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Garibaldi, Vol. 2 (of 2) (part 2 of 3)

Part 2 of 3 · Guerzoni, Giuseppe · Public domain text

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Garibaldi, Vol. 2 (of 2) (part 2 of 3)

Se non che sul finire di quel mese il Generale, credendo giunta forse l’ora d’agire, fu obbligato ad aprirsi, almeno con quelli tra’ suoi più devoti e fidati che si era predestinati per compagni; epperò chiamato a sè il Guerzoni, che gli faceva sempre da Segretario, gli svelò a larghi tratti tutto il disegno. Diceva press’a poco tutto quello che noi abbiamo narrato: il Re d’accordo con lui, imminente l’insurrezione, il principe Couza disposto ad appoggiarla, il colonnello Frigesy pronto, a Bukarest, ad entrare in Ungheria con una mano d’Ungheresi e Polacchi, egli prossimo a partire per Costantinopoli, d’onde poi a tempo opportuno entrerebbe nei Principati: aspettare per questo un vapore da Genova che lo portasse in Oriente, intanto partissi anch’io per Torino affine di chiamare a raccolta gli amici comuni, e me ne indicava i nomi, e farli convenire ad Ischia. Come restasse il Guerzoni a quella inattesa rivelazione non ridiremo: basti solo ch’egli misurando subitamente e senza grande sforzo di acume tutti i rischi d’una siffatta avventura, incoraggito dalla fiducia che gli accordava il Generale e dalla coscienza d’adempiere ad un alto dovere, non si peritò a rispondere anche a quel Garibaldi col quale era cosa sì ardua il solo discutere, e pel quale egli nutriva una venerazione quasi figliale, non si peritò, diciamo, a rispondergli: «che egli l’avrebbe, come sempre, ubbidito e seguito in capo al mondo; ma che ponderasse se quella impresa era possibile; se le notizie che riceveva da quei paesi lontani erano certe; se i soccorsi promessi parevano bastanti; se infine Vittorio Emanuele, re costituzionale, era autorizzato a promettergli un aiuto che solo d’accordo col Parlamento e col Ministero avrebbe potuto arrecargli. Infine soggiunse non intendere come anche giunto a Costantinopoli, il Generale potesse sperare di penetrare di là, tanto più con un seguito d’ufficiali e in atteggiamento guerresco, fino in Gallizia, e credere che il Governo ottomano o il principe Couza non l’avessero ad arrestare per via anche prima che l’arrestassero al confine transilvano i battaglioni austriaci. Infine pregò, scongiurò il Generale a pensare alla risoluzione che stava per prendere: andarne della sua vita tanto preziosa; andarne della salvezza della patria medesima.»

«Che cosa importa la vita,» interruppe con uno de’ suoi più fieri accenti il Generale: «è ora di finirla: l’Italia non si libera che colla rivoluzione. Se volete partire, partite, se no manderò un altro.»

Il Guerzoni chinò la testa e partì. Giunto a Torino dava convegno a tutte le persone indicategli dal Generale; Benedetto Cairoli, Giovanni Acerbi, Clemente Corte, Enrico Guastalla, Giuseppe Missori, Giacinto Bruzzesi, Giovanni Chiassi, Francesco Cucchi, Agostino Lombardi,[304] e manifestò loro i propositi, se non è meglio dire, la volontà del Generale, e li invitò, come n’aveva ricevuto l’incarico, ad Ischia, dove avrebbero ricevute più compiute istruzioni. Al messaggio del Guerzoni unanime fu il sentimento di tutti i suoi commilitoni, unanime il dolore di quella risoluzione del loro Generale, e il proposito di sconsigliargliela con tutte le loro forze. Lasciatigli pertanto in questa disposizione d’animo, fatta una visita al generale Bixio al Campo di San Maurizio, il Guerzoni il 6 di sera (gioverà rammentarsi di questa data) ripartiva per Ischia; dove cinque giorni dopo, tra il 12 e il 13, lo raggiungevano pure il Cairoli, il Bruzzesi, il Corte, il Guastalla, il Lombardi, l’Acerbi; insomma quasi tutti gli ufficiali garibaldini dianzi accennati. Se non che sullo stesso vapore col quale avevano viaggiato gli amici di Garibaldi erasi imbarcato pure il signor Porcelli, e come vedremo, apportatore d’una novella totalmente inaspettata. Giunta infatti tutta questa varia comitiva a Casamicciola, il primo ad essere ricevuto dal Generale fu Benedetto Cairoli, il secondo il signor Porcelli, col quale il Generale volle restar solo e si trattenne lungamente. Ma quale non fu la meraviglia di tutti gli astanti e convenuti nel sentire, poco dopo, dalle labbra stesse del Generale: ogni idea di partenza abbandonata, l’impresa abortita e libero ciascuno di tornare alle proprie case?

Perchè mai? Che cosa era accaduto? Quale era la nuova cagione di quel mutamento così repentino e inopinato?

Il Diritto del 10 luglio pubblicava a titolo di documento questa sedicente protesta.

«Domenica, 10 luglio 1864.

»Avuta certa notizia che alcuni fra’ migliori del partito d’azione sono chiamati a prender parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti[305] convinti:

»Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;

»Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gl’interessi della libertà che l’italiano;

»Che le imprese troppo incerte e remote, quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quello dei popoli;

»Credono loro dovere e per isgravio della loro coscienza dichiarare:

»Che l’allontanarsi dei patrioti italiani in questi momenti non può che riuscire funesto agli interessi della patria.»

Come ognun vede, questo scritto senza data, senza firma, buttato là dal giornale stesso che lo pubblicava senza una parola di conferma e di schiarimento; che vagamente parlava di progetti generici in paesi ipotetici, non poteva avere in sè stesso alcun valore, e sarebbe probabilmente passato nel pubblico o inosservato o incompreso, come una delle cento novelle de’ giornali che nascono al mattino e la sera son morte.

Tale non fu il pensiero di Vittorio Emanuele. Sia che egli si fosse avveduto del mal passo in cui s’era impigliato[306] e stesse spiando uno scappavia per districarsene; sia che fosse sinceramente persuaso di non poter più dopo quella pubblicazione del 10 luglio condurre colla dovuta segretezza la trama avviata (anche i Re galantuomini quando cospirano non dicono mai tutto intero l’animo loro), il fatto sta che egli vede, o immagina, o finge vedere in quella anonima protesta una denunzia pensata, una perfidia calcolata, una ostilità deliberata di tutto quel partito d’azione col quale aveva fino allora congiurato e trovando in questo solo fatto un motivo a’ suoi occhi plausibile per giustificare la sua ritirata, annunzia a Garibaldi (per una lettera recata da quello stesso Porcelli) che visto oramai il disegno propalato da’ suoi stessi amici, e se compromesso col governo, si scioglieva da ogni impegno e disdiceva l’opera intrapresa.

Grande fu naturalmente l’indignazione di Garibaldi a questo inaspettato messaggio, e nella prima concitazione dell’animo, vedendo egli pure nella protesta del 10 luglio la cagione prima della fallitagli impresa, corse egli pure, sospinto da maligne suggestioni, a sospettarne autori coloro che più erano in voce di avversi alla spedizione e primo di tutti il suo segretario Guerzoni, che n’era invece più di tutti non che innocente affatto inconsapevole.[307] Pochi giorni di riflessione però bastarono a riaprirgli gli occhi, ed a fargli discernere di nuovo i veri dai falsi amici. Quanto più grande era la sconvenienza, diciamo senz’altro, la colpa della protesta del 10 luglio, tanto più appariva impossibile che alcuno degli ufficiali garibaldini convenuti o chiamati ad Ischia vi avesse partecipato. Nè Cairoli, nè Acerbi, nè Corte, nè Guastalla, nè Missori, nè Cucchi, nè Chiassi, nè Bruzzesi, nè Lombardi, nè Guerzoni erano uomini da dissimulare il loro pensiero, o da rimpiattarsi dietro i nascondigli dell’anonimo per esprimerlo. Essi non approvavano quella scorreria austro-orientale, e non lo nascondevano; essi potevano anche tentare d’opporvisi manifestando schiettamente il loro dissenso; ma chi appena li conosceva li sapeva assolutamente incapaci di abusare d’un segreto che il loro Generale avesse loro confidato, e molto meno di cospirare di soppiatto contro di lui per farne abortire i disegni. Non era certo da coloro che l’avevano sino allora seguito in silenzio e ad occhi chiusi da Varese a Marsala e da Sarnico ad Aspromonte, che Garibaldi poteva temere un atto, non che di slealtà, di defezione o di rivolta. Anzi tanto era, a que’ giorni, tenace il loro attaccamento, e cieca la loro devozione, che se egli si fosse ostinato a partire e avesse detto loro come l’udimmo altre volte «chi vuol restare resti: andrò anche solo;» mettiamo pegno che nessuno di que’ suoi fedeli, pur credendo di perdersi con lui, avrebbe avuto cuore d’abbandonarlo.

Fortunatamente a cessare per lui e per l’Italia questo pericolo venne la lettera di Vittorio Emanuele, e il dì appresso, 14 luglio, Garibaldi, cupo, triste, aggrondato, ripartiva sullo Zuavo di Palestro per la sua Caprera, null’altro portando seco del gran fuoco artificiale di Londra e del tizzone passionatamente covato d’Ischia, che un pugno di cenere; la cenere amara di due sogni distrutti.

XII.

Giungemmo così a quell’anno 1866 che doveva essere la prova di fuoco del nostro valore e non fu che la superflua conferma della nostra fortuna. Le origini della guerra che sta per iscoppiare, i negoziati diplomatici che la prepararono, gli interessi e le alleanze che ne furono il fondamento, sono noti e non sarebbe di questo libro il riandarli punto per punto e nemmeno il compendiarli. Soltanto ci sia lecito rammentare, a onore della generazione che governò i primordi del nostro risorgimento, come i primi a scoprire, quasi divinare, quella comunanza di interessi e d’intenti che segretamente stringeva l’Italia e la Prussia, e grado grado le preparava a trovarsi un giorno sui medesimi campi, contro il medesimo nemico, furono gli uomini di Stato italiani.

Questo concetto, che trent’anni fa poteva parere poco meno che una utopía, fu, staremo per dire, vaticinato nel 1848 da Pellegrino Rossi in una delle sue tre celebri lettere da Roma, che morte repentina gli impedì di pubblicare;[308] ripreso nel 1858 dal conte di Cavour, che tentava pel primo farne oggetto di diplomatiche trattative, fu di nuovo enunciato da lui nel Parlamento del 1861 come un’eventualità non lontana e nell’anno stesso, mercè la fida e ascoltata parola di Alfonso La Marmora che n’era sempre stato caldo favoreggiatore, insinuato per la prima volta nella Corte di Berlino, dove il solo nome d’Italia metteva tuttora il ribrezzo d’una befana.[309]

Quanto poi al 1866, nessuno che abbia letto i documenti di quell’anno potrà negare oramai che una gran parte del merito della conchiusa alleanza non ispetti al generale La Marmora. Il Bismarck fu il primo a concepirne il disegno e intavolarne i negoziati, e non gli torremo questo vanto; a patto però che non si neghi al La Marmora l’altro non minore d’aver prontamente afferrata la mano che, ancora esitando, gli era stesa, e soprattutto d’essere rimasto fedele ai patti stipulati anche quando l’alleato col suo contegno, e l’avversario colle sue offerte, lo tentavano a violarli.

Furono la sua coerenza, la sua fermezza, la sua lealtà, non disgiunta in taluni istanti da molta prudenza ed accortezza, che condussero in porto quella nave respinta, in sulle prime, da tanti venti, e che abbandonata un giorno dallo stesso suo maggior pilota, per poco mancò di naufragare. Se il generale La Marmora col mettere risolutamente l’Imperatore de’ Francesi nelle confidenze del trattato non ne avesse assicurata all’Italia ed alla Prussia l’amichevole neutralità, non sappiamo se il conte di Bismarck sarebbe riuscito da solo a condurre a termine un disegno di cui la Francia aveva tanta ragione d’adombrarsi; se quando l’Austria propose il disarmo simultaneo (21 aprile) e la Prussia l’accettò, e Napoleone III lo consigliava, l’Italia non avesse risposto accelerando i suoi armamenti, non è ben certo con quale altra carta il conte di Bismarck avrebbe potuto rimettere la partita pericolante; se infine, anche essendone giustificato dalle ambiguità del suo alleato,[310] il La Marmora avesse consentito alle proposte di cessione della Venezia, fattegli dall’Austria per mezzo di Napoleone III, a sola condizione di restare neutrale nella lotta imminente fra i due Potentati tedeschi, ognuno intende che non solo della lega italo-prussiana non restava più nemmeno la memoria, ma assai probabilmente la vittoria di Sadowa si sarebbe compiaciuta di volare sotto altre bandiere. E dicasi pure che il rifiuto del generale La Marmora non fu, insomma, che il semplice adempimento d’un volgare dovere; resta tuttavia a sapersi quali interpretazioni avrebbe dato ad un siffatto dovere il Machiavelli prussiano se per avventura l’Austria gli avesse fatto offrire di ritirarsi in perpetuo dalla Confederazione germanica, a patto solo di lasciarla scapriccire in Italia. Assai probabilmente l’uomo che ci offriva la sua amicizia, e ratificava poco dopo i preliminari di Gastein, che interpretava il Trattato dell’8 aprile obbligatorio soltanto per l’Italia e si rifiutava di impegnare la Prussia a soccorrerci nel caso che l’Austria ci assalisse; che aveva sempre considerato la questione di Venezia «come una carta da giuocare,» buona a puntarsi così contro l’Austria per amicarsi l’Italia, come contro l’Italia per ingraziarsi l’Austria; assai probabilmente, diciamo, un uomo siffatto si sarebbe intascato il lauto e gratuito compenso, lasciando solo nelle peste il dabbene alleato, fra l’ammirazione ancora più probabile di tutti i volghi cui non sarebbe parso vero di gridare lui genio portentoso della politica e il gabbato ministro italiano un povero gonzo!... Onore ad Alfonso La Marmora, che preferì per sè il rischio d’una reputazione perpetua di dabbenaggine e per la patria sua le alee cimentose ma onorate d’un’amicizia non bene saldata e d’una guerra sempre ardua, al marchio, che nessuna gloria avrebbe scancellato e nessun guadagno riscattato, di mancatore di fede.

XIII.

Gli avvenimenti frattanto erano corsi colla rapidità delle cose che hanno in sè stesse il loro impulso e la loro ragione. Il 6 marzo pervenivano a Firenze le proposte dell’alleanza prussiana; il 7 il generale Govone partiva per Berlino, latore delle controproposte del La Marmora: l’8 d’aprile il Trattato offensivo e difensivo era conchiuso: dal 12 al 27 aprile tutte le disposizioni preparatorie della mobilitazione erano state prese: il 27 veniva incorporata la seconda categoria della classe 1844: il 28 decretato il richiamo delle due classi in congedo, e la formazione dei depositi: in sui primi di maggio l’esercito veniva ordinato e mobilitato in sedici divisioni attive e quattro Corpi d’armata, che andavano concentrandosi tra Cremona, Piacenza, Bologna: finalmente il 6 maggio era decretata la formazione di cinque reggimenti di Volontari, il comando dei quali era commesso al generale Garibaldi; stabiliti i depositi a Como ed a Bari, aperti nel 14 dello stesso mese gli arruolamenti.

La lode schietta però che la storia deve tributare al generale La Marmora ed al suo Ministero della Guerra per la rapidità con cui in breve tempo, e malgrado la necessità di serbare in sul principio il segreto, fece passare l’esercito (indebolito dalla smania intermittente delle economie e mancante persino dell’ultima sua classe) dal piede di pace al piede di guerra, portandolo in poche settimane, sufficientemente istruito e provvisto, sulle prime linee d’operazione, quella lode, diciamo, non gli potrà esser concessa, nè per il modo con cui provvide all’armamento della flotta, nè per l’indugio che frappose all’ordinamento dei Volontari.

E lasciando a cui ne spetti il doloroso assunto di parlare dell’armata, ecco quale fu la condotta del Governo verso i Volontari.

Nell’opera ufficiale la Campagna del 1866 in Italia, si legge: «L’idea della formazione dei Corpi volontari si presentò al Ministero sino dai primi indizi di guerra come questione risolta di sua natura. Se non che le considerazioni che lo avevano trattenuto da qualunque misura d’armamento manifesto, gli impedivano di porre per tempo mano a qualsiasi provvedimento di tale fatta, che avrebbe potuto essere segno di guerra decisa.[311]»

Queste ultime considerazioni se giustificano, fino a un certo punto, il ritardo della chiamata pubblica dei Volontari (e anche questa poteva essere anticipata di parecchi giorni), non ci pare abbiano lo stesso valore per iscusare il troppo lungo indugio frapposto alla loro formazione ed ordinamento. Appunto perchè la istituzione de’ Corpi volontari era «già questione risolta di sua natura;» appunto per ciò importava che ne fossero da tempo apparecchiati i quadri, il vestiario e l’armamento. Nè contro siffatte provvisioni preparatorie poteva stare la ragione della prudenza politica accampata giustamente contro gli arruolamenti. Questi erano per necessità pubblici; quelli potevano anche essere segreti, o almeno larvati e dissimulati in guisa da togliere ogni appicco legittimo alle rimostranze diplomatiche, e da poter essere poi in ogni evento, senza grande compromissione, o negati, o attenuati, o disdetti. Come si preparavano negli arsenali armi e vesti per trecentomila soldati, nulla vietava se ne preparassero alcune migliaia di più per i Volontari, che già si sapeva di non poter rifiutare; come i Comitati di Stato Maggiore lavoravano pubblicamente da circa due mesi alla mobilitazione dell’esercito, nulla avrebbe impedito di affidare a Comitati segreti di ufficiali superiori garibaldini la composizione ed epurazione dei quadri, opera fra tutte ardua, lenta ed importante. Nè soltanto circa al tempo si sbagliò; ma altresì circa al numero della milizia cui si doveva provvedere; anzi il primo errore derivò manifestamente dal secondo. Il Ministero, lo confessò egli stesso, non aveva calcolato che su quattordici o al più quindicimila Volontari.[312] Ma davvero non si sa intendere su quale criterio questo calcolo fosse basato. Nel 1860 Garibaldi tra utili ed inutili rassegnò circa quarantamila Volontari, ond’era ragionevolmente presumibile ch’egli ne avrebbe contati altrettanti nel 1866; più anzi se si tenga conto che la sanzione reale, dando all’istituzione dei Volontari un carattere prettamente monarchico e governativo, avrebbe spinto sotto le insegne garibaldine molti che nel 1860 per ritrosia o diffidenza politica ne avevano rifuggito, e che infine la guerra all’Austria era la guerra più popolare di tutte; la guerra nazionale per eccellenza.

Ma per credere ai quarantamila Volontari, per apparecchiarne in tempo opportuno l’agguerrimento, per adoperarli con fiducia e con profitto, occorreva una fede che al generale La Marmora era disgraziatamente sempre mancata. L’uomo che in Parlamento aveva dichiarato d’aver per la sola parola rivoluzione un’antipatia invincibile, non poteva essere un amico sincero e cordiale di quella milizia e di quel Capitano che a’ suoi occhi rappresentavano l’incarnazione armata dell’esecrata parola. Tutto ciò che sapeva di popolare, di improvvisato, di exlege, gli era istintivamente sospetto. Però i Volontari egli poteva subirli come fece nel 1859, ma non amarli; reputarli in qualche caso non inutili, non mai necessari. Nei suoi Ricordi rammenta con certa compiacenza d’aver proposto egli il mezzo termine di Cacciatori delle Alpi; ma quel mezzo termine era la estrema concessione a cui gli fosse dato arrivare: il di più lo poteva concedere, molto a malincuore, alla opinione pubblica, al pregiudizio popolare, alla opportunità politica, non mai alla sua coscienza. A’ suoi occhi un corpo grosso di Volontari era militarmente un imbarazzo e politicamente un pericolo. E tanto più in quell’anno 1866, in cui colla guerra veniva a coincidere la partenza de’ Francesi da Roma! Perocchè, domanda a’ lettori uno de’ suoi più devoti biografi: che cosa poteva accadere se Garibaldi alla testa di quaranta o cinquantamila Volontari rifiutava di deporre le armi fino a che i Francesi avessero sgombrato, o fosse marciato direttamente su Roma? «L’Imperatore non aveva mancato di mostrarsi inquieto di questa eventualità e per quanto il Ministro a Parigi avesse tentato di rassicurarlo, questi non si lusingava di esservi riuscito.[313]»

Date pertanto queste idee, che dal punto di vista strettamente monarchico e conservatore in cui il La Marmora si poneva erano logiche, le conseguenze furono immancabili ed immediate. I presunti quindicimila Volontari diventarono in meno d’una settimana trentamila, talchè non bastando più i due depositi di Como e di Bari a capirli, non che ad acquartierarli, fu mestieri sospenderne per alquanti giorni gli arruolamenti, stabilire in fretta e furia altri quattro depositi: Varese, Gallarate, Barletta, Bergamo; portare i battaglioni da venti a quaranta, raddoppiare e triplicare di conserva i mezzi d’armamento e di corredo, i quali, però, nonostante tutto il buon volere dei Reggitori della guerra, restarono sempre, fino alla fine della campagna, e per numero e per qualità inadeguati al bisogno.

E più grave ancora apparve la insufficienza de’ quadri. Le Commissioni di scrutinio non posavano nè dì nè notte; ma strette dall’urgenza, sopraffatte dal lavoro, dovettero ben presto abbandonare ogni proposito di cerna rigorosa, prendendo gli ufficiali come venivano loro alle mani, spesso e malgrado loro fra i meno idonei, e mandandoli poi, a sorte ed a casaccio, a questo o quel reggimento; taluno de’ quali veniva così a sovrabbondare d’inetti ed altri a mancare de’ necessari. E poichè la confusione del centro non poteva a meno d’irradiarsi, moltiplicando, alla periferia, i comandanti di corpo incalzati pur essi dalla fretta, «che l’onestade ad ogni atto dismaga,» obbligati a provvedere al tempo stesso con pochi e spesso inesperti ufficiali all’arruolamento ed all’epurazione, ai quadri ed all’amministrazione, alle distribuzioni ed alle proviande, erano di necessità forzati a trascurare, o almeno a non curare quanto avrebbero dovuto o voluto la istruzione e la disciplina, che erano il supremo e più urgente bisogno di quelle improvvisate milizie.

Tuttavia e malgrado questi difetti, anzi staremmo per dire vizi organici, l’opera preparatoria procedeva senza sosta, e Garibaldi, null’altro potendo, si sforzava d’agevolarla col consiglio e coll’esempio. Pregato a non muoversi da Caprera, pel timore che la sua venuta sul continente potesse accrescere gl’imbarazzi del Governo, aveva subito obbedito; ricevuto l’annunzio della sua nomina, vi aveva risposto pubblicamente con fervide proteste di gratitudine e di devozione al Re ed a’ suoi Ministri;[314] interpellato da amici, da commilitoni, da società politiche sul da farsi, rispondeva a tutti una sola parola; «Guerra e concordia.[315]» Infine quando sulla fine di maggio il colonnello Vecchi si recò a Caprera, incaricato dal Governo di concertare con lui le ultime provvisioni per il comando e l’ordinamento dei Volontari, ed esporgli insieme il piano di guerra stabilito per la imminente campagna, egli pose uno studio singolare nel mostrarsi arrendevole su tutti i punti, riducendo al più stretto necessario le sue domande, e protestandosi contento di qualunque parte gli si volesse assegnare.

Circa ai Volontari approvò quasi senza discutere tutto quanto era stato predisposto; chiedendo soltanto che al corpo fossero aggiunti uno squadrone di guide, un battaglione di Bersaglieri volontari, e, se dovesse operare in Tirolo, alcune batterie da montagna: nominò egli, poichè glie n’era lasciata la facoltà, i Comandanti di corpo, e gli ufficiali dello Stato Maggiore, esprimendo però il desiderio, che non fu poi soddisfatto, di poter accettare nei quadri gli ufficiali che avevano disertato per lui ai giorni d’Aspromonte e che perciò erano stati cassati dai ruoli dell’esercito. Interpellato circa all’Intendenza, rispose: «Datemi Acerbi e del danaro, e basta;» consultato circa al concetto di ordinare i venti reggimenti in quattro divisioni, esternò qualche dubbio, natogli principalmente dal timore che un siffatto ordinamento potesse nuocere alla mobilità e speditezza del corpo; ma rimettendosi anche in questo al giudizio de’ suoi capi. Soggiunse, tuttavia, che qualora la propostagli formazione fosse deliberata, egli proporrebbe per comandanti delle quattro divisioni, Nino Bixio, suo figlio Menotti, Nicola Fabrizi, e, questo solo basterebbe a nobilitare l’uomo, il generale Pallavicini, quel medesimo che l’avea ferito ad Aspromonte. Nè questo gli bastò, chè discorrendo della eventualità di combattere sopra un terreno più vasto, dichiarò che avrebbe tenuto a onore e fortuna singolari l’avere sotto i suoi ordini una divisione dell’esercito regolare, la quale ben pensava che a fianco dei suoi Volontari avrebbe rappresentato la più nobile incarnazione dell’unità della patria.

E tutto ciò, meno gli ufficiali disertori, gli fu prontamente e largamente promesso; ma in qual misura al lungo promettere sia seguito l’attendere lo vedremo in appresso. Quanto poi al disegno generale della guerra, espresse, poichè erane richiesto, il suo parere, lasciando però anche intorno a siffatto argomento chiaramente trasparire che nessuno più di lui era alieno dall’imporre le proprie idee, e che unico suo pensiero in quella guerra era di servire il proprio paese e di combattere. A’ suoi occhi il concetto sul quale lo Stato Maggiore generale italiano pareva essersi già fermato, di agire sul Po allo scopo di girare il quadrilatero, distraendo l’attenzione del nemico con alcune dimostrazioni sul Mincio, era buono in massima; solamente alla sua felice riuscita credeva indispensabili due condizioni: che sul Po, d’onde doveva partire lo sforzo principale, fosse concentrato il grosso dell’esercito e che alla dimostrazione sul Mincio fossero assegnate poche divisioni, le quali più che a combattere dovessero pensare a muoversi e manovrare. Quanto poi a sè stesso, non negò di mirare ad una impresa più vasta ed arrischiata, meditata a lungo e del cui buon successo sentiva quasi di poter rispondere. «L’intendimento suo (lo diremo colle stesse parole della Storia ufficiale) non era già di tentare una punta della Dalmazia attraverso alle provincie slave del mezzodì verso l’Ungheria e porre piede nell’Istria alle spalle di Pola; ma sbarcare presso Trieste, occupare quella città e manovrare verso nord sul rovescio delle Alpi Giulie e Carniche per impadronirsi dei passi che dal Veneto conducono nelle valli della Sava e della Drava.[316]»

Se non che avendo il colonnello Vecchi fatto considerare a Garibaldi che il Governo italiano non avrebbe potuto impegnarsi in quel progetto «se non a guerra cominciata, quando la situazione politica e militare si fosse rettamente disegnata,» (quando cioè l’esercito italiano fosse riuscito a postarsi gagliardamente nel Veneto, e la Confederazione Germanica, che la Prussia aveva interesse a non disgustare, avesse chiarito meglio i suoi propositi circa Trieste e l’Istria), il Generale si persuase subito della gravità di queste ragioni (specie della prima, che era la sola valida), e diede al suo interlocutore questa testuale risposta, che basta di per sè sola a qualificare i sentimenti con cui egli s’accingeva a quell’impresa: «Certamente ho anch’io, come gli altri, il mio piano di campagna. Espongo le mie idee, se sono consultato, e naturalmente ho piacere di vederle messe in opera; ma non farò mai difficoltà ad eseguire i comandi del capo supremo dell’armata.[317]»

Siccome però il colonnello Vecchi aveva pure dovuto soggiungergli che, nel primo periodo della guerra, il Governo l’aveva destinato ad operare in Tirolo, donde soltanto nel momento in cui la spedizione transadriatica fosse matura avrebbe potuto essere richiamato, il Generale accettò tosto l’offertagli impresa e volgendosi senz’altro a studiare i mezzi che potessero agevolargliene la riuscita, «richiamava fin d’allora l’attenzione sulla necessità di provvedere alla difesa del Lago di Garda, consigliando di armare batterie potenti, anche fino a venti o trenta pezzi, su zattere da rimorchiarsi col mezzo di vapori o di canotti a remi, assicurando aver egli stesso impiegato un tale espediente con successo nel Plata. Consigliava pure, e vivamente raccomandava, che si riunissero sulle rive del Garda molte imbarcazioni, quand’anche si fosse dovuto trasportarle colla ferrovia da punti lontani, e ciò per transitare attraverso il Lago grosse forze, e prendere piede sulla sponda sinistra, nello scopo di facilitare il passaggio del Mincio all’esercito e di assicurare il possesso di quella regione collinosa, che forma il punto più debole del Quadrilatero.»

E soggiunge il dotto ufficiale, da cui abbiamo tolto a bello studio queste parole: «e a nessuno sfuggì la saggezza di tale consiglio; ma la mancanza di tempo, la ressa, e tant’altre cagioni note e malnote impedirono di effettuarlo, sicchè (notevoli parole) mentre l’Austria signoreggiava il Lago di Garda colle fortificazioni di Peschiera e di Riva, ed una flottiglia di sei cannoniere e di due vapori a ruote, armate le prime di due pezzi ciascuna ed i secondi di sei pezzi, noi non avevamo sul Lago che cinque cannoniere male in arnese, armate ciascuna di tre pezzi; una sola di esse in buono stato, le altre inabili al movimento.[318]»

Nè con questo vogliamo dire che seguendo quei concetti le fortune del 1866 sarebbero state diverse; pur troppo gli spropositi commessi e i difetti apparsi nella preparazione e nella condotta di quella guerra furono tali che non si sa più quale disegno, per eccellente che fosse, avrebbe potuto dar la vittoria; a noi basti dire che le idee colle quali si combattè nel 1866 non furon quelle di Garibaldi, che nessuno de’ suoi consigli fu ascoltato, e nessuna delle sue proposte accolta e messa in atto.

La campagna del 1866 fu in realtà la negazione di ogni concetto. Fra la dimostrazione sul Mincio e l’irruzione dal Po, fu scelto un mezzo termine che aveva i difetti di entrambi i sistemi, senza alcuno de’ vantaggi che la scelta risoluta e l’attuazione compiuta d’un solo avrebbe portati seco. Le parti furono invertite: l’accessorio divenne il principale, e il principale l’accessorio; il passaggio del Po fu subordinato alla dimostrazione sul Mincio, la quale poi si mutò in un’irruzione; ma perchè anche la irruzione non era stata nè seriamente pensata, nè risolutamente voluta, nè convenientemente predisposta, si tramutò a sua volta in un’azione, anzi in una sequenza d’azioni imprevedute, estemporanee, sconnesse, che avrebbero reso difficile la vittoria anche ad un esercito più prode e più numeroso di quello che fu mandato a dar di cozzo ciecamente contro i colli di Sommacampagna e di Custoza, la mattina del 24 giugno. Che se a questo fondamentale errore si aggiunga la funesta dualità del comando e la discordia dei capi, con tutto il corteo degli equivoci, dei malintesi, dei puntigli, dei ripicchi che ne furono il naturale portato, si spiegherà ancora più facilmente, senza bisogno di acute disquisizioni strategiche, come una campagna che pareva vinta prima che intrapresa, cominciata con tanta superiorità di forze, e ardore di milizie, ed entusiasmo di popoli, esordisse da una sconfitta, indarno palliata col barbarico eufemismo d’insuccesso, e dopo una ritirata precipitosa senza ragione, e un lungo ozio senza scusa, finisse in una passeggiata militare senza gloria e in una conquista senza merito.

XIV.

Il 10 giugno, il generale Garibaldi, chiamato finalmente dal Ministero, s’imbarcava a Caprera sul Piemonte (quello stesso auguroso piroscafo della spedizione di Marsala), e da Genova correva diritto in Lombardia a passarvi la prima rivista de’ suoi Volontari. L’11 era a Como; il 12 a Monza, ove si ordinavano le guide, indi a Varese e Gallarate; il 13 a Lecco; il 17 a Bergamo, dove s’era stabilito il deposito del primo battaglione Bersaglieri; e con quale entusiasmo d’amore l’accogliessero quei giovani che vedevano in lui la gemina personificazione della patria e della vittoria, lo si immaginerà di leggieri. I Volontari erano ancora nello scompiglio della prima formazione. I quadri erano tuttora incompiuti, scarseggiavano il vestiario e le buffetterie, un battaglione aveva le camice rosse e non i berretti, un altro le uose e non i calzoni: a tutti poi mancavano le armi; pure Garibaldi, anzichè crucciarsene, si compiaceva di quel disordine e vedendosi sfilar davanti quel carnevale bizzarro e pittoresco di tinte e di foggie che ormai era la veste abituale e caratteristica del garibaldino, esclamava gioiendo: «Non erano diversi i Mille.» A tutti però raccomandava la disciplina, l’esercizio al bersaglio, la scherma della baionetta; a tutti lasciava di quelle sue parole colle quali era solito da tant’anni a trascinarsi dietro la gioventù italiana; e a trasformare anche i più fiacchi e restii in anime d’eroi, pronti ad ogni cimento e ad ogni sacrificio.[319]

Ma oramai, come egli stesso diceva, l’ora delle parole era passata e suonava quella de’ fatti. Il 19, cessate in Germania le incertezze che fino allora avevano tenuto in sospeso anche l’Italia, la guerra era deliberata: il generale La Marmora lasciava il Ministero per recarsi ad assumere il comando dell’esercito: le dieci divisioni del Mincio e le sette del Po si avvicinavano alle sponde de’ due fiumi apparecchiandosi al passaggio; e il generale Garibaldi da Brescia, dove aveva già stabilito il suo Quartiere generale, moveva col 1º reggimento (colonnello Corte), col 2º (colonnello Spinazzi) e col 1º battaglione de’ Bersaglieri (maggiore Castellini), i soli armati fin allora, moveva, dico, alla volta di Salò; allineandosi così all’estrema sinistra dell’esercito e prendendo in sua custodia i valichi della Valsabbia e della sinistra del Garda, primo passo alle operazioni in Tirolo. Ed anche Salò non era che una tappa. Esplorate egli stesso nella giornata del 21 giugno le posizioni intorno al Caffaro,[320] appena è raggiunto dal secondo reggimento ripiglia la sua marcia avanti; sicchè tra il 23 e il 24 viene a trovarsi con tutte le milizie di cui poteva pel momento disporre nei dintorni del Lago d’Idro, tra Hano, Vestone e Rocca d’Anfo, e all’indomani, nel giorno stesso di Custoza, spingere le sue teste di colonna al Ponte del Caffaro e a Monte Suello, prime chiavi di quel confine che era impaziente di varcare.

Se non che nella sera stessa giungeva al Quartier generale di Salò, dove Garibaldi dimorava ancora, l’inaspettato annunzio dell’infelice giornata combattuta tra il Mincio e l’Adige, e nel mattino vegnente l’ordine di proteggere Brescia, anzi per dir la frase usata dal Quartier generale del Re, «di proteggere l’eroica Brescia.» E l’annunzio e l’ordine erano per il nostro Capitano due volte dolorosi: poichè alla trafitta ch’egli pure al pari d’ogni altro cittadino dovette sentire per quel primo infelice esperimento delle armi italiane, si associava nell’animo suo il rammarico di dovere abbandonare quelle due posizioni di Monte Suello e del Caffaro; la prima fortunatamente occupata senza colpo ferire, l’altra valorosamente difesa in quella stessa mattina del 25 contro un furioso assalto di nemici;[321] e perdute le quali non si sapeva quanto sangue sarebbe occorso a riconquistarle. Tuttavia non v’era luogo ad esitare, e Garibaldi s’apprestò ad eseguire l’ordine coll’usata sua energia e rapidità. Richiama in gran fretta le truppe accampate intorno ai confini, e le fa scendere a marcia forzata lungo la riviera del Lago; fa avanzare da Brescia a Lonato il 3º reggimento (colonnello Bruzzesi), che vi era appena giunto e appena vi aveva preso le armi; chiama contemporaneamente da Bergamo, per ferrovia, il 4º (colonnello Cadolini), di cui già aveva spedito il primo battaglione a custodia della Valcamonica minacciata da un’incursione austriaca, corre egli stesso nella sera del 25 a Lonato, e scorto a colpo d’occhio il partito che si poteva trarre da quella cerchia di contrafforti che girano dall’estrema punta occidentale del Garda ai poggi di Castiglione, scagliona colà tra Padenghe, Lonato e l’Esenta tutte le forze che può avere sottomano e si prepara a disperata battaglia.

L’allarme fortunatamente fu vano. Il Generalissimo austriaco non aveva alcuna intenzione di rischiare in conflitti spicciolati la facile gloria del 24; e, da qualche scorribanda d’esploratori in fuori, si tenne serrato nel suo Quadrilatero, intento assai più a spiare le mosse del Cialdini che sperava avrebbe passato il Po e si sarebbe ingolfato nel dedalo d’acque del Polesine. Ma indarno: l’esercito del Mincio era già in ritirata sull’Oglio, disposto, pareva, a continuarla fino a Cremona; l’esercito del Po, per naturale conseguenza, contromarciava a sua volta per prendere posizione tra Bologna e Modena, e coprire Firenze; talchè tra il 27 e il 30 giugno non restarono più difaccia agli Austriaci che dieci o undicimila Volontari; più alcuni squadroni dell’esercito regolare volteggianti tra il Chiese e il Mincio, e, non si deve dimenticarlo, i petti dei Bresciani, risoluti, se lo straniero avanzasse fin sotto le loro mura, a rinnovare le fiere prodezze del 1849.

Al 1º luglio però erano giunti in Lombardia dal mezzogiorno tre dei cinque reggimenti che si organizzavano colaggiù; e poichè da un lato appariva manifesto che l’Arciduca Alberto non aveva alcuna intenzione di passare il Mincio e dall’altro contro simili scorrerie potevano bastare le nuove Legioni sopraggiunte, Garibaldi, d’accordo col Quartier generale, lascia una parte delle sue forze (terzo, sesto e nono reggimento) a guardia delle sue spalle, e a protezione di Brescia, tra Salò e Lonato; invia il quarto reggimento col primo battaglione Bersaglieri a rinforzare le difese della Valcamonica; e incamminasi egli stesso col primo e secondo reggimento e il 2º battaglione Bersaglieri (maggiore Mosto) verso il confine trentino per ripigliarvi le posizioni che Custoza, con tanto suo cruccio, l’aveva costretto ad abbandonare.

XV.

Ma anche il nemico non era stato inerte. Nel giorno stesso in cui Garibaldi si preparava a risalire la Valsabbia, l’Arciduca Alberto pensava ad un movimento generale di tutto l’esercito imperiale, talchè il dì appresso, 1º luglio, mentre i tre corpi del Quadrilatero passavano il Mincio sui quattro ponti di Peschiera, di Monzambano, di Borghetto e di Goito, il generale Kuhn, comandante il corpo austriaco di operazione in Tirolo, spingeva innanzi le teste delle sue colonne al di qua dello Stelvio, del Tonale e del Caffaro, preparandosi a riprendere l’offensiva ed a capitanare egli stesso col grosso delle sue forze una punta in Valcamonica.

E in quale posizione sarebbero venute a trovarsi le milizie garibaldine non è chi non veda. Se l’esercito imperiale del Mincio avanzava ancora d’una tappa; se le colonne del generale Kuhn compivano la loro mossa, Garibaldi sarebbe stato o prima o poi inevitabilmente schiacciato.

Fortunatamente l’Arciduca Alberto s’arrestò. In quel 1º di luglio pareva che tutti i campi fossero stati colti dalla febbre del movimento; e in quello stesso giorno anche il generale La Marmora, che comandava ancora la sinistra dell’esercito italiano, ordinava all’intero corpo del generale Della Rocca di ripassare l’Oglio ed il basso Chiese e di spingere una ricognizione, senza però impegnar alcun combattimento, fino al Mincio. Questa mossa, che nella mente del generale La Marmora doveva ridursi ad un semplice esercizio di gambe, anzi per usare la celebre frase, ad una mostra «tanto per far qualcosa;» questa mossa salvò Garibaldi. L’Arciduca Alberto, infatti, il quale a sua volta aveva varcato il Mincio senza scopo ben determinato e soltanto per muover campo e foraggiare alquanto sul territorio lombardo, veduta da un lato quella avanzata dell’esercito italiano sul Mincio, e dall’altro avuto sentore del riavvicinarsi di Cialdini alle sponde del Po, insospettito, non senza ragione, d’un ritorno offensivo che poteva coglierlo nel fianco e scalzarlo dalla sua base, deliberò subitamente di ritornar sui suoi passi, non solo riconducendo nei suoi alloggiamenti sulla sinistra del Mincio l’esercito del Quadrilatero, ma ordinando a Kuhn di fare altrettanto sulle Alpi, ripassando cioè il già varcato confine e riprendendovi le sue prime posizioni difensive.[322]

Il generale Kuhn tuttavia, pur obbedendo agli ordini del suo Generalissimo e cominciando nel pomeriggio del 2 il suo movimento retrogrado, lasciò a guardia dello Stelvio a Sponda Lunga, del Tonale a Ponte di Legno, e del Caffaro a Bagolino e Monte Suello forti retroguardie che dovevano non solo proteggere la sua ritirata, ma disputare, se il destro si porgeva, con energici contrassalti il terreno e impedire l’avanzare degli assalitori.

E nacquero da ciò i combattimenti del 3 e 4 luglio di Monte Suello e Vezza, che stiamo per raccontare brevemente.

Infatti nel pomeriggio del 2 luglio, intanto che la Brigata Corte, 1º e 3º reggimento, marciava alla volta del Caffaro, due colonne austriache, di cui ancora non era dato misurare la forza, scendevano in senso contrario, l’una da Moerno per Hano su Treviso, l’altra da Bagolino per Presegno su Lavenone, rendendo così inevitabile per l’indomani uno scontro. Nè il colonnello Corte pensò a fuggirlo; anzi rinforzate le sue avanguardie che già erano giunte a Ponte d’Idro, e mandate quattro compagnie col maggiore Salomone a girare per le pendici del Monte Berga le alture di Bagolino, si preparava cautamente al conflitto, quando Garibaldi, giunto nel frattempo a Rocca d’Anfo, venne a precipitarlo.

Siccome le due colonne nemiche s’erano ripiegate l’una a Moerno e l’altra a Monte Suello, Garibaldi deliberò di non lasciar loro alcuna tregua, e inviate altre due compagnie di Bersaglieri da Rocca d’Anfo, guidate dai capitani Evangelisti e Bezzi, ad aggirare per la destra Monte Suello, senza nemmeno attendere che l’aggiramento fosse compiuto, ordinò al colonnello Corte di assalire di fronte la postura nemica e di espugnarla. Nè si può dire che ai Garibaldini scarseggiassero le forze; il colonnello Corte, non ostante i molti distaccamenti, aveva sempre sotto mano diciassette compagnie e una batteria da campagna; ma la postura nemica era gagliardissima; il Suello sbarra quasi a picco le due vie di Bagolino e del Caffaro; quattro compagnie di Kaiser-Jäger (800 uomini) lo custodivano, altre quattro compagnie di fanti ne guardavano i dintorni, e snidarli di lassù a punta di baionetta era difficile impresa. Ma Garibaldi, impaziente quel giorno e nervoso fuor dell’usato, non volle persuadersene, e se ne ebbe a pentire ben presto. Ordinato l’assalto, i Volontari si slanciarono animosi; impotenti a rispondere coi loro sfocati ferravecchi alle eccellenti carabine dei Tirolesi, non indietreggian per questo, e non ostante la grandine di fuoco che li fulmina e li dirada, avanzano, avanzano sempre e costringono ad ogni carica il nemico a cedere il passo, a risalire ancora più in alto per cercare una nuova trincea sulle vette del monte. Ma a tal punto anche le ultime forze degli assalitori vengono meno. Indarno Bruzzesi e Corte rianimano colla voce e coll’esempio la lena affranta dei loro valorosi; indarno gli ufficiali prodigano al fuoco le vite fiorenti; e Bottino muore, Vianello muore, Trasselli e Piazzi e Carlo Mayer e tant’altri cadono feriti sull’erta sanguinosa; indarno lo stesso Garibaldi urla, rampogna, tempesta; ferito egli stesso al sommo della coscia, è costretto a riconoscere la necessità della ritirata. Ritirata però compiuta col massimo ordine, colla faccia al nemico, e che avrebbe dovuto levargli dal capo ogni velleità d’inseguimento. Egli invece, illuso da quel movimento retrogrado, pensa scendere sulla strada del Caffaro, e, formandosi in colonna, passare a sua volta dalla difesa all’offesa. Fu il suo passo falso: chè sfolgorato di fianco dai quattro pezzi posti in batteria sui poggi di Sant’Antonio e ributtato di fronte dalle compagnie del terzo reggimento, fu costretto a riparare di nuovo, sanguinolento, dietro le roccie del Monte Suello, seminando il terreno di molti de’ suoi morti o feriti.

La sera intanto era calata; i due campi stavan di fronte incapaci, sì l’uno che l’altro, di dare un passo avanti, quando le quattro compagnie del Salomone, mandate sin dal mattino a circuire la sinistra nemica, essendo apparse sulla cima del Berga, gli Austriaci temendo, a ragione, di vedersi all’indomani chiusa ogni via, abbandonarono nella notte stessa la forte posizione e raggiunsero su per le Giudicarie il loro Corpo principale.[323]

Ma se il combattimento di Suello non fu per le armi garibaldine che uno scacco passeggiero, lo scontro di Vezza fu una vera sconfitta. Nel pomeriggio del 3 luglio i sei battaglioni confidati al colonnello Cadolini per la difesa della Valcamonica erano così distribuiti: il 1º battaglione Bersaglieri (maggiore Castellini), un battaglione del 5º reggimento (maggiore Caldesi) e due compagnie del 44º di Guardia mobile a Vezza sopra Edolo, a pochi chilometri dal Tonale; tre battaglioni del 5º reggimento, sotto gli ordini diretti dello stesso Cadolini, a Campolaro di fronte al passo di Croce Domini, sulla via che congiunge la Valcamonica alla Valtrompia.

Ora la retroguardia austriaca rimasta di guardia al Tonale saputa la scarsa forza che le stava di fronte, obbedendo essa pure all’ordine di proteggere il concentramento generale della difesa del Tirolo con opportuni ritorni offensivi, deliberò di assaltare in Vezza l’accampamento garibaldino non tanto per aprirsi un varco a imprese maggiori, quanto per dare una scossa (frase prediletta del generale Kuhn) al suo nemico e togliergli la volontà di avanzar troppo sollecito. La mattina del 4 perciò una colonna di milledugento imperiali, scortati da due pezzi d’artiglieria, piomba su Vezza, e giovata dalla posizione infelicemente scelta dai difensori, dall’assenza del comandante in capo, dal dissenso dei due ufficiali che ne tenevano le veci[324] e infine dalla cieca avventatezza del maggiore Castellini, che a petto scoperto si precipitò sull’inimico; posti fuori di combattimento in men di tre ore, tra morti (14) e feriti (66) ben ottanta gregari, morto lo stesso Castellini che sconta eroicamente il temerario ardimento, morti il capitano Frigerio e il tenente Prada, costringe il rimanente, malgrado sforzi disperati di valore, a ripiegare su Edolo, per tornarsene poi nella sera medesima a Ponte di Legno assai malconcia essa pure, ma paga del piccolo e forse insperato trionfo.

E con questo ultimo scontro, il periodo dei combattimenti difensivi delle milizie garibaldine in Lombardia era chiuso per sempre. Il 5 luglio Garibaldi portava il suo Quartier generale da Rocca d’Anfo a Bagolino, e da quel giorno la campagna del Tirolo potè dirsi veramente cominciata. Prima però di narrarne le vicende ci conviene esaminare brevemente in quali condizioni Garibaldi la intraprendeva.

Nella seconda settimana di luglio disseminati da Brescia a Lodrone e da Salò ad Edolo ubbidivano a Garibaldi quaranta battaglioni di fanteria; due battaglioni di Bersaglieri riuniti in dieci reggimenti e cinque brigate; tre batterie di artiglieria da campagna ed una da montagna; due squadroni di guide a cavallo; quattro compagnie di Zappatori, i quali sommati ai relativi corpi del treno, dell’intendenza, dell’ambulanza,[325] componevano un totale di trentottomila uomini, ventiquattro cannoni, dugento cavalli; non contati due piroscafi, dei quali uno solo poteva navigare, e sei barche cannoniere prive fino al 6 luglio di cannoni e d’artiglieri, e ai quali era commesso non già di fare, ma di simulare la difesa del Lago di Garda.

Ora nessuno negherà che una simile forza stimata alla sola stregua del numero e paragonata a quella del nemico non potesse dirsi soverchiante e quasi strapotente; soltanto a fare una forza non basta una massa, e il valore d’un numero non è determinato dal solo esponente. Che cos’erano in realtà quei trentottomila uomini? Come armati, come vestiti, come ordinati, come agguerriti? come comandati? Chi sa come sono nati i Volontari ha già sulle labbra la risposta.

Per armi, i macchinosi schioppettoni d’ordinanza del 1866, inferiori anche al fucile ordinario austriaco, pressochè inservibili nella guerra alpestre, se già non poteva dirsi altrettanto in ogni sorta di guerra; incapaci poi di gareggiare nè da vicino, nè da lontano colle celebrate armi di precisione del nemico contro il quale perciò ogni garibaldino veniva a trovarsi in una necessaria e quasi organica inferiorità: quella stessa inferiorità a cui lamentò d’aver soggiaciuto l’austriaco contro il fucile ad ago del suo nemico di Sadowa.

E pari all’armi veniva la perizia di chi doveva trattarle. Nè per colpa loro. Soldati improvvisati, sbalzati dopo un mese di caserma e una settimana di piazza d’armi, al campo; ignari moltissimi del come si caricasse uno schioppo; ignari parecchi di quel che uno schioppo si fosse; armati la più parte per via, spesso alla vigilia d’andare al fuoco; non esercitati al bersaglio, non addestrati alle marcie, nuovi affatto alla montagna, quei trentottomila uomini non rappresentavano una forza militare proporzionata al loro numero; essi erano tutt’al più un gran campo di reclute; il rudimento d’un mirabile esercito, atto a crescere e perfezionarsi più rapidamente di qualsivoglia altro, ma che fino al termine del suo tirocinio restava pur sempre fra le mani del suo Capitano uno strumento imperfetto, una lama mal temprata che egli era obbligato a trattare tanto più riguardosamente, quanto più delicata e gentile era la materia onde si componeva.

E non si discorra degli ufficiali. Il modo usato nella loro scelta dà la norma della qualità loro. Scarsi di numero, lo erano ancora più di capacità. Non mancavano i buoni e nemmeno gli ottimi; ma la valanga dei mediocri, non senza mistura di pessimi, li soffocava. Sentivasi soprattutto (fatte qui pure le debite eccezioni) il difetto di ufficiali generali e superiori; più benemeriti la maggior parte per servigi resi alla patria che ragguardevoli per gesta militari. Come nei gregari così ne’ comandanti sovrabbondava il valore, scarseggiavano l’arte e l’esperienza. Molti non avevano mai tenuto un comando effettivo di truppe in campagna, e la stagion campale più lunga che avesser veduta era quella di Sicilia del 1860. Non si parli poi della guerra di montagna; era per essi un mondo nuovo; un continuo viaggio d’esplorazione in terra incognita, in mezzo alla quale avanzavan brancolando, interamente persi e disorientati. Nessuno, o, per non esagerare, ben pochi coloro che sapessero come coprirsi nelle marcie, guardarsi negli accampamenti, piantar un avamposto, misurare approssimativamente una distanza, leggere con certa sicurezza una carta. Anche ai migliori falliva in sulle prime il senso dell’insolito terreno sul quale eran chiamati a guerreggiare, e soltanto più tardi, dopo alcune settimane di lezioni, spesso dolorose, cominciavano ad acquistarlo. «Fate l’aquila,» diceva loro Garibaldi; ma quando principiarono a impararlo la guerra finì.

E non eran queste sole le cagioni che scemavano il valore di quelle milizie in cui pure grandeggiavano tante nobili virtù; un’altra ve n’era, forse la più grave di tutte: la infelicissima composizione dei reggimenti, interamente disadatta alla guerra che dovevano combattere. Anche qui l’imprevidenza aveva cagionato la precipitazione e la precipitazione il disordine. A Garibaldi occorreva una formazione svelta, leggiera, elastica, atta alle marcie, ai volteggiamenti, alle sorprese della montagna; gli fu consegnata invece una compagine abborracciata di corpi mastodontei, taluno de’ quali toccava, tal altro superava i quattromila uomini, difficili a maneggiarsi in rasa campagna, ma che tra i picchi delle Retiche, in quella guerra quasi aerea di falchi e di camosci, diventavano per chi doveva comandarli un problema ed un impaccio incessante; una cagione quotidiana di quella lentezza, di quei ritardi, di quei contrattempi che, nei monti principalmente, o costano la sconfitta o fanno pagar più sanguinosa la vittoria.

E a rendere più evidente quanto siamo venuti sin qui discorrendo, si volga uno sguardo al teatro nel quale Garibaldi era stato obbligato ad agire. A’ suoi occhi l’impresa del Tirolo non poteva esser condotta con rapidità e sicurezza, se non da chi avesse saputo a tempo assicurarsi la signoria del Garda. Però il consiglio da lui dato fin dal 10 maggio a Caprera di stabilirvi senza indugio una flottiglia di combattimento e di trasporto capace non solo di tener spazzato il Lago dalle navi nemiche, ma altresì, e più ancora, di tragittare sulla riva veneta quante forze fossero stimate espedienti così a penetrare nel Trentino per la valle del Sarca, come a dar la mano all’esercito italiano che vinta la linea del Mincio si fosse incamminato verso l’alto Adige.

E in entrambi questi casi, sia che il buon consiglio fosse stato seguito, sia che l’eventualità fortunata si fosse verificata, i quarantamila Volontari non sarebbero stati più di troppo. Libero di spiegarli e di muoverli per le tre grandi vie dell’Oglio, del Chiese e dell’Adige, collegate tra di loro dalle squadriglie del Garda, Garibaldi avrebbe potuto trarre dal suo esercito numeroso tutto il frutto di cui era capace e marciare più rapidamente alla vittoria. Invece quel che accadde è noto. Il Garda abbandonato alla difesa di quattro o cinque squallide carcasse su le quali doveva essere gran mercè, non di cacciare, ma di fuggire alla caccia del nemico, fu in realtà e per tutta la durata della campagna un lago austriaco; dal Mincio, anzichè l’annuncio della vittoria, suonò il grido spaventato «d’un disastro irreparabile;» e per l’effetto combinato di quell’imprevidenza e di questa sventura, ogni possibilità di operare per la sponda orientale del Garda e per le due rive dell’Adige venne a fallir per sempre.

Allora naturalmente non restò a Garibaldi che un partito:[326] tentare l’irruzione di fronte e prendere la strada più diretta e vicina, invadere il Tirolo per le valli del Chiese e di Ledro, e girati secondo i casi, o sforzati i forti che le sbarrano, salir in tre colonne per le Giudicarie la convalle di Conzei e la valle del Sarca nella direzione di Trento, sotto la quale avrebbe potuto dare una battaglia finale e decisiva con tutte le sue forze collegate.

Però chi abbia percorso una volta sola quelle Alpi, od anche volga soltanto un’occhiata rapida alla loro Carta, comprenderà di leggieri che penetrare con quarantamila uomini nelle anguste gole di quelle vallate era quanto voler penetrar di colpo colla folla di Serse nella bocca delle Termopili.

Nel primo istante, fino a che l’imbocco delle valli non fosse superato e gli invasori non avessero guadagnato tanto terreno da potervisi distendere e manovrare, l’avanzare per essi non poteva essere che assai lento e penoso, e piuttosto un tentar a destra e a manca mille sentieri e mille varchi, che un vero avanzare. Naturalmente in quelle strette non ci potevano capire che le teste di colonna; epperò si può affermare con tutta asseveranza che soltanto nel giorno in cui da un lato ebbe posato saldamente il piede all’imbocco delle Giudicarie e dall’altro colla presa d’Ampola afferrata la chiave della valle di Ledro; soltanto cioè tra il 17 e il 18 luglio, Garibaldi potè spiegare in linea tutte le sue forze e adoperarle utilmente.

Ma se Garibaldi era assai men forte di quello che appariva, il suo avversario non era tanto debole quanto egli stesso voleva far credere. Il generale Kuhn non poteva disporre, è vero, che di diciassettemila uomini, trentadue cannoni e duecento cavalli; ma chi consideri come quei diciassettemila uomini erano comandati, istruiti ed armati, e quale rinforzo trovavano nel terreno stesso che dovevano proteggere, nell’indole stessa della guerra difensiva che dovevano combattere, vedrà la pretesa superiorità delle forze italiane scemare d’assai, e la partita de’ due contendenti, per un reciproco compenso di vantaggi e svantaggi, quasi pareggiarsi.

Composti in gran parte di quei Cacciatori imperiali che l’Austria leva dal seno stesso del Tirolo, e i quali contendono agli Svizzeri la fama di migliori tiratori d’Europa; formati abilmente in quattro mezze brigate leggiere, di cui l’unità tattica predominante era la compagnia; spalleggiati e collegati tra di loro da due grosse brigate di riserva; armati di quei loro Stutzen di precisione, che tra gli alpigiani tirolesi sono quasi un’arma tradizionale e domestica; protetti oltre che dai baluardi naturali del suolo, che è di per sè solo un grande campo trincerato, da un sistema di forti asserraglianti le principali arterie del paese (Lardaro nelle Giudicarie, Ampola e Ponal in Val di Ledro, Riva in quella della Sarca, Buco di Vela e Doblino presso Trento), quei diciassettemila combattenti potevano dirsi nel fatto raddoppiati e fino a che non li avesse raggiunti sulle loro rupi la baionetta garibaldina tenersi pressochè invincibili. Nè ciò basta ancora: li comandava uno de’ più abili uomini di guerra dell’Austria; quel generale Kuhn, che passa oggi ancora per uno de’ più dotti maestri della guerra di montagna,[327] il quale, accoppiando alla prodezza ed all’ingegno uno studio lungo e approfondito dello scacchiere che era chiamato a difendere, diventava anche per Garibaldi un avversario veramente temibile; il solo, forse, fra tanti che n’aveva scontrati in trent’anni di guerra, il solo degno di lui.

E tuttavia la sorte preparava al Generale austriaco un altro immenso, inestimabile vantaggio: Garibaldi era ferito! Conviene aver veduto Garibaldi in campagna, conoscere il suo modo di guerreggiare, ricordarsi quale partito egli sapesse trarre dalla sua prediletta abitudine di salire ogni mattina il punto più culminante e sovente più avanzato della sua linea per esplorare le mosse e le posizioni nemiche, per comprendere tutto il valore di quella parola. La ferita era più molesta che grave; ma dapprima configgendolo in letto, poscia, durante la convalescenza, vietandogli l’uso del cavallo e non permettendogli altro modo di locomozione che la carrozza, si risolveva difatto per quell’uomo e quel Capitano in una vera e grossa infermità che lo paralizzava in uno de’ punti più vitali della sua energia.

Ridotto a far la guerra, come suol dirsi, a tavolino, ed a fidarsi alle relazioni de’ suoi luogotenenti, che non sempre erano i più fedeli ed abili interpreti del suo pensiero; posto nell’impossibilità di essere egli il primo esploratore o la prima vedetta del proprio esercito, che tutto vede co’ suoi occhi, dirige colla sua voce, ravviva colla sua presenza, il Capitano del 1866 non era più in realtà che un Garibaldi dimezzato, uno spirito prigioniero del proprio corpo, privo degli strumenti principali del suo genio: il moto e la vista.

Certo, che anche ferito e chiuso fra quattro pareti, l’occhio più vigile del suo campo era sempre lui. Quel che Garibaldi vedeva, concepiva, divinava anche dal fondo della sua cameruccia di Storo, è inenarrabile e forse incredibile. Col solo aiuto d’una Carta topografica egli passeggiava su per le creste e dentro i valloni del Tirolo meglio di quegli stessi ufficiali che pur v’andavano e ne venivano ogni mattina. Quante volte non lo udimmo noi stessi indicare un sentiero, rilevare una posizione, scoprire una scorciatoia che i suoi migliori luogotenenti non avevano talvolta nemmeno sospettata! Era una meraviglia incessante; e non esitiamo ad affermare che tra tutte le campagne combattute fino allora, quella in cui emerse maggiormente la potenza geniale del nostro Capitano fu quella del Tirolo. Soltanto era, come dicemmo, una potenza i cui effetti non potevano più farsi sentire colla rapidità ed efficacia con cui si fece sentire altra volta ad altri nemici, allorquando Garibaldi, in pieno possesso di tutte le sue membra e di tutte le sue forze, era il primo nelle marcie, il primo alle avanguardie, il primo alle scoperte, l’ultimo alle ritirate, e poteva col sussidio del suo colpo d’occhio maraviglioso confermare le ispirazioni della mente e vegliarne l’applicazione. Però ringrazi il generale Kuhn, il suo bravo Kaiser-Jäger di Monte Suello: quella palla così bene aggiustata nella gamba del suo avversario gli vinse la migliore sua battaglia.

XVI.

Ed ora vediamo i due campioni alla prova. Il 6 luglio la posizione dei belligeranti era la seguente: Garibaldi col Quartier generale, il 1º reggimento ed il 2º battaglione Bersaglieri a Bagolino, e posti avanzati verso il Monte Brufione; il 3º reggimento al ponte del Caffaro con avamposti a Lodrone; il 2º tra Tremosine e Limone con avamposti verso il Monte Notta sul confine meridionale della Val di Ledro; il 7º e l’8º scaglionati lungo il Garda tra Salò e Gargnano; il 6º e il 9º in marcia da Salò a Vestone; il 5º e il 10º ancora in formazione ai due depositi di Varese e di Barletta; il 4º finalmente col 1º Battaglione bersaglieri e un battaglione di Guardie nazionali tra Edolo e Incudine a custodia della Valcamonica. Nel campo opposto invece il generale Kuhn col suo quartiere e la brigata di riserva Kaim (6921 uomini, 12 cannoni) a Bad Comano; la mezza brigata Metz (950 uomini, 4 cannoni) allo Stelvio, coll’appoggio al forte Gomogoi; la mezza brigata Albertini (1700 uomini, 4 cannoni) al Tonale coll’appoggio al forte Strino; la mezza brigata Höffern (1800 uomini, 4 cannoni) nelle Giudicarie col grosso nei dintorni di Daone; l’avanguardia tra Cimego e Condino, appoggiata al forte Lardaro; la brigata Thour (1500 uomini, 4 cannoni) a Tiarno, al punto d’incidenza della Valle di Conzei in quella di Ledro, appoggiata a destra dal forte d’Ampola, ed a sinistra da quello del Ponal; infine la brigata di riserva Montluisant (3500 uomini, 4 cannoni) scaglionati in seconda linea tra le Arche e Fiavè, postura centrale tra le Giudicarie, Val di Ledro e la Valle del Sarca, e collegata a sua volta all’altra più grossa brigata di riserva Kaim, accantonata, come dicemmo, nei dintorni di Bad Comano, colle spalle ai forti di Buco di Vela e di Doblino, e che veniva a costituire una specie di terza linea o riserva generale in grado di proteggere o rinforzare al bisogno tutte le altre.[328]

Per alcuni giorni i due campi stettero guardandosi senza dare un passo innanzi nè l’uno, nè l’altro. Evidentemente nessuno dei due Generali aveva formato il proprio definitivo disegno, e intanto andavano tasteggiandosi con scorrerie e ricognizioni; l’austriaco per iscoprire da qual parte gli potesse venire l’assalto principale; l’italiano per istudiare in qual punto gli convenisse meglio tentarlo.

Il 7 luglio però avendo il 3º reggimento respinto una ricognizione della mezza brigata Thour che s’era inoltrata a Lodrone, e tre giorni dopo, sotto gli occhi stessi di Garibaldi, ributtato ancora più brillantemente un secondo assalto della stessa brigata inseguendo i fuggenti fino al di là di Darzo; il generale Kuhn ordinò alla brigata Höffern di abbandonare interamente la destra del Chiese e di concentrarsi tra Lardaro e Tione, perno della difesa nelle Giudicarie. In conseguenza di ciò Garibaldi non ebbe più ad esitare: e spinti da un lato i suoi posti avanzati fin presso Condino; dall’altro fatto occupare l’ingresso del vallone d’Ampola, andò a piantare il 13 sera il suo Quartier generale a Storo al bivio delle due vallate principali per cui doveva operare. E con questa mossa la campagna del Tirolo entrò nella sua fase più operosa e decisiva.

Ma nemmeno il generale Kuhn era uomo da restare lungamente inerte; e però appena vide il rapido, troppo rapido forse, avanzare della brigata Nicotera sulla strada delle Giudicarie, divisò di andarle incontro a sua volta e con un energico attacco darle una buona scrollata e costringerla ad arrestarsi. E ad incuorarlo nell’impresa, oltre la massima troppo da lui predicata ne’ suoi libri per non essere confermata coll’esempio, che la migliore delle difese sta in un energica offesa, cospiravano in quel caso le sviste tattiche dei suoi avversari. Infatti mentre il colonnello Nicotera commetteva lo sbaglio di allungar troppo la propria linea in fondo alla valle senza occupare di pari passo le alture che la fiancheggiano, l’ufficiale incaricato di custodire gli sbocchi di Val d’Ampola[329] aveva dimenticato nientemeno, non ostante le istruzioni precise di Garibaldi, di assicurarsi il possesso di Monte Giovo e Rocca Pagana, il nucleo più eccelso dei passi che da Ampola per Val di Buono menano nella valle del Chiese dominante insieme le strade di Condino, di Storo e di Ampola, e fino a quel giorno la chiave delle posizioni occupate dall’esercito garibaldino in Tirolo.

XVII.

Nella sera del 14 pertanto il generale Kuhn aveva già riunito nelle alte Giudicarie tra Roncone e Lardaro il grosso delle sue forze, e dato verbalmente a’ suoi luogotenenti le istruzioni per la battaglia dell’indomani. Il colonnello Montluisant, composta una colonna di dieci compagnie, doveva attaccare il centro garibaldino di fronte per la strada principale Lardaro-Condino ed ai fianchi per Val di Buono e Cologna sulla sinistra, e Prezzo e Castelert sulla destra del Chiese. Il colonnello Höffern, forte esso pure di dieci compagnie e una batteria, marciando obliquamente da Daone verso Narone-Clef doveva assalire l’estrema sinistra italiana scaglionata da Brione ai varchi del Brufione. Il maggiore Grünne (subentrato al colonnello Thour nella valle di Ledro) preso seco sei compagnie della sua brigata, lasciato il rimanente a rinfranco del forte d’Ampola e a guardia della Valle di Conzei, doveva afferrare i passi di Monte Giovo e di là tra Condino e Storo compiere l’avviluppamento della destra garibaldina. Infine la brigata di riserva Kaim, chiamata essa pure fino dal 14 a Stenico, doveva scendere colla sua avanguardia verso Prezzo e Cotogna e appoggiare, occorrendo, l’azione generale.[330]

E, lo vede ognuno, non si trattava, come fu detto, di una semplice ricognizione; si trattava d’un attacco in piena regola, eseguito con tutto il nerbo delle forze di cui gli imperiali potevano disporre nel Trentino meridionale; e che riuscendo a seconda poteva avere per effetto di ricacciare Garibaldi fuori delle Giudicarie e strappargli di mano il prezzo di dodici giorni di fatiche e di lotte.[331]

Fortunatamente il disegno gli fu guasto, non oseremmo dire dall’arte, ma dalla costanza e prodezza degli avversari. Nel frattempo avendo il brigadiere Nicotera ripetuto l’errore di spingersi troppo innanzi, facendo occupare il ponte di Cimego senza munire di conserve le alture che lo dominano, avvenne che lo scontro fu anticipato di qualche ora, e in posizione, per l’Austriaco, più vantaggiosa di quello che per avventura avesse sperato. Infatti tra le 7 e le 8 del 16 mattina, il fuoco era cominciato; ma anche i Volontari, finchè non l’ebbero che di fronte, vi risposero bravamente. In brev’ora però assaliti da ogni parte, stipati in una specie di pozzo, dall’alto del quale li saettava una grandine di palle; posti nell’impossibilità di muoversi, nell’impossibilità di ribattere, anche i più valorosi principiarono a balenare. Fu allora che il maggiore Lombardi, anima bresciana d’eroe, visto che il nemico poteva da un istante all’altro chiudere la ritirata, si slancia, con quanti hanno cuore di seguirlo, nel Chiese colla speranza di arrestare l’avanzare del nemico che dalle vette di Cologna s’innoltrava continuo serrando sempre più dappresso il ponte di Cimego. Nè il sagrificio grande fu del tutto sterile. Molti travolse la corrente; molti abbattè la carabina de’ Cacciatori; lo stesso Lombardi, già superata la sponda, colpito alla fronte suggella col sacrificio della nobile vita il magnanimo ardimento;[332] ma intanto la mossa attorniante del nemico è rallentata; la strada della ritirata è aperta: i Volontari possono ripiegare, in iscompiglio, ma non in fuga, sopra Condino, dove, spalleggiati dai rinforzi accorrenti da Storo e da Darzo, e più ancora rinfrancati dalla presenza di Garibaldi stesso, accorso in carrozza al primo fragore delle fucilate, ponno ancora far testa e ristorare la pugna.

Intanto però anche la colonna austriaca venuta di Val di Ledro aveva compiuto il suo movimento; e mentre una frazione di essa, capitanata da quello stesso Gredler che aveva fatto così bella difesa a Monte Suello, s’innoltrava per le balze del Giovo fino alla chiesetta di San Lorenzo, d’onde poteva bersagliare al coperto la strada di Condino e il Ponte di Darzo; un altro distaccamento s’inerpicava fino al sommo di Rocca Pagana tempestando de’ suoi proiettili le vie di Storo e persino il cortile del Quartier generale di Garibaldi. Il momento era critico: per fortuna Garibaldi era là; una mezza batteria, opportunamente appostata e validamente sostenuta da alcune compagnie del 9º reggimento, arresta la colonna di San Lorenzo: un’altra colonna di Volontari del 7º si avanza a cerchio contro Rocca Pagana e ne risospinge gli occupatori; finchè dopo alcune ore di contrasto, il nemico che di fronte aveva guadagnati appena pochi palmi di terreno al di qua di Cimego, visto il fallimento del premeditato aggiramento; udita la notizia che anche la brigata Höffern, attardatasi fra i gioghi dei monti, era stata anche meno fortunata delle sue compagne; il nemico, diciamo, checchè abbia potuto dire e scrivere in appresso per giustificare la sua risoluzione,[333] comandò la ritirata su tutta la linea.

Non per questo il 16 luglio andrà scritto ne’ fasti garibaldini. Esso fu una di quelle dubbie giornate in cui ciascuna delle due parti si appropria con pari ragionevolezza la vittoria. I volontari trovaronsi signori del combattuto terreno, ma lo pagarono con sacrifici di sangue maggiori del compenso: gli Austriaci non ebbero a dolersi che di pochissime perdite, e videro per alcuni istanti le spalle de’ loro avversari; ma non poterono conservare il campo di battaglia e furono costretti di rinunziare al principale disegno pel quale s’erano mossi.

XVIII.

