non potè intrar per la moltitudine di la zente. Et poi tornato el Re in palazzo, ditto Cardinal andò, et appena fu visto da esso Re, el Re udito messa ritornò in palazzo, ma el Pontifice con el resto de Cardinali disse messa in capella di S. Piero.

El Re fece editto: che niun de soi non dovesse far alcun danno nè violenza a niuno sì per caxon de vituarie quam per altro lì in Roma sotto pena di la forca; et etiam el Pontifice ne fece far uno altro: che niun romano nè cortesano dovesse dar alcun fastidio nè dir alcuna villania a Franzesi di la maestà dil Re, sotto pena etiam di esser appiccati senza altro rispetto. Et ancora fece el Re uno altro editto per nome dil Pontifice et suo, che ognuno dovesse portar vittuarie, et come fo ditto ordinò el precio de certa quantità, manco il formento et vino che prima erano montati in gran precio, altramente mandaria a tuor per il territorio etc.

In questo zorno intrò in Roma 5000 Sguizari armati benissimo in ordine, che fu bel veder: in tutto era in Roma venuti con el Re di le persone da 30 milia in suso, et alozato el Re, le sue zente comenzono attorno ditto palazzo di San Marco a buttar alcune caxe a terra, ma non da conto, et ivi messe le sue carrette di artegliarie; et cussì attorno si fortificò, facendo ripari, et steva con bona custodia. Li baroni dil Re, intrati che fonno in Roma, andono molti di loro a basar li piedi al Pontifice in palazzo, et visitando le altre chiese, cercando le perdonanze et reliquie sante. Et el Papa mandò a dir al Re, prima ch'el fosse ben venuto, poi che volendo venir a parlarli venisse solo con 4 de soi, et cussì voleva esser lui, dove consulteriano insieme.

Adi 2 Zener li Cardinali si ritrovavano in Roma andono a far riverentia al Re, et loro medemi portavano le code in mano, la qual cosa non si suol far se non quando vanno a la presentia dil Pontifice. Et non vi andò el cardinal de Napoli, el qual steva in palazzo dil Papa, et el cardinal Michiel nostro veneto, che tunc temporis si ritrovava ammalato. Et el Re steva con gran reputatione, et in la sua camera li 8 Cardinali nominati di sopra stevano in piedi, et lui sentando. Conclusive, Franzesi fanno puoco conto de Cardinali, et manco di altra zente, et per la superbia loro fanno poco honor et extimatione, sì come si suol far qui in Italia. Or ditti Cardinali haveno tutti audientia con poche parole, excetto do, ai quali el Re non volle parlarli, i qual do Cardinali non saranno qui posti pro bono respectu.

In questo zorno medemo, Piero di Medici intrò in Roma con el sig. Carlo Orsini fiol dil sig. Virginio, i qual fonno dal Re ben visti, et ditto Piero se ne stette qui a Roma sempre fino venne suo fratello cardinal.

Adi 4 Zener el Re mandò el cardinal de Parma con 4 de soi baroni, zoè monsig. de Obignì, mons. Presidente de Linguadoca, el qual dil mexe di Fevrer morite qui pur ambassador per el Re a Roma, el presidente di Paris et Peron di Basser, in palazzo dal Pontifice a dimandarli 3 cose. Prima suo fiol o nepote Cardinal de Valenza, con lui legato a l'acquisto dil Reame. Secundo el castello di Santo Anzolo in suo poter, acciò potesse andar et tornar in Roma a suo piacer. Tertio che, cussì come era ubligato za assai per patto expresso, dar li dovesse Gem Sultan fratello dil Gran Turco. El qual el Papa dil 148... in quà, zoè soi antecessori lo tien in castello con gran custodia, però che fu preso a Rodi, et per il gran maistro Piero Dambusso (d'Aubusson) al presente cardinal, fo mandato ne la Franza, poi fu posto qui nelle man dil Pontifice con condition che, ogni volta che el Re di Franza el volesse, el Pontifice fusse obligato di dargelo, et però al presente lo voleva. Unde el Papa rispose: primo meravigliarsi di queste nove richieste, maxime dil cardinal Valenza, et che non li pareva honesto el Re dimandasse darli tal Cardinal per legato, come che quando lui con el concistoro de Cardinal li pareva di mandar legato, loro lo elezevano. Item che el castello lui el teneva come capo di la christianità, per quelli potentati li havea dato ubedientia; maxime pro rege Maximiliano eletto imperatore, per el Re di Spagna, Re di Napoli et la Signoria di Venetia et altri. Et che di Gem Sultan a lui pareva non era tempo di muoverlo di dove era, ma pur che la mattina faria concistoro, et quello ivi delibereriano con l'aiutorio de Dio et de misser S. Piero et S. Paulo, li manderia a dinotar. Et ditti baroni ritornò dal Re, et disse la risposta dil Pontifice.

Ancora el Re dimandò danari in prestedo ad alcuni Cardinali, i quali si excusono non haver, promettendoli li loro arzenti. Tamen el Re non li volse tuor, et Colonnesi con li suoi seguazi erano molto superbiti, et messeno a sacco una caxa di uno episcopo di Conti, sua parte contraria, et in Roma le bottege erano serrate, tutti andavano armati, et essendo in queste novitade le caxe de Cardinali, dubitando non esser messe a sacco, stavano con gran guardia, havendo provvisionati. El Re non ussiva de palazzo de S. Marco, aspettando la risposta dil Pontifice. Et a ciò se intendi quanti Cardinali erano in questo tempo, ho voluto qui sotto scriverli, et quelli hanno una † erano fuora di Roma.

Cardinali romani, anno 1494.

El Rev.mo Olivier Caraffa neapolitano, arciepiscopo di Napoli et episcopo Sabinense. El Rev.mo Iuliano dal Rovere savonese, summo penitentiario tituli sancti Petri ad Vincula et episcopo hostiense. † El Rev.mo Baptista Zeno veneto patricio, episcopo vicentino tituli Sancte marie in Porticu et episcopo tusculano. El Rev.mo Ioanne Michiel veneto patricio, episcopo veronese tituli Sancti Angeli et episcopo portuense. El Rev.mo Georgio (Costa) portogalese, episcopo de Lisbona et episcopo albanense. El Rev.mo Hieronimo (Basso) dal Rovere savonese, episcopo prenestino, cardinal nuncupato de Recanati. El Rev.mo Domenego dal Rovere savonese, episcopo Taurinense et prete cardinal tituli sancti Clementis. † El Rev.mo P. (Pietro Gundisalvo di Mendoza), _tituli sancte Crucis in Hierusalem_, prete cardinal hispanense et episcopo toletano. † El Rev.mo Paulo de Campo fregoso, tituli Sancti Sixti, arciepiscopo di Zenoa, prete cardinal di Zenoa. El Rev.mo Zuan Iacomo (Scalfenati), _tituli Sancti Stephani in Celio monte_, prete cardinal di Parma. † El Rev.mo Ludovico (Gian Lodovico Milano da Valenza), _tituli sanctorum quatuor coronatorum_ prete Cardinal ilerdiense. El Rev.mo Lorenzo (Cibo) zenoese, archiepiscopo di Bonivento, tituli Sanctae Ceciliae prete cardinal di Bonivento. El Rev.mo Antonio (Antoniotto Pallavicini), zenoese, episcopo aureniense (di Orenze), tituli Sanctae Anastasiae prete cardinal. † El Rev.mo A. (Andrea d'Espinay) _tituli sancti Martini in montibus_, prete cardinal et arciepiscopo burdegalense. El Rev.mo Ioanne (Borgia) tituli sanctae Susannae, prete cardinal Monreal, et nepote dil Pontifice. El Rev.mo Baptista Orsini, tituli sancti Ioannis et Pauli, prete et cardinal di Orsini, romano. El Rev.mo Ray. (Raimondo Perauld), _tituli Sanctae Mariae in Cosmedin_, prete cardinal Curzense. El Rev.mo Iean (Giovanni Villiers), tituli Sanctae Sabinae, prete cardinal franzese, abate di Santo Dionysio. El Rev.mo Ioh. Antonius (Sangiorgio), _tituli Sanctorum Nerei et Achillei_, prete cardinal, episcopo alexandrino. † El Rev.mo Bernardo (Bernardino Carvajal), _tituli Sanctorum Petri et Marcellini_, prete cardinal, episcopo carthaginense, hispano. † El Rev.mo Francesco (Todeschini) de Piccolhomeni senese, _tituli Sancti Eustachii_, diacono cardinal di Siena. El Rev.mo Rafael de Riario savonese, camerario apostolico, _tituli Sancti Georgii ad velum aureum_ (Velabro), diacono cardinal et episcopo di Pisa. El Rev.mo Io. Baptista, tituli Sancti Nicolai in carcere Tulliano, diacono cardinal de Savelli, romano. El Rev.mo Ioh., tituli Sancte Mariae in Aquiro, diacono cardinal Colonna, romano. † El Rev.mo P. (Pietro d'Aubusson), tituli Sancti Adriani, diacono cardinal, _ac sacrae domus hospitalis Sancti Iohannis hyerosolimitani_ magistro general et pauperum Christi custode. † El Rev.mo Ioh. de Medeci fiorentino, _tituli Sancte Mariae in Domnica_, diacono cardinal de Medici. El Rev.mo Ascanio Sforza viceconte, tituli Sancti Viti et Modesti, diacono Cardinal et vice cancellario et legato di Bologna, va drio el card. Colonna. El Rev.mo Iul. (Giuliano) romano, _tituli Sancti Sergii et Bacchi_, diacono cardinal Cesarino. El Rev.mo Domenego Grimani veneto patricio, _tituli Sancti Nicolai inter imagines_, diacono cardinal Grimano. El Rev.mo Alexandro romano, tituli Sanctorum Cosmae et Damiani, diacono Cardinal Farnesio. El Rev.mo Ber. (Bernardino Donati), _tituli Sancti Ciriaci in Thermis_, diacono Cardinal de Lonado. El Rev.mo Cesar, tituli Sanctae Mariae novae, diacono Cardinal Valentino et fiol dil Pontifice. † El Rev.mo (Federico Casimiro Jagellone), Cardinal fratello dil Re di Polonia et Ungaria, el qual non ha habuto ancora titolo. El Rev.mo Ippolito (d'Este), episcopo ystrigoniense, fiol dil duca di Ferrara, el qual non ha habuto titolo. El Rev.mo Federico di S. Severino, tituli Sancti Theodori, diacono cardinal et episcopo maleacense (di Malaga), el qual vol esser drio quel de Medici, per error è sta qui posto[108].

Questi adoncha 35 sono tutti li Cardinali vivi al presente et loro titoli, et in tutto sì come in la pratica di la canzellaria romana si leze, puol esser num. 54, zoè 6 episcopi, et 30 preti, et diaconi 18. Sed ad rem nostram redeamus.

Non voglio restar de scriver quello ch'el zuoba, fo primo dì di Zener, et zorno driedo che 'l Re intrò in Roma, fo ritrovato in San Piero l'infrascritti versi, li quali fonno fatti contra el Papa, come lezendo intenderai el tutto[109].

Adi 5 Zener el Pontifice, per haver habuto assà moltitudine de Franzesi baroni che li era venuto a basar li piedi et haver la beneditione sua, li venne una certa angossa, et fo portato in letto, et stette tre hore come stramortito, tandem revenuto deliberò el zorno di Pasqua, che fo la circoncisione dil Signore, a dì 6, in la sua camera medema far concistorio; et cussì el Pontifice vestito in letto fece chiamar concistorio, dove venne Cardinali 16, tra li qual vi era el cardinal Santo Dionysio franzese. Et el Papa propose la richiesta fatta per el Re, dicendo la risposta data, et le ragione movea Soa Beatitudine a non voler exaudirlo in niuna cosa di quello havea mandato a dimandar. Et cussì terminono ivi in concistorio: prima laudato l'opinione de Soa Santità, poi che iterum li replicasse che questa era etiam ferma voluntà del concistorio de non darli el castello per niun modo. Za era andate parole attorno Roma, che el Papa havea deliberato, si el Re de Franza volesse pur al tutto haver el castello et lo volesse bombardar, che metteria sopra le mure la Veronica, zoè el sudario de Christo proprio che ivi si attrova, le teste di S. Piero et Polo Apostoli loro protettori, el corpo di Cristo et altre reliquie, et che si esso Re, havendo fama de Christianissimo, poi voleva bombardar, dovesse bombardar a soa posta in queste cose sacre; ancora, che non potendo più, faria una excomunica a lui e tutti i soi; con un jubileo plenario a tutti coloro fusse contrarii et offendesse ditto Re de Franza, el qual veniva contra la Chiesa. Tamen niuna cosa fo fatto.

Ma el Re mandò iterum quelli quattro baroni a dimandar al Pontifice la risposta, perchè za se intendeva in quel zorno faceva concistorio. Unde el Pontifice li fece chiamar dentro, et li disse largo modo el voler suo; et che el Re non si pensasse fino lui era Papa de haver mai el castello ne le mano, bastava haver el passo etc.; et che era fermo et costante in quello havea avanti risposto; et che manderia 4 Cardinali da Soa Maestà a justificar ogni sua volontà cussì esser et de Rev.mi Cardinali. Et ditti baroni ritornono dal Re. Et el Papa mandò questi 4 cardinali, el cardinal de Napoli, el cardinal Alexandrino, el card. Santa Anastasia et el card. Monreal, i quali andati dal Re, appena fono visti, imo exposto la loro imbassata, stetteno un gran pezzo credendo haver risposta dal Re, el qual post multa li disse: andè, et manderò a dir al Papa per li miei baroni quello vorrò.

Et inteso la risposta dil Papa, el Re deliberò de voler haver el castello, usando assà alte parole. Et in Roma tutti stevano con gran paura, perchè seguite certa novità, che alcuni de soi messeno a sacco li Zudei et fece gran danno. Ancora a dì 8 se apizò alcuni Italiani con Sguizari, et Sguizari se messe in ordine et messe a sacco la caxa di uno spicier, nome Piero Branca, et fece bottin per 8 milia ducati, per modo che el Re, inteso questo, havendo molto a mal, fece cavalcar alcuni soi capitani per cessar ditto rumore, et fo presi fra italiani, franzesi et do negri, n.º X, dei qual fo appiccati uno franzese et li do negri, et fece uno editto che niun non andasse senza luse la notte per Roma, et chi andava fusse appiccato. Item che, in termene de tre zorni, quelli havea ditte robe tolte_ ut supra_, sotto pena di la forca si venisse a manifestar. Et cussì fo restituido gran parte. Item che li Zudei portasse una † bianca su la spalla, ai qual, havendo ditto segno, non li fosse fatto noja alcuna. Oltra di questo ordinò che 4 cavalieri franzesi con 500 cavalli per uno andasseno la notte attorno Roma, a ciò non fosse fatto danno ad alcuno. Et fu trovato alcuni senza luse, li quali secondo l'editto regio fonno appiccati; et a dì 9 de notte el Re fece appiccar uno suo cavalier, et questo per haver messo su le zente a tal rumori.

Ma el Papa per timor de novitade, a dì 7 ditto si redusse ad habitar in castello, et pur si tramava pratiche di accordo con el Re. El qual poi seguite, come dirò di sotto.

Adi X per l'abondantia di le acque havea piovesto, per el cargo di le artegliarie et di li repari fatti dentro, che molto cargava il muro, cazete cinque passa di muro attorno dil castel Santo Anzolo, zoè 14 merli, nel qual loco el Papa fo la sera avanti, le qual muraglie fonno subito riconzate et di novo fortificato, ma è mirum quid che avanti el Re intrasse in Roma cazete certa parte di muro di la terra, et a hora cazete queste dil castello. Et non molto da poi seguite l'accordo dil Pontifice et dil Re, come intenderete leggendo. Ergo son gran segnali.

Provvisione fatte per re Alphonso nel reame in questo tempo.

Domente queste cose a Roma si fanno, havendo inteso el re Alphonso era a Napoli la intrata dil Re di Franza in Roma, fece molte provisione. Prima mandò vice re in la Puia Camillo Pandon, con commissione amplissime dovesse trovar danari. Mandò do comissarii per il paese a tuor le vittuarie, sì de fuora come in alcuni castelli, e far la tansacione de le bocche, e non lassarli vittuarie se non per 4 mesi. El resto fece condur a Napoli in li castelli et in altre fortezze lì attorno, a ciò Franzesi non havesse vittuarie. Item mandò per uno zudeo di cadauna casa dil suo reame, che statim dovesseno venir a Napoli alla sua presentia, dai quali volse tra loro tutti ducati 56 milia in termene de zorni 8. Mandò per li marani spagnoli, sì per quelli habitava in Napoli quam fuora, e tolse danari a imprestedo a ducati 36 per cento de usura, et per ogni 100 ducati li dava ducati 3 al mese, da esser pagati ogni mese. Et za havea comenzà a pagar la prima paga, zoè la prima usura; et molti de questi marani in questo tempo al meglio poteno con loro brigate si partino di Napoli et venneno ad habitar qui a Venetia, et portè grande haver con loro. Et è da saper che questi marani sono zente baptizata, tamen li soi furon zudei, et stavano nel paese dil serenissimo Re di Spagna, e tenivano quodammodo un'altra leze, media tra la hebraica et Christiana: pur dimostravano esser boni christiani publice, et privatim tenivano le sinagoge in casa. Ma parse a questo glorioso Re et Regina di Spagna, di cazzarli tutti dil paese, zoè quelli che non volevano lassar la vita loro teniva, et fece molti inquisitori frati per tutti li soi regni, con grande auctorità, et uno sopra tutti chiamato l'inquisitor major, i quali facevano la inchiesta, et molti marani fono brusati, altri fuziteno in diverse parte dil mondo, et le loro statue erano brusate. Molti capitono qua a Napoli et in Reame ancora l'anno 1492. Esso altissimo Re di Spagna discaccioe di tutti li soi regni tutti li zudei, che fonno numero grandissimo, ita che niun per tempo potesseno ritornare, et li concesse certo termene a veder el suo, et che non portasseno danari fuora dil paese; ma ben mobele quanto a loro piacevano. Et questi venneno ramengi in diverse parte dil mondo; molti qui in Reame, altri a Constantinopoli, altri in varie regione; et molti essendo su le nave, per fortuna si summerseno nel mare, adeo che più sotto el dominio dil potentissimo Re di Spagna non si attrova più zudio, nemichi di la fede christiana. Et per haver dato re Ferando recapito nel suo regno, fortasse Iddio li dà al presente tal affanni.

Ancora re Alphonso vendette molti castelli e contadi per zerca ducati 30 milia; fra i qual ne comprò uno D. Tulio suo secretario per ducati 12 milia; et questi comprava ditti contadi e castelli, compravano a rason de ducati 40 per cento a l'anno de intrata de iurisdictione havea. Item mandò in Sicilia do comessarii con danari a far fantarie; mandò Perucha corsaro cathelano, era lì in Napoli, havia disarmato, homo di gran cuor, con 600 provvisionati et alcune artegliarie a uno passo di Trajetto, è sora el fiume Garigliano. Et cussì in altri passi et fortezze messe custodia. In Napoli faceva soldar fanterie a ducati 3 al mese, paga di tre mesi avanti trato. Tansoe tutte le sue terre et castelli di reame et regno suo, che cadauna dovesse far fanti in aiuto di la sua corona, maxime a tanto bisogno: et, fatta la descritione, sariano zerca fanti 12 milia, come per lettere di l'ambassador nostro Paulo Trivisano cavalier se intese, con el qual el Re conferiva ogni cosa. Item fece spianar verso Roma mia 60, butar e ruinar a terra tutte case e conventi, zoè a li passi dove se puol venir in Reame, perchè per tre vie vi si va, et tutte buttano al piano di Sessa. La prima è da Taiacozzo al contà d'Alba, poi la Celana et al pian di Sessa; la seconda a S. Germano, a Pontecorbo, al passo de Mignano et al pian di Sessa; la terza a la volta di Marino, Velitri, Fondi, Itri et pur al pian di Sessa; sì che tutte tre vie metteno cao al pian di Sessa. Ancora fece brusar li strami et fieni, voltar le semente sotto sora, et arar in questo tempo la terra era seminata, che fo una compassion che tante biave se perdesse. Tamen fece a ciò Franzesi nè al presente nè questo altro anno havesseno vittuarie, et che da la grandissima carestia et inopia prendesseno altro partito, ma poco li valse. Item fè stropar tutti i pozzi, romper et stropar le fontane al meglio poteva, perchè non trovasseno acqua. In la Calavria era vicere Don Cesare, fo fiol di suo padre non legittimo, el qual etiam lì in Calavria fece molte provvisione, elesse uno ambassador a la Signoria chiamato Hieronimo Sperandio dottor, el qual per la via de la Puia venisse poi per mar a Venetia, et quando zonzete et quello volse intenderete di sotto. Ancora esso re Alphonso fece molte provvision, provvedendo al meglio poteva al suo stato. Et non restava advisar al suo ambassador era in Spagna, che el Re desse aiuto et a lui et alla Majestà di sua sorella raina, in compagnia di la qual era andato za molti mexi a starvi, de comandamento dil Re, l'arcivescovo di Teragona, et è fino al presente. Era za partito l'ambassador dil sig. Turco, con el qual Alphonso havea concertato et pregato gran cose, maxime che facesse romper a Zenoesi, et che el Turco mandasse a tuor l'isola de Scyo a lui vicina, perchè Zenoesi erano stati bona causa di far venir el Re a suo danni, per haverli fatto l'armata lì a Zenoa. Et quelli di l'Aquila mandò ambassadori a Napoli, dicendo non si dubitasse mai di la fede loro, et cussì fermi sariano a mantenir l'omagio et fedeltà zurata a sua Majestà, la qual cosa fo molto accetta al Re, benchè poi fo el contrario.

In questo mezo, el duca de Calavria partito con le sue zente da Teracina andò per quelle parte, et a San Zermano si pose, el qual loco è mia 30 da Roma et 60 da Napoli, fortissimo et come si divulgava inexpugnabile. Era con squadre 60 et fanti 5000. Et ditto Duca andò con alcune zente, essendo venuto in campo don Fedrigo, el qual era andato a far certa quantità di fanti. Or andò esso Duca a uno luogo dil prefato, chiamato Sora, mia 70 da Roma et 50 da Napoli, el qual fu alias de Ferdinando, et concesso a papa Pio, perchè, diceva, era di la Chiesia. Unde Sixto Pontifice volendo benificiar li soi, come fece el conte Hieronimo de Riario che li dette Imola et Forlì, et a questo prefato che era suo nepote, fratello dil cardinal San Piero in Vincula, oltra Senegaglia li dette contado: et qui Calavresi li detteno la battaglia et sachizolo, ma li custodi si defeseno. Et inteso questo a Roma, subito se partì el sig. Prospero Colonna con alcune squadre de cavagli et fanti et franzesi, et lo andò a soccorrer, et za el duca de Calavria non l'havendo potuto haver era ritornato.

Per lettere di 10 Zener da Napoli, venute con grandissima difficultà perchè non poteva venir corrieri per le vie rotte, se intese come a dì 9 il duca de Calavria era partito dil campo da San Zermano, et venuto prestissimo con X cavalli et non più in Napoli; et con la Majestà dil Re suo padre steteno in colloquio soli zerca hore 8, dove consultano gran cose, come l'è da creder: poi l'altro zorno, ita che stete solum hore 16 in Napoli, tolse licentia dal padre, dove vi era l'ambassador nostro, perchè altri oratori ivi non se ritrovava, et inzenochiato, magna spectante caterva, volse la benedition dal padre, et quella habuta, lo basò con gran contamination de li circumstanti, quasi dimostrando voleva al tutto esser a le mane con Franzesi, et far fatti d'arme. Et ritornò con bon animo a San Zermano, dove era el suo exercito, con questo che cadauno sarebbe stato per si sotto degno capitano, zoè el sig. Virginio Orsini, el conte de Petigliano, Zuan Iacomo di Traulzi, Iacomo conte, el marchexe di Pescara, et molti altri signori et baroni, et continue andava augumentando l'exercito.

A dì 14 Zener el re Alphonso si comunicò coram populo, et levò una fama di voler partirse de Napoli, et lassar suo fiol al governo, et lui venir in campo contra el Re de Franza con 3000 biscaini, i quali erano venuti et passati in Sicilia per tuor soldo di esso Re, tamen mai si partì più Alphonso di Napoli, fina fece quello seguite et intenderete di sotto. Questo re Alphonso in questo tempo era molto dato alla devotione, conversava ut plurimum con frati, lezeva l'offitio grande come religioso, et non voglio star di scrivere una devotione faceva il zuoba santo, che el Re serviva in persona regiamente a 12 poveri, et fè chiamar 46 poveri l'anno 1494, a dì 23 Marzo zoè passato, et felli sentar in tre tavole: questo fece perchè havea anni 46, e tanti anni quanti ha tanti poveri serve, crescendo ogn'anno uno: et alla prima tavola, ch'è di 12 poveri, pur ditto numero lui medemo serve, come ho scritto, con grande humanità et abondantia de ferculi; a le altre do, conti, duchi, marchexi et baroni. Poi el Re lava li piedi a ditti 12 poveri, et li basa i piè, et li dette panno per camisa, zupon, calze, mantello et scarpe, et tre carlini per uno, ch'è una bellissima consuetudine a imitatione dil nostro Signor Yesu Christo, che lavò li piedi a li Apostoli. _Sed de his satis. _

Dil re Maximiliano alcuna cosa notanda, et di la sua Dieta.

El re Maximiliano, inteso la morte di suo cugnato duca de Milano, ritrovandose in Fiandra ne le terre di suo fiol archiduca Philippo di Bergogna con sua moglie madona Bianca, molto si dolse. Et più la moglie dimandando vendetta contra el duca Ludovico, che si havea fatto lui Duca, et privato el nepote. Et subito scrisse a Milano, dolendosi molto di la morte di suo cognato, et che el signor Ludovico dovesse haver custodia dil Ducheto, moglie et fratello, et governar ben quel stato: ita che, a tempo legittimo, esso Re possa dominar pacifice. Et però Ludovico dubitando di novità si scriveva: Ludovicus Maria Sforcia, dux etcetera, come ho scritto di sopra; benchè poi mutasse ancora. Esso Re di Romani, mandò ambassadori a Milano, i quali gionti in questi giorni, et andati a l'audientia dil signor Ludovico duca, si dolseno di la morte dil Duca, et come la Cesarea Majestà dil Re et Regina havea habuto grandissimo dolor, nè mai si alegrò di alcuna creation sua a ditto Ducato, benchè sapesse quello era successo, quasi dimostrando non haver habuto piacer de questo, et dimandò el resto di la dota sua restava haver, et era ducati 100 milia, et etiam passo et vittuarie, el qual, senza haverlo domandato, era certo di haverlo habuto, sì per il parentado, quam per essere Milano terra de Imperio, et che al tutto voleva venir a tuor la corona a Roma. Et li fo dato ducati 60 milia, et loro pur steteno fermi a Milano, per veder de haver el resto. Et poi andono a Roma dal Re di Franza, come scriverò di sotto. Et in questo mexe di Zener, sì per haver la investisone dil ducato da esso Re de Romani, quam per tasentarlo, etiam el Duca di Milano li mandò do ambassadori, quali fonno Zuan Francesco da Marliano dottor, et Baldissera de Pusterla cavalier, el qual mandò con la imperatrice sua moglie, et da ditto re Maximiliano fu decorato de la militia. Ma ditto Re era pur occupado contra el Duca de Goler (Juliers) et lo episcopo di Lexe (Liegi), che li havea tolto alcuni castelli et molto dannizava. Tamen non molto da poi sedò et pacificò ogni cosa, et venne in Alemagna, et ordinò de far una dieta a dì 2 di Fevrer a Vormes, zoè uno conseglio generale, dove havevano a deliberar gran cose, et quelle voleva far con uno grande exercito che havea ordinato, et maxime la compagnia dil..., che sono sette comuni, che fanno da persone 40 milia in suso quando vogliono si metter in ordine, et faceva zente in favore di ditto Re Maximiliano. Et scrisse a tutti coloro doveva venir a ditta dieta, come per la lettera qui accopiata vederete el tutto; benchè ditta dieta fusse prolongada poi assà, come scriverò più avanti. Ancora ditto Re scrisse a la Signoria che havea creati li soi ambassadori, li quali di breve seriano a Venetia, ma fo judicato, per el molto tardar, volesse far prima la dieta et poi mandarli. La qual cosa molto dispiaceva al duca de Milano, et pur mandava a notificar a la Signoria, come era certo el Re preditto faceva gran zente per venir in Italia. Et etiam lui elexe do solenni ambassadori a ditta Signoria, li nome di qual zonti sarà nominati, i quali etiam fonno molto tardivi. Ma avanti descriva alcuna cosa, per cognitione di coloro non hanno molto pratica di le cose, voglio scriver el modo di la incoronatione, et prima elexione de l'imperator romano. Et è da saper che del 1486, vivente Federigo terzo padre suo imperator, a dì 16 Fevrer in Franchfordia questo Maximiliano, el qual era veduo, et per moglie dil 1476 madona Maria fo fiola dil duca Carlo di Bergogna, rotto in battaglia da Lodovico padre de questo Re de Franza presente, di la qual have uno fiol et una fiola. Or questa donna, cascando di uno cavallo, morite, et el fiol fo sublevato Archiduca di Bergogna, et esso Maximiliano discaziato dil governo. Or da li septe electori, li quali nominarò di sotto, fo eletto, l'anno sopra ditto, Re di Romani; el qual ordene fo instituido del 1002, et in quel tempo primo elexeno Re di Romani, et poi incoronato dal Pontifice e imperador Augusto. El qual se die incoronar con 3 corone. Prima di ferro, che significa potentia et fortezza, et di questa se die coronar per l'arciepiscopo Coloniense, in la villa ditta Acquese vel Acquisgrano, in la provincia coloniense, leodiense dyocese. La seconda di arzento, che significa che esso è clara justitia et munda, et se die coronar per l'arzivescovo de Milano, in la chiesia de Modoetia de la diocese milanese[110]. La terza è di oro, che significa maiorità et nobilità de tutti altri metalli, et se die coronar a Roma per el Pontifice, in la chiesia de San Piero a l'altar de San Mauritio, in segno ch'è Imperator, et è sotto la sua confirmatione. Et ditto Imperator non die star in Roma, da poi la sua coronatione, se non una notte, ma ne l'uscir de la città, die andar su il monte appresso la chiesia di San Piero fuora di le mura per do mia, che si chiama monte Mauro, el qual monte è più alto de li altri ivi a torno, et quando è in cima, levando la man, die dir: omnia quae videmus nostra sunt, et ad mandata nostra perveniunt. Et statim die mandar per tutto el mondo, che a li soi mandati vegni tutti i baroni et principi christiani et pagani. Et ancora è da saper che in la città Acquense lì in Alemagna è coronato con la corona propria, che fu di Carlo Magno, et Federico so padre stette 13 anni a coronarse, per caxon di scisme era: però che del 1440 fo creato, et dil 1452 incoronato da papa Nicola quinto. Et morite dil 1493, a dì 19 Avosto, a le 23, come ho scritto di sopra nel primo libro.

Electores Imperii.

Archiepiscopus Maguntinus, sacri Imperii per Germaniam archicancellarius. — Archiepiscopus Coloniensis, sacri Imperii per Italiam archicancellarius. — Archiepiscopus Treverensis, per regnum Arelatense archicancellarius. — Rex Bohemiae, qui fuit Dux. — Marchio Brandeburgensis. — Dux Saxoniae, et — Dux Bavariae (sic). — Ut patet his versibus: Sunt autem officiales isti: Maguntinus, Treverensis, Coloniensis, quilibet imperii sit cancellarius horum. Inde Palatinus dapifer, Dux portitor ensis, Marchio praepositus camerae, pincerna Bohemus. Hi statuunt regem, servantque per ordinem legem, atque creant dominum, cuncta per saecula summum.

Maximilianus Dei gratia Romanorum rex semper Augustus[111]. A Venetia quello si faceva et anche a Milano.

A dì 5 Zener zonse a Venetia uno ambassador dil Re et Regina di Spagna, chiamato don Lorenzo Suares de Figarola (Figueroa) cavalier casigliano, et menò con lui uno suo fiol de anni zerca 20, nominato don Consalvo Ruis, el qual ambassador, come disse, era venuto prestissimo, partito di Madrit dove era l'altezza dil Re et Regina con la corte, ch'è terra situada su piera che buta fuogo, fortissima, et era stado do mexi in cammino, sempre cavalcando, venuto per la Franza, et in alcuni luoghi disse veniva ambassador al Re di Franza, a ciò non fusse ritenuto intendendo veniva a la Signoria, maxime per la caxon veniva, et passò incognito per Milano, et zonto a presso li nostri confini scrisse a la Signoria come veniva, et passato per Vicenza da Alvixe Malipiero capitano, el qual li andò incontra, fu benigne ricevuto, ma non volse dimorar, et venne di longo a Padoa, dove stette 3 zorni sì per causa di reposarsi quam di mettersi in ordine de habiti, et venne con belle mule. Et de ordine di la Signoria da li rettori di Padoa fu molto honorato, et misser Antonio Morosini cavalier capitano li andò contra con essa compagnia, et venne ad alozar nel palazzo de ditto capitano, et da Marin di Garzoni podestà etiam fu visitato. Or poi, deputato questo zorno di venir ch'era la vezilia di Pasqua, per la Signoria li fo mandato contra molti cavalieri et dottori et altri patricii fino a Lizza Fusina. Etiam vi andò Ioh. Baptista Spinello dottor et cavalier, ambassador dil re Alphonso, et Aldobrandino di Guidoni dottor ambassador dil Duca di Ferrara, el qual è longamente stato orator quivi, et fu menato con li piati fino alla Zuecha, dove era preparata una caxa, et lì fe fatto le spexe, mentre stette in questa terra, per l'officio di le Raxon vecchie a queste deputato. Et li fo fatto grande honor, sì per esser ambassador de chi era, quam perchè etiam el suo Re molto honoroe Hieronimo Lion cavalier et Zorzi Pixani dottor, etiam lui fatto cavalier quando andono ambassadori in Spagna a congratularsi dil regno acquistato di Granata. Or tutta la terra era in expectatione de intender quello voleva ditto ambassador, et quasi tutta la corte di palazzo era piena a vederlo venir. Et la mattina, fo el zorno de Pasqua, andò in collegio all'audientia, dove stette poco, perchè el Principe dovea andar a messa secondo el consueto in chiesia de San Marco. Et cussì vi andò con questi ambassadori: legato dil Papa, oratori de Franza, de Spagna, de Napoli, de Milan, de Ferrara et de Mantoa. Et el Senato poi el zorno driedo have audientia privata, et nostri patricii sapeva la lengua castigliana fonno interpreti, et expose la sua ambassada: come el suo serenissimo Re et Regina, compadre di questa Signoria, però che Nicolò Michiel, dottor et cavalier, ritrovandose del 1478 ambassador di questa Signoria in Sibilia, baptizò el principe fiolo primario dil Re[112], et ogni anno, quando vi va galie, la Signoria li manda presenti di panni d'oro et sede, come a suo fiol et fiozo; et che l'altezza dil Re et Regina preditta lo havea mandato per visitar la Signoria Illustrissima, offerendosi in tutto ogni suo poter. Conclusive, dolendosi di la venuta dil Re di Franza in Italia, et che quando el se partì non se intendeva el suo tanto prosperar, et benchè el suo Re et Regina havesseno paxe con el Re de Franza, tamen che antiqua era con questa Signoria l'amicitia et grande benivolentia: et però offeriva el poter di loro Altezze, sì per mare quam per terra, a comandi di quella; et altre cose secrete poi conferiteno... Ma ben se divulgava che, non potendo Spagna romper guerra a Franza, pur per aiutar suo parente re Alphonso di caxa di Aragona, voleva: volendo la Signoria però dimostrarsi nemiga di esso Re de Franza, prometteva darli ogni aiuto etc. Et a la risposta fo fatto consultatione, et poi che el Principe li disse el voler dil Senato, questo ambassador subito spazò fanti in Spagna al Re, et stette qui allozato ut supra. Demum alcuni mexi da poi si mutò di stanza, per non comportarli l'habitar a la Zuecha, et venne a star a la Charitade, in la caxa fu da ca Correr sopra el canal grando. Ditto ambassador era sapientissimo in parlar mirabile et ornato chastigliano, et molto virtuoso, adeo nostri faceva grande extimatione di lui. Era fradello di don Garcilasso di la Vega, che etiam in questo tempo era ambassador dil suo Re et Regina al Summo Pontifice, stato za uno anno. Et se intese certo, come 50 caravelle dil suo Re erano preparate; capitano di le qual era el conte da Trivento altramente chiamato conte de Rechesens, et quelle venivano in Sicilia a Palermo per essere a la obedientia dil Pontifice et in aiuto dil Re de Napoli; et quello di dette caravelle seguite scriverò più avanti.

A dì 14 ditto, a hore 3 di notte, a Venetia fo visto fuogo in cielo da molti, a modo di una coxa ardente, ma poco durò, che parve la cascasse in acqua et disparve. Questi son prodigii che vieneno secondo Plinio, che poi segueno mutatione de regni, come fo questo de Napoli.

In questi zorni zonse a Venetia quello ambassador del signor Turco, che poco mancò non fosse presone dil prefato, come ho scritto, et stato infino hora a Mantoa, et dal Marchexe vestito d'oro, et habuto presenti a presso ducati 1000, ritornò per Po per andar ne li soi paesi, et allozò a la caxa dove habitava l'ambassador di esso Marchexe di Mantoa. Et la matina andò a la Signoria, dove per interprete usò grande parole, dicendo che si doleva di la Signoria non habbia fatto obbedir, et che si doveva haver mandato diexe galie a ruinar Sinegaia, havendo fatto questa inzuria al suo Signor, con el qual havevemo bona paxe, et al Papa. Demum che intendeva el successo di questo Re di Franza, et che 'l diceva di voler andare contra el suo Signor; et che lui voleva tornar a Constantinopoli non da ambassador ma da messo prestissimo, et far che 'l suo Signor mandi galie a tuor Franzesi se i non haverà con che passar in Turchia, a ciò i passino. Et che el suo Signor lo lasserà acquistar qualche luogo e reposarsi per do mexi, et poi ordinarà ai soi Bassà che li vadi contra, che non si degnerave di andar in persona, et farà tanta straze di loro, che non tornerà niuno Franzese di qua a portar la nuova nel suo paese, per la grandissima rotta haverave per la gran potentia dil suo Signor. Et molte altre parole disse. Unde per el Principe li fo risposo accomodatamente, tanto che quasi rimase satisfatto. Et poi ditto ambassador, montato in gripo se partì per Corphù, et poi a Constantinopoli a la presentia dil Signor.

Arrivoe a Milano, in questi zorni, Zenoesi, benchè tra loro za un tempo si havessano quasi tolti di l'ubidientia dil Duca de Milano, et discaziata la loro parte contraria, zoè Fregosi con li soi seguazi, et maxime el Cardinal, che era Doxe et arciepiscopo di Zenoa; et electo tra loro di l'altra parte uno capo, el qual in questo tempo era Augustin Adorno, et ha questo titolo: Ducali Ianuensi gubernatori ac locumtenenti. Et di queste parti di Zenoa, et quali sono, di sopra assai ne habbiamo descritto. Et el Doxe, o vero capo, domina el castello de Zenoa, el palazzo, et le altre fortezze de la cittade et castelli dil Zenoese, et ha la sua provvisione ordinaria et obedientia de li populi. Tamen San Zorzi he le sue intrade de dacii e altre cose da per sè, et si governano da signori che sono deputati. Or Zenoesi deliberono di redurse sotto la pristina ubedientia de Milano, maxime in queste novitade de Italia, et creono tra loro sedece ambassadori di principali cittadini, et questi andono a Milano dal duca Ludovico, et quello elexeno per loro Signore, et havesse el dominio, come prima havea li altri Duchi, et fonno benigne ricevuti et carezati.

Et essendo mancato di la prexente vita, come di sopra ho scritto, a Milano Battista Trevixan ambassador di la Signoria, andato ivi insieme con Sebastiano Baduario cavalier, et a dì 24 Dezembrio espirato, el Duca lassò passar le feste de Nadal, et poi venne di Vegevene in Milano, et ordinò solenne esequie nel domo a detto cadaver di questo ambassador veneto, o vero a la sua cassa, perchè el corpo mandò per Po a Venetia, et qui fu sepellito. Or a dì 4 Zener di domenega fo fatto ditte esequie, andò el Duca con la sua corte driedo, con tutta la chieresia de Milano, et l'andete el funere con bellissimo ordine.

Ancora Sebastian Badoer cavalier, rimaso privo del carissimo collega, non stette molto ben, et si ammalò, però di mal vecchio, per la sua gamba; preso ditto mal per disagi portadi in varie legatione. Et Zorzi Negro suo secretario spesso andava, avanti el Duca ritornasse a Milan, a Vegevene a consultar. Et el cargo dil governo de Milan restava a Bortholomio Calcho primo suo ducal secretario, et homo de grandissimo inzegno et pratica.

Consultava sapientissimamente Sebastian Badoer con el Duca, dimostrando non faceva per niun potentato de Italia che questo Re de Franza havesse dominio in Italia, et eran tante le savie parole sue, che el signor Duca faceva grande extimatione di consultar con quello. Et ritornato da Vegevene per star fermo con la corte de Milano, havendo za queste feste de Nadal butado zoso e corrotto et panni lugubri portava per suo nepote, et cussì tutta la sua corte, et molto carezava ditto nostro ambassador, sì per esser homo di primi nostri patricii et di grande autorità, quam etiam per dimostrar faceva caso di la Signoria più che de niuna altra potentia de Italia. Tamen se dubitava che re Maximiliano non venisse etiam lui in Italia, per andar a Roma a incoronarse.

Ancora mandò el conte de Cajazzo con 400 cavalli lizieri et alcuni fanti, et dovea seguirlo 150 homeni d'arme per andar verso Roma in aiuto dil Re di Franza; ma inteso le novità de Pisa con Fiorentini, quello mandò in Pisa, dove stette alcuni zorni, poi andò dal Re.

Oltra de questo mandò per madona Catharina signora de Forlì, et mugier fo dil conte Hieronimo, che dovesse venir a Milano. Et lei non volendo, fece cavalcar el signor Fracasso di S. Severino con alcune zente, et uno Sigismondo da Sonzin verso Imola et quelli lochi, tamen poi non seguite nulla.

Li ambassadori di re Maximiliano partino da Milano et andono a Fiorenza a domandar passo et vittuarie, et el suo Re veniva con 30 milia persone a incoronarse a Roma, et se divulgava voleva far do vie le soe zente, una per la via de Cuora (Coira) et de Milano, l'altra per Trento et passar sul Veronese et ridurse a Bologna, et ivi far la massa et andar tutti insieme verso Roma, ma per quest'anno non venne.

Et apropinquandose el tempo dil parturir de Beatrice moglie dil duca Ludovico de Milano, parse a soa sorella mazor madona Ixabella moglie dil marchexe de Mantoa de ritrovarse a ditto parturir: et cussì andò con bellissima compagnia et etiam madona Anna moglie di don Alphonso fiol dil duca di Ferrara et sorella che fo dil duca Zuan Galeazzo morto, et cussì ditte donne se ritrovono a Milano in questi zorni dove fo fatto bellissime feste. El marito marchexe stava in pratiche de accordarse con la Signoria et renovar la conduta, tamen pur el voleva titolo de Capetanio Zeneral de Terra, o vero più quantità de danari, promettendo ogni fideltà, mandar la moglie et fioli in questa terra, che fusse mandato governator patricio a Mantoa etc., et quello seguite et el modo fo poi accordato di sotto sarà scritto.

Da Ferrara per lettere di Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier vice domino se intese come el Duca era ammalato, et che havea fatto uno editto, che in tutto el suo dominio più non si dovesse spender monete de arzento de niuna sorte et qualità, sia qual si voglia, sotto grandissime pene, excepto tamen quelle di la Signoria nostra. Questo fece per la grandissima quantità de monede varie che ivi, per esser luogo di passo, si spendeva continuamente, et faceva gran danno.

A Venetia havendo mandato a tuor la Signoria in alcune isole in Arcipelago per via di Hieronimo Venier, che de alcune è signore, molti falconi pellegrini, i quali costa assai ducati, et più di X ducati l'uno; et questi zonti, non senza difficultà portati per mar, deliberono di donarle a li ambassadori erano in questa terra, et ne mandò a donar 20 a l'ambassador dil Re de Franza, 20 a l'ambassador dil Re de Spagna, 10 a l'ambassador dil Re de Napoli, 10 a l'ambassador de Milano, 5 a l'ambassador de Ferrara, et 5 a quello de Mantoa; i quali ambassadori accettono libentissime, come cosa regia, per mandarlo a li loro Signori da parte di quella Illustrissima Signoria, per esser cosa di farne grande extimatione. Ma l'ambassador de Napoli, essendo el Papa accordato con el Re de Franza, quelli remandò indriedo a la Signoria, dicendo el suo Re al presente li bisogna altro che mandarli falconi pellegrini; tamen molto ringratiava quella, et che in ogni altro tempo haria habuto el Re per el più singular dono li fusse mandato. Et inteso questo da Monsignor di Arzenton, ambassador de Franza, mandò a dimandar al Prencipe li volesse concederli per monsignor Duca de Orliens, era in Aste, dicendo havea gran piacer di tale cose. Et cussì etiam questi X fonno mandati a ditto ambassador, et tutti fonno mandati al loro Re, infino in Spagna ch'è tanto da lonzi et non senza gran difficultà. Et conveneno portarli su stange per terra con gran spesa et etiam al Re de Franza, al quale li fo presentadi, partido fo di Roma.

In questi zorni venne a Venetia el conte Ludovico Boscheto ambassador dil signor de Rimano, licet vi fosse uno altro suo qui chiamato Antonio de Cochiaro dottor, et venne per rifermar el soldo havea loro Signorie con questa Signoria, però che era compita la ferma. Et poi che stette alcuni zorni, ditto signor di Rimano fu conduto, et cressutoli cavalli 200, ita che vien haver 100 homeni d'arme, come dirò di sotto.

Come el Pontifice si accordò con el Re de Franza.

In questo mezzo el Re de Franza, che 'l Pontifice era renitente in acordarse, mandò li soi Sguizari verso el Reame, et ancora alcuni soi capitani era partiti, una parte verso Terracina e Fondi, l'altra verso l'Aquila, et mandò uno suo araldo a l'Aquila a dinotar se dovesseno render in termene do zorni, altramente el Re veniria in persona, et venendo non li vorrebbe poi a patti: ma pur Aquilani mostrava volersi tenir per el suo re Alphonso, havendo maxime li loro animali in poter di ditto Re. Et publice resposeno volersi tenir per casa de Aragona, tamen in occulto con Franzesi praticavano accordo; la qual pratica menava uno domino Palamides Forbi di Provenza, el qual fo altre fiate in Italia col duca Zuanne di Andegavia nominato di sopra.

Le zenti che prima andò in Reame fonno squadre 60 et 4000 fanti zoe pedoni, et cussì continue mandava zente in Reame, sì per alleviar la terra, a ciò non patisse desasii per causa de vituarie. Et fo divulgato era di opinione de far do campi, perchè havea grande exercito, et da 30 milia persone in suso, la qual cosa non era creduta perchè si judicava l'inverno, per le neve grandissime, Franzesi non potessero passar monti: pur sempre qualche uno ne veniva. Et el duca de Orliens era in Aste ammalato con la quartana, et non era senza gran numero de persone che bisognando sarebbeno venuti in soccorso dil Re. Ancora la Raina de Franza soa moglie li scrisse, come a tempo nuovo li voleva mandar di la soa provintia di Bertagna X milia bertoni, et lei medema venirlo a trovar: ma la cagion de tanta zente fa che sempre augumentava, perchè è ditto comune: ogni uno segue la vittoria, et viva chi venze! Et questo Re, prosperando cussì felicemente, tutti li fora ussiti et bandizati, senza quelli che hanno piacer de ritrovarsi ne l'arme, da Milano fin a Roma veniva seguitando Soa Maestà.

A dì 12 et 13 dil mexe preditto di Zener fo concluso l'accordo tra el Pontifice et Re di Franza. Fo fatto gran fuogi sì in Castel Santo Anzolo quam per tutta la città, et soni di campane in segno di allegrezza, et li capitoli di detto accordo seranno qui sotto scritti. Et a dì 13 el Re montò a cavallo con li soi baroni et la sua guardia, et andò per Roma visitando le chiesie et perdonanze, vedendo dignissime antiquità. Di la qual città de Roma al presente niuna cosa voglio descriver, perchè occuparebbe molto tempo et saria cosa di far più gran volume. Ma lezendo Biondo Foroliviense, che fa di Roma una opera degna, di tutto quello fu et è in Roma si haverà cognitione. Ma el Re cavalcoe, che fina hora, ch'è zorni 13 da poi l'intrò in Roma, non era ussite di palazzo di San Marco.

In questo medemo zorno li zonse al porto di Hostia a la bocca dil Tevere vicin a Roma 22 caravelle, o vero nave, carge de vittuarie, vini, formenti et farine, venute di Provenza loco suo; per la qual venuta Franzesi fanno molto alliegri perchè pur ne era gran carestia in Roma, per la moltitudine di le sue zente. Ancora fo divulgato, o fusse o non... la verità dil numero, come li era zonto 40 milia scudi, li quali li fonno portati di Franza per terra, che fo causa di far più danarosi Franzesi et haver loro page: maxime le stranie generatione havea con lui, Elemani, Sguizari, Picardi, Scozesi, Bertoni et simel zente barbare. Etiam vi zonse uno Monsignor capetanio de 600 lanze franzese: et benchè cussì fusse scritto, tamen era, iuditio meo, solum di 100 lanze, ch'è 600 cavalli, perchè uno capitano dil Re per costume antiquo non puol haver più di 100 lanze per uno, et questa è la verità habuta da homeni pratichi. Et per lettere di ambassadori di la Signoria a presso Soa Maestà se intese, come el Re havea terminato, posto che col Pontifice era adattate le cose, di non dimorar più in Roma, perchè è da creder havesse lettere continuamente da li soi Anzuini sì in Napoli quam in Reame che andar dovesse. Et cussì volea partirse a dì 20, et andar mia 15 a Marino loco di Colonnesi, et ivi si porterave poi verso Terracina; et tamen non si partì di Roma fino a dì 28 ditto, come scriverò di sotto. Et a ciò el tutto lezendo chiaramente se intenda, qui saranno notadi li capitoli firmati di l'accordo col Pontifice.

Copia de Articoli fatti per la Santità dil Papa et la Majestà dil Christianissimo Re di Franza[113].

Et havendo el Re de Franza adattate le cose col Pontifice, a dì 16 Zener, fo di venere, montò a cavallo, et benissimo in ordene con la soa guardia avanti, et assà baroni driedo, andò verso el palazzo dil Papa, che prima non era stato a farli riverentia, et andò per la via di Santo Anzolo con alcuni Cardinali. Li venne contra a la porta di la chiesia tutta la chieresia di San Piero apparata, con una ombrella damaschin bianco con uno pano d'oro in cima et una † di sora, cantando Te Deum laudamus, et cussì quello ricevete, et sotto ditta ombrella, smontato da cavallo, intrò in San Piero, dove fo cantata una solenne messa da uno Cardinal in una cappella fatta fabricar per Carlo Magno suo predecessor re di Franza di Santa Petronilla, et quivi udito molto divotamente messa con tutta la soa guardia armata, la qual cussì armati steteno in chiesia. Et poi el Re andò nel palazzo dil Papa, dove era preparato per el suo allozar, et quivi disnò, et messo ordine di essere a uno disnar insieme col Pontifice, el qual steva in Castello. Et cussì el Re andò a l'hora ordinata, per trovar el Pontifice preditto. El qual Pontifice, inteso el Re veniva, si mosse et li venne contra. Et si scontrono el Papa con el Re in uno certo andio a presso el zardin, dove el Re volse inzenochiarse facendo la riverentia debita, volendo basar li piedi. Ma el Papa non volse, et abrazato disse: ben sia venuto el christianissimo Re, con molte dolce parole dimostrando gran consolatione. Et cussì veneno insieme in palazzo, in una sala che si suol far concistorio. Et era preparate do sedie coverte di veludo cremesin, una per el Papa l'altra per el Re a presso lui: et ivi si sentono con alcuni Cardinali che ivi erano venuti; et fo usato alcune parole per el Papa, et resposo benissimo per el Re, et fatto risponder a monsignor Samallo, concludendo el Re li voleva dar l'ubidientia quando a Soa Beatitudine pareva. Et ordinato fo el zorno de far concistorio publico. Et è da saper che la prima cosa domandò lì in sala el Re al Papa, che facesse Samallo cardinal, di presente; et cussì el Pontifice mandò per alcuni Cardinali, et in eodem instanti pronuntiò ditto mons. Samallo cardinal di la Romana Chiesia, licet non fusse tempo, che non si suol far Cardinali se non da le quattro tempore, tamen el Papa a requisition dil Re questo pronuntiò. El qual, essendo lì presente, si buttò in zenochioni rengratiando el Pontifice et el suo Roy di tanto beneficio, et cussì have el cappello et de cetero andò vestito da Cardinal. Et poi partiti, el Papa ritornò in Castello, et el Re rimase allozar in palazzo: tamen el Pontifice tornò in l'altra parte del ditto palazzo, et quivi etiam stette vicino al Re.