Oltre di che il combattimento di Condino non ritardò d’un giorno solo, una sola delle operazioni garibaldine.[335] Non a settentrione della Val di Ledro, dove il forte d’Ampola investito gagliardamente dall’artiglieria italiana fin dal 17 mattina, dopo due giorni di valida, ma inutile resistenza capitolava a discrezione;[336] non a mezzodì della Valle, dove il colonnello Spinazzi dopo un breve e felice scontro s’impadroniva del passo di Monte Notta e si sgombrava il cammino fino al Lago di Ledro; non nelle Giudicarie, dove Garibaldi aveva già fatto riprendere Cimego, ed occupare, mercè un’ardita sorpresa dei due battaglioni del 9º reggimento, Friggesy e Cairoli, quel Monte Giovo, che egli fino al risveglio del 16 aveva sempre creduto in mano de’ suoi e che costituiva, siccome dicemmo, il pernio delle comunicazioni tra la sinistra, la destra e il centro garibaldino e il loro baluardo più forte e più avanzato.

E poichè questi tre fatti quasi simultanei, l’occupazione di Monte Giovo, la presa di Monte Notta, e la caduta d’Ampola, aprendo ai Garibaldini gli sbocchi principali di Val di Ledro avevano obbligata la brigata Grünne ad abbandonare tosto Bezzecca, epperò anche l’imbocco della Valle di Conzei, e la strada del Ponal e di Riva; così Garibaldi ne approfittò tostamente ordinando alla brigata Haug di occupare col 5º e 7º reggimento le posizioni testè sguernite dal nemico, facendone al tempo stesso appoggiare il movimento in avanti dal 9º reggimento sceso dal Giovo ad occupare Tiarno e dal 2º reggimento Spinazzi invitato a scendere verso Ledro.

Ma tra l’antico Guerrillero e il Maestro della guerra di montagna il duello era infaticabile. Nel giorno stesso in cui Garibaldi pensava ad avanzare da un lato, il generale Kuhn molinava d’assalirlo dall’altro. Saputo infatti che quella spedizione di Val Sugana che gli era fatta presentire fin dal 16 luglio era ancora lontana, e che in ogni caso non avrebbe potuto essergli addosso prima di tre o quattro giorni, concepì il disegno, non privo d’audacia, di giovarsi di quel frattempo per dare prima un’altra delle sue batoste a Garibaldi, eppoi voltarsi con tutte le sue forze contro il suo luogotenente che s’avanzava dalla Brenta. Però staccate alcune truppe e artiglierie a rinforzo delle piccole brigate destinate a custodia degli sbocchi di Val d’Arsa e Val Sugana, compose nuovamente col resto delle sue truppe due colonne mobili; l’una delle quali, forte di seimila uomini sotto gli ordini del generale Kaim, doveva per le Giudicarie attaccare la sinistra e il centro garibaldino, mentre l’altra, grossa di quattromilacinquecento uomini e quattro pezzi, capitanata dal Montluisant, piombando per Val di Conzei tra Tiarno e Bezzecca, doveva sfondarne la destra, e di là convergendo su Ampola e Storo dar la mano alla colonna scendente per Val di Chiese e con forze riunite schiacciare il nemico.

Il giorno prestabilito al nuovo assalto fu il 21 luglio. Il corpo Montluisant, al quale spettava evidentemente lo sforzo principale, doveva scendere in due colonne (Krynicki alla sua destra, Grünne alla sinistra) su Val di Conzei, e appoggiato da una terza colonna che aveva l’ordine di sboccare da Riva, pigliare Bezzecca da tre parti e sgominarne i difensori. Ed anche in quel giorno accadde quel che vedemmo nella giornata di Condino.

Il generale Garibaldi non aveva preveduto l’attacco; il generale Haug, che aveva l’ordine di arrestarsi a Bezzecca, volle spingere il 5º reggimento a Locca dentro la Valle di Conzei; il colonnello Chiassi si credette a sua volta in dovere di proteggere la sua fronte avviando innanzi un battaglione d’avanguardia fino a Lensumo, e proprio nel momento in cui quel battaglione stava per prendere posizione al di là di Lensumo era colto di sorpresa dalla colonna di sinistra del Montluisant (maggiore Grünne) e in parte fatto prigioniero, e in parte ributtato in grande disordine sopra Locca.

Ma anche Locca era una posizione infelicissima, e se n’avvide tosto il bravo Chiassi, il quale, assalito di lì a poco e avvolto da ogni parte da entrambe le colonne di Montluisant, dopo non lungo e assai disuguale combattimento fu ricacciato a sua volta sopra Bezzecca lasciando per via, morti, o feriti, o prigionieri, alcune centinaia dei suoi.

Non per questo il prode Colonnello smarrì l’animo invitto, chè presa posizione all’ingresso di Bezzecca tra la chiesa e il cimitero, sostenuto soltanto da due pezzi dell’artiglieria regolare e da alcuni manipoli dei Bersaglieri di Mosto, si accinse ad una seconda e più disperata difesa. Indarno. Le armi di precisione, le posizioni dominanti, la conoscenza dei luoghi, lo scompiglio introdottosi nelle file garibaldine sin dal principio dell’azione, davano al nemico tale vantaggio che la resistenza non poteva esser lunga.

I Garibaldini facevano prodezze; ma cannoneggiati da ogni parte da una numerosa artiglieria, costretti come al solito a guardar con le inutili armi al braccio un nemico quasi invulnerabile, che dall’alto delle sue roccie li bersagliava come selvaggina al fermo e li decimava, circuito in breve dalla colonna Krynicki il poggio della Chiesa estremo baluardo della difesa, e minacciata da quella del Grünne la stessa via di Bezzecca, tornarono nuovamente in fuga precipitosa fin dentro le case del villaggio, sul quale già calavano urlando vittoria i Cacciatori nemici.

Chiassi però, travolto suo malgrado dall’onda rigurgitante de’ suoi, non vuol disperare ancora; ma nel punto in cui tenta far argine colla voce e coll’esempio alla rotta e raccogliere intorno a sè un manipolo de’ più risoluti per tentare un ultimo disperato contrassalto, una palla lo coglie al petto e lo stramazza morto sul campo.[337]

In quel momento, circa le otto, arrivava da Tiarno il generale Garibaldi. Era, s’intende, in carrozza, costretto perciò a restar sulla strada, posto nell’impossibilità di abbracciare da un punto eminente tutto il campo di battaglia. Pure quello che non poteva vedere indovinò, e diede immantinente i suoi ordini come se tutta la situazione gli stesse spiegata innanzi sopra una carta. Menotti con quanto ha sottomano del 9º reggimento piombi da Tiarno sulla destra del nemico; il colonnello Spinazzi sbocchi da Molina e lo avvolga per la destra; il 7º reggimento e i rotti avanzi del 5º e dei Bersaglieri si slancino di fronte e tutti insieme riprendano ad ogni costo Bezzecca, chiave della posizione, premio supremo della vittoria.

Menotti, impedito dai sentieri torti e malagevoli, tarda a comparire in linea; Spinazzi, o ricevesse tardi o fraintendesse l’ordine, non compare affatto: gli Austriaci frattanto non solo si son resi padroni incontrastati di Bezzecca, ma già sboccano fuori del villaggio, già coronano le alture circostanti di artiglierie e si preparano ad un terzo e finale attacco contro l’estrema linea garibaldina. Stringeva il pericolo: la strada di Tiarno è tempestata dai proiettili nemici, e Garibaldi vi è il più visibile e cercato bersaglio. Le palle sibilano, guizzano, rimbalzano, ravvolgono in un nembo di polvere la sua carrozza; uno de’ cavalli è già ferito: una delle guide a cavallo (Giannini) che la scortano è morta; i suoi aiutanti Cairoli, Albanese, Damiani, Miceli, Cariolato, Civinini gli fanno scudo de’ loro corpi, tentano strapparlo da quel posto mortale e salvar lui, se non è possibile salvar la giornata. Ma Garibaldi ha sul volto la calma delle tragiche risoluzioni: la calma del Salto, e di Calatafimi: «Là si vince o si muore.» Sordo ai consigli, insensibile al pericolo, tutto assorto nelle peripezie della pugna, fa avanzar al galoppo la batteria di riserva ed ordina al maggiore Dogliotti, eroico in quel giorno, di convergere i suoi fuochi principalmente su Bezzecca, additandogli egli stesso, con colpo d’occhio maestro, la posizione più propizia all’appuntamento dei pezzi. «Però mi ci vorrà più di mezz’ora!...» grida il bravo Dogliotti...: «Fate più presto che sia possibile,» esclamò Garibaldi: «mi troverete qui vivo o morto.» E le otto bocche stupendamente dirette dal Dogliotti producono tosto il loro terribile effetto; il nemico sfolgorato dentro Bezzecca, ributtato sulla via dai bravi del 7º reggimento, ben presto colto di fianco dal 9º reggimento, è costretto ad arrestarsi, a ripiegar su Bezzecca ed a provvedere a sua volta alla difesa. Ma nulla è fatto se Bezzecca non è ripresa, ed è quello l’ultimo sforzo della battaglia. Garibaldi lo vuole: ogni bravo lo ascolta. Ed ecco Menotti, Canzio, Ricciotti, Bedeschini, Rizzi, Mosto, Antongini, Pellizzari, improvvisata una falange coi più volonterosi di tutti i corpi, lanciarsi tutti insieme, intanto che il cannone del Dogliotti manda in fiamme Bezzecca, a testa bassa, al passo di corsa, al grido d’Italia e di Garibaldi, sul villaggio, e scacciarne, dopo una lotta corpo a corpo, gli ultimi difensori, inseguirli colla baionetta alle reni fino al di là di Enguiso e di Lensumo alle falde del Monte Pichea d’ond’erano discesi.

E poichè nell’ora stessa anche la colonna Kaim, che doveva scendere in Val di Chiese, avea trovato i Garibaldini pronti a riceverla e dopo breve avvisaglie era stata respinta su tutti i punti, così la vittoria del 21, facile a Condino, contrastata e sanguinosa a Bezzecca, fu compiuta su tutta la linea.[338]

XIX.

E però resterà sempre inesplicabile come gli storiografi austriaci persistano a negarla.

[Illustrazione: Schizzo topografico delle operazioni di Garibaldi nel Trentino — 1866]

La battaglia cominciò avversa ai Garibaldini; le loro perdite furono gravissime; il numero de’ prigionieri fu dura e non immeritata lezione.[339] Nessuno pensa a contrastare nè il valore degli Imperiali, nè, sia pur detto, l’inferiorità del loro numero (largamente compensata però dalla superiorità delle armi); ma infine ogni battaglia è un succedersi alternato di rovesci e di trionfi, dei quali il trionfo o il rovescio finale rimane l’arbitro supremo. E il successo finale fu (come negarlo?) avverso agli Austriaci. Essi volevano scacciar Garibaldi dalle soglie della Valle di Conzei e di Ledro, e non vi riuscirono: essi volevano romperne le due ale, sfondarne il centro, ributtarlo al di là di Storo, e non vi riuscirono: ad essi il vanto d’aver preso alle nove Bezzecca; a Garibaldi la gloria d’averla ripresa a mezzogiorno per non perderla più.[340]

Fu quella l’ultima prova dei Garibaldini in Tirolo. Al 23 mattina il generale Kuhn, avvertito del rapido avanzar di Medici, volgeva contro il nuovo suo avversario il grosso delle sue forze non lasciando in faccia a Garibaldi che i presidii dei forti e pochi distaccamenti di sostegno, e nel giorno stesso il condottiero dei Volontari tuttora ignaro di questo movimento spingeva innanzi tutta la sua linea, occupando sopra Val di Conzei, Campi, serrando più dappresso Riva, trasportando nelle Giudicarie il Quartier generale a Cologna, e cominciando l’investimento di Lardaro. Se non che, il 25 mattina, quando tutto era pronto nel campo garibaldino per il bombardamento di quel forte e per un altro passo in avanti verso la Sarca, giungeva l’annunzio del primo armistizio di otto giorni, prodromo manifesto di tregua più lunga e forse della pace.

Quel che sarebbe avvenuto se la guerra avesse continuato a nessuno è dato profetare. Probabilmente il Medici, che era ad una marcia da Trento, vi sarebbe entrato prima e senza Garibaldi; se no, e nell’ipotesi che il Kuhn avesse potuto protrarre la resistenza, Garibaldi in pochi giorni avrebbe dato la mano al suo Luogotenente; e nell’uno e nell’altro caso stretto in un anello di ferro il loro nemico, e compiuta in pochi giorni la conquista del Trentino.

Certo da quel fatale 25 luglio cominciava per Garibaldi il periodo più brillante e fruttuoso. Padrone oramai delle due valli principali che dal Garda rimontano a Trento e delle convalli finitime; libero di spiegare di fronte, sopra uno scacchiere tutto suo le proprie forze e di marciare in battaglia contro un nemico inferiore di numero e che veniva a perdere la sola superiorità fino allora goduta del terreno propizio, Garibaldi avrebbe certamente dovuto dare o sostenere contro il suo intraprendente nemico un’altra e più grossa battaglia; ma sarebbe stata finale e decisiva, e a quali braccia si sarebbe concessa la vittoria non è difficile il prevedere. Tutto fino allora gli era stato contrario: l’imperizia degli ufficiali, l’inesperienza delle milizie, l’inefficacia delle armi, persino la soverchianza del numero, nel quale aveva trovato assai più un inciampo che un aiuto. E nulla ridiciamo di quella ferita che gli rubò metà della sua forza e costrinse lui, il più attivo forse e onnipresente dei Capitani moderni, a far la guerra sopra una carta topografica, o dal fondo d’una carrozza accomodata a lettiera.

Pure se non stupì novellamente il mondo con strepitose vittorie, non allegrò nemmeno i suoi nemici con alcuna sconfitta. Lentamente, ma assiduamente fece ogni giorno un passo innanzi e dal terreno conquistato nemmeno l’arte del suo valente avversario valse a sradicarlo. Non corse come Joubert nel 1797; ma non ebbe neanche, come Joubert, le spalle sicure da ogni minaccia, la larga valle dell’Adige per linea d’operazione, i vincitori di Millesimo, di Castiglione e di Rivoli per soldati, la floscia inettitudine dei Kerpen e dei Laudon per avversaria, le vittorie di Bonaparte e di Massena per esempio ed incitamento. Non corse, perchè, come disse egli stesso, «su per le montagne non si corre;» ma in quindici giorni s’era posto già in grado di prendere con maggior energia l’offensiva su tutta la linea, e in meno di venticinque sarebbe stato probabilmente padrone di Trento.

«Noi conveniamo (dice uno storico militare)[341] che la campagna garibaldina del 1866 rassomiglia poco a quella del 1860, non solamente rispetto ai frutti raccolti, ma eziandio rispetto alle operazioni in sè stesse. Tuttavia essa ebbe un merito che forse nessuna delle operazioni più brillanti di Garibaldi potè vantare: fu più ordinata e, nonostante la massa considerabile delle forze, più metodica di qualsivoglia sua impresa. Sembra invece che alla maggior parte de’ suoi subalterni sia mancata la conoscenza del mestiere e soprattutto la pratica di quelle tre colonne con avanguardia e riserva, così ben conosciuta dai Prussiani, necessaria in montagna anche più che in pianura, e che convenientemente usata avrebbe risparmiato alle sue masse, il più delle volte rinserrate entro strette angustissime, il fuoco micidiale dei fiancheggiatori nemici, lasciati troppo liberi nei loro movimenti d’aggiramento sulle alture circostanti.

»Quando pertanto si tenga conto di questa circostanza, lieve all’aspetto, ma importantissima a spiegare le gravi perdite toccate; quando si tenga conto altresì dell’inferiorità relativa dei Corpi volontari rispetto al materiale; dello scarso appoggio loro prestato, contro ogni aspettazione, dalle popolazioni trentine; del formidabile avversario da essi trovato nel corpo del generale Kuhn; nel difetto d’una flottiglia dominante sul Lago di Garda; infine del subitaneo troncarsi della campagna, si deve riconoscere che le operazioni di Garibaldi, sebbene all’apparenza non abbiano conquistato che poche leghe di territorio nemico, son ben lontane dall’offrire alcun appiglio di biasimo o di sprezzo. Esse diedero dei risultati sostanzialmente utili e non certamente ingloriosi: esse fecero testimonianza in ogni caso della stessa virile tenacità, del medesimo eroico slancio di cui avevano dato tante volte prova i Volontari, dietro l’esempio dell’illustre loro Capitano.»

E con questo giudizio del dotto ufficiale chiudiamo il nostro. Il 3 agosto la sospensione d’armi era prolungata d’un’altra settimana, e il 10 dello stesso mese il generale Garibaldi riceveva dal generale La Marmora il seguente telegramma: «Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell’armistizio per il quale si richiede che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo, d’ordine del Re. Ella disporrà quindi in modo che per le ore quattro antimeridiane di posdimani 11 agosto le truppe da lei dipendenti abbiano lasciato le frontiere del Tirolo. Il generale Medici ha dalla sua parte cominciato i movimenti.»

Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell’Eroe, lo storico può indovinarlo, ma affermarlo con certezza non può. Forse le vergogne immeritate di Custoza e di Lissa; la Venezia accettata come una elemosina dalle mani straniere; il Trentino perduto; Trieste abbandonata; il confine orientale d’Italia aperto da tutte le parti; tanto eroico fiore di giovani vite inutilmente sacrificato, tutto ciò passò come nembo di foschi fantasmi sull’animo di Garibaldi e vi suscitò in tumulto i pensieri da anni soffocati dell’antica rivolta; ma al tempo stesso un pensiero più alto, uno spettro più terribile si levò contro lo stuolo delle maligne tentazioni e le fugò in un istante. Garibaldi non tradì nemmeno ai più intimi la sua interna tempesta; tranquillo prese la penna e rispose egli stesso al La Marmora questa sola parola: «Obbedisco.» E con quell’ultima vittoria sopra sè stesso chiuse la campagna.

CAPITOLO DECIMOSECONDO.

DA MENTANA A DIJON. [1867-1870.]

I.

Pagato il debito a Venezia, Garibaldi si preparò a sciogliere il voto a Roma. E Roma, lo sappiamo, era la idea fissa, la stella polare, il termine ultimo della sua missione patriottica. La palla d’Aspromonte aveva potuto arrestarlo in cammino, ma non isviarlo dalla meta. Un giuramento sacro lo legava alla redenzione dell’eterna città, e conveniva che il giuramento s’adempisse: O Roma o morte! Di tutto quell’aggrovigliato intreccio di problemi politici, religiosi, morali onde componevasi allora, e sempre, forse, si comporrà il gran nodo della questione romana, egli non vedeva chiaro che due cose: un mostruoso potere che opprimeva e corrompeva a un punto coll’aiuto dell’armi straniere la metropoli d’Italia, la regina del mondo: il diritto e il dovere degli Italiani di levarsi concordi e di cessare d’un sol colpo la doppia tirannide. Egli accomunava in un odio solo il protetto e il protettore; sicchè a lui stesso sarebbe stato difficile il discernere quali dei due abborrisse di più. Che gl’importava se il guardiano del Papato era uno degli arbitri d’Europa, il capo di una potente nazione, sorella di sangue e di civiltà all’italiana, il solo fra tanti principi forastieri che avesse porta una mano soccorrevole alla patria sua, e aiutatala a rialzarsi da un sepolcro di secoli? E non era egli altresì l’Uomo del 2 Dicembre, il «tiranno» della Francia? Non aveva egli riscosso il prezzo di Magenta e Solferino con Nizza e Savoia? Non cancellava egli ogni giorno la memoria de’ suoi beneficii puntellando, solo in Europa, quel tarlato poter temporale che abbandonato da lui crollerebbe in un punto?

Nè gli si opponga come spauracchio la potenza della Francia. L’Eroe era forse il primo di quella lunga schiera d’allucinati che, traendo da una distinzione ragionevole una conseguenza erratissima, reputavano il popolo francese più liberale e più amico dell’Italia di quello che lo fosse, a danno della Francia stessa e della sua propria corona, Napoleone III.

Ingannato pertanto da questa illusione, Garibaldi rifiutavasi a credere che la Francia avrebbe seguito a lungo il suo oppressore in una guerra liberticida; anzi, trascorrendo colla facile fantasia, vedeva già affratellarsi nell’impresa comune i figli delle due nazioni, e per provvidenziale disegno, dalla liberazione di Roma uscire la vendetta del 2 Dicembre e la redenzione della Francia stessa.

Inutile poi parlargli della Convenzione di Settembre. Un Trattato pieno di tante ambiguità, capace di interpretazioni così diverse, e che dalle stesse parti contraenti poteva essere inteso in due sensi totalmente opposti, non era certamente fatto per rassicurare la sua anima semplice e schietta sulle sorti di Roma e persuadergli quella serena e fiduciosa aspettazione dell’avvenire che i negoziatori del Trattato s’erano impromessa.

Fosse anche erronea l’interpretazione del Governo francese che la Convenzione significasse rinuncia perpetua a Roma, questo era pur sempre evidente e indiscutibile che l’Italia concedeva al Papato una tregua indefinita, subentrando essa in luogo della Francia nell’obbligo di tutelarlo, ed impegnandosi persino a custodirgli il mal definito confine, intanto che una Grande Compagnia di mercenari cosmopoliti gli avrebbe montato la guardia nella capitale.

Ora se v’era Italiano che non potesse acquetarsi a simili patti, quegli era certamente Garibaldi. La Convenzione era stata subita con ripugnanza da parecchi degli stessi uomini di parte moderata, che l’avevano stipulata; a maggior ragione doveva esserlo da lui. Ciò che in essa v’era di equivoco offendeva la sua coscienza; ciò che v’era di chiaro offendeva il suo patriottismo. Molto meno però avrebbe potuto acquietarvisi quando vide la Francia stessa non osservare nemmeno i patti stipulati e farsi beffe dell’Italia.

E alludiamo a quella Legione d’Antibo, reclutata sfacciatamente tra le file dello stesso esercito francese; comandata da ufficiali francesi; passata in rassegna, arringata da generali francesi: miserabile commedia, intervento male mascherato, violazione grossolana e sleale della lettera e dello spirito della Convenzione, che sdegnò in Italia i più devoti del Governo napoleonico, fece scoppiare in alte grida di protesta tutta la parte rivoluzionaria e diede il trabocco alla misura di collera da cui l’anima dell’Eroe era ricolma.

Che se a tutto ciò si aggiunga l’agitarsi della parte più avanzata dell’emigrazione romana, il sorgere in Roma specialmente per opera sua d’un Centro d’insurrezione, rappresentante la frazione più rivoluzionaria della città, frazione infinitesimale, come chiarirà l’evento, ma che si riprometteva combattere la propaganda addormentatrice del Comitato Nazionale, organo del partito moderato, e di apparecchiare il popolo romano alla riscossa, si vedranno, in compendio ma esattamente, riassunte tutte le ragioni che spinsero Garibaldi alla sua seconda crociata per Roma e prepararono Mentana.

II.

L’11 febbraio il Ministero Ricasoli, disapprovato egli pure nella perpetua lite del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera e bandito nuove elezioni generali. Dal canto suo la Sinistra parlamentare si apparecchiò a sostenere la lotta dichiarando in un manifesto agli elettori il proprio programma, e invitando al tempo stesso Garibaldi a venir sul continente a prestargli l’appoggio del suo nome e del suo prestigio. Il Generale non si sentiva molto disposto a quella parte; ma un mezzo impegno già contratto coi Veneti di andarli presto a visitare, il desiderio di far cosa gradita a’ suoi amici, la speranza di trovar in quel viaggio una propizia occasione per cominciare la sua propaganda per Roma; lo indussero ad accettare l’invito e il 22 sera arrivò inaspettato, fuorchè da pochi, in Firenze.[342]

Giunto colà però non volle indugiarsi. All’indomani aveva già fatto adesione al programma della Sinistra,[343] e il 23 s’era già messo in viaggio per la Venezia. Superfluo il dire le ovazioni. Era quella la prima volta che i Veneti lo vedevano e da ciò solo s’argomenti il loro entusiasmo. Come però dei due fini pei quali egli s’era mosso, la campagna elettorale e l’apostolato per Roma, quella non era per lui che l’accessorio e questo soltanto il principale; così i suoi amici che s’erano lusingati di trovare in lui un destro e potente procolo delle loro candidature, dovettero ben presto persuadersi quanto fosse stato grande errore affibbiargli quell’ufficio così disadatto alle sue spalle e cominciarono piuttosto a tremare del suo patrocinio che a rallegrarsene.

Dovunque arrivava, dal terrazzo della casa o dell’albergo che l’ospitava, era costretto dagli stessi inviti della folla a pronunciare un discorso; ma ogni discorso, dopo un esordio il più delle volte freddo e stentato sul tema obbligato delle elezioni, si conchiudeva sempre in una perorazione, ancora più obbligata: Roma. Anche gli argomenti che adoperava per raccomandare questo o quel candidato ricascavano tutti nel ritornello: «Eleggete degli uomini che vi conducano presto a Roma.» A Bologna diceva: «Mandate al Parlamento degli uomini che ci facciano andare a Roma come a casa nostra, e che abbiano più a cuore gli interessi del popolo che quelli dei preti.» A Ferrara, proponendo a deputato il dottor Riboli, soggiungeva: «Bisogna prepararsi a difendersi dai preti, a combattere il clericalismo, perchè è tempo che cessi la di lui preponderanza in Italia.» A Venezia ancora più chiaramente, dal balcone di casa Zecchini dove era ospite, esclamava:

«Abbiamo ancora un bocconcino che non manca di avere la sua importanza: Roma. Dunque Roma, che quei signori mitrati non vogliono cedere all’Italia, e che pure è nostra capitale!... colle buone o colle cattive faremo in modo che ce la diano.

»Quei signori preti, che per tanti secoli l’hanno goduta, deturpata, trascinata nel fango, e del primo popolo ne han fatto una cloaca, sarebbe tempo che finissero d’insudiciarci, che ci lasciassero la nostra capitale.... Io sono persuaso che l’Italia ha abbastanza valorosi per prendersela colle armi. Ma non credo che sia il caso. Roma è nostra, è nostra legalmente. In conseguenza andremo a Roma come andiamo nella nostra stanza, in casa nostra.

»Spero che non vi sarà bisogno di prendere le armi! troppo facile sarebbe andarvi colle armi — noi siamo assuefatti a imprese ben più ardite!...

»Dunque oggi gli Italiani devono ottenere Roma coi mezzi legali; chiederla al Governo italiano, e per conseguenza mandare rappresentanti al Parlamento che non patteggino coi preti, nè coi complici dei preti, nè coi protettori dei preti.» E una voce dalla folla rispondeva: El parla come un Dio![344]

Partito da Venezia andava a ripetere press’a poco le medesime cose a Chioggia, Treviso, Udine, Palmanuova, Belluno, Feltre, Vicenza, Verona, dappertutto; e dappertutto conchiudendo con una sentenza strana davvero sulla sua bocca: che Roma bisogna prima chiederla coi mezzi pacifici e legali; soltanto esauriti questi, coll’armi. Ora che cosa voleva egli dire con quelle insolite parole? Ubbidiva egli ad una raccomandazione fattagli a Firenze da’ suoi amici, ma nell’esprimere il concetto suggeritogli, confondeva i «mezzi morali» coi quali il Parlamento aveva dichiarato di voler andare a Roma, coi «mezzi legali» coi quali si poteva chiedere al Parlamento stesso che affrettasse la soluzione del grande problema? In verità crediamo che non avrebbe saputo spiegarlo egli stesso, tanto era evidente che quella frase era un artificio oratorio insufflatogli da qualche nascosta Egeria, il quale non rispondeva ad alcuno degli abituali concetti della sua mente, nè molto meno agli eroici impulsi del suo cuore.

Ma in quel suo viaggio anche più delle sue parole parvero strani gli atti. O fosse stato colto da uno di quegli accessi di misticismo, dei quali nessun uomo di ardente fantasia va immune, o a forza di scavare il problema che aveva sotto mano fosse arrivato alla conclusione che a rendere compiuta la emancipazione dal Vaticano era necessario principiare da una rivoluzione religiosa; o gli fosse anche balenata l’idea (con uomini siffatti tutte le ipotesi sono permesse) d’esser egli il Maometto, la voce e la spada di siffatta rivoluzione, fatto è che egli non poteva ormai pronunciare una concione politica senza mescolarvi insieme la buona novella di una certa sua religione naturale, un quissimile di quella di Giangiacomo, senza preti, senza culto e senza altari, e che, secondo lui, doveva redimere l’umanità intera, a patto però, s’intende, di cominciare dalla redenzione di Roma.

E l’effetto di quella sua predicazione fu tale che un giorno in Verona un sarto, certo Amadio Somma, convertito, a quanto pare, al suo evangelio, avendogli portato innanzi un suo bambino di nove mesi non battezzato per anco, perchè gli desse il battesimo della sua nuova religione civile, egli, Garibaldi, alla presenza di due testimoni,[345] imposta sul catecumeno la mano, colla formola: «Io ti battezzo in nome di Dio e del legislatore Gesù. Possa tu divenire un apostolo del vero; ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i tiranni dell’anima e del corpo: sii degno del bravo Chiassi di cui ti impongo il nome,» — lo battezzò.

La quale scena sarebbe bastata a seppellire sotto una valanga di ridicolo qualsiasi uomo più famoso, ma non Garibaldi. I suoi amici ne sorrisero; i suoi avversari ne borbottarono un po’; ma egli restò, come prima, intatto sul suo piedistallo, l’idolo delle moltitudini.

Lasciato il Veneto, passò in Lombardia e in Piemonte, dovunque ricevendo le stesse accoglienze, e dovunque ripetendo le stesse raccomandazioni, le stesse prediche e le stesse cerimonie. A Mantova diceva: «Avversate i preti, ma non i preti come Tazzoli, Grioli e Grazioli, veri sacerdoti di Dio.» A Torino, festeggiato dall’intera cittadinanza, ossequiato oltre che dai capi delle corporazioni operaie e democratiche, dai principali dell’antico partito moderato, quali i Rorà, i Ferraris, i San Martino, dopo la Convenzione di settembre divenuti ardentissimi per Roma; confortava, dal balcone del palazzo Pallavicino, quel popolo «fortissimo, che aveva dato la prima spinta, a dare l’ultima e portarci verso la nostra capitale, Roma;» ad Alessandria battezzava colla stessa formola, «in nome di Dio e di Gesù liberale,» altri figli di popolani, imponendo loro i nomi di Bottino, Lombardi e Cappellini, martiri i primi due del Tirolo, l’ultimo di Lissa!

E finito anche quel giro si riduceva nella fine di marzo a San Fiorano, nella villa dello stesso Pallavicino, dove colle lettere e coi discorsi privati continuava la propaganda che in pubblico aveva cominciata.

Intanto la nuova Camera era stata convocata, e poichè essa non appariva affatto diversa da quella che il barone Ricasoli aveva disciolta, e persino in quella maggioranza, che egli aveva sperato ritemprare al battesimo delle urne, rispuntavano gli stessi screzi, gli stessi attriti, gli stessi germi di sorda opposizione, che l’avevano indotto a congedarla, così rinnovando il poco lodevole esempio del 1861, senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnò il potere. E come nel 1861 un uomo era già designato a raccoglierlo, e lo raccolse difatti: Urbano Rattazzi.

Se non che il ritorno al governo del deputato d’Alessandria aveva, segnatamente rispetto alla questione romana, un significato che a nessuno poteva sfuggire. Anzitutto il Rattazzi era pur sempre l’uomo d’Aspromonte; colui, è vero, che aveva fracassato un piede a Garibaldi, ma colui altresì che l’aveva lasciato scorrazzare in armi un terzo d’Italia, poi tenutolo prigioniero come un sovrano vinto in battaglia e alla fine amnistiato.

In secondo luogo le sue opinioni intorno a Roma erano note. Aveva proclamato per mezzo del suo ministro Durando l’urgenza del gran problema; aveva censurata la Convenzione di settembre; s’era opposto al Contratto Langrand Dumonceau; sorrideva della libertà della Chiesa, non intendendo farle alcuna concessione «se non quando fosse cessato il poter temporale dell’autorità ecclesiastica ed il Governo italiano fosse insediato in Roma.»

Infine egli non era ancora la Sinistra, ma ne era il precursore. I suoi rapporti coi capi più autorevoli della parte avanzata non erano un mistero per alcuno. Essi non sedevano nella sala del Consiglio, ma ne occupavano le anticamere; non salivano al palazzo Riccardi per le grandi scale, ma tenevano le chiavi di quelle segrete: Rattazzi li conteneva e moderava, e, occorrendo, non ristava dallo sconfessare pubblicamente le loro idee; ma era manifesto che non avrebbe potuto reggersi a lungo su quel sottile pernio tra la Destra e la Sinistra sul quale si studiava bilicarsi, e che il giorno s’avvicinava a gran passi in cui per necessità di cose, non potendo cadere tra le braccia de’ moderati, sarebbe caduto di nuovo tra quelle de’ rivoluzionari suoi fatali amici.

Ora quanto questa condizione del Governo giovasse ai progetti rivoluzionari che mulinavano pel capo di Garibaldi e de’ suoi amici non è chi nol vegga: possiamo anzi affermare che solo dal giorno in cui il Rattazzi salì al potere, le idee del partito d’azione, vaghe fino allora, incominciarono a disegnarsi con qualche chiarezza ed a prendere una forma rilevata e concreta in un principio d’azione.

E i primi segni di questa maggiore alacrità apparvero ne’ Romani stessi. Quel medesimo Centro d’insurrezione, al quale più su accennammo, pubblicando nel 1º d’aprile il primo suo Manifesto ai Romani, annunziava trascorsa ormai l’ora delle tacite proteste e delle imbelli manifestazioni; bandiva la necessità dell’insurrezione e riconoscendo Garibaldi col titolo di Generale romano, lo pregava ad assumere la direzione della patriottica impresa e a darle esecuzione per mezzo degli uomini che a lui fosse piaciuto designare. E Garibaldi, cui nessun eccitamento poteva essere più caro a quei giorni, non cercando chi e quanti fossero coloro che gli parlavano sì alto in nome di Roma, non curandosi di scandagliare fino a qual punto la realtà delle cose, la volontà dei Romani, le ragioni dell’opportunità, consuonassero a sì magnifiche promesse, rispondeva quasi subito, dichiarandosi superbo, diceva, del titolo che gli era rinnovato di Generale romano; accettando senza più l’incarico commessogli; eleggendo per coordinare il lavoro di Roma e quello della restante Italia un Centro d’emigrazione, il quale allacciato a sua volta ad una rete di Sub Centri provinciali e locali, doveva fare il censimento degli idonei alle armi, raccogliere l’Obolo della Libertà, contrapposto all’Obolo di San Pietro, e apparecchiare quanti mezzi fossero in suo potere per la nuova levata che s’annunziava vicina.

E tutto ciò così scopertamente, con tanto rumore di proclami e di programmi, e pubblico via vai di emissari e di agenti, che il barone Malaret, ministro di Francia a Firenze, egregiamente informato d’ogni più minuto particolare dalla doppia polizia del suo Governo e del cardinale Antonelli, si trovò nella necessità di presentare i suoi reclami al Rattazzi e di obbligarlo ad ufficiali assicurazioni.[346] Le quali, a dir vero, non avrebbero potuto essere nè più oneste nè più accorte: scarsi i mezzi di Garibaldi per essere temibili; sacri al Governo italiano gl’impegni assunti colla Convenzione del settembre, e risoluta la sua volontà di farla rispettare; soltanto non poter egli starsi garante che pochi individui isolati non riuscissero a schizzare nel Pontificio per la frontiera; avvenendo il caso però, tener per certissimo che il Governo di Sua Santità avrebbe saputo averne ragione da sè.

E il Rattazzi, giova ridirlo, fino a quel giorno, anzi per molti giorni e mesi ancora parlava sincero. Egli disapprovava ogni conato intempestivo verso Roma e non lo nascondeva; egli non voleva nè denunziare nè perseguitare gli agitatori; ma non aveva alcun vincolo con essi: s’illudeva, come altre volte, sulle forze di Garibaldi, e sperava che il nuovo nembo da lui addensato si scioglierebbe da sè in un acquazzone d’estate; ma in ogni ipotesi egli si credeva forte e destro abbastanza per sorprenderlo ed arrestarlo a tempo. Solo quando sopraffatto dal turbine non vedrà più modo di scongiurarlo, si nasconderà anch’egli tra le nubi e vi soffierà dentro per la disperata speranza di poterne usufruttare lo scoppio a beneficio della sua politica e dell’Italia.

III.

In sui primi di maggio Garibaldi passava di Lombardia in Toscana. Sostato un giorno a Firenze, andava a prender stanza nella villa del deputato Cattani-Cavalcanti, a Castelletti presso Firenze. Ora, che questo tramutamento si collegasse ai disegni su Roma era visibile a chicchessia, e il fatto non tardò a dimostrarlo.

Nella prima settimana di giugno il Generale riceveva in Castelletti una visita inaspettata. Due incaricati dal Comitato Nazionale Romano, di quel Comitato che era l’antagonista nato del partito d’azione e che per la sua propaganda eternamente temporeggiatrice s’era acquistato il non immeritato titolo d’addormentatore, si presentarono a lui, dicendosi a nome de’ loro mandanti pronti a entrare in accordo col Centro d’insurrezione e desiderosi di intendersi con lo stesso Generale, circa al programma d’azione. Il come e il quando di quest’azione pare non dicessero: forse si restrinsero a generiche dichiarazioni ed a vaghe profferte; ma Garibaldi, ignaro delle ambagi e delle sfumature del linguaggio, avvezzo a veder dietro ogni detto un fatto, non si cura di chieder di più, e tenendo subito per conchiusa l’alleanza, e per decisa indifferibilmente l’azione, spaccia ai due Comitati di Terni, il Nazionale e l’Insurrezionale, certi Galliano e Perelli col mandato di prendervi alcune centinaia di fucili che sapeva nascosti colà fin dai giorni d’Aspromonte, armare con questi quanti giovani o fuorusciti romani si potessero raccogliere, e fatta irruzione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima favilla dell’incendio. Trasognarono all’inatteso messaggio i patriotti ternani: il rappresentante del Comitato moderato, certo Mauri, protestò di nulla potere senza espresso ordine de’ suoi capi (riprova codesta che il Comitato Nazionale non aveva promesso nulla di positivo), e ricusò di ubbidire; il rappresentante del Comitato d’azione, certo Frattini, caldo patriotta e vecchio cospiratore, persuaso dalle molte parole del Perelli e del Galliano che la mossa fosse combinata coi Comitati di Roma sì Nazionale che Insurrezionale, e tutto pronto al di là del confine per aiutarla; vinto ancora più dal nome di Garibaldi, di cui i due emissari presentavano un’amplissima credenziale, consentì a secondarli e dar la sua mano all’impresa. Nè furon lunghi gli apparecchi: appena due giorni dopo, il 19 giugno, il Perelli e il Galliano raccoltisi con altri centoquattro giovani nel convento di San Martino, tragittata sopra una barca del Frattini stesso la Nera e ricevute colà presso le armi, s’incamminarono diviati verso la Sabina. Se non che quasi sul punto di sconfinare, nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, un pelottone del 7º Granatieri, imboscato da più giorni in quelle macchie, circuì in un battibaleno la colonna e fatta per intimorirla una scarica all’aria, le intimò la resa.[347] Infatti il Rattazzi, eccitato, anzi pungolato senza posa, dalla polizia francese, più vigilante forse e informata della sua, era da oltre una settimana sulle orme di tutta la congiura, impartendo ordini rigorosissimi a tutte le autorità così di terra come di mare, affinchè le custodie della doppia frontiera fossero raddoppiate, e ad ogni costo s’impedisse il passaggio di qualsiasi banda d’armati; e, come ognun vede, era stato fedelmente e zelantemente ubbidito.

Pari però all’ingrata sorpresa, il clamore dei delusi. Nessuno voleva assumere la paternità del fallito tentativo, e ogni parte se ne scaricava sull’avversa. Garibaldi indignato imprecava al Governo, «birro del Papa;» il partito d’azione incolpava di tradimento il Comitato Nazionale, accusandolo persino d’aver egli spinto il Generale a quella scorreria coll’intenzione di pubblicarne le trame e comprometterlo; il Comitato Nazionale invece apertamente sconfessava l’intempestivo conato e persisteva a raccomandare ai Romani la pazienza e l’aspettazione. Era insomma il consueto palleggio di accuse, di recriminazioni e di vituperii che suol seguitare tutte le imprese fallite, di mezzo al quale sarebbe bensì facile trarre una prova di più delle passioni partigiane; ma non la verità.

Non dobbiamo però tacere che tra mezzo al tumulto delle voci contrarie quella che ci sembrò allora, e ci sembra tuttodì la meno vera, la meno probabile, la meno dimostrata, fu quella che appose al Comitato Nazionale d’aver tradito per cieco livore di parte l’impresa da lui medesimo suggerita e apparecchiata. Fino a prova contraria noi non abbiamo alcuna ragione per credere a tanta scelleraggine. Aggiungiamo anzi, che tutte le ragioni ci sforzano a discrederla. E ciò non solo perchè la onestà privata, fino ad oggi indisputata, dei componenti del Comitato Romano ci sta garante della loro probità politica; ma anche perchè se fosse stata soltanto probabile la perfidia apposta al Comitato, Garibaldi, che non era certo sulla via dei riguardosi riserbi e dei temperati discorsi, non l’avrebbe taciuta, ed in ogni caso il Comitato stesso, per ispudorato che si potesse supporre, non avrebbe mai osato di infliggere un biasimo pubblico ad un’azione della quale ognuno avrebbe potuto dirgli ad ogni istante: «Tacete, voi stessi ne foste complici.»

No: l’enormezza stessa dell’accusa attesta per la sua incredibilità. Reputiamo superfluo cercare l’autore responsabile di quel tentativo, che potrebbe dirsi il prologo sbagliato d’un dramma male abbozzato; ma se quell’autore si volesse cercare, lo si cerchi in Garibaldi stesso.

Egli ideò e volle e fece eseguire la scorreria; egli scambiando le indeterminate profferte del Comitato moderato per impegni positivi d’azione, e fidandosi alle notizie dubbie ed ai suggerimenti fallaci di agenti innominati ed oscuri, e sprezzando ogni consiglio di preparazione e d’opportunità e dimenticandosi persino di prevenire de’ suoi disegni il Centro di Roma e il Centro di Firenze e tutti i suoi principali amici e cooperatori, egli pel primo rese inevitabile il fallimento d’un’intrapresa che aveva già in sè tanti rischi e tante difficoltà.

Già dicemmo che Garibaldi non fu mai cospiratore, e il modo con cui egli condusse la Campagna preparatoria di Mentana lo proverà luminosamente. Ciò non scema la sua grandezza; ma aggiunge un lineamento più originale e caratteristico alla sua straordinaria figura.

IV.

Ma come ognuno immagina, l’infelice successo della Sabina non aveva rallentato un solo istante l’opera di Garibaldi, nè quella de’ suoi amici. Trasferitosi sull’aprirsi di luglio alle Terme di Monsummano, dove lo conduceva la necessità, tutt’altro che fittizia, di curare la sua implacabile artritide, diceva subito ad alcuni suoi commilitoni, accorsi a visitarlo: «A Roma ci si andrà; e se hanno impedito a quei duecento valorosi di entrarvi, i duecento diverranno duemila, e i duemila ventimila.» E a Pescia, arringando il popolo raccolto sulla piazza a festeggiarlo, soggiungeva: «Dobbiamo andare a Roma a snidarvi quel vivaio di vipere;» così a Montecatini, a Castelfranco, a Lucca, sempre e dovunque ribattendo il medesimo chiodo e predicando il medesimo verbo, con quel suo linguaggio ignaro di eufemismi, fiammeggiante d’amor patrio, ma che troppo spesso urtando nella corda delicata delle credenze religiose non era sempre, specialmente tra le popolazioni delle campagne, il più opportuno e convincente.

Nè oramai si trattava più di sole parole. Uno dei maggiori ostacoli alla felice riuscita della meditata riscossa era quell’antagonismo più volte accennato del Comitato d’insurrezione e del Comitato Nazionale, che dividendo i patriotti romani in due campi (e quando si volesse contare la frazione mazziniana del Comitato d’azione in tre) formava la cagione principale della loro mutua debolezza.

A Garibaldi però era sempre parso che la prima e più urgente necessità fosse quella di cessare, a qualsiasi patto, quel funesto dissidio, adoperando ogni maniera di sforzi affinchè tutti coloro che nelle due parti ponevano al disopra delle astiosità partigiane il pensiero della patria, stringessero in un sol fascio le loro forze e procedessero concordi al conseguimento del fine comune. E a così onesto desiderio, partecipato dalla eletta dei fuorusciti romani, sembrò rispondere, quasi senza contrasto, l’adempimento; sembrò, diciamo, perchè si vedrà in appresso che la festeggiata concordia era più apparente che reale; più tra i gregari che fra i capi; più tra pochi individui che nella pluralità de’ due partiti.

Comunque, il patto fu sancito, e il Comitato Nazionale Romano e il Centro d’insurrezione, scontenti però sempre quelli del Comitato d’azione, si fusero in un nuovo ed unico Comitato e lo annunziarono ai loro concittadini in questo manifesto:

«Romani!

»Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per l’onore e la libertà della patria, si è realizzato. Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre questo resto del governo papale e dare Roma all’Italia.

»Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d’insurrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana, la quale assume la suprema direzione delle cose.

»Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrifizi. Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga mai più, e che presto ci dia la vittoria.

»Romani!

»I cittadini rispettabili che fanno parte della Giunta a cui rassegniamo l’ufficio, sono degni dell’alta missione; ma a nulla riuscirebbero senza il vostro concorso.

»Secondateli adunque fidenti ed animosi, e l’impresa non fallirà. Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli saluteranno Roma capitale d’Italia.

»Roma, 13 luglio 1867.

»IL COMITATO NAZIONALE ROMANO. »IL CENTRO D’INSURREZIONE.»

Queste parole, a dir vero, suonavano tutt’altro che promessa di azione immediata; ma Garibaldi, credulo sempre a quello che più desiderava, non curandosi di indagare quanto quella lega fosse salda e sincera, e se dietro quei Comitati, diremmo quasi, quegli stati-maggiori, stesse la milizia d’un popolo veramente deliberato ai cimenti cui era invitato; ingannato, come ai giorni di Sarnico e d’Aspromonte, dalle manifestazioni in gran parte artificiali delle città italiane;[348] fidente, come sempre, nella propria forza e incrollabile nella sua volontà, stimò giunta l’ora di raccogliere i frutti della sua predicazione e di passare dalle parole ai fatti.

Trasferitosi a Vinci (nella villa del conte Masetti, al Ferrale), riepiloga di là in un lunghissimo manifesto le idee che era venuto fin allora sparsamente predicando;[349] convoca presso di sè quelli tra i suoi amici che in quel momento stimava più devoti o meno renitenti a’ suoi concetti, e coll’usato stile, più da Generale che impartisca degli ordini a’ suoi luogotenenti che da capo politico, il quale proponga delle risoluzioni a’ suoi seguaci, li lega a’ suoi disegni; commette a Francesco Cucchi di andare a Roma ad annodare in sua mano le prime fila della trama avviata: manda suo figlio Menotti a tastare il terreno e stringere le prime relazioni nel mezzogiorno; delega Giovanni Acerbi, l’Intendente dei Mille, alla raccolta dei giovani e delle armi alla frontiera umbro-toscana e lo manda in suo nome a scandagliare le intenzioni di Rattazzi; indi passa egli stesso a Siena, a Montepulciano, a Orvieto, a Rapolano scuotendo fin sulle porte del Gran Nemico la fiaccola incendiaria della sua parola, colla quale senza posa da tre mesi lo minacciava.

Ed appariva tanto evidente che oramai l’impresa era non solo deliberata nel suo animo, ma imminente, che ad un banchetto offertogli in Siena dalla storica Accademia de’ Rozzi, rispondendo al professore Stocchi, il quale pareva indirettamente consigliarlo a differire il segnale della magnanima riscossa a tempi più maturi, esclamò: «No, no, questo non è il mio pensiero: alla rinfrescata moveremo.»

E alla rinfrescata diventò, da quel giorno, la segreta parola d’ordine di tutti i Garibaldini. Invano il Rattazzi aveva risposto all’Acerbi severe parole, non solo togliendogli ogni speranza che il Governo avrebbe aiutato l’avventura, ma esplicitamente dichiarandogli che l’avrebbe con tutte le sue forze impedita; invano i principali del partito avanzato e gli stessi suoi più devoti amici, quali il Crispi, il Cairoli, il Miceli, il Guastalla, si mostravano o avversi all’impresa, o sgomenti delle difficoltà e dei pericoli onde essa era piena: Garibaldi, o non accettava discussioni o le troncava con uno de’ suoi soliti motti dittatoriali, e camminava imperturbato per la sua via.

V.

Se non che accadeva a quei giorni un fatto singolarissimo. Un gruppo de’ più avanzati socialisti europei, fra i quali il Barny francese, il Fazy svizzero, il Bakounine russo ed altri, s’era dato l’intesa di convocare a Ginevra pel mese di settembre un Congresso internazionale della pace (per chieder cioè la pace universale perpetua, la soppressione degli eserciti stanziali, la federazione dei nuovi Stati d’Europa ed altre siffatte bazzecole), e naturalmente al Congresso fra i famosi campioni della democrazia cosmopolita era stato invitato il famosissimo fra tutti Giuseppe Garibaldi. Si poteva credere però che quell’invito a discorrere e sentir discorrere di pace, per un uomo tutto affaccendato in apparecchi di guerra non potesse, in quel momento almeno, tornare il più opportuno ed accetto; ma non così per l’Eroe nostro. Nulla anzi a’ suoi occhi di più propizio di quel Concilio ecumenico dei sacerdoti della libertà aperto nella «Roma dell’intelligenza» per dare solennità alla Crociata da lui bandita contro l’altra «Roma bugiarda del Papato;» talchè lasciato a Menotti il mandato di continuare il lavoro incominciato, parte improvviso per Belgirate dove prende seco Benedetto Cairoli, e accompagnato da Giuseppe Missori, Alberto Mario, il professor Ceneri, Vincenzo Caldesi, Mauro Macchi, il dottor Riboli ed altri che non sapremmo dire, continua per Ginevra. E questa volta pure perdoneremo al lettore la cronica delle accoglienze; Ginevra in questo non fu diversa da Londra nè ad alcuno dei tanti luoghi in cui la maliarda figura di quell’uomo comparve. Ivi pure riuscito a gran stento ad aprirsi un varco nella calca, fino alla casa che doveva ospitarlo e presentato dal signor Fazy al popolo ginevrino che dalla piazza lo acclamava, il Generale lo arringa in lingua francese, con un discorso che fu certo uno de’ più nobili che gli uscissero dal labbro in quei giorni e del quale basti il saggio di questi due periodi, ad attestare la eloquenza.

. . . . . . .

»La magnifica accoglienza fattami nella vostra città m’inorgoglisce e forse mi dà troppa baldanza. In ogni modo, essa m’incoraggia a dire la verità; e se io avessi la disgrazia di travisarla, crederei di aver commesso un sacrilegio, in un paese donde la libertà del pensiero si va spandendo in tutte le pianure di Europa, a quel modo che vi diffondono le acque sgorgate dalle sue ghiacciaie. (Applausi strepitosi.)

»Qui i vostri antenati ebbero animo di assalire tra i primi cotesta pestilenziale istituzione che si chiama: il Papato. A voi, cittadini di Ginevra, che vibraste i primi colpi alla Roma papale, non è più l’iniziativa ch’io domando; ma vi domando di compir l’opera dei vostri padri, quando noi recheremo gli ultimi colpi al mostro. Vi ha nella missione degli Italiani che lo custodirono così a lungo nel loro seno una parte espiatoria; noi faremo il debito nostro. A quell’uopo il vostro consenso potrebbe esserci necessario; io lo spero.» (Applausi.)

Nè dissimile fu l’accoglimento che all’indomani ricevette al Congresso di cui teneva la presidenza Giulio Barny ed in mezzo al quale spiccavano variamente illustri i nomi di Edgardo Quinet, di Pietro Leroux, di Stefano Arago, di Luigi Bückner e di altre celebrità della democrazia mondiale. Non dissimile l’accoglimento alla persona, ma assai diverso quello alle idee. Anco in quell’assemblea battagliavano troppi partiti: i socialisti puri della scuola manchesteriana, avversi a qualunque guerra per qualsivoglia pretesto o ragione: gli atei e miscredenti ad oltranza, nemici deliberati d’ogni religione e del nome stesso di Dio e convenuti colà col semplicissimo assunto di chiederne la soppressione: i clericali cattolici zelanti della pace evangelica e sotto quella maschera infiltratisi anche in quel Congresso, ma, quando mai, propizi a quella sola guerra che restituisse alla Chiesa romana il tolto potere; infine i dottrinari della democrazia svizzera, professanti la libertà panacea di tutti i mali; ma soprattutto gelosi della neutralità del loro paese e paurosi di arrischiarne con sovversive dottrine la pace.

Ora Garibaldi in mezzo a costoro era, senza saperlo, come un disperso nel campo nemico: e lo vide ben presto, quando levatosi a rispondere al signor Schmidlin oratore dei clericali, e al signor Fazy oratore dei democratici svizzeri, tentò ribattere in un discorso le loro opinioni per affermare la propria, negli otto articoli di questa proposta:

«1º Tutte le nazioni sono sorelle.

»2º La guerra tra di loro è impossibile.

»3º Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate da un Congresso.

»4º I membri del Congresso saranno nominati dalle Società democratiche dei popoli.

»5º Ciascun popolo avrà diritto di voto al Congresso qualunque sia il numero dei suoi membri.

»6º Il Papato, essendo la più nociva delle sètte, è dichiarato decaduto.

»7º La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno de’ suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione.

»8º Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e della ignoranza col sacerdozio della scienza e della intelligenza.

»La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.

»Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno; è il solo caso in cui la guerra è permessa.»

A questo colpo inatteso, che dava nel petto a tutte, può dirsi, le idee predominanti nel Congresso, il rimbalzo dello sdegno e della paura collegati insieme fu irrefrenabile. Indarno il Quinet coll’autorevole parola, e il Ceneri e il Macchi colla persuasiva si studiarono difendere le proposte del Generale; i clericali suscitandovi contro la reazione del sentimento cattolico, gli Svizzeri facendo appello al sentimento ancora più forte ne’ loro concittadini della tranquillità e sicurezza della Confederazione, riuscirono a far tale pressione sul Congresso ed a raggruppar intorno ad essi tale maggioranza, che tutte le proposte di Garibaldi furono scartate e surrogate da una di quelle mozioni verbose e vuote di cui gli archivi del dottrinarismo democratico sono così ricchi, ma che nulla contenendo di sostanziale e di sodo non ci sembrano meritare la fatica d’essere trascritte.

Garibaldi però non attese nemmeno la votazione de’ suoi articoli, e già fiutato il vento infido, pago d’aver gettato in faccia all’Europa democratica ivi congregata la sua bomba incendiaria, tornava l’11 mattina, per la via del Sempione in Italia, e sostato brevemente a Belgirate, metteva capo a Genestrello, altra villa del suo amico Pallavicino presso Voghera.

Colà però lo raggiungevano tosto importanti notizie da Roma che lo consigliarono ad affrettare il suo ritorno in Toscana.

Quelle notizie dicevano certa la insurrezione purchè il braccio di Roma fosse armato: facile l’impadronirsi di due porte e la sorpresa delle ferrovie conducenti a Roma: utile con un colpo di mano occupar le due stazioni d’Orte e di Ceprano; necessario soltanto armi e danaro: tutta la Carboneria, numerosa a Roma, pronta a secondare il moto appena Garibaldi facesse appello. La Giunta romana poi rincarando su queste speranze dichiarava, venuta l’ora dell’azione, ogni indugio pericoloso, urgente la costituzione d’un fondo di cassa, al quale, in forma di prestito gratuito o rimborsabile, invitava nuovamente tutti gli Italiani a contribuire.

E come ognuna di queste parole scendeva soave all’animo già febbricitante dell’Eroe, così da Genestrello stesso, senza frapporre un’ora, rispondeva confermando l’appello della Giunta romana con questo nuovo manifesto:

«Alla Giunta Nazionale Romana.

»Genestrello, 16 settembre 1867.

»Il vostro appello agli Italiani non andrà perduto.

»In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che sacrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il dirlo, vi sono molti prodi di San Martino, molti eroici bersaglieri del Re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo, molti nepoti dei trecento Fabii ed un avanzo dei mille di Marsala, i quali, se non m’inganno, hanno prodotto centomila giovani che temono oggi di esser troppi a dividere la misera gloria di cacciar dall’Italia mercenari stranieri e negromanti.

»Circa ai mezzi, l’Italia ebbe sempre la disgrazia d’essere troppo ricca per mantenere eserciti stranieri, e fra i suoi ricchi non mancano patriotti che tosto porgeranno, ne sono sicuro, le loro splendide offerte.

»Avanti adunque, o Romani, spezzate i rottami dei vostri ferri sulle cocolle dei vostri oppressori, e d’avanzo saranno gl’Italiani che divideranno le vostre glorie.

»Vostro »GARIBALDI.»

E ciò detto, partiva al dì vegnente (17) per Firenze.

VI.

Colà giunto però erano tali ancora gli ostacoli e tanti i motivi di indugio e di prudenza, che qualunque altro uomo ne sarebbe stato scosso; non Garibaldi. Roma non era armata ancora, nè per quanto si fossero studiati fin allora tutti i passi di terra e di mare per introdurvi quei pochi fucili che stavan sempre nascosti nei pressi di Terni e di Follonica, nessuno n’aveva ancora trovato la via. I principali fra gli amici del Generale persistevano sempre presso di lui nel concetto di lasciare a Roma l’iniziativa del moto, apparecchiando bensì in silenzio i mezzi per accorrerle in soccorso; ma evitando ogni apparenza di una importazione artificiale e facendo in ogni caso seguire l’irruzione delle bande all’insurrezione della capitale; non questa a quella.

Infine il ministro Rattazzi, dopo aver dato qualche segno e qualche promessa di tacita acquiescenza, forse nella speranza di guadagnar tempo, e aver persino condisceso a lasciar continuare in segreto gli apparecchi dell’invasione, purchè il Generale acconsentisse a ritirarsi ed a scomparire nella sua Caprera;[350] spinto ora e sempre più dai richiami e dai ministri della Francia, rappresentata allora in Firenze dal signor De la Villestreux, tornava ai suoi primi propositi, protestandosi deliberato ad impedire anco colla forza qualsiasi violazione della Convenzione di settembre e dandone la prova col raddoppiare le guardie alla frontiera e col rinnuovare gli ordini della più severa vigilanza.

A tutto ciò però Garibaldi non movea collo nè piegava sua costa: le armi in un modo o nell’altro sarebbero entrate: a’ suoi amici faceva le mostre di consentire ai loro consigli, ripetendo anzi a taluno di loro che l’iniziativa romana la teneva indispensabile;[351] ma non cessava per questo dall’avviare quanti Volontari gli capitavano verso i confini e dal concentrarvi come ad un campo ormai prestabilito l’attuazione e la forza: al Governo infine rispondeva sdegnosamente rifiutando la condizione del ritiro in Caprera; e dichiarandosi a sua volta deliberato a qualunque cimento. Tutt’al più piegando all’argomento sempre più evidente che Roma non era ancora preparata, consentiva a differire la mossa fino agli ultimi di settembre; non però a sospendere e molto meno a mascherare alcuni degli apparecchi avviati.

Epperò, prima che l’agosto finisse, tutte le parti erano nella sua mente assegnate e tutti gli ordini distribuiti come alla vigilia d’un’entrata in campagna. Il Cucchi, munito d’un’amplissima sua credenziale che lo eleggeva suo rappresentante in Roma, partiva un’altra volta per la città eterna a prendervi la direzione del moto creduto imminente; Menotti ed Acerbi doveano tenersi pronti a sconfinare colla gente già raccolta, il primo da Terni coll’obbiettivo su Monterotondo; l’altro da Orvieto coll’obbiettivo su Viterbo, mentre Nicotera e Salomone dovevano fare altrettanto da Aquila e Pontecorvo verso Velletri; a Canzio era commesso di allestire una spedizione marittima che andasse a gettarsi sulle coste pontificie tra Montalto e Corneto, compiendo così l’invasione da tutte le parti. Nè il Generale arrestavasi a questi ordini guerreschi, ma colla consumata abilità del guerrillero prevedeva tutti i casi possibili, distribuendo a tutti i capi delle colonne designate queste particolareggiate istruzioni:

«1º Punto di concentrazione delle colonne invadenti il territorio romano — Viterbo.

»2º Si raccomanda ad ogni comandante di colonna di non impegnare combattimenti colle truppe pontificie, senonchè con molta probabilità di riuscita. Ed ove le forze nemiche sieno superiori, manovrare di modo da concentrarsi su Viterbo ove si troverà probabilmente la colonna principale.

»3º Ove un comandante di colonna si trovasse nella assoluta necessità di combattere, egli deve ricordarsi e ricordare ai suoi che il mondo intiero ha gli occhi su di noi e sa che noi siamo assuefatti a vincere.

»4º A qualunque costo i comandanti delle colonne non devono impegnarsi in combattimenti colle truppe dell’esercito italiano.

»5º Scopo del movimento è il rovesciare il governo dei preti, proclamare Roma capitale d’Italia e lasciare il popolo romano in piena libertà sulle proprie condizioni di plebiscito.

»6º Credo superfluo il raccomandare molto un lodevole contegno verso le popolazioni. I militi della libertà, nostri fratelli d’armi, sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu esempio che si macchiassero di brutture.

» 7º Si darà alle colonne l’organizzazione ch’ebbero in tutti i tempi i corpi volontari — acciocchè essi si presentino al paese ispirandovi la fiducia — e la paura ai nemici d’Italia.

»8º I comandanti delle colonne hanno il diritto d’impossessarsi d’ogni cosa appartenente alle autorità nemiche a profitto della rivoluzione.

»9º Abbisognando di viveri od altro, ne faranno richiesta alle autorità municipali o locali, rilasciando loro idonee ricevute.

»10º Una colonna che si trovi nell’impossibilità di concentrarsi alla colonna principale — manovrerà di modo da non combattere con isvantaggio, inquietando il nemico quanto è possibile — e procurerà frattanto di mettersi in comunicazione col quartiere generale.

»11º In quest’impresa gl’Italiani devono ben penetrarsi d’avere su di loro gli occhi del mondo intiero — e che quindi il nome italiano deve uscirne bello, radiante di gloria, salutato con entusiasmo e rispetto da tutte le nazioni.

»12º Fra le eventualità possibili, vi è quella di essere io arrestato. In quel caso, il movimento deve continuare colla stessa impavidezza — come se fossi libero. E deve pur continuare anche che arrestassero la maggior parte dei capi.

»13º In caso non riuscisse una colonna nell’intento, le altre devono continuare il moto come se nulla fosse successo.

»G. GARIBALDI.»

VII.

A tal punto però anche il Ministero, perduta ormai ogni speranza di contenere coi privati consigli e le blande minaccie il patriotta agitatore, deliberava di lasciar quel riserbo che s’era fino allora imposto, e di accettare il guanto che gli era gettato. Però nel 21 agosto comparve nella Gazzetta Ufficiale una dichiarazione del Governo, la conclusione della quale era che «se alcuno si attenterà di venir meno alla lealtà de’ patti e violare quella frontiera da cui ci deve allontanare l’onore della nostra parola, il Ministero non lo permetterà in niun modo e lascerà ai contravventori la responsabilità degli atti che avranno provocato.»

Ma «un po’ tardi,» notava il signor De Moustier[352] nel ricevere notizia di questa dichiarazione; un po’ tardi pel Governo, un po’ tardi per Garibaldi stesso.

Egli oramai aveva tratto il dado, nè anco volendolo poteva più retrocedere. Anzi quella pubblica minaccia gli parve come un avvertimento di rompere gli ultimi indugi; talchè già coperti vari punti della frontiera di Roma di Volontari, pronti a seguirlo il Menotti e l’Acerbi; la mattina del 23 settembre s’incamminava accompagnato soltanto dal fedele Basso e dal signor Del Vecchio, alla volta d’Arezzo, diretto, secondo diceva, e voleva far credere, a Perugia (per ingannare la vigilanza della polizia aveva fatto spedire colà i suoi bagagli); ma proseguendo ratto nella sera stessa di quel giorno per la strada di Orvieto, e andando quella notte a pernottare a Sinalunga a circa cinquanta miglia dal confine orvietano.

Il prefetto di Perugia però non s’era lasciato allucinare e aveva provveduto in guisa che qualunque strada il Generale fosse per prendere, al primo tocco di telegrafo, potesse essere arrestato. E così fu. Garibaldi, ospitato in Sinalunga dal signor Agnolucci, s’era appena coricato, che una compagnia di soldati e carabinieri, venuti da Orvieto, invadeva il paese, circuiva la sua casa, e un luogotenente de’ carabinieri salito da lui, gli intimava senz’altro l’arresto. Il Generale non chiese che il tempo di fare il suo solito bagno: gli fu concesso; e di lì a mezz’ora in biroccino fino a Lucignano, poscia in ferrovia fu tradotto col Basso e il Del Vecchio nella direzione di Firenze. Nemmeno Firenze però era l’ultima meta che gli era stata imposta; il treno ne traversò rapido la stazione, e soltanto a Pistoia sostò per alcuni istanti per deporre il Basso e il Del Vecchio, e continuare di là, senza resta, fino ad Alessandria, dove il Governo aveva deciso che il Generale passerebbe i primi giorni della sua cattività.

A Pistoia però nemmen l’occhio vigile de’ suoi custodi aveva potuto veder tutto. Infatti il Generale era riuscito in quei pochi momenti di fermata a scrivere a matita un biglietto, e prima che il Del Vecchio s’allontanasse a ficcarglielo nelle mani. Il biglietto era un nuovo e più fiero appello all’insurrezione, e diceva testualmente così:

«24 settembre.

»I Romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i loro tiranni: i preti.

»Gli Italiani hanno il dovere di aiutarli — e spero lo faranno — a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.

»Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intiero vi guarda, e voi, compiuta l’opera, marcerete colla fronte alta e direte alle nazioni: Noi vi abbiamo sbarazzata la via della fratellanza umana dal più abominevole suo nemico: il Papato.

»Caro Del Vecchio — voi non verrete in prigione con me — e farete stampare queste linee.

»G. GARIBALDI.»

La lettura pertanto di queste linee e ancora più l’annuncio dell’arresto del Generale suscitò in tutte le maggiori città d’Italia fierissimi tumulti. In Firenze i deputati della Sinistra, raccoltisi in Palazzo Vecchio, firmavano una protesta per l’illegale arresto del loro collega; i giornali avanzati schizzavano fiamme; il popolo inferocito percorreva le vie cercando a morte il Rattazzi, il quale solo al caso di essere entrato per il mal tempo in una vettura pubblica, dovette di non essere subito riconosciuto e d’aver salva la vita. E a Bologna, a Modena, a Milano, a Torino, a Pavia, a Genova, le stesse manifestazioni; a Genova soprattutto, dove la collera per l’arresto del Generale, inasprita dal sequestro delle armi destinate alla spedizione marittima del Canzio, era giunta a tale che la folla diede un vero assalto a Palazzo Tursi.

Nè in Alessandria l’aria era più quieta. Al primo giungere di Garibaldi nella fortezza, anche quella popolazione, comechè spettatrice abituale di tanti prigionieri politici, s’era commossa; e i soldati stessi del presidio, affollati sotto le finestre della cittadella dove il Generale era stato rinchiuso, gli gridavano «A Roma, a Roma!» il che gli fece dire più tardi:[353] «Se avessi detto una sola parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.»

Intanto l’agitazione crescente della Penisola, i doveri della pubblica tutela, le insistenti e quasi insolenti pressioni della Francia ponevano il Governo in terribili frangenti.

Anzitutto che cosa fare di quel prigioniero? Era ancora il medesimo problema d’Aspromonte, ma più intricato forse; giacchè sostenere che Garibaldi fosse stato colto in flagrante non era sì facile assunto, e l’accusa di violazione della immunità parlamentare poteva tornare assai pericolosa. Però dopo molto ondeggiare tra il processo, la libertà incondizionata, la libertà condizionata, Rattazzi si risolveva ad inviare in Alessandria il generale Pescetto, Ministro della Marina, coll’incarico di commuovere l’animo del Generale, e di indurlo, se fosse possibile, a ritornare a Caprera sotto la sola condizione che non avrebbe fatto alcun tentativo per uscirne. Ma il Generale diede a questa proposta un così aperto e secco rifiuto che il Pescetto, dopo aver chiesto e atteso invano per oltre dodici ore nuove istruzioni, s’indusse, sotto la propria responsabilità, a consentirgli il ritorno a Caprera senza condizione alcuna, provvedendo soltanto che non s’indugiasse a Genova e fosse trasferito immediatamente alla sua isola da un piroscafo della R. Marina.

E così avvenne.

Il 27 mattina, in sull’alba delle 4, il Generale usciva da Alessandria e circa due ore dopo smontava nella casa del signor Coltelletti all’Acquasola di Genova. Quivi il popolo ebbro di rivederlo, ma credendolo tuttavia prigioniero, minacciava di liberarlo egli stesso colle proprie braccia; quando il Generale con una lettera ad A. G. Barrili, Direttore del Movimento, nella quale diceva che «a scanso d’equivoci tornava a Caprera libero e senza condizioni,» e con molte altre consimili parole dirette ora in italiano, ora in genovese alla folla, riuscì a quietare ogni tumulto e nella sera del giorno stesso condotto amichevolmente a bordo del regio Avviso l’Esploratore, ricevuto con tutte le mostre d’un illustre viaggiatore, in realtà custodito come un deportato, salpava per Caprera.

VIII.

Ma dietro al corpo di Garibaldi prigioniero restava la sua anima; restava nell’eco infocata de’ cento manifesti e de’ mille discorsi, restava in quelle demosteniche parole: «I Romani hanno il diritto d’insorgere; gl’Italiani hanno il dovere di aiutarli, e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi:» e, se un dubbio fosse ancora possibile, restava in quest’ultima lettera a Francesco Crispi, scritta sulla nave stessa che lo portava a Caprera, e nella quale non sapresti se più ammirare il senso fatidico dell’Eroe che presentiva in un atto di suprema energia la soluzione del grande problema, o la virtù del patriota che non fa della salvezza della patria un misero piato di vanità o di primazia, ed è sempre pronto ad ecclissarsi dietro chiunque inalberi prima di lui il vessillo redentore.

«Caro Crispi,

»Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo.

»Invadere Roma coll’esercito italiano e subito.

»Non creda il governo di contentare l’Italia in altro modo. Essa perdonerà le sue miserie, ma non la sua degradazione. Ed oggi non solo la nazione italiana si sente oltraggiata, ma si sente oltraggiato l’esercito; e se in Alessandria, quando ero acclamato dall’intiera guarnigione, io avessi detto una parola che suonasse lavacro delle vergogne italiane, uffiziali e soldati mi avrebbero seguíto ovunque.

»Per cotali considerazioni il governo si persuada che, con pochi giorni d’energia, esso tutto accomoda, si concilia la nazione intiera e dove vi fosse minaccia esterna di volerlo inceppare, noi solleveremo fino alle donne, ai bambini, e certo il mondo vedrà risoluzione di popolo, come forse non ha veduto ancora.

»Rispondetemi subito.

»Vostro »G. GARIBALDI.

»27 settembre 1867.»

Ora in cospetto d’una causa così santa e di una fede sì ardente, e dopo tante ripetute manifestazioni della medesima volontà, al punto in cui erano giunte le cose, un dilemma si presentava chiaro ai vecchi garibaldini e a tutto in generale il partito democratico italiano: o sconfessare il loro Capo, rinnegando con lui tutto il proprio passato rivoluzionario e dando una mentita a tutte le idee sin allora espresse in Parlamento e fuori circa al modo di risolvere la questione romana; o continuare l’opera da lui avviata, giovandosi soltanto della sua forzata e temporanea assenza per compierne meno precipitosamente gli apparecchi e sceglierne con maggior ponderatezza l’opportunità e l’istante.