A dì 19 ditto fo fatto solenne concistorio, et el Re se inzenochiò davanti el Pontifice, et basoli li piedi come capo di la christianità, et li dette l'ubidientia, dicendo come altri Re et signori havea mandato ambassadori a Soa Beatitudine, et lui medemo in persona havea voluto venir a darli ubidientia etc., et per el presidente de Garnoboli, homo litteratissimo, fo fatta la oratione al Pontifice nomine Regis.

Ma a dì 17, che fo el sabado, la matina a bona hora, nescio qua de causa, ma se indicava per non haver habudo questo accordo in piacer, el reverendissimo cardinal Ascanio insieme con el so cardinal de Lonà tolse licentia dal Re de Franza, fenzendo el sig. Duca suo fradello era ammalato et voleva venir a Milano, et se partì de Roma et venne a Nepi dove stette 4 zorni, poi pervenne a Siena. Quello di lui seguirà per zornata lezendo sarà scritto.

Ancora el cardinal San Piero in Vincula et el cardinal Curcense, come fo divulgato, non erano contenti di tal cose; altri diceva per el re Maximiliano che al tutto voleva venir a Roma a coronarse; chi diceva perchè voleva el Papa fusse dismesso; et chi per una et chi per un'altra cosa diceva, tamen poi seguite el Re come mai.

A dì 20, fo el zorno de San Sebastian, el Papa medemo cantò una solenne messa in S. Piero, con tutti li Cardinali, et ivi era el Re, tamen prima havea disnato; et havea in consuetudine disnar a bon hora. Et esso Re volle dar di l'acqua a le mano; ma el Pontifice non volse, unde monsig. di Brexe zoè Filippo, monsignor de Foes, et monsignor di Monpensier li deteno l'acqua loro a le mano al Papa: l'uno teneva el bacil, l'altro butava l'acqua, l'altro li dette da sugar le mano. Et poi, compito la messa, el Re li volse al tutto darli l'acqua a le mano con gran humiltà per soa devotione. Et poi fo data la beneditione ivi in cappella. Era la guardia dil Re arrivata, che pareva si fusse in uno campo de armati. Et fo mostrato el volto santo di Santa Veronicha, et il capo di Santo Andrea. El qual Pio pontifice have de la Morea, et andò con tanto degna reliquia con tutta la chieresia fino a Ponte Molle. Et quivi in San Piero fece edificar una degna cappella a lato a la porta, dove morendo volse esser sepolto, et ivi la puose. Or, compite le cerimonie, el Papa dette la beneditione su el pozuol di San Piero, et fo publicata la indulgentia per el Cardinal S. Severino, nomine Pontificis, latina, vulgar et in franzese. Et dapoi disnar fo ordinato concistorio, dove vi fu 18 Cardinali, et San Piero in Vincula nè el Curcense non vi volseno andar, per la qual cosa molti si meravigliò. Le zente veramente dil Re di Franza andate verso el Reame preseno alcuni castelli a patti, però che dove si aproximavano li era presentate le chiave, zoè Civita Bucato et Civita de Chieti. Ancora quelli di l'Aquila sollecitati da quel domino Palamedes nominato di sopra et da Camillo Vitello: ma ditto domino Palamedes havendo gran poter in l'Aquila, et za al tempo dil re Zuane et re Renier ivi stette; ma fino questo tempo era stato in Franza. Et venuto el Re in Italia, etiam lui vi venne, et stette a Sinegaia, et menò la pratica di l'Aquila. Et cussì in questi zorni lui con alcuni foraussiti intrò in la ditta terra, et fo creato gubernatore da Aquilani, et scaciono quelli dil re Alphonso, et mandò ambassadori a Roma dal Re, notificando quello havevano fatto, et che volevano darsi a Soa Maestà. Tamen non volevano alcun Franzese dentro, et questo faceva perchè non havevano vittuarie. Unde el Re fo contento di la eletione di quello suo sopraditto al governo, et fo fatte gran feste in Roma da Franzesi per comenzar acquistar terre in Reame voluntarie, maxime di l'Aquila, ch'è terra fortissima, et havendo voluto tenirsi, haria dato molto da far al Re, et situata in monte assà aspro dil Apruzo, dove è il corpo dil devotissimo San Bernardino di l'ordine di Santo Francesco de Observanti, che ivi morite del 1443, era di natione senese, et fa molti miracoli. Or questa terra è la secunda dil Reame, la qual, come scrive Biondo foroliviense, del 1060 Ruberto Guiscardo el ducato di l'Aquila dominò, et a lui fu concesso per Nicolao secondo Pontifice, ma li animali soi de Aquilani era in la Puja, come ho scritto di sopra, et era grandissima quantità di piegore; et re Alphonso per più segurtà li fece menar in Terra di Lavoro, dove sono al presente. Oltra di questo Franzesi andati a Mola et Traetto haveno quelli lochi, et una fortezza sora el fiume Garigliano, ch'è mia 40 lontana da Napoli. Et accadete che alcune zente dil campo dil re Alphonso, zoè el conte di Petigliano et Iacomo Conte, fonno a le man con certi Franzesi in questi zorni, a uno passo chiamato Ponte di la Torre verso San Germano, et Franzesi fonno malmenati et morti, ut dicitur, più di 80. Tandem, sopravenendo assà moltitudine de Franzesi, Calavresi o vero Aragonesi fonno rebutadi, et Franzesi ottenne quel passo. Tutto el Reame era in combustione, non si obediva più comandamenti di re Alphonso, si udiva romori ne le cittade, cridando: Franza! Franza! maxime li Anzuini et cupidi di nove cose. Et el Re di Franza, essendo allozato in palazzo col Pontifice, più volte stette a consultar insieme, et una volta vi stette loro do soli hore 4, et havevano grande amicitia insieme, unde per Roma si judicava di qualche accordo havesse a seguir con el re Alphonso mediante el Pontifice, facendolo suo tributario, et ben che el Papa se affaticasse assai, tamen esso Re et quelli lo consigliava mai volse consentir alcun accordo, ymo dice al Pontifice in conclusione voleva el suo Reame, et poteva bastar ad Aragonesi haverlo goduto dal 1442 in qua indebitamente, et che poi faria un concilio zeneral de tutta la christianità, maxime de li potentati de Italia, et voleva ajuto da tutti a passar el mar a destrution de Turchi et infideli, et combatter per la fede di Christo. Et el Pontefice lo voleva incoronar imperador di Constantinopoli si 'l restava de l'impresa. Et el Re disse voleva prima ottener l'imperio, et poi haver el titolo d'imperator.

Et era disposto di partirsi a dì 22, et andar come havea deliberato a Marino per intrar in Reame, tamen molto si doleva di le nave doveva venir in la Calavria con el prencipe de Salerno con 1500 Franzesi, per comuover quelli populi; et non intendendo alcuna nuova di loro, dubitava fusse accaduto qualche male, le qual nave partì di Zenoa, come ho scritto di sopra.

Questa indusa in Roma fece el Re per caxon che da tante strade et fastidj el si haveva pur alquanto resentito, et habuto gran doglia di stomaco. Or ditto Re domandò al Pontifice volesse far a sue requisitione uno altro Cardinal, zoè el suo confessor era in Franza, chiamato mons. de Unians episcopo et zerman cusino di suo barba monsig. di Brexe, fradello de monsig. Luximburg, et el Papa fo contento. Tamen volse promuover questo pronunciar in concistorio. Et a dì 21 ditto fece redur li Cardinali a concistorio, et molti Cardinali erano renitenti, dicendo poteva bastar a la maestà dil Re di haver fatto uno fuora di tempo congruo, et che voleva etiam l'altro, tamen el Pontifice disse: l'è fatto; et cussì fu eletto questo Cardinal. In questi zorni lì a Roma morite alcuni Franzesi per numero 3, dubitavano di peste, la causa perchè Franzesi non havendo paura di morbo, et ne la Franza non se schiva, volseno habitar in molte caxe a Roma che ancora non erano sta habitade da poi el morbo che fo grandissimo l'anno 1492, per el qual questo Pontifice convenne con la sua corte partirsi di la città et venir a Viterbo per alcuni mesi. Morite etiam uno de soi capitani chiamato monsig. di Salbren nepote di monsig. lo grande scudier, el qual dal Re fo molto desiderato, et pur judicaveno di peste, tamen non seguite altro.

In questo mezzo el Re scrisse a monsig. di la Mota, era in Fiorenza, che dovesse andar per suo ambassador a Milano, o vero perchè Ascanio non li era più in amicitia, o pur dubitando che 'l duca Ludovico non lo compisse di ajutar etc., et mandò in Fiorenza in loco dil ditto uno Gian Frances, general di Bertagna di natione cathelano.

Lucchesi ancora mandono do ambassadori a ditto Re a dimandar a Soa Maestà, per l'amicitia li era stà mostrato di benivolentia di Soa Maestà verso quella comunità, li volesse far rehaver la soa terra, la qual alias impegnò a Zenoesi, nunc posseduta per Fiorentini, chiamata Pietrasanta; et essendo maxime al presente in le sue mano, et di questa richiesta li ambassadori di la Signoria li detteno ajuto, tamen fonno passuti di bone parole, e ritornono indriedo.

A dì 21 ditto, Domenego Trivixan et Antonio Loredan cavalieri ambassadori veneti al Re preditto, havendo in commissione di non andar se non fino a Roma con Soa Maestà, in questo zorno andono a tuor licentia. Ai quali el Re usò humanissime parole, dicendo prima dolersi di la soa absentia, ma che laudava dovesse obedir la soa Signoria, et prometteva de ogni suo successo per Mons. di Arzenton far notificar a la prelibata Signoria, come quella che lui amava summamente, per haverla trovata ferma et constante et in grande amicitia. Et cussì partiti da Soa Maestà, ponendosi in ordine per voler repatriare, la Signoria per molti respetti preseno nel Consiglio de Pregadi che ditti oratori non si dovesse partir, ymo andar seguendo Sua Maestà. Et cussì zonse el corrier a Roma a dì 22 che si volevano partir, con il mandato et voluntà dil Senato. Et questi ritornò dal Re, et notificolli quanto li era stà commesso. Di la qual cosa el Re molto aliegro dimostrò grande consolatione, et haver ubligation a questa Ill.ma Signoria, et che non faria alcuna cosa che prima non volesse comunicar con loro, et la Signoria era soa bona amiga, havendo visto a tante preghiere di re Alphonso, non si haveva voluto muover contra di lui, et che haveva atteso quanto li era stà promesso. Item come voleva partir di Roma a dì 26, et haveva mutato pensier dil camino, nè volea andar a Fondi nè a Terracina, ma in mezzo per campagna voleva andar, benchè le sue zente li advisava havevano gran carestia, et parte che andono a compagnar le artegliarie erano tornate adriedo in Roma per non trovar vittuarie da poter viver: unde parse al Re di licentiar dil suo exercito molte zente forestiere lo seguiva, et volle rimaner più presto con manco zente et soi Franzesi che aver tanta canaglia, tra i qual molti Sguizari, i quali tornavano ne li loro paesi, come etiam per lettere di Sebastian Baduario cavalier ambassador a Milano se intese, che per el Milanese ne passava assà, et ancora ne veniva di quà da monti zente nuova de Franzesi per andar a trovar el Re, intendendo il prosperar.

Et el Re stette insieme col Pontifice in castello soli in una camera, dove fece venir Gem sultan fradello dil Turco, con el qual longamente parlono di molte cose, et el Re li fece assà quesiti, el qual dovea esser menato con bona custodia nella rocca di Terracina, tamen el Re il menò con lui a Napoli. Questo Turco è huomo terribile a le guerre, crudel et molto da Turchi amato, et se Dio havesse voluto, che non volse, che da Bayseth suo fratello fu rotto, che detto Gem fusse stà Signor de Turchia et acquistato el regno paterno, al qual licet fusse menor fiol fo lassato dal padre el dominio, sine dubio tutta la christianità, ymo tutto el mondo di questo haria sentito afflitione. Ma Iddio provvedette a tutto, e fu qui posto.

A dì 24 la sera, el Re de Franza sopra nominato partì dil palazzo dil Papa, dove fino hora havia allozato, et ritornoe allozar al palazzo dil cardinal Bonivento, o vero di S. Marco. Questo fece per più sua comodità, per dover cavalcar fino do zorni et andar verso el Reame.

A dì 25, el dì de San Paulo apostolo, la mattina esso Re andò al palazzo dil Papa, et insieme col Pontifice, tutti do a uno paro, andono in compagnia de Cardinali XX, ambassadori, episcopi etc. et grandissima pompa per Roma; et a la chiesia di S. Paulo dismontono da cavallo, et li fece l'oratione, et el Pontefice dette la beneditione a tutti. Da poi se partino, et essendo al ponte di Santo Anzolo, el Papa si cavò la bareta vedendo el Re con la bareta in mano, et non voleva el Papa el Re si cavasse la bareta, et che ritornasse al suo lozamento. Ma el Re al tutto volse accompagnar Soa Santità fino a le scale de S. Piero, dove poi el Re ritornò al suo palazzo di S. Marco.

Le zente veramente franzese, per num. 5000 cavalli et alcuni pedoni, in questo tempo mezzo andate in l'Apruzo, et maxime el prefetto, habuto l'Aquila, come ho ditto, etiam molte terre, però che tutte ghe portaveno le chiave a uno araldo che ivi se appresentava levando le insegne franzese. Quelli di Lanzano mandono a offrir le chiave al capitano franzese era a quella impresa, et Colonnesi che per el Re combatteveno; tamen volseno capitolar, et che li fusse concessa la fiera libera, la qual è in Italia nominatissima, et si fa dil mese di Lujo et di Settembrio, zoè do volte a l'anno, et cussì veneno sotto il dominio dil Re de Franza, perchè Franzesi prometteva assà, tamen non manteniva. Etiam poi alcuni Franzesi andono a Populi, et have la terra, la rocca tamen si tenne, et poco da poi etiam si rese. Ma, per concluder, avante el Re se partisse de Roma, quasi tutto l'Apruzo era acquistato, et la Puja tumultuava, ogni cosa era in combustione, et si augumentava molto le ditte zente, però che 5000 Franzesi, zoè di quelli dil Re, come se intese, nunc era a presso 20 milia persone, zoè paesani che vestiva a la franzese, et andava seguitando el ditto campo vittorioso che non havea contrasto.

Et el Re in questi zorni intese: le nave nominate di sopra, col prencipe di Salerno et altri baroni franzesi, erano zonte in Sardegna, isola vicina a Corsica sotto el re de Spagna, ivi per fortuna capitade, et che havevano perse vele, antenne, et rotto arbori, in summa per le gran fortune erano mal conditionate, et una nave mancava, la qual judicavano fosse perita. Et è da saper che la causa che era solamente nave et non galie, fu perchè galie sottil da questi tempi non puol navegar per star in spiaza.

Et oltra di questo el Re terminò de mandar el card. Samallo a Fiorenza...., licet suo fratello vi fusse lì governador. Altri dicevano per conzar le discordie tra Fiorentini, che erano grandissime. Et etiam con Pisani che molto li dannizavano. Ancora per domandar li ducati 40 milia restava haver, sì che di questa sua venuta era varia opinione. Et in quel zorno medemo che 'l Re partì di Roma, zoè a dì 28 Zener, ditto mons. Cardinal con 100 cavalli, tolto licentia dal Papa et dal Re, insieme con uno monsig. di Albì venuto in sua compagnia, de mandato regio si partì di Roma, et arrivò a Fiorenza a dì 5 Fevrer, dove fo molto honorado. Quello di lui seguite, quello volse et operò, poi l'intenderete.

A dì 26 el Re venne a corte, et intrò in camera di parlamenti, et disse come el voleva cavalcar, et che l'era venuto a tuor Gem sultan, dove si ritrovava col Pontifice 6 cardinali: Santa Nastasia, San Dionysio, San Severin, el Grimani, l'Alexandrino et Valenza, el qual dovea andar con el Re legato; dove venne et fu menato ditto Gem sultan, et el Re li toccò la man, et el Turco li basò le spalle et cussì fece al Papa. Et el Papa disse: Domini mei, io consegno Gem sultan al Re qui presente, secondo se contien in li capitoli nostri. Et Gem pregò el Papa dicesse al Re li facesse bona compagnia, et cussì fece raccomandandolo sommamente. Et el Re li disse: non havesse paura di haver alcun danno, et che venisse pur di bona voglia sotto sua protetione. Et ditto Gem fu accompagnato a hore una e mezza di notte da quattro cavalieri di Rodi et molti arcieri al palazzo di San Marco, dove habitava el Re.

Et per Roma fo divulgato, partito el Re, el Pontifice voleva andar, per la gran carestia era, a Perosa.

Et è da saper come el Re de Franza stette 28 zorni in Roma, et le porte de Roma erano in mano de Franzesi e in custodia.

Et a dì 27, la sera, ditto Re di Franza andò dal Pontifice per tuor comiato, come la mattina si dovea partir, et habuta la beneditione, la qual tolse con gran divotion, abrazatosi tolse licentia, et fu accompagnato da dui Cardinali, S. Piero in Vincula et Valenza. Et cussì tutti li soi baroni tolse licentia dal Papa, ai qual, per carezarli, el Pontifice a chi concesse bolle gratis di absolutione od altri perdoni, a chi una cosa et a chi un'altra, per carezarli, ita che tutti fonno contentissimi, et con gran benivolentia preseno licentia da Soa Santità. Ad altri donava Agnus Dei, Paternostri ecc., per devotione. Et in questa sera el Pontifice, havendo inteso el successo seguito a Napoli di re Alphonso, el qual è qui sotto descripto, quello accadete a Napoli el tutto intenderete.

Come re Alphonso renonciò la corona a so fiol don Ferando et si partì di Napoli; et quello ivi seguite.

A Napoli per lettere di l'ambassador veneto se intese, date a dì 23 Zener, et zonte alla Signoria a dì 31 ditto, in zifra, venute per la Calavria et a la marina via con gran difficultà: come a dì 21 zonse ivi la nuova di l'accordo fatto tra el Papa et el Re de Franza. Et essendo el re Alphonso molto di malavoia, non sapendo che farsi per la furia de Franzesi, non sperando più aiuto da niuno, quasi non se impazava più di niente, et tutto el governo era in le mano di suo fratello don Fedrigo, prencipe de Altemura. Et za era venuto el fiol do zorni avanti in Napoli, partito dil campo, mia 50 fè in uno dì, per la qual cosa la brigata se meravigliava. Et re Alphonso, vedendo el populo esserli contrario, deliberò partirse. Dove volesse andar, non se intendeva la verità. Et cussì a dì ditto, renonciò el Reame al fiol, et fo fatto instrumento publico, licet la madregna Raina et ditto fiol li fusse a li piedi in zenochioni, pregando Soa Majestà non volesse far questa movesta, et che, partito lui, Napoli saria perso. Et lui respondeva: che non potendo assecondar a la madre, li voleva dir come lui vedeva tutto questo infortunio et mal procedeva da li soi peccati, et che lui havea in vodo de andar frate za molti anni, et che voleva andar in Cecilia a uno monasterio de frati religiosi a Mazara, però che la Raina ditta havea ivi, in Cecilia ultra Faro, do terre, zoè Mazara et Ligusta: or che ivi quiete voleva fenir soa vita, et che el regno renontiava al fiol Duca de Calavria, el qual voleva el zorno driedo cavalcasse come Re per la terra, et che forsi harebbe miglior ventura cha lui, et che li bastava haver regnado uno anno in tanti affanni, però che el padre a dì 25 de Zener passato morite, et esso re Alphonso si fece; ergo a ponto uno anno regnò et non più. Et a hore 9 di notte vel circa, in questo medemo zorno di 21 Zener, esso re Alphonso se redusse in Castel dil Uovo, che prima era in Castel Nuovo. El qual Castel dil Uovo è situado in mar, dove al suo piacer poteva partirse. Era con lui 12 frati, 4 di Monte Oliveto, ordine così chiamato come apud nos frati di santa Lena; 4 di san Martin, zoè certosini; et 4 di san Severin, ch'è uno monasterio lì a Napoli. Et portò con sè zoie, tapezarie bellissime, et la soa libraria, ch'era di le belle cosse de Italia: li libri lui havea benissimo scritti, miniati, et ornati de ligature. Et lì a Castel dil Uovo era preparate 5 galie et una fusta et do barze, sopra le qual era messo oltra le supellectile in grandissima quantità de ogni sorte de vittuarie, vini assà de varie sorte dil Reame etc. Et si voleva partir in quella notte per andar in Cecilia, et montato in galia con alcuni che lo seguite de li soi, per el tempo contrario convenne ritornar in Castello dil Uovo, dove era castellano et custode Antonel Pizolo napoletano, arlevato et fidelissimo di caxa Aragona. Or re Alphonso scrisse una lettera per tutte le soe terre, come voleva andar in peregrinazo, et che havea lassato el fiol Re, al qual pregava che l'omazo li havevano jurato a lui etiam fusse al fiol, a cui aspettava el Regno.

A dì 22 ditto, se mise molta zente in Napoli a rumor, per metter a sacco li zudei con gran tumulto, ma per el subito soprazonzer dil Duca di Calavria novo Re, si acquietò le cose; et etiam molti marani volevano metter a sacco, et fo de bisogno che el cardenal de Zenoa et Obietto dal Fiesco prothonothario, zenoesi, i quali si retrovaveno ivi, de montar a cavallo et tasentar quei populi, et cussì cessono di far altro danno per la terra. Et molti cittadini inteso dil re Alphonso la movesta, unde intesono come si voleva partir, et havea renontiato la corona al fiol, pregando quelli li volesse far bona fedeltà, et lui più prometteva de ritornar in Napoli, nè più voleva esser chiamato Re.

A dì 23, che fo di Venere, el novo re Ferando cavalcò per Napoli et per tutti i cinque Sezi, secondo el consueto, come Re, vestito d'oro, in mezo di l'arciepiscopo di Taragona era lì con la Raina nomine regis Hispaniae, et l'ambassador venitian, con cavalli 600, et nel domo, fatto le debite cerimonie, si fece Re, vivente patre, et dal populo fo dimostrato grande contento, per essere human et benigno Re. El qual, per farsi benivoli li populi, fece molte concessione et privilegii, come si suol far, per liberalità soa, quando comenzano a regnar: assolse molte terre di angarie e di tuor sal, altre fece exempte, et cavò li presoni baroni erano in Castel Nuovo, zoè el fiol dil Principe di Rossano et uno altro. Adoncha, in manco de uno anno e tre zorni, si vide in Napoli tre Re, zoè don Ferando, don Alphonso et questo Ferando presente. Et a tutti Paulo Trivisano cavalier ambassador veneto si ritrovò; et fo al quarto, che fo el Re de Franza. Or di questa mutatione di Re, et abbandonarsi cussì di Alphonso, parse a tutti cosa molto nova et inusitata, et za molti seculi non più accaduta.

A dì 28 ditto, questo re Ferando si partì di Napoli, et ritornò in campo a San Zermano, havendo scritto al so ambassador era a Venetia, et mandato la commissione fusse suo: etiam ad altri in diversi luoghi; et lassò in Napoli al governo la raina dona Zuana, et so barba don Fedrigo, et ancora el re Alphonso in Castel dil Uovo se ritrovava, et continue faceva cargar robe su le galie. Ma questo re Ferandino tolse comiato da tutti con gran pianti, dicendo andava con animo deliberato de lassar fama per esser valente, tamen non fonno mai a le man Franzesi con Aragonesi, et el Re de Franza etiam in questo medemo zorno partì di Roma, come udirete.

A dì 3 Fevrer, Alphonso olim re di Napoli se partì da Castel dil Uovo, con 5 galie, una fusta, et do barze: portò seco gran quantità di roba di ogni sorta, zoie, danari etc. a la suma de ducati 300 milia, et andò a Mazara, terra di la Raina in Cicilia, benchè molti variamente di questa andata parlava. Altri che voleva andar in Spagna ad exhortar quel Re rompesse adosso el Re de Franza, et praticar nozze di la principessa che fo moglie dil fiol dil Re di Portogallo, di età de anni 25 et bellissima[114] in suo fiol Re. Altri che 'l voleva andar dal Turco diceva, et quello far passar, però che Turchi nunquam si volse fidar di passar in Italia, per non esser tajadi a pezzi. Tamen esso Re andò a Mazara, dove stete alcuni zorni facendo vita solitaria, et di lui quello seguite, lezendo più avanti intenderete el tutto. Ma ritorniamo al Re di Franza, et come si partì di Roma.

Di la partita dil Re di Franza, et come prosperò in Reame.

A dì 28 Zener, a hore 15, el Re di Franza montò a cavallo armado su uno caval morello con suo barde: havea di sopra le armadure una vesta di broccato d'oro, di sopra questa una tabarra di panno d'oro et raso cremesin a quartoni, et uno cappel bianco in capo, et monsig. di Brexe armado, con una sopravesta di panno d'oro, et altri baroni et cavalieri zerca 70, armati, con sopraveste, alcuni di panno d'oro, et mitade di veludo, et chi di raso. Era su la piazza di S. Piero homeni d'arme et arcieri 800, cavalli 600, et venne dal Papa, et smontato andò in palazzo. El Pontifice con alcuni Cardinali erano ivi redutti dove si dà la benedition, et el Re li andò con la bareta in man, dimandando li dovesse Soa Santità perdonar al cardinal Curcense, et cussì perdonò. Poi el Pontifice, Re et el cardinal Valenza, andava legato con lui, si redusseno in una camera, e lì parlò zerca mezza hora: da poi ditto Re basò el pè al Papa, et cussì fe' i soi baroni. Da poi el Papa venne fuora, dove era li Cardinali, con una bolla in mano, et disse: Sacra Maestà, questa è la bolla sottoscritta da tutti i Cardinali, et cussì son contenti. La Bolla dizea che 'l Pontifice con li Cardinali asegurava el Re per tutte le terre et castelli di la Chiesia, et comanda a quello si renda etc. Et poi montò a cavallo, et cussì el cardinal Valenza, et ancora fo fatta una bolla per el Papa al cardinal S. Piero in Vincula, che 'l potesse star in Roma, ma fo fatto un po' di garbujo. Et el Re havea con lui Gem sultan, vestito a la turchesca appresso di lui, con Turchi drio, et andò per la via longa fuora di Roma per andar quella sera ad alozar mia 12 a castel Marino, loco de Colonnesi, et li ambassadori nostri lo sequiva. El zorno driedo se partì per andar seguendo Soa Maestà. Era bellissimo veder per Roma tanta magnificentia, con zerca 5000 pedoni con azzette in man, senza il resto armati. Et è da saper che el zorno avanti za erano partiti di Roma, per non dimorar drio el Re, questi Cardinali, zoè S. Piero in Vincula et Curcense, et questi la spetono a Marino, et el cardinal Colonna et Savello andono a li soi castelli. Adoncha havea cinque Cardinali con lui.