Se non che, come accade sovente, alla concordia nel fine non andava di pari passo l’accordo dei mezzi. Crispi, ormai buttatosi corpo e anima nella congiura, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, Oliva, Guerzoni, tutta in generale la frazione politico-militare del partito garibaldino opinavano sempre che il segnale della riscossa dovesse partire da Roma, e che qualsiasi anticipato moto di bande, mettendo sull’allarme il Governo pontificio, non potesse che nuocere alla riuscita dell’impresa principale. Menotti, invece, Canzio, Acerbi e qualcun altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del Generale, persistevano a credere che le due mosse dovessero andare parallele; che la insurrezione di Roma non accadrebbe mai, o difficilmente, senza l’esempio e l’eccitamento della insurrezione della campagna, e che questa non potrebbe mai ottenersi se non per mezzo di una irruzione di Volontari che la suscitasse.

Tuttavia il dissidio non era tra amici e commilitoni impacificabile, e già pareva che l’idea dell’iniziativa romana, caldeggiata, più che da tutti, dal Cucchi, che la dava, se il tempo non mancasse alla preparazione, per sicura, e dal Crispi, che oltre a tant’altre ragioni tentava dimostrare non renitente il Rattazzi col quale aveva frequenti convegni, pareva, dico, che quell’idea cominciasse a prevalere; quando ad un tratto, all’improvviso per tutti, una mano di forse centocinquanta giovani, dei quali soltanto un terzo armati di pessimi fucili, capitanati dal trentino Luigi Fontana, uno dei Mille, appiattati fino a quel giorno nelle macchie d’una Bandita viterbese, chi dice spinti dalla fame, chi dalla paura d’essere smacchiati e presi dalle truppe italiane spedite alla loro caccia, passano il confine, si buttano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita vi fanno prigionieri trentadue gendarmi pontifici e s’impossessano della terra.

Fu il trabocco della bilancia: Acerbi e Menotti si credettero impegnati d’onore ad accorrere in aiuto degli arditi che pei primi eransi gettati allo sbaraglio; e tra quei medesimi che fino allora erano stati piuttosto avversi a qualsiasi intempestiva invasione armata, cominciava a farsi strada l’idea che fosse mestieri soccorrere i combattenti e che in ogni caso non si potesse abbandonarli. Ecco perciò Acerbi dar l’ordine alle altre sue genti, che aveva raccozzate nei dintorni d’Orvieto, di sconfinare; ecco Menotti partire per Terni col proposito di fare altrettanto; ecco Nicotera prepararsi ad imitarli. Fra il 2 e il 5 ottobre tutto l’agro viterbese e la Sabina formicolavano di bande. Il 4 era passato Menotti con soli venti uomini; ma il 7 ne aveva seicento, ed occupato Nerola, sul confine sabino, aveva già respinta una prima ricognizione di Pontifici. Il 3, i Garibaldini d’Acquapendente rinforzati da alcune centinaia di camicie rosse, guidate dal maggiore Ravini, occupavano prima San Lorenzo, poi Bagnorea, da dove il 5, dopo un eroico ma sfortunato combattimento, eran ricacciati in disordine su Castiglione; alcune squadriglie stormeggiavano presso Bolsena, ed altre nei dintorni di Viterbo; e finalmente Acerbi, dopo lungo e non bene giustificabile indugio, compariva in mezzo a’ suoi e annunziata la sua prodittatura, piantava il Quartier generale a Torre Alfina.

Che faceva ora innanzi a questa marea crescente il Governo? Urbano Rattazzi fino a quel momento, fino cioè alla passata delle bande, aveva parlato ed agito chiaramente. Tutt’al più qualche eccessivo gli poteva rinfacciare un po’ di lentezza nella caccia de’ Volontari accorrenti a Garibaldi, e qualche reazionario di non aver fino dalle prime fatto man bassa su tutte le libertà, e posta mezza Italia in istato d’assedio; ma insomma gli uomini equi ed imparziali dovranno convenire che un governo liberale in una monarchia costituzionale, in una questione nazionale d’indole così delicata e complessa, come quella suscitata dalla crociata garibaldina, non poteva fare di più. Egli aveva protestato apertamente che disapprovava quel moto e che l’avrebbe, occorrendo, impedito anco colla forza: aveva confermato il fatto col detto, sequestrando, disperdendo, incarcerando: anche i più esigenti conservatori non potevano chiedergli di più. Se non che, quando il torrente malgrado tutti gli sforzi dilagò e parve manifesto che l’arrestarlo non era più possibile senza opporgli dighe di cadaveri umani; quando il fatto si chiarì più forte d’ogni consiglio e il sentimento patriottico soverchiava anche ne’ più prudenti ogni considerazione politica;[354] quando infine la repressione del conato garibaldino poteva parere una sconfessione dell’idea nazionale ed essere interpretata come un atto di paura o di soggezione all’Impero Francese, unico protettore rimasto al Papato, allora il gabinetto Rattazzi non poteva più esitare: o cedere ad altri immediatamente il governo della pubblica cosa (e non sarebbe stato nè onesto nè coraggioso), o secondare arditamente, anzi governare egli stesso il moto che non aveva potuto impedire.

Ma come tutti i deboli e i mediocri, prese non diremo nemmanco una via di mezzo, ma cento viottole torte che non conducevano ad alcuna. Oggi sequestrava i fucili de’ Volontari e domani metteva in mano dei Comitati garibaldini quelli degli arsenali governativi:[355] non permetteva che i Volontari sconfinassero in grosse bande, e li lasciava passare alla spicciolata; conveniva che una insurrezione in Roma sarebbe stata il taglio macedone di tutti i nodi, e largheggiava di danari in suo soccorso e forniva di passaporti coloro che volessero entrarvi ad aiutarla, ma non aveva il coraggio di confessarlo, e soprattutto d’aiutarla pubblicamente; minacciava ripetutamente al Governo francese di occupar Roma al primo annuncio d’insurrezione, e alle troppe parole non faceva mai seguire il fatto. Il solo audace partito di cui si sentì capace fu la istituzione d’una certa Legione Romana, che doveva a’ suoi occhi imprimere il suggello d’un’insurrezione veramente paesana e spontanea a quella che fin allora era stata accusata di importazione forestiera, e forzare anche la più incredula diplomazia a riconoscerne la autentica romanità. Il qual disegno, piccino in sè stesso, ordito ad insaputa dei principali capi garibaldini, e pregiudicato fin dal nascere dal sospetto d’una cospirazione nella cospirazione, finì poi, per le mani indegne cui fu affidato, a degenerare in un vero pericolo ed in un danno reale per l’impresa stessa cui mirava giovare.

Infatti il ministro Rattazzi, fidatosi, con una cecità che riesce tuttora inesplicabile, a certo Filippo Ghirelli, emigrato romano e già maggiore prima di Garibaldi, eppoi dell’esercito, commise a lui non solo l’ordinamento ed il comando della Legione, ma persino il titolo e le facoltà di Commissario regio nel distretto d’Orte; dei quali titoli e facoltà quel nobil campione del valore romano seppe usare così bene che per saggio della sua onestà svaligiò in compagnia del famigerato barone Franco Mistrali la Posta d’Orte; per documento della sua accortezza politica impose una taglia di 25,000 franchi al clero della stessa città; per riprova infine de’ suoi talenti militari tagliò la ferrovia tra Orte e Corese, base delle comunicazioni ferroviarie della rivolta; per la quale ultima prodezza, prima ancora che il Fabrizi lo destituisse, fu cacciato via da’ suoi stessi soldati col grido di traditore.

Ciò non ostante, l’insurrezione si sosteneva, e quantunque breve, ognuna delle colonne invadenti aveva fatto un passo avanti. Il 13 ottobre, Nicotera, dopo un ritardo, a dir vero, poco giustificabile, riusciva a sconfinare a Vallecorsa con oltre ottocento uomini (dei quali peraltro soltanto alcune centinaia armate alla meglio) e s’avviava l’indomani per Falvaterra. Nel giorno stesso Menotti si spingeva fino a Montelibretti, che contrastava all’indomani per tutto il giorno al nemico, abbandonandolo senza plausibile ragione la sera; ma per ricuperarlo al mattino vegnente.[356] In fine il 15 ottobre l’Acerbi, rimastosi immobile tutti quei giorni a Torre Alfina, moveva con tutte le sue forze sopra San Lorenzo, ne sloggiava il nemico e si preparava a marciare su Viterbo, che si diceva pronta ad insorgere al primo apparire delle camicie rosse.

Solo Roma non dava ancora alcun segno di vita, nè lo poteva. Una sollevazione generale, uno di quegli impeti spontanei e irresistibili di popolo, che, senza bisogno di disegni e d’apparecchi, coll’armi sole dello sdegno e dell’amor patrio, fa crollare in poche ore le più antiche tirannidi, in Roma non era possibile. L’infiacchimento degli animi e de’ corpi, naturale effetto della centenaria educazione sacerdotale, e l’idea propagata dalla funesta scuola del Comitato Nazionale, e infiltratasi anche nelle fibre de’ più energici, che unica soluzione sperabile alla questione romana fossero il consenso delle maggiori Potenze cattoliche e l’opera lenta dei mezzi morali, avevano doma, se non ispenta, l’antica virtù del popolo romano, e toltagli la fede di poter da sè solo vendicarsi in libertà. Però sola cosa sperabile e conseguibile in Roma era una sommossa parziale; un colpo di mano degli elementi più rivoluzionari e gagliardi della città (e non abbondavano), preparato artificialmente nel segreto d’una congiura, epperò soggetto ai mille eventi ed ai mille pericoli di tutte le congiure. Affinchè però anche un siffatto colpo di mano potesse riuscire in una città quale Roma, due condizioni erano indispensabili: che il lavoro preparatorio potesse essere condotto con una certa libertà e sicurezza: che in ogni caso le braccia pronte a tentarlo fossero armate. Ora al 16 ottobre Roma non aveva ancora una sola arma da guerra; e quanto a cospirare, la sveglia data alla polizia papale dalla invasione garibaldina, l’aveva reso così pericoloso e difficile che poteva dirsi un vero miracolo se la trama non era dieci volte al giorno scoperta e disfatta. Appena infatti la prima banda ebbe sconfinato, il Governo pontificio lasciò ogni ritegno; e raddoppiati i posti militari; chiuse o vegliate più gelosamente le porte; frugando case ed alberghi; espellendo i forestieri sospetti; mettendo alle calcagna d’ogni patriotta un birro; perlustrando notte e giorno la città; minacciando con pubbliche gride i cittadini, pose Roma, senza dirlo apertamente, in un vero stato d’assedio. Ora introducete armi e cospirate in siffatta città! Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Cella, stretti in lega coi membri più operosi della Giunta Nazionale, lavoravano arditi e indefessi; ma, senza che nessuno osasse confessarlo all’altro, tutti sentivano gli influssi di quel nemico che fin da principio aveva più d’ogni altro cooperato ad accrescere le difficoltà dell’opera loro: la sollevazione intempestiva e forse sterile delle province, che aveva reso pressochè impossibile la sorpresa della capitale.

IX.

Ma torniamo a Caprera. La Gazzetta Ufficiale del 27 settembre stampava: «Il generale Garibaldi avendo manifestato il desiderio di ritornare a Caprera, il Governo, trovando questa intenzione conforme alla sua, vi ha tosto aderito;» ma in queste parole l’organo governativo mentiva a una metà del vero, e ne dissimulava l’altra metà. Mentiva quando diceva che il Generale aveva chiesto egli stesso di tornarsene a Caprera; come vedemmo, posto al bivio dal generale Pescetto o di restar prigione nella fortezza d’Alessandria, o di tornarsene senza condizioni al suo eremo, egli non aveva fatto che appigliarsi a questo partito come al minor male; dissimulava poi la parte più importante della verità, quando taceva che appena toccata terra il generale Garibaldi era stato posto sotto la custodia d’una squadra prima di quattro, poi di cinque, finalmente di nove[357] legni da guerra, e rinchiuso nella sua isola se non veramente come un prigioniero, come un relegato a confino.

Il Generale tuttavia ricusò in sulle prime di credere ad una sì aperta mancanza di fede, e continuando a reputarsi libero de’ suoi passi e delle sue azioni tempestava di lettere e di telegrammi il Cucchi ed il Crispi perchè alla lor volta mantenessero la data parola e mandassero un vapore a prenderlo.[358] Il che nè il Cucchi, nè il Crispi potevano fare: il Cucchi perchè era in Roma; il Crispi perchè sapeva bene quali erano gli ordini del Governo e non poteva sperare di mutarli se non col mutare della politica generale del Governo stesso. E per questo egli scriveva al Generale: «State tranquillo: ottime disposizioni e spero non tarderete a vederne conseguenze;» e per questo il Generale continuava ancora per alquanti giorni a pazientare ed attendere.

Venne però il momento in cui l’inganno non fu più possibile. Agli 8 di ottobre infatti avendo voluto far la prova d’imbarcarsi sopra il vapore postale che tocca periodicamente la Maddalena, un legno della crociera, la Sesia, tirò replicatamente su di lui e forzatolo a montare al suo bordo lo ricondusse a Caprera. Allora finalmente aperti gli occhi all’evidenza, mandò quella specie di ruggito di leone incatenato che suonava così:

«Caprera, 10 ottobre 1867.

»Amici carissimi,

»Sono veramente prigioniero, e vi lascio pensare con che spirito, sapendo Menotti ed i miei amici impegnati sul territorio romano.

»Impegnate il mondo perchè non mi lascino in questo carcere.

»Un saluto a tutti dal

»sempre vostro »G. GARIBALDI.»

Ma gli amici erano tuttora divisi in due; alcuni, quali il Crispi, il Fabrizi, il Cairoli, il Guastalla, fidenti sempre negli accordi col Rattazzi, opinavano che il Generale avrebbe assai meglio giovato a sè ed alla causa sua attendendo in Caprera l’esito de’ negoziati: altri invece, tra questi principalissimo Stefano Canzio, diffidente di tutte quelle ambagi, non ammetteva dimore; e non vedendo altra salute che nel ritorno del Generale sul continente, prima ancora che la signora Mario recasse da Caprera il biglietto testè citato, lavoravano a tutt’uomo alla sua liberazione. Non passavano infatti tre giorni che Stefano Canzio, noleggiata colla mediazione di Andrea Sgarallino e col danaro d’Adriano Lemmi, l’instancabile e inesauribile tesoriere della rivoluzione, la paranzella San Francesco, e avuto seco a bordo Andrea Viggiani, espertissimo marinaio della Maddalena, salpava da Livorno, e dopo tre giorni di traversíe e di rischi d’ogni fatta, ingannata felicemente la crociera in mezzo alla quale fu costretto a passare, approdava alla Maddalena, poco lunge dalla punta della Moneta, e per mezzo della signora Collins, una Inglese dimorante da lunghi anni in quel paraggio, riusciva a rendere avvertito del suo arrivo il Generale e a comunicargli il fine che l’aveva condotto.

E il Generale, che a guisa dell’uomo del Vangelo era sempre pronto, inviava tostamente il Basso con la figlia Teresita alla Moneta, e concertava col genero questo disegno di fuga.

Egli, il Generale, tragitterebbe di notte da Caprera alla Moneta, e di là in una barca da pesca tenterebbe di afferrar la Sardegna, o nel porto di Liscia o in quello d’Arsachena; il Canzio e il Viggiani colla San Francesco, girata la Maddalena, andrebbero a lor volta a prender terra sulla costa orientale sarda e nel porto di Brandinchi l’aspetterebbero.

X.

Ma tutto ciò era molto facile a dirsi, e forse per il Canzio ed il Viggiani, intraprendenti e audaci, non straordinariamente difficile ad effettuarsi; ma per il Generale, guardato a vista nell’isola, addirittura portentoso e quasi impossibile.

Una squadra di nove legni da guerra senza contare i minori[359] guardava Caprera da tutti i lati, visitando qualsiasi barca salpasse dall’isola, od anche solo la costeggiasse, ricacciando indietro tutte quelle i cui andamenti fossero appena sospetti e tirando a palla, come fu fatto sul Generale stesso e sulla figlia, su quanti navigatori di quelle acque non si mostrassero pronti ad obbedire al comando. La vigilanza era dunque rigorosissima e dato lo scopo non poteva essere minore in quello stretto di Bonifacio, tutto frastagliato, come un arcipelago di scogli e bassi fondi, intorno ad un’isola, quale Caprera, tutta seni, calanche, porticciuoli innumeri e di cui Garibaldi conosceva come un pesce i più misteriosi recessi.

«Per guardare un’isola simile — esclamava ancora il comandante Isola — non c’era che legare una barca ad ogni scoglio.... e per essere sicuri che Garibaldi non fuggisse imbarcarselo a bordo d’un legno da guerra e portarselo a fare un viaggio all’estero.»

Pure il capo della crociera, non pago delle prese precauzioni, raddoppiava ogni giorno d’astuzie e di vigilanza. Ora mandava a terra con studiati appigli i suoi ufficiali a spiare le mosse del Generale in casa sua: ora gli si presentava egli stesso col pretesto di chiedere nuove della sua salute, in fatto per accertarsi della sua presenza; ora infine poneva sotto guardia speciale di un’apposita squadriglia di barche da guerra tutti i legni grandi e piccoli del Generale, cioè il canotto, il Yacht, dono d’Inghilterra, un’altra barca, e tutto quanto insomma galleggiava nel porto dello Stagnarello, che era il principale asilo della piccola flottiglia di Caprera.[360]

Allora adunque la fuga poteva dirsi quasi disperata, e allora Garibaldi la tentò.

A lui di tutto quell’arsenale non era rimasto, perduto in un magazzino tra gli altri rottami marinareschi, che un canottino, una chiatterella, uno di quei gingilli, diremo così, sottili, leggieri, fragili, capaci appena d’un uomo e d’un remo, che i cacciatori pisani usano per la caccia delle anitre e delle beccaccie nelle morte gore de’ loro paduli, e che appunto dal nome della caccia son chiamati beccaccini. Mai più sospettare che Garibaldi si sarebbe avventurato a traversare uno stretto di mare su quella tavola che un buffo di vento poteva capovolgere ed un’ondata ingoiare; mai più sospettare che il gingillo fosse uno strumento bellico, e che il beccaccino del cacciatore dovesse portare la guerra al Papato! Fu dunque non visto, dimenticato, trascurato, che so io, non calcolato e non contato. Lo contò per altro Garibaldi, che nell’anima chiusa covava la fuga colla fissazione del forzato nell’Ergastolo; lo contò sì bene che, colta una notte oscura, lo fece, a spalle d’un suo fido, trasportare e rimpiattare ben bene in una delle più ascose insenature del così detto Passo della Moneta, punto che, per essere più prossimo all’isola della Maddalena, serviva a meraviglia al disegno che già molinava in mente e di cui quel trasporto poteva dirsi la prima mossa esecutrice. Fatto ciò, si disse ammalato, e chiuso in camera, invisibile per parecchi giorni ad anima viva, stette ad aspettare l’occasione. E l’occasione, come dicemmo, navigava già alla sua volta, e gliela conduceva la paranzella di Stefano Canzio.

Durante tutta la giornata del 16 era regnata una fitta nebbia, frequente in que’ paraggi, e la notte perciò prometteva d’essere oscurissima. Garibaldi scelse quella; e verso le 10, calato solo al nascondiglio del suo beccaccino, si spiccò da terra e s’avventurò al tragitto. Bisognava possedere l’occhio felino, veggente nelle tenebre, di Garibaldi; essere vissuto in que’ mari da quindici anni, saperne a memoria pietra a pietra tutti gli scogli e quasi indovinare dove vegliano a fior d’acqua e dove dormono insidiosi; essersi provato dieci altre volte a passare illeso in mezzo ad una flotta nemica, conoscere a prova tutte le leggi, tutte le manovre, tutti gli strattagemmi, tutte le abitudini della gente di mare, da quelle del mozzo a quelle del nostromo, da quelle dell’ammiraglio a quelle del corsaro, per concepire anche solo la speranza di poter approdare a quel modo, in quell’ora, con cento occhi e cento fanali puntati su di voi, in un porto o ad una riva qualunque.

Tanto più che le barche della crociera non solo potevano vedere, ma udire; e il più lieve batter di remo, persino un insolito frangere d’onda, bastava a destarne l’allarme.

Il problema era dunque doppio: avanzare senza farsi vedere e vogare senza farsi sentire; ridurre a un punto impercettibile la barca, e a un fiato quasi insensibile il remeggio ed ogni altro rumore. E Garibaldi lo risolse. Disteso allungato immobile dentro il suo guscio, in guisa da formare con esso e colla superficie del mare quasi una linea sola, maneggiando coll’agilità del piroghiere indiano la spatola che gli tien luogo di remo, studiando la rotta, spiando ogni ostacolo, misurando ogni colpo, vogando leggiero e costante, inoltrando guardingo e veloce, come uno smergo che strisci sull’acqua, scivola via.

Le storie narrano di molti aiuti prestati dai piccoli ai grandi; da quella notte del 16 ottobre esse dovranno anche registrare l’aiuto prestato dal piccolo navicello maremmano al grande vincitor di Palermo, al grande vinto di Mentana.

Ci fu anzi un momento in cui Garibaldi passò così rasente ad un barcone di guardia che poteva persin sentire le parole delle sentinelle; pure anche in quel momento nessuno sospettò di lui ed egli continuò felicemente, fino alla Maddalena, il tragitto. Sbarcato poi, la signora Collins lo ricoverò in casa sua, e là, sotto la duplice tutela della santità della donna e della inviolabilità d’una bandiera che non tollera insulti, passò il resto della notte.

Alla mattina del 17, nessun movimento insolito, nessuno indizio di novità importante nelle acque di Caprera e della Maddalena; soltanto una barca di pescatori fu veduta passare tra l’isolotto San Stefano e la Punta Rossa, colla prua verso Liscia o verso Arsachena. Per sola formalità, la barca giunta in vicinanza di un legno di crociera, probabilmente il Ferruccio, ebbe il Chi va là? — Pescatori! fu risposto. Infatti pescatori maddalenesi d’aragoste e corallini di Torre del Greco rifanno ogni mattina quella strada e per quella direzione, ed era già cosa convenuta di lasciarli liberamente passare. Nella barca, tinta la barba, camuffato da pescatore, insieme con Basso, il servo Maurizio e il marinaio Cuneo, v’era Garibaldi.

Sbarcò in una insenata della Punta di Sardegna e quivi in una conca (specie di caverna) passò la notte. Al mattino seguente montato sopra uno di que’ ginnetti sardi che ballano sulle roccie, per valli e per monti, su per sentieri dove appena s’inerpica il caprone selvatico, per diciassett’ore di seguito, arrestandosi appena per lasciar rifiatare le bestie, giunse presso Porto San Paolo, dove riposatosi alcune ore nello stazzo del pastore Jaceddu, continuò di lì a poco per Brandinchi; e colà trovati Canzio e Viggiani, colto un vento fresco di poppa in sulle tre e mezzo pomeridiane del 18 mise alla vela per la costa toscana.

E così il vecchio Corsaro tornava signore del regno ampio de’ venti e sarà bravo chi lo arriva. Superato all’alba del 19 il Canale di Piombino, giunse in poche ore in vista della rada di Vado, a poche miglia da Livorno e verso le nove del mattino vi atterrò. Colà però nuovo e non meno fastidioso ostacolo. Tutta quella spiaggia vadese è un impasto così appiccaticcio di rena e di alghe, che mettervi il piede senza restarvi invischiati dentro è quasi impossibile.

Ecco dunque tutta la brigata de’ fuggitivi, ma più Garibaldi cui la ferita d’Aspromonte rendeva penosissimo il camminare, costretta ad aprirsi faticosamente un sentiero tramezzo quei paduli, spesso affondando fino a mezza gamba e avanzando a piccoli passi, talvolta non potendo nè avanzare nè retrocedere; ma pure a forza di volontà e di costanza riuscendo a sfangare da quella melma ed a guadagnare finalmente le case di Vado.

E da quel punto tutto va a seconda. Canzio noleggiati in Vado due baroccini monta egli stesso sul primo col Generale, che aveva ripreso per precauzione il suo vecchio nome di guerra di «Giuseppe Pane;» sul secondo vengon dietro gli altri tre compagni, e via allegramente tutti insieme alla volta di Livorno. E quivi pure il Generale non arrivava a tutti inaspettato. Entrato per vie remote in città, riposatosi alcune ore in casa degli Sgarallino, monta verso la mezzanotte sul legno da posta, che Adriano Lemmi aveva già apparecchiato, e a trotto serrato, senza voltarsi indietro, correndo senza posa quel resto di notte e tutta la mattina successiva, in sul mezzogiorno del 20 arrivava in Firenze.

Ad Empoli gli erano mossi incontro, già edotti del suo arrivo, Enrico Guastalla e Benedetto Cairoli; e tant’era la gioia che sfavillava dall’animo del Generale che buttandosi tra le braccia di Benedetto esclamò: «Di tante rischiate imprese che ho tentato in vita mia la più ardua e la più bella, e di cui sentirò un certo vanto fino che campi, è codesta mia fuga da Caprera.»

XI.

Descrivere la sorpresa, la scossa, la gioia e lo sgomento insieme, cagionati da quell’inaspettata apparizione, noi non lo sapremmo. Governo, Parlamento, cittadini, erano tutti sossopra. I telegrammi della vigilia avevano per l’appunto assicurato che Garibaldi era sempre a Caprera, non solo ben sorvegliato e custodito, ma anche un po’ ammalato e quindi costretto a rimanere in camera; e la mattina dopo eccotelo, come uno spettro balzato di sotterra, a Firenze. Fu detto subito che il Governo l’aveva lasciato scappare, e quanto non fosse vero lo sappiamo! Chi non l’aveva veduto non voleva crederlo. Vedutolo, il fáscino della sua persona riguadagnava tutti i cuori. Il popolo lo contemplava col superstizioso stupore con cui si contemplerebbe un redivivo: gli amici lo consultavano con ansietà: gli avversari lo interrogavano con rispetto: tutti gli si affollavano dintorno trepidi ed inquieti, come se egli portasse nelle pieghe del suo puncho i destini d’Italia.

E quel che è più, nessuna forza poteva pel momento opporglisi. Il Governo non esisteva più che di nome. Fin dal 18 ottobre ad Urbano Rattazzi, dopo aver respinto uno ad uno i partiti che il Governo francese pretendeva imporgli, ora dell’intervento momentaneo sul territorio pontificio per disarmarvi i Volontari; ora dell’intervento misto in Roma, francese e italiano, per tutelarvi il Pontefice e proporvi d’accordo la questione romana ad un Congresso europeo, non era rimasta aperta altra via che quella dell’intervento puro e semplice in Roma, non già coll’intento, dichiarava il Rattazzi medesimo, di tagliar colla spada il nodo della questione romana, ma di tutelare insieme alla indipendenza spirituale del Santo Padre gli interessi de’ Romani rimettendo nelle loro mani l’arbitrio delle loro sorti politiche. Come, però, al solo annuncio di questo disegno il Governo francese s’era tosto inalberato minacciando a sua volta di rioccupare Roma, e se avesse fatto un sol passo innanzi di intimar guerra all’Italia; così il Gabinetto Rattazzi, ridotto al bivio estremo, o di raccogliere il guanto di sfida della Francia, o di sottomettersi a’ suoi voleri, non avendo potuto trovarsi concorde nè sull’uno nè sull’altro partito, rassegnò i suoi poteri indicando al Re il generale Cialdini come l’unica persona politica che in quell’istante potesse succedergli.[361] Ma poichè d’altra parte il Cialdini, giunto in Firenze soltanto nella giornata del 21, era più lontano che mai dal riuscire nella composizione del Gabinetto, così il Rattazzi perchè non era più Ministro, il Cialdini perchè non lo era ancora, nessuno de’ due si sentiva l’autorità e la forza di porre le mani sul grande ribelle, il quale in poche ore era ridivenuto più potente che mai, e oramai padrone di tutti i suoi passi.

Il Cialdini, è vero, tentò nella mattina del 22, prima per mezzo del Crispi, poi direttamente egli stesso, di persuaderlo a fermarsi e a ritirarsi nuovamente nell’ombra, assicurandolo che la questione romana non sarebbe abbandonata, nè l’intervento straniero permesso; ma le scariche a polvere sulle corazze producono lo stesso effetto. Fermo, tenace più che mai nel suo proposito, banditi l’un dopo l’altro due nuovi appelli di guerra,[362] nel secondo de’ quali, credulo immantinente ad una fola, sparsa non si sa come, in Firenze, che i Romani fossero insorti, diceva: «A Roma i nostri fratelli innalzano barricate e da ieri sera si battono cogli sgherri della tirannide papale. L’Italia spera da noi che ognuno faccia il suo dovere;» arringato due volte dal suo albergo in Piazza Santa Maria Novella il popolo fiorentino, scompare improvviso come era venuto; e in sul pomeriggio del giorno stesso con un treno straordinario procacciatogli dal Crispi parte per Terni, dove saputo che il Cialdini ed il Rattazzi, postisi per un istante d’accordo, avevano dato ordine d’inseguirlo (inseguirlo fu detto, ma non raggiungerlo), sconfinò, in sul primo albeggiare del 23, da Passo Corese.

XII.

Nella sera stessa in cui Garibaldi arrivava a Terni, la tanto promessa e invocata e sudata insurrezione romana scoppiava;... ma ohimè! eterno apologo delle montagne partorienti!

A tutto rigore, nonostante i prodigi d’operosità e d’ardire del Cucchi e de’ suoi compagni, gli apparecchi dell’impresa non erano ancora compíti; e non foss’altro, le armi, quelle armi, senza le quali i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque sforzo, non erano per anco potute penetrare in Roma; e gli unici duecento fucili su cui gl’insorti potevano contare, dopo essere rimasti sepolti per alquanti giorni sotto la pozzolana della riva sinistra del Tevere, era parso grande fortuna disotterrarli e nasconderli in certa Vigna Matteini, a circa un miglio da Porta San Paolo. Però tutto l’arsenale dell’insurrezione consisteva in alcune serque di bombe Orsini e di rewolvers e in qualche barile di polvere. Ma il Comitato di Firenze a nome del Rattazzi stesso, il generale Fabrizi da Terni, tutti scrivevano o facevano dire al Cucchi: «una schioppettata, una sola schioppettata, per carità,» e la schioppettata fu tirata.

Nel disegno de’ congiurati, troppo a dir vero complicato, il più grosso drappello, guidato dal Cucchi stesso, doveva assalire il Campidoglio, e se gli veniva fatto d’impadronirsene, asserragliarvisi; un’altra squadra, comandata dal colonnello Bossi, tentare lo stesso colpo sul corpo di guardia di Piazza Colonna: Guerzoni con cento uomini condurre, sforzando la Porta San Paolo, il carico delle armi dalla Villa Matteini entro la città, e presso Campo Vaccino distribuirle: Giuseppe Monti minar la caserma Serristori: Francesco Zoffetti ed altri sette cannonieri inchiodare le artiglierie di Sant’Angelo: i fratelli Cairoli infine (benchè il loro magnanimo tentativo non potesse dirsi concertato, almeno quanto al tempo e al modo, col Comitato Romano) dovevan scendere pel Tevere fino a Ripetta, apportando ai Romani parte delle armi di Terni, e, quel che più montava, l’aiuto d’un manipolo di valorosi, le cui forze potevansi dire centuplicate e dalla prodezza singolare dei Capitani e dall’apparire inopinato.

E tutto ciò a giorno e ora fissa: il 22 ottobre alle ore sette della sera.

Se non che coteste fila erano troppe, perchè potessero essere tutte forti del pari e qualcuna spezzandosi non producesse lo sfasciamento dell’intera trama. La polizia era già in sull’all’erta: tutti i particolari forse non conosceva; ma pareva certa del giorno e dell’ora, e frattanto il generale Zappi, governatore di Roma, faceva murare sei delle dodici porte della città; raddoppiava i posti di Piazza Colonna e del Campidoglio; tratteneva in quartiere le truppe ed altre siffatte precauzioni. Però il Guerzoni (che in luogo dei cento promessi, compagni n’aveva sette), sorpreso quasi tosto nella Villa Matteini e assalito da una compagnia di Zuavi rinfrancata da Gendarmi e Dragoni, era costretto, dopo breve lotta, ad abbandonare le armi agli aggressori; l’assalto del Campidoglio, alla cui difesa stava nascosto il De Curten con due compagnie, fallì; quello di Piazza Colonna, dispersi i congiurati anche prima dell’ora, non potè nemmeno essere tentato; la caserma Serristori saltò in parte; ma gli Zuavi, quei medesimi che erano andati ad assalire Vigna Matteini, ne erano usciti; sicchè fu assai più il rumore che il danno; i Cairoli infine, del cui arrivo nè Cucchi nè alcun altro era stato avvertito in tempo, pervenuti nella notte del 22 con settantasei compagni all’altezza di Ponte Molle, e udito di là il fallimento della sperata sollevazione, eran stati costretti a tenersi rimpiattati nella notte fra i canneti della riva ed a cercarsi, alla prim’alba, un rifugio meno periglioso nella Villa Glori sui Monti Parioli. Scoperti anche colà, assaliti nel pomeriggio da un nemico tre volte soverchiante, piagato a morte Enrico, rotto da ben dieci ferite Giovannino, l’un fratello spirante nelle braccia dell’altro esangue, decimata in breve la più bella schiera di prodi che l’Italia da molto tempo avesse partorito, il campo restò al numero ed alla forza, miserabile conquista dei vincitori, ara perenne di gloria al sacro stuolo dei vinti.[363]

E tuttavia non fu quella la catastrofe più tragica di quell’infelice conato. Nel lanificio Ajani in Trastevere, alcuni patriotti avevano raccolte poche armi col proposito di usarle, se, come speravasi, Roma era decisa a ritentare la riscossa. Se non che scoperto per l’imprudenza d’un fanciullo il ricovero, circuita e battuta da ogni lato la casa, gli assaliti infiammati dallo spartano esempio di Giuditta Tavani-Arquati si preparano a disperata difesa. Combattono prima dagli abbaini, dalle finestre, dalle porte; poscia, penetrata l’onda degli aggressori, invase le scale, sfondati gli ultimi serragli che il furore aveva innalzati, il combattimento si muta in zuffa feroce, al pugnale, coll’ugne, co’ denti; dominante in mezzo a tutti la eroica Giuditta, che incuora, comanda, combatte, fino a che, già cadutole al fianco il marito e il figlio giovanetto, essa medesima ai replicati colpi soccombe, ingombrando con altri nove cadaveri la memorabile casa, fumante di orrida strage.

E il magnanimo fatto bastò esso solo a scontar l’inerzia di Roma nel 1867. Nè più operose e risolute s’eran mostrate le provincie. Viterbo, che da tanto tempo andava promettendo all’Acerbi, già grosso di mille uomini, di insorgere, non ne aveva ancora trovato, fino al 22, nè la forza nè la opportunità, sicchè il Prodittatore era sempre alla sua famosa Torre Alfina: Menotti, da parte sua, dopo il combattimento del 14 ottobre, sospettoso di nuovi assalti, costretto a cercarsi una stanza più propizia al vivere e all’ordinarsi, dopo aver errato un po’ alla ventura da Nerola a Monte Calvario e da questo a Pericle, finiva col riparare a Scandriglia nel territorio del Regno; similmente il Nicotera tra il 23 e il 24 mattina non s’era ancora mosso da Veroli; talchè quando Garibaldi giunse sul teatro della guerra trovò la insurrezione delle provincie paralizzata, quella della capitale soffocata, le bande scoraggite e disordinate; e insomma l’insieme della situazione anco peggiore di quella in cui l’aveva lasciata al suo partire per Caprera.

E tuttavia al suo giungere sul teatro della guerra uomini e cose risentirono tosto l’impulso della sua mano poderosa. Tutte le colonne del centro, tanto quella che Menotti aveva riportata a Scandriglia come le altre che stavano organizzandosi a Terni od erano già in cammino per passare il confine, ricevevano tutte insieme e nel giorno stesso (22 ottobre) l’ordine di muovere senza ritardo e di venirsi a concentrare a Monte Maggiore e Passo Corese. Però la sera del 25 Garibaldi stesso poteva telegrafare al Comitato Centrale di Firenze: «Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti, Caldesi, Salomone, Mosto e Friggesy.» Concentramento, diciamolo subito, ammirabile, favorito di certo dalla inerzia de’ Pontifici, ma che per la rapidità di pensiero con cui fu concepito e d’azione con cui fu eseguito, merita nota come quello che assicurava al piccolo esercito insurrezionale la prima condizione della vittoria: l’unità delle forze.

Ma che cos’erano codeste forze di cui parla il telegramma di Garibaldi, com’erano formate, ed a quanto salivano?

Che fossero colonne, quali di due, quali di tre o quattro battaglioni formanti, come i Bersaglieri dell’esercito, unità tattica ed amministrativa da sè, ma riuniti sotto il comando dei colonnelli già nominati, lo possiamo dire; ma conoscere ed accertare a quanto ascendessero i loro uomini, cioè, per dirla militarmente, a quanto sommasse la loro forza, fu impossibile cosa a noi, ma crediamo lo sia stato, e lo sarà sempre ai comandanti stessi, allo Stato Maggiore e a tutti quanti ebbero tra le mani alcune delle fila di quel lavoro di Penelope[364] a cui s’era ridotto, per le ragioni già discorse, l’organismo dell’esercito insurrezionale. Pure non temiamo dilungarci troppo dal vero tenendoci intorno ai settemila uomini.

Garibaldi intanto andava molinando come prendere di notte e per sorpresa Monte Rotondo. È desso l’antico Eretum, poi feudo degli Orsini, dei Barberini, dei Grillo ed ora dei Montefeltro, una delle solite cittaduzze della Comarca, lanciata sopra un’altura se non inaccessibile, molto ardua di certo, ricinta da mura non a prova di cannone ma tali da scoraggiare le scalate; ha due porte massicce e gagliardamente sbarrate; ha nel centro, ultimo ridotto, un castello quadrato, solido, fitto di finestre e di feritoie d’ogni guisa: è posizione forte per sè, non solo, ma chiave di posizioni; guarda e domina, a occidente la grande via Salara e la ferrata; a mezzogiorno, per mezzo di Mentana, la Nomentana e Tiburtina, e tutte insomma le principali vie strategiche che dalla sinistra del Tevere sboccano in Roma; munito d’artiglieria, può essere buon punto di ritirata e di difesa a chi lo possiede, un cimento per chi deva impadronirsene, una minaccia per chi l’abbia alle spalle, e finchè si parli o si scriva d’arte militare, resterà sempre arduo il comprendere come lo Stato Maggiore pontificio o non l’abbia guernita anticipatamente di tutte le forze capaci d’una lunga difesa, o, quello che tornava ancora più opportuno appena Garibaldi vi apparve dattorno minaccioso, non siasi tenuto pronto a spedirvi da Roma un nerbo di truppe sufficienti a sostenere gli assediati ed attaccare sul fianco gli assalitori. Lasciarono invece che Garibaldi facesse a sua posta un giorno ed una notte, nè si decisero a partire da Roma che la mattina del 26, due ore dopo che Monte Rotondo aveva già capitolato.

Fallita però, per le consuete ragioni per cui falliscono quasi sempre tutte le imprese notturne, la sorpresa ordinata per la notte del 24, non restò che l’attacco di fronte e fu ordinato per l’alba del 25.

A difesa di Monte Rotondo stavano circa trecento uomini, tutti della Legione d’Antibo, ed ora può ben dirsi, tutti dell’esercito francese, alcuni gendarmi e dragoni a cavallo e due pezzi di artiglieria da sedici. Avevano asserragliate le porte, aperto nelle mura un ordine di feritoie, occupate le finestre delle case che sovrastavano, e non sappiamo se ignorando la presenza di tutto l’esercito di Garibaldi o per alto sentimento d’onore militare, s’apprestarono a vigorosa difesa.

Le colonne di Valzanía, Mosto, Friggesy e Caldesi, erano destinate all’assalto; quella di Salomone fu lasciata a guardia della stazione della ferrovia e della Salaria, d’onde era buona regola attendersi da un istante all’altro un attacco di fianco. Il lato scelto all’attacco fu il meridionale e la Porta San Rocco, ma pare che la scelta non fosse bene ponderata. Se la posizione nemica fosse stata meglio riconosciuta, si sarebbe scoperto che dal lato occidentale, dove le mura cessano e le case cominciano, gli approcci erano assai più agevoli e la presa più facile e meno costosa. Assalita invece di fronte, nel suo punto più forte, dovea essere pagata al caro prezzo di diciannove ore di combattimento e del sangue più prezioso.

Valzanía e Caldesi attaccarono con parte delle loro genti dalla destra, appoggiandosi al convento di Santa Maria; Mosto co’ suoi Genovesi veniva di fronte; da sinistra, sboccando dal convento de’ Cappuccini, Friggesy; Menotti dirigeva, sotto gli ordini del padre, l’azione generale. Malgrado che i nostri soperchiassero di numero, era sempre un combattimento disuguale. I nemici al sicuro dietro le feritoie e armati di squisite armi di precisione; i nostri a petto nudo, scoperti, veri bersagli viventi ai tiri nemici, armati di quegli arnesi che tutti sanno, affranti per giunta dagli stenti per le rapidissime marcie di due giorni, gittati a cozzare contro pareti inaccessibili che vomitavano la morte! pure andavano e morivano al grido di Garibaldi e d’Italia, lietamente. Gli ufficiali, è vero, brillavano tra i primi nello sbaraglio, e molti di loro, i Mosto, i Martinelli, gli Uziel, i Sabbatini, i Giovagnoli cadevano quali morti e quali feriti. Ma tutta la giornata era trascorsa, la sera stava per calare e il nemico continuava il suo fuoco micidiale e non dava alcun segno di resa.

«Ma pur bisogna vincere, grida Garibaldi, bisogna vincere stanotte,» e ordinava che si raccogliessero in fretta tutti i mezzi per incendiare la porta. Ed ecco subitamente ufficiali e soldati formare una mobile catasta di legne e zolfo, e fattasi di quella al tempo stesso una barricata e un brulotto, sospingerla, sotto il grandinar incessante delle fucilate, contro la porta e appiccarvene le fiamme. La porta verso le otto cominciò ad ardere, ed a mezzanotte cascava già carbonizzata e sfasciata da tutte le parti. Però anche questa operazione era costata molte vite generose, tra le quali il capitano Sabbatini di Sogliano, perocchè il nemico non aveva mai smesso un momento dal trarre contro gl’incendiari. Alla fine appena scavato un pertugio i Volontari, proprio come onda che abbia trovato la stura, vi si precipitarono dentro. I Dragoni nella loro caserma esterna si arresero; ma gli Antiboini serrati nel castello non vollero udir parola di dedizione, e appena albeggiato ricominciarono a moschettare, e con fuoco più terribile, i Garibaldini stipati per le strade, onde fu forza rizzare una barricata e appiccare l’incendio anche alla porta del castello. Allora minacciati essi pure dalle fiamme, veduto ormai svanire l’ultimo raggio di quella speranza di soccorso che forse li tenne in vita, verso le nove del mattino stesso alzarono bandiera bianca, e la resa fu stipulata.

Caddero tutti, senza onore d’armi, prigionieri di guerra, lasciando i due cannoni con poco più di settanta cariche e tutte le altre munizioni da bocca e da guerra che possedevano. Una compagnia li scortò a Passo Corese e li consegnò alle truppe italiane, primo ed ultimo trofeo della campagna. Ai nostri questa giornata costò centoquaranta feriti e quaranta morti, cifra che ci venne confermata dal Medico Capo del corpo sanitario dell’esercito insurrezionale, e che possiamo ritenere esatta.

Verso le undici antimeridiane del giorno stesso una colonna di Pontificii di circa duemila uomini di tutte le armi, zuavi, antiboini, cacciatori esteri, mezzo squadrone di dragoni, e mezza sezione d’artiglieria, con tutto comodo, con tutta placidezza, usciva da Porta Pia per andare in soccorso dei difensori di Monte Rotondo, e arrivava verso le quattro del pomeriggio presso alla stazione. Ivi gli avamposti di Salomone accolsero la testa di colonna a fucilate, ond’essa, avvedutasi che tutto era finito su a Monte Rotondo, con molto disordine, quasi tornasse da una rotta (noi stessi ne fummo testimoni oculari) rientrò il giorno dopo in Roma.

XIII.

La giornata di Monte Rotondo produsse lo sgombro di tutto il territorio pontificio e la ritirata dell’intero esercito dietro i ponti del Tevere e del Teverone, onde facevasi omai evidente che tutto lo sforzo papale andava a concentrarsi nella difesa delle mura di Roma, le quali in tutta fretta erano state guernite di batterie e di fortilizi d’ogni natura.

E libera per tal modo la campagna, Acerbi, cui era fallita due giorni prima (24 ottobre) una sorpresa di Viterbo, se ne impadroniva nella giornata stessa di Monte Rotondo senza colpo ferire, insediandovi la prodittatura e proclamandovi i plebisciti; altrettanto faceva a mezzodì il Nicotera, il quale, dopo l’eroico sacrificio di Raffaele Benedetto e de’ suoi ventidue compagni a Monte San Giovanni, campeggiato altri due giorni nei dintorni di Veroli, saputa sgombra di nemici tutta la provincia di Velletri vi si gettava tosto con tutte le sue genti; trionfando il 28 a Frosinone, il 30 a Velletri, dove egli pure, colla proclamazione dei plebisciti, dissipava i maligni sospetti insorti sul colore della sua bandiera.

Stando così le cose, Garibaldi, regalato un giorno di riposo a’ suoi Volontari, lasciato un battaglione a Monte Rotondo, un altro a Mentana, e speditone un terzo col colonnello Pianciani a Tivoli, ordinato alle colonne dell’Acerbi e del Nicotera di raggiungerlo, mosse difilato con tutte le sue forze verso Roma. La sera del 27 pernottò a Fornuovo: il 29 portò il suo quartier generale a Castel Giubileo, spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada in vista del ponte Salario, a pochi tiri dall’inimico. I Pontificii pare l’attendessero da questo lato, giacchè Porta del Popolo, Porta Salara e Porta Pia e tutte le ville attigue, la Torlonia, la Patrizi, la Ludovisi, erano state guernite di pezzi coperti e occupate da compagnie imboscate. Monte Mario, contrafforte formidabile che munisce l’entrata di Porta del Popolo, era pure stato posto in istato di difesa, ed una specie di campo trincierato vi si andava alacremente costruendo.

Garibaldi vide le difficoltà e passò tutta la giornata del 29 a studiarle. Tuttavia una falsa notizia, recatagli da un bugiardo messaggiere, «che Roma fosse pronta a ritentare nella notte dal 29 al 30 una seconda riscossa,» lo indusse a persistere nel primo divisamento di attaccare Monte Mario, e pensando rincorare colla promessa di un vicino aiuto i Romani, ordinò si accendessero molti fuochi lungo tutta la linea del campo e si preparassero quante barche potevasi, per il passaggio del Tevere. A chi scrive queste linee toccò l’amaro ufficio di far sentire a Garibaldi, addormentatosi nella forte speranza della battaglia, la sgradita sveglia della delusione. Tutto era spento in Roma. I Romani non potevano fare e non avrebbero fatto di più; chi gli aveva portato quel messaggio era od un ingannato od un ingannatore. Garibaldi ci diede ascolto, e gli eventi risposero se noi avevamo detto il vero.

Allora il Generale si volse ad altri pensieri. Stare accampato lungo le umide rive d’un fiume, senza avanzarsi nè retrocedere, a nulla approdava e molto poteva nuocere, specialmente alla salute de’ soldati, e tutto consigliava a prendere stanza in qualche luogo sicuro e difeso, centrale tra le due colonne di destra e sinistra che dovevano raggiungerlo, aspettando l’occasione propizia per riprendere più decisamente le offese.

Gli restava per altro a riconoscere la postura e il contegno dell’inimico dall’altra parte della città, vedere fino a qual segno fossero guardati i ponti sul Teverone, e infine scandagliare lungo la via il punto più debole per l’assalto futuro.

A tal uopo, la mattina del 30, scortato da due battaglioni di Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Burlando e Stallo, da una dozzina di guide e dal suo Stato Maggiore, guidò egli stesso la divisata ricognizione su Ponte Nomentano. Menotti con tutte le sue genti, meno un battaglione rimasto a Castel Giubileo, dovea marciare più tardi in sostegno della ricognizione. E in questa breve e quasi oscura operazione, parve ancora una volta quell’acume militare e quella famigliarità col campo di battaglia, onde Garibaldi terrà mai sempre, contrastato o no, il primo posto tra i primi capitani del mondo.

Egli stesso in un bullettino, che noi scrivemmo sotto la sua dettatura nel suo quartier generale di Monte Rotondo, faceva con brevi e scolpite parole la storia di quella giornata.

«Monte Rotondo, 31 ottobre.

»Ieri, alle sei antimeridiane, giunse una scoperta nostra di pochi uomini a cavallo al Castello dei Pazzi, ed una guida nostra assieme ad un ufficiale di Stato Maggiore, entrati per i primi, s’incontrarono petto a petto con una pattuglia di Pontificii, l’attaccarono co’ rewolvers e la misero in fuga. La guida nostra ebbe una palla nel petto che lo sfiorò felicemente, e fu ferita di poco momento.

»La scoperta era seguita dal primo battaglione di bersaglieri nostri che occuparono il castello suddetto ed il Casale Ceccina. Dopo un’ora circa di soggiorno in quel sito, due colonne di Zuavi e di Antiboini sboccarono una dal Ponte Nomentano e l’altra dal Ponte Mammolo.

»I nostri, collocati in posizione dal Casale suddetto al Castello, ebbero ordine d’aspettare il nemico a bruciapelo.

»I nemici avvicinandosi a destra e sinistra della posizione ci fecero molti tiri da destra a cui non fu risposto; solamente verso sera avvicinandosi alcuni Pontificii per la destra, furono sparati alcuni tiri, i quali uccisero quattro uomini e non si sa quanti feriti.

»Noi abbiamo tre feriti leggermente. Così passò la giornata e si tennero le posizioni fino alla notte, a un tiro di carabina dal Ponte Nomentano.

»Non essendo l’obiettivo se non che di riconoscere la posizione del nemico sul Teverone, quella notte si diede ordine di ritirarla su Monte Rotondo, lasciando una quantità di fuochi accesi sulla linea. La ritirata si fece in buonissimo ordine, e questa mattina il nemico, credendo che occupassimo ancora le nostre posizioni, vi fece una quantità di cannonate al vento.

»I nostri Volontari scalzi ed affamati si stanno rifocillando in Monte Rotondo e contorni. Il loro contegno di ieri in presenza del nemico fu ammirabile.

»G. GARIBALDI.»

Se Garibaldi si fosse lasciato tentare a rispondere con una sola fucilata alle tante che il nemico c’inviava, o se un solo volontario lo avesse disubbidito, noi avremmo dovuto accettare il combattimento, trecento contro le migliaia, in un terreno scoperto e in parte sconosciuto, separati dalle nostre linee (almeno fino all’arrivo di Menotti) mediante un vasto tratto di campagna, e non solo la giornata, ma Garibaldi stesso sarebbe stato posto a grave pericolo. E già poco mancò non lo fosse nel mattino stesso, giacchè fra i primi entrati nel cortile de’ Pazzi v’era Garibaldi in persona! Una palla di un mercenario, e Garibaldi spariva oscuramente sotto le volte d’un castellaccio abbandonato della Comarca romana! Ma il colpo d’occhio di quell’uomo e la fede in lui salva tutto. Gli stette sempre al fianco, interprete intelligente e risoluto de’ suoi ordini, un altro veterano di battaglie rivoluzionarie, il generale Fabrizi, arrivato al campo dal mattino soltanto a riprendere il suo posto di capo di stato maggiore, che Garibaldi gli aveva meritamente conservato.

Questa marcia avanti e indietro, quella ritirata su Monte Rotondo non piacque ai Volontari; e se la parola ai militari sembra strana, chi fu volontario la comprenderà. Il piacere o non piacere, il benedire o maledire, il discutere i movimenti, i disegni, i comandi, il rerum cognoscere causas è uno dei bisogni invincibili e degli abiti incurabili delle baionette intelligenti. Perchè si fosse andati fino a Ponte Nomentano ognuno press’a poco presumeva comprenderlo; ma perchè senza sconfitta, quasi senza combattimento, si desse addietro, e addietro fino a Monte Rotondo, questo nessuno poteva metterselo in capo. E il non intendere rendeva grave e svogliato l’ubbidire. Quindi i commenti, le interpretazioni, le censure, le querimonie infinite. Chi voleva che la ritirata ci fosse imposta dal Governo italiano, e che il ritorno a Monte Rotondo significasse dissoluzione; chi sosteneva che Garibaldi stesso, riconosciuta l’impossibilità di prender Roma con quelle forze, abbandonava l’impresa; e chi andava più innanzi e faceva già sparito, già arrivato a Firenze il Generale, il quale per smentire la puerile diceria, era costretto a mostrarsi e a parlare; chi ci vedeva una tregua, chi un acquartieramento, pochissimi una manovra, ed infine, cosa assai più grave, chi gettava in mezzo ai crocchi dei novellieri e dei disputanti la notizia, vera pur troppo, dell’arrivo in Roma de’ Francesi, e portava così al colmo il malumore, la confusione e lo scoramento.

Pure finchè non erano che ragionari di giovani, o queruli, o curiosi, ma onesti, si potevano presto quetare; una parola di Garibaldi, un ordine del giorno, una promessa qualunque, li avrebbe persuasi: ma in mezzo al fiore degli schietti ed ingenui v’era la mondiglia dei tristi, dei maligni, dei corruttori, degli spacciatori di bugiarde notizie, degli agenti segreti e prezzolati della dissoluzione; peste che aveva ammorbato fin dal loro nascere quelle avveniticcie milizie. Lo sfasciamento pertanto cominciò da costoro e si propagò in breve anco a’ meno peggio; laonde al toccar Monte Rotondo era già visibile e grande. I Volontari, quali col fucile, quali senza, a lor beneplacito, senza chiedere nè accettare licenza, se ne andavano a coppie, a squadre, e per far più presto, giunti alla svolta della strada di Monte Rotondo, non la salivano nemmeno e continuavano su per via Salaria verso il confine. L’onesto partiva dicendo: «Poichè a Roma non si va più, stia ne’ quartieri chi vuole;» il mariuolo partiva pensando: «Poichè non v’è più nulla da bottinare costà, a Roma, ci pensi chi vuole,» e quali istigando, quali scimmiottando, tutti persuadendosi a vicenda che la era finita, e non restava altro da fare, a drappelli, a frotte, se la svignavano. Lo sfacelo durò così vasto e crescente fino alla mattina del 2. In quel giorno però, la voce sparsa d’una marcia in avanti, una rivista passata da Garibaldi, lo sforzo de’ buoni ufficiali rimasti fedeli al posto, lo arrestò. Frattanto potè ben dirsi che circa 2000 uomini erano sfumati a quel modo.[365]

Però finchè la defezione non era che dei tristi, anzichè impedirla era da incuorarla; ma il male era che nè i tristi se n’andavano tutti, nè i buoni restavano tutti; onde si era minacciati dei danni dello sfacelo senza i vantaggi che sarebbero derivati da uno spurgo generale, fatto con criterio e con energia, degli elementi morbosi che infracidavano il corpo anche nelle sue parti più sane. In altre parole, la diserzione complicava anzichè risolvere il problema della riorganizzazione, e lo rendeva sempre più urgente e pericoloso.

A questo problema però quanti avevano coscienza dello stato vero delle cose, da Garibaldi all’ultimo ufficiale, s’erano dati gravemente a pensare. Il generale Fabrizi, aiutato da Alberto Mario, lavorava alacremente a ordinare il suo stato maggiore, e la prima opera a cui mostrava intendere era la riorganizzazione. Un tribunale militare con poteri eccezionali era improvvisato, e se non gli fosse venuto meno il tempo, avrebbe fatta rigorosa giustizia; la ferrovia tra Orte e Corese già interrotta, era restaurata, e l’arrivo de’ più indispensabili oggetti d’equipaggiamento, elemento principalissimo d’ogni organizzazione, affrettato. Si tentava inoltre di formare una scelta e numerosa guardia del campo, posta agli ordini d’un capo energico ed autorevole che avrebbe dovuto fare la polizia dell’esercito, che ne avea tanto bisogno, e marciando col quartier generale proteggere la persona di Garibaldi, ad ogni momento esposto a’ più rischiosi sbaragli.

E tutto ciò era un nulla, a petto del vero, del supremo problema dominante tutti gli altri. Che si faceva a Monte Rotondo? Che si faceva oggimai nello stesso Agro romano? Al Cialdini, cui la composizione di un Gabinetto di conciliazione era fallita, subentrava il generale Menabrea con un Ministero così detto di resistenza, il cui primo atto era stato un bando del Re che apertamente sconfessava il conato garibaldino e del quale furono ben tosto chiaro commento lo scioglimento del Comitato centrale di soccorso, la fermata al confine dei viveri diretti al campo garibaldino, il consenso all’intervento francese in Roma, e la sottomissione infine a tutti i voleri dell’imperatore Napoleone III e alle disfide oltraggiose de’ suoi ministri.[366]

Infatti tra la sera del 30 e la mattina del 31 la voce era cominciata a propagarsi che i Francesi fossero sbarcati a Civitavecchia, anzi già entrati in Roma, e quantunque al generale Garibaldi nessuno avesse pensato a darne l’annuncio ufficiale, la sola probabilità del fatto era anche per l’eroe più temerario d’una importanza capitale. Infine contemporanea a quella notizia ne era corsa subito un’altra, che le truppe italiane avessero varcato la frontiera pontificia occupandovi i punti più prossimi, col mandato, dicevano i dispacci del Menabrea, di tutelarvi l’ordine, di evitare ogni cozzo colle truppe francesi e di procedere, potendo, d’accordo con esse.

Ora la gravità di questi fatti era manifesta a chicchessia. La impresa garibaldina veniva a trovarsi interamente abbandonata a sè stessa, posta da un giorno all’altro al cimento di dover combattere, insieme al pontificio, l’esercito francese e fors’anco scontrarsi coll’italiano, giacchè le intenzioni del Governo di Firenze non erano su questo proposito ben chiare. Che fare? Garibaldi non era mai stato così cupo e cogitabondo! In quella mattina del 31 parecchi amici, tra i quali Cairoli e Guastalla, venuti da Firenze a visitarlo a Monte Rotondo, l’avevano consigliato a desistere da una lotta, il cui ultimo resultato non poteva essere oramai che un infruttuoso e cruento sacrificio; ma ciò che appariva semplice e chiaro ai più volgari, non lo era altrettanto agli occhi dell’Eroe! Cedere in faccia allo straniero fino allora sfidato; cedere senza aver tentato un supremo sforzo per riafferrare la vittoria, o almeno glorificare la sconfitta, non era da lui! E non era nemmeno il parere degli amici militari che l’avevan seguito fino allora. Anche per essi, come per Garibaldi, l’impresa non per anco era disperata, la resistenza poteva essere ancora possibile, tanto più che a nessuno era dato prevedere quale sarebbe stato il sentimento dell’Italia innanzi ad una guerra combattuta da’ suoi figli, anco con mediocre fortuna, contro uno straniero invasore! Però Garibaldi, concorde con tutti i principali suoi Luogotenenti, deliberò di continuare la lotta a oltranza; e nel 31 stesso provvide al da farsi.

Se non che prendere quella risoluzione e veder che Monte Rotondo non era più stanza adatta ad una campagna di guerriglie, di volteggiamenti, di meditati indugi e di accorte ritirate, quale era quella cui bisognava prepararsi, fu per Garibaldi un punto.

Posizione forte contro la fanteria Monte Rotondo non lo è più quando abbia di contro un nemico munito d’artiglierie, che possa coronare le alture circostanti e batterlo in breccia da ogni punto. Però i veri pericoli della dimora a Monte Rotondo, senza dire che le lunghe scorrerie militari l’avevan dissanguato d’ogni cosa necessaria al vivere quotidiano, eran principalmente queste: la troppa vicinanza al confine che apriva una comoda via al flusso già cominciato delle diserzioni; la sua posizione isolata e facilmente aggirabile, la quale non lasciava ai difensori altra scelta che di seppellirsi uno ad uno sotto le sue pietre o di capitolare a discrezione.

L’abbandonarlo dunque era più che saggezza, necessità; e poichè d’altro canto Tivoli era città prossima a Roma quanto Monte Rotondo, in posizione ancora più forte, con un fiume davanti, una catena di contrafforti a’ fianchi, due o tre strade di ritirata in caso di rovescio; più lontana da Acerbi, ma più vicina a Nicotera; un vasto territorio alle spalle; popolosa, ampia, fornita di vettovaglie, così Garibaldi prescelse Tivoli.

XIV.

Tuttavia, convien confessarlo, il Generale prima di risolversi al partito che da ogni parte gli veniva proposto, ed egli stesso aveva chiaramente indovinato, esitò. Qual pensiero lo trattenne? Noi nol potremmo mallevare: appena ci periteremmo a supporre che egli sperasse ad ogni istante di veder l’esercito italiano marciare contro il nuovo invasore e chiedergli così ragione del violato suolo della patria. Nessuno stupisca: son pensieri di Garibaldi! Il condottiero di Volontari che lietamente si sarebbe messo alla coda dell’armi nazionali, non voleva con una mossa apparentemente ostile aggravare la situazione politica, nè guastare quelle che per lui erano buone intenzioni del Governo italiano e nelle quali ancora confidava. Comunque, l’esitazione di Garibaldi, fosse pur figlia d’un’alta e patriottica ragione, pesò sulla bilancia degli eventi che il futuro prossimo maturava.

Nel dopo pranzo del 2 novembre parecchi messaggeri al quartier generale recarono che le truppe pontificie, non si diceva ancora le francesi, si apparecchiavano ad uscir da Roma per venire ad attaccare i Garibaldini a Monte Rotondo. Queste notizie, sebbene non certe, tolsero Garibaldi ad ogni incertezza, e tutte le disposizioni per la marcia su Tivoli furono prese, caute e sapienti come l’arte più rigorosa poteva suggerire.

Il movimento che stava per intraprendere, era una marcia sul fianco sinistro; e ognuno sa i rischi e i pericoli di siffatte manovre. Però Garibaldi era di fronte a due ipotesi ugualmente probabili: che il nemico, già in marcia su Monte Rotondo, ci incontrasse nella nostra marcia su Tivoli: che il nemico, avvertito della nostra partenza, sboccasse da Roma, e scegliendo il luogo e il tempo, ci assalisse sul nostro fianco. Importava quindi parare a queste due eventualità, potrebbesi già dire probabilità, ed ecco come Garibaldi provvide.

A levante della via Nomentana, da Mentana a Tivoli, si spiega un sistema di piccoli poggi popolati di frequenti villaggi, i quali paiono gettati là dalla natura per guardare quella strada fino al suo punto d’incontro colla strada Tiburtina. Qualora perciò fossero state occupate quelle alture, coll’ordine di spingere avamposti e ricognizioni sulle diverse vie che da esse sboccano sulla via Nomentana, si sarebbe stati per lo meno sicuri di queste due cose: o che il nemico sarebbe stato scoperto molto prima che potesse incontrare la colonna marciante, la quale perciò avrebbe avuto tempo di spiegarsi come e dove voleva; o che il nemico anche sfuggendo alle scoperte, comunque e dovunque attaccasse la colonna, avrebbe sempre avuto sul suo fianco destro od alle spalle la minaccia, ed occorrendo anche il peso dei battaglioni stesi lungo tutte quelle posizioni avanzate, e cadendo fra due fuochi si sarebbe inevitabilmente esposto al pericolo di una rotta là dove sperava trovare una vittoria.

Fermo in questi concetti, il generale Garibaldi fin dal 1º novembre avea mandato il colonnello Paggi con tre battaglioni (900 uomini) ad occupare i villaggi di Sant’Angelo in Capoccia e Monticelli e le alture più avanzate di Monte Lupari e Monte Porci con tutte quelle prescrizioni d’avamposti, di sorveglianza e di precauzioni che abbiamo indicate. Date queste disposizioni, Garibaldi stesso, nel pomeriggio del 2, andava a riconoscere le posizioni nuovamente occupate da Paggi e lo stradale da percorrersi, e tranquillo da questo lato tornava a Monte Rotondo per dare in un ordine del giorno, tutto scritto di suo pugno, le disposizioni finali della partenza, che importa trascrivere:

«Colonnello Menotti Garibaldi,

»Le colonne da voi comandate marceranno per la sinistra sulla via di Tivoli.

»Nella marcia esse si terranno compatte il più possibile ed in ordine.

»Sulla destra delle colonne in marcia e sulle strade che conducono a Roma si dovranno spingere delle pattuglie a piedi e degli esploratori a cavallo bastantemente lontani, per essere avvisati a tempo a poter prendere posizioni, in caso dell’approssimarsi del nemico.

»Sulle alture di destra della linea di marcia si dovranno pure tenere delle vedette allo stesso scopo.

»Una vanguardia precederà le colonne ad una distanza per lo meno di millecinquecento a duemila passi, ed essa sarà preceduta pure da esploratori e fiancheggiatori competenti.

»Una retroguardia pure molto importante, con rispettive guide indietro a considerevoli distanze, per avvisare di qualunque cosa utile.

»Questa retroguardia non deve lasciare dietro di sè un solo individuo delle colonne ed un solo carro o bagaglio.

»L’artiglieria e munizioni marceranno nel centro.

»I bagagli, i viveri, ec. potranno marciare in testa od in coda delle rispettive colonne.

»Si raccomanda ai comandanti le colonne il buon ordine che col valore dei nostri Volontari deve acquistarci la stima delle popolazioni.

»Monte Rotondo, 2 novembre 1867.

»Il Capo di Stato Maggiore

»N. FABRIZI.

»G. GARIBALDI.»

L’ordine di marcia dapprima era fissato per l’alba del 3; se non che il colonnello Menotti, opponendo la necessità di una distribuzione di oggetti di vestiario e specialmente di scarpe, arrivate poco prima, pregava il padre a sospendere la partenza fino alle 11 del giorno stesso.

Garibaldi, pieno di paterna fede nella voce del figlio, si arrese, e quel che gli abbia costato quella condiscendenza l’evento lo dimostrerà. Che cosa era mai il bisogno, fosse pur sentito, di scarpe, davanti alla suprema necessità d’una marcia manovra di quella importanza e natura, gravida di tanti pericoli e di tanti effetti, e fallita la quale, tutto era perduto? Come si poteva posporre il principale all’accessorio? Come intraprendere una marcia, che doveva esser fatta di soppiatto, in pieno mezzogiorno? Basti il dire che alle 11, marciando anche senza scarpe, tutta la colonna sarebbe stata a Tivoli; e che i Pontifici, giungendo in faccia a Mentana, l’avrebbero trovata vuota. Quale scacco per i generali francesi! Quale trionfo per Garibaldi!

Non si potè naturalmente partire che a mezzogiorno. Garibaldi poco prima aveva spedito un altro messo all’Orsini, subentrato al Nicotera, perchè sollecitasse la sua marcia su Tivoli, e quando vennero ad avvertirlo che tutto era pronto per la marcia, si mosse senza dir verbo, pensieroso e triste, zufolando per le scale una sua vecchia canzone d’America,[367] quasi volesse dai ricordi di quei giorni gloriosi trarre gli auspicii del destino al quale andava incontro. Indi montò a cavallo ed al galoppo, cosa insolita in lui, passò via, rapido e silenzioso davanti ai battaglioni schierati in battaglia lungo la strada di Mentana, e poco dopo dietro a lui tutta la colonna si pose in cammino.

Il servizio d’esploratori e fiancheggiatori, oltre ad un manipolo di guide mal montate e per la maggior parte nuove a quel delicatissimo servizio, fu affidato al 1º battaglione dei Bersaglieri genovesi, comandati dal maggiore Stallo. Dietro dovevano seguire, sempre come avanguardia, i due altri battaglioni di bersaglieri, il 2º de’ Genovesi, comandato da Burlando, e il 3º dei Lombardi e Romagnoli comandato da Missori, e con essi la compagnia de’ Carabinieri livornesi, forte non più di 70 uomini, sotto gli ordini del capitano Mayer. Ora senza rivangare qui le molte ragioni che possono avervi influito, ma incontrastabilmente per la principalissima che la distribuzione del mattino avea disturbato le ordinanze, il fatto sta, e importa notarlo, che tra l’avanguardia e il corpo principale sparì, appena staccata la marcia, ogni intervallo, talchè persino l’estrema punta del maggiore Stallo non potè che assai malamente adempiere all’ufficio suo di scoprire il nemico e di proteggere la testa e il fianco della colonna marnante. D’altra parte il colonnello Paggi, che avea spedito al comando generale a prendere nuove istruzioni, riceveva firmato dal signor Berna, capo di stato maggiore del colonnello Menotti, l’ordine di lasciare Monte Porci e Monte Lupari e di andare colle stesse forze ad occupare Palombara (se il Paggi aveva letto bene), paese a settentrione delle posizioni prima occupate, rivolto a tutt’altra direzione e che nulla avea a che fare nè colla via Nomentana nè con nessun’altra via onde il nemico potesse sboccare. Quest’ordine accrebbe nella mente del Paggi la confusione, laonde la sorveglianza che egli stesso dovea esercitare sulla via Nomentana, divenne disforme interamente dalle istruzioni del Generale in capo, e affatto illusoria. A sommar tutto, gli ordini chiari, accurati e precisi dati da Garibaldi non furono che imperfettamente eseguiti e negligentemente sorvegliati, onde non sarà gran meraviglia se il nemico potrà quasi improvviso piombare sulla testa della colonna garibaldina e prima ancora che ella si fosse riavuta dalla sorpresa costringerla a duro cimento.

XV.

Garibaldi collo stato maggiore e il quartier generale erano appena entrati in Mentana, che le guide a cavallo venivano ad annunziare la comparsa de’ Pontificii. Nello stesso tempo le fucilate degli avamposti confermavano la notizia. Garibaldi ordinò tosto alla colonna di arrestarsi, ma indarno cercava un luogo onde poter riconoscere l’inimico. Mentana è quasi incassata in un avvallamento, e tutti i poggi circostanti la dominano. Questo solo fatto mostrava già fin dalle prime che la posizione era sfavorevole, e che la difesa di Mentana sarebbe stata difficile. O bisognava avere il tempo e la possibilità di spingersi ad occupare le posizioni davanti il villaggio, o abbandonarlo interamente per difendere le posizioni indietro, tra Mentana e Monte Rotondo, a noi d’altronde già note e in parte non ancora abbandonate. Ci fu allora chi si peritò a profferire al Generale quest’ultimo consiglio.[368] Garibaldi rispose: «Udite quel che ne dice Menotti, e se crede che le posizioni davanti siano tenibili.» Menotti assicurò «che davanti stava benissimo,» e.... un quarto d’ora dopo eravamo tutti ricacciati nel villaggio.