In questo medemo zorno zonseno a Roma do ambassadori dil Re et Raina di Spagna, chiamati don Antonio de Fonseca castigliano è uno de capitani dil Re, et mons. Johan de Albion aragonese castellano de Perpignano, i quali veneno per terra per la Franza, et zonti in Alexandria di la Paja andono per la Toscana a Roma, et intendendo che 'l Re de Franza, al qual erano sta mandati, era cavalcato poco avanti, li andono driedo, et cussì a cavallo, presentato le lettere di credenza, li protestò che non dovesse andar più di longo contra re Alphonso, et che haveano in commissione da loro Re et Raina di manifestarli che, non tornando et prima udendo tutta la soa ambassada, li romperiamo guerra per terra e per mar, et che a li soi danni esso Re de Spagna comenzaria andar. Et el Re de Franza rimase molto admirato, et li disse: Domini oratores, venite a Marino et a Velitri con nui, che vi darò audientia, et vi farò risposta a ogni cosa. Et come da l'ambassador di ditto Re di Spagna intesi, che era qui a Venetia, homo di grandissimo inzegno et molto mio amico[115] l'altezza dil suo Re et Raina in questi tempi havevano questi ambassadori in diverse parte: zoè era al Pontifice suo fradello don Garcilasso di la Vega cavalier castigliano, et stato za uno anno al re Maximiliano; do, come ho ditto, a questo Re de Franza; uno al Re de Portogallo; uno al re de Inghilterra; uno al re Alphonso di Napoli, el qual capitò a Venetia, come udirete di sotto, a questa Signoria, et quasi tutti per le cose presenti.

Ma el Re, cavalcato di lungo et zonto a Velitri terra di la Chiesia, dove a dì 29 ditto erano zonti li nostri ambassadori partiti di Roma, et trovono esso Re de Franza, al qual si apresentono et li fece assà bona et perfetta ciera, tamen era alquanto conturbato per quello la notte era successo ivi: zoè, che el cardinal Valenza fiol dil Pontifice, la notte, de Velitri si havea calato gioso de li muri di la terra, et con do cavalli era ivi preparati cavalcò quella, come fo divolgato, in Spoliti, terra fortissima di la Chiesia; tamen non sapevano Franzesi dove si fusse andato. La qual movesta el Re non poteva considerar dove fosse proceduta, et disse ista verba: Malvas Lombard, et lo primiero lo Santo Pare; et deliberò con el suo conseglio de non andar più oltra, et quivi riposar fino intendeva altro. Ancora in questo zorno zonse dal Re uno suo capetanio, andato con molti Franzesi verso Civitavecchia terra dil Pontifice per haverla in sua potestà juxta li capitoli, ma quello governator era lì per nome di la Chiesia non volse lassarli intrar, sì che steteno Franzesi in dubio di qualche tradimento dil Pontifice, et rimaseno molto admirati. Et questa nuova zonse a Venetia a dì 3 di Fevrer. Et non voglio restar di scriver cosa assà degna di memoria, come per una lettera venuta di Roma io vidi: che Franzesi, dubitando de vittuarie et strami per li cavalli, che erano certi non poter trovar, loro medemi messeno feni et biave sopra le groppe de soi cavalli, tanto che li potesseno pascer fino che 'l Duca de Calavria havea fatto quelle provvisione ho ditto di sopra.

Ma a Roma, partito el Re, el Pontifice continuamente faceva notte e zorno fortificar quella parte di muro di Castel Santo Anzolo che cazete, et di novo fabbricar, come per lettere di Paulo Pisani ambassador di 31 se intese. In Roma non se parlava nulla di quello havea fatto el cardinal Valenza, et era stato col Pontifice, el qual mostrava di non saper, ma che pur si divulgava la partita dil Pontifice con la corte fino 8 zorni et andar a Perosa, sì per causa di vittuarie quam per dimostrar a Romani come stariano in abondantia non vi essendo la corte. Tamen non si mosse et stette fermo in Roma.

Rimase in Roma Piero de Medici, el qual volendo seguir el Re in l'ussir di Roma, Soa Maestà li mandò a dir dovesse ivi restar fino li manderia a dir altro, et cussì restò in casa dil Cardinal suo fradello, era in quelli zorni di Bologna venuto a Roma. Et ancora don Ferrante fio dil Duca di Ferrara di suo comandamento restò. Tamen da poi, intrato el Re in Napoli, quello andò a trovar.

Et el Re preditto, volendo al tutto intender la cossa sequita per el cardinal di Valenza, mandò a dì 31 Zener do soi araldi con lettere al Pontifice, a dolersi di quello havea fatto ditto Cardinal, meravigliandosi, nè poteva comprender dove procedesse, et che Soa Santità dovesse proceder et far ritornar ditto legato, et avvisarli quello havea voluto dir tal movesta, altramente che tegniva fusse rotti li capitoli, et che li saria forzo di ritornar indriedo. Ancora scrisse al cardinal di Santo Dionysio, rimaso suo commesso a Roma, come dovesse andar dal Papa et intender di questo, et che dovesse chiamar li capi dil populo romano, chiamati caporioni, et aricordarli come da lui et da li soi havevano habuto bona compagnia, pagatoli le vittuarie, et non li era sta fatto danno alcuno, et notificarli el seguito. Et andato ditto Cardinal con questi araldi dal Pontifice, exposto et presentate le lettere, el Papa si excusoe che non sapeva niuna cosa, nè dove si fusse, dimostrando di dolersi summamente, et cussì per justificarsi li mandò do legati a Velitri, zoè lo episcopo di Terni et l'auditor di Rota Porcharis, quali insieme dovesseno esser con lo episcopo di Concordia era partito di Roma cum el Re per farli compagnia; et excusar el Pontifice di questo. Et etiam el populo de Roma ne mandò do altri a notificar che erano deditissimi, zoè lo episcopo de Nepi et il prothonotario di Buffali. Ancora mandono uno per nome dil Pontifice et uno per nome dil Re sopranominato a Spoliti, dove se diceva era ditto Cardinal, acciò tornasse legato con el Re de Franza; et non lo trovono. Li fo ditto era stato et partito, dove si fusse andato non sapevano, però che con tre cavalli soli cavalcava hora in qua ora in là per non andar legato con ditto Re. Et fo divolgato la causa esser, perchè havea inteso a Roma alcuni Francesi da Spagnoli erano stati tagliati a pezzi, et dubitando el Re non facesse la vendetta sopra di lui, se ne era fuggito: et cussì questa scusa catò (trovò). Le zente di esso Re in questo mezzo intrò in Civitavecchia terra di la Chiesia, et etiam poco da poi ebbeno Terracina in loro dominio, licet da Aragonesi fusse custodito. Ma lassiamo qui el Roy, et altre cose seguite in Italia scriviamo.

Cose seguite in diverse parte de Italia in questo tempo.

À Venetia zonse in questi zorni un ambassador dil Re et Raina di Spagna, venuto prestissimo et incognito per andar a Napoli, chiamato m. Johan..., maistro rational dil regno di Valentia, homo a presso el Re de gran reputation, et havea alcuni spagnoli in soa compagnia, et quivi se accompagnò con uno ambassador fo dil re Alphonso, el qual era stato a dolersi a la Duchessa sua fiola di la morte dil Duca, et el sig. Ludovico volse ditta Duchessa li desse audientia, et vette (vide) el fiol dil Duca. Or volendo ritornar a Napoli, venne qui a Venetia, nomeva ditto oratore Piero Zuane Spinelli castellano di Trane, parente di quello era qui a la Signoria. Et cussì andati questi do ambassadori a Ravenna, volendo passar mai poteno, et conveneno ritornar indriedo. Unde l'ambassador de Napoli era qui, andò a la Signoria, pregando dovesse concieder che questi montasse sopra li do arsilii andavano in Puja a tuor li cavalli dil Reame, et cussì a dì 3 Fevrer montono su ditti arsilii, et andono a loro viazo, ma accadete a ditto Maistro rational assà infortuni, che fo preso et spogliato et toltoli le mule menò con loro, però che dismontono a Ortona a mar, et fo presentato al Re de Franza come dil suo successo intenderete el tutto. Ma li arsilii con Zuan Borgi secretario andono indarno, perchè venendo li corsieri fonno presi come roba dil re Alphonso da Franzesi, et cussì ditti arsilii tragettò zudei su l'isola di Corfù, et ritornò a Venetia, et fonno mandati prima per li stratioti.

A dì 3 Fevrer l'ambassador di Napoli andò molto aliegro in collegio, notificando haver lettere di 18 Zenaro da Vurmes (Worms), ch'è a presso Cologna in Elemagna, dove se ritrovava la majestà dil re Maximiliano venuto per far la dieta, da l'ambassador dil suo Re, che li advisava come esso Re de Romani havea totalmente deliberato di ajutar casa di Aragona, et che si el Re de Franza non se levava da l'impresa, che li voleva romper a li confini de Bergogna, et che havia mandati li soi ambassadori a ditto Re. Item come voleva mandar li soi 4 ambassadori a questa Signoria, i quali di breve dovevano zonzer. Et cussì molto aliegro vene zoso di collegio. Ma queste era parole, et el Re de Franza faceva fatti in Reame. Et è da saper che ditto Re de Romani scrisse una lettera a la Signoria, che non volesse ni diliberar ni far cosa alcuna circa a le cosse di questo Re di Franza, perchè lui mandaria soi ambassadori a consultar con questa Signoria alcune cose bone per la soa Republica, et salute per la Italia.

In queste medemo zorno la sera zonse uno ambassador dil re Alphonso, zoè partito di Napoli avanti el Re havesse fatto quella movesta, et venne per mar, et montò a Ortona a mar sora una fusta, zonse a Lio dove per la Signoria li fo mandato alcuni zentilhomeni contra per honorario, et alozò a la casa dil Duca di Ferrara, dove era preparato per li ambassadori dil Duca di Milano doveano venire. Questo nomeva Hieronimo Spieraindio, dotto napolitano, et insieme con Iohanne Battista Spinelli, altro ambassador stava fermo qui, andò a la Signoria et expose la soa imbassada. Et el principio fo de la ruina dil suo Re, el danno poi de questa Signoria, concludendo li dovesse aiutar, et come si divulgava offeriva largi patti et partiti a questa terra, a ciò aiutasseno el suo Re. Et poi stato alcuni zorni, a dì 16 Fevrer partì, et andò a Roma, et ritornò a Napoli a starvi come cittadino, licet vi fusse Re, et havesse el dominio el Re de Franza, et stette come gli altri.

Per lettere di Zuan Francesco Pasqualigo dottor et cavalier, vicedomino a Ferrara se intese, come a dì 2 Fevrer, fo el zorno de Santa Maria, el Duca de Ferrara con molti de soi primarii venne in persona, essendo varito dil mal, a visitar esso Vicedomino fino a caxa; cosa che nunquam ha asuetado de far. Et questo perchè el Vicedomino era ammalato et laborava di podagre. El qual Duca osò molto benigne parole in exaltatione dil Stato di la Signoria, et tolse poi licentia, et alcuni soi rimaseno con ditto Vicedomino, et li disse come el Signor voleva di brieve venir a Venetia, sì per visitar la Serenissima Signoria, quam per justificarsi come lui non era stato cagione di alcuna movesta de Franza, come era incolpato; concludendo voleva esser bon fiol di questa Signoria: tamen non venne et non seguite altro.

A Bologna, essendo terra subposta a l'imperio, in questi tempi, el magnifico Johanne Bentivoj che in quella città è cittadino primario et ordina et governa el tutto, licet bolognesi facino ducati di oro et monede, le qual al presente si spendeno per tutto, pur con voluntà di esso Re de Romani eletto Imperador, fece batter una moneda d'oro de valuta de do ducati; da una banda una testa di ditto magnifico Johanne, con lettere a torno che dice: Johannes Bentivolus bononiensis secundus; et da l'altra banda una arma inquartada, zoè l'aquila ch'è l'arma de l'imperio, et la siega ch'è l'arma de Bentivoj, con una aquila di sopra el scudo con lettere a torno: Maximiliani Imperatoris munus. Et questo per esser cosa notabile ho voluto scriver. Ho visto ditti ducati et continue si stampa.

A Milano el duca Ludovico descoverse che madona Bona duchessa vecchia et madona Ixabella duchessa zovene scrivevano lettere a Maximiliano, dolendosi che ditto sig. Ludovico si havea fatto Duca et privato le ditte di ogni dominio, et che dovesse venir ad aiutarle, et maxime el suo sangue et el fiol fo dil Duca, el qual era privato di quella dignità che ogni ragion volea havesse. Ma, capitate ditte lettere in mano dil Duca, ordinò ditte done stesseno in più destreta nel castello, non le lassando parlar più ad alcuno; le qual però etiam prima molto obscuratamente con panni lugubri vestite, senza alcuna politezza, et la moglie manzava in terra, et mostravano gran dolor, et come niun andava ivi a pianzer el Duca, diceva madona Isabella: non pianzete lui ch'è in vita eterna, perchè vedendo esser privo dil ducato facea vita di santo, ma pianzete la sorte di me meschina et di mio fiolo. Et questa alcuni mexi dapoi fece una puta[116].

A Fiorenza mandono a Milano do ambassadori pregando el duca volesse scriver al Re de Franza in suo favore, li volesse far restituir Pisa, però che li do ambassadori loro, erano a presso Soa Majestà, non haveano potuto ottenir cosa alcuna. Unde deliberorono di far exercito di zente. Haviano Francesco Secco et Hannibal Bentivoj et el conte Ranuzo di Marzano a loro soldo, licet a compiacentia dil Re ditte zente cazasse. Et elexeno do commissarii in campo contra Pisani, zoè Nicolò Valori et Piero Caponi, et preseno alcuni castelli de Pisani: mancava Librafratta, Vico Pisano et Pisa. Poi quello seguirà scriverò de sotto, a ciò se intendi ogni cosa.

Senesi in questo tempo mezzo deliberorono di volersi pacificar fra loro, et cussì a la fin dil mese di Zener pacifice chiamono dentro le do parte de citadini fora ussiti, chiamati populo et reformatori; i quali del 1487, el zorno di Santa Maria Maddalena di Luio, per dissensione fonno scacciati di la città, et questi habitavano su quel de Fiorenza. Et come ho scritto, ne l'intrar dil Re li volseno far intrar, ma la Signoria di Siena allora non volseno, et a hora par habbi consentito. La qual Signoria sono 8, et uno capitano di populo, et stanno do mexi in palazzo con gran magnificentia, sì come a Fiorenza; poi succiedono de li altri. Le parte in Siena sono cinque: nove, populo, nobeli, reformatori et dodeci. Quelli al presente rezevano sono li nove, ma hora, intrati li foraussiti, pacifice tutti saranno daccordo, et goderanno le dignità loro: la qual cosa durò fin vi venne el Re.

Maximiliano re de Romani, domente queste cose in Italia se fanno, essendo zonto a Vormes, dove continuamente baroni, ma per non esser reduto tutta la quantità, di 2 Fevrer che era ordinato, la slongò fino al duodecimo zorno di Marzo, ch'è el zorno de san Gregorio, di far la dieta: al tutto voleva venir in Italia per andar a Roma a coronarse, et mandò ambassadori a Sguizari, i quali si governa a comunità, a dimandarli passo, perchè conveniva passar per le soe terre, volendo andar a Milano. I qual Sguizari risposeno esser contenti, dummodo volesse menar con Soa Majestà a suo soldo X milia Sguizari. Ma ditto re Maximiliano fo contento di tuor 3 in 4 milia, et non tanta quantità. Et cussì stevano in queste pratiche. Et per lettere di Hieronimo Gritti podestà a Roverè di Trento se intese, come erano zonti do ambassadori di ditto Re a Trento, ch'è mia... lontano di Roverè, sotto uno episcopo, et vi è el corpo dil beato Simoneto[117], che fu da Zudei nel 1475 morto et marturizato et fa molti miracoli. I quali do ambassadori, venivano a la Signoria et che aspettavano el quarto a zonzer, però che etiam el Vescovo de Trento con loro era deputato. Quando zonzeranno intenderete lo nome et quello volseno.

Del mese di Zener in Spagna, in una città chiamata Guadalagiara in Castiglia vecchia morite el Cardinal di Spagna, chiamato Pietro di Mendoza tituli sanctae † in Jerusalem, prete cardinal et arciepiscopo di Toledo, el qual era stato za 6 mexi amalato. Era di età de anni 75 et ricchissimo. Havea de intrada de beneficii ducati 80 milia, stava in Spagna seguitando la corte, et sempre era a presso di la Raina et molto amato. Lassò tre fioli, tra li qual uno chiamato Rodorico de Mendoza marchexe dal Zenete, ha de intrada ducati 30 milia; et do altri etiam con bona intrada[118]. Or, morto che 'l fu, el Re scrisse al Pontifice pregando Soa Santità non volesse dar via li soi beneficii ac arcivescovadi, ma che dovesse aspettar che lui concederia ad alcuni de soi yspani degne persone, i quali poi Soa Beatitudine li confermeria; et el Pontifice rescrisse esser contento. Da poi el Re et Raina conferite l'arcivescovado di Toledo a uno frate di l'ordine di San Francesco, confessor di loro Majestà, chiamato fra Francesco Semenes, ha de intrada ducati 45 milia, et lui lo recusò, pur a compiacenza dil Re accettò. Item al Cardinal de Cartagenia dette de beneficii ducati 10 milia, et il titolo di santa †. A Don Joan de Fonseca dette lo episcopato de..........., dà de intrada ducati 3000; et una badia de Vagliadolide, de ducati 4000, a uno altro so servitor. Et cussì rescrisseno al Pontifice haver conferito detti beneficii. Et subito el Papa confirmò, et habute le bolle introno in possesso.

Et l'armada di ditto Re di Spagna ussite in mar. Era tra nave et caravelle numero 35. Capetanio el conte de Trivento. Et erano partiti d'Alecante, porto a presso Valenza, et veniva a la volta di Cicilia, poi passar a Gaeta, bisognando in aiuto dil Pontifice, tamen fo poi in favore di re Ferando de Napoli. Et se divulgava era sopra ditte nave alcuni combattenti gianiceri, capetanio dil qual terestre exercito era il duca di Alve, german e cusin dil Re, con lanze 600, et che demum se intese dovea ussir il resto di le caravelle, capetanio di le qual dovea venir el conte de Moniche admirante de Castiglia, etiam german dil preditto Re di Spagna, et el duca di Alve nominato di sopra. Tamen poi, intesa la verità, ditti do capetanii non se partino di Spagna, ma solum venne el conte de Trivento. Et di questa armata, etiam per lettere di Francesco Bragadino capetanio di le galie deputate al viazo di Barbaria, se intese, date in Almeria, terra di la Granata, de dì 27 Dezembrio, come alcune barze de ditte armade li erano venute a torno, non per far danno a robe de Venetiani ma ben a robe de Mori, perchè sopra ditte galie ne era assà. El capetanio se tirò in porto più a presso la terra che 'l potè, et quelli di la terra li dette favore, che ditte barze o vero caravelle andono via, et da loro intese certo che ditta armada sudava in Cecilia oltra Faro, ch'è dil Re di Spagna, dubitando di fatti loro per le combustione era in Reame, et perchè, benchè sia ysola, è solum al Faro de Messina, dove scrive le fabule et poeti esser Sylla e Carybdi, solum mia 3 da passar il mar da questa Cicilia andar in ditta ysola. Però el Re mandò ditte armade per custodia di la soa ysola, a compiacentia de Ciciliani. Quello seguirà intenderete.

Per lettere di Capetanio zeneral da mar se intese, etiam per lettere de Constantinopoli in un scuro sermone, come el signor Turco faceva grandissima armada, et voleva haver in mar questo anno vele 150, et che era tornato el so ambassador stato dal re Alphonso. Unde Venetiani sospese il mandar a tuor de li stratioti con li arsilii, per non desfornir li lochi marittimi; per i qual, a farli, era sta mandà al zeneral ducati 40 milia, sì per far ditti stratioti, quam per scriver zurme per le galie sotil si armava in l'ysola de Candia, Corfù et altrove; sì come fo preso in Pregadi: et bona parte di ditti stratioti erano sta scritti, tamen per collegio nostri facevano li patroni per li XV arsilii, zoè boni marinari, experimentadi in diversi viazi. Et li arsilii se conzava in l'arsenal, a ciò al bisogno fusseno apparati.

Per ben ch'al proposito non sia di questa venuta dil Re di Franza, di dover scriver quello accade in altre parti dil mondo, per esser cosa notoria ho terminato farne mentione. Per lettere di Zuan Valaresso, consolo a Damasco, di 8 Novembrio se intese, come nel ritornar di la caravana de Mori, che 'l Soldan vi manda uno capetanio con alcuni mercandanti con camelli assà, et si parte di Damasco ogni anno per andar a la Mecha, dove se dise è l'archa di Maometto suo gran Propheta et institutor di la loro fede. La qual alias steva in aiere, però che era a torno calamita, et quella era di ferro, sì che conveniva per forza, ogni parte di la calamita tirando el ferro a sè, star nel mezzo, però dicevano steva in aiere. Ma, volente Deo, del 148... quella cazete et ruinoe, et, come Mori dicono, la sua fede die durar poco et haver molte persecutione, et però stanno in gran paura. Or questi Mori vanno insieme zerca 30 milia, ch'è bellissima cosa a veder, et contratano con mercadanti indiani le loro merze, a barato de specie, pepe, garofoli, zenzeri, cannella, nose etc. Et poi Mori quelle portano a Damasco et in Alexandria et altre terre, dove si fanno mercadantie con christiani et quelle vendono o baratano, et perchè za do anni el Soldan non havea pagato il suo caffaro o vero regalia ad Arabi, che sono zente terribilissima, stanno a la campagna, assaissimi anco fanno tra loro un capo; questi, ben siano sotto el Soldan, tamen hanno el loro capo da per sè, perchè sono zente che non se puol domar; et el Soldan sta ben con loro per molti respeti; viveno de rapina. Or questi Arabi in questo tempo prese la ditta caravana dil Soldan, la qual poteva valer da ducati 800 milia in suso, di specie, zoje et altro. Et retenne el capitano con li mercadanti, ben che Mori se volesseno difender, et fonno a le mani. Tamen Arabi haveno la vittoria, la qual cosa fu molto molesta al Soldan, pur sperava de conzar la mastella, et li voleva donar ducati 50 milia de contanti, et loro ne volevano più, tamen poi conzò et li dette ducati assà, et haveno la caravana, el capitano et homeni indrio, et questa cosa cussì notabele et za molti anni non accaduta ho voluto qui scriver.

Successo dil Re di Franza fino a l'intrar in Napoli.

Ritorniamo al Re di Franza, el qual era a Velitri, et data l'ultima audientia a li oratori di Spagna, et a Val di Montona li expedite, i quali exposeno tre cose. La prima, si dolevano che l'ambassador dil suo Re et Raina, che era venuto da Soa Majestà a Lion, et quello seguito fino a Piasenza, in cinque mexi non havia habuto bona audientia nè quella extimatione si conveniva a l'altezza di cui rappresentava: imo fo rimandato via, et si meravigliavano molto, et, nomine Regum Hyspaniae, volevano saper la cagione. Secundo, che ben che esso Re di Franza habbi dimandato aiuto bisognando al suo Re et Raina, et benchè habino insieme bona paxe, amigo de li amigi et nemigo de li nemigi, pur che Soa Maestà havia tolto questa impresa senza consigliarsi con li suoi Re, et che volendo aiuto bisognava havesse consultato di questa guerra, era iusta vel non La terza, che 'l serave buono di qualche accordo, et che loro volevano pacificar le cosse con el Re di Napoli. Ma el Re de Franza rispose, quanto a la prima richiesta di l'ambassador, che non sapeva di chi lui si havesse potuto lamentar, et che si havesse dimandato audientia lui ge l'haveria data volentiera, ma che non l'avendo dimandata, nè etiam accordandola el Re, loro non si poteva doler: et che potevano saper che li soi ambassadori sempre ne la Franza erano stati honoradi. Al secundo de l'impresa, che non bisognava consulto a voler recuperar el suo, et che 'l Reame di Napoli li partegniva, però era impresa justissima et compresa ne li capitoli. Al terzo, che non bisognava far altro accordo, ma che Alphonso si dovesse contentar di renderli a lui el Regno possesso indebite, et venir con lui in Franza, dove Soa Maestà li prometteva provvisione et stato condecente. Et poi ditti oratori andati seguendo el Re a Val Montona, tolseno licentia, et concluseno con el Re, zoè che li disseno dovesse desister de voler haver el Reame di Napoli, et che se a niuno die aspettar ditto regno, la Maestà dil suo Re è il primo, perchè suo barba re don Alphonso quello acquistò per forza, et zerca questo usono assà alte parole; unde el Roy si dolse, dicendo non era honesto che adesso che l'era venuto con tanta spesa cussì avanti, et che poteva dir haverlo acquistato, ditti ambassadori volesse el no seguitasse l'impresa, et che lui el voleva haver una volta, et poi faria decider de chi quello dovesse esser de jure et cussì post multa rimaseno d'accordo. Et dimandato al Re chi doveria cognoscer poi de jure, et dar questa sententia, li ambassadori aricordano el Pontifice come capo di la Christianità, ma el Re non il volse, dicendo haverlo sospetto, sì per esser di nation subposta a loro Re, quam per esserli stato contrario; et rimaseno che el Parlamento de Paris fusse quello havesse a decider questo. Et cussì ditti oratori ritornarono a Roma, et advisato in Spagna el tutto, li comesse dovesseno al Re Maximiliano, et cussì andono come scriverò di sotto.

Ancora zonse do ambassadori a Velitri a ditto Re di Franza, venuti per nome dil re Maximiliano di Romani, i quali fonno quelli stati a Milano et Fiorenza et Roma, non avendo lì audientia per le cosse accadeva, ma fo divulgato erano venuti per notificar al Pontifice prima la venuta a incoronarsi dil suo Re, et per confirmar la paxe et accordo col Re di Franza. Et a Val Montona ebbeno audientia, i quali dimandono salvo conduto, raccomandandoli li confini di la Franza, dinotando havia aconzo le cose di Bergogna, et che al tutto voleva venir a Roma questo anno a tuor la corona de l'imperio, e far una cruciata, et passar contra infedeli. Et cussì otteneno da esso Re di Franza lettere, et quello volseno, et che voleva far la dieta, la qual havia prolongata, et che za erano zonti alcuni elettori de l'imperio, signori et episcopi, et che concluderia di far la ditta cruciata. E andono insieme col Re fino a Varoli, dove tolseno licentia per ritornar a Roma. Ai qual el Roy disse: fate che la Majestà di Maximiliano vegni presto a incoronarse, perchè al tutto voglio ritrovarmi a Roma per honorarlo. Et cussì questi ritornono a Roma, come più avanti intenderete.

Quelli di l'Aquila havendosi dato, come ho scritto di sopra, voluntarie sotto el dominio dil Re di Franza, con conditione che non intrasse niun Franzese dentro, onde alcuni Franzesi assà insolenti volendo intrarvi, fonno da Aquilani assaltati, et ne fo morti zerca 80, portandosi bestialmente, tamen pur havevano le insegne dil Roy. Napolitani vedendo che el populo havea fatto quelle moveste, a dì 26 et 27 Zener, contra zudei et marani, et che Ferando al meglio havea potuto tasentò quel populo, et a caso ivi era gionto do navilii di zudei...., più el populo se inanimò, et parte fonno malmenati, et disseno al Re non volevano nè marani nè zudei più in Napoli. Et el Re ordinò dovesseno partirsi, et cussì nolizono navilii chi per Barbaria, chi per Alexandria, et chi per Constantinopoli. Li marani ricchi steveno in caxa. Or fu fatto uno editto che tutti li pegni che zudei si ritrovava in le man, et quelli tenivano banco, et cadauno dovesseno per obviar li scandoli render de chi erano, tamen che li facesse uno scritto di pagarli lo cavedal et usura infra tanto termine, et non solamente in Napoli ma per tutto el Reame et in la Puia, dove in varii luogi contra zudei era fatto gran destrusione. Et ben che fusse fatto questa provisione, per questo non restò che non fusse sachizati.

A Roma in questo mezzo, con voler dil Re di Franza et con patente de investisone di l'Anguilara, intrò el sig. Carlo Orsini con 400 persone in Roma, et andò a la caxa di uno D. Bartholamio che fo nepote di Sixto Pontifice, el qual da esso Sixto fo investito di la ditta Anguilara, la qual era del sig. Deiphebbo, che fo a tempo di la guerra di Ferrara soldato de Venetiani, et essendo huomo veterano, a tempo de Innocentio, morite del 148.... lì in quelle parte, et lassò alcuni fioli, i quali ancora è al stipendio veneto. Or ditto sig. Carlo prese i fioli del sopranominato Bartholamio, et messe la sua caxa a sacco, et li fece molti danni per rehaver li soi castelli.

Ma essendo el Re a Velitri, Franzesi andono per quelli castelli di Conti et dil sig. Gaietano, et molti ne prese facendo gran danno. Et andono a uno castello chiamato Monte Fortin dil conte di Fondi, et li deteno la battaglia a la terra, et quello prese per forza, dove usoe grandissima crudeltà, amazzando quanti scontravano: tamen la rocca si tenne. Et Franzesi piantò le bombarde, zoè le soe artiglierie su carri, et li custodi pavidi si deteno a pati, salvo l'haver et le persone: ne la qual rocca era do fioli dil sig. Jacomo Conte romano, era al soldo dil Re di Napoli, et questo castello era suo, et questi fonno da Franzesi ritenuti fino havesse do altri castelli dil padre mancava ad haver, et poi li deteno taglia ducati 2000, dicendo se intendeva donarli la vita et non la persona. Non voglio qui descriver le spurcizie usano Franzesi, le violentie di donne etc., come tutto di sotto, in loco più necessario, per mi sarà scritto.

Et poi el Re si partì da Velitri, et andò a Val Montona dove expedite li oratori di Spagna et venne quelli dil re Maximiliano, come ho scritto più difuso avanti, et ancora zonse el conte de Chaiazo, zoè sig. Zuan Francesco di San Severino per el duca de Milano con cavalli 300 et alcuni balestrieri a cavalo, et zonse a dì 8 Fevrer. Et el Re partite per Castel Fiorentino, et ordinò a tutte le soe zente, sì quelle era in l'Apruzo, quam di qua, che si dovesseno assonar a uno nel ducato di Sora, perchè voleva andar a San Zermano, perchè intendeva la zente aragonese, et el re Ferdinando zonto che fu in campo, si eran levate et lassato quel passo, come era la verità, et erano tirate verso Capua, dove voleva ivi far difesa, et Franzesi havea acquistato quasi tutto l'Apruzo, maxime Sermona, ch'è una terra grossa, et senza troppo fatica, però che dove si presentavano pur li Franzesi, li mandavano le chiave, levando le insegne di Franza. In la Puja era gran combustione: el vicerè Camillo Pandon era in Otranto, et etiam Don Cesare fo fiol di re Ferdinando vechio. Et Monopoli, che è una città grossa a la marina, tumultuando fra loro di quello havesseno a far, a dì 23 Fevrer pur messeno a sacco li zudei, et a dì 26 ditto essendo stato quelli tre zorni la terra in remor, pur el Zuoba di Carlevar, che fo el zorno nominato di sopra, li cittadini cum voluntà del Vescovo, el qual havia ricevuto assà beneficii da caxa di Aragona, et fo el primo loro ribello, levono le insegne dil Re di Franza, et non sapendo pur far l'arma regia di zii (gigli) con la corona, levono una crose bianca in campo rosso, et strazò la bandiera di Aragona, et el capetanio mandò fuora, era ivi per el re Alphonso. Adoncha Monopoli fo la prima terra di la Puia levasse et si desse a Franzesi, et mandò ambassadori dal Re a tuor certe confirmation de capitoli. Se ritrovava qui do merchadanti venetiani, Antonio da Pesaro di Lunardo olim fiul, et uno Francesco Tanto, popular, el qual poi fo morto, quando la Signoria ottene ditto luogo, come dirò di sotto.

In questo mezzo el Re mandò a Roma uno so ambassador, zoè el primo baron che havesse a presso di lui, el qual fo suo barba Filippo monsignor, zoè monsignor di Brexe di caxa di Savoia et governador dil Dolfinà, come di lui qualcosa ho scritto di sopra. Et zonto a Roma, a dì 5 Fevrer, habuto audientia dal Pontifice, dimandò, in loco dil Cardinal Valenza era partito et non se ritrovava, uno altro cardinal per legato con Soa Maestà. Et el Papa dicendo: chi volete? dimandò el cardinal Orsini. El qual excusandosi di non poter andar, el Papa disse: ma che? volendo el Re di le mie cosse, manderò la più cara cossa che habia di parenti mei, ch'è mio nepote qui, episcopo di Borges, et lo faremo Cardinal, posto che la Maestà dil Re ha voglia di haver un Cardinal con lui. Et Filippo monsignor partì dicendo scriverà al Re di questa risposta. Et el Re li rescrisse dovesse dir al Papa non voleva Borges, ma al tutto o el Cardinal Orsini o Monreal.

A dì 5 Fevrer el Re con el so campo se partì da Val Montons, castello dil sig. Jacomo Conte, et zonse a dì 6 a Castel Fiorentino terra dil Pontifice, et mandò le soe zente ad haver alcuni castelli ivi vicini dil Conte di Fondi et altri signorotti, feudatarii però a la Romana Chiesia, et avanti fusse hore 22 quelli haveno, et alcuni brusoe usando gran crudeltà che era una compassione, et come vidi una lettera de li oratori nostri, che stevano sopra le mure de Castel Fiorentino, et vedevano li fuogi facevano queste stranie generatione Franzesi, Sguizari, Guasconi, Picardi, Scocesi et Alemanni; et preseno Supino castello di Jacomo Conte, Cicano castello dil Conte di Fondi, et Possa pur castello di ditti conti.

Et el Re terminò non far più la via di sopra, ma andar a la dreta a San Zermano, perchè quel passo era sta abbandonato, come ho ditto di sopra. Et mandò certi villani dil paese per guastatori a far le strade a le carrette de le artiglierie, le qual erano preparate n.º 120, menate da 20 cavalli per una. Et era assà charestia in campo suo, unde li oratori veneti, vedendo haver troppo brigata con loro, mandò indrieto a Venetia bona parte, et rimase con pochi, zerca persone 10, però che si partino con 40 cavalli, si che è da considerar li desasii dovevano patir, sì nel viver come nel alozar. El cardinal S. Piero in Vincula partite dal Re, et venne a Grota Ferata vicino a Hostia, et mia 12 lontan di Roma, per venir a Zenoa. Quello di lui seguite, intenderete.

El Re, partito da Castel Fiorentino, vene a Varoli città del Papa dove dete licentia a li oratori dil Re de Romani, et mandò a dir a quelli custodi di uno castello sopra uno monte situato, chiamato Monte S. Joanni, el qual era dil Marchexe di Pescara, per do soi trombetti, che si dovesseno render et levar le insegne, sì come erano assueto dimandar. Et quelli erano dentro, senza far altra risposta a questi, fece impicarli, taiar il naso et le orecchie, che è cosa che numquam a messi si assueta di far, et li rimandono indriedo. Et inteso el Roy questo, vi andò a campo a dì 9, et fe' tre parte dil suo exercito, et li dete la battaglia, et loro se difeseno virilmente, ma tutta la notte feze bombardar con tanta furia, et el Re confortava tutti. Or a pena fo una particella di muraglie a terra, che da tre bande li deteno la battaglia, per esser inanimati di la discortesia usata, et Franzesi introno dentro et fece una gran taiata, non sparagnando la morte a niuno, se non a putini et poche donne; imo tutti quelli trovò li tagliava a pezzi, con grandissimo sangue, et fino nelle chiesie ne amazava; et come per lettere di oratori se intese, fonno qui amazati 700 et de Franzesi solum X et feriti 25.

Questa tal crudeltà el Re fo contento fusse usato, sì per la cossa fatta, quam a ciò sia exempio altri castelli e lochi dil Reame non si vogli difender, imo portarli le chiave. Et habuto ditto castello fece consiglio, qual via dovesse tenir. Altri lo consigliava per causa de vittuarie, che era grandissima inopia, che Soa Majestà andasse in la Puia, dove ivi troveria grande obedientia, et che, dove che 'l si apresenteria, li sarebbe portate le chiave, perchè Puiesi non sono atti a combatter, et è assà anni non hanno hauto guerra, benchè fusse longa via ad andarvi. Altri erano di opinione di seguir verso Pontecorbo, et acquistar el passo di San Zermano, et poter passar al suo piacer el fiume Garigliano, ivi medio: poi seguiriano el camin verso Napoli, non lassando però Gaeta, ch'è terra fortissima, et Capua, situada sopra el fiume Vulturno, dov'è el re Ferando col suo exercito. Et cussì steteno in queste consultatione, tamen elexeno di andar a San Zermano.

Et è da saper che el Re poi andò in persona, partito da Varoli, a questo castello Monte Santo Joanni, a dì 11 Fevrer, sì per veder la fortezza, quam per poter mandar le sue zente più avanti mia 5 lontan di Varoli, et ancora li corpi non erano sta sepulti per la grande taiata, però che tutti quasi erano morti su la piaza, perchè quando Franzesi deteno la battaglia, vedendo li habitanti non poter resister, corseno su la piaza et si butò in zenochioni con li brazi in † dimandando a Franzesi misericordia, ma poco li valse, che tutti fonno ivi amazati. Et qui feceno butini per ducati 25 milia, di panni, di tele, rami et lavori de rami, et qui si soleva far una fiera assà nominatissima in quelle parti. Ancora trovono assà biave et vini, ita che Franzesi comenzono a restaurarsi di li desasii portati. Et però deliberorono di venir di longo a la volta di San Zerman.

Ancora a Hostia e Civitavecchia zonse alcune galeaze di Franza, carge di vittuarie, et za era di queste a dì 12 zonte in campo 260 some di farina, et le zente parte erano andate verso Pontecorbo, loco pure di la Chiesia sora el fiume Garigliano, et el Re a dì ditto andò a Bauco, poi volse andar passando una acqua chiamata Cosa, tamen pur ancora qui tra el suo conseglio era varia opinione. Altri voleva andar di longo a Capua, dove se intendeva esser el Re Ferando di Aragona con 40 squadre et 5000 fanti; altri lo consegliava andasse Aversa, di là del fiume Vulturno, ch'è in mezo Capua et Napoli, et, questa ottenuta, presentarsi a Napoli dove con desiderio era aspettato. La qual via molto piacque al Re più di le altre; pur steteno in consultatione, nè sapeva deliberar qual via havesse a pigliar, et voleva mandar zente a San Zermano, per esser passo assà necessario. Et le antiguarde del campo franzese in questi zorni fonno a le man con 7 squadre aragonese, le qual, visto non poter resister a Franzesi, si tirono a drieto, et vi sopravenne el conte Nicola da Petigliano con X squadre, el qual etiam, augumentando Franzesi, si convenne recular in loco securo. Et come se intexe, l'exercito franzese era questo: cavalli 12 milia bonissimi con combattenti suso, 6000 pedoni zoè sguizari et altri, et 8 milia cavalli di arteglierie, some, femene et altre persone inutile. Di le femene num. zerca 800, fra le qual 500 meretrixe. Zente italiane: 600 homeni d'arme con li Savelli et Colonnesi et 1500 fanti di l'Apruzo aspettavano el prefetto di Roma nuovamente conduto col Re con 200 homeni d'arme.

In questi zorni el Re mandò zente a Teracina loco di Chiesia, et quella have come ho ditto; dove doveva metter Gem sultan, ma lo 'l volse a presso di lui, et cussì era custodito in campo. La città de Populi, fatto li patti, si rese, et Civita di..., et oltra di questo Sermoneta dil sig. Cola Gaietano, ch'è castello in monte lontano da Velitri mia 13.

El Re preditto mandò a Venetia uno suo messo, el qual a dì 10 Fevrer con monsignor di Arzenton suo ambassador andò in Collegio, et dimandò passo a Ravena et in altri luogi di Romagna; ancora navilii per condur alcune bombarde grosse n.º 22, era a Castelcaro qui in Romagna, dil suo Re fino in Reame. Et disputato nel Senato inter patres quello si havesse a risponder, fo decretato et risposto per el Prencipe di darli passo, per non haver con Soa Majestà se non bona pace, et che mancasse di navilii a tuorli, che per tutto sariano lassate cargar ditte artigliarie offerendosi etc. Et el messo preditto, satisfatto di tal risposta, ritornò dal Roy.

Ancora mandò uno altro messo a Milano con lettere al Duca, licet vi fu etiam el suo ambassador, pregando che dovesse mandar suo zenero sig. Galeazo di S. Severino più presto poteva, perchè haveva da consultar certe cose con lui. Et come per lettere di Sebastian Badoer orator veneto a Milano se intese, el Duca li rispose, havendo ancora richiesto che lui in persona vi andasse a trovarlo ad ogni modo; come esso Duca non poteva andar lì, ma che manderà el sig. Galeazo, posto che a Soa Majestà li piaceva di haverlo a presso. Et li ambassadori soi deputati a la Signoria non veneno, sì come havia scritto di venir; et questo perchè el Vescovo de Como, che era uno di quelli, havia habuto alquanto di egritudine; tamen a dì 23 Fevrer partino da Milan per Po et andono a Ferrara, demum a Venetia, come dirò di sotto. Ma el Re de Franza, oltra di questo, mandò a dir al ditto Duca de Milan dovesse ordinar al suo comessario a Zenoa fusse messo in ordine certe galie ivi era, perchè quelle voleva armar.

El cardinal Samallo, gionto che fo a Fiorenza a dì 3 Fevrer et honorifice ricevuto, dimandò a quelli Signori ducati 70 milia che restava haver el Roy da loro, juxta la forma di capitoli, per ben che de tutti non fusse il tempo ancora, ma li pregava volesseno concieder questo al Roy, di darli al presente, havendo grande bisogno per questa grande impresa.

Ma Fiorentini, consultato le cosse, risposeno: meravigliarsi di tal dimanda, attento prima che non era ancora el tempo, et che el terzo capitolo vuol che li sia reso Pisa, et che non solum sperano che li sia renduta, ma che stanno et sono preservati in libertà, cosa contraria di quello el Re havea promesso a Fiorentini. Unde volevano li fusse restituito prima Pisa, poi darebono la summa si hanno ubligati di dare. A la qual richiesta, monsignor Samallo rispose, che non era tempo di dimandar restitutione alcuna di lochi ch'è in poter dil Re, durante maxime questa impresa, et se non li havesse li vorebbe haver, et che provedesseno che bisognava haver li danari. Ma Fiorentini steteno pur renitenti. Et el Cardinal preditto sì mandò uno suo fio, però che ne ha tre legittimi, a Pisa per veder di aconziar le cosse, le qual era molto difficile; poi ditto cardinal in persona vi andò, se divulgava verebbe a Lucca, passava in Parmesana, et veniva a Milan a dimandar danari, poi passava a Zenoa a poner in ordene una gran armata, la qual a tempo nuovo dovesse ussir in soccorso dil Re. Quello lui seguite scriverò.

In questo tempo Don Alphonso da la cha di Este, fiul primario dil Duca di Ferrara, havendo compagnato un pezo el Re de Franza, ritornò a Ferrara, et si accordò al soldo di suo cugnado Duca de Milano, et have questo, zoè di provisione ducati XV milia a l'anno, et 150 homeni d'arme di conduta.

A Roma el Pontefice cassò tutte le sue zente, vedendo non bisognar più, et etiam quelle tenendo non poteva resister contra tanta potentia de Franzesi, et rimase solum con la soa guardia et alcuni altri, ai qual dette provisione. Et el cardinal Valenza suo fiol, che era fuzito dal Re, in questo tempo andava hora in qua et hora in là, pur ritornando in la rocca de Spoliti, et fo divulgato esser venuto a Pesaro da suo cugnato sig. Zuanne, per visitar sua sorella madona Lucretia, et vene incognito. El qual sig. di Pesaro praticava di assoldarsi con la Signoria et haver la conduta.

El cardinal Ascanio, stato a Siena et per quelli castelli, ritornò a Nepi sua terra, et il Papa più volte li scrisse et mandò a richieder volesse ritornar a Roma, promettendoli di esser in amicitia come mai, et non li saria fatto alcun dispiacer, et per una cautione li voleva dar la rocca de Viterbo in suo potere. Ma esso Ascanio non volse andar, et el Pontifice scrisse a Venitiani un Breve, fusseno mediatori a far che ditto Vicecancellario ritornasse a Roma; et cussì ancora el Duca de Milano scrivea a la Signoria preditta dovesse esser causa di pacificar suo fratello con la Santità dil nostro Signor, et poco da poi si pacificò, et per lettere di Roma se intese come l'armada di le 46 caravelle di Spagna erano passate da Hostia et andava verso Gaeta, tamen andono in Cicilia et ivi si puose.

In questo tempo a Liesena, ch'è una isola di Dalmatia, per lettere di Alexandro Barbo conte se intese come erano capitati alcuni navilii de marani et zudei et altri puiesi, i quali venivano di Puia per alozar in ditta isola, che erano forsi fameie 43, con haver assà di panni et altre supelectile; et però ditto Conte domandava licentia, si a la Signoria li piaceva fusseno lassati habitar, et per el Senato fu decreto che ditti potesseno starvi, et li fusse dato recapito, a ciò fusse fatto boni li luogi di San Marco, licet in Liesena non vi era prima zudei, tamen che non imprestasseno a usura. Et cussì fu rescritto al ditto Conte.

In l'isola de Inghilterra accadete certe novità, però che quelli populi cupidi et assueti a nuove cosse et mutatione di Re, alcuni volseno contra el re Henrico presente chiamar in l'ixola il Duca di Yorch, fo fiol dil re Edovardo[119], et nato di casa di Bergogna, el qual alias fu privato dil regno di Anglia a cui aspettava. Il modo, che è bellisimo lezer, nel libro terzo intenderete come fo discaziato. Or questo con aiuto dil Re de Romani et Archiduca di Bergogna voleva passar su l'ixola et si preparava. Ma el re Henrico li mandò 8 nave contra, di le qual tre li rebelarono et teneno dal predetto Duca de Yorch. Quello poi seguite, per esser lontano da noi, molto più avanti intenderete.

A Costantinopoli seguite che alcuni de soi Cadì o vero preti andò predicando publice la conversione a la fede de Christo, o sia a un novo propheta, dicendo quella di Macometto non era vera fede ma falsa, unde molti Turchi andono dal Signor dolendosi di questa comotione, tale che se non si provedeva a questo, el suo stato saria disfatto et la leze di Macometto penitus dispersa. Unde el Signor ordinò fusse questi tal menati a la soa presentia, et ivi fece far una disputatione con li soi primi in la leze, et questi gagliardamente disputò la fede tenivano esser bona. Unde el Signor li fece dar alcuni tormenti, a ciò si tolesseno zoso, et confessasseno la causa per che dicevano questo. Et alcuni di loro dubitando di morir, domandò perdono; tamen zerca 12 di questi steteno fermi in la sua opinione, dicendo non volevano per paura dir contra quello che Dio li havea inspirati a dir e contra la verità. Et non potendo el Signor farli tornar a la fede, comandò che vivi fusseno brusati, et cussì fo fatto. Et questo per mercadanti nostri venuti de lì hebi relatione; et pur volendo meglio investigar come fo, intesi esser stato questo za alcuni mesi, et che volevano instituir nova leze, et contra la maumetana, et non predicava la fede de Christo, licet quomodocumque res se habet questo fo a Costantinopoli.

Li arsilii sotil, dovevano andar in Candia et a Corphu nom. XV per armarsi, si partì di questa terra et andò a bon viazo. Etiam li arsilii andava in la Morea a tuor Stratioti.

A Napoli Paulo Trivisano cavalier ambassador veneto ritrovandosi, con molta fatica expediva lettere a la Signoria però che li corrieri per la strada erano spogliati, toltoli le lettere, et ritrovate in zifra pur erano restituite. Si ritrovava ancora ivi Marin Gritti consolo de Venetiani, et etiam Zuam Bragadino, di Andrea fiul, mercadante, el qual etiam di molte nuove advisava la Signoria. Or per lettere di 7 Fevrer se intese za era partito re Alphonso et andato in Cicilia, et re Ferando novo tornato in campo: rimasto adoncha al governo la Raina et don Fedrigo. Et Napolitani erano malcontenti ritrovarsi in quella terra, tamen da poi el metter a sacco de zudei non era seguito alcun rumor. Molti andavano a Yschia, che è una ixola mia 18 vicina, pur dil Re, a tuor caxe ad affitto, la qual fortezza si faceva riconzar et fortificar. Et ditto ambassador fo in colloquio con don Fedrigo, el qual molto si dolse di la sua fortuna, concludendo non vi era rimedio più a caxa di Aragona, nè a resister a la potentia di Franza et loro prosperar, però che non solum erano assà et disposti a loro danni, ma che ancora italiani li faceva più guerra che Franzesi; però che Colonnesi, Savelli, Vitelli prefetto di Roma li erano contrarii; che 'l sig. Ludovico, adhuc duca de Milano, havendo tossicato suo nepote et tolto quel stato contra ogni ragione, essendo strettissimo parente dil Re suo, insieme con el Duca di Ferrara fo suo cognato, li erano nemicissimi; che Fiorentini, Zenoesi, Senesi, Lucchesi, Pisani et altre comunità non solum volevano la sua distrutione, ma che con i suoi danari li faceva guerra; che Cardinali etiam venivano a la sua ruina; che el Pontifice li deva passo et ogni cosa che 'l dimandava; conclusive che Italia et non Franza al pover Re li faceva guerra. Et ancora che la Signoria, la qual sola non se impazava, per ben che non facesse dimostratione di aiutar el Re de Franza, tamen che non dando li soccorsi dimostravano tacite di esser contenti che Franzesi acquistasse quel Regno, et che li haveva dato gran reputatione li do ambassadori venuti con ditto Re, et che Venitiani fevano grandissimo mal, perchè sua era la festa et poi nostra sarebbe la vizilia: maxime havendo Franzesi la Puia, che sul colpho dominava el mar, comemorando la benivolentia grande di la bona memoria dil Re suo padre con questa Ill.ma Signoria; concludendo non era possibile resister, maxime ancora havendo ne li populi molti anzuini, nisi Dio non movesse gli animi de Signori Venetiani a volerli aiutar, tamen che la Majestà di re Ferandino et lui erano disposti di voler prima morir che veder sì bel regno in le man de Franzesi. Pur tuttavia pregò scrivesse a la Signoria dovesseno far qualche provisione, licet sarebeno tarde, la qual cosa mai per Venetiani fo voluto far, se non veder di metter paxe et starsi neutrali. Tamen poi tanto fonno le insolentie galliche, che conveneno impazarsi, et quelli chazioe de Italia, come scriverò più avanti.

Di l'aquisto di San Zermano per Franzesi.

A dì 12 Fevrer, monsignor di Mompensier capetanio di parte di le zente franzese, intendando di certo che in quelli zorni el campo aragonese, di squadre 40 et 4000 fanti, era partito di San Zermano et tiratosi verso Capua, tamen pur ancora ivi era restato qualche zente a custodia, se partì da Varoli con 600 lanze e 5000 pedoni, et andò a Pontecorbo, dove fu benigne ricevuto per essere terra di la Chiesia; poi andò verso San Zerman, et li custodi senza aspettar altra bataia liberamente li aperseno le porte di tanta fortezza et passo primo di Reame. Et cussì introno dentro, et inteseno che re Ferando, quando si partì di qui, comise a li custodi non dovesseno resister, ma che facesseno quello havia fatto. Et intrati che fonno dentro, Franzesi intendendo che el conte di Petigliano con alcune squadre fuziva a Capua li dete driedo, assà chariazi preseno in le coazze (le code, la retroguardia) con alcuni presoni soldati; tamen el Conte andò in loco salvo, e loro ritornò. Et poi la persona dil Re a dì 13 venne a Pontecorbo, demum a dì 14 intrò in San Zerman. Li andò contra la chieresia, però che ivi era una bellissima Badia in comenda al cardinal de Medici, dà de intrada ducati 3 milia a l'anno. Or el populo, et puti vestiti di bianco con rami de olive in mano cantando el Te Deum laudamus, et Benedictus qui venit in nomine Domini, et sotto una ombrela con grandissimo triumpho quello fo menato in la terra. E li ambassadori veneti si andono a congratular con Soa Majestà dil felice principio, di esser comenzato a intrar in Reame. Et quivi subito el Re con li suoi consultò qual via havesse a tenir. Adoperavano molto li disegni. Erano in dubio di tre vie, o di Capua o di Aversa o di Napoli. Ma in questo mezo Franzesi non stavano a dormir, andavano per tutti quelli lochi, e molte terre et castelli aquistono senza desnuar spada, ma presentadi levaveno le insegne dil Re preditto. Adeo continuamente veniva nuova a Soa Majestà che havevano li sui habuto qualche fortezza. Le qual per esser assà, li nomi quivi non mi extenderò di scriver, ma unum dicam che il pover re Ferandino a dextris, a sinistris et in facie havea Franzesi, li quali erano per circondar la città di Napoli. Et monsignor di Mompensier et monsignor de Obegnì molto si faticava, araldi regii andavano a torno dimandando le terre da parte di Dio et del Roy, et quelle havevano. Tutto l'Apruzo era aquistato al Prefetto. Colonnesi et altre zente franzese attendevano ad aquistar in Terra di Lavoro. Filippo monsignor ritornò dal Re, el qual era stato a Roma come ho ditto, et fo chiamato per haver el suo conseglio, etiam mandò per el cardinal San Piero in Vincula era a Grota Ferata che ritornasse per esser a parlamento con Soa Majestà.