Tuttavia ogni segno rendeva manifesto che il nemico, benchè abilmente coperto dalle macchie e dalle pieghe del suolo, avanzava dalla destra, e Garibaldi non titubò un istante. Ordinò ai battaglioni di Burlando, di Missori ed ai Cacciatori livornesi di spiegarsi prontamente sulle alture di destra; mentre il figlio Menotti portava avanti a sinistra e sul centro altre forze in sostegno dei combattenti. Allora il combattimento si propagò vivo ed energico su tutta la linea dell’avanguardia. In sulle prime però parve che il nemico mirasse a concentrare l’attacco sulla destra e sulla fronte di Mentana, e soltanto dopo avere seriamente impegnati i Garibaldini in questi punti si decise ad assalire anche la sinistra, sulla quale rovesciò il nerbo principale delle sue forze. Frattanto la sua manovra era smascherata: l’attacco di destra e di fronte, benchè gagliardo, non era che una finta per coprire il vero attacco di sinistra e ingannarci sulle sue intenzioni. Ma nessuno cascò nell’inganno, meno poi Garibaldi. A destra e di fronte i battaglioni di Missori, di Burlando, di Carlo Mayer, ai quali si erano venute a riunire le genti di Stallo risospinte, furono lasciati soli a sostenere l’urto, certi che l’avrebbero fatto bravamente, e non furono più rinforzati. D’altronde la strada era stata quasi subitamente perduta, e non restava altro che arrestare l’impeto de’ nemici, asserragliando alla meglio l’entrata del paese. Così fu fatto: e lì dietro poche tavole tarlate e qualche frantume di mobilia, simulacro squallido di barricata, i più volenterosi tenevano testa intanto che col grosso delle forze si provvedeva alla sinistra del villaggio, sempre più gravemente minacciata. Non v’era un attimo da indugiare. Coperti dalle ortaglie e dai vigneti della villa Santucci, dove era venuto a piantarsi il quartier generale del nemico, fitti gruppi di Zuavi e Carabinieri esteri s’erano spinti fin presso alle prime case, avvolgendo in un arco di fuoco i pochi Garibaldini che al riparo de’ pagliai e delle fronteggianti finestre cercavano di arrestarne la marcia. Ma il numero de’ nemici soperchiava: ufficiali e soldati non s’erano ancora riscossi dalla prima sorpresa dell’inopinato attacco; tutti consigliavano, comandavano, strafacevano: v’erano quelli che gridavano «avanti» rimpiattati dietro le muraglie; v’erano gli altri che stavano soli in mezzo alle palle a sfidare i battaglioni: era un vocío, una confusione, un tumulto, sul quale, anche chi non aveva perduta la testa mal riusciva a dominare. Mentana parve per un istante perduta. Indarno ogni valoroso, soldato od ufficiale che fosse, cercava far testa colla voce, col comando, coll’esempio, colla vita; l’onda de’ nemici invadeva e sospingeva innanzi a sè l’onda non meno rapida dei fuggenti. Molti si rifugiavano nelle case, ma pochi per continuarvi la difesa, i più, doloroso a confessarsi se meritassero pietà, per nascondersi e peggio. Tuttavia i nemici non avevano ancora vinto, e purchè si fosse potuto rimettere un po’ d’ordine, di calma e di silenzio — oh di silenzio soprattutto! — così negli allarmanti come negli allarmati, e formare punta con una schiera di risoluti, le forze fresche erano molte ancora, e le parti potevano essere mutate.

Lo pensò Garibaldi, e sapendo quanto possa e sui nemici non solo, ma sull’anima facilmente elettrizzabile de’ suoi Volontari il tuono del cannone, corse egli stesso a postare e puntare contro il centro nemico i due pezzi predati a Monte Rotondo, onde appena partirono i primi colpi, giusti come in un bersaglio, se ne vide subito il magico effetto. Il nemico si arrestò: i Volontari fra grida di gioia parvero pronti a ripigliare l’assalto. Era il momento decisivo, e Garibaldi slanciò quanta gente avea d’intorno alla baionetta. Fu davvero una carica stupenda. Si rientrò in Mentana, si risalì ai perduti pagliai, si ricaricò il nemico di siepe in siepe, di dosso in dosso, fin dentro la cinta degli orti Santucci. Ancora uno sforzo, e la villa, chiave della posizione, è presa e la giornata è nostra. Ad animare e dirigere questo sforzo, Fabrizi, Menotti, Mario, Bezzi, Canzio, il Generale non sono di troppo; ma una moschetteria diabolica partiva dalle file nemiche sempre rinnovate, che ributtava sul terreno morti e feriti i più audaci. Tuttavia si avanzava, e per un istante la fucilata nemica parve allentare. Che era? Pur troppo non era che una sostituzione di linee.

Ad un tratto, all’estrema nostra sinistra, due zone nere nere apparvero traverso le ondulazioni dei colli di San Sulpizio: erano i due freschi battaglioni del 1º di linea francese che entravano in battaglia. Ma nessuno allora ci pensò, nessuno lo credette. La stragrande uniformità delle assise e la somiglianza di linguaggio e di comando li confondevano cogli Antiboini, e le minute distinzioni non erano in quel momento permesse. Del resto un sentimento, una voce interiore più che una ragione politica, facevan credere quella cosa impossibile. «Io non avrei mai creduto — scriveva Garibaldi a Edgardo Quinet — che i soldati di Solferino sarebbero venuti a combattere i fratelli, che avevano col loro sangue liberati, e questa credenza mi valse una disfatta.»

Comunque erano nemici, e trovarono sulle prime degna resistenza. I Francesi avanzavano su due ordini: davanti una catena di bersaglieri; dietro, in sostegno, un battaglione per divisioni, descrivendo, di mano in mano, una conversione a sinistra sempre più pronunciata, coll’evidente intenzione di avviluppare l’esercito ribelle, di tagliarlo interamente dalla sua ritirata. Garibaldi allora corse di nuovo a puntare i due pezzi contro i nuovi nemici, ma ahi! que’ poveri settanta colpi, unico tesoro del parco, erano esauriti. I nostri, finchè ebbero cartucce, tennero fermo; Menotti tentò una carica, ma fu ributtata, e il bravo maggiore Cantoni vi lasciò la vita. Alberto Mario, che fu sempre in tutta la giornata dove più incalzava il pericolo, tentò girare con un battaglione l’estrema destra francese, ma era tardi: per difetto di forze, di munizioni, di fiato, in una parola, nessun movimento approdava e nessun eroismo valeva più.

I Francesi avanzavano sempre. Villa Santucci, ristorata da nuove forze, non avea ceduto; dalla destra un battaglione del 29º di linea francese subentrava ai Pontificii e serrava dappresso gl’indomiti difensori di quel fianco: non c’era più una compagnia disponibile; la giornata vinta alle due, alle quattro era di nuovo perduta.

E non pareva vero. Fabrizi, il vecchio Fabrizi, sereno ed impassibile in mezzo alle palle, quasi solo talvolta a un trar di pistola dal nemico, implorava, dimentico di sè, quasi pregando ancora, pochi istanti di resistenza; Bezzi, rimasto tutto il giorno con Cella ed altri prodi contro Villa Santucci, e tratto anch’esso nel fiotto de’ fuggenti, si strappava i capelli; Mario, Friggesy, Menotti, Missori (parliamo di quelli che ci passarono davanti in quell’ora) si spingevano dove più ardeva la mischia a contrastare il terreno. Garibaldi, pallido, rauco, cupo, invecchiato di vent’anni, seguíto dall’indivisibile Canzio, ululava ai fuggenti: «Sedetevi, chè vincerete.» Invano! tutto rigurgitava, correva, precipitava sulla via finale della ritirata.

E non parea vero! — Triste ritornello che ci torna sulle labbra e ci riempie ancora di tutta l’amarezza di quell’ora! I Francesi inoltravano così lentamente, con tanta cautela, con tale peritanza da non riconoscergli più; non diciamo poi degli Zuavi, degli Antiboini e di tutta la restante masnada. Non una carica, non una mossa risoluta da que’ superbi soldati dell’Impero! Volevano avvilupparci e non osarono; intendevano pigliarci tutti, compreso Garibaldi, e non seppero. Padroni del campo, baionettarono i feriti; questo sì; ma bravura no! Erano diecimila contro quattromila, e se quando incominciò la nostra rotta, un solo sottotenente avesse cacciato su di noi il suo pelottone, ci avrebbe con pochi uomini presi tutti prigionieri! Ma dov’erano gli ufficiali francesi? dove le cariche decantate di Malakoff e di Solferino! In quel supremo istante un’amara parola ci uscì dalle labbra, e la ripetiamo ancora perchè dipinge Mentana a quattro ore pomeridiane: È un combattimento fra gente che fugge e gente che non s’avanza.

Perocchè, vogliamo dire anco questo a onore della verità e per lasciare ai valorosi una gloria senza mistura, anche fra i Volontari ci furono le centinaia di bravi che pagarono per tutti, ma il grosso del corpo non si battè. E infatti come si sarebbe battuto? Il coraggio è dovere, onore, patriottismo, ordine, disciplina, e non era certo da quell’immondo lezzo che potevano scaturire queste virtù. Finchè a vincere bastarono i pochi, i pochi ci furono e ammirandi: quando occorsero tutti, i più mancarono e travolsero nella disfatta i migliori.

Non restava ormai altro partito che la ritirata su Monte Rotondo, e fu operata sotto la sinfonia merveilleuse dei fucili Chassepot. Però, sia ridetto per isbaldanzire ancora una volta un nemico che non seppe aver rispetto nè pei vinti, nè per la verità, i tiratori francesi erano circa a dugento passi dalla via che percorrevamo, vedevano noi a occhio nudo, come noi essi, e non osarono scendere sulla strada.

In Mentana però tutto non era finito: un millecinquecento uomini circa vi restavano sempre; e quali per paura d’uscirne, come coloro che fin da principio corsero a rimpiattarsi nelle case; quali per non saperne trovare la via, come i tardivi o gli sbandati: quali per vender cara la libertà e la vita, come i Bersaglieri di Burlando, che, dopo aver bravamente combattuto tutta la giornata, si buttarono con un centinaio d’altri compagni nel castello e vi si rinchiusero; quali infine per non voler disperare della vittoria, come i Carabinieri livornesi, che già caduto il sole, ultimo quadrato di Waterloo, combattevano ancora; venivano tuttavia per ragioni e con propositi diversi a formare una massa che a prima giunta, a nemico non bene certo della vittoria, poteva parere temibile.

E infatti di fronte a questa folla di feriti, di dispersi, di nascosti, di impotenti, i generali franco-papali s’arrestarono; e non solo non ardirono entrare in Mentana, ma, vedi sapienza! sospesero persino una ricognizione che avevano ordinato per quella sera, accontentandosi di mettere le gran guardie a un mezzo tiro di fucile dal paese.[369] E questo lo scrive proprio il generale francese, e il fatto conferma, almeno in questo punto, il suo rapporto. Una cosa sola inesatta sfuggì al signor De Failly, «che egli dormì sul campo di battaglia.» Il valente Generale dimenticò che il campo di battaglia era Mentana stessa, e che egli per quella notte dormì fuori.

Garibaldi non l’avrebbe mai immaginato, e convinto che Mentana sarebbe stata nella sera stessa in potere del nemico, vedendo omai vana, e più per le ragioni politiche che per le militari, ogni altra resistenza, ordinò per la sera stessa la ritirata di tutto il corpo (circa tremila uomini) su Passo Corese. Egli sapeva, come noi tutti, che a Passo Corese l’attendeva la catastrofe, ma non sarebbe stato da uomini, poichè la era inevitabile, il differirla con un infecondo spargimento di sangue, o con un ludo teatrale di gladiatori, mascherarla.

Al mattino seguente, 4 novembre, al primo apparire del 59º reggimento francese, che, sotto gli ordini del tenente colonnello Bresolles, marciava in ricognizione sopra Mentana, una bandiera bianca issata sul castello annunziava che i Garibaldini ivi rinchiusi intendevano capitolare, e furono tosto intavolate le negoziazioni. Il maggiore Burlando per i suoi stipulò che tutti i Volontari chiusi in Mentana avrebbero deposte le armi e sarebbero stati ricondotti al confine italiano da una scorta francese. I generali franco-papali mostrarono intendere, ed amiamo ancora crederlo, per l’onore di Francia, incolpevole equivoco, che pei soli rinchiusi nel castello fosse pattuito il partire così, laonde tutti quelli che trovarono per le vie di Mentana, circa ottocento, li ritennero prigionieri di guerra e li portarono, trofeo non legittimo, in Roma.

Ridire poi tutte le prove di valore e di sacrificio sarebbe impossibile: empirebbero un poema. I settanta Carabinieri livornesi, la vecchia guardia della giornata, lasciarono circa la metà de’ loro sul terreno, fra i quali dodici morti, dei quali troviamo in un album pietoso registrati i nomi che ci par sacro ripetere.[370] Era stato degno di comandarli fino all’ultimo istante, fino a che gravemente ferito ad un braccio cadde egli stesso, Carlo Mayer, nome in Livorno onorato, già soldato e ferito d’altre campagne, colto intelletto e nobile cuore, fra i rari superstiti di quella generazione di veri volontari, di veri patriotti, e, sia pur detto, di veri uomini, che le battaglie della vita, più ancora che le battaglie del campo, vennero decimando. Cantoni di Bologna, il conte Bolis romagnuolo, bravamente morirono. Egisto Bezzi, di cui basta il nome, Adami livornese, Stallo genovese, Erba e Vigo Pellizzari di Milano, molti altri de’ quali il nome non si conosce, caddero feriti e con uno stuolo non meno ammirando di usciti illesi per prodigio da ogni più disperato sbaraglio, confermarono al nome italiano l’immortalità del valore.

Che cosa faceva intanto il colonnello Paggi co’ suoi tre battaglioni? Aveva egli scoperto il nemico, aveva visto il combattimento, aveva sentito la fucilata ed il cannone? Tanto Menotti Garibaldi quanto il generale Fabrizi gli mossero ne’ loro rapporti grave censura per non aver prima d’ogni altra cosa avvertita la marcia dell’esercito franco-papale per via Nomentana, e non essere disceso, una volta impegnato il combattimento, ad attaccare il nemico alle spalle.

Ma il colonnello Paggi in un suo rapporto, edito da’ giornali, s’è giustificato adducendo che il nemico, girando per le posizioni di Casale e Romitorio su Mentana, passò lontano da’ suoi avamposti otto miglia: che Monte Porci e Monte Lupari, oltre che essere anch’essi assai lontani e fuor d’ogni vista dalle accennate posizioni di Casale e Romitorio, erano stati il giorno prima per ordine di Menotti stesso abbandonati: che egli era stato mandato ad occupare Palombara fuori affatto di linea, mentre dovea occupare il monte Palombino dominante la strada; che infine egli avea udito il cannone soltanto verso il tocco e mezzo, ma che non avendo ricevuto alcun ordine di muoversi, stimò di non poterlo fare sulla sua responsabilità.

A noi mancano tuttavia argomenti bastevoli per pronunciare un giudizio. È certo però che il generale Garibaldi contava molto sulla vigilanza e sull’intervento della colonna del Paggi, tanto vero che durante il combattimento spedì guide ed ufficiali di stato maggiore a chiamarlo, ed è altresì certo che se un solo battaglione di quella colonna fosse comparso anche verso le tre alle spalle del nemico, l’effetto ne poteva essere grande e forse decisivo.

Tale fu la giornata di Mentana. In essa si trovarono di fronte, secondo i nostri ed i rapporti dello stato maggiore dell’esercito alleato, 11,000 Franco-papali contro 4652 Garibaldini. Tutto l’esercito pontificio sì mercenario che indigeno era uscito da Roma, ed il generale Fabrizi calcolando ai 5000 uomini si tiene molto al disotto del vero. Dell’esercito francese erano in linea tutto il 1º, il 29º e il 59º reggimento di linea, un battaglione di cacciatori di Vincennes e un’intera batteria d’artiglieria.

Le perdite de’ nostri, secondo le informazioni raccolte dal corpo sanitario, ammontarono a circa 240 feriti e 150 morti, oltre a circa 900 prigionieri. I morti del nemico ascesero a 256, sui quali, fatta la proporzione, si può calcolare il numero dei feriti. La differenza è dunque tutta a danno de’ Franco-papali; i Garibaldini non ebbero altro privilegio che di lasciare un maggior numero d’ufficiali sul campo di battaglia.[371]

XVI.

La notte era grigia e tetra, la campagna squallida e muta: buffi di vento soffiati dal Tevere penetravano nelle ossa, intirizzendovi quelle ultime ceneri d’energia che l’ambascia e la fatica di quell’aspra giornata non aveano consumate. La colonna seguiva, lunga, serrata, taciturna: non un canto, non un grido, non un colloquio. Garibaldi precedeva a cavallo, silenzioso anch’esso, col cappello sugli occhi, le braccia abbandonate, lugubre, spettrale. Pareva il Napoleone di Meissonnier, che batte in ritirata dopo la sconfitta di Laon. Egli non badava ad alcuno, e nessuno a sua volta avrebbe osato interrompere il sacro colloquio di quell’uomo con la sua sventura.

Un istante tuttavia parve accorgersi che qualcuno gli cavalcava più dappresso, guatando ansioso tutti i moti della sua fronte; onde, rotto per poco il silenzio, gli disse: «È la prima volta, Guerzoni, che mi fanno voltare le spalle così, e sarebbe stato meglio....» qui un profondo sospiro gli troncò nella strozza la parola, e spinto avanti il suo cavallo, arrivò poche ore dopo insieme a tutta la colonna a Passo Corese.

Voleva forse dire: «Sarebbe stato meglio morire?» L’evento e l’ora consigliavano siffatti pensieri, e molti forse li covavano come lui.

Ivi il primo ad affacciarglisi fu il volto franco ed ospitale del colonnello Caravà, già suo soldato, ora comandante il 4º Granatieri al confine, e che fin dove glielo avevano concesso i suoi rigorosi doveri, era stato durante tutta la campagna sollecito in ogni guisa de’ nostri sbandati e de’ nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:

«Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell’esercito che l’onore delle armi italiane fu salvo.»

E fu quella la più eloquente epigrafe di tutta quella campagna.

Il dì appresso il Generale montava in ferrovia, col proposito di ricondursi diritto alla sua Caprera, quando, «giunto a Figline (lo diremo colle parole stesse della protesta che i seguaci del Generale stesero in quella circostanza),[372] il convoglio fu fatto arrestare e presentossi al generale Garibaldi il luogotenente colonnello dei Carabinieri, signor cavalier Camozzi, il quale chiese conferire da solo col Generale stesso. La stazione era occupata militarmente da una divisione di Bersaglieri, comandata dal maggiore Fiastri, e da un forte drappello di Carabinieri.

»Dopo pochi istanti il Generale scese dal convoglio, e tutti noi che lo accompagnavamo con lui.

»A un tratto si udì il generale Garibaldi dire ad alta voce al colonnello Camozzi le seguenti parole:

» — Avete il regolare mandato d’arresto? —

»Il Colonnello rispose: — No. Ho l’ordine d’arrestarla. —

»Il Generale replicò: — Voi sapete di commettere una illegalità. Io non sono colpevole d’alcuna ostilità contro lo Stato italiano, nè contro le sue leggi. Sono deputato italiano, generale romano eletto da un governo legalmente costituito e cittadino americano. Come tale, non essendo colto in flagrante di nessun delitto, non posso essere arrestato, e voi e chi vi manda, violate la legge. Però vi dichiaro che non cederò che ad un atto di violenza, e che, se volete arrestarmi, vi converrà trasportarmi a forza. —

»A queste sue parole noi tutti (s’intendano i sottoscrittori della protesta) eravamo risoluti a difendere anche colle armi, nella persona del Generale, la legge e il diritto. Ma egli ci dichiarò «che alla violenza, che si intendeva usare contro di lui, non voleva si rispondesse con altra violenza; che non avrebbe mai consentito ad un conflitto con soldati italiani, e ci impose di tralasciare ogni pensiero di resistenza armata.»

» — Perchè (soggiunse) se avessi voluto resistere colle armi, io pel primo avrei usato di quelle che aveva sotto i miei ordini. —

»Noi ubbidimmo.

»Accorsa molta gente, la quale poteva far temere una collisione, e nel desiderio di evitare uno spettacolo così umiliante per il paese, il deputato Crispi telegrafò due volte al Presidente del Consiglio dei ministri, chiedendo una revocazione degli ordini in nome d’Italia, ed affermando replicatamente che il Generale voleva andare a casa sua, a Caprera. Perciò fu chiesta al colonnello Camozzi la breve dilazione necessaria per ottenere da Firenze una risposta telegrafica, come era stata domandata.

»Nello stesso tempo molti fra noi insistevano presso il colonnello Camozzi, perchè anch’egli, da parte sua, telegrafasse al Governo, significandogli la risoluzione del generale Garibaldi e chiedendogli, per la nuova e impreveduta circostanza, nuove istruzioni.

»A questo nostro consiglio il colonnello Camozzi oppose il più reciso rifiuto.

»Scorsa un’ora, senza che fosse arrivata da Firenze alcuna risposta al telegramma del deputato Crispi, il colonnello dei Carabinieri dichiarò che doveva far eseguire gli ordini.

»Nemmeno la dichiarazione fatta più volte dal generale Garibaldi d’essere stanco, sofferente, affranto da molti giorni di privazioni e di fatiche, e di non poter sopportare il nuovo e grave disagio d’un lungo viaggio, valse a trattenerlo.

»Allora quattro carabinieri si avvicinarono al Generale, il loro maresciallo lo invitò, in nome de’ suoi superiori, a seguirli. Il Generale, mantenendo ferma la sua prima risoluzione, fu sollevato dai suddetti carabinieri, tolto da dove era seduto nella sala d’aspetto, e così trasportato di peso in mezzo al silenzio più solenne de’ suoi amici sino alla carrozza a lui destinata.

»Solo il deputato Crispi, in nome di tutti, protestò con energiche parole contro la violazione della legge e contro l’oltraggio inflitto al più grande cittadino d’Italia.

»Fu concesso soltanto alla sua famiglia ed a’ suoi domestici d’accompagnarlo, ma solo il genero Canzio rimase con lui.

»Nello stesso compartimento andò a sedersi il colonnello Camozzi; molti vagoni di Bersaglieri precedevano e seguivano il treno.[373]»

E di là continuò fino al Varignano, dove sostenuto tre settimane, il 26 di sera fu imbarcato per Caprera, e quivi colla sola condizione di non uscirne sino al marzo vegnente e di presentarsi al Tribunale, caso mai il processo dovesse aver luogo, posto in libertà.

Le ultime parole da lui scritte, uscendo da quel secondo carcere patito per Roma, furono: «Addio Roma, addio Campidoglio! Chi sa chi e quando a te penserà!»

Ci pensò la Nemesi della Storia, che ai vinti di Mentana preparò la triste, ma giusta, ma fatale rivincita di Sédan!

[Illustrazione: SCHIZZO TOPOGRAFICO dell’Insurrezione Romana — 1867]

XVII.

L’Eroe aveva più che mantenuta la sua parola; dal 1868 al 1870, non solamente non s’era più mosso da Caprera, ma, cosa portentosa, aveva scritto poche lettere, e fatto parlare raramente di sè.[374]

Che cosa fa il Generale?; — era la domanda quasi obbligata e periodica de’ suoi amici in quegli anni; — che cosa pensa, che cosa mulina, che cosa apparecchia? — Nulla! pota le viti del Fontanaccio, scrive de’ romanzi,[375] e fa la corte alla signora Francesca Armosino, che non sembra ritrosa a quell’onore.

Se non che, a un tratto, l’una dietro l’altra, col crescendo d’un uragano, scoppiano le notizie dell’anno terribile: l’antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese disfatto a Wörth e a Gravelotte; il secondo annientato, coll’Imperatore stesso prigioniero, a Sédan; l’Impero caduto e la Repubblica gridata: gli eserciti di Germania alle mura di Parigi: la Francia boccheggiante sotto il piede del vincitore, troppo orgogliosa, vorremmo dire, troppo grande, per darsi vinta ancora.

Ora in mezzo a questo cataclisma che spostava da un istante all’altro il fulcro dell’equilibrio mondiale, quale sia stato il contegno dell’Europa, il contegno dell’Italia nostra, non è mestieri ridirlo. L’Europa gridò: «Beati i neutri;» l’Italia esclamò: «Quest’è l’ora di riprender Roma:», più d’uno forse pensò se non era il caso di riavere anche Nizza; e continuando a lasciar che la Francia si liberasse come poteva dalle strette del colosso che le stava sul petto, ciascuno badò soltanto a trarre quel qualunque profitto che potesse dalla vittoria dell’uno, dalla sconfitta dell’altro, dallo spossamento d’entrambi. Ciascuno, eccettuatone un solo: colui che fu, sotto ogni rispetto, l’eccezione vivente del nostro secolo, Giuseppe Garibaldi. Intanto che gl’Italiani si preparavano tripudiando alla facile conquista dell’eterna città, intanto che taluno de’ suoi concittadini nizzardi lo sollecitava a entrare nel moto revisionista che doveva restituire la sua terra nativa all’Italia, egli solo pensava alla Francia; egli solo forse sentiva il pericolo di veder sparire dal consorzio delle nazioni latine quella madre presunta, ma agitatrice certa di tutte le grandi idee moderne; ed egli solo le offerse, con semplice e commovente parola, «quanto restava di lui.»

La sua lettera però al Governo della Difesa Nazionale in Tours restò senza risposta; e forse la sarebbe rimasta per sempre se il francese colonnello Bordone, uno de’ suoi ufficiali del 60, fattosi zelatore ardentissimo di quel viaggio, non fosse riuscito a strappare al signor Crémieux, Guardasigilli della Difesa Nazionale una specie di aggradimento o d’incoraggiamento ufficioso che non aveva nulla, a dir vero, dell’invito ufficiale e categorico d’un Governo; ma che bastò al Bordone stesso per credere e far credere al Generale che egli sarebbe stato accolto a braccia quadre da tutto il popolo francese e salutato come un salvatore.[376] Ma fu disingannato ben presto. A Marsiglia il popolo lo accolse coll’usato entusiasmo; ma a Tours era così poco aspettato[377] che lo stesso Crémieux fu udito esclamare in suon lamentoso: «Ah mon Dieu; il arrive! Il ne nous manquait plus que cela;[378]» e il Gambetta, disceso per l’appunto in quei giorni in aerostata alla capitale provvisoria della nascente repubblica, non seppe ringraziarlo in altro modo che facendogli offrire il comando di due o trecento Volontari, di cui il Governo non sapeva che farsi.

Il fatto era che, eccettuati quei pochi amici ed ammiratori che l’Eroe aveva in tutti gli angoli della terra, nessuno in Francia aveva desiderato la sua venuta. Il Governo pel primo l’aveva subíta, ma non l’avrebbe mai invocata. Aborrito da tutte le frazioni del partito retrivo come il campione più pericoloso della rivoluzione; dipinto alle ignare contadinanze come un anticristo nemico a tutte le religioni e a tutti gli altari; inviso alla borghesia bottegaia e pacifica, come un impedimento di più alla conclusione della pace, che era in fondo l’anelito segreto e il desiderio più sincero del popolo francese, Garibaldi si trovò in Francia fin da’ primi giorni nella falsa posizione d’un intruso che arreca in casa d’altri un aiuto non richiesto, ed è tanto più increscioso agli aiutati, quanto più sono costretti a confessare che di quell’aiuto avrebbero bisogno. L’esercito pel primo non avrebbe mai potuto tollerarlo. «Mai, esclamava il Gambetta, mai io metterò un Generale francese sotto gli ordini di Garibaldi.[379]» Ed era un proponimento ingrato, ma in quel momento e per quel paese, politico. Nessun Generale si sarebbe mai rassegnato ad aver per uguale, molto meno per capo, quel soldato di ventura. I Capitani dell’Impero erano stati troppo solennemente battuti per ammettere che altri venisse loro ad apprendere il modo di non esserlo più. Vittoriosi, avrebbero forse tollerato di dividere con lui i resti della loro gloria; vinti, non avrebbero patito di dovere a lui gli onori della rivincita sperata. Checchè facesse Garibaldi, ponendo il piede in Francia egli era già predestinato a questo fine: portare la soma di tutti gli errori altrui; perdere il frutto di tutti i meriti propri; non raccogliere altro premio del suo beneficio che l’ingratitudine implacabile de’ beneficati.

Tuttavia il governo di Tours se non poteva desiderarlo, non poteva neanche osar di respingerlo; e quando il Generale, indignato dell’oltraggiosa offerta che gli era stata fatta, annunziò che sarebbe ripartito dalla Francia col primo treno diretto, il Gambetta, impensierito dell’interpretazione che si sarebbe data a quella partenza, e soprattutto forzato dal programma di guerra a oltranza da lui stesso bandito, che gli impediva di trascurare qualsiasi più piccolo soccorso, finì coll’offrire al Generale «il comando di tutti i Corpi franchi della zona dei Vosgi compresi da Strasburgo a Parigi, e d’una brigata di Guardie mobili.»

E come ognun sente, il titolo era troppo risonante per non sospettarvi sotto più vento che sostanza; tuttavia Garibaldi ormai disposto a sacrificare tutto sè stesso al fine che lo conduceva, l’accettò subito, e nell’indomani diede convegno a tutte le forze reali ed immaginarie poste a’ suoi ordini, nei dintorni di Dôle, dove andò egli stesso il 15 ottobre a porre il suo Quartier generale.

La scelta di quel primo punto di concentramento, dato l’obbiettivo prescritto al generale Garibaldi, e le posizioni del nemico, non poteva essere migliore. La piccola città di Dôle, capoluogo del Giura, domina dall’alto le due valli della Saona e del Doubs; allaccia intorno a sè le quattro strade di Dijon, di Langres, di Besançon, e di Lione, ed offre a qualunque esercito abbia l’ufficio di proteggere il Giura ed il Lionese da un nemico sboccante dai Vosgi, un pernio d’operazione e di difesa per ogni rispetto gagliardo ed opportuno.

E tale era infatti il problema dei belligeranti nel sud-est della Francia. Il generale Werder vinta Strasburgo era sceso con tutto il suo Corpo d’armata (XIV) nella regione meridionale dei Vosgi, e lasciata una divisione all’assedio di Belfort, s’era disteso colla sua ala destra nelle convalli della Saona e dell’Ognon, spingendo già le sue scorrerie fino a Vesoul, Langres e Montbeillaird in faccia a Dijon, Dôle e Besançon.

Ora contro queste truppe, sommanti a più che quarantamila uomini, non istettero fino ai primi d’ottobre che il Corpo del generale Cambriels, forte tutt’al più di ventimila soldati, tra Besançon e Beaume-les-Dames, e alcuni battaglioni di milizie mobili sotto gli ordini del dottore Lavalle, a guardia di Dijon. Tra questa città e Besançon v’era dunque un largo spazio vuoto, già minacciato dalle scorrerie nemiche, che importava e si pretendeva infatti coprire col così detto Esercito dei Vosgi del generale Garibaldi.

Il qual esercito però non cominciò che al 20 ottobre a parere almeno l’embrione di quello che sarebbe stato in futuro. E non parliamo del numero, che fino a tutto ottobre non superò mai i quattromila uomini e per quasi l’intero novembre i settemila, ma tocchiamo qualcosa soltanto della qualità. Un cibreo cosmopolita di Francesi, Spagnuoli, Polacchi, Greci, Algerini, miscuglio a sua volta di guardie mobili, di soldati stanziali, di volontari, di reclute forzate, e decorato de’ nomi più strani e diremmo quasi quarantotteschi: Francs-tireurs du Rhône, de Gand, de l’Isère ec.; Alsaciens de Paris, Explorateurs de Gray, Compagnie de Colmar e d’Oran, Enfants perdus de Paris, Guerrillos d’Orient, le Bataillon l’Egalité de Marseille ec.; i Cacciatori delle Alpi, di Marsala, di Genova, ec.; camuffati nelle foggie più strane, militari, brigantesche, eroiche, borghesi; armati di tutte le armi, dalla tabatière al Chassepot, dal Remington alla carabina svizzera, dall’antiquato fucile a percussione al nuovissimo Spencer Rifle; comandati da ufficiali, la cui gerarchia morale andava dall’avventuriere mestierante, lanciaspezzata di tutte le cause, al candido paladino dell’idea, accorso a morire per la repubblica; dal veterano incanutito nelle battaglie, al tribuno popolare improvvisato generale; dal vigliacco degno di fucilazione,[380] all’eroe degno d’apoteosi: ecco l’esercito dei Vosgi.

Che se a tutto ciò si aggiunga, fino quasi al finire della campagna, la mancanza di cavalleria, la povertà d’artiglieria, la freddezza, se non era qualche volta avversione, delle popolazioni e delle magistrature locali; la lentezza, se pur non poteva dirsi ritrosia del Governo a soddisfare ai più stringenti bisogni del nuovo esercito, e infine la perpetua incertezza del comando, sicchè in quella zona dei Vosgi, o del Giura, o della Costa d’Oro, non si seppe mai chi comandasse in capo; se Garibaldi, o Cambriels; se Michel, o Cremer; se Crousat o Bressolles; si avrà una pallida idea delle condizioni in cui Garibaldi dovette fare quella guerra, e quanta virtù di pazienza, di costanza, di coraggio, dovesse racchiudersi nel petto di quell’eroe per resistere a tante contrarietà, ben più moleste del fucile ad ago prussiano, e non piantare su due piedi un paese che gli lesinava persino i mezzi di combattere e morire onoratamente per lui.

XVIII.

E se ne videro ben presto le prove. Le avanguardie del Werder scorazzavano già nei dintorni di Gray, laonde Garibaldi, accortosi della necessità di far argine all’invasione crescente, mentre con abili manovre tra la Saone e l’Ognon tentava di arrestare la marcia del nemico o di guastarne i disegni, insisteva col Cambriels, affinchè cooperasse con lui, sia colle mosse combinate delle sue truppe, sia coll’inviargli rinforzi, a contenere il nemico sempre più minaccioso.

Ma indarno. Ora il Cambriels dichiarava di non poter dare nè un uomo, nè un cannone de’ suoi; ora invece sognando d’essere attaccato egli stesso, interrompeva le operazioni meglio avviate di Garibaldi per chiedere soccorso a lui;[381] ora infine per l’impotenza di Garibaldi, ora per l’incapacità e il malvolere del Cambriels, la cosa andò tanto a seconda ai Prussiani da quel lato, che alla fine dell’ottobre, avuta pronta ragione dei pochi mobili che guardavano la città, entrarono, per dedizione del municipio, in Dijon.

Il fatto era grave. Colla presa di Dijon non solo tutte le gole del Morvan, dietro le quali la Francia possiede nei grandi opifici del Creuzot una delle maggiori sue ricchezze, erano esposte all’invasione nemica, ma persino le strade di Lione e di Nevers, quindi la linea della Loira, dietro la quale il generale Bourbaky ordinava il suo ultimo esercito salvatore, poteva essere minacciata. Di fronte pertanto a questo pericolo, il governo di Tours pensò di incaricare il Generale della difesa del Morvan, ordinandogli di trasportarsi con tutte le sue forze ad Autun. E il Generale, che fino a quel giorno avea reso alla difesa del Giura importantissimi servigi, arrestando coi felici scontri di Genlis e Saint-Jean de Losne (5, 6, 7 novembre) i Prussiani al di là della Saona, accettò, ringraziando, il nuovo mandato, e tra il 14 e il 15 novembre mosse per il nuovo teatro della guerra che gli era destinato.

Ma quivi pure la parte affibbiatagli era superiore alle forze. Col sopraggiungere della legione italiana e d’altri corpi franchi, Garibaldi aveva potuto accrescere e riordinare il suo piccolo esercito in quattro brigate; la prima comandata dal generale Bossack, veterano delle guerre polacche, con circa quattromila uomini; la seconda agli ordini del signor Delpeck, testè prefetto di Marsiglia, prode, ma nuovo alle armi, di circa millecinquecento; la terza, capitanata da Menotti Garibaldi, comprendente i Corpi franchi italiani, di circa cinquemila seicento uomini; una quarta infine, posta sotto il comando di Ricciotti Garibaldi, composta in gran parte di francs-tireurs, ma che a quei giorni era tuttora in formazione a Dôle e superava di poco il migliaio di combattenti.

E conviene sempre rammentarsi che se questa massa di circa quattordicimila uomini cominciava a prendere qualche forma e qualche aspetto militare, non aveva ancora al suo arrivo in Autun che quattro pezzi d’artiglieria di montagna; contava tutt’al più un centocinquanta cavalieri miseramente montati; penuriava de’ più necessari oggetti di corredo, principalmente di cappotti e di scarpe, divenuti, pel crudo inverno che s’innoltrava, assolutamente indispensabili. Il nemico invece presidiava con circa ventimila uomini Digione, e nei dintorni ne teneva altri diecimila tra Auxonne e Dôle, ed era già potentemente fiancheggiato dalla 14ª divisione, del 7º corpo (Zastrow), staccato dall’armata del principe Federico Carlo, le cui avanguardie stormeggiavano tra Auxerre e Montbard e minacciavano insieme il fianco sinistro di Garibaldi e le sue comunicazioni col sud. Erano insomma cinquantamila uomini, muniti di potente e numerosa artiglieria e forniti a dovizia d’ogni ben di Dio, contro quindicimila soldati improvvisati, sprovvisti d’ogni cosa più necessaria.

È ben vero che il generale Garibaldi non era solo, e che quasi a contatto della sua destra, tra Beaune e Chagny, stava scaglionato tutto l’esercito dell’est, passato allora sotto gli ordini del generale Crousat, per ripassare tra poco sotto gli ordini del generale Cremer; ma chi rammenti dall’un canto la funesta dualità di comando che paralizzava le migliori intenzioni dei due eserciti e l’antipatia che i generali francesi avevano d’accordarsi col Condottiero italiano; chi consideri dall’altro il modo veramente singolare con cui que’ generali intendevano e facevano la guerra, senza concetto, senza iniziativa, senza fede, vedrà che Garibaldi non poteva fare assegnamento per operazioni importanti che sopra sè stesso; e leggendo attentamente la storia di quel tratto di campagna, si convincerà che se egli non fosse stato, nulla avrebbe impedito all’esercito di Werder di marciare un mese prima sopra Lione, e di sorprendere dietro la Loira il generale Bourbaky in piena formazione.

Tuttavia, come al solito, egli disse: «i’ mi sobbarco,» e si mise all’opera. Fino a quei giorni i prussiani avevano potuto scorazzare impunemente il paese e con pochi ulani spadroneggiarlo. Da che entrò in campo Garibaldi la scena mutò, ed essi pure dovettero pensare un po’ più seriamente ai casi loro. Oramai in quell’arte delle scoperte, dei volteggiamenti, delle sorprese in cui si eran chiariti maestri, avevano trovato un emulo, e un emulo degno di loro. D’ora in poi non un bivio, non un villaggio, non un bosco, in cui i formidabili scorridori tedeschi non incontrassero, pronte a riceverli, anzi desiderose d’incontrarli, le pattuglie dei franchi tiratori garibaldini. Il giuoco delle allegre scorribande nel Morvan e sulla Costa d’Oro era finito, quando non erano i superbi vincitori di Sédan e di Strasburgo che ne pagavano le spese.

Munita alla meglio Autun, scaglionatosi arditamente da Epinac a Soubernon, Garibaldi non s’accontenta di star sopra una inerte difesa; attacca, sorprende, molesta egli stesso il nemico, e col moto perpetuo sulla fronte, sui fianchi, alle spalle, gli nasconde i suoi disegni. Così il 20 lancia a fondo la brigata Ricciotti sulla colonna Zastrow, e il figliuolo fa così bene la sua prima prova di comandante che sorprende, a Châtillon-sur-Seine, una delle avanguardie nemiche, le uccide dugento uomini, le porta via centosessanta prigionieri,[382] e quattro carri di munizioni.

Ma di ciò non s’appagava. Da lungo tempo Garibaldi mulinava di tentare un colpo di mano notturno su Dijon, e nella sera del 24, lasciata parte delle forze a guardia d’Autun, mosse colla 1ª e 3ª brigata Bossack e Menotti, all’ardua impresa. Se non che la brigata Bossack essendo incappata negli avamposti prussiani di Velars, che avrebbe dovuto cansare, la sorpresa, come accade di sovente, fu sventata e il disegno mutato. Non per questo Garibaldi indietreggiò. Presa posizione sulle alture e nei dintorni di Lantenay, Garibaldi aveva concertato col capo di stato maggiore del generale Cremer di attirare nella Val di Suzon l’inimico, per lasciar modo ai Francesi di accostarsi a Dijon da sud-est, e se era possibile penetrarvi.

Ai Prussiani però importava troppo di non avere un siffatto nemico, potrebbe dirsi, a ridosso; sicchè intanto che egli meditava di attaccarli nelle loro posizioni di Plombières, aggirandoli per nord-ovest, essi si movevano ad attaccar lui nelle sue posizioni di Lantenay aggirandolo per la strada di Prenois-Pasques, d’onde lo scontro e quel che fu detta la battaglia di Pasques. Garibaldi però, vigile sempre, aveva scoperto fin dal mattino (26 novembre), la marcia del nemico, sicchè non appena egli cominciò a spuntar colle avanguardie su Pasques, potè salutarlo colle sue artiglierie. Allora il combattimento s’accese, e Garibaldi in persona, montato pel primo giorno a cavallo, lo dirigeva. E quantunque il numero de’ Prussiani fosse da quel lato minore (la sola brigata Degenfeld), la superiorità della loro artiglieria era tale che la bilancia delle forze traboccava ancora in loro favore. Tuttavia l’ardore dei Garibaldini è in quel mattino grandissimo; la legione italiana, condotta dal Tanara, si lancia alla baionetta; alcune compagnie di franchi tiratori, guidati da Canzio, secondano il Movimento; la brigata Delpeck spuntando da Ancey minaccia la destra di Pasques, talchè i Prussiani, in presentissimo pericolo d’essere tutti avvolti, si ripiegano disordinati su Prenois. Colà però trincerati dietro le case, e protetti dalle muraglie dei giardini, ripiglian la resistenza; ma di là pure intrepidamente assaliti da ogni fianco cominciano a vacillare ed a cedere terreno. Egli è allora che Stefano Canzio, il quale in tutta quella campagna manifestò doti d’intelligentissimo capitano, veduto il balenar de’ nemici si pone a capo di quel distaccamento di cacciatori a cavallo e di quelle poche guide garibaldine, che facevan tutta la cavalleria dell’esercito, raccozza quanti altri ufficiali e soldati a cavallo gli cadon pel momento sotto mano, e formato così un gruppo di forse centocinquanta cavalieri, si lancia ventre a terra, Murat improvvisato, contro il fianco sinistro dell’inimico sulla strada di Prenois-Darois, e ne compie la rotta.

XIX.

«A Dijon, a Dijon,» gridaron tosto ebbri della vittoria i Garibaldini. «Ebbene a Dijon,» rispose Garibaldi, e cedendo ancora una volta al cattivo genio degli assalti notturni, date poche ore di riposo alle truppe, posti i carabinieri genovesi del Razzetto in testa, dietro i legionari italiani e i francs-tireurs di Ricciotti, in ultimo i tre battaglioni dei mobiles, in sul cader della sera per la strada di Val Suzon si pose in marcia.

La notte era già calata e tutto fin presso a Talant era andato a seconda. Il Generale in una carrozzetta ferma sulla strada, rassegnava, a mano a mano che passavano, le sue milizie e gridava loro: «Avanti, figliuoli: alla baionetta, non un colpo di fucile,» accompagnando il passo marziale de’ suoi con un suo inno patriottico, che egli aveva composto in quei giorni e che suonava così:

Aux armes! aux armes! aux armes! L’étranger veut nous envahir, Aux armes! aux armes! Nous saurons le punir. Vous osez menacer la France, Souverains pleins d’arrogance; Oubliez-vous qu’en cent combats Vos phalanges fuyaient Au seul bruit de nos pas, Et vos trônes brisés Tombaient avec fracas? Aux armes! etc. Pour asservir notre patrie S’est formée une ligue impie; Les rois nous préparent des fers. Vainqueurs de l’Univers, A nous des fers? A nous des fers? Aux armes! etc.

Ma all’entusiasmo latino stava per rispondere ben presto la solidità tedesca. Sorpresi a Hauteville dai carabinieri del Razzetto, gli avamposti di Degenfeld danno in volta disordinata, e dietro loro i franchi tiratori di Ravelli e di Ricciotti si avanzano arditamente fin sotto Talant; ma il nemico s’è già riavuto dalla prima sorpresa; il 1º battaglione del 2º reggimento badese, fiancheggiato da batterie a mitraglia, si spiega sulla strada accogliendo con rapide scariche su quattro righe gli assalitori: i mobili, nuovissimi al fuoco, nuovissimi a quelle imprese notturne, infilati dalla moschetteria e dalla mitraglia, rompono, si scompigliano, rigurgitano in grandissimo tumulto, trascinando nel loro vortice i più audaci e volonterosi. Invano Garibaldi dalla sua carrozza, esposto egli pure alla grandine dei colpi nemici, urla, prega, bestemmia, vuol farsi portare innanzi a forza di braccia: non c’è genio o virtù di Capitano che imponga ad un esercito vinto da un timor pánico; e quando il pánico lo prende di notte, nessuna potenza umana che lo salvi.

Ma che cosa faceva, intanto che i Garibaldini attaccavano due volte in un giorno il nemico, che cosa faceva il generale Cremer co’ suoi dodicimila uomini scaglionati da Beaune a Chagny, a quattro ore di marcia da Dijon? «Dobbiamo supporre, esclama il generale Bordone, ch’essi siano stati battuti e schiacciati, poichè conoscendo il forte conflitto, che durava dal mezzogiorno in poi, non diedero segno di vita.[383]»

A Garibaldi frattanto fu giuocoforza battere in ritirata. Rioccupate nella notte le sue posizioni di Lantenay-Commarin, al mattino vegnente, 27, mentre il generale Werder con due colonne convergenti si preparava a circuirlo e tagliargli la via, riusciva a sgusciargli dalle mani col grosso delle sue forze, e fatta fronte due giorni ad Arnay-le-Duc, il 30 novembre rientrava, senza lasciarsi dietro nè feriti nè prigionieri, in Autun.[384]

Colà però il nemico non tardò a rendergli la visita di Dijon. Solo Garibaldi la presentiva; e datone avviso al Cremer, che prometteva ancora il suo aiuto, faceva munire d’artiglierie le due strade di Saint-Martin e Saint-Symphorien, d’onde il nemico doveva infallibilmente sbucare.

Se non che la guardia di Saint-Martin era stata affidata a certo Chenet, comandante la Guerrilla d’Orient, che nella notte dal 30 novembre al 1º dicembre, senza ordine, senza perchè, come si lascia una villeggiatura, scomparve, abbandonando nelle mani dei Tedeschi quella posizione importantissima. Era una vigliaccheria inaudita, una patente diserzione in faccia al nemico; il Chenet fu da un regolare Consiglio di Guerra condannato alla degradazione ed alla morte (graziato poi della vita per troppa generosità di Garibaldi); ma frattanto il danno era avvenuto e il nemico, forte di tutta la brigata Kettler, di un reggimento dragoni e di tre batterie, era già, prima che fosse avvertito, ai sobborghi della città. Nulla di meno, trovò resistenza degna di lui. Intanto che i francs-tireurs di Ricciotti e i volontari della Legione italiana, fiancheggiati da due battaglioni di mobiles, ributtavano il nemico dai sobborghi e ricuperavano Saint-Martin, le batterie garibaldine, collocate da Garibaldi, controbattevano felicemente le prussiane, Menotti arrestava sulla destra la colonna di Saint-Symphorien e frustrava il movimento girante d’un’altra dalla foresta di Vesvres; talchè in meno di due ore, l’assalitore era forzato a dar volta su tutti i punti. Ed a compiere la vittoria che i Garibaldini per mancanza di cavalleria non poterono proseguire, il generale Cremer riusciva a cogliere le retroguardie dei fuggenti presso Châteauneuf, rimeritato per ciò da elogi eccessivi di Garibaldi, il quale l’aveva fatto avvertire della rotta dei Prussiani e l’aveva posto in grado, usando un po’ d’energia e di solerzia, di circuirli e annientarli.[385]

XX.

Le marcie e i combattimenti di quell’ultima settimana di novembre avevano gravemente danneggiato la debole compagine dell’esercito dei Vosgi, e Garibaldi fu costretto ad occupar gran parte del dicembre ad accrescerlo, riordinarlo e soprattutto fornirlo di quanto fino allora l’avara mano del governo di Tours gli aveva fatto desiderare.

Infatti l’esercito s’era ingrossato fino a sedicimila uomini; una seconda batteria di campagna le era stata aggiunta; una certa unità d’armamento e d’assise cominciava ad ottenersi; soltanto difettava sempre di cavalli e gl’intrighi del Frapolli a Lione che arrestava i Volontari accorrenti a Garibaldi, i pettegolezzi del Quartier generale e le animosità dei generali francesi duravano ancora.

Ad aggravar le disgrazie nella seconda metà di quel mese, Garibaldi fu ripreso da uno de’ suoi consueti accessi di artritide, che lo inchiodò per parecchi giorni in letto, obbligandolo ancora, come nel Trentino, a far la guerra dalla sua camera, per divinazione.

E tuttavia la sua alacrità non rallentò un istante. Il gran disegno, che, secondo il signor Gambetta e il suo ispiratore signor De Serre, doveva salvare la Francia, la punta cioè di Bourbaky su Belfort con l’intendimento di liberare quella fortezza, riafferrare l’Alsazia e troncare gli eserciti germanici dalla loro base, sembrava maturo, e non restava più che concertare gli ultimi particolari della sua esecuzione. In vero Garibaldi non approvava quel disegno. A parer suo era un errore da cima a fondo: «errore perchè di quanta gente staccavasi dalla Loira, di altrettanta il nemico ringagliardiva le linee che stringevano la capitale; errore perchè lasciava isolato Chanzy contro il Principe Federico, che Bourbaky avrebbe dovuto assalire, e contro il Duca di Mecklemburgo; errore perchè prima che Bourbaky, con la solita lentezza francese, si fosse avvicinato a Belfort, Werder avrebbe spedito rinforzi: errore soprattutto, secondo lui, perchè muovendo sul suolo ghiacciato, sotto l’incessante fioccare della neve, una giovine truppa, nuova ai disagi, sarebbe stata affranta dalle fatiche e dagli stenti, prima di cominciare i combattimenti. Io (esclama la signora Jessie Mario, angelo confortatore dei feriti e degli ammalati, in quella campagna) l’udii favellare in questo senso con accento di profonda afflizione e non c’è sillaba che i fatti non abbiano con precisione confermato.[386]»

Tuttavia quando la impresa fu decisa, egli fu pronto a cooperarvi con tutte le sue forze. La parte assegnatagli era di coprir il fianco sinistro del Bourbaky dalla Saona fino ai Vosgi, al quale scopo gli era stato promesso, non sapremmo se per la terza o quarta volta, di porre sotto i suoi comandi la divisione Cremer; ma quantunque questa promessa non fosse mai mantenuta, il Generale accettò il carico impostogli, e prima ancora che il Bourbaky fosse giunto a Châlons-sur-Saone, era già all’opera. Intento soprattutto a disturbare la congiunzione del corpo di Zastrow con quello di Werder, lanciava in mezzo a loro le due brigate di Ricciotti e di Lobbia (succeduto al Delpeck nel comando della 2ª) coll’ordine di distruggere ponti, eseguir sorprese, arrestar convogli; e i due valenti sanno destreggiarsi così bene che il Ricciotti batte più volte il nemico nei dintorni di Montbard; il Lobbia, dopo aver campeggiato vittoriosamente per oltre una settimana nell’altipiano di Langres, riesce a penetrare in questa fortezza ed a destarvi l’assonnata energia de’ suoi difensori.

Ma la marcia di Bourbaky era stata troppo strombettata a quei giorni dagli stessi suoi ordinatori, perchè potesse più essere un segreto per chicchessia; laonde il Werder, avvertito l’avvicinare del nuovo nemico, fra il 28 e il 29 dicembre abbandonava Dijon, per ristringersi a Vesoul e porsi in grado di proteggere gli assedianti di Belfort dall’assalto che li minacciava. E allora fu ordinato a Garibaldi di occupare e difendere inébranlablement Dijon, e quantunque egli preferisse appostarsi col grosso a Dôle, dove fin da principio aveva intravveduto il pernio delle operazioni nel sud-est, e che inconsultamente abbandonata dal Cremer sarà fra poco la porta per la quale Manteuffel sbucherà sul dosso di Bourbaky, tuttavia obbedì ancora, e tra il 5 e il 6 fu con tutte le sue genti nella capitale della Costa d’Oro. E quivi, afforzata di opere temporanee la città, occupate le forti posizioni che da Plombières passando per Talant, chiave loro, si spiegano a ventaglio fino a Saint-Apollinaire, spingeva scoperte in tutti i sensi, sorprendeva talvolta gli avamposti nemici, ma non era certo da temersi fosse sorpreso egli stesso.

Se non che il Quartier generale prussiano prendeva una risoluzione, che mutava interamente anche nel sud-est lo stato delle cose. Un nuovo esercito era formato sotto gli ordini del generale Manteuffel, il quale aveva appunto per iscopo di gettarsi sull’esercito di Bourbaky e, a seconda dei casi, o attraversargli la strada di Belfort, o metterlo tra due fuochi e schiacciarlo. E già verso la metà di gennaio il generale Manteuffel aveva cominciato l’esecuzione del suo disegno; marciando rapido da Châtillon-sur-Seine sopra Vesoul, e facendosi coprire dagli attacchi eventuali di Garibaldi colle due colonne Dannenberg e Kettler, la prima delle quali stormeggiava già tra Bagneux-les-Juifs e Darcey,[387] l’altra camminava dietro a lui tra Nuits e Montbard.

XXI.

Avvennero per tal modo le tre giornate di Dijon. La mattina del 21 la brigata Kettler compariva sulle alture di Hauteville in faccia a Talant e apriva contro queste posizioni e contro quelle di Fontaine un fuoco micidiale. Nel medesimo tempo numerosi battaglioni si spingevano nella pianura che si stende tra Hauteville, Daix, Talant e Fontaine, intanto che un’altra colonna nemica accennava una diversione dal lato di Plombières sull’estrema sinistra francese. Ma sei pezzi, posti in posizione e diretti da Garibaldi in persona sui poggi di Talant, arrestavano tosto con tiri ammirabili l’avanzar del nemico, smontando parecchi dei suoi cannoni; talchè dopo un breve e felice duello d’artiglieria, Garibaldi potè lanciar all’attacco le sue colonne. E allora da Plombières, da Hauteville, da Talant, da Fontaine, Canzio, Tanara, Menotti, Ravelli (primi sempre gl’Italiani e i francs-tireurs, oscillanti come al solito i mobiles), irrompono con grandissimo impeto; gli approcci di Talant, dove stava Menotti, sono più fieramente disputati; ma alla fine ripetute le cariche, apparsi sull’estrema destra del nemico tra Darois e Messigny gl’infaticabili volteggiatori di Ricciotti, il nemico fu ricacciato fino a’ suoi accampamenti al di là di Messigny. Fu bella e meritata vittoria, e Garibaldi superbo, non per sè ma pe’ suoi bravi compagni, ne telegrafava l’annunzio a sua figlia Teresita in questo tenore;

«Attaccati vigorosamente dal nemico, l’abbiamo costretto a ritirarsi dopo dieci ore di combattimento: l’esercito de’ Vosgi ancora una volta ha ben meritato dalla Repubblica.»

Grande però la strage in ambi i campi, lamentata fra tutte l’ecatombe degli Italiani: e Imbriani e Perla e Cavallotti e Pastoris e Bassi e Gnecco e Settignani e Leonardi e Valdata e Cerruti e Ricci e Canova e Cecchini e altri ed altri ancora, primo fra tutti per la nobile vita, e per la fine miseranda, lo stesso generale Bossack, trovato cadavere due giorni dopo sull’orlo d’un bosco verso Darois; forse abbandonato da’ suoi, probabilmente morto solo.

Non si rassegnò a questo scacco il nemico, e all’indomani si preparò a rinnovare l’assalto. Ma Garibaldi era, s’intende, pronto a riceverlo; non così per altro tutti i Digionesi. Narra il Bordone che nella notte stessa dal 21 al 22 un notaio di Messigny accompagnato dal Maire di Dijon e da un generale Pellissier, cui il governo di Bordeaux aveva confidato il comando delle Guardie mobili concentrate in Dijon, fa svegliare Garibaldi per annunziargli, tutto ansante, aver il generale Kettler ricevuto nella notte grandi rinforzi, essere deliberato a riattaccare al dì seguente la città ed a bombardarla se resisteva; scongiurarlo quindi a salvar Dijon dal certissimo eccidio.

Il Generale prese allora dalle mani del notaio il foglio sul quale era scritto il salvacondotto prussiano, guardò gli astanti con una di quelle occhiate che soltanto coloro che gli erano famigliari potevano comprendere, e disse: «Va bene, Signore: è questo tutto quanto avete a dirmi?»

«Sì, Generale,» fece il notaio.... «Ebbene, replicò Garibaldi, potete tornarvene, per non mancare alla vostra parola; ma dite a quello che vi ha dato questo salvacondotto, che l’aspetto e che se egli non viene andrò io a cercarlo: generale Bordone, fate accompagnare questo signore agli avamposti e buona notte agli altri.[388]»

I Prussiani tornarono infatti, men numerosi però che il giorno precedente e forse più per riconoscere e tener occupato il loro nemico che per ritentare l’assalto; ma anche quel giorno i mobiles cui toccava l’onore della prima linea, capitanati dal colonnello Lhost, che vi lasciò da prode la vita, ributtarono gli assalitori, e Garibaldi potè ancora annunciare al governo di Bordeaux: «Oggi combattimento meno serio di quelli di ieri, ma più decisivo, che obbligò il nemico alla ritirata inseguito questa sera dai nostri franco-tiratori.»

Ma l’attacco finale e decisivo il generale Kettler l’aveva serbato per il 23. Ristorato di truppe fresche e d’artiglierie, mosse per la strada di Langres prendendo per obbiettivo il castello di Pouilly, mascherando il suo movimento con una finta aggirante sulla strada Saint-Apollinaire. Ma quel giorno a riceverli c’erano le genti di Ricciotti e del Canzio, che raccolta a Lione un’altra schiera di Volontari italiani e staccati qua e là i frammenti d’altri corpi, era riuscito a formare una 5ª brigata, di cui era stato posto a capo. Il castello di Pouilly, meta della battaglia, fu perduto dai Franco-Italiani, riguadagnato e riperduto tre volte; ma alla fine l’entrata in azione di Menotti Garibaldi sulla strada di Langres, il valor disperato di Ricciotti e di Canzio, una carica di cavalleria sostenuta con sufficiente valore dai mobiles del Jura, ridiedero il contrastato castello in mano ai loro primi possessori. Allora le veci sono mutate, gli assalitori divengono assaliti; e il 1º battaglione del 61º di Pomerania, incaricato di sostenere la ritirata, mirabile di costanza e di solidità, ravvolto da un turbine di fuoco, perde circa la metà de’ suoi, ma non cede il terreno che a notte alta, quando la battaglia era perduta. Ed avvenne così che i franchi-tiratori di Ricciotti entrando nella fattoria dove il 61º aveva fatto le ultime prove, sotto un mucchio di cadaveri e di rovine, accanto al suo alfiere morto, trovarono coll’asta spezzata quella bandiera prussiana, che fu l’unico trofeo di quella campagna, entrato a tener compagnia a quelli di Jena e di Auerstaedt nel Duomo degli Invalidi.

E Garibaldi che tutto il giorno era stato dove più infuriava la mischia e che poco mancò non restasse crivellato da una scarica quasi a bruciapelo, fattagli da una mano di nemici imboscati, Garibaldi salutò la chiusa di quelle tre eroiche giornate con questo manifesto scritto in francese e di cui crederemmo scemare il valore storico, voltandolo in altra lingua.

«Aux braves de l’armée des Vosges,

»Eh bien! vous les avez revus les talons des terribles soldats de Guillaume, jeunes fils de la liberté! Dans deux jours de combats acharnés, vous avez écrit une page bien glorieuse pour les annales de la République, et les opprimés de la grande famille humaine salueront en vous encore une fois les nobles champions du droit et de la justice.

»Vous avez vaincu les troupes les plus aguerries du monde, et cependant vous n’avez pas exactement rempli les règles qui donnent l’avantage dans la bataille.

»Les nouvelles armes de précision exigent une tactique plus rigoureuse dans les lignes de tirailleurs; vous vous massez trop, vous ne profitez pas assez des accidents de terrain, et vous ne conservez pas le sang-froid indispensable en présence de l’ennemi, de sorte que vous faites toujours peu de prisonniers; vous avez beaucoup de blessés, et l’ennemi, plus astucieux que vous, maintient, malgré votre bravoure, une supériorité qu’il ne devrait pas avoir.

»La conduite des officiers envers les soldats laisse beaucoup à désirer; à quelques exceptions près, les officiers ne s’occupent pas assez de l’instruction des miliciens, de leur propreté, de la bonne tenue de leurs armes, et enfin de leurs procédés envers les habitants qui sont bons pour nous et que nous devons considérer comme des frères.

»Enfin, soyez diligents et affectueux entre vous, comme vous êtes braves; acquérez l’amour des populations dont vous êtes les défenseurs et les soutiens, et bientôt nous secouerons jusqu’à l’anéantir le trône sanglant et vermoulu du despotisme, et nous fonderons sur le sol hospitalier de notre belle France le pacte sacré de la fraternité des nations.

»Signé: G. GARIBALDI.»

Intanto che Garibaldi, fedele al mandato ricevuto, difendeva a quel modo Dijon, il Bourbaky, sbaragliato dal Werder alla Lisaine (18 gennaio), era ributtato su Besançon; dove incalzato da nord-est dallo stesso generale che l’aveva vinto, serrato da sud-ovest dal 7º corpo di Manteuffel, già penetrato per Dôle (come Garibaldi aveva preveduto) fino a Mouchard e Salins, non vedeva dietro a sè altro scampo che la via di Pontarlier e una ritirata precipitosa per i passi del Giura. Se non che, chiusi in men di ventiquattr’ore dalla rete degli eserciti vincitori anche quegli ultimi valichi, il misero Bourbaky disperò; e dopo aver tentato invano di bruciarsi le cervella, rassegnò il comando dell’ormai disfatto suo esercito al generale Clinchant, affinchè dove e come potesse lo riducesse in salvo.

Garibaldi però non se ne stava inerte, e appena conosciuto il primo rovescio del Bourbaky, del quale era rimasto fino al 27 senza notizie, lanciava, senza abbandonare Dijon sempre minacciato, tutte le forze di cui poteva disporre sui fianchi del Manteuffel, facendo occupare Saint-Jean de Losme da Menotti e Mont Roland presso Dôle da Baghino, e portando egli stesso il suo Quartier generale a Mondaine. Nè colà s’arrestava; all’appello di Clinchant, ormai chiuso in Pontarlier, si gettava con mosse arditissime colla 4ª e 5ª brigata sulle spalle dei Prussiani verso Bourg e Lons-le-Saulinier, deciso comunque ad aprire un varco all’esercito amico; ma il 29 mattina giungeva a lui pure la notizia dell’armistizio di ventun giorni conchiuso a Versailles, e l’ordine di fermarsi sui posti occupati.

Non era quello il voto di Garibaldi e de’ suoi seguaci, tuttavia si riconfortò nel pensiero che la tregua gli avrebbe dato modo di riordinare e agguerrire il suo esercito, ponendolo in grado di compiere più segnalate imprese a servizio della Repubblica. Quale non fu invece la sua meraviglia nel sentire che tutti gli eserciti militanti nel Giura, nel Doubs e nella Costa d’Oro erano esclusi dalla tregua e che tanto a lui quanto al Clinchant era imposto di correre ancora la sorte dell’armi, e far fronte al nemico!

Nè il combattere l’avrebbe sgomentato; ma dietro quell’annunzio ne seguiva quasi subito un altro, che l’esercito dell’Est oramai serrato nelle tanaglie di ferro del Werder e del Manteuffel, già a mezzo disfatto dagli stenti e dalle diserzioni, s’era buttato per perduto oltre la frontiera svizzera, abbandonando così lui solo alle prese co’ formidabili nemici da cui fuggiva. Vide tosto il pericolo l’Eroe italiano; se indugiava un giorno solo, la tagliuola in cui era caduto il Bourbaky avrebbe stritolato lui pure, condannandolo inesorabilmente ad essere come la più parte de’ generali francesi «ingabbiato sui vagoni del bestiame» e tradotto prigioniero in una fortezza tedesca.

Non perdette però un istante; corse a Dijon, e mentre Menotti sulla strada di Saint-Apollinaire, Baghino a Mont Roland continuavano ancora a respingere le scorrerie de’ nemici, che tentavano avvilupparli, Garibaldi prepara dietro di loro la ritirata di tutto l’esercito, che in ordine perfetto, senza perder nè un uomo, nè un carro, nè un cannone, si compie per la strada comune di Autun e la ferrata di Beaune-Chagny, e restituisce così intatto alla Francia l’esercito ch’essa gli aveva confidato.

Ed oramai il destino aveva detto la sua ultima parola. Il Governo aveva convocato in Bordeaux un’assemblea di rappresentanti, che aveva principalmente per mandato di deliberare sui preliminari conchiusi a Versailles; e Garibaldi, eletto, per Algeri, rimise il comando dell’esercito nelle mani del figlio Menotti e si recò all’Assemblea. Quivi pure due partiti tenevano il campo: i rivoluzionari di tutte le tinte, per la guerra a oltranza: i conservatori in massa, mescuglio di bonapartisti, legittimisti, borghesi, rurali, per la pace ad ogni costo. I primi accolsero Garibaldi con ovazioni frenetiche, i secondi con oltraggi bestiali. Calmo in mezzo al tumulto babelico, l’Eroe chiese di parlare e non gli fu concesso. Allora uscì dalla Camera, rassegnò l’ufficio di deputato, salutò con un altro proclama i suoi fedeli dell’esercito de’ Vosgi, e triste, scorato, schivando le pubbliche manifestazioni, fuggendo persino le visite degli amici, nulla avendo accettato per sè, nulla avendo chiesto per i suoi, se ne tornò nel romitaggio della sua Caprera.

XXII.

Fu quella l’ultima stagione campale dell’Eroe e non poteva chiudere con azione più cavalleresca la sua cavalleresca epopea. Mille pensieri potevano trattenerlo; ma nella Francia caduta egli non vide che un grande e miserando infortunio, ed accorse a sollevarlo. Ciò basta alla sua gloria. Non ridiremo per altro quello che pure è ritornello obbligato di tutti i discorsi, ch’egli sia andato a quell’impresa soffocando i ricordi di Roma, di Nizza e di Mentana, perchè ciò non è. Noi vogliamo il nostro Eroe grande, ma lo vogliamo soprattutto vero. Garibaldi distingueva due Francie: quella di Napoleone, e quella del Popolo francese; la prima aveva rubato all’Italia Nizza e Roma, e non le avrebbe perdonato mai; la seconda non era stata che la vittima inconscia e lo strumento involontario del predatore, e per essa gli era parso il più semplice dei doveri offrire il sangue e la vita.

Epperò non è vero ch’egli siasi offerto alla Francia soltanto quando vi fu proclamata la Repubblica; ma è verissimo che se vi fosse durato l’Impero, egli non vi sarebbe andato mai. Della sua andata in Francia non avrebbe fatto mai una questione astratta di Monarchia e Repubblica (non la fece nemmeno in Italia), e qualunque fosse il governo prescelto dal popolo francese, egli non avrebbe consultato che i diritti della sventura e i doveri della fratellanza, e sarebbe accorso; ma ne avrebbe fatto sempre una questione di Bonapartismo. Convien prendere l’uomo qual era. Il suo amore alla Francia aveva per confine l’odio al Bonaparte: finchè essa tollerava quell’uomo, e volontaria o no se ne faceva complice e satellite, non meritava più che un braccio si levasse per lei, e conveniva che il suo destino si adempisse.

Libera invece del Bonaparte, ecco che la Francia si trasfigura: i suoi vizi scompaiono; le sue virtù ingigantiscono; essa torna la grande, la forte, la invincibile, la madre della libertà, la nutrice dell’incivilimento, caduta un istante, per colpa non sua, sotto il ferro d’un despotismo parente a quello onde s’è appena liberata, ma che è dovere di quanti uomini liberi sono nati da quel seno, ed hanno succhiato quel latte, di rialzare e redimere.

Magnanimo illuso! Nemmeno l’accoglienza fatta a lui medesimo valse ad aprirgli gli occhi. Stimarono grande mercè concedere a quel Capitano di ventura una condotta; gli avareggiarono prima gli uomini, poi le armi, poi le vesti; sdegnarono ch’egli comandasse ad una sola compagnia dell’esercito regolare; avrebbero reputato sacrilego che un solo de’ loro più ignoti generali ubbidisse a’ suoi ordini; lo tormentarono infine per quattro mesi di angherie, di sospetti, di calunnie, ed egli impavido e rassegnato a tutto, ingollò fino al fondo l’aceto e il fiele di che lo abbeverarono; e quando suo figlio e suo genero, stanchi ormai delle incessanti vessazioni, gli fanno dire che se durano ancora avrebbero dato le loro dimissioni: «Ebbene, dice, vadano pure: faremo la guerra anche senza di loro.»

E quella guerra, la fece come nessuno dei generali che si sarebber creduti umiliati di ubbidirlo, seppe farla. Fra lui e i suoi Luogotenenti, sempre però ispirati da lui, sostenne nel corto spazio di quattro mesi oltre venti combattimenti, de’ quali le giornate di Pasques e di Dijon vere battaglie, ed eccettuato il fallito colpo notturno di Dijon non fu battuto mai. Soccorse i generali francesi suoi vicini, e non ne fu soccorso: vide fin dal primo giorno l’importanza di Dôle, e non fu per colpa sua se gli eserciti nemici la ripresero senza colpo ferire.

Fu detto che egli ignorò la mossa del generale Manteuffel e che questi lo tenne a bada con una sola brigata; ma basti rileggere con un istante di spassionatezza la storia di quella campagna per vedere quanto, in quella asserzione, vi sia d’ingiusto e di falso.

«Il passaggio dell’armata di Manteuffel al nord (dice Garibaldi stesso)[389] per aiutare quella di Werder era noto a me come alle mie quattro brigate: la seconda comandata dal colonnello Lobbia, e la quarta da Ricciotti manovravano insieme a tutti i nostri corpi di francs-tireurs, ed erano distaccate per contrariare la congiunzione degli eserciti nemici.»

Che poi il Manteuffel abbia baloccato Garibaldi con una sola brigata è ancora più falso. Anzitutto, e qui preghiamo i militari a guardare la Carta e a leggere le storie ufficiali, fino al 17 o 18 di gennaio Manteuffel fu incerto se prendere la strada di Dijon o quella di Vesoul, sicchè fino a quel giorno le sue avanguardie avviluppavano può dirsi Dijon alla distanza di una giornata di marcia, e certo in quel momento non si vorrà pretendere che Garibaldi solo andasse a dar di cozzo nell’intera armata del Generale prussiano. In secondo luogo è affatto inesatto che quando il Manteuffel decise di continuare per Vesoul egli si lasciasse addietro per ischermo soltanto la brigata Kettler; fino dal 21 sera c’era la divisione Zastrow che manovrava sempre nei dintorni di Montbard, e Garibaldi, che aveva nemici di fianco, di fronte, da tutti i lati, sopra un’area di oltre cinquanta chilometri, non poteva certo supporre, come non era, che quelle truppe appartenessero ad una sola brigata.

Finalmente è vero che la brigata Kettler fu la sola ad attaccare Dijon, dimostrando in quelle tre giornate un valore ed un ardimento veramente mirabili; ma ciò non conduce a concludere che le sue forze fossero così sproporzionate a quelle del nemico che assaliva; o che anche, data la sproporzione, questi potesse far di più che respingere l’attacco. Non era sì grande la sproporzione: poichè la brigata Kettler, rinforzata da un reggimento di cavalleria, contava pur sempre i suoi diecimila combattenti; mentre Garibaldi non poteva opporgli che il vecchio esercito dei Vosgi scemato allora della brigata Lobbia, chiusa in Langres, cioè circa sedicimila uomini, una metà dei quali mobiles, moblots e mobilisés, gente che si batteva intermittentemente, o non si batteva affatto.[390]

Ma ammessa pure dalla parte garibaldina una tal quale superiorità numerica (troppo pareggiata dalla inferiorità morale), chiediamo a tutti gli uomini che in siffatte questioni vedono lume, che cosa poteva far Garibaldi assalito così gagliardamente per tre giorni, se non ributtare gli assalti, e conservare quella città che il governo di Bordeaux gli replicava ogni giorno di difendere inébranlablement? Forse si pretenderebbe che co’ suoi diciottomila uomini egli dovesse al tempo stesso batter Kettler e assalir Manteuffel, forte di ben sessantamila, il quale, sia detto per soprappiù, il 21 mattina non aveva più nemmeno l’inquietudine di Bourbaky già disfatto il 18 alla Lisaine?