Le zente franzese parte andavano a Roccasecca, et loro volendosi tenir forte li deteno una battaglia, tamen poi l'haveno a patti. Ancora uno altro loco di la Raina chiamato Sulmona aquistono, dove era el Cardinal di Aragona con tre baroni Aragonesi, et poco mancò non fusseno presi, ma fuzino a Napoli. El Prefetto era zonto in l'Apruzo con 150 homeni d'arme e 2000 fanti, et feze molti danni, et dimostrò grande inimicitia a casa di Aragona.

Ma intrato che fo el Re in San Zermano, fece far uno edito che tutti li fora ussiti di qualunque grado et conditione se sia, et etiam li bandizati libere poteseno ritornar a possieder li loro castelli, lochi et signorie, case et possessione in Reame, e per tutto el regno de Napoli, et cussì tutti li baroni, secondo che come possedevano al tempo di la raina Zuanna, et non a tempi di Ferdinando di Aragona et successori, el qual tyrannicamente et indebite havia possesso ditto Reame, et che convenisseno da Soa Majestà a tuor le investisone, che libere li prometteva di far. Ancora per gratuir quelli habitanti di San Zermano, li fece liberi et exempti perpetualmente di ducati 1500 erano ubligati a dar annuatim al re di Napoli, et li assolse di una altra ubligation havevano per anni 25 tanto, et cussì in molti altri castelli et terre levò angarie, facendo assà privilegii de inmunitade, come al loco suo sarà scritto.

Ancora a Colonesi, zoè al sig. Prospero et Fabritio Colonna, per esserli stati fidelissimi, li donò alcuni castelli vicini a li soi, zoè el contado de Fondi, per gratuirli de soi benemeriti et beneficii ricevuti, et li fece privilegii et investisone. Etiam al Prefetto donò tutto el stato dil Marchese di Pescara, ch'è quel Monte Santo Joanni et altri castelli. El qual Marchese era con Ferando, come ho scritto.

Ad Aquilani fece molti privilegii, sì de exemptione quam di altro: et in questi zorni Aquilani fece stampar una moneda di rame da spender a menudo, la qual da una banda era una crose con lettere a torno: Civitas Aquile; e da l'altra 3 zii (gigli) con la corona, et lettere a torno: Carolus rex Francie. Et cussì concesse che Aquilani potesse stampar ditta moneda; tamen in Napoli lui non stampò niuna moneda.

Et essendo venuti ambassadori a Soa Majestà dil Re de Romani et dil Re di Spagna, a ciò non facesseno questi Re qualche novo pensier contra di lui, come feno, deliberò di mandarli sui ambassadori, sì in Spagna quam al Re di Romani; et a ciò fusseno più presto, scrisse a suo cugnato monsignor di Borbon, rimasto governador in Franza, dovesse mandar al Re di Romani monsignor de Busagia (Du Bouchage) nominato di sopra, era lì in Franza rimasto al governo di suo fiol, et li mandò la commissione, et etiam che uno altro barone vicino al Re di Spagna, di quelli stavano in Linguadoca andar dovesse a ditto Re et Raina di Spagna, notificandoli la sua imbassada, et cussì fece, ma tanto steteno ad andarvi che poi non fonno a tempo di reparar a quello voleva. Ma li ambassadori di Spagna, come ho ditto, tornati che fonno a Roma, non havendo habuto la commissione di andar al Re di Romani, mandono a dimandar al Re de Franza salvo conduto di poter andar a Napoli a visitar la Raina sorella di loro Re, et poi che havrebbeno fatoli reverentia volevano passar in Cicilia e tornar in Spagna. Ma el Re non volse per non dar reputatione a Ferando. Quelli veramente di Maximiliano, uno rimase a Roma et l'altro ritornò in Elemagna a referir la sua imbassada; li quali oratori, a ciò el tutto chiaro se intenda erano questi, D. Zuan Bontemps, texorier di Bergogna, et D. Petro Gialon avvocato pur di Bergogna.

Di la venuta de quattro ambassadori dil Re di Romani a Venetia.

Intendando a dì 15 Fevrer la Signoria come erano zonti 4 ambassadori dil Re de Romani a Trevixo, venivano quivi per consultar gran cose, venuti per la via di Feltre con cavalli 55 e pedoni 25, et da Thoma Mozenico podestà et capitano a Trevixo fonno honorifice ricevuti, et venuti di longo a Mestre, per Zorzi Zorzi era ivi Rettor li fo usato le debite parole, et quivi steteno alquanto a dimorar. Per honorarli, essendo Domenega, fo dismesso Gran Consegio, che ogni Domenega si assueta di far, dove si fanno li officii et rezimenti. Or mandono 70 patricii senatori, tra li qual molti cavalieri et dottori, incontra con le soe barche fino a Margera, ch'è mia cinque lontano di Venetia. Ancora vi andò contra l'ambassador di Napoli et la fameglia del Legato Apostolico, però che lui era ammalato. Altri oratori de Franza, Spagna, Milano et Ferrara non vi andono. Et zonti ditti oratori, li fo fatto per uno dottor una oratione, come erano mandati dalla Ill.ma Signoria per honorar quelli; et poi a San Secondo montati ne li piati ducal, perchè per le acque non havevano potuto andar più avanti, veneno per el Canal Grando fino alla Zuecha, alozati in cà Marcello a presso la chiesa di San Zuanne Battista, dove li era benissimo preparato. Et zonti che fonno, li andono a visitar l'ambassador de Milano insieme con quello di Mantoa, excusandosi non erano venuti contra perchè erano stati tardi; poi etiam li venne a visitar l'ambassador de Spagna che era alozato in cà Diedo ivi vicino. Et usate in piedi le debite accoglienze, ditti oratori tolseno licentia. Quello di Franza per quel zorno non andò, ma ben l'ambassador de Napoli ritornò a conferir con questi alcune cose, et questi come disseno aspettava la commission dil Re loro, la qual di hora in hora dovea zonzer. Et però non volevano il Luni haver audientia, ma ben el Marti. Questi oratori erano: primo lo Episcopo di Trento chiamato Hodolrico de Letistaner (Udalrico di Lichtenstein); el resto Zuan Graidener (Gredner) preposito di Brexenon, et li altri do baroni cavalieri de Ispruch, conseieri et governadori dil Ducato de Austria, zoè Lunardo Felz (Vels) et Gualtier de Stadia (Stadion); da quali se intese come la Majestà dil Re de Romani essendo in Antorff, terra a presso Anversa, a li confini di la Bergogna..., li baroni dil ducato preditto, zoè el Duca di Goler, lo Episcopo de Lexe o vero Leodiensis, et el conte Ruberto de Arburs havevano rebellato al ditto Duca, et facevano gran danni, non volendo star contenti di l'accordo haviano fatto; et che Maximiliano preditto atendeva a conzar ditte cosse; le qual erano state cagione di la indusia faceva di la dieta si havea a far a Vurmes, terra franca in Elemagna bassa sopra il Reno tra Magonza e Spira a presso a Colonia, la qual al tutto voleva far a dì 12 Marzo, et poi venir in Italia per andar a Roma a coronarse; et che tutte le terre franche erano disposte di far ogni cossa in augumento di l'imperio et di soa Cesarea Majestà.

Et poi adì 17 fo el Marti, secondo l'ordine dato, volendo venir a la Signoria, fo mandati a tuor per molti cavalieri et degni patricii dil Consiglio di Pregadi; et questi veneno vestiti di negro per la morte di l'imperatore. Prima lo Episcopo con una vesta longa di zambeloto negro, et uno becheto di zendado a torno el collo, perchè cussì fa li episcopi in Elemagna, senza rochetto; poi lo Preposito, con una vesta di veluto negro, et questo havea la lettera credential in mano. Et i altri do baroni pur vestiti di veludo negro, con collane d'oro al collo. Et era ancora in questa terra za più anni uno che za fo ambassador di ditto Re di Romani quivi, et etiam ancora expedisce alcuna cosa, et questo fo el quinto, etiam per la morte di l'imperatore vestito di negro. Poi sequiva altri todeschi, pur vestiti lugubri, homeni de conditione, videlicet Francesco Sbroiavacha, Trando cavalier, Joane Baincher, Jacomo Tropo, Vio da Torre, lo Stainer, Zuan Ripar dottor et X altri zentilhomeni alemani, poi il resto di la fameglia. Era in palazo assà brigata per vederli venir; ma a caxo in quell'hora zonse ivi uno messo dil Turcho, el qual subito volse andar a l'audientia. Li venne contra el Prencipe con la Signoria et, posti a sentare, per quello proposito chiamato domino Joanne Graidener, el qual alias fo qui Rettor di scolari a Padoa, presentato la lettera, expose la sua imbassada; la qual conclusive fo che erano venuti vedendo el prosperar faceva el Re de Franza in Italia, per voler intender l'opinione di questa Signoria, si volevano far provisione, perchè el suo Re era apparechiato a far ogni liga etc. Et el Prencipe juxta el consueto, li rispose: fariano consultatione con loro consegli. Et ditti oratori dimandano presta risposta che 'l bisognava. Stavano a spexe de San Marco; et fo provisto de darli ogni zorno ducati diexe erano con boche ordinarie. Or mons. di Arzenton, el zorno da poi veneno, li andono pur a visitar, et fece le debite accoglienze. Et non molto da poi ditto mons. di Arzenton, andato uno zorno in collegio, perchè saepius andava per cose acadeva al suo Roy, come fevano però tutti li altri oratori, et considerando esser venuti questi oratori elemani, vi era ancora quello di Spagna, uno zorno andò alla Signoria, et disse pregando el Prencipe li volesse advisar la cagione di la venuta de ditti oratori, maxime questi de Maximiliano et tanti: che si eran cose pertinente a confini di la Signoria lui non voleva zercar, ma si cosa fusse che dimandasseno o volesseno contro la Majestè dil Roy, li volesse farglielo intender per poter advisar el Re, a ciò intendesse el tutto; la qual cosa credeva che Soa Serenità la farebbe volentiera, per la bona amicitia era con il suo Roy. Al qual per el Prencipe li fo risposto sapientissimamente; et che erano venuti per cose appartenente a loro; etiam per visitarsi, secondo la bona amicitia nostri teniva con tutti, maxime con el Re di Romani et Re et Raina di Spagna. Et ditto Arzenton disse era da judicar cussì, che ditti ambassadori era venuti a qualche gran fine de sì lontane parte, et cussì come el suo Roy lo teniva lui, et maxime quello di Spagna venuto 1500 mia, tamen poi che non poteva intender, era contento di quello piaceva a la Signoria. Queste parole uxoe, perchè in Venezia pur si parlava che questi ambassadori volevano far liga, zoè Maximiano, re di Spagna et la Signoria; altri diceva etiam el Pontefice, altri el duca de Milano per conservation di loro Stadi: et di questo molto se mormorava: tamen inter patres Senatus erano queste pratiche molto secrete, et Venetiani erano pur in gran reputatione. Sì come scrissi di sopra, a dì 17 Fevrer zonse uno brigantin venuto in 6 zorni da Ragusi in qua con uno messo dil Turco, venuto prestissimo, et era 17 zorni mancava di la Porta dil Turco. El qual, senza dismontar altrove, volse dismontar al ponte di la Paja, et andar di boto a la Signoria, et andava dicendo voleva star solum 3 zorni in questa terra, et ritorna con la risposta, et havea do colli con lui. Questa venuta parse molto di novo a tutti, et stevano con desiderio de intender quello voleva. Et dete che pensar a molti, ma poi intesa la cosa non fu nulla di momento. Questo presentò lettere dil suo Signor in Collegio, le quai diceva come havea habuto molto a mal, che el Signor di Senegaia havesse fatto sì poco conto di lui, di tuorli li ducati 40 milia mandava al Papa; e che la Signoria, per la bona paxe havea con lui dovesse far ogni cossa che li fusse resi, et dimostrar di aver habuto molto a mal, non tanto per la quantità di danari, quanto per suo honor, perchè li era fatto disprecio, el qual voleva esser bon amigo nostro, concludendo se dovesse far el tutto, a ciò si recavasse ditti danari. Ma el Prencipe li dimostrò bona ciera, et disse li risponderia; et che la consuetudine di questa terra era di non far alcuna risposta senza il suo Consegio, et che manderia per lui quando havesseno consultato. Et fo messo ad alozar a l'hosteria di la Serpa ivi a San Marco, et poi rescrisse al Signor Turco che havevano recevuto la sua lettera etc., et che non essendo el prefato Signor di Senegaia nostro homo, per haver l'Avosto passato compito la soa ferma, non li potevano far altro; come li havia mandà uno secretario et non voluto più darli soldo; et che al presente era fatto homo dil Re di Franza; et che non si poteva più: ma si fusse stato sotto il loro dominio, senza questa lettera, per la bona paxe si havea, harebbono provvisto in tal modo, che tutti li danari saria stati resi et lui castigato. Et ditto messo fo vestito di scarlato, datoli ducati 25, la littera la qual vidi, et la mansione quivi sarà posta, ritornò a Costantinopoli.

Ill.mo et Exc.mo Domino Bayesit magno Admirato el Sultano Musulmanorum, Augustinus Barbadico Dux Venetiarum etc., salutem et honoris ac gloriae felicia incrementa. Et cussì scriveno nelle lettere al ditto Signor Turco.

Per lettere venute da Costantinopoli de mercadanti de dì 19 Zener, portate per il prefato messo, se intese come ivi non si rasonava altro che dil Re di Franza, et erano in grandissimo spavento, et che el Signor faceva conzar 80 galie, et che erano zonti 700 calefai et marangoni forestieri per riconzarle, et havia ordinato grande exercito per terra, mandato a fortificar i Dardanelli, Negroponte, Garipoli et la Vallona, et che molti Bassà havia parlato con ditti mercadanti nostri, che el Signor saria contento ritornasse Baylo ivi come prima; che l'era zonto uno secretario dil re Alphonso dimandando soccorso, et che 'l Signor li havia ditto a tempo novo vegneria potentissimo a soccorrerlo, et che ditto secretario exponeva che Zenovesi erano stati causa de questo; perchè a Zenoa si havia fatto l'armada; unde confortava el Signor che 'l levasse le trate a Zenoesi, a ciò non fusseno più mercadanti ne li loro paesi, et che mandasse a l'ysola de Scyo, ch'è di Zenoesi, armada, et quella tuorla; la qual cossa facendo saria caxon che Zenoesi non sariano più propicii al Re di Franza. Se intese ancora come Turchi havevano habuto una gran rotta a li confini de Hungari, et che intendevano de lì el re Ladislao de Hungaria medemo voleva venirli contra, et el Signor era molto di malavoia, et era quasi de opinione de andar in persona, ma inteso poi esso re Ladislao non veniva, etiam lui non si mosse, ma mandò alcuni Bassà, tamen havia lassato andar uno ambassador hungaro, el qual lo havea tenuto 5 mesi in custodia, et insieme con do soi ambassadori mandavano a ditto Re de Hungaria per pacificar le cosse et poter attender di qua.

Ancora per lettere di Corphù di Alvixe Venier baylo et capetanio se intese che Turchi erano in grandissima paura dil Re de Franza, et che non volevano habitar più a le marine ma fra terra. Le artegliarie et bombarde grosse dil Signor Turco, era a la Vallona, le havea fatte condur a la Geniza fra terra, et per lettere dil Capetanio zeneral se have come a Lepanto, Coron, Modon et Napoli di Romania, che sono terre in la Morea, havia fatto li stratioti, et quelli scritti erano homeni valorosi, et da farne grande extimatione, et stavano desiderosi aspettando di passar di qua, per lassar qualche fama di loro.

In l'ysola di Cipri accadete cossa assà notoria; la qual ysola è di la Signoria di Venetia, venuta sotto suo dominio mediante uno patricio chiamato Marco Corner cavalier et primario senatore, el qual una so fiola Catharina ne l'anno di Christo 1472 maridoe in el re Jacobo de Lusignano, fo fiol di re Jano bastardo, el qual del 1458 con aiuto del Soldan si fece Re di quella ysola, et scazzò Ludovico fiol dil Duca di Savoia, et maridato in Carlota fiola legittima, et herede instituida dal padre nel ditto reame. El qual Ludovico con la muier fuzite in Italia. Ma maridato ditto re Jacobo in questa donna venetiana, adoptata in fiola di la Signoria, venne ne l'anno 1473, 6 Luio, a morte, et lassò herede la muier et quello lui partoriva, perchè era gravida, et nacque uno fiol, vixe aduncha poco. El reame rimase in governo di ditta madona Catharina raina, et la Signoria la tolse in protetione. Demum ditta Raina partì di quella ysola, et venne a Venetia, dove honorifice dal Prencipe et Senato fu onorata: li andò contra a Lio con el Bucintoro pieno di donne, che fo bellissimo veder; poi li donò uno castel in Trivixana, chiamato Axolo, et hebbe di provisione annuatim in tutto ducati 8 milia; et questa qui hora a ditto castello con le soe donzelle habitava, honorata come Raina; et suo fratello Zorzi Corner per il Prencipe nel Bucintoro venendo fu fatto cavalier. Et partita la Raina di Cipri, elexeno nostri li Rettori et levono San Marco, retrovandose ivi Capetanio Zeneral di Mar Francesco di Prioli; et demum da il Soldan ottennero privilegii et confirmatione di poter possieder ditto Reame. Piero Diedo cavalier orator, el qual era al Chaiaro, morite. El qual regno di Cipri è tributario al Soldan, et chiamasi Re etiam di Jerusalem. Or in questo tempo retrovandossi ivi uno certo Cercasso, el qual vene in fantasia al Soldan che 'l fusse suo fratello, però che tutti li Soldani convien esser stati schiavi, et non de veri Mori, et però mandò una lettera a quel rezimento de Nicosia per uno suo mamaluco pregando volesse mandar ditto Cercasso, et loro risposeno. La copia di la risposta, licet non sia al proposito gallico, pur, per esser accaduta in questi tempi, ho deliberato qui ponerla. El qual Zuanne Cercasso partite de Cipri et zonse a Damasco per andar a Chaiaro, dove da quelli Signori di Damasco, Armiragio etc., fo honorifice ricevudo, presentado et fattoli grande honor. Et poi di longo da suo fratello Soldan andò.

Copia di una lettera scritta al S.re Soldam per el rezimento de Nychosia per Saramanth mamalucho in moresco translatata de latin a dì 25 Zener 1494.

Al nome de Dio misericordioso.

El se inchina a la terra a la presentia del Sig. Soldam ecc.

L'è stado da nui el mamalucho vostro Saramanth, ne ha portà una vostra lettera de la vostra Porta, che dice V. S. che se mandi a le vostre juste Porte un tal che si chiama Cerchasso, che la tua Signoria dise che xe tuo fradello. Per lo amor de la voluntà del sig. Soldam, e la longa e vechia amicitia che è tra V. S. et la nostra, havemo dato libertà et messolo in libertà el ditto Cerchasso, se 'l vol venir con el ditto Saramanth vostro mamalucho e con el messo. Havemo fatto quello havemo possuto per amor de V. S.; tutto quello vi bisogna et honestamente possamo far faremo. Dio mantegna la V. S. et ve dia longa vita. De Cypri a dì 17 dil suo mexe ditto Mosafar.

ZUAN DONADO Luogotenente LORENZO CONTARINI et ZUAN RUBERTO VENIER

Conseieri de la Ill.ma Sig.ria di Venetia de Cypri

A dì 26 Fevrer, de mandato di la Signoria se partì de qui per andar a Roma ambassador, in loco de Paulo Pisani repatriava, Yeronimo Zorzi kav. che fo Avogador de Comun; el qual a dì 30 Ottubrio nel Conseio di Pregadi era sta creato a ditta legatione, et fece la via di Ferrara, andando per Po, et portò lettere credentiali al Duca, et honorifice fo ricevuto; demum andò pur per Po a Ravena, et ivi montato a cavallo passò per Rimano, Pesaro et Urbino, seguendo el suo camino per la via di Romagna: questo perchè per la Toscana non si poteva securo andar, per le novità di Fiorenza et Pisa, et però fo necessario di far tal via. Et zonse a Roma a dì 7 Marzo: li venne contra molti prelati et familie de cardinali, et andato insieme con Paulo Pisani kav. a l'audientia a la presentia dil Pontifice, notificando come era venuto per star a presso Soa Beatitudine, et fece una oration latina juxta el solito, et el Papa ricevuto aliegramente, et steteno insieme col Pisani alcuni zorni. El qual subito andono, sì el Zorzi a visitation quam el Pisani a tuor licentia da rev. Cardinali. Et a dì 20 ditto el Pisani partì di Roma, et zonse a Venetia a dì 9 April, et intrò Savio di Terra Ferma, che era sta creato mentre era a Roma, et do zorni da poi intrò Avogador di Comun, etiam essendo in camino fo designato, come dirò di sotto.

In questo mezo el cardinal Samallo tornato a Fiorenza, et sollecitando al tutto di haver danari, et a la fine Fiorentini li detteno ducati 40 milia, et pregono Soa Signoria volesse conzar le cosse di Pisa, le qual erano disperate, et perchè Pisani volevano star in libertà, et Fiorentini li voleva sottoponer. Or mandò questo Samallo a Pisa Johan Frances, general di Bertagna, era venuto lì in Fiorenza in luoco di mons. di la Ruota, che il Re lo mandò a Milano, et andò cussì a Pisa. Et Fiorentini havevano za zente in campo, et havevano preso alcuni castelli de Pisani, che se difendevano con aiuto de li convicini, come ho ditto di sopra. Et in questi zorni fonno a le man; pur Pisani rimaseno di sora. Et in Pisa era intrato, mandato per il Duca de Milano, Lucio Malvezo, et Pisani lo fece suo capetanio, et li mandò 12 milia ducati, fenzando che Zenoesi li mandasse. Or ditto Mons. andato ritornò in Fiorenza, dicendo non havea potuto far nulla, perchè Pisani volevano libertà, et haveano creato Pisani li soi ufficii, li 8 anciani et confaloniero, el qual el primo, da poi che si redusseno in libertà, fo uno Andrea Lanferduzi, et per giornata mettevano ordine al loro governo. Et monsig. Samallo, mandato li danari al Roy, partito di Fiorenza, ritornò a Roma, demum a Napoli, che za el Re era intrato, come scriverò di sotto.

In questo tempo di carlevar venne a Venetia, privato et senza pompa, el sig. Francesco di Gonzaga marchexe di Mantoa, el qual compiva la soa condutta havea con questa Signoria, et benchè fusse pratico, prima di rafermarlo nel pristino soldo, per el Collegio, al qual fo commesso libertà di doverlo condur, et menava tal pratica uno suo zerman cusino, fiol del sig. Zuan Francesco di Gonzaga, chiamato domino Febus di Gonzaga, el qual andava saepius a Mantoa et tornava qui con la risposta, licet fusse etiam il suo oratore Antonio Triumpho in questa terra. Or ditto Marchexe zonto, andò la mattina in Collegio offerendosi voler servir a questo Stato con che condition pareva et piaceva a questa Ill.ma Signoria, et che era dimostra la sua fede et devotione portava a San Marco, et cussì fo confirmato per anni cinque, et cressutoli di condutta ducati 14 milia a l'anno, ita che vien haver ducati 44 milia, et si obbliga di haver con lui a suo soldo el sig. Redolpho di Gonzaga, fratello fo di suo padre, con condotta de cavalli 500, el qual alias, al tempo di la guerra di Ferrara, fo nostro soldato et fidatissimo, intendendo esser compreso in ditti ducati 44 milia, de li qual esso Signor li dà al ditto suo barba ducati 6 milia a l'anno de provision, et cussì fo contento esso sig. Rodolpho. Et a dì 23 Fevrer nel Consejo di Pregadi fo confermato, con promissione che bisognando andar in campo a ditto Marchexe, si provederia de darli degno et honorato titolo, secondo la sua conditione; la qual cosa sopra tutto desiderava, come ebbe da poi. Et oltra di questo fo confirmato el sig. Pandolpho di Rimano in la sua condutta, et cressutoli soldo, ita che tegni 100 homeni d'arme; et Veneti li danno ogni anno ducati 8000, et questo per anni do, et che compiti 6 mexi da poi non possi venir contra di loro. Et accidit che in questo medemo zorno che fo confirmato, Antonio Cochiaro de Lugo, detto Medico, era qui suo ambassador, licet verum fusse etiam el conto Ludovico Boschetto, et stato za do anni orator, la matina vestendose cade quasi morto, et poi la sera expirò, che mai potè parlar. Unde a dì 25 ditto, jubente Senatu, fo portato a sepelir per la piaza di San Marco, con tutte congregation de preti, canonegi, et scuola di San Marco, et assà torzi, et fo sepelito a li Frati menori, et fatto questo exequie a spese di la Signoria, per honorar quello cui rapresentava. Et l'altro ambassador rimase qui; demum non molto da poi ritornò a Rimano, habuto danari per far metter el suo Signor in ordine, el qual Signor di Rimano è zenero dil magnifico Joanne Bentivoi. Or a la descritione dil Re de Franza et suo operare veniamo.

Dil felice prosperar dil Re di Franza in Reame et fuga di Ferandino.

El Re de Franza, el qual il lassamo in San Zermano, a dì 17 Fevrer venne a uno loco chiamato Thiano vicino a Capua mia 3, et in quello intrò senza altra movesta con le sue zente. Ma ritorniamo a re Ferandino, el qual partite di San Zermano per venir a intrar in Capua con squadre 50, fanti 4000, et 2000 fanti altri paesani, che don Fedrigo li haveva mandati in suo augumento, poco mancò ditto re Ferando non intrasse in la terra, però che mons. de la Guisa con altri capitani et franzesi lo seguitò fino a presso le porte di Capua. Or, intrato in Capua el Re, li cittadini li disseno come li sariano fidelissimi, ma che non havendo Soa Majestà forza bastante a resister a tanta furia, meglio saria dovesse andar con le sue zente in Napoli, et lì fortificarsi, et che non erano disposti Capuani di haver danno nè guasto, dolendosi de la fortuna dil Re: unde, considerato questo, Ferandino disse a Capuani: Io voglio andar a Napoli, et menerò con mi tanta zente, che haverete da potervi difender, et se non vegno et ritorno doman dopoi disnar, che sarà a dì 18 ditto, ex nunc vi do licentia, fate quello acordo vi piace con il Re de Franza. Et si partì.

A dì 16 ditto, zente franzese intrò in la città di Gaeta, la qual si rese et li aperse le porte; ma la roca o vero il castello si tenne assà zorni; dove era a custodia uno fio di mons. Piero Branet fo tesorier dil re Alphonso, et uno contestabele chiamato Tutto et mondo albanese. Questa è terra a la marina, mia 20 lontan da Teracina, fo edificata cerca anni 1200 avanti lo advenimento di Christo da Enea troiano in memoria de Caieta soa bayla, sì come scrive Virgilio nel principio dil sesto di l'Eneide: ha uno bellissimo porto, ornata de fonti, cedri, mele, aranci, limoni in abondantia. È terra picola ma fortissima, et za Zenovesi la dominono et la derono al duca Felippo de Milan. El castello è inexpugnabele. Ha un gran borgo la terra, e il castello è in cima di uno scoio a colo di la montagna situato. Lo borgo abraza lo porto, a modo di uno mezzo arco. È terra amenissima, piena de zardini, et è lontana di Sessa mia 20, ha una via salizata fino a Teracina. El castello, è da saper, da l'onde marine è batuto. A l'incontro è uno altissimo monte tondo, in la summità dil qual è una antica torre di gran circuito, ben fabricata, di grosse piere, grossa di mure 12 palme, et le piere alcune longe 12 palme. Dentro è una altra torre, partita in 4 camere con altissimi volti, in do di le qual si trova aqua suavissima, che di pioza si distilla per quelli volti et muri, et si fa purgatissima. Sopra la porta è una piera de marmo con lettere: Lucius Numancius etc. Et questo basti quanto alla descritione de Gaeta.

A dì 17 el sig. Virgilio Orsini conte de Petigliano, et Zuan Jacomo di Traulzi, erano al soldo dil re Ferando, essendo a Capua, dapoi partito el Re, sachizato la cavallaritia et vardarobba dil Re, se ne fuzì a Nola mia 12 lontan da Napoli. È città grande come Vicenza, è di uno Conte. Et Zuan Jacomo preditto, habuto salvo conduto dal Re di Franza, venne a trovar Soa Majestà a Thiano, et questo perchè el Re havea mandà uno suo araldo a Capua a dir che se dovesse render, per venir a la soa obedientia. Or questo Traulzi expose al Re tre cose. La prima che el sig. Virgilio Orsini conte di Petigliano et lui si recomandereno a Soa Majestà, pregando quella le volesse accettar ne la so gratia, dimandando perdono che et havevano fatto come fidati soldati. La seconda che Capuani erano desiderosi di la sua intrata, et che se volevano dar. La terza che el re Ferandino voleva, piacendo a Soa Christianissima Majestà, venir a domandarli perdono, perchè non voleva resister, et che non voleva haver altro che qualche terra lì in Reame da poter habitar. Et queste parole fo avanti che si partisseno da Capua, et è da considerar che re Ferando lo mandasse. A le qual richieste el Re de Franza rispose. A la prima che venendo quelli ditti di sopra, li teniria per boni amici, et li perdonava ogni offesa. Zerca a Capua che, venendo voluntarie sotto la sua corona, li haveria per carissimi. A la terza che Ferando venisse da lui, che da mo li faria bona ciera, provedendolo di stato, a ciò el potesse star condecentemente, ma che non si pensasse di haver pur una casa in Reame, et che questa era ferma la sua opinione, unde Traulzi ritornò per dar risposta al re Ferando a Capua, el qual era partito per Napoli, come ho ditto di sopra. Et questo vedendo, ritornò in campo dil Re di Franza, et si fece suo homo.

A dì 17 Fevrer, come ho ditto, re Ferando venne a Napoli con alcuni di soi in sua compagnia, et chiamò li primi et principali, et li fece una oratione exortatoria, pregando si volesseno tenir almanco zorni 15. Et Napolitani pur li promesseno gran cosse, tamen fecero tutto al contrario. Et subito el Re in quella sera medema partì per ritornar a Capua, per dar.... a le soe zente. In Napoli era don Fedrigo al governo.

Ma el Re de Franza si veniva proximando verso a Capua, et venne a uno loco mia 4 luntano, per la qual cossa le zente Aragonese havendo aspettato el suo Re ritornasse di Napoli, mandono do soi dal Re de Franza, et tutte andono fuora et se disciolse chi in qua chi in là, ita che per tutto el Reame andono fuzendo. Et Capuani vedendo che Ferando a l'hora ditta non era ritornato, se reduseno a consiglio, et deliberono de mandar soi ambassadori al Re de Franza, offerendoli la terra et fermar alcuni capitoli, et licentiono el resto di le zente aragonese ivi si ritrovava. L'Orsini et Petigliano andono a Nola, come ho scritto di sopra. Et a dì 18 el Re de Franza mandò mons. de Obegnì et el sig. Prospero Colonna in Capua per fermar li capitoli con quelli di la terra, tamen avanti fusseno conclusi, in quella sera medema de dì 18, Franzesi zerca X milia introno in Capua. Etiam li nostri ambassadori era col Re, intrò questo medemo zorno, et el zorno da poi intrò el Re con pompa, come dirò.

Et Ferandino, venendo per venir a Capua a dì 18 con 2000 spagnoli, come fo divolgato, homeni assà disposti, li quali insieme con le sue zente erano in Capua, di squadre 50 et 4000 fanti, si volevano difender in Capua. Ma mia 5 luntano, intese come za la sera avanti erano Franzesi intrati dentro, unde convenne ritornar a dormir quella sera a Aversa, ch'è una terra assà bella et grande, mia 8 da Napoli, et caxe 2000, et da Capua a Napoli è solum mia 16, et la matina poi, che fo a dì 19, esso Ferando intrò in Napoli con 200 cavalli et pochi fanti, et messo in fuga el suo exercito, et Napolitani non volseno intrasse altri che li soldati napolitani, et el resto era con lui andò vagabondi.

Ed in questo zorno Napolitani erano tutti intesi de Capua, sublevati et armati, et havevano fatti alcuni remori cridando: Franza! Franza! Et a dì 18 fo crudelmente sachizato li Zudei et Marani, et fate molte disonestade per la terra, che era una compassione veder Napoli come stava. Et quel or havevano depredate le case preditte, venendo con la preda per riportarle a caxa, era su la strada da altri assaltati et toltoli quello havevano vadagnato, et non senza gran contrasto. Demum volseno metter a saco li Marani spagnoli, erano ivi molto richissimi, ma fonno defesi da molti vicini napolitani et zente che in loro caxe stavano per difensione, et etiam la soa roba l'havevano logata in diversi luoghi securi in la terra: tamen alcuni fonno messi a saco, li altri stevano serrati ne le case, et cussì tutto Napoli era in arme. Ma la Raina et sua fiola l'ynfante de Castiglia chiamata, el Prencipe de Squilazi fiul dil Pontifice et sua moglie, et etiam don Fedrigo se reduseno in Castelnuovo prima, et poi in Castel di l'Uovo per dubito dil populo, perchè za cridavano: Franza! Franza! et questo medemo fece re Ferandino. Ma vedendo non esser rimedio salvarsi, perchè Franzesi erano a presso le porte, et havia i populi contrarii, fece pur queste provisione: che messe in Castel nuovo, ch'è in la terra fortissimo et batte al mar, judicio omnium, inexpugnabile, el marchexe di Pescara fidelissimo suo et arlevato di caxa di Ragona, et molto nemico de Franzesi, et fo quello che fece far quelli danni al trombeta dil Re di Franza, come ho scritto di sopra: è huomo valentissimo, jovene era capetanio di le fanterie in Romagna. Questo intrò con zerca 800 homeni in ditto castello, tra li qual 300 spagnioli o vero biscaini, et 350 todeschi; ancora vi entrò Perucha corsaro. Et era assà vituarie, ut dicitur, per anni 25, se tanto si volesseno li custodi tener, et fornito di artigliarie et ogni altra cosa; con presuposito che si ben la terra si rendesse, ditto castello tenir si dovesse; cussì come fo. Ma da poi ditto Marchexe andò con Ferandino a Yschia. Anchora a li altri castelli messe presidio et fidata zente. Era in Castel di l'Uovo, castellano uno chiamato Antonel Pizolo di Cosenza. A la torre di San Vicenzo et il castello di Pizofalcon et Santermo fo messo fanti per custodia. Et a Castel de Capuana non messe presidio, perchè era uno palazzo bon in fortezza, dove soleva habitarvi don Alphonso al tempo era duca di Calavria, et Ferando habitava in castello.

A dì 19 fo messo a saco li cavalli di re Ferando in Napoli, et tutte le robbe in Castel di Capuana, le caxe dil Principe di Altemura et di don Alphonso, fioli che fo di quondam re Ferando. Unde, vedendo questo, el Re medemo compite di disfar la sua cavalarizia, mandando a donar molti de li suoi corsieri a soi amighi lì in Napoli; i qual corsieri di bellezza et bontà erano li primi de Italia, et non si poteva dir altro che le raze di corsieri di Napoli; et poi ordinò fusse brusate le soe stale. Et el Re preditto dimandò al populo che volesse far queste moveste. Et vedendo esser fermi in opinione per el Re de Franza, el qual a dì 20 havea mandato uno suo araldo a dimandar la terra; unde ditto Ferandino fece brusar el suo arsenal, dove eran molte galie non compide, et tutto andò a foco et fiamma, che fo una terribilità a veder et gran compassione; et cussì altre galie e arbatoze et una barza erano in acqua, et fe' brusar, di quattro nave grosse erano nel Molo, le tre; et era de botte 2000 l'una; et la quarta chiamata la Capella, di questa medema grandezza, volendola far brusar, el Cardinal di Zenoa et domino Obieto dal Fiesco protonotario volendo fuzirsi etiam loro di Napoli, gela domandò, et esso Re li compiacete et ghe la donò: el qual Cardinal si montò con ditto Obieto su ditta nave, et si slargò da la terra et si corse in mar. Quello di lui seguirà, scriverò di sotto.

Si retenne Ferandino a Castel di l'Uovo cinque galie di mons. Villa Marino et Francesco di Pau cathelani corsari nominatissimi, per poter suso montar, come fece, et con la sua brigata andar a Yschia. Ma in questo mezo fece portar assà robe che erano in Castelnuovo, in castel di l'Uovo, et cargar su le galie; et quelli de ditto Castello, a ciò niun Napoletano si acostasse, trazeva di molte bombarde. Et è da saper che, andato esso re Ferando in Castel di l'Uovo, volendo ritornar in Castelnuovo per tuor certe robbe et haver sotil di la Raina[120] erano rimaste, li fo trato una partesana da Napoletani, la qual andò quatro deda (dita) lontano da lui, et poco mancò non fusse morto. Et molti soi favoriti, rimasti in Napoli, dolendose pur di mutar Re, vedendo Polo Trevixan ambassador di la Signoria, poco mancò non facessero sopra di lui le sue vendette, dicendo Venetiani, non havendo voluto aiutarli, erano stati cagione di la sua ruina. Or Ferandino con li fradelli, Raina, ynfante, don Fedrigo et parenti, come ho scritto, andono in Castel di l'Uovo, dove erano seguri. Et prima traxea di Castelnuovo el fio dil Principe di Rossano, come scrissi, era presone, et lo cavò a tempo di la soa creatione di Re; et lo menò con lui. Anchora uno fio dil Principe di Salerno, el qual poi, zonto el padre in Reame, ghe lo mandò a presentar. Era etiam el conte, et fioli, di Conza, et el conte et fioli dil conte di Capazo, i quali non si mosse: ma venuto el Re de Franza, et habuto el castello, quelli liberono. Ma ritorniamo al Re de Franza, et come intrò in Napoli.

De l'intrata dil Re di Franza in Napoli, che fo a dì 22 Fevrer 1494.

A dì 19 Fevrer, essendo intrate le zente franzese in Capua, esso Re in questo zorno poi intrò con un bellissimo apparato. Prima intrò forsi 3000 Sguizari, poi zerca 1000 homeni d'arme, poi 2000 arcieri a cavallo, poi 500 homeni a piedi con pestaruole[121] in mano, demum tre capetani a piedi, con sue arme in mano, con assà compagnia a piedi driedo; poi li arcieri a piedi con suoi archi, vestiti di recamo, et erano zerca 500; poi seguitavano alcuni signori Franzesi et baroni dil Reame, et la Majestà dil Re vestito di damaschin bianco sopra uno cavallo coverto di bianco; el qual a son di trombetta si movea con 12 signori a torno el cavallo, vestiti etiam de bianco, et el Re era sotto un baldachino di seta, con le arme sue a oro; poi seguite più di 200 signori cavalieri et zentilhomeni con diverse foze franzesi, sopra optimi corsieri bardati, che fo bel veder; poi li chariazi et artiglierie in gran numero. Li venne contra la chieresia di Capua aparati, con li cittadini, cantando Benedictus qui venit in nomine Domini et Te Deum laudamus: et subito deliberò non star più qui a dimorar, ma la matina partirsi, perchè za havia inteso li rumori seguiti in Napoli, et etiam havia littere da Napolitani, dovesse venir di longo. In questo mezo le zente soe sparpagnate per Reame andono a Nola et preseno el Conte di Petigliano et el sig. Virginio Orsini, et quelli menono dal Re suo. Et questo fo a dì 19 ditto. I quali tamen si scusavano non esser presoni. Quello di loro seguite, di sotto intenderete. Tamen steteno con custodia, et el Re de Franza non aspettò a intrar in Napoli et conferir li benefitii, che za havea eletto Vice Re in Napoli mons. di Mompensier, avanti l'intrasse in Capua, et uno Governador dil Porto et Capetanio dil Mar. A Otranto et altre fortezze, che ancora non avea aquistate, elexe li governadori ch'è mirum quid, che avanti haver el dominio di lochi facesse li rettori. Era fama in campo dil Re, come per lettere di oratori nostri se intese, che 'l Re intrato in Napoli voleva subito ritornar in Franza, acquistato però prima el Reame, et poi seguir el suo voler contra infedeli. Et el Cardinal San Piero in Vincula era zonto dal Re, et ogni zorno stava in consultation. Mandò ambassador al Pontefice mons. di Linguadoca; el qual, stato alcuni zorni a Roma, morite in caxa dil Cardinal di Santo Dyonisio. Et ancora per gratuir soi benemeriti a questa impresa, fece de molti presenti di lochi et castelli acquistava, tra i quali a Peron di Basser, a hora chiamato Monsignor, el qual fo el primo venisse in Italia, et come da monsig. di Arzenton ambassador dil Roy qui intesi, prima causa et principio di entrar in pratica el Re di tuor questa impresa di Napoli, et però è venuto in reputatione, a hora li donò el Contà di Sarno, el qual fo di uno barone chiamato Matthio Copola, che era con Soa Majestà, et fo el primo che intrasse in Napoli, come dirò di sotto. Et fo divulgato dete Capua al Cardinal S. Piero in Vincula, a goder in vita soa: la qual città di Capua è antiquissima, et segondo alcuni da Capi figliolo de Athi re ottavo de Latini zerca 900 anni avanti l'avenimento de Cristo fusse edificata, come scrive Vergilio nel X de la Eneide. Ma Plinio nel quarto et Ysidoro nel quinto de le Ethimologie al p.º cap.º, et Strabone nel quinto libro vogliono che da luoghi campestri, ne' quali esisteva Capua, fusse denominata, et non da questo Capi nominato di sopra. Et secondo Livio patavino historico fo chiamata Volturno, ma essendo presa da Samniti, per il loro capetanio chiamato Capuo fo denominata Capua. Secondo Servio fo edificata da Toscani, vedendo l'augurio d'uno falcone. Questa città fo già capo di tutto el paese di Campagna, et apar alcune vestigie di la città antica a presso a la nova zerca do mia, zoè certe porte de templi, palazzi ruinati etc. Fo presa da Gieserico re de Vandali, et abruciata, et poi questa al presente rifatta.

Domente el Re si aproximava a Napoli, zonse a Hostia alcune nave e certe galeaze venute di Provenza, dil Re di Franza, sopra le qual nave era il principe di Salerno, el qual venne a Roma et fo in colloquio con Paulo Pisani ambassador veneto, dicendo era fidelissimo servitor di questa Signoria. Et poi si partì di Roma insieme con Antonio di Zenari era lì in Corte oratore di re Ferando, et andono per terra a trovar el Re za intrato in Napoli, et per intrar in Salerno che da sui populi era molto desiderato, come Zudei desiderava el Messia. Et etiam el Conte de Caiazo andò a Caiazo et altri castelli dil suo contado, et fu benigne ricevuto e zurato omazo al Re de Franza, li fo fatto el suo privilegio et confirmato barone.

Ma el Re di Franza, dormito solum una notte in Capua, la mattina fo 20 Fevrer vene mia 8 a Aversa, dove li fo averte le porte, et pacifice intrò, et za havia mandato l'araldo suo a Napoli, et Napolitani non haveano pur tempo di risponder che za sopra le porte erano Franzesi, et cussì senza altra difficultà primo Matthio Copola baron dil Reame fora ussito, poi gran moltitudine de Franzesi introno in quella sera in Napoli. Et è da saper che Napolitani el zorno avanti volseno metter a saco le doane, dove era grandissimo haver, ma non fo lassato. Li navilii erano ivi nel Molo tutti si slargono in mar, et molti Napoletani anzuini amizi dil Re di Franza dimostravano gran consolatione; altri andò con Ferandino in Castel di l'Uovo. Et don Fedrigo mandò uno suo dal Re de Franza a dimandar perdono, pregando li volesse lassar el Principato suo di Alte mura, che si vegnerebbe a inchinar a Soa Majestà. Ma el Re rispose non voler niun Aragonese in Reame, et che venendo li provederia di Stato condecente a lui. Et Napolitani feceno tra loro di cinque Sezi 40 ambassadori ad... contra el Re de Franza a Aversa, a tanti per Sezo, et de li principali tra i qual el Conte di Matalon, Hieronimo Caraffa, etiam... lo nome de quali al presente non notarò, perchè non fo seguito alcun ordine, i quali andassono a pregar Soa Majestà non volesse venir cussì presto in la terra, ma dovesse dimorar a Pozo real, che era uno palazzo di re Alphonso uno mio da Napoli, situato in loco piano, un poco alto, loco amenissimo, dove è una chiesiola che el re Alphonso vechio ivi stete quando messe campo a Napoli. Et in tal loco ogni anno, a dì do Zugno li loro successori di caxa Aragona el si celebra una bellissima festa. È fabricato quivi uno bellissimo palazzo con camere pinte et zardini. Quivi a dì 21 ditto el Re de Franza partito di Aversa era venuto, et quivi dimorava. Con Soa Majestà introno in questo zorno in Napoli et insieme con Paulo Trivisano 4 mia contra alozò in uno palazo, che fu dil secretario vechio a San Domenego, bellissimo[122]. Or qui a Pozo real essendo venuto el Re la matina a disnar venne li ambassadori napolitani, dicendo haveano desiderato za gran tempo questa venuta, et che a hora habuto loro desiderio si potevano chiamar felici et contenti, basando la mano, la vesta et la terra davanti el Re, con gran cerimonie, pregando di do cose Soa Majestà: la prima che 'l non intrasse quel zorno, perchè volevano che l'intrasse sopra uno caro con triumpho, segondo el consueto de li Re, da poi havevano acquistato la terra. Demum che li volesse concieder certi privilegii et capitoli che dimandono. Et el Re tolse in man i capitoli, et promesse far quanto domandavano, sed nihil deinceps factum fuit; et tuttavia Franzesi intrava in Napoli, et si preparava alozamenti, et el Re fo contento di star quella notte a Pozo real, et stava con uno falcon in pugno, mentre si parlava di la sua intrata in Napoli fra soi baroni, che fo di quelli la Signoria li mandò a donar, sì che con oselli in pugno prese Napoli.

Intrati che fonno Franzesi in la terra, tutti li navilii erano in el Molo si slargò, come ho scritto di sopra, et molti sopra li ditti vi montò, et era una confusione a veder montar ditta brigata su li batelli per passar a Yschia. Questo facevano non tanto per li Franzesi, che za erano intrati pacifice, ma perchè da Castelnuovo travano molte bombarde in la terra, cridando: Aragona! Aragona! Ferando! Ferando! Et però dubitavano di star, perchè con li mortari ruinavano le caxe. Ma intrato mons. di Mompensier et altri capitani dil Re, non steteno a dormir, ma ancora loro comenzono a piantar bombarde a ditto castello, per veder di ruinarlo et haverlo per forza, che per bontà non lo poteva haver. Era a custodia uno cao di Sguizari, et mons. Pasqual Conte de Linf, era castellano, partite et andò con li altri a Yschia. Et el cardinal di Zenoa era su la nave, slargato in mar come ho scritto di sopra, mandò a dimandar salvo condutto al Re de Franza, di poter andar a Zenoa, et etiam star, volendo, in Napoli perchè erano fora ussiti de Zenoa. Et come el Re fo intrato in Napoli li dette salvo condutto, liberamente potesse dismontar in terra lui et domino Obieto; et cussì dismontono. Quello poi di loro seguite, intenderete di sotto. Non voglio restar di scriver come era Vice Re in Castel nuovo uno zenoese, chiamato Thoma Fregoso. Ma el Re preditto de Franza, vedendo che li castelli non si volevano render, non stete ad indusiar più, ma a dì 22 Fevrer essendo venuti Domenego Trivixan, Antonio Loredan et etiam Paulo Pixani cavalieri et oratori veneti a inchinarsi a Soa Majestà a Pozo real, deliberò d'intrar in Napoli, et cussì fo di Domenega, a hore 21, con solum cavalli 90, et el resto a piedi, zoè assà Napolitani et intrò in Castel di Capuana, el qual è una parte di la terra et uno bellissimo palazo, et za Franzesi lo havevano habuto, et quivi alozò, et fatoli reverentia da nostri oratori, et di Soa Majestà tolto licentia, ritornò a caxa, et el Re poco da poi cenò in questo loco di Capuana. El Re non poteva haver danno per le bombarde erano trate in la terra, et in questo medemo zorno fo trato uno morter dil castello, el qual sfondrò la chiesia di Santa Maria di la Nova, senza però offender alcuno, però che era assà brigata a Vespero in chiesia, et el Re ordinò che fusse continuamente ditto castello bombardato; et cussì li 70 carri di artigliarie havia con lui tirati da X in 12 cavalli, fonno acostati al castello, et etiam piantate le forche a torno, cridando si non si rendevano, che tutti li farebbe apicar; ma quelli dil castello più se inanimava et li salutavano de artegliarie.

A dì 23 molti Sguizari salirono nella cittadella vicina al castello, et quelli dentro erano oculati ussirono fuora, et scazarono li nemici, et in quella baruffa fo ammazzati 30 Sguizari dil Re de Franza, et non cessava quei del castello di trazer, et ogni zorno ne amazava qualche uno da le artigliarie. Et poi in questo medemo zorno a hore 22 fo fatto un'altra baruffa a la cittadella, fo morti et sgombrati molti Sguizari zoso da le mure, et in tutto questo zorno ne fo morti zerca 100 homeni. Era dentro pur in castello ancora el Marchexe di Pescara, el qual vedendo non potersi tenir, deliberò più presto andar con el re Ferando, et entrar in Castel di l'Uovo, cha ivi più star. Et demum de lì partite, et andò a trovar el Re a Yschia.

In questo zorno el re Ferandino con la Raina, l'ynfante, Principe de Squilazi, soa moglie et altri di caxa Aragona et don Fedrigo partì dil Castel di l'Uovo sopra cinque galie di Villamarino et il meglio poteno portar con loro, et andono a Yschia, che è una ysola mia 8 lontana da Napoli, di esso Re, et ivi messe in terra ditte donne et lui andava innanzi et indrio come scriverò di sotto.

Et è da saper che in Napoli si ritrovava el sig. Jacomo Conte, el qual era al soldo dil Re di Napoli, et quando vide Napolitani disposti al Re de Franza deliberò più presto andar via et fuzer, cha inchinarsi a ditto Re. Et venne a trovar Paulo Trivixano ambassador nostro, al qual li disse come el si partiva, et voleva venir a Venetia a inchinarsi a quella Ill.ma Signoria, et voleva dimostrar la fede havia portata sempre a San Marco, et che al tutto era disposto di venir de qui. Se partì insieme con el Re, et avanti el Re si partisse ditto orator, per essere stato lì a Napoli con Soa Majestà, andò a tuor licentia, con el qual conferiteno alcune cose, et tolseno combiato insieme.

Questa nuova di l'intrar in Napoli dil Re di Franza venne prestissima a Venetia, ch'è con lettere di tutti tre li oratori, nararono d'esser stati da Soa Majestà, alegrandose di tanta vittoria nomine Dominii, a li qual el Re molto ringratiò, dicendo: questa Signoria esser soa carissima amiga, et che li havia mantenuto la fede li havia promesso, et che voleva lui medemo scriver a questa Signoria, come fece. Oltra di questo, ditti oratori dimandono licentia di repatriar, maxime Paulo Trivixano, perchè era consunta la sua legatione. Et in questa mattina medema, che zonse tal nuova molto molesta a tutta la terra, la Signoria mandò per tutti li ambassadori erano quivi, et a uno a uno li notificò ditta vittoria et intrata dil Re, et con mons. di Arzenton ambassador de Franza si rallegrò molto, dimostrando haver gran piacere: tamen non ferono dimostratione alcuna ni de soni ni de fuogi, come fece a Milano, che a dì 26 ditto have la nuova, et el Duca ordinò campane et la notte fuogi. Et poi a dì 27 fo fatto ivi processione, ringratiando Dio di tanta vittoria. Ancora a Fiorenza et Ferara dimostrono grandissima allegrezza, facendo feste e fuogi, et cussì in alcuni altri lochi.

Et l'ambassador de Napoli Joan Baptista Spinelli era in questa terra, la mattina a dì primo Marzo, havendo habuto grandissimo dolor, andò in Collegio a la Signoria, con el qual el Vice Doxe, perchè el Prencipe era amalato, fo doluto assà, et usatoli parole accomodate, per le qual poteva intender intrinsice, nostri non avrebbeno voluto tal cosse. Et poi ditto orator domandò che la Signoria li dovesse dir quello lui volevano facesse, o star qui o si dovesse levar e andar via, non essendo più Napoli in poter dil suo Re, licet le fortezze adhuc si teniva. Unde per la Signoria li fo risposo, prima facesse quello a lui pareva, et altre parole a mi incognite conferiteno; tamen che, tenendosi li castelli, poteva restar come ambassador, et che sarebbe honorato. Et cussì ditto orator restò, ma non andò molto fuor di caxa, et in questa matina non havia collar d'oro al collo, sì come portava prima la vesta. Et li altri ambassadori, eccetto Arzenton, andono a caxa soa a dolersi dil suo Re, el qual mons. di Arzenton era molto aliegro, et fece qui consolo dil Reame uno fiorentino, chiamato Bartholomio de Nerli, el qual era molto rico et mercadantava et era zenero di Joam Frescobaldi assà nominato, che in questo anno morite; et questo fece in loco di Piero Martineus era consolo in questa terra sì dil Re di Spagna quam di esso re Ferando; el qual però sempre exercitò el consulato. Et altro non seguite.