Poteva, è vero, tentarlo dopo, quando respinto il Kettler e rinforzato di nuove milizie e nuove artiglierie, la condizione disperata del Bourbaky richiedeva uno sforzo disperato, e sappiamo che lo tentò. Lo tentò; ma la nostra molta fede nel genio di Garibaldi non va sino al punto di credere che il suo temerario tentativo[391] sarebbe approdato. Lo sfacelo dell’esercito di Bourbaky era cominciato molto prima della sconfinata di Pontarlier; e non c’era più forza umana che lo potesse arrestare. Garibaldi avrebbe sacrificato inutilmente il suo esercito, il suo nome, forse la sua vita, ma non avrebbe potuto mutare i decreti della sorte.

Tutto quanto un uomo, un soldato, un cittadino poteva fare per la più cara, la più diletta delle patrie, Garibaldi lo fece per la Francia; e ciò spiega sempre più perchè gli imbastigliati di Gravelotte e di Sédan, i capitolati di Metz e di Parigi non gli abbiano perdonato mai l’oltraggio di quel beneficio. Soltanto dopo la sua morte una parte della Francia parve voler cancellare l’ingratitudine dell’altra parte, decretando espressioni di pubblico cordoglio; e noi ne siamo lieti, non già per Garibaldi, che oramai «s’è beato e ciò non ode,» ma per l’onore della Francia stessa.

[Illustrazione: SCHIZZO TOPOGRAFICO della CAMPAGNA DI FRANCIA — 1870]

CAPITOLO DECIMOTERZO.

ULTIMI ANNI. [1871-1882.]

I.

Triste il narrare questi ultimi anni: triste, come lo spettacolo d’una grandezza che decade e sopravvive a sè stessa. Garibaldi non è oramai che il fantasma d’un gigante, costretto a strascinare sulla terra il peso della sua passata grandezza e ad assistere lentamente, faticosamente alla propria consunzione. Il leone manda ancora dal suo antro solitario qualche ruggito d’amore e di collera; ma l’ugna, l’ugna che lo rese terribile e glorioso nelle pugne del suo tempo, affievolita dagli anni e dall’infermità, pende inerte dal suo tronco invecchiato, e lo danna ad un ozio che è il più tormentoso de’ suoi mali e, forse, il più funesto dei suoi nemici.

Perocchè la fortuna che fu larga al nostro Eroe di tanti favori, gli rifiutò tuttavia il più grande: quello di giacere sull’ultima orma delle sue vittorie e di morire a tempo. Parole crudeli a quanti lo conobbero e lo amaron vivo, ma di cui i futuri sapranno estimare l’alta pietà.

È giusto, infatti, è doveroso che a noi suoi contemporanei, commossi tuttora dalla sua partita recente, ogni minuto di quella vita, ogni soffio di quel respiro guadagnato alla morte, sembri una ineffabile conquista; ma alla storia, che guarda l’uomo nell’immortalità, e misura il proprio amore e la propria ammirazione non dal numero ma dall’utilità degli anni vissuti, quest’appendice di giorni vuoti e prosaici, appiccicati ad una vita così poetica e così piena, questo lungo, freddo, decennale tramonto, imposto a forza ad un sì rapido mattino e ad un sì caldo meriggio, sembreranno una superfetazione capricciosa, uno strascico superfluo, un castigo crudele del destino, inflitto ad uno de’ più nobili suoi figliuoli, ed ella, per la prima, si studierà di affrettarne il fine condensandone in poche pagine la sintesi dolorosa.

E ciò tanto più che a nessun uomo dovette increscere la troppo lunga vita, quanto a Garibaldi; e non già per filosofico tedio, o per intolleranza dei malanni comuni della vecchiaia; ma per fastidio di quella che è certamente l’infermità più tormentosa dell’eroismo: l’inerzia.

Perocchè sotto la scorza logora dagli anni e dagli acciacchi del Garibaldi sessagenario, reduce da Dijon, c’era sempre il Garibaldi giovane e virile di Montevideo e di Marsala; c’era cioè quel contrasto tra la fiamma del cuore e la rigidezza delle membra, i voli della mente e il peso del corpo, gl’ideali dello spirito e le realtà della vita, che sono l’eterno tormento di tutte le grandi anime; e all’anima novissima di quel novissimo Eroe, martirio incomportabile.

E ciò per una ragione che è la chiave di tutte le altre: Garibaldi non credeva fornita la sua giornata.

Da giovane era partito troppo da lontano, verso una cima troppo eccelsa, perchè ora anche la lunga via percorsa gli paresse termine ultimo al suo viaggio. Vedeva, in gran parte per opera sua, la patria una; ma era dessa forte, gloriosa, felice, quale l’aveva sognata? E al di là della patria non v’erano altre patrie, ed altre patrie ancora? E al di sopra di tutte le patrie non v’era dessa l’umanità? Forse che colla indipendenza delle nazioni tutti i problemi politici, sociali del suo tempo erano risolti? Ma le reliquie di Roma sacerdotale chi le spazzava? E i privilegi sopravviventi chi li aboliva? E alle plebi affamate chi provvedeva? E gli eserciti stanziali quando si trasformavano? E la fratellanza dei popoli, e gli Stati Uniti d’Europa, e la pace universale quando si proclamavano? Quanti mali da rimediare; quante battaglie da combattere; quante mete da raggiungere ancora!

Ora si prenda un uomo simile, invecchiato in queste idee, avvezzo non a bandirle soltanto colle parole, ma a confermarle coi fatti e segnarle col sangue, e poscia lo si sforzi a ripassarle, ruminarle e rimuginarle per dieci anni nel silenzio d’un’isola deserta, tra i soliloqui d’un ozio forzato, chiudendogli colla vasta palestra de’ campi di battaglia l’unica distrazione e l’unico sfogo, al troppo e al vano delle sue utopie e delle sue chimere; si configga a un tratto il protagonista operoso sullo scanno dello spettatore inerte; si costringa il più battagliero de’ condottieri, il più infaticabile de’ cavalieri erranti ad entrare nella giornea dell’apostolo verboso o del gazzettiere polemista; si trasformi insomma l’uomo d’azione in uomo di parola, obbligandolo a barattare i poderosi colpi di spada della giovinezza nelle ventose figure rettoriche della vecchiaia, e il concitato imperio e il celere obbedir delle battaglie, in prolisse concioni, in elaborati programmi ed in sofistiche lucubrazioni, e si avrà un concetto delle torture morali che Garibaldi dovette provare negli ultimi suoi anni; e al tempo stesso la ragione più interiore e più vera delle contraddizioni, degli errori, de’ difetti, che ombreggiano più foscamente che mai quest’ultimo periodo della sua vita.

Non furono però nè errori ignobili nè contraddizioni spregevoli, nè difetti volgari. La parola fu sovente condannabile; il pensiero stesso talvolta confutabile; ma l’intento non cessò mai d’esser puro ed elevato.

Anche l’epistolario di Garibaldi, specialmente il volume più farraginoso del suo ultimo decennio, avrebbe mestieri d’un rogo purificatore; ma quando la fiamma avrà compiuta l’opera sua, sopra le scorie della veste informe e selvaggia, in mezzo agli atomi volatili delle idee stravaganti e fantastiche, rimarranno sempre, ceneri pure e inconsumabili, le reliquie d’un pensiero e d’un amore eterni: il pensiero e l’amore della umanità.

Nel 1871, col sangue acre ancora degli influssi del partito rivoluzionario francese, che, non ostante tutti i suoi torti, era stato ancora il solo amico e difensore ch’egli avesse trovato in Francia, scrive una lettera all’avv. Petroni, che si potrebbe dire un’apoteosi della Comune; ma ecco che in fondo all’epistola, tornando come sopra sè stesso, e chiedendosi che cosa sia l’Internazionale, la figura e la presenta così pura d’intendimenti, così temperata di mezzi, così diversa insomma dalla realtà, che nell’atto in cui sta per farne l’apoteosi ne pronuncia la condanna.[392]

Quattro anni dopo, nel 1875, quasi lo crucciasse il pensiero di non aver fatto abbastanza per Roma, gli balena l’idea, grandiosa certamente, di convertire il Tevere in un canale navigabile da Roma al mare, risanare l’Agro romano, restituire all’antica metropoli del mondo la prisca prosperità, bandendo da essa alla terza Italia un intero programma di nuova vita economica e sociale.

E non si ferma ad una vaga proposta; ma rattratto dall’artritide, torturato da reumi, abbandona Caprera, arriva improvviso a Roma, lasciando per alcuni giorni trepidi de’ suoi propositi amici e nemici; e colà, dichiarato a tutti il fine che lo moveva, spiega ne’ suoi minuti particolari il suo progetto; invoca ed ottiene per esso il patrocinio di Vittorio Emanuele, il favore d’un grandissimo numero di uomini tecnici e parlamentari e il consenso del Governo medesimo; il quale però, o perchè non trovasse effettuabile il disegno, come andava egli stesso dicendo, o perchè in suo segreto fosse poco propizio alla proposta a cagione del proponente, tirò siffattamente in lungo il negozio, che il Generale vessato, stanco, nauseato ormai di tutte quelle lungherie e quegli andirivieni «di Commissioni che nominavano le sotto Commissioni» per non approdare mai a nulla, abbandonò per disperata l’impresa, portando seco l’ingiusto sospetto d’essere stato canzonato, e un rancore di più contro il governo della parte moderata che accagionava di tutti i mali.[393]

Salutò quindi egli pure come l’aurora d’un’èra novella l’assunzione della Sinistra parlamentare al governo; e nei primi mesi plaudì ai magniloquenti programmi, diede il pegno del suo nome alle lusingatici promesse, distribuì ai novelli ministri, succedentisi con vertiginosa vicenda, diplomi di genio e di patriottismo, inneggiò ai regni della Riparazione: Saturnia regna.

Ma la Sinistra aveva troppo promesso per poter tutto mantenere; d’altra parte i prodigi per accontentare Garibaldi neppur essa poteva farli; talchè non correranno molti mesi che il principale suo paladino ne sarà divenuto il principale avversario. Eccolo quindi nel 1879 piombare di nuovo come folgore a Roma, destandovi le consuete alternative d’inquietudine e d’entusiasmo, e predicando a tutti, dal Re che lo visitava pel primo in sua casa, al più modesto giornalista e al più umile operaio, la necessità di disfarsi dell’uomo fatale, e l’uomo fatale era per lui il Depretis; di riconciliare tutte le frazioni discordi della Sinistra, cementandone con un Ministero che ne comprendesse le sommità più pure l’auspicata concordia;[394] di affrettar soprattutto l’adempimento delle fatte promesse, che per Garibaldi non ammettevano indugi e non conoscevano confine.

Nè basta, come alla demolizione della Sinistra costituzionale tutti i partiti radicali avevan interesse, così riuscì loro, giovandosi dello stato di esaltazione in cui l’Eroe si trovava, d’averlo facilmente complice d’un loro disegno: e complice, per Garibaldi, non poteva voler dire che gonfaloniere e capitano.

Per la qual cosa eccotelo in brevi giorni a capo d’una così detta Lega della Democrazia, la quale raccogliendo sotto una specie di bandiera neutra tutte le gradazioni del partito radicale, dall’unitario al federalista, dal Mazziniano al Garibaldino, dal repubblicano insurrezionista al repubblicano evoluzionista, ponesse in mora la Monarchia, o di concedere il suffragio universale, la revisione della Costituzione, la trasformazione degli eserciti permanenti in nazione armata, l’incameramento di tutte le proprietà ecclesiastiche, l’abolizione della legge delle guarentigie al Papato spirituale, e un micolino di riforme sociali — o di cadere. Quest’ultima parola, a dir vero, non era espressamente scritta, ma era nella maggior parte dei compilatori del grande programma sottintesa; e per ciò appunto, Garibaldi, organicamente impenetrabile ai sottintesi ed alle anfibologie, non la capì e la sottoscrisse. Gli avessero detto chiaro: oggi poniamo a Casa di Savoia il dilemma o di darci la repubblica — o d’andarsene, Garibaldi, che al di sopra d’ogni repubblica aveva posto sempre l’unità e la concordia della patria, che ebbe sempre un religioso orrore anche del solo nome di guerra civile, che intendeva per Repubblica la «Dittatura d’un uomo onesto» ed era sempre stato alieno dalle sottigliezze dei dottrinari, come egli li chiamava, che gli facevan corona, Garibaldi, lo crediamo fermamente, non avrebbe mai sancito quel pericoloso dilemma, nè dato il suo nome al cartello di sfida che lo intimava.

Ma così la sua passata per Roma, al pari della famosa Lega da lui cresimata, lasciò, come suol dirsi, il tempo che aveva trovato. La Sinistra continuò a volgersi in sè stessa co’ denti: in luogo del suffragio universale promise una riforma, di cui soltanto la prova de’ fatti potrà dimostrare la bontà e contro la quale i primi a ribellarsi furono i medesimi radicali della Lega; mise quattro anni ad abolire la gabella del macinato, che doveva sparire al tocco di bacchetta magica; l’esercito stanziale è per fortuna d’Italia sempre in piedi; la legge delle guarentigie riconosciuta dai replicati giuramenti di fedeltà dei nuovi governanti par più sicura che mai; la riforma sociale sembra piuttosto destinata a divenire un programma della nuova Destra che della vecchia Sinistra; qualche bandieretta rossa a saliscendi fu non vista, qualche grido non interamente ortodosso fu compatito; ma la libertà piena di spiegar al vento i vessilli e di levare al cielo i voti della repubblica non fu per anco concessa: finalmente i Comitati dell’Irredenta, dopo essere stati per qualche tempo carezzati in segreto, furono essi pure scomunicati e disciolti in pubblico, con uno zelo da meritare la gratitudine dell’Austria stessa.

Ora tutto ciò non era fatto certo per strappare gli applausi dell’Eroe, il quale tornato a Caprera, già senex querulus egli pure, si pentiva sempre più d’aver accordato il suo patrocinio a quella Sinistra così fedifraga alle sue promesse; e ad ogni atto del governo che urtasse nelle sue idee ripigliava a borbottare, a maledire, a sfolgorare de’ suoi anatemi anche coloro tra i Ministri che gli erano stati più cari; non rispettando nella cecità dell’ira sua nemmeno il suo Benedetto Cairoli (sol perchè gli fece sostenere il genero Canzio, condannato dai Tribunali per discorsi sovversivi), coprendo d’un oltraggio plebeo, che la penna sdegna ripetere, colui che poco prima aveva egli stesso proclamato il «Baiardo della democrazia.»

Eppure dalla Sinistra accettò due favori, per varie cagioni non dimenticabili. Fin dal 1875, il ministro Minghetti, edotto delle angustie finanziarie del Generale che già confinavano colla povertà, penetrato, al pari della nazione intera, da un alto sentimento di riconoscenza verso l’uomo che tanto aveva operato e tutto sacrificato per la patria sua, aveva ottenuto che il Parlamento approvasse e il Re sancisse (Vittorio Emanuele non aveva mestieri che altri lo istruisse delle quotidiane necessità del suo grande amico) una Legge che accordava a Garibaldi una rendita di lire cinquantamila annue a decorrere dal 1º gennaio 1875 ed inoltre un’annua pensione vitalizia di altre cinquantamila lire colla stessa decorrenza.[395]

Ma Garibaldi in sulle prime scorse in quel dono un salario a’ suoi servigi, un oltraggio al suo disinteresse, una vittoria de’ suoi nemici, una perdita di quella indipendenza che fino allora era stata la più preziosa delle sue ricchezze, ed aspramente rifiutò. E in verità se egli avesse potuto respingere quel dono, l’aureola della sua fronte avrebbe avuto una stella di più. Ma la vita ha realtà implacabili; realtà che non perdonano nemmeno agli eroi, e Garibaldi pure dovette piegarvi la fronte.

Finchè durò al potere la Destra persistette nel rifiuto; ma venuto agl’Interni Giovanni Nicotera e conosciuto più dappresso tutte le strettezze in cui il Generale si dibatteva, toccato egli stesso con mano la prova che così egli come i suoi figli potevano essere minacciati da un istante all’altro da una levata di creditori e dallo scandalo d’un fallimento, trovò in un forte sentimento di dovere il coraggio di dipingere al Generale tutta la gravità delle condizioni sue, chiedendogli un’altra volta l’accettazione di quel dono, che non era insomma se non il compenso inadeguato de’ suoi grandi servigi e un tributo doveroso che l’intera nazione veniva volontaria a deporre a’ suoi piedi.

E tuttavia l’Eroe riluttò ancora, durando per parecchi giorni una delle più fiere battaglie della sua vita. Ma posto finalmente tra la sua fierezza d’uomo e il suo amore di padre, sbigottito dal pensiero di non lasciare a’ suoi figli che un retaggio di miseria e forse di disonore, premuto, incalzato da ogni parte, dai parenti, dagli amici, consapevoli più di lui dei pericoli che da ogni parte stringevano, piegò tristamente il capo a inesorabile fato ed accettò. E corse la voce che nel dare il doloroso assenso, mormorasse sospirando cupamente «anche questo mi fanno fare,» le quali parole dette o pensate soltanto che siano, dovranno risuonare come un perpetuo rimorso nella coscienza di coloro che lo posero nella disperata necessità di subire quel grande sacrificio, e quasi sull’orlo del sepolcro gli rapirono quella che sarebbe stata la gemma più sfolgorante della sua corona: la gloria del morir povero.

II.

Quell’amarezza però gli venne raddolcita ben presto da una grande consolazione. Sappiamo di toccar un delicatissimo tasto e vi scivoleremo leggieri. Chi lesse quanto ne dicemmo noi stessi[396] sa come il matrimonio di Garibaldi colla signora marchesa Giuseppina Raimondi sia rimasto in quello stato che i legali chiamano: rato e non consumato.

Dal giorno in cui i due coniugi si separarono a Fino, essi non s’incontrarono, non si videro, possiamo soggiungere non si perdonarono più, e il loro vincolo si mutò da quell’ora in quella specie di catena lunga che la nostra sapiente legislazione civile inventò col nome di «separazione,» e la quale non essendo nè la libertà nè la schiavitù, nè il matrimonio nè il libero amore, pone i falsi coniugati nell’alternativa perpetua o del celibato obbligatorio o del concubinato forzoso e crea in mezzo alla nostra società quelle condizioni famigliari scandalose e violenti di cui Giuseppe Garibaldi e Giuseppina Raimondi furono uno degli esempi più celebri, ma non più dolorosi.

Se non che a quale de’ due partiti dell’alternativa si sia appigliato Garibaldi, non è mestieri ridirlo. Alla castità si sentiva negato; e un giorno conosciuta, come ogni mortale conosce, la signora Francesca Armosino, n’ebbe da lei, a lunghi intervalli, tre figli: Clelia, nata il 16 febbraio 1867; Rosita, nata il 10 luglio 1869, morta il 1º gennaio 1871; Manlio, nato il 23 aprile 1873.[397]

Ora di fronte a questi fatti che cosa potevano desiderare e volere, Garibaldi, la signora Raimondi, la signora Francesca; che cosa avrebbero potuto desiderare e volere, giunti all’età del raziocinio i figli stessi nati da lei? E che cosa, aggiungiamo noi, potrebbe desiderare e volere non diciamo la legge scritta de’ codici, ma la legge morale scritta nella coscienza di tutto l’uman genere?

Da un lato un’unione fittizia rimasta sterile; dall’altro un vincolo reale saldato da diciannove anni d’amore e dal pegno di tre figli; di qua la famiglia legale, ma immaginaria, di là una famiglia illegittima, ma vera; di qua tre bambini innocenti a cui un atto di giustizia può dare un nome, di là due donne, all’una delle quali la legge può riscattare il fallo, e all’altra riconsacrare il suo amore; in verità nè Garibaldi, nè la signora Raimondi, nè la signora Armosino, nè, a parer nostro, i tribunali depositari della morale pubblica e privata, potevano esitare più. I coniugi Garibaldi Raimondi se ebbero un torto fu di aver troppo atteso: essi dovevano chiedere molto prima che la legge regolasse la loro anormale condizione, e ciò tanto più che ai molti e solenni argomenti morali se ne aggiunsero, a quanto sembra, parecchi di stretto ordine legale che confermavano il loro diritto.

Comunque, sul principiare del 1879 deliberarono d’accordo di domandare o la nullità o lo scioglimento del loro matrimonio, ma al primo passo furono sfortunati: il Tribunale Civile di Roma con una sua sentenza del 6 luglio 1879 respinse la loro istanza.

Allora Garibaldi non ebbe più posa. Tempestava di lettere gli amici e i giornali, consultava avvocati, scongiurava il giovane Re, se i tribunali non lo potevano, a sciogliere egli stesso con un colpo della sua autorità dittatoria il nodo iniquo (a queste teoriche garibaldine siamo già avvezzi); voleva a forza che il Cairoli, Presidente del Consiglio, proponesse al Re un decreto, o alla Camera una legge, che lo liberasse dal giogo incomportabile e gli desse modo di divenir marito e padre legittimo della sua donna e de’ suoi figli.

E va da sè che Re e Ministro si rifiutassero all’atto autoritario, d’onde novelle sfuriate dell’Eroe, pacificate ben presto dalla notizia che un celebre avvocato, il più celebre d’Italia, Pasquale Stanislao Mancini, assumeva su di sè l’ardua causa, sicchè non era disperabile che la Corte d’Appello revocasse la prima sentenza e facesse paghi i reclamanti. E così avvenne.

La Corte d’Appello di Roma, considerato principalmente che il matrimonio Garibaldi Raimondi avvenne sotto il regime del diritto austriaco, emanante dal Concordato del 1855, il quale appunto ammetteva la nullità dei matrimoni rati e non consumati, colla sua sentenza del 14 gennaio 1880 «dichiarava Giuseppe Garibaldi libero dal vincolo del matrimonio celebrato in Como il 24 gennaio 1860 ed il matrimonio stesso destituito d’ogni conseguenza giuridica.»

Ne fu beato il Generale e pochi giorni dopo la pronunciata liberazione, il 26 gennaio, innanzi al Sindaco della Maddalena dava la mano di legittimo sposo alla sua Francesca, e, cosa forse per lui anche più dolce, il nome a’ suoi bambini che adorava. Non fu così piena e unanime la soddisfazione del pubblico, e del forense in principal modo. Più d’uno, riguardando la causa solo dal punto di veduta giuridico; reputò il primo voto della Corte d’Appello romana un’aperta illegalità, un diritto privilegiato creato per un uomo privilegiato, una violazione insomma di tutti i principii della nostra legislazione civile.

Va da sè che noi non osiamo metter verbo in siffatta lite: noi, indotti, consideriamo il problema nel rispetto più umile e più comune della moralità e della naturale giustizia, e, confessiamo il vero, nella nostra coscienza di giurati avremmo noi pure pronunciato l’annullamento. Sia pur stata violata, in qualche punto delle sue rigide forme, la legge; ma lo diremo con un egregio giureconsulto: «Noi confessiamo di non poter soffocare un intimo e prepotente sentimento di soddisfazione che le incongruenze giuridiche dei canoni e dei causisti abbiano permesso di rimediare ad una condizione di cose, dolorosa ad un tempo ed eccezionalmente immorale.[398]»

III.

Ma in sullo scorcio del 1880 le condizioni di salute del Generale declinarono rapidamente. L’artritide si era fatta cronica e invincibile, e gli sformava mani e piedi in modo miserando. Ogni moto, eccettuato quello della carrozzella a mano, gli era interdetto. Gli organi vitali funzionavano regolarmente, la mente era lucida, la energia morale vivace, ma una paralisi incipiente delle membra ed un catarro senile costringevano medici ed amici alla più grande vigilanza. E ciò non ostante intendeva curarsi a modo suo; dai medici non accettava che i consigli che gli garbavano; non voleva rinunciare nè anche nella stagione men propizia ai bagni, ed era tanto difficile governarlo da ammalato, quanto guidarlo da sano.

E tuttavia, anche in questo stato, appena udì che suo genero era stato arrestato a Genova, volle a forza farsi portare colà per protestare, almeno colla presenza, contro quello che a lui era parso una violazione ed un arbitrio; e pochi giorni dopo, invitato a partecipare in Milano alla commemorazione di Mentana ed allo scoprimento del suo monumento, si faceva mettere in vagone e partiva. E il suo ingresso nella capitale lombarda fu lo spettacolo più pietoso a cui la grande città avesse da tempo assistito. Steso sopra un letto, trascinato a passi lenti da una grande carrozza, bianca la barba, cereo il viso, immobile la persona, le mani rattrappite involte in un fazzoletto, coperto il capo da una papalina dorata e argentata, ammantellato in una specie di paludamento pontificale, Garibaldi sembrava piuttosto la salma d’un santo portato a processione da un popolo di devoti, che il corpo vivo d’un uomo! «Pare sant’Ambrogio!» mormorava il popolino milanese, memore de’ giorni in cui faceva passeggiare per la città il suo antico protettore, e forse l’analogia che la fantasia popolare trovava tra quel vecchio Pontefice armato della libertà latina e il belligero arcivescovo campione della nuova fede romana contro la prepotenza gotica, non era fisica soltanto. Pure quella reliquia d’eroe non s’arrendeva ancora; imperterrito accettava tutti gl’inviti, si prestava a tutte le cerimonie, riceveva a centinaia visite ed omaggi ed assisteva il 3 novembre da una loggia apposita, all’inaugurazione del monumento per cui era venuto; soltanto così egli che lo faceva come coloro che glielo permettevano o consigliavano, non pensavano abbastanza che ognuna di quelle fatiche era un giorno di più sottratto alla sua vita?[399]

Nel 1881, non soltanto per ragioni di salute, aggravatasi anche per una caduta fatta dalla carrozzella sugli scogli di Caprera, d’onde n’ebbe la testa ferita e qualche minuto di deliquio, si recava sopra la riviera ligure e in certa villetta d’Alassio vi passava due mesi d’inverno in una placida e forse ristoratrice solitudine.

Se non che aveva appena, può dirsi, riposto il piede nel suo eremo, che scoppiò il conflitto italo-francese per la questione tunisina, quindi l’una cosa dietro l’altra: il grido delle prepotenze del signor Roustan, la invasione della Reggenza, l’estorsione del trattato del Bardo, gli insulti alla nostra bandiera, gli eccidi dei nostri operai a Marsiglia, le contumelie quotidiane della stampa francese buttateci in viso a piene mani, e tutto insomma quell’insieme di fatti che misero in chiara luce a qual caro prezzo la nostra vicina repubblicana ci presterebbe la sua amicizia, e qual frutto usuraio d’umiliazioni e di servitù ella pretenda ancora dal beneficio, principalmente imperiale, di Solferino e di Magenta, pagato tuttavia abbastanza collo scotto di Nizza e di Savoia, e col sangue di Mentana e di Dijon.

Ora s’immagini a queste notizie il vecchio Eroe! Pareva che tutti quegli oltraggi fatti alla patria sua, penetrassero come lame di spada nel suo petto, tanto erano acute le urla di dolore e di collera che mandava. Schizzava fuoco e fiamme, e se avesse contato alcuni anni di meno, è difficile pensar qual nuovo incendio avrebbe suscitato in Italia. Avreste detto che al limitare del sepolcro, nel punto stesso che la compagine del suo corpo si sfasciava, l’anima sua ringiovanisse e sfolgorasse nuovamente di tutta l’energia de’ suoi giorni più gagliardi.

Null’altro potendo, parlava e scriveva, ma eran scritti e parole che valevano fatti. Egli solo parve a quei giorni la voce della nazione; e quegli Italiani, la grande pluralità pur troppo, che avevan stimato doveroso subire l’oltraggio con quel temperato risentimento e quella dignitosa rassegnazione con cui si sopporta una insignificante mancanza di galateo in una conversazione, quegli Italiani dovettero sentire ognuna di quelle parole piombar loro sull’anima come tante goccie roventi e destarvi almeno un istante di vergogna e di rimorso. Prima aveva cominciato con una nota più temperata: «Io sono amico della Francia e credo si debba fare il possibile per conservare la di lei amicizia. Però siccome sono Italiano anzitutto, darò lietamente questo resto di vita acciò l’Italia non sia oltraggiata da chicchessia....[400]» Poi alzando il tono coll’incalzar degli avvenimenti: «Il trattato della Francia col Bey fece crollare la buona opinione che io avevo per la Francia.... e se i suoi ingiusti procedimenti in Africa continuano, ci costringerà a ricordarci che Cartagine e Nizza sono francesi come io sono tartaro, e che nell’antica Cartagine gli Italiani hanno tanto diritto quanto la Francia, e che devono tendere alla completa indipendenza della Tunisia.[401]»

E quasi tutto ciò non fosse ancora abbastanza esplicito, come uomo cui tarda di dir tutto e nella forma più chiara il suo pensiero, prorompeva:

«Caprera, 22 settembre 1881.

»Miei cari amici,

»Lavare la bandiera italiana trascinata nel fango per le vie di Marsiglia — e stracciare il Trattato — tolto colla violenza — al Bey di Tunisi: solo a tal patto gl’Italiani potranno tornare a fraternizzare coi Francesi — lasciare a Bismarck accarezzare il Papato, e non oltraggiare la Repubblica coll’alleanza della menzogna — dalla quale si minaccia l’Italia.

»I nostri vicini da ponente a levante devono capire esser finiti i tempi delle loro villeggiature nel bel paese. E se han paura i........, gl’Italiani sono disposti a non tollerare oltraggi.

»Sono

»vostro »G. GARIBALDI.[402]»

Nè di sole parole si contentava. Udito che Palermo si prepara a festeggiare il suo Vespro, vede in quella commemorazione della disfatta angioina un risveglio del sentimento nazionale, e ad ogni costo, non sappiam se sprezzando i consigli de’ medici e de’ parenti, perchè di questi consigli non si vide la prova, ma certo sprezzando i consigli della sua salute, deliberò di recarsi a Palermo. Solo concede a sè stesso, non sapremmo se dire il riposo, o la fatica maggiore, di arrivarvi a piccole giornate, posando prima a Napoli, rivedendo le Calabrie, rifacendo a ritroso, come chi ricorda, la strada trionfale del 1860. E parte, e il 21 gennaio è a Napoli: ricevuto con delirio dalla città, che dal 60 in poi non l’aveva più riveduto, ma che rispettando il suo stato lo lascia tranquillo per oltre due mesi nella villa del signor Maclean a Posilipo, dove entrando, alla vista del magnifico golfo, esclama col nostalgico affetto del vecchio marinaio: «Oh bello questo mare!»

Colà però il corpo riposava, non lo spirito ancora. Egli non perde d’occhio Tunisi, e ad un certo punto è tale la nausea che lo prende delle rodomontate francesi e della dappocaggine italiana, che a pochi giorni di distanza scrive al signor Leo Taxil: «È finita, la vostra repubblica chiercuta non ingannerà più alcuno. L’amore e la venerazione che avevamo per lei si son mutati in disprezzo.[403]» E ad un ministro italiano andato a visitarlo, soggiungeva: «Lessi in qualche giornale che trattate con la Francia, per trovar modo di accettare senza scandalo il trattato del Bardo. Non lo fate. Una nazione non può mai tollerare le offese. E, se lo farete, io, vecchio, che non potrò correre l’Italia gridando vendetta contro di voi, io mi farò trascinare qui alla Riviera di Chiaia e in via Toledo, e sputerò sul viso alle guardie di pubblica sicurezza e alle sentinelle dell’esercito italiano, finchè o una mi uccida con un colpo di baionetta, o mi si porti a morire in prigione. Così, se voi farete quello, io farò che voi mi ammazziate, sperando che la mia morte muova contro di voi il popolo.[404]»

Tanta era ancora la fiamma vitale in quel settuagenario disfatto!

E dicasi pure ch’egli esagerava; a parer nostro, l’esagerazione era più nella forma che nel sentimento; ma gli è sol quando un paese esagera a questo modo, sente di sè e del proprio onore in siffatta guisa, che si fa rispettare dagli amici e dai nemici, e diventa grande.

IV.

Da Napoli a traverso le Calabrie, posando una notte a Catanzaro, parte in vettura, parte in ferrovia, pellegrinaggio micidiale a quell’uomo, arrivò allo Stretto, e di là, salutata la sua Messina, entrò il 28 marzo, di mattina, a Palermo.

Ma qui pure, come a Milano, come a Napoli, sorvoleremo alle accoglienze, poichè l’immaginarle è più facile che il descriverle. Noteremo soltanto un episodio singolare. Si era fatta correre la voce che il Generale, affranto dal lungo viaggio, avesse talmente bisogno di riposo che persino le grida e gli applausi avrebbero potuto nuocergli. Ond’ecco tutta la popolazione palermitana, concorde per incanto in un solo sentimento, soffocare le voci, smorzar i passi, domar l’indole espansiva ed entusiastica, e al Generale, cui aveva forse preparato uno dei suoi più strepitosi baccanali di gioia, render l’omaggio, nobile, delicato, figliale del silenzio.[405]

All’indomani Garibaldi, ospitato lungo la marina nel casino del signor Ugo Delle Favare, Sindaco di Palermo, scriveva di tutto suo pugno, con sforzo grandissimo della mano, ma lucido ancora di mente, questo Manifesto ai Palermitani, che senza toccare della Francia, la quale già pareva tornar verso l’Italia a meno violenti consigli, riepilogava il supremo ideale ghibellino del Vespro, e insieme gli amori e gli odii più antichi dell’anima sua.

«A te, Palermo — città delle grandi iniziative, maestra nell’arte di cacciare i tiranni — appartiene il diritto della sublime iniziativa di cacciare dall’Italia il puntello di tutte le tirannidi, il corruttore delle genti che — villeggiando sulla riva destra del Tevere — sguinzaglia di là i suoi neri cagnotti alla adulterazione del suffragio universale, quasi ottenuto, dopo essersi provato a vendere l’Italia per la centesima volta.

»Ricordati — o valoroso popolo — che dal Vaticano si mandarono benedizioni agli sgherri che, nel 1282, cacciasti con tanto eroismo.

»Forma, quindi, nel tuo seno — dove palpitano tanti cuori generosi — una associazione che abbia il titolo di Emancipatrice dell’intelligenza umana, la cui missione sia quella di combattere l’ignoranza e svegliare il libero pensiero.

»Occorre andare, per ciò, tra le plebi della città e delle campagne, per sostituirvi alla menzogna la religione del Vero.

»GIUSEPPE GARIBALDI.»

E trascorriamo ancora sulle feste, sulle visite, sulle ovazioni, tutte minori di quelle che avrebbe volute il popolo palermitano, maggiori pur sempre di quelle che le condizioni minacciosissime del suo ospite potevano comportare. Il 31 marzo, infatti, anniversario del terribile eccidio, il Generale non potè assistere alla lunga cerimonia; ma due giorni prima di partire volle visitare ad ogni patto la storica chiesa di Santo Spirito e giunto sulla piazza del famoso «mora, mora,» pronunciò con voce commossa, ma chiara: «Onoriamo la memoria dei nostri padri palermitani che seppero scacciare i tiranni, e dico i nostri padri perchè anch’io mi credo palermitano come voi.»

All’indomani suo figlio Menotti leggeva alla folla radunata sotto le sue finestre, al chiarore d’una serenata, un affettuoso addio del padre, nel quale egli si protestava ancora «figlio di Palermo,» e il 17 aprile, mattina, imbarcato sul Cristoforo Colombo risalpava per Caprera....

V.

Non doveva uscirne più. Tra l’aprile e il maggio le notizie del suo stato di salute s’erano fatte sempre più rare e confuse; la notte dal 2 al 3 giugno corser l’uno dietro l’altro i telegrammi: Garibaldi è agonizzante: Garibaldi è morto. Corre il detto: «che saetta previsa vien più lenta;» infatti da parecchi anni l’Italia vedeva il suo Eroe morire giorno per giorno, e vi era tristamente apparecchiata; tuttavia come il colpo non fu preceduto da alcun segno prenunziatore, così l’effetto ne parve ugualmente fulmineo e tremendo.

E l’Italia, com’era da attendersi, si scosse in sussulto e guardò sbigottita la immensità della perdita che aveva fatto. Un sol pensiero occupa in un subito tutte le menti, un sol nome corre su tutte le labbra; una folla triste e come trasognata ingombra le vie; le bandiere si abbrunano, le feste si sospendono, i negozi si differiscono: i teatri, le scuole, le officine si chiudono: la concordia della sventura affratella, come nel funebre giorno di Vittorio Emanuele, gli affetti e le opinioni più discordi: quei medesimi che ieri ancora sprezzavano ed aborrivano l’implacato nemico, s’arrestano riverenti innanzi al cordoglio della nazione e sentono essi pure muoversi qualcosa nel loro cuore, che se non è peranco dolore, è rispetto e pietà. E tuttavia, l’ansietà che tutti preme, appena scosso il primo stordimento della percossa, è il conoscere la storia degli ultimi momenti dell’eroe! Come e quando morì? e chi l’attorniava e chi l’assistette, e quali furono le ultime sue parole, e chi raccolse l’estremo suo respiro, e chi gli chiuse gli occhi, e chi lo compose sul letto di morte?

Nel mattino del 1º giugno il Generale aveva cominciato a sentirsi male. Il catarro bronchiale gli faceva ingorgo più del solito nel petto e non potendo espellerlo gli rendeva sempre più lento e affannoso il respiro. Non c’era presso di lui a Caprera altro medico che il dottore Cappelletti, medico di bordo del Cariddi, ancorato in quelle acque, ma egli avvertì tosto la gravità del caso, e d’accordo colla signora Francesca e con Menotti, che da più giorni si trovava presso il padre, telegrafò al dottor Albanese in Palermo, perchè accorresse immediatamente.

Ma il male incalzava con rapidità terribile e nella notte dal 1º al 2 s’aggravò siffattamente che nel cuore di tutti gli astanti entrò lo sgomento d’un pericolo urgente. Allora ne fu telegrafato a Canzio a Genova ed a Ricciotti a Roma; ma oramai nè essi, nè Albanese potevan più giungere a tempo.

La forte natura del Generale, prostrata da una decenne congiura d’infermità, era alla sua ultima prova.

Nel pomeriggio del 2 la difficoltà crescente del respiro, l’affievolimento della voce, l’abbandono delle forze, fecero a tutti comprendere che la catastrofe era imminente.

Tuttavia il Generale, sebbene parlasse a stento, aveva ancora la mente serena. Solo l’inquietava la tardanza d’Albanese, sicchè iteratamente domandò se Albanese fosse arrivato; se il vapore fosse in vista; ma nessuno potè dargli la consolante risposta! A un certo punto due capinere, consuete visitatrici del Generale, vennero a posarsi sul suo balcone aperto, cinguettando allegramente; la moglie, temendo disturbassero l’ammalato, fece un gesto per allontanarle; ma il Generale, con un fil di voce soave, susurrò: «Lasciatele stare, son forse le anime delle mie due bambine che vengono a salutarmi prima di morire. Quando non sarò più vi raccomando di non abbandonarle e di dar loro sempre da mangiare.»

E pare siano state quelle le ultime parole che profferì. Solo più tardi chiese ripetutamente del piccolo Manlio, infermiccio egli pure, si asciugò con un moto convulso della mano la fronte, mormorando «sudo....» cercò il suo cielo, il suo mare.... sorrise a’ suoi cari.... e colla placidezza d’un patriarca, fra le braccia della dolce famiglia, alle 6.22 pomeridiane spirò.[406]

E da allora comincia il grande epicedio delle Nazioni. Re Umberto scrive di proprio pugno al figlio Menotti:

«Mio padre m’insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.

»Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo e la più grande riconoscenza e ammirazione. Queste memorie mi fanno sentire doppiamente la gravità irreparabile della perdita.

»Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego d’essere interprete delle mie condoglianze condividendole coll’intera nazione.

»UMBERTO.»

La Camera dei deputati ed il Senato prorogano per quindici giorni le loro tornate; il Governo propone e il Parlamento approva che la Festa Nazionale dello Statuto sia sospesa, le esequie dell’Eroe sieno fatte a pubbliche spese, una pensione vitalizia di diecimila lire annue sia assegnata alla vedova ed a ciascuno de’ figli.

In ogni terra d’Italia, da Roma al più umile borgo, si decretano statue e lapidi, e si consacrano istituzioni benefiche in sua memoria; le università, gl’istituti scientifici, le associazioni operaie, ogni maniera di sodalizi gareggiano nel commemorare con pubblici discorsi e solenni onoranze la sua vita e la sua morte; l’elettrico non basta a sfogare la colluvie de’ telegrammi che da ogni angolo, può dirsi, della terra, piove a Caprera.

L’Assemblea dei deputati della Repubblica francese sospende per un giorno le sue sedute; la Sinistra del Senato vota un indirizzo di cordoglio alla famiglia dell’estinto; il Municipio di Parigi delibera di inviare rappresentanti a’ suoi funerali; Lione, Marsiglia, Dijon attestano con pubbliche manifestazioni le loro condoglianze; lo stesso urlo di protesta della lega napoleonico-legittimista vale un omaggio di più. La Camera dei deputati e il Senato di Washington approvano una mozione deplorante «la morte di Garibaldi ed esprimente la simpatia degli Stati Uniti per l’Italia.» La Camera dei deputati di Buda-Pest vuole scritto nel processo verbale il compianto della nazione ungherese, per la scomparsa dell’Eroe; il Consiglio nazionale di Berna, con voti 63 contro 20, «rende omaggio a nome del popolo svizzero alla memoria di Garibaldi, si associa all’Italia nel lutto causato dalla morte del grande patriotta.» Nel Consiglio municipale di Londra Sir John Bennet propone «una mozione di profonda simpatia alla nazione italiana in occasione della morte del cittadino Garibaldi e condoglianze alla famiglia,» e la mozione è approvata all’unanimità.

Tutta la stampa mondiale dice in vario tenore il compianto del grand’uomo.

Il Times, che non gli fu mai amico, scrive: «Ebbe tutte le qualità del leone; non soltanto il coraggio senza confini, ma le doti più nobili, come la magnanimità, la placidezza e l’abnegazione.»

La France esclama: «Questa morte è un lutto dell’umanità. Garibaldi era cittadino del mondo.» La tedesca Vossische Zeitung: «Dobbiamo dimenticare il ricordo di averlo avuto nemico;» e il Tageblatt conferma: «Egli nel suo idealismo vide solo l’infelicità della Francia e non pugnò contro il popolo germanico, ma bensì in favore della libertà del popolo.» La Germania, organo dell’ultramontanismo tedesco, dichiara: «Vogliamo rendergli questa giustizia. Egli fu generoso, patriottico, pronto al sacrificio.» L’austriaca Neue Freie Presse conchiude: «Simili figure sono i fari della storia. Non con lunga calcolata previdenza, non con piani e concetti faticosamente elaborati, essi muovono i loro passi; è con l’azione vivace, libera che essi si imprimono nella memoria degli uomini, e a coloro che paurosamente guardano il loro entusiasmo, risponde Guglielmo Tell con le parole messegli in bocca da Schiller: — Se io fossi stato prudente, non sarei stato Tell! — »

Due soli uomini nel secolo nostro migraron dalla terra accompagnati da sì universale consenso di laudi e di dolore: Vittorio Emanuele e Garibaldi; perchè essi soli parvero incarnare due delle più straordinarie eccezioni della storia: un Re fedele alla Libertà, che oblia le tradizioni della sua stirpe e arrischia il retaggio dei suoi figli per la redenzione di un popolo; un popolano che si eleva, per sola virtù propria, fino alla potenza di Re; ma per tornare invitto dalle tentazioni dell’ambizione, nel suo modesto focolare, e sacrificare gli affetti del suo cuore e gli ideali della sua anima alla suprema felicità della patria.

Quali funebri pertanto potevano parere degni di un tant’uomo se non quei medesimi resi al grande Re che l’aveva preceduto nella tomba? più solenni ancora se fosse stato possibile! Quindi un grande lavorío di fantasie, una subita faccenda di necrofori pubblici e privati per risolvere l’arduo problema; quindi un vociferar di monumenti e di mausolei, un presentarsi di imbalsamatori, di pietrificatori, di conciatori d’ogni fatta; un progettare di onoranze e di cortei di ogni specie; e la flotta che dovrà levare la salma da Caprera; e le rappresentanze che dovranno scortarla; e i Principi del sangue che dovranno accompagnarla; e il luogo di Roma (se il Gianicolo, il Campidoglio o il Panteon era tuttavia controverso, ma in Roma pareva certo) in cui doveva posare; quando da Caprera il dottore Albanese inviò questo telegramma:

«Garibaldi spirò iersera; lasciò un’autografa disposizione in data 17 settembre 1881, così concepita: — Avendo per testamento determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale volontà, prima di dare avviso a chicchessia della mia morte. Ove ella morisse prima di me, io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna in granito che racchiuderà le ceneri sue e le mie. L’urna sarà collocata sul muro dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto la acacia che lo domina. — »

Era insieme un pensiero sublime ed una volontà sacra. Garibaldi non voleva nè essere sepolto, nè esserlo in Roma; voleva, prima ancora che il mondo sapesse della sua morte, essere bruciato, colle piante odorose della sua Caprera, e quivi, poca cenere chiusa in un’urnetta, tra i sarcofagi delle sue bambine, sotto l’acacia che li consola di molle ombra, dormire in pace per sempre.

E questo voto doveva parere tanto più intangibile e santo, in quanto non era nè estemporaneo nè nuovo. Molto prima, può dirsi, che il rito della cremazione tornasse di moda, Garibaldi ebbe quell’idea di confidare la suprema cura della sua spoglia mortale alle fiamme. L’aveva confessato fin dal 1870 al colonnello Bordone; l’aveva ridetto al suo vecchio amico Giuseppe Nuvolari; lo ripetè poco dopo ad Achille Fazzari; lo raccomandò ancora più esplicitamente nel 1877 al suo fido medico, il dottor Prandina.[407] «Voglio essere bruciato: bruciato e non cremato capite bene. In quei forni che si chiamano Crematoi non ci voglio andare. Voglio esser bruciato come Pompeo, all’aria aperta.... e voi, Fazzari, soggiungeva scherzando, sarete il mio liberto..... Farete una catasta, soggiungeva al Nuvolari, di quelle acacie della Caprera, che bruciano come l’olio; stenderete il mio corpo vestito della camicia rossa sopra un lettino di ferro, mi deporrete sulla catasta colla faccia rivolta al sole e così mi brucerete. La cenere che resterà la metterete in un’urna.... anzi in una pignatta qualunque, e la deporrete sul muricciolo dietro le tombe di Anita e di Rosita. Così voglio finire.»

Ma chiese il dottor Prandina: «E se per disgrazia moriste sul continente, lontano dalla vostra Isola?» — «Non importa, fece il Generale, mi caricherete sopra una barca, mi condurrete alla Caprera, e mi brucerete come v’ho detto.»

Nessun uomo espresse mai più chiaramente e replicatamente la sua estrema volontà, e di nessun uomo avrebbe dovuto essere più religiosamente osservata.

Ma altro fu il parere di coloro che l’Eroe aveva il diritto di credere i più gelosi interpreti e più fidi custodi del suo testamento. I politicanti dissero che le spoglie di Garibaldi non appartenevano a lui, ma alla nazione, e che a questa sola, mediante i suoi legittimi rappresentanti, spettava il diritto di decidere della loro sorte; i medici, sgomenti del rapido progredire della corruzione, sostennero la necessità di provvedere senza indugio alla imbalsamazione del cadavere, il che era già un avviamento alla sua conservazione; altri, quale il signor Crispi, affermava l’impossibilità di eseguire alla lettera la combustione come il Generale l’aveva ordinata, affermando che la mancanza in Caprera de’ mezzi adatti ad una perfetta cremazione esponeva al certo pericolo di vedere «le ceneri della spoglia confuse con quelle delle legne;» altri vociarono: Roma! Roma sola degna tomba dell’Eroe: tutto deve piegare, anche Garibaldi, innanzi alla maestà di quel luogo e di quel nome; e insomma quali per una ragione, quali per l’altra, radunatosi in Caprera una specie di consiglio di famiglia, al quale erano presenti, oltre la signora Francesca, Menotti, Canzio e la signora Teresita, anche il dottor Albanese, Francesco Crispi, Alberto Mario e Achille Fazzari, contro la volontà, fu detto, della signora Francesca (e doveva farla valere più gagliardamente) e contro il parere del Fazzari, la maggioranza deliberò di compiere senz’altro l’imbalsamazione del cadavere e di seppellirlo frattanto in Caprera, lasciando al Parlamento di decidere quale ultima dimora gli dovesse essere destinata.

Noi non discuteremo qui quelle ragioni, nè riapriremo una polemica, che falserebbe il carattere di questo libro. Alla storia interessa soltanto che la deliberazione del Consiglio di Caprera suscitò in tutta, può dirsi, l’Italia un grido unanime di riprovazione e di sdegno.

Le città e le associazioni radunarono comizi e votarono indirizzi di protesta; la stampa, fatte poche eccezioni, echeggiò concorde l’indignazione della coscienza nazionale; gli uomini più eminenti di tutti i colori e di tutte le parti sfolgorarono talvolta in parole eloquenti il sacrilegio minacciato, ma indarno. Garibaldi aveva voluto; un Plebiscito della nazione aveva confermato, ma il conciliabolo di Caprera aveva deciso altrimenti; sic volo, sic jubeo, stat pro ratione voluntas.

L’8 giugno, presente il Principe Tommaso per il Re, i ministri Ferrero e Zanardelli per il Governo, le Presidenze della Camera e del Senato, le Rappresentanze della marina e dell’esercito, gli inviati delle città e delle corporazioni, i superstiti dei Mille e dei Volontari, presente in simbolo tutta l’Italia ufficiale e reale, Garibaldi, in un giorno di uragano, protestando il cielo ed il mare, fu fatto scendere a forza sotto l’umida terra, a forza vi fu chiuso e suggellato dentro sotto una duplice lapide; la volontà dei vivi mise a giacere per sempre la volontà del morto; la inviolabilità della pietra sepolcrale tagliò corto a tutti i reclami e a tutte le querele; e il popolo italiano, facile alle accidie perchè facile agli entusiasmi, piegò la testa al fatto compiuto e lo subì.

Washington non volle altra tomba che un’aiuola del suo Mount Vernon, e nessun Americano avrebbe nemmeno per un istante dubitato che quella volontà potesse essere violata. Robert Peel lasciò scritto di voler esser sepolto nella chiesa parrocchiale di Draylon Bassett, e il Parlamento che gli aveva destinato gli onori di Westminster s’inchinò al suo volere; il conte di Cavour volle posar per sempre nel domestico sepolcreto di Santena, e nessuno della sua famiglia l’avrebbe ceduto a Torino, o a Santa Croce.

Giuseppe Garibaldi non pretese dalla sua patria, per la quale aveva tanto operato, non domandò alla sua famiglia, che aveva tanto adorata, altro pegno di gratitudine, altro ricambio d’amore, che di dormire pugno di cenere tra le fosse delle sue bambine, lontano dal fatuo rumore del mondo, che aveva sempre sprezzato, nell’Isola solinga, sotto il libero aere, presso l’immenso mare, che avea tanto amati; — e gli fu negato.

CAPITOLO DECIMOQUARTO.

EPILOGO.

I.

L’Eroe e il Capitano.

Tale fu l’uomo di cui ci siamo avventurati a narrare la vita. Molti particolari vi potranno essere aggiunti, molti aneddoti intarsiati, molti falli corretti; ma se l’amore dell’opera nostra non ci ha fatto sin qui fitto velo al giudizio, confidiamo che i tratti più caratteristici della sua figura vi siano tutti raccolti e bastevolmente lumeggiati.

Giuseppe Garibaldi fu principalmente «l’Eroe», e sarà questo l’antonomastico nome col quale vivrà nella storia. Il coraggio, l’agilità, la forza, la fortuna, la vaghezza delle imprese ardue e maravigliose, la famigliarità col pericolo, il disprezzo della morte, la fede nella vittoria, una tal quale presunzione d’invulnerabilità taumaturgica, tutte le doti essenziali all’eroe, egli le compendiò e fuse in sè medesimo con una forma così eletta e così tipica, che non è mestieri ridirne di più. Pure non basta: Multi fuere ante Agamemnona fortes; quelli che siam venuti sin qui enumerando in Garibaldi son pure gli attributi comuni dell’eroismo, e Achille, Orlando, Leonida, Epaminonda, Aroldo, il Cuor di Leone, il Cid, Bajardo, quali li concepirono insieme la leggenda e la storia, ponno vantarsi di averli posseduti quanto lui, taluno forse, in talun caso, più di lui.

La virtù invece che lo distingue e lo solleva sulla falange di tutti gli eroi fino ad ora conosciuti, e lo accomuna piuttosto a quella speciale famiglia d’uomini di guerra che furono insieme guerrieri e capitani, quali i Maratonomachi, l’Africano, il Barbarossa, Giovanni delle Bande Nere, il Morosini, il gran Condé, Gustavo Adolfo, è la calma imperturbabile, la serenità olimpica, la padronanza sovrana del campo di battaglia, per la quale anche travolto nei vortici più furiosi della pugna egli poteva seguirne e dominarne con occhio sicuro e freddo giudizio le peripezie, e nel momento stesso in cui sembrava sparire nella mischia come l’ultimo dei combattenti, giganteggiava sul campo come un ispirato capitano.

Ed eccola detta la gran parola, quella che a molti sarà la più ostica di questo libro, ma per la quale appunto l’abbiamo scritto: la parola che tarderà lungo tempo ad essere accolta nei sinedri delle vecchie cricche militari, ma che alla fine, non già per merito nostro, o nemmeno di alcun più poderoso propugnatore di noi, ma per solo merito intrinseco della sua verità, finirà a farsi strada e trionfare.

Garibaldi fu un gran Capitano e di terra e di mare; e se la Campagna del Parana (rammentiamo le azioni in cui principalmente il Capitano rifulse) e la Ritirata da Roma, la Presa di Palermo e la Battaglia del Volturno, la Campagna del Trentino, fatta a tavolino o in carrozza, e la Campagna di Francia, fatta infermo a sessantatrè anni, tra gli ostacoli e le difficoltà d’ogni maniera che ci sono note, non bastano a decretargli un siffatto titolo, non sappiamo più con quale criterio si estimerà oggimai la capacità degli uomini, nè perchè si dirà grande un poeta pei suoi poemi, e un artista pe’ suoi marmi e per le sue tele, e non un capitano per le sue battaglie e le sue vittorie.

La natura lo aveva fatto capitano, ed è questo ancora il miglior modo d’esserlo. Perocchè la guerra è arte; la scienza ne determina i canoni e le appresta gli strumenti, ma l’atto supremo della sua estrinsecazione è essenzialmente una creazione artistica; un pensiero cioè sorpreso, divinato, tradotto in un baleno in un’azione viva, che può essere il tocco d’un pennello, l’atteggiamento d’un periodo, la mossa d’una divisione, e che in tutti i casi richiede quella medesima potenza di ispirazione e di esecuzione che non si apprende nè da maestri nè da libri, che la natura sola dà a taluni predisposti da essa a riceverla, e che diede a Garibaldi.

Nè vogliam dire che la natura abbia dovuto concedergli molto. Le doti per essere grande capitano sono rare, ma non sono le più sublimi. La guerra è in fondo una gran caccia, nella quale capitano e soldati fanno, volta a volta, la parte della fiera, del bracco e del cacciatore. Ora date ad un uomo gli istinti della fiera che si trafuga e si difende, del cane che la imposta e la stana, del cacciatore che la circuisce e l’assale, e avrete nelle sue qualità essenziali il grande uomo di guerra: avrete Garibaldi.

Gli si aggiungano poi come doti peculiari, se non veramente a lui solo, a pochissimi come lui: un senso profondo e quasi fatidico del terreno, tanto che indovinarne, dal punto di veduta militare, il carattere, misurarne l’estensione, stimare quanta truppa vi possa capire in colonna od in battaglia, era per lui, può dirsi, l’affare d’un’occhiata: l’attitudine, perfezionatagli di certo dallo studio delle matematiche, di leggere con tanta sicurezza e precisione nelle carte topografiche da potere, come gli accadde nel Trentino, far la guerra quasi esclusivamente su quelle: la facoltà acuitagli dall’esercizio della navigazione, di essere orientato sempre e di guidarsi, perduta ogni altra scorta, anco colle stelle, sicchè non gli accadde mai di perdere la strada, spessissimo di trovarla dove nessuno la sospettava: la virtù di non allarmarsi mai, sorella a quella di non lasciarsi mai sorprendere, e figlie entrambi di altre due qualità naturali: il sangue freddo e il fiuto del pericolo; sicchè nel 1859 presso Casale, essendosi alcuni de’ suoi esploratori precipitati nella stanza dove desinava, gridando ansanti: «Il nemico! Il nemico!» — «Ebbene,» disse, senza interrompere il pittagorico pasto, «lasciatelo venire, dopo pranzo lo riceveremo;» la sua qualità d’anfibio, sicchè poteva giovarsi a suo grado dell’uno e dell’altro elemento, e nella terra, dove un ammiraglio avrebbe trovato un incaglio, egli trovare uno sbocco, e nell’acqua, dove un generale avrebbe scorto un ostacolo, egli vedere un veicolo: la potenza infine acquistata essa pure nelle ginnastiche della gioventù nomade e marinaresca, di durare più di chicchessia alla fatica ed alle privazioni della vita guerriera, d’onde quella sua abitudine d’essere il primo alzato nel suo campo e il primo a farne suonare la Diana, per andare, albeggiando appena, ad esplorare egli stesso, molto al di là delle proprie linee, le posizioni del nemico; si aggiungano, dicevamo, o meglio ancora, si innestino sulla prima radice della sua natura eroica tutte queste qualità omogenee ed affini a quella prima, e si avrà la spiegazione perchè Garibaldi, avendo letti pochi trattati d’arte militare, e forse nessuno, non avendo mai sostenuto esami in nessuna Accademia, nè fatto manovrare una compagnia sopra nessun campo di Marte, abbia potuto sopra quaranta combattimenti, tra i quali almeno sette giornate campali (il 30 aprile e il 3 giugno a San Pancrazio, Milazzo e il Volturno, Bezzecca e le tre giornate di Dijon), vincere almeno trentasette volte il nemico,[408] e sconfitto veramente, disfatto in guisa da dover abbassare le armi ed arrendersi alla mercè del vincitore, non lo sia stato mai.

Gli mancò, è vero, per la guerra a cui fu condannato, l’occasione di sviluppare grandi concetti strategici; ma tutti quelli che suggerì od effettuò: la marcia manovra su Palermo; la occupazione difensiva della sinistra del Volturno; il progetto di Campagna consigliato nel 1866, concorde a quello proposto dal generale Moltke; la disapprovazione data in Francia alla mossa del Bourbaky; il consiglio ripetuto e non ascoltato di occupare in ogni caso gagliardamente Dôle; tutti questi ed altri esempi provano abbastanza che l’intelletto strategico non mancava certo al nostro Capitano, e che gli fallì soltanto l’opportunità di sperimentarlo egli stesso sopra campi più vasti.

Certo il suo merito risalta più spiccatamente nelle operazioni tattiche. Per la guerra di partigiano, marciar di notte, dormire il giorno, spiegarsi possibilmente coperto; cansar la lotta, se non è sicura la vittoria; costretto ad accettare il combattimento in condizioni sfavorevoli, protrarre fino a notte la resistenza, perchè di notte la ritirata è più sicura; caricati dalla cavalleria, formare la massa in difesa, preferibile al quadrato vuoto che si muove con difficoltà e presenta una fronte troppo debole e troppo estesa all’assalitore. Per la guerra grossa poi «riunire il più di forze possibili sul punto tattico o obbiettivo di campo di battaglia, massima di tutti i grandi uomini di guerra; pericolose però le colonne serrate, specialmente dopo il perfezionamento delle armi: in ogni caso lasciare accostar il nemico: bersagliarlo di pochi colpi ben diretti, e quando sia vicino, fidar sempre nella baionetta e caricarlo.

Questi i precetti principali, ch’egli riassunse in tanti scritti,[409] e professò con l’esempio. «Lasciateli venire,» gridava al Volturno. «Sedetevi, che vincerete,» urlava a Mentana. «Un soldato non deve aver mai vergogna di coprirsi per colpir meglio il nemico,» esclamava a Dijon; ed era la stessa voce che ordinava al momento opportuno le cariche a ferro freddo e le capitanava.

Che cosa mancava dunque a quest’uomo perchè gli si potesse contrastare il titolo di gran Capitano? Di aver mai fatto la grossa guerra, nè condotte le grandi masse degli eserciti moderni. Davvero, che questo argomento sia ripetuto da un pubblico profano e ignaro di siffatte questioni lo si capisce, ma che possa essere in buona fede adoperato da’ militari, sorprende e attrista ad un tempo. E qual uomo di guerra fu egli assunto al comando supremo delle grandi masse, se non dopo aver fatto le sue prove comandando le minori? Oh come! Nella gerarchia militare chi ha comandato un reggimento è presunto capace di comandare una brigata, e chi una brigata una divisione, e così di seguito, e questa presunzione di capacità non varrà per Garibaldi?

Voi, Tedeschi, eleggeste generalissimo de’ vostri eserciti il Moltke, che prima di Sadowa non aveva mai guidato in guerra un solo battaglione; voi, Francesi, deste il bastone di maresciallo a Mac-Mahon, che prima di Magenta non aveva mai condotto al fuoco una divisione; voi, Italiani, reputaste capaci il generale La Marmora e il generale Cialdini, di comandare in capo tutto l’esercito italiano, sol perchè il primo aveva capitanato 15,000 uomini in Crimea, e il secondo ne aveva guidati altrettanti a Castelfidardo ed a Gaeta; e nessuno di voi riconoscerà che Garibaldi, il quale cominciò a guidarne parecchie migliaia fin dal 1849; che al Volturno ne comandava 30,000, e nel Trentino 35,000, possa bastare all’ufficio, a cui pure i gallonati e piumati suoi colleghi furono reputati meritevoli? Col criterio di non reputar Capitano chi non ha comandato grandi eserciti, Napoleone I, che non ne comandò, nella prima e più gloriosa sua campagna d’Italia, più di 30,000, non sarebbe mai stato che un guerrillero, e Hoche, Massena, Lannes, Augereau, che eran già salutati grandi generali quando non avevano ancora condotto al fuoco che le minuscole divisioni della Repubblica, non sarebbero rimasti che dei cabecillas.

Certo, a dirigere le grandi masse, Garibaldi solo non sarebbe bastato; ma quale più sommo Capitano vi bastò? Anco a Garibaldi faceva mestieri quello che occorse a Napoleone, all’Arciduca Carlo, a Wellington, a Moltke, una corona d’interpreti intelligenti, e di cooperatori fidi; uno Stato maggiore istrutto, e generali di divisione valenti; un servizio organizzato di amministrazione, d’ambulanza, di provianda; ma se a lui pure fosse stato concesso tutto ciò, con quanta maggior libertà ed efficacia non avrebbe potuto attuare i suoi concetti e far sentire alla macchina ben congegnata posta nelle sue mani l’impulso del suo genio! Gli eserciti mancarono a Garibaldi, non Garibaldi agli eserciti! Egli partì co’ Mille di Marsala; ma sarebbe partito assai più volentieri, noi lo vedemmo, con una brigata dell’esercito regolare,[410] e quando voleva esprimere il gran conto in cui teneva l’esercito italiano, invocava l’onore «di combattere alla sua sinistra.»

Strana logica invero!

Fino ad ora si era sempre creduto che chi fu capace di far bene co’ pochi potesse essere presunto idoneo a far meglio co’ più; ma a Garibaldi pare che questa maniera di ragionamento non sia applicabile.

Egli è escluso dalla legge del perfezionamento umano. Fosse stato, come dicevano i Piemontesi d’una volta, una vecchia giberna invecchiata fra le piazze d’armi e le caserme, avrebbe potuto dire egli pure il suo bravo «porto nel mio zaino il bastone di Maresciallo;» ma aver guerreggiato per circa quarant’anni, nel vecchio e nel nuovo mondo, portar sul corpo dieci ferite, presentare uno stato di servizio di sedici campagne[411] e quaranta combattimenti; aver battuto in America Oribe e Brown, in Italia Oudinot e Colonna, Landi e Bosco, Lanza e Ritucci, Urban e Kuhn, e in Francia Keller, Danemberg e Kettler, tutto ciò non dà diritto ad alcuna promozione.

Guerrigliero cominciò, guerrigliero visse, guerrigliero morì.

Diverso fu il giudizio di Abramo Lincoln, che gli fece offrire il comando d’un esercito della grande repubblica americana; diverso quello dell’austriaco D’Aspre, che nel 48 esclamava: «Un sol uomo avrebbe potuto ancora salvar l’Italia, e non fu compreso;» diverso quello del prussiano generale Manteuffel, che pochi anni or sono scriveva: «Se il generale Bourbaky avesse operato secondo i suoi consigli, la campagna dei Vosgi sarebbe stata la più fortunata combattuta nel 1870-71 dalle armi francesi.[412]»

Diversi i pareri dei moderni storici militari, quali il Rustow e il Lecomte, che studiarono un po’ più attentamente e spassionatamente le sue campagne; ma ciò non conta. Non è un generale,» cominciò a mormorare qualche professore d’arte militare, che non aveva letto mai probabilmente una sola pagina delle sue guerre; «non è un generale,» ripetè in coro la scolaresca, e «non è un generale,» fece eco il pubblico pappagallo; e con questa sentenza pronunciata senza esame, senza motivi e senza processo fu accompagnato al sepolcro.

E frattanto la prima vittima di questi errori e di questi pregiudizi, propri a dir vero a tutto ciò che tiene ancora della casta e dell’accademia, fu l’Italia. Pensino invece gl’Italiani, se il valore reale di quest’uomo fosse stato giustamente estimato, quanti rovesci di meno e quanti trionfi di più! Pensi il valoroso esercito nostro, quanto corteo di novelle vittorie avrebbe scortato le sue bandiere, se colui che vinse coi cento e coi mille, coi diecimila e coi trentamila, nel piano e sui monti, cogli scamiciati e cogli inermi, avesse potuto capitanare le agguerrite schiere di Palestro, di San Martino e di Gaeta, e nella sera della fatale Custoza, dare, a chi l’avesse interrogato sul da farsi, la classica risposta: «dormire sul campo.»

Ma anche per lui la giustizia verrà dal di fuori e comincerà dopo morto. Fra pochi anni i giudizi degli stranieri, più intelligenti e più spassionati dei suoi compaesani, saranno conosciuti, i preconcetti e le gelosie che vietarono sin qui la conoscenza e la manifestazione della verità saranno spenti, le storie militari del nostro tempo e del nostro paese saranno meglio scritte, più lette e meglio apprezzate, e allora forse l’Italia comprenderà a qual caro prezzo abbia pagato l’errore d’aver partorito dal suo seno un grand’uomo di guerra e d’averlo disconosciuto.

II.

Il Patriotta e l’Umanitario.

Pura quanto quella del guerriero, incontestata più di quella del capitano è la gloria del patriotta. Se fra gli eroi della spada è difficile trovargli il simigliante, trovargli l’uguale nello stuolo degli eroi della patria lo è ancora più. E ciò perchè quello che egli offerse in olocausto all’Italia supera in valore tutto quanto fino a lui, anche i più grandi cittadini, anche Washington, il grandissimo fra tutti, avevano offerto alla patria loro. Tutti come lui diedero alla loro terra natale il meglio di sè stessi: il sangue, la vita, gli averi, le gioie del domestico focolare, persino, costosissimo fra i sacrifici, le palme più meritate della gloria ed i risentimenti più legittimi dell’ambizione; ma nessuno di loro le immolò, come lui, il tesoro più sacro del suo petto, la fede dell’anima sua.

La patria creata dal genio e dalla virtù di Washington fu quella vagheggiata da lui: fra il suo concetto politico e la volontà de’ suoi concittadini nessun divario essenziale e nessun dissenso: il Virginiano diede alle Colonie da lui redente e federate le istituzioni pensate ed elaborate dalla sua mente, le suggellò, a dir così, dello stampo del suo spirito e ottenne un frutto e un premio dell’opera sua che nessun altro maggiore.

Di Garibaldi diverso il destino. Egli non sortì la mente pratica del grande Piantatore; il genio della politica non era il suo e non v’è mestieri di riprova. Discernere tra la verità ideale e la realtà effettuale la distanza e la differenza non era da lui; veder ciò che nel suo paese ed anche nel suo tempo fosse fattibile era al di sopra o al di sotto, secondo il punto da cui lo si consideri, del suo intelletto, e il solo trovarsi di fronte ad una questione pratica, se non era militare, lo confondeva e paralizzava.

Epperò il contrasto profondo tra quello che i suoi coetanei preferirono e quello ch’egli amò; tra gl’ideali del suo capo e quelli della sua patria. Il suo ideale religioso fu la Religione naturale o il Deismo filosofico, che dir si voglia, di Gian Giacomo; e l’Italia è per due terzi cattolica, per l’altro terzo scettica o indifferente. Il suo ideale politico fu una specie di Repubblica patriarcale con un Dittatore temporaneo, assistito da un Consiglio di probi viri, «la Repubblica della gente onesta,[413]» come egli la chiamava; e l’Italia è e vuol essere monarchica. Il suo ideale sociale è un quissimile di società pastorale, nè colta, nè barbara, vivente nella semplicità e nell’innocenza, retta da un regime che sarebbe un che di mezzo tra il comunismo sansimoniano, «a ciascuno secondo la sua capacità, a ciascuna ’capacità secondo il suo lavoro,» e il nuovo socialismo della cattedra, «governo largitore di tutti i beni e riparatore di tutti i mali;» e l’Italia si dibatte ancora contro gli avanzi del passato e non osa sbarbicare le ultime radici delle antiche caste e dei vieti privilegi. Quale abisso adunque tra l’anima di quell’uomo e le aspirazioni del suo paese; quanti conflitti dolorosi, quante tentazioni insidiose, o di sciogliere il litigio coi colpi di spada dei Cesari, dei Cromwell e dei Napoleonidi, imponendo alla patria ignara e riluttante la legge della sua volontà, o di abbandonarla, come persona che si sprezza, alla meritata servitù!

Ora Garibaldi non seguì nè l’uno, nè l’altro consiglio, gettò sull’ara della Patria i suoi amori e i suoi odii, le sue più care speranze, le sue più carezzate chimere, e senza chiederle alcun prezzo del suo sacrificio la servì e la salvò.

Nel 1848 proclamava, primo fra i repubblicani, la necessità di stringersi al re Carlo Alberto, e non dipese da lui se la sua spada, che poteva essere forse la salvezza d’Italia, fu ricacciata nel fodero.

Nel 1857 è ancora il primo a sottoscrivere con Daniele Manin e Giorgio Pallavicino il patto d’unione dell’Italia con Casa di Savoia ed a fondare con essi quel nuovo partito nazionale, che fu la base popolare dell’imminente risorgimento.

Nel 1859 non esita ad offrire il suo braccio al Re Galantuomo, e trascinata dietro al suo esempio tutta la gioventù più gagliarda ed attuosa d’Italia, suggella sui campi di battaglia l’unione auspicata della rivoluzione con la monarchia.