Aduncha el Re di Franza, sì come di sopra havete udito, è intrato in Napoli, et assà cose accadete in brevissime hore, et si puol dir haver acquistato el Reame in 7 zorni et non più, però che a dì 14 intrò in S. Zermano, et a dì 21 in Napoli, cosa quodammodo incredibile et miranda, et nunquam haver hauto contrasto de Aragonesi: et si el fusse venuto a tuor el possesso, sarebbe stato più zorni. Et questo è processo, perchè caxa di Aragona non ha habuto niuno li sia stato fidele, che pur a uno castello vi sta grandissimo tempo uno exercito ad haverlo, pur si voglia mantenir. Et esso Re non volse aspettar fino a dì 25, che si preparava el triumpho; et za Napolitani havevano dato principio a butar assà muraglie a terra per farli più honor a la soa intrata, tamen ben che cussì sotto sora, intrò. Fo decreto perchè Soa Majestà che habuto li castelli lui vi serà Re de Napoli, e intraria poi secondo il consueto regio[123]. Ma prima che alcuna cosa descriva de li successi seguiti lì in Napoli, voglio di questa città alcuna cosa descrivere.

Napoli, città regale, o vero sedia di Re, fo chiamata olim Parthenopea, fo edificata zerca 1000 anni avanti lo advenimento de Christo da Diomede in sul lito dil mare, et da Tito Livio nel ottavo de la prima Deca assà di questa è scritto. Fo sottoposta a Romani, et da 300 anni in qua da Re subiugata, i quali hanno però dato continuamente il censo a la Chiesia. Ha belli templi, mure, palazzi, zardini et roche superbissime, et in ditta città vi sono quattro castelli: Castel nuovo, che fo edificato o vero riconzato di novo per re Alphonso, dove è tal lettere: Alphonsus regum princeps hanc condidit arcem. Poi è la torre di San Vicenzo et Castel di Capuana, et e da l'altro campo di la terra, Castel di l'Uovo, situato e torniato di mare, ove è tal epigramma:

Ovum ritro novo; non sic turbor oro. Dorica castra cluens tutor; temerare timeto[124]. È ancora uno bellissimo monastero di Santa Chiara, è una gran cosa; sono 100 religiose donne, et fo edificato per la moglie di re Ruberto. Poi è Santa Maria di Carmini in capo di la piaza, monasterio de frati, et assà monasterii et chiesie in la terra, li qual, gratia brevitatis, qui lasserò di scriver. Et fuora di la terra, sopra uno monte alto, distante da Napoli uno mio, è il monasterio di San Martin de frati certosini, e lì a presso ha una fortezza con la chiesia, et è nuovamente fabricato. Circonda Napoli mia 3, mostra forma di scorpione, brazando il colpho di mar con le do zaffe, et verso la terra voltando la coda, come di sopra fortasse ho scritto. Ha gran populo, belle chiesie, et meglio acasado; di fuora bellissime possession et zardini con gran palazzi. È il mercado in piazza di Venere, et in cao di la piazza è una fontana granda, et poco da canto è a modo di uno tabernacolo con una colonna di porfido in mezo, dove re Carlo fece taiar la testa a re Coradin, re di Napoli. Di questa città fo Bonifacio (IX) pontefice, de la stirpe de Tomacelli, et Joanne 23 de Cossa; et etiam in questa vi habitò Virgilio, Livio et Oratio; et ancora Virgilio è ivi sepulto, che fu sommo poeta. Et mia do lontano de qui è una montagna concavata, longa mezo mio, et larga vi pol andar 4 cavalli a paro, alta meza lanza, et in alcuni luogi una lanza e meza, è di sorte di sasso di tuffo, si va con torze accese o vero lume per essere obscurità grande et assà polvere: la qual concavità fo fatta, come si dice, per Lucullo romano. Non voglio descriver le delicie havea re Alphonso in ditta città di Napoli; pur qualche parte, a eterna memoria, qui farò mentione. La sua munitione era tre stalle: in una bellissime armadure discoperte, di armar homeni da cavallo da capo a piedi; poi un'altra con assà numero di curazze et balestre liziere; poi in la terza X bombarde grande di metallo, tra le qual do grandissimi passavolanti, poi curazze assà da fanti a pe', in un'altra parte assà bombarde di ferro, da forteze et galee. Questa munitione era arente il castello dove habitava el Re, ma nunc tutta disfatta.

El zardin dil Re era in loco alto, con muri grandi, arbori producono ogni generation de frutti, naranzeri et limoni, et conzati li fruteri a torno con li naranzeri parevano spaliere; et in capo di uno altro zardin era una habitation di assà bestie volative, et ne l'intrar come armeri pieni de cunii (conigli) bianchi; item a modo di una cheba di ferro, dove erano oseleti, merli, tordi et altri oselli, tra i qual uno corbo bianco, uno beretino et uno negro, che parlavano; papagà beretini assà di ponente, in cabie; poi una camera con assà chebe di papagà di ponente in cabie, uno solo verde di levante, tra i qual era uno, habuto dal Re di Spagna, trovato in una isola nuovamente trovata, grande come Italia.

Questo papagà era grande come uno beretin di ponente, la testa bianca, el beco bianco, i pie' bianchi, sotto la gola dal beco fino al petto tutto rosso, et il resto verde. Item uno altro ortesello tutto naranzeri, et limoni solamente; uno altro, chiamato paradiso, dove era limoni, zedri, naranze, pomi d'oro, zensamini et mirti in gran copia, salizato di pietre, et una bella fontana et una pissina, una tavola, una credenziera e una cappelletta da dir messa, tutta fatta di... de mirto. Et el Re poteva venir in sti zardini dil castello per alcuni ponti levadori: tra i qual orti era una via si potea zostrar. La libraria dil Re era in una camera sopra la marina, dove era assà copia de libri, in carta bona, scritti a penna, et coverti di seda et d'oro, con li zoli d'argento indorati, benissimo aminiati, et in ogni facultà. Ma lassiamo questo, et di li ornamenti di Castel di Capuana, dove habitava re Alphonso, in vita dil padre, alcuna cosa scriviamo. Prima una camera ornata di depenture, ne la qual era uno organo, con li fianti di uno legno ditto ferulla. Et di questa se intra in un'altra più ornata di pitture, con uno organo di camera, con li canoni di carta, uno canon dorato et l'altro paonazo, che sonava per excellentia. Poi un'altra pur depenta, con tavole longe piene di lavor de cristalli de ogni sorte. Etiam un'altra con lavori bellissimi di cristallo lavorati a oro, et penture in gran quantità. Poi un'altra con tavole piene di lavori di porzelane, cosa dignissima. Poi se intra in una cortisella, dove era un satyro di marmoro abrazava uno puto ignudo con lascivia; el qual puto stava con la faza chinata con vergogna, assà bello et antico. Item una altra fegura antica, trovata a Gaeta nel cavar di fossi dil castello. Poi se intra in una camera a pepiano, grande, ornata di veludo pelo de lion, et cussì el letto con uno fioron d'oro, con l'arma in testa, da lato et in mezo. Poi in una, ornata di veludo verde a torno, con il letto ut supra. Una altra di ormesin vergado, similiter il letto: una di tabì intorno una ferza beretina et una negra a la divisa, et uno studio tutto intorno et di sopra lavorato di tarsia; sopra la tavola uno bellissimo tapedo damaschin, sopra el qual era 4 libri coperti di seda, con li zoli et cantoni d'arzento, zoè la Bibia, Tito Livio et Petrarca, uno caramal grando, tutto d'arzento, do candellieri de diaspro, et la ymagine dil re don Ferando vechio, di bronzo. Di qui si va in uno oratorio o ver capelleta, ornata a torno di veludo negro, con una pala pincta per excellentia, con 4 candellieri de diaspro. Poi se trova tre stalle, et se intra in una camera ornata di razi et tapezerie, poi in un'altra con figure depente, et il letto coperto di panno d'oro. Demum un'altra similiter fornita. Uno studio ornato, con libri coperti ut supra, et la figura dil Pontano gran secretario dil Re, homo dottissimo, zitata di bronzo. Poi si monta in alto, et si trova la speziaria dil Duca, con gran copia.... Et ussiti di questo palazzo, se intra in la stalla, dove erano 200 corsieri; poi la caneva con gran copia di botte grande, et in un altro zardin, dove di Zener era pome granate fresche. In cao di questo, uno altro bello palazzo, et una fontana, et tre camere: una ornata di tapezarie, l'altra di picture, et la terza pur di varie picture, con le letiere coperte di seta et d'oro. Montati su scale si trova pozuoli da star al fresco, mirabili; poi si discende in altre camere ornate ut supra, et uno oratorio dove era el Duca de Calavria, zoè don Alphonso, fatto naturalmente, che stava in zenochioni che pareva vivo; et altre camere et sale. Et questo basti quanto alle cose era in Castel di Capuana, come ho ditto.

In Castel nuovo si teniva le zoie dil Re, dove se intrava in una torre ditta la Torre di l'Uovo, dove era tre organi, uno con li fianti di tela, l'altro di piombo, l'altro di..., che tutti tre sonavano diversamente. In mezo questo loco era un repositorio con gran artificio fatto, con 430 casselette una sopra l'altra, da cavar et metter, lavorate a oro, fatto per medaie et camei, che ne era in gran quantità: et qui su una tavola quadra, coperta di veluto negro, mostravano le zoie a li orator. Era gran quantità, varie, di sorte diverse, collane, colari etc.

Lasserò le delicie havea il Re a Pozoreal, con le camere ornate d'oro et di seta; et in una de le qual era la coperta di panno d'oro sopra rizo, con uno moschetto damaschin, dove soleva dormir el Re talvolta l'istate, et soleva tenir in la credentiera quando pastizava ad alcuno 60 vasi tra picoli et grandi, oltra li altri arzenti, le cariege d'oro con cuscino di panno d'oro da zapar suso. Li scalchi erano don Fedrigo et don Alphonso abate, poi duchi, conti et marchexi stevano in piedi, davano 50 bandisone. Et accidit che re Alphonso dete uno pasto a l'ambassador veneto quivi a Pozoreal, essendo Duca, che durò la cena da hore 20 fin do hore de notte, et tamen tutte queste cose Alphonso lassò, non però che il meglio potesse non portasse con lui. Et Franzesi questi castelli occupono, non servando quello faceva Aragonesi; ma, come intesi, in camera dil Re di Franza medemo atacavano le candele al muro, et ogni sporcicia faceva in li più ameni luogi. Era con el Re 2000 osti che lo seguiva, i quali intrati in Napoli, non si teniva più bottege aperte per la terra, ma tutto a torno la piaza era queste ostarie, dove Franzesi si andava a usar l'exercito loro con Baco, et poi seguiva Venere. Et de li quattro banchi erano a Napoli, zoè Strozi et Medici fiorentini, Spanochi senesi, et Palmieri napolitani, fo fatto parte ostarie, et in parte stava meretrice venute col Roy. Se diceva messa in franzese et in italiano. Era carlevar quando intrò, et la quaresima li predicatori predicava, ma niun andava a le prediche. Le donne principal o andavano fuora per le ville o vero in monasterii, et in quello de Santa Chiara ne era zerca 2000. Et come da chi vi era intesi, la settimana santa el Re non vardava a far quello li piaceva, come dirò di sotto, con alcune soe favorite, et per Pasqua niun quasi si comunicò. Li frati erano partesani, chi anzuini et chi aragonesi, zoè tenivano; et el zorno de Pasqua, che tutti assueta andar a le chiesie, non se vedeva donne per la terra; et dove erano alozati Franzesi, in casa de cittadini, per non haver briga de comprar legne, brusavano porte et finestre, et fino le botte; et si li patroni volevano resister, erano feriti, come tutto più avanti descriverò, a Dio piacendo. Et el Re, intrato che 'l fu, fece uno editto non fusse dato impazo a Zudei, tamen poi comportò ogni danno li fo fatto. Anchora (fu) contento Marani ritornasse, et li de' salvo condutto, poi lo rumpete, et li retene, et manzò zerca ducati 12 milia. L'era dil Consejo dil Re zerca X: Samallo, Felippo mons. barba dil Re, marascalcho di Beucher, marascalcho di Giae, mons. de la Tramuil, de Obegnì, do Mompensier, de Lignì, de Miolans, lo Preosto di Paris etc. El Pontano gran secretario dil re Ferando, summo philosopho et litteratissimo, rimase a Napoli, nè volse andar col suo Re; et in casa soa era alozato el Preosto di Paris. Or questo Pontano fo chiamato dal Re de Franza per inquerir alcune cose, per la longa pratica havia di quel Regno, et li fo fatto bona compagnia. Ma a le cose seguite per zornata, da poi l'intrar dil Re in Napoli, scriviamo.

Quello seguite in Napoli da poi lintrata dil Re di Franza.

A dì 24 Fevrer continuamente bombardando, quelli dil castello, sì etiam Pizofalcon et Torre S. Vincenzo, la terra, adeo non si poteva andar per Napoli. Et el Marchexe di Pescara era già partito et andato in castel di l'Uovo, dove conferite con Ferandino; et poi tornato in Castelnuovo dove era, et questa è la verità, a custodia todeschi 350 et biscaini 150, forniti di vittuarie per anni do, formenti, farine, carne salade et formagi; et li mortari erano molto operati, perchè sfondrasseno le caxe. Franzesi veramente etiam loro bombardava ditto Castelnuovo, maxime la parte di la cittadela, tamen faceva poco danno, et poco più basso che li merli si poteva bombardar el castello, et solum da una banda. Et vedendo el Re de Franza non lo potendo haver per forza, et che non stimavano forche nè altro, havendo però li soi in questo zorno preso la cittadela vicina al castello, et con fuoghi artificiadi ruinò qualche parte de ditte muraglie, et con grandissimo impeto introno dentro et amazò alcuni custodi, che non poteno fuzir cussì presto, et trovono do bombarde grosse, le qual le vastano, non havendo tempo de far altro mal, et quelli dil castello molestandoli con le artegliarie, conveneno Franzesi ritornar in loco più securo, a li repari havia fatto. Et el Re deliberò di veder si poteva haver a patti, et si comenzono a parlar con quelli dil castello. Andava persone in colloquio dentro con ditto Marchexe, el qual in questo zorno ussite et andò in Castel dil Uovo, demum a Yschia; et tra i altri Zuan Jacomo di Traulzi andò a parlamento con ditti custodi, dicendo che in termine almeno di hore 20 si dovesse render, altramente che, havendolo, li jurava, nomine Regis, de far el Marchexe di Pescara in quattro parti; ma si se rendevano li daria tutto el suo stato et li fece altre promessione, et che accettasseno el partito, altramente, havendolo per forza, tutti anderia per el fil di la spada. Al qual ditto Marchexe rispose: volersi tenir 20 hore, 20 zorni, 20 mexi et 20 anni et in eterno, si tanto el vivesse, per el Re suo et per caxa di Aragona, per la grande fede lui portava, per esser loro arlevato, et che voleva che più fede se ritrovasse in lui solo che in tutto el resto de Italia; che in fina mo, havia el Re de Franza prosperato, ma che d'indi non haverebbe cussì, perchè eran tutti disposti di mantenir caxa di Aragona in piedi, cridando tutti tutti: Ferando! Ferando! Aragona! Aragona! Et el Traulzi li rispose come la roca di Gaeta si havia reso, et che non sperasse soccorso. Et lui disse: nol credo, come era la verità; però che sapeva ben lui, esser ivi fidatissimo per il suo Re; et in Gaeta era come in Napoli, la terra per Franza, li castelli per Ferando. Et conclusive ditto Marchexe disse: ve ne andate, nè più tornate, nè mai si pensa el Re de Franza che mi renda; et pregate Soa Majestà che, havendomi vivo ne le mani, faci quello mi ha mandato a dir; perchè disposto son al tutto di voler terminarme. Tamen poi si parti, et andò in Castel dil Uovo, come ho ditto di sopra. Ma el Re de Franza stava con molta paura; per le continue bombarde et mortari venivano trati, per la terra non si andava: era una cossa molto oscura veder quella degna città in tanta terribilità. Tamen Franzesi per questo non restava con le sue artegliarie far danno a li castelli.

A dì 25 ditto la torre di S. Vicenzo in Napoli, vicina al Castel nuovo si rese a Franzesi, et con quelli dil castello feceno trieva per tutto ozi et doman a mezo dì, per veder se si potevano acordar. Et la notte zonse tre galie, et messe in ditto castello fanti 150. El cardinal S. Piero in Vincula era in Napoli alozato ne l'arciepiscopato. Et in questo zorno li ambassadori veneti andono a visitar Soa Signoria, el qual mostrava esser molto amico de quella. Et è da saper che uno zorno el Re li mandò fino a caxa a far uno prexente di la badia di San Zermano, era dil Cardinal di Medici, con pensione de ducati 2000; et ditto Cardinal disse: non creda la Majestà dil Re che io lo siegua per haver abatie, ma solum per l'amor et fede porto a Soa regal Majestà. Et mostrò refutarla; tamen el Re mandò a dir voleva l'havesse.

Intrato el Re in Napoli, tutto el Reame era sottosopra; tutte le terre di la Puia, et quele di la Calavria, Terra di Lavoro etc. da loro medeme levavano una † bianca in campo rosso che, come ho ditto, non sapevano far l'arma de Franza: et dove andava suo araldo era il ben venuto. Pur Camillo Pandon, vice re per Ferando in Puja, habitava in Otranto, et fo causa che alcune terre non se rendesse, come quando scriverò l'acquisto, dirò il tutto.

In questo zorno di XXV Fevrer acadete cosa in Napoli molto acerba, ut ita dicam, a tutta la christianità: che Giem sultam, fratello dil gran Turco, el qual questo Re tolse dal Pontifice et lo menò con lui; et in camino avanti el Re intrasse in Capua si amalò, fo divulgato da cataro, el qual li era disceso in uno ochio et nel stomego, o vero fusse reuma; tamen intrò in Capua, et stava sempre apresso dil Re. Et pur crescendoli el mal, fo portato in bara in Aversa, poi in Napoli, dove li medici li feno molte provisione, cavando sangue et altri remedii, et alquanto migliorò. Pur la febbre li cressete, onde non volle provisione alcuna che, ita volente fato, in questa matina expirò, fermo e costante ne la fede soa. La qual morte fo grandissimo danno sì al Re de Franza, quam a tutta Italia, et maxime al Pontifice; che lo privò de ducati 40 milia d'oro haveva ogni anno da suo fratello, per caxon havesse custodia de lui. Et a hora, non dubitando più dil fratello, si inanimerà contra cristiani, che Dio nol voglia: che se niuna cosa teniva Turchi a passar in la Puja, era che 'l Signor non voleva mandar gran quantità, a ciò che non si levasseno poi contra di lui, sublevando questo suo fratello, ch'era amato da li populi, et huomo assà bellicoso et de grande animo. Nè ancora voleva mandar poche persone, a ciò non fusse rotte: sì che questo suo fratello era buona causa di far star basso ditto signor Turco. Et pur ogni anno veniva de Turchia in Italia ducati 40 milia venetiani. Et el Re di questa morte dimostrò haver gran dolor, et sospettavano el Pontifice non ge l'havesse dato attossicato a termene: la qual cosa non erat credendum, perchè sarebbe stato suo danno. Or, come si fusse, morite; et fu poi in deposito mandato a Gaeta. Questo, mentre era in camino, era custodito da 1000 franzesi et altre generatione; havia con lui turchi che lo serviva, et havea libertà de andar per el campo a suo piacer.

A dì 26, passato mezo zorno, fo molto bombardato el castello fino la sera, non havendo voluto acordo. Et el Re andava ogni zorno fuora di la terra per quelli zardini et lochi ameni et colletti (colline) a la caza con grandissimo piacer, et lassava bombardar a li soi. Ma Ferandino, come fo a Yschia, et che messe zoso la soa brigata, volendo passar in Cicilia, convenne per fortuna restar et ritornò a Castel dil Uovo, sì per inanimar li soi di le fortezze, quam per sopraveder. Et andava inanzi et indrio a suo piacer, zoè da Yschia a Napoli, et poi la sera ritornava a Yschia; et fo ancora a Gaeta a sopra veder quelle cose dil castelo.

A dì 27 et 28 ditto fo pur bombardato per Franzesi; tamen con poco danno dil castello; et erano più fermi che mai.

A dì primo Marzo 1495 la notte venne Villamarin con cinque galie al muolo di Napoli, et brusò uno galion et una galia de le rimaste in porto; poi tornò da re Ferando; et ancora una galia, la qual fenze di esser fuzita et venuta dal Re de Franza, tolto assà robbe di la Rayna et di don Fedrigo, insieme con le ditte ritornò dal suo Re. El qual fo divulgato havia 14 galie, tamen non andava a torno se non con tre. Et za li zorni passati havea mandato uno suo dal Re de Franza, per veder se poteva acordarsi, et haver qualche stato lì in Reame; ma ditto re de Franza non voleva udir parola per darli stado in quelle parte, ma ben li prometteva in Franza. Et vedendo le cosse cussì disperate al tutto, Ferandino deliberò de andar in Cicilia a trovar el padre, e forsi passar in Spagna, lassando don Fedrigo a Yschia, a ciò facesse quello lui faceva per inanimar li custodi de li castelli, et etiam di quello di Gaeta. Ma el Re de Franza dolendosi molto di la morte dil fratel dil Turco, deliberò di tenirla secreta quanto più potesse, et non volse per alcuni zorni se sapesse la verità, o fosse vivo o morto, ma ancora da poi sepolto fece far quella custodia medema a la caxa come prima, et star lì sui deputadi a la guarda, et vi andava medici; et fin a li ambassadori veneti non volse dir alcuna cosa, benchè ditti oratori la verità sapesseno, et havia subito advisato la Signoria. Tamen non molto da poi per Napoli ogni uno intese el certo, et Franzesi diceva el papa ge l'havea dato atossicato, perchè post mortem li fu trovato alcuni segni di veneno sul corpo; et siccome scrivono li dottori, maxime quelli tratano de venenis, come Piero di Abano et altri, che si puol dar veneno a uno, et non farà l'operation se non al termene constituto. Or sia come si voglia, questa nova subito per molte vie fo notificata al gran Turco, tamen non lo credea, come dirò più avanti. Et el Pontifice sopra tutti li altri mostrò haver grandissimo dolor, et etiam come sì presto el Reame era perso.

Questo Re de Franza era devotissimo, et ogni terra dove l'intrava, prima andava in chiesia, et ivi stava do hore in oratione, ringratiando Dio; ogni prima domenega di mexe se confessava et comunicava; non cavalcava la festa; varisse di mal di scrovole, secondo el costume regio de Franza, disceso da Santo Ludovico re, et qui in Italia molti del mal preditto segnando varite, ut dicitur. È magnanimo perchè dona e fa molti presenti, et tra li altri, da poi intrato in Napoli, conferite assà privilegii et fece molte exemptione ad alcune terre che li dimandono; restituite a molti baroni li loro stadi, et quelli li investiva et si faceva jurar omazo; et quelli contadi, che non si trovava heriedi veri et antiqui baroni, li conferiva a soi benemeriti franzesi, ita che sempre era in conferir gratie, doni et beneficii; et in questo li soi cancellieri et secretarii erano molto occupati, maxime uno chiamato Rubertet ch'era di primi. Et havendo za fatto uno dei soi capetani in uno ufficio in Reame, zonto che fo el Principe di Salerno, inteso che ditto offitio a lui aspettava, revocò dal suo barone, et libere dette a ditto Principe, el qual ritornò nel suo stado, come dirò di sotto. Et ancora per angarizar manco Napolitani, molte di le sue zente, oltre quelle si sparpagnò in la Puja et Calavria con le zente italiane, volse, che molte erano in Napoli, uscisse et andasse ad alozar a Aversa, Nola, Capua et Gaeta, licet ancora la roca si tenisse, o vero castello, et in altri lochi ivi vicini, et pur si sforzava di haver le fortezze di Napoli. Ancora fece molti editi, tra i qual, che tutti quelli habitanti in Napoli, che havesseno formenti et farine, si dovesse dar in nota in termene limitato, altramente quelle fusse perse, et restino condennati di pena per saco ducati 100; et tutti quasi si andono a dar in nota, unde par la farina crescesse un poco più, et venne grandissima bondantia di ogni cosa. Tamen Napolitani subito comenzono a esser mal contenti de Franzesi: questo perchè erano li vassalli in le sue caxe, et Franzesi li patroni. Creteno (credettero) haver exemptione, et li capitoli a loro modo, et nulla ebbeno: ymo el Re vuolse scuoder avanti el tempo una gabella pagavano da Pasqua, come dirò di sotto. Li Zudei fonno scaciati, et messi a saco quelli pochi erano restati, da Franzesi; licet essendo edito dil Re non li fusse dato noja:ma non poteva obviar a la furia di le sue zente. El stato dil Principe di Squilazi, fiol dil Pontifice, andato con Ferando via, dete a suo barba Filippo monsig. Fece monsig. de Citem, za fo qui ambassador, sopra le artegliarie et munitione de Napoli. El ducato de Ascoli dete a monsig. di Beucher, licet li fioli dil signor che era fusse in la roca di Gaeta. A monsig. di Arzenton, era qui suo ambassador al presente, li dete la trata di trazer di Reame, et etiam li resalvò un buon officio in Napoli. Et gran siniscalco del Regno, monsig. di Lignì suo cusino. Et gran armiragio, monsig. di Beucher nominato di sopra, o vero governador dil Regno, zoè di l'intrade. Monsig. di Mompensier, come ho ditto za, era instituido dovesse romagner Vicerè di Napoli; et de la Calavria Vicerè monsig. di Obignì; et di la Puja Vicerè monsig. di la Spara (de l'Esparre); et cussì a tutti li soi conferiva de beneficii de ditto Reame; a alcuni baroni etiam erano scaciati, tra i qual el conte di Mariano have el suo stado, per esser sta antiquo suo. A Colonesi, come di sopra scrissi, dete el contà de Fondi, rende de intrata ducati 12 milia, et qui in Napoli li fece la investisone et privilegii. Al conte de Fondi dete el contà d'Albe et de Zelano. La badia de San Zermano dete al cardinal S. Piero in Vincula. È da saper Medici havia solum ducati 2000 di pensione, et el resto re Alphonso godea; et però San Piero in Vincula contento de dar al ditto cardinal tanti altri beneficii de ditta quantità, et a lui restasse libera ditta Abatia. El cardinal de Zenoa con domino Obieto dal Fiesco che, come dissi, erano montati su le nave et slargati in mar, habuto salvo conduto dal Re, dismontò, et volendo andar el Cardinal per Napoli, cadete di cavallo, si fece mal a la spala, adeo fo portato a caxa: et li oratori veneti andono a visitar Sua Signoria et poi, varito, si fece più amico dil Re cha li altri, et quello seguitò et per li sui operò insieme con ditto Obieto per esser cai di parte di Zenoa.

El sig. Virginio Orsini et el Conte di Petigliano in questo tempo erano a Castelamar, retenuti per el re de Franza, ma el Traulzi si acordò col Re nel numero di soi cinque capitani con ducati X milia a l'ano et 100 homeni d'arme.

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