Nel 1860 infine, quando il nodo del problema italiano sembrava giunto a tale che la monarchia nè poteva tagliarlo colla spada, senza compromettersi, nè lasciarlo in balía della rivoluzione, senza abdicare, nè scioglierlo coll’artificio dei compromessi e delle transazioni, senza nuocere al suo principio vitale, Garibaldi ancora scioglie il nodo intricato e ponendosi a capo di un’impresa, che adempiva insieme ai fini della rivoluzione ed agli obblighi della monarchia, amplia il patto dei plebisciti e fonda sovra essi il nuovo regno.

Nè a questo patto venne meno più. Aspromonte e Mentana furono certamente, il primo un grande errore, il secondo una grande temerità, entrambi una illegalità; ma astraendo anche da quel segreto viluppo di equivoci e di ambiguità, che in tanta parte li giustificarono, essi devono essere giudicati piuttosto un conato di insurrezione contro la politica d’un governo, che un atto di ribellione contro le istituzioni d’uno Stato.

Non si dimentichi mai che tanto sulla bandiera di Aspromonte, quanto su quella di Mentana, il motto era pur sempre quello di Marsala; e l’aspro dissidio insorto per questo fatto fra Garibaldi e Mazziniani, ne indica meglio d’ogni altro argomento la capitale importanza.

Nè bisogna credere che tutte le conseguenze di Aspromonte e di Mentana siano state malefiche. Non si scordi che l’Italia nel 1861 non era ancora che un simulacro; le mancavano Roma e Venezia, le veniva meno, cosa anche più triste, la speranza e l’ardire di presto acquistarle. Roma era serrata nel circolo vizioso dei voti della Camera e della Convenzione di settembre, che ne rimettevano la liberazione al doppio miracolo dei «mezzi morali» e del consenso della Francia; Venezia poteva, è vero, aspettare più fidente la fortuna d’una nuova alleanza; ma era sempre l’aspettazione del fato.

Ora un uomo che sorgesse protesta viva della volontà nazionale contro la lettera dei trattati e le ambagi della diplomazia, che fosse sempre pronto a spingere il governo, se si arrestava, a scuotere la nazione, se intorpidiva; che serrando insieme l’Italia e la Francia nel dilemma implacabile: «Roma o morte,» rendesse sempre più accorti coloro che ci contendevano la nostra capitale, dei pericoli d’un più lungo rifiuto; un uomo simile non poteva mai dirsi senza un influsso benefico sui destini della patria sua, nè egli stimare del tutto compiuta la sua missione.

Oltre di che, e sta in ciò l’importante, quella propaganda, quell’agitazione, anche quelle rivolte, non erano che uno sfogo ed una distrazione offerta alla parte rivoluzionaria, la quale, o abbandonata a sè stessa, o caduta in potere d’altri capi, avrebbe assai probabilmente varcata quella barriera che il generale Garibaldi le impedì sempre d’oltrepassare.

E in ciò veramente si assomma l’opera benefica del grande patriotta negli estremi suoi anni. Egli gettò più volte in mezzo alla Nazione parole terribili, che potevano essere pericolosissimi tizzoni d’incendio, ma quando li vide prossimi a divampare in fiamme minacciose al sacro edificio della patria, egli stesso accorse pel primo e sotto il suo piede li soffocò.

Egli fu, finché visse, come un Dio Termine sulla strada della rivoluzione, innanzi al quale anche i più esaltati e temerari de’ suoi seguaci si sarebbero sempre arretrati. Tutto potevano dire, tutto potevano tentare, ma lui vivo il grido ultimo della discordia, il segnale irrevocabile della guerra civile non avrebbero osato darlo mai.

Il pensiero di Garibaldi è in questo rispetto limpidissimo. Prima l’unità, la concordia, la volontà d’Italia; poi, se vi sia posto, i sogni della sua mente. Si congiungano le parole che egli, reduce dal primo esiglio, indirizzava nel 1848 ai Nizzardi: «Tutti quei che mi conoscono sanno se io sia mai stato favorevole alla causa dei re; ma questo fu solo perchè i principi facevano il male d’Italia; ora invece io sono realista e vengo ad esibirmi coi miei al Re di Sardegna, che s’è fatto il rigeneratore della nostra Penisola;» si congiungano con quelle ch’egli scriveva alla vigilia, staremmo per dire, della sua morte: «La Casa di Savoia ha fatto molto per la patria e merita rispetto. Ma quand’anche avesse fatto meno, ha la grandissima maggioranza degl’Italiani per sè, e il sentimento della maggioranza noi dobbiamo rispettarlo, perchè è la continuazione dei plebisciti. Volerlo disconoscere e combattere sarebbe accendere la guerra civile e quindi distruggere colle nostre stesse mani l’opera nostra;» e nell’esordio e nella conclusione di questo discorso, attraverso i contrasti, gli sviamenti, le alternative, che sono il portato necessario di tutte le grandi lotte, avrete riassunto da Garibaldi stesso il suo testamento politico.

E ciò non ostante resterà sempre dubbio se più della patria sua abbia amato le altrui. È questo il tratto più singolare e più radioso della sua immagine. Il patriotta s’immedesimava talmente in lui all’umanitario che era difficile il discernere quale dei due fosse il più vero e il più grande. Primo precetto della sua «Religione del Vero» egli stimava l’evangelico: «Non fare ad altri quel che non vorresti fatto a te stesso;[414]» e con questa norma nel cuore, l’indipendenza, la libertà, la felicità che voleva per la patria sua, le voleva per tutte le altre. Su questo proposito la sua dottrina era di una semplicità biblica. Dio avea creato tutti gli uomini uguali e tutti i popoli fratelli, dividendoli in tante famiglie quanti i linguaggi, ed imponendo loro per dimora tante regioni distinte, di cui la natura stessa aveva, con linee eterne di mari e di monti, tracciati i confini. Soltanto la cupidigia e la nequizia di pochi uomini, nequitosissimi fra tutti i preti, violarono quei confini, tentarono confondere quelle lingue, falsarono il disegno di Dio. Ad essi perciò guerra perpetua: guerra anzi alla guerra, di cui essi pei primi gittarono il mal seme nel mondo. Sopprimere gli eserciti stanziali, primi alimentatori e provocatori della guerra, braccia sottratte al lavoro, sangue rapito alla vita economica delle società moderne, trasformandoli in una milizia volontaria, chiamata soltanto a difesa dei diritti e della libertà dei popoli: fondare una Unione Europea delle Nazioni «con un rappresentante per ciascuna, uno Statuto fondamentale, il cui primo articolo fosse: la guerra è impossibile, ed il secondo: ogni lite delle nazioni sarà liquidata da un Congresso:» proclamare l’unità dell’umana famiglia, cementandola, se fosse possibile, coll’unità d’una sola lingua mondiale;[415] ecco i sogni che l’Eroe incessantemente perseguiva e da cui era egli stesso perseguito, e talvolta anche nel tumulto delle sommosse e il fragor delle battaglie, ma che egli era sempre pronto non solo a bandire e predicare, ma a suggellare col sangue.

Non una causa umana cui fosse indifferente; non una giusta rivolta a cui, anco non potendo colla spada, non partecipasse colla voce e colla penna; non un appello d’oppressi a cui non abbia risposto: presente.

Nel mezzo secolo da lui vissuto nell’uno e l’altro mondo, congiurano, insorgono, combattono, quali per la libertà, quali per l’indipendenza, Brasiliani, Platensi, Spagnuoli, Portoghesi, Polacchi, Ungheresi, Serbi, Rumeni, Greci, Jugo-Slavi, da ultimo anco i Francesi, e non uno di questi popoli che non abbia ricevuto da lui, se non l’aiuto del suo braccio, un soccorso di armi, o di danari, un consiglio utile, una parola confortatrice ed amorosa, e spesso, inviati direttamente da lui, o mossi dall’influsso del suo apostolato, manipoli di valorosi che nelle più remote contrade propagano l’onore della camicia rossa e combattono e muoiono per la libertà dei popoli fratelli al grido di «Viva Garibaldi!»

Nè la sola causa dei popoli l’interessava. Il problema sociale l’occupava anche più del politico. Convinto più che mai che le disuguaglianze sociali fossero non già l’effetto d’una legge naturale, irrevocabile e fatale, ma il prodotto della perversità di pochi uomini o furbi o prepotenti, era contro la società in uno stato di guerra aperta e continua.

E non era un filosofo che meditasse le cause e gli effetti, nè uno statista che distinguesse i mali rimediabili dagl’irrimediabili, e ne apprestasse i provvedimenti e le leggi: era un plebeo, un paria, un diseredato che giudicava della società matrigna in cui si trovava sbalestrato dietro le impressioni del momento, secondo l’effetto più sensibile e più, staremmo per dire, drammatico che ne riceveva; secondo i criteri assoluti di chi vive solitario nelle proprie idee ed ignora la realtà.

La vista, a mo’ d’esempio, d’un signore in panciolle che passasse in carrozza dinanzi a un contadino sudante alla canicola, curvo sulla marra, gli strappava lo stesso gemito di rabbia, le stesso gesto di minaccia che il contadino stesso lanciava alle spalle del superbo gaudente. Credeva la società una lega dei forti contro i deboli, de’ furbi contro gl’ingenui, dei ricchi contro i poveri, e senza esitare un istante, in qualunque causa, stava istintivamente cogli ultimi.

Aveva per vangelo la onestà impeccabile dell’operaio, la bontà innocente del contadino, la brutalità feroce del padrone, la furberia rapace del mercante, la boria ignorante del nobile; e su questi criteri regolava i suoi giudizi. Credeva sul serio ai lauti stipendi della burocrazia, alle ricchezze ammassate dai ministri, ai sordidi traffici dei deputati, alle orgie sardanapalesche della Corte, a tutti i luoghi comuni della eloquenza tribunizia, con questa differenza tuttavia che i tribuni le ripetevano per convenzione e per mestiere; egli con tutta la ingenuità della fede e la profondità del sentimento.

Aveva insomma della società il concetto pessimista di Gian Giacomo, e come Gian Giacomo avrebbe voluto rinnovarla da cima a fondo per mezzo d’una revisione del suo patto fondamentale, cominciando naturalmente la riforma da sè stesso e dalla sua famiglia.

Come però queste idee non potevano essere accettate, od anche accettate in parte non potevano subito nè tutte in una volta essere effettuate, e il mondo continuava a girare sul suo vecchio asse senza curarsi dei sognatori che l’avrebbero voluto far andare a modo loro, così ad ogni nuova disdetta che la realtà dava alle sue dottrine, ad ogni nuovo disinganno che la società in generale o l’Italia in particolare gli facevano patire, il suo umore si faceva acre, il suo pessimismo peggiorava, la sua misantropia filantropica (sentiamo il bisticcio, ma a Garibaldi, che abborriva gli uomini perchè rifiutavano il bene che avrebbe voluto far loro, s’adatta a capello), la sua misantropia filantropica s’inaspriva, e, vero «burbero benefico,» sfogava la sua atrabile sulle spalle di coloro che amava di più e per la cui felicità s’affannava da mezzo secolo, ed era pronto ad ogni istante a dare la vita.

III.

L’uomo privato.

Questo, se non c’inganniamo, l’uomo pubblico; ma e l’uomo privato? L’uomo privato fu tale egli pure, che se anche non avesse compiuto alcuna delle azioni famose per cui diventò storico, sarebbe stato tuttavia un esemplare singolarissimo della specie umana, degno di tutto lo studio dello psicologo e dell’artista. Il biondo fanciullo che dipingemmo scorrazzante sulla riviera di Nizza; il bel Corsaro che vedemmo ammaliare la povera Anita alla fontana di Laguna; il trionfante Dittatore del 1860, che al suo apparire faceva squittire in coro le picciotte siciliane: Oh quant’è beddu! aveva serbato fino agli ultimi anni la sua maschia bellezza, una bellezza però tutta sua, lontana dal tipo comune della bellezza eroica e guerriera; originale e novissima essa pure.

Perocchè Garibaldi non poteva dirsi un «bell’uomo,» nel senso più usitato della parola. Era piccolo: aveva le gambe leggermente arcate dal di dentro all’infuori, e nemmeno il busto poteva dirsi una perfezione. Ma su quel corpo, non irregolare nè sgraziato di certo, s’impostava una testa superba; una testa che aveva insieme, secondo l’istante in cui la si osservava e il sentimento che l’animava, del Giove Olimpico, del Cristo e del Leone, e di cui si potrebbe quasi affermare che nessuna madre partorì, nessun artista concepì mai l’eguale. E quante cose non diceva quella testa; quanto orizzonte di pensieri in quella fronte elevata e spaziosa, quanti lampi d’amore e di corruccio in quell’occhio piccolo, profondo, scintillante, che marchio insieme di forza e d’eleganza in quel profilo di naso greco, piccolo, muscoloso, diritto, formante colla fronte una sola linea scendente a perpendicolo sulla bocca; quanta grazia e quanta dolcezza nel sorriso di quella bocca, che era certo, anche più dello sguardo, il lume più radioso, il fascino più insidioso di quel viso, e che nessuno oramai il quale volesse serbare intera la libertà del proprio spirito, poteva impunemente mirar davvicino.

A questa singolar bellezza poi, che era già per sè sola una potenza, la natura, madre parzialissima a questo suo beniamino, aggiunse l’agilità e la forza; non veramente la forza muscolare dell’atleta, ma quella particolare forza nervosa che si rattempra e ingagliardisce coll’esercizio e che, associata all’agilità, rende capace il corpo delle più ardue prove e delle più arrischiate ginnastiche.

E che ginnasta fosse Garibaldi lo sappiamo da lui stesso. «Credo d’essere nato anfibio,» soleva dire per esprimere la facilità con cui fin dalla prima volta in cui si buttò in acqua si trovò naturalmente a galla. Abbiamo notato infatti le persone da lui salvate dall’acqua, e sono sedici: il che potrebbe bastare, anche non essendo Garibaldi, alla rinomanza d’un uomo.

E come nuotava, cavalcava, saltava, s’arrampicava, tirava di carabina, di sciabola, occorrendo di pugnale, senza che nessuno gliel’avesse mai insegnato, e avendone trovato soltanto nella struttura delle proprie membra e negli istinti della propria indole il segreto e la maestria.

Del suo corpo poi, come uomo che sa d’averne bisogno, era curantissimo. Egli non vestì sempre il costume con cui il mondo s’abituò a vederlo fin dal 1860. In America alternò, secondo i casi, il vestire paesano del gaucho, la giacca del capitano di mare, e l’uniforme bianca, rossa e verde della Legione Italiana; venuto in Italia, se non era sotto le armi, nel qual caso tornava alla tunica rossa orlata di verde (non camicia per anco), al cappello piumato a larghe falde, al mantello bianco ed ai calzoni grigi instivalati; indossava un grosso soprabito abbottonato sino al mento, e fu con quello che noi lo vedemmo per la prima volta a Torino nel 1859.

Soltanto la mattina del 5 maggio comparve sullo scoglio di Quarto colla camicia rossa e il poncho sulle spalle; e sia stato amore di quell’assisa fortunata o certezza che quella foggia si attagliasse meglio d’ogni altra alla sua figura, non l’abbandonò mai più.

Ma anche più che all’eleganza del vestire, tenne alla nettezza della persona. Usava frequente bagni e lavacri d’ogni sorte; aveva delle sue mani, de’ suoi denti, de’ suoi capelli una cura attentissima; non avreste trovata sulle sue vesti, spesso logore e strappate, una sola macchia. Strano a dirsi come quel mozzo paresse un gentiluomo. Nel primo abbordo aveva quel non so che di semplice e decoroso insieme che è il primo incantesimo con cui tutti i grandi uomini pigliano di solito i minori. Non dava che del voi; tenne il tu per i figli e per i più vecchi e più intimi amici; e fuori che al Re non l’abbiamo sentito dare del lei a chicchessia. Nel ricevere porgeva egli per il primo famigliarmente la mano; alle signore, tanto più se onorande per età o per lignaggio, gliela baciava con galanteria di cavaliere.

Nei colloqui preferiva l’ascoltare al parlare, segno questo pure di cortesia aristocratica. Nelle cose minime, nelle questioni secondarie d’etichetta o di forma, quando si trattasse di rendere un servizio, di liberarsi da un fastidio, o di concedere un favore, fosse colui che gli parlava ricco o povero, umile o potente, era d’un’amabilità e d’un’arrendevolezza affascinanti. E da ciò la sua troppa facilità nel concedere commendatizie ed attestati d’onestà e di patriottismo anche ai meno meritevoli, e l’abuso che tanti indegni poterono fare della sua parola e del suo nome. Ma in tutti gli argomenti a’ suoi occhi importanti, quando fosse in giuoco alcuna delle sue opinioni predilette, o degli affetti dominanti del suo cuore, allora il discorso cominciava a diventar difficile, e se l’interlocutore s’infervorava nelle obbiezioni, con una sentenza, un motto, talvolta una scrollata di spalle, troncava la disputa. Nel 1864 quando visitò Lord Palmerston in casa sua, avendo questi condotta la discussione sulla Venezia e tentato di fargli capire che la questione veneta era da rimettersi al tempo, alla Diplomazia, ai Trattati: «Ma che cosa mi dite, interruppe di scatto, chè non è mai troppo presto per gli schiavi rompere le loro catene,» e con una mossa subitanea piantò stupito e quasi a bocca aperta il suo eloquente contradittore.[416]

E ciò sganni una buona volta coloro che, non sappiamo con quali fini, si son sempre finto un Garibaldi automa senza idee e senza volontà, e di cui i pochi furbi che l’accostavano potevano a lor grado guidare i movimenti e far scattare le molle. Delle idee ne aveva poche, ma tanto più tenaci quanto più avevano trovato libero il campo dello spirito in cui abbarbicarsi. Discutere con lui era anche per quelli che più stimava ed ascoltava, la più ardua e più erculea delle imprese. Era una sfera d’acciaio brunito che non lasciava presa d’alcuna parte. Francesco Crispi, nel di lui elogio funebre alla Camera dei Deputati, disse: «Non ci fu uomo che sia stato come lui forte nelle sue volontà; egli fece sempre soltanto quello che volle, ma non volle che il bene d’Italia,» e questa affermazione d’un testimonio che gli fu al fianco nei più gravi momenti della patria, ci dispensa dal dirne di più.

Le maniere gentili traevano risalto dai costumi semplici. Pochi uomini più di lui furono nel bere più sobri, nel cibo più parchi. Fino agli ultimi anni, in cui il vino gli fu ordinato quasi per medicina, bevette sempre acqua e dell’acqua migliore si pretendeva buon gustaio finissimo, e l’assaporava, e la decantava talvolta ai commensali, che non erano sempre del suo gusto, come il più prelibato de’ nettari. Quanto alle vivande, mangiava poca carne, anche per un residuo di scrupoli pittagorici che non aveva mai saputo vincere; prediligeva il pesce, i frutti e i legumi. Un piatto di fichi e di baccelli lo metteva d’appetito meglio d’un fagiano tartufato! Il pesce godeva, quand’era sano, pescarselo da sè; e allora due o tre volte la settimana, al pallido lume di Venere-Diana, presi seco or l’uno or l’altro de’ suoi figli e per turno questo o quello de’ suoi compagni di Caprera (quasi sempre, nel 1854, anche lo scrittore di questo libro), scendeva in canotto, ed ora al largo, ora nei seni più pescosi di quella pescosissima marina, passava tal volta coll’amo, tal altra coi filaccioni, quasi mai colle reti, l’intera mattinata, tornandone, rare volte, a mani vuote, quasi sempre con tanto di preda da fornire il desinare a lui e a tutta la colonia.

Ma la sua passione predominante fu l’agricoltura. «Di professione Agricoltore,» scriveva egli stesso sulla scheda del Censimento del 1871, e non aveva mentito. Un terzo della Caprera fu ridotto fruttifero per molta parte del lavoro sudato della sua fronte, o colla scorta de’ suoi precetti e per impulso della sua volontà.

La prima sua opera era stato un vigneto sopra un piccolo altipiano, a metà via tra la sua casa e Punta Rossa, ma quantunque l’uva, tutta bianca, ne fosse squisita, la vendemmia non compensò mai la fatica e la spesa. Più tardi, già preoccupato del problema del pane quotidiano, volle tentare la coltura dei cereali, e ridusse a frumento un quadrato di forse quattro ettari; ma qui pure, per colpa non del cultore, ma del terreno, il frutto non corrispose al dispendio.

Ma il suo vero amore, era il podere modello di Caprera, era il Fontanaccio. Esso pure, fino al 1859 non era che dura roccia, e d’anno in anno ci fece la vite, il fico, il pesco, il mandorlo, il fico d’India, e, sebben più sensibili alle sferzate di grecaio, gli agrumi.

E colà ogni mattina, per lunghi anni, coperto il capo da un cappellone a larghe falde, in camicia rossa sempre, armato di coltelli e di forbici agricole, di cui gran parte portava appesi ad una cintura, passava le lunghe ore a potare, sfrondare, innestare; lieto fin che lo lasciavano solo, rannuvolato tostamente se un visitatore importuno, se un telegramma malarrivato, venivano ad interrompergli il piacere di quelle gradite occupazioni.

Nè agiva empiricamente. Nella sua biblioteca i Trattati d’Agronomia abbondavano, e parte col sussidio dei libri, parte col consiglio di questo o quell’agronomo, che metteva subito nel novero de’ suoi amici, parte coll’aiuto del suo ingegno, naturalmente incline a tutti gli studi fisici, s’era formato un corredo di idee scientifiche e razionali, che certo molti de’ più grossi agricoltori d’Italia non hanno mai posseduto.

Epperò fece venire d’Inghilterra macchine agricole, aprì fosse di scolo per dar esito alle acque piovane, sanò dalle sotterranee i terreni più plastici, sostituì alla rotazione dodicennale la coltura più intensiva delle alberate e degl’ingrassi e agli ingrassi provvide coll’allevamento del bestiame; (ebbe persino centocinquanta capi di armento bovino e quattrocento d’ovino); a poco a poco fornì quel suo podere, strappato zolla per zolla alla breccia ed al granito, di tutto quanto la scienza ha indicato di più acconcio alla sua coltura; e stalle e concimaie e capanni per marcimi e lettimi, e colombaie e alveari e via dicendo; e si rovinò del tutto. Garibaldi non fu mai ricco; ma i suoi pochi risparmi fatti in America, le eredità fatte dai fratelli, i denari ricavati dai ricchi regali mandatigli, i denari stessi donatigli o prestatigli dagli amici di tutto il mondo; tutto andò a finire nel pozzo senza fondo di Caprera, che non restituì mai al suo innamorato cultore nemmeno il salario quotidiano delle fatiche che per circa venti anni le aveva spese d’attorno.

Ma non sempre poteva stare nei campi; e i giorni di pioggia e di vento, o i più crudi dell’inverno, li passava in casa, seduto quasi sempre, dopo il 60, di faccia alla terrazza della casa nuova che guardava il mare, intento alla lettura e alla scrittura. Lesse molto e un po’ di tutto; ma nessuno vorrà dirlo per questo un lettore portentoso. Dei libri, già dicemmo quelli che prediligeva: gli storici principalmente di Grecia e di Roma; i trattati d’Agronomia e di Matematica; e sopra a tutti, i poeti; e fra questi, come è noto, Ugo Foscolo degli italiani; Chenier e Voltaire fra i francesi. Negli ultimi anni s’era preso d’amore per Guerrazzi e Vittor Hugo; due autori non fatti certamente per temperargli la fantasia, e per la Storia dell’Italia antica di Atto Vannucci, di cui citava intere pagine anche ne’ suoi romanzi; ma diletto fra tutti, compagno inseparabile delle sue veglie, primo confidente del suo spirito, il Carme dei Sepolcri, di cui gli trovaron presso il letto di morte aperto il volume.

Nello scrivere invece inesauribile, infaticabile, e rispetto a tante altre cose che faceva, prodigioso. E non diciamo delle sue lettere, testimoni troppo eloquenti della scorrevolezza della sua penna; ma egli scrisse, in vecchiaia, tre romanzi: Clelia o il Governo del Monaco; Cantoni il Volontario e I Mille di Marsala; e da molti anni aveva intrapreso a scrivere in versi sciolti la storia della sua vita, e noi stessi, nel 1864, ne udimmo parecchi squarci dalla sua bocca. Intralasciato poi, per qual ragione non sapremmo dire, questo lavoro, riprese lo stesso tema in prosa, scrivendo le sue Memorie, dal giorno in cui le lasciò nel 1850, fino, crediamo, alla campagna di Francia. E queste Memorie, ci consta nel modo più certo, egli le affidò, or sono quattr’anni, in una cassetta chiusa, al figlio Menotti, coll’ordine espresso di non mostrarle finchè fosse vivo ad alcuno, e soltanto trascorso un certo termine dalla sua morte, pubblicarle.[417]

Mescolate poi alle Memorie autobiografiche, si trovarono fra le sue carte, e si troveranno anche più quando si spoglino tutte, pensieri staccati, frammenti di problemi, appunti, studi fisici e matematici;[418] persino uno specchietto dei conti di casa, che non oseremmo affermare tornassero perfettamente.

Infine, poeta nell’anima, cui non era forse mancato per esserlo anche nell’arte, che il tirocinio degli studi e l’esercizio della tecnica, e poesia vivente egli stesso, non seppe resistere mai alle tentazioni d’una certa sua musa bizzarra e selvaggia che le si era annidata nel cervello, ed empiva quaderni di versi, di cui talvolta l’udimmo noi stessi recitarne lunghi brani, talchè non ci meraviglierebbe che un giorno sbucasse fuori dalle sue carte anche un Canzoniere.

E non solo in versi italiani[419] scriveva, ma spesso in francesi, come ne ha già fatto testimonianza l’inno di guerra composto in Francia e recitato durante l’assalto notturno di Dijon; e ne fa conferma lo squarcio di questo Carme, scritto a Vittor Hugo nel 1867, in risposta della sua Voix de Guernesey, rovente ancora delle collere recenti di Mentana e dove, in mezzo al rombar monocorde delle tribunizie invettive, senti echeggiare qua e là, fieri e solenni, i giambi del Barbier.

Quand plus heureux jadis, aux champs de Parthénope, Mes jeunes miliciens ont étonné l’Europe, Essuyant leurs pieds nus sur le tapis des rois, Donnant à leur pays ce qui fut tant de fois Le rêve, le soupir, l’espoir de nos ancêtres, Crois-tu qu’ils ont servi, combattu pour des maîtres? L’amour de la patrie fut leur seule passion, Et de l’humanité libre la mission. Ce n’est pas vrai qu’aux rois nous ayons fait l’aumône; Nous servions l’Italie, nous ne servions personne. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Si de l’Europe alors la phalange d’élite Avait de son appui encouragé de suite Les nouveaux Argonautes en leurs braves élans, Le Lucifer de Rome avait fini son temps; Le monde était guéri de la lèpre infernale, Et l’horrible mensogne, à son heure fatale, Aurait du despotisme accéléré le sort! Mais les nations toujours ont le terrible tort De laisser une sœur seule dans la bataille, Seule des potentats affronter la mitraille! Eux, ils sont bien unis, à l’heure du danger; Et les peuples, jamais ne sauront partager Le péril en commun pour la cause commune? De l’humaine famille à la sainte tribune On entendit la voix de la noble Albion Imposant fièrement: «Pas d’intervention!» Seule! et l’on vit alors le superbe despote Reculant sans réplique au devant du grand vote, Aller chercher ailleurs des peuples à duper, Des tyrans à produire, et le monde à tromper. Mais la liberté sainte, au sein de l’Amérique, Oh! n’est pas un vain mot, et le sol du Mexique Sera longtemps fécond par le sang des Français. L’Américain, de maîtres, il n’en voudra jamais! Bons pour nous, surannés, remplis, pétris de vices, Serviteurs de nos rois, agents de leurs polices! Ils ont trouvé la voie de nous tromper toujours, Par leurs statuts masqués, par leurs prêtres, leurs cours, Des marches de l’autel, où le clergé-mensogne Nous montre le salut. C’est hideux, quand j’y songe! Nous courons aux tribunes, où nos sages parleurs, À force de grands mots, nous dorent nos malheurs. Le mouchard, l’alguazil, sont décorés, sont maîtres; Il faut, pour prospérer, être serviles ou traîtres; Le sang de nos enfants sert à river nos fers; La superstition, ce monstre des enfers, Plane encore sur le monde, et, comme l’hydre antique, Ressuscite toujours dans l’affreuse boutique Du prêtre, et le tyran, dont elle est le soutien, De sa fausse piété nous montre le maintien. De l’or des nations on construit la mitraille, Les instruments de mort: et le champ de bataille Est toujours des humains l’arène, où de leurs droits Au jugement du sabre ont appelé les rois. Ton pays et le mien, par un vil servilisme, Sont courbés lâchement sous l’impérialisme Par qui nos champs sont clos et nos sillons blanchis Des os des malheureux que le monstre a trahis Avec les vains appâts de conquête, de gloire. Le monde est un charnier dont il dore l’histoire. «L’empire c’est la paix,» dit-il, le vieux menteur, Tandis que de la guerre il est l’instigateur. Toujours, toujours poussant les peuples au carnage, L’Europe n’a suffi pour contenter sa rage. Oh! de l’humanité, quand ce cœur malfaisant Aura cessé de battre, on verra reparaître Le fraternel amour, les vertus, le bien-être; Et de la liberté le soleil radieux Des nations trompées dessillera les yeux.

Caprera, décembre 1867.

G. GARIBALDI.[420]

* * *

Ma il gusto della vita solitaria stringe l’uomo a tutto ciò che lo attornia, e l’amore della natura lo inclina ad amare tutto ciò che essa produce. Da ciò quella gentilezza d’affetto che il nostro Eroe ebbe sempre per le piante, gli animali, per tutti gli esseri coi quali per una ragione o per l’altra si trovò a contatto o convisse. E l’estremo episodio delle due capinere è troppo recente e vivo nella memoria, perchè sia mestieri addurlo per una prova di più. Soltanto egli si rendeva conto di questo suo sentimento: nell’arcano fascino che esercitava su di lui la natura, cercava una dottrina, anzi una fede; nell’amorosa corrispondenza che sentiva correre tra lui e le cose, scopriva una prova che le cose stesse fossero dotate d’un’anima pari alla sua, raggio a sua volta dell’anima dell’universo, e nella quale, traendo facilmente le ultime illazioni da questa specie di panteismo sentimentale, sentiva e adorava Dio.

E perchè di questo non si dubiti, si legga questa pagina, crediamo interessantissima, delle sue Memorie.

L’ANIMA.

«Io ho veduto mia madre in sogno. — Io ho veduto mia madre — sveglio! — L’amore della mia genitrice non merita esso che in qualche momento della mia vita — il mio pensiero si rivolga ad essa? — Essa che fu così buona — così affettuosa per me — così indulgente! Dunque mia madre in molte circostanze mi si è presentata — anche sveglio! Sì, anche sveglio! — perchè pensando a quella carissima creatura anche in pien meriggio — mi par di vederla sotto quella sua semplice veste — sorridermi col sorriso degli angioli. — E l’immateriale corrispondenza degli occhi dell’anima non è forse prova sufficiente dell’immortalità della stessa? questo per la madre mia — potentissimo affetto! Ma non amo io pure il mio cavallo, il mio cane, le mie piante? Quando nella mia vita nomade dell’America — dopo una lunga marcia, e dopo un giorno di pugna — io spogliava de’ suoi arnesi il mio povero stanco cavallo — e lo palpava e lo asciugava del sudore — e rare volte io potevo regalare al mio fedele compagno — un pugno di biada, — poichè nei campi illimitati di quella parte del mondo, per l’abbondanza dei pascoli, ossia per la poca abbondanza di cereali non si dà ordinariamente biada ai cavalli, — e dopo d’averlo accompagnato all’acqua lo collocavo accanto al mio giaciglio — ebbene, dopo tutto ciò che non era altro che un dovere verso il mio compagno di fatiche e di pericoli — io mi sentiva soddisfatto. Se poi un nitrito del rinfrancato mio compagno si aggiungeva, e lo vedevo ravvolgere le stanche membra sulla verdura del campo — oh! allora sentivo la gentil voluttà d’esser pio.

»Il mio cane Castore, che nel 1849 mi seguiva in Tangeri, ov’io ero proscritto — io lo amavo perchè nella sventura e nell’isolamento — ov’io ero rigettato dalla fortuna — e dalla codarda malvagità di certi uomini — mi sembrava di sentire più intenso l’affetto de’ miei superstiti. Il mio cane, dovendo partire per l’America, era mestieri lasciarlo — e lo lasciai al mio amico Murray, console inglese. Il mio povero Castore! pianse per varii giorni la separazione dell’ingrato amico — e senza voler prendere cibo morì di crepacuore. — Ebbene — io amo e ricordo il mio cane commosso. E le mie piante — quelle piante ch’io seminai — che ho veduto nascere — e che piccine ho trapiantato in collocazione migliore. Quelle piante nei calori estivi — sull’arida terra di Caprera languiranno di siccità — e così languide penderanno le loro foglie appassite verso il suolo.

»Io con premura innaffiava le mie care piante e a poco a poco si rialzavano dal loro abbattimento e sembravano gettarmi un sorriso di gratitudine. L’anima delle povere piante era in corrispondenza colla mia, come lo sono quando gettato in questo pelago di miserie — lontano da esse — ad esse rivolgo il mio pensiero e mi sento deliziosamente sollevato.

»Egli è il Signore dei cedri del Libano — come dell’issopo che cresce nelle più profonde convalli (Massillon)!

»E perchè sarò io geloso della farfalla — assai più di me bella — se piacque all’Onnipotente di dotarla di un’anima? Non bastava la mia scintilla animatrice per costituirmi parte dell’anima dell’Universo — parte dell’Infinito — parte di Dio? — come lo è la scintilla che vivifica la formica ed il rinoceronte?[421]

»Ignorati da mille passate generazioni — miriadi di mondi rotavano nello spazio — e l’occhio scintillante di Galileo li scopriva e li svelava all’uomo maravigliato. L’onda e l’aria esplorate dalla scienza hanno rivelato all’atterrito osservatore tale numero di esseri viventi ignorati sinora, da fare impazzire le maggiori intelligenze. L’elettrico solca lo spazio colla celerità del pensiero. E chi può limitare i tesori concessi da Dio all’uomo — nei portentosi suoi misteri?

»E l’anima che noi presentiamo — che noi vediamo coll’occhio dell’immaginazione — che noi scorgiamo sino nell’impercettibile aereo abitatore — l’anima — è dessa forse al di là o al di qua della barriera innalzata dall’Eterno all’umana intelligenza? Comunque sia — l’anima mia — è un atomo dell’anima dell’Universo — e questa credenza mi nobilita — m’innalza al di sopra del miserabile materialismo — m’infonde rispetto per gli altri atomi, emanazioni di Dio, e mi spinge a meritare il plauso delle moltitudini degli atomi che mi somigliano — e che coll’esempio — più che colla dottrina — devono far bene — perchè appartengono per essenza all’Eterno Benefattore.»

In uomini siffatti gli affetti domestici sono potenti: e di quanta religione abbia amato la madre sua, di cui portava dovunque nella sua odissea l’immagine, che rivedeva in sogno come persona viva, nelle preghiere della quale credeva come ad un talismano, lo sappiamo; e da qual passione d’amore sia stato avvinto alla sua Anita narrammo a lungo, per non aver mestieri di dirne più. Così avesse potuto serbar fede a quel suo primo bello eroico amore; ma la natura non potè dargli tutte le perfezioni; anzi gli pose nel sangue più acre e imperiosa che mai l’imperfezione della sensualità.

E qui ripetiamo una parola detta fin da principio in questo libro: la cronaca degli amori di Garibaldi non è tema per noi. Soggiungiamo soltanto, poichè c’è in Caprera una lapide di cui tutto il mondo in quest’ultimo mese ha ripetuto l’epigrafe, che l’Anita Garibaldi, sulla di cui tomba si legge: «Nata il 5 maggio 1859, morta il 25 agosto 1875,» non è figlia della signora Francesca Armosino; essa è figlia d’una signora nizzarda, conosciuta da Garibaldi in quel periodo tra il 1856 e il 1857, in cui navigava ancora su e giù da Nizza a Caprera; una signora nizzarda di civile condizione, che vive tuttora, e sembra angustamente, nella sua città natale, e della quale, per questo appunto, stimiamo dover nostro non gettare in pubblico il nome.[422] Perchè poi abbia sposato la Raimondi e non quella signora da lui resa madre, ed abbia creduto doveroso legittimare Manlio, Clelia e Rosita e non l’Anita, figlia essa pure, al pari di tutti i suoi fratelli, dell’amore, è uno di quei problemi che la storia non può risolvere, e fa bene a non approfondire. Perchè si ami e non si sposi; si sposi e non si ami; si cessi d’amare dopo aver sposato, sono enigmi del cieco iddio, di cui nessun mortale tenne finora le chiavi.

Lasciamo Garibaldi col fardello de’ suoi peccati amorosi innanzi a quel tribunale in cui si giudicano insieme i fatti e le intenzioni, le attenuanti e le aggravanti, e facciamo noi stessi, noi uomini di questo secolo XIX, medicus aliorum, ipse ulceribus scatens, facciamo il nostro esame di coscienza. Garibaldi ebbe delle amanti! ma qual meraviglia? Non tiriamo in campo il solito paragone escusativo dei grandi uomini (donnaiuoli superlativi quasi tutti), perchè anche parlando solo degli Italiani s’andrebbe all’infinito. Chiediamo piuttosto al pudico lettore che si scandalizza, alla vereconda damina che s’imporpora, se una scivolata fuori dalla diritta rotaia degli amori legali non l’abbian fatta mai. Probabilmente entrambi, dopo una abbassatina di testa che varrà una confessione, scapperanno fuori in coro con questa risposta: sì, ma senza scandalo. Era da attendersi: si non caste, saltem caute. Soltanto si potrebbe replicare: se lo scandalo non sia avvenuto perchè essi seppero destreggiarsi con arte ed astuzia maggiori di quelli che nello scandalo incapparono, o perchè, non avendo intorno alla loro persona l’incomodo riverbero di alcuna celebrità, nessuno s’è occupato dei fatti loro. E forse, posti innanzi a questi due quesiti, tanto il benigno lettore, quanto la gentile lettrice non saprebbero quale risposta profferire.

Garibaldi invece, cattivo cospiratore anche nelle congiure d’amore, operò alla piena luce del sole; non nascose mai nè quello che sentiva, nè quello che voleva: «Ti amo, mi piaci, ti voglio,» disse alla sua donna, e se la donna assentì, animale di preda, mai di frode, la rapì nelle sue braccia, e la fece sua.

E v’ha di più. Qualunque più franco e più ardito amatore avrebbe potuto avere la probabilità di nascondersi; Garibaldi no.

Per quasi mezzo secolo, gli occhi del mondo restarono sbarrati su di lui: egli non potè dare un passo, fare un gesto, pronunziare un detto, comparire o scomparire da un luogo, essere accompagnato o no da una persona, che migliaia di sguardi non fossero già appostati a sorprenderlo, e migliaia di migliaia di voci a denunziarlo.

È la sorte degli uomini storici. Tutti sanno a mente le tredici mogli di Cesare; nessuno sa quante volte al giorno il liberto entrava i lupanari della Suburra.

Così di Garibaldi! Se egli fosse stato un ignoto, la storia delle sue mogli e de’ suoi figliuoli, in mezzo alla grande babele erotica del nostro secolo, sarebbe trascorsa inosservata; mentre è quasi certo che il tempo, consumate le ultime scorie che ancora involgono la statua dell’Eroe, la seppellirà nell’oblio.

Comunque, nessuno, per quanto faccia, potrebbe sostenere che Garibaldi sia stato, nello stretto senso della parola, un libertino.

Un uomo che ebbe una gioventù affaticata e combattuta come la sua, ed una vecchiezza, nonostante i tanti acciacchi, così resistente e così prolifica, non può aver abusato della voluttà. Condannato egli pure ai tormenti del deserto, non macerò le sue carni come i Padri della Tebaide, ubbidì egli pure alla umana fragilità; ma non permise a una tale ubbidienza di convertirsi in abito vizioso e molto meno di degenerare in colpa. Egli non fu un volgare Don Giovanni. Figlio schietto e tuttora indomito della natura, amò con tutta la subitaneità fulminea e l’abbandono innocente del selvaggio, che non avverte i freni e ignora le leggi onde la società civile modera e disciplina ad un più alto fine gli istinti e le passioni umane; ma appena la satanica scintilla divampò nel suo petto, non la nascose, non s’infinse, non si mascherò, non sedusse con volgari inganni e con mendaci promesse alcuna donna, non fece delle conquiste d’amore una gloriola o un mestiere; non eccitò con turpi artifici le spossate satiriasi della sua senilità: amò con tutto il foco naturale de’ suoi sensi, con tutto l’impeto del suo cuore; promise alla donna da lui prescelta quello soltanto che sapeva di poter mantenere, e mantenne; tre volte giurò di farla sua sposa innanzi agli altari, o in faccia ai magistrati che la legge religiosa e civile del suo tempo o del suo paese prescrivevano, e tre volte tenne il giuramento.

E a dir vero, in questo secoletto di pudichi adulterii, di frolli concubinati, di bastardini abbandonati, di nozze mercantili, di George Dandin tolleranti e di monsieur Alphonse tollerati, non toccherà a Giuseppe Garibaldi, che si affanna e lotta dieci anni per dare il nome alla donna che amò, non toccherà a lui, innanzi alle Assisie della Morale pubblica e privata, d’abbassare la fronte.

IV.

Tutto l’uomo.

Ed ora chi è quest’uomo?

Nasce nella oscura casipola d’un porto da una famiglia di umili marinai, e già immortale prima della morte, migra dalla terra cogli onori d’un Re ideale, nella gloria d’un’apoteosi olimpica, lasciando dietro a sè piuttosto la tristezza d’un astro che s’allontani per salire ad una sfera più fulgida, che il dolore d’un uomo che muoia.

Trascina la giovinezza in una faticosa vicenda di monotone navigazioni e di travagliati esigli; e ad un tratto irrompe dalla sua penombra coi fulgori d’un’apparizione fantastica, e di grado in grado ascendendo giganteggia nell’arena del nostro secolo come uno de’ suoi più portentosi figliuoli.

Sbalestrato dall’Oriente all’Occidente, volta a volta pedagogo e corsaro, mandriano e guerrigliero, agricoltore e capitano, candelaio e dittatore, la sua vita si svolge nel ciclo di tre generazioni con tutte le varietà e i contrasti, le sorprese e gli incantesimi d’un poema ariostesco, mentre colla fusione della storia e della leggenda, della realtà e della poesia sembra risuscitare la classica unità della omerica epopea.

È un corsaro; ma comincia il suo byroniano romanzo liberando gli schiavi neri trovati a bordo della nave predata e rifiutando dai mercanti prigionieri gli scrigni di gemme che gli offrono per il loro riscatto.

È un filibustiere; ma una volta, cadutogli nelle mani colui che sei anni prima gli aveva inflitto l’oltraggio anche più che il dolore della tortura, lo rimanda libero e perdonato.

È un avventuriere; ma, lo diremo colle stesse parole del generale Pacheco, «se recavasi negli uffici del Governo era soltanto per domandare la grazia d’un cospiratore, o per chiedere qualcosa a favore d’un infelice.»

È un condottiere; ma non riceve altro soldo dal paese a cui consacra da dodici anni la vita, che la razione del gregario: distribuisce fra i feriti, gli ammalati e le vedove dell’esercito il primo regalo che la Repubblica gli fa; rifiuta i gradi e gli onori che essa gli offre; e di fatto, se non di nome, Generale Ammiraglio, quasi Dittatore, non possiede che una camicia, i piedi gli sboccano dagli stivali sfondati, e non ha tanto da pagare il lume del povero abituro in cui si ricovera.

Lo immaginano un fiero lupo di mare e di terra, ispido e coriaceo, vago soltanto degli spettacoli sanguinosi delle cariche e degli arrembaggi; eppure l’uomo che nel saladero di Camacua con soli tredici compagni sfidava, cantando, l’assalto di trecento cavalieri e accettava di seppellirsi tra le fiamme e le rovine del suo fragile asilo piuttosto che arrendersi, o che nelle acque del Paranà dopo tre giorni di lotta «a ferro freddo,» piuttosto che ammainar la bandiera, faceva saltar egli stesso l’ultimo legno della sua flottiglia; era lo stesso che in un giorno di battaglia marciando contro il nemico s’arrestava, dimentico, ad ascoltare il gorgheggio d’un usignolo innamorato, e che udendo in una cruda notte d’inverno belar tra le rupi della sua Caprera un’agnella abbandonata, s’alzava di letto per andare, tra il rigor del libeccio ed il frizzar di brumaio a cercare la derelitta e ospitarla nella sua medesima stanza.

Lo acclamano infine l’Ettore di Montevideo, il Camillo di Roma, l’Argonauta di Marsala; ma l’uomo a cui poteva parer poca gloria la statua di Giove Ultore che dall’alto del Gianicolo assicura il Quirinale e sfida il Vaticano, non chiede all’Italia, non invoca dalla sua famiglia altro pegno d’amore che di dormire poca cenere in un’urnetta di granito, accanto al sarcofago delle sue bambine, sotto l’acacia che l’ombreggia; novissimo fantasma d’eroe che non potendo morire come Orlando sulla catasta dei nemici, muore come Washington, decretando a sè stesso il «rogo di Pompeo.»

Chi è dunque quest’uomo? Costretto a vivere la vita nomade e quasi selvaggia dei gauchos e dei rastreadores; mescolato dalla sua fortuna alla schiuma degli avventurieri e dei fuorbanditi di tutte le stirpi, cresciuto suo malgrado alla scuola delle rivoluzioni e delle guerre perpetue, travolto a controgenio nella mischia di fazioni feroci e sanguinarie, conserva intatta in mezzo a tanto contagio la nativa purità dell’anima sua, riportando dal forzato consorzio qualche difetto e qualche stranezza, non un solo abito vizioso nè un solo sentimento colpevole.

Braccio designato di tutte le congiure, campione atteso di tutte le rivolte, alfiere desiderato di tutte le parti; si consacra a tutte, ma non serve a nessuna, e nel tumultuante pandemonio delle chiese, delle confessioni, delle sette del suo tempo, si innalza come un Pontefice a cui tutti si volgono e s’inchinano, e che nessuno può dir suo.

Ama dell’amore geloso e intollerante del selvaggio la sua patria, e va cavaliere errante di tutte le patrie e crociato di tutte le libertà. Proclama la fratellanza dei popoli, ma ad ogni straniero che s’accampi entro il sacro confine della sua terra, grida minaccioso lo sfratto del poeta:

Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli.

Si protesta repubblicano, ed offre due volte la sua spada a due re. Resta democratico rivoluzionario socialista; ma partendo per la più maravigliosa delle sue imprese riconsacra sulla bandiera il patto d’Italia con Vittorio Emanuele e la monarchia dei plebisciti.

È un Dittatore onnipotente per la gloria e la fortuna, e festeggia egli stesso l’arrivo del Re e dell’esercito che vengono a spodestarlo; e fatto nascostamente bottino d’un sacco di civaie, colla ricchezza di questa preda, colla gioia di chi perdendo il potere ricupera la libertà, dispare novellamente nella solitudine del suo mare.

È un ribelle, e scrive sulla bandiera il nome del Re a cui si ribella; poi ferito e imprigionato da lui, continua a restargli fedele, e per la causa per cui era caduto di palla italiana sul colle d’Aspromonte, cade di palla austriaca a piedi di Monte Suello.

È un Belial, un Lucifero, un Dragone; sfolgora la grande simonia del Poter Temporale colle invettive di Dante, e odia la Chiesa Romana dell’odio di Lutero; a sentirlo si direbbe che sia pronto a cominciar da un istante all’altro una Saint-Barthélemy di cattolici, e se incontra uno di quei preti ch’egli chiama buoni, è il primo a stendergli la mano, e crede ancora alla possibilità d’un clero evangelico, amico della libertà e del progresso; e cerca nelle parole di Cristo i precetti della Religione del Vero, e confida alle sue Memorie la sua fede in Dio e nell’anima immortale.

Chi è dunque quest’uomo?

Vittor Hugo, il Garibaldi della lirica, lo chiama «l’eroe dell’ideale,» ma è un responso apollineo: Giulio Michelet esclama: «Degli eroi non ne conosco che uno: Garibaldi;» ma l’iperbole tradisce la difficoltà del giudizio: Giorgio Sand scrive: «Garibaldi non assomiglia a nessuno, pure v’è qualcosa in lui di misterioso che fa pensare;» ma in tal modo ripropone il problema, non lo risolve. Una delle più celebrate effemeridi della Gran Brettagna l’Athenæum[423] tenta seriamente di trovare in lui l’incarnazione del veltro allegorico:

Questi non ciberà terra nè peltro Ma sapienza ed amore e virtute;

ma con ciò non fa che addensare sulla fronte del Proteo le nebbie del più oscuro simbolo dantesco.

I partiti se lo palleggiano; i repubblicani lo contrastano ai monarchici; i rivoluzionari lo levano al cielo; i reazionari lo inabissano nel fango; i preti di Sicilia lo annunziano dai pergami come un nuovo Messia, i preti di Roma lo folgorano d’anatemi come un Anticristo; la rettorica consuma tutte le sue metafore; l’amore profonde tutti i suoi inni; l’idolatria esaurisce i suoi incensi; l’odio erutta tutte le sue bestemmie; la critica stanca i suoi occhi e la filosofia i suoi ragionamenti; ed egli, al pari della favolosa Jungfrau, di cui a tutti è concesso ascendere i fianchi e superare le prime vette, ma a nessuno toccare la cima, ravvolta nell’intatto velo delle nevi eterne; egli nasconde ancora la parte più alta e più pura di sè stesso, e dalla sua solitaria rupe continua a sfidare i definitori e gl’interpreti.

Ancora una volta: chi è quest’uomo?

Il lettore rammenta certamente quell’apparizione quasi fantastica del secolo XVIII che fu chiamata l’uomo di Rousseau. Prediletto figlio della natura, dotato delle più nobili facoltà, più ricco d’istinto che di ragione, e più di sensibilità che di riflessione, uscito più che a mezzo dallo stato di barbarie, ma ancora esitante sul confine della civiltà, e portando sempre seco in tutti i passi della sua vita le abitudini, i gusti e i ricordi della nativa selvatichezza; cresciuto nella fede che la natura abbia creato l’uomo virtuoso e felice, e la società sola l’abbia fatto colpevole e infelice; carezzato dal sogno d’una età reditura di perfezione e di felicità, da cui non già le colpe sue, ma la prepotenza di pochi malvagi l’abbiano sbandito; educato a vedere in un ipotetico contratto sociale, quando e come scritto non si saprebbe, il patto leonino del più astuto o del più forte imposto al più dabbene e al più debole, l’uomo di Gian Giacomo, quantunque non corrisponda ad alcuna realtà storica e sia manifestamente il portato di un erroneo concetto, rappresenta ancora in una figura simbolica quella lotta antica e perenne della società e della natura, dell’ideale umanitario, e dell’ideale politico, d’onde uscirono ed usciranno in perpetuo, insieme alle periodiche convulsioni del genere umano, i periodici progressi del suo incivilimento.

Agli occhi dell’Adamo ginevrino la natura è la madre, e la società è la matrigna; da quella la cornucopia di tutti i beni, da questa il vaso di Pandora di tutti i mali.

Dio si rivela da sè stesso alla coscienza umana nelle opere della sua creazione, nei beneficii della sua provvidenza, e la società ne oscura il limpido concetto colla fola delle religioni, le superstizioni dei culti, il mendacio de’ sacerdoti. La terra fu concessa dal Creatore per stanza e nutrimento di tutti i suoi figli, e la società sancisce l’usurpazione del più forte e il furto della proprietà. La natura creò dal suo grembo tutti gli uomini uguali, e la società vi sostituisce la superfetazione dei privilegi e delle caste. La natura largì a tutti i cuori i diritti del libero amore, e la società li sconosce o li violenta coll’imposizione delle nozze artificiali e indissolubili. La natura donò alle arti pacifiche e benigne dell’uman genere il fuoco de’ suoi soli, i metalli delle sue viscere, la scintilla de’ suoi corpi, tutte le arcane potenze de’ suoi elementi, e l’egoismo o l’ambizione di pochi privilegiati convertirono tutte quelle forze benefiche in istrumenti di distruzione e di rovina. La natura infine scrisse nell’anima d’ogni suo figliuolo i sentimenti della giustizia, della carità e dell’amore, e dacchè in un angolo di quest’aiuola si strinse il primo consorzio umano,

. . . . . . . . . . Una feroce Forza il mondo possiede, e fa nomarsi Dritto!

Tutto in questo dorato ergastolo della civiltà, dove l’uomo della natura si sente incarcerato, tutto gli è sospetto ed esoso. La scienza è un pericolo, il lusso un oltraggio, i trovati dell’uman pensiero un’insidia, le arti, le arti stesse divine, ponno mutarsi in scuola del vizio ed in veleno della virtù.

Quale meraviglia pertanto se un uomo siffatto traendo a fil di logica le ultime conseguenze delle sue premesse, conformando il fatto alla dottrina, brandisse la fiaccola d’Erostrato e appiccasse egli stesso le fiamme ai bugiardi templi di quella civiltà ch’egli gridò la grande nemica dell’umana famiglia? Ma rassicuratevi. L’uomo che vi sta dinanzi non fu mai un dialettico; il sentimento domina troppo il suo intelletto, l’amore sovrasta troppo ai suoi odii, perchè egli possa, coll’inflessibilità d’un Convenzionale e la brutalità d’un Comunardo, giungere imperturbato alle ultime illazioni de’ suoi principii ed erigere sopra monti di teste, al chiaror delle torcie petroliere, la città nuova de’ suoi sogni.

Perisca pure la logica, ma sia salva l’umanità; e però la stessa voce che poco prima nelle medesime pagine scrollava come vento impetuoso le mura della vecchia società, risponderà a coloro che gli rinfacciarono di non saper usare strumenti più efficaci e più pronti: «E che! bisognerà dunque distruggere la società, annientare il tuo e il mio, e tornar cogli orsi a vivere nelle selve? Pochi, cacciati dal rimorso o chiamati da una popolare vocazione, lo potranno; ma i più, ma tutti coloro che avranno udito la voce dell’Eterno e compreso la necessità di cooperare colla virtù a’ suoi alti disegni, coloro rispetteranno i sacri legami della società di cui sono membri, ameranno i loro simili, serviranno scrupolosamente alle leggi ed agli uomini che ne sono gli arbitri ed i ministri, e onoreranno sopra ogni cosa i Principi buoni e saggi che sapranno prevenire o guarire la moltitudine crescente degli abusi e dei mali che senza posa ci assalgono e ci percuotono.[424]»

Ora si riuniscano tutte le idee capitali di questa dottrina, e si spiri loro un’anima; si raccolgano tutti i lineamenti sparsi dell’uomo immaginario che ci passò davanti, e si gettino nella forma concreta e salda d’un uomo vivo e vero; si dia quindi a quest’uomo reale e storico lo stesso istinto del bene e intuito del vero, lo stesso concetto della vita e del mondo, lo stesso amore appassionato della natura e la stessa antipatia invincibile della società; si compia la sua figura colla semplicità de’ costumi, il gusto della libertà campestre, il fastidio della vita cittadina, il bisogno profondo e ineffabile di solitudine e di pace; non si nascondano per questo alcune delle ombre che frastagliano anco più scuramente la fronte del simbolico Emilio: la sensibilità eccessiva, la mobilità impetuosa, la intemperanza delle passioni, la crudezza del linguaggio; si collochi quest’essere fantasioso e ardente, sdegnoso e pio, istintivo e geniale innanzi alla civiltà d’un secolo non più, credo, ma non meno corrotto di quanti l’hanno preceduto, in faccia alle religioni bugiarde non ancora sfatate, alla clerocrazia tuttora prepotente, ai privilegi mutati, ma non distrutti, alle caste trasformate, ma non annichilite, al grido delle nazioni oppresse, all’urlo delle plebi affamate, al gemito dei bambini venduti, al pane salato dalle lagrime di vergogna della donna prostituita, e tuttavia saporito al dente dello Stato, e ciò fatto si dia ad un uomo simile il cuore d’un eroe e il braccio d’un atleta, lo si armi d’una spada, in luogo d’una penna; si converta ognuna delle sue idee e delle sue passioni in un fatto, e ogni fatto in un prodigio; gli si apra per arena il vecchio e il nuovo mondo, e lo si segua sopra un’interminabile Via Sacra che va da Laguna a Montevideo, dal Salto a Roma, da Varese a Marsala, dal Volturno a Bezzecca, da Mentana a Dijon; si riepiloghi finalmente tutta questa epopea nell’egloga di Caprera; si nasconda tutto questo mondo di gloria e di virtù in una povera urna, fra due bambine, sotto un’acacia, — e si avrà Garibaldi.

FINE DEL VOLUME SECONDO ED ULTIMO.

AVVERTENZA.

Nel primo volume trascorsero alcune sviste tipografiche, e alcuni errori di fatto. Alle prime si ripara con l’Errata-Corrige che viene appresso; dei secondi siamo lieti di potere, mercè il consiglio di qualche cortese che volle onorare de’ suoi appunti l’opera nostra, fare ammenda con queste

Postille:

Nel primo volume, a pag. 389, in nota, parlando della pensione offerta dal Governo sardo, per mezzo del generale La Marmora, al generale Garibaldi, ci siamo un po’ maravigliati che il La Marmora, in certe sue lettere al Dabormida, avesse tralasciato di notare che Garibaldi la pensione l’accettò per la madre e la rifiutò per sè, traendo la prova di questo fatto da una lettera di Massimo d’Azeglio ad Antonio Panizzi, del 25 luglio 1864, e scorgendo quindi una certa contraddizione tra l’asserto del generale La Marmora e quello del suo amico, allora Presidente del Consiglio dei Ministri.

Ma Verax nel Fanfulla del 30 giugno 1882 (e tutti sanno quale devoto amico del generale La Marmora si nasconda dietro quel pseudonimo) mi scrisse una lettera pubblica nella quale sostenne che contraddizione non c’è: che le pensioni date a Garibaldi furono due: una, quella di cui parla La Marmora, nel 1849; l’altra, quella a cui allude Massimo d’Azeglio, accettata per la madre ed i figli nel 1851. E noi, rispondendo al Verax, abbiamo espresso qualche dubbio su questa seconda pensione; ma egli ci rispose ribadendo e affermando d’avere visti i Documenti, e noi, senza credere per questo chiusa del tutto la lite, ci rimettiamo per ora alle autorevoli parole del nostro stimato amico.

Lo stesso Verax poi.... cioè no.... Luigi Chiala ci scrive additandoci un altro errore scappatoci a pag. 225, dove diciamo che teneva il portafogli della guerra il generale Ricci: egli ci ammonisce che reggente il ministero della guerra era allora Cesare Balbo, Presidente del Consiglio dei Ministri, il quale aveva per suo primo ufficiale il colonnello Dabormida, e soggiunge: «Hai confuso alle volte col maggiore Giuseppe Ricci, che fu poi generale di Stato Maggiore, e, se non erro, era allora segretario generale, cioè primo ufficiale agli esteri?»

E non abbiamo nulla a che ridire sulla rettifica. Soltanto ne giova soggiungere che un Ricci generale o maggiore deve esserci entrato, perchè il generale Medici nel brano di Memorie da lui confidate ad Alessandro Dumas seniore, e delle quali il Medici stesso ci confermò più volte la veridicità, narrando questo episodio di Garibaldi, dice che Carlo Alberto lo rimandò a Torino «pour qu’il y attendît les ordres de son Ministre de la guerre Mr Ricci.»

E il Medici e il Dumas, o forse anche Garibaldi, fecero la confusione dalla quale fui colto io stesso. E non solo potrebbe essere che essi abbiano scambiato il maggiore Ricci per un generale Ricci ministro della guerra; ma che il Ricci di cui parla Garibaldi sia stato il Giuseppe Ricci ministro dell’interno, appunto nel Ministero Balbo.

D’un altro sbaglio mi avvertì il signor Luigi Torre, di Casale (pag. 256): «Macerata lo elesse (Garibaldi) a suo Deputato alla Costituente Romana;» soggiunsi: «e fu quello il primo voto che lo mandò in un’assemblea politica.» Ora il signor Torre mi scrive: «Badi, il primo Collegio che mandò Garibaldi ad un’assemblea politica fu Cicagna in quel di Chiavari, nelle elezioni parziali del 30 settembre 1848. La Camera convalidò la sua elezione nella tornata del 18 ottobre 1848.» Ed io ringrazio il signor Torre della notizia, e, come vede, la confermo.

Il signor conte Alessandro Morando, che nel 1848 fu tra i primi ad accogliere Garibaldi a Milano, guardato ancora con sospetto dalla cittadinanza, dice: che l’albergo da cui arringò il popolo milanese, di cui si parla a pag. 227 in nota, non fu già La Bella Venezia, dove albergava il Mazzini, ma l’Albergo del Marino, e che insieme e intorno a lui a riceverlo c’era l’ingegnere Geronimo Cantoni, e l’ingegnere Antonio Anselmi. Anche le parole da lui dette, e da noi tolte dai giornali del tempo, dovrebbero essere modificate così: «Quello che avete fatto è un nulla a fronte di quello che dovete fare. Il nemico che dovete combattere non è tutto fuori di voi: è in mezzo a voi. Io sono venuto dall’America a dare il mio sangue: fate altrettanto anche voi.»

ERRATA-CORRIGE.

Volume I.

Pag. lin. 5, 7 l’anno stesso di Cavour va soppresso 27, 12 Ragiundo Raimondi 84, 25 Tramandahy Taramanday id., ult. id. id. 85, 4 id. id. id., ult. id. id. 170, 9 1842 1843 202, 13 14 gennaio 12 gennaio 206, 22 Duyman Dayman 233, 7 4 luglio 4 agosto 247, 27 24 aprile 29 aprile 259, 7 22 marzo 23 marzo 280, 24 Giuseppe Rosselli Pietro Rosselli 398, 25 barca bara 422, 24 fosse assalita non fosse assalita 424, 21 Migliavaca Migliavacca 437, 25 giornata stessa del 27 giornata stessa del 21 450, 14 maggiore Bioll tenente colonnello Bioll 453, 17 colonnello Bioll id. id.

A pag. 193, riproducendo in nota l’ode a Garibaldi del signor Giuseppe Bertoldi, corse un errore di disposizione.

Dopo la strofe sesta «Or leva dai marmorei ec.,» devono seguire le ultime quattro strofe, che cominciano dal verso «Chi sono quei fortissimi» e vanno al verso «Che fa l’americane acque stupir;» poi l’ode continua colla strofe che nel volume sarebbe la settima: «Quando su noi le barbare ec.»

INDICE DEI NOMI E DELLE COSE

(Il numero romano indica il volume, l’arabo la pagina.)

Abba Giuseppe Cesare, I, XXI.

Acerbi Giovanni, II, 47, 403, 417, 481, 489, 498, 517, 523.

Acquapendente, II, 498.

Agnetta Carmelo, II, 116.

Agnolucci, II, 492.

Airoldi, I, 424.

Alassio, II, 601.

Albanese Enrico, II, 332, 609.

Albini (ammiraglio), II, 309.

Alcamo, II, 84, 302.

Alessandria, II, 492.

Alfieri, I, 424.

Allemann (signora), I, 75.

Allia, II, 308.

America, vi giunge Garibaldi, I, 48; considerazioni generali sulle imprese compiutevi da Garibaldi, I, 206.

Amoy, I, 399.

Ampola, II, 440.

Anagni, I, 259, 299.

Andreus Giacinto, I, 71, 75.

Andrews (signor), II, 340, 348.

Anfossi, II, 47.

Anguissola, II, 137.

Anita, I, 90; si fa sposa di G. Garibaldi, I, 93; sua patria e famiglia, I, 94; è compagna di valore di Garibaldi, I, 97; partorisce Menotti, I, 99; sofferti coraggiosamente al fianco del marito i disagi della ritirata dei Riograndesi, giunge a Montevideo, I, 100, 108; consacra innanzi a Dio le sue nozze con Garibaldi, I, 152; dà vita a Ricciotti e parte per l’Italia, I, 202; riabbraccia il marito, I, 218; riceve da Subiaco una lettera dal marito, I, 259; segue il marito nella ritirata da Roma, I, 332; a Sant’Angelo, I, 346: parte da San Marino, I, 357; ripara sulla costa di Magnavacca, I, 360, 363; sua morte e sepoltura, I, 366; aneddoti ed epilogo sulla sua vita, I, 371.

Antonini Stefano, I, 149, 202.

Anzani Francesco, incontra Garibaldi, I, 108; divide con Garibaldi il comando della Legione di Montevideo, I, 168; notizie sulla sua vita, I, 169; al combattimento della Boyada, I, 171; al Salto, I, 185; scrive con Garibaldi una lettera a Pio IX, I, 197; s’imbarca per l’Italia, I, 205; vi giunge moribondo, I, 221; ultime sue parole, I, 224; sua morte, I, 224, 229.

Aquila (fregata), II, 160.

Archi, II, 136.

Arcioni, I, 235.

Arcisate, I, 240, 465.

Arditi, II, 359.

Arduino (colonnello), I, 424.

Arena (capitano), I, 15.

Arezzo, I, 342; II, 492.

Argentina (repubblica), sue vicende politiche e cagioni della sua guerra contro l’Uruguay, I, 109.

Argyll (duchi di) II, 358, 362

Armosino-Garibaldi Francesca, II, 596, 598.

Arnay-le-Duc, II, 567.

Arona, I, 236, 438.

Artigas, I, 122.

Ashley, II, 340, 352.

Ashurth, II, 359.

Asola, II, 288.

Aspromonte, II, 153, 298, 314, 317.

Associazioni unitarie, II, 281.

Autun, II, 563.

Avezzana Giuseppe, I, 264.

Azzarini Paolo, I, 386.

Bagnorea, II, 498.

Bagolino, II, 434.

Bajada, I, 75.

Barcellona, II, 133.

Bari, II, 412.

Barletta, II, 415.

Barrault, I, 31.

Basile (dottor), II, 330, 332, 382.

Bassi Ugo, I, 269, 332, 349, 357, 360.

Basso Giovanni, I, 400, 403; II, 348, 492, 510.

Bazan (capitano), I, 47.

Beales, II, 340, 382.

Beauregard (capitano), I, 48.

Bedford, II, 358.

Bedini (monsignor), I, 197, 200.

Beghelli G., I, XXIII.

Belforte, I, 450.

Belgirate, II, 292, 483, 486.

Belluno, II, 468.

Belzoppi (capitano), I, 349.

Bentivegna, II, 303, 306, 308.

Bergamo, I, 229, 291, 475; II, 415, 424.

Berkley, II, 359.

Bertani Agostino, I, 401, 425; II, 25, 33, 35, 41, 154, 177, 548.

Bettoletto, I, 480.

Bezzecca, II, 452.

Bideschini F., I, XXI.

Biella, I, 429, 433, 435.

Bifronte (brigantino), I, 205.

Birkenhead, II, 326.

Birmingham, II, 326.

Bixio Nino, a Villa Pamfili, I, 269; nei Cacciatori delle Alpi, I, 420, 424, 443, 449, 456, 459; all’impresa dei Mille, II, 25, 33, 35, 39, 47, 59, 67, 77, 93, 96, 127, 159, 161; al Parlamento il 28 aprile 1861, II, 261, 400, 418.

Blanc Louis, II, 361.

Blind Carlo, II, 352, 359.

Boggio P. C., I, XXI.

Bogliasco, II, 43.

Bologna, I, 249, 499, 501; II, 467, 493.

Bolzola, I, 431.

Bonnet Giovacchino, I, XXVII, 361.

Bordeaux, II, 579.

Bordone, I, XXII; II, 555.

Borel, I, 36.

Borgomanero, I, 436.

Bosco Beneventano Del (colonnello), II, 21, 136.

Bossi (colonnello), II, 515.

Bourbaky, II, 570.

Bourg, II, 577.

Boyada (torrente), I, 171.

Boyada (città), I, 155.

Brasile, compendio storico delle sue vicende politiche, I, 52; cause che gli sollevarono contro il territorio di Rio Grande, I, 59.

Brescia, I, 478; II, 7, 288, 425.

Briganti (generale), II, 162.

Bristol, II, 351, 388.

Brodo, I, 338.

Bronzetti Narciso, I, 424, 460, 476, 482.

Brook-House, II, 344, 351.

Brown, I, 153.

Brozzolo, I, 427, 432.

Brusasco, I, 426.

Bruzzesi Giacinto, II, 403.

Bueno, I, 332.

Cabo Frio, I, 51.

Cacciatori degli Appennini, I, 432.

Cacciatori della Stura, I, 423.

Cacciatori delle Alpi, I, 421; II, 17.

Cadolini (colonnello), I, XXVII, 424.

Caffaro, II, 425.

Caianello, II, 229.

Caiazzo, II, 181.

Cairoli Benedetto, I, 424; II, 47, 403, 482, 483, 512, 593.

Cairoli Enrico, II, 516.

Cairoli Giovanni, II, 516.

Calatafimi, II, 72, 302.

Caldesi Vincenzo, II, 483.

Caltanissetta, II, 338.

Cambriels, II, 560.

Camerlata, I, 235.

Camozzi Gabriele, II, 288.

Canavarro (generale), I, 84, 88, 92.

Canton, I, 399.

Canzio Stefano, II, 456, 505, 565, 575, 609.

Capivari, I, 84.

Cappelletti Alessandro, II, 608.

Caprera, I, 394, 400, 401, 417, 504, 509; II, 8, 233, 271, 298, 332, 391, 407, 423, 495, 579, 589, 607.

Carabinieri mobili, II, 283.

Caravà (colonnello), II, 549.

Carini, II, 47, 67, 73, 93, 108.

Carlo Alberto, I, 37, 217, 225, 231, 233.

Carniglia Luigi, I, 70, 79, 87.

Carpaneti (console), I, 395, 397.

Carrano Francesco, I, XX, 424.

Casabona Antonio, I, 26.

Casa Bruciata, I, 37.

Casale, I, 430.

Casalmaggiore II, 285.

Casamicciola, II, 393.

Caserta, II, 183, 193.

Cassapara (goletta), I, 88.

Castelfranco, II, 478.

Castel Giubileo, II, 524.

Castelgoffredo, II, 288.

Castelletti, II, 475.

Castelletto, I, 236, 439.

Castellini Napoleone, I, 76, 146.

Castiglia Salvatore, II, 39, 153.

Castiglion Fiorentino, I, 342.

Castore, II, 652.

Castrogiovanni, II, 309.

Catania, II, 312.

Catanzaro, II, 605.

Cattabeni Vincenzo, II, 153, 180.

Cattaneo Carlo, II, 216, 218.

Cattolica, I, 492.

Cavallasca, I, 455.

Cavallotti Felice, I, XXII.

Cavour (conte di), I, 412, 417, 432; II, 1, 9, 28, 149, 170, 206, 211, 260, 262, 269.

Cazzone, I, 451.

Ceccaldi, I, 332, 357.

Ceneri (professor), II, 483, 485.

Cenni, I, 332.

Centorbi, II, 309.

Centro romano d’insurrezione, II, 466, 472.

Ceprano, I, 297.

Cerrito, I, 155.

Cesenatico, I, 357.

Cetona, I, 339.

Chambers (signori), II, 340, 342, 353, 375.

Châtillon-sur-Seine, II, 563.

Chenet, II, 568.

Chiassi, I, 332; II, 159, 161, 370, 403, 452.

Chiavari, I, 5, 387.

China, I, 897.

Chioggia, II, 468.

Chretien, II, 109.

Chiswick, II, 385.

Chiusi, I, 339.

Chivasso, I, 426, 429, 432.

Cialdini Enrico, I, 423, 427, 430; II, 266, 511.

Ciceruacchio, I, 253, 332, 357, 360.

Cima-la-Costa, I, 456.

Cincia (isola di), I, 397.

Cipriani Emilio, II, 380, 548.

Citerna, I, 343.

Civitavecchia, I, 261.

Clarendon (conti), II, 358.

Cleombroto, I, 40.

Clifden Park, II, 387.

Collins (signora), II, 506, 510.

Colombo (legno da guerra), I, 394.

Colonia, I, 177.

Coltelletti, II, 33, 495.

Comacchio, I, 361.

Comitati di Provvedimento, II, 281.

Comitato Nazionale Romano, II, 466, 475.

Como, I, 234, 453, 457, 465; II, 285, 412, 424.

Commonwealth (brigantino), I, 399.

Condino, II, 446.

Confine, I, 335.

Coppola Giuseppe, II, 70, 73.

Coriolo, II, 133.

Coritibani, I, 98.

Corleone, II, 302.

Cornwall, II, 388.

Corrao Giovanni, II, 16, 303.

Corrientes, I, 151, 156.

Corte Clemente, I, 489; II, 137, 337, 403, 430.

Cortese (brigantino), I, 25.

Cosenz Enrico, I, 408, 424, 449, 457, 481; II, 137, 153, 162, 177, 186.

Costantinopoli, I, 25.

Costanza (brigantino), I, 19.

Costitucion (corvetta), I, 148.

Covent-Garden, II, 358.

Cremer, II, 567.

Crémieux, II, 555.

Cremona, II, 285.

Crispi Francesco, II, 14, 25, 33, 34, 35, 93, 109, 117, 482, 495, 504, 551.

Cristoforo Colombo, II, 607.

Cruz-Alta, I, 97.

Crystal Palace, II, 359, 361.

Cucchi Francesco, II, 403, 481, 489, 504.

Cuneo Gio. Batt., I, XVIII, 31.

Dacres (ammiraglio), II, 388.

Dandolo Emilio, I, 298.

D’Apice, I, 235.

D’Aspre (generale), I, 240.

D’Aste, II, 111.

David, I, 289.

Della Verdura (duca), II, 307.

Del Vecchio, II, 489.

De Cristoforis, I, 424, 431, 439, 443, 446, 455.

De Negri (don Pedro), I, 397.

Depretis Agostino, II, 150, 176, 591.

Desenzano, II, 288.

Des Geneys (fregata), I, 41.

Di Cossilla, I, 387.

Dijon, II, 571.

Diritto (Il), giornale, II, 404.

Draghignano, I, 43.

Duca di Genova, I, 236.

Duca di Genova (fregata), II, 324.

Dumas Alessandro, I, XVII, XVIII.

Dundey, II, 326.

Dunn, II, 137.

Eber (generale), II, 373, 375.

Eberhardt, II, 156, 161.

Eboli, II, 167.

Echague (don Pedro), I, 71, 75.

Elpis Melena, I, XVII.

Empoli, II, 512.

Enea (brigantino), I, 24.

Entre-Rios, I, 71, 75.

Esenta, II, 427.

Esploratore (L’), I, 400.

Europa (L’) nel 1831, I, 27.

Exeter, II, 388.

Fabrizi Nicola, II, 16, 34, 139, 418, 530, 542.

Fanti (Brigata), I, 424.

Fanti Manfredo, I, 491; II, 259.

Farini, I, 491; II, 14.

Faro, II, 152.

Fazy, II, 482, 483.

Fazzari, II, 614.

Feltre, II, 468.

Fergusson (dottor), II, 373.

Ferrara, II, 467.

Ferrari, I, 424.

Ficulle, I, 339.

Ficuzza, II, 304.

Figline, II, 549.

Filigare, I, 249.

Fino, I, 505, 508.

Finzi Giuseppe, II, 33.

Firenze, I, 249; II, 466, 475, 487, 511.

Foiano, I, 342.

Follonica, I, 386.

Fontana Luigi, II, 493.

Fontebranda, II, 54.

Forbes, I, 357.

Foresti Felice, I, 405.

Forio (Da) Giuseppe, I, XX.

Formicola; II, 229.

Fornuovo, II, 524.

Fortino, II, 176.

Foscolo Ugo, II, 385.

Fowey, II, 390.

Francesco I di Napoli, II, 166.

Francia, II, 328.

Franklin (piroscafo), II, 157.

Frattini, II, 476.

Friggesy Gustavo, I, XXII; II, 518.

Froscianti, I, 403.

Frosinone, I, 297, 299.

Fulminante (fregata), II, 160.

Fumagalli, I, 332.

Fuxa, II, 96.

Fuzzi Antonio, I, 386.

Gallarate, II, 415, 424.

Galles (principe di), II, 386.

Galliano, II, 475.

Galpon de Chargucada, I, 80.

Gambetta, II, 556.

Gancia (convento della), II, 17.

Garibaldi Angelo (iuniore), I, 10.

Garibaldi Angelo (seniore), I, 6.

Garibaldi Anita. Vedi Anita.

Garibaldi Anita (figlia), II, 596, 653.

Garibaldi Clelia, II, 596.

Garibaldi Domenico, I, 5, 6.

Garibaldi Felice, I, 10, 401.

Garibaldi Giuseppe, sue Memorie, I, XXV, 3; prima sentenza che lo condanna nel capo, I, 1; sua nascita, patria e discendenza della famiglia, I, 5; suo padre, I, 5, 6; sua madre, I, 5; suo onomastico, I, 9; fratelli e sorella, I, 10; condizioni morali ed economiche della sua famiglia, I, 10; sua infanzia, I, 11; prime prove di coraggio ed abnegazione, I, 13; studi, maestri e coltura, I, 13; suo grande amore per il mare, I, 18; primi viaggi marittimi, I, 19; visita Roma, I, 21; pensa all’incanalamento dei Tevere, I, 23; continua i viaggi ed è spettatore al primo naufragio, I, 24; infermasi a Costantinopoli, I, 25; precettore di fanciulli, I, 25; diviene capitano di mare, I, 26; lo stato politico d’Europa e d’Italia comincia a commuovergli l’animo, I, 27; incontrasi coi Sansimoniani, I, 31; a Taganrok scopre l’esistenza della Giovine Italia, I, 33; presentasi a Mazzini, in Marsiglia, per esservi aggregato, I, 35; tornato in Liguria, si mette in relazione co’ principali patriotti e iscrivesi come semplice marinaio nella flotta regia, per far propaganda fra gli equipaggi, I, 39; fallito il movimento repubblicano in Piemonte, ripara in Francia, I, 41; arrestato, riesce a fuggire, I, 43; volge i passi verso Marsiglia e dopo una curiosa avventura vi giunge, I, 44; legge la sua condanna di morte, I, 46; cambia nome, I, 47; gode dell’ospitalità di un amico finchè trovasi un posto di secondo sopra un brigantino, I, 47; salva un giovinetto che annega, I, 47; assoldasi nella flottiglia del Bey di Tunisi, I, 47; tornato a Marsiglia e trovatala afflitta dal colèra, si dà ad assistere gl’infermi, I, 48.

Fa vela per Rio Janeiro, I, 48; v’incontra Luigi Rossetti, I, 50; si dà al cabotaggio, I, 51; dopo la sollevazione di Rio Grande, visita in carcere Livio Zambeccari, che lo anima a far guerra al Brasile, I, 61; va corsaro contro il Brasile, I, 62; prima sua impresa di corsaro, I, 62; tocca le coste dell’Uruguay, dalle quali è obbligato allontanarsi per non essere arrestato, I, 64; non volendo abbandonare l’Uruguay, giunge con molti pericoli a Jesus-Maria, I, 64; procura con ardito espediente vettovaglie al suo equipaggio, I, 65; per la prima volta trovasi nelle Pampas e v’incontra una poetessa, I, 66; attaccato da due lancioni dell’Uruguay, li respinge, rimanendo ferito, I, 69; fa volger la prua verso Santa-Fè, nel Paranà, I, 70; raccolto da un bastimento brasiliano, vien condotto a Gualeguay e quivi ritenuto prigioniero, I, 71; confortasi coltivando lo spirito e poetando sui pietosi casi d’Italia, I, 72; stanco del suo stato fugge, I, 74: ripreso e ricondotto a Gualeguay, vien posto alla tortura da un feroce governatore, I, 74; al quale più tardi, avendolo prigioniero, perdona, I, 76; vien posto in libertà, I, 75; ripara in Montevideo, ospitato e protetto da alcuni amici, I, 76; va con Rossetti a Piratinin, campo dei Riograndesi, I, 76; raggiunge il presidente della repubblica di Rio Grande, I, 77; il quale gli commette l’organizzazione ed il comando di una flottiglia, I, 78; costruisce ed arma due lancioni e spingesi nella laguna de los Patos, I, 78; con tredici uomini resiste all’assalto di 150 cavalieri, I, 80; con mille espedienti conduce la sua flottiglia in mare, I, 83; un naufragio gli toglie le navi e i più cari compagni, I, 85; con altri legni riprende le ostilità, I, 88; dopo alcuni combattimenti ripara nel porto d’Imbituba, I, 87; di dove respinto il nemico, rientra nella laguna di Santa Caterina, I, 89; suoi amori, I, 68, 90; incontra Anita Riberas e la toglie in moglie, I, 90; è obbligato far saccheggiare Imeruy, I, 95; cominciata la ritirata dei Riograndesi, si adopera per renderla meno disastrosa, I, 96; con tre navi resiste a ventidue e a molte truppe di terra, I, 97; protegge la ritirata con settantatrè uomini contro cinquecento, I, 98; a Santa Vittoria decide del combattimento, si trova alla fazione di Taquary, all’assedio di San Josè rimane quasi padrone della città, I, 98; gli nasce il figlio Menotti, I, 99; la sua famiglia soffre stenti e pericoli, I, 99; è funestato dalla morte di Rossetti, I, 102; sua descrizione della ritirata dei Riograndesi, I, 103; decidesi portarsi a Montevideo, e per via si fa truppiere, I, 107; incontra Francesco Anzani, I, 108; giunge a Montevideo, I, 108.

Trova Montevideo impegnata nella guerra contro Rosas, I, 109; si dà a trafficare e insegnare matematiche, I, 146; gli viene offerto il comando della flottiglia della città, I, 147; accetta e gli è affidata rischiosissima impresa, I, 151; avanti di accingervisi consacra all’altare la sua unione con Anita, I, 152; partito per il Paranà, a Martin Garcia sfida i primi pericoli, I, 153; può sfuggire a un attacco dell’ammiraglio Brown, I, 153; entrato nel Paranà vince a Boyada, a Las Concas, al Cerrito, I, 155; seguita la rotta per Corrientes, catturando alcune navi mercantili, I, 155; a Nueva Cava, attaccato con forze superiori, resiste tre giorni e tre notti e si salva co’ suoi incendiando le navi, I, 156; suo valore nella campagna del Paranà, I, 160; conducesi invano a San Francisco per unirsi al generale Ribera, I, 161; gli viene affidato da Montevideo l’ordinamento e il comando di una nuova flottiglia, I, 164; prende anche il comando della Legione Italiana, I, 166; divide con Francesco Anzani il comando della Legione, I, 168: la conduce al combattimento della Boyada, I, 171; continuano le sue animose avventure, I, 173; risale il Plata, s’impadronisce di Colonia, Martin Garcia e Mercedes, respinge il general Lavalleja, sorprende Gualeguaychu e giunge al Salto, I, 176; si porta a Tapevi, ove vince la battaglia di Sant’Antonio, I, 178; ordine del giorno dopo la vittoria, I, 187; continuato a battagliare per qualche tempo al Salto, torna a Montevideo, I, 193; risale l’Uruguay e vince a Las Vacas, I, 195; gli viene offerto il comando della piazza di Montevideo, I, 195; accettatolo è obbligato rinunziarvi poco dopo, per le mene di alcuni invidiosi, I, 195; rimette all’obbedienza un reggimento di negri ammutinato, I, 196; giuntegli novelle della rivoluzione d’Italia, scrive insieme ad Anzani una lettera a Pio IX, offrendogli il suo braccio per la causa italiana, I, 197; preparasi a partire per l’Italia, I, 201; gli nasce Ricciotti, I, 202; imbarca Anita per l’Italia, I, 202; manda in Italia Giacomo Medici con istruzioni per preparare la patria a riceverlo, I, 203.

Imbarcasi per l’Italia con un manipolo di legionari, I, 205; sua vita tenuta in America: conclusioni generali I, 206; in alto mare salva il bastimento da un incendio, I, 214; presso Gibilterra ha notizia della scoppiata rivoluzione, I, 214; approda a Palos, I, 217; decide offrire il suo braccio a Carlo Alberto, I, 217; giunge a Nizza, I, 217; abbraccia i suoi, I, 218; il popolo l’accoglie festante, I, 218; recasi a Genova, I, 220; assiste l’amico Anzani morente, I, 221; palesa i suoi pensieri intorno ai casi della guerra, I, 222; parte da Genova, passa da Novara e da Pavia per condursi a Roverbella a offrire il suo braccio a Carlo Alberto, I, 224; rinviatolo questi a’ suoi ministri, si conduce a Torino, I, 225; non concluso niente col governo del Piemonte, va a Milano, I, 227; vi riceve il comando di tremila volontari, I, 228; con questi si porta a Bergamo, I, 229; è chiamato a Milano, I, 231; accampa a Monza, I, 232; caduta Milano, ritirasi su Como, I, 234; giunto a Camerlata vi si trincera, I, 235; invita l’Italia alle armi, ed apre nuovi arruolamenti, I, 235; levato il campo da Como si dirige a San Fermo, I, 236; tocca Varese, parte per il Lago Maggiore, tragitta il Ticino ed approda presso Arona, I, 236: intimatogli dal Duca di Genova di sciogliere i suoi volontari, inalbera il vessillo mazziniano Dio e Popolo, e fa un proclama agl’Italiani, I, 236; risale il Lago Maggiore e si accampa a Luino, I, 238; sbaraglia una colonna austriaca, I, 238; giunge a Varese, I, 239; si ritira sulle colline di Induno, I, 239; riesce a porsi alle spalle de’ nemici a Morazzone, I, 240; attaccato, è obbligato ripararsi in Isvizzera, I, 241; sua prima impresa in Italia: conclusioni generali, I, 243.

Si riconduce a Nizza e di là a Genova, I, 246; di qui parte con cinquecento volontari in soccorso della Sicilia, I, 243; accetta a Livorno il comando dell’esercito toscano e si conduce a Firenze, I, 249; s’accinge a portare aiuto a Venezia, I, 249; il generale Zucchi gl’impedisce il cammino alle Filigare, può proseguire e tocca Bologna e Ravenna, I, 249; accorre a Roma, I, 250; non si accolgono troppo cordialmente i suoi servigi, I, 251; vien mandato tenente colonnello a Macerata, I, 253; gli viene ordinato di combattere il brigantaggio nell’Ascolano, I, 254; a tal uopo per Tolentino, Foligno e Spoleto si porta a Rieti, I, 255; di qui va a Roma per assistere all’apertura del Parlamento come deputato di Macerata, I, 256; suo primo atto parlamentare, I, 256; torna a Rieti, I, 258; condottosi a Subiaco scrive ad Anita, I, 259; richiamato a Roma per la difesa contro i Francesi, è riconosciuto generale, I, 264; vince co’ suoi a Villa Pamfili, I, 266; gli è vietato compiere la disfatta dei Francesi, I, 270; tenta dare un nuovo combattimento I, 271; invaso lo stato di Roma da’ Napoletani, gli vien commesso di molestarli, I, 272; a tal uopo va a Tivoli, I, 272; poi a Palestrina a vista dei nemici, I, 274; respinge un attacco di questi, I, 275; consigliato dai casi della guerra torna a Roma, I, 276; vien promosso generale di divisione, I, 280; si accinge col generale Rosselli a battere l’esercito borbonico, I, 281; vince a Velletri, I, 283; nel caldo della mischia rischia perder la vita, I, 287; per cogliere i frutti della vittoria vuol entrare nel Napoletano, I, 296; gli viene accordato dal governo di Roma, I, 297; partito per l’impresa tocca Frosinone e Ripa, sconfina a Ceprano e prende ai nemico Rocca d’Arce, I, 297; i casi della guerra lo richiamano a Roma, I, 299; da Frosinone scrive al Masina dandogli il comando della Legione Italiana, I, 300; assalta eroicamente Villa Pamfili, I, 302; sua parte nell’assalto, I, 309; assediata Roma ha la parte principale nella difesa, I, 314; guida l’incamiciata, I, 316; presa dai Francesi la breccia rifiuta al Triumvirato tentarne il riacquisto, I, 319; consiglia invece altro modo di difesa, I, 321; propostagli da Pietro Sterbini la dittatura, la rifiuta, I, 322; continua a dirigere la difesa, I, 325; perduta l’ultima breccia, rafforza Villa Spada e la difende, I, 327; perduta anch’essa spera arrestare il nemico a Ponte Sant’Angelo, I, 328; è richiesto di consiglio dalla Costituente sullo stato delle cose, I, 328; esce di Roma, I, 332.

Accompagnato dagli avanzi delle sue legioni pernotta a Monticelli, s’accampa a Monterotondo, I, 332; è minacciato dai Francesi, dagli Spagnuoli, dai borbonici e dagli Austriaci, I, 334; toccato Confine e Poggio Mirteto incontra a Terni il colonnello Forbes con un rinforzo, I, 335; si porta a San Gemini presso Todi, I, 336; lascia Todi, passa il Tevere a Monte Acuto e s’incammina per Orvieto per la via di Brodo, I, 337; da Orvieto va a porre il campo a Ficulle, I, 338; riposa a Sole e giunge a Cetona, I, 339; scaramuccia tra Sarteano e Chiusi, riposa a Sarteano, I, 339; entrato in Montepulciano fa un proclama ai Toscani, I, 340; giunto a Torrita risolve d’andare a Venezia, I, 341; passa per Foiano, Castiglion Fiorentino e giunge ad Arezzo, I, 342; scaramuccia col nemico e riposa a Monterchi, I, 343; porta il campo a Citerna e di là a San Giustino, I, 343; valica il monte della Luna, I, 344; riposa a Mercatello, I, 345; s’accampa a Macerata Feltria, I, 346; per le alture di Carpegna si dirige a San Marino, I, 347; ove manda Ugo Bassi a chieder passo e viveri, I, 349; sconfittagli dagli Austriaci la retroguardia, ripara a San Marino, I, 349; fattosi mediatore il governo di San Marino per ottenergli buoni patti dal nemico, scioglie i suoi volontari, I, 350; fugge da San Marino con pochi dei suoi, I, 356; a Cesenatico fa vela per Venezia, I, 357: attaccato da incrociatori austriaci, si salva sulle coste di Magnavacca, I, 359; perseguitato, abbandona la spiaggia con la moglie morente, I, 360; incontra Giovacchino Bonnet, I, 361; dal quale riceve aiuti per salvarsi, I, 363; fugge per Comacchio e giunge alla villa Guiccioli, I, 365; gli muore Anita, I, 366; da villa Guiccioli va a Sant’Alberto, di lì a Modigliana, I, 385; per quel di Prato, Poggibonsi, Pomarance e Massa Marittima va a Follonica, I, 386; qui imbarcatosi approda a Porto Venere, I, 386; giunto a Chiavari è fatto arrestare dal governo piemontese, I, 387; posto in bando dal Piemonte va a Tunisi, I, 388; il Bey di Tunisi gli ricusa ospitalità, I, 393; approda all’Isola della Maddalena, I, 393; il governo piemontese lo ritrae di là e lo manda a Gibilterra, I, 394; salva un canotto sardo naufragante, I, 394; Gibilterra e la Spagna ricusano ricettarlo, I, 394; gli viene offerta ospitalità dagli Stati Uniti d’America, I, 394; ripara a Tangeri ove scrive le sue Memorie, I, 395; si conduce a Liverpool, di là a New-York, I, 395; ove si dà a fabbricar candele per campare la vita, I, 396; offertogli il comando di una nave mercantile lascia New-York, I, 397; a Panama è ridotto in fin di vita, I, 397; guarito va a Lima, I, 397; commessogli il comando di una nave va da Lima a Hong-Kong, I, 397; riapproda a Lima, I, 399; a New-York prende il comando di una nuova nave, I, 399; toccato New-Castle giunge a Genova, I, 400; a Nizza abbraccia i suoi, I, 400; datosi al cabotaggio va a Marsiglia, è intenzionato comprare Caprera, I, 400; si stabilisce a Caprera, I, 401; prende l’incarico di liberare i prigionieri di Santo Stefano, I, 404; a Genova parla con Foresti sui casi d’Italia, I, 405.

Visita Cavour a Torino, I, 411; a Voltaggio fa un proclama ai giovani, I, 412; aderisce all’Associazione Nazionale, I, 413; conferisce col Cavour intorno alla futura guerra, I, 417; torna a Torino chiamato da Vittorio Emanuele, I, 419; annunzia la guerra a’ suoi amici, I, 420; è chiamato da Caprera per capitanare i Cacciatori delle Alpi, I, 423; per Savigliano, Chivasso e Cavagnole giunge a Brusasco co’ suoi Cacciatori, I, 426; presidia Verrua e s’accampa sulle alture di Bruzzolo, I, 427; prende posizione a Ponte Stura, Casale, Bolzola e Rive, I, 430; a Ponte di Casale ributta il nemico, I, 431; va a San Salvatore dal Re che gli dà ordini scritti, I, 431; contromarcia per Brozzolo, invia la brigata verso Chivasso e va a Torino dal Cavour, I, 432; si pone a San Germano sotto gli ordini del general De Sonnaz per la presa di Vercelli, I, 432: comincia la marcia per la Lombardia, I, 433; tocca Biella, Gattinara, Romagnano, Borgomanero, I, 436; muove su Arona per Castelletto ed occupa Sesto Calende, I, 437; toccata la Lombardia riceve deputazioni patriottiche, giunge a Varese, I, 441; è minacciato dagli Austriaci guidati da Urban, I, 445; si dà alla difesa di Varese, porta il quartier generale a Villa Ponti, I, 447; batte il nemico a Varese e a San Salvatore, I, 449; muove su Como, I, 453; vince a San Fermo, I, 454; entra in Como, I, 456; tenta sorprender Laveno, I, 458; rioccupato Varese dall’Urban, prende posizione a Sant’Ambrogio e Robarello, I, 461; ripiega su Como per Induno ed Arcisate, I, 464; incontra la marchesa Giuseppina Raimondi, I, 465; rientra in Como, I, 466; conclusioni intorno alla sua campagna di Lombardia, I, 467; per Lecco, Caprino e Almenno, piomba su Bergamo, I, 474; è chiamato a Milano da Vittorio Emanuele, I, 476; tornato a Bergamo va a Brescia, I, 478; a Rezzato e a Tre Ponti, I, 480; ultime sue operazioni, I, 483; accetta il comando dell’esercito toscano, I, 487; divide con Manfredo Fanti il comando dell’esercito dell’Italia centrale, I, 491; vien mandato sul confine pontificio con due divisioni, I, 492; è chiamato dal Re a conferire intorno agli Stati pontifici, I, 495; resta dinanzi alla Cattolica a provocare l’insurrezione fra i Marchigiani, I, 499; al governo di Bologna promette desistere dall’impresa d’invadere le Marche, I, 499; ad Imola falsi messaggi gli dicono essere scoppiata l’insurrezione nelle Marche, I, 500; da Rimini comanda alle sue truppe di sconfinare, I, 500; impedito il movimento delle sue truppe va a Bologna a rampognarne Fanti e Farini, I, 501; è chiamato da Vittorio Emanuele che lo consiglia a rassegnare l’ufficio, I, 503; da Genova annunzia con un proclama le sue dimissioni, I, 503; invita gl’italiani ad una sottoscrizione per l’acquisto di un milione di fucili, I, 504; passa qualche tempo a Nizza, I, 505; tocca Caprera, e da Fino indirizza un appello agli studenti di Pavia, I, 505; passato da Milano va a Torino a chiedere l’organizzazione della Guardia Nazionale e fonda l’associazione la Nazione Armata, I, 566; va a Fino a sposare la marchesina Raimondi, I, 508; la ripudia e si porta a Caprera, I, 509; suo operato nell’Italia centrale: conclusioni, I, 510.

Nizza lo manda al Parlamento subalpino, II, 7; svolge a Torino un’interpellanza sulla cessione di Nizza, II, 8; invitato a fare una spedizione in Sicilia, accetta, II, 25; chiede a Vittorio Emanuele milizie regolari per la spedizione, II, 26; non ottenutele va a Quarto ove stabilisce il quartier generale della spedizione, II, 33; soffocata l’insurrezione siciliana dichiara impossibile l’impresa, II, 35; decide la spedizione, II, 36; salpa da Quarto coi Mille, II, 37; scrive a Vittorio Emanuele lo ragioni dell’impresa, II, 40; raccomanda disciplina all’esercito regolare italiano, II, 41; dà istruzioni ad Agostino Bertani riguardo alla spedizione, lasciandolo suo rappresentante sul continente, II, 41; a Bogliasco non trova le armi che gli dovevano pervenire, II, 43; fa rotta per Piombino, II, 44; getta l’àncora a Talamone, II, 45; a Talamone ed Orbetello trova armi e munizioni, II, 45; ordina la legione, II, 47; creduto opportuno promuovere un’insurrezione nell’Italia centrale, divisa farvi una piccola spedizione, II, 48; dà il comando al colonnello Zambianchi, II, 50; fa un proclama ai Romani e dà istruzioni allo Zambianchi, II, 51; nelle acque di Marettimo, II, 58; sbarca a Marsala, II, 60; ove pubblica un proclama ai Siciliani, II, 64; a Rampagallo e a Salemi ha i primi soccorsi d’armati, II, 66; gli muove contro il generale Landi, II, 71; vittoria di Calatafimi, II, 72; sosta ad Alcamo, e per Partinico e Borgetto giunge al Passo di Renna, II, 83; a Piana de’ Greci, a Misilmeri, sulle alture del Parco, II, 86; a Palermo, II, 89; dal borbonico Lanza è invitato ad una conferenza, II, 105; è attaccato in Palermo dai borbonici, fedifraghi alla pattuita tregua, II, 107; prende parte alla conferenza sulla nave inglese Hannibal, II, 109; accetta un armistizio dai borbonici, II, 113; dopo il resultato della conferenza fa un proclama ai Siciliani, II, 113; consente al nemico una tregua di tre giorni, II, 115; si adopra a dare una forma regolare al governo di Palermo, II, 117; resta padrone di Palermo, II, 117; provvede ai bisogni del nuovo governo, II, 120; scambia visite con Persano, II, 125; pensa bene occupare militarmente i centri principali dell’Isola, II, 127; dà lo sfratto al La Farina, II, 128; resta padrone di Milazzo, II, 127, 133; occupata Messina, volge in mente passare lo stretto, II, 147; intorno a ciò riceve una lettera di Vittorio Emanuele, cui risponde, II, 147; elegge Agostino Depretis suo prodittatore nel governo dell’Isola, II, 149; per facilitarsi il passaggio dello stretto si porta al Faro, II, 151; primi tentativi di sbarco, II, 153; commesso al Sirtori il comando dell’esercito, parte dal Faro e si porta al Golfo degli Aranci, II, 154; preso il comando di due brigate di una nuova spedizione, le conduce a Palermo, II, 159; di là va a Taormina a prepararsi allo sbarco sur continente, II, 158; a Melito tocca la spiaggia calabrese, II, 160; s’impadronisce di Reggio, II, 161; la divisione Briganti gli si rende a discrezione, II, 162; muove su Napoli, II, 163; i generali Caldarelli, Flores e Viale gli lasciano libero il passo, II, 164; si sbarazza del general Ghio, II, 164; minacciato dai borbonici concentra le forze ad Eboli, II, 167; entra in Napoli, II, 168; aggrega la marina militare e mercantile napoletane a quella del Piemonte, II, 170; gli annessionisti lo stringono a dare il plebiscito, II, 171; vieta al Depretis far l’annessione della Sicilia, II, 176, 177; rimasta senza prodittatore la Sicilia, si porta a Palermo a ristabilire il governo, II, 178; ordina al Türr di soffocare una sommossa ad Ariano, II, 179; a Caiazzo, II, 180; si prepara alla battaglia del Volturno, II, 183; vince al Volturno, II, 187; alla fazione di Castel Morone e Caserta, II, 193; sua battaglia al Volturno: conclusioni generali, II, 195; il suo esercito s’indebolisce, II, 200; dopo Castelfidardo ed Ancona felicita con lettera Vittorio Emanuele per le vittorie riportate, II, 206; offre a Giorgio Pallavicino la prodittatura, II, 211; il suo dissidio con Cavour s’inasprisce, tenta comporlo il Pallavicino, II, 211; gli si aggrava la questione dell’annessione, II, 214; allontana da Napoli il Mazzini, II, 216; dà la prodittatura ai Pallavicino, II, 216; si sdegna della promulgazione del plebiscito fatta dal Pallavicino, II, 217; Napoli gli chiede il plebiscito, II, 218; delibera l’annessione, II, 220; respinge una sortita de’ nemici da Capua, II, 223; detta un Memorandum alle potenze d’Europa in cui fa voti per la pace de’ popoli, II, 223; fa un proclama alle Due Sicilie, in cui le dichiara annesse all’Italia, II, 227; a Caianello presso Teano incontra Vittorio Emanuele, II, 228; gli chiede di essere primo allo scontro nella futura battaglia e gli è rifiutato, II, 229; si ritira a Napoli, II, 230; scrive a Vittorio Emanuele declinando la dittatura, II, 231; consegna una bandiera alla Legione Ungherese, distribuisce le medaglie ai Mille e passa in rivista il suo esercito a Caserta, II, 231; entra in Napoli con Vittorio Emanuele, ricusando tutti gli onori offertigli, II, 232; lascia Napoli per la sua Caprera, II, 232; la sua impresa delle Due Sicilie: conclusioni generali, II, 235.

Suo tenore di vita a Caprera, II, 242; è visitato da un continuo pellegrinaggio, II, 244; preparasi a sciogliere il voto a Roma e Venezia, II, 245; giungono a lui i lamenti dei suoi commilitoni lagnantisi del trattamento del governo, II, 250; eletto deputato di Napoli va a Torino, II, 255; sua prima seduta al Parlamento italiano, II, 257; riceve una lettera dal Cialdini, II, 266; vi risponde, II, 268; Vittorio Emanuele lo invita presso di lui insieme al Cavour per conciliarli, II, 269; si riconcilia col Cialdini, II, 269; torna a Caprera, II, 271; si attenta alla sua vita, II, 272; è invitato dagli Stati Uniti a prendere il comando dell’esercito federale, II, 275; è visitato a Caprera dal senatore Plezza, che lo invita ad inaugurare i Tiri Nazionali a nome del governo, II, 277; tocca Genova, e a Torino parla col Re e Rattazzi, II, 278; torna a Genova per comporre i dissidi del partito rivoluzionario, II, 280; avute offerte di armamenti dal governo, parte per la Lombardia, II, 283; a Milano visita Manzoni, II, 284; continua il viaggio per Monza, Como, Lodi, Arona, Casalmaggiore, Cremona, II, 285; visitata Brescia, Montechiari, Castelgoffredo, Asola, Desenzano, Pavia, si riduce a Trescorre a preparare una spedizione, II, 288; la sua congiura è scoperta dal governo, II, 290; la sua spedizione è arrestata a Palazzolo e a Sarnico, II, 291; da Torino si porta a Belgirate, II, 292; scrive una lettera al Parlamento spiegando i fatti di Sarnico, II, 293; toccato Torino e Caprera sbarca a Palermo, II, 297; invita il popolo alle armi per toglier Roma ai Francesi, II, 301; visita i luoghi del 1860, a Marsala annunzia la spedizione contro Roma, II, 302; affretta i preparativi della spedizione, II, 303; parte per la Ficuzza ove sono assembrati i suoi volontari, II, 304; ordina la sua gente e s’avvia a Mezzojuso, II, 306; il governo decide opporsi alla sua spedizione, II, 306; passa da Allia, Valledolmo, Villalba, a Santo Stefano una sua colonna viene alle mani co’ soldati regolari, toccata Santa Caterina e Marianopoli entra in Caltanissetta, II, 309; passa da Girgenti, Villarosa, Castrogiovanni, Piazza, Leonforte, San Filippo, Regalbuto, II, 309; riceve una lettera dell’ammiraglio Albini, che si esibisce di condurlo in qualunque porto del regno, II, 309; a Paternò gli vien dato il passo da un battaglione di regolari, II, 310; entra in Catania, II, 312; parte da Catania, II, 313; sua narrazione dei fatti di Aspromonte, II, 314; tocca la costa calabrese ed occupa Melito, II, 316; presa la strada di Reggio volge ad Aspromonte, II, 317: è attaccato dalla truppa italiana, II, 320; è ferito, II, 322; imbarcato sul Duca di Genova, è condotto prigioniero a Spezia e di là al Varignano, II, 324; in Inghilterra, a Stocolma ed a Lipsia gli si decretano grandi onoranze, II, 325; è invitato nuovamente dagli Stati Uniti ad accettare il comando dell’esercito federale, II, 327; è amnistiato, II, 328; gli viene estratta la palla dal piede, II, 329; torna a Caprera non bene ristabilito, II, 332.

Si cruccia di non potere aiutar la Polonia insorgente, II, 333; dà il consenso per una spedizione in soccorso dei Polacchi, II, 335; è invitato dagli Inglesi ad andare nel loro paese, II, 338; è visitato a Caprera dai signori Chambers per deciderlo al viaggio, II, 342; riceve splendide offerte di ospitalità, II, 344; una lettera del signor Thornton Hunt lo avvisa non dispiacere al governo inglese s’effettuasse il progettato viaggio, II, 344; riceve offerte di ospitalità, II, 346; decide il viaggio e va a Malta, II, 346; tocca Gibilterra e sbarca a Southampton ricevuto splendidamente, II, 349; è ospitato dal signor Seely all’isola di Wight, II, 351; suo soggiorno a Wight, II, 351; visita Portsmouth, II, 352; entra in Londra ospitato dal duca di Sutherland, II, 353; suo soggiorno in Londra, II, 357; banchetto con Herzen e Mazzini, II, 359; gli viene conferita la cittadinanza londinese, II, 362; ragioni principali della sua partenza, II, 366; è consigliato al riposo dal dottor Fergusson, II, 374; è consigliato a partire, II, 375; non cede che alle parole del signor Gladstone, II, 376; la notizia della sua partenza scontenta le popolazioni, II, 381; a Chiswick depone una corona sulla tomba di Foscolo, II, 385; parte da Londra per Clifden Park, II, 386; tocca Bristol, a Weimouth visita la squadra, e per Exeter e Plimouth smonta a Penquite Par, II, 388; manda un proclama al popolo inglese, II, 388; a Fowey s’imbarca per l’Italia, II, 388; giunge a Caprera, II, 390; conclusioni generali sul suo viaggio, II, 391.

Lascia Caprera e si porta ad Ischia per preparare una spedizione sotto gli auspicii di Vittorio Emanuele, II, 393; ragioni dell’impresa, II, 393; comincia i preparativi della spedizione, II, 400; gli fallisce l’impresa, II, 403; si divide dal Guerzoni, II, 405; parte per Caprera, II, 407: venuto il 1866 riceve il comando dei volontari, II, 411; i quali gli vengono organizzati dal governo, II, 412; sue relazioni col governo d’Italia intorno ai volontari e alla guerra, II, 416; lascia Caprera e per Genova va in Lombardia a capo dei suoi, II, 423; tocca Como, Monza, Varese, Gallarate, Lecco e Bergamo, ove ordina le sue genti, II, 424; da Brescia muove verso Salò con parte delle truppe, II, 425; abbandona le posizioni del Lago d’Idro, del Caffaro e di Monte Suello per protegger Brescia, II, 426; rimarcia verso il Trentino, II, 427; al combattimento di Monte Suello, II, 430; è ferito, II, 431; al combattimento di Vezza, II, 432; conclusioni generali sulla condotta del primo periodo della guerra nel Tirolo, II, 434; porta il quartier generale a Bagolino, II, 443; scaramuccie di Lodrone e Darzo, II, 444; porta il quartier generale a Storo, II, 445; a Condino, II, 446; s’impadronisce di Ampola, Monte Notta e Monte Giovo, II, 451; a Bezzecca, II, 451; a Cologna si accinge alla presa di Lardaro, quando gli giunge la nuova dell’armistizio, II, 458; conclusioni generali sul suo operato nel Trentino, II, 459; si ritira dal Tirolo, II, 462.

Si prepara a sciogliere il voto a Roma, II, 463; dà opera a far sorgere centri rivoluzionari a tal uopo, II, 465; va a Firenze, II, 466; prosegue per Venezia, II, 467; tocca Bologna e Ferrara, II, 467; partito da Venezia passa per Chioggia, Treviso, Udine, Palmanuova, Belluno, Feltre, Vicenza e Verona sempre con Roma sul labbro, II, 468; battezza un bambino, II, 469; passa in Lombardia e Piemonte, tocca Mantova e si riduce a San Fiorano, II, 470; il centro d’insurrezione romano lo riconosce generale della futura insurrezione, II, 472; giunge a Firenze e prende stanza a Castelletti, II, 475; riceve due delegati del Centro Nazionale Romano che lo invitano all’azione, II, 475; ordina il primo tentativo d’invasione negli Stati romani, II, 475; va a Monsummano per Pescia, Montecatini, Castelfranco e Lucca, II, 478; fusisi i Comitati romani d’insurrezione si prepara all’azione, II, 479; a tal uopo va a Vinci, Siena, Montepulciano, Orvieto e Rapolano, II, 481; assiste in Ginevra al Congresso internazionale della pace, II, 482; torna in Italia per Belgirate e Genestrello, II, 486; invitato all’azione fa un proclama ai Romani, II, 486; tocca Firenze ove trova ostacoli alla sua impresa, II, 487; è invitato dal governo a ritirarsi a Caprera, II, 488: ordina le sue genti ai confini pontificii, II, 489; ove volge i suoi passi, toccando Arezzo e Sinalunga, II, 491; qui è arrestato dal governo italiano, e per Firenze e Pistoia condotto prigione ad Alessandria, II, 492; manda un proclama agl’italiani invitandoli ad aiutare l’impresa di Roma, II, 493; è ricondotto a Caprera, II, 494; invia una lettera al Crispi intorno alla questione romana, II, 495; i tentativi d’invasione de’ suoi volontari lo crucciano di non poter esser fra loro, II, 496; a Caprera è posto sotto la sorveglianza di una squadra di guerra, II, 503: Canzio si accinge a liberarlo di prigionia, II, 505; fugge e ripara in Sardegna, II, 508; giunge a Vado sul continente, II, 511; sotto finto nome va a Livorno, di là per Empoli a Firenze, II, 511; non piegando nè ai consigli nè alle minaccie del governo, parte e sconfina a Passo Corese, II, 514; giunge a Terni, II, 514; ordina e mette in posizione le sue genti, II, 518; a Monterotondo, II, 519; cadono in suo potere Viterbo, Frosinone e Velletri, II, 523; tocca Fornuovo e Castel Giubileo, II, 524; marcia su Roma, poi volge fino a Ponte Nomentano, II, 525; alcuni cattivi elementi mandano in dissoluzione il suo esercito, II, 527; l’intervento francese cresce le difficoltà della sua impresa, II, 530: crede necessario marciare su Tivoli, II, 531; dà le disposizioni per la marcia, II, 533; muove su Tivoli, II, 536: combattimento di Mentana, II, 538; sua ritirata, II, 548; a Figline il governo d’Italia l’arresta, II, 549; è tratto prigione al Varignano, torna a Caprera, II, 552; rompe il suo lungo silenzio con un proclama agli Spagnuoli, II, 552; offre il suo braccio alla Francia, II, 554; sbarca a Marsiglia e giunge a Tours, II, 565; riceve il comando dei Corpi franchi, II, 557; dopo gli scontri di Genlis e Saint-Jean de Losne muove su Autun, II, 560; i suoi battono il nemico a Châtillon-sur-Seine, II, 563; muove su Dijon, II, 564; prende posizione a Lantenay, vince a Prenois, II, 564; tenta infruttuosamente un attacco su Dijon, II, 565; rientra in Autun, II, 567; batte il nemico alle fazioni di Saint-Martin e Saint-Symphorien, II, 568; sue fazioni di concerto al generale Bourbaky, II, 570; scontri fortunati di Montbard, II, 571; occupa Dijon: le tre giornate di Dijon, II, 572; alla fazione di Pouilly la sua gente s’impadronisce di una bandiera nemica, II, 575; fa un proclama lodando i suoi soldati del valore dimostrato, II, 576; porta il quartier generale a Mondaine, II, 577; ritirata su Autun e di là su Lione, II, 578; si porta a Bordeaux all’Assemblea Nazionale, II, 579; torna a Caprera, II, 579; sua campagna nei Vosgi: conclusioni generali, II, 579.

Suoi ultimi anni, II, 585; scrive all’avvocato Petroni intorno all’Internazionale, II, 588; si porta a Roma a proporre l’incanalamento del Tevere, II, 589; è lieto dell’assunzione al governo della Sinistra, II, 590; torna a Roma per avversar la Sinistra e il Depretis, II, 590; si mette a capo della Lega della Democrazia, II, 591; accetta una rendita dallo Stato, II, 593; è dichiarato nullo il suo matrimonio colla marchesa Raimondi, II, 595; sposa la signora Francesca Armosino, II, 598; va a Genova a protestare per l’arresto di Canzio, II, 599; quindi a Milano per la commemorazione di Mentana, II, 599; va ad Alassio a ristabilirsi in salute, II, 601; protesta energicamente contro la politica francese nella questione di Tunisi, II, 601; a questo proposito manda una lettera al giornale La Patria, II, 603; per la commemorazione dei Vespri Siciliani va a Napoli, II, 603; e per le Calabrie, riposando a Catanzaro e passando per Messina, giunge a Palermo, II, 605; fa un proclama alla città di Palermo, II, 606; torna a Caprera, II, 607: sua morte, II, 607; onoranze tributategli in Italia e all’estero, II, 610; ultime sue volontà, II, 613: l’Eroe e il Capitano, II, 618; il Patriotta e l’Umanitario, II, 627; l’uomo privato, II, 638; tutto l’uomo, II, 657.

Garibaldi Manlio, II, 596, 609.

Garibaldi, Maurizio, I, 65.

Garibaldi Menotti; sua nascita, I, 99; a Caprera, I, 403; a Palermo, II, 300; ad Aspromonte, II, 322; a Londra, II, 348; ad Ischia, II, 401; nel Trentino, II, 454, 456; a Mentana, II, 481, 498, 518, 525, 535; alla campagna dei Vosgi, II, 561, 568, 577; a Palermo, II, 607; gli muore il padre, II, 609.

Garibaldi Michele, I, 10.

Garibaldi Raimondi Rosa. Vedi Raimondi Garibaldi Rosa.

Garibaldi Ricciotti; sua nascita, I, 202; a Londra, II, 348, 390; nel Trentino, II, 456; nei Vosgi, II, 561, 563, 571, 575; gli muore il padre, II, 609.

Garibaldi Rosita (prima), I, 376.

Garibaldi Rosita (seconda), II, 596.

Garibaldi Teresita, II, 376.

Garigliano, II, 228.

Gattinara, I, 432.

Gemonio, I, 459.

Genestrello, II, 486.

Genova, I, 24, 39, 220, 246, 400, 405, 503; II, 33, 255, 278, 280, 424, 493, 495, 599.

Gervino Giuseppe, I, 24.

Ghio (generale), II, 164.

Ghirelli, II, 501.

Giaccone (padre), I, 15.

Gianuzzi, I, 232.

Gibilrossa, II, 92.

Gibilterra, I; 394; II, 349, 390.

Ginevra, II, 482.

Giorgini (maggiore), II, 46.

Giovine Italia, I, 34; suo stato quando accolse nelle sue file Giuseppe Garibaldi, I, 37.

Girgenti, II, 308.

Giulay (generale), I, 428.

Gladstone, II, 352, 358, 373, 376.

Golfo degli Aranci, II, 157, 159.

Gomez Servando, I, 179.

Gonçales de Silva Bento, I, 60, 77.

Gorini, I, 424, 427, 455.

Granville (Lord), II, 358.

Grasse, I, 43.

Griffini, I, 235.

Griggs John, I, 79.

Gualeguaj, I, 71.

Gualeguaychu, I, 177.

Guastalla Enrico, I, 23, 403; II, 482, 512.

Guelfi, I, 386.

Guerzoni, II, 140, 359, 401, 405, 515.

Guiccioli (fattoria), I, 365.

Guild-Hall, II, 362.

Gusmaroli, I, 403

Hervidero, I, 177.

Herzen Alessandro, II, 352, 359.

Hoffstetter Gustav, I, XX, 332.

Hong-Kong, I, 398, 399.

Hyde Park, II, 326.

Imbituba, I, 89.

Imeruy, I, 92.

Imola, I, 500.

Induno, I, 240, 465.

Ischia, II, 393.

Isnardi, I, 332.

Isola (capitano), II, 504, 507.

Italia, suo stato nel 1821, I, 28; nel 1848, I, 196, 229, 247, 259; nel 1859, I, 415; nel 1860, II, 1; nel 1866, II, 408.

Itaparika (goletta), I, 92.

Ivrea, I, 429.

Jesus-Maria, I, 65.

Kinnaird, II, 340, 352.

Klapka (generale), II, 397.

Kuhn, II, 428.

La Carmen, I, 397.

La Farina, II, 16, 35, 128.

Lago di Garda, II, 421.

Lago d’Idro, II, 426.

Lago Maggiore, I, 429.

Laguna, I, 88, 92, 95.

La Loggia, II, 307.

La Marmora, I, 387.

La Masa Giuseppe, II, 31, 35, 47, 69, 83, 91, 93.

Landi (generale), II, 72.

Landi, I, 424, 460.

Lantenay, II, 564.

Lanza (generale), II, 88, 103.

Lardaro, II, 459.

Las Concas, I, 155.

Las Cruces, I, 170.

Las Vacas, I, 195.

Lavalleja Juan Antonio, I, 129, 177.

Laveno, I, 459.

Leblanc, I, 263.

Lecco, I, 475; II, 424.

Ledru Rollin, II, 361.

Lefebre, II, 111.

Lega della Democrazia, II, 591.

Leggiero, I, 360.

Legione Italiana di Montevideo, sua organizzazione, I, 165; primi fatti d’arme, I, 166; sua bandiera, I, 168; combattimenti di Las Cruces e della Boyada, I, 170; eroica battaglia di Sant’Antonio, I, 177; onori tributatile dal governo di Montevideo, I, 187; un manipolo dei suoi passa in Italia, I, 205.

Lemmi Adriano, II, 506, 511.

Leonforte, II, 309.

Lesseps, I, 277.

Letizia (generale), II, 109.

Levante, I, 25, 31.

Liborio Romano, II, 169.

Lima, I, 397, 399.

Lincoln, II, 275.

Lipsia, II, 327.

Liveriero, I, 357.

Liverpool, I, 396.

Livorno, I, 248; II, 511.

Livraghi, I, 332, 357, 360.

Lobbia, II, 571.

Lodi, II, 285.

Lombardi Agostino, II, 403.

Lombardo, II, 37.

Lonato, II, 426.

Londra, II, 326, 353.

Lons-le-Saulnier, II, 577.

Los Patos, I, 77.

Lucca, II, 478.

Lucignano, II, 492.

Luino, I, 238.

Luisa (goletta), I, 63.

Luna (monte), I, 344.

Macchi, II, 259, 4S3, 485.

Macerata, I, 253.

Macerata Feltria, I, 316.

Maddalena (isola della), I, 393, 400; II, 510.

Magnavacca, I, 359.

Maidenhead, II, 387.

Maineri B. E., I, XXII.

Majatico, II, 270.

Maldonado, I, 64.

Malenchini, I, 488; II, 139.

Manara Luciano, I, 235, 265, 272, 275.

Manchester, II, 358.

Mandriole, I, 365.

Mansion-House, II, 365.

Mantova, II, 470.

Manzoni Alessandro, II, 285.

Marettimo, II, 58.

Marianopoli, II, 308.

Marineo, II, 89.

Mario Alberto, I, XXII; II, 153, 483, 530.

Mario White Jessie, I, XXII; II, 230, 505, 570.

Marocchetti, I, 332, 424.

Marsala, II, 60, 302.

Marsiglia, I, 35, 46, 48, 400; II, 555.

Martin Garcia, I, 153, 177.

Martini Antonio, I, 356.

Masina (colonnello), I, 299, 306.

Massa Marittima, I, 386.

Masséna Andrea, I, 5.

Matteucci Ferdinando, I, 385.

Mauri, II, 475.

Maurigi Ruggiero, I, XXI.

Mazzara, II, 302.

Mazzini Giuseppe, I, 35, 38, 201, 228, 271, 322; II, 216, 359, 386, 394.

Mazzini (barca da guerra), I, 62.

Medici Giacomo, sbarca a Montevideo e si arruola nella Legione italiana, I, 263; è inviato da Garibaldi in Italia ad annunziare la sua spedizione, I, 203; parte per l’Italia, I, 205; crucciatosi con Garibaldi, riannoda con lui l’antica amicizia, I, 224; comanda a Milano il battaglione Anzani, I, 229; combatte a Luino, I, 239; è inviato da Garibaldi ad Arcisate, I, 239; con pochi uomini resiste a cinquemila Austriaci e si ritira in Svizzera, I, 242; va alla difesa di Roma, I, 278; combatte alla Casa Bruciata, I, 307; difende il Vascello, I, 324; è nominato colonnello nei Cacciatori delle Alpi, I, 424; a Varese, I, 450, 456; a Rezzato, I, 489; segue Garibaldi nell’esercito dell’Italia centrale, I, 489; sbarca in Sicilia, II, 125; a Milazzo, II, 127, 133; al Volturno, II, 186, 189; nel Tirolo, II, 458.

Medina Anacleto, I, 177.

Melito, II, 160, 316.

Mella (generale), II, 309.

Mentana, II, 538.

Mercatello, I, 345.

Mercedes, I, 177.

Meri, II, 133.

Messina, II, 146, 605.

Meucci, I, 396.

Mezzacapo Luigi, I, 491.

Mezzojuso, II, 306.

Miceli, II, 482.

Migliavacca, I, 421.

Milano, I, 227, 476, 505; II, 284, 493, 599.

Milazzo, II, 136.

Milian, I, 74, 76, 177.

Misilmeri, II, 90.

Missiones, I, 97.

Missori, II, 73, 141, 153, 160, 162, 370, 403, 483.

Mocarta (barone), II, 67.

Modena, I, 488; II, 493.

Mondaine, II, 577.

Monsummano, II, 478.

Montaldi Luigi, I, 269.

Montanari, I, 332, 366, 385.

Montbard, II, 571.

Montecatini, II, 479.

Montelibretti, II, 501.

Monte Maggiore, II, 518.

Montepulciano, I, 340; II, 481.

Monterchi, I, 343.

Monterotondo I, 33; II, 519.

Monte San Giovanni, II, 524.

Monte Suello, II, 426, 430.

Montevideo, I, 64, 76, 108, 109, 146. Vedi Legione.

Monti Giuseppe, II, 515.

Mont Roland, II, 577.

Monza, I, 232; II, 285, 424.

Morazzone, I, 240.

Mordini Antonio, II, 216, 359.

Moreschi Antonio, I, 385.

Moringue (colonnello), I, 81, 100.

Mosto, II, 47.

Müller, I, 332.

Mundy, I, XXI; II, 105, 358.

Musolino, II, 153.

Mustarda, I, 99.

Mutro Edoardo, I, 82, 87.

Napoli, II, 168, 254, 603.

Nautonier (brick), I, 48.

Negretti, II, 340, 349, 375.

New-Castle, I, 399; II, 326, 351.

Newport, II, 351.

New-York, I, 396, 399.

Nicotera Giovanni, II, 489, 501, 518, 524, 594.

Nizza Marittima, I, 5, 26, 217, 246, 400, 505; II, 5, 7, 9.

Nostra Signora delle Grazie (La), I, 26.

Novara, I, 225.

Nuova Cava, I, 150.

Odessa, I, 19, 47.

Ogareff, II, 359.

Ondine, II, 390.

Orbetello, II, 46.

Oribe (generale), I, 109, 140.

Orsini, II, 47, 57, 89, 107, 153.

Orvieto, I, 338; II, 481.

Oudinot, I, 261.

Pacheco y Obes, I, XVIII, 163.

Padenghe, II, 427.

Palazzolo, II, 291.

Palermo, II, 91, 298, 605.

Palestrina, I, 275.

Pallavicini (generale), II, 323, 325, 329, 418.

Pallavicino Giorgio, I, 405; II, 211, 216.

Palmanuova, II, 468.

Palmer, II, 111.

Palmerston (Lord), II, 341, 343, 358, 359, 371, 641.

Palos, I, 217.

Pampa, I, 66.

Panama, I, 397.

Pane Giuseppe, I, 47; II, 511.

Panizzi Antonio, I, 404; II, 340, 359.

Pantaleo, II, 70.

Paranà, I, 151.

Parco, II, 87.

Paris Giuseppe, I, 47.

Parma, II, 285.

Partenope, II, 62.

Partinico, II, 82, 85, 302.

Pasolini Giuseppe, II, 285.

Pasques, II, 564.

Passo Corese, II, 514, 518.

Paternò, II, 310.

Patria (La), giornale, II, 603.

Pavia, I, 225; II, 288, 493.

Peard, II, 373, 388.

Penquite Par, II, 388.

Pereira (legno da guerra), I, 148.

Perelli, II, 475.

Perkins, II, 359.

Persano (Di) C., I, XXI; 11, 32, 125.

Pesante, I, 76.

Pesante Angelo, I, 19.

Pescetto (generale), II, 494.

Pescia, II, 479.

Petroni (avvocato), II, 588.

Piana de’ Greci, II, 89.

Piazza, II, 309.

Piccadilly, II, 359.

Picozzi Antonio, I, 229.

Piemonte, II, 37, 423.

Pinelli (ministro), I, 337.

Pio IX, I, 197.

Piombino, II, 44.

Piratinin, I, 77.

Pistoia, II, 492.

Pitigliano, II, 54.

Plata (Stati della), loro storia, I, 109.

Plezza Giacomo, I, 277, 283.

Plimouth, II, 388.

Poggibonsi, I, 386.

Poggio Mirteto, I, 335.

Polonia, II, 333.

Pomarance, I, 386.

Ponte Acuto, I, 337.

Ponte Nomentano, II, 525.

Ponte Stura, I, 430.

Ponte Tresa, I, 241.

Porcelli, II, 397, 400.

Portsmouth, II, 352.

Prandina, II, 614.

Prato, I, 386.

Procida (legno di guerra), I, 148.

Quarto, II, 33, 37.

Quattro-Venti (Casino de’). Vedi villa Corsini.

Quintini, I, 424, 456.

Raimondi Garibaldi Rosa, I, 5, 7 9.

Raimondi Giuseppina, I, 466, 508, 595.

Rammon (dottore), I, 71.

Rampagallo, II, 60.

Rapolano, II, 481.

Rattazzi, II, 16, 279, 283, 306, 482, 494.

Ravaglia, I, 366.

Ravenna, I, 219, 385.

Ravini (maggiore), II, 498.

Regalbuto, II, 309.

Reggio, II, 161, 316.

Renna, II, 85.

Repubblica romana. Vedi Roma.

Repubblicano, I, 79.

Reumont (De) Alfredo, I, 391.

Rezzato, I, 480.

Ribera (presidente), I, 109, 140.

Riberas Anita. Vedi Anita.

Riboli, II, 483.

Ricasoli, II, 259, 277.

Ricciardi Giuseppe, I, XXI.

Richardson, II, 340, 341, 362.

Ricotti (generale), II, 310.

Rieti, I, 255, 258.

Rimini, I, 495, 500.

Rio della Plata, I, 64, 176.

Rio Grande del Sud, cause che lo sollevarono contro il Brasile, I, 59.

Rio Janeiro, I, 48, 50.

Rio Pardo (lancione da guerra), I, 79, 88.

Ripari (dottore), II, 47.

Ripon (vapore), II, 349.

Riso Francesco, II, 17.

Rive, I, 431.

Rizzo Giovanni, I, 146.

Robarello, I, 462, 466.

Robaudi, II, 8.

Rocca d’Anfo, II, 430.

Rocca d’Arce, I, 297.

Rodney Mundy, I, XXI.

Roma, è visitata da Garibaldi giovinetto, I, 21; fuggito Pio IX, elegge la Giunta Suprema, I, 250; Garibaldi va in sua difesa, I, 250; proclama la repubblica, I, 257; l’intervento francese, I, 261; si prepara alla difesa, I, 262; vince a Villa Pamfili, I, 266; è minacciata dagli Austriaci, dagli Spagnuoli e dal re di Napoli, I, 272; la missione di Lesseps, I, 277, 301; elegge Rosselli comandante supremo dell’esercito e Garibaldi a generale di divisione, I, 279; vince a Velletri, I, 282; tenta invadere il Napoletano, I, 296; è minacciata sempre più dagli Austriaci, I, 299: la giornata del 3 giugno a Villa Pamfili, I, 302; è assediata, I, 314; estrema difesa, I, 326; caduta, I, 328; ospita Garibaldi, II, 589, 591.

Romagnano, I, 436.

Rondinello, I, 455.

Rosas (don Juan Manuel), I, 133.

Rosolino Pilo, II, 16, 70, 83, 86.

Rosselli Giuseppe, I, 280.

Rosselli Pietro, I, 491.

Rossetti Luigi, I, 50, 76, 102.

Roverbella, I, 225.

Rubattino Raffaele, II, 33.

Russell (Lord), II, 358, 386.

Sacchi Gaetano, I, XXVII, 76, 178, 205, 225, 332, 420, 424; II, 26, 153, 268.

Saffi Aurelio, II, 359.

Saint-Jean de Losme, II, 577.

Saint-Martin. II, 568.

Salemi, II, 67.

Salò, II, 425.

Salomone, II, 489.

Salto, I, 177.

San Carlo (piroscafo), I, 238.

San Dalmazio, I, 386.

San Fermo, I, 455, 466.

San Filippo, II, 309.

San Fiorano, II, 471.

San Francesco (paranzella), II, 506.

San Francisco, I, 162.

San Gemini, I, 336.

San Germano, I, 432.

San Giustino, I, 344.

San José (del Norte), I, 98.

San Lorenzo, II, 54, 498, 502.

San Marino (Repubblica di), I, 347.

San Michele, I, 390.

San Pancrazio, I, 302.

San Salvatore, I, 431, 451.

Santa Caterina, I, 83, 97; II, 308.

Santa Fé (nel Parana), I, 71.

Sant’Ambrogio, I, 462, 466.

Sant’Angelo, II, 223.

Sant’Angelo in Vado, I, 346.

Sant’Anna (fratelli), II, 67, 73, 93.

Sant’Antonio, I, 178.

Santa Vittoria, I, 98.

Santo Stefano, I, 404; II, 308.

Santo Stefano (porto di), II, 57.

Sardegna, I, 400.

Sarnico, II, 288, 291.

Sauvaigo Luigia, I, 25.

Savigliano, I, 426.

Savini Giuseppe, I, 385.

Savoia, II, 5.

Schwarz. Vedi Elpis Melena.

Sciacca, II, 302.

Scilla, II, 324.

Scott (Alderman), II, 362.

Seely (signore), II, 340, 344, 349, 353, 362, 373, 375, 387.

Seival (lancione da guerra), I, 84.

Semeria Carlo, I, 25.

Semidei (Collegio), I, 147.

Serafini Camillo, I, 386.

Sesto Calende, I, 439.

Settembrini Luigi, I, 404.

Seymour (ammiraglio), II, 352.

Sgarallino Andrea, II, 505.

Shaftesbury, II, 340, 352, 386.

Sicilia, I, 248; II, 12.

Siena, II, 481.

Simonetta Francesco, I, 425, 436, 457, 459.

Sinalunga, II, 492.

Sirtori Giuseppe, II, 35, 47, 93.

Sisco, I, 332.

Società Emancipatrice, II, 282, 288, 298.

Somma Amadio, II, 470.

Sonnaz (generale), I, 432.

Soveria, II, 164.

Speranza (La), brigantino, I, 206, 214.

Spezia, II, 325.

Stafford-House, II, 361.

Stagnetti, I, 332.

Stati-Uniti, I, 275.

Sterbini Pietro, I, 253.

Stocco, II, 47, 164.

Stocolma, II, 327.

Storo, II, 445.

Southampton, II, 349.

Stradella, II, 7.

Stromboli, II, 62.

Susini Millelire, I, 424, 455.

Susini Pietro, I, 393.

Sutherland (Lord), II, 340, 344, 349, 353, 358, 373, 375, 387, 401.

Taganrok, I, 33.

Talamone, II, 45, 48.

Talant, II, 565.

Tanara, II, 564.

Tangeri, I, 395.

Tapevi, I, 178.

Taramanday, I, 84, 85.

Tavani-Arquati Giuditta, II, 517.

Taxil Leo, II, 604.

Taylor, II, 340, 359.

Teano, II, 229.

Tennyson, II, 352.

Termini, II, 133.

Terni, I, 335, 514.

Tevere, I, 23; II, 289.

Thornton Hunt, II, 344.

Timoni (signora), I, 25.

Tivoli, I, 273, 332.

Todi, I, 336.

Torino, I, 225, 417, 420, 432, 495, 503, 506; II, 8, 255, 298, 470, 493.

Torino (piroscafo), II, 157, 159.

Torricelli, I, 332.

Torrita, I, 341.

Tours, II, 555.

Trasselli, II, 306.

Tre Ponti, I, 480.

Trescorre, II, 288.

Treviso, II, 468.

Tükery, II, 94, 96, 138.

Tunisi, I, 47, 390.

Türr Stefano, I, 481; II, 46, 47, 93, 127, 177, 179, 180.

Udine, II, 468.

Ugo Delle Favare, II, 606.

Umberto I, II, 610.

Unione (brigantino), I, 47.

Urban (tenente maresciallo), I, 417.

Urquiza (generale), I, 146.

Uruguay, I, 61; compendio storico delle sue vicende politiche, cause della sua guerra contro la Repubblica Argentina, I, 109.

Vacchieri, I, 455; II, 181.

Vado, II, 511.

Valcamonica, II, 427.

Valcuvia, I, 461.

Valle (Della) Giuseppe, I, XX.

Valledolmo, II, 308.

Valletta, II, 348.

Valletta (piroscafo), II, 348.

Valsabbia, I, 484.

Valtellina, I, 484.

Varese, I, 289, 441, 458, 461; II, 7, 415, 424.

Varignano, II, 552.

Vascello, I, 303, 323.

Vecchi (colonnello), II, 417.

Vecchi Candido Augusto, I, XIX; II, 33.

Velletri, I, 282.

Veloce (corvetta), II, 137.

Venezia, I, 249; II, 468.

Verbano (piroscafo), I, 238.

Vercelli, I, 432.

Verità (don Giovanni), I, 386.

Verona, II, 468.

Verrua, I, 427.

Vezza, II, 430, 432.

Vicari (signor), I, 241.

Vicenza, II, 468.

Viganotti, I, 438.

Villa Corsini, I, 268, 302.

Villa Glori, II, 516.

Villalba, II, 308.

Villa Pamfili, I, 267, 302.

Villa Ponti, I, 448.

Villarosa, II, 309.

Villa Spada, I, 324, 326.

Villa Spinola, II, 33, 37.

Vinci, II, 481.

Vita, II, 73.

Viterbo, II, 517, 523.

Vittorio Emanuele, I, 420, 431, 476, 494, 503; II, 26, 40, 147, 208, 229, 232, 269, 893, 590.

Voltaggio, I, 412.

Volturno, II, 179.

Wampoo, I, 399.

Washington, II, 233.

Weimouth, II, 388.

Wight (isola di), II, 344, 351.

Woolwich, II, 358.

Zambeccari Livio, I, 160.

Zambianchi (colonnello), II, 50.

Zanardelli, I, 479.

Zoffetti Francesco, II, 515.

Zuavo di Palestro, II, 407.

Zucchi (generale), I, 249.

Zuppetta, II, 259.

INDICE DEL VOLUME SECONDO.

Capitolo VIII. Da Marsala al Faro [1860] Pag. 1 Carta d’insieme della Sicilia ivi Piano delle operazioni sotto Palermo 96 Piano della battaglia di Milazzo 144 IX. Dal Faro al Volturno [1860] 151 Piano della giornata del Volturno [1º ottobre 1860] 193 X. Da Caprera ad Aspromonte [1861-1862] 235 XI. Da Londra a Bezzecca [1863-1866] 332 Schizzo topografico delle operazioni di Garibaldi nel Trentino [1866] 456 XII. Da Mentana a Dijon. [1867-1870] 463 Schizzo topografico dell’insurrezione romana [1867] 552 Schizzo topografico della Campagna di Francia [1870] 584 XIII. Ultimi anni [1871-1882] 585 XIV. Epilogo 618 I. L’Eroe e il Capitano ivi II. Il Patriotta e l’Umanitario 627 III. L’Uomo privato 638 IV. Tutto l’uomo 657 Indice generale dei nomi e delle cose 671

NOTE:

[1] In quell’opuscolo scritto, come è noto, dal visconte A. de La Guerronière, ma evidentemente ispirato da Napoleone, si proponeva la creazione d’un Regno dell’Alta Italia, lasciando al Papa la sola città di Roma.

[2] Nota-Circolare del conte di Cavour alle Legazioni sarde all’estero, del 27 gennaio 1860.

[3] Il signor Artom, oggi senatore del Regno, allora capo del gabinetto del grande Ministro. Vedi Œuvre parlementaire du comte de Cavour, Préface.

[4] Maintenant nous voilà complices, parole del Cavour al principe Talleyrand, ministro di Francia a Torino, appena fu sottoscritto il Trattato di Nizza e Savoia. Vedile in ARTOM, DE LA RIVE, MASSARI.

[5] Nel 1860 al barone De Martini, inviato di Francesco di Napoli a Napoleone, questi diceva: «Scaltri sono davvero gl’Italiani; essi comprendono a meraviglia che, dopo di aver dato il sangue de’ miei soldati per l’indipendenza del loro paese, giammai non farò tirare il cannone contro di essi. È stata questa convinzione che ha guidata la rivoluzione a compiere l’annessione della Toscana al Piemonte contro i miei interessi, e che ora la sospinge ai danni della Casa di Napoli.» — N. BIANCHI, Storia documentata della Diplomazia europea, già citata, pag. 298.

[6] La frase è d’una lettera diretta allo scrittore di queste pagine in risposta ad una, colla quale, in nome del partito liberale di Brescia, gli aveva offerto la candidatura di quella città.

Riporto la lettera per intero:

«Caprera, 26 marzo 1860.

»Mio caro Guerzoni,

»Mi duole di non poter accettare per Brescia, avendo accettato per Nizza. — La città mia natale si trova in pericolo di cadere nelle ugne del protettore padrone — ed il mio dovere mi chiama sulle sponde del Varo. — Trent’anni al servizio della libertà dei popoli — avrò guadagnato il servaggio della mia povera terra! Domani forse dovrò arrossire di chiamarmi Italiano al cospetto de’ miei compagni d’armi — e mi chiamerete suddito del Due Decembre — del protettore del Papa — del bombardatore di Roma.

»Ringraziate i vostri bravi concittadini, e credetemi sempre

»vostro

»G. GARIBALDI.»

[7] Non a primo scrutinio però. Il conte di Cavour nella tornata della Camera del 12 aprile per dimostrare che anche in Nizza il partito italiano avverso all’annessione non era tanto forte quanto si credeva, fece notare che sopra 1596 elettori inscritti, Garibaldi non ottenne che 444 voti, cioè solo il 28 per cento; pel che fu resa necessaria una seconda votazione. La conseguenza tratta da quella cifra non ci pare che corra a fil di logica, poichè nel novero di quegli elettori mancavano appunto le classi popolari, che erano più di tutte avverse all’annessione.

[8] Non crediamo, per esempio, farina del suo sacco tutta l’argomentazione di costituzionalità; molto meno le parole usate a svilupparla. Ne giudichi il lettore:

«Garibaldi. Signori, nell’articolo 5º dello Statuto si dice:

»I trattati che importassero una variazione di territorio dello Stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto l’assenso delle Camere.»

»Conseguenza di questo articolo della legge fondamentale si è, che qualunque principio d’esecuzione dato ad una diminuzione dello Stato, prima che questa diminuzione sia sancita dalla Camera, è contrario allo Statuto. Che una parte dello Stato voti per la separazione prima che la Camera abbia deciso se questa separazione debba aver luogo, prima che abbia deciso se si debba votare, e come si debba votare pel principio d’esecuzione della separazione medesima, è un atto incostituzionale.

»Questa, Signori, è la quistione di Nizza sotto il punto costituzionale, e che io sottopongo al sagace giudizio della Camera.» — Atti del Parlamento italiano, Sessione del 1860. Tornata del 12 aprile 1860.

[9] Vedi nella Storia documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 275, le Istruzioni al marchese Pes di Villamarina, ministro plenipotenziario di Sardegna presso la Corte di Napoli, e pag. 280, il Dispaccio confidenziale del Cavour allo stesso colla data del 13 marzo 1860.

[10] Su queste dimostrazioni vedi La restaurazione borbonica e la rivoluzione del 1860 in Sicilia dal 4 aprile al 18 giugno; Ragguagli storici di ISIDORO LA LUMIA. Palermo, 1860.

Per la parte avuta dai Siciliani del partito d’azione e da Giuseppe Mazzini nell’opera preparatrice della rivoluzione, vedi principalmente RAFFAELE VILLARI, Cospirazione e rivolta. Messina, tip. D’Amico, 1861; ed i Cenni biografici e storici dettati da AURELIO SAFFI e da lui premessi a proemio del testo al vol. XI degli Scritti editi ed inediti di Giuseppe Mazzini.

[11] VILLARI, op. cit., pag. 372.

[12] Cenni biografici e storici, Proemio di AURELIO SAFFI sopra citato, pag. 39. Anche sul viaggio di Crispi in Sicilia e sulla parte da lui avuta ad apparecchiarne la riscossa, vedi nello stesso Proemio molti documenti e particolari; tra gli altri una serie cronologica di Note storiche del Crispi medesimo ed uno scritto anonimo di un Siciliano partecipe al lavoro di quegli anni. In quello scritto si legge fra gli altri particolari che il Crispi pel primo insegnò ai Siciliani a fare le bombe all’Orsini, modellandone egli stesso in creta alcuni campioni.

[13] Il LA LUMIA, opera citata, l’attribuisce alla prima cagione; il CRISPI nelle sue Note storiche confidate al Saffi, alla seconda.

[14] Rosolino Pilo, patita una fiera fortuna di mare ed altre peripezie, non potè approdare a Messina che il 9 aprile. Vedi sul viaggio di Pilo, Relazione esatta della spedizione di Rosolino Pilo e Giovanni Corrao avvenuta nel 1860, scritta da RAFFAELE MOTTO, pilota della paranza, pubblicata per cura di Francesco Zannoni. Spezia, novembre 1877.

[15] Fu scritto per delazione d’uno dei frati della Gancia: pura favola. Il processo chiarì che l’involontario delatore fa uno degli operai affigliati alla congiura che la confidò, credendolo fidato, ad un altro operaio, il quale invece altro non era che un arnese occulto della polizia.

[16] Vita di Nino Bixio, pag. 173 e segg.

[17] Vedi lettera di Garibaldi in risposta ai Siciliani nel Proemio già citato di AURELIO SAFFI, pag. 39 e 46.

[18] La testimonianza è quella dello stesso colonnello, ora generale Sacchi. Ecco come nel fascicolo de’ suoi Ricordi egli racconta l’episodio:

«La spedizione in Sicilia doveva prima farsi colla brigata Reggio, 45º e 46º reggimento, quest’ultimo da me comandato; Garibaldi da Alessandria ove io stanziava mi chiamò a Torino; mi parlò di quest’idea che aveva subordinata al parere del Re; mi diede istruzioni pel caso si dovesse effettuare; io misi a parte del segreto Chiassi, Isnardi, Pellegrini, Grioli, Lombardi e qualche altro ufficiale del reggimento; dopo qualche tempo mi richiamò a Torino; in presenza di Trecchi, che ritornava d’aver visto il Re, mi disse che non si pensava più a quanto erasi prima ideato; e non solo non ci si pensava, ma bisognava anche che rimanesse nelle fila chi eravi vincolato, salvo ad accorrer poi; ma che intanto bisognava lavorare ad impedire che si sciogliessero forze organizzate; tale era il parere del Re! Fu allora che io chiesi una parola di Garibaldi perchè fossero conosciuti i suoi intendimenti al proposito, e che egli prima di partire redasse l’Ordine del giorno che ho trascritto.»

[19] Lettera del generale Fanti, ministro della guerra, al generale Ribotti, Torino, 6 aprile 1860, citata nella Storia documentata della Diplomazia europea, di N. BIANCHI, pag. 289.

[20] Il dottore AGOSTINO BERTANI nel suo opuscolo: Ire politiche d’oltre tomba (pag. 61), dice che il Sirtori al ritorno d’una visita fatta al Cavour, alcuni giorni prima della spedizione, gli narrò che il Conte stesso interpellato cosa pensasse della fortuna di quegli arditi patriotti, rispose sorridendo e fregandosi le mani: «Io non penso che li prenderanno.»

Non vogliamo mettere in dubbio la sincerità del dottor Bertani; ma come si concilierebbe quel racconto del Sirtori con questa lettera da lui stesso diretta nel medesimo giorno al conte Giulini di Milano:

«Partiamo per un’impresa risolta contro i miei consigli. Vedi Cavour e fa’ che non ci abbandoni. La nostra bandiera è la vostra. Aiuti efficaci non ci possono venire che da voi, cioè dal Governo. I nostri mezzi sono troppo al di sotto dell’impresa; ma l’impresa merita che il Governo ci aiuti, e lo può senza compromettersi. Giorni sono vidi Cavour a Genova; gli parlai del nostro disegno, toccai dell’insufficienza dei nostri mezzi; il suo discorso mi lascia sperare aiuto. Egli è il solo che possa aiutare efficacemente, e credo che abbia cuore e mente per comprendere quanto bene farà all’Italia aiutandoci.» — Si trova nella citata Storia documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 290.

[21] Vedi l’ormai famosa Lettera di Massimo D’Azeglio a M. Rendu, del 15 maggio 1860.

Il D’Azeglio poi restituì le armi sequestrate, dodicimila carabine Enfields, che servirono per le successive spedizioni.

[22] Tutto ciò attesta il suo Epistolario; ma avremo occasione di riparlare di questo, quando incontreremo il La Farina a Palermo.

[23] Leggiamo in parecchi libri e giornali che il conte di Cavour, al Persano che lo interpellava sul vero senso dell’ordine ricevuto, rispondesse: «Navighi tra Garibaldi e gl’incrociatori napoletani;» al che l’Ammiraglio avrebbe risposto: «Ho capito; se sbaglio mi manderà a Fenestrelle.» Ma la verità vuole si dica che il PERSANO stesso, nel suo noto Diario politico militare, racconta un po’ diversamente l’aneddoto, e importa ricordarne il vero tenore:

«9. — .... Devo arrestare i volontari partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino in qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del golfo di Cagliari, MA DEVO LASCIARLI PROCEDERE NEL LORO CAMMINO INCONTRANDOLI PER MARE.

»Nella via percorsa mi fermo a Tortolì tanto quanto basta ad impostarvi una lettera riservata a S. E. il conte di Cavour, dettatami dall’ambiguità dell’ordine avuto. Gli dico che la spedizione che ho mandato di arrestare non avendo potuto effettuarsi ad insaputa del Governo, ne argomentava non avesse a toccare nè alla Maddalena, nè dove mi si ingiungeva di fermarla; ma siccome potrebbe pur esservi sforzata da eventualità di mare, chiedeva di telegrafarmi CAGLIARI, quando realmente si volesse l’arresto; e MALTA nel caso contrario; proferendomi in qualsiasi evento di salvare sempre colla mia persona il Governo del Re col lasciargli facoltà di oppormi ogni operato della divisione che comando sebbene ordinatomi, e di castigarmi ove occorrano maggiori prove.

»10. — S. E. il conte di Cavour mi telegrafa: Il MINISTERO HA DECISO per CAGLIARI. Questo specificarmi che la decisione era stata presa dal Ministero mi fa comprendere che egli, Cavour, opinava diversamente; quindi per tranquillarlo mi faccio premura di ripetergli: Ho capito; e risolvo di lasciar procedere l’ardito condottiero al suo destino, ove mai approdasse nei porti in cui erami ingiunto di arrestarlo; facendo ogni mostra atta a far credere sul serio essere io stato nell’intendimento di trattenerlo.» — Vedi Diario citato, pag. 14, 15 e 16.

Ma come ognun vede, qui dell’ordine di navigare tra i Garibaldini e gl’incrociatori non ce n’è parola; quindi la supposta protezione della squadra sarda preparata dal conte di Cavour dilegua in fumo. Il conte di Cavour non voleva impedire la prima spedizione, e faceva certamente voti per la sua riuscita; ma fino al punto di volerla coprire e difendere colle sue navi non era ancor disposto ad arrivare. Oltre di che dicano i marinai, se un ordine dato a una squadra ancorata in Sardegna di coprire dei legni partiti da Genova e diretti Dio sa per quale rotta alla volta di Sicilia, poteva essere dato seriamente e in ogni cosa efficacemente eseguito!

[24] Ripeto qui una Nota della mia Vita di Nino Bixio:

«Trascrivo testualmente questo telegramma dal Diario di Bixio. E così fu interpretato dal Crispi che lo ricevette, così fatto leggere a Garibaldi e a quanti lo circondavano. A me pure, venuto in que’ giorni da Brescia con una schiera di cento Bresciani pronti a partire, fu tradotto così. Ora invece il generale Fabrizi mi avverte che il suo telegramma fu male interpretato, e che suonava invece così: L’insurrezione, vinta nella città di Palermo, si sostiene nelle provincie. L’equivoco nacque certamente dall’essere il telegramma in cifra, e una di quelle cifre rivoluzionarie destinate a passare non intese sotto gli occhi di tante Polizie nemiche, quindi più oscura delle altre. Certo il generale Fabrizi non ebbe intenzione di mandare alcuna notizia che avesse per effetto di sospendere una spedizione da lui prima che da ogni altro aspettata e secondata.»

[25] Il La Farina aveva ricevuto millecinquecento fucili; ma per quante preghiere gli fossero fatte, non ne volle mai dare più di mille. Ciò è attestato tanto da GARIBALDI nei Mille, quanto dal BERTANI nelle sue Ire d’oltre tomba, e riconfermato poi da questa lettera del signor Enrico Besana, uno dei direttori del Milione di fucili, illibatissimo patriotta, ma di parte moderata, e la cui testimonianza non può in questa cosa essere sospetta:

«Pregiatissimo sig. Direttore del Giornale La Perseveranza.

»Milano, 12 gennaio....

»Nell’impossibilità di indirizzarmi al signor Ba.... mi rivolgo a lei, perchè voglia rettificare alcune inesattezze inserite nell’appendice del pregiatissimo di lei giornale del 12 gennaio corrente. Parlando di Giuseppe La Farina, l’appendicista attribuisce al suddetto, come presidente della Società nazionale, la somministrazione dei mezzi necessari per la spedizione di Marsala; ma il fatto si è che il La Farina, con tutta la più buona volontà del mondo, non potè contribuire che pochi fucili; l’amministrazione del Milione di fucili, di cui io era indebitamente uno dei due direttori, somministrò tutto il materiale che fu imbarcato, non che centomila franchi in contanti. La spedizione Medici poi fu completamente organizzata, vestita, armata e provveduta persino de’ necessari bastimenti a vapore di trasporto dalla suddetta amministrazione.

»Tutto ciò in onore al vero. Con tutta la stima

»ENRICO BESANA.»

(BERTANI, op. cit., pag. 126.)

[26] Circa ai denari che servirono d’erario alla prima spedizione, così scrive il BERTANI nelle sue Ire politiche d’oltre tomba, pag. 53 e 54:

«I primi danari per la spedizione, cospicua somma che servì appunto alla compra di armi, di munizioni, di viveri e per cento altri bisogni, vennero da Pavia, città sempre esemplare nella iniziativa delle più ardite e patriottiche imprese, altri e molti ne fornì, come dissi già, la cassa del Milione di fucili. Altre migliaia di lire aveva ricevute Garibaldi dall’America, raccolte da amici suoi.

»I denari per poter salpare li recò a me il 5 maggio a sera, coll’ultima corsa della ferrovia da Milano, l’avvocato Filippo Migliavacca, già tenente de’ volontari del 1859, maggiore a Milazzo, dove morì combattendo.

»Erano le sessantamila lire provenienti dalla cassa del Milione di fucili, e rappresentate da un buono sulla Banca di Genova. Ma l’ora era già troppo tarda per averne il cambio. Che fare? l’imbarazzo era grande quanto la premura.

»Mandai tosto, giacchè io era infermo, presso alcuni ricchi negozianti miei clienti per avere il denaro; ma a quell’ora e con tanta fretta non potei trovare presso di un solo la rilevante somma in metallo.

»Fu necessario che mi accontentassi di trentamila lire in marenghi, che consegnai oltre le 11 ore di notte a bordo dei battelli a vapore già venuti nelle mani dei volontari.»

[27] Parole dello stesso GARIBALDI nel suo libro I Mille, pag. 7.

[28] CATULLO, nell’Epitalamio di Teti e Peleo, versi 22-23.

[29]

«Quarto, 5 maggio 1860.

»Sire,

»Il grido di sofferenza che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie, ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’arme.

»Io non ho consigliato il moto insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia; ma dal momento che si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannide dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione.

»So bene che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione de’ miei compagni. Il nostro grido di guerra sarà sempre: Viva l’Unità d’Italia! Viva Vittorio Emanuele, suo primo e bravo soldato!

»Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi puri affatto da egoismo e interamente patriottici. Se riusciremo, sarò superbo d’ornare la corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di lei consiglieri cedano questa provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.

»Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà: temeva infatti che per la riverenza che le professo non riuscisse a persuadermi d’abbandonarlo.

»Di Vostra Maestà, Sire, il più devoto suddito

»G. GARIBALDI.»

[30]

«Soldati Italiani,

»Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgente di grandi sciagure al nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina la nazione difetta ancora — e su di voi, che sì mirabile esempio ne daste e di valore — essa conta, per riordinarsi, e compatta presentarsi al cospetto di chi vuol manometterla.

»Non vi sbandate, dunque, o giovani! Resto delle patrie battaglie!... Sovvenitevi che anche nel Settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi, e che le popolazioni del Mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato marziale vostro insegnamento per presentarsi a maggiori conflitti.

»Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito, di non abbandonarle.... ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali, ed a quel Vittorio, la di cui bravura può esser rallentata un momento da pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria!

»G. GARIBALDI.»

[31] Questa lettera fu pubblicata ne’ giornali del 1860 con alcune varianti ed ommissioni; ma noi abbiamo preferito il testo di quella che dallo stesso Agostino Bertani fu spedita in copia ad Antonio Panizzi, che si legge nelle Lettere ad Antonio Panizzi, e che reputiamo il testo originale e genuino.

Nella lezione de’ giornali, precisamente nel periodo che dice: «.... l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutarla, ma dovunque, ec.,» fu ommesso l’inciso: ma nell’Umbria, nelle Marche, nella Sabina, nel Napoletano, ec., di cui a nessuno sfuggirà l’importanza. La ragione dell’omissione non sapremmo dire: probabilmente originò da scrupoli o da ritardi politici: certo che da quell’inciso risultava più chiaramente il concetto di Garibaldi di collegare l’impresa di Sicilia colla insurrezione della rimanente Italia e di aiutare l’una coll’altra.

[32] Si seppe dipoi che fu un vero tradimento. Il capo della spedizione piantò in mare, fuggendo sopra un canotto, le paranze che doveva dirigere nello scopo infame di giovarsi della confusione di quella notte per contrabbandare entro Genova molti colli di seta. Vedi Relazione inviata al generale Garibaldi sul fatto delle armi sottratte nelle acque di Genova alla spedizione dei Mille. Sampierdarena, 2 novembre 1874. — Firmati: Stefano Lagorara, Giacomo Canepa, Pietro Botto, Francesco Moro (detto Baxaicò), Giuseppe Oneto, Michele Danovaro, Castello Lorenzo, Castello Girolamo. — Nomi dei superstiti tra coloro che erano stati incaricati di scortare il carico delle armi, e che furono le prime vittime del tradimento.

[33] Vita di Nino Bixio, pag. 160. — Ho scritto altra volta sullo stesso tema e mi accadrà spesso di citare me stesso. Chi conosce l’artificio di travestire con diverse parole i medesimi affetti e pensieri, mi condanni.

[34] Il fatto è in diversi libri diversamente narrato; Garibaldi stesso ne’ Mille, tradito dalla memoria, confonde Santo Stefano con Orbetello, dice di non essersi messo che il berretto da Generale, mentre noi stessi lo vedemmo in completa uniforme; ed altre inesattezze. Noi ci siamo attenuti al racconto che ne fa il maggiore PECORINI-MANZONI nella Storia della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860 (Firenze, 1876, pag. 17-18), sembrandoci che un libro riveduto ed approvato dallo stesso generale Türr, in un fatto memorabile che personalmente lo riguarda, debba essere più d’ogni altro esatto e credibile.

La colubrina era da sei, montata su d’un affusto di marina; i cannoncini erano: uno da quattro sull’affusto, gli altri due da sei senza affusto.

[35] «La missione di questo corpo è, come fu, basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senz’altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata, allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, ilari, volonterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or sono dodici mesi: Italia e Vittorio Emanuele; e questo grido, ovunque pronunciato da noi, incuterà spavento ai nemici dell’Italia.

Comandanti delle Compagnie:

Nino Bixio, comandante la prima compagnia Orsini » seconda » Stocco » terza » La Masa » quarta » Anfossi » quinta » Carini » sesta » Cairoli » settima » Mosto, comandante i Carabinieri genovesi. Sirtori, capo di Stato Maggiore. Türr, primo aiutante di campo del Generale. Acerbi, Intendenza. Ripari, capo del Corpo sanitario.

»L’organizzazione è la stessa dell’esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

»GIUSEPPE GARIBALDI.»

(ODDO, op. cit., pag. 187.)

[36] Il sono dati l’aggiungiamo noi, fatti per necessità grammatici e linguai. L’Autore dell’Ordine del giorno, che aveva il coraggio d’andare innanzi senz’armi, saprà bene sbarcare a Marsala anche senza un verbo!

[37] Vedila a pag. 5 dell’opuscolo: Una pagina di storia del 1860, di GIACOMO MEDICI. Palermo, 1869.

[38] Di queste Istruzioni vidi io stesso a Talamone co’ miei occhi l’originale tutto del Generale. Esse restarono qualche tempo nelle mani dello Zambianchi; poi passarono in quelle del professor I. B. Savi di Genova, il quale lo offerse al Gran Bazar aperto in Londra nel 1863 da Giuseppe Mazzini a beneficio di Roma e Venezia. Ma il signor Michele Tassara di Genova, allora incaricato dal Sotto-Comitato delle signore genovesi delle operazioni del sopradetto Gran Bazar, ne tenne copia; e fu da esso che i miei amici dottor Cantoni e capitano Pittaluga poterono ricavare quello che qui si stampa.

[39] Che il generale Medici non ignorasse l’assegnamento che Garibaldi aveva fatto su di lui, lo dimostra, oltre la lettera già citata, anche la seguente, che egli dirigeva al Panizzi due giorni dopo la partenza dei Mille:

«Genova, 7 maggio 1860.

»Caro Panizzi,

»Garibaldi con 1500 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina, alla volta di Sicilia.

»L’impresa è generosa; Dio la proteggerà e la fortuna del fortunato Condottiero.

»Io son rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione, o meglio con potente diversione altrove; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto e che la prima spedizione ha completamente esauriti.

»Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e suoi generosi compagni, aiutaci ad aiutarlo, tu puoi molto, procura di raccogliere tra pochi amici almeno per la compera di un battello a vapore e di mandarcelo subito subito, con bandiera ed equipaggio inglese: quanto più di marcia veloce, tanto meglio servirà allo scopo.

»Addio; lascio la penna a Bertani.

»Tuo affezionatissimo »MEDICI.»

(Vedi Lettere ad Antonio Panizzi, pubblicate da LUIGI FAGAN. — Firenze, Barbèra editore, 1880, pag. 424-25.)

[40] La comandava Andrea Sgarallino: eran circa duecento.

[41] Ci spiace doverlo dire, ma il signor Zini non fece che accogliere nella sua Storia le menzogne pontificie, senza nemmeno darsi la cura di vagliarle e appurarle. Quando dal suo racconto si eccettui il giudizio che egli dà dello Zambianchi, esagerato esso pure, poichè in fondo quel pover’uomo era un miles gloriosus che faceva colle sue smargiassate credere di sè peggio di quello che faceva; non resta più una sola parola di vero.

Dico che «lo Zambianchi passò speditamente il confine colla sua banda ingrossata, Dio sa da quanti venturieri, e volteggiò alquanti giorni attorno al lago di Bolsena e tentò l’Agro viterbese; ma indarno, chè scorrazzando quelle terre e taglieggiando per sostenersi e peggio, ben altro che suscitare quelle popolazioni ignare a levarsi, messe in loro un grandissimo sbigottimento.» Tante parole, tanti spropositi. Lo Zambianchi, lungi dal passare speditamente, vi impiegò dodici giorni; non volteggiò e non poteva volteggiare al lago di Bolsena e sull’Agro viterbese, essendosi diretto su Orvieto; molto meno volteggiò alquanti giorni, avendo passato il confine la mattina ed essendone ripartito la sera. Però tutti quegli altri gerundii, SCORRAZZANDO, TAGLIEGGIANDO, sono borra rettorica del periodo e nulla più.

Il signor Zini prosegue: «.... nè guardandosi, improvviso da Montefiascone vennegli addosso polso di Gendarmi e Zuavi pontificii.» (Vennero da Valentano, non da Montefiascone, e soli Gendarmi a cavallo e un reggimento di fanteria svizzera, ma non Zuavi.) «.... La banda, sorpresa al villaggio delle Grotte, andò subitamente fugata e dispersa quasi senza combattere, lasciando parecchi morti nella fuga, li più per mano dei villani infelloniti.» La banda fu sorpresa, come dicemmo, ma non andò subito fugata; fugò anzi, e in che modo, i Pontificii, costringendoli a lasciare i loro morti e feriti sul terreno. È vero che i villani del paese ci erano avversi, e che molti di loro avevano fatto fuoco dalle case; ma non perchè i Garibaldini avessero fatto loro alcun male, ma perchè il villaggio dominato dal Vescovo di Montefiascone era feudo di preti e vecchio nido di barbacani.

Del resto, le pagine del signor Zini non hanno oggi più mestieri di confutazione. Dopo diciotto anni d’ingiusto oblío, anche agli sbarcati di Talamone fu resa giustizia, e il Parlamento equiparandoli, colla legge del 26 gennaio 1879, agli sbarcati di Marsala, ha sciolto al tempo stesso una questione di diritto e di storia.

[42] Così giudicarono i principali storici, come il LECOMTE, L’Italie en 1860, pag. 37, e il RUSTOW, Storia della Campagna del 1860; così credettero i giornali del tempo.... così scrisse Garibaldi nella lettera del 25 maggio 1869, che tronca ogni lite:

«Caprera, 25 maggio 1869.

»Fu per ordine mio che la spedizione Zambianchi in Talamone si staccò dal corpo principale dei Mille, per ingannare i nemici sulla vera destinazione di detto corpo.

»Io sono certo che i componenti la spedizione Zambianchi, Guerzoni, Leardi e tutti loro sarebbero stati degni, come sempre, dei loro compagni, ove avessero avuto la fortuna di partecipare ai gloriosi combattimenti di Calatafimi e di Palermo.

»L’onorificenza della medaglia dei Mille accordata dal Municipio di Palermo senza mia richiesta, e la pensione conceduta agli stessi individui fu decretata dal Parlamento nazionale. Io quindi nulla chiedo pei miei fratelli d’armi di Talamone. Ma sarò contento se essi vengono soddisfatti nel loro desiderio.

»G. GARIBALDI.»

[43] Vedi mia Vita di Nino Bixio, pag. 165-166.

[44] La città ed il porto furono ricostruiti dagli Arabi, che vi diedero il nome: Marsa-’Alì (Porto d’Alì).

[45] Non siamo noi che le diciamo, sono i Siciliani. — «All’istante Castiglia discese su d’uno de’ suoi battelli unitamente al bravo marino signor Andrea Rossi; girando tutti i piccoli legni ancorati nel porto, imponevano a quei marinari, col revolver alla mano, di inviare gli schifi a bordo del Piemonte loro malgrado.»

Questo è il brano d’un opuscolo: Memorie relative al marino Castiglia, scritto da un Siciliano, ripubblicato nel libro: Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860, riguardanti i Siciliani e La Masa (opera del LA MASA stesso). Torino, 1861, pag. 20.

[46] La diceria fu accolta da parecchi ed anche in molte parti dall’acutissimo Zini. Pure bastava il semplice fatto della posizione rispettiva dei bastimenti per chiarirlo dell’errore. I vapori inglesi erano la corvetta Argus e l’avviso Intrepid: il primo era ancorato alla punta del molo; il secondo più entro terra verso scirocco; lo Stromboli si mise di traverso al porto; era dunque materialmente impossibile, finchè i bastimenti inglesi stavano fermi nei loro ancoraggi, che essi potessero impedire il tiro dei bastimenti napolitani.

[Illustrazione: Posizione dei bastimenti]

La fiaba poi fu smentita, prima da un rapporto del capitano Marryatt, comandante dell’Intrepid; poscia da una esplicita dichiarazione di Lord John Russel, ministro degli esteri di S. M. Britannica, fatta alla Camera dei Comuni nella seduta del 21 maggio 1860:

«Lord John Russel. Il mio onorevole amico mi fece una domanda relativa allo sbarco di Garibaldi ed a due vascelli inglesi, che, secondo alcuni telegrammi, dicono avrebbero protetto lo sbarco di quegli uomini. Ebbene, io ricevetti oggi dall’Ammiragliato il dispaccio telegrafico dell’ufficiale comandante uno di questi vascelli, l’Intrepid. Gli onorevoli signori devono sapere che in Marsala vi sono molte case inglesi, e che da tempo, quando si attendeva un’insurrezione nella Sicilia, e specialmente poi quando corse la voce che Garibaldi vi sarebbe andato, erano spôrte dimande al Ministero degli esteri ed all’ammiraglio Fanshawe, che comanda sul Mediterraneo, di mandare vascelli per proteggere le proprietà inglesi nei luoghi dove si trovassero sudditi britannici. Quindi è che l’ammiraglio Fanshawe mandò l’Intrepid e l’Argus a Marsala. L’Intrepid vi giunse, io credo, agli 11; ma non ebbe tempo a fermarvisi molto prima che giungessero due vapori mercantili colle forze di Garibaldi, che cominciarono tosto a scendere a terra. Mentre ciò succedeva, due bastimenti da guerra napolitani, un vapore ed una fregata, s’avvicinarono a Marsala. Ma questo ufficiale dice che, sebbene questi bastimenti potessero far fuoco sui vascelli e sugli uomini durante lo sbarco, nol fecero.

»Non dice, nulla sapendo della storia, che poi fu messa in giro, che i bastimenti inglesi impedissero i Napolitani da fare fuoco; ma dice che, sebbene questi avessero l’opportunità di far fuoco sui vascelli e sugli uomini, nol fecero.

»Dice inoltre che, dopo che gli uomini furono sbarcati, e che i vapori mercantili ebbero sbarcate tutte le truppe di Garibaldi, l’ufficiale comandante il vapore napoletano venne da lui a richiederlo di mandare un battello inglese a prendere possesso di quei vascelli. L’ufficiale inglese, il capitano Marryatt, ben con ragione vi si rifiutò (Hear, hear). Egli non aveva istruzioni che lo autorizzassero a prendere quei vascelli, ed a partecipare in quella faccenda. Le sue istruzioni erano, come sempre è stata la condotta del Governo inglese, di osservare una perfetta neutralità nel conflitto ora insorto (Hear, hear). Perciò, sebbene questo ufficiale non dia formale diniego (per nulla conoscendone l’esistenza) all’allegazione che i suoi bastimenti all’àncora impedissero il fuoco dei vascelli napoletani, possiamo inferire dalla sua relazione che tale non fu il caso. Sembra che il capitano napoletano lo richiedesse di richiamare da Marsala qualunque dei suoi ufficiali fosse a terra, e che egli immediatamente innalzasse un segnale per tal fine, e che quando i suoi ufficiali furono a bordo, sia stato aperto il fuoco contro Marsala dai bastimenti napoletani. Ciò potrebbesi ravvisare come un atto di cortesia internazionale per parte del capitano napoletano, ma punto non implica che i bastimenti inglesi si opponessero al suo fuoco. Non risulta che l’ufficiale inglese eccedesse in modo alcuno il suo dovere. Egli si ritrova colà nello scopo di proteggere gl’interessi britannici e nulla fece di più.»

[47] Otto secoli precisi. I Normanni di Ruggiero sbarcarono la prima volta in Sicilia nell’inverno, e la seconda nella primavera del 1060. Nessuno de’ vecchi cronisti siciliani accertò il loro numero: chi li fa trecento, chi quattrocento, chi seicento e più; certo che i quaranta sono pura leggenda.

[48] Noterelle d’uno dei Mille, edite dopo vent’anni, di GIUSEPPE CESARE ABBA. Bologna, 1880, pag. 60.

[49] ZINI, Storia citata, pag. 605.

[50] Vedi I Mille pag. 26.

[51] Vita di Nino Bixio, pag. 175.

[52] ABBA, Noterelle citate.

[53] Vedi Histoire de la Conquête de l’Angleterre, par Augustin Thierry. Lione, vol. III, pag. 199.

[54] Ricordo che il Davoust ad Aerstaedt diceva: «Les braves mourront ici; les lâches iront mourir en Sibérie.»

[55] RUSTOW, La guerra d’Italia del 1860, vol. II, pag. 189 e segg.

[56] Vedi I Mille di GARIBALDI, pag. 36, e GIUSEPPE CAPUZZI (bresciano, de’ Mille egli pure), La spedizione di Garibaldi in Sicilia. — L’ABBA, Noterelle già citate, conferma.

Un altro assalto di bande subirono pure i Regi a Montelepre.

[57] «Caro Rosolino. — Ieri abbiamo combattuto ed abbiamo vinto. I nemici fuggono impauriti verso Palermo. Le popolazioni sono animatissime e si riuniscono a me in folla. Domani marcerò verso Alcamo. Dite ai Siciliani che è ora di finirla, e che la finiremo presto; qualunque arma è buona per un valoroso, fucile, falce, mannaia, un chiodo alla punta di un bastone. Riunitevi a noi ed ostilizzate il nemico in quei dintorni, se più vi conviene; fate accendere dei fuochi su tutte le alture che contornano il nemico. Tirate quante fucilate si può di notte sulle sentinelle e sui posti avanzati. Intercettate le comunicazioni. Incomodatelo infine in ogni modo. Spero ci rivedremo presto.»

[58] Accompagnavano il La Masa i siciliani cav. Fuxa, Curatolo, Di Marco, Nicolosi, i due fratelli La Russa e Rebaudo.

[59] Scriveva alla Direzione del fondo pel milione di fucili:

«Stimatissimi Signori,

»Ebbimo un brillante fatto d’armi avanti ieri coi Regi capitanati dal generale Landi presso Calatafimi. Il successo fu completo, e sbaragliati interamente i nemici. Devo confessare però che i Napoletani si batterono da leoni, e certamente non ho avuto in Italia combattimento così accanito, nè avversari così prodi. Quei soldati, ben diretti, pugneranno come i primi soldati del mondo.

»Da quanto vi scrivo, dovete presumere quale fu il coraggio dei nostri vecchi Cacciatori delle Alpi e dei pochi Siciliani che ci accompagnavano.

»Il risultato della vittoria poi è stupendo: le popolazioni sono frenetiche. La truppa di Landi, demoralizzata dalla sconfitta, è stata assalita nella ritirata a Partinico e a Montelepre con molto danno, e non so quanti ne torneranno a Palermo, o se ne tornerà qualcuno.

»Io procedo colla Colonna verso la capitale, e con molta speranza, ingrossando ad ogni momento colle squadre insorte, e che a me si riuniscono. Non posso determinarvi il punto ove dovete inviarmi armi e munizioni, ma voi dovete prepararne molte, e presto saprete il punto ove dovrete mandarlo.

»Addio di cuore.

»Alcamo, 17 maggio 1860.

»G. GARIBALDI.»

Quattro giorni prima aveva parimente scritto al dottor Bertani:

«Salemi, 13 maggio 1860.

»Caro Bertani,

»Sbarcammo avant’ieri a Marsala felicemente. Le popolazioni ci hanno accolto con entusiasmo, e si riuniscono a noi in folla. Marceremo a piccole giornate sulla capitale, e spero che faremo la valanga. Ho trovato questa gente migliore ancora dell’idea che me ne fecero.

»Dite alla Direzione Rubattino che reclamino i vapori Piemonte e Lombardo dal Governo, ed il Governo nostro li reclamerà naturalmente dal Governo napoletano.

»Che la Direzione per il milione di fucili ci mandi armi e munizioni quanto può. Non dubito che si farà altra spedizione per quest’Isola, ed allora avremo più gente.

»Vostro »G. GARIBALDI.»

(Pungolo di Milano del 3 e 4 giugno 1860.)

[60] I Mille, pag. 90. Soggiunge per l’onor del vero: «Marcia che, senza la cooperazione di que’ Picciotti delle squadre siciliane, sarebbe stato impossibile di eseguire o almeno di trasportare i pochi cannoni nostri e le munizioni.»

[61] Parole sue nei Mille, pag. 90.

[62] Non svelò nè all’Orsini, nè ad anima viva la ragione di quella marcia. Solo nel vederlo partire, il Crispi l’udì mormorare: «Povero Orsini, va al sacrificio.»

[63] ALBERTO MARIO nel suo Garibaldi (pag. 35) in una descrizione delle mosse di Garibaldi da Renna al Parco, piena, a parer nostro, di molti errori di fatto e di non poche sviste topografiche, afferma che il Capitano dei Mille pensò all’assalto di Palermo per la via di Porta Termini, e quindi alla ritirata manovra per Piana de’ Greci, Marineo, Misilmeri, fin dal suo arrivo al Parco. Ora che Garibaldi meditasse di portarsi sulla via di Termini, è probabile, sebbene non ne abbia dato alcun indizio; ma che egli nello stesso tempo, fin dal 22 o 23, avesse concepita e fermata la finta ritirata, e lo strattagemma che gli aperse dopo Piana de’ Greci la strada di Misilmeri e quella di Palermo, questo ne sembra non solo improbabile, ma viene da tutte le circostanze del fatto smentito.

[64] Nel libro: Alcuni fatti e documenti della Rivoluzione dell’Italia meridionale del 1860 riguardanti i Siciliani e La Masa (Torino, tipografia Scolastica Franco e Figli, 1861), a pag. XLVI si legge:

«Lungo la via La Masa incontrò molte guerriglie sbandate che gridavano al tradimento ed alla fuga dei Continentali, perchè, dicevano, era stato ordinato loro di respingere gagliardamente l’attacco del nemico, che i Cacciatori delle Alpi coll’artiglieria sarebbero accorsi ad aiutarli al momento opportuno; ed invece quando essi erano impegnati nel combattimento disuguale, quelli si ritirarono conducendo seco anche l’artiglieria.

»La Masa ordinò la fucilazione per chi avesse ripetute le parole fuga e tradimento — assicurò alle guerriglie che quella ritirata era un’astuzia strategica, ch’esse non avevano saputo comprendere — ordinò che gli sbandati s’incorporassero nella sua colonna, e proseguì la marcia riconducendoli al punto da cui essi erano fuggiti.

»Quanto più inoltravasi, maggior numero di sbandati incontrava, — ripeteva la scena stessa; — non vedendo nessun avviso nè contrordine, ei proseguì il cammino.»

Ora ognuno sa che questo libro fu scritto dal La Masa stesso.

[65] Nè dalle istorie, nè dalle testimonianze orali ci fu possibile raccapezzare intorno a cotesto Consiglio di guerra l’esatta verità. Il La Masa nel suo libro (pag. XLIX e LI) attribuisce a sè solo il merito del consiglio più eroico; il Crispi invece ed il Türr, da me in varii tempi interrogati, affermano che il partito dell’assalto fu sostenuto principalmente da essi, contro il Sirtori che stava apertamente per la ritirata. Questi, al contrario, che interrogai del pari quando scrivevo la Vita del povero Bixio, negò recisamente d’aver mai espressa quell’opinione. Insomma non si sa a chi credere! Forse colui che fu meglio servito dalla memoria era il Bixio, il quale soleva dire «che non ci fu discussione, nè ci poteva essere.»

[66] Più d’un centinaio era posto fuori di combattimento dalle morti, dalle ferite, dalle malattie; circa altri cento correvano coll’Orsini; dire ottocento dunque è già un dir troppo. Dallo Stato numerico delle Squadriglie siciliane passate in rivista dall’Ispettore generale Türr il 1º giugno 1860, il totale delle loro forze apparisce di 3229 uomini, ma supponiamo che anche il Türr non abbia potuto contarli tutti.

[67] ISIDORO LA LUMIA, valente storico della sua Isola nativa; anima rettissima e cuore gentile, rapito anzi tempo agli studi ed alla patria, nel suo opuscolo: La Restaurazione borbonica e la Rivoluzione del 1860, pag. 117, 118 e 119.

[68] Vedi: Notamento dei cadaveri rinvenuti nella città di Palermo dal 30 maggio 1860 in poi, ufficialmente constatati dall’Autorità municipale, avvertendo che è stato impossibile di raccogliere più precisi e circonstanziati ragguagli.

[69] Lord Brougham alla Camera dei Lordi nella seduta dell’8 giugno; e Lord Palmerston alla Camera dei Comuni in quella del 12 giugno 1860.

[70] In alcuni storici (RUSTOW, op. cit., pag. 214; ZINI, op. cit., pag. 612) troviamo che il Console inglese e l’ammiraglio Mundy chiesero ed ottennero dal Commissario del re Francesco la cessazione del bombardamento. Ma nel libro dell’ammiraglio Mundy, che abbiamo sott’occhio (H. M. S. «Hannibal» at Palermo and Naples during the Italian Revolutions 1859-1861. With notices of Garibaldi, Francis II and Victor Emanuel, by Rear-Admiral Sir RODNEY MUNDY. K. C. B. London, John Murray, 1863), non abbiamo letto una sola parola che giustifichi quell’affermazione. Tutto quanto l’Ammiraglio inglese ha operato per impedire il bombardamento o diminuirne i danni, si riduce a questi due fatti da lui stesso raccontati:

1º Nel 25 maggio, due giorni prima dell’entrata di Garibaldi, l’ammiraglio Mundy scrisse al generale Lanza per pregarlo a risparmiare alla città gli orrori del bombardamento. A questa domanda però, a cui si associò naturalmente il console inglese Sir Podven, il generale Lanza fece questa risposta: «Non credersi obbligato a risparmiare il bombardamento a città ribelle; promettere soltanto che, scoppiando la rivolta, non aprirebbe il fuoco se non due ore dopo cominciate le ostilità, per lasciar tempo ai sudditi stranieri ed ai pacifici sudditi di S. M. di riparare alle navi.» (Vedi nell’op. cit., dalla pag. 99 alla 103.)

2º Essendosi il generale Lanza nella mattina del 28 posto in comunicazione coll’ammiraglio Mundy allo scopo di ottenere la di lui mediazione, l’Ammiraglio aveva creduto bene avvertire il Comandante della Cittadella delle intavolate trattative, richiedendolo nello stesso tempo di sospendere, durante le stesse, il fuoco delle sue batterie. Ma anche questa richiesta ebbe la sorte della prima; poichè il Comandante del forte mandava a rispondere all’Ammiraglio, che era impossibilitato di compiacere a’ suoi desiderii «as his orders were imperative to continue the bombardment unless the answer which I (cioè l’ammiraglio Mundy) should give was a full acquiescence in the proposals which had been made.» (Vedi op. cit., pag. 134.) E in ogni caso ognuno vede che il Mundy si era diretto non al Comandante in capo dell’esercito napoletano, ma ad un ufficiale subordinato, e non con una formale richiesta o protesta, ma con una specie di preghiera, che doveva restare, come restò, inesaudita.

[71] Quell’ufficiale si chiamava il capitano Cossovich, comandante della regia fregata Partenope, e corrispondeva col Lanza per mezzo del telegrafo ottico del Castellamare collegato a quello del Palazzo Reale.

[72] MUNDY, op. cit., pag. 124.

[73] Di codesta trama noi non abbiamo dato che i sommi capi. Chi ne voglia vedere il lungo complicato intrigo, legga i capi XI e XII dell’opera citata del Mundy. Soggiungeremo solo, per maggiore chiarezza, che quando il generale Lanza udì che il Mundy, in luogo della chiesta protezione dell’Inghilterra, gli offriva il salvocondotto di Garibaldi, gli replicò secco e sdegnato che egli aveva chiesto la protezione della bandiera inglese, e mancando questa, egli non aveva più nulla a dire all’Ammiraglio. Allora questi ragionevolmente pensò che ogni carteggio in proposito fosse chiuso; quando, con sua grande maraviglia, nella mattina del 29 si vide arrivare quest’altro dispaccio del Commissario regio: «Riferendomi all’ultima corrispondenza, mando i due Generali a conferire con lei. Il fuoco sarà sospeso da ambe le parti verso sera.» Che cosa significava questo sibillino dispaccio? Il Lanza si riferiva all’ultima corrispondenza! Ma l’ultima corrispondenza aveva precisamente conchiuso, che il Mundy credeva necessario l’intervento di Garibaldi e che il Lanza non poteva accettare questa condizione. Ora come mai poteva riferirvisi? Certo il Commissario regio voleva traccheggiar sopra un equivoco, sperando con questo di strappare all’Ammiraglio britannico una concessione che altrimenti non avrebbe mai fatta. L’Ammiraglio cansò ancora il tranello e replicò per la terza volta al generale Lanza la lettera seguente, che fu l’ultima e che testualmente pubblichiamo:

«Rear-Admiral Mundy to General Lanza

(Translation.)

Hannibal, at Palermo, May 29, 1860, Noon.

»Sir — From your Excellency’s last communication al 7 P. M. yesterday, in which you state it is not necessary to speak to me any more, I concluded the correspondence was finished. But as you again earnestly request my mediation, I consent to receive the two Generals on board, provided general Garibaldi allaws them to pass through his lines. My boat will be at Porta Felice to receive them.

»(Signed) G. RODNEY MUNDY.»

[74] Ho ritradotto testualmente la traduzione in inglese dell’ammiraglio Mundy, che varia in alcune parti da quelle che corrono per le storie, ma che credo più genuina, come quella che venne testualmente comunicata in copia dal generale Lanza all’Ammiraglio stesso.

[75] MUNDY, op. cit., pag. 142.

[76] Non lo riseppe che nella sera del 28; tanto fu il segreto serbato da quella brava popolazione sulle mosse del liberatore.

Il Lanza non aveva tardato di spedire ai due comandanti, nella giornata stessa del 27, un corriere che li avvisava dell’accaduto e prontamente li chiamava; ma il corriere fu spacciato, ed il plico, di cui era latore, riportato, dopo la liberazione di Palermo, a Garibaldi.

[77] Stando ad un rapporto del luogotenente Wilmot (in Mundy, op. cit., pag. 145), sembrerebbe che quella colonna fosse entrata da Porta de’ Greci e venisse di fianco dall’Orto botanico; ma tutte le nostre testimonianze ci ripetono che la colonna entrò per la Porta di Termini: forse quella veduta dal Wilmot ne era un distaccamento.

Nel libro: Storia della 15ª Divisione Türr nella Campagna del 1860 in Sicilia e Napoli, per il maggiore di fanteria CARLO PECORINI-MANZONI (Firenze, 1876, pag. 63), si legge che fu il Letizia, il quale per l’appunto traversava la città per recarsi a bordo dell’Hannibal, a correre a Porta Termini a far cessare il combattimento. Ciò non è nè poteva essere. Il convegno sull’Hannibal era fissato per le due, e il Letizia vi arrivò contemporaneamente a Garibaldi; non poteva dunque traversare Palermo tra le 10 e le 11, ora in cui accadde lo scontro a Porta Termini.

Lo stesso maggiore Pecorini fa intervenire al fatto di Porta Termini il generale Türr. È probabile ch’egli pure sia accorso a veder che fosse quell’inaspettato combattimento e si sia adoperato a farlo cessare; come accorsero e s’adoperarono altri, fra i quali il Sirtori; ma gli attori principali dell’episodio furono quelli da noi citati.

[78] Non ci arrestiamo a smentire tutti gli altri favolosi racconti di questo episodio; diremo solo che ALBERTO MARIO nel suo Garibaldi (pag. 38) lo fa accadere il 1º giugno!

[79] In molti libri si legge Türr. Lo stesso Generale ci assicurò che è un errore.

[80] Il MUNDY, op. cit., pag. 147, dice: «Whether this arrangement was an act of simple politeness on their part, or a premeditated scheme for accertaining if he would be received with military honours, I do not pretend to say, but as they did not immediatley follow him up the accomodation ladder et struck me the delay was not entirely accidental.»

[81] MUNDY, op. cit., pag. 148.

[82] MUNDY, op. cit., pag. 150.

[83] Ib., pag. 150.

[84] MUNDY, op. cit., pag. 153.

[85] Ib., pag. 153 e 154. — Del resto, la parola unmeasured terms è dell’ammiraglio Mundy, non nostra, e siamo ben lungi dal confermarla. Quali che fossero i termini usati da Garibaldi (villani non saranno stati certamente), non era mai unmeasured dire in quel momento e a siffatto nemico il fatto suo. Se anche, per generosità, non si voglia scorgere nel fatto di Porta Termini alcuna perfidia premeditata, resta sempre l’altro fatto ancor più irritante d’un nemico, che dopo aver sollecitato dal proprio avversario la grazia d’una conferenza o d’un armistizio, ricusava poi di riconoscere l’avversario stesso nella persona del suo capitano supremo, e di trattare con lui! Pensiamo che alla sortita del generale Letizia un Inglese avrebbe forse risposto, effetto di temperamento, con più flemma, ma l’avrebbe anche assai probabilmente fatto saltare nella lancia di bordo, e rimandato a voga più che arrancata a terra.

[86] MUNDY, op. cit., pag. 156.

[87] ABBA, Noterelle d’uno dei Mille, ec., pag. 154.

[88] Fino dal 2 sul vaporetto Utile erano già sbarcati a Marsala altri cinquantasei volontari, parte Siciliani, parte Continentali. Li guidava Carmelo Agnetta e portavano, oltre che il loro braccio, qualche soccorso d’armi e di munizioni. Non poterono però penetrare in Palermo che la mattina del 5 giugno.

[89] E non gliene mancava la ragione. Il conte di Cavour lavorava già da tempo a promuovere un pronunciamento fra gli ufficiali della flotta borbonica; e all’uopo gli serviva d’intermediario l’ammiraglio Persano, autorizzato a mettersi in corrispondenza cogli ufficiali stessi «ed a spendervi qualche danaro occorrendo.» (Diario citato, pag. 22.) L’8 di giugno poi, narra lo stesso Persano (pag. 29) che il comandante Vacca andò ad un convegno datogli da lui e disposto, per solo vivo sentimento d’italianità, ad inalberare sul suo legno la bandiera italiana. E tralasciando la parte non bella che facevano in tutto questo così il conte di Cavour come l’ammiraglio Persano, si vede che il Lanza aveva fiutato il pericolo.

[90] Decreto del 17 giugno 1860.

[91]

«Al bello e gentil sesso di Palermo.

»Colla coscienza di far bene, io propongo cosa gradita certamente ad anime generose come voi siete, o donne di Palermo!... A voi che io conobbi nell’ora del pericolo!... belle di sdegno e di patriottismo sublime!... disprezzando nel furore della pugna le immani mercenarie soldatesche, ed animando i coraggiosi figli di tutte le terre italiane, stretti al patto di liberazione o di morte!

»Fidente a voi mi presento, vezzose Palermitane!... e per confessarvi un atto mio di debolezza, io vecchio soldato dei Due Mondi, piansi.... commosso nell’anima!... e piansi.... non alla vista delle miserie e del soqquadro a cui fu condannata questa nobile città!... non al cospetto delle macerie del bombardamento e dei mutilati cadaveri; ma alla vista dei lattanti e degli orfani dannati a morir di fame!... Nell’Ospizio degli orfani novanta su cento lattanti periscono mancanti d’alimento! Una balia nutre quattro di quelle creature fatte ad immagine di Dio!... io lascio pensare il resto all’anima vostra gentile, già addolorata dalla nuova desolante.

»Nei molti congedi della mia vita, il più sensibile sarà certamente quello in cui mi dividerò da voi, popolazione carissima!... Io sarò mesto in quel giorno!... ma spero la mia mestizia raddolcita da voi, nobile parte di questo popolo, colla speranza, col convincimento, che le derelitte innocenti creature, cui più la sventura che la colpa ha gettato un marchio d’infamia!... ripulse lungi dal seno della società umana!... dannate ad una vita di vituperio e di miserie.... quelle infelici, dico, restino affidate alla cura preziosa di queste care donne, a cui mi vincola, per la vita, un sentimento irremovibile d’amore e di gratitudine!

»G. GARIBALDI.»

[92] Il Decreto era del 20 giugno.

[93] Ci atteniamo alle cifre date dal Medici nella sua lettera a Garibaldi, scrittagli da Cagliari il 12 giugno, e che si legge nel Diario PERSANO (pag. 33), benchè il Resoconto del fondo del Milione di fucili, che abbiamo potuto consultare, presenti, circa al numero delle armi segnatamente, qualche differenza. Ma di ciò poco monta. Importa forse più mettere in sodo che le spese della seconda spedizione, checchè altri ne abbia scritto, furono tutte sostenute dallo stesso fondo del Milione di fucili sopra ricordato, come risulta da questo specchietto cortesemente favoritomi dal mio dilettissimo amico Enrico Guastalla, segretario allora del fondo dei fucili, ordinatore principale della spedizione Medici, in appresso Capo di Stato Maggiore della stessa Divisione: patriotta e soldato valoroso quanto modesto, che l’Italia presente degli arruffoni e dei ciarlieri dimentica, ma che la futura ricorderà.

Seconda spedizione. Colonnello GIACOMO MEDICI. Battelli a vapore.

Importo dei tre vapori Washington, Oregon e Franklin con approvvigionamenti e paghe agli equipaggi comperati in Marsiglia, comprese le spese di viaggi, telegrafi, corrispondenze e provvigioni. L. 752,489.55

Oggetti d’armamento.

Nº 4850 fucili francesi. Nº 200 carabine Enfield. Nº 200 fucili di Liegi. Sciabole, revolwers, cartuccie, capsule ed altri accessorii, per 324,596.10 Oggetti di equipaggiamento, per 22,144.27 Oggetti di abbigliamento, per 60,266.64 Totale L. 1,159,496.56

[94] Vedi lettere sue al conte di Cavour del 10, 18, 25, 28 giugno e 2 luglio 1860.

[95] Vedi Diario privato politico-militare dell’ammiraglio PERSANO, parte I, pag. 47. Lettera scritta dal conte di Cavour all’Ammiraglio stesso.

[96] Ecco quell’articolo:

«Sabato 7 corrente, per ordine speciale del Dittatore, sono stati allontanati dall’Isola nostra i signori Giuseppe La Farina, Giacomo Griscelli e Pasquale Totti. I signori Griscelli e Totti, côrsi di nascita, sono di coloro che trovano modo ad arruolarsi negli uffici di tutte le polizie del Continente.

»I tre espulsi erano in Palermo cospirando contro l’attuale ordine di cose. Il Governo, che invigila perchè la tranquillità pubblica non venga menomamente turbata, non poteva tollerare ancora la presenza tra noi di codesti individui venutivi con intenzioni colpevoli.» — Vedi Epistolario di GIUSEPPE LA FARINA, tomo II, pag. 376.

[97] Di averlo ignorato lo disse all’ammiraglio Persano, al quale soggiunse anche di non lo voler disdire. — Vedi Diario citato, pag. 73.

[98] Il conte di Cavour, il 13 luglio, scrivendo all’ammiraglio Persano, faceva l’ipotesi che Garibaldi si mettesse un giorno o l’altro in opposizione col Governo del Re; ma s’affrettava a soggiungere che questo non poteva accadere, se non quando si giudicasse dal Re giunto il tempo di operare l’annessione di Sicilia e Napoli. Ora queste parole provano che al dì 13 luglio, quel tempo il Conte non lo credeva ancora venuto. Del resto quella lettera del 13 luglio onorerà la previdenza, ma non certo la lealtà, del conte di Cavour, e basti la citazione di questo brano a provarlo:

«In quest’ipotesi (nell’ipotesi della resistenza di Garibaldi all’annessione), importerebbe sommamente che tutte le forze marittime passassero immediatamente sotto il di lei comando. Io son certo che noi possiamo fare affidamento assoluto sopra Piola. Ma ciò non basta; bisogna che egli possa portar seco tutti i legni che comporranno la squadra di Garibaldi, perciò sarebbe bene che questi legni fossero comandati da ufficiali fidati. Io la autorizzo quindi ad accettare le dimissioni di tre o quattro ufficiali della squadra, a cui Piola affiderebbe il comando dei varii legni, di cui il Governo della Sicilia dispone. Questi devono essere scelti in modo da non lasciare il benchè minimo dubbio sulla loro devozione al Re ed alla Monarchia costituzionale.

»In questo momento rispondo a Piola, che mi fece richiesta d’alcuni ufficiali, di rivolgersi a lei per conoscere le mie intenzioni, e che ha piena facoltà di mandarle ad effetto.»

Da questa lettera sarebbe difficile argomentare quale de’ tre personaggi il conte di Cavour, l’ammiraglio Persano e il comandante Piola facesse la più triste figura. Il conte di Cavour cospirava con un Ammiraglio del Re e un Ministro di Garibaldi stesso, tentando ammutinargli contro o portargli via la flotta. L’ammiraglio Persano doveva farsi complice della trama, dando a Garibaldi degli ufficiali di marina infidi, disposti, a un dato momento, ad abbandonarlo e tradirlo. Il signor Piola, ministro della Marina di Garibaldi, chiesto da lui e depositario della sua fiducia, doveva dar l’ultima mano al complotto, mettendo a bordo quegli ufficiali e consegnando al momento anche la squadra.

Fortunatamente quel disegno, nato certamente da un triste incubo del conte di Cavour, non ebbe bisogno d’esser mandato a compimento; ma quel disegno prova che, se Garibaldi credeva d’essere attorniato da insidie, non aveva tutti i torti. (Vedi Diario citato, pag. 41.)

[99] Presiedevali Don Antonio Spinelli: n’erano principali per gli Esteri Giacomo De Martino, per le Finanze Giovanni Manno, per la Giustizia Gregorio Morelli, per la Polizia Liborio Romano.

[100] Alessandro Nunziante, duca di Mignano, figlio del tormentatore delle Calabrie, e stromento egli stesso delle ferocie di Ferdinando II: dopo aver chiesto di capitanare una spedizione contro Garibaldi, vistolo trionfante, tocco dalla grazia, chiedeva all’improvviso licenza dal suo esercito; offertogli il ritiro, lo rifiutava, rinviando con sdegno pomposo le sue decorazioni e indirizzando a’ suoi soldati un addio, nel quale li esortava a militare per la patria, «quasichè (dice bene lo Zini) egli avesse fino allora portato in petto la patria in compagnia degli esuli e dei macerati negli ergastoli.» Poi riparatosi a Torino e ricevuta colà la parola del conte di Cavour, circa la metà d’agosto torna nascosto a Napoli, e vivendo clandestino ora a bordo dell’ammiraglia del Persano, ora in casa d’amici, cospira a ribellare coll’oro del conte di Cavour l’esercito, al quale pur ora apparteneva; specialmente i Cacciatori, che, a sentirlo, si sarebbe tirati dietro al solo presentarsi. Ma nè egli si presentò, nè i Cacciatori si mossero; pure egli potè essere accolto nell’esercito italiano e morirvi generale! (Vedi Diario PERSANO, parte II, pag. 16, 35, 36, 44, 66, 73, ec.)

[101] Era un antico legno da guerra borbonico; preso dai Palermitani nel 1848 e battezzato Indipendenza, ripreso dal Borbone e restituito al suo primo nome di Veloce.

[102] Fra i volontari eran chiamati così dal colore della divisa: tutte di tela bianca quelle del Dunn; con tuniche bigio-scure quelle del Medici.

[103] Alberto Mario la racconta con verità. Il Rustow scrisse che lo scontro avvenne nella prima carica, ma è un errore. Io udii narrare il fatto da Garibaldi stesso.

[104] Parole del testo della Convenzione 23 luglio 1860, tra il colonnello Anzani ed il generale Garibaldi.

[105] In questo, Liborio Romano passava al Ministero dell’interno e il generale Pianell a quello della guerra.

[106] PERSANO, Diario cit., pag. 92.

[107] Anche prima di quel giorno, nell’annunciare allo stesso Ammiraglio la lettera di Vittorio Emanuele a Garibaldi, invitava l’Ammiraglio a non cercare d’influire sulle determinazioni di questi, confessando che per poco esso sia ragionevole bisogna che il Governo del Re cammini con lui; e dicendosi pronto a ritirarsi onde facilitare lo stabilimento di una perfetta concordia tra Garibaldi e il Ministero.

Lettera del conte di Cavour al contrammiraglio Persano, estratta dal Diario di questi, parte I, pag. 89.

[108] Al Türr ammalato e partito per ragione di cura per il Continente era subentrato nel comando della brigata l’ungherese colonnello Eber.

[109] Vedi I Mille, cap. XXXII, pag. 151-152. Che Garibaldi abbia ordinato egli stesso la spedizione romana, lo provano le lettere pubblicamente scritte al Bertani ed al Medici prima di partire da Quarto; l’approvazione tacita o espressa a tutti gli apparecchi fatti dal Bertani al medesimo scopo, e stando ad un’affermazione di Maurizio Quadrio, un telegramma che Garibaldi stesso avrebbe diretto dal Faro tra il 10 e l’11 agosto ad uno dei capi della spedizione romana, e che avrebbe suonato precisamente così: «Io scenderò in Calabria il 19 agosto, voi operate ad oltranza negli Stati romani.» Vedi il Libro dei Mille del generale Giuseppe Garibaldi, Commenti di MAURIZIO QUADRIO, pag. 47 e segg. Il Quadrio però non dice d’aver veduto egli il telegramma: afferma solo che fu veduto da Mauro Macchi, e che una copia autenticata da notaio ne fu consegnata per sua garanzia al colonnello Pianciani.

[110] Vedi Diario PERSANO, quasi tutta la parte seconda.

[111] Lettera del conte Leopoldo di Siracusa al re Francesco del 24 agosto 1860, e Indirizzo del Ministero Liborio Romano allo stesso Re del 22 agosto.

[112] Vedi BIANCHI, Storia documentata della Diplomazia europea, vol. VIII, pag. 322-323.

[113] Vedi il Decreto nel Diario PERSANO, parte II, pag. 117:

«Napoli, 7 settembre 1860.

»Il Dittatore decreta:

»Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle Due Sicilie, arsenali e materiali di marina sono aggregati alla squadra del Re d’Italia Vittorio Emanuele, comandata dall’ammiraglio Persano.

»Firmato: G. GARIBALDI.»

[114] L’ammiraglio PERSANO nel suo Diario citato, parte II, pag. 135, narra:

«Vedo a terra l’ammiraglio Mundy. Egli mi dice che il signor Elliot, ministro d’Inghilterra, aveva avuto un abboccamento col generale Garibaldi a bordo dell’Annibale, essendo stato incaricato da Lord John Russell di dissuaderlo dal suo intendimento di attaccare la Venezia, dacchè tutto induceva a far credere che tale atto sarebbe tornato oltremodo dannoso all’Italia; per l’appunto come s’era detto fra noi due alcuni giorni prima: che il Dittatore, alla comunicazione fattagli dal signor Elliot, aveva risposto, essere egli risoluto di proclamare, ma dal Campidoglio, Vittorio Emanuele Re d’Italia; e che dopo ciò si sarebbe offerto uno de’ suoi luogotenenti per l’impresa della Venezia.»

[115] NICOMEDE BIANCHI, Storia documentata della Diplomazia europea in Italia (1859-1861), vol. VIII, pag. 338-339.

[116] Consentiamo collo Zini (Storia cit., pag. 702) che «l’arditezza del conte di Cavour venne a contraccolpo della prima arditezza di Garibaldi; onde questi, non quegli, fu il vero motore dell’impresa;» ma non per questo possiamo tenerci dall’ammirarle entrambe. Se anzi una censura può muoversi al conte di Cavour è di troppa temerità. Nel giorno infatti in cui egli spingeva metà dell’esercito sardo al di là della Cattolica, egli non era sicuro che l’Austria, che ingrossava nel quadrilatero, non l’avrebbe assalito. Tanto vero che scriveva a Persano: «Tenga la squadra pronta a partire per l’Adriatico. Faccia una leva forzata di marinai in codeste parti.... Dica al generale Garibaldi, da parte mia, che, se noi siamo assaliti, l’invito in nome d’Italia ad imbarcarsi tosto con due delle sue divisioni per venire a combattere sul Mincio, ec.» (Istruzioni Cavour a Persano, Torino, 22 ottobre 1860.)

Solo alcuni giorni dopo, essendo stato assicurato da Napoleone che l’Austria non l’avrebbe attaccato, o che altrimenti egli, almeno rispetto alla Lombardia, l’avrebbe impedito, il conte di Cavour respirò. Quando poi, nel convegno di Varsavia, la Prussia e la Russia accettarono il principio del non intervento, energicamente difeso dalla Francia e dall’Inghilterra, ogni pericolo svanì, e Cavour potè correre franco fino alla fine. Ma aveva giuocato un terribile giuoco. Per salvare l’Italia dal mostro della rivoluzione aveva rischiato di farla sbranare nuovamente dall’aquila austriaca. Ma poichè l’Austria in fin de’ conti non si mosse, e Cavour vinse la partita, non gli può essere negato l’applauso che ha sempre salutato il successo.

[117] Vedi la lettera del Mazzini nei Mille, di G. ODDO, pag. 708.

[118] Vedi il suo Proclama in data di Salerno, 7 settembre 1860:

«Alla cara popolazione di Napoli.

»Figlio del popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a questo nobile ed imponente centro di popolazione italiana, che molti secoli di dispotismo non hanno potuto umiliare, nè ridurre a piegare il ginocchio al cospetto della tirannide.

»Il primo bisogno dell’Italia era la concordia per raggiungere l’unità della grande famiglia italiana: oggi la Provvidenza ha provveduto alla concordia con la sublime unanimità di tutte le provincie per la ricostituzione nazionale; per l’unità essa diede al nostro paese Vittorio Emanuele, che noi da questo momento possiamo chiamare il vero padre della patria italiana.» (Diario cit., parte II, pag. 115.)

[119] Ire politiche d’oltre tomba, di AGOSTINO BERTANI, pag. 74 e seg.

[120] Doveva alludere a Filippo Cordova e al barone Camerata Scovazzo.

[121] Pubblicava nello stesso senso un Manifesto, nel quale è notevole questo periodo:

«Essi vi hanno parlato (ai Palermitani) d’annessione, come se più fervidi di me fossero per la rigenerazione d’Italia — ma la loro mèta era di servire a bassi interessi individuali — e voi rispondeste come conviene a popolo che sente la sua dignità, e che fida nel sacro ed inviolato programma da me proclamato:

»ITALIA E VITTORIO EMANUELE.

»A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il Regno d’Italia — e là solamente santificheremo il gran consorzio di famiglia tra i liberi e gli schiavi ancora, figli della stessa terra.

»A Palermo si volle l’annessione, perchè io non passassi lo Stretto.

»A Napoli si vuole l’annessione, perchè io non possa passare il Volturno.

»Ma in quanto vi siano in Italia catene da infrangere — io seguirò la via — o vi seminerò le ossa.....»

[122] Il maresciallo Ritucci, eletto comandante in capo dell’esercito borbonico, aveva sotto i suoi ordini tre divisioni di fanteria, una di cavalleria, alle quali aggiunte le truppe accantonate qua e là a guardia degli Abruzzi, i presidii di Gaeta e di Civitella del Tronto, si vede che la cifra di cinquantamila uomini sta piuttosto al di sotto che al di sopra del vero.

[123] Il Rustow, che pare sia stato uno dei consiglieri dell’operazione di Caiazzo, vorrebbe far credere che l’abbia ordinata Garibaldi stesso (Op. cit., pag. 892); ma ciò, siccome narrammo, non è. Garibaldi nel suo libro dei Mille (pag. 276-277) respinge da sè la responsabilità dell’impresa tentata e contro ordine suo, con queste esplicite parole:

«Obbligato di lasciare l’esercito sul Volturno e di recarmi a Palermo per placare quel bravo e bollente popolo nell’esaltazione in cui l’avean spinto gli annessionisti, io aveva raccomandato al generale Sirtori, degno capo dello Stato Maggiore dell’esercito meridionale, di lanciar delle bande nostre sulle comunicazioni del nemico.

»Ciò fu fatto, ma pure chi ne avea l’incarico immediato stimò opportuno di fare qualche cosa di più serio, e col prestigio delle precedenti vittorie non dubitò qualunque impresa essere eseguibile dai nostri prodi militi.

»Fu decisa l’occupazione di Caiazzo, villaggio all’oriente di Capua, sulla sponda destra del Volturno.

»Il 19 settembre ebbe luogo l’operazione: si occupò Caiazzo, ed io giunsi lo stesso giorno per assistere al deplorevole spettacolo del sacrifizio dei nostri poveri volontari, che avendo marciato, secondo il costume loro, intrepidamente sul nemico sino all’orlo del fiume, furono poi obbligati, non trovandovi riparo contro la grandine di palle nemiche, di retrocedere fuggendo, fulminati alle spalle. Il giorno seguente, credo, il nemico inviò un forte nerbo di forze ad attaccare i nostri in Caiazzo, che in pochi furono obbligati ad evacuare, e ritirarsi precipitosamente verso la sinistra del Volturno, dopo essersi valorosamente battuti ed aver perduto non pochi militi, morti, feriti ed affogati nel fiume. L’operazione di Caiazzo fu, più che un’imprudenza, una mancanza di tatto militare, da parte di chi la comandava.

»E serva quell’esempio ai nostri giovani militi, tuttora obbligati a studiare quella manía di macellar gli uomini, che si chiama arte della guerra.»

S’aggiunga: il Pecorini-Manzoni, nella sua citata Storia della XV Divisione Türr, ec., cercando di giustificare il Türr della mossa, si limita a dire, che «egli pensava di lanciare dei distaccamenti al di là del Volturno verso Piedimonte per verificare l’opinione del paese, e trovandovi simpatia organizzare delle squadre di Guardia Nazionale, e con esse tormentare alle spalle ed ai fianchi il nemico e simulare quindi degli attacchi sopra Caiazzo e dietro Capua, per obbligarlo a mostrare le forze che potrebbe spiegare in un fatto d’arme serio contro le forze garibaldine, e non dargli tempo di mandare ad effetto un tale fatto prima che tutta l’armata di Garibaldi fosse riunita sul Volturno.» (Op. cit., pag. 182.)

Infine meglio d’ogni testimonianza valgano le istruzioni che Garibaldi stesso dava in iscritto al maggiore Csudafy, incaricato appunto di comandare una delle scorribande al di là del Volturno, e che chiariscono tutto il pensiero del Generale in capo dell’esercito meridionale:

«Al signor maggiore Csudafy.

»Caserta, 16 settembre 1860.

»Maggiore!

»Con tre distaccamenti, che confiderà a voi il generale Türr, voi passerete il Volturno al di sopra di Capua ove vi convenga.

»Il principale oggetto della vostra missione è di mostrarvi nella retroguardia al nemico dietro Capua e incomodarlo in ogni modo possibile.

»Quindi mostrarvi alle popolazioni circonvicine, fra le quali voi dovete spargere i buoni principii di libertà e d’indipendenza italiana, e spingerle all’armamento contro il dispotismo. Soprattutto voi dovrete ottenere dai vostri soldati che rispettino la gente, le proprietà, e che procurino di farsi amare da tutti e temere dai nemici.

»Per mezzi di cui abbisognate, rivolgetevi alle Autorità locali che munirete di competente ricevuta.

»Se potete spingere alcuno dei vostri distaccamenti (che cercherete d’aumentare quanto possibile) alla frontiera e sul territorio pontificio, farete bene di farlo e spingere pure le popolazioni pontificie a scuotere il giogo.

»Infine voi darete notizie di voi e di qualunque cosa importante al Quartier generale del generale Türr ed al mio.

»Firmato: G. GARIBALDI.»

(PECORINI-MANZONI, op. cit., pag. 183-184.)

[124] «La nostra linea di battaglia era difettosa; essa era troppo estesa da Maddaloni a Santa Maria.» (I Mille, pag. 280.)

[125] Abbiamo usato per brevità la parola Divisione; ma s’ingannerebbe assai chi la prendesse alla lettera. L’esercito meridionale essendo in formazione continua, nulla di più difficile di dare la situazione quotidiana dei corpi. La divisione Türr comprendeva cinque brigate: Sacchi, Eber, Spangaro, De Giorgis, La Masa; ma essendo esse tutte sparpagliate in mezzo alle altre divisioni, può dirsi che la divisione in fatto non esisteva. Così la brigata La Masa era aggregata alla 16ª divisione Cosenz e Milbitz; quella Spangaro alla 17ª Medici, e la brigata Sacchi stava da sè a San Leucio; le brigate Eber e De Giorgis stavano nella riserva. La 18ª divisione Bixio comprendeva tre brigate: quella Dezza, della forza di milleottocento uomini; quella Eberhard, di millecinquecento, e una terza, Spinazzi, di seicentosettanta, più una così detta colonna Fabrizi che non apparteneva a nessuna divisione. La 16ª invece aveva un battaglione Bronzetti nientemeno che a Castel Morone, e una brigata intera, quella Assanti, nella riserva.

La riserva poi era un miscuglio curiosissimo. Essa comprendeva, oltre le nominate:

Brigata Eber 1600 Brigata De Giorgis 850 Brigata Assanti 1100 Un battaglione Paterniti 250 Una brigata calabrese comandata dal colonnello Pace, grossa di oltre duemila uomini, ma di cui soltanto ottocento armati alla meglio e servibili 800 Totale 4600

Centocinquanta uomini di cavalleria, quattrocento del Genio aggregati la maggior parte alla 17ª divisione, e gli artiglieri necessari ai servizio dei trenta pezzi summentovati, compivano l’esercito.

[126] I Mille, pag. 282.

[127] Il RUSTOW, pag. 436; il PECORINI, pag. 242, riferiscono queste parole del Generale con alcune varianti. Al solito noi ne prendiamo l’essenziale, lasciando l’accessorio.

[128] Altri disse che mandò la notizia della vittoria molto prima, cioè quando giunse a Santa Maria. Nel suo libro dei Mille egli tronca ogni dubbio scrivendo: «In quel momento, 5 pomeridiane, io telegrafai a Napoli: Vittoria su tutta la linea.» — (Vedi op. cit., pag. 297.)

[129] Quando diciamo puramente Caserta intendiamo la città, ora capoluogo della provincia.

[130] L’abbiamo detto altrove (Vita di Nino Bixio), lo ridiciamo qui, questa e questa sola fu la parte presa da quei Bersaglieri alla battaglia del Volturno. Tutto quanto fu scritto sin qui nell’intento di accrescere a’ regolari e scemare a’ Volontari una gloria, a cui basta d’essere italiana, è assolutamente falso: falso che essi abbiano partecipato in un modo qualsiasi alla giornata del 1º; falso che abbiano contribuito alla vittoria del 2, la quale era già ottenuta prima di combattere, che fu una razzía di truppe disperse, non un combattimento, e che in ogni caso sarebbe stata decisa dai movimenti aggiranti di Garibaldi e del Bixio, non dalle poche fucilate di quei pochi Bersaglieri contro l’avanguardia sviata d’una colonna venuta a cascare nel centro delle nostre linee.

[131] RUSTOW, op. cit., pag. 449.

[132] E non abbiamo mestieri di citare esempi più recenti. Il La Marmora non comandò in Crimea più di quindicimila uomini, eppure fu nominato Generale d’armata. Castelfidardo fu un combattimento di posizione di otto o diecimila uomini contro cinque o seimila, eppure il Cialdini fu nominato Generale d’armata, e nessuno dubitò mai che que’ due Generali non fossero capaci di condurre più grossi eserciti.

[133] Rapporto del generale Bixio sul fatto d’armi di Maddaloni, in data di Caserta, 6 ottobre 1860.

[134] I Mille, pag. 292-293.

[135] È doloroso il pensare che la battaglia del 1º ottobre non abbia ancora ottenuto nella storia delle armi italiane il posto che le conviene. Storici anche autorevoli ne parlano con una leggerezza da far dubitare della loro serietà. A mo’ d’esempio, nella Storia militare del colonnello CARLO CORSI, professore di Storia militare alla Scuola superiore di guerra (libro di testo anche per gli allievi della R. Accademia militare), terza parte, pag. 295 e seg., ci sono tali errori e di fatto e di apprezzamento da legittimare il sospetto che lo storico abbia mai riflettuto un istante alle cose da lui narrate. Noi riproduciamo qui il suo racconto, accompagnandolo di brevissime osservazioni, lasciando giudice il lettore se a siffatti romanzi convenga il nome di storia, e di storia destinata all’educazione della mente o del cuore della gioventù militare della patria nostra:

Pag. 295. «Battaglia del Volturno o di Santa Maria (1º ottobre). — Lo scopo primo del radunamento delle truppe borboniche sul Volturno, cioè rassodar le milizie e fermar Garibaldi, era stato ottenuto; ora bisognava procedere alla riscossa, come Radetzky nel 1848, col massimo vigore. Ma invece di tener riuniti attorno a Capua quei quaranta e più mila uomini e adoperarli per una gran riscossa, i Generali del re Francesco li divisero tra Capua e Gaeta in modo che non più di un ventimila rimasero disponibili sul Volturno tra San Clemente e Caiazzo....»

1º Errore. — Non sappiamo d’onde lo storico abbia attinto questa cifra. Essa è patentemente erronea. L’esercito del Volturno sotto il comando del generale Ritucci componevasi di tre DIVISIONI COMPLETE di fanteria ed una di cavalleria, e quando si aggiunga a queste le armi secondarie e il presidio di Capua, si supera di molto la cifra di quarantamila uomini da noi stabilita.

Pag. 295-296. «I Garibaldini s’erano distesi sulla sinistra del Volturno; debole era la loro sinistra attorno a Santa Maria, aggirabile la loro destra per l’alto Volturno e i monti sopra Caserta e Maddaloni. La loro situazione era ancora più pericolosa di quella dei Toscani a Montanara e Curtatone nel 1848.»

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